Guido Picelli
Ricordare Guido Picelli vuol dire per me richiamare fatti ed avvenimenti di quasi mezzo secolo orsono, le prime battaglie antifasciste culminate nella vittoriosa resistenza dell'Oltretorrente alle squadracce del fascismo agrario capeggiate da Italo Balbo.
Io fui uno dei primi amici e compagni di Guido Picelli. Lo conobbi quando, ufficiale reduce dalle trincee del primo conflitto mondiale nel lontano 1919, entrò nel movimento operaio quale fondatore e segretario a Parma della Lega Proletaria Mutilati, Invalidi e Reduci di Guerra.
Oltre che assolvere compiti assistenziali, la Lega intendeva, dopo tanto odio e tanto inutile spargimento di sangue, difendere e propagandare gli ideali della pace e della comprensione fra i popoli.
L'ufficio della Lega era attiguo al mio alla Camera Confederale del Lavoro di via Imbriani, della quale ero vice segretario.
La nostra dimestichezza era quotidiana e si svolse ben presto in sentimenti di fraterna amicizia che la morte di Picelli, caduto in difesa della repubblica spagnola, spezzò tragicamente, ma che è ancora vivo nel mio animo, nonostante il gran tempo trascorso.
Dalla Lega Proletaria degli ex combattenti e dai circoli giovanili socialisti di allora sorse quella vigorosa milizia popolare che furono gli Arditi del Popolo che trovarono in Picelli, autentico popolano della nostra Parma, il fervente animatore e il capo naturale audace e coraggioso.
Gli Arditi del Popolo di Parma furono fieri combattenti che nella nostra città scrissero pagine indimenticabili nella loro lotta contro la violenza fascista.
Fu per loro virtù che i fascisti posero piede nell'Oltretorrente soltanto dopo la conquista del potere, quando il fascismo si avviava diventare regime e mai prima di allora.
Vi è da osservare che se tutte le città italiane avessero seguito l'esempio dei lavoratori parmensi la storia d'Italia avrebbe seguito altro corso ed al nostro paese ed al nostro popolo sarebbero stati risparmiati venti anni di dittatura ed una guerra odiosa e rovinosa.
La Resistenza dell'Oltretorrente - che io vissi partecipando a quel distaccamento di Borgo del Naviglio, nelle barricate di via XX Settembre, dove si trovava il giovane operaio Puzzarini che doveva poco più tardi essere assassinato a tradimento dai fascisti, fu un episodio che mostrò il coraggio di tutto un popolo unito nell'antifascismo militante come protesta armata contro lo schiavismo agrario coalizzato per impedire ai lavoratori, che tornavano dalle trincee, la conquista di migliori condizioni di vita, di un nuovo mondo giusto e pacificato.
Questa Resistenza gloriosa e vittoriosa impressionò lo stesso Mussolini al punto che egli, alla vigilia della cosiddetta Marcia su Roma, non nascose ai suoi collaboratori le sue esitazioni e i suoi timori espressi nella frase: "Non possiamo arrivare a Roma lasciandoci alle spalle una situazione scoperta e pericolosa come quella di Parma"
Pochi mesi prima, come è noto, infatti 10.000 fascisti armati fino ai denti avevano dovuto battere in ritirata. Le trincee erette in difesa della libertà non furono smantellate dai fascisti, che non andarono più in là della Rocchetta e che dovettero limitarsi a sporadiche sparatorie a casaccio dalla riva destra del torrente.
Una di queste sparatorie colpì a morte il consigliere comunale Corazza del Partito Popolare Italiano. Le trincee degli Arditi del Popolo guidate da Picelli, che videro i fascisti in fuga, furono dai parmigiani consegnate all'esercito inespugnate e quindi vittoriose.
Cari compagni, mentre scrivo queste righe mille ricordi si affollano alla mia mente, riportandomi lontano nel tempo, al Guido Picelli di allora.
Rammento che quando, candidato del Partito Socialista Italiano, venne eletto deputato al Parlamento, egli si trovava nel carcere di San Francesco per aver organizzato e diretto l'invasione della stazione ferroviaria di Parma per impedire la partenza di un treno di militari, che si diceva diretti in Albania, verso temute nuove avventure.
Fui io che ebbi l'incarico di andarlo a prelevare nel Palazzo del Tribunale, collegato da un passaggio alle Carceri e di accompagnarlo nell'Oltretorrente. Era fiero e felice della riconquistata libertà, che egli si proponeva di mettere senza indugio al servizio della lotta antifascista nella quale egli voleva continuare senza soste, pure in diverse e più difficili condizioni.
E fu fedele al proposito manifestato, senza esitazioni, senza paure.
L'ultima volta che vidi Picelli fu molti anni dopo, il fascismo ormai imperante a Milano dove ero fuggito da Parma ponendomi in salvo dalle violenze fasciste, ultima delle quali un attentato a base di revolverate, da cui uscii miracolosamente incolume, violenze che mi avevano reso impossibile la vita della mia città.
Picelli tornava liberato dal confino.
Il nostro incontro fu segnato da momenti di indicibile commozione. Eravamo in pochi allora, gli antifascisti e ci sentivamo davvero fratelli: al di sopra di ogni divisione politica ci univa l'ansia irrefrenabile di libertà.
Il Picelli, che ritrovavo dopo tanti anni, era un Picelli diverso da quello che avevo lasciato.
Nelle durezze del carcere e del confino, si era fatto politicamente; aveva letto, aveva studiato, aveva meditato.
Il suo antifascismo impetuoso ed istintivo si era completato e maturato nella coscienza attiva di militante politico, nella disciplina del militante comunista.
Si era reso conto che il fascismo era un fenomeno di classe, un pericolo sempre presente ogni qualvolta la lotta operaia minaccia gli interessi delle classi privilegiate e che per allontanare definitivamente questo pericolo era necessario mutare i rapporti sociali, dar vita ad una società più libera, più giusta, più umana.
Liberato dal confino Picelli aveva scelto come domicilio Milano, non per restarvi, ma per preparare il suo espatrio.
D'altra parte una grande città consentiva una maggiore libertà di movimento.
Avvertito dalle isole del suo prossimo arrivo io avevo ricevuto l'incarico di risolvere per Picelli un problema non facilmente risolvibile allora: trovargli un'occupazione che gli consentisse di essere in primo luogo in regola di fronte alla continua sorveglianza della polizia, ma l'occupazione doveva essere fittizia perché Picelli aveva necessità di muoversi ogni giorno e di giustificare questo suo muoversi per i contatti necessari che egli doveva avere con i suoi compagni per preparare la fuga.
Risolsi fortunatamente il problema con l'aiuto di un vecchio amico, Ettore Albini, che era stato critico musicale dell'Avanti!, nobile figura di socialista già condannato per aver partecipato all'organizzazione della fuga di Turati.
Ettore Albini era grande amico di Arturo Toscanini e del suo figliolo Walter che anch'io conoscevo. Ora, Walter Toscanini era proprietario di un'importante libreria antiquaria posta in Galleria De Cristoforis dove prestava la sua attività anche Albini. In breve, Guido Picelli fu assunto o meglio figurò di essere assunto, come piazzista della libreria Toscanini. Fu munito di un'elegante borsa in pelle, di un catalogo e di un copia-commissioni.
Era così libero, relativamente, con le dovute cautele, di girare per Milano e di prendere i contatti necessari.
Ci vedemmo più volte e scherzavamo su quella sua finta professione.
Naturalmente non vendette un solo libro.
Un giorno mi fece discretamente avvertire che voleva vedermi. Ci incontrammo una era verso l'imbrunire e prendemmo a camminare in una via affollata. Allora gli chiesi sorridendo: "Hai fatto buoni affari ,oggi?" "Domani, mi rispose, farò l'affare grosso"
Era l'annuncio della partenza.
Ci abbracciammo commossi, a lungo. Non dovevo rivederlo più.
Il resto, la sua andata in Unione Sovietica dalla Francia, la sua partenza per la Spagna, è cosa nota. Una notte dopo Natale, appresi da Radio Repubblicana la tragica notizia. Picelli era caduto sulle trincee repubblicane in difesa della libertà di Spagna.
Ho voluto ricordare questi episodi della vita di Guido Picelli per dare un carattere intimo, fraterno alla mia partecipazione a questa rievocazione, la rievocazione di un combattente della'antifascismo, del suo eroico sacrificio.
Ricordando Picelli è nostro dovere riaffermare la nostra unità di antifascisti senza patetiche nostalgie, ma per rinnovare il nostro impegno al di sopra di ogni divisione politica, di combattenti della libertà.
Siamo consapevoli, compagni di questo bene prezioso, di questa esigenza perenne degli uomini che non si può tradire.
La libertà è condizione irrinunciabile per lo sviluppo della personalità umana. Solo nella libertà di tutti e di ciascuno la dignità dell'uomo è salvaguardata, il movimento operaio combatte con successo le sue sacrosante battaglie per la costruzione di una società socialista, per un mondo liberato dalle paure, dalla oppressione e dalla guerra.