A-ADORNO
ABATI
Ranzano XVII secolo
Falegname, artefice di unancona in Santo Stefano a Ranzano (Palanzano).
FONTI E BIBL.: A. Santangelo, 1934, 271; Il mobile a Parma, 1983.
ABATI PIETRO GIOVANNI, vedi ABBATI PIETRO GIOVANNI
ABBANESI OTTORINO, vedi ALBANESI OTTORINO
ABBATI ALESSANDRO
Parma XIX secolo
Cavaliere dellOrdine Pontificio dello Speron dOro, fu capispettore del
Patrimonio dello Stato.
FONTI E BIBL.: Almanacco della Ducal Corte, 241; Per la Val Baganza 8 1986, 171.
ABBATI CARLO
1957-Parma 16 giugno 1999
Compiuti gli studi classici al liceo Romagnosi di Parma, intraprese con passione gli studi
di medicina e, dopo essersi brillantemente laureato con una tesi sperimentale in
neurologia, iniziò lattività professionale come volontario della Divisione
neurologica di Fidenza diretta dal professor Saginario, che gli fu maestro di studi e di
ricerca. Vinti numerosi concorsi e assunto come assistente in direzione sanitaria
allOspedale Maggiore di Parma, maturò una prima significativa esperienza dei
problemi concreti della sanità pubblica e, senza mai trascurare gli studi, si
specializzò con lode allUniversità di Parma dapprima in neurologia e quindi in
psichiatria. Forte di una solida e profonda preparazione, vinse il concorso di assistente
al Servizio psichiatrico dellUnità sanitaria locale di Fidenza, dove si prodigò
con grande impegno nellassistenza dei malati psichici anche sul territorio e dove
organizzò, sotto la direzione del professor Bassi, il settore di assistenza psichiatrica,
additato a esempio da giornali e riviste specializzate. Passato alla divisione Neurologica
dellospedale fidentino, nelléquipe del professor Montanari, da ultimo si
impegnò, oltre che nella normale attività di reparto, anche nello studio e nella cura
della sclerosi multipla e si adoperò strenuamente per il potenziamento del nuovo centro
per la cura di tale patologia, centro che conseguì fama nazionale e internazionale.
Accanto allattività allospedale, assiduo studioso, continuò a svolgere con
impegno e passione lattività di ricerca in diverse istituzioni pubbliche e private,
ottenendo importanti riconoscimenti. Frutto dellintensa attività di ricerca è un
cospicuo numero di sue pubblicazioni nel campo della neurologia, della neurobiologia e
della psichiatria. Morì a seguito di un incidente stradale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 giugno 1999, 9.
ABBATI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1515
Nel 1515 era ostiario del papa Leone X in Roma.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti Parmensi in Roma, in Atti e Memorie delle Regie
Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi 1 1883.
ABBATI GIUSEPPE
Parma 4 marzo 1853
Fu studiosissimo e raccolse con singolare impegno varie notizie spettanti alla Collegiata
e al Capitolo del Battistero della Cattedrale di Parma, e le pubblicò nel Calendario che
fece per molti anni a uso del medesimo. Fu Rettore di Santa Maria Maddalena, cui venne
obbligato dal Papa a rinunciare per ottenere la Dogmania. Predicò la divina parola nella
città di Parma e fuori con frutto, e con assiduo zelo.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie Cronologica dei Vescovi, I, 1856, 342.
ABBATI NORBERTO
Parma 1895-Sagrado 1 maggio 1916
Figlio di Guerrino, muratore. Soldato fante zappatore nel 19° Reggimento Fanteria, fu
decorato sul campo di medaglia dargento al valore militare, con la seguente
motivazione: Sprezzante dogni pericolo, dava esempio di grande coraggio per superare
gravi difficoltà nella costruzione di un importante approccio, finché cadeva mortalmente
ferito. S. Martino 30 aprile 1916. Morì nella 21a Sezione di sanità in seguito a ferite
multiple dartiglieria riportate in combattimento. Fu sepolto nel Cimitero di
Sagrado.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 7 aprile e 26 maggio 1917; G. Sitti,
Caduti e decorati, 1919, 5; Decorati al valore, 1964, 73.
ABBATI PIETRO GIOVANNI
Parma 1683/1745
Figlio di Bernardo, visse tra la seconda metà del secolo XVII e la prima del XVIII. Le
date di nascita e di morte (1708-1790) riportate dallo Janelli, che cita come fonte lo
Scarabelli, sono evidentemente errate, perché in contrasto con i documenti riferiti nel
suo manoscritto dallo stesso Scarabelli, il quale non può, quindi, aver fornito tali
erronei elementi. Allevato dai domenicani della chiesa di San Pietro Martire a Parma, fu
da questi affidato a Ferdinando Galli-Bibiena, da cui apprese la scenografia. La prima
notizia certa su di lui è quella che lo ricorda quale testimone in un atto del 25 agosto
1683. Nel 1703 fece disegni per le scene al Regio Teatro di Torino. Il 28 gennaio 1706 era
già in buone relazioni con la Corte di Parma e ne ottenne una commendatizia per Venezia.
Nel 1707 fece una raccolta di prospettive del Bibiena e nel maggio 1714 le scene di
bizzarra invenzione per il dramma per musica Carlo, Re di Alemagna di G. Orlandini,
rappresentato al Teatro Ducale di Parma. Qui il suo nome è accompagnato dalla
denominazione di servitor familiare del serenissimo Duca di Parma. Nello stesso anno
dipinse altre scene per il teatrino privato dei duchi Farnese. Ma solo dal 25 novembre
1718 ricevette una provvigione fissa mensile di lire 73 in moneta corrente di Parma,
provvigione che gli venne tolta nel 1727. Un altro pagamento di lire 1500 viene registrato
al suo nome il 26 gennaio 1733 per lassistenza da lui data al vestiario della danza
a cavallo nella farsetta recitata in onore del Duca. Questa è lultima data certa
della sua attività di scenografo, operante per teatri di numerose città, oltre che a
Parma: in Urbania, ove fece tutto uno scenario per il teatro, a Torino, a Bologna e a
Vienna. Ma si sa che fu anche incisore allacquaforte e M. Oretti lo dice, pur senza
darne documento, ancora operante nel 1745. Alcune notizie ne tratteggiano poi il
carattere: infatti nel 1727 promise di beneficiare dopo la sua morte con lire 10.000
lopera pia per i figli illegittimi (vedi Borra, Diarii). Ebbe a Parma due discepoli,
Giuseppe Pellizzoli ed Agostino Filippi, coi quali per naturale suo umore allegro,
anziché da maestro, da fratello trattando, di burle e arguti motti arricchiva il
conversare. Rimangono di lui: Disegni delle scene che servono alle due opere che si
rappresentano lanno corrente (1703) nel Regio Teatro di Torino, invenzione di
Ferdinando Bibiena, poste in opera, dipinte e dedicate da me Pietro Giovanni Abbati
allAltezza Reale di Carlo Emanuele Duca di Savoia. Carlo Antonio Buffagnotti
intagliò e Varie opere di prospettiva inventate da F. Galli raccolte da P. Abbati e
intagliate da C.A. Buffagnotti, Bologna, 1707.
FONTI E BIBL.: Archivio Comunale di Parma, ms. 88; G. Borra, Diarii parmensi, V, alla data
13 ottobre 1727; Bologna, Biblioteca Comunale, ms. B. 132; M. Oretti, Notizie dei
professori del disegno bolognesi et forestieri, tomo X, c. 203; Biblioteca del Museo
Nazionale di Antichità di Parma, ms. 12; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di
Belle Arti parmigiane, VI (1651-1700), cc. 1-4; Parma, Biblioúteca Palatina, ms. 1106
(senza paginazione): notizie sullAbbati tratte da note ms. dellAffò; G.
Bertolucci, Cenni intorno ad artisti specialmente parmigiani; P. Zani, Enciclopedia
metodica delle Belle Arti, I, 1, Parma 1819, 291 (ricorda lAbbati solo come incisore
e architetto e senza alcuna datazione); A. Ilg, Die Fischer vom Erlach, Wien, 1891, p. 626
(con ulteriore bibliografia e con notizie di dipinti dellAbbati conservati tra
laltro a Sibiu e a Graz, dove tuttavia essi non sono attualmente identificabili); J.
Meyer, Allgemeines Künstler-Lexikon, I, p. 10; U. Thieme-F. Becker, Allgemeines Lexikon
der bildenden Künstler, I, 11; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani
illustri, Genova, 1877, 1; Enciclopedia dello Spettacolo, I, 7; A. Ghidiglia Quintavalle,
in Dizionario biografico degli Italiani, I, 1960, 27.
ABBATIA SABINA
Parma 140 d.C.
Di condizione incerta, menzionata da Flegonte di Tralles tra i longevi vissuti cento anni
della città di Parma. A differenza del nomen Abbatia, non documentato a Parma e in
Cisalpina, Sabina è cognomen assai comune, ampiamente documentato anche a Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses. 1986, 47.
ABBONDI MASSIMO, vedi ABLONDI MASSIMO
ABDESIO EPIDANEO, vedi FERRARI GIORGIO
ABELLI LUIGI
Parma 14 aprile 1889-1965
Figlio di Tancredi e di Adalgisa Bacchini. Fu custode del Municipio, donzello capo e
banditore. Lavorò presso il Comune di Parma per 47 anni. Durante la seconda guerra
mondiale si rifiutò di lasciare il palazzo municipale, che custodì giorno e notte. Un
suo intervento, durante loccupazione tedesca, salvò i preziosi quadri del Comune
dallasportazione.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 7
ABELLI PASQUALE
Calestano 1911-Parma 1960
Si laureò in Chimica farmaceutica e divenne titolare di farmacia a Parma, in strada
Cavour. Fu Presidente del circolo stenografico Leone Bolaffio, Presidente dellOrdine
dei farmacisti di Parma e sindaco di Calestano. Fu tra i fondatori della sezione Parma
Nuova della Democrazia cristiana. Morì dinfarto.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 7.
ABFOLTER PANCRAZIO
Parma 1654
Fu orefice in Parma nel 1654.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker (E. Scarabelli Zunti, ms. della Biblioteca Palatina in
Parma); L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 52.
ABISSINO, vedi BUCCI BRUNO
ABLONDI GIOVAN BATTISTA
Parma 1606/1622
Religioso, fu suonatore di cornetto nella chiesa della Steccata di Parma, eletto l8
gennaio 1610, ove si fermò fino al giugno del 1622. Anche prima, quale aiutante della
musica e suonatore, prestò la sua opera in occasioni straordinarie, ottenendo in compenso
dei donativi, come nel 1606.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 82.
ABLONDI MASSIMO
Calestano 1893-Monte Zebio 19 giugno 1917
Sergente, figlio di Zeffirino. Appartenne al 3° Reggimento Fanteria. Fu decorato con la
medaglia dargento al valore militare, con la seguente motivazione: Costante,
mirabile esempio di coraggio, con irresistibile slancio, primo fra i primi del proprio
reparto, si spingeva allassalto della trincea nemica e, raggiuntala, vi cadeva
colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 51a, 4259; Decorati al Valore, 1964,
31.
ABRATI GIOVANNI
Parma 1853
Violinista. Con decreto 12 dicembre 1853 fu nominato professore della Reale Orchestra di
Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
ABSBURGO MARGARETE
Audenarde 28 dicembre 1522-Ortona 18 gennaio 1586
Figlia illegittima di Carlo V e di Giovanna van der Gheynst. Fu amorevolmente allevata
dallarciduchessa Margherita dAsburgo e dalla regina Maria dInghilterra
ed educata secondo il suo rango, per servire allambizioso gioco politico del padre.
Era ancora bambina quando Carlo V la promise sposa ad Alessandro de Medici,
pronipote o addirittura figlio di Papa Clemente VII, come un prezioso pegno di pace dopo
il sacco di Roma del 1527. Tuttavia solo il 7 gennaio 1533 ella partì da Malines per
raggiungere Firenze e lo sposo che non conosceva, ma che la pubblica voce diceva di
intelligenza aperta, intraprendente e prestante. Dopo una prima, festosa sosta a Firenze
(17 aprile) e una seconda, non meno festosa e solenne a Roma, lAbsburgo raggiunse
Napoli, dove rimase ospite del viceré spagnolo fino al tempo di consumare il matrimonio
essendo ancora molto putta. Le nozze si celebrarono solo quando lAbsburgo raggiunse
quattordici anni (29 febbraio 1536), alla presenza dellImperatore, trionfante per la
vittoriosa impresa che laveva condotto alla conquista di Tripoli. Nello stesso anno
fece il suo ingresso a Firenze, vezzeggiata e adulata. Ma potè vivervi lietamente per
poco in quanto il 5 giugno 1537 Alessandro cadde sotto il pugnale del cugino Lorenzino
de Medici. LAbsburgo fu costretta a rifugiarsi nella fortezza del Basso,
appena costruita, dove la confortò lassidua corrispondenza con il padre,
preoccupato sia per lei sia per i mutamenti della politica italiana, di cui la giovane
vedova costituiva unimportante pedina. Tanto è vero che subito ella ebbe dei
pretendenti, tra cui lo stesso Cosimo de Medici, che aveva assunto il governo di
Firenze. Certo lAbsurgo contava molto. Voleva dire lappoggio
dellimperatore e il cospicuo patrimonio che era venuto a concentrarsi nelle sue
mani: il Ducato di Penne e le terre dAbruzzo, palazzi e case in Roma, Castel
SantAngelo, Castel Madama, e denaro, ori e preziosi. Quando allAbsburgo venne
proposto come secondo marito Ottavio Farnese, il figlio di Pier Luigi, recalcitrò e si
oppose. Trovò molto da ridire su cose, su persone, su Ottavio, sul contratto
matrimoniale, sugli incaricati a trattare le pratiche. Ma alla fine, contenta o no,
dovette cedere, e giunse a Roma con aria altera e polemicamente ancora vestita a lutto.
Né le accoglienze particolarmente fastose, né latteggiamento affettuoso del papa
Paolo III Farnese la fecero recedere dalla sua presa di posizione. Le nozze comunque si
fecero, per lo meno sulla carta il 12 ottobre 1538. Ma Ottavio, di alcuni anni minore
della sposa (aveva tredici anni) era timido, goffo e pieno di soggezione, ed ella,
sentendosi troppo intelligente per un marito così, cominciò a snobbarlo. Non
convivevano, sincontravano casualmente come due estranei, ma la ragion di stato
esigeva che il matrimonio fosse consumato. Vaticano e Spagna fremevano e tempestavano di
messaggi, lalta diplomazia era in fermento. A Roma coccolavano lAbsburgo, e da
Madrid, Carlo V rimproverava la figlia. Lei mise in campo un sacco di scuse per non
dormire con il marito e si attaccò a tutti gli appigli per chiedere lannullamento
dicendo anche di non aver pronunciato la formula di rito al momento delle nozze. Carlo V
fece esaminare da unapposita consulta le ragioni da lei invocate, che, peraltro,
vennero dichiarate insussistenti. Questo responso piegò alla fine la volontà
dellAbsburgo dopo due anni di rancori e castità. Il 27 agosto 1545 diede alla luce
due gemelli, Carlo e Alessandro, che, presentati in una culla dargento, vennero
battezzati in SantEustachio di Roma alla presenza di diciannove cardinali, padrini
Carlo V e la regina di Francia. Uno dei neonati, Carlo, morì poco dopo, ma laltro
divenne una delle figure più rappresentative del Cinquecento italiano. Spogliata in
quellanno col marito dei ducati di Nepi e Camerino, coinvolta per lassassinio
di Pier Luigi (1547), nellardua lotta con la Francia, con Roma e con lImpero,
più forte del marito, sostenne intrepida e risoluta i diritti farnesiani ed ebbe parte
vivissima nei trattati col padre e con la Chiesa perché Parma e Piacenza fossero ridate
al marito. Dopo molte lotte, queste vennero alfine, per la pace di Gand (15 Aprile 1556),
riconfermate ai Farnese. Religiosissima, di una devozione forse più formale che
intimamente sentita, sostenne, specie nel periodo in cui fu a Roma, il nascente ordine di
SantIgnazio di Loyola. LAbsburgo lasciò Roma nel 1550 dopo avervi soggiornato
per dodici anni (villa Madama è da lei che prende il nome). Entrò trionfalmente a Parma
il 2 luglio 1550 tra il giubilo del popolo, accolta da una ricca cavalcata di nobili e
magistrati guidati dal marito e preceduta da due schiere di giovanetti splendidamente
vestiti, parte in nero e parte in bianco, con in capo berretti piumati. Per quasi nove,
difficili anni rimase a Parma a lottare per conservare un impossibile equilibrio tra i
contrastanti interessi del suo casato, dellImperatore e del Papa. Ottavio si era
gettato nel 1551 in braccio alla Francia, rischiando di dare esca a un incendio che
avrebbe potuto coinvolgere lintera Italia. Il nuovo papa Giulio III dichiarò
decaduto il Farnese e Parma fu assediata dalle coalizzate truppe pontificie e imperiali.
Lintervento francese e altre circostanze condussero alla tregua e al riconoscimento
del Ducato. Poi venne labdicazione dellimperatore Carlo V e lascesa al
trono del regno su cui mai tramontava il sole di Filippo II, il quale espresse il
desiderio che il nipote Alessandro venisse educato a Corte. LAbsburgo decise di
accompagnare il figlio, prima a Bruxelles e poi a Londra, anche per poter vedere, dopo
tanti anni, la patria lontana e il padre. Ma questi, deciso a ritirarsi nel silenzio di un
chiostro, era già partito per la Spagna. LAbsburgo non lo vedrà più: avrà
notizia della sua morte, avvenuta nel monastero di San Giusto in Castiglia il 21 settembre
1558, al suo ritorno da un viaggio a Bruxelles. Nel 1556 decise di erigere a Piacenza un
edificio degno di lei e dei Farnese. I lavori della costruzione, sotto la direzione del
Vignola, interrotti durante lassenza della Duchessa impegnata nel governo delle
Fiandre, furono ripresi in seguito dalla Comunità piacentina, che poi dovette sospenderli
definitivamente a causa delle spese eccessive. Nel 1559 la difficilissima situazione delle
turbolente Fiandre, in cui le aspirazioni di indipendenza si complicavano con i profondi
contrasti di lingua, nazionalità e religione, indusse Filippo II ad affidarne il governo
alla sorella, le cui doti gli apparivano le più adatte. Malgrado le difficoltà del
compito, lAbsburgo non esitò ad accettare, pensando di fare gli interessi dei
Farnese e di Alessandro. Governò per otto anni caratterizzati da difficoltà, tensione e
pericoli, che affrontò con animo virile (nel 1563 fece richiamare per la sua debolezza il
Cardinale di Granvelle) cercando di rinsaldare lautorità del Sovrano e della Chiesa
e di assicurare lordine e la pace contro una quantità di elementi disgregatori, ma
non riuscì a vincere lopposizione delle popolazioni che miravano
allindipendenza. Quando Filippo II, di fronte al diffondersi del protestantesimo,
inviò nelle Fiandre il suo crudele e spietato luogotenente duca dAlba,
lAbsburgo protestò energicamente, e quindi chiese di essere esonerata
dallincarico. LAbsburgo partì da Bruxelles il 30 dicembre 1568 accompagnata
da schiette dimostrazioni di affetto e di rammarico. Nel febbraio dellanno seguente
giunse nel suo Ducato di Parma e Piacenza, lontana dalle preoccupazioni del governo,
felice di essere nuovamente presso i suoi cari e la nipotina Margherita, che Alessandro
aveva avuto dalla moglie Maria Daviz del Portogallo. Alcuni mesi più tardi si recò con
il marito e il figlio a Piacenza dove il pontefice Pio V le fece consegnare, per le sue
benemerenze verso la religione in Fiandra, la rosa aurea, una rosa doro tempestata
di pietre preziose e stimata dodicimila scudi romani, che ogni anno il Papa destinava a
uno dei sovrani cattolici dEuropa. Da Piacenza, al fine di ristabilire la sua
salute, nel 1569 lAbsburgo si portò nelle sue terre dAbruzzo, a Città
Ducale, a Penne, allAquila. Nel dicembre del 1571 emanò da Città Ducale gli Ordini
e le Leggi per i suoi Stati dAbruzzo, che sono un altissimo documento di grande
saggezza amministrativa, di esperienza di governo e di ammirevole umanità. Da quel sereno
soggiorno la strappò Filippo II, che, visto il complicarsi delle cose in Fiandra, decise
di richiamare a quel governo la sorella. LAbsburgo esitò ad accettare per vari
motivi, e solo alla fine acconsentì a patto che si mutasse radicalmente tutta
limpostazione del governo dei Paesi Bassi, abbandonando la disastrosa politica delle
armi iniziata da Giovanni dAustria. Frattanto questi, morente, chiamò a succedergli
nel comando delle armate spagnole e nel governo dei Paesi Bassi, il figlio di Margherita,
Alessandro. Ma Filippo II, convinto dellopportunità che comando militare e governo
politico non dovessero restare accentrati nella stessa persona, decise di affidare il
secondo alla sorella e di conservare il primo al nipote Alessandro. Seguì un penoso
contrasto, che indusse lAbsburgo a far presente allImperatore il suo desiderio
di rinunciare allincarico, convinta che la divisione del potere delle Fiandre fosse
dannosa allimperatore e al destino del Paese stesso. Filippo II alla fine si
convinse, ma volle che ella rimanesse per qualche tempo accanto al figlio come fedele
consigliera. LAbsburgo rientrò in Italia solo nel 1583; nellottobre fu a
Piacenza, e quindi a Parma. Si recò poi in Abruzzo, a Loreto e allAquila, dove
provvide ad ampliare con una grande villa la sua residenza. A Ortona, sua residenza
dinverno, fece costruire un grande palazzo da uno dei più noti architetti di Roma,
Giacomo della Porta. Continuò ad occuparsi dellamministrazione delle sue città
dAbruzzo, che unì in unico Stato al vecchio Ducato di Penne. Questo mentre le sue
condizioni di salute andavano ormai peggiorando. Ad Ortona, nella casa dei nobili De
Sanctis (il Palazzo Farnese era ancora in costruzione), morì a 64 anni di età. Il 29
maggio 1586 fu sepolta del monastero di San Sisto in Piacenza.
FONTI E BIBL.: F. Rachfahl, Margareta von Parma, statthalterin der Niederlande, Monaco,
1898; H. Pirenne, Histoire de Belgique, voll. III e IV, Parigi, 1923-1927; L. Van Der
Essen, Alexandre Farnese, vol. I, Bruxelles, 1953; R. Palmarocchi, in Enciclopedia
Cattolica, VIII, 1952, 71; G. Cor., in Dizionario Utet, VIII, 1958, 316; Aurea Parma 4/6
1943, 76; M. Gomez Del Campillo, Margarita de Austria, duquesa de Parma, in Boletin de la
Real Academia de la historia, XXLV, 1959; R. Lefevre, Villa Madama, Roma, Istituto
Poligrafico dello Stato, 1964; J. De Jongh, Madama Margaretha van Oostenrijk Hertogin van
Parma en Piacenza 1522-1586, Amsterdam, 1965; C. Bernardi Salvetti, S. Maria degli Angeli
alle Terme e Antonio Lo Duca, Roma, 1965; R. Lefevre, Castelsantangelo (Castel Madama)
sotto la signoria dei Medici e di Margarita dAustria nel sec. XVI, in Atti e Memorie
della Società Tiburtina di Storia e dArte, XL, 1967-1969; C. Bernardi Salvetti, Le
tre dame coronate nel quadro di Giulio Mazzoni il Piacentino nella Chiesa di S. Maria
degli Angeli, in LUrbe 1 1967; R. Lefevre, Lultima dimora di Madama Margherita
dAustria, in LEmilia, 1968; R. Lefevre, Viaggio a Campli, Penne e Ortona con
Madama Margherita dAustria, in Rivista Abruzzese 4 1968; R. Lefevre, Sosta ad
Audenarde, patria di Margherita di Parma, in Rivista delle Nazioni 5 1968; R. Lefevre, Il
testamento di Madama Margherita dAustria (1585), in Palatino 12 1968; Dizionario.
Storico Politico, 1971, 789; Artocchini, Padrone di Parma e Piacenza, 1975, 15-23; U.
Delsante, in Al Pont ad Mez 2 1977, 26-28; B.W. Meijer, Parma e Bruxelles, 1988; Fonti
documentarie e testimonianze su Margherita dAustria e i Farnese nei feudi
dAbruzzo, 1994; G. Bertini, Le nozze di Alessandro Farnese, 1997.
ABSBURGO MARGHERITA, vedi ABSBURGO MARGARETE
ABSBURGO LORENA ISABELLA MARIA ANTONIETTA, vedi BORBONE PARMA ISABELLA MARIA ANTONIETTA
ABSBURGO LORENA MARIA AMALIA, vedi ABSBURGO LORENA MARIA AMALIE
ABSBURGO LORENA MARIA AMALIE
Vienna 26 febbraio 1746-Praga 18 giugno 1804
Nona degli undici figli di Maria Teresa, imperatrice, e di Francesco Stefano I,
imperatore, duca di Lorena e granduca di Toscana. Il 19 luglio 1769, a ventitré anni
detà, sposò a Vienna il diciottenne Ferdinando di Borbone, infante di Spagna e
duca di Parma. Nozze non gradite al potente ministro Guglielmo Du Tillot che, mediante
altro progetto, aveva mirato allingrandimento dello Stato. Francia e Spagna fecero
anchesse proposte di matrimonio per il Duca di Parma. Di questi dissensi approfittò
Maria Teresa facendo accettare sua figlia Maria Amalia. LAbsburgo ebbe grande
ingerenza negli affari dello Stato. Combatté la grande influenza esercitata da Francia e
Spagna sul Ducato per mezzo di Guglielmo Du Tillot, a cui Ferdinando di Borbone, salito al
trono appena quattordicenne, aveva lasciato la cura del governo. Sicché, nei primi
quattro anni di regno di un principe molto devoto, si riaccese più viva la controversia
tra il Papa e il Ducato parmense. Ma Ferdinando, appena poté, si ribellò contro tutto
quello che aveva dovuto accettare e che non era mai stato in armonia con le sue
convinzioni. E così nella lotta contro il Du Tillot, lAbsburgo, oltre che tutti i
malcontenti e i nemici del grande ministro, ebbe con sé anche il Duca. Licenziato il Du
Tillot il 14 novembre 1771, Ferdinando di Borbone governò direttamente lo Stato. Il 9
ottobre 1802, morto Ferdinando, che aveva lottato contro linvadenza napoleonica, il
conte Francesco Schizzati, a cui il sovrano defunto nellassenza del figlio Carlo
Lodovico aveva delegato i pieni poteri, istituì una reggenza composta dallAbsburgo,
da se stesso e dal marchese Cesare Ventura. Ma lAbsburgo, ben comprendendo le
intenzioni francesi, lasciò Parma il 22 dello stesso mese dirigendosi a Praga. Il giorno
successivo i Francesi sciolsero la reggenza e decretarono che, dalla morte di Ferdinando,
la sovranità dello Stato par mense era devoluta di pieno diritto alla Francia.
LAbsburgo morì a Praga due anni dopo. Carattere indipendente, nei suoi 33 anni di
sovranità agì con abilità e fermezza, e condusse una lotta senza quartiere contro
linvadenza franco-spagnola. Tale sua politica, allora in armonia con gli intenti
dellAustria mirante a eliminare dal Ducato di Parma legemonia francese, valse
senza dubbio a diffondere nel Parmense quellamore allindipendenza che tanta
parte doveva poi avere nella storia del Risorgimento italiano. LAbsburgo fu priora
della Compagnia del Santo Angelo Custode di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Pigorini-Beri, La corte di Parma nel secolo XVIII, in Nuova Antologia,
anno XXVII, fascicolo X, 16 maggio 1892; C. Pigorini-Beri, Un battesimo principesco nella
fine del secolo XVIII, in Nuova Antologia, anno XX, 15 febbraio 1885; C. Fano, I primi
Borboni a Parma, Parma, Ferrari e Pellegrini, 1890; T. Bazzi e U. Benassi, Storia di
Parma, Parma, Battei, 1908; G. Negri, Compagnia SantAngelo Custode, 1853, 49;
Dizionario Risorgimento, 3, 1933, 487; Dizionario UTET, VIII 1958, 326; Dizionario Storico
Politico, 1971, 791.
ABSBURGO LORENA MARIA
LUDOVICA LEOPOLDINE
Vienna 12 dicembre 1791-Parma 17 dicembre 1847
Imperatrice dei Francesi, poi Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla. Figlia primogenita
di Francesco I, imperatore dAustria, e di Maria Teresa di Borbone Napoli.
Docilissima di carattere fin dalla fanciullezza, apprese con facilità le lingue inglese,
italiana, francese e si applicò pure al disegno e alla musica. Quanti
lattorniavano, le istillarono una grande avversione per i Francesi, e specialmente
per Napoleone I, il quale, divorziato da Giuseppina Beauharnais (15 dicembre 1809), il 13
febbraio 1810 ottenne invece il consenso, su sollecitazione del ministro degli esteri
austriaco, il principe di Metternich, reduce dallumiliazione di Wagram,
dellimperatore austriaco per sposarne la figlia. Il matrimonio, dapprima per
procura, fu celebrato l11 marzo. Due giorni dopo lAbsburgo lasciò Vienna, e a
Courcelles presso Soissons il 27 marzo si unì con Napoleone I che era andato a
incontrarla con Murat. Il matrimonio civile ebbe luogo a Saint- Cloud il 1° aprile e
quello religioso il giorno dopo al Louvre. Fin dai primi giorni lAbsburgo
savvide che i suoi gusti e le sue abitudini male sadattavano agli splendori
della Corte francese, e preferì vivere quasi appartata, non troppo sensibile alle cure di
cui la circondava Napoleone. Il 20 marzo 1811 essa diede alla luce un figlio, Francesco
Giuseppe Carlo, al quale fu dato il titolo di re di Roma. Quando Napoleone partì per la
campagna di Russia, lAbsburgo andò per qualche giorno a Praga. Il 15 aprile 1813 fu
investita del titolo di reggente dellImpero, ma non parve interessarsi troppo degli
affari di governo, che affidò al consiglio messole a fianco dallImperatore.
Avvenuti i disastri militari del marito, rimase a Parigi fino al 29 marzo 1814. Il 30
marzo 1814 gli eserciti coalizzati entrarono a Parigi, e il 1° aprile si formò un
Governo provvisorio e due giorni dopo Napoleone fu dichiarato decaduto. Latto di
abdicazione in favore del figlio fu respinto e Napoleone fu costretto ad abbandonare i
troni di Francia e Italia. LAbsburgo, confusa e frastornata dai grandiosi
sconvolgimenti storici, chiese aiuto al padre e rifiutò di raggiungere il marito a
Fontainebleau. Il 2 aprile, fu a Blois, quindi si trasferì a Orléans, decisa di
ricongiungersi al padre, con cui sincontrò a Rambouillet, e il 25 aprile partì per
Vienna, dove ebbe unaccoglienza trionfale. Il medico Corvisart le fornì il pretesto
per non raggiungere Napoleone Bonaparte allisola dElba. LAbsburgo
trascorse lestate del 1814 ad Aix-les-Bain per le cure termali, accompagnata dal
conte di Neipperg, uomo di fiducia del Metternich, col quale intrecciò una relazione
amorosa e che si occupò di difendere i suoi interessi a Vienna. Con la fuga del Bonaparte
dallElba le fu tolta lamministrazione dei Ducati e il governo fu affidato al
conte Magawly-Cerati. Solo nel 1815, qualche giorno prima della definitiva sconfitta di
Napoleone Bonaparte a Waterloo, il 18 giugno, ne rientrò in possesso. Il 19 febbraio 1815
protestò con un atto presentato al Congresso di Vienna contro la restaurazione dei
Borbone in Francia, reclamando quel trono in favore del figlio. Dopo la partenza di
Napoleone per SantElena (18 luglio 1815), lAbsburgo, che era stata investita
dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, interruppe qualunque relazione epistolare col
marito, che invece continuò a scrivere a lei lettere commoventi. A Parma giunse,
provenendo da Casalmaggiore e Coúlorúno, il 20 aprile 1816. A quei tempi il territorio
del Ducato era depauperato dalle devastazioni del periodo napoleonico. La miseria a Parma
era diffusa e le condizioni igieniche pessime. Il Governo ducale si occupò per prima cosa
di recuperare nuove entrate per il bilancio dello Stato. LAbsburgo privilegiò
sempre Parma rispetto a Piacenza: a Parma fissò la sua residenza e lamministrazione
dello Stato, organizzato in modo fortemente accentrato, diventando la benefattrice della
sua capitale e la protettrice della cultura e delle arti. Neipperg, suo cavaliere
donore, venne nominato governatore della Casa Ducale, gran maestro di Corte,
maresciallo di Palazzo, generalissimo delle Forze Armate e ministro degli Affari Esteri,
poi il 1° gennaio 1817 assunse definitivamente il governo dei Ducati. Nel frattempo
lAbsburgo portava avanti nel più grande riserbo una gravidanza e il 1° maggio 1817
diede al Neipperg una figlia battezzata a porte chiuse con il nome di Albertina Maria: la
bambina ricevette il titolo di contessa di Montenovo (traduzione italiana del cognome
Neipperg). Il 9 agosto 1819 diede alla luce il figlio Guglielmo. Dopo la morte di
Napoleone Bonaparte, avvenuta il 5 maggio 1821, lAbsburgo sposò il 7 agosto dello
stesso anno il Neipperg e si dedicò alla vita familiare. Coadiuvata e consigliata non
solo dal Neipperg ma da molti intelligenti e valenti personaggi del Ducato, che riscossero
la sua piena fiducia, lAbsburgo resse il suo Stato con saggezza e moderazione anche
nei momenti più critici. Quello con Neipperg fu un matrimonio felice: soldato valoroso
(in battaglia aveva perso un occhio), il conte era un uomo equilibrato e colto, buon
amministratore e ottimo musicista. Ed ebbe un ruolo importante nel far sì che
lAbsburgo, della quale era molto più anziano, si ambientasse felicemente a Parma.
Il Neipperg morì il 22 febbraio 1829. Il figlio di Napoleone, apprendendo in
quelloccasione del secondo matrimonio della madre, interruppe la corrispondenza con
lei. Nuovo segretario di Stato divenne il barone Giuseppe Werklein. Due anni dopo
lAbsburgo dovette abbandonare per breve tempo Parma, che aveva aderito al moto
rivoluzionario dellItalia centrale, e, tornatavi, non infierì su coloro che
lavevano costretta a partire, contrariamente a ciò che aveva fatto il suo vicino,
duca di Modena. Quando le morì il figlio Francesco (22 luglio 1832) si trovava da pochi
giorni a Vienna. Dopo la morte di Neipperg era rimasto al suo fianco il Marchall, un
amministratore che lAbsburgo non apprezzava, ritenendolo incapace di trovare un
giusto equilibrio nel drammatico frastuono di quei tempi difficili. Di questi problemi
interessò il padre, e lImpeúratore, su consiglio del Metternich, inviò a Parma
(1833) un nuovo e più abile consigliere: il conte Charles di Bombelles.
Questulútimo, uomo semplice e capace, apparteneva per nascita a una illustre
famiglia portoghese, passata prima in Francia e poi in Austria. Il 17 febbraio 1834
lAbsburgo passò a terze nozze col Bombelles, suo maggiordomo maggiore. Il
matrimonio della figlia Albertina con Luigi Sanvitale, avvenuto nellottobre del
1833, rimise la Corte al centro della vita mondana. LAbsburgo visse circondata dai
pettegolezzi su sue presunte relazioni amorose, ma anche dallaffetto della figlia e
dei nipotini. Quando morì, a 57 anni, di pleurite reumatica, il Ducato passò a Carlo
Lodovico di Borbone, duca di Lucca. I funerali furono celebrati a Parma nella cappella di
San Lodovico, successivamente la salma fu traslata a Vienna per essere inumata nella
Cripta dei Cappuccini, tomba degli Absburgo. LAbsburgo cambiò il volto delle città
del Ducato facendo realizzare una serie di opere pubbliche di grande pregio. Fu, oltre che
munifica protettrice delle arti, ella stessa pittrice, e come tale trattò in prevalenza
il paesaggio. Ogni settore del suo governo fu improntato al progresso, merito in parte dei
saggi uomini politici da cui fu circondata: basti pensare alla riforma del Codice. Ma il
campo nel quale la Sovrana lasciò unimpronta più personale è quello artistico.
Con lo stesso decreto del 22 marzo 1816 con il quale richiamò in vigore gli antichi
statuti dellAccademia di Belle Arti di Parma, ella annunciò il ritorno delle opere
che il marito aveva portato in Francia. Tra le istituzioni che fecero onore al suo Ducato,
quella per la quale più vigili e costanti furono le sue attenzioni, fu lAccademia.
Per stimolare lemulazione nei giovani artisti, conservò la tradizione dei premi
annuali portando il pensionato artistico a diciotto mesi di perfezionamento a Roma. La
premiazione, a cui partecipava tutta la Corte, costituiva uno degli atti protocollari di
maggiore importanza. Come appare nel quadro del pittore boemo Johann Pock, era la stessa
Absburgo, in elegante abito da cerimonia, a premiare gli allievi. Assegnò inoltre ogni
anno la somma di lire 5000 della sua borsa privata per lacquisto di un certo numero
di opere a soggetto religioso, che faceva pervenire alle parrocchie povere dei paesi più
lontani delle montagne del Ducato. LAbsburgo coltivò con passione la pittura di
paesaggio: la sua produzione in questo campo è attestata da un prezioso album conservato
nel Museo Lombardi di Parma. Tale album comprende 46 freschissimi acquerelli, firmati
Marie Louise, recanti visioni dei paesi visitati che lavevano più sensibilmente
impressionata. Sono luoghi della Savoia, delle Alpi italiane e svizzere,
dellAustria, vedute di Venezia, di Parma e provincia, tra cui un prospetto della
chiesa romanica di Vicofertile. Altri rappresentano castelli medioevali in riva a laghi o
dominanti il mare, fortilizii montani, interni di palazzi, paesaggi con piante in primo
piano le cui fronde sono minuziosamente condotte. Composizioni che rivelano perizia
tecnica non comune accompagnata spesso da emozioni sensibili e commosse. Comunque, se
lAbsburgo non superò la mediocrità, va detto che la sua sensibilità artistica fu
determinante per quel considerevole sviluppo dellarte che caratterizzò il suo
Ducato. Il volto neoclassico di Parma è legato al nome dellAbsburgo e
allarchitetto di Corte Nicola Bettoli. Le grandi iniziative realizzate, impressero
caratteri inconfondibili alla città, che si arricchì di monumenti e di opere di pubblica
utilità attraverso un piano dettato da una politica urbanistica e costruttiva illuminata.
Innanzitutto portò a termine il cimitero della Villetta. Altra opera significativa è il
ponte sul Taro realizzato tra il 1819 e il 1821 su progetto di Antonio Cocconcelli, con
sculture di Giuseppe Carra, iniziativa che impiegò trecento operai disoccupati e favorì
i collegamenti con benefici notevoli per il commercio. Numerosi furono gli interventi nel
campo della beneficenza: nel 1817 creò lOspizio della Maternità, che accoglieva
ragazze madri, con annessa una Scuola tecnico-pratica di ostetricia della durata di
diciotto mesi per otto ragazze, due delle quali erano mantenute agli studi direttamente
dalla Absburgo. nel 1818 concedette i locali dellex convento di San Francesco di
Paola per lOspedale dei Pazzerelli, inoltre creò ospizi e ricoveri allo scopo di
migliorare la difficile situazione sanitaria. La sua opera architettonica più
significativa fu la realizzazione del Teatro Ducale, disegnato da Bettoli e decorato da
Toschi, iniziato nel 1821 e terminato nel 1829. LAbsburgo impose bassi prezzi
dingresso per aprire il teatro anche ai ceti meno agiati. Per fare fronte alla
carestia del 1829, intraprese una serie di opere pubbliche tra cui il rifacimento di Porta
San Barnaba e di Porta Santa Croce, poste al termine delle strade omonime, che si
inserisce nel quadro delle opere dinverno, concepite per dare lavoro alle classi
più povere, attenuando loro le difficoltà della cattiva stagione. Dopo i moti del 1831,
la politica dellAbsburgo subì una svolta: gli interventi, anche se minori,
divennero più di sostanza che di immagine e più funzionali alle esigenze della città.
Diverse modifiche furono effettuate nel palazzo della Pilotta a favore delle istituzioni
culturali che vi ebbero sede. Nel 1833 venne creata una sala per lArchivio di Stato.
Nel 1834 fu terminato lampliamento della Biblioúteca con la costruzione della nuova
Sala Ducale. Fu rilanciata anche lAccademia delle Belle Arti con la scelta di
prestigiosi insegnanti di pittura, scultura e architettura. Per rispondere a necessità
igieniche, tra il 1836 e il 1837 nellarea della Ghiaia fu costruito il complesso
delle Beccherie, che riunì le botteghe per la vendita della carne, mentre il mercato del
bestiame fu sistemato nel Foro Boario tra il Giardino e il greto del torrente. Nel 1836 fu
trasferito nellex convento dei Francescani, a fianco di Santa Maria del Quartiere,
lOspedale degli Incurabili che dal 1322 aveva sede nelloratorio di San Giacomo
in strada San Francesco. Nel 1842 destinò un edificio di strada Santa Croce a Convitto
per le Suore di Carità. Si occupò anche dellistruzione fondendo il Collegio
Lalatta e il Collegio dei Nobili in una sola istituzione, il Collegio Maria Luigia,
affidato allamministrazione dei padri Barnabiti. Fondò la Scuola della Compagnia
dei figli di Truppa, destinata ai figli di ufficiali e sottufficiali. Trasformò il
Giardino Ducale, risalente allepoca farnesiana, in un parco pubblico e diede il via
tra il 1838 e il 1840 ai lavori di restauro della facciata, del tetto e degli interni del
Palazzo Ducale, che a ogni primavera ospitò una mostra di pittori locali. Fu essenziale
per la vita del Ducato la ripresa del progetto napoleonico di una strada che attraversasse
lAppenúnino: nel 1835 si iniziarono i lavori nel tratto da Fornovo al passo della
Cisa.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia SantAngelo Custode, 1853, 49; J.A. Helfert, Maria
Luise Erzherzogin von Oesterreich, Vienna, 1873; E. Wertheimer, Die Heirat der Erzherzogin
Maria Luise mit Napoléon, Vienna, 1892; E. Guglia, Maria Luise von Oesterreich, Vienna,
1894; B. Antonmarchi, Le mariage par procuration de Maria Louise et Napoléon, in Revue
Hébdomadaire, 1898; A. Fournier, Maria Louise et la chute de Napoléon, in Revue
Historique, 1903; M. Billard, Les maris de Maria Louise, Parigi 1909; E. dHauterive,
Lettres de lImpératrice Maria Louise à la Reine Cathérine, in Revue des Deux
Mondes, 1928; E.M. Ravage, Empress Innocente, the Life of Maria Luigia, New York, 1931; G.
Gualtieri, Maria Luigia, Firenze, 1932; F. Salata, Maria Luigia e i moti del Trentino, in
Archivio Storico per le Province Parmensi 1932; M.M., in Enciclopedia Italiana, XXII,
1934, 312; Dizionario Storico Politico, 1971, 792; G. Copertini, La pittura parmense
dell800, Milano, 1971, 32-33; I. Petrolini, Museo Glauco Lombardi, catalogo, Parma,
1972; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi Pittori, VII, 1975, 193; G. Capelli, in Gazzetta
di Parma 17 dicembre 1983, 3; Grandi di Parma, 1991, 71-75; M. Oblin, Le vrai visage de
Marie-Louise, 1974; I Schiel, Maria Luigia, 1983; A. Solmi, Maria Luigia duchessa di
Parma, 1985; Maria Luigia donna e sovrana, Parma, Guanda, 1992, 2 volumi (con bibliografia
precedente); M. Leoni, I Principali Monumenti innalzati dal MDCCCXIV a tutto il MDCCCXXIII
da Sua Maestà la Principessa Imperiale Maria Luigia, arciduchessa dAustria,
duchessa di Parma, ora pubblicati da P. Toschi, A. Isac e N. Bettoli, e descritti da
Michele Leoni, Parma, Co Tipi Bodoniani, 1824; C.-R. Bombelles, Monumenti e
munificenze di S.M. la Principessa Imperiale Maria Luigia, Arciduchessa dAustria,
Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla. Opera pubblicata per cura del suo Gran
Maggiordono S.E. il Conte Carlo di Bombelles, Consigliere intimo e Ciamberlano di S.M.,
Parma-Parigi, dalla Tipografia di Paolo Renouard, 1845; J. Lecomte (A. Pezzana-V.
Mistrali), Parme sous Marie Louise, Paris, Souverain, 1845, 2 volumi; G. Negri, Elenco di
tutti i quadri fatti eseguire da pittori nostrali da S.M. Maria Luigia dAustria, in
Il Parmigiano Istruito nelle Cose della Sua Patria, Parma, 1852, riedito in G. Godi,
Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dellOttocento, Colorno,
1974, 165-170; F.G. Martini, Alla memoria di Maria Luigia dAustria Duchessa di
Parma, Piacenza e Guastalla, nel XXV anniversario della sua morte. Omaggio di un antico
magistrato parmense, Parma, Adorni, 1872; F. Masson, LImpératrice Marie Louise
1809-1815, Paris, 1902; A. del Prato, Le spese della Casa Ducale di S.M. Maria Luigia, in
Aurea Parma 1-2 1913, 20-28; L. Seidler, Erinnerungen der Malerin Louise Seidler, Berlin,
Propyläen, 1922, Hrsg.v. H. Uhde; A. Valeri, Maria Luigia (1791-1847).
LArciduchessa dAustria. LImperatrice dei Francesi. La Duchessa di Parma,
Piacenza e Guastalla, 2a edizione, Milano, Corticelli, 1934; A. Micheli, I Barnabiti a
Parma ed il Regio Collegio Maria Luigia, Fidenza-Salsomagúgiore, Mattioli, 1936; A.
Tomasinelli, Maria Luigia, Torino, Gambino, 1941, con prefazione di Renzo Pezzani; M.
Prampolini, La Duchessa Maria Luigia. Vita familiare alla Corte di Parma. Diari, carteggi
inediti, ricami, Bergamo, Arti Grafiche, 1942, ristampa: Parma, Guanda, 1991, a cura di G.
Cusatelli; G. Copertini, Il bozzetto del ritratto di Maria Luigia del Borghesi, in Parma
per lArte I 1953, 93; G. Copertini, È scomparsa sotto il piccone la biblioteca
privata di Maria Luigia, in Parma per lArte 1 1957, 33-34; G. Vernazza,
LUniversità di Parma e Maria Luigia, in Parma per lArte 8 1958, 216-218; C.
Johnson, La storia metallica di Maria Luigia duchessa di Parma, in Medaglia 3 1972, 42-82;
M. Corradi Cervi, Six valses autrichiennes arrangées pour Sa Majesté lImpératrice
Marie Louise par le L.C. de Neipperg, in Parma nellArte 2 1976, 119-122; E. Bezzi,
Associazione in Parma per leffige in busto dellAugusta Sovrana Maria Luigia,
in Parma nellArte II 1978, 135-138; P. Ceschi Lavagetto, G.B. Borghesi. Ritratto di
Maria Luigia duchessa di Parma, in Le Regge disperse. Colorno rintraccia gli arredi ducali
presenti in collezioni pubbliche parmensi. Secoli XVIII-XIX, Colorno, Una Città
Costruisce una Mostra, 1981; M.L. Hotz, Arredamenti dei Palazzi Ducali di Parma durante il
governo di Maria Luigia dAustria, in Le Regge Disperse, Colorno, Una Città
Costruisce una Mostra, 1981, 25-40; G. Mondelli, Distrutto un salotto che era stato di
Maria Luigia, in Il Resto del Carlino 4 gennaio 1981; L. Farinelli, Maria Luigia duchessa
di Parma, Milano, Rusconi, 1983, schede a cura di G. Godi e G. Carrara; M. Zannoni,
Vincenzo Agnoletti credenziere di S.M. Maria Luigia Duchessa di Parma, Piacenza e
Guastalla, in Malacoda 33 1990, 43-51; T. Coghi Ruggiero, Maria Luigia, protettrice delle
Belle Arti e lincremento del patrimonio artistico nel Ducato, in Malacoda 38 1991,
3-12; A.V. Marchi, Volti e figure del ducato di Maria Luigia 1816-1847, Milano, Antea,
1991; P. Pedretti, Comera Parma neoclassica. Riscoperti quattro album
dellOttocento, in Gazzetta di Parma 23 aprile 1991; M. Turchi, Le nomine dei
cavalieri costantiniani ai tempi della duchessa Maria Luigia per chiara fama culturale, in
Malacoda 35 1991, 27-30; M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia. Il servizio di bocca della
Duchessa di Parma dal 1815 al 1847, Parma, Silva, 1991; Rapporto del Mareschal a Maria
Luigia 28 novembre 1832, Parma, Archivio di Stato, Casa e Corte di Maria Luigia
dAustria, busta 716; P. Capello, La Gazzetta di Parma nelletà di Maria
Luigia: varietà, letteratura e cultura musicale, tesi di laurea discussa nella Facoltà
di Magistero dellUniversità di Bologna nellanno accademico 1989-1990,
relatore Luisa Avellini; Enciclopedia di Parma, Milano, Ricci, 1998, 437-438.
ACCADEMICO OCCULTO, vedi PALLAVICINO FERRANTE CARLO
ACCARINI BEATRICE
Parma 1912-Buenos Aires 1968
Molto giovane iniziò la carriera di attrice di operetta, con lo pseudonimo di Bicky
Astori. Si trasferì in Argentina nel 1936 e cominciò a recitare nel teatro Maipù e in
seguito in molti altri locali. Fece anche un po di cinema e teatro spagnolo e
qualche parte in televisione. FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.
ACCARINI FERDINANDO
Busseto-post 1868
Pittore di nature morte, fu lo scenografo del vecchio e del nuovo teatro di Busseto, dove
nel 1868 dipinse il sipario.
FONTI E BIBL.: E. Seletti, v. II, 288; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
ACCATINO ANDREA
Viarigi Monferrato 1870-Parma novembre 1921
Dirigente cattolico, pubblicista. Giovanissimo entrò nelle organizzazioni salesiane,
dove, laico, disimpegnò importanti incarichi. Si trasferì a Parma allepoca in cui
lIstituto Salesiano di San Benedetto si apprestava a diventare un centro propulsivo
distruzione, artigiana e letteraria, un efficace semenzaio di educazione morale fra
il popolo. LAccatino si inserì in questo organismo, il più vivace culturalmente,
il più aperto politicamente, il più attivo socialmente in campo cattolico a Parma, e
diede un notevole contributo di idee e di azione. Si affiancò a don Baratta, a Stanislao
Solari e al giovane Micheli. Con loro fondò la Rivista di Agricoltura, una delle più
importanti e prestigiose in campo nazionale. LAccatino ne fu direttore per oltre
ventanni, profondendovi tutta la propria esperienza nel ramo agrario e
lattività di militante cattolico. Convinto assertore delle teorie agronomiche di
Solari, ne fu divulgatore instancabile. Contribuì alla ripresa dei consensi verso il
mondo cattolico nelle campagne parmensi, specie presso i piccoli proprietari. Nel giugno
del 1918 ricevette unalta onorificenza dello Stato, riconoscimento per
lincessante lavoro di pubblicista e per lopera svolta a beneficio degli
agricoltori. Morì improvvisamente, nel pieno dellattività.
FONTI E BIBL.: Documenti 14 1978, 32-33.
ACCOLTI CORONATO, vedi OCCOLTI CORONATO
ACCORSI
Parma 1303
Fu astrologo e scrittore dastrologia. Nel medesimo tempo in cui il parmigiano Egidio
Tebaldi si faceva traduttore di cose astrologiche, lAccorsi nel 1303 scrisse il
seguente libro che è descritto nel tomo II dei Codici mss. Latini del Catalogo della
Biblioteca Lauúrenúziana al Numero II della Col. 62. Fa parte del Codice XLVI. Ecco la
descrizione del Bandini: Astrolabium sphaericum compositum anno Domini 1303. Dominus
Accursius de Parma fuit (ita enim videtur legi posse) principium hujus operis. Incipit
Prologus: Totius astrologicae speculationis ratio et funda mentum etc. Desinit nunc
invocato divino prius auxilio ad hujus instrumenti compositionem procedamus. Tractatus in
duas partes divisus est. Prima decem continet Capitula Primum de formatione instrumenti
inc: Quum, igitur, favente Domino, volueris hoc instrumentum componere, etc. Capitolo X de
formatione lilii des. eritque in hoc compositio ipsius sphaerae instrumenti completa.
Secunda pars, nulla Capitulorum numeratione distincta, quae agit de utilitatibus
generalibus hujus instrumenti, inc. Postquam auxiliante Deo scripsimus. Des. hunc
tractatum sub laude Dei finiemus. Questo codice cartaceo del secolo XIV ha in principio un
Tractatus de aequatione planetarum di Maestro Campano. LAstrolabio dellAccorsi
è scritto a due colonne. Tutto il codice contiene 44 carte scritte. Quello
dellAccorsi comincia alla carta 36.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827,
68-69; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, tomo V, I, 211, 215, 283;
Bandini, Catalogo Codici latini Biblioteca Lauúrenúziaúna, tomo II, 62; L. Caetani,
Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 189; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei
Parmigiani, 1877, 2.
ACCORSI ACCORSO
Parma-Parma 1622
Visse tra i secoli XVI e XVII. Professore di Medicina, insegnò a lungo nello Studio di
Parma, i Riformatori del quale in unadunanza del 14 ottobre 1619 lo menzionano con
simpatia anco per esser povero et carico di sette figli.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Registro delli Lettori, 1610-1616; Libro
de Mandati, 1617-1630; F. Rizzi, Professori, 1953, 25.
ACCORSI DOMENICO STEFANO
Parma 26 dicembre 1704-Mirandola 24 aprile 1770
Frate capuccino, fu predicatore e lettore abilissimo, definitore, teologo del vescovo di
Modena (1765) e cappellano del presidio. Fece la vestizione a Guastalla il 14 novembre
1722, e la professione di fede, sempre a Guastalla, il 14 novembre 1723.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 257.
ACCORSI GIACOMO, vedi ACCORSI JACOPO ANTONIO
ACCORSI JACOPO ANTONIO
Graiana 1737-Parma 29 dicembre 1818
Sacerdote, fu avvocato esimio, dottore in ambo le leggi, consorziale della Cattedrale,
protonotario apostolico (1776), auditore delle cause civili nella Curia vescovile di
Parma, esaminatore sinodale e provicario generale del vescovo di Parma, Francesco
Pettorelli. Ben cento cause ebbe a trattare, e pressoché tutte con esito felice. Sparsasi
fama non ordinaria di lui, nel 1791 Ferdinando di Borbone, duca di Parma, lo nominò Regio
Consigliere del Supremo Tribunale di Parma. Dal 1804 ricoprì il grado di Consigliere
presso il Supremo Consiglio di Grazia e Giustizia di Piacenza. In età avanzata, si diede
di nuovo alle cure ecclesiastiche. Venne rinominato Consorziale, e vi durò in carica sino
alla morte. In virtù del decreto del 1777, col quale furono riconosciuti nobili senza
lobbligo di particolari procedure i consiglieri delle supreme magistrature del
Ducato, a far data dalla sua nomina a Consigliere (1791) lAccorsi fu considerato
nobile a tutti gli effetti.
FONTI E BIBL.: G. Negri, in G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri,
1877, 1; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 184.
ACCORSI MAINARDO
-Appennino 1349
Fu in amicizia col Petrarca, del quale frequentò la casa. Perì di morte violenta a
seguito di un agguato tesogli tra le gole dellAppennino. In quelloccasione,
insieme con lui perse la vita anche Luca Cristiano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 ottobre 1996, 5.
ACCORSI MARCO
Parma 1614/1620
Un Consulto in data 6 settembre 1620 è sottoscritto dallAccorsi, fisico, del quale
si trova anche una lettera o consulto medico a una monaca di San Cristoforo di Parma, e
che fu probabilmente il copista dei Consiliorum in diversis aegritudinibus pro diversis.
Nella Matricola del Collegio de Medici si legge che lAccorsi fu laureato il 29
ottobre del 1614. Forse era figlio o nipote di Paolo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 633;
G. Negri, Biografia Universale, 1842, 3; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei
Parmigiani illustri, 1877, 2; L. Caetani, Dizioúnaúrio Bio-Bibliografico, 1924, 185.
ACCORSI PAOLO
Parma 1572/1620
Fu probabilmente figlio di Antonio, notaio. Fu laureato l8 dicembre del 1572,
secondo quanto si trova nella Matricola del Collegio de Medici di Parma. Sembra che
esercitasse costantemente la Medicina in Parma, poiché quelli dei Consigli che hanno
data, lhanno appunto da Parma. Uno è a carte 18 e 19 sottoscritto dallAccorsi
in uno con Filippo Cernitore, col Talentone, col Giunti e con Pompilio Tagliaferri, die 6
Aprilis 1602 extra monasterium Divi Dominici in civitate Parmae. La risposta
dellAccorsi allo Zunti, che si trova a carte 21, 22 e 23 di esso codice, ha la
sottoscrizione ex aedibus pridie Calendas Aprilis 1600. Ex.e T. Adictiss.s Paulus A. P.
Questo manoscritto è del secolo XVII, in 4°, ed è intitolato Pauli Acursij Artium et
Medicinae Doctoris Consiliorum in diversis aegritudinibus pro diversis Liber P.s Le parole
Liber Primus fanno ragionevolmente argomentare che uno o più libri seguissero il primo,
ma andarono poi smarriti. Contiene 13 Consulti, lultimo dei quali ha la data di
Parma 6 Calendas 7bris 1620. Quindi è dimostrato che lAccorsi viveva ancora in
questanno. I due primi Consigli dellAccorsi furono scritti per il duca di
Sabbioneta, Vespasiano Gonzaga, il terzo per il figlio del Duca di Mondragone, e altri
ancora per diverse persone distinte. Il che è sentore che egli fosse salito in molta
rinomanza anche fuori della sua patria.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827,
632-633; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 3; G.B. Janelli, Dizioúnaúrio biografico
dei Parmigiani illustri, 1877, 2; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 187.
ACCORSI SEBASTIANO
Parma 1596/1626
Figlio di Andrea. Da documenti del XVI secolo si apprende che, nel trentennio 1596-1626,
lAccorsi fu speziale (aromatario) dellOspeúdale della Misericordia di Parma,
giacché eresse specieria nel luogo e a nome di cotesta Congreúgazione, dove non vi era
vestiggio alcuno di specieria e gli ne ha fatto una a utile et honore di quel luogo.
Nello stesso memoriale lAccorsi chiede licenza perché non gli conferisce quel aere
essendo stato sempre nello amalato e per ad infermarsi di qualche male incurabile e per le
fatiche.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 616.
ACCORSO, vedi ACCORSI
ACCURSIO SEBASTIANO, vedi ACCORSI SEBASTIANO
ACHIARDI RENZA, vedi JOTTI RENZA
ACHILLE, vedi ACHILLI
ACHILLE DA COLORNO, vedi CERATI ACHILLE
ACHILLI PAOLO
Parma 1512-Palermo 7 maggio 1586
Gesuita, seguì Ignazio di Loyola ancor prima che la Compagnia di Gesù fosse riconosciuta
e confermata da papa Paolo III. In età matura, sacerdote, domandò dessere
annoverato compagno al Fabbro e al Lainez. Cosa che ottenne nel 1539, insieme al suo amico
papa Elpidio Ugoletti. Il Papa lo inviò con molti altri allAccademia di Parigi,
affinché si fornisse delle scienze bisognevoli per operare gran cose a beneficio delle
anime. In seguito, Ignazio di Loyola, che ebbe in gran stima lAchilli, lo costituì
Superiore di tutti gli altri. Guadagnò molti a Dio col suo esempio, e coi suoi
ragionamenti, e tra essi un predicatore agostiniano, il quale volle provarsi a fare gli
esercizi spirituali sotto la guida dellAchilli. Nel 1544, in seguito alle notizie
dellavvicinarsi a Parigi dellimperatore Carlo V, lAchilli, mandati
altrove i compagni, con Manuello Miona si portò in Milano, accoltovi dai cherici regolari
di San Paolo. Acquietatisi i rumori di guerra, egli fece ritorno in Parigi per proseguire
gli studi. AllAccademia di Parigi lAchilli si laureò dottore in filosofia e
professore di sacra teologia. Richiamato in Italia da Ignazio, riuscì uno dei più
fruttuosi operai della Compagnia. Mandato con Niccolò Lanoi nel 1549 a Palermo a fondare
quel Collegio, dopo due anni, una volta partito Giacomo Lainez, ne divenne Rettore e lo
governò per ventitré anni. LAchilli fu vigilantissimo nel promuovere le facoltà
del Collegio, e nel provvedere agli studenti. Comperò una vicina villa per la loro
ricreazione, fabbricò una grande chiesa, promosse il fervore delle scuole con pubbliche
rappresentazioni. Dai modi piuttosto bruschi nei confronti dei confratelli, lAchilli
si segnalò per le sue doti caritatevoli e per la sua propensione a umiliare il proprio
corpo con prolungati digiuni (anche in età avanzata) e continue flagellazioni. Fu
confessore della Viceregina Marchesa di Pescara, ma sfuggì gli onori della Corte. Per due
volte fu eletto viceprovinciale, ma per sua indole si mostrò sempre restio
nellaccettare incarichi pubblici allinterno della Compagnia: destinato
Provinciale da Francesco Borgia, si sottrasse alla designazione. Nel maggio del 1586
lAchilli fu oppresso da un continuo dolore di stomaco e da una febbre pestilenziale
che in pochi giorni lo portarono al trapasso. Il popolo di Palermo concorse al celebrarsi
delle sue esequie in così gran numero che fu necessario differire il canto
dellUffizio. Si dovette anche difendere la salma dai tentativi della folla di
procurarsi una qualche reliquia. Fu seppellito ai piedi dellaltare maggiore. Nel
1607, ad istanza della Congregazione Provinciale, furono esumate le sua ossa e riposte in
una cassa più decorosa, in unara sotto laltare del Santissimo Sacramento. La
Congregazione Provinciale chiese allAcquaviva che procurasse dalla Santa Sede il
titolo di Beato allAchilli, tanto era universale il concetto della sua santità.
FONTI E BIBL.: G.A. Patrignani, Menologro dei Gesuiti, 1730, II, 36-39; R. Pico,
Appendice, 1642, 86-92; Sommervogel, Bibliografia de la Compagnia de Jesus, parte I, tomo
VIII, supplemento, col. 1567; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 210.
ACII, vedi AZZI
ACUTI ALFONSO, vedi ACUTI CINO
ACUTI CINO
Piacenza 6 marzo 1898-Salsomaggiore 18 ottobre 1985
Studiò pittura a Piacenza con Nazzareno e Giuseppe Sidoli, dai quali apprese il disegno e
quel colore che fu definito nei suoi maestri il fiammingo. Scoppiata la guerra 1915-1918,
vi partecipò, non ancora diciottenne, nellarma di artiglieria. Passò poi,
volontario, nel corpo dei bombardieri, meritando una medaglia al valore per il
comportamento tenuto al fronte nellaspro combattimento di Ponte della Priula (Piave,
Vittorio Veneto). Terminate le ostilità e smobilitato dallesercito, riprese lo
studio con Nazzareno Sidoli, la cui influenza è manifesta nelle prime opere, eseguite
dallAcuti per sé, come, del resto, le successive, dato che egli si presentò alla
ribalta solo dopo anni di silenzioso lavoro. Linfluenza dei Sidoli, con i quali
riprese successivamente gli studi, affiora, come detto, soprattutto nelle sue opere
giovanili. Le nature morte, con luso della terra di cassel e nelle qualità minute e
sottili, guardano alla pittura dei fioranti fiamminghi. Il ricordo di quella tradizione
miniaturistica ispirò probabilmente più tardi (anche se non nella tecnica e nei colori),
la vasta produzione di quelli che lAcuti amava chiamare miniquadri, piccole
composizioni al limite del bozzetto, che accennava con pochi colpi di spatola o stendendo
il colore con le dita. Rapide impressioni di paesaggi, scorci di viottoli boschivi o
delicate presenze floreali personalizzate dallabilità del maneggio del colore e
nellaccostamento dei toni, sono il frutto di una sensibilità spiccata, già
palesata nei suoi primi lavori. La danzatrice ad esempio, unopera del 1916 che
contiene modi Liberty nella danza fluttuante di veli alla Loie Fuller, nel fermaglio di
gusto esotico tra i capelli, nella simbologia del serpente che si riferisce al demone
della curva, ossessione degli artisti di quello stile. Anche nei ritratti si nota il serio
studio tecnico, unito al gusto tradizionalista, che evidenzia la matrice ottocentesca e la
personalità romantica dellAcuti, presente ad esempio nel Ritratto di ragazza di
spalle, caratterizzato dai colori scuri, quasi corruschi, dello sfondo indistinto, o nei
grigi plumbei squarciati dal lampo procelloso di Bufera sulla laguna. Ma anche nei quadri
successivi, fino alle ultime cose della carriera, i suoi oli, pur caldi e calibrati, non
raggiungono mai la solarità. Nei paesaggi, la sua è sempre unatmosfera
dinverno e i colori sono quelli dellautunno che si spegne: i marroni, gli
ocra, i gialli, la lacca di garanzia, dove la luce non è colore ma contrasto di tinte. Il
ventennio che va dal 1920 al 1940 fu sicuramente il periodo più fertile per lAcuti,
che usciva ancora fresco dallesperienza acquisita nella bottega dei Sidoli. Ne è un
esempio lopera datata 1930, Ragazza sulla terrazza, un olio su tela che riprende con
chiaro cromatismo le atmosfere e gli ambienti degli ultimi fuochi di quegli anni dorati.
Ma furono anche anni di isolamento che lAcuti trascorse nello studio e nel lavoro,
durante i quali andò approfondendo una tecnica svolta secondo i canoni precedenti alle
grandi rivoluzioni dellOttocento. Nel 1930 si stabilì definitivamente a
Salsomaggiore dove la personalità del suo stile andò delineandosi, evolvendo la tecnica
coloristica e della figura verso quei caratteri che conservò sino alla fine. In questa
città, dal 1956, presiedette anche il circolo pittorico Cristoforo Marzaroli, attorno al
quale si strinsero pittori salsesi come Attilio Bertolotti, Aldo Menoni, Fausto Avanzi,
Lella e Dino Marzaroli, Luigi Ariggi. Fu solo nellagosto del 1955, e proprio nella
città termale, che lAcuti mostrò per la prima volta in una personale il frutto del
suo lavoro. Quella mostra riassunse litinerario pittorico percorso, con diversi
esempi dei dipinti della prima maniera, passando attraverso le fantasie floreali (la serie
dei Crisantemi, delle Dalie, delle Ortensie, delle Paulonia Imperialis) e gli studi sulle
nature morte, nei quali le composizioni di frutta vivono di sensibilità e gusto. La
vocazione pittorica dellAcuti non fu, per sua stessa ammissione, incline alla
modernità, al trasformarsi delle arti. Eppure, in alcuni suoi quadri non si può fare a
meno di notare una scansione, unattrazione verso altri modi di pensare la pittura,
di interpretare le cose. Nature morte come I peperoni si mostrano moderne nel trattamento
dei colori e nella composizione, che piega le forme verso lastrattismo. Altre volte
sono vigorose pennellate che attraversano la tela nei toni del grigio, del nero e del
rosso, o una cascata di petali di rosa trasformata in macchie di colori, a trasportare
lartista più lontano del suo intendimento.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 1-4; R. Santi Tanzi,
in Gazzetta di Parma 17 giugno 1992, 17.
ADALBERTINI ADALBERTO, vedi ADALBERTO
ADALBERTO
Parma 921
Fu Conte di Parma nellanno 921.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 6.
ADALBERTO
Soragna 996
Figlio di Oberto. Fu marchese e conte di palazzo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 7.
ADALBERTO
Parma 1007
Fu Conte di Parma nellanno 1007.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 6.
ADALBERTO
Parma 1007/1008
Sacerdote, fu canonico della Cattedrale di Parma nellanno 1008.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 6.
ADALBERTO
Parma 1104
Sacerdote, fu canonico della Cattedrale di Parma nellanno 1104.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 6.
ADALBERTO, vedi anche ADELBERTO e PALLAVICINO ADALBERTO
ADALBERTO da Bazzano
Bazzano 835/853
Fu Conte di Bergamo, Brescia e Parma (835-853). Risiedette a Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 6.
ADALGISO
Parma 835/853
È ricordato per la prima volta come Conte di Parma il 15 giugno 835, nella sottoscrizione
di una chartula traditionis della regina Cuneúgonda a favore del monastero di Santa Maria
e SantAlessandro (U. Benassi, Codice diplomatico parmense, I, secolo VIIII, Parma,
1910, 101-105). Non è sicuro che questo Adalgiso debba identificarsi con lAdalgiso
conte che, nell836, Ludovico il Pio mandò in ambasceria, con i vescovi di Magonza e
Verdun e col conte Guarino, al figlio Lotario in Pavia. Certo è che il 1° maggio 838 (e
non il 10, come dice il Pivano, Il comitato, pagina 13; cfr. I placiti del Regnum Italiae
a cura di C. Manaresi, I, Roma, 1955, in Fonti per la Storia dItalia, XCII, pagine
139-144) lAdalgiso come messo imperiale tenne placito a Rovigo. Pare che dopo la
morte di Ludovico il Pio (840) Lotario abbia posto lAdalgiso, già Conte di Parma, a
capo di un ducato comprendente i comitati di Parma, Bergamo, Brescia, Cremona e forse
anche Piaúcenza, allo scopo di proteggere il confine settentrionale del Regnum Italiae
dalle mire del fratello Ludovico il Germanico. Il Pivano (Il comitato, pagine 13-59)
giunse alla formulazione di questa ipotesi fondandosi su di una inquisitio tenuta in
Cremona il 22 marzo 841 dallAdalgiso come messo dellimperatore Lotario intorno
ad alcuni diritti della Chiesa cremonese. Poichè nel testo del documento figurano due
giudici bergamaschi e diciannove bresciani, i quali tutti vengono detti vassalli del conte
Adalgiso, il Pivano ne ha ricavato che lAdalgiso esercitava un dominio diretto o
indiretto sulle suddette città. Più precisamente lAdalgiso sarebbe stato Conte di
Brescia, di città, cioè, che, in quel periodo, non appare retta da conti, e sarebbe
stato duca di un ducato comprendente i comitati di Parma, Brescia (direttamente suoi),
Cremona (ove tenne linquisitio dell841), Bergamo e forsanche, per
ragioni territoriali, Piacenza. Di questo ducato, come si è detto, lAdalgiso
sarebbe stato investito da Lotario. Nell844 lAdalgiso fu presente, a Roma,
allincoronazione regia di Ludovico II. Nell846 figura nel noto capitolare di
Ludovico De expeditione contra Sarracenos facienda, come missus della prima schiera di
feudatari italici. Nellaprile dell850 lAdalgiso accompagnò a Roma
limperatore Ludovico II e fu presente al placito tenuto dallimperatore stesso
e dal pontefice Leone IV per dirimere la questione dei confini delle due diocesi di Siena
e Arezzo. In questa occasione, allontanatosi Ludovico, fu da questo lasciato come suo
giudice delegato insieme con altri tre messi (C. Manaresi, I, pagine 176-187).
Lultima notizia che si possiede dellAdalgiso è dell853. In
quellanno, egli si recò prima a Ravenna, presso il Pontefice, quale inviato
imperiale per la questione della disubbidienza di Anastasio Bibliotecario, e in seguito,
prima che fosse pronunciata nel dicembre la definitiva condanna di Anastasio, a Roma, con
altri due messi imperiali. È da notare che secondo il Pivano (Il testamento, pagina 294
n.) limperatrice Angelberga, moglie di Ludovico II, sarebbe stata figlia di
Adalgiso.
FONTI E BIBL.: S. Pivano, Il comitato di Parma e la marca lombardo-emiliana, in Archivio
Storico per le Province Parmensi, n.s., XXII 1922, 11-61; S. Pivaúno, Il testamento e la
famiglia dellimperatrice Angelberga, in Archivio Storico Lombardo, s. 5, XLIX
(1922), 269-294; Dizionario biografico degli Italiani, I, 1960, 225.
ADALGISO
Parma 882/890
Figlio primogenito di Suppone, Conte di Parma, successe al padre sicuramente dopo il 9
maggio 882 (data in cui Suppone era ancora in vita: cfr. I. Affò, Storia di Parma, I,
Parma, 1792, 302). Nellagosto 885 riconobbe in Piacenza i diritti rivendicati dal
diacono Gariberto su un terreno di proprietà regia (L. Schiaparelli, Documenti inediti
dellarchivio capitolare di Piacenza, in Archivio Storico per le Province Parmensi,
VII, 1897-1898, ma pubblicato 1903, 186), dichiarandosi nel documento conte di Piacenza.
Si noti che secondo il Manaresi (I placiti del Regnum Italiae, I, Roma, 1955, in Fonti per
la Storia dItalia, XCII, 328-332) il documento in questione andrebbe invece
collocato tra il dicembre 880 e il febbraio 881, cioè anteriormente alla morte del padre
dellAdalgiso, Suppone, in quanto lAdalgiso, pur dicendosi Conte di Piacenza,
non si sarebbe detto Conte di Parma. Nell888-889, lAdalgiso partecipò,
nellesercito di Berenúgaúrio, alla guerra contro Guido, insieme con i fratelli
minori Vilfredo e Bosone (cfr. Gesta Berengarii imperatoris, a cura di E. Dümmler, Halle,
1871, 101). Il 20 ottobre 890 Berengaúrio, dietro preghiera dellAdalgiso, concesse
a un vassallo di questo, certo Roperto, alcune terre nel contado di Reggio (cfr. L.
Schiaparelli, I diplomi di Berengario I, Roma, 1903, in Fonti per la Storia dItalia,
XXXV, 35-37). In base a questo documento, il Dümmler ha fatto dellAdalgiso un conte
di Reggio (Gesta Berengarii, 25 n. 4). La cosa non è improbabile e, se fosse sicura, se
ne dovrebbe dedurre che lAdalgiso avrebbe ereditato dal padre il potere ducale su
una zona comprendente almeno tre comitati, quelli cioè di Piacenza, di Parma e di Reggio.
Si ignora la data di morte dellAdalgiso. Nel 911 gli era succeduto, come Conte di
Piacenza, il fratello Vilfredo.
FONTI E BIBL.: S. Pivano, Le famiglie comitali di Parma dal secolo IX allXI, in
Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XXII 1922, 506-509; Dizioúnaúrio
biografico degli Italiani, I, 1960, 226.
ADAM CARACOSA
-Parma post 1256
Figlia di Guido. Una volta rimasta vedova, entrò nel Monastero di Santa Chiara in Parma.
Dopo diversi anni, assieme ad altre consorelle parmigiane, si portò a Reggio, e vi fondò
il Monastero di Santa Chiara, di cui fu badessa. Più tardi rientrò a Parma, dove morì.
Fu donna onesta e sapiente. Così ne parla il fratello, Salimbene, nella sua Cronica:
Pater meus tres genuit filias, pulchras dominas, et nobiliter maritatas. Secunda Domina
Karacosa. Haec post mortem viri sui intravit Monasterium Parmense Ordinis Sanctae Clarae,
et post plures annos assumpsit aliquas Sorores Parmensis Monasterii, duxit eas ad
Civitatem Reginam, in qua prius non erant Sorores Ordinis Sanctae Clarae, et fuit eorum
Priorissa. Postea fecit se absolvi, et rediit ad Monasterium Parmense, in quo laudabiliter
vitam suam finivit. Haec fuit amabilis Domina, sapiens, honesta, et gratiosa, iam Deo,
quam hominibus, cujus anima requiescat in pace. Le Clarisse furono in Reggio lanno
1256, nel qual tempo comprarono il Convento abitato prima dai Frati Minori. E questi, col
denaro ritrattone, comprarono da Guglielmo Fogliaúno, vescovo di Reggio, il Palazzo
donato al suo antecessore Niccolò dallImperatore. Così passando i Frati Minori nel
luogo nuovamente acquistato, incominciarono le Clarisse sotto la scorta della Adam a
vivere in Reggio nel Convento che fu prima dei Francescani.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 172-173.
ADAM GUIDO
-Parma 1244
Figlio di Giovanni ed Ermengarda, padre del giurista Guido, poi minore, e del cronista
Salimbene. LAdam esercitò la milizia, e ai tempi di Baldovino conte di Fiandra
guerreggiò in Oriente a soccorso della Terra Santa. Ebbe due mogli, Ghisla de
Marsiliis e Iumelda De Cassio, e numerosa prole. Oltre ai più noti Guido e Ognibene
(Salimbene), ebbe tre figlie: Maria, sposata ad Azzo Sanvitale, Caracosa che, rimasta
vedova, fu poi fondatrice del Monastero di Santa Chiara in Reggio, ed Egidia, che fu
collocata nella famiglia da Puzúzoúlese. Fu il padre mio Guido degli Adam belluomo
e forte che una volta andò oltremare in soccorso di Terrasanta, a tempi di
Baldovino conte di Fiandra; ed io ancora non ero nato. E mio padre mi narrava che, mentre
gli altri lombardi in quelle terre doltremare interrogavano gli indovini sullo stato
di lor case, egli non volle domandar loro e tornato trovò le cose sue così tranquille
chera una consolazione, gli altri invece trovaron tutto di tristo, come avevano
saputo dagli indovini. Anche mi narrava che sopra quanti ne aveva la sua compagnia fu
lodato per bellezza e bontà il destriero che egli condusse seco in Terrasanta. Il padre
di Salimbene era stato dunque Crociato in Terra Santa, nella classe distinta dei
combattenti a cavallo (forse Salimbene si attarda a descrivere le qualità del destriero
del padre proprio per fare risaltare questo particolare). LAdam fu amico del Vescovo
e dellalto clero di Parma, ed ebbe una certa familiarità con Federico II. Le ricche
famiglie borghesi godevano di uno stato sociale non inferiore a quello delle famiglie
patrizie, con le quali spesso accendevano legami di parentela per mezzo di matrimoni
avvedutamente programmati e dosati. Salimbene è consapevole del suo stato sociale e
racconta che, da frate, avrebbe potuto correre il rischio di essere fatto vescovo o di
avere una qualche altra prestigiosa prelatura: Mio padre aveva anche maritato sua figlia
donna Maria con messer Azzone, cugino di Guarino; e questi era cognato del papa. Così per
via dei nipoti e della familiarità che aveva con lui, mio padre sperava che il papa mi
avrebbe restituito a lui, dato che non aveva altro figlio maschio. Cosa che il papa non
avrebbe fatto, penso. Tuttal più, forse, per consolare mio padre, mi avrebbe dato
un vescovado o qualche altra dignità.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Viaggiatori, missionari e crociati, 1945, 86; Salimbene,
Cronaca, 1987, XIII.
ADAM GUIDO
-Montefalcone post 1236
Figlio di Guido e della sua prima moglie, Ghisla de Marsiliis. Fin da fanciullo
lAdam mostrò svegliezza dingegno e attitudine agli studi, per cui nelle
patrie scuole, frequentate con non comune profitto, ottenne il diploma, assai onorifico,
di laureato in legge, ed esercitò lufficio e la carica di giudice. Sposatosi quindi
con Adelaxia, figlia di Gerardo de Baratti, nobilissimo personaggio, parente della
contessa Matilde di Canossa, ne ebbe una fanciulla, cui nel battesimo impose il nome di
Agnese. Ma sia lAdam che la consorte, stancatisi del mondo e attratti dalla vita
povera, umile ed esemplare dei figli di San Francesco, deliberarono di entrare lAdam
nel Convento dei Frati Minori, e Adelaxia con la figlia nel Monastero delle Clarisse in
Parma. Agnese sarà la destinataria della Cronaca e di altri scritti dello zio Salimbene.
Consacratosi a Dio coi voti di religione e divenuto sacerdote, lAdam si adoperò per
la salvezza delle anime dedicandosi in modo speciale alla predicazione evangelica. Passò
lanno del noviziato in Fano, e qui si trovava pure quando il fratello Salimbene
vestì labito Francescano. Tutto ciò narra appunto Salimbene: Hic habuit uxorem
nobilem Dominam Adelaxiam nomine filiam Domini Gerardi de Barattis, ex qua unam tantum
habuit filiam, quae dicta est Soror Agnes. Ambae tamen, tam mater, quam filia, in
Monasterio Parmensi Ordinis Sanctae Clarae vitam suam laudabiliter finierunt. Fr. vero
Guidus, maritus et pater in saeculo Judex fuit, et in Ordine Fratrum Minorum Sacerdos, et
Praedicator. Tale risoluzione ebbe effetto prima del 1236, avanti che morisse Grazia,
vescovo fiorentino di Parma, dicendo il Salimbene di quel prelato: Fratrem meum Guidonem
dilexit, sed postquam Ordinem Fratrum Minorum intravit, non curavit de ipso. La stima che
dellAdam ebbero Gherardo da Correggio, potentissimo in Parma, e Martino, auditore
delle cause nel Palazzo Apostolico, e poi Vescovo di Mantova, non meno che il carico di
una solenne ambasceria datagli dai Parmigiani alla persona di papa Innocenzo IV, lo
qualifica per uomo di singolarissimo valore. LAdam morì nel Convento di
Montefalcone, nel Reggiano, e lì giacque sepolto, come narra Salimbene.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 172-173;
Beato Buralli 1889, 46-48; Salimbene, Cronaca, 1987, XII.
ADAM KARACOSA, vedi ADAM CARACOSA
ADAM OGNIBENE
Parma 9 ottobre 1221-Montefalcone giugno 1288/dicembre 1289
Figlio di Guido e di Iumelda de Cassio. Entrato nellOrdine francescano il 4 febbraio
1238, a Parma, venne accolto dallo stesso generale, frate Elia, che riuscì a sventare i
numerosi tentativi paterni di riportare il figlio nella famiglia. Trasferitosi a Fano, vi
continuò gli studi, già iniziati mentre era ancora laico, sotto la guida di fra
Umile da Milano, scolaro di fra Aimone di Favesham. Sempre per sottrarsi agli
interventi del padre, si portò poi a Iesi, dove si fermò nella quaresima del 1239, per
raggiungere poi Lucca, sua nuova residenza. Durante il viaggio a Città di Castello
lAdam incontrò lultimo (ma se ne ignora il nome) dei frati accolti
nellOrdine direttamente da Francesco, che gli rimproverò lambizioso nome
Ognibene proponendogli di mutarlo nellaltro, più umile e più augurale di
Salimbene, che da allora in poi adoperò fino alla morte. A Lucca, ove rimase dalla metà
del 1239 ai primi mesi del 1241, continuò i suoi studi di sacra scrittura e di teologia,
a cui unì quello del canto sacro, in cui gli fu guida fra Vita da Lucca. Vi si fece
molti amici e vi incontrò limperatore Federico II. Mandato a Siena nel 1241, vi
conseguì il suddiaconato. Allargò inoltre il suo mondo spirituale e culturale, perché
vi conobbe il primo seguace di Francesco, Bernardo di Quintavalle e Ugo di Digne, dal
quale udì, forse per la prima volta, parlare delle dottrine gioachimitiche. Da Siena
passò a Pisa, ove nel 1243 dovette vincere lultimo tentativo del padre di
riportarlo in seno alla famiglia con lappoggio del pontefice Innocenzo IV, da poco
eletto, che era imparentato con gli Adam. Ma proprio durante questi maneggi il padre
morì, nel 1244. Il soggiorno pisano ebbe molta importanza per la formazione culturale
dellAdam, perché vi acquistò, sotto la guida di Rodolfo di Sassonia, maximum
Ioachista, unampia e precisa conoscenza degli scritti di Gioacchino da Fiore, da
quelli autentici ai meno certi, come il Liber figurarum, e ai sicuramente falsi commentari
ad Isaia e Geremia. Nel 1247 fu a Cremona e poi a Parma, ove fu spettatore
delleroica resistenza della città natia alle forze di Federico II. Mentre ancora
durava lassedio, fu inviato in Francia per chiedere aiuto e informare il Pontefice.
Partito tra il settembre e lottobre, a Lione fu ricevuto dal Papa il 1° novembre
1247. Quindi iniziò, per tornare in patria, una serie di spostamenti di città in città,
di cui restano vividi ricordi nella Cronica, come a Villefranche, ove incontrò Giovanni
da Pian dei Carpini, che gli riferì molte notizie sui suoi viaggi tra i Tatari, a Troyes,
a Provins, ove restò dal 13 dicembre 1247 al 2 febbraio 1248 ed ebbe occasione di
approfondire ancora le sue conoscenze gioachimitiche, a Parigi, a Sens, incontrandovi
ancora Giovanni da Pian dei Carpini, e infine ad Auxerre, che doveva essere la sua nuova
residenza. Qui incontrò il re Luigi IX del quale scrive un ritratto in cui risulta,
vivacemente, più luomo e il credente che il sovrano. Trasferito in Provenza, dopo
il capitolo provinciale della Pentecoste del 1248, raggiunse Arles il 21 giugno 1248
recandosi poi ad Aix-en-Provence e infine, per Hyères e Marsiglia, a Tarasconne, a
incontrarvi il generale dellOrdine e suo concittadino Giovanni da Parma. In tale
occasione superò lesame necessario per poter predicare in pubblico ma ricevette
anche lordine di prendere stabile residenza in Genova, poiché il generale era
malcontento di quel continuo peregrinare. Sia nel viaggio a Tarasconne sia in quello a
Genova, lAdam incontrò a Hyères (ove nel 1248, al secondo viaggio, si trattenne
dal 5 ottobre al 1° novembre) il suo confratello Ugo di Digne, col quale si intrattenne
lungamente a parlare delle idee gioachimitiche, come riferisce distesamente nella Cronica.
Poté anche assistere a vivaci discussioni tra Ugo e gli avversari delle idee di
Gioacchino. A Genova, ove era ai primi di dicembre 1248, lAdam fu ordinato
sacerdote. Poco dopo ripartì per la Francia (il 28 febbraio 1249 fu per la terza volta a
Hyères), incontrandosi ad Avignone con Giovanni da Parma, che lo portò con sé a Lione,
ove però il provinciale di Bologna ne chiese il ritorno alla provincia dorigine.
Dalla Francia ancora una volta tornò in Italia attraverso la Savoia, puntando su Genova e
di lì, per Bobbio, su Parma, ove incontrò fra Giovanni che era sul punto di
partire per la Grecia. Ebbe allora fissata la sua residenza a Ferrara, ove restò sette
interi anni che furono in molta parte dedicati alla sua attività di scrittore e di uomo
di chiesa. Per circa due anni, tra il 1256 e il 1258, fu poi a Reggio Emilia, ove conobbe
Gerardo da Borgo San Donnino, con il quale si trattenne a discutere di gioachimismo, a cui
continuava ad aderire sempre fervidamente. Nel 1260 (egli è anche uno dei più vivaci ed
efficaci testimoni del moto dei flagellanti a Modena) maturò la crisi che doveva
sconvolgere la sua coscienza religiosa: avendo visto cadere nel vuoto le profezie di
Gioacchino, se ne distaccò decisamente e definitivamente. Dopo questi anni è difficile
seguire i movimenti dellAdam: le testimonianze che egli ha lasciato, non sistemate
come la prima parte della sua vita in un ricordo organico e coerente (frutto forse anche
di una stesura tranquilla, quale gli fu possibile solo nei sette anni di residenza
ferrarese), danno molte notizie ma in gran disordine cronologico, da cui emergono solo
alcuni dati sicuri. Si sa che nel 1261, dopo il marzo, fu a Bologna e che visse, a
intervalli, cinque anni a Rimini. Ma nel 1265 era a Faenza per il Natale, nel 1265-1266 a
Ravenna, ove fu spettatore dellepisodio della falsa figlia di Paolo Traversari. Fu
poi, in data imprecisabile, ad Assisi, a Perugia, alla Verna, nel 1270 a Imola, alla fine
del 1273 e nel 1274 a Faenza. Per otto anni (1275-1283) non è possibile precisare i suoi
spostamenti. Sola data sicura è che nel 1283-1284 era di nuovo a Reggio, poi fino
all8 settembre 1287 si trovava al convento di Montefalcone. Si ignora lanno
preciso della sua morte, che però può fissarsi a dopo il 1288. Alla data del 1288, come
ultima della Cronica e quindi termine post quem per la morte dellAdam, si è giunti
con un calcolo di approssimazione che, sulla base dei fogli mancanti (di cui è possibile
conoscere il numero dallindice del codice), ha cercato di determinare il numero
degli anni che potevano essere stati oggetto del racconto. Una così larga esperienza di
vita fu accompagnata da una formazione culturale non meno complessa, sebbene non maturata
e organizzata in un approfondito ripensamento: certo lAdam nella sua Cronica mostra
conoscenza vasta, pronta e precisa della Scrittura, che cita a ogni possibile occasione,
anche per solo sfoggio di dottrina, e ampie e articolate dovettero essere anche le sue
conoscenze di teologia, se compose un trattato scolastico sulla Trinità, entrando nella
polemica relativa alla dottrina trinitaria di Gioacchino da Fiore. In stretta connessione
con i suoi studi di Scrittura e di teologia è anche il suo confessato, lungo studio delle
opere di Gioacchino da Fiore, di cui accettò linterpretazione diffusa in seno
allOrdine francescano. A questi studi, che ben si inquadrano nella sua preparazione
di uomo di chiesa, vanno aggiunte conoscenze (non scarse né comuni) di diritto, di
letteratura e di poesia. In conclusione, la valutazione frequentemente restrittiva della
sua cultura è certo solo conseguenza del fatto che lunica sua opera sopravvissuta,
la Cronica, secondo quanto egli stesso dice, fu scritta a diletto e informazione
duna sua nipote monaca. Però la Cronica stessa, al di là di certe apparenze
estrinseche, come la sciattezza del latino, intriso di elementi volgari, è fondata su
buone cronache anteriori per le parti in cui lAdam racconta fatti e vicende a cui
non ha personalmente partecipato. Adopera infatti una redazione, andata perduta, della
cronaca di Sicardo di Cremona e, pare, quella di Alberto Milioli da Reggio. Si discute,
invece, tra i critici, sui modi e le forme con cui sono state usate dallAdam nella
sua opera. LAdam inserisce la lettera del khan dei Tatari al Papa, che viene
trascritta immediatamente dallesemplare nelle mani di Giovanni di Pian dei Carpini,
il decreto di condanna della dottrina trinitaria di Gioacchino da Fiore che è ripreso da
qualche circolare, allora in giro nellOrdine francescano, e poi testi di poesie in
latino e in volgare, trascritte di volta in volta, durante i suoi viaggi, come quella di
Ugo dOrléans e di Gherardo Patecchio. Ma la fonte principale della Cronica è
lAdam stesso, che con franchezza dà le notizie della sua esperienza diretta, colte
da una personalità pronta e recettiva, senza troppo preoccuparsi della propria coerenza
interiore. In forma annalistica, le anima spesso della sua speranza gioachimita, fino al
1260, poi, deluso, si lascia andare più che mai al gusto del racconto e al piacere del
ricordo esprimendo, senza preoccupazioni periodizzatrici, i sentimenti di un francescano,
di parte guelfa, parmense, parente di un papa, al di là dellossequio sincero ma
formale verso i supremi poteri universali, nei limiti e nel travaglio della borghesia
della città italiana del secolo XIII. Lo stesso Adam parla di altre sue opere, come i
Duodecim scelera Friderici (forse la Cronica brevior a cui attinse per le sue Historiarum
decades lumanista Flavio Biondo), il Tractatus de Heliseo, il Tractatus papae
Gregorii decimi, il Liber tediorum composto sul modello delle Noie di Gherardo Patecchio,
mentre era a Borgo San Donnino, e un trattatello sulla Trinità. Ma di tutte queste opere
nulla è soppravvissuto. La Cronica, conservata acefala e mutila nel Codice Vaticano
latino 7260 (mancante di alcune pagine nellinterno dellopera) è quasi
certamente autografa. Fu pubblicata, con molti errori, da una copia, a cura del parmense
Antonio Bertani per la prima volta nel 1857: Chronica fr. Salimbene Parmensis Ordinis
Minorum ex codice Biblioúthecae Vaticanae nunc primum edita, in Monuúmenta Historica ad
provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, Parmae, 1857. Altre edizioni: Chronica
fratris Salimbene de Adam Ordinis Minorum, a cura di O. Holder-Egger, in Monumenta Germ.
Hist., Scriptores, XXXII, Hannoverae et Lipsiae, 1905-1913; Salimbene de Adam, Cronica, a
cura di F. Bernini, 2 volumi, Bari, 1942; e altre ancora.
FONTI E BIBL.: La bibliografia sullAdam fino al 1931 è riunita da F. Bernini,
Bibliografia Salimúbeúniana, in Studi Francescani s. 3, IV 1932, 80-85. Per la
bibliografia successiva si veda G. Prezzolini, Repertorio bibliografico della storia e
della critica della letteratura italiana dal 1902 al 1932, II, Roma, 1939, 911 s.; G.
Prezzolini, Repertorio bibliografico della storia e della critica della letteratura
italiana dal 1933 al 1942, New York, 1948, 198. In generale su di lui si veda: E. Michael,
Salimbene und sein Chronik, Innsbruck, 1889; P.M. Bizilli, Salimbene. Episodi della vita
italiana del secolo XIII, Odessa, 1916, introvabile in Italia, per cui si veda la notizia
che ne dà V. Zabughin, in Giornale Storico della Letteratura Italiana LXXII 1918,
133-142, e in Archivio Storico per le Province Parmensi, n. s., XIX 1919, 253-261. Sulla
famiglia dellAdam sono importanti e decisivi i documenti raccolti da F. Bernini, Il
parentado e lambiente familiare del cronista fra Salimbene da Parma secondo
nuovi documenti, in Archivum Francisc. Hist. XX 1935, 345-373; F. Bernini, Nuovi documenti
sulla famiglia del cronista frate Salimbene, in Archivium Francisc. Hist. XXXI 1938,
198-201. Si veda inoltre: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I,
Parma, 1789, 208-233; M. Tabarrini, Della Cronaca di fra Salimbene, in Archivio Storico
Italiano XVI 1862, 25-69 e XVIII 1863, 42-89; A. Dove, Die Doppelúchronick von Reggio und
die Quellen Salimbenes, Leipzig, 1873; L. Clédat, De fratre Salimbene et de eius
Chronicae auctoritate, Parisiis, 1878; F. Novati, La Cronaca di Salimbene, in Giornale
Storico della Letteratura Italiana I 1883, 384-388; L. Clédat, La Chronique de Salimbene,
in Annuaire de la Faculté des Lettres de Lyon I 1833, 201-214; O. Holder-Egger, Reise
nach Italien 1884, in Neues Archiv X 1885, 222-224; P. Scheffer-Boichorst, Salimbene und
Biondo, in Zur Geschichte des XII. und XIII. Jahrhunderts, Berlin, 1897, 284-289; O.
Holder-Egger, Salimbene und Albert Milioli, in Historische Aufsätze Karl Zeumer zum
sechzigsten Geburtstag als Festgabe dargebracht von Freunden und Schülern, Weimar, 1910,
451-482; O. Holder-Egger, Zur Lebensgeschichte des Bruders Salimbene de Adam, in Neues
Archiv XXXVII 1912, 163-218 e XXVIII 1913, 469-481 (postumo); F. Bernini, Noterelle in
margine a Salimbene, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXVIII 1928, 35-41; F.
Bernini, Che cosa vide e raccontò di Ferrara il cronista Salimbene da Parma, in Riv. di
Ferrara, 1934 (estratto). Per un giudizio letterario sullAdam si veda specialmente
A. Momigliano, Motivi e forme della Cronica di Salimbene, in Cinque Saggi, Firenze, 1945,
71-108, con la discussione di F. Bernini, Di un recente giudizio critico su Salimbene, in
Belfagor II 1947, 588-591. Un inserimento dellAdam nel mondo culturale del suo tempo
è tentato da G. Toffanin, Il secolo senza Roma, Bologna, 1942, 147-165 e, con molto
maggiore aderenza storica, da C. Violante, Motivi e carattere della Cronica di Salimbene,
in Annali della Scuola Normale Superiore, s. 2, XXII 1953, 108-154, che completa e
arricchisce i dati di N. Scivoletto, Fra Salimbene da Parma, Bari, 1953. Sui
rapporti tra gioachinismo e lAdam si veda, oltre alle notizie generali di G.
Bondatti, Gioachinismo e francescanesimo nel Dugento, Santa Maria degli Angeli, 1924, in
particolare: E. Benz, Ecclesia Spiritualis, Stuttgart, 1934, 175 ss., 182, 191 ss., 199 e
205 ss. La fortuna dellAdam infine è stata oggetto di un apposito studio di F.
Bernini e di A. Boselli, La fortuna della Cronica di Salimbene, in Bullettino
dellIstituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano, LII (1937),
265-281; R. Manselli, in Dizionario biografico degli Italiani, I, 1960, 228; F. Bernini,
Lunico documento originale relativo a Salimbene, Parma, 1948; N. Scivoletto, Fra
Salimbene da Parma e la storia politica e religiosa del secolo decimoterzo, Bari, 1950; A.
Cerlini, Fra Salimbene e le cronache attribuite ad Alberto Milioli, in Archivio
Muratoriano 8 1910, 383-409; Frammenti della Cronaca di Salimbene, in Aurea Parma 44 1960,
171-175; A. Zamboni, Leremo di fra Salimbene, in Gazzetta di Parma 15 luglio 1960,
3; G. Miazzi, Salimbene, i vini e le pietanze del suo tempo, in Gazzetta di Parma 17
gennaio 1965; Stanislao da Campagnola, Orientamenti critici interpretativi intorno alla
Cronaca di Salimbene de Adam, in Laurentianum 6 1965, 461-491; G. Gonizzi, Cremona vista
da Fra Salimbene, in Gazzetta di Parma 5 aprile 1966; Stanislao da Campagnola, Intuito
storiografico e rilievo letterario nella Cronaca di Salimbene, in Laurentianum 7 1966,
486-495; M. Turchi, La Cronica di Salimbene, in Letteratura 88-89 1967, 297-305; M.
Turchi, Salimbene o la ricerca dellumano nella storia, in Aurea Parma 51 1967,
79-93; Stanislao da Campagnola, La Cronica di Salimbene de Adam davanti alla critica, in
Archivio Storico per le Province Parmensi 1967, 329-369; P. Jacques, Leloge des
personnes et lideal humain au XIII siecle dapres la Chronique de Fra
Salimbene, in Le Moyen Age 22 1967, 403-430; M. Turchi, Lintuizione parmigiana della
Cronica di Salimbene, in Parma Economica 4 1967, 13-17; M. Turchi, Le biz zarie del
Duecento dalla Cronica di Salimbene, in Gazzetta di Parma 2 luglio 1967; M. Turchi, Una
storia romanzesca dalla Cronica di Salimbene, in Gazzetta di Parma 5 luglio 1967; M.
Turchi, Sfondi e figure della Cronica di Salimbene, in La Stagione luglio-agosto 1969,
15-21; G. Balzani Ripamonti, La donna nella Cronica di Salimbene de Adam, in Italia
Francescana 45 1970, 125-169; G. Capelli, Fra Salimbene geniale interprete del suo tempo,
in Parma Economica 4 1970, 31-37; Mariano da Alatri, Il vescovo nella Cronica di
Salimbene, in Collectanea Franciscana 42 1972, 5-38; Stanislao da Campaúgnola,
LOrdo poenitentium nella Cronica di Salimbene de Adam, in Lordine della
Penitenza di San Francesco dAssisi nel secolo XIII, Roma, 1973, 165-177; Salimbene
de Adam, Cronica, nuova edizione critica a cura di Giuseppe Scalia, Bari, Laterza, 1966, 2
volumi. La bibliografia salimbeniana essenziale fino al 1912 si trova raccolta in O.
Holder-Egger, a pp. XXXI-XXXII della Prefazione, oltre che nelle note della medesima. Per
gli anni successivi, fino al 1941, laggiornamento è stato compiuto dal Bernini, sia
nella Bibliografia Salimbeniana pubblicata in Studi francescani, serie 3a, IV 1932, 80-85,
sia nelledizione della Cronica dallo stesso curata, a p. 955 s. La prima è divisa
in due paragrafi: La fortuna della Cronica di frate Salimbene (80-82) e Bibliografia
(82-85), questultimo a sua volta suddiviso in: Edizioni, Traduzioni e Opere
critiche. Nelledizione della Croúnica, con la stessa suddivisione del predetto
paragrafo, è data una bibliografia essenziale. Laggiornaúmento del Bernini è
stato eseguito con poca cura e abbonda, quindi, di omissioni, approssimazioni e
inesattezze. Così, per esempio, di numerosi articoli è fornita solo lindicazione
dellannata della rivista in cui sono apparsi, e non quella delle pagine, o
lindicazione è errata. Mancano poi nella Bibliografia del 1932, solo per citare
qualche caso tra i tanti: G.L. Bertolini, Criteri geografici nella Cronaca di Fra
Salimbene, in Rivista geografica italiana XXIX 1922, 32-40; A. Callebaut, Le Joachimite
Benoît, abbé de Camajore et Fra Salimbene, in Archivium Franciúscanum Historicum XX
1927, 219-222, di notevole interesse per la formazione gioachimita di Salimúbene; F.M.
Delorme, Élévations; P. Pelliot, Les Mongols et la Papauté. La lettre du gran khan
Güiük à Innocent IV (1246), in Revue de lOrient chrétien XXIII 1922-1923, 3-30,
dove è pubblicata, dalloriginale ritrovato nel 1920, e illustrata la redazione
persiana della lettera indirizzata al papa Innocenzo IV dal Khan dei Tartari, trascritta,
nella versione latina, nella Cronica, a pagina 298 s. Notizie bibliografiche, anche per
gli anni successivi al 1941, sono nel volumetto di N. Scivoletto, a pp. 55- 57, 69 e
altrove. Data la considerevole quantità di materiale che, per la vastità e
limportanza dei riflessi della Cronica in vari campi di studio, si è venuto
accumulando, sarebbe utile e opportuno condurre una indagine bibliografica sistematica, il
più possibile estesa e approfondita, e riunire insieme i risultati già conseguiti dai
singoli studiosi. Ricerche in tal senso sono state compiute da un allievo della Scuola di
Biblioteúconomia annessa alla Biblioteca Apostolica Vaticana, L. Bussi, ma con esiti
parziali e approssimativi. La Cronica è stata ripetutamente tradotta in più lingue, ma
solo parzialmente e non con intento scientifico. Migliore tra tutte è quella tedesca di
A. Doren, Die Chronik des Salimbene von Parma, Leipzig, 1914, voll. 2 (Die
Geschichtschreiber der deutschen Vorzeit, 93-94), fondata sul testo di O. Holder-Egger,
con esclusione della parte derivata, per dichiarazione del cronista, della cronaca di
Sicardo, di quasi tutte le citazioni bibliche e dei brani discesi, a giudizio
delleditore tedesco, dal Liber de temporibus. Le principali traduzioni italiane
sono: Cronaca di Fra Salimbene Parmigiano, volgarizzata da C. Cantarelli
sulledizione unica del 1857, Parma, 1882-1883, voll. 2: completa, ma fondata sulla
lacunosa e mendosissima edizione Parmense; La bizzarra Cronaca di frate Salimbene,
traduzione di F. Bernini, Lanciano, 1926 (Collana Scrittori Italiani e Stranieri della
Casa editrice G. Carabba): scelta di brani di O. Holder-Egger, suddivisi in paragrafetti,
preceduta da una Introduzione (I-XXIV) su Salimbene e la sua opera; Fra Salimbene,
La Cronaca, a cura di G. Pochettino, Sancasciano Val di Pesa, 1926: La traduzione che qui
presento non è assolutamente originale, perchè lho fatta con locchio a
quella pubblicata dal Cantarelli nel 1882. E non riproduce nemmeno tutta la Cronaca.
Arbitraria quindi è risultata la scelta dei brani, la loro disposizione e talora anche la
loro connessione; Salimbene de Adam, La Cronaca, versione di G. Tonna, Milano, 1964: brani
scelti delledizione Bernini, raggruppati per argomento e tradotti in un italiano con
coloriture arcaiche e dialettali. Traduzioni francesi: Pacifique M. dAincreville,
Voyage de Fra Salimbene en France (1247-1249), in La France franciscaine I 1912, 21-75:
traduzione, a pp. 25-75, della sola parte della Cronica concernente i viaggi di Salimbene
in Francia; Jourdain de Giano, Thomas dEccleston et Salimbene dAdam, Sur les
routes dEurope au XIIIe siècle - Chroniques, traduites et commentées par M.-Th.
laureilhe, Paris, 1959: a pp. 161-218 è la traduzione della descrizione dei due viaggi in
Francia, preceduta da una breve nota intorduttiva (147-160). Traduzioni inglesi: From St.
Francis to Dante - Translations from the Chronicle of the Franciscan Salimbene (1221-1288)
with notes and illustrations from other medieval sources. By G.G. Coulton, London, 1907:
traduzione di parti della Cronica tendenziosamente scelte (cfr. recensione di M. Bihil, in
Historisches Jahrbuch XXIX 1908, 922 s.); Jordan of Giano, Thomas of Eccleston, Salimbene
degli Adami, XIIIth Century Chronicles translated from the Latin by P. Hermann, with
introduction and notes by M.-Th. Laureilhe, Chicago, 1961: traduzione inglese parallela a
quella francese del 1959. La bibliografia salimbeniana successiva alledizione del
Bernini è abbastanza ricca e interessante. Senza pretesa di completezza, diamo di
seguito, in ordine cronologico, i principali studi di carattere monografico: A.
Momigliano, Motivi e forme della Cronica di Salimbene, apparso prima, con lo pseudonimo
Giorgio Flores, in Leonardo XIV 1943, 47-55, ripubblicato in Cinque saggi, Firenze, 1945:
analisi critica, acuta e sensibile, di taluni aspetti e caratteri della Cronica, con
attenzione rivolta esclusivamente a questioni stilistiche. Il saggio è stato recensito da
F. Bernini, in Belfagor II 1947, 588-591, ma ingenerosamente: tra le considerazioni di
questultimo sono quelle concernenti il carattere domestico della Cronica (a p. 589,
in armonia col Momigliano, che aveva ravvisato nellopera un colore simpatico
dintimità, il carattere di modesta rievocazione famigliare o municipale) e la
struttura sintattica del linguaggio salimbeniano; L. Messedaglia, Legúgendo la Cronica di
frate Salimbene da Parma. Note per la storia della vita economica e del costume nel secolo
XIII, in Atti dellIstituto veneto di scienze, lettere ed arti 1943-1944, tomo CIII,
parte II: Classe di Scienze morali e lettere, 352-426 (+ XVII di Indice): esame accurato
della Cronica, con lintento di evidenziarne tutto ciò che ha attinenza con
leconomia agricola del tempo e quindi con le condizioni meteorologiche, le
inondazioni, le carestie, i terremoti, le guerre, le epidemie, le epizoozie e i prezzi
delle derrate; numerose e interessanti sono le considerazioni su particolari aspetti del
costume e opportune talune precisazioni semantiche; N. Scivoletto, Fra Salimúbene da
Parma e la storia politica e reigiosa del secolo decimoterzo, Bari, 1950, recensito tra
laltro da N. Valeri, G. Pepe (cfr. Bibliografia storica nazionale, XVII, 1950, 54),
F. Bernini, L. Cellucci (Bibliografia storica nazionale, XIII, 1951, 54), M.C. Daviso
(Bibliografia storica nazionale, XIV, 1952, 54), R. Manselli, C. Violante (Bibliografia
storica nazionale, XV, 1953, 70), R. Pratesi (Bibliografia storica nazionale, XVII, 1955,
77): il volumetto, in tre lunghi capitoli, tratta rispettivamentente di questioni
bio-bibliografiche e dei principali spunti offerti dalla Cronica per una indagine sulla
vita politica e sulla vita religiosa del tempo di Salimbene; in un quarto capitolo è
tracciato un ritratto del frate, in quanto tale e come cronista. La questione delle fonti
reggiane della Cronica, è esaminata dallo Scivoletto con impengo ma con impostazione
esclusivamente contenutistica. Una breve appendice tratta dellimportanza di
Salimbene per la storia della letteratura italiana; L. Cellucci, Storie della vita
religiosa in Salimbene, in Arcadia - Atti e memorie, serie III, volume II, 3 1950, 95-105,
articolo pubblicato come parziale anticipazione del V capitolo della seconda edizione,
riveduta e corretta, dellopera Le leggende francescane del secolo XIII nel loro
aspetto artistico dello stesso Cellucci (Modena, 1958), dedicato in gran parte (pp.
175-206) a Salimbene: lautore si sofferma a illustrare taluni aspetti del
temperamento del frate alla luce dellesperienza religiosa riflessa nellopera;
lampia conoscenza della leteratura francescana gli consente di stabilire qualche
interessante parallelo; C. Violante, Motivi e caratteri della Cronica di Salimbene, in
Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa - Lettere, storia e filosofia, serie II,
XXII 1953, 108-154: studio critico e interessante in cui lautore, attraverso una
acuta analisi del testo della Cronica, mette a fuoco la posizione spirituale del frate ,
definibile, a suo giudizio, aristocratica, cortese, mondana, e, in un certo senso,
laica:latteggiamento culto del letterato che vagheggia lideale cortese e si
rifugia nella sua arte; il venir meno di intimi profondi tormentati interessi religiosi;
la stanchezza per le lotte comunali; lo scetticismo verso le forze politiche e gli ideali
politico-religiosi rappresentati da Chiesa e Impero (p. 109). Da ricordare inoltre: G.
Toffanin, Il secolo senza Roma (Il Rinascimento del secolo XIII), Bologna, 1943, 147 ss.
(nellambito di tre brevi capitoli intitolati rispettivamente: Da San Francesco a
Salimbene, La Cronaca di Salimbene: il libro del secolo, Laltro gioachimismo, ove
sono appena accennati argomenti che meriterebbero una ben più ampia esposizione); M.
Apollonio, Uomini e forme nella cultura italiana delle Origini - Storia letteraria del
Duecento, Firenze, 1943, 103-113 (paragrafo 7 del capitolo III, intitolato: Fra salimbene
da Parma); G. Pepe, La Cronaca di fra Salimbene da Parma, in Annali della Facoltà di
lettere e filosofia dellUniverúsità di bari III 1957, 95-112 (ma già pubblicato
in XX Secolo del settembre 1943, che, a causa degli eventi bellici, non ebbe diffusione);
G. Musetti, Fra Salimbene da Parma, Tipografia Grafica Nocetana di Castelli Ausonio,
1954: nel volumetto, scritto senza pretese critiche, è fatto tra laltro
laccostamento Dante-Salimbene. Da ricordare infine per la acuta ed efficace
presentazione dei caratteri preminenti della Cronica e della personalità di Salimbene, le
pagine 69-71 (paragrafo 8 del capitlo III) del I volume (Da Francesco dAssisi a
Girolamo Savonarola) della Storia della letteratura italiana di L. Russo (Firenze, 1957).
ADAM SALIMBENE, vedi ADAM OGNIBENE
ADAMANTI LODOVICO
Parma XV-XVI secolo
Fu Dottore dei canoni a Parma nel secolo XV.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Catalogo de dottori di Parma. Appendice, 27; L. Caetani,
Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 267.
ADAMI GUIDO, vedi ADAM GUIDO
ADAMI ROMUALDO
novembre 1914-Noceto 14 ottobre 1986
Figlio di Francesco. Alpino caporale maggiore della gloriosa Julia, combattè sul fronte
greco-albanese, dove fu fatto prigioniero. Succesúsivamente partecipò alla campagna di
Russia, e nella battaglia di Nikolajewka del gennaio 1943 per rompere
laccerchiamento nemico, lAdami si meritò la medaglia dargento al valor
militare, con la seguente motivazione: In aspro combattimento, caduto il comandante di
plotone si metteva alla testa degli elementi più avanzati e, con pronta decisione, li
guidava allassalto di munita posizione nemica, riuscendo a conquistarla.
Contrattaccato, manteneva la posizione dopo aver ricacciato in lotta corpo a corpo il
nemico, cui infliggeva gravi perdite. Già distintosi in precedenti azioni per ardimento,
coraggio e noncuranza del pericolo. Nel dopoguerra, lAdami, che era di origine
montanara, si ritrovò piccolo agricoltore sul podere I Casoni a Sanguinaro di Noceto.
FONTI E BIBL.: G.M., in Gazzetta di Parma 15 ottobre 1986, 18.
ADANI ARTURO
Traversetolo 20 marzo 1910-
Figlio di Giuseppe e di Maria Ferrari, fu decorato con medaglia dargento al valor
militare, con la seguente motivazione: Lanciafiamme, benché ferito al braccio sinistro da
pallottola, proseguiva col suo pesante apparecchio verso le linee nemiche; avuto in
seguito lapparecchio inutilizzato, volontariamente si univa ai fucilieri e con essi
continuava nella lotta finché non fu ferito una seconda volta (Passo dellEscudo,
14, 15 e16 agosto 1937).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.
ADANI GIOVANNI
San Martino Sinzano-Parma 3 giugno 1695
Di lui si legge nel libro dei giustiziati della Compagnia di San Giovanni Decollato, in
data 3 giugno 1695: È stato tirato a coda di cavallo et al piede della forca gli è stata
tagliata la mano destra dal carnefice dal quale poscia è stato impiccato in pubblica
piazza e in detto giorno è stato seppellito con la mano recisa nella solita sepoltura.
Costui, soldato di fortuna alla porta di S. Francesco è stato giustiziato per aver
ammazzato nel letto un soldato suo compagno per levargli i denari e poi seppellito in un
orto.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 11 gennaio
1960, 3.
ADANI RENZO
Felino-Sala Baganza 8 aprile 1945
Fu valoroso partigiano, col nome di battaglia Barba.
FONTI E BIBL.: Ufficio toponomastica del Comune di Felino.
ADEGARI ROBERTO
Parma 1224
Fu Giudice del Podestà di Parma nellanno 1224.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 8.
ADELBERTO
Parma IX secolo
È considerato il capostipite della scuola notarile parmense del IX secolo, cresciuta
allombra dellepiscopio.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 55.
ADELFO FIDENTINO, vedi FOSCHIERI GIOSEFFANTONIO
ADEODATO
-Parma 960 o 962
Undicesimo dei vescovi parmensi. Succedette a Sigifredo I nellanno 946, regnante il
pontefice Agapito II. Nel 952 intervenne alla dieta di Augusta, e morì, secondo il
Cherbi, (Le grandi Epoche Parmensi) nellanno 962.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1842, 3; G.M. Allodi, Serie cronologica dei
Vescovi, 1856, 53-55; N. Pelicelli, I vescovi della Chiesa parmense, 1936, 85-92.
ADEODATO DA BIANCONESE
Bianconese 949
Notaio attivo in Parma nellanno 949.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 9
ADEODATO DA PARMA, vedi LABBADINI BENEDETTO
ADIGERI UGOLINO
Parma ante 1332-post 1348
Scolaro in Padova, nel 1332 fu Vescovo di Cremona. Viveva nel 1348.
FONTI E BIBL.: Gloria, Monumenti, I, 493; Pico, Catalogo de dottori di Parma;
Caetani, Dizionario bio-bibliografico, 1924, 297; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6
ottobre 1997, 5.
ADIGHERO
Parma 1307
Fu Anziano dellArte della Lana di Parma nellanno 1307.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 9.
ADO
Parma 1053/1096
Fu chierico e prevosto della Chiesa di Parma dal 1053 al 1096.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 9.
ADOBATO
Parma 1183
Giudice, fu Nunzio della città di Parma per giurare e accettare la Pace di Costanza (25
maggio 1183).
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 144.
ADONE
Parma1058/1068
Fu diacono e preposto del Capitolo della Chiesa di Parma dal 1058 al 1068.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 9.
ADORNI AMONASRO
Parma 21 maggio 1902-Parma 10 aprile 1977
Tenore, debuttò il 14 novembre 1929 al Teatro Reinach di Parma come Arturo nella Lucia.
Il Corriere Emiliano scrisse: Se lè cavata con onore A. A. un tenorino principiante
dalla voce ben timbrata e simpatica. La carriera si svolse come comprimario in un gran
numero di opere e di teatri. In mancanza di contratti, faceva parte del coro e dava
lezioni di canto.
FONTI E BIBL.: Leoni; G.N. Vetro, Reinach, 532, 546; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
ADORNI ANGELO
-Parma 19 febbraio 1890
Nel 1859 fu soldato del 10° Reggimento Regina. Nel 1860 prese parte alla spedizione dei
Mille, nel 1861 fece la campagna contro il brigantaggio e nel 1866 combatté nel Tirolo,
ancora nelle file garibaldine. Prese pure parte alla campagna dei Vosgi nel 1870.
FONTI E BIBL.: Il Presente 20 febbraio 1890, n. 6; G. Sitti, il Risorgimento italiano,
1915, 397.
ADORNI ANGELO
Parma 12 aprile 1875-Roma 12 febbraio 1963
Figlio di Giovanni e di Angela Massari. Generale, decorato di medaglia dargento al
valor militare, fu combattente in aspre battaglie nella foresta somala, sul Gebel
Cirenaico, sui monti del Trentino e della Macedonia Serba e, infine, nellultima
disperata difesa di Gondar. Il 27 novembre 1892, realizzando un sogno lungamente
accarezzato nella sua prima giovinezza, lAdorni entrò come volontario al 28°
Reggimento Fanteria, con ferma di cinque anni. Dopo una lunga e faticosa trafila, nel 1899
fu promosso sottotenente e iniziò la vita di guarnigione. Il 23 agosto 1904, in Catania,
il Ministero dellInterno gli conferì lattestato di pubblica benemerenza per
aver salvato, con laiuto di altre persone, cinque operai travolti da una frana
ancora pericolante. Nel 1896 chiese invano di andare volontario in Africa con lo scaglione
del 28° Fanteria. Solo il 4 ottobre 1904, con limbarco a Napoli, iniziò la
pluridecennale avventura dellAdorni in Africa, spesso illuminata da sprazzi di vera
gloria. A Danàne il 9 e 10 febbraio 1907 duecento Ascari con lAdorni e i tenenti
Taramaso, Pesenti e Hercolani-Gaddi furono assaliti da oltre duemila Somali.
Nellimpossibilità di comunicare e di ricevere rinforzi dalle basi, lesigua
colonna si rafforzò in una zeriba e diede luogo a una epica difesa. Pesenti fu gravemente
ferito al collo, lattendente dellAdorni e il suo muletto furono fulminati dal
veleno di due frecce, ma la resistenza si protrasse per due giorni, fino a quando i Somali
abbandonaronno il campo. LAdorni si dedicò allora alla riorganizzazione del reparto
e alla cura dei feriti e salvò la vita a Pesenti. Per questo episodio lAdorni
ricevette la medaglia dargento al valor militare. Questa la motivazione: Dette prova
di singolare coraggio e sangue freddo, animando colla voce e con lesempio le truppe,
fino ad ottenere vittoria sul numero soverchiante di nemici nel combattimento notturno
avvenuto dal 9 al 10 febbraio 1907, con bande del Benadir (Somalia Italiana).
LAdorni combatté ancora a Dongab (2 marzo 1908), a Mellet (11-12 luglio 1908) e a
Merere (30 agosto 1908). AllAdorni venne conferita la croce al valore militare con
la seguente motivazione: In due successivi combattimenti contro un forte nucleo di ribelli
armati di fucile, di lance e frecce, con coraggio, calma e sangue freddo conduceva
allassalto dei trinceramenti nemici i propri reparti, che per la prima volta si
trovavano contro un avversario provvisto darmi da fuoco, guidato da capi esperti ed
abilmente appostato dietro ottimi ripari (Dongab, 7 marzo 1908). Dopo una parentesi di due
anni durante i quali lAdorni fu capo dellufficio politico della piazza di
Tobruk, fu inviato con la sua compagnia, la 4a del 61° Reggimento Fanteria, sulle pendici
del Monte Mascio, alla destra di Cima Palone. Il 13 dicembre 1915 da uno shrapnel si
abbatté violenta sulla compagnia una grandinata di pallette di piombo che seminarono
morte e ferite. LAdorni ebbe un piede frantumato. Non appena guarito fu inviato al
comando del Quartier generale del XXVII Corpo dArmata ove lo raggiunse la promozione
a Maggiore. Fu poi Comandante del III Battaglione del 62° Reggimento fanteria, sulle
posizioni di quota 1050 nella Macedonia Serba. Nellagosto 1917 assunse a Mogadisco
il comando del Regio Corpo truppe coloniali della Somalia. Per cinque anni svolse un
complesso lavoro politico e organizzativo, tra difficoltà di ogni genere. Nel 1922
raggiunse a Parma il 62° Reggimento Fanteria. Nel 1927 venne collocato a riposo per
raggiunti limiti di età. Nel maggio del 1939, lAdorni, col grado di Colonnello e
alla rispettabile età di 64 anni si imbarcò a Napoli diretto in Africa Orientale,
chiamatovi per cooperare alla organizzazione dellImpero coloniale di recente
conquista. Il 15 settembre 1941 gli venne ufficialmente comunicata la promozione, per
merito di guerra, a Generale di Brigata. Il 27 novembre 1941 il Campo trincerato di
Gondar, ormai senza munizioni né viveri, fu sommerso dalle forze nemiche, e lAdorni
fu fatto prigioniero. Riottenne la libertà solo nellottobre 1945.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dellImpero, 1937, 187; G. Liberti, in
Gazzetta di Parma 12 febbraio 1964, 3; M. Bonati, Vittorio Bottego, 1997, 252.
ADORNI ANNA MARIA CAROLINA
Fivizzano 19 giugno 1805-Parma 7 febbraio 1893
Nacque da Matteo e da Antonia Zanetti, ricevendo nel battesimo i nomi di Anna, Maria,
Carolina, Emilia. Fin dallinfanzia, cristianamente allevata dai pii genitori, diede
notevoli prove delle sue egregie disposizioni, dimostrate tra laltro quando ad
appena sette anni, imitando la riformatrice del Carmelo, fece il tentativo di fuggire
dalla casa paterna con una piccola amica per andare a convertire gli infedeli. Morto il
padre nel 1820 e ridotta la famiglia in povertà, si recò con la madre a Parma, dove
assunse lincarico delleducazione delle figlie della famiglia Ortalli. Malgrado
si sentisse attratta dalla vita religiosa, il 19 ottobre 1826 si unì in matrimonio con
Antonio Domenico Botti, impiegato presso la Corte ducale, per aderire al consiglio della
madre e del proprio direttore spirituale. Da questa unione nacquero sei figli, che
lAdorni riuscì ad allevare tutti cristianamente. Nel 1844, dopo breve malattia, le
morì il marito. Rimase vedova con cinque figli e una pensione ridotta a 433 lire e 35
centesimi allanno. Fu come cadere dallagiatezza nella povertà. Avrebbe
desiderato entrare in un istituto religioso ma ne fu trattenuta dal suo confessore.
Intanto cominciò a visitare le carceri, su consiglio del monaco benedettino Attiliano
Oliveros, seguita e accompagnata in questa opera benefica da altre pie donne. Ne parlò
alla nobildonna Teresa Botteri Lusardi, e insieme si recarono presso le famiglie distinte
della città a sollecitare unopera di misericordia tanto grande: visitare le
carcerate, istruirle nella dottrina cristiana, condurle al ravvedimento. Sorse così, nel
1847, la Società di pie Signore per lassistenza spirituale delle detenute,
approvata con decreto di Maria Luigia dAustria del 27 luglio di quellanno. È
un caso di volontariato organizzato, che fu accolto con gratitudine dalle autorità, e che
continuò facendo del bene fino allavvento del Regno dItalia. Nel 1860 fu
interdetta la visita al carcere sia alla Adorni che alle visitatrici. Ma qualche anno dopo
lattività fu ripresa per richiesta delle detenute e della stessa direzione del
carcere. Per completare lopera intrapresa, lAdorni radunò le donne dimesse
dal carcere per evitare loro ricadute. A vigilare sulle detenute trovò la maestra
dasilo Pietrina Bergamaschi, che poi rimase sempre con lei. LAdorni vi si
recava ogni giorno, passandovi il pomeriggio e parte della sera, dopo essersi recata al
mattino nelle prigioni. Questo ritmo dovette interrompersi per qualche mese, nel 1850, per
la malattia e la morte del figlioletto Guido di dieci anni. Il fratellino Alberto era pure
morto, decenne, nel 1847. LAdorni restava con il figlio Leopoldo e la figlioletta
Celestina, di sette anni, che morì qualche anno dopo, a tredici anni. Le richieste di
ricovero di ex carcerate si fecero più urgenti, e fu necessaria una casa più ampia.
LAdorni chiese al Podestà di Parma luso del convento di SantAntonio, ma
non le fu concesso. Allora si decise a prendere in affitto una casa più ampia in borgo
della Canadella. Furono accolte sette o otto ex detenute, a partire dal novembre 1852. Nel
frattempo, per iniziativa di Giacomo Lombardini, Vicario capitolare della Diocesi, fu
ottenuta dal duca Carlo di Borbone, in data 7 giugno 1853, lautorizzazione a
istituire una Casa di ricovero e di educazione per le femmine ravvedute. Dopo qualche
tempo, lAdorni decise di trasferirsi in quella casa con la figlia. La casa ebbe il
nome di Conservatorio, ossia istituto di educazione, ma ben presto se ne venne a conoscere
la vera identità: una casa di riabilitazione per ex carcerate ed ex prostitute. Si
levarono critiche da ogni parte. Ma in breve la fama delle trasformazioni avvenute in
quella casa si diffuse per la città, e le critiche si mutarono in elogi. Da questi inizi
prese la sua caratteristica fisionomia lIstituto del Buon Pastore, fondato con
regole proprie dalla Adorni a Parma nel 1857, a somiglianza di quello omonimo di Angers,
fondato da Eufrasia Pelletier. Per assicurare perpetuità e provvido governo
allIstituzione lAdorni fondò pure le Ancelle dellImmacolata Concezione
con il compito specifico di impartire una cristiana educazione alle fanciulle, di
preferenza povere e pericolanti. Già sulla fine daprile del 1854, lAdorni si
era recata dalla duchessa Luisa Maria di Borbone, divenuta Reggente per il figlio Roberto,
dopo che Carlo di Borbone era stato ucciso il 26 marzo di quellanno. Le aveva
chiesto anzitutto di autorizzare la fondazione di una Istituzione religiosa che attendesse
alla cura e rieducazione delle ravvedute. Le aveva chiesto poi lex convento di San
Cristoforo, perché la casa della Canadella non bastava più. Il convento le era stato
concesso ma rimase in un primo tempo occupato dai militari e poi adibito a lazzaretto per
lepidemia di colera che afflisse Parma a partire dal luglio 1855. Solo nel gennaio
1856 le erano state date le chiavi. Alla ristrutturazione pensò labate benedettino
Gianbenedetto Bottamini. Il locale fu diviso in tre reparti: uno per le suore, uno per le
ravvedute e uno per la bambine. Vi entrarono sette giovani ex carcerate e nove orfane. Il
primo maggio 1857 vi entrarono anche le prime sette giovani desiderose di seguire
lAdorni nel suo spirito e nella sua opera: In questo giorno, primo maggio (scrisse
lAdorni) si diede principio alla Congregazione religiosa, con otto individui per
sostenere questa santa istituzione. La Congregazione dellAdorni non ebbe
lapprovazione definitiva da parte del Vescovo se non il 28 gennaio 1893, quasi alla
vigilia della morte della Adorni. Nel 1859, appena dopo lannessione di Parma al
Regno dItalia, si rese necessario un ambiente per stanziarvi le truppe governative
che affluivano dal Piemonte e dalle altre regioni del Regno. Il Governatore decise di
requisire il convento di San Cristoforo. LAdorni e il Vescovo si adoperarono per
scongiurare la requisizione che avrebbe gettato sulla strada le orfane e le rieducande. Si
arrivò a un compromesso: metà del convento fu adibita a caserma e metà lasciata
allAdorni. Le truppe lasciarono il Convento nel 1863. Lanno seguente il
Governo ridiede il permesso alle dame visitatrici di riprendere lopera di
volontariato e istituì una Commissione che ne regolasse lattività: vi fecero parte
due suore dellAdorni. Nello stesso anno fu eretto presso il carcere di
SantElisabetta un ospizio per prostitute ammalate di sifilide: lAdorni e le
sue Ancelle continuarono le visite a queste malate come avevano già fatto nel reparto
esistente antecedentemente nelle carceri. Nel 1867 scoppiò di nuovo il colera a Parma, e
il Comune intimò allAdorni di sgomberare ledificio di San Cristoforo, da
adibire a lazzaretto, nello spazio di tre giorni. Alle angustie di quei momenti, si fece
incontro Mattia Ortalli, che offrì una sua villa in zona San Lazzaro. Qui, per oltre due
anni, lAdorni ebbe occasione di esercitare la sua carità in modi talvolta nuovi,
come per esempio linsegnamento del catechismo e la preparazione alla prima comunione
dei bambini o come la visita e lassistenza ai malati, specie a quelli terminali,
portandoli spesso alla conversione e ai sacramenti. Non mancò di interessarsi delle
fanciulle della parrocchia, organizzando per loro corsi di economia domestica: di cucito,
di ricamo, ecc. Il 15 dicembre 1869 lAdorni e le sue Ancelle rientrarono in San
Cristoforo, ridotto ancora una volta in condizioni disastrose. Finché ebbe forze
lAdorni non si risparmiò. Verso i 70 anni iniziò una artrosi che le deformò le
mani e le rese difficile reggersi a lungo in piedi. Si aggiunse poi una progressiva
obesità dovuta a disfunzioni delle ghiandole endocrine. Cominciò ad uscire raramente di
casa, e finalmente fu ridotta al seggiolone. Nel gennaio 1893 fu colpita da apoplessia con
paralisi al lato sinistro, che ne causò infine la morte. In base alla fama di santità,
furono fatti da monsignor Evasio Colli, vescovo di Parma, i processi ordinari nel 1940. La
causa fu introdotta l11 gennaio 1952. La Chiesa lha proclamata Venerabile il 6
febbraio 1978 e si appresta a elevarla agli onori degli Altari.
FONTI E BIBL.: AAS XLIV 1952, 636; R. Simonazzi, Un Apostolo di Carità. La Serva di Dio
Anna Maria Adorni, Parma, 1939; S. Mattei, in Enciclopedia Cattolica, I, 1949, col. 325;
F. Baumann, in LThK, I, Friburgo, 1957, col. 157; Raimondo della Purificazione, in
Bibliotheca Sanctorum, I, 1961, 266; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 1411; R.
Simonazzi, La vita e le opere di Anna Maria Adorni, Parma, 1894; R. Cioni, Anna Maria
Adorni, fondatrice delle Ancelle dellImmacolata e dellIstituto del Buon
Pastore di Parma, Parma, 1953; D.M. Montagna, in Dizionario Istituti di Perfezione, I,
1974, 125; R. Lecchini, Suor Maria Eletta, 1984; A. Luca, in Gazzetta di Parma 6 febbraio
1986; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 11; Grandi di Parma, 1991, 6; M. Montani,
in Gazzetta di Parma 7 febbraio 1992, 5; A. Luca, Far rifiorire la speranza. Anna Maria
Adorni, 1982; P. Bonardi-U. Delsante, Anna Maria Adorni e il suo tempo, 1993; M.P.
Cesareo, Anna Maria Adorni e lIstituto Buon Pastore in Parma. La rieducazione delle
ragazze traviate, tesi di laurea, Università cattolica del Sacro Cuore, Milano, 1952;
Parmensis Beatificationis et Canoúúnizationis Servae Dei Annae Mariae Adorni,
Fundatricis Congregationis Ancillarum Beatissimae Mariae Immaculate, necnon Parmensis
Instituti a Bono Pastore - Processus Ordinarii Positio et Sumúmarium, Roma, 1970; A.M.
Adorni, Al servizio dei più deboli. Scritti spirituali, a cura di Damiana Passarotti,
Città Nuova, Roma, 1983; M. Macúchiavelli Verdelli, Anna Maria Adorni e le città di
Parma, Istituto di Scienze Religiose S. Ilario di Poitiers, Parma, 1992-1993; M. Longhi
Mazza, Madre Adorni e il volontariato ecclesiale nella seconda metà dellOttocento,
Istituto superiore di Scienze religiose Santi Vitale e Agricola, Bologna, 1993; F.
Magnani, Anna Maria Adorni. Vita e opere, Istituto di Scienze religiose Nicolò V, La
Spezia, 1993; A. Bussoni, I cento anni del Buon Pastore, in Gazzetta di Parma; M. Montani,
Aperte dal Vescovo le celebrazioni nel centenario della morte. Madre Adorni, eroina tra i
miserabili, in Gazzetta di Parma; M. Montani, Lopera di Madre Adorni, in Gazzetta di
Parma; M. Montani, Madre Maria Adorni, a centanni della morte. Quando il carcere è
terra di missione, in Gazzetta di Parma; P. Bonardi-U. Delsante, Anna Maria Adorni e il
suo tempo, Parma, 1994; Anna Maria Adorni, 1994, 23-38; Gazzetta di Parma 6 febbraio 1999,
13.
ADORNI CAROLINA, vedi ADORNI ANNA MARIA CAROLINA
ADORNI CIRILLO
Ozzano 1827-Parma 5 agosto 1854
Guardia di finanza, partecipò, secondo alcuni suoi accusatori, alla congiura contro Carlo
di Borbone, e fu uno dei sicari. Avendo preso parte al moto del 22 luglio 1854, fu
arrestato e, perché armato di carabina e cinto di fascia rossa sottoposto al Consiglio di
guerra e condannato a morte. Fu fucilato il 5 agosto 1854.
FONTI E BIBL.: G. Scaramella, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930;
Ercole, Martiri, 1939, 15.
ADORNI ENRICO
Parma 4 luglio 1806-Parma 18 maggio 1858
Figlio di Giuseppe. Laureatosi in legge, esercitò il notariato in patria, guadagnandosi
ben presto la stima e la considerazione dei suoi concittadini, tanto da essere eletto,
durante la rivoluzione del 1848 e dopo la cacciata del duca di Modena, membro del
consiglio degli Anziani. LAdorni ebbe buona cultura storico-antiquaria e letteraria,
fece parte di numerose accademie e fu amico di noti letterati del tempo a cominciare da
Tommaso Grossi (ma fu anche in relazioni epistolari col conte Jacopo Sanvitale, con
labate Luigi Manuzzi e con Angelo Pezzana). Letterato di buona vena, lAdorni
scrisse molti versi di occasione e prose di circostanza come Per Fanny Cerrito in Parma,
Parma, 1844, Ricordanze intorno ai meriti e la persona di Nicola Pellegrini notaio
parmense, Milano, 1846, Notizie intorno a Luigi Raballia avvocato, Parma, 1857. Scrisse
anche alcuni studi epigrafici: Saggio discrizioni, Milano, 1846, Iscrizioni, Parma,
1848, Altre iscrizioni, Parma, 1851, Nuove iscrizioni, Parma, 1857. Dalla sua esperienza
professionale trasse spunto per un libretto che ebbe una certa fortuna e gli guadagnò
anche le lodi di Tommaso Grossi: Il notaio, Parma 1842, un rapido compendio di storia e
diritto notarile contenente anche dei consigli sulla lingua da usare nella redazione degli
atti.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri e benemeriti,
Genova 1877, 2; S. Lottici-G. Sitti, Bibliografia generale per la storia parmigiana,
Parma, 1904, nn. 4815-4818; G. Micheli, Una lettera di Angelo Pezzana a Enrico Adorni,
Parma, 1926; Il Notariato, 1961, 6.
ADORNI FRANCESCO
Parma 1627
Pittore attivo nella prima metà del secolo XVII. Allievo di G. Lanfranco, avrebbe
dipinto, secondo il Sanseverino, nella chiesa poi soppressa di Santa Caterina, un
Sacrificio e una Santa Marta moribonda. Nel 1627, secondo memorie manoscritte del
Sanseverino, riportate da E. Scarabelli Zunti, un Adorni senza indicazione del nome
avrebbe fatto lavori di decorazioni pittoriche per le feste in occasione del matrimonio
tra Margherita de Medici e Odoardo Farnese. E il Buttigli specifica che
lAdorno, alunno del cavalier Lanfranchi, aveva, nel mezzo della facciata del Duomo,
dipinto a bronzo quando Papa Pasquale II consacrò il Duomo con una comitiva di Vescovi.
FONTI E BIBL.: Parma, Museo Nazionale di Antichità ms. 12, E. Scarabelli Zunti, Documenti
e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1601-1650, 6; M. Buttigli, Descrizione
dellapparato per le nozze di Odoardo Farnese, Parma, 1628; A. Sanseverino, Il
Parmigiano istruito, parte II, Casalmaggiore, 1778, 148; P. Zani, Enciclopedia metodica
delle Belle Arti, I, Parma 1819, 310; M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma,
II, Parma 1856, 193; U. Thieme-F. Becker, Allgemeines Lexikon der bildenden Künstler, I,
88-89; A. Ghidiglia Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, I, 1960, 285.
ADORNI FRANCESCO
Parma 31 luglio 1606-Bologna 16 settembre 1688
Gesuita, fu professore, e poi rettore nel Collegio dei Nobili di Parma dal 12 agosto 1646
al febbraio 1650.
FONTI E BIBL.: Sommervogel, Bibliographie de la Compagnie de Jésus, parte I, t. I, col
55; t. VIII, suppl. colonna 1571; L. Caetani, Dizionario Bio-Biblioúgraúfico, 1924, 354.
ADORNI FRANCESCO
Parma 1681/1741
Intagliatore in legno, del quale si conosce la seguente attività: 1681-1690 credenzone
nella Parrocchiale di SantIlario Baganza, in collaborazione col falegname Cristiano
Sani; 1710 intagli al Lotto di fortuna eretto per il Carnevale, in collaborazione con
lintagliatore Alessandro Manzi; 1719-1720 quattro confessionali in Steccata, in
collaborazione col falegname Francesco Sovrani, ambientati dallarchitetto Pietro
Abbati; commissione per un piccolo Pulpito portatile; 1727 saldo del catafalco per il duca
Francesco Farnese; 1741 pagamento per una impugnatura da spada stragrande e cinque scettri
occorsi nel catafalco per lImperatore Carlo VI.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. VII,
p. 1; L. Testi, 1922, 216 nota 62; Santangelo, 1934, 225; Scheda ds. in Soprintendenza
Beni Artistici e Storici di Parma, S. Ilario Baganza; U. Thieme-F. Becker; L. Caetani,
Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 329; Il Mobile a Parma, 1983, 256.
ADORNI GIOVANNI
Parma 1627
Mastro lignario. Insieme con Giovan Francesco Frambati fu chiamato, nelloccasione
delle nozze tra Odoardo Farnese e Margherita de Medici, per ornare la facciata del
Duomo di Parma di assi e altre sorte di legname lavorati, su disegno dellarchitetto
Giovan Battista Magnani.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 253.
ADORNI GIOVANNI
Felino 1806-Parma 14 ottobre 1877
A quindici anni fu mandato alle scuole in Parma. Nel 1829 scrisse intorno alle scuole
domenicali, e, poco dopo, pubblicò i libri intitolati Guida ai giovinetti, Vita del conte
Stefano Sanvitale, e vari opuscoli e articoli di educazione, di economia, di critica e di
filologia. Nel 1831 fu, con Macedonio Melloni e altri, tra i venti aggiunti al Consesso
Civico di Parma. A trentacinque anni fu colpito da una grave malattia che per tre anni lo
tenne nella impossibilità di darsi ad ogni benché piccola occupazione. In seguito si
riebbe, e fondò il giornale La Lettura (Parma, 1843-1844), mensile di argomento
letterario. Iniziò poi la compilazione della Strenna, periodico che, col pretesto della
letteratura, diffondeva idee e principii di patria indipendenza. Venne allora in sospetto
al governo di Carlo di Borbone, che gli tolse limpiego di professore di belle
lettere della Scuola militare e gli vietò di esercitare linsegnamento. Intraprese
allora con due soci, gli operai Demetrio e Carlo Ferrari (legatori di libri), un piccolo
commercio di libri e un laboratorio di rilegatura. Nel 1855 lAdorni fu nominato
dalla reggente Luisa Maria di Berry professore di alta eloquenza nellUniversità di
Parma, ma vi rinunziò nellanno 1859: fondò e diresse Lannotatore (Parma,
1857 - 31 marzo 1860) che il Bocchia giudica organo molto grave e cattedratico, dei
liberali dottrinarii. Qualche collaborazione diede anche ad altri giornali e in
particolare alla Gazzetta di Parma e alla Sveglia cittadina di Caserta. Instaurato il
governo nazionale, venne scelto quale Direttore della tipografia governativa, nominato
Ispettore scolastico di prima classe, e chiamato a dirigere la nascente Scuola Normale
Femminile di Parma. Nella sua qualità di Direttore della Tipografia del Governo, il 1°
gennaio 1861 gli fu affidata la direzione (in effetti solo formale) della Gazzetta di
Parma. Costituì in Parma una Società per la distribuzione di libri ai fanciulli poveri,
e unaltra per redimere i pegni dal Monte di Pietà. Iniziò inoltre una società di
patronato per i figli dei poveri, fu membro e quindi presidente della Camera di
Comúmercio, promosse e presiedette nel 1864 lesposizione industriale. Morì a 71
anni per una crisi cardiaca.
FONTI E BIBL.: Cenno Necrologico, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1877, n. 280; A.
Bellentani, in Sveglia Cittadina, 4 febbraio 1877; DAyala, Bibliografia militare,
218; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Appendice, Parma, 1880,
13-18; A. Bellentani, Lettera a G.A. Franceschi intorno a Giovanni Adorni suo amico,
Napoli, 1869, 8; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 397; L. Caetani, Dizionario
Bio-Bibliografico, 1924, 329 e 359; E. Bocchia, Giornali Parmensi prima del 1860, in Aurea
Parma, a. X (1926); G. Scaramella, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930;
G. Mariotti, Luniversità di Parma e i moti del 1831, in Archivio Storico per le
Province Parmensi, s. 2°, vol. 33°, 1933, 67; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 21; L.
Gambara, Le ville parmensi, Parma, 1966, 292; M. De Grazia, Lettera di Carlo III, in
Archivio Storico per le Province Parmensi, 1969, 258; Parma, vicende e protagonisti, 1978,
II, 192; Storia del Giornalismo, VIII, 1980, 426.
ADORNI GIROLAMO
Parma-Parma 1649
Fu Legista dellUniversità di Parma. NellArchivio di Stato di Parma (in
Mandati 1631-1658) è ricordato nel Luglio 1641 come Lettore dInstituta. Continuò
nellinsegnamento fino al 1649.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 157.
ADORNI GISELLA
Parma 7 marzo 1878-Bologna 16 gennaio 1967
Corista e comprimaria. Suo padre, suo nonno, i suoi fratelli Augusto (chiamato il re dei
coristi) e Roberto, sua sorella Gemma erano tutti coristi. LAdorni debuttò a
quindici anni nei cori di Traviata e di Faust, ma soltanto più tardi, durante una prova
in cui teneva lo spartito alla rovescia, i suoi compagni e i maestri si accorsero che non
conosceva nemmeno le note e che tutta la sua perfetta intonazione era dovuta
allorecchio finissimo. Istruita dai maestri di canto e apprese le nozioni musicali,
nel 1906 lAdorni si staccò di colpo dalle masse corali per balzare in primo piano:
si era ammalata la cantante che ricopriva il ruolo di Loia nella Cavalleria rusticana e il
maestro Mugnone propose lAdorni a sostituirla poche ore prima dellandata in
scena. LAdorni, notata non solo per la sua straordinaria voce, ma anche per la sua
bellezza, ebbe calorosissimi applausi al Teatro Regio di Parma. Per lei cominciò una
lunga carriera di corista e comprimaria che per cinquantanni lavrebbe portata
per tutti i maggiori teatri lirici del mondo, sotto la direzione dei più eccelsi maestri,
tra i quali anche Cleofonte Campanini e Arturo Toscanini. Per ben ventiquattro volte
lAdorni attraversò loceano per partecipare a mesi di spettacoli lirici
nellAmerica del Nord e del Sud, al Metropoúlitan di New York, al Colon di Buenos
Aires (1910 e 1914), a Chicago, a San Francisco, con compagni di viaggio illustri come
Caruso, Pertile, Caleffi, Toti Dal Monte, Maria Caniglia, Gino Bechi e la Tetrazzini. In
Europa non si contano le sue tournée. In Italia cantò nelle maggiori città: alla
Pergola di Firenze, alla Scala di Milano, al Carlo Felice di Genova (1913 e 1914) sotto il
maestro Gaetano Bavagnoli, al San Carlo di Napoli. LAdorni conobbe Arturo Toscanini
nel primo decennio del secolo, durante una audizione alla Scala per una comprimaria. Da
allora, Toscanini la volle con sé per numerosi altri spettacoli, comprese le celebrazioni
verdiane a Busseto nel 1913, per larco di circa ventanni. Al rientro in
Italia, dopo la fine della seconda guerra mondiale, Toscanini fu intervistato da un
giornale di Torino e disse, tra laltro: Portai per il mondo Gisella Adorni, la
principessa delle comprimarie. La carriera artistica dellAdorni: si concluse nel
1946, quando la cantante aveva già sessantotto anni, a Rimini dove per lultima
volta impersonò Madlon in Andrea Chénier. Gli ultimi ventanni, lAdorni li
visse a Bologna, in casa della figlia Elettra. Morì a causa di una crisi cardiaca.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 gennaio 1967, 4.
ADORNI GIUSEPPE
Parma-13 novembre 1803
Figlio di Tommaso, fu dottore e poeta.
FONTI E BIBL.: L. Cicognara, Catalogo dei libri darte, n. 972; Melzi, Dizionario di
opere anonime e pseudonime, II, 253; L. Caetani, Dizionario Bio-Biblioúgraúfico, 1924,
329.
ADORNI GIUSEPPE
Limido di San Vitale Baganza 17 gennaio 1774-Parma 26 maggio 1851
Nato da una famiglia non ricca e quindi fatto studiare a Parma da un parente, laureatosi
in giurisprudenza nel 1797, lAdorni conservò sempre un maggior interesse per la
letteratura italiana e latina che per la giurisprudenza, dedicandosi allinsegnamento
privato come prima occupazione. Richiamato in famiglia, per diversi anni tornò ad abitare
a San Vitale. Fu consigliere comunale a Sala durante la dominazione francese e durante il
ducato di Maria Luigia dAustria. Ricoprì inoltre lincarico di Ispettore delle
scuole del Comune di Sala. Dal 1811 al 1833 fu segretario dellOpera Parrocchiale di
San Bartolomeo a Parma. A quarantanni venne chiamato a dirigere la Gazzetta di Parma
(26 agosto 1814, cinque mesi dopo che i Francesi avevano lasciato definitivamente la
città e al Giornale del Taro era stata sostituita la vecchia testata): evidentemente il
brusco passaggio dalla caduta del governo francese allentrata degli Austriaci in
Parma aveva richiesto, oltre al nome, un cambio anche alla direzione, fin allora retta da
Domenico Rossetti. Quando il conte Filippo Francesco Magawli-Cerati gli conferì il
privilegio esclusivo di compilare la Gazzetta nel 1814, lAdorni era già da gran
tempo, del resto, correttore di bozze della tipografia Carmignani. Abbandonò
definitivamente lincarico alla Gazzetta di Parma nellottobre del 1820 perché
venne chiamato alla Cattedra di Poetica della Facoltà filosofica della ducale Università
di Parma. Nello stesso tempo gli venne affidata anche lispezione delle scuole del
Ducato e la censura dei libri scolastici. Durante la carriera accademica (1820-1849)
pubblicò numerose opere in cui spicca particolarmente il suo interesse verso le
traduzioni sia dallo spagnolo (Colomba di Fille di Melendez Valdes e Favole letterarie di
Tomaso de Yriarte) che dal latino. Soprattutto rilevanti sono le sue traduzioni italiane
in poesia della prima e quarta Egloga di Virgilio e della Chioma di Berenice di Catullo,
in cui appare con evidenza la passione e lamore per la letteratura greco-romana. Fu
inoltre attento correttore degli scritti di Zani. E non è un caso, quindi, che durante la
sua direzione sia più regolare e articolata la presenza della cultura classica e del
mondo antico nella Gazzetta di Parma, che proprio in quegli anni sembrò assumere anche a
Parma, sia pure effimeramente, quel profondo e vivo significato civico, e non solo
antiquario e collezionistico, proposto dalla cultura europea del primo Ottocento.
LAdorni scrisse le parole per Laddio della sposa alle sorelle, la prima delle
due cantate musicate da Ferdinando Simonis in occasione delle faustissime nozze della
signora M. Marianna Boscoli col signore M. Giacomo Zambeccari (Parma, 1813).
FONTI E BIBL.: Strenna Parmense, 1842, 179; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei
Parmigiani illustri, Genova, 1877, 483-485 (la biografia è scritta da Giovanni Adorni);
F. Rizzi, I Professori dellUniversità di Parma attraverso i secoli, Parma, 1953,
120; P. Bonardi, Sala Baganza: cronache del passato, Parma 1979, 14, 124, 125, 127 e 137;
Archivio Parrocchiale di San Bartolomeo (Parma), Deliberazioni dellOpera
Parrocchiale di San Bartolomeo (1811-1833); Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924,
329; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, II, 191; Per la Val Baganza 5 1981, 80;
Arrigoni, Lettere di Pietro de Lama, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986,
349; Aurea Parma 2 1991, 127-129.
ADORNI GIUSEPPE
Parma 1873 c.-1948 c.
Comprimario e corista, è così definito dal Sacchi: Celebre tra tutti i coristi, uscito
da una famiglia di coristi e comprimari, un uomo ignorantissimo, che non sapeva né
leggere né scrivere, ma formidabile nel suo mestiere, ferrato nelle partiture più di un
direttore dorchestra. Faceva anche Marullo e il messaggero nellAida. Andava a
fare stagioni dopera persino in America: aveva traversato 28 volte loceano. A
Parma lo chiamavano il Bersagliere. Seguitò a cantare sino al 1947, cioè a 74 anni. E
quando lanno seguente smise definitivamente di cantare, subito morì.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
ADORNI IGNAZIO
Parma 29 maggio 1820-San Remo 20 marzo 1903
Generale. Cadetto di Linea nelle truppe Parmensi dal 16 dicembre 1839, fu promosso
sottotenente il 16 ottobre 1841, tenente il 1° marzo 1845, capitano del 1° Battaglione
di Linea del Governo provvisorio il 15 giugno 1848. In data 11 novembre 1848 passò al
servizio dellEsercito Sardo, dapprima al 23° di fanteria e poi, il 14 dicembre
dello stesso anno, al 18° di fanteria, partecipando alle campagne del 1848 e 1849 contro
lAustria e distinguendosi nei fatti darme della Sforzesca e di Novara. Fece da
Maggiore (nel 2° granatieri dal 15 agosto 1858, e nel 4° granatieri dal 1° novembre
1859) le campagne del 1859 e 1860, guadagnandosi la medaglia di bronzo allattacco di
Porto Farina e quella dargento allassedio di Capua. Fu promosso tenente
colonnello comandante del 2° reggimento granatieri il 17 novembre 1860, e colonnello il
1° dicembre 1861. Nella campagna del 1866 ebbe col grado di colonnello, il comando della
Brigata Calabria (3 maggio 1866). Lasciò il servizio attivo il 1° agosto 1871 e
raggiunse il grado di Tenente Generale nella riserva nel 1893.
FONTI E BIBL.: D. Guerrini, Brigata Granatieri Sardegna, 1902, 772; G. Sitti, Il
Risorgimento italiano, 1915, 397; Enciclopedia Militare, 1923, I, 126; M. Rosi, in
Dizionario del Risorgimento Italiano, Milano, 1930; A. Ribera, Combattenti, 1943, 13-14.
ADORNI LORENZO
Parma 1635
Religioso, fu cantore della Cattedrale di Parma nel 1635.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
ADORNI MARIANO
Parma 1848
Fu membro del Governo provvisorio parmense del 1848.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 10.
ADORNI MICHELE
-Parma 1892
Giovanetto fu messo garzone presso lantica tipografia Carmignani e in brevissimo
tempo, animato da ferrea volontà, si fece uno dei migliori impressori dallora.
Sebbene fosse di unetà abbastanza matura, pure, anche come compositore, diede non
dubbie prove di aver appreso larte sua. Dopo vari anni divenne proto, e anche in
questa carica si dimostrò capacissimo. In seguito, nel 1871, per cessione degli antichi
proprietari, rilevò per suo conto la vecchia tipografia. LAdorni diede alla sua
stampa un nuovo indirizzo, larricchì di uno svariato assortimento di nuovi
caratteri e in posto dei torchi collocò macchine modernissime. Ben presto si videro gli
effetti dellimpulso da lui dato alla sua officina nella larga clientela che seppe
formarsi: in breve, da sei operai che occupava arrivò ad averne una quarantina. La
tipografia Adorni fornì gli stampati alle principali e più importanti amministrazioni
cittadine di Parma, e per la prontezza, nitidezza e perfetta esecuzione dei lavori fu
citata come una specialista del genere. Pubblicò anche opere pregevoli, tra le quali
merita una speciale menzione per il formato, la disposizione delle tabelle,
lintonazione dei caratteri (in puro elzevir) e lesecuzione accurata della
stampa, il volume del Ferrari sugli Spettacoli melodrammatici dati in Parma, e il
Compendio di Analisi Chimica-Medica del Krukenberg, tradotto dal professor Gibertini,
lavoro rimarchevole per la somma difficoltà nella composizione, e per la proprietà e
nitidezza colle quali venne stampato.
FONTI E BIBL.: Bollettino del Museo Bodoniano 6 1992, 145.
ADORNI ODOARDO
Parma 11 aprile 1853-1926
Figlio di Pietro e di Maria Cavalca. Classico esempio di self-made-man, per
cinquantanni lavorò alla Gazzetta di Parma e per quasi un trentennio ne fu
lamministratore. Alla Gazzetta lAdorni entrò alletà di nove anni, nel
1862, quando ancora il giornale aveva sede presso il vecchio Ponte Verde, nella Tipografia
Ducale che fu di Bodoni, e direttore ne era Davide Rabbeno. Cominciò come garzone di
tipografia, e poi fu prima apprendista, poi operaio compositore e proto. Per vari anni fu
anche gerente responsabile del giornale e in tale veste dovette rispondere di una querela
spiccata da Luigi Musini, il primo deputato socialista del Parmense. Nel 1894, sotto la
direzione di Pellegrino Molossi, cui lAdorni era legato da profonda e leale
amicizia, fu nominato direttore amministrativo della Gazzetta la quale versava in quel
tempo in cattive acque. LAdorni, con unamministrazione oculata e sagace,
superò la grave crisi finanziaria e diede al giornale un solido assetto economico. Per
ottenere questo risultato, in seguito fu uno dei promotori della costituzione della
tipografia Adorni-Ugolotti che stampò la Gazzetta dal 1902 al 1923.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 9.
ADORNI PELLEGRINO, vedi ADORNI GIUSEPPE
ADORNI ULISSE
Parma 1942-1990
Maestro elementare, sceneggiatore e narratore, fu protagonista nelle vesti di assessore
comunale di Parma di numerose battaglie a favore dei giovani. Ideò il premio di poesia
Fabio Scovenna. In due volumi, il secondo dei quali intitolato Giovanen dal bastonsen
(1985), raccolse e trascrisse, recuperandole attraverso gli anziani scovati nella Bassa o
in qualche sperduto paese delle montagne del Parmense, una miniera di fole e di fiabe che
venivano raccolte nelle aie o nelle notti invernali trascorse nelle stalle o accanto al
camino.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 56.
ADORNO, vedi ADORNI