ANCEO-ARZIO
ANCEO ANCOLITINO, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO ANTONIO GIUSEPPE
ANDINA EMILIO
1872-Parma 1931
Unitamente al fratello Francesco seppe sviluppare la produzione di materiali laterizi che
i familiari avevano intrapreso fin dal 1872 nella fornace di Bellena di Fontevivo e
successivamente a Bezze di Torrile e a San Leonardo, in Parma. Le fornaci furono impegnate
nella produzione di una vasta gamma di laterizi fatti a mano.
FONTI E BIBL.: A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 25; Cento anni di Associazionismo, 1997,
389.
ANDINA FRANCESCO
Parma 1881
Fu fabbricante di tegole, mattoni, embrici. Espose a Milano nel 1881, e fu premiato con
menzione onorevole.
FONTI E BIBL.: G. Corona, LItalia ceramica, Milano, 1885; Minghetti, Ceramisti,
1939, 24.
ANDOLFATI EUGENIO
Parma-1884
Fu attore comico di buon livello.
FONTI E BIBL.: M. Ferrarini, in Aurea Parma 1 1939, 29.
ANDOLFATI GAETANA, vedi ANDOLFATI GIUSEPPA GAETANA MARIA
ANDOLFATI GIOVANNI
Milano-Parma 1835 c.
Attore. Figlio di Pietro e Anna, fu un famoso tiranno. Ebbe una sua compagnia che,
specialmente nelle commedie goldoniane La moglie saggia, Le tre Zelinde, Pamela nubile,
nella Ottavia e nellAntigone di Alfieri e nel Galeotto Manfredi di Monti, riportò
notevoli successi, anche per il buon talento della moglie Natalina, che fu prima attrice e
poi, sebbene molto giovane, madre nobile, e per il contributo del padre
dellAndolfati, ritornato alle scene nel 1820. La compagnia recitò a lungo a Milano,
al Teatro della Scala, e a Bologna, allArena del Sole e al Teatro del Corso. Le
fortune della compagnia non resistettero però alla passione del gioco che ridusse
lAndolfati in estrema miseria. La compagnia dovette essere sciolta nel 1827 e
lAndolfati, insieme con la moglie, prese a recitare nel complesso di Caterina
Internari. In quello stesso anno Natalina, prostrata dagli stenti, morì di tisi.
LAndolfati, recitò ancora nella compagnia di N. Medoni nel 1834, insieme con la
figlia Annetta.
FONTI E BIBL.: F. Regli, Dizionario biografico, Torino, 1860, 9-10; L. Rasi, I comici
Italiani, Firenze, 1897, I, 41-51 e II, 1034-1036; G. Cosentino, LArena del Sole,
Bologna, 1903, 36-37; B. Croce, I teatri di Napoli, Bari, 1926, 234; G. De Caro, in
Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 56.
ANDOLFATI GIUSEPPA
GAETANA MARIA
Parma 18 agosto 1767-Modena 1830
Figlia di Bartolomeo e di Teresa Bergamini. Di notevole bellezza e talento, fu attrice
assai apprezzata. Recitò sin da bambina facendo le sue prime prove nella compagnia
paterna. Sposata ad Antonio Goldoni, fu prima attrice nella compagnia diretta dal marito,
sotto il cognome del quale fu poi comunemente conosciuta. Sostenne parti di rilievo in
lavori di vario genere, sempre ammiratissima, tanto che Colomberti la definisce sciolta e
scherzevole nella commedia, nobile e sensibile nel dramma, statuaria nel gesto e imponente
declamando la tragedia. Furono celebri le sue interpretazioni della Gabriella di Vergy di
Dormont de Belloy, della Merope di Maffei e di quella di Alfieri, come del resto di altre
eroine alfieriane. Fu anzi nel suo tempo una delle migliori interpreti di Alfieri, di cui
recitò con grande successo, oltre la Merope, la Sofonisba, lOttavia e
lAntigone, ma ottenne i suoi maggiori trionfi nella Semiramide di Voltaire. E anche
quando la compagnia del marito cominciò a presentare di preferenza lavori privi di
qualità artistiche, lAndolfati riuscì a imporsi, come nel Prometeo ossia la
Civilizzazione degli uomini (riduzione di L. Bellotti-Bon di un ballo di Viganò). Dopo la
morte del marito, nel 1818, continuò a dirigere la compagnia, dapprima associandosi il
nipote P. Riva, figlio della sorella Anna, poi, alla morte del Riva, da sola.
FONTI E BIBL.: Bartoli; Colomberti; Rasi e Brunelli; G. Cosentino, LArena del Sole,
Bologna, 1903, 36-37; B.B., in Enciclopedia Spettacolo, I, 1954, 537, e V, 1958, 1425;
Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 56.
ANDOLFATI TERESA, vedi BERGAMINI TERESA
ANDOLFATTI GAETANA, vedi ANDOLFATI GIUSEPPA GAETANA MARIA
ANDREA
Vigatto 1005
Fu Arciprete di Vigatto nellanno 1005.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 35.
ANDREA
Parma 1515
Pittore. In Roma, nel 1515, dipinse per una festa i carri allegorici della Verità e della
Prudenza.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 88.
ANDREA DA PARMA
Parma prima metà dellXI secolo-Strumi 10 marzo 1097 o 1106
Nacque nella prima metà dellXI secolo in località imprecisata a cinque giornate da
Vallombrosa, così che, in seguito a una identificazione della tradizione vallombrosana,
venne chiamato Andrea da Parma, anche se non cè nessuna prova su questa origine. Fu
prete e poi abate di Strumi, unabbazia vallombrosana nel Casentino e per questo
viene identificato dalla tradizione indifferentemente secondo le due località. Non si sa
nulla sulla sua famiglia né sui motivi che lo portarono a Milano, dove fu certamente
vicino ad Arialdo. Dopo il 1066 lasciò la città lombarda, dopo aver partecipato alle
lotte e alle esperienze della pataria e aver collaborato alla ricerca del cadavere di
Arialdo, soffrendo imprigionamenti e persecuzioni. Durante la sua esperienza patarina ebbe
contatto coi chierici e coi monaci che, da Firenze, Giovanni Gualberto inviò per
assicurare al popolo dei fideles, in lotta contro larcivescovo Guido da Velate, un
clero non macchiato da simonia. Probabilmente con uno di loro, Rodolfo, destinato poi a
diventare abate generale dei Vallombrosani, come successore di Gualberto, nel 1066 andò a
Vallombrosa, dove nella nuova famiglia monastica trovò la possibilità di realizzare la
conciliazione delle sue tendenze fondamentali: un desiderio profondo di vita ascetica e
contemplativa e la volontà di agire nella società per la riforma della Chiesa. A
Vallombrosa, ove visse lesperienza del prodigioso espandersi della nuova comunità,
lAndrea scrisse intorno al 1075, per incarico forse di Rodolfo, la biografia di
Arialdo, lopera più caratteristica della sua personalità. Da due anni era morto il
Gualberto, che probabilmente lAndrea conobbe di persona, anche se non ne fa mai
cenno esplicitamente. LAndrea come abate di Strumi viene ricordato per la prima
volta lanno 1085 e per lultima l8 giugno 1100 (Davidsohn, Forschungen,
I, p. 69). Egli morì certamente prima del gennaio 1106, quando abate di Strumi viene
ricordato un Angelo. Del suo governo abbaziale si ricorda solo, nella tradizione
vallombrosana, un suo intervento per pacificare Enrico IV con i fiorentini. Intorno al
1092 compose la Vita Gualberti, laltra biografia che, insieme con quella di Arialdo,
costituisce lopera letteraria da lui tramandata. Luomo appare attraverso lo
scrittore ed è vano ridurre la figura dellAndrea a quella di un fanatico, in cui la
passione di parte e lo zelo del combattimento rasentano la follia. Nella temperie così
singolare della lotta popolare e monastica per la riforma religiosa, le opere
dellAndrea hanno un loro vigore e una loro dignità, anche letteraria, e
costituiscono inoltre una testimonianza preziosa sugli avvenimenti e sullo spirito dei
tempi. Più vivace e appassionata è la prima, dove leco dei combattimenti è ancora
vicino e dove le folle contrapposte dei fideles e dei simoniaci sono le vere protagoniste
intorno alle grandi e forti figure di Arialdo, di Landolfo e di Erlembaldo. Passioni di
parte ed entusiasmo religioso, profonda commozione per la nuova esperienza di
unazione liturgica scevra da macchie e contaminazioni con i simoniaci (basta pensare
alla descrizione della vita religiosa nella canonica milanese e alle processioni
salmodianti guidate da Arialdo), si accompagnano a un senso forte e crudo della realtà,
degli interessi, anche economici, delle parti contrapposte. Pagine come la descrizione
della spedizione notturna dei chierici simoniaci e dei loro sostenitori contro la chiesa e
i beni di Arialdo, con un senso così preciso delle coltivazioni e delle cose che essi
volevano distruggere o come quelle che rappresentano le scene della vita familiare di
Arialdo giovane nella casa di campagna, fervide di opere domestiche e di serietà
religiosa, sono pitture di costume non frequenti nella letteratura agiografica medievale.
Un vigore particolare hanno le rappresentazioni degli effetti della predicazione degli
uomini della pataria e le mosse collettive delle folle delluna e dellaltra
parte. I dialoghi immaginati tra gli eretici e i fedeli, pur negli schemi di periodo
coordinati secondo certi modelli evangelici, danno veramente il senso di una vita intensa,
dove la passione religiosa arriva a fondere e a trasformare gli impulsi rozzi e violenti
delle parti in lotta. Da un lato tutti i buoni, Arialdo e i suoi, dallaltro tutti i
cattivi, larcivescovo e i suoi chierici, ma nellurto non mancano sfumature e
colori che danno il senso della lotta e della vita, come quando lAndrea descrive la
divisione profonda nella città e nelle singole famiglie. Alcune scene, poi, hanno un
rilievo pittorico veramente notevole, come lassalto a Landolfo, il movimento degli
uomini intorno a Erlembaldo, la ricerca affannosa di Arialdo e la miracolosa esaltazione
del suo corpo martirizzato. Nella vita di Giovanni Gualberto, più che la folla, domina la
figura del santo, nella sua vita ascetica e nella lotta per la costruzione della sua
spiritualità. È un carattere violento e duro, come forse fu lAndrea, ricco di
passione e di forza, quello che viene rappresentato, prima nellambiente di San
Miniato, poi nella ricerca di una nuova forma di esperienza ascetica e spirituale nella
solitudine di Vallombrosa. Cè anche un intento polemico contro le degenerazioni
naturali dellordine dalla purezza primitiva, per esaltare nel fondatore, insieme,
lestremo rigore e la grande libertà nei riguardi di coloro che gli stavano vicino.
La forza drammatica del racconto è naturalmente meno vivace che nella vita di Arialdo e
molti sono i quadretti frammentari e gli episodi staccati, anche se nella Vita Gualberti
ha trovato posto quella mirabile lettera di Pietro Igneo sulla prova del fuoco sostenuta
da un monaco vallombrosano contro il vescovo Pietro di Pavia tacciato di simonia. Questa
lettera non è dellAndrea, ma cè qualche cosa in quel racconto della pataria
fiorentina che richiama le pagine migliori della biografia di Arialdo. Molto del tono più
calmo e più disteso della seconda vita rispetto alla prima si deve certamente ai quasi
ventanni che separano le due opere nel tempo e anche allatmosfera più distesa
per laffermazione più piena degli ideali di riforma. Se cè polemica, è
contro coloro che in qualche modo sembrano voler offuscare lideale della purezza
primitiva. Comuni però nei due testi sono non solo il fervore e lentusiasmo
religioso, ma il senso della realtà. Se nella vita di Arialdo cè il senso della
campagna lombarda e della vita milanese, in quella di Gualberto cè una diffusa e
quasi compiaciuta attenzione per gli aspetti più caratteristici di un mondo dove ci sono
feudali e popolani, preti e rustici, ma soprattutto pastori e animali nelle solitudini e
nei grandi spazi delle foreste appenniniche. Ed è veramente da stupirsi che il Baethgen
abbia operato dei tagli in alcuni dei più caratteristici e pittoreschi squarci di questa
vita quotidiana, il cui gusto non è certo sempre così vivo nei documenti del secolo. In
conclusione, lAndrea resta come storico, come patarino, come monaco uno degli
interpreti più vivi e interessanti del suo tempo. Le sue opere ebbero le seguenti
edizioni:Vita Sancti Iohannis Gualberti, in Acta Sanctorum Iulii, III, Antverpiae, 1723,
343-365 (integrale); altra edizione in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XXX, 2, a cura
di F. Baethgen, Lipsiae, 1935, 1080-1104 (incompleta); Vita Sancti Arialdi, in Monumenta
Germ. Hist., Scriptores, XXX, 2, a cura di F. Baethgen, 1047-1075.
FONTI E BIBL.: R. Davidsohn, Forschungen zur Geschichte von Florenz, I, Berlin 1896, 69;
R. Morghen, Gregorio VII, Torino, 1942, 127; C. Violante, La pataria milanese e la riforma
ecclesiastica, I, Roma, 1955, passim (cfr. Indice); R. Davidsohn, Storia di Firenze, I,
Firenze, 1956, 337, 340, 342, 356, 360, 362, 364; G. Miccoli, Pietro Igneo, Roma, 1960,
cfr. Indice dei nomi; Dictionnaire dHistoire et de Géographie Ecclésiastique, II,
col. 1716; P. Lamma, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 110.
ANDREA DA PARMA
Parma 1370/1373
Pittore. Da un Registro di spese del Venerabile Consorzio della Cattedrale di Parma per
gli anni 1370 e seguenti, sotto lanno 1373 si trova notato in fine quanto segue:
Capitulum danariorum expens. pro petro de Marzolaria. Item Andree depictori consul sold.
j, d. vj pagati a lui per collette qui in Parma dove sembra abitasse nella parrocchia di
San Paolo. E sotto lanno 1370 si trovano notate queste altre partite: Item dactis in
una cruce de ramo dexurata cum fusto, s. xiij, d. vj. Item dactis causa atandi tabulam
clericorum s. vj. Item dactis dop.no Nicolao qui scripsit dictam tabulam s. ij, d. v. Item
in duabus crucibus parvis argenteis cum aliquibus reliquiis et aliquibus lapidibus. Lib.
viij, s. xviij.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911,
58.
ANDREA DA PARMA
Parma seconda metà del XV secolo
Tipografo attivo a Venezia nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Stampa,1969, 245.
ANDREA DA PARMA
Parma 1470/1508
Frate francescano, fu uomo assai dotto e letterato, indicato a volte col nome di
Bernardino. Fu eletto Guardiano del Monte Sion e custude di Terra Santa nel Capitolo
tenutosi in Aquila nel 1472. Mentre attendeva al disimpegno del grave e delicato ufficio,
un ordine del governatore di Gerusalemme gli impose di pagare una tassa di cinquecento
zecchini. Non potendo soddisfare quanto gli era stato intimato, venne senza riguardi
trascinato alle carceri e brutalmente bastonato. Il Sultano Katibai, grande amico dei
Francescani dai quali era stato soccorso e protetto nei giorni della sua cattività,
venuto a conoscenza dellaccaduto, ordinò che il governatore venisse deposto e
strangolato. La pena, per intercessione dei religiosi, fu poi mutata in esilio. E
affinché in avvenire nessuno più ardisse molestare i Francescani, lo stesso Sultano
emanò ordini così duri e severi, che anche i loro acerrimi nemici lasciarono da allora
che in piena pace godessero gli antichi loro diritti. E con loro ebbero pace anche i
cristiani. È andato perduto un codice manoscritto vergato di sua mano, nel quale erano
preziose memorie del suo governo. Da documenti estratti dallarchivio di Gerusalemme
si rileva che egli ordinò lOspizio dei pellegrini in Rama, che dietro sua istanza
papa Sisto IV confermò ai Luoghi Santi tutti i privilegi già concessi dai suoi
antecessori, che, disputando i Giorgiani ai Francescani il diritto sopra lantico
possesso del Monte Calvario, del luogo ove fu seppellito Adamo e del sepolcro del primo re
latino, Gotifredo dei Buglioni, lAndrea, nel secondo anno del suo governo, portò la
questione al gran Sultano, il quale rimise la cosa ai Giudici di Gerusalemme, e questi
decisero in favore dei Francescani. LAndrea governò la Custodia fino al capitolo di
Napoli, celebrato nel 1475. Nel Capitolo generale celebrato sul Monte Alaverna il 4 giugno
1484 fu confermato Custode di Gerusalemme il padre Paolo di Caneto, ma avendo egli, per
legittimo impedimento, rinunciato, a lui venne sostituito lAndrea. Godette pure, e
meritatamente, la stima di valente calligrafo. Di fatti, compiuto il ministero in
Palestina e ritornato in Parma, mentre dimorava nel convento della Santissima Annunziata,
scrisse un antifonario corale in pergamena, che comincia dalla solennità del Corpus
Domini e va fino allAvvento, e lo adornò di pregevolissime miniature in oro e a
colori. In calce al medesimo pose il suo nome: Fr. quidam bernardinus parm. ex filiis
ardentissimi patris francisci minim. huic operi finem dedit MCCCCCVIII.
FONTI E BIBL.: Wadding, anno 1472, n. 8; Civezza, Storia Missioni, tomo 5, 293; Calaorra,
Cronica Syriae, 312; Patrem, Tableau synopt., 21; Quaresmius, Historia Terrae Sanctae,
tomo 2, 807; Faloci, an. I, 1886, 61; Cod. N., 192; G. Picconi, Uomini Illustri
Francescani, 1894, 48-49 e 264-266; DAncona, Dizionario dei Miniaturisti, 1940, 30.
ANDREA DA PARMA
Parma 1511/1518
Maestro bombardiere del secolo XVI. Nel 1511 da Mantova, dove lavorava agli ordini del
Marchese, fu inviato ad Ostiglia. Appare ancora nel 1518.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Le arti minori alla corte di Mantova, 540; A. Malatesta.
Armaioli, 1939, 24.
ANDREA DA PARMA, vedi anche ORTALLI FRANCESCO e VARNIERI ANTONIO.
ANDREA DA STRUMI vedi ANDREA DA PARMA
ANDRELINI PIETRO
Parma XVI secolo
LAndrelini fu, senza dubbio, artista non privo di valore. Lavorò nella fabbrica del
palazzo vescovile di Parma, quando, sul principio del XVI secolo, fu fatto rifare dal
vescovo Giovanni Antonio Sangiorgio, di cui rimane lo stemma nel cortile, il quale,
assieme al cornicione della facciata, serba un tenue ricordo darte cinquecentesca.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 329.
ANDRELINO PEDRO, vedi ANDRELINI PIETRO
ANDREOLI ALESSANDRO
Parma 1691/1724
Insegnò dapprima Istituzioni, e ottenne la cattedra nel 1691, senza salario, e nel 1694
con salario annuo. Nel 1703 fu dichiarato Lettore ordinario e tale appare ancora nel 1724.
FONTI E BIBL.: Mandati 1619-1715 (per il 1702); Cartella Studio Parmense 1651-1747 (per il
1716); Registro dello Studio, 4; Registro dei Mandati, 9 (per il 1724); Bolsi, 50; F.
Schupper, Storia del Diritto Italiano, 1895, 622; F. Rizzi, Professori. 1953, 59.
ANDREOLI ANTONIO
-Parma 3 settembre 1763
Il 1° luglio 1759 venne nominato basso di camera della Corte di Parma con 6000 lire annue
di soldo. Tenne lincarico fino al momento della morte.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
ANDREOLI ANTONIO
Zibello 1830-1899
Fu tra i burattinai più famosi della Bassa parmense.
FONTI E BIBL.: C. Soliani, Strade di Zibello, 1991.
ANDREOLI LUIGI
Parma 3 settembre 1906-Parma 10 agosto 1991
Fu uno dei fondatori del movimento scoutistico cattolico della provincia di Parma. Già
iscritto allAzione Cattolica diocesana, promosse nel 1924, a due anni dalla nascita
a Roma dellAssociazione Scout Cattolici Italiani, assieme a monsignor Pallavicino,
Brenno Gastaldi, Rodolfo Vettori e ai fratelli Barbacini e Alberti, la costituzione dei
primi reparti scout cittadini, a cui si affiancarono analoghe iniziative a Noceto e
Fontevivo. Scout cattolici formavano il picchetto donore che vegliò sulla salma di
padre Lino Maupas il 15 maggio 1924 e aprì limponente corteo delle esequie.
Parteciparono in forze anche al Convegno Eucaristico diocesano del 1925. Al primo raduno
nazionale dellAssociazione Scout Cattolici Italiani che si tenne a Roma nel 1925 in
occasione dellAnno Santo, lo scoutismo cattolico parmense fu rappresentato da un
consistente gruppo di scout cittadini unitamente ai ragazzi del riparto Noceto I, guidati
da don Giuseppe Cavalli. Di tutte queste iniziative lAndreoli fu ispiratore e
realizzatore instancabile, contribuendo, tra laltro, assieme a Giovanni Vignali alla
costituzione di un riparto scout presso la parrocchia della Santissima Trinità, che si
affiancò a quelli sorti presso i Salesiani in via Saffi e gli Stimmatini in
Oltretorrente, andandosi a inserire, secondo il progetto pastorale del vescovo Conforti,
nelle zone socialmente più degradate della città. Invisa al Fascismo,
lAssociazione Scout Cattolici Italiani venne sciolta nel 1928 da papa Pio IX,
preoccupato, dopo lassassinio di don Minzoni, parroco e assistente scout di Argenta,
di prevenire conseguenze più gravi. Nei diciassette anni che seguirono, durante i quali
era stata proibita ogni attività, la fiamma dello scoutismo venne tenuta accesa a Parma
da don Ennio Bonati che raccolse intorno a sé qualche giovane collegandosi con il gruppo
delle Aquile Randagie di Milano, che svolgeva campi e attività clandestine in Val Codera.
A guerra finita, a Fidenza, Salsomaggiore, Fornovo di Taro, Borgo Val di Taro e Noceto, si
ricostituirono i riparti scout e a Parma, grazie alliniziativa dellAndreoli,
di Paolino e Tarcisio Beltrame e di don Ennio Bonati, riprese lattività, che
arrivò a consolidarsi progressivamente dando vita a unità efficienti e operative.
LAndreoli, pur non avendo il carisma del capo, possedette tutte le qualità per
essere una guida morale e si trovò a diventare nelle alterne vicissitudini dei primi anni
del dopoguerra un punto di riferimento importante dello scoutismo parmense, a cui dedicò,
unitamente allAzione Cattolica e allAssociazione San Raffaele, buona parte
delle proprie energie, rimanendo in servizio fino agli ultimi anni della sua operosa
esistenza.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 18; G. Gonizzi,
Notizie manoscritte.
ANDREOLI MIRKO
Coenzo 14 ottobre 1921- Villa Cadé 9 febbraio 1945
Da bambino si trasferì con la famiglia a Parma in via Lago Tana 5. La nobile figura
dellAndreoli fu esaltata da protagonisti della lotta partigiana che lo ebbero al
loro fianco, come Ubaldo Bertoli, autore de La Quarantasettesima, uno dei capolavori della
letteratura resistenziale, e come Massimiliano Villa, comandante della brigata e autore,
insieme con Mario Rinaldi, della documentazione sulla guerra partigiana nelle Valli
dellEnza e della Parma, dal titolo Dal Ventasso al Fuso. Attraverso queste
testimonianze, emergono le qualità umane, il coraggio e i generosi impulsi
dellAndreoli. Agli inizi fece parte del primo gruppo Artoni formatosi a Campora, poi
entrò nella 47a Brigata Garibaldi, ottenendo in breve il comando del distaccamento
Buraldi. La sua cattura avvenne il 5 gennaio 1945 a Bazzano, per una delazione. Fu
trucidato dai Nazisti il 9 febbraio 1945 a Villa Cadé insieme ad altri venti martiri, in
gran parte parmigiani. Questa la motivazione della riconpensa della medaglia doro al
valore militare conferita dal presidente della Repubblica con decreto pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale del 2 agosto 1995: Appena ventenne, sospinto da acceso spirito di
rivolta contro loppressore, entrava tra i primi nelle formazioni partigiane
parmensi, subito emergendo per capacità organizzative ed eccezionale coraggio. Comandante
di uno dei più agguerriti distaccamenti della 47° Brigata Garibaldi, trascinava i suoi
uomini in molteplici combattimenti. Catturato in unimboscata e tradotto a Ciano
dEnza centro di martirio per molti partigiani, veniva riconosciuto dal nemico e
sottoposto a indicibili torture. Pur martoriato, manteneva un fiero e sprezzante contegno
verso i suoi aguzzini che, furenti del suo nobile silenzio, lo assassinavano e
abbandonavano il corpo nel mezzo della Via Emilia. Luminoso esempio di virtù militari e
civili, è ricordato come un faro della Resistenza parmense per le future generazioni.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 27 ottobre 1995, 12.
ANDREOTTI ALDO
Pisa 1899-
Dottore commercialista, già professore incaricato nella facoltà di Economia e Commercio
presso lUniversità di Parma, fu presidente del collegio sindacale della Cassa di
Risparmio di Parma, e autore di vari scritti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 16.
ANDREOTTI BATTISTA
Parma 1587/1589
Morto Baldo Puelli sul finire del 1587, fu prescelto a sostituirlo quale archivista
dellArchivio Comunale di Parma, con deliberazione dell11 gennaio 1588,
lAndreotti, detto de Cassi. Ma questi non potè esercitare subito il suo
mandato perchè gli eredi del Puelli ritardarono a fare la consegna dellArchivio al
nuovo eletto. Perciò gli Anziani, visto che molto si indugiava, con danno del Comune e
della cittadinanza, ordinarono ai detti eredi di consegnare allAndreotti le chiavi
dellArchivio e tutte le scritture che fossero presso di loro. E questo ebbe luogo il
30 giugno 1589.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1914.
ANDREOTTI ROBERTO
Castiglione delle Stiviere 31 maggio 1908-Parma 25 dicembre 1989
LAndreotti appartenente ad una famiglia di magistrati. Dopo gli studi classici, si
laureò brillantemente in Lettere antiche presso lUniversità degli Studi di
Bologna, con il professor Arturo Solari, il 12 luglio 1929. Il suo insegnamento presso il
Liceo Classico Romagnosi di Parma, dove ricoprì la cattedra di Storia e Filosofia dal
1930 al 1939, fu ricordato con ammirazione e affettuosa riconoscenza dai suoi allievi.
Nonostante la giovane età, la profondità della cultura, la maturità dellingegno e
la severa coscienza morale ne fecero, già allora, un maestro insuperabile, che sapeva
trasmettere, attraverso un insegnamento ampio e completo, ma chiaro e accessibile a tutti,
mai nozionistico, formative lezioni di vita. Ne sono testimonianza i due manuali di Storia
antica composti per le scuole di ordine superiore, LUniversalità della storia di
Roma: in essi si esclude il più possibile il ricorso al dato nozionistico con
lintento di cogliere piuttosto, dalla storia orientale, a quella greca, a quella
romana, il processo costante da cui deriva la vita delletà moderna e contemporanea.
Il manuale, con i continui riferimenti alla letteratura, alle arti e alla filosofia, è
visto come mezzo di collegamento tra le discipline di studio degli allievi, volto a
svilupparne lo spirito critico, in una visione aperta della storia, da cui derivare un
insegnamento il più possibile vivace e formativo. Questa impostazione didattica rimase
costante caratteristica anche nei successivi anni di insegnamento universitario.
LAndreotti conseguì la Libera docenza in Storia antica nel 1934. Nel 1939, a
seguito di concorso, divenne membro dellIstituto Italiano per la Storia antica di
Roma. Dovette poi rinunciare, cedendo il posto a Santo Mazzarino, riuscito secondo nel
concorso, perchè chiamato alla Cattedra di Storia romana (con esercitazioni di epigrafia
latina) dalla Reale Università di Torino, dove tenne, il 15 maggio 1940, la prolusione su
Lunità della Storia di Roma, tema ampio e complesso, affrontato con matura
capacità critica mirante a ricercare, al di là dei fatti contigenti, lessenza dei
grandi fenomeni del divenire storico. Il suo insegnamento di Storia romana e di Storia
greca, di cui ebbe lincarico dal 1940, presso lAteneo torinese continuò fino
al 1965, quando, istituita a Parma la Facoltà di Magistero, vi ottenne il trasferimento
per avvicinarsi alla consorte, Luisa Stevani, sua preziosa collaboratrice, e per un
ritorno definitivo nella sua città di adozione, dalla quale non aveva mai voluto
staccarsi e alla cui vita culturale aveva sempre fornito notevoli contributi. A Parma
tenne linsegnamento di Storia, poi Storia romana, e contemporaneamente, dal 1966,
quello di Civiltà greca, maestro apprezzato per collaboratori e allievi per
lampiezza di interessi, la disponibilità al dialogo culturale e per la profonda
umanità. Nel 1966 fu insignito della Medaglia doro quale benemerito della Scuola,
della Cultura e dellArte. Il 19 marzo 1984, con decreto del Presidente della
Repubblica, fu nominato professore emerito. Per ragioni di salute aveva già da tempo
dovuto ritirarsi dallinsegnamento e dagli amati studi. La sua produzione, assai
ampia e varia, inizia fin dagli anni universitari (è significativa la precocità del suo
ingegno: le prime pubblicazioni risalgono infatti al 1927). Essa comprende innanzitutto
studi specialistici di alto livello scientifico sullImpero romano, sul quale
lopera di sintesi per la Storia Universale Vallardi, diretta da E. Pontieri (1959),
rimane ancora utile contributo anche per lattenzione critica rivolta alle fonti. Di
particolare acutezza appare linterpretazione di figure storiche quale quella
dellimperatore Giuliano, la cui conoscenza aveva particolarmente risentito di una
tradizione storiografica di tendenza. Dagli studi dellAndreotti, volti a cogliere
loperato e la personalità dellImperatore (ai vari articoli particolari,
seguì lopera complessiva del 1936, e poi un più approfondito esame
dellattività di legislatore di Giuliano, caratterizzante la matura produzione dello
storico) emerge la figura di un uomo tormentato per la difficile necessità di dominare e
ordinare i complessi problemi del suo tempo. Il ritorno alle tradizioni e alle leggi del
passato viene quindi interpretato non nellambito di un contrasto politico-religioso,
quanto piuttosto entro il programma di restaurazione dellImpero, nel quale pesa
tuttavia la mancanza, da parte di Giuliano, di una più esatta valutazione della realtà
storica del tutto nuova e complessa per il conflitto intrinseco tra eredità pagane e
attualità cristiane. Dottissima è lampia voce Licinius per il Dizionario
Epigrafico De Ruggiero (1958-1959). Anche a questa figura furono in seguito rivolti
ulteriori studi, tesi a coglierne criticamente la portata entro la tradizione
storiografica latina (1960) e nellambito dei rapporti con Costantino (1962). A
questultimo personaggio furono indirizzati gli interessi dellAndreotti fin dai
primi studi su Costanzo Cloro, visto anche in relazione alla politica del figlio (1930).
Più specificatamente dedicate a Costantino sono ricerche su problemi religiosi,
giuridici, cronologici ed epigrafici (La politica religiosa di Costantino, 1933;
Contributo alla discussione del rescritto costantiniano di Hispellum, 1964; Recenti
contributi alla cronologia costantiniana, 1964; Problemi di epigrafia costantiniana. I. La
presunta alleanza con lusurpatore Lucio Domizio Alessandro, 1969) tese a valutarne
la portata storica entro e oltre il significato, spesso propagandistico, della tradizione
storiografica. Rientrano negli interessi per limpero romano le ricerche sul
complesso periodo della cosiddetta anarchia militare del III secolo d.C. (Il separatismo
gallico nellanarchia imperiale del secolo III d.C., 1934; Lusurpatore Postumo
nel regno di Gallieno, 1939; Il culto dello Hercules Magusanus e dello Hercules
Deusoniensis nella politica dellusurpatore Postumo, 1940; Religione ufficiale e
culto dellimperatore nei libelli di Decio, 1965), e quelle sui problemi di sicurezza
e di controllo del commercio (1969) e sulla politica finanziaria di Diocleziano (1975),
ultimo contributo dellAndreotti, uscito solo in riassunto. Ma molti altri furono gli
studi dellAndreotti. Alcuni di essi riguardano il periodo repubblicano della storia
di Roma: la monografia Cajo Mario (1940), per esempio, o il profondo contributo critico
sulla nobilitas come centro della storia di Roma presentato al XII Congrès International
des Sciences Historiques su Les Classes dirigeantes de lAntiquité aux temps
modernes, congresso nel quale lo stesso Andreotti introdusse la sezione dedicata
allantichità (Vienna, 1965). Oltre alle ricerche relative al mondo romano,
lAndreotti rivolse il proprio interesse anche allambito greco-orientale, visto
come premessa alla storia di Roma: tra i numerosi contributi, quelli Sullorigine
della patronomia spartana (1935), Le origini della marina spartana (1937-1938),
LAtene di Tucidide (1957), Alessandro Magno (1956 e 1957). E ancora: Lopera
legislativa ed amministrativa dellimperatore Giuliano, 1930; Il Regno
dellimperatore Giuliano, 1936; Costanzo Cloro, 1930, Il problema politico di
Alessandro Magno, 1933, Monarchie orientali e libertà greche. Profilo storico del mondo
mediterraneo prima della conquista romana (1948); Impero romano (1959). Vivo interesse,
come già detto, lAndreotti ebbe anche per la storia locale: Storici e Archivistici
nella Deputazione Parmense (1952), studi relativi a Parma nellantichità (1928 e
1935), alla viabilità antica (1927, 1928 e 1965) e, soprattutto, a Veleia (1934, 1955,
1962 e 1969), anche se in parte prodotti in età giovanile, rimangono di costante
riferimento per specialisti e cultori della materia. Oltre a questa produzione, di lui
rimangono i numerosi contributi occasionali, quali discorsi o commemorazioni, la
collaborazione, dal 1934 al 1937, con il Corriere Emiliano, introduzioni storiche a opere
di vario argomento relative al patrimonio culturale cittadino e ai suoi molteplici
interessi. Alla base di tutta questa produzione si coglie costantemente una rigorosa
disciplina di studi: i risultati della ricerca, spesso complessa e articolata, sempre
scrupolosa e puntuale, condotta con acuto spirito critico, si traducono in una forma
limpida e chiara ma pur sempre esattissima e accessibile a tutti. In questo sembra di
poter cogliere la coscienza di un dovere da svolgere, sempre avvertita fin dai primi anni
del suo insegnamento a Parma, derivata da una concezione aperta della storia, intesa non
come arida e nozionistica rassegna di fatti, ma come un susseguirsi di problemi legati
alla vita delluomo, e per questo sempre vivi e attuali, la cui conoscenza risulta
utile e necessaria. LAndreotti fu prima Segretario (1949-1955), poi Presidente
(1956-1963) della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Fu voluta
dallAndreotti la collezione Fonti e Studi, Serie I e II, affinché proseguisse i
Monumenta ad Provincias Parmensem et Placetinam pertinentia: i primi volumi videro la luce
negli anni 1963 e 1964. Il centenario della Deputazione, caduto nel 1960, venne ricordato,
tra laltro, con la pubblicazione di un volume celebrativo (1962).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1989, 235-236; M.G. Arrigoni Bertini, Andreotti, in Archivio
Storico per le Province Parmensi 1990, 33-39.
ANDREOZZI BENEDETTO
Parma XVI secolo
Speziale attivo in Parma nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 36.
ANDRIOLO, vedi BOCCALARI ANDRIOLO
ANDRIOLO DE BURONO, vedi BURONI ANDRIOLO
ANDROMACO
Parma 1494
Fu medico, filosofo e canonista. Lesse allUniversità di Bologna (1494) e fu molto
reputato ai suoi tempi.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 129.
ANELI, vedi ANELLI
ANELLI ANTONIO
Parma 1481
Sul finire del XV secolo si trova memoria di Antonio de Anellis scriptor, il quale doveva
avere dal Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma al 3 Aprile 1481, lire 3 e soldi
12 per spese di carta e per avere scritto certi quinterni di un Breviario a don Giacomo da
Parma, monaco nel monastero medesimo.
FONTI E BIBL.: Archivio dei PP. Benedettini, Mastro segnato, M.A. (Archivio di Stato,
Parma); E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3.
ANELLI EGISTO
Parma 14 novembre 1852-1926
Figlio di Cesare e Maddalena Livraghi. Avvocato di primo piano, lasciò a una certa età
la professione forense per dedicarsi allattività di consulente legale della Cassa
di Risparmio di Parma. Nel 1889 venne eletto consigliere comunale con la prima
Amministrazione Mariotti (che fu anche la prima eletta con suffragio allargato). Essa
cadde lanno dopo, e da allora lAnelli non accettò più alcuna candidatura.
Democratico conservatore, uomo di vecchio stampo, lAnelli fu persona coltissima:
conobbe alla perfezione latino, greco e tedesco, e fino agli ultimi giorni della sua vita,
già avanti negli anni, era solito recitare a memoria squarci di Petrarca, Dante,
Virgilio. Lonorevole Berenini, commemorandolo in aula, lo disse un maestro.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 12.
ANELLI GIOVANNI
Parma prima metà del XIX secolo
Pittore decoratore attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 5.
ANELLI GUIDO
Vigolone 20 aprile 1912-Cazoria Guarico 9 marzo 1969
Sacerdote caratterizzato da una forte personalità, venne destinato nel 1939 a reggere la
parrocchia di Belforte, piccola frazione dellAppennino parmense alla quale si
accedeva soltanto per una stretta ed erta mulattiera. Quando scoppiò la seconda guerra
mondiale divise le ansie e i dolori con le famiglie dei combattenti e a tutti fu sempre
vicino dando conforto e infondendo coraggio. Dopo l8 settembre 1943 anche nelle
contrade della valle del Taro la popolazione si ribellò organizzandosi in gruppi armati,
dando così inizio alla Resistenza. La canonica di Belforte diventò il centro
dellattività cospirativa: vi vennero formate le prime bande che furono le matrici
delle brigate partigiane. La 2a Julia fu una di queste e lAnelli, oltre che
lorganizzatore, ne fu anche il primo cappellano. La lotta divampò per tutta la
valle del Taro, e le azioni di guerra della 2a Julia, sempre più consistenti e
articolate, logorarono sistematicamente i Tedeschi trincerati nei vari centri di
fondovalle e nei caselli ferroviari o schierati lungo la strada nazionale della Cisa. Il
17 ottobre 1944 il nemico riuscì a colpire la testa del movimento partigiano parmense con
leccidio, a Bosco di Corniglio, del Comando unico. Pochi giorni dopo, la canonica
dellAnelli ospitò tutti i comandanti delle brigate partigiane, che poi elessero
nella sede del Comando della 2a Julia, alla Pietra di Belforte, il nuovo vertice militare.
In una delle prime riunioni tenute dal nuovo comando venne deciso che lAnelli
avrebbe dovuto attraversare la linea Gotica e raggiungere Roma per riferire sulla
situazione al Governo e chiedere aiuti concreti onde poter far fronte ai gravi e pressanti
problemi creatisi a seguito del continuo aumento dei componenti le brigate dellOvest
Cisa, minacciate dai rigori dellimminente inverno. LAnelli, accompagnato dal
capitano dei corazzieri Abba, raggiunse Firenze, dove fu ricevuto personalmente dal
generale Alexander. Da Firenze si portò a Roma, ove ebbe colloqui col presidente del
Consiglio Bonomi, col capo di Stato Maggiore dellEsercito e col ministro del Tesoro.
Ricevette assicurazioni che i lanci di materiale bellico e di conforto per i partigiani
sarebbero stati intensificati e ottenne subito un contributo di tredici milioni di lire.
Per il ritorno, si decise di trasportare lAnelli con un aereo e lanciarlo col
paracadute nel Piacentino. Si portò poi a Bardi e, fatte le consegne al Comando unico,
ritornò nella sua parrocchia. Il valore della missione dellAnelli fu
suggestivamente descritto dal Pellizzari: Quei denari furono la salvezza delle nostre
formazioni quando due settimane più tardi, in una terribile ripresa dellinverno, si
scatenò contro di noi il più imponente e violento rastrellamento di tutta la guerra:
tutte le Brigate furono tempestivamente e abbondantemente provviste di moneta; i reparti
organizzati e allontanati dalle basi e dai rifornimenti, e persino i volontari dispersi
poterono comprare a contanti il grano e il vino necessari; migliaia di combattenti furono
salvati dallinedia e dal congelamento, grazie a quei benedetti milioni che la Patria
ci aveva donati e che un umile prete di campagna ci aveva portati per la via del cielo.
Nel febbraio del 1945 lAnelli fu di nuovo in cammino per riattraversare la linea
Gotica, chiamato a compiere unaltra delicata e pericolosa missione. Nel Bresciano,
il rastrellamento del gennaio era riuscito a colpire duramente le formazioni partigiane.
Una delle più efficienti brigate della zona, guidata dal comandante Perlasca, caduto
durante il rastrellamento (e insignito della medaglia doro della Resistenza), si
trovava in una situazione estremamente critica: degli effettivi della formazione, molti
erano i morti, i feriti e gli sbandati. LAnelli, paracadutato in quella zona a capo
di una missione alleata, ricostituì la brigata, alla quale impose il nome del leggendario
comandante Perlasca, e in brevissimo tempo la rese operante in quel settore reso
nevralgico dalla vicinanza di Salò, sede provvisoria del governo di Mussolini.
LAnelli vi rimase sino alla Liberazione. A guerra finita ritornò a Belforte e
riprese lesercizio del suo ministero. Allattività che ispirava il suo
apostolato sacerdotale, lAnelli unì una febbrile azione, anche politica, a favore
dei ceti più deboli, ma soprattutto a favore dei suoi montanari. Nel suo pragmatismo,
stigmatizzò il prevalere delle discussioni sullazione di ricostruzione del Paese,
affermando che le lunghe diatribe che fomentano le discordie portano agli stessi malanni
della dittatura e ne sono il più efficace richiamo; mentre lingiustizia e il
terrorismo offrono uno dei più validi contributi a quel discredito che portò il fascismo
alla rovina. Tra i primi alzò la guardia contro ideologie e metodi che stavano
pericolosamente dilagando per la nazione e scese di nuovo in campo per difendere i valori
della libertà e della democrazia per la conquista dei quali tanto sangue era stato
versato. Assieme a Enrico Mattei, Mario Ferrari Aggradi, don Giuseppe Cavalli, Franco
Franchini, Giuseppe Molinari, Gino Cacchioli, Giovanni Vignali e a tanti altri partigiani,
amalgamati nel crogiuolo degli stessi ideali, recò un determinante contributo alla
creazione dellAssociazione partigiani cristiani, alla quale dedicò unintensa
attività. Ma il pensiero dellAnelli fu sempre rivolto alla povertà della gente
delle sue montagne. Bussava a tutte le porte per trovare un lavoro dignitoso ai giovani e
ai bisognosi, e strapparli così alla misera esistenza che essi conducevano vivendo in
troppi sui sassosi e aridi campi della montagna. Fece inoltre annullare diversi contratti
che negozianti avevano stipulato con amministratori di Comunalie per lacquisto di
ingenti quantità di legna a prezzi che la svalutazione galoppante aveva reso ridicoli.
Così, ai nemici politici, che con le sue scelte si era creato, si aggiunsero i nemici
economici, colpiti nei profitti. Entrambi resero difficoltoso lesercizio del suo
ministero, tanto che, verso la metà degli anni Cinquanta, decise di emigrare in
Venezuela, dove, con lardore e lesuberanza propri del suo carattere, continuò
a portare il messaggio di Cristo, al quale sempre si era ispirato anche nei momenti più
cupi della guerra partigiana prima e delle lotte civili poi.
FONTI E BIBL.: S. Giliotti, in Gazzetta di Parma 7 maggio 1990, 3, e 13 maggio 1990, 19.
ANELLI MARIO
Parma 9 giugno 1882-Parma 3 settembre 1953
Nato dallavvocato Egisto e da Elvira Ughi, frequentò il liceo G.D. Romagnosi di
Parma e si laureò nellUniversità di Parma in scienze naturali a pieni voti nel
1905. Assistente volontario allIstituto di Mineralogia fino al 1910, passò
effettivo a quello di Geologia, ove rimase fino allottobre del 1924, quando fu
soppressa la Facoltà di Scienze. Venne quindi incaricato della conservazione
dellIstituto e del Museo di Geologia e Paleontologia. Libero docente dal 1927,
diresse per incarico lIstituto di Mineralogia dellUniversità di Parma e dal
1929 fu nominato membro del Comitato nazionale delle ricerche per la geologia. Nel
dicembre di quello stesso anno fu incaricato della direzione dellIstituto di
Geologia dellUniversità di Modena, ove nel 1936 passò di ruolo come professore di
Geologia. Rimase in quella sede, come direttore, fino al 1938, ma restò nel contempo
incaricato del corso di Geologia allUniversità di Parma. Dal 1942 fu direttore
dellIstituto di Geologia di Parma, carica che mantenne fino al 31 ottobre 1952
quando venne collocato fuori ruolo. Alla morte, lasciò per testamento ogni sua sostanza
alla Società protezione degli animali. La sua produzione scientifica consta di una
quarantina di pubblicazioni nel campo geologico: una produzione che potrebbe sembrare
numericamente modesta, se non si soppesassero la densità dei problemi, la quantità dei
dati e la grande mole di lavoro che dietro quelle poche pagine e quegli schizzi appare
chiaramente. Uneccessiva cautela nellesporre le sue ipotesi di lavoro e di
ricerca sulla evoluzione geologica dellAppennino e la sua innata modestia lo
frenarono nel rendere pubblici dati e idee che sicuramente avrebbero potuto avere un peso
determinante sulle nuove concezioni di tettonica gravitativa che da pochi anni
cominciavano a farsi strada sia nello studio della catena appenninica sia in quello della
catena alpina. La sua competenza, tuttavia, dovette certamente essere apprezzata al di
fuori del campo strettamente accademico, se alcune importanti società minerarie, tra le
prime ad iniziare lesplorazione in Italia, si rivolsero a lui per molti anni: così
divenne consulente dellAGIP e dellEnte Zolfi Italiani, nonché collaboratore
disinteressato di geologi impegnati con altre società. In seguito, anche tra gli studiosi
di geologia dellAppennino, il riconoscimento di valore delle sue ricerche divenne
generale e concorde. Nel 1908 lAnelli presentò in un saggio (LEocene nella
vallata del Parma, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXVII 1908, pagine
124-158) la classica successione geologica dellalta e media Val Parma, solo di
recente riscoperta e completata da nuove ricerche biostratigrafiche e tettoniche. Tra il
1913 e il 1915 egli segnalò e descrisse organicamente, per la prima volta, gli
affioramenti miocenici dellAppennino parmense, argomento approfondito in successivi
lavori sullevoluzione morfologica del Modenese e del Reggiano (I terreni miocenici
tra il Parma e il Baganza, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXXII 1913,
pagine 195-272; Cenni geologici sui dintorni di Traversetolo e di Lesignano Bagni, in
Bollettino della Società Geologica Italiana XXXIV 1915, pagine 79-136; Contributo alla
morfologia dellAppennino modenese e reggiano, in Bollettino della Società Geologica
Italiana XXXVII 1918, pagine 93-114; Sulla presenza dellOligocene nel Subappennino
reggiano, in Bollettino della Società Geologica Italiana XLII 1923, pagine 93-114;
Tettonica dellAppennino parmense e reggiano. Cenni su alcune località presentanti
manifestazioni di idrocarburi, in Bollettino della Società Geologica Italiana XLII 1923,
pagine 377-398). Per dare una spiegazione logica alle intercalazioni di argille scagliose
tra i sedimenti marini dellOligocene, per la prima volta da lui segnalati, e del
Miocene, propose lidea di uno scivolamento gravitativo di materiali prevalentemente
argillosi caoticizzati entro il bacino di sedimentazione oligomiocenico, anticipando nel
1923 di quasi trentanni, la scoperta degli olistostromi, più tardi descritti in
tutto il mondo e conosciuti in tutte le serie marine: Lintercalazione, scriveva
lAnelli, di una falda di argille scagliose fra i terreni oligocenici e quelli
miocenici in corrispondenza di unarea di oltre cento chilometri quadrati, potrebbe
spiegarsi o con una gigantesca intrusione di tipo laccolitico (il che, data lenorme
estensione, non mi sembra probabile), oppure ammettendo che, in conseguenza di un
formidabile corrugamento orogenetico, di data anteriore al deposito dei terreni miocenici,
si sia effettuato un grandioso slittamento di argille scagliose con ricopertura
dellOligocene (Sul comportamento tettonico delle argille scagliose
nellAppennino emiliano, in Rendiconti della Reale Accademia Nazionale dei Lincei,
classe scienze matematiche fisiche naturali, s. 5, XXXII 1923, 2, pagine 416-419). Inoltre
ai fenomeni di ricoprimento offerti dallOligocene sono anche da aggiungere quelli
consimili, benché in scala più ridotta, nei terreni miocenici e pliocenici (Su alcuni
fenomeni di ricoprimento nellAppennino emiliano, in Rendiconti della Regia Accademia
Nazionale dei Lincei, s. 6, IX 1929, pagine 202-205; Ricoprimento di terreni pliocenici
nellAppennino reggiano in Rendiconti della Regia Accademia Nazionale dei Lincei XV
1932, pagine 478-482). In antitesi con i sostenitori di scuola germanica delle falde di
ricoprimento di stile alpino nellAppennino, lAnelli precisa: tuttavia, il
contrasto tra lo spiegazzamento degli strati e landamento quasi orizzontale dei
piani di separazione potrebbe essere assai suggestivo considerando il grandioso
ricoprimento appenninico delle argille scagliose come dovuto ad un formidabile, lento
slittamento regionale, probabilmente effettuatosi su di una superficie sottomarina situata
a mediocre profondità ed avvallantesi gradualmente sotto lavanzata della colossale
frana (Le acque minerali nelle colline fra lo Stirone e il Taro, in Giornale Italiano di
Scienze Idrominerali Clim. X-XI 1930, pagine 3-21). Del 1927 è unimportante messa a
punto del problema delle arenarie appenniniche con una prima distinzione e discussione su
quelle a facies di macigno (Sopra alcuni lembi di macigno dellAppennino parmense, in
Giornale di Geologia II 1927, pagine 65-71). Tale argomento, ripreso otto anni dopo e
inquadrato in più ampi orizzonti di geologia regionale (Sopra alcuni lembi di arenarie
superiori dellAppennino settentrionale, in Ateneo Parmense VII 1935, pagine 89-99),
chiarì ulteriormente il problema delle arenarie superiori. Una serie di importanti lavori
scientifici dellAnelli è rivolta alla esplorazione geologica del sottosuolo, che in
quegli anni prese vigore e attualità. Così il tema della struttura di Salsomaggiore
(Cenni tettonici sulla regione collinosa interposta tra lo Stirone ed il Taro, in
Bollettino del Regio Ufficio geologico LII 1927, pagine 1-56), zona famosa per le sue
manifestazioni di idrocarburi, viene presentato in modo completo e come esempio da seguire
per le nuove indagini petrolifere. Sempre a questo argomento lAnelli dedicò una
serie di contributi scientifici, anche in collaborazione con geofisici (Hangend und
Liegendplatte, in Zentralblatt für Min. und Geol. VI 1926, pagina 187, in collaborazione
con W. Salomon; Lacqua minerale di Montepelato nella pianura parmense, in Miniera
Italiana 7 1925, pagine 201 s.; Contributo alle ricerche petrolifere nellAppennino
emiliano, in Miniera Italiana 3 1926, pagine 65-76; Il colle di San Colombano al Lambro,
in Miniera Italiana 5 1928, pagine 145-148, in collaborazione con C. Porro; A proposito di
una perforazione in corso nellAppennino parmense, in Miniera Italiana 6 1928, pagine
305-307; Search of Oil in Parma Discrict Western Italy, in Bull. of the Am. Assoc. of Petrol. Geol. XVI 1932,
pagine 1152-1159, in collaborazione con A. Belluigi; Cenni geologici sulla regione
collinosa fra il Secchia e il torrente Tiepido, in AGIP. Ricerche in Italia, 1935, pagine
37-75; A proposito di terreni petroliferi dellItalia settentrionale, in Industria
Mineraria 1936, pagine 118-122; I risultati geologici dellesplorazione per petrolio
nella valle Padana, in Industria Mineraria 1936, pagine 263-265; Descrizione geologica del
giacimento di Podenzano, in Il convegno nazionale metano (AGIP), XIV, 1939, pagine 5-14)
che dimostrano come la ricerca applicata agli idrocarburi con criteri moderni, trovasse in
lui uno dei primi ed entusiasti sostenitori. Proprio in questo periodo svolse
unintensa attività di rilevamento geologico, utilizzato pure per la Carta geologica
dItalia, che lo condusse a cartografare, insieme con F. Sacco, al 25.000 circa
duemila chilometri quadrati di collina e di montagna appenninica (Carta geologica
dItalia, a cura del Regio Ufficio Geologico, Foglio Parma, Roma, 1931; Foglio
Castelnuovo ne Monti, Roma, 1931; Foglio Modena, Roma, 1932). Con questa enorme
massa di dati e di informazioni scientifiche, lAnelli formulò lipotesi delle
frane tettoniche per spiegare gli anormali ricoprimenti di formazioni caoticizzate sopra
lautoctono e come questi si ripetessero per tutta lera terziaria fino al
Pliocene. Riconobbe inoltre la parautoctonia del flysch nummulitico esterno, scollato dal
suo substrato argilloso dalla falda gravitativa avanzante verso lattuale pianura
padana. A questo grandioso fenomeno che dovette coinvolgere quasi tutto il futuro
Appennino settentrionale, sarebbero seguiti nuovi scollamenti e scendimenti gravitativi
mentre a settentrione della avanfossa ormai colmata si generava, per reazione, il primo
abbozzo di quella ruga che, durante il Miocene, forse separava larea appenninica da
quella corrispondente alla pianura ed è ancora avanti a questa che più tardi,
anteriormente al Pliocene, sorsero, dove oggi si estende la Pianura Padana, quei rilievi
la cui esistenza ci è rivelata dalla gravimetria ed accertata dalle sonde, rilievi che,
come hanno mostrato le perforazioni petrolifere, furono interessati per quanto debolmente
da disturbi tettonici agli albori del Quaternario (Note stratigrafiche e tettonache
sullappennino di Piacenza, in Atti e memorie della Regia Accademia di scienze,
lettere e arti di Modena III 1938, pagine 228-262). Delle sue escursioni geologiche
nellarco alpino o nellAppennino centrale e meridionale, non rimane che una
importante nota del 1938, di carattere riassuntivo e sintetico, riguardante i monti del
Salernitano e della Lucania (Sulla presenza di falde di ricoprimento nellItalia
meridionale, in Atti della Società dei naturalisti e matematici di Modena LXIX 1938,
pagine 1-15). In essa lAnelli, dopo un breve quadro dei principali problemi
geologici, afferma che il Trias dolomitico insieme ai più recenti terreni calcarei
costituenti il gruppo del Cilento e buona parte dei monti salernitani, è venuto a
sovrapporsi al Trias selcifero della Lucania rivestito dal flysch terziario, anticipando
di alcuni decenni le successive concezioni geologiche. Lopera scientifica
dellAnelli non si esaurì certamente nel 1942, anno a cui risale lultima delle
sue pubblicazioni. Anche dopo il rientro a Parma, fino al 1952, quando venne collocato
fuori ruolo, egli continuò le ricerche su quellAppennino che, oltre ai problemi da
lui già brillantemente risolti, presentava sempre enormi interrogativi, tanto che di
fronte ad essi gli sembrò vano sforzo il suo stesso lavoro. Oltre a quelli citati nel
testo, si segnalano i seguenti scritti dellAnelli: Cenni petrografici sui
conglomerati dei Salti del Diavolo in val Baganza, in Bollettino della Società Geologica
Italiana XXIX 1910, 257-286; I dintorni di Rossena, in Bollettino della Società Geologica
Italiana XLI 1922, 17-29; I graniti di Groppo del Vescovo, in Giornale di Geologia II
1927, 58-64; Sopra alcune particolarità tettoniche dellAppennino emiliano, in
Giornale di Geologia II 1927, 72-74; A proposito di una sezione geologica
nellAppennino reggiano, in Rendiconti della Regia Accademia Nazionale dei Lincei,
classe di scienze matematiche fisiche naturali X 1930, 202-205; Sezioni geologiche
attraverso lAppennino parmense, in Giornale di Geologia X 1935, 1-27; Considerazioni
sulla posizione tettonica del Trias nellalta valle della Secchia, in Atti della
Società dei Naturalisti e Matematici di Modena LXVI 1935, 20-36; Appunti paleontologici a
proposito delle cosiddette argille scagliose, in Rivista italiana di Paleontologia XLI
1935, 33-44; Il golfo pliocenico di Castellarquato, in Giovane Montagna, Parma, 1938, 2;
Somalia italiana di G. Corni, in Atti e memorie della Regia Accademia di Scienze Lettere
Arti di Modena III 1938, 3-15 in collaborazione con B. Donati e A. Vaccari; Sulla presenza
di Aptici nelle cosiddette Argille scagliose dellAppennino emiliano, in Rivista
Italiana di Paleontologia XLIV 1938, 82-93; Calcari a Calpionelle, diaspri e rocce
ofiolitiche nellAppennino settentrionale, in Atti della Società dei Naturalisti e
Matematici di Modena LXIX 1938, 67-77; Sulle concentrazioni albitiche dellalta Val
Taro, in Bollettino della Società Geologica Italiana LXI 1942, 273-288, in collaborazione
con G. Carobbi.
FONTI E BIBL.: Bollettino della Società Geologica Italiana LXXI 1953, 156-159
(necrologio); F. Mutti, Sul possibile significato stratigrafico del macigno della Val
Trebbia, in Rivista Italiana di Paleontologia LXVII 1961, 6; G. Zanzucchi, Commemorazione,
in Ateneo Parmense XXXIV 1963, 3-11; P. Elter-C. Gratziu-B. Labesse, Sul significato della
esistenza di una unità tettonica, in Bollettino della Società Geologica Italiana LXXXIII
1964, 14; G. Braga, Geologia delle valli Nure e Perino, in Atti dellIstituto di
Geologia dellUniversità di Pavia XVII 1965, 19; E. Montanaro Gallitelli,
Quarantanni di geologia, in Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di
Modena XLVII 1966, 259-266; K.J. Reutter, Die tektonischen Einheiten des Nordapennins, in
Ecl. Geol. Helvetiae LXI 1968, 185; E.
Abbate e altri, Introduction to the Geol. of the Northern Apennines, in Development of the
Northern Appennines Geosyncline, a cura di G. Sestini, in Sedimentary Geology IV 1970,
242; E. Abbate-M. Sagri, The Eugeosynclinal Sequences, in Sedimentary Geology IV 1970,
278, G. Zanzucchi, Tectonics of the Parma Province Apennines, in Alps, Apennines,
Hellenides, in Inter Union Comm. Geodyn, Scientific Report, n. 58, Stuttgart, 1978,
277; S. Iaccarino-G. Papani, Il Messiniano dellAppennino settentrionale, in Volume
dedicato a S. Venzo, Parma, 1980, 16, 33, 40 s.; G. Zanzucchi, I lineamenti geologici
dellAppennino parmense, in Volume dedicato a S. Venzo, Parma, 1980, 227; B.
DArgenio, Lo sviluppo delle conoscenze geologiche moderne nellItalia
meridionale, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia
italiana, Bologna, 1984, 306; G. Merla, La tettonica dellAppennino settentrionale
dagli albori al 1950: riflessioni e ricordi, in Cento anni di geologia italiana. Volume
giubilare della Società geologia italiana, Bologna, 1984, 182; M. Pieri Storia delle
ricerche nel sottosuolo padano, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della
Società geologia italiana, Bologna, 1984, 158-161; L. Trevisan, Autoctonismo e faldismo
nella storia, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia
italiana, Bologna, 1984, 191; B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 12; G. Zanzucchi,
in Dizionario Biografico degli Italiani, XXXIV, 1988, 122-125.
ANELLI PELLEGRINO
Parma 1377/1394
Fu frate priore della Chiesa di San Michele di Calerno (1377), poi monaco nel Monastero di
San Giovanni Evangelista (23 giugno 1390), infine priore della Chiesa di Santa Lucia in
Corcagnano (3 novembre 1394). Il suo nome è ricordato in alcuni rogiti notarili: Frate
Giacomo de lArena f.q. Simone abbate del Monastero di San Giovanni di Parma, Frate
Pellegrino de Anellis, Priore di San Michele di Calerno, Frate Nicolo Cantelli monaco
claustrale e Pino de Anellis testimonio. (1377, Rogito Paolo Palazzi, Archivio Notarile
Parma). Frate Pellegrino de Anellis monaco nel Monastero di San Giovanni evangelista (23
giugno 1390, Rogito di Paolo Palazzi).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiani, 1911, 3.
ANELLI PIETRO
Parma ante 1330-ante 1399
Figlio di Pino e fratello di Tommaso, svolse la professione di coniatore. Un pregevole
documento riferito dal conte Gian Rinaldo Carli (sconosciuto agli antichi scrittori delle
arti belle parmensi, allAffò e al Zani) attesta quanto segue: Anno Dominice
Nativitatis mcccxxx indi. xiij die decimo mensis mai in predicto palatio civitatensi
presentibus Ven: P. d. Paganus Pat.ha predictus dedit discreto viro Thomasio f.q.m d.ni
Pini de Anellis de Parma, recipienti pro se et Petro fratre suo Bentiviene Mano Picino de
Florentia Cive Parmensi et aliis que tibi associare voluerint ad cudendam monetam novam
quam idem D. Patha vult facere de novo in civitate Aquilegie. E tra le monete annoverate
dal Muratori nella sua XVII Dissertazione che egli conobbe appartenere ai Patriarchi
Aquileiensi, è da credere possa essere dellAnelli quella da lui esaminata nel Museo
Lassara, citata sotto il n. XVII. LAnelli è ancora ricordato nel seguente atto
notarile: Actum parme in vicinia Sancti Johannis pro burgo de medio, in orto posito post
domum habitationis condam Pitri de Anellis in qua, presentialiter habitat Lucas de Pogis
(1° ottobre 1419, Rogito di Giovanni di San Leonardo, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: G. Carli Rubbi, Delle monete e della istituzione delle Zecche
dItalia, 1754, I, 260 e s.; L.A. Muratori, Dissertazioni sopra le Antichità
italiane, Milano, 1751, tomo I, 530; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle
Arti parmigiane, 1911, 3.
ANELLI PINO
Parma 1377/1416
Figlio di Francesco, fu miniatore e calligrafo attivo a Parma nel 1399 per il convento
benedettino di San Giovanni. Nel 1377 compare come teste in un atto notarile.
Successivamente, è ricordato in diversi altri rogiti: 28 Ottobre 1399, Presente Pino de
Anelis f.q.m D. Francisci vic.a Sancti Johannis pro burgo de medio (rogito di Giovanni da
San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 13 Aprile 1412, Presenti per testimoni ad un atto
del Cancelliere vescovile Andriolo Riva Frate Pellegrino de Anelis Priore del Priorato di
Santa Lucia di Corcagnano, e Pino de Anelis f. q.m d.ni Francisci vic.e Sancti Johannis
pro burgo de medio (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 27
Settembre 1412, Pino de Anellis f.q.d. Francisci civis parme civ.a Sancti Johannis pro
burgo de medio costituito procuratore da Giovanni Antonio de Anellis f.q. Petri dicti
Pitoni per rogito di Antonio qm Alberto de Pesaro del 23 Dicembre 1399 (rogito di Giovanni
San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 12 Giugno 1416, Actum parme in vic.e Sancti
Stefani in domibus hospicii Cavaleti presentibus Pino de Anellis f. q.m d.ni Francisci
vic. Sancti Johannis pro burgo de medio porte christine (rogito di Giovanni da San
Leonardo, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, volume I (1907); E. Scarabelli Zunti, Documenti e
Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 146.
ANELLI TOMMASO
Parma 1330/1390
Figlio di Pino e fratello di Pietro. Lodato coniatore e zecchiere, tra il 1330 e il 1334
stette al servizio di Pagano, patriarca di Aquileja: Anno Dominice Nativitatis MCCCXXX
ind. XIII die decimo mensis mai in predicto palatio Civitatensi presentibus Ven. P.D.
Paganus Pat.ha predictus dedit discreto viro Thomasio f.q. de Pini de Anellis de Parma,
recipienti pro se et Petro fratre suo Bentiviene Mano Picino de Florentia Cive Parmensi et
aliis quos tibi associare voluerint ad cudendam monetam novam quam idem D. Pat.ha vult
facere de novo in civitate. Parrebbe opera sua e del fratello, eseguita dopo la loro
dimora in Aquileja, un suggello del Comune di Parma. LAnelli viveva ancora in Parma
nei primi anni dellultimo decennio del XIV secolo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, t. 5, XI; M. Lopez, 36; G.B. Janelli,
Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1877, 14; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie
di Belle Arti parmigiane, 1911, 3.
ANESI BIANCA
Salsomaggiore 1910-Parma 6 dicembre 1995
Figlia di commercianti. Conobbe Giordano, figlio di Italo Ferrari, nel 1932. Nacque un
doppio amore, destinato a durare una vita, per luomo e per il mestiere di
burattinaio. La Anesi entrò a far parte della famiglia Ferrari e trovò subito un posto
dietro le quinte del teatrino, divenendo lanima di diversi personaggi femminili.
Diplomata al Conservatorio da mezzo soprano (studiò con il maestro Rastelli), portò in
dote alla compagnia una voce incantevole: nacque così loperetta per burattini, con
la Fata Morgana, Il gatto con gli stivali, ecc. Contemporaneamente la Anesi continuò a
dedicarsi al canto puro, con il cognato Emilio, eccellente violinista e direttore
dorchestra dividendosi tra i teatri e i luoghi canonici del culto della musica e le
piazze conquistate dalla baracca dei Ferrari. LAnesi fu la voce femminile dei
burattini dei Ferrari per oltre mezzo secolo. Con Giordano, i cognati e il suocero Italo
partecipò a tournée in tutta Europa, in Messico, in Venezuela, in Thailandia. Per
lAnesi significò farsi conoscere non solo come la voce, ma anche come una vera
attrice, con grandi capacità interpretative. Lavorò intensamente fin verso il 1985.
Nellestate del 1995, a Cervia, al festival di burattini e marionette fu lei a
consegnare le sirene doro. Fu lultima volta in cui salì su un palcoscenico.
FONTI E BIBL.: R. Longoni, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1995, 6.
ANFOSSI DIEGO
Parma 1831
Patriota nei moti del 1831 in Parma. Fu inquisito con la seguente motivazione: Individuo
costantemente segnalato dal pubblico disprezzo pe suoi vizii, ignoranza e
sfrontatezza. Fu il primo a vestire i simboli rivoluzionarii sino al punto di rendersi
pubblicamente ridicolo. Uomo scostumatissimo, aggravato da cattivissima reputazione.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 136.
ANGELBERGA, vedi ENGELBERGA
ANGELICO DA PARMA, vedi SANTINELLI GIOACHINO
ANGELIERI DELFINO
Parma 1641
Nel 1641 fu inviato da Odoardo Farnese, solito a misurare non dalle forze ma
dallanimo suo le cose, a presidiare Castro minacciata dai Barberini, con 28 cannoni
e 1500 fanti. Provvide a fortificarla, offrendo con questo un nuovo pretesto a papa Urbano
VIII di protestare per tali misure, valutandole un atto di ribellione, e dinviare
quindi il marchese Luigi Mattei con 6000 fanti e 500 cavalli. La spedizione durò dal 27
settembre al 13 ottobre 1641, e le rocche di Montalto e di Castro caddero nelle mani dei
Pontifici, con restar dubbiosa la fede o il coraggio dellAngelieri che sì presto
capitolò la resa.
FONTI E BIBL.: L.A. Muratori, XI-II, 7; A. Valori, Condottieri, 1940, 11.
ANGELINO
Parma 1699
Fu cantante (basso) della Cattedrale di Parma il 25 dicembre 1699.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica a Parma, 1936.
ANGELO DA BORGO SAN DONNINO, vedi TOVAGLINI FRANCESCO DIONIGI GIUSEPPE
ANGELO DA PARMA
Parma-Bologna post 1316
Frate terziario regolare francescano. Fu eletto Ministro Provinciale nel Capitolo
celebrato in Modena lanno 1313. Secondo alcuni resse la Provincia per ben sei anni:
questo fatto indicherebbe le non comuni abilità delle quali lAngelo doveva trovarsi
fornito. Stando allopinione di altri, avrebbe governato assai meno, e avrebbe avuto
per successore, fino allelezione del nuovo Ministro, in qualità di Commissario
generale e di Vicario Provinciale, maestro Leonardo da Cremona. Tutti peraltro convengono
nel dire che lAngelo da Parma morì in officio di Provinciale nel convento di
Bologna (Anonimo, ms. bolognese). Nel tempo del suo Ministero, cioè il 31 maggio 1316, si
celebrò il Capitolo generale in Napoli, al quale senza dubbio anchegli prese parte.
In questo Capitolo fu eletto Ministro Generale frate Michael Fuschi de Caesena il quale ob
indiscretum zelum in acri quaestione circa paupertatem Christi et Apostolorum cadde in
disgrazia del papa Giovanni XXII.
FONTI E BIBL.: Acta Ordinis, anno 1884, 136; Analecta Franciscana, tomo 2, 121-122 e tomo
3, 470; G. Picconi, Ministri e Vicari Provinciali, 1908, 68-69.
ANGELO DA PARMA
Parma XVI secolo
Appartenne allOrdine dei terziari regolari francescani. Fu sottile e sagace
ragionatore, della cui abilità si valse ripetutamente lo Stato di Milano.
FONTI E BIBL.: Parma nellArte 2 1977, 14.
ANGELO DA PARMA, vedi anche BRAVI ARTASERSE, CLARIO ANGELO, ROSA CARLO e ZINELLI DOMENICO
ANGELO FELICE DA PARMA, vedi FERRI LODOVICO
ANGELO FRANCESCO DA PARMA, vedi SCURANI FRANCESCO MARIA RANUCCIO
ANGELO MARIA DA BUSSETO, vedi GROSSI GIUSEPPE IGNAZIO
ANGELO MARIA DA PARMA, vedi PROVINCIALI FRANCESCO
ANGELOTTI LINO
Bedonia 26 luglio 1924-Fontanellato 22 aprile 1945
Appartenne al Comando Unico Ovest Cisa. Fu decorato con Medaglia di Bronzo al Valor
Militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 63.
ANGELOTTI NICOLA
Parma XVI/XVII secolo
Schiavo dei Saraceni convertitosi allIslam. Tra le tante mansioni concernenti le
cose della fede svolte dagli inquisitori ci furono anche le indagini relative a cristiani
che, convertitisi allIslam, chidevano di essere riammessi in seno alla Chiesa
cattolica. Si trattava perlopiù di persone che si presentavano spontaneamente davanti al
tribunale dopo essere, a loro dire, fuggiti tra mille pericoli da qualche nazione
musulmana dove avevano trascorso duri anni di prigionia. Spinti dalla disperazione e dai
condizionamenti, avevano abbracciato la religione islamica mediante la pronuncia, in
presenza di testimoni, della professione di fede (Ia ilaha illà Allah Mohammed rèzul
Allah: Allah è il solo Dio e Maometto è il suo profeta). In effetti furono sicuramente
molti coloro che, tra i secoli XVI e XVII, età di intensi traffici e conflitti
allinterno del bacino del Mediterraneo, persero la libertà nel corso di battaglie o
scorrerie di pirati arabi e finirono come schiavi nellAfrica del Nord o in altre
zone dellimpero ottomano. E comprensibile che alcuni di essi acconsentissero a
farsi mori nella speranza, spesso vana, di migliorare la propria condizione, essendo,
almeno teoricamente, disdicevole che un musulmano tenesse in schiavitù un altro
musulmano. Lo schiavo non riceveva comunque che vantaggi minimi dalla conversione, in gran
parte dipendenti dal buon cuore del padrone. Tra gli uomini cui toccò in sorte
dessere schiavo di un padrone crudele ci fu lAngelotti. Di lui si sa solo che
fu preso prigioniero dai Mori e che qualche anno dopo riuscì a fuggire. Per ragioni
ignote lasciò Parma per trasferirsi in una città portuale italiana, dove si imbarcò,
molto probabilmente su una nave mercantile, anche se non è da escludere lipotesi
del vascello da guerra. Le rotte commerciali toccavano le principali città del
Mediterraneo, ed è verosimile che lAngelotti possa aver lavorato per compagnie
diverse, non solo italiane. LAngelotti incappò in una azione piratesca che aveva lo
scopo di razziare bottino e di rifornirsi di uomini da vendere come schiavi nei mercati
nordafricani. Non si sa se lAngelotti dovette passare da un padrone allaltro
(fatto tuttaltro che infrequente) o se rimase sempre presso il medesimo
proprietario. Si sa invece che quello da cui fuggì era incline al maltrattamento.
LAngelotti fu, comunque, abbastanza abile e fortunato da rimettere piede in Europa
sano e salvo. Poi si presentò davanti allInquisizione raccontando la sua esperienza
e dichiarando di essersi fatto maomettano sotto la pressione di una situazione tragica e
disperata, senza però aderire interiormente. Riferì della crudeltà del suo padrone il
quale arrivò a punirlo con cinquecento bastonate. La dolorosa condizione che si trovò a
sopportare fa credere che la sua conversione fosse effettivamente insincera e motivata
dalla speranza di vedere attenuate le proprie sofferenze. Una volta reintegrato nel corpo
della cristianità, dellAngelotti si perdono le tracce: non si sa se abbia ripreso a
lavorare per mare o se sia tornato a Parma.
FONTI E BIBL.: P. Galloni, in Gazzetta di Parma 5 aprile 1989, 3.
ANGELOTTI NINO, vedi ANGELOTTI LINO
ANGHINETTI DOMENICO
Parma XIX secolo
Fu pittore di buon valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 38.
ANGHINETTI ENRICO
Parma 1872
Studiò nella Scuola di musica annessa alla banda della Guardia Nazionale di Parma,
terminando il corso come allievo emerito. Nel 1872 era sottomaestro di clarino nella banda
stessa.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 1993, 58.
ANGHINETTI MAURIZIO
Parma 1831
Merciaio, disarmatore dei Dragoni Ducali durante i moti del 1831 a Parma. Fu segnalato e
inquisito con la seguente motivazione: Si distinse nel 10 marzo 1831 chiamandosi
rappresentante del Popolo e fu nel numero di coloro che impedirono la partenza del Governo
provvisorio. Figura nellElenco degli Inquisiti di Stato con requisitoria
allarresto.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 137.
ANGHINOLFI FRANCESCO
Parma 1426-1506
Fu, come molti altri appartenenti a questa famiglia, cavaliere gerosolimitano. Fu
ambasciatore in Turchia, condusse genti, governò la città di Parma e guidò
larmata.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, I, 24; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 594.
ANGHINOLFI SIRO
Parma 1511/1539
Canonico della Cattedrale di Parma dallanno 1511, fu prevosto della Chiesa parmense.
Sepolti i corpi dei santi Martiri nella Cattedrale di Parma in un sepolcro marmoreo, e
decorato la loro cappella in ogni parte, valutando essere ormai prossimo alla morte, anche
a sé, da vivo, fece costruire un monumento sepolcrale, nellanno 1539.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 120.
ANGHINULFI FRANCESCO, vedi ANGHINOLFI FRANCESCO
ANGHINULFO SIRO, vedi ANGHINOLFI SIRO
ANGILBERGA, vedi ENGELBERGA
ANGILELLA FRANCESCO
Parma 18 dicembre 1894-Monte Rasta 12 luglio 1916
Figlio di Gaetano e Giuseppa Migliore. Sottotenente di Complemento nel 126° Reggimento
Fanteria, fu decorato con medaglia dargento al valor militare, con la seguente
motivazione: Alla testa del suo reparto, si spingeva allassalto con mirabile
ardimento. Colpito a morte a pochi passi dalla trincea avversaria, continuava ad incitare
i propri dipendenti a proseguire nellazione, e spirava poi col sacro nome
dItalia sulle labbra (Rasta, 12 Luglio 1916).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e Decorati, 1919, 271; Decorati al valore, 1964, 74.
ANGIOLINI TERESA, vedi FOGLIAZZI TERESA
ANGIOLINO DA PARMA
Parma prima metà del XVI secolo
Maestro di orologi operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III,
320.
ANGIOLO FRANCESCO DA PARMA, vedi ANGELO FRANCESCO DA PARMA
ANGUISSOLA ALFONSO
Salsomaggiore 1584
Conte, procuratore del Duca Ottavio Farnese, nel 1584, con Paolo Bergonzi e Girolamo
Mantovati, si costituì debitore, per il Duca, verso Giuseppe Giavardi, di lire 75,373 in
prezzo di 150,745 pesi e 23 mine del sale in Cervia, Cesenatico e Salsominore.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 14.
ANGUISSOLA ANNA
Parma 1750/1771
Figlia di Gianlodovico, e moglie di Uberto Ranuzio Pallavicino. Fu dama donore del
Duca di Parma nel 1750 e cameriera maggiore della Corte di Parma nel 1771.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tavola XXVII.
ANGUISSOLA FRANCESCO
Parma 1306
Venne eletto Capitano del popolo a Parma, e nel 1306 assediò Borgotaro. Le cronache
dicono di lui che con le sue gloriose azioni onorò la patria.
FONTI E BIBL.: G.C. Crescenzi, Corona della Nobiltà Italiana, Bologna, I, 1630 e II,
1642; G.B. Di Crollalanza, Dizionario storico blasonico, Pisa, 1896; V. Lancetti,
Bibliografia Cremonese, Milano, 1819; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino,
Piacenza, 1899, 26; C. Argegni, Condottieri, 1936, 44.
ANGUISSOLA GHERARDO
Salsomaggiore 1245
Nel 1245 comperò dal Comune di Piacenza tutte le ragioni che la città di Piacenza
possedeva in Salsomaggiore.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 14.
ANGUISSOLA GIROLAMO
Piacenza 29 dicembre 1681-Busseto 29 marzo 1761
Fu Prevosto della collegiata di San Bartolomeo in Busseto. Figlio del conte Ferrante,
appartenne ad una tra le più illustri famiglie patrizie piacentine. Fu prelato di
dottrina e pietà. Nel lungo periodo di ministero parrocchiale, che si protrasse dal 1716
al 1761, si rese benemerito per lintensa opera di apostolato spiegata tra la
popolazione bussetana, che lo tenne in concetto di alta stima e venerazione. Fu vicario
foraneo del vescovo di Borgo San Donnino, giudice esaminatore e penitenziere, deputato nel
sinodo diocesano convocato nel 1728 dal vescovo Gerardo Zandemaria. Prelato domestico del
Pontefice, morì quasi ottuagenario ed ebbe sepoltura nella collegiata di San Bartolomeo.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 29; D. Soresina,
Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 20-21.
ANGUISSOLA CASONI CLAUDIA
-Parma 31 dicembre 1769
Contessa, moglie del conte Linati. Fu dama esemplare per doti di mente e di cuore, talchè
fu prescelta a governatrice delle reali principesse, figlie dellinfante don Filippo
duca di Parma, dalle quali fu amatissima. Fece parte della Compagnia del SantAngelo
custode di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia SantAngelo custode, 1853, 58.
ANICIUS QUINTUS, vedi ANITIUS QUINTUS HERMES
ANITIUS QUINTUS HERMES
Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Probabilmente fu liberto, coniunx di Octavia Victorina, con la quale visse trentuno anni,
e alla quale dedicò unepigrafe di età imperiale (presenza della formula D.M.)
documentata a Parma, ma poi perduta. La gens Anitia o Anicia, originaria della zona di
Praeneste, donde si diffuse in italia e nelle province occidentali, è presente
sporadicamente in Cisalpina, in questo solo caso a Parma. Hermes è cognomen grecanico,
diffusissimo soprattutto per schiavi e liberti, assai frequente nellItalia
settentrionale a nord del Po, documentato in Aemilia, presente a Parma in questo solo
caso.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 49.
ANNA DEL SALVATORE, vedi ORSI MARIANNA
ANNIBALE DA PARMA, vedi FOSSIO ANNIBALE
ANNIUS LUCIUS ANNUALE
Parma II/III secolo d.C.
Liberto di Lucio Annuale, fu Sestumviro Augustale. Per testamento impose che fosse
predisposta la sua tomba.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 57.
ANNIUS LUCIUS CINNAMUS
Parma I secolo d.C.
Figlio di Lucio. Fu sexvir augustale di condizione libertina, il cui nome si legge su di
una lastra in arenaria di sarcofago, considerato il più antico esempio di sarcofago del
territorio parmense ed attribuito al I secolo d.C. Il nomen Annius, frequente dappertutto
ed anche in Cispadana, è documentato ampiamente a Veleia, presente a Tannetum, e risale
probabilmente ad un periodo precedente la fondazione di Parma colonia romana. Nel 218
a.C., infatti, una commissione triunvirale, tra cui era M. Annius, venne inviata per
dedurre le colonie latine di Cremona e Piacenza. M. Annius, rifugiatosi con i colleghi in
Modena per unimprovvisa ribellione dei Boi, fu catturato e liberato dopo sedici anni
di prigionia dal console C. Servilio Gemino. Cinnamus è cognomen grecanico molto
frequente per schiavi e liberti, tanto da divenire quasi simbolico del loro stato. Le
caratteristiche del sepolcro depongono per una particolarmente buona condizione economica,
e probabilmente anche sociale, del personaggio.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 56; M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 50.
ANNONI ALFREDO
Busseto 1913-Sozine 20 luglio 1941
Sottotenente del 7° Alpini Battaglione Cadore. Fu decorato con medaglia dargento al
valor militare con la seguente motivazione: Comandante di plotone avanzato, riusciva, alla
testa dei propri uomini, ad occupare successive posizioni, respingendo bande di ribelli
preponderanti di forze. Contrattaccato sul fronte e sul fianco manteneva saldamente la
posizione raggiunta, infliggendo al nemico, con il lancio di bombe a mano, gravi perdite.
Avuto ordine di ripiegare, contendeva palmo a palmo con mirabile valore, il terreno
allavversario, permettendo così alla propria compagnia di sistemarsi su forte
posizione retrostante. Colpito mortalmente da raffica di mitragliatrice, trovava ancora la
forza di incitare i propri uomini a persistere nella lotta.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1943, 5043; Decorati al Valore, 1964, 28.
ANONIMO, vedi VITALI BUONAFEDE BONAVENTURA IGNAZIO
ANSALDO
Bardi 1197/1231
Figlio di Giovanni. Fu Conte di Bardi (1197-1231).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 42.
ANSELMI ALBERTO, vedi SANVITALE ALBERTO
ANSELMI ANTONIO
Parma XV secolo
Fu medico in Parma nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 100.
ANSELMI ANTONIO
Parma 1518 c.-
Figlio del pittore Michelangelo, fu poeta, attivo fin verso la fine del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, in Aurea Parma 1 1958, 31.
ANSELMI BARTOLOMEO
Parma 1280/1300
Scarseggiano le notizie su questo astrologo e geomante, fiorito a Bologna negli ultimi
decenni del secolo XIII, e le poche che si hanno sono ricavate dalle sue opere. La prima
è il Liber de occultis della Biblioteca Imperiale di Vienna, codice 3124, ff.
199rb-199vb, e porta la data del 1280. Il breve scritto parla del modo con cui
lastrologo deve accogliere chi va a consultarlo. Il titolo di magister dimostra che
lAnselmi possedette un titolo per lesercizio della sua arte. La seconda opera,
un po più ampia, è il Breviloquium de fructu artis tocius astronomiae, che
lAnselmi compose a Bologna nel 1286, ad preces et honorem domini Thedisii de Fusto
(codice 287 della Biblioteca Comunale di Metz, f. 279r; Narducci, pagina 17) o de Fusco
(codice 2 dellHertford College, Aula Sancta Mariae Magdalenae, di Oxford, f. 92v;
Narducci, pagina 18), ma sicuramente de Flisco. Il trattato, diviso in 22 capitoli, dopo
alcuni cenni sulla creazione del cielo, sui dodici segni dello zodiaco e sulle principali
costellazioni, ha intenti prettamente astrologici e pratici. Il titolo De fructu artis
tocius astronomiae riecheggia il concetto di Tolomeo nel Centiloquium che correva ormai
per le mani di tutti ben più dellAlmagesto. Data la qualità del personaggio cui
lopera era diretta, lAnselmi sentì il bisogno, dopo averlo scritto, di
sottoporlo al giudizio di uomini prudenti, cioè competenti in astrologia e in teologia,
se mai non fosse incappato in qualche eresia. Due anni dopo, nel 1288, lAnselmi
compose lopera sua massima, che nel codice Digby 134 della Bodleian Library di
Oxford (Catal. codd. mss.orum Bibl. Bodl. Pars Nona, Oxonii, 1883, col. 140) e nel codice
5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna descritto dal Narducci (pagina 22)
sintitola Ars geomantiae (anzi, nel codice di Vienna Ars geomantiae nova), scritta a
Bologna ad preces domini Tedisii de Flisco, qui erat tunc ellectus in episcopum civitatis
Regii. Questa notizia è davvero preziosa per molti versi, sebbene non sia facile
stabilire con esattezza il rapporto genealogico di parentela di questo Tedisio con papa
Innocenzo IV. E risaputo, specialmente dalla Cronica di fra Salimbene
(edizione F. Bernini, Bari, 1942, pagine 84-86), che un Opizone Fieschi dei conti di
Lavagna era stato vescovo di Parma, ove presto fu raggiunto dal giovane Sinibaldo, il
futuro Innocenzo IV, e da altri nipoti. Prima di essere papa, Sinibaldo aveva occupato a
Parma la carica di arcidiacono, e a Parma aveva onorevolmente maritate ben tre sorelle,
una delle quali a Guarino di casa Sanvitale, che nebbe sei figli e una figlia,
cresciuti tutti in potere e fortuna col favore del potente zio: multum enim dilexit
propinquos suos papa Innocentius quartus. Tra questi sei nipoti del papa vè anche
un Tedisio, grossus et pinguis et fortis, e vè pure un Opizone, che, dopo essere
stato per molti anni vescovo di Tripoli in Siria, diventò vescovo di Parma, ove era
potente e temuto. Ma il Tedisio cui è dedicata la Geomantia dellAnselmi era un
Fieschi e non un Sanvitale come questi ultimi due. Perciò è da ritenere che Tedisio
de Fieschi cui lAnselmi dedica la sua opera sia figlio di quel Mazia de
Fieschi, il quale era nipote di Innocenzo IV (cfr. Les registres dInnocent IV, a
cura di E. Berger, numero 6654, del 25 giugno 1253). Bisnipote dInnocenzo, il
giovane Tedisio, investito di vari benefici ecclesiastici in Francia, in Inghilterra e in
Irlanda, fu scrittore in Curia, suddiacono e cappellano pontificio. Sicuramente egli era
destinato a far carriera se il Papa non fosse morto troppo presto. Invece nel 1286 egli
era ancora in Curia, cappellano di papa Onorio IV (cfr. Les registres dHonorius IV,
a cura di M. Pron, numero 671, pagina 481, del 12 novembre 1286; il nome Tedisio è
storpiato in Felisio, ma la qualità di canonico laudunense e di cappellano del papa
toglie ogni dubbio). Il 28 agosto 1283 venne a morte Guglielmo da Fogliano, da
quarantanni vescovo di Reggio Emilia, co quod esset de parentela pape domni
Innocentii quarti (Salimbene, pagina 253), sebbene il cronista parmense assicuri (pagine
747 s.) che non era uno stinco di santo. Alla sede vacante di Reggio pare aspirasse
appunto Tedisio, che di fatto venne eletto con lappoggio di una fazione a lui
favorevole. Ma unaltra fazione gli oppose Francesco da Fogliano. È curioso vedere
come Tedisio de Fieschi, appunto nel 1286 e di nuovo nel 1288, mentre la sua
elezione al vescovato di Reggio era in contestazione, sentì il bisogno di ricorrere
allAnselmi, astrologo e geomante. E non meno curioso è apprendere da fra
Salimbene (pagine 763 s., 766) che gli ambasciatori reggiani a Parma, e lo stesso vescovo
di Parma, Opizone di San Vitale, cugino di Tedisio, avevano preso, nel 1284, a consultare
il celebre calzolaio Benvenuto Asdente, tenuto in grande considerazione per le sue
facoltà divinatorie nellinterpretare scripturas illorum qui de futuris predixerunt,
scilicet abbatis Ioachim, Merlini, Methodii et Sibille, Ysaie, Ieremie, Osee, Danielis et
Apocalipsis, necnon et Michaelis Scoti (pagina 739). E fra Salimbene, che conosceva
questo suo concittadino, da lui giudicato purus et simplex ac timens Deum et curialis, id
est urbanitatem habens, et illitteratus, informa: Multa audivi ab eo, que postea
evenerunt. Ma Tedisio, piuttosto che da questo indovino illetterato, preferì essere
edotto sul corso degli eventi da un uomo di scienza che si era stabilito nella dotta
Bologna e ivi non solo praticava lastrologia giudiziaria e, al sorgere del giorno,
descritte a caso alcune figure sulla sabbia, esplorava in oriente il succedersi delle
costellazioni e prediceva la fortuna degli uomini, ma insegnava la scienza astrologica e
geomantica agli studenti di medicina, come insieme a lui, o poco dopo, Cecco
dAscoli, commentando lAlcabizio. Ma poco la dottrina dellAnselmi gli
valse: ché poco dopo il 1288 Tedisio, canonico di Laon, e il suo antagonista, il canonico
Francesco da Fogliano di Reggio, erano morti entrambi, e papa Niccolò IV, il 22 giugno
1290, nominò a vescovo della città emiliana Guglielmo da Bobbio, francescano, che aveva
retto con lode la penitenziera papale (cfr. Les registres de Nicolas IV, a cura di E.
Langlois, numeri 2760-2765). Tuttavia lopera geomantica maggiore dellAnselmi
continuò a godere del favore degli intendenti, sì che da essa lo stesso Anselmi estrasse
il Breviloquium artis geomantiae (Monaco, Staatsbibliothek, Codice lat. monac. [=CLM] 489,
ff. 61-173), che porta la data di Bologna, ottobre 1294 (sebbene lamanuense per
distrazione abbia scritto 1494), e fu composto ad preces duorum suorum amicorum et
discipulorum, Iohannes et Paulus Theutonicorum (Narducci, pagina 21, d; Thorndike, II,
pagina 836, nota 3). Questo Breviloquium, tradotto in italiano, è conservato nel codice
Magliabechiano II, 1, 372 (Narducci, pagina 23). Nello stesso CLM 489, ff. 1-60 (Narducci,
pagine 20 s.c; Thorndike, II, pagina 836, numero 4), è un Prologus libri geomantiae editi
a m.ro Bartholomaeo Parmensi astrologo. [V]erba collecta de libro magno geomantiae, quae
introducant novum discipulum. E più oltre: Hoc quidem opus est Bartholomaei astrologi,
Natione Parmensis. Compilatum Anno Domini MCCLXXXXV, mense Novembris. Perciò il nome
dellAnselmi restò legato allArs geomantiae del 1288, come alla sua opera
maggiore. E questa è detta, nel codice 5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna, ars
nova in quanto lAnselmi vuol ricondurla ai principî dellastrologia
giudiziaria che dovrebbero darle valore di scienza. Per questa ragione nel Breviloquium
del 1294 (CLM 489, f. 61, e CLM 196, f. I r) è detto che essa est practica seu filia
astrologiae e, come tale, connumeratur ars liberalis inter septem artes liberales
(Narducci, pagine 20 s.). È noto infatti che la geomanzia ha origine da pratiche magiche
venute dallIndia insieme allidromanzia, allaeromanzia e alla piromanzia,
quibus associatur necromantia, come dice Pietro dAbano nel Lucidator astronomiae
(codice Vaticano Pal. lat. 1171, f. 321v). Si tratta insomma di arti mantiche o
divinatorie. E per quanto lAnselmi si adoperi a richiamare larte geomantica
sotto i principî dellastrologia, le predizioni del geomante non sono possibili se
non quadam divina inspiratione nel segnare a caso punti sulla terra arata, onde comporre
le figure da interpretare (codice 5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna, f. I r;
Narducci, pagina 22). Presentando la sua opera come ars nova, lAnselmi si propose di
sottrarla alla proibizione di cui era stato colpito dal vescovo di Parigi, col celebre
decreto del 7 marzo 1277, il Liber geomantiae de artibus divinantibus qui incipit:
Estimaverunt Indi, che più dun secolo prima era stato tradotto in latino da Gerardo
da Cremona (A. Bonilla, Hist. de la filos. espanola, Madrid, 1908, pagina 365; ma
cfr. L. Thorndike e P. Kibre, A Catal. of Incipits of Mediaeval Scientific Writings in
Latin, Cambridge, Mass., 1937, col. 243). A questo scopo, e a fornire agli studiosi di
geomanzia e dastrologia giudiziaria alcuni elementi indispensabili intorno alla
sfera celeste, è da ritenere che lAnselmi mirasse scrivendo il Tractatus de
sphaera, contenuto nel codice Sessoriano numero 145 (proveniente dalla Biblioteca di Santa
Croce in Gerusalemme), presso la Biblioteca Nazionale di Roma, descritto dal Narducci
(pagine 7-12) e del quale lo stesso Narducci (pagine 43-173) pubblicò la prima e la
seconda parte (ff. 47r-83r). Lopera fu compilata a Bologna nel 1297, ma una
posteriore nota marginale del codice si riferisce al 1298 e unaltra al 1300. Senza
data sono invece lEpistola astrologica del codice 3124 della Biblioteca Imperiale di
Vienna (ff. 199v-200r), le Significationes naturales planetarum (ff. 200r-203v), le
Signifacationes planetarum cum fuerint domini anni mundi (ff. 204r-205r) e il Tractatus de
electionibus (codice 5438, ff. 116r-128r). Di uno scritto De iudiciis astrorum, cui è
fatto cenno alla fine dellEpistola astrologica, e del Liber consiliorum, dal quale
erano state estratte le Significationes naturales astrorum, non vi è altra notizia: è
evidente che si trattava di opere concernenti lesercizio da parte dellAnselmi
dellarte, che doveva procurargli ben maggiori guadagni che non linsegnamento
teorico di essa. Ma unaltra opera il Narducci ritenne potesse con qualche
probabilità attribuirsi allAnselmi, e cioè la cosiddetta Philosophia Boetii che
nello stesso codice Sessoriano 145 (ff. 1r-44r) precede, ma acefala e con qualche altra
mutilazione, il Tractatus de sphaera, e si ritrova completa in altri due codici: il
Marciano latino class. X, numero 140, ff. 1r-61r (G. Valentinelli, Bibliotheca manuscripta
ad Sancti Marci Venetiarum, Codices mss. Latini, tomo IV, Venetiis, 1871, pagine 90 s.), e
il Laurenziano Plut. LXXVII, 2, di ff. 76, con data in margine del 1346 (A.M. Bandini,
Catalogus codicum latinorum Bibl. Mediceae Laurentianae, III, Florentiae, 1776, col. 129).
A sospettare che la Philos. Boetii potesse essere opera dellAnselmi, il Narducci fu
indotto dal ritrovarne alcuni passi nel Tractatus de sphaera. Ora questo prova, sì, che
lAnselmi la conobbe e usò, ma non che ne sia lautore. Il non essersi
adoperato a far luce su questa misteriosa Philos. Boetii tolse al Narducci
loccasione di vederne i rapporti con la Philosophia di Guglielmo di Conches,
pubblicata ora sotto il nome di Beda ora sotto quello di Onorio dAutun ora sotto
quello di Guglielmo abate di Hirschau; cosa che vide invece chiaramente il Duhem (Le
système du monde, IV, Paris, 1916, pagine 210-222). Ma anche il Duhem finì per
accogliere la tesi inverosimile del Narducci, che lopera fosse uscita dalla penna
dellastrologo autore del ciarlatanesco Tractatus de sphaera. Vero è che nel 1906 H.
Ostler (Die Psychologie des Hugo v. St. Viktor, nei Beiträge zur Geschichte der
Philosophie des Mittelalters, VI, 1, Münster, 1906, pagine 11-13) diede notizia
dellesistenza in due codici monacensi (CLM 23.529, del secolo XIV, ff. 1r-12r, e
18.215, del secolo XV, ff. 161r-191v, copia fedele del primo) di un Compendium
philosophiae attribuito a Ugo da San Vittore. Ma lOstler non pensò a confrontarli
coi tre mss. della Philosophia Boetii segnalati dal Narducci. Più tardi, intorno alla
Pasqua del 1928, il Grabmann scoperse nel codice N 59 Superiore dellAmbrosiana un
terzo esemplare dello stesso Compendium scoperto dallOstler nei due codici
monacensi, e per giunta notò che il codice Ambrosiano è del secolo XII e quindi ben più
antico dei codici di Monaco. Del codice Ambrosiano saccorse nel 1929 Carmelo
Ottaviano, il quale ne preparò ledizione limitata alle prime due parti
dellopera, confrontate coi codici segnalati dallOstler (C. Ottaviano, Un brano
inedito della Philosophia di G. di Conches, Napoli, 1935). Ma è veramente strano che
neanche lOttaviano sapesse dei tre codici della Philosophia Boetii, e di quanto ne
aveva detto il Duhem fin dal 1916. Dello scritto dellOttaviano fece uso il Grabmann
nelle sue Handschriftl. Forschungen u.
Mitteilungen z. Schrifttum d. Wilhelm von Conches (nei Sitzungsberichte der Bayer.
Akademie der Wissenschaften, Philos.-histor. Abteilung, 1935, Heft 10, pagine 8-10,
39-47), ove ricorda la Philosophia Boetii e i tre manoscritti studiati dal Narducci, ma,
dimenticato il Duhem, osò scrivere (pagina 42) che soltanto G. Sarton nel 1931 aveva per
primo richiamato lattenzione sulla dipendenza della Philosophia Boetii da Guglielmo
di Conches. Quanto alla paternità dellopera egli pare disposto ad accogliere la
congettura del Narducci, già accolta dal Duhem, che ne fosse autore lAnselmi.
Senonché la Philosophia Boetii, pervenuta nei tre codici studiati dal Narducci, e il
Compendium philosophiae dei due codici segnalati dallOstler e dellAmbrosiano N
59 Superiore sono certamente la stessa opera con lo stesso incipit, la stessa divisione in
sei libri o particulae, differenti soltanto per alcune trasposizioni, aggiunte e
omissioni. Sicché per il loro fondo comune, dal quale si distaccano talune
particolarità, la Philosophia Boetii e il Compendium sembrano due redazioni duna
stessa opera formate in tempi e in luoghi diversi. Intanto si sa che il codice Ambrosiano
del Compendium è del secolo XII, e dallexplicit dei due codici scoperti
dallOstler si è informati che nellabbazia di Nonantola si conservava idem
liber de multum antiqua littera. Prima di affrontare la questione del rapporto in cui
queste due opere o redazioni di unopera unica stanno con la Philosophia e con gli
altri scritti di Guglielmo di Conches, bisognerebbe chiarire un po meglio il mistero
della loro ancora oscura origine. Per cominciare, è sicuramente falsa la tesi di chi
vorrebbe far credere che la Philosophia Boetii possa essere opera, mettiamo pure
giovanile, dellAnselmi. Per ammetterlo, bisognerebbe credere che egli avesse
plagiato il Compendium Philosophiae che il codice Ambrosiano attesta del secolo XII e che
lexplicit dei due codici monacensi informano esistesse nellabbazia di
Nonantola de multum antiqua littera. È vero che il Narducci (pagina 26; cfr. Grabmann,
pagina 45) ha osservato che nei codici Marciano e Laurenziano è ricordato il nome di
Averroè, ma ciò indica senza dubbio che la Philosophia Boetii non è anteriore, se non
forse di qualche anno, al 1230 quando il commento di Averroè cominciò a divulgarsi.
Troppo evidente è larcaicità della compilazione pseudoboeziana, in confronto alle
molte scempiaggini che accade di leggere nel Tractatus de sphaera, scritto
dallAnselmi alla fine del secolo XIII. Due esempi di siffatte scempiaggini riferisce
il Duhem (pagine 221 s.; cfr. Narducci, pagine 96, 116 s.), per concludere che
lAnselmi si rivela non un astronomo esperto dellarte, sibbene un verboso
imbecille. Si possono aggiungere amenità come queste che si leggono fin dalle prime
pagine del Tractatus, e che paiono fraintendimenti della Philosophia Boetii (codice
Sessoriano 145, f. 18rb), la quale nel suo arcaicismo è cosa seria: Ergo duo sunt poli
[dellasse cosmico], scilicet polus superius et polus inferius. Polus superius vocatur polus antarticus, polus vero inferius
dicitur polus articus. E fin qui niente di male: era lopinione di Aristotele
e di Averroè (cfr. B. Nardi, La caduta di Lucifero e lautenticità della Quaestio
de aqua et terra, Torino-Roma, 1959, pagine 8-15), e lAnselmi era padronissimo di
farla sua. Ma egli continua: in polo enim antartico est ursa maior, et in polo artico est
ursa minor, con tutte le altre corbellerie che seguono per varie pagine. Al principio del
Tractatus de sphaera, lAnselmi dichiara che egli si propone di dire in esso molte
cose intorno alla sfera cosmica que non dixit Iohannes de sacro bosco in tractatu suo.
Certo il trattatello del Sacrobosco è un manualetto elementare per coloro che si
accingono a studiare la scienza astronomica con intelletto di matematici. LAnselmi
invece mostra di non avere alcuna preparazione né attitudine matematica, e copia dalla
Philosophia Boetii e dai manuali dellastronomia greco-arabica, da poco tradotti in
latino, frasi e periodi ove si accenna ad importanti dottrine delle quali egli non capisce
niente, mentre riempie pagine su pagine senza senso comune. Lintento da lui
perseguito non è quello dellastronomo, ma quello dellastrologo, cioè non
quello di risolvere i problemi posti dalle contrastanti apparenze celesti, bensì quello
dintendere le significationes delle varie costellazioni e delle congiunzioni
planetarie, ossia di quelli che Tolomeo nel Centiloquio aveva chiamato i vultus celestes
in rapporto ai vultus huius seculi. Tuttavia se, come sospetta il Narducci, il codice
Sessoriano 145 per più indizi si volesse ritenere autografo dellAnselmi, questi,
anziché autore della Philosophia Boetii, potrebbe considerarsi trascrittore di essa e
autore di alcune delle glosse da lui inserite ora nel testo ora in margine, le quali non
concordano affatto col pensiero di Guglielmo di Conches.
FONTI E BIBL.: E. Narducci, I primi due libri del Tractatus sphaerae di Bartolomeo da
Parma, estratto dal Bullettino di bibl. e di storia delle scienze matematiche e fisiche
XVII gennaio-marzo 1884; G. Boffito, Dante e Bartolomeo da Parma, in Rendiconti del Regio
Istituto lombardo di scienze e lettere, s. 2, XXXV 1902, 733-743; G. Boffito, Intorno alla
Quaestio de Aqua et Terra attribuito a Dante, in Memorie della Accademia di scienze di
Torino, s. 2, LI 1902, 105-107; L. Thorndike, A History of magic and experimental Science,
II, New York, 1923, 835-838; G. Sarton, Introd. of the history of science, II, Washington,
1931, 988; B. Nardi, in Dizionario Biografico degli Italiani, VI, 1964, 747-750.
ANSELMI BARTOLOMEO
Parma 1405 c.-1495 c.
Figlio di Giorgio, fu chiamato da Jacopo Cavicèo consumatissimo Fisico, e da Niccolò
Burci un altro Galeno. Meritò anche somma lode per essere stato di vantaggio alla patria
nelle circostanze più critiche. Quando, dopo la morte dellultimo dei Visconti,
Parma si rese indipendente (1448), si vide lAnselmi aver luogo tra i conservatori
della ritrovata libertà. Nel 1454 fu tra i molti che compiansero con versi latini la
morte di Francesco Barbaro. Assoggettatasi poi la città di Parma a Francesco Sforza,
lAnselmi fu quasi sempre tra gli eletti allamministrazione dei pubblici
affari, e dopo le successive rivoluzioni, volendosi nel 1478 aver pace e richiamare
dallesilio gli autori del fatale saccheggio usato contro la parte dei Rossi, egli fu
scelto tra quei prudenti che ne dovevano concertare i capitoli. LAnselmi insegnò
pubblicamente Medicina nel 1447-1448 come si legge nel Discorso preliminare al tomo primo
dellAffò, e nei libri del Monastero di San Giovanni lo si vede stipendiato da quei
monaci come loro medico dal 1479 al 1481. Viveva ancora nel 1494, allorchè il Burci
pubblicò la sua Bononia illustrata, avendo egli scritto: Ex hac etiam familia quidam
Bartholamæus superest Philosophiæ, et Medicinæ Doctor celeberrimus, qui hac tempestate
alter Galenus habitus est. LAnselmi ebbe due figlie, Paola e Caterina, accasate
nobilmente (la seconda col famoso poeta e cavaliere Andrea Bajardi), come appare dagli
epitaffi composti da Giorgio Anselmi, il quale compose anche per lAnselmi, morto
alletà di novantanni, il presente epitaffio: Terram tange Viator, et sacratum
Ne teras pede pulverem profano, Et sit pax tibi longe cum sepultis. Hic est Paeonias
professus Artes Insignis Ptolomaeus, inclytoque Anselmo memorabilis parente, Qui arco non
semel invidente, fracta Fila restituit trium sororum. Huic quae deinde senecta post
paractas Ter decem tricteridas cecidit. Quod si qua est pietas relicta terris Udis hinc
oculis abi Viator.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 12-14;
G. Negri, Biografia Universale, 1844, 27-28; G.B. Janelli, Dizionario Biografico, 1877,
15; U. Gualazzini, CLVI; Aurea Parma 3 1951, 187 e 3 1953, 146.
ANSELMI BENEDETTO, vedi ANTELAMI BENEDETTO
ANSELMI BERNARDO
Parma XIV secolo
Padre di Enrico e di Andrea, fu filosofo, medico e uomo di scienza assai famoso ai suoi
tempi. Fu sepolto nella Chiesa del Carmine in Parma, con un epitaffio dettato dal figlio
Andrea.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 28-29.
ANSELMI ENRICO
Parma-Parma ante 1386
Nacque da Bernardo nel secolo XIV. Professò la Filosofia e la Medicina, arte
questultima coltivata con onore dai suoi maggiori ascendenti, e aquistò non meno
del padre bellissima fama a Parma e fuori. Un suo fratello, di nome Andrea, pose nel 1386
al padre e a lui, sepolti nella Chiesa del Carmine di Parma, un epitaffio poetico:
Splentet in anselmis medicine gloria luxaque dic patris et nati molliter ossa cubant alter
Aristotiles. Ipocras erat alter. Uterque et mundo. Et patrie dulce patrociniu.ue
Henrico Bernarde tuo pater optime gaude surgis in astriferas quo comitante domos vos tuus
alter genitus vestrisque magister artibus Andreas marmore clausit amans virginis a partu
sevtus post mille trecentos bina ter augustus denaque lustra dabat.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 28-30.
ANSELMI FRANCESCO
Parma 1526
Figlio di Michelangelo, fu scultore. Viveva nel 1526.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 30.
ANSELMI FRANCESCO
Parma 1660/1661
Religioso. Lo si trova a cantare (basso) alla Steccata di Parma dal 1° settembre 1660 al
1° dicembre 1661.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica a Parma, 1936.
ANSELMI GIORGIO
Parma 1380 c.-post 1451
Nacque qualche anno prima del 1386, anno in cui si dà per certa la morte del padre
Enrico, che, come il nonno Bernardo, era stato un accreditato filosofo. Le notizie
riguardanti i primi anni di vita dellAnselmi sono incerte: è possibile che egli
abbia ricevuto la prima educazione dal padre e sia stato successivamente alunno a Pavia,
essendo rimasto chiuso lo Studio parmense dal 1377 al 1411, di Biagio Pelacani, maestro di
filosofia, matematica e fisica, il quale, verso la fine del secolo XIV, insegnava in
quella città. Alla riapertura dello studio di Parma, nel 1412, lAnselmi e il
Pelacani (questi fino alla morte, avvenuta nel 1416) furono professori nella stessa
facoltà delle arti e medicina, e certo lAnselmi ebbe allora lopportunità di
un fecondo scambio di idee con colui che, forse, era stato suo maestro. Nel 1420, dopo la
nuova soppressione dello Studio parmense, appare molto probabile che lAnselmi sia
stato chiamato negli Stati estensi da Niccolò III dEste. Egli si trovava
sicuramente a Modena nel 1425 e vi esercitava con successo la professione di medico. Si
distinse talmente in tale attività, da meritare nel 1428 la cittadinanza onoraria di
Ferrara. Nel settembre 1433 si svolsero ai bagni di Corsenna (Lucca) i dialoghi sulla
musica tra lAnselmi e Pier Maria Rossi di San Secondo, quei dialoghi
sullarmonia che lAnselmi inviò allamico, con dedica, dopo averli
riassunti, nellaprile successivo. Questa opera è pervenuta attraverso un unico
manoscritto, oggi alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (segnatura: H. 233 inf.),
appartenuto a Franchino Gaffurio da Lodi e da lui amo revolmente glossato. Nel 1439
lAnselmi fu di nuovo a Parma per una laurea, con il compito anzi di presentare al
Collegio laspirante dottore, fra Giacomo Bosellini di Mozzaniga, e nel 1440 vi
si trovava ancora come uno dei doctorum artium et medicinae incaricato, assieme ad altri
colleghi, della riforma degli statuti del Collegio. Nel 1448-1451 lAnselmi insegnò
medicina pratica allUniversità di Bologna, sicché si deve agli studi del Massera
laver rettificato la data di morte dellAnselmi, da tutti i biografi precedenti
assegnata agli anni 1440-1443, mentre non può essere avvenuta prima del 1451. Le sue
opere, concernenti la matematica, la medicina e lastrologia, elencate
dallAffò e dal Massera, sono andate quasi tutte perdute. Rimane solo una Astronomia
Georgii de Anselmis che segue alla Isagoge Iohannis Hispalensis de iudiciis Astronomiae
(Biblioteca Apostolica vaticana, ms. Vaticano latino 4080) e una Quarta pars quarti
tractati Georgii Parmensis de modis specialibus Imaginum octavi orbis (Biblioteca
Apostolica vaticana, ms. Vaticano latino 5333). Rilevante fu la sua importanza come
teorico musicale, di cui diretta testimonianza è lopera dialogica De harmonia,
divisa in tre parti: de harmonia coelesti, de harmonia instrumentali, de harmonia
cantabili. Il primo dialogo, il più filosofico e il meno attinente ad argomenti
tecnico-musicali, riguarda larmonia cosmica. In tale trattazione lAnselmi si
rivela un pensatore di rilievo, formatosi certo, nelle sue prime meditazioni di teorica
musicale, sul De musica di Boezio. In seguito Gaffurio, che sarà influenzato dallo studio
dellopera anselmiana, riprenderà più volte questo argomento. Nel secondo dialogo
lAnselmi tratta con competenza del sistema tonale, si sofferma particolarmente su
alcuni strumenti musicali, sullantica citara, sul moderno monocordo e accenna anche
allorgano. Nel terzo dialogo, dedicato al canto corale (con la scala guidoniana, le
mutazioni e i toni ecclesiastici) e alla musica mensurale, lAnselmi affronta uno dei
problemi più scottanti della sua epoca: quello della notazione mensurale. Egli sente il
bisogno, mostrandosi così non solo un astratto formulatore di teorie, di ricondurla a
pochi e chiari principî, e a tal fine propone egli stesso un nuovo sistema di notazione.
Tale sistema, pur essendo ricordato da Gaffurio e ancora riprodotto in un trattato del
1613, El Melopeo y Maestro di D.P. Cerone, non entrò però nella pratica musicale.
FONTI E BIBL.: Biblioteca Apostolica Vaticana, ms., Cappella Giulia I, 1-2 (2), G.O.
Pitoni, Notizia de Contrapuntisti, e Compositori di Musica dallanno 1000 in
sino allanno 1700, 22; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II,
Parma, 1789, 153-161; J. Wolff, Handbuch der Notationskunde, I, Leipzig, 1913, 387; R.
Fantini, Maestri Parmensi nello Studio Bolognese, in Aurea Parma XIV 1930, 75; R.
Casimiri, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI. Note ed appunti, in Note dArchivio
per la Storia musicale VIII 1931, 132-134; J. Handschin, Anselmis treatise on music
annotated by Gafori, in Musica disciplina II 1948, 123-140; G. Massera, Un musico
parmense: Anselmi Giorgio senior, in Aurea Parma XXXIX 1955, 241-267; G. Massera, Ancora
sopra un musico parmense del primo Quattrocento, in Aurea Parma XL 1956, 103-108; Georgii
Anselmi Parmensis. Dieta prima: De coelesti Harmonia. Dieta secunda: De instrumentali
Harmonia, Dieta Tertia: De cantabili Harmonia, introduzione, testo e commento a cura di G.
Massera, Firenze 1961; F.J. Fétis, Biographie universelle des musiciens, I, Paris, 1860,
114 s.; R. Eitner, Quellen Lexikon der Musiker, I, 164; Die Musik in Geschichte und
Gegenwart, I, col. 507; L. Pannella, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961,
377; R. Missiroli, Il De Musica di Giorgio Anselmi parmense, in Parma per lArte 13
1963, 171-174.
ANSELMI GIORGIO
Parma 1450 c.-Parma 1528
Da non confondere con lomonimo suo avo, medico e scienziato (donde
lappellativo di nepos che lAnselmi talvolta ebbe cura di porre sui frontespizi
delle opere), nacque da Andrea verso la metà del secolo XV, sicuramente prima del 1459,
non risultando iscritto negli albi battesimali da quellanno istituiti. Studiò
latino e greco, interessandosi anche di filosofia e medicina e mantenendo rapporti di
amicizia con F.M. Grapaldo, T. Ugoleto e F. Carpesano. Partecipò attivamente alla vita
politica di Parma e durante linvasione di Carlo VIII (1494) fu costretto a fuggire
con tutta la sua famiglia. Tornata la pace, poté rientrare nella città, trascorrendo,
tuttavia, la maggior parte del suo tempo nei poderi che possedeva nel Parmense o nella
villa di Brescello, dove era solito ritirarsi a studiare. Da questa nuova vita non lo
distolsero neppure le vicende belliche che turbarono ancora la regione durante il
pontificato di Clemente VII. Onorato della stima di noti letterati, tra i quali Isidoro
Clario, vescovo di Foligno, Teofilo Folengo (che alla fine del suo Chaos del tri per uno
gli dedica un bizzarro acrostico) e A. Navagero, inviato a Parma (1523) come oratore della
Repubblica veneta, lAnselmi morì vittima della terribile pestilenza che devastava
allora quelle terre. Nel clima di appassionati studi umanistici che fiorirono a Parma, le
poesie latine dellAnselmi (odi e anacreontiche) rivelano una sapiente padronanza
delle letterature classiche, una discreta tecnica nel maneggiare il verso latino, cui
peraltro difetta la capacità di esprimere la variegata gamma di un contenuto psicologico,
donde la monotonia che savverte in molte sue composizioni. Di queste, una notevole
scelta è contenuta in Delitiae Italorum Poetarum, Huius superiorisque aevi illustrium,
collectore Ranutio Ghero (idest Iano Grutero), s. 1., 1708, 230-239. Lopera più
interessante ed artisticamente più valida dellAnselmi è Georgii Anselmi Nepotis
Epigrammaton libri septem, Parmae, 1526, la cui terza e definitiva edizione (Venetiis,
1528) è arricchita da altre composizioni (Sosthyrides, Peplum Palladis, Eglogae quatuor).
I momenti migliori di questa produzione si colgono in talune rievocazioni e quadretti di
vita familiare nei quali anche lo stile sembra adattarsi a schemi più duttili e
comprensivi. I contemporanei criticarono laridità dellAnselmi quanto
allinvenzione e allespressione, dovuta, sembra, al proposito di evitare la
magnificenza del modello ovidiano. Lelio Gregorio Giraldi giudicò lo stile
dellAnselmi un exsiccatum dicendi genus, né diversamente si espresse O.D.
Caramella. Altre opere dellAnselmi sono le seguenti: Georgii Anselmi Nepotis Hecuba,
Parmae 1506 (un esemplare di questa rara edizione in Biblioteca Apostolica Vaticana);
Epiphyllides in Plautum, in M. Actii Plauti Asinii Comoediae viginti nuper emendatae, et
in eas Piladae Brixiani Lucubrationes, Parmae 1510 (illustrazioni composte su alcune
commedie di Plauto, nitidae et comptae exornabunt Rudentem, Sthicum, Trinummum,
Truculentum), Vita de Giacopo Caviceo, per Georgio Anselmo al R. Messer Priamo de Pepoli,
in Il Peregrino di M. Giacopo Caviceo da Parma, nuovamente con somma diligenza revisto, e
ristampato, Vinegia, 1538, 261-269.
FONTI E BIBL.: Honorii Dominici Caramella, Museum Illustrium Poetarum, secunda editio,
s.l.n.d., 104; Francisci Carpesani, Commentaria suorum temporum Libris X, comprehensa ab
anno circiter 1470 ad annum 1526, in Veterum Scriptorum et Monumentorum historicorum,
dogmaticorum amplissima collectio, V, Parisiis, 1729, 1337; Lilii Gregorii Gyraldi, De
Poetis nostrorum temporum, Berlin, 1894, 33; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori
dItalia, I, 2, Brescia, 1753, 834-836; I. Affò, Memorie di scrittori e letterati
parmigiani, III, Parma 1791, 218-228; F. Flamini, Il Cinquecento, Milano, s.d., 539; M.
Quattrucci, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 378.
ANSELMI ILARIO
Parma 1406 c.-post 1443
Figlio di Giorgio. Fu chierico e canonico in Parma, e quindi Vicario generale della
diocesi. Fu lodato da Jacopo Caviceo nel Pellegrino.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, II, 1827, 209.
ANSELMI LEONARDO
Parma 1440
Fu Priore del Collegio di Arti e Medicina di Parma (1440) e con altri maestri e dottori
del Collegio (G. Anselmi, F. Pellacani, Bernardo de Mataleto, G.M. Garbazzi, Guglielmo
Palmia, Luca Larocca, G.G. Baiardi) aggiornò il corpo delle norme statuarie del Collegio.
FONTI E BIBL.: U. Gualazzini, Corpus Statutorum cit., CLXVIII, 44; M. Varanini, Gli
Statuti, in LAteneo Parmense, 1930, 470; Aurea Parma 3 1951, 186-187.
ANSELMI MICHELANGELO
Lucca 1491 o 1492-Parma 1554/1556
Nacque a Lucca, ove suo padre Antonio, per sfuggire alla giustizia, si era trasferito da
Parma. Inviato ancora fanciullo a Siena, ebbe vasta e approfondita conoscenza delle opere
del Sodoma, come appare fin dalla prima ascrittagli: una Visitazione a fresco nella chiesa
di Fontegiusta in quella città. Stabilitosi a Parma tra il 1516 ed il 1520, sposò in
qullanno Ippolita Garbazza. Si formò sul Correggio, operante contemporaneamente a
lui negli stessi cantieri di San Giovanni e del Duomo di Parma, traendone schemi
compositivi e, soprattutto, la sodezza formale e il fluido, intenso cromatismo. Ma, a sua
volta, apportò uneco non fioca dellarte senese, mediandola appunto al
Correggio e, più di ogni altro, al Parmigianino degli inizi. Nelle opere tarde il
bilancio con lui del dare e avere si inverte, ed è lAnselmi che subisce
linfluenza del Mazzola, specie nelle ricercate eleganze e nei ritmi compositivi. La
sua amicizia con questo è provata, oltre che dalla collaborazione nel quadro giovanile
del Parmigianino, ora alla Galleria Estense di Modena, dal fatto che nel 1532 il Mazzola
tenne a battesimo un figlio dellAnselmi cui venne imposto il nome di Francesco. Del
periodo giovanile sono: la pala molto ridipinta nella chiesa di Tizzano (1520), gli
affreschi nelle absidi del transetto e nelle cappelle laterali al presbiterio in San
Giovanni Evangelista a Parma, la collaborazione col Bedoli e col Parmigianino nella
Madonna col Bambino e santi della Galleria Estense di Modena, la tavola col Cristo
portacroce, anchessa nella Galleria Estense di Modena, la Madonna in gloria col
Bambino, angioli e i ss. Sebastiano e Rocco nella Galleria Nazionale di Parma, gli
sportelli coi Ss. Sebastiano e Giovanni Battista nella chiesa di San Giovanni Evangelista
(1525 circa), la Madonna col Bambino e i ss. Sebastiano, Rocco, Ilario e Biagio (1526) e
lApparizione di s. Agnese, nella Cattedrale, la Sacra Famiglia con s. Barbara nella
Galleria Nazionale di Parma, la Madonna col Bambino e santi nella parrocchiale di Carzeto
di Soragna, il S. Antonio e la S. Chiara a Napoli (Capodimonte), il Battesimo di Gesù a
San Prospero di Reggio nellEmilia, una serie di tavolette succose di colore nella
Galleria Nazionale di Parma e a Napoli e la Madonna in gloria tra i ss. Giovanni e Stefano
al Louvre. Del 1532-1533 è la decorazione a fresco della cappella della Concezione presso
San Francesco a Parma. Del periodo più tardo sono i Santi affrescati nella chiesa di San
Bartolomeo a Busseto (1538-1539), la decorazione di una sala nel Palazzo Lalatta a Parma
con 4 figurazioni sacre e i Dodici Apostoli nonché lIncoronata, lAdorazione
dei Magi e le Figure allegoriche nelle absidi e relativi arconi nella Steccata di Parma
(1540-1554).
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina, ms.; M. Zappata, Notitiae ecclesiarum
Parmensium; Parma, Museo di Antichità, ms. 120; R. Baistrocchi, Guida di Parma (1780),
passim; Parma, Biblioteca Palatina, ms.; I. Grassi, Theatrum parmense; Parma, Museo di
Antichità; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., 102,
III (1501-1550), 34-56 e 58; Parma, Museo di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Materiale
per una guida di Parma, ms., nn. 110-112, passim; F. Azzari, Compendio dellhistoire
della città, Reggio, 1623; C. Ruta, Guida ed esatta notizia di Parma, Parma, 1739,
passim; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, passim; G.B. Bodoni, Le
più insigni pitture parmensi, Parma, 1809, tav. XIX e XX; G. Gaye, Carteggio inedito
dartisti, II, Firenze, 1840, 325 s.; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di
Parma, I, Parma, 1854, 97, 101; C. Ricci, Catalogo della Galleria di Parma, Parma, 1896,
131-133, 283; L. Testi, S. Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, 13, 37, 137, 147,
148, 149, 150, 151; A. Venturi, Storia dellarte, IX, 2, Milano, 1926, 706-716;
Catalogo della Mostra del Correggio, Parma, 1935, 93-96, 169-172; A.O. Quintavalle, La
Regia Galleria di Parma, Roma, 1939, 46-48, 86, 268; A.O. Quintavalle, Nuovi affreschi del
Parmigianino in S. Giovanni Evangelista a Parma, in Le Arti II 1940, 313-315; A.O.
Quintavalle, Mostra parmense di dipinti noti ed ignoti, Parma, 1948, 59 s., 70-73; A.O.
Quintavalle, Il Parmigianino, Milano, 1948, passim; A.E. Popham-J. Wilde, The Italian
Drawings of XV and XVI centuries at Windsor Castle, London, 1949, 364, n. 1123, figura
313; S.I. Freedberg, Parmigianino, his works in painting, Cambridge, 1950, 223 s.; F.
Bologna, Fontainebleau e la maniera italiana, Firenze, 1952, 14; A.E. Popham, I disegni di
Michelangelo Anselmi, in Parma per larte III gennaio-aprile 1953, 11-17; A.
Ghidiglia Quintavalle, I castelli del parmense, Bologna, 1955, 55, 64; A.E. Popham,
Correggios drawings, London, 1957, 107-113, 169-172; F. Bologna, Ritrovamento di due
tele del Correggio, in Paragone VIII 1957, n. 91, 10 s.; R. Longhi, Le fasi del Correggio
giovane, in Paragone 101, 1958, 39 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, LOratorio della
Concezione a Parma, in Paragone 103, 1958, 24-38; A. Ghidiglia Quintavalle,
LOratorio della Concezione a Parma, a cura del Lyons Club, Parma, 1958; A. Ghidiglia
Quintavalle, Un quadro a tre mani, in Paragone 109, 1959, 60-65; A. Ghidiglia Quintavalle,
Per Michelangelo Anselmi, in Paragone 111, 1959, 13-20; A. Ghidiglia Quintavalle, La
Galleria Estense di Modena, Genova, 1959, 64; A. Ghidiglia Quintavalle, Ritrovamenti e
restauri a Modena e Reggio, Parma, 1959, 23-28; A. Ghidiglia Quintavalle, Profilo di
Michelangelo Anselmi, in Palatina n. 13 1960, 65-70; A. Ghidiglia Quintavalle,
Michelangelo Anselmi, Parma, 1960 (con elenco cronologico di numerosi documenti); A. e C.
Quintavalle, Arte in Emilia, Parma, 1960, 78-85; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lexikon der bildenden Künstler, I, 539-541;
Enciclopedia Italiana, III, 428 s.; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia della
Pittura italiana, 106 s.; P. Orlandini, 286; S. Ticozzi, 13; G. Sitti, La chiesa di S.
Pietro Martire e lInquisizione a Parma, in Aurea Parma 1932, 104-110; A.O.
Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, Roma, III, 1961, 381; A. De Mas,
Conegliano, Vita arte e storia, Milano, 1966, 23; E. Riccomini, Un presepe di Michelangelo
Anselmi, in Aurea Parma 1966, 125-127; La pittura in Italia, 626-627; G. Bertini, La
Galleria, 146, 151, 235 n. 11, 240 n. 506, 263 n. 689, 270 n. 949, 278 n. 59-85, 293 n.
43, 294 n. 90; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI, 1994, 304-305.
ANSELMI MICHELE, vedi ANSELMI MICHELANGELO
ANSELMI PIETRO
Parma XV secolo
Fu medico attivo in Parma nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.
ANSELMI PIETRO
Parma 1526
Pittore attivo nel 1526, secondo quanto riportato da Zani (Enciclopedia Metodica di Belle
Arti). Non si conoscono sue opere.
FONTI E BI