ANCEO-ARZIO

ANCEO ANCOLITINO, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO ANTONIO GIUSEPPE

ANDINA EMILIO
1872-Parma 1931
Unitamente al fratello Francesco seppe sviluppare la produzione di materiali laterizi che i familiari avevano intrapreso fin dal 1872 nella fornace di Bellena di Fontevivo e successivamente a Bezze di Torrile e a San Leonardo, in Parma. Le fornaci furono impegnate nella produzione di una vasta gamma di laterizi fatti a mano.
FONTI E BIBL.: A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 25; Cento anni di Associazionismo, 1997, 389.

ANDINA FRANCESCO
Parma 1881
Fu fabbricante di tegole, mattoni, embrici. Espose a Milano nel 1881, e fu premiato con menzione onorevole.
FONTI E BIBL.: G. Corona, L’Italia ceramica, Milano, 1885; Minghetti, Ceramisti, 1939, 24.

ANDOLFATI EUGENIO
Parma-1884
Fu attore comico di buon livello.
FONTI E BIBL.: M. Ferrarini, in Aurea Parma 1 1939, 29.

ANDOLFATI GAETANA, vedi ANDOLFATI GIUSEPPA GAETANA MARIA

ANDOLFATI GIOVANNI
Milano-Parma 1835 c.
Attore. Figlio di Pietro e Anna, fu un famoso tiranno. Ebbe una sua compagnia che, specialmente nelle commedie goldoniane La moglie saggia, Le tre Zelinde, Pamela nubile, nella Ottavia e nell’Antigone di Alfieri e nel Galeotto Manfredi di Monti, riportò notevoli successi, anche per il buon talento della moglie Natalina, che fu prima attrice e poi, sebbene molto giovane, madre nobile, e per il contributo del padre dell’Andolfati, ritornato alle scene nel 1820. La compagnia recitò a lungo a Milano, al Teatro della Scala, e a Bologna, all’Arena del Sole e al Teatro del Corso. Le fortune della compagnia non resistettero però alla passione del gioco che ridusse l’Andolfati in estrema miseria. La compagnia dovette essere sciolta nel 1827 e l’Andolfati, insieme con la moglie, prese a recitare nel complesso di Caterina Internari. In quello stesso anno Natalina, prostrata dagli stenti, morì di tisi. L’Andolfati, recitò ancora nella compagnia di N. Medoni nel 1834, insieme con la figlia Annetta.
FONTI E BIBL.: F. Regli, Dizionario biografico, Torino, 1860, 9-10; L. Rasi, I comici Italiani, Firenze, 1897, I, 41-51 e II, 1034-1036; G. Cosentino, L’Arena del Sole, Bologna, 1903, 36-37; B. Croce, I teatri di Napoli, Bari, 1926, 234; G. De Caro, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 56.

ANDOLFATI GIUSEPPA GAETANA MARIA
Parma 18 agosto 1767-Modena 1830
Figlia di Bartolomeo e di Teresa Bergamini. Di notevole bellezza e talento, fu attrice assai apprezzata. Recitò sin da bambina facendo le sue prime prove nella compagnia paterna. Sposata ad Antonio Goldoni, fu prima attrice nella compagnia diretta dal marito, sotto il cognome del quale fu poi comunemente conosciuta. Sostenne parti di rilievo in lavori di vario genere, sempre ammiratissima, tanto che Colomberti la definisce sciolta e scherzevole nella commedia, nobile e sensibile nel dramma, statuaria nel gesto e imponente declamando la tragedia. Furono celebri le sue interpretazioni della Gabriella di Vergy di Dormont de Belloy, della Merope di Maffei e di quella di Alfieri, come del resto di altre eroine alfieriane. Fu anzi nel suo tempo una delle migliori interpreti di Alfieri, di cui recitò con grande successo, oltre la Merope, la Sofonisba, l’Ottavia e l’Antigone, ma ottenne i suoi maggiori trionfi nella Semiramide di Voltaire. E anche quando la compagnia del marito cominciò a presentare di preferenza lavori privi di qualità artistiche, l’Andolfati riuscì a imporsi, come nel Prometeo ossia la Civilizzazione degli uomini (riduzione di L. Bellotti-Bon di un ballo di Viganò). Dopo la morte del marito, nel 1818, continuò a dirigere la compagnia, dapprima associandosi il nipote P. Riva, figlio della sorella Anna, poi, alla morte del Riva, da sola.
FONTI E BIBL.: Bartoli; Colomberti; Rasi e Brunelli; G. Cosentino, L’Arena del Sole, Bologna, 1903, 36-37; B.B., in Enciclopedia Spettacolo, I, 1954, 537, e V, 1958, 1425; Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 56.

ANDOLFATI TERESA, vedi BERGAMINI TERESA

ANDOLFATTI GAETANA, vedi ANDOLFATI GIUSEPPA GAETANA MARIA

ANDREA
Vigatto 1005
Fu Arciprete di Vigatto nell’anno 1005.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 35.

ANDREA
Parma 1515
Pittore. In Roma, nel 1515, dipinse per una festa i carri allegorici della Verità e della Prudenza.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 88.

ANDREA DA PARMA
Parma prima metà dell’XI secolo-Strumi 10 marzo 1097 o 1106
Nacque nella prima metà dell’XI secolo in località imprecisata a cinque giornate da Vallombrosa, così che, in seguito a una identificazione della tradizione vallombrosana, venne chiamato Andrea da Parma, anche se non c’è nessuna prova su questa origine. Fu prete e poi abate di Strumi, un’abbazia vallombrosana nel Casentino e per questo viene identificato dalla tradizione indifferentemente secondo le due località. Non si sa nulla sulla sua famiglia né sui motivi che lo portarono a Milano, dove fu certamente vicino ad Arialdo. Dopo il 1066 lasciò la città lombarda, dopo aver partecipato alle lotte e alle esperienze della pataria e aver collaborato alla ricerca del cadavere di Arialdo, soffrendo imprigionamenti e persecuzioni. Durante la sua esperienza patarina ebbe contatto coi chierici e coi monaci che, da Firenze, Giovanni Gualberto inviò per assicurare al popolo dei fideles, in lotta contro l’arcivescovo Guido da Velate, un clero non macchiato da simonia. Probabilmente con uno di loro, Rodolfo, destinato poi a diventare abate generale dei Vallombrosani, come successore di Gualberto, nel 1066 andò a Vallombrosa, dove nella nuova famiglia monastica trovò la possibilità di realizzare la conciliazione delle sue tendenze fondamentali: un desiderio profondo di vita ascetica e contemplativa e la volontà di agire nella società per la riforma della Chiesa. A Vallombrosa, ove visse l’esperienza del prodigioso espandersi della nuova comunità, l’Andrea scrisse intorno al 1075, per incarico forse di Rodolfo, la biografia di Arialdo, l’opera più caratteristica della sua personalità. Da due anni era morto il Gualberto, che probabilmente l’Andrea conobbe di persona, anche se non ne fa mai cenno esplicitamente. L’Andrea come abate di Strumi viene ricordato per la prima volta l’anno 1085 e per l’ultima l’8 giugno 1100 (Davidsohn, Forschungen, I, p. 69). Egli morì certamente prima del gennaio 1106, quando abate di Strumi viene ricordato un Angelo. Del suo governo abbaziale si ricorda solo, nella tradizione vallombrosana, un suo intervento per pacificare Enrico IV con i fiorentini. Intorno al 1092 compose la Vita Gualberti, l’altra biografia che, insieme con quella di Arialdo, costituisce l’opera letteraria da lui tramandata. L’uomo appare attraverso lo scrittore ed è vano ridurre la figura dell’Andrea a quella di un fanatico, in cui la passione di parte e lo zelo del combattimento rasentano la follia. Nella temperie così singolare della lotta popolare e monastica per la riforma religiosa, le opere dell’Andrea hanno un loro vigore e una loro dignità, anche letteraria, e costituiscono inoltre una testimonianza preziosa sugli avvenimenti e sullo spirito dei tempi. Più vivace e appassionata è la prima, dove l’eco dei combattimenti è ancora vicino e dove le folle contrapposte dei fideles e dei simoniaci sono le vere protagoniste intorno alle grandi e forti figure di Arialdo, di Landolfo e di Erlembaldo. Passioni di parte ed entusiasmo religioso, profonda commozione per la nuova esperienza di un’azione liturgica scevra da macchie e contaminazioni con i simoniaci (basta pensare alla descrizione della vita religiosa nella canonica milanese e alle processioni salmodianti guidate da Arialdo), si accompagnano a un senso forte e crudo della realtà, degli interessi, anche economici, delle parti contrapposte. Pagine come la descrizione della spedizione notturna dei chierici simoniaci e dei loro sostenitori contro la chiesa e i beni di Arialdo, con un senso così preciso delle coltivazioni e delle cose che essi volevano distruggere o come quelle che rappresentano le scene della vita familiare di Arialdo giovane nella casa di campagna, fervide di opere domestiche e di serietà religiosa, sono pitture di costume non frequenti nella letteratura agiografica medievale. Un vigore particolare hanno le rappresentazioni degli effetti della predicazione degli uomini della pataria e le mosse collettive delle folle dell’una e dell’altra parte. I dialoghi immaginati tra gli eretici e i fedeli, pur negli schemi di periodo coordinati secondo certi modelli evangelici, danno veramente il senso di una vita intensa, dove la passione religiosa arriva a fondere e a trasformare gli impulsi rozzi e violenti delle parti in lotta. Da un lato tutti i buoni, Arialdo e i suoi, dall’altro tutti i cattivi, l’arcivescovo e i suoi chierici, ma nell’urto non mancano sfumature e colori che danno il senso della lotta e della vita, come quando l’Andrea descrive la divisione profonda nella città e nelle singole famiglie. Alcune scene, poi, hanno un rilievo pittorico veramente notevole, come l’assalto a Landolfo, il movimento degli uomini intorno a Erlembaldo, la ricerca affannosa di Arialdo e la miracolosa esaltazione del suo corpo martirizzato. Nella vita di Giovanni Gualberto, più che la folla, domina la figura del santo, nella sua vita ascetica e nella lotta per la costruzione della sua spiritualità. È un carattere violento e duro, come forse fu l’Andrea, ricco di passione e di forza, quello che viene rappresentato, prima nell’ambiente di San Miniato, poi nella ricerca di una nuova forma di esperienza ascetica e spirituale nella solitudine di Vallombrosa. C’è anche un intento polemico contro le degenerazioni naturali dell’ordine dalla purezza primitiva, per esaltare nel fondatore, insieme, l’estremo rigore e la grande libertà nei riguardi di coloro che gli stavano vicino. La forza drammatica del racconto è naturalmente meno vivace che nella vita di Arialdo e molti sono i quadretti frammentari e gli episodi staccati, anche se nella Vita Gualberti ha trovato posto quella mirabile lettera di Pietro Igneo sulla prova del fuoco sostenuta da un monaco vallombrosano contro il vescovo Pietro di Pavia tacciato di simonia. Questa lettera non è dell’Andrea, ma c’è qualche cosa in quel racconto della pataria fiorentina che richiama le pagine migliori della biografia di Arialdo. Molto del tono più calmo e più disteso della seconda vita rispetto alla prima si deve certamente ai quasi vent’anni che separano le due opere nel tempo e anche all’atmosfera più distesa per l’affermazione più piena degli ideali di riforma. Se c’è polemica, è contro coloro che in qualche modo sembrano voler offuscare l’ideale della purezza primitiva. Comuni però nei due testi sono non solo il fervore e l’entusiasmo religioso, ma il senso della realtà. Se nella vita di Arialdo c’è il senso della campagna lombarda e della vita milanese, in quella di Gualberto c’è una diffusa e quasi compiaciuta attenzione per gli aspetti più caratteristici di un mondo dove ci sono feudali e popolani, preti e rustici, ma soprattutto pastori e animali nelle solitudini e nei grandi spazi delle foreste appenniniche. Ed è veramente da stupirsi che il Baethgen abbia operato dei tagli in alcuni dei più caratteristici e pittoreschi squarci di questa vita quotidiana, il cui gusto non è certo sempre così vivo nei documenti del secolo. In conclusione, l’Andrea resta come storico, come patarino, come monaco uno degli interpreti più vivi e interessanti del suo tempo. Le sue opere ebbero le seguenti edizioni:Vita Sancti Iohannis Gualberti, in Acta Sanctorum Iulii, III, Antverpiae, 1723, 343-365 (integrale); altra edizione in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XXX, 2, a cura di F. Baethgen, Lipsiae, 1935, 1080-1104 (incompleta); Vita Sancti Arialdi, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XXX, 2, a cura di F. Baethgen, 1047-1075.
FONTI E BIBL.: R. Davidsohn, Forschungen zur Geschichte von Florenz, I, Berlin 1896, 69; R. Morghen, Gregorio VII, Torino, 1942, 127; C. Violante, La pataria milanese e la riforma ecclesiastica, I, Roma, 1955, passim (cfr. Indice); R. Davidsohn, Storia di Firenze, I, Firenze, 1956, 337, 340, 342, 356, 360, 362, 364; G. Miccoli, Pietro Igneo, Roma, 1960, cfr. Indice dei nomi; Dictionnaire d’Histoire et de Géographie Ecclésiastique, II, col. 1716; P. Lamma, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 110.

ANDREA DA PARMA
Parma 1370/1373
Pittore. Da un Registro di spese del Venerabile Consorzio della Cattedrale di Parma per gli anni 1370 e seguenti, sotto l’anno 1373 si trova notato in fine quanto segue: Capitulum danariorum expens. pro petro de Marzolaria. Item Andree depictori consul sold. j, d. vj pagati a lui per collette qui in Parma dove sembra abitasse nella parrocchia di San Paolo. E sotto l’anno 1370 si trovano notate queste altre partite: Item dactis in una cruce de ramo dexurata cum fusto, s. xiij, d. vj. Item dactis causa atandi tabulam clericorum s. vj. Item dactis dop.no Nicolao qui scripsit dictam tabulam s. ij, d. v. Item in duabus crucibus parvis argenteis cum aliquibus reliquiis et aliquibus lapidibus. Lib. viij, s. xviij.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 58.

ANDREA DA PARMA
Parma seconda metà del XV secolo
Tipografo attivo a Venezia nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Stampa,1969, 245.

ANDREA DA PARMA
Parma 1470/1508
Frate francescano, fu uomo assai dotto e letterato, indicato a volte col nome di Bernardino. Fu eletto Guardiano del Monte Sion e custude di Terra Santa nel Capitolo tenutosi in Aquila nel 1472. Mentre attendeva al disimpegno del grave e delicato ufficio, un ordine del governatore di Gerusalemme gli impose di pagare una tassa di cinquecento zecchini. Non potendo soddisfare quanto gli era stato intimato, venne senza riguardi trascinato alle carceri e brutalmente bastonato. Il Sultano Katibai, grande amico dei Francescani dai quali era stato soccorso e protetto nei giorni della sua cattività, venuto a conoscenza dell’accaduto, ordinò che il governatore venisse deposto e strangolato. La pena, per intercessione dei religiosi, fu poi mutata in esilio. E affinché in avvenire nessuno più ardisse molestare i Francescani, lo stesso Sultano emanò ordini così duri e severi, che anche i loro acerrimi nemici lasciarono da allora che in piena pace godessero gli antichi loro diritti. E con loro ebbero pace anche i cristiani. È andato perduto un codice manoscritto vergato di sua mano, nel quale erano preziose memorie del suo governo. Da documenti estratti dall’archivio di Gerusalemme si rileva che egli ordinò l’Ospizio dei pellegrini in Rama, che dietro sua istanza papa Sisto IV confermò ai Luoghi Santi tutti i privilegi già concessi dai suoi antecessori, che, disputando i Giorgiani ai Francescani il diritto sopra l’antico possesso del Monte Calvario, del luogo ove fu seppellito Adamo e del sepolcro del primo re latino, Gotifredo dei Buglioni, l’Andrea, nel secondo anno del suo governo, portò la questione al gran Sultano, il quale rimise la cosa ai Giudici di Gerusalemme, e questi decisero in favore dei Francescani. L’Andrea governò la Custodia fino al capitolo di Napoli, celebrato nel 1475. Nel Capitolo generale celebrato sul Monte Alaverna il 4 giugno 1484 fu confermato Custode di Gerusalemme il padre Paolo di Caneto, ma avendo egli, per legittimo impedimento, rinunciato, a lui venne sostituito l’Andrea. Godette pure, e meritatamente, la stima di valente calligrafo. Di fatti, compiuto il ministero in Palestina e ritornato in Parma, mentre dimorava nel convento della Santissima Annunziata, scrisse un antifonario corale in pergamena, che comincia dalla solennità del Corpus Domini e va fino all’Avvento, e lo adornò di pregevolissime miniature in oro e a colori. In calce al medesimo pose il suo nome: Fr. quidam bernardinus parm. ex filiis ardentissimi patris francisci minim. huic operi finem dedit MCCCCCVIII.
FONTI E BIBL.: Wadding, anno 1472, n. 8; Civezza, Storia Missioni, tomo 5, 293; Calaorra, Cronica Syriae, 312; Patrem, Tableau synopt., 21; Quaresmius, Historia Terrae Sanctae, tomo 2, 807; Faloci, an. I, 1886, 61; Cod. N., 192; G. Picconi, Uomini Illustri Francescani, 1894, 48-49 e 264-266; D’Ancona, Dizionario dei Miniaturisti, 1940, 30.

ANDREA DA PARMA
Parma 1511/1518
Maestro bombardiere del secolo XVI. Nel 1511 da Mantova, dove lavorava agli ordini del Marchese, fu inviato ad Ostiglia. Appare ancora nel 1518.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Le arti minori alla corte di Mantova, 540; A. Malatesta. Armaioli, 1939, 24.

ANDREA DA PARMA, vedi anche ORTALLI FRANCESCO e VARNIERI ANTONIO.

ANDREA DA STRUMI vedi ANDREA DA PARMA

ANDRELINI PIETRO
Parma XVI secolo
L’Andrelini fu, senza dubbio, artista non privo di valore. Lavorò nella fabbrica del palazzo vescovile di Parma, quando, sul principio del XVI secolo, fu fatto rifare dal vescovo Giovanni Antonio Sangiorgio, di cui rimane lo stemma nel cortile, il quale, assieme al cornicione della facciata, serba un tenue ricordo d’arte cinquecentesca.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 329.

ANDRELINO PEDRO, vedi ANDRELINI PIETRO

ANDREOLI ALESSANDRO
Parma 1691/1724
Insegnò dapprima Istituzioni, e ottenne la cattedra nel 1691, senza salario, e nel 1694 con salario annuo. Nel 1703 fu dichiarato Lettore ordinario e tale appare ancora nel 1724.
FONTI E BIBL.: Mandati 1619-1715 (per il 1702); Cartella Studio Parmense 1651-1747 (per il 1716); Registro dello Studio, 4; Registro dei Mandati, 9 (per il 1724); Bolsi, 50; F. Schupper, Storia del Diritto Italiano, 1895, 622; F. Rizzi, Professori. 1953, 59.

ANDREOLI ANTONIO
-Parma 3 settembre 1763
Il 1° luglio 1759 venne nominato basso di camera della Corte di Parma con 6000 lire annue di soldo. Tenne l’incarico fino al momento della morte.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ANDREOLI ANTONIO
Zibello 1830-1899
Fu tra i burattinai più famosi della Bassa parmense.
FONTI E BIBL.: C. Soliani, Strade di Zibello, 1991.

ANDREOLI LUIGI
Parma 3 settembre 1906-Parma 10 agosto 1991
Fu uno dei fondatori del movimento scoutistico cattolico della provincia di Parma. Già iscritto all’Azione Cattolica diocesana, promosse nel 1924, a due anni dalla nascita a Roma dell’Associazione Scout Cattolici Italiani, assieme a monsignor Pallavicino, Brenno Gastaldi, Rodolfo Vettori e ai fratelli Barbacini e Alberti, la costituzione dei primi reparti scout cittadini, a cui si affiancarono analoghe iniziative a Noceto e Fontevivo. Scout cattolici formavano il picchetto d’onore che vegliò sulla salma di padre Lino Maupas il 15 maggio 1924 e aprì l’imponente corteo delle esequie. Parteciparono in forze anche al Convegno Eucaristico diocesano del 1925. Al primo raduno nazionale dell’Associazione Scout Cattolici Italiani che si tenne a Roma nel 1925 in occasione dell’Anno Santo, lo scoutismo cattolico parmense fu rappresentato da un consistente gruppo di scout cittadini unitamente ai ragazzi del riparto Noceto I, guidati da don Giuseppe Cavalli. Di tutte queste iniziative l’Andreoli fu ispiratore e realizzatore instancabile, contribuendo, tra l’altro, assieme a Giovanni Vignali alla costituzione di un riparto scout presso la parrocchia della Santissima Trinità, che si affiancò a quelli sorti presso i Salesiani in via Saffi e gli Stimmatini in Oltretorrente, andandosi a inserire, secondo il progetto pastorale del vescovo Conforti, nelle zone socialmente più degradate della città. Invisa al Fascismo, l’Associazione Scout Cattolici Italiani venne sciolta nel 1928 da papa Pio IX, preoccupato, dopo l’assassinio di don Minzoni, parroco e assistente scout di Argenta, di prevenire conseguenze più gravi. Nei diciassette anni che seguirono, durante i quali era stata proibita ogni attività, la fiamma dello scoutismo venne tenuta accesa a Parma da don Ennio Bonati che raccolse intorno a sé qualche giovane collegandosi con il gruppo delle Aquile Randagie di Milano, che svolgeva campi e attività clandestine in Val Codera. A guerra finita, a Fidenza, Salsomaggiore, Fornovo di Taro, Borgo Val di Taro e Noceto, si ricostituirono i riparti scout e a Parma, grazie all’iniziativa dell’Andreoli, di Paolino e Tarcisio Beltrame e di don Ennio Bonati, riprese l’attività, che arrivò a consolidarsi progressivamente dando vita a unità efficienti e operative. L’Andreoli, pur non avendo il carisma del capo, possedette tutte le qualità per essere una guida morale e si trovò a diventare nelle alterne vicissitudini dei primi anni del dopoguerra un punto di riferimento importante dello scoutismo parmense, a cui dedicò, unitamente all’Azione Cattolica e all’Associazione San Raffaele, buona parte delle proprie energie, rimanendo in servizio fino agli ultimi anni della sua operosa esistenza.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 18; G. Gonizzi, Notizie manoscritte.

ANDREOLI MIRKO
Coenzo 14 ottobre 1921- Villa Cadé 9 febbraio 1945
Da bambino si trasferì con la famiglia a Parma in via Lago Tana 5. La nobile figura dell’Andreoli fu esaltata da protagonisti della lotta partigiana che lo ebbero al loro fianco, come Ubaldo Bertoli, autore de La Quarantasettesima, uno dei capolavori della letteratura resistenziale, e come Massimiliano Villa, comandante della brigata e autore, insieme con Mario Rinaldi, della documentazione sulla guerra partigiana nelle Valli dell’Enza e della Parma, dal titolo Dal Ventasso al Fuso. Attraverso queste testimonianze, emergono le qualità umane, il coraggio e i generosi impulsi dell’Andreoli. Agli inizi fece parte del primo gruppo Artoni formatosi a Campora, poi entrò nella 47a Brigata Garibaldi, ottenendo in breve il comando del distaccamento Buraldi. La sua cattura avvenne il 5 gennaio 1945 a Bazzano, per una delazione. Fu trucidato dai Nazisti il 9 febbraio 1945 a Villa Cadé insieme ad altri venti martiri, in gran parte parmigiani. Questa la motivazione della riconpensa della medaglia d’oro al valore militare conferita dal presidente della Repubblica con decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 2 agosto 1995: Appena ventenne, sospinto da acceso spirito di rivolta contro l’oppressore, entrava tra i primi nelle formazioni partigiane parmensi, subito emergendo per capacità organizzative ed eccezionale coraggio. Comandante di uno dei più agguerriti distaccamenti della 47° Brigata Garibaldi, trascinava i suoi uomini in molteplici combattimenti. Catturato in un’imboscata e tradotto a Ciano d’Enza centro di martirio per molti partigiani, veniva riconosciuto dal nemico e sottoposto a indicibili torture. Pur martoriato, manteneva un fiero e sprezzante contegno verso i suoi aguzzini che, furenti del suo nobile silenzio, lo assassinavano e abbandonavano il corpo nel mezzo della Via Emilia. Luminoso esempio di virtù militari e civili, è ricordato come un faro della Resistenza parmense per le future generazioni.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 27 ottobre 1995, 12.

ANDREOTTI ALDO
Pisa 1899-
Dottore commercialista, già professore incaricato nella facoltà di Economia e Commercio presso l’Università di Parma, fu presidente del collegio sindacale della Cassa di Risparmio di Parma, e autore di vari scritti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 16.

ANDREOTTI BATTISTA
Parma 1587/1589
Morto Baldo Puelli sul finire del 1587, fu prescelto a sostituirlo quale archivista dell’Archivio Comunale di Parma, con deliberazione dell’11 gennaio 1588, l’Andreotti, detto de’ Cassi. Ma questi non potè esercitare subito il suo mandato perchè gli eredi del Puelli ritardarono a fare la consegna dell’Archivio al nuovo eletto. Perciò gli Anziani, visto che molto si indugiava, con danno del Comune e della cittadinanza, ordinarono ai detti eredi di consegnare all’Andreotti le chiavi dell’Archivio e tutte le scritture che fossero presso di loro. E questo ebbe luogo il 30 giugno 1589.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.

ANDREOTTI ROBERTO
Castiglione delle Stiviere 31 maggio 1908-Parma 25 dicembre 1989
L’Andreotti appartenente ad una famiglia di magistrati. Dopo gli studi classici, si laureò brillantemente in Lettere antiche presso l’Università degli Studi di Bologna, con il professor Arturo Solari, il 12 luglio 1929. Il suo insegnamento presso il Liceo Classico Romagnosi di Parma, dove ricoprì la cattedra di Storia e Filosofia dal 1930 al 1939, fu ricordato con ammirazione e affettuosa riconoscenza dai suoi allievi. Nonostante la giovane età, la profondità della cultura, la maturità dell’ingegno e la severa coscienza morale ne fecero, già allora, un maestro insuperabile, che sapeva trasmettere, attraverso un insegnamento ampio e completo, ma chiaro e accessibile a tutti, mai nozionistico, formative lezioni di vita. Ne sono testimonianza i due manuali di Storia antica composti per le scuole di ordine superiore, L’Universalità della storia di Roma: in essi si esclude il più possibile il ricorso al dato nozionistico con l’intento di cogliere piuttosto, dalla storia orientale, a quella greca, a quella romana, il processo costante da cui deriva la vita dell’età moderna e contemporanea. Il manuale, con i continui riferimenti alla letteratura, alle arti e alla filosofia, è visto come mezzo di collegamento tra le discipline di studio degli allievi, volto a svilupparne lo spirito critico, in una visione aperta della storia, da cui derivare un insegnamento il più possibile vivace e formativo. Questa impostazione didattica rimase costante caratteristica anche nei successivi anni di insegnamento universitario. L’Andreotti conseguì la Libera docenza in Storia antica nel 1934. Nel 1939, a seguito di concorso, divenne membro dell’Istituto Italiano per la Storia antica di Roma. Dovette poi rinunciare, cedendo il posto a Santo Mazzarino, riuscito secondo nel concorso, perchè chiamato alla Cattedra di Storia romana (con esercitazioni di epigrafia latina) dalla Reale Università di Torino, dove tenne, il 15 maggio 1940, la prolusione su L’unità della Storia di Roma, tema ampio e complesso, affrontato con matura capacità critica mirante a ricercare, al di là dei fatti contigenti, l’essenza dei grandi fenomeni del divenire storico. Il suo insegnamento di Storia romana e di Storia greca, di cui ebbe l’incarico dal 1940, presso l’Ateneo torinese continuò fino al 1965, quando, istituita a Parma la Facoltà di Magistero, vi ottenne il trasferimento per avvicinarsi alla consorte, Luisa Stevani, sua preziosa collaboratrice, e per un ritorno definitivo nella sua città di adozione, dalla quale non aveva mai voluto staccarsi e alla cui vita culturale aveva sempre fornito notevoli contributi. A Parma tenne l’insegnamento di Storia, poi Storia romana, e contemporaneamente, dal 1966, quello di Civiltà greca, maestro apprezzato per collaboratori e allievi per l’ampiezza di interessi, la disponibilità al dialogo culturale e per la profonda umanità. Nel 1966 fu insignito della Medaglia d’oro quale benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte. Il 19 marzo 1984, con decreto del Presidente della Repubblica, fu nominato professore emerito. Per ragioni di salute aveva già da tempo dovuto ritirarsi dall’insegnamento e dagli amati studi. La sua produzione, assai ampia e varia, inizia fin dagli anni universitari (è significativa la precocità del suo ingegno: le prime pubblicazioni risalgono infatti al 1927). Essa comprende innanzitutto studi specialistici di alto livello scientifico sull’Impero romano, sul quale l’opera di sintesi per la Storia Universale Vallardi, diretta da E. Pontieri (1959), rimane ancora utile contributo anche per l’attenzione critica rivolta alle fonti. Di particolare acutezza appare l’interpretazione di figure storiche quale quella dell’imperatore Giuliano, la cui conoscenza aveva particolarmente risentito di una tradizione storiografica di tendenza. Dagli studi dell’Andreotti, volti a cogliere l’operato e la personalità dell’Imperatore (ai vari articoli particolari, seguì l’opera complessiva del 1936, e poi un più approfondito esame dell’attività di legislatore di Giuliano, caratterizzante la matura produzione dello storico) emerge la figura di un uomo tormentato per la difficile necessità di dominare e ordinare i complessi problemi del suo tempo. Il ritorno alle tradizioni e alle leggi del passato viene quindi interpretato non nell’ambito di un contrasto politico-religioso, quanto piuttosto entro il programma di restaurazione dell’Impero, nel quale pesa tuttavia la mancanza, da parte di Giuliano, di una più esatta valutazione della realtà storica del tutto nuova e complessa per il conflitto intrinseco tra eredità pagane e attualità cristiane. Dottissima è l’ampia voce Licinius per il Dizionario Epigrafico De Ruggiero (1958-1959). Anche a questa figura furono in seguito rivolti ulteriori studi, tesi a coglierne criticamente la portata entro la tradizione storiografica latina (1960) e nell’ambito dei rapporti con Costantino (1962). A quest’ultimo personaggio furono indirizzati gli interessi dell’Andreotti fin dai primi studi su Costanzo Cloro, visto anche in relazione alla politica del figlio (1930). Più specificatamente dedicate a Costantino sono ricerche su problemi religiosi, giuridici, cronologici ed epigrafici (La politica religiosa di Costantino, 1933; Contributo alla discussione del rescritto costantiniano di Hispellum, 1964; Recenti contributi alla cronologia costantiniana, 1964; Problemi di epigrafia costantiniana. I. La presunta alleanza con l’usurpatore Lucio Domizio Alessandro, 1969) tese a valutarne la portata storica entro e oltre il significato, spesso propagandistico, della tradizione storiografica. Rientrano negli interessi per l’impero romano le ricerche sul complesso periodo della cosiddetta anarchia militare del III secolo d.C. (Il separatismo gallico nell’anarchia imperiale del secolo III d.C., 1934; L’usurpatore Postumo nel regno di Gallieno, 1939; Il culto dello Hercules Magusanus e dello Hercules Deusoniensis nella politica dell’usurpatore Postumo, 1940; Religione ufficiale e culto dell’imperatore nei libelli di Decio, 1965), e quelle sui problemi di sicurezza e di controllo del commercio (1969) e sulla politica finanziaria di Diocleziano (1975), ultimo contributo dell’Andreotti, uscito solo in riassunto. Ma molti altri furono gli studi dell’Andreotti. Alcuni di essi riguardano il periodo repubblicano della storia di Roma: la monografia Cajo Mario (1940), per esempio, o il profondo contributo critico sulla nobilitas come centro della storia di Roma presentato al XII Congrès International des Sciences Historiques su Les Classes dirigeantes de l’Antiquité aux temps modernes, congresso nel quale lo stesso Andreotti introdusse la sezione dedicata all’antichità (Vienna, 1965). Oltre alle ricerche relative al mondo romano, l’Andreotti rivolse il proprio interesse anche all’ambito greco-orientale, visto come premessa alla storia di Roma: tra i numerosi contributi, quelli Sull’origine della patronomia spartana (1935), Le origini della marina spartana (1937-1938), L’Atene di Tucidide (1957), Alessandro Magno (1956 e 1957). E ancora: L’opera legislativa ed amministrativa dell’imperatore Giuliano, 1930; Il Regno dell’imperatore Giuliano, 1936; Costanzo Cloro, 1930, Il problema politico di Alessandro Magno, 1933, Monarchie orientali e libertà greche. Profilo storico del mondo mediterraneo prima della conquista romana (1948); Impero romano (1959). Vivo interesse, come già detto, l’Andreotti ebbe anche per la storia locale: Storici e Archivistici nella Deputazione Parmense (1952), studi relativi a Parma nell’antichità (1928 e 1935), alla viabilità antica (1927, 1928 e 1965) e, soprattutto, a Veleia (1934, 1955, 1962 e 1969), anche se in parte prodotti in età giovanile, rimangono di costante riferimento per specialisti e cultori della materia. Oltre a questa produzione, di lui rimangono i numerosi contributi occasionali, quali discorsi o commemorazioni, la collaborazione, dal 1934 al 1937, con il Corriere Emiliano, introduzioni storiche a opere di vario argomento relative al patrimonio culturale cittadino e ai suoi molteplici interessi. Alla base di tutta questa produzione si coglie costantemente una rigorosa disciplina di studi: i risultati della ricerca, spesso complessa e articolata, sempre scrupolosa e puntuale, condotta con acuto spirito critico, si traducono in una forma limpida e chiara ma pur sempre esattissima e accessibile a tutti. In questo sembra di poter cogliere la coscienza di un dovere da svolgere, sempre avvertita fin dai primi anni del suo insegnamento a Parma, derivata da una concezione aperta della storia, intesa non come arida e nozionistica rassegna di fatti, ma come un susseguirsi di problemi legati alla vita dell’uomo, e per questo sempre vivi e attuali, la cui conoscenza risulta utile e necessaria. L’Andreotti fu prima Segretario (1949-1955), poi Presidente (1956-1963) della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Fu voluta dall’Andreotti la collezione Fonti e Studi, Serie I e II, affinché proseguisse i Monumenta ad Provincias Parmensem et Placetinam pertinentia: i primi volumi videro la luce negli anni 1963 e 1964. Il centenario della Deputazione, caduto nel 1960, venne ricordato, tra l’altro, con la pubblicazione di un volume celebrativo (1962).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1989, 235-236; M.G. Arrigoni Bertini, Andreotti, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1990, 33-39.

ANDREOZZI BENEDETTO
Parma XVI secolo
Speziale attivo in Parma nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 36.

ANDRIOLO, vedi BOCCALARI ANDRIOLO

ANDRIOLO DE BURONO, vedi BURONI ANDRIOLO

ANDROMACO
Parma 1494
Fu medico, filosofo e canonista. Lesse all’Università di Bologna (1494) e fu molto reputato ai suoi tempi.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 129.

ANELI, vedi ANELLI

ANELLI ANTONIO
Parma 1481
Sul finire del XV secolo si trova memoria di Antonio de Anellis scriptor, il quale doveva avere dal Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma al 3 Aprile 1481, lire 3 e soldi 12 per spese di carta e per avere scritto certi quinterni di un Breviario a don Giacomo da Parma, monaco nel monastero medesimo.
FONTI E BIBL.: Archivio dei PP. Benedettini, Mastro segnato, M.A. (Archivio di Stato, Parma); E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3.

ANELLI EGISTO
Parma 14 novembre 1852-1926
Figlio di Cesare e Maddalena Livraghi. Avvocato di primo piano, lasciò a una certa età la professione forense per dedicarsi all’attività di consulente legale della Cassa di Risparmio di Parma. Nel 1889 venne eletto consigliere comunale con la prima Amministrazione Mariotti (che fu anche la prima eletta con suffragio allargato). Essa cadde l’anno dopo, e da allora l’Anelli non accettò più alcuna candidatura. Democratico conservatore, uomo di vecchio stampo, l’Anelli fu persona coltissima: conobbe alla perfezione latino, greco e tedesco, e fino agli ultimi giorni della sua vita, già avanti negli anni, era solito recitare a memoria squarci di Petrarca, Dante, Virgilio. L’onorevole Berenini, commemorandolo in aula, lo disse un maestro.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 12.

ANELLI GIOVANNI
Parma prima metà del XIX secolo
Pittore decoratore attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 5.

ANELLI GUIDO
Vigolone 20 aprile 1912-Cazoria Guarico 9 marzo 1969
Sacerdote caratterizzato da una forte personalità, venne destinato nel 1939 a reggere la parrocchia di Belforte, piccola frazione dell’Appennino parmense alla quale si accedeva soltanto per una stretta ed erta mulattiera. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale divise le ansie e i dolori con le famiglie dei combattenti e a tutti fu sempre vicino dando conforto e infondendo coraggio. Dopo l’8 settembre 1943 anche nelle contrade della valle del Taro la popolazione si ribellò organizzandosi in gruppi armati, dando così inizio alla Resistenza. La canonica di Belforte diventò il centro dell’attività cospirativa: vi vennero formate le prime bande che furono le matrici delle brigate partigiane. La 2a Julia fu una di queste e l’Anelli, oltre che l’organizzatore, ne fu anche il primo cappellano. La lotta divampò per tutta la valle del Taro, e le azioni di guerra della 2a Julia, sempre più consistenti e articolate, logorarono sistematicamente i Tedeschi trincerati nei vari centri di fondovalle e nei caselli ferroviari o schierati lungo la strada nazionale della Cisa. Il 17 ottobre 1944 il nemico riuscì a colpire la testa del movimento partigiano parmense con l’eccidio, a Bosco di Corniglio, del Comando unico. Pochi giorni dopo, la canonica dell’Anelli ospitò tutti i comandanti delle brigate partigiane, che poi elessero nella sede del Comando della 2a Julia, alla Pietra di Belforte, il nuovo vertice militare. In una delle prime riunioni tenute dal nuovo comando venne deciso che l’Anelli avrebbe dovuto attraversare la linea Gotica e raggiungere Roma per riferire sulla situazione al Governo e chiedere aiuti concreti onde poter far fronte ai gravi e pressanti problemi creatisi a seguito del continuo aumento dei componenti le brigate dell’Ovest Cisa, minacciate dai rigori dell’imminente inverno. L’Anelli, accompagnato dal capitano dei corazzieri Abba, raggiunse Firenze, dove fu ricevuto personalmente dal generale Alexander. Da Firenze si portò a Roma, ove ebbe colloqui col presidente del Consiglio Bonomi, col capo di Stato Maggiore dell’Esercito e col ministro del Tesoro. Ricevette assicurazioni che i lanci di materiale bellico e di conforto per i partigiani sarebbero stati intensificati e ottenne subito un contributo di tredici milioni di lire. Per il ritorno, si decise di trasportare l’Anelli con un aereo e lanciarlo col paracadute nel Piacentino. Si portò poi a Bardi e, fatte le consegne al Comando unico, ritornò nella sua parrocchia. Il valore della missione dell’Anelli fu suggestivamente descritto dal Pellizzari: Quei denari furono la salvezza delle nostre formazioni quando due settimane più tardi, in una terribile ripresa dell’inverno, si scatenò contro di noi il più imponente e violento rastrellamento di tutta la guerra: tutte le Brigate furono tempestivamente e abbondantemente provviste di moneta; i reparti organizzati e allontanati dalle basi e dai rifornimenti, e persino i volontari dispersi poterono comprare a contanti il grano e il vino necessari; migliaia di combattenti furono salvati dall’inedia e dal congelamento, grazie a quei benedetti milioni che la Patria ci aveva donati e che un umile prete di campagna ci aveva portati per la via del cielo. Nel febbraio del 1945 l’Anelli fu di nuovo in cammino per riattraversare la linea Gotica, chiamato a compiere un’altra delicata e pericolosa missione. Nel Bresciano, il rastrellamento del gennaio era riuscito a colpire duramente le formazioni partigiane. Una delle più efficienti brigate della zona, guidata dal comandante Perlasca, caduto durante il rastrellamento (e insignito della medaglia d’oro della Resistenza), si trovava in una situazione estremamente critica: degli effettivi della formazione, molti erano i morti, i feriti e gli sbandati. L’Anelli, paracadutato in quella zona a capo di una missione alleata, ricostituì la brigata, alla quale impose il nome del leggendario comandante Perlasca, e in brevissimo tempo la rese operante in quel settore reso nevralgico dalla vicinanza di Salò, sede provvisoria del governo di Mussolini. L’Anelli vi rimase sino alla Liberazione. A guerra finita ritornò a Belforte e riprese l’esercizio del suo ministero. All’attività che ispirava il suo apostolato sacerdotale, l’Anelli unì una febbrile azione, anche politica, a favore dei ceti più deboli, ma soprattutto a favore dei suoi montanari. Nel suo pragmatismo, stigmatizzò il prevalere delle discussioni sull’azione di ricostruzione del Paese, affermando che le lunghe diatribe che fomentano le discordie portano agli stessi malanni della dittatura e ne sono il più efficace richiamo; mentre l’ingiustizia e il terrorismo offrono uno dei più validi contributi a quel discredito che portò il fascismo alla rovina. Tra i primi alzò la guardia contro ideologie e metodi che stavano pericolosamente dilagando per la nazione e scese di nuovo in campo per difendere i valori della libertà e della democrazia per la conquista dei quali tanto sangue era stato versato. Assieme a Enrico Mattei, Mario Ferrari Aggradi, don Giuseppe Cavalli, Franco Franchini, Giuseppe Molinari, Gino Cacchioli, Giovanni Vignali e a tanti altri partigiani, amalgamati nel crogiuolo degli stessi ideali, recò un determinante contributo alla creazione dell’Associazione partigiani cristiani, alla quale dedicò un’intensa attività. Ma il pensiero dell’Anelli fu sempre rivolto alla povertà della gente delle sue montagne. Bussava a tutte le porte per trovare un lavoro dignitoso ai giovani e ai bisognosi, e strapparli così alla misera esistenza che essi conducevano vivendo in troppi sui sassosi e aridi campi della montagna. Fece inoltre annullare diversi contratti che negozianti avevano stipulato con amministratori di Comunalie per l’acquisto di ingenti quantità di legna a prezzi che la svalutazione galoppante aveva reso ridicoli. Così, ai nemici politici, che con le sue scelte si era creato, si aggiunsero i nemici economici, colpiti nei profitti. Entrambi resero difficoltoso l’esercizio del suo ministero, tanto che, verso la metà degli anni Cinquanta, decise di emigrare in Venezuela, dove, con l’ardore e l’esuberanza propri del suo carattere, continuò a portare il messaggio di Cristo, al quale sempre si era ispirato anche nei momenti più cupi della guerra partigiana prima e delle lotte civili poi.
FONTI E BIBL.: S. Giliotti, in Gazzetta di Parma 7 maggio 1990, 3, e 13 maggio 1990, 19.

ANELLI MARIO
Parma 9 giugno 1882-Parma 3 settembre 1953
Nato dall’avvocato Egisto e da Elvira Ughi, frequentò il liceo G.D. Romagnosi di Parma e si laureò nell’Università di Parma in scienze naturali a pieni voti nel 1905. Assistente volontario all’Istituto di Mineralogia fino al 1910, passò effettivo a quello di Geologia, ove rimase fino all’ottobre del 1924, quando fu soppressa la Facoltà di Scienze. Venne quindi incaricato della conservazione dell’Istituto e del Museo di Geologia e Paleontologia. Libero docente dal 1927, diresse per incarico l’Istituto di Mineralogia dell’Università di Parma e dal 1929 fu nominato membro del Comitato nazionale delle ricerche per la geologia. Nel dicembre di quello stesso anno fu incaricato della direzione dell’Istituto di Geologia dell’Università di Modena, ove nel 1936 passò di ruolo come professore di Geologia. Rimase in quella sede, come direttore, fino al 1938, ma restò nel contempo incaricato del corso di Geologia all’Università di Parma. Dal 1942 fu direttore dell’Istituto di Geologia di Parma, carica che mantenne fino al 31 ottobre 1952 quando venne collocato fuori ruolo. Alla morte, lasciò per testamento ogni sua sostanza alla Società protezione degli animali. La sua produzione scientifica consta di una quarantina di pubblicazioni nel campo geologico: una produzione che potrebbe sembrare numericamente modesta, se non si soppesassero la densità dei problemi, la quantità dei dati e la grande mole di lavoro che dietro quelle poche pagine e quegli schizzi appare chiaramente. Un’eccessiva cautela nell’esporre le sue ipotesi di lavoro e di ricerca sulla evoluzione geologica dell’Appennino e la sua innata modestia lo frenarono nel rendere pubblici dati e idee che sicuramente avrebbero potuto avere un peso determinante sulle nuove concezioni di tettonica gravitativa che da pochi anni cominciavano a farsi strada sia nello studio della catena appenninica sia in quello della catena alpina. La sua competenza, tuttavia, dovette certamente essere apprezzata al di fuori del campo strettamente accademico, se alcune importanti società minerarie, tra le prime ad iniziare l’esplorazione in Italia, si rivolsero a lui per molti anni: così divenne consulente dell’AGIP e dell’Ente Zolfi Italiani, nonché collaboratore disinteressato di geologi impegnati con altre società. In seguito, anche tra gli studiosi di geologia dell’Appennino, il riconoscimento di valore delle sue ricerche divenne generale e concorde. Nel 1908 l’Anelli presentò in un saggio (L’Eocene nella vallata del Parma, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXVII 1908, pagine 124-158) la classica successione geologica dell’alta e media Val Parma, solo di recente riscoperta e completata da nuove ricerche biostratigrafiche e tettoniche. Tra il 1913 e il 1915 egli segnalò e descrisse organicamente, per la prima volta, gli affioramenti miocenici dell’Appennino parmense, argomento approfondito in successivi lavori sull’evoluzione morfologica del Modenese e del Reggiano (I terreni miocenici tra il Parma e il Baganza, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXXII 1913, pagine 195-272; Cenni geologici sui dintorni di Traversetolo e di Lesignano Bagni, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXXIV 1915, pagine 79-136; Contributo alla morfologia dell’Appennino modenese e reggiano, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXXVII 1918, pagine 93-114; Sulla presenza dell’Oligocene nel Subappennino reggiano, in Bollettino della Società Geologica Italiana XLII 1923, pagine 93-114; Tettonica dell’Appennino parmense e reggiano. Cenni su alcune località presentanti manifestazioni di idrocarburi, in Bollettino della Società Geologica Italiana XLII 1923, pagine 377-398). Per dare una spiegazione logica alle intercalazioni di argille scagliose tra i sedimenti marini dell’Oligocene, per la prima volta da lui segnalati, e del Miocene, propose l’idea di uno scivolamento gravitativo di materiali prevalentemente argillosi caoticizzati entro il bacino di sedimentazione oligomiocenico, anticipando nel 1923 di quasi trent’anni, la scoperta degli olistostromi, più tardi descritti in tutto il mondo e conosciuti in tutte le serie marine: L’intercalazione, scriveva l’Anelli, di una falda di argille scagliose fra i terreni oligocenici e quelli miocenici in corrispondenza di un’area di oltre cento chilometri quadrati, potrebbe spiegarsi o con una gigantesca intrusione di tipo laccolitico (il che, data l’enorme estensione, non mi sembra probabile), oppure ammettendo che, in conseguenza di un formidabile corrugamento orogenetico, di data anteriore al deposito dei terreni miocenici, si sia effettuato un grandioso slittamento di argille scagliose con ricopertura dell’Oligocene (Sul comportamento tettonico delle argille scagliose nell’Appennino emiliano, in Rendiconti della Reale Accademia Nazionale dei Lincei, classe scienze matematiche fisiche naturali, s. 5, XXXII 1923, 2, pagine 416-419). Inoltre ai fenomeni di ricoprimento offerti dall’Oligocene sono anche da aggiungere quelli consimili, benché in scala più ridotta, nei terreni miocenici e pliocenici (Su alcuni fenomeni di ricoprimento nell’Appennino emiliano, in Rendiconti della Regia Accademia Nazionale dei Lincei, s. 6, IX 1929, pagine 202-205; Ricoprimento di terreni pliocenici nell’Appennino reggiano in Rendiconti della Regia Accademia Nazionale dei Lincei XV 1932, pagine 478-482). In antitesi con i sostenitori di scuola germanica delle falde di ricoprimento di stile alpino nell’Appennino, l’Anelli precisa: tuttavia, il contrasto tra lo spiegazzamento degli strati e l’andamento quasi orizzontale dei piani di separazione potrebbe essere assai suggestivo considerando il grandioso ricoprimento appenninico delle argille scagliose come dovuto ad un formidabile, lento slittamento regionale, probabilmente effettuatosi su di una superficie sottomarina situata a mediocre profondità ed avvallantesi gradualmente sotto l’avanzata della colossale frana (Le acque minerali nelle colline fra lo Stirone e il Taro, in Giornale Italiano di Scienze Idrominerali Clim. X-XI 1930, pagine 3-21). Del 1927 è un’importante messa a punto del problema delle arenarie appenniniche con una prima distinzione e discussione su quelle a facies di macigno (Sopra alcuni lembi di macigno dell’Appennino parmense, in Giornale di Geologia II 1927, pagine 65-71). Tale argomento, ripreso otto anni dopo e inquadrato in più ampi orizzonti di geologia regionale (Sopra alcuni lembi di arenarie superiori dell’Appennino settentrionale, in Ateneo Parmense VII 1935, pagine 89-99), chiarì ulteriormente il problema delle arenarie superiori. Una serie di importanti lavori scientifici dell’Anelli è rivolta alla esplorazione geologica del sottosuolo, che in quegli anni prese vigore e attualità. Così il tema della struttura di Salsomaggiore (Cenni tettonici sulla regione collinosa interposta tra lo Stirone ed il Taro, in Bollettino del Regio Ufficio geologico LII 1927, pagine 1-56), zona famosa per le sue manifestazioni di idrocarburi, viene presentato in modo completo e come esempio da seguire per le nuove indagini petrolifere. Sempre a questo argomento l’Anelli dedicò una serie di contributi scientifici, anche in collaborazione con geofisici (Hangend und Liegendplatte, in Zentralblatt für Min. und Geol. VI 1926, pagina 187, in collaborazione con W. Salomon; L’acqua minerale di Montepelato nella pianura parmense, in Miniera Italiana 7 1925, pagine 201 s.; Contributo alle ricerche petrolifere nell’Appennino emiliano, in Miniera Italiana 3 1926, pagine 65-76; Il colle di San Colombano al Lambro, in Miniera Italiana 5 1928, pagine 145-148, in collaborazione con C. Porro; A proposito di una perforazione in corso nell’Appennino parmense, in Miniera Italiana 6 1928, pagine 305-307; Search of Oil in Parma Discrict Western Italy, in Bull. of the Am. Assoc. of Petrol. Geol. XVI 1932, pagine 1152-1159, in collaborazione con A. Belluigi; Cenni geologici sulla regione collinosa fra il Secchia e il torrente Tiepido, in AGIP. Ricerche in Italia, 1935, pagine 37-75; A proposito di terreni petroliferi dell’Italia settentrionale, in Industria Mineraria 1936, pagine 118-122; I risultati geologici dell’esplorazione per petrolio nella valle Padana, in Industria Mineraria 1936, pagine 263-265; Descrizione geologica del giacimento di Podenzano, in Il convegno nazionale metano (AGIP), XIV, 1939, pagine 5-14) che dimostrano come la ricerca applicata agli idrocarburi con criteri moderni, trovasse in lui uno dei primi ed entusiasti sostenitori. Proprio in questo periodo svolse un’intensa attività di rilevamento geologico, utilizzato pure per la Carta geologica d’Italia, che lo condusse a cartografare, insieme con F. Sacco, al 25.000 circa duemila chilometri quadrati di collina e di montagna appenninica (Carta geologica d’Italia, a cura del Regio Ufficio Geologico, Foglio Parma, Roma, 1931; Foglio Castelnuovo ne’ Monti, Roma, 1931; Foglio Modena, Roma, 1932). Con questa enorme massa di dati e di informazioni scientifiche, l’Anelli formulò l’ipotesi delle frane tettoniche per spiegare gli anormali ricoprimenti di formazioni caoticizzate sopra l’autoctono e come questi si ripetessero per tutta l’era terziaria fino al Pliocene. Riconobbe inoltre la parautoctonia del flysch nummulitico esterno, scollato dal suo substrato argilloso dalla falda gravitativa avanzante verso l’attuale pianura padana. A questo grandioso fenomeno che dovette coinvolgere quasi tutto il futuro Appennino settentrionale, sarebbero seguiti nuovi scollamenti e scendimenti gravitativi mentre a settentrione della avanfossa ormai colmata si generava, per reazione, il primo abbozzo di quella ruga che, durante il Miocene, forse separava l’area appenninica da quella corrispondente alla pianura ed è ancora avanti a questa che più tardi, anteriormente al Pliocene, sorsero, dove oggi si estende la Pianura Padana, quei rilievi la cui esistenza ci è rivelata dalla gravimetria ed accertata dalle sonde, rilievi che, come hanno mostrato le perforazioni petrolifere, furono interessati per quanto debolmente da disturbi tettonici agli albori del Quaternario (Note stratigrafiche e tettonache sull’appennino di Piacenza, in Atti e memorie della Regia Accademia di scienze, lettere e arti di Modena III 1938, pagine 228-262). Delle sue escursioni geologiche nell’arco alpino o nell’Appennino centrale e meridionale, non rimane che una importante nota del 1938, di carattere riassuntivo e sintetico, riguardante i monti del Salernitano e della Lucania (Sulla presenza di falde di ricoprimento nell’Italia meridionale, in Atti della Società dei naturalisti e matematici di Modena LXIX 1938, pagine 1-15). In essa l’Anelli, dopo un breve quadro dei principali problemi geologici, afferma che il Trias dolomitico insieme ai più recenti terreni calcarei costituenti il gruppo del Cilento e buona parte dei monti salernitani, è venuto a sovrapporsi al Trias selcifero della Lucania rivestito dal flysch terziario, anticipando di alcuni decenni le successive concezioni geologiche. L’opera scientifica dell’Anelli non si esaurì certamente nel 1942, anno a cui risale l’ultima delle sue pubblicazioni. Anche dopo il rientro a Parma, fino al 1952, quando venne collocato fuori ruolo, egli continuò le ricerche su quell’Appennino che, oltre ai problemi da lui già brillantemente risolti, presentava sempre enormi interrogativi, tanto che di fronte ad essi gli sembrò vano sforzo il suo stesso lavoro. Oltre a quelli citati nel testo, si segnalano i seguenti scritti dell’Anelli: Cenni petrografici sui conglomerati dei Salti del Diavolo in val Baganza, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXIX 1910, 257-286; I dintorni di Rossena, in Bollettino della Società Geologica Italiana XLI 1922, 17-29; I graniti di Groppo del Vescovo, in Giornale di Geologia II 1927, 58-64; Sopra alcune particolarità tettoniche dell’Appennino emiliano, in Giornale di Geologia II 1927, 72-74; A proposito di una sezione geologica nell’Appennino reggiano, in Rendiconti della Regia Accademia Nazionale dei Lincei, classe di scienze matematiche fisiche naturali X 1930, 202-205; Sezioni geologiche attraverso l’Appennino parmense, in Giornale di Geologia X 1935, 1-27; Considerazioni sulla posizione tettonica del Trias nell’alta valle della Secchia, in Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Modena LXVI 1935, 20-36; Appunti paleontologici a proposito delle cosiddette argille scagliose, in Rivista italiana di Paleontologia XLI 1935, 33-44; Il golfo pliocenico di Castellarquato, in Giovane Montagna, Parma, 1938, 2; Somalia italiana di G. Corni, in Atti e memorie della Regia Accademia di Scienze Lettere Arti di Modena III 1938, 3-15 in collaborazione con B. Donati e A. Vaccari; Sulla presenza di Aptici nelle cosiddette Argille scagliose dell’Appennino emiliano, in Rivista Italiana di Paleontologia XLIV 1938, 82-93; Calcari a Calpionelle, diaspri e rocce ofiolitiche nell’Appennino settentrionale, in Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Modena LXIX 1938, 67-77; Sulle concentrazioni albitiche dell’alta Val Taro, in Bollettino della Società Geologica Italiana LXI 1942, 273-288, in collaborazione con G. Carobbi.
FONTI E BIBL.: Bollettino della Società Geologica Italiana LXXI 1953, 156-159 (necrologio); F. Mutti, Sul possibile significato stratigrafico del macigno della Val Trebbia, in Rivista Italiana di Paleontologia LXVII 1961, 6; G. Zanzucchi, Commemorazione, in Ateneo Parmense XXXIV 1963, 3-11; P. Elter-C. Gratziu-B. Labesse, Sul significato della esistenza di una unità tettonica, in Bollettino della Società Geologica Italiana LXXXIII 1964, 14; G. Braga, Geologia delle valli Nure e Perino, in Atti dell’Istituto di Geologia dell’Università di Pavia XVII 1965, 19; E. Montanaro Gallitelli, Quarant’anni di geologia, in Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Modena XLVII 1966, 259-266; K.J. Reutter, Die tektonischen Einheiten des Nordapennins, in Ecl. Geol. Helvetiae LXI 1968, 185; E. Abbate e altri, Introduction to the Geol. of the Northern Apennines, in Development of the Northern Appennines Geosyncline, a cura di G. Sestini, in Sedimentary Geology IV 1970, 242; E. Abbate-M. Sagri, The Eugeosynclinal Sequences, in Sedimentary Geology IV 1970, 278, G. Zanzucchi, Tectonics of the Parma Province Apennines, in Alps, Apennines, Hellenides, in Inter Union Comm. Geodyn, Scientific Report, n. 58, Stuttgart, 1978, 277; S. Iaccarino-G. Papani, Il Messiniano dell’Appennino settentrionale, in Volume dedicato a S. Venzo, Parma, 1980, 16, 33, 40 s.; G. Zanzucchi, I lineamenti geologici dell’Appennino parmense, in Volume dedicato a S. Venzo, Parma, 1980, 227; B. D’Argenio, Lo sviluppo delle conoscenze geologiche moderne nell’Italia meridionale, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia italiana, Bologna, 1984, 306; G. Merla, La tettonica dell’Appennino settentrionale dagli albori al 1950: riflessioni e ricordi, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia italiana, Bologna, 1984, 182; M. Pieri Storia delle ricerche nel sottosuolo padano, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia italiana, Bologna, 1984, 158-161; L. Trevisan, Autoctonismo e faldismo nella storia, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia italiana, Bologna, 1984, 191; B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 12; G. Zanzucchi, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXXIV, 1988, 122-125.

ANELLI PELLEGRINO
Parma 1377/1394
Fu frate priore della Chiesa di San Michele di Calerno (1377), poi monaco nel Monastero di San Giovanni Evangelista (23 giugno 1390), infine priore della Chiesa di Santa Lucia in Corcagnano (3 novembre 1394). Il suo nome è ricordato in alcuni rogiti notarili: Frate Giacomo de l’Arena f.q. Simone abbate del Monastero di San Giovanni di Parma, Frate Pellegrino de Anellis, Priore di San Michele di Calerno, Frate Nicolo Cantelli monaco claustrale e Pino de Anellis testimonio. (1377, Rogito Paolo Palazzi, Archivio Notarile Parma). Frate Pellegrino de Anellis monaco nel Monastero di San Giovanni evangelista (23 giugno 1390, Rogito di Paolo Palazzi).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiani, 1911, 3.

ANELLI PIETRO
Parma ante 1330-ante 1399
Figlio di Pino e fratello di Tommaso, svolse la professione di coniatore. Un pregevole documento riferito dal conte Gian Rinaldo Carli (sconosciuto agli antichi scrittori delle arti belle parmensi, all’Affò e al Zani) attesta quanto segue: Anno Dominice Nativitatis mcccxxx indi. xiij die decimo mensis mai in predicto palatio civitatensi presentibus Ven: P. d. Paganus Pat.ha predictus dedit discreto viro Thomasio f.q.m d.ni Pini de Anellis de Parma, recipienti pro se et Petro fratre suo Bentiviene Mano Picino de Florentia Cive Parmensi et aliis que tibi associare voluerint ad cudendam monetam novam quam idem D. Patha vult facere de novo in civitate Aquilegie. E tra le monete annoverate dal Muratori nella sua XVII Dissertazione che egli conobbe appartenere ai Patriarchi Aquileiensi, è da credere possa essere dell’Anelli quella da lui esaminata nel Museo Lassara, citata sotto il n. XVII. L’Anelli è ancora ricordato nel seguente atto notarile: Actum parme in vicinia Sancti Johannis pro burgo de medio, in orto posito post domum habitationis condam Pitri de Anellis in qua, presentialiter habitat Lucas de Pogis (1° ottobre 1419, Rogito di Giovanni di San Leonardo, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: G. Carli Rubbi, Delle monete e della istituzione delle Zecche d’Italia, 1754, I, 260 e s.; L.A. Muratori, Dissertazioni sopra le Antichità italiane, Milano, 1751, tomo I, 530; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3.

ANELLI PINO
Parma 1377/1416
Figlio di Francesco, fu miniatore e calligrafo attivo a Parma nel 1399 per il convento benedettino di San Giovanni. Nel 1377 compare come teste in un atto notarile. Successivamente, è ricordato in diversi altri rogiti: 28 Ottobre 1399, Presente Pino de Anelis f.q.m D. Francisci vic.a Sancti Johannis pro burgo de medio (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 13 Aprile 1412, Presenti per testimoni ad un atto del Cancelliere vescovile Andriolo Riva Frate Pellegrino de Anelis Priore del Priorato di Santa Lucia di Corcagnano, e Pino de Anelis f. q.m d.ni Francisci vic.e Sancti Johannis pro burgo de medio (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 27 Settembre 1412, Pino de Anellis f.q.d. Francisci civis parme civ.a Sancti Johannis pro burgo de medio costituito procuratore da Giovanni Antonio de Anellis f.q. Petri dicti Pitoni per rogito di Antonio qm Alberto de Pesaro del 23 Dicembre 1399 (rogito di Giovanni San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 12 Giugno 1416, Actum parme in vic.e Sancti Stefani in domibus hospicii Cavaleti presentibus Pino de Anellis f. q.m d.ni Francisci vic. Sancti Johannis pro burgo de medio porte christine (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, volume I (1907); E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 146.

ANELLI TOMMASO
Parma 1330/1390
Figlio di Pino e fratello di Pietro. Lodato coniatore e zecchiere, tra il 1330 e il 1334 stette al servizio di Pagano, patriarca di Aquileja: Anno Dominice Nativitatis MCCCXXX ind. XIII die decimo mensis mai in predicto palatio Civitatensi presentibus Ven. P.D. Paganus Pat.ha predictus dedit discreto viro Thomasio f.q. de Pini de Anellis de Parma, recipienti pro se et Petro fratre suo Bentiviene Mano Picino de Florentia Cive Parmensi et aliis quos tibi associare voluerint ad cudendam monetam novam quam idem D. Pat.ha vult facere de novo in civitate. Parrebbe opera sua e del fratello, eseguita dopo la loro dimora in Aquileja, un suggello del Comune di Parma. L’Anelli viveva ancora in Parma nei primi anni dell’ultimo decennio del XIV secolo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, t. 5, XI; M. Lopez, 36; G.B. Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1877, 14; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3.

ANESI BIANCA
Salsomaggiore 1910-Parma 6 dicembre 1995
Figlia di commercianti. Conobbe Giordano, figlio di Italo Ferrari, nel 1932. Nacque un doppio amore, destinato a durare una vita, per l’uomo e per il mestiere di burattinaio. La Anesi entrò a far parte della famiglia Ferrari e trovò subito un posto dietro le quinte del teatrino, divenendo l’anima di diversi personaggi femminili. Diplomata al Conservatorio da mezzo soprano (studiò con il maestro Rastelli), portò in dote alla compagnia una voce incantevole: nacque così l’operetta per burattini, con la Fata Morgana, Il gatto con gli stivali, ecc. Contemporaneamente la Anesi continuò a dedicarsi al canto puro, con il cognato Emilio, eccellente violinista e direttore d’orchestra dividendosi tra i teatri e i luoghi canonici del culto della musica e le piazze conquistate dalla baracca dei Ferrari. L’Anesi fu la voce femminile dei burattini dei Ferrari per oltre mezzo secolo. Con Giordano, i cognati e il suocero Italo partecipò a tournée in tutta Europa, in Messico, in Venezuela, in Thailandia. Per l’Anesi significò farsi conoscere non solo come la voce, ma anche come una vera attrice, con grandi capacità interpretative. Lavorò intensamente fin verso il 1985. Nell’estate del 1995, a Cervia, al festival di burattini e marionette fu lei a consegnare le sirene d’oro. Fu l’ultima volta in cui salì su un palcoscenico.
FONTI E BIBL.: R. Longoni, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1995, 6.

ANFOSSI DIEGO
Parma 1831
Patriota nei moti del 1831 in Parma. Fu inquisito con la seguente motivazione: Individuo costantemente segnalato dal pubblico disprezzo pe’ suoi vizii, ignoranza e sfrontatezza. Fu il primo a vestire i simboli rivoluzionarii sino al punto di rendersi pubblicamente ridicolo. Uomo scostumatissimo, aggravato da cattivissima reputazione.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 136.

ANGELBERGA, vedi ENGELBERGA

ANGELICO DA PARMA, vedi SANTINELLI GIOACHINO

ANGELIERI DELFINO
Parma 1641
Nel 1641 fu inviato da Odoardo Farnese, solito a misurare non dalle forze ma dall’animo suo le cose, a presidiare Castro minacciata dai Barberini, con 28 cannoni e 1500 fanti. Provvide a fortificarla, offrendo con questo un nuovo pretesto a papa Urbano VIII di protestare per tali misure, valutandole un atto di ribellione, e d’inviare quindi il marchese Luigi Mattei con 6000 fanti e 500 cavalli. La spedizione durò dal 27 settembre al 13 ottobre 1641, e le rocche di Montalto e di Castro caddero nelle mani dei Pontifici, con restar dubbiosa la fede o il coraggio dell’Angelieri che sì presto capitolò la resa.
FONTI E BIBL.: L.A. Muratori, XI-II, 7; A. Valori, Condottieri, 1940, 11.

ANGELINO
Parma 1699
Fu cantante (basso) della Cattedrale di Parma il 25 dicembre 1699.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica a Parma, 1936.

ANGELO DA BORGO SAN DONNINO, vedi TOVAGLINI FRANCESCO DIONIGI GIUSEPPE

ANGELO DA PARMA
Parma-Bologna post 1316
Frate terziario regolare francescano. Fu eletto Ministro Provinciale nel Capitolo celebrato in Modena l’anno 1313. Secondo alcuni resse la Provincia per ben sei anni: questo fatto indicherebbe le non comuni abilità delle quali l’Angelo doveva trovarsi fornito. Stando all’opinione di altri, avrebbe governato assai meno, e avrebbe avuto per successore, fino all’elezione del nuovo Ministro, in qualità di Commissario generale e di Vicario Provinciale, maestro Leonardo da Cremona. Tutti peraltro convengono nel dire che l’Angelo da Parma morì in officio di Provinciale nel convento di Bologna (Anonimo, ms. bolognese). Nel tempo del suo Ministero, cioè il 31 maggio 1316, si celebrò il Capitolo generale in Napoli, al quale senza dubbio anch’egli prese parte. In questo Capitolo fu eletto Ministro Generale frate Michael Fuschi de Caesena il quale ob indiscretum zelum in acri quaestione circa paupertatem Christi et Apostolorum cadde in disgrazia del papa Giovanni XXII.
FONTI E BIBL.: Acta Ordinis, anno 1884, 136; Analecta Franciscana, tomo 2, 121-122 e tomo 3, 470; G. Picconi, Ministri e Vicari Provinciali, 1908, 68-69.

ANGELO DA PARMA
Parma XVI secolo
Appartenne all’Ordine dei terziari regolari francescani. Fu sottile e sagace ragionatore, della cui abilità si valse ripetutamente lo Stato di Milano.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 2 1977, 14.

ANGELO DA PARMA, vedi anche BRAVI ARTASERSE, CLARIO ANGELO, ROSA CARLO e ZINELLI DOMENICO

ANGELO FELICE DA PARMA, vedi FERRI LODOVICO

ANGELO FRANCESCO DA PARMA, vedi SCURANI FRANCESCO MARIA RANUCCIO

ANGELO MARIA DA BUSSETO, vedi GROSSI GIUSEPPE IGNAZIO

ANGELO MARIA DA PARMA, vedi PROVINCIALI FRANCESCO

ANGELOTTI LINO
Bedonia 26 luglio 1924-Fontanellato 22 aprile 1945
Appartenne al Comando Unico Ovest Cisa. Fu decorato con Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 63.

ANGELOTTI NICOLA
Parma XVI/XVII secolo
Schiavo dei Saraceni convertitosi all’Islam. Tra le tante mansioni concernenti le cose della fede svolte dagli inquisitori ci furono anche le indagini relative a cristiani che, convertitisi all’Islam, chidevano di essere riammessi in seno alla Chiesa cattolica. Si trattava perlopiù di persone che si presentavano spontaneamente davanti al tribunale dopo essere, a loro dire, fuggiti tra mille pericoli da qualche nazione musulmana dove avevano trascorso duri anni di prigionia. Spinti dalla disperazione e dai condizionamenti, avevano abbracciato la religione islamica mediante la pronuncia, in presenza di testimoni, della professione di fede (Ia ilaha illà Allah Mohammed rèzul Allah: Allah è il solo Dio e Maometto è il suo profeta). In effetti furono sicuramente molti coloro che, tra i secoli XVI e XVII, età di intensi traffici e conflitti all’interno del bacino del Mediterraneo, persero la libertà nel corso di battaglie o scorrerie di pirati arabi e finirono come schiavi nell’Africa del Nord o in altre zone dell’impero ottomano. E’ comprensibile che alcuni di essi acconsentissero a farsi mori nella speranza, spesso vana, di migliorare la propria condizione, essendo, almeno teoricamente, disdicevole che un musulmano tenesse in schiavitù un altro musulmano. Lo schiavo non riceveva comunque che vantaggi minimi dalla conversione, in gran parte dipendenti dal buon cuore del padrone. Tra gli uomini cui toccò in sorte d’essere schiavo di un padrone crudele ci fu l’Angelotti. Di lui si sa solo che fu preso prigioniero dai Mori e che qualche anno dopo riuscì a fuggire. Per ragioni ignote lasciò Parma per trasferirsi in una città portuale italiana, dove si imbarcò, molto probabilmente su una nave mercantile, anche se non è da escludere l’ipotesi del vascello da guerra. Le rotte commerciali toccavano le principali città del Mediterraneo, ed è verosimile che l’Angelotti possa aver lavorato per compagnie diverse, non solo italiane. L’Angelotti incappò in una azione piratesca che aveva lo scopo di razziare bottino e di rifornirsi di uomini da vendere come schiavi nei mercati nordafricani. Non si sa se l’Angelotti dovette passare da un padrone all’altro (fatto tutt’altro che infrequente) o se rimase sempre presso il medesimo proprietario. Si sa invece che quello da cui fuggì era incline al maltrattamento. L’Angelotti fu, comunque, abbastanza abile e fortunato da rimettere piede in Europa sano e salvo. Poi si presentò davanti all’Inquisizione raccontando la sua esperienza e dichiarando di essersi fatto maomettano sotto la pressione di una situazione tragica e disperata, senza però aderire interiormente. Riferì della crudeltà del suo padrone il quale arrivò a punirlo con cinquecento bastonate. La dolorosa condizione che si trovò a sopportare fa credere che la sua conversione fosse effettivamente insincera e motivata dalla speranza di vedere attenuate le proprie sofferenze. Una volta reintegrato nel corpo della cristianità, dell’Angelotti si perdono le tracce: non si sa se abbia ripreso a lavorare per mare o se sia tornato a Parma.
FONTI E BIBL.: P. Galloni, in Gazzetta di Parma 5 aprile 1989, 3.

ANGELOTTI NINO, vedi ANGELOTTI LINO

ANGHINETTI DOMENICO
Parma XIX secolo
Fu pittore di buon valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 38.

ANGHINETTI ENRICO
Parma 1872
Studiò nella Scuola di musica annessa alla banda della Guardia Nazionale di Parma, terminando il corso come allievo emerito. Nel 1872 era sottomaestro di clarino nella banda stessa.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 1993, 58.

ANGHINETTI MAURIZIO
Parma 1831
Merciaio, disarmatore dei Dragoni Ducali durante i moti del 1831 a Parma. Fu segnalato e inquisito con la seguente motivazione: Si distinse nel 10 marzo 1831 chiamandosi rappresentante del Popolo e fu nel numero di coloro che impedirono la partenza del Governo provvisorio. Figura nell’Elenco degli Inquisiti di Stato con requisitoria all’arresto.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 137.

ANGHINOLFI FRANCESCO
Parma 1426-1506
Fu, come molti altri appartenenti a questa famiglia, cavaliere gerosolimitano. Fu ambasciatore in Turchia, condusse genti, governò la città di Parma e guidò l’armata.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, I, 24; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 594.

ANGHINOLFI SIRO
Parma 1511/1539
Canonico della Cattedrale di Parma dall’anno 1511, fu prevosto della Chiesa parmense. Sepolti i corpi dei santi Martiri nella Cattedrale di Parma in un sepolcro marmoreo, e decorato la loro cappella in ogni parte, valutando essere ormai prossimo alla morte, anche a sé, da vivo, fece costruire un monumento sepolcrale, nell’anno 1539.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 120.

ANGHINULFI FRANCESCO, vedi ANGHINOLFI FRANCESCO

ANGHINULFO SIRO, vedi ANGHINOLFI SIRO

ANGILBERGA, vedi ENGELBERGA

ANGILELLA FRANCESCO
Parma 18 dicembre 1894-Monte Rasta 12 luglio 1916
Figlio di Gaetano e Giuseppa Migliore. Sottotenente di Complemento nel 126° Reggimento Fanteria, fu decorato con medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Alla testa del suo reparto, si spingeva all’assalto con mirabile ardimento. Colpito a morte a pochi passi dalla trincea avversaria, continuava ad incitare i propri dipendenti a proseguire nell’azione, e spirava poi col sacro nome d’Italia sulle labbra (Rasta, 12 Luglio 1916).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e Decorati, 1919, 271; Decorati al valore, 1964, 74.

ANGIOLINI TERESA, vedi FOGLIAZZI TERESA

ANGIOLINO DA PARMA
Parma prima metà del XVI secolo
Maestro di orologi operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 320.

ANGIOLO FRANCESCO DA PARMA, vedi ANGELO FRANCESCO DA PARMA

ANGUISSOLA ALFONSO
Salsomaggiore 1584
Conte, procuratore del Duca Ottavio Farnese, nel 1584, con Paolo Bergonzi e Girolamo Mantovati, si costituì debitore, per il Duca, verso Giuseppe Giavardi, di lire 75,373 in prezzo di 150,745 pesi e 23 mine del sale in Cervia, Cesenatico e Salsominore.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 14.

ANGUISSOLA ANNA
Parma 1750/1771
Figlia di Gianlodovico, e moglie di Uberto Ranuzio Pallavicino. Fu dama d’onore del Duca di Parma nel 1750 e cameriera maggiore della Corte di Parma nel 1771.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tavola XXVII.

ANGUISSOLA FRANCESCO
Parma 1306
Venne eletto Capitano del popolo a Parma, e nel 1306 assediò Borgotaro. Le cronache dicono di lui che con le sue gloriose azioni onorò la patria.
FONTI E BIBL.: G.C. Crescenzi, Corona della Nobiltà Italiana, Bologna, I, 1630 e II, 1642; G.B. Di Crollalanza, Dizionario storico blasonico, Pisa, 1896; V. Lancetti, Bibliografia Cremonese, Milano, 1819; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899, 26; C. Argegni, Condottieri, 1936, 44.

ANGUISSOLA GHERARDO
Salsomaggiore 1245
Nel 1245 comperò dal Comune di Piacenza tutte le ragioni che la città di Piacenza possedeva in Salsomaggiore.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 14.

ANGUISSOLA GIROLAMO
Piacenza 29 dicembre 1681-Busseto 29 marzo 1761
Fu Prevosto della collegiata di San Bartolomeo in Busseto. Figlio del conte Ferrante, appartenne ad una tra le più illustri famiglie patrizie piacentine. Fu prelato di dottrina e pietà. Nel lungo periodo di ministero parrocchiale, che si protrasse dal 1716 al 1761, si rese benemerito per l’intensa opera di apostolato spiegata tra la popolazione bussetana, che lo tenne in concetto di alta stima e venerazione. Fu vicario foraneo del vescovo di Borgo San Donnino, giudice esaminatore e penitenziere, deputato nel sinodo diocesano convocato nel 1728 dal vescovo Gerardo Zandemaria. Prelato domestico del Pontefice, morì quasi ottuagenario ed ebbe sepoltura nella collegiata di San Bartolomeo.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 29; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 20-21.

ANGUISSOLA CASONI CLAUDIA
-Parma 31 dicembre 1769
Contessa, moglie del conte Linati. Fu dama esemplare per doti di mente e di cuore, talchè fu prescelta a governatrice delle reali principesse, figlie dell’infante don Filippo duca di Parma, dalle quali fu amatissima. Fece parte della Compagnia del Sant’Angelo custode di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo custode, 1853, 58.

ANICIUS QUINTUS, vedi ANITIUS QUINTUS HERMES

ANITIUS QUINTUS HERMES
Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Probabilmente fu liberto, coniunx di Octavia Victorina, con la quale visse trentuno anni, e alla quale dedicò un’epigrafe di età imperiale (presenza della formula D.M.) documentata a Parma, ma poi perduta. La gens Anitia o Anicia, originaria della zona di Praeneste, donde si diffuse in italia e nelle province occidentali, è presente sporadicamente in Cisalpina, in questo solo caso a Parma. Hermes è cognomen grecanico, diffusissimo soprattutto per schiavi e liberti, assai frequente nell’Italia settentrionale a nord del Po, documentato in Aemilia, presente a Parma in questo solo caso.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 49.

ANNA DEL SALVATORE, vedi ORSI MARIANNA

ANNIBALE DA PARMA, vedi FOSSIO ANNIBALE

ANNIUS LUCIUS ANNUALE
Parma II/III secolo d.C.
Liberto di Lucio Annuale, fu Sestumviro Augustale. Per testamento impose che fosse predisposta la sua tomba.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 57.

ANNIUS LUCIUS CINNAMUS
Parma I secolo d.C.
Figlio di Lucio. Fu sexvir augustale di condizione libertina, il cui nome si legge su di una lastra in arenaria di sarcofago, considerato il più antico esempio di sarcofago del territorio parmense ed attribuito al I secolo d.C. Il nomen Annius, frequente dappertutto ed anche in Cispadana, è documentato ampiamente a Veleia, presente a Tannetum, e risale probabilmente ad un periodo precedente la fondazione di Parma colonia romana. Nel 218 a.C., infatti, una commissione triunvirale, tra cui era M. Annius, venne inviata per dedurre le colonie latine di Cremona e Piacenza. M. Annius, rifugiatosi con i colleghi in Modena per un’improvvisa ribellione dei Boi, fu catturato e liberato dopo sedici anni di prigionia dal console C. Servilio Gemino. Cinnamus è cognomen grecanico molto frequente per schiavi e liberti, tanto da divenire quasi simbolico del loro stato. Le caratteristiche del sepolcro depongono per una particolarmente buona condizione economica, e probabilmente anche sociale, del personaggio.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 56; M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 50.

ANNONI ALFREDO
Busseto 1913-Sozine 20 luglio 1941
Sottotenente del 7° Alpini Battaglione Cadore. Fu decorato con medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione: Comandante di plotone avanzato, riusciva, alla testa dei propri uomini, ad occupare successive posizioni, respingendo bande di ribelli preponderanti di forze. Contrattaccato sul fronte e sul fianco manteneva saldamente la posizione raggiunta, infliggendo al nemico, con il lancio di bombe a mano, gravi perdite. Avuto ordine di ripiegare, contendeva palmo a palmo con mirabile valore, il terreno all’avversario, permettendo così alla propria compagnia di sistemarsi su forte posizione retrostante. Colpito mortalmente da raffica di mitragliatrice, trovava ancora la forza di incitare i propri uomini a persistere nella lotta.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1943, 5043; Decorati al Valore, 1964, 28.

ANONIMO, vedi VITALI BUONAFEDE BONAVENTURA IGNAZIO

ANSALDO
Bardi 1197/1231
Figlio di Giovanni. Fu Conte di Bardi (1197-1231).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 42.

ANSELMI ALBERTO, vedi SANVITALE ALBERTO

ANSELMI ANTONIO
Parma XV secolo
Fu medico in Parma nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 100.

ANSELMI ANTONIO
Parma 1518 c.-
Figlio del pittore Michelangelo, fu poeta, attivo fin verso la fine del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, in Aurea Parma 1 1958, 31.

ANSELMI BARTOLOMEO
Parma 1280/1300
Scarseggiano le notizie su questo astrologo e geomante, fiorito a Bologna negli ultimi decenni del secolo XIII, e le poche che si hanno sono ricavate dalle sue opere. La prima è il Liber de occultis della Biblioteca Imperiale di Vienna, codice 3124, ff. 199rb-199vb, e porta la data del 1280. Il breve scritto parla del modo con cui l’astrologo deve accogliere chi va a consultarlo. Il titolo di magister dimostra che l’Anselmi possedette un titolo per l’esercizio della sua arte. La seconda opera, un po’ più ampia, è il Breviloquium de fructu artis tocius astronomiae, che l’Anselmi compose a Bologna nel 1286, ad preces et honorem domini Thedisii de Fusto (codice 287 della Biblioteca Comunale di Metz, f. 279r; Narducci, pagina 17) o de Fusco (codice 2 dell’Hertford College, Aula Sancta Mariae Magdalenae, di Oxford, f. 92v; Narducci, pagina 18), ma sicuramente de Flisco. Il trattato, diviso in 22 capitoli, dopo alcuni cenni sulla creazione del cielo, sui dodici segni dello zodiaco e sulle principali costellazioni, ha intenti prettamente astrologici e pratici. Il titolo De fructu artis tocius astronomiae riecheggia il concetto di Tolomeo nel Centiloquium che correva ormai per le mani di tutti ben più dell’Almagesto. Data la qualità del personaggio cui l’opera era diretta, l’Anselmi sentì il bisogno, dopo averlo scritto, di sottoporlo al giudizio di uomini prudenti, cioè competenti in astrologia e in teologia, se mai non fosse incappato in qualche eresia. Due anni dopo, nel 1288, l’Anselmi compose l’opera sua massima, che nel codice Digby 134 della Bodleian Library di Oxford (Catal. codd. mss.orum Bibl. Bodl. Pars Nona, Oxonii, 1883, col. 140) e nel codice 5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna descritto dal Narducci (pagina 22) s’intitola Ars geomantiae (anzi, nel codice di Vienna Ars geomantiae nova), scritta a Bologna ad preces domini Tedisii de Flisco, qui erat tunc ellectus in episcopum civitatis Regii. Questa notizia è davvero preziosa per molti versi, sebbene non sia facile stabilire con esattezza il rapporto genealogico di parentela di questo Tedisio con papa Innocenzo IV. E’ risaputo, specialmente dalla Cronica di fra’ Salimbene (edizione F. Bernini, Bari, 1942, pagine 84-86), che un Opizone Fieschi dei conti di Lavagna era stato vescovo di Parma, ove presto fu raggiunto dal giovane Sinibaldo, il futuro Innocenzo IV, e da altri nipoti. Prima di essere papa, Sinibaldo aveva occupato a Parma la carica di arcidiacono, e a Parma aveva onorevolmente maritate ben tre sorelle, una delle quali a Guarino di casa Sanvitale, che n’ebbe sei figli e una figlia, cresciuti tutti in potere e fortuna col favore del potente zio: multum enim dilexit propinquos suos papa Innocentius quartus. Tra questi sei nipoti del papa v’è anche un Tedisio, grossus et pinguis et fortis, e v’è pure un Opizone, che, dopo essere stato per molti anni vescovo di Tripoli in Siria, diventò vescovo di Parma, ove era potente e temuto. Ma il Tedisio cui è dedicata la Geomantia dell’Anselmi era un Fieschi e non un Sanvitale come questi ultimi due. Perciò è da ritenere che Tedisio de’ Fieschi cui l’Anselmi dedica la sua opera sia figlio di quel Mazia de’ Fieschi, il quale era nipote di Innocenzo IV (cfr. Les registres d’Innocent IV, a cura di E. Berger, numero 6654, del 25 giugno 1253). Bisnipote d’Innocenzo, il giovane Tedisio, investito di vari benefici ecclesiastici in Francia, in Inghilterra e in Irlanda, fu scrittore in Curia, suddiacono e cappellano pontificio. Sicuramente egli era destinato a far carriera se il Papa non fosse morto troppo presto. Invece nel 1286 egli era ancora in Curia, cappellano di papa Onorio IV (cfr. Les registres d’Honorius IV, a cura di M. Pron, numero 671, pagina 481, del 12 novembre 1286; il nome Tedisio è storpiato in Felisio, ma la qualità di canonico laudunense e di cappellano del papa toglie ogni dubbio). Il 28 agosto 1283 venne a morte Guglielmo da Fogliano, da quarant’anni vescovo di Reggio Emilia, co quod esset de parentela pape domni Innocentii quarti (Salimbene, pagina 253), sebbene il cronista parmense assicuri (pagine 747 s.) che non era uno stinco di santo. Alla sede vacante di Reggio pare aspirasse appunto Tedisio, che di fatto venne eletto con l’appoggio di una fazione a lui favorevole. Ma un’altra fazione gli oppose Francesco da Fogliano. È curioso vedere come Tedisio de’ Fieschi, appunto nel 1286 e di nuovo nel 1288, mentre la sua elezione al vescovato di Reggio era in contestazione, sentì il bisogno di ricorrere all’Anselmi, astrologo e geomante. E non meno curioso è apprendere da fra’ Salimbene (pagine 763 s., 766) che gli ambasciatori reggiani a Parma, e lo stesso vescovo di Parma, Opizone di San Vitale, cugino di Tedisio, avevano preso, nel 1284, a consultare il celebre calzolaio Benvenuto Asdente, tenuto in grande considerazione per le sue facoltà divinatorie nell’interpretare scripturas illorum qui de futuris predixerunt, scilicet abbatis Ioachim, Merlini, Methodii et Sibille, Ysaie, Ieremie, Osee, Danielis et Apocalipsis, necnon et Michaelis Scoti (pagina 739). E fra’ Salimbene, che conosceva questo suo concittadino, da lui giudicato purus et simplex ac timens Deum et curialis, id est urbanitatem habens, et illitteratus, informa: Multa audivi ab eo, que postea evenerunt. Ma Tedisio, piuttosto che da questo indovino illetterato, preferì essere edotto sul corso degli eventi da un uomo di scienza che si era stabilito nella dotta Bologna e ivi non solo praticava l’astrologia giudiziaria e, al sorgere del giorno, descritte a caso alcune figure sulla sabbia, esplorava in oriente il succedersi delle costellazioni e prediceva la fortuna degli uomini, ma insegnava la scienza astrologica e geomantica agli studenti di medicina, come insieme a lui, o poco dopo, Cecco d’Ascoli, commentando l’Alcabizio. Ma poco la dottrina dell’Anselmi gli valse: ché poco dopo il 1288 Tedisio, canonico di Laon, e il suo antagonista, il canonico Francesco da Fogliano di Reggio, erano morti entrambi, e papa Niccolò IV, il 22 giugno 1290, nominò a vescovo della città emiliana Guglielmo da Bobbio, francescano, che aveva retto con lode la penitenziera papale (cfr. Les registres de Nicolas IV, a cura di E. Langlois, numeri 2760-2765). Tuttavia l’opera geomantica maggiore dell’Anselmi continuò a godere del favore degli intendenti, sì che da essa lo stesso Anselmi estrasse il Breviloquium artis geomantiae (Monaco, Staatsbibliothek, Codice lat. monac. [=CLM] 489, ff. 61-173), che porta la data di Bologna, ottobre 1294 (sebbene l’amanuense per distrazione abbia scritto 1494), e fu composto ad preces duorum suorum amicorum et discipulorum, Iohannes et Paulus Theutonicorum (Narducci, pagina 21, d; Thorndike, II, pagina 836, nota 3). Questo Breviloquium, tradotto in italiano, è conservato nel codice Magliabechiano II, 1, 372 (Narducci, pagina 23). Nello stesso CLM 489, ff. 1-60 (Narducci, pagine 20 s.c; Thorndike, II, pagina 836, numero 4), è un Prologus libri geomantiae editi a m.ro Bartholomaeo Parmensi astrologo. [V]erba collecta de libro magno geomantiae, quae introducant novum discipulum. E più oltre: Hoc quidem opus est Bartholomaei astrologi, Natione Parmensis. Compilatum Anno Domini MCCLXXXXV, mense Novembris. Perciò il nome dell’Anselmi restò legato all’Ars geomantiae del 1288, come alla sua opera maggiore. E questa è detta, nel codice 5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna, ars nova in quanto l’Anselmi vuol ricondurla ai principî dell’astrologia giudiziaria che dovrebbero darle valore di scienza. Per questa ragione nel Breviloquium del 1294 (CLM 489, f. 61, e CLM 196, f. I r) è detto che essa est practica seu filia astrologiae e, come tale, connumeratur ars liberalis inter septem artes liberales (Narducci, pagine 20 s.). È noto infatti che la geomanzia ha origine da pratiche magiche venute dall’India insieme all’idromanzia, all’aeromanzia e alla piromanzia, quibus associatur necromantia, come dice Pietro d’Abano nel Lucidator astronomiae (codice Vaticano Pal. lat. 1171, f. 321v). Si tratta insomma di arti mantiche o divinatorie. E per quanto l’Anselmi si adoperi a richiamare l’arte geomantica sotto i principî dell’astrologia, le predizioni del geomante non sono possibili se non quadam divina inspiratione nel segnare a caso punti sulla terra arata, onde comporre le figure da interpretare (codice 5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna, f. I r; Narducci, pagina 22). Presentando la sua opera come ars nova, l’Anselmi si propose di sottrarla alla proibizione di cui era stato colpito dal vescovo di Parigi, col celebre decreto del 7 marzo 1277, il Liber geomantiae de artibus divinantibus qui incipit: Estimaverunt Indi, che più d’un secolo prima era stato tradotto in latino da Gerardo da Cremona (A. Bonilla, Hist. de la filos. espan˜ola, Madrid, 1908, pagina 365; ma cfr. L. Thorndike e P. Kibre, A Catal. of Incipits of Mediaeval Scientific Writings in Latin, Cambridge, Mass., 1937, col. 243). A questo scopo, e a fornire agli studiosi di geomanzia e d’astrologia giudiziaria alcuni elementi indispensabili intorno alla sfera celeste, è da ritenere che l’Anselmi mirasse scrivendo il Tractatus de sphaera, contenuto nel codice Sessoriano numero 145 (proveniente dalla Biblioteca di Santa Croce in Gerusalemme), presso la Biblioteca Nazionale di Roma, descritto dal Narducci (pagine 7-12) e del quale lo stesso Narducci (pagine 43-173) pubblicò la prima e la seconda parte (ff. 47r-83r). L’opera fu compilata a Bologna nel 1297, ma una posteriore nota marginale del codice si riferisce al 1298 e un’altra al 1300. Senza data sono invece l’Epistola astrologica del codice 3124 della Biblioteca Imperiale di Vienna (ff. 199v-200r), le Significationes naturales planetarum (ff. 200r-203v), le Signifacationes planetarum cum fuerint domini anni mundi (ff. 204r-205r) e il Tractatus de electionibus (codice 5438, ff. 116r-128r). Di uno scritto De iudiciis astrorum, cui è fatto cenno alla fine dell’Epistola astrologica, e del Liber consiliorum, dal quale erano state estratte le Significationes naturales astrorum, non vi è altra notizia: è evidente che si trattava di opere concernenti l’esercizio da parte dell’Anselmi dell’arte, che doveva procurargli ben maggiori guadagni che non l’insegnamento teorico di essa. Ma un’altra opera il Narducci ritenne potesse con qualche probabilità attribuirsi all’Anselmi, e cioè la cosiddetta Philosophia Boetii che nello stesso codice Sessoriano 145 (ff. 1r-44r) precede, ma acefala e con qualche altra mutilazione, il Tractatus de sphaera, e si ritrova completa in altri due codici: il Marciano latino class. X, numero 140, ff. 1r-61r (G. Valentinelli, Bibliotheca manuscripta ad Sancti Marci Venetiarum, Codices mss. Latini, tomo IV, Venetiis, 1871, pagine 90 s.), e il Laurenziano Plut. LXXVII, 2, di ff. 76, con data in margine del 1346 (A.M. Bandini, Catalogus codicum latinorum Bibl. Mediceae Laurentianae, III, Florentiae, 1776, col. 129). A sospettare che la Philos. Boetii potesse essere opera dell’Anselmi, il Narducci fu indotto dal ritrovarne alcuni passi nel Tractatus de sphaera. Ora questo prova, sì, che l’Anselmi la conobbe e usò, ma non che ne sia l’autore. Il non essersi adoperato a far luce su questa misteriosa Philos. Boetii tolse al Narducci l’occasione di vederne i rapporti con la Philosophia di Guglielmo di Conches, pubblicata ora sotto il nome di Beda ora sotto quello di Onorio d’Autun ora sotto quello di Guglielmo abate di Hirschau; cosa che vide invece chiaramente il Duhem (Le système du monde, IV, Paris, 1916, pagine 210-222). Ma anche il Duhem finì per accogliere la tesi inverosimile del Narducci, che l’opera fosse uscita dalla penna dell’astrologo autore del ciarlatanesco Tractatus de sphaera. Vero è che nel 1906 H. Ostler (Die Psychologie des Hugo v. St. Viktor, nei Beiträge zur Geschichte der Philosophie des Mittelalters, VI, 1, Münster, 1906, pagine 11-13) diede notizia dell’esistenza in due codici monacensi (CLM 23.529, del secolo XIV, ff. 1r-12r, e 18.215, del secolo XV, ff. 161r-191v, copia fedele del primo) di un Compendium philosophiae attribuito a Ugo da San Vittore. Ma l’Ostler non pensò a confrontarli coi tre mss. della Philosophia Boetii segnalati dal Narducci. Più tardi, intorno alla Pasqua del 1928, il Grabmann scoperse nel codice N 59 Superiore dell’Ambrosiana un terzo esemplare dello stesso Compendium scoperto dall’Ostler nei due codici monacensi, e per giunta notò che il codice Ambrosiano è del secolo XII e quindi ben più antico dei codici di Monaco. Del codice Ambrosiano s’accorse nel 1929 Carmelo Ottaviano, il quale ne preparò l’edizione limitata alle prime due parti dell’opera, confrontate coi codici segnalati dall’Ostler (C. Ottaviano, Un brano inedito della Philosophia di G. di Conches, Napoli, 1935). Ma è veramente strano che neanche l’Ottaviano sapesse dei tre codici della Philosophia Boetii, e di quanto ne aveva detto il Duhem fin dal 1916. Dello scritto dell’Ottaviano fece uso il Grabmann nelle sue Handschriftl. Forschungen u. Mitteilungen z. Schrifttum d. Wilhelm von Conches (nei Sitzungsberichte der Bayer. Akademie der Wissenschaften, Philos.-histor. Abteilung, 1935, Heft 10, pagine 8-10, 39-47), ove ricorda la Philosophia Boetii e i tre manoscritti studiati dal Narducci, ma, dimenticato il Duhem, osò scrivere (pagina 42) che soltanto G. Sarton nel 1931 aveva per primo richiamato l’attenzione sulla dipendenza della Philosophia Boetii da Guglielmo di Conches. Quanto alla paternità dell’opera egli pare disposto ad accogliere la congettura del Narducci, già accolta dal Duhem, che ne fosse autore l’Anselmi. Senonché la Philosophia Boetii, pervenuta nei tre codici studiati dal Narducci, e il Compendium philosophiae dei due codici segnalati dall’Ostler e dell’Ambrosiano N 59 Superiore sono certamente la stessa opera con lo stesso incipit, la stessa divisione in sei libri o particulae, differenti soltanto per alcune trasposizioni, aggiunte e omissioni. Sicché per il loro fondo comune, dal quale si distaccano talune particolarità, la Philosophia Boetii e il Compendium sembrano due redazioni d’una stessa opera formate in tempi e in luoghi diversi. Intanto si sa che il codice Ambrosiano del Compendium è del secolo XII, e dall’explicit dei due codici scoperti dall’Ostler si è informati che nell’abbazia di Nonantola si conservava idem liber de multum antiqua littera. Prima di affrontare la questione del rapporto in cui queste due opere o redazioni di un’opera unica stanno con la Philosophia e con gli altri scritti di Guglielmo di Conches, bisognerebbe chiarire un po’ meglio il mistero della loro ancora oscura origine. Per cominciare, è sicuramente falsa la tesi di chi vorrebbe far credere che la Philosophia Boetii possa essere opera, mettiamo pure giovanile, dell’Anselmi. Per ammetterlo, bisognerebbe credere che egli avesse plagiato il Compendium Philosophiae che il codice Ambrosiano attesta del secolo XII e che l’explicit dei due codici monacensi informano esistesse nell’abbazia di Nonantola de multum antiqua littera. È vero che il Narducci (pagina 26; cfr. Grabmann, pagina 45) ha osservato che nei codici Marciano e Laurenziano è ricordato il nome di Averroè, ma ciò indica senza dubbio che la Philosophia Boetii non è anteriore, se non forse di qualche anno, al 1230 quando il commento di Averroè cominciò a divulgarsi. Troppo evidente è l’arcaicità della compilazione pseudoboeziana, in confronto alle molte scempiaggini che accade di leggere nel Tractatus de sphaera, scritto dall’Anselmi alla fine del secolo XIII. Due esempi di siffatte scempiaggini riferisce il Duhem (pagine 221 s.; cfr. Narducci, pagine 96, 116 s.), per concludere che l’Anselmi si rivela non un astronomo esperto dell’arte, sibbene un verboso imbecille. Si possono aggiungere amenità come queste che si leggono fin dalle prime pagine del Tractatus, e che paiono fraintendimenti della Philosophia Boetii (codice Sessoriano 145, f. 18rb), la quale nel suo arcaicismo è cosa seria: Ergo duo sunt poli [dell’asse cosmico], scilicet polus superius et polus inferius. Polus superius vocatur polus antarticus, polus vero inferius dicitur polus articus. E fin qui niente di male: era l’opinione di Aristotele e di Averroè (cfr. B. Nardi, La caduta di Lucifero e l’autenticità della Quaestio de aqua et terra, Torino-Roma, 1959, pagine 8-15), e l’Anselmi era padronissimo di farla sua. Ma egli continua: in polo enim antartico est ursa maior, et in polo artico est ursa minor, con tutte le altre corbellerie che seguono per varie pagine. Al principio del Tractatus de sphaera, l’Anselmi dichiara che egli si propone di dire in esso molte cose intorno alla sfera cosmica que non dixit Iohannes de sacro bosco in tractatu suo. Certo il trattatello del Sacrobosco è un manualetto elementare per coloro che si accingono a studiare la scienza astronomica con intelletto di matematici. L’Anselmi invece mostra di non avere alcuna preparazione né attitudine matematica, e copia dalla Philosophia Boetii e dai manuali dell’astronomia greco-arabica, da poco tradotti in latino, frasi e periodi ove si accenna ad importanti dottrine delle quali egli non capisce niente, mentre riempie pagine su pagine senza senso comune. L’intento da lui perseguito non è quello dell’astronomo, ma quello dell’astrologo, cioè non quello di risolvere i problemi posti dalle contrastanti apparenze celesti, bensì quello d’intendere le significationes delle varie costellazioni e delle congiunzioni planetarie, ossia di quelli che Tolomeo nel Centiloquio aveva chiamato i vultus celestes in rapporto ai vultus huius seculi. Tuttavia se, come sospetta il Narducci, il codice Sessoriano 145 per più indizi si volesse ritenere autografo dell’Anselmi, questi, anziché autore della Philosophia Boetii, potrebbe considerarsi trascrittore di essa e autore di alcune delle glosse da lui inserite ora nel testo ora in margine, le quali non concordano affatto col pensiero di Guglielmo di Conches.
FONTI E BIBL.: E. Narducci, I primi due libri del Tractatus sphaerae di Bartolomeo da Parma, estratto dal Bullettino di bibl. e di storia delle scienze matematiche e fisiche XVII gennaio-marzo 1884; G. Boffito, Dante e Bartolomeo da Parma, in Rendiconti del Regio Istituto lombardo di scienze e lettere, s. 2, XXXV 1902, 733-743; G. Boffito, Intorno alla Quaestio de Aqua et Terra attribuito a Dante, in Memorie della Accademia di scienze di Torino, s. 2, LI 1902, 105-107; L. Thorndike, A History of magic and experimental Science, II, New York, 1923, 835-838; G. Sarton, Introd. of the history of science, II, Washington, 1931, 988; B. Nardi, in Dizionario Biografico degli Italiani, VI, 1964, 747-750.

ANSELMI BARTOLOMEO
Parma 1405 c.-1495 c.
Figlio di Giorgio, fu chiamato da Jacopo Cavicèo consumatissimo Fisico, e da Niccolò Burci un altro Galeno. Meritò anche somma lode per essere stato di vantaggio alla patria nelle circostanze più critiche. Quando, dopo la morte dell’ultimo dei Visconti, Parma si rese indipendente (1448), si vide l’Anselmi aver luogo tra i conservatori della ritrovata libertà. Nel 1454 fu tra i molti che compiansero con versi latini la morte di Francesco Barbaro. Assoggettatasi poi la città di Parma a Francesco Sforza, l’Anselmi fu quasi sempre tra gli eletti all’amministrazione dei pubblici affari, e dopo le successive rivoluzioni, volendosi nel 1478 aver pace e richiamare dall’esilio gli autori del fatale saccheggio usato contro la parte dei Rossi, egli fu scelto tra quei prudenti che ne dovevano concertare i capitoli. L’Anselmi insegnò pubblicamente Medicina nel 1447-1448 come si legge nel Discorso preliminare al tomo primo dell’Affò, e nei libri del Monastero di San Giovanni lo si vede stipendiato da quei monaci come loro medico dal 1479 al 1481. Viveva ancora nel 1494, allorchè il Burci pubblicò la sua Bononia illustrata, avendo egli scritto: Ex hac etiam familia quidam Bartholamæus superest Philosophiæ, et Medicinæ Doctor celeberrimus, qui hac tempestate alter Galenus habitus est. L’Anselmi ebbe due figlie, Paola e Caterina, accasate nobilmente (la seconda col famoso poeta e cavaliere Andrea Bajardi), come appare dagli epitaffi composti da Giorgio Anselmi, il quale compose anche per l’Anselmi, morto all’età di novant’anni, il presente epitaffio: Terram tange Viator, et sacratum Ne teras pede pulverem profano, Et sit pax tibi longe cum sepultis. Hic est Paeonias professus Artes Insignis Ptolomaeus, inclytoque Anselmo memorabilis parente, Qui arco non semel invidente, fracta Fila restituit trium sororum. Huic quae deinde senecta post paractas Ter decem tricteridas cecidit. Quod si qua est pietas relicta terris Udis hinc oculis abi Viator.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 12-14; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 27-28; G.B. Janelli, Dizionario Biografico, 1877, 15; U. Gualazzini, CLVI; Aurea Parma 3 1951, 187 e 3 1953, 146.

ANSELMI BENEDETTO, vedi ANTELAMI BENEDETTO

ANSELMI BERNARDO
Parma XIV secolo
Padre di Enrico e di Andrea, fu filosofo, medico e uomo di scienza assai famoso ai suoi tempi. Fu sepolto nella Chiesa del Carmine in Parma, con un epitaffio dettato dal figlio Andrea.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 28-29.

ANSELMI ENRICO
Parma-Parma ante 1386
Nacque da Bernardo nel secolo XIV. Professò la Filosofia e la Medicina, arte quest’ultima coltivata con onore dai suoi maggiori ascendenti, e aquistò non meno del padre bellissima fama a Parma e fuori. Un suo fratello, di nome Andrea, pose nel 1386 al padre e a lui, sepolti nella Chiesa del Carmine di Parma, un epitaffio poetico: Splentet in anselmis medicine gloria luxaque dic patris et nati molliter ossa cubant alter Aristotiles. Ipocras erat alter. Uterque et mundo. Et patrie dulce patrociniu.ue Henrico Bernarde tuo pater optime gaude surgis in astriferas quo comitante domos vos tuus alter genitus vestrisque magister artibus Andreas marmore clausit amans virginis a partu sevtus post mille trecentos bina ter augustus denaque lustra dabat.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 28-30.

ANSELMI FRANCESCO
Parma 1526
Figlio di Michelangelo, fu scultore. Viveva nel 1526.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 30.

ANSELMI FRANCESCO
Parma 1660/1661
Religioso. Lo si trova a cantare (basso) alla Steccata di Parma dal 1° settembre 1660 al 1° dicembre 1661.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica a Parma, 1936.

ANSELMI GIORGIO
Parma 1380 c.-post 1451
Nacque qualche anno prima del 1386, anno in cui si dà per certa la morte del padre Enrico, che, come il nonno Bernardo, era stato un accreditato filosofo. Le notizie riguardanti i primi anni di vita dell’Anselmi sono incerte: è possibile che egli abbia ricevuto la prima educazione dal padre e sia stato successivamente alunno a Pavia, essendo rimasto chiuso lo Studio parmense dal 1377 al 1411, di Biagio Pelacani, maestro di filosofia, matematica e fisica, il quale, verso la fine del secolo XIV, insegnava in quella città. Alla riapertura dello studio di Parma, nel 1412, l’Anselmi e il Pelacani (questi fino alla morte, avvenuta nel 1416) furono professori nella stessa facoltà delle arti e medicina, e certo l’Anselmi ebbe allora l’opportunità di un fecondo scambio di idee con colui che, forse, era stato suo maestro. Nel 1420, dopo la nuova soppressione dello Studio parmense, appare molto probabile che l’Anselmi sia stato chiamato negli Stati estensi da Niccolò III d’Este. Egli si trovava sicuramente a Modena nel 1425 e vi esercitava con successo la professione di medico. Si distinse talmente in tale attività, da meritare nel 1428 la cittadinanza onoraria di Ferrara. Nel settembre 1433 si svolsero ai bagni di Corsenna (Lucca) i dialoghi sulla musica tra l’Anselmi e Pier Maria Rossi di San Secondo, quei dialoghi sull’armonia che l’Anselmi inviò all’amico, con dedica, dopo averli riassunti, nell’aprile successivo. Questa opera è pervenuta attraverso un unico manoscritto, oggi alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (segnatura: H. 233 inf.), appartenuto a Franchino Gaffurio da Lodi e da lui amo revolmente glossato. Nel 1439 l’Anselmi fu di nuovo a Parma per una laurea, con il compito anzi di presentare al Collegio l’aspirante dottore, fra’ Giacomo Bosellini di Mozzaniga, e nel 1440 vi si trovava ancora come uno dei doctorum artium et medicinae incaricato, assieme ad altri colleghi, della riforma degli statuti del Collegio. Nel 1448-1451 l’Anselmi insegnò medicina pratica all’Università di Bologna, sicché si deve agli studi del Massera l’aver rettificato la data di morte dell’Anselmi, da tutti i biografi precedenti assegnata agli anni 1440-1443, mentre non può essere avvenuta prima del 1451. Le sue opere, concernenti la matematica, la medicina e l’astrologia, elencate dall’Affò e dal Massera, sono andate quasi tutte perdute. Rimane solo una Astronomia Georgii de Anselmis che segue alla Isagoge Iohannis Hispalensis de iudiciis Astronomiae (Biblioteca Apostolica vaticana, ms. Vaticano latino 4080) e una Quarta pars quarti tractati Georgii Parmensis de modis specialibus Imaginum octavi orbis (Biblioteca Apostolica vaticana, ms. Vaticano latino 5333). Rilevante fu la sua importanza come teorico musicale, di cui diretta testimonianza è l’opera dialogica De harmonia, divisa in tre parti: de harmonia coelesti, de harmonia instrumentali, de harmonia cantabili. Il primo dialogo, il più filosofico e il meno attinente ad argomenti tecnico-musicali, riguarda l’armonia cosmica. In tale trattazione l’Anselmi si rivela un pensatore di rilievo, formatosi certo, nelle sue prime meditazioni di teorica musicale, sul De musica di Boezio. In seguito Gaffurio, che sarà influenzato dallo studio dell’opera anselmiana, riprenderà più volte questo argomento. Nel secondo dialogo l’Anselmi tratta con competenza del sistema tonale, si sofferma particolarmente su alcuni strumenti musicali, sull’antica citara, sul moderno monocordo e accenna anche all’organo. Nel terzo dialogo, dedicato al canto corale (con la scala guidoniana, le mutazioni e i toni ecclesiastici) e alla musica mensurale, l’Anselmi affronta uno dei problemi più scottanti della sua epoca: quello della notazione mensurale. Egli sente il bisogno, mostrandosi così non solo un astratto formulatore di teorie, di ricondurla a pochi e chiari principî, e a tal fine propone egli stesso un nuovo sistema di notazione. Tale sistema, pur essendo ricordato da Gaffurio e ancora riprodotto in un trattato del 1613, El Melopeo y Maestro di D.P. Cerone, non entrò però nella pratica musicale.
FONTI E BIBL.: Biblioteca Apostolica Vaticana, ms., Cappella Giulia I, 1-2 (2), G.O. Pitoni, Notizia de’ Contrapuntisti, e Compositori di Musica dall’anno 1000 in sino all’anno 1700, 22; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, Parma, 1789, 153-161; J. Wolff, Handbuch der Notationskunde, I, Leipzig, 1913, 387; R. Fantini, Maestri Parmensi nello Studio Bolognese, in Aurea Parma XIV 1930, 75; R. Casimiri, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI. Note ed appunti, in Note d’Archivio per la Storia musicale VIII 1931, 132-134; J. Handschin, Anselmi’s treatise on music annotated by Gafori, in Musica disciplina II 1948, 123-140; G. Massera, Un musico parmense: Anselmi Giorgio senior, in Aurea Parma XXXIX 1955, 241-267; G. Massera, Ancora sopra un musico parmense del primo Quattrocento, in Aurea Parma XL 1956, 103-108; Georgii Anselmi Parmensis. Dieta prima: De coelesti Harmonia. Dieta secunda: De instrumentali Harmonia, Dieta Tertia: De cantabili Harmonia, introduzione, testo e commento a cura di G. Massera, Firenze 1961; F.J. Fétis, Biographie universelle des musiciens, I, Paris, 1860, 114 s.; R. Eitner, Quellen Lexikon der Musiker, I, 164; Die Musik in Geschichte und Gegenwart, I, col. 507; L. Pannella, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 377; R. Missiroli, Il De Musica di Giorgio Anselmi parmense, in Parma per l’Arte 13 1963, 171-174.

ANSELMI GIORGIO
Parma 1450 c.-Parma 1528
Da non confondere con l’omonimo suo avo, medico e scienziato (donde l’appellativo di nepos che l’Anselmi talvolta ebbe cura di porre sui frontespizi delle opere), nacque da Andrea verso la metà del secolo XV, sicuramente prima del 1459, non risultando iscritto negli albi battesimali da quell’anno istituiti. Studiò latino e greco, interessandosi anche di filosofia e medicina e mantenendo rapporti di amicizia con F.M. Grapaldo, T. Ugoleto e F. Carpesano. Partecipò attivamente alla vita politica di Parma e durante l’invasione di Carlo VIII (1494) fu costretto a fuggire con tutta la sua famiglia. Tornata la pace, poté rientrare nella città, trascorrendo, tuttavia, la maggior parte del suo tempo nei poderi che possedeva nel Parmense o nella villa di Brescello, dove era solito ritirarsi a studiare. Da questa nuova vita non lo distolsero neppure le vicende belliche che turbarono ancora la regione durante il pontificato di Clemente VII. Onorato della stima di noti letterati, tra i quali Isidoro Clario, vescovo di Foligno, Teofilo Folengo (che alla fine del suo Chaos del tri per uno gli dedica un bizzarro acrostico) e A. Navagero, inviato a Parma (1523) come oratore della Repubblica veneta, l’Anselmi morì vittima della terribile pestilenza che devastava allora quelle terre. Nel clima di appassionati studi umanistici che fiorirono a Parma, le poesie latine dell’Anselmi (odi e anacreontiche) rivelano una sapiente padronanza delle letterature classiche, una discreta tecnica nel maneggiare il verso latino, cui peraltro difetta la capacità di esprimere la variegata gamma di un contenuto psicologico, donde la monotonia che s’avverte in molte sue composizioni. Di queste, una notevole scelta è contenuta in Delitiae Italorum Poetarum, Huius superiorisque aevi illustrium, collectore Ranutio Ghero (idest Iano Grutero), s. 1., 1708, 230-239. L’opera più interessante ed artisticamente più valida dell’Anselmi è Georgii Anselmi Nepotis Epigrammaton libri septem, Parmae, 1526, la cui terza e definitiva edizione (Venetiis, 1528) è arricchita da altre composizioni (Sosthyrides, Peplum Palladis, Eglogae quatuor). I momenti migliori di questa produzione si colgono in talune rievocazioni e quadretti di vita familiare nei quali anche lo stile sembra adattarsi a schemi più duttili e comprensivi. I contemporanei criticarono l’aridità dell’Anselmi quanto all’invenzione e all’espressione, dovuta, sembra, al proposito di evitare la magnificenza del modello ovidiano. Lelio Gregorio Giraldi giudicò lo stile dell’Anselmi un exsiccatum dicendi genus, né diversamente si espresse O.D. Caramella. Altre opere dell’Anselmi sono le seguenti: Georgii Anselmi Nepotis Hecuba, Parmae 1506 (un esemplare di questa rara edizione in Biblioteca Apostolica Vaticana); Epiphyllides in Plautum, in M. Actii Plauti Asinii Comoediae viginti nuper emendatae, et in eas Piladae Brixiani Lucubrationes, Parmae 1510 (illustrazioni composte su alcune commedie di Plauto, nitidae et comptae exornabunt Rudentem, Sthicum, Trinummum, Truculentum), Vita de Giacopo Caviceo, per Georgio Anselmo al R. Messer Priamo de Pepoli, in Il Peregrino di M. Giacopo Caviceo da Parma, nuovamente con somma diligenza revisto, e ristampato, Vinegia, 1538, 261-269.
FONTI E BIBL.: Honorii Dominici Caramella, Museum Illustrium Poetarum, secunda editio, s.l.n.d., 104; Francisci Carpesani, Commentaria suorum temporum Libris X, comprehensa ab anno circiter 1470 ad annum 1526, in Veterum Scriptorum et Monumentorum historicorum, dogmaticorum amplissima collectio, V, Parisiis, 1729, 1337; Lilii Gregorii Gyraldi, De Poetis nostrorum temporum, Berlin, 1894, 33; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, I, 2, Brescia, 1753, 834-836; I. Affò, Memorie di scrittori e letterati parmigiani, III, Parma 1791, 218-228; F. Flamini, Il Cinquecento, Milano, s.d., 539; M. Quattrucci, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 378.

ANSELMI ILARIO
Parma 1406 c.-post 1443
Figlio di Giorgio. Fu chierico e canonico in Parma, e quindi Vicario generale della diocesi. Fu lodato da Jacopo Caviceo nel Pellegrino.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, II, 1827, 209.

ANSELMI LEONARDO
Parma 1440
Fu Priore del Collegio di Arti e Medicina di Parma (1440) e con altri maestri e dottori del Collegio (G. Anselmi, F. Pellacani, Bernardo de Mataleto, G.M. Garbazzi, Guglielmo Palmia, Luca Larocca, G.G. Baiardi) aggiornò il corpo delle norme statuarie del Collegio.
FONTI E BIBL.: U. Gualazzini, Corpus Statutorum cit., CLXVIII, 44; M. Varanini, Gli Statuti, in L’Ateneo Parmense, 1930, 470; Aurea Parma 3 1951, 186-187.

ANSELMI MICHELANGELO
Lucca 1491 o 1492-Parma 1554/1556
Nacque a Lucca, ove suo padre Antonio, per sfuggire alla giustizia, si era trasferito da Parma. Inviato ancora fanciullo a Siena, ebbe vasta e approfondita conoscenza delle opere del Sodoma, come appare fin dalla prima ascrittagli: una Visitazione a fresco nella chiesa di Fontegiusta in quella città. Stabilitosi a Parma tra il 1516 ed il 1520, sposò in qull’anno Ippolita Garbazza. Si formò sul Correggio, operante contemporaneamente a lui negli stessi cantieri di San Giovanni e del Duomo di Parma, traendone schemi compositivi e, soprattutto, la sodezza formale e il fluido, intenso cromatismo. Ma, a sua volta, apportò un’eco non fioca dell’arte senese, mediandola appunto al Correggio e, più di ogni altro, al Parmigianino degli inizi. Nelle opere tarde il bilancio con lui del dare e avere si inverte, ed è l’Anselmi che subisce l’influenza del Mazzola, specie nelle ricercate eleganze e nei ritmi compositivi. La sua amicizia con questo è provata, oltre che dalla collaborazione nel quadro giovanile del Parmigianino, ora alla Galleria Estense di Modena, dal fatto che nel 1532 il Mazzola tenne a battesimo un figlio dell’Anselmi cui venne imposto il nome di Francesco. Del periodo giovanile sono: la pala molto ridipinta nella chiesa di Tizzano (1520), gli affreschi nelle absidi del transetto e nelle cappelle laterali al presbiterio in San Giovanni Evangelista a Parma, la collaborazione col Bedoli e col Parmigianino nella Madonna col Bambino e santi della Galleria Estense di Modena, la tavola col Cristo portacroce, anch’essa nella Galleria Estense di Modena, la Madonna in gloria col Bambino, angioli e i ss. Sebastiano e Rocco nella Galleria Nazionale di Parma, gli sportelli coi Ss. Sebastiano e Giovanni Battista nella chiesa di San Giovanni Evangelista (1525 circa), la Madonna col Bambino e i ss. Sebastiano, Rocco, Ilario e Biagio (1526) e l’Apparizione di s. Agnese, nella Cattedrale, la Sacra Famiglia con s. Barbara nella Galleria Nazionale di Parma, la Madonna col Bambino e santi nella parrocchiale di Carzeto di Soragna, il S. Antonio e la S. Chiara a Napoli (Capodimonte), il Battesimo di Gesù a San Prospero di Reggio nell’Emilia, una serie di tavolette succose di colore nella Galleria Nazionale di Parma e a Napoli e la Madonna in gloria tra i ss. Giovanni e Stefano al Louvre. Del 1532-1533 è la decorazione a fresco della cappella della Concezione presso San Francesco a Parma. Del periodo più tardo sono i Santi affrescati nella chiesa di San Bartolomeo a Busseto (1538-1539), la decorazione di una sala nel Palazzo Lalatta a Parma con 4 figurazioni sacre e i Dodici Apostoli nonché l’Incoronata, l’Adorazione dei Magi e le Figure allegoriche nelle absidi e relativi arconi nella Steccata di Parma (1540-1554).
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina, ms.; M. Zappata, Notitiae ecclesiarum Parmensium; Parma, Museo di Antichità, ms. 120; R. Baistrocchi, Guida di Parma (1780), passim; Parma, Biblioteca Palatina, ms.; I. Grassi, Theatrum parmense; Parma, Museo di Antichità; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., 102, III (1501-1550), 34-56 e 58; Parma, Museo di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Materiale per una guida di Parma, ms., nn. 110-112, passim; F. Azzari, Compendio dell’histoire della città, Reggio, 1623; C. Ruta, Guida ed esatta notizia di Parma, Parma, 1739, passim; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, passim; G.B. Bodoni, Le più insigni pitture parmensi, Parma, 1809, tav. XIX e XX; G. Gaye, Carteggio inedito d’artisti, II, Firenze, 1840, 325 s.; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, I, Parma, 1854, 97, 101; C. Ricci, Catalogo della Galleria di Parma, Parma, 1896, 131-133, 283; L. Testi, S. Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, 13, 37, 137, 147, 148, 149, 150, 151; A. Venturi, Storia dell’arte, IX, 2, Milano, 1926, 706-716; Catalogo della Mostra del Correggio, Parma, 1935, 93-96, 169-172; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939, 46-48, 86, 268; A.O. Quintavalle, Nuovi affreschi del Parmigianino in S. Giovanni Evangelista a Parma, in Le Arti II 1940, 313-315; A.O. Quintavalle, Mostra parmense di dipinti noti ed ignoti, Parma, 1948, 59 s., 70-73; A.O. Quintavalle, Il Parmigianino, Milano, 1948, passim; A.E. Popham-J. Wilde, The Italian Drawings of XV and XVI centuries at Windsor Castle, London, 1949, 364, n. 1123, figura 313; S.I. Freedberg, Parmigianino, his works in painting, Cambridge, 1950, 223 s.; F. Bologna, Fontainebleau e la maniera italiana, Firenze, 1952, 14; A.E. Popham, I disegni di Michelangelo Anselmi, in Parma per l’arte III gennaio-aprile 1953, 11-17; A. Ghidiglia Quintavalle, I castelli del parmense, Bologna, 1955, 55, 64; A.E. Popham, Correggio’s drawings, London, 1957, 107-113, 169-172; F. Bologna, Ritrovamento di due tele del Correggio, in Paragone VIII 1957, n. 91, 10 s.; R. Longhi, Le fasi del Correggio giovane, in Paragone 101, 1958, 39 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, L’Oratorio della Concezione a Parma, in Paragone 103, 1958, 24-38; A. Ghidiglia Quintavalle, L’Oratorio della Concezione a Parma, a cura del Lyons Club, Parma, 1958; A. Ghidiglia Quintavalle, Un quadro a tre mani, in Paragone 109, 1959, 60-65; A. Ghidiglia Quintavalle, Per Michelangelo Anselmi, in Paragone 111, 1959, 13-20; A. Ghidiglia Quintavalle, La Galleria Estense di Modena, Genova, 1959, 64; A. Ghidiglia Quintavalle, Ritrovamenti e restauri a Modena e Reggio, Parma, 1959, 23-28; A. Ghidiglia Quintavalle, Profilo di Michelangelo Anselmi, in Palatina n. 13 1960, 65-70; A. Ghidiglia Quintavalle, Michelangelo Anselmi, Parma, 1960 (con elenco cronologico di numerosi documenti); A. e C. Quintavalle, Arte in Emilia, Parma, 1960, 78-85; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lexikon der bildenden Künstler, I, 539-541; Enciclopedia Italiana, III, 428 s.; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia della Pittura italiana, 106 s.; P. Orlandini, 286; S. Ticozzi, 13; G. Sitti, La chiesa di S. Pietro Martire e l’Inquisizione a Parma, in Aurea Parma 1932, 104-110; A.O. Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, Roma, III, 1961, 381; A. De Mas, Conegliano, Vita arte e storia, Milano, 1966, 23; E. Riccomini, Un presepe di Michelangelo Anselmi, in Aurea Parma 1966, 125-127; La pittura in Italia, 626-627; G. Bertini, La Galleria, 146, 151, 235 n. 11, 240 n. 506, 263 n. 689, 270 n. 949, 278 n. 59-85, 293 n. 43, 294 n. 90; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI, 1994, 304-305.

ANSELMI MICHELE, vedi ANSELMI MICHELANGELO

ANSELMI PIETRO
Parma XV secolo
Fu medico attivo in Parma nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.

ANSELMI PIETRO
Parma 1526
Pittore attivo nel 1526, secondo quanto riportato da Zani (Enciclopedia Metodica di Belle Arti). Non si conoscono sue opere.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; Zani; G. Negri, Biografia Universale 1844, 34.

ANSELMI VIRGINIA, vedi FOCHI VIRGINIA

ANTELAMI BENEDETTO
Genova ante 1170-post 1225
Il nome dell’Antelami appare per la prima volta, con la data 1178, sul rilievo della Deposizione di croce nel Duomo di Parma (anno milleno centeno septuagesimo octavo scultor patuit mense secundo antelami dictus sculptor fuit hic benedictus), e una seconda volta, con la data 1196, sull’architrave del portale maggiore del Battistero di Parma (bis binis demptis annis de mille ducentis incepit dictus opus hoc scultor benedictus). Le due opere così accertate hanno permesso, malgrado l’assenza di altre notizie, di ricostruire con un ampio catalogo l’operosità dell’Antelami. Il cognome Antelami (cioè Intelvi, valle comasca, patria di una corporazione genovese di costruttori, i magistri antelami) accerta che l’Antelami, poi rivelatosi (patuit) scultore, era di professione architetto e proveniva da Genova. Le strette relazioni commerciali della città ligure con Narbona, Saint-Gilles e Arles rendono storicamente comprensibile l’educazione provenzale dell’Antelami: questi dovette formarsi nel cantiere del chiostro di Saint Trophime ad Arles, dove almeno un capitello del lato orientale, databile per altre ragioni intorno al 1170-1175, può essergli attribuito. Invero, molti tratti particolari e molti caratteri stilistici generali, non meno di svariati motivi iconografici, indicano nell’autore della Deposizione del Duomo di Parma la diretta esperienza del romanico provenzale: dalla decorazione a niello del fondo a particolari ornamentali delle vesti, dalla tipologia dei volti al ritmo e alla fattura delle pieghe nei panneggi, ma soprattutto la concezione statuaria della forma, propria in grado superlativo alla scultura provenzale, in contrasto con la visione plastica che caratterizza la scultura romanica lombarda ed emiliana. Mentre in questa, infatti, la forma conserva col piano di fondo un rapporto dialettico, sicché, anche quando è robusta e possente, pare sempre emergerne con fatica, nella scultura provenzale e nelle sue derivazioni italiane la forma, anziché essere colta nel suo nascere, è fissata in una sua tranquilla e ferma esistenza: essa tende pertanto all’isolamento volumetrico e al tuttotondo. Nella Deposizione l’accentuazione della rigida geometricità della forma, il ritmo sostenuto delle serie verticali e la durezza dell’intaglio richiamano in particolare alle sculture della zona inferiore della facciata di Saint Trophime e ai capitelli del lato orientale del chiostro. E tuttavia, di fronte all’ormai manierata eleganza che nelle sculture di Arles ha riassorbito l’intensità pittorica e il patetico fuoco di Saint Gilles, l’Antelami riafferma l’originalità della propria personalità artistica. Alle quasi dissanguate immagini dei suoi esemplari arlesiani egli restituisce uno spirito di autentica arcaicità. Ogni durezza si riscatta nel gusto cristallino della forma geometrica, la schematicità del ritmo si rianima, anche attraverso un recupero di cultura bizantina, nel ritmo musicalissimo che governa il ripetersi dei gesti da figura a figura, proponendo una suggestione sacrale. La continuità del ritmo va dissolvendosi poi nel progressivo distaccarsi delle figure, fermamente isolate come volumi entro la guaina delle vesti serrate, e nel rallentando del centro, dove la curva dolentissima del corpo del Cristo, accarezzato da una modellazione trepidamente pittorica delle superfici, si inserisce teneramente tra le due rette oblique del Nicodemo e dell’uomo sulla scala. Anche a destra, sul ritmo uniforme e astratto della teoria dei soldati si inserisce con un giuoco di curve modulatissime il gruppo degli sgherri in atto di spartirsi le vesti. Il dramma si proietta pertanto in una sfera di severa malinconia, dove una solennità da cerimonia si scalda di teneri accenti umani. La poesia dell’Antelami sgorga dunque da uno stato d’animo di commosso raccoglimento e trova il suo linguaggio più proprio nella tensione tra l’arcaico e il nuovo, tra la tradizionale inerzia della massa e il nuovo affinarsi di questa in una percezione delicatamente pittorica della forma e nell’animazione sottilmente lineare del volume. È ormai assodato che il rilievo della Deposizione faceva parte del parapetto di un pontile, simile a quello del Duomo di Modena. Ne rimangono ancora, nel Museo di antichità di Parma, oltre a una seconda lastra, danneggiatissima, tre capitelli istoriati e, nella cappella Berneri in Duomo, i quattro leoni stilofori. Derivati da quelli della facciata di Saint Trophime, questi ultimi rinnovano tuttavia il gusto dei loro esemplari provenzali attraverso un modellato vivissimo e una forza scattante che si pongono in un perfettamente intuito rapporto dialettico con la stilizzata geometria dei volumi e sono ben degni della mano dell’Antelami. I capitelli appaiono invece opera di un notevole compagno di lavoro dell’Antelami, da lui influenzato, ma memore anche della tradizione emiliana Wiligelmo-Niccolò: caratteristiche che fanno pensare alla scuola di Piacenza. Nel Duomo di Parma va ritenuta opera un poco più tarda dell’Antelami anche la cattedra vescovile con due rilievi sugli specchi laterali (S. Giorgio e Conversione di s. Paolo). Nella cattedra l’Antelami raggiunge nell’ideazione architettonica dell’insieme e nel rapporto tra architettura e scultura, come nel modellato stesso delle figure e dei rilievi, una forza compatta e repressa e una fermezza di volumi che in qualche modo lo accostano al gusto della scuola campionese, riassorbendo in espressioni di grande novità e potenza il sustrato provenzale del suo linguaggio. Assai piano è il passaggio stilistico dalla cattedra di Parma alle poche sculture e statue dei profeti David ed Ezechiele, nelle due nicchie ai lati del portale maggiore, e i due rilievi con i Pellegrini e i sottostanti animali fantastici in quattro formelle, il rilievo del Grifo col cervo nella volta del protiro destro e forse l’Ercole col leone nemèo, oltre ai due splendidi leoni stilofori del portale centrale che sulla facciata del duomo di Borgo San Donnino si possono attribuire alla mano stessa dell’Antelami. Nei solchi profondi delle pieghe e nell’accentuazione del carattere statuario delle immagini si rileva nei due profeti una rinnovata presa di posizione di fronte alla scultura arlesiana, la quale porta all’espressione di una possanza più raccolta e più rude. Strettamente comprese tra due piani paralleli, entro i quali la figura sembra volgersi inquieta, le due immagini si caricano di un’energia latente che superbamente riscatta l’inerzia della massa. Non possono questi capolavori, come vuole il de Francovich, appartenere a un periodo posteriore al compimento del Battistero di Parma, cioè dopo il 1215 o il 1216, poiché qui non è traccia di quell’influenza dell’Ile-de-France e di quel generale affinarsi della visione dell’Antelami che caratterizza il suo opus magnum nel Battistero parmense. Bisogna dunque ammettere che nel decennio 1180-1190, o forse subito dopo il 1188 (rimanendo incerto dalle vaghe notizie documentarie se la nuova Cattedrale di Borgo San Donnino sia stata iniziata già nel 1179 o soltanto dopo il 1188), l’Antelami non si sia limitato a dare il disegno della facciata e dell’intera chiesa, ma abbia subito posto mano anche alla decorazione plastica, pur lasciando a schiere di discepoli e di compagni, alcuni dei quali di educazione più arcaica, la maggior parte della fatica. Serie ragioni stilistiche inducono invece ad accogliere la tesi del de Francovich circa la paternità antelamica dell’architettura della chiesa di Borgo San Donnino e la sua datazione in epoca anteriore al Battistero di Parma. La facciata, anzitutto, differisce profondamente da quella di qualsiasi altro edificio lombardo-emiliano, mentre presenta profonde analogie, specie nella struttura dei portali, col Battistero parmense. E come questo, benché in forma più accentuata, essa reca l’impronta dell’influenza provenzale, e anzi rappresenta un singolare compromesso tra il tipo della facciata romanica lombarda e quella provenzale di Saint Gilles. La difettosa organicità del risultato e l’assenza di quei tratti ispirati all’architettura dell’Ile-de-France che si riscontrano nel Battistero di Parma accertano che essa fu ideata, in accordo con quanto risulta dell’esame delle sculture, prima del capolavoro parmense. Numerose corrispondenze di particolari architettonico-ornamentali dimostrano che oltre alla facciata l’Antelami dovette progettare l’intera Cattedrale borghigiana. Ma i lavori procedettero lentamente, attraverso interruzioni e riprese, dovute anche alle alterne vicende politico-militari della città nelle guerre comunali tra Parma e Piacenza. Se dunque la progettazione generale risale al 1180 o 1190 circa, l’esecuzione della parte alta delle navate, con le volte ormai gotiche, e di gran parte del coro va posta nel secondo decennio del secolo XIII, quando l’Antelami si andava ormai disimpegnando dai lavori del Battistero di Parma. A questo secondo momento appartengono le poche altre sculture all’interno e all’esterno dell’edificio che, accanto alle molte dovute ai discepoli, si possono attribuire all’Antelami: il Redentore nel catino absidale e la Madonna col Bambino nella nicchia del campanile, la quale svolge un motivo iconografico-stilistico già attuato nel Battistero parmense. L’iscrizione che sull’architrave del portale maggiore nel Battistero di Parma dichiara che nel 1196 l’Antelami cominciò quest’opera non può, ad evidenza, riferirsi al solo portale, ma almeno all’intera decorazione plastica dell’edificio, anzi all’architettura stessa del tempio. Che scultore e architetto siano stati la stessa persona è d’altronde provato dal fatto che le forme architettoniche dell’edificio rivelano nel suo ideatore una formazione perfettamente analoga a quella dello scultore. Molti particolari ornamentali, l’insistenza sul motivo delle colonne architravate e il timbro stesso del classicismo di quelle forme sono elementi di origine provenzale che si innestano su uno schema e su un ritmo generale derivanti dalla tradizione lombarda. Il basamento dei portali e qualche capitello nella parte alta, all’esterno, e il sottile slancio delle membrature all’interno, richiamano d’altronde all’architettura tardoromanica e protogotica dell’Ile-de-France, così come motivi stilistici della Francia del nord si riscontrano nelle sculture. Ma l’insieme raggiunge un’alta coerenza, indicando ormai la perfetta maturazione della personalità dell’Antelami architetto, rispetto al linguaggio composito e alquanto incerto della cattedrale di Borgo San Donnino. La geometrica compattezza della massa ottagona si articola e si nobilita attraverso il classicheggiante rivestimento ad arcate cieche e a sistemi di colonne trabeate, alternate ai profondi portali, nella zona inferiore, e attraverso la serie di logge architravate nei piani superiori. Così la rude massa lombarda si affina assumendo cristallina nitidezza e, nel suo pacato ritmo orizzontale, acquista un’elasticità sottile e uno slancio potenziale, che si liberano all’interno culminando nell’agilità della cupola costolonata a sedici spicchi. L’attività dell’Antelami al Battistero di Parma dovette protrarsi dal 1196 fin verso il 1216, quando risulta che già nella chiesa si amministrava il battesimo, e comprende anche l’esecuzione di gran parte della decorazione plastica. Questa si ispira, come del resto il pontile del Duomo, a un preciso e ampio programma iconografico, denso si significati allegorici e di tale profondità e coerenza da poter sostenere il confronto con i cicli figurati di Francia (per i problemi connessi con l’iconografia del ciclo parmense si rimanda all’esauriente monografia del de Francovich). Prima di intraprendere la sua opera, l’Antelami dovette di nuovo traversare le Alpi. Non solo infatti le sculture del Battistero dimostrano una nuova presa di contatto e un approfondimento della giovanile esperienza provenzale (accanto ai ricordi di Arles si accrescono gli elementi derivati da Saint Gilles), ma presuppongono anche una certa conoscenza della scultura tardoromanica dell’Ile-de-France, puntualizzata dal de Francovich nella facciata occidentale del Duomo di Chartres, anteriore al 1194, e in particolare nei fregi dell’architrave del portale sinistro, ossia nelle più arcaiche tra le sculture chartresi. La poesia dell’Antelami è sempre altamente personale e sorge ancora una volta dalla dialettica tra l’arcaico e il nuovo, tra lo spirito d’astrazione e l’intensità tutta potenziale, e in certo senso predrammatica, del sentimento. Così nella lunetta esterna del portale nord con l’Adorazione dei Magi, la Madonna è solenne sul trono, ma è animata nel taglio netto del volume e nel tratteggio incisivo delle linee dei panneggi da una tensione che si traduce in energia spirituale, e il san Giuseppe e i Magi sono ancora più tesi entro quei loro contorni acuti e sfrecciati. Ma le immagini vivono, al tempo stesso, in un loro splendido isolamento, staccando nitide da un fondo privo di allusioni ambientali e di ogni naturalistica concretezza: donde il tono profondamente religioso di quest’arte, che risolve in una visione orientata verso la trascendenza ogni palpito di umanità. E nella Presentazione al tempio nella lunetta interna del portale sud, detto della Vita, le figure si adattano perfettamente, nelle dimensioni, allo spazio concesso dal semicerchio della lunetta, isolandosi nei loro volumi nitidi ma tenui entro il ritmo astratto segnato dalle archeggiature intorno alle teste. Le linee acute e ricorrenti delle pieghe sottolineano tuttavia le proporzioni slanciate dei corpi, animando le immagini di una commozione trepida e contenuta. Vi è insomma una percezione nuova della vita interiore, che tuttavia non si dispiega intera, ma si offre allo sguardo come velata da una pudica riservatezza. La mano stessa dell’Antelami appare limpidamente nelle lunette esterne dei tre portali (oltre a quella già citata, il Giudizio finale nel portale ovest; la Leggenda di Barlaam come allegoria della vità, nel portale sud), nei rispettivi archivolti, architravi e stipiti, nelle corrispondenti lunette interne (oltre a quella già citata: portale nord, Fuga in Egitto, portale ovest, David che suona il salterio) e nelle quattro statue all’esterno, i due Profeti seduti, Salomone e la Regina di Saba, mentre tutto il resto, compresi i due Angeli sopra il portale nord (alla cui attribuzione all’Antelami, sostenuta dal de Francovich, osta il marcatissimo accento tardoprovenzale e pirenaico, estraneo in tal grado alla sua cultura) e la serie bellissima delle Stagioni e dei Mesi (rivendicati come autografi dal Quintavalle, ma soltanto ideati dal maestro), si deve all’esecuzione di scolari. Le citate quattro statue all’esterno sono tra i capolavori più alti dell’Antelami: vivono queste immagini del contrasto dialettico tra il senso della massa inerte, espressa dal rapporto che le figure conservano col blocco da cui sono ricavate, e la trepida sensibilità del modellato nella modulazione tenera delle superfici, nella vibrazione delle pieghe sottili, nella quasi celata prevalenza, in tutto, di un movimento diagonale che si accompagna al lieve eppure sensibile scarto dalla frontalità. Immagini inconcepibili senza la conoscenza della scultura chartrese, ma che tuttavia conservano una terraneità più aderente sia alla tradizione plastica emiliana sia a quella provenzale, e anche si distinguono per una interpretazione più testuale degli esempi classici. L’ultima fatica dell’Antelami, dopo la ripresa della sua opera di architetto e di scultore a Borgo San Donnino e dopo un nuovo viaggio, che ragioni stilistiche obbligano a supporre nella Francia del nord, fu, nonostante il diverso parere di alcuni studiosi, la costruzione e la decorazione scultorea (lunetta del portale maggiore e ambone, oggi in frammenti nel Museo Leone a Vercelli) della chiesa e dell’abbazia di Sant’Andrea a Vercelli, rapidamente edificate dal 1219 al 1225. L’influenza delle chiese francesi di Braisne (1180-1216 c.), di Laon (1205-1210 c.) e di Vaucelles (1190-1216 c.), fondendosi, all’esterno, con elementi di tradizione lombarda, dà luogo a un’architettura di grande nitore e sensibilità, e all’interno a un capolavoro del primo gotico italiano, mentre le luminose e commosse sculture del timpano e del pergamo coronano degnamente, con accenti di più abbandonata tenerezza, l’attività dell’Antelami scultore.
FONTI E BIBL.: A.O. Quintavalle, Antelami sculptor, Milano, 1947; G. de Francovich, Benedetto Antelami, Milano-Firenze, 1952 (con completa bibliografia precedente); G. Rosati, Antelami Benedetto, in Enciclopedia universale dell’Arte, I, Venezia Roma, s.d. (ma 1958), coll. 429-436 (con ulteriore bibliografia); G.P. Bognetti, Una rettifica epigrafica a proposito dei limiti cronologici dell’opera dell’Antelami, in Sitzungsbericht der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, 1959, 4-5, 12; L. Cochetti Pratesi, Contributi alla scultura veneziana del duecento, 2. Le altre realizzazioni della corrente antelamica, in Commentari XI 1960, 202-219; R. Salvini, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 438; Il Battistero, in Il Facchino 18 1842, 137-142; M. Lopez, Cenni intorno alla vita e alle opere di Benedetto Antelami, in Il Vendemmiatore 49 1846, 459-461, 50, 1846, 468-470; M. Lopez, Il Battistero di Parma, Parma, 1864; F. Odorici, Il battistero di Parma descritto da Michele Lopez, Note, Parma, 1865; C. Cavedoni, Appunti critici intorno al Battistero di Parma descritto dal Commendatore Michele Lopez, in Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le Provincie Modenesi e Parmensi III 1865, 89-100; G.B. Toschi, La scultura di Benedetto Antelami a Borgo San Donnino, in Archivio Storico dell’Arte I 1888, 14-25; L. Testi, Le Baptistère de Parme. Son histoire, son architecture, ses sculptures, ses peintures, Florence, 1916; G. Copertini, Le sculture esterne del Battistero di Parma, in Le vie d’Italia 5 1925, 517-524; S. Vigezzi, La scultura lombarda dall’Antelami all’Amadeo (sec. XIII e XIV), Milano, 1928; N. Pelicelli, Per la ricostruzione del pulpito dell’Antelami nella Cattedrale di Parma. Riassunto della comunicazione letta nella tornata del 5 dicembre 1928, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XXVIII 1928, XXX-XXXII; N. Pelicelli, Il pulpito di Benedetto Antelami, in Aemilia 6 1929, 39-45; G. Copertini, Sul pulpito dell’Antelami già esistente nel Duomo di Parma. Riassunto della comunicazione letta nella tornata del 25 aprile 1929, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n. s., XXIX 1929, XVII-XXIV; R. Jullian Les fragments de l’ambon de Benedetto Antelami à Parme, in Mélanges d’Archéologie et d’Histoire de l’Ecole Française de Rome XLVI 1929, 182-214; V. Soncini, Un Pergamo di Benedetto Antelami nella Cattedrale di Parma, Parma, 1929; G. Micheli, recensione a V. Soncini, Un pergamo di Benedetto Antelami nella Cattedrale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n. s., XXX 1930, 274-275; P.Z., recensione a R. Jullian, Les fragments de l’ambon de Benedetto Antelami à Parme, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXX 1930, 309; G. Battelli, Lo zooforo del Battistero, in Parma 6 1933, 247-250; A.O. Quintavalle, La scultura parmense degli inizi del secolo XIII: influenze antelamiche e d’oltralpe, in XIVe Congrès International d’Histoire de l’Art, 1936, 76-77; G.P. Bognetti, I magistri Antelami e la valle d’Intelvi, in Periodico Storico Comense, n.s., 1-4, 1938, 17-73; L. Gambara, Dai Maestri Comacini ai Maestri Antelami, in Aurea Parma XXVI 1942, 39-41; A.O. Quintavalle, Le sculture di Fornovo. La Francia e l’Antelami, sunto a cura di O. Masnovo, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 3, VII-VIII 1942-1943, XLI-XLII; G.P. Bognetti, Gli Antelami e la carpenteria di guerra, in Munera. Scritti in onore di Antonio Giusani, Milano, 1944; G. Copertini, recensione a A.O. Quintavalle, Antelami Sulptor, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. IV, II 1949-1950, 266-269; F. Catalano, Le tre lunette del Battistero, in Aurea Parma XXXIV 1950, 3-8; G.C. Argan, Benedetto Antelami Architetto, in Comunità 21 1953, 42-48; M. Aubert, recensione a G. de Francovich, Benedetto Antelami architetto e scultore e l’arte del suo tempo, in Bulletin Monumental CXI 1953, 197-198; R. Salvini, recensione a G. De Francovich, Benedetto Antelami architetto e scultore, in Arte LIIII 1954, 70-71; G. Cusatelli, I mesi antelamici del Battistero di Parma, in Palatina 2 1957, 33-42; A. Vignali, Una ignorata Madonna antelamica nella Chiesa abbaziale di Fontevivo, in Gazzetta di Parma 12 giugno 1959; G. Cusatelli, Note antelamiche, in Aurea Parma XXXXIV 1960, 45-46; K.W. Forster, Der Bildhauer Benedetto Antelami, Das Baptisterium, Die Monatsbilder, in Du 2 1960, 2-4, 22; K.W. Forster, Benedetto Antelami, der grosse romanische Bildhauer Italiens, München, 1961; Antelami Sculptor, in Aurea Parma XLV 1961, 109; G. Capelli, Benedetto Antelami e la Deposizione, Parma, 1961; E. Guerra, L’Ambone di Benedetto Antelami secondo i Documenti degli Archivi Vescovile, Capitolare e della Fabbriceria della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. IV, XIV 1962, 83-102; A. Emiliani, scheda n. 172, in Restauri d’arte in Italia: VIII Settimana dei Musei italiani, catalogo della mostra, Roma, 1965, 167-168; L. Vinca Masini, L’Antelami a Parma, Firenze, 1965; F. Negri Arnoldi, Antelami, Milano, 1966 (I maestri della scultura n. 74); A.C. Quintavalle, Parma. Duomo e Battistero, in Tesori d’arte cristiana, vol. II, Il Romanico, Bologna, 1966, 113-140; A.R. Masetti, Il portale dei mesi di Benedetto Antelami, in Critica d’Arte, n.s., 86, 1967, 13-31, 87, 1967, 24-40; P.H. Bautier, Un essai d’identification et datation d’oeuvres de Benedetto Antelami à Parme et à Fidenza d’après l’étude paléographique de leurs inscriptions, in Bulletin de la Société Nationale des Antiquaires de France 1968, 96-115; M. Mussini, Il ritrovamento della lastra antelamica e la vicenda del Duomo di Reggio, in Quintavalle, 1969, 169-171; U. Mielke, Die Plastik am Baptisterium von Parma, Berlin, 1970; N. Artioli, Il bassorilievo antelamico rinvenuto nella Cattedrale di Reggio Emilia, in Quaderni d’Archeologia reggiana 1971, 125-128; G. Capelli, Benedetto Antelami nel quadro della civiltà medievale, in Parma Economica 5 1971, 45-53; G. Capelli, Il messaggio dell’Antelami esalta la fatica dell’uomo, in Gazzetta di Parma 30 ottobre 1972; G. Capelli, La Deposizione di Benedetto Antelami, Parma, 1975; F. Barocelli, L’orologio dei Mesi, in Gazzetta di Parma 15 agosto 1986; G. Kerscher, Benedictus Antelami oder das Baptisterium von parma Kunst und kommunales Selbstverständnis, München, 1986; C. Mutti, Benedetto Antelami e l’idea dell’Impero, Parma, 1986; F. Barocelli, Il Maestro della Madonna di Fontevivo e le vergini in trono di Benedictus, in Aurea Parma I 1988, 31-48; F. Barocelli, Madonnaro a Fontevivo l’allievo di Benedictus, in Gazzetta di Parma 11 giugno 1988; A. Bianchi, scheda in Imago Mariae Tesori d’arte della civiltà cristiana, catalogo della mostra, a cura di P. Amato, Roma, 1988; F. Gandolfo, Antelami, gli antelamici e i campionesi, in L’Arte Medievale in Italia, Firenze, 1988, 294-299; B. Zanardi, A. Bianchi, Una scultura di Benedetto Antelami e l’intitolazione dell’antica Abbazia di Fontevivo (PR), con una nota di L. Fornari Schianchi, addendum di G. Fiaccadori, ed. cons. estratto, Ravenna, 1988; A.C. Quintavalle, Il Battistero di Parma, Parma, 1988; A.C. Quintavalle, Il Battistero di Parma. Il cielo e la terra, Parma, 1988 (Centro di Studi Medievali); A.C. Quintavalle, Benedetto Antelami, Milano, Electa, 1990.

ANTIFATE ORNIZIONIO, vedi MAURELLI GIUSEPPE APOLLONIO FRANCESCO

ANTINI ANTONIO
Parma ante 1718-1765 c.
Figlio di Giuseppe e Maria Maddalena Cesarini, fu chiamato semplicemente Antino per la piccola statura. Dai documenti e dalla sua corrispondenza si identifica come un uomo intraprendente, attivissimo, molto scaltro e servizievole con chi gli conveniva: simpatico ed affabile, sapeva intrufolarsi ovunque mediante gentilezze, cortesie o piccoli favori che gli giovavano ad ogni occorrenza per i suoi fini e le sue ambizioni. Fu in sintesi, un factotum scaltro e intelligente. Praticò una premurosa e costante corrispondenza epistolare con alti prelati, vescovi e cardinali di molte città d’Italia ed ancora con personalità del Ducato, tra cui appaiono Mischi, Trotti, Carpintero, Du Tillot, Anviti, Santi ed altri. Nel 1718 ottenne patente di familiarità e nobiltà dal duca Francesco Farnese, riconfermata dal duca Antonio Farnese nel 1727. Tramontati i Farnese, lambì il novello duca Carlos di Borbone, portando il baldacchino per il suo solenne ingresso a Parma. Indi si evidenziò facendo parte del Consiglio Generale della Comunità di Parma (1732). Due anni dopo riuscì a ottenere il titolo di Conte (1734) col feudo di Orzale (Neviano degli Arduini), a seguito di una ampollosa e supplichevole istanza al Duca. L’Antini, raggiunto in tal modo un rango ragguardevole, passò a nozze (1717) con Laura, figlia del conte Giacinto Stavoli, di nobiltà cremonese, per cui andò ad abitare in borgo Palmia, nel palazzo di cui la consorte era comproprietaria col canonico conte Camillo Stavoli. Risulta che nel vecchio palazzo degli Antini esistesse a quell’epoca anche un Oratorio di casa, poiché venne a loro concessa la facoltà di farvi celebrare la Santa Messa da parte del cardinale Ulisse Gozzadini, legato a latere di papa Clemente XI alla maestà di Elisabetta Farnese, regina di Spagna. L’Antini fu autore di memorie inedite.
FONTI E BIBL.: Palazzi e Casate di Parma, 1971, 337.

ANTINI FRANCESCO O GIOVANNI, vedi CAVIA GIOVANNI

ANTINI GIACOMO, vedi ANTINI GIANGIACOMO

ANTINI GIANGIACOMO
Parma 1448
Fu medico di buon valore, attivo nel XV secolo. Nel 1448 fu chiamato a tenere la cattedra di medicina pratica nel rinnovato Studio di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 102.

ANTINI GIORGIO ANTONIO
Borgo San Donnino 1460/1471
Notaio. Al tempo in cui Borgo San Donnino s’era dato al duca di Milano Francesco Sforza, fece parte degli anziani del Comune. Nel 1460 fu Pro Podestà del Comune, mentre nel 1471 ricoprì la carica di luogotenente del Podestà, quando la Magistratura era tenuta dal nobile cremonese Giovanni da Borgo.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 22 settembre 1997, 5.

ANTINI GIUSEPPE
-Parma febbraio 1798
Figlio di Antonio. Conte, archivista dell’Archivio Comunale di Parma nominato, assieme al marchese Francesco Bergonzi, il 21 maggio 1787. A questi due archivisti, pochi giorni dopo la loro nomina, e cioè sin dal 29 maggio 1787, fu dato quale coadiutore il dottor Alessandro Maestri, il quale abbandonò il posto non appena fu promosso Vice Cancelliere (12 maggio 1798).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1914.

ANTINI GUIDO ANTONIO
Parma 1447/1449
Allorché Parma fu Repubblica libera (1447-1449) l’Antini fu tra i Difensori o Presidenti della libertà e ricoprì importanti incarichi per il Comune. Sospettato di tradimento, venne in un primo momento allontanato, ma successivamente, scagionato dalle accuse, fu reintegrato nel Comune dove nel 1449 compare tra gli anziani che deliberarono di dare Parma al duca di Milano Francesco Sforza. Dotato di larghi mezzi, ebbe case in Borgo San Donnino e in Parma e terreni a Vianino. Fu legato da vincoli di parentela con le case più potenti di Parma: suo cognato fu Marsiglio Rossi di San Secondo.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 22 settembre 1997, 5.

ANTINI LODOVICO
Parma 1489
Verso il 1489 fu iscritto nella matricola dei dottori in ambo le leggi del Collegio di Parma. Fu inoltre Consigliere del Duca di Milano.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 22 settembre 1997, 5.

ANTINI LUDOVICO
Parma-Milano agosto 1483
Della vicinia di Santa Cristina, figlio di Guido, vissuto tra la prima e la seconda metà del XV secolo, godette di buona fama tra gli appartenenti al collegio dei giuristi della sua città. Un suo consiglio è a pagine 220-221 del volume X della collezione manoscritta conservata nella Biblioteca Classense di Ravenna. Il I volume della stessa collezione, ordinato e in parte copiato dall’Antini (che contiene la raccolta dei consigli e un trattato di Martino Carrati da Lodi composti nelle università di Pavia, Siena, Bologna, Ferrara) fa pensare che l’Antini sia stato allievo del rinomato maestro lodigiano e abbia studiato almeno in una delle citate università. L’Antini prese parte attiva alla vita pubblica di Parma ed ebbe una carriera politica alquanto movimentata. Il 13 agosto 1472 lo si trova come procuratore a sopraintendere alla fabbrica della chiesa di San Francesco del Prato e dell’annesso convento. Nel novembre del 1474 fu tra gli Anziani che reggevano il Comune. Il 16 gennaio 1476 fu tratto a sorte tra i membri del Consiglio generale per ricoprire l’ufficio del Sindacato. Il 1° aprile dello stesso anno fu testimone nell’atto di obbedienza del capitano al nuovo vescovo. Nel 1477, anno critico per la storia di Parma, nel quale i da Correggio, i Pallavicino e i Sanvitale, approfittando della morte di G.M. Sforza, si scagliarono contro i Rossi, l’Antini fu capitano a cavallo di Porta Cristina e membro del Consiglio per la fazione pallavicina, e concorse in una parte di primo piano a sollevare la città. Ma pagò l’insuccesso finale con l’esilio a Borgo San Donnino, donde ottenne nel 1478, per grazia speciale, di essere mandato al confino a Milano. Per risarcimento dei Rossi fu multato da Branda da Castiglione in lire duecento, ma la somma gli fu ridotta dalla duchessa Bona. Per la morte della suocera Violante Tagliaferri ottenne, al principio del 1479, di rientrare per pochi giorni a Parma insieme con il suocero Antonio. Con lui fu fatto oggetto di vivissime attenzioni da parte dei membri delle tre fazioni, ed egli si adoperò per rimanere nella città. Ma il 9 febbraio fu costretto a ripartire. Fu nel numero dei consiglieri del Comune di Parma per l’anno 1480, ma pare non fosse rientrato in patria. Il 12 ottobre 1480 occupò a Milano la carica elevata di vicario di Provvisione. Il 3 novembre dello stesso anno figura quale testimone nell’atto di affidamento della tutela di Gian Galeazzo Sforza e dell’amministrazione dello Stato a Ludovico il Moro.
FONTI E BIBL.: Cronica gestorum in partibus Lombardie et reliquis Italie (476-1482), a cura di G. Bonazzi, in Rer. Italic. Script., 2a ediz., XXII, 3, 125; C. Santoro, Gli uffici del dominio sforzesco (1450-1500), Milano, 1948, 162 s.; R. Pico, Catalogo overo matricola de’ Dottori dell’una e dell’altra legge del Collegio di Parma, Parma 1642, 28-29; C. de’ Rosmini, Dell’Istoria di Milano, IV, Milano, 1820, 216-221; A. Pezzana, Storia della città di Parma, III, Parma, 1847, passim e IV, 1852, passim; G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia, IV, Forlì, 1894, n. 485, 249-251; R. Abbondanza, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 455.

ANTINI PIERANGELO
Borgo San Donnino 1554
Dottore. Nel 1554 fu Podestà di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

ANTINO, vedi ANTINI

ANTONELLI ALDO
Parma 6 ottobre 1881-Parma 17 febbraio 1950
Decoratore. Eseguì su progetto del Cusani, le decorazioni delle pareti e del soffitto della sala da pranzo della Rocca di Fontanellato. Si ricordano di lui i diligenti acquerelli, non privi di freschezza e di abilità, dai toni puliti e trasparenti, soprattutto nei cieli.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, in Parma per l’Arte 1 1951, 27-28; Gli anni del Liberty, 1993, 155.

ANTONI ANTONIO IGNAZIO
Parma 31 luglio 1736-Parma 10 febbraio 1819
Cuciniere al servizio del duca Ferdinando di Borbone, sposò Teresa Corradi di Guastalla. Fu poi in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1° giugno 1816 al 1° maggio 1817 quale garzone di cantina.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 308.

ANTONIAZZI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1823/1824
Negoziante, rifugiato politico. Giunse a Bruxelles tra il 15 dicembre 1823 e il 7 gennaio 1824, con destinazione Metz.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.

ANTONIAZZI MARGHERITA
Cantiga di Costageminiana 9 marzo 1502-Caberra di Costageminiana 21 maggio 1565
Nacque da Carlo e Bartolomea Merizzi. La miseria dei tempi e la precarietà della situazione familiare, dove nel frattempo erano arrivati i fratelli Luchino e Antonina, spinse presto l’Antoniazzi a lasciare la casa natale per il lavoro di pastorella, a governare greggi prima a Varese Ligure, presso la famiglia Copiani di Cabianca, e poi, dopo la morte del padre, a Sarizzuola, da Sabadino Strinati. Fu proprio in quegli anni di solitudine che crebbe in lei la propensione alla preghiera, alla meditazione e alla carità da povera verso i poveri, che la spingeva a dividere con essi il suo già magro desinare. Sono di questo tempo le prime apparizioni della Madonna, con la quale, a detta dei testimoni, l’Antoniazzi intesseva veri e propri dialoghi. Molte sono le date significative che scolpirono la sua esistenza terrena. Nel 1524 la peste raggiunse anche le alte terre della Valceno falcidiando vite umane e azzerando intere comunità. Trovò la morte anche la madre dell’Antoniazzi, e lei stessa, ormai colpita dall’infezione, si rifugiò lontana dal mondo, nascosta a Rondinara, in due spelonche buie a picco sul Ceno, per dire in solitudine addio alla vita. Da quelle grotte uscì invece miracolosamente guarita, e, seguendo un itinerario di rinunce, preghiere e meditazioni, si consacrò a Dio col voto di verginità. In quelle grotte si manifestarono eventi miracolosi, come l’apparizione di San Rocco, che la guidarono nel suo ormai segnato destino. Si susseguirono infatti manifestazioni inspiegabili: le lacrime di un quadro raffigurante la Madonna, la stessa Antoniazzi che attraversò con due candele accese un lago, uscendone illesa e con i ceri ancora luccicanti, le miriadi di guarigioni miracolose. La sua ferma intenzione di fondare una chiesa si realizzò il 21 maggio 1533, quando si consacrò il tempio dell’Annunciata a Caberra. Poi si diede alla costruzione di un piccolo Monastero, e avendo i parrocchiani dato ogni cosa necessaria al mantenimento di alcune monache, il Monastero fu aperto sotto la regola di Sant’Agostino. Con l’Antoniazzi convisse nel Convento Catella Copiani, Maria Bracchi, Domenica Giannoni e Angela Antoniazzi. Queste monache (le Margheritine) portavano una veste bianca di lino. Schiere di pellegrini, di poveri, di malati, accorrevano all’Annunziata di Caberra perché sapevano di essere accolte, sfamate, confortate, guarite dalla Antoniazzi, vestita sempre di bianco, e dal piccolo drappello di monache da lei dirette. Povere esse stesse, si privavano del necessario per vivere, sull’esempio dell’Antoniazzi, una donnetta tutta gentile, testimonia un coevo, di parole e di maniere soavissime, e tanto dolce che non saprei dire di più, né persona andava da lei, per travagliata che fosse che non ne partisse consolata. L’attenzione dell’Antoniazzi fu soprattutto rivolta verso la vita nella sua fase più delicata, cioè al suo sbocciare. Con una tempestività che in un certo senso prevenne l’azione dei grandi fondatori della Controriforma, promosse una piccola scuola per insegnare a leggere e a scrivere ai figli dei poveri montanari illetterati, ma la sua attenzione fu soprattutto verso i neonati e le puerpere, quando altissima era la percentuale di coloro che morivano nei travagli del parto o anche dopo, sfinite dalla spossatezza. Nel 1620, Giovanni Uggeri, un vecchio centenario della Costa, che aveva conosciuto l’Antoniazzi, lasciò una commovente testimonianza di lei. Se sapeva che una povera donna havesse partorito, et non havesse panni per la creatura, subito saltava in casa et dava di mano a lenzuoli, camisie et tovaglie, insomma a tutto quello che gli veniva alle mani e subito li trava in pezzi, e ne faceva fascie, e drappelli e li mandava alla povera partoriente insieme a oglio, pane, ove, e formazo et ogni altra cosa di quel poco che haveva il monastero. Dopo la sua morte, il cadavere dell’Antoniazzi stette tre giorni insepolto perché le grandi pioggie impedivano il concorso dei preti per i funerali. Fu poi sepolta nel suo oratorio nell’altare di San Giovanni. Il suo convento si mantenne in Costa Geminiana sino al 1599, nel quale anno il principe Federico Landi fece trasportare le monache in Compiano, nel Convento nuovo e chiesa dell’Annunciata. Questo trasporto venne ricordato da una medaglia d’oro fatta coniare dal Principe. Questo nuovo Convento durò sino al 1805, quando le leggi napoleoniche ne decretarono la soppressione. Ma il corpo dell’Antoniazzi rimase in Costa Geminiana: in una cassetta chiusa a chiave si conservano tre crani, tra i quali quello della Devota. Dopo la sua morte presero avvio due processi di beatificazione, uno nel 1618 e l’altro nel 1620, non fu possibile ricostruire con fedeltà l’itinerario di vita dell’Antoniazzi. Il Processus condotto dai vescovi piacentini Rangoni e Linati si trova manoscrito nell’archivio parrocchiale di Costageminiana e fu utilizzato nella Vita della Devota Margherita da Cantiga, (Borgotaro, 1875; Piacenza, 1923; Modena, 1950) scritta dal Campi e edita dall’arciprete Tononi. Nel 1887, nel bosco di Rondinara, venne fondato in sua memoria un santuario dedicato alla Madonna della Misericordia.
FONTI E BIBL.: Poggiali; Crescenzi; Molossi; Campi, Vita della Devota Margherita da Cantiga, Borgotaro, 1875; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 108-109; Dizionario Ecclesiastico, II, 1955, 826; Enciclopedia Ecclesiastica, VI, 1955, 331; Pongini, Storia di Bardi, 1973, 207; Gazzetta di Parma 8 luglio 1991, 3; 3 luglio 1994 e 7 novembre 1996, 26.

ANTONIETTI CARLO
Ozzano Taro 1 ottobre 1821-Parma 6 gennaio 1910
L’Antonietti si trasferì presto a Parma coi genitori Giovanni, possidente, e Angela Bellini: prima in borgo del Voltone 19, quindi in borgo Paggeria 20, infine in borgo San Giovanni 9. Fu in quest’ultimo stabile, di proprietà del conte Adolfo Castellinard, che l’Antonietti esercitò, al secondo piano, la professione di fotografo almeno fino al 1876-1877. Egli sposò Costanza Tarchioni (nata nel 1824), e la coppia ebbe tre figli: Elenina, Enzo e Umberto. Con loro abitarono anche Anna, la sorella dell’Antonietti, rimasta vedova, e la nipote Teresa, oltre tre servitori. L’inizio della professione fotografica ebbe luogo intorno al 1860, subito dopo il congedo dalla Guardia Nazionale, dove militò come sergente. E subito ottenne una medaglia di ricompensa all’Esposizione Industriale del 1863. Attorno al 1866 documentò, con una serie di interessanti fotografie, il Forte di Motteggiana (Mantova) devastato dall’artiglieria italiana durante l’espugnazione di Borgoforte. Al Primo Congresso Artistico Italiano di Parma (1870), nei Lavori in fotografia l’Antonietti ricevette una menzione onorevole per due ritratti d’ingrandimento. Sempre nello stesso periodo l’Antonietti mandò a Piacenza il giovane figlio Enzo, anch’esso avviato alla fotografia, per dirigere in quella città un altro atelier (in piazza dei Cavalli 23), lasciato vuoto da Giovanni Clemente Rusca (dagherrotipista itinerante, a Parma nel 1854) dopo il suo trasferimento a Milano. L’Antonietti intanto si costruì una buona posizione facendosi apprezzare per l’alto livello della produzione non meno che per l’originalità. Beneficiò, come molti altri in Italia, dei brevetti d’invenzione sul doppio fondo, Sistema Crozat. Assunse un apprendista, il quindicenne Roberto Rosi, che l’Antonietti ospitò (vitto e alloggio) utilizzandolo come garzone. Tra i lavori degli anni Sessanta del XIX secolo, ricchi di situazioni e di personaggi, spicca per singolarità il ritratto di un amico, realizzato in formato carta da visita e in double face: di fronte e di spalle, in un divertente trompe l’oeil. Nel 1878, sulla Gazzetta di Parma del 4 settembre, comparve un breve cenno di cronaca: Il fotografo, signor Carlo Antonietti, che ha il suo Stabilimento in via della Macina, ha introdotto una elegante novità, quella cioè di una mostra illuminata delle sue fotografie che si ammirava ier sera nel Palazzo Municipale, a ponente, sul lato verso strada San Michele. Nel 1879 l’Antonietti prese come socio Emilio Gerboni, e la nuova ditta, così costituita, si installò appunto in borgo della Macina 21. Qui l’attività proseguì fino al 1882. Sono del 1882 infatti due avvenimenti che segnarono la vita dell’Antonietti, inducendolo a ritirarsi: la morte, per epatite, della moglie Costanza e della sorella Anna. Nel novembre dello stesso anno cedette lo studio a Pio Saccani. L’Antonietti concluse la sua esistenza nel reparto cronici dell’Ospedale.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 121.

ANTONINO DA PARMA, vedi ZALLI EUCHERIO

ANTONIO
Parma 1410/1419
Fu eletto nel 1410 trentasettesimo Priore Generale dell’Ordine Camaldolese, con la Badia e il Cenobio di Vangazicia. Fu uomo di chiarissima erudizione e di naturale capacità oratoria. Andò al Concilio di Costanza, dando prova di grande dottrina. Si distinse specialmente nel corso del Sinodo fatto da papa Martino V, dando prova di sé nella scienza umana e divina, così come nel suo Convento esercitò grande influenza per la sua perizia, il suo ingegno e i suoi modi di dire. Ma a causa della sua ambizione e dato che non tollerava opinioni contrarie alle sue, suscitò una grave controversia con gli altri eremiti, al termine della quale il papa Martino V lo privò del Generalato e dell’amministrazione dell’Abazia di Vangazicia con provvedimento emanato da Firenze nell’anno 1419. Dopo di che l’Antonio si ritirò nella Badia di Vangazicia, che aveva recuperato grazie all’aiuto di alcuni amici, e lì rimase fino a che non fu creato Vescovo di Ferrara da papa Eugenio IV durante il Cenobio dei Cardinali a Bologna. Scrisse alcuni opuscoli: Jermanes de tempre. De Sanctis, et pro Quadragesima singulares libros.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 64-65; Ziegelbaur, Centifolium Camaldulense, 1750, 10-11.

ANTONIO, vedi anche ANTONIO DA PARMA, CAMPANINI PIETRO, LONGHI ANTONIO, NADOTTI ANTONIO E PEDRETTI FRANCESCO ANTONIO

ANTONIO DA ALBARETO
Albareto 1466/1476
Orefice e argentiere operante a Ferrara. Nel 1466 lavorò per Bianca d’Este majete, oncinelli e tremolanti d’argento. Nel 1476 risulta iscritto alla prima matricola degli orefici.
FONTI E BIBL.: C. Bulgari, Argentieri, IV, 1974, 331.

ANTONIO DA BARDI
Bardi-1527
Da documenti riferiti dal Wadding, risulta che Antonio da Bardi era Vescovo Samacense, quando il giorno 19 ottobre 1516, dopo aver consacrato l’ingrandita chiesa del Convento francescano di Fiescole, si spogliò delle insegne episcopali, rinunciò ogni titolo di onore, e, con assenso del pontefice Leone X, vestì l’abito francescano, professandone solennemente la Regola, nelle mani del p. Cristoforo di Forlì, Vicario Generale dell’Osservante Cismontana Famiglia.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 122-123; Bollettino Storico Piacentino 5 1910, 223.

ANTONIO DA BORGOTARO, vedi BORELLA GIOVANNI

ANTONIO DA CASSIO
Cassio 1419
Fu rettore dell’Arte della lana in Parma nell’anno 1419.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 45.

ANTONIO DA CASTRIGNANO
Castrignano seconda metà del XV secolo
Ingegnere operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 107.

ANTONIO DA CONTIGNACO
Contignaco 1447
Fu pittore e capobottega a Contignaco dove, nella chiesa di San Francesco, sotto un dipinto in cui è rappresentata una Madonna si legge: Antonius de Contignaco murator et pictor fecit hanc figuram 1447. Lavorò anche nella Chiesa dei padri conventuali a Parma.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. VII, 1912; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 189.

ANTONINO DA MONCHIO, vedi CAVECCHIA GIUSEPPE

ANTONIO DA PARMA
Parma ante 1270-Salmastre post 1307
Frate francescano. Era Lettore, quando da papa Nicolò III fu spedito quale missionario e nunzio pontificio alla terra dei Tartari, assieme a frate Gerardo da Prato, Giovanni di Santa Agata, Andrea di Firenze e Matteo di Arezzo. Non è chiaro se il Pontefice scegliesse per tale impresa uomini celebri in santità e dottrina. Perché meglio conoscessero lo scopo della loro missione, scrisse ai medesimi una lettera colla quale, accordati loro i privilegi di cui potevano aver bisogno, vivamente li esortò a riporre in Dio ogni loro speranza. E i cinque francescani si cimentarono, a piedi, nel lungo viaggio verso la Tartaria e la Cina, che a quei tempi rappresentavano la fine del mondo conosciuto. Sebbene non si abbiano particolari notizie di un così lungo viaggio, è certo per altro che quegli intrepidi, giunsero alla meta solo dopo inenarrabili stenti, privazioni e pericoli. Arrivati finalmente al campo della loro missione, nel breve giro di pochi anni operarono in modo così ammirevole da accattivarsi stima e benevolenza dei popoli non meno che dei principi, i quali ultimi a proprie spese innalzarono chiese, impiantarano scuole, edificarono conventi. L’opera dell’Antonio da Parma e dei suoi compagni in quelle lontane regioni servì a preparare il terreno allo strepitoso apostolato del minorita frate Giovanni da Monte Corvino, il quale nel 1307, cioè trent’anni circa dopo l’ingresso dell’Antonio e dei suoi compagni in quelle terre, per ordine di papa Clemente V venne consacrato primo Arcivescovo di Pechino, con sette vescovi francescani suoi suffraganei. Se non che la morte prematura del re Abaka diede occasione al suo successore di muovere ai cristiani una spietata persecuzione durata due anni. E i primi a essere colpiti furono i missionari francescani, i quali subirono ogni sorta di spietati supplizi. Tra i tanti martiri, di sette solamente si è potuto raccogliere il nome, e tra questi si trova un frate Antonio d’incerta patria, il quale, come egli stesso aveva profetato, subì il martirio nella città di Salmastre. Marcellino da Civezza (Storia dei missionari, II, 306) parlando di questo frate Antonio, così si esprime: Noi lo abbiamo chiamato d’incerta patria, perché di essa non è verbo in alcuno degli scrittori che ne fanno menzione, ma portiamo opinione essere quello stesso Frate Antonio da Parma, che partì Nunzio e Missionario per la Persia, assieme a Gerardo da Prato.
FONTI E BIBL.: Wadding, anno 1278, n. 9, 10; Flaminio, tomo 2, 222; Civezza, Storia Missionari, tomo 2, 236, 303, 305; Cron. Miss., an. 3, 262, 265, 268, 271, an. 4, 193; Salimbene, 86; Henrion, Miss. Cat., tomo 1, 92; G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 174-177.

ANTONIO DA PARMA
Parma o Castell’Arquato 1448
Miniatore e calligrafo, ricordato in un documento notarile del 2 febbraio 1448: Matheus f.q.m. Magistri Antonii scriptoris habitator ad presens in civitate parme in vic.e Sancti Matheis per se et suos heredes et successores et etiam nomine et vice Bartholomei patris sui et f. dicti Magistri Antonii habitatoris terre de Castro arquato pro quo etc. altera parte et utraque dictarum parcium, nominano e costituiscono arbitri e procuratori loro gli egregii uomini Desiderio de Grossi ed Antonio de Stadiani per comporre alcune vertenze d’interesse insorte fra le parti.
FONTI E BIBL.: Rogito di Gaspare Zampironi, in Archivio Notarile di Parma; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 4.

ANTONIO DA PARMA
Parma 1478
Frate domenicano. Si adoperò molto nel 1478 per risolvere le crudeli inimicizie scoppiate tra i Parmigiani.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati, II, 1789, 163.

ANTONIO DA PARMA
Parma 1488/1510
Scultore di terrecotte, nel 1488 compì il portale del palazzo del conte di Cajazzo con ornamenti e figure di non scarso valore. Nel 1510 lavorò a Parma nella chiesa di San Giovanni Evangelista. Si conoscono ancora di lui i quattro pilastri di marmo scanalati compenetrantisi che formano i piedritti delle arcate con basi attiche, capitelli e trabeazione completa nella chiesa di San Giovanni Evangelista di Parma. L’Antonio lasciò scritto il proprio nome e l’anno nei due ultimi capitelli in faccia al Santuario: anno salvtis Mdx - Antonius Parmensis faciebat. La scoperta di tale artista si deve a Giuseppe Bertoluzzi, il quale ne fece menzione nella sua Nuovissima Guida per osservare le Pitture di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 35; C. Ricci, Storia dell’Architettura, III, 1859, 492; Campori G., Notizie storiche sull’arte delle ceramiche in Ferrara, 1879, 24; M. Lopez, Il Battistero di Parma, 46; U. Thieme-F. Becker, Künstler Lexikon, II, 5; Minghetti, Ceramisti, 1939, 36.

ANTONIO DA PARMA, vedi anche ANTONIO DA RAMIANO, AZARI ANTONIO, PITTORI ANTONIO, PORCELLAGA ANTONIO, SCUTELLARI ANTONIO, TRIDENTONE ANTONIO E ULGIBOSCH ANTONIO

ANTONIO DA PIACENZA
Piacenza 1427
Architetto ricordato in un documento notarile del 13 giugno 1427: Testimonio Antonio de Placentia magistro a muro f. q. Albertini de vic.a Sancti Martini de Galegana.
FONTI E BIBL.: Rogito di Andriolo Riva, in Archivio Notarile di Parma; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 61.

ANTONIO DA RAMIANO
Ramiano 1423
Ingegnere. Nel 1423 il duca di Parma Filippo Maria Visconti, mal soddisfatto dei servigi che prestava Giovanni Avinanti nell’ufficio di ingegnere del Comune, chiamò a sostituirlo per un anno Antonio da Ramiano.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 62.

ANTONIO DA RAMIANO
Ramiano 1443/1445
Costruttore e maestro di orologi. Figlio di maestro Niccolò, abitante in Parma nella parrocchia di Sant’Apollinare come si rileva da parecchi documenti contemporanei, ebbe forse i primi ammaestramenti nelle matematiche da quel Antonio o Antoniolo da Ramiano esercente ingegneria che nel 1423 Filippo Maria Visconti, duca di Parma, surrogò per un anno, mal soddisfatto dei servigi che prestava Giovanni Avinanti nell’ufficio di ingegnere del comune. L’Antonio professava l’arte di fabbricare orologi, il che a quei tempi implicava la necessità di erudirsi nelle scienze matematiche. Probabilmente ebbe a maestro nell’arte degli orologi il padre, a meno che non fosse entrato nell’officina di maestro Marchionne Toschi, che da Brescello aveva fissato il suo domicilio in Parma. Sta di fatto che l’Antonio a sua volta ebbe a riuscire, secondo il Pezzana, un valente artista e di merito non comune. Al principio del suo esercizio di orologeria tenne società di lavoro con Bartolomeo de’ Ranieri, suo concittadino e cognato, il quale era stato avviato nell’arte dal ricordato Marchionne de’ Toschi. Il duca Filippo Maria Visconti nel febbraio del 1443 prese al suo servizio per alcun tempo come maestri d’orologi l’Antonio da Ramiano e il Rainieri, e concesse loro non poche esenzioni, quali diletti suoi cittadini di Parma e quale pegno di liberalità e stima che nutriva per due distinti artefici quali essi erano. La società col Rainieri sembra però non durasse molto poiché non se ne trova più memoria. L’Antonio appare anche come fonditore di campane: e una di queste, che si trova ancora nelle torre dell’Abbazia di Torrechiara, si legge: Petrus maria de Rubeis Co: Berceti f. mccclxxv. x. vicit. x. regnat x. ipat, Antonius.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, t. II, 235, 485 e III, 368; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 62; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 895.

ANTONIO DA VALDITARO
Borgo Taro 1478/1491
Fu Vescovo di Brugnato dal 1478 al 1491.
FONTI E BIBL.: P. Giraud, in Gazzetta di Parma 11 gennaio 1959, 3.

ANTONIO FARNESE, vedi FARNESE ANTONIO

ANTONIO FRANCESCO DA BORGO SAN DONNINO, vedi MORACHI ANTONIO GIUSEPPE

ANTONIOLO DA RAMIANO, vedi ANTONIO DA RAMIANO

ANTONIO MARIA DA BORGO SAN DONNINO, vedi SOBATI ANTONIO SANTE

ANTONIO MARIA DA PARMA
Parma 1541/1542
Fu lettore all’Università di Bologna per la lettura straordinaria del Decreto nell’anno 1541/1542 (Rotoli, II, 96).
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 236.

ANTONIO MARIA DA PARMA, vedi anche CARRA GIUSEPPE E PESCATORI GIROLAMO BARTOLOMEO

ANTONIUS TERTIUS RUFINUS
Parma-Burnum post 42 d.C.
Figlio di Tertius. Libero, mil(es) leg(ionis) XI C(laudiae) P(iae) F(idelis), originario di Parma, morto dopo sedici anni di servizio militare, documentato in stele funeraria trovata a Burnum, in Dalmatia. L’appartenenza alla legio XI Claudia, già insignita degli attributi P(ia) F(idelis), fa propendere per una datazione posteriore all’anno 42 d.C. Il nomen Antonius, assai diffuso in Cisalpina, è documentato per un secondo personaggio, pure libero, di Parma. Rufinus è cognomen presente in Cisalpina, documentato a Parma in questo solo caso. Da notare il praenomen Tertius, più frequente come cognomen.

FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 52.

ANTONIUS TIRUS
Parma II secolo d.C.
Libero, annoverato da Flegonte di Tralles tra i longevi della città di Parma, vissuto centodue anni. Antonius è nomen assai diffuso, presente in tutta la Cisalpina, ma documentato solo per due Parmenses.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 51.

ANZIOSO, vedi VITALI PIETRO

ANZOLA ANGELO FRANCESCO
Parma 10 maggio 1741-Piacenza 19 aprile 1775
Frate cappuccino predicatore. Compì la vestizione a Guastalla il 10 giugno 1759. Fu vittima di una febbre maligna contratta nell’Ospedale di Piacenza, dove assisteva gli infermi.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 247.

APOLLINARI LUIGI
Tornolo 25 aprile 1874-Adua 1 Marzo 1896
Nacque da Domenico e da Giovanna Granelli. Fu caporale nel 5° Reggimento Fanteria, poi nel 4° battaglione delle truppe d’Africa. Cadde valorosamente nel combattimento di Adua, e alla memoria gli fu decretata la medaglia d’argento al valor militare colla motivazione: Ferito d’arma da fuoco continuò a combattere valorosamente. È ricordato nella lapide posta sotto i portici del Palazzo civico di Parma.
FONTI E BIBL.: Ai Prodi Parmensi, 1903, 52; G. Sitti-G. Corradi, Glorie Parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Edizione Fresching 1937, 100; Decorati al valore, 1964, 123.

AQUILA ANTONIUCCIO
-Guardasone 1409
Fu partigiano dei Rossi e morì alla battaglia di Guardasone contro lo Sforza.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 20 aprile 1998, 5.

AQUILA BALDASSARRE
Parma 1529/1583
Figlio del dominus Francesco, dimorante nella vicinia di San Giovanni in Parma. L’Aquila, che nel 1529 risulta abitare sotto la vicinia della Chiesa Maggiore, fu notaio e nel collegio ricoprì per parecchi anni, dal 1564 al 1583, la carica di proconsole.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 20 aprile 1998, 5.

AQUILA BENEDETTO
Parma 1591/1630
Fu canonico e rettore della chiesa parrocchiale di San Tommaso in Parma dal 1591 al 1630. Il Pico fa sapere che fu iscritto alla matricola dei Dottori e Giudici del collegio di Parma sul finire del Cinquecento.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 20 aprile 1998, 5.

AQUILA CELESTINA
Parma 3 gennaio 1868-Torino post 1898
Dal 1876 al 1886 nel Conservatorio di Parma studiò pianoforte. Nel 1886 si ritirò spontaneamente dalla scuola e dopo un anno di studi privati ottenne all’Accademia di Santa Cecilia in Roma il diploma in pianoforte. Si dedicò poi allo studio del canto e riuscì apprezzatissimo soprano (in arte Raimonda da Costa). La prima volta la si incontra nella stagione di primavera 1890 al Teatro di Malta nella Dinorah e nell’ottobre successivo al Teatro Nazionale di Roma nel Conte Ory. Nel maggio 1891 fu al Teatro Rossini di Napoli nella Mignon e successivamente ne La tazza di tè. In questa città era già stata udita al Teatro Sannazaro. Sempre nel 1891 fu al Teatro alla Scala nell’Orfeo e Euridice di Gluck, mentre nel 1895 cantò in Brasile (Belém, Parà). L’anno dopo fu a Genova al Politeama nel Ballo in maschera, mentre nell’autunno 1897 fu Musetta in una Bohème a Novi Ligure, parte che ripeté nel gennaio 1898 all’Argentina di Roma. Ritiratasi dalle scene, si stabilì prima a Parma e poi a Torino.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 12; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

AQUILA CESARE
Parma XVII secolo
Pomponio Torelli nella saffica De poetarum parmensium laudibus, lo ricorda come poeta. Scrisse, tra le altre, un’Elegia in lode di Bernardino Donato (l’insegnamento parmigiano del Donato fu concordemente lodato ed esaltato dai Parmigiani del tempo), in cui si predice a Parma un glorioso futuro. Per amore d’antichità l’Aquila si fece chiamare Aquilio. Visse nel XVII secolo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 237.

AQUILA GIOVANNI ANGELO
Parma 1765
Ebbe il grado di tenente delle milizie ducali di Parma. Sposò Teresa Fermond. La sua unica figlia, Francesca, si unì in matrimonio con Giuseppe Bertamini. L’Aquila fu l’ultimo rappresentante in linea maschile della famiglia: con il suo testamento chiamò a succedergli, oltre la figlia Francesca, il nipote Antonio Bertamini, che ereditò, oltre al palazzo di borgo Cantelli, le proprietà fondiarie che gli Aquila possedevano a Vicomero.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 20 aprile 1998, 5.

AQUILA NICOLA
Parma 20 ottobre 1807-Parma 15 maggio 1877
Figlio di Antonio. Fu pittore, decoratore di teatri e scenografo. Compiuti gli studi all’Accademia di Belle Arti di Parma, si affermò specialmente in decorazioni teatrali di grande effetto e di vivace fantasia. Nel 1835 per il Teatro Comunale di Reggio eseguì le scene di maniera per Uggero il Danese di Mercadante e per il ballo Giuditta regina di Francia. Nel 1838 lavorò per i teatri di Rovigo e di Ancona: qui, con Martinelli e Vincenzo Baldini, preparò le scene per Lucia di Lammermoor (Teatro delle Muse). Nel 1839, invitato a Parma dalla duchessa Maria Luigia d’Austria, collaborò con Giacomo Giacopelli alle scenografie di Lucrezia Borgia e Roberto Devereux di Donizetti e dei balli Francesca da Rimini, Il Sogno verificato, Il Medico avaro (Carnevale 1839-1840), di Parisina e Belisario di Donizetti, di Elena da Feltre di Mercadante (Carnevale 1840-1841), dati al Teatro Ducale. Associatisi anche giuseppe Boccaccio e Giuseppe Giorgi, continuò la sua attività con le scene per Lucia di Lammermoor, Lucrezia Borgia, Anna Bolena di Donizetti e La Vestale di Mercadante (Carnevale 1841-1842), per Saffo di Pacini, Il Templario di Otto Nicolai, Ester d’Engaddi di Achille Peri e per i balli Alì pascià di Giannina e Buondelmonte (Carnevale 1842-1843). Dipinse scene anche per teatri di Verona, Trieste, Bologna e Roma. Nel 1853 una grave malattia lo costrinse a doversi limitare a dipingere modesti quadretti a tempera che lo toglievano dall’ozio e gli procuravano qualche modico guadagno. Nel 1860 fu nominato professore d’ornato all’Accademia di Parma. Nella Pinacoteca di Parma si conservano dell’Aquila numerosi e interessanti bozzetti per scene.
FONTI E BIBL.: Oltre alla collezione di libretti della Marucelliana; P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dal 1628 al 1883, Parma, 1884; G. Ferrario, La scenografia, Milano, 1902 (erroneamente s.v. Aquila Antonio e con referenze cronologiche errate); E. Scarabelli Zunti, Manoscritti della Biblioteca Palatina di Parma; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, vol. II, 1908, 51; F.B., in Enciclopedia dello spettacolo, I, 1954, 764-765; A.M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori e incisori italiani moderni, vol. I, Milano, 1970, 98; Alcari, Parma nella Musica, 1931, 12; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 218; Dizionario Musica e Musicisti. Appendice, 1990, 29-30.

AQUILA OTTAVIANO
Parma 1497
Figlio di Antonio, abitante sotto la vicinia di borgo San Giovanni in Parma. Fu iscritto alla matricola dei notai nel 1497.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 20 aprile 1998, 5.

AQUILA PILADE
1844-Parma 5 novembre 1876
Nel 1866 fu chiamato a servire nell’esercito nazionale. Vi prestò opera valorosa più anni, dopo i quali, tornato agli studi, conseguì la laurea in zooiatria. In seguito ricoprì l’ufficio di assistente alla Scuola medica veterinaria.
FONTI E BIBL.: P. Delprato, Cenno Necrologico, in Gazzetta di Parma 9 novembre 1876 n. 264; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 183.

AQUILA, vedi anche DALL’AQUILA

AQUILA ROSSA, vedi CHIAVARINI ANTENORE

AQUILIO CESARE, vedi AQUILA CESARE

ARABACCHI GIAN FRANCESCO
Parma ante XIX sec.
Figlio di Biagio, fu pittore di buon valore.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 36.

ARAGONA AGOSTINO, vedi ROSSI AGOSTINO

ARALDI ALESSANDRO
Parma 1460 c.-Parma maggio/dicembre 1528
Nacque da Cristoforo, che esercitava mercatura di drapperie. Era già sposato nel 1488 con Paola di Andrea del Piombo, da cui ebbe quattro figli. Nulla si sa di preciso sulla sua formazione artistica, ma le sue prime inclinazioni risultano chiaramente nell’affresco del Duomo di Parma con la Madonna col Bambino, S. Giuseppe, e il donatore, sul quale, nel corso di un restauro, fu ritrovata la firma e la data 1496. Nel dipinto è evidente, con il ricordo di Ferrara, un preponderante mantegnismo. Tali propensioni per la pittura veneta in questo tempo sono confermate da una sua lettera del 24 gennaio di quell’anno al segretario del marchese di Mantova per il quale certamente aveva lavorato, in cui gli chiede una lettera di familiarità per andare fino qualche zorni a Venezia e in altre terre, ed anche da chiari contatti coi conterranei Filippo Mazzola e Cristoforo Caselli operanti a Venezia e la cui impronta è soprattutto belliniana. Un’altra documentazione della sua attività è il pagamento, avvenuto il 25 febbraio 1500, per un’ancona con l’Annunciazione, poi perduta, che si trovava nell’oratorio di San Quirino. L’attività dell’Araldi, come poco dopo quella del Correggio, è inizialmente legata al convento di San Paolo ove egli dipinse, documentatamente, dal 1507 al 1510 il coro de Santo Paulo dove stano le sore a cantar, poi distrutto. Rimangono invece, nello stesso convento, alcuni affreschi, eseguiti tra il 1500 e il 1505 quando era badesa Cecilia Bergonzi. Lo schema e lo stile della decorazione, evidentemente tratto dal Mantegna nella volta della Camera degli Sposi nel Palazzo ducale di Mantova, conferma ancora le sue propensioni in questo tempo, mentre nell’affresco con la Madonna col Bambino ed angioli, staccato da una parete del chiostro, si inserisce un più spiccato elemento emiliano, del Costa soprattutto e del Francia, e anche del parmigiano Francesco Marmitta, rinomato miniatore e pittore operante appunto in quegli anni. Un non sicuramente provato viaggio a Roma, forse del 1510-1512, gli dette poi l’avvio a nuove esperienze e contatti, quelli soprattutto con la curiosa civiltà delle grottesche da cui l’Araldi fu evidentemente affascinato, come prova la decorazione del 1514 in una sala dell’appartamento badessale del convento di San Paolo a Parma, per la badessa Giovanna da Piacenza che cinque anni dopo commissionò al Correggio il tinello attiguo. La volta, che appare a prima vista una vorticosa girandola di putti, sfingi, candelabre, cartelle e festoni, ha invece un ritmo rigorosissimo nel segno e nel colore, e le grottesche circondano tondi e riquadri con storie del Vecchio e Nuovo Testamento, mentre nelle lunette sono storie classiche e bibliche: la Storia di Cidippe, la Carità romana, la Donna col liocorno, Giuditta, ecc. Anche qui per lo stile il più sicuro riferimento è al Mantegna della Camera degli Sposi a Mantova, ma sono evidenti anche i riporti dal Bramante, specie nelle teste classiche in profilo, mentre le scene bibliche nei riquadri fanno sfoggio di una cultura aggiornata, appresa forse a Roma negli anni immediatamente precedenti, la Roma già arricchita dagli affreschi del Pinturicchio nell’appartamento Borgia in Vaticano, da quelli michelangioleschi nella volta della Sistina e di Raffaello nella stanza della Signatura. Pur con tanti autorevoli prototipi esterni, cui si aggiungono quelli non meno suggestivi in loco, come Cesare Cesariano, autore della volta della sagrestia di San Giovanni Evangelista a Parma, e Giovanni Antonio da Parma, che aveva decorato il fregio mantegnesco del transetto nella stessa chiesa, il fare dell’Araldi è autonomo e spontaneo. Nelle lunette invece cerca di assumere modi magniloquenti e severi, ma ricompaiono spesso quelli più semplici. Firmato e datato allo stesso anno 1514, il dipinto con l’Annunciazione, già nella chiesa del Carmine di Parma e ora nella Galleria nazionale di Parma, ne riflette le stesse forme e lo stesso clima anche nelle chiare assonanze col Francia. Ancora una vasta decorazione compì però l’Araldi in un’altra ala del convento di San Paolo, nella cappella dedicata a Santa Caterina, ove dipinse in una parete la Disputa della santa e in quella di fronte S. Caterina e S. Gerolamo. Nella Disputa è soprattutto evidente la derivazione dal Pinturicchio nella decorazione della libreria Piccolomini a Siena, ma senza la corale sensibilità di quell’artista. Nell’immagine della santa della parete opposta è invece chiaro un innesto leonardesco, sia pure inteso, al solito, in relazione al Costa. Come accadrà per il Correggio, la commissione delle monache benedettine sembra desse il via a molte altre opere, tra queste la pala d’altare che Lodovico Centoni volle per la sua cappella nel Duomo di Parma, che è firmata e datata al 1516, nella quale il bel paesaggio, come la rustica forza di alcune figure, è di stampo ferrarese, mentre la Madonnina pensosa è ancora una volta ispirata al Francia. Allo stesso anno 1516 era datato un quadro nella chiesa di Casalmaggiore, poi perduto, e circa del medesimo tempo è l’affresco con la Madonna adorante il Bambino in San Pietro a Parma, già ascritto al Francia e al Caselli, nomi indicativi degli indirizzi della pittura dell’Araldi. Vicina di tempo è certo anche l’altra Annunciazione tra i santi Sebastiano e Caterina della Galleria Nazionale di Parma, proveniente dalla chiesa di San Luca degli Eremitani, ove il San Sebastiano legato alla colonna rivela nel colore più fuso e morbido un’altra assonanza del pittore, ancora in campo lombardo: quella col Foppa. Ma forse l’artista che da lui è più lontano per lo stile, ma al quale egli cercò di avvicinarsi a più riprese, è Leonardo: lo prova il ritratto di Beatrice da Correggio detta Mamma, chiaramente ispirato alla Gioconda, individuato (A. Ghidiglia Quintavalle, 1952) nella collezione Borri a Parma, il cui ricordo è eternato in un sonetto del poeta contemporaneo Enea Irpino. Se qui, sia pure larvatamente, l’Araldi riesce ad infondere qualcosa dello spirito del toscano, nella copia del Cenacolo, firmata e datata 1516, più nulla rimane della magica pittura di lui, una traduzione in vernacolo, una parodia più che una derivazione. Ancora ai suoi più cari e antichi modelli, al Costa e al Francia, e anche a Raffaello giovane, si rifà nello Sposalizio della Vergine nella cripta del Duomo di Parma, commessagli nel 1519, che viene considerato il suo capolavoro per la particolare finezza della resa. Altre opere di questo periodo sono perdute, mentre alcune, di cui resta la commissione, non furono mai eseguite. Ma quelle che, pur prive di datazione, si possono considerare eseguite negli ultimi anni, riflettono una nuova scioltezza di forme nell’atteggiarsi vario dei volti, come nel fluire dei panneggi e, soprattutto, nella più profonda comprensione dei grandi modelli che egli aveva sempre presenti. Così il quadro con la Madonna col Bambino e i ss. Francesco e Giuseppe nel Convento di Heiligenkreuz nella Bassa Austria, ascrittagli dal Suida e la Madonna col Bambino e i ss. Giovanni Evangelista e Lucia, ora nel Palazzo Sanvitale a Parma, ma proveniente dalla chiesa del Carmine, ove coi soliti motivi costeschi, specie nel San Giovanni, si scorge, soprattutto nell’incedere, nel modellato del panneggio e nell’intensità dello sguardo della Santa Lucia, un’aria nuova che mostra come l’Araldi avesse aperto gli occhi sui fatti capitali che avvenivano a Parma tra il secondo e il terzo decennio del Cinquecento, ma soprattutto sul Parmigianino del quadro di Viadana, ora a Bardi, che porterebbe la datazione dopo il 1522, il che coincide con le notizie sul quadro, ordinato per la sua cappella da Francesco Maria de Frizole detto Belom, in un testamento compilato tra il 1516 e il 1527.
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina, M. Zappata, Notitiae ecclesiarum, ms.; G.B. Zaist, Notizie istoriche de’ pittori, scultori, ed architetti cremonesi, Cremona, 1774, 100 s.; Parma, Biblioteca Palatina, R. Baistrocchi, Notizie di pittori che lavorarono a Parma, 1778, 16-17, ms. 1106; Parma, Biblioteca Palatina, I. Affò, Notizie intorno agli artisti parmigiani, fine sec. XVIII, ms. 1599; I. Affò, Ragionamento sopra una stanza dipinta dal celeberrimo Antonio Allegri da Correggio, Parma, 1794, 27 s.; Parma, Museo d’Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, fine sec. XIX, II (1451-1500), 11-27; A. Bertolotti, Artisti in relazione coi Gonzaga signori di Mantova. Ricerche e studi negli archivi mantovani, Modena, 1885, 25; C. Ricci, Alessandro e Josafat Araldi, in Rassegna d’Arte III 1903, 133-137; L. Testi, Pier Ilario e Michele Mazzola, in Bollettino d’arte IV 1910, 90; G.B. Cavalcaselle, J.A. Crowe, A History of painting in north Italy, London, 1912, II, 301; C. Ricci, Pintoricchio, Perugia, 1912, 376 s.; A. Venturi, Storia dell’Arte, VII, 3, Milano, 1914, 1120-1128; O. Fischel, Die Zeichnungen der Umbrer, Berlin, 1917, 154; W. Suida, Opere sconosciute di pittori parmigiani, in Cronache d’arte V 1928, 205 s.; L. Testi, La cattedrale di Parma, Bergamo, 1934, 63 s.; A. Venturi, La pittura del Quattrocento nell’Emilia, Firenze, 1931, 70; A.O. Quintavalle, Catalogo della Mostra del Correggio, Parma, 1935, 18 s.; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939, 29; A. Mongan-P.J. Sachs, Drawings in the Fogg Museum of Art, Cambridge, 1946, I, 24, 26; A.O. Quintavalle, Il Parmigianino, Milano, 1948, 24-27; A.O. Quintavalle, Mostra parmense di dipinti noti ed ignoti dal XIV al XVIII secolo, Parma, 1948, 11-13; A. Ghidiglia Quintavalle, Inediti d’arte nella chiesa di S. Pietro Apostolo a Parma, Parma, 1948, 34 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, Un volto ritrovato. Colori e inchiostro a gara in onore di Mamma da Correggio, in Aurea Parma XXXVI 1952, 14-18; C. Pedretti, Documenti e memorie riguardanti Leonardo da Vinci a Bologna e in Emilia, Bologna, 1953, 200; A. Ghidiglia Quintavalle, Alessandro Araldi, in Rivista degli Istituti di Archeologia e Storia dell’Arte VIII 1958, 292-333; A.C. Quintavalle, Cristoforo da Lendinara, Parma, 1959, 74; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lexikon der bildenden Künstler, II, 54-55; A. Ghidiglia Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 711-713; G. Copertini, La Forma mentis del Correggio e il clima culturale-artistico di Parma rinascimentale, in Parma per l’arte 1957-1960; La pittura in Italia, 627-628 (con bibliografia); F. Bartoli, Notizie delle pitture d’Italia, 1777, II, 174; C. Ruta, Guida di Parma, 1780, 33, 66, 72; R. Baistrocchi, Guida di Parma, manoscritto, Museo di Antichità, 1780 c., 29, 32, 37, 74, 91; Zibaldone Bertioli, in Baistrocchi e Sanseverino, Notizie di artisti, manoscritto 129 B, II v., Parma, Museo di Antichità; Sanseverino, Dizionario pittorico, manoscritto, Parma, Museo di Antichità, 1780 c., 38; I. Affò, Vita del Parmigianino, 1784, 35-36; I. Affò, Memorie dei letterati parmigiani, tomo III, 1791, 188; I. Affò, Ragionamento sopra una stanza dipinta dal Correggio, 1794, 27-28; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, 1796, 16, 31, 109, 110, 113, 154; A. Barili, Notizie storico patrie di Casalmaggiore, 1812, 176; S. Ticozzi, Dizionario pittorico, 1818, vol. I, 16; P. Zani, Enciclopedia metodica, 1819, parte I, volume II, 171-172; P. Donati, Guida di Parma, 1824, 25, 31, 105, 177, 179; G. Grasselli, Abecedario biografico dei pittori, Milano, 1827, 23; G. Bertoluzzi, Guida di Parma, 1830, 53, 90, 94, 101, 145, 146, 186, 193; L. Lanzi, Storia pittorica dell’Italia, 1834, volume IV, 55; A. Pezzana, Storia di Parma, tomo I, 1842, 249, tomo II, 1842, 147; E. Scarabelli Zunti, Cenni storico artistici intorno alla chiesa di San Quintino a Parma, 1846, 15, n. 21; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, 1856, volume I, 83, 151-152; M. Lopez, Il Battistero di Parma, 1864, 71-73; J. Meyer, Künstler-Lexikon, 1872, 209-211; C. Ricci, La Galleria di Parma, in Le Gallerie Nazionali italiane, 1894, I, 22 e 42 e sgg.; C. Ricci, Catalogo della R. Galleria di Parma, 1896, III; F. Malaguzzi Valeri, in Enciclopedia Italiana, III, 1929, 924; G. Copertini, Parmigianino, 1932, I, 14-16; A. Santangelo, Inventario degli oggetti d’Arte di Parma, 1934, 20, 23, 26; P. Toesca, Di un miniatore e pittore emiliano, Francesco Marmitta, in L’Arte 1951, 39; E. Bénézit, Dictionnaire, volume I, 1951, 221; J. Burckhardt, Cicerone, Sansoni, 1952, 307, 899, 947; R. Longhi, Officina Ferrarese, 1956, 56 e 194; G. Godi, Soragna: L’Arte dal XIV al XIX secolo, 1975, 19-20 (con bibliografia e documenti); G.Z. Zanichelli, Iconologia della Camera di Alessandro Araldi nel Monastero di San Paolo in Parma, Quaderni di Storia dell’Arte 11, Parma, 1979 (con bibliografia); M. Tanzi, Il Palazzo Comunale di Cremona e le sue collezioni d’arte, Milano, 1982, 45, 57; G. Cirillo-G. Godi, Guida Artistica del Parmense, 1984, volume I, 70, 120, 122, 212-213; M. Gregori, I Campi e la cultura artistica cremonese del Cinquecento, catalogo della mostra, Electa, 1985, 42-48 (con bibliografia); D. Benati, La pittura a Ferrara e nei domini estensi nel secondo Quattrocento - Parma e Piacenza, in La pittura in Italia - il Quattrocento, a cura di F. Zeri, Milano, 1987, 269; F. Barocelli, Il Correggio e la camera di San Paolo, Comune di Parma, Electa, Milano, 1988, 11-33; M.G. Diana, Alessandro Araldi, ad vocem, in La pittura del Cinquecento a Reggio Emilia - Dizionario biografico degli artisti, Electa, 627-628; G.Z. Zanichelli, Alessandro Araldi e la camera di San Paolo, in Il monastero di San Paolo, a cura di M. Dall’Acqua, Milano, 1990; G. Cirillo - G. Godi, I disegni della Biblioteca Palatina di Parma, Parma, Artegrafica Silva, 1991, 31-35; M.C. Chiusa, Alessandro Araldi, ad vocem, in SAUR Allgemeines Künstler-Lexikon, Band 4, 1992, 620-622; G.Z. Zanichelli, Il Maestro del libro d’Ore Sanvitale e la bottega di Cristoforo Caselli: miniatura a Parma nella seconda metà del XV secolo, in Artes II 1994; G. Agosti, Su Mantegna. 4. A Mantova, nel Cinquecento, in Prospettiva 1995, 63 e 77, nota 42; A. Bacchi-A. De Marchi, in Francesco Marmitta, 1995, 255-256; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 306; M.C. Chiusa, Alessandro Araldi, 1997, 110-114.

ARALDI GERALDO
Parma 1190
Forse figlio di Goccio. Fu ingrossatore in Parma nell’anno 1190.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 415.

ARALDI GIROLAMO
Parma-Parma 1545 c.
Organista. Sacerdote, si firmava Hieronimus de Araldis e si trova indicato anche come Arialdi o Aroldi. Con un contratto della durata triennale dal 4 giugno 1518 venne assunto dalla comunità di Rovereto quale organista in San Marco e gli furono assegnati alcuni benefici ecclesiastici. Il contratto venne rinnovato il 28 ottobre 1521 e il 15 maggio 1525. Il 20 aprile 1530 gli subentrò prete Giulio. In una relazione del 17 giugno 1545 si segnala che l’Araldi era deceduto a Parma.
FONTI E BIBL.: M. Levri, La cappella musicale di Rovereto, Trento, Biblioteca dei Francescani, 1972, 344.

ARALDI IOSAPHAT
Parma 1519/1520
Operò nel primo trentennio del secolo XVI. Della sua vita si sa solo che il 2 settembre 1519 un Maestro Iosaphat depintore accompagnò a Montechiarugolo Francesco e Lionardo Torisella (cfr. documento riportato in C. Ricci, 1903) e che nel 1520 Araldus Iosaphat pictor Vicinie Sancti Benedicti compare all’estimo per un valore di lire mille imperiali e perciò obbligato a pagare al Comune di Parma 50 lire di imposizione. Questo nome trova riferimento nell’unica opera sicura che di lui si conosce, il San Sebastiano della Galleria nazionale di Parma, firmato Iossaphat de Araldis opus, molto interessante perché riflette con elementi veneti belliniani altri nordici, soprattutto dureriani, specie nel paese fluviale, elementi dovuti a contatti diretti o alle incisioni nordiche non rare negli studi di Parma. Sebbene rovinatissimo, si potrebbe attribuire a lui l’affresco nel cortile del castello di Montechiarugolo ove si sa che l’Araldi si recò nel 1519.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia Metodica delle Belle arti, II, Parma, 1819, 31, sub voce Aldis Giosafatte (per errata lettura della firma); P. Martini, La pubblica Pinacoteca di Parma, Parma, 1872, 59; L. Pigorini, Catalogo della Regia Pinacoteca di Parma, Parma, 1887, 26; C. Ricci, Catalogo della Galleria di Parma, Parma, 1896, 101 s.; C. Ricci, Alessandro e Iosaphat Araldi, in Rassegna d’arte III 1903, 137 (con docc.); A.O. Quintavalle, Catalogo della Mostra del Correggio, Parma, 1935, 20; A.O. Quintavalle, Mostra parmense di dipinti noti ed ignoti dal XIV al XVIII secolo. Catalogo, Parma, 1948, 14; E.G. Troche, Die Ariadne der Sammlung Lanz, in Pantheon XXV 1940, 20-22; A. Ghidiglia Quintavalle, La Galleria Nazionale di Parma, Bologna, 1956, 12 e 59; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lexikon der Bildenden Künstler, II, 55; A. Ghidiglia Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1969, 715; E. Scarabelli Zunti, III, cc. 1-4; Arianna nell’isola di Nasso, in Heinemann, Giovanni Bellini e i Belliniani, Venezia, 1962; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 306-307.

ARALDI ORAZIO
Parma 1623/1643
Nobile, addottorato nel 1623. Nel 1633 si diede alla lettura di Ragioni Canoniche presso l’Università di Parma con molta sua lode e gloria, durando nell’insegnamento fino al 1643.
FONTI E BIBL.: Ricetto e Mandati, 1631-1658; Bolsi, Annot., 38 e 48; R. Pico, Catalogo de’ Dottori, 90; Rizzi, Professori, 1953, 31.

ARALDI SAVOLDO
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 13.

ARALDI BEATE BERNARDO, vedi ARALDI BIADE BERNARDO

ARALDI TERESA, vedi TRECCHI TERESA

ARALDI BIADE BERNARDO
Parma 1201
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1201.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 49.

ARALDI TRECCHI TERESA, vedi TRECCHI TERESA

ARALDO, vedi ALCIATI ARIALDO

ARASIO ISSUNTINO, vedi SACCO GIUSEPPE POMPEO

ARATI MARCO
Busseto ante 1835- post 1882
Studiò a Viareggio nella Scuola di musica diretta da Giovanni Pacini e debuttò con successo nel 1835 nel teatrino dell’Istituto nel Talismano, opera del suo maestro. La prima volta che si trova citato l’Arati in una cronologia teatrale è nel 1840. Nella stagione di primavera di quell’anno cantò al Teatro Apollo di Roma nel Guglielmo Tell di Rossini e l’esito fu pessimo. L’anno seguente fu al Teatro San Carlo a Napoli nel Rolla di Teodulo Mabellini, teatro in cui l’Arati cantò ben quarantuno anni e dove guadagnava cento ducati al mese. Nel 1882, infatti, era ancora presente su quelle scene nel Duca d’Alba di Donizetti e nel Re di Lahore di Massenet. Tra questi due estremi si ha un infinito elenco di compositori dei quali l’Arati cantò le opere: Verdi, Mercadante, Donizetti, Pacini, Ricci, Petrella Meyerbeer, Auber, Gounod, Halévy, Massenet, Capecelatro. L’Arati fu amico di Verdi, e per lui si dice che il maestro scrisse le parti del basso nell’Alzira e di Wurm nella Luisa Miller. Anche nei copiosi carteggi verdiani il nome dell’Arati ritorna: in una lettera da Parigi del 4 dicembre 1853 Verdi ha addirittura uno slancio affettuoso: Salutate la Penco e Fraschini se li conoscete. Un gran bacio a Sebastiani e ad Arati. Tra le tante opere di Verdi, l’Arati cantò nel 1853 nel Trovatore. In una lettera di De Sanctis a Verdi si legge infatti: Il 6 ottobre con immensa aspettativa va in scena Il trovatore con Arati. Quest’ultimo credo che divenga matto per la cavatina d’introduzione.
FONTI E BIBL.: Arnese; Biblioteca 70; Cametti; G.N. Vetro, Voci Ducato, in Gazzetta di Parma 3 gennaio 1982, 3.

ARBIZZANI ALDO
Parma 9 agosto 1903-Soragna 19 marzo 1945
Partigiano della Missione Militare Alleata. Fu fucilato. Ebbe la Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 63.

ARCANGELO DA BUSSETO, vedi CHIOZZI ARCANGELO

ARCANGELO DA CORREGGIO, vedi SPAGGI ARCANGELO

ARCANGELO DA PARMA
Parma 1487/1524
Fu attivo a Ferrara e a Parma fra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. Canonico e miniatore, nel 1487 miniò in Ferrara un libro che aveva scritto lo scrivano Giovanni da Cremona. In un rogito di Girolamo Farina, notaio di Ferrara, in data 3 marzo 1487 si dice che maestro Arcangelo da Parma, miniatore, abitava in Ferrara presso maestro Lorenzo de Rubeis, cartolaio da Valenza. Si apprende pure che sua moglie, madonna Fiorana, aveva una nipote di nome Maddalena, moglie di Giovanni Bernardi e figlia di Rodolfo Arcienti. Nella Biblioteca Estense di Modena (raccolta Campori) esiste un codice in pergamena di sua mano, datato 1524, ornato, oltre alla pagina col titolo riccamente colorata, da un gruppo di iniziali, in parte con composizioni di figure.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. II, (1908); E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 78; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 226.

ARCANGELO DA PARMA
Parma 1674
Scrisse di cose grammaticali, anche se non si è potuto rinvenire di lui nulla più delle incertezze che si ricavano dalla Biblioteca Volante del Cinelli (tomo IV, f. 22): Fr. Archangeli a Parma Socii P. Macedo Epistola obvia Adventoriae P. Noris, super questione Grammatica. Romae, Typ. Nicolai Angeli Tinassi, 1674, in-4°. Si crede che questa Epistola sia del Padre Macedo, ed in fine vi si legge: Hoc Opusculum quatriduanus est faetus, et bene opinor olet: uno die compositum, triduo impressum. E certamente mi sovviene che arrivò a Roma subito che si vide l’Avdventoria, contro della quale è scritto. Il Placcio lo registrò, sulla fede del Cinelli, tra i suoi Pseudonimi (f. 483, n° 2021). Dal titolo di quella Epistola appare come l’Arcangelo fosse compagno del Macedo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, III, 1827, 927; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 38-39.

ARCANGELO MARIA DA PARMA, vedi TONDÙ PIETRO ANTONIO BIAGIO

ARCARI GIUSEPPE
Parma 1730/1762
Fu violinista alla Cattedrale di Parma dal 9 aprile 1730 al 3 maggo 1762.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della Musica a Parma, 1936.

ARCARI GIUSEPPE
Colorno 13 marzo 1789-post 1821
Sposò Colomba Muraglia. Lavorò inizialmente come calzolaio. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia dal 1° gennaio 1821, e dal 15 ottobre dello stesso anno fu garzone di confettureria con stipendio di 400 lire.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A Tavola con Maria Luigia, 1991, 304.

ARCARI ODOARDO
-Parma novembre 1767
Fu violinista alla Steccata di Parma dal 1734 al 1767. Suonò nelle otto recite di opere giocose date a Colorno in quel Teatro Ducale nell’autunno del 1752 e nel Teatro Ducale di Parma nel Carnevale del 1761. Nella stagione di Fiera del 1754 fece parte dell’orchestra del Teatro Comunale di Reggio Emilia.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 192; Fabbri e Verti.

ARCELLI ENRICO
1842-Parma 7 novembre 1872
Fu uno dei prodi che a Custoza nel 1866, stretti in quadrato, fecero scudo ad Umberto di Savoia.
FONTI E BIBL.: Cenno necrologico, in Il Presente 9 novembre 1872 n. 307; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 180.

ARCESILA EACIDEO, vedi SANVITALE FEDERICO MARIA GIUSEPPE

ARCILLI GERARDO
Parma 1249
Nell’anno 1249 fu Ambasciatore di Parma a Bologna.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 416.

ARCIMBOLDI ANTONELLO
Parma 1398-Parma 21 novembre 1439
Figlio di Giovanni, fu familiare dei duchi di Milano, dei quali fu nel 1429 procuratore per stabilire una lega coi conti di Urbino e cogli Ubaldini della Carda, ed accettarli come aderenti. Fu poi impiegato nelle milizie ducali. Morì all’età di 41 anni. Venne sepolto nella chiesa di San Francesco del Prato, e alla sua memoria fu dettato il seguente epitaffio (un tempo presso i conti Simonetta): Ingentes curas ingetia pondera rerum ferre potens animo juribus, arte, fide cui populos urbes dux anguiger arma cohortes credebat vigili q. bene cuncta suo nunc Antonellus tulit Arcimboldus honor huc fusses celsa pius et meliora petens obiit anno domini MCCCCXXXVIIII die XXI novembris etatis sue anno XLI.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 39.

ARCIMBOLDI GIOVANNI
Parma 1387/1422
Capostipite della famiglia Arcimboldi, originaria di Parma e ivi dimorante fino al 1437, da dove poi passò a Milano. L’Arcimboldi fu uomo del Foro parmense, e giudice nel tribunale del podestà di Bergamo nel 1387. Nel tempo in cui Parma fu dominata dagli Estensi, concorse a farvi rifiorire il Collegio dei Giudici. Quando nel 1420 Parma fu ceduta dagli Estensi ai Visconti, egli, unitamente al figlio Antonello, si adoperò per favorire questo cambiamento politico. Nel 1422 ottenne un privilegio di esenzione dal Duca di Milano.
FONTI E BIBL.: Litta; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 40.

ARCIMBOLDI GIOVANNI
Parma 1430 c.-Roma 2 ottobre 1488
Nacque da Nicolò e Orsina Canossa. Studiò, come il padre, diritto e conseguì a Pavia il dottorato in utroque iure. Coltivò, tuttavia, anche studi letterari e ascoltò il Filelfo, col quale rimase per un lungo periodo di tempo in rapporti epistolari. Nel 1436 si trasferì a Milano col padre, entrato al servizio di Filippo Maria Visconti. Il 1° settembre 1437 gli Arcimboldi ricevettero dal duca la cittadinanza milanese. Dopo la morte di Filippo Maria Visconti, essi aderirono a Francesco Sforza, dal quale ebbero ancora missioni e uffici. Anche l’Arcimboldi fu avviato alla carriera amministrativa. Il 6 agosto 1454 fu procuratore del Duca per la lega con Venezia dopo la pace di Lodi e il riconoscimento dello Sforza da parte della Signoria. Il 15 novembre 1463 fu nominato maestro delle entrate straordinarie e il 19 agosto 1466 membro del Consiglio di giustizia. L’Arcimboldi aveva sposato diversi anni prima Briseide, dalla quale aveva avuto un figlio, Luigi, anch’egli giureconsulto, membro del Consiglio segreto e infine governatore di Cremona. Non sembra esatta, invece, la notizia, data da alcuni, di un secondo figlio di nome Andrea, che si vorrebbe addirittura suo successore nella sede vescovile di Novara. Rimasto vedovo, infatti, l’Arcimboldi passò allo stato clericale. S’ignorano la data di morte della moglie e i motivi della sua decisione. L’inizio della sua carriera ecclesiastica è da ascriversi senz’altro ai primi del 1467: essa fu straordinariamente rapida, grazie alla protezione e agli interventi del duca Galeazzo Maria Sforza. Lasciato il Consiglio di giustizia, il 22 dicembre 1467 l’Arcimboldi venne nominato membro del Consiglio segreto, con un brevetto in cui è detto già Reverendus pater j. u. doctor Iohannes A. Prothonotarius Apostolicus (Archivio di Stato di Milano, Reg. ducali, n. 167, c. 286). Venuto a morte di vescovo di Novara Bernardo de’ Rossi, il Duca volle che a quella sede fosse nominato l’Arcimboldi, raccomandandolo caldamente presso papa Paolo II. Alla riluttanza del Papa nel promuoverlo, essendo troppo novello ecclesiastico, l’ambasciatore di Galeazzo Maria Sforza replicò riferendo le lodi del suo Signore e tanto insistette che alla fine di gennaio del 1468 l’elezione era ottenuta. La nomina ufficiale venne procrastinata, però, al 21 ottobre successivo. L’Arcimboldi restò peraltro vicino al Duca come collaboratore, consigliere politico e agente diplomatico. Nel 1471 e nel 1472 svolse missioni a Firenze e a Roma, per i periodici rinnovi della Lega italica. Nel 1472 fu nominato ambasciatore presso papa Sisto IV. L’amicizia collo Sforza, da un lato, e con Gerolamo Riario, dall’altro, spiegano l’inaspettata concessione della porpora, conferitagli da Sisto IV il 7 maggio 1473. Ebbe il titolo dei santi Nereo e Achilleo, cambiato poi in quello di Santa Prassede nel concistoro del 10 dicembre 1473. Anche da cardinale l’Arcimboldi continuò a svolgere le funzioni di ambasciatore dello Sforza, per il quale ottenne dal Papa grazie e concessioni. Il Liber Notarum del Burckard e i registri vaticani attestano anche l’intensa attività svolta dall’Arcimboldi in curia. Nominato camerlengo ad interim del sacro collegio il 31 maggio 1476 e il 19 maggio 1482, ne esercitò le funzioni effettive dal 15 gennaio 1483 al 19 gennaio 1484. Il 15 gennaio 1477 Sisto IV lo nominò legato in Umbria e il 7 febbraio successivo legato in Ungariam, Germaniam, Boemiam et partes adiacentes (C. Eubel, II, 45). Mancano particolari su queste missioni (l’Argelati e il Moroni sono i soli ad aggiungere che l’Arcimboldi ricondusse i Boemi alla fedeltà alla Santa Sede) ma non pare si possa negare che siano realmene avvenute. Secondo il Gams (p. 749), l’Arcimboldi avrebbe avuto nel 1480 l’amministrazione del vescovato di Fiesole, che sarebbe stato rassegnato l’anno successivo in favore di Roberto Folco. Fu nuovamente nominato legato a latere per la provincia di Perugia il 15 novembre 1483, nomina confermatagli da papa Innocenzo VIII nel concistoro del 22 settembre 1484. Partito l’11 ottobre successivo per la sua missione, lo raggiunse a Foligno la notizia della morte dell’arcivescovo di Milano Stefano Nardini (21 ottobre) e del suo trasferimento dalla sede di Novara (che cercò di far assegnare a suo figlio Luigi) a quella di Milano appena quattro giorni dopo. Rientrò a Roma nei primi giorni del gennaio del 1485, ma non per recarsi nella sua diocesi, dove non pose mai piede, bensì per partecipare alla solenne canonizzazione del beato Leopoldo il Pio d’Austria (6 gennaio 1485). L’Arcimboldi cumulò benefici e commende: il monastero di Sant’Ambrogio, che nel 1484 rassegnò in favore del cardinale Ascanio Sforza, l’abazia di Sant’Abbondio in Como, l’abazia di San Nazzaro in diocesi di Vercelli, l’abazia di San Benedetto di Gualdo in diocesi di Nocera, l’abazia di San Dionigi in Milano, che il 4 maggio 1487 rassegnò in favore del fratello Guido Antonio. Godette anche di una pensione annua di 500 fiorini sul monastero di San Lorenzo di Cremona. Ammalatosi nell’estate del 1488, l’Arcimboldi morì nel suo palazzo sito nei pressi dell’attuale piazza Madama, a Roma, e fu sepolto nella chiesa di Sant’Agostino. Della sua tomba non si ha più traccia. Sul sarcofago degli Arcimboldi nel Duomo di Milano vi è un busto che lo raffigura. È difficile cogliere con esattezza la personalità dell’Arcimboldi, ma non sembra si possa dire (come il Dict. d’Hist. et de Géogr. Ecclés., III, col 1580) che fu solo un prelato politico rivolto esclusivamente a fare la fortuna della sua famiglia. Dotato di buona preparazione giuridica e letteraria, l’Arcimboldi intrattenne rapporti culturali col Filelfo, col Decembrio, col Maioragio e altri letterati. Nella biblioteca del Filelfo sono stati individuati diversi codici appartenuti all’Arcimboldi. Gli si attribuiscono omelie e discorsi, e l’Argelati ricorda un suo trattato De ponderibus et monetis in tre libri, di cui, però, non si hanno altre notizie. Non è certamente suo il Catalogus Hereticorum, che pure gli è attribuito. L’Arcimboldi non mancò di sensibilità religiosa e molti indizi lo mostrano preoccupato almeno della dignità del culto e dell’importanza della liturgia: fece dono di paramenti e arredi sacri al Duomo di Milano, ordinò e fece miniare messali e breviari per suo uso, disciplinò la celebrazione delle messe da parte dei cappellani del Duomo. Egli stesso doveva celebrare con non consueta devozione, se un cronista presente alla messa di Capodanno del 1476 riferisce che il cardinale di Novara ha cantato messa cum bono modo et degnissime manere et fu collaudato molto. Non molto impegno sembra aver messo nell’attività pastorale. Governò la diocesi di Novara, che tenne per seidci anni, servendosi di vicari e amministratori, come Ambrogio Caccia, vescovo titolare di Salona, e Bartolomeo Besozzi: si quid in grege Domini efficiebat per vicarios efficiebat dice il Bascapè (Novaria Sacra, p. 521). Per mezzo di costoro pubblicò nel 1469 gli Statuti della pieve di Gozzano, nel 1473 di Riva San Giulio e nel 1477 della collegiata di Intra. Emanò anche dei decreti contro l’esosità degli avvocati. Neanche per la diocesi milanese si conoscono sue iniziative pastorali, benché in quegli anni non siano mancati nel Milanese fermenti di vita religiosa. I suoi tentaviti per riportare l’osservanza nel monastero di Sant’Ambrogio, di cui fu commendatario, non sembra abbiano dato grandi risultati. Bisognerebbe riconoscergli, tuttavia, un franco riesame di coscienza e una coraggiosa iniziativa di riforma, se è veramente di sua mano uno scritto del 1487, rinvenuto nell’Archivio della curia di Milano, contenente un elenco di disposizioni relative al clero e al culto e forse identificabile con quegli Statua pro cleri reformatione che l’Argelati e il Sassi gli attribuiscono. Vi si prescrive un inventario periodico degli arredi sacri in Duomo e in arcivescovado, il ripristino della tonsura e dell’abito da parte degli ecclesiastici, l’osservanza della clausura nei monasteri. Vi sono norme per la celebrazione degli uffici divini in Duomo, per le visite pastorali, per l’adempimento del precetto pasquale. Che queste disposizioni siano opera dell’Arcimboldi è, tuttavia, poco più che un’ipotesi.
FONTI E BIBL.: La corrispondenza dell’Arcimboldi col Duca di Milano è nell’Archivio di Stato di Milano, Archivio Sforzesco, Pot. Estere: Roma, 1472-1473, e in parte nella raccolta degli Autografi, cartelle 18, 22, 46. Questa corrispondenza è stata sfruttata da L. v. Pastor per la sua Storia dei Papi dalla fine del Medio Evo, II, Roma, 1932, 450, 460, 599, 603, 608 e III, 1932, 181, 262, 835, 838. Sull’Arcimboldi cfr. anche Iohannis Burckardi, Liber Notarum, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a ediz., XXXII, I, a cura di E. Celani, 5, 7, 17, 24, 26, 83, 84, 95, 96, 103, 112, 119, 163, 164, 190, 238, 239; e inoltre C. Bascapè, Novaria Sacra seu de ecclesia novariensi, Novariae, 1612, 521 ss.; P. Morigi, La nobiltà di Milano, Milano, 1619, libro II, 145 s.; Ph. Argelati, Bibliotheca scriptorum Mediolanensium, I, 2, Mediolani 1745, 79-80; G.A. Sassi, Archiepiscoporum Mediolanensium series historico-chronologica, III, Mediolani, 1755, 944-948; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, II, Venezia, 1840, 317; C. Eubel, Hierarchia Catholica, II, Monasterii, 1901, 17, 43 ss., 51 ss., 208, 226; A. Calderini, I codici milanesi delle opere di Francesco Filelfo, in Archivio storico lombardo 1-2, 1915, 348, 359; E. Lazzeroni, Il consiglio segreto o Senato Sforzesco, in Atti e Memorie del terzo congresso storico lombardo, Milano, 1939, 130 s.; C. Santoro, Gli uffici del dominio Sforzesco, Milano, 1947, 9, 40, 75; A.R. Natale, I Diari di Cicco Simonetta, in Archivio storico lombardo LXXXI-LXXXII 1948-1949, 111-114 e LXXXIII (1950), 32; M. Magistretti, Visite pastorali del secolo XV nella diocesi di Milano, in Ambrosius XXXI 1955, 212 s. (dà il testo delle riforme attribuite all’Arcimboldi); P.B. Gams, Series episcoporum Ecclesiae Catholicae, Graz, 1957, 749, 796, 820; C. Marcora, Due fratelli arcivescovi di Milano: il cardinale Giovanni (1484-1488) e Guido Antonio Arcimboldi (1488-1497) in Memorie storiche della Diocesi di Milano, IV, 1957, 288 ss.; Dictionn. d’Hist. et de Géogr. Ecclés., III, coll. 1579 s.; Enciclopedia Italiana, IV, 98; Enciclopedia Cattolica, I, col. 1841; N. Raponi, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 771-773; G. Gonizzi, Il cardinale Giovanni Arcimboldi, in Gazzetta di Parma 19 luglio 1968.

ARCIMBOLDI GUIDANTONIO
Parma 1428 c.-Milano 18 ottobre 1497
Primogenito di Nicolò e di Orsina Canossa, l’Arcimboldi fu avviato, come il fratello Giovanni, allo studio del diritto e come lui introdotto fin da giovane alla Corte dei duchi di Milano. Trascorse la giovinezza in particolare amicizia con Galeazzo Maria Sforza da cui fu in ogni modo favorito. Nel 1467 ebbe in feudo Pandino d’Adda e nel 1470, rivenduto questo alla Camera ducale, diverse altre terre dell’Oltrepò, finché nel 1484 fu creato feudatario di Arcisate. Militò nell’esercito ducale e nel 1475 si sa che riceveva uno stipendio di 150 ducati, ma si ignora quali compiti avesse. Della sua pratica d’armi sono tuttavia prova gli uffici militari che rivestì in seguito. Nel 1476 compì un pellegrinaggio in Terrasanta con G. Giacomo Trivulzio: imbarcatosi a Venezia alla fine di maggio, visitò i luoghi santi e, separatosi poi dal compagno, fece ritorno in Italia alla fine dell’anno, giungendo il 23 novembre a Roma, e il 13 dicembre a Modena ove si fermò per ordine del Duca, probabilmente con qualche incarico. Il 6 gennaio 1477, qualche mese prima del fratello Giovanni, fu nominato membro del Consiglio segreto. L’anno successivo venne inviato dalla duchessa Bona di Savoia all’imperatore Federico III per chiedere l’investitura del Ducato di Milano in favore di Giangaleazzo Sforza. Sempre nel 1478 fu nominato commissario ducale a Piacenza, ove rimase fino al 1480 disimpegnandosi con lode e conducendo a termine pregevoli lavori edilizi. Il 15 settembre 1480 fu nominato commissario a Cremona in luogo del defunto A. Secchi. Tenne la carica fino al 6 ottobre 1481, sostituito dal nipote Luigi Arcimboldi, figlio del fratello Giovanni, propter eius absentiam (Archivio di Stato di Milano, Reg. ducali, n. 116, c. 175). L’assenza era dovuta quasi certamente a qualcuno dei numerosi incarichi diplomatici che dovette svolgere presso papa Innocenzo VIII, a Napoli, a Venezia e in Ungheria presso il re Mattia Corvino: in ricordo di questa ambasciata l’Arcimboldi fece costruire una stupenda villa presso Milano detta la Bicocca, il luogo della celebre battaglia vinta da Prospero Colonna, facendovi dipingere alcuni affreschi che alluderebbero appunto alla sua missione. Nel 1483 fu rappresentante del Duca per la stipulazione della lega di stati italiani contro Venezia. Nel 1494, ormai arcivescovo di Milano, accompagnò in Germania la nipote di Ludovico il Moro che andava sposa all’imperatore. Nel 1495 era a Genova di ritorno da una missione, probabilmente in Spagna, e nel 1496 a Venezia, delegato dal Duca a firmare una lega tra Milano e Venezia. Pur con questi incarichi e nonostante che dal 1489 fosse stato creato arcivescovo di Milano, l’Arcimboldi tenne costantemente dal 1484 al 1497 il comando dei castelli di Trezzo e di Pavia. Nominato infatti castellano di Trezzo il 26 agosto 1484, in luogo di V. Visconti, vi rimase sino al 22 novembre 1487, sostituito dal consigliere ducale Giacomo Pusterla. Tre giorni dopo passò a Pavia, in luogo di G. Attendoli, rimanendovi fino al 20 gennaio 1490, quando venne nuovamente nominato castellano di Trezzo, ove fu riconfermato ancora ad beneplacitum del Duca il 3 febbraio 1495 (Archivio di Stato di Milano, Reg. ducali, n. 188, c. 40). Dalle istruzioni di conferma si sa che egli teneva sul posto il figlio Filippo, assistito, data la giovane età, da Rampino de Putheo. Il 18 ottobre 1497, loco eorum patris defuncti, vennero collocati nell’ufficio Nicolaus, Philippus et Iulius fratres de Arcimboldis (Archivio di Stato, Reg. ducali, n. 122, c. 172). Oltre a questi tre figli l’Arcimboldi aveva avuto anche una figlia, Caterina, tutti probabilmente già in età matura quando, rimasto vedovo, decise di abbracciare lo stato clericale. In che data ciò sia avvenuto non si sa, ma sta di fatto che, morto il 2 ottobre 1488 il fratello Giovanni, fu proposto subito dal Duca come suo successore nella sede vescovile di Milano. Come è da scartare l’ipotesi di una pretesa rinuncia del fratello in suo favore, altrettanto inverosimile è la notizia data da qualche storico che il Duca sul principio non vedesse di buon occhio la sua elezione. È molto probabile invece che all’arcivescovato milanese mirasse il cardinale Ascanio Sforza perché il fratello, in una lettera del 6 ottobre 1488, pregandolo di remanere contenta de darlo al prefato messer Guidantonio, lo dissuade con argomenti assai concreti, quale l’ipotesi, tutt’altro che improbabile, che per scontro del arcivescovato epsa haveria ad lassare uno de li vescovati i quali per intrata se non sonno superiori saltem stanno de pari cum epso arcivescovato, ragion per cui lo prega di adoperarsi invece col Papa perché depso archiepiscopato sia provveduto al prefato reverendo messer Guidantonio, et noi di qua lo faremo mettere alla possessione (Milano, Arch. sforzesco, Pot. Estere, c. 100) Il 23 novembre successivo il cardinale Sforza comunicò al Duca la sua rinuncia e l’assenso del Papa all’elezione dell’Arcimboldi. La nomina avvenne il 23 gennaio 1489, e quel giorno stesso furono spedite le bolle. Tuttavia, già dal 14 gennaio l’Arcimboldi aveva fatto il solenne ingresso a Milano come nuovo arcivescovo. Il 2 aprile successivo fece postulare a Roma da Galeazzo della Pietra il pallio arcivescovile. Riconfermò vicario generale G. Battista Ferri, nominato già del fratello, e continuò a servirsi come vescovi ausiliari del domenicano Giacomo de Bydgoszcza e dell’agostiniano Paolo da San Ginesio, un pio religioso non privo di zelo pastorale. Benché l’attività politica e gli incarichi diplomatici lo allontanassero talvolta da Milano, l’Arcimboldi risiedette per lo più in diocesi svolgendo una discreta attività pastorale. Appena qualche mese dopo la sua elezione, con un decreto del 28 marzo 1489 richiamò l’obbligo della regolare esecuzione dei lasciti e legati agli ospedali e luoghi pii. Altri decreti del 7 e dell’8 aprile ordinarono l’osservanza della clausura monastica e vietarono severamente ai sacerdoti di prendere parte a giochi proibiti, esortandoli ad evitare la bestemmia. Un decreto del 18 aprile 1489, rinnovato il 2 marzo 1490, impose il ripristino dell’abito e della tonsura. Effettò sicuramente alcune visite pastorali: si hanno notizie e atti di quelle svolte nel Duomo di Milano nel giugno del 1489, a Santo Stefano in Brolio nel marzo 1492, alla pieve di Gorgonzola e alla chiesa di Sant’Andrea di Melzo nell’agosto del 1493. Emise provvedimenti di riforma per alcuni monasteri femminili come quello delle agostiniane di Santa Maria Maddalena e di Santa Marta, a Milano, e di San Martino a Monza, soppresse quello delle benedettine di San Nazzaro di Bellusco per essere irreformabili. Favorì i gerolomiti (Eremiti spagnoli di San Gerolamo) che avevano fondato una casa al Castellazzo, poco fuori Milano, concedendo loro il monastero e la parrocchia dei Santi Cosma e Damiano entro la città. Durante il suo episcopato vennero eretti anche alcuni conventi di serviti: uno a Vigevano e uno in Val San Martino, al confine con il Bergamasco. Il 29 marzo 1492 l’Arcimboldi benedisse la prima pietra delle tribuna di Santa Maria delle Grazie. Tra il 1493 e il 1497 fece rimaneggiare e ampliare, su terreno donatogli dal Duca di Milano, il palazzo dell’Arcivescovado. La parte nuova dell’edificio, detta il cortile dell’Arcimboldi, rimasta incompleta, fu poi portata a termine da Carlo Borromeo. Piuttosto povero sembra essere stato il suo spirito religioso: la corrispondenza col Duca lo mostra amante della caccia, della villeggiatura e delle buona mensa. In una lettera dell’8 settembre 1493 a Lodovico il Moro, scrivendo di essersi dovuto recare a Milano a cantar messa, dice che gli sarebbe piaciuto molto di più che questa solenne festa fosse stata questo mese de agosto passato perché questi me pareno dì da essere goduti fora al piacere (Milano, Autografi, cart. 18). Una certa eco dovette avere in lui la predicazione di san Bernardino da Feltre, che fu a Milano nel 1491 e che riuscì a riconciliarlo con i frati minori, allora in lite con l’arcivescovo per certi diritti di stola. Con tolleranza e moderazione inquisì il predicatore dei minori osservanti Giuliano d’Istria, che nella quaresima del 1492 aveva ripreso a Milano i temi della predicazione savonaroliana tuonando contro il papa simoniaco, i vizi dei cardinali e il lusso della corte pontificia: l’Arcimboldi accettò di sottoporlo al processo voluto dal generale del suo Ordine, ma lo trovò innocente, e quattro anni dopo, incontrandolo a Venezia, gli espresse il desiderio di riascoltarlo ancora a Milano. Da alcuni documenti risulta che Ludovico il Moro si sia adoperato per la concessione della porpora all’Arcimboldi, ma questi morì quasi improvvisamente, senza averla ottenuta. Gli successe il cardinale Ippolito d’Este, fratello di Beatrice, moglie di Ludovico il Moro, nominato nel concistoro dell’8 novembre 1497: non dunque il nipote Ottavio Arcimboldi, come appare dai cataloghi degli arcivescovi di Milano.
FONTI E BIBL.: Un’ampia raccolta di preziosi documenti concernenti la vita e l’attività dell’Arcimboldi è stata edita da C. Marcora, Due fratelli arcivescovi di Milano: il cardinale Giovanni (1484-1488) e Guido Antonio Arcimboldi (1488-1497), in Memorie storiche delle diocesi di Milano, IV, 1957, 315-467 (con alcune inesattezze). Anche utili sono Cronica gestorum in partibus Lombardiae et reliquis Italiae, a cura di G. Bonazzi, in Rer. Italic Script., 2a edizione, XXII, 3, 21, 78; M.A. Maioragius, Orationes et praefationes, Venetiis, 1582, capitolo IV e ss.; C. Eubel, Hierachia Catholica Medii Aevi, II, Monasterii, 1914, 188; C. Santoro, Gli Uffici del dominio sforzesco, Milano, 1948, 14, 407, 487, 601. Si vedano inoltre P. Morigi, La nobiltà di Milano, Milano, 1619, libro II, 147; Ph. Argelati, Bibliotheca scriptorum Mediolanensium, I, 2, Mediolani, 1745, col. 83; G.M. Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, I, 2, Brescia, 1753, 964 s.; G.A. Sassi, Archiepiscoporum Mediolanensium series historico-chronologica, III, Mediolani, 1755, 949-955; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, Parma, 1791, 7-11; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1842, tav. Arcimboldi; P. Ghinzoni, Un prodromo della Riforma in Italia (1492), in Archivio storico lombardo, XIII, 3 (1886), 85; E.M., Gian Giacomo Trivulzio in Terra Santa, in Archivio storico lombardo, XIII, 3 (1886), 860-878; D. Sant’Ambrogio, Noterelle d’arte, in Lega Lombarda 23 luglio 1905; A. Annoni, L’Edificio quattrocentesco della Bicocca presso Milano, Milano, 1922, 10-11; A. Annoni, Di alcuni dipinti della Bicocca degli Arcimboldi, Milano, 1934; 10, 12, 18, 26; P. Mezzanotte-C.C. Basoli, Milano nell’arte e nella storia, Milano, 1948, 15, 22 ss., 654, 804 s.; E. Cattaneo, Il clero e la visita pastorale nell’antico duomo di S. Tecla, Milano, 1950, 16; E. Cazzani, Vescovi e Arcivescovi a Milano, Milano, 1955, 233-235; E. Cattaneo, Istituzioni ecclesiastiche milanesi, in Storia di Milano, Milano 1955, 233-235; E. Cattaneo, Istituzioni ecclesiastiche milanesi, in Storia di Milano, IX, 1961, 529-530; Dict. d’Hist. et de Géographie Ecclés., III, coll. 1580-1590; N. Raponi, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 777.

ARCIMBOLDI NICOLA
Salsomaggiore 1458Marchese. Nel 1458 l’Arcimboldi fu uno dei locatari del pozzo della Brugnolla, del Pozzello, della Cervia, del Pozzo della Rippa, del Pozzo nove e del Pozzo della Giara.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 15.

ARCIMBOLDI NICOLÒ
Parma 1404-Milano 1 maggio 1459
A Parma compì i primi studi. Il padre Giovanni, giurista e membro del locale Collegio dei giudici, dopo l’occupazione di Parma da parte di Filippo Maria Visconti nel 1420, lo inviò all’Università di Pavia, ove era certamente studente di legge nel 1422 poiché un diploma di esenzione rilasciato dal Duca ad Antonello Arcimboldi il 31 luglio di quell’anno, estende il privilegio al padre e a Nicolaum eius fratrem, legum studiis in urbe nostra piae dantem operam de presenti. A Pavia l’Arcimboldi respirò il clima del primo umanesimo lombardo ed ebbe compagno il Decembrio, che, rimastogli affezionatissimo, gli dedicò poi le Historiae peregrinae e ne pianse la morte in una lettera vibrante a Sceva de Curte, oratore sforzesco già collega dell’Arcimboldi e dello stesso Decembrio. Conseguito il dottorato in utroque iure, tornò a Parma, ove fu iscritto al Collegio dei Giudici. Ma poco dopo entrò al servizio del Visconti, iniziando così le fortune degli Arcimboldi, che per quasi cento anni ebbero posti di grande responsabilità nella politica, nella diplomazia, nell’amministrazione del Ducato e nella vita ecclesiastica milanese: a cominciare dai figli Guidantonio e Giovanni, ambedue futuri arcivescovi di Milano, natigli dal matrimonio colla nobildonna parmense Orsina Canossa. L’Arcimboldi alternò uffici nell’amministrazione pubblica con incarichi diplomatici. Nel 1427 fu Vicario di provvisione nel 1429 fu inviato oratore presso papa Martino V a Bologna, ove conobbe il Filelfo. Questi, desiderando di avere in lui un autorevole patrocinatore presso il Duca di Milano, gli dimostrò sempre ammirazione e amicizia. In una sua lettera del 1431, affidata per il recapito a Enea Silvio Piccolomini, offrì perciò all’Arcimboldi l’occasione di stringere con lui un’amicizia che gli fu assai preziosa nelle successive missioni diplomatiche. Nel 1430 l’Arcimboldi fu nominato questore e poi maestro delle entrate straordinarie. Nel 1431 fu procuratore di Filippo Maria Visconti per stringere una lega col Marchese di Saluzzo e il Duca di Savoja contro il Marchese di Monferrato, e l’anno successivo ebbe pieni poteri per procedere, con Manfredo di Saluzzo e Marco del Carretto, alla divisione delle terre strappate a quel Marchese. Nel 1439 fu oratore presso papa Eugenio IV a Firenze, ove era stato trasferito il concilio, e quivi ebbe modo di rinsaldare ulteriormente l’amicizia col Piccolomini. Creato consigliere ducale, (figura già tale in una lettera del 1° settembre 1438), svolse nel 1440 una prima missione presso Federico III per chiedere la conferma dei privilegi imperiali per il Duca (la procura, in data 21 luglio 1440 è in Archivio di Stato di Milano, Reg. ducale, n. 39, f. 584). Nel 1443 fu plenipotenziario, con Franchino Castiglioni, al congresso di Cavriana e quindi ambasciatore a Venezia, dove con Lodovico di San Severino e Iacopo Becchetti stipulò il 24 settembre 1443 l’alleanza tra Venezia e Milano contro Napoli in seguito al riavvicinamento tra Filippo Maria Visconti e Francesco Sforza. Con decreto del 12 agosto 1443 fu chiamato a far parte della commissione nominata dal Duca per il riordinamento dell’estimo generale del Ducato. Morto il Visconti e proclamata la Repubblica Ambrosiana, l’Arcimboldi in un primo tempo vi aderì, tanto che fu tra i cittadini incaricati di rispondere ai messi di Federico III (e non a caso, dato che tra questi vi era proprio Enea Silvio Piccolomini) venuti a sollecitare da Milano il giuramento di fedeltà all’Imperatore. Inviato a trattare un’alleanza tra la Repubblica e il Duca di Savoia, il 3 marzo 1448 stipulò a Torino un trattato di alleanza difensiva valevole per quindici anni. Fu anche tra gli incaricati di scegliere i lettori dello Studio di Pavia. Mandato a Parma per confermare le convenzioni di libertà con Milano, sembrò volersi ritirare dalla vita politica. Ma di lì a qualche tempo, forse dopo aver avuto offerte da Francesco Sforza, si adoperò per il successo di questo, inducendo all’obbedienza per primi i suoi concittadini. Nel dicembre del 1449 fu inviato con Angelo Simonetta a Napoli per un trattato di alleanza con Alfonso d’Aragona, non andato poi in porto per la pretesa di questo di avere in cambio Parma e Pizzighettone. Il 22 marzo 1450 l’Arcimboldi, venne confermato membro del Consiglio segreto al pari di altri funzionari già al servizio di Filippo Visconti: l’apparato burocratico visconteo si veniva ricostituendo, infatti, compattamente attorno al nuovo Duca. Impiegato in importanti missioni, l’Arcimboldi si rivelò, nei difficili inizi della Signoria sforzesca, uno dei diplomatici più abili e uno dei pochi che avessero una visione precisa degli interessi milanesi nell’ambito della situazione politica italiana. L’Arcimboldi ritenne obiettivi fondamentali dell’azione diplomatica milanese l’isolamento di Venezia, principale nemica dello Sforza e in quel momento aspirante all’egemonia su tutta la penisola, e l’alleanza con l’altra giovane signoria, quella di Cosimo de’ Medici. A questo scopo condusse nel 1450 una missione speciale a Bologna per indurla a staccarsi da Venezia. Nominato poi ambasciatore a Firenze, altrettanto sollecitamente si adoperò per conservare l’alleanza dei Fiorentini al Duca e neutralizzare l’influenza veneziana. Stipulando nel 1451 la lega tra Milano, Firenze e Genova, la definisce, in una lettera del 7 dicembre di quell’anno, come una necessità per non permettere che i Veneziani se facesseno Signori de Italia (cit. in Storia di Milano, VII, 25). Durante la discesa in Italia di Federico III nel 1452 l’Arcimboldi si adoperò attivamente per il riconoscimento dello Sforza a duca di Milano. Dopo un primo colloquio avuto a Firenze nel novembre del 1451 cogli ambasciatori imperiali (tra i quali v’era ancora il Piccolomini), si recò a Ferrara a fargli omaggio a nome del Duca, seguendolo poi a Firenze, Siena e Roma con altri due oratori milanesi: Giacomo Trivulzio e Sceva de Curte. Richiamati questi ultimi due ai primi d’aprile, forse anche per gli scarsi risultati conseguiti con l’Imperatore e col Papa sulla questione del riconoscimento ducale, all’Arcimboldi restò il compito di difendere gli interessi dello Sforza e rinsaldare l’amicizia fiorentina proprio mentre tra l’Imperatore, Alfonso d’Aragona e Venezia si decideva a Napoli l’alleanza ai danni di Firenze e Milano. Un ultimo abboccamento, avuto dall’Arcimboldi l’8 maggio 1453 a Firenze coll’imperatore che tornava in Germania, non ebbe esito, adducendo questi il pretesto che doveva sentire prima gli elettori. Solo alla fine, in un colloquio confidenziale col Piccolomini, riuscì a strappare il prezzo dell’investitura: cinquantamila ducati annui o la cessione di una città del Ducato. Al rifiuto immediato di accettare queste condizioni, espresso dall’Arcimboldi a nome del Duca, seguì, dopo la partenza dell’imperatore, l’inizio delle ostilità tra Venezia e lo Sforza e tra Napoli e Firenze: la così detta guerra per la successione al Ducato di Milano conclusasi colla pace di Lodi il 9 aprile 1454. Anche in questa occasione si rivelò la prudenza dell’Arcimboldi, poiché avendo notato la stanchezza dei Fiorentini nel condurre la guerra e il crescente desiderio di pace diffusosi ovunque e temendo un cambiamento di umori nei riguardi dell’alleanza milanese, fu uno dei pochi consiglieri ducali che secondarono lo Sforza nei propositi di pace, contro coloro che erano invece per una lotta a fondo contro i Veneziani. Dopo la pace e mutate le relazioni tra gli stati, l’Arcimboldi fu uno dei negoziatori e sottoscrittori della lega particolare tra Milano, Firenze e Venezia (il testo della procura all’Arcimboldi, del 9 maggio 1454, in Archivio di Stato di Milano, Reg. ducale n. 18, f. 518; la lettera di ringraziamento del Duca per l’azione svolta dall’Arcimboldi, in Archivio di Stato di Milano, Reg. ducale n. 18, f. 397), preludio di quella universale o italica seguita poco dopo. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Milano, in familiarità col Duca e cogli uomini più rappresentativi della politica e della cultura lombarda. Il giudizio del Decembrio, che lo giudicò uomo di grande onestà, sincerissimo e astutissimo, ammirevole per le doti di prudenza e di equilibrio che lo distinsero sotto Filippo Maria Visconti, al tempo della Repubblica Ambrosiana e con Francesco Sforza, può essere sostanzialmente accettato.
FONTI E BIBL.: Oltre i documenti citati nel testo, l’Archivio di Stato di Milano conserva i dispacci dell’Arcimboldi da Firenze (Archivio Sforzesco, Pot. Estere, cart. 265-267). Una serie di lettere al Decembrio degli anni 1454-1458 è nella Biblioteca Ambrosiana, cod. I 235 inf.; una a E.S. Piccolomini nel cod. Urbinate 402 della Vaticana. Brani dei dispacci dell’Arcimboldi sono stati editi o utilizzati da A. Colombo, L’ingresso di F. Sforza in Milano e l’inizio di un nuovo principato, in Archivio Storico Lombardo 3 1905, 10-16; L. Rossi, Lega tra il Duca di Milano i Fiorentini e Carlo VII Re di Francia, in Archivio Storico Lombardo, XXXIII 1906, 257, 279-281; A. Colombo, A proposito delle relazioni tra F. Sforza e Firenze (luglio 1541), in Rendiconti della Regia Accademia dei Lincei, s. 5, XV 1906, 551-568; F. Cousin, Le aspirazioni straniere sul ducato di Milano e l’investitura imperiale (1450-1454), in Archivio Storico Lombardo, n.s., I, 3-4 1936, 335, 337, 342 s., 350 s., 353 s., 369; C.A. Vianello, Gli Sforza e l’Impero, in Atti e memorie del primo congresso storico lombardo, Milano, 1937, 203, 205, 234 s., 236; E. Lazzeroni, Il viaggio di Federico III in Italia, in Atti e memorie del primo congresso storico lombardo, Milano, 1937, 274, 297 s., 315 ss.; F. Cognasso, Il ducato visconteo da Gian Galeazzo a Filippo Maria, in Storia di Milano, VI, Milano, 1955, 353; F. Cognasso, La Repubblica di S. Ambrogio, in Storia di Milano, VI, Milano, 1955, 426, 441; F. Cognasso, Istituzioni comunali e signorili di Milano sotto i visconti, in Storia di Milano, VI, Milano, 1955, 491; F. Catalano, La nuova signoria: Francesco Sforza, in Storia di Milano, VII, Milano, 1956, 24, 65, 66. Sull’Arcimboldi confronta anche J. Simonetae, Rerum gestarum Francisci Sfortiae Mediolanesium Ducis commentarii, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a ediz., XXI, 2, a cura di G. Soranzo, 110, 342, 405; P.C. Decembrii, Opuscola historica (Vita di Filippo Maria Visconti), in Rerum Italicarum Scriptores, XX, I, a cura di A. Butti, F. Fossati e G. Petraglione, 184; G.M Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, I, 2, Brescia, 1753, 965; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, Parma, 1789, 229-241; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 20; C. Manaresi, I Registri Viscontei, Milano, 1915, 65, 76, 81; G. Vittani, Gli atti cancellereschi viscontei, I, Milano, 1920, X e II, 1929, 98, 102-103, 110 s., 123; G.P. Bognetti, Per la storia dello stato visconteo (Un registro di decreti della cancelleria di Filippo Maria Visconti e un trattato segreto con Alfonso d’Aragona), in Archivio storico lombardo, LIV, 2-3 (1927), 310; C. Santoro, Gli Uffici del dominio Sforzesco, Milano, 1947, 3; N. Raponi, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 779-781.

ARCIMBOLDI OTTAVIANO
-Milano ottobre 1497
Nipote di Guidantonio. Eletto nel 1497 Arcivescovo di Milano, morì prima di essere consacrato.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

ARCIMBOLDO NICOLAO, vedi ARCIMBOLDI NICOLA

ARCIONI ANDREA, vedi ARCIONI FELICE

ARCIONI ANGELO MARIA
Parma 1606-Parma 5 agosto 1689
Di nobile famiglia, fratello di Andrea, abate prima del Monastero parmense di San Giovanni e poi, dal 1645 al 1648, di quello di Montecassino, letterato e uomo di cultura. L’Arcioni entrò nel 1625, seguendo l’esempio fraterno, nell’Ordine benedettino. Dotato di un sincero interesse alla cultura storica e letteraria e alle arti in genere, si inserì agevolmente nell’ambiente contemporaneo parmense, che aveva nel monastero di San Giovanni uno dei suoi più vivaci centri di cultura, e, sotto la guida dell’abate A. Grillo, cominciò a comporre poesie che, peraltro, pubblicò soltanto in vecchiaia. Divenuto nel 1657 abate egli stesso del monastero di San Giovanni, eseguì nel 1661, in occasione di un capitolo generale della Congregazione, la solenne traslazione di alcuni santi, che celebrò in un opuscolo edito nello stesso anno (Pompe festive per la solenne translazione di sei corpi santi, Parma, 1661). Compì anche importanti opere di abbellimento architettonico nel Monastero e ideò un ingegnoso sistema per illuminare meglio la cupola dipinta dal Correggio. Nel 1663 ristabilì l’Accademia degli Elevati, fondata a Parma nel 1635 da Paolo Scotti. Divenuto abate di San Benedetto di Ferrara, poi (1678) di Sante Flora e Lucilla ad Arezzo, quindi, nel 1679, abate generale della Congregazione cassinese, emanò nel 1680 una circostanziata circolare per la custodia delle biblioteche e degli archivi monastici. Passò poi a reggere il monastero pavese dei Santi Spirito e Gallo, tornando definitivamente a Parma, in quello di San Giovanni, nel 1683. L’importanza dell’Arcioni non è dovuta né alla sua attività nell’Ordine (di cui pure appariva, almeno agli occhi del Bacchini, parens) né alla sua produzione letteraria, ma piuttosto a quel generico interesse per la cultura che contraddistinse sempre la sua operosità e che lo portò sia a proteggere e favorire in ogni modo l’attività del Bacchini, sia a stringere amichevoli rapporti col Mabillon, che, insieme col Germain, ricevette signorilmente a Parma tra il 26 e il 28 maggio del 1686 e con il quale mantenne una certa corrispondenza. Sin dal 1677 l’Arcioni legò a sé con funzioni di segretario il ventiseienne B. Bacchini, che poi dal 1683 liberò di ogni incombenza ecclesiastica, lasciandolo interamente ai suoi studi. Tra il 1686 e il 1689, anno della sua morte, lodò e incitò in vario modo il Mabillon all’opera intrapresa, che egli intendeva, piuttosto limitatamente, come orientata in senso apologetico o legata alla lotta contro l’eterodossia. Gli stessi interessi, prevalentamente religiosi e moralistici, danno un tono particolare alle sue Ode (Venezia, 1678; Pavia, 1682; Parma, 1687), che, sebbene letterariamente non si distinguano dalle coeve produzioni dei rimatori barocchi, pure, almeno nell’ispirazione moralistico-didascalica di alcune delle composizioni giovanili e nell’argomento teologico-morale delle altre composte in età avanzata, hanno una certa originalità di ispirazione. Ricche di reminiscenze classiche (specialmente oraziane) e di spunti descrittivi, esse rivelano comunque una certa imitazione dei moduli stilistici propri sia all’Achillini, sia al Testi, con i quali l’Arcioni fu in rapporto.
FONTI E BIBL.: I. Mabillon-M. Germain, Museum Italicum, I, Luteciae Paris. 1687, 208; B. Bacchini (Autobiografia), in Giornale dei Letterati d’Italia XXXIV (1732), 300 s., 304 s., 309; Correspondance inédite de Mabillon et de Montfaucon avec l’Italie, a cura di M. Valéry, Paris, 1846, I, XVII s., 275, II, 9 s., 137 s., 214, 278 s. e III, 27; M. Armellini, Bibliotheca Benedictino-Casinensis, I, Assisii, 1731, 20-22; I. Affò-A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, V, Parma, 1797, 245-249 e VI, 2, 1827, 822 ss., 982; M. Maylender, Storia delle Accademie d’Italia, II, Bologna, 1927, 266; T. Leccisotti, La Congregazione cassinese ai tempi del Bacchini, in Benedectina VI (1952), 35, 36, 37; G. Gasperoni, Don Benedetto Bacchini nella storia della cultura e dell’erudizione critica, in Benedectina XI (1957), 58-61; H. Leclercq, Mabillon, I, Paris, 1953, 437 e II, 1957, 916; Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 781-782.

ARCIONI CESARE
Parma prima metà del XVII secolo
Orefice operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 21.

ARCIONI CURZIO
-Parma 1695
Dal 1649 al 1658 insegnò nello Studio di Parma. Fu Canonico della Cattedrale di Parma, ove è una lapide in sua memoria.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 31.

ARCIONI FELICE
Parma 1590-Reggio Emilia 6 dicembre 1654
Figlio di Curzio e di Lucia, fratello di Angelo Maria. All’età di diciotto anni, prese l’abito monastico il giorno 13 dicembre 1608 assumendo il nome di Andrea, e professò la Regola di San Benedetto nel Monastero di San Giovanni di Parma il 3 ottobre 1609. Il suo talento ben presto lo fece distinguere tra i suoi confratelli, non per gli studi filosofici e teologici, ai quali si applicò con ardore, ma anche per quelli letterati. Abile anche nel maneggio di affari importanti, l’Arcioni fu dai superiori delegato a procuratore, l’anno 1633, a recarsi in Piemonte per trattare la causa di vari monasteri con Vittorio Amedeo duca di Savoja. Nell’occasione si comportò con tanta prudenza che meritò molta lode. Innalzato al grado di Abate, governò prima il monastero di San Pietro in Gessate (Milano), quindi, mancato di vivere l’anno 1638 il padre Paolo Scotti, abate di San Giovanni Evangelista in Parma, fu sostituito dall’Arcioni (1639-1644). Una volta al governo di questo monastero, l’Arcioni ristabilì l’Accademia Letteraria detta degli Elevati, dandole l’impresa di un sole nascente. Del rinnovato impulso dato allo studio dei giovani monaci, si videro i frutti già in occasione del Capitolo generale celebrato in Parma nel 1640. Due anni dopo Mario Vigna, stampatore parmigiano, dedicò a lui, l’Appendice de’ vari Soggetti Parmigiani scritta da Ranuccio Pico. Destinato nel 1644 a governare l’Abazia di Montecassino, ebbe occasione di far conoscere il suo coraggio e la sua prudenza: ebbe infatti a sostenere una lite contro il gran conestabile Colonna, che, favorito dal Viceré di Napoli, si era usurpato la giurisdizione di riconoscere le cause civili e miste nella città di San Germano. L’Arcioni, dimostrate insussistenti le ragioni del Colonna, e di nessun valore le sentenze del Viceré, reclamò i suoi diritti al re di Spagna Filippo IV, recuperando così le giurisdizioni in detta città. Nel 1648, scoppiata la rivoluzione di Napoli suscitata da Masaniello, benché il Monastero di Montecassino non fosse obbligato in alcun modo, tuttavia volle prestare soccorso al Re con denaro e armi. Per questo motivo i rivoltosi posero su di lui una taglia, minacciandolo di morte. L’Arcioni fu rimosso da Montecassino l’anno medesimo, al fine di sottrarlo a più gravi pericoli. Fu fatto Abate di Farfa, da dove poco dopo si trasferì a Roma, e quindi il 25 maggio 1649 a Parma, ove fu onorevolmente accolto dal duca Ranuccio Farnese, che nel novembre 1649, per i suoi affari di Castro e Ronciglione, lo mandò ambasciatore a papa Innocenzio X. Nel 1651 si trasferì al Capitolo di Perugia, ove fu eletto Procuratore generale della Congregazione Casinese, e nell’anno seguente si trovò al Capitolo di San Giorgio di Venezia. Nei Comizi celebrati in Venezia nel maggio del 1653 fu eletto Presidente generale della sua Congregazione (era già stato eletto alla medesima carica nel 1645 e nel 1649). Nel 1654 fu infine eletto abate del monastero di San Pietro in Reggio. Molti scrittori, citati dall’Armellini e dal Mazzuchelli, parlarono di lui assai lodevolmente: Puccinelli nel Cronico di San Pietro in Gessate, Cinelli nella Biblioteca volante, padre Ambrogio Lucenti nell’Italia Sacra epilogata, e altri. Tra le lettere di Prospero Bonarelli se ne legge una a lui diretta, in ringraziamento di un sonetto mandatogli in lode del suo Solimano.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, parte III, 99-101; Freschot, Memorie Istoriche di Casa Arcioni, 56-57; Rainieri, Prefazione all’Istor. Panegir. di Sant’Anselmo; M. Armellini, Biblioth. Benedictino-Casin., parte I, 16; I. Affò, Memorie degli scrittori letterati, 1797, V, 74-76; U. Galletti, Monastero di S. Giovanni Evangelista, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 67-68.

ARCIONI GIULIO
Parma 1543
Orefice operante nella prima metà del XVI secolo. Nel 1543 realizzò monili per Giulia Sforza Pallavicini
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 60.

ARCIONI PAOLO
Parma 1660
Fece parte della comitiva che nel 1660 accompagnò Alessandro Farnese, figlio di Odoardo, principe di Parma, nel suo viaggio in Francia, Inghilterra, Fiandra, Olanda, Spagna e in altri paesi d’Europa. Fu autore della seguente relazione (nella Biblioteca Palatina di Parma): Itinerario dove si leggeranno tutti li regni, provincie, città, terre e castelli da me veduti in servitù del serenissimo signor principe di Parma Alessandro Farnese. Codice cartaceo in 4°, carte 90.
FONTI E BIBL.: P. Amat, Biografia dei viaggiatori, 427.

ARDECION, vedi ARDUINO DA ANTESICA

ARDENGARDO o ARDENGHARDO UGO, vedi ARDENGHERI UGOLINO

ARDENGHERI UGOLINO
1323-Cremona 1361
Frate dell’Ordine dei Predicatori. Fu prima Canonico della Cattedrale di Parma (1323) e poi Canonico Lingoniensis in Inghilterra, quindi, all’età di 26 anni, fu eletto Vescovo di Cremona (23 ottobre 1349).
FONTI E BIBL.: Cavitello; N. Campi, Historia di Cremona; R. Pio, Cronica dell’Ordine Domenicano; Catalogo dei Vescovi di Cremona; Pico, Appendice, 1642, 50-51; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

ARDENGHI FRANCESCO
Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore ornatista operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 4.

ARDENGHI LUIGI
Parma 1753-Parma 1 gennaio 1801
Studiò architettura e prospettiva con Gaetano Ghidetti, suo concittadino, e spesso collaborò con Antonio Bresciani, che aggiunse le figure alle sue decorazioni architettoniche. Dipinse numerose prospettive su facciate, nelle corti dei palazzi e nelle chiese di Parma e della provincia, ora in gran parte distrutte: la cappella di San Gaetano in Santa Cristina (1784), lo sfondo del cortile in palazzo Sanvitale (1788, poi ridipinto nel 1870 da Giacomo Giacopelli), il quadrante dell’orologio di Piazza (1793), nelle chiese di Santa Maria Maddalena, di Sant’Anna e nella cappella della Divina Pastora nella chiesa di San Pietro d’Alcantara a Parma. In provincia decorò soprattutto la chiesa parrocchiale di Soragna. Fece inoltre numerose prospettive teatrali. La sua opera, per quel che almeno si può giudicare dal poco che è rimasto, è soltanto una fredda esercitazione di carattere meramente decorativo.
FONTI E BIBL.: Parma, Museo nazionale di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., vol. VIII (1751-1800), 13-15; P. Zani, Enciclopedia metodica delle Belle Arti, II, Parma, 1819, 213 (erroneamente indicato come Artenghi); P. Donati, Nuova descrizione di Parma, Parma, 1824, 37, 47, 59, 72, 82; L. Testi, Parma, Parma, 1907, 117; U. Thieme-F. Becker, Allgemeine Lexikon der bildenden Künstler, II, 74; A. Ghidiglia Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, IV, 1962,

ARDENTE, vedi LONGHI LORENZO

ARDENTI MORINI GIOVANNI
Modena 1902-Parma 13 gennaio 1978
Nato da una famiglia di maestri elementari, da cui ebbe una severa educazione di stampo antico, compì gli studi classici al liceo Galvani di Bologna. Entrò subito nell’amministrazione dello Stato come segretario del Tribunale militare della Somalia Italiana. Rimpatriato dopo due anni, si laureò in legge nel 1927 e vinse il concorso per la Magistratura. Fu pretore a Milano, a Langhirano, a Modena e a Bologna, e sostituto procuratore a Parma, dove, dopo il periodo partigiano da lui trascorso nel Tizzanese e nel Cornigliese, fu nominato nel 1945 delegato per i procedimenti nella provincia di Parma dall’Alto commissario per l’epurazione, onorevole Nenni. Una parentesi politica lo vide consigliere comunale di Parma e poi consigliere provinciale per la socialdemocrazia, carica alla quale rinunciò spontaneamente per dedicarsi completamente alla sua attività di magistrato. Presidente di sezione al Tribunale di Reggio Emilia, fu poi titolare del posto di procuratore della Repubblica nella stessa città per oltre venti anni, passando quindi al grado di consigliere di Cassazione. Lasciò il servizio nel 1972 con il titolo onorifico di presidente di sezione della Cassazione, per raggiunti limiti d’età. Per le benemerenze acquisite nel campo della rieducazione dei detenuti, fu decorato di medaglia d’oro, avendo in particolare fatto fiorire in Reggio Emilia un apposito istituto statale. La sua passione per la montagna gli fece accettare la presidenza della sezione di Parma del Club Alpino Italiano, che resse dal 1949 al 1956 (unitamente a quella di consigliere nazionale), imprimendo alla vita del sodalizio la sua impronta personale di vitalità, portando a termine, a tempo di primato, la ricostruzione dei rifugi Mariotti al Lago Santo e Micheli a Schia, dando un vigoroso impulso all’attività escursionistica ed alpinistica, estendendola alle Alpi, e propagandando la conoscenza della montagna a tutte le classi sociali, specialmente ai più giovani. Convinto assertore dell’importante funzione del Club Alpino Italiano nella vita pubblica e privata, sia in campo locale che nazionale, sviluppò questi concetti soprattutto quando nel 1956 fu chiamato alla suprema carica del Club Alpino Italiano quale presidente generale, in un momento di difficile riforma per la sua riorganizzazione (1956-1959). Riforma che gli permise nel 1958 di organizzare una spedizione nazionale del Club Alpino Italiano nel Karakorum, che fruttò all’Italia l’onore della prima ascensione assoluta del Gasherbrum IV (m 7980).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 gennaio, 1978, 4.

ARDEVERTO
Parma 913/929
Fu canonico e Arcidiacono della Cattedrale di Parma (913-929).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 57.

ARDEZONE, vedi ARDUINO DA ANTESICA

ARDICCIO DA BEDONIA
Bedonia 1230
Notaio attivo nell’anno 1230.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 57.

ARDINGO
Parma 1044
Figlio di Ambrogio. Notaio attivo nell’anno 1044.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 57.

ARDIZZONI ALBERTO
Parma 1238
Notaio attivo nell’anno 1238.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 57.

ARDIZZONI ANTONIO, vedi ARDIZZONI EUGENIO

ARDIZZONI EUGENIO
Borgo San Donnino 1682-Piacenza 4 ottobre 1766
Entrò nei Cappuccini a Carpi il 4 ottobre 1706 in qualità di frate laico ed emise la professione religiosa il 4 ottobre 1707 assumendo il nome di Antonio. Verso il 1712 andò compagno dei missionari in Algeri dove riuscì ad entrare nelle grazie di un Sydiali Casannadale del re del Marocco, il quale gli diede molti secreti d’erbe. Nel luglio 1720, richiamato in patria, il governatore si oppose al suo ritorno e la Sacra Congregazione di Propaganda gli concesse di rimanere. Ma di fatto l’Ardizzoni partì dall’Algeria, poiché risulta che nello stesso anno servì gli appestati presso il Vescovo di Marsiglia. Quando emise la professione, non sapendo scrivere, ne firmò l’atto con un segno di croce. Oltre alla Prattica per ben governare gl’infermi, per conoscere le qualità dei mali e quando sono in pericolo di morte; di più il modo di regolarli nel mangiare, con altri segreti buonissimi per operare con sicurezza alla cura di qualunque morbo, ha lasciato un altro codice dal titolo Vari secreti d’erbe, avuti in gran parte dal Sydiali già ricordato, e di cui ebbe a fare buon uso durante la peste di Marsiglia, come egli stesso attesta in una nota annessa a tale manoscritto. Ritornato da Marsiglia a Piacenza, vi morì, in fama di religioso esattissimo.
FONTI E BIBL.: Arch. Sacra Congregazione propaganda Fide, Atti 1720: Africa, 393-94 (8 luglio); Registro Convento Cappuccini di Piacenza, II, 35, n. 141; F. da Mareto, Necrologio dei Cappuccini Emiliani, Roma, 1963, 569. Per la peste di Marsiglia, cfr. Théotime de Saint-Just, Les Capucins de l’ancienne province de Lyon, II, St. Etienne, 1957, 380-390; Cappuccini a Parma, 1961, 26; E. Ponzi, La pratica del cappuccino Ardizzoni, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1963, 278-279.

ARDOINO
Parma 1008/1009
Fu suddiacono e preposito della Canonica parmense negli anni 1008-1009.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 58.

ARDUINI FRANCESCO
Medesano 14 maggio 1782-post 1816
Figlio di Giacomo, fu Ufficiale napoleonico. Nel 1805 fece servizio all’Ospedale Militare di Parma. Nel 1808 fu Chirurgo Sottoaiutante nel 113° Reggimento di Linea Francese e nel 1814 Chirurgo Aiutante Maggiore nello stesso Reggimento. Nel 1808-1813 fece la campagna di Spagna, e nel 1814 dell’interno della Francia. Fu cancellato dai ruoli nel 1816.
FONTI E BIBL.: Matricole Ufficiali in ritiro n. 26; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 13.

ARDUINI LORENZO
Medesano 13 gennaio 1827-Vicopò 31 ottobre 1905
Fu uno degli studenti che promossero la dimostrazione del 16 giugno 1847 per papa Pio IX, repressa violentemente dalle soldatesche ducali. Partecipò ai moti del 1848. Combattè come volontario alla difesa di Roma del 1849(cavaliere ufficiale della Corona d’Italia), dove accorse da Parma superando grandissime difficoltà. Fu inoltre capitano della guardia nazionale. Esercitò con onore la professione d’avvocato. Fu, sino alla morte, Presidente del Consiglio di disciplina dei Procuratori. Rivestì numerosi incarichi pubblici: Consigliere provinciale dal 1867 al 1889 (nel 1874 fu Vicepresidente, e nel 1889 Presidente), Consigliere comunale più volte ed assessore, Consigliere degli Ospizi Civili, direttore della Cassa di Risparmio, presidente della Banca Popolare, Causidico del Comune. A partire dal 1865 insegnò all’Università di Parma Procedura Civile, Procedura Penale e Ordinamento giudiziario. Venne eletto deputato di Noceto tra i rappresentanti del popolo all’Assemblea degli Stati Parmensi nel 1859: ai lavori prese attivamente parte. Pure nel 1859 venne nominato dal Governo Provvisorio membro della Commissione di sicurezza e tutela della città e dell’ordine pubblico, carica di particolare e delicata responsabilità. Fu uno dei soli sette deputati all’assemblea degli Stati parmensi che appoggiarono la proposta Linati di rivendicare alla provincia di Parma i beni demaniali del Ducato che scompariva.
FONTI E BIBL.: Annuario dell’Università di Parma 1095-1906; A. Cugini, Biografia di Lorenzo Arduini, Parma, Battei 1906; Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 39; G. Scaramella, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 66; Gazzetta di Parma 27 dicembre 1920, 1-2 e 7 gennaio 1921, 1.

ARDUINI PIERLUIGI
Piacenza 1829-Parma 1925
Avvocato iscritto al Collegio piacentino, fece parte del consesso civico che il 10 giugno 1859 si riunì per proclamare l’annessione di Piacenza al Piemonte. Fu membro della Commissione Provvisoria di Governo di Piacenza, e sin d’allora, e per tutta la vita, godette l’amicizia del senatore Manfredi, dell’abate Perrau e di altre personalità. Passato dall’avvocatura alla magistratura, fu a lungo pretore a Calestano, a Noceto, a Parma, giudice del Tribunale e consigliere d’Appello, e infine presidente della Corte d’Appello di Genova. Tornò in seguito a Parma per presiedervi per parecchi anni la Commissione del gratuito patrocinio. Fu ovunque apprezzato come valente studioso e integerrimo magistrato.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario dei parmigiani grandi e piccini, Parma, 1957, 13; G. Mischi, in Dizionario Biografico dei Piacentini, 1987, 14.

ARDUINO DA ANTESICA
Antesica 1042-1073 c.
Figlio di Attone, che quasi sicuramente apparteneva agli Attonidi di Canossa. Fu Conte di Parma dal 1051.
FONTI E BIBL.: Dizionario storico politico, 1971, 99.

ARDUINO ETTORE
Parma 1877-post 1907
Laureatosi in giurisprudenza, collaborò al Cittadino di Brescia, all’Azione Popolare, alla Riforma Sociale e diresse la Scuola Italiana moderna, rivista d’insegnamento primario, che si pubblicò a Brescia. Ebbe al suo attivo varie pubblicazioni d’indole giuridica e sociale, che gli procurarono molte lodi. Insegnò nel Regio Istituto Tecnico di Brescia.
FONTI E BIBL.: T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 22.

ARENA GIACOMO, vedi DELL’ARENA IACOPO

ARGANI DONNINO
Parma prima metà del XVI secolo
Meccanico falegname operante nella prima metà del XVI secoloFONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 61.

ARIALDI GIROLAMO, vedi ARALDI GIROLAMO

ARIALDO, vedi ALCIATI ARIALDO

ARIANI GIROLAMO, vedi ARALDI GIROLAMO

ARIANI BERNARDINO, vedi ARIANI BERNARDO

ARIANI BERNARDO
Parma 1513/1526
Appartenente ad una famiglia nobile, fu dottore in Legge e Podestà di Piacenza nel 1513. Il Falconi lo dà come pavese, ma fu senza dubbio parmigiano, anzi forse lo stesso omonimo che viveva in Parma nel primo quarto del Cinquecento. Nel 1526 risulta tra i Deputati del Consiglio Generale che riferiscono sulle violenze e spadroneggiamenti delle truppe papaline nel Parmigiano a Guido Rangoni, Capitano Generale e Luogotenente del Pontefice.
FONTI E BIBL.: Palazzi e Casate di Parma, 1971, 394.

ARIANI FRANCESCO
Parma XV/XVI secolo
Laureato in legge, fu Dottore dei Canoni. Visse tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 32.

ARIANI GIOVAN BATTISTA
Parma 1493/1564
Sacerdote, fu Arciprete delle parrocchie di Collecchio e Fornovo e rettore della chiesa di San Siro di Coenzo. È ricordato in un antico Sinodo della Diocesi Parmense, quello effettuato nel 1519, detto Tusculano. Figura nelle stesse cariche anche in documenti del 1493 (Regestum Vetus), 1520 (Catalogus Beneficiorum) e 1537. L’Ariani fu contemporaneamente titolare di diverse parrocchie per un privilegio, che fu soppresso dal Concilio di Trento (1545-1550), accordato a quei tempi a molti tra i più notevoli sacerdoti. Nell’anno 1494 vide passare l’esercito di Carlo VIII diretto al sud, alla conquista del Regno di Napoli. L’anno successivo, e precisamente il 5 luglio 1495, accolse lo stesso Re sulla strada del ritorno e in fuga verso la Francia, inseguito dai Collegati. Per lui, quel giorno (che era di domenica) l’Ariani celebrò una messa propiziatrice, secondo quanto scrisse il Commynes.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 11 gennaio 1960, 3; L. Merusi, Fornovo di Taro, 1993, 63.

ARIANI GIULIO
Parma 1630/1634
Figlio di Francesco. Durante l’epidemia di peste del 1630 fu tra i dodici conservatori dell’Ufficio di Sanità di Parma e fece parte dell’Anzianato cittadino nel 1634.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 15 febbraio 1999, 25.

ARIANO CLAUDIO
Parma 1627/1656
Fu Lettore di Istituzioni e Diritto civile nello Studio parmense dal 1627 al 1656. Ricoprì anche importanti uffici pubblici: fu consigliere ducale, avvocato fiscale e presidente della Serenissima Camera.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 87.

ARICI ERSILIO
Noceto 1883/1916
Scultore. Eseguì il rosone di facciata della Chiesa di Santa Croce a Fontanellato (1913-1916).
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 155.

ARIMONDI BERNARDO
Parma-Genova 6 dicembre 1286
Canonista, fu arcidiacono della Chiesa narbonese, quindi rettore in temporalibus della Marca anconitana. Si trovava presso la Curia romana quando, tra la fine di gennaio e la metà di aprile del 1276, venne nominato da papa Innocenzo V all’arcivescovado di Genova, vacante dal 26 settembre 1274 per la morte di Gualtiero da Vezzano e amministrato dal capitolo sotto il vicariato apostolico dei canonici maestro Enrico e Stefano da Voltaggio. Si attuò in tale modo la disposizione del 2 giugno 1275 con la quale papa Gregorio X, a sostegno della parte guelfa genovese estromessa dal governo della città, aveva vietato ai Capitani del Comune e al clero locale di procedere, secondo l’antica consuetudine, all’elezione del nuovo arcivescovo, avocata alla Santa Sede. L’Arimondi fece l’ingresso solenne nella diocesi il 6 settembre 1276, dopo la conclusione della pace del 18 luglio di quell’anno tra il Comune, i fuorusciti guelfi e Carlo I d’Angiò. Secondo gli Annali genovesi non riuscì gradito né al governo della Repubblica né al popolo: probabilmente non tanto per la condotta personale, quanto perché egli apparve come il rappresentante di quell’accentramento della gerarchia episcopale con cui la Curia romana veniva a sottrarre all’autonomia cittadina una delle posizioni di maggior prestigio e più strettamente legate al gioco politico locale. Non è noto il suo atteggiamento nel conflitto tosto risorto tra il Comune e la parte guelfa e che portò nel 1278 il vescovo di Forlì, delegato papale nella vertenza, a lanciare l’interdetto sulla città. Comunque, non è improbabile un suo progressivo avvicinamento alle esigenze del governo in carica e dei concreti interessi della vita cittadina. Nel 1281 proprio dall’archivio capitolare l’annalista Iacopo D’Oria trasse un dimenticato privilegio di papa Innocenzo IV che vietava la sanzione della scomunica sulla città di Genova senza espressa licenza del pontefice: ciò che permise ai Genovesi di dichiarare la nullità del divieto di celebrazione dei divini uffici, promulgato dal legato del pontefice Niccolò III. Nella pratica dell’attività pastorale dell’Arimondi si segnalano la concessione dell’indulgenza di quaranta giorni, accordata il 15 giugno 1277 a tutti i fedeli che visitassero la chiesa di San Giovanni della Palmaria, di fronte al castrum vetus di Portovenere, nel giorno della festa del santo e nell’ottava; l’azione arbitrale svolta nel 1278-1281 in questione vertente tra i frati predicatori, i frati minori, i canonici della Cattedrale ed i canonici di Santa Maria delle Vigne per alcuni diritti parrocchiali; l’approvazione, nel 1278, dei nuovi statuti del capitolo di San Lorenzo; la concessione, il 28 maggio 1279, al vescovo suffraganeo di Albenga della facoltà di alienare i diritti della mensa vescovile sulla parte ad essa spettante nei beni degli uomini di Toirano e di Restagno che morissero senza legittimi discendenti; l’approvazione, nel 1281, dei capitoli dei canonici di San Nazaro di Palazzolo; l’intervento, per delega papale del 25 settembre 1281, in questioni mosse dal priore di Paverano; la consacrazione, per delega papale del 22 febbraio 1284, del nuovo abate di San Gaudenzio di Cossano, nella diocesi di Alba; l’intervento, per delega papale del 23 luglio 1285, nella causa vertente tra il Comune genovese e i conti di Lavagna. Estraneo alla tradizione locale, l’Arimondi ispirò il proprio operato alla concezione autocratica della dignità episcopale, di cui sono evidente espressione i ripetuti contrasti con il capitolo della Cattedrale, ed esterna manifestazione le cure particolari dedicate all’apparato della sede arcivescovile. Fece ampliare l’antico palazzo della curia entro le mura cittadine, costruì una nuova residenza a Molazzana, condusse a termine l’edificio cominciato dal predecessore Gualtiero in Sanremo, dove l’episcopato genovese possedeva beni cospicui. Aspirò alla dignità cardinalizia, recandosi a tale scopo, seppure inutilmente, a Roma nel 1286. Al ritorno a Genova per la via di Parma, fu assalito da grave infermità. Proseguì ugualmente il viaggio e morì in Genova, lasciando un cospicuo legato al capitolo della Cattedrale.
FONTI E BIBL.: A. Ferretto, Codice diplomatico delle relazioni fra la Liguria, la Toscana e la Lunigiana ai tempi di Dante (1265-1321), in Atti della Società ligure di storia patria, XXXI, I, Roma, 1901, 224 e 2, 1903, 35, 157, 172, 195, 229, 269, 309, 316, 339, 388; Annali genovesi di Caffaro e de’ suoi continuatori, IV, a cura di C. Imperiale di Sant’Angelo, Roma, 1926, in Fonti per la storia d’Italia, XIV, 176 s.; Iacopo da Varagine e la sua cronaca di Genova dalle origini al MCCXCVII, a cura di G. Monleone, II, Roma, 1941, in Fonti per la storia d’Italia, LXXXV, 395 s.; D. Puncuh, Liber privilegiorum Ecclesiae Ianuensis, Alessandria, 1962, passim; G.B. Semeria, Secoli cristiani della Liguria, I, Torino 1843, 90 s; G. Pistarino, in Dizionario biografico degli Italiani, IV, 1962, 158.

ARIMONDI GUGLIELMO
-Bologna 11 febbraio 1357
Figlio di Girardino. Nel 1326, in Trevigi, fu Vicario del podestà Azzo de’ Confalonieri da Brescia. Nel 1339, in compagnia di Azzo da Correggio e di Guglielmo da Pastrengo, fu inviato da Mastino della Scala alla Corte pontificia di Avignone, onde fare le sue difese. Nell’avvocatura guadagnò tanta fama, che fu chiamato al servizio di Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano, presso il quale egli effettivamente si recò, fissando domicilio in Milano colla propria moglie Elisabettina, figlia di Bernardo Boselli di Parma. Avendo frattanto il detto arcivescovo, coi suoi nipoti Matteo, Bernabò e Galeazzo, esteso con la forza il suo dominio in Bologna, con ciò suscitando lo sdegno di papa Clemente VI, dopo varie vicende, Giovanni Visconti si risolse nel 1352 di restituire al Papa la città di Bologna. Delegò allora suoi nunzi e procuratori l’Arimondi e Giovanni da Selva da Sanminiato, suo cancelliere, i quali, recatisi nel settembre 1352 a Bologna, diedero effetto alla volontà del loro Signore. Furono poi inviati ad Avignone per fare, a nome dell’Arcivescovo, le scuse al Papa. Ma poco dopo, morti il Pontefice e l’arcivescovo Giovanni Visconti, avvenne che Giovanni da Oleggio, capitano dei Visconti, assoggettò nuovamente e in modo personale Bologna. Bernabò Visconti, volendo recuperarla, finse di stringere amicizia nel 1356 con Giovanni da Oleggio, tanto che riuscì a farvi accettare come Podestà l’Arimondi, ben ammaestrato dal Visconti. L’Arimondi, cominciata la sua pretura e preso come suo collaterale Giovanni de’ Zamorei da Parma, si diede ad introdurre in Bologna a poco a poco numerose persone fedeli a Bernabò Visconti. Ma Giovanni da Oleggio si accorse che era ormai imminente lo scoppio di una congiura per privarlo del suo dominio. Senza attendere più oltre, fatto imprigionare l’Arimondi, ordinò poi che fosse decapitato assieme ai principali congiurati, tra i quali Arrigo, figlio di Castruccio, Signore di Lucca. Bernabò Visconti pianse la perdita dell’Arimondi, e alla vedova Elisabetta Boselli spedì il seguente privilegio: Nos Bernabos Vicecomes Volentes Domine Ysabetine relicte quondam Domini Guillelmi de Arimondis Legum Doctoris gratiam facere specialem, et precìpue attentis meritis et fidelitatis obsequiis nobis per dictum quondam Dominum Guillelmum impensis, eandem Dominam Ysabetinam pro se et ejus bonis, ab omnibus et singulis fodris, taleis, collectis, et oneribus Communis nostri Parme ex nunc usque ad nostre voluntatis beneplacitum liberam reddimus et immunem. Mandantes universis, et singulis Potestatibus, Capitaneis, Vicariis, Rectoribus, et Officialibus nostris, et Communis nostri Parme presentibus et futuris, quatenus eandem Dominam Ysabetinam pro predictis, vel occasione predictorum de cetero nullo modo molestare, vel inquietare presumat, sed eam faciant de quibuscumque libris, et actis Communis nostri Parme, in quibus dicta occasione reperiretur fore descripta libere cancellari. In quorum testimonium presentes fieri jussimus, et registrari, nostrique sigilli munimine roborari. Dat Parme MCCCLVII die XVII Februari.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati, II, 1789, 52-56; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 50-51.

ARIOLI CARLO
Parma 1829/1831
Già scopatore della Casa ducale di Parma, partecipò attivamente ai moti del 1831 in Parma. Fu indagato, con la seguente motivazione: Questi appartenne già alla casa di S.M. ed essendone stato allontanato per delitto di furto cercava occasione di sfogare la sua rabbia durante la rivolta. Per furto di denaro commesso nella casa ducale fu condannato alla reclusione, escì di carcere in Luglio 1829 e venne precettato. Ora fa il domestico. È notorio che in tempo della rivolta fece assai clamore, ma esso non figura nell’Elenco degli Inquisiti.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 137.

ARISI ENRICO
Parma 10 luglio 1839-Roma 9 dicembre 1883
Avvocato, soldato nell’esercito cisalpino, fu con Garibaldi nel 1859, nel 1866 e nel 1867. Fu direttore de Il Presente e di Epoca sostenendo con la parola e con la penna la necessità dei miglioramenti di vita delle classi più umili. Ricoprì più volte la carica di consigliere comunale di Parma e quella di consigliere provinciale. Su posizioni progressiste vicine alla Sinistra di Cairoli e Depretis, fu eletto deputato nel 1878 per il Collegio di Casalmaggiore. Riottenne il mandato nel 1882 come candidato del Collegio di Parma.
FONTI E BIBL.: Una sua biografia è nel numero del 10 dicembre 1883 de Il Presente; cfr. anche A. Malatesta, Ministri, deputati, vol. I, 56; M. Giuffredi, Dopo il Risorgimento, ad indicem; T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 118; S. Sapuppo Zanghi, La XV legislatura italiana, Roma, 1884; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 43; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 68; Aurea Parma 1 1992, 22.

ARISI GIORGIO
Mezzani 1944-Sorbolo 12 marzo 1995
Laureato in scienze biologiche nel 1969 presso l’Università di Parma, e vincitore nello stesso anno di una borsa di studio all’Istituto di Fisiologia Generale della Facoltà di Scienze, l’Arisi iniziò la sua attività didattica e di ricerca già dal 1970 per poi assumere nel 1983 l’incarico di professore associato di Elettrofisiologia presso il Dipartimento di Biologia e Fisiologia Generali della Facoltà di scienze. Docente universitario ma anche e soprattutto studioso, l’Arisi condusse importanti ricerche riguardanti l’attività elettrica cardiaca ed i campi elettrici generati dal cuore, conseguendo prestigiosi riconoscimenti a livello internazionale. Partecipò in prima persona alla messa a punto di un brevetto di catetere cardiaco progettato interamente presso il Dipertimento di Biologia e Fisiologia Generali dell’Università di Parma e poi venduto ad una ditta americana, ed ottenne diverse pubblicazioni dei suoi articoli scientifici sulla prestigiosa Circulation, la rivista ufficiale dell’American Heart Association, nonché numerosi inviti alle conferenze orgnaizzate negli Stati Uniti dall’EMBS (Società di Ingegneria in Medicina e Biologia).
FONTI E BIBL.: P. Ginepri, in Gazzetta di Parma 13 marzo 1995, 26.

ARISTOFANTE ENONIO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE

ARISTOTELI
Parma 1461
Maestro, architetto ed ingegnere Ducale, che operava in Parma nel 1461.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 52.

ARISTOTELI GIOVANNI
Parma 1538
Valente intagliatore di tarsie e ornati, e scultore in legno del quale rimangono in Parma alcune opere da lui realizzate verso il 1538. Lo Zani gli diede l’epiteto di bravissimo.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; Zani; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 51.

ARISTOTELI GIUSEPPE
Parma 1538
Fu collaboratore del fratello Giovanni, non inferiore a lui di merito come intagliatore di tarsie e ornati e scultore in legno.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 51-52.

ARISTOTILI GIOVANNI, vedi ARISTOTELI GIOVANNI

ARLOTTI ANTONIO
Parma 1443
Calligrafo, figlio di Bartolomeo. Forse era fratello di quel Carlo Arlotto, la vedova del quale, Anna, diede a pigione al Comune di Parma il palazzo ove abitava il fratello del duca Francesco, Bosio Sforza. Dell’Arlotti la Biblioteca Leopoldina Laurenziana di Firenze ha un saggio, descritto nel tomo III, alle coll. 317-318 del Catalogo della stessa. Questo manoscritto è un Lucidario in materia di religione cristiana, scritto in forma di dialogo, indicato col titolo Anonymi Opus in forma dialogi inter Magistrum, et discipulum, in quo rerum, quae ad Christianam Religionem pertinent explanatio fit, cui propterea nomen Luzidarii ab auctore inditum fuit, ma è dettato in volgare. Il Lucidario termina con queste parole: Explicitum finit die lumis ad hora viginti unam die xviii mensis Martii 1443 in domo Domini Alovixio de Maffeis filius condam Domini Marcho de Marcho de Maffeis civis Veronae. Parenti me abbanduna, amixi me sostieni. Amar voio quell’or che me fa beni Non ha honore, ne mai po’ avere, Che perde sua fama per acquistare avere, Che perde pillia nonne iusta cossa, Zacchè la forza, la raxum se possa. Antonius de Arlotis de Parma fillius Condam Bartolamey de Arlotis civis, Parmae scripsit hunc librum. Lo Scarabelli-Zunti nelle sue Memorie di Belle Arti parmigiane nota che l’Arlotti aveva una sorella, Paola, maritata con Genesio de Zandemarias della vicinia della Santissima Trinità, e forse era anche sua parente nel novero di costoro Donella di Pietro de Berthanis, vedova di Bernardo de Arlottis della vicinia di San Michele del Canale, ascritte entrambe tra le primicerie della Congregazione di Maria Vergine eretta nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Pergamena del notaio parmense Pier Giorgio de Ruberiis, 5 ottobre 1459, nell’Archivio della Congregazione di M.V. della Cattedrale di Parma; Pezzana Angelo, Storia di Parma, vol. III, 1852, Avvertimenti, XXX-XXXI; C. Malaspina, Guida di Parma, Grazioli, 1869; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 77.

ARLOTTO ANTONIO, vedi ARLOTTI ANTONIO

ARLUNO BIANCA, vedi PELLEGRINI BIANCA

ARMADA ETTORE
Busseto 1881/1929
Fu per molti anni insegnante di francese presso il Regio Ginnasio di Busseto. Il 5 dicembre 1926 il Consiglio della Biblioteca di Busseto deliberò di affidargli la custodia della Biblioteca, con gli obblighi stabiliti dal Regolamento e con l’incarico di completare, con l’assistenza del Segretario, cataloghi ed inventario. Così l’Armada si mise con zelo a completare l’opera iniziata dal Longhi. L’Armada tenne l’incarico dal novembre 1926 al 13 settembre 1929, giorno in cui diede le dimissioni avendo deciso di trasferirsi con la figlia maestra in Alto Adige. Nei quasi tre anni di suo servizio egli lavorò in biblioteca con intelligenza e con grande zelo. Suo merito principale fu quello di aver completato, oltre allo schedario della sala C, il catalogo per materia.
FONTI E BIBL.: A. Napolitano, Biblioteca di Busseto, 1965, 71 e 75.

ARMANI ARMANDO
Parma 1879-Roma 1 marzo 1970
Generale di squadra aerea, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, fu figura leggendaria di aviatore che contribuì a creare in Italia l’Arma aeronautica e a cui fu dedicato un libro edito dallo Stato. L’Armani fu sempre attratto dal mestiere delle armi. Il padre, alto ufficiale dell’Esercito, agevolò la passione del figlio, che, dopo aver frequentato la scuola militare e l’accademia di Modena, iniziò una brillante carriera, prima negli alpini, poi nei gruppi da bombardamento (biplani trimotori Caproni) dell’Aviazione. Nel 1905 l’Armani si guadagnò la prima ricompensa: una medaglia d’argento al valor civile per un atto di coraggio compiuto mentre prestava soccorso alle popolazioni terremotate di Soriano Calabro. Nel 1912, durante la guerra di Libia, ottenne una medaglia d’argento e una di bronzo al valor militare, poi, dopo un encomio solenne, nel 1916 guadagnò, questa volta come pilota, un’altra medaglia d’argento per un’azione nel Trentino (Levico), e una medaglia di bronzo per la famosa impresa del bombardamento notturno alle navi austriache alla fonda nelle Bocche di Cattaro. L’anno successivo ottenne una promozione sul campo e divenne tenente colonnello, guadagnandosi infine una croce di guerra francese. L’attività dell’Armani nel corso della guerra è ricca di episodi che hanno del leggendario: riparazioni ai motori in fiamme fatte durante il volo, camminando lungo le ali degli enormi triplani in dotazione al suo stormo da bombardamento, atterraggi d’emergenza, missioni eccezionali. In particolare, quella delle Bocche di Cattaro, al comando del suo stormo di bombardieri (su uno dei quali volava, come osservatore, Gabriele d’Annunzio), attraversò di notte il mare per andare ad attaccare una lontana base nemica. Fu il primo volo di guerra compiuto alla luce delle stelle, un’impresa clamorosa che sancì definitivamente l’importanza dell’Aeronautica e cementò l’amicizia fra l’Armani e d’Annunzio. Il poeta infatti tenne con lui una fitta corrispondenza. In una sua lettera c’è persino un accenno a una impresa che da tempo d’Annunzio stava preparando: il volo su Vienna. Al termine della guerra l’Armani (che fu decorato con l’Ordine Militare di Savoja) si dedicò alla riorganizzazione e alla ristrutturazione dell’Aeronautica, che sino ad allora era stata ricettacolo di uomini provenienti da altre armi. L’Armani, diventato generale di squadra aerea e capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, la comandò sino al 1928 quando, di ritorno da una missione, l’aeroplano sul quale volava si schiantò nell’atterraggio incendiandosi. Degli occupanti si salvò lui solo, riportando però gravi ustioni. Da quel momento l’Armani lasciò l’incarico (gli subentrò De Pinedo) e si ritirò a vita privata (aveva appena 49 anni) a Roma.
FONTI E BIBL.: F. Mazzieri, Cittadini illustri: il Generale Armando Armani, in Gazzetta di Parma 4 aprile 1926; D. Scorpioni, Concittadini nostri: il generale Armando Armani, in Gazzetta di Parma 6 agosto 1926; Gazzetta di Parma 2 marzo 1970, 11; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 55; Gazzetta di Parma 9 giugno 1986, 3.

ARMANI EVARISTO
Parma 8 agosto 1816-18 dicembre 1893
Figlio di Paolo e di Amalia Manghi. Laureatosi in ingegneria civile nel 1840 (dopo aver superato il biennio di matematica nel 1837), divenne ben presto uno degli amici e degli emissari più fidati di Giuseppe Mazzini, del quale lasciò in famiglia più di una fotografia con firma autografa. I suoi rapporti col grande pensatore e propugnatore dell’unità italiana divennero tali che non vi fu mazziniano di passaggio per Parma che non facesse capo all’Armani. Dopo la vittoria dei Franco-piemontesi a Magenta del 4 giugno 1859, cominciarono in tutta la valle padana i fermenti politici miranti all’unità d’Italia. A Parma l’8 giugno 1859 la duchessa reggente Luisa Maria di Berry lasciò la città insieme alle truppe austriache, e il Municipio elesse una Commissione di governo coll’incarico di reggere il paese finché vi provvegga il governo del re Vittorio Emanuele II. Tale Commissione era un triumvirato composto dal conte Girolamo Cantelli, dal dottor Pietro Bruni e dall’Armani. Tale organo di governo rimase in carica fino al plebiscito che sancì l’unione di Parma e del suo Ducato al Regno d’Italia, e lasciò un ottimo ricordo per l’onestà, la temperanza, la prudenza e il rigore morale che ne caratterizzarono gli atti, i quali sono contenuti principalmente nei proclami e negli editti conservati negli archivi e nei musei cittadini. Lasciato l’incarico di governo, l’Armani continuò i suoi contatti con Giuseppe Mazzini, e quando nel 1872 questi morì a Pisa, in casa Rosselli, l’onore di pronunciare alla stazione di Parma (allora non esisteva la linea ferroviaria diretta tra Pisa e Genova, e occorreva passare per Parma) l’orazione funebre presente la salma dell’illustre scomparso fu affidata all’Armani, il quale vi provvide alle quattro del mattino del 15 marzo 1872. Il discorso, pieno di nobili concetti espressi con l’alata retorica del tempo, è conservato tra le carte di famiglia.
FONTI E BIBL.: Cenno Necrologico, in Corriere di Parma 23 dicembre 1893, n. 351; Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 32; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 69; Gazzetta di Parma 9 giugno 1986, 3.

ARMANI MARCO
1785-Giarola 1858
Sacerdote, curato della parrocchia di Giarola dal 1823 al 1858. Compilò per molti anni lo Status Animarum di quella parrocchia, dall’ultimo dei quali, datato 1858, si rileva che Giarola aveva 217 abitanti.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 11 gennaio 1960, 3.

ARMANINI BENEDETTO
Salsomaggiore 10 marzo 1743-Piacenza 25 maggio 1815
Frate cappuccino. Fu Vicario per oltre vent’anni, religioso esemplare, predicatore e confessore attivissimo, per più anni direttore spirituale delle scuole di Borgo San Donnino e per dieci anni cappellano delle Carceri di Piacenza. Compì la vestizione a Guastalla il 29 luglio 1764 e la professione di fede il 29 luglio 1765, assumendo il nome di Venanzio. Fu sepolto nella chiesa dei Cappuccini, e l’ufficio fu cantato dai soli cappuccini ancora in abito da preti secolari.
FONTI E BIBL.: Registro Convento Piacenza, II, 119, n. 577; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 319.

ARMANNO
Berceto 1248
Fu scrittore del Papa e arciprete della Pieve di Berceto. Di lui tratta un documento dell’Archivio Vaticano, dato in Lione il giorno 10 gennaio dell’anno quinto (1248) di papa Innocenzo IV. In esso si dice che, volendo il Papa premiare il diletto figlio Maestro Armanno, canonico della Chiesa di Berceto e suo scrittore o segretario, il quale da lungo tempo si studiò con ogni cura di compiere il di lui volere, ordina a Maestro Giovanni de’ Bossio, Canonico Parmense, di provvederlo di una prebenda canonicale vacante in una delle Chiese della Città di Parma, esclusa la Cattedrale.
FONTI E BIBL.: Archivio Vaticano: Regesta Vat. Innocenzo IV, Vol. 21, po. 545, n. 981; G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927,

ARMANO PIETRO
Parma prima metà del XVII secolo
Pittore quadraturista operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 22.

ARMANZONI ERMES
San Secondo Parmense 11 gennaio 1916-San Secondo Parmense 23 agosto 1980
Figlio di un suonatore di banda, fu avviato dal padre allo studio della musica e si diplomò in oboe come alunno interno del Conservatorio di Parma nel 1939. Prima di dedicarsi alla professione di orchestrale, insegnò musica e canto nelle scuole professionali del paese natale. Per molti anni suonò come I oboe nell’orchestra sinfonica della Radio di Torino, in quella del Teatro Comunale di Bologna, e partecipò a diciannove stagioni all’Arena di Verona. Lavorò anche all’estero: Il Cairo, Johannesburg, Detroit, Boston, Buenos Aires e in Canada. Al termine della carriera, si ritirò nel paese natale, dove fu nominato consigliere comunale del Partito Socialista Italiano.
FONTI E BIBL.: San Secondo, 1982, 59; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ARMANZONI VITALE
San Secondo 1832-post 1864
Falegname. Nel 1864 fu schedato dal Ministero dell’Interno perché attivista repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 25.

ARMAROLI, vedi OMATI

ARMELLINI FELICE
Parma-Parma 8 agosto 1783
Il 14 marzo 1759 fu assunto come accordatore dei cembali della Corte ducale con un soldo di 1800 lire all’anno, mentre il 23 luglio 1768 venne accordata l’annua pensione di 584 lire all’accordatore dei reali cembali (Archivio Storico di Parma, Decreti e Rescritti). Fu anche cembalaro e nel 1769 venne retribuito per aver fornito a nolo gli strumenti ai virtuosi scritturati per le nozze ducali. Nel 1777 lavorava con lui Gaetano Armellini. Dal 1783 fu l’accordatore dell’Accademia Filarmonica di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ARMELONGHI LEONZIO
Monticelli d’Ongina 15 ottobre 1827-Ancona 23 giugno 1866
Nato da Francesco, trascorse la giovinezza a Parma dove il padre si era trasferito per ragioni di lavoro. Si laureò nel 1850 a Parma in giurisprudenza ma non fu ammesso nel locale collegio degli avvocati per le sue idee liberali. Partecipò attivamente all’opera di propaganda insurrezionale e unitaria del comitato parmense della Società nazionale (cfr. Epistolario di G. La Farina, a cura di A. Franchi, II, Milano, 1869, 80, 89, 102 e passim) e contribuì in maniera notevole al movimento annessionista parmense del 1859. Con G. Riva, G. Maini e A. Garbarini, l’Armelonghi costituì (1°-2 maggio 1859) la Giunta provvisoria di governo, in nome del Re di Sardegna, per gli Stati parmensi, che scavalcò la Commissione di governo lasciata il 1° maggio dalla duchessa Maria Luigia d’Austria. Quando Maria Luigia si allontanò di nuovo dalla città (8 giugno), il Municipio formò una nuova Commissione di governo, costituita da G. Cantelli, P. Bruni e E. Armani (9-17 giugno 1859). Ma sotto la pressione del comitato della Società nazionale, già il 10 dello stesso mese il municipio di Parma (e l’11 quello di Piacenza) inviò al principe Eugenio di Carignano una commissione per esprimere la volontà d’unione del Ducato col Piemonte e nominò una Commissione provvisoria di governo. Il 17 giugno si insediò, come governatore civile per il Re di Sardegna, D. Pallieri. Quando questi, in conseguenza dell’interpretazione dei patti armistiziali di Villafranca, abbandonò Parma (8 agosto), l’Armelonghi si oppose a costituire un triumvirato col Cantelli e G. Manfredi, per avversione all’orientamento moderato di questo, e accettò, però, la nomina a direttore dell’Interno nel governatorato dello stesso Manfredi (8-18 agosto). La pressione della propaganda annessionista determinò il Manfredi a emanare il noto proclama del 14 agosto (redatto dall’Armelonghi), che proponeva di unire le provincie Parmensi alle altre contrade dell’Italia Centrale, per cooperare a forze unite e con efficacia maggiore, alla vittoria del gran principio del Diritto Nazionale. Il Farini, dittatore delle province modenesi, accettò il 18 agosto anche la dittatura degli Stati parmensi (l’Armelonghi fece parte della commissione che gli recò la deliberazione) e il 30 agosto deliberò la convocazione, per il 4 settembre, dei collegi elettorali. Il 12 settembre l’Assemblea parmense confermò l’unione del Ducato al Piemonte. Il 30 novembre, fusi i governi di Modena, Parma e Romagne sotto la dittatura del Farini, questi chiamò l’Armelonghi a far parte del ministero, costituito l’8 dicembre, come segretario generale dell’Interno, carica che l’Armelonghi tenne fino alla definitiva annessione al Piemonte (18 marzo 1860). Il 25 marzo 1860 l’Armelonghi fu eletto deputato nel collegio di Carpaneto (VII legislatura), ed entrò in ballottaggio col Manfredi per il collegio di Monticelli d’Ongina. L’attività parlamentare dell’Armelonghi si chiuse con questa legislatura. Entrato nella magistratura, percorse una rapida e brillante carriera. Nel 1862 pubblicò una acuta relazione Sull’amministrazione della giustizia nelle Marche e nell’Umbria (Ancona, 1862). Sposò Giovannina Baratta, nota artista della danza, che lasciò, dopo il matrimonio, le scene. Quando l’Armelonghi morì ad Ancona, era sostituto procuratore generale di quella Corte d’appello.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, sezione IV, Governo Provvisorio, serie Moti Politici, busta 35, anno 1859; Roma, Museo Centrale del Risorgimento, buste CLII n. 65 e CLV n. 52; A. Calani, Il Parlamento del regno d’Italia, Milano, s.d. (ma 1860), I, 41 s.; E. Casa, Parma da Maria Luigia a Vittorio Emanuele II, Parma, 1901, passim; S. Fermi-E. Ottolenghi, G. Manfredi patriota e magistrato piacentino, Piacenza, 1927, 47, 59, 88-90 e passim; S. Fermi, Un magistrato e patriota monticellese: Leonzio Armelonghi, in Bollettino Storico Piacentino, XXXVI 1941, 3-16. Per gli avvenimenti parmensi, oltre i citati E. Casa e S. Fermi-E. Ottolenghi (alla cui bibliografia si aggiunga E. Nasalli Rocca, Bibliografia del Risorgimento piacentino, in La Strenna dell’anno XV, Piacenza, s.d. ma 1937, 86), cfr. Le Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911, I, 427 ss. e 641 ss., e D. Demarco, Le Assemblee Nazionali e l’idea di Costituente alla dimane del 1859, Firenze, s.d. (ma 1947), 43 ss.; Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 46; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 31; M. Barsali, in Dizionario biografico degli Italiani, IV, 1962, 237-238.

ARMONIDE ELIDEO, vedi MAZZA ANGELO

ARNUZIO GIOVANNI LUCINO
Parma 1510
Giureconsulto attivo in Parma nell’anno 1510.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 62.

AROLA GIOVANNI FRANCESCO
Parma 1603/1606
Fece parte della Compagnia dei violini in Parma dal 1603 al 1606.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

AROLDI GIROLAMO, vedi ARALDI GIROLAMO

ARPI GIAMMARTINO
Parma 1447/1468
Notaio. Secondo una vecchia matricola già posseduta dall’Affò, rogò dall’anno 1447 al 1468. Si sa dal Da Erba che egli scrisse la Storia di Parma in lingua volgare dall’anno 1038 fino al 1447, compendiando a proprio uso quanto era stato prima raccolto da altri. Poi continuò in latino una Cronaca dal 1447 al 1468. Tali cose furono note al Morigia, scrittore milanese, il quale, parlando di Giovanni Arcimboldi, asserì che Giovanni Martino Arpi Notajo et Historico parmigiano afferma, ch’egli abitava nella Parrochia di San Stefano. Senza dubbio l’Arpi è il Notajo che si diede a scrivere Istorie, di cui l’Angeli fa menzione. Nessuno dei suoi scritti si è conservato.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 26-27; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/2, 1827, 328-329; Negri, Biografia Universale, 1844, 52.

ARPI GIOVANNI MARTINO, vedi ARPI GIAMMARTINO

ARPO DA BENECETO
Beneceto 1080
Canonico della Cattedrale di Parma nel 1080, fu anche Maestro della Scuola.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 63.

ARQUATI ALBERTO
Corcagnano 1922-Parma 2 luglio 1998
Figlio di un bracciante antifascista. Nel 1940 prestò servizio militare all’aeroporto di Bresso, dove si costruivano i caccia Macchi. Proprio durante il servizio militare conobbe un gruppo di clandestini antifascisti. Dopo l’8 settembre 1943 iniziò la sua attività di collaborazione con i partigiani. Catturato dai Tedeschi, subì decine di interrogatori, venne torturato e finì nel carcere di San Francesco a Parma. Una volta liberato, nel 1945 si unì ai partigiani del distaccamento Cervi e combatté a Castrignano. Alla conclusione del conflitto riprese il lavoro di bracciante, impegnandosi come attivista del sindacato e partecipando a scioperi durante gli anni caldi del lodo De Gasperi. Dal 1946 entrò nella segreteria del Partito Comunista Italiano della sezione di Corcagnano e nel direttivo della Camera del lavoro di Vigatto. Col passare del tempo, le lotte sindacali lo videro sempre più in prima linea. Nel 1953 l’Arquati venne eletto delegato al congresso confederale di Parma. Dal 1957 al 1961 diresse la Camera del lavoro di Fidenza, poi passò alla Confederazione Generale Italiana del Lavoro a Parma. Alla fine degli anni Settanta andò in pensione.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 luglio 1998, 9.

ARQUATI GIOVANNI AGOSTINO
Busseto 27 agosto 1767-Busseto 21 settembre 1841
Figlio di Clemente. Promosso alla prima tonsura nel 1783, fu investito del beneficio ecclesiastico sotto il titolo dello Spirito Santo, eretto nell’oratorio di San Giuseppe di Cortemaggiore, per la morte del suo ultimo rettore, Mosè Arquati. Nel 1788 fece domanda di ricevere la prebenda di nomina reale, fondata da Rolando il Magnifico ed eretta da papa Eugenio IV il 7 luglio 1436. Il vescovo di Borgo San Donnino così lo presentò al ministro Cesare Ventura: il Chierico Gian Agostino Arquati di tutta saviezza che ha l’abilità del suono dell’organo più di idea che di intelligenza, corto di vista, di voce affatto esile con poco orecchio, e che essendo nato il 27 agosto 1767, non avendo che incominciati li anni 22 non potrebbe ne anche con Breve essere promosso al Sacerdozio intra annum. Possiede un Benefizio di buona rendita in Cortemaggiore diocesi di Piacenza, ed è Figlio unico di Padre assai commodo e che vive d’entrate. Vari erano i concorrenti al detto chiericato ma il ministro il 28 novembre 1788 scrisse al vescovo di Borgo San Donnino che la prebenda era stata conferita all’Arquati. Nella Nomenclatura del Clero di Busseto del 1806, il ruolo dell’Arquati è quello di organista. L’Arquati, ricco e figlio unico, visse sempre a Busseto e non vi esercitò mai attività pastorale o di coro: si dedicò unicamente alla musica. Per una sua maggiore libertà, ottenne il 29 marzo 1819 da papa Pio VII un rescritto apostolico per poter celebrare la messa un’ora avanti l’aurora o un’ora dopo il mezzogiorno. Nella lite scoppiata a Busseto per la successione al posto di organista di Provesi, l’Arquati non poté schierarsi che a favore del prevosto Ballarini. Il podestà di Busseto, Antonio Accarini, in tale circostanza, il primo marzo 1835 scrisse al commissario di Borgo San Donnino che il prevosto di Busseto dopo la morte di Provesi voleva servirsi come organista non di un suo allievo ma dell’Arquati. Dell’Arquati è rimasto un ritratto a olio: dal volto nervoso e volitivo, è raffigurato come un musicista perché regge con la mano destra un manoscritto musicale di Joseph Haydn, accanto ha lo stemma di famiglia, formato da una torre o arco, sormontata dall’aquila pallavicina. Il ritratto porta nel retro la seguente scritta: Johannes Augustinus Arquatius Domo Buxeto Sacerdos Unus de Clementis Sobole Qui Superest Natus LVI Effigiem Suam Paullo Tussio Placentia Heic Delineandam Pingendamque Tribuit MDCCCXXV. Alcuni fogli di musica dell’archivio dell’Arquati sono rimasti perché sono stati incollati dietro una grande incisione della Deposizione di Rubens, incisa da E. Rango. Si tratta di musica di Meyerbeer, che aveva soggiornato in Italia dal 1816 al 1824, e di una Suonata a quattro mani del Maestro Giuseppe Haijdn. La musica di tali compositori venne data al teatro di Busseto nelle accadamie organizzate dai filarmonici negli anni 1834 e 1838. L’Arquati insegnò musica: ciò risulta da un suo manoscritto, le cui note sono tutte numerate per uso didattico. Alcuni fogli sembrano scritti da Giuseppe Verdi. Questi, infatti, non frequentò subito la scuola di Provesi, ma solo dopo alcuni anni di ginnasio. È possibile che dopo il 1823 Verdi prendesse alcune lezioni di musica dall’Arquati, già organista della collegiata. Del resto, Verdi fu amico dell’Arquati: a volte, arrivando a Borgo San Donnino, passava da Bastelli per recarsi a Castione nel palazzo degli Arquati, a salutare l’Arquati che vi trascorreva l’estate.
FONTI E BIBL.: A. Aimi-A. Leandri, Giuseppe Verdi il nipote dell’oste, 1998, 158-160.

ARRIGHINO DA PARMA
Parma 1477/1479
Dottore in Arti. Secondo i Rotoli (I, 104), l’Arrighino lesse nello Studio di Bologna, negli anni 1477 e 1478-1479, Rettorica e Poesia in campana S. Petri, cioè appena suonata la campana di San Pietro, i cui tocchi indicavano quando al mattino dovevano aver inizio le lezioni.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 5 1929, 6-7.

ARRIGO, vedi ENRICO

ARTA, vedi FERRARI GIACOMO

ARTENGHI LUIGI, vedi ARDENGHI LUIGI

ARTIOLI DELFO
San Prospero di Modena 2 marzo 1913-Parma 13 giugno 1993
Si laureò in Medicina Veterinaria all’Università di Bologna con il massimo dei voti e la lode. Già assistente dell’Istituto Vaccinogeno dell’Asmara, fu richiamato alle armi, e, fatto prigioniero dalle truppe inglesi nella battaglia di At-Teclesan (1° aprile 1941), successivamente trasferito in un campo di concentramento in India dove rimase internato fino al 16 maggio 1944, per poi passare come ufficiale veterinario nel laboratorio militare di ricerche di Lahore. Nel giugno 1946, rientrato in patria, approdò all’Ateneo di Parma dove percorse tutta la sua carriera universitaria dapprima come assistente, poi come libero docente e infine come titolare della prima cattedra italiana di Ispezione degli alimenti di origine animale. Ricoprì la carica di preside della facoltà di Medicina Veterinaria ininterrottamente per ventuno anni, dal 1964 al 1985. Per circa vent’anni fece parte del consiglio di amministrazione dell’Ateneo di Parma, del quale fu pure pro-rettore (1972-1974). Per trentasei anni fu direttore dell’Istituto di Ispezione degli Alimenti, uno degli Istituti più qualificati e conosciuti in campo internazionale per il controllo e la tecnologia degli alimenti di origine animale. Fu chiamato più volte come esperto degli alimenti da vari ministeri e fu anche incaricato di missioni all’estero per collaborare al rinnovo di numerosi trattati commerciali riguardanti l’importazione di carni fresche e congelate. Fu consulente del Consiglio superiore di Sanità e socio di varie società scientifiche italiane e straniere. Nel 1968 l’Artioli fu insignito della medaglia d’oro per le benemerenze acquisite nel campo dell’Istruzione superiore. Dal 1969 al 1975 ricoprì pure la presidenza dell’Ordine dei Medici veterinari di Parma. A lui si deve la moderna impostazione e le nuove vedute sulla metodologia e sulle conoscenze riguardanti l’ispezione e il controllo delle derrate alimentari di origine animale. Sotto la sua presidenza sorse la sede della Facoltà di Medicina Veterinaria in Zona Mercati di Parma. La produzione scientifica e tecnica dell’Artioli conta oltre trecento pubblicazioni sotto forma di memorie, lavori sperimentali e relazioni a convegni e congressi, attinenti ai principali settori dell’ispezione, del controllo e delle tecnologie delle derrate alimentari di origine animale. L’Artioli portò contributi originali nel chiarire e comporre le divergenze che si rilevavano tra l’ottica scientifica e quella giuridica, e, nello stesso tempo, per spronare le autorità legislative e governative a dare l’avvio a una moderna codificazione alimentare, per riportare uniformità negli accertamenti e nelle sanzioni penali per la certezza del diritto e per la tutela della salute del consumatore. In tutte le sue ricerche, di valido supporto tecnico-pratico, ha un ruolo preminente il problema della sanità degli alimenti, nonché il rischio della presenza di sostanze o agenti estranei nell’alimento come risultato di manipolazioni o contaminazioni, soprattutto chimiche, aventi potenziali pericolosità per un eventuale loro effetto oncogeno, mutageno, teratogeno e altro che potesse entrare nella tossicologia alimentare. Più volte puntualizzò che la tutela della salute pubblica si realizza solo ed esclusivamente con la ricerca degli specifici organismi o delle loro tossine responsabili di malattie alimentari acute. Alla sua produzione scientifica si deve aggiungere il volume sull’ispezione degli alimenti di origine animale, che rappresentò il libro di testo culturalmente formativo per intere generazioni di professionisti. Per l’Artioli la ricerca aveva senso solo se poteva avere un riflesso pratico e se offriva un beneficio alla comunità. Molte delle sue pubblicazioni rispecchiano la sua personalità di osservatore acuto e intelligente, e hanno anche venature polemiche, in quanto rivolte in contraddittorio a correnti di pensiero diverse dalle sue.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 giugno 1993, 5.

ARTOIS LOUISE MARIE THERESE
Parigi 21 settembre 1819-Venezia 1 febbraio 1864
Figlia del principe Carlo Ferdinando d’Artois duca di Berry, ucciso allorquando ella contava pochi mesi, e di Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone. L’Artois possedette una non comune intelligenza, un equilibrato controllo di mente e di spirito, un’energia quasi virile di volontà e di perseveranza. Vi unì un alto concetto dell’autorità suprema, dove il principio si identificava nella persona e nel comando conciliato, per altro, con il rispetto verso i sudditi. Queste qualità di autentica sovrana furono nondimento temperate da serenità e da benevolenza, assommate a una spiccata tendenza per l’arte, le belle lettere e a una pietà sincera ed elevata. Come suo padre, seppe essere fredda e impavida contro il pericolo, pur possedendo una fede cristiana profonda e assoluta, sviluppata ancor più da una educazione severa e solerte. Fu molto legata alla famiglia, e in particolare al fratello Enrico, duca di Chambord ed erede al trono di Francia secondo il partito dei legittimisti. Sposatasi il 10 novembre 1845 con l’Infante Carlo di Borbone, di quasi quattro anni più giovane e principe ereditario di Parma, conobbe subito le traversie e le delusioni della vita a lei destinata. I Borbone, nella provvisoria sovranità di Lucca (loro concessa fino alla morte della vedova di Napoleone), avevano già dato prova del loro pericoloso disordine di virtù e di vizi. Il matrimonio dell’Artois diede subito luogo ai primi contrasti: lei era ricca e il consorte, al contrario, versava in brutte acque, per cui pretendeva sempre più ampie disponibilità e, quando ne era ostacolato, trascendeva in furibonde sfuriate. Aveva appena conosciuto le gioie di madre con la nascita della figlia Margherita (1847), che già le vicende politiche la travolsero. Il suolo d’Italia cominciava a tremare, tanto che il secondogenito Roberto nacque (1848) in esilio a Firenze. Nell’anno seguente il marito, col nome di Carlo III, prese possesso dello Stato Parmense dopo l’abdicazione del padre. Il Duca, non privo di intelligenza ma presuntuoso despota, manifestò manie militaresche, con capricci d’ogni genere a cui dedicava spese eccessive, esponendosi alle critiche della cittadinanza. L’Artois comprese perfettamente la controproducente situazione, e così si appartò, dedicandosi ai suoi doveri materni e alla beneficienza pubblica. Ma la condotta del Duca giunse al punto che l’Artois decise d’intervenire, sollecitando, con l’appoggio di personalità a lei devote, aiuti stranieri onde indurre il marito ad abdicare, e nel contempo salvargli la vita. Nella circostanza, molto si adoperò l’intima amica e dama di palazzo contessa Isabella Cajmi, poi relegata nelle campagne di Felino. Ma l’intervento fu scoperto e frustrato, creando una maggiore frattura tra i due coniugi: Carlo sospese ogni rapporto men che formale con la moglie, le interdisse qualunque tipo di corrispondenza con la sua famiglia e prese a odiarne il temperamento fermo, riflessivo e duro a piegasi alle offese. L’Artois si rifugiò ancor più nella religione (fu Priora della Compagnia del Sant’Angelo Custode) e nella beneficienza. Ma il 26 marzo 1854 Carlo III fu pugnalato, e in tale tragico frangente (fu l’unico assassinio di un regnante nella storia del Risorgimento) l’Artois si dimostrò veramente coraggiosa, accettando il posto di Reggente e di Duchessa, circondata di ostacoli e di incombenti pericoli. Si liberò degli uomini nefasti che avevano circondato il Duca e si volse verso i clericali sperando di trovarvi lealtà e fedeltà. Coi moti del giugno-luglio 1854, la conseguente azione di forza e di repressione da parte del governo dell’Artois fu definita dura e spietata, e acerbamente condannata. Seguirono alcuni anni di relativa calma. Nella stampa del tempo fiorì una folta letteratura popolaresca piena di sviluppi arbitrari, con espressioni esasperate e romanzesche. L’Artois fu perfino incolpata di avere segretamente partecipato alla morte del marito, mentre in realtà ella si oppose a riaprirne il processo per far dimenticare le passate violenze e per non inasprire gli animi, al fine di assicurare al figlio un avvenire più sereno. Dopo una lettera di devoto ossequio e obbedienza al Pontefice, l’Artois procedette al riordino dello Stato sconquassato, ricostituì l’Università con tutte le facoltà, fece economie di ogni sorta limitando anche i suoi appannaggi, e, con l’aiuto del ministro Lombardini, ridusse il debito pubblico, favorì il sorgere di una banca (la Cassa di Risparmio), di cui Parma era priva, e destinò somme ingenti per opere pubbliche (rimane a testimoniare tali opere, parte della via della Salute nell’Oltretorrente). Sotto il suo governo fu terminata anche la ferrovia Piacenza-Parma. Nel 1855 Parma fu funestata da una terribile epidemia di colera che mieté 8200 vittime, e il governo dell’Artois intervenne con impegno, coadiuvato dagli istituti ecclesiastici, dai pii istituti e da privati. L’Artois curò particolarmente lo sviluppo delle scuole primarie e secondarie, e a questo proposito chiamò a Parma le Figlie della Croce (chiamate Suore di San Carlo), fondate da Giovanna Elisabetta Bichier des Ages nel Berry. Aiutò in ogni modo l’istituto fondato da Maria Adorni, detto del Buon Pastore: un mese dopo la morte del Sovrano, l’Adorni venne ricevuta dall’Artois che ebbe per lei parole di massima comprensione e di stima, assicurandole la cessione dei locali dell’ex convento di San Cristoforo, il che avvenne nel 1856, cessata l’epidemia del colera, la incitò nella sua opera redentrice, l’aiutò finanziariamente e si protestò di onorare l’Istituzione, come Protettrice e Superiora, dopo Maria Santissima. Anche la Scuola de La Salle fu tenuta dall’Artois nella massima stima e considerazione, sicché durante la Reggenza la sua attività e diffusione raggiunsero l’apogeo. Gli istituti diretti dai Fratelli lasalliani divennero tre: oltre la primitiva scuola dell’ex Convento di Sant’Alessandro, fondata da Maria Luigia d’Austria, gestirono una seconda scuola elementare annessa alla Pia Casa di Provvidenza e nel 1854 aprirono, dietro invito dell’Artois, un Convitto, con classi separate dagli allievi esterni, negli stessi locali di Sant’Alessandro. L’Artois richiese due Fratelli lasalliani (Casimiro e Pier Crisologo) quali precettori personali dei figli Roberto ed Enrico, mentre le figlie Margherita e Alice frequentarono l’Istituto del Sacro Cuore. Nel quinquennio della sua Reggenza, l’Artois cercò di restituire pace e prosperità al paese, ma il diffondersi sempre maggiore del sentimento nazionale nel popolo italiano, resero la sua posizione sempre più difficile e precaria. In politica estera cercò invano di assumere un atteggiamento di neutralità e di equidistanza tra Piemonte e Impero Asburgico, allo scopo di salvare il trono, ma fu travolta dagli avvenimenti del 1859. Nel giugno 1859 l’Artois si allontanò per sempre da Parma promulgando un ultimo proclama, nel quale si accomiatò, tra l’altro, con queste parole: Quale sia stato il Governo della mia Reggenza ne invoco a testimoni Voi tutti, abitanti dello Stato e la Storia. Non debbo contraddire ai proclamati voti d’Italia né venir meno alla lealtà. Buone Popolazioni d’ogni Comune dei Ducati, dappertutto e sempre mi rimarrà grata nel cuore la memoria di voi. Si ritirò a Saint Gall ove ritrovò i figli, partiti in precedenza. Le Corti d’Europa ebbero per lei assicurazioni di simpatia e di stima, e così la stampa. Dopo Saint Gall, fissò la sua dimora a Wartegg, sul lago di Costanza, dedicandosi all’educazione dei figli e a opere di pietà. Morì a 45 anni a Venezia, nel palazzo Giustinian Lolin sul Canalgrande, e volle le suore di Parma al suo capezzale. Venne sepolta nel Convento francescano di Castagnevizza, nella tomba già di Carlo X e dei duchi di Angouilême.
FONTI E BIBL.: I. Saint Amand, Les dernieres année de la Duchesse de Berry, Paris, 1891; E. De Riancey, Madame la Duchesse de Parme et le dernieres événèments, Paris, 1859; G. Ferrata-E. Vittorini, La tragica vicenda di Carlo III, Edizioni Mondadori, 1939; Figlie della Croce. Opuscolo pel I Centenario della venuta a Parma, 1951; A. Curti, I moti insurrezionali del 22 luglio 1854 a Parma, Edizioni Luigi Battei, 1904; A. Cavagnari, Parma e il Governo Ducale. Lettera aperta al Conte Benso di Cavour, Parma, Stamperia Nazionale Donati, 1859; Alla Memoria di Luisa Maria di Borbone defunta Duchessa reggente degli Stati Parmensi, Torino, Tipografia P. Martetti, 1864; Rivelazioni politiche o Vox populi Vox Dei, Parma, Tipografia Grazioli, 1859; Un ricordo del Passato e un Pensiero per l’avvenire, Parma, Tipografia del Patriota, 1862; F. Botti, Gli ultimi Borboni a Parma, in Crisopoli 1935, n. 3 e n. 4; Rodolfo della Torre, La coscienza politica in Parma dai Borboni all’Unità, in Crisopoli, 1935, n. 2; L. Gambara, Scuola e Vita. Numero unico per il centenario dell’Istituto De La Salle a Parma 1843-1943, Edizioni Fresching, 1943; R. Simonazzi, La Serva di Dio Anna Maria Adorni, Edizioni Parma, 1939-1940; Almanacchi della Corte Ducale di Parma, anni 1858 e 1859; Proclami murari del 1854 e 1859; Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 50; L. Gambara, in Parma Economica 3 1964, 8-11; F. Clerici, Luisa di Berry Borbone ultima duchessa di Parma, in Gazzetta di Parma 28 maggio 1973, 3; M. Turchi, Luisa Maria di Borbone illuminata e dolorosa, Parma, 1982; P.L. Spaggiari, L’altra donna del Ducato, Parma, 1994; Al Pont ad Mez 1 1994.

ARTUSI CARLO
Parma 1766
Nel 1766 tentò di imitare le maioliche della fabbrica di Nicola Piacentini, ma gli venne imposto dal governo di sospendere la lavorazione. Non si conoscono prodotti che possano con certezza venire assegnati a questo ceramista. Fu acerrimo nemico del Piacentini. Nell’Archivio di Stato di Parma vi è una ricca documentazione che parla della loro lunga disputa giudiziaria: il Piacentini rivendicò il diritto di privativa per ogni sorta di Maiolica più o meno perfetta, e così tanto la Fina, che la inferiore; mentre l’Artusi pretende in primo luogo ristretta la lettera del privilegio alla fabbricazione della Maiolica avente un determinato Calibro di Finezza, esclusa ogni altra specie subalterna d’ineguale Calibro. Lo stesso Piacentini descrisse l’avversario: Il Signor Carlo Artusi siccome ascritto all’Arte da Boccalari non à esercitato in addietro per continuato spazio di molt’anni, che l’esercizio di semplice fabbricatore di terra ignobile e destinata ad usi triviali. Anche se nei documenti ufficiali si parla sempre di maiolica, è certo che l’Artusi producesse mezza-maiolica o bianchetto. Alla fine il Conduttore della Real Fabbrica la spuntò: con decreto del Supremo Consiglio delle Finanze si ordinò all’Artusi di sospendere la fabbricazione delle imitazioni. Dopo la controversia con il Piacentini si perdono le tracce dell’Artusi. Con ogni probabilità egli continuò nella sua vecchia produzione.
FONTI E BIBL.: G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche di maioliche metaur., Pesaro, 1879, vol. II, 242; L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano, 1924; G.M. Urbani De Ghelthof, Note storiche ed artistiche sulla ceramica italiana, in Erculei, Arte ceramica e vetraria, Roma, 1889, 116; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 39; G. Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 58 e 62.

ARTUSI DOMENICO GABRIELE GIOVANNI
Parma 7 luglio 1754-Parma 18 marzo 1830
Nacque da Angelo e Margherita Zanardi. Condiscepolo a Bologna dell’architetto Bettoli, fu anche lui architetto e pittore decoratore. Fu inoltre allievo del Petitot, che per diversi anni gli affidò l’insegnamento dell’architettura elementare. Si aggiudicò il secondo premio per l’architettura nei concorsi del 1778 (progetto per un castello d’acqua) e del 1780 e vinse il primo premio nel concorso del 1781. Poi abbandonò la carriera di architetto per ripresentarsi come candidato: il corpo accademico dei professori di Belle Arti di Parma, nella seduta tenuta il 20 luglio 1816, nominò l’Artusi consigliere con voto e lo confermò al tempo stesso quale Professore di Architettura teorico pratica. Cinque anni dopo l’arciduchessa Maria Luigia d’Austria, con rescritto del 9 febbraio, lo nominò Professore d’Architettura al posto del defunto Donnino Ferrari, di cui era stato aiuto. L’Artusi morì all’età di 75 anni. Il disegno della Porta Santa Maria detta Nuova è d’invenzione dell’Artusi, e sono pure sue le quadrature nella cappella della Beata Vergine di Caravaggio in San Vitale di Parma (1798, rifatte poi da D. Mussi).
FONTI E BIBL.: Donati, Nuova descrizione di Parma, 1824; E. Scarabelli Zunti, Memorie e documenti, mss. nella Palatina di Parma; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 53; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 24; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, 11, 1908, 165 e seg. (Lottici); Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, Appendice 1, 1935, 239; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1970, 118; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 242; Accademia Pamense di Belle Arti, 1979, 71; Aurea Parma 2 1980, 173; A. Musiari, Neoclassicismo senza modelli, 1986, 263.

ARTUSI FRANCESCO
Parma 1800
Fu Conservatore dell’Archivio Pubblico parmense (1800).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, Appendice 1 1935, 239.

ARTUSI ORAZIO
Parma 1800
Sacerdote. Nell’anno 1800 fu Cappellano ducale della Corte di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, Appendice 1 1935, 239.

ARTUSI PAOLO
-Parma 6 maggio 1805
Professore di Teologia morale, fu inoltre parroco della chiesa di San Tommaso Apostolo in Parma. Nell’Archivio di Stato di Parma è ricordato come docente di Teologia morale dal 1787 al 1805. Successe nella cattedra a G.E. Porta, domenicano di gran fama (fondatore del Conservatorio delle Luigine in Parma), che nel 1787 passò alla cattedra di Sacra Scrittura.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi, II, 1856, 498; Vita Nuova 19 gennaio 1952; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

ARTUSO PAOLO
Parma 1602
Sacerdote, fu Rettore di Santo Stefano in Parma e Vice Rettore del Collegio dei Nobili di Parma (1602).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 64.

ARZAGHI ALESSANDRO
Borgo San Donnino-22 giugno 1621
Fu medico degno di menzione.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 31.

ARZAGHI AURELIA RAIMONDA
Borgo San Donnino XVII secolo-Parma
Monaca, morta in concetto di santità.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 31.

ARZAGHI BERNARDINO
Borgo San Donnino XVII secolo
Fu canonico a Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 31.

ARZAGHI FLAMINIO
Bogo San Donnino-8 gennaio 1623
Notaio degno di menzione.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 31.

ARZAGHI POMPEO
Borgo San Donnino-Parma post 1679
Fu governatore di Piacenza, consigliere del Duca di Parma e Auditore civile. Nell’anno 1627 insegnò nello Studio di Parma. Nel 1679 cadde in disgrazia, e di lui si perde ogni traccia.
FONTI E BIBL.: Libro de’ Mandati 1617-1630; Ruolo de’ Provigionati n. 22; F. Rizzi, Professori, 1953, 31.

ARZILLI EGIDIO
Parma 1284
Fu Podestà di Pontremoli nell’anno 1284.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 64.

ARZIO
Parma 490
Fu Vescovo di Parma nell’anno 490.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 64.