ANCEO-ARZIO
ANCEO ANCOLITINO, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO ANTONIO GIUSEPPE
ANDINA EMILIO
1872-Parma 1931
Unitamente al fratello Francesco seppe sviluppare la produzione di materiali laterizi che
i familiari avevano intrapreso fin dal 1872 nella fornace di Bellena di Fontevivo e
successivamente a Bezze di Torrile e a San Leonardo, in Parma. Le fornaci furono impegnate
nella produzione di una vasta gamma di laterizi fatti a mano.
FONTI E BIBL.: A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 25; Cento anni di Associazionismo, 1997,
389.
ANDINA FRANCESCO
Parma 1881
Fu fabbricante di tegole, mattoni, embrici. Espose a Milano nel 1881, e fu premiato con
menzione onorevole.
FONTI E BIBL.: G. Corona, LItalia ceramica, Milano, 1885; Minghetti, Ceramisti,
1939, 24.
ANDOLFATI EUGENIO
Parma-1884
Fu attore comico di buon livello.
FONTI E BIBL.: M. Ferrarini, in Aurea Parma 1 1939, 29.
ANDOLFATI GAETANA, vedi ANDOLFATI GIUSEPPA GAETANA MARIA
ANDOLFATI GIOVANNI
Milano-Parma 1835 c.
Attore. Figlio di Pietro e Anna, fu un famoso tiranno. Ebbe una sua compagnia che,
specialmente nelle commedie goldoniane La moglie saggia, Le tre Zelinde, Pamela nubile,
nella Ottavia e nellAntigone di Alfieri e nel Galeotto Manfredi di Monti, riportò
notevoli successi, anche per il buon talento della moglie Natalina, che fu prima attrice e
poi, sebbene molto giovane, madre nobile, e per il contributo del padre
dellAndolfati, ritornato alle scene nel 1820. La compagnia recitò a lungo a Milano,
al Teatro della Scala, e a Bologna, allArena del Sole e al Teatro del Corso. Le
fortune della compagnia non resistettero però alla passione del gioco che ridusse
lAndolfati in estrema miseria. La compagnia dovette essere sciolta nel 1827 e
lAndolfati, insieme con la moglie, prese a recitare nel complesso di Caterina
Internari. In quello stesso anno Natalina, prostrata dagli stenti, morì di tisi.
LAndolfati, recitò ancora nella compagnia di N. Medoni nel 1834, insieme con la
figlia Annetta.
FONTI E BIBL.: F. Regli, Dizionario biografico, Torino, 1860, 9-10; L. Rasi, I comici
Italiani, Firenze, 1897, I, 41-51 e II, 1034-1036; G. Cosentino, LArena del Sole,
Bologna, 1903, 36-37; B. Croce, I teatri di Napoli, Bari, 1926, 234; G. De Caro, in
Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 56.
ANDOLFATI GIUSEPPA
GAETANA MARIA
Parma 18 agosto 1767-Modena 1830
Figlia di Bartolomeo e di Teresa Bergamini. Di notevole bellezza e talento, fu attrice
assai apprezzata. Recitò sin da bambina facendo le sue prime prove nella compagnia
paterna. Sposata ad Antonio Goldoni, fu prima attrice nella compagnia diretta dal marito,
sotto il cognome del quale fu poi comunemente conosciuta. Sostenne parti di rilievo in
lavori di vario genere, sempre ammiratissima, tanto che Colomberti la definisce sciolta e
scherzevole nella commedia, nobile e sensibile nel dramma, statuaria nel gesto e imponente
declamando la tragedia. Furono celebri le sue interpretazioni della Gabriella di Vergy di
Dormont de Belloy, della Merope di Maffei e di quella di Alfieri, come del resto di altre
eroine alfieriane. Fu anzi nel suo tempo una delle migliori interpreti di Alfieri, di cui
recitò con grande successo, oltre la Merope, la Sofonisba, lOttavia e
lAntigone, ma ottenne i suoi maggiori trionfi nella Semiramide di Voltaire. E anche
quando la compagnia del marito cominciò a presentare di preferenza lavori privi di
qualità artistiche, lAndolfati riuscì a imporsi, come nel Prometeo ossia la
Civilizzazione degli uomini (riduzione di L. Bellotti-Bon di un ballo di Viganò). Dopo la
morte del marito, nel 1818, continuò a dirigere la compagnia, dapprima associandosi il
nipote P. Riva, figlio della sorella Anna, poi, alla morte del Riva, da sola.
FONTI E BIBL.: Bartoli; Colomberti; Rasi e Brunelli; G. Cosentino, LArena del Sole,
Bologna, 1903, 36-37; B.B., in Enciclopedia Spettacolo, I, 1954, 537, e V, 1958, 1425;
Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 56.
ANDOLFATI TERESA, vedi BERGAMINI TERESA
ANDOLFATTI GAETANA, vedi ANDOLFATI GIUSEPPA GAETANA MARIA
ANDREA
Vigatto 1005
Fu Arciprete di Vigatto nellanno 1005.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 35.
ANDREA
Parma 1515
Pittore. In Roma, nel 1515, dipinse per una festa i carri allegorici della Verità e della
Prudenza.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 88.
ANDREA DA PARMA
Parma prima metà dellXI secolo-Strumi 10 marzo 1097 o 1106
Nacque nella prima metà dellXI secolo in località imprecisata a cinque giornate da
Vallombrosa, così che, in seguito a una identificazione della tradizione vallombrosana,
venne chiamato Andrea da Parma, anche se non cè nessuna prova su questa origine. Fu
prete e poi abate di Strumi, unabbazia vallombrosana nel Casentino e per questo
viene identificato dalla tradizione indifferentemente secondo le due località. Non si sa
nulla sulla sua famiglia né sui motivi che lo portarono a Milano, dove fu certamente
vicino ad Arialdo. Dopo il 1066 lasciò la città lombarda, dopo aver partecipato alle
lotte e alle esperienze della pataria e aver collaborato alla ricerca del cadavere di
Arialdo, soffrendo imprigionamenti e persecuzioni. Durante la sua esperienza patarina ebbe
contatto coi chierici e coi monaci che, da Firenze, Giovanni Gualberto inviò per
assicurare al popolo dei fideles, in lotta contro larcivescovo Guido da Velate, un
clero non macchiato da simonia. Probabilmente con uno di loro, Rodolfo, destinato poi a
diventare abate generale dei Vallombrosani, come successore di Gualberto, nel 1066 andò a
Vallombrosa, dove nella nuova famiglia monastica trovò la possibilità di realizzare la
conciliazione delle sue tendenze fondamentali: un desiderio profondo di vita ascetica e
contemplativa e la volontà di agire nella società per la riforma della Chiesa. A
Vallombrosa, ove visse lesperienza del prodigioso espandersi della nuova comunità,
lAndrea scrisse intorno al 1075, per incarico forse di Rodolfo, la biografia di
Arialdo, lopera più caratteristica della sua personalità. Da due anni era morto il
Gualberto, che probabilmente lAndrea conobbe di persona, anche se non ne fa mai
cenno esplicitamente. LAndrea come abate di Strumi viene ricordato per la prima
volta lanno 1085 e per lultima l8 giugno 1100 (Davidsohn, Forschungen,
I, p. 69). Egli morì certamente prima del gennaio 1106, quando abate di Strumi viene
ricordato un Angelo. Del suo governo abbaziale si ricorda solo, nella tradizione
vallombrosana, un suo intervento per pacificare Enrico IV con i fiorentini. Intorno al
1092 compose la Vita Gualberti, laltra biografia che, insieme con quella di Arialdo,
costituisce lopera letteraria da lui tramandata. Luomo appare attraverso lo
scrittore ed è vano ridurre la figura dellAndrea a quella di un fanatico, in cui la
passione di parte e lo zelo del combattimento rasentano la follia. Nella temperie così
singolare della lotta popolare e monastica per la riforma religiosa, le opere
dellAndrea hanno un loro vigore e una loro dignità, anche letteraria, e
costituiscono inoltre una testimonianza preziosa sugli avvenimenti e sullo spirito dei
tempi. Più vivace e appassionata è la prima, dove leco dei combattimenti è ancora
vicino e dove le folle contrapposte dei fideles e dei simoniaci sono le vere protagoniste
intorno alle grandi e forti figure di Arialdo, di Landolfo e di Erlembaldo. Passioni di
parte ed entusiasmo religioso, profonda commozione per la nuova esperienza di
unazione liturgica scevra da macchie e contaminazioni con i simoniaci (basta pensare
alla descrizione della vita religiosa nella canonica milanese e alle processioni
salmodianti guidate da Arialdo), si accompagnano a un senso forte e crudo della realtà,
degli interessi, anche economici, delle parti contrapposte. Pagine come la descrizione
della spedizione notturna dei chierici simoniaci e dei loro sostenitori contro la chiesa e
i beni di Arialdo, con un senso così preciso delle coltivazioni e delle cose che essi
volevano distruggere o come quelle che rappresentano le scene della vita familiare di
Arialdo giovane nella casa di campagna, fervide di opere domestiche e di serietà
religiosa, sono pitture di costume non frequenti nella letteratura agiografica medievale.
Un vigore particolare hanno le rappresentazioni degli effetti della predicazione degli
uomini della pataria e le mosse collettive delle folle delluna e dellaltra
parte. I dialoghi immaginati tra gli eretici e i fedeli, pur negli schemi di periodo
coordinati secondo certi modelli evangelici, danno veramente il senso di una vita intensa,
dove la passione religiosa arriva a fondere e a trasformare gli impulsi rozzi e violenti
delle parti in lotta. Da un lato tutti i buoni, Arialdo e i suoi, dallaltro tutti i
cattivi, larcivescovo e i suoi chierici, ma nellurto non mancano sfumature e
colori che danno il senso della lotta e della vita, come quando lAndrea descrive la
divisione profonda nella città e nelle singole famiglie. Alcune scene, poi, hanno un
rilievo pittorico veramente notevole, come lassalto a Landolfo, il movimento degli
uomini intorno a Erlembaldo, la ricerca affannosa di Arialdo e la miracolosa esaltazione
del suo corpo martirizzato. Nella vita di Giovanni Gualberto, più che la folla, domina la
figura del santo, nella sua vita ascetica e nella lotta per la costruzione della sua
spiritualità. È un carattere violento e duro, come forse fu lAndrea, ricco di
passione e di forza, quello che viene rappresentato, prima nellambiente di San
Miniato, poi nella ricerca di una nuova forma di esperienza ascetica e spirituale nella
solitudine di Vallombrosa. Cè anche un intento polemico contro le degenerazioni
naturali dellordine dalla purezza primitiva, per esaltare nel fondatore, insieme,
lestremo rigore e la grande libertà nei riguardi di coloro che gli stavano vicino.
La forza drammatica del racconto è naturalmente meno vivace che nella vita di Arialdo e
molti sono i quadretti frammentari e gli episodi staccati, anche se nella Vita Gualberti
ha trovato posto quella mirabile lettera di Pietro Igneo sulla prova del fuoco sostenuta
da un monaco vallombrosano contro il vescovo Pietro di Pavia tacciato di simonia. Questa
lettera non è dellAndrea, ma cè qualche cosa in quel racconto della pataria
fiorentina che richiama le pagine migliori della biografia di Arialdo. Molto del tono più
calmo e più disteso della seconda vita rispetto alla prima si deve certamente ai quasi
ventanni che separano le due opere nel tempo e anche allatmosfera più distesa
per laffermazione più piena degli ideali di riforma. Se cè polemica, è
contro coloro che in qualche modo sembrano voler offuscare lideale della purezza
primitiva. Comuni però nei due testi sono non solo il fervore e lentusiasmo
religioso, ma il senso della realtà. Se nella vita di Arialdo cè il senso della
campagna lombarda e della vita milanese, in quella di Gualberto cè una diffusa e
quasi compiaciuta attenzione per gli aspetti più caratteristici di un mondo dove ci sono
feudali e popolani, preti e rustici, ma soprattutto pastori e animali nelle solitudini e
nei grandi spazi delle foreste appenniniche. Ed è veramente da stupirsi che il Baethgen
abbia operato dei tagli in alcuni dei più caratteristici e pittoreschi squarci di questa
vita quotidiana, il cui gusto non è certo sempre così vivo nei documenti del secolo. In
conclusione, lAndrea resta come storico, come patarino, come monaco uno degli
interpreti più vivi e interessanti del suo tempo. Le sue opere ebbero le seguenti
edizioni:Vita Sancti Iohannis Gualberti, in Acta Sanctorum Iulii, III, Antverpiae, 1723,
343-365 (integrale); altra edizione in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XXX, 2, a cura
di F. Baethgen, Lipsiae, 1935, 1080-1104 (incompleta); Vita Sancti Arialdi, in Monumenta
Germ. Hist., Scriptores, XXX, 2, a cura di F. Baethgen, 1047-1075.
FONTI E BIBL.: R. Davidsohn, Forschungen zur Geschichte von Florenz, I, Berlin 1896, 69;
R. Morghen, Gregorio VII, Torino, 1942, 127; C. Violante, La pataria milanese e la riforma
ecclesiastica, I, Roma, 1955, passim (cfr. Indice); R. Davidsohn, Storia di Firenze, I,
Firenze, 1956, 337, 340, 342, 356, 360, 362, 364; G. Miccoli, Pietro Igneo, Roma, 1960,
cfr. Indice dei nomi; Dictionnaire dHistoire et de Géographie Ecclésiastique, II,
col. 1716; P. Lamma, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 110.
ANDREA DA PARMA
Parma 1370/1373
Pittore. Da un Registro di spese del Venerabile Consorzio della Cattedrale di Parma per
gli anni 1370 e seguenti, sotto lanno 1373 si trova notato in fine quanto segue:
Capitulum danariorum expens. pro petro de Marzolaria. Item Andree depictori consul sold.
j, d. vj pagati a lui per collette qui in Parma dove sembra abitasse nella parrocchia di
San Paolo. E sotto lanno 1370 si trovano notate queste altre partite: Item dactis in
una cruce de ramo dexurata cum fusto, s. xiij, d. vj. Item dactis causa atandi tabulam
clericorum s. vj. Item dactis dop.no Nicolao qui scripsit dictam tabulam s. ij, d. v. Item
in duabus crucibus parvis argenteis cum aliquibus reliquiis et aliquibus lapidibus. Lib.
viij, s. xviij.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911,
58.
ANDREA DA PARMA
Parma seconda metà del XV secolo
Tipografo attivo a Venezia nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Stampa,1969, 245.
ANDREA DA PARMA
Parma 1470/1508
Frate francescano, fu uomo assai dotto e letterato, indicato a volte col nome di
Bernardino. Fu eletto Guardiano del Monte Sion e custude di Terra Santa nel Capitolo
tenutosi in Aquila nel 1472. Mentre attendeva al disimpegno del grave e delicato ufficio,
un ordine del governatore di Gerusalemme gli impose di pagare una tassa di cinquecento
zecchini. Non potendo soddisfare quanto gli era stato intimato, venne senza riguardi
trascinato alle carceri e brutalmente bastonato. Il Sultano Katibai, grande amico dei
Francescani dai quali era stato soccorso e protetto nei giorni della sua cattività,
venuto a conoscenza dellaccaduto, ordinò che il governatore venisse deposto e
strangolato. La pena, per intercessione dei religiosi, fu poi mutata in esilio. E
affinché in avvenire nessuno più ardisse molestare i Francescani, lo stesso Sultano
emanò ordini così duri e severi, che anche i loro acerrimi nemici lasciarono da allora
che in piena pace godessero gli antichi loro diritti. E con loro ebbero pace anche i
cristiani. È andato perduto un codice manoscritto vergato di sua mano, nel quale erano
preziose memorie del suo governo. Da documenti estratti dallarchivio di Gerusalemme
si rileva che egli ordinò lOspizio dei pellegrini in Rama, che dietro sua istanza
papa Sisto IV confermò ai Luoghi Santi tutti i privilegi già concessi dai suoi
antecessori, che, disputando i Giorgiani ai Francescani il diritto sopra lantico
possesso del Monte Calvario, del luogo ove fu seppellito Adamo e del sepolcro del primo re
latino, Gotifredo dei Buglioni, lAndrea, nel secondo anno del suo governo, portò la
questione al gran Sultano, il quale rimise la cosa ai Giudici di Gerusalemme, e questi
decisero in favore dei Francescani. LAndrea governò la Custodia fino al capitolo di
Napoli, celebrato nel 1475. Nel Capitolo generale celebrato sul Monte Alaverna il 4 giugno
1484 fu confermato Custode di Gerusalemme il padre Paolo di Caneto, ma avendo egli, per
legittimo impedimento, rinunciato, a lui venne sostituito lAndrea. Godette pure, e
meritatamente, la stima di valente calligrafo. Di fatti, compiuto il ministero in
Palestina e ritornato in Parma, mentre dimorava nel convento della Santissima Annunziata,
scrisse un antifonario corale in pergamena, che comincia dalla solennità del Corpus
Domini e va fino allAvvento, e lo adornò di pregevolissime miniature in oro e a
colori. In calce al medesimo pose il suo nome: Fr. quidam bernardinus parm. ex filiis
ardentissimi patris francisci minim. huic operi finem dedit MCCCCCVIII.
FONTI E BIBL.: Wadding, anno 1472, n. 8; Civezza, Storia Missioni, tomo 5, 293; Calaorra,
Cronica Syriae, 312; Patrem, Tableau synopt., 21; Quaresmius, Historia Terrae Sanctae,
tomo 2, 807; Faloci, an. I, 1886, 61; Cod. N., 192; G. Picconi, Uomini Illustri
Francescani, 1894, 48-49 e 264-266; DAncona, Dizionario dei Miniaturisti, 1940, 30.
ANDREA DA PARMA
Parma 1511/1518
Maestro bombardiere del secolo XVI. Nel 1511 da Mantova, dove lavorava agli ordini del
Marchese, fu inviato ad Ostiglia. Appare ancora nel 1518.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Le arti minori alla corte di Mantova, 540; A. Malatesta.
Armaioli, 1939, 24.
ANDREA DA PARMA, vedi anche ORTALLI FRANCESCO e VARNIERI ANTONIO.
ANDREA DA STRUMI vedi ANDREA DA PARMA
ANDRELINI PIETRO
Parma XVI secolo
LAndrelini fu, senza dubbio, artista non privo di valore. Lavorò nella fabbrica del
palazzo vescovile di Parma, quando, sul principio del XVI secolo, fu fatto rifare dal
vescovo Giovanni Antonio Sangiorgio, di cui rimane lo stemma nel cortile, il quale,
assieme al cornicione della facciata, serba un tenue ricordo darte cinquecentesca.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 329.
ANDRELINO PEDRO, vedi ANDRELINI PIETRO
ANDREOLI ALESSANDRO
Parma 1691/1724
Insegnò dapprima Istituzioni, e ottenne la cattedra nel 1691, senza salario, e nel 1694
con salario annuo. Nel 1703 fu dichiarato Lettore ordinario e tale appare ancora nel 1724.
FONTI E BIBL.: Mandati 1619-1715 (per il 1702); Cartella Studio Parmense 1651-1747 (per il
1716); Registro dello Studio, 4; Registro dei Mandati, 9 (per il 1724); Bolsi, 50; F.
Schupper, Storia del Diritto Italiano, 1895, 622; F. Rizzi, Professori. 1953, 59.
ANDREOLI ANTONIO
-Parma 3 settembre 1763
Il 1° luglio 1759 venne nominato basso di camera della Corte di Parma con 6000 lire annue
di soldo. Tenne lincarico fino al momento della morte.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
ANDREOLI ANTONIO
Zibello 1830-1899
Fu tra i burattinai più famosi della Bassa parmense.
FONTI E BIBL.: C. Soliani, Strade di Zibello, 1991.
ANDREOLI LUIGI
Parma 3 settembre 1906-Parma 10 agosto 1991
Fu uno dei fondatori del movimento scoutistico cattolico della provincia di Parma. Già
iscritto allAzione Cattolica diocesana, promosse nel 1924, a due anni dalla nascita
a Roma dellAssociazione Scout Cattolici Italiani, assieme a monsignor Pallavicino,
Brenno Gastaldi, Rodolfo Vettori e ai fratelli Barbacini e Alberti, la costituzione dei
primi reparti scout cittadini, a cui si affiancarono analoghe iniziative a Noceto e
Fontevivo. Scout cattolici formavano il picchetto donore che vegliò sulla salma di
padre Lino Maupas il 15 maggio 1924 e aprì limponente corteo delle esequie.
Parteciparono in forze anche al Convegno Eucaristico diocesano del 1925. Al primo raduno
nazionale dellAssociazione Scout Cattolici Italiani che si tenne a Roma nel 1925 in
occasione dellAnno Santo, lo scoutismo cattolico parmense fu rappresentato da un
consistente gruppo di scout cittadini unitamente ai ragazzi del riparto Noceto I, guidati
da don Giuseppe Cavalli. Di tutte queste iniziative lAndreoli fu ispiratore e
realizzatore instancabile, contribuendo, tra laltro, assieme a Giovanni Vignali alla
costituzione di un riparto scout presso la parrocchia della Santissima Trinità, che si
affiancò a quelli sorti presso i Salesiani in via Saffi e gli Stimmatini in
Oltretorrente, andandosi a inserire, secondo il progetto pastorale del vescovo Conforti,
nelle zone socialmente più degradate della città. Invisa al Fascismo,
lAssociazione Scout Cattolici Italiani venne sciolta nel 1928 da papa Pio IX,
preoccupato, dopo lassassinio di don Minzoni, parroco e assistente scout di Argenta,
di prevenire conseguenze più gravi. Nei diciassette anni che seguirono, durante i quali
era stata proibita ogni attività, la fiamma dello scoutismo venne tenuta accesa a Parma
da don Ennio Bonati che raccolse intorno a sé qualche giovane collegandosi con il gruppo
delle Aquile Randagie di Milano, che svolgeva campi e attività clandestine in Val Codera.
A guerra finita, a Fidenza, Salsomaggiore, Fornovo di Taro, Borgo Val di Taro e Noceto, si
ricostituirono i riparti scout e a Parma, grazie alliniziativa dellAndreoli,
di Paolino e Tarcisio Beltrame e di don Ennio Bonati, riprese lattività, che
arrivò a consolidarsi progressivamente dando vita a unità efficienti e operative.
LAndreoli, pur non avendo il carisma del capo, possedette tutte le qualità per
essere una guida morale e si trovò a diventare nelle alterne vicissitudini dei primi anni
del dopoguerra un punto di riferimento importante dello scoutismo parmense, a cui dedicò,
unitamente allAzione Cattolica e allAssociazione San Raffaele, buona parte
delle proprie energie, rimanendo in servizio fino agli ultimi anni della sua operosa
esistenza.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 18; G. Gonizzi,
Notizie manoscritte.
ANDREOLI MIRKO
Coenzo 14 ottobre 1921- Villa Cadé 9 febbraio 1945
Da bambino si trasferì con la famiglia a Parma in via Lago Tana 5. La nobile figura
dellAndreoli fu esaltata da protagonisti della lotta partigiana che lo ebbero al
loro fianco, come Ubaldo Bertoli, autore de La Quarantasettesima, uno dei capolavori della
letteratura resistenziale, e come Massimiliano Villa, comandante della brigata e autore,
insieme con Mario Rinaldi, della documentazione sulla guerra partigiana nelle Valli
dellEnza e della Parma, dal titolo Dal Ventasso al Fuso. Attraverso queste
testimonianze, emergono le qualità umane, il coraggio e i generosi impulsi
dellAndreoli. Agli inizi fece parte del primo gruppo Artoni formatosi a Campora, poi
entrò nella 47a Brigata Garibaldi, ottenendo in breve il comando del distaccamento
Buraldi. La sua cattura avvenne il 5 gennaio 1945 a Bazzano, per una delazione. Fu
trucidato dai Nazisti il 9 febbraio 1945 a Villa Cadé insieme ad altri venti martiri, in
gran parte parmigiani. Questa la motivazione della riconpensa della medaglia doro al
valore militare conferita dal presidente della Repubblica con decreto pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale del 2 agosto 1995: Appena ventenne, sospinto da acceso spirito di
rivolta contro loppressore, entrava tra i primi nelle formazioni partigiane
parmensi, subito emergendo per capacità organizzative ed eccezionale coraggio. Comandante
di uno dei più agguerriti distaccamenti della 47° Brigata Garibaldi, trascinava i suoi
uomini in molteplici combattimenti. Catturato in unimboscata e tradotto a Ciano
dEnza centro di martirio per molti partigiani, veniva riconosciuto dal nemico e
sottoposto a indicibili torture. Pur martoriato, manteneva un fiero e sprezzante contegno
verso i suoi aguzzini che, furenti del suo nobile silenzio, lo assassinavano e
abbandonavano il corpo nel mezzo della Via Emilia. Luminoso esempio di virtù militari e
civili, è ricordato come un faro della Resistenza parmense per le future generazioni.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 27 ottobre 1995, 12.
ANDREOTTI ALDO
Pisa 1899-
Dottore commercialista, già professore incaricato nella facoltà di Economia e Commercio
presso lUniversità di Parma, fu presidente del collegio sindacale della Cassa di
Risparmio di Parma, e autore di vari scritti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 16.
ANDREOTTI BATTISTA
Parma 1587/1589
Morto Baldo Puelli sul finire del 1587, fu prescelto a sostituirlo quale archivista
dellArchivio Comunale di Parma, con deliberazione dell11 gennaio 1588,
lAndreotti, detto de Cassi. Ma questi non potè esercitare subito il suo
mandato perchè gli eredi del Puelli ritardarono a fare la consegna dellArchivio al
nuovo eletto. Perciò gli Anziani, visto che molto si indugiava, con danno del Comune e
della cittadinanza, ordinarono ai detti eredi di consegnare allAndreotti le chiavi
dellArchivio e tutte le scritture che fossero presso di loro. E questo ebbe luogo il
30 giugno 1589.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1914.
ANDREOTTI ROBERTO
Castiglione delle Stiviere 31 maggio 1908-Parma 25 dicembre 1989
LAndreotti appartenente ad una famiglia di magistrati. Dopo gli studi classici, si
laureò brillantemente in Lettere antiche presso lUniversità degli Studi di
Bologna, con il professor Arturo Solari, il 12 luglio 1929. Il suo insegnamento presso il
Liceo Classico Romagnosi di Parma, dove ricoprì la cattedra di Storia e Filosofia dal
1930 al 1939, fu ricordato con ammirazione e affettuosa riconoscenza dai suoi allievi.
Nonostante la giovane età, la profondità della cultura, la maturità dellingegno e
la severa coscienza morale ne fecero, già allora, un maestro insuperabile, che sapeva
trasmettere, attraverso un insegnamento ampio e completo, ma chiaro e accessibile a tutti,
mai nozionistico, formative lezioni di vita. Ne sono testimonianza i due manuali di Storia
antica composti per le scuole di ordine superiore, LUniversalità della storia di
Roma: in essi si esclude il più possibile il ricorso al dato nozionistico con
lintento di cogliere piuttosto, dalla storia orientale, a quella greca, a quella
romana, il processo costante da cui deriva la vita delletà moderna e contemporanea.
Il manuale, con i continui riferimenti alla letteratura, alle arti e alla filosofia, è
visto come mezzo di collegamento tra le discipline di studio degli allievi, volto a
svilupparne lo spirito critico, in una visione aperta della storia, da cui derivare un
insegnamento il più possibile vivace e formativo. Questa impostazione didattica rimase
costante caratteristica anche nei successivi anni di insegnamento universitario.
LAndreotti conseguì la Libera docenza in Storia antica nel 1934. Nel 1939, a
seguito di concorso, divenne membro dellIstituto Italiano per la Storia antica di
Roma. Dovette poi rinunciare, cedendo il posto a Santo Mazzarino, riuscito secondo nel
concorso, perchè chiamato alla Cattedra di Storia romana (con esercitazioni di epigrafia
latina) dalla Reale Università di Torino, dove tenne, il 15 maggio 1940, la prolusione su
Lunità della Storia di Roma, tema ampio e complesso, affrontato con matura
capacità critica mirante a ricercare, al di là dei fatti contigenti, lessenza dei
grandi fenomeni del divenire storico. Il suo insegnamento di Storia romana e di Storia
greca, di cui ebbe lincarico dal 1940, presso lAteneo torinese continuò fino
al 1965, quando, istituita a Parma la Facoltà di Magistero, vi ottenne il trasferimento
per avvicinarsi alla consorte, Luisa Stevani, sua preziosa collaboratrice, e per un
ritorno definitivo nella sua città di adozione, dalla quale non aveva mai voluto
staccarsi e alla cui vita culturale aveva sempre fornito notevoli contributi. A Parma
tenne linsegnamento di Storia, poi Storia romana, e contemporaneamente, dal 1966,
quello di Civiltà greca, maestro apprezzato per collaboratori e allievi per
lampiezza di interessi, la disponibilità al dialogo culturale e per la profonda
umanità. Nel 1966 fu insignito della Medaglia doro quale benemerito della Scuola,
della Cultura e dellArte. Il 19 marzo 1984, con decreto del Presidente della
Repubblica, fu nominato professore emerito. Per ragioni di salute aveva già da tempo
dovuto ritirarsi dallinsegnamento e dagli amati studi. La sua produzione, assai
ampia e varia, inizia fin dagli anni universitari (è significativa la precocità del suo
ingegno: le prime pubblicazioni risalgono infatti al 1927). Essa comprende innanzitutto
studi specialistici di alto livello scientifico sullImpero romano, sul quale
lopera di sintesi per la Storia Universale Vallardi, diretta da E. Pontieri (1959),
rimane ancora utile contributo anche per lattenzione critica rivolta alle fonti. Di
particolare acutezza appare linterpretazione di figure storiche quale quella
dellimperatore Giuliano, la cui conoscenza aveva particolarmente risentito di una
tradizione storiografica di tendenza. Dagli studi dellAndreotti, volti a cogliere
loperato e la personalità dellImperatore (ai vari articoli particolari,
seguì lopera complessiva del 1936, e poi un più approfondito esame
dellattività di legislatore di Giuliano, caratterizzante la matura produzione dello
storico) emerge la figura di un uomo tormentato per la difficile necessità di dominare e
ordinare i complessi problemi del suo tempo. Il ritorno alle tradizioni e alle leggi del
passato viene quindi interpretato non nellambito di un contrasto politico-religioso,
quanto piuttosto entro il programma di restaurazione dellImpero, nel quale pesa
tuttavia la mancanza, da parte di Giuliano, di una più esatta valutazione della realtà
storica del tutto nuova e complessa per il conflitto intrinseco tra eredità pagane e
attualità cristiane. Dottissima è lampia voce Licinius per il Dizionario
Epigrafico De Ruggiero (1958-1959). Anche a questa figura furono in seguito rivolti
ulteriori studi, tesi a coglierne criticamente la portata entro la tradizione
storiografica latina (1960) e nellambito dei rapporti con Costantino (1962). A
questultimo personaggio furono indirizzati gli interessi dellAndreotti fin dai
primi studi su Costanzo Cloro, visto anche in relazione alla politica del figlio (1930).
Più specificatamente dedicate a Costantino sono ricerche su problemi religiosi,
giuridici, cronologici ed epigrafici (La politica religiosa di Costantino, 1933;
Contributo alla discussione del rescritto costantiniano di Hispellum, 1964; Recenti
contributi alla cronologia costantiniana, 1964; Problemi di epigrafia costantiniana. I. La
presunta alleanza con lusurpatore Lucio Domizio Alessandro, 1969) tese a valutarne
la portata storica entro e oltre il significato, spesso propagandistico, della tradizione
storiografica. Rientrano negli interessi per limpero romano le ricerche sul
complesso periodo della cosiddetta anarchia militare del III secolo d.C. (Il separatismo
gallico nellanarchia imperiale del secolo III d.C., 1934; Lusurpatore Postumo
nel regno di Gallieno, 1939; Il culto dello Hercules Magusanus e dello Hercules
Deusoniensis nella politica dellusurpatore Postumo, 1940; Religione ufficiale e
culto dellimperatore nei libelli di Decio, 1965), e quelle sui problemi di sicurezza
e di controllo del commercio (1969) e sulla politica finanziaria di Diocleziano (1975),
ultimo contributo dellAndreotti, uscito solo in riassunto. Ma molti altri furono gli
studi dellAndreotti. Alcuni di essi riguardano il periodo repubblicano della storia
di Roma: la monografia Cajo Mario (1940), per esempio, o il profondo contributo critico
sulla nobilitas come centro della storia di Roma presentato al XII Congrès International
des Sciences Historiques su Les Classes dirigeantes de lAntiquité aux temps
modernes, congresso nel quale lo stesso Andreotti introdusse la sezione dedicata
allantichità (Vienna, 1965). Oltre alle ricerche relative al mondo romano,
lAndreotti rivolse il proprio interesse anche allambito greco-orientale, visto
come premessa alla storia di Roma: tra i numerosi contributi, quelli Sullorigine
della patronomia spartana (1935), Le origini della marina spartana (1937-1938),
LAtene di Tucidide (1957), Alessandro Magno (1956 e 1957). E ancora: Lopera
legislativa ed amministrativa dellimperatore Giuliano, 1930; Il Regno
dellimperatore Giuliano, 1936; Costanzo Cloro, 1930, Il problema politico di
Alessandro Magno, 1933, Monarchie orientali e libertà greche. Profilo storico del mondo
mediterraneo prima della conquista romana (1948); Impero romano (1959). Vivo interesse,
come già detto, lAndreotti ebbe anche per la storia locale: Storici e Archivistici
nella Deputazione Parmense (1952), studi relativi a Parma nellantichità (1928 e
1935), alla viabilità antica (1927, 1928 e 1965) e, soprattutto, a Veleia (1934, 1955,
1962 e 1969), anche se in parte prodotti in età giovanile, rimangono di costante
riferimento per specialisti e cultori della materia. Oltre a questa produzione, di lui
rimangono i numerosi contributi occasionali, quali discorsi o commemorazioni, la
collaborazione, dal 1934 al 1937, con il Corriere Emiliano, introduzioni storiche a opere
di vario argomento relative al patrimonio culturale cittadino e ai suoi molteplici
interessi. Alla base di tutta questa produzione si coglie costantemente una rigorosa
disciplina di studi: i risultati della ricerca, spesso complessa e articolata, sempre
scrupolosa e puntuale, condotta con acuto spirito critico, si traducono in una forma
limpida e chiara ma pur sempre esattissima e accessibile a tutti. In questo sembra di
poter cogliere la coscienza di un dovere da svolgere, sempre avvertita fin dai primi anni
del suo insegnamento a Parma, derivata da una concezione aperta della storia, intesa non
come arida e nozionistica rassegna di fatti, ma come un susseguirsi di problemi legati
alla vita delluomo, e per questo sempre vivi e attuali, la cui conoscenza risulta
utile e necessaria. LAndreotti fu prima Segretario (1949-1955), poi Presidente
(1956-1963) della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Fu voluta
dallAndreotti la collezione Fonti e Studi, Serie I e II, affinché proseguisse i
Monumenta ad Provincias Parmensem et Placetinam pertinentia: i primi volumi videro la luce
negli anni 1963 e 1964. Il centenario della Deputazione, caduto nel 1960, venne ricordato,
tra laltro, con la pubblicazione di un volume celebrativo (1962).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1989, 235-236; M.G. Arrigoni Bertini, Andreotti, in Archivio
Storico per le Province Parmensi 1990, 33-39.
ANDREOZZI BENEDETTO
Parma XVI secolo
Speziale attivo in Parma nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 36.
ANDRIOLO, vedi BOCCALARI ANDRIOLO
ANDRIOLO DE BURONO, vedi BURONI ANDRIOLO
ANDROMACO
Parma 1494
Fu medico, filosofo e canonista. Lesse allUniversità di Bologna (1494) e fu molto
reputato ai suoi tempi.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 129.
ANELI, vedi ANELLI
ANELLI ANTONIO
Parma 1481
Sul finire del XV secolo si trova memoria di Antonio de Anellis scriptor, il quale doveva
avere dal Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma al 3 Aprile 1481, lire 3 e soldi
12 per spese di carta e per avere scritto certi quinterni di un Breviario a don Giacomo da
Parma, monaco nel monastero medesimo.
FONTI E BIBL.: Archivio dei PP. Benedettini, Mastro segnato, M.A. (Archivio di Stato,
Parma); E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3.
ANELLI EGISTO
Parma 14 novembre 1852-1926
Figlio di Cesare e Maddalena Livraghi. Avvocato di primo piano, lasciò a una certa età
la professione forense per dedicarsi allattività di consulente legale della Cassa
di Risparmio di Parma. Nel 1889 venne eletto consigliere comunale con la prima
Amministrazione Mariotti (che fu anche la prima eletta con suffragio allargato). Essa
cadde lanno dopo, e da allora lAnelli non accettò più alcuna candidatura.
Democratico conservatore, uomo di vecchio stampo, lAnelli fu persona coltissima:
conobbe alla perfezione latino, greco e tedesco, e fino agli ultimi giorni della sua vita,
già avanti negli anni, era solito recitare a memoria squarci di Petrarca, Dante,
Virgilio. Lonorevole Berenini, commemorandolo in aula, lo disse un maestro.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 12.
ANELLI GIOVANNI
Parma prima metà del XIX secolo
Pittore decoratore attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 5.
ANELLI GUIDO
Vigolone 20 aprile 1912-Cazoria Guarico 9 marzo 1969
Sacerdote caratterizzato da una forte personalità, venne destinato nel 1939 a reggere la
parrocchia di Belforte, piccola frazione dellAppennino parmense alla quale si
accedeva soltanto per una stretta ed erta mulattiera. Quando scoppiò la seconda guerra
mondiale divise le ansie e i dolori con le famiglie dei combattenti e a tutti fu sempre
vicino dando conforto e infondendo coraggio. Dopo l8 settembre 1943 anche nelle
contrade della valle del Taro la popolazione si ribellò organizzandosi in gruppi armati,
dando così inizio alla Resistenza. La canonica di Belforte diventò il centro
dellattività cospirativa: vi vennero formate le prime bande che furono le matrici
delle brigate partigiane. La 2a Julia fu una di queste e lAnelli, oltre che
lorganizzatore, ne fu anche il primo cappellano. La lotta divampò per tutta la
valle del Taro, e le azioni di guerra della 2a Julia, sempre più consistenti e
articolate, logorarono sistematicamente i Tedeschi trincerati nei vari centri di
fondovalle e nei caselli ferroviari o schierati lungo la strada nazionale della Cisa. Il
17 ottobre 1944 il nemico riuscì a colpire la testa del movimento partigiano parmense con
leccidio, a Bosco di Corniglio, del Comando unico. Pochi giorni dopo, la canonica
dellAnelli ospitò tutti i comandanti delle brigate partigiane, che poi elessero
nella sede del Comando della 2a Julia, alla Pietra di Belforte, il nuovo vertice militare.
In una delle prime riunioni tenute dal nuovo comando venne deciso che lAnelli
avrebbe dovuto attraversare la linea Gotica e raggiungere Roma per riferire sulla
situazione al Governo e chiedere aiuti concreti onde poter far fronte ai gravi e pressanti
problemi creatisi a seguito del continuo aumento dei componenti le brigate dellOvest
Cisa, minacciate dai rigori dellimminente inverno. LAnelli, accompagnato dal
capitano dei corazzieri Abba, raggiunse Firenze, dove fu ricevuto personalmente dal
generale Alexander. Da Firenze si portò a Roma, ove ebbe colloqui col presidente del
Consiglio Bonomi, col capo di Stato Maggiore dellEsercito e col ministro del Tesoro.
Ricevette assicurazioni che i lanci di materiale bellico e di conforto per i partigiani
sarebbero stati intensificati e ottenne subito un contributo di tredici milioni di lire.
Per il ritorno, si decise di trasportare lAnelli con un aereo e lanciarlo col
paracadute nel Piacentino. Si portò poi a Bardi e, fatte le consegne al Comando unico,
ritornò nella sua parrocchia. Il valore della missione dellAnelli fu
suggestivamente descritto dal Pellizzari: Quei denari furono la salvezza delle nostre
formazioni quando due settimane più tardi, in una terribile ripresa dellinverno, si
scatenò contro di noi il più imponente e violento rastrellamento di tutta la guerra:
tutte le Brigate furono tempestivamente e abbondantemente provviste di moneta; i reparti
organizzati e allontanati dalle basi e dai rifornimenti, e persino i volontari dispersi
poterono comprare a contanti il grano e il vino necessari; migliaia di combattenti furono
salvati dallinedia e dal congelamento, grazie a quei benedetti milioni che la Patria
ci aveva donati e che un umile prete di campagna ci aveva portati per la via del cielo.
Nel febbraio del 1945 lAnelli fu di nuovo in cammino per riattraversare la linea
Gotica, chiamato a compiere unaltra delicata e pericolosa missione. Nel Bresciano,
il rastrellamento del gennaio era riuscito a colpire duramente le formazioni partigiane.
Una delle più efficienti brigate della zona, guidata dal comandante Perlasca, caduto
durante il rastrellamento (e insignito della medaglia doro della Resistenza), si
trovava in una situazione estremamente critica: degli effettivi della formazione, molti
erano i morti, i feriti e gli sbandati. LAnelli, paracadutato in quella zona a capo
di una missione alleata, ricostituì la brigata, alla quale impose il nome del leggendario
comandante Perlasca, e in brevissimo tempo la rese operante in quel settore reso
nevralgico dalla vicinanza di Salò, sede provvisoria del governo di Mussolini.
LAnelli vi rimase sino alla Liberazione. A guerra finita ritornò a Belforte e
riprese lesercizio del suo ministero. Allattività che ispirava il suo
apostolato sacerdotale, lAnelli unì una febbrile azione, anche politica, a favore
dei ceti più deboli, ma soprattutto a favore dei suoi montanari. Nel suo pragmatismo,
stigmatizzò il prevalere delle discussioni sullazione di ricostruzione del Paese,
affermando che le lunghe diatribe che fomentano le discordie portano agli stessi malanni
della dittatura e ne sono il più efficace richiamo; mentre lingiustizia e il
terrorismo offrono uno dei più validi contributi a quel discredito che portò il fascismo
alla rovina. Tra i primi alzò la guardia contro ideologie e metodi che stavano
pericolosamente dilagando per la nazione e scese di nuovo in campo per difendere i valori
della libertà e della democrazia per la conquista dei quali tanto sangue era stato
versato. Assieme a Enrico Mattei, Mario Ferrari Aggradi, don Giuseppe Cavalli, Franco
Franchini, Giuseppe Molinari, Gino Cacchioli, Giovanni Vignali e a tanti altri partigiani,
amalgamati nel crogiuolo degli stessi ideali, recò un determinante contributo alla
creazione dellAssociazione partigiani cristiani, alla quale dedicò unintensa
attività. Ma il pensiero dellAnelli fu sempre rivolto alla povertà della gente
delle sue montagne. Bussava a tutte le porte per trovare un lavoro dignitoso ai giovani e
ai bisognosi, e strapparli così alla misera esistenza che essi conducevano vivendo in
troppi sui sassosi e aridi campi della montagna. Fece inoltre annullare diversi contratti
che negozianti avevano stipulato con amministratori di Comunalie per lacquisto di
ingenti quantità di legna a prezzi che la svalutazione galoppante aveva reso ridicoli.
Così, ai nemici politici, che con le sue scelte si era creato, si aggiunsero i nemici
economici, colpiti nei profitti. Entrambi resero difficoltoso lesercizio del suo
ministero, tanto che, verso la metà degli anni Cinquanta, decise di emigrare in
Venezuela, dove, con lardore e lesuberanza propri del suo carattere, continuò
a portare il messaggio di Cristo, al quale sempre si era ispirato anche nei momenti più
cupi della guerra partigiana prima e delle lotte civili poi.
FONTI E BIBL.: S. Giliotti, in Gazzetta di Parma 7 maggio 1990, 3, e 13 maggio 1990, 19.
ANELLI MARIO
Parma 9 giugno 1882-Parma 3 settembre 1953
Nato dallavvocato Egisto e da Elvira Ughi, frequentò il liceo G.D. Romagnosi di
Parma e si laureò nellUniversità di Parma in scienze naturali a pieni voti nel
1905. Assistente volontario allIstituto di Mineralogia fino al 1910, passò
effettivo a quello di Geologia, ove rimase fino allottobre del 1924, quando fu
soppressa la Facoltà di Scienze. Venne quindi incaricato della conservazione
dellIstituto e del Museo di Geologia e Paleontologia. Libero docente dal 1927,
diresse per incarico lIstituto di Mineralogia dellUniversità di Parma e dal
1929 fu nominato membro del Comitato nazionale delle ricerche per la geologia. Nel
dicembre di quello stesso anno fu incaricato della direzione dellIstituto di
Geologia dellUniversità di Modena, ove nel 1936 passò di ruolo come professore di
Geologia. Rimase in quella sede, come direttore, fino al 1938, ma restò nel contempo
incaricato del corso di Geologia allUniversità di Parma. Dal 1942 fu direttore
dellIstituto di Geologia di Parma, carica che mantenne fino al 31 ottobre 1952
quando venne collocato fuori ruolo. Alla morte, lasciò per testamento ogni sua sostanza
alla Società protezione degli animali. La sua produzione scientifica consta di una
quarantina di pubblicazioni nel campo geologico: una produzione che potrebbe sembrare
numericamente modesta, se non si soppesassero la densità dei problemi, la quantità dei
dati e la grande mole di lavoro che dietro quelle poche pagine e quegli schizzi appare
chiaramente. Uneccessiva cautela nellesporre le sue ipotesi di lavoro e di
ricerca sulla evoluzione geologica dellAppennino e la sua innata modestia lo
frenarono nel rendere pubblici dati e idee che sicuramente avrebbero potuto avere un peso
determinante sulle nuove concezioni di tettonica gravitativa che da pochi anni
cominciavano a farsi strada sia nello studio della catena appenninica sia in quello della
catena alpina. La sua competenza, tuttavia, dovette certamente essere apprezzata al di
fuori del campo strettamente accademico, se alcune importanti società minerarie, tra le
prime ad iniziare lesplorazione in Italia, si rivolsero a lui per molti anni: così
divenne consulente dellAGIP e dellEnte Zolfi Italiani, nonché collaboratore
disinteressato di geologi impegnati con altre società. In seguito, anche tra gli studiosi
di geologia dellAppennino, il riconoscimento di valore delle sue ricerche divenne
generale e concorde. Nel 1908 lAnelli presentò in un saggio (LEocene nella
vallata del Parma, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXVII 1908, pagine
124-158) la classica successione geologica dellalta e media Val Parma, solo di
recente riscoperta e completata da nuove ricerche biostratigrafiche e tettoniche. Tra il
1913 e il 1915 egli segnalò e descrisse organicamente, per la prima volta, gli
affioramenti miocenici dellAppennino parmense, argomento approfondito in successivi
lavori sullevoluzione morfologica del Modenese e del Reggiano (I terreni miocenici
tra il Parma e il Baganza, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXXII 1913,
pagine 195-272; Cenni geologici sui dintorni di Traversetolo e di Lesignano Bagni, in
Bollettino della Società Geologica Italiana XXXIV 1915, pagine 79-136; Contributo alla
morfologia dellAppennino modenese e reggiano, in Bollettino della Società Geologica
Italiana XXXVII 1918, pagine 93-114; Sulla presenza dellOligocene nel Subappennino
reggiano, in Bollettino della Società Geologica Italiana XLII 1923, pagine 93-114;
Tettonica dellAppennino parmense e reggiano. Cenni su alcune località presentanti
manifestazioni di idrocarburi, in Bollettino della Società Geologica Italiana XLII 1923,
pagine 377-398). Per dare una spiegazione logica alle intercalazioni di argille scagliose
tra i sedimenti marini dellOligocene, per la prima volta da lui segnalati, e del
Miocene, propose lidea di uno scivolamento gravitativo di materiali prevalentemente
argillosi caoticizzati entro il bacino di sedimentazione oligomiocenico, anticipando nel
1923 di quasi trentanni, la scoperta degli olistostromi, più tardi descritti in
tutto il mondo e conosciuti in tutte le serie marine: Lintercalazione, scriveva
lAnelli, di una falda di argille scagliose fra i terreni oligocenici e quelli
miocenici in corrispondenza di unarea di oltre cento chilometri quadrati, potrebbe
spiegarsi o con una gigantesca intrusione di tipo laccolitico (il che, data lenorme
estensione, non mi sembra probabile), oppure ammettendo che, in conseguenza di un
formidabile corrugamento orogenetico, di data anteriore al deposito dei terreni miocenici,
si sia effettuato un grandioso slittamento di argille scagliose con ricopertura
dellOligocene (Sul comportamento tettonico delle argille scagliose
nellAppennino emiliano, in Rendiconti della Reale Accademia Nazionale dei Lincei,
classe scienze matematiche fisiche naturali, s. 5, XXXII 1923, 2, pagine 416-419). Inoltre
ai fenomeni di ricoprimento offerti dallOligocene sono anche da aggiungere quelli
consimili, benché in scala più ridotta, nei terreni miocenici e pliocenici (Su alcuni
fenomeni di ricoprimento nellAppennino emiliano, in Rendiconti della Regia Accademia
Nazionale dei Lincei, s. 6, IX 1929, pagine 202-205; Ricoprimento di terreni pliocenici
nellAppennino reggiano in Rendiconti della Regia Accademia Nazionale dei Lincei XV
1932, pagine 478-482). In antitesi con i sostenitori di scuola germanica delle falde di
ricoprimento di stile alpino nellAppennino, lAnelli precisa: tuttavia, il
contrasto tra lo spiegazzamento degli strati e landamento quasi orizzontale dei
piani di separazione potrebbe essere assai suggestivo considerando il grandioso
ricoprimento appenninico delle argille scagliose come dovuto ad un formidabile, lento
slittamento regionale, probabilmente effettuatosi su di una superficie sottomarina situata
a mediocre profondità ed avvallantesi gradualmente sotto lavanzata della colossale
frana (Le acque minerali nelle colline fra lo Stirone e il Taro, in Giornale Italiano di
Scienze Idrominerali Clim. X-XI 1930, pagine 3-21). Del 1927 è unimportante messa a
punto del problema delle arenarie appenniniche con una prima distinzione e discussione su
quelle a facies di macigno (Sopra alcuni lembi di macigno dellAppennino parmense, in
Giornale di Geologia II 1927, pagine 65-71). Tale argomento, ripreso otto anni dopo e
inquadrato in più ampi orizzonti di geologia regionale (Sopra alcuni lembi di arenarie
superiori dellAppennino settentrionale, in Ateneo Parmense VII 1935, pagine 89-99),
chiarì ulteriormente il problema delle arenarie superiori. Una serie di importanti lavori
scientifici dellAnelli è rivolta alla esplorazione geologica del sottosuolo, che in
quegli anni prese vigore e attualità. Così il tema della struttura di Salsomaggiore
(Cenni tettonici sulla regione collinosa interposta tra lo Stirone ed il Taro, in
Bollettino del Regio Ufficio geologico LII 1927, pagine 1-56), zona famosa per le sue
manifestazioni di idrocarburi, viene presentato in modo completo e come esempio da seguire
per le nuove indagini petrolifere. Sempre a questo argomento lAnelli dedicò una
serie di contributi scientifici, anche in collaborazione con geofisici (Hangend und
Liegendplatte, in Zentralblatt für Min. und Geol. VI 1926, pagina 187, in collaborazione
con W. Salomon; Lacqua minerale di Montepelato nella pianura parmense, in Miniera
Italiana 7 1925, pagine 201 s.; Contributo alle ricerche petrolifere nellAppennino
emiliano, in Miniera Italiana 3 1926, pagine 65-76; Il colle di San Colombano al Lambro,
in Miniera Italiana 5 1928, pagine 145-148, in collaborazione con C. Porro; A proposito di
una perforazione in corso nellAppennino parmense, in Miniera Italiana 6 1928, pagine
305-307; Search of Oil in Parma Discrict Western Italy, in Bull. of the Am. Assoc. of Petrol. Geol. XVI 1932,
pagine 1152-1159, in collaborazione con A. Belluigi; Cenni geologici sulla regione
collinosa fra il Secchia e il torrente Tiepido, in AGIP. Ricerche in Italia, 1935, pagine
37-75; A proposito di terreni petroliferi dellItalia settentrionale, in Industria
Mineraria 1936, pagine 118-122; I risultati geologici dellesplorazione per petrolio
nella valle Padana, in Industria Mineraria 1936, pagine 263-265; Descrizione geologica del
giacimento di Podenzano, in Il convegno nazionale metano (AGIP), XIV, 1939, pagine 5-14)
che dimostrano come la ricerca applicata agli idrocarburi con criteri moderni, trovasse in
lui uno dei primi ed entusiasti sostenitori. Proprio in questo periodo svolse
unintensa attività di rilevamento geologico, utilizzato pure per la Carta geologica
dItalia, che lo condusse a cartografare, insieme con F. Sacco, al 25.000 circa
duemila chilometri quadrati di collina e di montagna appenninica (Carta geologica
dItalia, a cura del Regio Ufficio Geologico, Foglio Parma, Roma, 1931; Foglio
Castelnuovo ne Monti, Roma, 1931; Foglio Modena, Roma, 1932). Con questa enorme
massa di dati e di informazioni scientifiche, lAnelli formulò lipotesi delle
frane tettoniche per spiegare gli anormali ricoprimenti di formazioni caoticizzate sopra
lautoctono e come questi si ripetessero per tutta lera terziaria fino al
Pliocene. Riconobbe inoltre la parautoctonia del flysch nummulitico esterno, scollato dal
suo substrato argilloso dalla falda gravitativa avanzante verso lattuale pianura
padana. A questo grandioso fenomeno che dovette coinvolgere quasi tutto il futuro
Appennino settentrionale, sarebbero seguiti nuovi scollamenti e scendimenti gravitativi
mentre a settentrione della avanfossa ormai colmata si generava, per reazione, il primo
abbozzo di quella ruga che, durante il Miocene, forse separava larea appenninica da
quella corrispondente alla pianura ed è ancora avanti a questa che più tardi,
anteriormente al Pliocene, sorsero, dove oggi si estende la Pianura Padana, quei rilievi
la cui esistenza ci è rivelata dalla gravimetria ed accertata dalle sonde, rilievi che,
come hanno mostrato le perforazioni petrolifere, furono interessati per quanto debolmente
da disturbi tettonici agli albori del Quaternario (Note stratigrafiche e tettonache
sullappennino di Piacenza, in Atti e memorie della Regia Accademia di scienze,
lettere e arti di Modena III 1938, pagine 228-262). Delle sue escursioni geologiche
nellarco alpino o nellAppennino centrale e meridionale, non rimane che una
importante nota del 1938, di carattere riassuntivo e sintetico, riguardante i monti del
Salernitano e della Lucania (Sulla presenza di falde di ricoprimento nellItalia
meridionale, in Atti della Società dei naturalisti e matematici di Modena LXIX 1938,
pagine 1-15). In essa lAnelli, dopo un breve quadro dei principali problemi
geologici, afferma che il Trias dolomitico insieme ai più recenti terreni calcarei
costituenti il gruppo del Cilento e buona parte dei monti salernitani, è venuto a
sovrapporsi al Trias selcifero della Lucania rivestito dal flysch terziario, anticipando
di alcuni decenni le successive concezioni geologiche. Lopera scientifica
dellAnelli non si esaurì certamente nel 1942, anno a cui risale lultima delle
sue pubblicazioni. Anche dopo il rientro a Parma, fino al 1952, quando venne collocato
fuori ruolo, egli continuò le ricerche su quellAppennino che, oltre ai problemi da
lui già brillantemente risolti, presentava sempre enormi interrogativi, tanto che di
fronte ad essi gli sembrò vano sforzo il suo stesso lavoro. Oltre a quelli citati nel
testo, si segnalano i seguenti scritti dellAnelli: Cenni petrografici sui
conglomerati dei Salti del Diavolo in val Baganza, in Bollettino della Società Geologica
Italiana XXIX 1910, 257-286; I dintorni di Rossena, in Bollettino della Società Geologica
Italiana XLI 1922, 17-29; I graniti di Groppo del Vescovo, in Giornale di Geologia II
1927, 58-64; Sopra alcune particolarità tettoniche dellAppennino emiliano, in
Giornale di Geologia II 1927, 72-74; A proposito di una sezione geologica
nellAppennino reggiano, in Rendiconti della Regia Accademia Nazionale dei Lincei,
classe di scienze matematiche fisiche naturali X 1930, 202-205; Sezioni geologiche
attraverso lAppennino parmense, in Giornale di Geologia X 1935, 1-27; Considerazioni
sulla posizione tettonica del Trias nellalta valle della Secchia, in Atti della
Società dei Naturalisti e Matematici di Modena LXVI 1935, 20-36; Appunti paleontologici a
proposito delle cosiddette argille scagliose, in Rivista italiana di Paleontologia XLI
1935, 33-44; Il golfo pliocenico di Castellarquato, in Giovane Montagna, Parma, 1938, 2;
Somalia italiana di G. Corni, in Atti e memorie della Regia Accademia di Scienze Lettere
Arti di Modena III 1938, 3-15 in collaborazione con B. Donati e A. Vaccari; Sulla presenza
di Aptici nelle cosiddette Argille scagliose dellAppennino emiliano, in Rivista
Italiana di Paleontologia XLIV 1938, 82-93; Calcari a Calpionelle, diaspri e rocce
ofiolitiche nellAppennino settentrionale, in Atti della Società dei Naturalisti e
Matematici di Modena LXIX 1938, 67-77; Sulle concentrazioni albitiche dellalta Val
Taro, in Bollettino della Società Geologica Italiana LXI 1942, 273-288, in collaborazione
con G. Carobbi.
FONTI E BIBL.: Bollettino della Società Geologica Italiana LXXI 1953, 156-159
(necrologio); F. Mutti, Sul possibile significato stratigrafico del macigno della Val
Trebbia, in Rivista Italiana di Paleontologia LXVII 1961, 6; G. Zanzucchi, Commemorazione,
in Ateneo Parmense XXXIV 1963, 3-11; P. Elter-C. Gratziu-B. Labesse, Sul significato della
esistenza di una unità tettonica, in Bollettino della Società Geologica Italiana LXXXIII
1964, 14; G. Braga, Geologia delle valli Nure e Perino, in Atti dellIstituto di
Geologia dellUniversità di Pavia XVII 1965, 19; E. Montanaro Gallitelli,
Quarantanni di geologia, in Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di
Modena XLVII 1966, 259-266; K.J. Reutter, Die tektonischen Einheiten des Nordapennins, in
Ecl. Geol. Helvetiae LXI 1968, 185; E.
Abbate e altri, Introduction to the Geol. of the Northern Apennines, in Development of the
Northern Appennines Geosyncline, a cura di G. Sestini, in Sedimentary Geology IV 1970,
242; E. Abbate-M. Sagri, The Eugeosynclinal Sequences, in Sedimentary Geology IV 1970,
278, G. Zanzucchi, Tectonics of the Parma Province Apennines, in Alps, Apennines,
Hellenides, in Inter Union Comm. Geodyn, Scientific Report, n. 58, Stuttgart, 1978,
277; S. Iaccarino-G. Papani, Il Messiniano dellAppennino settentrionale, in Volume
dedicato a S. Venzo, Parma, 1980, 16, 33, 40 s.; G. Zanzucchi, I lineamenti geologici
dellAppennino parmense, in Volume dedicato a S. Venzo, Parma, 1980, 227; B.
DArgenio, Lo sviluppo delle conoscenze geologiche moderne nellItalia
meridionale, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia
italiana, Bologna, 1984, 306; G. Merla, La tettonica dellAppennino settentrionale
dagli albori al 1950: riflessioni e ricordi, in Cento anni di geologia italiana. Volume
giubilare della Società geologia italiana, Bologna, 1984, 182; M. Pieri Storia delle
ricerche nel sottosuolo padano, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della
Società geologia italiana, Bologna, 1984, 158-161; L. Trevisan, Autoctonismo e faldismo
nella storia, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia
italiana, Bologna, 1984, 191; B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 12; G. Zanzucchi,
in Dizionario Biografico degli Italiani, XXXIV, 1988, 122-125.
ANELLI PELLEGRINO
Parma 1377/1394
Fu frate priore della Chiesa di San Michele di Calerno (1377), poi monaco nel Monastero di
San Giovanni Evangelista (23 giugno 1390), infine priore della Chiesa di Santa Lucia in
Corcagnano (3 novembre 1394). Il suo nome è ricordato in alcuni rogiti notarili: Frate
Giacomo de lArena f.q. Simone abbate del Monastero di San Giovanni di Parma, Frate
Pellegrino de Anellis, Priore di San Michele di Calerno, Frate Nicolo Cantelli monaco
claustrale e Pino de Anellis testimonio. (1377, Rogito Paolo Palazzi, Archivio Notarile
Parma). Frate Pellegrino de Anellis monaco nel Monastero di San Giovanni evangelista (23
giugno 1390, Rogito di Paolo Palazzi).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiani, 1911, 3.
ANELLI PIETRO
Parma ante 1330-ante 1399
Figlio di Pino e fratello di Tommaso, svolse la professione di coniatore. Un pregevole
documento riferito dal conte Gian Rinaldo Carli (sconosciuto agli antichi scrittori delle
arti belle parmensi, allAffò e al Zani) attesta quanto segue: Anno Dominice
Nativitatis mcccxxx indi. xiij die decimo mensis mai in predicto palatio civitatensi
presentibus Ven: P. d. Paganus Pat.ha predictus dedit discreto viro Thomasio f.q.m d.ni
Pini de Anellis de Parma, recipienti pro se et Petro fratre suo Bentiviene Mano Picino de
Florentia Cive Parmensi et aliis que tibi associare voluerint ad cudendam monetam novam
quam idem D. Patha vult facere de novo in civitate Aquilegie. E tra le monete annoverate
dal Muratori nella sua XVII Dissertazione che egli conobbe appartenere ai Patriarchi
Aquileiensi, è da credere possa essere dellAnelli quella da lui esaminata nel Museo
Lassara, citata sotto il n. XVII. LAnelli è ancora ricordato nel seguente atto
notarile: Actum parme in vicinia Sancti Johannis pro burgo de medio, in orto posito post
domum habitationis condam Pitri de Anellis in qua, presentialiter habitat Lucas de Pogis
(1° ottobre 1419, Rogito di Giovanni di San Leonardo, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: G. Carli Rubbi, Delle monete e della istituzione delle Zecche
dItalia, 1754, I, 260 e s.; L.A. Muratori, Dissertazioni sopra le Antichità
italiane, Milano, 1751, tomo I, 530; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle
Arti parmigiane, 1911, 3.
ANELLI PINO
Parma 1377/1416
Figlio di Francesco, fu miniatore e calligrafo attivo a Parma nel 1399 per il convento
benedettino di San Giovanni. Nel 1377 compare come teste in un atto notarile.
Successivamente, è ricordato in diversi altri rogiti: 28 Ottobre 1399, Presente Pino de
Anelis f.q.m D. Francisci vic.a Sancti Johannis pro burgo de medio (rogito di Giovanni da
San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 13 Aprile 1412, Presenti per testimoni ad un atto
del Cancelliere vescovile Andriolo Riva Frate Pellegrino de Anelis Priore del Priorato di
Santa Lucia di Corcagnano, e Pino de Anelis f. q.m d.ni Francisci vic.e Sancti Johannis
pro burgo de medio (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 27
Settembre 1412, Pino de Anellis f.q.d. Francisci civis parme civ.a Sancti Johannis pro
burgo de medio costituito procuratore da Giovanni Antonio de Anellis f.q. Petri dicti
Pitoni per rogito di Antonio qm Alberto de Pesaro del 23 Dicembre 1399 (rogito di Giovanni
San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 12 Giugno 1416, Actum parme in vic.e Sancti
Stefani in domibus hospicii Cavaleti presentibus Pino de Anellis f. q.m d.ni Francisci
vic. Sancti Johannis pro burgo de medio porte christine (rogito di Giovanni da San
Leonardo, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, volume I (1907); E. Scarabelli Zunti, Documenti e
Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 146.
ANELLI TOMMASO
Parma 1330/1390
Figlio di Pino e fratello di Pietro. Lodato coniatore e zecchiere, tra il 1330 e il 1334
stette al servizio di Pagano, patriarca di Aquileja: Anno Dominice Nativitatis MCCCXXX
ind. XIII die decimo mensis mai in predicto palatio Civitatensi presentibus Ven. P.D.
Paganus Pat.ha predictus dedit discreto viro Thomasio f.q. de Pini de Anellis de Parma,
recipienti pro se et Petro fratre suo Bentiviene Mano Picino de Florentia Cive Parmensi et
aliis quos tibi associare voluerint ad cudendam monetam novam quam idem D. Pat.ha vult
facere de novo in civitate. Parrebbe opera sua e del fratello, eseguita dopo la loro
dimora in Aquileja, un suggello del Comune di Parma. LAnelli viveva ancora in Parma
nei primi anni dellultimo decennio del XIV secolo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, t. 5, XI; M. Lopez, 36; G.B. Janelli,
Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1877, 14; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie
di Belle Arti parmigiane, 1911, 3.
ANESI BIANCA
Salsomaggiore 1910-Parma 6 dicembre 1995
Figlia di commercianti. Conobbe Giordano, figlio di Italo Ferrari, nel 1932. Nacque un
doppio amore, destinato a durare una vita, per luomo e per il mestiere di
burattinaio. La Anesi entrò a far parte della famiglia Ferrari e trovò subito un posto
dietro le quinte del teatrino, divenendo lanima di diversi personaggi femminili.
Diplomata al Conservatorio da mezzo soprano (studiò con il maestro Rastelli), portò in
dote alla compagnia una voce incantevole: nacque così loperetta per burattini, con
la Fata Morgana, Il gatto con gli stivali, ecc. Contemporaneamente la Anesi continuò a
dedicarsi al canto puro, con il cognato Emilio, eccellente violinista e direttore
dorchestra dividendosi tra i teatri e i luoghi canonici del culto della musica e le
piazze conquistate dalla baracca dei Ferrari. LAnesi fu la voce femminile dei
burattini dei Ferrari per oltre mezzo secolo. Con Giordano, i cognati e il suocero Italo
partecipò a tournée in tutta Europa, in Messico, in Venezuela, in Thailandia. Per
lAnesi significò farsi conoscere non solo come la voce, ma anche come una vera
attrice, con grandi capacità interpretative. Lavorò intensamente fin verso il 1985.
Nellestate del 1995, a Cervia, al festival di burattini e marionette fu lei a
consegnare le sirene doro. Fu lultima volta in cui salì su un palcoscenico.
FONTI E BIBL.: R. Longoni, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1995, 6.
ANFOSSI DIEGO
Parma 1831
Patriota nei moti del 1831 in Parma. Fu inquisito con la seguente motivazione: Individuo
costantemente segnalato dal pubblico disprezzo pe suoi vizii, ignoranza e
sfrontatezza. Fu il primo a vestire i simboli rivoluzionarii sino al punto di rendersi
pubblicamente ridicolo. Uomo scostumatissimo, aggravato da cattivissima reputazione.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 136.
ANGELBERGA, vedi ENGELBERGA
ANGELICO DA PARMA, vedi SANTINELLI GIOACHINO
ANGELIERI DELFINO
Parma 1641
Nel 1641 fu inviato da Odoardo Farnese, solito a misurare non dalle forze ma
dallanimo suo le cose, a presidiare Castro minacciata dai Barberini, con 28 cannoni
e 1500 fanti. Provvide a fortificarla, offrendo con questo un nuovo pretesto a papa Urbano
VIII di protestare per tali misure, valutandole un atto di ribellione, e dinviare
quindi il marchese Luigi Mattei con 6000 fanti e 500 cavalli. La spedizione durò dal 27
settembre al 13 ottobre 1641, e le rocche di Montalto e di Castro caddero nelle mani dei
Pontifici, con restar dubbiosa la fede o il coraggio dellAngelieri che sì presto
capitolò la resa.
FONTI E BIBL.: L.A. Muratori, XI-II, 7; A. Valori, Condottieri, 1940, 11.
ANGELINO
Parma 1699
Fu cantante (basso) della Cattedrale di Parma il 25 dicembre 1699.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica a Parma, 1936.
ANGELO DA BORGO SAN DONNINO, vedi TOVAGLINI FRANCESCO DIONIGI GIUSEPPE
ANGELO DA PARMA
Parma-Bologna post 1316
Frate terziario regolare francescano. Fu eletto Ministro Provinciale nel Capitolo
celebrato in Modena lanno 1313. Secondo alcuni resse la Provincia per ben sei anni:
questo fatto indicherebbe le non comuni abilità delle quali lAngelo doveva trovarsi
fornito. Stando allopinione di altri, avrebbe governato assai meno, e avrebbe avuto
per successore, fino allelezione del nuovo Ministro, in qualità di Commissario
generale e di Vicario Provinciale, maestro Leonardo da Cremona. Tutti peraltro convengono
nel dire che lAngelo da Parma morì in officio di Provinciale nel convento di
Bologna (Anonimo, ms. bolognese). Nel tempo del suo Ministero, cioè il 31 maggio 1316, si
celebrò il Capitolo generale in Napoli, al quale senza dubbio anchegli prese parte.
In questo Capitolo fu eletto Ministro Generale frate Michael Fuschi de Caesena il quale ob
indiscretum zelum in acri quaestione circa paupertatem Christi et Apostolorum cadde in
disgrazia del papa Giovanni XXII.
FONTI E BIBL.: Acta Ordinis, anno 1884, 136; Analecta Franciscana, tomo 2, 121-122 e tomo
3, 470; G. Picconi, Ministri e Vicari Provinciali, 1908, 68-69.
ANGELO DA PARMA
Parma XVI secolo
Appartenne allOrdine dei terziari regolari francescani. Fu sottile e sagace
ragionatore, della cui abilità si valse ripetutamente lo Stato di Milano.
FONTI E BIBL.: Parma nellArte 2 1977, 14.
ANGELO DA PARMA, vedi anche BRAVI ARTASERSE, CLARIO ANGELO, ROSA CARLO e ZINELLI DOMENICO
ANGELO FELICE DA PARMA, vedi FERRI LODOVICO
ANGELO FRANCESCO DA PARMA, vedi SCURANI FRANCESCO MARIA RANUCCIO
ANGELO MARIA DA BUSSETO, vedi GROSSI GIUSEPPE IGNAZIO
ANGELO MARIA DA PARMA, vedi PROVINCIALI FRANCESCO
ANGELOTTI LINO
Bedonia 26 luglio 1924-Fontanellato 22 aprile 1945
Appartenne al Comando Unico Ovest Cisa. Fu decorato con Medaglia di Bronzo al Valor
Militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 63.
ANGELOTTI NICOLA
Parma XVI/XVII secolo
Schiavo dei Saraceni convertitosi allIslam. Tra le tante mansioni concernenti le
cose della fede svolte dagli inquisitori ci furono anche le indagini relative a cristiani
che, convertitisi allIslam, chidevano di essere riammessi in seno alla Chiesa
cattolica. Si trattava perlopiù di persone che si presentavano spontaneamente davanti al
tribunale dopo essere, a loro dire, fuggiti tra mille pericoli da qualche nazione
musulmana dove avevano trascorso duri anni di prigionia. Spinti dalla disperazione e dai
condizionamenti, avevano abbracciato la religione islamica mediante la pronuncia, in
presenza di testimoni, della professione di fede (Ia ilaha illà Allah Mohammed rèzul
Allah: Allah è il solo Dio e Maometto è il suo profeta). In effetti furono sicuramente
molti coloro che, tra i secoli XVI e XVII, età di intensi traffici e conflitti
allinterno del bacino del Mediterraneo, persero la libertà nel corso di battaglie o
scorrerie di pirati arabi e finirono come schiavi nellAfrica del Nord o in altre
zone dellimpero ottomano. E comprensibile che alcuni di essi acconsentissero a
farsi mori nella speranza, spesso vana, di migliorare la propria condizione, essendo,
almeno teoricamente, disdicevole che un musulmano tenesse in schiavitù un altro
musulmano. Lo schiavo non riceveva comunque che vantaggi minimi dalla conversione, in gran
parte dipendenti dal buon cuore del padrone. Tra gli uomini cui toccò in sorte
dessere schiavo di un padrone crudele ci fu lAngelotti. Di lui si sa solo che
fu preso prigioniero dai Mori e che qualche anno dopo riuscì a fuggire. Per ragioni
ignote lasciò Parma per trasferirsi in una città portuale italiana, dove si imbarcò,
molto probabilmente su una nave mercantile, anche se non è da escludere lipotesi
del vascello da guerra. Le rotte commerciali toccavano le principali città del
Mediterraneo, ed è verosimile che lAngelotti possa aver lavorato per compagnie
diverse, non solo italiane. LAngelotti incappò in una azione piratesca che aveva lo
scopo di razziare bottino e di rifornirsi di uomini da vendere come schiavi nei mercati
nordafricani. Non si sa se lAngelotti dovette passare da un padrone allaltro
(fatto tuttaltro che infrequente) o se rimase sempre presso il medesimo
proprietario. Si sa invece che quello da cui fuggì era incline al maltrattamento.
LAngelotti fu, comunque, abbastanza abile e fortunato da rimettere piede in Europa
sano e salvo. Poi si presentò davanti allInquisizione raccontando la sua esperienza
e dichiarando di essersi fatto maomettano sotto la pressione di una situazione tragica e
disperata, senza però aderire interiormente. Riferì della crudeltà del suo padrone il
quale arrivò a punirlo con cinquecento bastonate. La dolorosa condizione che si trovò a
sopportare fa credere che la sua conversione fosse effettivamente insincera e motivata
dalla speranza di vedere attenuate le proprie sofferenze. Una volta reintegrato nel corpo
della cristianità, dellAngelotti si perdono le tracce: non si sa se abbia ripreso a
lavorare per mare o se sia tornato a Parma.
FONTI E BIBL.: P. Galloni, in Gazzetta di Parma 5 aprile 1989, 3.
ANGELOTTI NINO, vedi ANGELOTTI LINO
ANGHINETTI DOMENICO
Parma XIX secolo
Fu pittore di buon valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 38.
ANGHINETTI ENRICO
Parma 1872
Studiò nella Scuola di musica annessa alla banda della Guardia Nazionale di Parma,
terminando il corso come allievo emerito. Nel 1872 era sottomaestro di clarino nella banda
stessa.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 1993, 58.
ANGHINETTI MAURIZIO
Parma 1831
Merciaio, disarmatore dei Dragoni Ducali durante i moti del 1831 a Parma. Fu segnalato e
inquisito con la seguente motivazione: Si distinse nel 10 marzo 1831 chiamandosi
rappresentante del Popolo e fu nel numero di coloro che impedirono la partenza del Governo
provvisorio. Figura nellElenco degli Inquisiti di Stato con requisitoria
allarresto.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 137.
ANGHINOLFI FRANCESCO
Parma 1426-1506
Fu, come molti altri appartenenti a questa famiglia, cavaliere gerosolimitano. Fu
ambasciatore in Turchia, condusse genti, governò la città di Parma e guidò
larmata.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, I, 24; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 594.
ANGHINOLFI SIRO
Parma 1511/1539
Canonico della Cattedrale di Parma dallanno 1511, fu prevosto della Chiesa parmense.
Sepolti i corpi dei santi Martiri nella Cattedrale di Parma in un sepolcro marmoreo, e
decorato la loro cappella in ogni parte, valutando essere ormai prossimo alla morte, anche
a sé, da vivo, fece costruire un monumento sepolcrale, nellanno 1539.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 120.
ANGHINULFI FRANCESCO, vedi ANGHINOLFI FRANCESCO
ANGHINULFO SIRO, vedi ANGHINOLFI SIRO
ANGILBERGA, vedi ENGELBERGA
ANGILELLA FRANCESCO
Parma 18 dicembre 1894-Monte Rasta 12 luglio 1916
Figlio di Gaetano e Giuseppa Migliore. Sottotenente di Complemento nel 126° Reggimento
Fanteria, fu decorato con medaglia dargento al valor militare, con la seguente
motivazione: Alla testa del suo reparto, si spingeva allassalto con mirabile
ardimento. Colpito a morte a pochi passi dalla trincea avversaria, continuava ad incitare
i propri dipendenti a proseguire nellazione, e spirava poi col sacro nome
dItalia sulle labbra (Rasta, 12 Luglio 1916).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e Decorati, 1919, 271; Decorati al valore, 1964, 74.
ANGIOLINI TERESA, vedi FOGLIAZZI TERESA
ANGIOLINO DA PARMA
Parma prima metà del XVI secolo
Maestro di orologi operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III,
320.
ANGIOLO FRANCESCO DA PARMA, vedi ANGELO FRANCESCO DA PARMA
ANGUISSOLA ALFONSO
Salsomaggiore 1584
Conte, procuratore del Duca Ottavio Farnese, nel 1584, con Paolo Bergonzi e Girolamo
Mantovati, si costituì debitore, per il Duca, verso Giuseppe Giavardi, di lire 75,373 in
prezzo di 150,745 pesi e 23 mine del sale in Cervia, Cesenatico e Salsominore.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 14.
ANGUISSOLA ANNA
Parma 1750/1771
Figlia di Gianlodovico, e moglie di Uberto Ranuzio Pallavicino. Fu dama donore del
Duca di Parma nel 1750 e cameriera maggiore della Corte di Parma nel 1771.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tavola XXVII.
ANGUISSOLA FRANCESCO
Parma 1306
Venne eletto Capitano del popolo a Parma, e nel 1306 assediò Borgotaro. Le cronache
dicono di lui che con le sue gloriose azioni onorò la patria.
FONTI E BIBL.: G.C. Crescenzi, Corona della Nobiltà Italiana, Bologna, I, 1630 e II,
1642; G.B. Di Crollalanza, Dizionario storico blasonico, Pisa, 1896; V. Lancetti,
Bibliografia Cremonese, Milano, 1819; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino,
Piacenza, 1899, 26; C. Argegni, Condottieri, 1936, 44.
ANGUISSOLA GHERARDO
Salsomaggiore 1245
Nel 1245 comperò dal Comune di Piacenza tutte le ragioni che la città di Piacenza
possedeva in Salsomaggiore.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 14.
ANGUISSOLA GIROLAMO
Piacenza 29 dicembre 1681-Busseto 29 marzo 1761
Fu Prevosto della collegiata di San Bartolomeo in Busseto. Figlio del conte Ferrante,
appartenne ad una tra le più illustri famiglie patrizie piacentine. Fu prelato di
dottrina e pietà. Nel lungo periodo di ministero parrocchiale, che si protrasse dal 1716
al 1761, si rese benemerito per lintensa opera di apostolato spiegata tra la
popolazione bussetana, che lo tenne in concetto di alta stima e venerazione. Fu vicario
foraneo del vescovo di Borgo San Donnino, giudice esaminatore e penitenziere, deputato nel
sinodo diocesano convocato nel 1728 dal vescovo Gerardo Zandemaria. Prelato domestico del
Pontefice, morì quasi ottuagenario ed ebbe sepoltura nella collegiata di San Bartolomeo.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 29; D. Soresina,
Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 20-21.
ANGUISSOLA CASONI CLAUDIA
-Parma 31 dicembre 1769
Contessa, moglie del conte Linati. Fu dama esemplare per doti di mente e di cuore, talchè
fu prescelta a governatrice delle reali principesse, figlie dellinfante don Filippo
duca di Parma, dalle quali fu amatissima. Fece parte della Compagnia del SantAngelo
custode di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia SantAngelo custode, 1853, 58.
ANICIUS QUINTUS, vedi ANITIUS QUINTUS HERMES
ANITIUS QUINTUS HERMES
Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Probabilmente fu liberto, coniunx di Octavia Victorina, con la quale visse trentuno anni,
e alla quale dedicò unepigrafe di età imperiale (presenza della formula D.M.)
documentata a Parma, ma poi perduta. La gens Anitia o Anicia, originaria della zona di
Praeneste, donde si diffuse in italia e nelle province occidentali, è presente
sporadicamente in Cisalpina, in questo solo caso a Parma. Hermes è cognomen grecanico,
diffusissimo soprattutto per schiavi e liberti, assai frequente nellItalia
settentrionale a nord del Po, documentato in Aemilia, presente a Parma in questo solo
caso.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 49.
ANNA DEL SALVATORE, vedi ORSI MARIANNA
ANNIBALE DA PARMA, vedi FOSSIO ANNIBALE
ANNIUS LUCIUS ANNUALE
Parma II/III secolo d.C.
Liberto di Lucio Annuale, fu Sestumviro Augustale. Per testamento impose che fosse
predisposta la sua tomba.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 57.
ANNIUS LUCIUS CINNAMUS
Parma I secolo d.C.
Figlio di Lucio. Fu sexvir augustale di condizione libertina, il cui nome si legge su di
una lastra in arenaria di sarcofago, considerato il più antico esempio di sarcofago del
territorio parmense ed attribuito al I secolo d.C. Il nomen Annius, frequente dappertutto
ed anche in Cispadana, è documentato ampiamente a Veleia, presente a Tannetum, e risale
probabilmente ad un periodo precedente la fondazione di Parma colonia romana. Nel 218
a.C., infatti, una commissione triunvirale, tra cui era M. Annius, venne inviata per
dedurre le colonie latine di Cremona e Piacenza. M. Annius, rifugiatosi con i colleghi in
Modena per unimprovvisa ribellione dei Boi, fu catturato e liberato dopo sedici anni
di prigionia dal console C. Servilio Gemino. Cinnamus è cognomen grecanico molto
frequente per schiavi e liberti, tanto da divenire quasi simbolico del loro stato. Le
caratteristiche del sepolcro depongono per una particolarmente buona condizione economica,
e probabilmente anche sociale, del personaggio.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 56; M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 50.
ANNONI ALFREDO
Busseto 1913-Sozine 20 luglio 1941
Sottotenente del 7° Alpini Battaglione Cadore. Fu decorato con medaglia dargento al
valor militare con la seguente motivazione: Comandante di plotone avanzato, riusciva, alla
testa dei propri uomini, ad occupare successive posizioni, respingendo bande di ribelli
preponderanti di forze. Contrattaccato sul fronte e sul fianco manteneva saldamente la
posizione raggiunta, infliggendo al nemico, con il lancio di bombe a mano, gravi perdite.
Avuto ordine di ripiegare, contendeva palmo a palmo con mirabile valore, il terreno
allavversario, permettendo così alla propria compagnia di sistemarsi su forte
posizione retrostante. Colpito mortalmente da raffica di mitragliatrice, trovava ancora la
forza di incitare i propri uomini a persistere nella lotta.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1943, 5043; Decorati al Valore, 1964, 28.
ANONIMO, vedi VITALI BUONAFEDE BONAVENTURA IGNAZIO
ANSALDO
Bardi 1197/1231
Figlio di Giovanni. Fu Conte di Bardi (1197-1231).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 42.
ANSELMI ALBERTO, vedi SANVITALE ALBERTO
ANSELMI ANTONIO
Parma XV secolo
Fu medico in Parma nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 100.
ANSELMI ANTONIO
Parma 1518 c.-
Figlio del pittore Michelangelo, fu poeta, attivo fin verso la fine del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, in Aurea Parma 1 1958, 31.
ANSELMI BARTOLOMEO
Parma 1280/1300
Scarseggiano le notizie su questo astrologo e geomante, fiorito a Bologna negli ultimi
decenni del secolo XIII, e le poche che si hanno sono ricavate dalle sue opere. La prima
è il Liber de occultis della Biblioteca Imperiale di Vienna, codice 3124, ff.
199rb-199vb, e porta la data del 1280. Il breve scritto parla del modo con cui
lastrologo deve accogliere chi va a consultarlo. Il titolo di magister dimostra che
lAnselmi possedette un titolo per lesercizio della sua arte. La seconda opera,
un po più ampia, è il Breviloquium de fructu artis tocius astronomiae, che
lAnselmi compose a Bologna nel 1286, ad preces et honorem domini Thedisii de Fusto
(codice 287 della Biblioteca Comunale di Metz, f. 279r; Narducci, pagina 17) o de Fusco
(codice 2 dellHertford College, Aula Sancta Mariae Magdalenae, di Oxford, f. 92v;
Narducci, pagina 18), ma sicuramente de Flisco. Il trattato, diviso in 22 capitoli, dopo
alcuni cenni sulla creazione del cielo, sui dodici segni dello zodiaco e sulle principali
costellazioni, ha intenti prettamente astrologici e pratici. Il titolo De fructu artis
tocius astronomiae riecheggia il concetto di Tolomeo nel Centiloquium che correva ormai
per le mani di tutti ben più dellAlmagesto. Data la qualità del personaggio cui
lopera era diretta, lAnselmi sentì il bisogno, dopo averlo scritto, di
sottoporlo al giudizio di uomini prudenti, cioè competenti in astrologia e in teologia,
se mai non fosse incappato in qualche eresia. Due anni dopo, nel 1288, lAnselmi
compose lopera sua massima, che nel codice Digby 134 della Bodleian Library di
Oxford (Catal. codd. mss.orum Bibl. Bodl. Pars Nona, Oxonii, 1883, col. 140) e nel codice
5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna descritto dal Narducci (pagina 22)
sintitola Ars geomantiae (anzi, nel codice di Vienna Ars geomantiae nova), scritta a
Bologna ad preces domini Tedisii de Flisco, qui erat tunc ellectus in episcopum civitatis
Regii. Questa notizia è davvero preziosa per molti versi, sebbene non sia facile
stabilire con esattezza il rapporto genealogico di parentela di questo Tedisio con papa
Innocenzo IV. E risaputo, specialmente dalla Cronica di fra Salimbene
(edizione F. Bernini, Bari, 1942, pagine 84-86), che un Opizone Fieschi dei conti di
Lavagna era stato vescovo di Parma, ove presto fu raggiunto dal giovane Sinibaldo, il
futuro Innocenzo IV, e da altri nipoti. Prima di essere papa, Sinibaldo aveva occupato a
Parma la carica di arcidiacono, e a Parma aveva onorevolmente maritate ben tre sorelle,
una delle quali a Guarino di casa Sanvitale, che nebbe sei figli e una figlia,
cresciuti tutti in potere e fortuna col favore del potente zio: multum enim dilexit
propinquos suos papa Innocentius quartus. Tra questi sei nipoti del papa vè anche
un Tedisio, grossus et pinguis et fortis, e vè pure un Opizone, che, dopo essere
stato per molti anni vescovo di Tripoli in Siria, diventò vescovo di Parma, ove era
potente e temuto. Ma il Tedisio cui è dedicata la Geomantia dellAnselmi era un
Fieschi e non un Sanvitale come questi ultimi due. Perciò è da ritenere che Tedisio
de Fieschi cui lAnselmi dedica la sua opera sia figlio di quel Mazia de
Fieschi, il quale era nipote di Innocenzo IV (cfr. Les registres dInnocent IV, a
cura di E. Berger, numero 6654, del 25 giugno 1253). Bisnipote dInnocenzo, il
giovane Tedisio, investito di vari benefici ecclesiastici in Francia, in Inghilterra e in
Irlanda, fu scrittore in Curia, suddiacono e cappellano pontificio. Sicuramente egli era
destinato a far carriera se il Papa non fosse morto troppo presto. Invece nel 1286 egli
era ancora in Curia, cappellano di papa Onorio IV (cfr. Les registres dHonorius IV,
a cura di M. Pron, numero 671, pagina 481, del 12 novembre 1286; il nome Tedisio è
storpiato in Felisio, ma la qualità di canonico laudunense e di cappellano del papa
toglie ogni dubbio). Il 28 agosto 1283 venne a morte Guglielmo da Fogliano, da
quarantanni vescovo di Reggio Emilia, co quod esset de parentela pape domni
Innocentii quarti (Salimbene, pagina 253), sebbene il cronista parmense assicuri (pagine
747 s.) che non era uno stinco di santo. Alla sede vacante di Reggio pare aspirasse
appunto Tedisio, che di fatto venne eletto con lappoggio di una fazione a lui
favorevole. Ma unaltra fazione gli oppose Francesco da Fogliano. È curioso vedere
come Tedisio de Fieschi, appunto nel 1286 e di nuovo nel 1288, mentre la sua
elezione al vescovato di Reggio era in contestazione, sentì il bisogno di ricorrere
allAnselmi, astrologo e geomante. E non meno curioso è apprendere da fra
Salimbene (pagine 763 s., 766) che gli ambasciatori reggiani a Parma, e lo stesso vescovo
di Parma, Opizone di San Vitale, cugino di Tedisio, avevano preso, nel 1284, a consultare
il celebre calzolaio Benvenuto Asdente, tenuto in grande considerazione per le sue
facoltà divinatorie nellinterpretare scripturas illorum qui de futuris predixerunt,
scilicet abbatis Ioachim, Merlini, Methodii et Sibille, Ysaie, Ieremie, Osee, Danielis et
Apocalipsis, necnon et Michaelis Scoti (pagina 739). E fra Salimbene, che conosceva
questo suo concittadino, da lui giudicato purus et simplex ac timens Deum et curialis, id
est urbanitatem habens, et illitteratus, informa: Multa audivi ab eo, que postea
evenerunt. Ma Tedisio, piuttosto che da questo indovino illetterato, preferì essere
edotto sul corso degli eventi da un uomo di scienza che si era stabilito nella dotta
Bologna e ivi non solo praticava lastrologia giudiziaria e, al sorgere del giorno,
descritte a caso alcune figure sulla sabbia, esplorava in oriente il succedersi delle
costellazioni e prediceva la fortuna degli uomini, ma insegnava la scienza astrologica e
geomantica agli studenti di medicina, come insieme a lui, o poco dopo, Cecco
dAscoli, commentando lAlcabizio. Ma poco la dottrina dellAnselmi gli
valse: ché poco dopo il 1288 Tedisio, canonico di Laon, e il suo antagonista, il canonico
Francesco da Fogliano di Reggio, erano morti entrambi, e papa Niccolò IV, il 22 giugno
1290, nominò a vescovo della città emiliana Guglielmo da Bobbio, francescano, che aveva
retto con lode la penitenziera papale (cfr. Les registres de Nicolas IV, a cura di E.
Langlois, numeri 2760-2765). Tuttavia lopera geomantica maggiore dellAnselmi
continuò a godere del favore degli intendenti, sì che da essa lo stesso Anselmi estrasse
il Breviloquium artis geomantiae (Monaco, Staatsbibliothek, Codice lat. monac. [=CLM] 489,
ff. 61-173), che porta la data di Bologna, ottobre 1294 (sebbene lamanuense per
distrazione abbia scritto 1494), e fu composto ad preces duorum suorum amicorum et
discipulorum, Iohannes et Paulus Theutonicorum (Narducci, pagina 21, d; Thorndike, II,
pagina 836, nota 3). Questo Breviloquium, tradotto in italiano, è conservato nel codice
Magliabechiano II, 1, 372 (Narducci, pagina 23). Nello stesso CLM 489, ff. 1-60 (Narducci,
pagine 20 s.c; Thorndike, II, pagina 836, numero 4), è un Prologus libri geomantiae editi
a m.ro Bartholomaeo Parmensi astrologo. [V]erba collecta de libro magno geomantiae, quae
introducant novum discipulum. E più oltre: Hoc quidem opus est Bartholomaei astrologi,
Natione Parmensis. Compilatum Anno Domini MCCLXXXXV, mense Novembris. Perciò il nome
dellAnselmi restò legato allArs geomantiae del 1288, come alla sua opera
maggiore. E questa è detta, nel codice 5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna, ars
nova in quanto lAnselmi vuol ricondurla ai principî dellastrologia
giudiziaria che dovrebbero darle valore di scienza. Per questa ragione nel Breviloquium
del 1294 (CLM 489, f. 61, e CLM 196, f. I r) è detto che essa est practica seu filia
astrologiae e, come tale, connumeratur ars liberalis inter septem artes liberales
(Narducci, pagine 20 s.). È noto infatti che la geomanzia ha origine da pratiche magiche
venute dallIndia insieme allidromanzia, allaeromanzia e alla piromanzia,
quibus associatur necromantia, come dice Pietro dAbano nel Lucidator astronomiae
(codice Vaticano Pal. lat. 1171, f. 321v). Si tratta insomma di arti mantiche o
divinatorie. E per quanto lAnselmi si adoperi a richiamare larte geomantica
sotto i principî dellastrologia, le predizioni del geomante non sono possibili se
non quadam divina inspiratione nel segnare a caso punti sulla terra arata, onde comporre
le figure da interpretare (codice 5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna, f. I r;
Narducci, pagina 22). Presentando la sua opera come ars nova, lAnselmi si propose di
sottrarla alla proibizione di cui era stato colpito dal vescovo di Parigi, col celebre
decreto del 7 marzo 1277, il Liber geomantiae de artibus divinantibus qui incipit:
Estimaverunt Indi, che più dun secolo prima era stato tradotto in latino da Gerardo
da Cremona (A. Bonilla, Hist. de la filos. espanola, Madrid, 1908, pagina 365; ma
cfr. L. Thorndike e P. Kibre, A Catal. of Incipits of Mediaeval Scientific Writings in
Latin, Cambridge, Mass., 1937, col. 243). A questo scopo, e a fornire agli studiosi di
geomanzia e dastrologia giudiziaria alcuni elementi indispensabili intorno alla
sfera celeste, è da ritenere che lAnselmi mirasse scrivendo il Tractatus de
sphaera, contenuto nel codice Sessoriano numero 145 (proveniente dalla Biblioteca di Santa
Croce in Gerusalemme), presso la Biblioteca Nazionale di Roma, descritto dal Narducci
(pagine 7-12) e del quale lo stesso Narducci (pagine 43-173) pubblicò la prima e la
seconda parte (ff. 47r-83r). Lopera fu compilata a Bologna nel 1297, ma una
posteriore nota marginale del codice si riferisce al 1298 e unaltra al 1300. Senza
data sono invece lEpistola astrologica del codice 3124 della Biblioteca Imperiale di
Vienna (ff. 199v-200r), le Significationes naturales planetarum (ff. 200r-203v), le
Signifacationes planetarum cum fuerint domini anni mundi (ff. 204r-205r) e il Tractatus de
electionibus (codice 5438, ff. 116r-128r). Di uno scritto De iudiciis astrorum, cui è
fatto cenno alla fine dellEpistola astrologica, e del Liber consiliorum, dal quale
erano state estratte le Significationes naturales astrorum, non vi è altra notizia: è
evidente che si trattava di opere concernenti lesercizio da parte dellAnselmi
dellarte, che doveva procurargli ben maggiori guadagni che non linsegnamento
teorico di essa. Ma unaltra opera il Narducci ritenne potesse con qualche
probabilità attribuirsi allAnselmi, e cioè la cosiddetta Philosophia Boetii che
nello stesso codice Sessoriano 145 (ff. 1r-44r) precede, ma acefala e con qualche altra
mutilazione, il Tractatus de sphaera, e si ritrova completa in altri due codici: il
Marciano latino class. X, numero 140, ff. 1r-61r (G. Valentinelli, Bibliotheca manuscripta
ad Sancti Marci Venetiarum, Codices mss. Latini, tomo IV, Venetiis, 1871, pagine 90 s.), e
il Laurenziano Plut. LXXVII, 2, di ff. 76, con data in margine del 1346 (A.M. Bandini,
Catalogus codicum latinorum Bibl. Mediceae Laurentianae, III, Florentiae, 1776, col. 129).
A sospettare che la Philos. Boetii potesse essere opera dellAnselmi, il Narducci fu
indotto dal ritrovarne alcuni passi nel Tractatus de sphaera. Ora questo prova, sì, che
lAnselmi la conobbe e usò, ma non che ne sia lautore. Il non essersi
adoperato a far luce su questa misteriosa Philos. Boetii tolse al Narducci
loccasione di vederne i rapporti con la Philosophia di Guglielmo di Conches,
pubblicata ora sotto il nome di Beda ora sotto quello di Onorio dAutun ora sotto
quello di Guglielmo abate di Hirschau; cosa che vide invece chiaramente il Duhem (Le
système du monde, IV, Paris, 1916, pagine 210-222). Ma anche il Duhem finì per
accogliere la tesi inverosimile del Narducci, che lopera fosse uscita dalla penna
dellastrologo autore del ciarlatanesco Tractatus de sphaera. Vero è che nel 1906 H.
Ostler (Die Psychologie des Hugo v. St. Viktor, nei Beiträge zur Geschichte der
Philosophie des Mittelalters, VI, 1, Münster, 1906, pagine 11-13) diede notizia
dellesistenza in due codici monacensi (CLM 23.529, del secolo XIV, ff. 1r-12r, e
18.215, del secolo XV, ff. 161r-191v, copia fedele del primo) di un Compendium
philosophiae attribuito a Ugo da San Vittore. Ma lOstler non pensò a confrontarli
coi tre mss. della Philosophia Boetii segnalati dal Narducci. Più tardi, intorno alla
Pasqua del 1928, il Grabmann scoperse nel codice N 59 Superiore dellAmbrosiana un
terzo esemplare dello stesso Compendium scoperto dallOstler nei due codici
monacensi, e per giunta notò che il codice Ambrosiano è del secolo XII e quindi ben più
antico dei codici di Monaco. Del codice Ambrosiano saccorse nel 1929 Carmelo
Ottaviano, il quale ne preparò ledizione limitata alle prime due parti
dellopera, confrontate coi codici segnalati dallOstler (C. Ottaviano, Un brano
inedito della Philosophia di G. di Conches, Napoli, 1935). Ma è veramente strano che
neanche lOttaviano sapesse dei tre codici della Philosophia Boetii, e di quanto ne
aveva detto il Duhem fin dal 1916. Dello scritto dellOttaviano fece uso il Grabmann
nelle sue Handschriftl. Forschungen u.
Mitteilungen z. Schrifttum d. Wilhelm von Conches (nei Sitzungsberichte der Bayer.
Akademie der Wissenschaften, Philos.-histor. Abteilung, 1935, Heft 10, pagine 8-10,
39-47), ove ricorda la Philosophia Boetii e i tre manoscritti studiati dal Narducci, ma,
dimenticato il Duhem, osò scrivere (pagina 42) che soltanto G. Sarton nel 1931 aveva per
primo richiamato lattenzione sulla dipendenza della Philosophia Boetii da Guglielmo
di Conches. Quanto alla paternità dellopera egli pare disposto ad accogliere la
congettura del Narducci, già accolta dal Duhem, che ne fosse autore lAnselmi.
Senonché la Philosophia Boetii, pervenuta nei tre codici studiati dal Narducci, e il
Compendium philosophiae dei due codici segnalati dallOstler e dellAmbrosiano N
59 Superiore sono certamente la stessa opera con lo stesso incipit, la stessa divisione in
sei libri o particulae, differenti soltanto per alcune trasposizioni, aggiunte e
omissioni. Sicché per il loro fondo comune, dal quale si distaccano talune
particolarità, la Philosophia Boetii e il Compendium sembrano due redazioni duna
stessa opera formate in tempi e in luoghi diversi. Intanto si sa che il codice Ambrosiano
del Compendium è del secolo XII, e dallexplicit dei due codici scoperti
dallOstler si è informati che nellabbazia di Nonantola si conservava idem
liber de multum antiqua littera. Prima di affrontare la questione del rapporto in cui
queste due opere o redazioni di unopera unica stanno con la Philosophia e con gli
altri scritti di Guglielmo di Conches, bisognerebbe chiarire un po meglio il mistero
della loro ancora oscura origine. Per cominciare, è sicuramente falsa la tesi di chi
vorrebbe far credere che la Philosophia Boetii possa essere opera, mettiamo pure
giovanile, dellAnselmi. Per ammetterlo, bisognerebbe credere che egli avesse
plagiato il Compendium Philosophiae che il codice Ambrosiano attesta del secolo XII e che
lexplicit dei due codici monacensi informano esistesse nellabbazia di
Nonantola de multum antiqua littera. È vero che il Narducci (pagina 26; cfr. Grabmann,
pagina 45) ha osservato che nei codici Marciano e Laurenziano è ricordato il nome di
Averroè, ma ciò indica senza dubbio che la Philosophia Boetii non è anteriore, se non
forse di qualche anno, al 1230 quando il commento di Averroè cominciò a divulgarsi.
Troppo evidente è larcaicità della compilazione pseudoboeziana, in confronto alle
molte scempiaggini che accade di leggere nel Tractatus de sphaera, scritto
dallAnselmi alla fine del secolo XIII. Due esempi di siffatte scempiaggini riferisce
il Duhem (pagine 221 s.; cfr. Narducci, pagine 96, 116 s.), per concludere che
lAnselmi si rivela non un astronomo esperto dellarte, sibbene un verboso
imbecille. Si possono aggiungere amenità come queste che si leggono fin dalle prime
pagine del Tractatus, e che paiono fraintendimenti della Philosophia Boetii (codice
Sessoriano 145, f. 18rb), la quale nel suo arcaicismo è cosa seria: Ergo duo sunt poli
[dellasse cosmico], scilicet polus superius et polus inferius. Polus superius vocatur polus antarticus, polus vero inferius
dicitur polus articus. E fin qui niente di male: era lopinione di Aristotele
e di Averroè (cfr. B. Nardi, La caduta di Lucifero e lautenticità della Quaestio
de aqua et terra, Torino-Roma, 1959, pagine 8-15), e lAnselmi era padronissimo di
farla sua. Ma egli continua: in polo enim antartico est ursa maior, et in polo artico est
ursa minor, con tutte le altre corbellerie che seguono per varie pagine. Al principio del
Tractatus de sphaera, lAnselmi dichiara che egli si propone di dire in esso molte
cose intorno alla sfera cosmica que non dixit Iohannes de sacro bosco in tractatu suo.
Certo il trattatello del Sacrobosco è un manualetto elementare per coloro che si
accingono a studiare la scienza astronomica con intelletto di matematici. LAnselmi
invece mostra di non avere alcuna preparazione né attitudine matematica, e copia dalla
Philosophia Boetii e dai manuali dellastronomia greco-arabica, da poco tradotti in
latino, frasi e periodi ove si accenna ad importanti dottrine delle quali egli non capisce
niente, mentre riempie pagine su pagine senza senso comune. Lintento da lui
perseguito non è quello dellastronomo, ma quello dellastrologo, cioè non
quello di risolvere i problemi posti dalle contrastanti apparenze celesti, bensì quello
dintendere le significationes delle varie costellazioni e delle congiunzioni
planetarie, ossia di quelli che Tolomeo nel Centiloquio aveva chiamato i vultus celestes
in rapporto ai vultus huius seculi. Tuttavia se, come sospetta il Narducci, il codice
Sessoriano 145 per più indizi si volesse ritenere autografo dellAnselmi, questi,
anziché autore della Philosophia Boetii, potrebbe considerarsi trascrittore di essa e
autore di alcune delle glosse da lui inserite ora nel testo ora in margine, le quali non
concordano affatto col pensiero di Guglielmo di Conches.
FONTI E BIBL.: E. Narducci, I primi due libri del Tractatus sphaerae di Bartolomeo da
Parma, estratto dal Bullettino di bibl. e di storia delle scienze matematiche e fisiche
XVII gennaio-marzo 1884; G. Boffito, Dante e Bartolomeo da Parma, in Rendiconti del Regio
Istituto lombardo di scienze e lettere, s. 2, XXXV 1902, 733-743; G. Boffito, Intorno alla
Quaestio de Aqua et Terra attribuito a Dante, in Memorie della Accademia di scienze di
Torino, s. 2, LI 1902, 105-107; L. Thorndike, A History of magic and experimental Science,
II, New York, 1923, 835-838; G. Sarton, Introd. of the history of science, II, Washington,
1931, 988; B. Nardi, in Dizionario Biografico degli Italiani, VI, 1964, 747-750.
ANSELMI BARTOLOMEO
Parma 1405 c.-1495 c.
Figlio di Giorgio, fu chiamato da Jacopo Cavicèo consumatissimo Fisico, e da Niccolò
Burci un altro Galeno. Meritò anche somma lode per essere stato di vantaggio alla patria
nelle circostanze più critiche. Quando, dopo la morte dellultimo dei Visconti,
Parma si rese indipendente (1448), si vide lAnselmi aver luogo tra i conservatori
della ritrovata libertà. Nel 1454 fu tra i molti che compiansero con versi latini la
morte di Francesco Barbaro. Assoggettatasi poi la città di Parma a Francesco Sforza,
lAnselmi fu quasi sempre tra gli eletti allamministrazione dei pubblici
affari, e dopo le successive rivoluzioni, volendosi nel 1478 aver pace e richiamare
dallesilio gli autori del fatale saccheggio usato contro la parte dei Rossi, egli fu
scelto tra quei prudenti che ne dovevano concertare i capitoli. LAnselmi insegnò
pubblicamente Medicina nel 1447-1448 come si legge nel Discorso preliminare al tomo primo
dellAffò, e nei libri del Monastero di San Giovanni lo si vede stipendiato da quei
monaci come loro medico dal 1479 al 1481. Viveva ancora nel 1494, allorchè il Burci
pubblicò la sua Bononia illustrata, avendo egli scritto: Ex hac etiam familia quidam
Bartholamæus superest Philosophiæ, et Medicinæ Doctor celeberrimus, qui hac tempestate
alter Galenus habitus est. LAnselmi ebbe due figlie, Paola e Caterina, accasate
nobilmente (la seconda col famoso poeta e cavaliere Andrea Bajardi), come appare dagli
epitaffi composti da Giorgio Anselmi, il quale compose anche per lAnselmi, morto
alletà di novantanni, il presente epitaffio: Terram tange Viator, et sacratum
Ne teras pede pulverem profano, Et sit pax tibi longe cum sepultis. Hic est Paeonias
professus Artes Insignis Ptolomaeus, inclytoque Anselmo memorabilis parente, Qui arco non
semel invidente, fracta Fila restituit trium sororum. Huic quae deinde senecta post
paractas Ter decem tricteridas cecidit. Quod si qua est pietas relicta terris Udis hinc
oculis abi Viator.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 12-14;
G. Negri, Biografia Universale, 1844, 27-28; G.B. Janelli, Dizionario Biografico, 1877,
15; U. Gualazzini, CLVI; Aurea Parma 3 1951, 187 e 3 1953, 146.
ANSELMI BENEDETTO, vedi ANTELAMI BENEDETTO
ANSELMI BERNARDO
Parma XIV secolo
Padre di Enrico e di Andrea, fu filosofo, medico e uomo di scienza assai famoso ai suoi
tempi. Fu sepolto nella Chiesa del Carmine in Parma, con un epitaffio dettato dal figlio
Andrea.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 28-29.
ANSELMI ENRICO
Parma-Parma ante 1386
Nacque da Bernardo nel secolo XIV. Professò la Filosofia e la Medicina, arte
questultima coltivata con onore dai suoi maggiori ascendenti, e aquistò non meno
del padre bellissima fama a Parma e fuori. Un suo fratello, di nome Andrea, pose nel 1386
al padre e a lui, sepolti nella Chiesa del Carmine di Parma, un epitaffio poetico:
Splentet in anselmis medicine gloria luxaque dic patris et nati molliter ossa cubant alter
Aristotiles. Ipocras erat alter. Uterque et mundo. Et patrie dulce patrociniu.ue
Henrico Bernarde tuo pater optime gaude surgis in astriferas quo comitante domos vos tuus
alter genitus vestrisque magister artibus Andreas marmore clausit amans virginis a partu
sevtus post mille trecentos bina ter augustus denaque lustra dabat.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 28-30.
ANSELMI FRANCESCO
Parma 1526
Figlio di Michelangelo, fu scultore. Viveva nel 1526.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 30.
ANSELMI FRANCESCO
Parma 1660/1661
Religioso. Lo si trova a cantare (basso) alla Steccata di Parma dal 1° settembre 1660 al
1° dicembre 1661.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica a Parma, 1936.
ANSELMI GIORGIO
Parma 1380 c.-post 1451
Nacque qualche anno prima del 1386, anno in cui si dà per certa la morte del padre
Enrico, che, come il nonno Bernardo, era stato un accreditato filosofo. Le notizie
riguardanti i primi anni di vita dellAnselmi sono incerte: è possibile che egli
abbia ricevuto la prima educazione dal padre e sia stato successivamente alunno a Pavia,
essendo rimasto chiuso lo Studio parmense dal 1377 al 1411, di Biagio Pelacani, maestro di
filosofia, matematica e fisica, il quale, verso la fine del secolo XIV, insegnava in
quella città. Alla riapertura dello studio di Parma, nel 1412, lAnselmi e il
Pelacani (questi fino alla morte, avvenuta nel 1416) furono professori nella stessa
facoltà delle arti e medicina, e certo lAnselmi ebbe allora lopportunità di
un fecondo scambio di idee con colui che, forse, era stato suo maestro. Nel 1420, dopo la
nuova soppressione dello Studio parmense, appare molto probabile che lAnselmi sia
stato chiamato negli Stati estensi da Niccolò III dEste. Egli si trovava
sicuramente a Modena nel 1425 e vi esercitava con successo la professione di medico. Si
distinse talmente in tale attività, da meritare nel 1428 la cittadinanza onoraria di
Ferrara. Nel settembre 1433 si svolsero ai bagni di Corsenna (Lucca) i dialoghi sulla
musica tra lAnselmi e Pier Maria Rossi di San Secondo, quei dialoghi
sullarmonia che lAnselmi inviò allamico, con dedica, dopo averli
riassunti, nellaprile successivo. Questa opera è pervenuta attraverso un unico
manoscritto, oggi alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (segnatura: H. 233 inf.),
appartenuto a Franchino Gaffurio da Lodi e da lui amo revolmente glossato. Nel 1439
lAnselmi fu di nuovo a Parma per una laurea, con il compito anzi di presentare al
Collegio laspirante dottore, fra Giacomo Bosellini di Mozzaniga, e nel 1440 vi
si trovava ancora come uno dei doctorum artium et medicinae incaricato, assieme ad altri
colleghi, della riforma degli statuti del Collegio. Nel 1448-1451 lAnselmi insegnò
medicina pratica allUniversità di Bologna, sicché si deve agli studi del Massera
laver rettificato la data di morte dellAnselmi, da tutti i biografi precedenti
assegnata agli anni 1440-1443, mentre non può essere avvenuta prima del 1451. Le sue
opere, concernenti la matematica, la medicina e lastrologia, elencate
dallAffò e dal Massera, sono andate quasi tutte perdute. Rimane solo una Astronomia
Georgii de Anselmis che segue alla Isagoge Iohannis Hispalensis de iudiciis Astronomiae
(Biblioteca Apostolica vaticana, ms. Vaticano latino 4080) e una Quarta pars quarti
tractati Georgii Parmensis de modis specialibus Imaginum octavi orbis (Biblioteca
Apostolica vaticana, ms. Vaticano latino 5333). Rilevante fu la sua importanza come
teorico musicale, di cui diretta testimonianza è lopera dialogica De harmonia,
divisa in tre parti: de harmonia coelesti, de harmonia instrumentali, de harmonia
cantabili. Il primo dialogo, il più filosofico e il meno attinente ad argomenti
tecnico-musicali, riguarda larmonia cosmica. In tale trattazione lAnselmi si
rivela un pensatore di rilievo, formatosi certo, nelle sue prime meditazioni di teorica
musicale, sul De musica di Boezio. In seguito Gaffurio, che sarà influenzato dallo studio
dellopera anselmiana, riprenderà più volte questo argomento. Nel secondo dialogo
lAnselmi tratta con competenza del sistema tonale, si sofferma particolarmente su
alcuni strumenti musicali, sullantica citara, sul moderno monocordo e accenna anche
allorgano. Nel terzo dialogo, dedicato al canto corale (con la scala guidoniana, le
mutazioni e i toni ecclesiastici) e alla musica mensurale, lAnselmi affronta uno dei
problemi più scottanti della sua epoca: quello della notazione mensurale. Egli sente il
bisogno, mostrandosi così non solo un astratto formulatore di teorie, di ricondurla a
pochi e chiari principî, e a tal fine propone egli stesso un nuovo sistema di notazione.
Tale sistema, pur essendo ricordato da Gaffurio e ancora riprodotto in un trattato del
1613, El Melopeo y Maestro di D.P. Cerone, non entrò però nella pratica musicale.
FONTI E BIBL.: Biblioteca Apostolica Vaticana, ms., Cappella Giulia I, 1-2 (2), G.O.
Pitoni, Notizia de Contrapuntisti, e Compositori di Musica dallanno 1000 in
sino allanno 1700, 22; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II,
Parma, 1789, 153-161; J. Wolff, Handbuch der Notationskunde, I, Leipzig, 1913, 387; R.
Fantini, Maestri Parmensi nello Studio Bolognese, in Aurea Parma XIV 1930, 75; R.
Casimiri, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI. Note ed appunti, in Note dArchivio
per la Storia musicale VIII 1931, 132-134; J. Handschin, Anselmis treatise on music
annotated by Gafori, in Musica disciplina II 1948, 123-140; G. Massera, Un musico
parmense: Anselmi Giorgio senior, in Aurea Parma XXXIX 1955, 241-267; G. Massera, Ancora
sopra un musico parmense del primo Quattrocento, in Aurea Parma XL 1956, 103-108; Georgii
Anselmi Parmensis. Dieta prima: De coelesti Harmonia. Dieta secunda: De instrumentali
Harmonia, Dieta Tertia: De cantabili Harmonia, introduzione, testo e commento a cura di G.
Massera, Firenze 1961; F.J. Fétis, Biographie universelle des musiciens, I, Paris, 1860,
114 s.; R. Eitner, Quellen Lexikon der Musiker, I, 164; Die Musik in Geschichte und
Gegenwart, I, col. 507; L. Pannella, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961,
377; R. Missiroli, Il De Musica di Giorgio Anselmi parmense, in Parma per lArte 13
1963, 171-174.
ANSELMI GIORGIO
Parma 1450 c.-Parma 1528
Da non confondere con lomonimo suo avo, medico e scienziato (donde
lappellativo di nepos che lAnselmi talvolta ebbe cura di porre sui frontespizi
delle opere), nacque da Andrea verso la metà del secolo XV, sicuramente prima del 1459,
non risultando iscritto negli albi battesimali da quellanno istituiti. Studiò
latino e greco, interessandosi anche di filosofia e medicina e mantenendo rapporti di
amicizia con F.M. Grapaldo, T. Ugoleto e F. Carpesano. Partecipò attivamente alla vita
politica di Parma e durante linvasione di Carlo VIII (1494) fu costretto a fuggire
con tutta la sua famiglia. Tornata la pace, poté rientrare nella città, trascorrendo,
tuttavia, la maggior parte del suo tempo nei poderi che possedeva nel Parmense o nella
villa di Brescello, dove era solito ritirarsi a studiare. Da questa nuova vita non lo
distolsero neppure le vicende belliche che turbarono ancora la regione durante il
pontificato di Clemente VII. Onorato della stima di noti letterati, tra i quali Isidoro
Clario, vescovo di Foligno, Teofilo Folengo (che alla fine del suo Chaos del tri per uno
gli dedica un bizzarro acrostico) e A. Navagero, inviato a Parma (1523) come oratore della
Repubblica veneta, lAnselmi morì vittima della terribile pestilenza che devastava
allora quelle terre. Nel clima di appassionati studi umanistici che fiorirono a Parma, le
poesie latine dellAnselmi (odi e anacreontiche) rivelano una sapiente padronanza
delle letterature classiche, una discreta tecnica nel maneggiare il verso latino, cui
peraltro difetta la capacità di esprimere la variegata gamma di un contenuto psicologico,
donde la monotonia che savverte in molte sue composizioni. Di queste, una notevole
scelta è contenuta in Delitiae Italorum Poetarum, Huius superiorisque aevi illustrium,
collectore Ranutio Ghero (idest Iano Grutero), s. 1., 1708, 230-239. Lopera più
interessante ed artisticamente più valida dellAnselmi è Georgii Anselmi Nepotis
Epigrammaton libri septem, Parmae, 1526, la cui terza e definitiva edizione (Venetiis,
1528) è arricchita da altre composizioni (Sosthyrides, Peplum Palladis, Eglogae quatuor).
I momenti migliori di questa produzione si colgono in talune rievocazioni e quadretti di
vita familiare nei quali anche lo stile sembra adattarsi a schemi più duttili e
comprensivi. I contemporanei criticarono laridità dellAnselmi quanto
allinvenzione e allespressione, dovuta, sembra, al proposito di evitare la
magnificenza del modello ovidiano. Lelio Gregorio Giraldi giudicò lo stile
dellAnselmi un exsiccatum dicendi genus, né diversamente si espresse O.D.
Caramella. Altre opere dellAnselmi sono le seguenti: Georgii Anselmi Nepotis Hecuba,
Parmae 1506 (un esemplare di questa rara edizione in Biblioteca Apostolica Vaticana);
Epiphyllides in Plautum, in M. Actii Plauti Asinii Comoediae viginti nuper emendatae, et
in eas Piladae Brixiani Lucubrationes, Parmae 1510 (illustrazioni composte su alcune
commedie di Plauto, nitidae et comptae exornabunt Rudentem, Sthicum, Trinummum,
Truculentum), Vita de Giacopo Caviceo, per Georgio Anselmo al R. Messer Priamo de Pepoli,
in Il Peregrino di M. Giacopo Caviceo da Parma, nuovamente con somma diligenza revisto, e
ristampato, Vinegia, 1538, 261-269.
FONTI E BIBL.: Honorii Dominici Caramella, Museum Illustrium Poetarum, secunda editio,
s.l.n.d., 104; Francisci Carpesani, Commentaria suorum temporum Libris X, comprehensa ab
anno circiter 1470 ad annum 1526, in Veterum Scriptorum et Monumentorum historicorum,
dogmaticorum amplissima collectio, V, Parisiis, 1729, 1337; Lilii Gregorii Gyraldi, De
Poetis nostrorum temporum, Berlin, 1894, 33; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori
dItalia, I, 2, Brescia, 1753, 834-836; I. Affò, Memorie di scrittori e letterati
parmigiani, III, Parma 1791, 218-228; F. Flamini, Il Cinquecento, Milano, s.d., 539; M.
Quattrucci, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 378.
ANSELMI ILARIO
Parma 1406 c.-post 1443
Figlio di Giorgio. Fu chierico e canonico in Parma, e quindi Vicario generale della
diocesi. Fu lodato da Jacopo Caviceo nel Pellegrino.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, II, 1827, 209.
ANSELMI LEONARDO
Parma 1440
Fu Priore del Collegio di Arti e Medicina di Parma (1440) e con altri maestri e dottori
del Collegio (G. Anselmi, F. Pellacani, Bernardo de Mataleto, G.M. Garbazzi, Guglielmo
Palmia, Luca Larocca, G.G. Baiardi) aggiornò il corpo delle norme statuarie del Collegio.
FONTI E BIBL.: U. Gualazzini, Corpus Statutorum cit., CLXVIII, 44; M. Varanini, Gli
Statuti, in LAteneo Parmense, 1930, 470; Aurea Parma 3 1951, 186-187.
ANSELMI MICHELANGELO
Lucca 1491 o 1492-Parma 1554/1556
Nacque a Lucca, ove suo padre Antonio, per sfuggire alla giustizia, si era trasferito da
Parma. Inviato ancora fanciullo a Siena, ebbe vasta e approfondita conoscenza delle opere
del Sodoma, come appare fin dalla prima ascrittagli: una Visitazione a fresco nella chiesa
di Fontegiusta in quella città. Stabilitosi a Parma tra il 1516 ed il 1520, sposò in
qullanno Ippolita Garbazza. Si formò sul Correggio, operante contemporaneamente a
lui negli stessi cantieri di San Giovanni e del Duomo di Parma, traendone schemi
compositivi e, soprattutto, la sodezza formale e il fluido, intenso cromatismo. Ma, a sua
volta, apportò uneco non fioca dellarte senese, mediandola appunto al
Correggio e, più di ogni altro, al Parmigianino degli inizi. Nelle opere tarde il
bilancio con lui del dare e avere si inverte, ed è lAnselmi che subisce
linfluenza del Mazzola, specie nelle ricercate eleganze e nei ritmi compositivi. La
sua amicizia con questo è provata, oltre che dalla collaborazione nel quadro giovanile
del Parmigianino, ora alla Galleria Estense di Modena, dal fatto che nel 1532 il Mazzola
tenne a battesimo un figlio dellAnselmi cui venne imposto il nome di Francesco. Del
periodo giovanile sono: la pala molto ridipinta nella chiesa di Tizzano (1520), gli
affreschi nelle absidi del transetto e nelle cappelle laterali al presbiterio in San
Giovanni Evangelista a Parma, la collaborazione col Bedoli e col Parmigianino nella
Madonna col Bambino e santi della Galleria Estense di Modena, la tavola col Cristo
portacroce, anchessa nella Galleria Estense di Modena, la Madonna in gloria col
Bambino, angioli e i ss. Sebastiano e Rocco nella Galleria Nazionale di Parma, gli
sportelli coi Ss. Sebastiano e Giovanni Battista nella chiesa di San Giovanni Evangelista
(1525 circa), la Madonna col Bambino e i ss. Sebastiano, Rocco, Ilario e Biagio (1526) e
lApparizione di s. Agnese, nella Cattedrale, la Sacra Famiglia con s. Barbara nella
Galleria Nazionale di Parma, la Madonna col Bambino e santi nella parrocchiale di Carzeto
di Soragna, il S. Antonio e la S. Chiara a Napoli (Capodimonte), il Battesimo di Gesù a
San Prospero di Reggio nellEmilia, una serie di tavolette succose di colore nella
Galleria Nazionale di Parma e a Napoli e la Madonna in gloria tra i ss. Giovanni e Stefano
al Louvre. Del 1532-1533 è la decorazione a fresco della cappella della Concezione presso
San Francesco a Parma. Del periodo più tardo sono i Santi affrescati nella chiesa di San
Bartolomeo a Busseto (1538-1539), la decorazione di una sala nel Palazzo Lalatta a Parma
con 4 figurazioni sacre e i Dodici Apostoli nonché lIncoronata, lAdorazione
dei Magi e le Figure allegoriche nelle absidi e relativi arconi nella Steccata di Parma
(1540-1554).
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina, ms.; M. Zappata, Notitiae ecclesiarum
Parmensium; Parma, Museo di Antichità, ms. 120; R. Baistrocchi, Guida di Parma (1780),
passim; Parma, Biblioteca Palatina, ms.; I. Grassi, Theatrum parmense; Parma, Museo di
Antichità; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., 102,
III (1501-1550), 34-56 e 58; Parma, Museo di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Materiale
per una guida di Parma, ms., nn. 110-112, passim; F. Azzari, Compendio dellhistoire
della città, Reggio, 1623; C. Ruta, Guida ed esatta notizia di Parma, Parma, 1739,
passim; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, passim; G.B. Bodoni, Le
più insigni pitture parmensi, Parma, 1809, tav. XIX e XX; G. Gaye, Carteggio inedito
dartisti, II, Firenze, 1840, 325 s.; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di
Parma, I, Parma, 1854, 97, 101; C. Ricci, Catalogo della Galleria di Parma, Parma, 1896,
131-133, 283; L. Testi, S. Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, 13, 37, 137, 147,
148, 149, 150, 151; A. Venturi, Storia dellarte, IX, 2, Milano, 1926, 706-716;
Catalogo della Mostra del Correggio, Parma, 1935, 93-96, 169-172; A.O. Quintavalle, La
Regia Galleria di Parma, Roma, 1939, 46-48, 86, 268; A.O. Quintavalle, Nuovi affreschi del
Parmigianino in S. Giovanni Evangelista a Parma, in Le Arti II 1940, 313-315; A.O.
Quintavalle, Mostra parmense di dipinti noti ed ignoti, Parma, 1948, 59 s., 70-73; A.O.
Quintavalle, Il Parmigianino, Milano, 1948, passim; A.E. Popham-J. Wilde, The Italian
Drawings of XV and XVI centuries at Windsor Castle, London, 1949, 364, n. 1123, figura
313; S.I. Freedberg, Parmigianino, his works in painting, Cambridge, 1950, 223 s.; F.
Bologna, Fontainebleau e la maniera italiana, Firenze, 1952, 14; A.E. Popham, I disegni di
Michelangelo Anselmi, in Parma per larte III gennaio-aprile 1953, 11-17; A.
Ghidiglia Quintavalle, I castelli del parmense, Bologna, 1955, 55, 64; A.E. Popham,
Correggios drawings, London, 1957, 107-113, 169-172; F. Bologna, Ritrovamento di due
tele del Correggio, in Paragone VIII 1957, n. 91, 10 s.; R. Longhi, Le fasi del Correggio
giovane, in Paragone 101, 1958, 39 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, LOratorio della
Concezione a Parma, in Paragone 103, 1958, 24-38; A. Ghidiglia Quintavalle,
LOratorio della Concezione a Parma, a cura del Lyons Club, Parma, 1958; A. Ghidiglia
Quintavalle, Un quadro a tre mani, in Paragone 109, 1959, 60-65; A. Ghidiglia Quintavalle,
Per Michelangelo Anselmi, in Paragone 111, 1959, 13-20; A. Ghidiglia Quintavalle, La
Galleria Estense di Modena, Genova, 1959, 64; A. Ghidiglia Quintavalle, Ritrovamenti e
restauri a Modena e Reggio, Parma, 1959, 23-28; A. Ghidiglia Quintavalle, Profilo di
Michelangelo Anselmi, in Palatina n. 13 1960, 65-70; A. Ghidiglia Quintavalle,
Michelangelo Anselmi, Parma, 1960 (con elenco cronologico di numerosi documenti); A. e C.
Quintavalle, Arte in Emilia, Parma, 1960, 78-85; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lexikon der bildenden Künstler, I, 539-541;
Enciclopedia Italiana, III, 428 s.; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia della
Pittura italiana, 106 s.; P. Orlandini, 286; S. Ticozzi, 13; G. Sitti, La chiesa di S.
Pietro Martire e lInquisizione a Parma, in Aurea Parma 1932, 104-110; A.O.
Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, Roma, III, 1961, 381; A. De Mas,
Conegliano, Vita arte e storia, Milano, 1966, 23; E. Riccomini, Un presepe di Michelangelo
Anselmi, in Aurea Parma 1966, 125-127; La pittura in Italia, 626-627; G. Bertini, La
Galleria, 146, 151, 235 n. 11, 240 n. 506, 263 n. 689, 270 n. 949, 278 n. 59-85, 293 n.
43, 294 n. 90; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI, 1994, 304-305.
ANSELMI MICHELE, vedi ANSELMI MICHELANGELO
ANSELMI PIETRO
Parma XV secolo
Fu medico attivo in Parma nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.
ANSELMI PIETRO
Parma 1526
Pittore attivo nel 1526, secondo quanto riportato da Zani (Enciclopedia Metodica di Belle
Arti). Non si conoscono sue opere.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; Zani; G. Negri, Biografia Universale 1844, 34.
ANSELMI VIRGINIA, vedi FOCHI VIRGINIA
ANTELAMI BENEDETTO
Genova ante 1170-post 1225
Il nome dellAntelami appare per la prima volta, con la data 1178, sul rilievo della
Deposizione di croce nel Duomo di Parma (anno milleno centeno septuagesimo octavo scultor
patuit mense secundo antelami dictus sculptor fuit hic benedictus), e una seconda volta,
con la data 1196, sullarchitrave del portale maggiore del Battistero di Parma (bis
binis demptis annis de mille ducentis incepit dictus opus hoc scultor benedictus). Le due
opere così accertate hanno permesso, malgrado lassenza di altre notizie, di
ricostruire con un ampio catalogo loperosità dellAntelami. Il cognome
Antelami (cioè Intelvi, valle comasca, patria di una corporazione genovese di
costruttori, i magistri antelami) accerta che lAntelami, poi rivelatosi (patuit)
scultore, era di professione architetto e proveniva da Genova. Le strette relazioni
commerciali della città ligure con Narbona, Saint-Gilles e Arles rendono storicamente
comprensibile leducazione provenzale dellAntelami: questi dovette formarsi nel
cantiere del chiostro di Saint Trophime ad Arles, dove almeno un capitello del lato
orientale, databile per altre ragioni intorno al 1170-1175, può essergli attribuito.
Invero, molti tratti particolari e molti caratteri stilistici generali, non meno di
svariati motivi iconografici, indicano nellautore della Deposizione del Duomo di
Parma la diretta esperienza del romanico provenzale: dalla decorazione a niello del fondo
a particolari ornamentali delle vesti, dalla tipologia dei volti al ritmo e alla fattura
delle pieghe nei panneggi, ma soprattutto la concezione statuaria della forma, propria in
grado superlativo alla scultura provenzale, in contrasto con la visione plastica che
caratterizza la scultura romanica lombarda ed emiliana. Mentre in questa, infatti, la
forma conserva col piano di fondo un rapporto dialettico, sicché, anche quando è robusta
e possente, pare sempre emergerne con fatica, nella scultura provenzale e nelle sue
derivazioni italiane la forma, anziché essere colta nel suo nascere, è fissata in una
sua tranquilla e ferma esistenza: essa tende pertanto allisolamento volumetrico e al
tuttotondo. Nella Deposizione laccentuazione della rigida geometricità della forma,
il ritmo sostenuto delle serie verticali e la durezza dellintaglio richiamano in
particolare alle sculture della zona inferiore della facciata di Saint Trophime e ai
capitelli del lato orientale del chiostro. E tuttavia, di fronte allormai manierata
eleganza che nelle sculture di Arles ha riassorbito lintensità pittorica e il
patetico fuoco di Saint Gilles, lAntelami riafferma loriginalità della
propria personalità artistica. Alle quasi dissanguate immagini dei suoi esemplari
arlesiani egli restituisce uno spirito di autentica arcaicità. Ogni durezza si riscatta
nel gusto cristallino della forma geometrica, la schematicità del ritmo si rianima, anche
attraverso un recupero di cultura bizantina, nel ritmo musicalissimo che governa il
ripetersi dei gesti da figura a figura, proponendo una suggestione sacrale. La continuità
del ritmo va dissolvendosi poi nel progressivo distaccarsi delle figure, fermamente
isolate come volumi entro la guaina delle vesti serrate, e nel rallentando del centro,
dove la curva dolentissima del corpo del Cristo, accarezzato da una modellazione
trepidamente pittorica delle superfici, si inserisce teneramente tra le due rette oblique
del Nicodemo e delluomo sulla scala. Anche a destra, sul ritmo uniforme e astratto
della teoria dei soldati si inserisce con un giuoco di curve modulatissime il gruppo degli
sgherri in atto di spartirsi le vesti. Il dramma si proietta pertanto in una sfera di
severa malinconia, dove una solennità da cerimonia si scalda di teneri accenti umani. La
poesia dellAntelami sgorga dunque da uno stato danimo di commosso
raccoglimento e trova il suo linguaggio più proprio nella tensione tra larcaico e
il nuovo, tra la tradizionale inerzia della massa e il nuovo affinarsi di questa in una
percezione delicatamente pittorica della forma e nellanimazione sottilmente lineare
del volume. È ormai assodato che il rilievo della Deposizione faceva parte del parapetto
di un pontile, simile a quello del Duomo di Modena. Ne rimangono ancora, nel Museo di
antichità di Parma, oltre a una seconda lastra, danneggiatissima, tre capitelli istoriati
e, nella cappella Berneri in Duomo, i quattro leoni stilofori. Derivati da quelli della
facciata di Saint Trophime, questi ultimi rinnovano tuttavia il gusto dei loro esemplari
provenzali attraverso un modellato vivissimo e una forza scattante che si pongono in un
perfettamente intuito rapporto dialettico con la stilizzata geometria dei volumi e sono
ben degni della mano dellAntelami. I capitelli appaiono invece opera di un notevole
compagno di lavoro dellAntelami, da lui influenzato, ma memore anche della
tradizione emiliana Wiligelmo-Niccolò: caratteristiche che fanno pensare alla scuola di
Piacenza. Nel Duomo di Parma va ritenuta opera un poco più tarda dellAntelami anche
la cattedra vescovile con due rilievi sugli specchi laterali (S. Giorgio e Conversione di
s. Paolo). Nella cattedra lAntelami raggiunge nellideazione architettonica
dellinsieme e nel rapporto tra architettura e scultura, come nel modellato stesso
delle figure e dei rilievi, una forza compatta e repressa e una fermezza di volumi che in
qualche modo lo accostano al gusto della scuola campionese, riassorbendo in espressioni di
grande novità e potenza il sustrato provenzale del suo linguaggio. Assai piano è il
passaggio stilistico dalla cattedra di Parma alle poche sculture e statue dei profeti
David ed Ezechiele, nelle due nicchie ai lati del portale maggiore, e i due rilievi con i
Pellegrini e i sottostanti animali fantastici in quattro formelle, il rilievo del Grifo
col cervo nella volta del protiro destro e forse lErcole col leone nemèo, oltre ai
due splendidi leoni stilofori del portale centrale che sulla facciata del duomo di Borgo
San Donnino si possono attribuire alla mano stessa dellAntelami. Nei solchi profondi
delle pieghe e nellaccentuazione del carattere statuario delle immagini si rileva
nei due profeti una rinnovata presa di posizione di fronte alla scultura arlesiana, la
quale porta allespressione di una possanza più raccolta e più rude. Strettamente
comprese tra due piani paralleli, entro i quali la figura sembra volgersi inquieta, le due
immagini si caricano di unenergia latente che superbamente riscatta linerzia
della massa. Non possono questi capolavori, come vuole il de Francovich, appartenere a un
periodo posteriore al compimento del Battistero di Parma, cioè dopo il 1215 o il 1216,
poiché qui non è traccia di quellinfluenza dellIle-de-France e di quel
generale affinarsi della visione dellAntelami che caratterizza il suo opus magnum
nel Battistero parmense. Bisogna dunque ammettere che nel decennio 1180-1190, o forse
subito dopo il 1188 (rimanendo incerto dalle vaghe notizie documentarie se la nuova
Cattedrale di Borgo San Donnino sia stata iniziata già nel 1179 o soltanto dopo il 1188),
lAntelami non si sia limitato a dare il disegno della facciata e dellintera
chiesa, ma abbia subito posto mano anche alla decorazione plastica, pur lasciando a
schiere di discepoli e di compagni, alcuni dei quali di educazione più arcaica, la
maggior parte della fatica. Serie ragioni stilistiche inducono invece ad accogliere la
tesi del de Francovich circa la paternità antelamica dellarchitettura della chiesa
di Borgo San Donnino e la sua datazione in epoca anteriore al Battistero di Parma. La
facciata, anzitutto, differisce profondamente da quella di qualsiasi altro edificio
lombardo-emiliano, mentre presenta profonde analogie, specie nella struttura dei portali,
col Battistero parmense. E come questo, benché in forma più accentuata, essa reca
limpronta dellinfluenza provenzale, e anzi rappresenta un singolare
compromesso tra il tipo della facciata romanica lombarda e quella provenzale di Saint
Gilles. La difettosa organicità del risultato e lassenza di quei tratti ispirati
allarchitettura dellIle-de-France che si riscontrano nel Battistero di Parma
accertano che essa fu ideata, in accordo con quanto risulta dellesame delle
sculture, prima del capolavoro parmense. Numerose corrispondenze di particolari
architettonico-ornamentali dimostrano che oltre alla facciata lAntelami dovette
progettare lintera Cattedrale borghigiana. Ma i lavori procedettero lentamente,
attraverso interruzioni e riprese, dovute anche alle alterne vicende politico-militari
della città nelle guerre comunali tra Parma e Piacenza. Se dunque la progettazione
generale risale al 1180 o 1190 circa, lesecuzione della parte alta delle navate, con
le volte ormai gotiche, e di gran parte del coro va posta nel secondo decennio del secolo
XIII, quando lAntelami si andava ormai disimpegnando dai lavori del Battistero di
Parma. A questo secondo momento appartengono le poche altre sculture allinterno e
allesterno delledificio che, accanto alle molte dovute ai discepoli, si
possono attribuire allAntelami: il Redentore nel catino absidale e la Madonna col
Bambino nella nicchia del campanile, la quale svolge un motivo iconografico-stilistico
già attuato nel Battistero parmense. Liscrizione che sullarchitrave del
portale maggiore nel Battistero di Parma dichiara che nel 1196 lAntelami cominciò
questopera non può, ad evidenza, riferirsi al solo portale, ma almeno
allintera decorazione plastica delledificio, anzi allarchitettura stessa
del tempio. Che scultore e architetto siano stati la stessa persona è daltronde
provato dal fatto che le forme architettoniche delledificio rivelano nel suo
ideatore una formazione perfettamente analoga a quella dello scultore. Molti particolari
ornamentali, linsistenza sul motivo delle colonne architravate e il timbro stesso
del classicismo di quelle forme sono elementi di origine provenzale che si innestano su
uno schema e su un ritmo generale derivanti dalla tradizione lombarda. Il basamento dei
portali e qualche capitello nella parte alta, allesterno, e il sottile slancio delle
membrature allinterno, richiamano daltronde allarchitettura
tardoromanica e protogotica dellIle-de-France, così come motivi stilistici della
Francia del nord si riscontrano nelle sculture. Ma linsieme raggiunge unalta
coerenza, indicando ormai la perfetta maturazione della personalità dellAntelami
architetto, rispetto al linguaggio composito e alquanto incerto della cattedrale di Borgo
San Donnino. La geometrica compattezza della massa ottagona si articola e si nobilita
attraverso il classicheggiante rivestimento ad arcate cieche e a sistemi di colonne
trabeate, alternate ai profondi portali, nella zona inferiore, e attraverso la serie di
logge architravate nei piani superiori. Così la rude massa lombarda si affina assumendo
cristallina nitidezza e, nel suo pacato ritmo orizzontale, acquista unelasticità
sottile e uno slancio potenziale, che si liberano allinterno culminando
nellagilità della cupola costolonata a sedici spicchi. Lattività
dellAntelami al Battistero di Parma dovette protrarsi dal 1196 fin verso il 1216,
quando risulta che già nella chiesa si amministrava il battesimo, e comprende anche
lesecuzione di gran parte della decorazione plastica. Questa si ispira, come del
resto il pontile del Duomo, a un preciso e ampio programma iconografico, denso si
significati allegorici e di tale profondità e coerenza da poter sostenere il confronto
con i cicli figurati di Francia (per i problemi connessi con liconografia del ciclo
parmense si rimanda allesauriente monografia del de Francovich). Prima di
intraprendere la sua opera, lAntelami dovette di nuovo traversare le Alpi. Non solo
infatti le sculture del Battistero dimostrano una nuova presa di contatto e un
approfondimento della giovanile esperienza provenzale (accanto ai ricordi di Arles si
accrescono gli elementi derivati da Saint Gilles), ma presuppongono anche una certa
conoscenza della scultura tardoromanica dellIle-de-France, puntualizzata dal de
Francovich nella facciata occidentale del Duomo di Chartres, anteriore al 1194, e in
particolare nei fregi dellarchitrave del portale sinistro, ossia nelle più arcaiche
tra le sculture chartresi. La poesia dellAntelami è sempre altamente personale e
sorge ancora una volta dalla dialettica tra larcaico e il nuovo, tra lo spirito
dastrazione e lintensità tutta potenziale, e in certo senso predrammatica,
del sentimento. Così nella lunetta esterna del portale nord con lAdorazione dei
Magi, la Madonna è solenne sul trono, ma è animata nel taglio netto del volume e nel
tratteggio incisivo delle linee dei panneggi da una tensione che si traduce in energia
spirituale, e il san Giuseppe e i Magi sono ancora più tesi entro quei loro contorni
acuti e sfrecciati. Ma le immagini vivono, al tempo stesso, in un loro splendido
isolamento, staccando nitide da un fondo privo di allusioni ambientali e di ogni
naturalistica concretezza: donde il tono profondamente religioso di questarte, che
risolve in una visione orientata verso la trascendenza ogni palpito di umanità. E nella
Presentazione al tempio nella lunetta interna del portale sud, detto della Vita, le figure
si adattano perfettamente, nelle dimensioni, allo spazio concesso dal semicerchio della
lunetta, isolandosi nei loro volumi nitidi ma tenui entro il ritmo astratto segnato dalle
archeggiature intorno alle teste. Le linee acute e ricorrenti delle pieghe sottolineano
tuttavia le proporzioni slanciate dei corpi, animando le immagini di una commozione
trepida e contenuta. Vi è insomma una percezione nuova della vita interiore, che tuttavia
non si dispiega intera, ma si offre allo sguardo come velata da una pudica riservatezza.
La mano stessa dellAntelami appare limpidamente nelle lunette esterne dei tre
portali (oltre a quella già citata, il Giudizio finale nel portale ovest; la Leggenda di
Barlaam come allegoria della vità, nel portale sud), nei rispettivi archivolti,
architravi e stipiti, nelle corrispondenti lunette interne (oltre a quella già citata:
portale nord, Fuga in Egitto, portale ovest, David che suona il salterio) e nelle quattro
statue allesterno, i due Profeti seduti, Salomone e la Regina di Saba, mentre tutto
il resto, compresi i due Angeli sopra il portale nord (alla cui attribuzione
allAntelami, sostenuta dal de Francovich, osta il marcatissimo accento
tardoprovenzale e pirenaico, estraneo in tal grado alla sua cultura) e la serie bellissima
delle Stagioni e dei Mesi (rivendicati come autografi dal Quintavalle, ma soltanto ideati
dal maestro), si deve allesecuzione di scolari. Le citate quattro statue
allesterno sono tra i capolavori più alti dellAntelami: vivono queste
immagini del contrasto dialettico tra il senso della massa inerte, espressa dal rapporto
che le figure conservano col blocco da cui sono ricavate, e la trepida sensibilità del
modellato nella modulazione tenera delle superfici, nella vibrazione delle pieghe sottili,
nella quasi celata prevalenza, in tutto, di un movimento diagonale che si accompagna al
lieve eppure sensibile scarto dalla frontalità. Immagini inconcepibili senza la
conoscenza della scultura chartrese, ma che tuttavia conservano una terraneità più
aderente sia alla tradizione plastica emiliana sia a quella provenzale, e anche si
distinguono per una interpretazione più testuale degli esempi classici. Lultima
fatica dellAntelami, dopo la ripresa della sua opera di architetto e di scultore a
Borgo San Donnino e dopo un nuovo viaggio, che ragioni stilistiche obbligano a supporre
nella Francia del nord, fu, nonostante il diverso parere di alcuni studiosi, la
costruzione e la decorazione scultorea (lunetta del portale maggiore e ambone, oggi in
frammenti nel Museo Leone a Vercelli) della chiesa e dellabbazia di SantAndrea
a Vercelli, rapidamente edificate dal 1219 al 1225. Linfluenza delle chiese francesi
di Braisne (1180-1216 c.), di Laon (1205-1210 c.) e di Vaucelles (1190-1216 c.),
fondendosi, allesterno, con elementi di tradizione lombarda, dà luogo a
unarchitettura di grande nitore e sensibilità, e allinterno a un capolavoro
del primo gotico italiano, mentre le luminose e commosse sculture del timpano e del
pergamo coronano degnamente, con accenti di più abbandonata tenerezza, lattività
dellAntelami scultore.
FONTI E BIBL.: A.O. Quintavalle, Antelami sculptor, Milano, 1947; G. de Francovich,
Benedetto Antelami, Milano-Firenze, 1952 (con completa bibliografia precedente); G.
Rosati, Antelami Benedetto, in Enciclopedia universale dellArte, I, Venezia Roma,
s.d. (ma 1958), coll. 429-436 (con ulteriore bibliografia); G.P. Bognetti, Una rettifica
epigrafica a proposito dei limiti cronologici dellopera dellAntelami, in
Sitzungsbericht der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, 1959, 4-5, 12; L. Cochetti
Pratesi, Contributi alla scultura veneziana del duecento, 2. Le altre realizzazioni della
corrente antelamica, in Commentari XI 1960, 202-219; R. Salvini, in Dizionario biografico
degli Italiani, III, 1961, 438; Il Battistero, in Il Facchino 18 1842, 137-142; M. Lopez,
Cenni intorno alla vita e alle opere di Benedetto Antelami, in Il Vendemmiatore 49 1846,
459-461, 50, 1846, 468-470; M. Lopez, Il Battistero di Parma, Parma, 1864; F. Odorici, Il
battistero di Parma descritto da Michele Lopez, Note, Parma, 1865; C. Cavedoni, Appunti
critici intorno al Battistero di Parma descritto dal Commendatore Michele Lopez, in Atti e
Memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le Provincie Modenesi e Parmensi III
1865, 89-100; G.B. Toschi, La scultura di Benedetto Antelami a Borgo San Donnino, in
Archivio Storico dellArte I 1888, 14-25; L. Testi, Le Baptistère de Parme. Son
histoire, son architecture, ses sculptures, ses peintures, Florence, 1916; G. Copertini,
Le sculture esterne del Battistero di Parma, in Le vie dItalia 5 1925, 517-524; S.
Vigezzi, La scultura lombarda dallAntelami allAmadeo (sec. XIII e XIV),
Milano, 1928; N. Pelicelli, Per la ricostruzione del pulpito dellAntelami nella
Cattedrale di Parma. Riassunto della comunicazione letta nella tornata del 5 dicembre
1928, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XXVIII 1928, XXX-XXXII; N.
Pelicelli, Il pulpito di Benedetto Antelami, in Aemilia 6 1929, 39-45; G. Copertini, Sul
pulpito dellAntelami già esistente nel Duomo di Parma. Riassunto della
comunicazione letta nella tornata del 25 aprile 1929, in Archivio Storico per le Province
Parmensi, n. s., XXIX 1929, XVII-XXIV; R. Jullian Les fragments de lambon de
Benedetto Antelami à Parme, in Mélanges dArchéologie et dHistoire de
lEcole Française de Rome XLVI 1929, 182-214; V. Soncini, Un Pergamo di Benedetto
Antelami nella Cattedrale di Parma, Parma, 1929; G. Micheli, recensione a V. Soncini, Un
pergamo di Benedetto Antelami nella Cattedrale di Parma, in Archivio Storico per le
Province Parmensi, n. s., XXX 1930, 274-275; P.Z., recensione a R. Jullian, Les fragments
de lambon de Benedetto Antelami à Parme, in Archivio Storico per le Province
Parmensi XXX 1930, 309; G. Battelli, Lo zooforo del Battistero, in Parma 6 1933, 247-250;
A.O. Quintavalle, La scultura parmense degli inizi del secolo XIII: influenze antelamiche
e doltralpe, in XIVe Congrès International dHistoire de lArt, 1936,
76-77; G.P. Bognetti, I magistri Antelami e la valle dIntelvi, in Periodico Storico
Comense, n.s., 1-4, 1938, 17-73; L. Gambara, Dai Maestri Comacini ai Maestri Antelami, in
Aurea Parma XXVI 1942, 39-41; A.O. Quintavalle, Le sculture di Fornovo. La Francia e
lAntelami, sunto a cura di O. Masnovo, in Archivio Storico per le Province Parmensi,
s. 3, VII-VIII 1942-1943, XLI-XLII; G.P. Bognetti, Gli Antelami e la carpenteria di
guerra, in Munera. Scritti in onore di Antonio Giusani, Milano, 1944; G. Copertini,
recensione a A.O. Quintavalle, Antelami Sulptor, in Archivio Storico per le Province
Parmensi, s. IV, II 1949-1950, 266-269; F. Catalano, Le tre lunette del Battistero, in
Aurea Parma XXXIV 1950, 3-8; G.C. Argan, Benedetto Antelami Architetto, in Comunità 21
1953, 42-48; M. Aubert, recensione a G. de Francovich, Benedetto Antelami architetto e
scultore e larte del suo tempo, in Bulletin Monumental CXI 1953, 197-198; R.
Salvini, recensione a G. De Francovich, Benedetto Antelami architetto e scultore, in Arte
LIIII 1954, 70-71; G. Cusatelli, I mesi antelamici del Battistero di Parma, in Palatina 2
1957, 33-42; A. Vignali, Una ignorata Madonna antelamica nella Chiesa abbaziale di
Fontevivo, in Gazzetta di Parma 12 giugno 1959; G. Cusatelli, Note antelamiche, in Aurea
Parma XXXXIV 1960, 45-46; K.W. Forster, Der Bildhauer Benedetto Antelami, Das
Baptisterium, Die Monatsbilder, in Du 2 1960, 2-4, 22; K.W. Forster, Benedetto Antelami,
der grosse romanische Bildhauer Italiens, München, 1961; Antelami Sculptor, in Aurea
Parma XLV 1961, 109; G. Capelli, Benedetto Antelami e la Deposizione, Parma, 1961; E.
Guerra, LAmbone di Benedetto Antelami secondo i Documenti degli Archivi Vescovile,
Capitolare e della Fabbriceria della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province
Parmensi, s. IV, XIV 1962, 83-102; A. Emiliani, scheda n. 172, in Restauri darte in
Italia: VIII Settimana dei Musei italiani, catalogo della mostra, Roma, 1965, 167-168; L.
Vinca Masini, LAntelami a Parma, Firenze, 1965; F. Negri Arnoldi, Antelami, Milano,
1966 (I maestri della scultura n. 74); A.C. Quintavalle, Parma. Duomo e Battistero, in
Tesori darte cristiana, vol. II, Il Romanico, Bologna, 1966, 113-140; A.R. Masetti,
Il portale dei mesi di Benedetto Antelami, in Critica dArte, n.s., 86, 1967, 13-31,
87, 1967, 24-40; P.H. Bautier, Un essai didentification et datation doeuvres
de Benedetto Antelami à Parme et à Fidenza daprès létude paléographique
de leurs inscriptions, in Bulletin de la Société Nationale des Antiquaires de France
1968, 96-115; M. Mussini, Il ritrovamento della lastra antelamica e la vicenda del Duomo
di Reggio, in Quintavalle, 1969, 169-171; U. Mielke, Die Plastik am Baptisterium von
Parma, Berlin, 1970; N. Artioli, Il bassorilievo antelamico rinvenuto nella Cattedrale di
Reggio Emilia, in Quaderni dArcheologia reggiana 1971, 125-128; G. Capelli,
Benedetto Antelami nel quadro della civiltà medievale, in Parma Economica 5 1971, 45-53;
G. Capelli, Il messaggio dellAntelami esalta la fatica delluomo, in Gazzetta
di Parma 30 ottobre 1972; G. Capelli, La Deposizione di Benedetto Antelami, Parma, 1975;
F. Barocelli, Lorologio dei Mesi, in Gazzetta di Parma 15 agosto 1986; G. Kerscher,
Benedictus Antelami oder das Baptisterium von parma Kunst und kommunales
Selbstverständnis, München, 1986; C. Mutti, Benedetto Antelami e lidea
dellImpero, Parma, 1986; F. Barocelli, Il Maestro della Madonna di Fontevivo e le
vergini in trono di Benedictus, in Aurea Parma I 1988, 31-48; F. Barocelli, Madonnaro a
Fontevivo lallievo di Benedictus, in Gazzetta di Parma 11 giugno 1988; A. Bianchi,
scheda in Imago Mariae Tesori darte della civiltà cristiana, catalogo della mostra,
a cura di P. Amato, Roma, 1988; F. Gandolfo, Antelami, gli antelamici e i campionesi, in
LArte Medievale in Italia, Firenze, 1988, 294-299; B. Zanardi, A. Bianchi, Una
scultura di Benedetto Antelami e lintitolazione dellantica Abbazia di
Fontevivo (PR), con una nota di L. Fornari Schianchi, addendum di G. Fiaccadori, ed. cons.
estratto, Ravenna, 1988; A.C. Quintavalle, Il Battistero di Parma, Parma, 1988; A.C.
Quintavalle, Il Battistero di Parma. Il cielo e la terra, Parma, 1988 (Centro di Studi
Medievali); A.C. Quintavalle, Benedetto Antelami, Milano, Electa, 1990.
ANTIFATE ORNIZIONIO, vedi MAURELLI GIUSEPPE APOLLONIO FRANCESCO
ANTINI ANTONIO
Parma ante 1718-1765 c.
Figlio di Giuseppe e Maria Maddalena Cesarini, fu chiamato semplicemente Antino per la
piccola statura. Dai documenti e dalla sua corrispondenza si identifica come un uomo
intraprendente, attivissimo, molto scaltro e servizievole con chi gli conveniva: simpatico
ed affabile, sapeva intrufolarsi ovunque mediante gentilezze, cortesie o piccoli favori
che gli giovavano ad ogni occorrenza per i suoi fini e le sue ambizioni. Fu in sintesi, un
factotum scaltro e intelligente. Praticò una premurosa e costante corrispondenza
epistolare con alti prelati, vescovi e cardinali di molte città dItalia ed ancora
con personalità del Ducato, tra cui appaiono Mischi, Trotti, Carpintero, Du Tillot,
Anviti, Santi ed altri. Nel 1718 ottenne patente di familiarità e nobiltà dal duca
Francesco Farnese, riconfermata dal duca Antonio Farnese nel 1727. Tramontati i Farnese,
lambì il novello duca Carlos di Borbone, portando il baldacchino per il suo solenne
ingresso a Parma. Indi si evidenziò facendo parte del Consiglio Generale della Comunità
di Parma (1732). Due anni dopo riuscì a ottenere il titolo di Conte (1734) col feudo di
Orzale (Neviano degli Arduini), a seguito di una ampollosa e supplichevole istanza al
Duca. LAntini, raggiunto in tal modo un rango ragguardevole, passò a nozze (1717)
con Laura, figlia del conte Giacinto Stavoli, di nobiltà cremonese, per cui andò ad
abitare in borgo Palmia, nel palazzo di cui la consorte era comproprietaria col canonico
conte Camillo Stavoli. Risulta che nel vecchio palazzo degli Antini esistesse a
quellepoca anche un Oratorio di casa, poiché venne a loro concessa la facoltà di
farvi celebrare la Santa Messa da parte del cardinale Ulisse Gozzadini, legato a latere di
papa Clemente XI alla maestà di Elisabetta Farnese, regina di Spagna. LAntini fu
autore di memorie inedite.
FONTI E BIBL.: Palazzi e Casate di Parma, 1971, 337.
ANTINI FRANCESCO O GIOVANNI, vedi CAVIA GIOVANNI
ANTINI GIACOMO, vedi ANTINI GIANGIACOMO
ANTINI GIANGIACOMO
Parma 1448
Fu medico di buon valore, attivo nel XV secolo. Nel 1448 fu chiamato a tenere la cattedra
di medicina pratica nel rinnovato Studio di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 102.
ANTINI GIORGIO ANTONIO
Borgo San Donnino 1460/1471
Notaio. Al tempo in cui Borgo San Donnino sera dato al duca di Milano Francesco
Sforza, fece parte degli anziani del Comune. Nel 1460 fu Pro Podestà del Comune, mentre
nel 1471 ricoprì la carica di luogotenente del Podestà, quando la Magistratura era
tenuta dal nobile cremonese Giovanni da Borgo.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 22 settembre 1997, 5.
ANTINI GIUSEPPE
-Parma febbraio 1798
Figlio di Antonio. Conte, archivista dellArchivio Comunale di Parma nominato,
assieme al marchese Francesco Bergonzi, il 21 maggio 1787. A questi due archivisti, pochi
giorni dopo la loro nomina, e cioè sin dal 29 maggio 1787, fu dato quale coadiutore il
dottor Alessandro Maestri, il quale abbandonò il posto non appena fu promosso Vice
Cancelliere (12 maggio 1798).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province
Parmensi, 1914.
ANTINI GUIDO ANTONIO
Parma 1447/1449
Allorché Parma fu Repubblica libera (1447-1449) lAntini fu tra i Difensori o
Presidenti della libertà e ricoprì importanti incarichi per il Comune. Sospettato di
tradimento, venne in un primo momento allontanato, ma successivamente, scagionato dalle
accuse, fu reintegrato nel Comune dove nel 1449 compare tra gli anziani che deliberarono
di dare Parma al duca di Milano Francesco Sforza. Dotato di larghi mezzi, ebbe case in
Borgo San Donnino e in Parma e terreni a Vianino. Fu legato da vincoli di parentela con le
case più potenti di Parma: suo cognato fu Marsiglio Rossi di San Secondo.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 22 settembre 1997, 5.
ANTINI LODOVICO
Parma 1489
Verso il 1489 fu iscritto nella matricola dei dottori in ambo le leggi del Collegio di
Parma. Fu inoltre Consigliere del Duca di Milano.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 22 settembre 1997, 5.
ANTINI LUDOVICO
Parma-Milano agosto 1483
Della vicinia di Santa Cristina, figlio di Guido, vissuto tra la prima e la seconda metà
del XV secolo, godette di buona fama tra gli appartenenti al collegio dei giuristi della
sua città. Un suo consiglio è a pagine 220-221 del volume X della collezione manoscritta
conservata nella Biblioteca Classense di Ravenna. Il I volume della stessa collezione,
ordinato e in parte copiato dallAntini (che contiene la raccolta dei consigli e un
trattato di Martino Carrati da Lodi composti nelle università di Pavia, Siena, Bologna,
Ferrara) fa pensare che lAntini sia stato allievo del rinomato maestro lodigiano e
abbia studiato almeno in una delle citate università. LAntini prese parte attiva
alla vita pubblica di Parma ed ebbe una carriera politica alquanto movimentata. Il 13
agosto 1472 lo si trova come procuratore a sopraintendere alla fabbrica della chiesa di
San Francesco del Prato e dellannesso convento. Nel novembre del 1474 fu tra gli
Anziani che reggevano il Comune. Il 16 gennaio 1476 fu tratto a sorte tra i membri del
Consiglio generale per ricoprire lufficio del Sindacato. Il 1° aprile dello stesso
anno fu testimone nellatto di obbedienza del capitano al nuovo vescovo. Nel 1477,
anno critico per la storia di Parma, nel quale i da Correggio, i Pallavicino e i
Sanvitale, approfittando della morte di G.M. Sforza, si scagliarono contro i Rossi,
lAntini fu capitano a cavallo di Porta Cristina e membro del Consiglio per la
fazione pallavicina, e concorse in una parte di primo piano a sollevare la città. Ma
pagò linsuccesso finale con lesilio a Borgo San Donnino, donde ottenne nel
1478, per grazia speciale, di essere mandato al confino a Milano. Per risarcimento dei
Rossi fu multato da Branda da Castiglione in lire duecento, ma la somma gli fu ridotta
dalla duchessa Bona. Per la morte della suocera Violante Tagliaferri ottenne, al principio
del 1479, di rientrare per pochi giorni a Parma insieme con il suocero Antonio. Con lui fu
fatto oggetto di vivissime attenzioni da parte dei membri delle tre fazioni, ed egli si
adoperò per rimanere nella città. Ma il 9 febbraio fu costretto a ripartire. Fu nel
numero dei consiglieri del Comune di Parma per lanno 1480, ma pare non fosse
rientrato in patria. Il 12 ottobre 1480 occupò a Milano la carica elevata di vicario di
Provvisione. Il 3 novembre dello stesso anno figura quale testimone nellatto di
affidamento della tutela di Gian Galeazzo Sforza e dellamministrazione dello Stato a
Ludovico il Moro.
FONTI E BIBL.: Cronica gestorum in partibus Lombardie et reliquis Italie (476-1482), a
cura di G. Bonazzi, in Rer. Italic. Script., 2a ediz., XXII, 3, 125; C. Santoro, Gli
uffici del dominio sforzesco (1450-1500), Milano, 1948, 162 s.; R. Pico, Catalogo overo
matricola de Dottori delluna e dellaltra legge del Collegio di Parma,
Parma 1642, 28-29; C. de Rosmini, DellIstoria di Milano, IV, Milano, 1820,
216-221; A. Pezzana, Storia della città di Parma, III, Parma, 1847, passim e IV, 1852,
passim; G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti delle Biblioteche dItalia, IV,
Forlì, 1894, n. 485, 249-251; R. Abbondanza, in Dizionario biografico degli Italiani,
III, 1961, 455.
ANTINI PIERANGELO
Borgo San Donnino 1554
Dottore. Nel 1554 fu Podestà di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.
ANTINO, vedi ANTINI
ANTONELLI ALDO
Parma 6 ottobre 1881-Parma 17 febbraio 1950
Decoratore. Eseguì su progetto del Cusani, le decorazioni delle pareti e del soffitto
della sala da pranzo della Rocca di Fontanellato. Si ricordano di lui i diligenti
acquerelli, non privi di freschezza e di abilità, dai toni puliti e trasparenti,
soprattutto nei cieli.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, in Parma per lArte 1 1951, 27-28; Gli anni del Liberty,
1993, 155.
ANTONI ANTONIO IGNAZIO
Parma 31 luglio 1736-Parma 10 febbraio 1819
Cuciniere al servizio del duca Ferdinando di Borbone, sposò Teresa Corradi di Guastalla.
Fu poi in servizio alla Corte di Maria Luigia dAustria dal 1° giugno 1816 al 1°
maggio 1817 quale garzone di cantina.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 308.
ANTONIAZZI GIOVANNI
BATTISTA
Parma 1823/1824
Negoziante, rifugiato politico. Giunse a Bruxelles tra il 15 dicembre 1823 e il 7 gennaio
1824, con destinazione Metz.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.
ANTONIAZZI MARGHERITA
Cantiga di Costageminiana 9 marzo 1502-Caberra di Costageminiana 21 maggio 1565
Nacque da Carlo e Bartolomea Merizzi. La miseria dei tempi e la precarietà della
situazione familiare, dove nel frattempo erano arrivati i fratelli Luchino e Antonina,
spinse presto lAntoniazzi a lasciare la casa natale per il lavoro di pastorella, a
governare greggi prima a Varese Ligure, presso la famiglia Copiani di Cabianca, e poi,
dopo la morte del padre, a Sarizzuola, da Sabadino Strinati. Fu proprio in quegli anni di
solitudine che crebbe in lei la propensione alla preghiera, alla meditazione e alla
carità da povera verso i poveri, che la spingeva a dividere con essi il suo già magro
desinare. Sono di questo tempo le prime apparizioni della Madonna, con la quale, a detta
dei testimoni, lAntoniazzi intesseva veri e propri dialoghi. Molte sono le date
significative che scolpirono la sua esistenza terrena. Nel 1524 la peste raggiunse anche
le alte terre della Valceno falcidiando vite umane e azzerando intere comunità. Trovò la
morte anche la madre dellAntoniazzi, e lei stessa, ormai colpita
dallinfezione, si rifugiò lontana dal mondo, nascosta a Rondinara, in due spelonche
buie a picco sul Ceno, per dire in solitudine addio alla vita. Da quelle grotte uscì
invece miracolosamente guarita, e, seguendo un itinerario di rinunce, preghiere e
meditazioni, si consacrò a Dio col voto di verginità. In quelle grotte si manifestarono
eventi miracolosi, come lapparizione di San Rocco, che la guidarono nel suo ormai
segnato destino. Si susseguirono infatti manifestazioni inspiegabili: le lacrime di un
quadro raffigurante la Madonna, la stessa Antoniazzi che attraversò con due candele
accese un lago, uscendone illesa e con i ceri ancora luccicanti, le miriadi di guarigioni
miracolose. La sua ferma intenzione di fondare una chiesa si realizzò il 21 maggio 1533,
quando si consacrò il tempio dellAnnunciata a Caberra. Poi si diede alla
costruzione di un piccolo Monastero, e avendo i parrocchiani dato ogni cosa necessaria al
mantenimento di alcune monache, il Monastero fu aperto sotto la regola di
SantAgostino. Con lAntoniazzi convisse nel Convento Catella Copiani, Maria
Bracchi, Domenica Giannoni e Angela Antoniazzi. Queste monache (le Margheritine) portavano
una veste bianca di lino. Schiere di pellegrini, di poveri, di malati, accorrevano
allAnnunziata di Caberra perché sapevano di essere accolte, sfamate, confortate,
guarite dalla Antoniazzi, vestita sempre di bianco, e dal piccolo drappello di monache da
lei dirette. Povere esse stesse, si privavano del necessario per vivere, sullesempio
dellAntoniazzi, una donnetta tutta gentile, testimonia un coevo, di parole e di
maniere soavissime, e tanto dolce che non saprei dire di più, né persona andava da lei,
per travagliata che fosse che non ne partisse consolata. Lattenzione
dellAntoniazzi fu soprattutto rivolta verso la vita nella sua fase più delicata,
cioè al suo sbocciare. Con una tempestività che in un certo senso prevenne lazione
dei grandi fondatori della Controriforma, promosse una piccola scuola per insegnare a
leggere e a scrivere ai figli dei poveri montanari illetterati, ma la sua attenzione fu
soprattutto verso i neonati e le puerpere, quando altissima era la percentuale di coloro
che morivano nei travagli del parto o anche dopo, sfinite dalla spossatezza. Nel 1620,
Giovanni Uggeri, un vecchio centenario della Costa, che aveva conosciuto
lAntoniazzi, lasciò una commovente testimonianza di lei. Se sapeva che una povera
donna havesse partorito, et non havesse panni per la creatura, subito saltava in casa et
dava di mano a lenzuoli, camisie et tovaglie, insomma a tutto quello che gli veniva alle
mani e subito li trava in pezzi, e ne faceva fascie, e drappelli e li mandava alla povera
partoriente insieme a oglio, pane, ove, e formazo et ogni altra cosa di quel poco che
haveva il monastero. Dopo la sua morte, il cadavere dellAntoniazzi stette tre giorni
insepolto perché le grandi pioggie impedivano il concorso dei preti per i funerali. Fu
poi sepolta nel suo oratorio nellaltare di San Giovanni. Il suo convento si mantenne
in Costa Geminiana sino al 1599, nel quale anno il principe Federico Landi fece
trasportare le monache in Compiano, nel Convento nuovo e chiesa dellAnnunciata.
Questo trasporto venne ricordato da una medaglia doro fatta coniare dal Principe.
Questo nuovo Convento durò sino al 1805, quando le leggi napoleoniche ne decretarono la
soppressione. Ma il corpo dellAntoniazzi rimase in Costa Geminiana: in una cassetta
chiusa a chiave si conservano tre crani, tra i quali quello della Devota. Dopo la sua
morte presero avvio due processi di beatificazione, uno nel 1618 e laltro nel 1620,
non fu possibile ricostruire con fedeltà litinerario di vita dellAntoniazzi.
Il Processus condotto dai vescovi piacentini Rangoni e Linati si trova manoscrito
nellarchivio parrocchiale di Costageminiana e fu utilizzato nella Vita della Devota
Margherita da Cantiga, (Borgotaro, 1875; Piacenza, 1923; Modena, 1950) scritta dal Campi e
edita dallarciprete Tononi. Nel 1887, nel bosco di Rondinara, venne fondato in sua
memoria un santuario dedicato alla Madonna della Misericordia.
FONTI E BIBL.: Poggiali; Crescenzi; Molossi; Campi, Vita della Devota Margherita da
Cantiga, Borgotaro, 1875; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 108-109;
Dizionario Ecclesiastico, II, 1955, 826; Enciclopedia Ecclesiastica, VI, 1955, 331;
Pongini, Storia di Bardi, 1973, 207; Gazzetta di Parma 8 luglio 1991, 3; 3 luglio 1994 e 7
novembre 1996, 26.
ANTONIETTI CARLO
Ozzano Taro 1 ottobre 1821-Parma 6 gennaio 1910
LAntonietti si trasferì presto a Parma coi genitori Giovanni, possidente, e Angela
Bellini: prima in borgo del Voltone 19, quindi in borgo Paggeria 20, infine in borgo San
Giovanni 9. Fu in questultimo stabile, di proprietà del conte Adolfo Castellinard,
che lAntonietti esercitò, al secondo piano, la professione di fotografo almeno fino
al 1876-1877. Egli sposò Costanza Tarchioni (nata nel 1824), e la coppia ebbe tre figli:
Elenina, Enzo e Umberto. Con loro abitarono anche Anna, la sorella dellAntonietti,
rimasta vedova, e la nipote Teresa, oltre tre servitori. Linizio della professione
fotografica ebbe luogo intorno al 1860, subito dopo il congedo dalla Guardia Nazionale,
dove militò come sergente. E subito ottenne una medaglia di ricompensa
allEsposizione Industriale del 1863. Attorno al 1866 documentò, con una serie di
interessanti fotografie, il Forte di Motteggiana (Mantova) devastato dallartiglieria
italiana durante lespugnazione di Borgoforte. Al Primo Congresso Artistico Italiano
di Parma (1870), nei Lavori in fotografia lAntonietti ricevette una menzione
onorevole per due ritratti dingrandimento. Sempre nello stesso periodo
lAntonietti mandò a Piacenza il giovane figlio Enzo, anchesso avviato alla
fotografia, per dirigere in quella città un altro atelier (in piazza dei Cavalli 23),
lasciato vuoto da Giovanni Clemente Rusca (dagherrotipista itinerante, a Parma nel 1854)
dopo il suo trasferimento a Milano. LAntonietti intanto si costruì una buona
posizione facendosi apprezzare per lalto livello della produzione non meno che per
loriginalità. Beneficiò, come molti altri in Italia, dei brevetti
dinvenzione sul doppio fondo, Sistema Crozat. Assunse un apprendista, il quindicenne
Roberto Rosi, che lAntonietti ospitò (vitto e alloggio) utilizzandolo come garzone.
Tra i lavori degli anni Sessanta del XIX secolo, ricchi di situazioni e di personaggi,
spicca per singolarità il ritratto di un amico, realizzato in formato carta da visita e
in double face: di fronte e di spalle, in un divertente trompe loeil. Nel 1878,
sulla Gazzetta di Parma del 4 settembre, comparve un breve cenno di cronaca: Il fotografo,
signor Carlo Antonietti, che ha il suo Stabilimento in via della Macina, ha introdotto una
elegante novità, quella cioè di una mostra illuminata delle sue fotografie che si
ammirava ier sera nel Palazzo Municipale, a ponente, sul lato verso strada San Michele.
Nel 1879 lAntonietti prese come socio Emilio Gerboni, e la nuova ditta, così
costituita, si installò appunto in borgo della Macina 21. Qui lattività proseguì
fino al 1882. Sono del 1882 infatti due avvenimenti che segnarono la vita
dellAntonietti, inducendolo a ritirarsi: la morte, per epatite, della moglie
Costanza e della sorella Anna. Nel novembre dello stesso anno cedette lo studio a Pio
Saccani. LAntonietti concluse la sua esistenza nel reparto cronici
dellOspedale.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 121.
ANTONINO DA PARMA, vedi ZALLI EUCHERIO
ANTONIO
Parma 1410/1419
Fu eletto nel 1410 trentasettesimo Priore Generale dellOrdine Camaldolese, con la
Badia e il Cenobio di Vangazicia. Fu uomo di chiarissima erudizione e di naturale
capacità oratoria. Andò al Concilio di Costanza, dando prova di grande dottrina. Si
distinse specialmente nel corso del Sinodo fatto da papa Martino V, dando prova di sé
nella scienza umana e divina, così come nel suo Convento esercitò grande influenza per
la sua perizia, il suo ingegno e i suoi modi di dire. Ma a causa della sua ambizione e
dato che non tollerava opinioni contrarie alle sue, suscitò una grave controversia con
gli altri eremiti, al termine della quale il papa Martino V lo privò del Generalato e
dellamministrazione dellAbazia di Vangazicia con provvedimento emanato da
Firenze nellanno 1419. Dopo di che lAntonio si ritirò nella Badia di
Vangazicia, che aveva recuperato grazie allaiuto di alcuni amici, e lì rimase fino
a che non fu creato Vescovo di Ferrara da papa Eugenio IV durante il Cenobio dei Cardinali
a Bologna. Scrisse alcuni opuscoli: Jermanes de tempre. De Sanctis, et pro Quadragesima
singulares libros.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 64-65; Ziegelbaur, Centifolium Camaldulense,
1750, 10-11.
ANTONIO, vedi anche ANTONIO DA PARMA, CAMPANINI PIETRO, LONGHI ANTONIO, NADOTTI ANTONIO E PEDRETTI FRANCESCO ANTONIO
ANTONIO DA ALBARETO
Albareto 1466/1476
Orefice e argentiere operante a Ferrara. Nel 1466 lavorò per Bianca dEste majete,
oncinelli e tremolanti dargento. Nel 1476 risulta iscritto alla prima matricola
degli orefici.
FONTI E BIBL.: C. Bulgari, Argentieri, IV, 1974, 331.
ANTONIO DA BARDI
Bardi-1527
Da documenti riferiti dal Wadding, risulta che Antonio da Bardi era Vescovo Samacense,
quando il giorno 19 ottobre 1516, dopo aver consacrato lingrandita chiesa del
Convento francescano di Fiescole, si spogliò delle insegne episcopali, rinunciò ogni
titolo di onore, e, con assenso del pontefice Leone X, vestì labito francescano,
professandone solennemente la Regola, nelle mani del p. Cristoforo di Forlì, Vicario
Generale dellOsservante Cismontana Famiglia.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 122-123; Bollettino Storico
Piacentino 5 1910, 223.
ANTONIO DA BORGOTARO, vedi BORELLA GIOVANNI
ANTONIO DA CASSIO
Cassio 1419
Fu rettore dellArte della lana in Parma nellanno 1419.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 45.
ANTONIO DA CASTRIGNANO
Castrignano seconda metà del XV secolo
Ingegnere operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 107.
ANTONIO DA CONTIGNACO
Contignaco 1447
Fu pittore e capobottega a Contignaco dove, nella chiesa di San Francesco, sotto un
dipinto in cui è rappresentata una Madonna si legge: Antonius de Contignaco murator et
pictor fecit hanc figuram 1447. Lavorò anche nella Chiesa dei padri conventuali a Parma.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. VII, 1912; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972,
189.
ANTONINO DA MONCHIO, vedi CAVECCHIA GIUSEPPE
ANTONIO DA PARMA
Parma ante 1270-Salmastre post 1307
Frate francescano. Era Lettore, quando da papa Nicolò III fu spedito quale missionario e
nunzio pontificio alla terra dei Tartari, assieme a frate Gerardo da Prato, Giovanni di
Santa Agata, Andrea di Firenze e Matteo di Arezzo. Non è chiaro se il Pontefice
scegliesse per tale impresa uomini celebri in santità e dottrina. Perché meglio
conoscessero lo scopo della loro missione, scrisse ai medesimi una lettera colla quale,
accordati loro i privilegi di cui potevano aver bisogno, vivamente li esortò a riporre in
Dio ogni loro speranza. E i cinque francescani si cimentarono, a piedi, nel lungo viaggio
verso la Tartaria e la Cina, che a quei tempi rappresentavano la fine del mondo
conosciuto. Sebbene non si abbiano particolari notizie di un così lungo viaggio, è certo
per altro che quegli intrepidi, giunsero alla meta solo dopo inenarrabili stenti,
privazioni e pericoli. Arrivati finalmente al campo della loro missione, nel breve giro di
pochi anni operarono in modo così ammirevole da accattivarsi stima e benevolenza dei
popoli non meno che dei principi, i quali ultimi a proprie spese innalzarono chiese,
impiantarano scuole, edificarono conventi. Lopera dellAntonio da Parma e dei
suoi compagni in quelle lontane regioni servì a preparare il terreno allo strepitoso
apostolato del minorita frate Giovanni da Monte Corvino, il quale nel 1307, cioè
trentanni circa dopo lingresso dellAntonio e dei suoi compagni in quelle
terre, per ordine di papa Clemente V venne consacrato primo Arcivescovo di Pechino, con
sette vescovi francescani suoi suffraganei. Se non che la morte prematura del re Abaka
diede occasione al suo successore di muovere ai cristiani una spietata persecuzione durata
due anni. E i primi a essere colpiti furono i missionari francescani, i quali subirono
ogni sorta di spietati supplizi. Tra i tanti martiri, di sette solamente si è potuto
raccogliere il nome, e tra questi si trova un frate Antonio dincerta patria, il
quale, come egli stesso aveva profetato, subì il martirio nella città di Salmastre.
Marcellino da Civezza (Storia dei missionari, II, 306) parlando di questo frate Antonio,
così si esprime: Noi lo abbiamo chiamato dincerta patria, perché di essa non è
verbo in alcuno degli scrittori che ne fanno menzione, ma portiamo opinione essere quello
stesso Frate Antonio da Parma, che partì Nunzio e Missionario per la Persia, assieme a
Gerardo da Prato.
FONTI E BIBL.: Wadding, anno 1278, n. 9, 10; Flaminio, tomo 2, 222; Civezza, Storia
Missionari, tomo 2, 236, 303, 305; Cron. Miss., an. 3, 262, 265, 268, 271, an. 4, 193;
Salimbene, 86; Henrion, Miss. Cat., tomo 1, 92; G. Picconi, Uomini illustri francescani,
1894, 174-177.
ANTONIO DA PARMA
Parma o CastellArquato 1448
Miniatore e calligrafo, ricordato in un documento notarile del 2 febbraio 1448: Matheus
f.q.m. Magistri Antonii scriptoris habitator ad presens in civitate parme in vic.e Sancti
Matheis per se et suos heredes et successores et etiam nomine et vice Bartholomei patris
sui et f. dicti Magistri Antonii habitatoris terre de Castro arquato pro quo etc. altera
parte et utraque dictarum parcium, nominano e costituiscono arbitri e procuratori loro gli
egregii uomini Desiderio de Grossi ed Antonio de Stadiani per comporre alcune vertenze
dinteresse insorte fra le parti.
FONTI E BIBL.: Rogito di Gaspare Zampironi, in Archivio Notarile di Parma; E. Scarabelli
Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 4.
ANTONIO DA PARMA
Parma 1478
Frate domenicano. Si adoperò molto nel 1478 per risolvere le crudeli inimicizie scoppiate
tra i Parmigiani.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati, II, 1789, 163.
ANTONIO DA PARMA
Parma 1488/1510
Scultore di terrecotte, nel 1488 compì il portale del palazzo del conte di Cajazzo con
ornamenti e figure di non scarso valore. Nel 1510 lavorò a Parma nella chiesa di San
Giovanni Evangelista. Si conoscono ancora di lui i quattro pilastri di marmo scanalati
compenetrantisi che formano i piedritti delle arcate con basi attiche, capitelli e
trabeazione completa nella chiesa di San Giovanni Evangelista di Parma. LAntonio
lasciò scritto il proprio nome e lanno nei due ultimi capitelli in faccia al
Santuario: anno salvtis Mdx - Antonius Parmensis faciebat. La scoperta di tale artista si
deve a Giuseppe Bertoluzzi, il quale ne fece menzione nella sua Nuovissima Guida per
osservare le Pitture di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 35; C. Ricci, Storia
dellArchitettura, III, 1859, 492; Campori G., Notizie storiche sullarte delle
ceramiche in Ferrara, 1879, 24; M. Lopez, Il Battistero di Parma, 46; U. Thieme-F. Becker,
Künstler Lexikon, II, 5; Minghetti, Ceramisti, 1939, 36.
ANTONIO DA PARMA, vedi anche ANTONIO DA RAMIANO, AZARI ANTONIO, PITTORI ANTONIO, PORCELLAGA ANTONIO, SCUTELLARI ANTONIO, TRIDENTONE ANTONIO E ULGIBOSCH ANTONIO
ANTONIO DA PIACENZA
Piacenza 1427
Architetto ricordato in un documento notarile del 13 giugno 1427: Testimonio Antonio de
Placentia magistro a muro f. q. Albertini de vic.a Sancti Martini de Galegana.
FONTI E BIBL.: Rogito di Andriolo Riva, in Archivio Notarile di Parma; E. Scarabelli
Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 61.
ANTONIO DA RAMIANO
Ramiano 1423
Ingegnere. Nel 1423 il duca di Parma Filippo Maria Visconti, mal soddisfatto dei servigi
che prestava Giovanni Avinanti nellufficio di ingegnere del Comune, chiamò a
sostituirlo per un anno Antonio da Ramiano.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911,
62.
ANTONIO DA RAMIANO
Ramiano 1443/1445
Costruttore e maestro di orologi. Figlio di maestro Niccolò, abitante in Parma nella
parrocchia di SantApollinare come si rileva da parecchi documenti contemporanei,
ebbe forse i primi ammaestramenti nelle matematiche da quel Antonio o Antoniolo da Ramiano
esercente ingegneria che nel 1423 Filippo Maria Visconti, duca di Parma, surrogò per un
anno, mal soddisfatto dei servigi che prestava Giovanni Avinanti nellufficio di
ingegnere del comune. LAntonio professava larte di fabbricare orologi, il che
a quei tempi implicava la necessità di erudirsi nelle scienze matematiche. Probabilmente
ebbe a maestro nellarte degli orologi il padre, a meno che non fosse entrato
nellofficina di maestro Marchionne Toschi, che da Brescello aveva fissato il suo
domicilio in Parma. Sta di fatto che lAntonio a sua volta ebbe a riuscire, secondo
il Pezzana, un valente artista e di merito non comune. Al principio del suo esercizio di
orologeria tenne società di lavoro con Bartolomeo de Ranieri, suo concittadino e
cognato, il quale era stato avviato nellarte dal ricordato Marchionne de
Toschi. Il duca Filippo Maria Visconti nel febbraio del 1443 prese al suo servizio per
alcun tempo come maestri dorologi lAntonio da Ramiano e il Rainieri, e
concesse loro non poche esenzioni, quali diletti suoi cittadini di Parma e quale pegno di
liberalità e stima che nutriva per due distinti artefici quali essi erano. La società
col Rainieri sembra però non durasse molto poiché non se ne trova più memoria.
LAntonio appare anche come fonditore di campane: e una di queste, che si trova
ancora nelle torre dellAbbazia di Torrechiara, si legge: Petrus maria de Rubeis Co:
Berceti f. mccclxxv. x. vicit. x. regnat x. ipat, Antonius.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, t. II, 235, 485 e III, 368; E. Scarabelli
Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 62; F. da Mareto, Bibliografia,
II, 1974, 895.
ANTONIO DA VALDITARO
Borgo Taro 1478/1491
Fu Vescovo di Brugnato dal 1478 al 1491.
FONTI E BIBL.: P. Giraud, in Gazzetta di Parma 11 gennaio 1959, 3.
ANTONIO FARNESE, vedi FARNESE ANTONIO
ANTONIO FRANCESCO DA BORGO SAN DONNINO, vedi MORACHI ANTONIO GIUSEPPE
ANTONIOLO DA RAMIANO, vedi ANTONIO DA RAMIANO
ANTONIO MARIA DA BORGO SAN DONNINO, vedi SOBATI ANTONIO SANTE
ANTONIO MARIA DA PARMA
Parma 1541/1542
Fu lettore allUniversità di Bologna per la lettura straordinaria del Decreto
nellanno 1541/1542 (Rotoli, II, 96).
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 236.
ANTONIO MARIA DA PARMA, vedi anche CARRA GIUSEPPE E PESCATORI GIROLAMO BARTOLOMEO
ANTONIUS TERTIUS RUFINUS
Parma-Burnum post 42 d.C.
Figlio di Tertius. Libero, mil(es) leg(ionis) XI C(laudiae) P(iae) F(idelis), originario
di Parma, morto dopo sedici anni di servizio militare, documentato in stele funeraria
trovata a Burnum, in Dalmatia. Lappartenenza alla legio XI Claudia, già insignita
degli attributi P(ia) F(idelis), fa propendere per una datazione posteriore allanno
42 d.C. Il nomen Antonius, assai diffuso in Cisalpina, è documentato per un secondo
personaggio, pure libero, di Parma. Rufinus è cognomen presente in Cisalpina, documentato
a Parma in questo solo caso. Da notare il praenomen Tertius, più frequente come cognomen.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 52.
ANTONIUS TIRUS
Parma II secolo d.C.
Libero, annoverato da Flegonte di Tralles tra i longevi della città di Parma, vissuto
centodue anni. Antonius è nomen assai diffuso, presente in tutta la Cisalpina, ma
documentato solo per due Parmenses.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 51.
ANZIOSO, vedi VITALI PIETRO
ANZOLA ANGELO FRANCESCO
Parma 10 maggio 1741-Piacenza 19 aprile 1775
Frate cappuccino predicatore. Compì la vestizione a Guastalla il 10 giugno 1759. Fu
vittima di una febbre maligna contratta nellOspedale di Piacenza, dove assisteva gli
infermi.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 247.
APOLLINARI LUIGI
Tornolo 25 aprile 1874-Adua 1 Marzo 1896
Nacque da Domenico e da Giovanna Granelli. Fu caporale nel 5° Reggimento Fanteria, poi
nel 4° battaglione delle truppe dAfrica. Cadde valorosamente nel combattimento di
Adua, e alla memoria gli fu decretata la medaglia dargento al valor militare colla
motivazione: Ferito darma da fuoco continuò a combattere valorosamente. È
ricordato nella lapide posta sotto i portici del Palazzo civico di Parma.
FONTI E BIBL.: Ai Prodi Parmensi, 1903, 52; G. Sitti-G. Corradi, Glorie Parmensi nella
conquista dellImpero, Parma, Edizione Fresching 1937, 100; Decorati al valore, 1964,
123.
AQUILA ANTONIUCCIO
-Guardasone 1409
Fu partigiano dei Rossi e morì alla battaglia di Guardasone contro lo Sforza.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 20 aprile 1998, 5.
AQUILA BALDASSARRE
Parma 1529/1583
Figlio del dominus Francesco, dimorante nella vicinia di San Giovanni in Parma.
LAquila, che nel 1529 risulta abitare sotto la vicinia della Chiesa Maggiore, fu
notaio e nel collegio ricoprì per parecchi anni, dal 1564 al 1583, la carica di
proconsole.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 20 aprile 1998, 5.
AQUILA BENEDETTO
Parma 1591/1630
Fu canonico e rettore della chiesa parrocchiale di San Tommaso in Parma dal 1591 al 1630.
Il Pico fa sapere che fu iscritto alla matricola dei Dottori e Giudici del collegio di
Parma sul finire del Cinquecento.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 20 aprile 1998, 5.
AQUILA CELESTINA
Parma 3 gennaio 1868-Torino post 1898
Dal 1876 al 1886 nel Conservatorio di Parma studiò pianoforte. Nel 1886 si ritirò
spontaneamente dalla scuola e dopo un anno di studi privati ottenne allAccademia di
Santa Cecilia in Roma il diploma in pianoforte. Si dedicò poi allo studio del canto e
riuscì apprezzatissimo soprano (in arte Raimonda da Costa). La prima volta la si incontra
nella stagione di primavera 1890 al Teatro di Malta nella Dinorah e nellottobre
successivo al Teatro Nazionale di Roma nel Conte Ory. Nel maggio 1891 fu al Teatro Rossini
di Napoli nella Mignon e successivamente ne La tazza di tè. In questa città era già
stata udita al Teatro Sannazaro. Sempre nel 1891 fu al Teatro alla Scala nellOrfeo e
Euridice di Gluck, mentre nel 1895 cantò in Brasile (Belém, Parà). Lanno dopo fu
a Genova al Politeama nel Ballo in maschera, mentre nellautunno 1897 fu Musetta in
una Bohème a Novi Ligure, parte che ripeté nel gennaio 1898 allArgentina di Roma.
Ritiratasi dalle scene, si stabilì prima a Parma e poi a Torino.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 12; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
AQUILA CESARE
Parma XVII secolo
Pomponio Torelli nella saffica De poetarum parmensium laudibus, lo ricorda come poeta.
Scrisse, tra le altre, unElegia in lode di Bernardino Donato (linsegnamento
parmigiano del Donato fu concordemente lodato ed esaltato dai Parmigiani del tempo), in
cui si predice a Parma un glorioso futuro. Per amore dantichità lAquila si
fece chiamare Aquilio. Visse nel XVII secolo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 237.
AQUILA GIOVANNI ANGELO
Parma 1765
Ebbe il grado di tenente delle milizie ducali di Parma. Sposò Teresa Fermond. La sua
unica figlia, Francesca, si unì in matrimonio con Giuseppe Bertamini. LAquila fu
lultimo rappresentante in linea maschile della famiglia: con il suo testamento
chiamò a succedergli, oltre la figlia Francesca, il nipote Antonio Bertamini, che
ereditò, oltre al palazzo di borgo Cantelli, le proprietà fondiarie che gli Aquila
possedevano a Vicomero.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 20 aprile 1998, 5.
AQUILA NICOLA
Parma 20 ottobre 1807-Parma 15 maggio 1877
Figlio di Antonio. Fu pittore, decoratore di teatri e scenografo. Compiuti gli studi
allAccademia di Belle Arti di Parma, si affermò specialmente in decorazioni
teatrali di grande effetto e di vivace fantasia. Nel 1835 per il Teatro Comunale di Reggio
eseguì le scene di maniera per Uggero il Danese di Mercadante e per il ballo Giuditta
regina di Francia. Nel 1838 lavorò per i teatri di Rovigo e di Ancona: qui, con
Martinelli e Vincenzo Baldini, preparò le scene per Lucia di Lammermoor (Teatro delle
Muse). Nel 1839, invitato a Parma dalla duchessa Maria Luigia dAustria, collaborò
con Giacomo Giacopelli alle scenografie di Lucrezia Borgia e Roberto Devereux di Donizetti
e dei balli Francesca da Rimini, Il Sogno verificato, Il Medico avaro (Carnevale
1839-1840), di Parisina e Belisario di Donizetti, di Elena da Feltre di Mercadante
(Carnevale 1840-1841), dati al Teatro Ducale. Associatisi anche giuseppe Boccaccio e
Giuseppe Giorgi, continuò la sua attività con le scene per Lucia di Lammermoor, Lucrezia
Borgia, Anna Bolena di Donizetti e La Vestale di Mercadante (Carnevale 1841-1842), per
Saffo di Pacini, Il Templario di Otto Nicolai, Ester dEngaddi di Achille Peri e per
i balli Alì pascià di Giannina e Buondelmonte (Carnevale 1842-1843). Dipinse scene anche
per teatri di Verona, Trieste, Bologna e Roma. Nel 1853 una grave malattia lo costrinse a
doversi limitare a dipingere modesti quadretti a tempera che lo toglievano dallozio
e gli procuravano qualche modico guadagno. Nel 1860 fu nominato professore dornato
allAccademia di Parma. Nella Pinacoteca di Parma si conservano dellAquila
numerosi e interessanti bozzetti per scene.
FONTI E BIBL.: Oltre alla collezione di libretti della Marucelliana; P.E. Ferrari,
Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dal 1628 al 1883, Parma, 1884; G.
Ferrario, La scenografia, Milano, 1902 (erroneamente s.v. Aquila Antonio e con referenze
cronologiche errate); E. Scarabelli Zunti, Manoscritti della Biblioteca Palatina di Parma;
U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, vol. II,
1908, 51; F.B., in Enciclopedia dello spettacolo, I, 1954, 764-765; A.M. Comanducci,
Dizionario illustrato dei pittori e incisori italiani moderni, vol. I, Milano, 1970, 98;
Alcari, Parma nella Musica, 1931, 12; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 218; Dizionario
Musica e Musicisti. Appendice, 1990, 29-30.
AQUILA OTTAVIANO
Parma 1497
Figlio di Antonio, abitante sotto la vicinia di borgo San Giovanni in Parma. Fu iscritto
alla matricola dei notai nel 1497.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 20 aprile 1998, 5.
AQUILA PILADE
1844-Parma 5 novembre 1876
Nel 1866 fu chiamato a servire nellesercito nazionale. Vi prestò opera valorosa
più anni, dopo i quali, tornato agli studi, conseguì la laurea in zooiatria. In seguito
ricoprì lufficio di assistente alla Scuola medica veterinaria.
FONTI E BIBL.: P. Delprato, Cenno Necrologico, in Gazzetta di Parma 9 novembre 1876 n.
264; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 183.
AQUILA, vedi anche DALLAQUILA
AQUILA ROSSA, vedi CHIAVARINI ANTENORE
AQUILIO CESARE, vedi AQUILA CESARE
ARABACCHI GIAN FRANCESCO
Parma ante XIX sec.
Figlio di Biagio, fu pittore di buon valore.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 36.
ARAGONA AGOSTINO, vedi ROSSI AGOSTINO
ARALDI ALESSANDRO
Parma 1460 c.-Parma maggio/dicembre 1528
Nacque da Cristoforo, che esercitava mercatura di drapperie. Era già sposato nel 1488 con
Paola di Andrea del Piombo, da cui ebbe quattro figli. Nulla si sa di preciso sulla sua
formazione artistica, ma le sue prime inclinazioni risultano chiaramente
nellaffresco del Duomo di Parma con la Madonna col Bambino, S. Giuseppe, e il
donatore, sul quale, nel corso di un restauro, fu ritrovata la firma e la data 1496. Nel
dipinto è evidente, con il ricordo di Ferrara, un preponderante mantegnismo. Tali
propensioni per la pittura veneta in questo tempo sono confermate da una sua lettera del
24 gennaio di quellanno al segretario del marchese di Mantova per il quale
certamente aveva lavorato, in cui gli chiede una lettera di familiarità per andare fino
qualche zorni a Venezia e in altre terre, ed anche da chiari contatti coi conterranei
Filippo Mazzola e Cristoforo Caselli operanti a Venezia e la cui impronta è soprattutto
belliniana. Unaltra documentazione della sua attività è il pagamento, avvenuto il
25 febbraio 1500, per unancona con lAnnunciazione, poi perduta, che si trovava
nelloratorio di San Quirino. Lattività dellAraldi, come poco dopo
quella del Correggio, è inizialmente legata al convento di San Paolo ove egli dipinse,
documentatamente, dal 1507 al 1510 il coro de Santo Paulo dove stano le sore a cantar, poi
distrutto. Rimangono invece, nello stesso convento, alcuni affreschi, eseguiti tra il 1500
e il 1505 quando era badesa Cecilia Bergonzi. Lo schema e lo stile della decorazione,
evidentemente tratto dal Mantegna nella volta della Camera degli Sposi nel Palazzo ducale
di Mantova, conferma ancora le sue propensioni in questo tempo, mentre nellaffresco
con la Madonna col Bambino ed angioli, staccato da una parete del chiostro, si inserisce
un più spiccato elemento emiliano, del Costa soprattutto e del Francia, e anche del
parmigiano Francesco Marmitta, rinomato miniatore e pittore operante appunto in quegli
anni. Un non sicuramente provato viaggio a Roma, forse del 1510-1512, gli dette poi
lavvio a nuove esperienze e contatti, quelli soprattutto con la curiosa civiltà
delle grottesche da cui lAraldi fu evidentemente affascinato, come prova la
decorazione del 1514 in una sala dellappartamento badessale del convento di San
Paolo a Parma, per la badessa Giovanna da Piacenza che cinque anni dopo commissionò al
Correggio il tinello attiguo. La volta, che appare a prima vista una vorticosa girandola
di putti, sfingi, candelabre, cartelle e festoni, ha invece un ritmo rigorosissimo nel
segno e nel colore, e le grottesche circondano tondi e riquadri con storie del Vecchio e
Nuovo Testamento, mentre nelle lunette sono storie classiche e bibliche: la Storia di
Cidippe, la Carità romana, la Donna col liocorno, Giuditta, ecc. Anche qui per lo stile
il più sicuro riferimento è al Mantegna della Camera degli Sposi a Mantova, ma sono
evidenti anche i riporti dal Bramante, specie nelle teste classiche in profilo, mentre le
scene bibliche nei riquadri fanno sfoggio di una cultura aggiornata, appresa forse a Roma
negli anni immediatamente precedenti, la Roma già arricchita dagli affreschi del
Pinturicchio nellappartamento Borgia in Vaticano, da quelli michelangioleschi nella
volta della Sistina e di Raffaello nella stanza della Signatura. Pur con tanti autorevoli
prototipi esterni, cui si aggiungono quelli non meno suggestivi in loco, come Cesare
Cesariano, autore della volta della sagrestia di San Giovanni Evangelista a Parma, e
Giovanni Antonio da Parma, che aveva decorato il fregio mantegnesco del transetto nella
stessa chiesa, il fare dellAraldi è autonomo e spontaneo. Nelle lunette invece
cerca di assumere modi magniloquenti e severi, ma ricompaiono spesso quelli più semplici.
Firmato e datato allo stesso anno 1514, il dipinto con lAnnunciazione, già nella
chiesa del Carmine di Parma e ora nella Galleria nazionale di Parma, ne riflette le stesse
forme e lo stesso clima anche nelle chiare assonanze col Francia. Ancora una vasta
decorazione compì però lAraldi in unaltra ala del convento di San Paolo,
nella cappella dedicata a Santa Caterina, ove dipinse in una parete la Disputa della santa
e in quella di fronte S. Caterina e S. Gerolamo. Nella Disputa è soprattutto evidente la
derivazione dal Pinturicchio nella decorazione della libreria Piccolomini a Siena, ma
senza la corale sensibilità di quellartista. Nellimmagine della santa della
parete opposta è invece chiaro un innesto leonardesco, sia pure inteso, al solito, in
relazione al Costa. Come accadrà per il Correggio, la commissione delle monache
benedettine sembra desse il via a molte altre opere, tra queste la pala daltare che
Lodovico Centoni volle per la sua cappella nel Duomo di Parma, che è firmata e datata al
1516, nella quale il bel paesaggio, come la rustica forza di alcune figure, è di stampo
ferrarese, mentre la Madonnina pensosa è ancora una volta ispirata al Francia. Allo
stesso anno 1516 era datato un quadro nella chiesa di Casalmaggiore, poi perduto, e circa
del medesimo tempo è laffresco con la Madonna adorante il Bambino in San Pietro a
Parma, già ascritto al Francia e al Caselli, nomi indicativi degli indirizzi della
pittura dellAraldi. Vicina di tempo è certo anche laltra Annunciazione tra i
santi Sebastiano e Caterina della Galleria Nazionale di Parma, proveniente dalla chiesa di
San Luca degli Eremitani, ove il San Sebastiano legato alla colonna rivela nel colore più
fuso e morbido unaltra assonanza del pittore, ancora in campo lombardo: quella col
Foppa. Ma forse lartista che da lui è più lontano per lo stile, ma al quale egli
cercò di avvicinarsi a più riprese, è Leonardo: lo prova il ritratto di Beatrice da
Correggio detta Mamma, chiaramente ispirato alla Gioconda, individuato (A. Ghidiglia
Quintavalle, 1952) nella collezione Borri a Parma, il cui ricordo è eternato in un
sonetto del poeta contemporaneo Enea Irpino. Se qui, sia pure larvatamente, lAraldi
riesce ad infondere qualcosa dello spirito del toscano, nella copia del Cenacolo, firmata
e datata 1516, più nulla rimane della magica pittura di lui, una traduzione in vernacolo,
una parodia più che una derivazione. Ancora ai suoi più cari e antichi modelli, al Costa
e al Francia, e anche a Raffaello giovane, si rifà nello Sposalizio della Vergine nella
cripta del Duomo di Parma, commessagli nel 1519, che viene considerato il suo capolavoro
per la particolare finezza della resa. Altre opere di questo periodo sono perdute, mentre
alcune, di cui resta la commissione, non furono mai eseguite. Ma quelle che, pur prive di
datazione, si possono considerare eseguite negli ultimi anni, riflettono una nuova
scioltezza di forme nellatteggiarsi vario dei volti, come nel fluire dei panneggi e,
soprattutto, nella più profonda comprensione dei grandi modelli che egli aveva sempre
presenti. Così il quadro con la Madonna col Bambino e i ss. Francesco e Giuseppe nel
Convento di Heiligenkreuz nella Bassa Austria, ascrittagli dal Suida e la Madonna col
Bambino e i ss. Giovanni Evangelista e Lucia, ora nel Palazzo Sanvitale a Parma, ma
proveniente dalla chiesa del Carmine, ove coi soliti motivi costeschi, specie nel San
Giovanni, si scorge, soprattutto nellincedere, nel modellato del panneggio e
nellintensità dello sguardo della Santa Lucia, unaria nuova che mostra come
lAraldi avesse aperto gli occhi sui fatti capitali che avvenivano a Parma tra il
secondo e il terzo decennio del Cinquecento, ma soprattutto sul Parmigianino del quadro di
Viadana, ora a Bardi, che porterebbe la datazione dopo il 1522, il che coincide con le
notizie sul quadro, ordinato per la sua cappella da Francesco Maria de Frizole detto
Belom, in un testamento compilato tra il 1516 e il 1527.
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina, M. Zappata, Notitiae ecclesiarum, ms.; G.B.
Zaist, Notizie istoriche de pittori, scultori, ed architetti cremonesi, Cremona,
1774, 100 s.; Parma, Biblioteca Palatina, R. Baistrocchi, Notizie di pittori che
lavorarono a Parma, 1778, 16-17, ms. 1106; Parma, Biblioteca Palatina, I. Affò, Notizie
intorno agli artisti parmigiani, fine sec. XVIII, ms. 1599; I. Affò, Ragionamento sopra
una stanza dipinta dal celeberrimo Antonio Allegri da Correggio, Parma, 1794, 27 s.;
Parma, Museo dAntichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti
parmigiane, fine sec. XIX, II (1451-1500), 11-27; A. Bertolotti, Artisti in relazione coi
Gonzaga signori di Mantova. Ricerche e studi negli archivi mantovani, Modena, 1885, 25; C.
Ricci, Alessandro e Josafat Araldi, in Rassegna dArte III 1903, 133-137; L. Testi,
Pier Ilario e Michele Mazzola, in Bollettino darte IV 1910, 90; G.B. Cavalcaselle,
J.A. Crowe, A History of painting in north Italy, London, 1912, II, 301; C. Ricci,
Pintoricchio, Perugia, 1912, 376 s.; A. Venturi, Storia dellArte, VII, 3, Milano,
1914, 1120-1128; O. Fischel, Die Zeichnungen der Umbrer, Berlin, 1917, 154; W. Suida,
Opere sconosciute di pittori parmigiani, in Cronache darte V 1928, 205 s.; L. Testi,
La cattedrale di Parma, Bergamo, 1934, 63 s.; A. Venturi, La pittura del Quattrocento
nellEmilia, Firenze, 1931, 70; A.O. Quintavalle, Catalogo della Mostra del
Correggio, Parma, 1935, 18 s.; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939,
29; A. Mongan-P.J. Sachs, Drawings in the Fogg Museum of Art, Cambridge, 1946, I, 24, 26;
A.O. Quintavalle, Il Parmigianino, Milano, 1948, 24-27; A.O. Quintavalle, Mostra parmense
di dipinti noti ed ignoti dal XIV al XVIII secolo, Parma, 1948, 11-13; A. Ghidiglia
Quintavalle, Inediti darte nella chiesa di S. Pietro Apostolo a Parma, Parma, 1948,
34 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, Un volto ritrovato. Colori e inchiostro a gara in onore
di Mamma da Correggio, in Aurea Parma XXXVI 1952, 14-18; C. Pedretti, Documenti e memorie
riguardanti Leonardo da Vinci a Bologna e in Emilia, Bologna, 1953, 200; A. Ghidiglia
Quintavalle, Alessandro Araldi, in Rivista degli Istituti di Archeologia e Storia
dellArte VIII 1958, 292-333; A.C. Quintavalle, Cristoforo da Lendinara, Parma, 1959,
74; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lexikon der bildenden Künstler, II, 54-55; A. Ghidiglia
Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 711-713; G. Copertini, La
Forma mentis del Correggio e il clima culturale-artistico di Parma rinascimentale, in
Parma per larte 1957-1960; La pittura in Italia, 627-628 (con bibliografia); F.
Bartoli, Notizie delle pitture dItalia, 1777, II, 174; C. Ruta, Guida di Parma,
1780, 33, 66, 72; R. Baistrocchi, Guida di Parma, manoscritto, Museo di Antichità, 1780
c., 29, 32, 37, 74, 91; Zibaldone Bertioli, in Baistrocchi e Sanseverino, Notizie di
artisti, manoscritto 129 B, II v., Parma, Museo di Antichità; Sanseverino, Dizionario
pittorico, manoscritto, Parma, Museo di Antichità, 1780 c., 38; I. Affò, Vita del
Parmigianino, 1784, 35-36; I. Affò, Memorie dei letterati parmigiani, tomo III, 1791,
188; I. Affò, Ragionamento sopra una stanza dipinta dal Correggio, 1794, 27-28; I. Affò,
Il parmigiano servitor di piazza, 1796, 16, 31, 109, 110, 113, 154; A. Barili, Notizie
storico patrie di Casalmaggiore, 1812, 176; S. Ticozzi, Dizionario pittorico, 1818, vol.
I, 16; P. Zani, Enciclopedia metodica, 1819, parte I, volume II, 171-172; P. Donati, Guida
di Parma, 1824, 25, 31, 105, 177, 179; G. Grasselli, Abecedario biografico dei pittori,
Milano, 1827, 23; G. Bertoluzzi, Guida di Parma, 1830, 53, 90, 94, 101, 145, 146, 186,
193; L. Lanzi, Storia pittorica dellItalia, 1834, volume IV, 55; A. Pezzana, Storia
di Parma, tomo I, 1842, 249, tomo II, 1842, 147; E. Scarabelli Zunti, Cenni storico
artistici intorno alla chiesa di San Quintino a Parma, 1846, 15, n. 21; G.M. Allodi, Serie
cronologica dei vescovi di Parma, 1856, volume I, 83, 151-152; M. Lopez, Il Battistero di
Parma, 1864, 71-73; J. Meyer, Künstler-Lexikon, 1872, 209-211; C. Ricci, La Galleria di
Parma, in Le Gallerie Nazionali italiane, 1894, I, 22 e 42 e sgg.; C. Ricci, Catalogo
della R. Galleria di Parma, 1896, III; F. Malaguzzi Valeri, in Enciclopedia Italiana, III,
1929, 924; G. Copertini, Parmigianino, 1932, I, 14-16; A. Santangelo, Inventario degli
oggetti dArte di Parma, 1934, 20, 23, 26; P. Toesca, Di un miniatore e pittore
emiliano, Francesco Marmitta, in LArte 1951, 39; E. Bénézit, Dictionnaire, volume
I, 1951, 221; J. Burckhardt, Cicerone, Sansoni, 1952, 307, 899, 947; R. Longhi, Officina
Ferrarese, 1956, 56 e 194; G. Godi, Soragna: LArte dal XIV al XIX secolo, 1975,
19-20 (con bibliografia e documenti); G.Z. Zanichelli, Iconologia della Camera di
Alessandro Araldi nel Monastero di San Paolo in Parma, Quaderni di Storia dellArte
11, Parma, 1979 (con bibliografia); M. Tanzi, Il Palazzo Comunale di Cremona e le sue
collezioni darte, Milano, 1982, 45, 57; G. Cirillo-G. Godi, Guida Artistica del
Parmense, 1984, volume I, 70, 120, 122, 212-213; M. Gregori, I Campi e la cultura
artistica cremonese del Cinquecento, catalogo della mostra, Electa, 1985, 42-48 (con
bibliografia); D. Benati, La pittura a Ferrara e nei domini estensi nel secondo
Quattrocento - Parma e Piacenza, in La pittura in Italia - il Quattrocento, a cura di F.
Zeri, Milano, 1987, 269; F. Barocelli, Il Correggio e la camera di San Paolo, Comune di
Parma, Electa, Milano, 1988, 11-33; M.G. Diana, Alessandro Araldi, ad vocem, in La pittura
del Cinquecento a Reggio Emilia - Dizionario biografico degli artisti, Electa, 627-628;
G.Z. Zanichelli, Alessandro Araldi e la camera di San Paolo, in Il monastero di San Paolo,
a cura di M. DallAcqua, Milano, 1990; G. Cirillo - G. Godi, I disegni della
Biblioteca Palatina di Parma, Parma, Artegrafica Silva, 1991, 31-35; M.C. Chiusa,
Alessandro Araldi, ad vocem, in SAUR Allgemeines Künstler-Lexikon, Band 4, 1992, 620-622;
G.Z. Zanichelli, Il Maestro del libro dOre Sanvitale e la bottega di Cristoforo
Caselli: miniatura a Parma nella seconda metà del XV secolo, in Artes II 1994; G. Agosti,
Su Mantegna. 4. A Mantova, nel Cinquecento, in Prospettiva 1995, 63 e 77, nota 42; A.
Bacchi-A. De Marchi, in Francesco Marmitta, 1995, 255-256; Archivio Storico per le
Province Parmensi XLVI 1994, 306; M.C. Chiusa, Alessandro Araldi, 1997, 110-114.
ARALDI GERALDO
Parma 1190
Forse figlio di Goccio. Fu ingrossatore in Parma nellanno 1190.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 415.
ARALDI GIROLAMO
Parma-Parma 1545 c.
Organista. Sacerdote, si firmava Hieronimus de Araldis e si trova indicato anche come
Arialdi o Aroldi. Con un contratto della durata triennale dal 4 giugno 1518 venne assunto
dalla comunità di Rovereto quale organista in San Marco e gli furono assegnati alcuni
benefici ecclesiastici. Il contratto venne rinnovato il 28 ottobre 1521 e il 15 maggio
1525. Il 20 aprile 1530 gli subentrò prete Giulio. In una relazione del 17 giugno 1545 si
segnala che lAraldi era deceduto a Parma.
FONTI E BIBL.: M. Levri, La cappella musicale di Rovereto, Trento, Biblioteca dei
Francescani, 1972, 344.
ARALDI IOSAPHAT
Parma 1519/1520
Operò nel primo trentennio del secolo XVI. Della sua vita si sa solo che il 2 settembre
1519 un Maestro Iosaphat depintore accompagnò a Montechiarugolo Francesco e Lionardo
Torisella (cfr. documento riportato in C. Ricci, 1903) e che nel 1520 Araldus Iosaphat
pictor Vicinie Sancti Benedicti compare allestimo per un valore di lire mille
imperiali e perciò obbligato a pagare al Comune di Parma 50 lire di imposizione. Questo
nome trova riferimento nellunica opera sicura che di lui si conosce, il San
Sebastiano della Galleria nazionale di Parma, firmato Iossaphat de Araldis opus, molto
interessante perché riflette con elementi veneti belliniani altri nordici, soprattutto
dureriani, specie nel paese fluviale, elementi dovuti a contatti diretti o alle incisioni
nordiche non rare negli studi di Parma. Sebbene rovinatissimo, si potrebbe attribuire a
lui laffresco nel cortile del castello di Montechiarugolo ove si sa che
lAraldi si recò nel 1519.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia Metodica delle Belle arti, II, Parma, 1819, 31, sub
voce Aldis Giosafatte (per errata lettura della firma); P. Martini, La pubblica Pinacoteca
di Parma, Parma, 1872, 59; L. Pigorini, Catalogo della Regia Pinacoteca di Parma, Parma,
1887, 26; C. Ricci, Catalogo della Galleria di Parma, Parma, 1896, 101 s.; C. Ricci,
Alessandro e Iosaphat Araldi, in Rassegna darte III 1903, 137 (con docc.); A.O.
Quintavalle, Catalogo della Mostra del Correggio, Parma, 1935, 20; A.O. Quintavalle,
Mostra parmense di dipinti noti ed ignoti dal XIV al XVIII secolo. Catalogo, Parma, 1948,
14; E.G. Troche, Die Ariadne der Sammlung Lanz, in Pantheon XXV 1940, 20-22; A. Ghidiglia
Quintavalle, La Galleria Nazionale di Parma, Bologna, 1956, 12 e 59; U. Thieme-F. Becker,
Allgem. Lexikon der Bildenden Künstler, II, 55; A. Ghidiglia Quintavalle, in Dizionario
biografico degli Italiani, III, 1969, 715; E. Scarabelli Zunti, III, cc. 1-4; Arianna
nellisola di Nasso, in Heinemann, Giovanni Bellini e i Belliniani, Venezia, 1962;
Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 306-307.
ARALDI ORAZIO
Parma 1623/1643
Nobile, addottorato nel 1623. Nel 1633 si diede alla lettura di Ragioni Canoniche presso
lUniversità di Parma con molta sua lode e gloria, durando nellinsegnamento
fino al 1643.
FONTI E BIBL.: Ricetto e Mandati, 1631-1658; Bolsi, Annot., 38 e 48; R. Pico, Catalogo
de Dottori, 90; Rizzi, Professori, 1953, 31.
ARALDI SAVOLDO
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 13.
ARALDI BEATE BERNARDO, vedi ARALDI BIADE BERNARDO
ARALDI TERESA, vedi TRECCHI TERESA
ARALDI BIADE BERNARDO
Parma 1201
Fu ingrossatore del Comune di Parma nellanno 1201.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 49.
ARALDI TRECCHI TERESA, vedi TRECCHI TERESA
ARALDO, vedi ALCIATI ARIALDO
ARASIO ISSUNTINO, vedi SACCO GIUSEPPE POMPEO
ARATI MARCO
Busseto ante 1835- post 1882
Studiò a Viareggio nella Scuola di musica diretta da Giovanni Pacini e debuttò con
successo nel 1835 nel teatrino dellIstituto nel Talismano, opera del suo maestro. La
prima volta che si trova citato lArati in una cronologia teatrale è nel 1840. Nella
stagione di primavera di quellanno cantò al Teatro Apollo di Roma nel Guglielmo
Tell di Rossini e lesito fu pessimo. Lanno seguente fu al Teatro San Carlo a
Napoli nel Rolla di Teodulo Mabellini, teatro in cui lArati cantò ben quarantuno
anni e dove guadagnava cento ducati al mese. Nel 1882, infatti, era ancora presente su
quelle scene nel Duca dAlba di Donizetti e nel Re di Lahore di Massenet. Tra questi
due estremi si ha un infinito elenco di compositori dei quali lArati cantò le
opere: Verdi, Mercadante, Donizetti, Pacini, Ricci, Petrella Meyerbeer, Auber, Gounod,
Halévy, Massenet, Capecelatro. LArati fu amico di Verdi, e per lui si dice che il
maestro scrisse le parti del basso nellAlzira e di Wurm nella Luisa Miller. Anche
nei copiosi carteggi verdiani il nome dellArati ritorna: in una lettera da Parigi
del 4 dicembre 1853 Verdi ha addirittura uno slancio affettuoso: Salutate la Penco e
Fraschini se li conoscete. Un gran bacio a Sebastiani e ad Arati. Tra le tante opere di
Verdi, lArati cantò nel 1853 nel Trovatore. In una lettera di De Sanctis a Verdi si
legge infatti: Il 6 ottobre con immensa aspettativa va in scena Il trovatore con Arati.
Questultimo credo che divenga matto per la cavatina dintroduzione.
FONTI E BIBL.: Arnese; Biblioteca 70; Cametti; G.N. Vetro, Voci Ducato, in Gazzetta di
Parma 3 gennaio 1982, 3.
ARBIZZANI ALDO
Parma 9 agosto 1903-Soragna 19 marzo 1945
Partigiano della Missione Militare Alleata. Fu fucilato. Ebbe la Medaglia di Bronzo al
Valor Militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 63.
ARCANGELO DA BUSSETO, vedi CHIOZZI ARCANGELO
ARCANGELO DA CORREGGIO, vedi SPAGGI ARCANGELO
ARCANGELO DA PARMA
Parma 1487/1524
Fu attivo a Ferrara e a Parma fra la fine del XV e linizio del XVI secolo. Canonico
e miniatore, nel 1487 miniò in Ferrara un libro che aveva scritto lo scrivano Giovanni da
Cremona. In un rogito di Girolamo Farina, notaio di Ferrara, in data 3 marzo 1487 si dice
che maestro Arcangelo da Parma, miniatore, abitava in Ferrara presso maestro Lorenzo de
Rubeis, cartolaio da Valenza. Si apprende pure che sua moglie, madonna Fiorana, aveva una
nipote di nome Maddalena, moglie di Giovanni Bernardi e figlia di Rodolfo Arcienti. Nella
Biblioteca Estense di Modena (raccolta Campori) esiste un codice in pergamena di sua mano,
datato 1524, ornato, oltre alla pagina col titolo riccamente colorata, da un gruppo di
iniziali, in parte con composizioni di figure.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. II, (1908); E. Scarabelli Zunti, Documenti e
Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 78; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 226.
ARCANGELO DA PARMA
Parma 1674
Scrisse di cose grammaticali, anche se non si è potuto rinvenire di lui nulla più delle
incertezze che si ricavano dalla Biblioteca Volante del Cinelli (tomo IV, f. 22): Fr.
Archangeli a Parma Socii P. Macedo Epistola obvia Adventoriae P. Noris, super questione
Grammatica. Romae, Typ. Nicolai Angeli Tinassi, 1674, in-4°. Si crede che questa Epistola
sia del Padre Macedo, ed in fine vi si legge: Hoc Opusculum quatriduanus est faetus, et
bene opinor olet: uno die compositum, triduo impressum. E certamente mi sovviene che
arrivò a Roma subito che si vide lAvdventoria, contro della quale è scritto. Il
Placcio lo registrò, sulla fede del Cinelli, tra i suoi Pseudonimi (f. 483, n° 2021).
Dal titolo di quella Epistola appare come lArcangelo fosse compagno del Macedo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, III, 1827, 927; G. Negri,
Biografia Universale, 1844, 38-39.
ARCANGELO MARIA DA PARMA, vedi TONDÙ PIETRO ANTONIO BIAGIO
ARCARI GIUSEPPE
Parma 1730/1762
Fu violinista alla Cattedrale di Parma dal 9 aprile 1730 al 3 maggo 1762.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della Musica a Parma, 1936.
ARCARI GIUSEPPE
Colorno 13 marzo 1789-post 1821
Sposò Colomba Muraglia. Lavorò inizialmente come calzolaio. Fu in servizio alla Corte di
Maria Luigia dal 1° gennaio 1821, e dal 15 ottobre dello stesso anno fu garzone di
confettureria con stipendio di 400 lire.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A Tavola con Maria Luigia, 1991, 304.
ARCARI ODOARDO
-Parma novembre 1767
Fu violinista alla Steccata di Parma dal 1734 al 1767. Suonò nelle otto recite di opere
giocose date a Colorno in quel Teatro Ducale nellautunno del 1752 e nel Teatro
Ducale di Parma nel Carnevale del 1761. Nella stagione di Fiera del 1754 fece parte
dellorchestra del Teatro Comunale di Reggio Emilia.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 192; Fabbri e Verti.
ARCELLI ENRICO
1842-Parma 7 novembre 1872
Fu uno dei prodi che a Custoza nel 1866, stretti in quadrato, fecero scudo ad Umberto di
Savoia.
FONTI E BIBL.: Cenno necrologico, in Il Presente 9 novembre 1872 n. 307; G. Sitti, Il
Risorgimento Italiano, 1915, 180.
ARCESILA EACIDEO, vedi SANVITALE FEDERICO MARIA GIUSEPPE
ARCILLI GERARDO
Parma 1249
Nellanno 1249 fu Ambasciatore di Parma a Bologna.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 416.
ARCIMBOLDI ANTONELLO
Parma 1398-Parma 21 novembre 1439
Figlio di Giovanni, fu familiare dei duchi di Milano, dei quali fu nel 1429 procuratore
per stabilire una lega coi conti di Urbino e cogli Ubaldini della Carda, ed accettarli
come aderenti. Fu poi impiegato nelle milizie ducali. Morì alletà di 41 anni.
Venne sepolto nella chiesa di San Francesco del Prato, e alla sua memoria fu dettato il
seguente epitaffio (un tempo presso i conti Simonetta): Ingentes curas ingetia pondera
rerum ferre potens animo juribus, arte, fide cui populos urbes dux anguiger arma cohortes
credebat vigili q. bene cuncta suo nunc Antonellus tulit Arcimboldus honor huc fusses
celsa pius et meliora petens obiit anno domini MCCCCXXXVIIII die XXI novembris etatis sue
anno XLI.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 39.
ARCIMBOLDI GIOVANNI
Parma 1387/1422
Capostipite della famiglia Arcimboldi, originaria di Parma e ivi dimorante fino al 1437,
da dove poi passò a Milano. LArcimboldi fu uomo del Foro parmense, e giudice nel
tribunale del podestà di Bergamo nel 1387. Nel tempo in cui Parma fu dominata dagli
Estensi, concorse a farvi rifiorire il Collegio dei Giudici. Quando nel 1420 Parma fu
ceduta dagli Estensi ai Visconti, egli, unitamente al figlio Antonello, si adoperò per
favorire questo cambiamento politico. Nel 1422 ottenne un privilegio di esenzione dal Duca
di Milano.
FONTI E BIBL.: Litta; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 40.
ARCIMBOLDI GIOVANNI
Parma 1430 c.-Roma 2 ottobre 1488
Nacque da Nicolò e Orsina Canossa. Studiò, come il padre, diritto e conseguì a Pavia il
dottorato in utroque iure. Coltivò, tuttavia, anche studi letterari e ascoltò il
Filelfo, col quale rimase per un lungo periodo di tempo in rapporti epistolari. Nel 1436
si trasferì a Milano col padre, entrato al servizio di Filippo Maria Visconti. Il 1°
settembre 1437 gli Arcimboldi ricevettero dal duca la cittadinanza milanese. Dopo la morte
di Filippo Maria Visconti, essi aderirono a Francesco Sforza, dal quale ebbero ancora
missioni e uffici. Anche lArcimboldi fu avviato alla carriera amministrativa. Il 6
agosto 1454 fu procuratore del Duca per la lega con Venezia dopo la pace di Lodi e il
riconoscimento dello Sforza da parte della Signoria. Il 15 novembre 1463 fu nominato
maestro delle entrate straordinarie e il 19 agosto 1466 membro del Consiglio di giustizia.
LArcimboldi aveva sposato diversi anni prima Briseide, dalla quale aveva avuto un
figlio, Luigi, anchegli giureconsulto, membro del Consiglio segreto e infine
governatore di Cremona. Non sembra esatta, invece, la notizia, data da alcuni, di un
secondo figlio di nome Andrea, che si vorrebbe addirittura suo successore nella sede
vescovile di Novara. Rimasto vedovo, infatti, lArcimboldi passò allo stato
clericale. Signorano la data di morte della moglie e i motivi della sua decisione.
Linizio della sua carriera ecclesiastica è da ascriversi senzaltro ai primi
del 1467: essa fu straordinariamente rapida, grazie alla protezione e agli interventi del
duca Galeazzo Maria Sforza. Lasciato il Consiglio di giustizia, il 22 dicembre 1467
lArcimboldi venne nominato membro del Consiglio segreto, con un brevetto in cui è
detto già Reverendus pater j. u. doctor Iohannes A. Prothonotarius Apostolicus (Archivio
di Stato di Milano, Reg. ducali, n. 167, c. 286). Venuto a morte di vescovo di Novara
Bernardo de Rossi, il Duca volle che a quella sede fosse nominato lArcimboldi,
raccomandandolo caldamente presso papa Paolo II. Alla riluttanza del Papa nel promuoverlo,
essendo troppo novello ecclesiastico, lambasciatore di Galeazzo Maria Sforza
replicò riferendo le lodi del suo Signore e tanto insistette che alla fine di gennaio del
1468 lelezione era ottenuta. La nomina ufficiale venne procrastinata, però, al 21
ottobre successivo. LArcimboldi restò peraltro vicino al Duca come collaboratore,
consigliere politico e agente diplomatico. Nel 1471 e nel 1472 svolse missioni a Firenze e
a Roma, per i periodici rinnovi della Lega italica. Nel 1472 fu nominato ambasciatore
presso papa Sisto IV. Lamicizia collo Sforza, da un lato, e con Gerolamo Riario,
dallaltro, spiegano linaspettata concessione della porpora, conferitagli da
Sisto IV il 7 maggio 1473. Ebbe il titolo dei santi Nereo e Achilleo, cambiato poi in
quello di Santa Prassede nel concistoro del 10 dicembre 1473. Anche da cardinale
lArcimboldi continuò a svolgere le funzioni di ambasciatore dello Sforza, per il
quale ottenne dal Papa grazie e concessioni. Il Liber Notarum del Burckard e i registri
vaticani attestano anche lintensa attività svolta dallArcimboldi in curia.
Nominato camerlengo ad interim del sacro collegio il 31 maggio 1476 e il 19 maggio 1482,
ne esercitò le funzioni effettive dal 15 gennaio 1483 al 19 gennaio 1484. Il 15 gennaio
1477 Sisto IV lo nominò legato in Umbria e il 7 febbraio successivo legato in Ungariam,
Germaniam, Boemiam et partes adiacentes (C. Eubel, II, 45). Mancano particolari su queste
missioni (lArgelati e il Moroni sono i soli ad aggiungere che lArcimboldi
ricondusse i Boemi alla fedeltà alla Santa Sede) ma non pare si possa negare che siano
realmene avvenute. Secondo il Gams (p. 749), lArcimboldi avrebbe avuto nel 1480
lamministrazione del vescovato di Fiesole, che sarebbe stato rassegnato lanno
successivo in favore di Roberto Folco. Fu nuovamente nominato legato a latere per la
provincia di Perugia il 15 novembre 1483, nomina confermatagli da papa Innocenzo VIII nel
concistoro del 22 settembre 1484. Partito l11 ottobre successivo per la sua
missione, lo raggiunse a Foligno la notizia della morte dellarcivescovo di Milano
Stefano Nardini (21 ottobre) e del suo trasferimento dalla sede di Novara (che cercò di
far assegnare a suo figlio Luigi) a quella di Milano appena quattro giorni dopo. Rientrò
a Roma nei primi giorni del gennaio del 1485, ma non per recarsi nella sua diocesi, dove
non pose mai piede, bensì per partecipare alla solenne canonizzazione del beato Leopoldo
il Pio dAustria (6 gennaio 1485). LArcimboldi cumulò benefici e commende: il
monastero di SantAmbrogio, che nel 1484 rassegnò in favore del cardinale Ascanio
Sforza, labazia di SantAbbondio in Como, labazia di San Nazzaro in
diocesi di Vercelli, labazia di San Benedetto di Gualdo in diocesi di Nocera,
labazia di San Dionigi in Milano, che il 4 maggio 1487 rassegnò in favore del
fratello Guido Antonio. Godette anche di una pensione annua di 500 fiorini sul monastero
di San Lorenzo di Cremona. Ammalatosi nellestate del 1488, lArcimboldi morì
nel suo palazzo sito nei pressi dellattuale piazza Madama, a Roma, e fu sepolto
nella chiesa di SantAgostino. Della sua tomba non si ha più traccia. Sul sarcofago
degli Arcimboldi nel Duomo di Milano vi è un busto che lo raffigura. È difficile
cogliere con esattezza la personalità dellArcimboldi, ma non sembra si possa dire
(come il Dict. dHist. et de Géogr. Ecclés., III, col 1580) che fu solo un prelato
politico rivolto esclusivamente a fare la fortuna della sua famiglia. Dotato di buona
preparazione giuridica e letteraria, lArcimboldi intrattenne rapporti culturali col
Filelfo, col Decembrio, col Maioragio e altri letterati. Nella biblioteca del Filelfo sono
stati individuati diversi codici appartenuti allArcimboldi. Gli si attribuiscono
omelie e discorsi, e lArgelati ricorda un suo trattato De ponderibus et monetis in
tre libri, di cui, però, non si hanno altre notizie. Non è certamente suo il Catalogus
Hereticorum, che pure gli è attribuito. LArcimboldi non mancò di sensibilità
religiosa e molti indizi lo mostrano preoccupato almeno della dignità del culto e
dellimportanza della liturgia: fece dono di paramenti e arredi sacri al Duomo di
Milano, ordinò e fece miniare messali e breviari per suo uso, disciplinò la celebrazione
delle messe da parte dei cappellani del Duomo. Egli stesso doveva celebrare con non
consueta devozione, se un cronista presente alla messa di Capodanno del 1476 riferisce che
il cardinale di Novara ha cantato messa cum bono modo et degnissime manere et fu
collaudato molto. Non molto impegno sembra aver messo nellattività pastorale.
Governò la diocesi di Novara, che tenne per seidci anni, servendosi di vicari e
amministratori, come Ambrogio Caccia, vescovo titolare di Salona, e Bartolomeo Besozzi: si
quid in grege Domini efficiebat per vicarios efficiebat dice il Bascapè (Novaria Sacra,
p. 521). Per mezzo di costoro pubblicò nel 1469 gli Statuti della pieve di Gozzano, nel
1473 di Riva San Giulio e nel 1477 della collegiata di Intra. Emanò anche dei decreti
contro lesosità degli avvocati. Neanche per la diocesi milanese si conoscono sue
iniziative pastorali, benché in quegli anni non siano mancati nel Milanese fermenti di
vita religiosa. I suoi tentaviti per riportare losservanza nel monastero di
SantAmbrogio, di cui fu commendatario, non sembra abbiano dato grandi risultati.
Bisognerebbe riconoscergli, tuttavia, un franco riesame di coscienza e una coraggiosa
iniziativa di riforma, se è veramente di sua mano uno scritto del 1487, rinvenuto
nellArchivio della curia di Milano, contenente un elenco di disposizioni relative al
clero e al culto e forse identificabile con quegli Statua pro cleri reformatione che
lArgelati e il Sassi gli attribuiscono. Vi si prescrive un inventario periodico
degli arredi sacri in Duomo e in arcivescovado, il ripristino della tonsura e
dellabito da parte degli ecclesiastici, losservanza della clausura nei
monasteri. Vi sono norme per la celebrazione degli uffici divini in Duomo, per le visite
pastorali, per ladempimento del precetto pasquale. Che queste disposizioni siano
opera dellArcimboldi è, tuttavia, poco più che unipotesi.
FONTI E BIBL.: La corrispondenza dellArcimboldi col Duca di Milano è
nellArchivio di Stato di Milano, Archivio Sforzesco, Pot. Estere: Roma, 1472-1473, e
in parte nella raccolta degli Autografi, cartelle 18, 22, 46. Questa corrispondenza è
stata sfruttata da L. v. Pastor per la sua Storia dei Papi dalla fine del Medio Evo, II,
Roma, 1932, 450, 460, 599, 603, 608 e III, 1932, 181, 262, 835, 838. SullArcimboldi
cfr. anche Iohannis Burckardi, Liber Notarum, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a ediz.,
XXXII, I, a cura di E. Celani, 5, 7, 17, 24, 26, 83, 84, 95, 96, 103, 112, 119, 163, 164,
190, 238, 239; e inoltre C. Bascapè, Novaria Sacra seu de ecclesia novariensi, Novariae,
1612, 521 ss.; P. Morigi, La nobiltà di Milano, Milano, 1619, libro II, 145 s.; Ph.
Argelati, Bibliotheca scriptorum Mediolanensium, I, 2, Mediolani 1745, 79-80; G.A. Sassi,
Archiepiscoporum Mediolanensium series historico-chronologica, III, Mediolani, 1755,
944-948; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, II, Venezia, 1840,
317; C. Eubel, Hierarchia Catholica, II, Monasterii, 1901, 17, 43 ss., 51 ss., 208, 226;
A. Calderini, I codici milanesi delle opere di Francesco Filelfo, in Archivio storico
lombardo 1-2, 1915, 348, 359; E. Lazzeroni, Il consiglio segreto o Senato Sforzesco, in
Atti e Memorie del terzo congresso storico lombardo, Milano, 1939, 130 s.; C. Santoro, Gli
uffici del dominio Sforzesco, Milano, 1947, 9, 40, 75; A.R. Natale, I Diari di Cicco
Simonetta, in Archivio storico lombardo LXXXI-LXXXII 1948-1949, 111-114 e LXXXIII (1950),
32; M. Magistretti, Visite pastorali del secolo XV nella diocesi di Milano, in Ambrosius
XXXI 1955, 212 s. (dà il testo delle riforme attribuite allArcimboldi); P.B. Gams,
Series episcoporum Ecclesiae Catholicae, Graz, 1957, 749, 796, 820; C. Marcora, Due
fratelli arcivescovi di Milano: il cardinale Giovanni (1484-1488) e Guido Antonio
Arcimboldi (1488-1497) in Memorie storiche della Diocesi di Milano, IV, 1957, 288 ss.;
Dictionn. dHist. et de Géogr. Ecclés.,
III, coll. 1579 s.; Enciclopedia Italiana, IV, 98; Enciclopedia Cattolica, I, col.
1841; N. Raponi, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 771-773; G. Gonizzi,
Il cardinale Giovanni Arcimboldi, in Gazzetta di Parma 19 luglio 1968.
ARCIMBOLDI GUIDANTONIO
Parma 1428 c.-Milano 18 ottobre 1497
Primogenito di Nicolò e di Orsina Canossa, lArcimboldi fu avviato, come il fratello
Giovanni, allo studio del diritto e come lui introdotto fin da giovane alla Corte dei
duchi di Milano. Trascorse la giovinezza in particolare amicizia con Galeazzo Maria Sforza
da cui fu in ogni modo favorito. Nel 1467 ebbe in feudo Pandino dAdda e nel 1470,
rivenduto questo alla Camera ducale, diverse altre terre dellOltrepò, finché nel
1484 fu creato feudatario di Arcisate. Militò nellesercito ducale e nel 1475 si sa
che riceveva uno stipendio di 150 ducati, ma si ignora quali compiti avesse. Della sua
pratica darmi sono tuttavia prova gli uffici militari che rivestì in seguito. Nel
1476 compì un pellegrinaggio in Terrasanta con G. Giacomo Trivulzio: imbarcatosi a
Venezia alla fine di maggio, visitò i luoghi santi e, separatosi poi dal compagno, fece
ritorno in Italia alla fine dellanno, giungendo il 23 novembre a Roma, e il 13
dicembre a Modena ove si fermò per ordine del Duca, probabilmente con qualche incarico.
Il 6 gennaio 1477, qualche mese prima del fratello Giovanni, fu nominato membro del
Consiglio segreto. Lanno successivo venne inviato dalla duchessa Bona di Savoia
allimperatore Federico III per chiedere linvestitura del Ducato di Milano in
favore di Giangaleazzo Sforza. Sempre nel 1478 fu nominato commissario ducale a Piacenza,
ove rimase fino al 1480 disimpegnandosi con lode e conducendo a termine pregevoli lavori
edilizi. Il 15 settembre 1480 fu nominato commissario a Cremona in luogo del defunto A.
Secchi. Tenne la carica fino al 6 ottobre 1481, sostituito dal nipote Luigi Arcimboldi,
figlio del fratello Giovanni, propter eius absentiam (Archivio di Stato di Milano, Reg.
ducali, n. 116, c. 175). Lassenza era dovuta quasi certamente a qualcuno dei
numerosi incarichi diplomatici che dovette svolgere presso papa Innocenzo VIII, a Napoli,
a Venezia e in Ungheria presso il re Mattia Corvino: in ricordo di questa ambasciata
lArcimboldi fece costruire una stupenda villa presso Milano detta la Bicocca, il
luogo della celebre battaglia vinta da Prospero Colonna, facendovi dipingere alcuni
affreschi che alluderebbero appunto alla sua missione. Nel 1483 fu rappresentante del Duca
per la stipulazione della lega di stati italiani contro Venezia. Nel 1494, ormai
arcivescovo di Milano, accompagnò in Germania la nipote di Ludovico il Moro che andava
sposa allimperatore. Nel 1495 era a Genova di ritorno da una missione, probabilmente
in Spagna, e nel 1496 a Venezia, delegato dal Duca a firmare una lega tra Milano e
Venezia. Pur con questi incarichi e nonostante che dal 1489 fosse stato creato arcivescovo
di Milano, lArcimboldi tenne costantemente dal 1484 al 1497 il comando dei castelli
di Trezzo e di Pavia. Nominato infatti castellano di Trezzo il 26 agosto 1484, in luogo di
V. Visconti, vi rimase sino al 22 novembre 1487, sostituito dal consigliere ducale Giacomo
Pusterla. Tre giorni dopo passò a Pavia, in luogo di G. Attendoli, rimanendovi fino al 20
gennaio 1490, quando venne nuovamente nominato castellano di Trezzo, ove fu riconfermato
ancora ad beneplacitum del Duca il 3 febbraio 1495 (Archivio di Stato di Milano, Reg.
ducali, n. 188, c. 40). Dalle istruzioni di conferma si sa che egli teneva sul posto il
figlio Filippo, assistito, data la giovane età, da Rampino de Putheo. Il 18 ottobre 1497,
loco eorum patris defuncti, vennero collocati nellufficio Nicolaus, Philippus et
Iulius fratres de Arcimboldis (Archivio di Stato, Reg. ducali, n. 122, c. 172). Oltre a
questi tre figli lArcimboldi aveva avuto anche una figlia, Caterina, tutti
probabilmente già in età matura quando, rimasto vedovo, decise di abbracciare lo stato
clericale. In che data ciò sia avvenuto non si sa, ma sta di fatto che, morto il 2
ottobre 1488 il fratello Giovanni, fu proposto subito dal Duca come suo successore nella
sede vescovile di Milano. Come è da scartare lipotesi di una pretesa rinuncia del
fratello in suo favore, altrettanto inverosimile è la notizia data da qualche storico che
il Duca sul principio non vedesse di buon occhio la sua elezione. È molto probabile
invece che allarcivescovato milanese mirasse il cardinale Ascanio Sforza perché il
fratello, in una lettera del 6 ottobre 1488, pregandolo di remanere contenta de darlo al
prefato messer Guidantonio, lo dissuade con argomenti assai concreti, quale
lipotesi, tuttaltro che improbabile, che per scontro del arcivescovato epsa
haveria ad lassare uno de li vescovati i quali per intrata se non sonno superiori saltem
stanno de pari cum epso arcivescovato, ragion per cui lo prega di adoperarsi invece col
Papa perché depso archiepiscopato sia provveduto al prefato reverendo messer Guidantonio,
et noi di qua lo faremo mettere alla possessione (Milano, Arch. sforzesco, Pot. Estere, c.
100) Il 23 novembre successivo il cardinale Sforza comunicò al Duca la sua rinuncia e
lassenso del Papa allelezione dellArcimboldi. La nomina avvenne il 23
gennaio 1489, e quel giorno stesso furono spedite le bolle. Tuttavia, già dal 14 gennaio
lArcimboldi aveva fatto il solenne ingresso a Milano come nuovo arcivescovo. Il 2
aprile successivo fece postulare a Roma da Galeazzo della Pietra il pallio arcivescovile.
Riconfermò vicario generale G. Battista Ferri, nominato già del fratello, e continuò a
servirsi come vescovi ausiliari del domenicano Giacomo de Bydgoszcza e
dellagostiniano Paolo da San Ginesio, un pio religioso non privo di zelo pastorale.
Benché lattività politica e gli incarichi diplomatici lo allontanassero talvolta
da Milano, lArcimboldi risiedette per lo più in diocesi svolgendo una discreta
attività pastorale. Appena qualche mese dopo la sua elezione, con un decreto del 28 marzo
1489 richiamò lobbligo della regolare esecuzione dei lasciti e legati agli ospedali
e luoghi pii. Altri decreti del 7 e dell8 aprile ordinarono losservanza della
clausura monastica e vietarono severamente ai sacerdoti di prendere parte a giochi
proibiti, esortandoli ad evitare la bestemmia. Un decreto del 18 aprile 1489, rinnovato il
2 marzo 1490, impose il ripristino dellabito e della tonsura. Effettò sicuramente
alcune visite pastorali: si hanno notizie e atti di quelle svolte nel Duomo di Milano nel
giugno del 1489, a Santo Stefano in Brolio nel marzo 1492, alla pieve di Gorgonzola e alla
chiesa di SantAndrea di Melzo nellagosto del 1493. Emise provvedimenti di
riforma per alcuni monasteri femminili come quello delle agostiniane di Santa Maria
Maddalena e di Santa Marta, a Milano, e di San Martino a Monza, soppresse quello delle
benedettine di San Nazzaro di Bellusco per essere irreformabili. Favorì i gerolomiti
(Eremiti spagnoli di San Gerolamo) che avevano fondato una casa al Castellazzo, poco fuori
Milano, concedendo loro il monastero e la parrocchia dei Santi Cosma e Damiano entro la
città. Durante il suo episcopato vennero eretti anche alcuni conventi di serviti: uno a
Vigevano e uno in Val San Martino, al confine con il Bergamasco. Il 29 marzo 1492
lArcimboldi benedisse la prima pietra delle tribuna di Santa Maria delle Grazie. Tra
il 1493 e il 1497 fece rimaneggiare e ampliare, su terreno donatogli dal Duca di Milano,
il palazzo dellArcivescovado. La parte nuova delledificio, detta il cortile
dellArcimboldi, rimasta incompleta, fu poi portata a termine da Carlo Borromeo.
Piuttosto povero sembra essere stato il suo spirito religioso: la corrispondenza col Duca
lo mostra amante della caccia, della villeggiatura e delle buona mensa. In una lettera
dell8 settembre 1493 a Lodovico il Moro, scrivendo di essersi dovuto recare a Milano
a cantar messa, dice che gli sarebbe piaciuto molto di più che questa solenne festa fosse
stata questo mese de agosto passato perché questi me pareno dì da essere goduti fora al
piacere (Milano, Autografi, cart. 18). Una certa eco dovette avere in lui la predicazione
di san Bernardino da Feltre, che fu a Milano nel 1491 e che riuscì a riconciliarlo con i
frati minori, allora in lite con larcivescovo per certi diritti di stola. Con
tolleranza e moderazione inquisì il predicatore dei minori osservanti Giuliano
dIstria, che nella quaresima del 1492 aveva ripreso a Milano i temi della
predicazione savonaroliana tuonando contro il papa simoniaco, i vizi dei cardinali e il
lusso della corte pontificia: lArcimboldi accettò di sottoporlo al processo voluto
dal generale del suo Ordine, ma lo trovò innocente, e quattro anni dopo, incontrandolo a
Venezia, gli espresse il desiderio di riascoltarlo ancora a Milano. Da alcuni documenti
risulta che Ludovico il Moro si sia adoperato per la concessione della porpora
allArcimboldi, ma questi morì quasi improvvisamente, senza averla ottenuta. Gli
successe il cardinale Ippolito dEste, fratello di Beatrice, moglie di Ludovico il
Moro, nominato nel concistoro dell8 novembre 1497: non dunque il nipote Ottavio
Arcimboldi, come appare dai cataloghi degli arcivescovi di Milano.
FONTI E BIBL.: Unampia raccolta di preziosi documenti concernenti la vita e
lattività dellArcimboldi è stata edita da C. Marcora, Due fratelli
arcivescovi di Milano: il cardinale Giovanni (1484-1488) e Guido Antonio Arcimboldi
(1488-1497), in Memorie storiche delle diocesi di Milano, IV, 1957, 315-467 (con alcune
inesattezze). Anche utili sono Cronica gestorum in partibus Lombardiae et reliquis
Italiae, a cura di G. Bonazzi, in Rer. Italic Script., 2a edizione, XXII, 3, 21, 78; M.A.
Maioragius, Orationes et praefationes, Venetiis, 1582, capitolo IV e ss.; C. Eubel,
Hierachia Catholica Medii Aevi, II, Monasterii, 1914, 188; C. Santoro, Gli Uffici del
dominio sforzesco, Milano, 1948, 14, 407, 487, 601. Si vedano inoltre P. Morigi, La
nobiltà di Milano, Milano, 1619, libro II, 147; Ph. Argelati, Bibliotheca scriptorum
Mediolanensium, I, 2, Mediolani, 1745, col. 83; G.M. Mazzuchelli, Gli scrittori
dItalia, I, 2, Brescia, 1753, 964 s.; G.A. Sassi, Archiepiscoporum Mediolanensium
series historico-chronologica, III, Mediolani, 1755, 949-955; I. Affò, Memorie degli
scrittori e letterati parmigiani, III, Parma, 1791, 7-11; P. Litta, Famiglie celebri
italiane, Milano, 1842, tav. Arcimboldi; P. Ghinzoni, Un prodromo della Riforma in Italia
(1492), in Archivio storico lombardo, XIII, 3 (1886), 85; E.M., Gian Giacomo Trivulzio in
Terra Santa, in Archivio storico lombardo, XIII, 3 (1886), 860-878; D. SantAmbrogio,
Noterelle darte, in Lega Lombarda 23 luglio 1905; A. Annoni, LEdificio
quattrocentesco della Bicocca presso Milano, Milano, 1922, 10-11; A. Annoni, Di alcuni
dipinti della Bicocca degli Arcimboldi, Milano, 1934; 10, 12, 18, 26; P. Mezzanotte-C.C.
Basoli, Milano nellarte e nella storia, Milano, 1948, 15, 22 ss., 654, 804 s.; E.
Cattaneo, Il clero e la visita pastorale nellantico duomo di S. Tecla, Milano, 1950,
16; E. Cazzani, Vescovi e Arcivescovi a Milano, Milano, 1955, 233-235; E. Cattaneo,
Istituzioni ecclesiastiche milanesi, in Storia di Milano, Milano 1955, 233-235; E.
Cattaneo, Istituzioni ecclesiastiche milanesi, in Storia di Milano, IX, 1961, 529-530;
Dict. dHist. et de Géographie Ecclés., III, coll. 1580-1590; N. Raponi, in
Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 777.
ARCIMBOLDI NICOLA
Salsomaggiore 1458Marchese. Nel 1458 lArcimboldi fu uno dei locatari del pozzo
della Brugnolla, del Pozzello, della Cervia, del Pozzo della Rippa, del Pozzo nove e del
Pozzo della Giara.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 15.
ARCIMBOLDI NICOLÒ
Parma 1404-Milano 1 maggio 1459
A Parma compì i primi studi. Il padre Giovanni, giurista e membro del locale Collegio dei
giudici, dopo loccupazione di Parma da parte di Filippo Maria Visconti nel 1420, lo
inviò allUniversità di Pavia, ove era certamente studente di legge nel 1422
poiché un diploma di esenzione rilasciato dal Duca ad Antonello Arcimboldi il 31 luglio
di quellanno, estende il privilegio al padre e a Nicolaum eius fratrem, legum
studiis in urbe nostra piae dantem operam de presenti. A Pavia lArcimboldi respirò
il clima del primo umanesimo lombardo ed ebbe compagno il Decembrio, che, rimastogli
affezionatissimo, gli dedicò poi le Historiae peregrinae e ne pianse la morte in una
lettera vibrante a Sceva de Curte, oratore sforzesco già collega dellArcimboldi e
dello stesso Decembrio. Conseguito il dottorato in utroque iure, tornò a Parma, ove fu
iscritto al Collegio dei Giudici. Ma poco dopo entrò al servizio del Visconti, iniziando
così le fortune degli Arcimboldi, che per quasi cento anni ebbero posti di grande
responsabilità nella politica, nella diplomazia, nellamministrazione del Ducato e
nella vita ecclesiastica milanese: a cominciare dai figli Guidantonio e Giovanni, ambedue
futuri arcivescovi di Milano, natigli dal matrimonio colla nobildonna parmense Orsina
Canossa. LArcimboldi alternò uffici nellamministrazione pubblica con
incarichi diplomatici. Nel 1427 fu Vicario di provvisione nel 1429 fu inviato oratore
presso papa Martino V a Bologna, ove conobbe il Filelfo. Questi, desiderando di avere in
lui un autorevole patrocinatore presso il Duca di Milano, gli dimostrò sempre ammirazione
e amicizia. In una sua lettera del 1431, affidata per il recapito a Enea Silvio
Piccolomini, offrì perciò allArcimboldi loccasione di stringere con lui
unamicizia che gli fu assai preziosa nelle successive missioni diplomatiche. Nel
1430 lArcimboldi fu nominato questore e poi maestro delle entrate straordinarie. Nel
1431 fu procuratore di Filippo Maria Visconti per stringere una lega col Marchese di
Saluzzo e il Duca di Savoja contro il Marchese di Monferrato, e lanno successivo
ebbe pieni poteri per procedere, con Manfredo di Saluzzo e Marco del Carretto, alla
divisione delle terre strappate a quel Marchese. Nel 1439 fu oratore presso papa Eugenio
IV a Firenze, ove era stato trasferito il concilio, e quivi ebbe modo di rinsaldare
ulteriormente lamicizia col Piccolomini. Creato consigliere ducale, (figura già
tale in una lettera del 1° settembre 1438), svolse nel 1440 una prima missione presso
Federico III per chiedere la conferma dei privilegi imperiali per il Duca (la procura, in
data 21 luglio 1440 è in Archivio di Stato di Milano, Reg. ducale, n. 39, f. 584). Nel
1443 fu plenipotenziario, con Franchino Castiglioni, al congresso di Cavriana e quindi
ambasciatore a Venezia, dove con Lodovico di San Severino e Iacopo Becchetti stipulò il
24 settembre 1443 lalleanza tra Venezia e Milano contro Napoli in seguito al
riavvicinamento tra Filippo Maria Visconti e Francesco Sforza. Con decreto del 12 agosto
1443 fu chiamato a far parte della commissione nominata dal Duca per il riordinamento
dellestimo generale del Ducato. Morto il Visconti e proclamata la Repubblica
Ambrosiana, lArcimboldi in un primo tempo vi aderì, tanto che fu tra i cittadini
incaricati di rispondere ai messi di Federico III (e non a caso, dato che tra questi vi
era proprio Enea Silvio Piccolomini) venuti a sollecitare da Milano il giuramento di
fedeltà allImperatore. Inviato a trattare unalleanza tra la Repubblica e il
Duca di Savoia, il 3 marzo 1448 stipulò a Torino un trattato di alleanza difensiva
valevole per quindici anni. Fu anche tra gli incaricati di scegliere i lettori dello
Studio di Pavia. Mandato a Parma per confermare le convenzioni di libertà con Milano,
sembrò volersi ritirare dalla vita politica. Ma di lì a qualche tempo, forse dopo aver
avuto offerte da Francesco Sforza, si adoperò per il successo di questo, inducendo
allobbedienza per primi i suoi concittadini. Nel dicembre del 1449 fu inviato con
Angelo Simonetta a Napoli per un trattato di alleanza con Alfonso dAragona, non
andato poi in porto per la pretesa di questo di avere in cambio Parma e Pizzighettone. Il
22 marzo 1450 lArcimboldi, venne confermato membro del Consiglio segreto al pari di
altri funzionari già al servizio di Filippo Visconti: lapparato burocratico
visconteo si veniva ricostituendo, infatti, compattamente attorno al nuovo Duca. Impiegato
in importanti missioni, lArcimboldi si rivelò, nei difficili inizi della Signoria
sforzesca, uno dei diplomatici più abili e uno dei pochi che avessero una visione precisa
degli interessi milanesi nellambito della situazione politica italiana.
LArcimboldi ritenne obiettivi fondamentali dellazione diplomatica milanese
lisolamento di Venezia, principale nemica dello Sforza e in quel momento aspirante
allegemonia su tutta la penisola, e lalleanza con laltra giovane
signoria, quella di Cosimo de Medici. A questo scopo condusse nel 1450 una missione
speciale a Bologna per indurla a staccarsi da Venezia. Nominato poi ambasciatore a
Firenze, altrettanto sollecitamente si adoperò per conservare lalleanza dei
Fiorentini al Duca e neutralizzare linfluenza veneziana. Stipulando nel 1451 la lega
tra Milano, Firenze e Genova, la definisce, in una lettera del 7 dicembre di
quellanno, come una necessità per non permettere che i Veneziani se facesseno
Signori de Italia (cit. in Storia di Milano, VII, 25). Durante la discesa in Italia di
Federico III nel 1452 lArcimboldi si adoperò attivamente per il riconoscimento
dello Sforza a duca di Milano. Dopo un primo colloquio avuto a Firenze nel novembre del
1451 cogli ambasciatori imperiali (tra i quali vera ancora il Piccolomini), si recò
a Ferrara a fargli omaggio a nome del Duca, seguendolo poi a Firenze, Siena e Roma con
altri due oratori milanesi: Giacomo Trivulzio e Sceva de Curte. Richiamati questi ultimi
due ai primi daprile, forse anche per gli scarsi risultati conseguiti con
lImperatore e col Papa sulla questione del riconoscimento ducale,
allArcimboldi restò il compito di difendere gli interessi dello Sforza e rinsaldare
lamicizia fiorentina proprio mentre tra lImperatore, Alfonso dAragona e
Venezia si decideva a Napoli lalleanza ai danni di Firenze e Milano. Un ultimo
abboccamento, avuto dallArcimboldi l8 maggio 1453 a Firenze
collimperatore che tornava in Germania, non ebbe esito, adducendo questi il pretesto
che doveva sentire prima gli elettori. Solo alla fine, in un colloquio confidenziale col
Piccolomini, riuscì a strappare il prezzo dellinvestitura: cinquantamila ducati
annui o la cessione di una città del Ducato. Al rifiuto immediato di accettare queste
condizioni, espresso dallArcimboldi a nome del Duca, seguì, dopo la partenza
dellimperatore, linizio delle ostilità tra Venezia e lo Sforza e tra Napoli e
Firenze: la così detta guerra per la successione al Ducato di Milano conclusasi colla
pace di Lodi il 9 aprile 1454. Anche in questa occasione si rivelò la prudenza
dellArcimboldi, poiché avendo notato la stanchezza dei Fiorentini nel condurre la
guerra e il crescente desiderio di pace diffusosi ovunque e temendo un cambiamento di
umori nei riguardi dellalleanza milanese, fu uno dei pochi consiglieri ducali che
secondarono lo Sforza nei propositi di pace, contro coloro che erano invece per una lotta
a fondo contro i Veneziani. Dopo la pace e mutate le relazioni tra gli stati,
lArcimboldi fu uno dei negoziatori e sottoscrittori della lega particolare tra
Milano, Firenze e Venezia (il testo della procura allArcimboldi, del 9 maggio 1454,
in Archivio di Stato di Milano, Reg. ducale n. 18, f. 518; la lettera di ringraziamento
del Duca per lazione svolta dallArcimboldi, in Archivio di Stato di Milano,
Reg. ducale n. 18, f. 397), preludio di quella universale o italica seguita poco dopo.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Milano, in familiarità col Duca e cogli uomini
più rappresentativi della politica e della cultura lombarda. Il giudizio del Decembrio,
che lo giudicò uomo di grande onestà, sincerissimo e astutissimo, ammirevole per le doti
di prudenza e di equilibrio che lo distinsero sotto Filippo Maria Visconti, al tempo della
Repubblica Ambrosiana e con Francesco Sforza, può essere sostanzialmente accettato.
FONTI E BIBL.: Oltre i documenti citati nel testo, lArchivio di Stato di Milano
conserva i dispacci dellArcimboldi da Firenze (Archivio Sforzesco, Pot. Estere,
cart. 265-267). Una serie di lettere al Decembrio degli anni 1454-1458 è nella Biblioteca
Ambrosiana, cod. I 235 inf.; una a E.S. Piccolomini nel cod. Urbinate 402 della Vaticana.
Brani dei dispacci dellArcimboldi sono stati editi o utilizzati da A. Colombo,
Lingresso di F. Sforza in Milano e linizio di un nuovo principato, in Archivio
Storico Lombardo 3 1905, 10-16; L. Rossi, Lega tra il Duca di Milano i Fiorentini e Carlo
VII Re di Francia, in Archivio Storico Lombardo, XXXIII 1906, 257, 279-281; A. Colombo, A
proposito delle relazioni tra F. Sforza e Firenze (luglio 1541), in Rendiconti della Regia
Accademia dei Lincei, s. 5, XV 1906, 551-568; F. Cousin, Le aspirazioni straniere sul
ducato di Milano e linvestitura imperiale (1450-1454), in Archivio Storico Lombardo,
n.s., I, 3-4 1936, 335, 337, 342 s., 350 s., 353 s., 369; C.A. Vianello, Gli Sforza e
lImpero, in Atti e memorie del primo congresso storico lombardo, Milano, 1937, 203,
205, 234 s., 236; E. Lazzeroni, Il viaggio di Federico III in Italia, in Atti e memorie
del primo congresso storico lombardo, Milano, 1937, 274, 297 s., 315 ss.; F. Cognasso, Il
ducato visconteo da Gian Galeazzo a Filippo Maria, in Storia di Milano, VI, Milano, 1955,
353; F. Cognasso, La Repubblica di S. Ambrogio, in Storia di Milano, VI, Milano, 1955,
426, 441; F. Cognasso, Istituzioni comunali e signorili di Milano sotto i visconti, in
Storia di Milano, VI, Milano, 1955, 491; F. Catalano, La nuova signoria: Francesco Sforza,
in Storia di Milano, VII, Milano, 1956, 24, 65, 66. SullArcimboldi confronta anche
J. Simonetae, Rerum gestarum Francisci Sfortiae Mediolanesium Ducis commentarii, in Rerum
Italicarum Scriptores, 2a ediz., XXI, 2, a cura di G. Soranzo, 110, 342, 405; P.C.
Decembrii, Opuscola historica (Vita di Filippo Maria Visconti), in Rerum Italicarum
Scriptores, XX, I, a cura di A. Butti, F. Fossati e G. Petraglione, 184; G.M Mazzuchelli,
Gli Scrittori dItalia, I, 2, Brescia, 1753, 965; I. Affò, Memorie degli scrittori e
letterati parmigiani, II, Parma, 1789, 229-241; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei
Parmigiani illustri, Genova, 1877, 20; C. Manaresi, I Registri Viscontei, Milano, 1915,
65, 76, 81; G. Vittani, Gli atti cancellereschi viscontei, I, Milano, 1920, X e II, 1929,
98, 102-103, 110 s., 123; G.P. Bognetti, Per la storia dello stato visconteo (Un registro
di decreti della cancelleria di Filippo Maria Visconti e un trattato segreto con Alfonso
dAragona), in Archivio storico lombardo, LIV, 2-3 (1927), 310; C. Santoro, Gli
Uffici del dominio Sforzesco, Milano, 1947, 3; N. Raponi, in Dizionario biografico degli
Italiani, III, 1961, 779-781.
ARCIMBOLDI OTTAVIANO
-Milano ottobre 1497
Nipote di Guidantonio. Eletto nel 1497 Arcivescovo di Milano, morì prima di essere
consacrato.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.
ARCIMBOLDO NICOLAO, vedi ARCIMBOLDI NICOLA
ARCIONI ANDREA, vedi ARCIONI FELICE
ARCIONI ANGELO MARIA
Parma 1606-Parma 5 agosto 1689
Di nobile famiglia, fratello di Andrea, abate prima del Monastero parmense di San Giovanni
e poi, dal 1645 al 1648, di quello di Montecassino, letterato e uomo di cultura.
LArcioni entrò nel 1625, seguendo lesempio fraterno, nellOrdine
benedettino. Dotato di un sincero interesse alla cultura storica e letteraria e alle arti
in genere, si inserì agevolmente nellambiente contemporaneo parmense, che aveva nel
monastero di San Giovanni uno dei suoi più vivaci centri di cultura, e, sotto la guida
dellabate A. Grillo, cominciò a comporre poesie che, peraltro, pubblicò soltanto
in vecchiaia. Divenuto nel 1657 abate egli stesso del monastero di San Giovanni, eseguì
nel 1661, in occasione di un capitolo generale della Congregazione, la solenne traslazione
di alcuni santi, che celebrò in un opuscolo edito nello stesso anno (Pompe festive per la
solenne translazione di sei corpi santi, Parma, 1661). Compì anche importanti opere di
abbellimento architettonico nel Monastero e ideò un ingegnoso sistema per illuminare
meglio la cupola dipinta dal Correggio. Nel 1663 ristabilì lAccademia degli
Elevati, fondata a Parma nel 1635 da Paolo Scotti. Divenuto abate di San Benedetto di
Ferrara, poi (1678) di Sante Flora e Lucilla ad Arezzo, quindi, nel 1679, abate generale
della Congregazione cassinese, emanò nel 1680 una circostanziata circolare per la
custodia delle biblioteche e degli archivi monastici. Passò poi a reggere il monastero
pavese dei Santi Spirito e Gallo, tornando definitivamente a Parma, in quello di San
Giovanni, nel 1683. Limportanza dellArcioni non è dovuta né alla sua
attività nellOrdine (di cui pure appariva, almeno agli occhi del Bacchini, parens)
né alla sua produzione letteraria, ma piuttosto a quel generico interesse per la cultura
che contraddistinse sempre la sua operosità e che lo portò sia a proteggere e favorire
in ogni modo lattività del Bacchini, sia a stringere amichevoli rapporti col
Mabillon, che, insieme col Germain, ricevette signorilmente a Parma tra il 26 e il 28
maggio del 1686 e con il quale mantenne una certa corrispondenza. Sin dal 1677
lArcioni legò a sé con funzioni di segretario il ventiseienne B. Bacchini, che poi
dal 1683 liberò di ogni incombenza ecclesiastica, lasciandolo interamente ai suoi studi.
Tra il 1686 e il 1689, anno della sua morte, lodò e incitò in vario modo il Mabillon
allopera intrapresa, che egli intendeva, piuttosto limitatamente, come orientata in
senso apologetico o legata alla lotta contro leterodossia. Gli stessi interessi,
prevalentamente religiosi e moralistici, danno un tono particolare alle sue Ode (Venezia,
1678; Pavia, 1682; Parma, 1687), che, sebbene letterariamente non si distinguano dalle
coeve produzioni dei rimatori barocchi, pure, almeno nellispirazione
moralistico-didascalica di alcune delle composizioni giovanili e nellargomento
teologico-morale delle altre composte in età avanzata, hanno una certa originalità di
ispirazione. Ricche di reminiscenze classiche (specialmente oraziane) e di spunti
descrittivi, esse rivelano comunque una certa imitazione dei moduli stilistici propri sia
allAchillini, sia al Testi, con i quali lArcioni fu in rapporto.
FONTI E BIBL.: I. Mabillon-M. Germain, Museum Italicum, I, Luteciae Paris. 1687, 208; B.
Bacchini (Autobiografia), in Giornale dei Letterati dItalia XXXIV (1732), 300 s.,
304 s., 309; Correspondance inédite de Mabillon et de Montfaucon avec lItalie, a
cura di M. Valéry, Paris, 1846, I, XVII s., 275, II, 9 s., 137 s., 214, 278 s. e III, 27;
M. Armellini, Bibliotheca Benedictino-Casinensis, I, Assisii, 1731, 20-22; I. Affò-A.
Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, V, Parma, 1797, 245-249 e VI, 2,
1827, 822 ss., 982; M. Maylender, Storia delle Accademie dItalia, II, Bologna, 1927,
266; T. Leccisotti, La Congregazione cassinese ai tempi del Bacchini, in Benedectina VI
(1952), 35, 36, 37; G. Gasperoni, Don Benedetto Bacchini nella storia della cultura e
dellerudizione critica, in Benedectina XI (1957), 58-61; H. Leclercq, Mabillon, I,
Paris, 1953, 437 e II, 1957, 916; Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961,
781-782.
ARCIONI CESARE
Parma prima metà del XVII secolo
Orefice operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 21.
ARCIONI CURZIO
-Parma 1695
Dal 1649 al 1658 insegnò nello Studio di Parma. Fu Canonico della Cattedrale di Parma,
ove è una lapide in sua memoria.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 31.
ARCIONI FELICE
Parma 1590-Reggio Emilia 6 dicembre 1654
Figlio di Curzio e di Lucia, fratello di Angelo Maria. Alletà di diciotto anni,
prese labito monastico il giorno 13 dicembre 1608 assumendo il nome di Andrea, e
professò la Regola di San Benedetto nel Monastero di San Giovanni di Parma il 3 ottobre
1609. Il suo talento ben presto lo fece distinguere tra i suoi confratelli, non per gli
studi filosofici e teologici, ai quali si applicò con ardore, ma anche per quelli
letterati. Abile anche nel maneggio di affari importanti, lArcioni fu dai superiori
delegato a procuratore, lanno 1633, a recarsi in Piemonte per trattare la causa di
vari monasteri con Vittorio Amedeo duca di Savoja. Nelloccasione si comportò con
tanta prudenza che meritò molta lode. Innalzato al grado di Abate, governò prima il
monastero di San Pietro in Gessate (Milano), quindi, mancato di vivere lanno 1638 il
padre Paolo Scotti, abate di San Giovanni Evangelista in Parma, fu sostituito
dallArcioni (1639-1644). Una volta al governo di questo monastero, lArcioni
ristabilì lAccademia Letteraria detta degli Elevati, dandole limpresa di un
sole nascente. Del rinnovato impulso dato allo studio dei giovani monaci, si videro i
frutti già in occasione del Capitolo generale celebrato in Parma nel 1640. Due anni dopo
Mario Vigna, stampatore parmigiano, dedicò a lui, lAppendice de vari Soggetti
Parmigiani scritta da Ranuccio Pico. Destinato nel 1644 a governare lAbazia di
Montecassino, ebbe occasione di far conoscere il suo coraggio e la sua prudenza: ebbe
infatti a sostenere una lite contro il gran conestabile Colonna, che, favorito dal Viceré
di Napoli, si era usurpato la giurisdizione di riconoscere le cause civili e miste nella
città di San Germano. LArcioni, dimostrate insussistenti le ragioni del Colonna, e
di nessun valore le sentenze del Viceré, reclamò i suoi diritti al re di Spagna Filippo
IV, recuperando così le giurisdizioni in detta città. Nel 1648, scoppiata la rivoluzione
di Napoli suscitata da Masaniello, benché il Monastero di Montecassino non fosse
obbligato in alcun modo, tuttavia volle prestare soccorso al Re con denaro e armi. Per
questo motivo i rivoltosi posero su di lui una taglia, minacciandolo di morte.
LArcioni fu rimosso da Montecassino lanno medesimo, al fine di sottrarlo a
più gravi pericoli. Fu fatto Abate di Farfa, da dove poco dopo si trasferì a Roma, e
quindi il 25 maggio 1649 a Parma, ove fu onorevolmente accolto dal duca Ranuccio Farnese,
che nel novembre 1649, per i suoi affari di Castro e Ronciglione, lo mandò ambasciatore a
papa Innocenzio X. Nel 1651 si trasferì al Capitolo di Perugia, ove fu eletto Procuratore
generale della Congregazione Casinese, e nellanno seguente si trovò al Capitolo di
San Giorgio di Venezia. Nei Comizi celebrati in Venezia nel maggio del 1653 fu eletto
Presidente generale della sua Congregazione (era già stato eletto alla medesima carica
nel 1645 e nel 1649). Nel 1654 fu infine eletto abate del monastero di San Pietro in
Reggio. Molti scrittori, citati dallArmellini e dal Mazzuchelli, parlarono di lui
assai lodevolmente: Puccinelli nel Cronico di San Pietro in Gessate, Cinelli nella
Biblioteca volante, padre Ambrogio Lucenti nellItalia Sacra epilogata, e altri. Tra
le lettere di Prospero Bonarelli se ne legge una a lui diretta, in ringraziamento di un
sonetto mandatogli in lode del suo Solimano.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, parte III, 99-101; Freschot, Memorie Istoriche di Casa
Arcioni, 56-57; Rainieri, Prefazione allIstor. Panegir. di SantAnselmo; M.
Armellini, Biblioth. Benedictino-Casin., parte I, 16; I. Affò, Memorie degli scrittori
letterati, 1797, V, 74-76; U. Galletti, Monastero di S. Giovanni Evangelista, in Archivio
Storico per le Province Parmensi 1980, 67-68.
ARCIONI GIULIO
Parma 1543
Orefice operante nella prima metà del XVI secolo. Nel 1543 realizzò monili per Giulia
Sforza Pallavicini
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 60.
ARCIONI PAOLO
Parma 1660
Fece parte della comitiva che nel 1660 accompagnò Alessandro Farnese, figlio di Odoardo,
principe di Parma, nel suo viaggio in Francia, Inghilterra, Fiandra, Olanda, Spagna e in
altri paesi dEuropa. Fu autore della seguente relazione (nella Biblioteca Palatina
di Parma): Itinerario dove si leggeranno tutti li regni, provincie, città, terre e
castelli da me veduti in servitù del serenissimo signor principe di Parma Alessandro
Farnese. Codice cartaceo in 4°, carte 90.
FONTI E BIBL.: P. Amat, Biografia dei viaggiatori, 427.
ARDECION, vedi ARDUINO DA ANTESICA
ARDENGARDO o ARDENGHARDO UGO, vedi ARDENGHERI UGOLINO
ARDENGHERI UGOLINO
1323-Cremona 1361
Frate dellOrdine dei Predicatori. Fu prima Canonico della Cattedrale di Parma (1323)
e poi Canonico Lingoniensis in Inghilterra, quindi, alletà di 26 anni, fu eletto
Vescovo di Cremona (23 ottobre 1349).
FONTI E BIBL.: Cavitello; N. Campi, Historia di Cremona; R. Pio, Cronica dellOrdine
Domenicano; Catalogo dei Vescovi di Cremona; Pico, Appendice, 1642, 50-51; A. Schiavi,
Diocesi di Parma, 1940, 271.
ARDENGHI FRANCESCO
Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore ornatista operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 4.
ARDENGHI LUIGI
Parma 1753-Parma 1 gennaio 1801
Studiò architettura e prospettiva con Gaetano Ghidetti, suo concittadino, e spesso
collaborò con Antonio Bresciani, che aggiunse le figure alle sue decorazioni
architettoniche. Dipinse numerose prospettive su facciate, nelle corti dei palazzi e nelle
chiese di Parma e della provincia, ora in gran parte distrutte: la cappella di San Gaetano
in Santa Cristina (1784), lo sfondo del cortile in palazzo Sanvitale (1788, poi ridipinto
nel 1870 da Giacomo Giacopelli), il quadrante dellorologio di Piazza (1793), nelle
chiese di Santa Maria Maddalena, di SantAnna e nella cappella della Divina Pastora
nella chiesa di San Pietro dAlcantara a Parma. In provincia decorò soprattutto la
chiesa parrocchiale di Soragna. Fece inoltre numerose prospettive teatrali. La sua opera,
per quel che almeno si può giudicare dal poco che è rimasto, è soltanto una fredda
esercitazione di carattere meramente decorativo.
FONTI E BIBL.: Parma, Museo nazionale di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e
Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., vol. VIII (1751-1800), 13-15; P. Zani, Enciclopedia
metodica delle Belle Arti, II, Parma, 1819, 213 (erroneamente indicato come Artenghi); P.
Donati, Nuova descrizione di Parma, Parma, 1824, 37, 47, 59, 72, 82; L. Testi, Parma,
Parma, 1907, 117; U. Thieme-F. Becker, Allgemeine Lexikon der bildenden Künstler, II, 74;
A. Ghidiglia Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, IV, 1962,
ARDENTE, vedi LONGHI LORENZO
ARDENTI MORINI GIOVANNI
Modena 1902-Parma 13 gennaio 1978
Nato da una famiglia di maestri elementari, da cui ebbe una severa educazione di stampo
antico, compì gli studi classici al liceo Galvani di Bologna. Entrò subito
nellamministrazione dello Stato come segretario del Tribunale militare della Somalia
Italiana. Rimpatriato dopo due anni, si laureò in legge nel 1927 e vinse il concorso per
la Magistratura. Fu pretore a Milano, a Langhirano, a Modena e a Bologna, e sostituto
procuratore a Parma, dove, dopo il periodo partigiano da lui trascorso nel Tizzanese e nel
Cornigliese, fu nominato nel 1945 delegato per i procedimenti nella provincia di Parma
dallAlto commissario per lepurazione, onorevole Nenni. Una parentesi politica
lo vide consigliere comunale di Parma e poi consigliere provinciale per la
socialdemocrazia, carica alla quale rinunciò spontaneamente per dedicarsi completamente
alla sua attività di magistrato. Presidente di sezione al Tribunale di Reggio Emilia, fu
poi titolare del posto di procuratore della Repubblica nella stessa città per oltre venti
anni, passando quindi al grado di consigliere di Cassazione. Lasciò il servizio nel 1972
con il titolo onorifico di presidente di sezione della Cassazione, per raggiunti limiti
detà. Per le benemerenze acquisite nel campo della rieducazione dei detenuti, fu
decorato di medaglia doro, avendo in particolare fatto fiorire in Reggio Emilia un
apposito istituto statale. La sua passione per la montagna gli fece accettare la
presidenza della sezione di Parma del Club Alpino Italiano, che resse dal 1949 al 1956
(unitamente a quella di consigliere nazionale), imprimendo alla vita del sodalizio la sua
impronta personale di vitalità, portando a termine, a tempo di primato, la ricostruzione
dei rifugi Mariotti al Lago Santo e Micheli a Schia, dando un vigoroso impulso
allattività escursionistica ed alpinistica, estendendola alle Alpi, e propagandando
la conoscenza della montagna a tutte le classi sociali, specialmente ai più giovani.
Convinto assertore dellimportante funzione del Club Alpino Italiano nella vita
pubblica e privata, sia in campo locale che nazionale, sviluppò questi concetti
soprattutto quando nel 1956 fu chiamato alla suprema carica del Club Alpino Italiano quale
presidente generale, in un momento di difficile riforma per la sua riorganizzazione
(1956-1959). Riforma che gli permise nel 1958 di organizzare una spedizione nazionale del
Club Alpino Italiano nel Karakorum, che fruttò allItalia lonore della prima
ascensione assoluta del Gasherbrum IV (m 7980).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 gennaio, 1978, 4.
ARDEVERTO
Parma 913/929
Fu canonico e Arcidiacono della Cattedrale di Parma (913-929).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 57.
ARDEZONE, vedi ARDUINO DA ANTESICA
ARDICCIO DA BEDONIA
Bedonia 1230
Notaio attivo nellanno 1230.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 57.
ARDINGO
Parma 1044
Figlio di Ambrogio. Notaio attivo nellanno 1044.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 57.
ARDIZZONI ALBERTO
Parma 1238
Notaio attivo nellanno 1238.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 57.
ARDIZZONI ANTONIO, vedi ARDIZZONI EUGENIO
ARDIZZONI EUGENIO
Borgo San Donnino 1682-Piacenza 4 ottobre 1766
Entrò nei Cappuccini a Carpi il 4 ottobre 1706 in qualità di frate laico ed emise la
professione religiosa il 4 ottobre 1707 assumendo il nome di Antonio. Verso il 1712 andò
compagno dei missionari in Algeri dove riuscì ad entrare nelle grazie di un Sydiali
Casannadale del re del Marocco, il quale gli diede molti secreti derbe. Nel luglio
1720, richiamato in patria, il governatore si oppose al suo ritorno e la Sacra
Congregazione di Propaganda gli concesse di rimanere. Ma di fatto lArdizzoni partì
dallAlgeria, poiché risulta che nello stesso anno servì gli appestati presso il
Vescovo di Marsiglia. Quando emise la professione, non sapendo scrivere, ne firmò
latto con un segno di croce. Oltre alla Prattica per ben governare glinfermi,
per conoscere le qualità dei mali e quando sono in pericolo di morte; di più il modo di
regolarli nel mangiare, con altri segreti buonissimi per operare con sicurezza alla cura
di qualunque morbo, ha lasciato un altro codice dal titolo Vari secreti derbe, avuti
in gran parte dal Sydiali già ricordato, e di cui ebbe a fare buon uso durante la peste
di Marsiglia, come egli stesso attesta in una nota annessa a tale manoscritto. Ritornato
da Marsiglia a Piacenza, vi morì, in fama di religioso esattissimo.
FONTI E BIBL.: Arch. Sacra Congregazione propaganda Fide, Atti 1720: Africa, 393-94 (8
luglio); Registro Convento Cappuccini di Piacenza, II, 35, n. 141; F. da Mareto,
Necrologio dei Cappuccini Emiliani, Roma, 1963, 569. Per la peste di Marsiglia, cfr.
Théotime de Saint-Just, Les Capucins de lancienne province de Lyon, II, St.
Etienne, 1957, 380-390; Cappuccini a Parma, 1961, 26; E. Ponzi, La pratica del cappuccino
Ardizzoni, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1963, 278-279.
ARDOINO
Parma 1008/1009
Fu suddiacono e preposito della Canonica parmense negli anni 1008-1009.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 58.
ARDUINI FRANCESCO
Medesano 14 maggio 1782-post 1816
Figlio di Giacomo, fu Ufficiale napoleonico. Nel 1805 fece servizio allOspedale
Militare di Parma. Nel 1808 fu Chirurgo Sottoaiutante nel 113° Reggimento di Linea
Francese e nel 1814 Chirurgo Aiutante Maggiore nello stesso Reggimento. Nel 1808-1813 fece
la campagna di Spagna, e nel 1814 dellinterno della Francia. Fu cancellato dai ruoli
nel 1816.
FONTI E BIBL.: Matricole Ufficiali in ritiro n. 26; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 13.
ARDUINI LORENZO
Medesano 13 gennaio 1827-Vicopò 31 ottobre 1905
Fu uno degli studenti che promossero la dimostrazione del 16 giugno 1847 per papa Pio IX,
repressa violentemente dalle soldatesche ducali. Partecipò ai moti del 1848. Combattè
come volontario alla difesa di Roma del 1849(cavaliere ufficiale della Corona
dItalia), dove accorse da Parma superando grandissime difficoltà. Fu inoltre
capitano della guardia nazionale. Esercitò con onore la professione davvocato. Fu,
sino alla morte, Presidente del Consiglio di disciplina dei Procuratori. Rivestì numerosi
incarichi pubblici: Consigliere provinciale dal 1867 al 1889 (nel 1874 fu Vicepresidente,
e nel 1889 Presidente), Consigliere comunale più volte ed assessore, Consigliere degli
Ospizi Civili, direttore della Cassa di Risparmio, presidente della Banca Popolare,
Causidico del Comune. A partire dal 1865 insegnò allUniversità di Parma Procedura
Civile, Procedura Penale e Ordinamento giudiziario. Venne eletto deputato di Noceto tra i
rappresentanti del popolo allAssemblea degli Stati Parmensi nel 1859: ai lavori
prese attivamente parte. Pure nel 1859 venne nominato dal Governo Provvisorio membro della
Commissione di sicurezza e tutela della città e dellordine pubblico, carica di
particolare e delicata responsabilità. Fu uno dei soli sette deputati allassemblea
degli Stati parmensi che appoggiarono la proposta Linati di rivendicare alla provincia di
Parma i beni demaniali del Ducato che scompariva.
FONTI E BIBL.: Annuario dellUniversità di Parma 1095-1906; A. Cugini, Biografia di
Lorenzo Arduini, Parma, Battei 1906; Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; G. Sitti, Il
Risorgimento italiano, 1915, 39; G. Scaramella, in Dizionario del Risorgimento Nazionale,
Milano, 1930; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 66; Gazzetta di Parma 27 dicembre 1920,
1-2 e 7 gennaio 1921, 1.
ARDUINI PIERLUIGI
Piacenza 1829-Parma 1925
Avvocato iscritto al Collegio piacentino, fece parte del consesso civico che il 10 giugno
1859 si riunì per proclamare lannessione di Piacenza al Piemonte. Fu membro della
Commissione Provvisoria di Governo di Piacenza, e sin dallora, e per tutta la vita,
godette lamicizia del senatore Manfredi, dellabate Perrau e di altre
personalità. Passato dallavvocatura alla magistratura, fu a lungo pretore a
Calestano, a Noceto, a Parma, giudice del Tribunale e consigliere dAppello, e infine
presidente della Corte dAppello di Genova. Tornò in seguito a Parma per presiedervi
per parecchi anni la Commissione del gratuito patrocinio. Fu ovunque apprezzato come
valente studioso e integerrimo magistrato.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario dei parmigiani grandi e piccini, Parma, 1957, 13; G.
Mischi, in Dizionario Biografico dei Piacentini, 1987, 14.
ARDUINO DA ANTESICA
Antesica 1042-1073 c.
Figlio di Attone, che quasi sicuramente apparteneva agli Attonidi di Canossa. Fu Conte di
Parma dal 1051.
FONTI E BIBL.: Dizionario storico politico, 1971, 99.
ARDUINO ETTORE
Parma 1877-post 1907
Laureatosi in giurisprudenza, collaborò al Cittadino di Brescia, allAzione
Popolare, alla Riforma Sociale e diresse la Scuola Italiana moderna, rivista
dinsegnamento primario, che si pubblicò a Brescia. Ebbe al suo attivo varie
pubblicazioni dindole giuridica e sociale, che gli procurarono molte lodi. Insegnò
nel Regio Istituto Tecnico di Brescia.
FONTI E BIBL.: T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 22.
ARENA GIACOMO, vedi DELLARENA IACOPO
ARGANI DONNINO
Parma prima metà del XVI secolo
Meccanico falegname operante nella prima metà del XVI secoloFONTI E BIBL.: E. Scarabelli
Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 61.
ARIALDI GIROLAMO, vedi ARALDI GIROLAMO
ARIALDO, vedi ALCIATI ARIALDO
ARIANI GIROLAMO, vedi ARALDI GIROLAMO
ARIANI BERNARDINO, vedi ARIANI BERNARDO
ARIANI BERNARDO
Parma 1513/1526
Appartenente ad una famiglia nobile, fu dottore in Legge e Podestà di Piacenza nel 1513.
Il Falconi lo dà come pavese, ma fu senza dubbio parmigiano, anzi forse lo stesso omonimo
che viveva in Parma nel primo quarto del Cinquecento. Nel 1526 risulta tra i Deputati del
Consiglio Generale che riferiscono sulle violenze e spadroneggiamenti delle truppe
papaline nel Parmigiano a Guido Rangoni, Capitano Generale e Luogotenente del Pontefice.
FONTI E BIBL.: Palazzi e Casate di Parma, 1971, 394.
ARIANI FRANCESCO
Parma XV/XVI secolo
Laureato in legge, fu Dottore dei Canoni. Visse tra la fine del XV e linizio del XVI
secolo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 32.
ARIANI GIOVAN BATTISTA
Parma 1493/1564
Sacerdote, fu Arciprete delle parrocchie di Collecchio e Fornovo e rettore della chiesa di
San Siro di Coenzo. È ricordato in un antico Sinodo della Diocesi Parmense, quello
effettuato nel 1519, detto Tusculano. Figura nelle stesse cariche anche in documenti del
1493 (Regestum Vetus), 1520 (Catalogus Beneficiorum) e 1537. LAriani fu
contemporaneamente titolare di diverse parrocchie per un privilegio, che fu soppresso dal
Concilio di Trento (1545-1550), accordato a quei tempi a molti tra i più notevoli
sacerdoti. Nellanno 1494 vide passare lesercito di Carlo VIII diretto al sud,
alla conquista del Regno di Napoli. Lanno successivo, e precisamente il 5 luglio
1495, accolse lo stesso Re sulla strada del ritorno e in fuga verso la Francia, inseguito
dai Collegati. Per lui, quel giorno (che era di domenica) lAriani celebrò una messa
propiziatrice, secondo quanto scrisse il Commynes.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 11 gennaio 1960,
3; L. Merusi, Fornovo di Taro, 1993, 63.
ARIANI GIULIO
Parma 1630/1634
Figlio di Francesco. Durante lepidemia di peste del 1630 fu tra i dodici
conservatori dellUfficio di Sanità di Parma e fece parte dellAnzianato
cittadino nel 1634.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 15 febbraio 1999, 25.
ARIANO CLAUDIO
Parma 1627/1656
Fu Lettore di Istituzioni e Diritto civile nello Studio parmense dal 1627 al 1656.
Ricoprì anche importanti uffici pubblici: fu consigliere ducale, avvocato fiscale e
presidente della Serenissima Camera.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 87.
ARICI ERSILIO
Noceto 1883/1916
Scultore. Eseguì il rosone di facciata della Chiesa di Santa Croce a Fontanellato
(1913-1916).
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 155.
ARIMONDI BERNARDO
Parma-Genova 6 dicembre 1286
Canonista, fu arcidiacono della Chiesa narbonese, quindi rettore in temporalibus della
Marca anconitana. Si trovava presso la Curia romana quando, tra la fine di gennaio e la
metà di aprile del 1276, venne nominato da papa Innocenzo V allarcivescovado di
Genova, vacante dal 26 settembre 1274 per la morte di Gualtiero da Vezzano e amministrato
dal capitolo sotto il vicariato apostolico dei canonici maestro Enrico e Stefano da
Voltaggio. Si attuò in tale modo la disposizione del 2 giugno 1275 con la quale papa
Gregorio X, a sostegno della parte guelfa genovese estromessa dal governo della città,
aveva vietato ai Capitani del Comune e al clero locale di procedere, secondo lantica
consuetudine, allelezione del nuovo arcivescovo, avocata alla Santa Sede.
LArimondi fece lingresso solenne nella diocesi il 6 settembre 1276, dopo la
conclusione della pace del 18 luglio di quellanno tra il Comune, i fuorusciti guelfi
e Carlo I dAngiò. Secondo gli Annali genovesi non riuscì gradito né al governo
della Repubblica né al popolo: probabilmente non tanto per la condotta personale, quanto
perché egli apparve come il rappresentante di quellaccentramento della gerarchia
episcopale con cui la Curia romana veniva a sottrarre allautonomia cittadina una
delle posizioni di maggior prestigio e più strettamente legate al gioco politico locale.
Non è noto il suo atteggiamento nel conflitto tosto risorto tra il Comune e la parte
guelfa e che portò nel 1278 il vescovo di Forlì, delegato papale nella vertenza, a
lanciare linterdetto sulla città. Comunque, non è improbabile un suo progressivo
avvicinamento alle esigenze del governo in carica e dei concreti interessi della vita
cittadina. Nel 1281 proprio dallarchivio capitolare lannalista Iacopo
DOria trasse un dimenticato privilegio di papa Innocenzo IV che vietava la sanzione
della scomunica sulla città di Genova senza espressa licenza del pontefice: ciò che
permise ai Genovesi di dichiarare la nullità del divieto di celebrazione dei divini
uffici, promulgato dal legato del pontefice Niccolò III. Nella pratica
dellattività pastorale dellArimondi si segnalano la concessione
dellindulgenza di quaranta giorni, accordata il 15 giugno 1277 a tutti i fedeli che
visitassero la chiesa di San Giovanni della Palmaria, di fronte al castrum vetus di
Portovenere, nel giorno della festa del santo e nellottava; lazione arbitrale
svolta nel 1278-1281 in questione vertente tra i frati predicatori, i frati minori, i
canonici della Cattedrale ed i canonici di Santa Maria delle Vigne per alcuni diritti
parrocchiali; lapprovazione, nel 1278, dei nuovi statuti del capitolo di San
Lorenzo; la concessione, il 28 maggio 1279, al vescovo suffraganeo di Albenga della
facoltà di alienare i diritti della mensa vescovile sulla parte ad essa spettante nei
beni degli uomini di Toirano e di Restagno che morissero senza legittimi discendenti;
lapprovazione, nel 1281, dei capitoli dei canonici di San Nazaro di Palazzolo;
lintervento, per delega papale del 25 settembre 1281, in questioni mosse dal priore
di Paverano; la consacrazione, per delega papale del 22 febbraio 1284, del nuovo abate di
San Gaudenzio di Cossano, nella diocesi di Alba; lintervento, per delega papale del
23 luglio 1285, nella causa vertente tra il Comune genovese e i conti di Lavagna. Estraneo
alla tradizione locale, lArimondi ispirò il proprio operato alla concezione
autocratica della dignità episcopale, di cui sono evidente espressione i ripetuti
contrasti con il capitolo della Cattedrale, ed esterna manifestazione le cure particolari
dedicate allapparato della sede arcivescovile. Fece ampliare lantico palazzo
della curia entro le mura cittadine, costruì una nuova residenza a Molazzana, condusse a
termine ledificio cominciato dal predecessore Gualtiero in Sanremo, dove
lepiscopato genovese possedeva beni cospicui. Aspirò alla dignità cardinalizia,
recandosi a tale scopo, seppure inutilmente, a Roma nel 1286. Al ritorno a Genova per la
via di Parma, fu assalito da grave infermità. Proseguì ugualmente il viaggio e morì in
Genova, lasciando un cospicuo legato al capitolo della Cattedrale.
FONTI E BIBL.: A. Ferretto, Codice diplomatico delle relazioni fra la Liguria, la Toscana
e la Lunigiana ai tempi di Dante (1265-1321), in Atti della Società ligure di storia
patria, XXXI, I, Roma, 1901, 224 e 2, 1903, 35, 157, 172, 195, 229, 269, 309, 316, 339,
388; Annali genovesi di Caffaro e de suoi continuatori, IV, a cura di C. Imperiale
di SantAngelo, Roma, 1926, in Fonti per la storia dItalia, XIV, 176 s.; Iacopo
da Varagine e la sua cronaca di Genova dalle origini al MCCXCVII, a cura di G. Monleone,
II, Roma, 1941, in Fonti per la storia dItalia, LXXXV, 395 s.; D. Puncuh, Liber
privilegiorum Ecclesiae Ianuensis, Alessandria, 1962, passim; G.B. Semeria, Secoli
cristiani della Liguria, I, Torino 1843, 90 s; G. Pistarino, in Dizionario biografico
degli Italiani, IV, 1962, 158.
ARIMONDI GUGLIELMO
-Bologna 11 febbraio 1357
Figlio di Girardino. Nel 1326, in Trevigi, fu Vicario del podestà Azzo de
Confalonieri da Brescia. Nel 1339, in compagnia di Azzo da Correggio e di Guglielmo da
Pastrengo, fu inviato da Mastino della Scala alla Corte pontificia di Avignone, onde fare
le sue difese. Nellavvocatura guadagnò tanta fama, che fu chiamato al servizio di
Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano, presso il quale egli effettivamente si recò,
fissando domicilio in Milano colla propria moglie Elisabettina, figlia di Bernardo Boselli
di Parma. Avendo frattanto il detto arcivescovo, coi suoi nipoti Matteo, Bernabò e
Galeazzo, esteso con la forza il suo dominio in Bologna, con ciò suscitando lo sdegno di
papa Clemente VI, dopo varie vicende, Giovanni Visconti si risolse nel 1352 di restituire
al Papa la città di Bologna. Delegò allora suoi nunzi e procuratori lArimondi e
Giovanni da Selva da Sanminiato, suo cancelliere, i quali, recatisi nel settembre 1352 a
Bologna, diedero effetto alla volontà del loro Signore. Furono poi inviati ad Avignone
per fare, a nome dellArcivescovo, le scuse al Papa. Ma poco dopo, morti il Pontefice
e larcivescovo Giovanni Visconti, avvenne che Giovanni da Oleggio, capitano dei
Visconti, assoggettò nuovamente e in modo personale Bologna. Bernabò Visconti, volendo
recuperarla, finse di stringere amicizia nel 1356 con Giovanni da Oleggio, tanto che
riuscì a farvi accettare come Podestà lArimondi, ben ammaestrato dal Visconti.
LArimondi, cominciata la sua pretura e preso come suo collaterale Giovanni de
Zamorei da Parma, si diede ad introdurre in Bologna a poco a poco numerose persone fedeli
a Bernabò Visconti. Ma Giovanni da Oleggio si accorse che era ormai imminente lo scoppio
di una congiura per privarlo del suo dominio. Senza attendere più oltre, fatto
imprigionare lArimondi, ordinò poi che fosse decapitato assieme ai principali
congiurati, tra i quali Arrigo, figlio di Castruccio, Signore di Lucca. Bernabò Visconti
pianse la perdita dellArimondi, e alla vedova Elisabetta Boselli spedì il seguente
privilegio: Nos Bernabos Vicecomes Volentes Domine Ysabetine relicte quondam Domini
Guillelmi de Arimondis Legum Doctoris gratiam facere specialem, et precìpue attentis
meritis et fidelitatis obsequiis nobis per dictum quondam Dominum Guillelmum impensis,
eandem Dominam Ysabetinam pro se et ejus bonis, ab omnibus et singulis fodris, taleis,
collectis, et oneribus Communis nostri Parme ex nunc usque ad nostre voluntatis
beneplacitum liberam reddimus et immunem. Mandantes
universis, et singulis Potestatibus, Capitaneis, Vicariis, Rectoribus, et Officialibus
nostris, et Communis nostri Parme presentibus et futuris, quatenus eandem Dominam
Ysabetinam pro predictis, vel occasione predictorum de cetero nullo modo molestare, vel
inquietare presumat, sed eam faciant de quibuscumque libris, et actis Communis nostri
Parme, in quibus dicta occasione reperiretur fore descripta libere cancellari. In
quorum testimonium presentes fieri jussimus, et registrari, nostrique sigilli munimine
roborari. Dat Parme MCCCLVII die XVII
Februari.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati, II, 1789, 52-56; G. Negri,
Biografia Universale, 1844, 50-51.
ARIOLI CARLO
Parma 1829/1831
Già scopatore della Casa ducale di Parma, partecipò attivamente ai moti del 1831 in
Parma. Fu indagato, con la seguente motivazione: Questi appartenne già alla casa di S.M.
ed essendone stato allontanato per delitto di furto cercava occasione di sfogare la sua
rabbia durante la rivolta. Per furto di denaro commesso nella casa ducale fu condannato
alla reclusione, escì di carcere in Luglio 1829 e venne precettato. Ora fa il domestico.
È notorio che in tempo della rivolta fece assai clamore, ma esso non figura
nellElenco degli Inquisiti.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 137.
ARISI ENRICO
Parma 10 luglio 1839-Roma 9 dicembre 1883
Avvocato, soldato nellesercito cisalpino, fu con Garibaldi nel 1859, nel 1866 e nel
1867. Fu direttore de Il Presente e di Epoca sostenendo con la parola e con la penna la
necessità dei miglioramenti di vita delle classi più umili. Ricoprì più volte la
carica di consigliere comunale di Parma e quella di consigliere provinciale. Su posizioni
progressiste vicine alla Sinistra di Cairoli e Depretis, fu eletto deputato nel 1878 per
il Collegio di Casalmaggiore. Riottenne il mandato nel 1882 come candidato del Collegio di
Parma.
FONTI E BIBL.: Una sua biografia è nel numero del 10 dicembre 1883 de Il Presente; cfr.
anche A. Malatesta, Ministri, deputati, vol. I, 56; M. Giuffredi, Dopo il Risorgimento, ad
indicem; T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 118; S. Sapuppo Zanghi, La XV
legislatura italiana, Roma, 1884; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due
volumi, Roma, 1896 e 1898; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 43; F. Ercole, Uomini
politici, 1941, 68; Aurea Parma 1 1992, 22.
ARISI GIORGIO
Mezzani 1944-Sorbolo 12 marzo 1995
Laureato in scienze biologiche nel 1969 presso lUniversità di Parma, e vincitore
nello stesso anno di una borsa di studio allIstituto di Fisiologia Generale della
Facoltà di Scienze, lArisi iniziò la sua attività didattica e di ricerca già dal
1970 per poi assumere nel 1983 lincarico di professore associato di
Elettrofisiologia presso il Dipartimento di Biologia e Fisiologia Generali della Facoltà
di scienze. Docente universitario ma anche e soprattutto studioso, lArisi condusse
importanti ricerche riguardanti lattività elettrica cardiaca ed i campi elettrici
generati dal cuore, conseguendo prestigiosi riconoscimenti a livello internazionale.
Partecipò in prima persona alla messa a punto di un brevetto di catetere cardiaco
progettato interamente presso il Dipertimento di Biologia e Fisiologia Generali
dellUniversità di Parma e poi venduto ad una ditta americana, ed ottenne diverse
pubblicazioni dei suoi articoli scientifici sulla prestigiosa Circulation, la rivista
ufficiale dellAmerican Heart Association, nonché numerosi inviti alle conferenze
orgnaizzate negli Stati Uniti dallEMBS (Società di Ingegneria in Medicina e
Biologia).
FONTI E BIBL.: P. Ginepri, in Gazzetta di Parma 13 marzo 1995, 26.
ARISTOFANTE ENONIO, vedi SCUTELLARI AJANI GUIDO ASCANIO GIUSEPPE
ARISTOTELI
Parma 1461
Maestro, architetto ed ingegnere Ducale, che operava in Parma nel 1461.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 52.
ARISTOTELI GIOVANNI
Parma 1538
Valente intagliatore di tarsie e ornati, e scultore in legno del quale rimangono in Parma
alcune opere da lui realizzate verso il 1538. Lo Zani gli diede lepiteto di
bravissimo.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; Zani; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 51.
ARISTOTELI GIUSEPPE
Parma 1538
Fu collaboratore del fratello Giovanni, non inferiore a lui di merito come intagliatore di
tarsie e ornati e scultore in legno.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 51-52.
ARISTOTILI GIOVANNI, vedi ARISTOTELI GIOVANNI
ARLOTTI ANTONIO
Parma 1443
Calligrafo, figlio di Bartolomeo. Forse era fratello di quel Carlo Arlotto, la vedova del
quale, Anna, diede a pigione al Comune di Parma il palazzo ove abitava il fratello del
duca Francesco, Bosio Sforza. DellArlotti la Biblioteca Leopoldina Laurenziana di
Firenze ha un saggio, descritto nel tomo III, alle coll. 317-318 del Catalogo della
stessa. Questo manoscritto è un Lucidario in materia di religione cristiana, scritto in
forma di dialogo, indicato col titolo Anonymi Opus in forma dialogi inter Magistrum, et
discipulum, in quo rerum, quae ad Christianam Religionem pertinent explanatio fit, cui
propterea nomen Luzidarii ab auctore inditum fuit, ma è dettato in volgare. Il Lucidario
termina con queste parole: Explicitum finit die lumis ad hora viginti unam die xviii
mensis Martii 1443 in domo Domini Alovixio de Maffeis filius condam Domini Marcho de
Marcho de Maffeis civis Veronae. Parenti me abbanduna, amixi me sostieni. Amar voio
quellor che me fa beni Non ha honore, ne mai po avere, Che perde sua fama per
acquistare avere, Che perde pillia nonne iusta cossa, Zacchè la forza, la raxum se possa.
Antonius de Arlotis de Parma fillius Condam
Bartolamey de Arlotis civis, Parmae scripsit hunc librum. Lo Scarabelli-Zunti nelle
sue Memorie di Belle Arti parmigiane nota che lArlotti aveva una sorella, Paola,
maritata con Genesio de Zandemarias della vicinia della Santissima Trinità, e forse era
anche sua parente nel novero di costoro Donella di Pietro de Berthanis, vedova di Bernardo
de Arlottis della vicinia di San Michele del Canale, ascritte entrambe tra le primicerie
della Congregazione di Maria Vergine eretta nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Pergamena del notaio parmense Pier Giorgio de Ruberiis, 5 ottobre 1459,
nellArchivio della Congregazione di M.V. della Cattedrale di Parma; Pezzana Angelo,
Storia di Parma, vol. III, 1852, Avvertimenti, XXX-XXXI; C. Malaspina, Guida di Parma,
Grazioli, 1869; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911,
77.
ARLOTTO ANTONIO, vedi ARLOTTI ANTONIO
ARLUNO BIANCA, vedi PELLEGRINI BIANCA
ARMADA ETTORE
Busseto 1881/1929
Fu per molti anni insegnante di francese presso il Regio Ginnasio di Busseto. Il 5
dicembre 1926 il Consiglio della Biblioteca di Busseto deliberò di affidargli la custodia
della Biblioteca, con gli obblighi stabiliti dal Regolamento e con lincarico di
completare, con lassistenza del Segretario, cataloghi ed inventario. Così
lArmada si mise con zelo a completare lopera iniziata dal Longhi.
LArmada tenne lincarico dal novembre 1926 al 13 settembre 1929, giorno in cui
diede le dimissioni avendo deciso di trasferirsi con la figlia maestra in Alto Adige. Nei
quasi tre anni di suo servizio egli lavorò in biblioteca con intelligenza e con grande
zelo. Suo merito principale fu quello di aver completato, oltre allo schedario della sala
C, il catalogo per materia.
FONTI E BIBL.: A. Napolitano, Biblioteca di Busseto, 1965, 71 e 75.
ARMANI ARMANDO
Parma 1879-Roma 1 marzo 1970
Generale di squadra aerea, già capo di Stato maggiore dellAeronautica, fu figura
leggendaria di aviatore che contribuì a creare in Italia lArma aeronautica e a cui
fu dedicato un libro edito dallo Stato. LArmani fu sempre attratto dal mestiere
delle armi. Il padre, alto ufficiale dellEsercito, agevolò la passione del figlio,
che, dopo aver frequentato la scuola militare e laccademia di Modena, iniziò una
brillante carriera, prima negli alpini, poi nei gruppi da bombardamento (biplani trimotori
Caproni) dellAviazione. Nel 1905 lArmani si guadagnò la prima ricompensa: una
medaglia dargento al valor civile per un atto di coraggio compiuto mentre prestava
soccorso alle popolazioni terremotate di Soriano Calabro. Nel 1912, durante la guerra di
Libia, ottenne una medaglia dargento e una di bronzo al valor militare, poi, dopo un
encomio solenne, nel 1916 guadagnò, questa volta come pilota, unaltra medaglia
dargento per unazione nel Trentino (Levico), e una medaglia di bronzo per la
famosa impresa del bombardamento notturno alle navi austriache alla fonda nelle Bocche di
Cattaro. Lanno successivo ottenne una promozione sul campo e divenne tenente
colonnello, guadagnandosi infine una croce di guerra francese. Lattività
dellArmani nel corso della guerra è ricca di episodi che hanno del leggendario:
riparazioni ai motori in fiamme fatte durante il volo, camminando lungo le ali degli
enormi triplani in dotazione al suo stormo da bombardamento, atterraggi demergenza,
missioni eccezionali. In particolare, quella delle Bocche di Cattaro, al comando del suo
stormo di bombardieri (su uno dei quali volava, come osservatore, Gabriele
dAnnunzio), attraversò di notte il mare per andare ad attaccare una lontana base
nemica. Fu il primo volo di guerra compiuto alla luce delle stelle, unimpresa
clamorosa che sancì definitivamente limportanza dellAeronautica e cementò
lamicizia fra lArmani e dAnnunzio. Il poeta infatti tenne con lui una
fitta corrispondenza. In una sua lettera cè persino un accenno a una impresa che da
tempo dAnnunzio stava preparando: il volo su Vienna. Al termine della guerra
lArmani (che fu decorato con lOrdine Militare di Savoja) si dedicò alla
riorganizzazione e alla ristrutturazione dellAeronautica, che sino ad allora era
stata ricettacolo di uomini provenienti da altre armi. LArmani, diventato generale
di squadra aerea e capo di Stato maggiore dellAeronautica, la comandò sino al 1928
quando, di ritorno da una missione, laeroplano sul quale volava si schiantò
nellatterraggio incendiandosi. Degli occupanti si salvò lui solo, riportando però
gravi ustioni. Da quel momento lArmani lasciò lincarico (gli subentrò De
Pinedo) e si ritirò a vita privata (aveva appena 49 anni) a Roma.
FONTI E BIBL.: F. Mazzieri, Cittadini illustri: il Generale Armando Armani, in Gazzetta di
Parma 4 aprile 1926; D. Scorpioni, Concittadini nostri: il generale Armando Armani, in
Gazzetta di Parma 6 agosto 1926; Gazzetta di Parma 2 marzo 1970, 11; F. da Mareto,
Bibliografia, II, 1974, 55; Gazzetta di Parma 9 giugno 1986, 3.
ARMANI EVARISTO
Parma 8 agosto 1816-18 dicembre 1893
Figlio di Paolo e di Amalia Manghi. Laureatosi in ingegneria civile nel 1840 (dopo aver
superato il biennio di matematica nel 1837), divenne ben presto uno degli amici e degli
emissari più fidati di Giuseppe Mazzini, del quale lasciò in famiglia più di una
fotografia con firma autografa. I suoi rapporti col grande pensatore e propugnatore
dellunità italiana divennero tali che non vi fu mazziniano di passaggio per Parma
che non facesse capo allArmani. Dopo la vittoria dei Franco-piemontesi a Magenta del
4 giugno 1859, cominciarono in tutta la valle padana i fermenti politici miranti
allunità dItalia. A Parma l8 giugno 1859 la duchessa reggente Luisa
Maria di Berry lasciò la città insieme alle truppe austriache, e il Municipio elesse una
Commissione di governo collincarico di reggere il paese finché vi provvegga il
governo del re Vittorio Emanuele II. Tale Commissione era un triumvirato composto dal
conte Girolamo Cantelli, dal dottor Pietro Bruni e dallArmani. Tale organo di
governo rimase in carica fino al plebiscito che sancì lunione di Parma e del suo
Ducato al Regno dItalia, e lasciò un ottimo ricordo per lonestà, la
temperanza, la prudenza e il rigore morale che ne caratterizzarono gli atti, i quali sono
contenuti principalmente nei proclami e negli editti conservati negli archivi e nei musei
cittadini. Lasciato lincarico di governo, lArmani continuò i suoi contatti
con Giuseppe Mazzini, e quando nel 1872 questi morì a Pisa, in casa Rosselli,
lonore di pronunciare alla stazione di Parma (allora non esisteva la linea
ferroviaria diretta tra Pisa e Genova, e occorreva passare per Parma) lorazione
funebre presente la salma dellillustre scomparso fu affidata allArmani, il
quale vi provvide alle quattro del mattino del 15 marzo 1872. Il discorso, pieno di nobili
concetti espressi con lalata retorica del tempo, è conservato tra le carte di
famiglia.
FONTI E BIBL.: Cenno Necrologico, in Corriere di Parma 23 dicembre 1893, n. 351; Assemblee
del Risorgimento, Roma, 1911; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 32; F. Ercole,
Uomini politici, 1941, 69; Gazzetta di Parma 9 giugno 1986, 3.
ARMANI MARCO
1785-Giarola 1858
Sacerdote, curato della parrocchia di Giarola dal 1823 al 1858. Compilò per molti anni lo
Status Animarum di quella parrocchia, dallultimo dei quali, datato 1858, si rileva
che Giarola aveva 217 abitanti.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 11 gennaio 1960,
3.
ARMANINI BENEDETTO
Salsomaggiore 10 marzo 1743-Piacenza 25 maggio 1815
Frate cappuccino. Fu Vicario per oltre ventanni, religioso esemplare, predicatore e
confessore attivissimo, per più anni direttore spirituale delle scuole di Borgo San
Donnino e per dieci anni cappellano delle Carceri di Piacenza. Compì la vestizione a
Guastalla il 29 luglio 1764 e la professione di fede il 29 luglio 1765, assumendo il nome
di Venanzio. Fu sepolto nella chiesa dei Cappuccini, e lufficio fu cantato dai soli
cappuccini ancora in abito da preti secolari.
FONTI E BIBL.: Registro Convento Piacenza, II, 119, n. 577; F. da Mareto, Necrologio
Cappuccini, 1963, 319.
ARMANNO
Berceto 1248
Fu scrittore del Papa e arciprete della Pieve di Berceto. Di lui tratta un documento
dellArchivio Vaticano, dato in Lione il giorno 10 gennaio dellanno quinto
(1248) di papa Innocenzo IV. In esso si dice che, volendo il Papa premiare il diletto
figlio Maestro Armanno, canonico della Chiesa di Berceto e suo scrittore o segretario, il
quale da lungo tempo si studiò con ogni cura di compiere il di lui volere, ordina a
Maestro Giovanni de Bossio, Canonico Parmense, di provvederlo di una prebenda
canonicale vacante in una delle Chiese della Città di Parma, esclusa la Cattedrale.
FONTI E BIBL.: Archivio Vaticano: Regesta Vat. Innocenzo IV, Vol. 21, po. 545, n. 981; G.
Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927,
ARMANO PIETRO
Parma prima metà del XVII secolo
Pittore quadraturista operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 22.
ARMANZONI ERMES
San Secondo Parmense 11 gennaio 1916-San Secondo Parmense 23 agosto 1980
Figlio di un suonatore di banda, fu avviato dal padre allo studio della musica e si
diplomò in oboe come alunno interno del Conservatorio di Parma nel 1939. Prima di
dedicarsi alla professione di orchestrale, insegnò musica e canto nelle scuole
professionali del paese natale. Per molti anni suonò come I oboe nellorchestra
sinfonica della Radio di Torino, in quella del Teatro Comunale di Bologna, e partecipò a
diciannove stagioni allArena di Verona. Lavorò anche allestero: Il Cairo,
Johannesburg, Detroit, Boston, Buenos Aires e in Canada. Al termine della carriera, si
ritirò nel paese natale, dove fu nominato consigliere comunale del Partito Socialista
Italiano.
FONTI E BIBL.: San Secondo, 1982, 59; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
ARMANZONI VITALE
San Secondo 1832-post 1864
Falegname. Nel 1864 fu schedato dal Ministero dellInterno perché attivista
repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. DAngiolini, Ministero dellInterno, 1964, 25.
ARMAROLI, vedi OMATI
ARMELLINI FELICE
Parma-Parma 8 agosto 1783
Il 14 marzo 1759 fu assunto come accordatore dei cembali della Corte ducale con un soldo
di 1800 lire allanno, mentre il 23 luglio 1768 venne accordata lannua pensione
di 584 lire allaccordatore dei reali cembali (Archivio Storico di Parma, Decreti e
Rescritti). Fu anche cembalaro e nel 1769 venne retribuito per aver fornito a nolo gli
strumenti ai virtuosi scritturati per le nozze ducali. Nel 1777 lavorava con lui Gaetano
Armellini. Dal 1783 fu laccordatore dellAccademia Filarmonica di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
ARMELONGHI LEONZIO
Monticelli dOngina 15 ottobre 1827-Ancona 23 giugno 1866
Nato da Francesco, trascorse la giovinezza a Parma dove il padre si era trasferito per
ragioni di lavoro. Si laureò nel 1850 a Parma in giurisprudenza ma non fu ammesso nel
locale collegio degli avvocati per le sue idee liberali. Partecipò attivamente
allopera di propaganda insurrezionale e unitaria del comitato parmense della
Società nazionale (cfr. Epistolario di G. La Farina, a cura di A. Franchi, II, Milano,
1869, 80, 89, 102 e passim) e contribuì in maniera notevole al movimento annessionista
parmense del 1859. Con G. Riva, G. Maini e A. Garbarini, lArmelonghi costituì
(1°-2 maggio 1859) la Giunta provvisoria di governo, in nome del Re di Sardegna, per gli
Stati parmensi, che scavalcò la Commissione di governo lasciata il 1° maggio dalla
duchessa Maria Luigia dAustria. Quando Maria Luigia si allontanò di nuovo dalla
città (8 giugno), il Municipio formò una nuova Commissione di governo, costituita da G.
Cantelli, P. Bruni e E. Armani (9-17 giugno 1859). Ma sotto la pressione del comitato
della Società nazionale, già il 10 dello stesso mese il municipio di Parma (e l11
quello di Piacenza) inviò al principe Eugenio di Carignano una commissione per esprimere
la volontà dunione del Ducato col Piemonte e nominò una Commissione provvisoria di
governo. Il 17 giugno si insediò, come governatore civile per il Re di Sardegna, D.
Pallieri. Quando questi, in conseguenza dellinterpretazione dei patti armistiziali
di Villafranca, abbandonò Parma (8 agosto), lArmelonghi si oppose a costituire un
triumvirato col Cantelli e G. Manfredi, per avversione allorientamento moderato di
questo, e accettò, però, la nomina a direttore dellInterno nel governatorato dello
stesso Manfredi (8-18 agosto). La pressione della propaganda annessionista determinò il
Manfredi a emanare il noto proclama del 14 agosto (redatto dallArmelonghi), che
proponeva di unire le provincie Parmensi alle altre contrade dellItalia Centrale,
per cooperare a forze unite e con efficacia maggiore, alla vittoria del gran principio del
Diritto Nazionale. Il Farini, dittatore delle province modenesi, accettò il 18 agosto
anche la dittatura degli Stati parmensi (lArmelonghi fece parte della commissione
che gli recò la deliberazione) e il 30 agosto deliberò la convocazione, per il 4
settembre, dei collegi elettorali. Il 12 settembre lAssemblea parmense confermò
lunione del Ducato al Piemonte. Il 30 novembre, fusi i governi di Modena, Parma e
Romagne sotto la dittatura del Farini, questi chiamò lArmelonghi a far parte del
ministero, costituito l8 dicembre, come segretario generale dellInterno,
carica che lArmelonghi tenne fino alla definitiva annessione al Piemonte (18 marzo
1860). Il 25 marzo 1860 lArmelonghi fu eletto deputato nel collegio di Carpaneto
(VII legislatura), ed entrò in ballottaggio col Manfredi per il collegio di Monticelli
dOngina. Lattività parlamentare dellArmelonghi si chiuse con questa
legislatura. Entrato nella magistratura, percorse una rapida e brillante carriera. Nel
1862 pubblicò una acuta relazione Sullamministrazione della giustizia nelle Marche
e nellUmbria (Ancona, 1862). Sposò Giovannina Baratta, nota artista della danza,
che lasciò, dopo il matrimonio, le scene. Quando lArmelonghi morì ad Ancona, era
sostituto procuratore generale di quella Corte dappello.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, sezione IV, Governo Provvisorio, serie Moti
Politici, busta 35, anno 1859; Roma, Museo Centrale del Risorgimento, buste CLII n. 65 e
CLV n. 52; A. Calani, Il Parlamento del regno dItalia, Milano, s.d. (ma 1860), I, 41
s.; E. Casa, Parma da Maria Luigia a Vittorio Emanuele II, Parma, 1901, passim; S.
Fermi-E. Ottolenghi, G. Manfredi patriota e magistrato piacentino, Piacenza, 1927, 47, 59,
88-90 e passim; S. Fermi, Un magistrato e patriota monticellese: Leonzio Armelonghi, in
Bollettino Storico Piacentino, XXXVI 1941, 3-16. Per gli avvenimenti parmensi, oltre i
citati E. Casa e S. Fermi-E. Ottolenghi (alla cui bibliografia si aggiunga E. Nasalli
Rocca, Bibliografia del Risorgimento piacentino, in La Strenna dellanno XV,
Piacenza, s.d. ma 1937, 86), cfr. Le Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911, I, 427 ss. e
641 ss., e D. Demarco, Le Assemblee Nazionali e lidea di Costituente alla dimane del
1859, Firenze, s.d. (ma 1947), 43 ss.; Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899,
46; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 31; M. Barsali, in Dizionario
biografico degli Italiani, IV, 1962, 237-238.
ARMONIDE ELIDEO, vedi MAZZA ANGELO
ARNUZIO GIOVANNI LUCINO
Parma 1510
Giureconsulto attivo in Parma nellanno 1510.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 62.
AROLA GIOVANNI FRANCESCO
Parma 1603/1606
Fece parte della Compagnia dei violini in Parma dal 1603 al 1606.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
AROLDI GIROLAMO, vedi ARALDI GIROLAMO
ARPI GIAMMARTINO
Parma 1447/1468
Notaio. Secondo una vecchia matricola già posseduta dallAffò, rogò dallanno
1447 al 1468. Si sa dal Da Erba che egli scrisse la Storia di Parma in lingua volgare
dallanno 1038 fino al 1447, compendiando a proprio uso quanto era stato prima
raccolto da altri. Poi continuò in latino una Cronaca dal 1447 al 1468. Tali cose furono
note al Morigia, scrittore milanese, il quale, parlando di Giovanni Arcimboldi, asserì
che Giovanni Martino Arpi Notajo et Historico parmigiano afferma, chegli abitava
nella Parrochia di San Stefano. Senza dubbio lArpi è il Notajo che si diede a
scrivere Istorie, di cui lAngeli fa menzione. Nessuno dei suoi scritti si è
conservato.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 26-27;
A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/2, 1827, 328-329; Negri,
Biografia Universale, 1844, 52.
ARPI GIOVANNI MARTINO, vedi ARPI GIAMMARTINO
ARPO DA BENECETO
Beneceto 1080
Canonico della Cattedrale di Parma nel 1080, fu anche Maestro della Scuola.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 63.
ARQUATI ALBERTO
Corcagnano 1922-Parma 2 luglio 1998
Figlio di un bracciante antifascista. Nel 1940 prestò servizio militare
allaeroporto di Bresso, dove si costruivano i caccia Macchi. Proprio durante il
servizio militare conobbe un gruppo di clandestini antifascisti. Dopo l8 settembre
1943 iniziò la sua attività di collaborazione con i partigiani. Catturato dai Tedeschi,
subì decine di interrogatori, venne torturato e finì nel carcere di San Francesco a
Parma. Una volta liberato, nel 1945 si unì ai partigiani del distaccamento Cervi e
combatté a Castrignano. Alla conclusione del conflitto riprese il lavoro di bracciante,
impegnandosi come attivista del sindacato e partecipando a scioperi durante gli anni caldi
del lodo De Gasperi. Dal 1946 entrò nella segreteria del Partito Comunista Italiano della
sezione di Corcagnano e nel direttivo della Camera del lavoro di Vigatto. Col passare del
tempo, le lotte sindacali lo videro sempre più in prima linea. Nel 1953 lArquati
venne eletto delegato al congresso confederale di Parma. Dal 1957 al 1961 diresse la
Camera del lavoro di Fidenza, poi passò alla Confederazione Generale Italiana del Lavoro
a Parma. Alla fine degli anni Settanta andò in pensione.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 luglio 1998, 9.
ARQUATI GIOVANNI AGOSTINO
Busseto 27 agosto 1767-Busseto 21 settembre 1841
Figlio di Clemente. Promosso alla prima tonsura nel 1783, fu investito del beneficio
ecclesiastico sotto il titolo dello Spirito Santo, eretto nelloratorio di San
Giuseppe di Cortemaggiore, per la morte del suo ultimo rettore, Mosè Arquati. Nel 1788
fece domanda di ricevere la prebenda di nomina reale, fondata da Rolando il Magnifico ed
eretta da papa Eugenio IV il 7 luglio 1436. Il vescovo di Borgo San Donnino così lo
presentò al ministro Cesare Ventura: il Chierico Gian Agostino Arquati di tutta saviezza
che ha labilità del suono dellorgano più di idea che di intelligenza, corto
di vista, di voce affatto esile con poco orecchio, e che essendo nato il 27 agosto 1767,
non avendo che incominciati li anni 22 non potrebbe ne anche con Breve essere promosso al
Sacerdozio intra annum. Possiede un Benefizio di buona rendita in Cortemaggiore diocesi di
Piacenza, ed è Figlio unico di Padre assai commodo e che vive dentrate. Vari erano
i concorrenti al detto chiericato ma il ministro il 28 novembre 1788 scrisse al vescovo di
Borgo San Donnino che la prebenda era stata conferita allArquati. Nella Nomenclatura
del Clero di Busseto del 1806, il ruolo dellArquati è quello di organista.
LArquati, ricco e figlio unico, visse sempre a Busseto e non vi esercitò mai
attività pastorale o di coro: si dedicò unicamente alla musica. Per una sua maggiore
libertà, ottenne il 29 marzo 1819 da papa Pio VII un rescritto apostolico per poter
celebrare la messa unora avanti laurora o unora dopo il mezzogiorno.
Nella lite scoppiata a Busseto per la successione al posto di organista di Provesi,
lArquati non poté schierarsi che a favore del prevosto Ballarini. Il podestà di
Busseto, Antonio Accarini, in tale circostanza, il primo marzo 1835 scrisse al commissario
di Borgo San Donnino che il prevosto di Busseto dopo la morte di Provesi voleva servirsi
come organista non di un suo allievo ma dellArquati. DellArquati è rimasto un
ritratto a olio: dal volto nervoso e volitivo, è raffigurato come un musicista perché
regge con la mano destra un manoscritto musicale di Joseph Haydn, accanto ha lo stemma di
famiglia, formato da una torre o arco, sormontata dallaquila pallavicina. Il
ritratto porta nel retro la seguente scritta: Johannes Augustinus Arquatius Domo Buxeto
Sacerdos Unus de Clementis Sobole Qui Superest Natus LVI Effigiem Suam Paullo Tussio
Placentia Heic Delineandam Pingendamque Tribuit MDCCCXXV. Alcuni fogli di musica
dellarchivio dellArquati sono rimasti perché sono stati incollati dietro una
grande incisione della Deposizione di Rubens, incisa da E. Rango. Si tratta di musica di
Meyerbeer, che aveva soggiornato in Italia dal 1816 al 1824, e di una Suonata a quattro
mani del Maestro Giuseppe Haijdn. La musica di tali compositori venne data al teatro di
Busseto nelle accadamie organizzate dai filarmonici negli anni 1834 e 1838. LArquati
insegnò musica: ciò risulta da un suo manoscritto, le cui note sono tutte numerate per
uso didattico. Alcuni fogli sembrano scritti da Giuseppe Verdi. Questi, infatti, non
frequentò subito la scuola di Provesi, ma solo dopo alcuni anni di ginnasio. È possibile
che dopo il 1823 Verdi prendesse alcune lezioni di musica dallArquati, già
organista della collegiata. Del resto, Verdi fu amico dellArquati: a volte,
arrivando a Borgo San Donnino, passava da Bastelli per recarsi a Castione nel palazzo
degli Arquati, a salutare lArquati che vi trascorreva lestate.
FONTI E BIBL.: A. Aimi-A. Leandri, Giuseppe Verdi il nipote delloste, 1998, 158-160.
ARRIGHINO DA PARMA
Parma 1477/1479
Dottore in Arti. Secondo i Rotoli (I, 104), lArrighino lesse nello Studio di
Bologna, negli anni 1477 e 1478-1479, Rettorica e Poesia in campana S. Petri, cioè appena
suonata la campana di San Pietro, i cui tocchi indicavano quando al mattino dovevano aver
inizio le lezioni.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 5 1929, 6-7.
ARRIGO, vedi ENRICO
ARTA, vedi FERRARI GIACOMO
ARTENGHI LUIGI, vedi ARDENGHI LUIGI
ARTIOLI DELFO
San Prospero di Modena 2 marzo 1913-Parma 13 giugno 1993
Si laureò in Medicina Veterinaria allUniversità di Bologna con il massimo dei voti
e la lode. Già assistente dellIstituto Vaccinogeno dellAsmara, fu richiamato
alle armi, e, fatto prigioniero dalle truppe inglesi nella battaglia di At-Teclesan (1°
aprile 1941), successivamente trasferito in un campo di concentramento in India dove
rimase internato fino al 16 maggio 1944, per poi passare come ufficiale veterinario nel
laboratorio militare di ricerche di Lahore. Nel giugno 1946, rientrato in patria, approdò
allAteneo di Parma dove percorse tutta la sua carriera universitaria dapprima come
assistente, poi come libero docente e infine come titolare della prima cattedra italiana
di Ispezione degli alimenti di origine animale. Ricoprì la carica di preside della
facoltà di Medicina Veterinaria ininterrottamente per ventuno anni, dal 1964 al 1985. Per
circa ventanni fece parte del consiglio di amministrazione dellAteneo di
Parma, del quale fu pure pro-rettore (1972-1974). Per trentasei anni fu direttore
dellIstituto di Ispezione degli Alimenti, uno degli Istituti più qualificati e
conosciuti in campo internazionale per il controllo e la tecnologia degli alimenti di
origine animale. Fu chiamato più volte come esperto degli alimenti da vari ministeri e fu
anche incaricato di missioni allestero per collaborare al rinnovo di numerosi
trattati commerciali riguardanti limportazione di carni fresche e congelate. Fu
consulente del Consiglio superiore di Sanità e socio di varie società scientifiche
italiane e straniere. Nel 1968 lArtioli fu insignito della medaglia doro per
le benemerenze acquisite nel campo dellIstruzione superiore. Dal 1969 al 1975
ricoprì pure la presidenza dellOrdine dei Medici veterinari di Parma. A lui si deve
la moderna impostazione e le nuove vedute sulla metodologia e sulle conoscenze riguardanti
lispezione e il controllo delle derrate alimentari di origine animale. Sotto la sua
presidenza sorse la sede della Facoltà di Medicina Veterinaria in Zona Mercati di Parma.
La produzione scientifica e tecnica dellArtioli conta oltre trecento pubblicazioni
sotto forma di memorie, lavori sperimentali e relazioni a convegni e congressi, attinenti
ai principali settori dellispezione, del controllo e delle tecnologie delle derrate
alimentari di origine animale. LArtioli portò contributi originali nel chiarire e
comporre le divergenze che si rilevavano tra lottica scientifica e quella giuridica,
e, nello stesso tempo, per spronare le autorità legislative e governative a dare
lavvio a una moderna codificazione alimentare, per riportare uniformità negli
accertamenti e nelle sanzioni penali per la certezza del diritto e per la tutela della
salute del consumatore. In tutte le sue ricerche, di valido supporto tecnico-pratico, ha
un ruolo preminente il problema della sanità degli alimenti, nonché il rischio della
presenza di sostanze o agenti estranei nellalimento come risultato di manipolazioni
o contaminazioni, soprattutto chimiche, aventi potenziali pericolosità per un eventuale
loro effetto oncogeno, mutageno, teratogeno e altro che potesse entrare nella tossicologia
alimentare. Più volte puntualizzò che la tutela della salute pubblica si realizza solo
ed esclusivamente con la ricerca degli specifici organismi o delle loro tossine
responsabili di malattie alimentari acute. Alla sua produzione scientifica si deve
aggiungere il volume sullispezione degli alimenti di origine animale, che
rappresentò il libro di testo culturalmente formativo per intere generazioni di
professionisti. Per lArtioli la ricerca aveva senso solo se poteva avere un riflesso
pratico e se offriva un beneficio alla comunità. Molte delle sue pubblicazioni
rispecchiano la sua personalità di osservatore acuto e intelligente, e hanno anche
venature polemiche, in quanto rivolte in contraddittorio a correnti di pensiero diverse
dalle sue.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 giugno 1993, 5.
ARTOIS LOUISE MARIE THERESE
Parigi 21 settembre 1819-Venezia 1 febbraio 1864
Figlia del principe Carlo Ferdinando dArtois duca di Berry, ucciso allorquando ella
contava pochi mesi, e di Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone. LArtois possedette
una non comune intelligenza, un equilibrato controllo di mente e di spirito,
unenergia quasi virile di volontà e di perseveranza. Vi unì un alto concetto
dellautorità suprema, dove il principio si identificava nella persona e nel comando
conciliato, per altro, con il rispetto verso i sudditi. Queste qualità di autentica
sovrana furono nondimento temperate da serenità e da benevolenza, assommate a una
spiccata tendenza per larte, le belle lettere e a una pietà sincera ed elevata.
Come suo padre, seppe essere fredda e impavida contro il pericolo, pur possedendo una fede
cristiana profonda e assoluta, sviluppata ancor più da una educazione severa e solerte.
Fu molto legata alla famiglia, e in particolare al fratello Enrico, duca di Chambord ed
erede al trono di Francia secondo il partito dei legittimisti. Sposatasi il 10 novembre
1845 con lInfante Carlo di Borbone, di quasi quattro anni più giovane e principe
ereditario di Parma, conobbe subito le traversie e le delusioni della vita a lei
destinata. I Borbone, nella provvisoria sovranità di Lucca (loro concessa fino alla morte
della vedova di Napoleone), avevano già dato prova del loro pericoloso disordine di
virtù e di vizi. Il matrimonio dellArtois diede subito luogo ai primi contrasti:
lei era ricca e il consorte, al contrario, versava in brutte acque, per cui pretendeva
sempre più ampie disponibilità e, quando ne era ostacolato, trascendeva in furibonde
sfuriate. Aveva appena conosciuto le gioie di madre con la nascita della figlia Margherita
(1847), che già le vicende politiche la travolsero. Il suolo dItalia cominciava a
tremare, tanto che il secondogenito Roberto nacque (1848) in esilio a Firenze.
Nellanno seguente il marito, col nome di Carlo III, prese possesso dello Stato
Parmense dopo labdicazione del padre. Il Duca, non privo di intelligenza ma
presuntuoso despota, manifestò manie militaresche, con capricci dogni genere a cui
dedicava spese eccessive, esponendosi alle critiche della cittadinanza. LArtois
comprese perfettamente la controproducente situazione, e così si appartò, dedicandosi ai
suoi doveri materni e alla beneficienza pubblica. Ma la condotta del Duca giunse al punto
che lArtois decise dintervenire, sollecitando, con lappoggio di
personalità a lei devote, aiuti stranieri onde indurre il marito ad abdicare, e nel
contempo salvargli la vita. Nella circostanza, molto si adoperò lintima amica e
dama di palazzo contessa Isabella Cajmi, poi relegata nelle campagne di Felino. Ma
lintervento fu scoperto e frustrato, creando una maggiore frattura tra i due
coniugi: Carlo sospese ogni rapporto men che formale con la moglie, le interdisse
qualunque tipo di corrispondenza con la sua famiglia e prese a odiarne il temperamento
fermo, riflessivo e duro a piegasi alle offese. LArtois si rifugiò ancor più nella
religione (fu Priora della Compagnia del SantAngelo Custode) e nella beneficienza.
Ma il 26 marzo 1854 Carlo III fu pugnalato, e in tale tragico frangente (fu lunico
assassinio di un regnante nella storia del Risorgimento) lArtois si dimostrò
veramente coraggiosa, accettando il posto di Reggente e di Duchessa, circondata di
ostacoli e di incombenti pericoli. Si liberò degli uomini nefasti che avevano circondato
il Duca e si volse verso i clericali sperando di trovarvi lealtà e fedeltà. Coi moti del
giugno-luglio 1854, la conseguente azione di forza e di repressione da parte del governo
dellArtois fu definita dura e spietata, e acerbamente condannata. Seguirono alcuni
anni di relativa calma. Nella stampa del tempo fiorì una folta letteratura popolaresca
piena di sviluppi arbitrari, con espressioni esasperate e romanzesche. LArtois fu
perfino incolpata di avere segretamente partecipato alla morte del marito, mentre in
realtà ella si oppose a riaprirne il processo per far dimenticare le passate violenze e
per non inasprire gli animi, al fine di assicurare al figlio un avvenire più sereno. Dopo
una lettera di devoto ossequio e obbedienza al Pontefice, lArtois procedette al
riordino dello Stato sconquassato, ricostituì lUniversità con tutte le facoltà,
fece economie di ogni sorta limitando anche i suoi appannaggi, e, con laiuto del
ministro Lombardini, ridusse il debito pubblico, favorì il sorgere di una banca (la Cassa
di Risparmio), di cui Parma era priva, e destinò somme ingenti per opere pubbliche
(rimane a testimoniare tali opere, parte della via della Salute nellOltretorrente).
Sotto il suo governo fu terminata anche la ferrovia Piacenza-Parma. Nel 1855 Parma fu
funestata da una terribile epidemia di colera che mieté 8200 vittime, e il governo
dellArtois intervenne con impegno, coadiuvato dagli istituti ecclesiastici, dai pii
istituti e da privati. LArtois curò particolarmente lo sviluppo delle scuole
primarie e secondarie, e a questo proposito chiamò a Parma le Figlie della Croce
(chiamate Suore di San Carlo), fondate da Giovanna Elisabetta Bichier des Ages nel Berry.
Aiutò in ogni modo listituto fondato da Maria Adorni, detto del Buon Pastore: un
mese dopo la morte del Sovrano, lAdorni venne ricevuta dallArtois che ebbe per
lei parole di massima comprensione e di stima, assicurandole la cessione dei locali
dellex convento di San Cristoforo, il che avvenne nel 1856, cessata lepidemia
del colera, la incitò nella sua opera redentrice, laiutò finanziariamente e si
protestò di onorare lIstituzione, come Protettrice e Superiora, dopo Maria
Santissima. Anche la Scuola de La Salle fu tenuta dallArtois nella massima stima e
considerazione, sicché durante la Reggenza la sua attività e diffusione raggiunsero
lapogeo. Gli istituti diretti dai Fratelli lasalliani divennero tre: oltre la
primitiva scuola dellex Convento di SantAlessandro, fondata da Maria Luigia
dAustria, gestirono una seconda scuola elementare annessa alla Pia Casa di
Provvidenza e nel 1854 aprirono, dietro invito dellArtois, un Convitto, con classi
separate dagli allievi esterni, negli stessi locali di SantAlessandro. LArtois
richiese due Fratelli lasalliani (Casimiro e Pier Crisologo) quali precettori personali
dei figli Roberto ed Enrico, mentre le figlie Margherita e Alice frequentarono
lIstituto del Sacro Cuore. Nel quinquennio della sua Reggenza, lArtois cercò
di restituire pace e prosperità al paese, ma il diffondersi sempre maggiore del
sentimento nazionale nel popolo italiano, resero la sua posizione sempre più difficile e
precaria. In politica estera cercò invano di assumere un atteggiamento di neutralità e
di equidistanza tra Piemonte e Impero Asburgico, allo scopo di salvare il trono, ma fu
travolta dagli avvenimenti del 1859. Nel giugno 1859 lArtois si allontanò per
sempre da Parma promulgando un ultimo proclama, nel quale si accomiatò, tra laltro,
con queste parole: Quale sia stato il Governo della mia Reggenza ne invoco a testimoni Voi
tutti, abitanti dello Stato e la Storia. Non debbo contraddire ai proclamati voti
dItalia né venir meno alla lealtà. Buone Popolazioni dogni Comune dei
Ducati, dappertutto e sempre mi rimarrà grata nel cuore la memoria di voi. Si ritirò a
Saint Gall ove ritrovò i figli, partiti in precedenza. Le Corti dEuropa ebbero per
lei assicurazioni di simpatia e di stima, e così la stampa. Dopo Saint Gall, fissò la
sua dimora a Wartegg, sul lago di Costanza, dedicandosi alleducazione dei figli e a
opere di pietà. Morì a 45 anni a Venezia, nel palazzo Giustinian Lolin sul Canalgrande,
e volle le suore di Parma al suo capezzale. Venne sepolta nel Convento francescano di
Castagnevizza, nella tomba già di Carlo X e dei duchi di Angouilême.
FONTI E BIBL.: I. Saint Amand, Les dernieres
année de la Duchesse de Berry, Paris, 1891; E. De Riancey, Madame la Duchesse de Parme et
le dernieres événèments, Paris, 1859; G. Ferrata-E. Vittorini, La tragica
vicenda di Carlo III, Edizioni Mondadori, 1939; Figlie della Croce. Opuscolo pel I
Centenario della venuta a Parma, 1951; A. Curti, I moti insurrezionali del 22 luglio 1854
a Parma, Edizioni Luigi Battei, 1904; A. Cavagnari, Parma e il Governo Ducale. Lettera
aperta al Conte Benso di Cavour, Parma, Stamperia Nazionale Donati, 1859; Alla Memoria di
Luisa Maria di Borbone defunta Duchessa reggente degli Stati Parmensi, Torino, Tipografia
P. Martetti, 1864; Rivelazioni politiche o Vox populi Vox Dei, Parma, Tipografia Grazioli,
1859; Un ricordo del Passato e un Pensiero per lavvenire, Parma, Tipografia del
Patriota, 1862; F. Botti, Gli ultimi Borboni a Parma, in Crisopoli 1935, n. 3 e n. 4;
Rodolfo della Torre, La coscienza politica in Parma dai Borboni allUnità, in
Crisopoli, 1935, n. 2; L. Gambara, Scuola e Vita. Numero unico per il centenario
dellIstituto De La Salle a Parma 1843-1943, Edizioni Fresching, 1943; R. Simonazzi,
La Serva di Dio Anna Maria Adorni, Edizioni Parma, 1939-1940; Almanacchi della Corte
Ducale di Parma, anni 1858 e 1859; Proclami murari del 1854 e 1859; Negri, Compagnia S.
Angelo Custode, 1853, 50; L. Gambara, in Parma Economica 3 1964, 8-11; F. Clerici, Luisa
di Berry Borbone ultima duchessa di Parma, in Gazzetta di Parma 28 maggio 1973, 3; M.
Turchi, Luisa Maria di Borbone illuminata e dolorosa, Parma, 1982; P.L. Spaggiari,
Laltra donna del Ducato, Parma, 1994; Al Pont ad Mez 1 1994.
ARTUSI CARLO
Parma 1766
Nel 1766 tentò di imitare le maioliche della fabbrica di Nicola Piacentini, ma gli venne
imposto dal governo di sospendere la lavorazione. Non si conoscono prodotti che possano
con certezza venire assegnati a questo ceramista. Fu acerrimo nemico del Piacentini.
NellArchivio di Stato di Parma vi è una ricca documentazione che parla della loro
lunga disputa giudiziaria: il Piacentini rivendicò il diritto di privativa per ogni sorta
di Maiolica più o meno perfetta, e così tanto la Fina, che la inferiore; mentre
lArtusi pretende in primo luogo ristretta la lettera del privilegio alla
fabbricazione della Maiolica avente un determinato Calibro di Finezza, esclusa ogni altra
specie subalterna dineguale Calibro. Lo stesso Piacentini descrisse
lavversario: Il Signor Carlo Artusi siccome ascritto allArte da Boccalari non
à esercitato in addietro per continuato spazio di moltanni, che lesercizio di
semplice fabbricatore di terra ignobile e destinata ad usi triviali. Anche se nei
documenti ufficiali si parla sempre di maiolica, è certo che lArtusi producesse
mezza-maiolica o bianchetto. Alla fine il Conduttore della Real Fabbrica la spuntò: con
decreto del Supremo Consiglio delle Finanze si ordinò allArtusi di sospendere la
fabbricazione delle imitazioni. Dopo la controversia con il Piacentini si perdono le
tracce dellArtusi. Con ogni probabilità egli continuò nella sua vecchia
produzione.
FONTI E BIBL.: G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche di maioliche metaur.,
Pesaro, 1879, vol. II, 242; L. De Mauri, Lamatore di maioliche, Milano, 1924; G.M.
Urbani De Ghelthof, Note storiche ed artistiche sulla ceramica italiana, in Erculei, Arte
ceramica e vetraria, Roma, 1889, 116; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 39; G. Dondi,
Maioliche e vetri, 1990, 58 e 62.
ARTUSI DOMENICO
GABRIELE GIOVANNI
Parma 7 luglio 1754-Parma 18 marzo 1830
Nacque da Angelo e Margherita Zanardi. Condiscepolo a Bologna dellarchitetto
Bettoli, fu anche lui architetto e pittore decoratore. Fu inoltre allievo del Petitot, che
per diversi anni gli affidò linsegnamento dellarchitettura elementare. Si
aggiudicò il secondo premio per larchitettura nei concorsi del 1778 (progetto per
un castello dacqua) e del 1780 e vinse il primo premio nel concorso del 1781. Poi
abbandonò la carriera di architetto per ripresentarsi come candidato: il corpo accademico
dei professori di Belle Arti di Parma, nella seduta tenuta il 20 luglio 1816, nominò
lArtusi consigliere con voto e lo confermò al tempo stesso quale Professore di
Architettura teorico pratica. Cinque anni dopo larciduchessa Maria Luigia
dAustria, con rescritto del 9 febbraio, lo nominò Professore dArchitettura al
posto del defunto Donnino Ferrari, di cui era stato aiuto. LArtusi morì
alletà di 75 anni. Il disegno della Porta Santa Maria detta Nuova è
dinvenzione dellArtusi, e sono pure sue le quadrature nella cappella della
Beata Vergine di Caravaggio in San Vitale di Parma (1798, rifatte poi da D. Mussi).
FONTI E BIBL.: Donati, Nuova descrizione di Parma, 1824; E. Scarabelli Zunti, Memorie e
documenti, mss. nella Palatina di Parma; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 53; G.B.
Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 24; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, 11, 1908, 165 e seg. (Lottici);
Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, Appendice 1, 1935, 239; A.M. Comanducci,
Dizionario dei Pittori, 1970, 118; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 242; Accademia
Pamense di Belle Arti, 1979, 71; Aurea Parma 2 1980, 173; A. Musiari, Neoclassicismo senza
modelli, 1986, 263.
ARTUSI FRANCESCO
Parma 1800
Fu Conservatore dellArchivio Pubblico parmense (1800).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, Appendice 1 1935, 239.
ARTUSI ORAZIO
Parma 1800
Sacerdote. Nellanno 1800 fu Cappellano ducale della Corte di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, Appendice 1 1935, 239.
ARTUSI PAOLO
-Parma 6 maggio 1805
Professore di Teologia morale, fu inoltre parroco della chiesa di San Tommaso Apostolo in
Parma. NellArchivio di Stato di Parma è ricordato come docente di Teologia morale
dal 1787 al 1805. Successe nella cattedra a G.E. Porta, domenicano di gran fama (fondatore
del Conservatorio delle Luigine in Parma), che nel 1787 passò alla cattedra di Sacra
Scrittura.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi, II, 1856, 498; Vita Nuova 19
gennaio 1952; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953.
ARTUSO PAOLO
Parma 1602
Sacerdote, fu Rettore di Santo Stefano in Parma e Vice Rettore del Collegio dei Nobili di
Parma (1602).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 64.
ARZAGHI ALESSANDRO
Borgo San Donnino-22 giugno 1621
Fu medico degno di menzione.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 31.
ARZAGHI AURELIA RAIMONDA
Borgo San Donnino XVII secolo-Parma
Monaca, morta in concetto di santità.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 31.
ARZAGHI BERNARDINO
Borgo San Donnino XVII secolo
Fu canonico a Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 31.
ARZAGHI FLAMINIO
Bogo San Donnino-8 gennaio 1623
Notaio degno di menzione.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 31.
ARZAGHI POMPEO
Borgo San Donnino-Parma post 1679
Fu governatore di Piacenza, consigliere del Duca di Parma e Auditore civile.
Nellanno 1627 insegnò nello Studio di Parma. Nel 1679 cadde in disgrazia, e di lui
si perde ogni traccia.
FONTI E BIBL.: Libro de Mandati 1617-1630; Ruolo de Provigionati n. 22; F.
Rizzi, Professori, 1953, 31.
ARZILLI EGIDIO
Parma 1284
Fu Podestà di Pontremoli nellanno 1284.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 64.
ARZIO
Parma 490
Fu Vescovo di Parma nellanno 490.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 64.