ANCEO-ARZIO

ANCEO ANCOLITINO, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO ANTONIO GIUSEPPE

ANDINA EMILIO
1872-Parma 1931
Unitamente al fratello Francesco seppe sviluppare la produzione di materiali laterizi che i familiari avevano intrapreso fin dal 1872 nella fornace di Bellena di Fontevivo e successivamente a Bezze di Torrile e a San Leonardo, in Parma. Le fornaci furono impegnate nella produzione di una vasta gamma di laterizi fatti a mano.
FONTI E BIBL.: A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 25; Cento anni di Associazionismo, 1997, 389.

ANDINA FRANCESCO
Parma 1881
Fu fabbricante di tegole, mattoni, embrici. Espose a Milano nel 1881, e fu premiato con menzione onorevole.
FONTI E BIBL.: G. Corona, L’Italia ceramica, Milano, 1885; Minghetti, Ceramisti, 1939, 24.

ANDOLFATI EUGENIO
Parma-1884
Fu attore comico di buon livello.
FONTI E BIBL.: M. Ferrarini, in Aurea Parma 1 1939, 29.

ANDOLFATI GAETANA, vedi ANDOLFATI GIUSEPPA GAETANA MARIA

ANDOLFATI GIOVANNI
Milano-Parma 1835 c.
Attore. Figlio di Pietro e Anna, fu un famoso tiranno. Ebbe una sua compagnia che, specialmente nelle commedie goldoniane La moglie saggia, Le tre Zelinde, Pamela nubile, nella Ottavia e nell’Antigone di Alfieri e nel Galeotto Manfredi di Monti, riportò notevoli successi, anche per il buon talento della moglie Natalina, che fu prima attrice e poi, sebbene molto giovane, madre nobile, e per il contributo del padre dell’Andolfati, ritornato alle scene nel 1820. La compagnia recitò a lungo a Milano, al Teatro della Scala, e a Bologna, all’Arena del Sole e al Teatro del Corso. Le fortune della compagnia non resistettero però alla passione del gioco che ridusse l’Andolfati in estrema miseria. La compagnia dovette essere sciolta nel 1827 e l’Andolfati, insieme con la moglie, prese a recitare nel complesso di Caterina Internari. In quello stesso anno Natalina, prostrata dagli stenti, morì di tisi. L’Andolfati, recitò ancora nella compagnia di N. Medoni nel 1834, insieme con la figlia Annetta.
FONTI E BIBL.: F. Regli, Dizionario biografico, Torino, 1860, 9-10; L. Rasi, I comici Italiani, Firenze, 1897, I, 41-51 e II, 1034-1036; G. Cosentino, L’Arena del Sole, Bologna, 1903, 36-37; B. Croce, I teatri di Napoli, Bari, 1926, 234; G. De Caro, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 56.

ANDOLFATI GIUSEPPA GAETANA MARIA
Parma 18 agosto 1767-Modena 1830
Figlia di Bartolomeo e di Teresa Bergamini. Di notevole bellezza e talento, fu attrice assai apprezzata. Recitò sin da bambina facendo le sue prime prove nella compagnia paterna. Sposata ad Antonio Goldoni, fu prima attrice nella compagnia diretta dal marito, sotto il cognome del quale fu poi comunemente conosciuta. Sostenne parti di rilievo in lavori di vario genere, sempre ammiratissima, tanto che Colomberti la definisce sciolta e scherzevole nella commedia, nobile e sensibile nel dramma, statuaria nel gesto e imponente declamando la tragedia. Furono celebri le sue interpretazioni della Gabriella di Vergy di Dormont de Belloy, della Merope di Maffei e di quella di Alfieri, come del resto di altre eroine alfieriane. Fu anzi nel suo tempo una delle migliori interpreti di Alfieri, di cui recitò con grande successo, oltre la Merope, la Sofonisba, l’Ottavia e l’Antigone, ma ottenne i suoi maggiori trionfi nella Semiramide di Voltaire. E anche quando la compagnia del marito cominciò a presentare di preferenza lavori privi di qualità artistiche, l’Andolfati riuscì a imporsi, come nel Prometeo ossia la Civilizzazione degli uomini (riduzione di L. Bellotti-Bon di un ballo di Viganò). Dopo la morte del marito, nel 1818, continuò a dirigere la compagnia, dapprima associandosi il nipote P. Riva, figlio della sorella Anna, poi, alla morte del Riva, da sola.
FONTI E BIBL.: Bartoli; Colomberti; Rasi e Brunelli; G. Cosentino, L’Arena del Sole, Bologna, 1903, 36-37; B.B., in Enciclopedia Spettacolo, I, 1954, 537, e V, 1958, 1425; Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 56.

ANDOLFATI TERESA, vedi BERGAMINI TERESA

ANDOLFATTI GAETANA, vedi ANDOLFATI GIUSEPPA GAETANA MARIA

ANDREA
Vigatto 1005
Fu Arciprete di Vigatto nell’anno 1005.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 35.

ANDREA
Parma 1515
Pittore. In Roma, nel 1515, dipinse per una festa i carri allegorici della Verità e della Prudenza.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 88.

ANDREA DA PARMA
Parma prima metà dell’XI secolo-Strumi 10 marzo 1097 o 1106
Nacque nella prima metà dell’XI secolo in località imprecisata a cinque giornate da Vallombrosa, così che, in seguito a una identificazione della tradizione vallombrosana, venne chiamato Andrea da Parma, anche se non c’è nessuna prova su questa origine. Fu prete e poi abate di Strumi, un’abbazia vallombrosana nel Casentino e per questo viene identificato dalla tradizione indifferentemente secondo le due località. Non si sa nulla sulla sua famiglia né sui motivi che lo portarono a Milano, dove fu certamente vicino ad Arialdo. Dopo il 1066 lasciò la città lombarda, dopo aver partecipato alle lotte e alle esperienze della pataria e aver collaborato alla ricerca del cadavere di Arialdo, soffrendo imprigionamenti e persecuzioni. Durante la sua esperienza patarina ebbe contatto coi chierici e coi monaci che, da Firenze, Giovanni Gualberto inviò per assicurare al popolo dei fideles, in lotta contro l’arcivescovo Guido da Velate, un clero non macchiato da simonia. Probabilmente con uno di loro, Rodolfo, destinato poi a diventare abate generale dei Vallombrosani, come successore di Gualberto, nel 1066 andò a Vallombrosa, dove nella nuova famiglia monastica trovò la possibilità di realizzare la conciliazione delle sue tendenze fondamentali: un desiderio profondo di vita ascetica e contemplativa e la volontà di agire nella società per la riforma della Chiesa. A Vallombrosa, ove visse l’esperienza del prodigioso espandersi della nuova comunità, l’Andrea scrisse intorno al 1075, per incarico forse di Rodolfo, la biografia di Arialdo, l’opera più caratteristica della sua personalità. Da due anni era morto il Gualberto, che probabilmente l’Andrea conobbe di persona, anche se non ne fa mai cenno esplicitamente. L’Andrea come abate di Strumi viene ricordato per la prima volta l’anno 1085 e per l’ultima l’8 giugno 1100 (Davidsohn, Forschungen, I, p. 69). Egli morì certamente prima del gennaio 1106, quando abate di Strumi viene ricordato un Angelo. Del suo governo abbaziale si ricorda solo, nella tradizione vallombrosana, un suo intervento per pacificare Enrico IV con i fiorentini. Intorno al 1092 compose la Vita Gualberti, l’altra biografia che, insieme con quella di Arialdo, costituisce l’opera letteraria da lui tramandata. L’uomo appare attraverso lo scrittore ed è vano ridurre la figura dell’Andrea a quella di un fanatico, in cui la passione di parte e lo zelo del combattimento rasentano la follia. Nella temperie così singolare della lotta popolare e monastica per la riforma religiosa, le opere dell’Andrea hanno un loro vigore e una loro dignità, anche letteraria, e costituiscono inoltre una testimonianza preziosa sugli avvenimenti e sullo spirito dei tempi. Più vivace e appassionata è la prima, dove l’eco dei combattimenti è ancora vicino e dove le folle contrapposte dei fideles e dei simoniaci sono le vere protagoniste intorno alle grandi e forti figure di Arialdo, di Landolfo e di Erlembaldo. Passioni di parte ed entusiasmo religioso, profonda commozione per la nuova esperienza di un’azione liturgica scevra da macchie e contaminazioni con i simoniaci (basta pensare alla descrizione della vita religiosa nella canonica milanese e alle processioni salmodianti guidate da Arialdo), si accompagnano a un senso forte e crudo della realtà, degli interessi, anche economici, delle parti contrapposte. Pagine come la descrizione della spedizione notturna dei chierici simoniaci e dei loro sostenitori contro la chiesa e i beni di Arialdo, con un senso così preciso delle coltivazioni e delle cose che essi volevano distruggere o come quelle che rappresentano le scene della vita familiare di Arialdo giovane nella casa di campagna, fervide di opere domestiche e di serietà religiosa, sono pitture di costume non frequenti nella letteratura agiografica medievale. Un vigore particolare hanno le rappresentazioni degli effetti della predicazione degli uomini della pataria e le mosse collettive delle folle dell’una e dell’altra parte. I dialoghi immaginati tra gli eretici e i fedeli, pur negli schemi di periodo coordinati secondo certi modelli evangelici, danno veramente il senso di una vita intensa, dove la passione religiosa arriva a fondere e a trasformare gli impulsi rozzi e violenti delle parti in lotta. Da un lato tutti i buoni, Arialdo e i suoi, dall’altro tutti i cattivi, l’arcivescovo e i suoi chierici, ma nell’urto non mancano sfumature e colori che danno il senso della lotta e della vita, come quando l’Andrea descrive la divisione profonda nella città e nelle singole famiglie. Alcune scene, poi, hanno un rilievo pittorico veramente notevole, come l’assalto a Landolfo, il movimento degli uomini intorno a Erlembaldo, la ricerca affannosa di Arialdo e la miracolosa esaltazione del suo corpo martirizzato. Nella vita di Giovanni Gualberto, più che la folla, domina la figura del santo, nella sua vita ascetica e nella lotta per la costruzione della sua spiritualità. È un carattere violento e duro, come forse fu l’Andrea, ricco di passione e di forza, quello che viene rappresentato, prima nell’ambiente di San Miniato, poi nella ricerca di una nuova forma di esperienza ascetica e spirituale nella solitudine di Vallombrosa. C’è anche un intento polemico contro le degenerazioni naturali dell’ordine dalla purezza primitiva, per esaltare nel fondatore, insieme, l’estremo rigore e la grande libertà nei riguardi di coloro che gli stavano vicino. La forza drammatica del racconto è naturalmente meno vivace che nella vita di Arialdo e molti sono i quadretti frammentari e gli episodi staccati, anche se nella Vita Gualberti ha trovato posto quella mirabile lettera di Pietro Igneo sulla prova del fuoco sostenuta da un monaco vallombrosano contro il vescovo Pietro di Pavia tacciato di simonia. Questa lettera non è dell’Andrea, ma c’è qualche cosa in quel racconto della pataria fiorentina che richiama le pagine migliori della biografia di Arialdo. Molto del tono più calmo e più disteso della seconda vita rispetto alla prima si deve certamente ai quasi vent’anni che separano le due opere nel tempo e anche all’atmosfera più distesa per l’affermazione più piena degli ideali di riforma. Se c’è polemica, è contro coloro che in qualche modo sembrano voler offuscare l’ideale della purezza primitiva. Comuni però nei due testi sono non solo il fervore e l’entusiasmo religioso, ma il senso della realtà. Se nella vita di Arialdo c’è il senso della campagna lombarda e della vita milanese, in quella di Gualberto c’è una diffusa e quasi compiaciuta attenzione per gli aspetti più caratteristici di un mondo dove ci sono feudali e popolani, preti e rustici, ma soprattutto pastori e animali nelle solitudini e nei grandi spazi delle foreste appenniniche. Ed è veramente da stupirsi che il Baethgen abbia operato dei tagli in alcuni dei più caratteristici e pittoreschi squarci di questa vita quotidiana, il cui gusto non è certo sempre così vivo nei documenti del secolo. In conclusione, l’Andrea resta come storico, come patarino, come monaco uno degli interpreti più vivi e interessanti del suo tempo. Le sue opere ebbero le seguenti edizioni:Vita Sancti Iohannis Gualberti, in Acta Sanctorum Iulii, III, Antverpiae, 1723, 343-365 (integrale); altra edizione in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XXX, 2, a cura di F. Baethgen, Lipsiae, 1935, 1080-1104 (incompleta); Vita Sancti Arialdi, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XXX, 2, a cura di F. Baethgen, 1047-1075.
FONTI E BIBL.: R. Davidsohn, Forschungen zur Geschichte von Florenz, I, Berlin 1896, 69; R. Morghen, Gregorio VII, Torino, 1942, 127; C. Violante, La pataria milanese e la riforma ecclesiastica, I, Roma, 1955, passim (cfr. Indice); R. Davidsohn, Storia di Firenze, I, Firenze, 1956, 337, 340, 342, 356, 360, 362, 364; G. Miccoli, Pietro Igneo, Roma, 1960, cfr. Indice dei nomi; Dictionnaire d’Histoire et de Géographie Ecclésiastique, II, col. 1716; P. Lamma, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 110.

ANDREA DA PARMA
Parma 1370/1373
Pittore. Da un Registro di spese del Venerabile Consorzio della Cattedrale di Parma per gli anni 1370 e seguenti, sotto l’anno 1373 si trova notato in fine quanto segue: Capitulum danariorum expens. pro petro de Marzolaria. Item Andree depictori consul sold. j, d. vj pagati a lui per collette qui in Parma dove sembra abitasse nella parrocchia di San Paolo. E sotto l’anno 1370 si trovano notate queste altre partite: Item dactis in una cruce de ramo dexurata cum fusto, s. xiij, d. vj. Item dactis causa atandi tabulam clericorum s. vj. Item dactis dop.no Nicolao qui scripsit dictam tabulam s. ij, d. v. Item in duabus crucibus parvis argenteis cum aliquibus reliquiis et aliquibus lapidibus. Lib. viij, s. xviij.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 58.

ANDREA DA PARMA
Parma seconda metà del XV secolo
Tipografo attivo a Venezia nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Stampa,1969, 245.

ANDREA DA PARMA
Parma 1470/1508
Frate francescano, fu uomo assai dotto e letterato, indicato a volte col nome di Bernardino. Fu eletto Guardiano del Monte Sion e custude di Terra Santa nel Capitolo tenutosi in Aquila nel 1472. Mentre attendeva al disimpegno del grave e delicato ufficio, un ordine del governatore di Gerusalemme gli impose di pagare una tassa di cinquecento zecchini. Non potendo soddisfare quanto gli era stato intimato, venne senza riguardi trascinato alle carceri e brutalmente bastonato. Il Sultano Katibai, grande amico dei Francescani dai quali era stato soccorso e protetto nei giorni della sua cattività, venuto a conoscenza dell’accaduto, ordinò che il governatore venisse deposto e strangolato. La pena, per intercessione dei religiosi, fu poi mutata in esilio. E affinché in avvenire nessuno più ardisse molestare i Francescani, lo stesso Sultano emanò ordini così duri e severi, che anche i loro acerrimi nemici lasciarono da allora che in piena pace godessero gli antichi loro diritti. E con loro ebbero pace anche i cristiani. È andato perduto un codice manoscritto vergato di sua mano, nel quale erano preziose memorie del suo governo. Da documenti estratti dall’archivio di Gerusalemme si rileva che egli ordinò l’Ospizio dei pellegrini in Rama, che dietro sua istanza papa Sisto IV confermò ai Luoghi Santi tutti i privilegi già concessi dai suoi antecessori, che, disputando i Giorgiani ai Francescani il diritto sopra l’antico possesso del Monte Calvario, del luogo ove fu seppellito Adamo e del sepolcro del primo re latino, Gotifredo dei Buglioni, l’Andrea, nel secondo anno del suo governo, portò la questione al gran Sultano, il quale rimise la cosa ai Giudici di Gerusalemme, e questi decisero in favore dei Francescani. L’Andrea governò la Custodia fino al capitolo di Napoli, celebrato nel 1475. Nel Capitolo generale celebrato sul Monte Alaverna il 4 giugno 1484 fu confermato Custode di Gerusalemme il padre Paolo di Caneto, ma avendo egli, per legittimo impedimento, rinunciato, a lui venne sostituito l’Andrea. Godette pure, e meritatamente, la stima di valente calligrafo. Di fatti, compiuto il ministero in Palestina e ritornato in Parma, mentre dimorava nel convento della Santissima Annunziata, scrisse un antifonario corale in pergamena, che comincia dalla solennità del Corpus Domini e va fino all’Avvento, e lo adornò di pregevolissime miniature in oro e a colori. In calce al medesimo pose il suo nome: Fr. quidam bernardinus parm. ex filiis ardentissimi patris francisci minim. huic operi finem dedit MCCCCCVIII.
FONTI E BIBL.: Wadding, anno 1472, n. 8; Civezza, Storia Missioni, tomo 5, 293; Calaorra, Cronica Syriae, 312; Patrem, Tableau synopt., 21; Quaresmius, Historia Terrae Sanctae, tomo 2, 807; Faloci, an. I, 1886, 61; Cod. N., 192; G. Picconi, Uomini Illustri Francescani, 1894, 48-49 e 264-266; D’Ancona, Dizionario dei Miniaturisti, 1940, 30.

ANDREA DA PARMA
Parma 1511/1518
Maestro bombardiere del secolo XVI. Nel 1511 da Mantova, dove lavorava agli ordini del Marchese, fu inviato ad Ostiglia. Appare ancora nel 1518.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Le arti minori alla corte di Mantova, 540; A. Malatesta. Armaioli, 1939, 24.

ANDREA DA PARMA, vedi anche ORTALLI FRANCESCO e VARNIERI ANTONIO.

ANDREA DA STRUMI vedi ANDREA DA PARMA

ANDRELINI PIETRO
Parma XVI secolo
L’Andrelini fu, senza dubbio, artista non privo di valore. Lavorò nella fabbrica del palazzo vescovile di Parma, quando, sul principio del XVI secolo, fu fatto rifare dal vescovo Giovanni Antonio Sangiorgio, di cui rimane lo stemma nel cortile, il quale, assieme al cornicione della facciata, serba un tenue ricordo d’arte cinquecentesca.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 329.

ANDRELINO PEDRO, vedi ANDRELINI PIETRO

ANDREOLI ALESSANDRO
Parma 1691/1724
Insegnò dapprima Istituzioni, e ottenne la cattedra nel 1691, senza salario, e nel 1694 con salario annuo. Nel 1703 fu dichiarato Lettore ordinario e tale appare ancora nel 1724.
FONTI E BIBL.: Mandati 1619-1715 (per il 1702); Cartella Studio Parmense 1651-1747 (per il 1716); Registro dello Studio, 4; Registro dei Mandati, 9 (per il 1724); Bolsi, 50; F. Schupper, Storia del Diritto Italiano, 1895, 622; F. Rizzi, Professori. 1953, 59.

ANDREOLI ANTONIO
-Parma 3 settembre 1763
Il 1° luglio 1759 venne nominato basso di camera della Corte di Parma con 6000 lire annue di soldo. Tenne l’incarico fino al momento della morte.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ANDREOLI ANTONIO
Zibello 1830-1899
Fu tra i burattinai più famosi della Bassa parmense.
FONTI E BIBL.: C. Soliani, Strade di Zibello, 1991.

ANDREOLI LUIGI
Parma 3 settembre 1906-Parma 10 agosto 1991
Fu uno dei fondatori del movimento scoutistico cattolico della provincia di Parma. Già iscritto all’Azione Cattolica diocesana, promosse nel 1924, a due anni dalla nascita a Roma dell’Associazione Scout Cattolici Italiani, assieme a monsignor Pallavicino, Brenno Gastaldi, Rodolfo Vettori e ai fratelli Barbacini e Alberti, la costituzione dei primi reparti scout cittadini, a cui si affiancarono analoghe iniziative a Noceto e Fontevivo. Scout cattolici formavano il picchetto d’onore che vegliò sulla salma di padre Lino Maupas il 15 maggio 1924 e aprì l’imponente corteo delle esequie. Parteciparono in forze anche al Convegno Eucaristico diocesano del 1925. Al primo raduno nazionale dell’Associazione Scout Cattolici Italiani che si tenne a Roma nel 1925 in occasione dell’Anno Santo, lo scoutismo cattolico parmense fu rappresentato da un consistente gruppo di scout cittadini unitamente ai ragazzi del riparto Noceto I, guidati da don Giuseppe Cavalli. Di tutte queste iniziative l’Andreoli fu ispiratore e realizzatore instancabile, contribuendo, tra l’altro, assieme a Giovanni Vignali alla costituzione di un riparto scout presso la parrocchia della Santissima Trinità, che si affiancò a quelli sorti presso i Salesiani in via Saffi e gli Stimmatini in Oltretorrente, andandosi a inserire, secondo il progetto pastorale del vescovo Conforti, nelle zone socialmente più degradate della città. Invisa al Fascismo, l’Associazione Scout Cattolici Italiani venne sciolta nel 1928 da papa Pio IX, preoccupato, dopo l’assassinio di don Minzoni, parroco e assistente scout di Argenta, di prevenire conseguenze più gravi. Nei diciassette anni che seguirono, durante i quali era stata proibita ogni attività, la fiamma dello scoutismo venne tenuta accesa a Parma da don Ennio Bonati che raccolse intorno a sé qualche giovane collegandosi con il gruppo delle Aquile Randagie di Milano, che svolgeva campi e attività clandestine in Val Codera. A guerra finita, a Fidenza, Salsomaggiore, Fornovo di Taro, Borgo Val di Taro e Noceto, si ricostituirono i riparti scout e a Parma, grazie all’iniziativa dell’Andreoli, di Paolino e Tarcisio Beltrame e di don Ennio Bonati, riprese l’attività, che arrivò a consolidarsi progressivamente dando vita a unità efficienti e operative. L’Andreoli, pur non avendo il carisma del capo, possedette tutte le qualità per essere una guida morale e si trovò a diventare nelle alterne vicissitudini dei primi anni del dopoguerra un punto di riferimento importante dello scoutismo parmense, a cui dedicò, unitamente all’Azione Cattolica e all’Associazione San Raffaele, buona parte delle proprie energie, rimanendo in servizio fino agli ultimi anni della sua operosa esistenza.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 18; G. Gonizzi, Notizie manoscritte.

ANDREOLI MIRKO
Coenzo 14 ottobre 1921- Villa Cadé 9 febbraio 1945
Da bambino si trasferì con la famiglia a Parma in via Lago Tana 5. La nobile figura dell’Andreoli fu esaltata da protagonisti della lotta partigiana che lo ebbero al loro fianco, come Ubaldo Bertoli, autore de La Quarantasettesima, uno dei capolavori della letteratura resistenziale, e come Massimiliano Villa, comandante della brigata e autore, insieme con Mario Rinaldi, della documentazione sulla guerra partigiana nelle Valli dell’Enza e della Parma, dal titolo Dal Ventasso al Fuso. Attraverso queste testimonianze, emergono le qualità umane, il coraggio e i generosi impulsi dell’Andreoli. Agli inizi fece parte del primo gruppo Artoni formatosi a Campora, poi entrò nella 47a Brigata Garibaldi, ottenendo in breve il comando del distaccamento Buraldi. La sua cattura avvenne il 5 gennaio 1945 a Bazzano, per una delazione. Fu trucidato dai Nazisti il 9 febbraio 1945 a Villa Cadé insieme ad altri venti martiri, in gran parte parmigiani. Questa la motivazione della riconpensa della medaglia d’oro al valore militare conferita dal presidente della Repubblica con decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 2 agosto 1995: Appena ventenne, sospinto da acceso spirito di rivolta contro l’oppressore, entrava tra i primi nelle formazioni partigiane parmensi, subito emergendo per capacità organizzative ed eccezionale coraggio. Comandante di uno dei più agguerriti distaccamenti della 47° Brigata Garibaldi, trascinava i suoi uomini in molteplici combattimenti. Catturato in un’imboscata e tradotto a Ciano d’Enza centro di martirio per molti partigiani, veniva riconosciuto dal nemico e sottoposto a indicibili torture. Pur martoriato, manteneva un fiero e sprezzante contegno verso i suoi aguzzini che, furenti del suo nobile silenzio, lo assassinavano e abbandonavano il corpo nel mezzo della Via Emilia. Luminoso esempio di virtù militari e civili, è ricordato come un faro della Resistenza parmense per le future generazioni.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 27 ottobre 1995, 12.

ANDREOTTI ALDO
Pisa 1899-
Dottore commercialista, già professore incaricato nella facoltà di Economia e Commercio presso l’Università di Parma, fu presidente del collegio sindacale della Cassa di Risparmio di Parma, e autore di vari scritti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 16.

ANDREOTTI BATTISTA
Parma 1587/1589
Morto Baldo Puelli sul finire del 1587, fu prescelto a sostituirlo quale archivista dell’Archivio Comunale di Parma, con deliberazione dell’11 gennaio 1588, l’Andreotti, detto de’ Cassi. Ma questi non potè esercitare subito il suo mandato perchè gli eredi del Puelli ritardarono a fare la consegna dell’Archivio al nuovo eletto. Perciò gli Anziani, visto che molto si indugiava, con danno del Comune e della cittadinanza, ordinarono ai detti eredi di consegnare all’Andreotti le chiavi dell’Archivio e tutte le scritture che fossero presso di loro. E questo ebbe luogo il 30 giugno 1589.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.

ANDREOTTI ROBERTO
Castiglione delle Stiviere 31 maggio 1908-Parma 25 dicembre 1989
L’Andreotti appartenente ad una famiglia di magistrati. Dopo gli studi classici, si laureò brillantemente in Lettere antiche presso l’Università degli Studi di Bologna, con il professor Arturo Solari, il 12 luglio 1929. Il suo insegnamento presso il Liceo Classico Romagnosi di Parma, dove ricoprì la cattedra di Storia e Filosofia dal 1930 al 1939, fu ricordato con ammirazione e affettuosa riconoscenza dai suoi allievi. Nonostante la giovane età, la profondità della cultura, la maturità dell’ingegno e la severa coscienza morale ne fecero, già allora, un maestro insuperabile, che sapeva trasmettere, attraverso un insegnamento ampio e completo, ma chiaro e accessibile a tutti, mai nozionistico, formative lezioni di vita. Ne sono testimonianza i due manuali di Storia antica composti per le scuole di ordine superiore, L’Universalità della storia di Roma: in essi si esclude il più possibile il ricorso al dato nozionistico con l’intento di cogliere piuttosto, dalla storia orientale, a quella greca, a quella romana, il processo costante da cui deriva la vita dell’età moderna e contemporanea. Il manuale, con i continui riferimenti alla letteratura, alle arti e alla filosofia, è visto come mezzo di collegamento tra le discipline di studio degli allievi, volto a svilupparne lo spirito critico, in una visione aperta della storia, da cui derivare un insegnamento il più possibile vivace e formativo. Questa impostazione didattica rimase costante caratteristica anche nei successivi anni di insegnamento universitario. L’Andreotti conseguì la Libera docenza in Storia antica nel 1934. Nel 1939, a seguito di concorso, divenne membro dell’Istituto Italiano per la Storia antica di Roma. Dovette poi rinunciare, cedendo il posto a Santo Mazzarino, riuscito secondo nel concorso, perchè chiamato alla Cattedra di Storia romana (con esercitazioni di epigrafia latina) dalla Reale Università di Torino, dove tenne, il 15 maggio 1940, la prolusione su L’unità della Storia di Roma, tema ampio e complesso, affrontato con matura capacità critica mirante a ricercare, al di là dei fatti contigenti, l’essenza dei grandi fenomeni del divenire storico. Il suo insegnamento di Storia romana e di Storia greca, di cui ebbe l’incarico dal 1940, presso l’Ateneo torinese continuò fino al 1965, quando, istituita a Parma la Facoltà di Magistero, vi ottenne il trasferimento per avvicinarsi alla consorte, Luisa Stevani, sua preziosa collaboratrice, e per un ritorno definitivo nella sua città di adozione, dalla quale non aveva mai voluto staccarsi e alla cui vita culturale aveva sempre fornito notevoli contributi. A Parma tenne l’insegnamento di Storia, poi Storia romana, e contemporaneamente, dal 1966, quello di Civiltà greca, maestro apprezzato per collaboratori e allievi per l’ampiezza di interessi, la disponibilità al dialogo culturale e per la profonda umanità. Nel 1966 fu insignito della Medaglia d’oro quale benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte. Il 19 marzo 1984, con decreto del Presidente della Repubblica, fu nominato professore emerito. Per ragioni di salute aveva già da tempo dovuto ritirarsi dall’insegnamento e dagli amati studi. La sua produzione, assai ampia e varia, inizia fin dagli anni universitari (è significativa la precocità del suo ingegno: le prime pubblicazioni risalgono infatti al 1927). Essa comprende innanzitutto studi specialistici di alto livello scientifico sull’Impero romano, sul quale l’opera di sintesi per la Storia Universale Vallardi, diretta da E. Pontieri (1959), rimane ancora utile contributo anche per l’attenzione critica rivolta alle fonti. Di particolare acutezza appare l’interpretazione di figure storiche quale quella dell’imperatore Giuliano, la cui conoscenza aveva particolarmente risentito di una tradizione storiografica di tendenza. Dagli studi dell’Andreotti, volti a cogliere l’operato e la personalità dell’Imperatore (ai vari articoli particolari, seguì l’opera complessiva del 1936, e poi un più approfondito esame dell’attività di legislatore di Giuliano, caratterizzante la matura produzione dello storico) emerge la figura di un uomo tormentato per la difficile necessità di dominare e ordinare i complessi problemi del suo tempo. Il ritorno alle tradizioni e alle leggi del passato viene quindi interpretato non nell’ambito di un contrasto politico-religioso, quanto piuttosto entro il programma di restaurazione dell’Impero, nel quale pesa tuttavia la mancanza, da parte di Giuliano, di una più esatta valutazione della realtà storica del tutto nuova e complessa per il conflitto intrinseco tra eredità pagane e attualità cristiane. Dottissima è l’ampia voce Licinius per il Dizionario Epigrafico De Ruggiero (1958-1959). Anche a questa figura furono in seguito rivolti ulteriori studi, tesi a coglierne criticamente la portata entro la tradizione storiografica latina (1960) e nell’ambito dei rapporti con Costantino (1962). A quest’ultimo personaggio furono indirizzati gli interessi dell’Andreotti fin dai primi studi su Costanzo Cloro, visto anche in relazione alla politica del figlio (1930). Più specificatamente dedicate a Costantino sono ricerche su problemi religiosi, giuridici, cronologici ed epigrafici (La politica religiosa di Costantino, 1933; Contributo alla discussione del rescritto costantiniano di Hispellum, 1964; Recenti contributi alla cronologia costantiniana, 1964; Problemi di epigrafia costantiniana. I. La presunta alleanza con l’usurpatore Lucio Domizio Alessandro, 1969) tese a valutarne la portata storica entro e oltre il significato, spesso propagandistico, della tradizione storiografica. Rientrano negli interessi per l’impero romano le ricerche sul complesso periodo della cosiddetta anarchia militare del III secolo d.C. (Il separatismo gallico nell’anarchia imperiale del secolo III d.C., 1934; L’usurpatore Postumo nel regno di Gallieno, 1939; Il culto dello Hercules Magusanus e dello Hercules Deusoniensis nella politica dell’usurpatore Postumo, 1940; Religione ufficiale e culto dell’imperatore nei libelli di Decio, 1965), e quelle sui problemi di sicurezza e di controllo del commercio (1969) e sulla politica finanziaria di Diocleziano (1975), ultimo contributo dell’Andreotti, uscito solo in riassunto. Ma molti altri furono gli studi dell’Andreotti. Alcuni di essi riguardano il periodo repubblicano della storia di Roma: la monografia Cajo Mario (1940), per esempio, o il profondo contributo critico sulla nobilitas come centro della storia di Roma presentato al XII Congrès International des Sciences Historiques su Les Classes dirigeantes de l’Antiquité aux temps modernes, congresso nel quale lo stesso Andreotti introdusse la sezione dedicata all’antichità (Vienna, 1965). Oltre alle ricerche relative al mondo romano, l’Andreotti rivolse il proprio interesse anche all’ambito greco-orientale, visto come premessa alla storia di Roma: tra i numerosi contributi, quelli Sull’origine della patronomia spartana (1935), Le origini della marina spartana (1937-1938), L’Atene di Tucidide (1957), Alessandro Magno (1956 e 1957). E ancora: L’opera legislativa ed amministrativa dell’imperatore Giuliano, 1930; Il Regno dell’imperatore Giuliano, 1936; Costanzo Cloro, 1930, Il problema politico di Alessandro Magno, 1933, Monarchie orientali e libertà greche. Profilo storico del mondo mediterraneo prima della conquista romana (1948); Impero romano (1959). Vivo interesse, come già detto, l’Andreotti ebbe anche per la storia locale: Storici e Archivistici nella Deputazione Parmense (1952), studi relativi a Parma nell’antichità (1928 e 1935), alla viabilità antica (1927, 1928 e 1965) e, soprattutto, a Veleia (1934, 1955, 1962 e 1969), anche se in parte prodotti in età giovanile, rimangono di costante riferimento per specialisti e cultori della materia. Oltre a questa produzione, di lui rimangono i numerosi contributi occasionali, quali discorsi o commemorazioni, la collaborazione, dal 1934 al 1937, con il Corriere Emiliano, introduzioni storiche a opere di vario argomento relative al patrimonio culturale cittadino e ai suoi molteplici interessi. Alla base di tutta questa produzione si coglie costantemente una rigorosa disciplina di studi: i risultati della ricerca, spesso complessa e articolata, sempre scrupolosa e puntuale, condotta con acuto spirito critico, si traducono in una forma limpida e chiara ma pur sempre esattissima e accessibile a tutti. In questo sembra di poter cogliere la coscienza di un dovere da svolgere, sempre avvertita fin dai primi anni del suo insegnamento a Parma, derivata da una concezione aperta della storia, intesa non come arida e nozionistica rassegna di fatti, ma come un susseguirsi di problemi legati alla vita dell’uomo, e per questo sempre vivi e attuali, la cui conoscenza risulta utile e necessaria. L’Andreotti fu prima Segretario (1949-1955), poi Presidente (1956-1963) della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Fu voluta dall’Andreotti la collezione Fonti e Studi, Serie I e II, affinché proseguisse i Monumenta ad Provincias Parmensem et Placetinam pertinentia: i primi volumi videro la luce negli anni 1963 e 1964. Il centenario della Deputazione, caduto nel 1960, venne ricordato, tra l’altro, con la pubblicazione di un volume celebrativo (1962).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1989, 235-236; M.G. Arrigoni Bertini, Andreotti, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1990, 33-39.

ANDREOZZI BENEDETTO
Parma XVI secolo
Speziale attivo in Parma nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 36.

ANDRIOLO, vedi BOCCALARI ANDRIOLO

ANDRIOLO DE BURONO, vedi BURONI ANDRIOLO

ANDROMACO
Parma 1494
Fu medico, filosofo e canonista. Lesse all’Università di Bologna (1494) e fu molto reputato ai suoi tempi.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 129.

ANELI, vedi ANELLI

ANELLI ANTONIO
Parma 1481
Sul finire del XV secolo si trova memoria di Antonio de Anellis scriptor, il quale doveva avere dal Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma al 3 Aprile 1481, lire 3 e soldi 12 per spese di carta e per avere scritto certi quinterni di un Breviario a don Giacomo da Parma, monaco nel monastero medesimo.
FONTI E BIBL.: Archivio dei PP. Benedettini, Mastro segnato, M.A. (Archivio di Stato, Parma); E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3.

ANELLI EGISTO
Parma 14 novembre 1852-1926
Figlio di Cesare e Maddalena Livraghi. Avvocato di primo piano, lasciò a una certa età la professione forense per dedicarsi all’attività di consulente legale della Cassa di Risparmio di Parma. Nel 1889 venne eletto consigliere comunale con la prima Amministrazione Mariotti (che fu anche la prima eletta con suffragio allargato). Essa cadde l’anno dopo, e da allora l’Anelli non accettò più alcuna candidatura. Democratico conservatore, uomo di vecchio stampo, l’Anelli fu persona coltissima: conobbe alla perfezione latino, greco e tedesco, e fino agli ultimi giorni della sua vita, già avanti negli anni, era solito recitare a memoria squarci di Petrarca, Dante, Virgilio. L’onorevole Berenini, commemorandolo in aula, lo disse un maestro.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 12.

ANELLI GIOVANNI
Parma prima metà del XIX secolo
Pittore decoratore attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 5.

ANELLI GUIDO
Vigolone 20 aprile 1912-Cazoria Guarico 9 marzo 1969
Sacerdote caratterizzato da una forte personalità, venne destinato nel 1939 a reggere la parrocchia di Belforte, piccola frazione dell’Appennino parmense alla quale si accedeva soltanto per una stretta ed erta mulattiera. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale divise le ansie e i dolori con le famiglie dei combattenti e a tutti fu sempre vicino dando conforto e infondendo coraggio. Dopo l’8 settembre 1943 anche nelle contrade della valle del Taro la popolazione si ribellò organizzandosi in gruppi armati, dando così inizio alla Resistenza. La canonica di Belforte diventò il centro dell’attività cospirativa: vi vennero formate le prime bande che furono le matrici delle brigate partigiane. La 2a Julia fu una di queste e l’Anelli, oltre che l’organizzatore, ne fu anche il primo cappellano. La lotta divampò per tutta la valle del Taro, e le azioni di guerra della 2a Julia, sempre più consistenti e articolate, logorarono sistematicamente i Tedeschi trincerati nei vari centri di fondovalle e nei caselli ferroviari o schierati lungo la strada nazionale della Cisa. Il 17 ottobre 1944 il nemico riuscì a colpire la testa del movimento partigiano parmense con l’eccidio, a Bosco di Corniglio, del Comando unico. Pochi giorni dopo, la canonica dell’Anelli ospitò tutti i comandanti delle brigate partigiane, che poi elessero nella sede del Comando della 2a Julia, alla Pietra di Belforte, il nuovo vertice militare. In una delle prime riunioni tenute dal nuovo comando venne deciso che l’Anelli avrebbe dovuto attraversare la linea Gotica e raggiungere Roma per riferire sulla situazione al Governo e chiedere aiuti concreti onde poter far fronte ai gravi e pressanti problemi creatisi a seguito del continuo aumento dei componenti le brigate dell’Ovest Cisa, minacciate dai rigori dell’imminente inverno. L’Anelli, accompagnato dal capitano dei corazzieri Abba, raggiunse Firenze, dove fu ricevuto personalmente dal generale Alexander. Da Firenze si portò a Roma, ove ebbe colloqui col presidente del Consiglio Bonomi, col capo di Stato Maggiore dell’Esercito e col ministro del Tesoro. Ricevette assicurazioni che i lanci di materiale bellico e di conforto per i partigiani sarebbero stati intensificati e ottenne subito un contributo di tredici milioni di lire. Per il ritorno, si decise di trasportare l’Anelli con un aereo e lanciarlo col paracadute nel Piacentino. Si portò poi a Bardi e, fatte le consegne al Comando unico, ritornò nella sua parrocchia. Il valore della missione dell’Anelli fu suggestivamente descritto dal Pellizzari: Quei denari furono la salvezza delle nostre formazioni quando due settimane più tardi, in una terribile ripresa dell’inverno, si scatenò contro di noi il più imponente e violento rastrellamento di tutta la guerra: tutte le Brigate furono tempestivamente e abbondantemente provviste di moneta; i reparti organizzati e allontanati dalle basi e dai rifornimenti, e persino i volontari dispersi poterono comprare a contanti il grano e il vino necessari; migliaia di combattenti furono salvati dall’inedia e dal congelamento, grazie a quei benedetti milioni che la Patria ci aveva donati e che un umile prete di campagna ci aveva portati per la via del cielo. Nel febbraio del 1945 l’Anelli fu di nuovo in cammino per riattraversare la linea Gotica, chiamato a compiere un’altra delicata e pericolosa missione. Nel Bresciano, il rastrellamento del gennaio era riuscito a colpire duramente le formazioni partigiane. Una delle più efficienti brigate della zona, guidata dal comandante Perlasca, caduto durante il rastrellamento (e insignito della medaglia d’oro della Resistenza), si trovava in una situazione estremamente critica: degli effettivi della formazione, molti erano i morti, i feriti e gli sbandati. L’Anelli, paracadutato in quella zona a capo di una missione alleata, ricostituì la brigata, alla quale impose il nome del leggendario comandante Perlasca, e in brevissimo tempo la rese operante in quel settore reso nevralgico dalla vicinanza di Salò, sede provvisoria del governo di Mussolini. L’Anelli vi rimase sino alla Liberazione. A guerra finita ritornò a Belforte e riprese l’esercizio del suo ministero. All’attività che ispirava il suo apostolato sacerdotale, l’Anelli unì una febbrile azione, anche politica, a favore dei ceti più deboli, ma soprattutto a favore dei suoi montanari. Nel suo pragmatismo, stigmatizzò il prevalere delle discussioni sull’azione di ricostruzione del Paese, affermando che le lunghe diatribe che fomentano le discordie portano agli stessi malanni della dittatura e ne sono il più efficace richiamo; mentre l’ingiustizia e il terrorismo offrono uno dei più validi contributi a quel discredito che portò il fascismo alla rovina. Tra i primi alzò la guardia contro ideologie e metodi che stavano pericolosamente dilagando per la nazione e scese di nuovo in campo per difendere i valori della libertà e della democrazia per la conquista dei quali tanto sangue era stato versato. Assieme a Enrico Mattei, Mario Ferrari Aggradi, don Giuseppe Cavalli, Franco Franchini, Giuseppe Molinari, Gino Cacchioli, Giovanni Vignali e a tanti altri partigiani, amalgamati nel crogiuolo degli stessi ideali, recò un determinante contributo alla creazione dell’Associazione partigiani cristiani, alla quale dedicò un’intensa attività. Ma il pensiero dell’Anelli fu sempre rivolto alla povertà della gente delle sue montagne. Bussava a tutte le porte per trovare un lavoro dignitoso ai giovani e ai bisognosi, e strapparli così alla misera esistenza che essi conducevano vivendo in troppi sui sassosi e aridi campi della montagna. Fece inoltre annullare diversi contratti che negozianti avevano stipulato con amministratori di Comunalie per l’acquisto di ingenti quantità di legna a prezzi che la svalutazione galoppante aveva reso ridicoli. Così, ai nemici politici, che con le sue scelte si era creato, si aggiunsero i nemici economici, colpiti nei profitti. Entrambi resero difficoltoso l’esercizio del suo ministero, tanto che, verso la metà degli anni Cinquanta, decise di emigrare in Venezuela, dove, con l’ardore e l’esuberanza propri del suo carattere, continuò a portare il messaggio di Cristo, al quale sempre si era ispirato anche nei momenti più cupi della guerra partigiana prima e delle lotte civili poi.
FONTI E BIBL.: S. Giliotti, in Gazzetta di Parma 7 maggio 1990, 3, e 13 maggio 1990, 19.

ANELLI MARIO
Parma 9 giugno 1882-Parma 3 settembre 1953
Nato dall’avvocato Egisto e da Elvira Ughi, frequentò il liceo G.D. Romagnosi di Parma e si laureò nell’Università di Parma in scienze naturali a pieni voti nel 1905. Assistente volontario all’Istituto di Mineralogia fino al 1910, passò effettivo a quello di Geologia, ove rimase fino all’ottobre del 1924, quando fu soppressa la Facoltà di Scienze. Venne quindi incaricato della conservazione dell’Istituto e del Museo di Geologia e Paleontologia. Libero docente dal 1927, diresse per incarico l’Istituto di Mineralogia dell’Università di Parma e dal 1929 fu nominato membro del Comitato nazionale delle ricerche per la geologia. Nel dicembre di quello stesso anno fu incaricato della direzione dell’Istituto di Geologia dell’Università di Modena, ove nel 1936 passò di ruolo come professore di Geologia. Rimase in quella sede, come direttore, fino al 1938, ma restò nel contempo incaricato del corso di Geologia all’Università di Parma. Dal 1942 fu direttore dell’Istituto di Geologia di Parma, carica che mantenne fino al 31 ottobre 1952 quando venne collocato fuori ruolo. Alla morte, lasciò per testamento ogni sua sostanza alla Società protezione degli animali. La sua produzione scientifica consta di una quarantina di pubblicazioni nel campo geologico: una produzione che potrebbe sembrare numericamente modesta, se non si soppesassero la densità dei problemi, la quantità dei dati e la grande mole di lavoro che dietro quelle poche pagine e quegli schizzi appare chiaramente. Un’eccessiva cautela nell’esporre le sue ipotesi di lavoro e di ricerca sulla evoluzione geologica dell’Appennino e la sua innata modestia lo frenarono nel rendere pubblici dati e idee che sicuramente avrebbero potuto avere un peso determinante sulle nuove concezioni di tettonica gravitativa che da pochi anni cominciavano a farsi strada sia nello studio della catena appenninica sia in quello della catena alpina. La sua competenza, tuttavia, dovette certamente essere apprezzata al di fuori del campo strettamente accademico, se alcune importanti società minerarie, tra le prime ad iniziare l’esplorazione in Italia, si rivolsero a lui per molti anni: così divenne consulente dell’AGIP e dell’Ente Zolfi Italiani, nonché collaboratore disinteressato di geologi impegnati con altre società. In seguito, anche tra gli studiosi di geologia dell’Appennino, il riconoscimento di valore delle sue ricerche divenne generale e concorde. Nel 1908 l’Anelli presentò in un saggio (L’Eocene nella vallata del Parma, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXVII 1908, pagine 124-158) la classica successione geologica dell’alta e media Val Parma, solo di recente riscoperta e completata da nuove ricerche biostratigrafiche e tettoniche. Tra il 1913 e il 1915 egli segnalò e descrisse organicamente, per la prima volta, gli affioramenti miocenici dell’Appennino parmense, argomento approfondito in successivi lavori sull’evoluzione morfologica del Modenese e del Reggiano (I terreni miocenici tra il Parma e il Baganza, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXXII 1913, pagine 195-272; Cenni geologici sui dintorni di Traversetolo e di Lesignano Bagni, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXXIV 1915, pagine 79-136; Contributo alla morfologia dell’Appennino modenese e reggiano, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXXVII 1918, pagine 93-114; Sulla presenza dell’Oligocene nel Subappennino reggiano, in Bollettino della Società Geologica Italiana XLII 1923, pagine 93-114; Tettonica dell’Appennino parmense e reggiano. Cenni su alcune località presentanti manifestazioni di idrocarburi, in Bollettino della Società Geologica Italiana XLII 1923, pagine 377-398). Per dare una spiegazione logica alle intercalazioni di argille scagliose tra i sedimenti marini dell’Oligocene, per la prima volta da lui segnalati, e del Miocene, propose l’idea di uno scivolamento gravitativo di materiali prevalentemente argillosi caoticizzati entro il bacino di sedimentazione oligomiocenico, anticipando nel 1923 di quasi trent’anni, la scoperta degli olistostromi, più tardi descritti in tutto il mondo e conosciuti in tutte le serie marine: L’intercalazione, scriveva l’Anelli, di una falda di argille scagliose fra i terreni oligocenici e quelli miocenici in corrispondenza di un’area di oltre cento chilometri quadrati, potrebbe spiegarsi o con una gigantesca intrusione di tipo laccolitico (il che, data l’enorme estensione, non mi sembra probabile), oppure ammettendo che, in conseguenza di un formidabile corrugamento orogenetico, di data anteriore al deposito dei terreni miocenici, si sia effettuato un grandioso slittamento di argille scagliose con ricopertura dell’Oligocene (Sul comportamento tettonico delle argille scagliose nell’Appennino emiliano, in Rendiconti della Reale Accademia Nazionale dei Lincei, classe scienze matematiche fisiche naturali, s. 5, XXXII 1923, 2, pagine 416-419). Inoltre ai fenomeni di ricoprimento offerti dall’Oligocene sono anche da aggiungere quelli consimili, benché in scala più ridotta, nei terreni miocenici e pliocenici (Su alcuni fenomeni di ricoprimento nell’Appennino emiliano, in Rendiconti della Regia Accademia Nazionale dei Lincei, s. 6, IX 1929, pagine 202-205; Ricoprimento di terreni pliocenici nell’Appennino reggiano in Rendiconti della Regia Accademia Nazionale dei Lincei XV 1932, pagine 478-482). In antitesi con i sostenitori di scuola germanica delle falde di ricoprimento di stile alpino nell’Appennino, l’Anelli precisa: tuttavia, il contrasto tra lo spiegazzamento degli strati e l’andamento quasi orizzontale dei piani di separazione potrebbe essere assai suggestivo considerando il grandioso ricoprimento appenninico delle argille scagliose come dovuto ad un formidabile, lento slittamento regionale, probabilmente effettuatosi su di una superficie sottomarina situata a mediocre profondità ed avvallantesi gradualmente sotto l’avanzata della colossale frana (Le acque minerali nelle colline fra lo Stirone e il Taro, in Giornale Italiano di Scienze Idrominerali Clim. X-XI 1930, pagine 3-21). Del 1927 è un’importante messa a punto del problema delle arenarie appenniniche con una prima distinzione e discussione su quelle a facies di macigno (Sopra alcuni lembi di macigno dell’Appennino parmense, in Giornale di Geologia II 1927, pagine 65-71). Tale argomento, ripreso otto anni dopo e inquadrato in più ampi orizzonti di geologia regionale (Sopra alcuni lembi di arenarie superiori dell’Appennino settentrionale, in Ateneo Parmense VII 1935, pagine 89-99), chiarì ulteriormente il problema delle arenarie superiori. Una serie di importanti lavori scientifici dell’Anelli è rivolta alla esplorazione geologica del sottosuolo, che in quegli anni prese vigore e attualità. Così il tema della struttura di Salsomaggiore (Cenni tettonici sulla regione collinosa interposta tra lo Stirone ed il Taro, in Bollettino del Regio Ufficio geologico LII 1927, pagine 1-56), zona famosa per le sue manifestazioni di idrocarburi, viene presentato in modo completo e come esempio da seguire per le nuove indagini petrolifere. Sempre a questo argomento l’Anelli dedicò una serie di contributi scientifici, anche in collaborazione con geofisici (Hangend und Liegendplatte, in Zentralblatt für Min. und Geol. VI 1926, pagina 187, in collaborazione con W. Salomon; L’acqua minerale di Montepelato nella pianura parmense, in Miniera Italiana 7 1925, pagine 201 s.; Contributo alle ricerche petrolifere nell’Appennino emiliano, in Miniera Italiana 3 1926, pagine 65-76; Il colle di San Colombano al Lambro, in Miniera Italiana 5 1928, pagine 145-148, in collaborazione con C. Porro; A proposito di una perforazione in corso nell’Appennino parmense, in Miniera Italiana 6 1928, pagine 305-307; Search of Oil in Parma Discrict Western Italy, in Bull. of the Am. Assoc. of Petrol. Geol. XVI 1932, pagine 1152-1159, in collaborazione con A. Belluigi; Cenni geologici sulla regione collinosa fra il Secchia e il torrente Tiepido, in AGIP. Ricerche in Italia, 1935, pagine 37-75; A proposito di terreni petroliferi dell’Italia settentrionale, in Industria Mineraria 1936, pagine 118-122; I risultati geologici dell’esplorazione per petrolio nella valle Padana, in Industria Mineraria 1936, pagine 263-265; Descrizione geologica del giacimento di Podenzano, in Il convegno nazionale metano (AGIP), XIV, 1939, pagine 5-14) che dimostrano come la ricerca applicata agli idrocarburi con criteri moderni, trovasse in lui uno dei primi ed entusiasti sostenitori. Proprio in questo periodo svolse un’intensa attività di rilevamento geologico, utilizzato pure per la Carta geologica d’Italia, che lo condusse a cartografare, insieme con F. Sacco, al 25.000 circa duemila chilometri quadrati di collina e di montagna appenninica (Carta geologica d’Italia, a cura del Regio Ufficio Geologico, Foglio Parma, Roma, 1931; Foglio Castelnuovo ne’ Monti, Roma, 1931; Foglio Modena, Roma, 1932). Con questa enorme massa di dati e di informazioni scientifiche, l’Anelli formulò l’ipotesi delle frane tettoniche per spiegare gli anormali ricoprimenti di formazioni caoticizzate sopra l’autoctono e come questi si ripetessero per tutta l’era terziaria fino al Pliocene. Riconobbe inoltre la parautoctonia del flysch nummulitico esterno, scollato dal suo substrato argilloso dalla falda gravitativa avanzante verso l’attuale pianura padana. A questo grandioso fenomeno che dovette coinvolgere quasi tutto il futuro Appennino settentrionale, sarebbero seguiti nuovi scollamenti e scendimenti gravitativi mentre a settentrione della avanfossa ormai colmata si generava, per reazione, il primo abbozzo di quella ruga che, durante il Miocene, forse separava l’area appenninica da quella corrispondente alla pianura ed è ancora avanti a questa che più tardi, anteriormente al Pliocene, sorsero, dove oggi si estende la Pianura Padana, quei rilievi la cui esistenza ci è rivelata dalla gravimetria ed accertata dalle sonde, rilievi che, come hanno mostrato le perforazioni petrolifere, furono interessati per quanto debolmente da disturbi tettonici agli albori del Quaternario (Note stratigrafiche e tettonache sull’appennino di Piacenza, in Atti e memorie della Regia Accademia di scienze, lettere e arti di Modena III 1938, pagine 228-262). Delle sue escursioni geologiche nell’arco alpino o nell’Appennino centrale e meridionale, non rimane che una importante nota del 1938, di carattere riassuntivo e sintetico, riguardante i monti del Salernitano e della Lucania (Sulla presenza di falde di ricoprimento nell’Italia meridionale, in Atti della Società dei naturalisti e matematici di Modena LXIX 1938, pagine 1-15). In essa l’Anelli, dopo un breve quadro dei principali problemi geologici, afferma che il Trias dolomitico insieme ai più recenti terreni calcarei costituenti il gruppo del Cilento e buona parte dei monti salernitani, è venuto a sovrapporsi al Trias selcifero della Lucania rivestito dal flysch terziario, anticipando di alcuni decenni le successive concezioni geologiche. L’opera scientifica dell’Anelli non si esaurì certamente nel 1942, anno a cui risale l’ultima delle sue pubblicazioni. Anche dopo il rientro a Parma, fino al 1952, quando venne collocato fuori ruolo, egli continuò le ricerche su quell’Appennino che, oltre ai problemi da lui già brillantemente risolti, presentava sempre enormi interrogativi, tanto che di fronte ad essi gli sembrò vano sforzo il suo stesso lavoro. Oltre a quelli citati nel testo, si segnalano i seguenti scritti dell’Anelli: Cenni petrografici sui conglomerati dei Salti del Diavolo in val Baganza, in Bollettino della Società Geologica Italiana XXIX 1910, 257-286; I dintorni di Rossena, in Bollettino della Società Geologica Italiana XLI 1922, 17-29; I graniti di Groppo del Vescovo, in Giornale di Geologia II 1927, 58-64; Sopra alcune particolarità tettoniche dell’Appennino emiliano, in Giornale di Geologia II 1927, 72-74; A proposito di una sezione geologica nell’Appennino reggiano, in Rendiconti della Regia Accademia Nazionale dei Lincei, classe di scienze matematiche fisiche naturali X 1930, 202-205; Sezioni geologiche attraverso l’Appennino parmense, in Giornale di Geologia X 1935, 1-27; Considerazioni sulla posizione tettonica del Trias nell’alta valle della Secchia, in Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Modena LXVI 1935, 20-36; Appunti paleontologici a proposito delle cosiddette argille scagliose, in Rivista italiana di Paleontologia XLI 1935, 33-44; Il golfo pliocenico di Castellarquato, in Giovane Montagna, Parma, 1938, 2; Somalia italiana di G. Corni, in Atti e memorie della Regia Accademia di Scienze Lettere Arti di Modena III 1938, 3-15 in collaborazione con B. Donati e A. Vaccari; Sulla presenza di Aptici nelle cosiddette Argille scagliose dell’Appennino emiliano, in Rivista Italiana di Paleontologia XLIV 1938, 82-93; Calcari a Calpionelle, diaspri e rocce ofiolitiche nell’Appennino settentrionale, in Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Modena LXIX 1938, 67-77; Sulle concentrazioni albitiche dell’alta Val Taro, in Bollettino della Società Geologica Italiana LXI 1942, 273-288, in collaborazione con G. Carobbi.
FONTI E BIBL.: Bollettino della Società Geologica Italiana LXXI 1953, 156-159 (necrologio); F. Mutti, Sul possibile significato stratigrafico del macigno della Val Trebbia, in Rivista Italiana di Paleontologia LXVII 1961, 6; G. Zanzucchi, Commemorazione, in Ateneo Parmense XXXIV 1963, 3-11; P. Elter-C. Gratziu-B. Labesse, Sul significato della esistenza di una unità tettonica, in Bollettino della Società Geologica Italiana LXXXIII 1964, 14; G. Braga, Geologia delle valli Nure e Perino, in Atti dell’Istituto di Geologia dell’Università di Pavia XVII 1965, 19; E. Montanaro Gallitelli, Quarant’anni di geologia, in Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Modena XLVII 1966, 259-266; K.J. Reutter, Die tektonischen Einheiten des Nordapennins, in Ecl. Geol. Helvetiae LXI 1968, 185; E. Abbate e altri, Introduction to the Geol. of the Northern Apennines, in Development of the Northern Appennines Geosyncline, a cura di G. Sestini, in Sedimentary Geology IV 1970, 242; E. Abbate-M. Sagri, The Eugeosynclinal Sequences, in Sedimentary Geology IV 1970, 278, G. Zanzucchi, Tectonics of the Parma Province Apennines, in Alps, Apennines, Hellenides, in Inter Union Comm. Geodyn, Scientific Report, n. 58, Stuttgart, 1978, 277; S. Iaccarino-G. Papani, Il Messiniano dell’Appennino settentrionale, in Volume dedicato a S. Venzo, Parma, 1980, 16, 33, 40 s.; G. Zanzucchi, I lineamenti geologici dell’Appennino parmense, in Volume dedicato a S. Venzo, Parma, 1980, 227; B. D’Argenio, Lo sviluppo delle conoscenze geologiche moderne nell’Italia meridionale, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia italiana, Bologna, 1984, 306; G. Merla, La tettonica dell’Appennino settentrionale dagli albori al 1950: riflessioni e ricordi, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia italiana, Bologna, 1984, 182; M. Pieri Storia delle ricerche nel sottosuolo padano, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia italiana, Bologna, 1984, 158-161; L. Trevisan, Autoctonismo e faldismo nella storia, in Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare della Società geologia italiana, Bologna, 1984, 191; B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 12; G. Zanzucchi, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXXIV, 1988, 122-125.

ANELLI PELLEGRINO
Parma 1377/1394
Fu frate priore della Chiesa di San Michele di Calerno (1377), poi monaco nel Monastero di San Giovanni Evangelista (23 giugno 1390), infine priore della Chiesa di Santa Lucia in Corcagnano (3 novembre 1394). Il suo nome è ricordato in alcuni rogiti notarili: Frate Giacomo de l’Arena f.q. Simone abbate del Monastero di San Giovanni di Parma, Frate Pellegrino de Anellis, Priore di San Michele di Calerno, Frate Nicolo Cantelli monaco claustrale e Pino de Anellis testimonio. (1377, Rogito Paolo Palazzi, Archivio Notarile Parma). Frate Pellegrino de Anellis monaco nel Monastero di San Giovanni evangelista (23 giugno 1390, Rogito di Paolo Palazzi).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiani, 1911, 3.

ANELLI PIETRO
Parma ante 1330-ante 1399
Figlio di Pino e fratello di Tommaso, svolse la professione di coniatore. Un pregevole documento riferito dal conte Gian Rinaldo Carli (sconosciuto agli antichi scrittori delle arti belle parmensi, all’Affò e al Zani) attesta quanto segue: Anno Dominice Nativitatis mcccxxx indi. xiij die decimo mensis mai in predicto palatio civitatensi presentibus Ven: P. d. Paganus Pat.ha predictus dedit discreto viro Thomasio f.q.m d.ni Pini de Anellis de Parma, recipienti pro se et Petro fratre suo Bentiviene Mano Picino de Florentia Cive Parmensi et aliis que tibi associare voluerint ad cudendam monetam novam quam idem D. Patha vult facere de novo in civitate Aquilegie. E tra le monete annoverate dal Muratori nella sua XVII Dissertazione che egli conobbe appartenere ai Patriarchi Aquileiensi, è da credere possa essere dell’Anelli quella da lui esaminata nel Museo Lassara, citata sotto il n. XVII. L’Anelli è ancora ricordato nel seguente atto notarile: Actum parme in vicinia Sancti Johannis pro burgo de medio, in orto posito post domum habitationis condam Pitri de Anellis in qua, presentialiter habitat Lucas de Pogis (1° ottobre 1419, Rogito di Giovanni di San Leonardo, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: G. Carli Rubbi, Delle monete e della istituzione delle Zecche d’Italia, 1754, I, 260 e s.; L.A. Muratori, Dissertazioni sopra le Antichità italiane, Milano, 1751, tomo I, 530; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3.

ANELLI PINO
Parma 1377/1416
Figlio di Francesco, fu miniatore e calligrafo attivo a Parma nel 1399 per il convento benedettino di San Giovanni. Nel 1377 compare come teste in un atto notarile. Successivamente, è ricordato in diversi altri rogiti: 28 Ottobre 1399, Presente Pino de Anelis f.q.m D. Francisci vic.a Sancti Johannis pro burgo de medio (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 13 Aprile 1412, Presenti per testimoni ad un atto del Cancelliere vescovile Andriolo Riva Frate Pellegrino de Anelis Priore del Priorato di Santa Lucia di Corcagnano, e Pino de Anelis f. q.m d.ni Francisci vic.e Sancti Johannis pro burgo de medio (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 27 Settembre 1412, Pino de Anellis f.q.d. Francisci civis parme civ.a Sancti Johannis pro burgo de medio costituito procuratore da Giovanni Antonio de Anellis f.q. Petri dicti Pitoni per rogito di Antonio qm Alberto de Pesaro del 23 Dicembre 1399 (rogito di Giovanni San Leonardo, Archivio Notarile, Parma). 12 Giugno 1416, Actum parme in vic.e Sancti Stefani in domibus hospicii Cavaleti presentibus Pino de Anellis f. q.m d.ni Francisci vic. Sancti Johannis pro burgo de medio porte christine (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, volume I (1907); E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 146.

ANELLI TOMMASO
Parma 1330/1390
Figlio di Pino e fratello di Pietro. Lodato coniatore e zecchiere, tra il 1330 e il 1334 stette al servizio di Pagano, patriarca di Aquileja: Anno Dominice Nativitatis MCCCXXX ind. XIII die decimo mensis mai in predicto palatio Civitatensi presentibus Ven. P.D. Paganus Pat.ha predictus dedit discreto viro Thomasio f.q. de Pini de Anellis de Parma, recipienti pro se et Petro fratre suo Bentiviene Mano Picino de Florentia Cive Parmensi et aliis quos tibi associare voluerint ad cudendam monetam novam quam idem D. Pat.ha vult facere de novo in civitate. Parrebbe opera sua e del fratello, eseguita dopo la loro dimora in Aquileja, un suggello del Comune di Parma. L’Anelli viveva ancora in Parma nei primi anni dell’ultimo decennio del XIV secolo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, t. 5, XI; M. Lopez, 36; G.B. Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1877, 14; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3.

ANESI BIANCA
Salsomaggiore 1910-Parma 6 dicembre 1995
Figlia di commercianti. Conobbe Giordano, figlio di Italo Ferrari, nel 1932. Nacque un doppio amore, destinato a durare una vita, per l’uomo e per il mestiere di burattinaio. La Anesi entrò a far parte della famiglia Ferrari e trovò subito un posto dietro le quinte del teatrino, divenendo l’anima di diversi personaggi femminili. Diplomata al Conservatorio da mezzo soprano (studiò con il maestro Rastelli), portò in dote alla compagnia una voce incantevole: nacque così l’operetta per burattini, con la Fata Morgana, Il gatto con gli stivali, ecc. Contemporaneamente la Anesi continuò a dedicarsi al canto puro, con il cognato Emilio, eccellente violinista e direttore d’orchestra dividendosi tra i teatri e i luoghi canonici del culto della musica e le piazze conquistate dalla baracca dei Ferrari. L’Anesi fu la voce femminile dei burattini dei Ferrari per oltre mezzo secolo. Con Giordano, i cognati e il suocero Italo partecipò a tournée in tutta Europa, in Messico, in Venezuela, in Thailandia. Per l’Anesi significò farsi conoscere non solo come la voce, ma anche come una vera attrice, con grandi capacità interpretative. Lavorò intensamente fin verso il 1985. Nell’estate del 1995, a Cervia, al festival di burattini e marionette fu lei a consegnare le sirene d’oro. Fu l’ultima volta in cui salì su un palcoscenico.
FONTI E BIBL.: R. Longoni, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1995, 6.

ANFOSSI DIEGO
Parma 1831
Patriota nei moti del 1831 in Parma. Fu inquisito con la seguente motivazione: Individuo costantemente segnalato dal pubblico disprezzo pe’ suoi vizii, ignoranza e sfrontatezza. Fu il primo a vestire i simboli rivoluzionarii sino al punto di rendersi pubblicamente ridicolo. Uomo scostumatissimo, aggravato da cattivissima reputazione.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 136.

ANGELBERGA, vedi ENGELBERGA

ANGELICO DA PARMA, vedi SANTINELLI GIOACHINO

ANGELIERI DELFINO
Parma 1641
Nel 1641 fu inviato da Odoardo Farnese, solito a misurare non dalle forze ma dall’animo suo le cose, a presidiare Castro minacciata dai Barberini, con 28 cannoni e 1500 fanti. Provvide a fortificarla, offrendo con questo un nuovo pretesto a papa Urbano VIII di protestare per tali misure, valutandole un atto di ribellione, e d’inviare quindi il marchese Luigi Mattei con 6000 fanti e 500 cavalli. La spedizione durò dal 27 settembre al 13 ottobre 1641, e le rocche di Montalto e di Castro caddero nelle mani dei Pontifici, con restar dubbiosa la fede o il coraggio dell’Angelieri che sì presto capitolò la resa.
FONTI E BIBL.: L.A. Muratori, XI-II, 7; A. Valori, Condottieri, 1940, 11.

ANGELINO
Parma 1699
Fu cantante (basso) della Cattedrale di Parma il 25 dicembre 1699.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica a Parma, 1936.

ANGELO DA BORGO SAN DONNINO, vedi TOVAGLINI FRANCESCO DIONIGI GIUSEPPE

ANGELO DA PARMA
Parma-Bologna post 1316
Frate terziario regolare francescano. Fu eletto Ministro Provinciale nel Capitolo celebrato in Modena l’anno 1313. Secondo alcuni resse la Provincia per ben sei anni: questo fatto indicherebbe le non comuni abilità delle quali l’Angelo doveva trovarsi fornito. Stando all’opinione di altri, avrebbe governato assai meno, e avrebbe avuto per successore, fino all’elezione del nuovo Ministro, in qualità di Commissario generale e di Vicario Provinciale, maestro Leonardo da Cremona. Tutti peraltro convengono nel dire che l’Angelo da Parma morì in officio di Provinciale nel convento di Bologna (Anonimo, ms. bolognese). Nel tempo del suo Ministero, cioè il 31 maggio 1316, si celebrò il Capitolo generale in Napoli, al quale senza dubbio anch’egli prese parte. In questo Capitolo fu eletto Ministro Generale frate Michael Fuschi de Caesena il quale ob indiscretum zelum in acri quaestione circa paupertatem Christi et Apostolorum cadde in disgrazia del papa Giovanni XXII.
FONTI E BIBL.: Acta Ordinis, anno 1884, 136; Analecta Franciscana, tomo 2, 121-122 e tomo 3, 470; G. Picconi, Ministri e Vicari Provinciali, 1908, 68-69.

ANGELO DA PARMA
Parma XVI secolo
Appartenne all’Ordine dei terziari regolari francescani. Fu sottile e sagace ragionatore, della cui abilità si valse ripetutamente lo Stato di Milano.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 2 1977, 14.

ANGELO DA PARMA, vedi anche BRAVI ARTASERSE, CLARIO ANGELO, ROSA CARLO e ZINELLI DOMENICO

ANGELO FELICE DA PARMA, vedi FERRI LODOVICO

ANGELO FRANCESCO DA PARMA, vedi SCURANI FRANCESCO MARIA RANUCCIO

ANGELO MARIA DA BUSSETO, vedi GROSSI GIUSEPPE IGNAZIO

ANGELO MARIA DA PARMA, vedi PROVINCIALI FRANCESCO

ANGELOTTI LINO
Bedonia 26 luglio 1924-Fontanellato 22 aprile 1945
Appartenne al Comando Unico Ovest Cisa. Fu decorato con Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 63.

ANGELOTTI NICOLA
Parma XVI/XVII secolo
Schiavo dei Saraceni convertitosi all’Islam. Tra le tante mansioni concernenti le cose della fede svolte dagli inquisitori ci furono anche le indagini relative a cristiani che, convertitisi all’Islam, chidevano di essere riammessi in seno alla Chiesa cattolica. Si trattava perlopiù di persone che si presentavano spontaneamente davanti al tribunale dopo essere, a loro dire, fuggiti tra mille pericoli da qualche nazione musulmana dove avevano trascorso duri anni di prigionia. Spinti dalla disperazione e dai condizionamenti, avevano abbracciato la religione islamica mediante la pronuncia, in presenza di testimoni, della professione di fede (Ia ilaha illà Allah Mohammed rèzul Allah: Allah è il solo Dio e Maometto è il suo profeta). In effetti furono sicuramente molti coloro che, tra i secoli XVI e XVII, età di intensi traffici e conflitti all’interno del bacino del Mediterraneo, persero la libertà nel corso di battaglie o scorrerie di pirati arabi e finirono come schiavi nell’Africa del Nord o in altre zone dell’impero ottomano. E’ comprensibile che alcuni di essi acconsentissero a farsi mori nella speranza, spesso vana, di migliorare la propria condizione, essendo, almeno teoricamente, disdicevole che un musulmano tenesse in schiavitù un altro musulmano. Lo schiavo non riceveva comunque che vantaggi minimi dalla conversione, in gran parte dipendenti dal buon cuore del padrone. Tra gli uomini cui toccò in sorte d’essere schiavo di un padrone crudele ci fu l’Angelotti. Di lui si sa solo che fu preso prigioniero dai Mori e che qualche anno dopo riuscì a fuggire. Per ragioni ignote lasciò Parma per trasferirsi in una città portuale italiana, dove si imbarcò, molto probabilmente su una nave mercantile, anche se non è da escludere l’ipotesi del vascello da guerra. Le rotte commerciali toccavano le principali città del Mediterraneo, ed è verosimile che l’Angelotti possa aver lavorato per compagnie diverse, non solo italiane. L’Angelotti incappò in una azione piratesca che aveva lo scopo di razziare bottino e di rifornirsi di uomini da vendere come schiavi nei mercati nordafricani. Non si sa se l’Angelotti dovette passare da un padrone all’altro (fatto tutt’altro che infrequente) o se rimase sempre presso il medesimo proprietario. Si sa invece che quello da cui fuggì era incline al maltrattamento. L’Angelotti fu, comunque, abbastanza abile e fortunato da rimettere piede in Europa sano e salvo. Poi si presentò davanti all’Inquisizione raccontando la sua esperienza e dichiarando di essersi fatto maomettano sotto la pressione di una situazione tragica e disperata, senza però aderire interiormente. Riferì della crudeltà del suo padrone il quale arrivò a punirlo con cinquecento bastonate. La dolorosa condizione che si trovò a sopportare fa credere che la sua conversione fosse effettivamente insincera e motivata dalla speranza di vedere attenuate le proprie sofferenze. Una volta reintegrato nel corpo della cristianità, dell’Angelotti si perdono le tracce: non si sa se abbia ripreso a lavorare per mare o se sia tornato a Parma.
FONTI E BIBL.: P. Galloni, in Gazzetta di Parma 5 aprile 1989, 3.

ANGELOTTI NINO, vedi ANGELOTTI LINO

ANGHINETTI DOMENICO
Parma XIX secolo
Fu pittore di buon valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 38.

ANGHINETTI ENRICO
Parma 1872
Studiò nella Scuola di musica annessa alla banda della Guardia Nazionale di Parma, terminando il corso come allievo emerito. Nel 1872 era sottomaestro di clarino nella banda stessa.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 1993, 58.

ANGHINETTI MAURIZIO
Parma 1831
Merciaio, disarmatore dei Dragoni Ducali durante i moti del 1831 a Parma. Fu segnalato e inquisito con la seguente motivazione: Si distinse nel 10 marzo 1831 chiamandosi rappresentante del Popolo e fu nel numero di coloro che impedirono la partenza del Governo provvisorio. Figura nell’Elenco degli Inquisiti di Stato con requisitoria all’arresto.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 137.

ANGHINOLFI FRANCESCO
Parma 1426-1506
Fu, come molti altri appartenenti a questa famiglia, cavaliere gerosolimitano. Fu ambasciatore in Turchia, condusse genti, governò la città di Parma e guidò l’armata.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, I, 24; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 594.

ANGHINOLFI SIRO
Parma 1511/1539
Canonico della Cattedrale di Parma dall’anno 1511, fu prevosto della Chiesa parmense. Sepolti i corpi dei santi Martiri nella Cattedrale di Parma in un sepolcro marmoreo, e decorato la loro cappella in ogni parte, valutando essere ormai prossimo alla morte, anche a sé, da vivo, fece costruire un monumento sepolcrale, nell’anno 1539.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 120.

ANGHINULFI FRANCESCO, vedi ANGHINOLFI FRANCESCO

ANGHINULFO SIRO, vedi ANGHINOLFI SIRO

ANGILBERGA, vedi ENGELBERGA

ANGILELLA FRANCESCO
Parma 18 dicembre 1894-Monte Rasta 12 luglio 1916
Figlio di Gaetano e Giuseppa Migliore. Sottotenente di Complemento nel 126° Reggimento Fanteria, fu decorato con medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Alla testa del suo reparto, si spingeva all’assalto con mirabile ardimento. Colpito a morte a pochi passi dalla trincea avversaria, continuava ad incitare i propri dipendenti a proseguire nell’azione, e spirava poi col sacro nome d’Italia sulle labbra (Rasta, 12 Luglio 1916).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e Decorati, 1919, 271; Decorati al valore, 1964, 74.

ANGIOLINI TERESA, vedi FOGLIAZZI TERESA

ANGIOLINO DA PARMA
Parma prima metà del XVI secolo
Maestro di orologi operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 320.

ANGIOLO FRANCESCO DA PARMA, vedi ANGELO FRANCESCO DA PARMA

ANGUISSOLA ALFONSO
Salsomaggiore 1584
Conte, procuratore del Duca Ottavio Farnese, nel 1584, con Paolo Bergonzi e Girolamo Mantovati, si costituì debitore, per il Duca, verso Giuseppe Giavardi, di lire 75,373 in prezzo di 150,745 pesi e 23 mine del sale in Cervia, Cesenatico e Salsominore.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 14.

ANGUISSOLA ANNA
Parma 1750/1771
Figlia di Gianlodovico, e moglie di Uberto Ranuzio Pallavicino. Fu dama d’onore del Duca di Parma nel 1750 e cameriera maggiore della Corte di Parma nel 1771.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tavola XXVII.

ANGUISSOLA FRANCESCO
Parma 1306
Venne eletto Capitano del popolo a Parma, e nel 1306 assediò Borgotaro. Le cronache dicono di lui che con le sue gloriose azioni onorò la patria.
FONTI E BIBL.: G.C. Crescenzi, Corona della Nobiltà Italiana, Bologna, I, 1630 e II, 1642; G.B. Di Crollalanza, Dizionario storico blasonico, Pisa, 1896; V. Lancetti, Bibliografia Cremonese, Milano, 1819; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899, 26; C. Argegni, Condottieri, 1936, 44.

ANGUISSOLA GHERARDO
Salsomaggiore 1245
Nel 1245 comperò dal Comune di Piacenza tutte le ragioni che la città di Piacenza possedeva in Salsomaggiore.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 14.

ANGUISSOLA GIROLAMO
Piacenza 29 dicembre 1681-Busseto 29 marzo 1761
Fu Prevosto della collegiata di San Bartolomeo in Busseto. Figlio del conte Ferrante, appartenne ad una tra le più illustri famiglie patrizie piacentine. Fu prelato di dottrina e pietà. Nel lungo periodo di ministero parrocchiale, che si protrasse dal 1716 al 1761, si rese benemerito per l’intensa opera di apostolato spiegata tra la popolazione bussetana, che lo tenne in concetto di alta stima e venerazione. Fu vicario foraneo del vescovo di Borgo San Donnino, giudice esaminatore e penitenziere, deputato nel sinodo diocesano convocato nel 1728 dal vescovo Gerardo Zandemaria. Prelato domestico del Pontefice, morì quasi ottuagenario ed ebbe sepoltura nella collegiata di San Bartolomeo.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 29; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 20-21.

ANGUISSOLA CASONI CLAUDIA
-Parma 31 dicembre 1769
Contessa, moglie del conte Linati. Fu dama esemplare per doti di mente e di cuore, talchè fu prescelta a governatrice delle reali principesse, figlie dell’infante don Filippo duca di Parma, dalle quali fu amatissima. Fece parte della Compagnia del Sant’Angelo custode di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo custode, 1853, 58.

ANICIUS QUINTUS, vedi ANITIUS QUINTUS HERMES

ANITIUS QUINTUS HERMES
Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Probabilmente fu liberto, coniunx di Octavia Victorina, con la quale visse trentuno anni, e alla quale dedicò un’epigrafe di età imperiale (presenza della formula D.M.) documentata a Parma, ma poi perduta. La gens Anitia o Anicia, originaria della zona di Praeneste, donde si diffuse in italia e nelle province occidentali, è presente sporadicamente in Cisalpina, in questo solo caso a Parma. Hermes è cognomen grecanico, diffusissimo soprattutto per schiavi e liberti, assai frequente nell’Italia settentrionale a nord del Po, documentato in Aemilia, presente a Parma in questo solo caso.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 49.

ANNA DEL SALVATORE, vedi ORSI MARIANNA

ANNIBALE DA PARMA, vedi FOSSIO ANNIBALE

ANNIUS LUCIUS ANNUALE
Parma II/III secolo d.C.
Liberto di Lucio Annuale, fu Sestumviro Augustale. Per testamento impose che fosse predisposta la sua tomba.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 57.

ANNIUS LUCIUS CINNAMUS
Parma I secolo d.C.
Figlio di Lucio. Fu sexvir augustale di condizione libertina, il cui nome si legge su di una lastra in arenaria di sarcofago, considerato il più antico esempio di sarcofago del territorio parmense ed attribuito al I secolo d.C. Il nomen Annius, frequente dappertutto ed anche in Cispadana, è documentato ampiamente a Veleia, presente a Tannetum, e risale probabilmente ad un periodo precedente la fondazione di Parma colonia romana. Nel 218 a.C., infatti, una commissione triunvirale, tra cui era M. Annius, venne inviata per dedurre le colonie latine di Cremona e Piacenza. M. Annius, rifugiatosi con i colleghi in Modena per un’improvvisa ribellione dei Boi, fu catturato e liberato dopo sedici anni di prigionia dal console C. Servilio Gemino. Cinnamus è cognomen grecanico molto frequente per schiavi e liberti, tanto da divenire quasi simbolico del loro stato. Le caratteristiche del sepolcro depongono per una particolarmente buona condizione economica, e probabilmente anche sociale, del personaggio.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 56; M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 50.

ANNONI ALFREDO
Busseto 1913-Sozine 20 luglio 1941
Sottotenente del 7° Alpini Battaglione Cadore. Fu decorato con medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione: Comandante di plotone avanzato, riusciva, alla testa dei propri uomini, ad occupare successive posizioni, respingendo bande di ribelli preponderanti di forze. Contrattaccato sul fronte e sul fianco manteneva saldamente la posizione raggiunta, infliggendo al nemico, con il lancio di bombe a mano, gravi perdite. Avuto ordine di ripiegare, contendeva palmo a palmo con mirabile valore, il terreno all’avversario, permettendo così alla propria compagnia di sistemarsi su forte posizione retrostante. Colpito mortalmente da raffica di mitragliatrice, trovava ancora la forza di incitare i propri uomini a persistere nella lotta.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1943, 5043; Decorati al Valore, 1964, 28.

ANONIMO, vedi VITALI BUONAFEDE BONAVENTURA IGNAZIO

ANSALDO
Bardi 1197/1231
Figlio di Giovanni. Fu Conte di Bardi (1197-1231).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 42.

ANSELMI ALBERTO, vedi SANVITALE ALBERTO

ANSELMI ANTONIO
Parma XV secolo
Fu medico in Parma nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 100.

ANSELMI ANTONIO
Parma 1518 c.-
Figlio del pittore Michelangelo, fu poeta, attivo fin verso la fine del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, in Aurea Parma 1 1958, 31.

ANSELMI BARTOLOMEO
Parma 1280/1300
Scarseggiano le notizie su questo astrologo e geomante, fiorito a Bologna negli ultimi decenni del secolo XIII, e le poche che si hanno sono ricavate dalle sue opere. La prima è il Liber de occultis della Biblioteca Imperiale di Vienna, codice 3124, ff. 199rb-199vb, e porta la data del 1280. Il breve scritto parla del modo con cui l’astrologo deve accogliere chi va a consultarlo. Il titolo di magister dimostra che l’Anselmi possedette un titolo per l’esercizio della sua arte. La seconda opera, un po’ più ampia, è il Breviloquium de fructu artis tocius astronomiae, che l’Anselmi compose a Bologna nel 1286, ad preces et honorem domini Thedisii de Fusto (codice 287 della Biblioteca Comunale di Metz, f. 279r; Narducci, pagina 17) o de Fusco (codice 2 dell’Hertford College, Aula Sancta Mariae Magdalenae, di Oxford, f. 92v; Narducci, pagina 18), ma sicuramente de Flisco. Il trattato, diviso in 22 capitoli, dopo alcuni cenni sulla creazione del cielo, sui dodici segni dello zodiaco e sulle principali costellazioni, ha intenti prettamente astrologici e pratici. Il titolo De fructu artis tocius astronomiae riecheggia il concetto di Tolomeo nel Centiloquium che correva ormai per le mani di tutti ben più dell’Almagesto. Data la qualità del personaggio cui l’opera era diretta, l’Anselmi sentì il bisogno, dopo averlo scritto, di sottoporlo al giudizio di uomini prudenti, cioè competenti in astrologia e in teologia, se mai non fosse incappato in qualche eresia. Due anni dopo, nel 1288, l’Anselmi compose l’opera sua massima, che nel codice Digby 134 della Bodleian Library di Oxford (Catal. codd. mss.orum Bibl. Bodl. Pars Nona, Oxonii, 1883, col. 140) e nel codice 5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna descritto dal Narducci (pagina 22) s’intitola Ars geomantiae (anzi, nel codice di Vienna Ars geomantiae nova), scritta a Bologna ad preces domini Tedisii de Flisco, qui erat tunc ellectus in episcopum civitatis Regii. Questa notizia è davvero preziosa per molti versi, sebbene non sia facile stabilire con esattezza il rapporto genealogico di parentela di questo Tedisio con papa Innocenzo IV. E’ risaputo, specialmente dalla Cronica di fra’ Salimbene (edizione F. Bernini, Bari, 1942, pagine 84-86), che un Opizone Fieschi dei conti di Lavagna era stato vescovo di Parma, ove presto fu raggiunto dal giovane Sinibaldo, il futuro Innocenzo IV, e da altri nipoti. Prima di essere papa, Sinibaldo aveva occupato a Parma la carica di arcidiacono, e a Parma aveva onorevolmente maritate ben tre sorelle, una delle quali a Guarino di casa Sanvitale, che n’ebbe sei figli e una figlia, cresciuti tutti in potere e fortuna col favore del potente zio: multum enim dilexit propinquos suos papa Innocentius quartus. Tra questi sei nipoti del papa v’è anche un Tedisio, grossus et pinguis et fortis, e v’è pure un Opizone, che, dopo essere stato per molti anni vescovo di Tripoli in Siria, diventò vescovo di Parma, ove era potente e temuto. Ma il Tedisio cui è dedicata la Geomantia dell’Anselmi era un Fieschi e non un Sanvitale come questi ultimi due. Perciò è da ritenere che Tedisio de’ Fieschi cui l’Anselmi dedica la sua opera sia figlio di quel Mazia de’ Fieschi, il quale era nipote di Innocenzo IV (cfr. Les registres d’Innocent IV, a cura di E. Berger, numero 6654, del 25 giugno 1253). Bisnipote d’Innocenzo, il giovane Tedisio, investito di vari benefici ecclesiastici in Francia, in Inghilterra e in Irlanda, fu scrittore in Curia, suddiacono e cappellano pontificio. Sicuramente egli era destinato a far carriera se il Papa non fosse morto troppo presto. Invece nel 1286 egli era ancora in Curia, cappellano di papa Onorio IV (cfr. Les registres d’Honorius IV, a cura di M. Pron, numero 671, pagina 481, del 12 novembre 1286; il nome Tedisio è storpiato in Felisio, ma la qualità di canonico laudunense e di cappellano del papa toglie ogni dubbio). Il 28 agosto 1283 venne a morte Guglielmo da Fogliano, da quarant’anni vescovo di Reggio Emilia, co quod esset de parentela pape domni Innocentii quarti (Salimbene, pagina 253), sebbene il cronista parmense assicuri (pagine 747 s.) che non era uno stinco di santo. Alla sede vacante di Reggio pare aspirasse appunto Tedisio, che di fatto venne eletto con l’appoggio di una fazione a lui favorevole. Ma un’altra fazione gli oppose Francesco da Fogliano. È curioso vedere come Tedisio de’ Fieschi, appunto nel 1286 e di nuovo nel 1288, mentre la sua elezione al vescovato di Reggio era in contestazione, sentì il bisogno di ricorrere all’Anselmi, astrologo e geomante. E non meno curioso è apprendere da fra’ Salimbene (pagine 763 s., 766) che gli ambasciatori reggiani a Parma, e lo stesso vescovo di Parma, Opizone di San Vitale, cugino di Tedisio, avevano preso, nel 1284, a consultare il celebre calzolaio Benvenuto Asdente, tenuto in grande considerazione per le sue facoltà divinatorie nell’interpretare scripturas illorum qui de futuris predixerunt, scilicet abbatis Ioachim, Merlini, Methodii et Sibille, Ysaie, Ieremie, Osee, Danielis et Apocalipsis, necnon et Michaelis Scoti (pagina 739). E fra’ Salimbene, che conosceva questo suo concittadino, da lui giudicato purus et simplex ac timens Deum et curialis, id est urbanitatem habens, et illitteratus, informa: Multa audivi ab eo, que postea evenerunt. Ma Tedisio, piuttosto che da questo indovino illetterato, preferì essere edotto sul corso degli eventi da un uomo di scienza che si era stabilito nella dotta Bologna e ivi non solo praticava l’astrologia giudiziaria e, al sorgere del giorno, descritte a caso alcune figure sulla sabbia, esplorava in oriente il succedersi delle costellazioni e prediceva la fortuna degli uomini, ma insegnava la scienza astrologica e geomantica agli studenti di medicina, come insieme a lui, o poco dopo, Cecco d’Ascoli, commentando l’Alcabizio. Ma poco la dottrina dell’Anselmi gli valse: ché poco dopo il 1288 Tedisio, canonico di Laon, e il suo antagonista, il canonico Francesco da Fogliano di Reggio, erano morti entrambi, e papa Niccolò IV, il 22 giugno 1290, nominò a vescovo della città emiliana Guglielmo da Bobbio, francescano, che aveva retto con lode la penitenziera papale (cfr. Les registres de Nicolas IV, a cura di E. Langlois, numeri 2760-2765). Tuttavia l’opera geomantica maggiore dell’Anselmi continuò a godere del favore degli intendenti, sì che da essa lo stesso Anselmi estrasse il Breviloquium artis geomantiae (Monaco, Staatsbibliothek, Codice lat. monac. [=CLM] 489, ff. 61-173), che porta la data di Bologna, ottobre 1294 (sebbene l’amanuense per distrazione abbia scritto 1494), e fu composto ad preces duorum suorum amicorum et discipulorum, Iohannes et Paulus Theutonicorum (Narducci, pagina 21, d; Thorndike, II, pagina 836, nota 3). Questo Breviloquium, tradotto in italiano, è conservato nel codice Magliabechiano II, 1, 372 (Narducci, pagina 23). Nello stesso CLM 489, ff. 1-60 (Narducci, pagine 20 s.c; Thorndike, II, pagina 836, numero 4), è un Prologus libri geomantiae editi a m.ro Bartholomaeo Parmensi astrologo. [V]erba collecta de libro magno geomantiae, quae introducant novum discipulum. E più oltre: Hoc quidem opus est Bartholomaei astrologi, Natione Parmensis. Compilatum Anno Domini MCCLXXXXV, mense Novembris. Perciò il nome dell’Anselmi restò legato all’Ars geomantiae del 1288, come alla sua opera maggiore. E questa è detta, nel codice 5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna, ars nova in quanto l’Anselmi vuol ricondurla ai principî dell’astrologia giudiziaria che dovrebbero darle valore di scienza. Per questa ragione nel Breviloquium del 1294 (CLM 489, f. 61, e CLM 196, f. I r) è detto che essa est practica seu filia astrologiae e, come tale, connumeratur ars liberalis inter septem artes liberales (Narducci, pagine 20 s.). È noto infatti che la geomanzia ha origine da pratiche magiche venute dall’India insieme all’idromanzia, all’aeromanzia e alla piromanzia, quibus associatur necromantia, come dice Pietro d’Abano nel Lucidator astronomiae (codice Vaticano Pal. lat. 1171, f. 321v). Si tratta insomma di arti mantiche o divinatorie. E per quanto l’Anselmi si adoperi a richiamare l’arte geomantica sotto i principî dell’astrologia, le predizioni del geomante non sono possibili se non quadam divina inspiratione nel segnare a caso punti sulla terra arata, onde comporre le figure da interpretare (codice 5523 della Biblioteca Imperiale di Vienna, f. I r; Narducci, pagina 22). Presentando la sua opera come ars nova, l’Anselmi si propose di sottrarla alla proibizione di cui era stato colpito dal vescovo di Parigi, col celebre decreto del 7 marzo 1277, il Liber geomantiae de artibus divinantibus qui incipit: Estimaverunt Indi, che più d’un secolo prima era stato tradotto in latino da Gerardo da Cremona (A. Bonilla, Hist. de la filos. espan˜ola, Madrid, 1908, pagina 365; ma cfr. L. Thorndike e P. Kibre, A Catal. of Incipits of Mediaeval Scientific Writings in Latin, Cambridge, Mass., 1937, col. 243). A questo scopo, e a fornire agli studiosi di geomanzia e d’astrologia giudiziaria alcuni elementi indispensabili intorno alla sfera celeste, è da ritenere che l’Anselmi mirasse scrivendo il Tractatus de sphaera, contenuto nel codice Sessoriano numero 145 (proveniente dalla Biblioteca di Santa Croce in Gerusalemme), presso la Biblioteca Nazionale di Roma, descritto dal Narducci (pagine 7-12) e del quale lo stesso Narducci (pagine 43-173) pubblicò la prima e la seconda parte (ff. 47r-83r). L’opera fu compilata a Bologna nel 1297, ma una posteriore nota marginale del codice si riferisce al 1298 e un’altra al 1300. Senza data sono invece l’Epistola astrologica del codice 3124 della Biblioteca Imperiale di Vienna (ff. 199v-200r), le Significationes naturales planetarum (ff. 200r-203v), le Signifacationes planetarum cum fuerint domini anni mundi (ff. 204r-205r) e il Tractatus de electionibus (codice 5438, ff. 116r-128r). Di uno scritto De iudiciis astrorum, cui è fatto cenno alla fine dell’Epistola astrologica, e del Liber consiliorum, dal quale erano state estratte le Significationes naturales astrorum, non vi è altra notizia: è evidente che si trattava di opere concernenti l’esercizio da parte dell’Anselmi dell’arte, che doveva procurargli ben maggiori guadagni che non l’insegnamento teorico di essa. Ma un’altra opera il Narducci ritenne potesse con qualche probabilità attribuirsi all’Anselmi, e cioè la cosiddetta Philosophia Boetii che nello stesso codice Sessoriano 145 (ff. 1r-44r) precede, ma acefala e con qualche altra mutilazione, il Tractatus de sphaera, e si ritrova completa in altri due codici: il Marciano latino class. X, numero 140, ff. 1r-61r (G. Valentinelli, Bibliotheca manuscripta ad Sancti Marci Venetiarum, Codices mss. Latini, tomo IV, Venetiis, 1871, pagine 90 s.), e il Laurenziano Plut. LXXVII, 2, di ff. 76, con data in margine del 1346 (A.M. Bandini, Catalogus codicum latinorum Bibl. Mediceae Laurentianae, III, Florentiae, 1776, col. 129). A sospettare che la Philos. Boetii potesse essere opera dell’Anselmi, il Narducci fu indotto dal ritrovarne alcuni passi nel Tractatus de sphaera. Ora questo prova, sì, che l’Anselmi la conobbe e usò, ma non che ne sia l’autore. Il non essersi adoperato a far luce su questa misteriosa Philos. Boetii tolse al Narducci l’occasione di vederne i rapporti con la Philosophia di Guglielmo di Conches, pubblicata ora sotto il nome di Beda ora sotto quello di Onorio d’Autun ora sotto quello di Guglielmo abate di Hirschau; cosa che vide invece chiaramente il Duhem (Le système du monde, IV, Paris, 1916, pagine 210-222). Ma anche il Duhem finì per accogliere la tesi inverosimile del Narducci, che l’opera fosse uscita dalla penna dell’astrologo autore del ciarlatanesco Tractatus de sphaera. Vero è che nel 1906 H. Ostler (Die Psychologie des Hugo v. St. Viktor, nei Beiträge zur Geschichte der Philosophie des Mittelalters, VI, 1, Münster, 1906, pagine 11-13) diede notizia dell’esistenza in due codici monacensi (CLM 23.529, del secolo XIV, ff. 1r-12r, e 18.215, del secolo XV, ff. 161r-191v, copia fedele del primo) di un Compendium philosophiae attribuito a Ugo da San Vittore. Ma l’Ostler non pensò a confrontarli coi tre mss. della Philosophia Boetii segnalati dal Narducci. Più tardi, intorno alla Pasqua del 1928, il Grabmann scoperse nel codice N 59 Superiore dell’Ambrosiana un terzo esemplare dello stesso Compendium scoperto dall’Ostler nei due codici monacensi, e per giunta notò che il codice Ambrosiano è del secolo XII e quindi ben più antico dei codici di Monaco. Del codice Ambrosiano s’accorse nel 1929 Carmelo Ottaviano, il quale ne preparò l’edizione limitata alle prime due parti dell’opera, confrontate coi codici segnalati dall’Ostler (C. Ottaviano, Un brano inedito della Philosophia di G. di Conches, Napoli, 1935). Ma è veramente strano che neanche l’Ottaviano sapesse dei tre codici della Philosophia Boetii, e di quanto ne aveva detto il Duhem fin dal 1916. Dello scritto dell’Ottaviano fece uso il Grabmann nelle sue Handschriftl. Forschungen u. Mitteilungen z. Schrifttum d. Wilhelm von Conches (nei Sitzungsberichte der Bayer. Akademie der Wissenschaften, Philos.-histor. Abteilung, 1935, Heft 10, pagine 8-10, 39-47), ove ricorda la Philosophia Boetii e i tre manoscritti studiati dal Narducci, ma, dimenticato il Duhem, osò scrivere (pagina 42) che soltanto G. Sarton nel 1931 aveva per primo richiamato l’attenzione sulla dipendenza della Philosophia Boetii da Guglielmo di Conches. Quanto alla paternità dell’opera egli pare disposto ad accogliere la congettura del Narducci, già accolta dal Duhem, che ne fosse autore l’Anselmi. Senonché la Philosophia Boetii, pervenuta nei tre codici studiati dal Narducci, e il Compendium philosophiae dei due codici segnalati dall’Ostler e dell’Ambrosiano N 59 Superiore sono certamente la stessa opera con lo stesso incipit, la stessa divisione in sei libri o particulae, differenti soltanto per alcune trasposizioni, aggiunte e omissioni. Sicché per il loro fondo comune, dal quale si distaccano talune particolarità, la Philosophia Boetii e il Compendium sembrano due redazioni d’una stessa opera formate in tempi e in luoghi diversi. Intanto si sa che il codice Ambrosiano del Compendium è del secolo XII, e dall’explicit dei due codici scoperti dall’Ostler si è informati che nell’abbazia di Nonantola si conservava idem liber de multum antiqua littera. Prima di affrontare la questione del rapporto in cui queste due opere o redazioni di un’opera unica stanno con la Philosophia e con gli altri scritti di Guglielmo di Conches, bisognerebbe chiarire un po’ meglio il mistero della loro ancora oscura origine. Per cominciare, è sicuramente falsa la tesi di chi vorrebbe far credere che la Philosophia Boetii possa essere opera, mettiamo pure giovanile, dell’Anselmi. Per ammetterlo, bisognerebbe credere che egli avesse plagiato il Compendium Philosophiae che il codice Ambrosiano attesta del secolo XII e che l’explicit dei due codici monacensi informano esistesse nell’abbazia di Nonantola de multum antiqua littera. È vero che il Narducci (pagina 26; cfr. Grabmann, pagina 45) ha osservato che nei codici Marciano e Laurenziano è ricordato il nome di Averroè, ma ciò indica senza dubbio che la Philosophia Boetii non è anteriore, se non forse di qualche anno, al 1230 quando il commento di Averroè cominciò a divulgarsi. Troppo evidente è l’arcaicità della compilazione pseudoboeziana, in confronto alle molte scempiaggini che accade di leggere nel Tractatus de sphaera, scritto dall’Anselmi alla fine del secolo XIII. Due esempi di siffatte scempiaggini riferisce il Duhem (pagine 221 s.; cfr. Narducci, pagine 96, 116 s.), per concludere che l’Anselmi si rivela non un astronomo esperto dell’arte, sibbene un verboso imbecille. Si possono aggiungere amenità come queste che si leggono fin dalle prime pagine del Tractatus, e che paiono fraintendimenti della Philosophia Boetii (codice Sessoriano 145, f. 18rb), la quale nel suo arcaicismo è cosa seria: Ergo duo sunt poli [dell’asse cosmico], scilicet polus superius et polus inferius. Polus superius vocatur polus antarticus, polus vero inferius dicitur polus articus. E fin qui niente di male: era l’opinione di Aristotele e di Averroè (cfr. B. Nardi, La caduta di Lucifero e l’autenticità della Quaestio de aqua et terra, Torino-Roma, 1959, pagine 8-15), e l’Anselmi era padronissimo di farla sua. Ma egli continua: in polo enim antartico est ursa maior, et in polo artico est ursa minor, con tutte le altre corbellerie che seguono per varie pagine. Al principio del Tractatus de sphaera, l’Anselmi dichiara che egli si propone di dire in esso molte cose intorno alla sfera cosmica que non dixit Iohannes de sacro bosco in tractatu suo. Certo il trattatello del Sacrobosco è un manualetto elementare per coloro che si accingono a studiare la scienza astronomica con intelletto di matematici. L’Anselmi invece mostra di non avere alcuna preparazione né attitudine matematica, e copia dalla Philosophia Boetii e dai manuali dell’astronomia greco-arabica, da poco tradotti in latino, frasi e periodi ove si accenna ad importanti dottrine delle quali egli non capisce niente, mentre riempie pagine su pagine senza senso comune. L’intento da lui perseguito non è quello dell’astronomo, ma quello dell’astrologo, cioè non quello di risolvere i problemi posti dalle contrastanti apparenze celesti, bensì quello d’intendere le significationes delle varie costellazioni e delle congiunzioni planetarie, ossia di quelli che Tolomeo nel Centiloquio aveva chiamato i vultus celestes in rapporto ai vultus huius seculi. Tuttavia se, come sospetta il Narducci, il codice Sessoriano 145 per più indizi si volesse ritenere autografo dell’Anselmi, questi, anziché autore della Philosophia Boetii, potrebbe considerarsi trascrittore di essa e autore di alcune delle glosse da lui inserite ora nel testo ora in margine, le quali non concordano affatto col pensiero di Guglielmo di Conches.
FONTI E BIBL.: E. Narducci, I primi due libri del Tractatus sphaerae di Bartolomeo da Parma, estratto dal Bullettino di bibl. e di storia delle scienze matematiche e fisiche XVII gennaio-marzo 1884; G. Boffito, Dante e Bartolomeo da Parma, in Rendiconti del Regio Istituto lombardo di scienze e lettere, s. 2, XXXV 1902, 733-743; G. Boffito, Intorno alla Quaestio de Aqua et Terra attribuito a Dante, in Memorie della Accademia di scienze di Torino, s. 2, LI 1902, 105-107; L. Thorndike, A History of magic and experimental Science, II, New York, 1923, 835-838; G. Sarton, Introd. of the history of science, II, Washington, 1931, 988; B. Nardi, in Dizionario Biografico degli Italiani, VI, 1964, 747-750.

ANSELMI BARTOLOMEO
Parma 1405 c.-1495 c.
Figlio di Giorgio, fu chiamato da Jacopo Cavicèo consumatissimo Fisico, e da Niccolò Burci un altro Galeno. Meritò anche somma lode per essere stato di vantaggio alla patria nelle circostanze più critiche. Quando, dopo la morte dell’ultimo dei Visconti, Parma si rese indipendente (1448), si vide l’Anselmi aver luogo tra i conservatori della ritrovata libertà. Nel 1454 fu tra i molti che compiansero con versi latini la morte di Francesco Barbaro. Assoggettatasi poi la città di Parma a Francesco Sforza, l’Anselmi fu quasi sempre tra gli eletti all’amministrazione dei pubblici affari, e dopo le successive rivoluzioni, volendosi nel 1478 aver pace e richiamare dall’esilio gli autori del fatale saccheggio usato contro la parte dei Rossi, egli fu scelto tra quei prudenti che ne dovevano concertare i capitoli. L’Anselmi insegnò pubblicamente Medicina nel 1447-1448 come si legge nel Discorso preliminare al tomo primo dell’Affò, e nei libri del Monastero di San Giovanni lo si vede stipendiato da quei monaci come loro medico dal 1479 al 1481. Viveva ancora nel 1494, allorchè il Burci pubblicò la sua Bononia illustrata, avendo egli scritto: Ex hac etiam familia quidam Bartholamæus superest Philosophiæ, et Medicinæ Doctor celeberrimus, qui hac tempestate alter Galenus habitus est. L’Anselmi ebbe due figlie, Paola e Caterina, accasate nobilmente (la seconda col famoso poeta e cavaliere Andrea Bajardi), come appare dagli epitaffi composti da Giorgio Anselmi, il quale compose anche per l’Anselmi, morto all’età di novant’anni, il presente epitaffio: Terram tange Viator, et sacratum Ne teras pede pulverem profano, Et sit pax tibi longe cum sepultis. Hic est Paeonias professus Artes Insignis Ptolomaeus, inclytoque Anselmo memorabilis parente, Qui arco non semel invidente, fracta Fila restituit trium sororum. Huic quae deinde senecta post paractas Ter decem tricteridas cecidit. Quod si qua est pietas relicta terris Udis hinc oculis abi Viator.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 12-14; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 27-28; G.B. Janelli, Dizionario Biografico, 1877, 15; U. Gualazzini, CLVI; Aurea Parma 3 1951, 187 e 3 1953, 146.

ANSELMI BENEDETTO, vedi ANTELAMI BENEDETTO

ANSELMI BERNARDO
Parma XIV secolo
Padre di Enrico e di Andrea, fu filosofo, medico e uomo di scienza assai famoso ai suoi tempi. Fu sepolto nella Chiesa del Carmine in Parma, con un epitaffio dettato dal figlio Andrea.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 28-29.

ANSELMI ENRICO
Parma-Parma ante 1386
Nacque da Bernardo nel secolo XIV. Professò la Filosofia e la Medicina, arte quest’ultima coltivata con onore dai suoi maggiori ascendenti, e aquistò non meno del padre bellissima fama a Parma e fuori. Un suo fratello, di nome Andrea, pose nel 1386 al padre e a lui, sepolti nella Chiesa del Carmine di Parma, un epitaffio poetico: Splentet in anselmis medicine gloria luxaque dic patris et nati molliter ossa cubant alter Aristotiles. Ipocras erat alter. Uterque et mundo. Et patrie dulce patrociniu.ue Henrico Bernarde tuo pater optime gaude surgis in astriferas quo comitante domos vos tuus alter genitus vestrisque magister artibus Andreas marmore clausit amans virginis a partu sevtus post mille trecentos bina ter augustus denaque lustra dabat.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 28-30.

ANSELMI FRANCESCO
Parma 1526
Figlio di Michelangelo, fu scultore. Viveva nel 1526.
FONTI E BIBL.: Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 30.

ANSELMI FRANCESCO
Parma 1660/1661
Religioso. Lo si trova a cantare (basso) alla Steccata di Parma dal 1° settembre 1660 al 1° dicembre 1661.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica a Parma, 1936.

ANSELMI GIORGIO
Parma 1380 c.-post 1451
Nacque qualche anno prima del 1386, anno in cui si dà per certa la morte del padre Enrico, che, come il nonno Bernardo, era stato un accreditato filosofo. Le notizie riguardanti i primi anni di vita dell’Anselmi sono incerte: è possibile che egli abbia ricevuto la prima educazione dal padre e sia stato successivamente alunno a Pavia, essendo rimasto chiuso lo Studio parmense dal 1377 al 1411, di Biagio Pelacani, maestro di filosofia, matematica e fisica, il quale, verso la fine del secolo XIV, insegnava in quella città. Alla riapertura dello studio di Parma, nel 1412, l’Anselmi e il Pelacani (questi fino alla morte, avvenuta nel 1416) furono professori nella stessa facoltà delle arti e medicina, e certo l’Anselmi ebbe allora l’opportunità di un fecondo scambio di idee con colui che, forse, era stato suo maestro. Nel 1420, dopo la nuova soppressione dello Studio parmense, appare molto probabile che l’Anselmi sia stato chiamato negli Stati estensi da Niccolò III d’Este. Egli si trovava sicuramente a Modena nel 1425 e vi esercitava con successo la professione di medico. Si distinse talmente in tale attività, da meritare nel 1428 la cittadinanza onoraria di Ferrara. Nel settembre 1433 si svolsero ai bagni di Corsenna (Lucca) i dialoghi sulla musica tra l’Anselmi e Pier Maria Rossi di San Secondo, quei dialoghi sull’armonia che l’Anselmi inviò all’amico, con dedica, dopo averli riassunti, nell’aprile successivo. Questa opera è pervenuta attraverso un unico manoscritto, oggi alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (segnatura: H. 233 inf.), appartenuto a Franchino Gaffurio da Lodi e da lui amo revolmente glossato. Nel 1439 l’Anselmi fu di nuovo a Parma per una laurea, con il compito anzi di presentare al Collegio l’aspirante dottore, fra’ Giacomo Bosellini di Mozzaniga, e nel 1440 vi si trovava ancora come uno dei doctorum artium et medicinae incaricato, assieme ad altri colleghi, della riforma degli statuti del Collegio. Nel 1448-1451 l’Anselmi insegnò medicina pratica all’Università di Bologna, sicché si deve agli studi del Massera l’aver rettificato la data di morte dell’Anselmi, da tutti i biografi precedenti assegnata agli anni 1440-1443, mentre non può essere avvenuta prima del 1451. Le sue opere, concernenti la matematica, la medicina e l’astrologia, elencate dall’Affò e dal Massera, sono andate quasi tutte perdute. Rimane solo una Astronomia Georgii de Anselmis che segue alla Isagoge Iohannis Hispalensis de iudiciis Astronomiae (Biblioteca Apostolica vaticana, ms. Vaticano latino 4080) e una Quarta pars quarti tractati Georgii Parmensis de modis specialibus Imaginum octavi orbis (Biblioteca Apostolica vaticana, ms. Vaticano latino 5333). Rilevante fu la sua importanza come teorico musicale, di cui diretta testimonianza è l’opera dialogica De harmonia, divisa in tre parti: de harmonia coelesti, de harmonia instrumentali, de harmonia cantabili. Il primo dialogo, il più filosofico e il meno attinente ad argomenti tecnico-musicali, riguarda l’armonia cosmica. In tale trattazione l’Anselmi si rivela un pensatore di rilievo, formatosi certo, nelle sue prime meditazioni di teorica musicale, sul De musica di Boezio. In seguito Gaffurio, che sarà influenzato dallo studio dell’opera anselmiana, riprenderà più volte questo argomento. Nel secondo dialogo l’Anselmi tratta con competenza del sistema tonale, si sofferma particolarmente su alcuni strumenti musicali, sull’antica citara, sul moderno monocordo e accenna anche all’organo. Nel terzo dialogo, dedicato al canto corale (con la scala guidoniana, le mutazioni e i toni ecclesiastici) e alla musica mensurale, l’Anselmi affronta uno dei problemi più scottanti della sua epoca: quello della notazione mensurale. Egli sente il bisogno, mostrandosi così non solo un astratto formulatore di teorie, di ricondurla a pochi e chiari principî, e a tal fine propone egli stesso un nuovo sistema di notazione. Tale sistema, pur essendo ricordato da Gaffurio e ancora riprodotto in un trattato del 1613, El Melopeo y Maestro di D.P. Cerone, non entrò però nella pratica musicale.
FONTI E BIBL.: Biblioteca Apostolica Vaticana, ms., Cappella Giulia I, 1-2 (2), G.O. Pitoni, Notizia de’ Contrapuntisti, e Compositori di Musica dall’anno 1000 in sino all’anno 1700, 22; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, Parma, 1789, 153-161; J. Wolff, Handbuch der Notationskunde, I, Leipzig, 1913, 387; R. Fantini, Maestri Parmensi nello Studio Bolognese, in Aurea Parma XIV 1930, 75; R. Casimiri, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI. Note ed appunti, in Note d’Archivio per la Storia musicale VIII 1931, 132-134; J. Handschin, Anselmi’s treatise on music annotated by Gafori, in Musica disciplina II 1948, 123-140; G. Massera, Un musico parmense: Anselmi Giorgio senior, in Aurea Parma XXXIX 1955, 241-267; G. Massera, Ancora sopra un musico parmense del primo Quattrocento, in Aurea Parma XL 1956, 103-108; Georgii Anselmi Parmensis. Dieta prima: De coelesti Harmonia. Dieta secunda: De instrumentali Harmonia, Dieta Tertia: De cantabili Harmonia, introduzione, testo e commento a cura di G. Massera, Firenze 1961; F.J. Fétis, Biographie universelle des musiciens, I, Paris, 1860, 114 s.; R. Eitner, Quellen Lexikon der Musiker, I, 164; Die Musik in Geschichte und Gegenwart, I, col. 507; L. Pannella, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, 1961, 377; R. Missiroli, Il De Musica di Giorgio Anselmi parmense, in Parma per l’Arte 13 1963, 171-174.

ANSELMI GIORGIO
Parma 1450 c.-Parma 1528
Da non confondere con l’omonimo suo avo, medico e scienziato (donde l’appellativo di nepos che l’Anselmi talvolta ebbe cura di porre sui frontespizi delle opere), nacque da Andrea verso la metà del secolo XV, sicuramente prima del 1459, non risultando iscritto negli albi battesimali da quell’anno istituiti. Studiò latino e greco, interessandosi anche di filosofia e medicina e mantenendo rapporti di amicizia con F.M. Grapaldo, T. Ugoleto e F. Carpesano. Partecipò attivamente alla vita politica di Parma e durante l’invasione di Carlo VIII (1494) fu costretto a fuggire con tutta la sua famiglia. Tornata la pace, poté rientrare nella città, trascorrendo, tuttavia, la maggior parte del suo tempo nei poderi che possedeva nel Parmense o nella villa di Brescello, dove era solito ritirarsi a studiare. Da questa nuova vita non lo distolsero neppure le vicende belliche che turbarono ancora la regione durante il pontificato di Clemente VII. Onorato della stima di noti letterati, tra i quali Isidoro Clario, vescovo di Foligno, Teofilo Folengo (che alla fine del suo Chaos del tri per uno gli dedica un bizzarro acrostico) e A. Navagero, inviato a Parma (1523) come oratore della Repubblica veneta, l’Anselmi morì vittima della terribile pestilenza che devastava allora quelle terre. Nel clima di appassionati studi umanistici che fiorirono a Parma, le poesie latine dell’Anselmi (odi e anacreontiche) rivelano una sapiente padronanza delle letterature classiche, una discreta tecnica nel maneggiare il verso latino, cui peraltro difetta la capacità di esprimere la variegata gamma di un contenuto psicologico, donde la monotonia che s’avverte in molte sue composizioni. Di queste, una notevole scelta è contenuta in Delitiae Italorum Poetarum, Huius superiorisque aevi illustrium, collectore Ranutio Ghero (idest Iano Grutero), s. 1., 1708, 230-239. L’opera più interessante ed artisticamente più valida dell’Anselmi è Georgii Anselmi Nepotis Epigrammaton libri septem, Parmae, 1526, la cui terza e definitiva edizione (Venetiis, 1528) è arricchita da altre composizioni (Sosthyrides, Peplum Palladis, Eglogae quatuor). I momenti migliori di questa produzione si colgono in talune rievocazioni e quadretti di vita familiare nei quali anche lo stile sembra adattarsi a schemi più duttili e comprensivi. I contemporanei criticarono l’aridità dell’Anselmi quanto all’invenzione e all’espressione, dovuta, sembra, al proposito di evitare la magnificenza del modello ovidiano. Lelio Gregorio Giraldi giudicò lo stile dell’Anselmi un exsiccatum dicendi genus, né diversamente si espresse O.D. Caramella. Altre opere dell’Anselmi sono le seguenti: Georgii Anselmi Nepotis Hecuba, Parmae 1506 (un esemplare di questa rara edizione in Biblioteca Apostolica Vaticana); Epiphyllides in Plautum, in M. Actii Plauti Asinii Comoediae viginti nuper emendatae, et in eas Piladae Brixiani Lucubrationes, Parmae 1510 (illustrazioni composte su alcune commedie di Plauto, nitidae et comptae exornabunt Rudentem, Sthicum, Trinummum, Truculentum), Vita de Giacopo Caviceo, per Georgio Anselmo al R. Messer Priamo de Pepoli, in Il Peregrino di M. Giacopo Caviceo da Parma, nuovamente con somma diligenza revisto, e ristampato, Vinegia, 1538, 261-269.
FONTI E BIBL.: Honorii Dominici Caramella, Museum Illustrium Poetarum, secunda editio, s.l.n.d., 104; Francisci Carpesani, Commentaria suorum temporum Libris X, comprehensa ab anno circiter 1470 ad annum 1526, in Veterum Scriptorum et Monumentorum historicorum, dogmaticorum amplissima collectio, V, Parisiis, 1729, 1337; Lilii Gregorii Gyraldi, De Poetis nostrorum temporum, Berlin, 1894, 33; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, I, 2, Brescia, 1753, 834-836; I. Affò, Memorie di scrittori e letterati parmigiani, III, Parma 1791, 218-228; F. Flamini, Il Cinquecento, Milano, s.d., 539; M. Quattrucci, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 378.

ANSELMI ILARIO
Parma 1406 c.-post 1443
Figlio di Giorgio. Fu chierico e canonico in Parma, e quindi Vicario generale della diocesi. Fu lodato da Jacopo Caviceo nel Pellegrino.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, II, 1827, 209.

ANSELMI LEONARDO
Parma 1440
Fu Priore del Collegio di Arti e Medicina di Parma (1440) e con altri maestri e dottori del Collegio (G. Anselmi, F. Pellacani, Bernardo de Mataleto, G.M. Garbazzi, Guglielmo Palmia, Luca Larocca, G.G. Baiardi) aggiornò il corpo delle norme statuarie del Collegio.
FONTI E BIBL.: U. Gualazzini, Corpus Statutorum cit., CLXVIII, 44; M. Varanini, Gli Statuti, in L’Ateneo Parmense, 1930, 470; Aurea Parma 3 1951, 186-187.

ANSELMI MICHELANGELO
Lucca 1491 o 1492-Parma 1554/1556
Nacque a Lucca, ove suo padre Antonio, per sfuggire alla giustizia, si era trasferito da Parma. Inviato ancora fanciullo a Siena, ebbe vasta e approfondita conoscenza delle opere del Sodoma, come appare fin dalla prima ascrittagli: una Visitazione a fresco nella chiesa di Fontegiusta in quella città. Stabilitosi a Parma tra il 1516 ed il 1520, sposò in qull’anno Ippolita Garbazza. Si formò sul Correggio, operante contemporaneamente a lui negli stessi cantieri di San Giovanni e del Duomo di Parma, traendone schemi compositivi e, soprattutto, la sodezza formale e il fluido, intenso cromatismo. Ma, a sua volta, apportò un’eco non fioca dell’arte senese, mediandola appunto al Correggio e, più di ogni altro, al Parmigianino degli inizi. Nelle opere tarde il bilancio con lui del dare e avere si inverte, ed è l’Anselmi che subisce l’influenza del Mazzola, specie nelle ricercate eleganze e nei ritmi compositivi. La sua amicizia con questo è provata, oltre che dalla collaborazione nel quadro giovanile del Parmigianino, ora alla Galleria Estense di Modena, dal fatto che nel 1532 il Mazzola tenne a battesimo un figlio dell’Anselmi cui venne imposto il nome di Francesco. Del periodo giovanile sono: la pala molto ridipinta nella chiesa di Tizzano (1520), gli affreschi nelle absidi del transetto e nelle cappelle laterali al presbiterio in San Giovanni Evangelista a Parma, la collaborazione col Bedoli e col Parmigianino nella Madonna col Bambino e santi della Galleria Estense di Modena, la tavola col Cristo portacroce, anch’essa nella Galleria Estense di Modena, la Madonna in gloria col Bambino, angioli e i ss. Sebastiano e Rocco nella Galleria Nazionale di Parma, gli sportelli coi Ss. Sebastiano e Giovanni Battista nella chiesa di San Giovanni Evangelista (1525 circa), la Madonna col Bambino e i ss. Sebastiano, Rocco, Ilario e Biagio (1526) e l’Apparizione di s. Agnese, nella Cattedrale, la Sacra Famiglia con s. Barbara nella Galleria Nazionale di Parma, la Madonna col Bambino e santi nella parrocchiale di Carzeto di Soragna, il S. Antonio e la S. Chiara a Napoli (Capodimonte), il Battesimo di Gesù a San Prospero di Reggio nell’Emilia, una serie di tavolette succose di colore nella Galleria Nazionale di Parma e a Napoli e la Madonna in gloria tra i ss. Giovanni e Stefano al Louvre. Del 1532-1533 è la decorazione a fresco della cappella della Concezione presso San Francesco a Parma. Del periodo più tardo sono i Santi affrescati nella chiesa di San Bartolomeo a Busseto (1538-1539), la decorazione di una sala nel Palazzo Lalatta a Parma con 4 figurazioni sacre e i Dodici Apostoli nonché l’Incoronata, l’Adorazione dei Magi e le Figure allegoriche nelle absidi e relativi arconi nella Steccata di Parma (1540-1554).
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina, ms.; M. Zappata, Notitiae ecclesiarum Parmensium; Parma, Museo di Antichità, ms. 120; R. Baistrocchi, Guida di Parma (1780), passim; Parma, Biblioteca Palatina, ms.; I. Grassi, Theatrum parmense; Parma, Museo di Antichità; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., 102, III (1501-1550), 34-56 e 58; Parma, Museo di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Materiale per una guida di Parma, ms., nn. 110-112, passim; F. Azzari, Compendio dell’histoire della città, Reggio, 1623; C. Ruta, Guida ed esatta notizia di Parma, Parma, 1739, passim; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, passim; G.B. Bodoni, Le più insigni pitture parmensi, Parma, 1809, tav. XIX e XX; G. Gaye, Carteggio inedito d’artisti, II, Firenze, 1840, 325 s.; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, I, Parma, 1854, 97, 101; C. Ricci, Catalogo della Galleria di Parma, Parma, 1896, 131-133, 283; L. Testi, S. Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, 13, 37, 137, 147, 148, 149, 150, 151; A. Venturi, Storia dell’arte, IX, 2, Milano, 1926, 706-716; Catalogo della Mostra del Correggio, Parma, 1935, 93-96, 169-172; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939, 46-48, 86, 268; A.O. Quintavalle, Nuovi affreschi del Parmigianino in S. Giovanni Evangelista a Parma, in Le Arti II 1940, 313-315; A.O. Quintavalle, Mostra parmense di dipinti noti ed ignoti, Parma, 1948, 59 s., 70-73; A.O. Quintavalle, Il Parmigianino, Milano, 1948, passim; A.E. Popham-J. Wilde, The Italian Drawings of XV and XVI centuries at Windsor Castle, London, 1949, 364, n. 1123, figura 313; S.I. Freedberg, Parmigianino, his works in painting, Cambridge, 1950, 223 s.; F. Bologna, Fontainebleau e la maniera italiana, Firenze, 1952, 14; A.E. Popham, I disegni di Michelangelo Anselmi, in Parma per l’arte III gennaio-aprile 1953, 11-17; A. Ghidiglia Quintavalle, I castelli del parmense, Bologna, 1955, 55, 64; A.E. Popham, Correggio’s drawings, London, 1957, 107-113, 169-172; F. Bologna, Ritrovamento di due tele del Correggio, in Paragone VIII 1957, n. 91, 10 s.; R. Longhi, Le fasi del Correggio giovane, in Paragone 101, 1958, 39 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, L’Oratorio della Concezione a Parma, in Paragone 103, 1958, 24-38; A. Ghidiglia Quintavalle, L’Oratorio della Concezione a Parma, a cura del Lyons Club, Parma, 1958; A. Ghidiglia Quintavalle, Un quadro a tre mani, in Paragone 109, 1959, 60-65; A. Ghidiglia Quintavalle, Per Michelangelo Anselmi, in Paragone 111, 1959, 13-20; A. Ghidiglia Quintavalle, La Galleria Estense di Modena, Genova, 1959, 64; A. Ghidiglia Quintavalle, Ritrovamenti e restauri a Modena e Reggio, Parma, 1959, 23-28; A. Ghidiglia Quintavalle, Profilo di Michelangelo Anselmi, in Palatina n. 13 1960, 65-70; A. Ghidiglia Quintavalle, Michelangelo Anselmi, Parma, 1960 (con elenco cronologico di numerosi documenti); A. e C. Quintavalle, Arte in Emilia, Parma, 1960, 78-85; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lexikon der bildenden Künstler, I, 539-541; Enciclopedia Italiana, III, 428 s.; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia della Pittura italiana, 106 s.; P. Orlandini, 286; S. Ticozzi, 13; G. Sitti, La chiesa di S. Pietro Martire e l’Inquisizione a Parma, in Aurea Parma 1932, 104-110; A.O. Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, Roma, III, 1961, 381; A. De Mas, Conegliano, Vita arte e storia, Milano, 1966, 23; E. Riccomini, Un presepe di Michelangelo Anselmi, in Aurea Parma 1966, 125-127; La pittura in Italia, 626-627; G. Bertini, La Galleria, 146, 151, 235 n. 11, 240 n. 506, 263 n. 689, 270 n. 949, 278 n. 59-85, 293 n. 43, 294 n. 90; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI, 1994, 304-305.

ANSELMI MICHELE, vedi ANSELMI MICHELANGELO

ANSELMI PIETRO
Parma XV secolo
Fu medico attivo in Parma nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.

ANSELMI PIETRO
Parma 1526
Pittore attivo nel 1526, secondo quanto riportato da Zani (Enciclopedia Metodica di Belle Arti). Non si conoscono sue opere.
FONTI E BI