BESEGHI-BLONDI
BESEGHI CESARE
Parma 9 ottobre 1813-Parma 1882
Figlio di Luigi e Annunziata Magnani. Non si conosce sotto quale guida
lartista cominciò ad attendere alla pittura. Si sa invece che nel 1838 vinse il
premio annuale presso lAccademia di Parma con lApollo che sostiene Giacinto
morente (Parma, Galleria Nazionale) che gli valse il pensionato romano. Il saggio venne
inoltre esposto lanno seguente nel Palazzo del Giardino di Parma. Ancora nel 1838 il
Beseghi fu presente alla mostra di Parma, con molti ritratti e due quadri di composizione,
ambedue di argomento sacro, come pure nel 1839, dove assieme allApollo e Narciso
espose una Giuditta con la testa di Oloferne, e nel 1840 con una copia dalla Venere e
Amore di Tiziano (Parma, Galleria Nazionale) inviata da Roma poco prima del saggio
obbligatorio di Figura intera di composizione, il Meleagro con la testa del cinghiale
(Parma, Galleria Nazionale), che fu mostrato al pubblico nel 1841. Dopo il suo ritorno in
sede, la duchessa Maria Luigia dAustria gli commissionò nel 1841 il San Giacomo
Apostolo per la chiesa di Vallerano e nel 1844 il SantAntonino a cavallo per la
chiesa di Borgo Taro, esposto al pubblico nel 1845. Sempre nel 1844 il Beseghi vinse il
premio triennale accademico col Saul adirato contro Davide. Poi dal 1845 al 1847 la
Duchessa gli ordinò, rispettivamente, i Santi Margherita, Diego, Francesco dAssisi
e Solano per la chiesa dei Padri Riformati di Parma, esposto nel 1846, un Ostensorio
dipinto su uno stendardo per quella di Porporano, e infine il San Michele Arcangelo per la
chiesa di Albareto, nel Comune di Fontanellato. Diventato professore consigliere con voto
nellAccademia di Parma, il Beseghi riprese a esporre nel 1855 per la Società
dIncoraggiamento, prima a Piacenza e poi a Parma, il Raffaello che mostra alla
Fornarina labbozzo del suo ritratto, che fu sorteggiato a Tullio Barattieri. Nel
1856 presentò Un militare in congedo illimitato, sorteggiato al duca Roberto di Borbone,
e nel 1857 un Episodio della Storia dellinquisizione in Spagna nel 1530, sorteggiato
ad Andrea Perini. Lanno seguente partecipò pure con I pigiatori duva, andato
al Comune di Varsi, Giovanna figlia di Luigi XI di Francia ripudiata dal marito il duca
dOrleans, sorteggiato agli eredi di Lena, una Sacra Famiglia, che probabilmente è
quella sorteggiata nel 1859 al Monte di Pietà di Fiorenzuola, e un Ritratto. Infine nel
1860 espose a Parma Pia de Tolomei e nel 1863 Gli ultimi momenti di Carlo I
dInghilterra. Secondo lo Scarabelli Zunti, il Beseghi, colpito da una grave forma
depressiva, si suicidò nel 1882 con un colpo di rivoltella presso il cimitero comunale di
Parma, essendo caduto in miseria per totale mancanza di lavoro.
FONTI E BIBL.: Ms. Quadri premiati; Ms. Quadri mandati; Gazzetta di Parma,
supplemento 5 maggio 1838, 164; 1 maggio 1839, 153; 27 maggio 1840, 181; 1 maggio 1841,
156; C. Malaspina, 1841, 188; Gazzetta di Parma, 7 giugno 1845, 187; Il Giardiniere 23
maggio 1846, 78; G. Negri, 1851, 23; e 1852, 59, 62, 63, 65, 66; Gazzetta di Parma 31
maggio, 18 e 27 luglio 1855, 493, 652 e 683; 14 luglio e 2 agosto 1856, 634 e 701; 18
agosto, 6 e 19 ottobre 1857, 737, 901, 902 e 905; X., in lAnnotatore 1857, 129-130;
F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 853; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 841; G. Panini,
1858, 885; Esposizione delle opere, 1858, 6-7; P. Martini, 1858, 44; C.I., in
lAnnotatore 1859, 170; A. Billia, 1860, 1239; P. Martini, 1862, 35; Gazzetta di
Parma 11 luglio 1863, 615; Atti delle R. Emil. Acc., 1867, 6; E. Scarabelli Zunti,
Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. IX, 52; G. Copertini, 1954, 131;
Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 45; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 11
novembre 1996, 5.
BESEGHI UMBERTO
Parma 20 ottobre 1883-Bologna 11 febbraio 1958
Dovette limitare il corso degli studi alla sola frequenza della triennale Scuola
Tecnica. Ma egli, autodidatta nel senso più austero del termine, seppe elevarsi, per la
fermezza del carattere, lintensità e serietà dellapplicazione, a sicura
dignità di letterato e di storico. Il suo primo successo ufficiale lo ebbe quando, poco
più che ventenne, vinse il concorso al posto di cancelliere giudiziario per la Pretura di
Parma. Passò poi a quella di Orbetello, quindi al Tribunale di Ravenna e infine alla
Procura Generale di Bologna. Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, esercitò
attivamente anche il giornalismo quale corrispondente di giornali politici e come
direttore del quotidiano locale Il Presente. Dopo fu tra i fondatori del Sindacato
Corrispondenti Giornalisti e della Sezione Parmense dellAssociazione Nazionale
Combattenti, della quale assunse per primo la presidenza. Per divergenze dordine
politico, lAssociazione Nazionale Combattenti venne presto disciolta e ricostituita
con altre direttive statutarie e Umberto Beseghi allontanato da Parma per Orbetello. Da
questo momento la sua attività extra professionale fu tutta rivolta al soddisfacimento
della sua passione letteraria. Alla città di Bologna, il Beseghi dedicò molta parte
della sua feconda attività di studioso. Dalla Cronaca di fra Salimbene, egli trasse
interessanti notizie sulle vicende della città. La esaltò poi, tramite lEnte
Provinciale per il Turismo, quale Città darte e di sapere. Sulla Rivista del
Comune, parlando delle Mura cittadine, illustrò gli affreschi di Casa Redenti. Ma la
testimonianza più tangibile del suo attaccamento a Bologna è nellarmonia raggiunta
in quelle tre opere che formano, completandosi a vicenda, il trittico dedicato, con
adeguata ampiezza di riferimenti culturali, storici e artistici, alle insigni bellezze
architettoniche della città. Le tre opere, edite da Tamari di Bologna, sono: Introduzione
alle chiese di Bologna del 1953, Palazzi di Bologna del 1956, Castelli e ville bolognesi
del 1957. Oltre ai molti articoli sparsi su varie riviste, sono da ricordare i due
poderosi volumi su Ugo Bassi. LApostolo. Il Martire (Parma, Donati, 1939) e
laltro, ultima sua fatica di studioso, 1849: Garibaldi rimase solo (Bologna, Tamari,
1957). Di Parma, illustrò in Aurea Parma I dipinti della Rocca di Sala, con il corredo di
chiare riproduzioni dei bellissimi affreschi, e rievocò I fatti del 16 giugno 1847, di
cui trasse gli spunti a commento dalle epigrafi di protesta rintracciate
nellArchiginnasio bolognese. Il Beseghi fu attivissimo socio corrispondente della
Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, socio corrispondente per la
Deputazione della Romagna, presidente del Circolo Artistico di Bologna, consigliere
dellAssociazione Amici dellArchiginnasio, membro del Circolo per gli Studi
Carducciani e Accademico Clementino.
FONTI E BIBL.: Umberto Beseghi combattente e scrittore, in Gazzetta di Parma 22
febbraio 1958, 3; M. Mora, Ricordo di Umberto Beseghi, in Parma per lArte 8 1958,
116-120; M. Corradi Cervi, in Aurea Parma 1 1958, 59; F. Da Mareto, Bibliografia, II,
1974, 107.
BESEGHI VINCENZO
Parma 1819/1852
Nella stagione di Fiera del 1819 fu prima tromba nellorchestra del Teatro
Comunale di Reggio Emilia (vi è indicato della Duchessa di Parma). Nel 1852 faceva ancora
parte dellorchestra del Teatro Regio di Parma. In quellanno richiese di
assentarsi e di ottenere il passaporto.
FONTI E BIBL.: P. Fabbri e R. Verti; Inventario, 1992, 214, 318.
BESEGHI VINCENZO
Parma 1801/1844
Fu suonatore di violino in soprannumero del Regio Concerto di Parma, nominato il 24
luglio 1801. Nella riforma della Ducale Orchestra di Parma del 1816 fu classificato al
quarto posto, e chiese di essere nominato II violino soprannumerario. Nel 1844, alla morte
di Angelo Mazzoni, chiese di essere nominato al suo posto, in considerazione del fatto che
suonava da sedici anni nellOrchestra Ducale (Biblioteca del Conservatorio di Parma,
Archivio dellOrchestra Ducale di Parma).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936; G.N. Vetro,
Dizionario. Addenda, 1999.
BESOZZI ALESSANDRO
Parma 22 luglio 1702-Torino 1776 o 1777
Oboista e compositore, allievo del padre Cristoforo, fu membro della Guardia
irlandese dal 15 gennaio 1714, per passare poi, dal 16 gennaio 1728, insieme con i
fratelli, al servizio diretto del duca Antonio Farnese come virtuoso doboe fino al
31 marzo 1731. Il 20 aprile dello stesso anno fu chiamato da Carlo Emanuele III di Savoia
come virtuoso alla cappella di Corte a Torino. Nel 1735, in compagnia del fratello Paolo
Girolamo, si recò a Parigi per suonare dal 30 marzo al 29 maggio al Concert Spirituel.
Ritornato a Torino, riprese il suo incarico alla Corte, che non abbandonò più fino alla
morte, eccettuato un breve viaggio a Parma. La stima e il prestigio di cui godeva erano
così grandi che il 19 maggio 1776 fu nominato Primo virtuoso di camera, direttore
generale della musica istrumentale e suonatore di Hautbois. Durante la sua lunga
permanenza a Torino contribuì, insieme con G. Pugnani, al predominio della musica
italiana su quella dOltralpe. Si esibì, inoltre, col fratello Paolo Girolamo, in
numerosi concerti pubblici, facendo così conoscere le sue composizioni. Il Burney, che
conobbe i due fratelli a Torino nellestate del 1770, ne ha lasciato un entusiastico
giudizio. Le numerose composizioni del Besozzi, pubblicate a Parigi e a Londra tra il 1740
e il 1764, sono conservate nelle principali biblioteche europee insieme con molte altre
rimaste manoscritte. Si tratta per lo più di Sonate da camera per due o più strumenti
con o senza accompagnamento di basso continuo per clavicembalo, in due o più parti, ma si
ricordano anche Canzonetti à soprano con basso, conservati manoscritti alla Sächsische
Landes Bibliothek di Dresda.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 669.
BESOZZI ANTONIO
Parma 1714-Torino 1781
Figlio di Giuseppe, fu arruolato come oboista nella Guardia irlandese l8
ottobre 1727 e rimase alla Corte parmense fino al 1731. Si ignora ove abbia svolto la sua
attività dopo questo periodo. Si sa soltanto che nel 1734 fu alla Corte di Napoli e nel
1738 si recò a Dresda, entrando a far parte della cappella reale come primo oboista il 2
ottobre 1739. Nel dicembre 1757 apparve probabilmente con il figlio Carlo al Concert
spirituel di Parigi (mentre Le Mercure de France del gennaio 1758 fornisce questa notizia,
altri ritengono che i due musicisti fossero invece Gaetano e suo figlio Girolamo, ma è
più attendibile che si tratti del Besozzi, anche perché nelle Affiches dei concerti
viene indicato un Besozzi musicien du roi de Pologne, come appunto il Besozzi era
denominato). La sua esibizione destò un notevole entusiasmo anche nei meno favorevoli
alla musica italiana. Nei due anni successivi (1758-1759) suonò alla Corte di Stoccarda
sotto la guida di N. Jommelli. Tornò poi a Dresda, rimanendovi fino al 1774 al servizio
dellelettore di Sassonia. Lanno dopo si trasferì a Torino. Restano stampate e
inedite alcune sue composizioni per oboe.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 669.
BESOZZI GAETANO
Piacenza 25 febbraio 1725-Londra 1798
Figlio di Giuseppe. Ottimo oboista, entrò giovanissimo al servizio del re di
Napoli, presso il quale rimase fino al 1765, quando, per interessamento
dellambasciatore di Francia E.-J. de Durfort, fu invitato a recarsi a Parigi.
Ammesso tra i musicisti della cappella reale, apparve più volte al Concert Spirituel e il
Burney, che lo ascoltò il 14 giugno 1770, ne decantò la squisita se pur discontinua
abilità di esecutore. Nel 1793 si recò a Londra, dove diede vari concerti fino al 1794,
destando ammirazione per la sua tecnica.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 669.
BESOZZI GIUSEPPE
Milano 1686-Napoli 22 dicembre 1760
Trasferitosi a Parma nel 1701 con il padre Cristoforo, entrò a far parte della
Guardia irlandese dal 1o giugno 1711 fino al 16 gennaio 1728, quando passò virtuoso
doboe alla Corte ducale, prestandovi servizio fino al 5 aprile 1733. Nel 1734 si
recò a Napoli chiamatovi da Carlo di Borbone, ma fu licenziato nel 1738 per sopravvenuta
cecità. Si dedicò allora allinsegnamento, formando ottimi allievi.
FONTI E BIBL.: (Riferibile anche agli altri musicisti della famiglia Besozzi) F.S.
Quadrio, Della storia e della ragione dogni poesia, V, Bologna, 1744, 517, 531; M.
Fürstenau, Beiträge zur Geschichte der königlich-sächsischen musikalischen Kapelle,
Dresden, 1849, 136, 140, 156, 170; M. Fürstenau, Zur Geschichte der Musik und des
Theaters am Hofe zu Dresden, I, Dresden, 1861, 234 s.; C.F. Pöhl, Mozart und Haydn in
London, II, Wien, 1867, 241, 372; G. Roberti, La cappella regia di Torino 1515-1870,
Torino, 1880, 31, 34, 38 s., 43; V.A. Bertolotti, Gaetano Pugnani e altri musicisti alla
Corte di Torino nel secolo XVIII, in Gazzetta musicale di Milano XLVI 1891, 28, 457 e 33,
537; H. Abert, Niccolò Jommelli als Opernkomponist, Halle, 1908, 70; N. Pelicelli,
Musicisti in Parma nel secolo XVIII, in Note dArchivio per la Storia Musicale XI
1934, 3-4, 250-255; G. Gaspari, Catalogo della Biblioteca del Liceo musicale di Bologna,
V, a cura di U. Sesini, Bologna, 1943, 52; Ch. Burney, A general history of music, from
the earliest ages to the present period (1789), a cura di F. Mercer, II, New York, 1957,
971; Ch. Burney, An eighteenth century musical tour in France and Italy, a cura di Percy
A. Scholes, London, 1959, I, 16 s., 55-58, 310 e II (in central Europe and Netherlands),
61, 139, 147; A. Baines, Musical instruments through the ages, London, 1961, 240; W.H.
Bauer-O.E. Deutsch, Mozart. Briefe und Aufzeichnungen (Gesamtausgabe), II (1777-1779),
Kassel, 1962, 362; The British Union-Catalogue of early music printed before the year
1801, a cura di E.B. Schnapper, I, London, 1957, 105; W. Duckless-M. Elmer, Thematic
catalogue of manuscript collection of eighteenth-century italian istrumental music,
Berkeley and Los Angeles, 1963, 55, 61; F.J. Fétis, Biogr. univ. des Musiciens, I, Paris,
1860, 396; G. Groves Dict. of Music and Music., I, London, 1954, 693 s.; R. Eitner,
Quellen-Lex. der Musiker, II, Graz, 1959, 18 s.; Enciclopedia della Musica Ricordi, I,
Milano, 1963, 255; R. Meloncelli, in Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 669.
BESOZZI PAOLO GIROLAMO
Parma 17 aprile 1704-Torino gennaio/maggio 1778
Figlio di Cristoforo. Dedicatosi allo studio del fagotto e marginalmente anche
delloboe, dall11 giugno 1717 fece parte della Guardia irlandese del duca di
Parma, rimanendo in servizio fino al 30 dicembre 1727. Dichiarato virtuoso doboe del
duca insieme con i fratelli il 16 gennaio 1728, nel 1731 si trasferì a Torino come
suonatore della cappella di Corte. Durante il soggiorno fatto a Parigi nel 1735 con il
fratello Alessandro, collaborò alla composizione di Six Sonates en trio pour deux violons
et violoncello, pubblicate verso il 1750 dalleditore Canavasse. Secondo una lettera
di Leopoldo Mozart del 28 maggio 1778, il Besozzi sarebbe morto a Torino, per Eitner,
invece, sarebbe morto a Parigi. Tuttavia, poiché è noto che dopo la morte del fratello
Alessandro visse a Torino con il nipote Antonio, è da ritenersi assai improbabile un suo
trasferimento a Parigi in una età piuttosto avanzata.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 669.
BESUZZI, vedi BESOZZI
BETOLLI, vedi BETTOLI
BETTA ROSA, vedi MERELLI ROSA
BETTA DEL TOLDO FRANCESCO
Rovereto 1526-post 1589
Fu giureconsulto di grande valore. Nel 1561 ottenne da papa Pio IV il titolo di
protonotario apostolico e conte palatino. Ricoprì cariche importanti, quali uditore e
presidente del Consiglio di Giustizia (1589), al servizio dei duchi Ottavio, Alessandro e
Ranuccio Farnese.
FONTI E BIBL.: A. Aliani, Notariato a Parma, 1995, 391.
BETTALI PANCRAZIO
Parma-post 1779
Appartenne a una famiglia di fonditori sulla quale non si hanno notizie precise:
dalla data di fusione di alcune realizzazioni e da una numerazione rilevata sulle campane,
si può presumere che la famiglia avesse iniziato lattività fin dai primi del
Seicento. Era probabilmente imparentata con gli omonimi fonditori di campane che
stabilirono la loro attività a Castelnovo ne Monti, nel Reggiano. Il Bettali fornì
una campana per la chiesa di Felegara e nel 1779 fuse la campana in bronzo per la chiesa
di San Martino a Stadirano: era decorata con ornamenti floreali, una Maestà, San Martino
e medaglioni di santi. Altre due campane del Bettali furono requisite nel 1942 per gli
eventi bellici.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
BETTATI
Parma 1752/1759
Fu cantore alla Cattedrale di Parma dal 29 maggio 1752 al 14 giugno 1759.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.
BETTATI CIRO
Borgo San Donnino 1837-
Falegname, seguace di Garibaldi nel 1859. Fece parte della Società operaia. Nel
1864 fu inquisito perché repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. DAngiolini, Ministero dellInterno, 1964, 39.
BETTEI, vedi BATTEI
BETTI DOMENICO
Parma 1824
Venditore ambulante, rifugiato politico, arrivò a Bruxelles tra il 15 aprile e il
15 maggio 1824, proveniente da Parma e diretto a Cherbourg.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.
BETTI GIOVANNI
Parma 1749/1771
Fu ufficiale dellesercito parmense, colonnello ispettore di fanteria.
FONTI E BIBL.: Alla Regal Colorno, 1987, 102.
BETTI GIOVANNI
Parma ante 1757-post 1779
Dai libretti risulta inventore degli abiti negli spettacoli teatrali tenuti a Parma
dal 1757 al 1770 nei Teatri Ducale e Sanvitale. Nel 1762 organizzò una mostra di costumi
teatrali. Nel libretto del Marito indolente, rappresentato al Teatro Ducale nel Carnevale
del 1779, si legge che era suo il vestiario di nuova e vaga invenzione.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
BETTI UGO
Camerino 4 febbraio 1892-Roma 9 giugno 1953
Nacque da Tullio, medico, e da Emilia Mannucci. Trascorse linfanzia e la
giovinezza a Parma. Qui si laureò in legge nel 1914 con una tesi di filosofia del
diritto, La rivoluzione e il diritto, rivelando, col sostenere la liceità della
rivoluzione, di non essere rimasto insensibile alla temperie politica della città
emiliana. Allo scoppio della guerra il Betti, che era stato assertore della necessità
dellintervento, si arruolò volontario come ufficiale di artiglieria di campagna.
Venne fatto prigioniero durante la rotta di Caporetto e in prigionia conobbe scrittori
come Gadda e Tecchi e compose quelle liriche che uscirono poi con il titolo Il re
pensieroso. Sono componimenti dove si avvertono gli echi dei crepuscolari, di Corazzini e
di Govoni, di Maeterlinck ma anche di DAnnunzio. Componimenti in cui, accanto a
immagini estenuate e tutte tese alla ricerca di una visione fanciullesca del mondo, ne
compaiono altre baluginanti e fantastiche, ammantate di forme barbariche e decadenti.
Tornato in patria, il Betti scrisse, per il concorso di avvocato delle Ferrovie dello
Stato, unopera di carattere giuridico, Considerazioni sulla forza maggiore come
limite di responsabilità del vettore ferroviario (Camerino, 1920). Contemporaneamente si
preparò per il concorso nella magistratura, lo vinse e, nel 1921, fu nominato pretore a
Bedonia. Intanto si fece conoscere appieno nel mondo delle lettere con la pubblicazione,
nel 1922, della raccolta di liriche Il re pensieroso, mentre nel 1925 il suo nome si legò
per la prima volta al teatro, quando un suo dramma in tre atti, La padrona (rappresentato
a Roma il 21 gennaio 1927, Compagnia stabile romana con Melato, Masi, Donadio), vinse il
concorso drammatico bandito dalla rivista teatrale Le Scimmie e lo Specchio. Silvio
DAmico (che faceva parte della giuria) ricorda lo stupore dei giudici di fronte al
dramma del Betti: parve difficile, a prima vista, trovare un rapporto tra laerea
levità di quelle liriche e la fosca terrestrità del dramma (prefazione a Ugo Betti,
Teatro completo, p. XI). Nel Betti i critici avvertirono subito qualità di autentico
scrittore, anche se non poterono fare a meno di rimproverargli, come fece Marco Praga (pp.
235-239), un linguaggio da monsieur qui sécoute o un equivoco oscillare,
nellazione e nellimpianto dei personaggi, tra realismo e simbolismo (R.
Simoni, III, pp. 171 s.). Ne La padrona, infatti, a una trama dimpianto realistico
si sovrappone un linguaggio tutto letterario che, malgrado i suoi accenti crudi, tenta di
trasportare i personaggi verso significati simbolici e universali. Nel 1926 il Betti
compose in collaborazione con O. Gibertini La donna sullo scudo (rappresentato a Roma il
1o febbraio 1927, Compagnia Pavlova, con scene futuriste della pittrice russa A. Ekster),
in cui vengono abbandonate le forme del teatro verista per quelle oscure e affascinanti
della leggenda simbolista e i personaggi si esprimono in un linguaggio fumoso e
artificiale, quasi sempre incomprensibile. Il desiderio del Betti di dare vita a un teatro
di idee, una specie di comizio secondo quanto dichiarò in unintervista del 1928
(Praga), si traduce nellesigenza del superamento del realismo attraverso la duplice
possibilità o del rifiuto o della sua trasformazione dallinterno. Duplice
possibilità di cui si trovano esempi nelle novelle, composte parallelamente alle prime
opere teatrali e pubblicate nel 1928 a Milano con il titolo di Caino, in cui, accanto a
echi di Flaubert, Dostoevskij e Tozzi, compare una serie di favole wildiane. Una di
queste, Il principe Desiderio, fornì il nucleo per il dramma-balletto Lisola
meravigliosa (rappresentato a Milano il 30 ottobre 1930, Compagnia
Salvini-Donadio-Rissone-Melnati; nel 1941 fu ridotta a libretto per la musica di Renzo
Rossellini), unopera sapientemente costruita come una partitura musicale, in cui non
tutto, però, riesce a risolversi in pura armonia, rischiando certi tratti dei personaggi
e certi risvolti dellazione di apparire arbitrari. Accanto a questi tentativi di
approdo verso le forme del teatro simbolista si hanno, però, quelli ben altrimenti
fecondi intesi a dilatare le possibilità espressive del dramma realista. Ne La casa
sullacqua (rappresentato a Salsomaggiore il 18 luglio 1929, Compagnia benelliana) il
Betti rappresenta, in unaura vagamente ibseniana, la sua concezione delluomo
come creatura decaduta, naturalmente attratta verso il male, per la quale unica àncora di
salvezza è la pietà. Tutto ciò per mezzo di notazioni psicologiche frammentarie (brani
di confessioni, ricordi improvvisi e apparentemente non giustificati) e la ricerca di
particolari tonalità che rischiano di rendere del tutto insignificante lazione
rappresentata, quasi questa non fosse altro che necessaria ma ingombrante impalcatura. Che
alla fine del dramma Elli muoia per il crollo del ponticello sulla darsena (come accade
nella versione pubblicata in Comdia, agosto-settembre 1929) o che venga salvata e
accolta amorosamente da Luca (come nella seconda redazione composta intorno al 1932) non
cambia quasi nulla nelleconomia del dramma. Anche in Un albergo sul porto
(rappresentato a Parma il 23 dicembre 1933, Compagnia Pavlova-Picasso) la storia narrata
ha soltanto valore di pretesto: ciò che importa è che un certo numero di personaggi dica
la tremenda abiezione cui luomo può ridursi, fino a quando, dal fondo
dellabisso, nasca la scintilla della pietà. Nel 1930 il Betti, giudice a Parma,
sposò Andreina Frosini. Nello stesso anno il suo dramma-balletto Lisola
meravigliosa vinse il premio Governatore di Roma. Nel 1931 venne trasferito a Roma e
iniziò a collaborare alle riviste di Ojetti Pan e Pegaso. Lanno dopo pubblicò per
Mondadori la raccolta di poesie Canzonette-La morte e iniziò la collaborazione a La
Gazzetta del Popolo (che si protrasse a lungo, fino al 1952) con la rubrica Taccuino.
Questo allargarsi dellattività del Betti ad ambiti ed esperienze più vasti dovette
influire non poco a maturare levoluzione del suo teatro. Come ne La padrona, così
ne La casa sullacqua e in Un albergo sul porto il Betti cercò di adattare la sua
originale materia a strutture tradizionali di dramma. Ciò lo condusse a quegli squilibri
tra linguaggio e materia, tra crudo realismo e lirismo, tra sensi apparenti e reconditi,
che la critica gli rimproverò. Se alcuni di questi squilibri sono riscontrabili quasi
lungo tutto larco dellopera bettiana, è certo che in questa sua prima parte
essi appaiono particolarmente gravi e non di rado precludono lintelligibilità dei
singoli drammi. Con Frana allo scalo Nord (composto intorno al 1932; rappresentato a Roma
il 28 novembre 1936, Compagnia Palmer-Almirante-Scelzo) il Betti sembrò approdare a
moduli drammatici più aperti. Il tema tipicamente bettiano della Legge che non riesce a
farsi Giustizia e che di questa è costantemente in cerca postulando, in questo suo
inappagamento, lesistenza di una trascendenza, è qui calato in unatmosfera
liricamente sospesa ottenuta per mezzo della forma (anche questa tipicamente bettiana) del
dramma-processo dove i personaggi, che non debbono più agire ma soltanto confessarsi,
trapassano quasi senza sforzo dalla realtà al simbolo, fino a fondersi (sia i vivi sia i
morti) in un unico coro invocante pietà. Proprio ciò che fa di Frana allo scalo Nord una
delle più felici opere del Betti (e cioè il sapiente e raffinato accordo di elementi
diversi tendenti tutti verso un unico piano di astrazione) impedisce al testo di porsi
come punto di partenza per nuove soluzioni drammatiche. Esso ha invece le caratteristiche
di un punto di arrivo, si presenta come la conclusione di un ciclo. Nel 1934, infatti, il
Betti tentò, con Il Cacciatore danitre (rappresentato a Roma il 24 gennaio 1940,
Compagnia dellAccademia dArte Drammatica, regia di O. Costa), di comporre una
tragedia drammatica, cioè unopera che abbandonasse latmosfera
impressionistica di Frana allo scalo Nord per organizzarsi in uno schema sintattico,
tradizionalmente atteggiato, patinato, quasi di un colore di arcaica rigidità (Barbetti,
pp. 120 e ss.). Il valore allegorico della vicenda rischia però di vanificare la
consistenza dei personaggi i quali si presentano come vaghe ombre di tipi astratti, freddi
echi del primo Ibsen. Intanto il Betti pubblicò nel 1933 una raccolta di novelle, Le case
e andava componendo una serie di liriche (pubblicate nel 1937 con il titolo di Uomo e
Donna) in cui, in un linguaggio meditato e pieno di mitiche risonanze, viene tracciata la
storia delluomo. In campo teatrale, invece, tentò la strada della commedia
piacevole e commerciale. Tra il 1935 e il 1937 scrisse Una bella domenica di settembre
(rappresentata a Roma il 7 dicembre 1937, Compagnia Palmer-Almirante), I nostri sogni
(rappresentata a Parma il 7 novembre 1937, Compagnia Tofano-Rissone-De Sica), Il paese
delle vacanze (rappresentata a Milano il 20 febbraio 1942, Compagnia Tofano-Rissone-De
Sica). A questo filone si riallacciò, nel 1940, Favola di Natale (rappresentata a Milano
il 16 novembre 1948, Compagnia Tofano-Solari). Si tratta di commedie che, se pur mostrano
qua e là, al di sotto della superficie facile e brillante, il segno del pessimismo
bettiano, certo non aggiungono nulla alla gloria del Betti. Egli si rifà ai modi della
commedia borghese, vezzeggiando quel genere di personaggi che nel 1931 aveva amaramente
satireggiato nella felice farsa tragica in tre atti Il diluvio, nutrita dei succhi della
comicità pirandelliana e non per nulla presentata per la prima volta al pubblico dalla
Compagnia De Filippo (rappresentata a Roma il 28 gennaio 1936). Nacquero queste forse dal
desiderio del Betti di offrire una rappresentazione del mondo borghese che fosse
lequivalente teatrale di certe liriche giovanilmente cattive, ironiche ma in fondo
affettuose, di Gozzano e Palazzeschi, o forse il Betti tentò di accattivarsi quel
pubblico al quale sentiva di appartenere e dal quale non riusciva a ottenere il consenso.
Nel 1939 vinse intanto, con I tre del Pra di sopra (da cui trasse il romanzo La
Piera alta, Milano, 1948), un concorso per un soggetto cinematografico bandito dalla
rivista Cinema e iniziò la sua collaborazione al mondo del cinematografo che lo portò a
partecipare alla composizione dei soggetti di film come Bengasi (1941, regia di A. Genina)
o Quarta pagina (1942, regia di N. Manzari). Nel 1938, con Notte in casa del ricco,
tragedia moderna in un prologo e tre atti (rappresentata a Roma il 15 novembre 1942,
Compagnia Ricci) il Betti tornò, dopo la pausa della commedia commerciale, al tema
preferito dellinestricabile miscuglio di bene e di male che è nel cuore
delluomo e a quello della pietà come unica forma di giustizia, di solidarietà e di
comprensione. Tutto ciò si fa immagine nel personaggio di Elisa, protagonista de Il vento
notturno (rappresentato a Milano il 17 ottobre 1945, Compagnia Cornabucci-Randone-Borboni,
regia di O. Costa), disperatamente schiava della miseria dei sensi, ma capace, a volte, in
solitudine, di cantare con voce di bambina, segno di una innocenza in qualche modo ancora
presente. La rappresentazione di situazioni limite, di personaggi moralmente tarati, non
nacque nel Betti da un interesse per il morboso ma dallesigenza di prendere
coscienza di tutto il male, palese e segreto, che è nelluomo per trovare poi una
parola di speranza che non fosse il frutto di colpevoli illusioni, e dalla sua persuasione
che ogni salita verso il cielo è in realtà una risalita, dopo che si è scesi nei regni
del male, non per contemplarlo ma per conoscerlo. Così in Ispezione (composta intorno al
1942; rappresentata a Milano l11 marzo 1947, Compagnia Ruggeri-Calindri-Adani) i
membri di una famiglia di profughi confessano a due misteriosi ispettori egoismi e
tradimenti, debolezze e persino tentativi di omicidio, in una struttura drammatica che non
vuole rappresentare dei fatti, ma piuttosto rendere evidenti gli inconsci e inconfessati
impulsi sinistri che si annidano nel fondo degli uomini normali. Il porsi della
rappresentazione bettiana in una dimensione più profonda rispetto alla realtà di
immediata esperienza implica la comparsa di elementi che si aggiungono a fianco
dellazione rappresentata per commentarla, per indicare agli spettatori langolo
sotto il quale va guardata. Gli ispettori di Ispezione adempiono a questa funzione, così
come vi adempie luso del monologo interiore in Marito e moglie (rappresentato a Roma
il 21 novembre 1947, Compagnia del Dramma Italiano, regia di G. Guerrieri). Nel 1944 il
Betti ottenne la nomina a bibliotecario del Ministero di Grazia e Giustizia. Lo stesso
anno scrisse Corruzione al Palazzo di Giustizia (rappresentato a Roma il 7 gennaio 1949,
Compagnia dellIstituto del Dramma Italiano, regia di O. Spadaro), il suo dramma più
famoso in Italia e allestero, che gli procurò (già nel 1941 aveva ricevuto il
premio dellAccademia dItalia per il Teatro) il premio dellIstituto
Nazionale del Dramma (1949) e il Premio Roma (1950). Corruzione al Palazzo di Giustizia
piacque per la tensione, quasi da dramma poliziesco, e per i caratteri dei personaggi.
Lastrazione in cui si muovono gli altri drammi del Betti si ritrova qui soltanto al
livello delle singole battute. Sono pregi, questi, che non mancarono di comportare limiti
non indifferenti: Cust rischia di non essere credibile al momento della sua redenzione
finale e questa pare arbitrariamente aggiunta per sfuggire al nero pessimismo che il resto
del dramma sembra suggerire. Lo sbocco verso la trascendenza non poteva sorgere senza
equivoci dallo svilupparsi di un processo logico realisticamente rappresentato. In
mancanza di elementi formali che definiscano il valore delluomo e delle sue azioni
in zone più profonde della realtà (i morti che ritornano in Frana allo scalo Nord, gli
ispettori e la dimensione dellinconscio in Ispezione, latmosfera astratta e
liricamente disperata in cui si svolge Il vento notturno), il personaggio bettiano cerca
nella morte, vista come immolazione e iniziazione, la propria definizione al di sopra
dellinestricabile intrecciarsi di male e di bene che condiziona il suo vivere e il
suo agire. È questo il destino di Irene in Irene innocente (rappresentato a Roma il 23
marzo 1950, Compagnia Maltagliati-Benassi), di Laura in Spiritismo nellantica casa
(rappresentato a Roma il 13 aprile 1950, Piccolo Teatro della Città di Roma, con R. Falk
e T. Buazzelli, regia di O. Costa) e della prostituta Argia, che muore da regina ne La
regina e gli insorti (rappresentato a Roma il 5 gennaio 1951, Compagnia Pagnani-Cervi,
regia di A. Blasetti). In Lotta fino allalba (rappresentato a Roma il 22 giugno
1949, Piccolo Teatro della Città di Roma, regia di O. Costa) Elsa giunge a uccidere il
marito per liberarlo dal tormento di invincibili passioni, mentre in Delitto
allisola delle capre (rappresentato a Roma il 20 ottobre 1950, Compagnia
Randone-Zareschi, regia di C. Pavolini), in unatmosfera di cupa disperazione, tre
donne lasciano morire nel fondo di un pozzo lavventuriero che le aveva sedotte. La
dimensione psicologica che caratterizza questo gruppo di opere coincide con
unincertezza sul piano spirituale: il Betti sembra porre soltanto delle domande,
indicare timidamente delle possibilità. Nel 1950 il Betti fu nominato consigliere di
Corte dAppello e passò a far parte dellufficio stampa della Presidenza del
Consiglio. Si riaccostò intanto alla pratica cattolica: specchio di questa evoluzione è
il suo teatro, che dal 1950, con Il giocatore (rappresentato a Roma il 21 aprile 1951,
Compagnia Gassmann, regia di V. Gassmann), si rifà alle concezioni del cristianesimo. Che
lazione scenica si inquadri in una visione ben precisa della trascendenza, non più
semplicemente postulata o misteriosamente evocata, implica una profonda trasformazione
della struttura del dramma bettiano, pur nella continuità di una certa tematica. La
vicenda rappresentata si trasforma in exemplum e, di conseguenza, i personaggi e i luoghi
in cui agiscono vengono sottoposti a un processo di stilizzazione che cerca di dar vita a
una sorta di moderno mistero, anche se tutto ciò, lungi dal realizzarsi completamente,
compare per lo più allo stato di tendenza. A conferma di questo carattere, negli ultimi
drammi del Betti compaiono, col compito di commentarla, personaggi in parte o totalmente
estranei alla vicenda rappresentata, siano essi il Funzionario o i Tizi de Il giocatore e
di Acque Turbate (1951; non rappresentato) o il coro che conclude lazione de La
fuggitiva (1952-1953; rappresentato a Venezia il 30 settembre 1953, Festival del Teatro,
Compagnia Gassmann, regia di Squarzina), nel quale ultimo dramma compare anche, in
funzione di antagonista, una sorta di moderno Mefistofele. Quasi simbolicamente, il
penultimo dramma del Betti, Laiuola bruciata, fu rappresentato per la prima volta il
26 settembre 1953 nella chiesa di San Miniato a Firenze (Compagnia del Piccolo Teatro
della Città di Roma, regia di O. Costa). Silvio DAmico scrive (1955, p. 160): Ugo
Betti rappresentato in chiesa: cosa ne avrebbero detto quei critici i quali, per un buon
quarto di secolo hanno accusato il nostro poeta di crudezze repellenti, di torbidi
fermenti, di compiacenze immonde, considerandolo come un acre rimestatore di fondi impuri,
un insistente descrittore delle meno confessabili bassezze umane? Poco più di tre mesi
prima di questa rappresentazione il Betti si spense a Roma, stroncato da un tumore alla
gola. A considerare lintera parabola della sua opera drammatica non si può non
scoprire in essa unintima coerenza che supera lapparente antinomia tra drammi
disperati e altri aperti alla speranza, tra drammi della redenzione e drammi della
dannazione. Anche quando la sua opera sembri sconsolata, lintento di Betti è di
presentarci una situazione, dalla quale scaturiscano delle confessioni, e come risultato
di tutto questo lo spettatore sia portato a un esame di coscienza, a una ribellione, a una
constatazione per una via da seguire e per sapere se questa via cè (Fiocco, p. 29).
Una tale coerenza, una tale costante attenzione ai problemi inerenti alla dimensione
interiore delluomo, se dotarono larte del Betti di una profondità non comune,
gli impedirono anche quasi del tutto, per lo meno per quanto riguarda la sua attività di
scrittore, di aprirsi alla comprensione dei drammi che travagliarono la società del suo
tempo. Queste considerazioni, se forse non possono condizionare il giudizio estetico
sullopera del Betti, possono però far comprendere la ragione per cui i suoi drammi
stentarono, a volte, a instaurare un discorso pienamente valido con il pubblico. Ad alcuni
la problematica del Betti sembrò addirittura il frutto di un tentativo di evasione dai
problemi posti dalla realtà. A proposito di Frana allo scalo Nord, Quasimodo scrisse nel
1951: La responsabilità di Gauker è precisa e la causa della frana ben determinata. I
ragionamenti di Betti, filosofici o meno, sulla colpa e la sofferenza di tutti gli esseri
umani, per giustificare un male individuato, sono funzioni della mente, vago gioco
letterario (cfr. Scritti sul teatro, pp. 143-145). E lo stesso Quasimodo termina, nello
stesso anno, una recensione a La regina e gli insorti con una frase sprezzante e
irridente, certamente ingiusta: Argia muore, con dignità, cioè come dovrebbe morire un
regina. Amen (p. 130). Se in atteggiamenti come questi va riconosciuta una aprioristica
negazione di ciò che nella problematica bettiana vi è di certamente valido, occorre
però aggiungere che tale problematica rimane quasi sempre strettamente legata
(specialmente nelle forme in cui si manifesta) al periodo tra le due guerre. Il teatro di
Pirandello (segno assoluto di crisi) non poteva porsi come primo esempio di una tradizione
nuova. Da esso il teatro specialmente italiano del Novecento trasse indubbiamente alcuni
succhi, alcune esperienze particolari (per esempio con il teatro del grottesco e le
commedie, legate a un ambiente dialettale ma non prive di risvolti fantastici e
metafisici, di Eduardo De Filippo) ma non una soluzione globale che tenti di risolvere i
problemi della scena del Novecento. Questa venne ricercata nellambito della regia,
in Italia con i tentativi di Teatro teatrale di Anton Giulio Bragaglia. Il Betti, invece,
cercò di fare riassistere alla nascita delle prime verità sostanziali, di trovare cioè
una soluzione alla crisi del personaggio pirandelliano. Soluzione cercata in una
cristianesimo di tipo giansenistico e individualistico e che, sorta faticosamente
dallinterno delluomo, stenta a dispiegarsi chiaramente e a fecondare
lintera struttura del dramma. Così il teatro di Betti, che non può vivere senza
regista, è la disperazione del regista, il quale sa bene che, sul palcoscenico, tutto
deve prendere consistenza concreta, ma altresì devessere risoluto a gettarsi
senzaltro su un ritmo lirico, fantastico che è sempre lapporto inedito di
Betti (cfr. E. Ferrieri, Novità di teatro, pp. 172-174). Per queste vie il Betti si pose
come massimo esponente di quella corrente del teatro italiano (che trovò in Silvio
DAmico il proprio teorizzatore e che proseguì con le opere di Diego Fabbri e i
tentativi registici di Orazio Costa) che non soltanto tese a un teatro della parola, a un
teatro di poesia e introspezione, ma che cercò di ritrovare modernamente nel palcoscenico
un luogo di meditazione. Oltre gli scritti citati, del Betti si ricordano: Le case
(novelle, Milano, 1933), Una strana serata (novelle, Milano, 1948), Poesie (Bologna,
1957), Teatro completo (con prefazioni di S. DAmico e A. Fiocco, Bologna, 1957).
Scritti inediti, a cura di A. Di Pietro (Bari, 1964, comprende Il diritto e la
rivoluzione, La donna sullo scudo, I tre del Pra di sopra, la riduzione in versi per
musica de Lisola meravigliosa e la novella Quelli del padiglione). Per la poetica
del Betti si vedano (oltre allintroduzione a La padrona), Lettera a Lucio Ridenti,
in Il Dramma, agosto-settembre 1933, e Teatro e Religione, in La Rocca, Assisi, luglio
1953 (ripubblicato in Teatro-Scenario, ottobre 1953). Principali traduzioni delle opere
del Betti sono: Teatro completo, Madrid, 1960 (prefazione di G.C. Mora), Teatro (Marido y
mujer, Delito en la isla de las cabras, Lucha hasta el alba Corrupción en el palacio de
justicia, Buenos Aires, 1953), Corruption au Palais de Justice (Roma, 1952), LIle
des chèvres (Paris, 1953), Irène innocente (Paris, 1954), La Reine et les insurges
(Paris,1956), Un beau dimanche de septembre (LAvant - Scène n. 214, 15 febbraio
1960), Crime on goat island (San Francisco, 1961), Three plays on justice (Landslide,
Struggle till down, The fugitive, San Francisco, 1964), Three plays (The inquiry, Goat
Island, The gambler, New York, 1966), Two plays by Ugo Betti (Manchester, 1965,
introduzione di G.H. McWilliam).
FONTI E BIBL.: Si vedano le principali raccolte di cronache drammatiche: M. Praga
(Emmepi), Cronache teatrali, 1927, Milano, 1928, 109-118, 1928, Milano, 1929, 235-239; R.
Simoni, Trentanni di cronaca drammatica, III, Torino, 1955, 37-38, 171-172, IV,
1958, 478, 584-585, V, 1960, 49, 94-95, 125-126, 168-169, 198-199; E. Ferrieri, Novità di
teatro, Torino, 1952, 168-174; S. DAmico, Palcoscenico del dopoguerra, Torino, 1953,
I, 231-234, 307-309, II, 13-17, 73-76, 134-137, 140-143, 184-186, 209-213, 236-239,
287-289, 300-302; Rinascita del Dramma Sacro, San Miniato, 1955, 160-161; M. Dursi, Cinque
festival di prosa, Bologna, 1956, 90-101, 107-110, 242-246, 291-295; S. Quasimodo, Scritti
sul teatro, Milano, 1961, 129-130, 143-145; E. Possenti, Dieci anni di teatro, Milano,
1964, 78-80, 142-144, 197-199; G. Lanza, Teatro dopo la guerra, Milano, 1964, 59-68; L.
Repaci, Teatro di ogni tempo, Milano, 1967, 391, 674, 814, 850, 887. Tra i molti scritti
sul Betti si rimanda a quelli che possono essere di maggiore utilità e a cui occorre
rifarsi per trovare più ampie notizie bibliografiche: F. Vegliani, Saggio su Ugo Betti,
in Quaderni di Termini n. 2, gennaio-febbraio 1937; E. De Michelis, La poesia di Ugo
Betti, Firenze, s.d. [ma 1937]; A.G. Bragaglia, Replica di Anton Giulio Bragaglia al Don
Sturzo del teatro italiano, bozze di stampa (pubblicato con qualche parte mancante in Film
del 31 maggio 1941; il testo polemico del Bragaglia fu messo in circolazione nella sua
versione integrale a opera dello stesso autore. In esso si polemizza con S. DAmico,
il Don Sturzo del teatro italiano, e si indica nel Betti uno dei suoi protetti); E.
Barbetti, Il teatro di Ugo Betti, Firenze, 1943; A. Nicoll, World Drama, London, 1949,
787-789; N. DAloisio, Ugo Betti, Roma, 1952; E. Betti, Notazioni autobiografiche,
Padova, 1953 (Emilio è il fratello maggiore del Betti e di lui vengono riportate alcune
notizie di interesse biografico); A. Fiocco, Ugo Betti, Roma, 1954; L. Portier, Ugo Betti.
Teatro, in Revue des Etudes Italiennes luglio-dicembre 1955; B. Molossi, Dizionario
biografico, 1957, 28-29; F. Cologni, Ugo Betti, Bologna, 1960; G. Pullini,
Cinquantanni di teatro in Italia, Bologna, 1960, 56-59, 85-96; A. Fiocco, Teatro
universale dal Naturalismo ai giorni nostri, Bologna, 1963, 235-244; J.G. Zamora, Historia
del teatro contemporaneo, II, Barcelona, 1961, XXXV, 260-282; G. Rizzo,
Regression-progression in Ugo Bettis drama, in Tulane Drama Review, vol. 8, n. 1
1963; G. Pellecchia, Saggio sul teatro di Ugo Betti, Napoli, 1963; Ugo Betti:
Testimonianze, Quaderni Teatro stabile della città di Torino, II, Torino, 1965; G.H.
McWilliam, The minor plays of Ugo Betti, in Italian Studies XX 1965; A. Di Pietro,
Lopera di Ugo Betti, I, Bari, 1966, (utile specialmente per le notizie biografiche e
il riordinamento cronologico degli scritti); F. Taviani, in Dizionario biografico degli
Italiani, IX, 1967, 727.
BETTIA CHRYSIS
Parma II secolo d.C.
Di condizione presumibilmente libertina, madre di L. Umbricius Secundus, morto a
diciotto anni e nove mesi, cui dedicò unepigrafe, per i caratteri paleografici
(forma delle lettere, ductus, formula D.M., punteggiatura a triangoli) databile alla media
età imperiale, ritrovata al limite occidentale della città di Parma. Il nomen Bettius,
presente a Parma per altri due personaggi, è ampiamente documentato nella Cisalpina nella
forma Vettius, in parte exemplorum i.q. Vettius. La gens Vettia, già nota al tempo delle
guerre civili, conservò il proprio prestigio e la propria autorità anche in periodo
imperiale. Chrysis è cognomen grecanico diffuso dappertuttto, soprattutto per i liberti.
Poco documentato in Cisalpina, è presente a Parma in due casi.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 62.
BETTIA EUTYCHIA
Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Fu probabilmente liberta della gens Bettia, dedicataria, insieme al figlio P.
Bettius Firminus, di unepigrafe, perduta, posta dal marito Heraclida. Eutychia è
nome grecanico molto diffuso, soprattutto tra i liberti. Raro in Cispadana, si rileva con
una certa frequenza nelle regioni transpadane.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 63.
BETTIUS PUBLIUS FIRMINUS
Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Dedicatario, insieme alla madre Bettia Eutychia, di unepigrafe, perduta,
posta dal padre Heraclida, per la presenza della formula D.M. databile a età imperiale.
Il nomen Bettius, presente a Parma anche in unaltra epigrafe, è ampiamente
documentato in tutta la Cisalpina nella forma Vettius, sostanzialmente corrispondente. La
gens Vettia, documentata dappertutto, si presenta tuttavia con una notevole frequenza
nella regio VIII, dove conservò prestigio e prosperità dal tempo delle guerre civili a
quello imperiale. Non si esclude tuttavia che il nomen Bettius possa corrispondere alla
forma Bittius (Plin., Ep. VI, 12). In tal caso (secondo il Chilver, p. 102) si tratterebbe
di un nome sicuramente celtico testimoniante una famiglia nativa giunta a una certa
importanza. Firminus è cognomen comune, molto diffuso, specialmente nellItalia
settentrionale. P. Bettius Firminus, morto a un anno e undici mesi di età, porta il nome
della madre, forse liberta di un Bettius (ipotizzabile che anche il bambino fosse liberto
dello stesso personaggio). Il nome del padre, invece, denuncia condizione schiavile.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmeses, 1986, 64.
BETTINI ORAZIO
Parma 1590
Fu soprano della Cattedrale di Parma nellanno 1590.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.
BETTOLI ANTONIO
Parma 17 giugno 1762-1789
Nacque da Pietro Ilarione e da Margherita Guarnieri. A soli sedici anni ricevette
la nomina a capo sovrastante aggiunto con lincarico di sostituire in caso di assenza
il padre, il quale aveva ricevuto la nomina nello stesso anno. Nellanno 1782 il
Bettoli diresse i lavori di riparazione al monastero di Santa Caterina di Parma (Archivio
di Stato di Parma, Santa Caterina, filza XXX, Cancell., F. n. 39, 10 dicembre 1782). Nel
1784 presentò al concorso dellAccademia di Belle Arti di Parma un disegno di una
biblioteca pubblica che venne molto lodato. Nello stesso anno le monache benedettine gli
affidarono il rifacimento della facciata della chiesa di SantAlessandro (Donati).
Tale costruzione di carattere neoclassico incontrò il favore delle monache di San Paolo
che gli commissionarono la facciata della chiesa di San Ludovico (Bertoluzzi, p. 144). Nel
1786 morì sua moglie Giulia Cervetta.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI ANTONIO MARIA
Parma 1733/1777
Secondo il Donati, fu fratello di Carlo. Di lui si conserva una perizia del 29
ottobre 1733 (Archivio di Stato di Parma, sezione IV, serie LX, Raccolta autografi, 4393).
Nel 1739 fu testimonio alle nozze di Giovanni Battista Bettoli e Lucia Lucci. Il Bettoli
diede il disegno per lampliamento della chiesa delle monache teresiane (eseguito da
Ottavio Bettoli) e, secondo lo Scarabelli Zunti, in documenti relativi a questo lavoro
viene definito architetto del marchese Alessandro Pallavicini di Roma. Nel 1754 fu finita,
su disegno di A. Dalla Nave, la chiesa di San Rocco in Parma: secondo il Donati (p. 103)
il Bettoli vi lavorò col fratello Carlo. In una lista dei maestri muratori e garzoni che
lavoravano al nuovo campanile del 9 maggio 1757 (Scarabelli Zunti, ms. 106) il Bettoli
figura come capomastro. Il 17 gennaio 1769 firmò una supplica per servire la comunità di
Parma come capomastro muratore e nello stesso anno ricevette lavori e appalti. Nel 1777
partecipò a una seduta dei capimastri muratori della chiesa collegiata parrocchiale di
San Pietro (Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV, Congregazione degli edili).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI ANTONIO UBERTO
Parma 3 novembre 1766-17 ottobre 1855
Figlio dellarchitetto Carlo, di Cristoforo. Fu dottore in medicina e in
filosofia e latinista, del quale, nel catalogo della Biblioteca Palatina di Parma,
figurano numerosi opuscoli medici, orazioni funebri, inscriptiones, carmina, ecc., che
vennero pubblicati tra il 1792 e il 1844. Fu consigliere e segretario del Protomedicato di
Parma.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762; F. da Mareto,
Bibliografia, I, 1973, 74.
BETTOLI CARLO
Parma 1719/1769
Potrebbe essere quello sostituito da Cristoforo Bettoli nel 1719 alla Steccata di
Parma, che ricompare nellarchivio della stessa chiesa nel 1733 (13 aprile), quando
chiede lapprovazione dei suoi conti. Nello stesso anno firmò la perizia di una casa
e insieme con Paolo Bettoli fu operoso al chiostro e alla chiesa dei serviti (ricevute del
1738-1740, cfr. Scarabelli Zunti). Nel 1769 vinse un appalto per lavori di riattamento
alle case Pij e Magavoli (Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV, Congregazione
degli edili).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI CARLO
Parma ante 1778-1822/1827
Presentò nel 1778 un disegno al concorso dellAccademia di Belle Arti di
Parma ma, pur essendo definito valoroso giovane, non vinse alcun premio. Egli è
probabilmente lo stesso Carlo, di Giuseppe, che nel 1784 chiese di essere assunto come
capomastro della Steccata di Parma in sostituzione del fratello Francesco divenuto di
mente scemo (notizia, senza indicazione del nome del fratello nellArchivio della
Steccata, ad annum), che risulta capomastro nel 1775 e 1777. Il Bettoli l8 dicembre
1786 fu eletto cancelliere della Congregazione degli edili e conservò tale carica nel
1789 (Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV). Nel 1786 fu eseguita (Bertoluzzi;
Scarabelli Zunti) la facciata della chiesa di San Tommaso su suo disegno. Nel 1787 egli è
definito muratore e architetto dellOrdine Costantiniano (Archivio della Steccata, 8
maggio 1787, lettera del marchese Caracciolo). Questo stesso Carlo è probabilmente il
capomastro e perito della Steccata (nei cui archivi appare nel giugno e luglio 1816 e il 7
luglio 1821) che secondo il Testi dopo la bufera napoleonica provvide ai riattamenti e
lavori di conservazione di dubbio gusto.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI CRISTOFORO
Parma 1676 c.-post 1732
Detto il Trivellino, nel 1711 fu operoso nella chiesa e nel convento dei teatini
(Santa Cristina) di Parma. DallArchivio della Steccata si apprende che l11
marzo 1719 egli fu richiesto come capomastro a sostituire Carlo Bettoli di Giuseppe.
Avrebbe quindi lavorato alla torre di Guastalla, terminata nel 1732. NellArchivio
del Battistero di Parma sono registrati come figli di Cristoforo di Giovanni Battista, che
potrebbe essere il Trivellino, Maria, nata nel 1701, Giovanna Margherita Susanna, nata nel
1702, e Giuseppe, nato il 1o dicembre 1704, che probabilmente è il Giuseppe che fu
capomastro della Steccata dal 1743 in poi.
FONTI E BIBL.: Fonte principale, dove sono riportati anche documenti originali, è
il ms. del secolo XIX, conservato nella Galleria Nazionale di Parma di E. Scarabelli
Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 1701-1750, 15, 17, 18, 19, 20,
21 e VIII, 1751-1800, 32, 33, 34, 36, 37 e passim; ma sono stati consultati, a Parma,
anche lArchivio del Battistero, i Registri degli Atti di Morte del Comune,
lArchivio della Steccata; P. Donati, Nuova descrizione di Parma, Parma, 1824, 22,
55, 74, 75, 103, 164; G. Bertoluzzi, Nuovissima guida, Parma, 1830, 2, 144, 170, 179; L.
Testi, Santa Maria della Steccata, Firenze, 1922, ad Indicem; A. Ghidiglia Quintavalle, La
chiesa di San Pietro Apostolo a Parma nella storia e nellarte, Parma, 1948, 24, 25,
40; G. Allegri Tassoni, Mostra dellAccademia (catalogo), Parma, 1952, ad Indicem; U.
Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, III, 547 s.; Dizionario biografico degli Italiani,
IX, 1967, 762.
BETTOLI CRISTOFORO
Parma 1748-Parma 2 maggio 1811
Figlio di Artemio. Secondo il Testi, avrebbe rifatto la volta della crociera
meridionale del Duomo di Parma. DallArchivio di Stato di Parma (sezione I, serie
XIV, Congregazione degli edili) risulta che il 14 aprile 1769 concorse tra gli altri per i
lavori di riattamento delle case Pij e Magavoli. NellArchivio dellAccademia di
Belle Arti si conserva un disegno rappresentante un albergo reale col quale il Bettoli
vinse il primo premio di architettura nel concorso dellAccademia del 1774 (10
luglio). Sempre dai documenti della Congregazione degli edili risulta tra i capimastri
muratori della chiesa collegiata di San Pietro che parteciparono alla seduta del 20 luglio
1777. Nel 1780 fu nominato capomastro delle reali fabbriche (Scarabelli Zunti). In
unaltra seduta (8 dicembre 1786) della Congregazione degli edili il Bettoli venne
eletto infermiere. Nel 1787 è qualificato anziano dei muratori di Parma e nel 1789 primo
compagno. DallArchivio di Stato di Parma (sezione IV, serie LX, Raccolta autografi,
4395) risulta che il Bettoli, architetto e capomastro, costruì la porta nuova e il 9
luglio 1810 presentò una nota spese (perizia il 28 luglio dello stesso anno). Il Donati
(p. 74) attribuisce al Bettoli la porta di SantUldarico (che è appunto la porta
nuova, poi demolita), ma Scarabelli Zunti sostiene che il disegno sia di Domenico Artusi.
Dagli atti di morte dellArchivio del Comune di Parma risulta che il Bettoli sposò
una Paola (morta nel 1839), dalla quale ebbe numerosi figli, tra i quali Ottavio, Pietro e
Giovanni Battista, che negli atti di morte o censimenti risultano anchessi
architetti.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI DOMENICO
Parma ante 1734-Parma luglio 1766
Figlio di Pier Maria. Il 14 settembre 1734 firmò una perizia definendosi
capomastro e perito in arte (Archivio di Stato di Parma, sezione IV, serie LX, Raccolta
autografi, 4396) e ricevette un pagamento nel 1744 (14 luglio, cfr. Scarabelli Zunti) per
la porta di San Lazzaro. Un Domenico Bettoli figura nel 1757 tra i garzoni e muratori del
nuovo campanile della chiesa di San Rocco in Parma. Secondo lo Scarabelli Zunti morì nel
luglio 1766, essendo capomastro muratore della Comunità di Parma. Certo morì prima
dell8 dicembre 1786, dato che la Congregazione degli edili (Archivio di Stato di
Parma, sezione I, serie XIV) in quella data deliberò di concedere una pensione alla
vedova Lucia Poma, dalla quale aveva avuto due figli, Cristoforo (battezzato il 15 aprile
1753) e Pietro (battezzato il 4 maggio 1755).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI FRANCESCO
Parma 1863
Fu architetto. Secondo lo Scarabelli Zunti, nel 1863 fu accademico donore
dellAccademia di Belle Arti di Parma e nello stesso anno ebbe la medaglia di bronzo
allesposizione industriale di Parma per il disegno di un monumento e la pianta di
una caserma per tremila uomini (ma il catalogo ufficiale, a p. 94 del quale lo Scarabelli
Zunti prese la notizia, è introvabile).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI GIACOMO
Parma 4 luglio 1784-post 1833
Figlio di Luigi. Fu capomastro della Steccata di Parma nel 1823 (Archivio della
Steccata, 8 maggio 1823) e suo fratello Nicola, il personaggio più illustre della
famiglia, appoggiò in una lettera del 31 gennaio 1833 (Archivio della Steccata) la sua
nomina come capomastro in sostituzione del cugino Carlo Bettoli, che era defunto,
sostituzione che il Bettoli aveva già chiesto il 1° dicembre 1827.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI GIACOMO
Noceto 21 agosto 1880-Milano 22 novembre 1971
Fu allievo diligente e capace del Seminario di Parma in cui maturò la vocazione al
sacerdozio, senza rinunciare alla passione spiccata per le arti belle. Ordinato sacerdote
il 29 giugno 1904, svolse un dinamico ministero come coadiutore e poi come arciprete di
Palanzano per diciotto anni, fino al 1925. A Palanzano il Bettoli dimostrò la sua
naturale attrattiva per le arti nella progettazione e costruzione di grandi opere a
servizio della comunità parrocchiale e promuovendo organismi che fossero strumenti di
elevazione sociale e morale per gli agricoltori, per i poveri e per la gioventù. Il
Bettoli, fedele ai principi cristiano sociali, costituì lUnione Agricola e la
Cooperativa del Lavoro, rese possibile lestensione della luce elettrica in tutte le
frazioni del Comune tramite linstallazione presso il Mulino di Caneto di due
generatori di corrente, organizzò a Isola una segheria elettrica e potenziò il Piccolo
Credito di Palanzano, istituto di credito locale che contava depositi per un ammontare di
3000 lire. Quella tuttavia che può essere considerata lopera più importante della
sua fertile azione fu la creazione del Convitto San Giuseppe, con annesso un laboratorio
femminile per le giovani della zona, al fine di offrire loro la possibilità di lavorare
in loco, evitando così il trasferimento in città. Il Bettoli inoltre aprì e avviò
lasilo parrocchiale. Durante la guerra 1915-1918 si profuse senza risparmio per
mantenere i contatti tra le famiglie e i soldati al fronte. Nonostante tale frenetica
attività, riuscì a rivolgere la sua attenzione anche agli studi prediletti
dellarte conseguendo la laurea in architettura. Nel Seminario di Parma prima, come
studente, poi nella tranquillità di Palanzano, come parroco, approfondì i più noti
testi di spiritualità, di patristica e di simbologismo artistico-religioso. Trapiantato a
Milano, il Bettoli diresse lavori, stimolò energie, difese valori, portando la sua scuola
e la sua famiglia religiosa a una nobile affermazione nel campo dellarte sacra, per
la quale il suo interesse fu costante e originale. Nel 1925 il cardinale Andrea Ferrari,
arcivescovo di Milano, lo volle come insegnante presso la scuola del Beato Angelico. Alla
morte di monsignor Giuseppe Polvara, fondatore della scuola, il Bettoli venne nominato
direttore e superiore della famiglia religiosa omonima. Responsabile del periodico Rivista
di Arte Cristiana (1950-1964) fu, dal 1930 al 1937, professore di storia dellarte
presso il Seminario di Milano e di liturgia presso lAccademia di Brera. Con il
titolo di architetto realizzò, assieme ad altri professionisti, decine di centri
pastorali sia in Italia che allestero. A Palanzano la sua opera è testimoniata
principalmente da palazzo del Municipio e dallimmobile sede dellasilo
infantile. Inoltre il Bettoli collaborò, con grande finezza al bollettino
dellassociazione degli Amici dellarte cristiana, rivista bimestrale per la
cultura e la formazione estetica dellanima. Pubblicò diversi studi sullarte
liturgica, collaborando con molte riviste per la formazione artistica del clero. Tenne
lezioni e settimane di studio in molti seminari diocesani e interregionali. Membro di
molte commissioni, ricercato e apprezzato critico darte in Italia e fuori, può
essere ritenuto un antesignano e anticipatore di certe pagine del Concilio Vaticano II,
là dove, nella costituzione liturgica, si dice che la Chiesa ricerca il nobile servizio
delle arti liberali affinché le cose appartenenti al culto sacro splendano veramente per
dignità, decoro e bellezza, segni e simboli delle realtà soprannaturali.
FONTI E BIBL.: P. Triani, È morto monsignor Bettoli, sacerdote architetto, in
Gazzetta di Parma 24 novembre 1971, 8; Commemorazione, in Vita Nuova 27 novembre 1971, 7;
F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 109; A. Maggiali, in Gazzetta di Parma 21 novembre
1981, 3; Valli Cavalieri 15 1997, 31-32.
BETTOLI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1714 c.-post 1781
Figlio di Angelo Francesco, si sposò nel 1739 con Lucia Lucci (Luzzi). Con Ottavio
Bettoli firmò una ricevuta per lavori alla chiesa di San Pietro del Collegio di San
Girolamo il 24 dicembre 1760. Secondo la guida del Touring Club Italiano (Emilia e
Romagna, Milano, 1957, p. 320) la chiesa di SantAntonio Abate in Parma, iniziata nel
1712 su disegno di Ferdinando Bibiena, fu compiuta nel 1766 con una cupola a doppia volta
ideata dal Bettoli. Il 20 luglio 1777 il Bettoli figura tra i capimastri muratori della
chiesa collegiata parrocchiale di San Pietro in Parma insieme con altri Bettoli, tra i
quali un Francesco che, essendo qualificato anziano, si può pensare sia Angelo Francesco,
padre del Bettoli e probabilmente anche di Ottavio. NellArchivio di Stato di Parma
(Rescritti, 20 settembre 1781) è conservata una lettera dalla quale risulta che il
Bettoli fece il disegno e la stima di una casa posta in Sissa e acquistata dalla reale
ducale camera, disegno attualmente introvabile. Da Lucia Lucci ebbe vari figli, tra i
quali Giuseppe, Cristoforo, Alessandro e Pietro.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI GIOVANNI
BATTISTA
Parma 30 dicembre 1794-Parma 1816
Figlio di Cristoforo e Paola Bettoli. Fu architetto come il padre.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI GIUSEPPE
Parma 1 dicembre 1704-post 1762
Figlio di Cristoforo. Fu capomastro alla Steccata di Parma negli anni 1743, 1757,
1759, 1761 e 1762 (Archivio della Steccata e Testi, 1922). Il Bettoli compare nella lista
degli operai attivi al campanile di San Rocco in Parma nel 1757.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI GIUSEPPE
Parma 12 luglio 1740-post 1774
Figlio di Giovanni Battista. Allievo della scuola di disegno di G. Baldrighi, fu
premiato dallAccademia di Belle Arti di Parma nel 1764 per un Sdisegno di nudo. Nel
1767 fu escluso dal premio Fiori dellAccademia Clementina di Bologna per
larchitettura e quadratura (cfr. Atti dellAccademia Clementina, 1767, c. 63).
Nel 1772, insieme con Pietro Martini, si recò a Parigi essendo reale miniatore. Nel 1774
fu nominato miniaturista e disegnatore del Regio servizio (Archivio di Stato di Parma,
Rescritti, 2 marzo 1774) e lanno seguente fu acclamato accademico donore
dellAccademia di Parma.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI LINO
Parma 30 agosto 1845-Parma 1915
Figlio di Luigi e Clementina Porta. Sottotenente dartiglieria nel 1865, fu
insegnante presso la Scuola di Tiro di Fanteria e incaricato dellinsegnamento delle
matematiche al corso preparatorio per la Scuola di Guerra. Ebbe da tenente colonnello la
carica di direttore dartiglieria di Verona e il comando del 14o Reggimento
Artiglieria e, promosso colonnello (1899), comandò l8o Reggimento Artiglieria da
campagna. Collocato in posizione ausiliaria nel 1903, raggiunse nel 1911 il grado di
maggiore generale nella riserva.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, II, 1925, 235.
BETTOLI LUIGI
Parma 1777/1789
Compare nel 1777 in una seduta della Congregazione degli edili di Parma. In quella
dell8 dicembre 1786 egli fu eletto anziano e lo fu ancora nel 1789 (Archivio di
Stato di Parma, sezione I, serie XIV, Congregazione degli edili). Non si sa nulla della
sua attività.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI LUIGI
Parma 29 marzo 1820-Parma 10 marzo 1874
Figlio di Nicolò, ne continuò lattività. Fu accademico donore
dellAccademia di Belle Arti di Parma e architetto del patrimonio dello Stato. Fece
parecchi progetti tra cui lampliamento dellaccesso dalla via Emilia alla
piazza della Ghiaia e il restauro della ex chiesa gotica di San Francesco in Parma che
venne condotto a termine dopo la sua morte (E. Casa, Chiesa di San Francesco, in Gazzetta
di Parma, 26 marzo 1883). Allesposizione industriale del 1869 fu premiato con
medaglia di bronzo per un progetto di facciata e per la pianta di uno stabilimento per
bagni. Rifece la facciata del palazzo adibito a sede della Corte dAppello di Parma.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 765.
BETTOLI LUIGI
Parma 1911-Parma 26 marzo 1998
Il padre, Ettore, fu comandante dellAssistenza Pubblica di Parma e uno dei
primi sostenitori della benemerita istituzione. Negli anni Trenta il Bettoli conseguì al
Conservatorio di Parma il diploma di contrabbasso. Poi, però, con lavventura
coloniale del fascismo, intraprese la carrriera di ufficiale di complemento dopo aver
frequentato il corso ufficiali a Palermo. Da lì iniziò la sua attività militare in
Africa Orientale con il grado di sottotenente a Massaua, dove sbarcò il 2 maggio 1935,
integrato nel XVII Battaglione Coloniale. Sempre in quellarea dellAfrica
Orientale italiana tornò con il precipitare degli eventi bellici, alla IX Brigata
Coloniale prima e alla XXI Divisione Coloniale poi. Al comando del gruppo divisionale, nel
1941, con il ruolo di ufficiale in servizio permanente effettivo, combatté a Gimma, Galla
e Sidamo. Finché, il 21 giugno 1941, fu fatto prigioniero. Ebbe una medaglia di bronzo e
due croci di guerra per diversi episodi di valore: tra gli altri, si impegnò con il XII
Battaglione Eritrei per salvare dallaccerchiamento di 4000 abissini l80a
Legione. Dal 1941 al 4 ottobre 1946 fu prigioniero in Kenia e con gli alti ufficiali più
volte incontrò il duca Amedeo dAosta, anchegli prigioniero e che morì
durante la detenzione in campo di concentramento. Nel secondo dopoguerra ebbe incarichi al
Distretto di Parma e di Piacenza, al VI Reggimento di Fanteria a Modena e alla Scuola di
Fanteria di Cesano, andando in pensione come colonnello a disposizione. Per anzianità di
servizio divenne poi generale di divisione.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 30 marzo 1998, 8
BETTOLI NICOLA, vedi BETTOLI NICOLÒ
BETTOLI NICOLÒ
Parma 3 settembre 1780-Parma 16 luglio 1854
Figlio di Luigi e di Luigia Salati, fu il più illustre esponente di una famiglia
di artisti. Sebbene non avesse potuto frequentare corsi regolari allAccademia di
Belle Arti di Parma, che era stata chiusa per gli eventi bellici nel 1795, partecipò nel
1805 a un concorso di architettura bandito dalla stessa Accademia e vinse il secondo
premio per un vasto e comodo albergo dei poveri. Più che a Domenico Artusi, il modesto
maestro che, secondo la tradizione (G.B. Janelli), lo avrebbe educato allarte, certo
egli guardò come modello ispiratore a E. Petitot, venuto a lavorare alla Corte di
Ferdinando di Borbone, e, secondo la moda dei tempi, ricercò, con entusiasmo
archeologico, non riferimenti generali ai modelli antichi ma una conoscenza esatta di quei
modelli (L. Benevolo, Considerazioni sullarchitettura neoclassica, in Quaderni di
storia dellarchitettura, XXX-XLVIII, Roma, 1961, p. 293). Le prime opere rimaste del
Bettoli sono un progetto per un Edifizio trionfale consacrato allimprese
dellimperatore Napoleone (1811, inciso da A. Gaiani, Parma, raccolta G. Lombardi,
ripreso in Allegri Tassoni, 1954) e il progetto di rifacimento dellArco di San
Lazzaro (Parma, raccolta Lombardi). Lanno dopo disegnò il progetto per il teatro di
Borgo San Donnino, compiuto quarantanni dopo la sua morte, poi demolito
(nellArchivio Comunale di Borgo San Donnino esiste un disegno probabilmente del
Bettoli). Il 7 ottobre 1814 fu nominato consigliere con voto dellAccademia di Belle
Arti di Parma in seguito a una richiesta corroborata da disegni e progetti, tra i quali
quello di un teatro (disperso). Subito (11 ottobre), secondo le prescrizioni
dellAccademia stessa, promise un progetto completo pienamente opposto e diverso in
tutte le sue parti dalla già data idea dun teatro moderno (Allegri Tassoni, 1954,
p. 156) e nel 1816 pubblicò le Osservazioni su larte dellArchitetto in
occasione di due opere architettoniche depositate nellAccademia di Parma. Nonostante
il tentativo di qualche suo rivale che, con lettera anonima (E. Scarabelli Zunti, IX,
riportata anche in Copertini, 1955), cercò di denigrare la sua opera, nellAccademia
Parmense ricostruita da Maria Luigia dAustria venne assegnata al Bettoli (maggio
1816) la cattedra di statica e quindi egli fu nominato primo architetto di Corte. Si può
dire che tutta larchitettura parmense della prima metà del secolo è improntata
alla sua opera. Tra le prime e più intense mansioni fu il restauro e il ripristino dei
monumenti: il Teatro Farnese, la Camera di San Paolo, Santa Maria del Quartiere. Ampliò
inoltre le scuole dellAccademia (1821-1823). Per linaugurazione della nuova
sede, il Bettoli presentò il suo libro, Introduzione al corso darchitettura civile
(Parma, 1823), in cui spiega il nuovo filone neoclassico di aderenza culturale, oltre che
di sensibilità, ai modelli antichi. Nel 1821, riunendo allantica galleria il
piccolo teatro di corte, progettò, insieme con P. Toschi, una nuova grande galleria per
ospitare, con la Pinacoteca Borbonica tornata da Parigi, i nuovi acquisti di Maria Luigia
e, nella rotonda, i due colossi di basalto che, dagli Orti farnesiani sul Palatino, erano
passati al giardino di Colorno. Il progetto venne eseguito tra il 1821 e il 1825 e un
nuovo ampliamento fu progettato dal Bettoli e da Toschi nel 1835. Nel 1825 fu pubblicata a
Parma unopera dedicata allImperatore dAustria, le cui 18 tavole furono
disegnate dal Bettoli: I principali monumenti innalzati da Sua Maestà Maria Luigia
arciduchessa dAustria, Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla. Nei primi anni del
terzo decennio egli ammodernò il Casino dei Boschi di Sala Baganza e progettò la villa
La pellegrina per limpresario Rosazza. Ma lopera più importante di questi
anni fu la costruzione del nuovo teatro: né il secentesco Farnese, né il vecchio Ducale
potevano ormai rispondere alle esigenze dei tempi. Iniziato nel 1821, fu compiuto,
nellarchitettura, nel 1827 e inaugurato, completo di decorazioni, il 16 maggio 1829
con la Zaira del Bellini, alla presenza della Duchessa di Parma e dei duchi di Modena. La
costruzione, ove allesterno si notano derivazioni da strutture classiche e
rinascimentali, è allinterno modernissima e armoniosa in ogni sua parte.
Interessante la soluzione dei due cavalcavia colleganti il teatro rispettivamente al
palazzo ducale e a costruzioni a uso del teatro stesso. Ancora per la duchessa Maria
Luigia il Bettoli ricostruì ex novo (1833) lantica residenza ducale (distrutta
nella seconda guerra mondiale), sia allinterno (atrio, cortile, scalone, scale
secondarie, magnifiche sale da pranzo e da ballo curate in ogni particolare) sia nella
bellissima facciata. Progettò inoltre il grandioso salone della Biblioteca Palatina
(1834) e la biblioteca privata (1838-1839), un piccolo gioiello, distrutto anchesso
nella seconda guerra mondiale. Con laiuto di Paolo Gazzola, che già era stato suo
collaboratore a Parma, il Bettoli riadattò (1836-1837) il palazzo ducale di Colorno ed
eresse negli stessi anni nella Ghiaia le Beccherie (distrutte nel 1928): una delle più
pregevoli costruzioni neoclassiche della regione. Nel 1836-1847 completò lantico
palazzo Lalatta, ove riunì al collegio fondato da monsignor Lalatta quello dei Nobili,
formandovi così un nuovo istituto, che prese il nome dalla Duchessa regnante, a cui
aggiunse un vasto cortile e nuove ali, mentre ricostruì la facciata neoclassica.
Progettò anche (1837) il tempietto del Petrarca elevato nel 1839 in Selvapiana
(Copertini, 1955, p. 17), restaurò il Palazzo del giardino e, infine, progettò (1844) la
nuova Università degli Studi, poi adibita a sede della corte dappello
(lattuale facciata è del figlio Luigi). Tra le numerose altre opere del Bettoli,
vanno ricordati il progetto per lamministrazione della dogana (1851), poi non
eseguita, e il nuovo ingresso per la Camera di San Paolo, riflettente motivi correggeschi
e neoclassici. Il Bettoli morì dopo più di un anno di inattività per malattia. Fu
sepolto, nel cimitero, nel recinto dellOrdine Costantiniano di San Giorgio, mentre
un ricordo marmoreo col suo profilo è conservato nella chiesa di San Giovanni. La sua
importanza come architetto va molto al di là delle opere che di lui rimangono, ben poche
in confronto a quelle eseguite, in quanto le rovine belliche e, più ancora, la smania del
nuovo, si accanirono particolarmente sugli edifici da lui costruiti. Alla sua attività di
architetto egli prodigò ogni suo pensiero, ansioso di dare a Parma un volto omogeneo,
caratterizzato da una classica lineare semplicità, non scevro però di alleanze di stampo
francese, memore del Petitot e ravvivato dal caldo colore dellintonaco giallo ocra
delle facciate, che non discordava dal cotto caro ai Farnese. Il Bettoli sposò Geltrude
Cocconcelli.
FONTI E BIBL.: Parma, Galleria Nazionale, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie
di Belle Arti parmigiane, IX, 1801-1850, 54-59; P. Donati, Nuova descrizione di Parma,
Parma, 1824, 158-160; G.B. Nicolosi, Il Nuovo Teatro di Parma rappresentato con tavole
intagliate nello studio di P. Toschi, Parma, 1829 (in 8 tavv.); [A. Ronchini], Monumenti e
munificenze di Sua Maestà la Principessa Imperiale Maria Luigia, Parigi, 1846;
Ristaurazione e riabbellimento del teatro reale di Parma eseguiti nellanno 1853,
Parma, 1853; G.B. Nicolosi, Opuscoli, Parma, 1859, 23; G.B. Janelli, Dizionario biografico
dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 56; H. Bédarida, Parme et la France, Paris, 1928,
514; C. Alcari, Il Teatro Regio di Parma nella sua storia dal 1883 al 1929, Parma, 1929;
G. Copertini, Nicolò Bettoli architetto teatrale, in Parma per lArte IV 1954,
119-122, V, 1955, 3-20 (18-20 elenco dele opere sicure e probabili e bibliografia); G.
Allegri Tassoni, Nel centenario della morte di Nicolò Bettoli, in Aurea Parma XXXVIII
1954, 141-158; G. Canali, Il civile Bettoli, in Dai ponti di Parma, Bologna,
1965, 216-218; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, III, 548; Enciclopedia Italiana,
VI, 835; A. Ghidiglia Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 765.
BETTOLI OTTAVIO
Parma prima metà del XVI secolo
Pittore operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
III, 58.
BETTOLI OTTAVIO
Parma 1739/1769
Probabilmente figlio di Angelo Francesco, si firmava detto Trivelini, rivelando
quindi una discendenza da Cristoforo. Nel 1739 diresse i lavori di ampliamento della
chiesa delle teresiane in Parma su disegno di Antonio Maria Bettoli: sorsero questioni con
le suore e il Bettoli scelse come perito della sua parte Adalberto Dalla Nave. Con
Giovanni Battista Bettoli, di cui era probabilmente fratello, firmò una ricevuta per
lavori alla chiesa di San Pietro del Collegio di San Girolamo il 24 dicembre 1760. Nel
1764 firmò una ricevuta per le monache di SantAntonio Abate e nel 1766 una perizia
per il padre inquisitore (Scarabelli Zunti). Diede il disegno della chiesa parrocchiale
della villa dei Tre Casali, alla cui esecuzione sovrintese Giovanni Battista Bettoli: i
lavori furono iniziati nel 1740 e compiuti nel 1766-1767. L11 aprile 1769 concorse a
un appalto (Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV, Congregazione degli edili).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI OTTAVIO
Parma 8 ottobre 1784-Parma 1812
Figlio di Cristoforo e Paola Bettoli. Fu architetto come il padre.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI PAOLO
Parma 1733/1740
Assieme a Carlo Bettoli, fu operoso nel 1733 al chiostro e alla chiesa dei serviti
in Parma (ricevute del 1738-1740, cfr. Scarabelli Zunti).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI PAOLO
Collecchio 1916-Mediterraneo centrale 8 febbraio 1941
Figlio di Cornelio. Fu aviere scelto, 1° armiere. Fu decorato con una medaglia
dargento e una medaglia di bronzo al valore militare con, rispettivamente, le
seguenti motivazioni: Volontario in missione di guerra per laffermazione degli
ideali fascisti, armiere-mitragliere di apparecchio da bombardamento, partecipava a
numerosissime azioni belliche, dimostrando in ogni circostanza sprezzo del pericolo e
valore (Cielo di Spagna, maggio-novembre 1938); Specialista armiere di velivolo da
bombardamento partecipava a numerose azioni belliche su lontane e munite basi nemiche,
dando ripetute prove di sprezzo del pericolo e di coraggio. In scontri aerei contro
formazioni avversarie contribuiva allabbattimento di quattro velivoli nemici. Da una
azione che coronava la sua brillante attività di combattente, non faceva ritorno alla
base (Cielo del Mediterraneo centrale, 8 febbraio 1941).
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale, A.M. 1951, Disposizione 2a, 97; Decorati al
valore, 1964, 33.
BETTOLI PARMENIO
Parma 13 gennaio 1835-Bergamo 16 marzo 1907
Nacque da Carlo, impiegato, e da Clementina DallArgine. Fece studi
disordinati ma venne ben presto attratto dal teatro e dal giornalismo. Esordì il 4
dicembre 1852 con Il falsario e il traditore, ovvero Le cambiali e il carteggio, dramma in
tre atti (Parma, Teatro Regio: rappresentato da C. Caracciolo). Il 10 marzo 1865 gli
riuscì di far rappresentare da E. Rossi, al Teatro Gerbino di Torino, Il Boccaccio a
Napoli, cinque atti in versi, presto abbandonato, nonostante costituisca un discreto
studio dambiente. Il 15 marzo 1869 C. Vitaliani recitò al vecchio Teatro Re di
Milano Lemancipazione della donna, ambientata nellAlabama, interessante satira
del femminismo e della moda progressista. Da questa commedia sintravede quella che
fu una costante del teatro bettoliano: un moralismo sano ma un po ristretto, che
trae sapore da un appassionato attaccamento ai valori della tradizione e volge in burla,
spesso gustosa, tutto ciò che a esso contrasta. Al Teatro delle Logge di Firenze il 22
marzo successivo andò in scena la commedia in tre atti Un gerente responsabile, satira
della retorica giornalistica, felicemente interpretata dalla Compagnia di L. Bellotti-Bon
e che ebbe fortuna per le discussioni suscitate intorno allopportunità di una
revisione delleditto albertino sulla stampa. Il 2 novembre dello stesso anno, sempre
al Teatro delle Logge e con la medesima compagnia, andarono in scena i quattro atti delle
Idee della signora Aubray, con cui il Bettoli volle dare un seguito alla commedia omonima
di A. Dumas figlio. Nel 1870 la commedia Un pregiudizio, in quattro atti, fu giudicata una
delle due migliori concorrenti al premio bandito dalla Società filodrammatica bresciana
di beneficenza e dincoraggiamento agli scrittori italiani. Furono quelli per il
Bettoli anni dintensa attività letteraria e giornalistica. Fu redattore e più
tardi direttore della Gazzetta di Parma. Nel 1870 fondò, nella sua città natale, Il
Nuovo Patriota, che durò poco più di un anno, e nel 1874 LElettore Politico.
Stimolato dai successi del Nerone di P. Cossa, scrisse rapidamente il dramma Catilina,
cinque atti in versi, riboccante di note illustrative, rappresentato al Gerbino dalla
Compagnia del Bellotti-Bon il 9 ottobre 1872. Nel 1874 giocò unardita burla ai
danni di un capocomico e di un bibliotecario. Lepisodio è raccontato parzialmente
in un opuscolo del Bettoli stesso, Storia della commedia Legoista per progetto e di
P.T. Barti (Milano, 1875). Irritato con il Bellotti-Bon che non gli rappresentava più le
commedie, il Bettoli, preso il manoscritto di una sua commedia in tre atti, Il signor
Prosdocimo, lo tradusse in linguaggio goldoniano. Sotto il falso nome di Pier Taddeo
Barti, lo fece esaminare da un bibliotecario della Marciana di Venezia il quale non
escluse che il manoscritto fosse di epoca goldoniana. Il Bettoli quindi lo vendette al
Bellotti-Bon e la sera del 18 gennaio 1874 Legoista per progetto fu rappresentato
dalle sue tre compagnie al Teatro Valle di Roma, al Gerbino di Torino e al Nicolini di
Firenze: nei primi due piacque e fu replicato, nel terzo gli spettatori fiorentini,
subodorando linganno, ne accusarono il capocomico come autore. Critici e letterati
si divisero: per la mistificazione si schierò, insieme con Yorick (L. Sterne), F.
Martini, per lautenticità si pronunciò, con V. Bersezio e G. Giacosa, P. Ferrari,
il quale ammise, peraltro, che poteva anche trattarsi di unopera dei comici
goldoniani. Legoista per progetto, nonostante gli editori Treves ne avessero
acquistato i diritti, non fu mai pubblicato. Tra il 1874 e il 1875 il Bettoli pubblicò a
Milano i suoi più importanti saggi come narratore: Il processo Duranti (finta relazione
di L.T. Monti, notaio in Torino), dopo essere apparso in appendice al Corriere di Milano,
ben congegnato e assai vivo nei particolari (anche stavolta ci fu chi credette a un
processo vero), il racconto Giacomo Locampo, i romanzi storici La favorita del duca di
Parma e La gobba della pesa del fieno, ispirati da cronache parmensi, e quella Carmelita,
ambientata nel Tavoliere di Puglia, che è il suo racconto più fresco e che a Croce
piacque ricordare come documento di vita regionale della seconda metà del secolo XIX. Nel
1875 il Bettoli pubblicò a Parma un dizionario biografico, I nostri fasti musicali.
Appena fondato (marzo 1876) il Corriere della Sera, E. Torelli-Viollier chiamò da Parma
il Bettoli con lincarico di sbizzarrirsi in tutte le rubriche. Ma, per un incidente
avuto con il Torelli-Viollier, la sua collaborazione fu ridotta alla rubrica musicale e
dopo qualche mese egli lasciò Milano per riprendere la direzione della Gazzetta di Parma,
dove scrisse, a getto continuo e con grande fecondità, sui più svariati argomenti, ma
soprattutto su aneddoti teatrali. Il 16 marzo 1881 al Teatro Goldoni di Tripoli la
Compagnia di G. Angeloni gli rappresentò La regina Ester ossia Il trionfo di Mardocheo,
in cinque atti in versi. Fu lultimo successo teatrale del Bettoli, allora
corrispondente dalla Libia, che si lasciò prendere dal gusto per un facile esotismo con
le esili farse in un atto Un gorgonzolese a Tripoli e Un pizzicagnolo in Africa (tra le
cose più serie di questa esperienza è la monografia Tripoli artistica e commerciale,
Milano, 1912, interessante documento del pionierismo italiano in Libia). Il 7 ottobre 1883
fondò a Roma, con Telesforo Sarti, la Gazzetta Teatrale, cessata però il 23 marzo 1884,
e, pure a Roma, nel 1885 pubblicò un Dizionario comico, contenente duecentosettantasette
voci del gergo teatrale italiano. Nel 1886 scrisse, in collaborazione con E. Novelli,
Sogno di un deputato, una bizzarria in tre parti, arieggiante la Niobe di Harry Paulton.
Nel 1890 fu chiamato a dirigere la Gazzetta Provinciale di Bergamo, dalla quale uscì per
contrasti con i proprietari, e fondò la Nuova Gazzetta, che visse stentatamente e
terminò prima della sua morte. Nonostante fossero gli anni del declino, il Bettoli
continuò instancabilmente a lavorare. Scrisse il libretto per lopera-ballo in
quattro atti Fausta, musicata da P. Bandini (Milano, 1886), che ebbe un discreto successo,
e due opere diversissime per contenuto e finalità, pubblicate a Bergamo nel 1901:
Leducazione dei frenastenici in Italia e lopera dei coniugi Gonnelli-Cioni e
una Storia del teatro drammatico italiano. Dal principio del secolo XVI alla fine del
secolo XIX, miniera di date, titoli, personaggi e ruoli, opera schematica e senza
divagazioni, interrotta al terzo libro. Tra il 1906 e il 1907 furono stampati a Roma, a
Bergamo e a Torino numerosi drammi educativi, dargomento edificante, come Satana
(quattro atti), Berta dal piede grosso (cinque atti in versi), La madre dei poveri (tre
atti in versi), Il patriarca di Pitcairn (un prologo e due atti), Fra Gian Fedele (tre
atti), Gonzalo (tre atti in versi) e altri, che rivelano come il bisogno di guadagnare lo
avesse condotto molto lontano dalla spregiudicatezza della sua produzione migliore. Nel
1951 A. Scotti pubblicò alcuni estratti di due filastrocche del Bettoli, scritte in
toscano dialettizzato, e un sonetto, Al matrimoni, dal piglio sciolto e garbato, pur nelle
combinazioni degli aspri fonemi del dialetto parmense.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Teatro contemporaneo: E. Novelli, in Emporium IX, 1899,
353; R. Barbiera, Parmenio Bettoli, in Lillustrazione Italiana, 24 marzo 1907,
286-287; E. Bocchia, Lultimo dei commediografi parmensi. Parmenio Bettoli, in Aurea
Parma XX 1936, I, 25-29; A. Scotti, Parmenio Bettoli dialettale, in Aurea Parma XXXV 1951,
3, 143-148; P. Bettoli, Teatro, I, Milano, 1884, 6, II, 1869, 6, III, 1875, 8, IV, 1870,
5-16 e 18, VI, 1872, 6, XI, 1881, 6; B. Croce, La letteratura della nuova Italia, VI,
Bari, 1945, 171-172; T. Rovito, Letterati e giornalisti italiani contemporanei, Napoli,
1922, 46-47; Enciclopedia Italiana, VI, 836 (voce di M. Ferrigni); Enciclopedia dello
Spettacolo, II, Roma, 1954, coll. 446-447; S. Sallusti, in Dizionario biografico degli
Italiani, IX, 1967, 766; E. Bocchia, Lultimo dei commediografi parmensi, Parmenio
Bettoli, in Gazzetta di Parma 22 agosto 1923, 3; J. Bocchialini, Figure e ricordi parmensi
in mezzo secolo di giornalismo, Parma, Luigi Battei Editore, 1960, 84, 268-269; L.
Castagnaro, Un clamoroso falso della fine dellOttocento, in Gazzetta di Parma 27
gennaio 1968; E. Faelli, Un precursore tripolino: Parmensio Bettoli, in Gazzetta di Parma
18 marzo 1928; M. Ferrarini, Ricordo di Parmenio Bettoli, in La luna sul Parma, Parma,
1946, 67-69; C. Laurenzi, Le battaglie di Parmenio, in Corriere della Sera 19 luglio 1972;
B. Molossi, Dizionario dei parmigiani grandi e piccini (dal 1900 a oggi), Parma, Tip.
Gazzetta di Parma, 1957, 29-30; M. Mora, Osservazioni e proposte di Parmenio Bettoli sul
Corpo di volontari parmensi nel 1859, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 6 1956, 69-74; M. Mora, Un grande dimenticato: Parmenio Bettoli, in Gazzetta di
Parma 13 maggio 1957; L. Passerini, Una celebre beffa letteraria, in Noi e il mondo, Roma,
1923; L. Passerini, Una celebre burla letteraria: Parmenio e Legoista per
progetto, in Corriere Emiliano 24 giugno 1928; F. Mezzadri, in Archivio Storico per
le Province Parmensi 1995, 405-414.
BETTOLI PIER ILARIONE, vedi BETTOLI PIETRO ILARIONE
BETTOLI PIER MARIA
Parma prima metà del XVIII secolo
Della sua attività di architetto si ha notizia solo dallo Scarabelli Zunti, che lo
definisce accurato disegnatore darchitetture e dice di aver visto una pianta del
palazzo dellUniversità di Parma da lui firmata.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI PIETRO
Parma 9 luglio 1791-Parma 1852
Figlio di Cristoforo e Paola Bettoli. Capomastro, eseguì diverse opere pubbliche,
tra le quali il Collegio Maria Luigia di Parma su progetto del più famoso architetto
Nicola Bettoli, del quale era sicuramente parente.
FONTI E BIBL.: Per la Val Baganza 7 1985, 81.
BETTOLI PIETRO ILARIONE
Parma 1766/1789
Contemporaneo di Cristoforo Bettoli, lo Scarabelli Zunti dice che successe nel 1766
a Domenico Bettoli come capomastro della Comunità di Parma. Nel 1767 fu perito della
Congregazione degli edili (Archivio di Stato di Parma, sezione I, XIV, 22 settembre 1767)
e nel 1768, secondo Scarabelli Zunti, venne chiamato a ugual ufficio presso la real corte.
Ma dallArchivio di Stato di Parma (Rescritti, 19 novembre 1778) egli appare nominato
capo soprastante in luogo di S. Sellier solo nel 1778, contemporaneamente con il figlio
Antonio, il quale ne doveva fare le veci in caso di assenza. È introvabile una relazione
di visita fatta alla cupola della nuova chiesa di San Liborio a Colorno, che, sempre
secondo lo Scarabelli Zunti, egli avrebbe redatto nel 1779 insieme con Raffaele e
Fortunato Cugini. AllArchivio di Stato di Parma (Rescritti, 15 maggio 1784) si trova
la sua perizia a una casa Bonardi. In una riunione della Congregazione degli edili
(Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV) del 1789 il Bettoli è detto
infermiere.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.
BETTOLI UBERTO o UMBERTO ANTONIO, vedi BETTOLI ANTONIO UBERTO
BETTOLLI, vedi BETTOLI
BEVILACQUA ALESSANDRO
-Parma 20 settembre 1896
Appena diciottenne combatté da prode per le strade di Parma contro gli Austriaci
nella gloriosa giornata del 20 marzo 1848. Indi, volontario, si aggregò alla prima
Colonna Parmense.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 settembre 1896, n. 266; G. Sitti, Il
Risorgimento Italiano, 1915, 399.
BEVILACQUA ENRICO
Isola della Scala 1869-Parma 1932
Letterato, fu socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria di Parma
(1929). Scrisse dotte osservazioni sopra uniscrizione del Petrarca per il castello
di Guardasone.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 122.
BEVILACQUA GIULIO
Parma prima metà del XVII secolo
Pittore operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
V, 61.
BEVILACQUA LUIGI
Parma 1 maggio 1883-Parma 17 dicembre 1962
Mentre studiava composizione con Guido Alberto Fano al Conservatorio di Parma,
insegnò canto al Riformatorio Lambruschini, dove diresse anche la banda. Ancora allievo,
nel 1906 partecipò a un concorso di composizione a Firenze, ottenendo il II premio con
Canzone medievale, un quartetto a quattro voci virili, che fu applaudito in diversi
concerti. Si diplomò nel 1908. Compagno di studi di Bruno Barilli, Mario Silvani,
Spartaco Copertini, Riccardo Guazzi, Arnaldo Furlotti, Silvio Cervi, Eduardo Fornarini e
Luciano Zuccoli, formò con loro la Camerata Parmense, quel gruppo di giovani artisti che
trovarono la loro voce in Medusa, la rivista che conduceva vivaci battaglie
davanguardia. In un concerto del 18 maggio 1912 al Teatro Reinach di Parma furono
eseguiti sotto la sua direzione largo romantico, Volo di rondini, Canzone medievale e una
sua suite per orchestra. Nello stesso anno vinse un concorso bandito a Torino con un
Preludio per orchestra e fu segnalato a quello del Comune di Roma con lopera in un
atto La notte di Mara (1910), su libretto di Riccardo Guazzi. Sempre su libretto del
Guazzi, compose lopera in 3 atti La canzone della leggenda (1912-1913, non
eseguita), e su versi di Giovanni Casalini, il poemetto per canto e pianoforte Anima.
Chiamato alle armi durante la prima guerra mondiale, fece anche parte della banda musicale
che Toscanini aveva raccolto tra i musicisti. Morto sul finire del conflitto il poeta
Riccardo Guazzi, scrisse la composizione orchestrale Allamico che non ritorna, che
fu eseguita nel 1920 al Ridotto del Teatro Regio. Dal 1913 insegnò alla Scuola comunale
di musica di Gualtieri e diresse la banda di Guastalla. Nel 1922 una sua lirica per canto
e pianoforte, Ore meste, vinse il primo premio al concorso indetto dalla casa editrice
Profeta di Palermo, nel 1924, in quello indetto dalla Lega Musicale Italiana di New York,
si segnalò con la suite in 5 tempi per orchestra Cirillino (1920) e vinse quello bandito
dal Secolo per una canzone regionale per lEmilia. Soppressa nel 1925 la scuola di
Gualtieri, dove aveva ripreso a lavorare dopo il congedo, insegnò musica nel Comune di
Valmontone, vicino Roma, e dopo un anno vinse il concorso per il posto di maestro nella
Scuola comunale di musica di Pirano nellIstria, dove diresse anche lorchestra.
Nel 1935 vinse con la lirica Cascatella il concorso di Torino per una composizione corale.
Rimase a Pirano ventisei anni: ceduta lIstria alla Jugoslavia, nel 1954 ritornò
nella città natale. Oltre alle composizioni sopra indicate, scrisse: Il sogno nella
foresta, fiaba coreografica in un atto e cinque tempi; per orchestra Canzone medievale
(1906), Tramonto daprile, poema sinfonico (1908), Nella notte, suite in tre tempi
(1909), Largo romantico (1909), Volo di rondini (1909), Luna dargento, barcarola
(1924), La notte, suite per grande orchestra (1924-1925), Tramonto marino, per pianoforte
e orchestra, Un meriggio di luglio, per archi, Tempo di minuetto, per archi; per banda:
Marcia (1909), Che pettegole, mazurca di concerto (1913), I fanti del 22° Reggimento,
marcia, Brillante, marcia, Monte Grappa, Notturna, marcia (composta al fronte, agosto
1918), Vittorio Veneto, marcia militare, Ai morti per la patria, marcia funebre, Parma,
marcia, Ragazzi dItalia, marcia brillante, Italia eroica, marcia brillante, Marcia
degli Ascari, marcia militare, La rossiniana, marcia, Leggenda spagnola, valzer, Bolero,
Capriccio per sax soprano, Largo mesto, Tempo di gavotta, Marcia funebre (1922), Elegia
(1923); le marce Capodistria, Parenzo, Pirano, Portorose, Salvatore (edite da Belati,
1935); musica da camera: Scherzo e fuga, per quartetto darchi, Nozze doro,
suite in tre tempi per violino, violoncello e pianoforte, Nonni innamorati, suite in tre
tempi per violoncello e pianoforte, Capriccio, per due violini e pianoforte, Duetto comico
appassionato, per violino, violoncello e pianoforte, Tempo di mazurca, per pianoforte e
archi, Suite orientale, per pianoforte e archi, Gavotta, per flauto, due violini e
pianoforte; per strumenti: Largo appassionato (1904), Scherzo, Dolce canzone, Rondò,
Melodia, Il me souvient Iris, valzer dedicato al mio maestro Ildebrando Pizzetti, Sonata
in fa ? min (1935), Meriggio di luglio (1910), Canto damore (1917), Preludio e fuga
(1911), Piccola mazurka (1911), Fuga in re minore, Canto dImeneo, Alba nuziale,
largo appassionato, Storia sublime, impressioni, Soavi astuzie di Cupido, Impressioni di
un meriggio di luglio, Dio ti salverà, benedetta donna, romanza senza parole, Preludietto
e mazurchetta, Canto di maggio, Auguri, sonatina, Amor costante, mazurca; per canto e
pianoforte: Un sior da burla, canzone in dialetto reggiano, ore meste, lirica, Notturno,
lirica, Core trovato, lirica, O prendere o lasciare, melodia, Canzone toscana, nove
Stornellate primaverili, il re di Tule, canzone, Voglio, romanza, Occhi azzurri, lirica,
madrigale, su parole del XVI secolo, Io morirò, romanza, Il trovatore, romanza, Lontano,
lontano, romanza, Tramonto, lirica, Non credo al paradiso?, lirica, Povero fiore!,
canzone, Alla sua donna, romanza, Tu mami!, lirica, Canto, né so che sia, canzone,
La mia bandera, canzone in dialetto parmigiano, La nostra Emilia, canzone in dialetto
parmigiano, Vorria, barcarola veneziana, Fior tra i fiori, lirica, Nella notte, lirica,
Gli eroi dellAlcazar, canzone, Ninna nanna, Serenata a Lola, Lettera, lirica,
Fantasticando, lirica, Serenata e Serenella, canzone; più di cinquanta composizioni per
organo solo e per violino e organo, trentuno composizioni a due, tre o quattro voci, con o
senza accompagnamento del pianoforte. Nel 1996 il Trio Brahms di Parma incise un intero cd
(LB 01011) di sue musiche strumentali.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 29-30; Gazzetta di Parma 18
dicembre 1962, 4; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
BEVILACQUA MADDALENA, vedi TROTTI MADDALENA
BEVILACQUA MAURO
Parma prima metà del XVIII secolo
Vasaio operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
VII, 22.
BEVILACQUA ORAZIO
Parma 1665/1694
Scrisse un Diario del Ducato di Ranuccio Farnese (1665-1694) in sette volumi,
lultimo dei quali in Parma e gli altri nella Biblioteca Nazionale di Napoli.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 122.
BEVILACQUA PIETRO
Parma-1852
Fu avvocato stimato e di notevole reputazione.
FONTI E BIBL.: E. Adorni, Alla memoria dellavvocato Pietro Bevilacqua, 1852;
F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 110.
BEZZA PIETRO
Busseto 29 giugno 1905-Parma 26 giugno 1957
Studiò medicina allUniversità di Parma, divenendo allievo interno
dellistituto di fisiologia e, successivamente, della clinica chirurgica per tre
anni. Conseguita nel 1930 la laurea e poco dopo labilitazione allesercizio
professionale, si trasferì a Perugia quale assistente del professor Pietro Verga,
direttore in quella città dellistituto di anatomia patologica. Due anni dopo
rientrò a Parma, chiamato a svolgere la sua attività nella clinica chirurgica del
professor Giovanni Razzabona, che fu il suo maggiore maestro. Abilitato nel 1935 alla
libera docenza in patologia speciale chirurgica, nel 1939 ottenne la cattedra di patologia
speciale chirurgica e propedeutica allUniversità di Sassari. Nominato nel 1941
primario dellospedale di Cesena, passò lanno seguente a Parma quale primario
della divisione chirurgica. Nel frattempo aveva anche seguito corsi di perfezionamento in
Francia, approfondendo sempre più le sue già vaste nozioni professionali. Autore di
interventi chirurgici di grande ardimento, lasciò numerose pubblicazioni di carattere
medico-scientifico che attestano il suo valore in tale campo.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 74; Imminente
scoprimento allOspedale di un ritratto in bronzo del prof. P. Bezza, in Gazzetta di
Parma 2 febbraio 1962, 4.
BEZZI CARLO
-Parma 25 luglio 1887
Patriota di principi liberali e democratici. Fece la campagna risorgimentale del
1848.
FONTI E BIBL.: Il Presente 26 luglio 1887, n. 197; G. Sitti, Il Risorgimento
Italiano, 1915, 399.
BEZZI GIUSEPPE
-Parma 24 novembre 1885
Patriota risorgimentale. Combatté e sofferse per redimere la patria dalla
schiavitù.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 novembre 1885, n. 317; G. Sitti, Il
Risorgimento Italiano, 1915, 399.
BEZZI LODOVICO
-Parma 21 marzo 1873
Fu volontario in diverse campagne del Risorgimento e per ultimo ad Aspromonte.
FONTI E BIBL.: Il Presente 22 marzo 1873, n. 79; G. Sitti, Il Risorgimento
Italiano, 1915, 399.
BEZZOZZI, vedi BESOZZI
BIA AMILCARE
Parma 26 febbraio 1899-Parma 21 ottobre 1972
In giovane età (1907) seguì il padre, decoratore, in Russia dove iniziò i suoi
studi allIstituto dArte Stiglitz di Pietroburgo (1915-1917): fu allievo del
noto paesista lituano Julius Klever. Rientrato in patria, si iscrisse allAccademia
di Belle Arti di Parma avendo come maestro il pittore Paolo Baratta. Dopo essersi
diplomato nel 1920, si trasferì poi a Firenze ove frequentò la scuola di nudo e il
biennio di perfezionamento a quellAccademia. Collaborò con Galileo Chini in alcuni
lavori di restauro (1923). Rimase a Firenze fino al 1926, recandosi poi più volte a
Parigi. Si stabilì quindi (1932) a La Spezia, ove poi visse quasi ininterrottamente. Il
Bia tenne mostre personali a Levanto (1944 e 1947), a La Spezia (1953, 1958, 1961, 1966),
a Lucca (1953), a Diano Marina (1955), a Parma (1960) e a Genova (1960, 1964). Partecipò
a rassegne nazionali e internazionali ottenendo diversi riconoscimenti: premio del
Ministero Pubblica Istruzione a Genova (1948), alla Mostra del Lavoro a La Spezia (1956),
del Ministero del Lavoro a Roma (1960), alla Biennale del Golfo di La Spezia (1961), alla
Mostra Provincia di Genova (1961), alla Mostra Colori della Lunigiana (1962), al Premio
Zeri (1965). Vinse il Premio Triglia doro (Marina di Carrara, 1963), e il Premio
Ministero degli Interni (La Spezia, 1965). Artista essenzialmente lirico, il Bia,
nonostante il trascorrere degli anni, riuscì a mantenere intatte la freschezza e la
poesia del colore dei tempi migliori: i suoi sono paesaggi limpidi, gioiosi, come il
carattere e la personalità dellautore, sempre entusiasta, dinamico, ricco
interiormente come ricca fu sempre la sua tavolozza. Il binomio affettivo Parma-Liguria,
artisticamente servì al Bia per abbinare due elementi, materia e luce, nella duplice
rappresentazione di figura e paesaggio di una pittura sempre pervasa da un anelito vitale.
Sono le marine distese in azzurri mai eccessivamente caricati, i primi paesi
dellentroterra ligure che, su verso la Cisa, ricordavano al Bia lAppennino
Parmense. Ma, soprattutto, le figure caratteristiche della terra spezzina, le vecchiette,
raggrinzite dalla salsedine, sedute sulla porta di casa, e i saldi pescatori, vibranti in
una pittura di evidente origine padana. Qui spesso il Bia riuscì a raggiungere
unefficacia realista, temperata dal disegno sempre costruito e dal colore contenuto.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Parma per lArte gennaio 1961; De
Micheli-Rescio-Sidoti, Prima rassegna della Pittura Ligure, Savona, 1964;
Carozza-Raimondi, II Rassegna Spezzina, La Spezia, 1965; A. Ronco, XIII Mostra Nazionale
Golfo della Spezia, 1965; Arte Italiana Contemporanea, Firenze, 1969; R. Righetti,
Liguria, Genova, 1967; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1970, 298; T. Marcheselli,
in Gazzetta di Parma 23 ottobre 1972, 4; Aurea Parma 1 1972, 206; Pittori Italiani
dellOttocento, 1986, 91; A. Giunta, in Gazzetta di Parma 25 maggio 1999, 21.
BIACCA FRANCESCO MARIA
Parma 12 marzo 1673-Parma 15 settembre 1735
Nacque da Giovanni. Avviato al sacerdozio, mostrò una precoce inclinazione per
lerudizione e gli studi classici. Nel 1702, ordinato sacerdote, venne chiamato dal
conte Luigi Sanvitale, oltre che come precettore dei suoi figli, anche con funzioni di
cappellano e bibliotecario. Il primo frutto del suo lavoro fu una Ortografia manuale o sia
arte facile di correttamente scrivere e parlare (Parma, 1714), che volle avere un
carattere soprattutto divulgativo e pratico. Scrisse frattanto componimenti
doccasione, come Il merito coronato o sia relazione di tutte le solennità seguite
in Parma per la promozione alla sacra porpora del cardinale A.F. Sanvitale (Parma, 1710).
Un sonetto venne inserito tra le Rime per le nozze di G.A. Sanvitale colla signora M.I.
Cenci (Parma, 1720). Accolto nella colonia parmense dellArcadia, il Biacca assunse
il nome di Parmindo Ibichense, con il quale firmò molte delle sue opere. Su incarico
dellAccademia compilò, per le Notizie degli Arcadi morti (Roma, 1720), la vita di
Pompeo Sacco (I, pp. 48-54), di Ranuccio Pallavicini (I, pp. 62-65), di Cornelio Magni (I,
pp. 225-227) e di Nicolò Cicognari (II, pp. 108-109). Nel 1728 la quiete del suo lavoro
fu turbata dalla polemica con il gesuita Cesare Calino, autore del Trattenimento istorico
e cronologico sulla serie dellAntico Testamento. Il Biacca volle replicare
polemicamente, malgrado le sollecitazioni del Sanvitale, legato da personale amicizia con
il gesuita, a lasciar cadere la disputa. Il manoscritto, venuto nelle mani di Filippo
Argelati, fu dato alle stampe a Milano nel 1728 (benché sul frontespizio fosse indicato
come luogo di edizione Napoli), col titolo Trattenimento istorico e cronologico in tre
libri diviso opposto al Trattenimento istorico e cronologico del padre Cesare Calino. La
reazione del Sanvitale fu immediata: il Biacca venne allontanato dalla sua casa, mentre la
polemica proseguiva con una Risposta del padre Cesare Calino a una lettera di Cavaliere
amico (Bologna, 1728) e, da parte del Biacca, con le definitive Annotazioni di un pastor
arcade in risposta alle annotazioni fatte dal padre Cesare Calino (Verona, 1734). Dopo un
breve soggiorno presso Gherardo Terzi, il Biacca, passato a Milano in casa del conte
Antonio Simonetta, collaborò con Filippo Argelati alla Raccolta di tutti gli antichi
poeti latini tradotti in versi italiani, sia con traduzioni da Stazio (III, Milano, 1732)
e da Catullo (XXI, Milano, 1740), sia con rifacimenti di precedenti versioni come I due
Libri de sermoni, o siano satire di Orazio, tradotte da M. Lodovico Dolce (IX,
Milano, 1735), ovvero ritoccando lopera di altri volgarizzatori (Giulio Bussi e
Remigio Fiorentino). Una delle ultime sue fatiche fu la compilazione delle note in calce
allopera di Francesco Mezzabarba Birago Imperatorum Romanorum numismata (Milano,
1730), nelledizione curata da Filippo Argelati. Trascorsi quattro anni a Milano, il
Biacca tornò a Parma accolto in casa del conte Ottavio Bondani.
FONTI E BIBL.: Giornale de letterati dItalia, Venezia, XX, 1715,
450-451; F. Argelati, in F. Mezzabarba Birago, Imperatorum Romanorum numismata, Mediolani,
1730; G.M. Crescimbeni, Dellistoria della volgar poesia, VI, Venezia, 1730, 406;
Novelle della repubblica letteraria, II, 1730, 23-24; F. Argelati, Raccolta di tutti gli
antichi poeti latini, III, Milano, 1732, VII, 1735, XXI, 1740 (prefazioni); Novelle della
repubblica letteraria IX 1737, 90-91; F.S. Quadrio, Della storia e della ragione
dogni poesia, II, Milano, 1741, 549, 661, e IV, 1749, 63, 117, 347; A. Calogerà,
Raccolta dopuscoli scientifici e filologici, XXXII, Venezia, 1745, 422; Novelle
letterarie, XVI, 1755, 413; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori dItalia, II, 2, Brescia,
1760, 1116-1118; F. Argelati, Biblioteca dei volgarizzatori, Milano, 1767, I, 200, III,
104, 153, 237, 416, e IV, 111; G. Adorni, Traduzione in terza rima della chioma di
Berenice di Callimaco, Parma, 1826, 101-102; A. Lombardi, Storia della letteratura
italiana nel secolo XVIII, IV, Modena, 1830, 73-74; I. Affò-A. Pezzana, Memorie degli
scrittori e letterati parmigiani, VII, Parma, 1833, 9, 13, 16, 19, 60-65, 90; T.
Puccini-C. Lanza, Poesie di Catullo, Tibullo e Properzio, Napoli, 1867, 26-27, 30-31,
64-65, 74, 76, 77; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova,
1877, 56-57; C. Trabalza, Storia della grammatica italiana, Milano, 1908, 347; L.
Marziano, in Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 820-821.
BIAGI ZACCARIA
Parma 1831/1853
Patriota, prese parte ai moti del 1831.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 122.
BIAGIO DA PARMA, vedi MARCHI FEDERICO e PELACANI BIAGIO
BIANCARDI UGOLOTTO, vedi BIANCARDO UGOLOTTO
BIANCARDO UGOLOTTO
Parma 1345 c.-Madregolo 1408/1420
Nobile parmense, nacque da Antonio e da Caterina Lupi della casa dei marchesi di
Soragna. Viene ricordato per la prima volta in un documento del 3 marzo 1363, in cui il
giovane Biancardo, chierico, ottenne dallo zio Giovanni Lupi, canonico a Padova, un
beneficio. Una quindicina danni più tardi lo si trova già decisamente avviato,
come altri cadetti del suo tempo, nel mestiere delle armi. Il 5 dicembre 1378, insieme con
Alberico da Barbiano, alla cui scuola si era formato, ratificò, in territorio mantovano,
il patto di assoldamento a Venezia della compagnia di San Giorgio. Poco dopo fu in
Toscana, sempre con la stessa compagnia, dove simpegnò a non molestare Firenze. Nel
1380 fu mandato da Francesco il Vecchio da Carrara, Signore di Padova, contro Udine, nella
lotta accesasi tra questa città e il patriarca di Aquileia. Di lì fu richiamato nel
1386, appena scoppiata la guerra tra Padova e Verona, e combatté nello stesso anno contro
gli Scaligeri a Castelbaldo e, lanno dopo, a Castegnaro, dove si distinse per
decisione e coraggio. Nello stesso 1387 passò al servizio del Signore di Milano Gian
Galeazzo Visconti, il quale lo aveva richiesto al suo alleato padovano. Così il
Biancardo, pagato a metà dai due signori, partecipò alla guerra che il Carrarese e il
Visconti mossero contro Verona, nel corso della quale fu ferito. Dopo la sconfitta degli
Scaligeri e loccupazione di Verona (ottobre 1387) i Vicentini, per non cadere nelle
mani dei Padovani, si diedero, il 22 ottobre 1387, in custodia al Biancardo perché
ricevesse la città in nome del Visconti, e nonostante le proteste del Carrarese, che si
richiamava ai patti di spartizione dei territori scaligeri, questi si tenne Vicenza. Nel
conflitto seguitone tra Gian Galeazzo Visconti e Francesco da Carrara, il Biancardo
combatté contro il suo antico Signore, partecipando alloccupazione di Padova nel
novembre del 1388. Subito dopo Iacopo dal Verme, capitano generale visconteo, lo inviò a
prendere possesso di Treviso e qui egli ottenne da Francesco il Vecchio il perdono per
averlo abbandonato. Lanno seguente, quando si resero sempre più tesi i rapporti tra
Milano e Firenze, il Biancardo fu mandato dal Visconti in Romagna, ma, allorché Padova
riuscì a cacciare i Viscontei (nel giugno del 1390), venne prontamente richiamato nel
Veneto in soccorso delle genti del suo Signore. Prima però di muovere contro Padova, si
diresse contro Verona ribellatasi anchessa sullesempio padovano. Il 26 giugno
1390 entrò vittorioso nella città, dove le sue soldatesche compirono una strage feroce,
che ebbe termine dopo qualche giorno per lintervento di Caterina, moglie di Gian
Galeazzo. Da Verona il Biancardo passò a Padova senza riuscire a impadronirsene, subendo
anzi nel territorio padovano qualche rovescio militare. Verso la fine dellanno
operò nel Bolognese donde, agli inizi del 1391, ritornò ancora una volta nel Veronese
continuamente impegnato nella lotta contro i Padovani. Divenuto, nel frattempo, capitano
generale del Visconti insieme con Iacopo dal Verme, come attesta il Vergerio, compì
azioni militari in altre regioni e in particolare nellAlessandrino, dove ebbe parte
nella clamorosa sconfitta del conte dArmagnac (luglio 1391). Partecipò nel 1397,
sempre al servizio del Visconti, alla guerra contro il Gonzaga, facendo uso, a detta del
Platina, di frecce avvelenate, ma non poté evitare una grave sconfitta a Governolo
(agosto 1397). Destinato nel testamento del Visconti, redatto nel 1397, a far parte del
consiglio di reggenza per il figlio Giovanni Maria, tra il 1397 e il 1403 fu nominato
prima capitano e poi generale maresciallo di Verona per difenderla contro le mire dei
Carraresi. Scoppiata la guerra in seguito al fallimento delle trattative di San Martino
Buon Albergo, cui il Biancardo aveva partecipato sul finire del 1403 in rappresentanza dei
Viscontei, dopo alcuni episodi bellici che ebbero per il Biancardo esito infelice,
Francesco Novello da Carrara il 10 aprile 1404 occupò Verona. Il Biancardo, trinceratosi
nella cittadella, fu costretto ad arrendersi il 27 aprile. Si ritirò a Parma, dove
possedeva numerosi beni e dove, nellestate dellanno 1404, lo si trova
implicato in lotte per il possesso del castello di Madregolo. Passò, sempre nel 1404, al
servizio dei Veneziani, ma probabilmente per poco tempo perché già nel dicembre si
trovava di nuovo nei suoi posssessi di Madregolo. Negli anni successivi è attestata la
sua presenza nel Parmense, dove, infermo e ormai avanzato in età, fece testamento nel
1408. È questa lultima notizia che si conosce di lui, ed è lecito supporre che sia
morto poco dopo. Nel 1421 il suo castello era già raso al suolo, nel timore forse che
servisse da rifugio a qualche ribelle. Il Biancardo non fu sprovvisto di cultura: contò
tra i suoi amici lumanista vicentino Antonio Loschi e a Verona, discutendo col
Marzagaia di lettere, si professò ammiratore di Apuleio. Ebbe quattro figlie, Giovanna,
Caterina, Agnese e Palma, tutte naturali.
FONTI E BIBL.: G.B. Verci, Storia della Marca trivigiana e veronese, Venezia, 1790,
XVII, App., docc. 1907, 1916, 1925, 1927, 1936, XVIII, App., docc. 1966, 2000, 2025; L.
Osio, Documenti diplomatici tratti dagli archivi milanesi, I, Milano, 1864, 329; I libri
commemoriali della Repubblica di Venezia. Regesti, a cura di R. Predelli, III, Venezia,
1883, 138, 194; Chronicon Estense, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XV,
Mediolani, 1729, col. 520; Sozomeni Pistoriensis, Specimen historiae, in Rerum Italicarum
Scriptores, XVI, Mediolani, 1730, col. 1175; P.P. Vergerii Iustinopolitani, Orationes et
epistolae variae historicae, in Rerum Italicarum Scriptores, col. 228; Andrea de Redusiis
de Quero, Chronicon Tarvisinum, in Rerum Italicarum Scriptores, XIX, 1731, coll. 784, 790,
791; Platinae, Historiae Mantuanae, in Rerum Italicarum Scriptores, XX, 1731, coll.
763-776, 784-787; L. Bonincontrii Miniatensis, Annales, in Rerum Italicarum Scriptores,
XXI, 1732, coll. 56-57; Antiche cronache veronesi, a cura di C. Cipolla, in Monumenti
storici pubblicati dalla Regia Deputazione veneta di storia patria, Venezia, 1890, ad
Indicem; Platinae Historici, Liber de vita Christi ac omnium pontificum, in Rerum
Italicarum Scriptores, 2a ediz., III, I, a cura di G. Gaida, 289; Conforto da Costoza,
Frammenti di storia vicentina, in Rerum Italicarum Scriptores, XIII, I, a cura di C.
Steiner, 40, 41, 44; G. e B. Gatari, Cronaca carrarese confrontata con la redazione di
Andrea Gatari, in Rerum Italicarum Scriptores, XVII, I, a cura di A. Medin e G. Tolomei,
ad Indicem; Corpus chronic. Bononiensium, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, I, vol.
III, a cura di A. Sorbelli, 401, 406, 407, 433; Annales Forolivienses, in Rerum Italicarum
Scriptores, XXII, 2, a cura di G. Mazzatinti, 75, 76; Marchionne di Coppo Stefani, Cronaca
fiorentina, in Rerum Italicarum Scriptores, XXX, I, a cura di N. Rodolico, 367; A.
Cornazano, Dellarte militare, Venezia, 1493, c. 10 v; B. Pagliarino, Croniche di
Vicenza, Vicenza, 1663, 117, 123-124, 131-132, 245; P. Zagata, Cronica della città di
Verona descritta da Pier Zagata, ampliata e supplita da G.B. Biancolini, I, Verona, 1745,
123, 127-128, II, Verona, 1747, 21, 31-38; G. Bonifaccio, Istoria di Trevigi, Venezia,
1744, 433, 437, 441; A. Pezzana, Storia della città di Parma, I-II, Parma, 1837-1842, ad
Indices; L.A. Muratori, Annali dItalia, IV, Milano, 1838, 51, 53, 59-60, 62, 71-72,
85, 89; E. Ricotti, Storia delle compagnie di ventura in Italia, II, Torino, 1844, 182 s.,
186, 189, 218; G. Canestrini, Documenti per servire alla storia della milizia italiana, in
Archivio Storico Italiano XV 1851, LXXII-LXXIII; V. Fainelli, Podestà e ufficiali di
Verona, Verona, 1909, 52, 55; G. Galli, La dominazione viscontea a Verona, in Archivio
Storico Lombardo LIV 1927, 513, 515, 517, 520, 529, 531, 533, 541; P. Pieri, Milizie e
capitani di ventura in Italia nel Medio Evo, in Atti dellAccademia Peloritana XL
1937-1938, 3-20; D.M. Bueno de Mesquita, Giangaleazzo Visconti Duke of Milan, Cambridge,
1941, ad Indicem; F. Cognasso, Lunificazione della Lombardia sotto Milano, in Storia
di Milano, V, Milano, 1955, 534; F. Cognasso, Il ducato visconteo da Gian Galeazzo a
Filippo Maria, in Storia di Milano, VI, 1955, 34, 62, 73, 110; T. Sartore, in Dizionario
biografico degli Italiani, X, 1968, 39-41.
BIANCAZZI GIUSEPPE
Colorno 1703-
Fu suonatore di cembalo. Nel 1726 si trovava a Piacenza.
FONTI E BIBL.: Fiori; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
BIANCHEDI ANTONIO
-Parma 24 febbraio 1881
Cittadino intemerato per fermezza di carattere, fu caldo patriota del Risorgimento
Italiano.
FONTI E BIBL.: Il Presente 25 febbraio 1881, n. 55; Sitti, Il Risorgimento
Italiano, 1915, 400.
BIANCHEDI CAMILLO
Parma 1880
Fu agronomo di valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 123.
BIANCHEDI CIRO
14 gennaio 1848-Parma 27 settembre 1887
Valoroso soldato, fece la campagna risorgimentale del 1866.
FONTI E BIBL.: Cenno Necrologico, in Il Presente 27 settembre 1887, n. 257;
LAvanguardia 27 settembre 1887, n. 230; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915,
194.
BIANCHEDI ELEONORA
Parma 26 ottobre 1890-
Vestì labito monacale delle Orsoline, cambiando il proprio nome di Eleonora
in quello di Imelda. Scrisse interessanti opere di agiografia, tra le quali merita che
siano ricordate: Maria Barbara dei Conti Radini Tedeschi (1919), La madre Brigida di Gesù
(1920), Una candida rosa (1924), Unanima sposa allamor Crocifisso (1925),
Fiore angelico (1926), Una gemma della compagnia di Gesù (1927), Dalla morte alla vita
(1932).
FONTI E BIBL.: M. Gastaldi, Panorama della letteratura femminile contemporanea,
Milano, 1936, 612; Bandini, Poetesse, 1941, 92-93; E. Cremona, Una suora piacentina nella
religiosità del nostro secolo, in Bollettino Storico Piacentino 61 1966, 33-35.
BIANCHEDI IMELDA o IMELDE, vedi BIANCHEDI ELEONORA
BIANCHEDI ITALO
Parma 1895
Dottore in legge, esercitò per molti anni la professione di avvocato. Coprì
diverse cariche pubbliche, tra cui quelle di consigliere e assessore comunale. Fu uno dei
primi fondatori della Democrazia Parmense. Per le sue doti fu nominato archivista del
Comune di Parma il 2 aprile 1895.
FONTI E BIBL.: Giornale di Parma 10 giugno 1904; Sitti, Archivio Comunale di Parma,
in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.
BIANCHETTI EGIDIO
Parma-Milano aprile 1957
Uscito nel 1910 dal Conservatorio di Parma, diplomato in violino e viola a pieni
voti e giovanissimo, fece parte per lungo tempo delle migliori orchestre in Italia e pure
allestero. Ma il Bianchetti, fin da ragazzo, ebbe anche una innata predilezione per
gli studi letterari. Alla quotidiana applicazione nelle materie musicali, fece dunque da
contrappeso la sua passione per la letteratura. Polemista per istinto, molto stimato e
rispettato, per diversi anni fu il capo orchestra della Scala di Milano e sostenne e vinse
molte battaglie in favore dei colleghi, dimostrandosi particolarmente agguerrito in
materia sindacale: difese con molta autorità e competenza la classe degli orchestrali e
le sue argomentazioni furono sempre sostenute con una esemplare onestà. In seguito
abbandonò la professione di sindacalista e, dopo un periodo di semplice collaborazione,
fu assunto dalla casa editrice Mondadori. Divenne così il revisore, forse il più
accreditato, dei classici e curò con una dedizione e uno scrupolo quasi fanatico la
pubblicazione delle opere di DAnnunzio, dal quale parecchie volte si recò a
colloquio per sottoporgli alcune riserve su parole che sembravano travisate da
incomprensione del manoscritto. DAnnunzio fu assai grato e riconoscente
allopera del Bianchetti e alle sue scrupolose attenzioni, come attestano alcune
lettere e una fotografia del poeta con una lusinghiera dedica. Il Bianchetti ebbe un
continuo scambio di lettere con i maggiori nomi della letteratura. Ebbe la stima di
Francesco Flora che si valse sempre del suo aiuto nella revisione di opere che
richiedevano la massima sorveglianza e una forte erudizione. Il Bianchetti ebbe grande
ammirazione per Giuseppe Del Campo sotto la cui direzione aveva suonato per vari anni al
Teatro alla Scala.
FONTI E BIBL.: G.T., in Gazzetta di Parma 24 agosto 1959, 3.
BIANCHI AGOSTINO
Monticelli dOngina 20 marzo 1866-Fidenza 5 giugno 1930
Entrò tredicenne nel Seminario vescovile diocesano di Borgo San Donnino e vi
compì gli studi, distinguendosi per lintelligenza aperta e versatile. Ordinato
sacerdote il 21 settembre 1889, fu preposto in Seminario allinsegnamento di lettere
e in pari tempo designato a ricoprire nel Capitolo della Cattedrale di Borgo San Donnino,
lincarico di segretario. Il 4 settembre 1902 il vescovo Giovambattista Tescari lo
annoverò tra i canonici della stessa Cattedrale. Inclinato allamministrazione, vi
si applicò sin da giovane e fu anzi uno degli animatori di quellattività bancaria
cattolica che si andava diffondendo anche in altre diocesi, concorrendo alla fondazione
dellAgenzia della Cassa Cattolica di Parma. Di non comune larghezza di vedute in
materia di finanza, divenne in tale settore una delle personalità cittadine più
eminenti, prestando la sua opera a favore anche di enti di culto e di beneficenza che si
affidarono alla sua direzione e al suo consiglio. Con Aldo Gramizzi fondò a Borgo San
Donnino la Società Anonima Italiana Folembray per la lavorazione del vetro, che in
seguito diventò (con altro nome) uno dei maggiori complessi industriali della città.
Allinsegnamento dedicò gran parte delle sue energie e fu professore apprezzato per
dottrina e metodo dinsegnamento: fu in particolare un distinto cultore di studi
umanistici. Membro del Comitato Diocesano dellOpera dei Congressi, nel 1899 concorse
alla fondazione del settimanale cattolico Il Risveglio, del quale fu largo sostenitore.
Favorì pure la nascente Azione Cattolica e ne propugnò il progresso, accettando la
nomina ad assistente ecclesiastico del Centro Diocesano. Con don Nino Mantovani, don
Sincero Badini e don Guglielmo Laurini fu poi una delle figure di quel clero battagliero
che non fu estraneo alla politica facente capo al movimento del Partito Popolare di don
Sturzo, quantunque il Bianchi non figurò mai nella lotta aperta perché troppo assorbito
dalle sue principali attività. Buon conoscitore e amatore di musica, in possesso di una
voce sonora di basso profondo, si dilettò a darne saggi in accademie e contribuì a
lungo, nella Cattedrale di Borgo San Donnino, al decoro delle sacre funzioni in canto.
Allorché il fascismo intervenne a stroncare lattività bancaria cattolica, egli ne
ricevette un colpo durissimo. Da allora la sua salute rapidamente decadde e la malattia
finì con lavere il sopravvento sulla sua forte fibra. Poco prima della morte
nominò suo esecutore testamentario il prevosto di Busseto, monsignor Luigi Onesti,
disponendo che ogni sua sostanza fosse devoluta a favore del Seminario diocesano di
Fidenza.
FONTI E BIBL.: La sua opera è documentata principalmente dal settimanale diocesano
Il Risveglio. Un suo profilo biografico si trova nellEnciclopedia Diocesana
Fidentina, a cura di D. Soresina, Fidenza, 1961, I, 75-76; G. Pattonieri, in Dizionario
Storico del Movimento Cattolico, III/1, 1984, 91.
BIANCHI ANGELO, vedi BIANCHI FOGLIANI ANGELO
BIANCHI ANTONIO
Parma-Parma aprile 1788
Coreografo. Fece parte della compagna di LEvesque, dove danzava anche il
Rinaldi Fossano, e con questa nel 1739 fu al Teatro di Reggio Emilia nella stagione di
fiera. Nel Carnevale a Brescia compose i balli per Arianna e Teseo, dramma per musica da
rappresentarsi nel Teatro dellIllustrissima Accademia degli Erranti, e in quella
dellanno successivo per il dramma per musica LIssipile. Nel settembre 1740 fu
a San Giovanni in Persiceto nel Teatro degli Accademici Candidi Uniti e allestì i balli
per La costanza vincitrice. Nel Carnevale del 1741 fu a Ferrara al Teatro Bonacossi da
Santo Stefano con i balli del Sirbace e in Adriano in Siria e nella successiva fiera della
festa di San Pietro al Teatro dellAccademia de Signori Remoti di Faenza con
quelli della Finta cameriera. Nel Carnevale del 1742 lavorò al Teatro Molza di Modena nel
Tito Vespasiano ovvero La clemenza di Tito. In questo ballo le scene erano di Marco
Bianchi da Correggio. Nel Carnevale del 1743 fu al Teatro Ducale di Parma con i balli
dellEzio ed è sua la dedica stampata sul libretto. Nella stagione del Carnevale del
1745 allestì ancora i balli al Teatro Ducale di Parma della Didone abbandonata e in
quella di primavera del Siface, mentre nel 1747 fu inventore e direttore de Balli
nel Catone in Utica al Teatro Ducale di Piacenza e nel Carnevale 1748 fu autore dei balli
al Teatro Nazari di Cremona. Marco Aurelio Veneroni, in una lettera scritta da Piacenza il
5 maggio 1749 al duca di Parma, lo definì sommo genio. Nel Carnevale del 1751 fu ancora
al Teatro Ducale di Parma con i balli de La Ciana. Con una lettera da Colorno del 24
giugno 1754 di Du Tillot ricevette dal 1° luglio di quellanno un aumento del soldo
di 600 lire (Archivio di Stato di Parma, Computisteria Farnesiana e Borbonica, b. 1331).
Nominato maestro di ballo del duca di Parma e dei paggi ducali con una paga di 4000 lire
annue, diresse i balli di Serse re di Persia, tragedia recitata dai convittori del
Collegio dei Nobili nel Carnevale del 1756 (Biblioteca Palatina di Parma, ms Parm. 763).
Nellestate 1769 compose gli applauditissimi balli per le grandiose feste di Colorno
in occasione delle nozze reali. Il 29 gennaio 1784 con apposito decreto venne nominato
maestro di ballo al Collegio dei Nobili in aiuto al primo maestro. Il 23 aprile 1788 venne
concessa la pensione alla vedova Maria Maddalena Bini (Archivio di Stato di Parma, Decreti
e Rescritti). Come maestro di ballo alla Reale Paggeria gli successe il figlio Gaspare.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
BIANCHI APOLLONIO
Parma 1606/1608
Tornitore. Nel 1606-1608 lavorò con Bartolomeo Bianchi, forse suo fratello, a una
macchina ducale sotto la direzione del Malosso.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Raccolta ms., busta 120; Il mobile a
Parma, 1983, 253.
BIANCHI BARTOLOMEO
Parma 1606/1608
Tornitore. Nel 1606-1608 lavorò con Apollonio Bianchi, forse suo fratello, a una
macchina ducale sotto la direzione del Malosso.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Raccolta ms., busta 120; Il mobile a
Parma, 1983, 253.
BIANCHI BATTISTA, vedi BIANCHI GIAMBATTISTA
BIANCHI BERNARDINO
Parma XV secolo
Scultore in legno. Lavorò col padre Luchino nel Duomo di Parma e nel Monastero di
San Paolo.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 72.
BIANCHI CARLO
Parma 1629
Disegnatore e incisore in rame. Attivo in Milano nellanno 1629.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
V, 62; G. Capacchi-P. Martini, Larte dellincisione in Parma, 1969; P. Zani,
Enciclopedia metodica di Belle Arti, IV, 40.
BIANCHI CARLO
Bozzolo 1910-Parma 27 febbraio 1978
Trascorse la giovinezza a Redondesco. Si laureò a pieni voti nel 1935. Il corso
delle sue vicende accademiche lo portò in varie sedi universitarie per seguire gli
indirizzi più qualificati degli studi medici: da Padova, a Genova, a Sassari, sino a
Parma, che diventò la sua seconda patria e gli diede i successi più ambiti della
carriera. Si formò nella scuola del professor Bufano, del quale fu un eminente
rappresentante e il primo allievo a salire sulla cattedra universitaria, proprio a Parma
nel 1952, nella materia di Semeiotica medica. Passò successivamente alla Patologia e
infine, nel 1958, alla I Clinica Medica, quale successore del suo maestro, trasferito
allUniversità di Roma. Del professor Bufano, il Bianchi proseguì lopera di
insegnante e di scienziato nellIstituto di Clinica Medica, trasmettendo a intere
generazioni di studenti i frutti della sua esperienza e dei suoi studi e creando una
feconda schiera di allievi indirizzati a cattedre universitarie, a primariati ospedalieri
e a vari compiti di responsabilità nelle professioni sanitarie. La sua opera di
scienziato approfondì gli studi sulle malattie del sangue e sulla malaria, fin dai tempi
della sua permanenza in Sardegna, estendendoli successivamente a ricerche fondamentali
sulle leucemie e le anemie, sulle malattie del cuore e sugli aspetti delle indagini sui
farmaci. Promosse lo sviluppo, fin dai suoi primi inizi, di una nuova branca medica, la
farmacologia clinica, che poi assunse unimportanza cruciale per le prospettive
dellassistenza sanitaria sul piano scientifico e pratico. Il Bianchi spinse la sua
lungimiranza per i problemi sanitari più emergenti promuovendo listituzione a Parma
di un centro interdisciplinare per la nutrizione e dimostrando una spiccata sensibilità
per i rapporti tra le attività cliniche, igieniche e industriali del territorio. Negli
ultimi anni della sua carriera si dedicò particolarmente alla evoluzione della didattica,
organizzando i moderni mezzi audiovisivi per ristrutturare linsegnamento
universitario. Per le sue benemerenze fu insignito del diploma di benemerito della scuola,
della cultura e dellarte e delle medaglie doro dai ministeri della Pubblica
Istruzione e della Sanità. Ricoprì la carica di preside della facoltà di Medicina e
alla fine di ottobre del 1968 fu chiamato dal corpo accademico alla carica di rettore
magnifico dellUniversità di Parma per il triennio 1968-1971, proprio nel periodo
più difficile della contestazione studentesca. La sua forte personalità e una acuta
sensibilità per i problemi politici e sociali, gli consentì comunque di guidare
lamministrazione universitaria con immutato prestigio.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 febbraio 1978, 4.
BIANCHI CARLO ANTONIO
Parma-post 1779
Danzatore. Nella primavera 1763 fu al Teatro Ducale di Parma, come pure
nellanno seguente e poi nel 1770. Lo si incontra figurante al Teatro Regio di Torino
nel Carnevale 1768-1769 e ancora nel 1774-1775, quando le prime parti furono di Antonio e
Giustina Campioni. Nel 1770-1771 lavorò nei balli della temporada dopera al Teatre
de la Santa Creu a Barcellona e a Bologna nel 1778 al Nuovo Pubblico Teatro e nel 1779 al
Teatro Zagnoni, assieme a Teresa Bianchi.
FONTI E BIBL.: Alier y Aixalà; Bedarida; Sartori; G. Ferrari, La compagnia Delisle
alla Corte di Parma (1755-1758), in Allegri e Di Benedetto, 200.
BIANCHI DIONISIO
Parma 1750-post 1791
Figlio di Lodovico e Vittoria Orlandi. Il Bianchi fu conservatore
dellArchivio Pubblico di Parma (1791). Sposò Veronica Araldi.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 9 novembre 1998, 27.
BIANCHI DOMENICO
Parma 1759/1797
Violinista, appare la prima volta negli spettacoli teatrali dati a Parma
nellagosto del 1773 in occasione della nascita del primogenito principe Lodovico di
Borbone e nel 1775 tra i suonatori nominati per un triennio a suonare nellAccademia
Teatrale. La presenza del Bianchi nelle funzioni più solenni della Steccata di Parma è
ricordata dal 1759 al 1797.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Teatri 1770-1779, Affari diversi, Cart.
n. 2; Archivio della Steccata, Mandati, 1759-1797; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936,
203.
BIANCHI FAUSTINA, vedi CAMPIONI FAUSTINA
BIANCHI FERDINANDO
Parma 6 agosto 1854-Valera 20 agosto 1896
Nacque da Francesco Saverio, giurista. Iscrittosi allUniversità di Siena,
presso cui il padre era passato da quella di Parma nel 1873, il Bianchi si laureò nel
1876 con un lavoro sulle Obligazioni solidali in diritto romano, che, pubblicato a Parma
nel 1878, gli fece conseguire la libera docenza in diritto civile. Lopera del
Bianchi, tuttavia, nel suo complesso è caratteristica duna fase ulteriore di
transizione della scienza giuridica italiana, alla ricerca di nuovo moduli interpretativi,
da adeguare al mutato contesto legislativo. In questo ambito il suo contributo non
approdò certamente a risultati di rilievo, ma già i suoi primi lavori civilistici
rivelano, nelleclettismo con cui egli venne saldando la tradizione giuridica
italiana del secolo XIX con le coeve esperienze straniere e in particolare con quella
tedesca, uno sforzo di puntualizzazione interpretativa niente affatto trascurabile.
Entrato il padre nel 1880 a far parte della suprema Corte di cassazione di Roma, il
Bianchi fu chiamato dallUniversità di Siena a ricoprirvi per incarico la cattedra
di diritto civile che questi aveva lasciato, passando poi a Macerata come straordinario
della stessa materia. Ricevuto lordinariato nel 1884, lanno seguente fu
chiamato nuovamente a Siena e vi rimase fino al 1890, per passare definitivamente alla
cattedra di diritto civile dellUniversità di Genova. Il periodo senese fu il più
intenso e fecondo dellattività pubblica e scientifica del Bianchi. Nel 1886 venne
nominato preside della facoltà e lanno seguente assunse la condirezione degli Studi
Senesi insieme con M. Pampaloni. Nel frattempo, eletto consigliere e assessore, si
interessò anche dellamministrazione comunale. In stretto rapporto con la vita
cittadina e con quella dellAteneo si svolsero i suoi interessi scientifici e
didattici che, mentre lo portarono a prendere posizione contro un eventuale provvedimento
di soppressione delle università minori (con uninteressante memoria pubblicata
negli Studi Senesi, dal titolo La riforma universitaria in rapporto alla soppressione
delle università minori, VII, 1890, pp. 69-84), daltro canto contribuirono a far
maturare in lui un forte interesse per linsegnamento istituzionale del diritto
civile che, se non mise mai capo a una sua opera specifica, si tradusse tuttavia, sul
piano dellattività didattica, in uniniziativa precorritrice, di rilievo anche
scientifico: la creazione di un corso universitario di istituzioni di diritto privato, di
cui egli ebbe per primo lincarico. Va messa pure in rilievo, in questo periodo,
lattività scientifica del Bianchi: dai saggi pubblicati sugli Studi Senesi (Sulla
inalienabilità delle servitù prediali, III, 1886, pp. 58-89; Le prme linee del sistema
ipotecario italiano, III, 1886, pp. 186-212; Garanzie di evizione nellespropriazioni
forzate, IV, 1887, pp. 3-19) alla memoria su I limiti della proprietà privata nel diritto
civile (Macerata, 1884) e al suo lavoro più maturo, il Trattato delle servitù legali nel
diritto civile italiano (Lanciano, 1888). Il distacco da una esegesi puramente
formalistica, tipica della metodologia francese, si fa in questi ultimi lavori esplicito e
vi prende il posto un tentativo più maturo di ricostruzione organica degli istituti, sul
modello della scienza giuridica tedesca. Questo naturale e consapevole accostamento a
esperienze esegetiche nuove è testimonianza quanto mai significativa di quella tendenza
che, nella scienza giuridica italiana, diventò predominante un decennio più tardi. La
libertà esegetica si riaffaccia nel commento del Bianchi al diritto di famiglia.
Lopera, che fu anche lultimo suo lavoro di impegno e che costituisce il quinto
volume del suo Corso di diritto civile italiano, grande commentario al codice civile del
1865 curato dal padre Francesco Saverio, uscì col titolo Della parentela,
dellaffinità e del matrimonio, spiegazione dei titoli IV e V del libro I (2 voll.,
Torino, 1883-1896). Nel 1896, pochi mesi prima della morte, fu chiamato
dallUniversità di Bologna a ricoprire la cattedra di diritto civile. Tra i suoi
scritti minori vanno ricordati: Il diritto successorio in relazione agli ordinamenti
sociali, Siena, 1882; Del pegno commerciale, Macerata, 1883; I contratti conclusi per
telefono, Siena, 1888; I contratti per corrispondenza e larticolo 36 del codice di
comm. in materia civile, in Studi in onore di F. Serafini, Torino, 1892, pp. 87-112.
FONTI E BIBL.: P. Rossi, Ferdinando Bianchi, in Studi Senesi XIII 1896, 257-271; F.
Ruffini, Ferdinando Bianchi, in Annuario dellUniversità di Genova 1896-1897,
149-154; P. Cogliolo, Commemorazione del professor di legge Ferdinando Bianchi, in
Annuario dellUniversità di Genova 1897-1898, 137-150 (con bibliografia completa
degli scritti del Bianchi); Novissimo Digesto Italiano, II, 388 ss.; Dizionario biografico
degli Italiani, X, 1968, 83-84.
BIANCHI FLORIO
San Lazzaro Parmense-Monte Lepre 9 aprile 1941
Sottotenente, fu decorato con la Medaglia di Bronzo al Valore Militare, con la
seguente motivazione: Aiutante maggiore di battaglione, si prodigava generosamente per
meglio assolvere il suo compito quale comandante di plotone, a un contrassalto e, mentre
in piedi, stava lanciando bombe a mano, cadeva colpito mortalmente. Esempio di coraggio e
di elevato sentimento del dovere (Monte Lepre, Zona di Planina, Postumia, Fronte
Jugoslavo).
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1948, 570; Decorati al valore, 1964, 69.
BIANCHI FRANCESCO SAVERIO
Piacenza 24 novembre 1827-Civitavecchia 20 luglio 1908
Compì gli studi giuridici allUniversità di Parma, dove si laureò l8
luglio 1848 e dove, nel 1856, fu nominato professore di diritto civile (ordinario nel
1863) e preside della facoltà di giurisprudenza dal 1868 al 1873. A Parma il Bianchi
ricoprì anche numerose cariche pubbliche. Fu eletto consigliere comunale e quindi sindaco
nel 1869 e fu per molti anni presidente del Consiglio provinciale e presidente degli
ospizi civici, nella qual carica si distinse in modo particolare per lopera di
radicale riordinamento che riuscì ad avviare e in parte a condurre a termine. Nel 1873 il
Bianchi fu chiamato alla cattedra di diritto civile dellUniversità di Siena, dove
nel 1878 fu eletto preside della facoltà di giurisprudenza e nel 1879 nominato rettore.
Anche a Siena fu eletto consigliere comunale e quindi assessore allistruzione. Fu
fondatore e animatore del circolo giuridico presso lUniversità e socio di una
società di esecutori di pie disposizioni. Lopera del Bianchi si mostrò agli inizi
essenzialmente legata a intenti didattici, come attestano i suoi corsi di lezioni,
raccolti in una serie di dispense litografate e usciti a Parma tra il 1861 e il 1862 sotto
il titolo generale di Teoria del codice civile. Fin dal 1869, tuttavia, con la
pubblicazione del primo volume del Corso elementare di codice civile, essa acquistò un
orizzonte più largo, in cui la ricostruzione istituzionale e la ricerca esegetica si
fondono nel commento analitico del codice civile del 1865. Il Corso elementare, infatti,
prelude già al trattato sui Principi generali delle leggi che, uscito a Torino nel 1888,
introdusse la seconda edizione del Corso di diritto civile. La prima edizione, infatti, si
compose di cinque volumi, pubblicati a Torino, a partire dal 1869 fino al 1877, e coprì
soltanto i primi otto titoli del primo libro del codice. La seconda edizione ebbe come
titolo Corso di diritto civile italiano e prese a uscire sempre a Torino nel 1888 col
citato volume intorno ai Principi generali sulle leggi, cui seguì lanno dopo un
altro volume sulla Retroattività delle leggi, riedito poi nel 1922 (ancora a Torino) da
Donato Faggella: lavori ambedue originali rispetto alledizione precedente. La
seconda edizione del Corso rappresentò una più matura fase del Bianchi. Più ricchi di
riferimenti giurisprudenziali, questi volumi mostrano già un attento spoglio della
dottrina tedesca, di cui sono riferiti i punti di vista, e qui e là è utilizzato qualche
strumento interpretativo. Linfluenza, però, del Cours de droit civil français
dellAubry e del Rau continua a essere determinante nella concezione sistematica
dellopera. Ne risulta modificato, e parzialmente, solo il prevalente tecnicismo, se
non nellimpostazione, nella recezione di motivi esegetici diversi, dottrinali e
giurisprudenziali. Ma, come i suoi di poco anteriori modelli francesi, lopera del
Bianchi palesa daltra parte una sostanziale impermeabilità alle più generali
correnti culturali e sociali dellepoca. Ai primi due volumi ne seguirono altri sette
(divisi in tredici tomi complessivi), di cui il settimo e lottavo uscirono dopo la
morte del Bianchi, rispettivamente nel 1909 e 1911. Non ne uscì tuttavia unanalisi
completa del codice civile. Al commento dei primi otto titoli del primo libro, già svolto
nella prima edizione, il Bianchi poté aggiungere il commento al titolo IX dello stesso
libro, nonché quello ai titoli I, II e IV del secondo libro. In compenso, la ristampa del
primo commento risultò largamente ampliata e in molti punti largamente rinnovata. In
questambito non vanno dimenticati i due tomi del quinto volume del Corso, Della
parentela, dellaffinità e del matrimonio, spiegazione ai titoli IV e V del I libro,
usciti rispettivamente nel 1893 e nel 1901, a cura del figlio del Bianchi, il giurista
Ferdinando. Nel 1880 il Bianchi lasciò linsegnamento per trasferirsi in
magistratura, quale consigliere della Corte di cassazione di Torino fino al 1882 e quindi
di quella di Roma. Ma qui rimase per breve tempo, giacché l8 luglio 1883 fu
nominato consigliere di stato. Creato senatore del Regno nel 1892, divenne presidente di
sezione del Consiglio di stato nel 1896 e fu poi nominato presidente dello stesso
consiglio il 29 gennaio 1903. Fu collocato a riposo il 31 marzo 1907. Tra le varie cariche
pubbliche ricoperte dal Bianchi è da ricordare la sua partecipazione al Consiglio
Superiore della Pubblica Istruzione, al Consiglio delle Miniere e al Consiglio del Fondo
per il Culto. Appartenne al Tribunale Supremo di Guerra e Marina e fu membro della
Commissione di studio per la legge sullo stato giuridico degli impiegati, ai cui lavori
(seguiti nel 1908 dallemanazione della legge) fornì un notevole apporto di dottrina
e di specifica esperienza giurisprudenziale. La sua opera di studioso fu largamente
apprezzata, procurandogli in Italia il conferimento del gran cordone della Corona
dItalia e una notevole fama allestero, come dimostra, tra laltro, il
fatto che il governo inglese si rivolse ripetutamente a lui per avere il suo parere in
merito a importanti e delicati problemi giuridici.
FONTI E BIBL.: D. Zanichelli, Francesco Saverio Bianchi, in Giornale dItalia
23 luglio 1908; Atti parlamentari. Senato, Discussioni, legislatura XXII, tornata del 28
novembre 1908, 9963-9970; P. Rossi, Francesco Saverio Bianchi, in Studi Senesi XXV 1908,
306; L. Tartufari, Francesco Saverio Bianchi, in Annuario della Regia Università di Parma
1908-1909, Parma, 1909, 159-162; C. Manenti, Francesco Saverio Bianchi, in Annuario della
Regia Università di Siena 1908-1909, Siena, 1909, 139-154; Il Consiglio di Stato. Studi
in occasione del centenario, Roma, 1932, III, 79 dellApp.; G. Mosca, in Dizionario
biografico degli Italiani, X, 1968, 94-95; Saverio Bianchi, un insigne giurista, in E.F.
Fiorentini, Personaggi piacentini dellultimo secolo, Piacenza, 1972, 67.
BIANCHI GASPARE
Parma 1743-Parma 26 agosto 1816
Figlio del coreografo Antonio, era detto anche Cadet. Fece parte della compagnia
Delisle come figurante e debuttò a Colorno nel 1757, danzanto in tutti i balli dati a
Parma. Allinizio del 1761 fu inviato dal ministro Du Tillot a Parigi, assieme al
collega Antonio Campioni, a perfezionarsi con il Laval. Rientrò nel 1763 riprendendo a
danzare a Parma. Nel 1770 Du Tillot lo raccomandò assieme a Giustina Campioni per i Reali
Teatri di Spagna, in quanto insieme lavoravano con molta armonia. Nel 1770 sposò la
danzatrice Maria Vendermuten, dalla quale ebbe un figlio, Enrico, anchegli
danzatore. Il Bianchi ritornò a danzare al Teatro Ducale di Parma dal Carnevale 1772 e lo
si trova ininterrottamente fino al 1776, anche nelle estati a Colorno. Il 27 aprile 1775
gli venne accordata la sopravvivenza di Maestro di Ballo della Regia Paggeria e dichiarato
Virtuoso donore al serviggio di SAR (Archivio di Stato di Parma, Decreti e
Rescritti). Nel Carnevale 1773 fu coreografo al Real Ducale Teatro Vecchio di Mantova per
LOlimpiade di Ferdinando Bertoni, nella primavera 1774 fu compositore, direttore
de Balli e ballerino fuori de concerti al Teatro Nuovo di Pavia e nel
Carnevale del 1777 al Teatro dellAccademia Filarmonica di Verona. Nel 1784 fu
nominato maestro di ballo dei figli del duca di Parma Ferdinando di Borbone e il 23 aprile
1788 maestro dei paggi di Corte, al posto del padre defunto.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 137.
BIANCHI GERARDO
Gainago 1220/1225-Roma 1 marzo 1302
Il nome dei suoi genitori, Alberto e Agnese, è ricordato nelliscrizione di
un affresco, contemporaneo, del Battistero di Parma. Si può affermare senza alcun dubbio
che studiò diritto canonico e diritto romano: la sua successiva attività nella
cancelleria pontificia prova infatti come egli fosse buon conoscitore delle due
discipline. Forse, assieme con Simone di Brion, il futuro papa Martino IV, fu allievo del
famoso giurista Uberto da Bobbio, durante il secondo periodo di insegnamento di
questultimo a Parma (1237-1245). Si spiegherebbero in tal modo gli stretti legami
tra Simone di Brion e il Bianchi, attestati da Salimbene da Parma. Il Bianchi iniziò la
sua carriera nella curia pontificia come cappellano e scrittore di papa Innocenzo IV (come
cappellano è attestato per la prima volta nel 1245). Certamente dovette questo posto alla
raccomandazione di un suo zio, il notaio pontificio Alberto di Parma, la cui famiglia
aveva stretto buoni rapporti con Obizzo Fieschi, parente del Papa e vescovo di Parma dal
1194 al 1224. In aggiunta ai proventi derivantigli dai suoi incarichi nella cancelleria,
ottenne dal Pontefice numerose prebende in Ungheria, in Francia e a Parma, dove fu per un
certo periodo scolastico del Duomo. Questi benefici dovevano procurargli entrate
considerevoli dal momento che poté prestare 200 libbre di tornesi a Innocenzo IV,
bisognoso di denaro al momento della ricerca di un suo candidato quale successore di
Federico II per il Regno di Sicilia. La somma gli venne restituita più tardi da papa
Alessandro IV. Se il 12 aprile 1264 papa Urbano IV concesse ad altri i benefici ungheresi
del Bianchi, credendolo morto, questi evidentemente non si trovava allora presso la Curia.
Due anni prima, per incarico dello stesso Papa, era stato cursor in Germania, dove portò
una comunicazione del pontefice al vescovo Tommaso di Squillace. Sotto i successori del
suo protettore Innocenzo IV la carriera del Bianchi subì un arresto (lo stesso avvenne
per Alberto di Parma). Sotto i papi Clemente IV e Gregorio X non si trova, infatti, alcun
riferimento al Bianchi nei registri pontifici, ed è soltanto da un registro angioino,
perduto, che si sa che egli era ancora scrittore pontificio e rettore della chiesa di San
Martino ad Aquino. Soltanto sotto papa Innocenzo V ottenne limportante ufficio di
auditor litterarum contradictarum e, probabilmente durante la vacanza seguita alla morte
di papa Giovanni XXI (dal 20 maggio al 25 novembre 1277), compose o fece comporre a
Viterbo un formulario comprendente sessantun documenti, preziosa testimonianza
dellattività e dei compiti dellufficio dellaudientia publica o
dellaudientia litterarum contradictarum. Di questo stesso periodo sono i primi
stretti rapporti del Bianchi con Carlo I dAngiò: il 15 febbraio 1277 ricevette dal
re una lettera in cui si ordina ai funzionari del Regno di trattarlo come consigliere
reale. Questi legami con i Francesi e i buoni rapporti con Simone di Brion devono aver
costituito in quegli anni un impedimento per la sua carriera presso la Curia. Infatti il
nuovo papa Niccolò III, eletto il 25 novembre 1277, era romano (Giovanni Gaetano Orsini)
e sgradito a Carlo dAngiò. La sua elezione fu possibile soltanto per il passaggio
al partito italiano nel collegio cardinalizio del francese Guglielmo di Bray, cardinale
prete di San Marco, passaggio violentemente rimproveratogli in una lettera da Carlo
dAngiò. Nei confronti di questo, Niccolò III condusse effettivamente una politica
molto più indipendente dei suoi predecessori, sebbene i rapporti restassero ufficialmente
immutati. Ma il Bianchi, che né sotto Urbano IV né sotto Clemente IV aveva ottenuto
alcuna promozione, si mostrò poi, specialmente durante le legazioni siciliane,
tuttaltro che radicale partigiano dei Francesi, sebbene come Parmense egli fosse
guelfo. Il suo carattere tendente ai compromessi e allaccomodamento lo portò sempre
a tenere una posizione in certa misura autonoma, a evitare prese di posizione estreme e a
tenersi fuori dalle contese che agitavano il collegio cardinalizio, nelle quali tuttavia
spesso dovette piegare al patteggiamento e al disimpegno. Niccolò III dovette cogliere in
lui questa tendenza allaccordo, se lo creò cardinale prete dei Santi Apostoli il 12
marzo 1278. Ma, oltre a ciò, si ha qualche elemento per pensare che il Bianchi, durante
il conclave di Viterbo, avesse esercitato la sua influenza di auditor a favore
dellOrsini. Pochi mesi prima, infatti, sotto Giovanni XXI, aveva preso parte alle
riforme per la restaurazione della libertà dellelezione papale, riforme introdotte
per iniziativa dellOrsini, ed era stato inoltre membro della commissione incaricata
di punire i notai e i procuratori ribelli che avevano disturbato lelezione durante
il precedente conclave. Tra i cappellani del nuovo cardinale si trova il celebre canonista
Guido da Baisio, che per riconoscenza gli dedicò il suo famoso Rosarium. Allinizio
il Bianchi ebbe incarichi di ordinaria amministrazione, come la risoluzione di vertenze
circa alcune elezioni episcopali. La missione più importante di questi primi anni
riguardò le trattative di pace tra Filippo III di Francia e Alfonso X di Castiglia. Nel
maggio del 1278 il Bianchi partecipò al concistoro riunito da Niccolò III per
lincoronazione imperiale di Rodolfo dAsburgo. Nellestate, nello stesso
periodo in cui Simone di Brion era cardinale legato in Francia, il Pontefice lo mandò a
Tolosa e a Bordeaux insieme col cardinale Gerolamo da Ascoli e con Giovanni di Vercelli,
patriarca eletto di Gerusalemme, ma la legazione del Bianchi non ebbe alcun risultato. Al
ritorno dalla Francia, nellestate del 1279, visitò la sua città natale, Parma,
che, alcuni anni dopo (1282), riuscì a far liberare dalla scomunica e
dallinterdetto che il cardinale Latino Malabranca aveva decretato per una rivolta
della popolazione contro linquisitore e contro i domenicani. Si è pensato, e con
ragione, che nel conclave del 1280-1281 il Bianchi abbia abbandonato il partito degli
Orsini e sia passato al gruppo degli Angioini votando a favore di papa Martino IV, ma
questo cambiamento di parte deve essere considerato più come una manifestazione di
amicizia nei confronti di Simone di Brion che come una decisa presa di posizione a favore
del partito francese. Comunque, per riconoscenza, il nuovo Pontefice innalzò il Bianchi a
cardinale vescovo di Sabina (probabilmente il 12 aprile 1281). Lo scoppio dei Vespri
Siciliani, il 30 marzo 1282, segnò una nuova svolta nella vita del Bianchi: il 5 giugno
Martino IV lo nominò legato per il Regno di Sicilia, in un momento cioè in cui Carlo
dAngiò stava tentando di fronteggiare la rivolta con una serie di riforme (10
giugno 1282) e, quando queste finirono per rivelarsi inefficaci, con la forza. Il Re
raccolse il suo esercito a Catona, sulla penisola di fronte a Messina, dove egli andò di
persona il 6 luglio e dove, contemporaneamente o poco dopo, deve essersi recato anche il
Bianchi. Il 25 luglio gli Angioini, attraversato lo stretto, approdarono a sud di Messina
presso il monastero di Santa Maria Roccamadore e attaccarono la città, nella quale Alaimo
da Lentini aveva organizzato la difesa. Prima dellattacco vero e proprio il Bianchi,
daccordo con il Re e con gli assediati, si recò nella città per un tentativo di
mediazione. Fu accolto amichevolmente e Alaimo gli consegnò persino le claves terre e con
questo gesto simbolico lo investì, in quanto rappresentante del Papa, della città e
dellisola. Ma il Bianchi non poté accettare la proposta dei Messinesi di
sottomettersi alla Chiesa ed essere governati da un rappresentante del Papa, né poté
accettare altre proposte di compromesso, secondo le quali il Re avrebbe dovuto insediare
un italiano come governatore e ritirare le truppe di occupazione francesi, giacché sia il
Papa sia Carlo dAngiò esigevano una resa senza condizioni. Così il Bianchi dovette
lasciare la città senza aver concluso nulla ma, sebbene egli avesse rappresentato gli
interessi del Papa e del Re angioino, non venne tuttavia identificato con gli odiati
Francesi. Al contrario, dovette lasciare un buon ricordo nellisola, come testimonia
il cronista Niccolò Speciale parlando della sua seconda legazione in Sicilia
nellanno 1299. Inaspritasi la lotta dopo lo sbarco nellisola di Pietro
dAragona (che il Bianchi del resto aveva conosciuto nel luglio del 1279 e perciò il
Re aveva tentato di servirsi di lui come intermediario, pregandolo in una lettera del 6
dicembre 1281 di adoperarsi in suo favore presso il Papa), i due pretendenti stabilirono,
provocando la costernazione del Papa, di decidere la cosa in duello, di ricorrere cioè a
un giudizio di Dio, proibito dal diritto canonico e del resto nel secolo XIII quasi
completamente in disuso. In realtà nessuna delle due parti aveva intenzione di farlo
svolgere effettivamente, come prova la commedia recitata più tardi a Bordeaux: si volle
soltanto guadagnare tempo. Il Bianchi, che evidentemente non aveva potuto impedire la
cosa, si mise in viaggio con Carlo dAngiò verso il nord, probabilmente a metà
gennaio se il 28 febbraio 1283 si trovava a Capua. Il Re, passando da Roma e Firenze,
proseguì per la Francia. Il 12 gennaio aveva nominato vicario generale del Regno suo
figlio Carlo di Salerno, da lui poco stimato, e che lasciò quindi sotto la sorveglianza
di suo fratello Roberto di Artois e di altri parenti. Col Bianchi erano state discusse
probabilmente quelle riforme che il Principe promulgò il 30 marzo al Parlamento di San
Martino (a est di Palmi) e che risultarono vantaggiose soprattutto alla Chiesa e alla
nobiltà. Sembra che il Bianchi si sia trattenuto nella parte settentrionale del Regno
fino al ritorno di Carlo di Salerno e dellesercito a Napoli. In questo periodo egli
si dedicò a molti piccoli incarichi affidatigli dal Papa. A metà gennaio del 1284 fu
molto probabilmente al seguito del principe di Salerno, in cammino per la Puglia. Per il
mese di marzo il Bianchi indisse a Melfi un sinodo del clero residente al di là del Faro.
Il 28 dello stesso mese promulgò le costituzioni sinodali. Esse presentano particolare
interesse perché, oltre a contenere decisioni comuni a quelle di altri sinodi intorno a
questioni morali riguardanti clero e laici e circa la difesa dei beni della Chiesa e della
libertà delle elezioni ecclesiastiche, si interessano della Chiesa greca in Italia
meridionale, che il Bianchi aveva avuto modo di conoscere durante il suo soggiorno nel
territorio di Messina e a Reggio. In diretto riferimento alle costituzioni del secondo
concilio di Lione (1274), al canone 9 del quarto Concilio lateranense (1215) e a una
decretale di Innocenzo III (X 3. 3. 6), si stabilisce che tutti i chierici del Regno
inseriscano nei loro libri liturgici il filioque nel Credo e che le competenti autorità
ecclasiastiche insedino nelle diocesi a popolazione mista greco-latina un clero adatto per
ambedue le comunità. Il sinodo inoltre vietò che chierici di famiglia latina, sposatisi
dopo avere ricevuto gli ordini minori e poi passati al rito greco, potessero ricevere gli
ordini maggiori e nello stesso tempo continuare la vita matrimoniale, come invece veniva
permesso al clero greco della Chiesa romana. Ma il sinodo di Melfi era stato indetto anche
con un altro scopo, di cui non si trova traccia nelle costituzioni: il finanziamento della
guerra contro gli Aragonesi con le decime di tutte le entrate ecclesiastiche del Regno per
i due anni successivi. Questa decima fu votata dal clero presente, approvata dal Papa e
riscossa da Carlo di Salerno. Finito il sinodo, il Bianchi tornò immediatamente a Napoli
dal Principe il quale, contro il suo parere, il 5 giugno 1284 uscì dal porto per
distruggere le basi della flotta aragonese che, sotto il comando di Ruggero di Lauria,
bloccava il porto di Napoli. Nellazione venne catturato dagli Aragonesi. Il Bianchi
riuscì a controllare una rivolta scoppiata a Napoli e nei dintorni e definitivamente
domata da Carlo I dAngiò, tornato per mare l8 giugno. Fallito un tentativo di
sbarco in Sicilia e di assedio a Reggio, allinizio di agosto il Sovrano andò in
Puglia, dove alla fine del 1284 si trovava anche il Bianchi, che nel frattempo aveva
eseguito altri incarichi di amministrazione ecclesiastica ordinaria ricevuti da Martino
IV. Dopo la morte di Carlo I (7 gennaio 1285) il Bianchi insieme col fratello del defunto,
Roberto di Artois, fu incaricato dellamministrazione del Regno, dal momento che il
successore al trono era ancora prigioniero, e negli anni successivi ebbe parte notevole
nella difesa e nella riforma del Regno. Alla morte di Martino IV (28 marzo 1285) non prese
parte allelezione del successore, papa Onorio IV, il romano Giacomo Savelli, che,
proseguendo fondamentalmente la politica del suo predecessore, pur non essendo come lui
legato al regime francese nellItalia meridionale, prese immediatamente contatto con
il Bianchi. Il 17 settembre 1285 il Papa promulgò le celebri costituzioni per la riforma
del Regno (Constitutiones super ordinatione Regni Sicilie), nellelaborazione delle
quali il Bianchi aveva avuto una parte decisiva, come affermò esplicitamente Onorio IV, e
per lapplicazione delle quali egli si impegnò a fondo. Ma in seguito il Pontefice
cassò alcune misure di minore importanza prese dal Bianchi, cosa che prova che nei loro
rapporti non regnava più un accordo totale. Il Bianchi non prese parte neanche
allelezione di papa Niccolò IV (15 febbraio 1288). Con la liberazione di Carlo di
Salerno e la sua incoronazione a re di Sicilia da parte del papa, avvenuta a Rieti il 29
maggio 1289, terminò la sua legazione e la sua reggenza nel Regno. Ma nuovi incarichi lo
attendevano: Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello di Francia, che Martino IV
aveva investito del Regno di Aragona, ne tentò la conquista e anche in Sicilia si
riaccese la guerra. Preoccupato per le notizie provenienti dalla Terra Santa, il Papa
tentò una mediazione e il 23 marzo 1290 inviò Benedetto Caetani, il futuro papa
Bonifacio VIII, e il Bianchi come legati in Francia. Accanto alla definizione di questioni
interne alla Chiesa, in particolare del contrasto tra gli ordini mendicanti e il clero
secolare intorno alla confessione, si svolsero, nel febbraio del 1291 a Tarascona, tra
Carlo II di Sicilia e ambasciatori aragonesi e inglesi, trattative di pace, che però non
portarono ad alcuna soluzione. Non è completamente chiaro il ruolo del Bianchi nel lungo
conclave che portò allelezione di papa Celestino V il 5 luglio 1294. Non essendo
romano ed essendo stato inoltre raramente presso la curia negli anni precedenti, egli non
entrò per nulla nel conflitto tra gli Orsini e i Colonna, votò per Pietro del Morrone,
ma subito dopo, come Benedetto Caetani, gli consigliò labdicazione. Oscura è anche
la posizione da lui tenuta nel conclave del 23-24 dicembre 1294, dal quale uscì eletto
papa Bonifacio VIII. Durante il suo pontificato il Bianchi, ormai alle soglie della
vecchiaia, non fu una figura di primo piano. Con la sua abilità diplomatica seppe
rimanere estraneo al conflitto con i Colonna e insieme mantenere buoni rapporti con
lambizioso Caetani. Nella guerra tra Inghilterra e Francia fu favorevole, con Matteo
di Acquasparta, al partito fiammingo e fu per questo ricompensato con 200 fiorini
lanno. Dalle relazioni degli ambasciatori di Giacomo II dAragona si sa che
egli assunse, come legato, una posizione indipendente nei confronti di Bonifacio VIII.
Ancora una volta il Bianchi fu chiamato a una missione importante allorché, dopo che il
Papa aveva ratificato il 20 giugno 1295 il trattato di pace tra Carlo II e Giacomo II con
il quale questultimo rinunziava ai suoi diritti sulla Sicilia, i Siciliani elessero
loro re il fratello minore di Giacomo, Federico. Unitisi Carlo e Giacomo nel tentativo di
scacciare Federico, il duca Roberto di Calabria, futuro re di Sicilia, e Filippo di
Taranto sbarcarono in Sicilia. Presso di loro il Papa inviò il Bianchi come legato
pontificio per sostenere ancora una volta la politica angioina con misure ecclesiastiche.
Il 19 ottobre 1299 il Bianchi giunse a Milazzo per mare, recandosi poi presso Roberto a
Catania. Di lì a due anni, dopo la conclusione di una tregua, il 20 dicembre 1301 si
imbarcò per Napoli da dove raggiunse Roma. Secondo le relazioni degli ambasciatori
aragonesi, prese posizione sia contro Carlo II sia contro Roberto di Calabria,
schierandosi a favore di Federico III di Sicilia. Doveva prendere parte anche alle ultime
discussioni sul problema siciliano, ma non poté vedere la conclusione della pace di
Caltabellotta (19 aprile 1302), nella quale, e non senza suo merito, Federico fu
riconosciuto re dellisola di Sicilia (Trinacria). Le fatiche dellultima
legazione minarono le forze del Bianchi, ormai quasi ottantenne: poco dopo il suo ritorno
a Roma si ammalò gravemente e morì. Il giorno seguente fu sepolto nella Basilica
Lateranense, dove aveva ricoperto la carica di arciprete. Il Papa non prese parte alla
cerimonia, ma tra i portatori del feretro furono Carlo II e altri personaggi importanti.
La sua tomba, eretta in un primo tempo nel mezzo della navata centrale davanti
allaltare di Santa Maria Maddalena, da lui stesso consacrato nel 1297, fu poi
spostata tra le due prime cappelle della navata di sinistra, ove ancora si può vedere il
disadorno monumento funebre, recante uniscrizione in lettere gotiche maiuscole.
FONTI E BIBL.: Il formulario del Bianchi del 1277 è stato pubblicato da P. Herde,
in Archiv für Diplomatik XIII 1967, 264-312. La prima edizione integrale delle
costituzioni sinodali di Melfi è quella curata da P. Herde, in Rivista di Storia della
Chiesa in Italia XXI 1967, 45-53: excerpta in E. Martène-U. Durand, Veterum scriptorum
amplissima collectio, VII, Parisiis, 1733, 283-287; I.D. Mansi, Sacr. concil. nova et
amplissima collectio, XXIV, Venetiis, 1780, 570-575; Pontificia commissio ad redigendum
codicem iuris canonici orientalis, Fontes, 3, V, 2, a cura di A.L. Tautu, Città del
Vaticano, 1964, 114 s., n. 60. Numerosi documenti inediti del Bianchi sono
nellArchivio Segreto Vaticano, arm. XXXV, vol. 137, ff. 51 r ss. (cfr. K. Rieder,
Das sizilian. Formel- und Ämterbuch des Bartholomäus von Capua, in Römische
Quartalschrift XX 1906, 3 ss., e G.M. Monti, Dal Duecento al Settecento, Napoli, 1925, 51
ss.); Syllabus membranarum ad Regiae Siciliae Archivum pertinentium, I, 2, Napoli, 1842,
ad Indicem; C. Höfler, Albert von Beham und Regesten Pabst Innocenz IV, Stuttgart, 1847,
111 n. 28, 114 n. 30; Les registres dInnocent IV, a cura di E. Berger, Paris,
1884-1921, ad Indicem; Les registres de Boniface VIII, a cura di A. Thomas, M. Faucon, G.
Digard e R. Fawtier, Paris, 1884-1935, ad Indicem; I. Carini, Gli archivi e le biblioteche
di Spagna in rapporto alla storia dItalia in generale e di Sicilia in particolare,
II, Palermo, 1884, 44; Les registres de Nicolas IV, a cura di E. Langlois, Paris,
1886-1893, ad Indicem; Les registres dHonorius IV, a cura di M. Prou, Paris, 1888,
ad Indicem; J. Teige, Beiträge zur Gesch. der Audientia litterarum contradictarum, Prag,
1897, passim; Codice diplomatico barese, I-XVII, Bari-Trani, 1897-1943, ad Indicem; Les
registres de Nicolas III, a cura di J. Gay e S. Vitte, Paris, 1898-1938, ad Indicem; Les
registres dUrbain IV, a cura di J. Guiraud, Paris, 1889-1958, ad Indicem; Les
registres de Martin IV, a cura di F. Olivier Martin, Paris, 1901-1935, ad Indicem; Les
registres dAlexandre IV, a cura di C. Bourel de la Roncière, Paris, 1895-1959, ad
Indicem; Acta Aragonensia, a cura di H. Finke, I, Berlin und Leipzig, 1908, 73, 113; L.
Auray-R. Poupardin, Catal. des manuscrits de la coll. Baluze, Paris, 1921, 462; Codice
diplomatico barlettano, a cura di S. Santeramo, Barletta, 1924-1962, passim; F.
Schillmann, Die Formularsammlung des Marinus von Eboli, I, Rom, 1829, nn. 3366-3425;
Codice diplomatico salernitano del secolo XIII, II, La guerra del Vespro siciliano nella
frontiera del Principato, a cura di C. Carucci, Subiaco, 1934, ad Indicem; Documenti
vaticani relativi alla Puglia, I, Documenti tratti dai registri vaticani (da Innocenzo III
a Nicola IV), a cura di D. Vendola, Trani, 1940, ad Indicem; B. Mazzoleni, Gli atti
perduti della cancelleria angioina, II, Roma, 1942, 68 n. 464; I registri della
cancelleria angioina, a cura di R. Filangieri, XVI, Napoli, 1962, 169 n. 571; F. Russo, La
guerra del Vespro in Calabria nei documenti vaticani, in Archivio Storico per le Province
Napoletane LXXX 1962, 193 ss.; Nicolaus Specialis, Historia Sicula, in L.A. Muratori,
Rerum Italicarum Scriptores, X, Mediolani, 1727, 1014 s.; Saba Malaspina, Rerum Sicularum
historia, 1. VIII, cc. 9 ss. e passim, in G. Del Re, Cronisti e scrittori sincroni
napoletani, II, Napoli, 1868, 339 ss.; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores,
2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, 35, 82; Bartholomaeus de Neocastro, Historia
Sicula, in Rerum Italicarum Scriptores, XIII, 3, a cura di G. Paladino, passim; Due
cronache del Vespro in volgare siciliano del secolo XIII, in Rerum Italicarum Scriptores,
XXXIV, I, a cura di E. Sicardi, passim; Salimbene de Adam, Chronicon, a cura di G. Scalia,
Bari, 1966, 744, 746, 760, 864, 867, 923; Matthaeus de Afflictis, In utriusque Siciliae
Neapolisque sanctiones et constitutiones novissima praelectio, II, Venetiis, 1580, 149 b;
F. Ughelli-N. Coleti, Italia Sacra, I, Venetiis, 1717, coll. 172 s.; G. Grimaldi, Istoria
delle leggi e magistrati del Regno di Napoli, II, Lucca, 1733, 386; I. Affò, Memorie
degli scrittori e letterati parmigiani, I, Parma, 1789, 245 ss.; V. Forcella, Iscrizioni
delle chiese e daltri edifici di Roma, VIII, Roma, 1876, 15 n. 17, 17 n. 20; M.
Amari, La guerra del Vespro Siciliano, Milano, 1886, I, 240 ss., II, 37 ss.; L. Cadier,
Essai sur ladmin. du royaume de Sicile sous Charles Ier et Charles II dAnjou,
Paris, 1891, 53 ss.; B. Pawlicki, Papst Honorius IV., Münster i. Westf., 1891, 10 ss.; O.
Schiff, Studien zur Gesch. Nikolaus IV, Berlin, 1897, 17 ss.; H. Finke, Aus den Tagen
Bonifaz VIII, Münster i. Westf., 1902, 9 ss., XX ss., XLV, LIII ss.; A. Demski,
Papst Nikolaus III, Münster i. Westf., 1903, 38 ss.; O. Cartellieri, Peter von Aragon und
die sizilian. Vesper, Heidelberg, 1904, ad Indicem; R. Sternfeld, Der Kardinal Johann
Gaetan Orsini (Papst Nikolaus III) 1244-1277, Berlin, 1905, 300 ss.; R. Sternfeld, Das
Konklave von 1280 und die Wahl Martinus IV (1281), in Mitt. des Inst. fur Österreich.
Geschichtsforsch XXXI 1910, 13, 42; F.X. Seppelt, Studien zum Pontifikat Coelestins V,
Berlin-Leipzig, 1911, I ss.; E.H. Rohde, Der Kampf um Sizilien in den Jahren 1291-1302,
Berlin und Leipzig, 1913, passim; Ch. J. Hefele-H. Leclercq, Histoire des Conciles, IV, I,
Paris, 1914, 293 s.; L. Testi, Le baptistère de Parme, Firenze, 1916, 262 s.; R. Morghen,
Il cardinale Matteo Rosso Orsini, in Archivio della Regia Società romana di Storia Patria
XLVI 1922, 271 ss.; F. Rutlini, Dante e il protervo decretalista innominato (Monarchia
III. III. 10), in Memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino, s. 2, LXVI 1922,
passim; R. Fantini, Il cardinale Gerardo Bianchi, in Archivio Storico per le Province
Parmensi, n.s., XXVII 1927, 231 ss.; T.S.R. Boase, Boniface VIII, London, 1933, ad
Indicem; G. Digard, Philippe le Bel et le Saint-Siège, Paris, 1936, 45 ss.; E. Sthamer,
Das Amtsbuch des sizilischen Rechnungshofes, Burg bei Magdeburg, 1942, 78; A. Mercati,
Saggi di storia e letteratura, I, Roma, 1951, 116 ss.; E.G. Léonard, Les Angevins de
Naples, Paris, 1954, ad Indicem; S. Runciman, The Sicilian Vespers, Cambridge, 1958, ad
Indicem; F. Baethgen, Ein Pamphlet Karls I. von Anjou zur Wahl Papst Nikolaus III,
München, 1966, 1 ss.; F. Liotta, Appunti per una biografia del canonista Guido da Baisio,
arcidiacono di Bologna, in Studi Senesi, s. 3, XIII 1964, 18 s.; P. Herde, Die Legation
des Kardinalbischofs Gerhard von Sabina während des Krieges der Sizilischen Vesper und
die Synode von Melfi (28 März 1284), in Rivista di Storia della Chiesa in Italia XXI
1967, 1-53; P. Herde, Ein Formelbuch Gerhards von Parma mit Urkunden des Auditor
litterarum contradictarum aus dem Jahre 1277, in Archiv für Diplomatik XIII 1967,
225-312; P. Herde, Beiträge zum päpstlichen Kanzlei- und Urkundenwesen im 13.
Jahrhundert, Kallmünz, 1968, 33-36 (negli ultimi tre lavori si trova ulteriore
bibliografia); P. Herde, in Dizionario biografico degli Italiani, X, 1968, 96-101.
BIANCHI GERARDO
Parma 1257 c.-
Figlio di Guglielmo. Nipote del cardinale omonimo. Fu arcidiacono della chiesa di
Tolosa.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 124.
BIANCHI GHERARDO, vedi BIANCHI GERARDO
BIANCHI GIACOMO
Parma 1260 c.-post 1335
Figlio di Guglielmo. Il Bianchi fu partigiano di Azzo da Correggio, che nel 1335
ospitò nella sua casa situata sotto la vicinia di San Tommaso in Parma.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 9 novembre 1998, 27.
BIANCHI GIAMBATTISTA
Parma 1573/1600
Pittore. Il 6 marzo 1591, alla notizia dellelezione a cardinale di Odoardo
Farnese, il Comune di Parma indisse un festeggiamento con una macchina di fuochi
artificiali decorata da alcuni artisti: a questo proposito l8 marzo 1591 vennero
pagati don Battista da Santa Maria Maddalena per festoni per gli stemmi, il Bianchi e
Giovanni Antonio Paganino per uno stemma grande (Archivio di Stato di Parma, Archivio
Comunale, Ordinazioni Comunali del 1591). Il 15 e il 18 marzo 1598 il Bianchi fu pagato 14
lire e 12 soldi per stemmi e altre pitture (Archivio di Stato di Parma, Registro di spese
fatte dalla Compagnia della Carità). Il 7 giugno 1594 fu pagato per dipingere cinque
bastoni per la festa del Corpus Domini a 15 soldi luno (Archivio di Stato di Parma,
Archivio Comunale, Ordinazioni Comunali del 1594). Sulla possibile identità di questo
personaggio, sul Bénézit si legge che un Giovanni Battista Bianchi, scultore, nato a
Saltrio forse nel 1520, morto a Roma il 14 dicembre 1600, fu restauratore di opere antiche
in possesso del cardinale Farnese (cfr. Bertolotti, Artisti lombardi a Roma, in Archivio
Storico Lombardo, III, 1876, X; P. Zani, Enciclopedia; Winckelmann, Werke, 1847, p. 423;
Kinkel, Mosaik zur Kunstgeschichte, 1876; Zeutschriften, f. bild., K., NF XIV, 171). Un
altro artista omonimo fu attivo come pittore a Mantova tra il 1573 e il 1595 (cfr. Carlo
dArco, Arti e artefici di Mantova, 1857, II, 259).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, vol. IV, cc. 80-81; Archivio Storico per le
Province Parmensi 1994, 318.
BIANCHI GIOVAMBATTISTA
Borgo San Donnino 1683-Borgo San Donnino 29 maggio 1742
Studiò nel Seminario Diocesano di Borgo San Donnino. Ordinato sacerdote, alternò
alle cure del sacro ministero quelle per le lettere, cui si dedicò con passione,
disponendosi in pari tempo ad apprendere le lingue estere. Perfetto conoscitore
dellidioma francese, tradusse con eleganza di forma produzioni letterarie di quel
paese. Tra le opere del Bianchi vanno ricordate le versioni dal francese delle Lettere
spirituali del padre gesuita Claudio de la Colombière, edite nel 1719 a Venezia da
Sebastiano Coleti e una Storia delle Rivoluzioni dInghilterra, dallorigine
della monarchia allanno 1691, scritta da padre Pierluigi Giuseppe dOrléans,
stampata dallo stesso editore veneziano nel 1724. Allorché il Bianchi morì, ebbe
sepoltura nella vecchia chiesa dei padri cappuccini in Borgo San Donnino, e una lapide ne
rammentò le benemerenze.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 76-77.
BIANCHI GIOVANNI
Parma 1276
Figlio di Oddone e nipote del cardinale Gerardo Bianchi. Fu notaio attivo
nellanno 1276.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 124.
BIANCHI GIOVANNI
Parma 1258 c.-
Figlio di Guglielmo. Nipote del cardinale Gerardo Bianchi. Fu arcidiacono e
canonico della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 124.
BIANCHI GIOVANNI ANDREA
Parma 1486-Roma 10 agosto 1566
Uomo enciclopedico, di padre valtellinese, fu apprezzato dallUgoleto,
dallAnselmi e dal Grapaldo. Fu un veterano dellinsegnamento universitario in
Bologna. Detto anche Albio o Albo da Parma, il Bianchi lesse medicina pratica dal 1525 al
1566. Il suo nome è noto anche per aver scritto la vita del concittadino Francesco Mario
Grapaldo, illustre poeta e architetto. Il Bianchi godette molta celebrità, come ricorda
nella lettera trentesima il Teodosi, che lo chiama virum ingenii singularis et qui Galeni
doctrina imprimis delectatur. Appunto per questa sua fama, secondo il Marini (Degli
Archiatri pontificî, Roma, MDCCLXXXIV, I, 430), egli fu anche a Roma, medico di papa Pio
IV, dal 1561 alla sua morte (1566). Ma i Rotoli lo danno sempre presente
allinsegnamento nello Studio bolognese fino al 1566 e pertanto la notizia non è
sicura. Gli è attribuito il trattato De Aquis, in dialoghi (Medici, p. 78). LAffò
lo ricorda nella Vita di Francesco Mazzola a proposito del San Paolo che il pittore
dipinse per il Bianchi, seguendo quanto dice il Vasari (a facc. 848 della terza parte
delle sue Vite, Firenze, 1550): Poi fece un quadro con un San Paolo per lAlbio
Medico Parmigiano, con un paese et molte figure, che fu stimato cosa rarissima. Il Da Erba
lo ricorda con queste parole: A nostri tempi imperante Carlo V fu gioanandrea di
Bianchi cognominato Albio, grandissimo filosofo; massimo anothomista, et ottimo medico
quale leggendo et insegnando pubblicamente longo tempo in Bologna, fu creato citadino: e
fu dopo medico di Papa Pio 4°; et scrisse alcune cose de larte della medicina; sei
Dialoghi de lacque; et la vita del famosissimo Poeta Francesco Mario di Grapaldi.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 76-77; Parma
nellArte 1 1972, 33.
BIANCHI GIOVANNI BATTISTA, vedi BIANCHI GIAMBATTISTA
BIANCHI GIOVANNI
FRANCESCO
Parma 1697/1711
Capitano. Il duca di Parma Francesco Farnese con Privilegio del 12 marzo 1697 lo
creò nobile di Parma. Il Privilegio fu registrato il 16 marzo successivo negli atti del
Comune della città di Parma e interinato il 26 marzo 1698. Il Bianchi, il 22 gennaio
1711, ottenne il brevetto di ben servito dallo stesso Duca che lo degnò di particolare
benevolenza.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare. Appendice 1 1935, 362.
BIANCHI GIUSEPPE
Borgo San Donnino 1554
Nellanno 1554 fu pretore e commissario di Castel San Giovanni a nome di
Sforza Sforza di Santafiora.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 133.
BIANCHI GIUSEPPE
Parma-Parma dicembre 1784
Figlio di Antonio, detto anche lAiné, il primogenito, fece parte della
compagnia Delisle come figurante dal 1756 e danzò nei balli Aci e Galatea, Ricimero re
dei Goti, Castore e Polluce (1758), Titone e lAurora, Ippolito e Aricia (1759) e I
Tindaridi (1760). Nel 1760 fu al Teatro Formagliari di Bologna nellAntigone e nel
settembre ballò a Parma nelle grandi Feste di Imeneo. Il 17 febbraio 1761 il contratto
per potersi recare a Parigi con Antonio Campioni a approfittare di quei Maestri, de quali,
senza una tanta Grazia, io non potrei mai giovarmene, fu controfirmato dal padre Antonio
(Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri Borbonici, b. 1). Non si sa, però, se
effettivamente vi andò, in quanto le notizie da Parigi riguardano esclusicamente il
fratello Gaspare. Il 15 dicembre 1763 venne nominato maestro di ballo dei principi,
essendo malato il maestro Dumet, e il 21 aprile 1764 ottenne la nomina definitiva al
prestigioso incarico con il soldo di annue 12 mille (Archivio di Stato di Parma, Decreti e
Rescritti). In quello stesso anno fu coreografo, assieme ad Antonio Campioni, e ballerino
nelle stagioni di Carnevale e di primavera al Teatro Ducale di Parma, attività che svolse
anche lanno seguente. Nellaprile 1766 ballò a Milano nelle feste per il
fidanzamento di Maria Beatrice dEste con Ferdinando dAsburgo e nel Carnevale
1766-1767 fu primo ballerino e coreografo dei balli del Tigrane e dellIpermestra e
nel 1768 fu nominato maestro della Scuola di Ballo. Nellagosto 1769 compose e
diresse gli spettacoli coreutici in occasione delle Feste di Apollo allestite per le nozze
dellinfante del duca. Per la circostanza diresse il ballo di Pastori e Pastorelle
delle favole Licida e Mopso ed Eco e Narciso, rappresentate al Real Teatro di Colorno e in
quello di Parma, come pure nella Cantata a 3 voci che introduce al Ballo rappresentante la
favola Aci e Galatea. Nei libretti di questi spettacoli è indicato come maestro di ballo
di SAR. Nel 1770 sposò la ballerina Giustina Campioni, sorella del collega Antonio
Campioni. Nellestate 1772, oltre ai balli a Parma, diresse gli spettacoli allestiti
nella reggia estiva di Colorno. Nel 1773 Filippo Carmignani pubblicò un opuscolo dedicato
Al singolar merito dellegregio Signor Giuseppe Bianchi, inventore e direttore dei
balli eseguiti dalla Reale Scuola nel Regio Ducal Teatro di Parma il carnevale
dellanno 1773. Nellagosto 1773 diresse i balli della pastorale Uranio e
Erastica, rappresentata al Teatro Ducale per la nascita del figlio del duca, e nel
Carnevale del 1774 con i balli dellInimico delle donne, compose quello de Le Ninfe
di Diana, dove si esibirono ancora gli allievi della Scuola. Nel luglio 1784, maestro di
ballo delle Reali Altezze, ricevette una gratifica di 45 zecchini mentre da un decreto del
27 dicembre risulta che venne accordata la pensione vedovile di 4000 lire annue a Giustina
Campioni.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
BIANCHI GIUSEPPE
Parma 1831
Sottotenente, nipote del generale piacentino Federico Bianchi. Negatogli dal
governo borbonico il permesso di congiungersi in matrimonio, lo ottenne dal governo
rivoluzionario del 1831. Fu allora dimesso e non più richiamato in servizio. Fu
sottoposto a visita e sorveglianza perché giudicato alquanto esaltato.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1937, 146.
BIANCHI GIUSEPPE
Parma-post 1846
Ottimo suonatore di violino e pianoforte, nel Vocabolario topografico del Molossi
si legge che nel 1832 era attivo a Zibello, dove aveva diversi allievi e dove lavorava nel
teatro. Il 25 giugno 1846 fu assunto quale direttore del coro della chiesa di Santo
Stefano di Casalmaggiore. La domanda a occupare questo posto proveniva da San Secondo
(Casalmaggiore, Archivio del Duomo).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
BIANCHI GIUSEPPE
Parma-post 1842
Clarinettista. Sulla Gazzetta di parma del 12 marzo 1842, Lorenzo Molossi di lui
scrive: Un nostro concittadino, verificatore della Dogana principale di Parma, ingegnoso
meccanico, dilettante di clarinetto, e che assai bene lavora a tornio, dopo varj tentativi
ha ideato di costruire i bocchini dalabastro: e si fatto esperimento ebbe risultati
felici, poiché ho per prova mia propria, e per fede altrui, chessi rimangono del
tutto inalterati dallazione del calore e dellumidità e rendono suoni agevoli,
limpidi, gagliardi e di molta dolcezza in tutta lestensione dellistrumento e
oltre a ciò, sono di una vaghezza a vedersi. I nuovi bocchini del Bianchi, sebbene
abbiano le medesime dimensioni di quelli che ci vengono dalla Francia, pure alzano alcun
poco il tono del clarinetto, sicché ragguaglia benissimo il corista che usiamo qui, anzi
arditello che no.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
BIANCHI GIUSTINA, vedi CAMPIONI GIUSTINA
BIANCHI GUGLIELMO
Parma 1231 c.-
Figlio di Alberto e Agnese e fratello di Gerardo. Fu giudice in Parma.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 9 novembre 1998, 27.
BIANCHI ICILIO ATTILIO
Parma 28 febbraio 1850-1921
Poco più che decenne, alternò lo studio del leggere e dello scrivere nella
canonica di San Quintino in Parma, con limpegno di tirare il mantice nella bottega
del padre Antonio. Nei ritagli di tempo, però, non trascurò di tracciare sul muro e
sulla carta abbozzi di figure da cui era possibile intravedere una chiara attitudine
allarte della pittura. A due anni rimase orfano della madre, Angela Melegari. Fin
dallinfanzia, la passione per il disegno e la pittura gli fu di grande conforto.
Trascorsi alcuni anni dalle sue primissime esperienze artistiche, Antonia Vernizzi,
proprietaria di una casa in borgo Antini, sorpresa dai progressi conseguiti dal Bianchi,
lo invitò ad affrescare una Madonna col Bambino sotto la volta di quella via. Il lavoro
riuscì sorprendente e di piena soddisfazione dei parrocchiani. Allora la committente
stessa pensò di presentare il Bianchi al professor Scaramuzza, pittore e insegnante
nellAccademia di Belle Arti di Parma, il quale lo invitò subito a frequentare la
scuola per compiervi regolari corsi di disegno. Dai corsi del disegno figurativo e quelli
di architettura, passò nella scuola di paesaggio, che era più congeniale al suo
temperamento, amante delle ampie e luminose visioni della natura. Era una sezione
speciale, diretta dal professor Giulio Carmignani. Altri suoi maestri furono Giacopelli,
Affanni, Magnani e Gaibazzi. Ma soprattutto studiò il pittore bussetano Alberto Pasini,
egregio orientalista, notissimo in Italia e allestero. A ventidue anni, concluse gli
studi allAccademia, diplomandosi onorevolmente. In quelloccasione, come
duso alla fine di ogni anno scolastico, espose a una mostra collettiva indetta dalla
Società dIncoraggiamento, due dipinti, presi dal vero, raffiguranti scorci
caratteristici della campagna parmigiana, in cui sono ormai inconfondibili i termini
pittorici di una nuova tecnica, che salivano gradualmente a risolversi negli aspetti di
una spontanea, impulsiva freschezza. Nelle esposizioni successive ebbe uguale successo,
dando limpressione della immutabilità del suo modo dinterpretare il paesaggio
dal vero. Da quellepoca, la pittura paesistica parmigiana prese una svolta decisiva
verso quella impressionista, della quale il Bianchi fu lindiscusso alfiere. Il
Bianchi realizzò anche dipinti ispirati alla città di Parma, con la sua gente, i suoi
borghi e i suoi torrenti, come la tavola il Torrente Cinghio, conservata presso
lAmministrazione Provinciale di Parma (olio su tela, datato 1890, di cm 80x100),
esposto nella mostra La città latente (1996). Questo dipinto tutto padano ispirato alla
periferia della città, presenta il torrente Cinghio con le sue acque limpide che scorrono
lentamente nella pianura tra pioppi spogli di foglie, con un ponticello di legno e una
donna che lava il bucato: una scena bucolica che infonde una romantica e tranquilla
atmosfera. Oltre un Ritratto del padre, di modeste proporzioni ma di sicuro effetto
pittorico, opere inedite si possono rintracciare presso privati, come una Scena di caccia
e uninteressante Battaglia (firmata e datata, di cm 73,5x117) di riminiscenza
pasiniana, dove il Bianchi sa cogliere con grande abilità una velocissima corsa di un
cammello sormontato da un soldato nellatto di sparare ai nemici che lo rincorrono.
Cominciò a esporre nel 1872 per lIncoraggiamento la Via presso lo Stradone di Parma
che fu vinto dalla Pinacoteca di Parma. Due anni dopo il Comune di Zibello acquisì la
replica variata del dipinto e nello stesso 1874 quello di Trecasali ebbe il Merciaio
ambulante. Indi nel 1877, assieme a Mentore Silvani e a Settimio Fanti, vinse ex-aequo il
concorso di aiuto per la cattedra di paesaggio presso lAccademia, ma il verdetto non
ebbe effetto perché fu soppressa tale specializzazione. Poche altre notizie restano del
Bianchi, che ebbe uno studio in borgo delle Grazie e che presso lalbergo Croce
Bianca per circa venti anni espose in permanenza sue opere. Nel 1890 poi
lIncoraggiamento sorteggiò allIstituto P. Toschi Autunno e tre anni dopo
espose nella sala del Ridotto del Teatro Regio Autunno, Rive di Monticelli e un altro
quadro. La carriera del Bianchi fu contrastata da molte amarezze. Nel 1873 il padre rimase
accecato nello scoppio accidentale di dinamite sullo Stradone, dove rimasero uccise molte
persone. Poco dopo lo deluse lesito del concorso indetto dallAccademia per il
posto di assistente nella scuola di paesaggio, e in quegli anni anche i suoi quadri
stentavano a incontrare la benevolenza del pubblico. Sposata Medea Massari, figlia di un
comprimario, col passare degli anni il Bianchi dimostrò di possedere la facoltà
interpretativa di risolvere i problemi del disegno e del colore con la sicurezza del
maestro, rendendoli spogli dalle apparenze affaticate o banalmente chiaroscurate, ma
espressi, invece, nelle simbiosi colorate, le più strane. Malgrado tanta attitudine
allarte, il Bianchi dovette spesso dedicarsi a dei lavori pittorici di minor impegno
del suo preferito per colpa della pesante crisi economica in cui versò Parma sul finire
del XIX secolo. Il Bianchi si arrangiò decorando chiese, teatri e ville, dedicandosi al
restauro e ad altre pitture di minor conto, a tutto danno della sua vera capacità
pittorica. Fu amico di Fattori, Fontanesi, Michetti, Del Grosso, Chierici, Bruzzi e altri
valenti pittori, ai quali si trovò al fianco nelle esposizioni di Milano, Torino,
Firenze, con delle proprie opere di paesaggi e figurative. Ebbe altresì lamicizia e
la stima di tutti gli artisti parmigiani suoi contemporanei: Giuseppe Bricoli (che fu suo
allievo), Paolo Baratta, Carmignani, Amedeo Bocchi, Renato Brozzi, Latino Barilli,
Riccardo Fainardi, Renato Vernizzi, Orlando Bianchi, Vittorio Rota e Daniele De Strobel. E
tra gli studiosi di cose darte, ebbe la stima di Glauco Lombardi, Giovanni
Copertini, Laudedeo Testi, Nestore Pelicelli, Arnaldo Barilli. Fu pure un prospettivista e
un abile scenografo. Esperto nellarte dellaffresco e del restauro, operò
anche per Corrado Ricci e Laudedeo Testi, sovrintendenti alle gallerie dantichità
di Parma. Nel 1950 Leonardo Borghese, sul Corriere della Sera, in una recensione su una
mostra personale di Renato Vernizzi a Milano, menzionò il Bianchi quale iniziatore della
pittura impressionista a Parma, negli ultimi trentanni dellOttocento. Per un
cinquantennio fu membro dellAccademia di Belle Arti di Parma, coprendo in diversi
periodi la carica di consigliere. In varie occasioni venne richiesto quale componente le
commissioni per la premiazione in manifestazioni artistiche indette dalla Società di
Incoraggiamento e dal premio artistico Perpetuo al concorso Pollini-Rizzoli.
FONTI E BIBL.: R. De Croddi, 1893, 372; P., in Gazzetta di Parma 1893; G.
Copertini-G. Allegri Tassoni, 1971, 132-133; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974,
110; V. Bianchi, Le veglie di Bianchi, 1974, 167-170; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 7
ottobre 1996, 5.
BIANCHI ICINIO
Ronco Campo Canneto 27 aprile 1883-Parigi 29 luglio 1929
Figlio di Celeste e Annunziata Raffaini. Da Ronco Campo Canneto andò bambino a
Parma e subito fu messo a padrone da un calzolaio. Apprese bene e presto il mestiere,
tanto che a diciassette anni fu in grado di rendersi indipendente. Si inserì presto anche
negli ambienti politici, dove, fin dai primi del Novecento, occupò posizioni di rilievo
quale organizzatore e quale propagandista con scritti sui periodici Il Presente e Il
Calzolaio. Il Bianchi possedette le qualità per emergere dalla massa anonima dei
lavoratori e rendersene rappresentante. Misura e saggezza: questi gli aspetti primi del
suo carattere. Oltre gli incarichi politici, egli fu consigliere comunale per diversi anni
e fece parte di quelleccezionale gruppo di amministratori municipali che, sindaco
lavvocato Erminio Olivieri, comprese tra gli altri il celebre penalista Agostino
Berenini, laltrettanto noto Enrico Redenti, insigne maestro del diritto civile, il
senatore Mariotti, gli avvocati Bocchialini, Cocconi, Pangrazi e Baracchini, il critico
musicale Silvio Cervi, il pittore Paolo Baratta e il professore Teodosio Marchi. Egli
mostrò tale abilità organizzativa e tale equilibrio, che gli venne affidato
lincarico di segretario generale dellAssociazione Lavoratori del Cuoio e della
Pelle, categoria professionale fortissima a Parma e in Toscana. Il Bianchi fu anche uno
dei fondatori della Lega Italiana per il Diritti dellUomo. Malgrado tutto ciò la
sua figura rimase piuttosto evanescente nellampio e movimentato quadro politico
cittadino: il Bianchi, che pure godette la stima di insigni concittadini, che fu amico di
Enrico Ferri, di Turati, di Corridoni, di De Ambris, fu infatti sempre discreto e
prudente, pur in un continuo, assillante rovello alla ricerca di un fine nobile e
difficile, la fratellanza e la concordia degli uomini. Ma con ogni probabilità lui stesso
capì che le sue ambizioni, con lavvento del fascismo, altro non erano che un sogno.
Non si potrebbe altrimenti spiegare la sua silenziosa sparizione da Parma, la sua
solitaria partenza per la Francia, labbandono della casa e della famiglia (la moglie
e quattro figli in tenera età). Partì nel 1923, senza esitazione, per tenere fede a
quellideale che antepose a ogni altro sentimento. A Parigi visse chiuso nelle
speranze perdute e nella struggente nostalgia della sua casa. E per mangiare riprese il
mestiere di calzolaio. Morì in età di 46 anni, allospedale di Saint Antoine. Nel
giornale Libertà, che si stampava a Parigi in lingua italiana, Alceste De Ambris scrisse
di lui: È morto ancora giovane, la settimana scorsa, nellospedale più proletario
di Parigi, quello di S. Antoine, dove era stato ricoverato in seguito alla rottura di una
gamba, dovuta non già a un accidente, ma al completo sfacelo del suo povero organismo.
Icinio Bianchi, difatti, conosceva bene lospedale in cui si è spento per avervi
trascorso parecchi mesi, colpito da una misteriosa malattia, ribelle a tutte le indagini e
a tutte le cure, da lui sopportata, durante quattro anni, con sereno stoicismo. Era
unanima semplice e buona, dotata della rara virtù del sacrificio senza
ostentazioni, un eroe umile e oscuro la cui scomparsa lascia un vuoto nel cuore di quanti
lhanno potuto conoscere e apprezzare. La sua salma fu sepolta al cimitero di Panten.
FONTI E BIBL.: L. Fietta, in Gazzetta di Parma 19 ottobre 1970, 3; M. Bommezzadri,
in Gazzetta di Parma 6 marzo 1978, 6.
BIANCHI LODOVICO
Sissa 15 novembre 1569-Parma 1645
Nacque da Giacopo e da Domenica. Studiò lettere e filosofia. Deliberatosi di
intraprendere la via ecclesiastica, si applicò alla teologia (fu allievo di Firmiano
Mediolaco) e ne riportò la laurea nella sala del Palazzo episcopale di Pavia il 9 maggio
1597. Ritornato a Parma, frequentò le conversazioni accademiche. Vi era a Parma in quel
tempo Tommaso Stigliani, divenuto cortigiano del duca Ranuccio Farnese, e il Bianchi
entrò in amicizia con lui. Ma proprio lo Stigliani fece uso nel suo Occhiale, contro
lAdone del Marini, impresso nel 1627, delle burlesche e ridicole fogge usate per
divertimento dal Bianchi citandole non senza sarcasmo e disprezzo sotto nome del Sissa,
volendo far credere che di quei modi così impropri e sciocchi il Bianchi si
pavoneggiasse. Il padre Angelico Aprosio, pubblicando la prima parte del Veratro, contro
lo Stigliani, impressa nel 1647, a proposito dellaccusa data da costui al Marini di
svaligiare gli autori, scrive: Pare a me, che li svaligiate voi, avendoli contraffatti
negli Amori giocosi, ne versi che faceste vedere sotto nome del Dottor Lodovico
Bianchi di Sissa, en queste, che sotto nome del Vannetti avete stampati
nellOcchiale. Voi vi burlate de versi del Dottor Bianchi; ma vi fo sapere, che
sono molto migliori de vostri, e che val più un Canto della Giuditta, che tutto
l Colombajo (Veratro, parte I, pag. 262). Queste lodi, lamicizia che il
Bianchi conservò con diversi uomini illustri, tra i quali Antonio Bruni, e i servigi che
prestò ai duchi di Mantova e di Guastalla, che molto lo stimarono, testimoniano della
distinzione che egli raggiunse. Il Bianchi fu fatto arciprete della villa di San
Pancrazio: lo era sin da quando nel 1606 diede una canzone a Francesco Ugeri da stamparsi
nella Raccolta per le Nozze di Gian Francesco Sanseverino con Costanza Salviati. Lasciò
poi quella chiesa per servire a Mantova e Guastalla. Ridottosi a vita privata, ebbe un
canonicato nel Battistero di Parma, dove, alla sua morte, fu apposta la seguente
iscrizione: Can. Lvdovici Bianchi Sacrae Theologiae Doctoris Cineres MDCXLV. Venne ancora
ricordato con lode dal Maracci nella Bibliotheca Mariana, dal Mazzuchelli e da altri.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V,
62-64.
BIANCHI LUCHINO, vedi BONATI LUCHINO
BIANCHI LUIGI
Parma-1855
Barone e avvocato, fu Progovernatore di Guastalla nel 1821 e Governatore di
Piacenza nel 1831. Fu nominato cavaliere (1824) e commendatore (1830) dellOrdine
Costantiniano di San Giorgio.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 9 novembre 1998, 27.
BIANCHI LUIGI
Parma 18 gennaio 1856-Pisa 6 giugno 1928
Figlio del giurista Saverio. Entrato alla Scuola Normale Superiore di Pisa il 14
novembre 1873, si laureò in matematica il 30 novembre 1877. Fu abilitato
allinsegnamento il 13 gennaio 1879 e vinse concorsi per posti di perfezionamento (a
Pisa per il 1877-1878 e 1878-1879, allestero per il 1879-1880 e 1880-1881). Fu
professore nella Scuola Normale Superiore di Pisa dal 1881-1882 e professore
nellUniversità di Pisa dal 3 aprile 1886. Le ricerche del Bianchi furono rivolte
alla geometria differenziale, alla teoria dei numeri e allanalisi pura. A lui si
devono importanti teoremi di unicità per i problemi al contorno delle equazioni di tipo
ellittico e qualche teorema di esistenza. Inoltre svolse uno studio che è quasi la
prefazione alla teoria dei sistemi in involuzione di equazioni alle derivate parziali e
altre ricerche sulla teoria delle caratteristiche e sul metodo di Riemann. Alla teoria dei
gruppi continui portò contributi importantissimi: specialmente con la generalizzazione
del gruppo complementare e con la ricerca delle geometrie a tre dimensioni di Riemann che
ammettono un gruppo continuo di movimenti. Notevole anche una Memoria sulle funzioni
ellittiche (di ispirazione kleiniana) che si riconnette alla teoria dei sottogruppi
congruenziali del gruppo modulare. Nella teoria dei numeri taluni importanti ricerche si
riannodano alla teoria dei poligoni o poliedri fondamentali, alle loro applicazioni alla
teoria delle forme aritmetiche e degli ideali. La parte fondamentale ed essenziale della
produzione del Bianchi è però relativa al campo della geometria differenziale, cui si
dedicò dalla tesi di laurea fino alla Memoria postuma, edita nel 1928. Egli si occupò di
tutti gli argomenti della geometria differenziale, scoprendo imprevedute relazioni tra le
parti di questa disciplina. Notevole lintuizione geometrica del Bianchi: ne è
esempio la scoperta del teorema sulla generazione cinematica delle superfici W. Una delle
sue scoperte più geniali è quella delle trasformazioni delle superfici applicabili sulle
quadriche: dimostrò lapplicabilità di due superfici mediante laffinità di
Ivory, risolvendo così un problema da molti lasciato senza speranza di soluzione. I campi
più elaborati dal Bianchi furono la teoria dei sistemi ciclici e più generalmente dei
sistemi di Lamé, la teoria delle congruenze W, le trasformazioni (asintotiche) che fanno
passare dalluna allaltra falda focale di tale congruenza, e la teoria delle
trasformazioni per inviluppi di sfere delle superfici e dei sistemi di Lamé, in
particolare le trasformazioni conformi delle superfici per inviluppi di sfere che
conservano le linee di curvatura. Il Bianchi iniziò la sua carriera con la scoperta della
trasformazione complementare che da una superficie a curvatura costante negativa deduce
altre superfici con la medesima curvatura. Questa trasformazione, da lui sviluppata nella
tesi di laurea, si presentava dal punto di vista analitico così interessante che lo
stesso S. Lie la fece oggetto di accurate ricerche e che, partendo da essa, si creò la
teoria generale delle trasformazioni di Bäcklund. Il Bianchi si dedicò
allapprofondimento del lato geometrico della teoria, creando per ampie classi di
superfici la teoria delle trasformazioni asintotiche. Così, se di una superficie si
conoscono tutte le trasformate, il teorema di permutabilità del Bianchi assicura che la
determinazione delle trasformate di queste ultime, cioè la ripetuta applicazione di una
trasformazione asintotica, non richiede che calcoli algebrici e di derivazione. Nel caso
delle superfici, una trasformazione di contatto di Lie che porti le rette in sfere fa
corrispondere alle trasformazioni asintotiche le trasformazioni di Ribaucour. Il Bianchi
studiò a lungo tali trasformazioni, deducendone nuove trasformazioni per le superfici
isoterme e portandone la teoria, con lestensione del teorema di permutabilità, alla
stessa perfezione cui era stata portata la teoria delle trasformazioni asintotiche. Tra i
risultati fondamentali di tutte queste ricerche si deve ricordare la teoria delle
trasformazioni delle superfici applicabili sulle quadriche che gli valse un premio
dellAccade mia di Francia. Nei Mémoires des savants étrangers sono riassunte le
sue ricerche, notevoli per le difficoltà superate e per limportante scoperta delle
superfici coniugate in applicabilità. Notevole laspetto geometrico delle indagini e
le sue relazioni con la teoria dei sistemi confocali di quadriche, la cui scoperta, da
sola, può dimostrare quanto profonda fosse lintuizione geometrica del Bianchi. Si
dedicò pure ai problemi delle geometrie non euclidee: a questo proposito si ricordano le
ricerche fondamentali sulle superfici non euclidee a curvatura nulla, la prima scoperta
delle trasformazioni delle superfici applicabili su un paraboloide e la scoperta di nuove
trasformazioni per le superfici isoterme. Nellultimo periodo della sua attività
scientifica il Bianchi svolse un gruppo di ricerche cui si riconnette anche il lavoro
postumo citato: le ricerche sugli enti di rotolamento (luoghi di punti, congruenze di
rette, inviluppi di piani). Questi studi gli permisero di fondere in un tutto armonico
ricerche sue e di altri e di trovare inaspettati rapporti con la teoria delle
trasformazioni. Furono così messe in nuova luce sia la teoria delle trasformazioni di
Ribaucour, sia le sue applicazioni alle superfici isoterme. Il Bianchi fu cavaliere
dellOrdine Civile di Savoja, senatore del Regno (1924), membro del Consiglio
Superiore della Pubblica Istruzione e accademico nazionale dei Lincei. Tra le molte opere
del Bianchi si citano: Sulle superfici applicabili, tesi di laurea pubblicata in Annali
della R. Scuola Normale Superiore di Pisa del 1878; Lezioni di geometria differenziale,
Pisa, 1887 (2a ed. 1894; traduzione tedesca di M. Lukot, Leipzig, 1896 e 1899); Lezioni
sulla teoria dei gruppi di sostituzioni e delle equazioni algebriche secondo Galois, Pisa,
1897; Lezioni sulla teoria delle funzioni di variabile complessa e delle funzioni
ellittiche, Pisa, 1898-1899; Lezioni sulla teoria dei gruppi continui finiti di
trasformazioni, Pisa, 1903; Lezioni sulla teoria aritmetica delle forme quadratiche
binarie e ternarie, Pisa, 1909; Lezioni di geometria analitica, Pisa, 1915; Lezioni sulla
teoria dei numeri algebrici e principi di aritmetica analitica, Pisa, 1921; Congruenze di
sfere di Ribaucour e superfici di Petersen, memoria postuma, Bologna, 1928; vanno inoltre
ricordati i numerosissimi contributi pubblicati dal Bianchi in Rendiconti della R.
Accademia Nazionale dei Lincei dal 1884 al 1924.
FONTI E BIBL.: G. Fubini, Commemorazione di Bianchi Luigi, in Rendiconti della R.
Accademia Nazionale dei Lincei, classe di scienze fisiche, appendice, s. 6, X 1929,
XXXIV-XLIV; Luigi Bianchi e la sua opera scientifica, in Annali di Matematica, s. 4, VI
1928-1929, 45-83; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 29; A. Carugo-F. Mondella, Lo
sviluppo delle scienze e delle tecniche in Italia, in Nuove questioni del Risorgimento e
dellunità dItalia, II, Milano, 1961, 444 s., 501; E. Pozzato, in Dizionario
biografico degli Italiani, X, 1968, 142-145.
BIANCHI ORLANDO
Noceto 11 luglio 1892-16 febbraio 1923
Nacque da Attilio e Isotta Tedeschi. Paesaggista e ritrattista di impostazione
romantica, dotato di una sottile malinconia e di una trepida vena sentimentale fu a torto
dimenticato dalla critica nazionale. I suoi lavori sono pregevoli tanto dal punto di vista
artistico, quanto da quello interpretativo, secondo la sensibilità cromatica
dellOttocento e la tendenza a considerare il vero come unica fonte di osservazione e
di ispirazione. Uscito dalla scuola di Paolo Baratta allAccademia di Belle Arti di
Parma, combattente nella prima guerra mondiale, sportivo praticante, operò in Noceto,
lasciando opere di valido talento, molto simili nella tecnica a quelle di Mosé Bianchi,
di Segantini e Michetti.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 292.
BIANCHI PANTALEONE
Borgo San Donnino 1552
Fu prevosto mitrato e resse la chiesa di Borgo San Donnino. Ritenuta illegale la
nomina che sera procurato, ebbe solo il tempo, come afferma il Pincolini, di cantare
le tre messe del Natale 1552. Estromesso dalla prevostura, riprese le mansioni in seno al
Capitolo della Chiesa borghigiana.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 29.
BIANCHI PELLEGRINO
Parma 1669
Nellanno 1669 fu immatricolato tra gli Ufficiali dellArte dei
Falegnami.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.
BIANCHI PIETRO
Parma 1831/1866
Luogotenente, fu decorato con Medaglia dOro al Valore Militare per il fatto
darmi di Borgoforte.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.
BIANCHI PIETRO
Fontanelle 24 giugno 1909-Baiso 2 settembre 1976
Nacque da Narciso e da Maria Provinciali. Nel 1919 si trasferì con la famiglia a
Parma. Dotato di una precoce vocazione giornalistica, nel marzo 1928, ancora
diciannovenne, su richiesta del capo redattore Cesare Zavattini, cominciò a collaborare
con la Gazzetta di Parma come critico cinematografico e redattore della terza pagina.
Quando il 30 giugno 1928 il giornale fu comprato dal Partito Nazionale Fascista e
trasformato in Corriere Emiliano, il Bianchi lo lasciò. Dopo avere vagato per qualche
anno nel mondo delle piccole riviste locali, nel 1934 riprese a scrivere nella terza
pagina del Corriere Emiliano. Lanno successivo assunse di nuovo lincarico di
critico cinematografico del quotidiano. Amico di tutti gli intellettuali parmigiani e
assiduo frequentatore dei caffè letterari locali, nel 1935 il Bianchi pubblicò il suo
primo libro: La poesia di Attilio Bertolucci. Nel 1937 fondò il primo cine-club di Parma
(Cine-Guf). Nel 1938 diede vita al foglio letterario Il Quadrello, che apparve sulla
Gazzetta di Parma con frequenza quindicinale. Negli ultimi mesi del 1939, il Bianchi,
chiamato dal cugino Giovannino Guareschi, iniziò la collaborazione con la rivista
satirica milanese Bertoldo, di cui fu critico cinematografico firmando con lo pseudonimo
Volpone. Per dedicarsi alla letteratura e al giornalismo, trascurò gli studi: al liceo
classico Romagnosi di Parma fu più volte rimandato e bocciato e si laureò in filosofia
(con lode) solo alletà di 31 anni, quando già da tempo insegnava filosofia e
storia nelle scuole di Parma. Da qui il soprannome di Professore, che lo accompagnò tutta
la vita. Nel 1946 si trasferì a Milano. Scrisse per La Notte, Il Tempo di Milano, Il
Corriere Lombardo, La Patria. Collaborò a Il Galantuomo, Oggi, Il Dramma, Bis e Il
Corriere di Informazione. Fu critico cinematografico del Bertoldo e di Candido, con lo
pseudonimo di Volpone (scritti raccolti nei due volumi Locchio di vetro, Ed. Il
Formichiere, 1978 e 1979). Fu redattore (dal 1950 al 1955, ricoprendo ufficialmente la
funzione di redattore-capo ma, di fatto, fu il direttore: Livio Garzanti, responsabile
della rivista, gli lasciò infatti carta bianca nel giornale e nella sua casa editrice, la
Garzanti, cui il Bianchi consigliò per anni autori, Gadda, Pasolini, Bertolucci, e
titoli) de LIllustrazione Italiana e direttore (dal 1957 al 1963) di Settimo Giorno.
Assunse nel 1956 la critica cinematografica del quotidiano milanese Il Giorno, che tenne
sino alla fine. Moltissime furono le sue opere e i suoi interventi culturali. Fondamentale
fu per la cultura italiana la scoperta che egli fece tra i primissimi dellopera di
Proust. La mia generazione è stata profondamenta influenzata dalla Recherche,
egli scrive nella prefazione di una delle sue opere migliori, Le signorine di Avignone.
Tra i suoi libri, vanno menzionati: H.G. Clouzot (Guanda, 1951), Locchio del cinema
(Garzanti, 1957), Le signorine di Avignone (Ferro, 1957), Storia del cinema con Franco
Berutti (Garzanti, 1961), Francesca Bertini e le dive del cinema muto (Utet, 1969),
Taccuino 1962-1964 e Radiografia di Milano Ipl, 1970), Allombra di Sainte Beuve
(Ipl, 1971), Maestri del cinema (Garzanti, 1972). Per leditore Cappelli curò La
Viaccia (1961), Vaghe stelle dellOrsa (1965) e Ludwig (1973). Sua è la prefazione a
Cara Parma di Carlo Bavagnoli (Pizzi, 1961). Quale feconda importanza abbia rivestito il
lungo magistero del Bianchi, basterebbero a sottolinearlo due soli esempi tra i tanti
possibili: la preveggente consapevolezza e i pubblici elogi e incitamenti con cui negli
anni Trenta puntò su Cesare Zavattini e con cui, trentanni dopo, scommise su
Bernardo Bertolucci. Sotto questo segno iniziò la sua militanza di cinefilo fin dai tempi
della Gazzetta di Parma, dove alle recenioni accostò, per un certo periodo (dal 1937 al
1940), una rubrica settimanale di penetranti corsivi, firmati il portoghese discreto
(pseudonimo certificante luso affabile, generoso e didattico chegli fece del
suo libero andirivieni per le sale cinematografiche e per le cose del cinema). Fu una
tribuna di riflessioni liberamente manifestate sotto lo stendardo della cultura, porto
franco in cui, in anni difficili e di verità imbavagliate, potevano essere esibite, senza
dogane censorie, le tradizioni di libertà di Stati Uniti e Inghilterra e la supremazia
intellettuale della Francia. Lancor giovane Bianchi che si affacciava
dallosservatorio della Gazzetta mosse da sicure convinzioni: che il cinema è
unarte, e delle maggiori (e per questo, dalle sue pagine, Bianchi polemizzò con
Filippo Sacchi, che ancora sattardava a richiederne una prova), e che
questarte devessere materia di studi approfonditi (senza conoscenza del
cinema, senza amore del cinema, non cè nulla da fare per il cinematografo).
Nellepoca in cui il regime fascista imponeva agli schermi nazionali legemonia
dei telefoni bianchi, il Bianchi seguitò, come avrebbe fatto poi sempre, a prescrivere
ricette per il cinema italiano, ad attrezzare, come un abilissimo navigatore, precise e
dettagliate carte per quegli autori che sarebbero diventati i piloti (Cesare Zavattini in
primis) dellaurea, spettacolare stagione cinematografica nazionale: il neorealismo.
Il regime si sforzò di proclamare questo o quellanno dellera fascista come
lanno della rinascita del cinema italiano. Il Bianchi si fece beffe di queste troppo
frequenti resurrezioni e ben più proficuamente additò la zavorra da scaricare:
superficialità e imitazione servile nei copioni, provincialismo deteriore, conseguente
carenza di valori assoluti, imperversante e ingiustificato divismo. E più concretamente
chiese un rovesciamento nellottica (allora, falsamente e ridicolmente cosmopolita)
dei film-maker, in specie soggettisti e sceneggiatori: coloro che stanno allorigine
del film devono studiare il mondo che li circonda e non quello vagheggiato attraverso
lestetica della Fox e della Century, devono ispirarsi al popolo e alla piccola
borghesia, perché attingere alle proprie radici e tradizioni è condizione prima di ogni
universalità (ottobre 1973). Alla fabbrica romana di un cinema fatto di schemi
convenzionali il Bianchi sempre negò la sua pur vasta indulgenza. La provincia, scrisse,
è bella, formativa, insostituibile. La cultura della provincia fu per lui il solo
antidoto al provincialismo. Nellopinione del Bianchi il cinema è uno specchio: e
non gli fu indifferente la qualità della superficie riflettente, poiché in quel vetro il
Bianchi, pedagogo dei cineasti, volle si specchiasse veramente e dunque magicamente la
vita. Non credette in tante arti ma in una sola. Scrive il critico Elia Santoro: Bianchi
ci aveva fatto capire che occuparsi di cinema voleva dire innanzitutto cultura, e che
praticare la critica significava avere la padronanza dun linguaggio che ne legava
diversi, poesia, teatro, letteratura, architettura, pittura, scenografia. Sornione,
raffinato, dotato di intuizione immediata e di folgorante capacità di sintesi, il Bianchi
ebbe a cuore soprattutto quel suo assiduo lavoro di politura e levigatura dellamato
occhio di vetro, la cinepresa: per questo usò la sua estesa cultura, che gli consentiva
alchemiche analisi e disvelanti verifiche di quellintrigante rapporto che è nel e
del cinema, tra realtà e irrealtà, cronaca e invenzione, autenticità e menzogna. Non la
ricerca del paradosso appariscente, ma quella della verità velata guidò costantemente
Bianchi a scovare la coincidentia oppositorum. Il Bianchi seppe scrutare con curiosità il
cinema dei telefoni bianchi per cogliervi i mattinali barbagli che preannunciavano il gran
giorno del neorealismo. Scommise profeticamente su Cesare Zavattini, destinato in effetti
a diventare il massimo artefice del neorealismo: Zavattini prosegue nella sua intelligente
e coraggiosa disamina delle condizioni necessarie a una produzione italiana viva e vitale,
che abbia un respiro europeo e quindi mondiale. La battaglia di Zavattini è utile e
necessaria. E ha bisogno di una sola condizione: durare (dicembre 1939). Nel giugno 1943,
quando uscì a Parma Ossessione di Luchino Visconti (che quindici anni dopo fu
universalmente riconosciuto come il film-manifesto del neorealismo), il Bianchi fu
prontissimo a riconoscervi, con la consueta, lesta e infallibile comprensione, il segno
dei tempi nuovi.
FONTI E BIBL.: La Gazzetta di Parma dedicò il 2-3 ottobre 1976, in occasione del
trigesimo, tre intere pagine a una rievocazione del Bianchi collaboratore e amico, con
interventi di G.C. Artoni, A. Bertolucci, A. Minardi, C. Zavattini, A. Bevilacqua, L.
Bocchi, C. Brizzolara, L. Malerba, M. Chierici, B. Rossi, G. Marchetti e A. Madeo; M.
DallAcqua, Terza pagina della Gazzetta di Parma, 1978, 281; Parma, Vicende e
protagonisti, 1978, III, 304-305; R. Campari, Parma e il cinema, 1986, 116-118; T.
Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 234-235; Il portoghese discreto: raccolta di
corsivi apparsi sulla Gazzetta di Parma tra il 1937 e il 1940, a cura di G. Calzolari e P.
Pedretti, Artegrafica Silva, Collecchio, 1985; Letteratura italiana, I, 1990, 269; Grandi
di Parma, 1991, 24; Gazzetta di Parma 23 maggio 1996, 5, e 7 gennaio 1997, 17.
BIANCHI TOMASO, vedi BIANCHI TOMMASO
BIANCHI TOMMASO
Parma 21 dicembre 1796-Cortona 28 novembre 1868
Nacque nellOltretorrente (parrocchia di San Basilide) da Lorenzo e Teresa
Pedrazzoli. Educato nelle scuole parmensi nei giorni in cui ancora vi dominavano le
tradizioni dellImpero Francese e del Regno Italico, il Bianchi, laureato in
ingegneria, mal sopportò il governo di Maria Luigia dAustria, mite e provvido,
specialmente nei primi anni, ma pur sempre straniero e perciò inviso a chi augurava
allItalia migliori fortune. Così lo si trova, appena ventiquattrenne, tra i più
ferventi rivoluzionari nei moti del 1821 e, come tale, fu ammonito dal reazionario Governo
ducale. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla Società dei carbonari. Occupato nei
lavori del nuovo catasto, quando essi erano quasi completamente affidati a imprese
private, dovette rimanervi anche quando i geometri distrettuali addetti a
quellAzienda passarono a carico dello Stato. Dalla Risoluzione Sovrana del 15
febbraio 1828 gli venne assegnato uno dei distretti più ampi e faticosi, che si estendeva
su quattordici comuni del Piacentino, dalle sponde del Po di Caorso, Monticelli,
Castelvetro e Polignano, attraverso le pianure di Besenzone, di Cortemaggiore, di Cadeo,
di Pontenure e i colli di San Giorgio, di Carpaneto, di Gropparello, di Ponte
dellOglio, sino alle aspre e impervie montagne di Bettola San Bernardino, di Boccolo
e di Pione. Non se ne dolse, ché, mentre in quel vasto territorio misurava le alluvioni
del Po e quelle della Nure, del Riglio, del Chero, del Ceno fin presso le sorgenti,
rilevava le linee delle corrosioni e i trasporti di argini, le strade e i canali
nuovamente costruiti, determinava i miglioramenti e riconosceva i deterioramenti nei
terreni anteriormente allibrati, gli rimaneva ancora tempo per esercitare, tra le
popolazioni dei campi e delle montagne, il suo costante, entusiastico apostolato a favore
di una Italia più grande, più unita e completamente libera da ogni dominazione
straniera. Quando scoppiarono in Parma i moti del 1831 (13 febbraio) il Bianchi fu dei
primi ad accorrere per mettersi a disposizione del governo rivoluzionario. Scelto, il 14
febbraio, dal podestà barone Lucio Bolla tra i notabili chiamati a far parte del Consesso
Civico, si dimostrò nelle adunanze di quellAssemblea Costituente uno dei membri
più diligenti e attivi e più decisi a ogni ardimento. Ma il Governo Provvisorio
(composto di cinque membri e presieduto dal conte Filipo Linati) gli sembrò non atto al
gravissimo compito assunto: appena ritornato in Parma lesule Macedonio Melloni, si
presentò con lui, il 17 febbraio, a casa del Podestà, domandando si dichiari decaduta
Maria Luigia e che siano nominate altre persone nel Governo Provvisorio, trovando i
componenti dello stesso o deboli o freddi o peggio. Poté ottenere soltanto che ai cinque
membri che già costituivano il Governo Provvisorio se ne aggiungessero due nuovi: il
Melloni e Ermenegildo Ortalli. AllOrtalli scrisse il Bianchi pochi giorni dopo (22
febbraio) da Borgo San Donnino: Sono a Borgo, Bandini, Bricoli e Pioselli. Pensano andare
a Fiorenzuola il 24, dove sono pochi Dragoni e si spera nella popolazione; ma occorre
mandare forze, alcune a cavallo. Così la mattina del 24 febbraio ottanta Guardie
Nazionali, quasi tutti studenti dellUniversità, guidati dal capitano Francesco
Pioselli, cinquanta soldati di linea e pochi cavalleggieri, essi pure giovani volontari,
150 uomini in tutto, occuparono Fiorenzuola, sguarnita di truppe ducali e plaudente alle
giovani, entusiastiche schiere rivoluzionarie. Nello stesso giorno fu inalberata la
bandiera al Comune, messa la coccarda e unito lanzianato e notabili per intimazione
di un Commissario Provvisorio (il Bianchi). Sul fatto darmi di Fiorenzuola, svoltosi
nella notte tra il 24 e il 25 febbraio, primo scontro tra poche milizie volontarie,
coraggiose, entusiastiche ma non ancora bene addestrate alle armi, e una forza quattro
volte superiore di un esercito regolare, avvezzo alla più rigida disciplina e già
vittorioso in molte battaglie, scrissero ampiamente il Casa, il Del Prato,
lOttolenghi, il Masnovo e il Coppellotti. Nellagguato, in cui i soldati del
potente esercito imperiale, protetti dalloscurità, non si vergognarono di gridare
Viva lItalia per trarre in inganno i malcauti militi parmensi, il Pioselli, il
Bricoli e altri capi della spedizione caddero feriti e prigionieri, mentre il Bianchi,
più pratico dei sentieri dei monti piacentini, riuscì, colle armi alla mano, a sottrarsi
allaccerchiamento degli Austriaci e a ritirarsi, attraverso le montagne, sino a
Parma. E qui lo si trova il giorno seguente (26 febbraio) intento a ricercare (tra
Austriaci e filo-austriaci dimoranti in Parma) ostaggi per riuscire a liberare i 23
compagni rimasti prigionieri a Fiorenzuola, trascinati a Piacenza incatenati e chiusi nei
sotterranei di quella fortezza. Gli ostaggi arrestati dal Bianchi e dagli studenti non
ebbero a soffrire alcun danno e tutti, ben presto, furono restituiti alla libertà. Né
poteva avvenire altrimenti in uno Stato ove lo stesso Governo rivoluzionario raccomandava
per mezzo del Bianchi alle proprie milizie di trattare tutti indistintamente i
prigionieri, anche gli odiatissimi Dragoni ducali, coi più fratellevoli riguardi.
Frattanto lAustria, incoraggiata dal silenzio della Francia che, dopo aver
proclamato il non intervento mostrava di disinteressarsi dellintervento austriaco
negli stati italiani, iniziò con il proprio esercito la marcia su Bologna, Modena e
Parma. Su Parma si avanzò da due parti: da Modena, già occupata, e da Piacenza, sicché
la città fu presto circondata da ogni lato e, indifesa comera, dovette aprire le
porte al nemico. Il Bianchi, profondo conoscitore dellAppennino, poté sfuggire
anche a questo secondo accerchiamento austriaco e riparare prima in Piemonte, poi in
Francia. Ma intanto il ristabilito Governo ducale iniziò contro di lui e contro gli altri
patrioti, in parte fuggiaschi, in parte nascosti in città o nel contado, in parte già
arrestati, una lunga serie di procedimenti polizieschi e giudiziari. Con Decreto Sovrano
del 29 marzo 1831 vennero sospesi presso il Ministero delle Finanze i mandati degli
stipendi agli impiegati tutti che fecero parte del Consesso Civico, e quindi anche al
Bianchi. Con altro Decreto del 4 maggio 1831, n. 102, mentre si mitigarono le punizioni
per molti altri funzionari, vennero dichiarati vacanti i posti che il 13 febbraio 1831
erano occupati da Antonio Martini impiegato dellIspezione delle Casse pubbliche e da
Tommaso Bianchi Geometra dello Stato. E con un terzo Decreto del 28 maggio, n. 115, si
ordinò che fossero sottoposti a processo tutti coloro che in un modo o nellaltro
avevano partecipato alla passata rivolta. Il direttore di Polizia, rispondendo a una
domanda del presidente dellInterno, lo informò fin dal 25 aprile che di coloro che
più figuravano in Parma nella passata rivolta, si ritengono fuori di Stato: G.B. Ferrari,
Tommaso Bianchi e altri otto tra i più compromessi. Contro di loro, quindi, si procedette
in contumacia: con sentenza del 7 settembre della Sezione di accusa, anche il Bianchi fu
sottoposto a giudizio. Le informazioni e il titolo di reato, ricavati dagli atti del
processo e in particolare dai rapporti del maggiore dei Dragoni ducali e del direttore
generale di polizia, sono riassunti, per il Bianchi, in queste eloquenti parole: Tommaso
Bianchi geometra: concertò con Bandini, Bricoli e Pioselli linvasione del
Piacentino; fu a Fiorenzuola col Pioselli e vi unì lAnzianato per far deliberare
lannessione al Governo di Parma. Arrestò il figlio del Presidente Mistrali, come
ostaggio: ha sorpreso tutti lardimento spiegato nelle sue azioni! Il processo non
ebbe seguito. La clamorosa assoluzione dei membri del Governo Provvisorio, pronunciata
dalla coraggiosa e indipendente Magistratura Parmense il 7 luglio, consigliò alla
duchessa Maria Luigia dAustria unampia amnistia per gli altri rivoltosi, che
apparivano ancor meno responsabili dei governatori, già assolti. Però si stabilì: Gli
inquisiti per materia politica che sono assenti, e quelli tra essi che si pr esumono tali,
sebbene latitanti nei Nostri Ducati, non potranno né rientrarvi, né rimanervi senza
espresso, e speciale Nostro permesso, che Ci riserbiamo di accordare secondo che lo
richiederanno le circostanze, e il ben pubblico, e anche, se accada, sotto discipline
alluopo opportune. Questi assenti, esclusi dallamnistia, furono soltanto
ventuno e tra essi, insieme con quelli del Melloni, del Sanvitale e di altri insigni
patrioti, figura anche il nome di Bianchi Tommaso già Ingegnere del Catasto. Alcuni di
quegli esuli supplicarono perché fosse loro permesso il ritorno in patria e accettarono
le discipline di Buon governo imposte dalle sospettose polizie del ducato e
dellAustria. Non però il Sanvitale, il Melloni e il Bianchi. Essi preferirono
lesilio al di là delle Alpi. Il Bianchi fu prima in Corsica e quindi passò
dalluno allaltro Dipartimento della Francia per ammirare e studiare da vicino
i nuovi miracoli dellingegneria: i grandi canali per la navigazione interna, i ponti
sospesi, le ferrovie. Soprattutto le ferrovie, coi molti e complessi problemi tecnici,
finanziari e politici che a esse si collegano, richiamarono lattenzione e lo studio
del Bianchi. Quando, nel marzo 1831, il Bianchi partì per lesilio, nessuna ferrovia
era ancora sorta in Italia. La prima linea italiana, la Napoli-Nocera-Castellamare,
concessa alla Casa Bayard nel 1836, fu aperta allesercizio, solo per il primo tronco
Napoli-Portici, soltanto nel 1838. In Francia, invece, era già aperta allesercizio,
sin dal 1828, la Saint-Etienne-Andresieux, altre linee erano state aperte nel 1829 e nel
1830 e molte altre erano allora in costruzione, sicché il Bianchi ebbe largo campo di
studiare i diversi problemi ferroviari e di ideare fin dallora una grande ferrovia
che collegasse tutte le capitali degli stati italiani non più soggetti allo straniero:
una linea Torino-Parma-Modena-Bologna-Firenze-Roma-Napoli, attraversante lAppennino
a Montepiano, a soli 696 metri sul livello del mare. Cinque anni si trattenne il Bianchi
in Francia, occupato in importanti lavori di costruzione di ponti sospesi e di ferrovie.
Poi, colta una favorevole occasione, tornò in Italia, non però nel Ducato di Parma, dal
quale rimaneva pur sempre bandito. Dopo un lustro di esilio politico passato in Francia,
narra egli stesso in una sua pubblicazione, ebbi a recarmi in Toscana nellesordire
del 1836 per la costruzione dei ponti sospesi sopra lArno presso Firenze,
concessionaria la casa Seguin, ove rimasi fino al marzo del 1848. In questo lasso di tempo
venni invitato dai concessionari della Ferrovia Leopolda da Firenze a Livorno a far parte
di una Commissione Tecnica per determinare la traccia da adottarsi tra queste due
importanti città. La Gazzetta di Firenze del 29 maggio 1838, n. 64, riporta i nomi dei
componenti quella autorevole commissione, nella quale il Bianchi, forestiero e giunto da
poco in Toscana, ebbe a colleghi il celebre Inghirami, direttore della Carta Topografica,
il professor Pianigiani, costruttore della Ferrovia Centrale (da Empoli a Siena), e sei
altri tra i più insigni ingegneri e architetti di Firenze, di Livorno e di Pisa. La
commissione il 5 luglio 1838 presentò la sua relazione, in cui concluse poco meno che
allunanimità (sette voti contro due) per la scelta della linea scorrente la valle
dellArno. Il Bianchi invece sostenne la Linea Subappennina, la quale, da Pisa a
Firenze, toccava le importanti città di Lucca, Pescia, Pistoia e Prato e le stazioni
balneari di San Giuliano, Montecatini e Monsummano. Il Bianchi, che desiderava vedere
costruiti con la ferrovia subappennina, da Firenze a Prato, i primi 18 chilometri della
linea da lui patrocinata per Val di Bisenzio e Val di Setta fino a Bologna, lottò
strenuamente a favore del tracciato subappennino. Anche di fronte al verdetto della
commissione egli non si scoraggiò e cominciò subito a svolgere gli studi tecnici del
primo tratto da Firenze a Pistoia per una compagnia che poi non ne poté ottenere la
concessione. Poco dopo, per la Società Lucchese, fece gli studi del tratto da Pisa a
Lucca, che fu poi prolungato fino a Pescia e a Pistoia. E così ebbe la soddisfazione di
vedere compiuta anche la linea subappennina, che egli aveva così strenuamente difeso nel
1838. Ma a ben altro tendeva il Bianchi. Nel giugno del 1846 si portò sulle montagne di
Val Bisenzio e Val di Setta a tracciare la vagheggiata ferrovia Prato-Bologna per una
Società Pratese che, in seguito al suo ardente apostolato, si costituì sotto la
presidenza di un coraggioso industriale, il cavaliere Carlo Leonetti. La prima relazione
del Bianchi su quella ferrovia, in data di Firenze 22 giugno 1846, uscì in luce
nellanno seguente in Bologna, in una raccolta di Scritti su quella grandiosa
impresa. La relazione del Bianchi fu presentata al Granduca di Toscana, e siccome, fin dal
4 aprile 1845 era stata accordata dallo stesso Granduca ai fratelli Bartolomeo, Tommaso e
Pietro Cini la concessione di fare gli studi per la ferrovia da Pistoia alla Porretta,
così per mostrare di quanto rispetto fosse compresa la Società Pratese per la
concessione preliminare accordata ai signori fratelli Cini, offriva di associarsi ai
medesimi. Scrisse, perciò, in data 24 settembre e nellottobre 1846, alla Società
Pistoiese, formata dai fratelli Cini per la ferrovia della Porretta, due lunghe lettere,
nelle quali, con argomenti ineccepibili, si dimostra limpossibilità di costruire la
Porrettana, da Pistoia al confine bolognese, colla somma di sole lire 12360000, come
lingegnere Tommaso Cini aveva progettato, le difficoltà gravissime e forse
insuperabili che si sarebbero incontrate su quel tracciato, lopportunità di
fondere, perciò, le sue società in una sola, costruendo la linea, più breve e facile,
delle valli del Bisenzio e della Setta. Tutto fu inutile. La Società Pistoiese volle
continuare nella sua impresa, che avrebbe potuto compiersi solo da uno stato potente e con
enorme dispendio, e non certo da una piccola società con mezzi affatto inadeguati al
bisogno. In effetti, dopo inutili e ripetuti tentativi, la Società pistoiese venne
liquidata e sciolta. I moti rivoluzionari del 1848, il disastro di Novara e la raddoppiata
pressione dellAustria, vincitrice sui debolissimi stati emiliani e toscani, tolsero
poi ogni possibilità, non pure di costruire, ma anche solo di studiare una ferrovia che
non fosse compresa nei programmi politici e militari dellImpero Austriaco. Intanto,
il 20 marzo 1848, appena scoppiata la rivolta in Parma, il Bianchi tornò a riprendere il
suo posto sulle barricate. Il Governo Provvisorio, sorto il 10 aprile e formato in gran
parte da vecchi patrioti che avevano diviso col Bianchi lesilio, volle che fosse
nuovamente acquisita la sua preziosa opera di valente tecnico (decreto del 13 maggio 1848:
È ridato al signor Tommaso Bianchi lufizio di Geometra pel Catasto, che tolto gli
fu per gli avvenimenti politici del 1831). Senonché apparve subito come ben altri e ben
maggiori servigi potesse ritrarre lo Stato dal Bianchi, che da diciassette anni, in
Francia prima, poi in Toscana e in altre parti dItalia, si era addestrato in
costruzioni di importanti ferrovie e di ponti arditissimi. E così, alla distanza di soli
sedici giorni da quel primo decreto, un nuovo Atto di nomina, in data 29 maggio, stabilì:
1° Il signor Tommaso Bianchi è promosso alluffizio dIngegnere dello Stato di
2a classe. 2° Quando possa accadere egli sarà occupato specialmente degli affari di
strade ferrate. Sorse così per la prima volta nello Stato di Parma, alla dipendenza della
direzione di acque e strade, uno speciale Ufficio per le Strade ferrate. Il Bianchi si
accinse subito sia a richiamare lattenzione dei governatori e del capo ingegnere
direttore dacque e strade, Francesco Belleni, sopra un progetto di massima della
ferrovia da Parma a Genova, da lui steso tre anni prima, sia a tracciare sul terreno il
progetto esecutivo del primo tronco di 60 chilometri, da Parma a Borgotaro, che poteva
servire non solo per la ferrovia di Genova ma anche per quella della Spezia. Il Bianchi
assunse il gravoso lavoro senza alcun compenso. Questo progetto non ebbe fortuna. Fu
presentato allufficio tecnico superiore degli Stati parmensi e il direttore
dacque e strade, Francesco Belleni, lo approvò il 21 giugno 1849, ma la ferrovia
non fu fatta e il Bianchi, nel settembre di quellanno, fu di nuovo mandato in esilio
e non poté tornare a Parma se non dopo il 1859. Quando si cominciò a costruirne un primo
tratto, non nella parte montana ma verso Colorno e il Po, il conte di Buol, ministro di
Sua Maestà Apostolica, scrisse il 24 gennaio 1854 una lettera oltremodo risentita alla
Corte di Parma minacciando guerra da parte dellAustria se non si fosse interrotta la
costruzione di quella ferrovia. Inoltre fu negato lallacciamento della nuova linea
alle ferrovie austriache, fu usata tutta linfluenza del governo imperiale presso le
Corti di Modena e di Firenze perché negassero, del pari, lallacciamento alle
ferrovie estensi e toscane, e fu impedito sul territorio austriaco il transito del
materiale indispensabile alla costruzione delle nuove, invise ferrovie parmensi. Nel
nuovo, decennale esilio, dal 1849 al 1859, il Bianchi non poté ritornare neppure a
Firenze, ove la sospettosa polizia austriaca imperversava come a Parma e forse più. Gli
fu necessario chiedere asilo agli Stati Sardi, ove ormai riparavano tutti i patrioti
italiani e dove il nome e lopera del Bianchi già erano favorevolmente conosciuti,
sia per avervi dimorato nel 1840 e nel 1842 per la costruzione del grandioso ponte sulla
Magra tra la Spezia e Sarzana, sia per gli studi fatti nel 1845 per il progetto della
ferrovia da Genova sino al confine parmense. Si stabilì in Torino, ove abitavano altri
esuli parmensi, pur facendo lunghi soggiorni in Val dAosta, dapprima per il progetto
dellintera ferrovia da Ivrea ad Aosta, poi per gli studi tecnici definitivi del
primo tronco, di 29 chilometri, da Ivrea a Verres, infine per formare un progetto di
massima di una nuova ferrovia internazionale da Aosta e Martigny sul Rodano, nel Vallese,
con varco delle Alpi al colle di Ménoue presso il Gran San Bernardo. Il 1o maggio 1859 e
il 9 giugno successivo scoppiarono in Parma due nuove rivolte contro il Governo ducale, e
il Bianchi accorse subito. Giuseppe Manfredi che, sorretto dal Bianchi e dagli altri
patrioti, aveva assunto (dopo Villafranca e dopo il ritiro da Parma dei funzionari e
dellesercito del re Vittorio Emanuele di Savoja) il difficile governo dello Stato,
con un decreto, emanato in nome del popolo delle provincie parmensi, riordinò
lAmministrazione dei Lavori Pubblici e chiamò di nuovo a farne parte il Bianchi
quale ingegnere di 1a classe. Con decreto del 30 novembre 1859 il dittatore Farini
soppresse, a decorrere dal giorno 8 dicembre, i Governi separati e le rispettive
amministrazioni centrali delle Provincie Modenesi e Parmensi e delle Romagne. Così il
Bianchi, dalla soppressa Sezione permanente del Corpo degli Ingegneri, della quale aveva
fatto parte nellamministrazione parmense, passò nelle nuove amministrazioni
dellEmilia e del Regno dItalia e poté, poco dopo, stanco per i tanti anni di
assiduo lavoro e di esilio, ottenere una ben meritata pensione di riposo. Con la costanza
e la fede di un apostolo, pubblicò in Parma, nel 1861, quelle Considerazioni tecnico
economiche sopra tre progetti di ferrovie, che, pur patrocinando anche la Parma-Spezia e
lIvrea-Aosta, sono soprattutto una squilla di rivolta contro il sopruso austriaco e
un caldo, entusiastico appello al Governo nazionale perché si accinga, senza deplorevoli
indugi, alla costruzione della Bologna-Prato, colossale opera veramente degna della
grandezza dItalia. La vera arteria principale, afferma il Bianchi ribadendo ancora
una volta il concetto che da trentanni gli era stato guida negli studi ferroviari,
dovendo essere la più centrale e la più diretta, e in pari tempo raccogliere i luoghi
più interessanti e più centrali, sarà quella che da Torino a Napoli passerà per
Alessandria, Piacenza, Parma, Modena, Bologna, Prato, Firenze, Arezzo. Qualunque altra
linea che se ne discosti non potrebbe assumerne le veci. Così scrive il Bianchi il 31
agosto 1861, tre mesi prima che il Parlamento riaprisse. Ma egli dovette persuadersi ben
presto che Parma, ove era rientrato dopo ventotto anni di esilio, non era la sede più
adatta per continuare efficacemente questa sua propaganda per la ferrovia di Val di
Bisenzio e Val di Setta. Negli ultimi mesi del 1862 lasciò Parma e si recò a Firenze. Si
spense quarantanni prima che la legge del 12 luglio 1908, ordinando la costruzione a
spese dello Stato della direttissima Bologna-Prato per le valli della Setta e del
Bisenzio, iniziasse la realizzazione del suo sogno, e quasi settantanni prima
(aprile 1934) che quel sogno si tramutasse in realtà.
FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, 57; G. Sitti, Il Risorgimento
italiano, 1915, 400; Crisopoli 2 1934, 131-140; O. Masnovo, I patrioti parmensi del 1831,
in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 145; F. Ercole, Uomini politici, 1941,
171.
BIANCHI UBALDO
Casalmaggiore 1748-Parma 18 novembre 1828
Alcuni cenni biografici del Bianchi si ricavano da una appendice, dettata
dallabate Luigi Barbieri, in un lavoro di Carlo Rognoni, altro insigne cultore della
meteorologia e climatologia parmense, pubblicato a Parma nel 1892. Il Bianchi, figlio di
Dionigi e Veronica Araldi, fu cittadino e patrizio parmense. Ebbe tre sorelle, una
maritata a Pietro Fedolfi, colonnello delle milizie urbane, unaltra a Giacomo Carra
e la terza prese il velo nelle Benedettine del monastero di SantAlessandro in Parma.
Da giovanetto il Bianchi studiò sotto la guida dei Padri della Compagnia di Gesù e
riuscì uno dei migliori allievi. Di carattere incline alla solitudine, divideva il tempo
tra le pratiche religiose e lo studio delle buone lettere. Si dedicò anche alle scienze
fisiche, per amore delle quali tenne carteggio con labate Toaldo, professore di
astronomia e meteorologia allUniversità di Padova, al quale inviò per molti anni
le osservazioni meteorologiche che effettuava ogni giorno. Si interessò anche di ricerche
storiche raccogliendo in un corpo le iscrizioni scolpite in marmo nelle chiese di Parma.
Queste iscrizioni raccolte dal Bianchi, per deliberazione della Regia Deputazione di
Storia Patria in data 27 settembre 1887, furono poi pubblicate sullArchivio Storico
per le Province Parmensi. Inoltre il Bianchi continuò, insieme con Michele Vitali, la
Cronichetta, iniziata da Ireneo Affò, che si stampava ogni anno nel Diario parmigiano.
Alletà di 36 anni il Bianchi prese in moglie Corona Aicardi, definita dal Barbieri
donna di nobile schiatta e di specchiatissimi costumi, dalla quale non ebbe figli ma
incessanti e affettuose cure per lo spazio di 44 anni (il Bianchi morì in età più che
ottuagenaria). Una lapide con lelogio dettato da Ramiro Tonani fu posta, a cura
della vedova, nella chiesa di San Tommaso. Il Bianchi va soprattutto ricordato quale
precursore della meteorologia moderna: eseguì in Parma osservazioni ininterrotte per ben
56 anni, dal 1772 al 1828, registrando ogni giorno temperatura, pressione, soleggiamento,
nuvolosità, pioggia, vento e nebbia. I registri delle sue osservazioni furono rinvenuti
solo nel 1888 e, a cura del Rognoni, ne fu fatta una copia, di oltre mille pagine, che si
trova nella biblioteca dellOsservatorio Meteologico dellUniversità di Parma.
Dellimportanza scientifica del ritrovamento dei manoscritti del Bianchi parlò la
Gazzetta di Parma del 25 luglio 1888 con una nota di Pietro Pigorini, direttore
dellOsservatorio Meteorologico. Per inquadrare lopera del Bianchi nella storia
della ricerca meteorologica, occorre ricordare che a un primo periodo della ricerca in
questo campo (1650-1780) in cui ebbero prevalenza osservazioni frammentarie, saltuarie,
eseguite da privati e volenterosi cultori, isolati tra loro, seguì un periodo (1780-1860)
durante il quale si fanno più frequenti e numerose le osservazioni, più accurati sono
gli strumenti e i metodi di rilevamento, più uniformi i dati raccolti, più razionali le
elaborazioni statistiche. Vi è da aggiungere che, allepoca del Bianchi, chi
eseguiva osservazioni meteorologiche erano, per la maggior parte, privati cittadini o enti
religiosi. Sono veramente ammirevoli la passione, lo zelo e la diligenza con cui umili
cultori come il Bianchi, ma molte volte anche insigni scienziati, con costanza e
perseveranza, eseguivano personalmente le misure e le osservazioni. La ragione e lo scopo
perché il Bianchi intraprese le sue osservazioni si può dedurre direttamente da quanto
egli stesso scrive nella dichiarazione nel proemio al primo volume del suo manoscritto: Io
non ho la vanità di ripromettermi qualche nome da questa mia non piccola fatica che a
solo trattenimento intrapresi e continuo con qualche impegno. Soltanto desidero che quali
sono, possano essere di qualche uso ad alcuno in particolare, e utili a questa mia patria
eziando, al quale oggetto fui in parte eccitato a registrarle. Più avanti nel
manoscritto, forse per chiarire meglio le finalità della sua fatica, il Bianchi aggiunge
che gli era servito di eccitamento lesempio di alcuni dotti, delle Accademie, e
lammaestramento dei Fisici, che le osservazioni meteorologiche sono necessarie per
la cognizione dei climi. Il Bianchi eseguì le osservazioni utilizzando una finestra
meteorologica in un edificio di sua proprietà posto al n. 25 di Borgo del Gesso. Dai
registri originali risulta che il Bianchi iniziò le sue osservazioni a partire dal 1772.
Negli anni 1772 e 1773 è tenuto nota, giorno per giorno, solo della presenza del sole,
delle nubi, della caduta di pioggia o neve e del vento, mentre a partire dal gennaio 1774
vengono eseguite anche misure della temperatura dellaria, dal 1778 viene totalizzata
lacqua caduta e dal 1780 si tiene conto, sempre giorno per giorno, della pressione
atmosferica. Il Bianchi misurò la temperatura dellaria due volte al giorno, alle
ore otto del mattino e alle ore tre pomeridiane, mediante un termometro di Reamur ad
alcool tenuto alto dal suolo 15 braccia parmigiane (circa otto metri) fuori da una
finestra rivolta a ponente e protetta dal sole. A dimostrare la serietà scientifica con
la quale il Bianchi effettuò le misure, vale una sua nota in cui dice che per tutto il
tempo delle sue osservazioni aveva sempre usato lo stesso termometro per evitare ogni
equivoco. Oltre alla raccolta dei valori giornalieri dei più importanti parametri
meteorologici, raccolta che si protrasse fino alla vigilia della sua morte, il Bianchi ha
lasciato anche una preziosa serie di note, poste alla fine delle osservazioni relative a
ciascun anno, nelle quali egli riassunse, mese per mese, quello che era stato
landamento del tempo con riferimenti particolari alle colture agrarie, ai prezzi dei
prodotti agricoli, alle difficoltà create ai cittadini e alle loro attività dalle
avversità atmosferiche. Queste note, stilate in modo sintetico ma preciso, rappresentano
oltretutto una utilissima traccia per meglio conoscere le vicende economiche e sociali di
Parma in quel periodo storico e per ricostruire in modo più preciso la geografia del
territorio parmense dellepoca. A esempio, stralciando tra queste note, a proposito
del 1794 il Bianchi scrive: Gennaio oscuro, sciloccale e umido con non poco danno delle
campagne. Grani assai cari. La neve appena si è veduta. Febbraio asciuttissimo e tiepido
anche più del bisogno ma per la povertà molto utile, e piacevole per le legnaie de
Possidenti. Si veggono piante con fiori. Marzo asciutto più di quello che dovrebbe. Le
campagne sono in uno stato florido e promettono molto. I frutti hanno aperto i loro fiori
assai per tempo, le fave sono bellissime. Li grani diminuiscono di prezzo. Le prime piogge
daprile hanno prodotto effetti mirabili ai terreni cherano alquanto asciutti.
Grani e vini a prezzi discreti. Al primo maggio si videro delle ciliegie; le fave sono
coperte di fiori, che passerebbero in bacelli se venisse la pioggia; si vede eziando del
frumento fiorito. La sega de fieni ha anticipato 15 giorni. Tutto va accelerando a
maturità. Li 12 giugno alcuni cominciano a mietere, e più li 13, benché a ver dire,
assolutamente il frumento non è secco e pare che si dovrebbe attendere 3 o 4 giorni. Uve
copiose. Come si vede, si tratta di una vera e propria cronaca agraria. Molto importanti
sono le osservazioni pluviometriche delle quali il Bianchi tenne nota in modo regolare dal
1778 al 1801. La quantità di acqua caduta, da pioggia o neve o grandine fuse, veniva
misurata dal Bianchi mediante un pluviometro installato sul tetto della sua casa a una
altezza di circa 11 metri dal suolo. Si riporta, sempre a titolo di esempio di cronaca
meteorologica, la precisa e circostanziata descrizione che lascia il Bianchi del temporale
avvenuto a Parma il 23 agosto 1780 e della grandinata avvenuta il 16 luglio 1788. A
proposito del primo episodio il Bianchi scrive: Cominciò tra lampi e tuoni verso le ore
quattro e durò sino quasi a giorno delli 25; onde si può dire a ragione che sia piovuto
di continuo 36 ore circa. Lacqua piovuta nellempio dello scroscio fino a sera
fu cinque pollici e mezzo daltezza. Gran danno ne soffrì la Città e lo Stato,
poiché la pioggia oltre laver passato i tetti e i soffitti di tutte le case e
conventi, ruinò molti grani e granai e, passando più oltre, molte camere e mobili. In
ogni casa era acqua e in molte cantine allaltezza di un braccio specialmente di là
dal fiume Parma. Il Naviglio gonfiato ruppe una volta sotto cui passava e danneggiò
molini e torchi; insomma tutta la Città e Stato soffrì incomodo e danno. Il Bianchi non
trascurò di raccogliere e annotare notizie che gli giungevano dai centri della provincia.
Circa il secondo episodio citato si legge: Ai 16 Luglio, un temporale fece gran danno a
Langhirano, Lesignano e dintorni per la grandine caduta grossa come le poma, che ruinò il
tutto. Di questa gragnuola ne fu portata in città delle some a uso de caffettieri,
mancando il ghiaccio. Nei manoscritti ampio spazio fu riservato dal Bianchi anche alla
descrizione di altri fenomeni naturali quali i fulmini e i terremoti. Nelle note viene
fatta menzione, a esempio, di 55 scosse di terremoto verificatesi negli anni dal 1774 al
1828. È da aggiungere che lopera del Bianchi non si limitò alla raccolta delle sue
osservazioni personali. Un particolare e molto importante capitolo del patrimonio di dati
che il Bianchi lasciò è costituito da un calendario dove sono segnati i risultati
relativi alle osservazioni meteorologiche eseguite a Parma in un arco di 80 anni,
suddivisi in quattro periodi. Il primo periodo va dal gennaio del 1694 al luglio del 1698
e la fonte dalla quale attinse il Bianchi è costituita dal Diario istorico e
meteorologico di don Giustiniano Borra, parmigiano. Il periodo seguente comprende 19 anni
e va dal 1710 al 1728 e fu estratto dalla medesima fonte. Il terzo periodo abbraccia otto
anni, dal 1754 al 1761 e i dati relativi il Bianchi li dedusse dal Diario istorico e
meteorologico di Lorenzo Piazza, anchesso parmigiano. Lultimo dei quattro
periodi, dal 1775 al 1822, compendia le osservazioni fatte dal Bianchi stesso, il quale
dovrebbe aver compilato questo calendario cinque anni prima della sua morte, nel 1823. Il
calendario, definito dal Bianchi un quadro fedele dello stato del cielo ridotto in somme
per ciascun giorno di 80 anni di osservazioni fatte in Parma; e si può dire il compendio
dellIstoria meteorologica relativa a quegli anni, è costituito da una serie di
tabelle dove, anno per anno e mese per mese, sono segnate su altrettante colonne la
frequenza dei giorni sereni, dei giorni nuvolosi o vari, dei giorni piovosi o nevosi, la
frequenza del vento, dei giorni nebbiosi, dei giorni con grandine e dei giorni con
temporale. A garantire lattendibilità di tale calendario valgono ancora le parole
del Bianchi quando afferma di aver seguito in questo suo lavoro le norme dettategli
dallabate Toaldo, che egli definisce vero padre della meteorologia, il quale aveva
già pubblicato i risultati di una ricerca analoga per un periodo di 61 anni. Non resta
che sottolineare la rilevante importanza scientifica del patrimonio di dati che il Bianchi
ha lasciato. Soprattutto per merito suo, Parma può vantarsi di essere tra le poche città
al mondo dotate di una cronaca meteorologica quasi ininterrotta di oltre duecento
anni.FONTI E BIBL.: Archivio Storico per le Province Parmensi, vol. VIII, 1899-1900, 158,
vol. III, 1903, nuova serie, 293, 294, vol. VIII, 1908, 154, 159, 167, 171, 172, vol.
XVIII, 1918, 178; M. Baruzzi, LOsservatorio Meteorologico della R. Università di
Parma, in VIII Rapporto Annuale dellOsservatorio Meteorologico R. Università di
Parma, Parma, 1933, 1-27; U. Bianchi, Osservazioni Meteorologiche fatte in Parma da Ubaldo
Bianchi, copia manoscritta, Biblioteca dellOsservatorio Meteorologico
dellUniversità di Parma, Gazzetta di Parma 25 luglio 1888; C. Rognoni, Note
meteorologiche per la climatologia parmense, Parma, Tipografia G. Ferrari e Figli, 1892;
Parma Economica 3 1978, 59-66; A. De Marchi, Guida naturalistica, 1980, 171; R. Lasagni,
Bibliografia parmigiana, 1991, 90.
BIANCHI UGOLOTTO, vedi BIANCARDO UGOLOTTO
BIANCHI VALDO
Parma 7 ottobre 1890-Parma 27 maggio 1983
Nato da Icilio, noto pittore, e da Medea Massari. Il Bianchi si laureò al
Politecnico di Milano. Abbracciata la professione del restauratore di quadri, ebbe ben
presto importanti commissioni. Nella sua lunga e apprezzata carriera restaurò infatti la
Pinacoteca dellEca di Milano e numerose opere darte, anche per conto del
Comune, della Provincia e degli Ospedali Riuniti di Parma. Diresse pure i lavori di
abbellimento della 1a Fiera campionaria postbellica di Milano e curò la mostra civica al
Teatro Regio di Parma. Un autorevole riconoscimento alla sua attività di restauratore lo
ebbe dopo la disastrosa alluvione di Firenze allorché fu invitato, assieme a un ristretto
gruppo di esperti, a collaborare al ripristino del patrimonio artistico danneggiato. Il
Bianchi fu anche uno stimato pittore. Nel 1981 una sua retrospettiva fu allestita nella
Galleria SantAndrea di Parma. Innamorato della sua città, in più occasioni scese
in campo in difesa del suo patrimonio artistico, partecipando, anche attraverso le colonne
della Gazzetta di Parma, ad accese polemiche: quella sul restauro della Schiava turca, il
celebre dipinto del Parmigianino, quella relativa alla tonalità di colore giallo Parma e,
infine, quella sulla sistemazione del monumento a Verdi. Scrisse Le veglie di Bianchi, un
libro di ricordi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 maggio 1983, 5.
BIANCHI VINCENZO
Parma 1775
Intagliatore in legno operante nel 1775.
FONTI E BIBL.: G. Gori Gandellini, Notizie degli intagliatori, 1808-116.
BIANCHI VIRGINIO
Parma 1866
Soldato, fu decorato con la Medaglia dArgento al Valore Militare dopo la
battaglia di Villafranca (24 giugno 1866).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.
BIANCHI ARCIONI ANGELO, vedi BIANCHI FOGLIANI ANGELO
BIANCHI ARCIONI FOGLIANI ANGELO, vedi BIANCHI FOGLIANI ANGELO
BIANCHI FOGLIANI ANGELO
Modena 25 ottobre 1753-Parma 29 dicembre 1845
Nacque dal conte Camillo e da Paola Arcioni. Fu allevato nel Collegio dei Nobili di
Parma (1773). Elesse Parma a suo domicilio per conseguita eredità dal conte Arcioni.
Nobile signore di rango e di censo, disimpegnò le mansioni di Gentiluomo di Camera del
Duca Ferdinando di Borbone (dal 4 agosto 1802) e fu ufficiale della Guardia Alabardieri.
Sposò la contessa Margherita Tagliaferri. Rimasto vedovo, abbracciò lo stato religioso
ma ciò non gli impedì di continuare a svolgere incarichi pubblici: presidente perpetuo
della Società Ducale Filarmonica e direttore dei Pubblici Spettacoli (1804, in Regime
Francese). Infine fu ciambellano della duchessa Maria Luigia dAustria, cavaliere
dellOrdine Costantiniano e sindaco aggiunto di Parma (1807-1810). Mecenate di poeti
e artisti, risulta tra gli Arcadi col nome di Cleonte Iticense. Essendo anche compositore,
nel febbraio 1785 donò la sua produzione strumentale allAccademia Filarmonica,
dedicandola alla Reggenza, della quale fece parte nel 1787 e 1788. La cronaca cittadina
del 1792 informa inoltre che nel palazzo del conte Bianchi, la Signora Teresa Bandettini,
lucchese (tra le pastorelle arcadi Amarilli Etrusca) diede due Accademie di estemporanea
poesia e improvvisò in vari metri più argomenti di storia e mitologia, riscuotendo vivi
consensi da parte del numeroso uditorio. Nel teatro privato Malaspina Del Monte in Parma
andò in scena il 2 aprile 1813 un delizioso melodramma dedicato al Bianchi, definito
illustre filarmonico, intitolato Pasquale ossia Il Postiglione burlato. Vi cantarono da
pari loro Agostino De Lama e Francesco Corradi e anche il comico sessantenne marchese
Filippo Pallavicino se la cavò più che onorevolmente. Il Bianchi Fogliani fu sepolto
nella chiesa della Steccata di Parma.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 330-331; Giambattista Bodoni, 1990,
295; Malacoda 51 1993, 33; M. de Meo, in Gazzetta di Parma 9 novembre 1998, 27.
BIANCHI FOGLIANI ARCIONI ANGELO, vedi BIANCHI FOGLIANI ANGELO
BIANCHINI BARTOLOMEO
Parma prima metà del XVI secolo
Bombardiere operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
III, 72.
BIANCHINI GIAN FRANCESCO, vedi BONATI GIAN FRANCESCO
BIANCHINI GIOACCHINO, vedi BIANCHINI GIOACHINO
BIANCHINI GIOACHINO
Parma XVIII/XIX secolo
Fu incisore di stampe a bulino, attivo in Parma a cavallo tra il Settecento e
lOttocento.
FONTI E BIBL.: P. Zani, IV, 45; Thieme, III, 588; A. Pelliccioni, Scultori e
architetti, 1949, 38; G. Capacchi-P. Martini, Lincisione in Parma, 1969.
BIANCHINI LUCHINO, vedi BONATI LUCHINO
BIANCHINO DA PARMA o LUCHINO, vedi BONATI LUCHINO
BIANCHO CARLO, vedi BIANCHI CARLO
BIANCO ANTONIO GIUSEPPE, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO ANTONIO GIUSEPPE
BIANCO, vedi anche BIANCHI
BIANCOLELLI ISABELLA, vedi FRANCHINI ISABELLA
BIAZZI CAMBIO
Semoriva 1643
Fu infeudato nel 1643 da Ranuccio Farnese, duca di Parma, del castello ex
Pallavicino e di pingui proprietà in Semoriva.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 77.
BIAZZI FRANCESCO
Zibello 1748/1749
Intarsiatore e intagliatore. Figlio di Vincenzo. Nel 1748-1749, assieme al padre,
realizzò il baldacchino nella parrocchiale di Vidalenzo.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 256.
BIAZZI GABRIELE
Semoriva XVIII secolo
Fu cappellano nella parrocchia di Semoriva e quindi canonico a Busseto.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 77.
BIAZZI GIANBATTISTA, vedi BIAZZI GIOVAN BATTISTA
BIAZZI GIOVAN BATTISTA
Zibello 1685/1726
Falegname e intagliatore. Artefice dellorgano della chiesa collegiata di
Pieveottoville, opera documentata verso il 1698/1703. Sempre a Pieve il Biazzi eseguì
altre cose, alcune delle quali finite in un secondo tempo nel Castello di Montechiarugolo.
Lorgano di Pieveottoville appare purtroppo assai manomesso rispetto alla forma
originale, ridorato e rilaccato forse nel 1789 quando Giuseppe Serassi ne ristrutturò la
parte strumentale. In esso comunque si ritrovano la voluminosa trabeazione, le volute che
raccordano a questa la cimasa e anche due angioletti tubicini che vi stanno seduti. La
superficie dellorgano soragnese, poi trasportato a San Nazzaro (altra opera del
Biazzi), è invece perfettamente intatta nella sua coloritura, così come la struttura
lignea, compresa lelegantissima trama di modanature e riccioli che spartisce le
canne. Lorgano va datato entro il 1726: infatti il sentimento prettamente tardo
barocco del Biazzi vi appare ricco e opulento, estrinsecato con grande perizia tecnica e
gusto decorativo, apprezzabile fin nei minimi dettagli della complicata macchina lignea,
che bene assurge a significativo esempio del locale gusto artigianale. La cultura del
Biazzi va quindi collegata a diversi pezzi di similare mobilia seicentesca barocca
emiliana conservati nel castello di Fontanellato (lo splendido letto) e nella Galleria
Nazionale di Parma (i due armadi), ma soprattutto allimportante lezione fornita da
Giovanbattista Mascheroni col ricchissimo apparato ligneo della sagrestia nobile della
Steccata a Parma terminato nel 1670 (cfr. per tutti L. Bandera, 1972, ff. 70, 74, 75, 76,
77, 79, 97). Mentre per la graticola e i raccordi intagliati, il Biazzi ricorda
lorgano del 1698 in San Sisto a Piacenza e quello in San Giovanni Evangelista a
Parma. In aggiunta ai due organi, per il catalogo del Biazzi, va inoltre notato che suo è
il coro della parrocchiale di Zibello, eseguito su incarico di Giovan Battista Boni, il
quale lanno 1685 tratò et diede tal fattura à Sig. Gio. Biazzi Marangone habitante
à Zibello, e vi ha operato più di un anno continuo, per una spesa totale di 400 scudi
(cfr. ms. Memorie Gardini, p. 27). Il Biazzi ebbe la carica di sergente nella
Confraternita della chiesa dei Santi Gervaso e Protaso a Zibello. Altri suoi lavori sono:
1688, ancona nelloratorio di SantAntonio a Soragna (attribuito); 1697,
credenzone intagliato nella parrocchiale di Diolo; 1697-1699, coro, in collaborazione col
figlio Vincenzo, e relativo leggio (anche altri mobili poi nel Castello di
Montechiarugolo); 1706, ancona nella parrocchiale di Diolo; 1714, paliotto nella
parrocchiale di Stagno.
FONTI E BIBL.: G. Godi, Soragna: larte dal XIV al XIX secolo, 1975, 139-140;
P. Godi, 1976, 15-16; Aimi, 1979, 129; Il mobile a Parma, 1983, 256.
BIAZZI GIOVANNI
Parma 1807-
Figlio di Paolo, fu buon giureconsulto e archivista della Comunità di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 80.
BIAZZI LORENZO
Semoriva 1689
Fu prevosto a Roncole dal 1689.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 77.
BIAZZI PIER LUIGI
Borgo San Donnino 1831
Fu fatto prigioniero degli Austriaci durante i moti del 1831.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 125.
BIAZZI TARQUINIO
Semoriva-Semoriva 1730
Fu pro rettore nella parrocchia di Semoriva.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 77.
BIAZZI VINCENZO
Zibello 1699/1749
Del Biazzi, figlio di Giovan Battista, si può ricostruire in parte
lattività riportando per prima la data 1710 apposta a unincisione, come
annotano lo Zani (1817-1824, vol. IV, parte I, p. 49), il Malaspina (1869, p. 170) e lo
Scarabelli Zunti (ms. Documenti e Memorie, v. VII, p. 23), tutti ricordandolo quale
intagliatore di tarsie, scultore in legno e disegnatore figurista. Seconda data che si
conosce è lanno 1718, quando il Biazzi eseguì li fiorami intorno al quadro sopra
la cantoria dietro laltare maggiore nella parrocchiale soragnese di San Giacomo,
vale a dire la bella cornice intagliata che racchiude il Cristo portacroce del
Chiaveghino. È invece andata perduta la balaustrata in noce fatta per laltare
maggiore della stessa chiesa. La presenza, abbastanza lunga, del Biazzi n San Giacomo a
Soragna prosegue nel 1726 quando intagliò la facciata dellorgano, per 650 lire, poi
dorato da Giuseppe Perini di Borgo San Donnino. Tre anni dopo, il 10 agosto 1729, la
Compagnia del Santissimo Sacramento commissionò al Biazzi per la medesima chiesa
laltare maggiore alla romana, con due statue di angeli sulle colonnate laterali,
pagandogli la somma di 850 lire. Opera che fu terminata nel 1730 quando fu dorata da
Giuseppe Perini. Nel 1732 venne poi la commissione dellaltare della Confraternita
del Rosario nella Chiesa dei Serviti di Soragna, terminato nel 1738, il quale presenta la
stessa soluzione compositiva dei due angeli a lato del precedente altare alla romana. La
complessa ancona, nella quale sono presenti alcuni elementi costruttivi tradizionali, come
la cornice mistilinea aggettante nella cimasa, simile nellorgano a San Nazzaro di
Sissa del padre Giovan Battista, fu rinnovata dal Biazzi in una struttura più sfoltita,
dal disegno più linearmente architettonico, superando così il greve decorativismo
tardocinquecentesco tipico dellarte del padre. Lancona appare come una
composizione prettamente scenografica, ricalcata significativamente da alcune soluzioni
teatrali bibienesche, come appunto si osserva nei laterali dellaltare arrotolati a
ricciolo a guisa di basamento ai due simmetrici angeli, proprio come nellaltare
maggiore della chiesa del Rosario a Cento, disegnato nel 1727 da Ferdinando Bibiena (cfr.
E. Riccòmini, 1972, pp. 110-111), oppure ancor meglio esemplificata sullo stile delle
varie operazioni teatrali svolte dai fratelli Mauro e dai Bibiena nella stessa Parma.
Invenzioni che di certo i Biazzi padre e figlio ebbero agevolmente modo di conoscere e
apprezzare: infatti il particolare dellaltare soragnese si ritrova in una incisione
della Reggia di Marte, scenografia approntata dai veneziani Mauro per la scena IX
dellopera Il favore degli Dei, recitata a Parma nel 1690 (A. Aureli, 1690, con
tav.). Ritorna per altro molto utile notare che i due angeli dorati a lato
dellaltare risultano perfettamente identici (a esclusione delle ali) a quello posto
sulla sinistra del grande altare laccato e dorato nella cappella dellAddolorata
della chiesa di San Sepolcro a Parma, eseguito nel principio del Settecento (V. Soncini,
1932, pp. 35-36): donde dedurne che probabilmente lopera parmense appartenne alla
bottega dei Biazzi. Inframmezzo ai lavori dellaltare in San Giacomo il Biazzi fece
due confessionali per la parrocchiale di Roccabianca: fatti nel 1735 dal sergente Biazzi
di Zibello (Campari, 1910, p. 649). Nello stesso periodo cadono anche alcuni lavori
perduti eseguiti per la vicina chiesa di Stagno, cioè il coro e un Cristo (ms. Spesa dal
1654 al 1748). Infine nel 1741 il Biazzi intagliò la grande cimasa per il mobile della
sagrestia di San Giacomo a Soragna. Altri suoi mobili sono nella chiesa della Madonnina
del Po a Pieveottoville e nella sagrestia della Parrocchiale di Castione Marchesi,
firmati. Inoltre al Biazzi si può attribuire la poltrona dorata conservata nella
Parrocchiale di Zibello, reputata dalla Bandera (1972, n. 129) del secondo quarto del
Settecento. Altre sue opere furono: 1699, continuò lopera del padre nel coro della
Parrocchiale di Soragna; 1700, coro e organo nelloratorio della Madonna del Po a
Pieveottoville; 1710, datò uno dei due altari, firmò la porta della sagrestia Vinc.
Biazzi Deli. Const. Sculp. 1710 e credenzone nella Parrocchiale di Castione Marchesi;
1716, ricevette un acconto per il coro; 1718, Candelieri, vasi e tavolette da altare e
Cristo nella Parrocchiale di Stagno; 1719, pagamento dellancona in San Pietro a
Castellina; 1723, confessionali nella Parrocchiale di Diolo; 1748-1749, ancona della
Madonna e baldacchino nella Parrocchiale di Vidalenzo, in collaborazione col figlio
Francesco.
FONTI E BIBL.: G. Godi, Soragna: larte dal XIV al XIX secolo, 1975, 141-143;
P. Godi, 1976, 15; A. Aimi, 1979, 129, D. Soresina, 1979, 524-525 e 842; Aimi, 1981, 7; Il
mobile a Parma, 1983, 256.
BIBBIENA o BIBIENA, vedi GALLI BIBIENA
BICARI FRANCESCO
Valmozzola 7 marzo 1909-Borgo Val di Taro 26 novembre 1989
Figlio di Biagio e di Maria Villani. Caporal maggiore del 1o Reggimento Artiglieria
dAssalto Littorio. Fu decorato con la medaglia di bronzo al valore militare, con la
seguente motivazione: Puntatore di un pezzo di 65/17 someggiato, colpito a morte il capo
pezzo da una granata nemica e feriti altri due serventi dello stesso pezzo, rianimava con
lesempio della sua fede e del suo valore i serventi rimasti e con due soli uomini
assicurava il continuo ed efficacie funzionamento del pezzo durante un contrattacco nemico
e sotto un tiro di contro batteria. Bellesempio di sereno sprezzo del pericolo,
valoroso attaccamento al dovere, indomita fede (Monte Fosca, 31 dicembre 1938).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.
BICCARI FRANCESCO, vedi BICARI FRANCESCO
BICCHIERI EMILIO
Parma 7 settembre 1824-Parma 17 maggio 1872
Figlio di Paolo e Annunziata Ughi. Paleografo, fu membro attivo e segretario della
Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Tra le sue pubblicazioni va
ricordata la Vita di Ottavio Farnese (1864).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le
Province Parmensi 1914, 19; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 80; Marchi, Pietro
Fiaccadori, 1991, 54.
BICOCCHI CARLO PIETRO
Parma XVI/XVII secolo
Fu buon verseggiatore, attivo tra il XVI e il XVII secolo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma, III-IV 1959, 199.
BICOCCHI FILIBERTO
Parma 1530
Fu tornitore, orefice, scultore di figure in marmo, legno, avorio e bronzo,
miniatore, musico, ballerino e schermidore. Si distinse tra tutti gli intagliatori
parmigiani e fu celebrato da Angelo da Erba quale autore di bellissime statuette e vasi in
ebano, avorio, alabastro, oro, argento e bronzo. Contemporaneamente eseguì lavori di
intaglio su pifferi, flauti, cornette, arpe e liuti. Abitò per diverso tempo a Venezia
dove eseguì parecchi lavori. Era attivo nel 1530.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Parmigiano servitor di piazza, 1796, 160-161; P. Zani,
Enciclopedia metodica di belle arti, 4, 1820, 52.
BICOCCHI GIOVANNI GIACOMO
Parma prima metà del XVI secolo
Orefice statuario, operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
III, 74.
BICOCHI GIOVANNI GIACOMO, vedi BICOCCHI GIOVANNI GIACOMO
BIEGANSKI CARLOTTA, vedi BOLOGNA CARLOTTA
BIFFI BATTISTA
Parma 1443/1470
Figlio di Stefano. Pittore, operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
II, 63; I. Affò, 1796; P. Zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, IV, 54; A. Pezzana,
V, 196.
BIFFI GIOTTO, vedi BIFFI STEFANO
BIFFI POLIDORO
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore, operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
II, 63.
BIFFI STEFANO
Parma ante 1415-1470
Detto Zoto o Giotto, figlio di Zannotto di Stefano di Falcone Biffi. Secondo
notizie documentarie, nel 1415 portò a termine pitture per il convento dei Servi di
Parma. Il Biffi è documentato anche come cittadino di Milano.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. IV, 1910; Dizionario Bolaffi Pittori, II,
1972, 124; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 63.
BIFFI ZOTO, vedi BIFFI STEFANO
BIGGI AMERICA
Parma-post 1769
Cantò nel coro negli spettacoli dati in occasione delle feste ducali del 1769. Fu
retribuita con 645 lire (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 5).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
BIGGI DOMENICO
-Parma 4 marzo 1905
Patriota, tutta la sua vita fu una professione di fede negli ideali di Giuseppe
Mazzini.
FONTI E BIBL.: G. Alinovi, Cenno Necrologico in La Battaglia 11 marzo 1905, n. 2;
G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 400.
BIGGI FELICE FORTUNATO
Parma 1680/XVIII secolo
Fu pittore di genere operoso a Verona nella seconda metà del XVII secolo, noto
soprattutto per le nature morte di fiori per le quali viene ricordato come Felice dei
fiori: tale è il nome con cui firmò diverse sue opere. La sua importanza a Verona sta
nellessere stato liniziatore di una produzione di cui si trovano tracce in
vari pittori del primo Settecento, come Domenico Levo, Giambattista Bernardi e Marco
Marcuola. LOrlandi lo dice erroneamente romano e lo ricorda come insegnante di
Domenico Levo a Verona verso il 1680. Il Corna rammenta di lui un dipinto di soggetto
floreale nella collezione Spannocchi di Siena, recante la segnatura Foelix Fortunatus de
Biggis civis Parmensis aetatis 36 fecit Veronae.
FONTI E BIBL.: B. Dal Pozzo, Le vite de pittori, scultori e architetti
veronesi (1718), edizione a cura di L. Magagnato, Verona, 1967; P. Orlandi, Abecedario
pittorico, Bologna, 1719; L. Lanzi, Storia pittorica, Bassano, 1789, P.A. Corna,
Dizionario della storia dellArte in Italia, Piacenza, 1930, I; Enciclopedia pittura
italiana, I, 1950, 344; Dizionario Bolaffi Pittori, II, 1972, 127.
BIGI CARLA
1930-Parma 25 ottobre 1998
Figlia di Ugo, fondatore dellomonima autoscuola. La sua prima e più grande
passione fu la scherma. Salì in pedana giovanissima. A diciassette anni disputò le prime
gare e da quel momento cominciò la sua ascesa sportiva. Per molti anni fu lunica
donna parmigiana nel mondo della scherma. Cicala, i fratelli Villari e Walter Mazzoni
furono i suoi primi maestri. Studentessa del liceo classico, vinse il suo primo titolo
regionale, cui ne seguirono altri sei. Per allenarsi era costretta a trasferirsi nelle
città vicine, perché a Parma mancavano le strutture. Ma lentusiasmo che la animava
alleggerì le fatiche e rese meno pesanti i sacrifici. Per alcuni anni fu esponente di
spicco della Virtus Bologna. Anche da studentessa universitaria continuò a dedicarsi alla
scherma con una determinazione rara. Entrò nella formazione universitaria nazionale e
proprio come atleta del Centro universitario sportivo italiano partecipò alle Universiadi
del 1955 a San Sebastiano, in Spagna, dove vinse il titolo mondiale. Di seguito ci furono
altri successi e altri allori: medaglia di bronzo a Torino nel 1959, quarto posto alle
Universiadi di Parigi e di Bucarest, maglia azzurra per i Giochi olimpici di Roma nel 1960
e oro, a pari merito con Antonella Ragno, al Trofeo Internazionale Baracchini a La Spezia.
nel 1963 la Bigi sposò Enzo Sforni, imprenditore e presidente del Cus Parma. Oltre che
grande atleta, fu insegnante di materie giuridiche ed economiche allIstituto tecnico
Melloni di Parma per trentasei anni.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 26 ottobre 1998, 8.
BIGI FELICE FORTUNATO, vedi BIGGI FELICE FORTUNATO
BIGI FRANCO
Parma 1943-Brescello 1970
Studiò allIstituto dArte di Parma e, dopo il servizio militare, si
iscrisse alla sezione di pittura dellAccademia di Brera a Milano, dove fu allievo di
Reggiani e Purificato. A Milano partecipò a numerose collettive. In seguito visitò
diversi paesi dEuropa (Svizzera, Francia, Spagna), dove, allacciando contatti con
artisti di quei paesi, ebbe lopportunità di esporre. Scoperta la pop art, iniziò a
dipingere a tinte piatte e svolse anche attività di grafico. Tenne una mostra di dipinti
e manichini pop allHi Fi Center Davoli a Parma. Realizzò anche opere commerciali
sotto lo pseudonimo Ramon. La critica cominciava a interessarsi di lui, quando morì
durante una gita in auto con la moglie: la vettura andò a cozzare contro un muretto.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 54.
BIGIO GIAN MARIA, vedi BIGIO GIOVANNI MARIA
BIGIO GIOVANNI MARIA
Parma 1831
Fu sottoposto a sorveglianza per aver preso parte attiva ai moti del 1831.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1937, 142.
BIGLIARDI EUGENIO
San Polo dEnza 22 maggio 1924-Tramonto 17 dicembre 1944
Nacque da Francesco, operaio, e da Maria Giglio, quarto dei cinque figli della
coppia. Visse a San Polo dEnza sino al 1931, anno in cui la famiglia venne colpita
dalla perdita del padre. Nello stesso anno la famiglia Bigliardi si trasferì a Mamiano di
Traversetolo. Lì il Bigliardi continuò a frequentare le scuole elementari, e mentre di
sera studiava, di giorno lavorava come apprendista da un falegname per aiutare la madre
nella non semplice bisogna di sostenere la povera famiglia. Da Mamiano la famiglia si
trasferì nel 1938 a Cornocchio di Golese e nel 1939 presso lAzienda Frigorifera
Merli. Nel 1940 il Bigliardi si sobbarcò completamente il mantenimento della famiglia
essendo venuto a mancare anche il fratello maggiore. Al Bigliardi, debole di costituzione,
venne rimandata la prestazione del servizio militare. Ciò però non gli impedì di
entrare a far parte, il 9 maggio 1944, della I Brigata Julia, gruppo Tarass, assumendo
quale nome di battaglia Cranio. Al rastrellamento di luglio, dopo aver partecipato al
combattimento di Lozzola e a varie scaramuccie coi Tedeschi, ritornò a casa con un
compagno darmi e lì rimase nascosto per circa quindici giorni, dopodiché ritornò
al suo Gruppo. Partecipò a varie azioni di guerriglia, alla cattura di nemici e anche
allimportante combattimento di Valmozzola, il 29 settembre 1944. Ai primi di
novembre, mentre si trovava in servizio a Varano Melegari, per unazione di sorpresa
da parte dei Tedeschi, venne catturato assieme ad altri partigiani e civili e venne
condotto a SantAndrea di Medesano. Per alcuni giorni subì umiliazioni e percosse,
ma venne poi liberato in seguito a uno scambio di prigionieri. Il giorno 17 dicembre 1944
reparti tedeschi, per una forza complessiva di circa 150 uomini, effettuarono un colpo di
sorpresa sul Distaccamento Bassani del Battaglione Gardelli, dislocato a Boio e a Tramonto
(Solignano), occupando le suddette località. Il Bigliardi, che era di sentinella alla
squadra dislocata a Tramonto, venne colpito da numerose raffiche mentre sparava i colpi
dallarme convenuti, salvando con il sacrificio della propria vita il resto del
Distaccamento. La salma fu tumulata nel cimitero di Pellegrino Parmense il 19 dicembre
1944.
FONTI E BIBL.: E. Padovani, in Lodi, Obiettivo libertà, 1985, 373-374.
BIGLIARDI GIOVANNI, vedi BELLIARDI GIOVANNI
BIGOLA LUDOVICO
Parma 3 dicembre 1822-Parma 3 dicembre 1905
Nacque da Domenico e Rosa Sartori. Fu allievo di Paolo Toschi. Su disegni e guida
del maestro, preparò allacquaforte varie incisioni da dipinti di Parmigianino e
Correggio, la più famosa delle quali è quella tratta dalla Madonna del San Gerolamo.
Insieme ad altri giovani artisti, sempre sotto la direzione del Toschi e alla morte di
questi (1854) sotto quella del Raimondi, partecipò allimpresa di traduzione in una
serie di 51 incisioni e 40 acquerelli degli affreschi di Correggio a Parma (opere
conservate nella Galleria Nazionale di Parma). Dal 1859 il Bigola fu attivo nella
Calcografia torinese come incisore in acciaio per carte valori, più tardi a Parma come
insegnante dellAccademia di Belle Arti, dopo avere tenuto scuola dincisione
allAlbertina di Torino. fu quindi incisore dellOfficina Carte Valori in Roma e
dei titoli rinnovati del Debito Pubblico Italiano e in questo àmbito eseguì il ritratto
di Umberto I, utilizzato per lemissione della serie postale di nove valori nota come
effige di Umberto I, poi parzialmente riutilizzata per lemissione del 1o agosto 1889
con cornici e fregi diversi. Onde permettergli un puntuale aggiornamento sulle più
recenti tecniche di incisione per francobolli e carte monete, a spese del governo italiano
venne mandato a Londra per un soggiorno di studio. Fu anche autore di splendidi ritratti a
carboncino e allacquerello. Numerosi di questi ritratti sono conservati al Museo
Glauco Lombardi di Parma: Luisa Maria Teresa de Berry, Carlo III in atto di mostrare la
decorazione dellOrdine di San Giuseppe del Granducato di Toscana, Margherita,
Roberto, Alice ed Enrico di Borbone. Lintervento manuale sulla fotografia operato
dal Bigola, segnalato nei resoconti dellEsposizione della Società
dIncoraggiamento (1859), è lunica notizia pervenuta dei suoi rapporti con la
fotografia. Risiedette, oltre che a Parma, a Milano e a Torino.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, IV, 1910, 23; Kunstblatt,
1850, 69; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896, 266, 269, 271-275, 283-289; A. Calabi,
LIncisione italiana, Milano, 1931, tav. 161; P. Martini, LArte
dellIncisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani
moderni e contemporanei, Milano, 1955; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 38; Arte incisione
a Parma, 1969, 48; Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 322; C. Copertini, Pittori
parmensi dellOttocento. La pittura e lincisione in Parma, durante il ducato di
Maria Luigia, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954; Mostra di acquarelli,
disegni e stampe di P. Toschi, catalogo a cura di G. Lombardi, Parma, 1947; P. Ceschi, in
Dizionario Bolaffi Pittori, II, 1972, 129; Disegni antichi, 1988, 133; Aurea Parma 1 1989,
36.
BIGOLA LUIGI
Parma prima metà del XIX secolo
Incisore e calligrafo, attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
IX, 60.
BILIARDI, vedi BELLIARDI
BILL, vedi BERTUCCI ALDO, CHIERICI GUIDO e FANFONI DANTE
BILLA ANTONIO
Parma 1697/1701
Sacerdote, fu musico della Cattedrale di Parma dalla Pasqua del 1697 al 1701.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.
BILLIARDO ORAZIO, vedi BELLIARDI ORAZIO
BINI GIUSEPPE
Casalmaggiore 8 maggio 1908-Parma 7 marzo 1963
Studiò a Parma e si laureò a pieni voti e lode in medicina e chirurgia
nellanno 1932. Nel 1933 il professor P. Guizzetti lo chiamò come assistente
incaricato e divenne nel novembre 1934 aiuto di ruolo. Ottenne la libera docenza nel 1939
e nel 1942, al concorso per la cattedra di Anatomia Patologica dellUniversità di
Siena, ottenne il giudizio favorevole. Ebbe dalla Facoltà Medica, per gli anni 1938-1939,
1941-1942 e dal 1949 al 1956 lincarico dellinsegnamento. Nei primi mesi del
1956 fu chiamato allunanimità quale insegnante di ruolo nellIstituto di
Anatomia e Istologia Patologica dellUniversità di Parma. Nel campo scientifico la
produzione del Bini fu multiforme ma sempre improntata al metodo rigoroso della patologia
indagata per via morfologica. La versatilità con la quale il Bini passò da un campo
allaltro dellanatomia patologica non consente una sintesi breve e schematica.
Volendo raggruppare la sua produzione, si può dire che forse il capitolo
dellapparato circolatorio è quello dove il Bini più indagò. Infatti i lavori
sulle lesioni congenite e su quelle acquisite dellaorta, sullarteriosclerosi
della carotide, sulla periartrite, sulle arterie cardioaortali, sulle malformazioni e
neoformazioni vasali dellencefalo, sulla patologia delle arterie del polmone, sulla
patologia del miocardio, sulle alterazioni delle arterie temporale e frontale, sulla
mesoarterite gigantocellulare e sulle neoplasie del pericardio, dicono quanta luce egli
diede nel campo della patologia cardio-vasale. Anche la patologia del sistema nervoso ebbe
nel Bini un cultore profondo. Basti ricordare gli studi sul sistema diencefalo-ipofisario,
sulla patologia della pachimeninge spinale e dellependima e ancora sugli angiomi del
sistema nervoso centrale. Ma vanno ricordate anche le ricerche sullamiloidosi della
milza e quelle sulle ghiandole endocrine, i contributi sulla linfogranulomatosi
gastrointestinale primitiva, sulle neoplasie del polmone, sulla tubercolosi della trachea
e ancora quelle sulla mixoglobulosi, sullosteocondrosi necrotica, sulla
linforeticulosi benigna da inoculazione, sulle cisti della regione glosso-epiglottica,
sullileite granulomatosa di Crohn, sugli ispessimenti del perisplenio e del
periepate. Esse dicono come la mente indagatrice del Bini alternasse campi ancora
inesplorati con quelli già noti alla patologia, sui quali egli riuscì a dare nuova luce
con studi pazienti e attente osservazioni. Il Bini fu anche un acuto ricercatore di storia
della medicina parmense, in particolare della vita medica del tempo di Maria Luigia
dAustria. Piace ricordare il suo mirabile lavoro Considerazioni e supposizioni sulla
causa di morte del Parmigianino, dove studiò da par suo in base a documenti pazientemente
reperiti la causa di morte del pittore, provocata da avvelenamento di mercurio. Nella
Storia patologica di Maria Luigia dAustria Duchessa di Parma afferma che essa si
svolse principalmente sulla base di una diatesi linfatica ed essudativa, sufficientemente
denunciata dallabito longilineo, dalla disposizione alle malattie cutanee (crosta
lattea, foruncolosi, dermatosi), alle essudazioni mucose (faringiti, raffreddori,
bronchiti, congiuntiviti, diarree), con probabili lesioni tubercolari polmonari (emoftoe)
e che la malattia terminale fu la polmonite lobare crupale con pleurite. Nella prolusione
del 19 aprile 1956 sullAnatomia Patologica daltri tempi e presso lo Studium
Parmense, tenutasi nella Sala dei Filosofi del Palazzo Universitario di Parma, mise in
rilievo tutte le difficoltà dordine civile e religioso che in ogni tempo si
opposero alla pratica delle dissezioni dei cadaveri, indispensabile per lo studio e per il
progresso dellanatomia e perciò di tutte le rimanenti discipline mediche. Parlando
poi dello Studium Parmense, riferì sulle sue origini remote. In occasione del I
Centenario di istituzione della Cattedra di Anatomia Patologica presso lUniversità
di Parma aggiunse un importante capitolo alla storia dellAteneo Parmense
ricostruendo le vicende dellinsegnamento dellanatomia patologica, affermatosi
intorno agli anni decisivi della fine del Ducato. Alla documentazione, tratta
dallIstituto per la Storia dellAteneo Parmense, seguirono la descrizione della
moderna attrezzatura dellIstituto di Anatomia Patologica, lelenco dei
direttori dellIstituto e una bibliografia dellargomento (cfr.: Indice
bibliografico dellIstituto di Anatomia e Istologia Patologica dellUniversità
di Parma, dalla sua fondazione 1860-1960) con quasi seicento lavori scientifici riportati
e un ricco indice analitico-alfabetico. Gli ultimi due lavori del Bini riguardarono La
vita breve del Re dEtruria e La relazione sulla morte del Re dEtruria.
Illustrando la vita del giovane Lodovico, figlio di Ferdinando e di Maria Amalia,
sofferente di epilessia e morto trentenne nel 1803, puntualizzò la causa del decesso del
sovrano (pneumonite, in soggetto con epilessia t.b.c., atrofia dellosso parietale
sinistro, processo spinoso delloccipitale, cachessia). Il Bini fu direttore
dellIstituto di Anatomia e Istologia Patologica dellUniversità di Parma,
presidente della Società di Medicina e Scienze Naturali dellAteneo Parmense,
presidente del Centro di Coordinamento per la cura dei Tumori, membro del Consiglio
Direttivo della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, membro del Consiglio
dellOrdine dei Medici, membro della Deputazione di Storia Patria di Parma e membro
del Comitato Direttivo per lIstituto della Storia dellUniversità. Il Bini
ebbe onoranze funebri solenni, cui presero parte, oltre ai numerosi estimatori, una
rappresentanza della facoltà medica di Parma e moltissimi direttori dIstituti e
primari di anatomia patologica convenuti in Parma da tutta Italia.
FONTI E BIBL.: T. Braibanti, A ricordo del professor Giuseppe Bini, in Parma Medica
3, 1963, 33-36; A. Businco, Perché stimai Giuseppe Bini e ne onoriamo la memoria, in
Rivista di Anatomia Patologica e di Oncologia 5, supplemento, 1963; M. Raso, Giuseppe
Bini, in Rivista di Anatomia e di Oncologia 5, supplemento, 1963; M.F. Visconti, La
prolusione del professor Bini sullAnatomia Patologica daltri tempi e presso lo
Studium Parmense, in Gazzetta di Parma 21 aprile 1956; M.F. Visconti, Giuseppe
Bini, in Parma per lArte III, 1963, 180-184; M.F. Visconti, Bini, in Archivio
Storico per le Province Parmensi 1964, 35-38.
BINI LUIGI
Empoli 21 giugno 1897-Parma 4 marzo 1980
Nato da nobile famiglia di artisti, fiorentino per gusto ed educazione, crebbe in
un ambiente familiare aperto a tutti i richiami della cultura. Giovanissimo entrò
allAccademia di Firenze (studiò con Augusto Burchi, Galileo Chini e Adolfo de
Carolis) e qui lo colse lappello della patria per la prima guerra mondiale. Al
termine del conflitto riprese gli studi interrotti e, superati i concorsi, entrò nel
mondo della scuola. La mente agile, il gusto raffinato e le grandi capacità organizzative
lo posero ben presto a capo di scuole darte ove prodigò tutto se stesso. Dal 1926
al 1935 diresse la Scuola dArte di Castelli dAbruzzo, uno dei più gloriosi
centri darte ceramica risalente alla seicentesca scuola dei Grue, e, pur tutelandone
la gloriosa tradizione, il Bini volle aprire nuove vie alla produzione artigianale
ristrutturando i programmi scolastici e fornendo la scuola di moderni impianti tecnici.
Allattività artistica affiancò studi e ricerche storiche. Iniziarono in questo
periodo le significative affermazioni dei suoi alunni alla Mostra dellartigianato
dellAquila, alle prime Triennali di Milano, alle Biennali darte sacra a
Milano, dove il Bini ebbe il primo premio del Ministero dellIndustria e Commercio
per le nuove ricerche sullarte vetraria. Su invito di Gaetano Ballardini, fondatore
del Museo Internazionale di Faenza, portò il frutto dei suoi studi ai corsi
interuniversitari internazionali che si tenevano a Faenza con interessanti ricerche
sullantica ceramica abruzzese e sulle incisioni fiamminghe del XVII secolo in
relazione allispirazione pittorica castellana. Nel 1935 il Bini giunse a Parma quale
insegnante e direttore dellIstituto dArte che volle fosse intitolato a Paolo
Toschi. Provvide a impiantare nuovi laboratori di tarsia, ceramica, incisione, dando alla
scuola un impulso personale. Durante la seconda guerra mondiale, allorché tutto il
complesso artistico del Palazzo Farnese fu devastato dalle bombe, egli riuscì a mettere
in salvo, con gravi rischi personali, tutta la dotazione storica e artistica
dellAccademia (della quale era presidente) per restituirla intatta alla fine del
conflitto. Malgrado le responsabilità del lavoro scolastico, coltivò lattività
artistica personale, ottenendo consensi ovunque con i suoi vetri fusi o scalpellati, con
le sue vetrate musive saldate a gran fuoco, trattando i suoi geniali lavori con vigore e
personalità. Partecipò su invito a molte mostre nazionali e internazionali, riuscendo a
portare le sue opere a Berlino, Stoccarda, Monaco di Baviera e fino a San Paolo del
Brasile. Numerosi suoi lavori sono anche a Parma e in Italia. Nella pittura, che coltivò
moltissimo, il suo impegno e il suo vigore si placano, ma limmediatezza
dellispirazione, la sicurezza del pennello, rivelano sempre una raffinatezza di
mestiere, segno di una salda preparazione umanistica. Sue opere principali sono: Sulla via
dellImpero; I barcaroli; Case sul Serchio; Ponte a Moriano; LAssunta (1929),
grande pittura in ceramica già di proprietà di Carlo Delcroix; Pineta; serie di monotipi
riproducenti ruderi romani. Lavorò a tempera, ottenendo trasparenze, luci e ombre
suggestive. Fu anche scrittore e conferenziere su temi di tecnica darte.
FONTI E BIBL.: A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 324; Gazzetta di
Parma 8 aprile 1980, 7.
BIOLCHI GIOVANNI BATTISTA
Parma prima metà del XVI secolo
Armarolo operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
III, 77.
BIOLZI ADRIANO
Salsomaggiore 11 gennaio 1922-Grotta di Pellegrino 12 ottobre 1944
Partigiano, fece parte della 31a Brigata Garibaldi Forni. Fu decorato con la
Medaglia di Bronzo al Valore militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 67.
BIONDI ANTONIO
Parma 1407
Figlio di Alberto. Fu immatricolato nel Collegio dei Notai di Parma nellanno
1407.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 12 aprile 1999, 13.
BIONDI ANTONIO
Parma 1447
Assieme al fratello Giovanni fu delegato dalla Comunità di Parma a quella di
Milano nel 1447.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 87.
BIONDI BERNARDINO
Parma 1660/1662
Appartenne al Collegio dei notai di Parma (anno 1660).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 87.
BIONDI CORSINO, vedi BIONDI GREGORIO
BIONDI DAMASENO
Parma XV secolo
Fu poeta di buon valore, attivo nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 131.
BIONDI ENEA
XVI secolo-Parma 1622
Successe quale archivista dellArchivio Comunale di Parma allAndreotti,
morto in epoca non possibile a precisarsi per assoluta mancanza di documenti. Risulta che
il Biondi nel 1606 cominciò a fare il regolare inventario, di cui aveva già preparato
labbozzo nel 1603. Per letà decrepita, fu duopo assegnargli un
coadiutore, e questi fu Alberto Visdomini, impiegato alla ragioneria, che tenne il nuovo
incarico fino alla morte del Biondi.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le
Province Parmensi 1914.
BIONDI FLORIANO
Parma 1579
Si addottorò in leggi il 7 ottobre 1579.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 54.
BIONDI FRANCESCO
Parma 1610/1616
Miniatore, calligrafo e intagliatore, operante nella prima metà del XVII secolo.
Nel 1610 ebbe una commissione per una carrozza intagliata.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 254; E. Scarabelli Zunti, Documenti e
Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 66.
BIONDI FRANCESCO
Parma 1702
Fu alfiere nella milizia ducale di Parma e gonfaloniere della Chiesa nel 1702.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 87.
BIONDI FRANCESCO
Parma 20 gennaio 1828-post 1864
Figlio di Vincenzo ed Eleonora Cremona. Possidente, nel 1864 fu sottoposto a
sorveglianza perché ritenuto reazionario.
FONTI E BIBL.: P. DAngiolini, Ministero dellInterno, 1964, 42.
BIONDI GAETANO
-Parma 1749
Fu ammesso nel Collegio dei Giudici di Parma nel 1705. Nel 1712 fu Lettore di
Pratica Criminale allUniversità di Parma ma nel 1714 assunse la nuova cattedra di
Istituzioni e vi durò fino al 1749, anno in cui morì.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 65-66.
BIONDI GIAN MARCO
Parma 1561/1567
Laureato in legge e iscritto al Collegio dei giudici di Parma nel 1561, è
ricordato per essere stato il secondo di quelli che fecero le Addizioni allo Statuto di
Parma. Il Biondi il 9 gennaio 1565 fu nominato Auditore generale dello Stato di Castro,
nel 1567 fu Governatore di Altamura e nello stesso anno fu decorato con le insegne di
cavaliere aurato. Oltre a quelli già ricordati, ricoprì incarichi per conto dei Farnese
nel Reno e a Sabbioneta e per lImperatore in Spagna.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 12 aprile 1999, 13.
BIONDI GIOVANNI
Parma 1447
Assieme al fratello Antonio fu delegato dalla Comunità di Parma a quella di Milano
nellanno 1447.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 87.
BIONDI GIOVANNI
ante 1776-Parma 5 luglio 1808
Sacerdote, dottore collegiato in sacra teologia, uomo assai pio, canonico teologo
del Capitolo (1776), fu visitatore della diocesi di Parma sotto i vescovi Adeodato Turchi
e Carlo Francesco Caselli. Sul finire del Settecento il Biondi pensò di erigere nella
città di Parma un Pio Ricovero ove educare fanciulle orfane e povere e alluopo
acquistò e adattò un edificio in Borgo San Domenico, nelle vicinanze della parrocchia di
Ogni Santi. Nel 1804 vennero ammesse nella Casa di Educazione, chiamata dal Biondi delle
Margheritine, le prime zitelle orfane che furono poste sotto la direzione di Lucia Melli,
che il Gabbi dice nubile parmigiana, uscita tre anni prima dal Conservatorio delle Maestre
Luigine di Parma e di vita esemplare e lontana dai piaceri del lusighiero mondo. Il Biondi
dotò la casa, oltre che dellimmobile, anche di una somma ragguardevole di denaro
che consentì di garantire lospitalità a dodici Margheritine e dispose nel
frattempo che listituzione fosse posta amministrativamente sotto il controllo del
fratello Luigi Biondi mentre ne demandò lassistenza spirituale al parroco pro
tempore della parrocchia di Ogni Santi. Il Biondi dispose con testamento delle sue
sostanze in favore del fratello Luigi e del nipote Vincenzo, con un prelegato in favore
del primo di determinata parte del patrimonio stesso. Non si scorge dal testamento che il
Biondi destinasse tale legato alla Casa di
Educazione da lui fondata ma la circostanza la si rileva esplicitamente dal testamento del
fratello Luigi. Questi infatti il 18 aprile 1816, mentre nominò suo erede universale il
nipote Vincenzo, legò varie somme e altri beni al Pio Ricovero di Povere Zitelle eretto
dal Biondi con lintento di esaudire quanto da lui verbalmente ingiuntogli e per il
quale gli aveva lasciato un prelegato nel testamento.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 462-463; G.
Trombi, DallOspizio delle Orfane, 1963, 64-65.
BIONDI GIOVANNI MARCO
Parma-Madrid post 1550
Laureato in legge. Fu inviato quale ambasciatore del duca Ottavio Farnese a Madrid
nellanno 1550.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 40; V. Spreti, Enciclopedia storico
nobiliare, 2, 1929, 87.
BIONDI GIOVANNI VINCENZO
Parma 21 gennaio 1502-Reggio Emilia 6 novembre 1551
Figlio di Marco. Fu ambasciatore a papa Paolo III e nel 1540-1542 podestà di
Piacenza. Giureconsulto, in molte province rivestì onorevolmente le supreme magistrature.
Fu iscritto al Collegio dei Giudici di Parma nel 1554 e fu Consigliere ducale. Compilò,
assieme ad altri, le Addizioni agli Statuti di Parma.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 36; V. Spreti, Enciclopedia storico
nobiliare, 2, 1929, 87; Epigrafi della Cattedrale, 1988, 142; M. de Meo, in Gazzetta di
Parma 12 aprile 1999, 13.
BIONDI GIROLAMO
Parma 1541
Fu rettore nellanno 1541 della chiesa di San Giorgio e del beneficio di Santa
Maria nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 87.
BIONDI GREGORIO
Parma 1631/1641
Sacerdote, detto Corsino. Basso alla chiesa della Steccata di Parma, vi fu eletto
il 21 novembre 1631 e il 19 dicembre nominato tra i residenti. Lasciò la sua residenza
del diaconato per occupare quella lasciata vacante da don Cesare Pezzali il 10 dicembre
1620. Per giuste ragioni fu sospeso dalla residenza il 20 settembre 1635, ma per riguardo
alla madre inferma venne riammesso lultimo giorno di febbraio dellanno 1636.
Alla Steccata si trovava ancora alla fine di settembre del 1638. Qualche anno dopo, il 24
marzo 1641, il Biondi fu tra i musici della Cattedrale di Parma. Fu anche miniatore e
calligrafo.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 93.
BIONDI INNOCENZO
ante 1561-Parma 1615 c.
Fu iscritto al Collegio dei dottori giudici di Parma nel 1555. Fu illustre
giureconsulto e appartenne allanzianato di Parma (10 settembre 1574). Fu uditore
civile a Piacenza (1° luglio 1566), poi consigliere di grazia e giustizia e nel 1561 fu
commissario ducale per la determinazione dei confini di Brescello. L11 dicembre 1565
fu delegato presso la Corte di Ferrara per la soluzione della vertenza dei confini tra
Parma e il Ducato di Modena. Fu tra coloro che fecero le Addizioni agli Statuti di Parma.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 39; V. Spreti, Enciclopedia storico
nobiliare, 2, 1929, 86; M. de Meo, in Gazzetta di Parma 12 aprile 1999, 13.
BIONDI MATTEO
Guardasone 1553
Fu commissario ducale di Guardasone nellanno 1553.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 87.
BIONDI ORAZIO
Varano Marchesi 1540
Fu podestà di Varano Marchesi nellanno 1540.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 87.
BIONDI PELLEGRINO
1788-Cozzano 26 settembre 1846
Di fianco allingresso della chiesa di Cozzano è collocata una targa marmorea
dedicata al Biondi, che fu sindaco e anziano per tre lustri nel suo Comune, valente in
arti meccaniche, commendato per utili invenzioni, rapito a vivi il 26 settembre 1846, in
età di anni 58.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 22 aprile 1999, 34.
BIONDI PIETRO ANTONIO
Torricella 1630
Fu podestà di Torricella nellanno 1630 e il 28 dicembre dello stesso anno
podestà di Torrile. Fu anche causidico.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 87.
BIONDI RAIMONDO
-Parma 19 agosto 1913
Ingegnere. Profondo conoscitore darte, dotato di un gusto finissimo, il
Biondi portò nella pratica professionale un senso di eleganza, che diede unimpronta
personale a ogni sua opera. Sì che in breve tempo egli conquistò uno dei primissimi
posti tra quanti con amore e valentia si interessavano a Parma di architettura e di arti
belle. Chiamato nel 1913 dal Comitato Esecutivo per il Centenario Verdiano a presentare un
progetto di padiglione per la Mostra Storica del Teatro, egli rispose allonorifico
invito creando un piccolo capolavoro darte e di buon gusto, che nel periodo delle
esposizioni destò la generale ammirazione. Il Biondi non poté assistere
allinaugurazione del padiglione che aveva ideato, poiché spirò nello stesso giorno
della festa inaugurale.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1913, 166.
BIONDI VINCENZO, vedi BIONDI GIOVANNI VINCENZO
BIRRA, vedi MOLINARI GIUSEPPE
BISAGNI ANGELO
Frescarolo 6 marzo 1891-Milano 8 marzo 1977
Nacque da famiglia economicamente modesta: nel 1914 la Commissione della città di
Busseto concesse luso gratuito del Teatro Verdi per un concerto vocale e strumentale
a favore del giovane Angelo Bisagni di questo Comune, alunno della scuola di canto, onde
riceverne aiuto per compiere i suoi studi nei quali dà lusighiere speranze. La prima
guerra mondiale interruppe i suoi studi e si dovette alla munificienza del concittadino
Temistocle Orlandi se il Bisagni poté riprendere lo studio del canto a Milano con il
mestro Giuseppe Mandolini. Debuttò l11 novembre 1919 al Teatro Dal Verme di Milano
nella Tosca. Anche se la sua carriera fu breve, cantò in buoni teatri e con successo. Nel
1921 fu a Mantova in due concerti vocali dati in sostituzione della stagione lirica e a
Busseto cantò il 24 giugno 1922 al Teatro Verdi in un concerto assieme a Voltolini,
Grandini e Federici. Nella stagione 1923-1924 fu, al Teatro Regio di Parma, Don José
nella Carmen. Nel 1924 fu al Carlo Felice di Genova e al Teatro San Carlos di Lisbona in
Lucia, poi a Montecatini (Teatro Trianon, Pagliacci) e al Petruzzelli di Bari in
unopera nuova di Alberto Consiglio, Guglielmo Oberdan, nella quale fu molto
apprezzato. Nel 1925 fu ancora a Genova al Teatro Andrea Doria mentre lanno dopo fu
al San Carlo di Napoli nei Cavalieri di Ekebù di Zandonai e ne I carnasciali di Laccetti.
Terminata la carriera, rimase a contatto con il mondo teatrale. La Pro Busseto gli affidò
nel 1938 e 1939 lorganizzazione degli spettacoli lirici allaperto.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 30; Amadei; Arnese; Biblioteca
70 n. 2; Frassoni; Giovine; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 7 marzo
1982, 3.
BISAGNO ANTONIO
Borgo Taro-Vertice Salada 13 gennaio 1939
Figlio di Antonio. Sottotenente del 1o Reggimento Frecce Nere. Fu decorato con la
medaglia dargento al valore militare, con la seguente motivazione: Comandante di
plotone fucilieri, già distintosi per valore e ardimento in precedenti azioni, durante un
duro e sanguinoso combattimento, chiesto e ottenuto il comando di un reparto arditi,
attaccava audacemente una forte e munita posizione nemica. Soggetto a violento fuoco,
feriti o morti alcuni arditi, ferito lui stesso, con supremo sprezzo del pericolo si
lanciava per primo allassalto per trascinare con lesempio i suoi uomini sulla
posizione nemica. Una pallottola stroncava con la vita il suo nobile atto.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1940, Disposizione 66a, 6181; Decorati al
valore, 1964, 24.
BISCARO, vedi RISCARO
BISSIA ALESSIO
Pellegrino 1542/1543
Fu commissario di Pellegrino nel 1542-1543.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 8.
BISSIA PIETRO
ante 1257-Parma 1300
Fu canonico della Cattedrale di Parma (1257) e maestro delle scuole.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 132.
BISSOLI GIUSEPPE
Parma 1836/seconda metà del XIX secolo
Pittore, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
X, 19.
BISSONE, vedi CARRA GIOVANNI BATTISTA
BISTOCCHI GIACOMO ANTONIO, vedi BISTOCCHI JACOPO ANTONIO
BISTOCCHI JACOPO ANTONIO
Parma 1544
Zecchiere operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
III, 76.
BITII FEDELE, vedi BIZZI FEDELE
BITTI CESARE
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore ornatista operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
VI, 32.
BIXITI, vedi BOCETI
BIXOLO
Parma 1208
Fu ingrossatore della Comunità di Parma nellanno 1208.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 133.
BIZZI EMMA, vedi AGNETTI EMMA
BIZZI FEDELE
Parma 1569
Pittore dornati, attivo nel 1569.
FONTI E BIBL.: P. Zani, vol. IV, parte 1a, 77; E. Scarabelli Zunti, vol. IV, cc.
82-83.
BIZZI LODOVICO
Parma 4 ottobre 1852-Gaiano 23 maggio 1917
Figlio di Gaetano e Maria Petitbon. Laureatosi in ingegneria al Valentino di Torino
nel 1875, si recò poi allestero ove rimase per circa un decennio. Tornato a Gaiano,
si dedicò per il resto della vita alla coltura dei suoi campi nei quali introdusse metodi
di coltivazione affatto nuovi, dei quali aveva potuto studiare e sperimentare
lefficacia nei paesi da lui visitati.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18
gennaio 1960, 3.
BIZZOSSI, vedi BESOZZI
BIZZOZERO ANTONIO
SantArtien 8 ottobre 1857-Cles 15 novembre 1934
Compiuti gli studi medi, si iscrisse alla Scuola Superiore di Agricoltura di
Milano, nella quale si diplomò. Si dedicò quindi alla sperimentazione e
allinsegnamento nella Scuola Agraria di Lonigo (Vicenza), distinguendosi subito per
le sue doti organizzative, per limpegno, per la competenza, non disgiunti da una
forte carica umana, da abilità oratoria e dalla facilità nello scrivere. Il Bizzozero
seguì un corso di studi segnato dallinteresse per lagricoltura e per
lapplicazione in questo campo di nuove tecniche di conduzione e di coltivazione.
Perito agrimensore, continuò gli studi sino a conseguire la laurea in scienze agrarie e
poi iniziò a insegnare scienze naturali, alternando questa attività a unintensa
propaganda nei territori della provincia trevigiana e in quelli delle province di Vicenza,
Padova, Verona e Rovigo. Quando, per iniziativa dellingegnere Cornelio Guerci,
consigliere della Cassa di Risparmio di Parma, e dellingegnere Celestino Ponzi,
presidente della Deputazione provinciale, fu deciso di istituire a Parma una cattedra
ambulante di agricoltura, sul tipo di quella già funzionante a Rovigo, fu chiamato a
dirigerla, dietro suggerimento del direttore di questa, il professor Tito Poggi, il
Bizzozero. Quella di Parma fu la seconda cattedra ambulante italiana dopo quella di
Rovigo, sorta nel 1886. Era il 1892 e il Bizzozero si gettò con entusiasmo nel nuovo
incarico. Visitò tutta la provincia, raggiungendo a dorso di mulo e a piedi i più
sperduti paesi dellAppennino, scendendo nella Bassa, risalendo la collina, entrando
nella risaia. Ebbe modo così di farsi unidea precisa della situazione
dellagricoltura nella provincia, e anni dopo ricordò: Mi feci così un concetto di
quella che era leconomia agraria del Parmigiano: una economia assai povera
sullAppennino, ove le pecore e un bestiame bovino a taglia ridottissima, con qualche
appezzamento coltivato a grano, a scandella, o a patate, con magri pascoli, con le
castagne, costituivano le sole risorse di quei poveri montanari, costretti in parte a
emigrare, o stabilmente o temporaneamente, per campare la vita e per essere di aiuto alle
loro famiglie; meno povera sui monti e giù giù sino alle colline, ove si era diffuso il
vigneto e dove i cereali fornivano un discreto prodotto, sebbene pur sempre basso in
confronto a quello che molti ottengono oggi; dove il bestiame bovino di razza parmigiana,
di media taglia, forniva il lavoro e poco latte, perché sempre scarsa era la produzione
foraggiera e mancante lacqua per lirrigazione; migliore nella pianura, ove il
bestiame bovino, per la maggior parte di razza locale, a mantello rosso e a triplice
scopo, produceva una discreta quantità di latte che alimentava lindustria del
caseificio per la produzione del formaggio da grattugia, detto Grana, o Parmigiano, avendo
avuto la sua culla nel territorio degli ex Stati parmensi. E nella pianura, dove ancora si
alternava il granoturco col frumento, cera un po dacqua per
lirrigazione, che serviva a una scarsa bagnatura dei prati stabili e a una
insufficiente irrigazione della risaia che occupava una buona parte della bassa pianura.
Appunto per la poca acqua disponibile, che si muoveva a stento e quasi ristagnava, era
sorta e si era diffusa la malaria che faceva le sue vittime in molti Comuni. Questa era la
situazione trovata dal Bizzozero, il quale ebbe modo di notare che pressocché sconosciuto
era luso dei concimi chimici (solo circa due o tremila quintali di consumo annuo),
che non vi erano aratri di ferro né erpici trituratori né vagli cernitori e che la
pellagra non concedeva tregua ai lavoratori agricoli. Limpegno del Bizzozero
consisteva nel ricevere gli agricoltori in ufficio per i pareri richiesti e nel tenere
conferenze pubbliche in tutti i comuni della provincia. I suoi compiti prevedevano
altresì la conduzione di campi sperimentali e dimostrativi e la pubblicazione di un
periodico contenente norme di comportamento tecnico per gli agricoltori, mensile che
conserva la stessa testata, LAvvenire agricolo, che gli diede il Bizzozero. Il piano
dazione del Bizzozero si sintetizzava in precisi obiettivi, che lui stesso indicò:
migliorare gli uomini; migliorare la terra; migliorare tutto il bestiame agricolo;
migliorare le piante e difenderle dai loro nemici; incoraggiare il sorgere e il
perfezionarsi di industrie che i prodotti del suolo lavorassero e presentassero bene sul
mercato. La prima grossa realizzazione del Bizzozero fu il Consorzio Agrario, che iniziò
lattività nel 1893 con lo scopo di acquistare per distribuirli ai propri soci e
agli agricoltori in genere, concimi, attrezzi, macchine, merci, scorte vive e morte,
occorrenti allesercizio dellagricoltura e al consumo delle famiglie coloniche;
vendere i prodotti agrari dei soci e degli agricoltori in genere, aprire in provincia e
fuori d iessa appositi spacci per la vendita dei prodotti agrari, partecipare con altre
società e con privati al commercio per la vendita allinterno e per
lesportazione dei prodotti agrari; stabilire laboratori od opicici per la
lavorazione di prodotti agrari; facilitare le operazioni di credito agrario dei propri
soci; fabbricare merci e prodotti occorrenti allesercizio dellagricoltura e
delle industrie affini; fare esperimenti, istituire scuole nellinteresse
dellagricoltura; esercitare assicurazioni agrarie nei limiti della provincia;
contribuire, infine, nei modi che si giudicheranno più adatti al miglioramento
dellagricoltura e al benessere delle classi lavoratrici. La prima sede del Consorzio
fu ricavata nelle sale della cattedra ambulante e il primo magazzino in una catapecchia
vicina alla ferrovia. I soci che aderirono allinvito lanciato da Cornelio Guerci,
Antonio Pelagatti, Carlo Spreafichi, Quinzio Ugolotti e Guido Vighi, per il primo anno
furono 141. Il primo presidente del Consorzio fu Emilio Osenga, presto sostituito da
Achille Puccio. Piano piano, ma con fare sicuro, il Consorzio allargò la sua attività e
aprì nuove sedi in provincia. Nel 1897 furono inaugurate le succursali di Busseto,
Colorno, Sala Baganza e Soragna, nel 1898 fu la volta di Roccabianca, lanno
successivo di Borgo Taro, Sissa e Zibello. Nel 1901 il Consorzio si estese a Langhirano e
a Pellegrino Parmense, nel 1902 aprì una succursale a Fornovo di Taro, nel 1904 sedi del
Consorzio furono inaugurate a Noceto e a Collecchio, nel 1905 a Basilicagoiano, nel 1907 a
Sorbolo e nel 1908 a Fontanellato. I soci salirono a 840 nel 1898, a 1348 nel 1903 a 1755
nel 1908, a 1878 nel 1913, a 2751 nel 1918 e a 3726 nel 1923. Il giro delle vendite
effettuate dal Consorzio, che copriva circa il novanta per cento delle richieste della
provincia, indica una costante crescita, a testimonianza tanto della sua aumentata
capacità di far fronte a nuove esigenze, quanto delle modifiche intervenute
nellagricoltura parmense. Nel 1893, il primo anno desercizio del Consorzio,
furono venduti 287 quintali di perfosfato dossa, 1877 quintali di perfosfato
minerale, 2582 quintali di scorie Thomas, 27 quintali di nitrato di soda, 229 quintali di
nitrato di potassio, 880 quintali di gesso, 246 quintali di zolfo, 27 quintali di solfato
di rame, 146 quintali di frumento da seme e macchine agricole per un valore di 130 lire.
Dieci anni dopo il Consorzio chiuse lesercizio annuale con queste vendite: 2103
quintali di perfosfato dossa, 54802 quintali di perfosfato minerale, 16137 quintali
di scorie Thomas, 2562 quintali di nitrato di soda, 8270 quintali di gesso, 1526 quintali
di zolfo, 2185 quintali di solfato di rame, 1420 quintali di frumento da seme e macchinari
per un valore di 65306 lire. Nel 1913 il Consorzio toccò come vendite il tetto dei 3
milioni e 270 mila lire. Negli stessi anni il Bizzozero lanciò e sostenne
lambizioso progetto di riunire la miriade di latterie in organismi cooperativi. Già
la sostituzione della razza indigena con una razza specializzata nella produzione di
latte, la razza bruna alpina, avvenuta sul finire del secolo precedente, aveva migliorato
la qualità del prodotto facendo ancor più comprendere i vantaggi che sarebbero derivati
da una associazione di produttori. Negli anni che vanno dal 1898 al 1906, specialmente
nella zona della collina, in quella lungo il Po e in montagna, dove la proprietà era più
frazionata, si costituirono le prime latterie sociali. Sorsero la Società Produttori di
Mezzani, la Latteria di Zibello, la Società di Bazzano, la Bolognina di Noceto, la
Latteria Sociale di Sissa e Palasone, la Val Padana di Colorno e altre vennero formate nel
Bussetano, raggiungendo la ragguardevole cifra di trenta latterie sociali. Il criterio che
guidò lattività delle latterie sociali consistette nellapporto del latte al
caseificio sociale per la trasformazione collettiva del prodotto, la vendita dei prodotti
ottenuti e, a fine esercizio, il riparto del ricavo, depurato dalle spese di gestione e
diviso in base alla quantità di latte portata. Il Bizzozero inoltre contribuì a
diffondere la coltivazione della barbabietola da zucchero per consentire la nascita
dellindustria saccarifera. Sviluppò altresì il credito promuovendo le casse
agrarie, come punto di collegamento tra Cassa di Risparmio e mondo agricolo, onde
allargare lapporto di capitali allazienda, necessario per accompagnare le
innovazioni che egli stesso proponeva. Il Consorzio e la rete dei caseifici sociali, dove
il Bizzozero fece tenere da un esperto dei corsi per la lavorazione del formaggio
parmigiano, rimangono le due più significative affermazioni della sua opera, che non
cessò mai di adoperarsi perché progresso e cooperazione fossero i principi informatori
della vita e del lavoro delle campagne. La concreta e ampia esperienza di tecnico e di
organizzatore portarono il Bizzozero ben presto alla ribalta nazionale come coordinatore e
promotore di altre cattedre ambulanti e delle iniziative connesse. Nonostante questa sua
imponente affermazione, rifiutò sempre incarichi anche prestigiosi che gli venivano
offerti altrove, non intendendo rinunciare al completamento della sua opera a favore
dellagricoltura parmigiana. Nel 1929, a 72 anni di età, fu colpito da grave
malattia e dovette lasciare gli incarichi più gravosi rimanendo direttore a honorem del
Consorzio Agrario con una congrua pensione a vita. Negli ultimi anni della sua vita si
ritirò a Clès (Trento), presso la sorella, dove morì. Alla sua morte, lasciò la
fondazione che porta il suo nome. Le spoglie del Bizzozero riposano nella cappella di
famiglia nel cimitero di Padova. La sua opera fu poi proseguita da un vivace gruppo di
allievi che il Bizzozero ebbe il merito di curare e la costanza di seguire fino alla
morte.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 30; U. Sereni, Il movimento
cooperativo a Parma, 1977, 237-240; Per la Val Baganza 2 1978, 28; Parma Economica 3 1984,
7.
BLACHE GIACOMO
-Parma 31 luglio 1794
Fu violinista della Reale Camera di Parma. Cominciò a servire il 1° marzo 1769
con lassegno di lire 5000 e lire 1000 di pensione. Più tardi fu nominato prima
professore di violino della Reale Orchestra e poi dal Duca vice direttore della stessa,
continuando a prestare i suoi soliti servigi. Nel 1791 era violino in proprietà del Reale
Concerto di Parma. Il 25 dicembre 1792 fu nominato sostituto di Angelo Morigi, primo
violino e direttore della musica istromentale, quando questi non suonerà (Archivio di
Stato di Parma, Decreti e Rescritti).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo, A, 1, fol. 130 e Ruolo, B, 1,
fol. 473; Calendario di Corte per lanno 1791, 192; H. Bédarida, Parme et la France
de 1748 a 1789, Paris, 1928, 490; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli in Parma, 91; N. Pelicelli,
Musica in Parma, 1936, 202.
BLACHI BENEDETTO
Parma XVI secolo
Fu frate e cronista, attivo nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 133.
BLANCARDO UGOLOTTO, vedi BIANCARDO UGOLOTTO
BLANCHI GIUSEPPE, vedi BIANCHI GIUSEPPE
BLANCHON GIACOMO, vedi BLACHON JACQUES
BLANCHON JACQUES
Saint Chaffrey 22 aprile 1752-Parma 11 gennaio 1830
Libraio e stampatore, tenne bottega in Piazza Grande a Parma, che fu un notevole
centro di diffusione culturale. Ebbe una figlia, Amelia, che andò a sposa a Francesco
Giraud, nipote del Blanchon. Nel 1805 chiese a Pietro De Lama, per conto di Francesco
Rosaspina che stava ritraendo i maggiori incisori, se Massimiliano Ortalli o altri
collezionisti locali possedevano ritratti di incisori. Nel 1812 stampò la Nuova teoria di
musica del Gervasoni.
FONTI E BIBL.: Archivio Storico per le Province Parmensi 1 1892, 90; 6 1897, 67; 9
1909, 134, 192, 220, 229; 13 1913, 115, 121, 122, 123, 176; 16 1916, 429; 28 1928, 299; 31
1931, 276; 5 1940, 148; 14 1962, 294 (carteggio col Pezzana: 1805-1815); Dizionario
editori musicali, 1958, 30; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 126; M.G. Arrigoni
Bertini, Lettere di Pietro De Lama, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986,
352; Valli Cavalieri 14 1995, 12.
BLANCO GERARDO, vedi BIANCHI GERARDO
BLANCON, vedi BLANCHON
BLEMINIO SIGEO, vedi BERTUCCI ODOARDO
BLONDI CRISTOFORO
Parma 1620
Sacerdote, fu cantore alla Steccata di Parma, accettato per un solo anno il 4
luglio 1620.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.
BLONDI PAOLO
Ranzano 1891-Ranzano 1929
Figlio di Luigi e Luigia Piazza, partecipò come fante alla 1a guerra mondiale,
riportando gravi ferite. Fu decorato con la medaglia dargento al valore militare,
assegnata per atti che trascendevano il normale senso del dovere. Questa è la motivazione
della medaglia dargento concessa dal Ministero della Guerra: Giunto tra i primi a
occupare un crestone di roccia, benché ferito, rimaneva a far fuoco contro
lavversario, fino allarrivo della propria squadra. Monte Nero, 19 luglio 1915.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 26 ottobre 1991, 16; Valli Cavalieri 14 1995, 24.