BESEGHI-BLONDI

BESEGHI CESARE
Parma 9 ottobre 1813-Parma 1882
Figlio di Luigi e Annunziata Magnani. Non si conosce sotto quale guida l’artista cominciò ad attendere alla pittura. Si sa invece che nel 1838 vinse il premio annuale presso l’Accademia di Parma con l’Apollo che sostiene Giacinto morente (Parma, Galleria Nazionale) che gli valse il pensionato romano. Il saggio venne inoltre esposto l’anno seguente nel Palazzo del Giardino di Parma. Ancora nel 1838 il Beseghi fu presente alla mostra di Parma, con molti ritratti e due quadri di composizione, ambedue di argomento sacro, come pure nel 1839, dove assieme all’Apollo e Narciso espose una Giuditta con la testa di Oloferne, e nel 1840 con una copia dalla Venere e Amore di Tiziano (Parma, Galleria Nazionale) inviata da Roma poco prima del saggio obbligatorio di Figura intera di composizione, il Meleagro con la testa del cinghiale (Parma, Galleria Nazionale), che fu mostrato al pubblico nel 1841. Dopo il suo ritorno in sede, la duchessa Maria Luigia d’Austria gli commissionò nel 1841 il San Giacomo Apostolo per la chiesa di Vallerano e nel 1844 il Sant’Antonino a cavallo per la chiesa di Borgo Taro, esposto al pubblico nel 1845. Sempre nel 1844 il Beseghi vinse il premio triennale accademico col Saul adirato contro Davide. Poi dal 1845 al 1847 la Duchessa gli ordinò, rispettivamente, i Santi Margherita, Diego, Francesco d’Assisi e Solano per la chiesa dei Padri Riformati di Parma, esposto nel 1846, un Ostensorio dipinto su uno stendardo per quella di Porporano, e infine il San Michele Arcangelo per la chiesa di Albareto, nel Comune di Fontanellato. Diventato professore consigliere con voto nell’Accademia di Parma, il Beseghi riprese a esporre nel 1855 per la Società d’Incoraggiamento, prima a Piacenza e poi a Parma, il Raffaello che mostra alla Fornarina l’abbozzo del suo ritratto, che fu sorteggiato a Tullio Barattieri. Nel 1856 presentò Un militare in congedo illimitato, sorteggiato al duca Roberto di Borbone, e nel 1857 un Episodio della Storia dell’inquisizione in Spagna nel 1530, sorteggiato ad Andrea Perini. L’anno seguente partecipò pure con I pigiatori d’uva, andato al Comune di Varsi, Giovanna figlia di Luigi XI di Francia ripudiata dal marito il duca d’Orleans, sorteggiato agli eredi di Lena, una Sacra Famiglia, che probabilmente è quella sorteggiata nel 1859 al Monte di Pietà di Fiorenzuola, e un Ritratto. Infine nel 1860 espose a Parma Pia de’ Tolomei e nel 1863 Gli ultimi momenti di Carlo I d’Inghilterra. Secondo lo Scarabelli Zunti, il Beseghi, colpito da una grave forma depressiva, si suicidò nel 1882 con un colpo di rivoltella presso il cimitero comunale di Parma, essendo caduto in miseria per totale mancanza di lavoro.
FONTI E BIBL.: Ms. Quadri premiati; Ms. Quadri mandati; Gazzetta di Parma, supplemento 5 maggio 1838, 164; 1 maggio 1839, 153; 27 maggio 1840, 181; 1 maggio 1841, 156; C. Malaspina, 1841, 188; Gazzetta di Parma, 7 giugno 1845, 187; Il Giardiniere 23 maggio 1846, 78; G. Negri, 1851, 23; e 1852, 59, 62, 63, 65, 66; Gazzetta di Parma 31 maggio, 18 e 27 luglio 1855, 493, 652 e 683; 14 luglio e 2 agosto 1856, 634 e 701; 18 agosto, 6 e 19 ottobre 1857, 737, 901, 902 e 905; X., in l’Annotatore 1857, 129-130; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 853; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 841; G. Panini, 1858, 885; Esposizione delle opere, 1858, 6-7; P. Martini, 1858, 44; C.I., in l’Annotatore 1859, 170; A. Billia, 1860, 1239; P. Martini, 1862, 35; Gazzetta di Parma 11 luglio 1863, 615; Atti delle R. Emil. Acc., 1867, 6; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. IX, 52; G. Copertini, 1954, 131; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 45; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 11 novembre 1996, 5.

BESEGHI UMBERTO
Parma 20 ottobre 1883-Bologna 11 febbraio 1958
Dovette limitare il corso degli studi alla sola frequenza della triennale Scuola Tecnica. Ma egli, autodidatta nel senso più austero del termine, seppe elevarsi, per la fermezza del carattere, l’intensità e serietà dell’applicazione, a sicura dignità di letterato e di storico. Il suo primo successo ufficiale lo ebbe quando, poco più che ventenne, vinse il concorso al posto di cancelliere giudiziario per la Pretura di Parma. Passò poi a quella di Orbetello, quindi al Tribunale di Ravenna e infine alla Procura Generale di Bologna. Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, esercitò attivamente anche il giornalismo quale corrispondente di giornali politici e come direttore del quotidiano locale Il Presente. Dopo fu tra i fondatori del Sindacato Corrispondenti Giornalisti e della Sezione Parmense dell’Associazione Nazionale Combattenti, della quale assunse per primo la presidenza. Per divergenze d’ordine politico, l’Associazione Nazionale Combattenti venne presto disciolta e ricostituita con altre direttive statutarie e Umberto Beseghi allontanato da Parma per Orbetello. Da questo momento la sua attività extra professionale fu tutta rivolta al soddisfacimento della sua passione letteraria. Alla città di Bologna, il Beseghi dedicò molta parte della sua feconda attività di studioso. Dalla Cronaca di fra Salimbene, egli trasse interessanti notizie sulle vicende della città. La esaltò poi, tramite l’Ente Provinciale per il Turismo, quale Città d’arte e di sapere. Sulla Rivista del Comune, parlando delle Mura cittadine, illustrò gli affreschi di Casa Redenti. Ma la testimonianza più tangibile del suo attaccamento a Bologna è nell’armonia raggiunta in quelle tre opere che formano, completandosi a vicenda, il trittico dedicato, con adeguata ampiezza di riferimenti culturali, storici e artistici, alle insigni bellezze architettoniche della città. Le tre opere, edite da Tamari di Bologna, sono: Introduzione alle chiese di Bologna del 1953, Palazzi di Bologna del 1956, Castelli e ville bolognesi del 1957. Oltre ai molti articoli sparsi su varie riviste, sono da ricordare i due poderosi volumi su Ugo Bassi. L’Apostolo. Il Martire (Parma, Donati, 1939) e l’altro, ultima sua fatica di studioso, 1849: Garibaldi rimase solo (Bologna, Tamari, 1957). Di Parma, illustrò in Aurea Parma I dipinti della Rocca di Sala, con il corredo di chiare riproduzioni dei bellissimi affreschi, e rievocò I fatti del 16 giugno 1847, di cui trasse gli spunti a commento dalle epigrafi di protesta rintracciate nell’Archiginnasio bolognese. Il Beseghi fu attivissimo socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, socio corrispondente per la Deputazione della Romagna, presidente del Circolo Artistico di Bologna, consigliere dell’Associazione Amici dell’Archiginnasio, membro del Circolo per gli Studi Carducciani e Accademico Clementino.
FONTI E BIBL.: Umberto Beseghi combattente e scrittore, in Gazzetta di Parma 22 febbraio 1958, 3; M. Mora, Ricordo di Umberto Beseghi, in Parma per l’Arte 8 1958, 116-120; M. Corradi Cervi, in Aurea Parma 1 1958, 59; F. Da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 107.

BESEGHI VINCENZO
Parma 1819/1852
Nella stagione di Fiera del 1819 fu prima tromba nell’orchestra del Teatro Comunale di Reggio Emilia (vi è indicato della Duchessa di Parma). Nel 1852 faceva ancora parte dell’orchestra del Teatro Regio di Parma. In quell’anno richiese di assentarsi e di ottenere il passaporto.
FONTI E BIBL.: P. Fabbri e R. Verti; Inventario, 1992, 214, 318.

BESEGHI VINCENZO
Parma 1801/1844
Fu suonatore di violino in soprannumero del Regio Concerto di Parma, nominato il 24 luglio 1801. Nella riforma della Ducale Orchestra di Parma del 1816 fu classificato al quarto posto, e chiese di essere nominato II violino soprannumerario. Nel 1844, alla morte di Angelo Mazzoni, chiese di essere nominato al suo posto, in considerazione del fatto che suonava da sedici anni nell’Orchestra Ducale (Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio dell’Orchestra Ducale di Parma).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

BESOZZI ALESSANDRO
Parma 22 luglio 1702-Torino 1776 o 1777
Oboista e compositore, allievo del padre Cristoforo, fu membro della Guardia irlandese dal 15 gennaio 1714, per passare poi, dal 16 gennaio 1728, insieme con i fratelli, al servizio diretto del duca Antonio Farnese come virtuoso d’oboe fino al 31 marzo 1731. Il 20 aprile dello stesso anno fu chiamato da Carlo Emanuele III di Savoia come virtuoso alla cappella di Corte a Torino. Nel 1735, in compagnia del fratello Paolo Girolamo, si recò a Parigi per suonare dal 30 marzo al 29 maggio al Concert Spirituel. Ritornato a Torino, riprese il suo incarico alla Corte, che non abbandonò più fino alla morte, eccettuato un breve viaggio a Parma. La stima e il prestigio di cui godeva erano così grandi che il 19 maggio 1776 fu nominato Primo virtuoso di camera, direttore generale della musica istrumentale e suonatore di Hautbois. Durante la sua lunga permanenza a Torino contribuì, insieme con G. Pugnani, al predominio della musica italiana su quella d’Oltralpe. Si esibì, inoltre, col fratello Paolo Girolamo, in numerosi concerti pubblici, facendo così conoscere le sue composizioni. Il Burney, che conobbe i due fratelli a Torino nell’estate del 1770, ne ha lasciato un entusiastico giudizio. Le numerose composizioni del Besozzi, pubblicate a Parigi e a Londra tra il 1740 e il 1764, sono conservate nelle principali biblioteche europee insieme con molte altre rimaste manoscritte. Si tratta per lo più di Sonate da camera per due o più strumenti con o senza accompagnamento di basso continuo per clavicembalo, in due o più parti, ma si ricordano anche Canzonetti à soprano con basso, conservati manoscritti alla Sächsische Landes Bibliothek di Dresda.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 669.

BESOZZI ANTONIO
Parma 1714-Torino 1781
Figlio di Giuseppe, fu arruolato come oboista nella Guardia irlandese l’8 ottobre 1727 e rimase alla Corte parmense fino al 1731. Si ignora ove abbia svolto la sua attività dopo questo periodo. Si sa soltanto che nel 1734 fu alla Corte di Napoli e nel 1738 si recò a Dresda, entrando a far parte della cappella reale come primo oboista il 2 ottobre 1739. Nel dicembre 1757 apparve probabilmente con il figlio Carlo al Concert spirituel di Parigi (mentre Le Mercure de France del gennaio 1758 fornisce questa notizia, altri ritengono che i due musicisti fossero invece Gaetano e suo figlio Girolamo, ma è più attendibile che si tratti del Besozzi, anche perché nelle Affiches dei concerti viene indicato un Besozzi musicien du roi de Pologne, come appunto il Besozzi era denominato). La sua esibizione destò un notevole entusiasmo anche nei meno favorevoli alla musica italiana. Nei due anni successivi (1758-1759) suonò alla Corte di Stoccarda sotto la guida di N. Jommelli. Tornò poi a Dresda, rimanendovi fino al 1774 al servizio dell’elettore di Sassonia. L’anno dopo si trasferì a Torino. Restano stampate e inedite alcune sue composizioni per oboe.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 669.

BESOZZI GAETANO
Piacenza 25 febbraio 1725-Londra 1798
Figlio di Giuseppe. Ottimo oboista, entrò giovanissimo al servizio del re di Napoli, presso il quale rimase fino al 1765, quando, per interessamento dell’ambasciatore di Francia E.-J. de Durfort, fu invitato a recarsi a Parigi. Ammesso tra i musicisti della cappella reale, apparve più volte al Concert Spirituel e il Burney, che lo ascoltò il 14 giugno 1770, ne decantò la squisita se pur discontinua abilità di esecutore. Nel 1793 si recò a Londra, dove diede vari concerti fino al 1794, destando ammirazione per la sua tecnica.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 669.

BESOZZI GIUSEPPE
Milano 1686-Napoli 22 dicembre 1760
Trasferitosi a Parma nel 1701 con il padre Cristoforo, entrò a far parte della Guardia irlandese dal 1o giugno 1711 fino al 16 gennaio 1728, quando passò virtuoso d’oboe alla Corte ducale, prestandovi servizio fino al 5 aprile 1733. Nel 1734 si recò a Napoli chiamatovi da Carlo di Borbone, ma fu licenziato nel 1738 per sopravvenuta cecità. Si dedicò allora all’insegnamento, formando ottimi allievi.
FONTI E BIBL.: (Riferibile anche agli altri musicisti della famiglia Besozzi) F.S. Quadrio, Della storia e della ragione d’ogni poesia, V, Bologna, 1744, 517, 531; M. Fürstenau, Beiträge zur Geschichte der königlich-sächsischen musikalischen Kapelle, Dresden, 1849, 136, 140, 156, 170; M. Fürstenau, Zur Geschichte der Musik und des Theaters am Hofe zu Dresden, I, Dresden, 1861, 234 s.; C.F. Pöhl, Mozart und Haydn in London, II, Wien, 1867, 241, 372; G. Roberti, La cappella regia di Torino 1515-1870, Torino, 1880, 31, 34, 38 s., 43; V.A. Bertolotti, Gaetano Pugnani e altri musicisti alla Corte di Torino nel secolo XVIII, in Gazzetta musicale di Milano XLVI 1891, 28, 457 e 33, 537; H. Abert, Niccolò Jommelli als Opernkomponist, Halle, 1908, 70; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nel secolo XVIII, in Note d’Archivio per la Storia Musicale XI 1934, 3-4, 250-255; G. Gaspari, Catalogo della Biblioteca del Liceo musicale di Bologna, V, a cura di U. Sesini, Bologna, 1943, 52; Ch. Burney, A general history of music, from the earliest ages to the present period (1789), a cura di F. Mercer, II, New York, 1957, 971; Ch. Burney, An eighteenth century musical tour in France and Italy, a cura di Percy A. Scholes, London, 1959, I, 16 s., 55-58, 310 e II (in central Europe and Netherlands), 61, 139, 147; A. Baines, Musical instruments through the ages, London, 1961, 240; W.H. Bauer-O.E. Deutsch, Mozart. Briefe und Aufzeichnungen (Gesamtausgabe), II (1777-1779), Kassel, 1962, 362; The British Union-Catalogue of early music printed before the year 1801, a cura di E.B. Schnapper, I, London, 1957, 105; W. Duckless-M. Elmer, Thematic catalogue of manuscript collection of eighteenth-century italian istrumental music, Berkeley and Los Angeles, 1963, 55, 61; F.J. Fétis, Biogr. univ. des Musiciens, I, Paris, 1860, 396; G. Grove’s Dict. of Music and Music., I, London, 1954, 693 s.; R. Eitner, Quellen-Lex. der Musiker, II, Graz, 1959, 18 s.; Enciclopedia della Musica Ricordi, I, Milano, 1963, 255; R. Meloncelli, in Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 669.

BESOZZI PAOLO GIROLAMO
Parma 17 aprile 1704-Torino gennaio/maggio 1778
Figlio di Cristoforo. Dedicatosi allo studio del fagotto e marginalmente anche dell’oboe, dall’11 giugno 1717 fece parte della Guardia irlandese del duca di Parma, rimanendo in servizio fino al 30 dicembre 1727. Dichiarato virtuoso d’oboe del duca insieme con i fratelli il 16 gennaio 1728, nel 1731 si trasferì a Torino come suonatore della cappella di Corte. Durante il soggiorno fatto a Parigi nel 1735 con il fratello Alessandro, collaborò alla composizione di Six Sonates en trio pour deux violons et violoncello, pubblicate verso il 1750 dall’editore Canavasse. Secondo una lettera di Leopoldo Mozart del 28 maggio 1778, il Besozzi sarebbe morto a Torino, per Eitner, invece, sarebbe morto a Parigi. Tuttavia, poiché è noto che dopo la morte del fratello Alessandro visse a Torino con il nipote Antonio, è da ritenersi assai improbabile un suo trasferimento a Parigi in una età piuttosto avanzata.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 669.

BESUZZI, vedi BESOZZI

BETOLLI, vedi BETTOLI

BETTA ROSA, vedi MERELLI ROSA

BETTA DEL TOLDO FRANCESCO
Rovereto 1526-post 1589
Fu giureconsulto di grande valore. Nel 1561 ottenne da papa Pio IV il titolo di protonotario apostolico e conte palatino. Ricoprì cariche importanti, quali uditore e presidente del Consiglio di Giustizia (1589), al servizio dei duchi Ottavio, Alessandro e Ranuccio Farnese.
FONTI E BIBL.: A. Aliani, Notariato a Parma, 1995, 391.

BETTALI PANCRAZIO
Parma-post 1779
Appartenne a una famiglia di fonditori sulla quale non si hanno notizie precise: dalla data di fusione di alcune realizzazioni e da una numerazione rilevata sulle campane, si può presumere che la famiglia avesse iniziato l’attività fin dai primi del Seicento. Era probabilmente imparentata con gli omonimi fonditori di campane che stabilirono la loro attività a Castelnovo ne’ Monti, nel Reggiano. Il Bettali fornì una campana per la chiesa di Felegara e nel 1779 fuse la campana in bronzo per la chiesa di San Martino a Stadirano: era decorata con ornamenti floreali, una Maestà, San Martino e medaglioni di santi. Altre due campane del Bettali furono requisite nel 1942 per gli eventi bellici.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BETTATI
Parma 1752/1759
Fu cantore alla Cattedrale di Parma dal 29 maggio 1752 al 14 giugno 1759.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.

BETTATI CIRO
Borgo San Donnino 1837-
Falegname, seguace di Garibaldi nel 1859. Fece parte della Società operaia. Nel 1864 fu inquisito perché repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 39.

BETTEI, vedi BATTEI

BETTI DOMENICO
Parma 1824
Venditore ambulante, rifugiato politico, arrivò a Bruxelles tra il 15 aprile e il 15 maggio 1824, proveniente da Parma e diretto a Cherbourg.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.

BETTI GIOVANNI
Parma 1749/1771
Fu ufficiale dell’esercito parmense, colonnello ispettore di fanteria.
FONTI E BIBL.: Alla Regal Colorno, 1987, 102.

BETTI GIOVANNI
Parma ante 1757-post 1779
Dai libretti risulta inventore degli abiti negli spettacoli teatrali tenuti a Parma dal 1757 al 1770 nei Teatri Ducale e Sanvitale. Nel 1762 organizzò una mostra di costumi teatrali. Nel libretto del Marito indolente, rappresentato al Teatro Ducale nel Carnevale del 1779, si legge che era suo il vestiario di nuova e vaga invenzione.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BETTI UGO
Camerino 4 febbraio 1892-Roma 9 giugno 1953
Nacque da Tullio, medico, e da Emilia Mannucci. Trascorse l’infanzia e la giovinezza a Parma. Qui si laureò in legge nel 1914 con una tesi di filosofia del diritto, La rivoluzione e il diritto, rivelando, col sostenere la liceità della rivoluzione, di non essere rimasto insensibile alla temperie politica della città emiliana. Allo scoppio della guerra il Betti, che era stato assertore della necessità dell’intervento, si arruolò volontario come ufficiale di artiglieria di campagna. Venne fatto prigioniero durante la rotta di Caporetto e in prigionia conobbe scrittori come Gadda e Tecchi e compose quelle liriche che uscirono poi con il titolo Il re pensieroso. Sono componimenti dove si avvertono gli echi dei crepuscolari, di Corazzini e di Govoni, di Maeterlinck ma anche di D’Annunzio. Componimenti in cui, accanto a immagini estenuate e tutte tese alla ricerca di una visione fanciullesca del mondo, ne compaiono altre baluginanti e fantastiche, ammantate di forme barbariche e decadenti. Tornato in patria, il Betti scrisse, per il concorso di avvocato delle Ferrovie dello Stato, un’opera di carattere giuridico, Considerazioni sulla forza maggiore come limite di responsabilità del vettore ferroviario (Camerino, 1920). Contemporaneamente si preparò per il concorso nella magistratura, lo vinse e, nel 1921, fu nominato pretore a Bedonia. Intanto si fece conoscere appieno nel mondo delle lettere con la pubblicazione, nel 1922, della raccolta di liriche Il re pensieroso, mentre nel 1925 il suo nome si legò per la prima volta al teatro, quando un suo dramma in tre atti, La padrona (rappresentato a Roma il 21 gennaio 1927, Compagnia stabile romana con Melato, Masi, Donadio), vinse il concorso drammatico bandito dalla rivista teatrale Le Scimmie e lo Specchio. Silvio D’Amico (che faceva parte della giuria) ricorda lo stupore dei giudici di fronte al dramma del Betti: parve difficile, a prima vista, trovare un rapporto tra l’aerea levità di quelle liriche e la fosca terrestrità del dramma (prefazione a Ugo Betti, Teatro completo, p. XI). Nel Betti i critici avvertirono subito qualità di autentico scrittore, anche se non poterono fare a meno di rimproverargli, come fece Marco Praga (pp. 235-239), un linguaggio da monsieur qui s’écoute o un equivoco oscillare, nell’azione e nell’impianto dei personaggi, tra realismo e simbolismo (R. Simoni, III, pp. 171 s.). Ne La padrona, infatti, a una trama d’impianto realistico si sovrappone un linguaggio tutto letterario che, malgrado i suoi accenti crudi, tenta di trasportare i personaggi verso significati simbolici e universali. Nel 1926 il Betti compose in collaborazione con O. Gibertini La donna sullo scudo (rappresentato a Roma il 1o febbraio 1927, Compagnia Pavlova, con scene futuriste della pittrice russa A. Ekster), in cui vengono abbandonate le forme del teatro verista per quelle oscure e affascinanti della leggenda simbolista e i personaggi si esprimono in un linguaggio fumoso e artificiale, quasi sempre incomprensibile. Il desiderio del Betti di dare vita a un teatro di idee, una specie di comizio secondo quanto dichiarò in un’intervista del 1928 (Praga), si traduce nell’esigenza del superamento del realismo attraverso la duplice possibilità o del rifiuto o della sua trasformazione dall’interno. Duplice possibilità di cui si trovano esempi nelle novelle, composte parallelamente alle prime opere teatrali e pubblicate nel 1928 a Milano con il titolo di Caino, in cui, accanto a echi di Flaubert, Dostoevskij e Tozzi, compare una serie di favole wildiane. Una di queste, Il principe Desiderio, fornì il nucleo per il dramma-balletto L’isola meravigliosa (rappresentato a Milano il 30 ottobre 1930, Compagnia Salvini-Donadio-Rissone-Melnati; nel 1941 fu ridotta a libretto per la musica di Renzo Rossellini), un’opera sapientemente costruita come una partitura musicale, in cui non tutto, però, riesce a risolversi in pura armonia, rischiando certi tratti dei personaggi e certi risvolti dell’azione di apparire arbitrari. Accanto a questi tentativi di approdo verso le forme del teatro simbolista si hanno, però, quelli ben altrimenti fecondi intesi a dilatare le possibilità espressive del dramma realista. Ne La casa sull’acqua (rappresentato a Salsomaggiore il 18 luglio 1929, Compagnia benelliana) il Betti rappresenta, in un’aura vagamente ibseniana, la sua concezione dell’uomo come creatura decaduta, naturalmente attratta verso il male, per la quale unica àncora di salvezza è la pietà. Tutto ciò per mezzo di notazioni psicologiche frammentarie (brani di confessioni, ricordi improvvisi e apparentemente non giustificati) e la ricerca di particolari tonalità che rischiano di rendere del tutto insignificante l’azione rappresentata, quasi questa non fosse altro che necessaria ma ingombrante impalcatura. Che alla fine del dramma Elli muoia per il crollo del ponticello sulla darsena (come accade nella versione pubblicata in Comœdia, agosto-settembre 1929) o che venga salvata e accolta amorosamente da Luca (come nella seconda redazione composta intorno al 1932) non cambia quasi nulla nell’economia del dramma. Anche in Un albergo sul porto (rappresentato a Parma il 23 dicembre 1933, Compagnia Pavlova-Picasso) la storia narrata ha soltanto valore di pretesto: ciò che importa è che un certo numero di personaggi dica la tremenda abiezione cui l’uomo può ridursi, fino a quando, dal fondo dell’abisso, nasca la scintilla della pietà. Nel 1930 il Betti, giudice a Parma, sposò Andreina Frosini. Nello stesso anno il suo dramma-balletto L’isola meravigliosa vinse il premio Governatore di Roma. Nel 1931 venne trasferito a Roma e iniziò a collaborare alle riviste di Ojetti Pan e Pegaso. L’anno dopo pubblicò per Mondadori la raccolta di poesie Canzonette-La morte e iniziò la collaborazione a La Gazzetta del Popolo (che si protrasse a lungo, fino al 1952) con la rubrica Taccuino. Questo allargarsi dell’attività del Betti ad ambiti ed esperienze più vasti dovette influire non poco a maturare l’evoluzione del suo teatro. Come ne La padrona, così ne La casa sull’acqua e in Un albergo sul porto il Betti cercò di adattare la sua originale materia a strutture tradizionali di dramma. Ciò lo condusse a quegli squilibri tra linguaggio e materia, tra crudo realismo e lirismo, tra sensi apparenti e reconditi, che la critica gli rimproverò. Se alcuni di questi squilibri sono riscontrabili quasi lungo tutto l’arco dell’opera bettiana, è certo che in questa sua prima parte essi appaiono particolarmente gravi e non di rado precludono l’intelligibilità dei singoli drammi. Con Frana allo scalo Nord (composto intorno al 1932; rappresentato a Roma il 28 novembre 1936, Compagnia Palmer-Almirante-Scelzo) il Betti sembrò approdare a moduli drammatici più aperti. Il tema tipicamente bettiano della Legge che non riesce a farsi Giustizia e che di questa è costantemente in cerca postulando, in questo suo inappagamento, l’esistenza di una trascendenza, è qui calato in un’atmosfera liricamente sospesa ottenuta per mezzo della forma (anche questa tipicamente bettiana) del dramma-processo dove i personaggi, che non debbono più agire ma soltanto confessarsi, trapassano quasi senza sforzo dalla realtà al simbolo, fino a fondersi (sia i vivi sia i morti) in un unico coro invocante pietà. Proprio ciò che fa di Frana allo scalo Nord una delle più felici opere del Betti (e cioè il sapiente e raffinato accordo di elementi diversi tendenti tutti verso un unico piano di astrazione) impedisce al testo di porsi come punto di partenza per nuove soluzioni drammatiche. Esso ha invece le caratteristiche di un punto di arrivo, si presenta come la conclusione di un ciclo. Nel 1934, infatti, il Betti tentò, con Il Cacciatore d’anitre (rappresentato a Roma il 24 gennaio 1940, Compagnia dell’Accademia d’Arte Drammatica, regia di O. Costa), di comporre una tragedia drammatica, cioè un’opera che abbandonasse l’atmosfera impressionistica di Frana allo scalo Nord per organizzarsi in uno schema sintattico, tradizionalmente atteggiato, patinato, quasi di un colore di arcaica rigidità (Barbetti, pp. 120 e ss.). Il valore allegorico della vicenda rischia però di vanificare la consistenza dei personaggi i quali si presentano come vaghe ombre di tipi astratti, freddi echi del primo Ibsen. Intanto il Betti pubblicò nel 1933 una raccolta di novelle, Le case e andava componendo una serie di liriche (pubblicate nel 1937 con il titolo di Uomo e Donna) in cui, in un linguaggio meditato e pieno di mitiche risonanze, viene tracciata la storia dell’uomo. In campo teatrale, invece, tentò la strada della commedia piacevole e commerciale. Tra il 1935 e il 1937 scrisse Una bella domenica di settembre (rappresentata a Roma il 7 dicembre 1937, Compagnia Palmer-Almirante), I nostri sogni (rappresentata a Parma il 7 novembre 1937, Compagnia Tofano-Rissone-De Sica), Il paese delle vacanze (rappresentata a Milano il 20 febbraio 1942, Compagnia Tofano-Rissone-De Sica). A questo filone si riallacciò, nel 1940, Favola di Natale (rappresentata a Milano il 16 novembre 1948, Compagnia Tofano-Solari). Si tratta di commedie che, se pur mostrano qua e là, al di sotto della superficie facile e brillante, il segno del pessimismo bettiano, certo non aggiungono nulla alla gloria del Betti. Egli si rifà ai modi della commedia borghese, vezzeggiando quel genere di personaggi che nel 1931 aveva amaramente satireggiato nella felice farsa tragica in tre atti Il diluvio, nutrita dei succhi della comicità pirandelliana e non per nulla presentata per la prima volta al pubblico dalla Compagnia De Filippo (rappresentata a Roma il 28 gennaio 1936). Nacquero queste forse dal desiderio del Betti di offrire una rappresentazione del mondo borghese che fosse l’equivalente teatrale di certe liriche giovanilmente cattive, ironiche ma in fondo affettuose, di Gozzano e Palazzeschi, o forse il Betti tentò di accattivarsi quel pubblico al quale sentiva di appartenere e dal quale non riusciva a ottenere il consenso. Nel 1939 vinse intanto, con I tre del Pra’ di sopra (da cui trasse il romanzo La Piera alta, Milano, 1948), un concorso per un soggetto cinematografico bandito dalla rivista Cinema e iniziò la sua collaborazione al mondo del cinematografo che lo portò a partecipare alla composizione dei soggetti di film come Bengasi (1941, regia di A. Genina) o Quarta pagina (1942, regia di N. Manzari). Nel 1938, con Notte in casa del ricco, tragedia moderna in un prologo e tre atti (rappresentata a Roma il 15 novembre 1942, Compagnia Ricci) il Betti tornò, dopo la pausa della commedia commerciale, al tema preferito dell’inestricabile miscuglio di bene e di male che è nel cuore dell’uomo e a quello della pietà come unica forma di giustizia, di solidarietà e di comprensione. Tutto ciò si fa immagine nel personaggio di Elisa, protagonista de Il vento notturno (rappresentato a Milano il 17 ottobre 1945, Compagnia Cornabucci-Randone-Borboni, regia di O. Costa), disperatamente schiava della miseria dei sensi, ma capace, a volte, in solitudine, di cantare con voce di bambina, segno di una innocenza in qualche modo ancora presente. La rappresentazione di situazioni limite, di personaggi moralmente tarati, non nacque nel Betti da un interesse per il morboso ma dall’esigenza di prendere coscienza di tutto il male, palese e segreto, che è nell’uomo per trovare poi una parola di speranza che non fosse il frutto di colpevoli illusioni, e dalla sua persuasione che ogni salita verso il cielo è in realtà una risalita, dopo che si è scesi nei regni del male, non per contemplarlo ma per conoscerlo. Così in Ispezione (composta intorno al 1942; rappresentata a Milano l’11 marzo 1947, Compagnia Ruggeri-Calindri-Adani) i membri di una famiglia di profughi confessano a due misteriosi ispettori egoismi e tradimenti, debolezze e persino tentativi di omicidio, in una struttura drammatica che non vuole rappresentare dei fatti, ma piuttosto rendere evidenti gli inconsci e inconfessati impulsi sinistri che si annidano nel fondo degli uomini normali. Il porsi della rappresentazione bettiana in una dimensione più profonda rispetto alla realtà di immediata esperienza implica la comparsa di elementi che si aggiungono a fianco dell’azione rappresentata per commentarla, per indicare agli spettatori l’angolo sotto il quale va guardata. Gli ispettori di Ispezione adempiono a questa funzione, così come vi adempie l’uso del monologo interiore in Marito e moglie (rappresentato a Roma il 21 novembre 1947, Compagnia del Dramma Italiano, regia di G. Guerrieri). Nel 1944 il Betti ottenne la nomina a bibliotecario del Ministero di Grazia e Giustizia. Lo stesso anno scrisse Corruzione al Palazzo di Giustizia (rappresentato a Roma il 7 gennaio 1949, Compagnia dell’Istituto del Dramma Italiano, regia di O. Spadaro), il suo dramma più famoso in Italia e all’estero, che gli procurò (già nel 1941 aveva ricevuto il premio dell’Accademia d’Italia per il Teatro) il premio dell’Istituto Nazionale del Dramma (1949) e il Premio Roma (1950). Corruzione al Palazzo di Giustizia piacque per la tensione, quasi da dramma poliziesco, e per i caratteri dei personaggi. L’astrazione in cui si muovono gli altri drammi del Betti si ritrova qui soltanto al livello delle singole battute. Sono pregi, questi, che non mancarono di comportare limiti non indifferenti: Cust rischia di non essere credibile al momento della sua redenzione finale e questa pare arbitrariamente aggiunta per sfuggire al nero pessimismo che il resto del dramma sembra suggerire. Lo sbocco verso la trascendenza non poteva sorgere senza equivoci dallo svilupparsi di un processo logico realisticamente rappresentato. In mancanza di elementi formali che definiscano il valore dell’uomo e delle sue azioni in zone più profonde della realtà (i morti che ritornano in Frana allo scalo Nord, gli ispettori e la dimensione dell’inconscio in Ispezione, l’atmosfera astratta e liricamente disperata in cui si svolge Il vento notturno), il personaggio bettiano cerca nella morte, vista come immolazione e iniziazione, la propria definizione al di sopra dell’inestricabile intrecciarsi di male e di bene che condiziona il suo vivere e il suo agire. È questo il destino di Irene in Irene innocente (rappresentato a Roma il 23 marzo 1950, Compagnia Maltagliati-Benassi), di Laura in Spiritismo nell’antica casa (rappresentato a Roma il 13 aprile 1950, Piccolo Teatro della Città di Roma, con R. Falk e T. Buazzelli, regia di O. Costa) e della prostituta Argia, che muore da regina ne La regina e gli insorti (rappresentato a Roma il 5 gennaio 1951, Compagnia Pagnani-Cervi, regia di A. Blasetti). In Lotta fino all’alba (rappresentato a Roma il 22 giugno 1949, Piccolo Teatro della Città di Roma, regia di O. Costa) Elsa giunge a uccidere il marito per liberarlo dal tormento di invincibili passioni, mentre in Delitto all’isola delle capre (rappresentato a Roma il 20 ottobre 1950, Compagnia Randone-Zareschi, regia di C. Pavolini), in un’atmosfera di cupa disperazione, tre donne lasciano morire nel fondo di un pozzo l’avventuriero che le aveva sedotte. La dimensione psicologica che caratterizza questo gruppo di opere coincide con un’incertezza sul piano spirituale: il Betti sembra porre soltanto delle domande, indicare timidamente delle possibilità. Nel 1950 il Betti fu nominato consigliere di Corte d’Appello e passò a far parte dell’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio. Si riaccostò intanto alla pratica cattolica: specchio di questa evoluzione è il suo teatro, che dal 1950, con Il giocatore (rappresentato a Roma il 21 aprile 1951, Compagnia Gassmann, regia di V. Gassmann), si rifà alle concezioni del cristianesimo. Che l’azione scenica si inquadri in una visione ben precisa della trascendenza, non più semplicemente postulata o misteriosamente evocata, implica una profonda trasformazione della struttura del dramma bettiano, pur nella continuità di una certa tematica. La vicenda rappresentata si trasforma in exemplum e, di conseguenza, i personaggi e i luoghi in cui agiscono vengono sottoposti a un processo di stilizzazione che cerca di dar vita a una sorta di moderno mistero, anche se tutto ciò, lungi dal realizzarsi completamente, compare per lo più allo stato di tendenza. A conferma di questo carattere, negli ultimi drammi del Betti compaiono, col compito di commentarla, personaggi in parte o totalmente estranei alla vicenda rappresentata, siano essi il Funzionario o i Tizi de Il giocatore e di Acque Turbate (1951; non rappresentato) o il coro che conclude l’azione de La fuggitiva (1952-1953; rappresentato a Venezia il 30 settembre 1953, Festival del Teatro, Compagnia Gassmann, regia di Squarzina), nel quale ultimo dramma compare anche, in funzione di antagonista, una sorta di moderno Mefistofele. Quasi simbolicamente, il penultimo dramma del Betti, L’aiuola bruciata, fu rappresentato per la prima volta il 26 settembre 1953 nella chiesa di San Miniato a Firenze (Compagnia del Piccolo Teatro della Città di Roma, regia di O. Costa). Silvio D’Amico scrive (1955, p. 160): Ugo Betti rappresentato in chiesa: cosa ne avrebbero detto quei critici i quali, per un buon quarto di secolo hanno accusato il nostro poeta di crudezze repellenti, di torbidi fermenti, di compiacenze immonde, considerandolo come un acre rimestatore di fondi impuri, un insistente descrittore delle meno confessabili bassezze umane? Poco più di tre mesi prima di questa rappresentazione il Betti si spense a Roma, stroncato da un tumore alla gola. A considerare l’intera parabola della sua opera drammatica non si può non scoprire in essa un’intima coerenza che supera l’apparente antinomia tra drammi disperati e altri aperti alla speranza, tra drammi della redenzione e drammi della dannazione. Anche quando la sua opera sembri sconsolata, l’intento di Betti è di presentarci una situazione, dalla quale scaturiscano delle confessioni, e come risultato di tutto questo lo spettatore sia portato a un esame di coscienza, a una ribellione, a una constatazione per una via da seguire e per sapere se questa via c’è (Fiocco, p. 29). Una tale coerenza, una tale costante attenzione ai problemi inerenti alla dimensione interiore dell’uomo, se dotarono l’arte del Betti di una profondità non comune, gli impedirono anche quasi del tutto, per lo meno per quanto riguarda la sua attività di scrittore, di aprirsi alla comprensione dei drammi che travagliarono la società del suo tempo. Queste considerazioni, se forse non possono condizionare il giudizio estetico sull’opera del Betti, possono però far comprendere la ragione per cui i suoi drammi stentarono, a volte, a instaurare un discorso pienamente valido con il pubblico. Ad alcuni la problematica del Betti sembrò addirittura il frutto di un tentativo di evasione dai problemi posti dalla realtà. A proposito di Frana allo scalo Nord, Quasimodo scrisse nel 1951: La responsabilità di Gauker è precisa e la causa della frana ben determinata. I ragionamenti di Betti, filosofici o meno, sulla colpa e la sofferenza di tutti gli esseri umani, per giustificare un male individuato, sono funzioni della mente, vago gioco letterario (cfr. Scritti sul teatro, pp. 143-145). E lo stesso Quasimodo termina, nello stesso anno, una recensione a La regina e gli insorti con una frase sprezzante e irridente, certamente ingiusta: Argia muore, con dignità, cioè come dovrebbe morire un regina. Amen (p. 130). Se in atteggiamenti come questi va riconosciuta una aprioristica negazione di ciò che nella problematica bettiana vi è di certamente valido, occorre però aggiungere che tale problematica rimane quasi sempre strettamente legata (specialmente nelle forme in cui si manifesta) al periodo tra le due guerre. Il teatro di Pirandello (segno assoluto di crisi) non poteva porsi come primo esempio di una tradizione nuova. Da esso il teatro specialmente italiano del Novecento trasse indubbiamente alcuni succhi, alcune esperienze particolari (per esempio con il teatro del grottesco e le commedie, legate a un ambiente dialettale ma non prive di risvolti fantastici e metafisici, di Eduardo De Filippo) ma non una soluzione globale che tenti di risolvere i problemi della scena del Novecento. Questa venne ricercata nell’ambito della regia, in Italia con i tentativi di Teatro teatrale di Anton Giulio Bragaglia. Il Betti, invece, cercò di fare riassistere alla nascita delle prime verità sostanziali, di trovare cioè una soluzione alla crisi del personaggio pirandelliano. Soluzione cercata in una cristianesimo di tipo giansenistico e individualistico e che, sorta faticosamente dall’interno dell’uomo, stenta a dispiegarsi chiaramente e a fecondare l’intera struttura del dramma. Così il teatro di Betti, che non può vivere senza regista, è la disperazione del regista, il quale sa bene che, sul palcoscenico, tutto deve prendere consistenza concreta, ma altresì dev’essere risoluto a gettarsi senz’altro su un ritmo lirico, fantastico che è sempre l’apporto inedito di Betti (cfr. E. Ferrieri, Novità di teatro, pp. 172-174). Per queste vie il Betti si pose come massimo esponente di quella corrente del teatro italiano (che trovò in Silvio D’Amico il proprio teorizzatore e che proseguì con le opere di Diego Fabbri e i tentativi registici di Orazio Costa) che non soltanto tese a un teatro della parola, a un teatro di poesia e introspezione, ma che cercò di ritrovare modernamente nel palcoscenico un luogo di meditazione. Oltre gli scritti citati, del Betti si ricordano: Le case (novelle, Milano, 1933), Una strana serata (novelle, Milano, 1948), Poesie (Bologna, 1957), Teatro completo (con prefazioni di S. D’Amico e A. Fiocco, Bologna, 1957). Scritti inediti, a cura di A. Di Pietro (Bari, 1964, comprende Il diritto e la rivoluzione, La donna sullo scudo, I tre del Pra’ di sopra, la riduzione in versi per musica de L’isola meravigliosa e la novella Quelli del padiglione). Per la poetica del Betti si vedano (oltre all’introduzione a La padrona), Lettera a Lucio Ridenti, in Il Dramma, agosto-settembre 1933, e Teatro e Religione, in La Rocca, Assisi, luglio 1953 (ripubblicato in Teatro-Scenario, ottobre 1953). Principali traduzioni delle opere del Betti sono: Teatro completo, Madrid, 1960 (prefazione di G.C. Mora), Teatro (Marido y mujer, Delito en la isla de las cabras, Lucha hasta el alba Corrupción en el palacio de justicia, Buenos Aires, 1953), Corruption au Palais de Justice (Roma, 1952), L’Ile des chèvres (Paris, 1953), Irène innocente (Paris, 1954), La Reine et les insurges (Paris,1956), Un beau dimanche de septembre (L’Avant - Scène n. 214, 15 febbraio 1960), Crime on goat island (San Francisco, 1961), Three plays on justice (Landslide, Struggle till down, The fugitive, San Francisco, 1964), Three plays (The inquiry, Goat Island, The gambler, New York, 1966), Two plays by Ugo Betti (Manchester, 1965, introduzione di G.H. McWilliam).
FONTI E BIBL.: Si vedano le principali raccolte di cronache drammatiche: M. Praga (Emmepi), Cronache teatrali, 1927, Milano, 1928, 109-118, 1928, Milano, 1929, 235-239; R. Simoni, Trent’anni di cronaca drammatica, III, Torino, 1955, 37-38, 171-172, IV, 1958, 478, 584-585, V, 1960, 49, 94-95, 125-126, 168-169, 198-199; E. Ferrieri, Novità di teatro, Torino, 1952, 168-174; S. D’Amico, Palcoscenico del dopoguerra, Torino, 1953, I, 231-234, 307-309, II, 13-17, 73-76, 134-137, 140-143, 184-186, 209-213, 236-239, 287-289, 300-302; Rinascita del Dramma Sacro, San Miniato, 1955, 160-161; M. Dursi, Cinque festival di prosa, Bologna, 1956, 90-101, 107-110, 242-246, 291-295; S. Quasimodo, Scritti sul teatro, Milano, 1961, 129-130, 143-145; E. Possenti, Dieci anni di teatro, Milano, 1964, 78-80, 142-144, 197-199; G. Lanza, Teatro dopo la guerra, Milano, 1964, 59-68; L. Repaci, Teatro di ogni tempo, Milano, 1967, 391, 674, 814, 850, 887. Tra i molti scritti sul Betti si rimanda a quelli che possono essere di maggiore utilità e a cui occorre rifarsi per trovare più ampie notizie bibliografiche: F. Vegliani, Saggio su Ugo Betti, in Quaderni di Termini n. 2, gennaio-febbraio 1937; E. De Michelis, La poesia di Ugo Betti, Firenze, s.d. [ma 1937]; A.G. Bragaglia, Replica di Anton Giulio Bragaglia al Don Sturzo del teatro italiano, bozze di stampa (pubblicato con qualche parte mancante in Film del 31 maggio 1941; il testo polemico del Bragaglia fu messo in circolazione nella sua versione integrale a opera dello stesso autore. In esso si polemizza con S. D’Amico, il Don Sturzo del teatro italiano, e si indica nel Betti uno dei suoi protetti); E. Barbetti, Il teatro di Ugo Betti, Firenze, 1943; A. Nicoll, World Drama, London, 1949, 787-789; N. D’Aloisio, Ugo Betti, Roma, 1952; E. Betti, Notazioni autobiografiche, Padova, 1953 (Emilio è il fratello maggiore del Betti e di lui vengono riportate alcune notizie di interesse biografico); A. Fiocco, Ugo Betti, Roma, 1954; L. Portier, Ugo Betti. Teatro, in Revue des Etudes Italiennes luglio-dicembre 1955; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 28-29; F. Cologni, Ugo Betti, Bologna, 1960; G. Pullini, Cinquant’anni di teatro in Italia, Bologna, 1960, 56-59, 85-96; A. Fiocco, Teatro universale dal Naturalismo ai giorni nostri, Bologna, 1963, 235-244; J.G. Zamora, Historia del teatro contemporaneo, II, Barcelona, 1961, XXXV, 260-282; G. Rizzo, Regression-progression in Ugo Betti’s drama, in Tulane Drama Review, vol. 8, n. 1 1963; G. Pellecchia, Saggio sul teatro di Ugo Betti, Napoli, 1963; Ugo Betti: Testimonianze, Quaderni Teatro stabile della città di Torino, II, Torino, 1965; G.H. McWilliam, The minor plays of Ugo Betti, in Italian Studies XX 1965; A. Di Pietro, L’opera di Ugo Betti, I, Bari, 1966, (utile specialmente per le notizie biografiche e il riordinamento cronologico degli scritti); F. Taviani, in Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 727.

BETTIA CHRYSIS
Parma II secolo d.C.
Di condizione presumibilmente libertina, madre di L. Umbricius Secundus, morto a diciotto anni e nove mesi, cui dedicò un’epigrafe, per i caratteri paleografici (forma delle lettere, ductus, formula D.M., punteggiatura a triangoli) databile alla media età imperiale, ritrovata al limite occidentale della città di Parma. Il nomen Bettius, presente a Parma per altri due personaggi, è ampiamente documentato nella Cisalpina nella forma Vettius, in parte exemplorum i.q. Vettius. La gens Vettia, già nota al tempo delle guerre civili, conservò il proprio prestigio e la propria autorità anche in periodo imperiale. Chrysis è cognomen grecanico diffuso dappertuttto, soprattutto per i liberti. Poco documentato in Cisalpina, è presente a Parma in due casi.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 62.

BETTIA EUTYCHIA
Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Fu probabilmente liberta della gens Bettia, dedicataria, insieme al figlio P. Bettius Firminus, di un’epigrafe, perduta, posta dal marito Heraclida. Eutychia è nome grecanico molto diffuso, soprattutto tra i liberti. Raro in Cispadana, si rileva con una certa frequenza nelle regioni transpadane.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 63.

BETTIUS PUBLIUS FIRMINUS
Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Dedicatario, insieme alla madre Bettia Eutychia, di un’epigrafe, perduta, posta dal padre Heraclida, per la presenza della formula D.M. databile a età imperiale. Il nomen Bettius, presente a Parma anche in un’altra epigrafe, è ampiamente documentato in tutta la Cisalpina nella forma Vettius, sostanzialmente corrispondente. La gens Vettia, documentata dappertutto, si presenta tuttavia con una notevole frequenza nella regio VIII, dove conservò prestigio e prosperità dal tempo delle guerre civili a quello imperiale. Non si esclude tuttavia che il nomen Bettius possa corrispondere alla forma Bittius (Plin., Ep. VI, 12). In tal caso (secondo il Chilver, p. 102) si tratterebbe di un nome sicuramente celtico testimoniante una famiglia nativa giunta a una certa importanza. Firminus è cognomen comune, molto diffuso, specialmente nell’Italia settentrionale. P. Bettius Firminus, morto a un anno e undici mesi di età, porta il nome della madre, forse liberta di un Bettius (ipotizzabile che anche il bambino fosse liberto dello stesso personaggio). Il nome del padre, invece, denuncia condizione schiavile.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmeses, 1986, 64.

BETTINI ORAZIO
Parma 1590
Fu soprano della Cattedrale di Parma nell’anno 1590.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.

BETTOLI ANTONIO
Parma 17 giugno 1762-1789
Nacque da Pietro Ilarione e da Margherita Guarnieri. A soli sedici anni ricevette la nomina a capo sovrastante aggiunto con l’incarico di sostituire in caso di assenza il padre, il quale aveva ricevuto la nomina nello stesso anno. Nell’anno 1782 il Bettoli diresse i lavori di riparazione al monastero di Santa Caterina di Parma (Archivio di Stato di Parma, Santa Caterina, filza XXX, Cancell., F. n. 39, 10 dicembre 1782). Nel 1784 presentò al concorso dell’Accademia di Belle Arti di Parma un disegno di una biblioteca pubblica che venne molto lodato. Nello stesso anno le monache benedettine gli affidarono il rifacimento della facciata della chiesa di Sant’Alessandro (Donati). Tale costruzione di carattere neoclassico incontrò il favore delle monache di San Paolo che gli commissionarono la facciata della chiesa di San Ludovico (Bertoluzzi, p. 144). Nel 1786 morì sua moglie Giulia Cervetta.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI ANTONIO MARIA
Parma 1733/1777
Secondo il Donati, fu fratello di Carlo. Di lui si conserva una perizia del 29 ottobre 1733 (Archivio di Stato di Parma, sezione IV, serie LX, Raccolta autografi, 4393). Nel 1739 fu testimonio alle nozze di Giovanni Battista Bettoli e Lucia Lucci. Il Bettoli diede il disegno per l’ampliamento della chiesa delle monache teresiane (eseguito da Ottavio Bettoli) e, secondo lo Scarabelli Zunti, in documenti relativi a questo lavoro viene definito architetto del marchese Alessandro Pallavicini di Roma. Nel 1754 fu finita, su disegno di A. Dalla Nave, la chiesa di San Rocco in Parma: secondo il Donati (p. 103) il Bettoli vi lavorò col fratello Carlo. In una lista dei maestri muratori e garzoni che lavoravano al nuovo campanile del 9 maggio 1757 (Scarabelli Zunti, ms. 106) il Bettoli figura come capomastro. Il 17 gennaio 1769 firmò una supplica per servire la comunità di Parma come capomastro muratore e nello stesso anno ricevette lavori e appalti. Nel 1777 partecipò a una seduta dei capimastri muratori della chiesa collegiata parrocchiale di San Pietro (Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV, Congregazione degli edili).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI ANTONIO UBERTO
Parma 3 novembre 1766-17 ottobre 1855
Figlio dell’architetto Carlo, di Cristoforo. Fu dottore in medicina e in filosofia e latinista, del quale, nel catalogo della Biblioteca Palatina di Parma, figurano numerosi opuscoli medici, orazioni funebri, inscriptiones, carmina, ecc., che vennero pubblicati tra il 1792 e il 1844. Fu consigliere e segretario del Protomedicato di Parma.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 74.

BETTOLI CARLO
Parma 1719/1769
Potrebbe essere quello sostituito da Cristoforo Bettoli nel 1719 alla Steccata di Parma, che ricompare nell’archivio della stessa chiesa nel 1733 (13 aprile), quando chiede l’approvazione dei suoi conti. Nello stesso anno firmò la perizia di una casa e insieme con Paolo Bettoli fu operoso al chiostro e alla chiesa dei serviti (ricevute del 1738-1740, cfr. Scarabelli Zunti). Nel 1769 vinse un appalto per lavori di riattamento alle case Pij e Magavoli (Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV, Congregazione degli edili).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI CARLO
Parma ante 1778-1822/1827
Presentò nel 1778 un disegno al concorso dell’Accademia di Belle Arti di Parma ma, pur essendo definito valoroso giovane, non vinse alcun premio. Egli è probabilmente lo stesso Carlo, di Giuseppe, che nel 1784 chiese di essere assunto come capomastro della Steccata di Parma in sostituzione del fratello Francesco divenuto di mente scemo (notizia, senza indicazione del nome del fratello nell’Archivio della Steccata, ad annum), che risulta capomastro nel 1775 e 1777. Il Bettoli l’8 dicembre 1786 fu eletto cancelliere della Congregazione degli edili e conservò tale carica nel 1789 (Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV). Nel 1786 fu eseguita (Bertoluzzi; Scarabelli Zunti) la facciata della chiesa di San Tommaso su suo disegno. Nel 1787 egli è definito muratore e architetto dell’Ordine Costantiniano (Archivio della Steccata, 8 maggio 1787, lettera del marchese Caracciolo). Questo stesso Carlo è probabilmente il capomastro e perito della Steccata (nei cui archivi appare nel giugno e luglio 1816 e il 7 luglio 1821) che secondo il Testi dopo la bufera napoleonica provvide ai riattamenti e lavori di conservazione di dubbio gusto.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI CRISTOFORO
Parma 1676 c.-post 1732
Detto il Trivellino, nel 1711 fu operoso nella chiesa e nel convento dei teatini (Santa Cristina) di Parma. Dall’Archivio della Steccata si apprende che l’11 marzo 1719 egli fu richiesto come capomastro a sostituire Carlo Bettoli di Giuseppe. Avrebbe quindi lavorato alla torre di Guastalla, terminata nel 1732. Nell’Archivio del Battistero di Parma sono registrati come figli di Cristoforo di Giovanni Battista, che potrebbe essere il Trivellino, Maria, nata nel 1701, Giovanna Margherita Susanna, nata nel 1702, e Giuseppe, nato il 1o dicembre 1704, che probabilmente è il Giuseppe che fu capomastro della Steccata dal 1743 in poi.
FONTI E BIBL.: Fonte principale, dove sono riportati anche documenti originali, è il ms. del secolo XIX, conservato nella Galleria Nazionale di Parma di E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 1701-1750, 15, 17, 18, 19, 20, 21 e VIII, 1751-1800, 32, 33, 34, 36, 37 e passim; ma sono stati consultati, a Parma, anche l’Archivio del Battistero, i Registri degli Atti di Morte del Comune, l’Archivio della Steccata; P. Donati, Nuova descrizione di Parma, Parma, 1824, 22, 55, 74, 75, 103, 164; G. Bertoluzzi, Nuovissima guida, Parma, 1830, 2, 144, 170, 179; L. Testi, Santa Maria della Steccata, Firenze, 1922, ad Indicem; A. Ghidiglia Quintavalle, La chiesa di San Pietro Apostolo a Parma nella storia e nell’arte, Parma, 1948, 24, 25, 40; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia (catalogo), Parma, 1952, ad Indicem; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, III, 547 s.; Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI CRISTOFORO
Parma 1748-Parma 2 maggio 1811
Figlio di Artemio. Secondo il Testi, avrebbe rifatto la volta della crociera meridionale del Duomo di Parma. Dall’Archivio di Stato di Parma (sezione I, serie XIV, Congregazione degli edili) risulta che il 14 aprile 1769 concorse tra gli altri per i lavori di riattamento delle case Pij e Magavoli. Nell’Archivio dell’Accademia di Belle Arti si conserva un disegno rappresentante un albergo reale col quale il Bettoli vinse il primo premio di architettura nel concorso dell’Accademia del 1774 (10 luglio). Sempre dai documenti della Congregazione degli edili risulta tra i capimastri muratori della chiesa collegiata di San Pietro che parteciparono alla seduta del 20 luglio 1777. Nel 1780 fu nominato capomastro delle reali fabbriche (Scarabelli Zunti). In un’altra seduta (8 dicembre 1786) della Congregazione degli edili il Bettoli venne eletto infermiere. Nel 1787 è qualificato anziano dei muratori di Parma e nel 1789 primo compagno. Dall’Archivio di Stato di Parma (sezione IV, serie LX, Raccolta autografi, 4395) risulta che il Bettoli, architetto e capomastro, costruì la porta nuova e il 9 luglio 1810 presentò una nota spese (perizia il 28 luglio dello stesso anno). Il Donati (p. 74) attribuisce al Bettoli la porta di Sant’Uldarico (che è appunto la porta nuova, poi demolita), ma Scarabelli Zunti sostiene che il disegno sia di Domenico Artusi. Dagli atti di morte dell’Archivio del Comune di Parma risulta che il Bettoli sposò una Paola (morta nel 1839), dalla quale ebbe numerosi figli, tra i quali Ottavio, Pietro e Giovanni Battista, che negli atti di morte o censimenti risultano anch’essi architetti.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI DOMENICO
Parma ante 1734-Parma luglio 1766
Figlio di Pier Maria. Il 14 settembre 1734 firmò una perizia definendosi capomastro e perito in arte (Archivio di Stato di Parma, sezione IV, serie LX, Raccolta autografi, 4396) e ricevette un pagamento nel 1744 (14 luglio, cfr. Scarabelli Zunti) per la porta di San Lazzaro. Un Domenico Bettoli figura nel 1757 tra i garzoni e muratori del nuovo campanile della chiesa di San Rocco in Parma. Secondo lo Scarabelli Zunti morì nel luglio 1766, essendo capomastro muratore della Comunità di Parma. Certo morì prima dell’8 dicembre 1786, dato che la Congregazione degli edili (Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV) in quella data deliberò di concedere una pensione alla vedova Lucia Poma, dalla quale aveva avuto due figli, Cristoforo (battezzato il 15 aprile 1753) e Pietro (battezzato il 4 maggio 1755).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI FRANCESCO
Parma 1863
Fu architetto. Secondo lo Scarabelli Zunti, nel 1863 fu accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti di Parma e nello stesso anno ebbe la medaglia di bronzo all’esposizione industriale di Parma per il disegno di un monumento e la pianta di una caserma per tremila uomini (ma il catalogo ufficiale, a p. 94 del quale lo Scarabelli Zunti prese la notizia, è introvabile).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI GIACOMO
Parma 4 luglio 1784-post 1833
Figlio di Luigi. Fu capomastro della Steccata di Parma nel 1823 (Archivio della Steccata, 8 maggio 1823) e suo fratello Nicola, il personaggio più illustre della famiglia, appoggiò in una lettera del 31 gennaio 1833 (Archivio della Steccata) la sua nomina come capomastro in sostituzione del cugino Carlo Bettoli, che era defunto, sostituzione che il Bettoli aveva già chiesto il 1° dicembre 1827.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI GIACOMO
Noceto 21 agosto 1880-Milano 22 novembre 1971
Fu allievo diligente e capace del Seminario di Parma in cui maturò la vocazione al sacerdozio, senza rinunciare alla passione spiccata per le arti belle. Ordinato sacerdote il 29 giugno 1904, svolse un dinamico ministero come coadiutore e poi come arciprete di Palanzano per diciotto anni, fino al 1925. A Palanzano il Bettoli dimostrò la sua naturale attrattiva per le arti nella progettazione e costruzione di grandi opere a servizio della comunità parrocchiale e promuovendo organismi che fossero strumenti di elevazione sociale e morale per gli agricoltori, per i poveri e per la gioventù. Il Bettoli, fedele ai principi cristiano sociali, costituì l’Unione Agricola e la Cooperativa del Lavoro, rese possibile l’estensione della luce elettrica in tutte le frazioni del Comune tramite l’installazione presso il Mulino di Caneto di due generatori di corrente, organizzò a Isola una segheria elettrica e potenziò il Piccolo Credito di Palanzano, istituto di credito locale che contava depositi per un ammontare di 3000 lire. Quella tuttavia che può essere considerata l’opera più importante della sua fertile azione fu la creazione del Convitto San Giuseppe, con annesso un laboratorio femminile per le giovani della zona, al fine di offrire loro la possibilità di lavorare in loco, evitando così il trasferimento in città. Il Bettoli inoltre aprì e avviò l’asilo parrocchiale. Durante la guerra 1915-1918 si profuse senza risparmio per mantenere i contatti tra le famiglie e i soldati al fronte. Nonostante tale frenetica attività, riuscì a rivolgere la sua attenzione anche agli studi prediletti dell’arte conseguendo la laurea in architettura. Nel Seminario di Parma prima, come studente, poi nella tranquillità di Palanzano, come parroco, approfondì i più noti testi di spiritualità, di patristica e di simbologismo artistico-religioso. Trapiantato a Milano, il Bettoli diresse lavori, stimolò energie, difese valori, portando la sua scuola e la sua famiglia religiosa a una nobile affermazione nel campo dell’arte sacra, per la quale il suo interesse fu costante e originale. Nel 1925 il cardinale Andrea Ferrari, arcivescovo di Milano, lo volle come insegnante presso la scuola del Beato Angelico. Alla morte di monsignor Giuseppe Polvara, fondatore della scuola, il Bettoli venne nominato direttore e superiore della famiglia religiosa omonima. Responsabile del periodico Rivista di Arte Cristiana (1950-1964) fu, dal 1930 al 1937, professore di storia dell’arte presso il Seminario di Milano e di liturgia presso l’Accademia di Brera. Con il titolo di architetto realizzò, assieme ad altri professionisti, decine di centri pastorali sia in Italia che all’estero. A Palanzano la sua opera è testimoniata principalmente da palazzo del Municipio e dall’immobile sede dell’asilo infantile. Inoltre il Bettoli collaborò, con grande finezza al bollettino dell’associazione degli Amici dell’arte cristiana, rivista bimestrale per la cultura e la formazione estetica dell’anima. Pubblicò diversi studi sull’arte liturgica, collaborando con molte riviste per la formazione artistica del clero. Tenne lezioni e settimane di studio in molti seminari diocesani e interregionali. Membro di molte commissioni, ricercato e apprezzato critico d’arte in Italia e fuori, può essere ritenuto un antesignano e anticipatore di certe pagine del Concilio Vaticano II, là dove, nella costituzione liturgica, si dice che la Chiesa ricerca il nobile servizio delle arti liberali affinché le cose appartenenti al culto sacro splendano veramente per dignità, decoro e bellezza, segni e simboli delle realtà soprannaturali.
FONTI E BIBL.: P. Triani, È morto monsignor Bettoli, sacerdote architetto, in Gazzetta di Parma 24 novembre 1971, 8; Commemorazione, in Vita Nuova 27 novembre 1971, 7; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 109; A. Maggiali, in Gazzetta di Parma 21 novembre 1981, 3; Valli Cavalieri 15 1997, 31-32.

BETTOLI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1714 c.-post 1781
Figlio di Angelo Francesco, si sposò nel 1739 con Lucia Lucci (Luzzi). Con Ottavio Bettoli firmò una ricevuta per lavori alla chiesa di San Pietro del Collegio di San Girolamo il 24 dicembre 1760. Secondo la guida del Touring Club Italiano (Emilia e Romagna, Milano, 1957, p. 320) la chiesa di Sant’Antonio Abate in Parma, iniziata nel 1712 su disegno di Ferdinando Bibiena, fu compiuta nel 1766 con una cupola a doppia volta ideata dal Bettoli. Il 20 luglio 1777 il Bettoli figura tra i capimastri muratori della chiesa collegiata parrocchiale di San Pietro in Parma insieme con altri Bettoli, tra i quali un Francesco che, essendo qualificato anziano, si può pensare sia Angelo Francesco, padre del Bettoli e probabilmente anche di Ottavio. Nell’Archivio di Stato di Parma (Rescritti, 20 settembre 1781) è conservata una lettera dalla quale risulta che il Bettoli fece il disegno e la stima di una casa posta in Sissa e acquistata dalla reale ducale camera, disegno attualmente introvabile. Da Lucia Lucci ebbe vari figli, tra i quali Giuseppe, Cristoforo, Alessandro e Pietro.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI GIOVANNI BATTISTA
Parma 30 dicembre 1794-Parma 1816
Figlio di Cristoforo e Paola Bettoli. Fu architetto come il padre.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI GIUSEPPE
Parma 1 dicembre 1704-post 1762
Figlio di Cristoforo. Fu capomastro alla Steccata di Parma negli anni 1743, 1757, 1759, 1761 e 1762 (Archivio della Steccata e Testi, 1922). Il Bettoli compare nella lista degli operai attivi al campanile di San Rocco in Parma nel 1757.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI GIUSEPPE
Parma 12 luglio 1740-post 1774
Figlio di Giovanni Battista. Allievo della scuola di disegno di G. Baldrighi, fu premiato dall’Accademia di Belle Arti di Parma nel 1764 per un Sdisegno di nudo. Nel 1767 fu escluso dal premio Fiori dell’Accademia Clementina di Bologna per l’architettura e quadratura (cfr. Atti dell’Accademia Clementina, 1767, c. 63). Nel 1772, insieme con Pietro Martini, si recò a Parigi essendo reale miniatore. Nel 1774 fu nominato miniaturista e disegnatore del Regio servizio (Archivio di Stato di Parma, Rescritti, 2 marzo 1774) e l’anno seguente fu acclamato accademico d’onore dell’Accademia di Parma.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI LINO
Parma 30 agosto 1845-Parma 1915
Figlio di Luigi e Clementina Porta. Sottotenente d’artiglieria nel 1865, fu insegnante presso la Scuola di Tiro di Fanteria e incaricato dell’insegnamento delle matematiche al corso preparatorio per la Scuola di Guerra. Ebbe da tenente colonnello la carica di direttore d’artiglieria di Verona e il comando del 14o Reggimento Artiglieria e, promosso colonnello (1899), comandò l’8o Reggimento Artiglieria da campagna. Collocato in posizione ausiliaria nel 1903, raggiunse nel 1911 il grado di maggiore generale nella riserva.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, II, 1925, 235.

BETTOLI LUIGI
Parma 1777/1789
Compare nel 1777 in una seduta della Congregazione degli edili di Parma. In quella dell’8 dicembre 1786 egli fu eletto anziano e lo fu ancora nel 1789 (Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV, Congregazione degli edili). Non si sa nulla della sua attività.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI LUIGI
Parma 29 marzo 1820-Parma 10 marzo 1874
Figlio di Nicolò, ne continuò l’attività. Fu accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti di Parma e architetto del patrimonio dello Stato. Fece parecchi progetti tra cui l’ampliamento dell’accesso dalla via Emilia alla piazza della Ghiaia e il restauro della ex chiesa gotica di San Francesco in Parma che venne condotto a termine dopo la sua morte (E. Casa, Chiesa di San Francesco, in Gazzetta di Parma, 26 marzo 1883). All’esposizione industriale del 1869 fu premiato con medaglia di bronzo per un progetto di facciata e per la pianta di uno stabilimento per bagni. Rifece la facciata del palazzo adibito a sede della Corte d’Appello di Parma.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 765.

BETTOLI LUIGI
Parma 1911-Parma 26 marzo 1998
Il padre, Ettore, fu comandante dell’Assistenza Pubblica di Parma e uno dei primi sostenitori della benemerita istituzione. Negli anni Trenta il Bettoli conseguì al Conservatorio di Parma il diploma di contrabbasso. Poi, però, con l’avventura coloniale del fascismo, intraprese la carrriera di ufficiale di complemento dopo aver frequentato il corso ufficiali a Palermo. Da lì iniziò la sua attività militare in Africa Orientale con il grado di sottotenente a Massaua, dove sbarcò il 2 maggio 1935, integrato nel XVII Battaglione Coloniale. Sempre in quell’area dell’Africa Orientale italiana tornò con il precipitare degli eventi bellici, alla IX Brigata Coloniale prima e alla XXI Divisione Coloniale poi. Al comando del gruppo divisionale, nel 1941, con il ruolo di ufficiale in servizio permanente effettivo, combatté a Gimma, Galla e Sidamo. Finché, il 21 giugno 1941, fu fatto prigioniero. Ebbe una medaglia di bronzo e due croci di guerra per diversi episodi di valore: tra gli altri, si impegnò con il XII Battaglione Eritrei per salvare dall’accerchiamento di 4000 abissini l’80a Legione. Dal 1941 al 4 ottobre 1946 fu prigioniero in Kenia e con gli alti ufficiali più volte incontrò il duca Amedeo d’Aosta, anch’egli prigioniero e che morì durante la detenzione in campo di concentramento. Nel secondo dopoguerra ebbe incarichi al Distretto di Parma e di Piacenza, al VI Reggimento di Fanteria a Modena e alla Scuola di Fanteria di Cesano, andando in pensione come colonnello a disposizione. Per anzianità di servizio divenne poi generale di divisione.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 30 marzo 1998, 8

BETTOLI NICOLA, vedi BETTOLI NICOLÒ

BETTOLI NICOLÒ
Parma 3 settembre 1780-Parma 16 luglio 1854
Figlio di Luigi e di Luigia Salati, fu il più illustre esponente di una famiglia di artisti. Sebbene non avesse potuto frequentare corsi regolari all’Accademia di Belle Arti di Parma, che era stata chiusa per gli eventi bellici nel 1795, partecipò nel 1805 a un concorso di architettura bandito dalla stessa Accademia e vinse il secondo premio per un vasto e comodo albergo dei poveri. Più che a Domenico Artusi, il modesto maestro che, secondo la tradizione (G.B. Janelli), lo avrebbe educato all’arte, certo egli guardò come modello ispiratore a E. Petitot, venuto a lavorare alla Corte di Ferdinando di Borbone, e, secondo la moda dei tempi, ricercò, con entusiasmo archeologico, non riferimenti generali ai modelli antichi ma una conoscenza esatta di quei modelli (L. Benevolo, Considerazioni sull’architettura neoclassica, in Quaderni di storia dell’architettura, XXX-XLVIII, Roma, 1961, p. 293). Le prime opere rimaste del Bettoli sono un progetto per un Edifizio trionfale consacrato all’imprese dell’imperatore Napoleone (1811, inciso da A. Gaiani, Parma, raccolta G. Lombardi, ripreso in Allegri Tassoni, 1954) e il progetto di rifacimento dell’Arco di San Lazzaro (Parma, raccolta Lombardi). L’anno dopo disegnò il progetto per il teatro di Borgo San Donnino, compiuto quarant’anni dopo la sua morte, poi demolito (nell’Archivio Comunale di Borgo San Donnino esiste un disegno probabilmente del Bettoli). Il 7 ottobre 1814 fu nominato consigliere con voto dell’Accademia di Belle Arti di Parma in seguito a una richiesta corroborata da disegni e progetti, tra i quali quello di un teatro (disperso). Subito (11 ottobre), secondo le prescrizioni dell’Accademia stessa, promise un progetto completo pienamente opposto e diverso in tutte le sue parti dalla già data idea d’un teatro moderno (Allegri Tassoni, 1954, p. 156) e nel 1816 pubblicò le Osservazioni su l’arte dell’Architetto in occasione di due opere architettoniche depositate nell’Accademia di Parma. Nonostante il tentativo di qualche suo rivale che, con lettera anonima (E. Scarabelli Zunti, IX, riportata anche in Copertini, 1955), cercò di denigrare la sua opera, nell’Accademia Parmense ricostruita da Maria Luigia d’Austria venne assegnata al Bettoli (maggio 1816) la cattedra di statica e quindi egli fu nominato primo architetto di Corte. Si può dire che tutta l’architettura parmense della prima metà del secolo è improntata alla sua opera. Tra le prime e più intense mansioni fu il restauro e il ripristino dei monumenti: il Teatro Farnese, la Camera di San Paolo, Santa Maria del Quartiere. Ampliò inoltre le scuole dell’Accademia (1821-1823). Per l’inaugurazione della nuova sede, il Bettoli presentò il suo libro, Introduzione al corso d’architettura civile (Parma, 1823), in cui spiega il nuovo filone neoclassico di aderenza culturale, oltre che di sensibilità, ai modelli antichi. Nel 1821, riunendo all’antica galleria il piccolo teatro di corte, progettò, insieme con P. Toschi, una nuova grande galleria per ospitare, con la Pinacoteca Borbonica tornata da Parigi, i nuovi acquisti di Maria Luigia e, nella rotonda, i due colossi di basalto che, dagli Orti farnesiani sul Palatino, erano passati al giardino di Colorno. Il progetto venne eseguito tra il 1821 e il 1825 e un nuovo ampliamento fu progettato dal Bettoli e da Toschi nel 1835. Nel 1825 fu pubblicata a Parma un’opera dedicata all’Imperatore d’Austria, le cui 18 tavole furono disegnate dal Bettoli: I principali monumenti innalzati da Sua Maestà Maria Luigia arciduchessa d’Austria, Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla. Nei primi anni del terzo decennio egli ammodernò il Casino dei Boschi di Sala Baganza e progettò la villa La pellegrina per l’impresario Rosazza. Ma l’opera più importante di questi anni fu la costruzione del nuovo teatro: né il secentesco Farnese, né il vecchio Ducale potevano ormai rispondere alle esigenze dei tempi. Iniziato nel 1821, fu compiuto, nell’architettura, nel 1827 e inaugurato, completo di decorazioni, il 16 maggio 1829 con la Zaira del Bellini, alla presenza della Duchessa di Parma e dei duchi di Modena. La costruzione, ove all’esterno si notano derivazioni da strutture classiche e rinascimentali, è all’interno modernissima e armoniosa in ogni sua parte. Interessante la soluzione dei due cavalcavia colleganti il teatro rispettivamente al palazzo ducale e a costruzioni a uso del teatro stesso. Ancora per la duchessa Maria Luigia il Bettoli ricostruì ex novo (1833) l’antica residenza ducale (distrutta nella seconda guerra mondiale), sia all’interno (atrio, cortile, scalone, scale secondarie, magnifiche sale da pranzo e da ballo curate in ogni particolare) sia nella bellissima facciata. Progettò inoltre il grandioso salone della Biblioteca Palatina (1834) e la biblioteca privata (1838-1839), un piccolo gioiello, distrutto anch’esso nella seconda guerra mondiale. Con l’aiuto di Paolo Gazzola, che già era stato suo collaboratore a Parma, il Bettoli riadattò (1836-1837) il palazzo ducale di Colorno ed eresse negli stessi anni nella Ghiaia le Beccherie (distrutte nel 1928): una delle più pregevoli costruzioni neoclassiche della regione. Nel 1836-1847 completò l’antico palazzo Lalatta, ove riunì al collegio fondato da monsignor Lalatta quello dei Nobili, formandovi così un nuovo istituto, che prese il nome dalla Duchessa regnante, a cui aggiunse un vasto cortile e nuove ali, mentre ricostruì la facciata neoclassica. Progettò anche (1837) il tempietto del Petrarca elevato nel 1839 in Selvapiana (Copertini, 1955, p. 17), restaurò il Palazzo del giardino e, infine, progettò (1844) la nuova Università degli Studi, poi adibita a sede della corte d’appello (l’attuale facciata è del figlio Luigi). Tra le numerose altre opere del Bettoli, vanno ricordati il progetto per l’amministrazione della dogana (1851), poi non eseguita, e il nuovo ingresso per la Camera di San Paolo, riflettente motivi correggeschi e neoclassici. Il Bettoli morì dopo più di un anno di inattività per malattia. Fu sepolto, nel cimitero, nel recinto dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, mentre un ricordo marmoreo col suo profilo è conservato nella chiesa di San Giovanni. La sua importanza come architetto va molto al di là delle opere che di lui rimangono, ben poche in confronto a quelle eseguite, in quanto le rovine belliche e, più ancora, la smania del nuovo, si accanirono particolarmente sugli edifici da lui costruiti. Alla sua attività di architetto egli prodigò ogni suo pensiero, ansioso di dare a Parma un volto omogeneo, caratterizzato da una classica lineare semplicità, non scevro però di alleanze di stampo francese, memore del Petitot e ravvivato dal caldo colore dell’intonaco giallo ocra delle facciate, che non discordava dal cotto caro ai Farnese. Il Bettoli sposò Geltrude Cocconcelli.
FONTI E BIBL.: Parma, Galleria Nazionale, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 1801-1850, 54-59; P. Donati, Nuova descrizione di Parma, Parma, 1824, 158-160; G.B. Nicolosi, Il Nuovo Teatro di Parma rappresentato con tavole intagliate nello studio di P. Toschi, Parma, 1829 (in 8 tavv.); [A. Ronchini], Monumenti e munificenze di Sua Maestà la Principessa Imperiale Maria Luigia, Parigi, 1846; Ristaurazione e riabbellimento del teatro reale di Parma eseguiti nell’anno 1853, Parma, 1853; G.B. Nicolosi, Opuscoli, Parma, 1859, 23; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 56; H. Bédarida, Parme et la France, Paris, 1928, 514; C. Alcari, Il Teatro Regio di Parma nella sua storia dal 1883 al 1929, Parma, 1929; G. Copertini, Nicolò Bettoli architetto teatrale, in Parma per l’Arte IV 1954, 119-122, V, 1955, 3-20 (18-20 elenco dele opere sicure e probabili e bibliografia); G. Allegri Tassoni, Nel centenario della morte di Nicolò Bettoli, in Aurea Parma XXXVIII 1954, 141-158; G. Canali, Il “civile” Bettoli, in Dai ponti di Parma, Bologna, 1965, 216-218; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, III, 548; Enciclopedia Italiana, VI, 835; A. Ghidiglia Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 765.

BETTOLI OTTAVIO
Parma prima metà del XVI secolo
Pittore operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 58.

BETTOLI OTTAVIO
Parma 1739/1769
Probabilmente figlio di Angelo Francesco, si firmava detto Trivelini, rivelando quindi una discendenza da Cristoforo. Nel 1739 diresse i lavori di ampliamento della chiesa delle teresiane in Parma su disegno di Antonio Maria Bettoli: sorsero questioni con le suore e il Bettoli scelse come perito della sua parte Adalberto Dalla Nave. Con Giovanni Battista Bettoli, di cui era probabilmente fratello, firmò una ricevuta per lavori alla chiesa di San Pietro del Collegio di San Girolamo il 24 dicembre 1760. Nel 1764 firmò una ricevuta per le monache di Sant’Antonio Abate e nel 1766 una perizia per il padre inquisitore (Scarabelli Zunti). Diede il disegno della chiesa parrocchiale della villa dei Tre Casali, alla cui esecuzione sovrintese Giovanni Battista Bettoli: i lavori furono iniziati nel 1740 e compiuti nel 1766-1767. L’11 aprile 1769 concorse a un appalto (Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV, Congregazione degli edili).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI OTTAVIO
Parma 8 ottobre 1784-Parma 1812
Figlio di Cristoforo e Paola Bettoli. Fu architetto come il padre.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI PAOLO
Parma 1733/1740
Assieme a Carlo Bettoli, fu operoso nel 1733 al chiostro e alla chiesa dei serviti in Parma (ricevute del 1738-1740, cfr. Scarabelli Zunti).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI PAOLO
Collecchio 1916-Mediterraneo centrale 8 febbraio 1941
Figlio di Cornelio. Fu aviere scelto, 1° armiere. Fu decorato con una medaglia d’argento e una medaglia di bronzo al valore militare con, rispettivamente, le seguenti motivazioni: Volontario in missione di guerra per l’affermazione degli ideali fascisti, armiere-mitragliere di apparecchio da bombardamento, partecipava a numerosissime azioni belliche, dimostrando in ogni circostanza sprezzo del pericolo e valore (Cielo di Spagna, maggio-novembre 1938); Specialista armiere di velivolo da bombardamento partecipava a numerose azioni belliche su lontane e munite basi nemiche, dando ripetute prove di sprezzo del pericolo e di coraggio. In scontri aerei contro formazioni avversarie contribuiva all’abbattimento di quattro velivoli nemici. Da una azione che coronava la sua brillante attività di combattente, non faceva ritorno alla base (Cielo del Mediterraneo centrale, 8 febbraio 1941).
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale, A.M. 1951, Disposizione 2a, 97; Decorati al valore, 1964, 33.

BETTOLI PARMENIO
Parma 13 gennaio 1835-Bergamo 16 marzo 1907
Nacque da Carlo, impiegato, e da Clementina Dall’Argine. Fece studi disordinati ma venne ben presto attratto dal teatro e dal giornalismo. Esordì il 4 dicembre 1852 con Il falsario e il traditore, ovvero Le cambiali e il carteggio, dramma in tre atti (Parma, Teatro Regio: rappresentato da C. Caracciolo). Il 10 marzo 1865 gli riuscì di far rappresentare da E. Rossi, al Teatro Gerbino di Torino, Il Boccaccio a Napoli, cinque atti in versi, presto abbandonato, nonostante costituisca un discreto studio d’ambiente. Il 15 marzo 1869 C. Vitaliani recitò al vecchio Teatro Re di Milano L’emancipazione della donna, ambientata nell’Alabama, interessante satira del femminismo e della moda progressista. Da questa commedia s’intravede quella che fu una costante del teatro bettoliano: un moralismo sano ma un po’ ristretto, che trae sapore da un appassionato attaccamento ai valori della tradizione e volge in burla, spesso gustosa, tutto ciò che a esso contrasta. Al Teatro delle Logge di Firenze il 22 marzo successivo andò in scena la commedia in tre atti Un gerente responsabile, satira della retorica giornalistica, felicemente interpretata dalla Compagnia di L. Bellotti-Bon e che ebbe fortuna per le discussioni suscitate intorno all’opportunità di una revisione dell’editto albertino sulla stampa. Il 2 novembre dello stesso anno, sempre al Teatro delle Logge e con la medesima compagnia, andarono in scena i quattro atti delle Idee della signora Aubray, con cui il Bettoli volle dare un seguito alla commedia omonima di A. Dumas figlio. Nel 1870 la commedia Un pregiudizio, in quattro atti, fu giudicata una delle due migliori concorrenti al premio bandito dalla Società filodrammatica bresciana di beneficenza e d’incoraggiamento agli scrittori italiani. Furono quelli per il Bettoli anni d’intensa attività letteraria e giornalistica. Fu redattore e più tardi direttore della Gazzetta di Parma. Nel 1870 fondò, nella sua città natale, Il Nuovo Patriota, che durò poco più di un anno, e nel 1874 L’Elettore Politico. Stimolato dai successi del Nerone di P. Cossa, scrisse rapidamente il dramma Catilina, cinque atti in versi, riboccante di note illustrative, rappresentato al Gerbino dalla Compagnia del Bellotti-Bon il 9 ottobre 1872. Nel 1874 giocò un’ardita burla ai danni di un capocomico e di un bibliotecario. L’episodio è raccontato parzialmente in un opuscolo del Bettoli stesso, Storia della commedia L’egoista per progetto e di P.T. Barti (Milano, 1875). Irritato con il Bellotti-Bon che non gli rappresentava più le commedie, il Bettoli, preso il manoscritto di una sua commedia in tre atti, Il signor Prosdocimo, lo tradusse in linguaggio goldoniano. Sotto il falso nome di Pier Taddeo Barti, lo fece esaminare da un bibliotecario della Marciana di Venezia il quale non escluse che il manoscritto fosse di epoca goldoniana. Il Bettoli quindi lo vendette al Bellotti-Bon e la sera del 18 gennaio 1874 L’egoista per progetto fu rappresentato dalle sue tre compagnie al Teatro Valle di Roma, al Gerbino di Torino e al Nicolini di Firenze: nei primi due piacque e fu replicato, nel terzo gli spettatori fiorentini, subodorando l’inganno, ne accusarono il capocomico come autore. Critici e letterati si divisero: per la mistificazione si schierò, insieme con Yorick (L. Sterne), F. Martini, per l’autenticità si pronunciò, con V. Bersezio e G. Giacosa, P. Ferrari, il quale ammise, peraltro, che poteva anche trattarsi di un’opera dei comici goldoniani. L’egoista per progetto, nonostante gli editori Treves ne avessero acquistato i diritti, non fu mai pubblicato. Tra il 1874 e il 1875 il Bettoli pubblicò a Milano i suoi più importanti saggi come narratore: Il processo Duranti (finta relazione di L.T. Monti, notaio in Torino), dopo essere apparso in appendice al Corriere di Milano, ben congegnato e assai vivo nei particolari (anche stavolta ci fu chi credette a un processo vero), il racconto Giacomo Locampo, i romanzi storici La favorita del duca di Parma e La gobba della pesa del fieno, ispirati da cronache parmensi, e quella Carmelita, ambientata nel Tavoliere di Puglia, che è il suo racconto più fresco e che a Croce piacque ricordare come documento di vita regionale della seconda metà del secolo XIX. Nel 1875 il Bettoli pubblicò a Parma un dizionario biografico, I nostri fasti musicali. Appena fondato (marzo 1876) il Corriere della Sera, E. Torelli-Viollier chiamò da Parma il Bettoli con l’incarico di sbizzarrirsi in tutte le rubriche. Ma, per un incidente avuto con il Torelli-Viollier, la sua collaborazione fu ridotta alla rubrica musicale e dopo qualche mese egli lasciò Milano per riprendere la direzione della Gazzetta di Parma, dove scrisse, a getto continuo e con grande fecondità, sui più svariati argomenti, ma soprattutto su aneddoti teatrali. Il 16 marzo 1881 al Teatro Goldoni di Tripoli la Compagnia di G. Angeloni gli rappresentò La regina Ester ossia Il trionfo di Mardocheo, in cinque atti in versi. Fu l’ultimo successo teatrale del Bettoli, allora corrispondente dalla Libia, che si lasciò prendere dal gusto per un facile esotismo con le esili farse in un atto Un gorgonzolese a Tripoli e Un pizzicagnolo in Africa (tra le cose più serie di questa esperienza è la monografia Tripoli artistica e commerciale, Milano, 1912, interessante documento del pionierismo italiano in Libia). Il 7 ottobre 1883 fondò a Roma, con Telesforo Sarti, la Gazzetta Teatrale, cessata però il 23 marzo 1884, e, pure a Roma, nel 1885 pubblicò un Dizionario comico, contenente duecentosettantasette voci del gergo teatrale italiano. Nel 1886 scrisse, in collaborazione con E. Novelli, Sogno di un deputato, una bizzarria in tre parti, arieggiante la Niobe di Harry Paulton. Nel 1890 fu chiamato a dirigere la Gazzetta Provinciale di Bergamo, dalla quale uscì per contrasti con i proprietari, e fondò la Nuova Gazzetta, che visse stentatamente e terminò prima della sua morte. Nonostante fossero gli anni del declino, il Bettoli continuò instancabilmente a lavorare. Scrisse il libretto per l’opera-ballo in quattro atti Fausta, musicata da P. Bandini (Milano, 1886), che ebbe un discreto successo, e due opere diversissime per contenuto e finalità, pubblicate a Bergamo nel 1901: L’educazione dei frenastenici in Italia e l’opera dei coniugi Gonnelli-Cioni e una Storia del teatro drammatico italiano. Dal principio del secolo XVI alla fine del secolo XIX, miniera di date, titoli, personaggi e ruoli, opera schematica e senza divagazioni, interrotta al terzo libro. Tra il 1906 e il 1907 furono stampati a Roma, a Bergamo e a Torino numerosi drammi educativi, d’argomento edificante, come Satana (quattro atti), Berta dal piede grosso (cinque atti in versi), La madre dei poveri (tre atti in versi), Il patriarca di Pitcairn (un prologo e due atti), Fra Gian Fedele (tre atti), Gonzalo (tre atti in versi) e altri, che rivelano come il bisogno di guadagnare lo avesse condotto molto lontano dalla spregiudicatezza della sua produzione migliore. Nel 1951 A. Scotti pubblicò alcuni estratti di due filastrocche del Bettoli, scritte in toscano dialettizzato, e un sonetto, Al matrimoni, dal piglio sciolto e garbato, pur nelle combinazioni degli aspri fonemi del dialetto parmense.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Teatro contemporaneo: E. Novelli, in Emporium IX, 1899, 353; R. Barbiera, Parmenio Bettoli, in L’illustrazione Italiana, 24 marzo 1907, 286-287; E. Bocchia, L’ultimo dei commediografi parmensi. Parmenio Bettoli, in Aurea Parma XX 1936, I, 25-29; A. Scotti, Parmenio Bettoli dialettale, in Aurea Parma XXXV 1951, 3, 143-148; P. Bettoli, Teatro, I, Milano, 1884, 6, II, 1869, 6, III, 1875, 8, IV, 1870, 5-16 e 18, VI, 1872, 6, XI, 1881, 6; B. Croce, La letteratura della nuova Italia, VI, Bari, 1945, 171-172; T. Rovito, Letterati e giornalisti italiani contemporanei, Napoli, 1922, 46-47; Enciclopedia Italiana, VI, 836 (voce di M. Ferrigni); Enciclopedia dello Spettacolo, II, Roma, 1954, coll. 446-447; S. Sallusti, in Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 766; E. Bocchia, L’ultimo dei commediografi parmensi, Parmenio Bettoli, in Gazzetta di Parma 22 agosto 1923, 3; J. Bocchialini, Figure e ricordi parmensi in mezzo secolo di giornalismo, Parma, Luigi Battei Editore, 1960, 84, 268-269; L. Castagnaro, Un clamoroso falso della fine dell’Ottocento, in Gazzetta di Parma 27 gennaio 1968; E. Faelli, Un precursore tripolino: Parmensio Bettoli, in Gazzetta di Parma 18 marzo 1928; M. Ferrarini, Ricordo di Parmenio Bettoli, in La luna sul Parma, Parma, 1946, 67-69; C. Laurenzi, Le battaglie di Parmenio, in Corriere della Sera 19 luglio 1972; B. Molossi, Dizionario dei parmigiani grandi e piccini (dal 1900 a oggi), Parma, Tip. Gazzetta di Parma, 1957, 29-30; M. Mora, Osservazioni e proposte di Parmenio Bettoli sul “Corpo di volontari parmensi” nel 1859, in Archivio Storico per le Province Parmensi 6 1956, 69-74; M. Mora, Un grande dimenticato: Parmenio Bettoli, in Gazzetta di Parma 13 maggio 1957; L. Passerini, Una celebre beffa letteraria, in Noi e il mondo, Roma, 1923; L. Passerini, Una celebre burla letteraria: Parmenio e “L’egoista per progetto”, in Corriere Emiliano 24 giugno 1928; F. Mezzadri, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1995, 405-414.

BETTOLI PIER ILARIONE, vedi BETTOLI PIETRO ILARIONE

BETTOLI PIER MARIA
Parma prima metà del XVIII secolo
Della sua attività di architetto si ha notizia solo dallo Scarabelli Zunti, che lo definisce accurato disegnatore d’architetture e dice di aver visto una pianta del palazzo dell’Università di Parma da lui firmata.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI PIETRO
Parma 9 luglio 1791-Parma 1852
Figlio di Cristoforo e Paola Bettoli. Capomastro, eseguì diverse opere pubbliche, tra le quali il Collegio Maria Luigia di Parma su progetto del più famoso architetto Nicola Bettoli, del quale era sicuramente parente.
FONTI E BIBL.: Per la Val Baganza 7 1985, 81.

BETTOLI PIETRO ILARIONE
Parma 1766/1789
Contemporaneo di Cristoforo Bettoli, lo Scarabelli Zunti dice che successe nel 1766 a Domenico Bettoli come capomastro della Comunità di Parma. Nel 1767 fu perito della Congregazione degli edili (Archivio di Stato di Parma, sezione I, XIV, 22 settembre 1767) e nel 1768, secondo Scarabelli Zunti, venne chiamato a ugual ufficio presso la real corte. Ma dall’Archivio di Stato di Parma (Rescritti, 19 novembre 1778) egli appare nominato capo soprastante in luogo di S. Sellier solo nel 1778, contemporaneamente con il figlio Antonio, il quale ne doveva fare le veci in caso di assenza. È introvabile una relazione di visita fatta alla cupola della nuova chiesa di San Liborio a Colorno, che, sempre secondo lo Scarabelli Zunti, egli avrebbe redatto nel 1779 insieme con Raffaele e Fortunato Cugini. All’Archivio di Stato di Parma (Rescritti, 15 maggio 1784) si trova la sua perizia a una casa Bonardi. In una riunione della Congregazione degli edili (Archivio di Stato di Parma, sezione I, serie XIV) del 1789 il Bettoli è detto infermiere.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 762.

BETTOLI UBERTO o UMBERTO ANTONIO, vedi BETTOLI ANTONIO UBERTO

BETTOLLI, vedi BETTOLI

BEVILACQUA ALESSANDRO
-Parma 20 settembre 1896
Appena diciottenne combatté da prode per le strade di Parma contro gli Austriaci nella gloriosa giornata del 20 marzo 1848. Indi, volontario, si aggregò alla prima Colonna Parmense.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 settembre 1896, n. 266; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 399.

BEVILACQUA ENRICO
Isola della Scala 1869-Parma 1932
Letterato, fu socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria di Parma (1929). Scrisse dotte osservazioni sopra un’iscrizione del Petrarca per il castello di Guardasone.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 122.

BEVILACQUA GIULIO
Parma prima metà del XVII secolo
Pittore operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 61.

BEVILACQUA LUIGI
Parma 1 maggio 1883-Parma 17 dicembre 1962
Mentre studiava composizione con Guido Alberto Fano al Conservatorio di Parma, insegnò canto al Riformatorio Lambruschini, dove diresse anche la banda. Ancora allievo, nel 1906 partecipò a un concorso di composizione a Firenze, ottenendo il II premio con Canzone medievale, un quartetto a quattro voci virili, che fu applaudito in diversi concerti. Si diplomò nel 1908. Compagno di studi di Bruno Barilli, Mario Silvani, Spartaco Copertini, Riccardo Guazzi, Arnaldo Furlotti, Silvio Cervi, Eduardo Fornarini e Luciano Zuccoli, formò con loro la Camerata Parmense, quel gruppo di giovani artisti che trovarono la loro voce in Medusa, la rivista che conduceva vivaci battaglie d’avanguardia. In un concerto del 18 maggio 1912 al Teatro Reinach di Parma furono eseguiti sotto la sua direzione largo romantico, Volo di rondini, Canzone medievale e una sua suite per orchestra. Nello stesso anno vinse un concorso bandito a Torino con un Preludio per orchestra e fu segnalato a quello del Comune di Roma con l’opera in un atto La notte di Mara (1910), su libretto di Riccardo Guazzi. Sempre su libretto del Guazzi, compose l’opera in 3 atti La canzone della leggenda (1912-1913, non eseguita), e su versi di Giovanni Casalini, il poemetto per canto e pianoforte Anima. Chiamato alle armi durante la prima guerra mondiale, fece anche parte della banda musicale che Toscanini aveva raccolto tra i musicisti. Morto sul finire del conflitto il poeta Riccardo Guazzi, scrisse la composizione orchestrale All’amico che non ritorna, che fu eseguita nel 1920 al Ridotto del Teatro Regio. Dal 1913 insegnò alla Scuola comunale di musica di Gualtieri e diresse la banda di Guastalla. Nel 1922 una sua lirica per canto e pianoforte, Ore meste, vinse il primo premio al concorso indetto dalla casa editrice Profeta di Palermo, nel 1924, in quello indetto dalla Lega Musicale Italiana di New York, si segnalò con la suite in 5 tempi per orchestra Cirillino (1920) e vinse quello bandito dal Secolo per una canzone regionale per l’Emilia. Soppressa nel 1925 la scuola di Gualtieri, dove aveva ripreso a lavorare dopo il congedo, insegnò musica nel Comune di Valmontone, vicino Roma, e dopo un anno vinse il concorso per il posto di maestro nella Scuola comunale di musica di Pirano nell’Istria, dove diresse anche l’orchestra. Nel 1935 vinse con la lirica Cascatella il concorso di Torino per una composizione corale. Rimase a Pirano ventisei anni: ceduta l’Istria alla Jugoslavia, nel 1954 ritornò nella città natale. Oltre alle composizioni sopra indicate, scrisse: Il sogno nella foresta, fiaba coreografica in un atto e cinque tempi; per orchestra Canzone medievale (1906), Tramonto d’aprile, poema sinfonico (1908), Nella notte, suite in tre tempi (1909), Largo romantico (1909), Volo di rondini (1909), Luna d’argento, barcarola (1924), La notte, suite per grande orchestra (1924-1925), Tramonto marino, per pianoforte e orchestra, Un meriggio di luglio, per archi, Tempo di minuetto, per archi; per banda: Marcia (1909), Che pettegole, mazurca di concerto (1913), I fanti del 22° Reggimento, marcia, Brillante, marcia, Monte Grappa, Notturna, marcia (composta al fronte, agosto 1918), Vittorio Veneto, marcia militare, Ai morti per la patria, marcia funebre, Parma, marcia, Ragazzi d’Italia, marcia brillante, Italia eroica, marcia brillante, Marcia degli Ascari, marcia militare, La rossiniana, marcia, Leggenda spagnola, valzer, Bolero, Capriccio per sax soprano, Largo mesto, Tempo di gavotta, Marcia funebre (1922), Elegia (1923); le marce Capodistria, Parenzo, Pirano, Portorose, Salvatore (edite da Belati, 1935); musica da camera: Scherzo e fuga, per quartetto d’archi, Nozze d’oro, suite in tre tempi per violino, violoncello e pianoforte, Nonni innamorati, suite in tre tempi per violoncello e pianoforte, Capriccio, per due violini e pianoforte, Duetto comico appassionato, per violino, violoncello e pianoforte, Tempo di mazurca, per pianoforte e archi, Suite orientale, per pianoforte e archi, Gavotta, per flauto, due violini e pianoforte; per strumenti: Largo appassionato (1904), Scherzo, Dolce canzone, Rondò, Melodia, Il me souvient Iris, valzer dedicato al mio maestro Ildebrando Pizzetti, Sonata in fa ? min (1935), Meriggio di luglio (1910), Canto d’amore (1917), Preludio e fuga (1911), Piccola mazurka (1911), Fuga in re minore, Canto d’Imeneo, Alba nuziale, largo appassionato, Storia sublime, impressioni, Soavi astuzie di Cupido, Impressioni di un meriggio di luglio, Dio ti salverà, benedetta donna, romanza senza parole, Preludietto e mazurchetta, Canto di maggio, Auguri, sonatina, Amor costante, mazurca; per canto e pianoforte: Un sior da burla, canzone in dialetto reggiano, ore meste, lirica, Notturno, lirica, Core trovato, lirica, O prendere o lasciare, melodia, Canzone toscana, nove Stornellate primaverili, il re di Tule, canzone, Voglio, romanza, Occhi azzurri, lirica, madrigale, su parole del XVI secolo, Io morirò, romanza, Il trovatore, romanza, Lontano, lontano, romanza, Tramonto, lirica, Non credo al paradiso?, lirica, Povero fiore!, canzone, Alla sua donna, romanza, Tu m’ami!, lirica, Canto, né so che sia, canzone, La mia bandera, canzone in dialetto parmigiano, La nostra Emilia, canzone in dialetto parmigiano, Vorria, barcarola veneziana, Fior tra i fiori, lirica, Nella notte, lirica, Gli eroi dell’Alcazar, canzone, Ninna nanna, Serenata a Lola, Lettera, lirica, Fantasticando, lirica, Serenata e Serenella, canzone; più di cinquanta composizioni per organo solo e per violino e organo, trentuno composizioni a due, tre o quattro voci, con o senza accompagnamento del pianoforte. Nel 1996 il Trio Brahms di Parma incise un intero cd (LB 01011) di sue musiche strumentali.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 29-30; Gazzetta di Parma 18 dicembre 1962, 4; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BEVILACQUA MADDALENA, vedi TROTTI MADDALENA

BEVILACQUA MAURO
Parma prima metà del XVIII secolo
Vasaio operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 22.

BEVILACQUA ORAZIO
Parma 1665/1694
Scrisse un Diario del Ducato di Ranuccio Farnese (1665-1694) in sette volumi, l’ultimo dei quali in Parma e gli altri nella Biblioteca Nazionale di Napoli.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 122.

BEVILACQUA PIETRO
Parma-1852
Fu avvocato stimato e di notevole reputazione.
FONTI E BIBL.: E. Adorni, Alla memoria dell’avvocato Pietro Bevilacqua, 1852; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 110.

BEZZA PIETRO
Busseto 29 giugno 1905-Parma 26 giugno 1957
Studiò medicina all’Università di Parma, divenendo allievo interno dell’istituto di fisiologia e, successivamente, della clinica chirurgica per tre anni. Conseguita nel 1930 la laurea e poco dopo l’abilitazione all’esercizio professionale, si trasferì a Perugia quale assistente del professor Pietro Verga, direttore in quella città dell’istituto di anatomia patologica. Due anni dopo rientrò a Parma, chiamato a svolgere la sua attività nella clinica chirurgica del professor Giovanni Razzabona, che fu il suo maggiore maestro. Abilitato nel 1935 alla libera docenza in patologia speciale chirurgica, nel 1939 ottenne la cattedra di patologia speciale chirurgica e propedeutica all’Università di Sassari. Nominato nel 1941 primario dell’ospedale di Cesena, passò l’anno seguente a Parma quale primario della divisione chirurgica. Nel frattempo aveva anche seguito corsi di perfezionamento in Francia, approfondendo sempre più le sue già vaste nozioni professionali. Autore di interventi chirurgici di grande ardimento, lasciò numerose pubblicazioni di carattere medico-scientifico che attestano il suo valore in tale campo.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 74; Imminente scoprimento all’Ospedale di un ritratto in bronzo del prof. P. Bezza, in Gazzetta di Parma 2 febbraio 1962, 4.

BEZZI CARLO
-Parma 25 luglio 1887
Patriota di principi liberali e democratici. Fece la campagna risorgimentale del 1848.
FONTI E BIBL.: Il Presente 26 luglio 1887, n. 197; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 399.

BEZZI GIUSEPPE
-Parma 24 novembre 1885
Patriota risorgimentale. Combatté e sofferse per redimere la patria dalla schiavitù.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 novembre 1885, n. 317; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 399.

BEZZI LODOVICO
-Parma 21 marzo 1873
Fu volontario in diverse campagne del Risorgimento e per ultimo ad Aspromonte.
FONTI E BIBL.: Il Presente 22 marzo 1873, n. 79; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 399.

BEZZOZZI, vedi BESOZZI

BIA AMILCARE
Parma 26 febbraio 1899-Parma 21 ottobre 1972
In giovane età (1907) seguì il padre, decoratore, in Russia dove iniziò i suoi studi all’Istituto d’Arte Stiglitz di Pietroburgo (1915-1917): fu allievo del noto paesista lituano Julius Klever. Rientrato in patria, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Parma avendo come maestro il pittore Paolo Baratta. Dopo essersi diplomato nel 1920, si trasferì poi a Firenze ove frequentò la scuola di nudo e il biennio di perfezionamento a quell’Accademia. Collaborò con Galileo Chini in alcuni lavori di restauro (1923). Rimase a Firenze fino al 1926, recandosi poi più volte a Parigi. Si stabilì quindi (1932) a La Spezia, ove poi visse quasi ininterrottamente. Il Bia tenne mostre personali a Levanto (1944 e 1947), a La Spezia (1953, 1958, 1961, 1966), a Lucca (1953), a Diano Marina (1955), a Parma (1960) e a Genova (1960, 1964). Partecipò a rassegne nazionali e internazionali ottenendo diversi riconoscimenti: premio del Ministero Pubblica Istruzione a Genova (1948), alla Mostra del Lavoro a La Spezia (1956), del Ministero del Lavoro a Roma (1960), alla Biennale del Golfo di La Spezia (1961), alla Mostra Provincia di Genova (1961), alla Mostra Colori della Lunigiana (1962), al Premio Zeri (1965). Vinse il Premio Triglia d’oro (Marina di Carrara, 1963), e il Premio Ministero degli Interni (La Spezia, 1965). Artista essenzialmente lirico, il Bia, nonostante il trascorrere degli anni, riuscì a mantenere intatte la freschezza e la poesia del colore dei tempi migliori: i suoi sono paesaggi limpidi, gioiosi, come il carattere e la personalità dell’autore, sempre entusiasta, dinamico, ricco interiormente come ricca fu sempre la sua tavolozza. Il binomio affettivo Parma-Liguria, artisticamente servì al Bia per abbinare due elementi, materia e luce, nella duplice rappresentazione di figura e paesaggio di una pittura sempre pervasa da un anelito vitale. Sono le marine distese in azzurri mai eccessivamente caricati, i primi paesi dell’entroterra ligure che, su verso la Cisa, ricordavano al Bia l’Appennino Parmense. Ma, soprattutto, le figure caratteristiche della terra spezzina, le vecchiette, raggrinzite dalla salsedine, sedute sulla porta di casa, e i saldi pescatori, vibranti in una pittura di evidente origine padana. Qui spesso il Bia riuscì a raggiungere un’efficacia realista, temperata dal disegno sempre costruito e dal colore contenuto.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Parma per l’Arte gennaio 1961; De Micheli-Rescio-Sidoti, Prima rassegna della Pittura Ligure, Savona, 1964; Carozza-Raimondi, II Rassegna Spezzina, La Spezia, 1965; A. Ronco, XIII Mostra Nazionale Golfo della Spezia, 1965; Arte Italiana Contemporanea, Firenze, 1969; R. Righetti, Liguria, Genova, 1967; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1970, 298; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 23 ottobre 1972, 4; Aurea Parma 1 1972, 206; Pittori Italiani dell’Ottocento, 1986, 91; A. Giunta, in Gazzetta di Parma 25 maggio 1999, 21.

BIACCA FRANCESCO MARIA
Parma 12 marzo 1673-Parma 15 settembre 1735
Nacque da Giovanni. Avviato al sacerdozio, mostrò una precoce inclinazione per l’erudizione e gli studi classici. Nel 1702, ordinato sacerdote, venne chiamato dal conte Luigi Sanvitale, oltre che come precettore dei suoi figli, anche con funzioni di cappellano e bibliotecario. Il primo frutto del suo lavoro fu una Ortografia manuale o sia arte facile di correttamente scrivere e parlare (Parma, 1714), che volle avere un carattere soprattutto divulgativo e pratico. Scrisse frattanto componimenti d’occasione, come Il merito coronato o sia relazione di tutte le solennità seguite in Parma per la promozione alla sacra porpora del cardinale A.F. Sanvitale (Parma, 1710). Un sonetto venne inserito tra le Rime per le nozze di G.A. Sanvitale colla signora M.I. Cenci (Parma, 1720). Accolto nella colonia parmense dell’Arcadia, il Biacca assunse il nome di Parmindo Ibichense, con il quale firmò molte delle sue opere. Su incarico dell’Accademia compilò, per le Notizie degli Arcadi morti (Roma, 1720), la vita di Pompeo Sacco (I, pp. 48-54), di Ranuccio Pallavicini (I, pp. 62-65), di Cornelio Magni (I, pp. 225-227) e di Nicolò Cicognari (II, pp. 108-109). Nel 1728 la quiete del suo lavoro fu turbata dalla polemica con il gesuita Cesare Calino, autore del Trattenimento istorico e cronologico sulla serie dell’Antico Testamento. Il Biacca volle replicare polemicamente, malgrado le sollecitazioni del Sanvitale, legato da personale amicizia con il gesuita, a lasciar cadere la disputa. Il manoscritto, venuto nelle mani di Filippo Argelati, fu dato alle stampe a Milano nel 1728 (benché sul frontespizio fosse indicato come luogo di edizione Napoli), col titolo Trattenimento istorico e cronologico in tre libri diviso opposto al Trattenimento istorico e cronologico del padre Cesare Calino. La reazione del Sanvitale fu immediata: il Biacca venne allontanato dalla sua casa, mentre la polemica proseguiva con una Risposta del padre Cesare Calino a una lettera di Cavaliere amico (Bologna, 1728) e, da parte del Biacca, con le definitive Annotazioni di un pastor arcade in risposta alle annotazioni fatte dal padre Cesare Calino (Verona, 1734). Dopo un breve soggiorno presso Gherardo Terzi, il Biacca, passato a Milano in casa del conte Antonio Simonetta, collaborò con Filippo Argelati alla Raccolta di tutti gli antichi poeti latini tradotti in versi italiani, sia con traduzioni da Stazio (III, Milano, 1732) e da Catullo (XXI, Milano, 1740), sia con rifacimenti di precedenti versioni come I due Libri de’ sermoni, o siano satire di Orazio, tradotte da M. Lodovico Dolce (IX, Milano, 1735), ovvero ritoccando l’opera di altri volgarizzatori (Giulio Bussi e Remigio Fiorentino). Una delle ultime sue fatiche fu la compilazione delle note in calce all’opera di Francesco Mezzabarba Birago Imperatorum Romanorum numismata (Milano, 1730), nell’edizione curata da Filippo Argelati. Trascorsi quattro anni a Milano, il Biacca tornò a Parma accolto in casa del conte Ottavio Bondani.
FONTI E BIBL.: Giornale de’ letterati d’Italia, Venezia, XX, 1715, 450-451; F. Argelati, in F. Mezzabarba Birago, Imperatorum Romanorum numismata, Mediolani, 1730; G.M. Crescimbeni, Dell’istoria della volgar poesia, VI, Venezia, 1730, 406; Novelle della repubblica letteraria, II, 1730, 23-24; F. Argelati, Raccolta di tutti gli antichi poeti latini, III, Milano, 1732, VII, 1735, XXI, 1740 (prefazioni); Novelle della repubblica letteraria IX 1737, 90-91; F.S. Quadrio, Della storia e della ragione d’ogni poesia, II, Milano, 1741, 549, 661, e IV, 1749, 63, 117, 347; A. Calogerà, Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, XXXII, Venezia, 1745, 422; Novelle letterarie, XVI, 1755, 413; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, II, 2, Brescia, 1760, 1116-1118; F. Argelati, Biblioteca dei volgarizzatori, Milano, 1767, I, 200, III, 104, 153, 237, 416, e IV, 111; G. Adorni, Traduzione in terza rima della chioma di Berenice di Callimaco, Parma, 1826, 101-102; A. Lombardi, Storia della letteratura italiana nel secolo XVIII, IV, Modena, 1830, 73-74; I. Affò-A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII, Parma, 1833, 9, 13, 16, 19, 60-65, 90; T. Puccini-C. Lanza, Poesie di Catullo, Tibullo e Properzio, Napoli, 1867, 26-27, 30-31, 64-65, 74, 76, 77; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 56-57; C. Trabalza, Storia della grammatica italiana, Milano, 1908, 347; L. Marziano, in Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 820-821.

BIAGI ZACCARIA
Parma 1831/1853
Patriota, prese parte ai moti del 1831.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 122.

BIAGIO DA PARMA, vedi MARCHI FEDERICO e PELACANI BIAGIO

BIANCARDI UGOLOTTO, vedi BIANCARDO UGOLOTTO

BIANCARDO UGOLOTTO
Parma 1345 c.-Madregolo 1408/1420
Nobile parmense, nacque da Antonio e da Caterina Lupi della casa dei marchesi di Soragna. Viene ricordato per la prima volta in un documento del 3 marzo 1363, in cui il giovane Biancardo, chierico, ottenne dallo zio Giovanni Lupi, canonico a Padova, un beneficio. Una quindicina d’anni più tardi lo si trova già decisamente avviato, come altri cadetti del suo tempo, nel mestiere delle armi. Il 5 dicembre 1378, insieme con Alberico da Barbiano, alla cui scuola si era formato, ratificò, in territorio mantovano, il patto di assoldamento a Venezia della compagnia di San Giorgio. Poco dopo fu in Toscana, sempre con la stessa compagnia, dove s’impegnò a non molestare Firenze. Nel 1380 fu mandato da Francesco il Vecchio da Carrara, Signore di Padova, contro Udine, nella lotta accesasi tra questa città e il patriarca di Aquileia. Di lì fu richiamato nel 1386, appena scoppiata la guerra tra Padova e Verona, e combatté nello stesso anno contro gli Scaligeri a Castelbaldo e, l’anno dopo, a Castegnaro, dove si distinse per decisione e coraggio. Nello stesso 1387 passò al servizio del Signore di Milano Gian Galeazzo Visconti, il quale lo aveva richiesto al suo alleato padovano. Così il Biancardo, pagato a metà dai due signori, partecipò alla guerra che il Carrarese e il Visconti mossero contro Verona, nel corso della quale fu ferito. Dopo la sconfitta degli Scaligeri e l’occupazione di Verona (ottobre 1387) i Vicentini, per non cadere nelle mani dei Padovani, si diedero, il 22 ottobre 1387, in custodia al Biancardo perché ricevesse la città in nome del Visconti, e nonostante le proteste del Carrarese, che si richiamava ai patti di spartizione dei territori scaligeri, questi si tenne Vicenza. Nel conflitto seguitone tra Gian Galeazzo Visconti e Francesco da Carrara, il Biancardo combatté contro il suo antico Signore, partecipando all’occupazione di Padova nel novembre del 1388. Subito dopo Iacopo dal Verme, capitano generale visconteo, lo inviò a prendere possesso di Treviso e qui egli ottenne da Francesco il Vecchio il perdono per averlo abbandonato. L’anno seguente, quando si resero sempre più tesi i rapporti tra Milano e Firenze, il Biancardo fu mandato dal Visconti in Romagna, ma, allorché Padova riuscì a cacciare i Viscontei (nel giugno del 1390), venne prontamente richiamato nel Veneto in soccorso delle genti del suo Signore. Prima però di muovere contro Padova, si diresse contro Verona ribellatasi anch’essa sull’esempio padovano. Il 26 giugno 1390 entrò vittorioso nella città, dove le sue soldatesche compirono una strage feroce, che ebbe termine dopo qualche giorno per l’intervento di Caterina, moglie di Gian Galeazzo. Da Verona il Biancardo passò a Padova senza riuscire a impadronirsene, subendo anzi nel territorio padovano qualche rovescio militare. Verso la fine dell’anno operò nel Bolognese donde, agli inizi del 1391, ritornò ancora una volta nel Veronese continuamente impegnato nella lotta contro i Padovani. Divenuto, nel frattempo, capitano generale del Visconti insieme con Iacopo dal Verme, come attesta il Vergerio, compì azioni militari in altre regioni e in particolare nell’Alessandrino, dove ebbe parte nella clamorosa sconfitta del conte d’Armagnac (luglio 1391). Partecipò nel 1397, sempre al servizio del Visconti, alla guerra contro il Gonzaga, facendo uso, a detta del Platina, di frecce avvelenate, ma non poté evitare una grave sconfitta a Governolo (agosto 1397). Destinato nel testamento del Visconti, redatto nel 1397, a far parte del consiglio di reggenza per il figlio Giovanni Maria, tra il 1397 e il 1403 fu nominato prima capitano e poi generale maresciallo di Verona per difenderla contro le mire dei Carraresi. Scoppiata la guerra in seguito al fallimento delle trattative di San Martino Buon Albergo, cui il Biancardo aveva partecipato sul finire del 1403 in rappresentanza dei Viscontei, dopo alcuni episodi bellici che ebbero per il Biancardo esito infelice, Francesco Novello da Carrara il 10 aprile 1404 occupò Verona. Il Biancardo, trinceratosi nella cittadella, fu costretto ad arrendersi il 27 aprile. Si ritirò a Parma, dove possedeva numerosi beni e dove, nell’estate dell’anno 1404, lo si trova implicato in lotte per il possesso del castello di Madregolo. Passò, sempre nel 1404, al servizio dei Veneziani, ma probabilmente per poco tempo perché già nel dicembre si trovava di nuovo nei suoi posssessi di Madregolo. Negli anni successivi è attestata la sua presenza nel Parmense, dove, infermo e ormai avanzato in età, fece testamento nel 1408. È questa l’ultima notizia che si conosce di lui, ed è lecito supporre che sia morto poco dopo. Nel 1421 il suo castello era già raso al suolo, nel timore forse che servisse da rifugio a qualche ribelle. Il Biancardo non fu sprovvisto di cultura: contò tra i suoi amici l’umanista vicentino Antonio Loschi e a Verona, discutendo col Marzagaia di lettere, si professò ammiratore di Apuleio. Ebbe quattro figlie, Giovanna, Caterina, Agnese e Palma, tutte naturali.
FONTI E BIBL.: G.B. Verci, Storia della Marca trivigiana e veronese, Venezia, 1790, XVII, App., docc. 1907, 1916, 1925, 1927, 1936, XVIII, App., docc. 1966, 2000, 2025; L. Osio, Documenti diplomatici tratti dagli archivi milanesi, I, Milano, 1864, 329; I libri commemoriali della Repubblica di Venezia. Regesti, a cura di R. Predelli, III, Venezia, 1883, 138, 194; Chronicon Estense, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XV, Mediolani, 1729, col. 520; Sozomeni Pistoriensis, Specimen historiae, in Rerum Italicarum Scriptores, XVI, Mediolani, 1730, col. 1175; P.P. Vergerii Iustinopolitani, Orationes et epistolae variae historicae, in Rerum Italicarum Scriptores, col. 228; Andrea de Redusiis de Quero, Chronicon Tarvisinum, in Rerum Italicarum Scriptores, XIX, 1731, coll. 784, 790, 791; Platinae, Historiae Mantuanae, in Rerum Italicarum Scriptores, XX, 1731, coll. 763-776, 784-787; L. Bonincontrii Miniatensis, Annales, in Rerum Italicarum Scriptores, XXI, 1732, coll. 56-57; Antiche cronache veronesi, a cura di C. Cipolla, in Monumenti storici pubblicati dalla Regia Deputazione veneta di storia patria, Venezia, 1890, ad Indicem; Platinae Historici, Liber de vita Christi ac omnium pontificum, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a ediz., III, I, a cura di G. Gaida, 289; Conforto da Costoza, Frammenti di storia vicentina, in Rerum Italicarum Scriptores, XIII, I, a cura di C. Steiner, 40, 41, 44; G. e B. Gatari, Cronaca carrarese confrontata con la redazione di Andrea Gatari, in Rerum Italicarum Scriptores, XVII, I, a cura di A. Medin e G. Tolomei, ad Indicem; Corpus chronic. Bononiensium, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, I, vol. III, a cura di A. Sorbelli, 401, 406, 407, 433; Annales Forolivienses, in Rerum Italicarum Scriptores, XXII, 2, a cura di G. Mazzatinti, 75, 76; Marchionne di Coppo Stefani, Cronaca fiorentina, in Rerum Italicarum Scriptores, XXX, I, a cura di N. Rodolico, 367; A. Cornazano, Dell’arte militare, Venezia, 1493, c. 10 v; B. Pagliarino, Croniche di Vicenza, Vicenza, 1663, 117, 123-124, 131-132, 245; P. Zagata, Cronica della città di Verona descritta da Pier Zagata, ampliata e supplita da G.B. Biancolini, I, Verona, 1745, 123, 127-128, II, Verona, 1747, 21, 31-38; G. Bonifaccio, Istoria di Trevigi, Venezia, 1744, 433, 437, 441; A. Pezzana, Storia della città di Parma, I-II, Parma, 1837-1842, ad Indices; L.A. Muratori, Annali d’Italia, IV, Milano, 1838, 51, 53, 59-60, 62, 71-72, 85, 89; E. Ricotti, Storia delle compagnie di ventura in Italia, II, Torino, 1844, 182 s., 186, 189, 218; G. Canestrini, Documenti per servire alla storia della milizia italiana, in Archivio Storico Italiano XV 1851, LXXII-LXXIII; V. Fainelli, Podestà e ufficiali di Verona, Verona, 1909, 52, 55; G. Galli, La dominazione viscontea a Verona, in Archivio Storico Lombardo LIV 1927, 513, 515, 517, 520, 529, 531, 533, 541; P. Pieri, Milizie e capitani di ventura in Italia nel Medio Evo, in Atti dell’Accademia Peloritana XL 1937-1938, 3-20; D.M. Bueno de Mesquita, Giangaleazzo Visconti Duke of Milan, Cambridge, 1941, ad Indicem; F. Cognasso, L’unificazione della Lombardia sotto Milano, in Storia di Milano, V, Milano, 1955, 534; F. Cognasso, Il ducato visconteo da Gian Galeazzo a Filippo Maria, in Storia di Milano, VI, 1955, 34, 62, 73, 110; T. Sartore, in Dizionario biografico degli Italiani, X, 1968, 39-41.

BIANCAZZI GIUSEPPE
Colorno 1703-
Fu suonatore di cembalo. Nel 1726 si trovava a Piacenza.
FONTI E BIBL.: Fiori; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

BIANCHEDI ANTONIO
-Parma 24 febbraio 1881
Cittadino intemerato per fermezza di carattere, fu caldo patriota del Risorgimento Italiano.
FONTI E BIBL.: Il Presente 25 febbraio 1881, n. 55; Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 400.

BIANCHEDI CAMILLO
Parma 1880
Fu agronomo di valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 123.

BIANCHEDI CIRO
14 gennaio 1848-Parma 27 settembre 1887
Valoroso soldato, fece la campagna risorgimentale del 1866.
FONTI E BIBL.: Cenno Necrologico, in Il Presente 27 settembre 1887, n. 257; L’Avanguardia 27 settembre 1887, n. 230; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 194.

BIANCHEDI ELEONORA
Parma 26 ottobre 1890-
Vestì l’abito monacale delle Orsoline, cambiando il proprio nome di Eleonora in quello di Imelda. Scrisse interessanti opere di agiografia, tra le quali merita che siano ricordate: Maria Barbara dei Conti Radini Tedeschi (1919), La madre Brigida di Gesù (1920), Una candida rosa (1924), Un’anima sposa all’amor Crocifisso (1925), Fiore angelico (1926), Una gemma della compagnia di Gesù (1927), Dalla morte alla vita (1932).
FONTI E BIBL.: M. Gastaldi, Panorama della letteratura femminile contemporanea, Milano, 1936, 612; Bandini, Poetesse, 1941, 92-93; E. Cremona, Una suora piacentina nella religiosità del nostro secolo, in Bollettino Storico Piacentino 61 1966, 33-35.

BIANCHEDI IMELDA o IMELDE, vedi BIANCHEDI ELEONORA

BIANCHEDI ITALO
Parma 1895
Dottore in legge, esercitò per molti anni la professione di avvocato. Coprì diverse cariche pubbliche, tra cui quelle di consigliere e assessore comunale. Fu uno dei primi fondatori della Democrazia Parmense. Per le sue doti fu nominato archivista del Comune di Parma il 2 aprile 1895.
FONTI E BIBL.: Giornale di Parma 10 giugno 1904; Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.

BIANCHETTI EGIDIO
Parma-Milano aprile 1957
Uscito nel 1910 dal Conservatorio di Parma, diplomato in violino e viola a pieni voti e giovanissimo, fece parte per lungo tempo delle migliori orchestre in Italia e pure all’estero. Ma il Bianchetti, fin da ragazzo, ebbe anche una innata predilezione per gli studi letterari. Alla quotidiana applicazione nelle materie musicali, fece dunque da contrappeso la sua passione per la letteratura. Polemista per istinto, molto stimato e rispettato, per diversi anni fu il capo orchestra della Scala di Milano e sostenne e vinse molte battaglie in favore dei colleghi, dimostrandosi particolarmente agguerrito in materia sindacale: difese con molta autorità e competenza la classe degli orchestrali e le sue argomentazioni furono sempre sostenute con una esemplare onestà. In seguito abbandonò la professione di sindacalista e, dopo un periodo di semplice collaborazione, fu assunto dalla casa editrice Mondadori. Divenne così il revisore, forse il più accreditato, dei classici e curò con una dedizione e uno scrupolo quasi fanatico la pubblicazione delle opere di D’Annunzio, dal quale parecchie volte si recò a colloquio per sottoporgli alcune riserve su parole che sembravano travisate da incomprensione del manoscritto. D’Annunzio fu assai grato e riconoscente all’opera del Bianchetti e alle sue scrupolose attenzioni, come attestano alcune lettere e una fotografia del poeta