BORANI-BORZAGNA
BORANI LUIGI
-Parma 1805
Figliastro del conte Giuseppe Camuti, gli successe (1800) nella cattedra di chimica
dellUniversità di Parma. Morì giovanissimo, senza aver potuto dar inizio, come
già era avvenuto al padre, alle sue lezioni universitarie.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, IV, 1833, 625.
BORANI CAMUTI LUIGI, vedi BORANI LUIGI
BORASCHI ALBERTO
Palanzano 1919-1986
Nato da una famiglia che vanta diversi notai già dal XV secolo sia a Palanzano che
a Parma, il Boraschi, dopo avere studiato nei collegi a Firenze e a Lodi, si laureò a
Parma in legge distinguendosi in particolare nelle lingue greca e latina. Giunta la
seconda guerra mondiale, il Boraschi militò nellesercito come ufficiale degli
alpini entrando poi nelle file dei partigiani. Si distinse per i suoi ideali di libertà e
democrazia. Nel dopoguerra fu impiegato in provincia, poi vinse un concorso come direttore
dellArchivio Notarile di Parma, avendo così modo di applicare con successo il
latino alla paleografia. Questo impiego gli consentì di aiutare i suoi nove fratelli,
rimasti orfani della madre in giovane età. Il Boraschi si distinse per una difficoltosa
trascrizione delle imbreviature scritte nel 1453 dal podestà delle Valli dei Cavalieri,
Bartolomeo da Casola. Unaltra laboriosa trascrizione, sempre da lui eseguita, fu
quella dellestimo del sale fatto dagli Estensi nel 1415 nelle Valli di Cavalieri.
Ciò permise di avere uno specchio della vita reale della popolazione delle Valli del
tardo Medioevo. I suoi lavori si trovano pubblicati in vari numeri de Le Valli dei
Cavalieri. Il Boraschi fu inoltre incaricato dal generale Dalla Chiesa di ricostruire la
storia del suo casato e partecipò a uno studio di antropologia dal titolo Wealt
distribution in Appennine Valleys, con Bernard Siegel della Stanford University della
California. Una malattia contratta in Argentina lo colpì in modo irreversibile causandone
la morte.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 dicembre 1997, 19.
BORASCHI DOMENICO
Palanzano 1920-Borgo Val di Taro 12 febbraio 1973
Si laureò a Genova in lingue straniere nel 1948. Insegnò dapprima ad Ancona e, in
seguito, allIstituto Magistrale di Borgo Val di Taro e, dal 1960, allIstituto
Tecnico Melloni di Parma. Nellottobre 1972 ottenne la nomina a preside a Borgo Val
di Taro. Fu uno dei più coraggiosi protagonisti della lotta partigiana e il suo nome di
battaglia (Amleto) rimase legato a imprese spericolate nelle quali emersero, tra le pieghe
di un carattere e di un temperamento personalissimi, doti eccezionali, sempre ispirate a
una profonda umanità. Chiamato alle armi dopo l8 settembre 1943, vestì la divisa
della Repubblica di Salò il tempo necessario per riscuotere il soprassoldo e ottenere
quindici giorni di licenza. Tornato a Palanzano, per un certo tempo si inserì nelle
formazioni di Giustizia e Libertà, ma ben presto la sua natura ribelle, individualistica,
il suo temperamento insofferente a imposizioni lo portarono ad agire quasi isolatamente e
a costituire uno sparuto gruppo di gappisti conosciuto sotto il nome di Stella assurra.
Nellagosto del 1944, in piazza Garibaldi a Parma, in divisa tedesca, il Boraschi
avvicinò due ufficiali della Wermacht, puntò contro di loro larma e li portò
prigionieri a Tizzano, dove li consegnò al comando partigiano. Altra impresa analoga
avvenne, ancora a Parma, nel settembre, in borgo Giacomo Tommasini. A Fontanini di
Vigatto, ai primi di aprile, catturò tre militi della Brigata nera. Ma il teatro dei suoi
colpi più audaci fu la zona di ponte Dattaro: quasi sempre si conclusero con qualche
automezzo o qualche militare tedesco portati sulle montagne. La vita partigiana del
Boraschi fu ricchissima di questi episodi, che egli stesso volle riportare nel libro Vita
partigiana, uscito nellimmediato dopoguerra. Di formazione cristiana (studiò anche
presso i missionari saveriani), sui monti cercò il contatto con elementi delle brigate
cattoliche, in particolare con Centurio Cerdelli, Bruno Spadini ed Ennio Biasetti. Alla
fine, entrò a far parte della III Julia. Per le sue imprese, fu decorato di medaglia
dargento al valore militare. Dopo la liberazione si dedicò allinsegnamento e
scrisse un secondo libro (Incidenze prospettive della scuola italiana). Tornò poi alla
vita politica, nelle file della Democrazia Cristiana e, candidato alle elezioni
amministrative del giugno 1970, fu eletto consigliere comunale di Parma con 889
preferenze. Anche in questo incarico portò limpeto della sua schiettezza, a volte
forse impulsiva, ma sempre animata da onestà di intenti e coerenza di ideali.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 febbraio 1973, 4.
BORASCHI PIETRO
Parma 1915-1997
Venne ordinato sacerdote nel 1941 e fu per due anni cappellano nella parrocchia
della Santissima Trinità, per sei anni parroco a San Polo, per ventinove anni al Corpus
Domini e per sei in Santa Cristina. Creò le case di riposo Villa San Bernardo e Villa
SantIlario a Porporano di Parma, prima per i religiosi anziani e poi anche per i
laici. Lasciò la direzione delle due case nel 1991 per ragioni di salute.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 61.
BORBONE ELISABETTA, vedi BORBONE PARMA ISABEL MARIA ANTONIETA
BORBONE ISABELITA MARIA ANTONIETTA, vedi BORBONE PARMA ISABEL MARIA ANTONIETA
BORBONE FRANCIA
LOUISE ELISABETH
Versailles 14 agosto 1727-Versailles 6 dicembre 1759
Figlia di Luigi XV, re di Francia, e di Maria Leczynska. Fu la prima della numerosa
figliolanza del Re, che la chiamava perciò spesso Madame Première o affettuosamente
Babet. A otto anni fu promessa a don Carlos di Spagna, ma Fleury, onnipotente ministro,
ruppe il contratto matrimoniale e la Borbone sposò invece, nel 1739, Filippo di Spagna,
figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese di Parma. Lidea del matrimonio venne
nella capitale spagnola quale segno della nuova amicizia intervenuta tra i due paesi in
seguito allalleanza di Madrid e dellEscorial (1733) e al trattato di Vienna
(1738). Per meglio legare le politiche e i destini dei Borbone di Spagna a quelli di
Francia, la soluzione più opportuna era di unire lInfante alla Borbone. Per essere
ununione dinastica era piuttosto impari e a Parigi non si mancò di commentare
negativamente il fatto che una figlia del Sovrano non andasse sposa a una tête
couronnée. In quel momento infatti Filippo, oltre a vari titoli, tra i quali quello di
Grande Ammiraglio delle Indie, che gli portavano più rendite in denaro che non potere
effettivo, non aveva nulla e le sue prospettive non erano rosee: se avesse voluto una
corona, piccola o grande che fosse, avrebbe dovuto conquistarsela. Appena celebrate per
procura le nozze nella cappella del Castello di Versailles, la Borbone, che portò in dote
la somma di 300 mila scudi doro, oltre a un ricchissimo corredo e magnifici
gioielli, partì per la Spagna, accompagnata dal padre fino a Plessis-Picquet. Separatasi
dal genitore, proseguì il viaggio con la duchessa di Tallard, sua governante, il marchese
La Mina e con un seguito numerosissimo di dame, cavalieri e domestici. Il 13 ottobre 1739,
giunta alla frontiera spagnola, trovò il duca di Solferino che la ricevette e la
complimentò a nome del Re di Spagna e del suo sposo, che incontrò poi ad Alcalà, ove
tutta la Corte si era portata a ossequiarla. Il matrimonio fu celebrato ad Alcalà il 25
ottobre. I primi anni del suo soggiorno a Madrid, li spese a orientarsi, a conoscere
uomini e cose, addestrandosi nei segreti maneggi politici, incoraggiata su questa via
della suocera, regina Elisabetta Farnese, di cui seppe accaparrarsi tutta la fiducia.
Seppe anche, con prudenza, barcamenarsi assai bene tra le due fazioni, spagnola e
italiana, che cercavano di sopraffarsi a vicenda. Sapendo di quale vantaggio le sarebbe
stato lappoggio della Regina, cercò di indovinarne le segrete vedute e di aiutarla
in tutto quanto poteva. Il 31 dicembre 1741 diede alla luce una bambina a cui furono
imposti i nomi di Isabella Luisa, e la sua posizione a Corte migliorò ancora. Alla morte
dellimperatore dAustria, essendo scoppiato un conflitto generale, il marito
Filippo dovette partire per la guerra (1742). Elisabetta Farnese non lo rivide più, la
Borbone lo poté riabbracciare soltanto dopo otto anni. In assenza di Filippo, la Regina e
la Borbone lavorarono parallelamente per lui sul piano diplomatico per ottenergli gli
aiuti necessari e soprattutto per assicurargli lappoggio della Francia, in un primo
tempo riluttante a entrare nel conflitto. Da anni Parigi premeva sul re di Sardegna, Carlo
Emanuele III, la cui alleanza, a prezzo del Milanese, avrebbe risolto rapidamente la
guerra. Ma Carlo Emanuele III era già stato ingannato dai Francesi riguardo il Milanese
dopo la guerra di successione polacca, e fece dunque onore alla sua alleanza con
lAustria. Quando Luigi XV se ne rese conto, anche pressato da Madrid da accorate
lettere della Borbone scritte sotto dettatura della suocera, si decise a schierarsi con la
Spagna e a dare il suo tangibile contributo in uomini e mezzi allinfante Filippo.
Gli sviluppi della guerra furono favorevoli alla Francia nel settore nord, dove Maurizio
di Sassonia ottenne chiari successi nei Paesi Bassi. Meno bene andarono i Gallispani nello
scacchiere sud, dove, dopo alterne vicende, non si poterono conquistare stabilmente che i
ducati di Savoia e di Nizza. Il plenipotenziario di Parigi ad Aquisgrana, Ottavio
Sanseverino dAragona, parmigiano, già suddito austriaco ma egualmente devoto alla
causa di don Filippo, ebbe precise disposizioni dalla capitale per ottenere
allInfante il Ducato di Parma e Piacenza, con laggiunta di Guastalla. A pace
firmata (Aquisgrana, ottobre 1748), la Borbone lasciò Madrid per raggiungere il marito,
passando prima per Parigi. La tappa a Versailles della Borbone ebbe precisi scopi
politici, evidenziati dalla presenza al suo seguito del Carpintero, segretario di Stato
del Ducato parmense: ottenere Sabbioneta e Bozzolo in aggiunta al territorio ducale,
questione non chiarita ad Aquisgrana, e assicurare allInfante una pensione annua da
parte della Francia. Il primo obiettivo andò deluso. Per il secondo si ebbe
soddisfazione: benché la Francia si trovasse con le finanze in pieno dissesto, Luigi XV
accordò 200 mila lire tornesi lanno, una vera boccata dossigeno in tempi di
ristrettezze economiche come quelle che stava attraversando don Filippo, rimasto
pressoché privo degli appannaggi di parte spagnola. La Borbone, lasciata Versailles
nellottobre 1749, arrivò a Parma due mesi dopo. Ben presto fu evidente che troppa
era la differenza tra la piccola Corte parmense e quelle di Versailles e di Madrid, alle
quali la Borbone era avvezza, così ricche di possibilità politiche e diplomatiche. Se a
Parma le uniche preoccupazioni erano quelle di racimolare fondi per far fronte alle
crescenti spese della Corte, la sua sola ambizione era la grande politica, e Parma
rappresentò per lei un orizzonte troppo angusto: nel 1752 riprese la via di Parigi, dove
rimase anche lanno successivo e dove si convenne sulle necessità di giocare
scopertamente la carta Du Tillot. Nel settembre del 1753 la Borbone rientrò a Parma ben
decisa a perseguire i suoi scopi politici e dinastici: in primo luogo sottrarre il Ducato
allinfluenza spagnola e alle interferenze di Elisabetta Farnese, in secondo luogo
cominciare a pensare al destino dei tre figli, ancora in tenera età, avuti da Filippo
(Isabella, Ferdinando e Luisa Maria). Nel Ducato di Parma, da un punto di vista interno,
le cose stavano migliorando nettamente ma, dallalto della sua posizione di
principessa di Francia, la Borbone considerava il marito emarginato dal grande gioco
europeo, quasi esiliato in meschina posizione su di un piccolo e insignificante
territorio. Nel marzo del 1756 tra Versailles e Vienna intervenne un accordo che cambiò
radicalmente i rapporti tra Francia e Austria. In quel trattato si facevano delle
allusioni che indussero la Borbone a ritenere giunto il momento per il marito di entrare
in possesso dei Paesi Bassi. Vi fu un complesso intreccio di rapporti tra La Borbone, il
Bernis, ambasciatore francese a Venezia, il Choiseul, ambasciatore francese a Roma, e la
Pompadour, favorita di Luigi XV. Alimentata nelle sue ambizioni, la Borbone prese per la
terza volta la via di Parigi, dove giunse nel settembre del 1757. Ma la nuova sistemazione
di Filippo era legata a fatti esterni praticamente irrealizzabili, come la rinuncia della
Slesia a opera di Federico di Prussia. Fu lo stesso Bernis, divenuto nel frattempo
ministro degli affari esteri, a comunicare alla Borbone che il suo desiderio doveva
rimanere tale. La Borbone, in concreto, da questo suo viaggio a Parigi ottenne poco: il
Condillac quale precettore per Ferdinando e lottimo matrimonio per Isabella, che
andò sposa a Giuseppe II dAustria. Poco dopo, quando don Carlos lasciò Napoli per
salire sul trono di Spagna, la Borbone pensò a Filippo per leventuale successione
nel Regno delle Due Sicilie, ma ne fu dissuasa da Choiseul. Insistette di nuovo per i
Paesi Bassi e poi per la Lorena ma non poté ottenere nulla. La Borbone, colpita dal
vajolo, venne repentinamente a morte in Versailles. Il suo corpo venne trasportato nelle
tombe reali di San Dionigi ove laveva preceduta sua sorella gemella, Enrichetta,
qualche anno prima. Volle lassoluta influenza francese nel Ducato di Parma quale
presupposto per una diversa e più prestigiosa collocazione del marito. Riuscì soltanto
la prima parte del suo ambizioso piano: linfluenza francese si risolse infatti negli
aspetti tecnici e culturali. La Borbone protesse le arti, le scienze e le lettere e fondò
unaccademia di disegno, facendo venire da Parigi pregevoli modelli in gesso per uso
degli studiosi. Parma diventò una piccola Atene, ove accorrevano i più chiari ingegni
dItalia.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia SantAngelo Custode, 1853, 49; Parma
nellArte 1 1969, 89-93; Dizionario storico politico, 1971, 753; U. Delsante, in Al
Pont ad Mez 1 1977, 46-48; C. Artocchini, Padrone di Parma e Piacenza, 1975, 57-61.
BORBONE PARMA
ALICE MARIA CAROLINA
Parma 27 dicembre 1849-Friedegg 16 gennaio 1935
Figlia di Carlo e di Luisa Maria di Berry. Sposò il granduca Ferdinando di Lorena,
matrimonio dal quale nacquero numerosi figli, tra cui larciduca Leopoldo Ferdinando,
noto sotto il nome di Leopoldo Wölfling, e Luisa, che andò sposa al principe ereditario,
che diventò poi re di Sassonia. Il marito della Borbone era figlio di Leopoldo, granduca
di Toscana, che abdicò il 27 luglio 1859 in favore del figlio, ritirandosi a vita privata
in Austria. La Borbone era più giovane di quattordici anni del marito, il quale però
morì ventisette anni prima di lei, nel 1908 a Salisburgo. La Borbone fu molto amata e
stimata per tutto il tempo in cui dominò in Austria la monarchia degli Asburgo. Poté
rifulgere di splendore principesco nei ricevimenti a Corte, fino a quando letà
avanzata, la vedovanza e il crollo della duplice monarchia, la portarono a dedicarsi con
maggiore intensità alle opere di bene e di assistenza benefica nella città di
Salisburgo, dopo avere anche rinunciato a tutti i diritti e privilegi derivanti
dallappartenenza alla casa dAsburgo-Lorena, secondo i sensi della legge del
1919, che solo dopo tale rinuncia le consentì la permanenza in Austria. La Borbone si
distinse anche nellattività di soccorso spirituale e materiale durante tutto il
tempo della prima guerra mondiale.
FONTI E BIBL.: Crisopoli 3 1935, 205-206.
BORBONE PARMA CARLO II, vedi BORBONE PARMA CARLO LUDOVICO
BORBONE PARMA CARLO III, vedi BORBONE PARMA FERDINANDO CARLO
BORBONE PARMA CARLO
LUDOVICO
Madrid 22 dicembre 1799-Nizza 16 aprile 1883
Figlio di Ludovico, re di Etruria e di Maria Luisa di Borbone-Spagna, figlia di
Carlo IV. Alla morte del padre nel 1803 ereditò il titolo di re di Etruria, che gli fu
tolto nel 1807 da Napoleone Bonaparte, dal quale venne confinato in Francia, dove rimase
fino alla caduta dellImpero. Nel 1817 fece il suo ingresso a Lucca insieme con la
madre, alla quale, con latto addizionale al trattato di Vienna, era stato assegnato
il Ducato lucchese in temporanea sostituzione di quello parmense. Le peripezie dei primi
anni della sua vita, quando linvasione francese e la dominazione napoleonica
privarono il Borbone del Ducato di Parma e poi delleffimero Regno di Etruria,
costringendolo fanciullo e adolescente a una sia pur larvata prigionia, indubbiamente
incisero in maniera determinante sulla sua educazione e sulla sua formazione culturale e
politica. In mancanza di fonti dirette che possano chiarire quale tipo di istruzione gli
fu impartita, ci si può solo richiamare alle testimonianze dei contemporanei, che
parlano, anche se non tutti concordemente, di una vasta cultura, acquisita attraverso un
lavoro personale, non sempre coerente e ordinato. Gli interessi rivelati negli anni della
maturità dimostrano la natura volubile della sua intelligenza, attratta fin dalla prima
giovinezza dai rami più disparati del sapere, dalla medicina alla musica (compose egli
stesso musica sacra), alle lingue straniere. Di quali letture egli sia nutrito è
difficile dire: certo è che apparve ben presto orientato a soffermarsi prevalentemente su
argomenti di carattere umanistico. Non si trattò di uno studio profondo e sistematico,
che né le circostanze né il suo carattere gli permettevano: sono interessi ed entusiasmi
improvvisi che lo spinsero ora in una direzione ora in unaltra, fino a quando non si
concentrò in maniera particolare sugli studi biblici e liturgici. Le incertezze, i dubbi,
linsicurezza, in cui trascorse ladolescenza, non superati col sopraggiungere
della maturità, furono allorigine di molte sue azioni incoerenti e contraddittorie
e della sua inguaribile irrequietudine. Sarebbe inutile pretendere di ricercare quanto vi
sia ancora di illuministico e razionalistico nella sua formazione giovanile e quanto egli
abbia poi assorbito lo spirito prettamente romantico del periodo della Restaurazione. Non
fu infatti un intellettuale, ma piuttosto un dilettante, intelligente e appassionato, che
subì innegabilmente il fascino di certi gusti e certi indirizzi del suo tempo.
Alletà di diciotto anni, giungendo a Lucca come principe ereditario, si trovò
sottoposto a un controllo continuo da parte della duchessa Maria Luisa, meschina e
bigotta. Linfluenza materna su di lui, se si può ritrovare in alcuni aspetti
marginali, come nel gusto per lo sfarzo spagnolesco della Corte, che anche il Borbone ebbe
in grado notevole, fu in complesso molto relativa, anzi determinati atteggiamenti del
Borbone vanno forse giudicati come il risultato di una profonda avversione alla grettezza
di Maria Luisa in campo religioso e alla sua durezza nel modo di governare. Nel 1820
sposò Maria Teresa di Savoja, figlia di Vittorio Emanuele I, la quale fu molto diversa
per temperamento e per carattere dal Borbone, legata molto profondamente, per
leducazione familiare ricevuta, alla tradizionale religiosità della fede cattolica.
Morta la madre il 13 marzo 1824, il Borbone salì al trono. Passò i primi anni del suo
regno quasi interamente allestero. Nel momento in cui su di lui cadde la
responsabilità di governare uno Stato, sia pur piccolo, sia pur non legittimo della sua
casata, egli sembrò disinteressarsene, preferendo viaggiare attraverso lItalia e
lEuropa. Tra il 1824 e il 1827 fu spesso a Roma e a Napoli, più volte a Modena,
meno di frequente a Torino perché lausterità dei parenti della moglie e della
Corte piemontese gli fu poco accetta. Dal 1827 al 1833 lo attrassero soprattutto il mondo
germanico e slavo: non solo Vienna (dove affittò il palazzo Kinsky) ma anche Berlino,
Francoforte, Praga, per non parlare di puntate in altre capitali di stati germanici e di
lunghi soggiorni nei suoi castelli di Uchendorff e di Weisstropp. Se tracciare la
biografia di un principe regnante significa generalmente ripercorrere la storia del suo
Stato, non è così per il Borbone: la sua storia personale e quella del Ducato di Lucca
procedettero spesso su due binari distinti, soprattutto negli anni 1824-1840, in cui la
responsabilità di governo rimase in mano al ministro Ascanio Mansi. Si è attribuito a
volte al Borbone il merito di aver apportato al sistema di governo alcune modifiche, le
quali, pur deludendo le aspettative di una parte dei suoi sudditi, che speravano in un
ritorno alla costituzione del 1805, potevano tuttavia preludere a una migliore
organizzazione dello Stato. In realtà questo non subì sostanziali trasformazioni dal
1817 in poi e con lavvento al trono del Borbone si ebbe solo un aumento del numero
dei consiglieri di Stato, aventi il compito di discutere le leggi, in via puramente
consultiva. Tra il 1824 a il 1829 furono presi alcuni provvedimenti relativi ai dazi, a
una certa libertà di commercio, a sgravi fiscali, al catasto. Sul piano culturale fu
favorito lo sviluppo del liceo universitario e listituzione di scuole di mutuo
insegnamento. Ma queste riforme si ebbero mentre il Borbone era lontano da Lucca e la loro
attuazione è quasi sempre da attribuire alliniziativa del ministro Mansi. Sembra
che il Borbone si sia limitato a proporre alcune innovazioni, come la fondazione di un
ospedale omeopatico (per altro mai realizzato) e lapertura degli asili infantili
(stima e amicizia lo legarono allAporti e a Matilde Calandrini). Si trattò di
improvvisi entusiasmi per cose che vedeva realizzate allestero e che ordinò si
facessero anche a Lucca, senza tanto sottilizzare se le condizioni locali erano atte a
recepirle. La sua continua lontananza creò non poche difficoltà al governo: spesso
capitava che egli firmasse o non firmasse i decreti sovrani secondo lo stato danimo
del momento, senza una vera conoscenza delle questioni. Linteresse di dirigere la
cosa pubblica in modo tale da salvaguardare il più possibile lautonomia del piccolo
Stato fu propria del lucchese Mansi, non dello straniero Borbone: a Lucca si diceva che se
questi ne era il duca, Mansi, ne era il re. Conscio della precarietà dellesistenza
dello Stato in quanto tale e della funzione solo transitoria del Borbone come suo capo, il
vecchio ministro si propose di varare quei provvedimenti e attuare quelle opere che
sicuramente il futuro governo toscano avrebbe trascurato, preoccupandosi nello stesso
tempo di non urtare la suscettibilità del granduca, che, quale legittimo successore, tese
a opporsi a ogni atto pregiudizievole ai suoi diritti. Non sempre questa politica del
Mansi corrispose ai desideri del Borbone, che, pur stimandolo, non lo amava e ne subì mal
volentieri lautorità. Geloso del suo potere, il Borbone giunse a rimproverargli di
aver troppo legato Lucca a Firenze, dimenticando però lanomalia sancita dal
congresso di Vienna, per cui la piena sovranità del duca di Lucca risultava limitata da
unaltra sovranità, quella del granduca di Toscana, che in effetti considerò i
Borbone solo usufruttuari della città. Si può forse attribuire a una improvvisa presa di
coscienza di questa anomalia il tentativo che il Borbone avrebbe fatto nel 1829, secondo
voci diffuse negli ambienti diplomatici, per ottenere dai governi di Madrid e di Parigi il
riconoscimento della sua sovranità su Lucca in modo definitivo, dietro rinuncia ai
diritti su Parma. Questo passo rappresenterebbe un primo segno di insofferenza per
lintromissione altrui negli affari interno del suo Stato, che si manifestò più
chiaramente negli anni successivi. Ma la debolezza e lincostanza del suo carattere
non gli permisero di andare al di là di qualche colpo di testa ed egli non riuscì mai a
sottrarsi allopprimente protezione dei parenti della casa di Borbone o al controllo
dellAustria e, di riflesso, a quello di Firenze e di Modena. Nel 1830 il
riconoscimento di Luigi Filippo, deciso nonostante il parere contrario della Corte di
Madrid, apparve dettato dal desiderio di procedere in modo autonomo nelle proprie scelte.
Il 1830 fu anche lanno della supposta congiura, per cui il Borbone fu Re
dItalia per una notte, secondo lespressione di G. La Cecilia (Memorie
storico-politiche, a cura di R. Moscati, Milano, 1946, pp. 67-70) il quale, venendo
nellautunno a Lucca, avrebbe trovato il Borbone favorevole a concedere la
costituzione e disposto a farsi affiliare alla carboneria. Senza entrare nel merito
dellattendibilità di quanto narra il La Cecilia, resta il fatto che sia potuta
nascere una simile voce. La simpatia manifestata dal Borbone per lambiente liberale
nei pochi mesi del 1830 in cui soggiornò nel Ducato fu indubbiamente sincera e denuncia
uno stato danimo incline alla ribellione sia contro il capo della casa di Borbone,
il detronizzato Carlo X, sia contro la Spagna e lAustria. Il Metternich riuscì
però ben presto a riportarlo alla ragione e a farlo tornare a Vienna. Le voci di un
Borbone liberale si diffusero con insistenza negli anni immediatamente successivi. Nel
1831 sembrò che anche nella pacifica Lucca prendesse forma un movimento cospirativo e che
si stabilissero legami con società segrete di altri stati dellItalia centrale.
Questo sospetto fu sufficiente al Metternich per indurre il Borbone, allora a Vienna, a
ordinare un processo contro gli indiziati di congiura. Ma improvvisamente nel 1833, dopo
tre anni di assenza, il Borbone decise di tornare a Lucca e immediatamente concesse una
piena amnistia (27 agosto), primo esempio in Italia di un gesto di clemenza non parziale,
in assoluto contrasto con latteggiamento degli altri stati della penisola impegnati
in repressioni e condanne. La conseguenza fu lassurgere di Lucca a centro di
interesse internazionale. Mentre negli ambienti diplomatici si diffondeva la voce relativa
alla congiura del 1830, lamnistia sembrò confermare la fama di un Borbone liberale,
che tanto allarme doveva destare nelle varie corti reazionarie dEuropa.
Contemporaneamente nel 1833 trapelò la notizia della sua conversione al protestantesimo,
che si sarebbe maturata durante il soggiorno a Dresda qualche mese prima. Così
nellestate del 1833 il Borbone sembrò avviato, dal punto di vista sia politico sia
religioso, a una svolta decisiva della sua vita. La conversione al protestantesimo e il
passaggio al liberalismo sono stati considerati fenomeni strettamente legati tra loro, il
secondo dipendente dal primo, anzi sua necessaria conseguenza. Ma entrambi, in realtà,
sembrano mancare di una base consistente. Un più attento esame dei testi biblici e
liturgici da lui raccolti e studiati rivelerebbe con maggiore approssimazione se egli
fosse animato da vera esigenza di chiarificazione della propria fede o se non fosse
piuttosto attratto dalla suggestione esteriore dei diversi riti religiosi. La stessa
costruzione nella sua villa di Marlia di una cappella di rito greco unito può essere una
prova del fascino che esercitarono su di lui certe cerimonie (fastose, allorientale
in questo caso, e semplici, spoglie, ma non per questo meno suggestive per un uomo di
educazione spagnolesca, quelle cui aveva assistito nelle chiese luterane) senza però che
ciò significasse una cosciente accettazione dei principî religiosi di cui quelle
cerimonie erano espressione. Questa avventura del Borbone, anche se non mancano studi
sullargomento, non è stata interamente chiarita. Forse non è sufficiente
ricollegarla alla lettura del libro sullApocalisse del pastore ginevrino Basset, che
avrebbe calmato le sue paure per gli sconvolgimenti del 1830, profetizzando la caduta del
Papato e il trionfo della cristianità evangelica, spingendolo a intrupparsi nella schiera
ritenuta ormai destinata alla vittoria (Spini). Se al Borbone non si può non riconoscere
una buona dose di superficialità, non per questo gli si deve attribuire un atteggiamento
così meschino e calcolatore. La sua passione per gli studi biblici e liturgici non si
affievolì negli anni successivi (lasciò in eredità al nipote Roberto una ricca
collezione di manoscritti e incunaboli, conservata nella Biblioteca Braidense di Milano).
Ci fu in lui un autentico interesse, che non significa austero impegno di studio:
lacuta sensibilità di uomo debole lo trascinò a improvvisi entusiasmi in tutti i
campi, da quello religioso a quello politico. Non è da escludere che la conversione possa
considerarsi una manifestazione di quel bisogno di autonomia nelle proprie azioni e
decisioni che caratterizzò tanti momenti della sua vita, pur senza mai giungere ad
affermarsi pienamente. In questo schema rientra anche il suo cosiddetto liberalismo: il
Borbone non fu mai un liberale: lamnistia fu un atto di indipendenza di fronte
allAustria, un improvviso colpo di testa con lillusione di conquistarsi
lamore dei sudditi e tornare acclamato in mezzo a loro, per vivere tranquillo a
Lucca e non per iniziare una politica nuova. Forse in quel momento egli ebbe la sensazione
che il suo trono fosse vacillante e che molti, a cominciare dallAustria, tendessero
a sottrarglielo. Lunica persona alla quale egli diede ascolto fu Cesare Boccella, di
cui condivise la stravagante avventura religiosa, nonché latteggiamento
liberaleggiante. Il Borbone non fu un uomo politico e non seppe prevedere le conseguenze
dei suoi atti. In quegli anni la sua figura asssunse un rilievo essenzialmente frutto del
gioco diplomatico di altri: lAustria era interessata a difendere la propria zona di
influenza in Italia, i Borbone di Lucca erano per parentela legati alla Francia e alla
Spagna. Il Borbone si mostrò poco docile ai voleri della Corte viennese e per di più
diede limpressione di lasciarsi trascinare dai circoli liberali dellItalia
centrale. La Francia di Luigi Filippo guardò a sua volta con sospetto allAustria e
come intervenne per limitarne lespansione nello Stato Pontificio, così ne seguì
attentamente le manovre tendenti a mutare la situazione nei ducati dellItalia
centrale. Le voci ricorrenti di una rinuncia totale del Borbone per sé e per i suoi eredi
ai diritti su Parma e di una reversione anticipata di Lucca alla Toscana furono vagliate
con cura dagli uomini politici francesi, che fecero di tutto perché lo status quo non
fosse mutato a favore dellAustria. Ancora nel 1845 (sebbene il Borbone avesse ormai
rivelato indubbie simpatie per i legittimisti, soprattutto quando il figlio Ferdinando
sposò Luisa Maria di Borbone) Guizot sostenne la necessità di difendere i dirtti e gli
interessi di un principe della casa borbonica e si richiamò alla convenzione del 1817
perché la situazione non venisse cambiata senza lintervento di tutte le potenze
firmatarie di quellaccordo. Ma il Borbone fu per natura indocile. In realtà non
desiderò affatto lappoggio della Francia, come cercò di sganciarsi, quando poté,
dalla invadente protezione del Metternich, il quale, non fidandosi di lui, considerandolo
addirittura un pazzo per tare ataviche, lo avrebbe voluto tenere costantemente a Vienna o
almeno lontano dal suo Stato. Il cancelliere austriaco fece di tutto per mettere il
Borbone in cattiva luce presso i governi conservatori, perché se la fama di un Borbone
liberale come era nata allimprovviso, così rapidamente tramontò, rimaneva tuttavia
il fatto che Lucca era diventata un sicuro asilo per liberali fuggiaschi dagli altri
stati. Questa ospitalità concessa agli esuli non fu dovuta al capriccio di un momento ma
continuò negli anni successivi. Un segno del desiderio di conservare una propria libertà
dazione, di essere padrone in casa propria ( anche se per conto dellAustria la
polizia toscana lo sorvegliò continuamente come un vigilato speciale) fu ancora nel 1842
la concessione data allesule Pasquale Berghini di costruire la ferrovia Lucca-Pisa.
Del Borbone protestante si continuò a parlare per qualche tempo perché, per motivi
diversi, la questione interessò Roma e Madrid. La Santa Sede inviò a Lucca il cardinale
Odescalchi, ufficialmente per sistemare una vecchia controversia tra Governo lucchese e
Curia arcivescovile, ma già allora si diffusero voci relative a una abiura del Borbone.
Con la Spagna la situazione si fece sempre più tesa, perché il Borbone non si decideva a
riconoscere Isabella II e sembrò anzi favorevole al pretendente don Carlos, facendo così
il gioco di Madrid che, con la scusa del suo passaggio al protestantesimo, poté negargli
lassegno di cui godeva quale infante di Spagna. Già questa posizione denuncia i
limiti del suo liberalismo: non passò molto tempo e le sue simpatie per i legittimisti
diventarono palesi. Dopo il 1833, via via che aumentavano le preoccupazioni economiche,
divennero meno frequenti i lunghi soggiorno del Borbone allestero. Nel 1836 fu di
nuovo a Vienna, nel 1838, dopo essere stato a Milano per lincoronazione
dellimperatore Ferdinando, proseguì per la Francia e poi per lInghilterra,
dove sembra molto si divertì e molto si indebitò. Nel 1840, mentre moriva il suo
ministro Ascanio Mansi, si trovava a Roma. Ma anche quando risiedette nel Ducato in
realtà era poco presente in città perché preferì soggiornare in campagna (a Marlia, a
Bagni di Lucca dove nel 1837 autorizzò lapertura di un casinò, a Pieve Santo
Stefano, un po meno alle Pianore, divenuto il ritiro di sua moglie). Negli ultimi
anni di vita del Mansi, la partecipazione del Borbone al governo dello Stato divenne però
via via maggiore. Per alcuni provvedimenti, presi tra il 1835 e il 1840, relativi agli
ospedali, alla riorganizzazione degli studi e dei tribunali, alla fondazione di una Cassa
di Risparmio, la sua volontà fu determinante. Nel 1837 promosse unaltra riforma del
Consiglio di Stato e del Consiglio dei ministri. Ma un sostanziale cambiamento egli fece
dopo la morte del Mansi: al fine di evitare la concentrazione di troppo cariche nelle mani
di un unico uomo, correndo il pericolo che si rinnovasse un sistema di governo personale
del segretario di Stato, il Borbone soppresse tacitamente questo ufficio e affidò a
persone diverse quello di presidente del Consiglio dei ministri, di presidente del
Consiglio di Stato, di ministro degli Esteri e dellInterno. Dal 1840 si aprì per lo
Stato lucchese un periodo nuovo, in cui liniziativa sembrò partire dal Borbone
stesso. Col suo favore acquistarono allora influenza uomini di provenienza diversa, anche
di pochi scrupoli e di dubbia reputazione. La sua Corte ebbe sempre un volto molto
eterogeneo: accanto a figure della vecchia nobiltà locale, si trovava gente nuova, anche
di pessima fama, una pletora di avventurieri, di cui il Borbone amò circondarsi a Lucca,
come durante i suoi viaggi per lEuropa. Anche nella direzione dello Stato entrarono
personaggi estranei alla tradizione politica e sociale cittadina che, relegando in secondo
piano il ceto dirigente lucchese, operarono nellegoistico interesse del Borbone
oppure a favore di altre potenze o esclusivamente per il proprio personale vantaggio. La
scelta di uomini come Nicolao Giorgini agli Interni o il liberale Antonio Mazzarosa alla
presidenza del Consiglio di Stato riscossero il consenso dei più e dimostrarono che,
volendo, il Borbone avrebbe saputo circondarsi di uomini eminenti. Ma la nomina a ministro
degli Esteri di Fabrizio Ostini, un romano, creatura del Metternich, fu un sintomo di
acquiescenza ai voleri dellAustria. La fortuna di Ostini durò solo un triennio
(1840-1843) e coincise con un periodo di sempre maggiore dissesto finanziario, che gli
altri membri del governo non riuscirono ad arginare. La situazione economica della casa
ducale mostrò le prime crepe intorno al 1830 e si andò sempre aggravando con gli anni.
Il Borbone, disordinato, imprevidente, megalomane e spesso assurdamente prodigo, più
volte adottò il sistema di liberarsi degli oneri assunti addossandoli allo Stato. Nel
1836 a Vienna ottenne un prestito dalla casa Rothschild, garantito dallimperatore
dAustria. Ma il vantaggio fu di breve durata. Il Tesoro lucchese si trovò sempre
più gravato di nuove spese impreviste. Nel 1840 il governo dovette ricorrere a un
prestito che ottenne dai Levi di Reggio col consenso del governo toscano. Il dissesto
della casa ducale raggiunse il culmine sotto Ostini, che amministrò gli interessi del
Borbone a Vienna dove contemporaneamente lo rappresentava presso la Corte austriaca. Nel
1841 furono venduti, con scarso vantaggio e in modo umiliante i quadri della Galleria
Palatina. Nel 1843 il Borbone chiese allarciduca Ferdinando dEste, fratello
del duca di Modena, di procedere a una revisione generale dei conti. Poi, con la sua
garanzia, ottenne un nuovo prestito da tre case bancarie, tra cui ancora Rothschild. Le
irregolarità perpetrate da Ostini furono scoperte e denunciate dal nuovo idolo del
Borbone, lex fantino inglese Tommaso Ward, una delle più discusse figure
dellentourage del Borbone. La caduta di Ostini, difeso caldamente dal Metternich,
rappresentò una diminuzione dellingerenza del cancelliere austriaco nelle faccende
del Borbone di Lucca, il quale, fidandosi ormai solo di Ward, sembrò voler rivendicare
ancora una volta una propria libertà di azione, nonostante fosse ormai ben conscio di
quanto i prestiti ricevuti lo legassero al giogo austriaco ed estense. Nel 1843 il Borbone
consentì che si svolgesse a Lucca il Congresso degli scienziati, però, temendo di
compromettersi, poco prima dellinizio dei lavori, partì per Vienna. La
preoccupazione di poter essere trascinato, volente o nolente, in atteggiamenti
liberaleggianti, condizionò la sua condotta negli ultimi anni del Ducato. La cautela lo
spinse nel 1845 a rifiutare la grazia a sette malfattori condannati a morte dopo un
clamoroso processo. Questo rifiuto gli sollevò contro gran parte dellopinione
pubblica, proprio negli anni in cui Francesco Carrara portava anche a Lucca il dibattito
sullabolizione della pena di morte. Grave insuccesso per il Borbone fu il trattato
di Firenze del 1844. La segretezza con cui si erano svolti i negoziati per giungere alla
revisione dei confini tra Toscana, Modena, Parma e Lucca non permise immediate reazioni.
Solo in un secondo momento apparve la debolezza del Borbone, che cedette alle pressioni
indirette dellAustria, rinunciando, quale futuro duca di Parma, al ricco territorio
di Guastalla in cambio di alcuni comuni della Lunigiana. Il Borbone, anche se ormai aveva
assunto una posizione rassicurante, fu costretto a subire questa mutilazione del suo
futuro Stato, voluta dal Metternich, che non aveva dimenticato quanto egli avesse
recalcitrato a restare nella sfera di influenza austriaca e forse intese vendicare il
licenziamento di Ostini. Nel 1846-1847, nel momento in cui, dopo lelezione di papa
Pio IX, si maturò unatmosfera nuova, il Borbone assunse atteggiamenti e prese
decisioni che contrastavano con levolversi dei tempi e che gli procurarono una
crescente impopolarità. Prima tra tutte fu la creazione del debito pubblico. Il bisogno
di denaro portò il Borbone, su consiglio di Ward, divenuto ministro delle Finanze, a
rivendicare dei crediti verso lerario lucchese per titoli risalenti a
trentanni prima e considerati illegali dai Lucchesi (il Consiglio di Stato infatti
si astenne dal dare la propria approvazione). Ward riuscì a manovrare abilmente,
ottenendo il consenso, in un primo momento rifiutato, del Granduca di Toscana, in cambio
della cessione dellAzienda del sale e tabacco, di quella del lotto e delle dogane.
Fu un avvio, inavvertito dai più, alla reversione anticipata. Fu lopposto della
linea politica seguita dal Mansi: si sacrificarono gli interessi lucchesi per avviare la
città a inserirsi nella Toscana. Il Borbone non percepì il malcontento creato da questa
situazione, né volle cogliere i fermenti liberali circolanti ormai anche a Lucca, dove
nel 1847 vi fu una serie di dimostrazioni, culminanti nel luglio in una vera e propria
sommossa. Un aspro motu proprio del Borbone, improntato alla più rigida affermazione
della sua sovranità assoluta, segnò linizio della lotta aperta tra il Borbone e i
sudditi. Turbato dal protrarsi di tumulti e agitazioni, si rifugiò nella villa di San
Martino in Vignale. Il 1° settembre 1847, spaventato alla vista della folla che
accompagnava una deputazione, con a capo il Mazzarosa, che aveva lincarico di
sottoporgli uno schema di riforme, firmò un motuproprio con una serie di concessioni. La
sera stessa partì per Massa, ma dopo tre giorni, dietro pressioni di numerosi cittadini,
decise di tornare a Lucca, dove fu accolto trionfalmente. Incapace di far fronte alla
situazione, spaventato allidea di dover cedere ad altre pressioni, il 9 settembre
ripartì per Massa, per trasferirsi pochi giorni dopo a Modena, ove emanò un decreto che
convertì il Consiglio di Stato in Consiglio di reggenza. Il 4 ottobre firmò latto
di cessione di Lucca alla Toscana. Questatto è significativo per inquadrare il
Borbone: la situazione creatasi nel 1847 fu lultima spinta per attuare un disegno,
già delineato in precedenza, che rappresentava una soluzione ai suoi problemi finanziari.
Ma il Borbone, sempre indeciso e poco coerente, mentre maturava lidea di vendere lo
Stato, riaffermò, come forse mai aveva fatto prima, i suoi diritti di sovrano assoluto.
Questa intransigenza difesa di un principio contrastava con quella che ormai era la sua
più vera aspirazione, cioè spogliarsi di qualsiasi peso di governo per vivere,
viaggiare, studiare, divertirsi da uomo libero. Il 17 dicembre 1847 morì Maria Luigia
dAustria ed egli dovette affrontare il dilemma se accettare o rifiutare il Ducato di
Parma. In un primo momento sembrò cedere alla tentazione di sottrarsi alla nuova
responsabilità che cadeva sulle sue spalle e solo dopo un più meditato esame della
situazione si convinse di non poter abdicare, timoroso di pregiudicare i diritti del
figlio, che non riteneva preparato a prendere la successione. Il 31 dicembre 1847 entrò a
Parma, prendendo possesso del trono dei suoi avi, con il nome di Carlo II.
Laccoglienza gelida, anche da parte degli ambienti di Corte, gli diede
immediatamente la consapevolezza delle difficoltà che avrebbe dovuto affrontare. Si
trovò di fronte a problemi e a uomini che non conosceva, in una città dove il movimento
liberale aveva una ben precisa configurazione e i contrasti tra reazionari e democratici
raggiungevano asprezze che lo sconcertarono. Gli mancò la tempra e anche la preparazione
politica per riuscire a dominare una situazione ben più intricata di quella che aveva
lasciato nel piccolo Stato toscano e per potersi barcamenare nelle acque infide della
diplomazia internazionale. I primi atti del suo governo, anche qui, manifestarono uno
sforzo per dare una più moderna organizzazione agli ordinamenti pubblici e alla
amministrazione centrale. Ma ebbero in realtà ben poco rilievo nel tumultuoso sviluppo
degli avvenimenti del 1848. La politica del Borbone, nei pochi mesi in cui fu a Parma,
subì una serie di cambiamenti di indirizzo: prima egli sottoscrisse unalleanza
militare con lAustria, poi, alla notizia della rivoluzione di Vienna e di Parigi,
mutò fronte. Posto ancora una volta nella necessità di scegliere tra la repressione dei
moti e la concessione di riforme, decise per queste ultime e nominò una reggenza con
lincarico di preparare la costituzione. Aderì quindi alla lega dei principi
italiani. La via delle riforme non significò adesione alle nuove idee, ma fu, in
sostanza, un espediente per salvare il trono. Volto allo stesso fine fu il tentativo del
figlio Ferdinando di raggiungere il quartier generale di Carlo Alberto di Savoja. Fu un
passo falso, in quanto il Re di Sardegna, ormai orientato verso la politica delle
annessioni (Piacenza, città primogenita, aveva già chiesto di unirsi al Piemonte),
riuscì a trarre vantaggio dalla leggerezza dei Borbone, negoziando la liberazione del
principe in cambio dellabbandono di Parma da parte del Borbone. Il 9 aprile il
Borbone, trasformata la reggenza in governo provvisorio, si rifugiò nel castello di
Weisstropp. Dopo larmistizio Salasco, rioccupate Parma e Piacenza dallAustria,
il Borbone si affrettò a riaffermare i suoi diritti sul Ducato. Continuò la serie dei
mutamenti di fronte: mentre con la costituzione aveva smentito lalleanza con
lAustria, ora smentiva il governo provvisorio, da lui stesso istituito, andandosene,
e si ributtava in braccio a quella potenza, la quale, restaurando i Borbone sotto la
propria influenza, mirava a ostacolare le mire espansionistiche del Piemonte. Ma, dopo
Novara, il Borbone, pago di aver sostenuto i diritti della sua casa, si decise a una
scelta definitiva e il 14 marzo 1849 firmò latto di abdicazione. Nei molti anni
trascorsi da uomo privato cercò di organizzare la sua vita nel modo che gli era più
congeniale: si dedicò ai viaggi e ai divertimenti, come agli studi prediletti, alternando
i suoi soggiorni prevalentemente tra Parigi e Nizza e il castello di Weisstropp. Il
governo granducale gli permise raramente di tornare in Lucchesia, dove, una volta calmato
il rancore per la vendita della città, si manifestarono rimpianti e simpatie per il
protestante don Giovanni, oggetto in passato di non poche critiche. Nellaprile del
1853 gli fu concesso di partecipare a una riunione di famiglia tenutasi alle Pianore. Nel
1854, alla notizia dellassassinio del figlio, egli non si mosse da Parigi e solo nel
1856 si recò sulla sua tomba a Viareggio e rivide la moglie. Dopo il 1860 poté venire in
Italia liberamente e ne approfittò spesso, perché col passare degli anni la Lucchesia lo
attrasse sempre più. Col titolo di conte di Villafranca fu frequentemente nelle ville di
Montignoso e di San Martino in Vignale. Accolse lunità dItalia come un fatto
positivo: egli era un principe spodestato sui generis, che, mentre aveva volontariamente
ceduto il Ducato di Lucca, serbò rancore verso la Toscana che lo aveva incamerato, e
quindi veder scomparire questultima come Stato indipendente non gli dispiacque.
Daltra parte dimostrò chiaramente di non provare alcun attaccamento per il trono
avito e latroce fine del figlio a Parma suscitò in lui solo sentimenti di
avversione per una popolazione rivelatasi anche nei suoi confronti tuttaltro che
accogliente. Nel luglio 1879 morì Maria Teresa. Come per il figlio, anche per la moglie
la sua reazione fu di fuggire il dolore: rimase a Vienna e venne a Lucca solo
nellottobre.
FONTI E BIBL.: Ampio materiale documentario è conservato nellArchivio di
Stato di Lucca, descritto da S. Bongi, Inventario del R. Archivio di Stato di Lucca, I-IV,
Lucca, 1872-1888. Utili informazioni contengono alcune memorie manoscritte ivi giacenti,
tra cui soprattutto il Diario Provenzali 1837-1872. Altre fonti sono nellArchivio di
Stato di Parma, dove si trovano documenti concernenti la casa ducale anche relativamente
al periodo lucchese. Si ignora la sorte dellarchivio privato dei Borbone, che per un
certo periodo sembra sia stato conservato in una villa della campagna lucchese. Numerose
lettere del Borbone si possono rintracciare tra le carte private di nobili lucchesi,
alcune delle quali sono state depositate nellArchivio di Stato, altre, difficilmente
consultabili, sono ancora conservate negli archivi di famiglia. Concerne i suoi studi di
carattere religioso: A. Alès, Bibliothèque liturgique; description des livres de
liturgie imprimés aux XVe et XVIesiècles, faisant partie de la bibl. de S.A.R. Mgr.
Charles-Louis de Bourbon, I-II, Paris, 1878-1884. Tra le fonti edite: Le relazioni
diplomatiche tra la Francia, il Granducato di Toscana e il Ducato di Lucca, I-II, a cura
di A. Saitta, Roma, 1960. Un quadro complessivo della bibliografia è in Bibliografia
delletà del Risorgimento in onore di A.M. Ghisalberti, I ducati dellItalia
centrale, di M.L. Trebiliani, II, Firenze, 1972, 39-115. Tra le opere più significative
sono: C. Massei, Storia civile di Lucca dallanno 1796 allanno 1848, Lucca,
1878; A. Mazzarosa, Opere, V, Storia di Lucca dal 22 novembre 1817 al 12 ottobre 1847,
Lucca, 1886; G. Sforza, La fine di un ducato, in Nuova Antologia 16 novembre 1893,
306-331, e 16 dicembre 1893, 675-710; G. Sforza, Lultimo duca di Lucca, in Nuova
Antologia, 1° agosto 1893, 447-467, e 1° settembre 1893, 88-111; E. Casa, Parma da Maria
Luigia imperiale a Vittorio Emanuele II (1847-1860), Parma, 1901; C. Sardi, Lucca e il suo
ducato dal 1814 al 1859, Firenze, 1912; G. Sforza, G. La Cecilia e limmaginaria
congiura di Lucca del 1830, in Ricordi e biografie lucchesi, Lucca, 1918, 306-355; M.
Rosi, Giudizi e azione di Carlo Ludovico in seguito ai moti del 1831, in Bollettino
Storico Lucchese VI 1934, 173-189; A. Mancini, Di Lucca il protestante Don Giovanni, in
Giornale Storico della Letteratura Italiana XCI 1928, 86-91; P. Pirri, Di Lucca il
protestante Don Giovanni, in La Civiltà Cattolica 4, 1934, 40, 53, 159-169; N. Nada, La
crisi religiosa di Carlo Ludovico di Borbone e i suoi riflessi politici (1833), in Atti
della Accademia delle Scienze di Torino, classe di scienze morali, storiche e filosofiche,
LXXXIX 1954-1955, 39-115; G. Spini, Risorgimento e protestanti, Napoli, 1956, 188-193; A.
Simoni, La reversione del ducato lucchese al granducato di Toscana, in Bollettino Storico
Lucchese XIII 1941, 94-108; F. De Feo, La reversione del Ducato di Lucca del 1847, in
Archivio Storico Italiano CXXIV 1966, 160-207. Nuovi contributi recano i saggi di A.
DAddario, Ascanio Mansi. La sua personalità e i suoi ideali politici (1773-1840),
in Actum Luce, I, 1972, 7-56; R. Santin, La figura e lopera di Tommaso Ward, in
Actum Luce, I, 1972, 347-358; M.L. Trebiliani, in Dizionario biografico degli Italiani,
XX, 1977, 251-258.
BORBONE
PARMA CARLOTTA MARIA FERDINANDA
Parma 7 settembre 1777-Roma 6 aprile 1813
Figlia di Ferdinando, duca di Parma, e di Maria Amalia dAustria. Dal 1798 fu
monaca domenicana.
FONTI E BIBL.: Carlotta Maria Ferdinanda, in I. Stanga, Donne e uomini del
Settecento Parmense, Cremona, 1946, 295-296; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 152.
BORBONE PARMA
CAROLINA MARIA TERESA
Parma 22 novembre 1770-1 marzo 1804
Figlia del duca di Parma Ferdinando, e di Maria Amalia dAustria. Sposò nel
1792 Massimiliano di Sassonia.
FONTI E BIBL.: L. Bramieri, La partenza di S.A.R. Carolina Maria Teresa di Parma
per le augustissime nozze col Ser.mo Principe Massimiliano di Sassonia. Cantata pastorale,
Parma, Reale, 1792; Carolina Maria Teresa, in I. Stanga, Donne e uomini del Settecento
Parmense, Cremona, 1946, 290-294; M. Mora, Due lettere inedite di Massimiliano di Sassonia
e di Teresa figlia di Ferdinando duca di Parma, in Gazzetta di Parma 12 luglio 1954; B.
Fava, Le nozze della primogenita di Don Ferdinando di Borbone, in Parma Economica 3 1969,
45-55; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 151-152.
BORBONE PARMA
ENRICO CARLO LODOVICO
Parma 12 febbraio 1851-Mentone 14 aprile 1905
Fu il quarto e ultimo dei figli di Carlo e di Luisa Maria di Borbone-Francia: la
primogenita principessa Margherita andò sposa al principe Carlos di Spagna, il
secondogenito fu Roberto, ultimo duca di Parma, terza figlia fu la principessa Alice che
sposò il granduca Ferdinando di Toscana. Pochi giorni dopo la nascita, il Borbone
ricevette dal padre il titolo di conte di Bardi. Il Borbone era ancora un ragazzo di
appena otto anni quando i grandi avvenimenti del 1859 costrinsero la sua famiglia ad
abbandonare il Ducato. La sua vita non fu pertanto legata direttamente alla storia di
Parma. Nel 1864 morì in Venezia la madre Luisa Maria e i quattro suoi giovani figli
furono affidati alla tutela dello zio materno Enrico di Borbone, conte di Chambord, che li
tenne amorevolmente presso di sé nel castello di Frohsdorf, in Austria, e poi nel suo
palazzo in Venezia. Il Borbone, di carattere aperto e cordiale, dotato di una intelligenza
vivace, compì i suoi studi prima a Venezia, quindi presso i gesuiti del collegio di
Feldkirch dove conseguì la licenza liceale. Passò poi in Francia e in Inghilterra per
frequentarvi i corsi universitari. Parlava correntemente litaliano, il francese, il
tedesco, lo spagnolo e linglese e si formò una cultura veramente vasta ed
eclettica. In Inghilterra fu preso dalla passione per il mare e vi seguì i corsi per gli
ufficiali di marina superandone brillantemente gli esami. Aveva ventidue anni quando nel
1873 scoppiò in Spagna la guerra carlista. Il Borbone e il fratello Roberto si
arruolarono nelle truppe del cognato don Carlos, pretendente al trono di Spagna. Il
Borbone ebbe il comando di un reparto di cavalleria, il secondo il comando di un gruppo di
artiglieria. Nella battaglia di Lecor si distinse in modo particolare: il combattimento
stava volgendo al peggio per le truppe carliste quando il Borbone, con la sua cavalleria,
riuscì ad aggirare il nemico e, piombandogli alle spalle con una carica irresistibile,
trasformò in una brillante vittoria quella che ormai sembrava essere una inevitabile
sconfitta. Nellazione il Borbone rimase ferito e per la sua valorosa condotta
ricevette lordine di San Lodovico, alta decorazione militare spagnola. Ritornato
dalla guerra, nel 1874, obbedendo a un impulso cavalleresco e romantico, volle sposare la
principessa Maria Immacolata di Borbone, figlia del Re di Napoli. Questa principessa, di
soli diciannove anni, da tempo gravemente ammalata, amò teneramente il Borbone. Egli, che
pure lamava, vedendo che la principessa era ormai prossima alla fine, decise di
sposarla. Fu un matrimonio di puro sentimento, che fu celebrato contro la volontà dello
zio e tutore e del nonno, il duca Carlo Lodovico. La principessa poco dopo il matrimonio
morì nel castello di Pau, in Francia. Dopo questa dolorosa parentesi sentimentale, la
passione per il mare riprese il Borbone. Acquistò un veliero e, navigando con la sola
vela, rimontò le coste tedesche, danesi e norvegesi sino al Capo Nord e di qui raggiunse
le isole degli Orsi dove giungevano solo poche baleniere specialmente attrezzate, data la
difficoltà della navigazione ai margini della banchisa polare. Tornato a Londra, fu molto
festeggiato e ricevuto solennemente dalla Reale Accademia Geografica che lo insignì della
medaglia doro. Questi riconoscimenti lo spinsero a dedicarsi sempre più
intensamente agli studi oceanografici e specialmente al rilievo delle carte marittime. Il
15 ottobre 1876 si unì in matrimonio con la principessa Aldegonda di Braganza, figlia del
re Michele del Portogallo. Fu una unione felice, anche se non allietata dalla nascita di
figli. Il 25 agosto 1883 morì Enrico di Borbone, conte di Chambord, lo zio amatissimo che
gli aveva fatto da padre, e pochi mesi dopo scomparve pure il nonno, Carlo Lodovico,
spentosi a Nizza più che ottantenne. Sempre più attratto dalla vita del mare, il Borbone
acquistò un grande yacht a vapore che battezzò Aldegonda, in omaggio alla sua sposa, e
con essa, che condivise la sua passione per il mare, intraprese viaggi sempre più
impegnativi. Visitarono così lArabia, le coste del Mar Rosso, lIndia, la Cina
e soggiornarono per vari anni in Giappone, ancora quasi chiuso agli Europei. Il Borbone si
recò in visita ufficiale al Mikado e con landare del tempo riuscì a stabilire una
cordiale amicizia con lImperatore, che si dimostrò molto desideroso di conoscere i
particolari della civiltà europea. Durante il suo soggiorno, il Borbone compilò le carte
marittime delle coste giapponesi effettuandone il preciso e sistematico rilevamento.
Queste carte nautiche furono adottate ufficialmente dal Giappone per la sua Marina e
procurarono al Borbone i più vivi apprezzamenti dellImperatore. Durante il suo
lungo soggiorno giapponese il Borbone ebbe modo di acquistare una grandissima quantità di
porcellane e di bronzi giapponesi e cinesi. Riunì così una preziosa raccolta di mirabili
opere darte che trasportò poi in Europa e che raccolse principalmente a Venezia nel
palazzo Vendramin, sul Canal Grande, che prese in affitto facendone un museo di valore
inestimabile. Questa grande collezione, dopo la morte del Borbone, fu quasi interamente
riacquistata dal governo giapponese. Grazie alla sua amicizia con lImperatore,
ottenne per le missioni cattoliche notevoli concessioni, così che lo sviluppo della
religione cattolica, iniziata in quelle terre fin dal tempo di Francesco Saverio ma sempre
vivamente osteggiata, poté decisamente riprendere in una nuova atmosfera di libertà e di
rispetto. Successivamente (1903), durante un viaggio lungo le coste dellAsia Minore,
il Borbone fu vittima di un grave incidente. Nel corso di una violenta tempesta,
incontrata navigando allaltezza di Smirne, un colpo di mare lo strappò dal ponte di
comando facendolo sbattere violentemente con la schiena contro una sbarra di ferro. Ne
ebbe una gravissima lesione alla spina dorsale e rimase parecchie settimane tra la vita e
la morte. Lopera dei migliori medici non valse a ridonargli il movimento delle
gambe. Con grande forza di carattere, affrontò serenamente questo suo doloroso stato e si
dedicò con rinnovato ardore ai suoi prediletti studi marittimi. Si era trasferito da
qualche settimana a Mentone per godervi il clima più mite, quando fu colto da un attacco
di cuore che ne causò la morte. Il Borbone volle essere sepolto nella cappella della
tenuta delle Pianore nei pressi di Viareggio, dove pure riposavano il padre Carlo e il
nonno Carlo Ludovico e dove due anni più tardi, nel 1907, fu sepolto anche il fratello
Roberto.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, II, 1926, 356; F. Borri, in Archivio Storico
per le Province Parmensi 1961, 213-217; F. da Mareto, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1978/I, 65-73; G. Franzè, Lultimo duca di Parma, 206-208.
BORBONE PARMA FERDINANDO
Parma 20 gennaio 1751-Fontevivo 9 ottobre 1802
Secondogenito e primo maschio del duca di Parma Filippo e di Luisa Elisabetta di
Francia. Il Borbone nacque dieci anni dopo linfanta Isabella, allepoca in cui,
dopo un lunghissimo distacco, il docile Filippo si era conquistato il suo establecimiento
italiano così fortemente perseguito dalla madre Elisabetta e si era riunito alla volitiva
consorte nella loro definitiva destinazione italiana. Al Borbone venne destinato nei
primissimi anni di vita un precettore gesuita, padre T. Fumeron, che lo accompagnò sino
alla prima comunione amministratagli a sette anni. Giunto alletà in cui poteva
legittimamente iniziare la preparazione più atta a plasmare un giovane principe destinato
a reggere le redini di uno Stato, ancorché non di prima grandezza, la madre, vera
reggitrice del ménage familiare e dei destini politici del Ducato, decise una svolta.
Durante uno dei numerosi e prolungati soggiorni alla Corte paterna di Versailles, nota
caratteristica del suo matrimonio con il consorte perennemente e placidamente impegnato
tra Parma e la prediletta Colorno, essa designò labate Etienne Bonnot de Condillac
a educatore del Borbone. Notoriamente aliena dalla religiosità feroce e spesso bigotta
della madre, la polacca Maria Leszczynska regina di Francia, e avendo in più occasioni
espresso giudizi dubbiosi sui gesuiti e infastiditi sulla prêtraille italiana (C.
Stryenski, Le genre, p. 409), Luisa Elisabetta consegnò, in una missiva, la sua scelta
allattenzione del marito con un giudizio che suona epitaffio e archiviazione del
problema: Malgré ce livre que lon dit un peu métaphysique, nous naurons, je
crois, rien à réprocher sur ce choix ni en ce monde ni en lautre (C. Stryenski, p.
410). Intellettuale di levatura europea, giunto a Parma nellaprile 1758, Condillac
si dedicò con fervore illuminato alla formazione del Borbone, al punto da teorizzarne il
cammino intellettuale in un Cours détudes pour linstruction du Prince de
Parme (Paris, 1769-1773). Con i gesuiti J.-F. Le Sueur e F. Jacquier, lo storico abate G.
Bonnot de Mably, fratello maggiore dello stesso Condillac, lateo A. Deleyre e L.M.
de Kéralio, egli partecipò certo di un corpo docente di assoluto prestigio, sicura
garanzia culturale e anche politica, dal momento che la provenienza di tutti loro
assicurava la continuità nel rapporto privilegiato con la potenza europea che era garante
a livello internazionale del piccolo Ducato padano. Il Borbone, pur ligio ai doveri del
suo stato e ossequiente alle direttive tracciate per lui, non riuscì a instaurare un buon
rapporto personale con i precettori, tutto preso da simpatie e devozioni religiose di cui
è rimasta traccia evidente nel diario manoscritto da lui redatto sino al 1765. Questo
tratto distintivo, e non solo giovanile, del Borbone, che tanto contribuì a orientare
anche le sue scelte più mature, fu verosimilmente tenuto alquanto a freno in ossequio
alle direttive del sensista Condillac, sulle cui capacità a porgere in modo
psicologicamente accattivante le proprie teorie educative altrove così brillantemente
esposte pesa più di un sospetto: era probabilmente da annoverarsi tra les hommes les plus
propres à faire un livre, le moins à faire une éducation (parere di A. Creuzé de
Lesser in Voyage en Italie, Paris, 1803, citato in Pezzana, Memorie, p. 559). Circondato
così da alcuni degli intellettuali più validi che la moda filosofica francese avesse
prodotto e controllato da lontano dallo stesso avo Luigi XV, che per legami affettivi e
politici aveva tanto a cuore i destini parmensi, il Borbone rimase prematuramente orfano
della madre (sempre molto assente, del resto) nel 1759. Fu, tra laltro, frutto
dellincessante lavorio diplomatico di Luisa Elisabetta il patto matrimoniale che
legò nel 1760 la primogenita Isabella e larciduca Giuseppe dAustria, primo
consistente segnale del nuovo orientamento filoaustriaco che sempre di più prese piede a
Parma proprio a partire da quellanno. Ma altri grossi rivolgimenti andavano
maturando nel quadro europeo di metà secolo: il fallimento sostanziale del progetto
uscito dalla pace di Versailles (1756), liniziativa presa da Federico II con la
guerra dei Sette anni e il conseguente sostanziale ridimensionamento della Francia a
vantaggio delle potenze emergenti: di conseguenza il patto di famiglia, a suo tempo
imposto dal ministro francese E.-F. de Choiseul, si andava mostrando ormai superato dagli
stessi avvenimenti. Il microcosmo parmense finì di fatto per riproporre in proporzioni
ridotte i più ampi equilibri europei, costituendo da tempo il piccolo Ducato padano un
campo di sperimentazione politica, col vantaggio di unire un notevole prestigio a un
trascurabile peso specifico internazionale. Qui, proprio negli anni 1756-1759, il ministro
G. Du Tillot, forte della delega totale avuta da parte del duca Filippo e delle coperture
francesi, affrontò il problema della regolamentazione della presenza
dellonnipotente clero, questione tanto più delicata in uno Stato considerato per
sua stessa genesi storica legato al Papato. La sfida allautorità di Roma si
concretizzò nel 1764 nella legge sulle manimorte, prima misura importante sul piano
giurisdizionale, e lanno seguente nella creazione di una giunta di giurisdizione,
tesa ad assumere alcune delle prerogative e dei compiti di sorveglianza prima affidati a
istituzioni ecclesiastiche. Il 18 luglio 1765 morì ad Alessandria il duca Filippo, mentre
accompagnava in Spagna la figlia Maria Luisa verso gli sponsali con il principe delle
Asturie. Una manovra di Carlo di Borbone, fratello del defunto e zio del Borbone, che da
Napoli tentò immediatamente di assumere il controllo della situazione a Parma, venne
abilmente sventata dal Du Tillot, che provvide a dichiarare maggiorenne, il 18 agosto di
quellanno, il Borbone, come del resto era esplicitamente stabilito nel testamento
paterno. A soli quattordici anni, dunque, il Borbone assunse giuridicamente la pienezza di
un potere che nella pratica il suo ministro esercitò in modo onnipotente almeno sino alla
fine di quel decennio. Il Du Tillot, intelligente e culturalmente aggiornato, era
sensibile alle novità, non solo francesi ma anche a quelle italiane, soprattutto
milanesi. In particolare nei confronti del clero la mano del ministro fu pesante e ferma,
godendo in questo della collaborazione degli efficienti giuristi locali, da N. Tofferi a
G.M. Schiattini e a G.B. Riga. La graduale e progressiva emancipazione da Roma (i cui
moventi erano fondati su motivi giuridici e finanziari, non certo dottrinali) culminò nel
vistoso provvedimento di espulsione dei gesuiti del 3 febbraio 1768. In
quelloccasione il piccolo Ducato, superando certo le intenzioni dei dirigenti
parmensi, si pose veramente al centro dellattenzione europea: in realtà il
monitorio di papa Clemente XIII del 30 gennaio 1768 intese accomunare nella condanna tutti
i rami dei Borbone regnanti in Europa, di cui Parma era solo unappendice. In questo
senso la reazione di solidarietà dinastica che ne seguì diede la misura di una
interpretazione corretta: Napoli occupò Benevento e Pontecorvo, e Luigi XV si impadronì
di Avignone con la forza. Quanto al Borbone, appare in quegli anni impegnato, stando ai
suoi ricordi manoscritti, a raccogliere di nascosto immagini devote regolarmente
sottrattegli dai precettori, portato sempre più a scandire gli attimi significativi della
sua giovane esistenza sulla base delle poche processioni, preghiere pubbliche, divini
uffici che inutilmente gli vennero centellinati. Ma certo egli fu docile, studioso sino a
essere considerato quasi colto, indubbiamente sovrastato da personalità troppo superiori
per riuscire a seguire le sue naturali inclinazioni. La circostanza che gli offrì la
possibilità di uscire allo scoperto con le sue vere propensioni, di emanciparsi dalla
tutela del Du Tillot e delle potenze protettrici, giunse con il matrimonio, a diciotto
anni e mezzo, annunciato ufficialmente ai sudditi il 6 giugno 1769. La sposa, di cinque
anni più anziana, fu Maria Amalia, sesta figlia della prolifica Maria Teresa
dAustria. In realtà la scelta non fu né ovvia né indolore: Du Tillot soprattutto
non vide affatto di buon occhio il progettato connubio, avendone intravisto le neppure
remote implicazioni politiche. Ma fu inutile dirottare in un primo tempo la scelta su
Maria Beatrice dEste, figlia unica di Ercole Rinaldo dEste, futuro duca di
Modena: lacquisizione in prospettiva di questa città al Parmense non fu approvata
da Carlo III di Spagna che pensava, invece, a una principessa Savoja. Naufragato questo
progetto e anche i due successivi promossi dal Choiseul, che coinvolsero prima
larciduchessa Maria Elisabetta dAustria, di ben otto anni più anziana del
Borbone, e poi una principessa dOrléans, partito economicamente eccezionale, alla
fine riuscì a spuntarla Maria Teresa. Imponendo come sposa la più ribelle delle sue
figlie lImperatrice confidava certo che labbinamento con il placido Borbone ne
avrebbe attutito le punte caratteriali, ma soprattutto fu decisa a non lasciarsi sfuggire
una così propizia occasione per ampliare la sua presenza nella penisola. Non è detto,
infatti, che il comportamento umorale e volubile ben presto manifestato dalla Duchessa non
rispondesse in realtà alle direttive e al gioco politico che lAustria conduceva
abilmente in Italia alla metà del XVIII secolo. Certo tra la presentazione della proposta
ufficiale di matrimonio e la cerimonia, celebrata per procura il 27 giugno 1769 a Vienna,
intercorsero ben quindici mesi: intervallo più che sufficiente perché Maria Amalia
avesse più di qualche sentore dellopposizione che il ministro Du Tillot aveva mosso
alla sua candidatura e decidesse fin da allora di vendicarsene. Il conflitto tra i due non
tardò a manifestarsi in modo eclatante e visto con sempre maggiore preoccupazione dalle
corti europee che tutelavano il Ducato di Parma e che erano ben conscie del valore del Du
Tillot. In effetti la coppia ducale che si era formata mise insieme antinomie caratteriali
foriere di serie complicazioni: il Borbone appariva debole, timoroso della moglie,
religioso fino allo scrupolo, dominato anche pubblicamente dai capricci di lei. Questa,
che dalla madre imperatrice aveva recepito solo lorgoglio di principessa tedesca,
fece pesare lavere accondisceso a una sistemazione di livello tanto più basso del
suo usando un dispotismo le cui connotazioni di puro capriccio finirono per rasentare il
cattivo gusto. Comportamento privato e, molto più grave, condotta pubblica divennero
deprecabili al punto da irritare la stessa imperatrice Maria Teresa, i cui ripetuti
richiami tuttavia non ottennero alcun effetto. La Corte francese decise di inviare, già
alla fine del 1769, un diplomatico di grande abilità ed esperienza quale il marchese
H.-Ph. de Chauvelin perché riconducesse a una gestione più tranquilla quello che
eufemisticamente Du Tillot definiva desordre (Bédarida, Les premiers Bourbons, p. 87). Le
disposizioni concertate dal ministro Choiseul e dallo stesso Luigi XV, patentemente
infastidito, suonavano essenzialmente in questi termini: ridurre lorganico di
palazzo e dellamministrazione, confermare e, anzi, consolidare lautorità di
Du Tillot, attutire linfatuazione religiosa del Duca, esprimendo al Borbone un
rimbrotto affettuoso perché, quand on est prince, on ne peut sans ridicule être moine
(citato in Pigorini Beri, La corte, p. 276). La relazione stesa con acume e grazia non
comune da Chauvelin stesso offre un quadro illuminante della Corte di Parma, dei conflitti
psicologici e dei possibili rimedi applicabili alla coppia ducale. In sostanza Maria
Amalia se non fu proprio mentalmente limitata come era dipinta dalla sua stessa famiglia
di origine (a même des idées, mais sans ordre et sans liaisons) in compenso possedette
indubbiamente du caractère, trabordante spesso in una vera cocciutaggine che non le
faceva controllare lessor de sa colère. Il problema era modérer ses écarts et
régler sa conduite. Quanto al Borbone, Chauvelin ravvisò acutamente proprio nelle
attenzioni pedagogiche a suo tempo impartitegli la radice delle distorsioni manifestatesi
poi in età adulta. I difetti radicale di quelloperazione erano stati due: il non
avergli consentito dêtre enfant dans lâge ou il est nécessaire de
lêtre, spostando manifestamente molto oltre nel tempo le sue puerili inclinazioni
e, laltro, lavere prodotto una educazione rigida e severa al punto da
sviluppare in lui la pratica della dissimulazione vissuta come unica via di fuga per un
carattere debole e senza energia. I rimedi furono individuati nellopportunità di
fare uscire il Duca dal ristretto mondo della provinciale Parma con viaggi e contatti in
altri ambienti e, per Madama infanta, di accostarla a persona éclairée, honnête et
patiente pour modérer ses écarts et régler sa conduite. Stando così le cose il lavoro
di ritessitura paziente in cui si impegnò Chauvelin in una lunga serie di colloqui
costituì un abile saggio di diplomazia, oscillando tra deferenza formale e suggerimento
del più pesante dei ricatti e unico vero pericolo: la sospensione delle pensioni versate
dalle corti europee al Ducato di Parma, la fonte di reddito, cioè, che consentiva un
apparato di Corte sproporzionato rispetto alle risorse. Alla fine del 1769 il diplomatico
francese ripartì per la Francia con la promessa formale di un più dignitoso ménage
ducale e dopo aver rafforzato la posizione dellindispensabile Du Tillot. Nel
novembre 1770 venne al mondo la primogenita dei duchi di Parma, Carolina Maria Teresa,
futura sposa di Massimiliano di Sassonia, ma né questa nascita né quelle successive di
altri cinque figli valsero a cementare ununione iniziata e proseguita su binari
assolutamente divergenti. Ludovico (1773), futuro sposo di Maria Luigia di Borbone-Spagna,
Maria Antonia Giosefa (1774), badessa delle orsoline a Roma, Carlotta Maria (1777),
Filippo (1783), Maria Luisa (1787) vennero al mondo frutto dei rari incontri del Borbone e
Maria Amalia che ormai di fatto vivevano separati, impegnati in frenetici spostamenti tra
le dimore di Sala, Colorno e la Corte di Parma. La tregua, a suo tempo voluta da Luigi XV
e organizzata tanto abilmente da Chauvelin, durò ben poco. Già nel corso del 1770 la
lotta, sorda e occulta, della Duchessa e del partito antifrancese contro Du Tillot
riprese, acuita e quasi segnata nellesito dalla crisi del governo a Versailles e
dalla disgrazia di Choiseul, allontanato alla fine del 1771. Il successore,
lincolore duca L. de La Vrillière, fu di fatto portavoce dellabbé de la
Ville, meno favorevole al ministro italiano e del tutto accessibile alle manovre del
cardinale J.-R. de Boisgelin, il cui fratello Louis fungeva, proprio dal 1770, da
improvvido ambasciatore a Parma. Trame segrete della Duchessa, legami personali ma certo
anche redistribuzione dei giochi di potere allinterno della Francia e in Europa,
segnarono il destino inevitabile del Du Tillot, da lui del resto acutamente previsto:
sospeso il 7 settembre 1771, sostituito il 3 novembre successivo, egli lasciò il 19 dello
stesso mese Parma e il Borbone, ormai saldamente controllato dalla Spagna e dalla moglie.
In realtà, nel biennio 1769-1770 i meccanismi di difesa di uno Stato, ancorché minimo,
di ancien régime si mossero tutti contro il ministro straniero: le resistenze della Corte
e dei centri di potere si coalizzarono con i vescovi e con il popolo stesso,
strumentalizzato dalle forze reazionarie, mostrando la fragile consistenza della politica
riformatrice. Nel giro di pochi anni vennero annullate le leggi così faticosamente
introdotte nelletà precedente: il ripristino dei privilegi ecclesiastici avvenne
con un ritocco della Prammatica (1774), con la riapertura dei conventi già soppressi
(1778) e con la riammissione dei gesuiti (1793). Tali mosse, con il ripristino delle
manimorte e delle esenzioni ecclesiastiche, il mantenimento dei dazi sul commercio e dei
vincoli sulle esportazioni, costituirono una parte significativa dei provvedimenti che
segnarono il ritorno al passato, mentre ormai gli avvenimenti rivoluzionari
dOltralpe stavano per sottolineare in modo drammatico limpossibilità di
contenere i cambiamenti del vecchio ordine entro i limiti di riforme parziali. Il torpore
mediocre in cui si attestò la vita politica del Ducato fu scosso nellestate del
1799 dallarrivo delle armate napoleoniche, che già dal maggio 1796 erano entrate in
territorio piacentino. Toccò al ministro parmense Pietro Cavagnari (ultimo di una
ragguardevole serie aperta da J.A. Llano, marchese di Zuvero, allindomani della
caduta di Du Tillot) farvi fronte. Lanno seguente, allindomani della vittoria
di Marengo che eliminò lAustria da ogni sfera dinfluenza sul medio corso del
Po, iniziò la vera e propria occupazione francese mirata a garantire, attraverso il
Parmense, un comodo collegamento tra la Cisalpina e il mare attraverso il passo della
Cisa. Gli ultimi sussulti del vecchio dominio farnesiano accompagnarono lo scorcio
esistenziale del Borbone. Tra il febbraio e il marzo 1801 Napoleone Bonaparte,
daccordo con la Spagna, assegnò motu proprio al Borbone la Toscana (trattato di
Lunéville): avendo costui rifiutato, fu privato dei suoi domini con il trattato di
Aranjuez (21 marzo). Lorganigramma prevedeva, infine, la concessione della Toscana e
del titolo di re dEtruria a Ludovico, figlio ed erede del Borbone. Lanno e
mezzo che seguì limprevista resistenza ducale offrì alla considerazione, e non
solo dei contemporanei, la vista paradossale di un principe, il Borbone, perennemente
sotto tutela cui solo gli esiti di una rivoluzione davano per la prima volta nella vita il
gusto e la possibilità dellaffrancamento dalla dipendenza dalle altre potenze
europee. Di fatto il lavorio diplomatico messo in atto in quei pochi mesi ostacolò a tal
punto i progetti francesi da suscitare più di qualche ragionevole sospetto circa la causa
della morte, improvvisa, del Borbone, avvenuta alla badia di Fontevivo e per la quale si
parlò apertamente di un intervento francese. La fragile reggenza che tentò di succedere
e di cui fecero parte il ministro Schizzati e la duchessa Maria Amalia non valse a evitare
il passaggio di Parma al dipartimento del Taro, sotto lamministrazione di M. Moreau
de Saint-Méry.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Venezia, Dispacci degli ambasciatori, Roma,
286, 7 marzo 1767, Niccolò Erizzo, cc. 177v-178r; Parma, Biblioteca Palatina, Fondo
Palatino, ms. 464: Ferdinando di Borbone, Storia della mia vita, incominciata addì 13
gennaio 1770; Biblioteca Palatina di Parma, ms. Parmense 1510: L. Raineri, Raccolta di
alcune memorie da servire alla storia del duca Ferdinando di Borbone; A. Pezzana, Memorie
degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1833, VII, ad Indicem; G. Andres, Vita del
duca di Parma don Ferdinando di Borbone, Parma, 1849; C. Fano, I primi Borbone di Parma,
Parma, 1890, 27-191; C. Pigorini Beri, La corte di Parma nel secolo XVIII, in Nuova
Antologia 16 maggio 1892, 266-294; C. Stryenski, Le gendre de Louis XV, dom Philippe,
infant dEspagne et duc de Parme, Paris, 1906, ad Indicem; O. Masnovo, Le nozze di
don Ferdinando di Borbone, in Aurea Parma I 1912, 55-66; L. Ginetti, La morte di don
Ferdinando di Borbone (appunti e documenti), in Aurea Parma II 1913, 87-100; H. Bédarida,
Les premiers Bourbons de Parme et dEspagne. 1731-1802, Paris, 1928; V. Soncini, La
fanciullezza religiosa del duca Ferdinando di Borbone, in Aurea Parma XIII 1929, 45-56; G.
Drei, Il DAlembert e leducazione di don Ferdinando di Parma, in Aurea Parma
XXI 1937, 3-8; P. Amiguet, Lettres de Louis XV à linfant Ferdinand de Parme, Paris,
1938; M. Bocconi, Lultimo ministro dellinfante don Ferdinando, in Archivio
Storico per le Province Parmensi IV 1952, 55-62; M. Mora, Documento inedito che plaude
alla rinunzia fatta dal duca Ferdinando di Borbone al trono di Toscana, in Archivio
Storico per le Province Parmensi XVI 1964, 121-125; R. Moscati, I Borboni dItalia,
Napoli, 1970, 53 s.; F. Venturi, Settecento riformatore, II, Torino, 1976, 218, 224, 232;
G. Tocci, Il Ducato di Parma e Piacenza, in Storia dItalia (UTET), XVII, Torino,
1979, ad Indicem; H. Bédarida, Parma e la Francia (1748-1789), Parma, 1986 (edizione
italiana di Parme et la France de 1748 à 1789, Paris, 1928), ad Indicem; M. Romanello, in
Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 208-212.
BORBONE PARMA
FERDINANDO CARLO MARIA
Lucca 14 gennaio 1823-Parma 27 marzo 1854
Figlio di Carlo Ludovico, duca di Lucca (poi Carlo II di Parma), e di Maria Teresa
di Savoja, figlia di Vittorio Emanuele I. Passò i primi anni della sua vita seguendo i
genitori nei loro continui spostamenti attraverso lEuropa, fino al ritorno della
Corte ducale a Lucca nel 1833. La debole e contraddittoria personalità del padre e
lambiente di Corte, caratterizzato dalla presenza di avventurieri e di uomini di
dubbia fama, ebbero certamente una influenza negativa sulla sua formazione. Della
primissima educazione impartitagli dalla madre, austera e religiosissima, ben poca traccia
rimase in lui nella maturità. Né il precettore ungherese monsignor Deaki, né la
vicinanza di maestri come Lazzaro Papi, suo insegnante di lettere e storia, riuscirono a
raddrizzare lindole ribelle e violenta del Borbone. Nel 1841 il padre Carlo
Ludovico, giudicando utile assecondare le tendenze del Borbone, che manifestava più
passione per le armi che per i libri, ottenne da re Carlo Alberto di Savoja di farlo
ammettere nellesercito sardo. Ma la condotta scapestrata del Borbone suscitò solo
indignazione nellaustero ambiente torinese e deluse profondamente la madre Maria
Teresa, che sperava nella rigida disciplina militare piemontese per piegare la natura
disordinata e scioperata del Borbone. Negli ambienti diplomatici si disse che la Duchessa
aveva voluto allontanare il Borbone da Lucca temendo che, sulle orme paterne,
anchegli volesse abbracciare il protestantesimo. Ma il Borbone non si pose problemi
di natura religiosa e il soggiorno alla Corte sabauda, dove ancora si respirava
latmosfera del cattolicesimo della Restaurazione, non risvegliò in lui quei
sentimenti che sua madre aveva cercato di inculcargli da fanciullo. Il Borbone è stato
definito un impetuoso, cocciuto ragazzo non finito di crescere. Anche negli anni della
maturità egli conservò certi aspetti infantili, che si manifestarono con atti di
prepotenze irrazionali, non certo idonei a procurargli la simpatia altrui. Più virile,
più rude del padre, non ne ereditò la capacità di raddolcire con la gentilezza le
proprie stravaganze. La passione per la vita militare destò molta perplessità nel
pacifico mondo lucchese, più incline a giustificare le crisi religiose o il
dongiovannismo del Duca, che non il militarismo del Borbone. Il 10 gennaio 1845 sposò
Luisa Maria di Berry, sorella del conte di Chambord. Questo matrimonio segnò
lalleanza dei Borbone di Lucca col partito legittimista di Francia. Nel 1846 il
Borbone riuscì a realizzare una sua grande aspirazione, ottenendo dal padre il comando
generale delle forze armate lucchesi. Lanno successivo, senza rendersi conto della
instabilità della situazione politica, partì con la moglie per la Germania e per
lInghilterra. Ritornò precipitosamente nel luglio, quando gli giunsero le notizie
dei disordini nel Ducato. Ripreso il comando dellesercito, egli pose la città quasi
in uno stato dassedio, col risultato di eccitare il popolo alla ribellione. La sua
azione repressiva nei giorni caldi del mese di agosto fu giudicata una provocazione e
diede origine a tumulti. Alcuni contemporanei colsero invece solo laspetto grottesco
di un principe, il Borbone, che voleva fare il poliziotto e una parte dellopinione
pubblica lo soprannominò ironicamente il prode Bayardo. Il 1° settembre, quando il Duca,
dopo la concessione delle riforme, fuggì a Massa, minacciando labdicazione, il
Borbone, il quale ignorava le trattative che erano state già avviate per la reversione
anticipata del Ducato alla Toscana, fu tra coloro che riuscirono a convincerlo a tornare a
Lucca. Padre e figlio rientrarono così insieme in città il 3 settembre in un clima di
trionfale accoglienza. In questa occasione lo stesso Borbone avrebbe preso
liniziativa di esporre la bandiera tricolore nella sede del comando militare
lucchese, esclamando: se vi piace dessere liberali, io sarò giacobino. Alcuni
diaristi contemporanei attribuiscono questo episodio ad altri, ma non è inverosimile che
lautore ne sia stato proprio il Borbone, data la sua forte antipatia per
lAustria. Quando Carlo Ludovico firmò latto di cessione di Lucca alla
Toscana, il Borbone ne rimase profondamenta sdegnato e come gesto di ribellione avrebbe
fomentato la sommossa militare scoppiata successivamente a Viareggio. Costretto ad
abbandonare Lucca, si recò in Piemonte, dove la sua avversione allAustria si
rafforzò per linflusso dellopinione pubblica piemontese ormai decisamente
ostile allImpero asburgico. Si trovò perciò in grande imbarazzo nel momento in cui
il padre, divenuto Carlo II di Parma, alla morte di Maria Luigia dAustria, lo
chiamò presso di sé, proprio mentre stava completando il trattato militare con
lAustria. Nel 1848 il Borbone, con la sua rozza mentalità da militare, seppe,
meglio di suo padre, intellettualmente più raffinato ma anche più indeciso, cogliere la
serie di contraddizioni insita negli improvvisi mutamenti di fronte paterni e, meno
duttile alle sottigliezze della politica, finì col rivelarsi più logico e in fondo più
retto e lineare. Manifestò, senza troppo riflettere, i suoi sentimenti anti-austriaci in
diverse circostanze, fino al momento in cui, dopo lo scoppio della guerra, vedendo
frustrati i suoi tentativi di parteciparvi a capo delle truppe parmensi, cercò di
raggiungere il quartier generale di Carlo Alberto di Savoja in forma privata ma fu fermato
per strada dal governo provvisorio lombardo e, solo dopo un mese, fu rimesso in libertà e
autorizzato a partire per lInghilterra. Il Borbone non comprese
linopportunità del suo atto, perché non riuscì a cogliere la nuova linea politica
del Re di Sardegna indirizzata verso le annessioni dei ducati al Piemonte. Rimase in
Inghilterra con la moglie (che nel mese di luglio, a Firenze, aveva dato alla luce un
figlio, il futuro duca Roberto) fino allabdicazione del padre del 14 marzo 1849,
quando divenne duca di Parma col nome di Carlo III. Il breve periodo del suo regno fu
caratterizzato da diversi passi falsi, che confermano la sua impreparazione in campo
politico e lassoluta mancanza di duttilità e di tatto diplomatico. Mentre ancora
perdurava a Parma loccupazione da parte dellAustria, che diffidava del Borbone
a causa della sua condotta dellanno precedente, questi manifestò segni di
resistenza e di opposizione alla invadente interferenza esterna negli affari del suo
Stato, ma lo Schwarzenberg riuscì facilmente a reprimere ogni sua velleità di sottrarsi
al controllo del governo di Vienna. Il Borbone dedicò le cure più attente alle forze
armate, portando il suo esercito a un livello numerico sproporzionato alle necessità del
piccolo Ducato e alle relative risorse finanziarie. La forma quasi maniacale con cui si
occupò di questioni militari fu, anche a Parma, oggetto di critiche e di ironie. Non è
mancato però chi ha visto in lui non il semplice dilettante ma un esperto in materia,
giudicando positivamente le sue opinioni e i suoi studi, particolarmente quelli relativi
allartiglieria. Se le forze armate ebbero nellorganizzazione dello Stato una
importanza sempre maggiore, il Borbone non tralasciò di proseguire nelle riforme iniziate
dal padre, tendenti a una più netta articolazione dei ministeri. Ma in realtà il potere
finì con laccentrarsi nella segreteria di gabinetto, alle dirette dipendenze del
Borbone e composta quasi per intero di militari, la quale via via si arrogò competenze
sempre più estese, sconfinanti nella sfera propria dei vari dicasteri. Il Borbone fu
accusato di aver ridotto il Ducato in condizioni economiche disastrose non solo con le
eccessive spese per lesercito, ma anche a causa degli sperperi per le sue folli
prodigalità e la vita sregolata. Data la situazione, furono male accolti determinati
provvedimenti in materia finanziaria e assolutamente impopolare fu la decisione di entrare
nella lega doganale austro-estense del 1853, che si rivelò dannosa alleconomia
parmense. Dal punto di vista economico non fu alieno dallintrodurre nei suoi Stati
le più recenti invenzioni: nel 1851 siglò laccordo per la costruzione della grande
ferrovia Bologna-Milano, nel 1853 fece fare i primi studi per la ferrovia pontremolese,
fece cercare nel territorio carbone e altri minerali per dotare Parma di unindustria
moderna, nel 1852 le poste adottarono i francobolli. Lagricoltura, il cui sviluppo
restò ancorato a principi liberisti, migliorò sotto parecchi punti di vista: tra il 1831
e il 1851 il patrimonio zootecnico aumentò notevolmente (gli ovini registrarono una
crescita del 70%) e i prezzi alla produzione di quasi tutti i cereali restarono su livelli
elevati, offrendo ottime remunerazioni. Il dispotico modo di governare del Borbone destò
un progressivo malumore in vari ceti della popolazione, colpiti nei propri interessi. I
proprietari terrieri non gli perdonarono il favore accordato ai contadini nelle
controversie per gli sfratti agrari, i ceti medi in genere guardarono con diffidenza a
certe disposizioni che giudicarono ispirate a una forma di socialismo. Il Borbone sembrò
mostrare particolare benevolenza per gli strati più bassi del popolo, in particolare
delle campagne, che giudicava i più fedeli al legittimo governo, mentre avvertì
lostilità dilagante nellambiente dellaristocrazia e della borghesia
più colta ed economicamente più attiva. La più grave accusa rivoltagli dai suoi
numerosi oppositori fu di aver ripristinato la pena del bastone, che adottò in
sostituzione di quella capitale, cui era decisamente contrario. Con questi sistemi di
governo egli finì col suscitare contro di sé lavversione della maggior parte dei
suoi sudditi e col cadere nella totale disistima delle potenze. In questa atmosfera
maturò nel 1853 la congiura di palazzo, alla quale la Duchessa stessa non sarebbe rimasta
estranea: nel tentativo di salvare per i figli il Ducato, che vedeva in pericolo a causa
del contegno del marito, ella avrebbe avviato pratiche segrete con alcuni governi esteri
allo scopo di esautorare il Borbone, aiutata in ciò da personaggi di Corte a lei devoti e
spronata dai suoi stessi familiari. Il Borbone scoprì tutta la manovra e sembra si
abbandonasse ad atti di vendetta, giudicati particolarmente crudeli. Il rancore contro di
lui crebbe progressivamente e scritte minacciose apparvero sui muri di Parma. Nonostante
ciò, egli continuò a girare a piedi per la città, come aveva sempre fatto. La sera del
26 marzo 1854, mentre faceva la solita passeggiata, fu allimprovviso colpito da un
colpo di pugnale al basso ventre infertogli, sembra, dal sellaio Antonio Carra.
Trasportato a palazzo ducale, ebbe una lunga, atroce agonia durante la quale,
perfettamente cosciente del proprio stato, dimostrò una forza e una rassegnazione che lo
riscattarono nellopinione dei più da tutte le debolezze della sua vita. Si spense
cristianamente ventiquattrore dopo lattentato. La salma, secondo la sua stessa
volontà, fu trasportata nella cappella ducale dei Borbone presso Viareggio, non lontano
dalle Pianore dove viveva sua madre, alla quale non furono rivelate le tragiche
circostanze della morte del figlio. Sullassassinio del Borbone si diffusero voci
disparate. Allinterrogativo se si sia trattato di vendetta privata, di complotto di
Corte o di delitto politico non è stata data esauriente risposta. Anche sulla paternità
del regicidio, rivendicata dal Carra con una lettera dallesilio americano al governo
di Parma, non sono mancate le discussioni, come pure sul comportamento della polizia e
sullandamento dei processi. Non fu mai chiarito o non si volle chiarire chi fossero
i mandanti. Lalone di mistero che circonda questa drammatica morte ha contribuito a
fare del Borbone un personaggio da romanzo, come dimostra la vasta letteratura, per lo
più popolaresca e ricca di fantasia, fiorita sullargomento.
FONTI E BIBL.: Un quadro complessivo della bibliografia è in Bibliografia
delletà del Risorgimento in onore di A.M. Ghisalberti, I ducati dellItalia
centrale, a cura di M.L. Trebiliani, II, Firenze, 1972, 39-115. Tra le opere principali su
tutto il periodo borbonico confronta G. Dalla Rosa, Alcune pagine di storia parmense,
Parma, 1878-1879, passim; E. Casa, Parma da Maria Luigia imperiale a Vittorio Emanuele II
(1847-1860), Parma, 1901. Sul Borbone, a parte la letteratura romanzesca fiorita subito
dopo lUnità e il più recente volume, sempre sotto forma di romanzo, di G.
Ferrata-E. Vittorini, Sangue a Parma (La tragica vicenda di Carlo III). 1848-1859, Verona,
1939, vi sono solo pochi saggi e articoli tra cui: L. Cappelletti, Un tirannello del
secolo XIX. Carlo III di Borbone, duca di Parma, in Rassegna Nazionale 16 marzo 1906,
184-221; C. Laurenzi, Memoria di Carlo III di Parma, Sarzana, 1961; G. Capacchi, Il
precettore ungherese di Carlo III, in Aurea Parma XLV 1961, 9-21; M. De Grazia, Una
lettera sconosciuta di Carlo III di Borbone-Parma, in Archivio Storico per le Province
Parmensi, s. 4, XXI 1969, 255-270; M.L. Trebiliani, in Dizionario biografico degli
Italiani, XX, 1977, 258-260; G. Franzè, Lultimo Duca di Parma, Modena, 1983; Parma
economica 2 1995, 103-105.
BORBONE PARMA ISABELLA MARIA ANTONIETTA, vedi BORBONE PARMA ISABEL MARIA ANTONIETA
BORBONE PARMA
ISABEL MARIA ANTONIETA
Madrid 31 dicembre 1741-Vienna 27 novembre 1763
Nacque da Filippo, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, e da
Luisa Elisabetta, primogenita del re di Francia Luigi XV. Visse fino al 1748 alla Corte
spagnola, dove i genitori si trattennero in attesa che le sorti della guerra di
successione austriaca aprissero per Filippo di Borbone una possibilità di sistemazione
adeguata alle ambizioni della figlia di Luigi XV. Il trattato di Aix-la-Chapelle del 18
ottobre 1748, che assegnò al padre i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, pose termine
al suo soggiorno spagnolo. Dopo una breve sosta a Versailles, al seguito della madre,
verso la fine del 1749 giunse a Parma dove trascorse la giovinezza. Destinata dalla
nascita a un avvenire di regina, la Borbone fu attanagliata assai presto nella morsa di
una rigorosa educazione di corte, che venne a riempire lo spazio vuoto di
unassistenza materna largamente deficitaria. Irrequieta e ambiziosa, Luisa
Elisabetta infatti mal tollerò di circoscrivere lorizzonte della sua esuberante
femminilità nelle angustie di una piccola, remota corte di provincia, dalla quale soleva
evadere di frequente per lunghi soggiorni presso la Corte paterna di Versailles.
Concentrò, perciò, le sue ambizioni di madre e in conseguenza il suo affetto e le sue
attenzioni, sul figlio Ferdinando, nato subito dopo la Borbone, che restò sempre
fortemente condizionata da questa scelta materna. La Borbone venne abbandonata in effetti
alle cure di precettori, designati con notevole disinvoltura, tra i quali il posto
preminente spettò a madama Gonzales, ex dama di Corte della prima moglie di Filippo V,
Maria Luisa di Savoja, e devota oltre ogni limite al figlio di lei, il bigotto e demente
re di Spagna Ferdinando VI, dal quale soltanto prese istruzioni sulleducazione da
impartire alla Borbone. Alla Gonzales si affiancò, a partire dal luglio 1749, il
controllore della Real Casa Pietro Cerco e poi dal 1755 il gesuita Tommaso Fumeron. Ma
già da prima un altro gesuita, il confessore di Corte Iacopo Belgrado, aveva avuto modo
di portare a piena maturazione i frutti seminati da madama Gonzales. Quando nel 1758
arrivò a Parma il Condillac, inviato da Luisa Elisabetta come precettore dei figli,
leducazione della Borbone era già compiuta e al philosophe non riuscì più di
scalfirla sia pur minimamente. Un tale capolavoro di educazione gesuitica e cortigiana non
dispiacque a Maria Teresa dAustria, che nellagosto del 1760 mandò a Parma il
principe Giuseppe Venceslao di Liechtenstein a presentare formale domanda di matrimonio
della Borbone per larciduca Giuseppe, realizzando una grande aspirazione di Luisa
Elisabetta di Borbone. A questa si dovette infatti liniziativa del matrimonio della
Borbone con Giuseppe già nel lontano 1751, quando interessò per la prima volta al
progetto il ministro di Maria Teresa, Beltrame Cristiani. Il rovesciamento delle alleanze,
sancito dai trattati di Versailles del 1756 e del 1757, dette ben altra consistenza al
desiderio di Luisa Elisabetta, che vide allora le due corti di Parigi e di Vienna
seriamente interessate alla prospettiva di un matrimonio di una Borbone con un Asburgo.
Vienna infatti desiderava stringere a sé le corti principesche italiane con solidi legami
matrimoniali. Il Cristiani, che nel 1753 impegnò la principessa estense Maria Beatrice
Ricciarda, figlia del principe ereditario di Modena Ercole Rinaldo, per larciduca
Ferdinando, terzogenito di Maria Teresa, era luomo più adatto a portare avanti la
trattativa e in effetti a lui fece ancora ricorso la duchessa di Parma nel 1757 per
rilanciare il suo progetto di matrimonio. I contatti con la corte di Parma, della quale il
Cristiani non mancò di sottolineare le forti simpatie asburgiche, ebbero a Vienna
uneco discreta ma decisamente favorevole. Le trattative procedettero così
felicemente, seppur lentamente, e non valsero a interromperle la morte del Cristiani
avvenuta il 3 luglio 1758 e quella di Luisa Elisabetta di Borbone sopraggiunta il 9
dicembre 1759. Il 31 gennaio 1759 una consulta di Stato asburgica decise di approvare il
progetto di matrimonio dellarciduca Giuseppe con la Borbone e di interessare a esso
lo stesso sovrano di Francia Luigi XV, che nellestate del 1759 mandò a Parma il
conte di Rochechouart per portare al Duca il suo consenso. Nel gennaio del 1760 Maria
Teresa mandò a Parma in missione segreta il conte di Firmian per dare gli ultimi ritocchi
alle trattative matrimoniali e riferire della Corte e della Borbone. La relazione del
Firmian tranquillizzò definitivamente la Corte di Vienna che si dispose
allimminente matrimonio. La sola difficoltà fu opposta dalla Corte di Napoli che
mirava al primogenito di Maria Teresa per la figlia di Carlo di Borbone e non mancò di
manifestare tutta la sua irritazione per il successo della Corte di Parma. Alle proteste
napoletane fu replicato che la figlia di Carlo di Borbone, più giovane della Borbone,
poteva contentarsi dellarciduca Carlo di Asburgo, altro figlio di Maria Teresa, a
favore del quale venne istituita una secondogenitura in Toscana. Il matrimonio della
Borbone con Giuseppe dAsburgo fu celebrato a Parma il 7 settembre 1760. Poco dopo la
Borbone raggiunse lo sposo alla Corte di Vienna dove restò per i pochi anni di vita che
ancora le rimanevano. Nella Corte asburgica la Borbone non si trovò a suo agio:
difficoltà dovette avere nei rapporti con il marito e con la suocera, alla quale non
sfuggì leccessiva propensione della nuora per una vita ritirata e silenziosa, più
consona al chiostro che alla corte. In effetti la Borbone sembrò rifugiarsi in un
isolamento, rotto solo da una appassionata amicizia per la sorella di Giuseppe, Maria
Cristina, che amava alimentare con un morboso, compiaciuto misticismo, non disgiunto da un
forte e insistente desiderio di morte. A Vienna la Borbone trovò consolazione al suo
isolamento riprendendo labitudine, contratta già negli anni della sua educazione
parmense, allo sfogo intimo, consegnato alle pagine scolorite di una sorta di diario.
Nelle sparse annotazioni di vario argomento, pubblicate da J. Hraztzy, non è difficile
cogliere, oltre lo schermo posticcio di un precario ideale spirituale di misura e di
distacco dalle cose che richiama solo la pedagogia gesuitica dei suoi precettori, il
profondo disagio sentimentale di una giovane donna schiacciata dal peso dei suoi compiti
di moglie e di madre. Inedita resta ancora quella parte delle Réflexions sur
léducation che la Borbone intese contrapporre al Cour détudes di Condillac.
Amò le belle arti e in particolare lincisione. Come intagliatrice, lo Zani la ricor
da attiva dal 1750 allanno della sua morte. La Borbone non ebbe il tempo di maturare
un atteggiamento più adulto verso la realtà: morì di vaiolo lasciando una figlia, Maria
Teresa, di appena un anno. La sua morte prematura lasciò una scia molto dolorosa nella
Corte di Vienna, dove la sua grazia restò a lungo presente nel ricordo della famiglia
imperiale. La stessa imperatrice Maria Teresa volle santificare la sua memoria facendo
pubblicare unoperetta di spiritualità composta dalla Borbone con laiuto dei
suoi precettori a Parma. Stampate a Vienna nel 1764 dallo stampatore di Corte Giovanni
Tommaso Trattner, le Méditations chrétiennes furono tradotte in italiano, per incarico
del ministro parmense Du Tillot, dal cappuccino Adeodato Turchi e pubblicate anche a Parma
nello stesso 1764. Lesile operetta, di ispirazione schiettamente gesuitica, ebbe
grande fortuna in Italia, dove assurse quasi a simbolo della devozione religiosa delle due
grandi famiglie degli Asburgo e dei Borbone, e fu ristampata più volte.
FONTI E BIBL.: Maria Theresia und Joseph II. Ihre Correspondenz sammt Briefen
Josephs an seinem Bruder Leopold, a cura di A.v. Arneth, I, 1761-1772, Wien, 1867,
ad Indicem; Lettere familiari dellimperatore Giuseppe II a don Filippo e don
Ferdinando duchi di Parma (1760-1767), a cura di E. Bicchieri, in Atti e Memorie delle RR.
Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi IV 1868, 105-124; C.
Cantù, Isabella di Parma e la corte di Vienna, in Archivio Storico Italiano, s. 3, VII
1868, 89-120; O. Masnovo, La corte di don Filippo di Borbone nelle Relazioni
segrete di due ministri di Maria Teresa, in Archivio Storico per le Province
Parmensi, n.s., XIV 1914, 165-205; M. Montanari, Isabella di Borbone, in Aurea Parma VII
1923, 101-111; J. Hraztzy, Die Persönlichkeit der Infantin Isabella von Parma, in
Mitteilungen des Österreichischen Staatsarchivs XII 1959, 174-239; Stanislao da
Campagnola, Adeodato Turchi. Uomo, oratore, vescovo (1724-1803), Roma, 1961, 79 s.; Arte
incisione a Parma, 1969; R. Zapperi, in Dizionario biografico degli Italiani, XII, 1970,
497-499.
BORBONE PARMA
LODOVICO FILIPPO
Colorno 5 luglio 1773-Firenze 27 maggio 1803
Secondo di sei figli, nacque da Ferdinando e da Maria Amalia dAustria.
Levento fu solennemente festeggiato con particolari cerimonie in occasione del
battesimo ufficiale che venne celebrato il 18 aprile 1774, quando il Borbone aveva
raggiunto letà di oltre nove mesi. Aja del Borbone fu la contessa Ariani Canossa e
quando uscì dalla cura di questa, il 29 novembre 1779, fu posto sotto quella di Prospero
Manara e del cavaliere di Pujol, venuto allora dalla Francia appunto per lufficio di
sotto-ajo del Borbone. Nellagosto del 1781, al Manara, divenuto ministro principale
del Duca, fu sostituito il marchese della Somaglia, che seguì poi il Borbone in Spagna e
nel Regno dEtruria. Dal 23 aprile 1776 gli fu dato a precettore e confessore
Adeodato Turchi. Sin dalla puerizia ebbe attitudine per le scienze e per le arti. Conobbe
diverse lingue straniere e studiò il greco. Verso il decimo anno il Borbone manifestò un
incomodo di salute, curato dal medico Cortesi coadiuvato dal celebre protomedico Camuti,
diagnosticato in epilessia. Per quanto tenuta rigorosamente celata, la notizia fu ben
presto nota ai cortigiani e, attraverso le ambascerie, anche oltre i confini del Ducato.
Il Pezzana afferma che la terribile malattia insorse dopo un accidentale trauma che il
Borbone subì quando, giocando con i suoi fratelli in un salone della reggia di Colorno,
cadde sbattendo forte il capo contro lo spigolo di un tavolo di marmo. Il Feller, nel
Dictionnaire Historique, riferisce che egli avesse urtato la testa contro un camino mentre
faceva capriole. Le convulsioni comparvero un mese dopo il trauma. A nulla valsero le
intense e continue cure prodigate dai medici e i farmaci specifici fatti venire da Parigi
e da Londra in tutta segretezza: la malattia progredì lentamente ma inesorabilmente con
gli anni, rendendo il Borbone cupo, infelice, irascibile e strano, conferendogli quel
particolare aspetto del volto che fu, di volta in volta, definito come di sempliciotto,
scimunito, imbecille. Oltre gli accessi convulsivi, che si ripeterono a intervalli
irregolari, il Borbone ai primi del giugno 1791 ebbe un incomodo di salute caratterizzato
da febbre con brividi, dolore di testa e qualche colpo di tosse e in seguito presentò
epistassi. I medici interpretarono tali disturbi come dovuti a scariche biliari e
somministrarono diverse purghe. Il 30 aprile 1794 il borbone intraprese il viaggio da
Livorno per la Spagna, ove soggiornò oltre un anno presso quella Corte, per poi sposare,
il 25 agosto 1795, linfanta Maria Luisa, figlia di Carlo IV. Il Borbone fu
appassionato di canti e inni religiosi, chegli stesso intonava con superba voce di
baritono, fu amante della caccia, della pesca, delle feste e della mondanità, sebbene
assai religioso. Sembra non fosse privo di un certo talento, nonostante ciò non sia
riconosciuto da tutti gli storici, poiché si interessò di diverse questioni scientifiche
(Lanzoni) e progettò la pubblicazione di sue ricerche, in collaborazione con Stefano
Sanvitale, sulla flora e fauna degli Stati parmensi. Tenne corrispondenza con lo
scienziato Chaptal intorno a questioni di chimica industriale ed ebbe pure rapporti
epistolari con i celebri botanici, Cavanilles, Ortega, Spallanzani e Linati. In una
lettera dello Spallanzani e al professore di anatomia in Parma Michele Girardi, del 14
aprile 1794, si legge: Il Signor Principe Reale di Parma, che spesso mi onora di sue
lettere, mi ha ultimamente comunicato alcune sue esperienze molto significanti intorno ai
pipistrelli. Queste esperienze pare che esigano che si faccia una esatta notomia dei nervi
che dal cervello mettono ai sensi, e nominatamente a quello dellocchio, per vedere
se mai il nervo ottico avesse qualche ramo che mettesse ad altra parte od organo
sconosciuto del capo, dove independentemente dallocchio si facesse limpression
della luce. E S.A.R. saggiamente riflette che sarebbe necessario che qualche valente
Anatomico mettesse mano a questa sottile indagine. Simile pensiero era pure in me nato da
qualche tempo. Il Borbone si formò in Colorno una raccolta di storia naturale assai
pregevole, che aumentò poi in Spagna e che continuò anche nel 1801 mercé le cure del
suo amico conte Stefano Sanvitale, a cui laveva affidata. Neppure quando fu a Madrid
per i preparativi del suo matrimonio con Maria Luisa di Spagna smise di proseguire i suoi
studi scientifici e non interruppe la sua corrispondenza con lo Spallanzani. Ne
approfittò anzi per tradurre lopuscolo di Vincente Cervantes intitolato Della
Resina Elastica. Discorso recitato nel R. Giardino botanico di Messico il giorno 2 di
Luglio dellanno 1794 dal Prof. D. Vincenzo de Cervantes, traduzione dallo Spagnuolo.
La seguente lettera, scritta dal Borbone al conte Filippo Linati, ragguardevole cultore
delle scienze, dimostra che fu proprio il Borbone lautore della traduzione: Aranjuez
2 Giugno 1795. Amico Carissimo, Non vi scrivo che due righe per ristrettezza di tempo. E
queste sono per accompagnare una piccola dissertazione. Questa lò tradotta io dallo
Spagnuolo, e tratta della natura, e modo di travagliare la resina elastica. Voi che sapete
in che stato siano adesso in Italia le cognizioni che si ànno sopra questo punto, potete
mandarla a Brugnatelli, o qualchaltro giornalista, affinché ne inserisca nel suo
periodico un estratto. Se poi la trovate inutile, bruciatela; ma in qualunque modo non mi
nominate con nessuno. Addio, vabbraccio caramente, e sono Il vostro affezionatissimo
Amico. Lodovico P.e di Parma. Dopo il suo matrimonio con linfanta Maria Luisa, il
Borbone rimase diversi anni presso la Corte spagnola ma non pare fosse soddisfatto della
vita monotona, quasi claustrale, che vi trascorreva, per la rigorosa etichetta che
dominava qualsiasi manifestazione. Allinizio del 1796 viaggiò per la Castiglia e
per lEstremadura, visitò alcune città del Portogallo e dappertutto fece ricerche
di storia naturale. Inoltre entrò in corrispondenza con alcuni naturalisti delle Antille,
della Luisiana, del Messico e di Buenos Aires. Nel contempo maturarono eventi politici che
lo riguardavano direttamente: per intercessioni diplomatiche diverse (pace di Luneville, 9
febbraio 1801), si convenne che il Ducato parmense sarebbe passato alla Francia soltanto
alla morte del padre del Borbone, Ferdinando, mentre a lui venne assegnata la Toscana. Il
trattato fu concluso ad Aranjuez il 21 marzo 1801 tra Luciano Bonaparte, ambasciatore a
Madrid, e il principe Godoy, ministro e favorito della Regina di Spagna. Il Borbone,
unitamente alla consorte e al figlio che gli era nato, partì dalla Spagna per recarsi a
prendere possesso del Ducato di Toscana, passando da Parigi (25 maggio 1801), dove rese
omaggio al Bonaparte, e da Parma (15 luglio 1801), dove si trattenne poco meno di un mese.
A Parma visitò la Reale Biblioteca, ove il Canonici gli fece dono di una sua iscrizione
latina elegantemente impressa dal Bodoni. Il quale ultimo, onorato anchegli dalla
visita del Borbone e della sua consorte nella sua famosa tipografia, offrì loro alcune
sue splendide stampe e presentò una iscrizione a loro intitolata, col ritratto del
Borbone, chegli fece intagliare appostatamente da Francesco Rosaspina. I fratelli
Amoretti gli dedicarono quarantacinque Sonetti del Mazza sullArmonia impressi coi
loro tipi. Questo dono fu particolarmente gradito al Borbone, molto amante della musica, a
cui aveva consacrato parte dei suoi studi: suonava bene soprattutto il clavicembalo. La
coppia reale fece il suo ingresso solenne in Firenze, ricevuta dal Murat, il 12 agosto
1801, pochi giorni dopo che il conte Ventura, a nome del Borbone, aveva preso in consegna
la città. Allinizio del suo governo diede ordine che fossero sottoposti a processo
quanti, approfittando delle precedenti calamitose circostanze politiche, avevano commesso
frodi e dilapidazioni nelle singole amministrazioni dello Stato, ma poi lasciò che fosse
abbandonata ogni investigazione perché troppi sarebbero risultati i colpevoli. Poco può
ascriversi allattivo del suo breve governo: alcuni provvedimenti a vantaggio della
pubblica beneficenza e dellistruzione (più specialmente dellUniversità di
Pisa) e lincorporazione alla Toscana dello Stato dei Presidi (22 novembre 1801),
mentre, poco dopo, lisola dElba, col trattato di Amiens, passò alla Francia.
Durante il suo regno, lo Stato fu sottoposto al totale controllo di Parigi: guarnigioni
militari francesi furono mantenute nel paese, capolavori darte presero la via della
Francia e il commercio languì, anche per la chiusura del porto di Livorno alle navi
inglesi. Vi fu disordine nellamministrazione, una situazione finanziaria aggravata,
favoritismi nella collazione degli impieghi civili e nessuna resistenza alle pretese del
clero e allinvadenza della Curia romana. Infatti il 15 aprile 1802, circuito dagli
ecclesiastici e istigato dalle pressioni del cardinale Zondadari, arcivescovo di Siena, il
Borbone emanò la legge detta Sabatina (perché pubblicata il sabato santo) che abrogò le
leggi liberali leopoldine in materia giurisdizionale. Il senatore Mozzi, primo ministro,
non poté in nessuna maniera trattenere il Borbone dallo spezzare il suo scettro e
gettarne una metà nel Tevere. Ai primi di luglio dello stesso anno il Borbone assistette
pomposamente, in Palazzo Vecchio, alla cerimonia del giuramento del Senato e del
magistrato civico. Poi, al principio dellautunno, si recò, insieme alla moglie, a
Madrid per assistere alla celebrazione di un duplice matrimonio tra i Borbone di Napoli e
di Spagna. Ritornato a Firenze nei primi giorni dellanno successivo (1803), cadde
gravemente infermo. Gli accessi epilettici non diedero tregua al Borbone: le convulsioni
si ripetevano con sempre maggiore frequenza, soffriva di allucinazioni e commetteva
stranezze di ogni sorta. Talvolta non riconosceva nemmeno più i familiari, rimaneva per
lungo tempo muto e immobile, con occhi sbarrati nel vuoto, oppure aveva crisi di
eccitamento, durante le quali imprecava contro i Francesi, accusandoli di avergli
avvelenato il padre. Le sue condizioni si aggravarono a tal punto che il Borbone veniva
sorvegliato di notte, spesso legato al letto e separato dalla moglie per impedire che si
spaventasse per le sue manifestazioni furiose. Nel marzo 1803, scrivendo al Ventura per
chiedergli la spedizione delle sue raccolte scientifiche ancora giacenti in Parma, il
Borbone si lamentò di una incomoda tosse, con vomito, curata senza risultato con latte
dasina, che gli impediva di parlare e di ridere. Questi sintomi, che durarono oltre
un mese, si accompagnarono a febbre e a uno stato di profonda e preoccupante debolezza,
dal quale non riuscì a riprendersi. Temendosi la sua fine, si provvide a fargli firmare
latto di successione per il figlio minorenne Carlo Lodovico, sotto la reggenza della
madre. Morì non ancora trentenne, per complicanze di polmonite affermarono taluni, dopo
aver ricevuto, con la maggiore devozione, il viatico e lestrema unzione
somministratagli dal nunzio apostolico, al quale confidò di morire rassegnato e contento.
La salma, sottoposta ad autopsia e imbalsamazione, fu tumulata provvisoriamente in San
Lorenzo in Firenze ed ebbe definitiva sepoltura nellEscoriale, nei pressi di Madrid.
FONTI E BIBL.: A.F. Artaud, Storia di Pio VII, G. Resnati, Milano, 1938; U.
Benassi, Il generale Bonaparte ed i giacobini di Parma e Piacenza, Parma, 1912; U.
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Rebagli, 1854; E. Colombi, Impazienze di un principe tenuto a stecchetto (Lodovico Re
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lettere del medico modenese Francesco Torti, in Atti e Memorie dellAccademia di
Storia dellArte Sanitaria 25 marzo 1959; I. Stanga, Maria Amalia di Borbone Duchessa
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Dizionario UTET, VII, 1958, 1152; Dizionario storico politico, 1971, 749; Razzetti, in
Gazzetta di Parma 8 gennaio 1996, 5.
BORBONE PARMA LUIGIA MARIA, vedi BORBONE PARMA MARIA ANTONIA GIOSEFFA
BORBONE PARMA LUIGIA o LUISA MARIA TERESA, vedi BORBONE PARMA MARIA LUISA TERESA
BORBONE PARMA LUISA ELISABETTA, vedi BORBONE FRANCIA LUISA ELISABETTA
BORBONE PARMA LUISA MARIA TERESA, vedi ARTOIS LOUISE MARIE THERESE
BORBONE PARMA MARIA AMALIA, vedi ABSBURGO LORENA MARIA AMALIA
BORBONE PARMA
MARIA ANTONIA GIOSEFFA
Parma 18 dicembre 1775-Roma 20 febbraio 1841
Figlia del duca Ferdinando e di Maria Amalia Giuseppa. Detta volgarmente la
Tognina. Dilettante pittrice, esperta in miniature, stampe e quadri, fu probabilmente
allieva della celebre Vigée le Brun e sicuramente di Baldrighi e poi di Domenico Muzzi,
entrambi professori dellAccademia di Belle Arti di Parma e pittori di Corte. Dipinse
parecchi quadri. I Quattro Evangelisti, da lei dipinti prima di monacarsi, li aveva
destinati al vescovo Turchi, suo precettore e confessore. Il Duca non li mandò al
Vescovo, ma la Borbone glieli fece pervenire per mezzo di Costantino Anfossi l11
luglio 1803. Scrisse ella stessa al Vescovo il 13 luglio: So che Ella ha ricevuti qualche
mio lavoro in Pittura che mi sono fatta coraggio a presentarle, e la ringrazio di tutto
cuore di averli voluti accettare. Fin da quando andai via da Colorno pregai il Papà a
darglieli, ma egli aspettava che fossi vestita, laltro giorno vidi Costantino e gli
dissi che ora poteva mandarli al suo destino. Mi perdoni, e compatisca che sono così mal
travagliati, ciò proviene dalla mia ignoranza, ma gradisca il buon cuore col quale glieli
dono. Il Pezzana crede sia pure di mano della Borbone lautoritratto che, dopo la
morte del Turchi, Fortunato Musatti da Modena, segretario del prelato, mandò in dono alla
contessa Ippolita Cerati. In una lettera della Cerati al Musatti si parla di questo
ritratto fatto dalla stessa persona chesso rappresenta, cui la contessa Cerati aveva
avuto lonore di servire per qualche tempo. La Borbone copiò anche una Madonnina
dipinta da Domenico Muzzi, che Fortunato Musatti donò a Brigida Grippa dopo la morte del
Turchi, al quale apparteneva. Due altri quadri dipinti dalla Borbone sono nella chiesa di
San Lodovico e nella cappella ducale di San Rocco. Il primo rappresenta lAssunta e
fu collocato nellaltare a sinistra di chi entra, in San Lodovico. Il secondo
raffigura Diversi Santi Gesuiti e fu posto nellaltare di San Luigi, in San Rocco,
ove esisteva prima il quadro di Crespi che fu trasportato nellAccademia delle Belle
Arti di Parma. Altri suoi quadri sono a Piacenza. La Madonna della Colonna, in quella
Cattedrale, è sua. I quadri del Sacro Cuore di Gesù e di San Giovanni Berchmans e un suo
piccolo ritratto sono anchessi suoi dipinti, lavorati quando era ancora in Corte e
di là mandati prima del suo noviziato alla casa delle Orsoline di Parma. Un piccolo ma
non spregevole tondo conservato nellArchivio dei Cappuccini di Parma potrebbe essere
opera della Borbone. Danimo mite, la Borbone entrò novizia orsolina nel 1802.
Nellanno seguente (22 aprile 1803) vestì labito assumendo i nomi di Luigia
Maria. Per la solenne cerimonia, le furono rivolti omaggi poetici dogni genere con
smaglianti rime doccasione, ma ella trascorse poi nel collegio una vita attiva
quanto umile e tranquilla. Dopo ventinove anni di permanenza a Parma, il 9 maggio 1831 si
ritirò per amore di clausura nel monastero di SantAgata a Roma.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIII, 1823, 42; P.
Astimagno, Cenni intorno allorsolina Luigia Maria di Borbone, al secolo A.R. Antonia
di Borbone, Parma, Donati, 1841, con una iscrizione di Amadio Ronchini; E. Daudet, Un
mariage manqué: episode de lhistoire de lemigration (1798-1801), in Le
Correspondant 4 1905; A. Marchi, La principessa Maria Antonietta di Borbone, in Gazzetta
di Parma 9 maggio 1926, 3; Maria Antonia Gioseffa, in I. Stanga, Donne e uomini del
Settecento Parmense, Cremona, 1946, 295, 296-298; F. Botti, La principessa Maria Antonia
di Borbone, suora orsolina. Vita, virtù e opere. Con 4 appendici di argomento storico
locale, Parma, Benedettina, 1957; Palazzi e casate di Parma, 1971, 556; F. da Mareto,
Bibliografia, II, 1974, 156-157; E. Scarabelli Zunti; G. Bertini, Colorno, una guida,
Parma, 1979, 54 e 61; Aurea Parma 2/3 1984, 61; L. Farinelli, in Gazzetta di Parma 16
novembre 1986, 3; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 521-522.
BORBONE PARMA MARIA LUISA, vedi BORBONE SPAGNA MARIA LUISA
BORBONE PARMA MARIA
LUISA TERESA
Parma 9 dicembre 1751-Roma 27 dicembre 1818
Figlia di Filippo, duca di Parma e Piacenza, e di Luisa Elisabetta di Francia.
Sposò nel 1765 il cugino germano Carlos di Borbone, principe delle Asturie, che divenne
nel 1788 re di Spagna. Questi fu debole di carattere e senza esperienza di governo e subì
linfluenza della Borbone, la quale si manifestò presto donna corrotta e amante dei
piaceri, così da suscitare scandalo nella severa Corte del Re di Spagna. Salita al trono,
la Borbone fece una politica di intrighi e finì presto col lasciarsi dominare con grave
scandalo pubblico dal primo ministro Manuel Godoy, che i contemporanei considerarono suo
amante. Cercò con bassa politica di conservare la corona e il potere contro gli
atteggiamenti del suo primogenito, Ferdinando, poi, quando la sorte della Spagna fu decisa
da Napoleone Bonaparte nel convegno di Baiona (1808), la Borbone fu esiliata dapprima col
marito a Compiègne e dimorò successivamente a Fontainebleau, a Marsiglia e a Nizza. Si
trasferì infine a Roma dove continuò a frequentare il favorito Godoy.
FONTI E BIBL.: G. De Grand-Maison, LEspagne et Napoleon I, Parigi, 1908; E.B.
DAuvergne, Godoy, Boston, 1913; Dizionario UTET, VIII, 1958, 329; P. Tomasi, in
Gazzetta di Parma 23 marzo 1981, 3.
BORBONE PARMA MARIA TERESA FERDINANDA, vedi SAVOJA MARIA TERESA FERDINANDA
BORBONE PARMA
ROBERTO CARLO LODOVICO
Montughi di Firenze 9 luglio 1848-Pianore di Lucca 16 novembre 1907
Figlio di Carlo, ricevette dal padre nel 1851 il titolo di principe di Piacenza. Fu
dal 20 marzo 1854 duca di Parma, Piacenza e Pontremoli, sotto la reggenza della madre
Luisa Maria dArtois. Nel 1859, dodicenne, partì da Parma riparando a Mantova,
assieme alla madre. Non ritornò più nella sua capitale ducale, tranne una volta in
incognito. Il 18 marzo 1860 fu definitivamente spodestato. La sua residenza divenne
Schwarzau, a Steinfelde nella Bassa Austria. Dal 5 aprile 1869 fu sua sposa Maria Delle
Grazie, principessa di Borbone Due Sicilie. Rimasto vedovo, sua seconda moglie fu Maria
Antonia, principessa di Braganza. Ebbe, dai due matrimoni, ben venti figli, dei quali otto
dal primo letto (cinque femmine e tre maschi) e dodici dal secondo (sei maschi e sei
femmine). Uno dei suoi figli, Xavier, tentò inutilmente di fare da mediatore per una pace
onorevole, nella prima guerra mondiale, tra lAustria-Ungheria e gli alleati. Zita,
altra figlia del Borbone, sposò Carlo dAsburgo, ultimo imperatore dAustria e
re dUngheria. Il Borbone sopportò dignitosamente la difficile situazione di
principe spodestato, senza mai prorompere in sterili proteste. Visse dividendo il suo
tempo tra la villa di Pianore, presso Viareggio, e il castello di Schwarzau. Diede sempre
prova di animo munifico e di cuore generoso: in momenti di bisogno, fu largo soccorritore
di cittadini parmensi. Il Borbone lasciò un vistoso patrimonio ereditato dallo zio, conte
di Chambord. Nel testamento dichiarò di voler essere sepolto alle Pianore: la salma,
imbalsamata dal professor Queirolo, fu poi esposta nella camera ardente della villa.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, in Enciclopedia Italiana; F. Ercole, Uomini politici,
1941, 212-213; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 34-35; Parma nellArte 1
1981, 86; G. Milan, in Gazzetta di Parma 2 novembre 1987, 3.
BORBONE SPAGNA CARLO I, vedi BORBONE SPAGNA CARLOS
BORBONE SPAGNA CARLOS
Madrid 20 gennaio 1716-Escorial 14 dicembre 1788
Primogenito di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese. Il diritto, anche se
molto incerto, alleredità di due grandi stirpi in via di esaurimento, i Farnese e i
Medici, influì nella scelta della volitiva principessa italiana quale seconda moglie del
fondatore della dinastia borbonica spagnola, intorno alla metà del 1714, poco dopo la
morte di Maria Luisa di Savoja. Lesistenza dei primi due figli di Filippo, Luigi e
Ferdinando, non permetteva ragionevoli aspettative di un trono in Spagna per la
discendenza di Elisabetta. Nella genealogia del Borbone il nome dei Medici figurava tra i
rami non molto prossimi. Egli, tuttavia, era a Firenze, secondo la testimonianza di B.
Tanucci, rinomato per successore del Granduca prima ancora di nascere. Cosimo III,
infatti, essendo morto senza prole il suo primogenito Ferdinando e non avendo speranza di
discendenti dal secondogenito Giangastone, si sarebbe assicurato con un rampollo dei re
cattolici una discendenza più che degna. Quanto ai Farnese, il duca Francesco non aveva
per erede che il fratello Antonio, mostruosamente obeso e che non prometteva né via lunga
né posterità. La politica dequilibrio in Europa e altre concrete spinte
internazionali favorirono le sorti regali del Borbone: la creazione nellItalia
centrosettentrionale di un regno più o meno dipendente dalla Corona spagnola fu infatti
ben vista da quanti, in Francia come in Italia, temevano il consolidarsi della pesante
egemonia asburgica, già presente a Milano e nel Meridione. Perciò quelle aspirazioni
dinastiche furono subito recepite dalla diplomazia europea e costituirono per oltre
trentanni uno dei suoi maggiori problemi. Il Borbone non aveva ancora un anno e già
un progetto inglese, nel quadro di una soluzione complessiva degli antichi contrasti tra
le corti borboniche e asburgica, gli attribuì il riconoscimento cesareo del suo eventuale
diritto sul Granducato mediceo e sui Ducati farnesiani, sia pure sotto vincolo feudale a
vantaggio dellImpero. Riconoscimento, allora, troppo vago, poiché erano in vita i
legittimi sovrano dei due Stati. Fino a che punto fossero, al contrario, risolute e
impazienti le pretese della Regina di Spagna, si comprese bruscamente poco più tardi, il
22 agosto 1717, quando 9000 Spagnoli sbarcarono in Sardegna, tolsero rapidamente
lisola agli Imperiali e lanno dopo simpadronirono della Sicilia.
Laudace impresa, immatura dal punto di vista diplomatico, determinò la reazione
delle altre maggiori potenze europee. La Spagna fu costretta a cedere le due isole e a
sottoscrivere, il 17 febbraio 1720, la quadruplice alleanza, che riconobbe al Borbone il
diritto di successione eventuale nei ducati, ma riaffermò la loro dipendenza feudale
allImpero. Il fallimento del colpo di mano militare indusse a tentativi diplomatici
e ad adottare lantico espediente delle unioni dinastiche. Tre matrimoni avrebbero
rinsaldato i legami tra le due corti borboniche: alla fine del 1721 linfanta Anna
Maria Vittoria (che non aveva ancora quattro anni, essendo nata il 31 marzo 1717) fu
promessa in sposa a Luigi XV e fu inviata a Parigi; due figlie del duca Filippo di
Orléans, reggente di Francia, furono destinate al primogenito del Re di Spagna e al
Borbone. Questi aveva allora sette anni e Philippe Elisabeth dOrléans, principessa
di Beaujolais, quarta figlia del Duca, uno di più. Il contratto di fidanzamento fu
sottoscritto a Parigi il 22 novembre 1722 e subito la promessa sposa partì per la Spagna.
Ma i tre matrimoni fallirono o ebbero esito infelice in poco più di due anni. La morte
del Duca di Orléans, alla fine del 1723, labdicazione del Re di Spagna a favore del
primogenito Luigi, la morte del giovane Sovrano dopo appena sette mesi di regno e il
ritorno sul trono di Filippo V sconvolsero i piani dinastici degli Orléans, indebolirono
il loro partito e indussero la corte di Francia a cercare una soluzione più rapida per il
matrimonio di Luigi XV e perciò a sciogliere limpegno di nozze con Anna Maria
Vittoria. La rottura, di cui si parlava già nellestate del 1724, fu comunicata
ufficialmente solo il 9 marzo 1725. Il terzo progetto matrimoniale seguì la sorte dei
primi due e la principessa di Beaujolais fu rinviata in Francia insieme alla vedova di
Luigi I. La Corte spagnola, daltra parte, impaziente di sistemare il Borbone in
Italia e scontenta del tiepido appoggio francese, non si lasciò cogliere impreparata e
avviò le trattative per una soluzione diversa e in certo senso opposta: laccordo
diretto con Carlo VI, suggellato dal duplice matrimonio delle arciduchesse Maria Teresa e
Maria Anna con i due infanti, figli di Elisabetta, il Borbone e Filippo (missione
Ripperda). I primi trattati austro-ispani furono sottoscritti a Vienna il 30 aprile 1725 e
non costarono molto allImpero: la giovane età delle due coppie forniva a Carlo VI
il pretesto per rinviare i matrimoni e per non concedere intanto che vaghe promesse. In
base a esse le due corti tradizionalmente nemiche si trovarono a svolgere, almeno in
apparenza, la stessa politica per oltre un triennio. Ma mentre a Madrid si coltivavano
ambiziosi propositi e bellicosi progetti di guerra, a Vienna si procrastinava e si cercava
di attenuare i contrasti. Gli stessi motivi che resero impaziente Elisabetta, la salute
sempre più malferma di Filippo V e il timore di dover uscire da un momento allaltro
dalla scena politica, indussero la diplomazia viennese a far di tutto per guadagnare
tempo. Dopo la morte del duca di Parma, Francesco Farnese (26 febbraio 1727), la condotta
di Carlo VI apparve chiara: favorendo il matrimonio del successore Antonio con Enrichetta
dEste, egli mostrò di voler continuare a ostacolare lavvento del Borbone nei
Ducati. A Vienna, non a torto, si pensava che quel primo passo sarebbe stato decisivo per
la sorte di tutti i possedimenti imperiali dItalia. Elisabetta comprese allora che
sarebbe stato ingenuo continuare a considerare lImperatore un interlocutore ben
disposto e decise di riavvicinarsi alla Francia e di realizzare tra le due corti
borboniche un accordo che apparve, in quei primi anni, non privo di molte riserve mentali
e fondato, da parte spagnola, sullo stato di necessità. La riconciliazione produsse
tuttavia frutti concreti il 9 novembre 1729, con la firma del trattato di Siviglia, che
costituì per il Borbone un passo importante verso lItalia: mentre infatti non solo
i due regni borbonici, ma anche lInghilterra garantivano il suo diritto alla
successione su Parma, Piacenza e la Toscana, gli fu riconosciuta la facoltà
dintrodurre subito nei suoi futuri possedimenti 6000 soldati spagnoli a tutela dei
suoi interessi. Tale spedizione sarebbe stata realizzata, se necessario, con
lappoggio armato delle tre potenze garanti (a cui si aggiunse lOlanda), entro
sei mesi dalla firma del trattato. In realtà la politica di pace e di negoziati
diplomatici voluta dai governi francese e inglese, e in particolare da Fleury e Walpole,
portò a lunghi rinvii nellesecuzione del patto e servì a evitare una guerra che in
quegli anni lImperatore si mostrava deciso a combattere. Egli infatti rinforzò i
presidi dei suoi stati dItalia e, traendo pretesto dalla morte dellultimo dei
Farnese (20 gennaio 1731), fece occupare dalle sue truppe i Ducati di Parma e Piacenza, a
tutela dei propri diritti. Fu allora che lintervento inglese, ottenuto dalla Spagna
a Siviglia con il sacrificio di importanti posizioni commerciali e strategiche (la tacita
rinunzia a Gibilterra), si rivelò decisivo per la soluzione dellintricato problema.
Il mezzo per far valere le esigenze dinastiche della Regina di Spagna fu trovato in quelle
di Carlo VI: nella sua aspirazione ad assicurare, in mancanza di discendenti maschi, alla
figlia Maria Teresa la successione al trono di Vienna e a ottenere a questo scopo il
riconoscimento europeo del documento che la sanciva, la Prammatica sanzione.
LInghilterra era disposta a mediare e ad appagare gli interessi dinastici delle
corti europee, e a consentirne moderate, alternative espansioni in Europa (nel quadro di
una politica di equilibrio), in cambio di obiettivi e sostanziali vantaggi economici e
commerciali. Approvando la Prammatica sanzione, che era riconosciuta allora soltanto dalla
Prussia, lInghilterra ottenne, insieme con la soppressione della Compagnia di
Ostenda, che faceva seria concorrenza al suo commercio, lassenso imperiale
allingresso del Borbone e delle sue truppe in Toscana, a Parma e a Piacenza
(trattati di Vienna del 16 marzo e del 22 luglio 1731). Pochi mesi dopo, alla fine di
ottobre di quellanno, una flotta anglo-spagnola poté sbarcare a Livorno prima i
6000 soldati, poi, il 27 dicembre, lo stesso Borbone, che aveva viaggiato per via di
terra, con la sua corte, fino ad Antibes. Per circa sedici anni il Borbone era stato al
centro della scena politica europea, semplice oggetto della storia che lo riguardava.
Venendo in Italia, egli si trovò a dover interpretare in prima persona il personaggio che
lamore materno aveva voluto, e non si può dire fosse preparato a svolgere quel
compito. La tradizionale educazione imposta dalla Corte spagnola agli infanti non era tale
da risvegliare vivacità intellettuale, intraprendenza e piacere delle novità in chi era
sottoposto a quella cura. Timore-amor di Dio e dei padres, innanzi tutto, poco studio e
comunque allantica, assoluta castigatezza dei costumi, gelosa, quasi fanatica
considerazione della propria dignità e della funzione, a cui ogni personale iniziativa
doveva essere posposta e ogni altrui pretesa doveva essere sacrificata in obbedienza ad
aviti rituali e a minuziosi cerimoniali. Secondo gli usi, il Borbone fu affidato, fino al
compimento del settimo anno, alle cure di unaya e poi a quelle di unintera
corte di vecchi nobili, diretti da un ayo di sicura fede (al momento della partenza per
lItalia, il conte di Santisteban del Puerto, Jose Manuel de Benavides y Aragón, che
aveva tutti i pregi, ma anche tutti i difetti, di un hidalgo spagnolo allantica).
Certo è che il Borbone, accompagnato da unenorme notorietà, circondato da una
aureola di straordinario prestigio e potere, apparve in Italia timido, impacciato,
represso, incapace di dire tre parole in italiano, schiavo del personaggio che era
costretto a interpretare e che autorevoli custodi guidarono e amministrarono rigidamente,
in base a direttive tanto rispettose delle forme, quanto prive di sostanziale riguardo per
i seri problemi di maturazione intellettuale e di equilibrio psicologico del Borbone.
Specialmente di questi ultimi invece il Borbone, dotato di solido intuito ed edotto dai
precedenti paterni e fraterni, ragione si preoccupò. E furono quei problemi e timori a
determinare il suo bisogno di vita allaria aperta e la sua passione, che parve
mania, per la caccia, unattività non sconveniente alla figura marziale e
tradizionale di un principe, adatta a soddisfare (e, al tempo stesso, a curare) la sua
malinconia, utile a liberare le sue giovanili e forti energie fisiche. Ma, innanzitutto,
lo spirito tormentato e introverso del Borbone trovò appagamento ed equilibrio nella
profonda esigenza di un ordine morale, in una religiosità sincera, anche se spesso
espressa in forme di culto assai semplici e non prive dingenuità. Di questi
atteggiamenti e stati danimo sono testimonianza fedele molte centinaia di lettere
che egli scrisse, fin da bambino, alla madre, piene di espressioni della più sottomessa e
passiva devozione filiale e dinvocazioni, ripetute con pari monotona insistenza, à
Dieu, à la Vierge et à S. Antoine. Lettere il cui tono assunse vivacità e calore solo
quando cominciò a porsi concretamente il problema (non più soltanto politico, ma
personale) della scelta di una compagna. Larrivo degli Spagnoli in Toscana chiuse
una fase diplomatica ma ne aprì unaltra non meno difficile e incerta. La posizione
del Borbone, posto formalmente sotto la sovranità imperiale, apparve tuttaltro che
consolidata e sicura. Carlo VI si mostrò contrario a fornire lunica garanzia che
avrebbe rassicurato la Regina di Spagna, il matrimonio con unarciduchessa, sia pure
diversa dalla primogenita. Per esperienza acquisita, il pacifismo a oltranza dei cardinale
Fleury non consentiva di sperare in un valido appoggio francese. In questi frangenti
Elisabetta Farnese mostrò ancora una volta grande decisione: un forte esercito fu posto
sul piede di guerra, facendo temere uno sbarco in Sardegna, e fu inviato (giugno 1732)
alla riconquista di Orano. Il Borbone e la sua Corte, in base a istruzioni spagnole, si
comportarono ostentando la più completa e provocatoria indipendenza dallImpero. A
Firenze, il 24 giugno 1732, in occasione della festa di San Giovanni Battista, il rituale
giuramento di omaggio e obbedienza al granduca da parte di tutte le comunità della
Toscana fu ricevuto dal Borbone non solo come rappresentante di Giangastone, assente, ma
in nome proprio e senza alcun cenno alla necessaria investitura imperiale. Quattro mesi
più tardi il Borbone (che si faceva chiamare Gran Principe di Toscana), ignorando il
divieto di Vienna, si recò a prendere possesso diretto dei Ducati di Parma e di Piacenza,
già governati per lui dalla duchessa Dorotea, sua nonna materna e tutrice.
Lintervento inglese valse a calmare ancora lindignazione di Carlo VI, ma in
questo modo non si usciva da una situazione di stallo. I reciproci sospetti tra le
maggiori potenze impedivano si realizzassero schieramenti omogenei e quindi iniziative
atte a superare i molti equivoci su cui riposava la pace in Europa. Serie difficoltà
vennero inoltre, a partire dallestate del 1732, alla politica spagnola dal grave
peggioramento della salute di Filippo V, crisi che lo avrebbe portato, nei mesi seguenti
ai limiti della follia. A questo punto un avvenimento imprevedibile costrinse la Francia a
uscire dal suo pacifismo e dal suo isolamento: il 1° febbraio 1733, la morte del re di
Polonia Augusto II risvegliò lantagonismo tra Stanislao Leszczynski (la cui figlia,
aveva sposato nel 1725 Luigi XV) e la casa sassone regnante, il cui erede, il futuro
Augusto III, era sostenuto dallImpero, dalla Russia e dalla Prussia. Quando i nobili
polacchi elessero il candidato sostenuto dalla Francia, il rifiuto asburgico di
riconoscerlo come re decise lintervento dei Francesi a difesa dellonore della
loro Regina. Si realizzò così per il Borbone lattesa occasione di consolidare e
ampliare i propri possedimenti italiani: interessava infatti anche alla Francia sviluppare
la guerra nello scacchiere meridionale, per tenerla lontana dai Paesi Bassi e non
coinvolgere gli anglo-olandesi. Un problema preliminare si pose alla diplomazia francese:
contenere e regolare le pretese spagnole, in modo da poterle conciliare con quelle
altrettanto ingorde e pressanti del Re di Sardegna. Questi chiese per sé tutto lo Stato
di Milano, la Spagna, i regni di Napoli e di Sicilia e dingrandire a nord i Ducati
di Parma e Piacenza affinché i confini dei possedimenti del Borbone fossero protetti
dalla piazzaforte di Mantova, chiave strategica della pianura padana. Sullesistenza
di questo grave contrasto dinteressi contò anche troppo la diplomazia viennese,
certa che il Re di Sardegna in nessun caso avrebbe contribuito allincremento dei
possedimenti spagnoli in Italia: perciò lImpero si fece cogliere dagli avvenimenti
quasi completamente impreparato e comunque incapace di difendere validamente i suoi stati
italiani. La Francia riuscì invece a superare lostacolo diplomatico ricorrendo a
una soluzione ambigua: stipulò un trattato con Carlo Emanuele di Savoja (Torino, 26
settembre 1733) e poco dopo un altro, che segretamente lo contraddiceva in gran parte, con
Filippo V (Escorial, 7 novembre). Altro rimedio non si poté trovare alle inaccettabili
richieste di Elisabetta Farnese, che pretendeva, tra laltro, il supremo comando
dellesercito per il Borbone. Tuttavia lindiretto ed equivoco accordo tra i due
principi sulla spartizione dei possedimenti imperiali dItalia lasciò spazio ai
maggiori sospetti e costituì una pessima base diplomatica per la guerra imminente. Il Re
sardo, che alla fine di ottobre del 1733 era entrato nello Stato di Milano trovandolo
praticamente indifeso, mostrò ben presto di voler realizzare le sue conquiste senza
indebolire troppo lesercito nemico, di cui temeva meno che di quello alleato. Tale
comportamento apparve chiaro agli inizi di dicembre, quando, in occasione della resa di
Pizzighettone, Carlo Emanuele di Savoja consentì alla guarnigione della piazzaforte di
ritirarsi indisturbata a Mantova. Da parte sua la Spagna venne meno allimpegno di
partecipare alla guerra nella pianura padana e, senza neppure preavvisare i suoi alleati,
fece abbandonare le posizioni sul Po e fece subito marciare il suo esercito (sbarcato a
Spezia e a Livorno e comandato dal duca di Montemar e dal Borbone) alla conquista di
Napoli. La partenza del Borbone da Parma verso Firenze e poi verso il sud avvenne il 4
febbraio 1734 e fu subito seguita da un primo spoglio degli archivi e delle suppellettili
dei Farnese, inviate per il momento a Genova. I Ducati furono abbandonati alla difesa di
unesigua guarnigione e allinsicura copertura dellesercito franco-sardo.
La marcia attraverso la Toscana e lo Stato pontificio avvenne senza altre difficoltà che
le grandi diserzioni. Lesercito, al momento dellingresso nei confini del
Regno, il 28 marzo, era forte di 4500 ottimi cavalieri di 12000 fanti, avendo perduto per
via 6000 uomini. Il nemico aveva unarmata male attrezzata ma, dal punto di vista
numerico, di poco inferiore: tale disparità divenne però decisiva poiché una parte
delle truppe imperiali era ancora in viaggio da Trieste e il comando poté disporne troppo
tardi, quando già era fallito il programma iniziale di difendersi ai confini, mentre 5000
fanti si avviavano a chiudersi nella piazzaforte di Capua e il resto dellesercito si
ritirava verso il sud. Ulteriore segno della superiorità spagnola fu la presenza nel
golfo di Napoli di una grande flotta, che, disponendo di unassoluta padronanza del
mare, minacciava le coste e fece temere uno sbarco alle spalle della prima linea. La via
per la capitale fu pertanto aperta quasi senza colpo ferire e il Borbone, dopo aver atteso
in Aversa lassedio e la rapida resa dei castelli napoletani, poté entrare il 10
maggio in Napoli, accolto da una popolazione esultante. Gli sviluppi delle operazioni
militari consolidarono tale favorevole inizio. Gli Imperiali, demoralizzati e divisi, si
ritirarono in Puglia e furono duramente battuti il 24 maggio a Bitonto. La Sicilia si
trovò praticamente indifesa e fu facile conquista dellesercito di Montemar. Il 3
luglio 1735 il Borbone fu incoronato nella Cattedrale di Palermo re di Napoli e di
Sicilia. Un complesso di tensioni e di spinte determinò i caratteri della grande svolta
storica rappresentata dallavvento del Borbone sul trono. Le speranze di rivalsa
nutrite sia dai nobili sia dagli ecclesiastici e la preoccupata attesa del ministero
togato (che temeva una radicale riforma dellapparato amministrativo e dei quadri
della magistratura) nacquero e si mossero in un clima di generale fiducia nelle
possibilità finanziarie del Borbone, che era accompagnato da una fama di grandezza e di
ricchezza. Leccezionale dispiegamento di mezzi bellici e la promessa (solennemente
promulgata dal Borbone il 14 marzo 1734) di abolire tutti i pesi fiscali imposti dagli
Austriaci confermarono quelle attese: appariva comunque certo che i due regni venivano ora
a trovarsi sotto un governo nazionale, con un re e una corte residenti in loco e tali
quindi da volere e consentire la difesa e lo sviluppo dei commerci, della navigazione,
della produzione e della moneta locali, secondo i canoni della politica mercantilistica,
accettati in quegli anni con assoluta fiducia. Dal punto di vista economico, le prime e
troppo rosee speranze caddero presto. Già alla fine del 1734 il trasferimento
dellesercito e della Corte verso il sud, alla conquista della Sicilia, impose grandi
spese per il rifacimento delle strade e dei ponti della Calabria: fu necessario integrare
i fondi provenienti dalla Spagna con consistenti prelievi di denaro dalle banche
napoletane e lincauta promessa di condono fiscale fu annullata. Negli anni seguenti
lopera di ricostruzione del Regno comportò un forte impegno finanziario: fu posta
in cantiere ex novo la flotta, che era andata completamente perduta e costituiva strumento
dimportanza vitale per la lotta alla dilagante pirateria e per la protezione del
commercio, e grandi opere pubbliche furono iniziate, rese indispensabili e urgenti dallo
stato di totale abbandono in cui si trovavano la maggior parte dei beni della Corona e i
pubblici servizi, dai regi palazzi di Napoli e di Palermo alle strutture portuali,
dallarsenale agli ospedali militari, dalla sede dellUniversità degli Studi di
Napoli alle fortificazioni di tutto il Regno. È da aggiungere che la politica di
conciliazione tra i ceti e di magnanimità voluta dal Borbone impedì si realizzassero gli
eccezionali proventi che lerario avrebbe potuto conseguire dalla confisca dei beni,
degli uffici e delle rendite dello Stato alienate a basso prezzo negli ultimi tempi dagli
Austriaci. Le finanze spagnole, impegnate nella guerra che proseguiva nella pianura
padana, non erano certamente disponibili per opere di pace, nonostante la generosa e del
tutto nuova disposizione e sollecitudine della Corte di Madrid verso i due regni
meridionali. Il clima di euforia per lindipendenza ritrovata e liniziale
sbandamento delle forze privilegiate impedirono si avvertisse subito il peso determinante,
anche dal punto di vista politico, di questo fallimento. Contribuì al perdurare delle
speranze il forte e prolungato rilancio delleconomia, dovuto sia alle grandi spese
pubbliche, militari, civili e della Corte, sia allinteresse assai spiccato che il
governo e lo stesso Borbone mostrarono per lespansione del commercio con
lestero, per lincremento delle manifatture locali in ogni campo, per la
creazione e introduzione di nuove lavorazioni, mediante il richiamo, con vari
allettamenti, di tecnici e artigiani da ogni parte dEuropa. Tale impulso fu dovuto
specialmente al segretario di Stato José di Montealegre, marchese (e poi duca) di Salas e
perciò si rinnovò e accrebbe quando, tra il 1738 e il 1739, egli assunse i pieni poteri
del governo. Tuttavia la mancata riforma del sistema fiscale, nella misura in cui lasciò
nelle mani di chi aveva interesse alla conservazione dello status quo la formidabile arma
della gestione privata di gran parte del sistema amministrativo e finanziario dello Stato,
riprodusse il rapporto di sostanziale dipendenza dellautorità centrale dagli
antichi centri di potere. Dipendenza che lenergica politica del primo decennio
nascose e in parte attenuò, ma che riapparve evidente quando, tra il 1742 e il 1745,
gravi avvenimenti internazionali e interni indebolirono il governo e nello stesso tempo
gli imposero di chiedere al paese eccezionali e onerosissime contribuzioni. La felice
stagione del riformismo carolino fu pertanto di breve durata. Pur costituendo
unoccasione mancata rispetto alle speranze che lavevano vista nascere,
realizzò tuttavia risultati molto significativi e non tutti effimeri. I collaboratori del
Borbone mostrarono subito di voler seguire metodi di governo diversi da quelli del
viceregno, ossia diretti a imporre una gestione centralizzata e relativamente indifferente
alle spinte e agli equilibri tradizionali. In primo luogo la nobiltà, che aveva richiesto
a gran voce una generale epurazione del ministero togato, non lottenne: vari
provvedimenti diretti a limitare gli abusi della giurisdizione feudale colpirono il
baronaggio tra il 1738 e il 1744. Daltra parte, se i quadri
dellamministrazione furono ripristinati con moderate varianti, essa nel complesso
perdette molte delle sue funzioni, dei suoi poteri e della sua autonomia rispetto agli
organi di governo istituiti dal Borbone (le segreterie di Stato e di Giustizia, la
soprintendenza di Azienda, il Consiglio di Stato), in grado ora di seguire direttamente e
da vicino i pubblici affari. Più tardi, nel 1737, le segreterie furono portate da due a
quattro (Esteri e Casa reale, Giustizia, Azienda, Ecclesiastico) e anche più chiaramente
si delineò il tentativo di sottrarre il potere politico agli organi giurisdizionali. Vero
è che la Regia Camera di Santa Chiara,
sostituendo labolito Collaterale, ne ereditò funzioni e prestigio, ma durante il
primo decennio del regno del Borbone ai consiglieri furono tolte le molte delegazioni che
avevano i reggenti e che non solo fornivano loro lauti proventi, ma costituivano un
istituzionale, diretto collegamento tra potere economico, giurisdizionale e
amministrativo. Quanto agli ecclesiastici, che si fondavano anche sullatteggiamento
personale inequivocabilmente pio del Borbone, la loro delusione fu ancora più dura. Il
segretario di Giustizia Tanucci, dotato di una preparazione assai simile a quella dei
giurisdizionalisti meridionali che avevano orientato la politica del viceregno asburgico,
fece subito sentire di voler proseguire, in maniera anche più coraggiosa e conseguente,
nella stessa direzione. I primi anni del regno del Borbone furono caratterizzati perciò
da durissimi contrasti tra Stato e Chiesa, dovuti innanzi tutto a motivi di politica
interna (questioni di immunità e di giurisdizione), complicati però da una vertenza
internazionale che indeboliva le posizioni napoletane e offriva al partito romano un
efficace strumento: il rifiuto del Papa di dare, con linvestitura, il riconoscimento
ufficiale della nuova dinastia. Nella primavera del 1736 una serie di gravi abusi commessi
a Roma dagli arruolatori napoletani e la violenta reazione popolare portarono la tensione
tra i due stati a un punto di rottura. Ne seguirono lespulsione del nunzio da Napoli
e duri provvedimenti militari presi contro le popolazioni laziali dalle truppe spagnole di
stanza nello Stato pontificio. I problemi internazionali tra i due stati furono risolti
nellinverno del 1738, quando si conclusero le trattative sullinvestitura e il
Papa dette alla promessa sposa del Borbone, Maria Amalia di Sassonia, figlia non ancora
quattordicenne del re di Polonia Augusto III, la dispensa per il matrimonio. Ma il
contrasto sugli aspetti politici e giurisdizionali rimase vivo e i tentativi di
concordato, nonostante il forte impegno del governo del Borbone, non conseguirono alcun
risultato fino alla morte di papa Clemente XII. Ebbero successo nel 1741, per effetto del
nuovo clima creato dal pontificato di Benedetto XIV. A questa intensa e complessa
attività di governo, non si può dire che il Borbone abbia dato un contributo decisivo
durante il primo decennio. Fin dallinizio del suo regno la vita politica della Corte
fu infatti dominata dalla sorda contesa tra il conte di Santisteban, ajo e maggiordomo
maggiore, e il segretario di Stato Montealegre, uomo intellettualmente molto dotato,
intraprendente, ambizioso e spregiudicato. Laspetto più interessante della vicenda
personale del Borbone, quale re, in questo periodo è nei suoi tentativi, allinizio
appena percettibili poi via via meno timidi, di affermare la propria volontà di fronte ai
suoi più diretti collaboratori. Essi, interpreti delle direttive del governo di Madrid,
che li nominava e orientava attraverso la corrispondenza politica ufficiale, si avvalevano
dellautorità dei re di Spagna per tenere il Borbone in una posizione di sostanziale
tutela. Ciò fu, allinizio, conseguenza naturale della presenza presso di lui del
suo ajo, ed ebbe leffetto dinstaurare nella Corte napoletana un sistema di
governo accentrato e personale, che si protrasse anche dopo il ritorno in Spagna (estate
1738) del conte di Santisteban. Montealegre si trovò, tuttavia, in una situazione assai
meno favorevole del predecessore: da un lato, infatti, il Borbone, divenuto più maturo e
cosciente della responsabilità di marito e di padre e appoggiato dalla Regina, si mostrò
sempre più deciso a far prevalere la propria volontà, dallaltro, una forte
opposizione interna, mossa specialmente dagli ecclesiastici e dai nobili, fu diretta in
particolare contro il segretario di Stato, ritenuto responsabile delle riforme. Egli non
poté contare, in definitiva, che sullappoggio spagnolo. Alla morte di Carlo VI (20
ottobre 1740) i re di Spagna, già in guerra contro lInghilterra, videro la
possibilità di partecipare alla spartizione dellImpero riconquistando per Filippo,
fratello minore del Borbone, lo Stato di Milano o almeno la Toscana, che il trattato di
Vienna, seguito alla guerra di successione polacca, aveva assegnato a Francesco di Lorena,
sposo di Maria Teresa dAsburgo. In Spagna si sperava che Filippo, avendo sposato una
figlia di Luigi XV, potesse contare su un attivo intervento francese: si sottovalutarono
la vocazione pacifistica di Fleury e la sua influenza sul Re cristianissimo. Un appoggio
pieno e generoso venne invece dal Borbone che, fedele alla sua linea di lealtà e di
assoluta devozione verso i padres, si mostrò fin dallinizio dispostissimo a
partecipare a un conflitto, da cui non avrebbe potuto trarre alcun personale vantaggio e
di cui fece subito le spese. La guerra e già prima lesigenza di guadagnare la
Francia alla causa spagnola e di mantenersi in pace con gli Inglesi, imposero al governo
napoletano di sacrificare la sua politica di espansione del commercio internazionale. A
partire dalla primavera del 1741 le spese militari travolsero ogni programma di sana
gestione economica: i due regni meridionali si trovarono a dover nello stesso tempo
sovvenzionare un loro esercito, posto in Abruzzo e nello Stato dei Presidi di Toscana, e
fornire il vettovagliamento a un corpo di spedizione spagnolo, sbarcato a Orbetello nel
dicembre di quellanno e mancante di tutto il necessario per avviarsi alle conquiste
indicate dalla Regina di Spagna. La flotta inglese, infatti, impedì ogni rifornimento via
mare e sorvegliò minacciosamente i movimenti dellinfante Filippo, che aspettava
(prima ad Antibes, poi in Provenza, poi nella Savoja), lintervento francese per
attraversare le Alpi verso il Piemonte. Il 1742 e il 1743 furono gli anni più difficili
del regno napoletano del Borbone, così come furono uno dei periodi più tristi per la
politica francese e, di riflesso, per quella spagnola. Le incertezze e linerzia
dellormai decrepito cardinal Fleury davano coraggio ai nemici dei tre regni
borbonici. Il più debole di essi corse il rischio di essere travolto da quegli errori:
una flotta inglese venne il 18 agosto 1742 nel golfo di Napoli e impose al Borbone di
ritirare le sue truppe dallo Stato pontificio e di mantenersi neutrale. Il concreto
pericolo che il bombardamento della capitale, minacciato dagli Inglesi, preludesse a un
sollevazione popolare, preparata dagli agenti austriaci, e la considerazione che
lesercito napoletano stava in effetti già ripiegando verso i confini convinsero il
Borbone a cedere. Ma lonta di esservi stato costretto fece nascere in lui un odio
contro gli Inglesi che durò anche dopo il suo ritorno in Spagna. Larmata, decimata
dalle diserzioni e ridotta in pietose condizioni dopo la sfortunata campagna, servì ben
presto a difendere il Regno da un pericolo anche più serio: la peste, che, scoppiata a
Messina nel marzo 1743 e diffusasi in Calabria, impose listituzione di un duplice
cordone sanitario, rovinò quanto sopravviveva del commercio internazionale e assorbì le
ultime risorse finanziarie del paese. Agli inizi del 1743, la morte del cardinale Fleury
preluse a una schiarita dal punto di vista internazionale: il 25 ottobre, a Fontainebleau,
i plenipotenziari di Filippo V e di Luigi XV sottoscrissero un Patto di famiglia che
sanciva il tanto atteso intervento francese in Italia per aiutare linfante Filippo a
conquistarsi un regno. Larticolo 14 del trattato prevedeva la neutralità del
Borbone. Ma egli il 25 marzo 1744 si pose alla testa del suo esercito, dispendiosamente e
faticosamente ricostruito, e avanzò oltre i confini per unirsi al corpo di spedizione
spagnolo, che ripiegava verso il Regno. Poiché si temeva una incursione inglese dal mare,
la Regina fu inviata nella ben munita piazzaforte di Gaeta. In Velletri i Napoli-ispani
del Borbone rimasero a lungo di fronte agli Austriaci, in attesa che i Gallo-ispani di
Filippo risolvessero la campagna. Un tentativo di sorprendere e catturare il Borbone nella
cittadina laziale determinò lo scontro decisivo (11 agosto 1744), che si concluse a
favore dei borbonici, ma con gravi perdite di materiali e cavalli e perciò con
unaltra dura scossa al più che dissestato bilancio del Regno. La battaglia di
Velletri, la ritirata degli Austriaci verso il nord e i successi militari conseguiti in
Italia dagli Spagnoli nel 1745 allontanarono per il momento il pericolo dai confini
napoletani, delusero profondamente i sostenitori del partito asburgico e rafforzarono la
nuova dinastia nel Meridione dItalia. Ma i dissesti della guerra e della peste
cancellarono o insabbiarono tutte le iniziative montealegrine, uno dei più intelligenti e
organici tentativi di rinnovamento e di riforma che la storia del Regno abbia conosciuto,
e in cui si espressero le migliori energie della cultura preilluministica meridionale e
della generazione giannoniana: il catasto, la codificazione carolina, i nuovi limiti e i
controlli sulla giurisdizione feudale, la riforma delle delegazioni, listituzione di
una magistratura a rito rapido per il commercio specialmente con lestero, gli
accordi compiuti o in via di perfezionamento con le reggenze nordafricane per impedire la
pirateria, tutto fu travolto dalla crisi. Suo ultimo segno fu, alla fine del 1746,
lespulsione degli ebrei, che sette anni prima, per incrementare il commercio erano
stati invitati a venire nei due regni con molte private lusinghe e numerose pubbliche
promesse, solennemente garantite dalla parola del Borbone. Dominavano a Napoli il partito
dellarcivescovo e della regina, e nella Corte i confessori e i bigotti. I loro
poveri argomenti assurgevano a ragioni di Stato. Accusa decisiva contro gli ebrei e contro
Montealegre fu il fatto che Maria Amalia non riusciva ad avere figli né sani né maschi:
il 24 novembre 1745 nacque la quinta figlia femmina. La svolta decisiva del regno italiano
del Borbone si verificò nella seconda metà del 1746. La battaglia di Piacenza (15
giugno) determinò la sconfitta dellesercito gallo-ispano, che si ritirò in
Provenza, lasciando il Regno di nuovo in pericolo. La morte di Filippo V, avvenuta
improvvisamente il 9 luglio, estromise dagli affari di Stato Elisabetta Farnese e portò
al trono di Spagna il debole, ipocondriaco Ferdinando VI, in quei mesi abbastanza sano ma
che si sapeva essere malato come il padre e tanto pacifico quanto lavo era stato
amante della guerra. Cresceva a Madrid, tramite la regina Barbara di Braganza, figlia del
Re del Portogallo, linfluenza inglese, mentre laccordo franco-ispano
vacillava. A Napoli Montealegre, i cui rapporti con il Borbone e specialmente con la
Regina erano divenuti a partire dal 1741 sempre più tesi, fu deposto agli inizi di giugno
del 1746, ma in base a una decisione presa circa un anno prima. Fu sostituito dal
modestissimo Giovanni Fogliani dAragona, sostenuto dal partito della regina e amico
dellarcivescovo di Napoli, Giuseppe Spinelli. Nel frattempo il Borbone imparò a
resistere alla volontà di Maria Amalia, che conservò un forte ascendente sul marito ma,
nonostante lapparenza remissiva di lui, non prevalse più nelle cose
dimportanza. La seconda metà del regno del Borbone non ebbe lo stesso risalto della
prima e lo stesso andamento ricco di colpi di scena: fu tempo di pace, dedicato a opere di
pace. Dallinterno la monarchia, ormai consolidata, non temeva scosse, ma non sapeva
darne, inserita comera in un sistema che laveva assimilata, inglobata e,
almeno in parte, dal punto di vista ideale, spenta. Il governo del Borbone dopo il 1746
appare una gestione dordinaria amministrazione e realizza una politica prammatica,
del caso per caso, senza grandi idee o ispirata a idee tradizionali, di vecchio stampo:
troppo poco per un paese che aveva recentemente dimostrato e dimostrava di saper
esprimere, con la nascente cultura illuministica, istanze intellettuali molto vive. Una
politica, quella del Borbone, tuttavia fedele agli ideali della giustizia,
dellonestà, della generosità, che mai prima di allora erano stati osservati a
Napoli dai governi con altrettanto impegno e rigore. Vero è che il Borbone si trovò a
dover affrontare, dopo il 1746, un compito estremamente difficile: ricostruire il Regno,
mentre ormai era stato speso e dissipato lintero patrimonio di speranze, di forze
morali, che una generazione aveva posto a disposizione della monarchia e che una felice
congiuntura aveva allinizio esaltato. La storia dellultimo decennio del
governo italiano del Borbone registrò perciò, allinterno, pochi episodi
significativi dal punto di vista politico e culturale (la condanna dei liberi muratori, la
creazione della giunta per le ricompre, lo scavo delle antichità di Ercolano e
linizio delle grandi pubblicazioni a esse relative) e il proseguimento di
unintensa attività edilizia, diretta più alla costruzione di palazzi e siti reali
(Capodimonte, Caserta) che a realizzazioni dinteresse generale (albergo dei poveri,
strade, ampliamento dei porti, caserme). Ma, innanzi tutto, il governo sviluppò
unassidua, minuta attività legislativa volta a contenere i privilegi ecclesiastici
e a disciplinare la vita giudiziaria (negli ultimi anni anche contro il baronaggio), pur
senza tentare riforme di rilievo. I caratteri e i contenuti di questopera posero in
luce, già durante la gestione di Fogliani, lo statista che possedeva una specifica
competenza giuridica e una più antica esperienza della Corte napoletana: B. Tanucci. Dal
trattato di Aquisgrana (18 ottobre 1748), che aveva stabilito i termini della pace e
sancito la nuova situazione di equilibrio in Europa, il Borbone era uscito non solo senza
nulla guadagnare, ma con una grave ipoteca sul suo diritto di trasmettere i due regni alla
propria discendenza. Il settimo articolo stabiliva infatti che, qualora il Borbone fosse
stato chiamato al trono di Spagna, al suo posto, su quello di Napoli e Sicilia, sarebbe
subentrato il fratello Filippo, mentre i Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, ossia
tutto quanto questi aveva guadagnato dalla guerra, sarebbero stati divisi tra
lAustria e la Sardegna. In tal modo la Francia, che proteggeva Filippo, avrebbe
ottenuto per lui un regno di maggior prestigio, lAustria e la Sardegna avrebbero
esteso i loro possedimenti e confini e si sarebbe evitato che i legami tra le Sicilie e la
Spagna, recentemente indeboliti, riacquistassero, in un futuro presumibilmente non
lontano, lantica solidità. Programma, dunque, su cui convergevano fortissimi
interessi e che il governo spagnolo non seppe contrastare. Il Borbone venne a trovarsi in
una situazione di grave isolamento sia in politica estera sia allinterno, dove il
partito spagnolo, attenuatisi decisamente i rapporti con la madrepatria, si reggeva su di
lui e su pochi altri, contro la francofilia imperante nella Corte. Ma le condizioni
mentali di Ferdinando VI non fecero che peggiorare e le potenze europee, innanzi a tutte
lInghilterra e lAustria, coinvolte in nuove e complesse vicende belliche,
compresero quanto fosse inopportuno procurarsi lostilità del Borbone, futuro re di
Spagna, per conseguire modesti vantaggi. Si ebbe allora quel riavvicinamento tra i governi
di Napoli e di Vienna che caratterizzò per molti decenni la politica italiana. In seguito
alla perdita della moglie (27 agosto 1758) Ferdinando VI uscì definitivamente di senno e
morì un anno dopo (10 agosto). Gli successe il Borbone, che fu solo allora e come re di
Spagna, Carlo III, mentre non ebbe mai numero dordine come re di Napoli. Dei sei
maschi che aveva avuto tra tredici figli, il primo, Filippo, fu dichiarato incapace a
succedergli, il secondo divenne, dopo la sua morte, Carlo IV, al terzo, Ferdinando, di
otto anni, il Borbone trasmise, il 6 ottobre 1759, poco prima dimbarcarsi per la
Spagna, il trono di Napoli e di Sicilia. In Spagna, di fronte ai nuovi compiti, il Borbone
si confermò, nelle sue qualità e nei suoi limiti, luomo probo e severo che la
realtà italiana, contraddittoria ma viva e stimolante, aveva formato. Metodico,
insofferente dei cambiamenti e costante negli affetti, il Borbone, pur affermando subito e
con nuova energia, anche nei confronti della madre, la sua volontà di decidere
personalmente su tutto, conservò sostanzialmente immutate la struttura e la composizione
del governo e della Corte, vi introdusse in alcuni punti chiave vecchi amici e
collaboratori che egli poi difese contro lambiente locale, a essi ostile. Condusse
con sé dallItalia ed ebbe a lungo come consigliere personale il duca di Losada,
José Fernández de Miranda, suo amico fin dallinfanzia, affidò
lamministrazione finanziaria al messinese Leopoldo de Gregorio, che aveva a Napoli
creato dal nulla segretario dAzienda e duca di Squillace, e nel febbraio del 1764
chiamò il genovese Girolamo Grimaldi, marchese di Grimaldi, a sostituire Riccardo Wall
nella direzione della politica estera. Ma più del Borbone, fu Maria Amalia a mostrarsi
anche troppo legata alla sua Corte napoletana e specialmente alla duchessa di
Castropignano, che trovò il modo di far sentire anche a Madrid la sua negativa influenza
sul governo e offrì seri motivi allesterofobia degli Spagnoli. Perciò la morte
della Regina, avvenuta appena un anno dopo la sua partenza da Napoli, rese più cupo, ma
anche più coerente e produttivo, limpegno morale e politico del Borbone. Impegno
che si rivelò molto presto estremamente oneroso e travagliatissimo. Nei rapporti tra
Stato e Chiesa il Borbone aveva imparato dallambiente culturale napoletano e dalla
lunga collaborazione con Tanucci a distinguere nettamente le questioni di fede da quelle
di giurisdizione e di diritto. Non fu certo un caso che il partito degli Italiani venisse
a confluire con quello dei golillas, ossia dei robins, ministero e gente di toga: costoro,
raccolti intorno al Consiglio di Castiglia, esprimevano lideologia regalistica,
giurisdizionalistica, giansenisteggiante e antigesuitica, comune ai robins di tutta
lEuropa. Squillace infatti obbligò subito gli ecclesiastici a pagare le imposte,
ridusse il potere della loro giurisdizione, proibì la residenza in Madrid dei chierici
che non potessero dimostrare di avere una precisa occupazione. Contemporaneamente dette un
forte impulso alle opere pubbliche dirette a migliorare laspetto della capitale.
Tali iniziative di spesa e il tratto dindulgenza e di doviziosa e non sempre oculata
generosità verso postulanti e creditori che caratterizzava il comportamento del Borbone
richiesero di badare con particolare attenzione agli affari dAzienda, punto dolente
di tutte le gestioni statuali del tempo, e imposero alla popolazione imprevisti sacrifici.
A ciò si aggiunse lidea di Squillace di poter realizzare una regolamentazione e
disciplina giuridica minuziosa delle operazioni economiche. Linsofferenza popolare
per norme che venivano a sconvolgere antiche tradizioni e le voci sul malcostume degli
Italiani (e specialmente delle Italiane) offrirono al partito avverso alle riforme solidi
punti di appoggio per bloccare quella politica: si fece leva sul sentimento e sui costumi
nazionali, feriti da un governo dominato da stranieri corrotti. La carestia, che colpì
tra il 1764 e il 1766 tutta lEuropa, favorì linsorgere di una sommossa che,
scoppiata il 23 marzo 1766 a Madrid, si diffuse in gran parte della Spagna. Ma al nascere
spontaneo di quella reazione non fu estraneo il denaro dei gesuiti. Essi avevano perduto,
durante il regno di Ferdinando VI, con il tramonto di Elisabetta Farnese e con
lallontanamento del marchese de lEnsenada dal governo, tutta la loro influenza
politica sulla Corte e speravano riacquistarla con lavvento del Borbone, che
conoscevano piissimo. Il successo del partito degli italiani e dei golillas fece cadere
ogni loro illusione e li costrinse a passi che favorirono, poco più tardi, la loro
radicale rovina. La personalità del Borbone uscì lesa dal motîn dEsquilache. Il
Borbone prima cedette alla rivolta popolare promettendo di accoglierne le richieste, poi
si allontanò nottetempo da Madrid per mettersi in salvo ad Aranjuez e fece pensare
volesse usare la maniera forte, infine si adattò a compiere ciò che Elisabetta Farnese
definì una vigliaccheria: ordinò lallontanamento del suo fedele ministro e amico
dal governo e dalla Spagna. In sostanza, tuttavia, con la nomina dellenergico conte
di Aranda, Pedro Pablo de Abarca y Bolea, a presidente del Consiglio di Castiglia, la
politica intrapresa dal marchese di Squillace fu mantenuta e proseguita. Si preparò
inoltre (mediante lopera del fiscale del Consiglio Pedro Ruíz Campomanes) il
processo segreto contro i gesuiti, che portò, il 2 aprile del 1767, alla loro espulsione
dalla Spagna e in seguito da Napoli e da Parma. Lumiliazione per lesilio
forzato di Squillace non fu né la prima né lultima che il Borbone ebbe a subire
dopo il suo arrivo in Spagna. La politica estera gli riservò le più dolorose delusioni.
Sul cadere del 1761, la Spagna, temendo di venirsi a trovare più tardi isolata contro
lInghilterra, si lasciò coinvolgere nel conflitto, poi detto dei Sette anni. Il
patto franco-ispano di famiglia impose linvasione del Portogallo, che aveva
rifiutato di chiudere i suoi porti agli Inglesi. Fu una campagna né decisiva né
fortunata, e sul mare il nemico, disponendo di una forza almeno tripla rispetto a quella
spagnola, vinse ancora una volta. La Spagna perdette alcune delle sue colonie doltre
oceano e si salvò da una maggiore rovina con la pace di Parigi (10 febbraio 1763), che
pose termine alla guerra. Sorte altrettanto infelice ebbe qualche anno più tardi e contro
lo stesso nemico, la controversia per il possesso delle isola Falkland o, secondo gli
Spagnoli, Malvine. Il patto di famiglia questa volta non agì e il Borbone, abbandonato
dai suoi alleati, fu costretto di nuovo (1771) a cedere di fronte allInghilterra.
Anche meno brillante fu la terza impresa bellica di quegli anni: la spedizione contro
Algeri, il nido di pirati che già a Napoli il Borbone aveva imparato a considerare
unoffesa non solo al commercio spagnolo e italiano, ma alla Cristianità. Il corpo
di spedizione, sbarcato presso Algeri l8 luglio 1775, fu ricacciato in mare e non
poté far altro che reimbarcarsi e ritirarsi in Spagna. Solo dopo altri due analoghi
fallimenti il Borbone riuscì, nel 1785, a imporre la pace allagguerrita piazzaforte
mediterranea. La rivolta antinglese dei coloni nordamericani e lappoggio a essi
subito fornito dalla Francia offrirono al Borbone loccasione per una seconda guerra
contro la grande potenza marittima. La Spagna, interessata a non indebolire i suoi
possedimenti coloniali in America, si trovava, rispetto al suo alleato francese, in una
posizione più difficile, perciò si limitò a offrire ai ribelli, fin dal 1775, generosi
aiuti economici. Tuttavia, con lultimatum del 12 aprile 1779, anche gli Spagnoli
passarono dai soccorsi segreti al conflitto armato. In Europa il Borbone non riuscì a
conseguire, nonostante il forte e lungo impegno militare, lobiettivo a cui
principalmente aspirava: la conquista di Gibilterra. Ebbe invece esito felice,
nellestate del 1781, lo sbarco franco-ispano a Minorca. La sua personale, costante
presenza negli affari di Stato, lalto e indiscutibile rigore morale che
caratterizzò la sua figura dettero al Borbone una fama che spesso i risultati della sua
gestione politica sembrerebbero contraddire: certo è che egli contribuì a rinnovare e a
rafforzare durevolmente il prestigio della monarchia nel suo paese, tanto quanto i Borbone
di Francia contribuirono negli stessi decenni a screditarla. Perciò non a torto egli è
passato alla storia come uno dei grandi sovrani di Spagna.
FONTI E BIBL.: Sugli avvenimenti internazionali che portarono il Borbone in Italia
e sul trono delle Sicilie resta fondamentale A. Baudrillart, Philippe V et la cour de
France, Paris, 1890-1903, a cui è da aggiungere specialmente G. Quazza, Il problema
italiano e lequilibrio europeo, 1720-1738, Torino, 1965, che esamina criticamente
lamplissima bibliografia. Sui primi anni della vita, conserva un certo interesse M.
Danvila y Collado, Reinado de Carlos III, I, Madrid, 1892, che utilizza le lettere ai
genitori. La testimonianza di B. Tanucci sullattesa nella Corte toscana che
Elisabetta partorisse un successore al trono granducale, è in una lettera dello statista
a L. Viviani (29 agosto 1758), in E. Viviani della Robbia, B. Tanucci ed il suo più
importante carteggio, II, Le lettere, Firenze, 1942, 57. Sul regno italiano del Borbone,
testimonianze di contemporanei, spesso viziate da intenti encomiastici, possono
considerarsi F. DOnofri, Elogio estemporaneo per la gloriosa memoria di Carlos III,
monarca delle Spagne e delle Indie, Napoli, 1790; F. Becattini, Storia del Regno di Carlos
III di Borbone, Re Cattolico delle Spagne e delle Indie, Venezia, 1790; F. Nuñez, Vida de
Carlos III, Madrid, 1898, opera scritta però poco dopo la precedente, che in parte
plagia. Ipercritico e antiborbonico il contemporaneo S. Spiriti, De borbonico in regno
Neapolitano principatu, s.l. né d., di cui, dispersa lunica copia a stampa
esistente e conosciuta da Schipa, resta il manoscritto della Società napoletana di storia
patria, XXIV. B. 2. Tra le varie storie contemporanee, emerge, per lacume e
lequilibrio delle diagnosi, linedito e mai prima utilizzato manoscritto della
Biblioteca Nazionale di Napoli, I.C. 16, ff. 221-317; utile invece solo per particolari
aspetti linedita Istoria di Napoli, ms. XV. B. 32-33 della stessa Biblioteca. La
storiografia del secolo XIX ha dato con P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, Capolago,
1834 (utilmente rivista e annotata da N. Cortese, Napoli, 1951) una ricostruzione poco
originale, e con Danvila lunica opera complessiva che abbia utilizzato (ma con
scarso acume) per il periodo italiano (prima di Ajello) i documenti degli archivi
spagnoli. Agli inizi del XX secolo linterpretazione encomiastica, fino ad allora
prevalente, è stata troppo duramente combattuta da M. Schipa, Il Regno di Napoli al tempo
di Carlo di Borbone, Napoli, 1904 (e poi Milano-Roma-Napoli, 1923), in unopera che
resta fondamentale per la mole di notizie fornite. Linterpretazione demolitrice
schipiana, già criticata da B. Croce, a cui lopera era stata dedicata (recensione
in Pagine sparse, II, Napoli, 1953, 94-102), è stata in parte corretta sulla base di
nuovi documenti, specialmente spagnoli, da R. Ajello, La vita politica napoletana sotto
Carlos di Borbone, La fondazione ed il tempo eroico della dinastia, in Storia
di Napoli, VII, Napoli, 1972, 459-717, 961-984, che dà un ampio esame della conquista
militare e della situazione politico-sociale e culturale, specialmente durante la prima
parte (1734-1746) del Regno meridionale del Borbone. Ma per una ricostruzione generale
della vita politica italiana di quei decenni e dei successivi è fondamentale F. Venturi,
Settecento riformatore, Da Muratori a Beccaria, Torino, 1969. Sulla vita religiosa, R. De
Maio, Società e vita religiosa a Napoli nelletà moderna (1656-1799), Napoli, 1971.
Sulla vita politica e sulla cultura napoletana durante il regno del Borbone e su alcune
iniziative di riforma, R. Ajello, Arcana iuris, diritto e politica nel Settecento
italiano, Napoli, 1976. Lindicazione dei contributi minori si questa fase potrà
trarsi dalle bibliografie riportate dalle opere di Schipa e Ajello e dai Bollettino
bibliografico per la Storia del Mezzogiorno dItalia, pubblicati ogni dieci anni
dalla società napoletana di storia patria. Sul regno del Borbone in Spagna, oltre a
Danvila (voll. II-VI) e Nuñez, cfr. A. Ferrer del Rio, Historia del reinado de Carlos III
en España, Madrid, 1856; M. Lafuente, Historia general de España, XIII-XIV, Barcelona,
1889; ma specialmente F. Rousseau, Règne de Charles III dEspagne (1759-1788),
Paris, 1907; A. Ballesteros y Beretta, Historia de España y su influencia en la historia
universal, V, Barcelona, 1929 (che indica e discute criticamente la bibliografia su
ciascun argomento); E. de Tapia Ozcariz, Carlos III y su epoca, Madrid, 1962; V. Rodriguez
Casado, La politica y los politicos en el reinado de Carlos III, Madrid, 1962; J. Cepeda
Adan, Sociedad y politica en la época de Carlos III, Madrid, 1967. Per
lapprofondimento di singoli aspetti della vita e della politica del Borbone esiste
un immenso materiale documentario negli archivi di Napoli (specialmente i fondi Casa reale
antica, Esteri, Farnesiano), di Firenze, Venezia, Torino, del Vaticano, Parigi (Archives
du Ministère des Affaires Etrangères), Londra (Public Record Office, per le notizie
trasmesse dagli inviati diplomatici), Roma (Biblioteca Corsiniana, per il fondo B.
Corsini) e negli archivi spagnoli di Simancas (Valladolid) e Historico nacional di Madrid;
questo ultimo conserva in molti fasci i documenti relativi ai più importanti avvenimenti
esterni della vita del Borbone e molte centinaia di lettere ai genitori, fonte
insostituibile per la conoscenza della sua formazione e maturazione psicologica; tra le
più recenti biografie del Borbone, si veda R. Ajello, in Dizionario biografico degli
Italiani, XX, 1977, 239-251.
BORBONE SPAGNA ELISABETTA, vedi FARNESE ELISABETTA
BORBONE SPAGNA FELIPE
Madrid 15 marzo 1720-Alessandria 18 luglio 1765
Secondogenito di Filippo V, re di Spagna, e di Elisabetta Farnese, seconda moglie
del sovrano. Ben conscia che la successione era faccenda stabilita da tempo, Elisabetta
impiegò tutta la sua sagace caparbietà e linfluenza che aveva sul marito per
trovare una sistemazione degna ai propri figli. Fu questa la principale preoccupazione e
scopo di tutta la sua vita e il disegno cui sottomise scelte politiche e risorse
finanziarie dellintera nazione, non esitando talvolta a pregiudicare la pace e gli
equilibri internazionale di tutta Europa. Daltra parte era chiaro che ogni
sistemazione dei principi spagnoli avrebbe dovuto avere il consenso preventivo delle altre
potenze europee, in primis della Francia, che a suo tempo aveva approvato il matrimonio
dellultima discendente dei Farnese con il nipote di Luigi XIV, divenuto re di Spagna
dopo una guerra di successione il cui esito aveva vieppiù unito le due Corone. Il
trattato di Siviglia (9 novembre 1729), sottoscritto dai due rami dei Borbone a ribadire
linevitabilità di una entente tra le case regnanti francese e spagnola, in realtà
suggellò un momento diplomatico forte in cui la Spagna era riuscita ad accordarsi
direttamente con lInghilterra e la Francia era stata costretta a fungere da garante.
LImperatore fu coinvolto nella transazione poco dopo, a Vienna, nel 1731: a Carlo VI
premeva soprattutto che le potenze europee accettassero la sua Prammatica sanzione e, a
questo scopo, era disposto a notevoli concessioni. Una di esse consistette
nellaccettare lassegnazione al primogenito di Elisabetta Farnese, don Carlo,
dei Ducati di Parma e Piacenza già promessigli a Siviglia e nellacconsentire
allingresso di 6000 soldati spagnoli nelle fortezze dei due paesi. Il 1731, dunque,
segna il decollo politico e la collocazione nei Ducati della famiglia materna del primo
figlio della Farnese e a nulla valse il breve ritardo dovuto alla successione tanto
discussa di Antonio, ultimo duca di Parma, e allattesa del preannunciato (tra
lincredulità generale) erede dalla duchessa Enrichetta. La surreale situazione
diplomatica e la penosa posizione personale della protagonista si chiarì
nellautunno 1731 e già alla fine di quellanno Carlo, figlio prediletto di
Elisabetta, sbarcò a Livorno per prendere legittimo possesso delle terre assegnategli.
Alle spalle e a suffragare le scelte politiche e gli schieramenti diplomatici europei, si
erano andate nel frattempo perfezionando le alleanze matrimoniali, da sempre corollario di
più ampie scelte strategiche e, a loro volta, premessa e garanzia degli schieramenti di
appartenenza. Così quando a Carlo diciottenne fu proposta dalla diplomazia francese la
prima delle figlie di Luigi XV, Luisa Elisabetta, allora di otto anni, la regina
Elisabetta negò lassenso perché dopo tutto non era verosimile que nous
attendissions que Carlito ait quarante ans pour le marier (Stryenski, 1906, p. 7).
Limpaziente Carlo fu dirottato su Maria Amalia di Sassonia, figlia di Augusto III di
Polonia (1738), ma il progetto di scambio dinastico non fu accantonato. Nel 1738 Luigi XV
acconsentì alle nozze incrociate della stessa primogenita Luisa Elisabetta con il Borbone
e del suo unico maschio con linfanta Maria Teresa. Gli sponsali, annunziati
contemporaneamente il 22 febbraio 1739 a Versailles e a Madrid si completarono per il
Borbone lanno seguente tra lagosto e lottobre, mentre per
linfanta, allora decenne, si dovette attendere il 1745. Gradevole daspetto,
equilibrato, affabile quanto intellettualmente e caratterialmente anonimo, il Borbone si
era sottoposto docilmente alleducazione prevista per i principi del suo rango,
tentando di emulare in tutto il fratello maggiore, senzaltro dotato di più forte
personalità. Figlio prediletto dal padre, fu, come lui, dominato dalla volontà caparbia
e dalla esuberanza vitalistica della madre Elisabetta. In realtà, ormai,
liniziativa della politica europea era passata alla Francia, da dove il cardinale
A.H. de Fleury abilmente manovrata per attirare nella sua orbita la Spagna isolandola
dallimpero e tenendo così a bada gli Inglesi. Il matrimonio del Borbone va letto in
tale ottica, come il successivo avallo alle mire della regina Elisabetta tese alla ricerca
di unonorevole sistemazione per il secondogenito. Nonostante le premesse
inevitabilmente politiche, comunque, la giovane coppia sembrava sufficientemente bene
assortita, ma non ci fu la possibilità che di una breve convivenza. Il 28 ottobre 1740
limperatore Carlo VI improvvisamente morì e le cancellerie europee si prepararono a
una guerra inevitabile per la tanto discussa successione dAustria. Era
loccasione che Elisabetta Farnese attendeva per riuscire a collocare onorevolmente
il Borbone. Ben presto però dalla Francia arrivarono segnali non equivoci: a dispetto
della parentela e dei legami di alleanza, la Spagna avrebbe dovuto cavarsela da sola nella
campagna italiana. Il Borbone avrebbe dovuto fare la sua parte e una sua separazione dalla
giovane sposa appariva in prospettiva inevitabile. In realtà si procrastinò la partenza
del Borbone per consentirgli di essere presente alla nascita della primogenita, Isabella,
venuta alla luce il 31 dicembre 1741. Il 22 febbraio seguente egli lasciò Madrid e i
genitori, che non rivide più. Limpresa italiana non cominciò per gli Spagnoli
nella migliore delle maniere: il contingente militare che Filippo V aveva inviato a
Orbetello rimase ben presto bloccato e inoperoso per lo stretto controllo esercitato sul
Mediterraneo dalla potente flotta inglese guidata dallammiraglio T. Mathews. Da
Barcellona, dove il Borbone aveva raggiunto il generale I. Glimes e lesercito che
costui stava raccogliendo, era impedita la via di mare. Non restò che optare per la
soluzione terrestre procedendo attraverso la Francia meridionale, grazie alla compiacente
neutralità di questultima, e poi entrando nella ostile Savoia. Errori tattici e
indecisione del generale Glimes portarono a una dura sconfitta, superata solo con la
sostituzione del comando affidato al marchese J. de la Mina, allepoca ambasciatore a
Parigi, uomo dal carattere difficile ma deciso e ambizioso. I risultati si videro ben
presto: riconquistate stabilmente le sei province savoiarde, il Borbone organizzò la sua
Corte a Chambéry, consentendogli le campagne militari dellepoca lunghe soste in cui
potere organizzare i balli e le rappresentazioni teatrali di cui era appassionatissimo.
Già a questepoca il Borbone poté servirsi dellopera di un binomio di
consiglieri di primordine: Guglielmo Du Tillot, già vicino al Borbone dal 1730 con
la carica di valet de chambre e destinato a divenire una delle figure più significative
nellItalia del Settecento, e il marchese Z. de la Enseñada, futuro primo ministro
di Spagna. La guerra, intanto, languiva e a Madrid si era tuttaltro che tranquilli
sullesito finale e sulle possibilità del Borbone di conquistare il trono desiderato
e destinatogli dalla volontà materna e dalla condiscendenza del Re di Francia. Fin
dallagosto 1742 Carlo, re di Napoli e di Sicilia, aveva dovuto togliere al fratello
minore il proprio appoggio, costretto a ciò dalla flotta inglese presentatasi davanti a
Napoli a minacciare ritorsioni. Laltro contingente spagnolo, guidato da J.L. de
Montemar, era stato isolato attorno a Rimini e reso inattivo: il ricongiungimento nel
Monferrato dei vari eserciti borbonici avvenne solo nel 1745. In realtà, nonostante
lAustria fosse fortemente impegnata sul fronte prussiano e non potesse certo fornire
nuove truppe a Carlo Emanuele di Savoja, il compito del Borbone e dei suoi generali era
tuttaltro che facile: gli Austro-piemontesi erano tra i migliori soldati
dEuropa, con abili comandanti, mentre gli Spagnoli si muovevano più impacciati
mostrando spesso incapacità nelladeguarsi alla più moderna tecnica militare,
costretti a vessazioni pesanti nei confronti dei civili per approvvigionare un esercito
troppo lontano dalla madre patria e alle prese con leterno problema dei disertori.
Diversità di vedute e impossibilità di intesa personale tra i comandanti spagnoli e
francesi contribuirono a rendere contraddittoria lazione complessiva.
Lappoggio francese al Borbone, inoltre, cominciava ad assumere i connotati
dellambiguità, e il cambio della guardia al ministero degli esteri di Parigi non fu
certo un elemento a favore del Borbone. Il nuovo ministro, marchese R.-L. dArgenson,
era francamente contrario allétablissement del Borbone in Italia e, comunque,
escludeva assolutamente la sua ascesa al trono ducale di Milano, obiettivo primario della
Corte di Madrid. Argenson mirava in realtà a scambiare con Carlo Emanuele di Savoja il
Milanese con la Savoja e, in tal senso, iniziò allinsaputa degli alleati contatti
con la Corte di Torino dopo avere sostituito a capo del contingente francese a fianco del
Borbone il principe L.-F. di Borbone-Conti con il maresciallo J.-B.-F. di Maillebois,
professionista delle armi, a lui unito da legami di parentela e ansioso di assecondare in
toto il suo ministro. Il piano non riuscì per la ferma volontà del Re di Sardegna di
rimanere fedele al patto stipulato con Maria Teresa a Worms, ma lambiguità francese
ebbe poi profondi riflessi sullandamento delle fasi belliche e
sullatteggiamento contraddittorio della conduzione della campagna. Il Borbone fece
il possibile, in questo sottile gioco che di gran lunga lo superava, per portarsi
dignitosamente nel ruolo che altri avevano deciso per lui, non sottraendosi talvolta a
rischi personali. Ma quanto il 1745, in complesso, era stato generoso con i Borbone, che
tra laltro avevano coronato il loro progetto di unione dinastica inviando
linfanta Maria Teresa come sposa dellerede al trono francese, lanno
successivo tutto sembrò volgere al peggio: la giovane delfina morì prematuramente e
soprattutto scomparve dalla scena Filippo V. Fu ovvia e prevedibile conseguenza il
disimpegno del nuovo re Ferdinando VI nei confronti del Borbone, fratellastro mai amato, e
lisolamento subito imposto alla matrigna Elisabetta, con cui non era corso mai buon
sangue: la regina vedova fu, infatti, esiliata definitivamente a SantIldefonso il 23
luglio 1747. Inoltre, il nuovo ministro spagnolo J. Carvajal y Lancaster, scelto in
ossequio ai sentimenti filoinglesi della nuova regina Maria Barbara di Braganza, non fece
che peggiorare le già precarie condizioni del Borbone in Italia. I Franco-spagnoli furono
sconfitti dagli Austriaci il 16 giugno presso Piacenza e costretti a ritirarsi vicino a
Genova. Tra lagosto e il settembre il Mina ordinò la ritirata in Provenza: il
Borbone stesso si imbarcò per Nizza e di lì si attestò in Linguadoca: da questo momento
assistette defilato nella sua piccola Corte di Chambéry o ad Antibes alla fase finale di
una lotta che aveva inutilmente impiegato eserciti e risorse economiche ingentissime, ma
il cui esito, indipendentemente dai risultati militari, fu comunque il frutto di accordi
raggiunti altrove, di una spartizione dinastica fine a se stessa, che prescindeva quasi
dalla logica e dallandamento delle occupazioni o delle conquiste. Nel migliore dei
casi esse ne potevano essere il corollario. Dai preliminari di Nizza nel luglio 1748 alla
conclusione dei negoziati di Aquisgrana (18 ottobre dello stesso anno) uscì il nuovo
assetto generale dEuropa. La Spagna era ansiosa di liberarsi di una guerra costosa e
dal peso di un Borbone che non avrebbe mai potuto essere re, per essere libera di
negoziare con lInghilterra il problema di Gibilterra e Minorca e le questioni
commerciali con le colonie dAmerica. Il Borbone infine raggiunse il suo
establecimiento: col trattato di Aix-en-Chapelle gli furono assegnate Parma, Piacenza e
Guastalla come dagli accordi di tanti anni prima. Lasciò Chambéry solo il giorno di
Natale 1748 per raggiungere la sua definitiva destinazione l8 marzo 1749. Dal luglio
precedente la moglie Luisa Elisabetta si era spostata da Madrid alla Corte paterna,
preludio del suo ricongiungimento col Borbone. La sistemazione a Parma non fu per lei di
piena soddisfazione: le sue ambizioni andavano ben oltre e non cesò di lottare per
ottenere altre e migliori soluzioni. A Versailles lInfanta, ormai nuova duchessa, fu
raggiunta agli inizi del 1749 dal Du Tillot, che fino al 1747 era rimasto
ininterrottamente accanto al Borbone e che si trovava alla Corte francese in qualità di
suo agente ufficiale. Apparve chiaro agli occhi dei politici francesi e forsanche a
quelli del Re che il vero interlocutore era lei, Luisa Elisabetta. Inesperienza, certa
debolezza di carattere, mancanza dautorità, familiarità eccessiva verso i
dipendenti, prodigalità pericolosa: i tratti comportamentali tipici del Borbone non erano
un mistero per nessuno né a Madrid né a Parigi, dove Luigi XV, al di là delle
espressioni di cortesia formale, non fece mai nulla neppure per conoscere personalmente il
genero. Ma gli scopi della Duchessa, durante il soggiorno alla Corte paterna, prolungato
al punto da suscitare pesanti dicerie, erano ben precisi: ottenere una pensione dalla
Francia, una dalla Spagna e, infine, la promessa di un buon matrimonio per la figlia
Isabella. Sempre più negli anni si andò riproponendo un chiaro parallelismo tra la
situazione e la spartizione di ruoli che a suo tempo aveva caratterizzato il ménage
coniugale e politico della regina Farnese e di Filippo V e quella di questa giovane coppia
in cui il Borbone andava somigliando pericolosamente al padre, senza possederne il rigido
senso del dovere e dello Stato. Meno cupo e più fatuo fu il Borbone. La sua incapacità
politica essendo un dato acquisito per le diplomazie europee, inevitabilmente fu Luisa
Elisabetta a sostituirsi a lui se non altro come garante, soprattutto agli occhi della
diffidente Corte madrilena. E fin dal primo soggiorno francese lInfanta si dimostrò
dotata di indubbio acume nella scelta dei collaboratori, puntando tra laltro proprio
su quel Du Tillot che tanta parte ebbe più oltre nella riorganizzazione del Ducato
padano. A Parma Luisa Elisabetta arrivò solo alla fine del 1749, ricongiungendosi dopo
una settennale separazione al Borbone, che già stava giustificando con il suo
comportamento la fondata preoccupazione degli ambasciatori di Francia e Spagna, inviati in
loco più che per obbligo di rappresentanza allo scopo di controllare le prime mosse dei
giovani duchi. La testimonianza del marchese dArgenson, certo non sospetto di
benevolenza nei confronti di Luisa Elisabetta, riconosce tuttavia in lei lunica
figlia di Luigi XV qui montre de lésprit, della sua situazione elle soccupe
beaucoup et en serieux, e quanto al Borbone icasticamente sentenzia: le Roi sait que
lInfant Don Philippe est un mauvais sujet et de nulle capacité (Stryenski, p. 309).
Ciò che emerge dalla fitta trama dei dispacci e dalla corrispondenza della moglie con
ambasciatori e Corte paterna è la necessità di tenere sotto stretta tutela un uomo, il
Borbone, psicologicamente labile, preda di un entourage certo non disinteressato, tutto
dedito a coltivare la sua indolenza nativa tra toilettes protratte per intere mattinate,
passeggiate e musiche intervallate dalle cacce, grande passione ereditaria di tutti i
Farnese. Naturale che une journée aussi bien remplie na point encore donné place
à aucune apparence de conseils, ni de travail (Stryenski, p. 319). Certo devoto alla
moglie come essa, così poco sentimentale, lo era alla propria ambizione e al gusto della
politica, latteggiamento del Borbone tutto sommato non mutò radicalmente neppure
dopo la nascita dellerede al trono Ferdinando, il 20 gennaio 1751, e di Luisa Maria
Teresa Anna, nata il 9 dicembre dello stesso anno. Nellagosto 1752 Luisa Elisabetta
riprese la via di Versailles. Vi si trattenne sino al settembre 1753, inaugurando quei
lunghi periodi lontano dallItalia che caratterizzarono il ménage col Borbone: in
compenso, fu fittissima, durante le sue assenze, la corrispondenza col Borbone,
affettuosa, colma di premure per i figli, soprattutto per gli ultimi due, Ferdinando e la
piccola, prediletta Louison. Fu ai loro progetti matrimoniali che lavorò gran tempo a
Parigi: e non è un caso se accanto alla Duchessa (per taluno troppo) sia stato a lungo in
questi periodi labate F.-J. de Pierre de Bernis, talento emergente della diplomazia
francese, futuro ministro e cardinale, il tessitore discreto del grande rovesciamento di
alleanze operato in Europa a metà del secolo. In effetti a metà degli anni Cinquanta il
riavvicinamento delle due corti di Vienna e Parigi pareva inevitabile e una conseguente
politica matrimoniale poteva benissimo passare per Parma, ove le persone dei duchi erano
tanto strettamente legate alla Corte francese. Fu così che Luisa Elisabetta riuscì, con
lappoggio del fidato Bernis, dal giugno 1757 ministro degli esteri, ad avere il
formale placet del padre per il matrimonio della primogenita Isabella con larciduca
Giuseppe. A perorare questa causa e a combattere la sua inesausta battaglia contro la
Corte di Madrid ripartì nello stesso anno per Parigi. Tra il 1756 e il 1757 le
prospettive per i duchi di Parma erano piene di promesse: Bernis era riuscito nel trattato
di Versailles a inserire parecchie clausole favorevoli al Borbone. In particolare i
contraenti simpegnarono a rinegoziare la sua situazione e la successione al Regno di
Napoli e Sicilia, e Maria Teresa, una volta impossessatasi della Slesia, avrebbe ceduto al
Borbone i Paesi Bassi. Di pari passo stava diventando a poco a poco più presentabile
limmagine interna del Ducato ancorché il Borbone non avesse dato segno di mutare la
propria indole e le propensioni alla fatuità. Ma godette, almeno, dei servigi del Du
Tillot, fin dal 1749 intendente generale della casa e ben presto apparso unico uomo di
vaglia alla Corte e in grado di tentare una seria riorganizzazione generale dello Stato.
Lascesa definitiva dellonnipotente ministro (segretario di Stato dal 1758)
segnò lapice dellinflusso francese a Parma databile sino al 1770.
Collaboratore capace e onesto, Du Tillot profuse le sue energie fedele ai sovrani, che lo
ricambiarono. Il Borbone, cui difettava la serietà ma non la gratitudine, nel 1764 con un
motu proprio gli fece ampia e totale donazione delle terre di Felino e San Michele di
Tiorre, nominandolo marchese. Nulla cambiò anche con la morte di Ferdinando VI di Spagna
(1759): Carlo, fratello del Borbone, salì al trono come Carlo III, a Napoli restò
Ferdinando, il terzogenito di Carlo, mentre fu il suo secondo figlio a divenire principe
delle Asturie e poi re Carlo IV, essendo il primogenito incapace a succedergli. A lui
venne data in sposa nel 1765 Maria Luisa, ultimogenita del Borbone e Luisa Elisabetta,
chiudendosi il cerchio dei matrimoni borbonici iniziati da Madrid con la regina Farnese.
Al Borbone, dopo la morte della moglie, a soli trentadue anni, nello stesso anno 1759, non
rimase che amministrare i frutti del patrimonio strategico accumulato in tanti anni di
volitiva attività diplomatica di Luisa Elisabetta. Con accanto Du Tillot a controllare il
governo del Ducato, le giornate divise tra lamata caccia, la musica e il ricevimento
dei viaggiatori di passaggio a Parma o a Colorno, nel 1760 il Borbone celebrò
latteso matrimonio arciducale di Isabella, destinata a morire dopo soli tre anni, a
Vienna, colpita dal terribile contagio, il vaiolo, che aveva condannato anche la madre.
Frattanto, nel 1761, dopo la morte dellostile Maria Amalia di Spagna, il ministro
E.-Fr. de Choiseul riuscì a fare sottoscrivere il patto di famiglia cui avevano così a
lungo lavorato Bernis e la stessa Luisa Elisabetta: i rami regnanti dei Borbone
dEuropa simpegnarono alla mutua solidarietà offensiva e difensiva
coinvolgendo, come sorta di appendici, i troni di Napoli e di Parma. Era la garanzia di
una sicurezza duratura, anche se nessuno fece in tempo a ricavarne dei vantaggi: la
diplomazia non poté prevedere la rivoluzione che solo trentanni dopo avrebbe
sconvolto equilibri e trame tessuti in secoli di storia. Quanto al Borbone, gli fu
risparmiato il vedere il suo piccolo mondo sconvolto da avvenimenti incontrollabili. Il
poco impegno di cui era capace fu rivolto ai due figli, soprattutto allerede maschio
Ferdinando. Quanto ai progetti matrimoniali per lui, il Borbone fece sondaggi presso
Ercole Rinaldo dEste, pensando alla sua unica figlia Maria Beatrice. Né la Spagna
né lImperatrice approvarono e questultima trovò modo di accasare nel 1768
proprio con Ferdinando una delle sue numerose figlie, quella Maria Amalia che tanto peso,
e negativo, ebbe nella storia successiva del Ducato. Nel 1764, consigliato dal Du Tillot e
in anticipo sui tempi, il Borbone fece inoculare contro il vaiolo il suo unico maschio. Fu
lo stesso contagio, fatale a tutta la famiglia, a colpire lui nel 1765 mentre di ritorno
da Genova, dove aveva accompagnato la figlia Maria Luisa in partenza per gli sponsali
spagnoli, si era fermato ad Alessandria ospite dei sovrani sabaudi. Le sue spoglie furono
trasportate, per esservi sepolte nella chiesa dei cappuccini, a Parma, la città che, a
dispetto dello scarso peso specifico del Borbone, sotto di lui godé di un eccezionale
periodo di prosperità.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte borbonica, serie I, bb. 2 e
3, serie VI, bb. 29, 30, 31, Casa e corte farnesiana, serie II, b. 41; Relazioni degli
ambasciatori veneti al Senato, a cura di L. Firpo, VII, Torino, 1975, 741, X, 1979, 734;
E. Bicchieri, Lettere familiari dellimperatore Giuseppe II a don Felipe e don
Ferdinando duchi di Parma, in Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le
Province Modenesi e Parmensi IV 1868, 105-124; C. Fano, I primi Borboni a Parma, Parma,
1890, 1-27; C. Stryenski, Le gendre de Louis XV don Philippe infant dEspagne et duc
de Parme, Paris, 1906; G.A. Zanon, Le lettere intime e politiche di Elisabetta Farnese e
Filippo V al figlio don Felipe, Parma, 1910; O. Masnovo, La corte di don Felipe di Borbone
nelle Relazioni segrete di due ministri di Maria Teresa, in Archivio Storico
per le Province Parmensi, n.s., XIV 1914, 165-205; M. Mora, Come e quando morì don Felipe
di Borbone, in Parma per lArte I 1958, 13-19; U. Delsante, Don Felipe di Borbone e
la guerra di successione austriaca, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXVI
1974, 371-412; U. Delsante, La nascita del Ducato borbonico nel quadro politico europeo,
in Parma nellArte 2 1976, 59-62; U. Delsante, Don Felipe di Borbone
nellepistolario Carvajal -Huescar, in Parma nellArte 1 1977, 43-47; G. Tocci,
Il Ducato di Parma e Piacenza, in Storia dItalia (UTET), a cura di G. Galasso,
XVIII, Torino, 1979, 113, 290 ss., 298; H. Bédarida, Parma e la Francia (1748-1789), a
cura di A. Calzolari-A. Marchi, Parma, 1986, ad Indicem; U. Delsante, Alcune indiscrezioni
sul duca di Parma don Felipe di Borbone, in Malacoda, 16 1988, 25-33; M. Romanello, in
Diuzionario biografico degli Italiani, XLVII, 1997, 729-733.
BORBONE SPAGNA FILIPPO, vedi BORBONE SPAGNA FELIPE
BORBONE SPAGNA LUIGIA o LUISA MARIA TERESA, vedi BORBONE PARMA MARIA LUISA TERESA
BORBONE SPAGNA MARIA
LUISA
Madrid 1782-Roma 13 marzo 1824
Terzogenita di Carlo. Sposò nel 1795 Lodovico di Borbone, primogenito del duca di
Parma Ferdinando, che Napoleone Bonaparte (allora primo console) creò re dEtruria
in seguito alla pace di Lunéville (1801). Rimasta vedova nel 1803, la Borbone tenne la
reggenza per il figlio Carlo Ludovico, ma Napoleone, che voleva rigidamente applicato il
blocco continentale contro lInghilterra, nel 1807 abolì il regno dEtruria, e
la Toscana fu annessa allImpero francese. Napoleone pensò di compensare la Borbone
con la parte settentrionale del Portogallo costituito in regno di Lusitania, ma gli eventi
della penisola iberica fecero tramontare quel disegno. Anzi, avvenuta la rottura con
Napoleone (1809), la Borbone fu arrestata a Nizza e chiusa poi (1811) nel convento di San
Sisto a Roma, donde la liberò Gioacchino Murat. Il Congresso di Vienna assegnò a Carlo
Ludovico il territorio dellantica repubblica di Lucca eretta a ducato, ma il governo
fu lasciato alla Borbone, in attesa che la morte di Maria Luigia dAustria,
ex-imperatrice dei Francesi permettesse di rimettere lei e suo figlio Carlo Ludovico sul
trono avito di Parma e Piacenza (patto di riversibilità). La Borbone morì prima di Maria
Luigia dAustria e il Ducato di Parma passò a Carlo Ludovico, e Lucca al Granducato
di Toscana.
FONTI E BIBL.: P. Marmotton, Le royaume dÉtrurie, Parigi, 1896; G. Finzi, Il
regno dEtruria, Roma, 1911; Dizionario UTET, VIII, 1958, 329.
BORBONE SPAGNA MARIA LUISA TERESA, vedi BORBONE PARMA MARIA LUISA TERESA
BORBONI ANNA MARIA
Golese 4 settembre 1901-post 1941
Fu nota scrittrice di romanzi. Nel 1930 conseguì un premio della Letteraria col
romanzo I nomadi. Pubblicò inoltre nel 1931 il romanzo Occhi nel buio e quindi Gli eterni
vagabondi (Milano, Baldini e Castoldi, 1932).
FONTI E BIBL.: M. Gastaldi, Panorama della letteratura femminile contemporanea,
Milano, 1936; Bandini, Poetesse, 1941, 106.
BORBONI PAOLA
Golese 1 gennaio 1900-Bodio Lomnago 9 aprile 1995
Figlia di Giuseppe, impresario lirico, e di Gemma Paris. Dopo aver recitato con A.
De Sanctis (1916), con la Calò-Wnorowska (1918) e con Irma Gramatica (1920), fu
primattrice di Armando Falconi (dal 1921 al 1929) in un repertorio per lo più leggero,
che la vide interprete festeggiatissima e donna universalmente ammirata per giovinezza e
bellezza (fece scalpore, nel 1925, una sua procace apparizione a seno nudo in Alga marina
di C. Veneziani). Lasciato Falconi, formò compagnia con Ruggero Lupi e N. Pescatori,
manifestando i primi segni di quellevoluzione, nel senso di unapprofondita
ricerca interpretativa e di uninsospettata inclinazione per i toni drammatici, che
la portarono nel 1933-1934 a fianco di Ruggeri. Nel 1934-1935 fu capocomica (con P.
Carnabuci) ed ebbe modo di farsi valere in una delle sue prime interpretazioni
pirandelliane, Come prima, meglio di prima. Nellestate 1935 formò compagnia con M.
Giorda, col quale rimase anche nella stagione 1935-1936, contrassegnata da due successi:
Tovarich di Deval e La Milionaria di Shaw (Di Epifania, scrisse Simoni, la Borboni ha
rappresentato con lucente amenità sia la caparbia sicumera che la veemenza. La sua è
stata uninterpretazione di un ricco ed eccellente stile comico). Dopo una parentesi
cinematografica, fu, nellestate 1937, primattrice del Carro di Tespi n. 2, diretto
da Giorda. Nel 1937-1938 formò compagnia con Cimara (anche tournée in Sudamerica) e nel
1938-1939 con Betrone (anche tournée in Africa Orientale Italiana). Nel febbraio 1940,
col dichiarato proposito di mettere da parte la somma necessaria per formare una compagnia
pirandelliana, sindusse a partecipare a una rivista di Galdieri, Mani in tasca naso
al vento, dove sfoggiò il brio a lei consueto. Dopo un ritorno a fianco di Ruggeri
(stagione 1940-1941) riuscì finalmente, nel 1942-1943, a dar vita alla Pirandelliana, con
la quale conquistò pubblico e critica con due interpretazioni memorabili: Vestire gli
ignudi e La Vita che ti diedi. Nellautunno 1945, dopo la liberazione di Milano,
formò con S. Randone una compagnia che rappresentò con particolare successo, per la
regia di O. Costa, Vento notturno di Betti e Viaggio senza fine di ONeill. Oltre che
di due compagnie pirandelliane (nel 1946-1947 con L. Picasso, in occasione del decennale
della morte dello scrittore, e nel 1947-1948) la Borboni fu in seguito primattrice della
compagnia Città di Roma (autunno 1947: Così è se vi pare, Il Labirinto di S. Pugliese),
della compagnia dei Teatranti (primavera 1952: Donne brutte di A. Saitta) e del Piccolo
Teatro della Città di Bari (1954-1955). In seguito preferì, alle formazioni stabili, le
partecipazioni occasionali. Tra gli spettacoli nei quali la Borboni figurò
(allinfuori delle compagnie già menzionate) si possono citare: La Casa
sullacqua di Betti (Teatro dellUniversità di Roma, gennaio 1940), Un Gradino
più giù di S. Landi (Compagnia nazionale dei Gruppi Universitari Fascisti, primavera
1942), Come le foglie (Roma, Teatro Argentina, dicembre 1943), Il Suo cavallo, rivista
(Roma, Teatro Valle, autunno 1944), La Guardia al Reno di L. Hellman (Roma, Teatro
Quirino, marzo 1945), Il Teatro in fiamme di L. Chiarelli (Roma, Teatro Quirino, marzo
1945), Oreste di Alfieri (Roma, Teatro Quirino, inverno 1949), Pasqua di Strindberg
(Milano, Teatro del Parco, primavera 1949), Le Allegre comari di Windsor (Nervi, estate
1949), Giulietta e Romeo (Verona, estate 1950), Le Corna di don Friolera di Valle Inclán
(Napoli, estate 1951), Le Donne delluomo di G. Pistilli (Piccolo Teatro della Città
di Roma, inverno 1954), La Morale della signora Dulska di G. Zapolska (Roma, Teatro
Pirandello, primavera 1954), Lanima buona di Sezuan di B. Brecht per la regia di G.
Strehler (1958), Tutto è bene quel che finisce bene di Shakespeare (1964) e Nozze di
sangue di F. Garcia Lorca (1965) per la regia di B. Menegatti, La professione della
signora Warren di G.B. Shaw (1969), Tartufo di Molière per la regia di G. Bosetti (1979),
Antigone di J. Anouilh (1982-1983), Così è se vi pare di Pirandello per la regia di F.
Zeffirelli (1984-1985), il personaggio di Re Lear nellomonima tragedia di
Shakespeare (1985), Yerma di F. Garcia Lorca (1986-1987), Il sogno manifico con C. Fracci
(1987) e Il giocatore di Goldoni (1988). Dopo aver compiuto i novantanni
detà, moltiplicò i suoi personaggi, lavorando ancora senza sosta. Interpretò
Clitemnestra o del crimine tratto da Marguerite Yourcenar e Arsenico e vecchi merletti.
Affrontò soprattutto testi nuovi e spesso difficili: Hystrio del poeta Mario Luzi e
Savannah Bay del romanziere Marguerite Duras. Nel 1982 ricevette il premio Saint-Vincent e
nel 1988 il premio Fiuggi. Donna e attrice tra le più personali, la Borboni, rispondendo
alle sollecitazioni di un temperamento stravagante e tirannico, venne delineando la sua
figura dinterprete attraverso un settantennale processo di maturazione e di ricerca.
Insofferente dogni cliché, portata per natura allaccentuazione e alla
sintesi, improntò la sua recitazione di attrice brillante a modernità di accenti,
percorsi da limpide e coraggiose venature di grottesco. Al dramma si volse quasi per
ribellione ai propri generosi istinti istrionici, ma solo in Pirandello trovò, per
naturale e spontanea consonanza espressiva, lautore in cui credere e per cui
combattere. È difficile infatti non avvertire il nesso, curiosamente profondo, che legò
la tecnica della Borboni, rivolta a unoriginale, perpetua scoperta ritmica e basata
su una dizione martellata, caustica, su una punteggiatura apparentemente alogica, ma
discorsiva e mordente, della frase e del periodo, con la forma sintattica e la particolare
struttura della battuta pirandelliana. Ma le caratteristiche distintive della Borboni
recarono tutte limpronta dellestro. La voce, spesso scolorita e monotona,
simpennava in improvvisi sopracuti, così la mimica, sobria, si rompeva a un tratto
in gesti colmi di vibrazione. In lei la ricerca della misura non escluse, paradossalmente,
la sovrabbondanza e magari lenfasi. Tali la pienezza e la cordialità
dellimpegno, che da un rischio deccesso di presenza non andarono esenti
neppure le sue interpretazioni più castigate. Nelle multiformi incarnazioni degli ultimi
anni, caratteri shakespeariani, madri, figure di donne rassegnate o pugnaci, come nelle
dizioni o rappresentazione di monologhi, la Borboni sembrò avere raggiunto un più sereno
equilibrio espressivo, che ancora una volta, però, implicava il sottinteso di
uninquietudine e di una disponibilità ricca e ostinata. Lininterrotta
presenza sulle scene per oltre settantanni la rese uno dei personaggi più
significativi del teatro italiano del XX secolo. La sua lunga stagione artistica fu quanto
mai varia per tendenze e vicende: affrontò ogni tipo di repertorio, da quello tragico a
quello leggero, con interpretazioni a volte di tipo tradizionale, altre volte sperimentali
e innovative, distinguendosi sempre per la vivacità del temperamento e per la grande
capacità espressiva, tali da consentirle di passare con magistrale duttilità dai toni
più sorvegliati allenfasi più appassionata. Fu famosa soprattutto per i monologhi,
non di rado da lei stessa rielaborati con gli autori dei testi. Marginale fu la sua
attività cinematografica. Esordì sullo schermo (cinema muto) nel 1917, alla Milano
Films, in Jacopo Ortis di Angelo Giordana e G. Sterni. Nel 1919 interpretò, per
lAudax di Torino, Il Furto del sentimento. Tornata al cinema dopo unassenza di
quasi ventanni, dal 1936 apparve in numerosi film sonori, in parti spesso
gustosamente caratterizzate: 1936, Lo Smemorato, 1937, Ho perduto mio marito, Vivere!,
1939, Ricchezza senza domani, 1941, Il Sogno di tutti, 1942, Giorno di nozze, 1943, La
Vita torna, Il Viaggio del signor Perrichon, LAvventura di Annabella, Non canto più
(ed. 1946), 1944, Le Sorelle Materassi, La Locandiera, 1946, Le Modelle di via Margutta,
1950, È più facile che un cammello
, 1951, Cavalcata deroi, 1952, Roma ore
11, 1953, Lulù, Ai margini della metropoli, I Vitelloni, Gelosia, Roman Holiday (Vacanze
romane), Gli Uomini che mascalzoni!, 1954, Rosso e nero, Il Caso Maurizius, Amori di mezzo
secolo, Il baco dellaurora, Siamo ricchi e poveri, Terza liceo, 1955, Casta diva, I
cavalieri della regina, Mamma perdonami, Santarellina, 1956, Mi permette, babbo?, 1961,
Loro di Roma, 1965, I complessi (episodio I complessi della schiava nubiana),
Ménage allitaliana, 1967, Arabella, La ragazzola, 1968, Colpo grosso alla
napoletana. A settantadue anni sposò il pittore Bruno Vilar, che ne aveva quaranta di
meno. Ma nel 1979 un incidente stradale la rese vedova, costringendola da allora a
camminare con le grucce: da allora recitò seduta o appoggiandosi alle grucce, con le
quali gesticolava pure animatamente.
FONTI E BIBL.: M. Praga, Cronache teatrali, Milano, 1920-1928; M. Ramperti, Paola
Borboni, in Scenario n. 3 1940 ; E.F. Palmieri, Paola Borboni, in Scenario n. 6 1943; C.
Pavolini, Pirandelliane, in Film 26 giugno 1943; G. Pacuvio, Paola Borboni, in
Teatro-Scenario n. 4 1954; G. Rocca, Teatro del mio tempo, Osimo, 1935; A. Lanocita,
Attrici e attori in pigiama, Milano, 1926; N. Leonelli, Attori, 1940, 160-162;
Enciclopedia spettacolo, II, 1955, 816-817; Filmlexicon, I, 1958, 778; G. Rondolino,
Dizionario Cinema Italiano, 1969, 49; R. Campari, Parma e il cinema, 1986, 134; Grandi di
Parma, 1991, 30-31; S. Andreotti Ravaglioli, in Enciclopedia Italiana Treccani, Appendice
V, 1992, 409-410; Gazzetta di Parma 10 aprile 1995, 1 e 6.
BORDIGNONE, vedi GARIMBERTI GIOVANNI FRANCESCO
BORDINI MASSIMINO
Sala Baganza 1924-Parma 22 dicembre 1995
Andò giovanissimo a Parma per concludere gli studi. Campione di pallavolo negli
anni Cinquanta, il suo nome fu legato alla squadra Ferrovieri, allenata dal professor Del
Chicca. Il Bordini indossò in più occasioni la maglia azzurra. Fu insegnante di
applicazioni tecniche e, in sodalizio con Romeo Azzoni, insegnante per la specializzazione
in ferrobattuto. Entrambi per qualche tempo operarono allunisono per lavori di
prestigio in banche e chiese di Parma. Delle loro opere, vanno ricordate: nella chiesa di
Santa Maria del Rosario la balaustra e una croce in ferro battuto, in Ognissanti il fonte
battesimale, nellaltare della cappella della Villetta le porte del tabernacolo. Ma
la passione più intensa, che fino allultimo gli diede prestigio in campo
internazionale, fu quella di esperto cinofilo. Come allevatore cinofilo, il Bordini va
ricordato per i suoi cani Epagneul Breton Valparma, che allevò, in un sodalizio
esemplare, con lamico Franco Scuttari. I cani del Bordini furono rinomati come
campioni dello sport venatorio e ottennero numerosi riconoscimenti nelle esposizioni
internazionali.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 dicembre 1995, 15.
BORDONI FRANCESCO, vedi BORDONI GIOVANNI
BORDONI GIOVANNI
Cervara 25 aprile 1595-Parma 7 agosto 1671
Nacque da GianFrancesco e da Clemenza degli Attendoli. Vestì labito del
terzOrdine francescano il giorno 7 febbraio 1610 nella chiesa di Santa Maria in
borgo Taschieri a Parma, per mano del padre Bonaventura Massa. Fu poi mandato a fare il
noviziato a Collescipoli, in Umbria, dove lanno successivo fece la professione
solenne. Affinché procedesse nello studio della lingua latina e delle lettere, fu inviato
a Reggio Emilia (dove ebbe maestro don Tommaso Lupo, cerimoniere della Cattedrale), poi,
chiamato a Parma, vi studiò (1615-1616) filosofia allUniversità con il padre
gesuita Niccolò Zucchi. Per la teologia ebbe precettori i padri Serravalle e Ravizza
(1618-1619). A Parma, negli stessi anni, scrisse il trattato De Scientia. Il Mancini
afferma che il Bordoni studiò anche a Piacenza e a Roma. Nellagosto del 1620
cominciò a scrivere in Parma il trattato De Formalitatibus e si sa inoltre che, sostenute
pubblicamente le sue tesi, fu laureato in teologia e ascritto allAlmo Collegio
Teologico di Parma il giorno 11 febbraio 1621. Subito dopo fu mandato a Faenza, dove
scrisse nel medesimo anno due trattati di Casi di Coscienza. Si diede quindi allo studio
delle leggi canoniche e scrisse diverse opere di vario argomento. Ottimo oratore, fu posto
alla direzione dei giovani novizi e, probabilmente in quel tempo, arricchì di commenti e
postille la Regola del suo istituto. Creato definitore generale nel Capitolo del 1632,
andò a Milano lanno seguente. Lì, il giorno 17 ottobre 1633, terminò il trattato
De Formalitatibus. Nel frattempo fu portata a termine, per sua iniziativa, la costruzione
del nuovo convento di Parma, detto di Santa Maria del Quartiere, e il Bordoni ne fu creato
priore nellanno 1638. Tanto crebbe la sua fama, che nel Capitolo di Piratello,
l8 gennaio 1641, fu eletto Provinciale. Il Bordoni dimorava ancora in Parma nel
1644, ciò che si deduce dal permesso per la stampa da lui dato, tanto in nome proprio che
per commissione dellinquisitore generale di Parma, a frate Santo Beretta,
piacentino, per il suo panegirico Il Bottone aperto, impresso in Parma appunto nel 1644.
Questa licenza fu data dal convento di Santa Maria del Quartiere di Parma il 2 aprile. Nel
1647 il Bordoni fu in Bologna, dove, per incombenza del provinciale suo successore, rivide
per la stampa (15 maggio) un panegirico di frate Geremia Fuzzi intitolato Il Leone Eletto.
In seguito fu chiamato a Roma quale procuratore generale (1651). Quando poi fu convocato
il Capitolo generale ad Assisi il 31 maggio 1653, fu unanimemente eletto alla carica di
ministro generale, carica che mantenne sei anni distinguendosi per il molto zelo e
visitando le varie province (in particolare, fu più volte in Sicilia). Il 22 febbraio
1656 presiedette, quale generale, il Capitolo Provinciale del suo Ordine in Palermo
(Ordinationes propositae et acceptatae in Capit. Provinciali). In Parma fu eletto
consultore e poi qualificatore del SantUffizio e dal vescovo Carlo Nembrini fu fatto
esaminatore sinodale. Nel 1660 gli fu offerto un vescovado, che ricusò preferendo
ritirarsi nel convento di Parma per continuare i suoi studi, terminare le opere intraprese
e prepararne altre nuove. Così infatti fece, dividendo il proprio tempo tra lo studio
indefesso e le orazioni. In particolare rivide e corresse tutte le sue maggiori opere, che
leditore lionese Huguetan volle ristampare in modo completo. Ormai irrimediabilmente
infermo, fu visitato dal vescovo Carlo Nembrini e fu assistito fino al momento del
trapasso dal padre Odoardo Mancini. Sette giorni dopo la sua morte furono celebrati
pomposi funerali, nel corso dei quali il Bordoni fu lodato dal padre gesuita Francesco
Maria Quattrofrati. Il nipote del Bordoni, padre Ermenegildo Bordoni, priore del convento
francescano, fece stampare la descrizione della cerimonia funebre e fece erigere nella
chiesa di Santa Maria del Quartiere un busto marmoreo dello scomparso, apponendovi la
seguente iscrizione: Reverendissimo Patri Magistro Francisco Bordono Parmensi III Ord. S.
Francisci ex-generali S. Rom. Univers. Inquisitionis Qualificatori Theologo Nec Non In
Patria Consultori Examinatori Synodali etc. In Parmensi Conventu Commissario Generali
Perpetuo Quod Ordinem Suum Per Duodecim Integra Lustra Prudentia Literis Religione Rexerit
Auxerit Et Illustraverit Patres Tertii Ordinis Grati Et Memoris Animi Gratia Parenti
Optimo Posuerunt Ferme Octuagenarius VII Id. Aug. MDCLXXI Ad Eam Immort alitatem Evolavit.
Quam Adhuc Vivens In Editis XXXII Voluminibus Praegustaverat. Dopo la morte del Bordoni,
fu intentata una causa per ledizione delle sue opere da parte delleditore
lionese Huguetan. Alla fine, e solo dopo gli interventi di Odoardo Mancini, Pier Paolo
Manzani ed Ermenegildo Bordoni, ledizione fu portata a termine. Il Bordoni fu
celebrato da Ranuccio Pico e da padre Luca Wadingo, dal quale ultimo è detto Vir doctus,
varioque Scientiarum genere ornatus. Il papa Alessandro VII, rispondendo a un quesito del
Bordoni relativo al buon regolamento dellOrdine, gli scrisse: E non siete voi quel
Bordoni, che tanto ha scritto in materie morali? Operate adunque in ciò che a noi
chiedete come vi detta la vostra coscienza. Il Bordoni fu autore delle seguenti altre
opere: Cronologium Fratrum et Sororum Tertii Ordinis S. Francisci tam Regularis quam
Saecularis (Parma, Mario Vigna, 1658), Archivum bullarum, privilegiorum, instrumentorum et
decretorum fratrum et sororum T.O.S.F. (Parma, Mario Vigna, 1658), Thesaurus S. Ecclesiae
Parmensis (Parma, 1671).
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V,
177-182; Parma nellArte 2 1977, 14; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 99.
BORELLA ANGELO
Parma 1672
Falegname. Nellanno 1672, assieme a Francesco Reggiani, realizzò un armadio
nella chiesa parrocchiale di Parola.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 255.
BORELLA BERNARDO
Soragna 1659/1670
Falegname. Di lui si conoscono le seguenti opere: 1659 fatura di un tabernacolino;
1670 baldacchino sullaltare maggiore in San Giacomo a Soragna.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, 1975, 42; Il mobile a Parma, 1983, 255.
BORELLA GIOVANNI
Borgo Taro 20 giugno 1769-Piacenza 12 aprile 1834
Fu cappuccino laico questuante, molto amato e considerato dai secolari. Fece la
vestizione a Guastalla il 27 novembre 1799 e la professione solenne il 27 novembre 1800.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 233.
BORELLI ANDREA
Parma 1703-Parma 1761
Liutaio generico. Fu attivo in Parma dal 1720 al 1746 imitando lo stile del
Guadagnini. Fu liutaio di valore. I suoi violini dalla vernice bruna e bruno giallastra,
di grande formato, sono molto apprezzati. Si conoscono anche buoni violoncelli.
FONTI E BIBL.: G. De Piccolellis, Liutai antichi e moderni, 1885, 20; H. Vercheval,
Dizionario del violinista, 1924, 172; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
BORELLI ANTONIO CESARE
Parma 1745c.-1800c.
Figlio di Andrea (che secondo il Valdrighi lavorò a Parma dal 1720 al 1746 circa),
esercitò larte liutaria nella seconda metà del XVIII secolo. Si conosce un suo
mandolino con la data del 1798.
FONTI E BIBL.: G. Antonioni, Dizionario dei costruttori, 1996, 19.
BORELLI DANTE
Beneceto 19 febbraio 1920-Caracas settembre 1997
Dopo avere frequentato il Liceo Romagnosi di Parma, si iscrisse alla facoltà di
medicina e chirurgia dellAteneo parmense, laureandosi con lode nel 1944. Nel 1946 si
specializzò in dermatologia e, subito dopo, si trasferì in Venezuela. In quel paese
iniziò, nel 1948, la sua brillante carriera medico-scientifica. Dopo avere svolto la
professione di medico condotto nello Stato di Cojedes, il Borelli, sposato con Maria Luisa
Coretti, pediatra di Boretto, nel 1953 iniziò a collaborare con lUniversità
centrale del Venezuela, quindi si specializzò in Uruguay in micologia medica. Nel 1954
divenne professore di micologia medica e direttore della cattedra dermosifilopatica e
microbiologia della facoltà di medicina dellUniversità centrale venezuelana. Nel
1981 divenne professore titolare, capo della sessione di micologia medica
dellistituto di medicina tropicale dello stesso Ateneo. Il Borelli coltivò lo
studio della dermatologia e della micologia medica e, in questo campo specifico, lasciò
più di trecento pubblicazioni: è forse il ricercatore che su scala mondiale scoprì,
identificò e descrisse il maggior numero di micosi dannose per il genere umano.
FONTI E BIBL.: L. Sartorio, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1998, 8.
BORELLI GUGLIELMO
Parma 1 luglio 1784-Parma 31 marzo 1838
Figlio di Luigi e di Teresa Levacher. Ricco commerciante, fornito di buona
educazione e cultura, fu carbonaro e cospiratore e si trovò coinvolto nella cospirazione
di Parma e Guastalla del 1821. Nel 1824 fu condannato in contumacia (prima a morte e poi a
dieci anni di carcere) dal Tribunale Supremo di Parma per aver fatto parte di società
segrete. Nellesilio in Svizzera, Francia (soprattutto a Parigi) e Spagna soccorse i
compagni di sventura e strinse amicizia con famiglie di alto rango sociale e con insigni
personaggi politici e della cultura. Tornò in patria nel 1836 e si diede
allagricoltura.
FONTI E BIBL.: E. Casa, I carbonari parmigiani e guastallesi cospiratori nel 1821 e
la duchessa Maria Luigia imperiale, Parma, 1904, 329-330; E. Michel, in Dizionario del
Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; Ercole, Uomini politici, 1941, 213; V. Varoli, in
Malacoda 8 marzo 1999, 31-35.
BORETTI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1767/1794
Pur non essendo allievo della Reale Scuola di Ballo di Parma, nel luglio 1774
danzò in occasione dei festeggiamenti fatti in onore del granduca di Milano. Nel luglio
1794 scrisse che da ventisette anni era figurante supplemento ordinario e che
vienimpiegato quando mancano i figuranti migliori (Archivio di Stato di Parma,
Spettacoli e Teatri borbonci, b. 4).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
BORGARELLI ANDREA
Parma 1264
Fu notaio in Parma nellanno 1264.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 novembre 1996, 5.
BORGARELLI ANTONIO MARIA
Parma 1601/1607
Figlio di Cristoforo. Si laureò in legge il 27 novembre 1601. Fu eletto podestà
di Cortemaggiore il 4 agosto 1603, poi uditore generale di Castro e Ronciglione il 1°
ottobre 1607, carica nella quale rimase per lungo tempo. Ritornò a Parma con la speranza
di ottenere più elevati incarichi ma morì subito dopo quando era ancora in giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1942, 64-65; Spreti, Enciclopedia storico
nobiliare, Appendice, 1, 1935, 400.
BORGARELLI GIACOMO
Parma 1190
Fu console della citta di Parma nellanno 1190.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 novembre 1996, 5.
BORGARELLI GIROLAMO
Parma-Parma 5 giugno 1630
Figlio di Cristoforo. Si laureò in legge il 28 novembre 1603. Acquistò subito
gran credito e reputazione come avvocato e fu poi eletto consigliere ducale. Fu coinvolto
in uno scandalo mentre seguiva la causa relativa allomicidio del cameriere ducale
Minutolo, camerario e mastro delle entrate, e dovette ritirarsi dalla professione per
qualche tempo. Ritornò però ben presto in auge: fu eletto uditore di Abruzzo il 23
aprile 1620 e visitatore delle dette terre e del Regno di Napoli il 28 agosto 1621. Nel
1630 fu sovrintendente in Parma allufficio di sanità durante la peste, morbo da cui
fu anchegli contagiato e che lo portò a morte.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 65-66; Spreti, Enciclopedia storico
nobiliare, Appendice, 1, 1935, 400.
BORGARELLI NICOLA
Parma 1680
Fu nominato procuratore fiscale del Ducato di Parma il 3 maggio 1680.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice, 1, 1935, 400.
BORGARELLI NICOLÒ, vedi BORGARELLI NICOLA
BORGHESE GIANGUIDO
Parma 18 dicembre 1902-post 1968
Ingegnere, attivo antifascista, nel 1930 fu arrestato e deferito al tribunale
speciale, che nel 1931 lo assolse dopo un anno di carcere. Dopo l8 settembre 1943 fu
tra gli organizzatori della resistenza bolognese e rappresentante del Partito Socialista
nel Comitato di Liberazione Nazionale. Commissario politico nel Comando unificato militare
Emilia-Romagna, di cui era comandante Ilio Barontini, e capo di stato maggiore delle
Brigate Matteotti (con lo pseudonimo di Rodi), fu il massimo dirigente dellattività
militare del Partito Socialista. Designato dal Comitato di Liberazione Nazionale prefetto
di Bologna al momento della liberazione (1945), fu in seguito vicesindaco della città.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia dellantifascismo e della resistenza, I, 1968,
336.
BORGHESI ANTONIO
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
VI, 34.
BORGHESI GIAN BATTISTA, vedi BORGHESI GIOVANNI BATTISTA
BORGHESI GIOVANNI
Borgo San Donnino 17 settembre 1821-Borgo San Donnino 14 aprile 1885
Si laureò in medicina allUniversità di Parma ed esercitò poi onorevolmente
la professione a Borgo San Donnino, ricoprendo contemporaneamente varie cariche pubbliche,
tra cui quella di vice-presidente degli Ospizi Civili sino al 1884. Munifico benefattore,
legò allAsilo Infantile di Borgo San Donnino lingente somma di 40 mila lire e
dotò il fabbricato dellOspedale civile dellimpianto di riscaldamento,
sostenendone per intero la spesa. Su proposta del dottor Luigi Musini venne collocata alla
sua memoria una lapide nellatrio dingresso dello stesso Ospedale.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 82-83.
BORGHESI GIOVANNI
BATTISTA
Parma 25 novembre 1790-Parma 11 dicembre 1846
Figlio di Luigi e di Maria Fereoli, modesti commercianti. Lo Scarabelli Zunti
raccolse dati documentari conservati nelle sue Memorie di Belle Arti parmigiane (Parma,
Museo dAntichità, ms. 108, ad vocem) ed è in base a questa fonte e allo Janelli
che va ricostruita la carriera del Borghesi. Ebbe la prima educazione artistica nella
città natale alla scuola di Biagio Martini. Quindi, in qualità di decoratore, si diede
ad affrescare case di privati cittadini fino a che, intorno al 1815, dipinse a Colorno, su
una parete del palazzo ducale, un Omero che spiega lIliade (già distrutto ai tempi
dello Scarabelli) e decorazioni sopra le porte e sulle volte di altre stanze, sotto la
direzione di Pietro Smitt. Per la chiesa di Santa Margherita, sempre a Colorno, negli
stessi anni dipinse la Madonna col Bambino e i santi Antonio da Padova, Andrea Avellino e
Vincenzo Ferreri. Nel 1816 circa, per la chiesa di Santa Teresa a Parma (poi distrutta dai
bombardamenti), oltre a restaurare i dipinti di S. Galeotti, dipinse due piccoli ovati con
San Giovanni della Croce (forse quello nel Museo Stuard), una Madonna e la pala con Sacra
Conversazione con San Giuseppe e Santa Teresa (poi nella chiesa dellImmacolata
Concezione, distrutta, e quindi nella nuova chiesa di Santo Spirito). Lanno seguente
dipinse per lannesso convento le Virtù teologali (ricordate nellInventario
degli oggetti darte dItalia, III, Provincia di Parma, Roma, 1934, p. 58: forse
la piccola Carità nel Museo Lombardi è da collegare a questo gruppo) e Putti con
emblemi. Nel 1821 dipinse per la chiesa di SantUlderico un SantAntonio Abate e
nel 1822 ebbe molto successo la grande pala ovale con la Santissima Trinità
nelloratorio della Trinità dei Rossi (descritta in Gazzetta di Parma, 18 giugno
1822; il disegno preparatorio risulta nellInventario del 1934, conservato nella sala
delle adunanze della Confraternita), tanto che valse al Borghesi un sussidio ducale con il
quale partì per Roma nel 1823. A Roma restò due anni quasi sempre infermiccio
(Scarabelli Zunti), ciò nonostante dipinse alcune scenografie per il Teatro Argentina
(Alessandri, 1937) e copiò i classici, mandando in patria questi lavori. A Perugia e a
Firenze, dove si fermò a lungo sulla via del ritorno, oltre a copiare ancora i classici,
riprese il Galileo del Suttermans (Maria Luigia dAustria lasciò poi questa copia a
suo zio, larciduca palatino). Di nuovo a Parma nel 1828, gli venne riconosciuta una
preminenza indiscussa sulla locale cultura pittorica: fu eletto professore di pittura a
fresco e quindi, nel 1830, di pittura in generale allAccademia di Belle Arti. Gli fu
commissionata la decorazione della volta del nuovo Teatro Ducale, dove raffigurò a
tempera i corifei dellarte lirico-drammatica, completando tale dichiarata
rievocazione classica con il Trionfo di Minerva, dipinto sul celebratissimo sipario (1829,
il bozzetto è conservato nel Museo Lombardi). Fu incaricato (1833-1834) da Maria Luigia,
oltre che di decorare alcune sale, di riportare in luce gli affreschi nel Palazzo Ducale
che erano stati coperti alla fine del secolo precedente per ordine del bigotto duca
Ferdinando di Borbone (furono distrutti nel corso della seconda guerra mondiale).
Restaurò (1836) il Parmigianino a Fontanellato, dipinse (1839-1841) il grande ritratto di
Maria Luigia (descritto da M. Leoni in Gazzetta di Parma, 3 febbraio 1841; per i bozzetti
cfr. Allegri Tassoni, 1952, e Copertini, 1953, p. 38). LAlbum de tentativi su
Fogli linei dinvenzione del co. Stefano Sanvitale (1830) contiene tra laltro
una figura del Borghesi che potrebbe identificarsi con un ritratto a olio di Maria Luigia.
Il Borghesi morì dopo lunga malattia mentale. Delle numerose opere lasciate a Parma dal
Borghesi sono stati strappati e recuperati gli affreschi di una casa successivamente
abbattuta. In SantAndrea è la Madonna col Bambino e vari angeli, terminata da G.
Riccò nel 1842, nella Pinacoteca un Autoritratto, un mediocre Gruppo di putti
(raffigurano LAstrologia, Ganimede, Leda, La fuga delle Vestali e Ettore trascinato
dal cocchio di Achille) e, nei depositi, una lunetta con Madonna, Gesù Bambino e San
Giovannino. Sullo scalone del Palazzo del Vescovado è visibile laffresco con
SantIlario seduto tra due puttini (il disegno preparatorio è nella Galleria
Stuard). Lo Scarabelli Zunti ricorda ben quattro dipinti del Borghesi raffiguranti Santa
Filomena, dei quali uno per San Rocco (per la stessa chiesa dipinse anche un San Luigi
Gonzaga e la Madonna in trono, il cui disegno preparatorio è nella Galleria Stuard), gli
altri per San Sepolcro, per San Marcellino (forse la SantAgnese nella sacrestia di
San Tommaso, che proviene da questa chiesa) e per la parrocchiale della Villa di Noceto
(per altre opere in collezioni private, v. Allegri Tassoni, 1952, e Copertini). Nello
sviluppo artistico del Borghesi è riscontrabile linteresse autentico per quei
canoni di equilibrio e di armonia che egli vedeva realizzati nel primo Cinquecento. Ciò
si accompagna a un amore devoto e appassionato per la pittura di Raffaello e del Correggio
sui quali ebbe ripetutamente a esercitarsi. Le copie e gli studi condotti sulle opere di
questi maestri testimoniano lavvenuta adesione agli intendimenti artistici che da
Parma laccademico Paolo Toschi andava impartendo con persuasiva autorità. Tuttavia
è opportuno rilevare subito che, nonostante tale esplicita partenza, la strada del
neoclassicismo non fu mai da lui percorsa fino in fondo: su questa via il Borghesi venne a
trovarsi piuttosto per spontanea propensione del gusto, cui fecero difetto talvolta il
necessario rigore e una più avveduta coscienza stilistica.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 19 dicembre 1846, n. 101; E.
Scarabelli Zunti, Giambattista Borghesi, in Il Vendemmiatore, 30 dicembre 1846, 484-486;
In morte del prof. Battista Borghesi, Parma, 1847; P. Martini, Intorno al sipario dipinto
da G. Borghesi per il Reale Teatro di Parma, Parma, 1869; G.B. Janelli, Dizionario
biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 73-76; U. Tarchiani, La mostra del
ritratto italiano dalla fine del secolo XVI allanno 1861 in Palazzo Vecchio a
Firenze, in Rassegna dArte XI 1911, 89; A. Alessandri, Saggio aneddotico intorno al
pittore Giambattista Borghesi, in Gazzetta di Parma 1 agosto 1921; A. Alessandri, La
pittura teatrale di Giovanni Battista Borghesi e la fortuna del suo capolavoro, in Aurea
Parma XXI 1937, 202-208; A. Alessandri, Linfarinatura letteraria di Giambattista
Borghesi e linvenzione del suo sipario, in Aurea Parma XXIV 1940, 205-208; G.
Allegri Tassoni, Mostra dellAccademia (catalogo), Parma, 1952, ad Indicem; G.
Monaco, Le lettere da Roma di F. Boudard a Pietro De Lama, in Archivio Storico per le
Province Parmensi V 1953, 202, 226, 247, 253, 256, 263 s., 268; G. Copertini, Il bozzetto
del ritratto di Maria Luigia del Borghesi, in Parma per lArte 1953, 38; G.
Copertini, Dipinti del Borghesi ricuperati e altri perduti, in Parma per lArte ,
1953, 39; G. Copertini, Postilla Borghesiana, in Parma per lArte, 1953, 93; G.
Copertini, Un disegno di G. Borghesi, in Parma per lArte 1961, 208; U. Thieme-F.
Becker, Künstler-Lexikon, IV, 335; Enciclopedia Italiana, VII, 470 s.; A. Ottani, in
Dizionario biografico degli Italiani, XII, 1970, 648-649; Giambattista Borghesi, in
Copertini, Pittura parmense dellOttocente, 1971, 19-23.
BORGHESI LUIGI
Parma-XIX secolo
Violinista, non superò la prova per essere ammesso al Reale Concerto di Parma
(Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri bobonici, b. 6).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
BORGHETTI GALEAZZO
Montechiarugolo 1503/1517
Lavorò (dal 1503 al 1517) belle artiglierie per la rocca di Montachiarugolo.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 341.
BORGHI CARLO, vedi BORLENGHI PIETRO CARLO
BORGHI PIETRO
Parma prima metà del XVIII secolo
Sacerdote. Fabbricatore di fiori finti operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
VIII, 30.
BORGHINI ALESSANDRO
Parma 14 gennaio 1830-Parma 9 settembre 1854
Figlio di Antonio e Teresa Rugali. Detto Cottin, macellaio, prese parte alla
rivolta mazziniana del 1854. Nel settembre dello stesso anno fu giudicato con dieci
compagni, tutti condannati a morte. Ma, graziati gli altri, egli solo fu poi giustiziato.
FONTI E BIBL.: G. Scaramella, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano,
1930; F. Ercole, Martiri, 1939, 63.
BORGHINI ATTILIO
Parma 1853-Digione 21 gennaio 1871
Non ancora diciottenne, per amore della patria e della libertà andò volontario
sui campi di Francia in difesa di quella repubblica. Morì combattendo da eroe, colpito
dal fuoco prussiano, nella memorabile battaglia di Digione. Il Borghini fu ricordato sotto
il Portico del Palazzo Municipale di Parma con una epigrafe.
FONTI E BIBL.: Il Presente 27 gennaio 1871 n. 27; G. Sitti, Il Risorgimento
Italiano, 1915, 213.
BORGOGNONI TEODORICO
Parma o Lucca 1205-Bologna 24 dicembre 1298
Figlio di Ugo. Ultimo di quattro fratelli, seguì nel 1214 il padre a Bologna. In
giovane età (1226) entrò nellOrdine dei domenicani, ma ben poco si conosce del
primo periodo della sua vita monastica che egli dovette trascorrere a Bologna nel convento
di San Domenico. In data non precisabile papa Innocenzo IV lo nominò proprio penitenziere
e plenipotenziario e in seguito lo elevò alla dignità vescovile. Nel 1262 il Borgognoni
fu infatti creato vescovo di Bitonto, ma sembra che non prendesse mai possesso della sua
sede: in quel medesimo anno, lo si trova risiedere a Lucca, in una casa di sua proprietà,
presso San Pietro Maggiore. Nel 1265 è di nuovo attestato a Lucca: qui papa Clemente IV
gli indirizzò alcune lettere per esortarlo a far intervenire i Lucchesi nella guerra
contro Manfredi. Nominato vescovo di Cervia nel 1270, il Borgognoni risiedette da allora
quasi stabilmente a Bologna, ove possedette numerosi beni immobili. Nel 1290 papa Niccolò
IV gli concesse alcuni diritti sulle saline di Cervia. Fece testamento il 17 ottobre 1298
e fu sepolto nel convento di San Domenico in Bologna. Esperto nellarte della
chirurgia, che apprese dal padre, il Borgognoni dovette esercitarla, se si deve dar fede
ad alcune testimonianze di contemporanei che lo dicono industrium et gratiosum, maxime in
arte cyrusie, unde pluries vocatus a magnis viris, clericis et secularibus, et magnis
principibus, in diversis partibus mundi (B. Giordani, n. 1598, pp. 727 s.). La sua fama è
comunque legata allopera più importante da lui scritta, il trattato Cyrurgia seu
filia principis: dedicato al confratello Andrea Abalate, vescovo di Valenza dal 1248 al
1276, fu composto dal Borgognoni mentre era penitenziere di Innocenzo IV e venne poi
rielaborato e accresciuto intorno agli anni 1266-1267. Stampata a Venezia nel 1497, a
Bergamo nel 1498, di nuovo a Venezia nel 1499, nel 1513, nel 1519 e nel 1546 (riedita poi
in italiano dal Tabanelli, pp. 215-470), lopera si compone di quattro libri: il
primo tratta delle ferite in generale, il secondo di particolari lesioni, come fratture e
lussazioni, il terzo di fistole, cancrene, ernie, scabbia, lebbra, il quarto della
cefalea, paralisi, epilessia, gotta e disturbi della vista. Gli storici dellordine
domenicano J. Quétif e J. Echard ne videro a Parigi una traduzione in lingua catalana
(ms. esp. 212 della Biblioteca Nazionale di Parigi, cfr. A. Morel-Fatio, Catalogue des
manuscrits espagnols de la Bibl. Nat., Paris, 1892, p. 33 n. 94) e attribuirono
erroneamente lopera a Teodorico Catalano. Non fu questo lunico errore in cui
incorsero coloro che si interessarono al Borgognoni: non mancò chi dubitò
delloriginalità della Cyrurgia e chi negò che il Borgognoni fosse figlio di Ugo,
sulla base del fatto che il padre nel trattato è sempre citato (e le citazioni ricorrono
parecchie volte) con le espressioni di dominus Hugo, magister, o vir mirabilis. Sul fatto
che il Borgognoni fosse figlio di Ugo due documenti, nei quali vi si fa esplicito
riferimento, dissipano ogni dubbio (Sarti-Fattorini, p. 543). Inoltre, per quanto concerne
specificatamente lassenza dellappellativo di padre, è stato osservato che i
Borgognoni appartennero originariamente a una nobile famiglia di Monsummano in Val di
Nievole: tutti i feudatari minori ritennero il titolo di dominus anche quando vennero
obbligati dal Comune ad abbandonare le loro terre (L.A. Muratori, Rerum Italicorum
Scriptores, XXIV, Mediolani, 1738, p. 641). Alcuni autori hanno rivolto al Borgognoni
laccusa di scarsa originalità. La maggior parte di essi, tuttavia, ha sottolineato
limportanza delle nuove terapie indicate nel suo trattato. Il Borgognoni, che
riprese e teorizzò metodi già sperimentati dal padre, viene considerato il precursore
della moderna anestesia: per la narcosi consiglia luso di una spugna immersa in una
miscela di essenze ricavate da piante di oppio, papavero, ecc., tenuta poi in acqua calda
per unora e infine apposta alle narici e alla bocca del paziente. Per il risveglio
suggerisce lapplicazione di unaltra spugna imbevuta di aceto. Diversamente dai
seguaci della scuola medica salernitana, che nella cura delle ferite usavano provocare il
pus bonum et laudabile, il Borgognoni faceva lavaggi di vino caldo ed essiccava con stoppa
imbevuta in esso le ferite, usando poi una semplice fasciatura. Ricusò luso di
complicati apparecchi per la riduzione di fratture e lussazioni. Si interessò della cura
di lesioni del cranio, conobbe il cancro della mammella, le fistole gengivali e
lembolia gassosa. Nella ferita delle vene indicò il punto di ebollizione del
sangue. Interessanti sono, infine, i criteri indicati dal Borgognoni circa il vitto dei
convalescenti: contrariamente alle idee allora predominanti, consiglia, in luogo di una
dieta rigorosa, tutti i cibi rigeneratori di sangue, come la carne, mentre proibisce le
bevande, tranne il vino. Il Borgognoni fu anche autore di un trattato di veterinaria in
tre libri, intitolato Mulomedicina, che si conserva manoscritto nella Biblioteca Vaticana
(ms. Reg. 1269 e Barb. 327 lat.), nella Biblioteca Nazionale di Torino (ms. 791, E.VI.4),
nella Biblioteca Nazionale Universitaria di Pavia (ms. 72) e nella Nazionale di Parigi
(Nouv. acquis. lat. 548 e, tradotto in lingua catalana, ms. esp. 212; 94 del catalogo di
Morel-Fatio). È stato scoperto e pubblicato un riassunto in provenzale (A. Thomas,
Traduction provençale abrégée de la Mulomedicina de Teodorico Borgognoni suivie de
recettes pour le vin, in Romania XL 1911, pp. 353-370). Sue fonti principali furono il De
animalibus di Alberto Magno, la Mulomedicina di Publio Vegezio e il De medicina equorum di
Giordano Ruffo. Fu inoltre autore di due trattati: De cura accipitrum, pubblicato in
catalano da N. Rigault (Rei accipitrariae scriptores, Paris, 1612, pp. 183-200) sulla base
della traduzione catalana conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi (ms. esp. 212,
ff. 109v-112) e De sublimatione arsenici, che si conserva inedito nella Biblioteca
Riccardiana di Firenze (cfr. Tabanelli, p. 214).
FONTI E BIBL.: Les régistres de Clément IV, a cura di E. Jordan, Paris, 1893, n.
313, 82; Les régistres de Nicolas III, a cura di J. Gay, Paris, 1904, n. 489, 184; B.
Giordani, Acta franciscana e tabulariis bononiensibus deprompta, in Analecta Franciscana
IX 1927, n. 218, 83, n. 1441, 680, nn. 1443 s., 681 s., n. 1486, 694 s., n. 1504, 700 s.,
nn. 1598-1600, 727-741; Tabula Alberti Magni, in Archivum Fratrum Praedicatorum I 1932, n.
55, 260; Acta capitolorum provincialium provinciae romanae (1243-1344), a cura di Th.
Kaeppeli, in Monumenta ordinis fratrum praedicatorum historica, XX, Romae, 1941, 114, 135;
Stephanus de Salaniaco et Bernardus Guidonis, De quatuor in quibus Deus praedicatorum
ordinem insignivit, a cura di Th. Kaeppeli, in Monumenta ordinis fratrum praedicatorum
historica, XXII, 1949, 82, n. 2; J. Quétif-J. Echard, Scriptores ordinis praedicatorum,
I, Paris, 1719, 354 s.; A. Portal, Histoire de lanatomie et de la chirurgie, Paris,
1770, I, 180-184; M. Sarti-M. Fattorini, De claris archigymnasii bononiensis
professoribus, I, Bologna, 1888, 537-544; M. Del Gaizo, Il magistero chirurgico del
Borgognoni, Napoli, 1894; E. Perrenon, Die Chirurgie des Hugo von Lucca nach den
Mitteilungen bei Theodorich (13 Jahrh.), Berlin, 1899; M. Neuburger, Geschichte der
Medizin, II, Stuttgart, 1911, 378-380; I. Taurisano, I Domenicani in Lucca, Lucca, 1914,
IV, 24, 26; A. Vedrani, Frate Teodorico Borgognoni da Lucca, in Memorie Domenicane XXXIX
1922, 205-219; A. Vedrani, Di fra Teodorico Borgognoni da Lucca, in Memorie Domenicane
XLIV 1927, 403-411; A. Vedrani, Ugo e Teodorico Borgognoni da Lucca, in Atti della R.
Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti, n.s., I 1931, 81-95; G. Zaccagnini, Le
scuole e la libreria del convento di San Domenico in Bologna dalle origini al secolo XVI,
in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, s. 4,
XVII 1927, 304 s.; L. Karl, Beiträge zur Geschichte der Chirurgie im Mittelalter, in
Archivum Romanicum XII 1928, 482-500; D. Giordano, Sulla pietà e sulla chirurgia di frate
Teodorico, in Rivista di Storia delle Scienze Mediche e Naturali XXI 1930, 2-22; D.
Giordano, Ancora sulla identità di Teodorico (o Tederico) autore della chirurgia Filia
principis con Teodorico figlio di Ugone vescovo di Cervia e prima di Bitonto, in Rivista
di Storia delle Scienze Mediche e Naturali XXI 1930, 133-137; C. Albasini, Medici frati e
frati medici, in Bollettino dellIstituto Storico Italiano dellArte Sanitaria
XI 1931, 15-17; L. Münster, Un precursore della medicina moderna: fra T. (Tederico)
Borgognoni O.P., in Bollettino dellIstituto Storico Italiano dellArte
Sanitaria XII 1932, 261-268, 301-309; L. Münster, Fr. Teoderico Borgognoni O.P., in
Memorie Domenicane L 1933, 181-186, 260-264; E. Dolz-G. Klütz-W. Heinemeyer, Die
Pferdeheilkunde des Bischofs Theodorich von Cervia, Berlin, 1937, 36; A. Pazzini,
Chirurghi militari, Roma, 1942, 18; A. Pazzini, Bibliografia di storia della chirurgia,
Roma, 1948, 50; R. Creytens, Le manuel de conversation de Philippe de Ferrare O.P., in
Archivum Fratrum Praedicatorum XVI 1946, 109; G. Forni, Linsegnamento della
chirurgia nello studio di Bologna, Bologna, 1948, 16-19; E. Coturri, Nota alla
Chirurgia di Teodorico da Lucca, in Atti del III Convegno della Marca per la
storia della medicina (Fermo, 24-26 aprile 1959), Fermo, 1960, 167-175; R. Creytens, Les
écrivains dominicains dans la chronique dAlbert de Castello, in Archivum Fratrum
Praedicatorum XXX 1960, 275 n. 119; U. Ceccarelli, La tradizione medico-chirurgica
lucchese, Pisa, 1961, 9-16; L. Thorndike-P. Kibre, A catalogue of incipits of Mediaeval
scientific writings in Latin, London, 1963, 197, 311, 350, 470, 606, 728, 800, 884, 1567,
1579, 1682, 1712; M. Tabanelli, La chirurgia italiana nellalto Medio Evo, Firenze,
1965, 198-495; A. Alecci, in Dizionario biografico degli Italiani, XII, 1970, 772-773; A.
Vedrani, Ugo Borgognoni e Teodorico Borgognoni, in Scienziati italiani, Roma, 1921; L.
Karl, Theodoric de lOrdre des Prêcheurs et sa chirurgie, in Bulletin de la
Société Française dHist. de la Méd., 1929, III; A. Pazzini, in Enciclopedia
Cattolica, II, 1949, 1923-1924; E. Campbell, J. Colton, The surgery of Theodoric, I-II,
New York, 1955-1960; M. Tabanelli, La chirurgia italiana nellalto Medioevo, I,
Firenze, 1955; Scienziati e tecnologi, 1976, III, 187-188.
BORIANI LAZZARO
Borgo Taro 1823/1831
Dottore, nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Il suo
nome non figura negli elenchi di coloro che furono inquisiti per la rivolta del 1831.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1937, 148.
BORLENGHI ANDREA
Parma 1831
Dopo i moti del 1831, fu inquisito dalla polizia perché disarmatore delle truppa e
capo fazioso del 13 febbraio.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1937, 143.
BORLENGHI MARIO
Colorno 20 luglio 1899-Parma 21 giugno 1950
Frequentò dal 1914 al 1922 lIstituto di Belle Arti di Parma (pittura e
ornato), divenendo professore di disegno. Abile specialmente nellornato e nella
xilografia, si dedicò allinsegnamento e alle ricerche tecniche. Fu inoltre
acquafortista e disegnatore caricaturista. Lasciò alcune xilografie dambiente
colornese e sui castelli della provincia di Parma, che tuttavia non rappresentano il
meglio della sua attività. Le sue caricature, impensabili e ardite, costituiscono invece,
per la loro spietata indagine fisico-psicologica, forse la parte più viva della sua
complessa operosità. Dopo avere servito con valore la patria come ufficiale dei
granatieri (la sua carriera artistica fu interrotta da frequenti richiami bellici),
compose opere storico-artistiche rimaste quasi tutte inedite: Alfabeti attraverso i secoli
(con 100 tavole e 144 tipi di alfabeti), Monogrammi e poligrammi antichi e moderni (con
una raccolta di 1000 esempi dei vari secoli per disegnatori, incisori, calligrafi e
ricamatori), Storia aneddotica della Réclame, Dizionario degli Artisti Parmensi, Cenni
storici illustrativi sulla Certosa di Parma, Larchitettura gotica a Parma,
Loratorio di SantIlario, La Chiesa di Santa Maria del Quartiere in Parma (Vita
Nuova, marzo 1949), Loratorio della Madonna della Concezione (Vita Nuova, aprile
1949).
FONTI E BIBL.: G. Lombardi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1949/1950,
54; Parma per lArte 1 1951, 28; E. Padovano, Dizionario artisti contemporanei,
Milano, 1951, 43; L. Servolini, Dizionario incisori, 1955, 110; Arte incisione a Parma,
1969, 63.
BORLENGHI PIETRO CARLO
Busseto 23 dicembre 1887-Busseto 23 giugno 1973
Emigrato da bambino con la famiglia in Francia, si avvicinò alla musica facendo la
comparsa al Teatro dellOpera di Nizza. Studiò al Conservatorio di Lione. Volontario
garibaldino nelle Argonne durante la prima guerra mondiale, fu decorato al valore. Svolse
tutta la sua attività come cantante lirico prima e maestro di canto, regista e impresario
poi, in Francia, Svizzera, Belgio e Germania. Durante la lunga carriera durata una
trentina di anni, fu a contatto con celebrità dellarte e della politica: Massenet,
Debussy, DAnnunzio, Caruso, Luisa Tetrazzini, Titta Ruffo, Scialiapin, Pietro Nenni,
esule a Parigi, Briand, premio nobel per la pace. Fu nella tournée di Honegger in
quarantasei teatri di tutta Europa con lopera Jeanne dArc au bûcher (1938).
Fu anche autore di pubblicazioni sulla tecnica vocale (con lo pseudonimo Carlo Borghi).
Negli anni Sessanta tornò a vivere nella città natale dove fu socio fondatore
dellAssociazione Amici di Verdi. Nel 1971 fu insignito dal comune di Busseto di una
medaglia doro per meriti artistici. Fu autore di pubblicazioni sulla tecnica vocale,
tra le quali La professione del canto (Bellinzona, Grassi) e Il fiato, corso di ginnastica
respiratoria (Busseto).
FONTI E BIBL.: Biblioteca 70 II 1971; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di
Parma 4 aprile 1982, 3.
BORMETTI BORTOLO
Ponte di Legno 1917-Zibello 20 marzo 1999
Militare di carriera, si arruolò diciottenne nel 5° Reggimento Alpini,
partecipando, negli anni immediatamente successivi, alle campagne di guerra in Spagna,
Grecia e Russia, meritandosi una medaglia di bronzo e una croce al valor militare, nonché
tre croci al merito di guerra. Trascorse due anni particolarmente tormentati nel campo di
concentramento di Mauthausen, dal quale riuscì a fuggire durante un bombardamento nel
1944. Accademico del Club Alpino Italiano, dopo la guerra prestò servizio prima come
istruttore e guida alpina della Scuola Militare Alpina di Aosta, da dove venne inviato in
Spagna per listituzione della Scuola Militare di sci e alpinismo locale, e poi in
diversi reparti degli alpini, terminando, col grado di Maresciallo maggiore aiutante, la
sua lunga e gloriosa carriera a Cremona nel 1972. La montagna fu la sua grande passione:
provetto sciatore (in giovane età vinse numerose gare con i colori dellEsercito
Italiano) ed esperto di alpinismo (scalò quarantotto volte il Monte Bianco e cinquantadue
il Cervino), nel 1954 salvò la vita, durante una scalata sulle Grandes Jorasses, a due
sottufficiali. Nei cinquantanni di residenza a Zibello, fece parte della sezione
dellAssociazione Nazionale Combattenti e Reduci e fu a lungo presidente
dellAssociazione cacciatori.
FONTI E BIBL.: P. Panni, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1997, 27.
BORMIOLI LUIGI
Parma 1919-1994
Fondò nel 1945 la società omonima che poi guidò per circa cinquantanni.
Sperimentò e applicò tecnologie innovative organizzando in modo economico le risorse per
produrre vetro con requisiti di massima qualità. Con intuizioni illuminate precorse i
tempi adottando analisi e soluzioni imprenditoriali originali e globali a problematiche
come la qualità dei processi, lecologia e lambiente di lavoro. La sua azienda
occupò oltre mille persone, con una produzione per alta profumeria tra le più apprezzate
nel mondo.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 391.
BORMIOLI MARIO
Borgo San Donnino 1881/1906
Fu sindaco di Borgo San Donnino nellanno 1906.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.
BORMIOLI PETRONILLA
1798-Parma 1857
Moglie di Luigi Bormioli. Dopo la morte del marito (1832), la fabbrica dei vetri
rimase chiusa per quasi due anni, finché la Bormioli riaccese coraggiosamente i forni.
Per finanziare la riapertura dellattività, incaricò il cugino Giuseppe, abitante
ancora ad Altare, di riscuotere i crediti esistenti in paese e di vendere una casa
acquistata anni prima dal marito. Con questa manovra la Bormioli tagliò gli ultimi lacci
che ancora legavano la famiglia ad Altare e si stabiliì definitivamente nel Ducato di
Parma e Piacenza. Per riattivare i forni ebbe bisogno di altro denaro: chiese e ottenne un
prestito di 713 lire nuove di Parma. Ciò si giustificò con la volontà di non intaccare
il notevole patrimonio immobiliare accumulato da Luigi Bormioli a Borgo San Donnino.
Inoltre la Bormioli confidò nel fatto che il debito si sarebbe pagato senza sforzo, vista
lelevata redditività della vetreria. I fatti le dettero ragione:
nellesercizio 1835-1836 lutile netto fu di 898 lire nuove, nel successivo
salì a 2617 e ancora a 3329 nella stagione 1839-1840. Rimasta vedova con sette figli a
carico e unindustria da condurre, la Bormioli non si scoraggiò, prese saldamente le
redini dellazienda e la condusse per ventidue anni, portandola ad ammirevoli
successi economici. Mentre sovrintendeva alleducazione dei figli e alla gestione
della vetreria, trovò il tempo e lenergia di vendere e comprare immobili, sempre
potenziando il patrimonio della famiglia. Negli anni tra il 1841 e il 1843 impiantò,
annessa alle fornaci dei vetri, una fabbrica di stoviglie. Con intelligenza estromise le
figlie dalleredità delle fabbriche, cedendo a esse altri immobili e concentrando
così la responsabilità e la continuità delle manifatture nelle mani dei soli figli
maschi, ai quali assicurò quella solidità finanziaria e imprenditoriale che consentì
loro di raggiungere altri e più ambiziosi traguardi.
FONTI E BIBL.: G. Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 47.
BORMIOLI PIER LUIGI
Parma gennaio 1929-Milano 29 gennaio 1991
Figlio di Rocco. Studente al Liceo Maria Luigia di Parma, il Bormioli trascorse
numerose vacanze estive visitando vetrerie tedesche, francesi e inglesi, acquisendo, in
tal modo, importanti conoscenze professionali per la sua attività. Laureatosi in scienze
economiche e commerciali allUniversità di Napoli nel 1953, il Bormioli entrò nei
quadri direttivi dellazienda di famiglia due anni dopo, rivelando da subito un
moderno spirito imprenditoriale non solo rivolto ai problemi tecnici e produttivi, ma
anche a quelli umani e sociali connessi allattività dellazienda. Nel 1956
sposò la marchesa Maria Stefania Balduino Serra. Nel 1966 successe al padre nella carica
di direttore generale del gruppo e nel 1974 diventò presidente della vetreria Bormioli
Rocco & Figlio Spa. Fu tra gli anni Cinquanta e Sessanta che, grazie alle applicazioni
delle nuove tecnologie, lazienda si proiettò alla conquista di quote di mercato
sempre maggiori. Lautomatizzazione dei macchinari, la sconfitta della concorrenza
dei contenitori in plastica grazie allimportazione dallAmerica di
apparecchiature per la produzione di pennicillina, lattenzione per le tecnologie
produttive più avanzate, fecero lievitare il capitale e il fatturato dellazienda.
La continua crescita della società, allavanguardia nel settore flaconeria, nella
ricerca, nei contenitori per prodotti farmaceutici, convinse il Bormioli a entrare nel
settore dei contenitori per prodotti alimentari e, successivamente (nel 1969), in quello
degli articoli casalinghi (bicchieri, bottiglie, coppe, piatti). Ben presto, grazie a
nuove e rivoluzionarie tecniche produttive, anche in questo settore la Bormioli Rocco
& Figlio Spa acquisì una posizione rilevante nel mercato italiano ed estero.
Professando come una religione la filosofia del vetro, il Bormioli non solo riuscì a
rintuzzare gli attacchi dei materiali alternativi al vetro, ma arrivò a battere, in certi
campi, anche i concorrenti stranieri. Attraverso una solida e lungimirante attività,
concretizzatasi anche con accordi tecnici con gruppi esteri, il Bormioli sviluppò e
potenziò il processo di trasformazione che portò la vetreria a diventare una holding e a
diversificare la gamma dei prodotti conquistando sempre nuove quote di mercato. Con otto
stabilimenti sul territorio nazionale, filiali a Londra, Parigi, Nuova York, Düsseldorf,
il gruppo Bormioli Rocco & Figlio Spa occupò quasi 3000 dipendenti. Nel 1989 il
fatturato fu di 380,5 miliardi di lire. Il Bormioli fu membro della F.E.V.E. di Bruxelles,
dellE.G.M. di Londra, della Giunta Esecutiva dellAssovetro, del Consiglio di
Amministrazione della Stazione Sperimentale del Vetro, del Consiglio dellUnione
degli Industriali di Parma e del Consiglio di Amministrazione della Segea. Nel 1977 fu
nominato Cavaliere del Lavoro. Nel 1989 il Comune di Parma volle annoverarlo tra i
cittadini che avevano contribuito a elevare il prestigio della città, insignendolo della
medaglia doro del premio SantIlario.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 30 gennaio 1991, 4; Grandi di Parma, 1991, 32-33;
Cento anni di associazionismo, 1997, 391.
BORMIOLI ROCCO
Altare 1830-Parma 1883
Nacque da Luigi e Petronilla Bormioli, ultimo rampollo di unantica famiglia
di vetrai. Quasi subito, insieme ai fratelli, seguì i genitori che da Altare si
trasferirono negli Stati parmensi, a Borgo San Donnino. Il padre Luigi, maestro vetraio
già attivo ad Altare, decise il trasferimento in seguito ai provvedimenti che Carlo
Felice di Savoia aveva assunto nel tentativo di far fronte al decadimento dellarte
vetraria e ai conseguenti contraccolpi subiti dagli stessi vetrai. Così impiantò una
nuova fabbrica di vetri, trovando tra Borgo San Donnino e Salsomaggiore anche un facile
approvvigionamento di materie prime. Morto il padre del Bormioli, limpresa venne
gestita con sorprendente vigore dalla vedova Petronilla, che riuscì non solo a salvarla
ma, anzi, a imprimerle nuovo impulso. Non appena letà glielo permise, il Bormioli
si affiancò alla madre aiutandola a gestire la fabbrica, che aveva ormai assunto
proporzioni di tutto rispetto. Nel 1854, con i fratelli Domenico e Carlo, acquistò in
Parma dai Serventi lo stabilimento di via dei Farnese, lex Real fabbrica ad uso di
fabbrica di stoviglie, vetri e cristalli, adottando contemporaneamente la nuova ragione
sociale Vetrerie Fratelli Bormioli. Da allora, con grande passione e con altrettanto senso
di imprenditorialità, oltre a rinnovare i processi produttivi e la stessa gamma dei
prodotti, il Bormioli cercò di espandersi commercialmente in Europa partecipando alle
principali esposizioni. La sua azienda divenne in breve tempo la più importante della
regione.
FONTI E BIBL.: A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 330.
BORMIOLI ROCCO
Parma 21 agosto 1897-Gaiano 22 settembre 1974
Figlio di Luigi e Maria Clementa Lorenzelli. Nel 1854, con il passaggio ai Bormioli
della Reale Fabbrica delle Maioliche e dei Vetri di Parma, nacque la Vetreria Bormioli
Rocco e Figlio. Produceva contenitori per profumi e medicinali, calici, vasi e servizi da
tavola che si distinguevano per raffinatezza e qualità. Al capostipite Rocco successe
prima il figlio Luigi, quindi, dopo la prima guerra mondiale, il Bormioli. Sotto la guida
di questultimo iniziò la trasformazione dellazienda in una delle più
prestigiose realtà industriali italiane nel settore. Negli anni Trenta, un momento
particolarmente delicato per leconomia internazionale in piena fase recessiva, il
Bormioli introdusse i primi impianti automatici per la produzione e acquistò una miniera
in Toscana per far fronte ai problemi di rifornimento di materie prime. La guerra
costrinse a una temporanea chiusura dello stabilimento per i gravi danni causati dai
bombardamenti. Il Bormioli riuscì comunque a ristabilirne le sorti grazie a
unavveduta ristrutturazione produttiva. Allinizio degli anni Sessanta
lazienda contò 1600 dipendenti, vantando tecnologie produttive tra le più avanzate
dEuropa.
FONTI E BIBL.: Grandi di Parma, 1991, 32-33; Cento anni di associazionismo, 1997,
392.
BORNISA, vedi CAVALLI PIETRO
BORONI ALESSANDRO
Montezago di Pellegrino 1714/1766
Fu medico insigne alla Corte di Elisabetta Farnese, regina di Spagna.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13-14.
BORONI GIROLAMO
Pellegrino 1691/1703
Dottore. È citato nel testamento dellarciprete Pietro Bussetti di Careno in
favore della chiesa di San Giuseppe in Pellegrino. Fu commissario di Pellegrino dal 1691
al 1703. Fece la ricognizione del marchesato, come da suo atto del 22 maggio 1701.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13-14.
BORONI OTTAVIANO
Parma 11 novembre 1563-post 1628
Figlio di Paolo e di Albissima, nacque nella parrocchia di San Giovanni
Evangelista. Nei libri del Battistero di Parma è detto Ottaviano od Ottavio. Dal 1617 al
1628 e forse anche oltre, ebbe a varie riprese la condotta dellorgano in Sassuolo,
nella Cattedrale, raccomandato dal principe Alfonso dEste. Compose alcuni esercizî
spirituali in musica in sei libretti che, decorati dellimpresa di quel Comune,
furono collocati nellarchivio comunale: per questo lavoro il Boroni fu gratificato
con dodici ducatoni. Nelle carte comunali è quasi sempre detto Buroni. Pubblicò Motetti
concertati a 1, 2, 3 e 4 voci per cantare nellorgano, Libro 1 (Venezia, 1617,
Giacomo Vincenti).
FONTI E BIBL.: Libri del Battistero di Parma; R. Eitner, vol. II, 139; C. Schmidl,
Dizionario Universale dei Musicisti, 1, 1926, 225; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936,
71.
BORONI OTTAVIO, vedi BORONI OTTAVIANO
BORONI PIETRO
Pellegrino 1334
Notaio. Il 21 gennaio 1334 fece il rogito dellintervento dei prelati e
parroci ai funerali di Adorno di Valerano allabazia di San Martino de Bocci.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13-14.
BORONO OTTAVIANO o OTTAVIO, vedi BORONI OTTAVIANO
BORRA CRISTOFORO
Parma-Parma 5 ottobre 1610
Alla morte di Claudio Merulo, gli ufficiali della Compagnia della Steccata di Parma
il 7 maggio 1604 proposero il Borra come organista, attesa, così si legge nel libro delle
ordinazioni di quellanno, la sufficienza et altre qualità del Rev.do Don Cristoforo
Borra prette parmigiano et organista. La sua elezione avvenne nelladunanza del 24
maggio 1604 e lo stipendio cominciò a decorrere dal 1° dello stesso mese. Il Borra ebbe
a discepolo Giacinto Merulo, nipote del grande organista e compositore Claudio Merulo. Fu
anche organaro, e infatti il 22 dicembre 1605 ebbe in pagamento 182 lire imperiali e soldi
10 per aver accomodato lorgano della Steccata.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 83.
BORRA GIUSTINIANO
ante 1687-Parma 24 ottobre 1737
Fu nominato parroco di SantApollinare in Parma il 20 gennaio 1687, alla morte
del predecessore don Bartolomeo Comaschi. Il Borra fu un cultore delle belle lettere e il
suo italiano ha una purezza mirabile, superiore a quella del suo tempo: la sua prosa è
limpida, corretta, elegante, pari alla sua calligrafia lineare, ampia e leggibilissima. Il
Borra dedicò ogni istante libero dalle cure parrocchiali alla stesura di grossi volumi di
diario o giornale, onde lasciare memoria ai posteri delle cose della città di Parma. Il
Borra scrisse i suoi diari (Diario istorico e meteorolo gico, in Archivio di Stato di
Parma) dallanno 1694 allanno 1710, inoltre un diario in forma ridotta riprende
nellanno 1711 e giunge fino al 1729. A esempio del lavoro del Borra, la cronaca
dellanno 1695, dopo le rituali parole di invocazione al nome della Santissima
Trinità e di Maria Vergine, dice: Diario dellanno 1695, dallIncarnazione del
Verbo, 5644 dalla creazione del mondo nel quale da me Don Giustiniano Borra, per la grazia
di Dio sacerdote di Parma e rettore della chiesa di SantApollinare e S. Martino in
Parma, sarà descritto quello che succederà nella giornata in Parma, alla forma stessa
del mio primo diario dellanno prossimo passato 1694. Siede in Roma pontefice Massimo
Innocenzo duodecimo di questo nome anno quarto del suo pontificato; risiede in Vienna
imperatore Ignazio Leopoldo di Casa dAustria, anno 37 del suo regno. Risiede in
Parma Francesco Farnese, primo di tal nome, duca di Parma, Piacenza, ecc. anno primo del
suo ducato. E governa la chiesa di Parma Giuseppe Olgiati, patrizio milanese, anno primo
del suo episcopato. Nel volume ultimo, come premessa, annuncia che lascerà notizie di
storia e cronaca patria non totalmente se non in diari o vogliamo dire giornali, allameno
lasciar scritto con brevività più possibile quelle crederò più dilettevoli che così
resterà la mia dilettissima Parma delle cose passate in parte e la mia età sollevata
dalla giornaliera occupazione a cui mero dato in tanti passati diari; piuttosto,
Parma mia, se questo non sarà di tutto tuo piacere, sarà stato allameno di mio
divertimento. E ancora al 1° gennaio 1711: È stato tempo la maggior parte sereno. Solita
festa del Bambin Gesù nella chiesa dei PP. Domenicani con musica e processione solita per
la città con la statua del medesimo Bambin Gesù e questa sera è stato benedetto il
popolo alla Piazza con la statua del Bambino dopo un discorso di un padre domenicano che
con cotta e stola aveva seguito il Bambin Gesù e che alternativamente con il popolo per
tutto il percorso recitava la corona del Signore. Festa solenne in S. Rocco del SS.mo Nome
di Gesù con musica e benedizione del Venerabile. La sera festa pure del Bambin Gesù in
S. Giovanni Decollato, ma senza musica. Ma il diario non abbonda solo di notizie
ecclesiastiche a detrimento di quelle civili: 25 giugno 1729. Corso di tutti le carrozze
sulla solita strada da San Vitale a San Sepolcro, fatto che era stato definito
dordine del nostro Serenissimo duca. Levato il segno delle hore ventiquattro sono
comparsi sul Corso medesimo uniti insieme il serenissimo duca di Modena e il duca di
Parma, poi la serenissima duchessa di Parma con una principessa sua sorella maggiore delle
due sorelle di Modena, seguendo a questa la serenissima vedova Dorotea e terminato poi il
corso si sono recati al teatro a godere della straordinaria opera in musica intitolata
Lucio Patirio dittatore siccome fu da essi goduta in molta parte hieri sera, diciam pur la
notte scorsa. E in data 2 ottobre 1695, sabato, il Borra scrive: È stata giornata men
bella di hieri. Le serenissime maestà sono uscite in campagna con schioppo di caccia.
FONTI E BIBL.: Ferrutius, in Gazzetta di Parma 27 ottobre 1958, 3; A. De Marchi,
Guida naturalistica, 1980, 171.
BORRA LUIGI, vedi BORRI LUIGI
BORRI ALESSANDRO
Pavia ante 1592-Parma post 1621
Figlio di Giacomo, di nobile famiglia. Fu creato cavaliere dal duca Ranuccio
Farnese che lo impiegò negli affari pubblici. Acquistò gran credito, tanto che dallo
stesso Ranuccio fu poi eletto maestro delle sue entrate.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 100.
BORRI ANGIOLA
Parma 1770
Nel 1770 era allieva della Reale Scuola di Ballo di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
BORRI ANTONIO
Parma prima metà del XVIII secolo
Stuccatore operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
VII, 31.
BORRI BARDINO
Parma 1347
Il 12 giugno 1347 era anziano del Comune di Parma e uno dei sette sapienti della
parrocchia di San Benedetto.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Parma nel nome delle sue strade, 1929.
BORRI BERNARDINO
Parma o Pavia 1536 c.-Parma 1596
Forse non nacque in Parma, non apparendo il suo nome nei Libri dei Battezzati,
mentre vi appare nel 1553 un suo figlio e nel 1559 una sua figliuola. Fu cugino di Luigi
Borri. Fu gentile scrittor toscano, in grazia presso i Farnese (Ottavio, Alessandro e
Ranuccio), aggregato allAccademia degli Innominati col nome di Ammaliato. Compose
molte poesie, rimaste tutte inedite. Di lui si ricordano due sonetti, uno per la
recuperata salute fisica del duca Ottavio (1563 circa), laltro in morte del duca
Alessandro (1592).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 110 e 3/4 1959, 195; F. da Mareto, Bibliografia,
II, 1974, 162.
BORRI DOMENICO
Parma prima metà del XVIII secolo
Stuccatore operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
VII, 31.
BORRI FRANCESCO
Cortile San Martino 20 luglio 1904-Parma 14 aprile 1975
Dopo il liceo, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dellUniversità di
Parma. Una volta laureato, in attesa di maturare meglio la sua scelta professionale,
esercitò per poco tempo lattività legale, forse senza neppure troppa convinzione.
Sindirizzò successivamente, con più congeniale disposizione, alla carriera
pubblica, consapevole del suo spiccato carisma, portato più che allimpegno politico
alle relazioni con la gente. Il suo attivismo, unito a uneccezionale capacità
organizzativa, cominciò a imporsi con la Mostra del Correggio (1935), impresa unica nel
suo genere. Il Louvre e i maggiori musei del mondo mandarono i loro capolavori alla mostra
di Parma. Vi fu anche un convegno di studi sul Correggio, cui parteciparono i più
eminenti studiosi e critici darte. Nel 1936 fu creato a Parma lEnte
Provinciale per il Turismo e il Borri ne assunse la presidenza, che tenne
ininterrottamente e con prestigio fino alla morte, imponendosi alla considerazione degli
esperti del settore. Del Borri si ricordano altre notevoli imprese: i centenari del
Parmigianino (la più completa rassegna delle sue opere mai fatta prima dallora), di
Niccolò Paganini e di Giambattista Bodoni. La guerra 1940-1945 lo vide impegnato in una
missione umana e caritativa: fu addetto a fare la spola tra lItalia e il fronte
russo in un treno ospedale del Sovrano Ordine Militare di Malta, confortando e prestando
aiuto a feriti e moribondi. La sua grande ascesa avvenne a guerra conclusa. Furono anni di
contatti e di esperienze nuove, più aperte e fruttuose, anni che esaltarono le attitudini
del Borri e svilupparono in lui in modo straordinario le capacità di organizzatore
culturale, di promotore e realizzatore di tante iniziative, che portarono ai più alti
livelli il prestigio di Parma nella stima di personalità italiane e straniere. In molti
aspetti del suo operare il Borri ebbe come punto di riferimento la personalità cospicua
del senatore Giovanni Mariotti: ne parlava con lammirazione del discepolo e si
vantò, nella sua prima giovanile esperienza di amministratore comunale (a Langhirano e a
Parma), di avere informato la sua azione al suo insegnamento. Quale presidente
dellEnte Provinciale del Turismo per circa un quarantennio, diede impulso a
molteplici attività rivolte alla valorizzazione di Parma e delle provincia, alla ricerca
di iniziative per lo sviluppo del territorio nella salvaguardia di quei valori
storico-ambientali e umani in grado di mantenerne le caratteristiche più rilevanti. Tale
presidenza gli consentì di tessere una serie sempre più fitta di rapporti con le altre
zone dItalia e con paesi esteri, rapporti tenuti e curati signorilità e calore
umano, che furono elementi peculiari della sua personalità. Un amore particolare il Borri
ebbe per alcune istituzioni significative di Parma, cui dedicò tanta parte della sua
opera. Fu per tre decenni a capo della Fabbriceria della Cattedrale di Parma e la sua
presenza lasciò segni importanti, come i restauri e le opere conservative. Fu nominato
fin dal 1957 membro a vita dellOrdine Costantiniano di San Giorgio, e pochi mesi
dopo ne fu il presidente della Giunta esecutiva. La Cassa di Risparmio di Parma lo vide
suo presidente per dodici anni, dal 1953 al 1965. Tale periodo coincise con uno dei
momenti di più rilevante espansione dellistituto e si concretizzò in cospicui
interventi a favore delle più svariate opere a Parma e in provincia, con la presenza in
tutte le iniziative più rilevanti allora poste in essere, non ultimo il determinante
appoggio allAutocamionale della Cisa e la partecipazione alliniziativa di
costituire lIstituto di Sviluppo Economico dellAppennino a dimensione
pluriregionale, che lo vide pure suo presidente dalla fondazione al suo ultimo giorno di
vita, con un suo rilevante impegno e contributo di azione e di iniziative nelle molte
province ove listituto operò. Il Borri promosse poi il Museo Bodoniano, del quale
nel 1966 assunse la presidenza, e il Centro Studi Bodoni, da lui tenacemente perseguito
per realizzare. Anche in questo settore la sua idea dominante fu tutta imperniata sulla
politica dei fatti: si realizzarono, oltre i Premi Bodoni biennali, manifestazioni e
mostre di notevole livello e fu avviata la revisione e lordinamento delle matrici e
dei punzoni originali di Bodoni (circa 80000), impresa questultima di estremo
interesse, che fece conoscere ai tecnici del settore il materiale più raro e affascinante
del Museo. Furono incrementate le pubblicazioni scientifiche intese a diffondere e
valorizzare sia limportanza del Museo stesso, sia i fondi preziosi di cui è ricco.
Furono pubblicati il Catalogo del Museo Bodoniano, il Carteggio Bodoni-Miliani, il
Bollettino del Museo e del Centro Studi Bodoni, i cataloghi delle mostre di Giovanni
Mardersteig, di Arnoldo Mondadori e di Kapr. Il Borri fu tra i promotori
dellAssociazione Amici di Stendhal, con la promozione di congressi nazionali che
portarono a Parma eminenti personalità della cultura europea, e dellAssociazione
Culturale italo-francese, di cui fu fin dal sorgere nel 1950 vice presidente: per tali
benemerenze ebbe a ricevere dalla Repubblica Francese le prestigiose insegne della Legion
dOnore. La Presidenza della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi fu
la carica cui forse fu più profondamente legato per la sua predilezione verso la storia
locale e per la sua convinzione che la conoscenza e lapprofondimento dei fatti
storici e la loro profonda implicazione sul tessuto sociale fossero elementi fondamentali
di vita e rappresentassero un insegnamento irrinunciabile anche per le intuizioni e le
scelte del presente. Tra i suoi contributi di studio è doveroso ricordare La prima pietra
del Palazzo del Comune, Lillustrazione di diciassette pergamene dellArchivio
della Cattedrale di Parma, Odoardo Farnese e i Barberini nella guerra di Castro, Enrico di
Borbone, conte di Bardi, I sepolcri farnesiani e la Chiesa dei Cappuccini di Parma,
Stendhal e Päer. Venne nominato socio corrispondente della Deputazione il 28 ottobre 1933
e membro attivo nella seduta del 16 giugno 1947. Pochi mesi dopo venne nominato tesoriere,
carica che esercitò con grande oculatezza fino alla sua nomina a presidente, avvenuta nel
1964. La sua lunga appartenenza al Consiglio direttivo gli diede la possibilità di
seguire da vicino lattività del sodalizio e di suggerire volta a volta innumeri
iniziative dirette alla valorizzazione, alla conservazione e allintegrità del
patrimonio storico-artistico. Segnalò ripetutamente la necessità del ripristino del
celebre Teatro Farnese, avvenuto in seguito anche per suo merito, e la ricostruzione del
Palazzo Ducale con la facciata del Bettoli. Altre due operazioni, di cui egli vide la
realizzazione, furono la sistemazione dellimportante Raccolta-Archivio
Micheli-Mariotti e una sede definitiva per la stessa Deputazione, la cui biblioteca,
cospicua e di notevole interesse, era provvisoriamente ospitata presso lArchivio di
Stato, in un locale non certo idoneo a una normale possibilità di utilizzazione. La
raccolta Micheli-Mariotti trovò una degna sede nel Palazzo della Pilotta presso la
Biblioteca Palatina, soprattutto per la sensibilità e il determinante impegno del suo
direttore, Angelo Ciavarella, e venne inaugurata nel 1964. La biblioteca della Deputazione
fu invece ospitata presso la Congregazione di San Filippo Neri, nei locali resisi
disponibili dellantica farmacia. Negli undici anni della sua presidenza furono
organizzati anche diversi convegni di alto livello, alcuni in collaborazione con altri
istituti: Il Convegno di Studi Veleiati, in accordo con lIstituto di Storia del
Diritto dellUniversità di Milano, il Congresso sul Settecento parmense nel quadro
della celebrazione del II centenario della morte del poeta Carlo Innocenzo Frugoni, in
unione con la Facoltà di Magistero dellUniversità di Parma, le onoranze per il II
centenario della nascita dellillustre bibliotecario Angelo Pezzana, dintesa
con la Direzione della Biblioteca Palatina, le manifestazioni per il bicentenario di
Ferdinando Paër, promosse daccordo con il Conservatorio di Musica Arrigo Boito di
Parma, la seduta di studi per l850° anno di fondazione della Cattedrale di Piacenza
e il Convegno su Pietro Giordani. Il 23 gennaio 1972 il Borri ebbe a organizzare un
convegno delle Deputazioni di Storia Patria dellEmilia-Romagna e dei direttori degli
archivi e biblioteche di Stato, da cui scaturirono confronti di opinioni e scambi di idee
su problemi di interesse comune. In tale occasione venne inoltre indicata la necessità di
fare un preciso censimento dei beni storico-artistici con indicazione particolare per
quelli soggetti a maggiore trascuratezza, quale presupposto per unazione intesa alla
loro difesa e alla loro conservazione. Videro la luce anche due preziosi volumi su
lArchitettura spontanea dellAppennino parmense, pubblicati sotto gli auspici
dellEnte Provinciale per il Turismo e della Deputazione di Storia Patria. Sotto la
presidenza del Borri fu rilevante limpegno esplicato nella realizzazione puntuale
dei volumi dellArchivio Storico, nonché delle numerose e importanti opere della
collana Fonti e Studi, iniziata nel 1861, ripresa provvidamente dal predecessore,
professor Roberto Andreotti, e dal Borri stesso continuata con rinnovato impegno. A queste
pubblicazioni vanno aggiunte le miscellanee in onore degli insigni studiosi Manfredo
Giuliani e conte Emilio Nasalli Rocca e le cospicue opere realizzate da padre Felice da
Mareto, Lindice analitico dellArchivio Storico delle Province Parmensi e la
Bibliografia generale delle antiche Province Parmensi.
FONTI E BIBL.: P. Micheli, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975,
47-54; Bollettino Museo Bodoniano 3 1975, 105-108; A. Ciavarella, Francesco Borri, 1982;
T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 85; Grandi di Parma, 1991, 33.
BORRI GIOVANNI FRANCESCO
Parma 1543 c.-
Figlio di Luigi. Fu cavaliere di San Giacomo. Pomponio Torelli ne scrisse
lepitaffio.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 192-193.
BORRI GIROLAMO
-Parma 1523
Nel 1514, assieme a Galeazzo Piazza, curò una revisione degli Statuti della città
di Parma. Forse due anni dopo sposò in seconde nozze Daria, figlia di Giacopo de
Rossi.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 18.
BORRI GIUSEPPE
Parma 1918-1968
Non ancora laureato in chimica, intuendo le potenzialità del mercato profumiero
nazionale, fondò nel 1946 nel cuore di Parma la ditta Morris che, col marchio Napoleon
diede vita a una vasta gamma di profumi, lavande ed estratti che conseguì ben presto ampi
successi sui mercati nazionali e internazionali grazie anche alleleganza innovativa
della grafica ed estetica adottata nel confezionamento dei prodotti.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 392.
BORRI LUIGI
Parma 15 aprile 1517-Parma 1 aprile 1545
Nacque da Girolamo, che nel 1514 curò con Galeazzo Piazza una revisione degli
Statuti di Parma, e dalla seconda moglie di lui, Daria di Giacopo de Rossi. Perduto
il padre nel 1523, restò sotto la tutela della madre e dello zio Leonardo e studiò forse
a Pavia. In occasione della visita a Parma del papa Paolo III, nellaprile 1538, il
Borri fu designato con altri ventitré giovani nobili della città al compito di sostenere
il baldacchino del Pontefice. I giovani vennero a diverbio con un funzionario pontificio
banderalo e lo uccisero. Il Borri, come gli altri, venne esiliato e i suoi beni furono
confiscati, come risulta da un bando dell8 maggio. Scarse sono le notizie
dellesilio: dalle Rime risulta che soggiornò a Reggio, Guastalla, in Lunigiana e a
Ferrara. Compì viaggi per mare, nel cui ricordo compose i capitoli in stile bernesco sui
disagi della vita nelle galere. Nel 1541 ottenne il perdono del papa e, ritornato in
patria, sposò una Bajardo, dalla quale ebbe due figli, Girolamo e Gian Francesco. Minato
forse dalla tisi, morì a soli 28 anni. Pubblicò una raccolta di sonetti, madrigali e
canzoni, Lamorose rime (Milano, 1542), dedicate al duca di Ferrara Ercole
dEste. Tranne alcuni componimenti che celebrano le glorie degli Estensi, le rime del
Borri cantano, secondo i moduli dellimperante petrarchismo, lamore sfortunato
per una Madonna Alba, conosciuta durante il soggiorno pavese e attestano padronanza della
tecnica letteraria. Manoscritti rimasero i Capitoli della Galea per forza, ovvero La Galea
forzata, ricordati dal Doni nella Libreria del 1550, insieme ad altre Rime ugualmente
inedite. A lui è attribuito con buon fondamento un Discorso di M. Giovanluigi di Parma,
sopra limpresa dellAusria fatta dal Gran Turco nel MDXXXII (Bologna, 1543),
dedicato al marchese Luigi Gonzaga, che il Sansovino utilizzò nei suoi Annali turcheschi.
FONTI E BIBL.: F. Borri, Luigi Borri poeta parmigiano, in Aurea Parma XVI 1932,
14-22; Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 18-19.
BORRINI ANGELO
Collecchio 1831/1838
Laureato (forse in legge). Fu consigliere anziano di Collecchio dal 1832 fino al
1838 e sindaco dal 6 novembre 1831 (facente funzioni del podestà nel 1835). Nei primi
decenni del secolo XIX ebbe possedimenti a Pontescodogna, a sud-est della strada di
Fornovo.
FONTI E BIBL.: Indice analitico e alfabetico della Raccolta generale delle leggi
per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla degli anni 1814 al 1835, I, Parma, 1837, 319,
320; U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1960, 3;
Malacoda 8 1986, 41.
BORRINI ANGELO
Parma 29 marzo 1896-Monte Zebio 26 luglio 1916
Commesso, figlio di Lino e Adalgisa Cappellazzi. Sergente del 14o Reggimento
Bersaglieri, fu decorato con la medaglia dargento al valore militare, con la
seguente motivazione: Alla testa del suo plotone, contrattaccava il nemico che cercava
riprendere le trincee da noi poco prima conquistate. Ferito gravemente non si curava della
propria ferita, ma rimaneva imperturbato tra i bersaglieri, continuando ad esercitare il
comando, animandoli con la parola ed incitandoli alla resistenza, finché cadde nuovamente
mortalmente colpito. Fu sepolto sul posto.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale,
Disposizione 26a, 3105; Gazzetta di Parma 25 agosto 1916 e 11 febbraio 1918; G. Sitti,
Caduti e decorati, 1919, 45; Decorati al valore, 1964, 77.
BORRINI ANGELO
Parma 14 luglio 1919-Saint Cloud 23 ottobre 1987
Ebbe uninfanzia divisa tra Parma e Parigi, dove ben presto (1927) fu
costretto assieme alla famiglia a trasferirsi. Per il carattere turbolento fu espulso
dalle scuole francesi e così fu costretto fin dalla più giovane età a fare diversi
mestieri: portiere dalbergo, commesso, meccanico, rappresentante, impiegato. Solido
e forte fisicamente, sentì il richiamo delle competizioni sportive, trovando nella lotta
una specialità che lo portò anche alla conquista di un titolo europeo (1949) e che gli
insegnò, come disse lui stesso, lumiltà, lequilibrio, la disciplina e la
professionalità. Ben presto però venne messo fuori gioco da una seria frattura a una
gamba. Passò allora a fare il manager e lorganizzatore di incontri alla Salle
Wagram di Parigi. Il regista Jacques Becker lo notò sul ring e lo chiamò per un ruolo da
duro a fianco di Jean Gabin in Grisbi (Touchez pas au Grisbi, 1954). Poi fu Louis Malle a
volerlo in Ascensore per il patibolo (1957) e la sua carriera cinematografica (in arte fu
Lino Ventura) poté dirsi così iniziata. Confinato in principio dai registi francesi
nella figura del barbouze, mezzo malavitoso e mezzo poliziotto di umore molto variabile,
un vilain senza scrupoli costretto a essere cattivo ma pur sempre compassato ed elegante,
con grande volontà e una certa caparbietà riuscì a raggiungere un livello professionale
decisamente alto e a riscuotere stima e consensi da parte di registi famosi come Claude
Sautet, Louis Malle, Francesco Rosi, Vittorio De Sica, Edouard Molinaro e molti altri.
Anche il successo commerciale gli arrise ben presto, non appena calato nei panni del
gorilla in Il gorilla vi saluta cordialmente di Bernard Borderie (1958), dove per la prima
volta ebbe la parte di protagonista. Una veloce panoramica sugli oltre sessanta film
interpretati dal Borrini vuole che siano menzionati almeno i principali, a partire da La
grande razzia (Razzia sur la Chnouff, 1955) di Decoin, ancora a fianco di Jean Gabin. Dal
1959 in avanti la media annuale delle sue prestazioni variò da quattro a sei, con i
titoli più svariati, da Il commissario Maigret (1958) di Jean Delannoy, ad Appuntamento
con il delitto (1959) di E. Molinaro, ad Asfalto che scotta (1959) di C. Sautet, che lo
volle anche nel 1964 in Larme à gauche. Dal 1960 lavorò anche in molti film
italiani, come La ragazza in vetrina (1961) di Luciano Emmer e Il giudizio universale
(1961) di Vittorio De Sica, per poi mettere nel suo repertorio anche una pellicola
commerciale come Un taxi per Tobruck di Deny de la Patellière. La schietta incisività
della sua recitazione gli consentì di essere impiegato anche in ruoli al di fuori dei
suoi cliché abituali, come in Le rapace (1968) di José Giovanni, Lo schiaffo (1975) di
Claude Pinoteau, Larmata degli eroi (1969) di Jean-Pierre Melville, Ultimo domicilio
conosciuto (1969) di J. Giovanni, Il Clan dei Siciliani (1969) di Henry Verneuil,
Lavventura è lavventura (1972) di Claude Lelouch, Dai sbirro (1975) di
Francesco Rosi, Morti sospette (1978) di Jacques Deray, Garde à vue (1981) di Claude
Miller, I Miserabili (1982) di Robert Hossein, per la televisione, fino a Cento giorni a
Palermo di G. Ferrara e La septième cible di C. Pinoteau (1984). Con quel suo volto
segnato dalle rughe e quella maschera inconfondibile, in poco più di trentanni di
carriera il Borrini poté vantarsi dessere diventato uno dei più quotati
rappresentanti della cinematografia francese, anche se pure molti registi italiani lo
vollero come interprete. Come i suoi personaggi, anche nella vita fu un duro dal cuore
doro, sentimentale e riservatissimo in privato tanto quanto schietto e generoso sul
lavoro, dovendo molto del successo al suo carattere ruvido ma accattivante. Di lui i
Cahiers du Cinéma, la più autorevole rivista francese di cinema, disse che fu
lunico attore ad avere qualche cosa in comune con i grandi divi del cinema americano
del passato e lunico a saper interpretare film neri e ruoli di duro senza scadere
nella macchietta. Ma il Borrini confessò di dovere piuttosto qualcosa al grande Jean
Gabin. Fu unanimemente considerato il continuatore, nonché figlio spirituale, della
migliore tradizione recitativa del cinema francese. Lultima apparizione pubblica del
Borrini fu due settimane prima della morte: con sua moglie Odette ricevette dal presidente
Chirac la Legion donore per lopera in favore degli handicappati compiuta dal
comitato Perce - neige, da lui stesso fondato: dei suoi quattro figli, la più piccola fu
handicappata, di qui limpegno ostinato per organizzare sedi, trovare aiuti,
sensibilizzare lopinione pubblica.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia spettacolo, XI, 1966, 1219; Filmlexicon, VII, 1967,
793-794; R. Campari, Parma e il cinema, 1986, 139; Grandi di Parma, 1991, 113.
BORRINI ENRICO
Collecchio-Sala Baganza 5 ottobre 1907
Fece la campagna risorgimentale del 1866 e raggiunse il grado di capitano.
FONTI E BIBL.: G. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.
BORRINI ITALO
Monticelli 10 ottobre 1876-Monticelli 19 agosto 1955
La casa colonica dei Borrini, proprietari e agricoltori era posta al centro di quel
podere che poi diventò il grande parco delle Terme. Il Borrini, che lavorava la sua terra
insieme ai tre figli maschi, nel 1924, perforando il terreno alla ricerca di acqua per
irrigazione, in località Montepelato trovò lacqua salsobromojodica. Inoltrò
subito domanda di permesso di ricerca, che fu poi trasformata in concessione, e costruì
uno stabilmento pilota. Agli inizi della coraggiosa impresa, nel 1927, sopravvenne una
grave sciagura. Lincendio di un pozzo di metano provocò otto vittime tra gli operai
e gli assistenti ai lavori. Tra i caduti vi fu anche un figlio del Borrini, Achille, di
appena 21 anni, che trovò la morte nel generoso tentativo di soccorrere il personale,
ciò che gli valse, alla memoria, la medaglia doro Carnegie e quella al valor
civile. Un suo secondo figlio, rimasto gravemente ustionato, morì in seguito. Il
durissimo colpo subìto non prostrò il Borrini, che proseguì lopera iniziata con
tenacia e ardore, portandola infine a compimento. Nel maggio del 1927 inaugurò il vero e
proprio stabilimento. Lacqua veniva estratta da sedici pozzi. Costruì poi gli
alberghi Bagni e Delle Rose. Le energie che il Borrini profuse in questa sua attività
imprenditoriale furono inesauribili e non si limitarono alla pura e semplice gestione
dello stabilimento e degli alberghi. Ebbe sempre nuove idee e sempre nuove proposte per
labbellimento del paese, i servizi di collegamento, le strade e le feste. Pungolò
lamministrazione pubblica perché collaborasse in queste iniziative, che si
risolsero sempre in provvedimenti a favore del paese: chiese gli alberi sui viali e
contribuì largamente alla spesa, istituì un servizio di piazza, pensò perfino ai
cartelli e alle indicazioni stradali e a lui si deve la costruzione delle case popolari e
del nuovo cimitero. Caldeggiò la costituzione dellAssociazione Turistica Pro
Monticelli e fece costruire il teatro. Non abbandonò comunque mai lattività
agricola: nel 1919 fu presidente della Società Fontane di Marano e Monticelli Bagni e lo
fu ancora nel 1933. Produsse inoltre concentrato di pomodoro presso la fabbrica Ardita ed
estratto per brodo presso lo stabilimento Utia. Nel primo anniversario della morte, fu
inaugurato un busto in ricordo del Borrini nel Parco delle Terme.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 35; Gazzetta di Parma 8
dicembre 1994, 33.
BORRINI MARIA o MARIUCCIA, vedi PARENTI MARIA
BORRINI VIERI
Monticelli 1902-Monticelli 10 dicembre 1975
Nacque da famiglia di agricoltori che possedeva terreni in parte concessi in
affitto, sempre intenta a opere di migliorie fondiarie. Il padre Italo, cercando un giorno
acqua dolce per irrigare, trovò una vena dacqua salsobromoiodica. Sottoposta
lacqua allesame degli esperti, ottenne il permesso di sfruttamento dallo Stato
e creò un piccolo stabilimento di prova che diede ottimi risultati curativi. Costruì
allora uno stabilimento più grande, senonché, al momento di festeggiare lapertura
del nuovo stabilimento, un pozzo entrò in eruzione. I curiosi accorsero e uno, non
essendo ancora conosciuta la presenta del metano, accendendo una sigaretta, causò lo
scoppiò un incendio di grandi proporzioni, nel quale trovarono la morte otto persone tra
cui un figlio di Italo Borrini. Un suo altro figlio, rimasto gravemente lesionato, morì
in seguito. Superata questa tragedia, il Borrini, unico figlio rimasto, e il padre
crearono il bellissimo parco, uno dei vanti della stazione termale, e ingrandirono due
piccole trattorie che, a seguito dei successivi ampliamenti e ammodernamenti, diventarono
due confortevoli alberghi con cure termali interne, tanto da trasformare Monticelli da
semplice borgo agricolo a moderna stazione di cure. Il Borrini creò, unici in Italia,
degli stabilimenti industrali, su brevetto del chimico Paietta, per lestrazione di
bromo e iodio dalle acque termali. La tecnica di estrazione di queste sostanze era
talmente moderna ed economica che il Borrini fu chiamato dal Demanio a realizzare a
Salsomaggiore gli stabilmenti della Bertanella. Per i suoi meriti gli fu conferita
linsegna di cavaliere. Nel frattempo scoppiò la seconda guerra mondiale e gli
stabilimenti interruppero lattività. Concluso il conflitto, su richiesta degli
stessi operai, il Borrini tornò al lavoro e gli stabilimenti ripresero lattività
termale, di estrazione del bromo e dello iodio e limbombolamento del gas per
automobili. Nel 1965 il Borrini raddoppiò lo stabilimento termale, ingrandì gli alberghi
e realizzò la lavanderia industriale al servizio delle strutture termali e alberghiere.
Fu tra i soci fondatori dellUnione Parmense Industriali, consigliere dellEnte
Provinciale Turismo di Parma e per molti anni membro del consiglio direttivo della
Federterme, lorganismo che raggruppava gli industriali termali italiani.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 dicembre 1985, 7.
BORROMEO BARBARA
Bargone 1636
Marchesa. Sposò un Pallavicino. Concorse munificamente allampliamento e al
restauro della chiesa di Bargone nel 1636.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21.
BORROMEO ARESE GIOVANNA
Milano 4 settembre 1751-Parma 10 dicembre 1826
Figlia del conte Renato e di Marianna Erba Odescalchi. Sposò il 6 novembre 1771
Guido Meli Lupi. Fu insignita dallImperatrice dellonorificenza di dama della
Croce Stellata. Ebbe quattro figli.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV; B. Colombi, Soragna.
Feudo e Comune, 1986, I, 358.
BORRONE BROCCARDO
Busseto prima metà del XVI secolo-post 1619
Studiò a Padova. Come chierico incaricato dellinsegnamento delle umanità
fece parte del seguito di Girolamo Ragazzini prima a Treviso e poi dal 1586 a Caorle, dove
costui fu chiamato a occupare la cattedra vescovile. Nel 1587 a Venezia venne imprigionato
su ordine del patriarca Giovanni Trevisan, non si sa bene se per sodomia o per omicidio.
Stando in carcere scrisse una lettera affinché mi mandi li mii robbi et tenghi solamente
quei libri quali sono nella valliggia, li quali stratti o metta al necessario. La valigia,
che si trovava negli appartamenti del Vescovo di Caorle nel palazzo patriarcale, venne
inviata al S. Uffizio, il quale naturalmente la fece aprire e, ritrovandovi alcuni libri
proibiti, intentò senza esitazione un processo inquisitoriale. Il Borrone fu accusato di
possedere la Aetici Cosmografia cum scholiis Iosiae Simileri, la Cortigiana
dellAretino e tre opere di Erasmo da Rotterdam, cioè i Colloquiorum familiarium
opus, la Ratio perveniendi ad veram theologiam e lOpus de conscribendis epistolis:
libri tuto scelerati. Nel corso del secondo costituto, il 30 aprile 1587, il Borrone
dichiarò senza ambagi: Io sono pronto a far ogni diffesa et mostrare chio sono
catholico et credo quel che crede la S. Madre Chiesa. Il 2 maggio fu condannato alla pena
seguente: tu dichi 5 messe per li morti nei S. venerdì, e in quelli giorni tu dichi li
dette salmi penitenziali con le sue preci, et per 5 venerdì digiuni, e di più che
dimandi perdono a Monsignor Rev.mo di Caurli da te scandalizzato per quelli tue bugie.
Avendo abiurato solennemente il 12 maggio 1587, venne rimesso in libertà. Forse a motivo
del delitto comune per il quale era stato primitivamente imprigionato, venne espulso per
due anni dal territorio veneto. Cosa sia stata la vita del Borrone dalla metà del 1587
non si sa bene. La prima data certa è questa: nel mese di aprile 1594 si trovava a
Basilea. Nella matricola di quellUniversità fu registrato il suo nome dopo il
pagamento di una rilevante tassa dimmatricolazione: una lira imperiale.
Probabilmente si iscrisse alluniversità per usufruire di certi privilegi e
procurarsi buone relazioni sociali. Alla fine dellanno, prima della caduta delle
nevi, partì. Nel 1595 fu a Chiavenna. Allorché Giovanni Planta, già governatore della
Valtellina, fu nominato commissario della città, il Borrone fu assunto come cancelliere
per il periodo 1595-1597. Presto fu evidente che aveva tutti contro di lui. La popolazione
di Chiavenna non riuscì a perdonargli di servire la causa delloccupante, i
Grigioni. Alcuni cittadini grigioni, invece, non gli perdonarono di occupare un posto
solitamente riservato a un cittadino delle Tre leghe. Gli uni e gli altri, comunque,
furono daccordo sulla necessità di sbarazzarsi del Borrone, straniero ambizioso,
colto, pieno di coraggio e diniziativa, incapace di prendere parte, in una maniera o
in unaltra, alle lotte e alle passioni locali, avido di potere e costantemente in
preda agli appetiti carnali. Gli fu intentato un processo per abuso di potere e per aver
perturbato lordine pubblico. Una istruzione, invero assai sommaria, fu eseguita a
Piuro dal delegato delle Tre leghe, Jakob Arpagaus. A conclusione di essa, il 5 marzo
1596, le Tre leghe ordinarono la cattura del Borrone. Il 31 marzo fu accusato di aver
abbandonato lItalia non per ragioni di religione, sebbene perché ricercato per
sodomia, di aver predicato il Vangelo a Traona sotto falso nome, di aver dichiarato varie
volte di voler ridiventare cattolico, di aver domandato al vicario dellInquisizione
un salvacondotto e dessersi impegnato a provocare torbidi nel paese, di abuso di
potere nellesercizio del suo ufficio di cancelliere, e più precisamente di
falsificazione di atti pubblici e duso illecito di fondi pubblici, di aver ricevuto
ingenti somme dal vicario dellInquisizione e di averle sperperate al gioco. Il
Borrone replicò alle accuse con argomenti assai convincenti. Ammise di essere stato
processato una volta per sodomia ma di essere stato prosciolto, aggiunse, dal tribunale
per non aver commesso il fatto. Infine chiese linvio di un investigatore in Italia.
I risultati dellinchiesta il loco furono favorevoli al Borrone: il 28 aprile 1596 fu
rimesso in libertà. Le spese del processo, 150 corone, furono addebitate al grigionese
dottor Andrea Ruinella. Ma allimprovviso, il 15 giugno, le Tre leghe decisero
despellere il Borrone dalla regione di Chiavenna perché la sua presenza era causa
di torbidi nellordine pubblico. Si trasferì allora a Milano, dove visitò prima il
cardinale-arcivescovo Federico Borromeo e poi il connestabile di Castiglia Juan Fernández
de Velasco, governatore dello Stato, ma senza successo. Il Cardinale sapeva come trattare
gli avventurieri che pretendevano di cointeressarlo a piani di lotta contro i protestanti
e del resto non aveva dimenticato in quale situazione si era trovato suo zio, Carlo
Borromeo, poco prima di morire, quando aveva accettato il fantasioso piano di Rinaldo
Tittone. Quanto al Connestabile, era per temperamento assai scettico. Il Borrone riprese
il suo cammino. Tutto il suo essere era ormai dominato da un desiderio sfrenato, che non
gli diede più pace: vendicarsi. Soltanto la vendetta poteva cancellare lingiuria e
la vergogna di cui era stato coperto dai Grigioni. A Roma, in una città favorevole agli
intrighi e ai piani ambiziosi, cominciò a preparare la sua vendetta. Le Tre leghe se ne
inquietarono e pertanto il 4 febbraio 1598 decisero di riaprire listruttoria su di
lui. Dopo due anni di inchieste, di indagini minuziose e pazienti, le autorità grigionesi
si convinsero che il Borrone era un nemico pericoloso. Perciò il 6 febbraio 1600 lo
condannarono al bando perpetuo. Nel frattempo il Borrone aveva intrecciato a Roma numerose
relazioni. Jean Reydet, savoiardo e datario pontificio, agente di Thomas Pobel, vescovo di
Saint-Paul-Trois-Châteaux, gli procurò una pensione pontificia e lo presentò
allambasciatore spagnolo, al cardinale Pietro Aldobrandini e a tantissime altre
personalità del partito oltranzista. Questo partito, nonostante la ferma attitudine di
papa Clemente VIII, diveniva sempre più forte: aveva interessato alla sua causa alti
esponenti politici francesi, come Biron, Lux, il conte dAuvergne e naturalmente
poteva contare sul duca di Savoia e sul nuovo governatore di Milano, don Pedro Enríquez
de Acevedo, conte di Fuentes. Il Borrone rivelò allora ai suoi nuovi amici un piano assai
astuto di riconquista della Valtellina. Nel mese di maggio del 1601 uno degli agenti delle
Tre leghe a Roma, il dottor Giorgio Pini di Traona, essendo venuto a conoscenza per caso
della faccenda, ne informò immediatamente il giudice Hartmann von Hartmannis. Le Tre
leghe decisero, il 17 giugno 1601, di assegnare una taglia di 600 corone a chi riuscisse a
catturare e consegnare il Borrone ai Grigioni. Nel mese di agosto uno speziale di nome
Giovanni Antonio, che aveva abitato nello stesso albergo romano del Borrone, consegnò al
vicario delle tre leghe, Antonio von Somving, una copia del piano. La reazione delle
autorità dei Grigioni fu energica e pronta: il 19 settembre condannarono a morte il
Borrone. Il piano, di cui anche lincaricato daffari veneto G.P. Padavino
riuscì a procurarsi una copia, fu pubblicato allinizio del XX secolo da A. Giussani
e ha per titolo Informatione dello Stato et del Governo delli Signori Grisoni. Questa
relazione, scritta in buon latino, è un testo pieno dardore, ora fremente di un
odio che i secoli non hanno potuto sfumare, ora vivace e di una lepidezza senza pretese.
Letta attentamente, rivela una sorprendente diversità, ampiezza e profondità di
conoscenze. Il Borrone sa tutto dei Grigioni e ne parla senza troppa pedanteria, spesso
con estro e, quando lo reputa necessario, con impudenza. Appena affrontata una questione,
la riduce ai suoi principî e poi la riprospetta in termini chiari. LInformatione
comincia con una descrizione penetrante del paese, della sua economia e del suo governo.
Mostra quindi tutte le debolezze di questa regione, povera ed eternamente in preda alle
lotte di fazione, e prospetta le iniziative più adatte per sfruttarne le debolezze.
Consiglia di sottrarre la Valtellina ai Grigioni senza colpo ferire, vale a dire
eliminando in anticipo i soli probabili nuclei di resistenza: i diciassette ministri
evangelici di lingua italiana. I mezzi consigliati sono ladulazione e la corruzione.
Per il Borrone il problema è assai semplice: la natura umana è quella che è, si può
dominarla o con ladulazione o con la furberia e la forza. La morale, le passioni, la
fede non hanno che rilevanze secondarie. Nel frattempo la situazione politica generale era
notevolmente peggiorata. La pace di Lione del 1601 aveva fissato la frontiera del Ducato
di Savoja sul Rodano. Solo il ponte di Grésin e la vallata di Chézery ormai univano il
Ducato alla Franca Contea. La Francia poteva interrompere facilmente questo stretto
passaggio e per conseguenza sopprimere la possibilità dallacciamento tra gli stati
spagnoli della penisola e i Paesi Bassi. Limperatore Rodolfo II era impegnato nelle
guerre contro i Turchi, Clemente VIII a rafforzare il potere temporale del Papato, Venezia
a fare la guerra agli Uscocchi: Francia e Spagna si trovarono pertanto luna di
fronte allaltra. Il piccolo passaggio a Oriente, la via della Valtellina, divenne,
per così dire, lasse dellequilibrio dellEuropa. Quando il Borrone
propose di riconquistare la Valtellina e di sbarrarne lentrata dal solo lato
indifeso, quello del lago, tentò, in fondo, di distruggere il faticoso equilibrio
raggiunto. Perciò non meraviglia la violenza delle proteste dei Grigioni. Clemente VIII
ammise di essere al corrente del progetto, assicurando però di aver respinto la proposta
tendente a realizzarlo. Le sue affermazioni rispondevano a verità: in effetti il piano
del Borrone non poteva trovare posto nel quadro della politica europea del Papa. Le
pressioni dei Grigioni ottennero così un certo successo: al Borrone venne intimato di
desistere dai suoi progetti sotto pena di essere privato della rendita papale se mai
avesse provocato altre proteste diplomatiche. Il Borrone comprese allora che occorreva
abbandonare Roma. Cedette la pensione e si fece nominare da padre Cherubino di Maurienne e
da altri Savoiardi procuratore della Congregazione di Nostra Signora della Compassione di
Thonon. Lasciò Roma alla fine del mese di agosto del 1601 con la scusa di recarsi in
Spagna, onde persuadere il Re cattolico a stanziare un congruo contributo in favore
dellopera assistenziale creata da Francesco di Sales. Verso la metà
dellautunno il Borrone fu a Thonon. Il nunzio in Savoja, il vescovo di Forlì
Corrado Tartarino, in una lettera del 23 novembre al cardinale Pietro Aldobrandini,
assicurò che il Borrone era arrivato e che erano state prese le opportune disposizioni
per agevolarne lopera. La politica che ispirava lazione della Congregazione
era stata ben definita da padre Cherubino: Que là où tant de belles offres ne voudroient
pour les ranger au debvoir, que Sa Sainctété fit un peu semblant de vouloir ayder S.A.
et menassa dinciter tous les Principes catholiques contre eux. Una volta a Thonon,
il Borrone riprese questa idea. Ormai la sua violenta avversione per i Grigioni lo portava
a odiare tutti i protestanti, a tentare qualcosa per riscattare il suo onore macchiato.
Bisognava mobilitare gli spiriti, incoraggiare i timorosi, convincere gli esitanti. A tal
fine predispose una campagna propagandistica redigendo perfino un piano. Se ne conosce un
riassunto, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi, dal titolo Summa capitum
confaederationis nuper initae adversus haereticos. Le idee di padre Cherubino vi sono
riprese quasi integralmente, ma va precisato che il piano risultava vantaggioso solo per
il Duca di Savoia. Con una propaganda sottile, il Borrone si propose di eccitare i
protestanti e nello stesso tempo di impressionare i cattolici. Messo a punto questo
progetto, partì da Thonon: alla fine di ottobre fu nel Delfinato, dove si presentò al
maresciallo Lesdiguières, al quale confessò di essere fuggito da Roma a causa della sua
fede evangelica. Appunto a Roma, dalla bocca di suo zio, il cardinale Cesare Baronio,
aveva appreso che la Spagna, la Francia e gli altri stati cattolici avevano ordito una
lega contro gli stati protestanti e Ginevra in particolare pour extirper la religion
réformée, si legge nel registro del Consiglio della Signoria di Ginevra alla data del 14
novembre 1601, giorno in cui la notizia trasmessa da Lesdiguières in persona ai sindaci
Roset, Chambrey e De Vérace fu registrata. Ben presto le rivelazioni del Borrone si
sparsero per tutta lEuropa protestante. Nicolas de Neufville, signore di Villeroy,
notò con amarezza che il Borrone trouva les espris de ceux ausquels il sadressa sy
susceptibles de ceste opinion, que lon ne luy ait seu trop mauvais grè davoir
enfanté ce beau discours. Enrico IV comprese fulmineamente che bisognava smascherare
limpostore, mettere in chiaro le complicità e convincere i protestanti della
lealtà della sua politica e i cattolici della sua fermezza. Contemporaneamente
lopinione pubblica si surriscaldò. Persino Pierre de lEstoile annotò nel suo
Journal le notizie che un amico di La Rochelle gli comunicava a proposito della tournée
borroniana. Alla fine del 1601 il Borrone si trasferì in Germania. Negli Archivi di Stato
di Ginevra è la copia duna Harangue che pronunciò davanti al duca di Sassonia. Vi
si parla della solita lega e delle mene cattoliche contro i protestanti. In questa
Harangue, che fu tradotta a Ginevra in francese, cè dellemozione, del calore,
dellimmaginazione naturale e forte. Le digressioni sono abbondanti ma né la
chiarezza né una certa discrezione vi mancano. Se il Borrone non cede di più al gusto
delle rivelazioni è perché avverte il rischio dessere attratto, incantanto e
quindi di rivelare inavvertitamente i suoi pensieri intimi e segreti. Il Borrone vuole
commuovere, eccitare, perciò evita di ricorrere a sottigliezze inutili. Verso la fine di
febbraio del 1602 fu nei Paesi Bassi, ove plusieurs sont entrez en des alarmes très
grandes. Il duca di Sessa disse più tardi che il Borrone si spacciò per plenipotenziario
di Enrico IV e di Clemente VIII. Questultimo non mostrò dinquietarsene
troppo, mentre Enrico IV attraversò invece ore dangoscia. La Spagna, con la scusa
di prevenire un attacco turco e di scoraggiare la politica aggressiva
dellInghilterra, procedette a una mobilitazione parziale. Intanto a Thonon tutto era
pronto. I Ginevrini furono particolarmente impressionati da tutte queste manifestazioni,
che ritennero puri espedienti per permettere al Duca di Savoja di dissimulare
lattacco. Si mormorò che Clemente VIII avrebbe impedito al Re di Francia
dintromettersi nella faccenda. Obiettivamente, lattività del Borrone riuscì
utile a Carlo Emanuele di Savoja, anzi favorì in quel momento il suo disegno politico e
quello di Francesco di Sales: Il importe surtout dabattre Genève. Nel mese
daprile il Borrone arrivò in Inghilterra per cercare di persuadere Elisabetta della
cattiva fede di Enrico IV, ma senza successo. La Corte di Londra non si lasciò
impressionare, essendo gli Inglesi, disse lambasciatore francese, déterminés et
résolus au pis de ce qui leur peult arriver. Il Borrone fu espulso immediatamente dalle
isole britanniche. Lenergia di Enrico IV, il suo intervento diplomatico in tutti i
paesi dove agiva il Borrone, a Roma in primo luogo, ridussero così gli intrighi di costui
alle loro giuste proporzioni. La delusione del Duca di Savoja fu grande. Ma, persuaso che
sempre più corde allarco sattaccano meglio è, Carlo Emanuele
sindirizzò subito verso altri porti. La congiura di Biron e del duca di Bouillon,
laffare del principe di Joinville seguirono immediatamente il fallimento
dellimpresa del Borrone. Le successive avventure del Borrone sono assai meno note.
Nel 1603 fu in Sassonia e vi ottenne una pensione dal conte palatino Filippo Ludovico. In
questepoca scrisse al principe Cristiano II di Sassonia per renderlo attento alla
congiuntura politica assai difficile dei paesi protestanti. Ma le sue previsioni e analisi
non furono apprezzate, cosicché abbandonò la Sassonia e andò in Boemia come mercenario
in una compagnia comandata da Lorenzo Ramé, colonnello della cavalleria di Passau. Quasi
con certezza nel 1609 fu a Praga al servizio dellarciduca Leopoldo, per il quale
bisognava reclutare un esercito. Nel 1610 partecipò alle operazioni militari di Jülich.
Lanno seguente lesercito comandato da Ramé, Carlo Luigi di Sulz, Adolfo
dAltham e Hans Ruprecht Hegenmuller fu inviato a Praga, ove gli stati erano in
rivolta contro il cattolicesimo di Rodolfo. Forse il Borrone si incaricò di ottenere a
Ramé lappoggio della colonia italiana di Malá Strana e la collaborazione di
numerosi mercenari italiani. Non si sa bene per quale motivo e in quale mese
dellanno 1611, il Borrone captus, ac capite plexus est, come disse con aria
soddisfatta un cronista grigione. La notizia non pare certa, dato che alcuni scritti
firmati dal Borrone apparvero dopo il 1611. Durante questo periodo il Borrone trovò modo
di scrivere un Ritratto della Rezia, il cui autografo è conservato alla Biblioteca
Trivulziana di Milano e una fedelissima copia, eseguita nel 1683, nella Biblioteca
Nazionale Braidense. Si tratta di un trattatello politico: inizia ex abrupto con una
specie di Ecco i Grigioni e tosto ci si trova nel vivo del discorso. Non vi sono che
fatti: a essi si lascia il compito di parlare. Il tema della prosperità futura e quello
dellabbassamento presente sequilibrano, si succedono, si sostituiscono
senzaltra arte che quelle di un cuore troppo pieno. La polemica disperata contro la
presente corruzione, contro il caos della vita politica, contro le insufficienze
dellorganizzazione militare, limpotenza del sistema economico beneficia di
questo sfondo di sventure, dinimicizie e di pericolo, che dà un aspetto unico alla
polemica. Il Borrone propone una serie di riforme in tutti i settori, soprattutto in
quello dellorganizzazione politica e del sistema di difesa. E non dimentica di
consigliare che intorno al forte di Fuentes, che anni prima aveva progettato e che gli
Spagnoli avevano costruito, si edificasse una serie di fortificazioni. Il Borrone non può
essere collocato né tra i suoi contemporanei sostenitori del diritto né tra quelli
credenti nella ragion di Stato. Per lui, contrariamente a quasi tutti i suoi
contemporanei, larte di governo si riduce allarte della guerra. E qui è
necessario richiamare alla memoria i capitoli XIV e XVII del Principe. Tuttavia il Borrone
non da nessuna teorizzazione del diritto assoluto e non fa concessioni alla teoria
monocratica. Dichiara con energia che il potere deve essere forte, giammai totalitario. Ha
fiducia nella bontà del sistema aristocratico, ma crede altresì nella potenza creatrice
del popolo. Sente che è impossibile governare nellisolamento. Tutto ciò lo spingea indicare le condizioni duna
politica che non sia ingiusta: quella, cioè, che non scontenti il popolo. Una buona
organizzazione politica deve essere capace di realizzare un rapporto di consultazione e
scambio tra lalto e il basso della società, tra quelli che governano e quelli che
sono governati. Il sistema può creare talvolta situazioni sanguinarie, spietate, sordide.
Purtroppo, gli uomini sono impotenti contro ciò. La vita è lotta. In unepoca che
aveva bandito il Machiavelli, il Borrone se ne dimostra discepolo. Un discepolo un
po mitomane, un po impostore, sempre in bilico tra la ciarla e
lavventura. Nel 1619 apparve firmato dal Borrone un opuscolo in cui descrive la
situazione religiosa e politica del regno di Boemia e propone provvedimenti concreti per
convalidare la posizione degli evangelici della regione. Non si conosce quando e come il
Borrone concluse la sua vita avventurosa. Si conoscono le
seguenti opere del Borrone: B. Baronii Nachricht an Churfürsten Christianum II. zu
Sachsen, von denen blutigen Consiliis, so umb das Jahr 1603 wider die Evangelischen
geschmiedet worden, in Unschuldige Nachrichten von Alten und neuen theologischen Sachsen,
s.l., 1704, pp. 197-225; Discours vom dem Interposition werck und itzigem Zustandt im
königreich Böhaimb. Sambt
Baronij Brocardis Warnung von derer Sub una allerhandt Rathschläge wieder die
Evangelischen 1619, s.l. né d.; Relazione di Broccardo Borrone intorno alla Rezia, alla
Valtellina ed ai contadi di Borunio e di Chiavenna (1601), in A. Giussani, Il forte di
Fuentes. Episodi e documenti duna lotta secolare per il dominio della Valtellina,
Como, 1905, pp. 350-364; Harangue de Cesar Baronius faite devant lElecteur et duc de
Saxe, in Bull. de la Société dHist. et dArch. de Genève XII 1961, pp.
107-117; Ritratto della Rezia scritto da Broccardo Borrone alli oratori delle tre leghe
grisone detti Rheti ove si mostrano quanto vagliano e fassano quelle loro comunanze, come
si governano et insieme quali mancanti et imperfettioni vi siano et de qual riforma
havrebbero di bisogno, in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 16, 1962, pp.
39-60.
FONTI E BIBL.: Tutte le fonti, edite e inedite, sono discusse e citate in G.
Busino, Italiani allUniversità di Basilea dal 1460 al 1601, in Bibliothèque
dHumanisme et Renaissance XX 1958, 506-507, 526; G. Busino, Aventures et intrigues
de Broccardo Borrone à lépoque de lEscalade, in Bull. de la Société
dHistoire et dArch. de Genève XII 1961, 89-117; G. Busino, Prime ricerche su
Broccardo Borrone, in Bibliothèque dHumanisme et Renaissance XXIV 1962, 130-167; G.
Busino, Di Broccardo Borrone e del suo Ritratto della Rezia, in Bollettino
della Società Storica Valtellinese 16 1962, 25-60; G. Busino, Nuove ricerche su Broccardo
Borrone, in Bollettino Storico Piacentino LVII 1962, 155-167. Vedi inoltre: I. Bedrich
Novak, Gli italiani di Praga e la presa di Malá Strana nel 1611, in Bollettino
dellIstituto di Cultura Italiana di Praga III 1925, 93-96; I. Bedrich Novak, Rudolf
II a jeho pad, Praha, 1935, 141 ss.; G. Busino, in Dizionario biografico degli Italiani,
XIII, 1971, 97-102.
BORRONI, vedi BORONI
BORSAL GIAN MARIA
Parma 1615
Pittore attivo in Roma. Fu figlio di Andrea. Nel 1615 presentò una denuncia
allautorità perché gli era stato sottratto un ritratto.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 154-155.
BORSANI GIUSEPPE
Parma 7 ottobre 1812-Roma 23 luglio 1886
Nato da una famiglia di origine piacentina, fu in gioventù coinvolto nei movimenti
patriottici risorgimentali. Studente in legge a Piacenza, fu nella lista dei compromessi
nei moti del 1831 (si presentò armato davanti al palazzo della Duchessa). Sotto il
Governo Ducale fu giudice del Tribunale Civile. Prese notevole parte ai rivolgimenti del
1848 e sedette nellAnzianato, essendo tra i notabili aggiunti a tale assemblea il 20
marzo 1849. Fu delegato a reggere, come ministro, i dipartimenti dellInterno, della
Giustizia e dellIstruzione. Dopo gli avvenimenti del 1848-1849 fu costretto
allesilio in Piemonte ove entrò nella carriera giudiziaria che percorse fino
allalto grado di avvocato generale presso il Tribunale Supremo di Guerra e Marina,
ottenuto il 24 settembre 1868 dopo aver rivestito (dal 5 novembre 1866) la carica di
procuratore generale presso la Corte dAppello di Palermo. Dedicatosi allo studio del
diritto, specializzandosi nella procedura penale, pubblicò vari saggi tra cui Il sistema
dei tributi (1850), Luomo e la società (1857), Come progrediscono gli istituti
giuridici (1859), Gli uffici della storia nel progresso della pubblica amministrazione
(1860), nonché un commento al codice di procedura civile (1873). Il 6 novembre 1873 fu
assunto alla prestigiosa carica di senatore del regno, avendo lincarico di relatore
di vari importanti disegni di legge, tra cui il progetto del nuovo codice penale. Il
Borsani presentò al Senato le seguenti relazioni: Codice penale del Regno dItalia,
Vigliani, 1873-1874, n. 35; Modificazioni alle leggi esistenti sul reclutamento
dellesercito, Ricotti, 1874-1875, n. 26; Inchiesta sulla Sicilia, Castagnola, Donati
e Piccoli, 1874-1875, n. 76; Provvedimenti straordinari di pubblica sicurezza, Cantelli,
Vigliani, 1874-1875, n. 84; Basi organiche della milizia territoriale e comunale,
Mezzacapo e Nicotera, 1876, n. 74; Abrogazione dellart. 49 della legge 8 giugno 1874
e sostituzione di altre disposizioni, Mancini, 1876-1877, n. 28; Aggiunta di un paragrafo
allart. 96 della legge sul reclutamento militare, 26 luglio 1876, 1876-1877, n. 33.
Si dimise dal Senato per ragioni di salute pochi anni prima di morire.
FONTI E BIBL.: Atti Parlamentari Senato del Regno, Tornata del 23 novembre 1886,
91; Giornali vari, 24 luglio 1886 e seg.; Santi, La XV Legislatura; A. Brunialti, Annuario
Biografico Universale, Torino, 1884-1887, 318; A. De Gubernatis, Dizionario Biografico,
due volumi, Firenze, 1879 e Roma, 1895; S. Sapuppo Zanghi, La XV legislatura italiana,
Roma, 1884; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 12; Gazzetta di Parma 15 ottobre
1920, 1; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; O. Masnovo,
Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 140; Malatesta,
Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 140-141; Gazzetta di Parma 29 dicembre 1961, 4;
Mensi, alla voce; T. Sarti, Il parlamento subalpino e nazionale, 1896-1898, 157; Nasalli,
Magistrati, 32; G. Mischi, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 46-47.
BORSANO BELTRAMO, vedi BORSANO BELTRANDO
BORSANO BELTRANDO
Milano-Milano ottobre/novembre 1395
Detto anche Beltrame Brossano, di nobile famiglia milanese, fu nipote del cardinale
Simone da Brossano, arcivescovo di Milano. Il cardinale Simone Borsano fu uno dei sedici
che si trovavano in Roma nel 1378 quando il popolo eccitato domandò un papa romano o
almeno italiano. Volendo, come egli andava dicendo, un confessore e non un martire, votò
per Bartolomeo Rignani, Vescovo di Bari, che assunse il nome di Urbano VI. Il Papa, grato
al cardinale Borsano, volle dargli un segno della sua benevolenza promovendo al vescovado
vacante di Parma il Borsano, suo nipote. Il 29 aprile 1378 non era ancora Vescovo di Parma
poiché in un atto di quel giorno che riguarda il diritto dei canonici di percepire le
distribuzioni dei beni in comune e le competenze delle prebende rispettive, è detto che i
canonici si convocarono in Episcopali sede vacante. Secondo lEubel, fu eletto da
Urbano VI intorno al mese di aprile del 1378, ed è detto Borsano o de Borsano. Il
Borsano, con suo Rescritto del 5 novembre 1379, alle preghiere di Carlo Visconti, Signore
di Parma, concedette a Taddeo dei Pii, caduto in grandi ristrettezze domestiche, già
rettore della chiesa di San Nicolò in Parma, di poter tenere anche la chiesa di San
Cristoforo posta presso le fossa della città, benché non fosse ancora entrato
nellordine del presbiterato, purché però facesse compiere i divini uffici da un
sacerdote idoneo e procurasse di farsi promuovere al sacerdozio nel trentesimo anno. Nel
Rescritto si legge: Datum Parmae in domibus Monasterii Sancti Iohannis Parmensis nostrae
habitationis. pontificatus SS. in Christo Patris et D.D. Urbani divina Providentia Papae
Sexti, anno secundo. Da ciò si rileva che il vescovo di Parma abitava allora nelle case
del Monastero di San Giovanni e non nel palazzo vescovile, occupato da Carlo Visconti,
Signore della città, e che il Borsano riconosceva apertamente Urbano VI per legittimo
papa. Latto del 5 novembre 1379 porta il sigillo del Borsano, riprodotto dal
Pezzana. Rappresenta tre vescovi, in alto, e sotto, seduto, il Vescovo di Parma, con ai
lati due stemmi uguali della famiglia da Borsano, a due bande. Intorno si legge: Beltrand.
Borsan. Dei Gra. Epi. Parmensis. In Milano, nella chiesa di Santa Maria di Bertrade, il
Borsano consacrò la cappella di SantAntonio fatta edificare nellanno 1379 da
Antonio Solaro, senatore di Galeazzo Visconti, vicario imperiale di Milano, concedendo
quaranta giorni di indulgenza a chi visitasse questo altare con le debite condizioni. Che
il Borsano aderisse al papa Urbano VI, è chiaro dallavere questi inviato il 26
febbraio 1379 i suoi commissari anche a Parma per visitare la Certosa, vietando al priore
di accettare i legati di Clemente VII. Il 16 novembre 1379 il Borsano dichiarò che per
diritti antichi e per consuetudine spettavano a lui e al palazzo vescovile le acque
pubbliche, i canali, gli acquedotti e la decimazione delle acque, specialmente del Canale
di Porporano. Col consenso poi del Borsano, i canonici del Battistero stipularono un
contratto con i coniugi da Margete, il 27 gennaio 1380, come si rileva da una pergamena
esistente nellarchivio del Battistero. Confermò altresì il Borsano alcune
indulgenze alla Società di Santa Maria della Neve, già concesse da Ugolino Rossi e dai
suoi vescovi suffraganei al tempo del suo esilio. Il 14 marzo 1380 il Borsano concesse,
con sua lettera, la facoltà a Giovanni da Lignanno, suo nunzio giurato, di rivendicare
tutti i beni della Chiesa parmense tenuti in possesso da persone in mala fede. Suo vicario
era allora il canonico Giacomo da Gallarate. Parimenti il 14 marzo il Borsano investì il
nobil uomo Ubertino Aldighieri delle terre del bosco di Colorno di ragione della mensa
vescovile. Ancora il 19 marzo 1380, come consta da una pergamena del Monastero di San
Giovanni in Parma, il Borsano abitava presso detto monastero e lo stesso giorno pronunciò
lassoluzione dalla scomunica data dal suo vicario Giacomo da Gallarate alla badessa
di SantAlessandro, Mabilia dei Baratti, la quale, in virtù dellimmunità del
suo monastero, non aveva voluto pagare un sussidio imposto dal Borsano. Il 10 aprile 1380
il Borsano concedette in feudo una località ove era costruita una casa, presso la vicinia
della Chiesa Maggiore, a Giacobino Fredolfo, figli e nipoti, con lobbligo di pagare
ogni anno una librra di cera. Come pure il 25 aprile il Borsano investì di 40 bifolche di
terra poste nella villa di Torrile, nel luogo detto il bosco populli, il Comune e gli
uomini di Colorno. Il Borsano il 20 maggio 1380 accordò unindulgenza di 40 giorni a
chi visitasse la chiesa di San Giovanni in Borgo San Donnino e celebrasse, o facesse
celebrare, la santa messa in quella chiesa per devozione in qualunque giorno
dellanno. Il 29 luglio 1380 il Borsano venne promosso al vescovado di Como, che si
era reso vacante per la morte di Enrico da Sessa. Resse la Chiesa comense con grande zelo
e prudenza, in tempi assai difficili. Gian Galeazzo, conte di Virtù e Signore di Milano,
a esempio di suo padre e di Bernabò, volle estendere lautorità e il suo potere
sulle cose ecclesiastiche proibendo perfino lelezione a certi benefici senza il suo
consenso, come si legge in un decreto dell11 aprile 1385, intimato al Borsano e ad
altri prelati e canonici radunati nel palazzo vescovile da Bartolomeo degli Anguissoli,
vicario del podestà. Nel 1392 il Borsano fu nominato collettore apostolico di Lombardia.
Al principio dello stesso anno 1392 fu a Milano come delegato apostolico per assolvere i
penitenti dalle loro colpe in occasione del giubileo concesso da papa Bonifacio IX: così
racconta Castello da Castello, il quale fu appunto in quella città per godere dei
vantaggi spirituali del giubileo e ricevere dal Borsano lassoluzione sacramentale.
In questo medesimo anno Gian Galeazzo lo creò Presidente del Consiglio che aveva allora
istituito in Verona. Il Borsano ritornò a Milano nel 1395 per onorare insieme ai vescovi
delle città soggette al dominio visconteo e ad altri principi e signori dItalia, il
possesso che il 5 di settembre Gian Galeazzo prese della dignità ducale conferitagli da
Venceslao, re di Roma. Poco dopo, e sicuramente prima della fine dellanno, il
Borsano venne a morire. Infatti il 19 gennaio 1396 era già stato eletto il suo successore
alla Chiesa di Como.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 316-319; A.
Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 239; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 174.
BORSANO BERTRANDO, vedi BORSANO BELTRANDO
BORSARI LODOVICO
Parma 9 settembre 1858-SantAndrea Bagni 1939
Figlio di Ferdinando e Maria Teresa Fantelli. Forte dellesperienza maturata
nel suo negozio di barbiere in via Cavour a Parma che gli consentì di comprendere
linteresse del cliente per i prodotti profumieri da lui preparati, seppe avviare una
vera e propria industria degli estratti e dei profumi confezionati in flaconi
appositamente realizzati dalle vetrerie Bormioli. I successi conseguiti sia sul mercato
nazionale che estero spinsero il Borsari nel 1934 a costruire un nuovo stabilimento in via
Trento nella prima periferia cittadina di Parma. Si deve a lui il recupero e il rilancio
sul mercato internazionale del profumo di Corte Violetta di Parma.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 392.
BORSARI MARIO
Parma 6 agosto 1896-Genova 1961
Figlio di Ludovico e Teresita Rabaglia. Prese parte alla prima guerra mondiale come
autiere. Tornato dal fronte, entrò nella fabbrica del padre Lodovico, pioniere
dellindustria dei profumi a Parma. Contemporaneamente dedicò le sue attenzioni
allautomobilismo divenendo uno dei primi sportsmen del volante e fu tra i primi soci
dellAutomobile Club provinciale. Tra il 1927 e il 1932 prese parte a varie gare,
ottenendo affermazioni nella Parma-Poggio di Berceto e nella
Salsomagúgiore-SantAntonio. Col fratello subentrò al padre nellazienda,
cuúrando la parte chimica: tra le sue creazioni persoúnaúli, Notte romana e Mio sogno.
Sofferente di cuore, trascorse gli ultimi anni sulla riviera ligure.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 65.
BORSI ANDREA
Colorno 1779
Violoncellista, suonò nel Teatro detto della Veneria, in Colorno, in occasione
della fiera dagosto 1779. Figura anche tra i suonatori nominati per un triennio
dallAccademia teatrale.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato, Teatri 1770-1779, Affari diversi, Cartella n. 2;
N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 226.
BORSI ANTONIO
Parma 1781
Libraio attivo in Parma nellanno 1781.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 158.
BORSI ANTONIO
Parma 1785
Coprì la carica di vicecancelliere nella compagnia di porta San Michele in Parma
nel 1785.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 147.
BORSI EMILIO
1888-Basso Adriatico 15 luglio 1916
Figlio di Carlo. Tenente di Vascello, fu decorato con due medaglie di bronzo al
valor militare, la seconda delle quali con la seguente motivazione: Ufficiale di rotta di
sommergibile in attacco contro una silurante avversaria presso la costa nemica riportava
morte gloriosa.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 dicembre 1918; Corriere della Sera 9 dicembre
1918; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 47.
BORSI ETNEO
Parma XIX/XX secolo
Poeta dialettale. Sulla tradizione di Domenico Galaverna, scrisse un sonetto,
apparso nei primi anni del XX secolo su un giornale di Parma, costituente un tentativo di
satira politico-amministrativa.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 100.
BORSI FRANCESCO
Parma 1756/1779
Tipografo attivo in Parma nel XVIII secolo. Dalla sua stamperia uscirono diverse
pubblicazioni legislative, in particolare quelle relative alle cause discusse nel foro
parmense. In seguito lattività continuò come Fratelli Borsi, almeno fino al 1779.
Nel 1762 pubblicò le Osservazioni intorno allarte di fabbricare la carta con la
dimostrazione del Mulino allOlandese fatto a Cilindro.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 158; Enciclopedia di Parma, 1998, 166.
BORSI GIOVANNI
Parma 1531
Figlio di Bernardino. Il 20 gennaio 1531 venne iscritto nella matricola dei notai
di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 147.
BORSI GIOVANNI MARIA
Parma 1485
Figlio di Zaccaria. Venne iscritto nella matricola dei notai di Parma
nellanno 1485.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 147.
BORSI GIULIO CESARE
Parma 1634
Fu un rinomato organaro, attivo intorno al 1634. Tra laltro costruì
lorgano del Duomo di Tivoli, che un contemporaneo classificò di tale armonia da
poter stare a fronte dogni altro che abbia il pregio di graue e maestoso.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 3, 1938, 117.
BORSI GIUSEPPE
Parma ante 1723-1775
Sacerdote, fu tenore e organista distinto della Cattedrale di Parma dal 3 maggio
1723 al 14 giugno 1752. Fin dal 16 luglio 1740 fu investito di un beneficio in Cattedrale.
Il Borsi cantò anche alla Steccata di Parma dal 1730 al 1754 tra i cantori di grido,
invitato in occasione della festa della Annunziata, percependo la somma di lire 200 e fino
a 300 lire per volta.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 179.
BORSI GIUSEPPE
Parma seconda metà del XVIII secolo
Scultore, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane,
VIII, 49.
BORSI LODOVICO
Sorbolo 1856
Fu sindaco di Sorbolo nellanno 1856.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 147.
BORSI PIETRO
Parma 1838/1844
Nobile, fu Podestà di Parma, nominato con decreto sovrano, dal 1838 al 1844.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Consoli, governatori e podestà, 1935, 126.
BORTESI PIETRO MARIA
Parma 1651/1652
Sacerdote. Come violinista servì alla Steccata di Parma dal 22 ottobre 1651 al 17
luglio 1652.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 96.
BORTINI ORAZIO
Langhirano 1902-Cordova 1975
Andò giovanissimo in Argentina e si stabilì a Cordova, ove si laureò in
medicina. Fu libero professionista per quanrantanni in diversi ospedali. Fu alla
direzione del Circolo Italiano di Cordova e Presidente della Dante Alighieri. Il Bortini
fu nominato Cavaliere ufficiale della Repubblica Italiana.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.
BORTOLOTTI, vedi BERTOLOTTI
BORZAGNA, vedi BONZAGNI