BORANI-BORZAGNA

BORANI LUIGI
-Parma 1805
Figliastro del conte Giuseppe Camuti, gli successe (1800) nella cattedra di chimica dell’Università di Parma. Morì giovanissimo, senza aver potuto dar inizio, come già era avvenuto al padre, alle sue lezioni universitarie.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, IV, 1833, 625.

BORANI CAMUTI LUIGI, vedi BORANI LUIGI

BORASCHI ALBERTO
Palanzano 1919-1986
Nato da una famiglia che vanta diversi notai già dal XV secolo sia a Palanzano che a Parma, il Boraschi, dopo avere studiato nei collegi a Firenze e a Lodi, si laureò a Parma in legge distinguendosi in particolare nelle lingue greca e latina. Giunta la seconda guerra mondiale, il Boraschi militò nell’esercito come ufficiale degli alpini entrando poi nelle file dei partigiani. Si distinse per i suoi ideali di libertà e democrazia. Nel dopoguerra fu impiegato in provincia, poi vinse un concorso come direttore dell’Archivio Notarile di Parma, avendo così modo di applicare con successo il latino alla paleografia. Questo impiego gli consentì di aiutare i suoi nove fratelli, rimasti orfani della madre in giovane età. Il Boraschi si distinse per una difficoltosa trascrizione delle imbreviature scritte nel 1453 dal podestà delle Valli dei Cavalieri, Bartolomeo da Casola. Un’altra laboriosa trascrizione, sempre da lui eseguita, fu quella dell’estimo del sale fatto dagli Estensi nel 1415 nelle Valli di Cavalieri. Ciò permise di avere uno specchio della vita reale della popolazione delle Valli del tardo Medioevo. I suoi lavori si trovano pubblicati in vari numeri de Le Valli dei Cavalieri. Il Boraschi fu inoltre incaricato dal generale Dalla Chiesa di ricostruire la storia del suo casato e partecipò a uno studio di antropologia dal titolo Wealt distribution in Appennine Valleys, con Bernard Siegel della Stanford University della California. Una malattia contratta in Argentina lo colpì in modo irreversibile causandone la morte.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 dicembre 1997, 19.

BORASCHI DOMENICO
Palanzano 1920-Borgo Val di Taro 12 febbraio 1973
Si laureò a Genova in lingue straniere nel 1948. Insegnò dapprima ad Ancona e, in seguito, all’Istituto Magistrale di Borgo Val di Taro e, dal 1960, all’Istituto Tecnico Melloni di Parma. Nell’ottobre 1972 ottenne la nomina a preside a Borgo Val di Taro. Fu uno dei più coraggiosi protagonisti della lotta partigiana e il suo nome di battaglia (Amleto) rimase legato a imprese spericolate nelle quali emersero, tra le pieghe di un carattere e di un temperamento personalissimi, doti eccezionali, sempre ispirate a una profonda umanità. Chiamato alle armi dopo l’8 settembre 1943, vestì la divisa della Repubblica di Salò il tempo necessario per riscuotere il soprassoldo e ottenere quindici giorni di licenza. Tornato a Palanzano, per un certo tempo si inserì nelle formazioni di Giustizia e Libertà, ma ben presto la sua natura ribelle, individualistica, il suo temperamento insofferente a imposizioni lo portarono ad agire quasi isolatamente e a costituire uno sparuto gruppo di gappisti conosciuto sotto il nome di Stella assurra. Nell’agosto del 1944, in piazza Garibaldi a Parma, in divisa tedesca, il Boraschi avvicinò due ufficiali della Wermacht, puntò contro di loro l’arma e li portò prigionieri a Tizzano, dove li consegnò al comando partigiano. Altra impresa analoga avvenne, ancora a Parma, nel settembre, in borgo Giacomo Tommasini. A Fontanini di Vigatto, ai primi di aprile, catturò tre militi della Brigata nera. Ma il teatro dei suoi colpi più audaci fu la zona di ponte Dattaro: quasi sempre si conclusero con qualche automezzo o qualche militare tedesco portati sulle montagne. La vita partigiana del Boraschi fu ricchissima di questi episodi, che egli stesso volle riportare nel libro Vita partigiana, uscito nell’immediato dopoguerra. Di formazione cristiana (studiò anche presso i missionari saveriani), sui monti cercò il contatto con elementi delle brigate cattoliche, in particolare con Centurio Cerdelli, Bruno Spadini ed Ennio Biasetti. Alla fine, entrò a far parte della III Julia. Per le sue imprese, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare. Dopo la liberazione si dedicò all’insegnamento e scrisse un secondo libro (Incidenze prospettive della scuola italiana). Tornò poi alla vita politica, nelle file della Democrazia Cristiana e, candidato alle elezioni amministrative del giugno 1970, fu eletto consigliere comunale di Parma con 889 preferenze. Anche in questo incarico portò l’impeto della sua schiettezza, a volte forse impulsiva, ma sempre animata da onestà di intenti e coerenza di ideali.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 febbraio 1973, 4.

BORASCHI PIETRO
Parma 1915-1997
Venne ordinato sacerdote nel 1941 e fu per due anni cappellano nella parrocchia della Santissima Trinità, per sei anni parroco a San Polo, per ventinove anni al Corpus Domini e per sei in Santa Cristina. Creò le case di riposo Villa San Bernardo e Villa Sant’Ilario a Porporano di Parma, prima per i religiosi anziani e poi anche per i laici. Lasciò la direzione delle due case nel 1991 per ragioni di salute.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 61.

BORBONE ELISABETTA, vedi BORBONE PARMA ISABEL MARIA ANTONIETA

BORBONE ISABELITA MARIA ANTONIETTA, vedi BORBONE PARMA ISABEL MARIA ANTONIETA

BORBONE FRANCIA LOUISE ELISABETH
Versailles 14 agosto 1727-Versailles 6 dicembre 1759
Figlia di Luigi XV, re di Francia, e di Maria Leczynska. Fu la prima della numerosa figliolanza del Re, che la chiamava perciò spesso Madame Première o affettuosamente Babet. A otto anni fu promessa a don Carlos di Spagna, ma Fleury, onnipotente ministro, ruppe il contratto matrimoniale e la Borbone sposò invece, nel 1739, Filippo di Spagna, figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese di Parma. L’idea del matrimonio venne nella capitale spagnola quale segno della nuova amicizia intervenuta tra i due paesi in seguito all’alleanza di Madrid e dell’Escorial (1733) e al trattato di Vienna (1738). Per meglio legare le politiche e i destini dei Borbone di Spagna a quelli di Francia, la soluzione più opportuna era di unire l’Infante alla Borbone. Per essere un’unione dinastica era piuttosto impari e a Parigi non si mancò di commentare negativamente il fatto che una figlia del Sovrano non andasse sposa a una tête couronnée. In quel momento infatti Filippo, oltre a vari titoli, tra i quali quello di Grande Ammiraglio delle Indie, che gli portavano più rendite in denaro che non potere effettivo, non aveva nulla e le sue prospettive non erano rosee: se avesse voluto una corona, piccola o grande che fosse, avrebbe dovuto conquistarsela. Appena celebrate per procura le nozze nella cappella del Castello di Versailles, la Borbone, che portò in dote la somma di 300 mila scudi d’oro, oltre a un ricchissimo corredo e magnifici gioielli, partì per la Spagna, accompagnata dal padre fino a Plessis-Picquet. Separatasi dal genitore, proseguì il viaggio con la duchessa di Tallard, sua governante, il marchese La Mina e con un seguito numerosissimo di dame, cavalieri e domestici. Il 13 ottobre 1739, giunta alla frontiera spagnola, trovò il duca di Solferino che la ricevette e la complimentò a nome del Re di Spagna e del suo sposo, che incontrò poi ad Alcalà, ove tutta la Corte si era portata a ossequiarla. Il matrimonio fu celebrato ad Alcalà il 25 ottobre. I primi anni del suo soggiorno a Madrid, li spese a orientarsi, a conoscere uomini e cose, addestrandosi nei segreti maneggi politici, incoraggiata su questa via della suocera, regina Elisabetta Farnese, di cui seppe accaparrarsi tutta la fiducia. Seppe anche, con prudenza, barcamenarsi assai bene tra le due fazioni, spagnola e italiana, che cercavano di sopraffarsi a vicenda. Sapendo di quale vantaggio le sarebbe stato l’appoggio della Regina, cercò di indovinarne le segrete vedute e di aiutarla in tutto quanto poteva. Il 31 dicembre 1741 diede alla luce una bambina a cui furono imposti i nomi di Isabella Luisa, e la sua posizione a Corte migliorò ancora. Alla morte dell’imperatore d’Austria, essendo scoppiato un conflitto generale, il marito Filippo dovette partire per la guerra (1742). Elisabetta Farnese non lo rivide più, la Borbone lo poté riabbracciare soltanto dopo otto anni. In assenza di Filippo, la Regina e la Borbone lavorarono parallelamente per lui sul piano diplomatico per ottenergli gli aiuti necessari e soprattutto per assicurargli l’appoggio della Francia, in un primo tempo riluttante a entrare nel conflitto. Da anni Parigi premeva sul re di Sardegna, Carlo Emanuele III, la cui alleanza, a prezzo del Milanese, avrebbe risolto rapidamente la guerra. Ma Carlo Emanuele III era già stato ingannato dai Francesi riguardo il Milanese dopo la guerra di successione polacca, e fece dunque onore alla sua alleanza con l’Austria. Quando Luigi XV se ne rese conto, anche pressato da Madrid da accorate lettere della Borbone scritte sotto dettatura della suocera, si decise a schierarsi con la Spagna e a dare il suo tangibile contributo in uomini e mezzi all’infante Filippo. Gli sviluppi della guerra furono favorevoli alla Francia nel settore nord, dove Maurizio di Sassonia ottenne chiari successi nei Paesi Bassi. Meno bene andarono i Gallispani nello scacchiere sud, dove, dopo alterne vicende, non si poterono conquistare stabilmente che i ducati di Savoia e di Nizza. Il plenipotenziario di Parigi ad Aquisgrana, Ottavio Sanseverino d’Aragona, parmigiano, già suddito austriaco ma egualmente devoto alla causa di don Filippo, ebbe precise disposizioni dalla capitale per ottenere all’Infante il Ducato di Parma e Piacenza, con l’aggiunta di Guastalla. A pace firmata (Aquisgrana, ottobre 1748), la Borbone lasciò Madrid per raggiungere il marito, passando prima per Parigi. La tappa a Versailles della Borbone ebbe precisi scopi politici, evidenziati dalla presenza al suo seguito del Carpintero, segretario di Stato del Ducato parmense: ottenere Sabbioneta e Bozzolo in aggiunta al territorio ducale, questione non chiarita ad Aquisgrana, e assicurare all’Infante una pensione annua da parte della Francia. Il primo obiettivo andò deluso. Per il secondo si ebbe soddisfazione: benché la Francia si trovasse con le finanze in pieno dissesto, Luigi XV accordò 200 mila lire tornesi l’anno, una vera boccata d’ossigeno in tempi di ristrettezze economiche come quelle che stava attraversando don Filippo, rimasto pressoché privo degli appannaggi di parte spagnola. La Borbone, lasciata Versailles nell’ottobre 1749, arrivò a Parma due mesi dopo. Ben presto fu evidente che troppa era la differenza tra la piccola Corte parmense e quelle di Versailles e di Madrid, alle quali la Borbone era avvezza, così ricche di possibilità politiche e diplomatiche. Se a Parma le uniche preoccupazioni erano quelle di racimolare fondi per far fronte alle crescenti spese della Corte, la sua sola ambizione era la grande politica, e Parma rappresentò per lei un orizzonte troppo angusto: nel 1752 riprese la via di Parigi, dove rimase anche l’anno successivo e dove si convenne sulle necessità di giocare scopertamente la carta Du Tillot. Nel settembre del 1753 la Borbone rientrò a Parma ben decisa a perseguire i suoi scopi politici e dinastici: in primo luogo sottrarre il Ducato all’influenza spagnola e alle interferenze di Elisabetta Farnese, in secondo luogo cominciare a pensare al destino dei tre figli, ancora in tenera età, avuti da Filippo (Isabella, Ferdinando e Luisa Maria). Nel Ducato di Parma, da un punto di vista interno, le cose stavano migliorando nettamente ma, dall’alto della sua posizione di principessa di Francia, la Borbone considerava il marito emarginato dal grande gioco europeo, quasi esiliato in meschina posizione su di un piccolo e insignificante territorio. Nel marzo del 1756 tra Versailles e Vienna intervenne un accordo che cambiò radicalmente i rapporti tra Francia e Austria. In quel trattato si facevano delle allusioni che indussero la Borbone a ritenere giunto il momento per il marito di entrare in possesso dei Paesi Bassi. Vi fu un complesso intreccio di rapporti tra La Borbone, il Bernis, ambasciatore francese a Venezia, il Choiseul, ambasciatore francese a Roma, e la Pompadour, favorita di Luigi XV. Alimentata nelle sue ambizioni, la Borbone prese per la terza volta la via di Parigi, dove giunse nel settembre del 1757. Ma la nuova sistemazione di Filippo era legata a fatti esterni praticamente irrealizzabili, come la rinuncia della Slesia a opera di Federico di Prussia. Fu lo stesso Bernis, divenuto nel frattempo ministro degli affari esteri, a comunicare alla Borbone che il suo desiderio doveva rimanere tale. La Borbone, in concreto, da questo suo viaggio a Parigi ottenne poco: il Condillac quale precettore per Ferdinando e l’ottimo matrimonio per Isabella, che andò sposa a Giuseppe II d’Austria. Poco dopo, quando don Carlos lasciò Napoli per salire sul trono di Spagna, la Borbone pensò a Filippo per l’eventuale successione nel Regno delle Due Sicilie, ma ne fu dissuasa da Choiseul. Insistette di nuovo per i Paesi Bassi e poi per la Lorena ma non poté ottenere nulla. La Borbone, colpita dal vajolo, venne repentinamente a morte in Versailles. Il suo corpo venne trasportato nelle tombe reali di San Dionigi ove l’aveva preceduta sua sorella gemella, Enrichetta, qualche anno prima. Volle l’assoluta influenza francese nel Ducato di Parma quale presupposto per una diversa e più prestigiosa collocazione del marito. Riuscì soltanto la prima parte del suo ambizioso piano: l’influenza francese si risolse infatti negli aspetti tecnici e culturali. La Borbone protesse le arti, le scienze e le lettere e fondò un’accademia di disegno, facendo venire da Parigi pregevoli modelli in gesso per uso degli studiosi. Parma diventò una piccola Atene, ove accorrevano i più chiari ingegni d’Italia.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 49; Parma nell’Arte 1 1969, 89-93; Dizionario storico politico, 1971, 753; U. Delsante, in Al Pont ad Mez 1 1977, 46-48; C. Artocchini, Padrone di Parma e Piacenza, 1975, 57-61.

BORBONE PARMA ALICE MARIA CAROLINA
Parma 27 dicembre 1849-Friedegg 16 gennaio 1935
Figlia di Carlo e di Luisa Maria di Berry. Sposò il granduca Ferdinando di Lorena, matrimonio dal quale nacquero numerosi figli, tra cui l’arciduca Leopoldo Ferdinando, noto sotto il nome di Leopoldo Wölfling, e Luisa, che andò sposa al principe ereditario, che diventò poi re di Sassonia. Il marito della Borbone era figlio di Leopoldo, granduca di Toscana, che abdicò il 27 luglio 1859 in favore del figlio, ritirandosi a vita privata in Austria. La Borbone era più giovane di quattordici anni del marito, il quale però morì ventisette anni prima di lei, nel 1908 a Salisburgo. La Borbone fu molto amata e stimata per tutto il tempo in cui dominò in Austria la monarchia degli Asburgo. Poté rifulgere di splendore principesco nei ricevimenti a Corte, fino a quando l’età avanzata, la vedovanza e il crollo della duplice monarchia, la portarono a dedicarsi con maggiore intensità alle opere di bene e di assistenza benefica nella città di Salisburgo, dopo avere anche rinunciato a tutti i diritti e privilegi derivanti dall’appartenenza alla casa d’Asburgo-Lorena, secondo i sensi della legge del 1919, che solo dopo tale rinuncia le consentì la permanenza in Austria. La Borbone si distinse anche nell’attività di soccorso spirituale e materiale durante tutto il tempo della prima guerra mondiale.
FONTI E BIBL.: Crisopoli 3 1935, 205-206.

BORBONE PARMA CARLO II, vedi BORBONE PARMA CARLO LUDOVICO

BORBONE PARMA CARLO III, vedi BORBONE PARMA FERDINANDO CARLO

BORBONE PARMA CARLO LUDOVICO
Madrid 22 dicembre 1799-Nizza 16 aprile 1883
Figlio di Ludovico, re di Etruria e di Maria Luisa di Borbone-Spagna, figlia di Carlo IV. Alla morte del padre nel 1803 ereditò il titolo di re di Etruria, che gli fu tolto nel 1807 da Napoleone Bonaparte, dal quale venne confinato in Francia, dove rimase fino alla caduta dell’Impero. Nel 1817 fece il suo ingresso a Lucca insieme con la madre, alla quale, con l’atto addizionale al trattato di Vienna, era stato assegnato il Ducato lucchese in temporanea sostituzione di quello parmense. Le peripezie dei primi anni della sua vita, quando l’invasione francese e la dominazione napoleonica privarono il Borbone del Ducato di Parma e poi dell’effimero Regno di Etruria, costringendolo fanciullo e adolescente a una sia pur larvata prigionia, indubbiamente incisero in maniera determinante sulla sua educazione e sulla sua formazione culturale e politica. In mancanza di fonti dirette che possano chiarire quale tipo di istruzione gli fu impartita, ci si può solo richiamare alle testimonianze dei contemporanei, che parlano, anche se non tutti concordemente, di una vasta cultura, acquisita attraverso un lavoro personale, non sempre coerente e ordinato. Gli interessi rivelati negli anni della maturità dimostrano la natura volubile della sua intelligenza, attratta fin dalla prima giovinezza dai rami più disparati del sapere, dalla medicina alla musica (compose egli stesso musica sacra), alle lingue straniere. Di quali letture egli sia nutrito è difficile dire: certo è che apparve ben presto orientato a soffermarsi prevalentemente su argomenti di carattere umanistico. Non si trattò di uno studio profondo e sistematico, che né le circostanze né il suo carattere gli permettevano: sono interessi ed entusiasmi improvvisi che lo spinsero ora in una direzione ora in un’altra, fino a quando non si concentrò in maniera particolare sugli studi biblici e liturgici. Le incertezze, i dubbi, l’insicurezza, in cui trascorse l’adolescenza, non superati col sopraggiungere della maturità, furono all’origine di molte sue azioni incoerenti e contraddittorie e della sua inguaribile irrequietudine. Sarebbe inutile pretendere di ricercare quanto vi sia ancora di illuministico e razionalistico nella sua formazione giovanile e quanto egli abbia poi assorbito lo spirito prettamente romantico del periodo della Restaurazione. Non fu infatti un intellettuale, ma piuttosto un dilettante, intelligente e appassionato, che subì innegabilmente il fascino di certi gusti e certi indirizzi del suo tempo. All’età di diciotto anni, giungendo a Lucca come principe ereditario, si trovò sottoposto a un controllo continuo da parte della duchessa Maria Luisa, meschina e bigotta. L’influenza materna su di lui, se si può ritrovare in alcuni aspetti marginali, come nel gusto per lo sfarzo spagnolesco della Corte, che anche il Borbone ebbe in grado notevole, fu in complesso molto relativa, anzi determinati atteggiamenti del Borbone vanno forse giudicati come il risultato di una profonda avversione alla grettezza di Maria Luisa in campo religioso e alla sua durezza nel modo di governare. Nel 1820 sposò Maria Teresa di Savoja, figlia di Vittorio Emanuele I, la quale fu molto diversa per temperamento e per carattere dal Borbone, legata molto profondamente, per l’educazione familiare ricevuta, alla tradizionale religiosità della fede cattolica. Morta la madre il 13 marzo 1824, il Borbone salì al trono. Passò i primi anni del suo regno quasi interamente all’estero. Nel momento in cui su di lui cadde la responsabilità di governare uno Stato, sia pur piccolo, sia pur non legittimo della sua casata, egli sembrò disinteressarsene, preferendo viaggiare attraverso l’Italia e l’Europa. Tra il 1824 e il 1827 fu spesso a Roma e a Napoli, più volte a Modena, meno di frequente a Torino perché l’austerità dei parenti della moglie e della Corte piemontese gli fu poco accetta. Dal 1827 al 1833 lo attrassero soprattutto il mondo germanico e slavo: non solo Vienna (dove affittò il palazzo Kinsky) ma anche Berlino, Francoforte, Praga, per non parlare di puntate in altre capitali di stati germanici e di lunghi soggiorni nei suoi castelli di Uchendorff e di Weisstropp. Se tracciare la biografia di un principe regnante significa generalmente ripercorrere la storia del suo Stato, non è così per il Borbone: la sua storia personale e quella del Ducato di Lucca procedettero spesso su due binari distinti, soprattutto negli anni 1824-1840, in cui la responsabilità di governo rimase in mano al ministro Ascanio Mansi. Si è attribuito a volte al Borbone il merito di aver apportato al sistema di governo alcune modifiche, le quali, pur deludendo le aspettative di una parte dei suoi sudditi, che speravano in un ritorno alla costituzione del 1805, potevano tuttavia preludere a una migliore organizzazione dello Stato. In realtà questo non subì sostanziali trasformazioni dal 1817 in poi e con l’avvento al trono del Borbone si ebbe solo un aumento del numero dei consiglieri di Stato, aventi il compito di discutere le leggi, in via puramente consultiva. Tra il 1824 a il 1829 furono presi alcuni provvedimenti relativi ai dazi, a una certa libertà di commercio, a sgravi fiscali, al catasto. Sul piano culturale fu favorito lo sviluppo del liceo universitario e l’istituzione di scuole di mutuo insegnamento. Ma queste riforme si ebbero mentre il Borbone era lontano da Lucca e la loro attuazione è quasi sempre da attribuire all’iniziativa del ministro Mansi. Sembra che il Borbone si sia limitato a proporre alcune innovazioni, come la fondazione di un ospedale omeopatico (per altro mai realizzato) e l’apertura degli asili infantili (stima e amicizia lo legarono all’Aporti e a Matilde Calandrini). Si trattò di improvvisi entusiasmi per cose che vedeva realizzate all’estero e che ordinò si facessero anche a Lucca, senza tanto sottilizzare se le condizioni locali erano atte a recepirle. La sua continua lontananza creò non poche difficoltà al governo: spesso capitava che egli firmasse o non firmasse i decreti sovrani secondo lo stato d’animo del momento, senza una vera conoscenza delle questioni. L’interesse di dirigere la cosa pubblica in modo tale da salvaguardare il più possibile l’autonomia del piccolo Stato fu propria del lucchese Mansi, non dello straniero Borbone: a Lucca si diceva che se questi ne era il duca, Mansi, ne era il re. Conscio della precarietà dell’esistenza dello Stato in quanto tale e della funzione solo transitoria del Borbone come suo capo, il vecchio ministro si propose di varare quei provvedimenti e attuare quelle opere che sicuramente il futuro governo toscano avrebbe trascurato, preoccupandosi nello stesso tempo di non urtare la suscettibilità del granduca, che, quale legittimo successore, tese a opporsi a ogni atto pregiudizievole ai suoi diritti. Non sempre questa politica del Mansi corrispose ai desideri del Borbone, che, pur stimandolo, non lo amava e ne subì mal volentieri l’autorità. Geloso del suo potere, il Borbone giunse a rimproverargli di aver troppo legato Lucca a Firenze, dimenticando però l’anomalia sancita dal congresso di Vienna, per cui la piena sovranità del duca di Lucca risultava limitata da un’altra sovranità, quella del granduca di Toscana, che in effetti considerò i Borbone solo usufruttuari della città. Si può forse attribuire a una improvvisa presa di coscienza di questa anomalia il tentativo che il Borbone avrebbe fatto nel 1829, secondo voci diffuse negli ambienti diplomatici, per ottenere dai governi di Madrid e di Parigi il riconoscimento della sua sovranità su Lucca in modo definitivo, dietro rinuncia ai diritti su Parma. Questo passo rappresenterebbe un primo segno di insofferenza per l’intromissione altrui negli affari interno del suo Stato, che si manifestò più chiaramente negli anni successivi. Ma la debolezza e l’incostanza del suo carattere non gli permisero di andare al di là di qualche colpo di testa ed egli non riuscì mai a sottrarsi all’opprimente protezione dei parenti della casa di Borbone o al controllo dell’Austria e, di riflesso, a quello di Firenze e di Modena. Nel 1830 il riconoscimento di Luigi Filippo, deciso nonostante il parere contrario della Corte di Madrid, apparve dettato dal desiderio di procedere in modo autonomo nelle proprie scelte. Il 1830 fu anche l’anno della supposta congiura, per cui il Borbone fu Re d’Italia per una notte, secondo l’espressione di G. La Cecilia (Memorie storico-politiche, a cura di R. Moscati, Milano, 1946, pp. 67-70) il quale, venendo nell’autunno a Lucca, avrebbe trovato il Borbone favorevole a concedere la costituzione e disposto a farsi affiliare alla carboneria. Senza entrare nel merito dell’attendibilità di quanto narra il La Cecilia, resta il fatto che sia potuta nascere una simile voce. La simpatia manifestata dal Borbone per l’ambiente liberale nei pochi mesi del 1830 in cui soggiornò nel Ducato fu indubbiamente sincera e denuncia uno stato d’animo incline alla ribellione sia contro il capo della casa di Borbone, il detronizzato Carlo X, sia contro la Spagna e l’Austria. Il Metternich riuscì però ben presto a riportarlo alla ragione e a farlo tornare a Vienna. Le voci di un Borbone liberale si diffusero con insistenza negli anni immediatamente successivi. Nel 1831 sembrò che anche nella pacifica Lucca prendesse forma un movimento cospirativo e che si stabilissero legami con società segrete di altri stati dell’Italia centrale. Questo sospetto fu sufficiente al Metternich per indurre il Borbone, allora a Vienna, a ordinare un processo contro gli indiziati di congiura. Ma improvvisamente nel 1833, dopo tre anni di assenza, il Borbone decise di tornare a Lucca e immediatamente concesse una piena amnistia (27 agosto), primo esempio in Italia di un gesto di clemenza non parziale, in assoluto contrasto con l’atteggiamento degli altri stati della penisola impegnati in repressioni e condanne. La conseguenza fu l’assurgere di Lucca a centro di interesse internazionale. Mentre negli ambienti diplomatici si diffondeva la voce relativa alla congiura del 1830, l’amnistia sembrò confermare la fama di un Borbone liberale, che tanto allarme doveva destare nelle varie corti reazionarie d’Europa. Contemporaneamente nel 1833 trapelò la notizia della sua conversione al protestantesimo, che si sarebbe maturata durante il soggiorno a Dresda qualche mese prima. Così nell’estate del 1833 il Borbone sembrò avviato, dal punto di vista sia politico sia religioso, a una svolta decisiva della sua vita. La conversione al protestantesimo e il passaggio al liberalismo sono stati considerati fenomeni strettamente legati tra loro, il secondo dipendente dal primo, anzi sua necessaria conseguenza. Ma entrambi, in realtà, sembrano mancare di una base consistente. Un più attento esame dei testi biblici e liturgici da lui raccolti e studiati rivelerebbe con maggiore approssimazione se egli fosse animato da vera esigenza di chiarificazione della propria fede o se non fosse piuttosto attratto dalla suggestione esteriore dei diversi riti religiosi. La stessa costruzione nella sua villa di Marlia di una cappella di rito greco unito può essere una prova del fascino che esercitarono su di lui certe cerimonie (fastose, all’orientale in questo caso, e semplici, spoglie, ma non per questo meno suggestive per un uomo di educazione spagnolesca, quelle cui aveva assistito nelle chiese luterane) senza però che ciò significasse una cosciente accettazione dei principî religiosi di cui quelle cerimonie erano espressione. Questa avventura del Borbone, anche se non mancano studi sull’argomento, non è stata interamente chiarita. Forse non è sufficiente ricollegarla alla lettura del libro sull’Apocalisse del pastore ginevrino Basset, che avrebbe calmato le sue paure per gli sconvolgimenti del 1830, profetizzando la caduta del Papato e il trionfo della cristianità evangelica, spingendolo a intrupparsi nella schiera ritenuta ormai destinata alla vittoria (Spini). Se al Borbone non si può non riconoscere una buona dose di superficialità, non per questo gli si deve attribuire un atteggiamento così meschino e calcolatore. La sua passione per gli studi biblici e liturgici non si affievolì negli anni successivi (lasciò in eredità al nipote Roberto una ricca collezione di manoscritti e incunaboli, conservata nella Biblioteca Braidense di Milano). Ci fu in lui un autentico interesse, che non significa austero impegno di studio: l’acuta sensibilità di uomo debole lo trascinò a improvvisi entusiasmi in tutti i campi, da quello religioso a quello politico. Non è da escludere che la conversione possa considerarsi una manifestazione di quel bisogno di autonomia nelle proprie azioni e decisioni che caratterizzò tanti momenti della sua vita, pur senza mai giungere ad affermarsi pienamente. In questo schema rientra anche il suo cosiddetto liberalismo: il Borbone non fu mai un liberale: l’amnistia fu un atto di indipendenza di fronte all’Austria, un improvviso colpo di testa con l’illusione di conquistarsi l’amore dei sudditi e tornare acclamato in mezzo a loro, per vivere tranquillo a Lucca e non per iniziare una politica nuova. Forse in quel momento egli ebbe la sensazione che il suo trono fosse vacillante e che molti, a cominciare dall’Austria, tendessero a sottrarglielo. L’unica persona alla quale egli diede ascolto fu Cesare Boccella, di cui condivise la stravagante avventura religiosa, nonché l’atteggiamento liberaleggiante. Il Borbone non fu un uomo politico e non seppe prevedere le conseguenze dei suoi atti. In quegli anni la sua figura asssunse un rilievo essenzialmente frutto del gioco diplomatico di altri: l’Austria era interessata a difendere la propria zona di influenza in Italia, i Borbone di Lucca erano per parentela legati alla Francia e alla Spagna. Il Borbone si mostrò poco docile ai voleri della Corte viennese e per di più diede l’impressione di lasciarsi trascinare dai circoli liberali dell’Italia centrale. La Francia di Luigi Filippo guardò a sua volta con sospetto all’Austria e come intervenne per limitarne l’espansione nello Stato Pontificio, così ne seguì attentamente le manovre tendenti a mutare la situazione nei ducati dell’Italia centrale. Le voci ricorrenti di una rinuncia totale del Borbone per sé e per i suoi eredi ai diritti su Parma e di una reversione anticipata di Lucca alla Toscana furono vagliate con cura dagli uomini politici francesi, che fecero di tutto perché lo status quo non fosse mutato a favore dell’Austria. Ancora nel 1845 (sebbene il Borbone avesse ormai rivelato indubbie simpatie per i legittimisti, soprattutto quando il figlio Ferdinando sposò Luisa Maria di Borbone) Guizot sostenne la necessità di difendere i dirtti e gli interessi di un principe della casa borbonica e si richiamò alla convenzione del 1817 perché la situazione non venisse cambiata senza l’intervento di tutte le potenze firmatarie di quell’accordo. Ma il Borbone fu per natura indocile. In realtà non desiderò affatto l’appoggio della Francia, come cercò di sganciarsi, quando poté, dalla invadente protezione del Metternich, il quale, non fidandosi di lui, considerandolo addirittura un pazzo per tare ataviche, lo avrebbe voluto tenere costantemente a Vienna o almeno lontano dal suo Stato. Il cancelliere austriaco fece di tutto per mettere il Borbone in cattiva luce presso i governi conservatori, perché se la fama di un Borbone liberale come era nata all’improvviso, così rapidamente tramontò, rimaneva tuttavia il fatto che Lucca era diventata un sicuro asilo per liberali fuggiaschi dagli altri stati. Questa ospitalità concessa agli esuli non fu dovuta al capriccio di un momento ma continuò negli anni successivi. Un segno del desiderio di conservare una propria libertà d’azione, di essere padrone in casa propria ( anche se per conto dell’Austria la polizia toscana lo sorvegliò continuamente come un vigilato speciale) fu ancora nel 1842 la concessione data all’esule Pasquale Berghini di costruire la ferrovia Lucca-Pisa. Del Borbone protestante si continuò a parlare per qualche tempo perché, per motivi diversi, la questione interessò Roma e Madrid. La Santa Sede inviò a Lucca il cardinale Odescalchi, ufficialmente per sistemare una vecchia controversia tra Governo lucchese e Curia arcivescovile, ma già allora si diffusero voci relative a una abiura del Borbone. Con la Spagna la situazione si fece sempre più tesa, perché il Borbone non si decideva a riconoscere Isabella II e sembrò anzi favorevole al pretendente don Carlos, facendo così il gioco di Madrid che, con la scusa del suo passaggio al protestantesimo, poté negargli l’assegno di cui godeva quale infante di Spagna. Già questa posizione denuncia i limiti del suo liberalismo: non passò molto tempo e le sue simpatie per i legittimisti diventarono palesi. Dopo il 1833, via via che aumentavano le preoccupazioni economiche, divennero meno frequenti i lunghi soggiorno del Borbone all’estero. Nel 1836 fu di nuovo a Vienna, nel 1838, dopo essere stato a Milano per l’incoronazione dell’imperatore Ferdinando, proseguì per la Francia e poi per l’Inghilterra, dove sembra molto si divertì e molto si indebitò. Nel 1840, mentre moriva il suo ministro Ascanio Mansi, si trovava a Roma. Ma anche quando risiedette nel Ducato in realtà era poco presente in città perché preferì soggiornare in campagna (a Marlia, a Bagni di Lucca dove nel 1837 autorizzò l’apertura di un casinò, a Pieve Santo Stefano, un po’ meno alle Pianore, divenuto il ritiro di sua moglie). Negli ultimi anni di vita del Mansi, la partecipazione del Borbone al governo dello Stato divenne però via via maggiore. Per alcuni provvedimenti, presi tra il 1835 e il 1840, relativi agli ospedali, alla riorganizzazione degli studi e dei tribunali, alla fondazione di una Cassa di Risparmio, la sua volontà fu determinante. Nel 1837 promosse un’altra riforma del Consiglio di Stato e del Consiglio dei ministri. Ma un sostanziale cambiamento egli fece dopo la morte del Mansi: al fine di evitare la concentrazione di troppo cariche nelle mani di un unico uomo, correndo il pericolo che si rinnovasse un sistema di governo personale del segretario di Stato, il Borbone soppresse tacitamente questo ufficio e affidò a persone diverse quello di presidente del Consiglio dei ministri, di presidente del Consiglio di Stato, di ministro degli Esteri e dell’Interno. Dal 1840 si aprì per lo Stato lucchese un periodo nuovo, in cui l’iniziativa sembrò partire dal Borbone stesso. Col suo favore acquistarono allora influenza uomini di provenienza diversa, anche di pochi scrupoli e di dubbia reputazione. La sua Corte ebbe sempre un volto molto eterogeneo: accanto a figure della vecchia nobiltà locale, si trovava gente nuova, anche di pessima fama, una pletora di avventurieri, di cui il Borbone amò circondarsi a Lucca, come durante i suoi viaggi per l’Europa. Anche nella direzione dello Stato entrarono personaggi estranei alla tradizione politica e sociale cittadina che, relegando in secondo piano il ceto dirigente lucchese, operarono nell’egoistico interesse del Borbone oppure a favore di altre potenze o esclusivamente per il proprio personale vantaggio. La scelta di uomini come Nicolao Giorgini agli Interni o il liberale Antonio Mazzarosa alla presidenza del Consiglio di Stato riscossero il consenso dei più e dimostrarono che, volendo, il Borbone avrebbe saputo circondarsi di uomini eminenti. Ma la nomina a ministro degli Esteri di Fabrizio Ostini, un romano, creatura del Metternich, fu un sintomo di acquiescenza ai voleri dell’Austria. La fortuna di Ostini durò solo un triennio (1840-1843) e coincise con un periodo di sempre maggiore dissesto finanziario, che gli altri membri del governo non riuscirono ad arginare. La situazione economica della casa ducale mostrò le prime crepe intorno al 1830 e si andò sempre aggravando con gli anni. Il Borbone, disordinato, imprevidente, megalomane e spesso assurdamente prodigo, più volte adottò il sistema di liberarsi degli oneri assunti addossandoli allo Stato. Nel 1836 a Vienna ottenne un prestito dalla casa Rothschild, garantito dall’imperatore d’Austria. Ma il vantaggio fu di breve durata. Il Tesoro lucchese si trovò sempre più gravato di nuove spese impreviste. Nel 1840 il governo dovette ricorrere a un prestito che ottenne dai Levi di Reggio col consenso del governo toscano. Il dissesto della casa ducale raggiunse il culmine sotto Ostini, che amministrò gli interessi del Borbone a Vienna dove contemporaneamente lo rappresentava presso la Corte austriaca. Nel 1841 furono venduti, con scarso vantaggio e in modo umiliante i quadri della Galleria Palatina. Nel 1843 il Borbone chiese all’arciduca Ferdinando d’Este, fratello del duca di Modena, di procedere a una revisione generale dei conti. Poi, con la sua garanzia, ottenne un nuovo prestito da tre case bancarie, tra cui ancora Rothschild. Le irregolarità perpetrate da Ostini furono scoperte e denunciate dal nuovo idolo del Borbone, l’ex fantino inglese Tommaso Ward, una delle più discusse figure dell’entourage del Borbone. La caduta di Ostini, difeso caldamente dal Metternich, rappresentò una diminuzione dell’ingerenza del cancelliere austriaco nelle faccende del Borbone di Lucca, il quale, fidandosi ormai solo di Ward, sembrò voler rivendicare ancora una volta una propria libertà di azione, nonostante fosse ormai ben conscio di quanto i prestiti ricevuti lo legassero al giogo austriaco ed estense. Nel 1843 il Borbone consentì che si svolgesse a Lucca il Congresso degli scienziati, però, temendo di compromettersi, poco prima dell’inizio dei lavori, partì per Vienna. La preoccupazione di poter essere trascinato, volente o nolente, in atteggiamenti liberaleggianti, condizionò la sua condotta negli ultimi anni del Ducato. La cautela lo spinse nel 1845 a rifiutare la grazia a sette malfattori condannati a morte dopo un clamoroso processo. Questo rifiuto gli sollevò contro gran parte dell’opinione pubblica, proprio negli anni in cui Francesco Carrara portava anche a Lucca il dibattito sull’abolizione della pena di morte. Grave insuccesso per il Borbone fu il trattato di Firenze del 1844. La segretezza con cui si erano svolti i negoziati per giungere alla revisione dei confini tra Toscana, Modena, Parma e Lucca non permise immediate reazioni. Solo in un secondo momento apparve la debolezza del Borbone, che cedette alle pressioni indirette dell’Austria, rinunciando, quale futuro duca di Parma, al ricco territorio di Guastalla in cambio di alcuni comuni della Lunigiana. Il Borbone, anche se ormai aveva assunto una posizione rassicurante, fu costretto a subire questa mutilazione del suo futuro Stato, voluta dal Metternich, che non aveva dimenticato quanto egli avesse recalcitrato a restare nella sfera di influenza austriaca e forse intese vendicare il licenziamento di Ostini. Nel 1846-1847, nel momento in cui, dopo l’elezione di papa Pio IX, si maturò un’atmosfera nuova, il Borbone assunse atteggiamenti e prese decisioni che contrastavano con l’evolversi dei tempi e che gli procurarono una crescente impopolarità. Prima tra tutte fu la creazione del debito pubblico. Il bisogno di denaro portò il Borbone, su consiglio di Ward, divenuto ministro delle Finanze, a rivendicare dei crediti verso l’erario lucchese per titoli risalenti a trent’anni prima e considerati illegali dai Lucchesi (il Consiglio di Stato infatti si astenne dal dare la propria approvazione). Ward riuscì a manovrare abilmente, ottenendo il consenso, in un primo momento rifiutato, del Granduca di Toscana, in cambio della cessione dell’Azienda del sale e tabacco, di quella del lotto e delle dogane. Fu un avvio, inavvertito dai più, alla reversione anticipata. Fu l’opposto della linea politica seguita dal Mansi: si sacrificarono gli interessi lucchesi per avviare la città a inserirsi nella Toscana. Il Borbone non percepì il malcontento creato da questa situazione, né volle cogliere i fermenti liberali circolanti ormai anche a Lucca, dove nel 1847 vi fu una serie di dimostrazioni, culminanti nel luglio in una vera e propria sommossa. Un aspro motu proprio del Borbone, improntato alla più rigida affermazione della sua sovranità assoluta, segnò l’inizio della lotta aperta tra il Borbone e i sudditi. Turbato dal protrarsi di tumulti e agitazioni, si rifugiò nella villa di San Martino in Vignale. Il 1° settembre 1847, spaventato alla vista della folla che accompagnava una deputazione, con a capo il Mazzarosa, che aveva l’incarico di sottoporgli uno schema di riforme, firmò un motuproprio con una serie di concessioni. La sera stessa partì per Massa, ma dopo tre giorni, dietro pressioni di numerosi cittadini, decise di tornare a Lucca, dove fu accolto trionfalmente. Incapace di far fronte alla situazione, spaventato all’idea di dover cedere ad altre pressioni, il 9 settembre ripartì per Massa, per trasferirsi pochi giorni dopo a Modena, ove emanò un decreto che convertì il Consiglio di Stato in Consiglio di reggenza. Il 4 ottobre firmò l’atto di cessione di Lucca alla Toscana. Quest’atto è significativo per inquadrare il Borbone: la situazione creatasi nel 1847 fu l’ultima spinta per attuare un disegno, già delineato in precedenza, che rappresentava una soluzione ai suoi problemi finanziari. Ma il Borbone, sempre indeciso e poco coerente, mentre maturava l’idea di vendere lo Stato, riaffermò, come forse mai aveva fatto prima, i suoi diritti di sovrano assoluto. Questa intransigenza difesa di un principio contrastava con quella che ormai era la sua più vera aspirazione, cioè spogliarsi di qualsiasi peso di governo per vivere, viaggiare, studiare, divertirsi da uomo libero. Il 17 dicembre 1847 morì Maria Luigia d’Austria ed egli dovette affrontare il dilemma se accettare o rifiutare il Ducato di Parma. In un primo momento sembrò cedere alla tentazione di sottrarsi alla nuova responsabilità che cadeva sulle sue spalle e solo dopo un più meditato esame della situazione si convinse di non poter abdicare, timoroso di pregiudicare i diritti del figlio, che non riteneva preparato a prendere la successione. Il 31 dicembre 1847 entrò a Parma, prendendo possesso del trono dei suoi avi, con il nome di Carlo II. L’accoglienza gelida, anche da parte degli ambienti di Corte, gli diede immediatamente la consapevolezza delle difficoltà che avrebbe dovuto affrontare. Si trovò di fronte a problemi e a uomini che non conosceva, in una città dove il movimento liberale aveva una ben precisa configurazione e i contrasti tra reazionari e democratici raggiungevano asprezze che lo sconcertarono. Gli mancò la tempra e anche la preparazione politica per riuscire a dominare una situazione ben più intricata di quella che aveva lasciato nel piccolo Stato toscano e per potersi barcamenare nelle acque infide della diplomazia internazionale. I primi atti del suo governo, anche qui, manifestarono uno sforzo per dare una più moderna organizzazione agli ordinamenti pubblici e alla amministrazione centrale. Ma ebbero in realtà ben poco rilievo nel tumultuoso sviluppo degli avvenimenti del 1848. La politica del Borbone, nei pochi mesi in cui fu a Parma, subì una serie di cambiamenti di indirizzo: prima egli sottoscrisse un’alleanza militare con l’Austria, poi, alla notizia della rivoluzione di Vienna e di Parigi, mutò fronte. Posto ancora una volta nella necessità di scegliere tra la repressione dei moti e la concessione di riforme, decise per queste ultime e nominò una reggenza con l’incarico di preparare la costituzione. Aderì quindi alla lega dei principi italiani. La via delle riforme non significò adesione alle nuove idee, ma fu, in sostanza, un espediente per salvare il trono. Volto allo stesso fine fu il tentativo del figlio Ferdinando di raggiungere il quartier generale di Carlo Alberto di Savoja. Fu un passo falso, in quanto il Re di Sardegna, ormai orientato verso la politica delle annessioni (Piacenza, città primogenita, aveva già chiesto di unirsi al Piemonte), riuscì a trarre vantaggio dalla leggerezza dei Borbone, negoziando la liberazione del principe in cambio dell’abbandono di Parma da parte del Borbone. Il 9 aprile il Borbone, trasformata la reggenza in governo provvisorio, si rifugiò nel castello di Weisstropp. Dopo l’armistizio Salasco, rioccupate Parma e Piacenza dall’Austria, il Borbone si affrettò a riaffermare i suoi diritti sul Ducato. Continuò la serie dei mutamenti di fronte: mentre con la costituzione aveva smentito l’alleanza con l’Austria, ora smentiva il governo provvisorio, da lui stesso istituito, andandosene, e si ributtava in braccio a quella potenza, la quale, restaurando i Borbone sotto la propria influenza, mirava a ostacolare le mire espansionistiche del Piemonte. Ma, dopo Novara, il Borbone, pago di aver sostenuto i diritti della sua casa, si decise a una scelta definitiva e il 14 marzo 1849 firmò l’atto di abdicazione. Nei molti anni trascorsi da uomo privato cercò di organizzare la sua vita nel modo che gli era più congeniale: si dedicò ai viaggi e ai divertimenti, come agli studi prediletti, alternando i suoi soggiorni prevalentemente tra Parigi e Nizza e il castello di Weisstropp. Il governo granducale gli permise raramente di tornare in Lucchesia, dove, una volta calmato il rancore per la vendita della città, si manifestarono rimpianti e simpatie per il protestante don Giovanni, oggetto in passato di non poche critiche. Nell’aprile del 1853 gli fu concesso di partecipare a una riunione di famiglia tenutasi alle Pianore. Nel 1854, alla notizia dell’assassinio del figlio, egli non si mosse da Parigi e solo nel 1856 si recò sulla sua tomba a Viareggio e rivide la moglie. Dopo il 1860 poté venire in Italia liberamente e ne approfittò spesso, perché col passare degli anni la Lucchesia lo attrasse sempre più. Col titolo di conte di Villafranca fu frequentemente nelle ville di Montignoso e di San Martino in Vignale. Accolse l’unità d’Italia come un fatto positivo: egli era un principe spodestato sui generis, che, mentre aveva volontariamente ceduto il Ducato di Lucca, serbò rancore verso la Toscana che lo aveva incamerato, e quindi veder scomparire quest’ultima come Stato indipendente non gli dispiacque. D’altra parte dimostrò chiaramente di non provare alcun attaccamento per il trono avito e l’atroce fine del figlio a Parma suscitò in lui solo sentimenti di avversione per una popolazione rivelatasi anche nei suoi confronti tutt’altro che accogliente. Nel luglio 1879 morì Maria Teresa. Come per il figlio, anche per la moglie la sua reazione fu di fuggire il dolore: rimase a Vienna e venne a Lucca solo nell’ottobre.
FONTI E BIBL.: Ampio materiale documentario è conservato nell’Archivio di Stato di Lucca, descritto da S. Bongi, Inventario del R. Archivio di Stato di Lucca, I-IV, Lucca, 1872-1888. Utili informazioni contengono alcune memorie manoscritte ivi giacenti, tra cui soprattutto il Diario Provenzali 1837-1872. Altre fonti sono nell’Archivio di Stato di Parma, dove si trovano documenti concernenti la casa ducale anche relativamente al periodo lucchese. Si ignora la sorte dell’archivio privato dei Borbone, che per un certo periodo sembra sia stato conservato in una villa della campagna lucchese. Numerose lettere del Borbone si possono rintracciare tra le carte private di nobili lucchesi, alcune delle quali sono state depositate nell’Archivio di Stato, altre, difficilmente consultabili, sono ancora conservate negli archivi di famiglia. Concerne i suoi studi di carattere religioso: A. Alès, Bibliothèque liturgique; description des livres de liturgie imprimés aux XVe et XVIesiècles, faisant partie de la bibl. de S.A.R. Mgr. Charles-Louis de Bourbon, I-II, Paris, 1878-1884. Tra le fonti edite: Le relazioni diplomatiche tra la Francia, il Granducato di Toscana e il Ducato di Lucca, I-II, a cura di A. Saitta, Roma, 1960. Un quadro complessivo della bibliografia è in Bibliografia dell’età del Risorgimento in onore di A.M. Ghisalberti, I ducati dell’Italia centrale, di M.L. Trebiliani, II, Firenze, 1972, 39-115. Tra le opere più significative sono: C. Massei, Storia civile di Lucca dall’anno 1796 all’anno 1848, Lucca, 1878; A. Mazzarosa, Opere, V, Storia di Lucca dal 22 novembre 1817 al 12 ottobre 1847, Lucca, 1886; G. Sforza, La fine di un ducato, in Nuova Antologia 16 novembre 1893, 306-331, e 16 dicembre 1893, 675-710; G. Sforza, L’ultimo duca di Lucca, in Nuova Antologia, 1° agosto 1893, 447-467, e 1° settembre 1893, 88-111; E. Casa, Parma da Maria Luigia imperiale a Vittorio Emanuele II (1847-1860), Parma, 1901; C. Sardi, Lucca e il suo ducato dal 1814 al 1859, Firenze, 1912; G. Sforza, G. La Cecilia e l’immaginaria congiura di Lucca del 1830, in Ricordi e biografie lucchesi, Lucca, 1918, 306-355; M. Rosi, Giudizi e azione di Carlo Ludovico in seguito ai moti del 1831, in Bollettino Storico Lucchese VI 1934, 173-189; A. Mancini, Di Lucca il protestante Don Giovanni, in Giornale Storico della Letteratura Italiana XCI 1928, 86-91; P. Pirri, Di Lucca il protestante Don Giovanni, in La Civiltà Cattolica 4, 1934, 40, 53, 159-169; N. Nada, La crisi religiosa di Carlo Ludovico di Borbone e i suoi riflessi politici (1833), in Atti della Accademia delle Scienze di Torino, classe di scienze morali, storiche e filosofiche, LXXXIX 1954-1955, 39-115; G. Spini, Risorgimento e protestanti, Napoli, 1956, 188-193; A. Simoni, La reversione del ducato lucchese al granducato di Toscana, in Bollettino Storico Lucchese XIII 1941, 94-108; F. De Feo, La reversione del Ducato di Lucca del 1847, in Archivio Storico Italiano CXXIV 1966, 160-207. Nuovi contributi recano i saggi di A. D’Addario, Ascanio Mansi. La sua personalità e i suoi ideali politici (1773-1840), in Actum Luce, I, 1972, 7-56; R. Santin, La figura e l’opera di Tommaso Ward, in Actum Luce, I, 1972, 347-358; M.L. Trebiliani, in Dizionario biografico degli Italiani, XX, 1977, 251-258.

BORBONE PARMA CARLOTTA MARIA FERDINANDA
Parma 7 settembre 1777-Roma 6 aprile 1813
Figlia di Ferdinando, duca di Parma, e di Maria Amalia d’Austria. Dal 1798 fu monaca domenicana.
FONTI E BIBL.: Carlotta Maria Ferdinanda, in I. Stanga, Donne e uomini del Settecento Parmense, Cremona, 1946, 295-296; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 152.

BORBONE PARMA CAROLINA MARIA TERESA
Parma 22 novembre 1770-1 marzo 1804
Figlia del duca di Parma Ferdinando, e di Maria Amalia d’Austria. Sposò nel 1792 Massimiliano di Sassonia.
FONTI E BIBL.: L. Bramieri, La partenza di S.A.R. Carolina Maria Teresa di Parma per le augustissime nozze col Ser.mo Principe Massimiliano di Sassonia. Cantata pastorale, Parma, Reale, 1792; Carolina Maria Teresa, in I. Stanga, Donne e uomini del Settecento Parmense, Cremona, 1946, 290-294; M. Mora, Due lettere inedite di Massimiliano di Sassonia e di Teresa figlia di Ferdinando duca di Parma, in Gazzetta di Parma 12 luglio 1954; B. Fava, Le nozze della primogenita di Don Ferdinando di Borbone, in Parma Economica 3 1969, 45-55; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 151-152.

BORBONE PARMA ENRICO CARLO LODOVICO
Parma 12 febbraio 1851-Mentone 14 aprile 1905
Fu il quarto e ultimo dei figli di Carlo e di Luisa Maria di Borbone-Francia: la primogenita principessa Margherita andò sposa al principe Carlos di Spagna, il secondogenito fu Roberto, ultimo duca di Parma, terza figlia fu la principessa Alice che sposò il granduca Ferdinando di Toscana. Pochi giorni dopo la nascita, il Borbone ricevette dal padre il titolo di conte di Bardi. Il Borbone era ancora un ragazzo di appena otto anni quando i grandi avvenimenti del 1859 costrinsero la sua famiglia ad abbandonare il Ducato. La sua vita non fu pertanto legata direttamente alla storia di Parma. Nel 1864 morì in Venezia la madre Luisa Maria e i quattro suoi giovani figli furono affidati alla tutela dello zio materno Enrico di Borbone, conte di Chambord, che li tenne amorevolmente presso di sé nel castello di Frohsdorf, in Austria, e poi nel suo palazzo in Venezia. Il Borbone, di carattere aperto e cordiale, dotato di una intelligenza vivace, compì i suoi studi prima a Venezia, quindi presso i gesuiti del collegio di Feldkirch dove conseguì la licenza liceale. Passò poi in Francia e in Inghilterra per frequentarvi i corsi universitari. Parlava correntemente l’italiano, il francese, il tedesco, lo spagnolo e l’inglese e si formò una cultura veramente vasta ed eclettica. In Inghilterra fu preso dalla passione per il mare e vi seguì i corsi per gli ufficiali di marina superandone brillantemente gli esami. Aveva ventidue anni quando nel 1873 scoppiò in Spagna la guerra carlista. Il Borbone e il fratello Roberto si arruolarono nelle truppe del cognato don Carlos, pretendente al trono di Spagna. Il Borbone ebbe il comando di un reparto di cavalleria, il secondo il comando di un gruppo di artiglieria. Nella battaglia di Lecor si distinse in modo particolare: il combattimento stava volgendo al peggio per le truppe carliste quando il Borbone, con la sua cavalleria, riuscì ad aggirare il nemico e, piombandogli alle spalle con una carica irresistibile, trasformò in una brillante vittoria quella che ormai sembrava essere una inevitabile sconfitta. Nell’azione il Borbone rimase ferito e per la sua valorosa condotta ricevette l’ordine di San Lodovico, alta decorazione militare spagnola. Ritornato dalla guerra, nel 1874, obbedendo a un impulso cavalleresco e romantico, volle sposare la principessa Maria Immacolata di Borbone, figlia del Re di Napoli. Questa principessa, di soli diciannove anni, da tempo gravemente ammalata, amò teneramente il Borbone. Egli, che pure l’amava, vedendo che la principessa era ormai prossima alla fine, decise di sposarla. Fu un matrimonio di puro sentimento, che fu celebrato contro la volontà dello zio e tutore e del nonno, il duca Carlo Lodovico. La principessa poco dopo il matrimonio morì nel castello di Pau, in Francia. Dopo questa dolorosa parentesi sentimentale, la passione per il mare riprese il Borbone. Acquistò un veliero e, navigando con la sola vela, rimontò le coste tedesche, danesi e norvegesi sino al Capo Nord e di qui raggiunse le isole degli Orsi dove giungevano solo poche baleniere specialmente attrezzate, data la difficoltà della navigazione ai margini della banchisa polare. Tornato a Londra, fu molto festeggiato e ricevuto solennemente dalla Reale Accademia Geografica che lo insignì della medaglia d’oro. Questi riconoscimenti lo spinsero a dedicarsi sempre più intensamente agli studi oceanografici e specialmente al rilievo delle carte marittime. Il 15 ottobre 1876 si unì in matrimonio con la principessa Aldegonda di Braganza, figlia del re Michele del Portogallo. Fu una unione felice, anche se non allietata dalla nascita di figli. Il 25 agosto 1883 morì Enrico di Borbone, conte di Chambord, lo zio amatissimo che gli aveva fatto da padre, e pochi mesi dopo scomparve pure il nonno, Carlo Lodovico, spentosi a Nizza più che ottantenne. Sempre più attratto dalla vita del mare, il Borbone acquistò un grande yacht a vapore che battezzò Aldegonda, in omaggio alla sua sposa, e con essa, che condivise la sua passione per il mare, intraprese viaggi sempre più impegnativi. Visitarono così l’Arabia, le coste del Mar Rosso, l’India, la Cina e soggiornarono per vari anni in Giappone, ancora quasi chiuso agli Europei. Il Borbone si recò in visita ufficiale al Mikado e con l’andare del tempo riuscì a stabilire una cordiale amicizia con l’Imperatore, che si dimostrò molto desideroso di conoscere i particolari della civiltà europea. Durante il suo soggiorno, il Borbone compilò le carte marittime delle coste giapponesi effettuandone il preciso e sistematico rilevamento. Queste carte nautiche furono adottate ufficialmente dal Giappone per la sua Marina e procurarono al Borbone i più vivi apprezzamenti dell’Imperatore. Durante il suo lungo soggiorno giapponese il Borbone ebbe modo di acquistare una grandissima quantità di porcellane e di bronzi giapponesi e cinesi. Riunì così una preziosa raccolta di mirabili opere d’arte che trasportò poi in Europa e che raccolse principalmente a Venezia nel palazzo Vendramin, sul Canal Grande, che prese in affitto facendone un museo di valore inestimabile. Questa grande collezione, dopo la morte del Borbone, fu quasi interamente riacquistata dal governo giapponese. Grazie alla sua amicizia con l’Imperatore, ottenne per le missioni cattoliche notevoli concessioni, così che lo sviluppo della religione cattolica, iniziata in quelle terre fin dal tempo di Francesco Saverio ma sempre vivamente osteggiata, poté decisamente riprendere in una nuova atmosfera di libertà e di rispetto. Successivamente (1903), durante un viaggio lungo le coste dell’Asia Minore, il Borbone fu vittima di un grave incidente. Nel corso di una violenta tempesta, incontrata navigando all’altezza di Smirne, un colpo di mare lo strappò dal ponte di comando facendolo sbattere violentemente con la schiena contro una sbarra di ferro. Ne ebbe una gravissima lesione alla spina dorsale e rimase parecchie settimane tra la vita e la morte. L’opera dei migliori medici non valse a ridonargli il movimento delle gambe. Con grande forza di carattere, affrontò serenamente questo suo doloroso stato e si dedicò con rinnovato ardore ai suoi prediletti studi marittimi. Si era trasferito da qualche settimana a Mentone per godervi il clima più mite, quando fu colto da un attacco di cuore che ne causò la morte. Il Borbone volle essere sepolto nella cappella della tenuta delle Pianore nei pressi di Viareggio, dove pure riposavano il padre Carlo e il nonno Carlo Ludovico e dove due anni più tardi, nel 1907, fu sepolto anche il fratello Roberto.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, II, 1926, 356; F. Borri, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1961, 213-217; F. da Mareto, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1978/I, 65-73; G. Franzè, L’ultimo duca di Parma, 206-208.

BORBONE PARMA FERDINANDO
Parma 20 gennaio 1751-Fontevivo 9 ottobre 1802
Secondogenito e primo maschio del duca di Parma Filippo e di Luisa Elisabetta di Francia. Il Borbone nacque dieci anni dopo l’infanta Isabella, all’epoca in cui, dopo un lunghissimo distacco, il docile Filippo si era conquistato il suo establecimiento italiano così fortemente perseguito dalla madre Elisabetta e si era riunito alla volitiva consorte nella loro definitiva destinazione italiana. Al Borbone venne destinato nei primissimi anni di vita un precettore gesuita, padre T. Fumeron, che lo accompagnò sino alla prima comunione amministratagli a sette anni. Giunto all’età in cui poteva legittimamente iniziare la preparazione più atta a plasmare un giovane principe destinato a reggere le redini di uno Stato, ancorché non di prima grandezza, la madre, vera reggitrice del ménage familiare e dei destini politici del Ducato, decise una svolta. Durante uno dei numerosi e prolungati soggiorni alla Corte paterna di Versailles, nota caratteristica del suo matrimonio con il consorte perennemente e placidamente impegnato tra Parma e la prediletta Colorno, essa designò l’abate Etienne Bonnot de Condillac a educatore del Borbone. Notoriamente aliena dalla religiosità feroce e spesso bigotta della madre, la polacca Maria Leszczynska regina di Francia, e avendo in più occasioni espresso giudizi dubbiosi sui gesuiti e infastiditi sulla prêtraille italiana (C. Stryenski, Le genre, p. 409), Luisa Elisabetta consegnò, in una missiva, la sua scelta all’attenzione del marito con un giudizio che suona epitaffio e archiviazione del problema: Malgré ce livre que l’on dit un peu métaphysique, nous n’aurons, je crois, rien à réprocher sur ce choix ni en ce monde ni en l’autre (C. Stryenski, p. 410). Intellettuale di levatura europea, giunto a Parma nell’aprile 1758, Condillac si dedicò con fervore illuminato alla formazione del Borbone, al punto da teorizzarne il cammino intellettuale in un Cours d’études pour l’instruction du Prince de Parme (Paris, 1769-1773). Con i gesuiti J.-F. Le Sueur e F. Jacquier, lo storico abate G. Bonnot de Mably, fratello maggiore dello stesso Condillac, l’ateo A. Deleyre e L.M. de Kéralio, egli partecipò certo di un corpo docente di assoluto prestigio, sicura garanzia culturale e anche politica, dal momento che la provenienza di tutti loro assicurava la continuità nel rapporto privilegiato con la potenza europea che era garante a livello internazionale del piccolo Ducato padano. Il Borbone, pur ligio ai doveri del suo stato e ossequiente alle direttive tracciate per lui, non riuscì a instaurare un buon rapporto personale con i precettori, tutto preso da simpatie e devozioni religiose di cui è rimasta traccia evidente nel diario manoscritto da lui redatto sino al 1765. Questo tratto distintivo, e non solo giovanile, del Borbone, che tanto contribuì a orientare anche le sue scelte più mature, fu verosimilmente tenuto alquanto a freno in ossequio alle direttive del sensista Condillac, sulle cui capacità a porgere in modo psicologicamente accattivante le proprie teorie educative altrove così brillantemente esposte pesa più di un sospetto: era probabilmente da annoverarsi tra les hommes les plus propres à faire un livre, le moins à faire une éducation (parere di A. Creuzé de Lesser in Voyage en Italie, Paris, 1803, citato in Pezzana, Memorie, p. 559). Circondato così da alcuni degli intellettuali più validi che la moda filosofica francese avesse prodotto e controllato da lontano dallo stesso avo Luigi XV, che per legami affettivi e politici aveva tanto a cuore i destini parmensi, il Borbone rimase prematuramente orfano della madre (sempre molto assente, del resto) nel 1759. Fu, tra l’altro, frutto dell’incessante lavorio diplomatico di Luisa Elisabetta il patto matrimoniale che legò nel 1760 la primogenita Isabella e l’arciduca Giuseppe d’Austria, primo consistente segnale del nuovo orientamento filoaustriaco che sempre di più prese piede a Parma proprio a partire da quell’anno. Ma altri grossi rivolgimenti andavano maturando nel quadro europeo di metà secolo: il fallimento sostanziale del progetto uscito dalla pace di Versailles (1756), l’iniziativa presa da Federico II con la guerra dei Sette anni e il conseguente sostanziale ridimensionamento della Francia a vantaggio delle potenze emergenti: di conseguenza il patto di famiglia, a suo tempo imposto dal ministro francese E.-F. de Choiseul, si andava mostrando ormai superato dagli stessi avvenimenti. Il microcosmo parmense finì di fatto per riproporre in proporzioni ridotte i più ampi equilibri europei, costituendo da tempo il piccolo Ducato padano un campo di sperimentazione politica, col vantaggio di unire un notevole prestigio a un trascurabile peso specifico internazionale. Qui, proprio negli anni 1756-1759, il ministro G. Du Tillot, forte della delega totale avuta da parte del duca Filippo e delle coperture francesi, affrontò il problema della regolamentazione della presenza dell’onnipotente clero, questione tanto più delicata in uno Stato considerato per sua stessa genesi storica legato al Papato. La sfida all’autorità di Roma si concretizzò nel 1764 nella legge sulle manimorte, prima misura importante sul piano giurisdizionale, e l’anno seguente nella creazione di una giunta di giurisdizione, tesa ad assumere alcune delle prerogative e dei compiti di sorveglianza prima affidati a istituzioni ecclesiastiche. Il 18 luglio 1765 morì ad Alessandria il duca Filippo, mentre accompagnava in Spagna la figlia Maria Luisa verso gli sponsali con il principe delle Asturie. Una manovra di Carlo di Borbone, fratello del defunto e zio del Borbone, che da Napoli tentò immediatamente di assumere il controllo della situazione a Parma, venne abilmente sventata dal Du Tillot, che provvide a dichiarare maggiorenne, il 18 agosto di quell’anno, il Borbone, come del resto era esplicitamente stabilito nel testamento paterno. A soli quattordici anni, dunque, il Borbone assunse giuridicamente la pienezza di un potere che nella pratica il suo ministro esercitò in modo onnipotente almeno sino alla fine di quel decennio. Il Du Tillot, intelligente e culturalmente aggiornato, era sensibile alle novità, non solo francesi ma anche a quelle italiane, soprattutto milanesi. In particolare nei confronti del clero la mano del ministro fu pesante e ferma, godendo in questo della collaborazione degli efficienti giuristi locali, da N. Tofferi a G.M. Schiattini e a G.B. Riga. La graduale e progressiva emancipazione da Roma (i cui moventi erano fondati su motivi giuridici e finanziari, non certo dottrinali) culminò nel vistoso provvedimento di espulsione dei gesuiti del 3 febbraio 1768. In quell’occasione il piccolo Ducato, superando certo le intenzioni dei dirigenti parmensi, si pose veramente al centro dell’attenzione europea: in realtà il monitorio di papa Clemente XIII del 30 gennaio 1768 intese accomunare nella condanna tutti i rami dei Borbone regnanti in Europa, di cui Parma era solo un’appendice. In questo senso la reazione di solidarietà dinastica che ne seguì diede la misura di una interpretazione corretta: Napoli occupò Benevento e Pontecorvo, e Luigi XV si impadronì di Avignone con la forza. Quanto al Borbone, appare in quegli anni impegnato, stando ai suoi ricordi manoscritti, a raccogliere di nascosto immagini devote regolarmente sottrattegli dai precettori, portato sempre più a scandire gli attimi significativi della sua giovane esistenza sulla base delle poche processioni, preghiere pubbliche, divini uffici che inutilmente gli vennero centellinati. Ma certo egli fu docile, studioso sino a essere considerato quasi colto, indubbiamente sovrastato da personalità troppo superiori per riuscire a seguire le sue naturali inclinazioni. La circostanza che gli offrì la possibilità di uscire allo scoperto con le sue vere propensioni, di emanciparsi dalla tutela del Du Tillot e delle potenze protettrici, giunse con il matrimonio, a diciotto anni e mezzo, annunciato ufficialmente ai sudditi il 6 giugno 1769. La sposa, di cinque anni più anziana, fu Maria Amalia, sesta figlia della prolifica Maria Teresa d’Austria. In realtà la scelta non fu né ovvia né indolore: Du Tillot soprattutto non vide affatto di buon occhio il progettato connubio, avendone intravisto le neppure remote implicazioni politiche. Ma fu inutile dirottare in un primo tempo la scelta su Maria Beatrice d’Este, figlia unica di Ercole Rinaldo d’Este, futuro duca di Modena: l’acquisizione in prospettiva di questa città al Parmense non fu approvata da Carlo III di Spagna che pensava, invece, a una principessa Savoja. Naufragato questo progetto e anche i due successivi promossi dal Choiseul, che coinvolsero prima l’arciduchessa Maria Elisabetta d’Austria, di ben otto anni più anziana del Borbone, e poi una principessa d’Orléans, partito economicamente eccezionale, alla fine riuscì a spuntarla Maria Teresa. Imponendo come sposa la più ribelle delle sue figlie l’Imperatrice confidava certo che l’abbinamento con il placido Borbone ne avrebbe attutito le punte caratteriali, ma soprattutto fu decisa a non lasciarsi sfuggire una così propizia occasione per ampliare la sua presenza nella penisola. Non è detto, infatti, che il comportamento umorale e volubile ben presto manifestato dalla Duchessa non rispondesse in realtà alle direttive e al gioco politico che l’Austria conduceva abilmente in Italia alla metà del XVIII secolo. Certo tra la presentazione della proposta ufficiale di matrimonio e la cerimonia, celebrata per procura il 27 giugno 1769 a Vienna, intercorsero ben quindici mesi: intervallo più che sufficiente perché Maria Amalia avesse più di qualche sentore dell’opposizione che il ministro Du Tillot aveva mosso alla sua candidatura e decidesse fin da allora di vendicarsene. Il conflitto tra i due non tardò a manifestarsi in modo eclatante e visto con sempre maggiore preoccupazione dalle corti europee che tutelavano il Ducato di Parma e che erano ben conscie del valore del Du Tillot. In effetti la coppia ducale che si era formata mise insieme antinomie caratteriali foriere di serie complicazioni: il Borbone appariva debole, timoroso della moglie, religioso fino allo scrupolo, dominato anche pubblicamente dai capricci di lei. Questa, che dalla madre imperatrice aveva recepito solo l’orgoglio di principessa tedesca, fece pesare l’avere accondisceso a una sistemazione di livello tanto più basso del suo usando un dispotismo le cui connotazioni di puro capriccio finirono per rasentare il cattivo gusto. Comportamento privato e, molto più grave, condotta pubblica divennero deprecabili al punto da irritare la stessa imperatrice Maria Teresa, i cui ripetuti richiami tuttavia non ottennero alcun effetto. La Corte francese decise di inviare, già alla fine del 1769, un diplomatico di grande abilità ed esperienza quale il marchese H.-Ph. de Chauvelin perché riconducesse a una gestione più tranquilla quello che eufemisticamente Du Tillot definiva desordre (Bédarida, Les premiers Bourbons, p. 87). Le disposizioni concertate dal ministro Choiseul e dallo stesso Luigi XV, patentemente infastidito, suonavano essenzialmente in questi termini: ridurre l’organico di palazzo e dell’amministrazione, confermare e, anzi, consolidare l’autorità di Du Tillot, attutire l’infatuazione religiosa del Duca, esprimendo al Borbone un rimbrotto affettuoso perché, quand on est prince, on ne peut sans ridicule être moine (citato in Pigorini Beri, La corte, p. 276). La relazione stesa con acume e grazia non comune da Chauvelin stesso offre un quadro illuminante della Corte di Parma, dei conflitti psicologici e dei possibili rimedi applicabili alla coppia ducale. In sostanza Maria Amalia se non fu proprio mentalmente limitata come era dipinta dalla sua stessa famiglia di origine (a même des idées, mais sans ordre et sans liaisons) in compenso possedette indubbiamente du caractère, trabordante spesso in una vera cocciutaggine che non le faceva controllare l’essor de sa colère. Il problema era modérer ses écarts et régler sa conduite. Quanto al Borbone, Chauvelin ravvisò acutamente proprio nelle attenzioni pedagogiche a suo tempo impartitegli la radice delle distorsioni manifestatesi poi in età adulta. I difetti radicale di quell’operazione erano stati due: il non avergli consentito d’être enfant dans l’âge ou il est nécessaire de l’être, spostando manifestamente molto oltre nel tempo le sue puerili inclinazioni e, l’altro, l’avere prodotto una educazione rigida e severa al punto da sviluppare in lui la pratica della dissimulazione vissuta come unica via di fuga per un carattere debole e senza energia. I rimedi furono individuati nell’opportunità di fare uscire il Duca dal ristretto mondo della provinciale Parma con viaggi e contatti in altri ambienti e, per Madama infanta, di accostarla a persona éclairée, honnête et patiente pour modérer ses écarts et régler sa conduite. Stando così le cose il lavoro di ritessitura paziente in cui si impegnò Chauvelin in una lunga serie di colloqui costituì un abile saggio di diplomazia, oscillando tra deferenza formale e suggerimento del più pesante dei ricatti e unico vero pericolo: la sospensione delle pensioni versate dalle corti europee al Ducato di Parma, la fonte di reddito, cioè, che consentiva un apparato di Corte sproporzionato rispetto alle risorse. Alla fine del 1769 il diplomatico francese ripartì per la Francia con la promessa formale di un più dignitoso ménage ducale e dopo aver rafforzato la posizione dell’indispensabile Du Tillot. Nel novembre 1770 venne al mondo la primogenita dei duchi di Parma, Carolina Maria Teresa, futura sposa di Massimiliano di Sassonia, ma né questa nascita né quelle successive di altri cinque figli valsero a cementare un’unione iniziata e proseguita su binari assolutamente divergenti. Ludovico (1773), futuro sposo di Maria Luigia di Borbone-Spagna, Maria Antonia Giosefa (1774), badessa delle orsoline a Roma, Carlotta Maria (1777), Filippo (1783), Maria Luisa (1787) vennero al mondo frutto dei rari incontri del Borbone e Maria Amalia che ormai di fatto vivevano separati, impegnati in frenetici spostamenti tra le dimore di Sala, Colorno e la Corte di Parma. La tregua, a suo tempo voluta da Luigi XV e organizzata tanto abilmente da Chauvelin, durò ben poco. Già nel corso del 1770 la lotta, sorda e occulta, della Duchessa e del partito antifrancese contro Du Tillot riprese, acuita e quasi segnata nell’esito dalla crisi del governo a Versailles e dalla disgrazia di Choiseul, allontanato alla fine del 1771. Il successore, l’incolore duca L. de La Vrillière, fu di fatto portavoce dell’abbé de la Ville, meno favorevole al ministro italiano e del tutto accessibile alle manovre del cardinale J.-R. de Boisgelin, il cui fratello Louis fungeva, proprio dal 1770, da improvvido ambasciatore a Parma. Trame segrete della Duchessa, legami personali ma certo anche redistribuzione dei giochi di potere all’interno della Francia e in Europa, segnarono il destino inevitabile del Du Tillot, da lui del resto acutamente previsto: sospeso il 7 settembre 1771, sostituito il 3 novembre successivo, egli lasciò il 19 dello stesso mese Parma e il Borbone, ormai saldamente controllato dalla Spagna e dalla moglie. In realtà, nel biennio 1769-1770 i meccanismi di difesa di uno Stato, ancorché minimo, di ancien régime si mossero tutti contro il ministro straniero: le resistenze della Corte e dei centri di potere si coalizzarono con i vescovi e con il popolo stesso, strumentalizzato dalle forze reazionarie, mostrando la fragile consistenza della politica riformatrice. Nel giro di pochi anni vennero annullate le leggi così faticosamente introdotte nell’età precedente: il ripristino dei privilegi ecclesiastici avvenne con un ritocco della Prammatica (1774), con la riapertura dei conventi già soppressi (1778) e con la riammissione dei gesuiti (1793). Tali mosse, con il ripristino delle manimorte e delle esenzioni ecclesiastiche, il mantenimento dei dazi sul commercio e dei vincoli sulle esportazioni, costituirono una parte significativa dei provvedimenti che segnarono il ritorno al passato, mentre ormai gli avvenimenti rivoluzionari d’Oltralpe stavano per sottolineare in modo drammatico l’impossibilità di contenere i cambiamenti del vecchio ordine entro i limiti di riforme parziali. Il torpore mediocre in cui si attestò la vita politica del Ducato fu scosso nell’estate del 1799 dall’arrivo delle armate napoleoniche, che già dal maggio 1796 erano entrate in territorio piacentino. Toccò al ministro parmense Pietro Cavagnari (ultimo di una ragguardevole serie aperta da J.A. Llano, marchese di Zuvero, all’indomani della caduta di Du Tillot) farvi fronte. L’anno seguente, all’indomani della vittoria di Marengo che eliminò l’Austria da ogni sfera d’influenza sul medio corso del Po, iniziò la vera e propria occupazione francese mirata a garantire, attraverso il Parmense, un comodo collegamento tra la Cisalpina e il mare attraverso il passo della Cisa. Gli ultimi sussulti del vecchio dominio farnesiano accompagnarono lo scorcio esistenziale del Borbone. Tra il febbraio e il marzo 1801 Napoleone Bonaparte, d’accordo con la Spagna, assegnò motu proprio al Borbone la Toscana (trattato di Lunéville): avendo costui rifiutato, fu privato dei suoi domini con il trattato di Aranjuez (21 marzo). L’organigramma prevedeva, infine, la concessione della Toscana e del titolo di re d’Etruria a Ludovico, figlio ed erede del Borbone. L’anno e mezzo che seguì l’imprevista resistenza ducale offrì alla considerazione, e non solo dei contemporanei, la vista paradossale di un principe, il Borbone, perennemente sotto tutela cui solo gli esiti di una rivoluzione davano per la prima volta nella vita il gusto e la possibilità dell’affrancamento dalla dipendenza dalle altre potenze europee. Di fatto il lavorio diplomatico messo in atto in quei pochi mesi ostacolò a tal punto i progetti francesi da suscitare più di qualche ragionevole sospetto circa la causa della morte, improvvisa, del Borbone, avvenuta alla badia di Fontevivo e per la quale si parlò apertamente di un intervento francese. La fragile reggenza che tentò di succedere e di cui fecero parte il ministro Schizzati e la duchessa Maria Amalia non valse a evitare il passaggio di Parma al dipartimento del Taro, sotto l’amministrazione di M. Moreau de Saint-Méry.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Venezia, Dispacci degli ambasciatori, Roma, 286, 7 marzo 1767, Niccolò Erizzo, cc. 177v-178r; Parma, Biblioteca Palatina, Fondo Palatino, ms. 464: Ferdinando di Borbone, Storia della mia vita, incominciata addì 13 gennaio 1770; Biblioteca Palatina di Parma, ms. Parmense 1510: L. Raineri, Raccolta di alcune memorie da servire alla storia del duca Ferdinando di Borbone; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1833, VII, ad Indicem; G. Andres, Vita del duca di Parma don Ferdinando di Borbone, Parma, 1849; C. Fano, I primi Borbone di Parma, Parma, 1890, 27-191; C. Pigorini Beri, La corte di Parma nel secolo XVIII, in Nuova Antologia 16 maggio 1892, 266-294; C. Stryenski, Le gendre de Louis XV, dom Philippe, infant d’Espagne et duc de Parme, Paris, 1906, ad Indicem; O. Masnovo, Le nozze di don Ferdinando di Borbone, in Aurea Parma I 1912, 55-66; L. Ginetti, La morte di don Ferdinando di Borbone (appunti e documenti), in Aurea Parma II 1913, 87-100; H. Bédarida, Les premiers Bourbons de Parme et d’Espagne. 1731-1802, Paris, 1928; V. Soncini, La fanciullezza religiosa del duca Ferdinando di Borbone, in Aurea Parma XIII 1929, 45-56; G. Drei, Il D’Alembert e l’educazione di don Ferdinando di Parma, in Aurea Parma XXI 1937, 3-8; P. Amiguet, Lettres de Louis XV à l’infant Ferdinand de Parme, Paris, 1938; M. Bocconi, L’ultimo ministro dell’infante don Ferdinando, in Archivio Storico per le Province Parmensi IV 1952, 55-62; M. Mora, Documento inedito che plaude alla rinunzia fatta dal duca Ferdinando di Borbone al trono di Toscana, in Archivio Storico per le Province Parmensi XVI 1964, 121-125; R. Moscati, I Borboni d’Italia, Napoli, 1970, 53 s.; F. Venturi, Settecento riformatore, II, Torino, 1976, 218, 224, 232; G. Tocci, Il Ducato di Parma e Piacenza, in Storia d’Italia (UTET), XVII, Torino, 1979, ad Indicem; H. Bédarida, Parma e la Francia (1748-1789), Parma, 1986 (edizione italiana di Parme et la France de 1748 à 1789, Paris, 1928), ad Indicem; M. Romanello, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 208-212.

BORBONE PARMA FERDINANDO CARLO MARIA
Lucca 14 gennaio 1823-Parma 27 marzo 1854
Figlio di Carlo Ludovico, duca di Lucca (poi Carlo II di Parma), e di Maria Teresa di Savoja, figlia di Vittorio Emanuele I. Passò i primi anni della sua vita seguendo i genitori nei loro continui spostamenti attraverso l’Europa, fino al ritorno della Corte ducale a Lucca nel 1833. La debole e contraddittoria personalità del padre e l’ambiente di Corte, caratterizzato dalla presenza di avventurieri e di uomini di dubbia fama, ebbero certamente una influenza negativa sulla sua formazione. Della primissima educazione impartitagli dalla madre, austera e religiosissima, ben poca traccia rimase in lui nella maturità. Né il precettore ungherese monsignor Deaki, né la vicinanza di maestri come Lazzaro Papi, suo insegnante di lettere e storia, riuscirono a raddrizzare l’indole ribelle e violenta del Borbone. Nel 1841 il padre Carlo Ludovico, giudicando utile assecondare le tendenze del Borbone, che manifestava più passione per le armi che per i libri, ottenne da re Carlo Alberto di Savoja di farlo ammettere nell’esercito sardo. Ma la condotta scapestrata del Borbone suscitò solo indignazione nell’austero ambiente torinese e deluse profondamente la madre Maria Teresa, che sperava nella rigida disciplina militare piemontese per piegare la natura disordinata e scioperata del Borbone. Negli ambienti diplomatici si disse che la Duchessa aveva voluto allontanare il Borbone da Lucca temendo che, sulle orme paterne, anch’egli volesse abbracciare il protestantesimo. Ma il Borbone non si pose problemi di natura religiosa e il soggiorno alla Corte sabauda, dove ancora si respirava l’atmosfera del cattolicesimo della Restaurazione, non risvegliò in lui quei sentimenti che sua madre aveva cercato di inculcargli da fanciullo. Il Borbone è stato definito un impetuoso, cocciuto ragazzo non finito di crescere. Anche negli anni della maturità egli conservò certi aspetti infantili, che si manifestarono con atti di prepotenze irrazionali, non certo idonei a procurargli la simpatia altrui. Più virile, più rude del padre, non ne ereditò la capacità di raddolcire con la gentilezza le proprie stravaganze. La passione per la vita militare destò molta perplessità nel pacifico mondo lucchese, più incline a giustificare le crisi religiose o il dongiovannismo del Duca, che non il militarismo del Borbone. Il 10 gennaio 1845 sposò Luisa Maria di Berry, sorella del conte di Chambord. Questo matrimonio segnò l’alleanza dei Borbone di Lucca col partito legittimista di Francia. Nel 1846 il Borbone riuscì a realizzare una sua grande aspirazione, ottenendo dal padre il comando generale delle forze armate lucchesi. L’anno successivo, senza rendersi conto della instabilità della situazione politica, partì con la moglie per la Germania e per l’Inghilterra. Ritornò precipitosamente nel luglio, quando gli giunsero le notizie dei disordini nel Ducato. Ripreso il comando dell’esercito, egli pose la città quasi in uno stato d’assedio, col risultato di eccitare il popolo alla ribellione. La sua azione repressiva nei giorni caldi del mese di agosto fu giudicata una provocazione e diede origine a tumulti. Alcuni contemporanei colsero invece solo l’aspetto grottesco di un principe, il Borbone, che voleva fare il poliziotto e una parte dell’opinione pubblica lo soprannominò ironicamente il prode Bayardo. Il 1° settembre, quando il Duca, dopo la concessione delle riforme, fuggì a Massa, minacciando l’abdicazione, il Borbone, il quale ignorava le trattative che erano state già avviate per la reversione anticipata del Ducato alla Toscana, fu tra coloro che riuscirono a convincerlo a tornare a Lucca. Padre e figlio rientrarono così insieme in città il 3 settembre in un clima di trionfale accoglienza. In questa occasione lo stesso Borbone avrebbe preso l’iniziativa di esporre la bandiera tricolore nella sede del comando militare lucchese, esclamando: se vi piace d’essere liberali, io sarò giacobino. Alcuni diaristi contemporanei attribuiscono questo episodio ad altri, ma non è inverosimile che l’autore ne sia stato proprio il Borbone, data la sua forte antipatia per l’Austria. Quando Carlo Ludovico firmò l’atto di cessione di Lucca alla Toscana, il Borbone ne rimase profondamenta sdegnato e come gesto di ribellione avrebbe fomentato la sommossa militare scoppiata successivamente a Viareggio. Costretto ad abbandonare Lucca, si recò in Piemonte, dove la sua avversione all’Austria si rafforzò per l’influsso dell’opinione pubblica piemontese ormai decisamente ostile all’Impero asburgico. Si trovò perciò in grande imbarazzo nel momento in cui il padre, divenuto Carlo II di Parma, alla morte di Maria Luigia d’Austria, lo chiamò presso di sé, proprio mentre stava completando il trattato militare con l’Austria. Nel 1848 il Borbone, con la sua rozza mentalità da militare, seppe, meglio di suo padre, intellettualmente più raffinato ma anche più indeciso, cogliere la serie di contraddizioni insita negli improvvisi mutamenti di fronte paterni e, meno duttile alle sottigliezze della politica, finì col rivelarsi più logico e in fondo più retto e lineare. Manifestò, senza troppo riflettere, i suoi sentimenti anti-austriaci in diverse circostanze, fino al momento in cui, dopo lo scoppio della guerra, vedendo frustrati i suoi tentativi di parteciparvi a capo delle truppe parmensi, cercò di raggiungere il quartier generale di Carlo Alberto di Savoja in forma privata ma fu fermato per strada dal governo provvisorio lombardo e, solo dopo un mese, fu rimesso in libertà e autorizzato a partire per l’Inghilterra. Il Borbone non comprese l’inopportunità del suo atto, perché non riuscì a cogliere la nuova linea politica del Re di Sardegna indirizzata verso le annessioni dei ducati al Piemonte. Rimase in Inghilterra con la moglie (che nel mese di luglio, a Firenze, aveva dato alla luce un figlio, il futuro duca Roberto) fino all’abdicazione del padre del 14 marzo 1849, quando divenne duca di Parma col nome di Carlo III. Il breve periodo del suo regno fu caratterizzato da diversi passi falsi, che confermano la sua impreparazione in campo politico e l’assoluta mancanza di duttilità e di tatto diplomatico. Mentre ancora perdurava a Parma l’occupazione da parte dell’Austria, che diffidava del Borbone a causa della sua condotta dell’anno precedente, questi manifestò segni di resistenza e di opposizione alla invadente interferenza esterna negli affari del suo Stato, ma lo Schwarzenberg riuscì facilmente a reprimere ogni sua velleità di sottrarsi al controllo del governo di Vienna. Il Borbone dedicò le cure più attente alle forze armate, portando il suo esercito a un livello numerico sproporzionato alle necessità del piccolo Ducato e alle relative risorse finanziarie. La forma quasi maniacale con cui si occupò di questioni militari fu, anche a Parma, oggetto di critiche e di ironie. Non è mancato però chi ha visto in lui non il semplice dilettante ma un esperto in materia, giudicando positivamente le sue opinioni e i suoi studi, particolarmente quelli relativi all’artiglieria. Se le forze armate ebbero nell’organizzazione dello Stato una importanza sempre maggiore, il Borbone non tralasciò di proseguire nelle riforme iniziate dal padre, tendenti a una più netta articolazione dei ministeri. Ma in realtà il potere finì con l’accentrarsi nella segreteria di gabinetto, alle dirette dipendenze del Borbone e composta quasi per intero di militari, la quale via via si arrogò competenze sempre più estese, sconfinanti nella sfera propria dei vari dicasteri. Il Borbone fu accusato di aver ridotto il Ducato in condizioni economiche disastrose non solo con le eccessive spese per l’esercito, ma anche a causa degli sperperi per le sue folli prodigalità e la vita sregolata. Data la situazione, furono male accolti determinati provvedimenti in materia finanziaria e assolutamente impopolare fu la decisione di entrare nella lega doganale austro-estense del 1853, che si rivelò dannosa all’economia parmense. Dal punto di vista economico non fu alieno dall’introdurre nei suoi Stati le più recenti invenzioni: nel 1851 siglò l’accordo per la costruzione della grande ferrovia Bologna-Milano, nel 1853 fece fare i primi studi per la ferrovia pontremolese, fece cercare nel territorio carbone e altri minerali per dotare Parma di un’industria moderna, nel 1852 le poste adottarono i francobolli. L’agricoltura, il cui sviluppo restò ancorato a principi liberisti, migliorò sotto parecchi punti di vista: tra il 1831 e il 1851 il patrimonio zootecnico aumentò notevolmente (gli ovini registrarono una crescita del 70%) e i prezzi alla produzione di quasi tutti i cereali restarono su livelli elevati, offrendo ottime remunerazioni. Il dispotico modo di governare del Borbone destò un progressivo malumore in vari ceti della popolazione, colpiti nei propri interessi. I proprietari terrieri non gli perdonarono il favore accordato ai contadini nelle controversie per gli sfratti agrari, i ceti medi in genere guardarono con diffidenza a certe disposizioni che giudicarono ispirate a una forma di socialismo. Il Borbone sembrò mostrare particolare benevolenza per gli strati più bassi del popolo, in particolare delle campagne, che giudicava i più fedeli al legittimo governo, mentre avvertì l’ostilità dilagante nell’ambiente dell’aristocrazia e della borghesia più colta ed economicamente più attiva. La più grave accusa rivoltagli dai suoi numerosi oppositori fu di aver ripristinato la pena del bastone, che adottò in sostituzione di quella capitale, cui era decisamente contrario. Con questi sistemi di governo egli finì col suscitare contro di sé l’avversione della maggior parte dei suoi sudditi e col cadere nella totale disistima delle potenze. In questa atmosfera maturò nel 1853 la congiura di palazzo, alla quale la Duchessa stessa non sarebbe rimasta estranea: nel tentativo di salvare per i figli il Ducato, che vedeva in pericolo a causa del contegno del marito, ella avrebbe avviato pratiche segrete con alcuni governi esteri allo scopo di esautorare il Borbone, aiutata in ciò da personaggi di Corte a lei devoti e spronata dai suoi stessi familiari. Il Borbone scoprì tutta la manovra e sembra si abbandonasse ad atti di vendetta, giudicati particolarmente crudeli. Il rancore contro di lui crebbe progressivamente e scritte minacciose apparvero sui muri di Parma. Nonostante ciò, egli continuò a girare a piedi per la città, come aveva sempre fatto. La sera del 26 marzo 1854, mentre faceva la solita passeggiata, fu all’improvviso colpito da un colpo di pugnale al basso ventre infertogli, sembra, dal sellaio Antonio Carra. Trasportato a palazzo ducale, ebbe una lunga, atroce agonia durante la quale, perfettamente cosciente del proprio stato, dimostrò una forza e una rassegnazione che lo riscattarono nell’opinione dei più da tutte le debolezze della sua vita. Si spense cristianamente ventiquattr’ore dopo l’attentato. La salma, secondo la sua stessa volontà, fu trasportata nella cappella ducale dei Borbone presso Viareggio, non lontano dalle Pianore dove viveva sua madre, alla quale non furono rivelate le tragiche circostanze della morte del figlio. Sull’assassinio del Borbone si diffusero voci disparate. All’interrogativo se si sia trattato di vendetta privata, di complotto di Corte o di delitto politico non è stata data esauriente risposta. Anche sulla paternità del regicidio, rivendicata dal Carra con una lettera dall’esilio americano al governo di Parma, non sono mancate le discussioni, come pure sul comportamento della polizia e sull’andamento dei processi. Non fu mai chiarito o non si volle chiarire chi fossero i mandanti. L’alone di mistero che circonda questa drammatica morte ha contribuito a fare del Borbone un personaggio da romanzo, come dimostra la vasta letteratura, per lo più popolaresca e ricca di fantasia, fiorita sull’argomento.
FONTI E BIBL.: Un quadro complessivo della bibliografia è in Bibliografia dell’età del Risorgimento in onore di A.M. Ghisalberti, I ducati dell’Italia centrale, a cura di M.L. Trebiliani, II, Firenze, 1972, 39-115. Tra le opere principali su tutto il periodo borbonico confronta G. Dalla Rosa, Alcune pagine di storia parmense, Parma, 1878-1879, passim; E. Casa, Parma da Maria Luigia imperiale a Vittorio Emanuele II (1847-1860), Parma, 1901. Sul Borbone, a parte la letteratura romanzesca fiorita subito dopo l’Unità e il più recente volume, sempre sotto forma di romanzo, di G. Ferrata-E. Vittorini, Sangue a Parma (La tragica vicenda di Carlo III). 1848-1859, Verona, 1939, vi sono solo pochi saggi e articoli tra cui: L. Cappelletti, Un tirannello del secolo XIX. Carlo III di Borbone, duca di Parma, in Rassegna Nazionale 16 marzo 1906, 184-221; C. Laurenzi, Memoria di Carlo III di Parma, Sarzana, 1961; G. Capacchi, Il precettore ungherese di Carlo III, in Aurea Parma XLV 1961, 9-21; M. De Grazia, Una lettera sconosciuta di Carlo III di Borbone-Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, XXI 1969, 255-270; M.L. Trebiliani, in Dizionario biografico degli Italiani, XX, 1977, 258-260; G. Franzè, L’ultimo Duca di Parma, Modena, 1983; Parma economica 2 1995, 103-105.

BORBONE PARMA ISABELLA MARIA ANTONIETTA, vedi BORBONE PARMA ISABEL MARIA ANTONIETA

BORBONE PARMA ISABEL MARIA ANTONIETA
Madrid 31 dicembre 1741-Vienna 27 novembre 1763
Nacque da Filippo, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, e da Luisa Elisabetta, primogenita del re di Francia Luigi XV. Visse fino al 1748 alla Corte spagnola, dove i genitori si trattennero in attesa che le sorti della guerra di successione austriaca aprissero per Filippo di Borbone una possibilità di sistemazione adeguata alle ambizioni della figlia di Luigi XV. Il trattato di Aix-la-Chapelle del 18 ottobre 1748, che assegnò al padre i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, pose termine al suo soggiorno spagnolo. Dopo una breve sosta a Versailles, al seguito della madre, verso la fine del 1749 giunse a Parma dove trascorse la giovinezza. Destinata dalla nascita a un avvenire di regina, la Borbone fu attanagliata assai presto nella morsa di una rigorosa educazione di corte, che venne a riempire lo spazio vuoto di un’assistenza materna largamente deficitaria. Irrequieta e ambiziosa, Luisa Elisabetta infatti mal tollerò di circoscrivere l’orizzonte della sua esuberante femminilità nelle angustie di una piccola, remota corte di provincia, dalla quale soleva evadere di frequente per lunghi soggiorni presso la Corte paterna di Versailles. Concentrò, perciò, le sue ambizioni di madre e in conseguenza il suo affetto e le sue attenzioni, sul figlio Ferdinando, nato subito dopo la Borbone, che restò sempre fortemente condizionata da questa scelta materna. La Borbone venne abbandonata in effetti alle cure di precettori, designati con notevole disinvoltura, tra i quali il posto preminente spettò a madama Gonzales, ex dama di Corte della prima moglie di Filippo V, Maria Luisa di Savoja, e devota oltre ogni limite al figlio di lei, il bigotto e demente re di Spagna Ferdinando VI, dal quale soltanto prese istruzioni sull’educazione da impartire alla Borbone. Alla Gonzales si affiancò, a partire dal luglio 1749, il controllore della Real Casa Pietro Cerco e poi dal 1755 il gesuita Tommaso Fumeron. Ma già da prima un altro gesuita, il confessore di Corte Iacopo Belgrado, aveva avuto modo di portare a piena maturazione i frutti seminati da madama Gonzales. Quando nel 1758 arrivò a Parma il Condillac, inviato da Luisa Elisabetta come precettore dei figli, l’educazione della Borbone era già compiuta e al philosophe non riuscì più di scalfirla sia pur minimamente. Un tale capolavoro di educazione gesuitica e cortigiana non dispiacque a Maria Teresa d’Austria, che nell’agosto del 1760 mandò a Parma il principe Giuseppe Venceslao di Liechtenstein a presentare formale domanda di matrimonio della Borbone per l’arciduca Giuseppe, realizzando una grande aspirazione di Luisa Elisabetta di Borbone. A questa si dovette infatti l’iniziativa del matrimonio della Borbone con Giuseppe già nel lontano 1751, quando interessò per la prima volta al progetto il ministro di Maria Teresa, Beltrame Cristiani. Il rovesciamento delle alleanze, sancito dai trattati di Versailles del 1756 e del 1757, dette ben altra consistenza al desiderio di Luisa Elisabetta, che vide allora le due corti di Parigi e di Vienna seriamente interessate alla prospettiva di un matrimonio di una Borbone con un Asburgo. Vienna infatti desiderava stringere a sé le corti principesche italiane con solidi legami matrimoniali. Il Cristiani, che nel 1753 impegnò la principessa estense Maria Beatrice Ricciarda, figlia del principe ereditario di Modena Ercole Rinaldo, per l’arciduca Ferdinando, terzogenito di Maria Teresa, era l’uomo più adatto a portare avanti la trattativa e in effetti a lui fece ancora ricorso la duchessa di Parma nel 1757 per rilanciare il suo progetto di matrimonio. I contatti con la corte di Parma, della quale il Cristiani non mancò di sottolineare le forti simpatie asburgiche, ebbero a Vienna un’eco discreta ma decisamente favorevole. Le trattative procedettero così felicemente, seppur lentamente, e non valsero a interromperle la morte del Cristiani avvenuta il 3 luglio 1758 e quella di Luisa Elisabetta di Borbone sopraggiunta il 9 dicembre 1759. Il 31 gennaio 1759 una consulta di Stato asburgica decise di approvare il progetto di matrimonio dell’arciduca Giuseppe con la Borbone e di interessare a esso lo stesso sovrano di Francia Luigi XV, che nell’estate del 1759 mandò a Parma il conte di Rochechouart per portare al Duca il suo consenso. Nel gennaio del 1760 Maria Teresa mandò a Parma in missione segreta il conte di Firmian per dare gli ultimi ritocchi alle trattative matrimoniali e riferire della Corte e della Borbone. La relazione del Firmian tranquillizzò definitivamente la Corte di Vienna che si dispose all’imminente matrimonio. La sola difficoltà fu opposta dalla Corte di Napoli che mirava al primogenito di Maria Teresa per la figlia di Carlo di Borbone e non mancò di manifestare tutta la sua irritazione per il successo della Corte di Parma. Alle proteste napoletane fu replicato che la figlia di Carlo di Borbone, più giovane della Borbone, poteva contentarsi dell’arciduca Carlo di Asburgo, altro figlio di Maria Teresa, a favore del quale venne istituita una secondogenitura in Toscana. Il matrimonio della Borbone con Giuseppe d’Asburgo fu celebrato a Parma il 7 settembre 1760. Poco dopo la Borbone raggiunse lo sposo alla Corte di Vienna dove restò per i pochi anni di vita che ancora le rimanevano. Nella Corte asburgica la Borbone non si trovò a suo agio: difficoltà dovette avere nei rapporti con il marito e con la suocera, alla quale non sfuggì l’eccessiva propensione della nuora per una vita ritirata e silenziosa, più consona al chiostro che alla corte. In effetti la Borbone sembrò rifugiarsi in un isolamento, rotto solo da una appassionata amicizia per la sorella di Giuseppe, Maria Cristina, che amava alimentare con un morboso, compiaciuto misticismo, non disgiunto da un forte e insistente desiderio di morte. A Vienna la Borbone trovò consolazione al suo isolamento riprendendo l’abitudine, contratta già negli anni della sua educazione parmense, allo sfogo intimo, consegnato alle pagine scolorite di una sorta di diario. Nelle sparse annotazioni di vario argomento, pubblicate da J. Hraztzy, non è difficile cogliere, oltre lo schermo posticcio di un precario ideale spirituale di misura e di distacco dalle cose che richiama solo la pedagogia gesuitica dei suoi precettori, il profondo disagio sentimentale di una giovane donna schiacciata dal peso dei suoi compiti di moglie e di madre. Inedita resta ancora quella parte delle Réflexions sur l’éducation che la Borbone intese contrapporre al Cour d’études di Condillac. Amò le belle arti e in particolare l’incisione. Come intagliatrice, lo Zani la ricor da attiva dal 1750 all’anno della sua morte. La Borbone non ebbe il tempo di maturare un atteggiamento più adulto verso la realtà: morì di vaiolo lasciando una figlia, Maria Teresa, di appena un anno. La sua morte prematura lasciò una scia molto dolorosa nella Corte di Vienna, dove la sua grazia restò a lungo presente nel ricordo della famiglia imperiale. La stessa imperatrice Maria Teresa volle santificare la sua memoria facendo pubblicare un’operetta di spiritualità composta dalla Borbone con l’aiuto dei suoi precettori a Parma. Stampate a Vienna nel 1764 dallo stampatore di Corte Giovanni Tommaso Trattner, le Méditations chrétiennes furono tradotte in italiano, per incarico del ministro parmense Du Tillot, dal cappuccino Adeodato Turchi e pubblicate anche a Parma nello stesso 1764. L’esile operetta, di ispirazione schiettamente gesuitica, ebbe grande fortuna in Italia, dove assurse quasi a simbolo della devozione religiosa delle due grandi famiglie degli Asburgo e dei Borbone, e fu ristampata più volte.
FONTI E BIBL.: Maria Theresia und Joseph II. Ihre Correspondenz sammt Briefen Joseph’s an seinem Bruder Leopold, a cura di A.v. Arneth, I, 1761-1772, Wien, 1867, ad Indicem; Lettere familiari dell’imperatore Giuseppe II a don Filippo e don Ferdinando duchi di Parma (1760-1767), a cura di E. Bicchieri, in Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi IV 1868, 105-124; C. Cantù, Isabella di Parma e la corte di Vienna, in Archivio Storico Italiano, s. 3, VII 1868, 89-120; O. Masnovo, La corte di don Filippo di Borbone nelle “Relazioni segrete” di due ministri di Maria Teresa, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XIV 1914, 165-205; M. Montanari, Isabella di Borbone, in Aurea Parma VII 1923, 101-111; J. Hraztzy, Die Persönlichkeit der Infantin Isabella von Parma, in Mitteilungen des Österreichischen Staatsarchivs XII 1959, 174-239; Stanislao da Campagnola, Adeodato Turchi. Uomo, oratore, vescovo (1724-1803), Roma, 1961, 79 s.; Arte incisione a Parma, 1969; R. Zapperi, in Dizionario biografico degli Italiani, XII, 1970, 497-499.

BORBONE PARMA LODOVICO FILIPPO
Colorno 5 luglio 1773-Firenze 27 maggio 1803
Secondo di sei figli, nacque da Ferdinando e da Maria Amalia d’Austria. L’evento fu solennemente festeggiato con particolari cerimonie in occasione del battesimo ufficiale che venne celebrato il 18 aprile 1774, quando il Borbone aveva raggiunto l’età di oltre nove mesi. Aja del Borbone fu la contessa Ariani Canossa e quando uscì dalla cura di questa, il 29 novembre 1779, fu posto sotto quella di Prospero Manara e del cavaliere di Pujol, venuto allora dalla Francia appunto per l’ufficio di sotto-ajo del Borbone. Nell’agosto del 1781, al Manara, divenuto ministro principale del Duca, fu sostituito il marchese della Somaglia, che seguì poi il Borbone in Spagna e nel Regno d’Etruria. Dal 23 aprile 1776 gli fu dato a precettore e confessore Adeodato Turchi. Sin dalla puerizia ebbe attitudine per le scienze e per le arti. Conobbe diverse lingue straniere e studiò il greco. Verso il decimo anno il Borbone manifestò un incomodo di salute, curato dal medico Cortesi coadiuvato dal celebre protomedico Camuti, diagnosticato in epilessia. Per quanto tenuta rigorosamente celata, la notizia fu ben presto nota ai cortigiani e, attraverso le ambascerie, anche oltre i confini del Ducato. Il Pezzana afferma che la terribile malattia insorse dopo un accidentale trauma che il Borbone subì quando, giocando con i suoi fratelli in un salone della reggia di Colorno, cadde sbattendo forte il capo contro lo spigolo di un tavolo di marmo. Il Feller, nel Dictionnaire Historique, riferisce che egli avesse urtato la testa contro un camino mentre faceva capriole. Le convulsioni comparvero un mese dopo il trauma. A nulla valsero le intense e continue cure prodigate dai medici e i farmaci specifici fatti venire da Parigi e da Londra in tutta segretezza: la malattia progredì lentamente ma inesorabilmente con gli anni, rendendo il Borbone cupo, infelice, irascibile e strano, conferendogli quel particolare aspetto del volto che fu, di volta in volta, definito come di sempliciotto, scimunito, imbecille. Oltre gli accessi convulsivi, che si ripeterono a intervalli irregolari, il Borbone ai primi del giugno 1791 ebbe un incomodo di salute caratterizzato da febbre con brividi, dolore di testa e qualche colpo di tosse e in seguito presentò epistassi. I medici interpretarono tali disturbi come dovuti a scariche biliari e somministrarono diverse purghe. Il 30 aprile 1794 il borbone intraprese il viaggio da Livorno per la Spagna, ove soggiornò oltre un anno presso quella Corte, per poi sposare, il 25 agosto 1795, l’infanta Maria Luisa, figlia di Carlo IV. Il Borbone fu appassionato di canti e inni religiosi, ch’egli stesso intonava con superba voce di baritono, fu amante della caccia, della pesca, delle feste e della mondanità, sebbene assai religioso. Sembra non fosse privo di un certo talento, nonostante ciò non sia riconosciuto da tutti gli storici, poiché si interessò di diverse questioni scientifiche (Lanzoni) e progettò la pubblicazione di sue ricerche, in collaborazione con Stefano Sanvitale, sulla flora e fauna degli Stati parmensi. Tenne corrispondenza con lo scienziato Chaptal intorno a questioni di chimica industriale ed ebbe pure rapporti epistolari con i celebri botanici, Cavanilles, Ortega, Spallanzani e Linati. In una lettera dello Spallanzani e al professore di anatomia in Parma Michele Girardi, del 14 aprile 1794, si legge: Il Signor Principe Reale di Parma, che spesso mi onora di sue lettere, mi ha ultimamente comunicato alcune sue esperienze molto significanti intorno ai pipistrelli. Queste esperienze pare che esigano che si faccia una esatta notomia dei nervi che dal cervello mettono ai sensi, e nominatamente a quello dell’occhio, per vedere se mai il nervo ottico avesse qualche ramo che mettesse ad altra parte od organo sconosciuto del capo, dove independentemente dall’occhio si facesse l’impression della luce. E S.A.R. saggiamente riflette che sarebbe necessario che qualche valente Anatomico mettesse mano a questa sottile indagine. Simile pensiero era pure in me nato da qualche tempo. Il Borbone si formò in Colorno una raccolta di storia naturale assai pregevole, che aumentò poi in Spagna e che continuò anche nel 1801 mercé le cure del suo amico conte Stefano Sanvitale, a cui l’aveva affidata. Neppure quando fu a Madrid per i preparativi del suo matrimonio con Maria Luisa di Spagna smise di proseguire i suoi studi scientifici e non interruppe la sua corrispondenza con lo Spallanzani. Ne approfittò anzi per tradurre l’opuscolo di Vincente Cervantes intitolato Della Resina Elastica. Discorso recitato nel R. Giardino botanico di Messico il giorno 2 di Luglio dell’anno 1794 dal Prof. D. Vincenzo de Cervantes, traduzione dallo Spagnuolo. La seguente lettera, scritta dal Borbone al conte Filippo Linati, ragguardevole cultore delle scienze, dimostra che fu proprio il Borbone l’autore della traduzione: Aranjuez 2 Giugno 1795. Amico Carissimo, Non vi scrivo che due righe per ristrettezza di tempo. E queste sono per accompagnare una piccola dissertazione. Questa l’ò tradotta io dallo Spagnuolo, e tratta della natura, e modo di travagliare la resina elastica. Voi che sapete in che stato siano adesso in Italia le cognizioni che si ànno sopra questo punto, potete mandarla a Brugnatelli, o qualch’altro giornalista, affinché ne inserisca nel suo periodico un estratto. Se poi la trovate inutile, bruciatela; ma in qualunque modo non mi nominate con nessuno. Addio, v’abbraccio caramente, e sono Il vostro affezionatissimo Amico. Lodovico P.e di Parma. Dopo il suo matrimonio con l’infanta Maria Luisa, il Borbone rimase diversi anni presso la Corte spagnola ma non pare fosse soddisfatto della vita monotona, quasi claustrale, che vi trascorreva, per la rigorosa etichetta che dominava qualsiasi manifestazione. All’inizio del 1796 viaggiò per la Castiglia e per l’Estremadura, visitò alcune città del Portogallo e dappertutto fece ricerche di storia naturale. Inoltre entrò in corrispondenza con alcuni naturalisti delle Antille, della Luisiana, del Messico e di Buenos Aires. Nel contempo maturarono eventi politici che lo riguardavano direttamente: per intercessioni diplomatiche diverse (pace di Luneville, 9 febbraio 1801), si convenne che il Ducato parmense sarebbe passato alla Francia soltanto alla morte del padre del Borbone, Ferdinando, mentre a lui venne assegnata la Toscana. Il trattato fu concluso ad Aranjuez il 21 marzo 1801 tra Luciano Bonaparte, ambasciatore a Madrid, e il principe Godoy, ministro e favorito della Regina di Spagna. Il Borbone, unitamente alla consorte e al figlio che gli era nato, partì dalla Spagna per recarsi a prendere possesso del Ducato di Toscana, passando da Parigi (25 maggio 1801), dove rese omaggio al Bonaparte, e da Parma (15 luglio 1801), dove si trattenne poco meno di un mese. A Parma visitò la Reale Biblioteca, ove il Canonici gli fece dono di una sua iscrizione latina elegantemente impressa dal Bodoni. Il quale ultimo, onorato anch’egli dalla visita del Borbone e della sua consorte nella sua famosa tipografia, offrì loro alcune sue splendide stampe e presentò una iscrizione a loro intitolata, col ritratto del Borbone, ch’egli fece intagliare appostatamente da Francesco Rosaspina. I fratelli Amoretti gli dedicarono quarantacinque Sonetti del Mazza sull’Armonia impressi coi loro tipi. Questo dono fu particolarmente gradito al Borbone, molto amante della musica, a cui aveva consacrato parte dei suoi studi: suonava bene soprattutto il clavicembalo. La coppia reale fece il suo ingresso solenne in Firenze, ricevuta dal Murat, il 12 agosto 1801, pochi giorni dopo che il conte Ventura, a nome del Borbone, aveva preso in consegna la città. All’inizio del suo governo diede ordine che fossero sottoposti a processo quanti, approfittando delle precedenti calamitose circostanze politiche, avevano commesso frodi e dilapidazioni nelle singole amministrazioni dello Stato, ma poi lasciò che fosse abbandonata ogni investigazione perché troppi sarebbero risultati i colpevoli. Poco può ascriversi all’attivo del suo breve governo: alcuni provvedimenti a vantaggio della pubblica beneficenza e dell’istruzione (più specialmente dell’Università di Pisa) e l’incorporazione alla Toscana dello Stato dei Presidi (22 novembre 1801), mentre, poco dopo, l’isola d’Elba, col trattato di Amiens, passò alla Francia. Durante il suo regno, lo Stato fu sottoposto al totale controllo di Parigi: guarnigioni militari francesi furono mantenute nel paese, capolavori d’arte presero la via della Francia e il commercio languì, anche per la chiusura del porto di Livorno alle navi inglesi. Vi fu disordine nell’amministrazione, una situazione finanziaria aggravata, favoritismi nella collazione degli impieghi civili e nessuna resistenza alle pretese del clero e all’invadenza della Curia romana. Infatti il 15 aprile 1802, circuito dagli ecclesiastici e istigato dalle pressioni del cardinale Zondadari, arcivescovo di Siena, il Borbone emanò la legge detta Sabatina (perché pubblicata il sabato santo) che abrogò le leggi liberali leopoldine in materia giurisdizionale. Il senatore Mozzi, primo ministro, non poté in nessuna maniera trattenere il Borbone dallo spezzare il suo scettro e gettarne una metà nel Tevere. Ai primi di luglio dello stesso anno il Borbone assistette pomposamente, in Palazzo Vecchio, alla cerimonia del giuramento del Senato e del magistrato civico. Poi, al principio dell’autunno, si recò, insieme alla moglie, a Madrid per assistere alla celebrazione di un duplice matrimonio tra i Borbone di Napoli e di Spagna. Ritornato a Firenze nei primi giorni dell’anno successivo (1803), cadde gravemente infermo. Gli accessi epilettici non diedero tregua al Borbone: le convulsioni si ripetevano con sempre maggiore frequenza, soffriva di allucinazioni e commetteva stranezze di ogni sorta. Talvolta non riconosceva nemmeno più i familiari, rimaneva per lungo tempo muto e immobile, con occhi sbarrati nel vuoto, oppure aveva crisi di eccitamento, durante le quali imprecava contro i Francesi, accusandoli di avergli avvelenato il padre. Le sue condizioni si aggravarono a tal punto che il Borbone veniva sorvegliato di notte, spesso legato al letto e separato dalla moglie per impedire che si spaventasse per le sue manifestazioni furiose. Nel marzo 1803, scrivendo al Ventura per chiedergli la spedizione delle sue raccolte scientifiche ancora giacenti in Parma, il Borbone si lamentò di una incomoda tosse, con vomito, curata senza risultato con latte d’asina, che gli impediva di parlare e di ridere. Questi sintomi, che durarono oltre un mese, si accompagnarono a febbre e a uno stato di profonda e preoccupante debolezza, dal quale non riuscì a riprendersi. Temendosi la sua fine, si provvide a fargli firmare l’atto di successione per il figlio minorenne Carlo Lodovico, sotto la reggenza della madre. Morì non ancora trentenne, per complicanze di polmonite affermarono taluni, dopo aver ricevuto, con la maggiore devozione, il viatico e l’estrema unzione somministratagli dal nunzio apostolico, al quale confidò di morire rassegnato e contento. La salma, sottoposta ad autopsia e imbalsamazione, fu tumulata provvisoriamente in San Lorenzo in Firenze ed ebbe definitiva sepoltura nell’Escoriale, nei pressi di Madrid.
FONTI E BIBL.: A.F. Artaud, Storia di Pio VII, G. Resnati, Milano, 1938; U. Benassi, Il generale Bonaparte ed i giacobini di Parma e Piacenza, Parma, 1912; U. Benassi, Du Tillot (un ministro riformatore del secolo XVIII), in Archivio Storico per le Province Parmensi 1924; J. Berte Langeraux, L’Espagne et les derniers jours du duche de Parme, in Hispania. Revista Espanòla de Historia 1954, 55-227; J. Berte Langeraux, L’Espagne et le royame d’Etrurie, in Hispania. Revista Espanòla de Historia 1955, 59-353; Sixte Bourbon, La Reine d’Etrurie (1782-1824), in Nouv. Collect. Histor., Calmann Levy Edit., Paris, 1928; B. Chifeni, Memorie sulla tentata evasione della Regina d’Etruria dal territorio francese nell’anno 1809, Firenze, Tip. Carlo Rebagli, 1854; E. Colombi, Impazienze di un principe tenuto a stecchetto (Lodovico Re d’Etruria), in Parma per l’Arte 1956, 129; P.F. Covoni, Il regno d’Etruria, Firenze, 1894; G. Drei, Il regno d’Etruria (1801-1807), Soc. Tip. Modenese, Modena, 1935; C. Fano, I primi Borboni a Parma, Parma, 1890; G. Ferretti, Bonaparte e il Granduca di Toscana dopo Luneville, Roma, 1947; P. Finzi, Il regno di Lodovico I d’Etruria in un carteggio diplomatico inedito, Roma, 1911; F. Lanzoni, Lodovico di Borbone e Lazzaro Spallanzani in un celebre dibattito, in Aurea Parma 1936; P. Marmottan, Le royame d’Etrurie (1801-1807), Paris, 1896; P. Marmottan, Documents sur le royame d’Etrurie (1801-1807), Paris, 1900; E.M. De Vogué, Il regno di Etruria. Vita italiana durante la Rivoluzione Francese e l’Impero, Firenze, 1896; B. Pacca, Napoleone contro Pio VII, Edit. Romano, Roma, 1944; A. Panella, Storia di Firenze, Edit. Sansoni, Firenze, 1949; E. Ponzi, La gravidanza immaginaria di Enrichetta Farnese nelle lettere del medico modenese Francesco Torti, in Atti e Memorie dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria 25 marzo 1959; I. Stanga, Maria Amalia di Borbone Duchessa di Parma (1746-1804), Stabil. Tip. Soc. Editr. Cremona Nuova, 1932; A. Zobi, Storia civile della Toscana dal 1737 al 1848, Firenze, 1850, III, 487-541; Parma nell’Arte 3 1960, 137-146; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 576-582; E. Michel, in Dizionario Risorgimento, 3, 1933, 401; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 212; Dizionario UTET, VII, 1958, 1152; Dizionario storico politico, 1971, 749; Razzetti, in Gazzetta di Parma 8 gennaio 1996, 5.

BORBONE PARMA LUIGIA MARIA, vedi BORBONE PARMA MARIA ANTONIA GIOSEFFA

BORBONE PARMA LUIGIA o LUISA MARIA TERESA, vedi BORBONE PARMA MARIA LUISA TERESA

BORBONE PARMA LUISA ELISABETTA, vedi BORBONE FRANCIA LUISA ELISABETTA

BORBONE PARMA LUISA MARIA TERESA, vedi ARTOIS LOUISE MARIE THERESE

BORBONE PARMA MARIA AMALIA, vedi ABSBURGO LORENA MARIA AMALIA

BORBONE PARMA MARIA ANTONIA GIOSEFFA
Parma 18 dicembre 1775-Roma 20 febbraio 1841
Figlia del duca Ferdinando e di Maria Amalia Giuseppa. Detta volgarmente la Tognina. Dilettante pittrice, esperta in miniature, stampe e quadri, fu probabilmente allieva della celebre Vigée le Brun e sicuramente di Baldrighi e poi di Domenico Muzzi, entrambi professori dell’Accademia di Belle Arti di Parma e pittori di Corte. Dipinse parecchi quadri. I Quattro Evangelisti, da lei dipinti prima di monacarsi, li aveva destinati al vescovo Turchi, suo precettore e confessore. Il Duca non li mandò al Vescovo, ma la Borbone glieli fece pervenire per mezzo di Costantino Anfossi l’11 luglio 1803. Scrisse ella stessa al Vescovo il 13 luglio: So che Ella ha ricevuti qualche mio lavoro in Pittura che mi sono fatta coraggio a presentarle, e la ringrazio di tutto cuore di averli voluti accettare. Fin da quando andai via da Colorno pregai il Papà a darglieli, ma egli aspettava che fossi vestita, l’altro giorno vidi Costantino e gli dissi che ora poteva mandarli al suo destino. Mi perdoni, e compatisca che sono così mal travagliati, ciò proviene dalla mia ignoranza, ma gradisca il buon cuore col quale glieli dono. Il Pezzana crede sia pure di mano della Borbone l’autoritratto che, dopo la morte del Turchi, Fortunato Musatti da Modena, segretario del prelato, mandò in dono alla contessa Ippolita Cerati. In una lettera della Cerati al Musatti si parla di questo ritratto fatto dalla stessa persona ch’esso rappresenta, cui la contessa Cerati aveva avuto l’onore di servire per qualche tempo. La Borbone copiò anche una Madonnina dipinta da Domenico Muzzi, che Fortunato Musatti donò a Brigida Grippa dopo la morte del Turchi, al quale apparteneva. Due altri quadri dipinti dalla Borbone sono nella chiesa di San Lodovico e nella cappella ducale di San Rocco. Il primo rappresenta l’Assunta e fu collocato nell’altare a sinistra di chi entra, in San Lodovico. Il secondo raffigura Diversi Santi Gesuiti e fu posto nell’altare di San Luigi, in San Rocco, ove esisteva prima il quadro di Crespi che fu trasportato nell’Accademia delle Belle Arti di Parma. Altri suoi quadri sono a Piacenza. La Madonna della Colonna, in quella Cattedrale, è sua. I quadri del Sacro Cuore di Gesù e di San Giovanni Berchmans e un suo piccolo ritratto sono anch’essi suoi dipinti, lavorati quando era ancora in Corte e di là mandati prima del suo noviziato alla casa delle Orsoline di Parma. Un piccolo ma non spregevole tondo conservato nell’Archivio dei Cappuccini di Parma potrebbe essere opera della Borbone. D’animo mite, la Borbone entrò novizia orsolina nel 1802. Nell’anno seguente (22 aprile 1803) vestì l’abito assumendo i nomi di Luigia Maria. Per la solenne cerimonia, le furono rivolti omaggi poetici d’ogni genere con smaglianti rime d’occasione, ma ella trascorse poi nel collegio una vita attiva quanto umile e tranquilla. Dopo ventinove anni di permanenza a Parma, il 9 maggio 1831 si ritirò per amore di clausura nel monastero di Sant’Agata a Roma.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIII, 1823, 42; P. Astimagno, Cenni intorno all’orsolina Luigia Maria di Borbone, al secolo A.R. Antonia di Borbone, Parma, Donati, 1841, con una iscrizione di Amadio Ronchini; E. Daudet, Un mariage manqué: episode de l’histoire de l’emigration (1798-1801), in Le Correspondant 4 1905; A. Marchi, La principessa Maria Antonietta di Borbone, in Gazzetta di Parma 9 maggio 1926, 3; Maria Antonia Gioseffa, in I. Stanga, Donne e uomini del Settecento Parmense, Cremona, 1946, 295, 296-298; F. Botti, La principessa Maria Antonia di Borbone, suora orsolina. Vita, virtù e opere. Con 4 appendici di argomento storico locale, Parma, Benedettina, 1957; Palazzi e casate di Parma, 1971, 556; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 156-157; E. Scarabelli Zunti; G. Bertini, Colorno, una guida, Parma, 1979, 54 e 61; Aurea Parma 2/3 1984, 61; L. Farinelli, in Gazzetta di Parma 16 novembre 1986, 3; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 521-522.

BORBONE PARMA MARIA LUISA, vedi BORBONE SPAGNA MARIA LUISA

BORBONE PARMA MARIA LUISA TERESA
Parma 9 dicembre 1751-Roma 27 dicembre 1818
Figlia di Filippo, duca di Parma e Piacenza, e di Luisa Elisabetta di Francia. Sposò nel 1765 il cugino germano Carlos di Borbone, principe delle Asturie, che divenne nel 1788 re di Spagna. Questi fu debole di carattere e senza esperienza di governo e subì l’influenza della Borbone, la quale si manifestò presto donna corrotta e amante dei piaceri, così da suscitare scandalo nella severa Corte del Re di Spagna. Salita al trono, la Borbone fece una politica di intrighi e finì presto col lasciarsi dominare con grave scandalo pubblico dal primo ministro Manuel Godoy, che i contemporanei considerarono suo amante. Cercò con bassa politica di conservare la corona e il potere contro gli atteggiamenti del suo primogenito, Ferdinando, poi, quando la sorte della Spagna fu decisa da Napoleone Bonaparte nel convegno di Baiona (1808), la Borbone fu esiliata dapprima col marito a Compiègne e dimorò successivamente a Fontainebleau, a Marsiglia e a Nizza. Si trasferì infine a Roma dove continuò a frequentare il favorito Godoy.
FONTI E BIBL.: G. De Grand-Maison, L’Espagne et Napoleon I, Parigi, 1908; E.B. D’Auvergne, Godoy, Boston, 1913; Dizionario UTET, VIII, 1958, 329; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 23 marzo 1981, 3.

BORBONE PARMA MARIA TERESA FERDINANDA, vedi SAVOJA MARIA TERESA FERDINANDA

BORBONE PARMA ROBERTO CARLO LODOVICO
Montughi di Firenze 9 luglio 1848-Pianore di Lucca 16 novembre 1907
Figlio di Carlo, ricevette dal padre nel 1851 il titolo di principe di Piacenza. Fu dal 20 marzo 1854 duca di Parma, Piacenza e Pontremoli, sotto la reggenza della madre Luisa Maria d’Artois. Nel 1859, dodicenne, partì da Parma riparando a Mantova, assieme alla madre. Non ritornò più nella sua capitale ducale, tranne una volta in incognito. Il 18 marzo 1860 fu definitivamente spodestato. La sua residenza divenne Schwarzau, a Steinfelde nella Bassa Austria. Dal 5 aprile 1869 fu sua sposa Maria Delle Grazie, principessa di Borbone Due Sicilie. Rimasto vedovo, sua seconda moglie fu Maria Antonia, principessa di Braganza. Ebbe, dai due matrimoni, ben venti figli, dei quali otto dal primo letto (cinque femmine e tre maschi) e dodici dal secondo (sei maschi e sei femmine). Uno dei suoi figli, Xavier, tentò inutilmente di fare da mediatore per una pace onorevole, nella prima guerra mondiale, tra l’Austria-Ungheria e gli alleati. Zita, altra figlia del Borbone, sposò Carlo d’Asburgo, ultimo imperatore d’Austria e re d’Ungheria. Il Borbone sopportò dignitosamente la difficile situazione di principe spodestato, senza mai prorompere in sterili proteste. Visse dividendo il suo tempo tra la villa di Pianore, presso Viareggio, e il castello di Schwarzau. Diede sempre prova di animo munifico e di cuore generoso: in momenti di bisogno, fu largo soccorritore di cittadini parmensi. Il Borbone lasciò un vistoso patrimonio ereditato dallo zio, conte di Chambord. Nel testamento dichiarò di voler essere sepolto alle Pianore: la salma, imbalsamata dal professor Queirolo, fu poi esposta nella camera ardente della villa.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, in Enciclopedia Italiana; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 212-213; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 34-35; Parma nell’Arte 1 1981, 86; G. Milan, in Gazzetta di Parma 2 novembre 1987, 3.

BORBONE SPAGNA CARLO I, vedi BORBONE SPAGNA CARLOS

BORBONE SPAGNA CARLOS
Madrid 20 gennaio 1716-Escorial 14 dicembre 1788
Primogenito di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese. Il diritto, anche se molto incerto, all’eredità di due grandi stirpi in via di esaurimento, i Farnese e i Medici, influì nella scelta della volitiva principessa italiana quale seconda moglie del fondatore della dinastia borbonica spagnola, intorno alla metà del 1714, poco dopo la morte di Maria Luisa di Savoja. L’esistenza dei primi due figli di Filippo, Luigi e Ferdinando, non permetteva ragionevoli aspettative di un trono in Spagna per la discendenza di Elisabetta. Nella genealogia del Borbone il nome dei Medici figurava tra i rami non molto prossimi. Egli, tuttavia, era a Firenze, secondo la testimonianza di B. Tanucci, rinomato per successore del Granduca prima ancora di nascere. Cosimo III, infatti, essendo morto senza prole il suo primogenito Ferdinando e non avendo speranza di discendenti dal secondogenito Giangastone, si sarebbe assicurato con un rampollo dei re cattolici una discendenza più che degna. Quanto ai Farnese, il duca Francesco non aveva per erede che il fratello Antonio, mostruosamente obeso e che non prometteva né via lunga né posterità. La politica d’equilibrio in Europa e altre concrete spinte internazionali favorirono le sorti regali del Borbone: la creazione nell’Italia centrosettentrionale di un regno più o meno dipendente dalla Corona spagnola fu infatti ben vista da quanti, in Francia come in Italia, temevano il consolidarsi della pesante egemonia asburgica, già presente a Milano e nel Meridione. Perciò quelle aspirazioni dinastiche furono subito recepite dalla diplomazia europea e costituirono per oltre trent’anni uno dei suoi maggiori problemi. Il Borbone non aveva ancora un anno e già un progetto inglese, nel quadro di una soluzione complessiva degli antichi contrasti tra le corti borboniche e asburgica, gli attribuì il riconoscimento cesareo del suo eventuale diritto sul Granducato mediceo e sui Ducati farnesiani, sia pure sotto vincolo feudale a vantaggio dell’Impero. Riconoscimento, allora, troppo vago, poiché erano in vita i legittimi sovrano dei due Stati. Fino a che punto fossero, al contrario, risolute e impazienti le pretese della Regina di Spagna, si comprese bruscamente poco più tardi, il 22 agosto 1717, quando 9000 Spagnoli sbarcarono in Sardegna, tolsero rapidamente l’isola agli Imperiali e l’anno dopo s’impadronirono della Sicilia. L’audace impresa, immatura dal punto di vista diplomatico, determinò la reazione delle altre maggiori potenze europee. La Spagna fu costretta a cedere le due isole e a sottoscrivere, il 17 febbraio 1720, la quadruplice alleanza, che riconobbe al Borbone il diritto di successione eventuale nei ducati, ma riaffermò la loro dipendenza feudale all’Impero. Il fallimento del colpo di mano militare indusse a tentativi diplomatici e ad adottare l’antico espediente delle unioni dinastiche. Tre matrimoni avrebbero rinsaldato i legami tra le due corti borboniche: alla fine del 1721 l’infanta Anna Maria Vittoria (che non aveva ancora quattro anni, essendo nata il 31 marzo 1717) fu promessa in sposa a Luigi XV e fu inviata a Parigi; due figlie del duca Filippo di Orléans, reggente di Francia, furono destinate al primogenito del Re di Spagna e al Borbone. Questi aveva allora sette anni e Philippe Elisabeth d’Orléans, principessa di Beaujolais, quarta figlia del Duca, uno di più. Il contratto di fidanzamento fu sottoscritto a Parigi il 22 novembre 1722 e subito la promessa sposa partì per la Spagna. Ma i tre matrimoni fallirono o ebbero esito infelice in poco più di due anni. La morte del Duca di Orléans, alla fine del 1723, l’abdicazione del Re di Spagna a favore del primogenito Luigi, la morte del giovane Sovrano dopo appena sette mesi di regno e il ritorno sul trono di Filippo V sconvolsero i piani dinastici degli Orléans, indebolirono il loro partito e indussero la corte di Francia a cercare una soluzione più rapida per il matrimonio di Luigi XV e perciò a sciogliere l’impegno di nozze con Anna Maria Vittoria. La rottura, di cui si parlava già nell’estate del 1724, fu comunicata ufficialmente solo il 9 marzo 1725. Il terzo progetto matrimoniale seguì la sorte dei primi due e la principessa di Beaujolais fu rinviata in Francia insieme alla vedova di Luigi I. La Corte spagnola, d’altra parte, impaziente di sistemare il Borbone in Italia e scontenta del tiepido appoggio francese, non si lasciò cogliere impreparata e avviò le trattative per una soluzione diversa e in certo senso opposta: l’accordo diretto con Carlo VI, suggellato dal duplice matrimonio delle arciduchesse Maria Teresa e Maria Anna con i due infanti, figli di Elisabetta, il Borbone e Filippo (missione Ripperda). I primi trattati austro-ispani furono sottoscritti a Vienna il 30 aprile 1725 e non costarono molto all’Impero: la giovane età delle due coppie forniva a Carlo VI il pretesto per rinviare i matrimoni e per non concedere intanto che vaghe promesse. In base a esse le due corti tradizionalmente nemiche si trovarono a svolgere, almeno in apparenza, la stessa politica per oltre un triennio. Ma mentre a Madrid si coltivavano ambiziosi propositi e bellicosi progetti di guerra, a Vienna si procrastinava e si cercava di attenuare i contrasti. Gli stessi motivi che resero impaziente Elisabetta, la salute sempre più malferma di Filippo V e il timore di dover uscire da un momento all’altro dalla scena politica, indussero la diplomazia viennese a far di tutto per guadagnare tempo. Dopo la morte del duca di Parma, Francesco Farnese (26 febbraio 1727), la condotta di Carlo VI apparve chiara: favorendo il matrimonio del successore Antonio con Enrichetta d’Este, egli mostrò di voler continuare a ostacolare l’avvento del Borbone nei Ducati. A Vienna, non a torto, si pensava che quel primo passo sarebbe stato decisivo per la sorte di tutti i possedimenti imperiali d’Italia. Elisabetta comprese allora che sarebbe stato ingenuo continuare a considerare l’Imperatore un interlocutore ben disposto e decise di riavvicinarsi alla Francia e di realizzare tra le due corti borboniche un accordo che apparve, in quei primi anni, non privo di molte riserve mentali e fondato, da parte spagnola, sullo stato di necessità. La riconciliazione produsse tuttavia frutti concreti il 9 novembre 1729, con la firma del trattato di Siviglia, che costituì per il Borbone un passo importante verso l’Italia: mentre infatti non solo i due regni borbonici, ma anche l’Inghilterra garantivano il suo diritto alla successione su Parma, Piacenza e la Toscana, gli fu riconosciuta la facoltà d’introdurre subito nei suoi futuri possedimenti 6000 soldati spagnoli a tutela dei suoi interessi. Tale spedizione sarebbe stata realizzata, se necessario, con l’appoggio armato delle tre potenze garanti (a cui si aggiunse l’Olanda), entro sei mesi dalla firma del trattato. In realtà la politica di pace e di negoziati diplomatici voluta dai governi francese e inglese, e in particolare da Fleury e Walpole, portò a lunghi rinvii nell’esecuzione del patto e servì a evitare una guerra che in quegli anni l’Imperatore si mostrava deciso a combattere. Egli infatti rinforzò i presidi dei suoi stati d’Italia e, traendo pretesto dalla morte dell’ultimo dei Farnese (20 gennaio 1731), fece occupare dalle sue truppe i Ducati di Parma e Piacenza, a tutela dei propri diritti. Fu allora che l’intervento inglese, ottenuto dalla Spagna a Siviglia con il sacrificio di importanti posizioni commerciali e strategiche (la tacita rinunzia a Gibilterra), si rivelò decisivo per la soluzione dell’intricato problema. Il mezzo per far valere le esigenze dinastiche della Regina di Spagna fu trovato in quelle di Carlo VI: nella sua aspirazione ad assicurare, in mancanza di discendenti maschi, alla figlia Maria Teresa la successione al trono di Vienna e a ottenere a questo scopo il riconoscimento europeo del documento che la sanciva, la Prammatica sanzione. L’Inghilterra era disposta a mediare e ad appagare gli interessi dinastici delle corti europee, e a consentirne moderate, alternative espansioni in Europa (nel quadro di una politica di equilibrio), in cambio di obiettivi e sostanziali vantaggi economici e commerciali. Approvando la Prammatica sanzione, che era riconosciuta allora soltanto dalla Prussia, l’Inghilterra ottenne, insieme con la soppressione della Compagnia di Ostenda, che faceva seria concorrenza al suo commercio, l’assenso imperiale all’ingresso del Borbone e delle sue truppe in Toscana, a Parma e a Piacenza (trattati di Vienna del 16 marzo e del 22 luglio 1731). Pochi mesi dopo, alla fine di ottobre di quell’anno, una flotta anglo-spagnola poté sbarcare a Livorno prima i 6000 soldati, poi, il 27 dicembre, lo stesso Borbone, che aveva viaggiato per via di terra, con la sua corte, fino ad Antibes. Per circa sedici anni il Borbone era stato al centro della scena politica europea, semplice oggetto della storia che lo riguardava. Venendo in Italia, egli si trovò a dover interpretare in prima persona il personaggio che l’amore materno aveva voluto, e non si può dire fosse preparato a svolgere quel compito. La tradizionale educazione imposta dalla Corte spagnola agli infanti non era tale da risvegliare vivacità intellettuale, intraprendenza e piacere delle novità in chi era sottoposto a quella cura. Timore-amor di Dio e dei padres, innanzi tutto, poco studio e comunque all’antica, assoluta castigatezza dei costumi, gelosa, quasi fanatica considerazione della propria dignità e della funzione, a cui ogni personale iniziativa doveva essere posposta e ogni altrui pretesa doveva essere sacrificata in obbedienza ad aviti rituali e a minuziosi cerimoniali. Secondo gli usi, il Borbone fu affidato, fino al compimento del settimo anno, alle cure di un’aya e poi a quelle di un’intera corte di vecchi nobili, diretti da un ayo di sicura fede (al momento della partenza per l’Italia, il conte di Santisteban del Puerto, Jose Manuel de Benavides y Aragón, che aveva tutti i pregi, ma anche tutti i difetti, di un hidalgo spagnolo all’antica). Certo è che il Borbone, accompagnato da un’enorme notorietà, circondato da una aureola di straordinario prestigio e potere, apparve in Italia timido, impacciato, represso, incapace di dire tre parole in italiano, schiavo del personaggio che era costretto a interpretare e che autorevoli custodi guidarono e amministrarono rigidamente, in base a direttive tanto rispettose delle forme, quanto prive di sostanziale riguardo per i seri problemi di maturazione intellettuale e di equilibrio psicologico del Borbone. Specialmente di questi ultimi invece il Borbone, dotato di solido intuito ed edotto dai precedenti paterni e fraterni, ragione si preoccupò. E furono quei problemi e timori a determinare il suo bisogno di vita all’aria aperta e la sua passione, che parve mania, per la caccia, un’attività non sconveniente alla figura marziale e tradizionale di un principe, adatta a soddisfare (e, al tempo stesso, a curare) la sua malinconia, utile a liberare le sue giovanili e forti energie fisiche. Ma, innanzitutto, lo spirito tormentato e introverso del Borbone trovò appagamento ed equilibrio nella profonda esigenza di un ordine morale, in una religiosità sincera, anche se spesso espressa in forme di culto assai semplici e non prive d’ingenuità. Di questi atteggiamenti e stati d’animo sono testimonianza fedele molte centinaia di lettere che egli scrisse, fin da bambino, alla madre, piene di espressioni della più sottomessa e passiva devozione filiale e d’invocazioni, ripetute con pari monotona insistenza, à Dieu, à la Vierge et à S. Antoine. Lettere il cui tono assunse vivacità e calore solo quando cominciò a porsi concretamente il problema (non più soltanto politico, ma personale) della scelta di una compagna. L’arrivo degli Spagnoli in Toscana chiuse una fase diplomatica ma ne aprì un’altra non meno difficile e incerta. La posizione del Borbone, posto formalmente sotto la sovranità imperiale, apparve tutt’altro che consolidata e sicura. Carlo VI si mostrò contrario a fornire l’unica garanzia che avrebbe rassicurato la Regina di Spagna, il matrimonio con un’arciduchessa, sia pure diversa dalla primogenita. Per esperienza acquisita, il pacifismo a oltranza dei cardinale Fleury non consentiva di sperare in un valido appoggio francese. In questi frangenti Elisabetta Farnese mostrò ancora una volta grande decisione: un forte esercito fu posto sul piede di guerra, facendo temere uno sbarco in Sardegna, e fu inviato (giugno 1732) alla riconquista di Orano. Il Borbone e la sua Corte, in base a istruzioni spagnole, si comportarono ostentando la più completa e provocatoria indipendenza dall’Impero. A Firenze, il 24 giugno 1732, in occasione della festa di San Giovanni Battista, il rituale giuramento di omaggio e obbedienza al granduca da parte di tutte le comunità della Toscana fu ricevuto dal Borbone non solo come rappresentante di Giangastone, assente, ma in nome proprio e senza alcun cenno alla necessaria investitura imperiale. Quattro mesi più tardi il Borbone (che si faceva chiamare Gran Principe di Toscana), ignorando il divieto di Vienna, si recò a prendere possesso diretto dei Ducati di Parma e di Piacenza, già governati per lui dalla duchessa Dorotea, sua nonna materna e tutrice. L’intervento inglese valse a calmare ancora l’indignazione di Carlo VI, ma in questo modo non si usciva da una situazione di stallo. I reciproci sospetti tra le maggiori potenze impedivano si realizzassero schieramenti omogenei e quindi iniziative atte a superare i molti equivoci su cui riposava la pace in Europa. Serie difficoltà vennero inoltre, a partire dall’estate del 1732, alla politica spagnola dal grave peggioramento della salute di Filippo V, crisi che lo avrebbe portato, nei mesi seguenti ai limiti della follia. A questo punto un avvenimento imprevedibile costrinse la Francia a uscire dal suo pacifismo e dal suo isolamento: il 1° febbraio 1733, la morte del re di Polonia Augusto II risvegliò l’antagonismo tra Stanislao Leszczynski (la cui figlia, aveva sposato nel 1725 Luigi XV) e la casa sassone regnante, il cui erede, il futuro Augusto III, era sostenuto dall’Impero, dalla Russia e dalla Prussia. Quando i nobili polacchi elessero il candidato sostenuto dalla Francia, il rifiuto asburgico di riconoscerlo come re decise l’intervento dei Francesi a difesa dell’onore della loro Regina. Si realizzò così per il Borbone l’attesa occasione di consolidare e ampliare i propri possedimenti italiani: interessava infatti anche alla Francia sviluppare la guerra nello scacchiere meridionale, per tenerla lontana dai Paesi Bassi e non coinvolgere gli anglo-olandesi. Un problema preliminare si pose alla diplomazia francese: contenere e regolare le pretese spagnole, in modo da poterle conciliare con quelle altrettanto ingorde e pressanti del Re di Sardegna. Questi chiese per sé tutto lo Stato di Milano, la Spagna, i regni di Napoli e di Sicilia e d’ingrandire a nord i Ducati di Parma e Piacenza affinché i confini dei possedimenti del Borbone fossero protetti dalla piazzaforte di Mantova, chiave strategica della pianura padana. Sull’esistenza di questo grave contrasto d’interessi contò anche troppo la diplomazia viennese, certa che il Re di Sardegna in nessun caso avrebbe contribuito all’incremento dei possedimenti spagnoli in Italia: perciò l’Impero si fece cogliere dagli avvenimenti quasi completamente impreparato e comunque incapace di difendere validamente i suoi stati italiani. La Francia riuscì invece a superare l’ostacolo diplomatico ricorrendo a una soluzione ambigua: stipulò un trattato con Carlo Emanuele di Savoja (Torino, 26 settembre 1733) e poco dopo un altro, che segretamente lo contraddiceva in gran parte, con Filippo V (Escorial, 7 novembre). Altro rimedio non si poté trovare alle inaccettabili richieste di Elisabetta Farnese, che pretendeva, tra l’altro, il supremo comando dell’esercito per il Borbone. Tuttavia l’indiretto ed equivoco accordo tra i due principi sulla spartizione dei possedimenti imperiali d’Italia lasciò spazio ai maggiori sospetti e costituì una pessima base diplomatica per la guerra imminente. Il Re sardo, che alla fine di ottobre del 1733 era entrato nello Stato di Milano trovandolo praticamente indifeso, mostrò ben presto di voler realizzare le sue conquiste senza indebolire troppo l’esercito nemico, di cui temeva meno che di quello alleato. Tale comportamento apparve chiaro agli inizi di dicembre, quando, in occasione della resa di Pizzighettone, Carlo Emanuele di Savoja consentì alla guarnigione della piazzaforte di ritirarsi indisturbata a Mantova. Da parte sua la Spagna venne meno all’impegno di partecipare alla guerra nella pianura padana e, senza neppure preavvisare i suoi alleati, fece abbandonare le posizioni sul Po e fece subito marciare il suo esercito (sbarcato a Spezia e a Livorno e comandato dal duca di Montemar e dal Borbone) alla conquista di Napoli. La partenza del Borbone da Parma verso Firenze e poi verso il sud avvenne il 4 febbraio 1734 e fu subito seguita da un primo spoglio degli archivi e delle suppellettili dei Farnese, inviate per il momento a Genova. I Ducati furono abbandonati alla difesa di un’esigua guarnigione e all’insicura copertura dell’esercito franco-sardo. La marcia attraverso la Toscana e lo Stato pontificio avvenne senza altre difficoltà che le grandi diserzioni. L’esercito, al momento dell’ingresso nei confini del Regno, il 28 marzo, era forte di 4500 ottimi cavalieri di 12000 fanti, avendo perduto per via 6000 uomini. Il nemico aveva un’armata male attrezzata ma, dal punto di vista numerico, di poco inferiore: tale disparità divenne però decisiva poiché una parte delle truppe imperiali era ancora in viaggio da Trieste e il comando poté disporne troppo tardi, quando già era fallito il programma iniziale di difendersi ai confini, mentre 5000 fanti si avviavano a chiudersi nella piazzaforte di Capua e il resto dell’esercito si ritirava verso il sud. Ulteriore segno della superiorità spagnola fu la presenza nel golfo di Napoli di una grande flotta, che, disponendo di un’assoluta padronanza del mare, minacciava le coste e fece temere uno sbarco alle spalle della prima linea. La via per la capitale fu pertanto aperta quasi senza colpo ferire e il Borbone, dopo aver atteso in Aversa l’assedio e la rapida resa dei castelli napoletani, poté entrare il 10 maggio in Napoli, accolto da una popolazione esultante. Gli sviluppi delle operazioni militari consolidarono tale favorevole inizio. Gli Imperiali, demoralizzati e divisi, si ritirarono in Puglia e furono duramente battuti il 24 maggio a Bitonto. La Sicilia si trovò praticamente indifesa e fu facile conquista dell’esercito di Montemar. Il 3 luglio 1735 il Borbone fu incoronato nella Cattedrale di Palermo re di Napoli e di Sicilia. Un complesso di tensioni e di spinte determinò i caratteri della grande svolta storica rappresentata dall’avvento del Borbone sul trono. Le speranze di rivalsa nutrite sia dai nobili sia dagli ecclesiastici e la preoccupata attesa del ministero togato (che temeva una radicale riforma dell’apparato amministrativo e dei quadri della magistratura) nacquero e si mossero in un clima di generale fiducia nelle possibilità finanziarie del Borbone, che era accompagnato da una fama di grandezza e di ricchezza. L’eccezionale dispiegamento di mezzi bellici e la promessa (solennemente promulgata dal Borbone il 14 marzo 1734) di abolire tutti i pesi fiscali imposti dagli Austriaci confermarono quelle attese: appariva comunque certo che i due regni venivano ora a trovarsi sotto un governo nazionale, con un re e una corte residenti in loco e tali quindi da volere e consentire la difesa e lo sviluppo dei commerci, della navigazione, della produzione e della moneta locali, secondo i canoni della politica mercantilistica, accettati in quegli anni con assoluta fiducia. Dal punto di vista economico, le prime e troppo rosee speranze caddero presto. Già alla fine del 1734 il trasferimento dell’esercito e della Corte verso il sud, alla conquista della Sicilia, impose grandi spese per il rifacimento delle strade e dei ponti della Calabria: fu necessario integrare i fondi provenienti dalla Spagna con consistenti prelievi di denaro dalle banche napoletane e l’incauta promessa di condono fiscale fu annullata. Negli anni seguenti l’opera di ricostruzione del Regno comportò un forte impegno finanziario: fu posta in cantiere ex novo la flotta, che era andata completamente perduta e costituiva strumento d’importanza vitale per la lotta alla dilagante pirateria e per la protezione del commercio, e grandi opere pubbliche furono iniziate, rese indispensabili e urgenti dallo stato di totale abbandono in cui si trovavano la maggior parte dei beni della Corona e i pubblici servizi, dai regi palazzi di Napoli e di Palermo alle strutture portuali, dall’arsenale agli ospedali militari, dalla sede dell’Università degli Studi di Napoli alle fortificazioni di tutto il Regno. È da aggiungere che la politica di conciliazione tra i ceti e di magnanimità voluta dal Borbone impedì si realizzassero gli eccezionali proventi che l’erario avrebbe potuto conseguire dalla confisca dei beni, degli uffici e delle rendite dello Stato alienate a basso prezzo negli ultimi tempi dagli Austriaci. Le finanze spagnole, impegnate nella guerra che proseguiva nella pianura padana, non erano certamente disponibili per opere di pace, nonostante la generosa e del tutto nuova disposizione e sollecitudine della Corte di Madrid verso i due regni meridionali. Il clima di euforia per l’indipendenza ritrovata e l’iniziale sbandamento delle forze privilegiate impedirono si avvertisse subito il peso determinante, anche dal punto di vista politico, di questo fallimento. Contribuì al perdurare delle speranze il forte e prolungato rilancio dell’economia, dovuto sia alle grandi spese pubbliche, militari, civili e della Corte, sia all’interesse assai spiccato che il governo e lo stesso Borbone mostrarono per l’espansione del commercio con l’estero, per l’incremento delle manifatture locali in ogni campo, per la creazione e introduzione di nuove lavorazioni, mediante il richiamo, con vari allettamenti, di tecnici e artigiani da ogni parte d’Europa. Tale impulso fu dovuto specialmente al segretario di Stato José di Montealegre, marchese (e poi duca) di Salas e perciò si rinnovò e accrebbe quando, tra il 1738 e il 1739, egli assunse i pieni poteri del governo. Tuttavia la mancata riforma del sistema fiscale, nella misura in cui lasciò nelle mani di chi aveva interesse alla conservazione dello status quo la formidabile arma della gestione privata di gran parte del sistema amministrativo e finanziario dello Stato, riprodusse il rapporto di sostanziale dipendenza dell’autorità centrale dagli antichi centri di potere. Dipendenza che l’energica politica del primo decennio nascose e in parte attenuò, ma che riapparve evidente quando, tra il 1742 e il 1745, gravi avvenimenti internazionali e interni indebolirono il governo e nello stesso tempo gli imposero di chiedere al paese eccezionali e onerosissime contribuzioni. La felice stagione del riformismo carolino fu pertanto di breve durata. Pur costituendo un’occasione mancata rispetto alle speranze che l’avevano vista nascere, realizzò tuttavia risultati molto significativi e non tutti effimeri. I collaboratori del Borbone mostrarono subito di voler seguire metodi di governo diversi da quelli del viceregno, ossia diretti a imporre una gestione centralizzata e relativamente indifferente alle spinte e agli equilibri tradizionali. In primo luogo la nobiltà, che aveva richiesto a gran voce una generale epurazione del ministero togato, non l’ottenne: vari provvedimenti diretti a limitare gli abusi della giurisdizione feudale colpirono il baronaggio tra il 1738 e il 1744. D’altra parte, se i quadri dell’amministrazione furono ripristinati con moderate varianti, essa nel complesso perdette molte delle sue funzioni, dei suoi poteri e della sua autonomia rispetto agli organi di governo istituiti dal Borbone (le segreterie di Stato e di Giustizia, la soprintendenza di Azienda, il Consiglio di Stato), in grado ora di seguire direttamente e da vicino i pubblici affari. Più tardi, nel 1737, le segreterie furono portate da due a quattro (Esteri e Casa reale, Giustizia, Azienda, Ecclesiastico) e anche più chiaramente si delineò il tentativo di sottrarre il potere politico agli organi giurisdizionali. Vero è che la Regia Camera di Santa  Chiara, sostituendo l’abolito Collaterale, ne ereditò funzioni e prestigio, ma durante il primo decennio del regno del Borbone ai consiglieri furono tolte le molte delegazioni che avevano i reggenti e che non solo fornivano loro lauti proventi, ma costituivano un istituzionale, diretto collegamento tra potere economico, giurisdizionale e amministrativo. Quanto agli ecclesiastici, che si fondavano anche sull’atteggiamento personale inequivocabilmente pio del Borbone, la loro delusione fu ancora più dura. Il segretario di Giustizia Tanucci, dotato di una preparazione assai simile a quella dei giurisdizionalisti meridionali che avevano orientato la politica del viceregno asburgico, fece subito sentire di voler proseguire, in maniera anche più coraggiosa e conseguente, nella stessa direzione. I primi anni del regno del Borbone furono caratterizzati perciò da durissimi contrasti tra Stato e Chiesa, dovuti innanzi tutto a motivi di politica interna (questioni di immunità e di giurisdizione), complicati però da una vertenza internazionale che indeboliva le posizioni napoletane e offriva al partito romano un efficace strumento: il rifiuto del Papa di dare, con l’investitura, il riconoscimento ufficiale della nuova dinastia. Nella primavera del 1736 una serie di gravi abusi commessi a Roma dagli arruolatori napoletani e la violenta reazione popolare portarono la tensione tra i due stati a un punto di rottura. Ne seguirono l’espulsione del nunzio da Napoli e duri provvedimenti militari presi contro le popolazioni laziali dalle truppe spagnole di stanza nello Stato pontificio. I problemi internazionali tra i due stati furono risolti nell’inverno del 1738, quando si conclusero le trattative sull’investitura e il Papa dette alla promessa sposa del Borbone, Maria Amalia di Sassonia, figlia non ancora quattordicenne del re di Polonia Augusto III, la dispensa per il matrimonio. Ma il contrasto sugli aspetti politici e giurisdizionali rimase vivo e i tentativi di concordato, nonostante il forte impegno del governo del Borbone, non conseguirono alcun risultato fino alla morte di papa Clemente XII. Ebbero successo nel 1741, per effetto del nuovo clima creato dal pontificato di Benedetto XIV. A questa intensa e complessa attività di governo, non si può dire che il Borbone abbia dato un contributo decisivo durante il primo decennio. Fin dall’inizio del suo regno la vita politica della Corte fu infatti dominata dalla sorda contesa tra il conte di Santisteban, ajo e maggiordomo maggiore, e il segretario di Stato Montealegre, uomo intellettualmente molto dotato, intraprendente, ambizioso e spregiudicato. L’aspetto più interessante della vicenda personale del Borbone, quale re, in questo periodo è nei suoi tentativi, all’inizio appena percettibili poi via via meno timidi, di affermare la propria volontà di fronte ai suoi più diretti collaboratori. Essi, interpreti delle direttive del governo di Madrid, che li nominava e orientava attraverso la corrispondenza politica ufficiale, si avvalevano dell’autorità dei re di Spagna per tenere il Borbone in una posizione di sostanziale tutela. Ciò fu, all’inizio, conseguenza naturale della presenza presso di lui del suo ajo, ed ebbe l’effetto d’instaurare nella Corte napoletana un sistema di governo accentrato e personale, che si protrasse anche dopo il ritorno in Spagna (estate 1738) del conte di Santisteban. Montealegre si trovò, tuttavia, in una situazione assai meno favorevole del predecessore: da un lato, infatti, il Borbone, divenuto più maturo e cosciente della responsabilità di marito e di padre e appoggiato dalla Regina, si mostrò sempre più deciso a far prevalere la propria volontà, dall’altro, una forte opposizione interna, mossa specialmente dagli ecclesiastici e dai nobili, fu diretta in particolare contro il segretario di Stato, ritenuto responsabile delle riforme. Egli non poté contare, in definitiva, che sull’appoggio spagnolo. Alla morte di Carlo VI (20 ottobre 1740) i re di Spagna, già in guerra contro l’Inghilterra, videro la possibilità di partecipare alla spartizione dell’Impero riconquistando per Filippo, fratello minore del Borbone, lo Stato di Milano o almeno la Toscana, che il trattato di Vienna, seguito alla guerra di successione polacca, aveva assegnato a Francesco di Lorena, sposo di Maria Teresa d’Asburgo. In Spagna si sperava che Filippo, avendo sposato una figlia di Luigi XV, potesse contare su un attivo intervento francese: si sottovalutarono la vocazione pacifistica di Fleury e la sua influenza sul Re cristianissimo. Un appoggio pieno e generoso venne invece dal Borbone che, fedele alla sua linea di lealtà e di assoluta devozione verso i padres, si mostrò fin dall’inizio dispostissimo a partecipare a un conflitto, da cui non avrebbe potuto trarre alcun personale vantaggio e di cui fece subito le spese. La guerra e già prima l’esigenza di guadagnare la Francia alla causa spagnola e di mantenersi in pace con gli Inglesi, imposero al governo napoletano di sacrificare la sua politica di espansione del commercio internazionale. A partire dalla primavera del 1741 le spese militari travolsero ogni programma di sana gestione economica: i due regni meridionali si trovarono a dover nello stesso tempo sovvenzionare un loro esercito, posto in Abruzzo e nello Stato dei Presidi di Toscana, e fornire il vettovagliamento a un corpo di spedizione spagnolo, sbarcato a Orbetello nel dicembre di quell’anno e mancante di tutto il necessario per avviarsi alle conquiste indicate dalla Regina di Spagna. La flotta inglese, infatti, impedì ogni rifornimento via mare e sorvegliò minacciosamente i movimenti dell’infante Filippo, che aspettava (prima ad Antibes, poi in Provenza, poi nella Savoja), l’intervento francese per attraversare le Alpi verso il Piemonte. Il 1742 e il 1743 furono gli anni più difficili del regno napoletano del Borbone, così come furono uno dei periodi più tristi per la politica francese e, di riflesso, per quella spagnola. Le incertezze e l’inerzia dell’ormai decrepito cardinal Fleury davano coraggio ai nemici dei tre regni borbonici. Il più debole di essi corse il rischio di essere travolto da quegli errori: una flotta inglese venne il 18 agosto 1742 nel golfo di Napoli e impose al Borbone di ritirare le sue truppe dallo Stato pontificio e di mantenersi neutrale. Il concreto pericolo che il bombardamento della capitale, minacciato dagli Inglesi, preludesse a un sollevazione popolare, preparata dagli agenti austriaci, e la considerazione che l’esercito napoletano stava in effetti già ripiegando verso i confini convinsero il Borbone a cedere. Ma l’onta di esservi stato costretto fece nascere in lui un odio contro gli Inglesi che durò anche dopo il suo ritorno in Spagna. L’armata, decimata dalle diserzioni e ridotta in pietose condizioni dopo la sfortunata campagna, servì ben presto a difendere il Regno da un pericolo anche più serio: la peste, che, scoppiata a Messina nel marzo 1743 e diffusasi in Calabria, impose l’istituzione di un duplice cordone sanitario, rovinò quanto sopravviveva del commercio internazionale e assorbì le ultime risorse finanziarie del paese. Agli inizi del 1743, la morte del cardinale Fleury preluse a una schiarita dal punto di vista internazionale: il 25 ottobre, a Fontainebleau, i plenipotenziari di Filippo V e di Luigi XV sottoscrissero un Patto di famiglia che sanciva il tanto atteso intervento francese in Italia per aiutare l’infante Filippo a conquistarsi un regno. L’articolo 14 del trattato prevedeva la neutralità del Borbone. Ma egli il 25 marzo 1744 si pose alla testa del suo esercito, dispendiosamente e faticosamente ricostruito, e avanzò oltre i confini per unirsi al corpo di spedizione spagnolo, che ripiegava verso il Regno. Poiché si temeva una incursione inglese dal mare, la Regina fu inviata nella ben munita piazzaforte di Gaeta. In Velletri i Napoli-ispani del Borbone rimasero a lungo di fronte agli Austriaci, in attesa che i Gallo-ispani di Filippo risolvessero la campagna. Un tentativo di sorprendere e catturare il Borbone nella cittadina laziale determinò lo scontro decisivo (11 agosto 1744), che si concluse a favore dei borbonici, ma con gravi perdite di materiali e cavalli e perciò con un’altra dura scossa al più che dissestato bilancio del Regno. La battaglia di Velletri, la ritirata degli Austriaci verso il nord e i successi militari conseguiti in Italia dagli Spagnoli nel 1745 allontanarono per il momento il pericolo dai confini napoletani, delusero profondamente i sostenitori del partito asburgico e rafforzarono la nuova dinastia nel Meridione d’Italia. Ma i dissesti della guerra e della peste cancellarono o insabbiarono tutte le iniziative montealegrine, uno dei più intelligenti e organici tentativi di rinnovamento e di riforma che la storia del Regno abbia conosciuto, e in cui si espressero le migliori energie della cultura preilluministica meridionale e della generazione giannoniana: il catasto, la codificazione carolina, i nuovi limiti e i controlli sulla giurisdizione feudale, la riforma delle delegazioni, l’istituzione di una magistratura a rito rapido per il commercio specialmente con l’estero, gli accordi compiuti o in via di perfezionamento con le reggenze nordafricane per impedire la pirateria, tutto fu travolto dalla crisi. Suo ultimo segno fu, alla fine del 1746, l’espulsione degli ebrei, che sette anni prima, per incrementare il commercio erano stati invitati a venire nei due regni con molte private lusinghe e numerose pubbliche promesse, solennemente garantite dalla parola del Borbone. Dominavano a Napoli il partito dell’arcivescovo e della regina, e nella Corte i confessori e i bigotti. I loro poveri argomenti assurgevano a ragioni di Stato. Accusa decisiva contro gli ebrei e contro Montealegre fu il fatto che Maria Amalia non riusciva ad avere figli né sani né maschi: il 24 novembre 1745 nacque la quinta figlia femmina. La svolta decisiva del regno italiano del Borbone si verificò nella seconda metà del 1746. La battaglia di Piacenza (15 giugno) determinò la sconfitta dell’esercito gallo-ispano, che si ritirò in Provenza, lasciando il Regno di nuovo in pericolo. La morte di Filippo V, avvenuta improvvisamente il 9 luglio, estromise dagli affari di Stato Elisabetta Farnese e portò al trono di Spagna il debole, ipocondriaco Ferdinando VI, in quei mesi abbastanza sano ma che si sapeva essere malato come il padre e tanto pacifico quanto l’avo era stato amante della guerra. Cresceva a Madrid, tramite la regina Barbara di Braganza, figlia del Re del Portogallo, l’influenza inglese, mentre l’accordo franco-ispano vacillava. A Napoli Montealegre, i cui rapporti con il Borbone e specialmente con la Regina erano divenuti a partire dal 1741 sempre più tesi, fu deposto agli inizi di giugno del 1746, ma in base a una decisione presa circa un anno prima. Fu sostituito dal modestissimo Giovanni Fogliani d’Aragona, sostenuto dal partito della regina e amico dell’arcivescovo di Napoli, Giuseppe Spinelli. Nel frattempo il Borbone imparò a resistere alla volontà di Maria Amalia, che conservò un forte ascendente sul marito ma, nonostante l’apparenza remissiva di lui, non prevalse più nelle cose d’importanza. La seconda metà del regno del Borbone non ebbe lo stesso risalto della prima e lo stesso andamento ricco di colpi di scena: fu tempo di pace, dedicato a opere di pace. Dall’interno la monarchia, ormai consolidata, non temeva scosse, ma non sapeva darne, inserita com’era in un sistema che l’aveva assimilata, inglobata e, almeno in parte, dal punto di vista ideale, spenta. Il governo del Borbone dopo il 1746 appare una gestione d’ordinaria amministrazione e realizza una politica prammatica, del caso per caso, senza grandi idee o ispirata a idee tradizionali, di vecchio stampo: troppo poco per un paese che aveva recentemente dimostrato e dimostrava di saper esprimere, con la nascente cultura illuministica, istanze intellettuali molto vive. Una politica, quella del Borbone, tuttavia fedele agli ideali della giustizia, dell’onestà, della generosità, che mai prima di allora erano stati osservati a Napoli dai governi con altrettanto impegno e rigore. Vero è che il Borbone si trovò a dover affrontare, dopo il 1746, un compito estremamente difficile: ricostruire il Regno, mentre ormai era stato speso e dissipato l’intero patrimonio di speranze, di forze morali, che una generazione aveva posto a disposizione della monarchia e che una felice congiuntura aveva all’inizio esaltato. La storia dell’ultimo decennio del governo italiano del Borbone registrò perciò, all’interno, pochi episodi significativi dal punto di vista politico e culturale (la condanna dei liberi muratori, la creazione della giunta per le ricompre, lo scavo delle antichità di Ercolano e l’inizio delle grandi pubblicazioni a esse relative) e il proseguimento di un’intensa attività edilizia, diretta più alla costruzione di palazzi e siti reali (Capodimonte, Caserta) che a realizzazioni d’interesse generale (albergo dei poveri, strade, ampliamento dei porti, caserme). Ma, innanzi tutto, il governo sviluppò un’assidua, minuta attività legislativa volta a contenere i privilegi ecclesiastici e a disciplinare la vita giudiziaria (negli ultimi anni anche contro il baronaggio), pur senza tentare riforme di rilievo. I caratteri e i contenuti di quest’opera posero in luce, già durante la gestione di Fogliani, lo statista che possedeva una specifica competenza giuridica e una più antica esperienza della Corte napoletana: B. Tanucci. Dal trattato di Aquisgrana (18 ottobre 1748), che aveva stabilito i termini della pace e sancito la nuova situazione di equilibrio in Europa, il Borbone era uscito non solo senza nulla guadagnare, ma con una grave ipoteca sul suo diritto di trasmettere i due regni alla propria discendenza. Il settimo articolo stabiliva infatti che, qualora il Borbone fosse stato chiamato al trono di Spagna, al suo posto, su quello di Napoli e Sicilia, sarebbe subentrato il fratello Filippo, mentre i Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, ossia tutto quanto questi aveva guadagnato dalla guerra, sarebbero stati divisi tra l’Austria e la Sardegna. In tal modo la Francia, che proteggeva Filippo, avrebbe ottenuto per lui un regno di maggior prestigio, l’Austria e la Sardegna avrebbero esteso i loro possedimenti e confini e si sarebbe evitato che i legami tra le Sicilie e la Spagna, recentemente indeboliti, riacquistassero, in un futuro presumibilmente non lontano, l’antica solidità. Programma, dunque, su cui convergevano fortissimi interessi e che il governo spagnolo non seppe contrastare. Il Borbone venne a trovarsi in una situazione di grave isolamento sia in politica estera sia all’interno, dove il partito spagnolo, attenuatisi decisamente i rapporti con la madrepatria, si reggeva su di lui e su pochi altri, contro la francofilia imperante nella Corte. Ma le condizioni mentali di Ferdinando VI non fecero che peggiorare e le potenze europee, innanzi a tutte l’Inghilterra e l’Austria, coinvolte in nuove e complesse vicende belliche, compresero quanto fosse inopportuno procurarsi l’ostilità del Borbone, futuro re di Spagna, per conseguire modesti vantaggi. Si ebbe allora quel riavvicinamento tra i governi di Napoli e di Vienna che caratterizzò per molti decenni la politica italiana. In seguito alla perdita della moglie (27 agosto 1758) Ferdinando VI uscì definitivamente di senno e morì un anno dopo (10 agosto). Gli successe il Borbone, che fu solo allora e come re di Spagna, Carlo III, mentre non ebbe mai numero d’ordine come re di Napoli. Dei sei maschi che aveva avuto tra tredici figli, il primo, Filippo, fu dichiarato incapace a succedergli, il secondo divenne, dopo la sua morte, Carlo IV, al terzo, Ferdinando, di otto anni, il Borbone trasmise, il 6 ottobre 1759, poco prima d’imbarcarsi per la Spagna, il trono di Napoli e di Sicilia. In Spagna, di fronte ai nuovi compiti, il Borbone si confermò, nelle sue qualità e nei suoi limiti, l’uomo probo e severo che la realtà italiana, contraddittoria ma viva e stimolante, aveva formato. Metodico, insofferente dei cambiamenti e costante negli affetti, il Borbone, pur affermando subito e con nuova energia, anche nei confronti della madre, la sua volontà di decidere personalmente su tutto, conservò sostanzialmente immutate la struttura e la composizione del governo e della Corte, vi introdusse in alcuni punti chiave vecchi amici e collaboratori che egli poi difese contro l’ambiente locale, a essi ostile. Condusse con sé dall’Italia ed ebbe a lungo come consigliere personale il duca di Losada, José Fernández de Miranda, suo amico fin dall’infanzia, affidò l’amministrazione finanziaria al messinese Leopoldo de Gregorio, che aveva a Napoli creato dal nulla segretario d’Azienda e duca di Squillace, e nel febbraio del 1764 chiamò il genovese Girolamo Grimaldi, marchese di Grimaldi, a sostituire Riccardo Wall nella direzione della politica estera. Ma più del Borbone, fu Maria Amalia a mostrarsi anche troppo legata alla sua Corte napoletana e specialmente alla duchessa di Castropignano, che trovò il modo di far sentire anche a Madrid la sua negativa influenza sul governo e offrì seri motivi all’esterofobia degli Spagnoli. Perciò la morte della Regina, avvenuta appena un anno dopo la sua partenza da Napoli, rese più cupo, ma anche più coerente e produttivo, l’impegno morale e politico del Borbone. Impegno che si rivelò molto presto estremamente oneroso e travagliatissimo. Nei rapporti tra Stato e Chiesa il Borbone aveva imparato dall’ambiente culturale napoletano e dalla lunga collaborazione con Tanucci a distinguere nettamente le questioni di fede da quelle di giurisdizione e di diritto. Non fu certo un caso che il partito degli Italiani venisse a confluire con quello dei golillas, ossia dei robins, ministero e gente di toga: costoro, raccolti intorno al Consiglio di Castiglia, esprimevano l’ideologia regalistica, giurisdizionalistica, giansenisteggiante e antigesuitica, comune ai robins di tutta l’Europa. Squillace infatti obbligò subito gli ecclesiastici a pagare le imposte, ridusse il potere della loro giurisdizione, proibì la residenza in Madrid dei chierici che non potessero dimostrare di avere una precisa occupazione. Contemporaneamente dette un forte impulso alle opere pubbliche dirette a migliorare l’aspetto della capitale. Tali iniziative di spesa e il tratto d’indulgenza e di doviziosa e non sempre oculata generosità verso postulanti e creditori che caratterizzava il comportamento del Borbone richiesero di badare con particolare attenzione agli affari d’Azienda, punto dolente di tutte le gestioni statuali del tempo, e imposero alla popolazione imprevisti sacrifici. A ciò si aggiunse l’idea di Squillace di poter realizzare una regolamentazione e disciplina giuridica minuziosa delle operazioni economiche. L’insofferenza popolare per norme che venivano a sconvolgere antiche tradizioni e le voci sul malcostume degli Italiani (e specialmente delle Italiane) offrirono al partito avverso alle riforme solidi punti di appoggio per bloccare quella politica: si fece leva sul sentimento e sui costumi nazionali, feriti da un governo dominato da stranieri corrotti. La carestia, che colpì tra il 1764 e il 1766 tutta l’Europa, favorì l’insorgere di una sommossa che, scoppiata il 23 marzo 1766 a Madrid, si diffuse in gran parte della Spagna. Ma al nascere spontaneo di quella reazione non fu estraneo il denaro dei gesuiti. Essi avevano perduto, durante il regno di Ferdinando VI, con il tramonto di Elisabetta Farnese e con l’allontanamento del marchese de l’Ensenada dal governo, tutta la loro influenza politica sulla Corte e speravano riacquistarla con l’avvento del Borbone, che conoscevano piissimo. Il successo del partito degli italiani e dei golillas fece cadere ogni loro illusione e li costrinse a passi che favorirono, poco più tardi, la loro radicale rovina. La personalità del Borbone uscì lesa dal motîn d’Esquilache. Il Borbone prima cedette alla rivolta popolare promettendo di accoglierne le richieste, poi si allontanò nottetempo da Madrid per mettersi in salvo ad Aranjuez e fece pensare volesse usare la maniera forte, infine si adattò a compiere ciò che Elisabetta Farnese definì una vigliaccheria: ordinò l’allontanamento del suo fedele ministro e amico dal governo e dalla Spagna. In sostanza, tuttavia, con la nomina dell’energico conte di Aranda, Pedro Pablo de Abarca y Bolea, a presidente del Consiglio di Castiglia, la politica intrapresa dal marchese di Squillace fu mantenuta e proseguita. Si preparò inoltre (mediante l’opera del fiscale del Consiglio Pedro Ruíz Campomanes) il processo segreto contro i gesuiti, che portò, il 2 aprile del 1767, alla loro espulsione dalla Spagna e in seguito da Napoli e da Parma. L’umiliazione per l’esilio forzato di Squillace non fu né la prima né l’ultima che il Borbone ebbe a subire dopo il suo arrivo in Spagna. La politica estera gli riservò le più dolorose delusioni. Sul cadere del 1761, la Spagna, temendo di venirsi a trovare più tardi isolata contro l’Inghilterra, si lasciò coinvolgere nel conflitto, poi detto dei Sette anni. Il patto franco-ispano di famiglia impose l’invasione del Portogallo, che aveva rifiutato di chiudere i suoi porti agli Inglesi. Fu una campagna né decisiva né fortunata, e sul mare il nemico, disponendo di una forza almeno tripla rispetto a quella spagnola, vinse ancora una volta. La Spagna perdette alcune delle sue colonie d’oltre oceano e si salvò da una maggiore rovina con la pace di Parigi (10 febbraio 1763), che pose termine alla guerra. Sorte altrettanto infelice ebbe qualche anno più tardi e contro lo stesso nemico, la controversia per il possesso delle isola Falkland o, secondo gli Spagnoli, Malvine. Il patto di famiglia questa volta non agì e il Borbone, abbandonato dai suoi alleati, fu costretto di nuovo (1771) a cedere di fronte all’Inghilterra. Anche meno brillante fu la terza impresa bellica di quegli anni: la spedizione contro Algeri, il nido di pirati che già a Napoli il Borbone aveva imparato a considerare un’offesa non solo al commercio spagnolo e italiano, ma alla Cristianità. Il corpo di spedizione, sbarcato presso Algeri l’8 luglio 1775, fu ricacciato in mare e non poté far altro che reimbarcarsi e ritirarsi in Spagna. Solo dopo altri due analoghi fallimenti il Borbone riuscì, nel 1785, a imporre la pace all’agguerrita piazzaforte mediterranea. La rivolta antinglese dei coloni nordamericani e l’appoggio a essi subito fornito dalla Francia offrirono al Borbone l’occasione per una seconda guerra contro la grande potenza marittima. La Spagna, interessata a non indebolire i suoi possedimenti coloniali in America, si trovava, rispetto al suo alleato francese, in una posizione più difficile, perciò si limitò a offrire ai ribelli, fin dal 1775, generosi aiuti economici. Tuttavia, con l’ultimatum del 12 aprile 1779, anche gli Spagnoli passarono dai soccorsi segreti al conflitto armato. In Europa il Borbone non riuscì a conseguire, nonostante il forte e lungo impegno militare, l’obiettivo a cui principalmente aspirava: la conquista di Gibilterra. Ebbe invece esito felice, nell’estate del 1781, lo sbarco franco-ispano a Minorca. La sua personale, costante presenza negli affari di Stato, l’alto e indiscutibile rigore morale che caratterizzò la sua figura dettero al Borbone una fama che spesso i risultati della sua gestione politica sembrerebbero contraddire: certo è che egli contribuì a rinnovare e a rafforzare durevolmente il prestigio della monarchia nel suo paese, tanto quanto i Borbone di Francia contribuirono negli stessi decenni a screditarla. Perciò non a torto egli è passato alla storia come uno dei grandi sovrani di Spagna.
FONTI E BIBL.: Sugli avvenimenti internazionali che portarono il Borbone in Italia e sul trono delle Sicilie resta fondamentale A. Baudrillart, Philippe V et la cour de France, Paris, 1890-1903, a cui è da aggiungere specialmente G. Quazza, Il problema italiano e l’equilibrio europeo, 1720-1738, Torino, 1965, che esamina criticamente l’amplissima bibliografia. Sui primi anni della vita, conserva un certo interesse M. Danvila y Collado, Reinado de Carlos III, I, Madrid, 1892, che utilizza le lettere ai genitori. La testimonianza di B. Tanucci sull’attesa nella Corte toscana che Elisabetta partorisse un successore al trono granducale, è in una lettera dello statista a L. Viviani (29 agosto 1758), in E. Viviani della Robbia, B. Tanucci ed il suo più importante carteggio, II, Le lettere, Firenze, 1942, 57. Sul regno italiano del Borbone, testimonianze di contemporanei, spesso viziate da intenti encomiastici, possono considerarsi F. D’Onofri, Elogio estemporaneo per la gloriosa memoria di Carlos III, monarca delle Spagne e delle Indie, Napoli, 1790; F. Becattini, Storia del Regno di Carlos III di Borbone, Re Cattolico delle Spagne e delle Indie, Venezia, 1790; F. Nuñez, Vida de Carlos III, Madrid, 1898, opera scritta però poco dopo la precedente, che in parte plagia. Ipercritico e antiborbonico il contemporaneo S. Spiriti, De borbonico in regno Neapolitano principatu, s.l. né d., di cui, dispersa l’unica copia a stampa esistente e conosciuta da Schipa, resta il manoscritto della Società napoletana di storia patria, XXIV. B. 2. Tra le varie storie contemporanee, emerge, per l’acume e l’equilibrio delle diagnosi, l’inedito e mai prima utilizzato manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli, I.C. 16, ff. 221-317; utile invece solo per particolari aspetti l’inedita Istoria di Napoli, ms. XV. B. 32-33 della stessa Biblioteca. La storiografia del secolo XIX ha dato con P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, Capolago, 1834 (utilmente rivista e annotata da N. Cortese, Napoli, 1951) una ricostruzione poco originale, e con Danvila l’unica opera complessiva che abbia utilizzato (ma con scarso acume) per il periodo italiano (prima di Ajello) i documenti degli archivi spagnoli. Agli inizi del XX secolo l’interpretazione encomiastica, fino ad allora prevalente, è stata troppo duramente combattuta da M. Schipa, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, Napoli, 1904 (e poi Milano-Roma-Napoli, 1923), in un’opera che resta fondamentale per la mole di notizie fornite. L’interpretazione demolitrice schipiana, già criticata da B. Croce, a cui l’opera era stata dedicata (recensione in Pagine sparse, II, Napoli, 1953, 94-102), è stata in parte corretta sulla base di nuovi documenti, specialmente spagnoli, da R. Ajello, La vita politica napoletana sotto Carlos di Borbone, “La fondazione ed il tempo eroico” della dinastia, in Storia di Napoli, VII, Napoli, 1972, 459-717, 961-984, che dà un ampio esame della conquista militare e della situazione politico-sociale e culturale, specialmente durante la prima parte (1734-1746) del Regno meridionale del Borbone. Ma per una ricostruzione generale della vita politica italiana di quei decenni e dei successivi è fondamentale F. Venturi, Settecento riformatore, Da Muratori a Beccaria, Torino, 1969. Sulla vita religiosa, R. De Maio, Società e vita religiosa a Napoli nell’età moderna (1656-1799), Napoli, 1971. Sulla vita politica e sulla cultura napoletana durante il regno del Borbone e su alcune iniziative di riforma, R. Ajello, Arcana iuris, diritto e politica nel Settecento italiano, Napoli, 1976. L’indicazione dei contributi minori si questa fase potrà trarsi dalle bibliografie riportate dalle opere di Schipa e Ajello e dai Bollettino bibliografico per la Storia del Mezzogiorno d’Italia, pubblicati ogni dieci anni dalla società napoletana di storia patria. Sul regno del Borbone in Spagna, oltre a Danvila (voll. II-VI) e Nuñez, cfr. A. Ferrer del Rio, Historia del reinado de Carlos III en España, Madrid, 1856; M. Lafuente, Historia general de España, XIII-XIV, Barcelona, 1889; ma specialmente F. Rousseau, Règne de Charles III d’Espagne (1759-1788), Paris, 1907; A. Ballesteros y Beretta, Historia de España y su influencia en la historia universal, V, Barcelona, 1929 (che indica e discute criticamente la bibliografia su ciascun argomento); E. de Tapia Ozcariz, Carlos III y su epoca, Madrid, 1962; V. Rodriguez Casado, La politica y los politicos en el reinado de Carlos III, Madrid, 1962; J. Cepeda Adan, Sociedad y politica en la época de Carlos III, Madrid, 1967. Per l’approfondimento di singoli aspetti della vita e della politica del Borbone esiste un immenso materiale documentario negli archivi di Napoli (specialmente i fondi Casa reale antica, Esteri, Farnesiano), di Firenze, Venezia, Torino, del Vaticano, Parigi (Archives du Ministère des Affaires Etrangères), Londra (Public Record Office, per le notizie trasmesse dagli inviati diplomatici), Roma (Biblioteca Corsiniana, per il fondo B. Corsini) e negli archivi spagnoli di Simancas (Valladolid) e Historico nacional di Madrid; questo ultimo conserva in molti fasci i documenti relativi ai più importanti avvenimenti esterni della vita del Borbone e molte centinaia di lettere ai genitori, fonte insostituibile per la conoscenza della sua formazione e maturazione psicologica; tra le più recenti biografie del Borbone, si veda R. Ajello, in Dizionario biografico degli Italiani, XX, 1977, 239-251.

BORBONE SPAGNA ELISABETTA, vedi FARNESE ELISABETTA

BORBONE SPAGNA FELIPE
Madrid 15 marzo 1720-Alessandria 18 luglio 1765
Secondogenito di Filippo V, re di Spagna, e di Elisabetta Farnese, seconda moglie del sovrano. Ben conscia che la successione era faccenda stabilita da tempo, Elisabetta impiegò tutta la sua sagace caparbietà e l’influenza che aveva sul marito per trovare una sistemazione degna ai propri figli. Fu questa la principale preoccupazione e scopo di tutta la sua vita e il disegno cui sottomise scelte politiche e risorse finanziarie dell’intera nazione, non esitando talvolta a pregiudicare la pace e gli equilibri internazionale di tutta Europa. D’altra parte era chiaro che ogni sistemazione dei principi spagnoli avrebbe dovuto avere il consenso preventivo delle altre potenze europee, in primis della Francia, che a suo tempo aveva approvato il matrimonio dell’ultima discendente dei Farnese con il nipote di Luigi XIV, divenuto re di Spagna dopo una guerra di successione il cui esito aveva vieppiù unito le due Corone. Il trattato di Siviglia (9 novembre 1729), sottoscritto dai due rami dei Borbone a ribadire l’inevitabilità di una entente tra le case regnanti francese e spagnola, in realtà suggellò un momento diplomatico forte in cui la Spagna era riuscita ad accordarsi direttamente con l’Inghilterra e la Francia era stata costretta a fungere da garante. L’Imperatore fu coinvolto nella transazione poco dopo, a Vienna, nel 1731: a Carlo VI premeva soprattutto che le potenze europee accettassero la sua Prammatica sanzione e, a questo scopo, era disposto a notevoli concessioni. Una di esse consistette nell’accettare l’assegnazione al primogenito di Elisabetta Farnese, don Carlo, dei Ducati di Parma e Piacenza già promessigli a Siviglia e nell’acconsentire all’ingresso di 6000 soldati spagnoli nelle fortezze dei due paesi. Il 1731, dunque, segna il decollo politico e la collocazione nei Ducati della famiglia materna del primo figlio della Farnese e a nulla valse il breve ritardo dovuto alla successione tanto discussa di Antonio, ultimo duca di Parma, e all’attesa del preannunciato (tra l’incredulità generale) erede dalla duchessa Enrichetta. La surreale situazione diplomatica e la penosa posizione personale della protagonista si chiarì nell’autunno 1731 e già alla fine di quell’anno Carlo, figlio prediletto di Elisabetta, sbarcò a Livorno per prendere legittimo possesso delle terre assegnategli. Alle spalle e a suffragare le scelte politiche e gli schieramenti diplomatici europei, si erano andate nel frattempo perfezionando le alleanze matrimoniali, da sempre corollario di più ampie scelte strategiche e, a loro volta, premessa e garanzia degli schieramenti di appartenenza. Così quando a Carlo diciottenne fu proposta dalla diplomazia francese la prima delle figlie di Luigi XV, Luisa Elisabetta, allora di otto anni, la regina Elisabetta negò l’assenso perché dopo tutto non era verosimile que nous attendissions que Carlito ait quarante ans pour le marier (Stryenski, 1906, p. 7). L’impaziente Carlo fu dirottato su Maria Amalia di Sassonia, figlia di Augusto III di Polonia (1738), ma il progetto di scambio dinastico non fu accantonato. Nel 1738 Luigi XV acconsentì alle nozze incrociate della stessa primogenita Luisa Elisabetta con il Borbone e del suo unico maschio con l’infanta Maria Teresa. Gli sponsali, annunziati contemporaneamente il 22 febbraio 1739 a Versailles e a Madrid si completarono per il Borbone l’anno seguente tra l’agosto e l’ottobre, mentre per l’infanta, allora decenne, si dovette attendere il 1745. Gradevole d’aspetto, equilibrato, affabile quanto intellettualmente e caratterialmente anonimo, il Borbone si era sottoposto docilmente all’educazione prevista per i principi del suo rango, tentando di emulare in tutto il fratello maggiore, senz’altro dotato di più forte personalità. Figlio prediletto dal padre, fu, come lui, dominato dalla volontà caparbia e dalla esuberanza vitalistica della madre Elisabetta. In realtà, ormai, l’iniziativa della politica europea era passata alla Francia, da dove il cardinale A.H. de Fleury abilmente manovrata per attirare nella sua orbita la Spagna isolandola dall’impero e tenendo così a bada gli Inglesi. Il matrimonio del Borbone va letto in tale ottica, come il successivo avallo alle mire della regina Elisabetta tese alla ricerca di un’onorevole sistemazione per il secondogenito. Nonostante le premesse inevitabilmente politiche, comunque, la giovane coppia sembrava sufficientemente bene assortita, ma non ci fu la possibilità che di una breve convivenza. Il 28 ottobre 1740 l’imperatore Carlo VI improvvisamente morì e le cancellerie europee si prepararono a una guerra inevitabile per la tanto discussa successione d’Austria. Era l’occasione che Elisabetta Farnese attendeva per riuscire a collocare onorevolmente il Borbone. Ben presto però dalla Francia arrivarono segnali non equivoci: a dispetto della parentela e dei legami di alleanza, la Spagna avrebbe dovuto cavarsela da sola nella campagna italiana. Il Borbone avrebbe dovuto fare la sua parte e una sua separazione dalla giovane sposa appariva in prospettiva inevitabile. In realtà si procrastinò la partenza del Borbone per consentirgli di essere presente alla nascita della primogenita, Isabella, venuta alla luce il 31 dicembre 1741. Il 22 febbraio seguente egli lasciò Madrid e i genitori, che non rivide più. L’impresa italiana non cominciò per gli Spagnoli nella migliore delle maniere: il contingente militare che Filippo V aveva inviato a Orbetello rimase ben presto bloccato e inoperoso per lo stretto controllo esercitato sul Mediterraneo dalla potente flotta inglese guidata dall’ammiraglio T. Mathews. Da Barcellona, dove il Borbone aveva raggiunto il generale I. Glimes e l’esercito che costui stava raccogliendo, era impedita la via di mare. Non restò che optare per la soluzione terrestre procedendo attraverso la Francia meridionale, grazie alla compiacente neutralità di quest’ultima, e poi entrando nella ostile Savoia. Errori tattici e indecisione del generale Glimes portarono a una dura sconfitta, superata solo con la sostituzione del comando affidato al marchese J. de la Mina, all’epoca ambasciatore a Parigi, uomo dal carattere difficile ma deciso e ambizioso. I risultati si videro ben presto: riconquistate stabilmente le sei province savoiarde, il Borbone organizzò la sua Corte a Chambéry, consentendogli le campagne militari dell’epoca lunghe soste in cui potere organizzare i balli e le rappresentazioni teatrali di cui era appassionatissimo. Già a quest’epoca il Borbone poté servirsi dell’opera di un binomio di consiglieri di prim’ordine: Guglielmo Du Tillot, già vicino al Borbone dal 1730 con la carica di valet de chambre e destinato a divenire una delle figure più significative nell’Italia del Settecento, e il marchese Z. de la Enseñada, futuro primo ministro di Spagna. La guerra, intanto, languiva e a Madrid si era tutt’altro che tranquilli sull’esito finale e sulle possibilità del Borbone di conquistare il trono desiderato e destinatogli dalla volontà materna e dalla condiscendenza del Re di Francia. Fin dall’agosto 1742 Carlo, re di Napoli e di Sicilia, aveva dovuto togliere al fratello minore il proprio appoggio, costretto a ciò dalla flotta inglese presentatasi davanti a Napoli a minacciare ritorsioni. L’altro contingente spagnolo, guidato da J.L. de Montemar, era stato isolato attorno a Rimini e reso inattivo: il ricongiungimento nel Monferrato dei vari eserciti borbonici avvenne solo nel 1745. In realtà, nonostante l’Austria fosse fortemente impegnata sul fronte prussiano e non potesse certo fornire nuove truppe a Carlo Emanuele di Savoja, il compito del Borbone e dei suoi generali era tutt’altro che facile: gli Austro-piemontesi erano tra i migliori soldati d’Europa, con abili comandanti, mentre gli Spagnoli si muovevano più impacciati mostrando spesso incapacità nell’adeguarsi alla più moderna tecnica militare, costretti a vessazioni pesanti nei confronti dei civili per approvvigionare un esercito troppo lontano dalla madre patria e alle prese con l’eterno problema dei disertori. Diversità di vedute e impossibilità di intesa personale tra i comandanti spagnoli e francesi contribuirono a rendere contraddittoria l’azione complessiva. L’appoggio francese al Borbone, inoltre, cominciava ad assumere i connotati dell’ambiguità, e il cambio della guardia al ministero degli esteri di Parigi non fu certo un elemento a favore del Borbone. Il nuovo ministro, marchese R.-L. d’Argenson, era francamente contrario all’établissement del Borbone in Italia e, comunque, escludeva assolutamente la sua ascesa al trono ducale di Milano, obiettivo primario della Corte di Madrid. Argenson mirava in realtà a scambiare con Carlo Emanuele di Savoja il Milanese con la Savoja e, in tal senso, iniziò all’insaputa degli alleati contatti con la Corte di Torino dopo avere sostituito a capo del contingente francese a fianco del Borbone il principe L.-F. di Borbone-Conti con il maresciallo J.-B.-F. di Maillebois, professionista delle armi, a lui unito da legami di parentela e ansioso di assecondare in toto il suo ministro. Il piano non riuscì per la ferma volontà del Re di Sardegna di rimanere fedele al patto stipulato con Maria Teresa a Worms, ma l’ambiguità francese ebbe poi profondi riflessi sull’andamento delle fasi belliche e sull’atteggiamento contraddittorio della conduzione della campagna. Il Borbone fece il possibile, in questo sottile gioco che di gran lunga lo superava, per portarsi dignitosamente nel ruolo che altri avevano deciso per lui, non sottraendosi talvolta a rischi personali. Ma quanto il 1745, in complesso, era stato generoso con i Borbone, che tra l’altro avevano coronato il loro progetto di unione dinastica inviando l’infanta Maria Teresa come sposa dell’erede al trono francese, l’anno successivo tutto sembrò volgere al peggio: la giovane delfina morì prematuramente e soprattutto scomparve dalla scena Filippo V. Fu ovvia e prevedibile conseguenza il disimpegno del nuovo re Ferdinando VI nei confronti del Borbone, fratellastro mai amato, e l’isolamento subito imposto alla matrigna Elisabetta, con cui non era corso mai buon sangue: la regina vedova fu, infatti, esiliata definitivamente a Sant’Ildefonso il 23 luglio 1747. Inoltre, il nuovo ministro spagnolo J. Carvajal y Lancaster, scelto in ossequio ai sentimenti filoinglesi della nuova regina Maria Barbara di Braganza, non fece che peggiorare le già precarie condizioni del Borbone in Italia. I Franco-spagnoli furono sconfitti dagli Austriaci il 16 giugno presso Piacenza e costretti a ritirarsi vicino a Genova. Tra l’agosto e il settembre il Mina ordinò la ritirata in Provenza: il Borbone stesso si imbarcò per Nizza e di lì si attestò in Linguadoca: da questo momento assistette defilato nella sua piccola Corte di Chambéry o ad Antibes alla fase finale di una lotta che aveva inutilmente impiegato eserciti e risorse economiche ingentissime, ma il cui esito, indipendentemente dai risultati militari, fu comunque il frutto di accordi raggiunti altrove, di una spartizione dinastica fine a se stessa, che prescindeva quasi dalla logica e dall’andamento delle occupazioni o delle conquiste. Nel migliore dei casi esse ne potevano essere il corollario. Dai preliminari di Nizza nel luglio 1748 alla conclusione dei negoziati di Aquisgrana (18 ottobre dello stesso anno) uscì il nuovo assetto generale d’Europa. La Spagna era ansiosa di liberarsi di una guerra costosa e dal peso di un Borbone che non avrebbe mai potuto essere re, per essere libera di negoziare con l’Inghilterra il problema di Gibilterra e Minorca e le questioni commerciali con le colonie d’America. Il Borbone infine raggiunse il suo establecimiento: col trattato di Aix-en-Chapelle gli furono assegnate Parma, Piacenza e Guastalla come dagli accordi di tanti anni prima. Lasciò Chambéry solo il giorno di Natale 1748 per raggiungere la sua definitiva destinazione l’8 marzo 1749. Dal luglio precedente la moglie Luisa Elisabetta si era spostata da Madrid alla Corte paterna, preludio del suo ricongiungimento col Borbone. La sistemazione a Parma non fu per lei di piena soddisfazione: le sue ambizioni andavano ben oltre e non cesò di lottare per ottenere altre e migliori soluzioni. A Versailles l’Infanta, ormai nuova duchessa, fu raggiunta agli inizi del 1749 dal Du Tillot, che fino al 1747 era rimasto ininterrottamente accanto al Borbone e che si trovava alla Corte francese in qualità di suo agente ufficiale. Apparve chiaro agli occhi dei politici francesi e fors’anche a quelli del Re che il vero interlocutore era lei, Luisa Elisabetta. Inesperienza, certa debolezza di carattere, mancanza d’autorità, familiarità eccessiva verso i dipendenti, prodigalità pericolosa: i tratti comportamentali tipici del Borbone non erano un mistero per nessuno né a Madrid né a Parigi, dove Luigi XV, al di là delle espressioni di cortesia formale, non fece mai nulla neppure per conoscere personalmente il genero. Ma gli scopi della Duchessa, durante il soggiorno alla Corte paterna, prolungato al punto da suscitare pesanti dicerie, erano ben precisi: ottenere una pensione dalla Francia, una dalla Spagna e, infine, la promessa di un buon matrimonio per la figlia Isabella. Sempre più negli anni si andò riproponendo un chiaro parallelismo tra la situazione e la spartizione di ruoli che a suo tempo aveva caratterizzato il ménage coniugale e politico della regina Farnese e di Filippo V e quella di questa giovane coppia in cui il Borbone andava somigliando pericolosamente al padre, senza possederne il rigido senso del dovere e dello Stato. Meno cupo e più fatuo fu il Borbone. La sua incapacità politica essendo un dato acquisito per le diplomazie europee, inevitabilmente fu Luisa Elisabetta a sostituirsi a lui se non altro come garante, soprattutto agli occhi della diffidente Corte madrilena. E fin dal primo soggiorno francese l’Infanta si dimostrò dotata di indubbio acume nella scelta dei collaboratori, puntando tra l’altro proprio su quel Du Tillot che tanta parte ebbe più oltre nella riorganizzazione del Ducato padano. A Parma Luisa Elisabetta arrivò solo alla fine del 1749, ricongiungendosi dopo una settennale separazione al Borbone, che già stava giustificando con il suo comportamento la fondata preoccupazione degli ambasciatori di Francia e Spagna, inviati in loco più che per obbligo di rappresentanza allo scopo di controllare le prime mosse dei giovani duchi. La testimonianza del marchese d’Argenson, certo non sospetto di benevolenza nei confronti di Luisa Elisabetta, riconosce tuttavia in lei l’unica figlia di Luigi XV qui montre de l’ésprit, della sua situazione elle s’occupe beaucoup et en serieux, e quanto al Borbone icasticamente sentenzia: le Roi sait que l’Infant Don Philippe est un mauvais sujet et de nulle capacité (Stryenski, p. 309). Ciò che emerge dalla fitta trama dei dispacci e dalla corrispondenza della moglie con ambasciatori e Corte paterna è la necessità di tenere sotto stretta tutela un uomo, il Borbone, psicologicamente labile, preda di un entourage certo non disinteressato, tutto dedito a coltivare la sua indolenza nativa tra toilettes protratte per intere mattinate, passeggiate e musiche intervallate dalle cacce, grande passione ereditaria di tutti i Farnese. Naturale che une journée aussi bien remplie n’a point encore donné place à aucune apparence de conseils, ni de travail (Stryenski, p. 319). Certo devoto alla moglie come essa, così poco sentimentale, lo era alla propria ambizione e al gusto della politica, l’atteggiamento del Borbone tutto sommato non mutò radicalmente neppure dopo la nascita dell’erede al trono Ferdinando, il 20 gennaio 1751, e di Luisa Maria Teresa Anna, nata il 9 dicembre dello stesso anno. Nell’agosto 1752 Luisa Elisabetta riprese la via di Versailles. Vi si trattenne sino al settembre 1753, inaugurando quei lunghi periodi lontano dall’Italia che caratterizzarono il ménage col Borbone: in compenso, fu fittissima, durante le sue assenze, la corrispondenza col Borbone, affettuosa, colma di premure per i figli, soprattutto per gli ultimi due, Ferdinando e la piccola, prediletta Louison. Fu ai loro progetti matrimoniali che lavorò gran tempo a Parigi: e non è un caso se accanto alla Duchessa (per taluno troppo) sia stato a lungo in questi periodi l’abate F.-J. de Pierre de Bernis, talento emergente della diplomazia francese, futuro ministro e cardinale, il tessitore discreto del grande rovesciamento di alleanze operato in Europa a metà del secolo. In effetti a metà degli anni Cinquanta il riavvicinamento delle due corti di Vienna e Parigi pareva inevitabile e una conseguente politica matrimoniale poteva benissimo passare per Parma, ove le persone dei duchi erano tanto strettamente legate alla Corte francese. Fu così che Luisa Elisabetta riuscì, con l’appoggio del fidato Bernis, dal giugno 1757 ministro degli esteri, ad avere il formale placet del padre per il matrimonio della primogenita Isabella con l’arciduca Giuseppe. A perorare questa causa e a combattere la sua inesausta battaglia contro la Corte di Madrid ripartì nello stesso anno per Parigi. Tra il 1756 e il 1757 le prospettive per i duchi di Parma erano piene di promesse: Bernis era riuscito nel trattato di Versailles a inserire parecchie clausole favorevoli al Borbone. In particolare i contraenti s’impegnarono a rinegoziare la sua situazione e la successione al Regno di Napoli e Sicilia, e Maria Teresa, una volta impossessatasi della Slesia, avrebbe ceduto al Borbone i Paesi Bassi. Di pari passo stava diventando a poco a poco più presentabile l’immagine interna del Ducato ancorché il Borbone non avesse dato segno di mutare la propria indole e le propensioni alla fatuità. Ma godette, almeno, dei servigi del Du Tillot, fin dal 1749 intendente generale della casa e ben presto apparso unico uomo di vaglia alla Corte e in grado di tentare una seria riorganizzazione generale dello Stato. L’ascesa definitiva dell’onnipotente ministro (segretario di Stato dal 1758) segnò l’apice dell’influsso francese a Parma databile sino al 1770. Collaboratore capace e onesto, Du Tillot profuse le sue energie fedele ai sovrani, che lo ricambiarono. Il Borbone, cui difettava la serietà ma non la gratitudine, nel 1764 con un motu proprio gli fece ampia e totale donazione delle terre di Felino e San Michele di Tiorre, nominandolo marchese. Nulla cambiò anche con la morte di Ferdinando VI di Spagna (1759): Carlo, fratello del Borbone, salì al trono come Carlo III, a Napoli restò Ferdinando, il terzogenito di Carlo, mentre fu il suo secondo figlio a divenire principe delle Asturie e poi re Carlo IV, essendo il primogenito incapace a succedergli. A lui venne data in sposa nel 1765 Maria Luisa, ultimogenita del Borbone e Luisa Elisabetta, chiudendosi il cerchio dei matrimoni borbonici iniziati da Madrid con la regina Farnese. Al Borbone, dopo la morte della moglie, a soli trentadue anni, nello stesso anno 1759, non rimase che amministrare i frutti del patrimonio strategico accumulato in tanti anni di volitiva attività diplomatica di Luisa Elisabetta. Con accanto Du Tillot a controllare il governo del Ducato, le giornate divise tra l’amata caccia, la musica e il ricevimento dei viaggiatori di passaggio a Parma o a Colorno, nel 1760 il Borbone celebrò l’atteso matrimonio arciducale di Isabella, destinata a morire dopo soli tre anni, a Vienna, colpita dal terribile contagio, il vaiolo, che aveva condannato anche la madre. Frattanto, nel 1761, dopo la morte dell’ostile Maria Amalia di Spagna, il ministro E.-Fr. de Choiseul riuscì a fare sottoscrivere il patto di famiglia cui avevano così a lungo lavorato Bernis e la stessa Luisa Elisabetta: i rami regnanti dei Borbone d’Europa s’impegnarono alla mutua solidarietà offensiva e difensiva coinvolgendo, come sorta di appendici, i troni di Napoli e di Parma. Era la garanzia di una sicurezza duratura, anche se nessuno fece in tempo a ricavarne dei vantaggi: la diplomazia non poté prevedere la rivoluzione che solo trent’anni dopo avrebbe sconvolto equilibri e trame tessuti in secoli di storia. Quanto al Borbone, gli fu risparmiato il vedere il suo piccolo mondo sconvolto da avvenimenti incontrollabili. Il poco impegno di cui era capace fu rivolto ai due figli, soprattutto all’erede maschio Ferdinando. Quanto ai progetti matrimoniali per lui, il Borbone fece sondaggi presso Ercole Rinaldo d’Este, pensando alla sua unica figlia Maria Beatrice. Né la Spagna né l’Imperatrice approvarono e quest’ultima trovò modo di accasare nel 1768 proprio con Ferdinando una delle sue numerose figlie, quella Maria Amalia che tanto peso, e negativo, ebbe nella storia successiva del Ducato. Nel 1764, consigliato dal Du Tillot e in anticipo sui tempi, il Borbone fece inoculare contro il vaiolo il suo unico maschio. Fu lo stesso contagio, fatale a tutta la famiglia, a colpire lui nel 1765 mentre di ritorno da Genova, dove aveva accompagnato la figlia Maria Luisa in partenza per gli sponsali spagnoli, si era fermato ad Alessandria ospite dei sovrani sabaudi. Le sue spoglie furono trasportate, per esservi sepolte nella chiesa dei cappuccini, a Parma, la città che, a dispetto dello scarso peso specifico del Borbone, sotto di lui godé di un eccezionale periodo di prosperità.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte borbonica, serie I, bb. 2 e 3, serie VI, bb. 29, 30, 31, Casa e corte farnesiana, serie II, b. 41; Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, a cura di L. Firpo, VII, Torino, 1975, 741, X, 1979, 734; E. Bicchieri, Lettere familiari dell’imperatore Giuseppe II a don Felipe e don Ferdinando duchi di Parma, in Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi IV 1868, 105-124; C. Fano, I primi Borboni a Parma, Parma, 1890, 1-27; C. Stryenski, Le gendre de Louis XV don Philippe infant d’Espagne et duc de Parme, Paris, 1906; G.A. Zanon, Le lettere intime e politiche di Elisabetta Farnese e Filippo V al figlio don Felipe, Parma, 1910; O. Masnovo, La corte di don Felipe di Borbone nelle “Relazioni segrete” di due ministri di Maria Teresa, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XIV 1914, 165-205; M. Mora, Come e quando morì don Felipe di Borbone, in Parma per l’Arte I 1958, 13-19; U. Delsante, Don Felipe di Borbone e la guerra di successione austriaca, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXVI 1974, 371-412; U. Delsante, La nascita del Ducato borbonico nel quadro politico europeo, in Parma nell’Arte 2 1976, 59-62; U. Delsante, Don Felipe di Borbone nell’epistolario Carvajal -Huescar, in Parma nell’Arte 1 1977, 43-47; G. Tocci, Il Ducato di Parma e Piacenza, in Storia d’Italia (UTET), a cura di G. Galasso, XVIII, Torino, 1979, 113, 290 ss., 298; H. Bédarida, Parma e la Francia (1748-1789), a cura di A. Calzolari-A. Marchi, Parma, 1986, ad Indicem; U. Delsante, Alcune indiscrezioni sul duca di Parma don Felipe di Borbone, in Malacoda, 16 1988, 25-33; M. Romanello, in Diuzionario biografico degli Italiani, XLVII, 1997, 729-733.

BORBONE SPAGNA FILIPPO, vedi BORBONE SPAGNA FELIPE

BORBONE SPAGNA LUIGIA o LUISA MARIA TERESA, vedi BORBONE PARMA MARIA LUISA TERESA

BORBONE SPAGNA MARIA LUISA
Madrid 1782-Roma 13 marzo 1824
Terzogenita di Carlo. Sposò nel 1795 Lodovico di Borbone, primogenito del duca di Parma Ferdinando, che Napoleone Bonaparte (allora primo console) creò re d’Etruria in seguito alla pace di Lunéville (1801). Rimasta vedova nel 1803, la Borbone tenne la reggenza per il figlio Carlo Ludovico, ma Napoleone, che voleva rigidamente applicato il blocco continentale contro l’Inghilterra, nel 1807 abolì il regno d’Etruria, e la Toscana fu annessa all’Impero francese. Napoleone pensò di compensare la Borbone con la parte settentrionale del Portogallo costituito in regno di Lusitania, ma gli eventi della penisola iberica fecero tramontare quel disegno. Anzi, avvenuta la rottura con Napoleone (1809), la Borbone fu arrestata a Nizza e chiusa poi (1811) nel convento di San Sisto a Roma, donde la liberò Gioacchino Murat. Il Congresso di Vienna assegnò a Carlo Ludovico il territorio dell’antica repubblica di Lucca eretta a ducato, ma il governo fu lasciato alla Borbone, in attesa che la morte di Maria Luigia d’Austria, ex-imperatrice dei Francesi permettesse di rimettere lei e suo figlio Carlo Ludovico sul trono avito di Parma e Piacenza (patto di riversibilità). La Borbone morì prima di Maria Luigia d’Austria e il Ducato di Parma passò a Carlo Ludovico, e Lucca al Granducato di Toscana.
FONTI E BIBL.: P. Marmotton, Le royaume d’Étrurie, Parigi, 1896; G. Finzi, Il regno d’Etruria, Roma, 1911; Dizionario UTET, VIII, 1958, 329.

BORBONE SPAGNA MARIA LUISA TERESA, vedi BORBONE PARMA MARIA LUISA TERESA

BORBONI ANNA MARIA
Golese 4 settembre 1901-post 1941
Fu nota scrittrice di romanzi. Nel 1930 conseguì un premio della Letteraria col romanzo I nomadi. Pubblicò inoltre nel 1931 il romanzo Occhi nel buio e quindi Gli eterni vagabondi (Milano, Baldini e Castoldi, 1932).
FONTI E BIBL.: M. Gastaldi, Panorama della letteratura femminile contemporanea, Milano, 1936; Bandini, Poetesse, 1941, 106.

BORBONI PAOLA
Golese 1 gennaio 1900-Bodio Lomnago 9 aprile 1995
Figlia di Giuseppe, impresario lirico, e di Gemma Paris. Dopo aver recitato con A. De Sanctis (1916), con la Calò-Wnorowska (1918) e con Irma Gramatica (1920), fu primattrice di Armando Falconi (dal 1921 al 1929) in un repertorio per lo più leggero, che la vide interprete festeggiatissima e donna universalmente ammirata per giovinezza e bellezza (fece scalpore, nel 1925, una sua procace apparizione a seno nudo in Alga marina di C. Veneziani). Lasciato Falconi, formò compagnia con Ruggero Lupi e N. Pescatori, manifestando i primi segni di quell’evoluzione, nel senso di un’approfondita ricerca interpretativa e di un’insospettata inclinazione per i toni drammatici, che la portarono nel 1933-1934 a fianco di Ruggeri. Nel 1934-1935 fu capocomica (con P. Carnabuci) ed ebbe modo di farsi valere in una delle sue prime interpretazioni pirandelliane, Come prima, meglio di prima. Nell’estate 1935 formò compagnia con M. Giorda, col quale rimase anche nella stagione 1935-1936, contrassegnata da due successi: Tovarich di Deval e La Milionaria di Shaw (Di Epifania, scrisse Simoni, la Borboni ha rappresentato con lucente amenità sia la caparbia sicumera che la veemenza. La sua è stata un’interpretazione di un ricco ed eccellente stile comico). Dopo una parentesi cinematografica, fu, nell’estate 1937, primattrice del Carro di Tespi n. 2, diretto da Giorda. Nel 1937-1938 formò compagnia con Cimara (anche tournée in Sudamerica) e nel 1938-1939 con Betrone (anche tournée in Africa Orientale Italiana). Nel febbraio 1940, col dichiarato proposito di mettere da parte la somma necessaria per formare una compagnia pirandelliana, s’indusse a partecipare a una rivista di Galdieri, Mani in tasca naso al vento, dove sfoggiò il brio a lei consueto. Dopo un ritorno a fianco di Ruggeri (stagione 1940-1941) riuscì finalmente, nel 1942-1943, a dar vita alla Pirandelliana, con la quale conquistò pubblico e critica con due interpretazioni memorabili: Vestire gli ignudi e La Vita che ti diedi. Nell’autunno 1945, dopo la liberazione di Milano, formò con S. Randone una compagnia che rappresentò con particolare successo, per la regia di O. Costa, Vento notturno di Betti e Viaggio senza fine di O’Neill. Oltre che di due compagnie pirandelliane (nel 1946-1947 con L. Picasso, in occasione del decennale della morte dello scrittore, e nel 1947-1948) la Borboni fu in seguito primattrice della compagnia Città di Roma (autunno 1947: Così è se vi pare, Il Labirinto di S. Pugliese), della compagnia dei Teatranti (primavera 1952: Donne brutte di A. Saitta) e del Piccolo Teatro della Città di Bari (1954-1955). In seguito preferì, alle formazioni stabili, le partecipazioni occasionali. Tra gli spettacoli nei quali la Borboni figurò (all’infuori delle compagnie già menzionate) si possono citare: La Casa sull’acqua di Betti (Teatro dell’Università di Roma, gennaio 1940), Un Gradino più giù di S. Landi (Compagnia nazionale dei Gruppi Universitari Fascisti, primavera 1942), Come le foglie (Roma, Teatro Argentina, dicembre 1943), Il Suo cavallo, rivista (Roma, Teatro Valle, autunno 1944), La Guardia al Reno di L. Hellman (Roma, Teatro Quirino, marzo 1945), Il Teatro in fiamme di L. Chiarelli (Roma, Teatro Quirino, marzo 1945), Oreste di Alfieri (Roma, Teatro Quirino, inverno 1949), Pasqua di Strindberg (Milano, Teatro del Parco, primavera 1949), Le Allegre comari di Windsor (Nervi, estate 1949), Giulietta e Romeo (Verona, estate 1950), Le Corna di don Friolera di Valle Inclán (Napoli, estate 1951), Le Donne dell’uomo di G. Pistilli (Piccolo Teatro della Città di Roma, inverno 1954), La Morale della signora Dulska di G. Zapolska (Roma, Teatro Pirandello, primavera 1954), L’anima buona di Sezuan di B. Brecht per la regia di G. Strehler (1958), Tutto è bene quel che finisce bene di Shakespeare (1964) e Nozze di sangue di F. Garcia Lorca (1965) per la regia di B. Menegatti, La professione della signora Warren di G.B. Shaw (1969), Tartufo di Molière per la regia di G. Bosetti (1979), Antigone di J. Anouilh (1982-1983), Così è se vi pare di Pirandello per la regia di F. Zeffirelli (1984-1985), il personaggio di Re Lear nell’omonima tragedia di Shakespeare (1985), Yerma di F. Garcia Lorca (1986-1987), Il sogno manifico con C. Fracci (1987) e Il giocatore di Goldoni (1988). Dopo aver compiuto i novant’anni d’età, moltiplicò i suoi personaggi, lavorando ancora senza sosta. Interpretò Clitemnestra o del crimine tratto da Marguerite Yourcenar e Arsenico e vecchi merletti. Affrontò soprattutto testi nuovi e spesso difficili: Hystrio del poeta Mario Luzi e Savannah Bay del romanziere Marguerite Duras. Nel 1982 ricevette il premio Saint-Vincent e nel 1988 il premio Fiuggi. Donna e attrice tra le più personali, la Borboni, rispondendo alle sollecitazioni di un temperamento stravagante e tirannico, venne delineando la sua figura d’interprete attraverso un settantennale processo di maturazione e di ricerca. Insofferente d’ogni cliché, portata per natura all’accentuazione e alla sintesi, improntò la sua recitazione di attrice brillante a modernità di accenti, percorsi da limpide e coraggiose venature di grottesco. Al dramma si volse quasi per ribellione ai propri generosi istinti istrionici, ma solo in Pirandello trovò, per naturale e spontanea consonanza espressiva, l’autore in cui credere e per cui combattere. È difficile infatti non avvertire il nesso, curiosamente profondo, che legò la tecnica della Borboni, rivolta a un’originale, perpetua scoperta ritmica e basata su una dizione martellata, caustica, su una punteggiatura apparentemente alogica, ma discorsiva e mordente, della frase e del periodo, con la forma sintattica e la particolare struttura della battuta pirandelliana. Ma le caratteristiche distintive della Borboni recarono tutte l’impronta dell’estro. La voce, spesso scolorita e monotona, s’impennava in improvvisi sopracuti, così la mimica, sobria, si rompeva a un tratto in gesti colmi di vibrazione. In lei la ricerca della misura non escluse, paradossalmente, la sovrabbondanza e magari l’enfasi. Tali la pienezza e la cordialità dell’impegno, che da un rischio d’eccesso di presenza non andarono esenti neppure le sue interpretazioni più castigate. Nelle multiformi incarnazioni degli ultimi anni, caratteri shakespeariani, madri, figure di donne rassegnate o pugnaci, come nelle dizioni o rappresentazione di monologhi, la Borboni sembrò avere raggiunto un più sereno equilibrio espressivo, che ancora una volta, però, implicava il sottinteso di un’inquietudine e di una disponibilità ricca e ostinata. L’ininterrotta presenza sulle scene per oltre settant’anni la rese uno dei personaggi più significativi del teatro italiano del XX secolo. La sua lunga stagione artistica fu quanto mai varia per tendenze e vicende: affrontò ogni tipo di repertorio, da quello tragico a quello leggero, con interpretazioni a volte di tipo tradizionale, altre volte sperimentali e innovative, distinguendosi sempre per la vivacità del temperamento e per la grande capacità espressiva, tali da consentirle di passare con magistrale duttilità dai toni più sorvegliati all’enfasi più appassionata. Fu famosa soprattutto per i monologhi, non di rado da lei stessa rielaborati con gli autori dei testi. Marginale fu la sua attività cinematografica. Esordì sullo schermo (cinema muto) nel 1917, alla Milano Films, in Jacopo Ortis di Angelo Giordana e G. Sterni. Nel 1919 interpretò, per l’Audax di Torino, Il Furto del sentimento. Tornata al cinema dopo un’assenza di quasi vent’anni, dal 1936 apparve in numerosi film sonori, in parti spesso gustosamente caratterizzate: 1936, Lo Smemorato, 1937, Ho perduto mio marito, Vivere!, 1939, Ricchezza senza domani, 1941, Il Sogno di tutti, 1942, Giorno di nozze, 1943, La Vita torna, Il Viaggio del signor Perrichon, L’Avventura di Annabella, Non canto più (ed. 1946), 1944, Le Sorelle Materassi, La Locandiera, 1946, Le Modelle di via Margutta, 1950, È più facile che un cammello…, 1951, Cavalcata d’eroi, 1952, Roma ore 11, 1953, Lulù, Ai margini della metropoli, I Vitelloni, Gelosia, Roman Holiday (Vacanze romane), Gli Uomini che mascalzoni!, 1954, Rosso e nero, Il Caso Maurizius, Amori di mezzo secolo, Il baco dell’aurora, Siamo ricchi e poveri, Terza liceo, 1955, Casta diva, I cavalieri della regina, Mamma perdonami, Santarellina, 1956, Mi permette, babbo?, 1961, L’oro di Roma, 1965, I complessi (episodio I complessi della schiava nubiana), Ménage all’italiana, 1967, Arabella, La ragazzola, 1968, Colpo grosso alla napoletana. A settantadue anni sposò il pittore Bruno Vilar, che ne aveva quaranta di meno. Ma nel 1979 un incidente stradale la rese vedova, costringendola da allora a camminare con le grucce: da allora recitò seduta o appoggiandosi alle grucce, con le quali gesticolava pure animatamente.
FONTI E BIBL.: M. Praga, Cronache teatrali, Milano, 1920-1928; M. Ramperti, Paola Borboni, in Scenario n. 3 1940 ; E.F. Palmieri, Paola Borboni, in Scenario n. 6 1943; C. Pavolini, Pirandelliane, in Film 26 giugno 1943; G. Pacuvio, Paola Borboni, in Teatro-Scenario n. 4 1954; G. Rocca, Teatro del mio tempo, Osimo, 1935; A. Lanocita, Attrici e attori in pigiama, Milano, 1926; N. Leonelli, Attori, 1940, 160-162; Enciclopedia spettacolo, II, 1955, 816-817; Filmlexicon, I, 1958, 778; G. Rondolino, Dizionario Cinema Italiano, 1969, 49; R. Campari, Parma e il cinema, 1986, 134; Grandi di Parma, 1991, 30-31; S. Andreotti Ravaglioli, in Enciclopedia Italiana Treccani, Appendice V, 1992, 409-410; Gazzetta di Parma 10 aprile 1995, 1 e 6.

BORDIGNONE, vedi GARIMBERTI GIOVANNI FRANCESCO

BORDINI MASSIMINO
Sala Baganza 1924-Parma 22 dicembre 1995
Andò giovanissimo a Parma per concludere gli studi. Campione di pallavolo negli anni Cinquanta, il suo nome fu legato alla squadra Ferrovieri, allenata dal professor Del Chicca. Il Bordini indossò in più occasioni la maglia azzurra. Fu insegnante di applicazioni tecniche e, in sodalizio con Romeo Azzoni, insegnante per la specializzazione in ferrobattuto. Entrambi per qualche tempo operarono all’unisono per lavori di prestigio in banche e chiese di Parma. Delle loro opere, vanno ricordate: nella chiesa di Santa Maria del Rosario la balaustra e una croce in ferro battuto, in Ognissanti il fonte battesimale, nell’altare della cappella della Villetta le porte del tabernacolo. Ma la passione più intensa, che fino all’ultimo gli diede prestigio in campo internazionale, fu quella di esperto cinofilo. Come allevatore cinofilo, il Bordini va ricordato per i suoi cani Epagneul Breton Valparma, che allevò, in un sodalizio esemplare, con l’amico Franco Scuttari. I cani del Bordini furono rinomati come campioni dello sport venatorio e ottennero numerosi riconoscimenti nelle esposizioni internazionali.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 dicembre 1995, 15.

BORDONI FRANCESCO, vedi BORDONI GIOVANNI

BORDONI GIOVANNI
Cervara 25 aprile 1595-Parma 7 agosto 1671
Nacque da GianFrancesco e da Clemenza degli Attendoli. Vestì l’abito del terz’Ordine francescano il giorno 7 febbraio 1610 nella chiesa di Santa Maria in borgo Taschieri a Parma, per mano del padre Bonaventura Massa. Fu poi mandato a fare il noviziato a Collescipoli, in Umbria, dove l’anno successivo fece la professione solenne. Affinché procedesse nello studio della lingua latina e delle lettere, fu inviato a Reggio Emilia (dove ebbe maestro don Tommaso Lupo, cerimoniere della Cattedrale), poi, chiamato a Parma, vi studiò (1615-1616) filosofia all’Università con il padre gesuita Niccolò Zucchi. Per la teologia ebbe precettori i padri Serravalle e Ravizza (1618-1619). A Parma, negli stessi anni, scrisse il trattato De Scientia. Il Mancini afferma che il Bordoni studiò anche a Piacenza e a Roma. Nell’agosto del 1620 cominciò a scrivere in Parma il trattato De Formalitatibus e si sa inoltre che, sostenute pubblicamente le sue tesi, fu laureato in teologia e ascritto all’Almo Collegio Teologico di Parma il giorno 11 febbraio 1621. Subito dopo fu mandato a Faenza, dove scrisse nel medesimo anno due trattati di Casi di Coscienza. Si diede quindi allo studio delle leggi canoniche e scrisse diverse opere di vario argomento. Ottimo oratore, fu posto alla direzione dei giovani novizi e, probabilmente in quel tempo, arricchì di commenti e postille la Regola del suo istituto. Creato definitore generale nel Capitolo del 1632, andò a Milano l’anno seguente. Lì, il giorno 17 ottobre 1633, terminò il trattato De Formalitatibus. Nel frattempo fu portata a termine, per sua iniziativa, la costruzione del nuovo convento di Parma, detto di Santa Maria del Quartiere, e il Bordoni ne fu creato priore nell’anno 1638. Tanto crebbe la sua fama, che nel Capitolo di Piratello, l’8 gennaio 1641, fu eletto Provinciale. Il Bordoni dimorava ancora in Parma nel 1644, ciò che si deduce dal permesso per la stampa da lui dato, tanto in nome proprio che per commissione dell’inquisitore generale di Parma, a frate Santo Beretta, piacentino, per il suo panegirico Il Bottone aperto, impresso in Parma appunto nel 1644. Questa licenza fu data dal convento di Santa Maria del Quartiere di Parma il 2 aprile. Nel 1647 il Bordoni fu in Bologna, dove, per incombenza del provinciale suo successore, rivide per la stampa (15 maggio) un panegirico di frate Geremia Fuzzi intitolato Il Leone Eletto. In seguito fu chiamato a Roma quale procuratore generale (1651). Quando poi fu convocato il Capitolo generale ad Assisi il 31 maggio 1653, fu unanimemente eletto alla carica di ministro generale, carica che mantenne sei anni distinguendosi per il molto zelo e visitando le varie province (in particolare, fu più volte in Sicilia). Il 22 febbraio 1656 presiedette, quale generale, il Capitolo Provinciale del suo Ordine in Palermo (Ordinationes propositae et acceptatae in Capit. Provinciali). In Parma fu eletto consultore e poi qualificatore del Sant’Uffizio e dal vescovo Carlo Nembrini fu fatto esaminatore sinodale. Nel 1660 gli fu offerto un vescovado, che ricusò preferendo ritirarsi nel convento di Parma per continuare i suoi studi, terminare le opere intraprese e prepararne altre nuove. Così infatti fece, dividendo il proprio tempo tra lo studio indefesso e le orazioni. In particolare rivide e corresse tutte le sue maggiori opere, che l’editore lionese Huguetan volle ristampare in modo completo. Ormai irrimediabilmente infermo, fu visitato dal vescovo Carlo Nembrini e fu assistito fino al momento del trapasso dal padre Odoardo Mancini. Sette giorni dopo la sua morte furono celebrati pomposi funerali, nel corso dei quali il Bordoni fu lodato dal padre gesuita Francesco Maria Quattrofrati. Il nipote del Bordoni, padre Ermenegildo Bordoni, priore del convento francescano, fece stampare la descrizione della cerimonia funebre e fece erigere nella chiesa di Santa Maria del Quartiere un busto marmoreo dello scomparso, apponendovi la seguente iscrizione: Reverendissimo Patri Magistro Francisco Bordono Parmensi III Ord. S. Francisci ex-generali S. Rom. Univers. Inquisitionis Qualificatori Theologo Nec Non In Patria Consultori Examinatori Synodali etc. In Parmensi Conventu Commissario Generali Perpetuo Quod Ordinem Suum Per Duodecim Integra Lustra Prudentia Literis Religione Rexerit Auxerit Et Illustraverit Patres Tertii Ordinis Grati Et Memoris Animi Gratia Parenti Optimo Posuerunt Ferme Octuagenarius VII Id. Aug. MDCLXXI Ad Eam Immort alitatem Evolavit. Quam Adhuc Vivens In Editis XXXII Voluminibus Praegustaverat. Dopo la morte del Bordoni, fu intentata una causa per l’edizione delle sue opere da parte dell’editore lionese Huguetan. Alla fine, e solo dopo gli interventi di Odoardo Mancini, Pier Paolo Manzani ed Ermenegildo Bordoni, l’edizione fu portata a termine. Il Bordoni fu celebrato da Ranuccio Pico e da padre Luca Wadingo, dal quale ultimo è detto Vir doctus, varioque Scientiarum genere ornatus. Il papa Alessandro VII, rispondendo a un quesito del Bordoni relativo al buon regolamento dell’Ordine, gli scrisse: E non siete voi quel Bordoni, che tanto ha scritto in materie morali? Operate adunque in ciò che a noi chiedete come vi detta la vostra coscienza. Il Bordoni fu autore delle seguenti altre opere: Cronologium Fratrum et Sororum Tertii Ordinis S. Francisci tam Regularis quam Saecularis (Parma, Mario Vigna, 1658), Archivum bullarum, privilegiorum, instrumentorum et decretorum fratrum et sororum T.O.S.F. (Parma, Mario Vigna, 1658), Thesaurus S. Ecclesiae Parmensis (Parma, 1671).
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 177-182; Parma nell’Arte 2 1977, 14; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 99.

BORELLA ANGELO
Parma 1672
Falegname. Nell’anno 1672, assieme a Francesco Reggiani, realizzò un armadio nella chiesa parrocchiale di Parola.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 255.

BORELLA BERNARDO
Soragna 1659/1670
Falegname. Di lui si conoscono le seguenti opere: 1659 fatura di un tabernacolino; 1670 baldacchino sull’altare maggiore in San Giacomo a Soragna.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, 1975, 42; Il mobile a Parma, 1983, 255.

BORELLA GIOVANNI
Borgo Taro 20 giugno 1769-Piacenza 12 aprile 1834
Fu cappuccino laico questuante, molto amato e considerato dai secolari. Fece la vestizione a Guastalla il 27 novembre 1799 e la professione solenne il 27 novembre 1800.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 233.

BORELLI ANDREA
Parma 1703-Parma 1761
Liutaio generico. Fu attivo in Parma dal 1720 al 1746 imitando lo stile del Guadagnini. Fu liutaio di valore. I suoi violini dalla vernice bruna e bruno giallastra, di grande formato, sono molto apprezzati. Si conoscono anche buoni violoncelli.
FONTI E BIBL.: G. De Piccolellis, Liutai antichi e moderni, 1885, 20; H. Vercheval, Dizionario del violinista, 1924, 172; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BORELLI ANTONIO CESARE
Parma 1745c.-1800c.
Figlio di Andrea (che secondo il Valdrighi lavorò a Parma dal 1720 al 1746 circa), esercitò l’arte liutaria nella seconda metà del XVIII secolo. Si conosce un suo mandolino con la data del 1798.
FONTI E BIBL.: G. Antonioni, Dizionario dei costruttori, 1996, 19.

BORELLI DANTE
Beneceto 19 febbraio 1920-Caracas settembre 1997
Dopo avere frequentato il Liceo Romagnosi di Parma, si iscrisse alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Ateneo parmense, laureandosi con lode nel 1944. Nel 1946 si specializzò in dermatologia e, subito dopo, si trasferì in Venezuela. In quel paese iniziò, nel 1948, la sua brillante carriera medico-scientifica. Dopo avere svolto la professione di medico condotto nello Stato di Cojedes, il Borelli, sposato con Maria Luisa Coretti, pediatra di Boretto, nel 1953 iniziò a collaborare con l’Università centrale del Venezuela, quindi si specializzò in Uruguay in micologia medica. Nel 1954 divenne professore di micologia medica e direttore della cattedra dermosifilopatica e microbiologia della facoltà di medicina dell’Università centrale venezuelana. Nel 1981 divenne professore titolare, capo della sessione di micologia medica dell’istituto di medicina tropicale dello stesso Ateneo. Il Borelli coltivò lo studio della dermatologia e della micologia medica e, in questo campo specifico, lasciò più di trecento pubblicazioni: è forse il ricercatore che su scala mondiale scoprì, identificò e descrisse il maggior numero di micosi dannose per il genere umano.
FONTI E BIBL.: L. Sartorio, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1998, 8.

BORELLI GUGLIELMO
Parma 1 luglio 1784-Parma 31 marzo 1838
Figlio di Luigi e di Teresa Levacher. Ricco commerciante, fornito di buona educazione e cultura, fu carbonaro e cospiratore e si trovò coinvolto nella cospirazione di Parma e Guastalla del 1821. Nel 1824 fu condannato in contumacia (prima a morte e poi a dieci anni di carcere) dal Tribunale Supremo di Parma per aver fatto parte di società segrete. Nell’esilio in Svizzera, Francia (soprattutto a Parigi) e Spagna soccorse i compagni di sventura e strinse amicizia con famiglie di alto rango sociale e con insigni personaggi politici e della cultura. Tornò in patria nel 1836 e si diede all’agricoltura.
FONTI E BIBL.: E. Casa, I carbonari parmigiani e guastallesi cospiratori nel 1821 e la duchessa Maria Luigia imperiale, Parma, 1904, 329-330; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; Ercole, Uomini politici, 1941, 213; V. Varoli, in Malacoda 8 marzo 1999, 31-35.

BORETTI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1767/1794
Pur non essendo allievo della Reale Scuola di Ballo di Parma, nel luglio 1774 danzò in occasione dei festeggiamenti fatti in onore del granduca di Milano. Nel luglio 1794 scrisse che da ventisette anni era figurante supplemento ordinario e che vien’impiegato quando mancano i figuranti migliori (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonci, b. 4).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

BORGARELLI ANDREA
Parma 1264
Fu notaio in Parma nell’anno 1264.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 novembre 1996, 5.

BORGARELLI ANTONIO MARIA
Parma 1601/1607
Figlio di Cristoforo. Si laureò in legge il 27 novembre 1601. Fu eletto podestà di Cortemaggiore il 4 agosto 1603, poi uditore generale di Castro e Ronciglione il 1° ottobre 1607, carica nella quale rimase per lungo tempo. Ritornò a Parma con la speranza di ottenere più elevati incarichi ma morì subito dopo quando era ancora in giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1942, 64-65; Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice, 1, 1935, 400.

BORGARELLI GIACOMO
Parma 1190
Fu console della citta di Parma nell’anno 1190.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 novembre 1996, 5.

BORGARELLI GIROLAMO
Parma-Parma 5 giugno 1630
Figlio di Cristoforo. Si laureò in legge il 28 novembre 1603. Acquistò subito gran credito e reputazione come avvocato e fu poi eletto consigliere ducale. Fu coinvolto in uno scandalo mentre seguiva la causa relativa all’omicidio del cameriere ducale Minutolo, camerario e mastro delle entrate, e dovette ritirarsi dalla professione per qualche tempo. Ritornò però ben presto in auge: fu eletto uditore di Abruzzo il 23 aprile 1620 e visitatore delle dette terre e del Regno di Napoli il 28 agosto 1621. Nel 1630 fu sovrintendente in Parma all’ufficio di sanità durante la peste, morbo da cui fu anch’egli contagiato e che lo portò a morte.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 65-66; Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice, 1, 1935, 400.

BORGARELLI NICOLA
Parma 1680
Fu nominato procuratore fiscale del Ducato di Parma il 3 maggio 1680.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice, 1, 1935, 400.

BORGARELLI NICOLÒ, vedi BORGARELLI NICOLA

BORGHESE GIANGUIDO
Parma 18 dicembre 1902-post 1968
Ingegnere, attivo antifascista, nel 1930 fu arrestato e deferito al tribunale speciale, che nel 1931 lo assolse dopo un anno di carcere. Dopo l’8 settembre 1943 fu tra gli organizzatori della resistenza bolognese e rappresentante del Partito Socialista nel Comitato di Liberazione Nazionale. Commissario politico nel Comando unificato militare Emilia-Romagna, di cui era comandante Ilio Barontini, e capo di stato maggiore delle Brigate Matteotti (con lo pseudonimo di Rodi), fu il massimo dirigente dell’attività militare del Partito Socialista. Designato dal Comitato di Liberazione Nazionale prefetto di Bologna al momento della liberazione (1945), fu in seguito vicesindaco della città.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia dell’antifascismo e della resistenza, I, 1968, 336.

BORGHESI ANTONIO
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 34.

BORGHESI GIAN BATTISTA, vedi BORGHESI GIOVANNI BATTISTA

BORGHESI GIOVANNI
Borgo San Donnino 17 settembre 1821-Borgo San Donnino 14 aprile 1885
Si laureò in medicina all’Università di Parma ed esercitò poi onorevolmente la professione a Borgo San Donnino, ricoprendo contemporaneamente varie cariche pubbliche, tra cui quella di vice-presidente degli Ospizi Civili sino al 1884. Munifico benefattore, legò all’Asilo Infantile di Borgo San Donnino l’ingente somma di 40 mila lire e dotò il fabbricato dell’Ospedale civile dell’impianto di riscaldamento, sostenendone per intero la spesa. Su proposta del dottor Luigi Musini venne collocata alla sua memoria una lapide nell’atrio d’ingresso dello stesso Ospedale.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 82-83.

BORGHESI GIOVANNI BATTISTA
Parma 25 novembre 1790-Parma 11 dicembre 1846
Figlio di Luigi e di Maria Fereoli, modesti commercianti. Lo Scarabelli Zunti raccolse dati documentari conservati nelle sue Memorie di Belle Arti parmigiane (Parma, Museo d’Antichità, ms. 108, ad vocem) ed è in base a questa fonte e allo Janelli che va ricostruita la carriera del Borghesi. Ebbe la prima educazione artistica nella città natale alla scuola di Biagio Martini. Quindi, in qualità di decoratore, si diede ad affrescare case di privati cittadini fino a che, intorno al 1815, dipinse a Colorno, su una parete del palazzo ducale, un Omero che spiega l’Iliade (già distrutto ai tempi dello Scarabelli) e decorazioni sopra le porte e sulle volte di altre stanze, sotto la direzione di Pietro Smitt. Per la chiesa di Santa Margherita, sempre a Colorno, negli stessi anni dipinse la Madonna col Bambino e i santi Antonio da Padova, Andrea Avellino e Vincenzo Ferreri. Nel 1816 circa, per la chiesa di Santa Teresa a Parma (poi distrutta dai bombardamenti), oltre a restaurare i dipinti di S. Galeotti, dipinse due piccoli ovati con San Giovanni della Croce (forse quello nel Museo Stuard), una Madonna e la pala con Sacra Conversazione con San Giuseppe e Santa Teresa (poi nella chiesa dell’Immacolata Concezione, distrutta, e quindi nella nuova chiesa di Santo Spirito). L’anno seguente dipinse per l’annesso convento le Virtù teologali (ricordate nell’Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, III, Provincia di Parma, Roma, 1934, p. 58: forse la piccola Carità nel Museo Lombardi è da collegare a questo gruppo) e Putti con emblemi. Nel 1821 dipinse per la chiesa di Sant’Ulderico un Sant’Antonio Abate e nel 1822 ebbe molto successo la grande pala ovale con la Santissima Trinità nell’oratorio della Trinità dei Rossi (descritta in Gazzetta di Parma, 18 giugno 1822; il disegno preparatorio risulta nell’Inventario del 1934, conservato nella sala delle adunanze della Confraternita), tanto che valse al Borghesi un sussidio ducale con il quale partì per Roma nel 1823. A Roma restò due anni quasi sempre infermiccio (Scarabelli Zunti), ciò nonostante dipinse alcune scenografie per il Teatro Argentina (Alessandri, 1937) e copiò i classici, mandando in patria questi lavori. A Perugia e a Firenze, dove si fermò a lungo sulla via del ritorno, oltre a copiare ancora i classici, riprese il Galileo del Suttermans (Maria Luigia d’Austria lasciò poi questa copia a suo zio, l’arciduca palatino). Di nuovo a Parma nel 1828, gli venne riconosciuta una preminenza indiscussa sulla locale cultura pittorica: fu eletto professore di pittura a fresco e quindi, nel 1830, di pittura in generale all’Accademia di Belle Arti. Gli fu commissionata la decorazione della volta del nuovo Teatro Ducale, dove raffigurò a tempera i corifei dell’arte lirico-drammatica, completando tale dichiarata rievocazione classica con il Trionfo di Minerva, dipinto sul celebratissimo sipario (1829, il bozzetto è conservato nel Museo Lombardi). Fu incaricato (1833-1834) da Maria Luigia, oltre che di decorare alcune sale, di riportare in luce gli affreschi nel Palazzo Ducale che erano stati coperti alla fine del secolo precedente per ordine del bigotto duca Ferdinando di Borbone (furono distrutti nel corso della seconda guerra mondiale). Restaurò (1836) il Parmigianino a Fontanellato, dipinse (1839-1841) il grande ritratto di Maria Luigia (descritto da M. Leoni in Gazzetta di Parma, 3 febbraio 1841; per i bozzetti cfr. Allegri Tassoni, 1952, e Copertini, 1953, p. 38). L’Album de’ tentativi su Fogli linei d’invenzione del co. Stefano Sanvitale (1830) contiene tra l’altro una figura del Borghesi che potrebbe identificarsi con un ritratto a olio di Maria Luigia. Il Borghesi morì dopo lunga malattia mentale. Delle numerose opere lasciate a Parma dal Borghesi sono stati strappati e recuperati gli affreschi di una casa successivamente abbattuta. In Sant’Andrea è la Madonna col Bambino e vari angeli, terminata da G. Riccò nel 1842, nella Pinacoteca un Autoritratto, un mediocre Gruppo di putti (raffigurano L’Astrologia, Ganimede, Leda, La fuga delle Vestali e Ettore trascinato dal cocchio di Achille) e, nei depositi, una lunetta con Madonna, Gesù Bambino e San Giovannino. Sullo scalone del Palazzo del Vescovado è visibile l’affresco con Sant’Ilario seduto tra due puttini (il disegno preparatorio è nella Galleria Stuard). Lo Scarabelli Zunti ricorda ben quattro dipinti del Borghesi raffiguranti Santa Filomena, dei quali uno per San Rocco (per la stessa chiesa dipinse anche un San Luigi Gonzaga e la Madonna in trono, il cui disegno preparatorio è nella Galleria Stuard), gli altri per San Sepolcro, per San Marcellino (forse la Sant’Agnese nella sacrestia di San Tommaso, che proviene da questa chiesa) e per la parrocchiale della Villa di Noceto (per altre opere in collezioni private, v. Allegri Tassoni, 1952, e Copertini). Nello sviluppo artistico del Borghesi è riscontrabile l’interesse autentico per quei canoni di equilibrio e di armonia che egli vedeva realizzati nel primo Cinquecento. Ciò si accompagna a un amore devoto e appassionato per la pittura di Raffaello e del Correggio sui quali ebbe ripetutamente a esercitarsi. Le copie e gli studi condotti sulle opere di questi maestri testimoniano l’avvenuta adesione agli intendimenti artistici che da Parma l’accademico Paolo Toschi andava impartendo con persuasiva autorità. Tuttavia è opportuno rilevare subito che, nonostante tale esplicita partenza, la strada del neoclassicismo non fu mai da lui percorsa fino in fondo: su questa via il Borghesi venne a trovarsi piuttosto per spontanea propensione del gusto, cui fecero difetto talvolta il necessario rigore e una più avveduta coscienza stilistica.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 19 dicembre 1846, n. 101; E. Scarabelli Zunti, Giambattista Borghesi, in Il Vendemmiatore, 30 dicembre 1846, 484-486; In morte del prof. Battista Borghesi, Parma, 1847; P. Martini, Intorno al sipario dipinto da G. Borghesi per il Reale Teatro di Parma, Parma, 1869; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 73-76; U. Tarchiani, La mostra del ritratto italiano dalla fine del secolo XVI all’anno 1861 in Palazzo Vecchio a Firenze, in Rassegna d’Arte XI 1911, 89; A. Alessandri, Saggio aneddotico intorno al pittore Giambattista Borghesi, in Gazzetta di Parma 1 agosto 1921; A. Alessandri, La pittura teatrale di Giovanni Battista Borghesi e la fortuna del suo capolavoro, in Aurea Parma XXI 1937, 202-208; A. Alessandri, L’infarinatura letteraria di Giambattista Borghesi e l’invenzione del suo sipario, in Aurea Parma XXIV 1940, 205-208; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia (catalogo), Parma, 1952, ad Indicem; G. Monaco, Le lettere da Roma di F. Boudard a Pietro De Lama, in Archivio Storico per le Province Parmensi V 1953, 202, 226, 247, 253, 256, 263 s., 268; G. Copertini, Il bozzetto del ritratto di Maria Luigia del Borghesi, in Parma per l’Arte 1953, 38; G. Copertini, Dipinti del Borghesi ricuperati e altri perduti, in Parma per l’Arte , 1953, 39; G. Copertini, Postilla Borghesiana, in Parma per l’Arte, 1953, 93; G. Copertini, Un disegno di G. Borghesi, in Parma per l’Arte 1961, 208; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IV, 335; Enciclopedia Italiana, VII, 470 s.; A. Ottani, in Dizionario biografico degli Italiani, XII, 1970, 648-649; Giambattista Borghesi, in Copertini, Pittura parmense dell’Ottocente, 1971, 19-23.

BORGHESI LUIGI
Parma-XIX secolo
Violinista, non superò la prova per essere ammesso al Reale Concerto di Parma (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri bobonici, b. 6).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

BORGHETTI GALEAZZO
Montechiarugolo 1503/1517
Lavorò (dal 1503 al 1517) belle artiglierie per la rocca di Montachiarugolo.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 341.

BORGHI CARLO, vedi BORLENGHI PIETRO CARLO

BORGHI PIETRO
Parma prima metà del XVIII secolo
Sacerdote. Fabbricatore di fiori finti operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 30.

BORGHINI ALESSANDRO
Parma 14 gennaio 1830-Parma 9 settembre 1854
Figlio di Antonio e Teresa Rugali. Detto Cottin, macellaio, prese parte alla rivolta mazziniana del 1854. Nel settembre dello stesso anno fu giudicato con dieci compagni, tutti condannati a morte. Ma, graziati gli altri, egli solo fu poi giustiziato.
FONTI E BIBL.: G. Scaramella, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; F. Ercole, Martiri, 1939, 63.

BORGHINI ATTILIO
Parma 1853-Digione 21 gennaio 1871
Non ancora diciottenne, per amore della patria e della libertà andò volontario sui campi di Francia in difesa di quella repubblica. Morì combattendo da eroe, colpito dal fuoco prussiano, nella memorabile battaglia di Digione. Il Borghini fu ricordato sotto il Portico del Palazzo Municipale di Parma con una epigrafe.
FONTI E BIBL.: Il Presente 27 gennaio 1871 n. 27; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 213.

BORGOGNONI TEODORICO
Parma o Lucca 1205-Bologna 24 dicembre 1298
Figlio di Ugo. Ultimo di quattro fratelli, seguì nel 1214 il padre a Bologna. In giovane età (1226) entrò nell’Ordine dei domenicani, ma ben poco si conosce del primo periodo della sua vita monastica che egli dovette trascorrere a Bologna nel convento di San Domenico. In data non precisabile papa Innocenzo IV lo nominò proprio penitenziere e plenipotenziario e in seguito lo elevò alla dignità vescovile. Nel 1262 il Borgognoni fu infatti creato vescovo di Bitonto, ma sembra che non prendesse mai possesso della sua sede: in quel medesimo anno, lo si trova risiedere a Lucca, in una casa di sua proprietà, presso San Pietro Maggiore. Nel 1265 è di nuovo attestato a Lucca: qui papa Clemente IV gli indirizzò alcune lettere per esortarlo a far intervenire i Lucchesi nella guerra contro Manfredi. Nominato vescovo di Cervia nel 1270, il Borgognoni risiedette da allora quasi stabilmente a Bologna, ove possedette numerosi beni immobili. Nel 1290 papa Niccolò IV gli concesse alcuni diritti sulle saline di Cervia. Fece testamento il 17 ottobre 1298 e fu sepolto nel convento di San Domenico in Bologna. Esperto nell’arte della chirurgia, che apprese dal padre, il Borgognoni dovette esercitarla, se si deve dar fede ad alcune testimonianze di contemporanei che lo dicono industrium et gratiosum, maxime in arte cyrusie, unde pluries vocatus a magnis viris, clericis et secularibus, et magnis principibus, in diversis partibus mundi (B. Giordani, n. 1598, pp. 727 s.). La sua fama è comunque legata all’opera più importante da lui scritta, il trattato Cyrurgia seu filia principis: dedicato al confratello Andrea Abalate, vescovo di Valenza dal 1248 al 1276, fu composto dal Borgognoni mentre era penitenziere di Innocenzo IV e venne poi rielaborato e accresciuto intorno agli anni 1266-1267. Stampata a Venezia nel 1497, a Bergamo nel 1498, di nuovo a Venezia nel 1499, nel 1513, nel 1519 e nel 1546 (riedita poi in italiano dal Tabanelli, pp. 215-470), l’opera si compone di quattro libri: il primo tratta delle ferite in generale, il secondo di particolari lesioni, come fratture e lussazioni, il terzo di fistole, cancrene, ernie, scabbia, lebbra, il quarto della cefalea, paralisi, epilessia, gotta e disturbi della vista. Gli storici dell’ordine domenicano J. Quétif e J. Echard ne videro a Parigi una traduzione in lingua catalana (ms. esp. 212 della Biblioteca Nazionale di Parigi, cfr. A. Morel-Fatio, Catalogue des manuscrits espagnols de la Bibl. Nat., Paris, 1892, p. 33 n. 94) e attribuirono erroneamente l’opera a Teodorico Catalano. Non fu questo l’unico errore in cui incorsero coloro che si interessarono al Borgognoni: non mancò chi dubitò dell’originalità della Cyrurgia e chi negò che il Borgognoni fosse figlio di Ugo, sulla base del fatto che il padre nel trattato è sempre citato (e le citazioni ricorrono parecchie volte) con le espressioni di dominus Hugo, magister, o vir mirabilis. Sul fatto che il Borgognoni fosse figlio di Ugo due documenti, nei quali vi si fa esplicito riferimento, dissipano ogni dubbio (Sarti-Fattorini, p. 543). Inoltre, per quanto concerne specificatamente l’assenza dell’appellativo di padre, è stato osservato che i Borgognoni appartennero originariamente a una nobile famiglia di Monsummano in Val di Nievole: tutti i feudatari minori ritennero il titolo di dominus anche quando vennero obbligati dal Comune ad abbandonare le loro terre (L.A. Muratori, Rerum Italicorum Scriptores, XXIV, Mediolani, 1738, p. 641). Alcuni autori hanno rivolto al Borgognoni l’accusa di scarsa originalità. La maggior parte di essi, tuttavia, ha sottolineato l’importanza delle nuove terapie indicate nel suo trattato. Il Borgognoni, che riprese e teorizzò metodi già sperimentati dal padre, viene considerato il precursore della moderna anestesia: per la narcosi consiglia l’uso di una spugna immersa in una miscela di essenze ricavate da piante di oppio, papavero, ecc., tenuta poi in acqua calda per un’ora e infine apposta alle narici e alla bocca del paziente. Per il risveglio suggerisce l’applicazione di un’altra spugna imbevuta di aceto. Diversamente dai seguaci della scuola medica salernitana, che nella cura delle ferite usavano provocare il pus bonum et laudabile, il Borgognoni faceva lavaggi di vino caldo ed essiccava con stoppa imbevuta in esso le ferite, usando poi una semplice fasciatura. Ricusò l’uso di complicati apparecchi per la riduzione di fratture e lussazioni. Si interessò della cura di lesioni del cranio, conobbe il cancro della mammella, le fistole gengivali e l’embolia gassosa. Nella ferita delle vene indicò il punto di ebollizione del sangue. Interessanti sono, infine, i criteri indicati dal Borgognoni circa il vitto dei convalescenti: contrariamente alle idee allora predominanti, consiglia, in luogo di una dieta rigorosa, tutti i cibi rigeneratori di sangue, come la carne, mentre proibisce le bevande, tranne il vino. Il Borgognoni fu anche autore di un trattato di veterinaria in tre libri, intitolato Mulomedicina, che si conserva manoscritto nella Biblioteca Vaticana (ms. Reg. 1269 e Barb. 327 lat.), nella Biblioteca Nazionale di Torino (ms. 791, E.VI.4), nella Biblioteca Nazionale Universitaria di Pavia (ms. 72) e nella Nazionale di Parigi (Nouv. acquis. lat. 548 e, tradotto in lingua catalana, ms. esp. 212; 94 del catalogo di Morel-Fatio). È stato scoperto e pubblicato un riassunto in provenzale (A. Thomas, Traduction provençale abrégée de la Mulomedicina de Teodorico Borgognoni suivie de recettes pour le vin, in Romania XL 1911, pp. 353-370). Sue fonti principali furono il De animalibus di Alberto Magno, la Mulomedicina di Publio Vegezio e il De medicina equorum di Giordano Ruffo. Fu inoltre autore di due trattati: De cura accipitrum, pubblicato in catalano da N. Rigault (Rei accipitrariae scriptores, Paris, 1612, pp. 183-200) sulla base della traduzione catalana conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi (ms. esp. 212, ff. 109v-112) e De sublimatione arsenici, che si conserva inedito nella Biblioteca Riccardiana di Firenze (cfr. Tabanelli, p. 214).
FONTI E BIBL.: Les régistres de Clément IV, a cura di E. Jordan, Paris, 1893, n. 313, 82; Les régistres de Nicolas III, a cura di J. Gay, Paris, 1904, n. 489, 184; B. Giordani, Acta franciscana e tabulariis bononiensibus deprompta, in Analecta Franciscana IX 1927, n. 218, 83, n. 1441, 680, nn. 1443 s., 681 s., n. 1486, 694 s., n. 1504, 700 s., nn. 1598-1600, 727-741; Tabula Alberti Magni, in Archivum Fratrum Praedicatorum I 1932, n. 55, 260; Acta capitolorum provincialium provinciae romanae (1243-1344), a cura di Th. Kaeppeli, in Monumenta ordinis fratrum praedicatorum historica, XX, Romae, 1941, 114, 135; Stephanus de Salaniaco et Bernardus Guidonis, De quatuor in quibus Deus praedicatorum ordinem insignivit, a cura di Th. Kaeppeli, in Monumenta ordinis fratrum praedicatorum historica, XXII, 1949, 82, n. 2; J. Quétif-J. Echard, Scriptores ordinis praedicatorum, I, Paris, 1719, 354 s.; A. Portal, Histoire de l’anatomie et de la chirurgie, Paris, 1770, I, 180-184; M. Sarti-M. Fattorini, De claris archigymnasii bononiensis professoribus, I, Bologna, 1888, 537-544; M. Del Gaizo, Il magistero chirurgico del Borgognoni, Napoli, 1894; E. Perrenon, Die Chirurgie des Hugo von Lucca nach den Mitteilungen bei Theodorich (13 Jahrh.), Berlin, 1899; M. Neuburger, Geschichte der Medizin, II, Stuttgart, 1911, 378-380; I. Taurisano, I Domenicani in Lucca, Lucca, 1914, IV, 24, 26; A. Vedrani, Frate Teodorico Borgognoni da Lucca, in Memorie Domenicane XXXIX 1922, 205-219; A. Vedrani, Di fra Teodorico Borgognoni da Lucca, in Memorie Domenicane XLIV 1927, 403-411; A. Vedrani, Ugo e Teodorico Borgognoni da Lucca, in Atti della R. Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti, n.s., I 1931, 81-95; G. Zaccagnini, Le scuole e la libreria del convento di San Domenico in Bologna dalle origini al secolo XVI, in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, s. 4, XVII 1927, 304 s.; L. Karl, Beiträge zur Geschichte der Chirurgie im Mittelalter, in Archivum Romanicum XII 1928, 482-500; D. Giordano, Sulla pietà e sulla chirurgia di frate Teodorico, in Rivista di Storia delle Scienze Mediche e Naturali XXI 1930, 2-22; D. Giordano, Ancora sulla identità di Teodorico (o Tederico) autore della chirurgia Filia principis con Teodorico figlio di Ugone vescovo di Cervia e prima di Bitonto, in Rivista di Storia delle Scienze Mediche e Naturali XXI 1930, 133-137; C. Albasini, Medici frati e frati medici, in Bollettino dell’Istituto Storico Italiano dell’Arte Sanitaria XI 1931, 15-17; L. Münster, Un precursore della medicina moderna: fra T. (Tederico) Borgognoni O.P., in Bollettino dell’Istituto Storico Italiano dell’Arte Sanitaria XII 1932, 261-268, 301-309; L. Münster, Fr. Teoderico Borgognoni O.P., in Memorie Domenicane L 1933, 181-186, 260-264; E. Dolz-G. Klütz-W. Heinemeyer, Die Pferdeheilkunde des Bischofs Theodorich von Cervia, Berlin, 1937, 36; A. Pazzini, Chirurghi militari, Roma, 1942, 18; A. Pazzini, Bibliografia di storia della chirurgia, Roma, 1948, 50; R. Creytens, Le manuel de conversation de Philippe de Ferrare O.P., in Archivum Fratrum Praedicatorum XVI 1946, 109; G. Forni, L’insegnamento della chirurgia nello studio di Bologna, Bologna, 1948, 16-19; E. Coturri, Nota alla “Chirurgia” di Teodorico da Lucca, in Atti del III Convegno della Marca per la storia della medicina (Fermo, 24-26 aprile 1959), Fermo, 1960, 167-175; R. Creytens, Les écrivains dominicains dans la chronique d’Albert de Castello, in Archivum Fratrum Praedicatorum XXX 1960, 275 n. 119; U. Ceccarelli, La tradizione medico-chirurgica lucchese, Pisa, 1961, 9-16; L. Thorndike-P. Kibre, A catalogue of incipits of Mediaeval scientific writings in Latin, London, 1963, 197, 311, 350, 470, 606, 728, 800, 884, 1567, 1579, 1682, 1712; M. Tabanelli, La chirurgia italiana nell’alto Medio Evo, Firenze, 1965, 198-495; A. Alecci, in Dizionario biografico degli Italiani, XII, 1970, 772-773; A. Vedrani, Ugo Borgognoni e Teodorico Borgognoni, in Scienziati italiani, Roma, 1921; L. Karl, Theodoric de l’Ordre des Prêcheurs et sa chirurgie, in Bulletin de la Société Française d’Hist. de la Méd., 1929, III; A. Pazzini, in Enciclopedia Cattolica, II, 1949, 1923-1924; E. Campbell, J. Colton, The surgery of Theodoric, I-II, New York, 1955-1960; M. Tabanelli, La chirurgia italiana nell’alto Medioevo, I, Firenze, 1955; Scienziati e tecnologi, 1976, III, 187-188.

BORIANI LAZZARO
Borgo Taro 1823/1831
Dottore, nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Il suo nome non figura negli elenchi di coloro che furono inquisiti per la rivolta del 1831.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 148.

BORLENGHI ANDREA
Parma 1831
Dopo i moti del 1831, fu inquisito dalla polizia perché disarmatore delle truppa e capo fazioso del 13 febbraio.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 143.

BORLENGHI MARIO
Colorno 20 luglio 1899-Parma 21 giugno 1950
Frequentò dal 1914 al 1922 l’Istituto di Belle Arti di Parma (pittura e ornato), divenendo professore di disegno. Abile specialmente nell’ornato e nella xilografia, si dedicò all’insegnamento e alle ricerche tecniche. Fu inoltre acquafortista e disegnatore caricaturista. Lasciò alcune xilografie d’ambiente colornese e sui castelli della provincia di Parma, che tuttavia non rappresentano il meglio della sua attività. Le sue caricature, impensabili e ardite, costituiscono invece, per la loro spietata indagine fisico-psicologica, forse la parte più viva della sua complessa operosità. Dopo avere servito con valore la patria come ufficiale dei granatieri (la sua carriera artistica fu interrotta da frequenti richiami bellici), compose opere storico-artistiche rimaste quasi tutte inedite: Alfabeti attraverso i secoli (con 100 tavole e 144 tipi di alfabeti), Monogrammi e poligrammi antichi e moderni (con una raccolta di 1000 esempi dei vari secoli per disegnatori, incisori, calligrafi e ricamatori), Storia aneddotica della Réclame, Dizionario degli Artisti Parmensi, Cenni storici illustrativi sulla Certosa di Parma, L’architettura gotica a Parma, L’oratorio di Sant’Ilario, La Chiesa di Santa Maria del Quartiere in Parma (Vita Nuova, marzo 1949), L’oratorio della Madonna della Concezione (Vita Nuova, aprile 1949).
FONTI E BIBL.: G. Lombardi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1949/1950, 54; Parma per l’Arte 1 1951, 28; E. Padovano, Dizionario artisti contemporanei, Milano, 1951, 43; L. Servolini, Dizionario incisori, 1955, 110; Arte incisione a Parma, 1969, 63.

BORLENGHI PIETRO CARLO
Busseto 23 dicembre 1887-Busseto 23 giugno 1973
Emigrato da bambino con la famiglia in Francia, si avvicinò alla musica facendo la comparsa al Teatro dell’Opera di Nizza. Studiò al Conservatorio di Lione. Volontario garibaldino nelle Argonne durante la prima guerra mondiale, fu decorato al valore. Svolse tutta la sua attività come cantante lirico prima e maestro di canto, regista e impresario poi, in Francia, Svizzera, Belgio e Germania. Durante la lunga carriera durata una trentina di anni, fu a contatto con celebrità dell’arte e della politica: Massenet, Debussy, D’Annunzio, Caruso, Luisa Tetrazzini, Titta Ruffo, Scialiapin, Pietro Nenni, esule a Parigi, Briand, premio nobel per la pace. Fu nella tournée di Honegger in quarantasei teatri di tutta Europa con l’opera Jeanne d’Arc au bûcher (1938). Fu anche autore di pubblicazioni sulla tecnica vocale (con lo pseudonimo Carlo Borghi). Negli anni Sessanta tornò a vivere nella città natale dove fu socio fondatore dell’Associazione Amici di Verdi. Nel 1971 fu insignito dal comune di Busseto di una medaglia d’oro per meriti artistici. Fu autore di pubblicazioni sulla tecnica vocale, tra le quali La professione del canto (Bellinzona, Grassi) e Il fiato, corso di ginnastica respiratoria (Busseto).
FONTI E BIBL.: Biblioteca 70 II 1971; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 4 aprile 1982, 3.

BORMETTI BORTOLO
Ponte di Legno 1917-Zibello 20 marzo 1999
Militare di carriera, si arruolò diciottenne nel 5° Reggimento Alpini, partecipando, negli anni immediatamente successivi, alle campagne di guerra in Spagna, Grecia e Russia, meritandosi una medaglia di bronzo e una croce al valor militare, nonché tre croci al merito di guerra. Trascorse due anni particolarmente tormentati nel campo di concentramento di Mauthausen, dal quale riuscì a fuggire durante un bombardamento nel 1944. Accademico del Club Alpino Italiano, dopo la guerra prestò servizio prima come istruttore e guida alpina della Scuola Militare Alpina di Aosta, da dove venne inviato in Spagna per l’istituzione della Scuola Militare di sci e alpinismo locale, e poi in diversi reparti degli alpini, terminando, col grado di Maresciallo maggiore aiutante, la sua lunga e gloriosa carriera a Cremona nel 1972. La montagna fu la sua grande passione: provetto sciatore (in giovane età vinse numerose gare con i colori dell’Esercito Italiano) ed esperto di alpinismo (scalò quarantotto volte il Monte Bianco e cinquantadue il Cervino), nel 1954 salvò la vita, durante una scalata sulle Grandes Jorasses, a due sottufficiali. Nei cinquant’anni di residenza a Zibello, fece parte della sezione dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci e fu a lungo presidente dell’Associazione cacciatori.
FONTI E BIBL.: P. Panni, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1997, 27.

BORMIOLI LUIGI
Parma 1919-1994
Fondò nel 1945 la società omonima che poi guidò per circa cinquant’anni. Sperimentò e applicò tecnologie innovative organizzando in modo economico le risorse per produrre vetro con requisiti di massima qualità. Con intuizioni illuminate precorse i tempi adottando analisi e soluzioni imprenditoriali originali e globali a problematiche come la qualità dei processi, l’ecologia e l’ambiente di lavoro. La sua azienda occupò oltre mille persone, con una produzione per alta profumeria tra le più apprezzate nel mondo.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 391.

BORMIOLI MARIO
Borgo San Donnino 1881/1906
Fu sindaco di Borgo San Donnino nell’anno 1906.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

BORMIOLI PETRONILLA
1798-Parma 1857
Moglie di Luigi Bormioli. Dopo la morte del marito (1832), la fabbrica dei vetri rimase chiusa per quasi due anni, finché la Bormioli riaccese coraggiosamente i forni. Per finanziare la riapertura dell’attività, incaricò il cugino Giuseppe, abitante ancora ad Altare, di riscuotere i crediti esistenti in paese e di vendere una casa acquistata anni prima dal marito. Con questa manovra la Bormioli tagliò gli ultimi lacci che ancora legavano la famiglia ad Altare e si stabiliì definitivamente nel Ducato di Parma e Piacenza. Per riattivare i forni ebbe bisogno di altro denaro: chiese e ottenne un prestito di 713 lire nuove di Parma. Ciò si giustificò con la volontà di non intaccare il notevole patrimonio immobiliare accumulato da Luigi Bormioli a Borgo San Donnino. Inoltre la Bormioli confidò nel fatto che il debito si sarebbe pagato senza sforzo, vista l’elevata redditività della vetreria. I fatti le dettero ragione: nell’esercizio 1835-1836 l’utile netto fu di 898 lire nuove, nel successivo salì a 2617 e ancora a 3329 nella stagione 1839-1840. Rimasta vedova con sette figli a carico e un’industria da condurre, la Bormioli non si scoraggiò, prese saldamente le redini dell’azienda e la condusse per ventidue anni, portandola ad ammirevoli successi economici. Mentre sovrintendeva all’educazione dei figli e alla gestione della vetreria, trovò il tempo e l’energia di vendere e comprare immobili, sempre potenziando il patrimonio della famiglia. Negli anni tra il 1841 e il 1843 impiantò, annessa alle fornaci dei vetri, una fabbrica di stoviglie. Con intelligenza estromise le figlie dall’eredità delle fabbriche, cedendo a esse altri immobili e concentrando così la responsabilità e la continuità delle manifatture nelle mani dei soli figli maschi, ai quali assicurò quella solidità finanziaria e imprenditoriale che consentì loro di raggiungere altri e più ambiziosi traguardi.
FONTI E BIBL.: G. Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 47.

BORMIOLI PIER LUIGI
Parma gennaio 1929-Milano 29 gennaio 1991
Figlio di Rocco. Studente al Liceo Maria Luigia di Parma, il Bormioli trascorse numerose vacanze estive visitando vetrerie tedesche, francesi e inglesi, acquisendo, in tal modo, importanti conoscenze professionali per la sua attività. Laureatosi in scienze economiche e commerciali all’Università di Napoli nel 1953, il Bormioli entrò nei quadri direttivi dell’azienda di famiglia due anni dopo, rivelando da subito un moderno spirito imprenditoriale non solo rivolto ai problemi tecnici e produttivi, ma anche a quelli umani e sociali connessi all’attività dell’azienda. Nel 1956 sposò la marchesa Maria Stefania Balduino Serra. Nel 1966 successe al padre nella carica di direttore generale del gruppo e nel 1974 diventò presidente della vetreria Bormioli Rocco & Figlio Spa. Fu tra gli anni Cinquanta e Sessanta che, grazie alle applicazioni delle nuove tecnologie, l’azienda si proiettò alla conquista di quote di mercato sempre maggiori. L’automatizzazione dei macchinari, la sconfitta della concorrenza dei contenitori in plastica grazie all’importazione dall’America di apparecchiature per la produzione di pennicillina, l’attenzione per le tecnologie produttive più avanzate, fecero lievitare il capitale e il fatturato dell’azienda. La continua crescita della società, all’avanguardia nel settore flaconeria, nella ricerca, nei contenitori per prodotti farmaceutici, convinse il Bormioli a entrare nel settore dei contenitori per prodotti alimentari e, successivamente (nel 1969), in quello degli articoli casalinghi (bicchieri, bottiglie, coppe, piatti). Ben presto, grazie a nuove e rivoluzionarie tecniche produttive, anche in questo settore la Bormioli Rocco & Figlio Spa acquisì una posizione rilevante nel mercato italiano ed estero. Professando come una religione la filosofia del vetro, il Bormioli non solo riuscì a rintuzzare gli attacchi dei materiali alternativi al vetro, ma arrivò a battere, in certi campi, anche i concorrenti stranieri. Attraverso una solida e lungimirante attività, concretizzatasi anche con accordi tecnici con gruppi esteri, il Bormioli sviluppò e potenziò il processo di trasformazione che portò la vetreria a diventare una holding e a diversificare la gamma dei prodotti conquistando sempre nuove quote di mercato. Con otto stabilimenti sul territorio nazionale, filiali a Londra, Parigi, Nuova York, Düsseldorf, il gruppo Bormioli Rocco & Figlio Spa occupò quasi 3000 dipendenti. Nel 1989 il fatturato fu di 380,5 miliardi di lire. Il Bormioli fu membro della F.E.V.E. di Bruxelles, dell’E.G.M. di Londra, della Giunta Esecutiva dell’Assovetro, del Consiglio di Amministrazione della Stazione Sperimentale del Vetro, del Consiglio dell’Unione degli Industriali di Parma e del Consiglio di Amministrazione della Segea. Nel 1977 fu nominato Cavaliere del Lavoro. Nel 1989 il Comune di Parma volle annoverarlo tra i cittadini che avevano contribuito a elevare il prestigio della città, insignendolo della medaglia d’oro del premio Sant’Ilario.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 30 gennaio 1991, 4; Grandi di Parma, 1991, 32-33; Cento anni di associazionismo, 1997, 391.

BORMIOLI ROCCO
Altare 1830-Parma 1883
Nacque da Luigi e Petronilla Bormioli, ultimo rampollo di un’antica famiglia di vetrai. Quasi subito, insieme ai fratelli, seguì i genitori che da Altare si trasferirono negli Stati parmensi, a Borgo San Donnino. Il padre Luigi, maestro vetraio già attivo ad Altare, decise il trasferimento in seguito ai provvedimenti che Carlo Felice di Savoia aveva assunto nel tentativo di far fronte al decadimento dell’arte vetraria e ai conseguenti contraccolpi subiti dagli stessi vetrai. Così impiantò una nuova fabbrica di vetri, trovando tra Borgo San Donnino e Salsomaggiore anche un facile approvvigionamento di materie prime. Morto il padre del Bormioli, l’impresa venne gestita con sorprendente vigore dalla vedova Petronilla, che riuscì non solo a salvarla ma, anzi, a imprimerle nuovo impulso. Non appena l’età glielo permise, il Bormioli si affiancò alla madre aiutandola a gestire la fabbrica, che aveva ormai assunto proporzioni di tutto rispetto. Nel 1854, con i fratelli Domenico e Carlo, acquistò in Parma dai Serventi lo stabilimento di via dei Farnese, l’ex Real fabbrica ad uso di fabbrica di stoviglie, vetri e cristalli, adottando contemporaneamente la nuova ragione sociale Vetrerie Fratelli Bormioli. Da allora, con grande passione e con altrettanto senso di imprenditorialità, oltre a rinnovare i processi produttivi e la stessa gamma dei prodotti, il Bormioli cercò di espandersi commercialmente in Europa partecipando alle principali esposizioni. La sua azienda divenne in breve tempo la più importante della regione.
FONTI E BIBL.: A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 330.

BORMIOLI ROCCO
Parma 21 agosto 1897-Gaiano 22 settembre 1974
Figlio di Luigi e Maria Clementa Lorenzelli. Nel 1854, con il passaggio ai Bormioli della Reale Fabbrica delle Maioliche e dei Vetri di Parma, nacque la Vetreria Bormioli Rocco e Figlio. Produceva contenitori per profumi e medicinali, calici, vasi e servizi da tavola che si distinguevano per raffinatezza e qualità. Al capostipite Rocco successe prima il figlio Luigi, quindi, dopo la prima guerra mondiale, il Bormioli. Sotto la guida di quest’ultimo iniziò la trasformazione dell’azienda in una delle più prestigiose realtà industriali italiane nel settore. Negli anni Trenta, un momento particolarmente delicato per l’economia internazionale in piena fase recessiva, il Bormioli introdusse i primi impianti automatici per la produzione e acquistò una miniera in Toscana per far fronte ai problemi di rifornimento di materie prime. La guerra costrinse a una temporanea chiusura dello stabilimento per i gravi danni causati dai bombardamenti. Il Bormioli riuscì comunque a ristabilirne le sorti grazie a un’avveduta ristrutturazione produttiva. All’inizio degli anni Sessanta l’azienda contò 1600 dipendenti, vantando tecnologie produttive tra le più avanzate d’Europa.
FONTI E BIBL.: Grandi di Parma, 1991, 32-33; Cento anni di associazionismo, 1997, 392.

BORNISA, vedi CAVALLI PIETRO

BORONI ALESSANDRO
Montezago di Pellegrino 1714/1766
Fu medico insigne alla Corte di Elisabetta Farnese, regina di Spagna.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13-14.

BORONI GIROLAMO
Pellegrino 1691/1703
Dottore. È citato nel testamento dell’arciprete Pietro Bussetti di Careno in favore della chiesa di San Giuseppe in Pellegrino. Fu commissario di Pellegrino dal 1691 al 1703. Fece la ricognizione del marchesato, come da suo atto del 22 maggio 1701.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13-14.

BORONI OTTAVIANO
Parma 11 novembre 1563-post 1628
Figlio di Paolo e di Albissima, nacque nella parrocchia di San Giovanni Evangelista. Nei libri del Battistero di Parma è detto Ottaviano od Ottavio. Dal 1617 al 1628 e forse anche oltre, ebbe a varie riprese la condotta dell’organo in Sassuolo, nella Cattedrale, raccomandato dal principe Alfonso d’Este. Compose alcuni esercizî spirituali in musica in sei libretti che, decorati dell’impresa di quel Comune, furono collocati nell’archivio comunale: per questo lavoro il Boroni fu gratificato con dodici ducatoni. Nelle carte comunali è quasi sempre detto Buroni. Pubblicò Motetti concertati a 1, 2, 3 e 4 voci per cantare nell’organo, Libro 1 (Venezia, 1617, Giacomo Vincenti).
FONTI E BIBL.: Libri del Battistero di Parma; R. Eitner, vol. II, 139; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 1, 1926, 225; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 71.

BORONI OTTAVIO, vedi BORONI OTTAVIANO

BORONI PIETRO
Pellegrino 1334
Notaio. Il 21 gennaio 1334 fece il rogito dell’intervento dei prelati e parroci ai funerali di Adorno di Valerano all’abazia di San Martino de’ Bocci.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13-14.

BORONO OTTAVIANO o OTTAVIO, vedi BORONI OTTAVIANO

BORRA CRISTOFORO
Parma-Parma 5 ottobre 1610
Alla morte di Claudio Merulo, gli ufficiali della Compagnia della Steccata di Parma il 7 maggio 1604 proposero il Borra come organista, attesa, così si legge nel libro delle ordinazioni di quell’anno, la sufficienza et altre qualità del Rev.do Don Cristoforo Borra prette parmigiano et organista. La sua elezione avvenne nell’adunanza del 24 maggio 1604 e lo stipendio cominciò a decorrere dal 1° dello stesso mese. Il Borra ebbe a discepolo Giacinto Merulo, nipote del grande organista e compositore Claudio Merulo. Fu anche organaro, e infatti il 22 dicembre 1605 ebbe in pagamento 182 lire imperiali e soldi 10 per aver accomodato l’organo della Steccata.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 83.

BORRA GIUSTINIANO
ante 1687-Parma 24 ottobre 1737
Fu nominato parroco di Sant’Apollinare in Parma il 20 gennaio 1687, alla morte del predecessore don Bartolomeo Comaschi. Il Borra fu un cultore delle belle lettere e il suo italiano ha una purezza mirabile, superiore a quella del suo tempo: la sua prosa è limpida, corretta, elegante, pari alla sua calligrafia lineare, ampia e leggibilissima. Il Borra dedicò ogni istante libero dalle cure parrocchiali alla stesura di grossi volumi di diario o giornale, onde lasciare memoria ai posteri delle cose della città di Parma. Il Borra scrisse i suoi diari (Diario istorico e meteorolo gico, in Archivio di Stato di Parma) dall’anno 1694 all’anno 1710, inoltre un diario in forma ridotta riprende nell’anno 1711 e giunge fino al 1729. A esempio del lavoro del Borra, la cronaca dell’anno 1695, dopo le rituali parole di invocazione al nome della Santissima Trinità e di Maria Vergine, dice: Diario dell’anno 1695, dall’Incarnazione del Verbo, 5644 dalla creazione del mondo nel quale da me Don Giustiniano Borra, per la grazia di Dio sacerdote di Parma e rettore della chiesa di Sant’Apollinare e S. Martino in Parma, sarà descritto quello che succederà nella giornata in Parma, alla forma stessa del mio primo diario dell’anno prossimo passato 1694. Siede in Roma pontefice Massimo Innocenzo duodecimo di questo nome anno quarto del suo pontificato; risiede in Vienna imperatore Ignazio Leopoldo di Casa d’Austria, anno 37 del suo regno. Risiede in Parma Francesco Farnese, primo di tal nome, duca di Parma, Piacenza, ecc. anno primo del suo ducato. E governa la chiesa di Parma Giuseppe Olgiati, patrizio milanese, anno primo del suo episcopato. Nel volume ultimo, come premessa, annuncia che lascerà notizie di storia e cronaca patria non totalmente se non in diari o vogliamo dire giornali, allameno lasciar scritto con brevività più possibile quelle crederò più dilettevoli che così resterà la mia dilettissima Parma delle cose passate in parte e la mia età sollevata dalla giornaliera occupazione a cui m’ero dato in tanti passati diari; piuttosto, Parma mia, se questo non sarà di tutto tuo piacere, sarà stato allameno di mio divertimento. E ancora al 1° gennaio 1711: È stato tempo la maggior parte sereno. Solita festa del Bambin Gesù nella chiesa dei PP. Domenicani con musica e processione solita per la città con la statua del medesimo Bambin Gesù e questa sera è stato benedetto il popolo alla Piazza con la statua del Bambino dopo un discorso di un padre domenicano che con cotta e stola aveva seguito il Bambin Gesù e che alternativamente con il popolo per tutto il percorso recitava la corona del Signore. Festa solenne in S. Rocco del SS.mo Nome di Gesù con musica e benedizione del Venerabile. La sera festa pure del Bambin Gesù in S. Giovanni Decollato, ma senza musica. Ma il diario non abbonda solo di notizie ecclesiastiche a detrimento di quelle civili: 25 giugno 1729. Corso di tutti le carrozze sulla solita strada da San Vitale a San Sepolcro, fatto che era stato definito d’ordine del nostro Serenissimo duca. Levato il segno delle hore ventiquattro sono comparsi sul Corso medesimo uniti insieme il serenissimo duca di Modena e il duca di Parma, poi la serenissima duchessa di Parma con una principessa sua sorella maggiore delle due sorelle di Modena, seguendo a questa la serenissima vedova Dorotea e terminato poi il corso si sono recati al teatro a godere della straordinaria opera in musica intitolata Lucio Patirio dittatore siccome fu da essi goduta in molta parte hieri sera, diciam pur la notte scorsa. E in data 2 ottobre 1695, sabato, il Borra scrive: È stata giornata men bella di hieri. Le serenissime maestà sono uscite in campagna con schioppo di caccia.
FONTI E BIBL.: Ferrutius, in Gazzetta di Parma 27 ottobre 1958, 3; A. De Marchi, Guida naturalistica, 1980, 171.

BORRA LUIGI, vedi BORRI LUIGI

BORRI ALESSANDRO
Pavia ante 1592-Parma post 1621
Figlio di Giacomo, di nobile famiglia. Fu creato cavaliere dal duca Ranuccio Farnese che lo impiegò negli affari pubblici. Acquistò gran credito, tanto che dallo stesso Ranuccio fu poi eletto maestro delle sue entrate.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 100.

BORRI ANGIOLA
Parma 1770
Nel 1770 era allieva della Reale Scuola di Ballo di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

BORRI ANTONIO
Parma prima metà del XVIII secolo
Stuccatore operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 31.

BORRI BARDINO
Parma 1347
Il 12 giugno 1347 era anziano del Comune di Parma e uno dei sette sapienti della parrocchia di San Benedetto.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Parma nel nome delle sue strade, 1929.

BORRI BERNARDINO
Parma o Pavia 1536 c.-Parma 1596
Forse non nacque in Parma, non apparendo il suo nome nei Libri dei Battezzati, mentre vi appare nel 1553 un suo figlio e nel 1559 una sua figliuola. Fu cugino di Luigi Borri. Fu gentile scrittor toscano, in grazia presso i Farnese (Ottavio, Alessandro e Ranuccio), aggregato all’Accademia degli Innominati col nome di Ammaliato. Compose molte poesie, rimaste tutte inedite. Di lui si ricordano due sonetti, uno per la recuperata salute fisica del duca Ottavio (1563 circa), l’altro in morte del duca Alessandro (1592).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 110 e 3/4 1959, 195; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 162.

BORRI DOMENICO
Parma prima metà del XVIII secolo
Stuccatore operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 31.

BORRI FRANCESCO
Cortile San Martino 20 luglio 1904-Parma 14 aprile 1975
Dopo il liceo, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Parma. Una volta laureato, in attesa di maturare meglio la sua scelta professionale, esercitò per poco tempo l’attività legale, forse senza neppure troppa convinzione. S’indirizzò successivamente, con più congeniale disposizione, alla carriera pubblica, consapevole del suo spiccato carisma, portato più che all’impegno politico alle relazioni con la gente. Il suo attivismo, unito a un’eccezionale capacità organizzativa, cominciò a imporsi con la Mostra del Correggio (1935), impresa unica nel suo genere. Il Louvre e i maggiori musei del mondo mandarono i loro capolavori alla mostra di Parma. Vi fu anche un convegno di studi sul Correggio, cui parteciparono i più eminenti studiosi e critici d’arte. Nel 1936 fu creato a Parma l’Ente Provinciale per il Turismo e il Borri ne assunse la presidenza, che tenne ininterrottamente e con prestigio fino alla morte, imponendosi alla considerazione degli esperti del settore. Del Borri si ricordano altre notevoli imprese: i centenari del Parmigianino (la più completa rassegna delle sue opere mai fatta prima d’allora), di Niccolò Paganini e di Giambattista Bodoni. La guerra 1940-1945 lo vide impegnato in una missione umana e caritativa: fu addetto a fare la spola tra l’Italia e il fronte russo in un treno ospedale del Sovrano Ordine Militare di Malta, confortando e prestando aiuto a feriti e moribondi. La sua grande ascesa avvenne a guerra conclusa. Furono anni di contatti e di esperienze nuove, più aperte e fruttuose, anni che esaltarono le attitudini del Borri e svilupparono in lui in modo straordinario le capacità di organizzatore culturale, di promotore e realizzatore di tante iniziative, che portarono ai più alti livelli il prestigio di Parma nella stima di personalità italiane e straniere. In molti aspetti del suo operare il Borri ebbe come punto di riferimento la personalità cospicua del senatore Giovanni Mariotti: ne parlava con l’ammirazione del discepolo e si vantò, nella sua prima giovanile esperienza di amministratore comunale (a Langhirano e a Parma), di avere informato la sua azione al suo insegnamento. Quale presidente dell’Ente Provinciale del Turismo per circa un quarantennio, diede impulso a molteplici attività rivolte alla valorizzazione di Parma e delle provincia, alla ricerca di iniziative per lo sviluppo del territorio nella salvaguardia di quei valori storico-ambientali e umani in grado di mantenerne le caratteristiche più rilevanti. Tale presidenza gli consentì di tessere una serie sempre più fitta di rapporti con le altre zone d’Italia e con paesi esteri, rapporti tenuti e curati signorilità e calore umano, che furono elementi peculiari della sua personalità. Un amore particolare il Borri ebbe per alcune istituzioni significative di Parma, cui dedicò tanta parte della sua opera. Fu per tre decenni a capo della Fabbriceria della Cattedrale di Parma e la sua presenza lasciò segni importanti, come i restauri e le opere conservative. Fu nominato fin dal 1957 membro a vita dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, e pochi mesi dopo ne fu il presidente della Giunta esecutiva. La Cassa di Risparmio di Parma lo vide suo presidente per dodici anni, dal 1953 al 1965. Tale periodo coincise con uno dei momenti di più rilevante espansione dell’istituto e si concretizzò in cospicui interventi a favore delle più svariate opere a Parma e in provincia, con la presenza in tutte le iniziative più rilevanti allora poste in essere, non ultimo il determinante appoggio all’Autocamionale della Cisa e la partecipazione all’iniziativa di costituire l’Istituto di Sviluppo Economico dell’Appennino a dimensione pluriregionale, che lo vide pure suo presidente dalla fondazione al suo ultimo giorno di vita, con un suo rilevante impegno e contributo di azione e di iniziative nelle molte province ove l’istituto operò. Il Borri promosse poi il Museo Bodoniano, del quale nel 1966 assunse la presidenza, e il Centro Studi Bodoni, da lui tenacemente perseguito per realizzare. Anche in questo settore la sua idea dominante fu tutta imperniata sulla politica dei fatti: si realizzarono, oltre i Premi Bodoni biennali, manifestazioni e mostre di notevole livello e fu avviata la revisione e l’ordinamento delle matrici e dei punzoni originali di Bodoni (circa 80000), impresa quest’ultima di estremo interesse, che fece conoscere ai tecnici del settore il materiale più raro e affascinante del Museo. Furono incrementate le pubblicazioni scientifiche intese a diffondere e valorizzare sia l’importanza del Museo stesso, sia i fondi preziosi di cui è ricco. Furono pubblicati il Catalogo del Museo Bodoniano, il Carteggio Bodoni-Miliani, il Bollettino del Museo e del Centro Studi Bodoni, i cataloghi delle mostre di Giovanni Mardersteig, di Arnoldo Mondadori e di Kapr. Il Borri fu tra i promotori dell’Associazione Amici di Stendhal, con la promozione di congressi nazionali che portarono a Parma eminenti personalità della cultura europea, e dell’Associazione Culturale italo-francese, di cui fu fin dal sorgere nel 1950 vice presidente: per tali benemerenze ebbe a ricevere dalla Repubblica Francese le prestigiose insegne della Legion d’Onore. La Presidenza della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi fu la carica cui forse fu più profondamente legato per la sua predilezione verso la storia locale e per la sua convinzione che la conoscenza e l’approfondimento dei fatti storici e la loro profonda implicazione sul tessuto sociale fossero elementi fondamentali di vita e rappresentassero un insegnamento irrinunciabile anche per le intuizioni e le scelte del presente. Tra i suoi contributi di studio è doveroso ricordare La prima pietra del Palazzo del Comune, L’illustrazione di diciassette pergamene dell’Archivio della Cattedrale di Parma, Odoardo Farnese e i Barberini nella guerra di Castro, Enrico di Borbone, conte di Bardi, I sepolcri farnesiani e la Chiesa dei Cappuccini di Parma, Stendhal e Päer. Venne nominato socio corrispondente della Deputazione il 28 ottobre 1933 e membro attivo nella seduta del 16 giugno 1947. Pochi mesi dopo venne nominato tesoriere, carica che esercitò con grande oculatezza fino alla sua nomina a presidente, avvenuta nel 1964. La sua lunga appartenenza al Consiglio direttivo gli diede la possibilità di seguire da vicino l’attività del sodalizio e di suggerire volta a volta innumeri iniziative dirette alla valorizzazione, alla conservazione e all’integrità del patrimonio storico-artistico. Segnalò ripetutamente la necessità del ripristino del celebre Teatro Farnese, avvenuto in seguito anche per suo merito, e la ricostruzione del Palazzo Ducale con la facciata del Bettoli. Altre due operazioni, di cui egli vide la realizzazione, furono la sistemazione dell’importante Raccolta-Archivio Micheli-Mariotti e una sede definitiva per la stessa Deputazione, la cui biblioteca, cospicua e di notevole interesse, era provvisoriamente ospitata presso l’Archivio di Stato, in un locale non certo idoneo a una normale possibilità di utilizzazione. La raccolta Micheli-Mariotti trovò una degna sede nel Palazzo della Pilotta presso la Biblioteca Palatina, soprattutto per la sensibilità e il determinante impegno del suo direttore, Angelo Ciavarella, e venne inaugurata nel 1964. La biblioteca della Deputazione fu invece ospitata presso la Congregazione di San Filippo Neri, nei locali resisi disponibili dell’antica farmacia. Negli undici anni della sua presidenza furono organizzati anche diversi convegni di alto livello, alcuni in collaborazione con altri istituti: Il Convegno di Studi Veleiati, in accordo con l’Istituto di Storia del Diritto dell’Università di Milano, il Congresso sul Settecento parmense nel quadro della celebrazione del II centenario della morte del poeta Carlo Innocenzo Frugoni, in unione con la Facoltà di Magistero dell’Università di Parma, le onoranze per il II centenario della nascita dell’illustre bibliotecario Angelo Pezzana, d’intesa con la Direzione della Biblioteca Palatina, le manifestazioni per il bicentenario di Ferdinando Paër, promosse d’accordo con il Conservatorio di Musica Arrigo Boito di Parma, la seduta di studi per l’850° anno di fondazione della Cattedrale di Piacenza e il Convegno su Pietro Giordani. Il 23 gennaio 1972 il Borri ebbe a organizzare un convegno delle Deputazioni di Storia Patria dell’Emilia-Romagna e dei direttori degli archivi e biblioteche di Stato, da cui scaturirono confronti di opinioni e scambi di idee su problemi di interesse comune. In tale occasione venne inoltre indicata la necessità di fare un preciso censimento dei beni storico-artistici con indicazione particolare per quelli soggetti a maggiore trascuratezza, quale presupposto per un’azione intesa alla loro difesa e alla loro conservazione. Videro la luce anche due preziosi volumi su l’Architettura spontanea dell’Appennino parmense, pubblicati sotto gli auspici dell’Ente Provinciale per il Turismo e della Deputazione di Storia Patria. Sotto la presidenza del Borri fu rilevante l’impegno esplicato nella realizzazione puntuale dei volumi dell’Archivio Storico, nonché delle numerose e importanti opere della collana Fonti e Studi, iniziata nel 1861, ripresa provvidamente dal predecessore, professor Roberto Andreotti, e dal Borri stesso continuata con rinnovato impegno. A queste pubblicazioni vanno aggiunte le miscellanee in onore degli insigni studiosi Manfredo Giuliani e conte Emilio Nasalli Rocca e le cospicue opere realizzate da padre Felice da Mareto, L’indice analitico dell’Archivio Storico delle Province Parmensi e la Bibliografia generale delle antiche Province Parmensi.
FONTI E BIBL.: P. Micheli, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 47-54; Bollettino Museo Bodoniano 3 1975, 105-108; A. Ciavarella, Francesco Borri, 1982; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 85; Grandi di Parma, 1991, 33.

BORRI GIOVANNI FRANCESCO
Parma 1543 c.-
Figlio di Luigi. Fu cavaliere di San Giacomo. Pomponio Torelli ne scrisse l’epitaffio.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 192-193.

BORRI GIROLAMO
-Parma 1523
Nel 1514, assieme a Galeazzo Piazza, curò una revisione degli Statuti della città di Parma. Forse due anni dopo sposò in seconde nozze Daria, figlia di Giacopo de’ Rossi.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 18.

BORRI GIUSEPPE
Parma 1918-1968
Non ancora laureato in chimica, intuendo le potenzialità del mercato profumiero nazionale, fondò nel 1946 nel cuore di Parma la ditta Morris che, col marchio Napoleon diede vita a una vasta gamma di profumi, lavande ed estratti che conseguì ben presto ampi successi sui mercati nazionali e internazionali grazie anche all’eleganza innovativa della grafica ed estetica adottata nel confezionamento dei prodotti.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 392.

BORRI LUIGI
Parma 15 aprile 1517-Parma 1 aprile 1545
Nacque da Girolamo, che nel 1514 curò con Galeazzo Piazza una revisione degli Statuti di Parma, e dalla seconda moglie di lui, Daria di Giacopo de’ Rossi. Perduto il padre nel 1523, restò sotto la tutela della madre e dello zio Leonardo e studiò forse a Pavia. In occasione della visita a Parma del papa Paolo III, nell’aprile 1538, il Borri fu designato con altri ventitré giovani nobili della città al compito di sostenere il baldacchino del Pontefice. I giovani vennero a diverbio con un funzionario pontificio banderalo e lo uccisero. Il Borri, come gli altri, venne esiliato e i suoi beni furono confiscati, come risulta da un bando dell’8 maggio. Scarse sono le notizie dell’esilio: dalle Rime risulta che soggiornò a Reggio, Guastalla, in Lunigiana e a Ferrara. Compì viaggi per mare, nel cui ricordo compose i capitoli in stile bernesco sui disagi della vita nelle galere. Nel 1541 ottenne il perdono del papa e, ritornato in patria, sposò una Bajardo, dalla quale ebbe due figli, Girolamo e Gian Francesco. Minato forse dalla tisi, morì a soli 28 anni. Pubblicò una raccolta di sonetti, madrigali e canzoni, L’amorose rime (Milano, 1542), dedicate al duca di Ferrara Ercole d’Este. Tranne alcuni componimenti che celebrano le glorie degli Estensi, le rime del Borri cantano, secondo i moduli dell’imperante petrarchismo, l’amore sfortunato per una Madonna Alba, conosciuta durante il soggiorno pavese e attestano padronanza della tecnica letteraria. Manoscritti rimasero i Capitoli della Galea per forza, ovvero La Galea forzata, ricordati dal Doni nella Libreria del 1550, insieme ad altre Rime ugualmente inedite. A lui è attribuito con buon fondamento un Discorso di M. Giovanluigi di Parma, sopra l’impresa dell’Ausria fatta dal Gran Turco nel MDXXXII (Bologna, 1543), dedicato al marchese Luigi Gonzaga, che il Sansovino utilizzò nei suoi Annali turcheschi.
FONTI E BIBL.: F. Borri, Luigi Borri poeta parmigiano, in Aurea Parma XVI 1932, 14-22; Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 18-19.

BORRINI ANGELO
Collecchio 1831/1838
Laureato (forse in legge). Fu consigliere anziano di Collecchio dal 1832 fino al 1838 e sindaco dal 6 novembre 1831 (facente funzioni del podestà nel 1835). Nei primi decenni del secolo XIX ebbe possedimenti a Pontescodogna, a sud-est della strada di Fornovo.
FONTI E BIBL.: Indice analitico e alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla degli anni 1814 al 1835, I, Parma, 1837, 319, 320; U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1960, 3; Malacoda 8 1986, 41.

BORRINI ANGELO
Parma 29 marzo 1896-Monte Zebio 26 luglio 1916
Commesso, figlio di Lino e Adalgisa Cappellazzi. Sergente del 14o Reggimento Bersaglieri, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Alla testa del suo plotone, contrattaccava il nemico che cercava riprendere le trincee da noi poco prima conquistate. Ferito gravemente non si curava della propria ferita, ma rimaneva imperturbato tra i bersaglieri, continuando ad esercitare il comando, animandoli con la parola ed incitandoli alla resistenza, finché cadde nuovamente mortalmente colpito. Fu sepolto sul posto.
FONTI E BIBL.:  Bollettino Ufficiale, Disposizione 26a, 3105; Gazzetta di Parma 25 agosto 1916 e 11 febbraio 1918; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 45; Decorati al valore, 1964, 77.

BORRINI ANGELO
Parma 14 luglio 1919-Saint Cloud 23 ottobre 1987
Ebbe un’infanzia divisa tra Parma e Parigi, dove ben presto (1927) fu costretto assieme alla famiglia a trasferirsi. Per il carattere turbolento fu espulso dalle scuole francesi e così fu costretto fin dalla più giovane età a fare diversi mestieri: portiere d’albergo, commesso, meccanico, rappresentante, impiegato. Solido e forte fisicamente, sentì il richiamo delle competizioni sportive, trovando nella lotta una specialità che lo portò anche alla conquista di un titolo europeo (1949) e che gli insegnò, come disse lui stesso, l’umiltà, l’equilibrio, la disciplina e la professionalità. Ben presto però venne messo fuori gioco da una seria frattura a una gamba. Passò allora a fare il manager e l’organizzatore di incontri alla Salle Wagram di Parigi. Il regista Jacques Becker lo notò sul ring e lo chiamò per un ruolo da duro a fianco di Jean Gabin in Grisbi (Touchez pas au Grisbi, 1954). Poi fu Louis Malle a volerlo in Ascensore per il patibolo (1957) e la sua carriera cinematografica (in arte fu Lino Ventura) poté dirsi così iniziata. Confinato in principio dai registi francesi nella figura del barbouze, mezzo malavitoso e mezzo poliziotto di umore molto variabile, un vilain senza scrupoli costretto a essere cattivo ma pur sempre compassato ed elegante, con grande volontà e una certa caparbietà riuscì a raggiungere un livello professionale decisamente alto e a riscuotere stima e consensi da parte di registi famosi come Claude Sautet, Louis Malle, Francesco Rosi, Vittorio De Sica, Edouard Molinaro e molti altri. Anche il successo commerciale gli arrise ben presto, non appena calato nei panni del gorilla in Il gorilla vi saluta cordialmente di Bernard Borderie (1958), dove per la prima volta ebbe la parte di protagonista. Una veloce panoramica sugli oltre sessanta film interpretati dal Borrini vuole che siano menzionati almeno i principali, a partire da La grande razzia (Razzia sur la Chnouff, 1955) di Decoin, ancora a fianco di Jean Gabin. Dal 1959 in avanti la media annuale delle sue prestazioni variò da quattro a sei, con i titoli più svariati, da Il commissario Maigret (1958) di Jean Delannoy, ad Appuntamento con il delitto (1959) di E. Molinaro, ad Asfalto che scotta (1959) di C. Sautet, che lo volle anche nel 1964 in L’arme à gauche. Dal 1960 lavorò anche in molti film italiani, come La ragazza in vetrina (1961) di Luciano Emmer e Il giudizio universale (1961) di Vittorio De Sica, per poi mettere nel suo repertorio anche una pellicola commerciale come Un taxi per Tobruck di Deny de la Patellière. La schietta incisività della sua recitazione gli consentì di essere impiegato anche in ruoli al di fuori dei suoi cliché abituali, come in Le rapace (1968) di José Giovanni, Lo schiaffo (1975) di Claude Pinoteau, L’armata degli eroi (1969) di Jean-Pierre Melville, Ultimo domicilio conosciuto (1969) di J. Giovanni, Il Clan dei Siciliani (1969) di Henry Verneuil, L’avventura è l’avventura (1972) di Claude Lelouch, Dai sbirro (1975) di Francesco Rosi, Morti sospette (1978) di Jacques Deray, Garde à vue (1981) di Claude Miller, I Miserabili (1982) di Robert Hossein, per la televisione, fino a Cento giorni a Palermo di G. Ferrara e La septième cible di C. Pinoteau (1984). Con quel suo volto segnato dalle rughe e quella maschera inconfondibile, in poco più di trent’anni di carriera il Borrini poté vantarsi d’essere diventato uno dei più quotati rappresentanti della cinematografia francese, anche se pure molti registi italiani lo vollero come interprete. Come i suoi personaggi, anche nella vita fu un duro dal cuore d’oro, sentimentale e riservatissimo in privato tanto quanto schietto e generoso sul lavoro, dovendo molto del successo al suo carattere ruvido ma accattivante. Di lui i Cahiers du Cinéma, la più autorevole rivista francese di cinema, disse che fu l’unico attore ad avere qualche cosa in comune con i grandi divi del cinema americano del passato e l’unico a saper interpretare film neri e ruoli di duro senza scadere nella macchietta. Ma il Borrini confessò di dovere piuttosto qualcosa al grande Jean Gabin. Fu unanimemente considerato il continuatore, nonché figlio spirituale, della migliore tradizione recitativa del cinema francese. L’ultima apparizione pubblica del Borrini fu due settimane prima della morte: con sua moglie Odette ricevette dal presidente Chirac la Legion d’onore per l’opera in favore degli handicappati compiuta dal comitato Perce - neige, da lui stesso fondato: dei suoi quattro figli, la più piccola fu handicappata, di qui l’impegno ostinato per organizzare sedi, trovare aiuti, sensibilizzare l’opinione pubblica.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia spettacolo, XI, 1966, 1219; Filmlexicon, VII, 1967, 793-794; R. Campari, Parma e il cinema, 1986, 139; Grandi di Parma, 1991, 113.

BORRINI ENRICO
Collecchio-Sala Baganza 5 ottobre 1907
Fece la campagna risorgimentale del 1866 e raggiunse il grado di capitano.
FONTI E BIBL.: G. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.

BORRINI ITALO
Monticelli 10 ottobre 1876-Monticelli 19 agosto 1955
La casa colonica dei Borrini, proprietari e agricoltori era posta al centro di quel podere che poi diventò il grande parco delle Terme. Il Borrini, che lavorava la sua terra insieme ai tre figli maschi, nel 1924, perforando il terreno alla ricerca di acqua per irrigazione, in località Montepelato trovò l’acqua salsobromojodica. Inoltrò subito domanda di permesso di ricerca, che fu poi trasformata in concessione, e costruì uno stabilmento pilota. Agli inizi della coraggiosa impresa, nel 1927, sopravvenne una grave sciagura. L’incendio di un pozzo di metano provocò otto vittime tra gli operai e gli assistenti ai lavori. Tra i caduti vi fu anche un figlio del Borrini, Achille, di appena 21 anni, che trovò la morte nel generoso tentativo di soccorrere il personale, ciò che gli valse, alla memoria, la medaglia d’oro Carnegie e quella al valor civile. Un suo secondo figlio, rimasto gravemente ustionato, morì in seguito. Il durissimo colpo subìto non prostrò il Borrini, che proseguì l’opera iniziata con tenacia e ardore, portandola infine a compimento. Nel maggio del 1927 inaugurò il vero e proprio stabilimento. L’acqua veniva estratta da sedici pozzi. Costruì poi gli alberghi Bagni e Delle Rose. Le energie che il Borrini profuse in questa sua attività imprenditoriale furono inesauribili e non si limitarono alla pura e semplice gestione dello stabilimento e degli alberghi. Ebbe sempre nuove idee e sempre nuove proposte per l’abbellimento del paese, i servizi di collegamento, le strade e le feste. Pungolò l’amministrazione pubblica perché collaborasse in queste iniziative, che si risolsero sempre in provvedimenti a favore del paese: chiese gli alberi sui viali e contribuì largamente alla spesa, istituì un servizio di piazza, pensò perfino ai cartelli e alle indicazioni stradali e a lui si deve la costruzione delle case popolari e del nuovo cimitero. Caldeggiò la costituzione dell’Associazione Turistica Pro Monticelli e fece costruire il teatro. Non abbandonò comunque mai l’attività agricola: nel 1919 fu presidente della Società Fontane di Marano e Monticelli Bagni e lo fu ancora nel 1933. Produsse inoltre concentrato di pomodoro presso la fabbrica Ardita ed estratto per brodo presso lo stabilimento Utia. Nel primo anniversario della morte, fu inaugurato un busto in ricordo del Borrini nel Parco delle Terme.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 35; Gazzetta di Parma 8 dicembre 1994, 33.

BORRINI MARIA o MARIUCCIA, vedi PARENTI MARIA

BORRINI VIERI
Monticelli 1902-Monticelli 10 dicembre 1975
Nacque da famiglia di agricoltori che possedeva terreni in parte concessi in affitto, sempre intenta a opere di migliorie fondiarie. Il padre Italo, cercando un giorno acqua dolce per irrigare, trovò una vena d’acqua salsobromoiodica. Sottoposta l’acqua all’esame degli esperti, ottenne il permesso di sfruttamento dallo Stato e creò un piccolo stabilimento di prova che diede ottimi risultati curativi. Costruì allora uno stabilimento più grande, senonché, al momento di festeggiare l’apertura del nuovo stabilimento, un pozzo entrò in eruzione. I curiosi accorsero e uno, non essendo ancora conosciuta la presenta del metano, accendendo una sigaretta, causò lo scoppiò un incendio di grandi proporzioni, nel quale trovarono la morte otto persone tra cui un figlio di Italo Borrini. Un suo altro figlio, rimasto gravemente lesionato, morì in seguito. Superata questa tragedia, il Borrini, unico figlio rimasto, e il padre crearono il bellissimo parco, uno dei vanti della stazione termale, e ingrandirono due piccole trattorie che, a seguito dei successivi ampliamenti e ammodernamenti, diventarono due confortevoli alberghi con cure termali interne, tanto da trasformare Monticelli da semplice borgo agricolo a moderna stazione di cure. Il Borrini creò, unici in Italia, degli stabilimenti industrali, su brevetto del chimico Paietta, per l’estrazione di bromo e iodio dalle acque termali. La tecnica di estrazione di queste sostanze era talmente moderna ed economica che il Borrini fu chiamato dal Demanio a realizzare a Salsomaggiore gli stabilmenti della Bertanella. Per i suoi meriti gli fu conferita l’insegna di cavaliere. Nel frattempo scoppiò la seconda guerra mondiale e gli stabilimenti interruppero l’attività. Concluso il conflitto, su richiesta degli stessi operai, il Borrini tornò al lavoro e gli stabilimenti ripresero l’attività termale, di estrazione del bromo e dello iodio e l’imbombolamento del gas per automobili. Nel 1965 il Borrini raddoppiò lo stabilimento termale, ingrandì gli alberghi e realizzò la lavanderia industriale al servizio delle strutture termali e alberghiere. Fu tra i soci fondatori dell’Unione Parmense Industriali, consigliere dell’Ente Provinciale Turismo di Parma e per molti anni membro del consiglio direttivo della Federterme, l’organismo che raggruppava gli industriali termali italiani.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 dicembre 1985, 7.

BORROMEO BARBARA
Bargone 1636
Marchesa. Sposò un Pallavicino. Concorse munificamente all’ampliamento e al restauro della chiesa di Bargone nel 1636.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21.

BORROMEO ARESE GIOVANNA
Milano 4 settembre 1751-Parma 10 dicembre 1826
Figlia del conte Renato e di Marianna Erba Odescalchi. Sposò il 6 novembre 1771 Guido Meli Lupi. Fu insignita dall’Imperatrice dell’onorificenza di dama della Croce Stellata. Ebbe quattro figli.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, I, 358.

BORRONE BROCCARDO
Busseto prima metà del XVI secolo-post 1619
Studiò a Padova. Come chierico incaricato dell’insegnamento delle umanità fece parte del seguito di Girolamo Ragazzini prima a Treviso e poi dal 1586 a Caorle, dove costui fu chiamato a occupare la cattedra vescovile. Nel 1587 a Venezia venne imprigionato su ordine del patriarca Giovanni Trevisan, non si sa bene se per sodomia o per omicidio. Stando in carcere scrisse una lettera affinché mi mandi li mii robbi et tenghi solamente quei libri quali sono nella valliggia, li quali stratti o metta al necessario. La valigia, che si trovava negli appartamenti del Vescovo di Caorle nel palazzo patriarcale, venne inviata al S. Uffizio, il quale naturalmente la fece aprire e, ritrovandovi alcuni libri proibiti, intentò senza esitazione un processo inquisitoriale. Il Borrone fu accusato di possedere la Aetici Cosmografia cum scholiis Iosiae Simileri, la Cortigiana dell’Aretino e tre opere di Erasmo da Rotterdam, cioè i Colloquiorum familiarium opus, la Ratio perveniendi ad veram theologiam e l’Opus de conscribendis epistolis: libri tuto scelerati. Nel corso del secondo costituto, il 30 aprile 1587, il Borrone dichiarò senza ambagi: Io sono pronto a far ogni diffesa et mostrare ch’io sono catholico et credo quel che crede la S. Madre Chiesa. Il 2 maggio fu condannato alla pena seguente: tu dichi 5 messe per li morti nei S. venerdì, e in quelli giorni tu dichi li dette salmi penitenziali con le sue preci, et per 5 venerdì digiuni, e di più che dimandi perdono a Monsignor Rev.mo di Caurli da te scandalizzato per quelli tue bugie. Avendo abiurato solennemente il 12 maggio 1587, venne rimesso in libertà. Forse a motivo del delitto comune per il quale era stato primitivamente imprigionato, venne espulso per due anni dal territorio veneto. Cosa sia stata la vita del Borrone dalla metà del 1587 non si sa bene. La prima data certa è questa: nel mese di aprile 1594 si trovava a Basilea. Nella matricola di quell’Università fu registrato il suo nome dopo il pagamento di una rilevante tassa d’immatricolazione: una lira imperiale. Probabilmente si iscrisse all’università per usufruire di certi privilegi e procurarsi buone relazioni sociali. Alla fine dell’anno, prima della caduta delle nevi, partì. Nel 1595 fu a Chiavenna. Allorché Giovanni Planta, già governatore della Valtellina, fu nominato commissario della città, il Borrone fu assunto come cancelliere per il periodo 1595-1597. Presto fu evidente che aveva tutti contro di lui. La popolazione di Chiavenna non riuscì a perdonargli di servire la causa dell’occupante, i Grigioni. Alcuni cittadini grigioni, invece, non gli perdonarono di occupare un posto solitamente riservato a un cittadino delle Tre leghe. Gli uni e gli altri, comunque, furono d’accordo sulla necessità di sbarazzarsi del Borrone, straniero ambizioso, colto, pieno di coraggio e d’iniziativa, incapace di prendere parte, in una maniera o in un’altra, alle lotte e alle passioni locali, avido di potere e costantemente in preda agli appetiti carnali. Gli fu intentato un processo per abuso di potere e per aver perturbato l’ordine pubblico. Una istruzione, invero assai sommaria, fu eseguita a Piuro dal delegato delle Tre leghe, Jakob Arpagaus. A conclusione di essa, il 5 marzo 1596, le Tre leghe ordinarono la cattura del Borrone. Il 31 marzo fu accusato di aver abbandonato l’Italia non per ragioni di religione, sebbene perché ricercato per sodomia, di aver predicato il Vangelo a Traona sotto falso nome, di aver dichiarato varie volte di voler ridiventare cattolico, di aver domandato al vicario dell’Inquisizione un salvacondotto e d’essersi impegnato a provocare torbidi nel paese, di abuso di potere nell’esercizio del suo ufficio di cancelliere, e più precisamente di falsificazione di atti pubblici e d’uso illecito di fondi pubblici, di aver ricevuto ingenti somme dal vicario dell’Inquisizione e di averle sperperate al gioco. Il Borrone replicò alle accuse con argomenti assai convincenti. Ammise di essere stato processato una volta per sodomia ma di essere stato prosciolto, aggiunse, dal tribunale per non aver commesso il fatto. Infine chiese l’invio di un investigatore in Italia. I risultati dell’inchiesta il loco furono favorevoli al Borrone: il 28 aprile 1596 fu rimesso in libertà. Le spese del processo, 150 corone, furono addebitate al grigionese dottor Andrea Ruinella. Ma all’improvviso, il 15 giugno, le Tre leghe decisero d’espellere il Borrone dalla regione di Chiavenna perché la sua presenza era causa di torbidi nell’ordine pubblico. Si trasferì allora a Milano, dove visitò prima il cardinale-arcivescovo Federico Borromeo e poi il connestabile di Castiglia Juan Fernández de Velasco, governatore dello Stato, ma senza successo. Il Cardinale sapeva come trattare gli avventurieri che pretendevano di cointeressarlo a piani di lotta contro i protestanti e del resto non aveva dimenticato in quale situazione si era trovato suo zio, Carlo Borromeo, poco prima di morire, quando aveva accettato il fantasioso piano di Rinaldo Tittone. Quanto al Connestabile, era per temperamento assai scettico. Il Borrone riprese il suo cammino. Tutto il suo essere era ormai dominato da un desiderio sfrenato, che non gli diede più pace: vendicarsi. Soltanto la vendetta poteva cancellare l’ingiuria e la vergogna di cui era stato coperto dai Grigioni. A Roma, in una città favorevole agli intrighi e ai piani ambiziosi, cominciò a preparare la sua vendetta. Le Tre leghe se ne inquietarono e pertanto il 4 febbraio 1598 decisero di riaprire l’istruttoria su di lui. Dopo due anni di inchieste, di indagini minuziose e pazienti, le autorità grigionesi si convinsero che il Borrone era un nemico pericoloso. Perciò il 6 febbraio 1600 lo condannarono al bando perpetuo. Nel frattempo il Borrone aveva intrecciato a Roma numerose relazioni. Jean Reydet, savoiardo e datario pontificio, agente di Thomas Pobel, vescovo di Saint-Paul-Trois-Châteaux, gli procurò una pensione pontificia e lo presentò all’ambasciatore spagnolo, al cardinale Pietro Aldobrandini e a tantissime altre personalità del partito oltranzista. Questo partito, nonostante la ferma attitudine di papa Clemente VIII, diveniva sempre più forte: aveva interessato alla sua causa alti esponenti politici francesi, come Biron, Lux, il conte d’Auvergne e naturalmente poteva contare sul duca di Savoia e sul nuovo governatore di Milano, don Pedro Enríquez de Acevedo, conte di Fuentes. Il Borrone rivelò allora ai suoi nuovi amici un piano assai astuto di riconquista della Valtellina. Nel mese di maggio del 1601 uno degli agenti delle Tre leghe a Roma, il dottor Giorgio Pini di Traona, essendo venuto a conoscenza per caso della faccenda, ne informò immediatamente il giudice Hartmann von Hartmannis. Le Tre leghe decisero, il 17 giugno 1601, di assegnare una taglia di 600 corone a chi riuscisse a catturare e consegnare il Borrone ai Grigioni. Nel mese di agosto uno speziale di nome Giovanni Antonio, che aveva abitato nello stesso albergo romano del Borrone, consegnò al vicario delle tre leghe, Antonio von Somving, una copia del piano. La reazione delle autorità dei Grigioni fu energica e pronta: il 19 settembre condannarono a morte il Borrone. Il piano, di cui anche l’incaricato d’affari veneto G.P. Padavino riuscì a procurarsi una copia, fu pubblicato all’inizio del XX secolo da A. Giussani e ha per titolo Informatione dello Stato et del Governo delli Signori Grisoni. Questa relazione, scritta in buon latino, è un testo pieno d’ardore, ora fremente di un odio che i secoli non hanno potuto sfumare, ora vivace e di una lepidezza senza pretese. Letta attentamente, rivela una sorprendente diversità, ampiezza e profondità di conoscenze. Il Borrone sa tutto dei Grigioni e ne parla senza troppa pedanteria, spesso con estro e, quando lo reputa necessario, con impudenza. Appena affrontata una questione, la riduce ai suoi principî e poi la riprospetta in termini chiari. L’Informatione comincia con una descrizione penetrante del paese, della sua economia e del suo governo. Mostra quindi tutte le debolezze di questa regione, povera ed eternamente in preda alle lotte di fazione, e prospetta le iniziative più adatte per sfruttarne le debolezze. Consiglia di sottrarre la Valtellina ai Grigioni senza colpo ferire, vale a dire eliminando in anticipo i soli probabili nuclei di resistenza: i diciassette ministri evangelici di lingua italiana. I mezzi consigliati sono l’adulazione e la corruzione. Per il Borrone il problema è assai semplice: la natura umana è quella che è, si può dominarla o con l’adulazione o con la furberia e la forza. La morale, le passioni, la fede non hanno che rilevanze secondarie. Nel frattempo la situazione politica generale era notevolmente peggiorata. La pace di Lione del 1601 aveva fissato la frontiera del Ducato di Savoja sul Rodano. Solo il ponte di Grésin e la vallata di Chézery ormai univano il Ducato alla Franca Contea. La Francia poteva interrompere facilmente questo stretto passaggio e per conseguenza sopprimere la possibilità d’allacciamento tra gli stati spagnoli della penisola e i Paesi Bassi. L’imperatore Rodolfo II era impegnato nelle guerre contro i Turchi, Clemente VIII a rafforzare il potere temporale del Papato, Venezia a fare la guerra agli Uscocchi: Francia e Spagna si trovarono pertanto l’una di fronte all’altra. Il piccolo passaggio a Oriente, la via della Valtellina, divenne, per così dire, l’asse dell’equilibrio dell’Europa. Quando il Borrone propose di riconquistare la Valtellina e di sbarrarne l’entrata dal solo lato indifeso, quello del lago, tentò, in fondo, di distruggere il faticoso equilibrio raggiunto. Perciò non meraviglia la violenza delle proteste dei Grigioni. Clemente VIII ammise di essere al corrente del progetto, assicurando però di aver respinto la proposta tendente a realizzarlo. Le sue affermazioni rispondevano a verità: in effetti il piano del Borrone non poteva trovare posto nel quadro della politica europea del Papa. Le pressioni dei Grigioni ottennero così un certo successo: al Borrone venne intimato di desistere dai suoi progetti sotto pena di essere privato della rendita papale se mai avesse provocato altre proteste diplomatiche. Il Borrone comprese allora che occorreva abbandonare Roma. Cedette la pensione e si fece nominare da padre Cherubino di Maurienne e da altri Savoiardi procuratore della Congregazione di Nostra Signora della Compassione di Thonon. Lasciò Roma alla fine del mese di agosto del 1601 con la scusa di recarsi in Spagna, onde persuadere il Re cattolico a stanziare un congruo contributo in favore dell’opera assistenziale creata da Francesco di Sales. Verso la metà dell’autunno il Borrone fu a Thonon. Il nunzio in Savoja, il vescovo di Forlì Corrado Tartarino, in una lettera del 23 novembre al cardinale Pietro Aldobrandini, assicurò che il Borrone era arrivato e che erano state prese le opportune disposizioni per agevolarne l’opera. La politica che ispirava l’azione della Congregazione era stata ben definita da padre Cherubino: Que là où tant de belles offres ne voudroient pour les ranger au debvoir, que Sa Sainctété fit un peu semblant de vouloir ayder S.A. et menassa d’inciter tous les Principes catholiques contre eux. Una volta a Thonon, il Borrone riprese questa idea. Ormai la sua violenta avversione per i Grigioni lo portava a odiare tutti i protestanti, a tentare qualcosa per riscattare il suo onore macchiato. Bisognava mobilitare gli spiriti, incoraggiare i timorosi, convincere gli esitanti. A tal fine predispose una campagna propagandistica redigendo perfino un piano. Se ne conosce un riassunto, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi, dal titolo Summa capitum confaederationis nuper initae adversus haereticos. Le idee di padre Cherubino vi sono riprese quasi integralmente, ma va precisato che il piano risultava vantaggioso solo per il Duca di Savoia. Con una propaganda sottile, il Borrone si propose di eccitare i protestanti e nello stesso tempo di impressionare i cattolici. Messo a punto questo progetto, partì da Thonon: alla fine di ottobre fu nel Delfinato, dove si presentò al maresciallo Lesdiguières, al quale confessò di essere fuggito da Roma a causa della sua fede evangelica. Appunto a Roma, dalla bocca di suo zio, il cardinale Cesare Baronio, aveva appreso che la Spagna, la Francia e gli altri stati cattolici avevano ordito una lega contro gli stati protestanti e Ginevra in particolare pour extirper la religion réformée, si legge nel registro del Consiglio della Signoria di Ginevra alla data del 14 novembre 1601, giorno in cui la notizia trasmessa da Lesdiguières in persona ai sindaci Roset, Chambrey e De Vérace fu registrata. Ben presto le rivelazioni del Borrone si sparsero per tutta l’Europa protestante. Nicolas de Neufville, signore di Villeroy, notò con amarezza che il Borrone trouva les espris de ceux ausquels il s’adressa sy susceptibles de ceste opinion, que l’on ne luy ait seu trop mauvais grè d’avoir enfanté ce beau discours. Enrico IV comprese fulmineamente che bisognava smascherare l’impostore, mettere in chiaro le complicità e convincere i protestanti della lealtà della sua politica e i cattolici della sua fermezza. Contemporaneamente l’opinione pubblica si surriscaldò. Persino Pierre de l’Estoile annotò nel suo Journal le notizie che un amico di La Rochelle gli comunicava a proposito della tournée borroniana. Alla fine del 1601 il Borrone si trasferì in Germania. Negli Archivi di Stato di Ginevra è la copia d’una Harangue che pronunciò davanti al duca di Sassonia. Vi si parla della solita lega e delle mene cattoliche contro i protestanti. In questa Harangue, che fu tradotta a Ginevra in francese, c’è dell’emozione, del calore, dell’immaginazione naturale e forte. Le digressioni sono abbondanti ma né la chiarezza né una certa discrezione vi mancano. Se il Borrone non cede di più al gusto delle rivelazioni è perché avverte il rischio d’essere attratto, incantanto e quindi di rivelare inavvertitamente i suoi pensieri intimi e segreti. Il Borrone vuole commuovere, eccitare, perciò evita di ricorrere a sottigliezze inutili. Verso la fine di febbraio del 1602 fu nei Paesi Bassi, ove plusieurs sont entrez en des alarmes très grandes. Il duca di Sessa disse più tardi che il Borrone si spacciò per plenipotenziario di Enrico IV e di Clemente VIII. Quest’ultimo non mostrò d’inquietarsene troppo, mentre Enrico IV attraversò invece ore d’angoscia. La Spagna, con la scusa di prevenire un attacco turco e di scoraggiare la politica aggressiva dell’Inghilterra, procedette a una mobilitazione parziale. Intanto a Thonon tutto era pronto. I Ginevrini furono particolarmente impressionati da tutte queste manifestazioni, che ritennero puri espedienti per permettere al Duca di Savoja di dissimulare l’attacco. Si mormorò che Clemente VIII avrebbe impedito al Re di Francia d’intromettersi nella faccenda. Obiettivamente, l’attività del Borrone riuscì utile a Carlo Emanuele di Savoja, anzi favorì in quel momento il suo disegno politico e quello di Francesco di Sales: Il importe surtout d’abattre Genève. Nel mese d’aprile il Borrone arrivò in Inghilterra per cercare di persuadere Elisabetta della cattiva fede di Enrico IV, ma senza successo. La Corte di Londra non si lasciò impressionare, essendo gli Inglesi, disse l’ambasciatore francese, déterminés et résolus au pis de ce qui leur peult arriver. Il Borrone fu espulso immediatamente dalle isole britanniche. L’energia di Enrico IV, il suo intervento diplomatico in tutti i paesi dove agiva il Borrone, a Roma in primo luogo, ridussero così gli intrighi di costui alle loro giuste proporzioni. La delusione del Duca di Savoja fu grande. Ma, persuaso che sempre più corde all’arco s’attaccano meglio è, Carlo Emanuele s’indirizzò subito verso altri porti. La congiura di Biron e del duca di Bouillon, l’affare del principe di Joinville seguirono immediatamente il fallimento dell’impresa del Borrone. Le successive avventure del Borrone sono assai meno note. Nel 1603 fu in Sassonia e vi ottenne una pensione dal conte palatino Filippo Ludovico. In quest’epoca scrisse al principe Cristiano II di Sassonia per renderlo attento alla congiuntura politica assai difficile dei paesi protestanti. Ma le sue previsioni e analisi non furono apprezzate, cosicché abbandonò la Sassonia e andò in Boemia come mercenario in una compagnia comandata da Lorenzo Ramé, colonnello della cavalleria di Passau. Quasi con certezza nel 1609 fu a Praga al servizio dell’arciduca Leopoldo, per il quale bisognava reclutare un esercito. Nel 1610 partecipò alle operazioni militari di Jülich. L’anno seguente l’esercito comandato da Ramé, Carlo Luigi di Sulz, Adolfo d’Altham e Hans Ruprecht Hegenmuller fu inviato a Praga, ove gli stati erano in rivolta contro il cattolicesimo di Rodolfo. Forse il Borrone si incaricò di ottenere a Ramé l’appoggio della colonia italiana di Malá Strana e la collaborazione di numerosi mercenari italiani. Non si sa bene per quale motivo e in quale mese dell’anno 1611, il Borrone captus, ac capite plexus est, come disse con aria soddisfatta un cronista grigione. La notizia non pare certa, dato che alcuni scritti firmati dal Borrone apparvero dopo il 1611. Durante questo periodo il Borrone trovò modo di scrivere un Ritratto della Rezia, il cui autografo è conservato alla Biblioteca Trivulziana di Milano e una fedelissima copia, eseguita nel 1683, nella Biblioteca Nazionale Braidense. Si tratta di un trattatello politico: inizia ex abrupto con una specie di Ecco i Grigioni e tosto ci si trova nel vivo del discorso. Non vi sono che fatti: a essi si lascia il compito di parlare. Il tema della prosperità futura e quello dell’abbassamento presente s’equilibrano, si succedono, si sostituiscono senz’altra arte che quelle di un cuore troppo pieno. La polemica disperata contro la presente corruzione, contro il caos della vita politica, contro le insufficienze dell’organizzazione militare, l’impotenza del sistema economico beneficia di questo sfondo di sventure, d’inimicizie e di pericolo, che dà un aspetto unico alla polemica. Il Borrone propone una serie di riforme in tutti i settori, soprattutto in quello dell’organizzazione politica e del sistema di difesa. E non dimentica di consigliare che intorno al forte di Fuentes, che anni prima aveva progettato e che gli Spagnoli avevano costruito, si edificasse una serie di fortificazioni. Il Borrone non può essere collocato né tra i suoi contemporanei sostenitori del diritto né tra quelli credenti nella ragion di Stato. Per lui, contrariamente a quasi tutti i suoi contemporanei, l’arte di governo si riduce all’arte della guerra. E qui è necessario richiamare alla memoria i capitoli XIV e XVII del Principe. Tuttavia il Borrone non da nessuna teorizzazione del diritto assoluto e non fa concessioni alla teoria monocratica. Dichiara con energia che il potere deve essere forte, giammai totalitario. Ha fiducia nella bontà del sistema aristocratico, ma crede altresì nella potenza creatrice del popolo. Sente che è impossibile governare nell’isolamento. Tutto ciò lo spingea indicare le condizioni d’una politica che non sia ingiusta: quella, cioè, che non scontenti il popolo. Una buona organizzazione politica deve essere capace di realizzare un rapporto di consultazione e scambio tra l’alto e il basso della società, tra quelli che governano e quelli che sono governati. Il sistema può creare talvolta situazioni sanguinarie, spietate, sordide. Purtroppo, gli uomini sono impotenti contro ciò. La vita è lotta. In un’epoca che aveva bandito il Machiavelli, il Borrone se ne dimostra discepolo. Un discepolo un po’ mitomane, un po’ impostore, sempre in bilico tra la ciarla e l’avventura. Nel 1619 apparve firmato dal Borrone un opuscolo in cui descrive la situazione religiosa e politica del regno di Boemia e propone provvedimenti concreti per convalidare la posizione degli evangelici della regione. Non si conosce quando e come il Borrone concluse la sua vita avventurosa. Si conoscono le seguenti opere del Borrone: B. Baronii Nachricht an Churfürsten Christianum II. zu Sachsen, von denen blutigen Consiliis, so umb das Jahr 1603 wider die Evangelischen geschmiedet worden, in Unschuldige Nachrichten von Alten und neuen theologischen Sachsen, s.l., 1704, pp. 197-225; Discours vom dem Interposition werck und itzigem Zustandt im königreich Böhaimb. Sambt Baronij Brocardis Warnung von derer Sub una allerhandt Rathschläge wieder die Evangelischen 1619, s.l. né d.; Relazione di Broccardo Borrone intorno alla Rezia, alla Valtellina ed ai contadi di Borunio e di Chiavenna (1601), in A. Giussani, Il forte di Fuentes. Episodi e documenti d’una lotta secolare per il dominio della Valtellina, Como, 1905, pp. 350-364; Harangue de Cesar Baronius faite devant l’Electeur et duc de Saxe, in Bull. de la Société d’Hist. et d’Arch. de Genève XII 1961, pp. 107-117; Ritratto della Rezia scritto da Broccardo Borrone alli oratori delle tre leghe grisone detti Rheti ove si mostrano quanto vagliano e fassano quelle loro comunanze, come si governano et insieme quali mancanti et imperfettioni vi siano et de qual riforma havrebbero di bisogno, in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 16, 1962, pp. 39-60.
FONTI E BIBL.: Tutte le fonti, edite e inedite, sono discusse e citate in G. Busino, Italiani all’Università di Basilea dal 1460 al 1601, in Bibliothèque d’Humanisme et Renaissance XX 1958, 506-507, 526; G. Busino, Aventures et intrigues de Broccardo Borrone à l’époque de l’Escalade, in Bull. de la Société d’Histoire et d’Arch. de Genève XII 1961, 89-117; G. Busino, Prime ricerche su Broccardo Borrone, in Bibliothèque d’Humanisme et Renaissance XXIV 1962, 130-167; G. Busino, Di Broccardo Borrone e del suo “Ritratto della Rezia”, in Bollettino della Società Storica Valtellinese 16 1962, 25-60; G. Busino, Nuove ricerche su Broccardo Borrone, in Bollettino Storico Piacentino LVII 1962, 155-167. Vedi inoltre: I. Bedrich Novak, Gli italiani di Praga e la presa di Malá Strana nel 1611, in Bollettino dell’Istituto di Cultura Italiana di Praga III 1925, 93-96; I. Bedrich Novak, Rudolf II a jeho pad, Praha, 1935, 141 ss.; G. Busino, in Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 97-102.

BORRONI, vedi BORONI

BORSAL GIAN MARIA
Parma 1615
Pittore attivo in Roma. Fu figlio di Andrea. Nel 1615 presentò una denuncia all’autorità perché gli era stato sottratto un ritratto.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 154-155.

BORSANI GIUSEPPE
Parma 7 ottobre 1812-Roma 23 luglio 1886
Nato da una famiglia di origine piacentina, fu in gioventù coinvolto nei movimenti patriottici risorgimentali. Studente in legge a Piacenza, fu nella lista dei compromessi nei moti del 1831 (si presentò armato davanti al palazzo della Duchessa). Sotto il Governo Ducale fu giudice del Tribunale Civile. Prese notevole parte ai rivolgimenti del 1848 e sedette nell’Anzianato, essendo tra i notabili aggiunti a tale assemblea il 20 marzo 1849. Fu delegato a reggere, come ministro, i dipartimenti dell’Interno, della Giustizia e dell’Istruzione. Dopo gli avvenimenti del 1848-1849 fu costretto all’esilio in Piemonte ove entrò nella carriera giudiziaria che percorse fino all’alto grado di avvocato generale presso il Tribunale Supremo di Guerra e Marina, ottenuto il 24 settembre 1868 dopo aver rivestito (dal 5 novembre 1866) la carica di procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Dedicatosi allo studio del diritto, specializzandosi nella procedura penale, pubblicò vari saggi tra cui Il sistema dei tributi (1850), L’uomo e la società (1857), Come progrediscono gli istituti giuridici (1859), Gli uffici della storia nel progresso della pubblica amministrazione (1860), nonché un commento al codice di procedura civile (1873). Il 6 novembre 1873 fu assunto alla prestigiosa carica di senatore del regno, avendo l’incarico di relatore di vari importanti disegni di legge, tra cui il progetto del nuovo codice penale. Il Borsani presentò al Senato le seguenti relazioni: Codice penale del Regno d’Italia, Vigliani, 1873-1874, n. 35; Modificazioni alle leggi esistenti sul reclutamento dell’esercito, Ricotti, 1874-1875, n. 26; Inchiesta sulla Sicilia, Castagnola, Donati e Piccoli, 1874-1875, n. 76; Provvedimenti straordinari di pubblica sicurezza, Cantelli, Vigliani, 1874-1875, n. 84; Basi organiche della milizia territoriale e comunale, Mezzacapo e Nicotera, 1876, n. 74; Abrogazione dell’art. 49 della legge 8 giugno 1874 e sostituzione di altre disposizioni, Mancini, 1876-1877, n. 28; Aggiunta di un paragrafo all’art. 96 della legge sul reclutamento militare, 26 luglio 1876, 1876-1877, n. 33. Si dimise dal Senato per ragioni di salute pochi anni prima di morire.
FONTI E BIBL.: Atti Parlamentari Senato del Regno, Tornata del 23 novembre 1886, 91; Giornali vari, 24 luglio 1886 e seg.; Santi, La XV Legislatura; A. Brunialti, Annuario Biografico Universale, Torino, 1884-1887, 318; A. De Gubernatis, Dizionario Biografico, due volumi, Firenze, 1879 e Roma, 1895; S. Sapuppo Zanghi, La XV legislatura italiana, Roma, 1884; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 12; Gazzetta di Parma 15 ottobre 1920, 1; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 140; Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 140-141; Gazzetta di Parma 29 dicembre 1961, 4; Mensi, alla voce; T. Sarti, Il parlamento subalpino e nazionale, 1896-1898, 157; Nasalli, Magistrati, 32; G. Mischi, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 46-47.

BORSANO BELTRAMO, vedi BORSANO BELTRANDO

BORSANO BELTRANDO
Milano-Milano ottobre/novembre 1395
Detto anche Beltrame Brossano, di nobile famiglia milanese, fu nipote del cardinale Simone da Brossano, arcivescovo di Milano. Il cardinale Simone Borsano fu uno dei sedici che si trovavano in Roma nel 1378 quando il popolo eccitato domandò un papa romano o almeno italiano. Volendo, come egli andava dicendo, un confessore e non un martire, votò per Bartolomeo Rignani, Vescovo di Bari, che assunse il nome di Urbano VI. Il Papa, grato al cardinale Borsano, volle dargli un segno della sua benevolenza promovendo al vescovado vacante di Parma il Borsano, suo nipote. Il 29 aprile 1378 non era ancora Vescovo di Parma poiché in un atto di quel giorno che riguarda il diritto dei canonici di percepire le distribuzioni dei beni in comune e le competenze delle prebende rispettive, è detto che i canonici si convocarono in Episcopali sede vacante. Secondo l’Eubel, fu eletto da Urbano VI intorno al mese di aprile del 1378, ed è detto Borsano o de Borsano. Il Borsano, con suo Rescritto del 5 novembre 1379, alle preghiere di Carlo Visconti, Signore di Parma, concedette a Taddeo dei Pii, caduto in grandi ristrettezze domestiche, già rettore della chiesa di San Nicolò in Parma, di poter tenere anche la chiesa di San Cristoforo posta presso le fossa della città, benché non fosse ancora entrato nell’ordine del presbiterato, purché però facesse compiere i divini uffici da un sacerdote idoneo e procurasse di farsi promuovere al sacerdozio nel trentesimo anno. Nel Rescritto si legge: Datum Parmae in domibus Monasterii Sancti Iohannis Parmensis nostrae habitationis. pontificatus SS. in Christo Patris et D.D. Urbani divina Providentia Papae Sexti, anno secundo. Da ciò si rileva che il vescovo di Parma abitava allora nelle case del Monastero di San Giovanni e non nel palazzo vescovile, occupato da Carlo Visconti, Signore della città, e che il Borsano riconosceva apertamente Urbano VI per legittimo papa. L’atto del 5 novembre 1379 porta il sigillo del Borsano, riprodotto dal Pezzana. Rappresenta tre vescovi, in alto, e sotto, seduto, il Vescovo di Parma, con ai lati due stemmi uguali della famiglia da Borsano, a due bande. Intorno si legge: Beltrand. Borsan. Dei Gra. Epi. Parmensis. In Milano, nella chiesa di Santa Maria di Bertrade, il Borsano consacrò la cappella di Sant’Antonio fatta edificare nell’anno 1379 da Antonio Solaro, senatore di Galeazzo Visconti, vicario imperiale di Milano, concedendo quaranta giorni di indulgenza a chi visitasse questo altare con le debite condizioni. Che il Borsano aderisse al papa Urbano VI, è chiaro dall’avere questi inviato il 26 febbraio 1379 i suoi commissari anche a Parma per visitare la Certosa, vietando al priore di accettare i legati di Clemente VII. Il 16 novembre 1379 il Borsano dichiarò che per diritti antichi e per consuetudine spettavano a lui e al palazzo vescovile le acque pubbliche, i canali, gli acquedotti e la decimazione delle acque, specialmente del Canale di Porporano. Col consenso poi del Borsano, i canonici del Battistero stipularono un contratto con i coniugi da Margete, il 27 gennaio 1380, come si rileva da una pergamena esistente nell’archivio del Battistero. Confermò altresì il Borsano alcune indulgenze alla Società di Santa Maria della Neve, già concesse da Ugolino Rossi e dai suoi vescovi suffraganei al tempo del suo esilio. Il 14 marzo 1380 il Borsano concesse, con sua lettera, la facoltà a Giovanni da Lignanno, suo nunzio giurato, di rivendicare tutti i beni della Chiesa parmense tenuti in possesso da persone in mala fede. Suo vicario era allora il canonico Giacomo da Gallarate. Parimenti il 14 marzo il Borsano investì il nobil uomo Ubertino Aldighieri delle terre del bosco di Colorno di ragione della mensa vescovile. Ancora il 19 marzo 1380, come consta da una pergamena del Monastero di San Giovanni in Parma, il Borsano abitava presso detto monastero e lo stesso giorno pronunciò l’assoluzione dalla scomunica data dal suo vicario Giacomo da Gallarate alla badessa di Sant’Alessandro, Mabilia dei Baratti, la quale, in virtù dell’immunità del suo monastero, non aveva voluto pagare un sussidio imposto dal Borsano. Il 10 aprile 1380 il Borsano concedette in feudo una località ove era costruita una casa, presso la vicinia della Chiesa Maggiore, a Giacobino Fredolfo, figli e nipoti, con l’obbligo di pagare ogni anno una librra di cera. Come pure il 25 aprile il Borsano investì di 40 bifolche di terra poste nella villa di Torrile, nel luogo detto il bosco populli, il Comune e gli uomini di Colorno. Il Borsano il 20 maggio 1380 accordò un’indulgenza di 40 giorni a chi visitasse la chiesa di San Giovanni in Borgo San Donnino e celebrasse, o facesse celebrare, la santa messa in quella chiesa per devozione in qualunque giorno dell’anno. Il 29 luglio 1380 il Borsano venne promosso al vescovado di Como, che si era reso vacante per la morte di Enrico da Sessa. Resse la Chiesa comense con grande zelo e prudenza, in tempi assai difficili. Gian Galeazzo, conte di Virtù e Signore di Milano, a esempio di suo padre e di Bernabò, volle estendere l’autorità e il suo potere sulle cose ecclesiastiche proibendo perfino l’elezione a certi benefici senza il suo consenso, come si legge in un decreto dell’11 aprile 1385, intimato al Borsano e ad altri prelati e canonici radunati nel palazzo vescovile da Bartolomeo degli Anguissoli, vicario del podestà. Nel 1392 il Borsano fu nominato collettore apostolico di Lombardia. Al principio dello stesso anno 1392 fu a Milano come delegato apostolico per assolvere i penitenti dalle loro colpe in occasione del giubileo concesso da papa Bonifacio IX: così racconta Castello da Castello, il quale fu appunto in quella città per godere dei vantaggi spirituali del giubileo e ricevere dal Borsano l’assoluzione sacramentale. In questo medesimo anno Gian Galeazzo lo creò Presidente del Consiglio che aveva allora istituito in Verona. Il Borsano ritornò a Milano nel 1395 per onorare insieme ai vescovi delle città soggette al dominio visconteo e ad altri principi e signori d’Italia, il possesso che il 5 di settembre Gian Galeazzo prese della dignità ducale conferitagli da Venceslao, re di Roma. Poco dopo, e sicuramente prima della fine dell’anno, il Borsano venne a morire. Infatti il 19 gennaio 1396 era già stato eletto il suo successore alla Chiesa di Como.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 316-319; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 239; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 174.

BORSANO BERTRANDO, vedi BORSANO BELTRANDO

BORSARI LODOVICO
Parma 9 settembre 1858-Sant’Andrea Bagni 1939
Figlio di Ferdinando e Maria Teresa Fantelli. Forte dell’esperienza maturata nel suo negozio di barbiere in via Cavour a Parma che gli consentì di comprendere l’interesse del cliente per i prodotti profumieri da lui preparati, seppe avviare una vera e propria industria degli estratti e dei profumi confezionati in flaconi appositamente realizzati dalle vetrerie Bormioli. I successi conseguiti sia sul mercato nazionale che estero spinsero il Borsari nel 1934 a costruire un nuovo stabilimento in via Trento nella prima periferia cittadina di Parma. Si deve a lui il recupero e il rilancio sul mercato internazionale del profumo di Corte Violetta di Parma.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 392.

BORSARI MARIO
Parma 6 agosto 1896-Genova 1961
Figlio di Ludovico e Teresita Rabaglia. Prese parte alla prima guerra mondiale come autiere. Tornato dal fronte, entrò nella fabbrica del padre Lodovico, pioniere dell’industria dei profumi a Parma. Contemporaneamente dedicò le sue attenzioni all’automobilismo divenendo uno dei primi sportsmen del volante e fu tra i primi soci dell’Automobile Club provinciale. Tra il 1927 e il 1932 prese parte a varie gare, ottenendo affermazioni nella Parma-Poggio di Berceto e nella Salsomagúgiore-Sant’Antonio. Col fratello subentrò al padre nell’azienda, cuúrando la parte chimica: tra le sue creazioni persoúnaúli, Notte romana e Mio sogno. Sofferente di cuore, trascorse gli ultimi anni sulla riviera ligure.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 65.

BORSI ANDREA
Colorno 1779
Violoncellista, suonò nel Teatro detto della Veneria, in Colorno, in occasione della fiera d’agosto 1779. Figura anche tra i suonatori nominati per un triennio dall’Accademia teatrale.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato, Teatri 1770-1779, Affari diversi, Cartella n. 2; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 226.

BORSI ANTONIO
Parma 1781
Libraio attivo in Parma nell’anno 1781.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 158.

BORSI ANTONIO
Parma 1785
Coprì la carica di vicecancelliere nella compagnia di porta San Michele in Parma nel 1785.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 147.

BORSI EMILIO
1888-Basso Adriatico 15 luglio 1916
Figlio di Carlo. Tenente di Vascello, fu decorato con due medaglie di bronzo al valor militare, la seconda delle quali con la seguente motivazione: Ufficiale di rotta di sommergibile in attacco contro una silurante avversaria presso la costa nemica riportava morte gloriosa.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 dicembre 1918; Corriere della Sera 9 dicembre 1918; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 47.

BORSI ETNEO
Parma XIX/XX secolo
Poeta dialettale. Sulla tradizione di Domenico Galaverna, scrisse un sonetto, apparso nei primi anni del XX secolo su un giornale di Parma, costituente un tentativo di satira politico-amministrativa.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 100.

BORSI FRANCESCO
Parma 1756/1779
Tipografo attivo in Parma nel XVIII secolo. Dalla sua stamperia uscirono diverse pubblicazioni legislative, in particolare quelle relative alle cause discusse nel foro parmense. In seguito l’attività continuò come Fratelli Borsi, almeno fino al 1779. Nel 1762 pubblicò le Osservazioni intorno all’arte di fabbricare la carta con la dimostrazione del Mulino all’Olandese fatto a Cilindro.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 158; Enciclopedia di Parma, 1998, 166.

BORSI GIOVANNI
Parma 1531
Figlio di Bernardino. Il 20 gennaio 1531 venne iscritto nella matricola dei notai di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 147.

BORSI GIOVANNI MARIA
Parma 1485
Figlio di Zaccaria. Venne iscritto nella matricola dei notai di Parma nell’anno 1485.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 147.

BORSI GIULIO CESARE
Parma 1634
Fu un rinomato organaro, attivo intorno al 1634. Tra l’altro costruì l’organo del Duomo di Tivoli, che un contemporaneo classificò di tale armonia da poter stare a fronte d’ogni altro che abbia il pregio di graue e maestoso.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 3, 1938, 117.

BORSI GIUSEPPE
Parma ante 1723-1775
Sacerdote, fu tenore e organista distinto della Cattedrale di Parma dal 3 maggio 1723 al 14 giugno 1752. Fin dal 16 luglio 1740 fu investito di un beneficio in Cattedrale. Il Borsi cantò anche alla Steccata di Parma dal 1730 al 1754 tra i cantori di grido, invitato in occasione della festa della Annunziata, percependo la somma di lire 200 e fino a 300 lire per volta.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 179.

BORSI GIUSEPPE
Parma seconda metà del XVIII secolo
Scultore, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 49.

BORSI LODOVICO
Sorbolo 1856
Fu sindaco di Sorbolo nell’anno 1856.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 147.

BORSI PIETRO
Parma 1838/1844
Nobile, fu Podestà di Parma, nominato con decreto sovrano, dal 1838 al 1844.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Consoli, governatori e podestà, 1935, 126.

BORTESI PIETRO MARIA
Parma 1651/1652
Sacerdote. Come violinista servì alla Steccata di Parma dal 22 ottobre 1651 al 17 luglio 1652.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 96.

BORTINI ORAZIO
Langhirano 1902-Cordova 1975
Andò giovanissimo in Argentina e si stabilì a Cordova, ove si laureò in medicina. Fu libero professionista per quanrant’anni in diversi ospedali. Fu alla direzione del Circolo Italiano di Cordova e Presidente della Dante Alighieri. Il Bortini fu nominato Cavaliere ufficiale della Repubblica Italiana.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.

BORTOLOTTI, vedi BERTOLOTTI

BORZAGNA, vedi BONZAGNI