CAPACCHI-CAZZAGUERRA

CAPACCHI AGOSTINO
Vairo 1760/1765
Il Capacchi, in società con Nicola Piacentini (società da durare anni cinque), tentò di inurbarsi fondando in Strada Maestra di San Quintino, nel 1760, la prima fabbrica di saponi in Parma. Allo scadere dei cinque anni la società fu sciolta dopo aver registrato un passivo rilevante (che si tradusse in cinque mulini venduti dal Capacchi per pareggiare i conti).
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 16 marzo 1998, 5.

CAPACCHI BARTOLOMEO
Vairo 1551/1591
Nobile armigero. Nella guerra di Parma (1551) il Capacchi, non riuscendo a dimenticare l’atroce sacco di Vairo e i massacri perpetrativi dai Francesi nel 1525, passò a militare nella cavalleria spagnola (è lo Spagnolo, spietato nemico dei Francesi, di cui parlano alcuni storici piacentini di quella guerra). L’appellativo di Spagnolo gli rimase anche dopo che, ferito al capo da un colpo di picca presso Rivergaro durante una carica contro un reparto francese, dovette ritirarsi a Vairo con i suoi. Lo si trova ancora tra i firmatari del giuramento di fedeltà ai Farnese del 1591. Due suoi morioni, compreso quello che reca il segno del copo di picca, furono posti a ornamento di un camino di Villa Basetti.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 16 marzo 1998, 5.

CAPACCHI GIUSEPPE
Basilicanova 1831-post 1860
Fu volontario, diciannovenne, a Novara con i bersaglieri piemontesi. Catturato durante i moti del 22 luglio 1854, fu condannato a morte e poi graziato per la giovane età, quindi condannato ai lavori forzati a vita da scontare nelle carceri austriache di Mantova. Nel 1856 in tutto l’Impero asburgico i condannati politici godettero di un indulto che commutò le varie condanne nell’esilio in Oriente o nelle Americhe. Tre forzati parmigiani di Mantova, tra cui il Capacchi, scelsero d’essere condotti sotto scorta a Venezia per venire poi imbarcati per l’Oriente. Poco prima di Monselice, il Capacchi fece fermare il furgone militare adducendo un bisogno corporale. Appena il gendarme che lo scortava a terra si fu distratto un attimo, il Capacchi, ammanettato com’era, lo rovesciò nel canale che scorreva lungo la via e fuggì per i campi, invano bersagliato dalle fucilate dal resto della scorta. Liberatosi dalle manette, pensò che non lo si sarebbe certamente cercato nella sua casa di Borgo dei Minelli, in Oltretorrente a Parma e vi tornò. In realtà, una pattuglia andò a cercarvelo, ma con poca convinzione: i gendarmi sondarono con le baionette anche un cumulo per l’imbottitura da materasso, nel solaio, dove il Capacchi era andato a infilarsi. Senza fiatare, si prese sette baionettate nella gamba sinistra e il giorno dopo lasciò Parma nascosto nel sottofondo di un carro rifugiandosi presso i parenti di Scurano, dove rimase fino all’Unità d’Italia. La gamba gli rimase rigida ed ebbe in compenso una pensione da re Vittorio Emanuele di Savoja.
FONTI E BIBL.: Qui Parma 22 1996, 29; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 16 marzo 1998, 5.

CAPACCHI LUCIA
Vairo 1900-1966
Madre di tredici figli, per trent’anni curò la distribuzione della posta in una vasta valle. Salì agli onori della cronaca nel 1961, quando al Circolo della stampa di Milano venne proclamata Mamma dell’anno per essersi prodigata durante la seconda guerra mondiale a portare nei casolari più desolati, alle famiglie ansiose, notizie dei loro congiunti dal fronte.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 80.

CAPASSO GAETANO
Frattamaggiore 3 novembre 1854-Milano 26 gennaio 1923
Laureatosi in lettere a Pisa nel 1879, nello stesso anno ottenne il diploma di abilitazione all’insegnamento della storia nella Scuola Normale di Pisa. Nel 1888 fu abilitato all’insegnamento del tedesco nell’Università di Genova e nel 1903 ottenne la libera docenza in storia moderna presso l’Accademia scientifico-letteraria di Milano. Insegnò nelle Scuole Tecniche di Pisa e Catanzaro (1879-1883) e di quest’ultima fu pure direttore. Insegnò storia nei licei di Benevento (1883-1885) e di Parma (1885-1892). Fu preside del Liceo di Parma e rettore del Collegio Nazionale Maria Luigia di Parma (1892-1901). Dal 1901 fu preside del Liceo Manzoni a Milano. Dal 1903 al 1906 fu incaricato dell’insegnamento della storia moderna presso l’Accademia scientifico-letteraria di Milano e nel 1908 di quello di legislazione scolastica presso quella scuola di magistero. Fu membro attivissimo della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, della Società Storica Lombarda e dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, del Consiglio Provinciale Scolastico di Milano e, per qualche anno, della Giunta Superiore dell’istruzione media. Alla storia dell’istruzione dedicò gli studi Il Collegio dei Nobili di Parma. Memorie storiche pubblicate nel terzo centenario dalla sua fondazione (Parma, 1901) e N. Tommaseo e il Collegio Lalatta di Parma (in Rivista d’Italia marzo 1908). Gli scritti del Capasso sul Collegio dei Nobili hanno importanza capitale nella storia delle istituzioni scolastiche nazionali.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n. ser., XXIII 1923, XIII; S. Fermi, Commemorazione di Gaetano Capasso, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n. ser., XXIII 1923, 418 ss.; A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 112-113.

CAPCASA GIOVANNI
Parma 1492/1494
Tipografo attivo a Venezia negli anni 1492-1494. Fratello e collaboratore di Matteo, fu forse anche cotitolare dell’azienda. Il suo nome appare in due sole opere. La prima è una tarda ristampa delle Rime volgari del Petrarca divisa in due tomi: nel primo figurano I Trionfi col consueto commento di B. Lapini e reca la data 12 gennaio 1492 (1493 stile comune), la seconda parte contiene il Canzoniere con i due commenti di F. Filelfo e G. Squarzafico (è datata 28 marzo 1493). L’altro libro ove compare il suo nome fu stampato per conto di Lucantonio Giunta: Vita di Santi Padri vulgare historiata, datata 4 febbraio 1493 (1494 stile comune) e sottoscritta per Gioanne de cho de ca da parma Ad istantia di Lucantonio Fiorentino.
FONTI E BIBL.: G. Borsa, Clavis typographorum, 1980, 112; Dizionario biografico degli Italiani, XVIII, 1975, 402.

CAPCASA MATTEO
Parma ante 1457-Venezia 1495
Fu tipografo a Venezia negli ultimi due decenni del secolo XV. Si sottoscrisse indifferentemente con la forma originale del patronimico (Capodicasa, Capcasa, Cap di Casa), con le corrispondenti forme in parlata veneziana (Codeca, Chodeca, Co de Cha) e anche, semplicemente, Mattheo da Parma. Non si sa quando si trasferì a Venezia per applicarsi all’arte della stampa. L’università degli stampadori, librari, e ligadori di Venezia fu costituita assai tardi (1548) e le mariegole dell’arte iniziano naturalmente da quell’anno. Notizie sui tipografi del Quattrocento si hanno essenzialmente dai loro prodotti. Scarsissimi sono i documenti di archivio superstiti, meno di cinquanta i privilegi chiesti e ottenuti, dai quali, del resto, non molto si ricava che non sia già noto dalle stampe. Per trovare il nome del Capcasa in una edizione bisogna arrivare all’anno 1485. Occorre però avvertire che il Bandini, il Renouard (che lo copia) e lo Hain citano del Capcasa due edizioni degli anni 1482 e 1483 del Libro della divina dottrina di Santa Caterina da Siena, che sono, in realtà, due varianti con data errata dell’unica edizione di quel trattato stampata nel 1494. Per quanto si è accertato, appare che il Capcasa iniziò la sua carriera di editore e stampatore in società con Bernardino di Pino (modesto tipografo che ebbe scarsa attività) pubblicando un Vocabularium utriusque iuris nel 1485, cui seguì l’11 luglio dello stesso anno un Fior di virtù. Non si conoscono edizioni del Capcasa datate nel successivo triennio. Si conosce però un’edizione senza data del De bello Roboretano nel quale Giacomo Caviceo narra la disfatta subita dalla colonna veneziana che da Rovereto si dirigeva su Trento al comando di Roberto Sanseverino (che rimase ucciso il 23 novembre 1487). Se questa relazione dell’agguato di Calliano fu composta, come è ragionevole supporre, poco dopo il fatto, probabilmente l’edizione risale ai primi mesi del 1488 e sarebbe il primo prodotto del Capcasa operante da solo. Con l’anno 1489 ha inizio la collaborazione del Capcasa con il fiorentino Lucantonio Giunta, da anni trasferito a Venezia col fratello Bernardo, ove cominciò con grande avvedutezza quel commercio librario destinato a divenire la maggiore impresa editoriale di tutta la Cristianità durante il secolo XVI. Lucantonio affidò al Capcasa l’esecuzione delle sue prime tre edizioni (altre ne seguirono in appresso): Ioannes Gerson de imitatione Christi et de contemptu mundi in vulgari sermone, sottoscritta per Matteo de Codeca da Parma ad istantia de Maestro Luca fiorentino. È un in-4° di cc. 80 n.n., ristampa delle edizioni di Giovanni Rosso da Valenza (Venezia, 22 marzo 1488) e dello Scinzenzeler (Milano, 17 luglio 1488). Il 31 dicembre di quell’anno vennero in luce i Publii Ovidii Nasonis opera omnia. Sono due parti di cc. 226 e 198, testo già più volte divulgato e dovuto alle cure di Bonus Accursius e di Valerius Superchius. È del 17 febbraio 1489 (1490 stile comune) il Transito de sancto Hieronymo, in-4° di cc. 68 n.n., quindicesima replica di quel testo già a stampa fin dal 1470 circa, che un ignoto autore, probabilmente del secolo XV, volgarizzò e compendiò dalla Vita Hieronymi dello Pseudo Eusebio utilizzando anche altra materia. Dopo queste tre edizioni la collaborazione del Capcasa col Giunta fu sospesa forse perché il primo si era impegnato con Bernardino Benali. Questi lo aveva scelto a collaboratore nella pubblicazione dei suoi bellissimi libri figurati che culminarono col Dante del 3 marzo 1491, che il Capcasa riprodusse per suo conto il 29 novembre 1493. Ma prima ancora di lavorare per il Benali, il Capcasa produsse per suo conto il Morgante di Luigi Pulci, che fu datato 10 aprile 1449 (ma si deve leggere 1489). Nello stesso anno produsse le Meditationes vitae Christi dello Pseudo Bonaventura, che videro la luce il 27 febbraio 1489 (1490 stile comune) e fu replicato più volte. Inoltre stampò la stessa opera il 21 febbraio 1492 (1493 stile comune) per conto di Lucantonio Giunta. Di un Fior di virtù del 3 aprile 1490 restano in Italia tre esemplari. Il 14 settembre 1489 pubblicò l’opuscolo di Domenico Spreti De amplitudine vastatione instauratione Ravennae. Senza note di stampa (ma certamente del Capcasa) sono le Historiae Romanae decades che dovettero uscire nel 1490-1491. Il 12 agosto 1491 il Capcasa, gravemente ammalato, testò. Il documento, pur lacunoso e in più punti mal leggibile per i guasti apportativi dal ricorrente fenomeno delle acque alte, è interessante per le notizie che offre intorno ad alcune sue edizioni delle quali dà le tirature. Fior di virtù (1490) 500 esemplari, San Bernardo, Modus bene vivendi (1490) 734 copie, Meditazioni della Passione di Cristo (1491) 1535 copie, Isopo (Aesopus moralisatus, 1491) 756 copie, Scala Paradisi (1491) 759 copie, Persius (6 agosto 1491, terminato di stampare pochi giorni prima che il Capcasa testasse) circa 800 copie. Inoltre, il giorno stesso che il Capcasa dettò l’atto contenente le sue ultime volontà, uscì una ristampa del Fior di virtù (12 agosto 1491) di cui non si conoscono esemplari in Italia. Il 16 luglio 1491 furono pubblicati per suo conto 996 Salterioli per li putti, li quali fessemo stampare da Zan Ragazzo. Il testamento informa che la bottega del Capcasa era in San Paterniano, che il fratello Giovanni era stato sempre suo collaboratore e si può pensare che fosse stato anche cotitolare dell’azienda. Il suo nome appare in due sole opere. La prima è una tarda ristampa delle Rime volari del Petrarca divisa in due tomi: nel primo figurano I Trionfi col consueto commento di B. Lapini e reca la data 12 gennaio 1492 (1493 stile comune), la seconda parte contiene il Canzoniere con i due commenti di F. Filelfo e G. Squarzafico (è datata 28 marzo 1493). L’altro libro ove compare il nome del fratello Giovanni fu stampato per conto di Lucantonio Giunta: Vita di Santi Padri vulgare historiata, datata 4 febbraio 1493 (1494 stile comune) e sottoscritta per Gioanne de cho de ca da parma Ad istantia di Lucantonio Fiorentino. Per quanto rechino il nome di Giovanni e non di Matteo, questi tre volumi furono composti nella bottega del Capcasa con i consueti caratteri romani e rivelano tutte le caratteristiche tipografiche che ne confermano l’origine. Il Capcasa guarì e, cessata la collaborazione col Benali, riprese quella col Giunta, per il quale stampò quattro bei libri figurati, durante il 1493-1494: Meditationes Passionis Christi è datato 21 febbraio 1492 (1493 stile comune). Il 17 maggio 1494 fu terminato il Dialogo della Divina Provvidenza di Santa Caterina da Siena. Il 30 marzo 1494 terminò l’edizione della Legenda Sanctorum seu legenda aurea volgarizzata dal Mallerbi col titolo di Leggendario de sancti in vulgare storiato. È replica del testo edito dal Paganino a Venezia intorno al 1487, già copiato dal Capcasa il 16 maggio 1493. Se ne conoscono copie che hanno l’insegna di Lucantonio Giunta e altre che hanno quella del Capcasa: ciò dimostra come l’edizione sia stata prodotta in collaborazione tra i due. Si segnala inoltre che in un catalogo di libri del libraio Gottschalk di Londra venne offerto un esemplare dei Fioretti della Bibbia historiati in lingua fiorentina spampato in Venecia per Mattheo di co de cha da Parma ad istantia de Lucantonio de Zonta fiorentino. M.CCCC.LXXXXIIII adi VI. de Luio. Questa edizione è ignota a tutti i bibliografi e non si sa dove l’esemplare Gottschalk sia finito. Secondo il citato catalogo si tratta di un in 4° di cc. 70 con 60 vignette. Mentre stampava per altri, il Capcasa non cessò di produrre libri per suo conto. Tra gli altri si ricordano: Tragoediae di Seneca, con commento (18 luglio 1493), Fior di virtù (6 giugno 1493), Dante col Landino (29 novembre 1493), Epigrammata di G.B. Cantalicio, datato 20 gennaio 1483 (1494), infine Legenda aurea del 16 giugno 1492. Il Capcasa non disdegnò di stampare anche libretti popolareschi che venivano venduti dai cantambanchi. Per questi minuzzoli editoriali il Capcasa non appose mai il suo nome sulle stampe, ma sono facilmente identificabili dai caratteri. Si conoscono un Lamento della Vergine Maria (che rimane in esemplare unico alla Biblioteca Trivulziana di Milano), una Leggenda di Lazzaro Marta e Maddalena (unico esemplare noto alla Biblioteca Antoniana di Padova, replicato il 13 agosto 1494), un Lamento di Pisa con la risposta (unicum alla Biblioteca Nazionale di Napoli). Dei Salterioli non resta alcun esemplare. Il 22 dicembre 1484 prout aliis similibus concessum extitit a Mattheo de Codeca parmense tipografo, da lungo tempo abitante a Venezia, privilegio decennale per Claudiano cum li commenti mai più stampati. Di questo testo, probabilmente mai stampato, non si conoscono copie. Nello stesso anno 1494 il Capcasa ottenne altro privilegio per Laude de fra Iacopone et li Soliloqui de sancto Agustino vulgare nei termini di quello che fu concesso a Paganino de Paganini. Delle Laude non si conoscono esemplari, mentre del Sant’Agostino (pubblicato il 15 gennaio 1494) resta il solo esemplare completo della Biblioteca Palatina di Parma. Nel 1494 il Capcasa stampò per il libraio-editore fiorentino Girolamo Biondo due edizioni. Per la prima, l’oratore presso la Serenissima del Malatesta signore di Rimini sollecitò (e ottenne) privilegio per il Biondo dell’opera di Giovanni da Ferrara De coelesti vita, che il Capcasa terminò di stampare il 19 dicembre 1494. La seconda edizione, anche questa privilegiata in data 23 giugno, fu Marsili Ficini epistolae familiares: è un in 2° di cc. 204 con tre bordure xilografiche. Il 21 luglio 1495 venne in luce l’ultima edizione del Capcasa: le Epistolae di Francesco Filelfo, stampate iussu et expensis Octauiani Scoti civis mediolanensis. È un in 2°, di cc. 88. Senza nome di tipografo, datate 23 novembre 1495, uscirono le Comoediae di Plauto in 4°, di cc. 250 certamente stampate con i caratteri del Capcasa, probabilmente utilizzati da altri dopo la sua morte, che avvenne nell’anno 1495. Prendendo in esame il complesso della sua produzione, si può avere l’impressione che il Capcasa sia stato un editore più commerciale che erudito. Infatti le sue edizioni, tranne poche e di non gran conto, furono ristampe di libri già divulgati e affermati per merito di altri tipografi. Si consideri però il periodo nel quale operò: il Capcasa era già morto quando Aldo iniziò quella che fu la vera editoria erudita. Come tipografo i suoi prodotti appaiono tutti degni. Usò di preferenza caratteri romani dei quali ebbe varie serie ben disegnate e di più grandezze, che spesso rinnovò. Raramente usò il gotico e solo come sussidiario al romano. Si fece disegnare e intagliare originali e bei capilettere floreali e bordure di varia grandezza a figure assai eleganti che tirò anche in rosso. Le sue edizioni figurate sono di grande pregio ed eccezionali sono le vignette che le illustrano.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Venezia, Notarile, notai diversi, Atti, fasc. 6, c. 81; Archivio di Stato di Venezia, Notarile di Collegio, 23 luglio 1494, 22 dicembre 1494; Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, cod. It., cl. XI, c. 4; A.M. Bandini, De Iuntarum typographia, Lucca, 1791, parte II, nn. 1-2; A. Renouard, Annales de l’imprimerie des Aldes. Notice sur la famille des Juntes, III, Paris, 1835, nn. 1-2; R. Fulin, Documenti per servire alla storia della tipografia veneziana, in Archivio Veneto XXIII 1882, nn. 28, 34; J. Lippmann, Der italienische Holzschnitt in XV. Jahrh., Berlin, 1885, 63; B. Cecchetti, Libri stampati da Matteo Capcasa, in Archivio Veneto XXX 1885, 172 ss.; Duc de Rivoli-C. Ephrussi, Notes sur les xilographes vénitiens du XVe et du XVIe siècle, in Gazette des Beaux-arts I 1890, 494 ss.; H. Brown, The Venetian printing press, London, 1891, 32, 35, 37, 401; Duc de Rivoli, Bibliographie des livres à figures vénitiens de la fin du XVe et du commencement du XVIe siècle: 1469-1525, Paris, 1892, 19, 61, 72, 92-94, 102, 131, 144, 163, 173; P. Kristeller, Die italienischen Buchdrucker und Verlegerzeichen, Strassburg, 1893, nn. 91-93; C. Castellani, L’arte della stampa nel Rinascimento italiano, Venezia, 1894, 11, 69, 76, 80; C. Castellani, La stampa a Venezia dalle sue origini alla morte di Aldo Manuzio, Venezia, 1899, 34; Prince d’Essling, Les livres à figures vénitiens de la fin du XVe siècle, Paris, 1907, passim; T. De Marinis, Appunti e ricerche bibliografiche, Milano, 1940, n. 20; M. Sander, Le livre à figures italien depuis 1467 jusqu’à 1520, Milano, 1942, passim; C.E. Rava, Arte dell’illustrazione nel libro italiano del Rinascimento, Milano, 1945, 10; P. Camerini, Annali dei Giunti, I, Venezia-Firenze, 1962, 26; A. Cioni, Bibliografia delle vite dei Ss. Padri, Firenze, 1962, 32; L. Hain, Repertorium bibliographicum, nn. 4690-4691; D. Reichling, Appendices ad Hainii-Copingeri Repertorium typographicum, II, 264, 266; G. Fumagalli, Lexicon typographicum Italiae, Florence, 1905, 286, 467; A. Cioni, in Dizionario biografico degli Italiani, XVIII, 1975, 401-403.

CAP DI CASA MATTEO, vedi CAPCASA MATTEO

CAPELLA ANNIBALE
Pavia 1859-Parma 1937
Seguì a Parma il padre, funzionario prefettizio, e a Parma compì gli studi classici avendo a compagni, tra gli altri, Agostino Berenini, Antonio Restori ed Egberto Bocchia. Si laureò all’Università di Pavia ove fu allievo del Cossa, il grande economista liberale, e in quella città mosse i primi passi nell’avvocatura con Domenico Pozzi, il rivale di Cavallotti. Tornò a Parma, allogandosi nello studio di Camillo ed Emilio Bocchialini. Cresciuto alla scuola politica della grande destra storica, non prese parte attiva alla vita pubblica (manifestò comunque simpatia per l’operato di Francesco Crispi), dedicandosi esclusivamente alla sua professione. Uomo di solida cultura giuridica, storico appassionato, come avvocato fu ritenuto un maestro. Sobrio nella parola, nemico di ogni gesto e di ogni artificio, lineare nello stile semplice e volutamente spoglio di ornamenti, acuto nello svolgimento di un pensiero giuridico, arrivava alla meta con un dispregio non ostentato ma effettivo dei manierismi e degli avvolgimenti di raziocinio che mascherano l’assenza o la povertà di un ragionamento. Il suo stile fu senza aggettivazioni, senza contorsioni, ma con un nerbo di argomentazione e una forza di persuasione che raramente fallirono il segno. Incorruttibile, ligio al dovere, modesto e schivo d’onori, morì povero.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4/5 1939, 164-165; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 40.

CAPELLI ANGELO FELICE
Parma 2 novembre 1681-Ceneda 15 o 16 novembre 1749
Figlio di Stefano. Fu probabilmente suo zio il noto musicista e maestro di cappella Giovanni Maria Capelli (Affò-Pezzana). Le notizie più circostanziate su di lui iniziano dal 1717, quando si trovò a Brescia come insegnante di matematica, probabilmente a livello di scuola secondaria. Contemporaneamente e in forma privata il Capelli compì studi e osservazioni di astronomia, secondo quella che fu la principale linea d’interesse della sua vita di studioso, volta non all’astronomia pura, ma a quella che si può dire pratica, concernente il calcolo delle effemeridi, la determinazione delle longitudini e la misura del tempo. La prima opera nota del Capelli consiste in una serie di effemeridi annue, nella cui preparazione fu uno degli specialisti più accreditati a livello europeo. Le basi di tale lavoro furono poste a Brescia, a Venezia, dove il Capelli si recò successivamente, e poi a Ceneda, dove egli fu dal 1720. L’Affò ritenne che proprio a Ceneda nel 1720 egli iniziasse la stampa delle effemeridi, ma il primo volume che il Mazzuchelli riuscì a rintracciarne fu quello del 1722, edito a Venezia, ove il Capelli tornò avendovi ottenuto un canonicato. Dopo il volume del 1722 egli riprese la pubblicazione nel 1727, sempre a Venezia, e qui la continuò fino al 1738. I volumi fino al 1730 compreso sono scritti in lingua latina e i rimanenti in italiano. Della loro ricchezza di contenuto e del carattere pletorico e disorganico può dare un’idea il titolo del volume del 1731: Effemeridi de’ moti celesti del canonico Angelo Capelli, calcolate al meridiano di Venezia per l’anno 1731, terzo dopo il bisestile. Nelle quali oltre alle solite appartenenze astronomiche si contiene un calendario celeste de’ Santi ed aspetti planetari, con le sue vigilie, e feste comandate dalla S.R.C., e di più l’orto del Sole, il levar e tramontar della Luna per ciascun giorno, il tempo delle lunazioni italiane e l’ingresso del Sole, e sua dimora ne’ segni celesti, il tutto ridotto al tempo del comune orologio, ad uso de’ calendaristi. Non a torto il Cinelli osserva che questo curioso frontespizio vorrà far giudicare a qualcuno qual fia lo spirito dell’autore. Autori come Lalande e Bailly posero il Capelli tra i pionieri nella compilazione di effemeridi lunari. Il Pezzana, osservando come i suoi volumetti annui si basassero su di un lavoro di osservazione iniziato prima del 1720, rivendicò per lui una priorità assoluta. Naturalmente si tratta di una questione almeno in parte fittizia, perché la compilazione di effemeridi sistematiche non costituisce un salto qualitativo netto rispetto alla tradizione, del quale si possa indicare con esattezza il momento e rientra piuttosto in un processo per gradi ricco di fasi e di molteplici apporti. Negli anni di pubblicazione delle effemeridi il Capelli preparò anche un Calendario celeste, che contiene tutte le feste mobili, digiuni e appartenenze dell’anno, che ebbe tre edizioni, tutte a Venezia, nel 1727, 1739 e 1748. Ma sul piano propriamente scientifico egli fornì il contributo più considerevole con una vasta opera astronomica, l’Astrosophia numerica, sive astronomica supputandi ratio. Questa sarebbe voluta essere, come dice il titolo, un completo manuale di calcolo astronomico, tale da fornire i principi meccanici di base e la totalità delle formule da essi deducibili, con minuziose tabelle esprimenti le varie posizioni planetarie. Ma non assunse un carattere compiutamente sistematico, perciò negli anni della stesura le idee del Capelli subirono un’evoluzione e il piano originale variò anche in relazione al contemporaneo sviluppo degli studi. Nella sua forma definitiva l’Astrosophia venne a constare di quattro volumi. Il primo dà il titolo a tutta l’opera ed è diviso in quattro parti, che trattano rispettivamente della determinazione delle latitudini e longitudini planetarie, del calcolo delle eclissi con un metodo che il Capelli asserisce nuovo e più breve, della soluzione di svariati problemi astronomici mediante il calcolo logaritmico e infine della preparazione delle effemeridi. Il secondo volume è intitolato Novissimae novissimarum Saturni, Iovis, Martis, Veneris et Mercurii tabulae e contiene una serie di tavole, esprimenti le posizioni dei pianeti elencati in funzione di certi indici. Nei frontespizi i due volumi figurano stampati a Venezia nel 1733 e le dediche da parte del Capelli recano lo stesso anno. Sia il Pezzana sia il Mazzuchelli ritennero però che la data vada posticipata e che i due volumi, già in fase di stampa in quell’anno, non fossero pubblicati che nel 1736, assieme al volume terzo. Questo completa il lavoro avviato nelle Novissimae e ha il fantasioso titolo di Tabulae helioselenokrozeoaroaphrobermometricae, in cui l’elefantiaco neologismo pone assieme i nomi greci dei pianeti. Nel corso della redazione dell’opera il Capelli giunse a convincersi che era possibile elaborare tavole planetarie ancor più sintetiche ed espressive di quelle da lui pubblicate nei primi volumi, purché esse contenessero formule derivate sinteticamente dalle leggi di Newton e non dall’analisi di una vasta congerie di fatti d’osservazione. Non volendo smentire tutto il lavoro precedente, né volendo occultare i suoi nuovi risultati, il Capelli pubblicò le nuove tavole come supplemento ai volumi già apparsi, col titolo Astronomiae numericae supplementum id est helio-selenemetria ad numeros revocata (Venezia, 1737). Un’ultima e definitiva integrazione si ebbe con l’Astronomiae numericae supplementum supplementi, edito a Venezia nel 1748. L’Astrosophia è opera di reale grandiosità e impianto e fu resa possibile grazie a un lavoro di calcolo d’entità non facilmente stimabile. Essa valse al Capelli riconoscimenti importanti, anche all’estero, quale la nomina a membro dell’Accademia delle Scienze di Berlino. Negli anni veneziani non è chiaro quali fossero le attività professionali del Capelli. In vari luoghi delle sue opere egli si definisce professore d’astronomia e tale lo ritenne il Quadrio, ma non risulta che insegnasse tale disciplina in qualche ateneo. È probabile che vivesse dei proventi di una piccola rendita ecclesiastica o che continuasse l’insegnamento matematico iniziato a Brescia, come dimostrerebbe la pubblicazione in quegli anni di due operette di genere scolastico: il Breve compendio d’operazioni geometriche da farsi colla sola riga e compasso (Venezia, 1741, e ivi ristampato nel 1742, 1749, 1750 e 1756) e il Breve compendio d’aritmetica, pubblicato anch’esso a Venezia l’anno successivo. La serie degli scritti scientifici del Capelli termina con il Breve trattato per ritrovare con facilità il giorno pasquale dall’anno 1582 sino al 5000 (Venezia, 1742) e con due opere mai stampate, di cui egli stesso diede una breve notizia sperando di pubblicarle in seguito. Si tratta di una Logica mathematica in sei parti (geometria e trigonometria piana, trigonometria sferica, analisi della sfera celeste, scienze gnomoniche, geografia, nautica) e di un Compendio trigonometrico pratico, non reperibili. La produzione scientifica sin qui esaminata costituisce solo un aspetto dell’attività del Capelli e forse neppure quello che egli o i suoi contemporanei ritennero più vitale. A essa va aggiunta una produzione artistica di carattere poetico e musicale. Gli scritti letterari del Capelli furono raccolti nei Divertimenti poetici (Venezia, 1741), composizioni in parte serie e in parte riconducibili al modo bernesco, che non fuoriescono dai moduli arcadici, interpretati in modo sostanzialmente prosastico. Notevole per mole dovette essere anche la sua attività musicale, il cui valore è però difficilmente valutabile. Nella sua Drammaturgia l’Allacci sostiene che è quasi interamente del Capelli la musica del dramma pastorale Erginia mascherata, rappresentato a Rovigo nel 1727 e stampato nello stesso anno a Venezia. Fu poi autore di brani orchestrali, tra cui sonate per violino e viola, per due violini e basso, per due violini e clavicembalo. Negli ultimi suoi anni, forse perché allettato dall’offerta fattagli di curare l’attività musicale nelle chiese del luogo, tornò a Ceneda. Un atto del 18 luglio 1748 mostra che egli fu organista della Cattedrale e maestro di cappella della stessa, con l’obbligo di istruire il coro e di pagarlo col suo stipendio.
FONTI E BIBL.: Biblioteca Apostolica Vaticano, ms. Vaticano latino 9265; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, ff. 230v-231v; G. Cinelli Calvoli, Biblioteca volante, II, Venezia, 1735, 62; F.S. Quadrio, Della storia e ragione d’ogni poesia, VII, Milano, 1752, 94; I. Affò-A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII, Parma, 1833, 82-91; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri e benemeriti, Genova, 1877, 93; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, 155; U. Baldini, in Dizionario biografico degli Italiani, XVIII, 1975, 482-484.

CAPELLI GINO
Felino 1905-post 1949
Fu il primo sindaco di Felino (1946-1949).
FONTI E BIBL.: Ufficio toponomastica del Comune di Felino.

CAPELLI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1659
Sacerdote, fu tenore della Cattedrale di Parma per le feste di Pasqua dell’anno 1659.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

CAPELLI GIOVANNI FRANCESCO
Monticelli 2 agosto 1733-Busseto 25 maggio 1811
Frate cappuccino, fu predicatore zelante e gradito. A Guastalla compì la vestizione (10 luglio 1751) e la professione solenne (10 luglio 1752).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 319.

CAPELLI GIOVANNI MARIA
Parma 7 dicembre 1648-Parma 16 ottobre 1726
Nato nella vicinia di San Sepolcro, da Prospero e Orsolina, visse a Parma quasi tutta la sua vita compiendovi il sacerdozio e, al massimo, viaggiando fino a Venezia o Rovigo per assistere alla rappresentazione di una sua opera. Uomo mite e tranquillo, fu eccellente organista e compositore di oratori e musiche sacre, delle quali poche si sono conservate. Cominciò a dedicarsi al teatro solo in tarda età. La prima notizia che si ha di lui data dal 25 dicembre 1699 quando gli venne offerto il posto di cantore al Duomo di Parma, dove nell’anno seguente (nomina del 10 giugno 1700) assunse il posto di maestro di cappella, col compito di istruire e dirigere le esecuzioni musicali polifoniche e strumentali in occasione delle feste. Nel 1709, con atto di assunzione dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio del 27 luglio, venne chiamato al posto di organista fisso, con servizio giornaliero, all’oratorio della Madonna della Steccata, con la seguente ordinazione: Et essendosi finalmente letta da me cancelliere infrascritto un’altra lettera di S.A.S. in data delli 26 luglio 1709, con la quale propone il sacerdote Gio. Maria Capelli per organista di questo oratorio in caso succeda la vacanza di quel posto la ill.ma Congregazione a suo tempo rendeva servita l’A.S.S. col promuovere il supplicante al posto di organista di detto oratorio. La presenza alla Steccata di una cappella musicale vera e propria ebbe termine nel 1696 per mancanza di fondi, ma rimasero gli incarichi di organista e di maestro di cappella, ai quali vennero aggiunti volta per volta strumentisti e cantanti locali, oppure nelle grandi occasioni musici forastieri. Le due cariche permanenti furono strettamente connesse con la Corte degli ultimi Farnese e la scelta venne sempre fatta dal Principe, come si può constatare anche dall’ordinazione richiesta all’Oratorio in favore del Capelli. Durante questo periodo, maestro di cappella alla Steccata era Bernardo Sabadini. Alla sua morte il Capelli ricevette l’incarico di far le veci di maestro di cappella, con ordinazione della Congregazione del 5 gennaio 1719: che per modo di provvisione sino ad altra sua determinazione si faccia supplire alle veci di maestro di cappella alla Steccata il sig. don Gio. Maria in tutte le funzioni. Questo incarico durò comunque pochi mesi poiché il 27 marzo dello stesso anno venne nominato un suo allievo, Geminiano Giacomelli. Il Capelli continuò a collaborare come organista e mantenne questo posto fino alla morte, come si ricava da un atto dell’Ordine di San Giorgio che comunica la vacanza del posto di organista al principe Farnese. Il Capelli fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità a Parma. Come compositore il Capelli si dimostrò eccellente strumentalista e profondo conoscitore della voce umana. Il De la Borde, nel suo Essai sur la musique, lo definisce ottimo compositore con un pregio molto raro, quello dell’originalità. Si conosce poco della sua musica: tra le composizioni sacre rimangono solo il Kyrie e il Gloria di una Messa a quattro voci concertata, della quale si conserva il manoscritto nella Biblioteca del Liceo musicale di Bologna e che viene descritta come composizione che abbonda di fughe e di imitazioni molto ben fatte. Secondo l’Eitner nell’archivio della Cattedrale di Dresda si conservano anche i manoscritti di due Tantum ergo, il primo per soprano solista con due violini, viola e organo, il secondo a quattro voci con gli stessi strumenti. Per il resto, si può solo supporre che il Capelli abbia scritto molte altre messe e mottetti da eseguirsi durante le funzioni festive nel Duomo e nelle Steccata. Del Capelli si conoscono gli oratori la Carità trionfante (Parma, Duomo, 1707) e Maria Vergine contemplata in due dei suoi sette dolori (Bologna, Madonna di Galliera, 1726). Scrisse una decina di opere teatrali anche in collaborazione con altri compositori, quali G. Gasparini, A.M. Bononcini, C. Monari e F.A. Pistocchi. In esse il Capelli viene sempre indicato sui libretti come maestro di Cappella del serenissimo signor Principe Antonio Farnese, anche quando questi non era ancora Duca di Parma. Una favola pastorale, Eudamia, su testo di Vincenzo Piazza, immaginata e tessuta in Colorno per gli estivi ozi farnesiani, fu rappresentata nel 1718 al Teatro Ducale di Parma, a Modena e in altre città. Altre opere vennero rappresentate a Venezia e Rovigo. Si sono conservati i manoscritti di due sole opere: Venceslao (libretto di A. Zeno, Parma, Teatro Ducale, primavera 1724), conservato nel British Museum di Londra (MS 431), che ebbe quali interpreti Faustina Bordoni e Vittoria Tesi, e I fratelli riconosciuti (titolo originale La verità nell’inganno, libretto di F. Silvani, Vienna, Hoftheater, 1717, poi riprodotta con modificazioni nel libretto e nella musica al Teatro Ducale di Parma nella primavera 1726), conservata nella Biblioteca del Conservatorio reale di Bruxelles. Questa opera, in cui il grande cantante G. Paita sostenne il ruolo di Tiridate re di Bitinia, fu musicata dapprima su libretto di Francesco Silvani, rimaneggiato poi da Carlo Innocenzo Frugoni e ebbe quali interpreti anche i due più famosi sopranisti del tempo, Giovanni Carestini e Carlo Broschi detto il Farinello. Che sia un libretto rimaneggiato lo si ricava sia dalla prefazione (se quest’opera che nell’anno 1717 fu rappresentata in Vienna, ora viene notabilmente variata, ciò si è in parte per incontrare la soddisfazione del compositore di musica, ed in parte ancora per uniformarsi al gusto dei cantanti) sia dal sonetto introduttivo del Frugoni. Questo fu l’ultimo lavoro teatrale del Capelli e il suo più grande successo: pochi mesi dopo la rappresentazione al Teatro Ducale egli morì. Tra le composizioni teatrali si ricordano: I Rivali generosi (libretto di A. Zeno, Reggio Emilia, Teatro pubblico, 1710, in collaborazione con C. Monari e F.A. Pistocchi), Amor politico e generoso della regina Ermengarda (Mantova, Teatro ducale, primavera 1713, in collaborazione con C.F. Gasperini), Nino (libretto di I. Zanelli, Reggio Emilia, Teatro della Comunità, maggio 1720, poi Modena, Teatro Rangoni, giugno 1720, in collaborazione con F. Gasperini e M.A. Bononcini), Giulio Flavio Crispo (libretto di B. Pasqualigo, Venezia, Teatro San Giovanni Grisostomo, Carnevale 1722), Mitridate re di Ponto, vincitor di se stesso (libretto di B. Pasqualigo, Venezia, Teatro San Giovanni Grisostomo, Carnevale 1723), Erginia mascherata (libretto di A. Marchi, Rovigo, Teatro Campanella, 1727). Di incerta attribuzione sono le opere Climene (libretto di V. Cassani, Rovigo, Teatro Campanella, Carnevale 1700) e Griselda (libretto di A. Zeno, Rovigo, Teatro Campanella, 1710).
FONTI E BIBL.: I. Affò-A. Pezzana, Memorie degli scrittori parmigiani, VII, Parma, 1827-1833, 90; P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dal 1628 al 1883, Parma, 1884, 30, 324, 338; T. Wiel, I teatri musicali veneziani del Settecento, Venezia, 1897, 64, 68; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio per la Storia Musicale XI 1934, 47 ss.; N. Pelicelli, Storia della musica in Parma dal 1500 al 1860, Roma, 1936; G. Gaspari, Catalogo della biblioteca del Liceo musicale di Bologna, II, Bologna, 1892; Catalogue de la bibliothèque du Conservatoire royal de musique de Bruxelles, Bruxelles, 1898-1901, I, n. 2050; P.L. Petrobelli, Una presenza di Tartini a Parma nel 1725, in Aurea Parma III 1966, 109, 112, 116 ss., 120 ss.; J. Ecorcheville, Catalogue du Fonds de musique ancienne de la Bibliothèque nationale, III, Paris, 1912, 170; Th. O. Sonneck, Catalogue of Opera librettos printed before 1800, I, Washington, 1914, 456, 532, II, 564, 766; U. Manferrari, Dizionario universale delle opere melodrammatiche, I, Firenze, 1954, 195 s.; F.J. Fétis, Biogr. univ. des musiciens, II, Paris, 1861, 189; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, Supplemento, 155; R. Eitner, Quellen-Lexikon der Musiker, II, 314; Enciclopedia dello Spettacolo, II, col. 1720; La Musica, Dizionario, I, Torino, 1968, 342; B. Origo, in Dizionario biografico degli Italiani, XVIII, 1975, 487-489.

CAPELLI GIUSEPPE
Parma 14 settembre 1647-Parma 13 ottobre 1713
Dopo la morte del maestro di cappella della Cattedrale di Parma Giorgio Martinelli, venne eletto molto probabilmente il Capelli. Certo è che il 16 giugno 1691 egli era già in questo incarico. Verosimilmente fu sacerdote, avendo il titolo di don, come appare dal Merito coronato (1710), ove si trovano alcune sue poesie. Si dedicò dunque anche alla poesia e di lui si ha un sonetto nell’opera del Cizzardi Il tutto in poco. Il 15 agosto 1713 eseguì le musiche per la Festa dell’Assunta.
FONTI E BIBL.: Libri del Battistero di Parma; Archivio della Fabbriceria della Cattedrale, Mandati, 1682-1698 e 1703-1716; A. Pezzana, Memorie degli Scrittori Parmigiani, VII, 83, 90; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 116.

CAPELLI IGINO
1890-Parma 30 novembre 1958
Laureatosi in legge presso l’Ateneo di Parma, partecipò alla prima guerra mondiale col grado di capitano. In seguito venne promosso tenente colonnello. Ardente patriota, si batté con eroico entusiasmo meritandosi una croce di guerra e una medaglia d’argento al valor militare. La motivazione di quest’ultima dice: Seppe scegliere con intelligenza una zona adatta per arroccarsi e resistere coi suoi uomini all’offensiva del nemico. Ferito gravemente, rifiutò d’abbandonare la posizione sino a quando il nemico non ripiegò in fuga. Monte Roito 1916. Venuta la pace il Capelli aprì uno studio legale. Fece anche parte del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 dicembre 1958, 4.

CAPELLI LUIGI
Parma-post 1824
Studiò al Conservatorio del conte Sanvitale a Fontanellato. Fu inventore di un fagotto con registri a piano e forte: il 30 luglio 1824 dette un’accademia nel Teatro del principe di Carignano di Torino, ove oltre il Concerto e variazioni, farà sentire su questo strumento il piano a due voci, il Roulement, e l’Eco, cosa d’invenzione tutta nuova. La Gazzetta di Parma del 31 luglio 1824, oltre alle suddette notizie, riportò che la Gazzetta di Genova aveva parlato con elogio dell’abilità di questo artista. Compose un Tantum ergo a piena orchestra concertato per corni e clarinetti (così nel catalogo di vendite n. 20 del settembre 1998 della libreria Cicerone di Roma).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

CAPELLI MICHELE
Parma 2 giugno 1840-Parma 11 novembre 1878
Figlio di Luigi e Marianna Frugoni. Partecipò alle campagne risorgimentali del 1859, 1860 e 1866, rimanendovi più volte ferito. Fu fatto prigioniero a Custoza, dove meritò una menzione al valore.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 132.

CAPELLINO
Parma 1655
Fu attore reputatissimo per le parti di Pantalone. Nel maggio del 1655 si trovò a recitare in Milano, come ebbe a scrivere da Mantova Ottavio Gonzaga al Duca di Modena che gliene fece richiesta: Non è stata servita V.A. per non ritrovarsi Capellino Comico in Mantua essendo a recitare a Milano. Il Capellino appartenne alla Compagnia di Ranuccio Farnese, duca di Parma, di cui era il principale ornamento, come risulta dal seguente brano di lettera scritta da Bartolommeo Manzoli al Duca di Modena il 4 giugno 1655: Non è stato possibile di conseguire in alcun modo che il sig. Prencipe Alessandro, il quale ha negata altra volta il Milanta Dottore richiestole per il medesimo effetto, habbia voluto adesso permettere che Capellino Pantalone lasci la sua Compagnia per andare in Francia, mentre hauendo l’A.S. promessa quella a diuersi personaggi la stimerebbe resa troppo imperfetta dalla mancanza di questo soggetto che è tra’ migliori.
FONTI E BIBL.: L. Rasi, Comici italiani, II, 585-586.

CAPELLO GIACOMO BATTISTA
Carignano 5 agosto 1860-Reggio Emilia 7 luglio 1918
Frate cappuccino, fu predicatore desideratissimo, specialmente nella diocesi di Reggio. Fu lettore erudito, direttore spirituale dotato di una sagace conoscenza della psicologia umana, guardiano e definitore provinciale. A Borgo San Donnino compì la vestizione (16 settembre 1882) e la professione solenne (17 settembre 1883).
FONTI E BIBL.: Zelatore Franc. 8 1918, 157; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 398.

CAPELLO GIOVANNI MARIA, vedi CAPELLI GIOVANNI MARIA

CAPELLONI GIUSEPPE
Parma seconda metà del XVIII secolPittore ornatista, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 75.

CAPELLUTI GIOVANNI
Parma prima metà del XIV secolo
Visse circa un secolo prima di Rolando Capelluti il Giovane, che di lui conservò in un suo codice (ms. Parmense 1065, 153-155) il Tratatus compilationis flobotomiae secundum Magistrum Johanem Ca: parmensem. In fine di questo breve trattato si legge: Explicit pratica mag.ri Johanis ca: de parma. Pare poi che si possa attribuire al Capelluti anche il breuis tractatus de fractura cranei, che si trova nel codice stesso (a f. 83 e seg.), dopo alcune ricette di Rolando, che seguono immediatamente al trattato di Jacopo Capelluto descritto dall’Affò. Vi si legge in fine: Explicit breuis tractatus de fractura cranei compositus a magistro Johane de parma. Concernendo entrambe queste opere la chirurgia, trovandosi entrambe nel codice in cui vi si raccoglievano tutte le opere minori della famiglia Capelluti, essendo state copiate tutte e due dal raccoglitore di queste, avendosi in principio e in fine della Flebothomia quell’abbreviazione Ca: (Capelluti) di cui era solito servirsi anche per sé il copista Rolando Capelluti e avendo l’una e l’altra ad autore un Giovanni da Parma, pare lecito attribuirle alla stessa persona. In collaborazione con Iacopo Capelluti, compose inoltre una raccolta di Praecepta medicinalia (cod. 655 della Biblioteca Casanatense di Roma).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 214.

CAPELLUTI GIOVANNI
Parma 1430 c.-
Figlio di Rinaldo e quindi fratello di Rolando. Esercitò anch’egli la professione di medico e gli fu attribuito il Tractatus compilationis flobothomiae che occupa le carte 153-155 del ms. Parmense 1065 della Biblioteca Palatina di Parma. L’opera però, secondo il Pezzana, andrebbe attribuita a un altro Giovanni Capelluti, pressoché contemporaneo di Iacopo.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XVIII, 1975, 509.

CAPELLUTI IACOPO
Parma-Avignone 13 ottobre 1343
Fu medico rinomato e uomo di chiesa insignito di varie cariche ecclesiastiche: fu prima al servizio del cardinale Gozio Battaglini da Rimini e, in seguito, nominato archiatra di papa Clemente VI, si trasferì in Avignone dove, con molta probabilità, frequentò il Petrarca. Restano di lui una Quaestio sul potere soporifero del carbone (cod. Parmense 1065 della Biblioteca Palatina di Parma) e una raccolta di Praecepta medicinalia composta in collaborazione con Giovanni da Parma (cod. 655 della Biblioteca Casanatense di Roma).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XVIII, 1975, 509.

CAPELLUTI JACOPO, vedi CAPELLUTI IACOPO

CAPELLUTI MANUELLO
Parma 1305 c.-post 1351
Fu medico e chirurgo. La figlia Adelaide andò in sposa al marchese Cavalcabò Lupi di Soragna nel 1351.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XVIII, 1975, 509.

CAPELLUTI RINALDO
Parma 1404 c.-
Medico famoso, fu padre di Giovanni e Rolando. È noto per una sua opera di medicina conservata nella Biblioteca Palatina di Parma (ms. Parmense 1065), cui il figlio Rolando appose alcune postille. Al seguente passo Dixit mihi homo fidelis quod fuit quaedam Domina vel mulier super quam apparuit lepra, et datum fuit ei bibere ex decotione radicum tamarisci cum pasullis saepe et curata est: et dico super hoc, Rolando aggiunse in margine qui erat medicus.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 266.

CAPELLUTI ROLANDO
Parma ultimi anni del XII secolo-Bologna 1280/1286
A Parma fu allievo del grande chirurgo Ruggero Frugardo. Poche e controverse sono le notizie relative al Capelluti: la stessa attribuzione del cognome deve essere considerata non del tutto provata. Nei codici più antichi compare sempre e solo la denominazione Rolandus Parmensis. Il cognome Capelluti gli viene attribuito per la prima volta in un codice del secolo XV (ms. Parmense 1065 della Biblioteca Palatina di Parma) che con molta probabilità fu redatto o fatto redigere da Rolando Capelluti il Giovane, il quale potrebbe aver voluto rendere più illustre il proprio casato collegandone l’origine al famoso medico e chirurgo. La patria del Capelluti fu senza dubbio Parma, essendo ormai screditata l’ipotesi del De Renzi che lo voleva nativo di Salerno. La formazione scientifica del Capelluti viene di solito collocata sotto l’influenza diretta o indiretta della scuola salernitana: si è creduto infatti che Ruggero Frugardo, maestro del Capelluti, fosse originario di Salerno e che il Capelluti stesso avesse soggiornato più o meno a lungo in quella città. Studi più rigorosi (Pazzini) hanno accertato che Ruggero Frugardo fu figlio di Giovanni Frugardo, originario di Frügard in Finlandia, il quale probabilmente fece parte del piccolo contingente svedese sceso in Italia nel 1154 al seguito di Federico Barbarossa e si stabilì a Parma dove Ruggero Frugardo svolse la sua attività all’interno di una scuola ivi attiva dagli inizi del secolo XI. Nell’ambito della stessa scuola dovette compiersi la formazione culturale di Rolando, il quale fu, assieme a Guido d’Arezzo, il discepolo più fedele di Ruggero Frugardo. Tra il centro tosco-emiliano di studi medici, con fulcro in Parma, e la scuola medica salernitana esistevano notevoli differenze nelle tecniche e nelle dottrine, che diedero luogo anche a vivaci polemiche documentate in particolare dall’opera di Guido d’Arezzo. Questi dati, unitamente a quelli forniti da un riesame critico della chirurgia rogero-rolandina, hanno definitivamente confutato l’ipotesi dell’appartenenza dei due maestri alla scuola salernitana. L’attività del Capelluti si compendia nel commento, nella rielaborazione e nella diffusione dell’opera del maestro. Ruggero Frugardo compose in Parma nel 1180 la sua famosissima Chirurgia. Alcuni anni dopo il Capelluti ne curò una nuova edizione con additiones al testo originario, talora per spiegare termini nuovi o inconsueti, talora invece per integrare il testo con ricette e notizie relative a nuove tecniche di intervento. Tutte queste aggiunte furono poi inserite nel corpo della Rolandina. La data di questa edizione con aggiunte della Rogerina non è precisabile. Il codice più antico a essa relativo risale comunque al XIII secolo (ms. 7035 della Nazionale di Parigi). Trasferitosi in Bologna in data non precisabile (vi era comunque sicuramente nel 1250 per sua esplicita dichiarazione), vi fu lettore di medicina. Nel 1279 è nominato ancora come tale negli elenchi dei professori dell’Università. In questa città, a quanto egli narra nella Chirurgia, operò di polmone erniato il nobile Domicello (secondo Teodorico Borgognoni però tale eccezionale operazione sarebbe stata eseguita da suo padre Ugo Borgognoni con l’assistenza del Capelluti). Sempre in Bologna, intorno al 1250, compose la sua Chirurgia (comunemente detta Rolandina) nella quale seguì molto da vicino il testo di Ruggero Frugardo, integrandolo, oltre che con le additiones, con nuove osservazioni e terapie frutto della propria originale esperienza medica. La chirugia secondo il Capelluti è uno dei tre tipi di cura usati dal medico, assieme alla pozione e alla dieta. In essa tuttavia sono stati fatti meno progressi che nelle altre due e perciò, pregato da numerosi amici, si è indotto a dedicarle un volume. Esposte l’intenzione, la causa dell’intenzione, l’utilità e la divisione dell’opera, inizia la trattazione distribuita in quattro libri. Il primo libro tratta delle lesioni del capo e in esso vengono esposti i metodi di cura per la melancolia e l’epilessia, oltre che per varie affezioni degli occhi, del naso e degli orecchi. Il secondo libro tratta delle ferite del collo e del busto fino all’inguine, dedicando particolare attenzione alla cura del bubbone sottoascellare. Il libro terzo esamina le fratture e le ferite degli arti superiori, le lesioni dell’addome e della milza, il tumore al seno, l’ernia e i calcoli alla vescica. Il libro quarto è dedicato alla cura delle ferite degli arti inferiori, delle lussazioni, dei tumori, della sciatica e dell’artrite. Conformemente alla Rogerina, la maggior parte del materiale dell’opera deriva dall’osservazione e dall’esperienza. Gli unici autori citati sono Ippocrate e Alessandro (non essendo quest’ultimo meglio indicato, resta incerto se si tratti dell’Afrodisio, di Alessandro Abonuteichos, di Alessandro Filalete, di Alessandro di Tralles o di un non meglio identificato Alessandro autore del Liber Alexandri de agnoscendis febribus et pulsibus et urinis). Anche se in genere l’originalità dell’opera del Capelluti appare minima, limitandosi egli a commentare e ampliare l’opera del maestro, tuttavia vanno attribuite esclusivamente a lui alcune tecniche chirurgiche e terapie, quale l’adozione della posizione rovesciata nell’operazione dell’ernia, in seguito attribuita al Trendelemburg. Inoltre gran parte della chirurgia cranica della Rolandina è originale e l’indagine su affezioni del sistema nervoso, come l’epilessia, ampiamente sviluppata dal Capelluti, era totalmente assente nella Rogerina. L’opera chirurgica del Capelluti fu in seguito commentata, assieme a quella del suo maestro, dai quattro maestri salernitani Archimatteo, Petroncello, Plateario e Ferrario (Glossulae quatuor magistrorum super chirurgiam Rogerii et Rolandi, a cura di C. Daremberg, Paris, 1854) ed ebbe larga fortuna di copie manoscritte e di edizioni a stampa. Il codice più antico è il ms. L. VI. 9 della Biblioteca comunale di Siena, che risale al secolo XIII. Tra gli altri, i più importanti sono il codice 1382 della Casanatense di Roma, notevole per la chiarezza dei caratteri e le miniature a colori, il codice 604 dell’Università di Padova, del XV secolo contenente una traduzione della Rolandina in dialetto veneto di autore anonimo, il codice miscellaneo 1065 Parmense della Biblioteca Palatina di Parma, del secolo XV, nel cui incipit compare per la prima volta il cognome Capellutus e in cui l’opera è preceduta da frammenti di sentenze e aforismi la cui attribuzione al Capelluti, sostenuta dal Giacosa (P. Giacosa, Magistri salernitani nondum editi, Torino, 1901, pp. 489-490), non può essere ritenuta certa. La Rolandina fu stampata per la prima volta a Venezia nel 1498 presso Boneto Locatello, per Ottaviano Scoto, nella Collectio Chirurgica e l’anno seguente, ancora a Venezia, presso Simon de Lovere, per Andrea Torresani (L. Hain, Repertorium bibliographicum, II, nn. 4811-4812). La pregevole edizione giuntina del 1546 nella Ars Chirurgica fu preceduta da altre due edizioni venete (1516 e 1519). La prima edizione a stampa in italiano fu quella curata da G. Carbonelli (Roma, 1927). Successivamente comparvero quelle curate da L. Stroppiana e D. Spallone (Roma, 1964) e da M. Tabanelli (in La chirurgia italiana dell’alto Medioevo, I, Firenze, 1965, pp. 111-191). Degli ultimi anni della vita del Capelluti non si hanno notizie certe: morì forse in Bologna, città della quale aveva assunto la cittadinanza e nella quale risiedeva ancora nel 1279.
FONTI E BIBL.: I. Affò-A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, Parma, 1789, 122-128, VI, 2, 1827, 47-52; C. Sprengel, Storia prammatica della medicina, II, Napoli, 1825, 441 s.; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, II, Milano, 1833, 99 s.; A. Mazzetti, Repertorio di tutti i professori della famosa università di Bologna, Bologna, 1847, 269; S. De Renzi, Storia documentata della scuola medica di Salerno, Napoli, 1857, 359; M. Sarti-M. Fattorini, De claris archigymnasii Bononiensis professoribus, I, 2, Bononiae, 1888, 536 ss.; H.F. Garrison, History of Medicine, London, 1914, 102; W. Linge, Analysis of the Rolandina and comparison with the Surgery of Rogier, in Isis IV 1925, 585-600; A. Garosi, Brevi considerazioni sulla Cyrurgia magistri Rolandi Parmensis, in Bullettino Senese di Storia Patria, n.s., V 1934, 455-461; A. Sorbelli, Storia dell’università di Bologna, I, Bologna, 1940, 116; E. Alfieri, La posizione rovesciata di Rolando, in La Clinica Ostetrica XLIII 1941, 311-320; G. Grassi, La chirurgia cranica nella Rolandina, in Humana Studia L 1941, 27-36; G.G. Forni, La chirurgia nello Studio di Bologna, Bologna, 1948, 20-22; L. Belloni, Historical notes on the inclined inverted or so-called Trendelemburg position, in Journ. of the Hist. of Med. and Allied Sciences IV 1949, 372 s., 381; C. Castellani, La chirurgia medioevale e Rolando da Parma, in Bollettino delle Riunioni Medico-Chirurgiche dell’Ospedale Mellini Chiari XXIII 1960, 1-15; A. Pazzini, Ruggero di Giovanni Frugardo maestro di chirurgia a Parma, in Collana di pagine di storia della medicina, I, Roma, 1966, 27-32; D. di Trocchio, in Dizionario biografico degli Italiani, XVIII, 1975, 507-509; Gazzetta di Parma 10 marzo 1980, 3.

CAPELLUTI ROLANDO
Parma 1430 c.-post 1480
Nacque da Rinaldo. Si attribuì egli stesso l’appellativo Chrysopolitanus per distinguersi dal famoso chirurgo Rolando da Parma, che visse nel secolo XIII e che egli ritenne essere stato il capostipite della propria famiglia. Il Capelluti compì i propri studi parte in Parma e parte in altre città, come egli stesso dichiarò senza fornire ulteriori precisazioni. Addottoratosi in medicina, si iscrisse nella matricola dei chirurghi del Collegio medico di Parma ed esercitò in seguito la professione in città e nei dintorni. Parallelamente alla medicina il Capelluti coltivò interessi filosofici di cui andò particolarmente fiero: egli stesso si definì spesso filosofo. In medicina mostrò di preferire le terapie farmaceutiche alla chirurgia e della filosofia lo attrassero maggiormente gli aspetti logico-dialettici. Un avvenimento che turbò la sua coscienza di medico e filosofo e fu occasione della composizione della sua maggiore opera, fu la peste del 1468. In quell’anno il Capelluti non si trovava in Parma ma, appresa la notizia dell’insorgere dell’epidemia, vi rientrò e si adoperò in ogni modo per renderne meno gravi le conseguenze: elaborò personalmente alcuni farmaci, e altri ne preparò secondo le ricette che aveva raccolto, la cui efficacia venne decantata. In seguito compose al riguardo un trattato conservato in due redazioni non molto dissimili nel ms. Parmense 1065 (Biblioteca Palatina, Parma): la prima ha per titolo Tractatus brevis et pulcher de regimine pestis, e può essere considerata come una minuta del successivo Tractatus de curatione pestiferorum apostematum, composto in forma epistolare e dedicato nel codice a Petrus de Gualandis, il cui nome però risulta scritto da altra mano sul testo primitivo eroso. Questa seconda redazione fu in seguito pubblicata varie volte, a partire da una prima edizione uscita in Roma intono al 1475 dalla tipografia di U. Han (cfr. Indice generale degli incunaboli delle biblioteche d’Italia, II, nn. 2428-2431). Nel medesimo codice si conservano del Capelluti anche alcune ricette sparse, aforismi e proverbi relativi alla professione del medico, un altro breve trattato contenente nove precetti per la cura dell’otite, alcuni Philosophica problemata e un incompiuto Tractatus de dialectica secundum s. Isidorum extractus a suo De ethimologiis. Si ignora l’anno della morte del Capelluti, che con molta probabilità era ancora in vita nel 1480. In quell’anno infatti un Magister Rolandus Capellutus entrò a far parte del Consiglio degli anziani della città di Parma. L’identificazione del personaggio è tuttavia dubbia, in quanto viveva allora, nella medesima città, un altro Rolando Capelluti figlio del quondam Dionigi.
FONTI E BIBL.: I. Affò-A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, Parma, 1789, 266-269, VI/2, Parma, 1827, 210-214; G. Marini, Degli archiatri pontifici, I, Roma, 1784, 71-73; A. Pezzana, Storia della città di Parma, I, Parma, 1837, 26, 33, 260, III, Parma, 1847, 294, IV, Parma, 1852, XXXI, 69, 192; U.A. Pini, Rolando Capelluti iuniore e la pestilenza del 1468, in Minerva Medica LXX 1959, 15, 93; F. Di Trocchio, in Dizionario biografico degli Italiani, XVIII, 1975, 509-510.

CAPELLUTO ROLANDO, vedi CAPELLUTI ROLANDO

CAPEZZUTI ROLANDO, vedi CAPELLUTI ROLANDO

CAPILUPI ELEONORA
-Parma 29 luglio 1800
Marchesa, sposò un Pallavicino. Fu vicepriora della Compagnia del Sant’Angelo Custode di Parma, carica cui rinunciò nell’anno 1782.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 51.

CAPIRONI GIOVANNI
Parma seconda metà del XV secolo
Calligrafo operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 89.

CAPIROTTI TANZI CARLO
Parma 31 maggio 1826-Parma 6 marzo 1855
Entrò nella Ducale Scuola di musica di Parma come allievo a un posto gratuito il 3 giugno 1835 e, ancora alunno, il 7 marzo 1842, a seguito di un esame, venne ammesso alla Ducale Orchestra di Parma come aggiunto praticante. Nel giugno 1843 si esibì con il corno inglese al Teatro Ducale in un pot-pourri composto da Giuseppe Barbacini. Uscito dalla scuola il 16 giugno 1844, tre giorni dopo ricevette il titolo di aspirante della Ducale Orchestra e il 26 settembre 1850, sempre per concorso, il titolo di professore secondo oboe. Distintissimo oboista, l’immaturo decesso gli impedì una brillante carriera.
FONTI E BIBL.: Dacci; Inventario; Stocchi; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAPITANO BONGIORNO, vedi BALLARINI ANNIBALE

CAPITANO LATINO VERITÀ, vedi SIRI FRANCESCO

CAPITASSI CARLO
Parma 1831
Fu sottoposto a visita e sorveglianza dopo i moti del 1831 perché si pose in evidenza facendo continue Guardie e pattuglie e cercando di comunicare agli altri il suo ardore per le novazioni. Non fu comunque processato.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 153.

CAPITASSI FRANCESCO
Parma 5 giugno 1749-post 1811
Figlio di Carlo e Rosa Merli. Fu argentiere di buon valore.
FONTI E BIBL.: Argenti e argentieri, 1997, 19-22.

CAPITELLI DOMENICO
Borgo Taro 1894/1912
Soldato dell’Arma d’Artiglieria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Ferito leggermente alla testa da pallottola di fucile, rimaneva con la batteria, continuando a far servizio fino al termine del combattimento (Bu Msafer, 10 ottobre 1912).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

CAPO DE CASA, vedi CAPCASA

CAPOGROSSO BERNARDO
Parma 1195
Notaio attivo in Parma nell’anno 1195.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 112.

CAPOGROSSO FRANCESCO GIOVANNI
Parma 1660/1661
Soprano, castrato, fu per poco tempo alla Steccata di Parma: dal 1° settembre 1660 al 30 dicembre 1661.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 100.

CAPORALI ENRICO EDMONDO
Fontanelle ante 1908-Parma 11 settembre 1998
Nato da una famiglia originaria dell’Oltrepò e spostatasi nell’Ottocento nella Bassa parmigiana tra Fontanelle e il Pizzo, ancora giovane il Caporali si trasferì a Parma. A Parma fu ospite dell’Istituto dei padri Stimmatini e portò a termine gli studi di ragioneria nell’Istituto tecnico. In questa scuola il Caporali incontrò il professor Martelli, che lasciò profonde tracce nel suo spirito, indirizzandolo non tanto alla ragioneria (si laureò brillantemente a Bologna in scienze economiche) ma alla tecnica e ai mezzi di trasporto più moderni, partendo dalla bicicletta in particolare, che fu sempre privilegiata nella sua attività. Agli inizi degli anni Trenta il Caporali progettò una carrozzeria per automobile assolutamente innovativa e inviò i disegni all’autorevole rivista francese L’Automobile. Fu un successo, che attirò su di lui l’attenzione degli ambienti interessati, sia in Italia sia in Francia. Ebbe così inizio la sua collaborazione con la stampa tecnica e con le riviste automobilistiche più importanti. Una collaborazione che estese anche al settore motociclistico con eguale successo. La direzione della Lancia di Torino gli offrì l’ingresso nel settore della progettazione carrozzerie, un’offerta che il Caporali non accettò, pur mantenendo i contatti con la casa torinese. La sua collaborazione si estese anche ai periodici di divulgazione tecnico-scientifica. I suoi articoli apparvero periodicamente, corredati di suoi disegni esplicativi, su Sapere, su Vie d’Italia e su L’Automobile. Ospitarono i suoi scritti anche le più diffuse riviste francesi e italiane di motociclismo. Un suo studio sulla costruzione e l’impiego del sidecar nella motocicletta, pubblicato da una rivista italiana, fu tradotto per intero da una rivista sovietica, a sua insaputa. Quando Livio Agostini mise in piedi a Parma una fabbrica di aerei, con la collaborazione del generale Mantelli, collaborò con lui anche il Caporali, con le sue intuizioni e la sua competenza in campo tecnico. Lo interessò anche la fotografia: negli anni Trenta, sulle riviste di fotografia e su Vie d’Italia scrisse articoli sugli apparecchi reflex mono-obbiettivi, appena apparsi sul mercato. La bicicletta ebbe sempre per il Caporali un interesse particolare, quasi affettuoso. Negli anni Trenta trattò l’argomento su Sapere e su Vie d’Italia. Ma la sua collaborazione più attiva fu con i periodici francesi Le Cycliste, Le Vélo e Cyclotourisme e la britannica Cycling. Su questo argomento impostò, alla fine degli anni Trenta, la pubblicazione di un periodico destinato all’informazione tecnica degli operatori del settore. Il periodico fu stampato a Parma, ne uscì qualche numero ma la guerra interruppe l’iniziativa. Nel campo della bicicletta fu sempre in anticipo sui tempi: se essa si è avvalsa di una meccanica sempre più di precisione e di innovazioni un tempo neppure prevedibili, si deve anche ai contributi tecnici del Caporali.
FONTI E BIBL.: G. Erluison, in Gazzetta di Parma 13 ottobre 1998, 13.

CAPPA AMOS
Zibello 28 gennaio 1922-Lero 16 novembre 1943
Figlio di Italo, fu marinaio dei Reparti italiani in Grecia. Fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Destinato a sezione di cannoni in Base Navale Insulare sottoposta a prolungato assedio da parte di prevalenti forze nemiche, in duro combattimento ravvicinato contro soverchianti reparti paracadutisti nemici, si batteva con tenace spirito aggressivo e sereno ardimento, fino a quando cadeva colpito a morte. Esempio di dedizione al dovere e di elevate virtù militari.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 132; Caduti Resistenza, 1970, 99.

CAPPA ANTONIO
Pellegrino Parmense-Macabez 24 maggio 1912
Fu soldato nell’11° Bersaglieri. Disciplinato e coraggioso nel combattimento, si ritirò per ultimo da un appostamento, rimanendo mortalmente ferito. Fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare.
FONTI E BIBL.: R. Vecchi, Patria!, 1913, 4.

CAPPA IGNAZIO
Parma 1740-post 1768
Fabbro, coetaneo del Bodoni. Al ritorno da Roma, il Bodoni formò con lui punzoni e matrici.
FONTI E BIBL.: Giambattista Bodoni, 1990, 298.

CAPPELLETTI CARLO
Parma 1818
Compositore. Il 2 ottobre 1818 scrisse che voleva dedicare alla duchessa di Parma Maria Luigia d’Austria una cantata a tre voci con cori e grande orchestra dal titolo La pace fra la Bellezza e la Virtù. L’omaggio non venne accettato (Archivio Storico del Teatro Regio, Carteggi, 1818).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

CAPPELLETTI ORESTE
Parma 26 gennaio 1853-Milano ante 1931
Fu allievo esterno della Regia Scuola di musica di Parma dal 1868 al 1872 nella classe di Lodovico Spiga. Lasciò la scuola per iniziare la carriera professionale, nella quale raccolse buoni successi. Secondo il Dacci, nel 1888 il Cappelletti poteva essere considerato tra i primi tenori che vanti l’Italia. Debuttò nel Carnevale 1872-1873 nel Poliuto e nel Giuramento al Teatro Municipale di Reggio Emilia. Lo si trova poi nel 1876 al Comunale di Bologna nell’Africana e nel Ruy Blas e al Comunale di Trieste nella stessa opera di Meyerbeer e nella Contessa di Amalfi di Petrella. Nell’estate 1877 fu a Bucarest (Ruy Blas) e nell’ottobre venne chiamato a Rovigo per sostituire il tenore indisposto nell’Africana. Nel giugno 1879 riportò il successo a Ravenna e per la stagione di autunno fu chiamato al Teatro Argentina di Roma per Il profeta e L’africana. Subito dopo fu a Mantova e nel giugno 1880 interpreto Il guarany nella stagione di fiera di Carpi. Nel Carnevale 1881-1882 fu attivo a Palermo, alternandosi tra i teatri Bellini e Politeama, che si dividevano la stagione. Lo si ritrova nella primavera 1884 in Spagna, in Lucia e negli Ugonotti a Cadice, mentre nel novembre 1887 inaugurò con Gli ugonotti la stagione del Teatro di Odessa e, appena rientrato, fu a Fabriano nell’Africana. Il Cappelletti si trovò ancora a Mantova al centro di una stagione tempestosa: nel 1888-1889 Un ballo in maschera sortì un esito assai poco brillante per i fischi che raccolse il soprano. La sostituta non ebbe sorte migliore. In sala scoppiò una lite con l’impresario e la stampa locale intervenne con accese polemiche. Da ultimo, il Cappelletti si ammalò. L’impresario allora rinunciò alla cauzione che aveva versato e la stagione fu interrotta. In seguito il Cappelletti cantò anche all’estero.
FONTI E BIBL.: Amadei; P. Bettoli; Dacci; Levi; Rinaldi; Trezzini; Cronologia del Teatro di Reggio Emilia; Alcari, Parma nella musica, 1931, 45; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 23 maggio 1982, 3; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAPPELLI ADRIANO
Modena 8 giugno 1859-Vigatto 11 settembre 1942
Nacque da Antonio, bibliotecario dell’Estense di Modena e da Luigia Malagoli. Studiò a Firenze, ove si laureò in lettere presso quell’Istituto di studi superiori. Nel 1884 entrò nella carriera degli archivi di Stato e fu assegnato, come alunno di 1ª categoria, all’Archivio di Stato di Milano. Ivi, sotto la guida del vecchio C. Cantù, condusse ampi studi sul materiale archivistico visconteo e sforzesco, acquisendo una vasta pratica paleografica e diplomatistica e una notevole erudizione storica. Nel 1903 il Cappelli fu trasferito a Parma, come direttore del locale Archivio di Stato, e vi rimase, con le medesime funzioni, sino al collocamento a riposo avvenuto nel dicembre del 1925, ottenendo anche, in segno di apprezzamento per l’opera compiuta in tanti anni di servizio, il titolo di direttore onorario dell’istituto. Cultore di studi storici locali, fu membro del Consiglio di presidenza della Deputazione di Storia Patria per l’Emilia e Romagna. La notorietà del Cappelli, che va ben al di là dell’ambito locale, è legata però non tanto alla sua attività di archivista e neppure agli scarsi contributi da lui offerti alla storiografia regionale, quanto piuttosto ai due manuali, l’uno di cronologia, l’altro di avviamento allo studio e alla lettura delle abbreviazioni latine ricorrenti in codici e in documenti, che furono da lui compilati e che ebbero ampia diffusione in Italia e all’estero. Il Dizionario di abbreviature latine e italiane venne edito per la prima volta a Milano, nella collezione dei Manuali Hoepli, nel 1899. Esso consiste in una raccolta di molte migliaia di compendi (nell’ultima edizione si giunge alla cifra di oltre 15000) ordinati in serie alfabetica secondo le lettere espresse, riprodotti in facsimile e accompagnati dalla relativa esplicazione e dall’indicazione del secolo. I compendi stessi furono dal Cappelli per buona parte ricavati da repertori anteriori, come quello settecentesco di G.L. Walther (Lexicon diplomaticum, Gottingae, 1745-1747), e in parte minore da documenti e manoscritti italiani spogliati direttamente ma purtroppo mai citati. L’opera, volta a fini puramente pratici e dedicata dal Cappelli agli studenti e agli archivisti, può essere ancora considerata la migliore fra le compilazioni moderne (G. Battelli, Lezioni di paleografia, Città del Vaticano, 1949, pag. 106) ma presenta molte lacune, soprattutto in settori tecnici (compendi usati in manoscritti di opere di medicina, astrologia, mercatura), un ordinamento non sempre perspicuo (la divisione tra compendi veri e propri e sigle, simboli e segni è spesso imprecisa e complica la consultazione) e una notevole approssimazione nei disegni, soprattutto in quelli relativi ad abbreviazioni altomedievali. L’introduzione, dedicata alla Brachigrafia medievale (pp. XI-XLIX) e basata meccanicamente su di un saggio di G. Paoli di pochi anni prima (Le abbreviature nella paleografia latina del Medioevo, Firenze, 1891), rivela tutti i limiti teorici e scientifici della preparazione del Cappelli, posti in rilievo poco dopo dal massimo dei paleografi del tempo, L. von Traube, in una impietosa recensione (Paläographische Anzeigen, II, in Neues Archiv XXVI 1900, pp. 229-240, riprodotta in Vorlesungen und Abhandlungen, III, München, 1965, pp. 222-229). Il repertorio del Cappelli incontrò comunque molta fortuna: fu tradotto in tedesco nel 1901 e riedito dall’autore nel 1912 e nel 1929, con aggiunte e correzioni, quindi ristampato più volte dal 1949 in poi (una nuova edizione tedesca apparve nel 1928). La seconda, fortunata, opera del Cappelli consistette nella ancora più nota, forse, e diffusa Cronologia, cronografia e calendario perpetuo, edita a Milano per la prima volta, sempre nei Manuali Hoepli, nel 1906, quindi ivi riedita nel 1930 e poi più e più volte ristampata. Anche in questo caso si tratta di un manuale pratico, contenente, oltre a nozioni di cronologia generale, anche le tavole cronologiche degli imperatori, dei pontefici e dei sovrani e governi di tutti gli Stati europei e, inoltre, i principali calendari e le festività religiose. Concepito in modo assai chiaro, disposto funzionalmente, questo repertorio risulta tuttora utile e conta anche alcune parti originali, come quella dedicata ai diversi stili cronologici adoperati negli Stati e città d’Italia (pp. 11-16) e d’Europa (pp. 16-22). L’interesse del Cappelli ai problemi della cronologia è rivelato anche da alcuni dei suoi pochissimi saggi minori dati alle stampe, tra i quali si ricordano: Una grida sulla riforma del calendario, in Archivio Storico Lombardo, s. 3, XVII 1902, pp. 471-473, e La riforma del calendario giuliano negli Stati di Parma e Piacenza, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXII bis 1922, pp. 91-98.
FONTI E BIBL.: I dati biografici del Cappelli si ricavano dal suo stato matricolare depositato presso la Direzione generale degli Archivi di Stato del Ministero dell’Interno in Roma, nonché da una breve necrologia di A. Barrili, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 3, VII-VIII 1942-1943, p. XX. Giudizi sul Dizionario di abbreviature si trovano in G. Cencetti, Lineamenti di storia della scrittura latina, Bologna, 1954, 363 s.; Compte rendu des travaux du deuxième Colloque international de paléographie, in Bulletin de l’Institut de Recherche et d’Histoire des Textes XIV 1966, 123, 129, 132, 134 s.; A. Petrucci, in Dizionario biografico degli Italiani, XVIII, 1975, 720-721.

CAPPELLI AMALIA
Parma-post 1822
Nel Carnevale del 1822 fu seconda ballerina nella compagnia che danzò al Teatro Ducale di Parma. Nel ballo Il noce di Benevento eseguì un a solo con molto garbo (Gazzetta di Parma 2 febbraio 1822).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

CAPPELLI ENRICO
Sala 1859
Fece la campagna risorgimentale del 1859 quale volontario garibaldino.
FONTI E BIBL.: G. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.

CAPPELLI GIOVANNI MARIA, vedi CAPELLI GIOVANNI MARIA

CAPPELLI MARIETTA
Parma-post 1843
Il 15 dicembre 1832 cantò due arie al Nuovo Teatro Ducale di Parma nell’intermezzo di una commedia: non ispiacque. Il 1° agosto 1833 ritornò su quelle scene in un’accademia assieme ad altri giovani debuttanti. Prima donna soprano, prese parte a un’accademia vocale e strumentale data nel Teatro Ducale di Parma il 1° agosto 1843.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 42; Stocchi, 80.

CAPPELLUTI, vedi CAPELLUTI

CAPPONI MARGHERITA, vedi BARGELLINI MARGHERITA

CAPRA ALDO
Parma 16 ottobre 1892-Parma 1965
Figlio di Adelfo e Maria Gonzi. Si iscrisse giovanissimo al Partito socialista rivoluzionario che faceva capo a Di Vittorio e all’Unione sindacale capeggiata da De Ambris, Corridoni e Masotti. Dopo la prima guerra mondiale, si iscrisse al Partito socialista italiano. Schedato politico dal fascismo, si dedicò all’attività di sarto. Poco dopo l’8 settembre 1943, le truppe tedesche, nel corso di un rastrellamento in città, arrestarono suo figlio Enrico che, deportato in Germania, morì in un campo di concentramento. Consigliere comunale nel 1946, il Capra divenne poi assessore ai servizi demografici. Dal 1951 al 1963 fu vice sindaco di Parma.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 118.

CAPRA CRISOPOLO
Parma 1272
Notaio attivo in Parma nell’anno 1272.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 199.

CAPRA GIACOMO, vedi CAPRA GIACOPO

CAPRA GIACOPO
Parma 1296/1332
Frate domenicano, fin dall’anno 1296 fu professore di sacra scrittura e di teologia in Padova. Divenuto vescovo di Padova Pagano dalla Torre (vissuto fino al 1332), nominò il Capra suo vicario e visitatore monastico (Giovanni Brunacci, Delle Canonichesse di San Pietro di Padova). Il padre Valerio Moschetta, padovano dell’Ordine dei Predicatori, lo elogiò. Le opere composte dal Capra andarono tutte perdute.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 271.

CAPRA PIETRO
Parma 1299
Notaio attivo in Parma nell’anno 1299.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 200.

CAPRA ROBERTO
Pellegrino Parmense 1928-Parma 9 agosto 1948
Giovane di nobili sentimenti e di solidi interessi letterari, trasferitosi a Parma ancora ragazzo, cominciò giovanissimo a scrivere versi che richiamarono su di lui l’attenzione di autorevoli maestri, primo tra tutti Attilio Bertolucci che lo ebbe molto caro. Un tragico incidente durante un’ascensione in montagna pose fine immatura al suo sicuro talento. A cura degli amici, uscì postumo un esile ma prezioso volumetto che raccoglie le sue poesie.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 40.

CAPRANERA GUIDO
Varano de’ Melegari-Cima Longara 12 novembre 1917
Alpino del 6° Alpini, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Offertosi volontariamente di uscire di pattuglia per fugare alcuni nuclei nemici che si erano infiltrati nella linea, dopo una impari lotta con l’avversario superiore di forze, cadeva eroicamente sul campo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 43ª, 2973; Decorati al valore, 1964, 128.

CAPRARA CARLO
Borgo Taro 1815-
Cappellano, nel 1864 fu segnalato alle autorità perché considerato reazionario.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 61.

CAPRARA FRANCESCO
Bedonia 1815-Borgo Taro 11 agosto 1883
Uscito dal collegio alberoniano di Piacenza, nel 1841 fu nominato professore di belle lettere nel ginnasio di Borgo Taro. Per le sue molte doti meritò l’alto onore di essere preconizzato Vescovo di Parma (1856), onore che, per la sua innata modestia, ripetutamente declinò.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 105.

CAPRARA FRANCESCO
Parma 1826-Salsomaggiore 11 gennaio 1912
A ventidue anni prese parte alla guerra d’indipendenza del 1848 e fu in seguito fervido agitatore. Dopo aver combattuto da prode in Lombardia nelle epiche battaglie per l’indipendenza della patria, nel 1867 fondò a Parma un giornale quotidiano, Il Presente, che diresse ininterrottamente e con grande onore, fino al 1895. Il Presente era l’organo del partito radicale, che allora si chiamava progressista, e, sotto la guida del Caprara, condusse accanite lotte politiche contro la Gazzetta di Parma, diretta dal Bettoli e poi da Pellegrino Molossi, che era l’interprete del partito moderato. Soprattutto tra il Molossi e il Caprara, due grandi avversari che si stimarono moltissimo l’un l’altro, fu per molti anni una lotta continua, attraverso il vaglio di quotidiane, vivacissime polemiche, ciascuno dei due contendenti sostenendo con estremo vigore le proprie idee. Fu una leale, corretta battaglia giornalistica combattuta senza esclusione di colpi ma rispettando sempre i limiti della reciproca stima. Nel 1870 il Caprara fu arrestato come uno dei promotori della famosa agitazione per la legge del macinato. Entrò poi nell’arengo politico e fu deputato provinciale e assessore comunale. Negli ultimi anni di vita fu nominato Ispettore delle Saline di Salsomaggiore.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 18 gennaio 1912, n. 17; Il Presente 27 gennaio 1912, n. 8; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 402; Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 541; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 40-41.

CAPRARA GUGLIELMO
Berceto 1834-
Possidente benestante, militò con Garibaldi nel 1860. Quattro anni dopo fu segnalato alle autorità perché repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 61.

CAPRARI SEVERINO
Urzano 22 giugno 1922-
Figlio di Roberto e di Maria Bertini. Sergente del 2° Reggimento Fanteria Littorio, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Comandante di una squadra fucilieri di un plotone di rincalzo, accortosi che elementi nemici minacciavano il fianco sinistro dei reparti avanzati, con intelligente iniziativa, trascinava la propria squadra al contrassalto e riuscendo a disperderli e a catturarne alcuni (Sarriosa, 13 luglio 1938).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940, 183.

CAPURI FRANCESCO
Bazzano 1794
Pittore di cui sono note solo le stazioni V e IX della Via Crucis nella Chiesa parrocchiale di Bazzano (ciclo in collaborazione con altri pittori, tra cui Alessandro Calvi, suo maestro). Un suo dipinto (Parma, Accademia di Belle Arti) fu premiato con la prima medaglia nel 1794. L’opera è una serrata ed equilibrata composizione di numerose figure in controluce disegnate con grande perizia e rigore su modelli bolognesi, compreso il Crespi, e con un uso dei lumi che ricorda i Veneti.
FONTI E BIBL.: Archivio Accademia: cartella 1769-1801; atti, II, 1794-1823; Arte a Parma,

CARAFFINI ANTON FRANCESCO
Parma 1672
Nell’anno 1672 fu Capitano al servizio del duca di Parma Ranuccio Farnese.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 89.

CARAFFINI CESARE
Parma 1691
Nell’anno 1691 fu Capitano al servizio del duca di Parma Ranuccio Farnese.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 89.

CARAFFINI LAZZARO
Santa Croce di Polesine 16 giugno 1594-Como 15 giugno 1665
Appartenne a nobile famiglia bussetana. Fu il secondogenito dei quattro figli di Giovanni Maria, patrizio cremonese, il quale lo avviò alla carriera ecclesiastica per assecondare la vocazione che si era manifestata in lui dalla più tenera età. Secondo la consuetudine in vigore nelle famiglie in vista per nobiltà e censo, ricevette la prima istruzione da precettori ed entrò poi nel Seminario di Cremona, dove frequentò i corsi regolari di studio sino all’ordinazione al sacerdozio. Ricoperte nella Chiesa cremonese varie dignità, nel 1622 fu creato da papa Urbano VIII vescovo di Melfi e Rapolla e tre anni dopo, il 6 gennaio 1626, traslato dallo stesso Pontefice alla cattedra episcopale di Como, nella quale successe al fanatico persecutore d’eretici Desiderio Scaglia. Il 30 maggio di quell’anno, vigilia di Pentecoste, prese possesso della nuova sede e il 5 agosto successivo aprì la prima visita pastorale, che iniziò nei paesi dei Cantoni svizzeri, ovunque sollevando, e non solo con parole, le popolazioni afflitte dai flagelli di guerra, peste e fame. Terminato questo importante atto di vigilanza pastorale, tenne a Como nel settembre 1633 il quinto sinodo diocesano, nei cui atti sono inseriti una sua relazione sullo stato della Diocesi e molti decreti e dittici per la successione dei vescovi, che furono raccolti in un libro pubblicato a Como nel 1634 dall’editore Amanzio Frova. L’episcopato del Caraffini segnò pagine gloriose nella storia della Chiesa comense. Rinnovò tre volte la visita generale e molte altre quelle particolari, personalmente o per mezzo di convisitatori, per tenersi costantemente al corrente dello stato e necessità della Diocesi. In quelle visite, avvedute e minuziose, poté anche raccogliere gran numero di carte, di pergamene e di imbreviature che, congiunte agli atti o rilegate in volumi, rappresentano una fonte preziosa di documentazione storica. Studioso delle cose antiche, riordinò l’Archivio vescovile e raccolse lapidi e sculture delle quali ornò l’atrio e il giardino del suo palazzo. Nella lunga e molteplice attività pastorale eresse ventidue nuove parrocchie, consacrò quattordici chiese, elevò al grado di prepositura le parrocchie di Talamona, Tirano, Grosio, Bellagio e Intragna. Nel 1652 furono soppressi, per scarso numero di religiosi, i conventi dei Crociferi e dei Celestini e i loro beni assegnati in parte alle tre parrocchie povere di Brunate, Camnago e Monte Olimpio e in parte all’Ospedale maggiore. In città le Chiese di San Bartolomeo e dell’Annunziata divennero entrambe parrocchia con il titolo di priorato. Al gravoso governo spirituale della Diocesi, il Caraffini ebbe per cooperatori tre vicari, Ippolito Turcone, Antonio Morandi e Francesco Teio d’Orvieto. Stimato e venerato dal suo popolo per la vasta dottrina e per l’operante bontà e carità, morì settantacinquenne e fu sepolto nella Cattedrale comense davanti all’altare maggiore. A Santa Croce di Polesine il ricordo del Caraffini fu perpetuato con quello di monsignor Alberto Costa, suo conterraneo e, per una singolare coincidenza, vescovo anch’egli di Melfi e Rapolla prima d’essere destinato a reggere la diocesi di Lecce, in una iscrizione marmorea che nel 1920 il prevosto Evaristo Corbellini fece scolpire nella cappella del battistero in quella chiesa parrocchiale.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 89-91; Pico, Appendice, 1642, [175]; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 206.

CARAFFINI MARIO
Parma 1610/1621
Si addottorò in leggi il 28 giugno 1610 ma non venne inizialmente ammesso al Collegio dei Dottori di Parma per difficoltà che gli furono mosse e che furono superate solo nel 1621, all’epoca in cui il Pico era priore di detto Collegio e lettore primario dello studio era Paolo Tessignani. Morì in età assai avanzata.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 76-77; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 89.

CARAFFINI OTTAVIO
Parma 1657
Giureconsulto, nell’anno 1657 fu ammesso al Collegio di Parma.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 89.

CARAGLIO
Parma prima metà del XVI secolo
Carpentario attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 113.

CARAGLIO GIAN GIACOMO, vedi CARAGLIO GIOVANNI IACOPO

CARAGLIO GIOVANNI IACOPO
Parma o Verona 1505 c.-Cracovia 26 agosto 1565
Incisore, medaglista, intagliatore di gemme e orefice, nacque nella città di Verona o in quella di Parma (una incisione che sembra di sua mano reca la firma Jacobus Parmensis: Martirio dei santi Pietro e Paolo) verso l’anno 1505. Città di origine e data di nascita sono forse ricavabili da un ritratto del Caraglio attribuito a Paris Bordone, dal 1972 nelle Collezioni statali d’arte del castello di Wawel a Cracovia. L’artista è rappresentato aetatis suae anno XXXXVII, in atto di ricevere da un’aquila con corona reale (emblema dello Stato polacco) e con il monogramma di Sigismondo Augusto sul petto, una catena d’oro, alla quale è appesa una medaglia con l’effigie del re. Sul tavolo strumenti e oggetti di oreficeria (un anello con pietre preziose e un elmo dorato ornato di foglie d’acanto e guarnito di perle), in fondo l’arena di Verona. Il ritratto deve essere stato dipinto nel 1552 quando il Caraglio fece un viaggio in Italia e ricevette il titolo di cavaliere (in Antichità Viva 3, 1970, pp. 50 s.; Zerner, III, tav. 219, I). Nulla si sa della sua formazione: il Caraglio fu a Roma nel 1527 quando, durante il Sacco, le botteghe calcografiche furono devastate e gli incisori dispersi. Lasciando incompiuto il cosiddetto Ratto delle Sabine, da disegno del Rosso Fiorentino (Bartsch, n. 63, ma vedi Zerner, I, p. 693), si rifugiò a Venezia dove era ancora operante, come incisore, nel 1537. Dalla sua incisione con la Fortuna seduta sui flutti (Bartsch, n. 56) risulta chiaro che il Caraglio non riuscì a sottrarsi all’influsso di Marcantonio Raimondi che dominava a quell’epoca incontrastato nella incisione. Pietro Aretino (La Cortigiana, Venezia, 1534, atto III, scena 7), giudicò il Caraglio superiore a Marcantonio Raimondi, e non tanto per amicizia quanto perché ne apprezzò l’indipendenza dal maestro nella traduzione incisoria di disegni e di chiaroscuri e nella interpretazione, spesso felice, sia delle opere di Raffaello e dei raffaelleschi di stretta osservanza, come Perin del Vaga, sia di quelle dei manieristi. Il Caraglio infatti fu aperto alle nuove istanze del Parmigianino e specialmente del Rosso Fiorentino, talora liberamente interpretato e contaminato (Barocchi) in circa trenta stampe, in pratica la metà della sua produzione incisoria. Il Caraglio firmò generalmente le opere Iacobus Caraio, Iacobus Caralius, Io. Jacobus Veronensis. Per quel che riguarda i monogrammi, invece, anche quelli attribuitigli, i problemi sollevati dal Bartsch e dal Nagler restano insoluti. Nella sottoscrizione delle prime edizioni delle sue stampe di soggetti allora in voga (temi religiosi, mitologici, allegorici, un solo ritratto) non figura mai il nome del calcografo o dell’editore. Ma è noto (Vasari, pp. 424 s.) che fu il Baviera, lo stampatore e il mercante di stampe di Marcantonio Raimondi, interessato a tener salda la sua rete di interessi artistici e commerciali, a convincere il Rosso Fiorentino a far incidere al Caraglio anzitutto l’allegoria del Furore (Bartsch, n. 58), poi le venti Divinità pagane entro nicchie (Bartsch, nn. 24-43), datate al 1526, le Fatiche d’Ercole e la Disputa delle Muse e delle Pieridi (Bartsch, nn. 44-49, 53). Sessantacinque sono le incisioni catalogate dal Bartsch dei periodi romano e veneziano (sessantanove secondo Le Blanc, che vi include alcune copie). Le incisioni del periodo romano, di cui alcune già lodate dal Vasari che le diceva di bonissima mano, furono tratte da Raffaello, Giulio Romano, Perin del Vaga, Baccio Bandinelli, Rosso Fiorentino, Girolamo dei Libri (Madonna col Bimbo, Sant’Anna, San Giacomo e San Sebastiano; Bartsch, n. 7) e Parmigianino, per il cui Diogene (Bartsch, n. 61) il Caraglio, non immemore della silografia di Ugo da Carpi tratta dallo stesso modello, tentò una resa tridimensionale, servendosi del taglio girante poi ripreso da Claude Mellan. A esse vanno aggiunti un Cristo nel sepolcro, firmato Joa-non-Jaco-po-Car-aglio, di proprietà del celebre collezionista P.-J. Mariette che lo ritenne un’esercitazione giovanile assez mauvaise, e un Apollo che scortica Marsia con San Pietro in Montorio nello sfondo, presumibilmente da disegno del Rosso Fiorentino (Petrucci, p. 96). Agli anni veneziani sono ascrivibili due diligenti incisioni tratte da Tiziano, importanti soprattutto per essere le prime incisioni in rame da temi di Tiziano che fino ad allora aveva preferito la silografia: il Ritratto dell’Aretino in cornice ovale (Bartsch, n. 64), che testimonia i buoni rapporti intercorsi tra il Caraglio e il letterato, e l’Annunciazione in una gloria di angeli (Bartsch, n. 3), che tramanda il ricordo del dipinto per Santa Maria degli Angeli di Murano, menzionato in una lettera dell’Aretino del 1537 e disperso durante la Rivoluzione francese. La fortuna delle incisioni del Caraglio, oltre che dal successo presso collezionisti a lui coevi come Anton Francesco Doni (possedette gli Amori degli dei: Bartsch, nn. 9-23; Petrucci, p. 100), è provata anche dal passaggio dei suoi rami a editori romani per tirature posteriori (le Fatiche d’Ercole, tirate con l’excudit di Antonio Salamanca) e dai molti ritocchi e reincisioni a cui furono assoggettati per renderli ancora commerciabili. Se la reincisione di Vulcano con Marte e Venere (Bartsch, n. 52) e della Disputa delle Muse e delle Pieridi (Bartsch, n. 53) curata da Enea Vico o i ritocchi alle Divinità entro nicchie a opera di Francesco Villamena conservarono ai rami una dignità d’arte, ebbero invece soltanto intenti commerciali gli altri ritocchi come quelli di Michele Grechi Lucchese che aggiunse la sigla M.L. e l’indicazione della paternità di Raffaello a Psiche portata nell’Olimpo da Mercurio (Bartsch, n. 50) e all’Assemblea degli dei (Bartsch, n. 54), che Vasari ritenne originariamente incisa da Agostino Veneziano in collaborazione con Marco Dente. Numerose furono anche le copie, spesso in controparte: almeno tre volte furono copiate l’Adorazione dei pastori dal Parmigianino (Bartsch, n. 4; la terza volta da Mauro Oddi) e le Divinità entro nicchie, già nel 1530 da Jacob Binck, prima della reincisione del Villamena, e contemporaneamente da Jacques Androuet du Cerceau che, dati i rapporti tra Roma e Parigi e tra gli artisti operanti a Roma e la scuola di Fontainebleau, copiò altre tre incisioni del Caraglio (conservate a Parigi nella Biblioteca nazionale, tra queste un Davide uccide Golia il cui originale è ignoto ai repertori). Qualche copia si fregiò di nomi di editori illustri con un vasto giro di affari, come gli Amori di Marte e Venere, dal Rosso Fiorentino (Bartsch, n. 51), commissionati a un anonimo incisore da Antonio Lafréry a Roma, nel 1575. Alla morte del Lafréry il rame passò a Paolo Graziani e a Pietro de’ Nobili. Altre incisioni del Caraglio furono disinvoltamente riprodotte come la Piccola Sacra Famiglia detta Gonzaga (Bartsch, n. 5), limitata alle sole figure, da Cornelis Massys (Bianchi, p. 688 n. 250). Attraverso il Caraglio, emigrato in Polonia prima del luglio 1539, si ebbe la diffusione nei paesi dell’Europa orientale del linguaggio incisorio del Raimondi e di alcuni incisori a lui coevi. In Polonia il Caraglio giunse raccomandato forse da Pietro Aretino, il quale era in corrispondenza con Alessandro Passenti (Pesente), musico al servizio di Bona Sforza, moglie di Sigismondo I, al quale in una lettera, datata 17 luglio 1539, scrive l’Aretino: Gian Iacopo Veronese, a voi cordiale servitore, e a me perfetto amico. Il 3 luglio 1545 il Caraglio entrò al servizio del re Sigismondo I con lo stipendio annuale di 60 fiorini. Dopo la morte del Sovrano, avvenuta nel 1548, il Caraglio rimase come servitor regius alla Corte di Sigismondo II Augusto fino alla morte. Il 28 marzo 1552 ricevette ufficialmente la cittadinanza di Cracovia. Nell’aprile dello stesso anno gli venne conferito dal Parlamento polacco (il Sejm), durante la seduta a Piotrków, il titolo di eques aureatus che lo introdusse nella nobiltà polacca: nell’occasione al vecchio stemma della famiglia Caraglio, che presentava sul fondo azzurro la fenice purpurea uscente dalle fiamme e mirante il Sole, fu aggiunto il leone d’oro incoronato su sfondo rosso. Si sposò con una Caterina di Cracovia e possedette una casa nel paese di Czarna Wie´s vicino alla capitale. Il 30 agosto 1552 ricevette 60 fiorini per un viaggio da Cracovia a Vilna in Lituania, seconda capitale del regno unito, dove si trasferì in quel tempo la Corte reale e dove lo stesso Caraglio lavorò temporaneamente. Nei conti annuali della Corte, all’inizio del 1553 viene menzionata la somma di 481 fiorini pro viatico itineris in Italiam facti, che deve riferirsi a un viaggio fatto nel corso dell’anno precedente, quasi sicuramente tra il maggio e l’agosto, come risulta dai dati sopramenzionati. Secondo il Vasari (p. 426) il Caraglio ha speso e rinvestito molti danari (guadagnati in Polonia) in sul Parmigiano (in una tenuta nei pressi di Busseto), per ridursi in vecchiezza a godere la patria. Ma dopo aver fatto testamento il 4 agosto 1565 (Salvaro, pp. 93-95), il Caraglio poco dopo morì. Venne sepolto nella chiesa dei carmelitani. Lasciò un figlio, Lodovico, e una figlia illegittima, Caterina. In Polonia il Caraglio ha atteso non più alle stampe di rame, come cosa bassa; ma alle cose delle gioie, a lavorare d’incavo ed all’architettura (Vasari, pp. 425 s.). Ma l’attività del Caraglio architetto non è provata. Nella lettera già citata del 17 luglio 1539, l’Aretino fa sapere che il Caraglio gli aveva inviato due medaglie: una con il Ritratto della regina Bona, l’altra con quello del Passenti (esemplari di entrambi nel Münzkabinett degli Staatliche Museen di Berlino, nel Museo civico di Padova e nel Civico Museo Correr di Venezia). Firmate dal Caraglio si sono conservate due gemme: una, con il Ritratto della regina Bona, del 1554, eseguita in calcedonio, ha una cornice a volute d’oro smaltata (New York, Metropolitan Museum of Art), l’altra, lunga 10 cm, intagliata in cristallo parzialmente dorato, con l’Adorazione dei pastori (Parigi, Bibliothèque nationale, Cabinet des médailles), si rifà chiaramente all’incisione dal Parmigianino (Zerner, III, tav. 221, nn. 8-9). Fece pure un cammeo con il Ritratto di Barbara Radziwill (Monaco di Baviera, Staatliche Münzsammlung), moglie di Sigismondo Augusto che, appassionato di oreficeria e gioielli, fu il suo committente principale. Si ritengono pure del Caraglio due cammei con Busto del re Sigismondo Augusto (Leningrado, Ermitage; Berna, raccolta privata), un cristallo intagliato di forma ovale con Ritratto di Bona Sforza (Milano, Ambrosiana: vedi Kris) e una medaglia con Busto di Sigismondo Augusto (Parigi, Musée numismatique; Leningrado, Ermitage). Tutti i lavori citati si distinguono per una grande maestria e finezza d’esecuzione. Si può anche supporre che fossero di mano del Caraglio i medaglioni già nel tesoro della Corona nel castello di Wawel e andati perduti negli anni 1673-1676. Riccamente decorati con pietre preziose, rappresentavano per lo più scene della mitologia e della storia antica: Marco Curzio a cavallo che si precipita in un burrone, Muzio Scevola, Orfeo con gli animali, Marte e Venere con Cupido, Leda con il cigno e altre. Dai documenti si sa pure che il Caraglio fece per il Re nel gennaio 1551 una testa di vipera in oro e negli anni 1552-1553 uno scudo dorato, ornato di rosette d’oro e di una croce in smalto rosso, oltre a tre disegni di scudi d’argento con aquile in rilievo dorate, che furono eseguiti da altri orefici, tra i quali Gaspare da Castiglione, figlio dell’architetto Niccolò.
FONTI E BIBL.: Ricca bibliografia in U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, V, 565 s.; ma vedi anche: Varsavia, Archivio centrale dei documenti storici, Metrica della Corona, n. 82, f. 222 s.v.; Cracovia, Archivio Czartoryski; Cracovia, Biblioteca dell’Università, ms. 5755, 130-162; P. Aretino, Lettere sull’arte, a cura di E. Camesasca, I, Milano, 1957, ad Indicem; G. Vasari, Le vite, a cura di G. Milanesi, V, Firenze, 1880, 424-426; A.P. Giulianelli, Memorie degli intagliatori moderni in pietre dure, cammei, e gioje, Livorno, 1753, 39; A. Bartsch, Le peintre-graveur, XV, Vienne, 1813, 59-100; G. Bottari-S. Ticozzi, Lettere sulla pittura, Milano, 1822, V, 251 s.; S. Ciampi, Notizie di artisti italiani in Polonia, Lucca, 1830, 88; A. Zanetti, Cabinet Cicognara, Venezia, 1837, 357 s.; J. Labarte, Collection Debruge-Duménil, Paris, 1847, 491, n. 415; P.-J. Mariette, Abecedario, I, Paris, 1851-1853, 303 s.; Ch. Le Blanc, Manuel de l’amateur d’estampes, I, Paris, 1854, 590; G.K. Nagler, Die Monogrammisten, I, München, 1858, 679; A. Armand, Les médailleurs italiens, I, Paris, 1883, 154; H. Delaborde, Marc-Antoine Raimondi, Paris, 1888, ad Indicem; L. Lepszy, Jakób Caraglio w Polsce, in Sprawozdania Komisji Historii Sztuki VI 1900, LXXXI s.; L. Lepszy, Sprawozdanie z podró?zy po Niemczech i Wloszech w celu dalszych poszukiwa´n nad procami J. del Caraglio, in Sprawozdania Komisji Historii Sztuki, CXXIII s.; M. Gumowski, Medale Jagiellonow, Kraków, 1906, 75, 81; A.M. Hind, A short History of Engraving and Etching, London, 1908, 132; Zródla do historii sztuki i cywilizacji w Polsce, a cura di A. Chmiel, Kraków, 1911, I, 25, 32, 33; Materialy do historii stosunków kulturalnych w XVI w., a cura di S. Tomkowicz, Kraków, 1915, 16, 21, 29, 37, 152; V.G. Salvaro, Giovanni Iacopo Caraglio, Cenni bibliografici, in Madonna Verona XI 1917, 83-95; E. Kris, Di alcune opere inedite all’Ambrosiana, in Dedalo IX 1928-1929, 387-390; M. Pittaluga, L’incisione italiana nel Cinquecento, Milano, 1928, 171-174, 200; E. Kris, Notes on Renaissance Cameos, in Metropolitan Museum Studies III 1930-1931, 2-6; Katalog wystawy dawnych rycin ze zbioru P.A.U. w Krakowie, Kraków, 1931, 16; Parigi, Bibl. nationale, Département des estampes, Inventaire du Fond Français. Graveurs du XVIe siècle, Paris, 1932, I, 34 s.; F. Mauroner, Le incisioni di Tiziano, Venezia, 1941, 22, 51, 67; P. Barocchi, Il Rosso Fiorentino, Roma, 1950, ad Indicem; M. Calvesi, Note ai Carracci, in Commentari VII 1956, 269-275; M. Bonomi, Fonti iconografiche delle maioliche di F. Xanto Avelli, in Commentari X 1959, 190; A. Petrucci, Panorama della incisione italiana. Il Cinquecento, Roma, 1964, 44 s., 96, 100; Cracovia Artificum 1551-1560, z. 1: 1551-1552, Wroclaw, 1966, 147, 159; L. Bianchi, La fortuna di Raffaello, in Raffaello. L’opera. Le fonti. La fortuna, Novara, 1968, 674, 677, 683, 686, 688; J.O. Kagan, Vnov’ opredelennye raboty D?zana Jacopo Karal’o in Zapadno-evropejskoe iskusstwo. Sbornik statej, Leningrad, 1970, 44-50; H. Zerner, Sur Giovanni Jacopo Caraglio, in Actes du XXIIe Congrès international h’histoire de l’art (1969), Budapest, 1972, I, 691-695, III, tavv. 219-221 (lo stesso in Biuletyn Historii Sztuki XXXIV 1972, nn. 3-4, 295-300); Polski Slownik biograficzny, III, 1937, 203-204 (F. Kopera); Slownik Artystów Polskich i Obcych w Polsce dzialajacych, I, Wroclaw, 1971, 291-292; Lewanski, Polacchi a Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 379-380; Rosci, Pittori e Scultori, 1967, 29; E. de Gue Trapier, Sir Arthur Hopton and the Interchange of Paintings between Spaïn and England, in The Connoisseur 1967; G; Dillon, in Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 31-32; F. Borroni-H. Kozakiewics, in Dizionario biografico degli Italiani, XIX, 1976, 615-618; Dizionario pittura, 1989, 543.

CARAGLIO GIOVANNI JACOPO, vedi CARAGLIO GIOVANNI IACOPO

CARAGLIO IACOPO, vedi CARAGLIO GIOVANNI IACOPO

CARAIO IACOPO, vedi CARAGLIO GIOVANNI IACOPO

CARAL GIOVANNI IACOPO, vedi CARAGLIO GIOVANNI IACOPO

CARALGIO IACOPO, vedi CARAGLIO GIOVANNI IACOPO

CARALIO, vedi CARAGLIO

CARAMELLA GIOVANNI
Bardi 20 aprile 1910-Uork Amba 27 febbraio 1936
Figlio di Giuseppe, fu camicia nera nella 180ª Legione Camicie Nere. Fu decorato di medaglia di bronzo al valore militare, con la seguente motivazione: Offertosi come porta ordini si distingueva in combattimento per coraggio e sprezzo del pericolo. Assolto il compito riprendeva il suo posto di combattimento, finché cadeva gravemente ferito (Quasquazzé, 27 febbraio 1936).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi nella Conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 16.

CARANCINI RENATO
Salsomaggiore 1917-Ponte Dragoti 9 marzo 1941
Alpino dell’8° Battaglione Alpini Val Natisone. Fu decorato di medaglia di bronzo al valore militare, con la seguente motivazione: Conduttore di autocarretta, incaricato del trasporto di materiali attraverso terreno intensamente battuto dall’artiglieria nemica, eseguiva l’ordine con perizia e sereno sprezzo del pericolo. Gravemente ferito da scheggia di granata, trovava ancora la forza di condurre l’autocarretta in posto defilato ponendo così in salvo uomini e materiali. Decedeva subito dopo mentre, con sforzo supremo, stava cercando di spegnere un principio d’incendio manifestatosi sulla macchina colpita.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1943, Dispensa 70ª, 5049; Decorati al valore, 1964.

CARANZA NICCOLÒ
Varese Ligure gennaio 1641-Borgo San Donnino 25 novembre 1697
Appartenne a famiglia patrizia ligure originaria dalla Spagna. Il padre, Giovanni Maria, fu feudatario del vasto territorio compreso tra Varese Ligure e la vetta del monte Centocroci, a metà del versante mediterraneo, dove esiste il piccolo paese di Caranza che prese verosimilmente il nome dal nobile casato. Il Caranza entrò giovanissimo nel Seminario arcivescovile di Genova, vi compì gli studi e fu ordinato sacerdote il 29 marzo 1664. Un anno prima, il 6 marzo 1663, aveva conseguito la laurea in entrambe le leggi. Annoverato nel capitolo della Basilica metropolitana, raggiunse la dignità di canonico penitenziere ma, coinvolto in una lite sorta in seno al capitolo, fu costretto a rinunciare al canonicato e lasciò la città per entrare al servizio, come uditore, del cardinale Spinola, governatore di Roma. Acquistata larga stima nell’ambiente ecclesiastico della capitale per le doti eminenti di dottrina e prudenza, il 12 agosto 1686 fu dal pontefice Innocenzo XI eletto vescovo di Borgo San Donnino, essendo quella cattedra da due anni vacante per la morte di monsignor Gaetano Garimberti. Compiuto il solenne ingresso il 12 settembre successivo ed esaurite le pratiche relative alla presa di possesso, iniziò una solerte attività pastorale rendendosi particolarmente benemerito nella gerarchia episcopale borghigiana. Il principale titolo del Caranza è costituito dall’erezione di un nuovo, capace edificio destinato a ospitare il Seminario diocesano, allo scopo di adeguare l’istituto alle accresciute esigenze dei tempi e al numero sempre maggiore dei seminaristi. Ebbe cure appassionate per la Cattedrale, nella quale promosse opere di rilievo. Con l’eredità ricevuta dal canonico Francesco de Evangelisti provvide a fare interamente ripulire l’interno del sacro edificio, dotò di preziose suppellettili l’altare del Santissimo Sacramento, assegnò mille lire alla sagrestia e impiegò quanto ancora gli rimaneva nella fondazione di legati a beneficio delle nubende povere della città, nella celebrazione di sante messe e in altre opere di carità. Una lapide, collocata sulla prima colonna di sinistra entrando in Duomo dalla porta maggiore, ricorda queste sue benemerenze. Nel palazzo vescovile promosse restauri e ampliamenti, dotando tra l’altro il fabbricato di un nuovo appartamento. Consacrò chiese e oratori, con decreto 19 giugno 1687 eresse la chiesa parrocchiale di Pieveottoville in collegiata, fondò nell’oratorio (poi soppresso) del Pilastro la confraternita della Buona Morte, mediante compenso accollò al capitolo, che accettò, l’obbligo di celebrare l’anniversario del vescovo defunto, obbligo che incombeva sul vescovo pro-tempore, come stabilito dalla Sacra Congregazione del Concilio con decreto 18 febbraio 1662. Di pietà singolare, dette impulso al culto eucaristico con sacre missioni e predicazioni, sostenne l’insegnamento catechistico e promosse pellegrinaggi diocesani ed extra-diocesani. Del suo zelo fa anche testimonianza il non aver trascurato i principali atti di vigilanza pastorale: iniziò la prima sacra visita il 27 aprile 1687 e terminò la seconda il 6 maggio 1697. Il 26 marzo 1697 indisse il sinodo, che celebrò solennemente nei giorni 20, 21 e 22 maggio successivo, confermando in esso le costituzioni degli antecessori e promulgandone di nuove. Venerato dal clero e dal popolo per la bontà fattiva, per l’operante carità e per le doti di modestia e semplicità, morì nell’ancor pieno vigore fisico e intellettuale e fu sepolto in un avello eretto in Cattedrale nella cappella dedicata a San Pietro in Vincoli, ai piedi della parete di sinistra.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 91-93.

CARASSINO LAZZARO, vedi CARAFFINI LAZZARO

CARAVALLI CARLO
Parma 17 gennaio 1777-
Figlio di Giovanni. Nel 1795 fu volontario nel Reggimento Re Ferdinando di Parma. Nel 1806 fu caporale nella Compagnia Riserva dell’Impero Francese. Promosso Sottotenente (1812), entrò nel Reggimento di linea e partecipò alle campagne di Russia (1813), d’Italia (1814) e di Francia (1815). Nel 1815 fece parte del Reggimento Maria Luigia di Parma. Fu dimissionato nel 1817.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 19.

CARBOGNANI ANTONIO, vedi CARBOGNANI PIETRO ANTONIO

CARBOGNANI PIETRO ANTONIO
Parma 24 dicembre 1892-Roma 30 aprile 1949
Fu singolare figura di talento eclettico, estroso e irrequieto. Nei caffè e nei luoghi mondani di Parma, matita alla mano, si appostava a caccia di tipi caricaturabili per il settimanale umoristico La Puntura, che il Carbognani diresse. Nel suo sgabuzzino di fianco al Battistero restaurò quadri e incise oro e avorio: divenne noto come modellatore di vecchie bilie dalle quali ricavava artistici pomi per bastoni da passeggio. Scrisse anche per il teatro e, assieme a Mario Massa, collaborò alla stesura delle riviste Metropolitania (aprile 1924), che segnò un avvenimento nella vita teatrale di Parma, e La Fiera Campionaria (dicembre 1924). Nipote di Mascagni (una zia paterna, Lina Carbognani, aveva sposato il maestro), girò l’Italia in qualità di suo segretario per la preparazione di una serie di concerti orchestrali. Nel 1935 si trasferì a Roma ove sposò una parmigiana e visse del suo lavoro di restauratore e di incisore, studiando anche la realizzazione di un sistema di cinema a colori in tricromia. Morì in una clinica della capitale.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 41.

CARBONELLI GIULIA, vedi CAVAGNARI GIULIA

CARBONI ALESSANDRO
Parma 1776-Parma 13 novembre 1838
Per molti anni servì nell’esercito francese come chirurgo, acquisendo una vastissima esperienza. Rientrato a Parma, si prodigò durante il contagio per l’epidemia di tifo del 1816. Fu quindi addetto all’ospedale delle carceri. Sposò Maria Bassetti.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 157.

CARBONI ANTONIO
Parma 1548
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma nell’anno 1548.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La Cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 20; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

CARBONI ERBERTO
Parma 22 novembre 1899-Milano 6 novembre 1984
Compiuti gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Parma, diplomandosi in architettura nel 1923, si dedicò subito alla grafica e all’illustrazione, eseguendo bozzetti per i principali stabilimenti cromolitografici di Parma, tra cui Zanlari e Zafferri. Nel 1932 si trasferì a Milano, dove iniziò a collaborare con la rivista L’Ufficio Moderno, diretta da Guido Mazzali. Da quell’anno intraprese collaborazioni con le più prestigiose aziende italiane: Motta, Olivetti, Campari, Strega, Lagomarsino. Continuò a occuparsi di grafica industriale, svolgendo parallelamente attività di illustratore di libri. Collaborò con lo studio Boggeri e con l’Ufficio pubblicità e sviluppo della Olivetti. Nel 1936 fu tra gli espositori della Prima Mostra Nazionale del Cartellone di Roma, nel 1937 fu incaricato dell’allestimento della sezione italiana di Arti Grafiche a Parigi, nel 1940 partecipò, con una personale, alla V Sezione dell’Esposizione d’Arte grafica nell’ambito della VII Triennale di Milano, alla Mostra dell’Agricoltura a Sofia, alla Mostra Internazionale di Bruxelles, alla Mostra del tessile a Ca’ Giustinian a Venezia nel 1940 e a tutte le presenze della Chimica alla Fiera di Milano. Nel 1950 vinse il Premio nazionale della grafica pubblicitaria e nel 1952 la Palma d’oro della pubblicità per la campagna ideata in favore della Bartolli. Realizzò campagne pubblicitarie per un numero elevatissimo di committenti: citabili, tra le tante, quelle per la Olivetti nel 1934-1935, per la Shell nel 1937, per la Motta nel 1934-1937, per la Lynx nel 1936, per lo Strega nel 1935, per la Pirelli nel 1956. Tra le più celebri quelle per la Rai, per la Barilla e per l’olio Bertolli. È del Carboni il marchio Barilla, in carattere Bodoni corsivo. Sue sono varie sigle della Rai-Tv. Queste campagne pubblicitarie vengono additate come classiche creazioni dell’arte visiva contemporanea. La campagna 1956-1958 per la Barilla, quella del 1957 per l’olio Bertolli e quella del 1960 per i biscotti Pavesini sono citate per la perfetta fusione di scritto e immagine, per l’eccellente padronanza nell’uso della fotografia e del fotomontaggio, per la straordinaria invenzione d’idee e per la mirabile qualità estetica della realizzazione. La campagna per il lancio della Rai-Tv italiana è considerata una delle più spettacolari e d’avanguardia in questo settore ed è caratterizzata dall’uso di elementi figurativi estremamente stilizzati (antenne, onde, altoparlanti, figure d’animali, personaggi). Come architetto ideò numerosi allestimenti per vetrine, negozi, padiglioni e saloni per fiere e mostre e trasformò, per la Triennale del 1935, la facciata del Palazzo dell’Arte di Milano: un impegno di prestigio che si guadagnò vincendo un importante concorso. La sua collaborazione con la Barilla ebbe un precoce inizio nel 1922 e proseguì, dopo uno sporadico intervento nel 1938, dal 1952 in modo continuativo fino al 1960. Proprio nel 1952 vinse la Palma d’oro della pubblicità per la campagna Con pasta Barilla è sempre domenica. Dai primi anni Cinquanta non si contano le realizzazioni prestigiose con altre importanti ditte come Bertolli, Pavesi, Crodo, Bourbon, Montecatini. Collaborò a lungo con la Rai-Tv per la quale allestì diversi padiglioni alla Fiera di Milano e realizzò, a partire dal 1956, logo, monoscopio e sigle animate. Oltre alla grafica pubblicitaria e all’illustrazione di libri, eseguì anche scenografie per il Teatro alla Scala di Milano e per il Maggio Musicale fiorentino. Negli ultimi anni di vita la sua passione per la pittura pura gli fece intensificare un’attività pittorica da sempre esercitata. Espose alla Biennale di Venezia una scultura in acciaio di sei metri, Totem 36, quale simbolo della 36ª Esposizione Internazionale e ordinò alcune personali presso il Naviglio di Milano (1973), il Cavallino di Venezia (1972) e una grande antologica allestita dal Comune di Parma nel 1982. Pubblicò i libri di grafica pubblicitaria Esposizioni e mostre (1957), Pubblicità per la radiotelevisione (1959), Venticinque campagne pubblicitarie e La Grecia in sogno (1961). Tra i suoi cartelloni vanno segnalati: Cappello Zeda (1923), I Circuito di Parma, gara internazionale motociclistica (1923), Fabbrica d’armoniche Dallapé e Figlio, Stradella (1924), Compagnia Cremonese, Incendio ed Infortuni (1924), Arti Grafiche Ganzini (1932), Vini Bertolli (1955), Pasta Barilla (1959), Mostra delle Regioni (1961). Di lui hanno scritto alcuni dei massimi esponenti della cultura italiana ed europea, quali Attilio Bertolucci, Jean Cocteau, Herbert Bajer, Walter Gropius, Marco Valsecchi, Geno Pampaloni, Guido Piovene e Gillo Dorfles. Grafico pubblicitario, pittore astratto-geometrico, addirittura computer del colore e della composizione: il Carboni resta nella storia dell’arte e in quella della pubblicità quale punto di riferimento per tanti epigoni e studiosi. Per essere considerato esclusivamente un pittore, il Carboni avrebbe dovuto non essere stato tanto bravo come inventore di campagne pubblicitarie: infatti, difficilmente il pubblico avrebbe potuto anteporre i segnali nitidi, soltanto pittorici degli ultimi anni ai lanci commerciali per la Barilla, Bertolli, la Montecatini, l’Olivetti o i monoscopi per la Rai-Tv. E questo accadde anche per l’importante rassegna che l’Assessorato alla cultura del Comune di Parma gli dedicò al Palazzetto Eucherio Sanvitale nel Parco Ducale (1982): anche qui, il fascino del manifesto famoso prese il sopravvento sulle pur melodiose composizioni piatte e sulle geometrie frutto esclusivamente del pensiero. I suoi quadri sono i figli legittimi di una pulizia mentale che ha nella grafica pubblicitaria il suo momento più intenso. Le sue linee sono la rappresentazione ideografica dell’assoluto. Le trame rigorosamente geometriche di immagini scritte con compasso e squadra sono un emblema di vita, ogni sua invenzione visiva è come un aggettivo illuminante e conclusivo. Questo peculiare, inconfondibile stile del Carboni si può cogliere in tutti i suoi interventi, anche i più disparati, sia che si tratti di opere di autonoma ispirazione, sia di opere eseguite su commissione, sia che fosse impegnato in veste d’architetto, sia in quelle di grafico e di pittore: campagne pubblicitarie, grafica tipografica (dépliants, manifesti), libri, riviste, allestimenti (mostre, padiglioni), pitture, sculture. Morì all’età di 85 anni, dopo una carriera di rara intensità.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Pittori parmigiani, 1927, 256; Enciclopedia della stampa, 1969, 40; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 7 novembre 1984, 5; Arti decorative 1895-1930, 2/III, 1985, 86; Grandi di Parma, 1991, 38; Barilla. Cento anni di pubblicità, 1994, 422.

CARBONI EUGENIO
Parma 6 settembre 1902-Parma 2 marzo 1992
Figlio di Giuseppe, liutaio con negozio di musica a Parma in via Farini 125. Studiò violino con Alfredo Barbagelata. Abbandonati gli studi, raccolse un’orchestrina di musica leggera e iniziò a comporre canzoni, alcune delle quali incontrarono il successo. Alla morte del padre, allargò l’attività del negozio che trasferì in via Dante, a Parma, dando notevole impulso alla vendita degli strumenti musicali, delle edizioni di musica e degli apparecchi radio, che costruiva direttamente in una piccola fabbrica. Ebbe un ufficio anche a Milano in piazza Duomo. Alle Edizioni Carboni fece capo la prima orchestra di musica leggera che trasmetteva per l’Eiar a Milano. Tra il 1928 e il 1939, oltre a un centinaio di partiture per orchestrina, pubblicò la musica e il libretto dell’opera Le astuzie di Bertoldo di Luigi Ferrari Trecate (1935), eseguita al Teatro Regio di Parma, a Genova e alla Radio, l’operetta Il talismano di Pin di Gino Torricelli su libretto di Amilcare Zunino, il balletto Raggio di sole di Renzo Martini e le Sonate per pianoforte di Arturo Benedetti Michelangeli. Ebbe molto successo la pubblicazione degli Studi di solfeggio di Aldo Lazzari, ristampati poi dalla casa Crisopoli, che aveva fondato nel 1936. Nel 1928 ebbe una vertenza giudiziaria con l’editore Zanibon di Padova per la proprietà della Mazurka di Migliavacca, che si risolse nel 1932 con la spartizione dei diritti. Nel 1930 si dedicò alla valorizzazione della tipica espressione musicale locale e incise con l’etichetta Eugenio Carboni una serie di dischi in cui figuravano le esecuzioni più caratteristiche del Concerto Cantoni, la Mazurca di Migliavacca, Scabrosa di Jofini, Tentazioni di Ferrari, i tanghi di Eduardo Bianco e le musiche per fisarmonica del giovane Gorni Kramer, che aveva lanciato. Era titolare di cinque orchestrine con un organico fino a dieci suonatori ciascuna, che lavoravano in tutta la provincia, e fu il primo ad adoperare gli altoparlanti. Nel 1944 il negozio di Parma, distrutto dai bombardamenti, fu riaperto in borgo del Parmigianino. Cessò l’attività nel 1965.
FONTI E BIBL.: N. Guareschi, Un nuovo editore parmense: Eugenio Carboni, in La Fiamma 16 maggio 1932; Enciclopedia di Parma, 1998, 199; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CARBONI MASSIMO
Cortile San Martino 1893/1911
Soldato del 20° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Si distinse per tenacia e valore in combattimento (Tobruk, 22 dicembre 1911).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

CARCANI GIACOMO
Parma 1 settembre 1734-Piacenza 1820 c.
Figlio di Giuseppe e Rosalba Marchi. Allievo di padre Martini dal 1754 al 1759, fu maestro di cappella della Cattedrale di Ravenna prima, di Piacenza poi: dal 1779 come aiuto del padre e, infine, dal 1789 al 1811 circa, come maestro direttore organista. Sempre a Piacenza si segnalò anche come maestro al cembalo del Teatro Municipale ed ebbe come discepoli i cantanti piacentini Benedetta Rosmunda Pisaroni e Claudio Bonoldi. Compose due intermezzi drammatici a 2 voci, una Sinfonia per archi (1755) e vari pezzi sacri.
FONTI E BIBL.: F. Bussi, Alcuni maestri di cappella e organisti della Cattedrale di Piacenza, Piacenza, 1956; F. Bussi, in MGG, suppl.; Dizionario musicisti UTET, 1985, 105.

CARCANO GIUSEPPE
-Parma settembre 1737
Sacerdote, fu organista alla Steccata di Parma. Una volta morto l’organista don Giovanni Maria Capelli, il duca Francesco Maria Farnese raccomandò il 26 novembre 1726 il Carcano alla Compagnia della Steccata, come si legge nelle Ordinazioni: Essendo ora vacante il posto di Organista per la morte del sig. Don Gio. Maria Capelli e bramando S.A.S. che venghi conferita detta carica a Giuseppe Carcano come da sua Clem.ma del 15 di ottobre, rogata a N. 98. Il Carcano si era rivolto al Duca perché gli fosse conferito un tal posto, prevedendo che possa restar vacante il posto di Organista della Steccata attesa la malattia pericolosa del Capelli. Nella risposta al Duca si legge: Giuseppe è già immischiato nel posto d’organista. Il Carcano fece istanza per ottenere d’essere sostituito come organista dal fratello Antonio il 15 gennaio 1734 e ripeté l’istanza il 17 marzo 1736. Ciò gli fu concesso con lettera da Napoli (l’Ordine Costantiniano era nel frattempo passato al Re di Napoli) il 28 febbraio 1737. Quando il Giacomelli, maestro di Cappella alla Steccata e a Corte, lasciò la città di Parma, il Carcano fece le funzioni di maestro di Cappella: nel Natale del 1726, fino alla elezione di Francesco de Courcelle e in qualche altra occasione.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Ordinazioni 1724-1729, fol. 116, Lettere ducali, 1725-1730 e 1735-1736, Mandati 1726, 1733, 1736, 1737; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 163.

CARCELLI ARTURO
Terenzo 5 dicembre 1902-Spagna 1937
Figlio di Giuseppe e Maria Scarpa. Emigrato in Francia il 14 agosto 1936, passò in Spagna in data non precisabile. Cadde in combattimento.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 51.

CARCELLI GIUSEPPE FRANCESCO
Cassio 1821-Cassio 23 agosto 1883
Laureato in teologia, entrò nella Compagnia di Gesù, ma ne uscì appena ordinato sacerdote. Incardinato nella Diocesi di Parma, fu nominato Arciprete della Pieve di Tizzano (1849-1855). In breve la sua canonica divenne un piccolo Seminario, per i numerosi giovanetti che venivano accolti e istruiti dal Carcelli. Monsignor Felice Cantimorri nominò nel 1854 il Carcelli rettore del Seminario di Parma e professore di teologia morale. Quando per ragioni politiche monsignor Cantimorri fu mandato a domicilio coatto a Cuneo, lo seguirono, oltre il vicario generale Francesco Benassi, anche il Carcelli e il direttore spirituale Grassi, già parroco di Corchia. Il Carcelli ebbe come vice rettore il giovane sacerdote Andrea Ferrari, che gli successe nell’ufficio di rettore del Seminario di Parma nel 1875. Ritiratosi da rettore, fu nominato Canonico penitenziere della Cattedrale di Parma, rettore emerito del Seminario e Teologo della Diocesi, continuando l’insegnamento della teologia morale nel Seminario.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 159-160; F. Barili, Tizzano, 1970, 112.

CARCUPINO MJRA, vedi FERRARI MJRA

CARDANI COSTANZO
Parma 1509
Del Cardani si leggono due componimenti in versi latini alla fine della Summa perutilis in regulas distinctas totius artis Grammatices et artis metrices Cantalycii (Impressum Pisauri per Hier. Concinum, 1509).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 411.

CARDANI LODOVICO
Torricella 1510/1511
Il Cardani, parente del Gaboardo, fu segretario di Giovanni Sforza. Scrisse in data 24 luglio 1510 il testamento di Giovanni Sforza, il quale morì il 27 dello stesso mese. L’anno 1511 il Cardani vestì l’abito di San Domenico in Pesaro e fece il suo testamento il 12 dicembre dello stesso anno lasciando 60 ducati d’oro ad Alessandro Gaboardo, suo zio.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 411.

CARDANI PIETRO
Padova 21 ottobre 1858-Parma 5 dicembre 1924
Nato da Giovanni Antonio e da Adele Ghisleni. Nel 1871 si trasferì con la famiglia a Palermo, dove conseguì la laurea in fisica nel 1881. Ma già dal 1876 fu nominato assistente alla cattedra di fisica della stessa Università e mantenne l’ufficio sino al 1887, quando occupò per concorso la cattedra di fisica dell’Istituto tecnico di Roma. Nel 1893 fu nominato professore di fisica sperimentale nell’Università di Parma, della quale fu anche rettore dal 1914 al 1919, dopo aver ricoperto altre cariche accademiche (preside della facoltà di Scienze e direttore dell’Osservatorio astronomico e della Scuola di farmacia). Prestò la sua opera volontaria in occasione di pubbliche calamità (Palermo 1885 e 1887, Messina 1908). Candidato per il Comitato elettorale liberale-monarchico nel I collegio di Parma, il 6 novembre 1904 il Cardani fu eletto deputato per la XXII legislatura e venne riconfermato nel 1909 per la XXIII. Fu invece nettamente battuto da A. De Ambris nelle elezioni del 26 ottobre 1913. Alla Camera sedette al centro sinistra. Parlò spesso, sia in difesa dell’industria agro-alimentare sia in favore dello stato giuridico degli insegnanti medi e dei professori straordinari della Regia Università. Fu anche relatore della legge relativa a tale argomento, oltreché delle leggi riguardanti il Monte pensione dei maestri elementari e la convenzione con la ditta Pirelli per i cavi soottomarini. Fece parte di varie commissioni. A Parma ricoprì anche dal 1906 al 1910 la carica di consigliere comunale e dal 1907 al 1914 quella di consigliere provinciale. Scoppiata la prima guerra mondiale, si arruolò volontario e fu inviato al fronte con l’incarico di organizzare il servizio fototelemetrico. Fu socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei dal 1908 e della Dante Alighieri di Parma dal 1915 al 1924. Assorbito dagli impegni civili, politici e accademici, l’attività scientifica del Cardani fu modesta per estensione e per contenuto, rivolta soprattutto al chiarimento di ricerche di altri sperimentatori. I suoi lavori giovanili, relativi all’elettrologia e in particolare alle scariche elettriche, costituiscono il suo maggior contributo alla fisica del tempo: stabilì alcune modalità della scarica distruttiva, ideò un elettrometro assoluto a tubi comunicanti e lo impiegò per la misura della costante dielettrica dello zolfo. Per il complesso di questi lavori l’Accademia dei Lincei gli conferì nel 1890 il premio ministeriale per la fisica. In collaborazione con A. Battelli scrisse un Trattato di fisica sperimentale ad uso delle università in quattro volumi, la cui pubblicazione (a Milano) si trascinò dal 1902 al 1925. Tra la quarantina di scritti del Cardani elencati da S. Timpanaro, si ricordano: Sulla scarica elettrica nell’aria fortemente riscaldata, in Rendiconti della Regia Accademia dei Lincei, classe di scienze fisiche, matematiche e naturali, s. 4, V 1888, I, pp. 44-51, Metodo acustico per la misura di piccoli allungamenti, in Rendiconti della Regia Accademia dei Lincei VI 1889, I, pp. 392-399, e Triboelettricità e misure di ionizzazione, in Il Nuovo Cimento XXXII 1922, pp. 199-214.
FONTI E BIBL.: In morte dell’on. prof. Pietro Cardani, in Gazzetta di Parma 5 dicembre 1924; Q. Majorana, Pietro Cardani, in Rendiconti della Regia Accademia Nazionale dei Lincei, classe di scienze fisiche, matematiche e naturali, s. 6, I 1925, 343-345; S. Timpanaro, Pietro Cardani, in Il Nuovo Cimento, n.s., III 1926, 5-13; F. Rizzi, I professori dell’Università di Parma, Parma, 1953, 150 s.; J.C. Poggendorff, Biographisch-literar. Handwörterbuch zur Geschichte der exacten Wissenschaften, voll. IV, V, VI, sub voce; Nostri onorevoli, 1909, 80; Cimone, Gli eletti della Rappresentanza nazionale per la XXI, per la XXII e per la XXIV legislatura, tre volumi, Napoli, 1902 e 1906, e Milano, 1919; A. Tortoreto, I parlamentari italiani della XXIII legislatura, Roma, 1910; I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920, 1922; Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 209-210; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 41; M. Gliozzi, in Dizionario biografico degli Italiani, XIX, 1976, 758; A. Ciavarella, Presidenti della Dante, 1982.

CARDERINI GIUSEPPE, vedi CADERINI GIUSEPPE

CARDINALI ANTONIO
Tarsogno 30 ottobre 1822-Piacenza 29 giugno 1884
Fece i suoi primi studi nel Seminario di Bedonia, sotto la direzione dell’Agazzi. Quindi concorse ed entrò nel Collegio Alberoni di Piacenza, applicandosi con profitto alle scienze naturali e matematiche, pur non trascurando le lettere, specialmente latine, nelle quali si rivelò profondo e acuto studioso. Il Cinque maggio del Manzoni e I Sepolcri del Foscolo vennero dal Cardinali resi in versi latini. Nel 1867 ebbe principio la sua carriera d’insegnante di grammatica e belle lettere nel ginnasio piacentino e nei collegi Morigi e Sant’Agostino, dove rimase per ben trentasette anni. Dei molti suoi scritti in prosa e in versi, pochissimi uscirono a stampa e solo per opera degli amici. Tradusse dal greco in versi latini gli eleganti epigrammi greci che don Antonio Cavalli dettò al momento dell’inaugurazione del monumento a papa Pio IX nella Cattedrale a Piacenza. Scrisse ancora Placentiae Josephi Taverna memoriam recolenti epigramma, stampato dal canonico Moruzzi nel suo libro Il Taverna. Amò la patria e coi suoi versi esaltò Vittorio Emanuele di Savoja.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 107; S. Fermi, I sepolcri del Foscolo tradotti in latino da un piacentino, in Bollettino Storico Piacentino XXIII 1928, 175-176; M. Bosoni, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 66.

CARDINALI ENRICO
Borgo Taro-Roma 1894
Avvocato, esercitò la professione a Piacenza ove si stabilì. Aderì al Partito d’azione e fu in contatto con Mazzini, Saffi e Maurizio Quadrio, con i quali intrattenne un vasto epistolario. In seguito alla fallita insurrezione repubblicana del 24 marzo 1870 fu arrestato poiché sospettato di complicità nel movimento eversivo, ma dopo pochi mesi fu liberato per amnistia. Durante il processo ai rivoltosi repubblicani il Cardinali fu il fondatore e l’animatore di un giornaletto, L’Eco del Po, uscito per poco più di un mese tra il 1870 e il 1871, che fiancheggiò il movimento mazziniano. Spentasi l’eco del processo, il Cardinali abbandonò ogni attività politica e si trasferì a Roma, ove trascorse gli ultimi anni di vita.
FONTI E BIBL.: Necrologio in Gazzetta di Parma 8 marzo 1894; G. Mischi, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 66.

CARDINALI FRANCESCO
Tarsogno 1783-Piacenza 19 febbraio 1861
Sacerdote, diresse i corsi di mutuo insegnamento, prima che si aprissero le scuole elementari. Fu latinista molto apprezzato e professore di belle lettere a Mantova per parecchi anni. Rientrato a Piacenza, abitò nella canonica di San Dalmazio, ospite di don Stefano Parmigiani. Del Cardinali è tra l’altro ricordata la sua prodigiosa memoria che gli permetteva di ripetere interi canti danteschi. Tradusse nel 1809 il Dies irae in terzine, e in versi esametri cantò Gli ultimi giorni del re Saulle. Compose un’ode per la vittoria d’Austerlitz e un’elegia latina per la promozione a vescovo di Piacenza di monsignor Fallot de Beaumont. Fece inoltre una traduzione in esametri e pentametri del Bardo della Selva Nera di Vincenzo Monti. Il giudizio universale (terzine), Melanconia poetica e Fiori poetici (dedicati a Carlo e Antonio Albesani) sono suoi componimenti che videro la luce in tempi diversi. Coi tipi Del Maino di Piacenza pubblicò nel 1852 un libro di poesie italiane e latine. Anima d’artista, protesse i giovani che per vivacità non erano graditi ai gesuiti o in seminario. Di orientamento legittimista, scrisse poesie in onore di Maria Luigia d’Austria. È per esempio del Cardinali la versione latina dell’ode composta per il solenne ingresso in Parma nel 1816 dell’arciduchessa Maria Luigia d’Austria ed è suo anche il distico che si leggeva sul frontale del palco che serviva all’estrazione del lotto in Piacenza prima del 1859 (così concepito: Fortunae quisquis numen reverenter adorat. Exauditque pias Diva secunda preces).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 107-108; Piacentino Istruito, 1895, 45, 52; Libertà 8 luglio 1884; F. Molinari, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 66.

CARETANO GIOVANNI ANTONIO
Parma seconda metà del XV secolo
Detto anche Careto. Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 10.

CARETO GIOVANNI ANTONIO, vedi CARETANO GIOVANNI ANTONIO

CARETTA GIOVANNI
Parma prima metà del XVI secolo
Ingegnere attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 114.

CARETTI PELLEGRINO
Parma seconda metà del XVI secolo
Zecchiere attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 118.

CARINI ANDREA
-Parma 1855
Figlio di Francesco. Martire del Risorgimento, fu fatto fucilare dai Borbone nel 1855.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 41.

CARINI FERRUCCIO
Parma 9 febbraio 1869-Parma 1937/1956
Figlio di Francesco, che fu pesatore municipale in piazza Ghiaia a Parma, e di Agista Casanova, nacque in una casa di volta Politi. In possesso di una discreta voce tenorile, a diciotto anni fu ingaggiato come corista dalla Compagnia lirica Verdini e con essa si recò a Parigi e in Brasile. Soggiornò all’estero moltissimi anni. Mutò diversi mestieri, facendo persino il fuochista di seconda classe sui piroscafi di linea tra l’Italia e l’America del Sud. Nonostante ciò, si professò sempre imbianchino e come tale lavorò a Parma, Spezia e Genova. Si sposò due volte, rimanendo vedovo e senza figli. Negli ultimi anni di vita, i capelli e la barba portati alla foggia dell’Eroe dei due mondi gli valsero l’appellativo di Garibaldi. Figura tra le più caratteristiche della Parma a cavallo tra Otto e Novecento, fu (come scrisse Bruno Giandebiaggi) una specie di Fedro moderno che narrava le sue novelle usando il linguaggio stesso dei protagonisti, imitando cioè alla perfezione i versi della gallina, del gatto, dell’anitra, del maiale. Il Carini si vantò di aver percorso nel 1936 quasi 800 chilometri a piedi in quaranta giorni, partendo da Genova il 1° novembre e arrivando a Napoli il 9 dicembre successivo.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 41-42.

CARINI LEANDRO SEVERINO, vedi CARINI SEVERINO LEANDRO

CARINI SEVERINO LEANDRO
Fontanellato 19 giugno 1834-Parma 16 agosto 1910
Studiò violoncello con Carlo Curti riuscendo distinto esecutore, valente, coscienzioso e paziente insegnante. Il 21 novembre 1856 fu nominato aspirante nella Ducale Orchestra di Parma e, dopo il superamento di un esame, il 1° luglio 1858, professore. Il 1° maggio 1874, dietro concorso, ottenne la nomina di insegnante nella Regia Scuola di musica di Parma. A riprova della coscienziosità e della passione per l’insegnamento, si racconta che il Carini avesse l’abitudine di andare la sera in giro per Parma e, sotto le abitazioni degli alunni esterni, ascoltasse come questi studiavano la lezione. Ai saggi scolastici gli alunni del Carini primeggiavano. Una recensione del 1884 riporta: Il prof. Carini è davvero benemerito della Scuola del Carmine, perché i suoi allievi, potranno avere più o meno numeri, secondo il loro talento naturale e la loro applicazione allo studio; ma hanno qualità, ad essi tutti, comuni: una impostazione perfetta, un’arcata larga e sicura, che, solo a vederli, fa piacere. Se si dovessero nominare gli eccellenti suonatori, che, soltanto in questi ultimi anni, sono usciti dalla scuola del prof. Carini, risulterebbe all’evidenza che questo valente insegnante ha reso dei segnati servizi all’arte. Dall’aula 27 del primo piano del chiosco monumentale del convento del Carmine uscirono infatti grandi violoncellisti, quali C. e U. Ferrari, Chierici, Giraud, Del Campo, Diletti, Sartori, Mattioli, Provesi, Stocchi, Pezzani, Rocchi, Candiolo, Zilioli, Castelli, Valdemi, Rognoni, Mazzé, Veroni, Franceschini, Preti, Dardani, Cacciali, Carnaglia, Fornaroli e Nastrucci. A differenza di quanto scrive Filippo Sacchi (Carini non è un gran violoncellista ma un immenso maestro), si ha ragione di credere che egli fosse anche un bravo esecutore. Franco Faccio, infatti, uno dei più grandi direttori dell’epoca, nel giugno 1878 insistette a lungo per portarlo con sé a Milano, ma il Carini rifiutò. Sempre Sacchi poi narra come finì la carriera di professore d’orchestra del Carini: Carini che suonava al Regio, una sera, essendo caldo e avendo le dita bagnate di sudore, in un a solo, sbagliò una nota. Questa volta non ci fu il finimondo ma, per rispetto al vecchio maestro tanto caro ai parmigiani, un immenso interminabile silenzio. Però quel silenzio dovette apparirgli ancora più terribile dei fischi, perché, uscito da teatro col crepacuore, da quella sera giurò di non suonare più e lasciò il suo posto. Fu sepolto nel cimitero di Parma nella cappella del Conservatorio.
FONTI E BIBL.: L. Forino, Il violoncellista, 1905, 376; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 1, 1926, 296, e 3, 1938, 161; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 42; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 94-95.

CARINI TERESA, vedi CARINI TERESINA

CARINI TERESINA
Fontanellato 27 agosto 1863-Pocos de Caldas 12 agosto 1951
Figlia di Anacleto, amministratore dei conti Sanvitale. Nel 1889, all’età di 26 anni, perse il padre per un tumore alla gola, dopo che già la madre era morta alcuni anni prima. Il conte Alberto Sanvitale e i fratelli decisero di farla sposare al violoncellista Guido Rocchi, più giovane di due anni e amico di Arturo Toscanini (suo compagno di studi). Visse per un breve periodo a Milano con il marito e conobbe Mascagni come vicino di casa (seguì giorno dopo giorno la nascita di Cavalleria rusticana). Nel 1890 si recò in Brasile per una tournée accompagnando il marito, ma una serie di circostanze, tra cui lo scoppio di una epidemia di febbre gialla che decimò la compagnia, creò le condizioni perché né lei né il marito potessero più tornare in Italia. L’animo filantropico e altruistico della Carini cominciò a manifestarsi proprio durante l’epidemia nel corso della quale si prodigò come infermiera fino all’esaurimento, incurante del pericolo. I rapporti col marito non furono facili, fino a portarla alla separazione nel 1910 (facilitata dal fatto di non aver avuto figli), soprattutto per la diversità di carattere culturale e di interessi. Il Rocchi visse solo per la musica, la Carini amò leggere, scrivere e si interessò soprattutto di problemi sociali, fino a sposare le idee socialiste. A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento non era facile essere socialisti e certamente lo era ancora meno per una donna, in un mondo ancora chiuso e maschilista (soprattutto in Brasile dove la schiavitù fu abolita solo nel 1888 e dove la fondazione di un vero Partito socialista nazionale viene fatta risalire al 1914, anche se la fondazione ufficiale è del 1916). Antonio Candido, che la conobbe personalmente, ne fa un ritratto di incredibile efficacia: Viveva con poco insegnando il lavoro a maglia, l’italiano e il francese. Insegnava gratuitamente a molta gente; dava senza esitare quel che aveva, anche se rimaneva senza niente. Era una straordinaria personalità, piena di inquietudine, ardore, calore e bravura; fremente di intelligenza e generosità. Era ugualitaria per natura e diceva di essere stata socialista anche prima di aver cognizione della realtà politica, perché sin da piccola aveva la maggior ripugnanza per le ingiustizie della società. Il suo fu un socialismo del tutto particolare, quasi luxemburghiano. Una socialista rivoluzionaria che però riusciva a mettere assieme Rousseau e Lenin, Proudhon e Bakunin e che ebbe sempre una speciale ammirazione per la rivoluzione russa. Ma il tratto più forte della sua personalità politica, quello che forse le consentì di mettere assieme a far convivere idee e posizioni a volte molto differenti tra loro, fu il suo violento e indiscusso antifascismo. Rappresentò certamente un punto di riferimento forte per il movimento socialista e per i lavoratori della zona, anche se non fece mai vita politica o partitica attiva. Capitava che fosse invitata a parlare o presenziare in particolari manifestazioni, come avvenne per l’inaugurazione a Pocos della locale Lega operaia internazionale, ispirata dal Centro socialista internazionale fondato a Saõ Paulo nel 1902 e riorganizzato nel 1914 da Fosco Pardini. In quella occasione, bloccata a letto da una indisposizione, mandò un messaggio che rimane come valida testimonianza del suo impegno sociale: Non sono operaia, e anche se lo fossi non potrei far parte della Lega perché le donne, disgraziatamente, sono escluse da questa; ma sono sempre stata e rimango simpatizzante del movimento operaio per l’inizio di una lotta civile che gli operai combattono nel mondo intero per il diritto ad esistere. La Carini parla poi della necessità dell’organizzazione e del mettere in secondo piano gli interessi privati e delle drammatiche condizioni di vita della povera gente in quel periodo: Qui si tratta di mangiare e di vivere meglio. Plebe miserabile e stracciona, disprezzata, inerte, dolorosa, affamata; in cerca di lavoro che non trova e se lo trova è mal remunerato. Questa plebe fa tutto, produce tutto e di niente approfitta e non hanno il pane e neanche il tetto. La casa della Carini rappresentò un rifugio e un punto di riferimento non solo per chi fu attivamente impegnato in politica nella zona di Saõ Paulo prima e di Pocos poi, ma anche per chi, soprattutto durante il fascismo, fu costretto a emigrare dall’Italia. In particolare nei primi anni del secolo, quando le prime idee socialiste cominciarono a farsi strada tra mille difficoltà, la sua casa rappresentò un centro di cultura parallelo e alternativo, frequentata da socialisti, anarchici, sindacalisti, con una ricca e fornita biblioteca che conteneva il meglio non solo della letteratura classica e contemporanea ma anche della produzione politica e di contenuto sociale. La Carini conobbe Enrico Ferri nel 1908 in Brasile per una serie di conferenze da tenere ai lavoratori italiani emigrati. Conobbe e frequentò Guglielmo Ferrero, storico e allievo del Lombroso, molto noto in quel periodo (1907) per il successo del suo libro Grandezza e decadenza di Roma, e anche la moglie Gina, figlia di Lombroso, che la Carini ammirò molto per il suo femminismo e per le sue conferenze. Conobbe il sindacalista rivoluzionario Eduardo Rossini e ancora Alcibiade Bertolotti, arrivato in Brasile nel 1890 come fuoriuscito politico, uno dei principali animatori della Lega democratica italiana di Saõ Paulo, nei cui locali nel 1900 nacque il primo giornale socialista in lingua italiana, l’Avanti!, con lo stesso titolo del giornale ufficiale del Partito socialista italiano fondato in Italia nel 1896. Conobbe e frequentò anche Antonio Piccarolo, docente all’Università di Torino e arrivato in Brasile nel 1904, anch’esso direttore del locale l’Avanti! e una delle figure più nitide e coerenti del riformismo socialista classico. Molti di questi uomini, come Bertolotti e Piccarolo, essendo riformisti, non andarono troppo d’accordo con la Carini, che era una socialista rivoluzionaria, ma i rapporti tra loro furono sempre cordiali e di grande rispetto. Certamente migliori dovettero essere i rapporti tra la Carini e Alceste De Ambris per la comune visione politica e perché entrambi estimatori di Sorel. I due si frequentarono in due occasioni, agli inizi del secolo, quando De Ambris collaborò a Saõ Paulo con i movimenti democratici e rivoluzionari e scrisse per i giornali socialisti (e quindi, presumibilmente, anche per l’Avanti!) e successivamente, dopo il 1908, quando De Ambris fu costretto a fuggire prima in Svizzera e poi di nuovo in Brasile per non essere arrestato a seguito del famoso sciopero di Parma, dove tornò nel 1913 dopo la sua elezione a deputato. La Carini conservò tra i suoi ricordi più cari una foto di De Ambris di quel periodo. Il 13 giugno 1940, tre giorni dopo la dichiarazione di guerra, la Carini ascoltò per radio un concerto diretto da Toscanini e scrisse nel suo diario: Non posso spiegare la commozione provata, di grande piacere e di grande dolore. La fatalità volle che lui prendesse in pugno la bacchetta di grande direttore d’orchestra mentre un mostro, anch’esso italiano, impugnava la spada per massacrare i suoi fratelli. Toscanini e Mussolini: la vita e la morte.FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 luglio 1989, 3; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 243; Gazzetta di Parma 22 dicembre 1991, 19.

CARISSIMI ALESSANDRO
Parma XV/XVI secolo
Nobile magistrato, fu in relazione con Leonardo da Vinci.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 205.

CARISSIMI ALESSANDRO
Parma 1587 c.-Castro settembre 1631
Figlio di Battista, di famiglia di agiate condizioni economiche e che godette di buona fama in Parma per le cariche pubbliche ricoperte in vari periodi da alcuni suoi membri. Il Carissimi studiò presso la scuole gesuitiche ottenendo una buona preparazione nelle discipline umanistiche e cimentandosi, sembra assai precocemente, in esercitazioni retoriche stimate dai maestri e imitate dai condiscepoli. Tali esercitazioni si svolgevano, secondo la prassi canonica nelle scuole dei gesuiti, attraverso la lettura dei classici latini suscettibili di una ristrutturazione oratoria e venivano declamate nel ristretto ambito dell’ambiente scolastico. I centoni ricavati dai classici contemplavano Virgilio e Ovidio, Seneca, Tacito e Lucano, ma non escludevano le opere della bassa latinità e i Padri della Chiesa. Tra le tendenze della letteratura in volgare variamente presenti nella preparazione del Carissimi saranno da annoverare i predicatori e i trattatisti morali del periodo immediatamente post-tridentino, mentre è ben rilevabile la tradizione della poesia concettistica. Uscito dalle scuole dei gesuiti, il Carissimi si sposò, ma alcune disgrazie familiari lo posero nuovamente nella via della religione: sembra infatti che abbia perso la moglie e alcuni figli di giovanissima età. Di una sola figlia si ha notizia, che pervenne a età adulta andando sposa al marchese Ranuccio Pallavicino. Il Carissimi abbracciò lo stato ecclesiastico, studiò leggi sotto il magistero del bolognese Paolo Tossignano, che era lettore di diritto a Parma, e si laureò intorno al 1610. Divenuto canonico della Cattedrale di Parma, fu successivamente Vicario del Vescovo di Piacenza e quindi fu creato Vescovo di Castro il 15 dicembre 1615 da papa Paolo V. Non fu probabilmente estraneo alla dignità vescovile il benvolere del duca Ranuccio Farnese, che venne celebrato dal Carissimi in un eloquente compianto funebre. Resse la cattedra vescovile di Castro per oltre quindici anni segnalandosi per dottrina e per zelo pastorale, finché lo colse la morte. Si svolsero solenni onoranze funebri e le sue spoglie vennero traslate nella Cattedrale di Parma. Mentre rimase inedita una produzione, probabilmente notevole, di elogi accademici rivolti a maestri e condiscepoli dello Studio di Parma, la prima opera destinata alle stampe risale al 1617: Delle lodi di s. Carlo et s. Francesco, Discorso detto nella cattedrale di Piacenza nella erezione del Monastero di San Carlo delle Cappuccine in detta città alli 12 Novembre 1617. Il discorso fu pubblicato a Piacenza dal Bazachi nel corso dello stesso anno e non si distingue per particolari doti inventive, come la successiva Orazione funebre in morte del Granduca di Toscana, recitata in Parma nel 1622 e stampata dal medesimo editore. Più interessante e anche più elaborata artisticamente è la Funebris pompa Serenissimi Ranutii Farnesii Parmae et Placentiae ducis IV, Castri V, Parmae, 1625. L’opera fu edita dallo stampatore ufficiale della città, il Viotto, e sicuramente si impone sulla occasionalità delle altre offerte oratorie per sincerità di affetto e per rigore di stile. Qui tutta la sapienza classica del Carissimi viene usufruita per rappresentare il dolore della città privata della sua guida politica, i modelli latini si piegano duttilmente alla volontà di descrivere un solenne lutto in cui tutti sono coinvolti. Tipograficamente lo scenario rievocato dall’orazione venne anticipato da tre grandi rami raffiguranti la facciata del Duomo con gli apparati funebri, l’interno della Cattedrale affollata per le esequie e il catafalco. Si tratta di visioni che non contraddicono alla solenne esteriorità della prosa del Carissimi. Ugualmente atteggiata a motivi di alto decoro formale è l’ultima prosa superstite del Carissimi: In funere illustrissimi ac reverendissimi Principis Odoardi Farnesii S.R.E. card. et episc. Tuscul. Oratio Alessandri Carissimi Castri episcopi, habita Parmae in aede D.V. Steccatae die 28 Martii 1626. L’orazione funebre fu edita a Parma dal Viotto nel corso del medesimo anno. Riproduce in forma ancor più distaccata lo stile del precedente lavoro: qui si è veramente di fronte a uno spettacolo letterario freddo e solenne, perfettamente architettato nelle movenze stilistiche che ghiacciano, più che non alimentino, l’iniziale fervore religioso e il senso di pietosa solidarietà per il religioso scomparso. Nel complesso, l’opera del Carissimi non si distaccò da quelle che furono le principali componenti dell’oratoria sacra seicentesca, riproposte con un senso molto coerente del decoro formale, inculcate come un esercizio difficile che intende selezionare pregiudizialmente l’auditorio. Forse in questa rarità del tributo letterario va ravvisato il motivo della scarsa notorietà del Carissimi oltre l’ambiente parmigiano. Se comunque la sua oratoria non esorbita dalla portata di avvenimenti contingenti, è possibile distinguere ancora nel Carissimi una cultura non provinciale, articolata secondo le direttive della tradizione barocca, che egli seppe sapientemente innestare sugli schemi della prosa latina.
FONTI E BIBL.: L’unica trattazione di rilievo della figura del Carissimi si deve a un articolo di I. Affò compreso nelle Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, V, Parma, 1797, 14 s. Cfr. inoltre A. Belloni, Il Seicento, Milano, s.d., ad Indicem; C. Mutini, in Dizionario biografico degli Italiani, XX, 1977, 118-120.

CARISSIMI ANGELO
Parma 1559/1577
Fu aggregato all’Accademia degli Innominati di Parma col nome di Inutile ed egli anzi ospitò gli accademici nei suoi orti, che erano presso San Benedetto. Scrisse rime volgari e versi latini, tra i quali un sonetto in morte di Maria di Portogallo, moglie di Alessandro Farnese. Diverse sue opere si conservano presso la biblioteca di San Giovanni Evangelista in Parma.
FONTI E BIBL.: M. Garuffi, L’Italia accademica, 1688, 370; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 687; Aurea Parma 3/4 1959, 186 e 192.

CARISSIMI BATTISTA
Parma 1532
Nell’anno 1532 fu incaricato dal Comune di Parma di correggere e approvare gli statuti dell’Arte dei Merciai.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 687.

CARISSIMI CABRINA
Parma XVI secolo
Fu badessa del monastero di Sant’Uldarico in Parma.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 29 dicembre 1998, 13.

CARISSIMI CESARE
-Parma 1534
Medico, ricordato da una iscrizione nella Basilica di San Giovanni in Parma, risultò iscritto al Collegium Medicorum quale dottore in arti e medicina e quindi fu Priore del Collegio stesso nel 1530. Durante il suo priorato si svolse una riunione per riformare gli Statuti nella chiesa di San Pietro Martire in Pilotta ubi et in quo loco soliti sunt convocari et congregari pro negotiis prefati Collegii. È ricordato ancora in un epigramma di Giorgio Anselmi junior come vir elegans, vir eruditorum bonorum et omnium decus. Fu lodato da G.A. Bianchi come vir in Mathematica et Medicina excuisitissimus. Nutrì vivi rapporti di amicizia e frequentò la casa del poeta e cavaliere aurato Andrea Bajardi. L’iscrizione in San Giovanni reca il seguente testo: Caesari Carissimo patriciae genti. Cuius excellens medicinae scientia sibi ad nominis et famae celebritat multum contulit civibus vero ad recuperand. salutem quam saepissime profuit qui obiit an. MDXXXIIII Franc. Anianus can. Parmen. sororis filius et haeres p.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 3 1965, 204-205, e 1 1970, 66-67; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 12 agosto 1986.

CARISSIMI GABRIELE
Borgo San Donnino 1447
Secondo Capacchi (Castelli Parmigiani), il Carissimi nel 1447 fu a capo della ambasceria di Borgo San Donnino che si portò a Parma, proprio allora rettasi a Repubblica, per invocare il rispetto degli accordi in precedenza stipulati tra le due città.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 29 dicembre 1998, 13.

CARISSIMI GIOVANNI BATTISTA
Parma XV/XVI secolo
Ebbe le lodi di Andrea Bajardi, che lo proclamò valente poeta e in un sonetto lo chiama del ben dire in rima, il vero Maestro di color che sanno, e di Bernardino Donato, che nel famoso discorso De laudibus Parmae lo dice Eques, orator et juris consultus excellentissimus.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 186.

CARISSIMI GIOVANNI FRANCESCO
Parma secolo XIV
Fu orefice e cesellatore attivo nel secolo XIV. Realizzò una croce per processione, di bronzo e rame dorato, per la chiesa di Cozzano.
FONTI E BIBL.: Bessone, Scultori e Architetti, 1947, 128.

CARISSIMI LODOVICO
Parma 1493
Fu dottore di decreti. Secondo il Bolsi, nell’anno 1493 fu l’estensore delle Lettere Apostoliche e rettore della chiesa parrocchiale della Santissima Trinità in Parma (in altri documenti è invece detto parroco della chiesa di Santa Cristina).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 186.

CARISSIMI LODOVICO
Parma 1593
Uomo d’arme, fu fervente partigiano dei Rossi. Nel 1593 fu gentiluomo e scudiero di Corte a Parma.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 29 dicembre 1998, 13.

CARISSIMI LODOVICO
-Parma 1603 c.
Si rese assai illustre alla Corte del duca Ranuccio Farnese in Parma. Acquistò infatti notevole stima e credito nella professione di cavallerizzo, tanto che fu il più richiesto da quanti volevano apprendere l’arte del cavalcare. Il Duca lo nominò Capitano di una Compagnia di Corazze che inviò in appoggio al Re cattolico nella guerra contro il Duca di Savoja. In questa occasione acquisì fama e gloria ma fu anche contagiato da una epidemia diffusasi nelle file dell’esercito cattolico. Costretto a farsi riportare a Parma, vi morì poco dopo in ancora giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 32 e 171.

CARISSIMI LUCA
Collecchiello XV secolo
Di nobile famiglia di Collecchiello, riedificò nel XV secolo l’oratorio di Santa Maria Maddalena di quella frazione. L’oratorio preesistente era di proprietà del Monastero di Sant’Ulderico di Parma, ma dopo essere stato rifatto divenne proprietà della famiglia Carissimi: al Monastero rimase soltanto la facoltà di scegliere il sacerdote da preporre alla chiesetta.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1960, 3.

CARISSIMI LUCA
Salsomaggiore 1458/1497
Nel 1458 fu locatario del Pozo della Rippa. Diede il nome a un pozzo, il Pozzo Carissimi, escavato nel 1497.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Le antiche famiglie di Salsomaggiore, 1926.

CARISSIMI MARCO
Collecchiello inizi del XVIII secolo
Discendente da nobile famiglia di Collecchiello. Del Carissimi si legge in un manoscritto che si conserva nell’Archivio Parrocchiale di Collecchio, che fondò un beneficio semplice sull’Oratorio di Santa Maria Maddalena di Collecchiello in favore della chiesa della Steccata di Parma. Questo accadde ai primi del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1960, 3.

CARISSIMI OTTAVIANO
Parma 1551/1552
Uomo d’arme, fu fervente partigiano dei Rossi. Il Carissimi fu capitano di cavalleria e nel 1551, con Troilo Rossi e Francesco Torelli, fu uno dei capi della spedizione condotta contro Gian Francesco Pico, a Mirandola. Inoltre è ricordato per aver sventato, ai primi del 1552, un complotto ordito da Gian Galeazzo Sanvitale, partigiano di papa Giulio III, per penetrare in Parma assediata.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 29 dicembre 1998, 13.

CARISSIMI PAOLO
Parma 1387
Fece parte del Consiglio generale di Parma nell’anno 1387.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 29 dicembre 1998, 13.

CARISSIMI PIER MARIA
Collecchio 1534
Feudatario di Collecchio, fu destituito da Pier Maria Rossi. Il Carissimi inviò nel 1534 una lettera a un Rossi, arcidiacono di Ravenna, lagnandosi della spogliazione. I Rossi allora ridiedero l’investitura ai Carissimi in data 14 marzo 1534.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1960, 3.

CARISSIMI PIER MARIA, vedi anche CARISSIMI PIETRO MARIA

CARISSIMI PIETRO MARIA
Parma ante 1516-1572
Dottore in leggi, fu eletto Canonico della Cattedrale di Parma il 6 maggio 1526. Scrisse alcuni versi latini in lode del Grapaldo (1516). Fu ascritto al Collegio dei Giudici di Parma e divenne in seguito segretario ducale (1538).
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 36; Aurea Parma 3/4 1959, 186; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 29 dicembre 1998, 13.

CARISSIMI SANDRINA
Parma XVI secolo
Fu badessa del monastero di Sant’Uldarico in Parma.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 29 dicembre 1998, 13.

CARISSIMI TOMMASO
Collecchio 1534
Dopo che i Rossi avevano tolto alla sua famiglia il feudo di Collecchio, il Carissimi lo riebbe il 14 marzo 1534. Il fortilizio feudale pare fosse situato sul poggio di Collecchio, in un luogo ove un tempo era esistito il castello di Casa Rossi.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1960, 3.

CARISSIMI VINCENZO
Parma 1509
Figlio di Antonio, più volte membro dell’Anzianato di Parma. Il Carissimi è ricordato per avere ospitato nel 1509 il bolognese Annibale Bentivoglio. Dalle cronache si apprende che essendo stato il Bentivoglio scomunicato, il Carissimi, per non trasgredire all’ordine papale del non dare ospitalità agli scomunicati, dovette uscire di casa con tutta la sua famiglia.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 29 dicembre 1998, 13.

CARISSIMI VINCENZO
-Parma 1520
Canonico della Cattedrale di Parma, fu poeta e membro dell’Accademia degli Innominati. L’iscrizione sepolcrale del Carissimi si trova nel Duomo di Parma.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 186.

CARISSIMO, vedi CARISSIMI

CARITÀ EMANUELE
Parma 1820/1838
Nel dicembre 1826, quando fece la domanda per il concorso al posto di aspirante nella Ducale Orchestra di Parma, era da un anno e mezzo allievo di Francesco Guareschi, da sei anni era clarinettista nella banda del Reggimento Maria Luigia e da due suonava come supplente nell’orchestra. Membro del Ducale Concerto, il 20 settembre 1838 in un’accademia al Teatro Ducale di Parma eseguì Rimembranze nell’opera Lucia di Lammermoor, scritte da Pietro Torrigiani per clarinetto.
FONTI E BIBL.: Negri; Stocchi; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

CARITI FERRANTE
Parma 1583/1586
Fu cantore della Cattedrale di Parma dal 6 aprile 1583 all’anno 1586.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

CARLETTI DOMENICO
Parma seconda metà del XVIII secolo
Falegname, realizzò la bussola della porta d’entrata in Santa Lucia a Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Materiali, I; Il mobile a Parma, 1983, 258.

CARLETTI GIOVANNI
Vedriano 24 gennaio 1806-Parma 26 febbraio 1880
Nacque da una famiglia agiata. Fu educato agli studi classici e ottenne giovanissimo la laurea in utroque jure, per intraprendere poco dopo la carriera ecclesiastica: a ventisei anni (7 aprile 1832) fu ordinato sacerdote. Nominato canonico della Cattedrale di Parma il 24 febbraio 1841, venne poi eletto Vicario capitolare alla morte del vescovo Loschi. Nominato vescovo di Parma il Neuschel, il Carletti fu eletto Vicario generale (e lo fu pure in seguito, sotto l’episcopato del Cantimorri e sotto quello del Villa). Alla morte del Cantimorri, fu nuovamente eletto Vicario capitolare. In seguito sostenne degnamente la carica di canonico penitenziere della Cattedrale di Parma, alla quale venne nominato nel 1845. Ripristinata nell’anno 1856 la Regia Università degli Studi di Parma, vi fu nominato professore di diritto canonico, cattedra che abbandonò nel 1860 avendo ottenuto il titolo di professore emerito. Fu ascritto col titolo di priore annuale all’Almo Collegio dei teologi di Parma e con diploma del 25 dicembre 1879 fu aggregato alla Società degli avvocati di San Pietro. Fu inoltre professore nel Seminario di Parma. L’11 aprile 1848 venne chiamato dall’anzianato del Comune di Parma a far parte del governo provvisorio, assieme a Luigi Sanvitale, Ferdinando Maestri, Pietro Pellegrini, Ferdinando Gregorio De Castagnola, Giuseppe Bandini e Girolamo Cantelli. Ciò però costò assai caro al Carletti e agli altri dato che, con decreto ducale del 7 marzo 1850, venne loro ordinato il rimborso al Tesoro di quasi seicento mila lire spese per la gestione del governo provvisorio. L’intimazione non ebbe comunque seguito. Il Carletti presiedette la Congregazione della Carità di San Filippo Neri e il Conservatorio delle Luigine (del quale Istituto fu eletto presidente a vita) e venne pure delegato a far parte, quale ispettore, dell’amministrazione della Cassa di Risparmio di Parma (atto amministrativo del Monte di Pietà in data 15 aprile 1860; il Carletti rimase in carica fino al 1866). Nel 1878 venne eletto visitatore sinodale. Fu decorato delle insegne di Cavaliere e Commendatore del Regno d’Italia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico di parmigiani illustri nelle lettere, nelle scienze e nelle arti, Genova, 1880, 49-56; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; C. Tivaroni, L’Italia durante il dominio austriaco, I, L’Italia settentrionale, Torino, 1892; Ercole, Uomini Politici, 1941, 304; Regia Università degli Studi di Parma, Annuario Scolastico 1879-1880, Parma, Rossi-Ubaldi, 1880; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 193.

CARLI FERDINANDO o FERRANTE, vedi GIANFATTORI FERDINANDO CARLO

CARLO DA COMPIANO
Compiano-Sestri 1676
Padre cappuccino, fu predicatore altamente stimato, soprattutto in Roma, dove lasciò perenne ricordo della sua pietà e dottrina. Istituì in più luoghi d’Italia delle società per il suffragio alle anime del Purgatorio. Nel 1647 pubblicò in Genova un libro dal titolo Costituzione e statuti a bene instituire, reggere e conservare la società del suffragio (questo libro fu approvato dalla Santa Sede apostolica e dal cardinale Barberini fu altamente lodato).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 108 e 148.

CARLO DA MONCHIO, vedi MARTELLINI CARLO

CARLO DA SAN SECONDO, vedi ROSSENA PAOLO

CARLO DA SORAGNA
Soragna-post 1669
Organaro. Nelle carte della parrocchiale di Santa Margherita di Colorno si legge che il 10 dicembre 1669 trasportò l’organo nel presbiterio, smontandolo dal luogo dove si trovava e rimontandolo nella nuova collocazione.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CARLO DI BORBONE, vedi BORBONE SPAGNA CARLOS

CARLO II DI BORBONE, vedi BORBONE PARMA CARLO LUDOVICO

CARLO III DI BORBONE, vedi BORBONE PARMA FERDINANDO CARLO MARIA

CARLO ANTONIO DI COLTARO
Coltaro 1715
Frate francescano, fu calligrafo e miniaturista. Mentre si trovava nel convento di Busseto, scrisse un libro corale contenente gli introiti feriali e festivi, i tratti e gli offertori e lo illustrò con lettere maiuscole a colori e rabeschi assai pregevoli. In fine al manoscritto è notata la seguente sottoscrizione: Pater Frater Carolus Antonius a Coltario Ord. Minorum hunc exaravit librum 1715. Un altro volume dello stesso genere lo scrisse durante la sua dimora nel convento di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 336.

CARLONI DANTE
Cortile San Martino 7 luglio 1917-Ascosa novembre 1943
Appartenne al 49° Reggimento Fanteria. Fatto prigioniero, fu fucilato. Venne decorato con la medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 99.

CARLONI GASPARE
Bologna 1725-Parma 31 luglio 1796
Accademico filarmonico e primo contrabbasso nel Reale Concerto dal 17 luglio 1757, fu professore di contrabbasso a Parma con lo stipendio di quattro mila lire di soldo e due mila di pensione dal 1° aprile 1766. Il 1° gennaio 1773, con decreto sovrano, ebbe un aumento di due mila lire di soldo. Con altro decreto del 14 febbraio 1781 fu stabilito che premorendo alla moglie, questa avrebbe avuto una terza parte di pensione. Lo si trova a suonare alla Steccata di Parma dal 1782 fino alla morte.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato, Ruolo A. 1, fol. 147 e Ruolo B. 1, fol. 198; H. Bédarida, Parme et la France, Paris, 1928, 489; Archivio della Steccata, Mandati, 1782-1796; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 205.

CARLONI GIACOMO
Parma 6 marzo 1763-Parma 1813
Figlio di Gaspare e Maria Quazza. Contrabbassista, nel 1786 suonò nell’orchestra dell’Accademia Filarmonica: nel luglio pare avesse tenuto un comportamento scorretto, per cui venne dimesso. Chieste le scuse e fatta domanda di riassunzione, poté rientrare il 25 gennaio 1787. Accademico onorario nel marzo 1789, il 16 novembre fu nominato nel Reale Concerto. Nel 1790 fu chiamato come docente dello strumento al Collegio dei Nobili e nell’agosto 1792 suonò nell’orchestra del Collegio in un Concertone di Giuseppe Colla e fu retribuito con 20 lire (Archivio di Stato di Parma, Computisteria borbonica, b. 376b). Resosi libero il posto di primo contrabbasso in orchestra per la morte del padre, il 21 dicembre 1797 fu nominato al suo posto. Gervasoni scrisse: Questo Filarmonico eseguisce i passi più difficili, che sembrano impossibili a rendersi sopra il suo strumento, e mai sempre colla maggiore esattezza e purità d’intonazione. Ebbe ottimi allievi che gli fecero onore. Nel 1807 era il primo contrabbasso nell’orchestra di Parma e, secondo un progetto che forse non fu applicato, la Municipalità avrebbe dovuto retribuirlo con 550 lire annue (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri 1807-1812, b. 7). Si fece anche impresario: l’11 aprile 1814 gli venne concessa, assieme a Maurice, l’autorizzazione di dare a loro spese una festa da Ballo e quello pure di affiggere il corrispondente avviso al pubblico (Archivio di Stato di Parma, Comune: Spettacoli, b. 4109). Con la ricostituzione dopo il periodo napoleonico, il 10 luglio 1816 fu nominato terzo contrabbasso nell’Orchestra di Corte di Parma (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti) con l’assegno annuo di 300 franchi, in quanto ne percepiva già 500 di pensione. Dopo la morte del duca Ferdinando di Borbone, il Carloni ebbe alcune offerte provenienti da altre corti ma preferì rimanere a Parma. Istruì nel contrabbasso nel Regio Collegio dei Nobili Giuseppe Costa di Piacenza, Domenico Tardiani di Borgo Taro e Pietro Martinengo di Brescia.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo B, I, fol. 63, Filo corrente del 1789 n. 78 e Filo corrente del 1796, n. 59; C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1822, 108; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 215; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CARLOTTI MARGHERITA, vedi ANTONIAZZI MARGHERITA

CARLUCCI GIUSEPPE
Macerata 25 ottobre 1802-Parma 13 settembre 1872
Nella stagione di Fiera del 1834 al Teatro di Reggio Emilia fu primo violino dei balli (vi è indicato della Duchessa di Parma). Stesse mansioni e titolo ebbe nel Carnevale del 1842. Nelle carte dell’Archivio Storico Comunale di Parma si trova il contratto stipulato dal Carlucci il 29 gennaio 1843 di ripetitore dei balli. Non si conosce il motivo, ma nel 1847 vennero presi dei provvedimenti disciplinari nei suoi riguardi. Con Sovrano Rescritto del 22 ottobre 1850 fu nominato ripetitore dei balli di Corte e del Teatro. Nel 1852, essendo direttore dei balli, venne esonerato dal suonare durante gli stessi. Nelle carte del Ministero delle Finanze del 1857 si trova un mandato di pagamento a suo favore per la somministrazione dei pezzi di musica per le rappresentazioni drammatiche.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Il Presente 15 settembre 1872; Fabbri e Verti; Inventario, 1992, 222, 249, 257, 283, 317, 358, 397, 400, 419, 475.

CARMI ENRICO
Parma 1870-1952
Aristocratico del pensiero e della cultura, di profonda dottrina e professionista integerrimo, esercitò con valore la professione forense. Solitario, individualista e riservato, appartenne idealmente alla destra liberale. Fu presidente dell’Ordine degli avvocati, membro della Giunta provinciale amministrativa, della Commissione distrettuale delle imposte e del Comitato di sconto della Banca d’Italia.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 42.

CARMI ULISSE
Parma-Roma 11 gennaio 1884
Ingegnere e patriota, fu eletto deputato di Parma II nell’undicesima legislatura. Liberale, alla Camera sedette a destra, dimostrando speciale competenza in questioni tecniche. Coprì importanti uffici pubblici.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 231; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 212.

CARMIGNANI FILIPPO
Roma ante 1754-Parma post 1782
Si trasferì a Parma verso la metà del XVIII secolo. Nel 1754 fondò una propria stamperia in Parma.
FONTI E BIBL.: Avviso per la privativa concessione di stampare, vendere e far vendere il Diario Parmigiano a favore di Filippo Carmignani, Parma, Bodoni, 14 agosto 1782.

CARMIGNANI GIOVANNI
Parma XVIII secolo
Tipografo. Fu grande amico di Ireneo Affò.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 208.

CARMIGNANI GIULIO
Parma 14 settembre 1813-Parma 16 gennaio 1890
Nacque da Pietro e Giuseppina Tomasi. Rimasto orfano, fu posto dal tutore nel Collegio Lalatta di Parma. Continuando la tradizione familiare, tenne per ventitré anni la direzione della importante tipografia Carmignani (vi si stampava la Gazzetta di Parma), ma il suo spirito fu più portato alla letteratura e alla pittura, soprattutto di paesaggio, nella quale rivelò finezza e maestria. Probabilmente suo primo maestro fu G. Boccaccio, la cui influenza è avvertibile nel Paesaggio boscoso (proprietà eredi Carmignani), che rivela il legame del Carmignani con la scuola accademica di Parma oscillante tra il neoclassicismo e il romanticismo. Due Burrasche (proprietà eredi Carmignani) sono opere di notevole valore, certamente ispirate da soggetti simili di scuola olandese. Pur non avendo frequentato corsi regolari di pittura, il Carmignani si dimostrò artista sicuro e disinvolto. Eseguì anche qualche ritratto prendendo a modello la moglie Virginia Guidorossi, ma le sue opere migliori rimangono i paesaggi delicati e spesso malinconici. Fin dal 1840 cominciò a esporre nel Palazzo del Giardino di Parma e dal 1855 per la Società d’incoraggiamento. Tribù indiana che adora il sole al tramonto e L’attesa del pescatore, esposti per questa società nel 1863, sono nel palazzo comunale di Felino. Nel 1859, intensificandosi le richieste di dipinti in Italia e all’estero, abbandonò l’attività tipografica per dedicarsi completamente alla letteratura e alla pittura. Dipinse vari quadri di argomento parmense, tra i quali Sotto le mura di Parma (1866, proprietà Comune di Parma) e La città di Parma vista dal torrente Parma (firmato e datato 1867, palazzo comunale di Trecasali). Tra l’altro, il Carmignani volse anche la sua attenzione all’opera pittorica di L. Marchesi: in Piazza grande di Parma in un giorno di mercato (presente fuori concorso assieme a Una veduta di Napoli all’esposizione industriale parmense del 1863) egli fornì, rispetto al Marchesi che trattò lo stesso soggetto, un’interpretazione più ampia e panoramica, creando un vivace quadro d’ambiente. Notevole importanza per l’evoluzione stilistica del Carmignani ebbe il viaggio a Parigi del figlio Guido, che fu anch’egli pittore e che ne ritornò riportando notizie sulle ricerche formali della pittura francese. Influenzato da queste, egli realizzò nel 1864 il suo capolavoro, Tramonto di autunno dopo la pioggia (Parma, Galleria nazionale), di evidente modernità rispetto alla tradizione paesistica locale. Un senso di mestizia avvolge la natura, le persone, gli animali in Colpo di vento (1870, Parma, Galleria Nazionale) dove la livida nuvolaglia e gli alberi mossi dalle raffiche di vento danno l’idea di una tempesta incombente o che va disperdendosi in lontananza. Si ispirò anche a Massimo d’Azeglio nel dipinto La disfatta della grande compagnia del conte Lando (vedi Il Diavoletto 18 novembre 1871), di cui fece alcune copie. Il suo poetico realismo, che si lega idealmente a quello di Corot, si rivela in opere di solenne semplicità come Il torrente Parma a Moletolo durante il tramonto (1879, Parma, Collezioni comunali) e La valle dell’Enza nell’ora del tramonto. Negli ultimi anni di vita il Carmignani, colpito da una paralisi che gli impedì l’uso delle mani, si dedicò solo a studi letterari (tra l’altro tradusse Orazio).
FONTI E BIBL.: B. Martini, Guida di Parma, Parma, 1871, 32; L. Sogimbo, Ricordo di Giulio Carmignani, in Parma Giovine 2 febbraio 1890; A. Alessandri, Notizie sulla vita e sulle opere del pittore Guido Carmignani, Parma, 1910, passim; Mostra del paesaggio parmense, Parma, 1936, 36, 47, 54; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia Parmense, Parma, 1952, 44-56; G. Allegri Tassoni, La pittura parmense dell’Ottocento, Parma, 1971, 86; G. Godi, in Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento (catalogo della mostra a Colorno), Parma, 1974, 64 s.; A. Pariset, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1905, 27; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, VI, 14; C. Schluderer, in Dizionario biografico degli Italiani, XX, 1977, 421; Tassi, Carmignani padre e figlio, Parma, 1980, 9-63; Città latente, 1995, 88; Giulio Carmignani 1813-1890, Milano, 1996.

CARMIGNANI GIUSEPPE
Parma 1777/1800
Figlio di Filippo. Laureato in legge. Nel 1777 fu Commissario ducale di Bardi, nel 1780 Uditore criminale di Piacenza e nel 1795 Procurtore fiscale. Il 1° settembre 1800 fu creato Consigliere del magistrato di finanza da Ferdinando di Borbone. In virtù del decreto del 22 gennaio 1777 lo stesso Duca stabilì che i consiglieri dei supremi tribunali ducali e i loro figli e discendenti maschi legittimi e naturali fossero considerati nobili: perciò i discendenti del Carmignani furono iscritti alla nobiltà parmense nell’anno 1800.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 333.

CARMIGNANI GIUSEPPE
Parma 1807-Parma 1852
Nipote di Giuseppe. Fu nei consigli del Comune, degli Ospizi e sulle prigioni e proprietario della tipografia che anni prima l’Affò disse di preferire a quella del Bodoni e dei cui tipi si avvalse. Fu direttore della Reale Tipografia di Parma. Unificò su di sé le cariche di direttore e di amministratore della Gazzetta di Parma dal 1850 al 1852.
FONTI E BIBL.: Parma. Vicende e protagonisti, 1978, II, 192; Gazzetta di Parma 10 giugno 1996, 5.

CARMIGNANI GIUSEPPE
Parma 15 settembre 1871-Fontanellato 13 novembre 1943
Nacque da Aldo e da Paolina Magnani. Studiò scenografia sotto la guida del suo parente Girolamo Magnani prima e di Giuseppe Giacopelli in seguito. Nel 1893 venne chiamato alla Scala come collaboratore di G. Zuccarelli. Vi rimase anche l’anno seguente insieme con V. Rota, C. Songa, M. Scala e A. Parravicini, ma nel 1896 preferì recarsi a Buenos Aires, dove probabilmente partecipò al debutto della compagnia Maria Guerrero-Fernando Diaz de Mendoza (26 maggio 1897) nel Teatro Odeón con La Boba di Lope de Vega. Il Carmignani collaborò per due anni con la celebre attrice spagnola, la cui forte personalità forse influì sulla sua attività artistica. In seguito ai suoi successi la Escuela Superior de Bellas Artes di Buenos Aires nel maggio 1898 lo volle come insegnante di prospettiva, mentre l’anno seguente fu nominato titolare della cattedra di ornato e composizione decorativa alla facoltà di architettura dell’Università. Mantenne queste cariche fino al 1911, quando fece ritorno a Parma. Negli anni trascorsi a Buenos Aires il Carmignani fu dal 1901 al 1909 scenografo ufficiale del Teatro dell’Opera. In Argentina allestì le scene per numerosi spettacoli, tra l’altro per le compagnie Guerrero, Rejane e Zacconi, per il compositore A. Berutti e per i Teatri Coliseo e Colón sempre di Buenos Aires. Ben conservati sono gli affreschi, firmati (1903-1904), della cupola del Teatro dell’Opera, che rappresentano figure allegoriche e ritratti. Nel volume di C. Ricci, La scenografia italiana (Milano, 1930), la tav. CLXXXIII riproduce una Città della Francia al tempo di Luigi XV, scena ideata dal Carmignani per una kermesse a Buenos Aires. De Angelis, che certamente ebbe le informazioni dal Carmignani stesso, scrive che in Argentina egli si occupò anche di decorazioni per alberghi, palazzi e congressi. Tornato in Italia nel 1911, fu chiamato alla Scala per allestire la prima e l’ultima scena della prima rappresentazione italiana della Isabeau di P. Mascagni. Nel 1912 l’Istituto di Belle Arti di Parma lo nominò Professore di ornato e in seguito fu direttore e insegnante della sezione scenografia. In occasione del centenario verdiano del 1913 allestì le scene per Aida e Ballo in maschera per il Teatro Regio di Parma, per il quale ideò negli anni 1912, 1913, 1921, 1925 e 1926 anche la decorazione e gli addobbi per i veglioni di Carnevale. In Italia eseguì scene, tra le altre, per le compagnie Novelli, Zacconi e Alda Borelli. Ma sempre parallelamente alla sua attività di scenografo, svolse quella di pittore partecipando anche a esposizioni con paesaggi, nature morte, interni. Uno Studio di composizione (Colorno, Palazzo comunale) e Pioverà? (Parma, Palazzo comunale) furono esposti a Parma nel 1895 e 1897 (e di nuovo nel 1974). Nel 1911 la Pinacoteca di Parma gli acquistò L’Arco di Tito. Nel novembre del 1925 espose nelle sale del ridotto del Teatro Regio di Parma e fu impegnato nelle decorazioni dipinte e in stucco per la sala delle adunanze nel palazzo della Camera di Commercio insieme a D. de Strobel. Contemporaneamente progettò e diresse anche i lavori per il salottino della presidenza (eseguiti da E. Bonaretti) nello stesso palazzo (Copertini, 1926). Nel 1930 la Pinacoteca acquistò un suo acquerello rappresentante la Piazza della Ghiaia (A. Sorrentino, in Aurea Parma XV 1931, p. 174) e nel 1936 infine partecipò con un altro acquerello, La chiesa di Pianadetto, alla seconda Mostra sindacale d’arte del paesaggio parmense (p. 59 del catalogo, Parma, 1936). Professionista di alta qualità, nelle sue scenografie si attenne a un’impostazione realista, esigendo fedeltà storica e precisione naturalistica. Fu disegnatore accurato, non privo di una personale maniera, abile soprattutto nel dosare gli effetti chiaroscurali.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, La pittura di Carmignani e De Strobel, in Aurea Parma X 1926, 34, 36; A. De Angelis, Scenografi italiani di ieri e di oggi, Roma, 1938, 64 s.; G. Godi, in Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento (catalogo della mostra a Colorno), Parma, 1974, 122; Enciclopedia dello spettacolo, coll. 55 s.; Dizionario biografico degli Italiani, XX, 1977, 421-422.

CARMIGNANI GUIDO
Parma 23 gennaio 1838-Parma 8 marzo 1909
Nacque da Giulio, tipografo e pittore, e da Virginia Guidorossi. Fu indirizzato giovanissimo alla pittura dal padre e già nel 1854 espose per la Società di incoraggiamento di Parma alcune vedute, frutto di esercitazioni dal vero. Tra le opere esposte l’anno successivo a Piacenza e a Parma si citano La città di Como sul lago (proprietà Comune di Varsi) e Il torrente Parma visto dal ponte Dattaro (Pinacoteca Stuard). Con Monti a Varese (proprietà Comune di Cortemaggiore) partecipò all’esposizione del 1856. Nel 1857 presentò, tra l’altro, Nebbia di mare a Portovenere (proprietà Comune di Noceto), Interno di mulino sul Po (Parma, Museo Glauco Lombardi) e Aranciera nei giardini reali (Parma, Galleria nazionale), che rappresenta uno squarcio di borghese e pacata vita cittadina del XIX secolo. Durante un soggiorno di studio a Parigi nel 1858 frequentò, oltre ad artisti francesi, Alberto Pasini, pittore di soggetti esotici che il Carmignani spesso imitò. A Parigi apprese l’arte litografica ed eseguì copie da pittori contemporanei francesi che espose a Parma alla fine del 1858. In quell’anno cominciò a fornire illustrazioni ai giornali La Villeggiatura e La Stagione. Per incarico della Duchessa reggente, eseguì sei figurini per maschere e alcune caricature per il Carnevale del 1859. Di quell’anno è Le rive della Senna (Parma, Museo Glauco Lombardi), del 1860, Mulini a vento nei dintorni di Parigi (proprietà Comune di Felino), del 1862 A Termoli, terra di Molise (proprietà Comune di Felino). Per la Società di incoraggiamento di Parma presentò nel 1861 una Veduta della città di Cuneo (nel Palazzo comunale di Cortemaggiore). Nominato nel 1862 professore di paesaggio all’Accademia di Parma, vinse l’anno dopo una medaglia d’oro a Bologna con una Veduta di Cuneo (replica del quadro già citato, acquistata dalla locale Società Promotrice). La Barriera di Clichy a Parigi (1866) fu acquistata dal ministero della Pubblica Istruzione che la donò al Museo civico di Torino. A Torino il Carmignani espose alla Promotrice negli anni 1861-1864, 1866-1872 e 1875-1878. Il Carmignani lavorò intensamente per mostre in Italia e all’estero (elenco delle opere, in Alessandri): a Vienna, nell’anno 1873, espose l’Agguato (Milano, eredi Trecelle), Sulla Senna a Bougival, presentato alla Mostra nazionale di Parma del 1870 e riesposto nello stesso anno a Torino, è conservato alla Pinacoteca Stuard di Parma, mentre la Società di incoraggiamento parmigiana gli acquistò nel 1873 Cavalleria orientale che attraversa un deserto (Milano, eredi Trecelle) e l’anno dopo il Monte di pietà di Fiorenzuola ricevette in sorte Cavalleria. Dopo che, nel 1877, l’Accademia di Belle Arti di Parma si trasformò in Istituto e venne abolita la cattedra di paesaggio, il Carmignani fu incaricato, nel marzo 1878, di supplire per un anno, in tale insegnamento, L. Riccardi a Brera: ebbe allora tra i suoi allievi G. Segantini. La sua attività, dal 1880 in poi, fu in gran parte volta all’esecuzione di repliche di suoi dipinti, destinate al commercio privato. Dal 1904 cominciò a scrivere poesie in vernacolo per lunari e pubblicazioni locali. Negli ultimi anni visse sempre più isolato a Parma.
FONTI E BIBL.: Necrologi in Gazzetta di Parma 12 marzo 1909 e Corriere della Sera 19 marzo 1909; B. Martini, Guida di Parma, Parma, 1871, 35; A. Alessandri, Notizie sulla vita e sulle opere del pittore parmigiano Guido Carmignani, Parma, 1910 (con bibliografia); Seconda Mostra sindacale d’arte del paesaggio parmense, Parma, 1936, 37, 44, 53; G. Allegri Tassoni, La pittura parmense dell’Ottocento, Parma, 1971, 93; G. Godi, in Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento (catalogo della mostra a Colorno), Parma, 1974, 88 s.; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, VI, 14; C. Schluderer, in Dizionario biografico degli Italiani, XX, 1977, 422-423; R. Tassi, Carmignani padre e figlio, Parma, 1980; L. Fornari Schianchi, 1981, 226; Tassi, 1994, 184-208 (con ampia bibliografia); Città latente, 1995, 88-89; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 20 aprile 1998.

CARMIGNANI PAOLO
Parma XVIII secolo/1810
Diresse in Parma nel 1810 la stamperia fondata nel 1751 da Filippo Carmignani: sei torchi, da cui uscirono con esattezza e prontezza ed a prezzi assai modici gli atti del sottoprefetto e della mairie di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 marzo 1980, 3.

CARMIGNANI PAOLO CAMILLO
Parma 1905-1957
Figlio di Luigi e di Amalia Malvisi. Il Carmignani, con Regio Decreto del 24 maggio 1946, venne insignito della dignità comitale dal re Umberto di Savoja. Tale onorificenza venne concessa a ricompensa dell’intenso lavoro svolto dal Carmignani nel corso della seconda guerra mondiale, volto a evitare nella zona della Val Ceno (e principalmente a Bardi) attacchi, azioni terroristiche e rappresaglie, con interventi sulle due parti in conflitto. Grazie a una solerte azione di mediazione, riuscì a evitare il bombardamento della Rocca di Soragna, previsto da parte degli alleati. Cooperò col conte Carlo Pianzola, aiutante di campo del Re, quando venne paracadutato a Bardi per attività in appoggio agli alleati. Nel dopoguerra, forte dell’esperienza acquisita nell’originaria attività di importatore di capi di abbigliamento di alta qualità, comprese l’importanza della griffe dando vita alla ditta Adam, produttrice di profumi su scala industriale che si collocarono nella nicchia dei prodotti di élite.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 giugno 1996, 5; Cento anni di associazionismo, 1997, 393.

CARNARI GIOVANNI
Parma 1203
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1203.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 493.

CARNERINI PIETRO
Traversetolo 1887-Gorgonzola 22 ottobre 1952
Figlio di Domenico, falegname mobiliere. Il Carnerini, sensibile temperamento d’artista, sentì e visse, fin dalla prima giovinezza, tutto quanto l’ambiente che lo circondava aveva di bello. Baldi, modellista e fonditore, trapiantò in Traversetolo un piccolo laboratorio per conto di Luigi Beccarelli (fabbricante d’orologi), ove si eseguivano custodie per pendole, lastre martellate, candelabri, bulinature. Attorno alle fucine del Baldi, accorrevano ragazzi curiosi di vedere gli oggetti che venivano eseguiti. Oltre a Renato Brozzi e Cornelio Ghiretti, anche il Carnerini frequentò quel laboratorio. Da quell’epoca, cominciò a svilupparsi nel Carnerini una forte passione per le cose geniali: tracciò profili di figure sui muri, manipolò della creta nel tentativo di modellare membra umane, teste di bimbi e animali e, nell’avidità di conoscere elementari nozioni di fisica e meccanica, congegnò un motorino a vapore il cui frenetico roteare mandò in estasi i suoi amici e lasciò a bocca aperta molti anziani del paese. In pochi anni il Carnerini raccolse tante preziose esperienze che lo incoraggiarono a fargli desiderare più concrete realizzazioni. Poco più che diciottenne, infatti, diede risolutamente mano a un lavoro di grande impegno intagliando i ricchi pannelli, a ornati rinascimentali, della farmacia Mantovani in Parma (al cui complesso vennero aggiunte targhette sbalzate del Ghiretti). L’opera sorprese per la bellezza e l’esecuzione: un insieme nitido ed equilibrato. Autore eclettico ma autentico nella ricerca caparbia di dimostrare ciò che gli nasceva dentro e lo spingeva a lavorare indefessamente perché mai contento di sé e delle sue creazioni, acquisì fin dalle opere giovanili una padronanza e una abilità nell’intaglio che lo resero maestro del legno. Ma ben presto ciò non gli fu più sufficiente e ricercò nel disegno e nella xilografia una maggiore incisività espressiva. Gli studi all’Accademia di Belle Arti di Parma gli aprirono quindi gli orizzonti verso il classico, che lo affascinò, senza condurlo però all’imitazione ma a una interiorizzazione della grandezza e della forza del tratto scultoreo che da quel momento divenne la sua vera meta. Più tardi lavorò a Roma come scultore, presentando busti e ritratti, e partecipò a diversi concorsi distinguendosi sempre tra i migliori in gara. Dopo la prima guerra mondiale, passò a Mogadiscio dove nel 1928 eseguì i gruppi marmorei attorno alla Cattedrale. Tutte le statue sono di chiara ispirazione e mirabilmente ambientate. A Bengasi modellò la Via Crucis che si trova nella Cattedrale. Figure e atteggiamenti hanno senso descrittivo e continuità plastica, atti a trasportare il ricordo dell’osservatore al drammatico episodio di Cristo sulla via della Croce. Passò nel 1936 a Parigi dove lavorò con successo modellando statue, animali e piccoli gruppi per soprammobili. Dalla capitale francese portò disegni e impressioni durature. Tornato a Roma, insegnò nell’Istituto d’Arte ed ebbe incarichi importanti e meritati riconoscimenti. Rientrò a Parma agli inizi degli anni Cinquanta. Si occupò di mobilio artistico, cappelle funerarie, statue e ritratti. Ebbe altresì da eseguire lavori scolpiti nel legno (1939-1940) per la Cattedrale di Parma (una pregevole sedia episcopale) e la Basilica di San Giovanni (una serie di scranni intagliati). Della monumentale cattedra vescovile disegnò l’impianto architettonico e realizzò le parti scultoree, adattandola alle linee severe dell’interno della Cattedrale. Posta sulla parete di fondo del lato sinistro del transetto, fu poi rimossa e spostata nella sottostante cripta, in uno spazio che mortifica l’imponente volumetria del manufatto. La struttura di artefatta impronta romanica della cattedra, suddivisa verticalmente in tre parti, è riccamente impreziosita da simbolici bassorilievi e da figure di santi in legno di acero che spiccano sul fondo di noce. Nella parte centrale è ricavato il trono vescovile che nel suo insieme ricorda il pronao della facciata del Duomo. Ai lati sono disposti due sgabelli mobili senza braccioli, con schienale e frontale scolpiti. Colonnine con capitello cubico, in legno scuro di noce, scandiscono spazialmente l’intavolazione del complesso creando forti contrasti con le parti di fondo di più chiara tonalità. Il Carnerini realizzò anche alcune buone xilografie ispirate alla prima guerra mondiale o destinate a illustrazione di riviste (Aurea Parma, Difesa Artistica, 1921-1923) e volumi (Artigli di Renzo Pezzani). Fu quindi a Bologna per studiare e modellare alcune statue da collocare nelle nicchie attorno all’Arca di San Domenico (XIII secolo) e un busto raffigurante il santo stesso. Il busto lo eseguì subito, quale saggio d’opera, e l’esito fu sorprendente: la scultura è suggestiva e austera, tutti i particolari sono risoluti, di getto, vibranti e senza tormento. In fondo alla seria eleganza dell’opera, traspare un senso di fierezza e di fede. L’opera costituisce forse il capolavoro del Carnerini. Alla modellazione in bronzo il Carnerini ritornò nel 1941 con la grande targa del monumento ai Caduti di San Lazzaro, tessuta con abilità compositiva ma restando fermo sulla falsariga degli standard celebrativi del tempo. A questo punto si può dire che la parabola operativa del Carnerini era praticamente conclusa. Se si considera in chiave critica la sua multiforme attività, si scopre che la formazione eclettica, espressa attraverso molte esperienze, non giunge a una precisa unità di stile. È certo che i modelli classici furono da lui prediletti, ma se si osservano le sculture celebrative in marmo degli anni Venti si rileva uno scoperto accostamento alle geniali stilizzazioni di Wildt. Non così nell’ultima targa bronzea (1948) della Ditta Manzini, dominata dalle possenti figure allegoriche dell’Agricoltura, del Commercio e dell’Industria, dove nell’intavolazione della composizione e di certi dettagli decorativi riaffiorano, in ritardo sui tempi, evidentissimi richiami Liberty. La febbre del lavoro lo agitò, volle modellare, progettare opere, scalfire nuove immagini, produrre e ricuperare. Il lavoro fu per il Carnerini la vita: senza incarichi era preda dell’angoscia. Profondamente religioso, si rivolse per lavoro in particolare alla Chiesa perché era solito dire: Come la Chiesa rimarrà nei secoli così anche le opere che la testimoniano sopravviveranno ai tempi. Tra le braccia sicure della Chiesa il Carnerini cercò anche quella serenità che gli fu negata dal suo stesso carattere ma anche dal travagliato momento storico, che tuttavia non lo coinvolse se non nelle esigenze e sofferenze quotidiane. Egli infatti non cercò i grandi spazi e non scese per questo a compromessi, non amò i salotti e non vezzeggiò per ottenere grazie. Fu autentico, forse un po’ ruvido, ma sempre fedele a sé e alla sua arte senza padroni. Così come limpida fu la sua esistenza, altrettanto nitide e terse sono le figure modellate nei calchi o che emergono dal marmo scolpito. Così come sofferta e spontanea era l’ispirazione, altrettanto chiara e leggibile la si ritrova sui volti e nelle espressioni toccanti delle sue figure, siano esse sacre o quotidiane. Come nella solitudine egli si rifugiò fino a perdersi, così le sue opere chiuse negli spazi ovattati delle navate di una chiesa o nell’intimità del privato emanano, dai tratti sicuri e decisi, il desiderio di vivere, di comunicare, di essere testimoni di un messaggio che il Carnerini avrebbe voluto far conoscere a tutti e che per molto tempo rimase invece nascosto. Col suo paese nativo visse fino all’ultimo un rapporto di amore-odio tanto intenso che neppure la lontananza forzata poté placare. Tra la sua gente avrebbe voluto raccogliere l’amore per l’artista e l’ammirazione per la sua opera ma, sempre nell’ombra del grande Brozzi, si sentì trascurato e incompreso. Nella solitudine di una camera d’albergo di Gorgonzola, il Carnerini pose fine alle sue sofferenze fisiche, ma anche a un’esistenza che non gli aveva concesso la realizzazione delle speranze giovanili.
FONTI E BIBL.: G. Capelli, Il mobile parmigiano, 1984, 71; R. Pezzani, Pietro Carnerini, in Difesa Arististica 12 1922, 12-13; R. Pezzani, Viaggio in una repubblica poco nota, in Medusa 30 dicembre 1923; Plutarchino, Artisti nostri nell’Urbe, in Corriere Emiliano 20 agosto 1927, 3; E. Corradi, Carnerini scultore, in Corriere Emiliano 15 gennaio 1928, 4; V. Bianchi, La vita e le opere di Pietro Carnerini, in Gazzetta di Parma 17 novembre 1951, 3; G. Copertini, In memoria di Pietro Carnerini, in Parma per l’Arte 1 1953, 22; B. Molossi, Carnerini Pietro, in Dizionario dei Parmigiani grandi e piccini (dal 1900 ad oggi), Parma, La Tipografica Parmense, 1957, 43; G. Capacchi, Carnerini Pietro, in L’arte dell’incisione in Parma, Parma, Libreria Aurea Parma, 1969, 64; V. Bianchi, Vita ed opere di Pietro Carnerini, in Le veglie di Bianchi. Ricordi di un parmigiano, Parma, Libreria Aurea Parma, 1974, 177-179; G. Capelli, Pietro Carnerini scultore del Novecento, in Gazzetta di Parma 4 maggio 1981, 3; G. Mezzadroli, Pietro Carnerini un artista dimenticato, Parma, Palatina, 1981; S. Moroni, Carnerini, l’incompreso, in Gazzetta di Parma 2 novembre 1992, 5; S. Moroni, Pietro Carnerini, Traversetolo, Comune, 1993; F. e T. Marcheselli, Carnerini Pietro (1887-1952), in Dizionario dei Parmigiani, 1997, 83; G. Capelli, Lo scultore dei classici, in Gazzetta di Parma 10 agosto 1998, 13; Tornano a splendere le lunette di San Martino, in Gazzetta di Parma 23 agosto 1998, 20; M. Reggiani, Tornano a brillare le due lunette di San Martino, in Gazzetta di Parma 18 novembre 1998, 23; Carnerini Pietro, in Enciclopedia di Parma, 1998, 201.

CARNEVALE BARTOLOMEO, vedi CARNEVALI BARTOLOMEO

CARNEVALI ANGELO
Stagno di Roccabianca 23 settembre 1891-Monte Cappuccio 21 ottobre 1915
Figlio di Giovanni. Compì a Parma gli studi medi e si iscrisse, nel 1910, alla facoltà di giurisprudenza dell’Ateneo parmense. Aveva appena finito il terzo anno, quando, all’inizio della prima guerra mondiale, dovette interrompere gli studi per accorrere al fronte. Dopo aver frequentato il corso Allievi Ufficiali nella Scuola Militare di Modena, fu nominato sottotenente e raggiunse il fronte nel settore del San Michele nel settembre 1915, Comandante di un plotone del 141° Fanteria. Prese parte a diversi combattimenti dando prova di ardimento e di entusiasmo. Nel combattimento di Monte Cappuccio cadde da prode, colpito in pieno da proiettile nemico, nel groviglio delle trincee nemiche, nell’impeto di una mischia furibonda con la quale il 141° Fanteria portò i suoi fanti nel cuore delle linee di resistenza austriache, in posizioni che non poté mantenere causa la mancata avanzata delle truppe che lo fiancheggiavano. Nell’agosto del 1916, nell’avanzata generale sul Carso, si ebbe poi la visione della portata dei risultati ottenuti in quell’azione dal 141° Fanteria: si trovarono i suoi fanti morti, e non ancora inumati, sin nelle vicinanze di Cottici, a tre chilometri cioè da dove quel glorioso reggimento aveva sferrato l’assalto. Tutte le ricerche fatte per recuperare la salma del Carnevali furono infruttuose. L’Università parmense gli conferì la laurea di dottore in giurisprudenza a titolo d’onore il 5 novembre 1917.
FONTI E BIBL.: Caduti Università Parmense, 1920, 60; Combattenti di Roccabianca, 1923, 19-20.

CARNEVALI BARTOLOMEO
Busseto 1458/1459
Figlio di Antonio, detto Carnevale. Fornaciaio, è ricordato in un rogito notarile in data 20 marzo 1459, dal quale si ricava che i fratelli Gian Lodovico e Pallavicino dei marchesi Pallavicino gli vendettero una pezza di terra boschiva colla concessione allo stesso Carnevali di poter fabbricare unum fornasotum et in ipso fornasoto laborare quantum voluerit laborari pro causa faciendi domos.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 19.

CARNEVALI GIORGIO
Busseto 1458
Figlio di Antonio. Fornaciaio, è ricordato in data 5 luglio 1458 per una vendita fatta da Giovanni e Bertolino Malvisi a Giovanni Antonio de Rubeis di Cremona di una pezza di terra boschiva nel territorio di Busseto nel luogo detto i Campazzi cui sunt fines ab una parte Ongina mediante via comunis et ab alia Magister Georgius fornasarius (rogito di Pietro Brunelli, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 18-19.

CAROCCI BAVERIO, vedi CARROCCI BAVERIO

CAROLI, vedi CARLONI

CAROLINA MARIA TERESA DI BORBONE, vedi BORBONE PARMA CAROLINA MARIA TERESA

CAROLIS FERRANTE, vedi GIANFATTORI FERDINANDO CARLO

CARONTI BALDASSARE
Parma 1631
Sacerdote, venne eletto il 24 gennaio 1631 precettore di musica dei chierici nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

CAROSELLI MARIANNINA
Isernia 1919 c.-Parma 25 gennaio 1989
La Caroselli si trasferì a Parma in giovane età. Dopo avere conseguito il diploma magistrale, vinse il concorso per insegnare alla Pietro Cocconi (vi rimase per oltre trent’anni), una delle scuole elementari più frequentate dell’Oltretorrente. All’insegnamento dedicò l’intera esistenza. Anche la sua produzione letteraria, cominciata nei primi anni Cinquanta, ebbe fini didattico-storici. In collaborazione con l’editore Battei pubblicò, infatti, la Storia di Parma narrata ai giovani, un’opera che fu ristampata per ben quattro volte (l’ultima edizione è del 1980). Sempre per i tipi di Battei, la Caroselli pubblicò Leggende di terra parmense, Usi e costumi d’Italia e un libro su padre Lino, Pagine d’amore e di speranza. Collaborò per diversi anni anche alla terza pagina della Gazzetta di Parma. Oltre a questa produzione nella quale dimostrò una sensibilità narrativa decisamente non comune e un amore per la ricerca storica di fatti e personaggi della terra parmigiana, la Caroselli pubblicò un libro di poesie e filastrocche per bambini. Per le sue colleghe mise a punto due libri di dettatini, piccoli racconti da leggere in classe per abituare gli alunni ai suoni più difficili della lingua italiana. Negli ultimi anni di vita le sue condizioni fisiche non le consentirono più di lavorare ai suoi libri. L’ultima fatica alla quale dedicò le residue forze fu l’aggiornamento della Storia di Parma narrata ai giovani.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 gennaio 1989, 8.

CAROSELLI OSCAR
Isernia 17 aprile 1893-Ponte di Seros 26 dicembre 1938
Nato da Alberto ed Ebe Swich. Combattente della prima guerra mondiale, fu poi avvocato di chiara fama in Parma. Portatosi volontario in Spagna (fu Capitano artigliere della Divisione Frecce Verdi), appena giunto in prima linea, cadde eroicamente, colpito alla testa da una granata. Alla sua memoria venne concessa la medaglia d’argento al valor militare sul campo, con la seguente motivazione: Aiutante maggiore di un gruppo, visto un attimo di incertezza in elementi di una batteria dipendente sottoposta a violentissimo fuoco di artiglieria avversaria, durante il passaggio di un ponte, si metteva alla loro testa e, con sangue freddo ed alto sprezzo del pericolo, li trascinava con l’esempio e con parole di incitamento, sull’altra riva, ove cadeva colpito a morte da granata nemica. Magnifico esempio di elevato spirito militare.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Legionari in Spagna, 1940, 51; J. Bocchialini, Figure e ricordi, Parma, 1960, 349-350.

CAROZZA ALBERTO
Salsomaggiore 5 febbraio 1914-Mare di Brindisi 5 gennaio 1942
Figlio di Giovanni. Studiò nel Seminario vescovile di Piacenza e nel 1938 fu ordinato sacerdote. Fu curato di Santa Maria in Gariverto, nella parrocchia di Pontenure e in quella di San Nazzaro d’Ongina. Nel 1941 venne nominato cappellano militare e, con il grado di Tenente, assegnato al Comando Forze Armate dell’Egeo 4ª sezione di Sanità. Si imbarcò a Bari nel gennaio 1942 con truppe destinate oltremare, sulla Città di Palermo. Durante la traversata del Mediterraneo il piroscafo fu colpito in più parti e affondò. Il Carozza sacrificò in quel frangente la propria vita, contribuendo a salvare alcuni militari che facevano parte dell’equipaggio. Alla sua memoria fu decretata una medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Imbarcato con truppe destinate oltremare, colpito gravemente il piroscafo da duplice offesa del nemico, subito seguito dal segnale di abbandono della nave; trovandosi sul ponte superiore respingeva, sorridendo, l’invito a porsi in salvo che gli era rivolto da un ufficiale e si portava in mezzo ai soldati accorrenti da ogni parte, per animarli alla calma col suo esempio e la sua parola. Sacerdote, soldato, avuto la certezza che per il rapido inabissarsi della nave molti non avrebbero avuto il modo di porsi in salvo, con sublime altruismo affrontava l’estremo sacrificio, cedeva il suo salvagente ad un soldato che ne era sprovvisto, e restava fino alla fine coi suoi soldati perché avessero, fino all’ultimo istante, i crismi della Fede e le mamme lontane il conforto di sapere i propri figli caduti con accanto il sacerdote di Dio.
FONTI E BIBL.: Filipazzi, Vos del Campanon 3 1983, 39-41; Delfanti, 62; Decorati al valore, 1964, 111-112; Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 68.

CAROZZI FERDINANDO, vedi CARROZZI FERDINANDO

CARPESANI, vedi CARPESANO

CARPESANO ANTONIO
Parma 1330
Fu filosofo e medico. Nel 1330, allorché il Petrarca era intento a raccogliere le opere di Cicerone, indirizzò al Carpesano l’epistola pubblicata nel Discorso preliminare. Le opere pervenute (sotto il nome di Antonio da Parma) mostrano un autore dotto e di sottilissimo ingegno, che nelle Recollezioni censura con coraggio gli scritti del noto filosofo e matematico Campano da Novara e quelli di Pietro d’Alvernia, discepolo di San Tommaso.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 37-39.

CARPESANO ANTONIO
Parma 1481-Parma 3 febbraio 1546
Nipote di Francesco Carpesano, che gli istillò un finissimo gusto per la letteratura. In gioventù studiò retorica e quindi medicina. Fu medico, filosofo e poeta, iscritto al Collegio dei medici di Parma quale dottore in arti e medicina e tra gli Anziani del Comune di Parma sin dal 1522. Nel 1537 venne deputato ad approvare gli Statuti dei mercanti (Affò; Pezzana). Valente medico, scrisse in molti volumi una dotta trattazione su tutta l’arte della medicina (da Erba). Paolo Giovio lo loda come Carpesianus qui ad unam aram Apollinem et Aesculapium colit. Bernardo Bergonzi lo definì in quacumque disciplina consummatissimus. Ebbe fine competenza in letteratura, come fanno fede i saggi nel Peregrino di Giovanni Caviceo e nel Filogine di Andrea Bajardi, sia in latino che in volgare. Fu amico del Molossi, del Manlio, del Grapaldo, del Bazani, del Malaspina e di Andrea Bajardi, del quale pubblicò il Filogine a sua insaputa e anzi contro la sua volontà (il Carpesano fu indotto a ciò perché di opinione che tale opera tanto onorasse la facultade poetica, quanto la dignitate Equestre). All’opera del Bajardi, il Carpesano aggiunse di suo una lettera di introduzione, due sonetti e due epigrammi. Fu, ancora, amico di Giorgio Anselmi junior che lo chiamò Patriae gloria honosque tuae. Anche il Quadrio lo elogiò: i sonetti del Carpesano sono assai buoni. La sua iscrizione sepolcrale nella chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma (2ª colonna della navata di mezzo) lo ricorda come filosofo e medico.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 26-27; Aurea Parma 1 1959, 11; Parma nell’Arte 1 1970, 72.

CARPESANO FRANCESCO
Parma 4 ottobre 1451-Assisi 6 settembre 1528
Nato da Antonio, medico e letterato, studiò probabilmente a Parma e si fece prete. Nel 1473 entrò, come rettore del beneficio dei Santi Quirico e Giulita, nel consorzio di sacerdoti detto dei vivi e dei morti istituito presso la Cattedrale di Parma fin dal secolo XIV. Il vescovo di Parma Sagramoro dei Sagromori lo nominò, verso il 1480, suo segretario e si fece accompagnare da lui quando nei primi mesi della guerra contro Venezia (1482) fu mandato a Ferrara da Lodovico il Moro come suo rappresentante presso la lega. Il Carpesano ebbe specialmente il compito di tenere informato lo Sforza di ciò che si trattava e si discuteva tra i collegati e dell’andamento della guerra nel Ferrarese. Morto a Ferrara Sagramoro dei Sagramori (25 agosto 1482), il Carpesano tornò a Parma, dove dedicò tutta la sua diligenza e operosità al consorzio, del quale in seguito divenne massaro, sindaco e procuratore. Il Carpesano redasse con gran cura un Registro dei beni posseduti dal consorzio, con le istruzioni per chi dovesse in avvenire amministrarli e con la raccolta di tutte le bolle pontificie, le deliberazioni del Comune e gli altri documenti che lo riguardavano, concludendo con l’elenco dei sacerdoti che, dalla fondazione, ne avevano fatto parte. Questo diligentissimo lavoro, finito nel 1492, non era naturalmente destinato alla pubblicazione, ma a essere conservato nell’archivio del consorzio. Nel 1493, avendo il Moro imposto una contribuzione al clero parmense, il Carpesano, insieme con D. Zoppellari, fu deputato dall’assemblea degli ecclesiastici a trattare l’entità del contributo e le modalità del pagamento. Nel 1500 fu uno dei tre delegati dal clero a trattare con la Comunità di Parma riguardo ai dazi della macina e della scannatura. Conquistata Parma dall’esercito pontificio (8 settembre 1512), il Carpesano fu, insieme con P. Beliardi, rappresentante del clero nell’ambasceria mandata a Roma dalla città a giurare fedeltà al pontefice. Si crede sia stata dettata da lui la Responsio Parmensium al papa (19 giugno 1513) in cui si esprime la soddisfazione dei cittadini per il nuovo governo. Nell’agosto fu tra i beneficiari, canonici e parrocchiani destinati a raccogliere 300 ducati per gratificare il cardinale Farnese, vescovo di Parma. Dal 1521 fu addetto al Battistero di Parma. Scrisse di sua mano il Registro dei battezzati e nel 1524 il prevosto e i canonici del Battistero medesimo lo incaricarono della Compilatio iurium et instrumentorum publicorum pertinentium ad Baptisterium Parmense, che è anche un compendio della storia di quella collegiata. Il manoscritto autografo è conservato, col nome di Libro Rosso, nell’archivio della Curia vescovile. Degli ultimi anni del Carpesano sono i Commentaria suorum temporum, dedicati al conte Gerolamo Sanvitale. L’opera ebbe due redazioni: la prima narra in dieci libri gli avvenimenti dalla morte di Galeazzo Maria Sforza (26 dicembre 1476) alla fine del 1526, la seconda, in dodici libri, arriva a tutto il 1527 e differisce dalla prima anche per le molte correzioni, soprattutto formali. Il Mabillon trovò nella biblioteca del cardinale Ottoboni, poi papa Alessandro VIII, il manoscritto della prima redazione e lo fece copiare. I padri maurini E. Martène e U. Durand la stamparono nel quinto volume della loro Veterum scriptorum et monumentorum historicorum, dogmaticorum, moralium amplissima collectio (Parisiis, 1729). Un manoscritto della medesima redazione è nella Biblioteca Augusta di Perugia (E. 42, ms. 294) e proviene dalla biblioteca del Convento di Monte Ripido. L’autografo della seconda redazione si trova nella Biblioteca Palatina di Parma (Parmense 874). Ne pubblicò alcuni estratti il Benassi in appendice al secondo volume della sua Storia di Parma. La narrazione del Carpesano, che si estende agli avvenimenti di tutta Italia, è interessante soprattutto quando riguarda fatti cui egli partecipò o assistì: la descrizione ne è più ampia e circostanziata e giustifica appunto il titolo di commentari. Le parti che si riferiscono alla storia di Parma, sebbene quantitativamente non esuberanti, giacché la struttura dell’opera è molto equilibrata, sono, come testimonianze dirette, un’ottima fonte di notizie. La narrazione è strettamente pragmatica: il Carpesano non dà mai giudizi sulle persone, né cerca di delinearne il carattere. Le orazioni dei personaggi, che il Carpesano, com’è uso della storiografia umanistica, stende in forma diretta, sono sempre molto brevi. Il latino del Carpesano, che il Tiraboschi e il Flamini giudicarono privo d’eleganza, è piuttosto ineguale: ora sciatto, ora alquanto ricercato. Ama i vocaboli rari, che si trovano soltanto in scrittori dell’età arcaica o dell’argentea, designa esclusivamente con nomi romani le cariche e gli uffici (i preti, a esempio, sono sempre chiamati flamines), per indicare luoghi, fiumi, paesi usa soltanto i nomi che essi avevano o che egli credeva avessero, in età romana, spesso dichiarandone, con compiaciuta erudizione, l’origine o l’etimologia. Secondo una tradizione sarebbe morto ad Assisi e il suo corpo sarebbe stato portato a Parma, dove fu sepolto nella cappella del consorzio.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, Parma, 1791, 212 s.; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, VII, Venezia, 1796, 886; U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1899, ad Indicem; F. Flamini, Il Cinquecento, Milano, s.d., 326; F. Razzetti, Francesco Carpesano nel quinto centenario della morte, in Aurea Parma XXXV 1951, 217 s.; G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia, V, 112; P.O. Kristeller, Iter Italicum, II, 40; T. Ascari, in Dizionario biografico degli Italiani, XX, 1977, 597-599.

CARPESANO GIACOMO
Parma 1479/1481
Verso il 1479 fu deputato del Comune di Parma ad corrigenda Statuta artium. Si trova la sua approvazione autografa a f. 51 (verso) dello Statuto dell’Arte della Lana, ove si firma civis et oriundus civitatis Parmae e anche alla fine degli Statuti dell’Arte di Magistri de Manara, sotto l’anno 1481. Il Carpesano fu notaio in Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 511.

CARPESANO GIACOMO
Parma 14 novembre 1502-Parma 15 agosto 1563
Figlio di Antonio e nipote di Francesco Carpesano. Per giudizio di Giorgio Anselmi, giunse ancora giovane a superare in valore il padre: Gratulor antiquos fandi quod laudibus aequas, Ac mage quod superas carmine et arte patrem. Nam veteres aequasse parum est, sed culta parentis, Judice me, non est vincere scripta parum (Epigrammi, libro IV). All’età di diciotto anni si applicò alla filosofia, quindi passò allo Studio di Bologna per apprendere la giurisprudenza dal celebre Carlo Ruino. Bernardo Bergonzi, in una sua orazione recitata in Parma, fa sapere che il Carpesano fu dotto anche nella letteratura greca: Jacobus profecto Carpesianus is noster, quem medium nos inter quatuor promotores gravissimae indolis juvenem conspicitis. Is ille est qui libentissime a me admovetur vestro atque conspectui examinandus, vestrisque titulis inaucthorandus proponitur. Cum is unus sit, qui moribus sanctissimis, pontificii ac juris civilis scientia, luteris nedum latinis sed graecis etiam, quarum in eo refertissima est copia, viros quoscumque quantumvis doctos officio, ac potius pietate devincitos obligari, optimo quorum quidem judicio nostrae Civitatis, cujus, me judice, maximum futurum est oraculum, doctissimos inter bonarum litterarum Classicos doctissimus omnium semper est habitus; nec profecto mirum, siquidem ut multa de eo praeteream, qui in florentissima studiorum omnium parente Bononia sub Jurisconsultorum Principe Carolo Ruino jam per sexennium Carneadi Philosopho similis laboriosus et diuturnus miles sapientiae juri pontificio et civili operam vigiliis indefessis plerumque cibi et potus abstinentissimus navaverit, ut publicas quas habuit hoc ornatissimo in loco, et vestro et virorum omnium doctissimorum frequentissimo applausu exercitationes praetermittam. Ab Avis majoribusque progenitus doctissimis natus est eo patre celeberrimo viro Antonio Carpesiano in quacumque disciplina consummatissimo, quem vos propter ejus mores suavissimos et doctrinam minime vulgarem satis superque cognoscitis. Sempre il Bergonzi, in una sua lettera ad Ambrogio Terzi, lo chiama Jacobus Carpesianus maturitate ingenii, quamquam per aetatem adolescens, vir multae sapientiae, et judicii infallibilis. Laureato dunque in Parma e aggregato al Collegio dei Giudici, si diede a patrocinare cause (Sacca, Respons., I, XIV, 195). Tra i suoi clienti annoverò Diofebo Melilupi, marchese di Soragna, e il Monastero di San Sepolcro di Parma. Quasi tutte le sue opere andarono disperse: non rimangono che le Adnotationes ad Statuta Parmae, confuse tra quelle del Prato e di altri postillatori, impresse dal Viotto in Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 77-79.

CARPESANO GIACOPO, vedi CARPESANO GIACOMO

CARPESANO GIOVANNI
Parma XVI secolo
Fratello o figlio di Giacomo. Fu laureato in legge.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 40.

CARPESANO JACOPO, vedi CARPESANO GIACOMO

CARPI CARLO GIUSEPPE
Parma 10 settembre 1676-Bologna 11 febbraio 1730
Figlio di Simone. Unico suo biografo è lo Zanotti, che ne dà anche il ritratto (I, p. 373). Si può supporre che il Carpi ai suoi tempi godesse di un certo prestigio a Bologna, come quadraturista, poiché egli fu tra gli otto professori che nel 1706 chiesero di fondare l’Accademia Clementina, nella quale il Carpi dal 1712, ad anni alterni, occupò sino al 1728 cariche di rilievo, quali quelle di direttore, di principe e di vice-principe. Fu allievo di Domenico Santi e di Ercole Graziani senior, di cui divenne anche collaboratore. Lavorò pure con D. Creti, F. Torelli, G.A. Boni, T. Aldrovandini e A. Milani. Fu attivo, oltre che a Bologna, a Ferrara (con l’Aldrovandini), Novellara (ove si recò col Creti nel 1700 c.; vedi Campori), Pesaro (nel 1707), Venezia (1717), Cento (1727, con G. Pavia), Portolongo e Parma (col Boni e l’Aldrovandini). Si interessò anche di allestimenti teatrali. Ma la sua fisionomia artistica è recuperabile pressoché solo attraverso le quadrature della volta della quarta cappella della chiesa di San Pietro di Bologna (Ricci-Zucchini) e della settima cappella (molto sbiadita) del portico della Madonna di San Luca e della volta della cappella maggiore della chiesa del Rosario a Cento (Ferrara). Infatti, delle numerose opere annotate dallo Zanotti, sono assai deperite le decorazioni delle due cappelle della chiesa di San Giovanni Evangelista di Parma, è limitata a una cornice con stemma la quadratura eseguita nell’ex dormitorio, poi caserma L. Manara, di Santa Maria dei Servi di Bologna, attorno all’Annunciazione del Milani (affresco eseguito nel 1705: vedi Roli, 1960), sono sicuramente perduti gli affreschi, in Bologna, delle case Caprara (eseguiti col Graziani nel 1712; gli affreschi furono distrutti da un bombardamento del 1943: vedi nota di Emiliani, in Ricci-Zucchini, p. 167) e Ghisilieri e della chiesa di San Mamolo (soppressa; vedi Bosi). Non sono poi rintracciabili le decorazioni eseguite in San Francesco e nelle case Pastarini e Sampieri. Altrettanto dicasi per le opere condotte nelle altre città: a Ferrara in palazzo Bevilacqua, a Pesaro nelle case Cattani e Muzioli e nelle chiese di Sant’Antonio e della Madonna della Macelleria, a Portolongo in casa Foscarini e a Venezia in casa Maffetti. Perduti anche gli affreschi condotti a Novellara, nel palazzo comitale, col Creti (Roli, 1967).
FONTI E BIBL.: Bologna, Biblioteca comunale, ms. B. 130: M. Oretti, Notizie de’ professori del disegno, c. 377; G.P. Zanotti, Storia dell’Accademia Clementina, Bologna, 1739, I, 373-378; G. Campori, Gli artisti italiani e stranieri negli Stati Estensi, Modena, 1855, 174; G. Bosi, Archivio patrio di antiche e moderne rimembranze felsinee, Bologna, 1855, 16; R. Roli, Qualche appunto su A. Milani, in Arte antica e moderna, 1960, 25; R. Roli, Donato Creti, Milano, 1967, 25; C. Ricci-G. Zucchini, Guida di Bologna, a cura di A. Emiliani, Bologna, 1968, ad Indicem; E. Riccomini, Ordine e vaghezza. La scultura in Emilia nell’età barocca, Bologna, 1972, 110 s.; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, VI, 45; C. Roli Guidetti, in Dizionario biografico degli Italiani, XX, 1977, 599.

CARPI NAPOLEONE
1832-Torino 18 aprile 1867
Fu capitano del genio. Per il valore mostrato nelle battaglie risorgimentali meritò due medaglie al valore.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 111.

CARPI PIETRO
Sala Baganza 1897-Monte Vodice 15 maggio 1917
Figlio di Leopoldo. Bersagliere della 747ª Compagnia Mitragliatrici, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Valoroso bersagliere, pieno d’entusiasmo e di spirito offensivo, portava la propria arma allo scoperto, arditamente contrabbatteva e riduceva al silenzio una mitragliatrice nemica situata in una caverna che impediva l’avanzata del battaglione. Colpito a morte, sacrificava eroicamente la giovine vita sul campo della lotta.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1922, Dispensa 61ª, 2296; Decorati al valore, 1964, 108.

CARPINTERO FERDINANDO
Parma 1 settembre 1787-San Vitale Baganza 5 marzo 1875
Figlio primogenito del conte Giovanni Battista e della marchesa Teresa Manara. In omaggio al Duca di Parma, il padre lo battezzò col nome di Ferdinando. Già forse il nonno Giuseppe e senza dubbio il padre Giambattista avevano iniziato ad acquistare terra in San Vitale Baganza, ma con ogni probabilità toccò al Carpintero l’opportunità di acquistare dagli Adorni la villa a cui poi apportò significativi ampliamenti, tanto da essere considerata sua creazione. Il Carpintero seppe mettere a profitto la posizione sociale ereditata e le cospicue ricchezze per servire con tenacia e disinteresse la comunità di San Vitale e quella più ampia del Comune di Sala, soprattutto quando fu nominato Podestà (con decreto di Maria Luigia d’Austria da Schönbrun del 15 agosto 1841), dal 1841 al 1847: lo testimoniano le numerose lettere custodite nell’Archivio storico comunale di Sala Baganza e in quello parrocchiale di San Vitale. Fu un nobile di stampo antico nella rigorosa pretesa del rispetto alla propria persona ma anche inflessibile nella disponibilità a dare tutto il possibile per le necessità dei propri compaesani. E lo dimostrò tangibilmente durante il colera del 1836 quando, in pratica da solo, affrontò l’organizzazione delle difese sanitarie, reperendo il becchino, allestendo un ospedale-lazzaretto al Marmorino, cercando un medico, offrendo il pasto agli ammalati o a quelli messi in isolamento perché sospetti di essere affetti dal contagio, ribellandosi contro gli zelanti che pretendevano di prolungare le cerimonie religiose col rischio di diffondere ancor più il morbo. A San Vitale diresse per molti anni l’Opera parrocchiale e fu merito suo la ricostruzione della chiesa, crollata in gran parte per un terremoto nel 1834.
FONTI E BIBL.: I conti Carpintero feudatari di San Vitale Baganza è uno studio di F. Botti, alle pagine 181-183 delle sua opera Collecchio, Sala Baganza, Felino e loro frazioni, Parma, 1961; sulle vicende della villa Carpintero, L. Gambara, Le ville parmensi, Parma, 1966, 293-295; sulla attività amministrativa di F. Carpintero, P. Bonardi, Sala Baganza: cronache del passato, Parma, 1969, 180-181 e l’indice dei nomi; per il suo impegno durante il colera del 1836, P. Bonardi, A San Vitale Baganza nel 1836: Uomini nel colera, in Gabbiola, settembre 1980, 7, e Gazzetta di Parma 10 agosto 1980, 15. Nell’archivio parrocchiale di San Vitale sono custodite molte lettere scritte dal Carpintero all’architetto Raschi, al direttore dei lavori della chiesa Cocconcelli, all’impresario Carra, alla Prefettura e alla Curia vescovile. Nella sua lunga vita fu fedele collaboratore degli arcipreti Gregorio Bianchi, Marco Magnani e Pietro Ferrari. Il suo atto di morte è registrato nel VI volume degli Atti dei morti. Vedi inoltre in Per la Val Baganza 6 1984, 81.

CARRA ANTONIO
Parma 19 agosto 1807-Parma 24 ottobre 1877
Figlio di Luigi. Compiuto il corso delle discipline giuridiche nell’Ateneo di Parma, a soli venticinque anni venne deputato all’insegnamento delle istituzioni romane e civili presso l’Università di Piacenza, poi a Parma ove infine fu fatto Professore emerito. Dalla cattedra passò ben presto alla magistratura e venne nominato Giudice (1836) e poi Vice Presidente del Tribunale Civile e Criminale di Piacenza, Procuratore e quindi Presidente presso il Tribunale di Parma (1850), Presidente della Corte di Appello (1855) e nel 1858 Consigliere della Suprema Corte di Revisione e membro del Consiglio di Stato. Appena costituitosi il Regno d’Italia, venne dalla nuova amministrazione della Giustizia nominato Presidente di Sezione presso la Corte d’Appello di Casale. Nel 1866 divenne Primo Presidente della Corte d’Appello di Ancona e nel 1876 di quella di Firenze. Il 9 settembre 1872 fu nominato Senatore. Al Senato non intervenne assiduamente e non partecipò ai dibattiti. Già Cavaliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, il Governo Italiano lo fece Grande Ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro e della Corona d’Italia. Per la vasta dottrina, il sentimento del dovere e la dignità austera del proprio ufficio, fu additato come esempio e modello del magistrato. Morì di apoplessia in Parma, ove si era portato da Firenze a passare le ferie. Il Presidente del Senato, commemorandolo, citò in suo onore l’apotegma di Orazio, che comincia coi versi iusium ac tenacem propositi virum.
FONTI E BIBL.: Almanacco di Corte dal 1845; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; Gazzetta di Parma 14 febbraio 1921, 1-2; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 215; F. Rizzi, Professori, 1953, 105-106; Gazzetta di Parma 29 dicembre 1961, 4.

CARRA ANTONIO
Parma 1 luglio 1813-Buenos Aires 16 agosto 1895
Figlio di Filippo e Caterina Borella. Tappezziere, ferì mortalmente il 26 marzo 1854 nella pubblica strada il duca di Parma Carlo di Borbone. Fu riconosciuto dalla ballerina Fanny Bernacchi, che si trovava alla finestra allorché il Duca fu colpito e dal vice caporale degli alabardieri Francesco Barantani. Ma essendo riuscito a provare il proprio alibi e avendo poi i testimoni dichiarato dinanzi al giudice che, sebbene l’assassino del Duca somigliasse molto al Carra, non erano però sicuri che fosse propro lui, dopo pochi giorni fu rimesso in libertà. Un mese dopo, non credendosi troppo sicuro in Parma, si recò all’estero con l’aiuto di alcuni amici. A Parigi nel 1857 partecipò, con Paolo Tibaldi e altri, a una congiura contro Napoleone III, offrendosi di assassinarlo, ma non seppe guadagnarsi la fiducia dei compagni, che in seguito si adoperarono per farlo emigrare a Londra. Di là passò a Buenos Aires, dove aprì bottega da tappezziere. Dopo la rivoluzione del 1859, tornò a Parma ma essendogli stato fatto capire che la sua presenza non era gradita, tornò a Buenos Aires e quivi rimase fino alla morte.
FONTI E BIBL.: L. Cappelletti, Un tirannello del secolo XIX (Carlo III di Borbone, duca di Parma), in Rassegna Nazionale 16 marzo 1906, 218-219; E. Casa, Parma da Maria Luigia Imperatrice a Vittorio Emanuele II, Parma, Rossi-Ubaldi, 1901; cenno necrologico, in La Patria degli Italiani di Buenos Ayres, anno III, 17 agosto 1895, 195; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 403; Memorie di Paolo Tibaldi, in Il Panaro, riassunte nel Corriere della Sera 19 luglio 1911; E. Michel, in Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 571; Ercole, Uomini politici, 1941, 308; G. Milani, Dopo il copo di lima a Carlo III, Antonio Carra spostò le lancette del tempo, in Gazzetta dell’Emilia 26 gennaio 1953.

CARRA ANTONIO
Parma 2 maggio 1898-1960
Figlio di Angelo e Clotilde Tanzi. Ereditata dal padre un’azienda costruttrice di ruote per carri, passò poi alla produzione di ruote per carrelli da miniere e nel 1952 trasformò l’attività, producendo rimorchi per autotreni, con i quali divenne noto in Italia e all’estero.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 84.

CARRA ARNALDO
Parma 1908-Parma 17 marzo 1965
Fu muratore e poeta. La morte del padre gravò sulle spalle dell’allora sedicenne Carra tutto il peso della famiglia. Mentre lavorava occasionalmente come operaio alla Gazzetta di Parma, gli fu proposto di sottoporre qualche suo verso all’attenzione di Mario Colombi Guidotti. Qualche tempo dopo il giornale pubblicò le prime poesie del Carra, aiutandolo così a vincere ogni restante esitazione. Pubblicò tre raccolte poetiche: Poesie del muratore (La Bodoniana, 1955), Rifoli di vento (La Bodoniana, 1957) e Fiori di smalto (La Bodoniana, 1962). Ai primi due volumetti non mancarono l’interesse e la lode di critici esigenti e di alta cultura: Francesco Squarcia sul Raccoglitore, Gian Carlo Artoni su Palatina, Giorgio Cagnoni su La Fiera Letteraria, Jacopo Bocchialini su La Gazzetta di Parma e su Aurea Parma. Al rispetto per i segni poetici delle pagine, interessanti per un’originale esperienza di vita, quei critici non poterono nascondere una naturale simpatia umana per un uomo che componeva mentalmente le proprie cose nel freddo delle impalcature e sacrificava i proprii risparmi per pubblicare in volume (G.C. Artoni, in Parma non più Parma). Quando era impegnato nel proprio lavoro, l’animo del Carra raccoglieva voci ignote e sommesse corrispondenze che salivano dalle cose, dagli uomini e dalle stagioni, verso culmini alti, in un linguaggio non più di piccola cronaca. Curioso della semina o dell’afrore dei mosti, intento alle curiosità dei paesani o al profumo dei forni agresti, vagante sul lento scorrere di una bicicletta nella dorata solitudine del sole d’estate o nel quieto torpore di un autunno mite, il Carra poteva sembrare uno come tutti gli altri. Ma alla sera, sulla tavola di cucina, ricreava sui fogli la meraviglia delle voci rapite alla campagna, l’ansia e le attese sue e di tutti. Nella vita pratica, il Carra riconobbe di non aver saputo farsi strada, ma trovò la consolazione della poesia: Sono poeta lieta ogni strada mi porta verso la bellezza. Fu per lui un momento di vera gioia quando nel 1963 gli venne assegnato il premio Angiol d’Or per arte e cultura, riconoscimento che la rivista Parma nel mondo aveva istituito per segnalare, in diversi campi, persone legate alle tradizioni parmigiane, alla gente, al lavoro, al vivere di ogni giorno. La motivazione dice: Pur vivendo al di fuori della letteratura ufficiale e d’un qualsiasi ambiente di cultura, ha saputo arricchire la sua innata sensibilità artistica con apporti che vanno dalla profonda umanità dei narratori russi dell’Ottocento alla vigoria del Carducci, a Garcia Lorca, ai poeti contemporanei. Le suggestioni della sua pagina si racchiudono nell’orizzonte della vita parmense, tra gli argini dei torrenti, lungo le strade agresti, tra le case dei borghi dove la vita è duramente e sinceramente vissuta. Fu amico fraterno del poeta dialettale Luigi Vicini. Dopo la morte del Carra, gli amici pubblicarono la raccolta postuma Oltre la vita (1977). La Gazzetta di Parma gli dedicò un’intera terza pagina nel decimo anniversario della scomparsa.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Le poesie del muratore, in Aurea Parma 41 1957, 61-62; C. Drapkind, Festa e tristezza di Carra, il poeta-muratore solitario, in Gazzetta di Parma 24 dicembre 1964; È morto Arnaldo Carra, il poeta-muratore, in Gazzetta di Parma 18 marzo 1965; Umanità di Arnaldo Carra, in Gazzetta di Parma 17 aprile 1965; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 213; Malacoda 3 1985, 23-26.

CARRA CESARE
Ferriere 1669
Il 26 ottobre 1669 fu eletto Commissario Podestà delle Ferriere.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

CARRA CLAUDIO
Parma 1937-1997
Si laureò in economia e commercio ed entrò alle Tranvie elettriche parmensi come capo servizio. Nel 1964 fu direttore d’esercizio e poi direttore delle Tranvie elettriche parmensi. Si occupò del passaggio al pubblico dei servizi di trasporto nel Parmense, incorporando le aziende Lombatti di Fornovo, Carpani della Val Taro, Ferrari di Salsomaggiore, Sorit, Torelli, Scapuzzi e Zatelli di Parma. Nel 1975 fu nel Comitato consultivo federale della Federtrasporti. Tenne corsi di economia e politica dei trasporti all’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 84.

CARRA COSTANTINO
Parma 12 agosto 1913-Saracin 23 agosto 1937
Figlio di Paolo e Italina Volpi. Arruolatosi come legionario (camicia nera nell’80ª Legione Duca Alessandro Farnese, 738ª Bandera Ardita) per combattere in Spagna, trovò morte gloriosa nei pressi di Santander. Alla sua memoria, esempio di generoso altruismo, venne concessa la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Sebbene addolorato dalla recente perdita del fratello, rinunciava di essere assegnato ai servizi di retrovia. Nel combattimento del giorno 23 per la conquista di Saracin come nei precedenti, fu sempre primo e di esempio costante ai camerati, per entusiasmo e coraggio. Il suo generoso slancio veniva stroncato da una mortale ferita. Dopo aver tentato invano di proseguire nell’azione, prima di spirare rivolgeva il suo ultimo pensiero alla Patria lontana ed esortava i camerati ad andare avanti.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Legionari in Spagna, 1940, 103; Decorati al valore, 1964, 79-80; F. Morini, Parma in camicia nera, 1987, 181.

CARRA CRISTOFORO
Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 76.

CARRA FELICE
Basilicanova 1700
Fu teologo ducale di Parma e nell’anno 1700 arciprete di Basilicanova.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

CARRA GAETANO
Parma 5 settembre 1812-1883
Figlio di Luigi e Gioseffa Mazzari Fulcini. Fu magistrato e consigliere alla Camera dei Conti.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, 1988, 129.

CARRA GIACOMO
Parma 1795
Il 30 gennaio 1795 ottenne patente di capitano in ritiro.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

CARRÀ GIAMBATTISTA, vedi CARRA GIOVANNI BATTISTA

CARRA GIOVANNI BATTISTA
Parma 1597/1607
Detto Bissone, scultore. A Piacenza nella chiesa di Santa Maria di Campagna fece un pavimento in marmo. A Parma, con Simone Moschino da Orvieto, il portale della Cittadella (stemma di Alessandro Farnese, busti e mascheroni) e nella facciata di San Giovanni Evangelista le statue dei Santi abati benedettini che si trovano nelle nicchie (1604-1607). Nella Cattedrale di Piacenza realizzò l’altare della Madonna del Popolo, con diverse figure, poi tolte.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 131; M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 26.

CARRÀ GIOVANNI BATTISTA, vedi CARRA GIOVANNI BATTISTA

CARRA GIUSEPPE
Parma 12 ottobre 1731-Parma 27 settembre 1806
Frate cappuccino, fu predicatore zelante e fruttuoso. Compì a Guastalla la vestizione (3 luglio 1752) e la professione solenne (3 luglio 1753).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 555.

CARRA GIUSEPPE
Parma 11 febbraio 1766-Parma 31 maggio 1841
Nacque da Girolamo e da Giovanna Carletti. Nessun documento prova con certezza la sua parentela con lo scultore Giovanni Battista Carra, anche se l’inclinazione e la passione che il Carra dimostrò ancora fanciullo per l’arte potrebbero far pensare a una tradizione familiare. Fu ammesso nella scuola di disegno della Regia Accademia parmense dove fu allievo di G. Sbravati e G. Callani. Diede ben presto prova delle sue capacità vincendo nel 1787 il concorso di composizione bandito dall’Accademia con un bassorilievo di gusto classicheggiante, con Minerva, Plutone, Mercurio armanti Perseo prima del combattimento con Medusa (conservato nel Museo dell’Istituto d’arte). Acquistò fama di corretto modellatore. Testimonianza di ciò sono alcune caricature (di proprietà privata), in terracotta colorata a imitazione di Sbravati, e la decorazione con statue di terracotta e ornamenti in stucco della grande sala di Palazzo Marchi in Parma. Altre opere giovanili sono le statue che ornano lo scalone di marmo del palazzo del cavaliere Giacomo Poldi e la statua raffigurante il Correggio già nella Pinacoteca di Parma e ora nella Piazza Garibaldi. Nel 1821 eseguì per la chiesa del San Sepolcro in Parma quattordici tavole in marmo ad altorilievo con la Via Crucis. Scolpì pure per l’oratorio di Santa Brigida in Parma una statua della Beata Vergine del Rosario. Il Carra ammirò incondizionatamente l’arte del Canova che egli cercò sempre di imitare. Tuttavia, non essendo mai uscito da Parma, dove occupava la cattedra di disegno all’Accademia di Belle Arti, rimase sempre condizionato dalla maniera non del tutto pura della scuola locale. La sua aspirazione alla realizzazione di opere più solenni e importanti fu finalmente soddisfatta quando ricevette l’incarico di eseguire quattro statue in marmo da porre ai capi del ponte sul Taro. Conscio delle proprie possibilità e desideroso di acquistarsi fama di valente scultore, egli si dedicò per sei anni a quella impresa. Dirozzò da solo il marmo e modellò con bravura quattro colossi raffiguranti i quattro fiumi principali della provincia di Parma: la Parma, il Taro, l’Enza e lo Stirone. Sono figure umane distese su un fianco col busto eretto e appoggiate a un vaso da cui sgorga l’acqua, misurano 2,74 metri e nonostante la mole sono eleganti e armoniose nelle forme. L’opera fu molto apprezzata e lodata già ai tempi suoi (B. Corsini gli dedicò una Oda a stampa, Parma, 1828) e la duchessa Maria Luigia d’Austria si recò ad ammirarla e fece assegnare in premio una somma ragguardevole al Carra. Questi si riconfermò scultore capace e sicuro ritraendo il celebre orientalista G.B. Rossi in un busto che riprodusse tre volte: due per Parma e una per Torino. È attribuita a lui anche una Deposizione, nella cappella dei Caduti del Duomo di Parma.
FONTI E BIBL.: Parma, Museo di antichità: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie artistiche di Parma, anni 1801-1850, ms.; Sculture, in Gazzetta di Parma 16 aprile 1828; E. Scarabelli, Necrologio, in Il Facchino 14 agosto 1841; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 97; N. Pelicelli, Guida di Parma, Parma, 1906, 149, 202; G. Copertini, Gli antichi concorsi per il bassorilievo di composizione della Regia Accademia parmense, in Aurea Parma XIV 1930, 228; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, V, 54; C. Schluderer, in Dizionario biografico degli Italiani, XX, 1977, 618-619.

CARRA GIUSEPPE
Parma 13 febbraio 1882-Parma 19 febbraio 1917
Inizialmente commesso fotografo presso Alfredo Zambini, nell’agosto 1903 conobbe Luigi Vaghi, assieme al quale il 3 ottobre 1903 si mise in società e aprì uno studio fotografico in Strada Garibaldi 103. L’8 aprile 1904 ricevette una lettera di ringraziamento da Vittorio Emanuele III di Savoja per la riproduzione di un busto di Umberto di Savoja collocato nel Palazzo delle Poste. Nell’ottobre 1908 si sposò con Corinna Frigeri. Fu eccellente operatore e ritoccatore fotografico. Prese parte alla prima guerra mondiale. Morì ad appena 35 anni, presso l’ospedale militare ricavato nella scuola Pietro Cocconi di Parma.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 220-221.

CARRA ICILIO
Parma 27 settembre 1886-Monte Santo 23 maggio 1917
Figlio di Ernesto e Medina Alfieri. Impiegato. Fu capitano nell’11° Battaglione del 10° Reggimento Bersaglieri Ciclisti. Fu decorato di due medaglie d’argento al valor militare, la seconda delle quali alla memoria, con la seguente motivazione: Slanciatosi all’attacco di una forte posizione nemica, guidava i suoi uomini con perizia e con calma, catturando prigionieri. Raggiunta la trincea avversaria vi si manteneva saldamente sotto un furioso bombardamento, dando a tutti bell’esempio di nobile entusiasmo e di belle virtù militari, finché veniva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 luglio 1917 e 11 febbraio 1918; Giovane Montagna 18 agosto 1917; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 64; Decorati al valore, 1964, 80.

CARRA LUIGI
Parma 1766-Parma 22 febbraio 1849
Figlio di Giovanni Battista. Nato da famiglia di nobiltà patrizia, fu uno dei tre addetti a ispezionare la pubblica amministrazione. Espertissimo in matematica, occupò molti uffici dello Stato e meritò la stima e gli encomi del duca Carlo Lodovico di Borbone. Sposò Giuseppa Mazzari Fulcini.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 105.

CARRA LUIGI
Parma 1905-post 1937
Figlio di Emilio e di Palmira Cocchi. Fu camicia nera nella Bandera Leone, decorato di medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione: Durante un’azione per la conquista di una posizione avversaria, scorto un compagno ferito, che si trovava esposto alla fucileria del nemico, lo portava in salvo. Mentre rientrava al suo posto, veniva a sua volta ferito, rifiutava di farsi portare al posto di medicazione, rimanendo fino al termine del combattimento (Settore di Brihuega, 14 marzo 1937).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

CARRA WALTER
Parma 30 ottobre 1909-Parma 18 settembre 1967
Figlio di Giuseppe e di Corinna Frigeri. Alla morte del padre, col fratello William aprì nel 1934 uno studio fotografico in Piazzale Cervi 17, con una succursale a Fontanellato, in casa Cozzani. Il Carra imparò il mestiere nello studio Ruozi prima e in quello di Montacchini poi. Inizialmente fece soprattutto foto per le tessere, poi anche fotografie di attualità e servizi sportivi. Seguì particolarmente la squadra di calcio del Parma, forse perché coinvolto dal cognato Dino Paini, ala sinistra di quella formazione sportiva. Non si tratta ancora di immagini in azione: il Carra si limitò a riprendere le squadre schierate prima della gara. Fu operatore ma eccelse in particolare nel ritocco. Dedicò prevalentemente la sua opera alle corse in moto e in auto, ai matrimoni, ai funerali, alle gite sociali della Barilla e del Centro Contabile. La Gazzetta di Parma e Calcio e Ciclismo Illustrato acquistarono le sue fotografie sportive. Persino alcune prostitute della zona (Borghi Tasso, Valla, San Silvestro, Stallatici) diventarono clienti del suo studio. Il Carra si affermò come fotografo popolare, attento alla vita spicciola della gente, di cui ritrasse soprattutto le ore spensierate. Negli anni Cinquanta seguì la Mille Miglia e riprese tutti i concorrenti della Parma-Poggio di Berceto, sia alla partenza che sulle scale di Piantonia.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 240-241.

CARRA WILLIAM
Parma 11 gennaio 1911-Parma 29 gennaio 1987
Figlio di Giuseppe e di Corinna Frigeri. Assieme al fratello Walter, il Carra aprì nel 1934 lo studio fotografico di Piazzale Cervi 17 a Parma, con una succursale a Fontanellato in casa Cozzani. Poterono farlo grazie alla vendita di una casa acquistata dal padre durante il periodo di lavoro con Vaghi: la vedova di Giuseppe fornì ai figli i mezzi finanziari per mettersi in proprio. Il Carra imparò il mestiere nello studio dei fratelli Zambini di Strada Vittorio Emanuele. I Carra lavorarono sodo, soprattutto con le tessere, ma fecero anche fotografie di attualità e servizi sportivi. Seguirono particolarmente la squadra di calcio del Parma, probabilmente coinvolti dal cognato calciatore Dino Paini, ala sinistra della squadra crociata. Non si tratta ancora di immagini in azione: si limitarono a riprendere le squadre schierate prima della gara. I due fratelli dedicarono prevalentemente la loro opera alle corse in moto e in auto, ai matrimoni, ai funerali e alle gite sociali della Barilla e del Centro Contabile. La Gazzetta di Parma e Calcio e Ciclismo Illustrato acquistarono le loro fotografie sportive. Persino alcune prostitute della zona (Borgo Tasso, Borgo Valla, Borgo San Silvestro, Borgo Stallatici) diventarono clienti dello studio: l’immagine ottenuta serviva per farsi pubblicità e presentarsi alle conduttrici di altre case di tolleranza. Progressivamente i Carra si affermarono come fotografi popolari, attenti alla vita spicciola della gente, di cui ritrassero soprattutto le ore spensierate. Negli anni Cinquanta la Foto F.lli Carra seguì la Mille Miglia e riprese tutti i concorrenti della Parma-Poggio di Berceto sia alla partenza che sulle scale di Piantonia (il formato 18x24 costava 500 lire e il 13x18 300 lire) inviando loro un provino per l’eventuale ordinazione. Alla morte di Walter, il Carra chiamò con sé l’altro figlio Dino (Claudio, che già lavorava in studio dal 1954, ricevette compiti di maggiore responsabilità). Il Carra si ritirò dall’azienda nel 1974.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 240-241.

CARRAGLIA CARLO
Parma 3 luglio 1895-Mogadiscio Modum 12 febbraio 1941
Studente in medicina, scoppiata nel 1915 la guerra contro l’Austria-Ungheria e chiamato alle armi, benché avesse conseguito l’abilitazione ad aspirante ufficiale medico, optò per l’arma di artiglieria. Frequentato un corso allievi ufficiali, fu nominato aspirante Sottotenente di complemento nel 1916, Sottotenente nello stesso anno e Tenente nell’anno successivo. Combatté nel 28° Reggimento Artiglieria da Campagna sul fronte alpino, comportandosi da valoroso e meritando una medaglia di bronzo al valor militare. Dopo la guerra ottenne il trasferimento nel ruolo degli ufficiali in servizio permanente effettivo e prestò servizio nel 21° Reggimento Artiglieria da Campagna sino a quando, promosso Capitano nel 1928, fu ammesso alla Scuola di Guerra ove frequentò il 58° corso. Compiuto l’esperimento per il servizio di Stato Maggiore nel Comando della Divisione di Torino, chiese e ottenne di essere destinato in Somalia, dove giunse nel giugno 1933. Comandò per due anni una batteria camellata arabo-somala. Trasferito nel Corpo di Stato Maggiore, fu poi nel Comando Forze Armate della Somalia. Durante la guerra italo-etiopica, assolse incarichi importanti, quale quello di capo di Stato Maggiore di colonne operanti, prese parte ad ardite ricognizioni meritando una medaglia di bronzo al valor militare, ebbe le funzioni di capo di Stato Maggiore del Comando Tattico delle Truppe in operazioni di grande polizia coloniale per l’occupazione degli Arussi e del Bale e quelle di capo di Stato Maggiore del Comando Truppe dell’Harar. La motivazione della concessione della medaglia di bronzo fu la seguente: Capo di S.M. di una colonna operante, in ripetute ed ardite ricognizioni intese a raccogliere dati e notizie di importanza capitale, ai fini delle operazioni, vi dava prova di coraggio personale e sprezzo del pericolo: qualità brillantemente confermate nei successivi combattimenti vittoriosi, sostenuti dalla colonna nella sua avanzata (Daua Parma, 12 gennaio-12 febbraio 1936). Promosso Maggiore, venne trasferito, nel maggio 1938, al XIII gruppo coloniale assumendone il comando. Vi rimase sino al gennaio 1940 allorché fu richiamato al Comando Truppe dell’Harar in servizio di Stato Maggiore. Un incidente automobilistico troncò la vita del Carraglia, mentre si trasferiva da Mogadiscio a Modum. Poco dopo la sua morte, ne venne sanzionata la promozione a Tenente Colonnello con anzianità 30 giugno 1940.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940; Ufficiali di Stato Maggiore, 1954, 264-265; Gazzetta di Parma 18 giugno 1968.

CARRAGLIA GUGLIELMO
aprile/dicembre 1806-Parma 3 marzo 1880
Dopo aver conseguito la laurea, svolse a lungo la professione di notaio. Fu deputato all’assemblea dei rappresentanti del popolo di Parma e Piacenza per il Collegio di Zibello (settembre 1859). Fu in ottimi rapporti con la famiglia Sanvitale.
FONTI E BIBL.: A. Massa, in G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 56-57; Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; Ercole, Uomini Politici, 1941, 309.

CARRARA ALDO
Parma 10 dicembre 1899-Torino 11 ottobre 1963
Figlio di Paolo Emilio e Luisa Barbacini. Contrabbassista, fu allievo del Conservatorio di musica Arrigo Boito di Parma dove si diplomò nel 1925. Appartenne all’orchestra stabile sinfonica della Rai di Torino, della quale entrò a far parte nel dicembre del 1940 per i suoi particolari meriti musicali. Il Carrara fu allievo, nei primi anni di scuola al Conservatorio, del maestro Vito Allegri, noto contrabbassista, e successivamente del maestro Rattiglia. Diplomatosi a pieni voti, il Carrara cominciò la sua carriera professionale facendo parte dell’orchestra del Teatro  Regio di Parma, per poi impegnarsi in importanti scritture in teatri della Svizzera, al Cairo, al Massimo di Palermo, alla Scala di Milano, a Trieste e a Torino. Fece parte dell’orchestra del Carro di Tespi nelle tournée italiane, fin quando venne assunto nell’Orchestra stabile della Rai di Torino. Per limiti di età, nel 1959 fu posto a riposo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 18 ottobre 1963, 5.

CARRARA ANGELO
Parma 1776/1786
Fu incisore di punzoni per monete tra il 1781 e il 1786. Pose come segno distintivo una rosetta.
FONTI E BIBL.: M. Lopez, 1896, 114; Arte a Parma, 1979, 402.

CARRARA ANTONIO
Montechiarugolo 1831
Prese parte attiva ai moti del 1831 e fu per questo inquisito e sottoposto a visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937, 155.

CARRARA DAZIO
Busseto 1861-Roma 1927
Sottotenente di artiglieria nel 1882, fu addetto principalmente a laboratori di precisione. Collocato in congedo (1919), raggiunse nel 1926 il grado di Generale di brigata.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, II, 1926, 721.

CARRARA ENRICO
Busseto o Reggio Emilia 25 settembre 1871-Torino 7 gennaio 1958
Compì gli studi a Reggio Emilia e li proseguì a Bologna, conseguendo nel 1895 la laurea con lode in lettere. Dedicatosi all’insegnamento, fu professore al Ginnasio di Pavia, poi di Ozieri e infine di Cagliari. Nel 1899 passò all’Istituto tecnico di Melfi, per ritornare tre anni dopo a Cagliari. Promosso alla cattedra di lettere nell’Istituto tecnico di Roma, vi si trattenne per oltre venticinque anni, dal 1902 al 1929, e concluse la sua carriera di dotto insegnante all’Istituto superiore del Piemonte, poi tramutato in facoltà di magistero dell’Università di Torino, in seno al quale svolse benemerita attività sino al 1942, data del collocamento a riposo. Socialista, fu volontario nella guerra 1915-1918. Nel 1924 ottenne, per titoli, la libera docenza in letteratura italiana e, per il considerevole apporto dato agli studi danteschi e petrarcheschi, fu annoverato tra i soci ordinari delle accademie dell’Arcadia, delle Scienze di Torino e Petrarca di Arezzo. Fu sepolto a Busseto. Lasciò numerose pubblicazioni di carattere letterario, per lo più sul Petrarca, tra cui, fondamentali, La poesia pastorale (1909), Storia ed esempi della letteratura italiana, in 7 volumi (1916, ristampa 1924), Le Rime (La Voce, Firenze, 1924), Vita del Cellini, in 2 volumi (UTET, Torino, 1926), L’Arcadia del Sannazzaro (UTET, Torino, 1926, ristampa 1944), Altera Musa. Dante, Petrarca e i poeti umanisti (Derella, Napoli, 1928), Lettere autobiografiche (Signorelli, Milano, 1928), Filippo Alfieri (Derella, 1930), I luoghi dell’Africa (Signorelli, 1930), Le carte Micheli delle traduzioni di M. Leoni (in Parma a Francesco Petrarca, 9-10 maggio 1934), Foscolo (Vallardi, Milano, 1934), Petrarca (voce per l’Enciclopedia Italiana, 1935), Tasso (Cappelli, Bologna, 1938), Traduzione del Secretum (Ricciardi, 1955).
FONTI E BIBL.: A Ghidiglia Quintavalle, Enrico Carrara, in Aurea Parma 1 1958, 57-58; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 93-94; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 213.

CARRARA LINO
Busseto 21 febbraio 1869-Busseto 12 ottobre 1955
Figlio di Angiolo, notaio di Verdi, iniziò gli studi a Busseto e li continuò a Parma, conseguendo la laurea in giurisprudenza. Per alcuni anni fece pratica nello studio paterno. Si dette poi alla libera attività professionale, dedicandosi in pari tempo alla vita politica quale esponente dell’Associazione agraria. Dal 1907 prese parte alla lotta politico-sindacale di quell’agitato periodo ed ebbe parte considerevole nello sciopero agrario del 1908, che paralizzò il lavoro nelle campagne del Parmense ed ebbe notevoli ripercussioni nell’economia agricola della provincia. Per due volte proposto alla candidatura di deputato al parlamento per il suo partito, senza però riuscire eletto, nel 1913 assunse la carica di Sindaco di Busseto contemporaneamente a quella di direttore de Il Resto del Carlino, dopo esserne stato consigliere delegato. Fu tra i direttori dei più importanti giornali nazionali invitati in Germania, poco prima dello scoppio della guerra 1915-1918, a visitare il fronte perché si rendessero personalmente conto della potenza dell’apparato militare e industriale tedesco. Ma per nulla impressionato dal funzionamento della macchina bellica germanica e dal grado di preparazione raggiunto dall’esercito del Kronprinz, al suo rientro in patria si schierò con gli interventisti e nel 1915, dopo aver combattuto dalle colonne del giornale che dirigeva la sua battaglia, lasciò la penna per il fucile e partì per il fronte col grado di Maggiore. Terminate le ostilità, rientrò a Busseto, estraniandosi, per la mutata situazione, dalla vita politica locale, cui aveva dato il contributo di una solerte attività volta al prestigio della città, promuovendo tra l’altro le grandiose manifestazioni del centenario verdiano, illustrate dalla partecipazione di Arturo Toscanini e di altre eminenti personalità del mondo artistico e culturale. Soltanto molti anni dopo, nel 1948, ormai ottuagenario, si arrese alle pressioni dei suoi amici liberali e accettò la candidatura a senatore nel Blocco nazionale, pur sapendo di andare incontro a un’altra sicura sconfitta. Dedicatosi dopo la prima guerra mondiale quasi esclusivamente all’attività professionale di avvocato, continuò tuttavia a interessarsi vivamente delle cose bussetane, dando a ogni iniziativa civica il proprio contributo.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 43-44; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 94-95.

CARRARA MARIA, vedi VERDI MARIA

CARRARI GIROLAMO
Parma 1553
Fu poeta latino. Nell’opera Musarum Viridarium Vaselli Venturini (Papiae, 1553) vi sono due epigrammi ad Hieron. Carrarium Parmen. Clariss. Poetam. Il secondo dei quali così si esprime: Est hic Hieronymus vates, cui maxima Pallas, Mercurius, Mavors, Phœbus, Apollo favent. Ingenio fultus, sapiens quia vilia novit, Cœlica complexus, terrea vana fugit. O te felicem: cum scandes culmina Olympi, Sydera tunc cernes cuncta subesse tibi.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 651-652.

CARREGA FRANCESCO
Firenze 6 ottobre 1850-Roma 23 aprile 1923
Marchese e principe di Lucedio. Acquistò, verso il 1880, la tenuta boscosa che sta tra Collecchio, Sala Baganza e Talignano, con le annesse ville del Ferlaro e del Casino de’ Boschi, già residenze della duchessa Maria Luigia d’Austria e del conte di Neipperg. Abilissimo coltivatore, riuscì a far crescere i pini tra i terreni calcarei di Maiatico e immise nei suoi parchi numerose piante esotiche (tra le quali le ninfee e i fior di loto nei laghetti presso il Casino de’ Boschi) e pregiata selvaggina (soprattutto lepri, fagiani, pernici e caprioli). Fu consigliere comunale di Sala Baganza dal 1885 al 22 marzo 1914 e dal 19 ottobre 1920 fino al 1925. Varie volte sovvenne il Comune in difficoltà, come se il Carrega sentisse la pubblica amministrazione alla stregua di un’azienda cui partecipare con rischio economico personale diretto. Fu invece inflessibile di fronte alle rivendicazioni sindacali: fu l’unico proprietario terriero di Sala Baganza a non firmare i patti strappati agli agrari dalla Camera del Lavoro nel maggio 1907 e fermo fu anche nel sostenere pecuniariamente l’Agraria durante lo sciopero agricolo del 1908. Il terremoto di Avezzano, con circa trentamila morti, nel gennaio del 1915, mise in risalto la disponibilità del Carrega che ogni giorno parte da Roma in macchina per portare derrate, coperte e vestiti. Le donne della famiglia curano i feriti negli ospedali. Han fatto costruire dei baraccamenti a loro spese per ospitare 150 persone. Per alleviare le miserie accentuate dalla guerra mondiale si costituì a Sala Baganza un Comitato di preparazione ed assistenza civile a cui giunse pronta l’offerta vistosissima del Carrega insieme a quella dell’onorevole Giuseppe Micheli (10 giugno 1915). Il Carrega si impegnò a versare 100 lire al mese per tutta la durata della guerra e a mantenere, ospiti dell’Asilo, i figli dei richiamati alle armi: a tutto il 30 giugno 1918 vennero distribuite 66942 razioni di minestra. Ma ci fu anche chi, calcando la mano sui divieti che respingevano dai boschi i salesi, trovò forti motivi per tentare di sgretolare la fama di pubblico benefattore che il Carrega si era costruita: Ma dà tanto lavoro alla povera gente, il Principe!, dicono alcuni. Già: è appunto sul lavoro degli altri che si basa la sua ricchezza. Ah! che principe moderno e generoso. La sua immensa tenuta di Sala, salvo un frammento di strada comunale che la traversa, è rinchiusa da reticolati e cancelli. Hanno messo i catenacci alla natura. Non si passa di lì. Principe, passeremo! Questa minaccia apparve nel 1920 sulle colonne de L’Internazionale ma doveva essere già nell’aria da tempo, come testimonia il langhiranese, segretario comunale a Collecchio, Domenico Galaverna, quando nel 1899 mette in bocca a un anarchico di Sala Bassa questo programma: Fra pocch giorn a s’ la godremma Za che tutt a spartiremma. Vigni, bosch, palazz, possion A n’arema tutt un toch pr’on E anca ti se a t’è dla lega A t’arè un bosch ed Carrega. Socio dell’Associazione Agraria Parmense, fu per quattordici anni (sin dalla fondazione) l’autorevole Presidente della Banca dell’Associazione Agraria Parmense, di cui seguì le vicende con grande zelo. Fu per molti anni consigliere provinciale (dal 1895 al 1902). Nel dicembre del 1915 fu nominato Presidente Delegato dal Comitato Centrale della Croce Rossa. Non vi fu idea o iniziativa economica che non trovasse nel Carrega appoggio morale e finanziario. Basterebbe accennare ai numerosi lavori che egli fece eseguire nei suoi vasti tenimenti (come i laghi artificiali a scopo di irrigazione) per impiegare il maggior numero possibile di mano d’opera, altrimenti disoccupata. Numerosissime furono le iniziative economiche della Banca Agraria (magazzini generali di deposito, magazzini frigoriferi) e importanti furono pure le benemerenze patriottiche e benefiche della Banca stessa. Come Presidente del Comitato della Croce Rossa, il Carrega si acquistò larghe benemerenze. L’Ospedale Territoriale di Parma per suo desiderio e contributo divenne in breve uno dei migliori di tutti quelli della Croce Rossa d’Italia, sia per i servizi sanitari moderni, sia per tutto quello che riguardava l’assistenza morale e materiale dei feriti e degli ammalati. Quasi giornalmente il Carrega, che durante il periodo di guerra rimase sempre nella sua villa, al Casino dei Boschi, si recava all’Ospedale della Croce Rossa per sorvegliare che tutto procedesse per il meglio: provvide per procurare sollievo ai degenti, per dare maggior quantità o miglioramento di vitto, soccorrendo i più bisognosi e le loro famiglie. Per le sue numerose benemerenze, fu nominato Presidente Onorario del Comitato di Parma e fu insignito della grande medaglia d’argento per i benemeriti della Croce Rossa Italiana. Il Carrega fu inoltre componente della Commissione Teatrale di Parma nella stagione di Carnevale 1887-1888.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 25 gennaio 1960; Per la Val Baganza 6 1984, 90-95; Dietro il sipario, 1986, 273.

CARREGA FRANCO, vedi CARREGA FRANCESCO

CARREGA GIOVANNI BATTISTA
Parma 1686-Parma 1747
Fu banchiere e senatore. Importante per la storia dell’economia e del commercio parmigiani, il Banco Carrega appare nelle prime lettere di credito a stampa il 3 maggio 1699. Il Carrega il 5 maggio 1723 prestò 10640 scudi d’oro a Francesco Farnese, duca di Parma, con frutto annuo del cinque per cento e debito da estinguersi in dieci anni.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 86.

CARREGA GIOVANNI BATTISTA
Parma 1760-1827
Marchese e senatore, ricoprì numerose e importanti cariche pubbliche e fu assai considerato dai re Vittorio Emanuele I e Carlo Felice di Savoja, più volte ospitati nel suo palazzo. Cavaliere dell’Ordine supremo dell’Annunciata e cugino del Re, fu gran conservatore dei beni della Corona.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 86.

CARREGA BARTOLINI FRANCO, vedi CARREGA BERTOLINI PIER FRANCO

CARREGA BERTOLINI PIER FRANCO
Roma 2 marzo 1917-Sghifet el Adem 23 novembre 1941
Figlio di Giacomo. Risiedette a Collecchio. Sottotenente di complemento del 5° Battaglione Carri Leggeri, morì in seguito a esplosione del proprio carro, colpito da cannoncino anticarro. Fu decorato di medaglia d’argento al valore militare con questa motivazione: Ufficiale dotato di alto senso del dovere, animatore e trascinatore, aveva fuso gli animi del suo plotone in un unico blocco di fede ed entusiasmo che continuamente rendeva più saldo con la sua parola serena e incitatrice. Pur potendo ottenere il rimpatrio, mostrava alto senso di attaccamento al reparto preferendo rimanere al suo posto di combattimento. Saputo che il suo battaglione doveva compiere un’azione rischiosa contro fanterie e mezzi corazzati nemici preponderanti, insisteva per intervenire, e, montato sopra un carro non suo, partiva soddisfatto. Giunto a ridosso delle formazioni nemiche sfidando l’intenso fuoco di armi anticarro e automatiche, spingeva il suo carro contro il nemico incitando di continuo il suo mitragliere a far fuoco sugli obiettivi più prossimi, dirigendovi il carro a sportelli aperti e sparando egli stesso con una terza arma sistematavi con mezzi di fortuna. Un proiettile anticarro lo colpiva alla testa, troncando nel pieno adempimento del dovere una vita nobilmente vissuta. (Fronte di Tobruk, 23 novembre 1941). Le sue spoglie, già nel Cimitero divisionale Trento a Sghifet el Batruma, quindi nel Sacrario militare di Tripoli, vennero trasferite nel Sacrario d’Oltremare di Bari nel 1972.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964; Per la Val Baganza 6 1984, 97; La guerra a Collecchio, 1995, 215-216.

CARRERAS ENRICO
Parma 22 febbraio 1854-Parma 12 aprile 1942
Frequentò regolarmente dall’età di otto anni il Conservatorio di Musica A. Boito di Parma, conseguendo all’età di diciotto anni, unitamente al diploma di cultura generale, quello di Maestrino e di Professore solista di trombone. Studiò armonia alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1876 al 1880 e fu anche maestrino di armonia per l’anno scolastico 1879-1880. Lasciò la scuola prima del diploma per entrare come insegnante di solfeggio nella Scuola comunale di strumenti a fiato della banda. Successivamente passò a insegnarvi trombone e congeneri. Fu vicedirettore della banda e con essa vinse i primi tre premi (pezzo obbligato, pezzo prescelto e pezzo a prima vista) al concorso dell’Esposizione di Milano del 1906. Si distinse anche a Londra (Covent Garden) nel 1889 e a Parigi. Quando la banda comunale fu sciolta nel 1911, divenne direttore di altre bande che sorsero a Parma, quali la Paër e la Corridoni. Suonò spesso come primo trombone in orchestre dirette da maestri quali Toscanini, che, si dice, egli aveva avviato agli studi della musica e preparato per l’esame di ammissione per la Regia Scuola di musica, Campanini e Faccio. In seguito istituì la Scuola Musicale Giuseppe Garibaldi, poi Scuola Comunale, ch’egli diresse per oltre quarant’anni e dalla quale uscirono molti apprezzati professori d’orchestra. Nel 1888 fondò la Società Orchestrale che raccoglieva gli strumentisti di Parma e della quale fu segretario fino al 1928. Questa Società fu fonte di creazione di orchestre che si allestivano in Italia e all’estero. Fu compositore e trascrittore di musiche per banda.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 46; B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 44; Al Pont ad Mez 2/3 1975, 56-57; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 90.

CARREROS ENRICO, vedi CARRERAS ENRICO

CARRETTA ALFREDO
Parma 1916-Bir el Wichs 25 giugno 1942
Figlio di Giuseppe. Caporale del 132° Reggimento Artiglieria Ariete, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Aiutante di sanità di gruppo di artiglieria semovente, chiedeva ripetutamente ed otteneva di far parte degli equipaggi dei carri per meglio assolvere il compito. Durante un violento attacco avversario, noncurante del pericolo, usciva dal semovente per portare la sua assistenza a militare di altra arma gravemente ferito; continuava nella sua umanitaria opera benché la posizione fosse sottoposta a violenta reazione nemica. Successivamente, durante un furioso bombardamento aereo, nel vano tentativo di portare aiuto ai commilitoni colpiti da spezzoni incendiari, incontrava la morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1956, Dispensa 23ª, 2558; Decorati al valore, 1964, 80.

CARRETTA ANNA
Parma-13 novembre 1997
La Carretta si trasferì con la famiglia in Brasile dove frequentò specifici corsi d’arte, acquisendo, a contatto con la diversa cultura, quel gusto per il colore e l’innovazione creativa che l’accompagnò nel tempo. A San Paolo la sua attività nacque e si sviluppò negli anni Settanta lungo un percorso che la vide diventare protagonista. Infatti partecipò a importanti esposizioni, alla Pinacoteca di Stato, al Museo di arte contemporanea, alla XVI e XVII Biennale, con presenze anche nel settore della mail art. Un lungo curriculum che poi la portò alla Biennale di Parigi, a New York, a Cuba e a Milano, anche dopo il suo rientro a Parma, nel 1983. Gli anni trascorsi Oltreoceano la misero a contatto con le correnti e i gruppi più innovativi. Nel 1986 tenne la prima personale a Parma al Centro Steccata: Tavolitorti e paesaggi in papier maché. Fu poi presente all’arte Fiera di Bologna e, con il critico Pierre Restany, ancora all’Università di San Paolo in Brasile. Pittrice con occhio attento alle nuove correnti, soprattutto dopo l’apertura della Galleria 4,5x4,5 in Borgo del Parmigianino a Parma, diede meno spazio alla propria attività per dedicarsi con maggior impegno alle proposte degli altri artisti. La Galleria, unica nel genere in città, fu gestita con vivacità e determinazione e fu sempre un preciso punto di riferimento per la ricerca più avanzata.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 novembre 1997, 11.

CARRI CRISTOFORO
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 120.

CARRI GIOVANNI, vedi COSTOLA GIOVANNI

CARROBI GIOVANNI
Parma 1570/1572
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 24 novembre 1570 all’11 gennaio 1572.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 33; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21.

CARROCCI BAVERIO
Parma 1515/1527
Pittore attivo a Roma all’inizio del XVI secolo. È ricordato dal Vasari nella vita di Raffaelo Sanzio come aiuto di questi e nella vita di Marcantonio per aver stampato delle sue incisioni. Da un documento del 1515, dove il Carrocci rappresentò Raffaello in una vendita, l’Amati apprese il nome che il Vasari non aveva dato: Baverio de’ Carrocci di Parma. Bertolotti vuole invece che il Carrocci sia di Bologna, valendosi di un contratto di matrimonio in cui fu testimone Giulio Romano (ma in altra occasione lo dice anch’egli parmigiano). Sicuro è soltanto che il Carrocci fu aiuto, discepolo e amico di Raffaello e che fu incaricato della vendita delle incisioni tratte dalle sue opere. Fu uno dei primi editori di incisioni, dato che diede a vari artisti degli incarichi, come nel 1527 a Perin del Vaga, che era caduto in miseria a causa del sacco di Roma. Non è nota l’attività artistica del Carrocci ma viene citato come pittore nei documenti che il Bertolotti gli riferisce.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, VI, 1912; A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 88; Dizionario Bolaffi pittori, III, 1972, 87; Dizionario enciclopedico pittori e incisori, 1990, 87.

CARROCCIO BAVERIO, vedi CARROCCI BAVERIO

CARROZZA ALBERTO, vedi CAROZZA ALBERTO

CARROZZI FERDINANDO
Parma 7 febbraio 1776-Parma 6 luglio 1856
Nato da Sebastiano e Rosa Iacobazzi. Appare come cantore (basso) alla Cattedrale di Parma dal 6 gennaio 1806, giorno dell’Epifania, fino alla Festa dell’Assunta (15 agosto) del 1853: è detto nel Mandato cantore giubilato. Cantò nel Teatro Ducale di Parma nel Carnevale del 1808-1809 tutta la stagione, dal 26 dicembre al 4 di febbraio, nelle opere Oreste di Francesco Morlacchi, La capricciosa corretta di Valentino Fioravanti e nel Trionfo di Quinto Fabio di Vincenzo Fiodo. E ancora l’estate del 1811 nelle opere I riti d’Efeso di G. Farinelli e Gli Orazi e Curiazi di Domenico Cimarosa. Fu anche maestro dei cori nel Teatro Ducale di Parma dall’estate del 1824 al Carnevale del 1829 e maestro di canto all’Orfanotrofio del Carmine, prima ancora che fosse elevato a Scuola di musica. Furono suoi scolari Domenico Cosselli, celebre baritono, e i maestri Gualtiero Sanelli e Luigi Dall’Argine. Scrisse alcune canzoni su parole del Metastasio, che furono ai suoi tempi assai lodate, e una Messa da coro a 3 voci (1801, ms. nel fondo musicale di San Liborio a Colorno, partitura e parti). Si unì in matrimonio con Tersilla Filippini.
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della Cattedrale di Parma, Mandato dal 1806 al 1853; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, Parma, 1875, 42; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, Parma, 1884, 52, 54, 64; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 249 e 294; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 23 maggio 1982, 3.

CARTERON LORENZO, vedi FRAGNI LORENZO

CARTERONE LORENZO, vedi FRAGNI LORENZO

CASA ANTONIO
Ranzano o Parma 1779-Parma 28 giugno 1846
Figlio di Francesco, nacque da modesta famiglia oriunda del paese di Ranzano. Ancor giovane, fu dedito ai pubblici impieghi (a partire dal 1802, durante l’occupazione francese del Ducato). Successivamente entrò nei vari uffici del costituito Dipartimento del Taro, salendo fino alla carica di capo della divisione dell’Interno e passando infine nel 1814 nell’Amministrazione dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla devoluti a Maria Luigia d’Austria. Nel frattempo egli dovette essersi formato una non comune cultura, prevalentemente francese e illuminista. Dei suoi studi è testimonianza la biblioteca da lui lasciata, nella quale, accanto ai classici, si trova una copiosa raccolta delle opere dei politici ed economisti del tempo, come Montesquieu, Genovesi, Verri, Gioia, Filangieri. Date le sue doti intellettuali e questa specifica preparazione, salì rapidamente i gradi della carriera: nel 1818 giunse al grado massimo di ispettore generale delle finanze dei Ducati. Egli restò però sempre fedele alle idee liberali e per queste, sempre da lui apertamente professate, e per i contatti avuti con i cospiratori carbonari, venne ammonito col motu proprio di Maria Luigia in data 3 ottobre 1832. La scheda segnaletica che lo riguarda, compilata dopo i moti del 1831, recita: Ispettore generale delle Finanze, membro del Governo provvisorio. Al 14 Aprile trovavasi ricoverato con altri ad un albergo in Toscana in prossimità di Pontremoli, alla distanza di un miglio circa. Colà trovavansi anche dei Modenesi. Oltre all’esser egli di principi liberali ed esaltati mostrossi sommamente avverso agli Austriaci. Allora che fu tratto agli arresti in Parma Monsignor Vescovo di Guastalla, Tedesco di nazione, si portarono da lui i governanti Linati, San Vitali e Casa. Quest’ultimo apostrofò in modo violento il Prelato, dicendogli ch’esso apparteneva a quella genia che in Fiorenzuola erasi imbrattata le mani nel sangue de’ buoni cittadini dello Stato. San Vitali in quella circostanza strascinava per di dietro l’abito del Prelato, nel senso d’impedire una risposta violenta e non dar luogo a reazione. Partito il Casa e rimasto San Vitali con Linati dissero al Vescovo: non ponga mente a quanto dice Casa e lo compatisca e compatisca noi pure. Siamo cocchieri, i cavalli dei quali hanno rotto il freno sicché a noi resta solo di gettarci dal cocchio come impotenti a condurli. Riconosciuto nel 1823 appartenere alla società dei Carbonari. Fu membro del governo rivoluzionario, si rese profugo al ristabilimento del governo legittimo e perciò era fra coloro che non potevano rientrare nei Ducati senza assenso Sovrano. Per rescritto poi del 10 Maggio 1832 avendo ottenuta la grazia di rimpatriare è ritornato a Parma il 16 detto ed ora è sottoposto a precetto d’alto buon governo. È possessore di feudi. Evidentemente il perfetto adempimento delle sue funzioni e la grande competenza lo salvarono da più gravi provvedimenti. Quanto alla sua appartenenza al governo provvisorio del febbraio 1831, il figlio Emilio dice che il Casa fu piuttosto alieno dalle competizioni politiche e perciò non intendeva accettare l’onorifica nomina, alla quale si piegò soltanto per il suo grande amore della libertà e di fronte alle insistenze fattegli e alla reciproca stima che lo legava ai colleghi. Del resto il governo provvisorio ebbe brevissima durata, e Maria Luigia fu ricondotta sul trono dalle baionette austriache. Il Casa rimase fino all’ultimo al suo posto e si pose in salvo fuori dallo Stato solo all’entrata in Parma delle forze imperiali. Cercò quindi scampo nottetempo oltre l’Appennino riparando in Toscana e poi in Corsica, per ridursi più tardi in confino a Bologna. È noto però che la repressione per gli avvenuti moti rivoluzionari fu sostanzialmente mite e clemente, così che dopo alcuni anni il Casa potè ritornare a Parma, e più tardi anche liquidare la pensione per il perduto impiego. Sposò nel 1813 Laura Landi, fiorentina, che morì nel 1838. Da essa ebbe il figlio Emilio. Si formò una modesta agiatezza e acquistò in Antognano, presso Parma, un fondo con la casa domenicale.
FONTI E BIBL.: E. Casa, I moti rivoluzionari accaduti in Parma nel 1831, Parma, Ferrari, 1895 44; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 403; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 155; G. Rizzardi, in Gazzetta di Parma 6 settembre 1971, 3.

CASA EMILIO
Parma 21 agosto 1819-Antognano 10 dicembre 1904
Figlio di Antonio. Vide i moti insurrezionali del 1831 e prese parte a quelli del 1848 e del 1859. Laureatosi in medicina e chirurgia, intraprese lunghi viaggi e partecipò a congressi scientifici, procurandosi così l’occasione di conoscere uomini insigni del partito liberale, che gli professarono molta stima ed ebbero con lui grande confidenza. Frequenti furono i suoi viaggi a Torino e non privi d’importanza per il Risorgimento nazionale, quantunque egli si dichiarasse un modestissimo operaio e nulla più. Nel 1848 il Governo provvisorio lo incaricò di acquistare a Modena e a Livorno un elevato numero di fucili. Nel 1859 incoraggiò e scrisse la minuta dell’indirizzo presentato alla duchessa reggente Luisa Maria d’Artois da un gruppo di ufficiali parmensi, i quali in quel momento solenne, mentre sui campi di battaglia si risolveva la questione dell’indipendenza nazionale, chiesero di venire tolti dall’inazione contraria alla virtù del soldato e del cittadino e da una situazione che al cospetto del paese e dell’Italia intera poteva renderli indegni del posto che occupavano e del nome d’Italiani. Il Casa passò dalla vecchia destra liberale, attraverso il travaso del cavourrismo, nelle file dei moderati, e fu in tale veste membro di pubbliche amministrazioni. Grandi furono nel Casa le virtù dell’animo e dell’ingegno, sorrette da una educazione severa e da un saggio esercizio. Per rendere completa la sua attività di cittadino svolta nelle amministrazioni del Comune e della Provincia di Parma, si applicò con ardore agli studi storici e artistici, resse per lungo tempo con zelo l’ufficio di ispettore per la conservazione dei monumenti, fu membro attivo e poi emerito della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, e narrò gli avvenimenti a lui contemporanei in numerose monografie, alcune delle quali rimaste inedite poiché la morte lo colse mentre preparava l’edizione definitiva delle proprie opere. Per la conoscenza di queste ultime, e particolarmente di quelle che illustrano il Risorgimento a Parma, valga il seguente elenco: La Cittadella di Parma (in Archivio Storico per le Province Parmensi, serie I, vol. 3 1894), Missioni diplomatiche dell’avvocato Luigi Bolla e del conte Pier Luigi Politi (in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di storia Patria dell’Emilia, vol. III, parte II), Il Governo francese negli Stati Parmensi (inedito), Il medico Giovanni Rasori e la cospirazione militare del 1814 (in Per l’arte n. 11 1902), Il Governo a Parma di Maria Luigia d’Austria dal 1815 al 1847 (inedito), La seconda moglie di Napoleone I (in Emporium ottobre 1905), I carbonari Parmigiani e Guastallesi cospiratori nel 1821 e la duchessa Maria Luigia imperiale (Parma, 1904), I moti rivoluzionari accaduti a Parma nel 1831 (Parma, 1895), Parma da Maria Luigia imperiale a Vittorio Emanuele II (Parma, 1901), Breve dissertazione intorno al S.A.I. Ordine Costantiniano di S. Giorgio (Parma, 1883), Commemorazione del conte senatore Girolamo Cantelli (Parma, 1888), Commemorazione del cavalier Antonio Gallenga (Parma, 1897). Nelle sue monografie storiche il Casa riesamina fatti e uomini, guidato costantemente dallo studio dei documenti e da un amor patrio che, per quanto ardente, non è mai fuorviante, anche se non sempre nei suoi scritti egli riuscì a mantenere quell’imparzialità che deve essere dote precipua dello storico. Per un difetto frequente in chi narra avvenimenti contemporanei, lo spirito di parte gli fece velo (fu liberale fanatico e anticlericale implacabile) e lo spinse talvolta a giudizi eccessivamente severi, come, per esempio, contro Mazzini, che egli chiama deleterio rapubblicano, il quale nessuna efficace azione esercitò a Parma. Il Casa fu amico e ammiratore di Pietro Giordani.
FONTI E BIBL.: A. Rondani, in Archivio Storico per le Province Parmensi XI 1911, 229-234; G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914, 19; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 311-312; Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 577-578; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 44-45; Aurea Parma 2 1989, 96.

CASA GIUSEPPE
Parma-post 1816
Ne stagione di Fiera del 1798 fu primo oboe nell’orchestra del Teatro di Reggio Emilia, dove ritornò ancora nel 1801 e nella Quaresima del 1807. Il 22 agosto 1800 venne nominato suonatore di oboe in soprannumero nel Reale Concerto di Parma e l’11 marzo 1801 con reale rescritto fu ammesso alle funzioni di Corte con la paga degli altri professori soprannumerari. Nel 1804 fu ascritto alla Accademia Filarmonica di Bologna. Il 13 luglio 1816 chiese di essere ammesso nella Ducale Orchestra di Parma di nuova formazione. Non fu accolto in quanto nella precedente stagione di primavera aveva lasciato il teatro nelle ultime recite senza il permesso della direzione (Archivio di Stato di Parma, Governo provvisorio e Reggenza. Interno, 1816, b. 8).
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CASA GIUSEPPE
San Secondo 1831
Figlio di Francesco e fratello di Antonio. Fu ricevitore delle contribuzioni in San Secondo. Prese parte attiva ai moti del 1831. Dal Casa e dai suoi figli fu eseguito il disarmamento dei Dragoni in San Secondo. Non fu inquisito ma sottoposto a visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 151.

CASA LUIGI
Parma-Parma 28 luglio 1857
Dal 1818 insegnò logica e metafisica all’Università di Parma. Fu Priore della facoltà filosofica dell’Università di Parma (1830) e poi professore emerito. Viene ricordato nel Calendario di Corte e poi nell’Almanacco di Corte dal 1818 al 1856: svolse dunque quasi quarant’anni di insegnamento.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953; Calendario di Corte dal 1818 al 1856; Archivio di Stato di Parma, Filze Università, 591; F. Rizzi, Professori, 1953, 125.

CASA PIETRO ANTONIO, vedi DALLA CASA PIETRO ANTONIO

CASABURI MAX
Salerno 26 luglio 1906-Mattarello di Trento 21 aprile 1945
Maggiore, eroica figura di ufficiale di cavalleria. Si stabilì a Parma che divenne la sua città di adozione. Fu capo di Stato maggiore del Comando Piazza di Parma. Combatté in Croazia nella seconda guerra mondiale e fu insignito della medaglia di bronzo al valor militare (1941). L’8 settembre 1943 prese parte alla battaglia per la difesa di Roma. Due anni dopo, combattendo nella resistenza, fu catturato e inviato nel campo di concentramento di Bolzano. Cadde sotto il fuoco nemico per consentire ad alcuni amici di mettersi in salvo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 maggio, 1992, 10; Centro di Studi Scout C. Colombo (M. Furia).

CASALI ANTONIA
Cortona-post 1386
Marchesa, moglie di Niccolò Pallavicino, Signore di Bargone. Nel 1386, ritrovato morente a terra in aperta campagna Orlando de’ Medici, lo fece trasportare nella chiesa di Bargone e ne curò poi la traslazione della salma a Busseto.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21.

CASALI ANTONINO
Borgo Taro-1859
Fu vittima nel 1859 della reazione borbonica, mentre inneggiava alla libertà d’Italia.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, Il ceto dirigente in Borgo Val di Taro, Borgo Val di Taro, 1998, 59.

CASALI ANTONIO, vedi CASALI ANTONINO

CASALI CARLO
Montechiarugolo 1899-Roma 1967
Laureato in Economia e commercio, iniziò come agente dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni una lunga e brillante carriera assicurativa. Passato alla Fondiaria nel 1925, ne diventò nel 1952 vice-direttore generale. Contemporaneamente svolse la sua attività in campo sindacale, assumendo nel 1943 la carica di commissario governativo della Federazione nazionale dei lavoratori del credito e dell’assicurazione. Chiamato nel 1957 alla direzione generale dell’Ina, vi restò per nove anni.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 86-87.

CASALI EUGENIA
Parma 1934-Parma 30 maggio 1999
Fu raffinata e sensibile pittrice, scrittrice di storie per ragazzi e poetessa romantica. Sposò il pittore Proferio Grossi. Nel 1954 si trasferì a Milano, con frequenti soggiorni in Francia e negli Stati Uniti. Iniziò a esporre nel 1968, dopo anni di lavoro schivo, tenendo poi una personale alla galleria Camattini di Parma nel 1974 (dal titolo Io e Parigi, con casette sottili alla Tamburi) e una alla Parete di Milano nel 1975 (titolo, Ritorno a Parigi). Collaboratrice della Gazzetta di Parma dal 1960, con numerosi elzeviri e racconti, scrisse anche per Confidenze, Noi a Milano, Arte e Cultura, Linea Estetica, Parliamoci, La Valigia Diplomatica e Globarte. Numerosi furono i premi letterari ottenuti dalla Casali da quando, nel 1964, apparve nel programma Poeti alla tv di Alessandro Cutolo: Leone d’oro per la letteratura, Foemina d’oro per la poesia, Columbian Trophy e San Valentino per la poesia d’amore. Nel 1983 all’Incontro nazionale di poesia tra le regioni condusse alla vittoria la Lombardia. Negli ultimi anni di vita preparò una serie di piccoli quadri nei quali riprodusse fiori e frutti della verde collina sotto il castello dei Rondani di Guardasone, nei pressi del quale la Casali abitava. Morì in un incidente stradale.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 31 maggio 1999, 26.

CASALI GIUSEPPE
Parma 1686/1707
Con Privilegio del duca Ranuccio Farnese del 1° gennaio 1686 fu creato nobile con la sua discendenza d’ambo i sessi (privilegio trascritto negli atti del Comune di Parma il 16 gennaio dello stesso anno). Il Casali venne eletto il 4 aprile 1707 soprintendente al passaggio delle truppe.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, in Appendice, 1, 1935, 540.

CASALI GUIDO
Parma 11 gennaio 1845-Cortile San Martino 1882
Figlio di Giuseppe, negoziante di vasi e stoviglie, e di Elisa Benassi, nacque in strada dei Genovesi 47. Il suo esordio quale fotografo avvenne verso il 1866, praticamente per diletto, in borgo Regale 2, occupando i locali lasciati liberi dalla società Grolli & Vitali. Nel 1869-1870 andò a insediarsi in strada San Michele 81, nello studio di Pio Saccani, trasferitosi altrove. All’Esposizione Provinciale d’Industria e Agricoltura del 1870 ottenne una menzione onorevole per accurata esecuzione di ritratti in piccolo formato e per alcune vedute dal vero in fotografia. L’inizio di una autentica attività professionale è del 1871, anno in cui fu occupato a fotografare tutti i castelli della Provincia. Fu il primo censimento fotografico riguardante manieri, rocche e fortezze del Parmense. Nel 1876 il Casali si trasferì a Golese, nei pressi di Parma. Di lui non si hanno notizie successive, se non quella della morte, avvenuta prematuramente.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 157.

CASALI JENNY, vedi CASALI EUGENIA

CASALI LUIGI
Parma 1831
Figlio di un mercante, partecipò in Parma ai moti del 1831. Fu per questo motivo sottoposto a sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937, 154.

CASALINI CESARE
-Parma 5 novembre 1888
Volontario, fece la campagna risorgimentale del 1866. Mantenne sempre la sua fede nei principi liberali.
FONTI E BIBL.: Il Presente 7 novembre 1888, n. 302; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 403.

CASALINI GIOVANNI
Parma 26 marzo 1878-Parma 6 maggio 1969
I genitori gestirono in via dell’Università a Parma un negozio di generi vari. Il Casalini, dimostrò subito la sua avversione alla vita di negozio e al commercio. Finiti i corsi primari delle scuole pubbliche, nel 1888 entrò nel collegio Maria Luigia di Parma per proseguire gli studi. Quella vita collegiale disciplinata e di sacrificio amareggiò qualche volta il suo temperamento esuberante e col passare del tempo gli parve addirittura una clausura. Proprio nel giorno del suo quattordicesimo compleanno, il suo comportamento ribelle gli procurò la severa punizione di rimanere isolato alcuni giorni nelle specole di ravvedimento, le quali si trovavano nella parte alta del grande istituto. Fu proprio là che il Casalini fece il suo primo incontro con la poesia. Nel primo giorno di isolamento e di studio, passò qualche ora a guardare dalle finestre le cose attorno, in uno stato d’animo di contemplativa malinconia. Il suo sguardo si posò ad ammirare alcuni colombi i quali, svolazzando, si inseguivano dentro e fuori dall’abbaino, vicinissimo alle finestre della sua camera. Davanti a quella buia apertura apparve una graziosa ragazzina dalle trecce bionde, tutta intenta a preparare il becchime ai suoi piccioni. I due giovani si guardarono sorridendo e si salutarono timidamente. Dopo qualche attimo di assenza, la ragazzina, figlia di un custode, ritornò con in mano una rosa vermiglia che volle a ogni costo allungare al Casalini. Da quel gentile episodio il Casalini trasse l’ispirazione per scrivere la sua prima poesia (La fatina dei colombi), la quale fu il punto di partenza di tutta la sua vasta produzione poetica, durata tre quarti di secolo. Uscito dal collegio quasi ventenne, si iscrisse all’Università di Parma frequentando la facoltà di Legge. Laureatosi brillantemente, rinunciò all’avvocatura per occuparsi in un importante ufficio degli Ospedali Riuniti di Parma, ove rimase per oltre un cinquantennio. Nel corso di alcune vicende politiche ebbe anche delicati incarichi che seppe sbrigare con zelo e corretto criterio amministrativo. Fu amico di Gabriele D’Annunzio e Renato Brozzi. La sua vera passione fu la poesia dialettale parmigiana. Dotato di ingegno vivissimo e di una spontaneità descrittiva inimitabile, fu il primo e più genuino continuatore di Battistén Panäda, dopo la scomparsa di Domenico Galaverna, avvenuta l’anno 1903. Il Casalini ebbe appunto il merito di non fare deviare la sua poesia dallo stile e dal carattere del suo grande predecessore, con cui il dialetto parmigiano raggiunse brillanti effetti di suono e di colore. Ebbe cioè il merito, non trascurabile, di tenere viva quella forma di poesia popolaresca, tutta sgargiante di frizzi espressivi, senza ridondamenti platonici, perché il Casalini sentì, soprattutto, intera la profondità dell’anima popolare, riuscendo altresì a dare garbo e gentilezza, laddove le durezze del parlare parmigiano possono creare effetti fonetici sgradevoli o scialbe interpretazioni dei pensieri esposti: una poesia dal lessico facile e armonioso. Il Casalini fu un verista, perché dalla vita di ogni giorno trasse le impressioni per le sue poesie, in una atmosfera di naturalezza e serenità sempre divertente. I maggiori cultori del dialetto parmigiano ebbero per il Casalini continue espressioni di ammirazione. Mariotti, Scotti, Arnaldo e Latino Barilli, Bocchialini, Molossi, De Giorgi, Gambara e lo stesso Pezzani, apprezzarono l’opera del Casalini, puntualizzandone la parte incisiva e nitida dell’espressività parmigiana. La sua produzione fu assai vasta, ma bastano le poesie La sporta, Tre donni in t’un cantòn, La carriola (e tò vist, e tò vist...) e la storia del Sior Furbàn, per dare al Casalini il serto della gloria. Scrisse per il maestro Spartaco Copertini l’opera comica in 3 atti, dal titolo Luisella si sposa (inedita). Una parte della sua produzione poetica è raccolta in due volumi: Ataca al Camen e L’Angiol d’Or.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti del secolo nuovo, 1926, 87; Aurea Parma 5 1925, 263; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 46; Aurea Parma 2/3 1969, 222; Antologia della poesia dialettale, 1970, 25; V. Bianchi, Le veglie di Bianchi, 1974, 151-153.

CASALINI GIUSEPPE
Parma 13 ottobre 1897-Parma 16 marzo 1966
Figlio di Alfredo e Maria Fabbi. Si diplomò in flauto nel 1916 al Conservatorio di Parma, allievo del famoso Paolo Cristoforetti. Da quel momento iniziò una movimentata vita artistica che in quattro decenni lo portò in tutti i teatri lirici italiani, nelle Americhe, in Egitto e in Tunisia. Il Casalini partecipò sempre agli spettacoli lirici della stagione del Teatro Regio di Parma assolvendo con capacità il compito di primo flautista. Fu per un anno insegnante di flauto a Lodi. Morì in seguito a una emorragia cerebrale.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 46; Gazzetta di Parma 17 marzo, 1966, 4.

CASALINI LUIGI
Parigi 1912-Parma 30 giugno 1977
Figlio di un calzolaio emigrato a Parigi, fu portato giovanissimo a Parma e qui ebbe il battesimo delle scene recitando in particolare nella Butterflay e nel Falstaff. Fu avviato per qualche tempo anche allo studio dell’oboe, e si sentì attratto per la pittura (tra i suoi maestri, Baratta e Sciltian). Sentì con passione il ruolo della cultura dialettale parmigiana (fu un conoscitore finissimo di poeti come Galaverna, Pezzani, Zerbini e Vicini). La compagnia La Risata (Emilia Magnanini, Luigi Azzi, Sergio Tosi, Marisa e Sergio Felisi, Maria Bergamaschi, Alberto Bertacchini e Lidia Zilioli) con lui condivise la fortuna di rappresentazioni non solo nella provincia di Parma ma anche in quelle vicine dove il successo arrivò puntuale e cordiale. Un ricco repertorio di commedie (La lotaria ed Tripoli, La bersagliera, Al fiol d’la serva, La d’manda ed matrimoni, La popolara d’l Aida, Crispen dator) lo impegnò fino all’ultimo in continue ricerche di copioni: Al dievol in un’al Campanil, Che fadiga esor sior, Sel e pevor. Il Casalini negli anni 1945-1946 si occupò della regia in due stagioni liriche: una al Teatro Ducale di Parma con mattatrice Renata Tebaldi, e l’altra al Teatro Regio, con un’artista di prestigio come Mercedes Fortunati. Fu un’attività a lui congeniale, ma l’abbandonò perché non gli consentiva di restare nella sua città, Parma. Interpretò anche parti importanti in qualche film. Negli anni Quaranta esordì ne Il condottiero di Trenker, nella parte di un cavaliere. Successivamente svolse il ruolo dell’avvocato difensore di Ugo Tognazzi nel film di Mario Monicelli Alta infedeltà. Ancora in Fratello ladro di Pino Tosini svolse la parte del padre guardiano. Indossò i panni del parroco ne La signora è servita di Mario Lanfranchi e infine in Novecento di Bernardo Bertolucci interpretò il ruolo di un agrario. Appena sorta Radio Parma, le si accostò e negli ultimi anni di vita collaborò intensamente con l’emittente cittadina. Curò, la domenica, una rubrica seguitissima, Parma voladora, e, a metà settimana, Mezz’ora con Casalén. Inoltre, tutti i giorni feriali, mandò in onda il Notiziario dialettale, che amò condire di giudizi e punture garbate. Collaborò anche alle rubriche di Nando Monica, come Girandola musicale e Mezz’ora con Nando Monica.
FONTI E BIBL.: C. Drapkind, in Gazzetta di Parma 1 luglio 1977, 5.

CASALINI MARCO ANTONIO
Bargone 1610
Stuccatore attivo nell’anno 1610.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 51.

CASALIS FRANCESCO
Parma 1784-post 1824
Fu Maresciallo d’alloggio nella Legione libera le straniera. Mentre era al servizio delle Cortes, fu fatto prigioniero. Lasciò clandestinamente il distaccamento dei prigionieri di guerra stranieri in Spagna per recarsi verosimilmente in Francia nel giugno 1824.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.

CASALODI MARTINO
Parma ante 1232-Mantova 24 luglio 1268
Nato da famiglia comitale, tra le preminenti di Mantova, fu allevato in Parma presso la famiglia dei da Puzzolese. Preso l’abito clericale, ottenne in beneficio la chiesa di Sant’Andrea di Parma e nel 1232 fu canonico della Cattedrale. Una volta laureatosi in giurisprudenza, papa Innocenzo IV lo nominò prevosto della Cattedrale di Parma e poi lo chiamò a Roma col titolo di suo cappellano. Innocenzo IV si servì del Casalodi in diversi affari e lo nominò tra gli Auditori generali delle cause. Il Casalodi seguì la Corte pontificia in Francia e si trovò al Concilio di Lione tenuto contro la fazione ghibellina, che, indebolita non poco per la morte dell’imperatore Federico II, permise al Papa il ritorno in Italia nel 1251. In quell’occasione il Casalodi accompagnò a Parma Alberto Sanvitale, eletto allora vescovo di Parma, anch’egli proveniente dal Concilio di Lione. Poi il Casalodi si ricongiunse alla Corte pontificia presso il Monastero di San Benedetto di Polirone, ove ebbe dal Papa l’incarico di giudicare una causa promossa dai monaci di quel Monastero. Volendo poi Innocenzo IV eleggere cardinale e destinare ad altra sede il vescovo di Mantova, Jacopo da Castell’Arquato, e non avendo convenuto entro il termine prescritto il clero mantovano sul nome del successore, affidò la scelta allo stesso Jacopo da Castell’Arquato. Questi suggerì il nome del Casalodi, così che Innocenzo IV consacrò il Casalodi in Perugia il 31 maggio 1252. Nella lettera di accompagnamento alla Chiesa di Mantova, lo definisce litterarum scientia praeditum, morum honestate decorum, et consilii maturitate praeclarum, visum utilem, et experientia longa probatum. L’anno 1253 il Casalodi fu scelto quale Legato apostolico per trattare la pace tra i popoli della Lombardia, e anche in quella occasione ebbe a dar prova di prudenza e destrezza. Fu poi incaricato da papa Clemente IV, nel 1265, di predicare la Crociata in diverse province. Il Casalodi fu sempre memore della sua patria: ne diede prova l’anno 1258, quando, chiesto consiglio e avutone il permesso dal suo Capitolo, donò la chiesa di San Giorgio di Asola ai frati che abitavano al Ponte del Taro e che avevano avuto irrimediabilmente danneggiato dalle guerre il loro convento. Fece inoltre riedificare in Parma la chiesa di Sant’Andrea, goduta un tempo in beneficio: Annis sex denis junctis cum mille ducentis Me novit ut matrem quem clamat Mantua Patrem. Cum me firmari voluit sic et reparari. Hunc nutrii carum quem dant sua premia clarum Sed post me rexit patrui quem gratia vexit. Nomine fit dignus Martinus uterque benignus, Quorum Salvator miserere salutis amator. Fu venerato col titolo di beato. Del Casalodi scrissero il Donesmondi e Costanzo da Lodi.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 10 e 50; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 114-117; A. Bresciani, Vite dei Santi, 1815, 24-25; G.M. Allodi, Serie Cronologica dei vescovi, I, 1856, 362; M. Martini, Archivio Capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911, 124; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 270; Enciclopedia di Parma, 1998, 441.

CASALODO MARTINO, vedi CASALODI MARTINO

CASANA GRISANTE, vedi CASSANA GRISANTE

CASANOVA ALESSANDRO
Parma 1843-
Fu deputato al Parlamento per la V legislatura per il Collegio di Santhià e Senatore del Regno.
FONTI E BIBL.: Annuario Regio Convitto M. Luigia, 1927, 16.

CASANOVA ANTONIO
Parma 1778/1799
Conte. Fu ufficiale delle truppe ducali di Parma dal 1779 al 1799.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 1928-1935.

CASANOVA BARTOLOMEO
Busseto 1672/1700
Sacerdote, fu organista e maestro di cappella della Collegiata di San Bartolomeo di Busseto dal 1672 al 1700. Molto probabilmente fu zio e maestro di Girolamo Casanova
FONTI E BIBL.: A. Moroni, Noterelle musicali bussetane, 1972, 158-159.

CASANOVA CARLA
Parma 1914/1935
Nel 1935 fondò a Parma la casa editrice Casanova, specializzata nella pubblicazione di opere a carattere scientifico o amministrativo. Pubblicò i periodici Il Modellario e Piccola Rassegna degli Enti di Assistenza e Beneficenza.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 42.

CASANOVA FRANCESCO
Parma prima metà del XIX secolo
Conte, fu pittore dilettante attivo nella prima metà del XIX secolo. È forse lo stesso che fu Canonico della Cattedrale di Parma nel 1805.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti Parmigiane, IX, 100.

CASANOVA GAETANO
Parma 1696-Venezia 18 dicembre 1753
I suoi genitori, da quello che lascia presumere il figlio Giacomo nelle sue Memorie, dovettero essere dei tranquilli artigiani, i quali desiderarono per il figlio un avvenire un poco più brillante del loro presente. Per questo fecero qualche sacrificio per l’istruzione del Casanova che, tuttavia, non dovette dimostrare grande amore allo studio. Di carattere debole ma impulsivo, il Casanova si lasciò montare la testa dai giovani che frequentava, i quali, per gioco, gli suggerirono che aveva abbastanza talento per ambire a un posto a Corte. In effetti, i genitori sognarono di fare di lui un ufficiale della Guardia Reale di Parma. Invece il Casanova, assiduo frequentatore di teatri, nel 1715, a diciannove anni appena, abbandonò nottetempo Parma con una graziosissima mima-ballerina, l’allora notissima, Fragoletta. Sfumati i pochi soldi sottratti alla borsa paterna, il Casanova per campare fu costretto a imparare il mestiere della compagna: fece il mimo e il ballerino a sua volta. Capitato a Venezia (Fragoletta lo lasciò dopo pochi mesi), il Casanova ottenne una scrittura al Teatro San Samuele. Vi conobbe la figlia di un calzolaio, Giannina Farusi, che aveva la bottega in faccia alla casa dove il Casanova aveva una camera d’affitto. A dispetto del padre, la Farusi sposò segretamente il Casanova. In seguito, comunque, i coniugi Farusi, per amore della figlia, accettarono il genero. La Farusi prese lezioni dal Casanova e da maestri anche più provetti, imparò a ballare, a recitare e anche a cantare. Ebbe la stoffa di una vera teatrante e il suo debutto non solo fu un successo, ma segnò il primo passo verso una carriera teatrale gloriosa. Il 2 aprile 1725, in Venezia, Giannina Farusi diede alla luce Giacomo, il primogenito. Il Casanova e la Farusi recitarono a Parigi, a Londra, a Vienna, a Milano, a Roma e a Madrid. Per quanto si conosce, il Casanova ritornò a Parma una sola volta, in compagnia della seconda moglie e del figlio Giacomo. Morì di trombosi.
FONTI E BIBL.: G. Rigotti, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1959, 3.

CASANOVA GEROLAMO, vedi CASANOVA GIROLAMO

CASANOVA GIROLAMO
Busseto 1675 c.-post 1745
Ebbe discendenza da una famiglia di ceppo parmigiano. Molto probabilmente si formò alla scuola di don Bartolomeo Casanova, del quale forse fu nipote, che fu organista e maestro di cappella della Collegiata di San Bartolomeo di Busseto dal 1672 al 1700. Ordinato sacerdote e perfezionatosi nella musica, sostituì lo zio in quel doppio incarico a far tempo dall’autunno del 1700 fino al maggio 1712. Forse in quell’anno lasciò Busseto per recarsi a Torino, presso la Corte dei Savoja, ove ebbe stima e favori, se nel 1717, nel frontespizio del suo melodramma Alessandro Severo, egli si dice Maestro di Cappella del Principe di Carignano. A Torino si affermò anche come compositore di drammi in musica. Nel settembre del 1716 rappresentò infatti sulle scene Teuzzone, dramma in tre atti di Apostolo Zeno, composto in collaborazione con S.A. Fioré, il quale scrisse il terzo atto, mentre tutto il rimanente è opera del Casanova. Nel Carnevale del 1717, sempre al Teatro Regio di Torino, venne rappresentata l’altro opera Alessandro Severo, dramma in tre atti di Apostolo Zeno. Forse per il successo riportato in entrambe le occasioni, venne chiamato a Parigi, non si sa se per ripresentare il suo Alessandro Severo oppure per mettere in scena un’opera nuova. Nel 1745, nelle carte dell’Archivio Storico Comunale di Torino (Ordinati, v. 3, c. 29) si legge che i Cavalieri accordarono al Sigr. Casanova di potere nella prossima quaresima rappresentare la Passione di nostro Signore nella sala dell’Ill.mo Sigr. Conte di Verrua, mediante però zecchini venti da pagarsi per conto di detti Sig.ri da detto Casanova allo spedale della Carità.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 47; A. Moroni, Noterelle musicali bussetane, 1972, 158-159; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CASANOVA GIUSEPPE
Parma 1796
Ricoprì la carica di capitano nelle truppe duca li di Parma nel 1796.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

CASANOVA LEONILDO
Parma 1913-Colorno 18 ottobre 1996
A quattordici anni, mentre era quartino nella banda di Colorno, studiò armonia con Riccardo Furlotti e Ovidio Guazzi. A diciannove anni entrò a far parte del Concerto Cantoni, con il quale rimase fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Durante il periodo bellico suonò il clarinetto nella banda del presidio militare di Milano, dove erano raccolti gli strumentisti della Scala, e ne approfittò per continuare nello studio della musica. Dopo la guerra, per una quindicina di anni diresse il suo Concerto Casanova, incidendo anche dischi e partecipando a trasmissioni radiofoniche. Sciolto il complesso, tornò a collaborare con il Concerto Cantoni e con quello di Barco di Cavriago. Diresse poi la banda di Colorno e per sette anni quella di Montechiarugolo, tenendo una scuola per strumenti ad ancia. Collaborò con il regista Bernardo Bertolucci, arrangiando sullo stile della Bassa musiche di Ennio Morricone. Alla fine degli anni Ottanta fondò l’Antico Concerto a Fiato, del quale fu direttore e quartino solista, tenendo con questo anche i due concerti che nel 1989 fecero parte del programma del Festival Verdi di Parma.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 207-208.

CASANOVA LEOPOLDO
Colorno 11 agosto 1926-Colorno 10 novembre 1985
Il Casanova diede grande lustro allo sport motonautico parmense: fu due volte campione del mondo nelle classi 1300 e 2500, sei volte campione d’Europa, sei volte campione italiano, per due volte vincitore della classica Pavia-Venezia, primatista del mondo sul chilometro lanciato nelle classi 1300, 1500, 2000 e 2500. Fu l’uomo di punta della motonautica italiana verso la fine degli anni Sessanta. Nel 1965 ricevette la Medaglia d’oro al valore atletico. Il Casanova stabilì ben dodici record mondiali e cinque di questi rimasero insuperati fino alla fine degli anni Ottanta. La vicinanza di Colorno, paese in cui visse e lavorò (fu titolare di una ditta di creazioni per bambini), con il Po, facilitò il compito del Casanova che l’Alfa Romeo sponsorizzò fornendogli i motori per le sue imprese sportive: i suoi allenamenti si tenevano infatti a Sacca (corse per la Motonautica Parmense), a tre chilometri da casa sua. Abbandonò le competizioni nel 1975.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 203; Gazzetta di Parma 11 novembre 1985, 17; Gazzetta di Parma 24 gennaio 1993.

CASANOVA LUIGI
Parma 20 novembre 1789-post 1831
Figlio di Alessandro. Nel 1810 fu velite e caporale in servizio per la Francia. Nel 1812-1813 fece parte della Grande Armata. Nel 1814 fu sottotenente dei tiratori della Guardia e prese parte alla campagna di Francia, dove fu ferito. Alla fine dello stesso anno fu sottobrigadiere delle Guardie di Parma. L’anno seguente fu sottotenente del Reggimento Maria Luigia e partecipò alla campagna di Francia.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 19.

CASANOVA PAOLO
Parma 1831
Conte e guardia Ducale, fu favorevole ai moti del 1831. Fu sottoposto a visita e sorveglianza perché il contegno di costui fu approssimativamente quello degli altri ufficiali in genere, cioè equivoco e piuttosto propenso alle novazioni. Potrebbe meritare sorveglianza per le persone con le quali frequenta.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 159.

CASANOVA VINCENZO
Parma 1801
Fu tenente delle truppe ducali in Parma nell’anno 1801.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 1928-1935.

CASAPINI GIAN BATTISTA, vedi CASAPINI GIOVANNI BATTISTA

CASAPINI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1722
Medico e botanico, autore di un erbario di grande interesse. Questo antico erbario di piante medicinali, composto da cinque grandi fascicoli o tomi, contrassegnati con una T dal Casapini all’inizio di ogni fascicolo e comprendenti 197 esemplari, fu terminato nel 1722, come testimonia la data scritta nell’ultima pagina dell’erbario, e porta il titolo Naturalis Botanicae icon. Fu dedicato a un consigliere del duca Francesco Farnese, il marchese Maurizio De Sanctis. A questo proposito va ricordato che lo stesso Duca, ridotto a una cecità quasi totale, nutrì una profonda riconoscenza nei confronti del Casapini, inventore dell’acqua oftalmica che gli ridiede la vista.
FONTI E BIBL.: Il verde a Parma, 1981, 109.

CASAPINI GIUSEPPE MARIA
Parma 1738-1816
Discendente di famiglia appartenente al patriziato di Parma, fu padre di Pietro e cognato del Botteri. Laureato in Leggi e in Teologia, fu avvocato di Rota in Roma. Ritornato in Parma, vi professò l’avvocatura e fu Giudice Sinodale. Fu autore, dice il Cerati, di una elegante traduzione del Trattato delle leggi di Domat, e di tre scritti storici intitolati Il parmigiano osservatore delle bellezze di sua patria (entrambe rimaste inedite). Di quest’ultima opera parla con lode il Pungileoni (tanto a f. 55 del v. II delle Memorie di Ant. Allegri, quanto a f. 22 delle Lett. sopra Marcello Donati). Aggiunge Cerati che il Casapini, poco prima della morte, con un rigore degno d’un Cristiano dei primi secoli, obbligò con iscrittura legale il figlio suo a somministrar denaro a parecchie persone che temette non aver assistite con tutta attività per condur presto a buon fine gli affari loro, essendo giudice o avvocato.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 348-349.

CASAPINI NAPOLEONE
Parma XVIII/XIX secolo
Laureato, fu calcografo della scuola di Toschi. Dopo una prima promettente attività incisoria, abbandonò l’arte.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario Incisori, 1955, 172.

CASAPINI PIETRO
Parma 12 agosto 1773-Parma 18 agosto 1842
Figlio di Giuseppe Maria. Conquistata da Napoleone Bonaparte la Lombardia, il Casapini, giovane allora di 23 anni e studente di teologia all’Università di Parma, smesso l’abito ecclesiastico, sulla fine di ottobre del 1796 si recò a Milano per arruolarsi nell’esercito della Repubblica Cispadana. Lo indusse a quel passo il dottor Giuseppe Rossena, il quale gli fu anche compagno nel viaggio. Giunti però a Milano, il Rossena improvvisamente perdé il senno e poco dopo morì. Tuttavia al Casapini riuscì di rendersi accetto al capo divisione Berot, che non solo lo nominò suo aiutante ma lo segnalò in modo speciale, dichiarando nella patente concessagli che il Casapini aveva molte buone qualità, ma principelment une hajne prononcée contre les Tyrans. Non pare che il Casapini abbia poi avuto occasione di dar prova di sentimenti così commendevoli, perché, tornato a Parma alcune settimane più tardi per promuovervi una sommossa, fu arrestato e messo in carcere il 16 dicembre. Cinque giorni dopo sostenne il primo interrogatorio con atteggiamento risoluto a non dire nulla che potesse danneggiare gli altri. Ma di lì a due giorni, il Casapini, chiesto e ottenuto un nuovo interrogatorio, rivelò ogni cosa, raccontando tutti i particolari della rivoluzione che si era tramato di promuovere nel Ducato parmense. Anzi, nel terzo suo costituto (11 maggio 1797) riconfermò che Melchiorre Gioja, arrestato a Piacenza l’11 marzo 1797 in conseguenza delle sue prime rivelazioni e trasportato a Parma il giorno 10 maggio, era uno dei capi della congiura. Dopo questi fatti, il Casapini abbandonò la politica e le armi, tornò a essere sacerdote e si diede a raccogliere memorie patrie antiche e moderne, che ricopiò con zelo e custodì con molta diligenza. Nelle sue raccolte, in più occasioni si accenna ad altri manoscritti da lui posseduti e a note da quelli estratte. In fondo al codice Parmense 458 (Parma, Biblioteca Palatina), dove l’Affò raccolse un bel numero di cronache antiche riguardanti Parma, è rilegato un fascicolo del Casapini, contenente due frammenti di storia parmense, fascicolo non ricordato nell’indice premesso al codice. Lo stesso dicasi di un altro fascicolo, che segue a questo e termina il codice. Si ignora se il Casapini pensò alla pubblicazione di tutto il materiale raccolto. Certo destinò alle stampe la Vita di Pier Luigi Farnese del suo maestro Affò, della quale, nella primavera del 1805, comprò una copia redatta da un frate su di un esemplare già posseduto dall’Affò. Inoltre il Casapini si rivolse per notizie sul primo Duca di Parma e Piacenza all’abate conte Giovan Vincenzo Boselli. Il Boselli mandò al Casapini una copia del Lamento, trascritto da un autografo, posseduto dal capitano piacentino Roccabella, e lo avvertì che un altro autografo si trovava nella biblioteca dei canonici lateranensi di Piacenza. Il Casapini, non se ne conosce il motivo, non pubblicò né allora né poi la Vita, la quale fu edita dal Litta soltanto nel 1821. Ma rimase il codice, in cui, colla Vita e cogli spogli serviti all’Affò per distenderla, egli inserì il Lamento. Il codice è il 1058 dei manoscritti della Parmense (Biblioteca Palatina di Parma). Nel 1831 fu sottoposto a visita e sorveglianza dalle autorità per aver plaudito ai moti di quell’anno: Uomo di testa esaltata e senza carattere che militò già nella Repubblica cispadana ed ora applaudiva alla gioventù che si armava per la patria e per la indipendenza. Il Casapini fu canonico della Cattedrale di Parma, prelato domestico di sua Santità e protonotario Apostolico soprannumerario (nominato il 14 agosto 1832). Fu decorato del titolo di Abate commendatore di san Salvatore e Gallo nel monastero di Valle Tolla di Piacenza, dignità che si era resa vacante per la morte del vescovo di Parma monsignor Lodovico Loschi. Morì in seguito a complicazioni sopravvenute alla frattura del collo del femore sinistro.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 549; G. Capasso, Per la morte di Pier Luigi Farnese, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1892, 195-197; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 153.

CASAPINO GIOVANNI BATTISTA, vedi CASAPINI GIOVANNI BATTISTA

CASAPPA RENATO, vedi CASAPPA ROBERTO

CASAPPA ROBERTO
Parma 1914-1994
Dopo una lunga esperienza maturata come dipendente, il Casappa, avendo intuito la grande potenzialità del mercato delle pompe oleodinamiche, fondò nel 1950 una sua azienda. La sua idea si rivelò vincente, così da realizzare in poco tempo una struttura produttiva d’avanguardia sia per l’alta tecnologia del prodotto profondamente innovativa sia per l’efficienza organizzativa dei processi produttivi, adottata in un settore privo localmente di tradizioni specifiche.
FONTI E BIBL.: Cento anni si associazionismo, 1997, 394.

CASARO, vedi BOMPANI PIETRO

CASAROLI ANGELO
Poggio di Felegara 1913-Kulara Aliakman aprile/maggio 1941
Figlio di Riccardo e di Esterina Bernini. Fu camicia nera del 4° Reggimento Camicie Nere. Durante la seconda guerra mondiale, il Casaroli militò in fanteria e svolse il servizio portaordini. Mentre era in missione, vide un compagno d’armi cadere gravemente ferito. Incurante del fuoco nemico, lo soccorse e lo portò in salvo: lo condusse sulle proprie spalle sino alla sede del reparto. Non pago, sfidando di nuovo i colpi del nemico, recapitò al comando generale il messaggio affidato al compagno d’armi colpito poco prima. Per questa sua azione venne decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Porta ordini di comando di battaglione, durante tre giorni di aspri combattimenti assolveva il compito con coraggio e spirito di sacrificio. Caduto ferito un ufficiale con grave rischio della propria vita lo soccorreva; sostituiva sotto violento fuoco nemico un’altro porta ordini ferito, preoccupandosi unicamente di recapitare l’ordine. Lo sprezzo del pericolo e l’alto senso del dovere dimostrato in ogni circostanza furono di esempio e di ammirazione per tutti (Alcaniz- Ermita Santa Barbara, 19-20 e 21 marzo 1938). Poco tempo dopo, mentre stava portando un messaggio in auto, venne ucciso in un’imboscata. Il comando tedesco lo decorò alla memoria con la Quercia d’oro e gli riservò funerali con gli onori militari. La sua tomba fu inizialmente sistemata in Grecia. Grazie alla testimonianza di alcuni commilitoni, la salma poté essere riportata in Italia nel 1954. I resti del Casaroli furono sepolti al cimitero della Villetta di Parma con gli onori militari.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei Legionari, 1940; Gazzetta di Parma 9 novembre 1993, 11.

CASARZA MACEDONIO, vedi CASAZZA MACEDONIO

CASATI MARIETTA
Sala 1824
Fondò la Pia Opera detta della Provvidenza in Sala. Sposò Ferdinando Zoccoli e, alla morte di questi (1824), in seconde nozze Giovanni Battista Politi.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 215.

CASAZZA ELVIRA, vedi MARI ELVIRA

CASAZZA FRANCESCO
Parma 28 ottobre 1788-post 1847
Ripostiere. Sposò nel 1826 Teresa Papini di Parma. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1° marzo 1816 come aiutante della confettureria e dal 15 ottobre 1821 come scalco. Pensionato il 1° luglio 1831, fu riammesso a servizio il 1° gennaio 1841 come aiutante alla tavola d’onore. Nel 1847 lo stipendio gli fu dimezzato a lire 750 per permanente assenza dal lavoro dovuta a malattia cronica. Fu definitivamente pensionato il 1° aprile 1847.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 306.

CASAZZA LORENZO
Parma 1831
Dragone ducale, prese parte ai moti del 1831 e per questo, emerso incidentalmente colpevole nella costruzione del processo contro Casali, Zucchi e Capelli, fu inquisito ed espulso dal corpo.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 160.

CASAZZA MACEDONIO
Parma-post 1866
Arruolatosi nel corpo dei bersaglieri, vi raggiunse il grado di sergente. Prese parte nel 1859 alla seconda guerra d’Indipendenza, poi nel 1860 alla spedizione delle Marche. Si trovò presente alla presa del Monte Pelago e del Monte Pulito, ove il 25° battaglione cui apparteneva meritò la medaglia di bronzo, collettiva, al valor militare. Più tardi, nel 1862, meritò personalmente la medaglia d’argento al valor militare per essersi distinto ad Aspromonte. Nel 1866, al combattimento di Borgo, si guadagnò una seconda medaglia d’argento per il coraggio dimostrato slanciandosi alla testa del suo plotone dove maggiore era il pericolo.
FONTI E BIBL.: Museo storico dei Bersaglieri, Catalogo IV, Roma, 73, 74; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento, 2, 1932, 584; A. Ribera, Combattenti, 1943, 115.

CASELLA DANTE
Parma 1896/1914
Capitano medico del 4° Battaglione Libico, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Nel combattimento di Nofilia del 23 marzo 1914, con calma e coraggio esemplari, sotto il fuoco nemico, prestava affettuosamente l’opera sua ai feriti, continuando impavido la sua prestanza, anche quando vide colpito, per altre due volte, un ferito che egli curava, e si vide, egli stesso, colpito da un proiettile di fucileria rimbalzato.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’Impero, 1937.

CASELLA UMBERTO
Parma 5 maggio 1886-Merna di Gorizia 4 maggio 1916
Capitano del Genio battaglione dirigibilisti, partecipò alla guerra italo turca. Col conte Francesco Della Torre, sul Fides IV, si aggiudicò il record italiano di distanza su sferico nel 1914 e si classificò onorevolmente al X Grand Prix di Parigi. Pilota di dirigibile nel 1915, morì presso Gorizia per incendio del suo dirigibile colpito dalle difese antiaeree nemiche, dopo due ascensioni eseguite in avverse condizioni atmosferiche. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare alla memoria. Fu pioniere dell’Aeronautica Italiana.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12, 19, 24, 25 maggio 1916, 9 febbraio 1917, 11 febbraio e 4 maggio 1918; Rivista Italiana di Aeronautica 15 settembre 1916 e 4 maggio 1917; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 65; E. Grossi, Eroi e pionieri dell’ala, 1934, 64.

CASELLI
Parma 1726
Disegnatore attivo nell’anno 1726.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 57.

CASELLI ANTONIO
Montechiarugolo 2 novembre 1875-Parma 12 marzo 1956
Figlio di Guglielmo. Percorse tutte le classi ginnasiali e liceali nel Seminario di Berceto e le teologiche in quello di Parma, venendo ordinato sacerdote da monsignor F. Magani il 4 giugno 1898. Mentre era ancora studente liceale a Berceto, dimostrò grande inclinazione per le scienze fisiche. Discepolo prediletto del rettore don Luigi Parenti, nel 1893 durante le ferie estive, fece l’impianto di luce elettrica per il Seminario di Berceto, installando una turbina sul torrente Baganza presso il mulino Tebaldi, affittato al Seminario. Il motore idraulico funzionò egregiamente per oltre venti anni. Per primo, a Parma, costruì nel suo laboratorio, una radio. Il Caselli costruì anche una motrice elettrica che fu poi acquistata dall’Università di Napoli. Fu coadiutore dal 1900 al 1902, segretario di monsignor Conforti, arcivescovo di Ravenna, dal 1902 al 1904, Residente in San Vitale dal 1904 al 1911. Per oltre quarant’anni (1912-1956) fu professore di fisica e di matematica nel Seminario di Parma. Fu chiamato spesso a preparare esperimenti anche nei gabinetti di fisica dell’Università di Parma. Fu amico e ammiratore del cardinale Maffi. Nominato (1911) cappellano dell’Ordine Costantiniano della chiesa Magistrale della Steccata di Parma, vi rinunciò nel 1931 perché fatto (13 luglio) canonico della Cattedrale di Parma. Insegnò religione al Liceo Classico e all’Istituto Magistrale di Parma. Fu infine accolto nel Seminario di Parma perché povero di mezzi finanziari. Si dedicò alla formazione culturale dei futuri sacerdoti e attrezzò con sacrifici personali e con grande passione il Gabinetto di fisica del Seminario di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 191-193; Il Seminario di Parma 1986, 70; Gazzetta di Parma 4 settembre, 1991, 16.

CASELLI CARLO FRANCESCO
Castellazzo Bormida 20 ottobre 1740-Parma 20 aprile 1828
Nacque da Domenico, agente dei marchesi Pallavicino. Entrato nell’Ordine dei servi di Maria nel 1755 in Bologna, dopo l’ordinazione sacerdotale conseguì in Roma, nel 1769, la laurea in teologia, dedicandosi poi all’insegnamento negli Studi dei serviti a Reggio Emilia, Torino, Firenze e Roma. Fu successivamente segretario generale del suo Ordine (1781), priore provinciale del Piemonte (1785), vicario e visitatore generale della Lombardia (1786) e procuratore generale (1786). Il 26 maggio 1792 venne eletto priore generale, carica che coprì fino al 1798, disimpegnando nel contempo l’ufficio di consultore della Congregazione dei Riti e del tribunale dell’Inquisizione. La sua notorietà ebbe rilievo soprattutto dopo che G. Spina, arcivescovo di Corinto, lo scelse come consulente teologico, prima nelle trattative di Vercelli (ottobre 1800), poi in quelle di Parigi (dal novembre 1800), in vista del concordato tra la Santa Sede e la Repubblica francese, condotto a termine con il sopraggiunto ausilio del cardinale Consalvi (20 giugno 1801) e sottoscritto, il 15 luglio 1801, anche dal Caselli (la cui firma fu equiparata a quella dell’abate Bernier), poiché con l’avvento del segretario di Stato di papa Pio VII era stato ammesso a partecipare direttamente ai negoziati. La parte da lui sostenuta a Parigi emerge dai dispacci scambiati con la segreteria di Stato, che rivelano la sua duttilità nelle concessioni ritenute compatibili col dogma cattolico, nel rispetto non meno delle opinioni che delle verità teologiche. In seguito alla pubblicazione delle fonti relative alle trattative (a cura di Boulay de la Meurthe), le Memorie del Consalvi sono state al centro di discussioni, anche per quanto riguarda i presunti cedimenti del Caselli nel corso delle trattative di fronte alle pressioni di Napoleone Bonaparte. Il 23 febbraio 1801 Pio VII lo creò cardinale, riservandolo in pectore per non turbare le procedure del concordato. La proclamazione (col titolo di San Marcello) avvenne il 9 agosto 1802, dopo che, ritornato da Valence a Roma (17 febbraio) accompagnando le spoglie di papa Pio VI, era stato nominato (29 marzo) arcivescovo titolare di Side. La stima congiunta di Pio VII e di Napoleone Bonaparte, che ne aveva sollecitato l’elevazione alla porpora, sta alla radice della sua carriera, dando ragione non solo della sua partecipazione, in Parigi, alle commissioni cardinalizie per la riconciliazione del clero costituzionale (1802), per l’esame del concordato con la Repubblica italiana (1803), per la tentata sistemazione, da parte del Dalberg, degli affari ecclesiastici tedeschi (1805), ma della sua stessa nomina (28 maggio 1804) a vescovo di Parma. Infatti l’incarico attribuitogli, di succedere, dopo quasi nove mesi di vacanza di quella sede, all’antifrancese Adeodato Turchi, fu senza dubbio una scelta politica, grazie alla quale Pio VII sperava da Napoleone Bonaparte sia l’abrogazione delle leggi francesi introdotte dal suo inviato speciale Moreau de Saint Méry nel Ducato di Parma e Piacenza, sia la revoca del provvedimento di annessione a esso della contea vescovile delle Corti di Monchio, in difesa della quale il Caselli si affrettò a far stendere (1804) da G. Cignolini un’ampia Descrizione storica, fisica, morale e politica delle Corti di Monchio, dominio nello spirituale e temporale della sede vescovile di Parma (cfr. edizione a cura di P. Jotti, Reggio Emilia, 1969). Le trattative condotte per gli affari di Parma s’intersecarono pertanto, in Roma e in Parigi, con quelle relative all’incoronazione imperiale di Napoleone Bonaparte, alla cui cerimonia parigina (2 dicembre 1804) il Caselli, accanto a Pio VII, funse da diacono, meritandosi l’onorificenza della Legion d’onore e il titolo di senatore dell’Impero, ma non la sospensione del codice napoleonico in Parma, e tanto meno la restituzione della contea vescovile, che il 3 giugno 1805 fu annessa ufficialmente al Ducato, e tramite questi alla Francia. La notizia gli giunse, tutt’altro che inattesa, quando aveva preso possesso della Diocesi da poco più di un mese (1° maggio), quasi un anno dopo la sua nomina all’episcopato parmense. Pio VII, reduce da Parigi, sostò in Parma nello stesso giorno in cui il Caselli entrava solennemente in Diocesi. Erano i giorni nei quali a Milano si preparavano le cerimonie dell’incoronazione di Napoleone Bonaparte come re d’Italia (26 maggio 1805): cerimonie che il Pontefice, dopo le umiliazioni di Parigi, intendeva disertare, ma alle quali, insieme con altri cardinali di parte imperiale, assistette anche il Caselli, che, rientrato in Parma, il 26 giugno successivo vi accolse lo stesso Napoleone Bonaparte. Queste circostanze palesano che il Caselli in quegli anni fu uno dei maggiori rappresentanti di quella parte dei cattolici che sostennero una politica concordataria diretta a ottenere un durevole accordo con le autorità imperiali. Anche i primi anni di governo diocesano del Caselli portano il suggello di una tattica conciliativa, diretta a mantenere l’ordine e la tranquillità civica e religiosa. Se in occasione dei moti insurrezionali scoppiati, tra il il 1805 e il 1806, nel Ducato di Parma e Piacenza, il suo limitrofo Gregorio Cerati, vescovo di Piacenza, pur di non dispiacere a Napoleone Bonaparte rinunciò a ogni privilegio ecclesiastico, l’accondiscendenza del Caselli fu meno servile. Dal 23 agosto 1806 all’autunno del 1808 visitò, in diverse riprese, tutta la Diocesi, premendo sulla sottomissione del clero e dei fedeli alle disposizioni governative. Ma non fu sempre disposto ad accettare ogni ingerenza statale. Già nel 1806, in un Précis des fêtes données à Parme à l’occasion de la St. Napoléon (Parma, 1806), il Moreau rileva le partecipazioni e le assenze del Caselli. Nel 1807 il Caselli respinse le intromissioni del ministro Bovara nell’adozione del catechismo imperiale, rivendicandone la competenza ai vescovi. Per adeguarsi alle norme napoleoniche, dettò successivamente Regolamenti per il seminario (1807), per le fabbriche delle chiese (1808) e per altre istituzioni diocesane, ma le sue preoccupazioni furono di salvaguardare le dotazioni di enti che avevano per fine la propagazione delle virtù sociali e cristiane, come scrisse al Portalis. Più vivaci furono le sue reazioni alle disposizioni imperiali attinenti la predicazione (1809) e la campagna della coscrizione (1810). Se questi atteggiamenti segnano i limiti della sua autonomia rispetto alla politica ecclesiastica napoleonica, essi non mostrano in alcun caso una volontà di sottrarsi alle ingerenze imperiali, sotto le quali Parma era venuta a trovarsi con l’annessione all’Impero francese nel Dipartimento del Taro (1808). Il Caselli ebbe una parte importante nel conflitto tra Napoleone Bonaparte e Pio VII. Una prima missione che egli, insieme col cardinale Oppizzoni, condusse a nome del Pontefice incontrando l’Imperatore a Milano il 21 dicembre 1807, fallì lo scopo di evitare una rottura. Scompaginando ogni accordo, Napoleone Bonaparte ricevette i due prelati in separate udienze, e il Caselli si sentì rivolgere parole che sapevano di ultimatum. Davanti ai rimproveri di debolezza mossigli da Pio VII, velati da una fraseologia riguardosa del Casoni succeduto al Consalvi nella segreteria di Stato, il Caselli si profuse in accorate giustificazioni. Ma non erano scaduti i due mesi indicati da Napoleone Bonaparte che le truppe francesi occuparono Roma. Per piegare il Pontefice deportato a Savona, ancora il 15 luglio 1809 Napoleone Bonaparte richiese pressioni scritte dal Caselli, ignaro forse dello scarso favore che ormai questi incontrava presso Pio VII. Obbedendo alle ingiunzioni imperiali, nel dicembre dello stesso anno egli fu nuovamente in Parigi, ove accettò di far parte di un tribunale ecclesiastico che emise un decreto di competenza per giudicare la causa di nullità matrimoniale di Napoleone Bonaparte. Nelle discussioni che precedettero le cerimonie nuziali tra Maria Luigia d’Austria e l’Imperatore, la sua autorità di teologo giocò una parte importante, in contrasto col Consalvi, nel dividere i cardinali presenti in Parigi in merito all’opportunità di parteciparvi. Nelle celebrazioni che seguirono, egli prese posto tra i cardinali rossi al rito civile (1° aprile 1810), ma a quello religioso (2 aprile) si presentò tra i senatori, anziché tra i cardinali, dando così la preferenza a quel corpo, piuttosto che all’altro, a cui per dignità, per anteriorità e per i suoi giuramenti tanto più strettamente apparteneva (Memorie del Cardinale E. Consalvi, 363). La rottura con Napoleone Bonaparte, profilatasi già nelle formule prudenti con le quali il Caselli, come membro del secondo comitato ecclesiastico parigino (1810), temperò la sua condiscendenza con una significativa riserva, avvenne nell’ambito del concilio nazionale di Parigi, indetto (giugno 1811) per provvedere agli affari ecclesiastici dopo la decadenza del concordato del 1801 e la prigionia di Pio VII. Il 26 giugno si fece infatti promotore di una mozione di libertà per il Papa, come condizione indispensabile per procedere alla soluzione delle questioni religiose demandate al concilio nazionale. La reazione di Napoleone Bonaparte, che il 22 luglio sollecitò lo zio cardinale Fesch a strappare al Caselli una dichiarazione infamante sui diritti del concilio (Lettres inédites de Napoléon Ier, 147), esplose pubblica e violenta il 28 luglio 1811. Il Caselli fu accusato di tradimento. Caduto in disgrazia, fu nondimeno presente, nel 1813, a Fontainebleau per le trattative del nuovo concordato, ma dissenziente e tenuto perciò in stretta vigilanza. Ritornato in diocesi, condusse vita ritiratissima. Nella temperie della Restaurazione i suoi atteggiamenti furono improntati a estrema moderazione, ma intenti sicuramente a rimarginare le ferite religiose apportate dalle ingerenze francesi. L’assegnazione del Ducato di Parma e Piacenza a Maria Luigia d’Austria fu da lui notificata alla popolazione con sincero consenso (3 giugno 1814). Né si preoccupò di far valere l’indirizzo di un comitato di nostalgici delle Corti di Monchio che espresse il vivo desiderio di essere ripristinati in quell’antico governo che aveva sempre avuto e goduto la Chiesa di Parma (3 giugno 1814, Monchio, Archivio parrocchiale). Per quanto buoni, i suoi rapporti con Maria Luigia d’Austria migliorarono con il passare degli anni, ma non si vide una sua precisa incidenza nella Restaurazione politica parmense. Dopo il 1814 il Caselli non uscì quasi mai dalla Diocesi, se non per recarsi a Roma, al conclave del 1823. Pochissimi cardinali erano ancora fedeli al Consalvi: tra questi il Caselli, e più riservatamente il Fesch, il quale, il 9 settembre (assente ancora il Caselli, che entrò in conclave solo il 18), si dichiarò per la candidatura del vescovo di Parma. Nel corso degli scrutini questi giunse ad avere un massimo di cinque voti su quarantanove votanti. Tale consenso fu più che altro di simpatia, di natura ideologica non definita su quel terreno politico-religioso che oppose i cardinali moderati agli zelanti. Il Caselli fu sepolto nella Cattedrale di Parma, ove ebbe un monumento funerario dovuto a Tommaso Bandini, discepolo di Lorenzo Bartolini.
FONTI E BIBL.: Roma, Archivio generale dei servi di Maria (oltre ai Registri del Caselli come procuratore e priore generale, diversi volumi di corrispondenza); Parma, Archivio vescovile, Cart. C. (visite pastorali, editti, copialettere e corrispondenze varie); Parigi, Arch. Nationales, fondo Cultes F19 (documenti e corrispondenza dispersa in numerosissimi cartoni, in particolare 704, 819, 823-824, 899B, 1072A, 1076, 1080, 1086); Parigi, Arch. du Min. des Affaires Etrangères, Parme, t. 47, f. 348; Bologna, Archivio arcivescovile, Raccolta Oppizzoni, I, 183; per l’Archivio Segreto Vaticano (nonostante i numerosi documenti editi) permane l’esigenza di un’esplorazione sistematica (vedi in particolare Epoca Napoleonica, Italia, b. 19). Per il concordato napoleonico, Concordat et recueil des bulles et brefs de N. S. le pape Pie VII sur les affaires actuelles de l’Eglise de France, a cura di G.B. Caprara, Paris, 1802, 2, 10, 24, 36 (alle 2-10 il testo del concordato tradotto in latino dal Caselli); Documents sur la négociation du Concordat et sur les autres rapports de la France avec le Saint-Siège en 1800 et 1801, a cura di A. Boulay de la Meurthe, I-VI, Paris, 1891-1905, ad Indices; per i rapporti con Napoleone, Correspondance de Napoléon Ier, XIX, Paris, 1865, 288; Lettres inédites de Napoléon Ier, a cura di L. Lecestre, Paris, 1897, 147, 210; per il concilio nazionale di Parigi, Acta et decreta SS. Conciliorum recensiorum, IV, Friburgi Brisg., 1873, cc. 1223 ss. (specie, cc. 1282-1304); vedi anche Memorie del Cardinale E. Consalvi, a cura di M. Nasalli Rocca di Corneliano, Roma, 1950, ad Indicem. Tra la copiosa bibliografia sul Consalvi (senza additare necrologie o repertori generali, meritano tuttavia attenzione le pagine di M. Leoni, in Prose, Lugano, 1829, 75-95); F. Cherbi, Le grandi epoche sacre, diplomatiche, cronologiche, critiche della Chiesa di Parma, III, Parma, 1839, 478-502; J. Lecomte, Parme sous Marie-Louise, II, Paris, 1845, 348 s.; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, II, Parma, 1856, 446-499; I. Rinieri, La diplomazia pontificia nel secolo XIX, Roma, 1902, I, 25, 196, 201, 240, 521, II, 50, 52, 61, 177 s., 199, 304-306; I. Rinieri, Napoleone e Pio VII (1804-1813), Torino 1906, I, 67, 85, 92, 386-389, II, 65, 106 s., 140, 189, 203, 217 s., 374; F. Gasparolo, Il cardinale Caselli, in Rivista di Storia e d’Arte della Provincia di Alessandria XXI 1912, 129-136; C. de Mayol de Lupé, La captivité de Pie VII d’après des docum. inédits, Paris, 1912, 361, 368, 374-381, 383, 389; H. Bastgen, Dalbergs und Napoleons Kirchenpolitik in Deutschland, Paderborn, 1917, 80 s.; O. Masnovo, Il Gabinetto letterario di Parma. Contributo alla storia dello spirito pubblico (1815-1831), in Archivio Storico per le Province Parmensi 1922/2, 284; P. de la Gorge, Hostoire religieuse de la Révolution française, V, Paris, 1923, 69, 80, 104, 207-227, 236, 342; G. Constant, L’Eglise de France sous le Consulat et l’Empire (1800-1814), Paris, 1928, ad Indicem; A. Vicentini, Viri illustres Ord. Serv. B. M. V., Appendice a A. F. Piermei, Memoriabilum sacri Ordinis Servorum B. M. V. breviarium, III, Roma, 1931, 19-24, 242, 250-252; I. Schmidlin, Papstgesch. der neuesten Zeit, I, München, 1933, ad Indicem; A. Latreille, Napoleon et le Saint-Siege, Paris, 1935, ad Indicem; P. Savio, Devozione di mgr. A. Tarchi alla S. Sede, Roma, 1938, 469, 474, 492, 1037; Carteggi di giansenisti liguri, a cura di E. Codignola, I, Firenze, 1941, 667, II, Firenze, 1942, 629, 631; U. Beseghi, I tredici cardinali neri, Firenze, 1944, 25, 39, 58, 75, 183; U. Beseghi, Una missione del cardinale Caselli presso Napoleone, in Aurea Parma XXXVI 1952, 227-233; G. Monaco, Le lettere da Roma di F. Boudard a P. de Lama dal 1821 al 1824, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, V 1953, 186, 191, 269, 274; R. Colapietra, Il diario Brunelli del conclave del 1823, in Archivio Storico Italiano CXX 1962, 81, 113, 125, 136; R. Colapietra, Parma religiosa durante la Restaurazione, in Rassegna di Politica e Storia XII 1966, 127; G. Battistini, Le Corti di Monchio, feudo del vescovo di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, XVIII 1966, 261; R. Fantini, Due cardinali napoleonisti: Caselli vescovo di Parma e Oppizzoni, arcivescovo di Bologna, in Aurea Parma LIII 1969, 153-164; Stanislao da Campagnola, La predicazione in Italia durante le soppressioni religiose napoleoniche (1809-1814), in Collectanea Franciscana XXXIX 1969, 307, 311, 314; G. Venturi, L’Ordine costantiniano a Parma dal 1816 al 1859, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, XXI 1969, 249; La missione Consalvi e il Congresso di Vienna (1814-1815), a cura di A. Roveri, I, Roma, 1970, 36 s., 75, 251; J. Leflon, Crisi rivoluzionaria e liberale (1789-1846), in A. Fliche-V. Martin, Storia della Chiesa, XX, a cura di G. Zaccaria, Torino, 1971, 267 s., 270, 319, 326, 443 s., 446; C. Piola Caselli, Il cardinale Carlo Francesco Caselli nel periodo servita, napoleonico, e di Maria Luigia, in Rivista Storica Svizzera XXVI 1976, 33-86; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, X, 139 s. e ad Indicem; R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia catholica, VII, Patavii, 1968, ad Indicem; Stanislao da Campagnola, in Dizionario biografico degli Italiani, XXI, 1978, 320-323; A. Mezzadri, Carlo Francesco Caselli, Parma, 1978.

CASELLI CAROLINA
Parma 27 aprile 1852-Torino 18 dicembre 1892
Fece i primi studi a Parma sotto il maestro Giuseppe Griffini, quindi andò a perfezionarsi a Milano con il maestro Francesco Lamperti. Debuttò a Malta nel 1875 col Poliuto di Donizetti. Nella primavera del 1876 cantò ad Atene e nel 1877 a Como. Nell’ottobre 1878 fu ad Alessandria d’Egitto nel Ruy Blas e nel marzo 1881 al Teatro di Marsala nel Faust e in Ruy Blas. La si trova l’ultima volta al Teatro Paisiello di Legge nella Forza del destino. Il 29 luglio 1882 dette un concerto al Teatro Adelaide Tessero di Salsomaggiore.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella Musica 1931, 47.

CASELLI CRISTOFORO
Parma 1460 c.-Parma 25 o 26 giugno 1521
Detto anche Cristoforo Parmense, Cristoforo da Parma, Cristoforo Temperelli o il Temperello. Figlio di Giovanni di Cristoforo, forse pittore anch’egli. Dalla moglie Antonia, della quale si ignora il casato, ebbe quattro figli: Giovanni Battista (nato nel 1499), Polissena (nata nel 1507), Pietro Francesco (nato nel 1508) e Francesco Maria, ricordato solo in due documenti del 1525. Fu forse dapprima allievo, in patria, di Iacopo Loschi, ma nulla si sa di sicuro sulla sua formazione prima del viaggio a Venezia, dove è documentato a partire dal 1488. Nel 1489 iniziò a collaborare con Giovanni Bellini, Alvise Vivarini, Lattanzio da Rimini e altri nella decorazione della sala del Maggior Consiglio nel palazzo ducale, complesso pittorico distrutto dall’incendio del 20 dicembre 1577. Vi lavorò ancora nel 1592 e forse nel 1595, anno in cui firmò e datò il trittico per San Cipriano di Murano, poi nel Seminario patriarcale di Venezia, raffigurante la Madonna in trono col Bambino, un vescovo donatore, due santi vescovi e l’Eterno. Nell’anno successivo fu a Parma. Il 10 marzo firmò il contratto per la pala d’altare della cappella del Consorzio dei vivi e dei morti nel Duomo: il compenso fu di 55 ducati d’oro. L’opera, firmata e datata 1499, si trova nella Pinacoteca di Parma. Raffigura la Madonna in trono col Bambino, angeli musicanti e adoranti, S. Ilario vescovo, il Battista e, in alto, il Padre eterno circondato da cherubini. Nello stesso anno dipinse l’Adorazione dei Magi, firmata e datata, in San Giovanni Evangelista e, ancora nel Duomo, il Padre eterno a finto mosaico nel catino absidale del transetto destro. Altra opera firmata è il S. Pietro in cattedra della parrocchiale di Almenno San Bartolomeo (Bergamo), i cui laterali, Santi Paolo e Giacomo, Santi Sebastiano e Matteo, si trovano all’Institute of Arts di Detroit, mentre la cimasa è costituita dai tre frammenti conservati nell’Accademia Carrara di Bergamo, raffiguranti Il Battista e S. Caterina, la Madonna col Bambino e La Maddalena e un santo apostolo. Questi ultimi, assegnati di solito a Girolamo da Santacroce, furono riferiti al Caselli già dal Ludwig, mentre lo Heinemann suggerisce l’appartenenza della prima tavoletta al polittico in questione, ignorando stranamente le altre due. Del 1502 è la Natività tra S. Pietro e il Battista conservata a Castell’Arquato nel museo della chiesa plebana (Ghidiglia Quintavalle, 1962). Del 1507 il Cristo morto tra due angeli, in un tondo monocromo al disopra del monumento Montini nel Duomo di Parma. Da aggiungere al catalogo del Caselli, come suggerisce Ulrich Middeldorf, il Presepio passato sul mercato fiorentino e che il Berenson attribuiva a Girolamo da Udine (1958, I, 93, 493), oltre al S. Francesco tra S. Luigi di Tolosa e il beato Giovanni da Capestrano della Walters Gallery di Baltimora che il Berenson registrava come Jaco. Bar. Tra le opere perdute si ricordano: una S. Felicita dipinta nel 1499 per S. Giovanni Evangelista a Parma, che risultava già dispersa al tempo dello Scarabelli Zunti; le portelle dell’organo della chiesa dei Carmini di Venezia, raffiguranti l’Annunciazione, S. Elia e S. Alberto carmelitani; le armi di Giuliano de’ Medici a Parma (1515); nella stessa città, del 1516, un gonfaolone per la Confraternita del Sacramento in Duomo (documento in Scarabelli Zunti); i disegni per le armi di Francesco I di Francia, dipinte da Alessandro Araldi (1521); una Natività nella chiesa di San Pietro; un affresco raffigurante la Madonna col Bambino, S. Francesco e un santo Domenicano, scoperto nel 1849 e distrutto dopo due mesi, nella chiesa di San Bartolomeo; la Madonna col Bambino e due angeli musicanti, del Kaiser Friedrich Museum di Berlino, rivendicata al Caselli dalla Sandberg Vavalà e distrutta nel 1945. Altre opere riferibili al Caselli sono: nella Pinacoteca di Parma, il frammento di Annunciazione o, meglio, di Incoronazione della Vergine, e i due quadri, ciascuno con una coppia di Putti musicanti, che provengono dalla sagrestia di San Giovanni Evangelista e il Busto di paesana della collezione Schrafl di Zurigo. Opere che sono talora attribuite al Caselli: Parma, Duomo, sacrestia della cripta, Visitazione; Pinacoteca, Madonna col Bambino, il Battista e S. Gerolamo, meglio riferibile a Filippo Mazzola; chiesa dei cappuccini, sesta cappella, Madonna ausiliatrice con S. Giuseppe e S. Antonio, affresco; chiesa di San Pietro, Madonna che adora il Bambino, attribuibile meglio all’Araldi; già Parma, collezione Rossi, Madonna col Bambino, riferita anche a Cima da Conegliano; Padova, Museo civico, Madonna col Bambino e due sante; Bergamo, Santa Maria del Conventino, S. Sigismondo; Allentown (Pennsylvania), Art Museum, Ritratto di giovane; Atlanta (Georgia), High Museum of Art, Madonna col Bambino; Baltimora, Walters Gallery, Cristo mostra le stigmate; Compton Wynyates (Warwickshire), collezione Marquess of Northampton, Cristo portacroce; già Djursholm (Svezia), collezione Friberg, poi New York (vendita Kende, 18 maggio 1950, n. 22) Ritratto d’uomo; Hannover, Städtliche Galerie, S. Pietro; già Monaco di Baviera, collezione Nemes, Adorazione dei Magi; New York, Metropolitan Museum, Madonna col Bambino e S. Giovannino; Stoccarda, Staatliche Galerie, Madonna con due santi e un devoto. Il Caselli è stato talora considerato maestro di Alessandro Araldi e di Filippo Mazzola, il che spiega la confusione ricorrente in passato nei cataloghi di questi artisti. Le spese per il suo funerale sono registrate nel libro mastro del Convento di San Francesco del Prato il 27 giugno. Il Caselli, per il carattere delle sue opere, appare pittore veneto più che emiliano. La sua presenza a Venezia verso la fine del Quattrocento fu determinante nella sua formazione. Vittore Carpaccio e Alvise Vivarini, più che Giovanni Bellini, furono gli artisti a cui guardò, traendone un suo stile eclettico in cui l’antonellismo affiorante nelle ricerche volumetriche della grande pala di Parma e che lo portò a esiti talora affini a quelli di Cima da Conegliano o dei Vicentini, coesiste con il gusto narrativo del Carpaccio (si veda la Adorazione dei Magi di San Giovanni Evangelista a Parma). Va da sé che anche l’eco del linguaggio del Costa e del Francia è presente nelle sue opere. Egli ebbe pertanto, accanto all’Araldi, un posto di tutto rispetto nell’ambito delle correnti pittoriche che, tra i due secoli, tennero il campo a Parma prima della svolta cinquecentesca e manieristica impostavi dal Correggio e dal Parmigianino.
FONTI E BIBL.: F.M. Grapaldo, De partibus Aedium liber secondus, Parma, 1494, cap. 8; Archivio di Stato di Parma, Registri delle Ordinazioni del Comune, 1521; G. Vasari, Le vite, a cura di G. Milanesi, VI, Firenze, 1881, 485; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, a cura di M. Capucci, II, Firenze, 1970, 222; I. Affò, Il Parmigiano Servitor di Piazza, Parma, 1796, 15, 74-76, 119; Parma, Biblioteca Palatina, ms. 1599; I. Affò, Notizie intorno agli artisti parmigiani, ff. XVIII s.; G. Moschini, Guida per l’isola di Murano, Venezia, 1808, 73; G. Bertoluzzi, Nuovissima guida di Parma, Parma, 1830, 51, 78 s., 90, 100 s., 134, 146, 152 s.; De Boni, Biografia degli Artisti, 1840, 749; G. Rosini, Storia della pittura italiana, II, 3, Pisa, 1841, 263 s.; J. Burckhardt, Il Cicerone, Firenze, 1952, 899; F. Odorici, La Cattedrale di Parma, Parma, 1864, 45; L. Barbieri, Ordinarium Ecclesiae Parmensis, Parma, 1866, 189, n. 1, col. 2; J.A. Crowe-G.B. Cavalcaselle, A History of Painting in North Italy, a cura di T. Borenius, London, 1912, I, 164, II, 299-301; P. Martini, Guida di Parma, Parma, 1871, 25, 77, 101, 116, 144; Parma, Galleria nazionale, E. Scarabelli Zunti, Materiale per una guida di Parma, ms., I, ff. XIX s.; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., II, f. 98v; A. Venturi, Di una pala d’altare di Filippo Mazzola nella Galleria di Parma, in L’Arte III 1900, 302 s.; G. Ludwig, Archival. Beiträge zur Geschichte der venezian. Malerei, in Jahrbuch der k. Preuss. Kunstsamml. XXVI 1905, Supplemento, 25 s.; L. Testi, Parma, Bergamo, 1905, 45, 60, 80; N. Pelicelli, Guida storica di Parma, Parma, 1906, 34, 35, 92, 153, 193 (edizione 1912, 5, s., 10, 27, 54 s., 87, 107); L. Testi, Pier Ilario e Michele Mazzola, in Bollettino d’Arte IV 1910, 3, 89-91, 94-97; N. Pelicelli, in U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, VI, Leipzig, 1912, 111 s. (con bibliografia); A. Venturi, Storia dell’arte italiana, VII, 4, Milano, 1915, 256, 604, 606 ss., 616; B. Berenson, Dipinti veneziani in America, Milano, 1919, 58-59; L. Fröhlich-Bum, Parmigianino und der Manierismus, Wien, 1921, 8; N. Pelicelli, in Enciclopedia Italiana, IX, Milano-Roma, 1931, 928; A. Venturi, La Pittura del Quattrocento nell’Emilia, Bologna, 1931, 74; E. Sandberg Vavalà, Attribution to Cristoforo Caselli, in Art in America XX 1932, 195-201; Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, III, Provincia di Parma, Roma, 1934, 41 s.; A.O. Quintavalle, Mostra del Correggio (catalogo), Parma, 1935, 15-18; A.O. Quintavalle, Problemi e spunti critici alla mostra del Correggio, in Emporium LXXXI 1935, 357 s.; G.B. De Siati, Venticinque opere restitituite all’autore, I, Brescia 1944, XXXVI s.; O. Sirén, Anteckningar och attributioner på utställningen av italiensk konst i Nationalmuseum 1944, II, Umbriska, romagnoliska och venetianska målningar från 1400- och början av 1500- talen, in Konsthistorisk Tidskrift XV 1946, 3-20; A.O. Quintavalle, Catalogo della Mostra parmense di dipinti noti ed ignoti dal XIV al XVIII sec., Parma, 1948, 9-11; E. Guerra-A.  Ghidiglia Quintavalle, La Chiesa di S. Pietro Apostolo in Parma nella storia e nell’arte, Parma, 1948, 34 s.; B. Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, La scuola veneta, Firenze, 1958, I, 62 s.; L. Grossato, Il Museo Civico di Padova, Venezia, 1957, 48; A. Ghidiglia Quintavalle, Alessandro Araldi, in Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte, n.s., VII 1958, 292 s., 302 s., 314, 321, 327; L. Coletti, Cima da Conegliano, Venezia, 1959, 57, 91; R. Pallucchini, Un nuovo Strozzi, in Paragone 117 1959, 117, 39, 41; A. Ghidiglia Quintavalle, in Arte in Emilia, II, Parma, 1962, 52 s.; F. Heinemann, Giovanni Bellini e i belliniani, Venezia, 1962, I, 98-100; A. Ghidiglia Quintavalle, Il Boudoir di Paola Gonzaga Signora di Fontanellato, in Paragone 209 1967, 12; F. Rusk Shapley, Paintings from the Samuel H. Kress Collection, Italian Schools XV-XVI century, London, 1968, 61 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, in Arte in Emilia, IV, Parma, 1971, 40 s.; B.B. Fredericksen-F. Zeri, Census of Pre-Nineteenth-Century Italian Paintings in North American Public Collections, Cambridge, Mass., 1972, 48; F. Zeri, Italian Paintings in the Walters Art Gallery, Baltimore, 1976, I, 274-80; A. Tempestini, in Dizionario biografico degli Italiani, XXI, 1978, 327-329.

CASELLI FRANCESCO
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti Parmigiane, II, 262.

CASELLI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1499-post 1516
Figlio di Cristoforo e Antonia. Nel 1516 divenne organista della chiesa di San Sepolcro di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Tempestini, in Dizionario biografico degli Italiani, XXI, 1978, 327.

CASELLI PIER MARIA
Fornovo 1587
Fu Podestà di Borgo San Donnino nell’anno 1587.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo S. Donnino e i suoi capi civili, 1927.

CASERSICH ERMINIO, vedi CREMASCHI INISERO

CASINI AMEDEO
1867-Monte Spig 27 ottobre 1917
Figlio di Egisto. Cavaliere, colonnello comandante il 208° Reggimento Fanteria, fu decorato di tre medaglie d’argento al valor militare. Morì combattendo alla testa del suo reggimento, colpito in fronte dal fuoco nemico.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 6, 7 e 19 dicembre 1917, 27 gennaio, 1 febbraio, 27 ottobre e 29 dicembre 1918, 2 gennaio 1919; La Provincia Parmense 4 novembre 1918; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 66.

CASOLA GIACOMO
Parma seconda metà del XV secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XV secolo. Appartenne alla stessa famiglia di Pietro e Tommaso.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 103.

CASOLA PIETRO
Parma seconda metà del XV secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XV secolo. Appartenne alla stessa famiglia di Giacomo e Tommaso.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 102.

CASOLA TOMMASO
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo. Lavorò, in particolare, alla cappella degli Oddi nella chiesa di San Sepolcro in Parma. Appartenne alla stessa famiglia di Giacomo e Pietro.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 105.

CASOLI ALFREDO
Parma 26 febbraio 1864-Milano 31 maggio 1940
Studiò alla Regia Scuola di musica del Carmine di Parma, diplomandosi in flauto a vent’anni. Come d’uso, iniziò la carriera suonando nell’orchestra del Teatro Regio di Parma, prima come allievo della scuola poi ancora per un anno dopo il diploma. Continuò per dieci anni come primo flauto nelle maggiori orchestre italiane, raccogliendo il plauso dei direttori e dei compositori. Mascagni ebbe a scrivergli: Non è facile che vi sia un flautista che abbia tutte le qualità artistiche da lei possedute. Ed io, forse più d’ogni altro, posso dire ciò, avendolo ammirato nelle esecuzioni delle mie opere date dalla valorosa orchestra del signor Sonzogno. Massenet poi, dedicandogli un ritratto, si rivolse a lui come mon cher confrere, dopo averlo avuto nell’orchestra che eseguiva la prima italiana del Werther. Oltre che nell’orchestra milanese del Teatro Lirico, il Casoli suonò al Teatro Municipale di Modena sotto la direzione di Emilio Usiglio, nella stagione che vide l’ultimo trionfo della Fosca di Gomes in Italia. Fu poi per due anni nell’orchestra del Teatro San Carlo di Napoli, ammirato come artista e come uomo (sono parole del compositore Spiro Samara), quindi al Politeama Garibaldi di Palermo e al Teatro Carlo Felice di Genova. Nel 1894, stanco di questo peregrinare, decise di partecipare al concorso al posto di docente di flauto al Benedetto Marcello di Venezia. A Venezia però il Casoli non andò. Prima che potesse partecipare al concorso, quella che allora era la più grande orchestra italiana, lo volle come primo flauto: il Casoli entrò così alla Scala di Milano dove rimase per più di un quarto di secolo. Toscanini, che lo ebbe flautista, così scrisse: Ebbi campo così d’apprezzarne le doti sue non comuni. Non esagero dicendo che è uno dei primi professori di flauto che abbiamo in Italia. Profondo conoscitore del suo strumento, il Casoli ebbe anche il merito di aver ideato e applicato al flauto delle chiavi speciali per una perfetta esecuzione dei trilli. Morì in un incidente stradale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 29 aprile 1987, 3.

CASOLI RAINERO
-Cremona 1312 o 1313
Fu Canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 1282 e poi Arciprete. Fu nominato Vescovo di Cremona il 24 aprile 1296.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 270.

CASOLLA LAGERIO, vedi CASSOLA LAZZARO

CASONI FILIPPO
Sarzana 1599-Borgo San Donnino 22 luglio 1659
Nacque da Pietro, patrizio sarzanese, e dalla nobildonna Elena Landinelli, figlia del governatore di Spoleto e sorella di monsignor Vincenzo Landinelli, vescovo di Albenga, nunzio apostolico in Portogallo e vicario della Basilica Vaticana. Il Casoni rimase orfano del padre all’età i tre anni e fu allevato dalla madre ad ogni cristiana virtù e ad una soda pietà. Aveva quindici anni allorché lo zio monsignor Landinelli lo volle presso di sé a Roma perché intraprendesse lo studio delle lettere, della filosofia e delle scienze sacre. In seguito passò all’Università di Pisa, conseguendovi la laurea in entrambe le leggi. Introdotto dall’influente zio nell’ambiente ecclesiastico, seppe porsi in vista per le doti di ingegno, prudenza e rettitudine. Ventunenne appena, fu nominato dal pontefice Urbano VIII segretario della Concistoriale, carica che egli ricoprì con lode per trent’anni, fintanto che papa Innocenzo X lo elevò il 27 febbraio 1651 alla dignità episcopale, designandolo a reggere la cattedra di Borgo San Donnino. Il 12 marzo del successivo anno fu consacrato dal cardinale Giulio Roma. Preso possesso della sede il 18 aprile seguente, iniziò subito la sacra visita, allo scopo di porsi a contatto con la Diocesi e conoscerne i bisogni. Tra le varie iniziative che contrassegnarono questa importante opera di vigilanza pastorale merita di essere segnalata l’accettazione, da parte del Casoni, dei beni disposti nel 1634 dal sacerdote bussetano Giovanni Regantù a favore della mensa vescovile: contemplava l’obbligo per il vescovo pro-tempore di risiedere due mesi all’anno in Busseto o entro i confini di quella parrocchia. Il Casoni accettò la donazione, che in seguito fu privata di ogni valore, nel corso della sacra visita alla collegiata di San Bartolomeo e il 5 dicembre 1751 ne fu steso regolare atto dal notaio e cancelliere vescovile Stefano Tonarelli. Il Casoni, che fu vescovo assai dotto (fu per suo eccitamento che l’Ughelli scrisse l’opera Italia sacra et profana), giunse a Borgo San Donnino dopo che la diocesi era rimasta praticamente vacante per venticinque anni, essendosi monsignor Douglas Scotti allontanato dalla sua sede nel 1630 per attendere ad altri uffici senza più farvi ritorno e nemmeno rinunciare al mandato episcopale. Si trovò, quindi, di fronte all’impellente necessità di procedere a una vasta opera di riordinamento degli affari diocesani e di curare l’osservanza nel clero delle regole di disciplina e la retta amministrazione del sacro patrimonio, troppo a lungo trascurata. Antepose la ricostruzione spirituale a quella materiale, provvedendo alla prima con il promuovere ovunque sacre missioni e predicazioni e con l’esortare i parroci a incrementare l’istruzione catechistica ai giovani e agli adulti, e alla seconda con iniziative intese a dare un migliore assetto ai beni ecclesiastici. Nei documenti di curia si rileva che il Casoni si rese tra l’altro benemerito del Seminario, avendone migliorate le condizioni finanziarie e garantito il regolare funzionamento con l’ottenere del Pontefice la facoltà di assegnare all’Istituto i beni dei soppressi conventi di San Pietro in Polesine e dei Santi Lazzaro e Maddalena in Tinazzo di Monticelli d’Ongina. Il Casoni morì all’età di 60 anni, dopo soli otto di vescovado. La sua salma fu sepolta nel presbiterio del Duomo, di fronte alla cattedra vescovile. Allorché fu scoperta la finestrina che dalla cripta si affaccia sulla cappella dedicata alla Beata Vergine del Carmine ed essa venne ricondotta alla originaria struttura liberandola dal muro antistante che era delimitato dalle due colonne di sinistra situate nella stessa cappella, le spoglie del Casoni furono estratte dall’intercapedine che era venuta a formarsi tra le due pareti. Il vescovo Leonida Mapelli benedisse le ossa del Casoni, le quali, ricomposte, furono risepolte sul limite del presbiterio, in direzione dell’accennata finestrina. Per la circostanza si provvide a rimuovere la lapide recante una lunga iscrizione (riportata dall’Ughelli) commemorativa delle benemerenze del Casoni.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 103-106.

CASONI VITTORIO
Parma 1897
Fu assistente alla cattedra di botanica nell’Università di Parma. In collaborazione col professor Avetta scrisse Aggiunte alla flora parmense (Genova, 1897).
FONTI E BIBL.: P.A. Saccardo, Botanica in Italia, 1901, 29.

CASSANA GRISANTE
Borgo San Donnino 1738-Borgo San Donnino 1783
Pittore. Già P. Vitali (Le pitture di Busseto, Parma, 1819, 52) registra come perdute sue opere di soggetto sacro, mentre A. Ghidiglia Quintavalle (P. Balestra e G. Cassana, in Aurea Parma XL 1965, 176) in una Maddalena penitente, firmata e datata 1759, in collezione privata, scorge una propensione alla pittura veneta, soprattutto del Piazzetta, interpretata con una modesta ma personale sensibilità.
FONTI E BIBL.: R. Soprani-C.G. Ratti, Vite de’ pittori, scultori ed architetti genovesi, II, Genova, 1797, 12-17; G.B. Rossetti, Descrizione delle pitture, sculture e architetture di Padova, Padova, 1870, 196; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, a cura di M. Capucci, III, Firenze, 1974, 215; P. Brandolese, Pitture, sculture, architetture ed altre cose notabili di Padova, Padova, 1795, II, 94, 270; G. Campori, Gli artisti italiani e stranieri negli Stati estensi, Modena, 1855, 140 s.; G. Campori, Raccolta di cataloghi ed inventari inediti dal sec. XV al sec. XIX, Modena, 1870, 146; C. Gamba, in Il ritratto italiano da Caravaggio al Tiepolo alla mostra di Palazzo Vecchio nel 1911, Bergamo, 1912, 118; Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, A. Pinetti, Provincia di Bergamo, Roma, 1931, 256 s.; G. Delogu, Pittori minori liguri, lombardi, piemontesi del Seicento e del Settecento, Venezia, 1931, 61 s.; Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, W. Arslan, Provincia di Padova, Comune di Padova, Roma, 1936, 119 s., 149; N. Ivanoff, Intorno al Langetti, in Bollettino d’Arte XXXVIII 1953, 321 s.; W. Arslan, Pittura veneziana dal XIV al XVIII sec., Bergamo, 1958, 146; Il Museo Correr di Venezia, T. Pignatti, Dipinti del XVII e XVIII sec., Venezia, 1960, 57 s.; L. Mortari, B. Strozzi, Roma, 1966, 73; C. Donzelli-G.M. Pilo, I pittori del Seicento veneto, Firenze, 1967, 122; G.V. Castelnovi, in La pittura a Genova e in Liguria dal Seicento al primo Novecento, Genova, 1971, 143, 165 s.; G. Godi, Dipinti e disegni genovesi dal ’500 al ’700 (catalogo della mostra a Soragna), Parma, 1973, 17 s.; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, VI, 123; Enciclopedia Italiana, IX, 326; M. Chiarini, in Dizionario biografico degli Italiani, XXI, 1978, 433.

CASSANA LUCA CARLO NICOLÒ
Borgo San Donnino 6 gennaio 1706-
Nato da Grisante, zio od avo che fosse del pittore omonimo. Il Cassana fu alla scuola del Tagliasacchi, ma Scarabelli non conobbe sue pitture né prima né dopo la sua entrata nell’Ordine dei gesuiti avvenuta il 27 giugno 1729.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. VII, 35; Dizionario biografico degli Italiani, XXI, 1978, 433.

CASSANI ARTURO
Parma 2 agosto 1863-Rio de Janeiro aprile 1894
Fratello di Edgardo. Dal 1873 al 1881 studiò oboe, violino e armonia nel Conservatorio di Parma. Si distinse come violinista nelle primarie orchestre. Essendo dotato di ingegno non comune, si dedicò alla carriera del direttore d’orchestra, carriera che percorse in Italia (Ancona, 1883, Alba, 1886, Parma, 1887) e all’estero con plauso. Nel 1886 andò a Rio de Janeiro ove si fece apprezzare come direttore d’orchestra per spettacoli lirici e per concerti sinfonici. A Parma diresse al Teatro Reinach.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica 1931, 47.

CASSANI EDGARDO
Parma 9 marzo 1868-Parma 28 settembre 1936
Fratello di Arturo. Entrò come convittore nella Regia Scuola di musica di Parma nel 1879, diplomandosi (sotto la guida di Virginio Ferrari) in clarinetto nel 1886 con la lode, primo premio del Lascito Barbacini e attestazione di alunno emerito. Mentre era ancora allievo (1885-1886), fu maestrino della sua classe e, resasi libera la cattedra l’anno del diploma, fu nominato incaricato nel corso stesso. Nel 1890, vinto il concorso nazionale, fu assegnato a Parma dove prestò la sua opera di insegnante ininterrottamente fino al 1935. Studiò pure il contrabbasso. Fu un rinomato solista anche se svolse tutta l’attività artistica nella città natale (suonò nelle orchestre dirette da Toscanini, da Campanini, da Fano e da altri illustri maestri), dove esercitò pure come direttore d’orchestra alla Società dei Concerti e al Teatro di San Giovanni (1896). Compose diverse operette gioiose rappresentate a Parma durante le feste universitarie. Tra queste si ricordano la Tramelogedia ossia l’arte di far libretti, su parole di Antonio Ghislanzoni, eseguita al Teatro Regio di Parma nel maggio 1891 in due recite dirette da Amilcare Zanella, ancora allievo del Conservatorio, con un’orchestra formata da professori e alunni (libretto: Parma, Tipografia Ferrari e Pellegrini), e Gilda e Florindo ossia studi ed amori, su versi di Veracini e Campolonghi, rappresentata al Teatro Regio di Parma il 7 maggio 1897 e ripresa al Politeama Pisano nel maggio 1902.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica 1931, 47-48; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 45; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 97; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 90.

CASSANI FERDINANDO
Borgo San Donnino 1884-Monte Tomba 23 novembre 1917
Figlio di Giuseppe. Sottotenente di complemento del Reggimento di Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di un pattuglione di esploratori si portava arditamente fin sotto le trincee avversarie. Ferito una prima volta non abbandonava il combattimento e, primo, si slanciava ancora in avanti al grido di Savoja! finché non venne colpito nuovamente ed a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 34a, 2390; Decorati al valore, 1964, 43.

CASSANI FRANCESCO
Parma 1718/1731
Fu maestro di violino dei paggi dei duchi di Parma Francesco Maria e Antonio Farnese dal 5 luglio 1718 al 25 giugno 1731.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 186.

CASSANI PIETRO
Bardi 1848-1926
A diciotto anni si arruolò nei Cacciatori delle Alpi partecipando alla campagna risorgimentale del 1866. Modesto artigiano, fisicamente prestante, il Cassani nelle schiere garibalidine diede prove di eroismo e si guadagnò onorificenze. Espresse il desiderio di essere sepolto vestito dall’amata camicia rossa che indossò in ogni manifestazione patriottica con particolare orgoglio.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 giugno 1960, 3.

CASSI BATTISTA, vedi ANDREOTTI BATTISTA

CASSI MARIO
Fontevivo 15 marzo 1900-Argostoli 22 settembre 1943
Figlio di Giuseppe. Carabiniere della 27a Sezione Mista Carabinieri Divisione Acqui, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: Dopo aver partecipato a duri combattimenti contro soverchianti forze nemiche, veniva incaricato con pochissimi altri militari della sorveglianza di parecchie centinaia di prigionieri. Attaccato si opponeva al tentativo, da parte avversaria, di liberare i prigionieri stessi. Sopraffatto, infine, dopo accanita resistenza, veniva catturato e passato per le armi.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1956, Dispensa 46a, 4016; Decorati al valore, 1964, 49; Caduti Resistenza, 1970, 99.

CASSI PAOLO
Borgo San Donnino 25 aprile 1868-Milano 2 gennaio 1941
Figlio di Antonio, capoguardia comunale, ereditò dal padre, raccoglitore appasionato di memorie storiche locali, l’amore allo scrivere. Frequentate nella città natale le Scuole tecniche, a quel tempo ospitate nella soppressa Rocca, e conseguito il diploma, entrò a Modena nella pubblica amministrazione. Trasferito nel 1889 a Ferrara, l’anno successivo vi fondò e diresse il settimanale elettorale illustrato L’Ippogrifo, realizzando in tal modo il desiderio vivissimo di dedicarsi al giornalismo. In pari tempo collaborò a La Gazzetta di Ferrara e in seguito, nel 1891, a Novara, sua nuova sede di lavoro, entrò nella redazione di Savoia e de La Gazzetta di Novara. Passò quindi a Torino (1894), a Cuneo (1897) ad Arona (1898), occupato, nelle ore libere dall’attività di pubblico funzionario, a scrivere articoli per Il Folchetto, Il Capitan Cortese, L’Arca di Noè e La Sentinella di Cuneo, mantenendo inoltre una rubrica fissa di varietà e La Gazzetta del Popolo della Domenica, all’Arte di Trieste e inviando cronache al milanese Corriere della Sera. Il giornalismo lo pose a contatto con eminenti personalità del mondo culturale, scientifico e politico. Conobbe De Amicis, Carducci, Giacosa, Mariani, Turati, Cavallotti, Colajanni, Sacchi, Battelli e altri, con i quali entrò in consuetudine amichevole. A Milano, dove si stabilì nel 1901, ebbe parte considerevole nella fondazione della Federazione Postelegrafonici e dette il suo contributo di fede e la sua opera appassionata come redattore capo de L’Unione P.T.T., come consigliere del Comitato centrale e come rappresentante dei telegrafisti. Per suo impulso, il giornale raggiunse larghissima diffusione, svolgendo opera di persuasione, di civile concordia e di elevazione morale e culturale della categoria, mirando inoltre a una dignità di miglioramenti che erano allora faticose conquiste. Nel 1904 lasciò la pubblica amministrazione e ogni attività organizzativa per dedicarsi all’agricoltura in una tenuta acquistata nelle vicinanze di Milano. Ma a tempo libero continuò a scrivere, volgendosi però principalmente alla storia della non dimenticata città natale, della quale fu conoscitore profondo di vicende, proverbi e tradizioni. Negli ultimi dieci anni di vita, in particolare, lavorò attivamente intorno a una raccolta di memorie fidentine con cui si propose di concludere le pazienti ricerche che, quasi settimanalmente, andò pubblicando su Il Risveglio, Il Corriere Emiliano, Aurea Parma e Il Telegrafo di Livorno. La morte lo colse prima che avesse potuto dare alle stampe le sue Vecchie storie fidentine, la cui pubblicazione fu poi curata dai figli in un’edizione fuori commercio uscita dai torchi dello Stabilimento Tipografico de La Gazzetta dello Sport, in Milano, nel 1941. L’opera raccoglie solo in parte la sua copiosa produzione. Meritano particolare menzione gli studi per una revisione storica di Frate Gherardo, le note sulle fortezze borghigiane e quelle su Borgo San Donnino viscontea, le notizie sullo Zani, le apologie di Michele Leoni e del Pitetti Fanti e, tra le note d’arte, i carteggi sui rapporti tra Verdi e lo scenografo Magnani e gli studi sui teatri di Parma. Alla Civica Biblioteca di Fidenza donò la sua ricca raccolta di libri e il suo ritratto, esposto poi nella sala consiliare del Palazzo municipale.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fiorentina, 1961, 106-107.

CASSI PAOLO EMILIO
Parma XVII secolo
Fu architetto, disegnatore e incisore.
FONTI E BIBL.: A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 56; G. Capacchi-P. Martini, Incisione in Parma, 1969.

CASSIA CATULLA
Parma I secolo d.C.
Figlia di Lucius. Liberta, dedicataria, insieme al liberto T. Sallustius Pusio, di un’epigrafe di marmo bianco di Verona databile al I secolo d.C. destinata anche al figlio Gavius Lalus, pure liberto. Il nomen Cassius, che ricorre in altre quattro epigrafi parmensi ed è ricordato anche per un longevo di Parma da Flegonte di Tralles, è documentato con alta frequenza in tutta la Cispadana. Nella Tabula Veleiate due sono i fundi denominati Cassiani. La gens Cassia era diffusissima anche nelle regioni traspadane. La presenza di tale nomen potrebbe essere riconducibile, oltre che al trasferimento di un ramo di tale gens in questo luogo al tempo della fondazione della colonia, a C. Cassius Longinus, Xvir nell’anno 173 a.C., operante in zona per l’assegnazione di terre non occupate in Liguria e Gallia a coloni romani e latini, e a C. Cassio Longino, console nel 171 a.C., Italia provincia obvenit, che fu anche attivo in Gallia. Catullus è cognomen caratteristico soprattutto delle zone celtiche, in esse ampiamente documentato, presente a Parma in questo solo caso.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 69.

CASSIA CLEMENS
Parma I secolo d.C.
Fu forse liberta, uxor di Sex. Cassius Mancia, cui pose un’epigrafe, poi perduta. Il nomen Cassius, che ricorre in altre epigrafi parmensi, è documentato con alta frequenza in tutta la Cispadana. Clemens è cognomen solitamente virile e come tale documentato, anche se sporadicamente, in Cispadana, frequente invece nel resto della Cisalpina. Esso è comune per schiavi e liberti. L’identità del nomen con il coniuge fa supporre che Cassia Clemens fosse liberta di uno stesso patronus, appartenente alla gens Cassia.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 70.

CASSINA UGO
Polesine Parmense 1897-Milano 1964
A Polesine Parmense compì le scuole elementari. Si trasferì ben presto a Parma, in seguito al trasferimento del padre, maestro elementare, alla scuola Angelo Mazza. Dopo le medie superiori, si iscrisse ai corsi universitari di matematica, interrompendo tuttavia tali studi per accorrere, quale capitano del Genio, a difendere la patria nella guerra 1915-1918. Il suo ardimento e il suo valore, sempre permeati di semplicità e modestia, gli procurarono diverse decorazioni: due medaglie e una croce di guerra al valor militare, un encomio solenne dal Comando della prima armata, una croce di guerra al merito con tre fascette, oltre alla medaglia della vittoria e dell’Unità d’Italia. Laureatosi dopo le vicende belliche, si dedicò all’insegnamento, vincendo, ancora in giovane età, il concorso per la cattedra di professore ordinario di Matematiche complementari presso l’Università di Milano. Col passare degli anni, la sua fama di illustre matematico crebbe in tutta Italia e anche Oltralpe, cosicché le più grandi Università (tra queste, Milano, Pavia, Parma, l’Accademia aeronautica di Napoli) se lo contesero come docente di matematiche complementari, di storia delle matematiche, di geometria analitica con elementi di proiettiva e di geometria descrittiva con disegno di analisi matematica. Tuttavia, per comprendere sino in fondo la forte personalità del Cassina, non si può dissociare la sua attività di grande didatta e matematico, con la sua costante dedizione allo studio di una lingua internazionale superiore allo stesso esperanto. L’interlingua divenne così la creatura che lo appassionò per tutta la vita, divenendo argomento di studio profondo, di discussione e di ricerca filologica, attività queste che sfociarono nella creazione, col professore Mastropaolo, dell’Accademia pro lingua, associazione filologica internazionale per lo studio scientifico di una lingua comune tra i popoli, basato sul principio vocabolario massimo, grammatica minima. Presidente di questa Accademia, il Cassina svolse una feconda attività in campo giornalistico, curando l’edizione della rivista internazionale Schola et Vita che si pubblicò a Milano negli anni antecedenti la seconda guerra mondiale, passando poi nel comitato redazionale della rivista scientifica Physis, di storia delle scienze, edita a Firenze. Nel campo più specificamente letterario, fu autore di vari lavori sul problema di una lingua ausiliaria internazionale, dando tra gli altri alle stampe, in collaborazione col professore M. Giliotti, il trattato Interlingua. Il latino vivente come lingua ausiliaria internazionale, edito nel 1945. Unanimamente riconosciuto e apprezzato sia in Italia che all’estero fu il contributo che il Cassina diede al progresso della scienza matematica con lo studio, compiuto durante la sua lunga attività di docente universitario, di nuove formule di sommatoria e di quadratura, della geometria descrittiva con le costruzioni del piano osculatore e del calcolo numerico elementare e superiore con i nuovi metodi per la risoluzione numerica delle equazioni.
FONTI E BIBL.: M. Castelli, in Gazzetta di Parma 20 settembre 1967, 4.

CASSINELLI ANGELO
Parma prima metà del XVII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, V, 368.

CASSINELLI ARISTO
Langhirano 28 settembre 1871-Parma 14 febbraio 1929
A Parma dal 1° maggio 1905 fu professore d’oboe e strumenti congeneri del Regio Conservatorio, nel quale in precedenza egli stesso fu allievo di Mori e Ricordano De Stefani. Riuscito valentissimo oboista, si dedicò alla carriera del professore d’orchestra, acquistando larga reputazione. Coprì infatti importantissimi seggi di virtuoso in orchestre, fu nel 1890 al Liceo di Barcellona e al Reale di Bucarest per stagioni d’opere e di concerti. Fece parte dell’orchestra di Toscanini nella tournée compiutasi in Italia con l’opera Falstaff (maggio 1893). Vinse per concorso il posto di primo oboe al Cristal Palace di Londra. Per spettacoli d’opera e concerti fu all’Opéra di Nizza, alla Scala di Milano (concerti Lamoureux), a Stoccolma, Aix-les-Bains, all’Imperiale di Varsavia, ove nel 1901-1902 insegnò anche nel Conservatorio, a Budapest e a Pietroburgo (primo oboe nel Teatro Imperiale). Fu l’oboe preferito di Wagner, che lo chiamava la mia prima donna e che varie volte lo invitò a Vienna a suonare per l’Imperatrice. Non ebbe rivali: una volta che vennero indetti i concorsi per le cattedre di oboe nei Conservatori musicali di Milano, Roma e Parma, li vinse tutti e tre sbaragliando ogni altro concorrente. Optò, naturalmente, per Parma e qui rimase dal 1905 fino alla morte. Fu anche compositore, oltre che solista di corno inglese. Forgiò valentissimi esecutori (Calestani, Castelli, Zavadini), che ne tramandarono l’eletta scuola. Ottimo compositore e teorico, pubblicò anche 6 Studi per oboe (ed. Ricordi) largamente adottati negli Istituti musicali.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 3, 1938, 171; Molossi, Dizionario biografico, 1957, 45; C. Melli, Langhirano nella Storia, 1980, 33; E. Gonizzi, in Gazzetta di Parma 1 marzo 1993, 5.

CASSIO DA PARMA
Parma 1470/1486
Nell’anno 1470 questo valentissimo calligrafo copiò Eusebii Pamphili historiam Ecclesiasticam ex Ruffini Aquilejensis interpretatione, adjectis in margine adnotatiunculis (f. 127, col. 2 del tomo 2° Manuscriptorum Codicum Bibl. Regii Taur. Athen). In fine al codice stanno le seguenti parole: Scripsit Cassius Parmensis pro Angelo Fassiolo Episcopo Feltrensi 1470 die III. Julii. Il codice contiene due opere: di Eusebio Panfilo Istoria Ecclesiastica (finisce nel foglio 164 recto) e di Cassiodoro l’Istoria Ecclesiastica tripartita (comincia nel 164 verso e finisce nel 367 recto). Il 10 dicembre 1476 il Cassio figura a Roma, quale libraio e miniaturista, addetto alla copia dei codici per la Biblioteca Palatina. Era ancora attivo nell’anno 1486.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 273; A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 78.

CASSIO DA PARMA, vedi anche CASSIUS CAIUS PARMENSIS

CASSIO ALBERTO CLEMENTE
Borgo Taro 1669-Roma 1760
Fu Canonico, dottore in entrambe le leggi, storico, archeologo e idraulico distinto. Visse lungamente a Roma, dando alla luce nel 1756, coi tipi Giannini e in due tomi, l’opera intitolata Il corso delle acque antiche portate da lontane contrade sopra quattordici acquedotti nelle quattordici regioni di Roma, e delle moderne in esse nascenti, con illustrazioni, dedicata al papa Benedetto XIV (Lambertini) e al cardinale Corsini. Dal Cicognara è detta opera preziosa, fatta con molto studio e dottrina. Nel 1755, pure in Roma e coi tipi di Angelo Rotili, pubblicò Le memorie storiche della vita di santa Silvia matrona Romana, madre del pontefice san Gregorio Magno. Cominciò a scrivere la storia di Borgo Taro ma la morte troncò il lavoro, del quale non rimasero che pochi fascicoli manoscritti e incompleti.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 114; G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 201.

CASSIO GAIO, vedi CASSIUS CAIUS PARMENSIS

CASSIO GHERARDO
Parma 1230
Figlio di altro Gherardo e zio di Salimbene de Adam. Il Cassio fu amante dell’eloquenza e si sforzò di farsi elegante e nobile dicitore. Credendo di fare cosa utile ai suoi compatrioti, scrisse un libro della maniera di ben comporre: Fecit librum de Dictamine, fuit enim magnus dictator nobilioris styli. Fu dunque il Cassio, intorno al 1230, scrittore di precetti retorici e poetici. Il suo libro è perduto.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 31.

CASSIO GIACOPO, vedi CASSIO JACOPO

CASSIO INMELDA
Parma 1201 c.-
Figlia di Gerardo e di Maria Aicardi e madre di Ognibene de Adam (frate Salimbene), la sua vita si svolse agli inizi del XIII secolo (il figlio Ognibene nacque nel 1221). Per sapere qualcosa sulla Cassio non rimane che ricorrere a quanto di lei lasciò scritto il figlio cronista. Questi, in un latino vigoroso per la palpitante aderenza alla lingua di tutti i giorni e con la confusionaria immediatezza di chi non ha nessuna nozione di metodo storiografico, attesta che ella era filia domini Gerardi de Cassio, qui fuit pulcher senex et, ut puto, centenarius obiit, sepultus in ecclesia Sancti Petri. Quel dominus svela una significativa posizione sociale nella comunità in cui viveva. La Cassio ebbe tre fratelli: uno con lo stesso nome del padre, Gerardo, autore del libro De dictamine, sull’arte dello scrivere, poi Bernardo, che, all’opposto del fratello, fu homo illitteratus et simplex et purus, e Ugo, che si intendeva di lettere, fu giudice e assessore, homo magni solatii e nello stesso tempo rigoroso giurista, tanto che i podestà del Comune di Parma se lo portavano sempre appresso perché li assistesse in ogni controversia giuridica (ut esset advocatus eorum). La denominazione de Cassio indica una casata che da tempo si era stabilita in città, qualificandosi, però, per il luogo di provenienza: lo stesso Salimbene parla del casale illorum de Cassi, ex quibus mater mea processit, per citarlo come esempio del tramonto di famiglie illustri, perchè già ai suoi tempi quantum ad masculos totaliter est deletum. Tuttavia, nelle ulteriori informazioni che Salimbene fornisce a proposito della Cassio, ce n’è una che sembra rimandare a un recente e perdurante legame con la terra d’origine: è quando annota che la Cassio Semper volebat tenere in yeme amore Dei aliquam pauperculam mulierem de montanis, ut yemaret secum, cui victum et vestimenta prebebat, et nichilominus habebat pedissequas que faciebant servitia domum. Perché la scelta di compiere l’opera di carità, tipica di chi abitava lungo una strada di passaggio e di pellegrinaggio, cioè quella di fornire ospitalità gratuita, nei confronti non di donne di città (e di gente povera, dalla vita ancora più grama in inverno, anche Parma sovrabbondava), ma di donne de montanis ? Si potrebbe ipotizzare che la Cassio, benestante, pensasse in primo luogo alle proprie compaesane, di cui conosceva per diretta esperienza il quotidiano dramma dell’arrivare al giorno dopo, specialmente se tutto attorno imperavano neve e ghiaccio. Anche il nome Inmelda, di sicura ascendenza germanica e quindi longobarda, non si discosta dalla logica onomastica di una famiglia con radici sulla strada di Monte Bardone. Salimbene insiste nel presentare la Cassio come donna umile e timorata di Dio, dedita a frequenti digiuni e sempre pronta a elargire volentieri elemosine ai poveri. Il figlio assicura di non averla mai vista dare in escandescenze e tanto meno picchiare le serve. Rimasta vedova tra la fine del 1243 e il 1244, la Cassio pensò bene di chiudere i suoi giorni in un convento e fu proprio il figlio frate a ricevere da papa Innocenzo IV il documento scritto che autorizzò il suo ingresso nell’Ordine di Santa Chiara. Nel convento di Santa Chiara di Parma la Cassio morì e lì fu sepolta. La madre della Cassio era, come detto, Maria, rampolla di una delle famiglie più ricche e influenti della città di Parma, quella degli Aicardi, qui fuerunt in Parma iudices e abitavano presso la chiesa di San Giorgio. Salimbene la ricorda con compiacente ammirazione come pulchra domina et carnosa. Il marito della Cassio, Guido de Adam, non era alla sua prima esperienza matrimoniale: aveva avuto una prima moglie, domina Ghisla de Marsiliis, che gli aveva dato Guido o Guidone, diventato poi frate pure lui, e si era mantenuto anche una concubina di nome Rechelda, dalla quale aveva avuto Giovanni, magnus bellator. Guido de Adam prese parte alla quarta Crociata e fu prode cavaliere. Salimbene prima parla di tre sue sorelle femmine: Maria, Caracosa ed Egidia, pulchras dominas et nobiliter maritatas. In un altro passo Salimbene parla di quattro maschi figli di Guido de Adam, ma senza precisare chi ne è la madre: Guido, Guido Ade Nicola, Giovanni e lo stesso Ognibene. Dalla Cronica si può cogliere il dramma della Cassio, che forse capì e tollerò, benché a malincuore, la scelta religiosa dell’unico figlio maschio suo, Ognibene (fra’ Salimbene), e dovette far fronte, invece, alla furiosa reazione del marito. Dalle parole esasperate di Guido de Adam, riportate nella Cronica, traspare, almeno con funzione emotiva, l’immagine accorata della Cassio che attende il rientro a casa del figlio: Quid igitur, fili, matri tue dicam, que se incessanter pro te affligit? Ma lo sgomento disperato in cui cadde la famiglia de Adam per la scelta di Ognibene, dovette costituire un caso cittadino, perché Salimbene non può fare a meno di registrare quel che gli capitò a Pisa, mentre stava compiendo un giro di questua: gli si parò davanti una persona che lui non conosceva e che si presentò come parmigiano, che subitò inveì contro di lui perché andava cercando l’elemosina, mentre in casa sua avrebbe avuto di che dare abbondantemente ai poveri e che concluse la sua invettiva con un richiamo ai suoi genitori: Nam et pater tuus dolore consumitur, et mater tua amore tui, quem videre non potest, quasi de Deo desperat. In una successiva occasione si presentò a Salimbene una persona che gli comunicò: Il vostro babbo vi manda a salutare e la vostra mamma vi manda questo messaggio: vorrebbe rivedervi un sol giorno, e se le capita di morire il giorno dopo, della morte non si preoccupa. Salimbene ironizza su questo messaggio, che crede destinato soltanto a pervertirlo, e al quale rispose cum ira, ricorrendo a una espressione biblica di disprezzo: Pater meus Amorreus, mater mea Cethéa. Vi è poi un episodio che conferma una notevole e superba insensibilità di Salimbene nei confronti della Cassio. È quando egli narra del terremoto che il 25 dicembre 1222 sconvolse il nord Italia (passò alla storia come terremoto di Brescia, perché fu in questa città che causò i maggiori danni): Mia mamma aveva l’abitudine di raccontarmi che in occasione di quel colossale terremoto io stavo sdraiato nella culla, e lei ha preso le mie due sorelle, mettendosele una sotto un braccio e l’altra sotto l’altro, dato che erano ancora piccoline; me, invece, ha lasciato nella culla ed è scappata di corsa alla casa dove erano suo padre, sua madre e i suoi fratelli. Aveva, infatti, avuto paura che il battistero, che era vicino a casa mia, crollasse su di essa. Ed è per questo che io non le volevo particolarmente bene, perché avrebbe dovuto curarsi più di me maschio che delle figlie. Lei però si giustificava dicendo che erano più adatte ad essere trasportate perché erano un po’ più sviluppate di me.
FONTI E BIBL.: E. Bovaja, in Per la Val Baganza 1999, 18-23.

CASSIO JACOPO
Parma 1213
Fu mandato quale vicario imperiale dall’imperatore Federico nel 1213 a Pontremoli per mettere pace tra i ghibellini della città bassa e i guelfi della città alta, in fiera lotta tra loro. Mentre i ghibellini furono pronti a obbedire al Cassio, i guelfi divennero aggressivi e minacciosi. Il Cassio tentò dapprima ogni mezzo persuasivo, poi dovette stringere d’assedio la città alta chiededo all’Imperatore consistenti aiuti, data l’importanza strategica di Pontremoli. Aiuti che ebbe e coi quali sottomise i guelfi e allargò il suo vicariato su molte terre della Lunigiana.
FONTI E BIBL.: G. Sforza, Memorie e documenti da servire alla storia di Pontremoli, Firenze, 1904; Argegni, Condottieri, 1937, 75.

CASSIO JACOPO
Parma-Messina post 1256
Figlio di Ugone. Fu frate minore, predicatore e letterato. Così lo descrive fra Salimbene: In Ordine Fratrum Minorum fuit sacerdos, praedicator, et literatus, homo honestus, morigeratus, et bonus Religiosus, dictus Frater Jacobus de Cassio. In Sicilia obiit, ut puto in Civitate Messana.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 30-31.

CASSIO JACOPO
Cassio 1311
Fu Vicario dell’imperatore Enrico VIII in Pontremoli nell’anno 1311.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 490.

CASSIO JACOPO
Borgo Taro 1336
Fu giureconsulto assai stimato e arbitro tra Azzo Visconti, duca di Milano, e Francesco Scotti, Signore di Piacenza. Il Cassio pronunciò il suo lodo il 14 dicembre 1336 nel palazzo comunale, in pubblico e generale consiglio, presenti molti nobili milanesi e piacentini: Piacenza e distretto rimasero sotto il dominio di Azzo Visconti e la terra e il castello di Fiorenzuola andarono allo Scotti. Altre disposizioni di quel pronunciamento furono rogate da Alberto de Gazio e furono accolte con soddisfazione generale, onde cessarono immediatamente le ostilità. Del Cassio, il Locati lasciò scritto: Vir nobilis, sapiens, et discretus doctor Jacobus Cassius de Valdetaro, placentinus arbiter, et arbitrator, et amicabilis compositor inter Magnificum.
FONTI E BIBL.: A. Emmanueli, L’alta Valle del Taro, 1886, 131; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 144; G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 198.

CASSIO PARIDE
Borgo Taro 25 luglio 1784-post 1831
Figlio di Livio. Militare di carriera, ebbe il seguente stato di servizio: 1807 velite al servizio di Francia, 1813 sottotenente, 1815 aiutante di piazza a Busseto, 1816 sottotenente del Reggimento Maria Luigia. In seguito raggiunse il grado di tenente. Fece le seguenti campagne napoleoniche: 1807 Russia, 1808 Spagna, 1809 Grande Armata, 1810-1811 Spagna, 1813-1814 Germania. Venne ferito tre volte. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. A lui, con il Grossardi e il Daneri, fu affidato dal Governo Provvisorio l’organizzazione della Guardia Nazionale nel Valtarese. Dopo i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 19; G. Micheli, La partecipazione della montagna ai moti parmensi del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 3a, vol. 33 1933, 155; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 159; M. De Grazia, Lettera di Carlo III, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1969, 259.

CASSIO PARMENSE, vedi CASSIUS CAIUS PARMENSIS

CASSIO PIETRO MARTIRE
Borgo Taro-1769
Domenicano, svolse il ruolo di inquisitore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 218.

CASSIO SEVERO, vedi CASSIUS CAIUS PARMENSIS

CASSIO UGONE
Parma 1230
Figlio di Gherardo, fratello di altro Gherardo e zio materno di Salimbene de Adam. Professò egregiamente le buone lettere, cui aggiunse lo studio delle leggi, che esercitò in qualità di giudice e di assessore di vari podestà. Così lo descrive Fra Salimbene: Fuit litteratus homo, judex et assessor, homo magni solatii, et qui semper ibat cum Potestatibus, ut esset advocatus eorum. Hic habuit filium, qui in Ordine Fratrum Minorum fuit sacerdos, praedicator, et literaturs, homo honestus, morigeratus, et bonus Religiosus, dictus Frater Jacobus de Cassio. In Sicilia obiit, ut puto in Civitate Messana.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 30-31.

CASSIUS CAIUS LUCILIANUS
Parma IV/V secolo d.C.
Probabilmente ingenuo, dedicò un’epigrafe metrica all’alumna dulcissima Xanthippe sive Iaia. Il nomen Cassius ricorre in varie epigrafi parmensi ed è documentato con alta frequenza in tutta la Cispadana. Lucilianus è cognomen romano che deriva dalla gens Lucilia, diffusa soprattutto nei territori celtici ma documentata in Parma in questo solo caso e raro pure nel resto della Cisalpina. Esso potrebbe indicare il nome del genitore reale o adottivo, oppure quello di un precedente padrone. Molti sono i fundi Luciliani menzionati nella Tabula Veleiate. Una ingenua della gens Lucilia è documentata a Parma e un ingenuo, appartenente alla stessa gens, a Veleia.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 72.

CASSIUS CAIUS MAESIANUS
Parma II/III secolo d.C.
Fu probabilmente liberto, figlio secondogenito della liberta Maesia Chrysis e fratello di C. Maesius Grysogonus. Il suo nome figura in epigrafe funeriaria dedicata alla madre, documentata a Parma ma poi perduta. Il nomen Cassius ricorre in altre quattro epigrafi parmensi, cui se ne aggiunge una quinta incerta, ed è documentato con alta frequenza in tutta la Cispadana. Maesianus, cognomen con ogni probabilità derivato dal gentilizio materno, è documentato in questo solo caso in tutta la Cisalpina.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 73.

CASSIUS CAIUS PARMENSIS
Parma 73 a.C. c.-Atene 31/29 a.C.
La terra d’origine, ben attestata dalle fonti, che qualificano Cassius appunto come Parmensis, non fu certamente ininfluente sul suo orientamento politico. Nelle città della Cisalpina l’attaccamento alle nobili tradizioni repubblicane di Roma e alla libertà era assai radicato, almeno tra i ceti superiori (cui Cassius certamente appartenne): proprio per questo motivo Cicerone poté addirittura definire tale provincia fior fiore d’Italia e converrà ricordare, a esempio, che a Milano fu eretta e conservata fino sotto l’impero una statua di Bruto, vindice della legalità e della libertà. Ma proprio Parma è menzionata dallo stesso Cicerone nella XIV Filippica tra le città sicuramente legate al partito senatorio e in particolare egli si sofferma con orrore sulla distruzione della città e il massacro degli abitanti, che, fedelissimi al senato di Roma, erano stati trattati come nemici dalle truppe di Lucio Antonio. Anche dal punto di vista culturale la vita doveva essere piuttosto vivace se l’apporto dei Cisalpini alla letteratura latina fu in quest’epoca particolarmente cospicuo: basti pensare al veronese Catullo, al mantovano Virgilio, al transpadano Cornelio Nepote, al padovano Tito Livio e ad altri letterati meno famosi come i poeti Furio Bibàculo, cremonese, ed Elvio Cinna, probabilmente bresciano o il giurista, pure cremonese, Alfeno Varo. Essi iniziarono generalmente i loro studi nella propria città per concluderli e perfezionarli a Roma o a Napoli. Nella loro schiera si deve porre anche Cassius, che nell’antica colonia romana trasse alimento e stimoli per la sua formazione e maturazione spirituale. La sua famiglia risaliva forse alle origini stesse della colonia, fondata appunto da cittadini romani nel 183 a.C. In ogni caso la gens Cassia, a quanto risulta dalle iscrizioni, era assai diffusa nel territorio di Parma, come del resto in varie altre zone della Gallia Cisalpina. Si ignora l’anno di nascita di Cassius, tuttavia in base alla sua carriera politica, che era regolata da invalicabili limiti d’età, si può calcolare che egli abbia visto la luce l’anno 73 a.C. o poco prima, giacchè nel 43 a.C. lo si trova questore, carica cui non si poteva accedere in quell’epoca prima d’aver compiuto i trent’anni. Lo si può quindi considerare coetaneo, anche se un po’ più anziano, di Virgilio, che nacque nel 70 a.C. Non si hanno notizie nemmeno sugli anni della sua prima giovinezza. Presumibilmente percorse la carriera degli studi consueta ai figli delle famiglie facoltose: prima presso il maestro elementare (litterator) nel luogo natio e poi presso il grammaticus, che veniva scelto con cura tra quelli che in patria o nei centri vicini dessero maggiore affidamento. È probabile che la sua andata a Roma coincida con gli studi superiori presso il rètore. Se però è da credere a un tardo commentatore di Orazio, Cassius conobbe anche la filosofia e fu seguace dell’epicureismo (e questo lo avvicinerebbe ulteriormente a Virgilio che ebbe una formazione epicurea a Napoli presso il filosofo Sirone). Propensioni vagamente epicuree ebbe anche Orazio, sebbene non sia provata per lui la frequentazione della scuola epicurea. A ogni modo il rapporto di conoscenza, se non d’amicizia, tra Cassius e Orazio risale probabilmente al tempo della prima giovinezza, agli anni, cioè, in cui Cassius cominciò a mettersi in luce come poeta. Ben poco è rimasto della sua produzione letteraria, soltanto qualche isolato frammento. E tuttavia è sufficiente il titolo di una sua tragedia, il Bruto, che evidentemente rappresentava la storia gloriosa del mitico eroe romano che cacciò i Tarquini e liberò Roma dalla tirannide, per dare un’idea degli intenti che la sua opera poetica perseguì e degli ideali che egli coltivò. Si sa infatti che negli ultimi decenni della repubblica il teatro fu spesso un’occasione, specie con le riprese delle tragedie di Accio, per esprimere il proprio amore alla libertà e per attaccare più o meno velatamente gli uomini che apparivano una minaccia per la costituzione repubblicana. A Cassius spetta però il merito, a quanto pare, di aver rinnovato, sulla scia di Accio, quel filone letterario della tragedia politica, che perdurò fin sotto il principato. In quegli stessi anni venne maturando, tra gli sconfitti avversari di Cesare e tra gli stessi Cesariani insoddisfatti, un’opposizione dapprima soltanto incerta e priva di prospettive, che, divenuta più consapevole, sfociò nella congiura delle idi di marzo dell’anno 44 a.C. Non è forse un caso che l’unica citazione rimasta, del Bruto di Cassius venga da un Pompeiano militante, M. Terenzio Varrone, il celebre antiquario che, dopo aver combattuto Cesare in Spagna, fu costretto a sottomettersi e a rendere omaggio al vincitore ma conservò uno spiccato spirito repubblicano anche nei suoi tardi anni. Tra i contemporanei di Cassius soltanto Orazio accenna alle altre sue opere, ma in maniera veramente enigmatica. Nell’epistola 1.4 dedicata al poeta Albio Tibullo, che viveva appartato nella campagna romana presso l’antica Pedum, Orazio affettuosamente chiede all’amico che cosa mai stia facendo: passeggia per i boschi salubri della zona, tutto immerso nella filosofia morale (un po’ come faceva Orazio stesso proprio al tempo della composizione delle epistole) o sta scrivendo qualcosa che superi i componimenti (opuscula) di Cassius? Il riferimento a Cassius è stato variamente inteso: alcuni vi hanno colto una battuta scherzosa, presupponendo che le elegie di Cassius, cui Orazio allude, fossero considerate prive di qualsiasi pregio artistico, sicché la vittoria su di lui sarebbe stata scontata e senza gloria. Altri hanno pensato invece che Orazio faccia riferimento ai pungenti epigrammi, per i quali Cassius fu famoso. Però non vi sono indizi che possano far pensare a un Tibullo poeta epigrammatico (si tratterebbe anche in questo caso di una battuta scherzosa?). Nulla di per sé vieta, d’altra parte, di prendere alla lettera le parole di Orazio e presupporre che Cassius fosse un affermato poeta elegiaco, con cui Tibullo si doveva confrontare. Infatti il tono complessivo del breve indirizzo a Tibullo non fa pensare subito a uno scherzo (ma nemmeno l’esclude, se si tiene presente il verso finale, ove il poeta si definisce porcello del gregge di Epicuro). Questa interpretazione non appare comunque la più probabile, giacché soltanto nella compilazione umanistica, che si suole denominare Pseudo-Acrone, si legge: tra le sue opere (di Cassius) sono apprezzate le elegie e gli epigrammi. E si sa che i tardi commentatori solevano improvvisare le notizie, ricavandole dalla loro interpretazione del testo che venivano commentando. Tutto sommato sembra da preferirsi l’idea che il Cassius fosse noto al tempo di Orazio come poeta elagiaco, ma che le sue opere fossero considerate mediocri e presto dimenticate. Porfirione, che commentò Orazio all’inizio del III secolo, conosce soltanto le tragedie. Ed è probabile, in effetti, che per il suo carattere acre e pugnace, Cassius fosse più incline alla tragedia e all’epigramma che non all’elegia. In ogni caso si deve rivendicare a lui il merito non piccolo di avere introdotto nella letteratura latina, contemporaneamente e forse prima di Cornelio Gallo, il genere elegiaco (del quale Catullo fu il precursore). Nella capitale il Cassius dovette entrare in contatto con i personaggi più in vista: conobbe certamente Cicerone, come appare dalla lettera che a lui indirizzò più tardi da Cipro. Si trattò però di una conoscenza superficiale, improntata a stima e deferenza verso l’uomo autorevole. Un legame ben più stretto dovette avere invece col nobile Cassio Longino, il focoso Pompeiano cui forse lo univa, oltre che l’appartenenza alla stessa gens, anche un probabile rapporto clientelare e la comune fede epicurea: fu lui certamente che lo introdusse nella cerchia degli oppositori di Cesare. Uno sbocco naturale, del resto, per Cassius, dato l’orientamento politico che si è potuto intravedere anche nelle sue opere. Qui egli poté conoscere Bruto, l’uomo che per il suo lignaggio, le doti intellettuali, l’intransigenza dei principi, riscuoteva in Roma somma considerazione e che Cassio Longino, del quale era cognato, convinse della necessità del tirannicidio. In quella cerchia Cicerone, che non fece parte della congiura, fu considerato per le idee che professava (sia pure sommessamente, e fin dove era possibile sotto il regime di Cesare) un punto di riferimento ideale. In tal modo il Cassius, portatosi in Roma con le migliori speranze di una brillante carriera letteraria e politica, si collegò con un gruppo di persone ragguardevoli e decise a ristabilire in Roma la legalità costituzionale, ed entrò quindi nel complotto contro il dittatore. L’inclusione del suo nome nella lista dei congiurati (sebbene non in una posizione di spicco, data la sua giovane età e la sua origine provinciale), costituisce uno dei pochi dati sicuri della sua biografia ed è altrettanto certo che l’evento tragico delle idi di marzo segnò in maniera definitiva anche la vita di Cassius. Nei mesi successivi alla scomparsa di Cesare lo si trova ancora impegnato, come Orazio, nella lotta per l’affermazione delle forze repubblicane contro quelle dei continuatori di Cesare. Probabilmente a settembre, con Bruto e Cassio, anch’egli abbandonò l’Italia, ove non sarebbe più ritornato. Nel 43 a.C. fu questore nell’esercito di Cassio Longino, divenuto governatore della Siria. Il rapporto tra il governatore di una provincia e il suo questore soleva dar luogo a un legame particolarmente stretto e personale e in questo caso esso venne a consolidare una relazione che sicuramente già esisteva da tempo. In qualità di questore Cassius raccolse e comandò una flotta, compì qualche operazione militare e provvide alla riscossione delle imposte in Asia. Nella già ricordata lettera a Cicerone, scritta in questo periodo (giugno del 43 a.C.), egli parla di queste sue azioni belliche come di un servizio reso alla repubblica ed esprime la sua speranza nell’esito vittorioso del conflitto. Lo scritto è degno di nota anche per le smodate parole di ossequio e di lode che sono rivolte al vecchio statista in considerazione delle sue benemerenze politiche e per la vittoria di Modena. Dopo questa captatio benevolentiae, esagerata nel tono ma non priva di fondamento, Cassius avanza insinuanti richieste di un futuro appoggio quale riconoscimento dei suoi meriti e delle sue qualità. Il contenuto di questa parte della lettera potrebbe parere in contrasto con l’immagine dell’uomo fin qui delineata. In realtà questo atteggiamento non sorprende troppo in Cassius, giovane ambizioso, e simili mezzi in vista della carriera dovevano essere consueti nella società romana: per un homo novus, come Cassius, essi erano addirittura indispensabili. Impegnato in queste operazioni, Cassius non partecipò alla battaglia di Filippi. Egli si trovava a Rodi il giorno del primo scontro. Quando seppe della morte di Cassio Longino, salpò con la sua flotta e con trenta navi tolte ai Rodiesi, e a lui si unirono, dopo la morte di Bruto, anche le altre forze superstiti, per riprendere la lotta contro i triumviri. In seguito, tra la fine del 42 e la primavera del 41 a.C., egli raggiunse con una parte di queste forze Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, che con una forte flotta esercitava un potere incontrastato sulla Sicilia. Vi rimase probabilmente fino a quando Sesto fu sconfitto da Agrippa a Nauloco (anno 36 a.C.). Si sa che allora, con parecchi altri notabili, seguì Sesto anche nella fuga verso l’Asia, ove però Antonio mandò contro di loro una consistente flotta che annullò le speranze residue di salvezza: Sesto Pompeo, deciso a resistere, fu allora abbandonato da tutti, compreso il suocero Libone, perché la resistenza venne considerata inutile, e Cassius passò assieme agli altri dalla parte di Antonio. Questa defezione generale non può essere considerata un semplice atto di codardia: i vecchi repubblicani, viste ormai distrutte le proprie forze, tentarono probabilmente di salvare il salvabile, unendosi all’uomo che consideravano più affine per stirpe e animo alla nobiltà senatoria, vedendo il vero nemico da annientare nel giovane avventuriero amato dalla plebe, Ottaviano. Così già avevano fatto dopo Filippi il nobilissimo Valerio Messalla Corvino e molti altri. Per Ottaviano, Cassius nutrì un vero astio personale. Negli anni in cui fu presso Antonio in Oriente egli ebbe modo di partecipare alla lotta, per allora soltanto cartacea, tra i due potenti rivali, riprendendo a maneggiare da par suo lo stilo. E se non proprio in difesa della libertà, lottò certamente contro l’uomo che considerava il peggior nemico di essa. La sua caustica vena di polemista, esasperato per la sconfitta, si riversò dunque sull’aborrito Ottaviano, cui rinfacciò calunniosamente, secondo un costume assai diffuso quelle presunte colpe d’origine, che dovevano apparire irrimediabili. Il biografo Svetonio ha conservato almeno un frammento di libello in forma di lettera aperta, che dimostra quanto viscerale fosse l’avversione e il disprezzo di Cassius per l’erede di Cesare: La farina materna ti venne dal più rozzo mulino di Ariccia; la impastò con le mani insudiciate dal maneggio dei soldi il cambiavalute di Nerulo. Così Cassius si inserì nel gioco della propaganda di Antonio, infirmando il prestigio dell’avversario e rendendone più difficili gli indispensabili rapporti con la schizzinosa nobilità senatoria. La fine di Cassius fu tragica, naturale conclusione di una vita raminga e senza pace. Dopo la battaglia di Azio (anno 31 a.C.), quando Ottaviano rimase unico e incontestato signore dell’Impero, la sua lunga mano non risparmiò l’avversario irriducibile che tanto lo aveva combattuto e molestato negli anni precedenti. A opera, pare, di un ufficiale cesariano, Q. Azzio Varo, Cassius fu ucciso in Atene, ove si era rifugiato dopo la sconfitta. Sembra che Ottaviano stesso abbia ammesso o addirittura vantato quell’uccisione come l’ultima vendetta per la morte di Cesare. Anzi su questo atto conclusivo delle guerre civili fu posta tanta enfasi che lo si volle accompagnato da fenomeni soprannaturali. Si narrò infatti (a somiglianza di quanto si raccontava a proposito di Bruto e di Cassio) che pochi giorni prima dell’uccisione Cassius avesse visto più volte in sogno una figura cupa e impressionante, di dimensioni gigantesche, con barba incolta e lunghi capelli, che lo terrorizzò rivelandogli di essere il suo cattivo genio.
FONTI E BIBL.: Ha soltanto interesse per la storia della cultura la vecchia e superata monografia di G. Bonvicini, Saggio intorno alla vita, e le opere di C. Cassio, poeta parmigiano, Parma, 1779: fa segnare un deciso passo innanzi la trattazione dell’Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, Parma, 1789, 3-16, con le integrazioni del Pezzana (VI, 2, Parma, 1827, 13-19). Ma una trattazione modernamente critica si ha soltanto con A. Weichert, De Lucii Varii et Cassii Parmensis vita et carminibus, Grimae, 1836, che costituisce il punto di partenza per tutti i successivi studi; poco di nuovo porta A. Nicolas, De Cassio Parmensi poeta, ac praesertim de quibusdam apud Suetonium Tranquillum epigrammatis (Thesis Latina), Lutetiae Parisiorum, 1851; importanti invece le pagine dedicate a Cassius in W. Drumann, Geschichte Roms in seinem Ubergang von der republikanischen zur monarchischen Verfassung, II edizione di P. Groebe, II, Berlin, 1902 (ristampa 1964; I edizione dell’opera 1834-1844), 136-138, cui va soprattutto il merito di aver dimostrato assai verosimile l’attribuzione al Cassius di una lettera contenuta nell’epistolario di Cicerone (fam. 12, 13), dalla quale si ricava, tra l’altro, il prenome di Cassius, altrimenti sconosciuto; una buona e rapida sintesi, che rimane sostanzialmente valida, presenta O. Skutsch, in Pauly-Wissowa, RE III 2 1899, s.v. Cassius 80, coll. 1743-1744; cfr. ancora, per un’ulteriore messa a punto degli aspetti letterari, H. Bardon, La littérature latine inconnue, I, Paris, 1952, 327, 331; M. Jona, Cassio Parmense, in Atti Accademia delle Scienze di Torino. Classe Scienze morali, storiche e filologiche 97 1962-1963, 68-104, ha ridiscusso e vagliato le singole questioni connesse con la figura politica e letteraria di Cassius, giungendo a risultati più attendibili (a parte alcune imprecisioni); per una discussione approfondita sulle tragedie cfr. A. La Penna, Cassio Parmense nella storia del teatro latino, in Fra teatro, poesia e politica romana, Torino, 1979, 143-151; per una vivace presentazione di Cassius vedi anche F. Ghizzoni, Cassio Parmense letterato e politico, in Gazzetta di Parma 28 giugno 1965; Parma per l’Arte 1 1954, 31-33; B. Zucchelli, in Per la Val Baganza 8 1986, 156-159; M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 75.

CASSIUS CAIUS PUDENS
Parma II secolo d.C.
Libero, documentato da Flegonte di Tralles che lo annovera tra i longevi, vissuti cento anni, della città di Parma. La gens Cassia è documentata con alta frequenza in tutta la Cispadana e ben presente anche a Parma. Il cognomen Pudens (gr. ?ÉÕÅåɓɬɘV) è diffuso particolarmente in Italia e nelle province occidentali dell’Impero, testimoniato a Parma in un secondo caso.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 76.

CASSIUS LUCIUS POLLIA
Parma-Aquileia I secolo d.C.
Figlio di Caius. Libero, miles c(o)ho(rtis) (decimae secundae), morto all’età di ventisei anni, dopo sei di servizio militare, e sepolto ad Aquileia. Appartenne alla gens Cassia, diffusissima in tutta la Cisalpina e assai documentata anche a Parma. L’essenzialità dell’iscrizione e la mancanza del cognomen fanno propendere per una datazione al I secolo d.C.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 71.

CASSIUS SEXTUS MANCIA
Parma I secolo d.C.
Fu forse liberto, dedicatario di un’epigrafe, poi perduta, postagli dall’uxor Cassia Clemens. Il nomen Cassius ricorre in altre epigrafi parmensi ed è documentato con alta frequenza in tutta la Cispadana. Mancia, documentato, oltre che in questo caso, assai raramente in Cisalpina, è cognomen di probabile origine etrusca. L’identità del nomen con quello dell’uxor porta a supporre che Sex. Cassius Mancia fosse liberto di uno stesso patronus, appartenente alla gens Cassia.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 74.

CASSIUS STATIUS PANTHERISCUS
Parma V secolo a.C./V secolo d.C.
Fu probabilmente liberto, dedicante di un’epigrafe, poi perduta, alla giovane coniunx Caerelli[a] Veneria, morta non ancora sedicenne. Il nomen Cassius ricorre in altre epigrafi parmensi ed è documentato con alta frequenza in tutta la Cispadana. Pantherisc(us) è cognomen grecanico non documentato in Cisalpina. Delle due testimonianze epigrafiche di Roma di questo cognomen, una è relativa a un gladiator.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 74.

CASSOLA GARZIA
Borgo Taro 27 aprile 1869-Volterra 25 luglio 1955
Figlio primogenito di Carlo e Rosa Belli. La personalità e le convinzioni politiche del padre, magistrato e patriota pavese di tendenze radicali e massoniche, duumviro di Brescia durante l’insurrezione antiaustriaca del marzo 1849, dovettero esercitare un’evidente influenza sulla formazione giovanile del Cassola. Compiuti gli studi secondari e universitari a Pavia, il Cassola vi ottenne la laurea in giurisprudenza e in un primo momento fu avviato anch’egli alla magistratura, divenendo uditore giudiziario. Ma nel 1894 gli fu infine consentito di abbandonare la professione ed egli poté così dedicarsi interamente alla sua attività di giornalista politico. Nel frattempo a Pavia il Cassola si accostò al socialismo, collaborando al settimanale operaio La Plebe ed entrado a far parte del Circolo socialista pavese, disciolto nel 1894. Trasferitosi allora a Cremona, fu segretario della locale Camera del Lavoro e si impegnò presso la direzione de L’Eco del Popolo, il periodico di Leonida Bissolati. L’incontro con quest’ultimo risultò decisivo per l’attività politica e pubblicistica del Cassola: infatti, non solo il modello del socialismo bissolatiano influenzò la sua definitiva formazione ideologica, restando per lui il punto di riferimento più costante, ma egli, divenuto uno dei suoi più stretti collaboratori, finì per condividerne in seguito anche l’intero iter politico. Così quando Bissolati si spostò a Milano il Cassola lo seguì, nel 1895, entrando nella direzione del settimanale Lotta di Classe, organo socialista centrale del Partito dei lavoratori italiani, sulle cui colonne venne appunto fiancheggiando le posizioni teoriche e la linea tattica dei gruppi milanesi facenti capo a Turati e Bissolati. Oppostosi in un primo momento alla proposta di soppressione del giornale, profilatasi nel giugno 1896, all’interno poi della commissione preposta alla stampa, che dopo le indicazioni del congresso di Firenze in questo senso confermò Lotta di Classe organo centrale del partito, egli invece si astenne, mentre Bissolati espresso voto contrario. Infatti era già stata sollevata a più riprese la questione del giornale quotidiano, l’Avanti!, il cui primo numero uscì infine a Roma il 25 dicembre 1896, sotto la direzione dello stesso Bissolati. Anche il Cassola, dopo aver assicurato la propria collaborazione a Il Cadavere, settimanale satirico socialista che ebbe breve vita a Milano tra il novembre e il dicembre del 1896, si trasferì a Roma, dove divenne nel 1897 redattore capo del quotidiano socialista. Fu in seguito anche collaboratore dell’Avanti della Domenica, il periodico politico-letterario che sorse nell’anno 1903 con intenti divulgativi ed educativi. Scoppiati i tumulti di Milano del maggio 1898, a cui seguirono l’arresto di Bissolati e la repressione poliziesca che si abbatté praticamente su tutto il corpo redazionale dell’Avanti!, anche il Cassola fu arrestato e condannato. In seguito, nel 1901, entrò a far parte del comitato direttivo dell’Unione socialista romana e l’anno seguente fu delegato e relatore al congresso socialista di Imola, mentre tra il 1901 e il 1907 venne pubblicando numerosi articoli di attualità politica sulla Critica Sociale. A questo stesso periodo risale anche una sua intensa attività di traduttore, che torna assai utile per chiarire certi tratti populistici e riformisti del socialismo cassoliano. Nella prima direzione si possono vedere la traduzione, le note e i commenti delle sentenze e degli scritti di Paul Magnaud, il presidente del tribunale di Château-Thierry, che il 4 marzo 1898 assolse una donna rea confessa del furto di un pane dalla bottega di un fornaio, suscitando lo scandalo e la polemica dell’opinione pubblica borghese. Di particolare interesse risulta anche la lunga introduzione agli Studi socialisti di Jean Jaurès, dove il Cassola, delineata una breve storia del movimento socialista italiano, ne condanna l’uso violento della lotta di classe e il massimalismo della corrente rivoluzionaria, esponendo poi una sua strategia di collaborazione con i governi borghesi e una propria concezione gradualista del socialismo, inteso come continuità armonica e svolgimento naturale dell’ordinamento economico, politico e sociale capitalistico. Fu quindi del tutto conseguente la sua decisa presa di posizione in favore della tendenza riformista, una volta che si vennero accentuando sempre più i contrasti interni al partito. Appoggiò così la scissione della federazione di Milano operata nel 1901 da Turati, il quale dette vita all’Unione socialista milanese, e criticò l’ordine del giorno della direzione che più tardi, sulla base di un compromesso, impose la riunificazione delle due frazioni. Entrò in polemica con la decisione dello sciopero del settembre 1904 e abbandonò l’Avanti! nel 1903, quando Bissolati dovette lasciarne la direzione a Enrico Ferri. Fino al 1909 fu corrispondente da Roma del quotidiano milanese Il Tempo, di Claudio Treves, e de Il Lavoro di Genova, entrambi di ispirazione riformista. Lavorò, infine, presso L’Azione Socialista, il settimanale, anch’esso riformista, sorto a Roma in funzione precongressuale dal maggio al dicembre 1905 e diretto da Ivanoe Bonomi. Tutto ciò gli costò, nel luglio 1905, l’espulsione dall’Unione socialista romana insieme con Bissolati, Bonomi e altri, che per il momento fu revocata dalla direzione nell’ottobre. Ma poi, aggravatasi sempre più la frattura tra le due correnti e resasi insanabile con la definitiva espulsione di Bissolati nel 1912, il Cassola aderì alla scissione del Partito socialista riformista, costituitosi in quello stesso anno, entrando a far parte della direzione fin dal 1915 e restandovi confermato dal II Congresso tenutosi a Roma nel 1917. Allo scoppio del primo conflitto mondiale il Cassola, allora corrispondente da Roma del quotidiano radicale milanese Il Secolo, fu dapprima sostenitore della neutralità italiana contro un eventuale intervento a fianco degli Imperi centrali. Ma ben presto, già sul finire dell’estate del 1914, tutti i gruppi radicali e socialriformisti cominciarono a dichiararsi apertamente favorevoli all’Intesa e il Cassola finì per fare proprie le posizioni più oltranziste dello schieramento interventista, reclamando assai vivacemente l’inizio delle ostilità e la costituzione di un ministero forte di coalizione e di concordia nazionale, e ritenendo che dalla vittoria delle potenze democratiche avrebbe ricavato vantaggi la stessa causa della democrazia in Italia. Finita la guerra, ricoprì varie cariche presso l’Associazione della stampa e continuò per qualche tempo la sua attività di pubblicista, dapprima come redattore capo e vicedirettore dell’Epoca di Roma e poi come corrispondente de Il Mattino di Napoli. Alla morte di Bissolati fu tra i curatori dei suoi documenti, insieme con Bonomi e con la sorella Carolina Cassola, che era stata la compagna del leader socialista. Un’altra sorella, Ernesta, sposò il giornalista Luigi Campolonghi, il quale fu fuoruscito in Francia durante il fascismo. Ma in seguito il Cassola venne allontanandosi sempre più dalla politica attiva e finì col ritirarsi prevalentemente a Volterra, città natale della moglie, Camilla Bianchi, da lui sposata il 20 aprile 1901. Ne ebbe quattro figli, ultimo dei quali lo scrittore Carlo. Oltre all’attività giornalistica, il Cassola curò la traduzione delle seguenti opere: L. Tolstoj, La radice del male (Firenze, 1901), P. Magnaud, Il buon giudice e il diritto alla vita (con note e commenti, Firenze, 1901) e J. Jaurès, Storia socialista (in collaborazione con A. Schiavi e G. Pinardi, Roma, 1900-1901) e J. Jaurès, Studi socialisti (Milano-Palermo, 1903).
FONTI E BIBL.: E. Ferri, Il metodo rivoluzionario, in Il Socialismo, I, 1902-1903, 97-106; T. Rovito, Letterati e giornalisti italiani. Dizionario bio-bibliografico, Napoli, 1922, 89; L. Lodi, Giornalisti, Bari, 1930, 87; C. Lazzari, Memorie, a cura di A. Schiavi, in Movimento Operaio, n.s., IV 1952, 806; F. Turati-A. Kuliscioff, Carteggio, V, a cura di A. Schiavi, Torino, 1953, 326, 377; Bibliografia del socialismo e del movimento operaio italiano, I, Periodici, Roma-Torino, 1956, I, 73, 75, 81, 170, 527, e 2, 878, II, Libri, 2, 1964, 111, 292, e 3, 1966, 582; I periodici di Milano. Bibliografia e storia, I, Milano, 1956, 167, 219, 361; R. Colapietra, L. Bissolati, Milano, 1958, 31, 32, 34, 49, 66, 80, 99, 100, 107, 114, 224, 248, 280; M. Spinella, Politica e ideologia italiana, introduzione a Critica sociale, a cura di M. Spinella-A. Caracciolo-R. Amaduzzi-G. Petronio, Milano, I, 1959, L, LVI, e III, 151; B. Vigezzi, L’Italia di fronte alla prima guerra mondiale, Milano-Napoli, 1966, 170, 172, 405 s., 429, 430 s., 604, 808 s., 814 s.; G. Mammarella, Riformisti e rivoluzionari nel Partito socialista italiano, 1900-1912, Padova, 1968, 170, 189; R. Merolla, in Dizionario biografico degli Italiani, XXI, 1978, 515-517.

CASSOLA GIACOMO
Parma 1432
Calligrafo, vivente nell’anno 1432.
FONTI E BIBL.: Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria, Modena, V, pag. XIV della Prefazione; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 19.

CASSOLA GIACOPO o IACOPO, vedi CASSOLA JACOPO

CASSOLA JACOPO
Parma 1372/1403
Figlio di Gherardo e di Riccia da Cavriago. Calligrafo, nell’anno 1372 trascrisse l’opera di C. Svetonio Tranquillo Della vita di Dodici Imperatori e in fine della copia notò Jacobus de Cassola de Parma scripsit hunc librum ad laudam et gloriam Dei et status D.ni D.ni Nicolai Estensis Marchionis Domini generalis 1372. Questo codice in folio membranaceo dall’Este fu donato a messer Nanni degli Strozzi nel 1414 e nell’Ottocento Apostolo Zeno lo vide in proprietà dell’inglese Thomas Hobart. Nell’anno 1403 il Cassola fu a Ferrara come medico del marchese Niccolò d’Este.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli Scrittori, VI, parte 2a, 271 e 554; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 102; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 161; E. Scarabelli Zunti, Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 19.

CASSOLA LAZZARO
Parma ante 1488-Parma 1505
Iscritto al Collegio di Parma quale dottore in arti e medicina, entrò al servizio del nobile Achille Torelli, conte di Guastalla. Nel 1488 risulta tra gli Anziani della Squadra correggese e ghibellina del Comune di Parma. Salì notevolmente di fama, tanto che Taddeo Ugoleto, dotto bibliotecario di re Mattia d’Ungheria, gli dedicò nel 1499 la sua edizione delle opere di Ausonio (Opera Ausonii nuper reperta). Fu anche in amicizia con Giorgio Anselmi junior, che ne pianse la morte in un epigramma. Il 27 gennaio 1500, durante il priorato di G. Giacomo Carani, prese parte a una importante seduta per riformare gli Statuti del Collegio Medico, nella chiesa di San Pietro Martire ubi et in quo loco soliti sunt convocari et congregari pro negotiis prefati Collegii. Morì di febbre pestilenziale. Nella lapide in suo onore, si legge un epitaffio breve ma assai lusinghiero: M. Lazari Cassolae qui dum aliis vitam ope medica prorogaret illam ipse sibi immortalem comparavit.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 161; Parma nell’Arte 3 1965, 204 e 1 1970, 69; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 12 agosto 1986.

CASSOLA MACARIO
-Parma 1467 c.
Fu Vicario generale della Diocesi di Parma e prevosto della Collegiata del Battistero dal 1422 al 1447. Fu ancora professore di Decreti e fondò tre benefici: due nella chiesa di San Michele del Canale e uno in Battistero. Lasciò il diritto di collazione al prevosto per tempo e la nomina del Beneficio alla famiglia Cassola, che passò poi nelle famiglie Bergonzi e Bajardi.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi, I, 1856, 340; E. Guerra, La Collegiata insigne del Battistero di Parma, Parma, 1923, 74-76; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 222.

CASSOLA NICCOLÒ
Parma-Roma 1571
Figlio di Simone. Si dedicò agli studi di legge, che poi esercitò lungamente a Roma, dove in breve tempo divenne famosissimo avvocato. Favorì e protesse Scipione Cassola, figlio di un suo fratello.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 161.

CASSOLA NICOLÒ, vedi CASSOLA NICCOLÒ

CASSOLA SCIPIONE
Parma 5 ottobre 1516-Soragna 16 agosto 1581
Figlio di Ercole e di Giovanna. Studiò retorica e poesia, poi si diede alla medicina. Fu aggregato al Collegio dei Medici di Parma l’anno 1544. Invitato a leggere medicina nell’Università di Parma, ne divenne in breve Preside della facoltà di medicina. Fu pure valente poeta, onde fu accolto nell’Accademia degli Innominati (col nome di Ottuso). Domenico Ansovino, recitando in Parma nell’anno 1547 una sua orazione, così parla di lui: Exornant nunc vestram Juliam decem Medici, immo decem Hippocrates, decem Aesculapii, decem Apollines; inter quos floret hodie Scipio Cassola nostrae publicae Academiae Moderator accuratissimus, qui quidem quo junior, eo perspicacior videtur. Quamobrem jure optimo dicere possumus non modo gubernatione publicam Parmensem palestram illustrare, verum non minori famae celebritate publica naturalis Philosophiae lectione, quam singularis illa Bucca Ferrea paulo ante Bononiensem celeberrimam reddere, cujus de verissimis et non fictis, non umbratilibus laudibus multa in medium afferre possem, si ad id conficiendum modo idoneum mihi ocium vestra sine molestia dari perspicerem. Unum hoc tamen pace vestra optimi viri silentio non praeteribo, Scipionem Cassolam gravissimorum, sapientissimorumque virorum sententia Medicorum nullo, aut lectione, aut ingenio, aut industria esse inferiorem. Merito igitur Parma nunc Scipionem Cassolam perinde ac olim Athenae Acrone, Siracusae Menecrate, Aegyptus Oculario, Sicilia Epicharmo gloriari potest. Girolamo Calestani lo definì dottissimo e lo consultò per la stesura di un antidotario, stampato a Venezia nel 1576 e raccomandato per vario tempo come uno dei più sicuri (Osservazioni di Gerolamo Calestani Parmigiano). Anche Jacopo Scutellari lo celebrò, affermando tra l’altro che il Cassola fu medico del duca Ottavio Farnese. Nell’anno 1564 fu chiamato a consulto a Canneto per monsignor Santafiora. Nell’occasione ebbe una violenta disputa coll’anziano medico Gian Francesco Boccalino che non condivideva l’uso da parte del Cassola dei refrigeranti apposti esternamente alla parte del cuore per rimediare alle febbri putride. Fu a suo tempo tra i medici più celebrati e fu invitato per consulti anche a Milano e a Bologna. Nel 1581 fu chiamato a curare il Marchese di Soragna, ma poco dopo essere giunto in quella località morì, come si legge nei libri di spesa dei Canonici Regolari di San Sepolcro in Parma, i quali lo stipendiavano come loro medico. Nel sotterraneo del Duomo di Parma gli fu posta la seguente iscrizione: Scipioni Cassolae patritio parmensi philosopho et medico aetatis svae facile principi Sextilia Cantella vxor Et Hercvles fil. moestiss. posvervnt. Mole svb hac sitvs est illvstris gloria Parmae Scipio Cassolae gloria prima domvs. Qvi popvlo Parmae claris virtvtibvs avctvs principibvsqve viris nvminis instar erat. Obiit anno salvtis MDLXXXI die XVI avg. Vixit ann. LXV.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 161-164; Aurea Parma 2/3 1957, 109, e 3/4 1959, 188; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 12 agosto 1986.

CASSOLA SIMONE
Parma 30 giugno 1531-Parma 15 aprile 1594
Figlio di Alfonso e di Caterina. Lo zio Niccolò, che viveva in Roma e aiutò in più occasioni i nipoti, scrisse il giorno 25 ottobre 1543 al fratello Alfonso, esortandolo a far sì che il Cassola attendesse agli studi della grammatica perché meditava di farlo trasferire a Roma. Nel ripetergli lo stesso invito il 23 aprile 1548, disse di volerlo mandare a studiare giurisprudenza in Perugia, dove erano eccellenti professori. Il padre, in effetti, nell’autunno dell’anno seguente inviò il Cassola a Roma. Niccolò, scrivendo al fratello il 26 ottobre, dice: Viene questa per dirvi qualmente alli 24 dell’instante Ottobre gionse il vostro, adesso mio, Simone per la gratia de Iddio salvo e di buona voglia, qual starà per qualche giorni qua in Roma con meco, poi lo inviarò alla volta di Perugia. Il Cassola non passò immediatamente all’Università di Perugia ma studiò qualche tempo in Roma. Ben presto lo zio fu contento dei suoi progressi, tanto che l’8 febbraio 1550 così ragguaglia il fratello: Simone attende a studiare et farsi valenthomo, et poco abbisogna di monizione, perciò che studia tanto, che alle volte mi fa temer non incorra in qualche infirmitade; però molte volte mi conviene distorlo dal studio. Il Cassola si trasferì poi a Perugia e quindi all’Università di Bologna, come si ricava da una lettera di suo fratello Alessandro. Studiò prima lettere e filosofia e poi seguì i corsi di legge ottenendone la laurea. Una lettera scrittagli dallo zio Niccolò il 28 luglio 1555 lo mostra tornato allora in Parma, ma il Pico lo dice addottorato nelle leggi in Parma nell’anno 1554. È probabile invece che nel 1554 il Cassola fosse stato aggregato al Collegio dei Dottori di giurisprudenza, come lo fu a quello dei Medici nel 1565 per la filosofia. Ritornato a Roma, ebbe nel 1557 da papa Paolo IV il brevetto di un Cavalierato di San Pietro, con gli onori ed emolumenti annessi al medesimo, e poi da papa Pio IV (il quale lo ebbe tra i suoi familiari) ottenne un canonicato nella Cattedrale di Parma. Fu inoltre Conte Palatino e Penitenziere. Fu assai benvoluto dal vescovo di Parma Alessandro Sforza, dal quale ebbe l’incombenza di fare l’orazione preparatoria al Sinodo del 1564. Lo zio Niccolò, morto nel 1571, designò suo unico erede Paolo Emilio Cassio, nato da una sua sorella, il quale intimò ai fratelli Cassola la restituzione di tutti i beni. Alessandro Cassola, rispondendo al Cassio, tra l’altro afferma: So bene, che essendo io in Roma mi commise ch’io dovessi far portare di casa sua certi libri greci e latini, perché li occupavano la casa, quali diceva, che erano di M. Simone mio fratello; et così io li feci portar via con la scancia di sua saputa. I libri cui si accenna dovettero essere parte della copiosa biblioteca che il Pico afferma era stata radunata dal Cassola. Nel Sinodo di Parma del 1564 il Cassola è indicato col solo titolo di Dottore di Legge, ma documenti posteriori lo dicono laureato anche in teologia. Il Cassola, che conosceva latino, greco, ebraico e caldeo, fu innalzato nel 1566 alla carica di Vicario generale del cardinale Alessandro Sforza in luogo di Matteo Rinuccini. Nel 1568 lo Sforza lo condusse al Concilio provinciale di Ravenna, destinandolo a recitare nella seconda sessione un’orazione, di cui fa memoria lo storiografo ravennate Girolamo Rossi: In altera, quae tertio nonas Maii est habita, postquam sacris, et ceremoniis de more peractis, nomine Alexandri Sfortiae Cardinalis Parmensium Episcopi luculentam Orationem Canonicus Parmensis habuit. In quell’occasione il Cassola conobbe il canonico ferrarese Paolo Sacrati, del quale divenne amico. Quest’ultimo, poco dopo, gli scrisse la seguente lettera: Magnum certe ex profectione mea ad Synodum Provincialem Ravennaten. fructum cepi, Simo doctissime, primum quod contigit mihi te talem virum, tantisque non solum virtutibus, sed etiam virtutum insignibus ornatum de facie nosse: deinde, quod cum de negotiis, quae ibi tractabantur, una cum Collegis nostris Mutinensibus ac Bononiensibus ageremus, iisque praesertim, quae ad munus nostrum pertinebant, de excellenti doctrina tua, et omnium artium scientia, aliquid degustare mihi licuit. Cum enim celeritatis ingenii tui, et doctissimorum sermonum tuorum mihi venit in mentem, continuo fortunae subirascor, quae te a me tam cito sejunxerit, atque segregarit. Cum autem concionem tuam, quam in Synodo habuisti, ac tam venuste recitasti, ut omnibus nedum mihi magnae fueris admirationi, sententiarum gravitate, eloquentiaque refertam memoria repeto, amore tui ita inflammor, ut te cogitatione quotidie complectar absentem. L’anno seguente il Cassola fu infermo, come si ricava da altra lettera del Sacrati, che lo elogia per l’eleganza del suo scrivere latino: Accepi litteras tuas, optime Simo, et latine scriptas, et admodum eleganter. Da una successiva lettera del Sacrati, scrittagli nel maggio del 1571, si apprende come il Cassola fosse ancora Vicario dello Sforza, carica in cui lo conferò il successore, Ferrante Farnese, che volle vedere aperti gli atti del Sinodo dell’anno 1575 con un’orazione latina del Cassola recitata al clero. Il Cassola fu ascritto all’Accademia degli Innominati col nome di Imperfetto e qualche volta fece sentire suoi componimenti nelle adunanze, adempiendovi, come dice il Pico, tutte le parti, così nel disputare, come nel leggere, e nel comporre. Fece altresì uso della sua eloquenza per le orazioni funebri del duca Ottavio Farnese, del cardinale Alessandro Farnese e di Maria di Portogallo. Ebbe tomba nell’Oratorio della Steccata di Parma, di cui fu Priore, con il seguente epitaffio: Simoni Cassolae patritio parmen. sac. theolog. I. V. philos. doctori. lingvae lat. graec. heb. cald. perito eloqvemtia probitateq. insigni praedito. ecc. maior. canonico eqviti. ac comiti palat. ill. et rev.r dd. Alex. Sfortiae. et Ferd. Farnesii vic.° mensae. episcopalis theologo et poenitentiario oratorii hvivsce priori Hered. P. Obiit anno. MDVIC XVII kale. Maii aetatis svae LXIII. Dei suoi componimenti non rimangono che pochi saggi e scarse memorie.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 192-196; Aurea Parma 1 1958, 32, e 3/4 1959, 91.

CASSOLA SULPICIA
Parma 17 agosto 1501-Parma 1558
Figlia di Lazzaro e probabilmente pronipote di Francesco Cassola. Andò sposa (forse in seconde nozze) a Gian Pietro Vaghi, nobile parmigiano e notaio, a cui diede quattro figli. Fu donna di non ordinaria bellezza e dotata di molte virtù: seppe disputare di cose morali con molta dottrina e compose dei versi (il Liberati afferma che sue rime si trovano in un manoscritto della Biblioteca Palatina di Parma).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 106 e 2 1959, 108-109; A. Ceruti Burgio, in Malacoda 83 1999, 37-43.

CASSOLI CORNELIO BERNARDO
Parma 22 agosto 1606-Parma 21 luglio 1630
Figlio di Mario e Margherita. Frate cappuccino, chierico, fu vittima di carità verso gli appestati. Compì la vestizione il 21 maggio 1626 e la professione solenne a Faenza il 21 maggio 1627.
FONTI E BIBL.: Mussini, Memorie storiche, II, 40; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 424.

CASSOLI LAZZARO, vedi CASSOLA LAZZARO

CASSOLI SULPICIA, vedi CASSOLA SULPICIA

CASSOLI PORTA CORNELIO, vedi CASSOLA BERNARDO CORNELIO

CASTAGNETTI GIUSEPPE
Zibello 19 marzo 1840-
Figlio di Francesco, intendente dei marchesi Pallavicino. Forse, dopo la prima giovinezza trascorsa a Zibello, il Castagnetti si trasferì a Parma. Il padre, infatti, che era stato colpito da una grave malattia, dovette portare la propria residenza in città per poter contare su più pronte cure. Su quegli anni, comunque, mancano notizie certe. Nel 1859, a soli 19 anni, il Castagnetti, infiammato dagli ideali patriottici, fuggì da casa per raggiungere Garibaldi in Piemonte. Fu arruolato tra i Cacciatori delle Alpi, brigata Cosenz e assegnato al battaglione comandato dal maggiore Nino Bixio. In un biglietto del Castagnetti si legge: Arruolato il 3 maggio 1859 a Savigliano alla 7a compagnia, secondo battaglione, 9° reggimento da Varese allo Stelvio, per la campagna sotto il comando dell’eroico Bixio, congedato a Brescia il 14 agosto 1859. Una nota scarna, che nasconde però, nella sua semplicità, numerose e gloriose tappe: Varese, San Fermo, Como, Laveno, Camerlata, Bergamo, Brescia. Tornato a Parma, ai primi di maggio del 1860, quando Abba fu a Parma per reclutare giovani disposti a lanciarsi nell’impresa dei Mille, anche il Castagnetti fu tra i generosi che non ebbero esitazioni a rispondere all’appello. Qualcuno, però, informò il Governo provvisorio e il Castagnetti fu arrestato e rinchiuso nel carcere di San Francesco a Parma. La detenzione durò pochi giorni: la fuga dalle carceri fu organizzata dagli amici rimasti in libertà, che portarono vino e cibarie, in modo da ubriacare i carcerieri. Così il Castagnetti, con i compagni che erano stati arrestati con lui, poté fuggire da Parma e raggiungere Genova. I Mille avevano già preso la via della Sicilia e per raggiungerli i giovani dovettere attendere la seconda spedizione. Nell’isola, quando vi poté giungere, il Castagnetti combatté nella colonna Medici con il grado di furiere, che si era guadagnato nella campagna del 1859. Fu amico dei Cairoli, di Quadrio e di Faustino Tanara. A Volturno, facendo egli parte del piccolo stato maggiore della colonna Cosenz, durante l’infuriare della battaglia fu incaricato personalmente da Garibaldi di portare ordini ad altre formazioni, per rispondere alle mutevoli fasi dello scontro: il generale gli fece assegnare un cavallo per la rapida esecuzione della missione. Ritornato a Parma, per la terza volta si arruolò il 28 maggio del 1866 nel reggimento di Menotti Garibaldi e combatté l’aspra battaglia di Bezzecca. Nei periodi di pace il Castagnetti si adoperò con ogni mezzo a propagandare gli ideali aventi come fine l’unità d’Italia, incitando la gioventù parmense. Di lui si conservano i proclami firmati e diffusi clandestinamente per le vie di Parma. Per questa sua attività politica il 28 agosto 1865 venne eletto Deputato del Municipio di Parma per il 15° rione, comprendente i borghi e i vicoli Avvertisi, Fiore, Taschieri, Bertano, Marodolo, Fregatette, della Santissima Annunziata e Grossardi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 aprile 1961, 10.

CASTAGNI ENRICO
Parma 1862-Buenos Aires 1915 c.
Medico, laureato all’Università di Parma, andò in Argentina nel 1887 dove esercitò la professione. Dal 1911 abitò a Buenos Aires, dove morì poco tempo dopo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.

CASTAGNOLA ANNA, vedi SIMONETTA ANNA

CASTAGNOLA CESARE
Parma 1751/1779
Fu capitano delle truppe ducali di Parma dall’anno 1751 all’anno 1779.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1 1935, 546.

CASTAGNOLA GIOVANNI
Ajaccio 1730-Parma 1807
Dopo aver servito nell’esercito del Re di Francia come ufficiale del reggimento Reale Italiano, fu ammesso nell’esercito del Ducato di Parma col grado di capitano (1755). Forse conobbe il duca Filippo di Borbone all’epoca della guerra di successione d’Austria, quando l’infante stava combattendo in Francia contro il Re di Sardegna. A farlo entrare nel corpo parmense contribuì il comandante del Reggimento, sotto il quale il Castagnola aveva militato in Francia e altrove. Fu per molti anni al servizio della Corte ducale di Parma. Raggiunse il grado di Colonnello (1772 Tenente colonnello, 1774 Colonnello) e divenne poi Maresciallo di campo del Duca durante i primi anni di governo di Ferdinando di Borbone. Ebbe il favore del ministro Du Tillot e, poco appresso, quello di tutta la Corte, allora più franco-spagnola che italiana o parmense. Grazie ai favori del Du Tillot, il Castagnola ebbe dal Duca l’incarico di mettere ordine nell’eterogenea armata parmense. Egli svolse quelle mansioni con zelo forse persino eccessivo, ripristinando la disciplina a suon di punizioni e condanne anche capitali. Frequentò la corte e la villa del Pantaro poetando (in Arcadia fu Corsillo) e circondando di gelose attenzioni la marchesa Malaspina, in competizione col Frugoni e col Paciaudi. Nel 1771, mentre il ministro Du Tillot prendeva nottetempo la via della Francia, il Castagnola si avviò alla volta di Borgo Taro (17 giugno), dove assunse la carica di governatore (dal 1771 al 1793). Fu un periodo di esilio, in pratica, per il Castagnola, lontano dalla vita di Corte e isolato in un piccolo centro di montagna. Fu in stretto contatto epistolare con illustri personalità del Settecento e tenne un notevole carteggio con i ministri successori del Du Tillot. Di questi e altri documenti si servì poi Graziano Paolo Clerici per le sue Note di storie intime settecentesche (Parma, 1925), racconto storico sulla Corte ducale del tempo, incentrato appunto sulla figura del Castagnola. Il 15 maggio 1793, dopo ben ventidue anni di lontananza da Parma, rientrò nella capitale in qualità di Maresciallo di campo di S.A.I., la massima carica, sia pure solo decorativa, dell’esercito parmense. Il duca di Parma Ferdinando di Borbone con Privilegio 11 settembre 1783 lo creò Conte coi suoi discendenti (maschi da maschi) all’infinito. Fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità in Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1 1935, 546; Borgotaro e il ventennio di governo del Castagnola, in G.P. Clerici, Storie intime parmensi, Parma, 1925; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 344; Dizionario biografico degli Italiani, XXI, 1978, 542; U. Delsante, in Parma nell’Arte 1 1980, 82-83; L. Gambara, Le ville parmensi, 1966, 351-352; L. Farinelli, Paciaudi e i suoi corrispondenti, 1985, 69; Alla Regal Colorno, 1987, 97.

CASTAGNOLA GREGORIO FERDINANDO
Borgo Taro 1786-Parma 8 giugno 1858
Nacque da Giovanni, della nobile famiglia dei conti di Castagnola, originaria dell’isola di Corsica, estintasi nel 1886 con la morte del giovane nipote del Castagnola, Ferdinando. Dopo aver compiuto gli studi a Parma nel Collegio dei nobili, il Castagnola venne avviato alla carriera amministrativa: per parecchi anni fu responsabile delle finanze ducali. Nel 1831, però, allorché Parma, sulla scia di Modena e di Reggio, insorse inducendo Maria Luigia d’Austria ad abbandonare il Ducato, il Castagnola si dimise dall’impiego ed entrò a far parte, con Filippo Linati, Iacopo Sanvitale, Antonio Casa e Francesco Melegari, a cui si unirono successivamente Macedonio Melloni ed Ermenegildo Ortalli, del governo provvisorio, che si formò, per deliberazione del Consesso civico, il 15 febbraio. Il governo provvisorio parmense, all’interno del quale il Castagnola fu preposto alle contribuzioni dirette e indirette, al patrimonio e alla contabilità di Stato, nonostante annoverasse elementi propugnatori di idee decisamente innovatrici, come il Melloni, che nel novembre del 1830 aveva incitato gli studenti universitari alla rivolta e perciò era riparato per breve tempo in Francia, ebbe un carattere sostanzialmente moderato. Uomini come il Linati, il Melegari e lo stesso Castagnola, prudenti conservatori e fautori di un cauto riformismo, furono difatti alieni dall’assumere atteggiamenti che potessero apparire troppo rivoluzionari, anche in considerazione del fatto che gran parte del popolo era ancora profondamenta devota alla duchessa Maria Luigia. Non accettarono quindi di buon grado la nomina a comandante del 2° Reggimento di Fanteria del generale Carlo Zucchi che intendeva unificare, per la comune difesa, l’esercito di Parma con quello di Modena e Reggio. La presenza dello Zucchi sembrò comunque spingere il governo provvisorio a un atteggiamento più deciso: l’8 marzo, nonostante il voto contrario del Melegari, del Linati e probabilmente del Castagnola, venne emanato un proclama che con enfatici accenti esortava i giovani di Parma e Guastalla ad arruolarsi. Ma solo pochi giorni dopo, il 13 marzo, l’ingresso a Parma delle truppe austriache ristabilì in tutto il Ducato il potere legittimo di Maria Luigia d’Austria. Il governo provvisorio, nel cessare dalle sue funzioni, emanò un proclama, personalmente redatto dal Castagnola, con cui si invitava la popolazione a sottomettersi agli occupanti e a conservare l’ordine per non esporre la città a gravi pericoli. Il Castagnola, come la maggior parte dei suoi colleghi di governo, scelse la via dell’esilio e con il Casa e l’Ortalli si rifugiò a Bastia in Corsica. I processi che seguirono contro coloro che avevano fatto parte del governo provvisorio si svolsero con particolare mitezza e il Castagnola, grazie anche all’amicizia della moglie, la contessa Anna Simonetta, con la famiglia del commissario straordinario di Maria Luigia, il barone Vincenzo Mistrali, poté rimpatriare il 30 agosto 1831. Durante gli anni che precedettero gli avvenimenti del 1848, il Castagnola si dedicò essenzialmente agli studi letterari, avendo come maestro lo storico Angelo Pezzana. Fu in stretta corrispondenza con i migliori letterati piacentini del tempo, ottenendo egli stesso una discreta fama di poeta e prosatore. Il 20 marzo del 1848, all’annunzio che Milano era insorta, a Parma vi fu un tentativo di sollevazione che, sebbene presto sedato, fu sufficiente a indurre il nuovo duca Carlo di Borbone a trasferire i pieni poteri a una suprema reggenza (composta da Luigi Sanvitale, Girolamo Cantelli, Pietro Gioja, Pietro Pellegrini e Ferdinando Maestri) incaricata tra l’altro di stendere una carta costituzionale. Tra i suoi primi provvedimenti la reggenza istituì il 25 marzo una commissione, presieduta dal Castagnola, con il compito di formare il progetto di una legge municipale che corrispondesse ai principi ed alla forma di un governo rappresentativo. L’atteggiamento moderato assunto dai membri della reggenza nei riguardi di Carlo di Borbone indusse il Gioja a dimettersi per entrare a far parte del governo provvisorio di Piacenza che, formatosi dopo l’insurrezione del 26 marzo, di lì a poco votò la secessione da Parma. A sostituire il dimissionario piacentino venne chiamato dal Consiglio degli anziani il Castagnola che, il 29 marzo, due giorni prima di assumere tale incarico, inviò al Gioja una lettera in cui lo accusa di aver favorito la discordia tra Piacentini e Parmensi e di non aver concorso per municipali, ingiuste, inutili anzi dannose antipatie alla causa generale (Clerici, p. 29). La secessione di Piacenza e la diffidenza del governo sardo verso la reggenza parmense, emanazione del governo ducale, indussero il Castagnola e gli altri reggenti a dimettersi rimettendo a un anzianato l’incarico di formare un governo provvisorio. L’11 aprile il Castagnola, eletto con 83 voti su 85 al primo scrutinio, assunse la presidenza del nuovo governo, il quale risultò composto, oltre che dagli ex reggenti, da Giuseppe Bandini e Giovanni Carletti. L’8 maggio 1848 venne indetto il plebiscito per decidere dell’annessione di Parma al Regno di Sardegna, a cui favore si pronunciarono 37451 votanti su 39904. Ma gli insuccessi dell’esercito sardo e il successivo armistizio di Salasco portarono il 18 agosto 1848 all’occupazione di Parma da parte delle truppe austriache, mentre il 21 agosto da Weisstropp Carlo di Borbone dichiarò con un proclama nulli gli atti del governo provvisorio. Dopo la sconfitta di Novara (1849) il Castagnola, con i figli Cesare e Andrea e altri tra i più compromessi, scelse ancora una volta la via dell’esilio. Escluso dai provvedimenti di clemenza con cui il barone di Stürmer, governatore civile e militare di Parma durante il periodo precedente al trattato di Milano (27 aprile-9 agosto 1849), concesse il libero rimpatrio a molti implicati nelle vicende del 1848, il Castagnola poté far ritorno in patria solo in seguito al decreto di amnistia emanato il 23 agosto 1849 dal nuovo duca Carlo III di Borbone. Chiamato a rendere conto, unitamente agli altri membri della reggenza e del governo provvisorio, delle spese effettuate con il pubblico denaro, il Castagnola venne condannato a risarcire l’erario in ragione dell’ammontare dei propri beni (7 marzo 1850).
FONTI E BIBL.: E. Callegari, Due nobili parmensi vittime di un tirannello, Genova, 1921 (carteggio Castagnola-L. Sanvitali, 65-85); Documenti sul ripristino del Governo ducale dopo i moti del 1831 conservati nel Regio Archivio di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XXXII 1932, 80; I patrioti parmensi del 1831. Documenti del Regio Archivio di Stato di Vienna, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 3, II 1937, 124, 157; Le Assemblee del Risorgimento, I, Roma, 1911, 592-639 passim; G. Dalla Rosa, Alcune pagine di storia parmense, Parma, 1878-1879, I, 55 s., 58, 100, 108, II, 22 s., 40, 81 s.; E. Casa, I moti rivoluzionari accaduti in Parma nel 1831, Parma, 1895, passim; G. Sforza, Carlo II di Borbone e la Suprema Reggenza di Parma, in Nuova Antologia 1 novembre 1896, 121, 129, 1 dicembre 1896, 524; E. Casa, Parma da Maria Luigia imperiale a Vittorio Emanuele II (1847-1860), Parma, 1901, 53, 204, 206, 215, 271; E. Montanari, Parma e i moti del 1831, in Archivio Storico Italiano, s. 5, XXXV 1905, 42, 48, 90, 92; G.P. Clerici, La Suprema Reggenza e il Governo Provvisorio di Parma nel 1848, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XVI 1916, 1-103 passim; A. Del Prato, L’anno 1831 negli ex ducati di Parma, Piacenza, Guastalla, Parma, 1919, passim; Le carte del conte Gregorio Ferdinando de Castagnola, in Bollettino Storico Piacentino 3 1917, 97-104; O. Masnovo, I moti del 1831 a Parma, I, Parma, 1925, 6, 178; C. Di Palma, Parma durante gli avvenimenti del 1848-1849, Roma, 1931, 20, 36, 276, 282; T. Marchi, Il Governo Provvisorio parmense del 1831 (15 febbraio-13 marzo), in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XXXI 1931, 240, 246, 260; L. De Giorgi, G.B. Comaschi nelle sue pubblicazioni, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXXI 1931, 61 s.; G. Micheli, Corsica rifugio di esuli parmensi, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXXI 1931, 95-106; A. Galante Garrone, Il conte F. Linati capo del Governo provvisorio, in Archivio storico per le Province parmensi XXXII 1932, 94, 111 s., 123, 131; G. Mariotti, L’Università di Parma e i moti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXXIII 1933, 49, 82; C. Spellanzon, Storia del Risorgimento, II, Milano, 1934, 389, IV, 1938, 42 s., 472, VII, 1960, 148; C. Pecorella, I Governi provvisori parmensi (1831, 1848, 1859), Parma, 1959, 18, 61; G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, II, Milano, 1958, 175, III, 1960, 203; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, 1877, 103 s.; Dizionario del Risorgimento nazionale, II, 858; Ercole, Uomini politici, 1941, 14-15; M. De Marinis, in Dizionario biografico degli Italiani, XXI, 1978, 542-544.

CASTAGNOLI GIOVANNI
Borgo Taro 1864-
Fece gli studi di scultura prima a Parma e poi a Firenze. Espose alla Promotrice di Firenze del 1886 due suoi lavori di un certo interesse, uno dei quali rappresentante Un fanciullo dormiente e l’altro Un episodio del terribile disastro di Casamicciola. Anche a Venezia espose nel 1887 Il fanciullo dormiente, che ebbe successo. Lavorò anche a Parma (per alcune tombe) e in Sud America.
FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Dizionario artisti, 1892, 108; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 136.

CASTAGNOLI GIOVANNI, vedi anche CASTAGNOLI PIER GIOVANNI

CASTAGNOLI MARIO
Albareto 22 settembre 1924-Poggio di Montegroppo 13 settembre 1944
Partigiano della Brigata Barbagatto, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Giovane ardimentoso combattente, nel corso di una azione, evitava l’aggiramento della propria formazione portandosi da solo alle spalle dello schieramento ed aprendo contro di esso il fuoco con la propria arma automatica. Scoperto e fatto segno a concentrato tiro, cadeva al suolo esanime. Fulgido esempio di attaccamento al dovere e di spirito di sacrificio.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1962, Dispensa 39a, 3561; Decorati al valore, 1964, 15; Caduti Resistenza, 1970, 71.

CASTAGNOLI NINO, vedi CASTAGNOLI PIER GIOVANNI

CASTAGNOLI PIER GIOVANNI
Borgo Taro 2 marzo 1925-Monte Santa Donna 6 gennaio 1945
Figlio di Marco. Partigiano della 1a Brigata Julia, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Commissario di distaccamento facente parte di una pattuglia avanzata attaccata di sorpresa da preponderanti forze avversarie, per quanto conscio del pericolo cui si esponeva, accorreva in soccorso di un ferito, nel nobile intento di porlo in salvo. Colpito da una raffica di fuoco immolava la propria vita abbracciato al suo compagno di lotta. Luminoso esempio di solidarietà umana, di senso del dovere e di dedizione assoluta alla causa della Libertà.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1957, Dispensa 26a, 2122; Decorati al valore, 1964, 25; Caduti Resistenza, 1970, 71.

CASTALDINI LUIGI
Sissa 1893/1911
Caporale del 26° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Ferito di arma da fuoco alla spalla sinistra, non abbandonò il combattimento, seguitando a tenere il comando della propria squadra (Sidi Abdallah, Derna, 16 dicembre 1911).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

CASTAUD LUIGI
-Parma 18 novembre 1768
Suonatore di ballo, compare con questa qualifica nei ruoli dei provvigionati della Real casa di Parma dal 1° gennaio 1767 con l’annuo soldo di 2400 lire.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

CASTELBARCO CHIARA, vedi RANGONI CHIARA

CASTELLANI GIOVANNI GIACOMO
Parma 1464/1465
Laureato in legge, fu dottore dei Canoni. Nel 1464-1465 insegnò presso l’Università di Bologna per la lettura straordinaria del Volume. Pochi anni dopo fu Vicario generale della Diocesi di Parma (cfr. Pezzana, Storia di Parma, III, 295).
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 29; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 235.

CASTELLARI CAMILLO
Parma 1831
Oste al Portone di San Lazzaro, prese parte ai moti del 1831 in Parma. Nella scheda segnaletica che lo riguarda è detto: Altro di coloro che si distinsero nel 13 febbraio sia col disarmare le truppe sia coll’alzare grida sediziose sia coll’inalberare le insegne tricolori. Emerso incidentalmente nella procedura. Figura nell’Elenco degli Inquisiti di Stato ma senza requisitoria. Egli è un soggetto sempre meritevole di sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 154.

CASTELLARI PIETRO
Montechiarugolo 1831
Inquisito per aver preso parte ai moti del 1831, fu sottoposto a visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 155.

CASTELLI
Parma 1660
Incisore di stampe a bulino attivo nel 1660.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 81.

CASTELLI
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore fiorista attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 56.

CASTELLI ATTILIO, vedi CATELLI ATTILIO

CASTELLI BATTISTA
Parma 1583/1586
Fu cantore della Cattedrale di Parma dal 25 giugno 1583 al 7 luglio 1586.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

CASTELLI BARNARDO, vedi CASTELLI BERNARDO

CASTELLI BERNARDO
Parma 1760/1761
Intagliatore in legno, realizzò nel 1760-1761 il coro in San Martino a Erice (Trapani), definito nobile et magnifica struttura di Mastro Castelli del Ducato di Parma. Ammirasi in esso la magnificentia del disegno, la perizia delli mastri, la politezza del lavoro, opera invero degna di eterna lode.
FONTI E BIBL.: L. Gambara, In una cantoria di Erice (Trapani): splendido segno dello scalpello del parmigiano Bernardo Castelli, in Resto del Carlino 25 settembre 1958; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 226; Il mobile a Parma, 1983, 260.

CASTELLI CESARE
Parma 27 aprile 1822-post 1866
Studiò alla Ducale Scuola di musica di Parma dal maggio 1841, riuscendo buon secondo basso comico. Debuttò nel Carnevale 1844-1845 al Teatro Ducale di Parma e il 15 marzo 1845, nell’intermezzo di una commedia, cantò un’aria della Caterina di Cleves di Luigi Savi. Lavorò con buon successo per diversi anni (dal 1846 al 1856) in questo teatro e dalle carte di quell’Archivio risulta che nel dicembre 1848 chiese un sussidio, in quanto per i moti rivoluzionari l’attività teatrale si era ridotta, come pure si prestò come corista. Nel Carnevale 1845-1846 lavorò al Teatro di Reggio Emilia, mentre nell’ottobre 1866 fu don Bartolo in un Barbiere all’Argentina di Roma.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 43; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CASTELLI CESARE, vedi anche CATELLI CESARE

CASTELLI DOMENICO
1731-Bazzano 1783
Successe quale arciprete di Bazzano il 7 settembre 1763 a don Pietro Pacchiani. Una nota da lui posta all’inizio del Liber secundus renatorum informa della presa di possesso della parrocchia, avvenuta il 20 settembre 1763 e della prima messa celebrata nella chiesa parrocchiale nella festa di San Matteo, il giorno seguente. Figurano sotto di lui come cappellani o coadiutori diversi sacerdoti: Simone Ziveri, Ilario Costa dall’anno 1772 al 1774 e ancora negli anni 1776-1778, Lorenzo Ziveri nell’anno 1770, nel 1781 Antonio Majavacchi. Il Castelli resse la parrocchia venti anni. I nati da lui battezzati furono 294 (una media di 15 l’anno), più 8 battezzati da Simone Ziveri, i matrimoni 57 e i morti 209.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 35.

CASTELLI FRANCESCO
Parma 1679/1682
Fu musico di Corte a Parma dal 1679 fino al 14 gennaio 1682, nel qual giorno si licenziò.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

CASTELLI GAETANO
Parma seconda metà del XIX secolo
Architetto civile, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 37.

CASTELLI GIOVANNI
Parma 25 febbraio 1786-1821
Figlio di Giuseppe. Nel 1803 fu cadetto al servizio di Toscana. Nel 1806 fu promosso sottotenente, nel 1808 tenente (dal 1808 al 1810 partecipò alla campagna di Spagna) e nel 1812 capitano, membro della Legion d’Onore. Nel 1812-1813 fece parte della Grande Armata, nel 1814 fu al blocco di Wurzburg e nel 1815 prese parte alla campagna del Belgio, dove fu ferito. Diede allora le dimissioni dall’esercito, ma già l’anno seguente fu reintegrato nel Reggimento Maria Luigia di Parma col grado di capitano.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 19-20.

CASTELLI GIOVANNI
Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 39.

CASTELLI GUSTAVO
Parma-post 1883
Nell’ottobre 1883 era docente di oboe al Liceo Musicale di Bologna.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

CASTELLI ISABELLA, vedi DEL CAMPO ISABELLA

CASTELLI LUIGI
Parma 1918/1939
Fu apprezzato fabbricante di laterizi.
FONTI E BIBL.: A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 110.

CASTELLI NANDO
Case Uccellini di Roccalanzona 1926-Burla gennaio 1945
Nato da contadini, lasciò la famiglia per seguire le forze partigiane nell’ottobre del 1944 insieme ad altri del paese. Si stabilì a Pellegrino Parmense nella 31a Brigata Garibaldi Forni, dove svolse soprattutto mansioni di staffetta. Dopo una breve visita in famiglia nel Natale del 1944, ritornò a Pellegrino Parmense per continuare l’attività con i partigiani. Nel gennaio del 1945 venne catturato, nei dintorni di Pellegrino Parmense, picchiato a sangue e poi portato in località la Burla nel Piacentino. Il giorno successivo venne condotto in un casolare e fucilato in un fienile. I testimoni raccontarono che, lui ancora vivo, venne dato fuoco al fienile ove il Castelli spirò tra le fiamme. Nell’aprile del 1945 i suoi resti mortali vennero portati a Roccalanzona, dove venne seppellito. Il Castelli fu fucilato perché accusato di un comportamento politico non ortodosso. Tra i partigiani fu noto come Lupo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 gennaio 1990.

CASTELLI VINCENZO
Parma 18 aprile 1724-Parma 13 novembre 1805
Figlio di Nicola e Nicheronia Rovaschi. Fu Prevosto di Sant’Andrea, sommo teologo moralista e teologo della Diocesi di Parma al tempo del vescovado di monsignor Turchi.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 497.

CASTELLINA AQUILANTE, vedi UGOLINI CASTELLINA AQUILANTE

CASTELLINA ATTILIO
Parma 20 febbraio 1871-Parma 3 marzo 1924
Figlio di Romeo e Severina Veroni. Fu professore e Rettore nel Seminario di Parma dal 1908 al 1913, Canonico primicerio della Cattedrale di Parma, profondo conoscitore delle lingue greca e latina.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 196.

CASTELLINA FERDINANDO, vedi CASTELLINA FLAMINIO

CASTELLINA FLAMINIO
Parma 24 settembre 1749-Parma 31 maggio 1825
Di famiglia comitale, educato nel Collegio dei Nobili in Parma, divenne frate cappuccino. Compì a Carpi la vestizione (24 aprile 1773) e, un anno dopo, la professione solenne. Fu predicatore celebre, lettore di grande comunicativa, guardiano, definitore, socio del Collegio dei Teologi durante la soppressione dei regolari, esaminatore prosinodale (insieme con l’abate Mazza e il padre Porta, domenicano), ministro provinciale per molti anni (1792 e 1798-1820) e in tempi difficili. Fu religioso stimato e benvoluto dal duca Ferdinando di Borbone. Al Castellina specialmente si dovette la pronta riorganizzazione della provincia dopo la soppressione napoleonica. Oltre gli impegni di predicazione, per venti e più anni, mattina e pomeriggio, batté costantemente le vie di Parma portandosi quale confessore e direttore ora di questo, ora di quel monastero.
FONTI E BIBL.: Annuario Provinciale, VI, 22-25; A. Cerati, Opuscoli diversi, I, Parma, 1809, 154-159; Stanislao da Campagnola, A. Turchi, Roma, 1961, 14, 242, 306; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 328-329.

CASTELLINA GIACOMO ANTONIO FRANCESCO
Parma 15 settembre 1694-San Martino Sinzano 1760
Figlio di Alessandro e Caterina. Sacerdote di nobile famiglia parmense. Fu economo spirituale e quindi Prevosto della chiesa di San Martino Sinzano e Vicario foraneo del Vicariato di Collecchio. Durante i ventisei anni in cui tenne la Prevostura di San Martino, il Castellina compì numerosi lavori edilizi alla chiesa: arricchì il Sacrario, costruì la casa del campanaro e la torre, sulla quale pose due nuove campane. Istituì pure una fondazione affinché in quella chiesa fosse celebrata in perpetuo, nei giorni di festa, una messa dal cappellano. Come afferma una lapide marmorea che si trova sulla parete di fondo della chiesa di San Martino, il Castellina fu di animo pio e generoso, soprattutto con i più poveri della sua parrocchia.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 25 gennaio 1960, 3.

CASTELLINA GIOVANNI
Parma 18 settembre 1756-Parma 21 febbraio 1826
Figlio di Alessandro ed Elena Piroli. Conte, fu canonico della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 83.

CASTELLINA ROMUALDO, vedi UGOLINI CASTELLINA AQUILANTE

CASTELLINARD GIUSEPPE
Nizza Marittima 1773-post 1861
Il Castellinard appartenne a una famiglia nobile originaria di Nizza Marittima, all’epoca ancora inclusa nel Regno di Sardegna. Si trasferì a Parma verso la fine del XVIII secolo al servizio di Corte, seguendo le sorti del Ducato durante le vicende napoleoniche e ancora dopo la sua restaurazione. Nel 1823 fu insignito del titolo di Cavaliere dello Speron d’oro da papa Leone XII, indi (1832) del titolo comitale e di Cavaliere dell’Ordine di San Silvestro da papa Gregorio XVI, per la cordiale ospitalità usata dai Castellinard ai profughi prelati romani nel tempo della rivoluzione francese e per altri atti meritori presso la romana Chiesa, come risulta dal Breve apostolico dell’ultimo dei sunnominati pontefici. Intraprendente affarista ma amministratore disordinato, costituì dapprima una società con l’imprenditore edile Amedeo Rosazza, da cui poi si sciolse. Quindi acquistò tra il 1820 e il 1825 una tenuta a Gaione, ove iniziò la costruzione di una grandiosa villa, che per sopravvenute difficoltà finanziarie dovette vendere al violinista Niccolò Paganini. Prima di cederla, escogitò un tentativo di salvataggio indicendo una grande Lotteria de la belle Ville Gaione (1826) che ottenne un notevole successo, ma che non riuscì a sistemare le ingarbugliate finanze del Castellinard. Dopo l’acquisto del palazzo già del Petrarca in Parma, il Castellinard procedette a notevoli lavori di restauro. Una lapide da lui apposta nel primo ripiano della scala informa che egli fece scoprire un largo affresco di Madonna con Santi ivi esistente, attribuito al Correggio. Il Castellinard fece pure erigere nel 1836 presso la fontana della Vergine antelamica (che si ammira nel giardino) un busto marmoreo al Poeta con l’iscrizione Francesco Petrarca possedette e abitò questa casa che Peppino Castellinard di Nizza ha restaurato. MDCCCXXXVI. Il busto e l’iscrizione furono poi rimossi. Il duca di Parma Carlo di Borbone lo confermò il 3 febbraio 1851 nel titolo di conte. Sposò una Bergonzi. Rimasto senza figli, morti tutti in tenera età, ottenne (4 settembre 1861) di trasmettere il titolo al nipote del fratello Adolfo.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 369; Palazzi e casate di Parma, 1971, 470-471.

CASTELLINARD PEPPINO o PEPPIN, vedi CASTELLINARD GIUSEPPE

CASTELLUCCI DANTE
Sant’Agata 6 agosto 1920-22 luglio 1944
Partigiano nella 12a Brigata Garibaldi Ognibene, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 71.

CASTIGLIONE IPPOLITA, vedi TORELLI IPPOLITA

CASTIGLIONE PIER ANTONIO
Borgo San Donnino-Milano 1491/1499
Scarsissime notizie biografiche restano del Castiglione, che, nato probabilmente a Borgo San Donnino, esercitò attività di editore e di libraio in Milano almeno fino al termine del XV secolo. Il Castiglione non fu mai tipografo, ma ricorse sempre ad altri per la stampa dei libri che decise di diffondere sul mercato. Fu perciò in relazione con i più noti artigiani milanesi dell’epoca: Antonio Zarotto, Filippo Cavagni, Giovanni da Onate, Cristoforo Valdafer. Dottore in giurisprudenza e assai esperto, se non studioso, di diritto, specializzò in questo la sua produzione, come si può vedere anche solo dal fatto che tutti i libri, tranne uno, attribuitigli dal Burger sono libri giuridici. Non sono rimaste notizie della sua famiglia: un fratello, Niccolò, compare come suo socio nel contratto stipulato tra i Castiglione, lo Zarotto, Gabriele Orsoni, Gabriele Paveri Fontana e Cola Montano il 4 giugno 1472, ma dopo di allora non viene più ricordato. La prima menzione che resta del Castiglione, in un atto del 20 maggio 1472 rogato dal notaio Menino Corbetta, lo mostra come socio finanziatore della compagnia stretta tra il sacerdote Gabriele Orsoni, Gabriele Paveri Fontana, Cola Montano e il tipografo Antonio Zarotto, per la durata di tre anni, con lo scopo di stampire e far stampire Libri. Il Castiglione si impegnò ad anticipare cento ducati per impiantare quattro torchi che continuamente se facciano lavorare. Avrebbe partecipato agli utili concorrendo alla divisione, in parti uguali con gli altri soci all’infuori dello Zarotto, dei due terzi del guadagno. Mentre fu tassativamente previsto che nessuno dei soci potesse avere qualsivoglia rapporto di lavoro con altri tipografi, a esclusione dello Zarotto, per il Castiglione venne contemplata l’eccezione di poter fare stampare da chi volesse, uno o doi Volumi e non più, per sua specialità, a condizione però che avesse prima offerto alla società di assumere l’edizione di queste opere e non fosse riuscito a ottenerne l’assenso. I successivi patti del 4 giugno 1472, che gli studiosi sostanzialmente unanimi interpretano come chiarimento e appendice del contratto del 20 maggio, mostrano quanto stesse a cuore del Castiglione l’editoria giuridica. Egli si impegnò infatti a finanziare l’impianto di altri tre torchi per stampire libri in iure civili e in medicina e in iure canonico, mentre dal canto loro i soci avrebbero dovuto evitare la pubblicazione con i loro quattro torchi di alcuna opera in le tre dicte facultà senza licentia expressa e consentimento dei fratelli Castiglione. Si assiste forse a una diversa valutazione, all’interno della società, delle necessità e possibilità di assorbimento di libri del mercato milanese, in seguito alla quale si lasciò al Castiglione la responsabilità di occuparsi della produzione collegata con l’insegnamento di diritto e medicina. I risultati concreti non furono tuttavia molti: fino al 1475, lo Zarotto non pubblicò nessun libro di diritto e solo uno di medicina, senza tuttavia menzionare il Castiglione che pure generalmente curò che i colophon ricordassero la sua iniziativa e il suo finanziamento della pubblicazione. In seguito, tra il 1478 e il 1484, il Castiglione fu socio di Ambrogio Caimi, sempre per la pubblicazione di testi di diritto civile e canonico e di procedura. Per circa due anni, dal 1480 al 1482, i due furono in rapporti commerciali con la nota società di edizione e commercio librario di Giovanni da Colonia, Nicolò Jenson e compagni, con sede a Venezia. Ma i rapporti non furono tranquilli, al punto che si ebbero strascichi processuali e si dovette ricorrere a un arbitrato, che fu eseguito, stando almeno alle lamentele del Castiglione, con qualche difficoltà. Dagli accordi del Castiglione con Filippo di Lavagna del 1490 risulta che egli estese la sua rete commerciale e intrattenne rapporti regolari, a mezzo di agenti, con le altre piazze europee importanti nel commercio librario, come Lione, Venezia e Francoforte. In seguito non si hanno piò notizie del Castiglione.
FONTI E BIBL.: G. Sassi, Historia literaria-typographica Mediolanensis, in F. Argelati, Bibl. script. Mediol., I, Mediolani, 1745, pp. CIII, CVII, CCCCXLVII-CCCCLII; E. Motta, Di Filippo di Lavagna e di alcuni altri tipografi-editori milanesi del Quattrocento, in Archivio Storico Lombardo, s. 3, XXV 1898, 42-45, 59-66; K. Burger, The printers and publishers of the XV century with lists of their works. Index to the Supplem. to Hain’s Repertorium bibliographicum, Berlin, 1926, 373; E. Pastorello, Bibliografia storico-analitica dell’arte della stampa in Venezia, Venezia, 1933, 90; L. Ferro, in Dizionario biografico degli Italiani, XXII, 1979, 97-98.

CASTIGLIONI
Parma 1723/1752
Fu suonatore della Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1723 al 3 maggio 1752.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

CASTIGLIONI DOMENICO
Zibana 1825-Parma 13 giugno 1910
Conseguita la laurea in legge, venne abilitato all’esercizio dell’avvocatura ma si limitò a portarne il titolo. Il suo nome va ricordato per la cura costante degli interessi della montagna e perché il Castiglioni fu il primo sostenitore della linea ferrata da Spezia a Parma per la Val d’Enza. Sin dal 30 gennaio 1864 mandò una lunga lettera a tutti i comuni interessati chiedendo uno stanziamento straordinario per la compilazione del progetto e un’offerta per acquisto di azioni per costruire la ferrovia stessa. Dichiarata dal governo necessaria e urgente la congiunzione della Spezia colla Valle del Po, il Castiglioni sostenne che per motivi economici, commerciali, strategico-militari, equitativi, debba essere prescelta la linea d’Enza che è la più breve fra i due punti estremi che si vogliono toccare, e per di più accenna e si coordina al suo prolungamento fino al gran quadrilatero destinato ad essere il baluardo d’Italia contro le prepotenze del Nord, traversa l’Appennino nel punto il più depresso che possa incontrare, solca anguste valli dominata da alture erte e cospiranti da rendere facile e di lieve dispendio la difesa, dischiude tesori inesplorati al commercio su monti che mai non ebbero mezzi adatti di circolazione, infine stabilisce quell’equilibrio di trattamento, quel raddrizzamento di passati torti che ogni regime bene ordinato deve ricercare. Coll’aiuto dei fratelli Basetti, cominciò a inviare lettere a ogni autorità competente, con deliberazioni e richieste di tutti i Comuni aderenti e con pubblicazioni nelle effemeridi politiche. Al suo primo articolo, Ferrovia dalla Spezia al Po, scritto il 13 dicembre 1856 sulla Gazzetta di Parma, parecchi altri seguirono, per diversi anni e in molti giornali. Le polemiche, anche assai vivaci, si intavolarono specialmente con quanti sostenevano il tracciato per Val di Taro e Val di Magra. La questione parve per un momento mostrare una possibilità di riuscita quando l’ingegner Sacerdoti, convinto dal Castiglioni (che fu spesse volte a Torino e a Firenze a perorare la sua causa), per eliminare le difficoltà tecniche progettò di costruire le due rampe ascendenti dalla Val d’Enza e dalla Val Taverone col sistema Agudio e ne fece la proposta di esperimento alla Provincia di Parma, chiedendo il concorso di mezzo milione. Il Castiglioni, che era da vari anni consigliere provinciale, presentò in occasione della lettura di una relazione sulla Parma-Spezia, nella seduta del 14 settembre 1869, il nuovo progetto chiedendo che intorno a esso si riferisse prima della chiusura della sessione. Vennero così aggiunti due membri alla commissione per nuovi studi e tra essi venne scelto lo stesso Castiglioni. Ma nonostante la relazione abbastanza favorevole della Commissione, il Consiglio Provinciale nella seduta del 29 marzo 1870, dopo aver mantenuto ferma la delibera 9 ottobre 1869 che demandava a un Consorzio tra Comuni e Provincia la costruzione della strada dal Pastorello al confine massese, approvò un ordine del giorno di Biagio Basetti che affermava che la domanda di concorso doveva essere presentata al Consorzio. Il Castiglioni non mancò di opporsi dimostrando che con tale deliberazione la questione della ferrovia era senz’altro sepolta, ma essa fu approvata con 19 voti su 28 votanti. Questa duplice decisione ferì profondamente il Castiglioni che nella seduta del 30 marzo 1870 presentò le dimissioni, che vennero accolte. Il progetto della ferrovia fu infine lasciato cadere. Ritiratosi a vita privata, volle ricostruire le antiche torri geminate dei Castiglioni, già forte-castello dei Vallisneri di Vairo, e portò a termine l’impresa nel 1890. Il Castiglioni si presentò candidato nelle elezioni politiche del 1867, ritirandosi però prima della votazione a favore di Gian Lorenzo Basetti. La sua lettera Agli Elettori del Collegio di Langhirano contiene l’espressione di un programma fiero e indipendente.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Le Valli dei Cavalieri, 1915, 283-286; Gazzetta di Parma 5 agosto 1974, 11.

CASTIGLIONI FRANCHINO
Parma fine del XIV secolo-Milano 27 agosto 1462
Nacque da Pierantonio, di nobile e illustre famiglia milanese, e da Valentina Visconti. Compì gli studi giuridici e si addottorò in utroque iure, ma non risulta che abbia mai insegnato nell’Università di Pavia, come invece hanno sostenuto numerosi suoi biografi. La prima carica ricoperta dal Castiglioni fu quella di deputato alla Fabbrica del Duomo di Milano, nel 1418. In quegli anni Filippo Maria Visconti, duca di Milano, stava realizzando, dopo aver ottenuto l’investitura imperiale, la riconquista dei territori lombardi già appartenuti allo Stato visconteo e la diplomazia milanese ottenne un brillante risultato con la stipulazione, il 10 maggio 1419, del trattato con Genova. Quando nel 1422 il Duca, ottenuta la capitolazione di questa città, vi inviò quattro vicari, il Castiglioni fu uno di essi e rimase a Genova quale Governatore ducale dal 31 marzo al 5 dicembre. Alla fine di febbraio dell’anno successivo fu inviato ad cognoscendum, decidendum et terminandum rixas, lites a Crema, recuperata dal Visconti dopo che era stata abbandonata, il 25 gennaio, da Giorgio Benzoni. In un mese di soggiorno nella città assolse al compito affidatogli e provvide che il trapasso dei poteri si svolgesse senza turbamenti. Nel maggio successivo l’intervento del Duca di Milano a Forlì, giustificato dallo scoppio di tumulti nella città, di cui era signore il fanciullo Teobaldo Ordelaffi, affidato al Visconti dal padre, allarmò e insospettì la Repubblica fiorentina, che pure era legata a Milano dal trattato di alleanza dell’8 febbraio 1420. Per rabbonire gli alleati, il Castiglioni fu inviato nell’agosto a Firenze, da dove peraltro non poté impedire che scoppiassero nel mese seguente le ostilità in Romagna. Sino a tutto il 1424, mentre gli scontri si susseguivano, l’attività diplomatica non ebbe soste. Nel gennaio di quell’anno il Castiglioni, insieme con Giacobino d’Iseo e il segretario ducale, Giovan Francesco Gallina, fu inviato presso il marchese Niccolò III d’Este, nel tentativo di avviare attraverso di lui trattative di pace. Nell’agosto si recò di nuovo a Firenze e nel novembre fu a Bologna per concordare la restituzione ai Malatesta delle fortezze occupate dal Visconti in Romagna. A questo fine ricevette il 25 febbraio 1425 una procura per trattare con i Malatesta con l’arbitrato del papa. Nel frattempo le pressioni esercitate a lungo da Firenze sulla Repubblica veneta per trarla dalla neutralità e convincerla a schierarsi al suo fianco, nonostante il trattato di alleanza stretto il 4 giugno 1420 con Milano, stavano per sortire i loro effetti. Invano il Castiglioni, che nel giugno del 1425 aveva rapidamente assolto a un incarico del Duca recandosi a Genova, fu inviato a Venezia nell’agosto, per cercare di scongiurare l’intervento armato della Serenissima. Un altro tentativo di arrivare alla cessazione delle ostilità fu compiuto verso la fine dell’anno dai diplomatici viscontei. Con istruzione e procura del 25 ottobre, il Castiglioni e il Gallina si recarono a Roma per trattare la pace, arbitro il pontefice, con gli ambasciatori fiorentini. Dai colloqui furono però esclusi i legati veneziani. Essi ripartirono da Roma a metà dicembre senza essere riusciti nello scopo, quando ormai Venezia e Firenze si erano strette in una lega antiviscontea (4 dicembre). Il Duca di Milano non poté che protestare vanamente con i vicini orientali, ai quali inviò il Castiglioni nel gennaio del 1426, alla vigilia della pubblicazione (27 gennaio) dell’accordo veneto-fiorentino. Con il Castiglioni, tuttavia, i responsabili del governo veneziano sostennero che il trattato del 1420 si doveva intendere solo difensivo nei confronti dell’imperatore: non impegnava dunque i contraenti nelle questioni riguardanti la politica italiana. A queste giustificazioni speciose il Castiglioni replicò proponendo che la controversia fosse sottoposta all’arbitrato del Marchese di Ferrara, il che fu accettato. Il 12 febbraio il Castiglioni ricevette la procura non solo per trattare, ma anche per stringere lega, consentendolo le circostanze, sia con Venezia che con Firenze. Alla fine del mese i rappresentanti dei due Stati si incontrarono a Ferrara. I milanesi (il Castiglioni era coadiuvato da Corrado del Carretto) ricevettero dai veneziani richieste talmente dure che si dichiararono non autorizzati a trattare su tali basi. Chiesero tempo per ricevere ulteriori istruzioni, ma gli avversari, sospettando manovre dilatorie, interruppero i colloqui. Il 28 marzo la Cancelleria viscontea fornì al Castiglioni e al Gallina un’altra procura che li autorizzò a concludere lega o accordo di qualsiasi specie con i due Stati alleati, attraverso la mediazione del pontefice. Il Castiglioni ricevette poi, in data 26 ottobre, un’altra procura per trattare con Venezia, con Firenze e con il Ducato di Savoia, entrato anch’esso, nell’agosto, in guerra contro Milano. L’andamento sempre meno felice della guerra spinse il Visconti a ricercare con perseveranza un accordo. Vi si arrivò, a Venezia, il 30 dicembre. Delegati per Milano furono il Castiglioni e Giovanni Corvino, che ottennero per il Duca condizioni, date le circostanze, non troppo sfavorevoli. La pace, alla ratifica della quale a Milano il 12 febbraio 1427 il Castiglioni fu uno dei testimoni, si rivelò meno che effimera, perché al momento della consegna delle fortezze accordate dal trattato a Venezia, i castellani viscontei, cui erano affidate, opposero un rifiuto. Furono riprese le ostilità e il 12 ottobre si giunse alla battaglia di Maclodio, il cui esito disastroso convinse il Duca di Milano ad acconciarsi a trattare col Duca di Savoia. Il Castiglioni fu uno dei quattro procuratori che, per conto del Duca di Milano, il 2 dicembre conclusero la pace tra il duca Amedeo VIII e Filippo Maria Visconti, che, ormai a discrezione degli avversari, si impegnò, tra l’altro, a cedere Vercelli e a sposare Maria di Savoja. La coesione tra gli alleati, dopo la ratifica del trattato, svanì, ciononostante la pace generale, che venne conclusa a Ferrara al principio dell’anno successivo e per la quale furono procuratori per il Duca di Milano il Castiglioni e il Corvino, fu durissima per lo Stato visconteo. Il 3 maggio il Castiglioni fu uno dei testimoni della ratifica. Il 6 aprile fu presente anche alla stipulazione della lega stretta tra il Duca e Gian Giacomo, marchese del Monferrato. Il Castiglioni non esplicò tuttavia la sua attività al servizio dei Visconti soltanto nel campo diplomatico: fu testimone in molti atti di infeudazione e firmò le condotte di molti capitani viscontei, quali Luigi Dal Verme, Niccolò Piccinino, Guidantonio Manfredi, Taliano Furlano e Francesco Sforza. Da quest’ultimo, nel maggio del 1430, ricevette la promessa di tornare ai servizi del Duca di Milano, nonostante fosse allora agli stipendi di Paolo Guinigi. Il 2 ottobre dello stesso anno scrisse una relazione al Duca, in cui egli specificò quali doveri e poteri dovessero attribuirsi a un luogotenente e quali a un capitano ducale. Alla fine del 1430, quando giunsero a Milano gli ambasciatori imperiali, il Castiglioni fu incaricato di accoglierli onorevolmente. La venuta di Sigismondo in Italia, infatti, fu allora ardentemente attesa da Filippo Maria, che, dopo essersi già scontrato con Firenze a causa dell’annessione di Lucca, si sentiva minacciato sempre di più dalla incombente pressione veneziana. Il Castiglioni fu incaricato di accogliere gli oratori. A lui e a Guarniero Castiglioni nel gennaio 1431 il Duca sottopose, perché le valutassero, le richieste di Sigismondo in vista del suo viaggio in Italia. Cominciata nello stesso mese la guerra con Venezia e prima che il Duca di Savoia intervenisse in favore di Milano, il Castiglioni fu incaricato, nell’aprile, di discutere un trattato di alleanza con Siena. Il 28 luglio ricevette dal Duca l’ordine di provvedere al rinnovo dei patti con l’Imperatore, il cui annunciato e tanto atteso arrivo in Italia pareva finalmente avviato a realizzarsi. Però Filippo Maria Visconti non assistette alle solenni cerimonie per l’incoronazione di Sigismondo: preferì infatti ritirarsi nel suo castello di Abbiategrasso per tutto il periodo di tempo in cui il Re rimase a Milano. Tuttavia, quando Sigismondo, il 17 dicembre, lasciò Milano, il Duca ordinò ad alcune illustri personalità, tra cui l’arcivescovo della città e Guarniero Castiglioni, di accompagnarlo a Piacenza, dove era diretto. Al Castiglioni, che non si sa per quale ragione si volle esimere da questa incombenza, il Duca impose di obbedire e di partire con gli altri, poiché il suo ufficio di guardasigilli maggiore (carica che non si sa da quando detenesse) richiedeva la sua presenza presso il Re. Il 4 febbraio e il 12 marzo 1432 seguirono altri due ordini del Visconti, che ingiunsero agli stessi autorevoli Milanesi di seguire il Re a Parma e a Reggio, dove si sarebbe dovuto trattare la pace con Venezia. Nell’ottobre il Castiglioni fu di nuovo a Milano e qui ricevette, insieme con Guarniero Castiglioni, Francesco Barbavera e Luigi Crotti, l’incarico di accogliere gli ambasciatori sabaudi, giunti a Milano e diretti a Ferrara per le trattative della pace che fu firmata il 26 aprile dell’anno successivo. Dopo la pace di Ferrara, Filippo Maria Visconti, sempre più ostile a Venezia e a Firenze, nemico ormai anche dell’Imperatore e del Papa, dopo che si era impadronito, all’inizio del 1434, di buona parte della Romagna, non poté che tendere a stabilire un accordo con il Duca di Savoja. Infatti, i contatti diplomatici tra i due principi divennero sempre più serrati, fino a che si giunse il 14 ottobre 1434 a un trattato stipulato in Milano, alla cui firma fu testimone anche il Castiglioni, che, sebbene fosse stato presente anche alla stipulazione delle convenzioni tra il Visconti e il Marchese del Monferrato il 29 gennaio di quell’anno, pure non ebbe una parte molto attiva nelle trattative con i rappresentanti del Duca di Savoja. Vi partecipò soltanto nel giugno, quando sostituì Guarniero Castiglioni indisposto. Il 7 settembre, inoltre, si recò ad accogliere fuori della città gli ambasciatori sabaudi, giunti di nuovo a Milano. Costituita, il 29 maggio 1436, la lega antiviscontea tra Genova, Venezia e Firenze, che fece seguito alla sollevazione di Genova, conseguenza a sua volta della sconcertante liberazione di Alfonso d’Aragona da parte di Filippo Maria Visconti, e iniziatesi dopo alcuni mesi le ostilità, il Duca di Milano mise immediatamente in atto tutti gli espedienti diplomatici per pervenire alla pace, mentre contemporaneamente iniziò le trattative per sottrarre alla lega il capitano Francesco Sforza, cui aveva promesso in sposa la figlia fin dal 1431. Nel 1436 il Visconti più volte, tra il luglio e il settembre, munì il Castiglioni di procure per avviare trattative di pace con gli alleati. Col medesimo fine, del resto, già nel gennaio il Castiglioni si era recato anche a Bologna. Il 31 dicembre 1438, il Visconti, stretto nei lacci dei suoi stessi intrighi, lo incaricò, assieme a Guarniero Castiglioni, di offrire allo Sforza l’immediata consegna della sposa, consegna che poi fu naturalmente rimandata sine die. Quando però, dopo un abboccamento degli ambasciatori delle parti belligeranti, nell’agosto del 1441, al campo di Cavriana, vennero finalmente fissate le nozze per la terza decade di ottobre, Niccolò Arcimboldo e il Castiglioni scortarono presso il condottiero Bianca Maria. Il Castiglioni pronunziò l’orazione nuziale. Il 6 ottobre egli aveva consegnato al conte Francesco Sforza la città di Cremona, che costituì la dote della figlia del Duca. Inoltre il Castiglioni fu creato il 20 novembre procuratore dei Visconti per la pace di Cavriana, che venne firmata il 10 dicembre. Nel 1443 fu inviato di nuovo a Cremona a sedare alcune discordie che vi erano sorte e, in quello stesso anno, fu uno dei tre diplomatici incaricati di dare udienza agli ambasciatori di Alfonso d’Aragona. I tre milanesi ebbero un compito complicato, poiché dovettero convincere gli oratori aragonesi dell’opportunità di indurre il loro sovrano a desistere dall’offensiva scatenata dai suoi generali nelle Marche contro lo Sforza, a cui il Duca si era riavvicinato, tanto che aveva stretto nella stessa epoca un’alleanza in funzione antiaragonese con Venezia e Firenze. Due anni più tardi, tuttavia, il Visconti, venuto nuovamente in urto col genero, ricercò alleanze per fiaccarne la potenza. A questo scopo, il 27 settembre creò procuratore il Castiglioni (insieme a Guarniero Castiglioni) per avviare i negoziati con il marchese di Mantova in vista di un trattato di alleanza, che fu in effetti firmato a Milano nella stessa casa del Castiglioni, a Porta Vercellina. Nello stesso anno egli fu ascritto al Collegio dei giureconsulti della città. Morto Filippo Maria Visconti (13 agosto 1447), il Castiglioni fece parte del Consiglio generale della Repubblica ambrosiana. Nel 1448, dopo la conquista di Piacenza da parte di Francesco Sforza, assolse all’incarico di recarsi a Bergamo, insieme con altri oratori, nel tentativo, fallito, di cercare un accordo con i Veneziani. Il 27 marzo dello stesso anno, insieme con altri illustri personaggi incaricati dall’ottobre precedente di procedere alla fondazione di uno Studio in Milano, inviò ai capitani e difensori della libertà il rotolo contenente i nomi dei professori designati a insegnare nella costituenda Università. Il 18 gennaio dell’anno successivo il Castiglioni ricevette dal Consiglio dei novecento una procura per trattare la pace con Venezia. Immediatamente dopo l’occupazione di Milano da parte di Francesco Sforza (febbraio 1450), il Castiglioni venne immesso nel Consiglio ducale. Ciononostante la sua attività pubblica cessò, poiché non si hanno nel periodo sforzesco altre sue notizie, se si eccettua la restituzione da lui ottenuta dopo la pace di Lodi di un feudo che gli era stato concesso dai Veneziani. Sposò Caterina Trechi e succcessivamente Lucia Capra ed ebbe un unico figlio, Pierantonio. Durante la sua lunga e attivissima vita pubblica il Castiglioni ebbe anche modo di conoscere e di stringere rapporti con alcuni letterati del tempo, quali Cosma Raimondi, Francesco Barbaro, Guarino Veronese e Francesco Filelfo, che nel suo secondo convivio (Convvia Mediolanensia, Milano, 1483-1484: Indice generale degli incunaboli, n. 3881) lo rappresentò come uno degli interlocutori.
FONTI E BIBL.: Documenti diplomatici tratti dagli archivi milanesi, a cura di L. Osio, II, Milano, 1849, 284, 466 s., 477 s., III, 1872, 1, 12 s., 22 s., 36, 50, 70, 117, 164, 194 s., 238, 295, 378-382; Commissioni di Rinaldo degli Albizzi per il Comune di Firenze, a cura di C. Guasti, I, Firenze, 1867, 461, 517, II, 1869, 11 s., 27, 306, 444, 449, 467, 472, 475, 480-483, 489, 492 s., 506, 514, 516, 566, III, 1873, 36, 153; Centotrenta lettere inedite di Francesco Barbaro, a cura di R. Sabbadini, Salerno, 1884, 80; P.C. Decembrio, Opuscula historica, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, XX, 1, a cura di A. Butti-F. Fossati-G. Petraglione, 54, 133, 175, 217, 256; G. Simonetta, Rerum gestarum Francisci Sfortiae, in Rerum Italicarum Scriptores XXI, 2, a cura di G. Soranzo, 110, 126 s., 214, 243; Annali della Fabbrica del duomo, II, Milano, 1877, 28; Codice diplomatico dell’università di Pavia, a cura di R. Maiocchi, II, Pavia, 1913, 527; I registri viscontei, a cura di C. Manaresi, Milano, 1915, 39 s., 42, 47 s., 62, 75, 111 s., 114-117; Epistolario di Guarino Veronese, a cura di R. Sabbadini, II, Venezia, 1916, 383 s.; Gli atti cancellereschi viscontei, a cura di G. Vittani, I, Milano, 1920, 18, 20, 33, 104 s., 196 s., 234, 240 s., II, 1929, 3, 30, 65, 69, 71, 75-77, 110, 119 s., 156, 165, 288; I registri dell’ufficio di provvisione, a cura di C. Santoro, Milano, 1929, 410; Gli uffici del dominio sforzesco, a cura di C. Santoro, Milano, 1948, 4 s.; E. Resti, Documenti per la storia della Repubblica ambrosiana, in Archivio Storico Lombardo, s. 9, I 1954-1955, 239; Gli offici del Comune di Milano, a cura di C. Santoro, Milano, 1968, 315; F. Cognasso, L’alleanza sabaudo-viscontea, in Archivio Storico Lombardo XLV 1918, 184, 364, 370-372, 376, 380; F. Cognasso, Il ducato visconteo, in Storia di Milano, VI, Milano, 1955, 201, 220 s., 235, 242, 283, 334, 345, 354; F. Cognasso, La Repubblica di Sant’Ambrogio, in Storia di Milano, 415; F. Cognasso, Istituzioni comunali, in Storia di Milano, 472, 491, 493, 509; M.F. Baroni, I cancellieri di Giovanni Maria e di Filippo Maria Visconti, in Nuova Rivista Storica L 1966, 374, 402 ss.; U. Petronio, Il Senato di Milano, s.l., 1972, 37, 42; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Castiglioni, tav. I; F. Petrucci, in Dizionario biografico degli Italiani, XXII, 1979, 148-152.

CASTIGLIONI SCALA DONNINO
Caneto 1700-1776
Iniziò la carriera di notaio nel 1728. Successe a Paris Irali nella revisione ai confini con il Ducato di Modena e continuò tale opera fino al 1749. Resse con energia la podesteria delle Valli dei Cavalieri dal 1732 al 1753. In seguito si dedicò esclusivamente al notariato. La sua cospicua famiglia era originaria di Caneto (località Il Mulino).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 agosto 1974, 11.

CASTIGLIONI SCALA GIUSEPPE
Caneto 1764
Si dedicò agli studi legali, nei quali si distinse, tanto che fu sempre considerato giureconsulto di qualche valore. Esercitò per poco tempo la professione notarile (nel solo anno 1764), poiché nello stesso anno fu nominato dal governo Pretore a Corniglio. Nel molino di Caneto esiste una piccola lapide che lo ricorda.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Le Valli dei Cavalieri, 1915, 283.

CASTIGNOLA GIULIANO
Spezia 1509
Fu Commissario e Podestà di Pellegrino nell’anno 1509 (rogito di Guglielmo Chitolli de’ Cornazzani di Pellegrino, del 28 agosto 1509, vendita Castignoli al marchese Francesco Fogliani: Praedicta gesta sunt in praesentia spectabilis et egregi I.C. Iuliani de Castignola de la Spetia hon. Commissarius et Potestas Marchionatus Pellegrini).
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 7.

CATALANO FRANCESCO
Borgo San Donnino 12 ottobre 1915-Bergamo 7 agosto 1990
Allievo alla Scuola Normale di Pisa, si laureò con Luigi Russo nel 1938. Richiamato e inviato in Africa settentrionale sino al 1943, subito dopo l’8 settembre 1943 partecipò attivamente alla Resistenza. Membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Cremona, fu arrestato dai fascisti nella zona del Lago Maggiore, dove aveva trasferito la sua attività clandestina, e deferito al Tribunale speciale. Rimase in carcere fino alla fine della guerra di liberazione. Nel dopoguerra orientò la maggior parte delle sue ricerche verso i problemi della Resistenza e del movimento operaio, dando contributi di notevole valore. Pubblicò: Storia del C.L.N.A.I. (1956), L’età sforzesca (1957), Filippo Turati (1957), Dalla crisi del primo dopoguerra alla fondazione della Repubblica (1960), Dall’unità al fascismo (1961), L’Italia dalla dittatura alla democrazia (1962), Potere economico e fascismo nelle crisi del dopoguerra (1919-1921) e Stato e società nei secoli (1963-1965).
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, I, 1968, 496.

CATALANO FRANCO, vedi CATALANO FRANCESCO

CATALO, vedi CADALO

CATELLANI FERRUCCIO, vedi CATTELANI FERRUCCIO

CATELLANI MARCELLO
Parma 1917-Parma 12 luglio 1969
Diplomatosi in ragioneria alla vigilia della seconda guerra mondiale, fu tra i primi ad arruolarsi. Dopo nemmeno una settimana di combattimenti sul fronte francese fu colpito dalla scheggia di una granata al braccio destro e i sanitari furono costretti ad amputargli l’arto. Malgrado la gravissima menomazione, il Catellani riprese, appena possibile, il suo posto nell’esercito, guadagnandosi una medaglia d’argento e una di bronzo al valor militare, due croci di guerra e l’iscrizione nel ruolo d’onore col grado di Maggiore. Nel 1944 si unì a formazioni partigiane del Modenese, organizzandole e guidandole nella zona dell’Abetone, divenendo anche comandante della Squadra di azione patriottica modenese, avendo alle sue dipendenze oltre duemila partigiani che seppero distinguersi per coraggio e volontà nel tenere sempre sotto controllo la zona fino al momento della liberazione nell’aprile del 1945. Dopo aver trascorso molti anni alle imposte dirette a Fidenza, fu trasferito nel 1966 a Busseto con la qualifica di direttore. Aderì all’Associazione liberi partigiani d’Italia, della quale fu anche segretario provinciale e membro regionale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 luglio 1969, 4.

CATELLI ATTILIO
Parma 13 agosto 1845-Parma 12 aprile 1877
Figlio di Giovanni e Maria Burchard. Ebbe, come il fratello, predilezione per il teatro, ma non fu questa la sola: fu poeta e pubblicista con lo pseudonimo anagrammatico di Lellio Tattica, acquisì da Modena, dove era nato da poco, e trasportò a Parma, il Diavoletto, giornale tra il letterario e l’umoristico, rispecchiante la vita di quella minuscola toute Parme, tra l’aristocratico e il mondano, che frequentava i palchi del Teatro Regio, le veglie del Casino di Lettura, il salotto della signora Morardet Melloni e il Caffè Cavour di Strada Santa Lucia. Nel suo giornaletto e altrove pubblicò poesie piene di spontaneità e di verve. Per il teatro, oltre le appendici di critica che pubblicò per qualche tempo nel Presente, scrisse commedie, scherzi comici e libretti melodrammatici. Ma l’opera per la quale il Catelli va degnamente ricordato come commediografo è il dramma Dieci anni dopo (1872), in continuazione del noto dramma di Paolo Ferrari Cause ed effetti. Il dramma del Catelli (che fu pubblicato nella collezione del Barbini), per la sobria fattura, per la condotta scenica e per l’interesse drammatico, appare meritevole di quel successo che ottenne presso il pubblico e dell’elogio che ne fece Paolo Ferrari. Ma la dispersione della sua attività letteraria in tanti campi, favorita dalla stessa sua geniale versatilità, poi, come per il fratello, la malattia e la fine rapida, non gli consentirono di dare al teatro quanto sicuramente avrebbe potuto. Di lui va ricordata, dopo quel dramma, una commedia giocosa, L’Araba Fenice, rappresentata nel 1874, di cui piacquero molto i due primi atti (non fu pubblicata), e diversi scherzi comici che compose per il brillante Leopoldo Vestri, umoristiche parodie di libretti delle opere in voga, come il Ruy Blas, il Ballo in Maschera, l’Aida, di cui a sua volta il Vestri parodiava gustosamente la parte coreografica e musicale. Una scena drammatica in versi gli ispirarono Le ultime ore di Giuseppe Mazzini, rappresentata a Milano sotto il titolo Le Colonne di San Lorenzo, e lasciò quasi completo, morendo, un dramma in tre atti in versi, Iacopo Ortis, il cui manoscritto è andato perduto. I parenti cedettero dopo la sua morte al maestro parmigiano Riccardo Rasori sei libretti d’opere già completi: Giuditta, opera giocosa musicata dal parmigiano Telesforo Righi e posta in scena dal Circolo degli Artisti di Torino il 1° dicembre 1871, Marcellina, opera seria in quattro atti musicata dal Righi e rappresentata con esito mediocre al Teatro Regio di Parma il 1° marzo 1873, Eufemio da Messina, opera ballo in quattro atti, musicata dal parmigiano Primo Bandini e rappresentata, con buon esito, al Regio di Parma il 14 febbraio 1877, Consalvo, opera ballo in quattro atti, musicata dal parmigiano Italo Azzoni e rappresentata con buon successo nel 1878 al Dal Verme di Milano, Conte di Rjsoor e Nerone, musicate da Riccardo Rasori e rappresentate con mediocre successo (la prima nel 1855 a Milano e la seconda nel 1888 a Torino). Sostenne nel giornale l’Indipendente, di linea moderata, da lui fondato, e nel Diavoletto, risorto come supplemento domenicate di quello, irose polemiche coi redattori dell’Ortica, giornale della scapigliatura rossa sul tipo del noto Gazzettino Rosa, che faceva una polemica caustica, vivace che pareva allora audacissima.
FONTI E BIBL.: E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 221-222; Gazzetta di Parma 28 giugno 1922, 3; E. Bocchia, Commediografi parmigiani, in Gazzetta di Parma 10 agosto 1922, 1 e 2; Alcari, Parma nella musica, 1931, 49.

CATELLI AURELIO
Parma 1779
Sacerdote, fu cantore della Cappella ducale di Parma fino al 12 dicembre 1779, giorno in cui venne soppressa. Il Catelli ottenne una pensione di 540 lire.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 892-897; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 214.

CATELLI CESARE
Parma 3 ottobre 1836-Parma 4 maggio 1865
Figlio di Giovanni e Maria Burchard. Nacque da famiglia borghese: il padre era avvocato, non di grido né di molto lavoro, onde la giovinezza del Catelli, che era il maggiore dei fratelli, fu piuttosto stentata. Dice Giulio Ferrarini che il Catelli, giovanissimo, impiegava i suoi risparmi a comperarsi libri e copiava la notte quelli che i suoi tenuissimi mezzi non gli consentivano di acquistare. Dei suoi studi e delle sue attitudini letterarie diede qualche primo saggio con poesie che andava pubblicando in quei giornaletti di vita effimera che uscirono in Parma tra il 1856 e il 1860. Ottenne, a venti anni d’età, un posto di maestro nel collegio militare di Colorno, che gli fu confermato dopo il 1859 anche dal Governo italiano, che lo nominò anzi professore aggiunto in geografia, storia e belle lettere. Ma la vita metodica dell’insegnante, e per giunta quale poteva essere in un piccolo paese come Colorno, non poteva essere tollerata dal Catelli, pieno di fantasie e sogni letterari. Egli si sentì attratto alle scene: piantò in asso l’impiego e volle essere solamente autore drammatico. I suoi drammi principali sono: Ambizione e cuore (1862) e Valetina (1863) che si trovano pubblicati, il primo nel Florilegio del Sanvito, il secondo nella Galleria del Barbini. Si tratta di soggetti in pieno romanticismo di scarto, con punte socialumanitarie sui tipi, allora in gran voga, dei Misteri di Parigi e del Conte di Montecristo. Condotti con tecnica imperfetta, in lingua spesso assai sciatta e talvolta inutilmente ampollosa. Tuttavia i due drammi furono applauditi anche fuori di Parma. Oltre ai due drammi, il Catelli fece rappresentare anche una commedia di carattere, Un giorno e un’ora (18 marzo 1863), quattro atti, del cui esito i giornali nulla riportano e che fu probabilmente non buono, e altra pure breve commedia, Le metamorfosi d’amore, che il brillante Privato rappresentò per sua serata d’onore (ottobre 1863). Il Catelli morì in età di ventotto anni e lasciò postuma una quinta commedia, d’indole satirico-politica, intitolata Cornacchie Sociali. Fu scritta quando già il male ne minava l’esistenza, in condizioni tristi di spirito e di cuore, e probabilmente non ebbe neppure l’ultima revsione da parte del Catelli. Il successo dovette perciò essere scarso, quando fu rappresentata al Teatro Regio un anno e mezzo dopo la sua morte. Tuttavia il critico della Gazzetta riconosce che vi brilla qua e là quel talento drammatico, che era connaturale al Catelli, ma trova le parti del lavoro poco armonizzate tra di loro. Più severo è il critico del Patriota: si limita a dire di ritenere che se il Catelli fosse vissuto, non l’avrebbe mai fatta rappresentare.
FONTI E BIBL.: E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 221; E. Bocchia, Commediografi parmigiani, in Gazzetta di Parma 10 agosto 1922, 1 e 2.

CATELLI TULLIO
Parma 25 giugno 1841-
Figlio di Giovanni e Maria Burchard e quindi fratello dei letterati, giornalisti e commediografi Cesare e Attilio. Fu con la compagnia di Michele Bozzo, poi, quale suggeritore, con Ernesto Rossi, quindi con la compagnia Roverbella, della quale fu prima attrice Emanuela di Roverbella, figlia naturale di Laura Bon e di Vittorio Emanuele di Savoja.
FONTI E BIBL.: M. Ferrarini, Parma teatrale ottocentesca, 1946, 75.

CATENE GINO GHERARDO, vedi DALLE CATENE GIAN GHERARDO

CATOLI FRANCESCO, vedi CATTOLI FRANCESCO

CATONE UTICENSE LUCCHESE, vedi MAURELLI GIUSEPPE APOLLONIO FRANCESCO

CATROLI FRANCESCO
Parma-post 1751
Ballerino, da Parma, come risulta dal libretto dell’Artaserse di Daniel Barba, eseguito a Verona nel Teatro dell’Accademia Vecchia nel Carnevale del 1751, e nei cui balli danzò.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CATTABIANI ANGELO TOMMASO
Parma 1 ottobre 1679-post 1727
Nacque da Camillo e Teresa. Addottoratosi in teologia, fu poi Rettore della parrocchia di Santa Cecilia, Consultore per il Sant’Uffizio e oratore di assai chiaro nome, non solamente presso questa sua patria, ma eziandio appo molte straniere Città (f. XV delle Esequie in morte di Francesco I). Scrisse l’Orazione in morte del fu serenissimo Duca di Parma, facente parte delle Maestevoli Esequie in morte del Duca Francesco I fatte li 3 luglio 1727 colla relazione del lugubre apparato cui si aggiugne l’orazione funebre (in Parma, per Giuseppe Rosati). Il Cattabiani scrisse anche versi latini di cui è un saggio nelle Poesie di alcuni Parmigiani per l’esaltazione al trono di Antonio I Farnese (1727) e un altro, inedito, tra le lettere scritte a Tommaso Ravasino, di cui fu amico. Da ciò che si dice del Cattabiani nelle Esequie, si può ragionevolmente argomentare che egli abba lasciato molte altre orazioni o che fosse stato anche oratore sacro e perciò avesse composto molte prediche e panegirici.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 73-74.

CATTABIANI CARLO
Golese 17 maggio 1886-Cervara di Golese 13 novembre 1921
Operaio, antifascista, fu tra le vittime degli scontri che insanguinarono Parma tra il 1921 e il 1922, con gli antifascisti locali in difesa della libertà minacciata dagli squadristi di Balbo. Morì durante un attacco dei fascisti alla Casa del popolo socialista di Cervara di Golese.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 139.

CATTABIANI GIOVANNI
Sorbolo 1893-Oppachiasella 23 agosto 1916
Figlio di Luigi. Fante del 48° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Restava di vedetta in un posto battuto dal fuoco nemico per dare utili informazioni, e, ferito, lasciava la vita sul campo, dando ancora bell’esempio di fortezza d’animo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, Dispensa 78a, 6445; Decorati al valore, 1964, 120.

CATTANEO CESARE
Salerno 12 agosto 1871-Milano 30 dicembre 1930
Nacque da Carlo e da Amabile Carrara Zanotti, entrambi lombardi. Quando il padre fu nominato ispettore scolastico a Parma, si trasferì con la famiglia in quella città, ove compì i primi studi. Laureatosi in medicina e chirurgia nel 1894, a soli ventitré anni, dopo un breve periodo trascorso come medico interno presso un reparto oculistico e una sezione chirurgica ospedaliera, particolarmente attratto dallo studio della pediatria, volle recarsi a Padova. La pediatria era allora una disciplina nuova per la medicina italiana, coltivata con passione da una esigua schiera di studiosi: il suo insegnamento ufficiale fu istituito a Padova il 30 marzo 1882 con decreto del ministro della Pubblica Istruzione G. Baccelli e ne fu affidato l’incarico a D. Cervesato, che già nel 1881 aveva iniziato un corso libero di clinica pediatrica. Alla scuola del Cervesato il Cattaneo poté apprendere le nozioni fondamentali della branca da lui prediletta, quindi si recò all’estero, dove la pediatria veniva già riconosciuta come materia di insegnamento tra le discipline mediche. Presso la clinica pediatrica dell’Università di Berlino, diretta allora da J.O.L. Heubner, che lo considerò l’allievo prediletto, il Cattaneo acquisì il metodo di studio e arricchì la propria esperienza clinica. A quel periodo risalgono le sue prime ricerche su L’alimentazione del bambino e le questioni che ad essa si collegano (in Rivista Italiana di Terapia e Igiene II 1897, pp. 106-128) e sulla stipsi analizzata sia per gli effetti che provoca sul giovane organismo, sia dal punto di vista terapeutico (Die Behandlung der Cronischen Stuhlverstopfung durch die Bauchmassage, in Jahrbuch für Kinderheilkunde XLVIII 1898, pp. 45-59; Della costipazione abituale dei bambini e suo trattamento meccanico, in La Pediatria IV 1898, pp. 76-87). Tornato a Parma, conseguì nell’autunno del 1900 la libera docenza in clinica pediatrica, discutendo uno Studio eziologico, sintomatico, terapeutico sul catarro gastro-enterico infantile, pubblicato a Parma nel 1899. Notevole fu il valore dottrinario di questa monografia, in quanto il Cattaneo intuì che l’affezione del lattante era dovuta a una virulentazione del colibacillo, ospite abituale dell’intestino. Nel 1903 fu nominato Direttore dell’Ospedale dei bambini di Parma, carica che mantenne fino al 1915. Nel 1905, quando con decreto del 17 maggio l’insegnamento della pediatria in Italia divenne obbligatorio, gli fu affidato l’incarico dell’insegnamento ufficiale della clinica pediatrica presso la facoltà dell’Università di Parma e subito profuse ogni sua energia per la creazione di un istituto efficiente e moderno. In quegli anni si dedicò allo studio dell’alimentazione del neonato e fu autore di interessanti pubblicazioni: Il latte quale alimento dei bambini, in Giornale della Reale Società di Igiene VII 1908, pp. 81-98; Sulla composizione chimica del latte di donna con speciale riguardo alla possibile influenza su alcuni stati morbosi del lattante, in La Pediatria XIV 1908; Quoziente di energia e quoziente di accrescimento. Contributo allo studio dell’allattamento naturale e artificiale, in Atti del VII Congresso pediatrico italiano, Palermo, 1911, p. 211. Nel 1911 conseguì per concorso la nomina a Direttore dell’Ospedale pediatrico di Milano e dopo breve tempo fu incaricato dell’insegnamento della clinica pediatrica presso gli istituti clinici di perfezionamento di quella città. Nel 1915, istituita la clinica pediatrica dell’Università di Milano, il Cattaneo venne incaricato della sua direzione, divenendo però ordinario solo nel 1926. A Milano il Cattaneo diede notevole impulso alle ricerche sulla tubercolosi infantile (Ricerche sulla reazione alla tubercolina umana e bovina nell’infanzia, in Pubblicazione degli Ospedali dei bambini di Milano VII 1912, pp. 32-47, VIII, 1913, pp. 45-56; La tubercolosi del lattante, in L’Attualità Medica I 1919, pp. 59-68; La cutireazione alla tubercolina nei primi tre mesi di vita, in Atti della Società Lombarda di Medicina Biologica IX 1920, pp. 3-27; Ancora sulla cutireazione alla tubercolina nei primi tre mesi di vita, in Congresso italiano di pediatria, Milano, 1922, p. 12) e la clinica da lui diretta divenne un centro diagnostico per l’Opera antitubercolare infantile. Eletto nel 1929 Presidente della Società italiana di pediatria, ebbe modo, con molteplici iniziative, di divulgare quanto più possibile i problemi dell’età infantile. Fu anche Presidente del Consiglio di consulenza delle Terme di Salsomaggiore, direttore del periodico milanese La Medicina Italiana, fondatore della Scuola di cultura medica per stranieri di Varese e Ispettore dell’Opera nazionale maternità e infanzia. Fu Sindaco di Parma negli anni 1909-1910.
FONTI E BIBL.: Necrologio in Il Lattante II 1931, 89 s.; La Medicina italiana, 1931, 16-25, 26-52; G. Raffaelli, Per una storia della pediatria in Italia, in Orizzonte Medico 11-12 1960, 5, 8; I. Fischer, Biographisches Lexikon der hervorragenden Ärzte, I, 229; In memoria di Cesare Cattaneo, in Aurea Parma 15 1931, 87; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 232; S. Canestrelli, in Dizionario biografico degli Italiani, XXII, 1979, 445-446.

CATTANEO MARCO ANTONIO
Parma 1542
Frate carmelitano, fu eletto nel 1542 Vicario generale della sua congregazione. Uomo assai qualificato, fu tenuto in molta stima.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 164.

CATTANI ALBERTO LORENZO
Collecchio 16 dicembre 1915-Parma 12 agosto 1999
Capo ufficio servizi demografici ed economato presso il Comune di Collecchio, fu pittore di grande talento, tra i maggiori dell’arte parmigiana del dopoguerra. Si diplomò presso l’Istituto d’Arte di Parma. Partecipò a diverse mostre nazionali: Premio Suzzara, Premio Viareggio, Premio Marina di Massa, Premio Cinisello Balsamo, Premio Vasto, Premio Corona Ferrea di Monza, Premio il Nostro Po (Piacenza, Milano, Ferrara) e Arte Contemporanea Emilia e Romagna. Sue opere furono esposte anche a Livorno, Pontremoli, Parma, Verona, Reggio Emilia, Modena, Bologna e in Cecoslovacchia. Ebbe diversi premi. Nei primi anni Sessanta espose, in una sorprendente mostra alla galleria Sant’Andrea, paesaggi freschi, le casette sulla Parma (un tema in cui era facile cadere nel banale) trattate come mosaici bizantini (i verdi, i grigi, le luci che affiorano improvvisamente) e tavolette di legno 20x30 cm, con le stagioni in evoluzione e il greto del Taro tra le ginestre o sotto la neve, dove fiori e neve sono solo sovrapposizioni di colore e sensibilità. Poi, superato il neo-naturalismo, la pittura del Cattani si avviò verso l’aristocratica ricerca di ritmi negli interni: figure umane specchiate in manichini, riccioli di mobili barocchi, il paesaggio usato solo come riflesso di una realtà mentale. Una pittura intellettuale, dove oggetti e tracce dell’uomo si bilanciano in composizioni quasi metafisiche, asettiche ed eleganti. E così, per anni, il Cattani continuò a dipingere quadri armoniosi e musicali, al di fuori delle leggi di mercato e ben oltre la cultura locale del paesaggismo di derivazione ottocentesca. L’ultima sua presenza espositiva fu nel 1997 nella bottega dell’amico corniciaio Giovati. Vi espose una serie di sabbioni di boschi e di rive di fiume dal colore saporoso e libero, dai gialli e verdi intensi, attraversati da riflessi più mentali che di albe e tramonti.
FONTI E BIBL.: E. Padovano, Dizionario artisti contemporanei, 1951, 77; G. Copertini, Cattani Alberto alla Camattini, in Gazzetta di Parma 21 febbraio 1960, 11; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 642; Il capufficio-pittore, in Gazzetta di Parma 12 gennaio 1972; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 14 agosto 1999, 9.

CATTANI ALESSANDRO
Parma 1625
Fu nominato notaio in Parma con rogito camerale del notaio Bianchi dell’11 gennaio 1625.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 389.

CATTANI ANTONIO
Parma seconda metà del XVIII secolo
Incisore all’acquaforte, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 78.

CATTANI CAMILLO
Borgo San Donnino 23 novembre 1863-Parma 24 marzo 1957
La passione per l’arte dei colori gli derivò dal padre Girolamo, che fu ottimo decoratore. Trasferitasi a Parma la sua famiglia, egli frequentò (1875) all’Accademia di Belle Arti di Parma la scuola superiore d’ornato e decorazione retta da Giuseppe Giacopelli, poi il corso speciale d’ornato dipinto, nel quale gli fu maestro Girolamo Magnani. Alla scuola del nudo fu guidato da un altro grande maestro: De Strobel. Terminati i corsi all’Accademia, Cecrope Barilli lo tenne presso di sé come aiuto nei lavori di decorazione. Fu così alla Rocca di Sala Baganza, al Ferlaro, a Montecarotto (Ancona) e al Municipio di Alessandria. Negli anni 1885-1886 decorò una grande sala del Teatro di Camerino che venne poi inaugurata dal principe Amedeo di Savoja. Divenne assai provetto nel trattare l’affresco e la tempera e di questa sua abilità si servì in seguito nei molti lavori di restauro e di stacco di dipinti dal muro. Negli anni giovanili fu Presidente della Chimera, sodalizio di artisti (Marzaroli, Trombara, il conte Gemmi, Burlazzi, Affanni, Rondani, Edel, Villani e molti altri). Nel periodo che precedette la prima guerra mondiale la sua attività nel campo della decorazione fu veramente notevole. Ma l’amore per la pittura a olio, sebbene compresso da necessità contingenti, ebbe in lui salde radici. Sue mete abituali, durante l’inverno, furono Roma, Napoli e la Sicilia: Capri, Amalfi, Paestum, Tindari, Solunto alimentarono fino agli ultimi giorni la sua fantasia e il suo inesausto desiderio del bello. Alla fine della prima guerra mondiale (1918) fu sui pennacchi del Duomo di Parma per il restauro alle trabeazioni del tamburo degli affreschi del Correggio. Alcuni anni più tardi il vescovo Conforti gli affidò il restauro degli affreschi del Gambara nella navata centrale, quello di altri affreschi nel Vescovado e l’esecuzione del fregio nella sua camera. Di qui ebbe inizio la sua opera di restauratore a importanti opere del patrimonio artistico della città di Parma: altri affreschi nel Duomo, la Sala dei Giganti nel Convitto Maria Luigia (del Gambara), l’Oratorio delle Cappuccine, la Cupola del Bernabei nella ex chiesa dei Servi, la volta della chiesa di Sant’Antonio, la Camera di San Paolo e la sala dell’Araldi. Anche nel restauro a olio la sua attività fu notevole: innumerevoli quadri di privati, numerosi quadri della Galleria Nazionale di Parma, la Quadreria dell’Ospedale Maggiore, la Pinacoteca Stuard e quella del Convitto Maria Luigia lo tennero occupato per anni, in un lavoro paziente e scrupoloso. Altri lavori furono eseguiti dal Cattani nel Municipio di Fornovo, nel Teatro di Bibbiano, nel Castello di Varano Melegari e nel Convento francescano di Recco (Genova). Fu abilissimo nello stacco dal muro di affreschi, tempere e olii (in particolare, molti lavori del Borghesi). A 83 anni, dopo la seconda guerra mondiale, gli fu affidato (1946) il restauro della cosiddetta Sala Dante nella Biblioteca Palatina (dello Scaramuzza), seriamente danneggiata da un bombardamento. Fu il suo ultimo lavoro eseguito su commissione, che egli accettò, nonostante la veneranda età, unicamente per amore dell’arte. Negli anni seguenti fu spesso a Salsomaggiore, ove ritrasse la dolce e pacata bellezza dei colli circostanti in numerosi acquerelli, tempere e olii. L’ultimo suo viaggio artistico fu la visita alla Mostra di Van Gogh a Milano nel 1952. Non amava esporre i propri quadri: soltanto gli amici che frequentavano il suo studio conobbero i dodici cantoni che egli dipinse mentre attendeva al restauro dei pennacchi e del tamburo del Duomo di Parma, che riproducono, in grandezza naturale, i santi protettori di Parma, scorci famosi e putti bellissimi, assai ammirati, tra gli altri, dai restauratori Corsini e Canevaghi. Per quest’ultimo egli fece una seconda copia del San Giovanni, non volendo rendere incompleto l’insieme della serie, donata alla figlia. Appoggiò e partecipò a tutte le iniziative che ebbero il fine di dare incremento alle arti in genere. E quando Parma poté vantare istituzioni quali La Triennale d’Arte, Il Premio Artistico Perpetuo e Il Premio Rizzoli, il Cattani fu sempre un sostenitore di esse e vi partecipò con quadri a olio. Fu socio della Chimera, del Gruppo di Artisti, della Pro Parma, del Lento Club e della Famiglia Artistica e socio benemerito del Comitato per l’Arte. Fu un esemplare continuatore di quella schiera di colti e modesti artisti del suo tempo: Fanti, Silvani, Terzi, Burlazzi, Giacomo Gemmi e Filippini. Con Riccardo Reverberi, valente chiaroscurista, e Icilio Attilio Bianchi, paesista, il Cattani formò, fin sul primo quarto del XX secolo, la triade dei più abili ed eleganti artisti parmigiani di quelle specializzazioni. Ebbe amici carissimi Gemmi e Bocca, ritrattisti, Rota, scenografo, Trombara e Marzaroli, scultori, i più giovani pittori Baratta, Banzola, Ascanio Alessandri, Copertini e Valdo Bianchi, Bonaretti e l’architetto Chiavelli.
FONTI E BIBL.: Parma per l’Arte 2 1957, 89-91; Ricordo di Camillo Cattani, pittore onesto e sincero, in Gazzetta di Parma 1 aprile 1957, 3; V. Bianchi, Cattani Camillo, in Gazzetta di Parma 23 aprile 1957, 3; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 232; V. Bianchi, Le veglie di Bianchi, 1974, 174-176; Gli anni del Liberty, 1993, 155.

CATTANI FRANCESCO
Parma 1800/1803
Arruolato nelle milizie ducali di Parma, raggiunse il grado di Capitano. Gli fu riconosciuto il titolo di nobile per sé e i suoi eredi. Il Cattani, nel Liber illustrissimi Generalis Consilii (Archivio Comunale di Parma), relativo alle rinnovazioni periodiche dei Consigli generali della Comunità parmense, risulta ascritto nel Consiglio Generale per gli anni 1800, 1801, 1802 e 1803 alla classe dei Piazzesi e come tale fu estratto a sorte tra i decurioni o anziani per il quarto trimestre del 1800 e per il primo del 1801.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 389-390.

CATTANI GIACOMO
Parma 1831
Benestante, durante i moti del 1831 in Parma fu membro del consesso civico. Non fu inquisito ma solo sottoposto a visita e sorveglianza, perché Stà in fatto che fece parte del consesso civico, ma è persona savia e se concorse a quelle illegittime adunanze è da credersi che il facesse al solo scopo di bene, ma non per mire rivoluzionarie.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 150.

CATTANI GIROLAMO
Borgo San Donnino 1837 c.-Parma
Fu ottimo decoratore e riquadraturista. Si trasferì a Parma verso il 1875. Fu padre di Camillo.
FONTI E BIBL.: Parma per l’Arte 2 1957, 87-88; Le veglie di Bianchi, 1974, 174.

CATTANI GIUSEPPE
Parma XVIII secolo
Nobile, fu laureato in giurisprudenza.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 389.

CATTANI GIUSEPPE
Parma 1855/1859
Fu Ministro di Stato per il dipartimento dell’Interno di Luisa Maria di Borbone (1855), Consigliere di Stato effettivo, Cavaliere di seconda classe dell’Ordine Austriaco della Corona Ferrea, Senatore e gran croce dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 389.

CATTANI GUALTIERO
Parma 16 settembre 1841-1903
Figlio di Giacomo e Amarilli Malpeli. Maggiore della Guardia Nazionale. Fu Sindaco di Fontevivo per quindici anni. Incurante dell’impopolarità presso gli esponenti agrari di quel Comune, riuscì a togliere le risaie, estirpando così la pellagra e la malaria. Particolare attenzione ebbe anche per le scuole, elevando con ogni mezzo il grado di cultura dei suoi amministrati e riducendo l’analfabetismo a proporzioni minime. Il Cattani si dilettò anche di musica (allievo di Dacci, fu pianista e compositore) e fu studioso di storia delle religioni.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 45-46.

CATTANI LORENZO
San Michele di Baganza 1 marzo 1720-Piacenza 24 novembre 1788
Frate cappuccino laico, fu per ventidue anni infermiere di grande carità. A Guastalla compì la vestizione l’8 dicembre 1749 e un anno dopo la professione solenne.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 662.

CATTANI PIER GIOVANNI, vedi CATTANI PIETRO GIOVANNI

CATTANI PIETRO
Parma 1530
Il 26 novembre 1530 fu ascritto alla Matricola dei notai di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 389.

CATTANI PIETRO GIOVANNI
-Parma 1764
Prese in affitto la tenuta ducale del Cornocchio (1721), gli orti della piazza del castello (1727) e di Fontevivo (1748) e finalmente tutti i dazi camerali di Parma (1751, rogito Boselli). Ebbe il grado di Capitano nelle milizie ducali di Parma e ricevette una patente ducale di familiarità nel 1750.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 389.

CATTELANI FERRUCCIO
Parma 28 marzo 1867-Milano 16 aprile 1932
Nato da Macedonio e da Benedetta Cavazzoli. Cominciò gli studi musicali a 12 anni presso il Conservatorio di Parma (dove iniziò a studiare violino con L. Montagnani e composizione con I. Dacci) e nel 1885 si diplomò in violino. L’anno successivo si trasferì nell’America meridionale, dove cominciò una lunga e fortunata serie di tournée, come violinista e come direttore d’orchestra, passando da Rio de Janeiro a San Paolo, da Montevideo a Santiago del Cile, a Valparaiso e altre città sudamericane. Nel 1897 fu chiamato a insegnare violino presso il Conservatorio di Buenos Aires e in questa città, dove visse per moltissimi anni, fissò la residenza e riuscì a dar vita a numerose iniziative musicali che ebbero come scopo principale quello di far conoscere e apprezzare, accanto al tradizionale repertorio melodrammatico europeo, l’immenso e ancora del tutto sconosciuto patrimonio di musiche strumentali antiche e moderne. Poco tempo dopo essersi stabilito nella capitale argentina fondò un quartetto d’archi del quale fecero parte, oltre al Cattelani stesso, il violinista Ercole Galvani, il violista Giuseppe Bonfiglioli e il violoncellista Luigi Forino. Quartetto che prese il suo nome e che, per quasi un trentennio, assolse all’importantissimo compito di divulgazione artistica e di elevazione della cultura e del gusto, che fino allora nessuno si era assunto (Lualdi). Tre anni più tardi, nel 1900, in seguito alla decisione presa da un gruppo di membri della Societad Musical de Mutua Proteción di costituire la prima grande orchestra stabile argentina (che prese il nome di Asociación Orquestal Bonaerense), il Cattelani venne designato unanimemente come direttore e conservò tale carica per circa quattordici anni. Nel 1917 (o nel 1919, come scrivono alcuni studiosi) divenne direttore artistico della Associazione italiana di concerti (che poi, nel 1923, assunse il nome di Società italiana di concerti) e fino al 1926 rimase alla guida di questo organismo che aveva come scopo istituzionale la propaganda della musica italiana antica e moderna, da camera e sinfonica. Nell’ultimo periodo della permanenza in Argentina assunse la direzione dell’Istituto di Santa Cecilia. Il Cattelani tornò in Italia nel 1927, stabilendosi a Milano. Oltre all’attività di concertista, direttore d’orchestra e organizzatore musicale, egli fu anche molto attivo come compositore. Della sua produzione vanno ricordati: Concerto brillante in sol, in tre tempi per violino e pianoforte (opera 6), El Gato, danza popular criolla arrangiada para violin con accomp.t de piano (opera 9), 2° Concerto brillante in la, per violino e orchestra o pianoforte (opera 15), El Pericon, danza popular criolla arran.da para violin con accomp.t de Piano, Atahualpa, opera in quattro atti (Buenos Aires, Teatro San Martin, 10 marzo 1900; il libretto, di Cattelani-F. Scotti, si rifà alle vicende dell’ultimo re degli Incas, tradito e decapitato dai conquistatori spagnoli il 29 agosto 1533), Sinfonia in mi bemolle maggiore, per orchestra, Inno per i festeggiamenti a   G. Garibaldi (opera che gli valse una medaglia d’oro), Inno per il centenario dell’indipendenza argentina, per tenore, cori, orchestra e banda (Buenos Aires, Teatro Colón, 18 aprile 1910; lavoro diretto dallo stesso Cattelani, alla guida di un organico formato da oltre trecentocinquanta elementi), un ottetto e un quartetto per archi, varie liriche e numerosi brani per violino e pianoforte o violino solo, inoltre Sei studi per il meccanismo del violino (opera 2). Più che alla sua attività come compositore, di buona scuola ma non di grande rilevanza, la fama e i notevoli meriti del Cattelani sono legati alla sua opera, costante ed entusiasta, di organizzatore della vita musicale in un paese musicalmente arretrato come era l’Argentina nei primi decenni del XX secolo. In particolare, vanno sottolineati gli sforzi compiuti in un lungo arco di tempo per sprovincializzare la cultura del suo paese d’adozione, favorendo la conoscenza delle composizioni più interessanti e significative della musica strumentale europea di tutti i tempi, con un interesse particolare per la produzione, antica e moderna, dei compositori italiani. Se infatti sono da ricordare, tra gli altri, i sei concerti del Quartetto Cattelani dedicati all’esecuzione integrale dei quartetti di Beethoven (1901), o i cinque concerti eseguiti con la collaborazione di Camille Saint-Saëns (al pianoforte), in occasione della tournée sudamericana di questo (1904), oppure i concerti commemorativi di Martucci e di Sgambati e quello eseguito in omaggio del direttore d’orchestra Leopoldo Mugnone, più in generale si deve tener presente che delle circa duecentocinquanta composizioni eseguite dal Cattelani con il suo complesso in numerosissimi concerti, oltre sessanta furono di autori italiani. E che anche nel campo della musica sinfonica, campo nel quale (come scrive sempre il Lualdi) l’opera svolta da Ferruccio Cattelani è anche più vasta e importante e meritoria di quella concernente la musica da camera, il Cattelani diresse personalmente oltre centodieci composizioni di autori italiani su circa trecento titoli inclusi nei programmi dei tanti concerti da lui diretti nell’arco di oltre un quarto di secolo.
FONTI E BIBL.: M.A. Rivarola, Cattelani, su vida y su obra en la Argentina, Buenos Aires, 1932; A. Lualdi, Viaggio musicale in Sud America, Milano, 1934, 104 ss., 190; N. Slonimskj, Music since 1900, London, 1972, 5; U. Manferrari, Dizionario universale delle opere melodrammatiche, I, Firenze, 1954, 214; A. Loewenberg, Annals of Opera, I, Genève, 1955, col. 1227; Cobbett’s Cyclopedic Survey of Chamber Music, II, 610; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, 312, Supplemento, 175; H. Riemann, Musik Lexikon, I, 200; La Musica, Dizionario, I, 371; Enciclopedia della Musica Rizzoli-Ricordi, II, 36; A. Lanfranchi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXII, 1979, 513-514; G.N. Vetro, in Gazzetta di Parma 12 ottobre 1981, 3.

CATTENATI UGO
Soragna 6 aprile 1908-Parma 26 gennaio 1973
Figlio di Raimondo e Albertina Ciati. Il 30 giugno 1925 entrò nell’Istituto missionario saveriano di Parma e, dopo aver insegnato nel Ginnasio della Scuola Apostolica di Vicenza (1927-1929), venne ordinato sacerdote nel febbraio 1932 dal vescovo Calza. Successivamente frequentò l’Università Gregoriana di Roma, laureandosi brillantemente nel giugno del 1937 in diritto canonico discutendo la tesi De matrimonio sinico. Dissertatio historico juridica. Completò infine gli studi a Parma conseguendo la laurea in diritto civile (1943) e la specializzazione in criminologia e medicina legale, a cui più tardi, in Messico, aggiunse la laurea in lettere e la specializzazione in chimica e fisica. Dal giugno 1940 fu Tenente cappellano degli Alpini, partecipando alla seconda guerra mondiale: condivise con essi i sacrifici e le sofferenze sui fronti francese, greco-albanese e russo, dando, specialmente in quest’ultimo e nel tragico successivo periodo delle ritirata, prove straordinarie di dedizione. La campagna di Russia si trasformò nella terribile odissea della ritirata: quei 1800 chilometri decimarono il suo gruppo da 600 a 24 uomini: egli fu per loro guida spirituale, morale e militare. La salute del Cattenati ne restò scossa per lungo tempo e il suo sistema nervoso soffrì ulteriormente quando, rientrato a Soragna, il padre, moribondo, non lo riconobbe, allontanandolo da sè come un miraggio beffardo. Restituito all’ufficio direttivo della Stampa periodica, curò il Numero unico sul 50° dell’Istituto dei missionari saveriani (1895-1945), preparò l’edizione di un commento omiletico sul Pater Noster, ricavandola dai testi del Conforti risalenti a un trattato del 1917-1918, e contribuì, con il forte impulso del suo dinamismo al rilancio della stampa missionaria, vanto dei saveriani nel primo e nel secondo dopoguerra. Nel 1947 i superiori gli affidarono il compito di studiare e realizzare una fondazione saveriana di reclutamento nella Spagna. Gli fu proposto quale socio padre Azzolini, parmense, suo coetaneo (poi vescovo in Sierra Leone) ma egli preferì padre Angelo Paolucci, che lo aveva amorevolmente assistito durante la convalescenza. Portatisi a Madrid si adoperarono per due anni in esperienze attive e pareva potessero realizzare una casa di reclutamento a Pamplona e una a Maiorca, nelle Baleari, ove il Cattenati trattò, senza successo, l’acquisto della sede dugentesca del Beato Raimondo Lullo, per riprenderne in chiave moderna l’anelito missionario di quel pioniere. Dopo alcune esperienze missionarie in Argentina e in Brasile, approdò nel maggio 1951 in Messico e si stabilì nella città di Mazatlan nella quale, partendo pressoché dal nulla, diede il via alla realizzazione di una scuola cattolica che in breve tempo divenne l’Instituto Cultural de Occidente, una vera città degli studi fornita di collegi, scuole e università con diversi corsi: un’opera nella quale ebbe modo di esprimere la tenacia, l’originalità e la molteplicità inventiva e creativa della sua personalità, ottenendo del pari una vasta eco nell’opinione pubblica messicana. Successivamente, in California riuscì a fondare una scuola estiva per ragazzi specializzata in geografia, etnografia e storia del Paese, mentre a San Francisco diede vita a un centro assistenziale per emigrati messicani. Nel 1961 fu nominato Cavaliere della Repubblica Italiana. Richiamato in patria sul finire del 1964, la lasciò ancora per raggiungere la Svizzera e dare, in mezzo agli operai e agli emigrati italiani di Wettingen, un’ennesima prova del suo impegno sacerdotale. A Wettingen fu colpito da emorragia cerebrale diffusa il 19 luglio 1972. Trasportato a Parma nella casa di cura delle Piccole Figlie, lottò per cinque mesi contro la morte. Nel 1983, secondo un desiderio che egli aveva espresso, i suoi resti mortali furono traslati in Messico, in quel centro culturale al quale egli legò il proprio nome e gli anni più intensi del suo fecondo e proficuo apostolato.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, in Gazzetta di Parma 23 aprile 1983, 9; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 277-279.

CATTIVELLI DECIMO
Noceto 21 giugno 1902-
Diplomato nel 1923 in violoncello come allievo al Conservatorio di Parma, svolse la carriera presso l’orchestra Scarlatti di Napoli.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

CATTOLI FRANCESCO
Parma-Vicenza marzo/aprile 1763
Figlio di Giacinto, gli successe nella maschera di Tracagnino al Teatro San Luca di Venezia, al servizio del Vendramin. Nel diario di G. Zanetti (pubblicato da F. Stefani nell’Archivio Veneto del 1885, tomo XXIX, 98) alla data 8 ottobre 1742 è detto che i comici del San Luca erano ottimi rappresentatori di commedie; e specialmente l’Arlecchino, ch’era un uomo piccolo cognominato Catoli da Parma, si distingueva sopra gli altri. Fu (come dice il Bartoli) un eccellente comico e un onorato galantuomo. Si ritirò dalle scene dopo il Carnevale del 1763 e, dopo aver fatto monaca una figlia e addottorato un figlio, pensò a godersi in pace gli ultimi anni della sua vita col danaro lasciatogli dal padre e con quello da lui guadagnato. Chiamato però improvvisamente a Vicenza nella primavera di quell’anno per sostituire l’Arlecchino Antonio Rubini, morto in quei giorni, si ammalò anch’egli gravemente e morì.
FONTI E BIBL.: F. Bartoli, Notizie istoriche de’ comici italiani, Padova, 1782; F. Stefani, Diario di G. Zanetti, in Archivio Veneto XXIX 1885; L. Rasi, I comici italiani, I, Firenze, 1897, 612-613; M. Sand, Masques et Bouffons, Parigi, 1862; Leonelli, Attori, 1940, 221-222.

CATTONI GAETANO
Parma 22 ottobre 1799-post 1837
Alunno cuciniere, sposò nel 1823 Maria Terzi di Parma, dalla quale ebbe quattro figli. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1° gennaio 1824 come sottoaiutante di cucina e dal 21 maggio 1832 come aiutante di cucina.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 306.

CATTUCCI ANTONIO
Parma 6 settembre 1770-Parma 6 marzo 1836
Iniziò la carriera giudiziaria nel periodo napoleonico (maggio del 1806) come giudice di pace del cantone di Fiorenzuola e la continuò sotto il governo di Maria Luigia d’Austria, passando alla polizia. Fu Presidente del tribunale di prima istanza a Borgo Taro nel giugno 1814, Podestà di Cortemaggiore e subito dopo Progovernatore di Guastalla (marzo 1816) e poi di Piacenza (novembre 1818). Lo si trova quindi Direttore generale di polizia dall’ottobre 1820 all’aprile 1821. Fu addetto alla 2a sezione del Consiglio di Stato del Ducato parmense nel 1821-1822 e nel 1831. Fu anche, nel giugno 1821, Commissario di Borgo San Donnino. Ultimo segno di fiducia da parte del governo di Maria Luigia fu la nomina a membro della commissione creata per giudicare gli individui che avevano fatto parte del sedicente governo di Parma nel 1831.
FONTI E BIBL.: A. Curti, Alta polizia, censura e spirito pubblico nei ducati parmensi (1816-1829), in Rassegna Storica del Risorgimento Italiano, 1922; E. Ottolenghi, Pagine piacentine del Risorgimento italiano (1815-1821), Piacenza, 1938; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 327.

CAUSIA POLLENTINA
Parma II/III secolo d.C.
Di condizione incerta, fu dedicataria di un’epigrafe attribuibile per caratteri paleografici (formula D.M., hederae distinguentes, assenza dittongo) al II-III secolo d.C., posta dal marito L. Attius Severus, alla coni(unx) dulc(issima), con la quale aveva vissuto sedici anni e sei mesi. Causius è nomen assai raro, documentato in questo solo caso nell’Italia settentrionale, altrimenti noto per un’iscrizione del Norico. Pollentinus, cognomen pure piuttosto inconsueto, documentato assai raramente in Cisalpina, potrebbe essere demotico relativo a tre città dell’Italia con nome Pollentia, ma anche, forse, derivato da pollens (polleo).
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 77.

CAUSIN ERNOLD JULIAN, vedi CAUSSIN ERNOLD JULIAN

CAUSSIN ERNOLD JULIAN
Ath 1510 c.-Parma febbraio 1548
Figlio del cantore Raynald, fu allievo di Josquin Despres e nel 1520 cantore del Duomo di Cambrai, poi nel 1526 studente all’Università di Cracovia (un registro di questa Università porta la seguente indicazione: Arnoldus Juliani Causin de Ath ex Hanoniensi Comitatu dioc. Cameracensis, magnus musicus Jusquin discipulus). Portatosi in Italia, successe al padre (1529) come cantore della chiesa della Steccata di Parma, in cui fu Maestro di cappella dal 1534 al 1539 e dal 1547 al 1548. A Parma, dove si sposò con una Lucrezia, ebbe tre figli. Nel 1548 A. Gardane stampò un’edizione dei suoi mottetti a cinque voci che lo definisce musicus celeberrimus. Forse fu anche a Lucca. Fu autore delle seguenti composizioni: Motectorum luculenti diligentia nuperrime editorum, liber Primus cum 5 voci (Venezia, 1548; dedica ai patrizi lucchesi Gigli e Saminiati, contenente 26 mottetti), 10 mottetti a 4-7 voci in antologie dell’epoca e altre composizioni manoscritte.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI, in Note d’Archivio, 1931; L. Minardi Mossini, in MGG, Supplemento; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 52 e 54; Dizionario musicisti UTET, 1985, 155.

CAUSSIN ERNOUL, vedi CAUSSIN ERNOLD JULIAN

CAUSSINI ARNOLDO, vedi CAUSSIN ERNOLD JULIAN

CAVACCIUTI GIOVANNI
Cereseto di Compiano 18 maggio 1815-Parma 29 giugno 1874
Dopo essere scampato al pericolo di vedersi forzatamente avviato alla carriera ecclesiastica, il Cavacciuti, terzogenito di un ricco proprietario terriero, diede inizio alla sua formazione scolastica, applicandosi con dedizione e impegno, fino a raggiungere nel giugno 1835 la formula probatoria dell’attestato scolastico (Johannem Cavacciuti inter optimos promotum testor) che gli aprì le porte dell’Università o più propriamente, viste le coercizioni verificatesi a Parma all’indomani dei moti del 1831, delle Scuole superiori. Avendo scoperto la sua particolare inclinazione per la medicina, si lasciò guidare da questa sua vocazione che lo accompagnò per tutta la vita. A ventitré anni, morto il padre, chiamato a gestire la cospicua proprietà terriera familiare, che da Cereseto di Compiano si estendeva in tutta l’ubertosa terra bassopadana del commissariato di Borgo San Donnino, ritrovatosi capofamiglia, cominciò a dividersi tra studio e amministrazione, tra i testi di medicina e i libri contabili, tra i malati e i mezzadri e tra spedali civili e poderi. Uomo di eccelse virtù, tra cui fondamentali la curiositas, la vagatio e l’observatio, il Cavacciuti venne spinto dall’illustre medico Giacomo Tommasini a intraprendere un’indagine itinerante per i maggiori spedali d’Italia, che fosse il più possibile esaustiva e ricca di interessanti informazioni, così da rendere la tesi di laurea assegnata dal medico stesso non speculativa ma sperimentale e quindi maggiormente degna di elogi. Per essere facilitato nella stesura della sua fatica Sul progresso della medicina considerata in relazione al progresso delle altre scienze ed arti, il Tommasini lo consiglio di recarsi a Bologna, Firenze, Pisa, Napoli e Roma, dove avrebbe sicuramente trovato una preziosa fonte per le sue ricerche. Il Cavacciuti fu inoltre accompagnato da alcune lettere di presentazione redatte dell’insigne ostetrico Rossi e da Carlo Speranza, predecessore del Tommasini nella cattedra di clinica medica e titolare della cattedra di medicina legale e igiene pubblica per lui appositamente istituita. Il Tommasini stava infatti dedicandosi alla stesura di sue Riflessioni patologico-pratiche quale risposta ad alcune obbiezioni pubblicate contro le massime da lui stesso sostenute. Aveva sentito quindi forte l’urgenza di aggiornarsi in maniera più approfondita sul modo di procedere nelle diverse scuole cliniche dei vari stati italiani. Il Tommasini prima dell’assegnazione della tesi di laurea al Cavacciuti, ne aveva potuto sperimentare la diligenza e la buona volontà quando questi lo aveva seguito con tanta attenzione nel suo secondo triennio della facoltà, scrivendo veloce le sue lezioni di medicina teorico-pratica e i suoi trattamenti patologico pratici. Ne aveva inoltre potuto apprezzare la bravura quando, spinto da un sincero amore filiale, il Cavacciuti si era dimostrato abile, armato di lanciuola pel salasso, nell’eseguire le cavate di sangue prescritte dallo stesso Tommasini al padre Paolo. Dalle letture delle prolusioni accademiche parmensi del medico, dal titolo il Discorso sull’amor del patrio suolo degli allettamenti e delle difficoltà dell’arte medica, nonché delle morali qualità che convengono al vero medico, il Cavacciuti apprese come i medici, per essere veramente tali, dovevano innanzitutto mostrarsi filantropi e compassionevoli, preoccupandosi di instaurare, per la crescita e lo sviluppo del sapere scientifico, rapporti e relazioni di vera amicizia con i colleghi. In realtà, nonostante la lodevole affermazione di tali ammirevoli principi, non pochi medici sparsi un po’ ovunque in Italia, non erano affatto amici del Tommasini, vuoi per invidie e sterili gelosie nei confronti della clamorosa fama di cui si era circondato, vuoi per la troppa stima che il medico parmigiano aveva di sé stesso, stima che lo portava a trasformare quella colleganza da lui tanto osannata, in sudditanza. Vista l’atmosfera piuttosto tesa che si respirava in quegli ambienti, le lettere credenziali redatte dal Tommasini avrebbero rischiato di rendere il Cavacciuti sospetto o non gradito, intralciandolo nel suo lavoro di ricerca. Grazie alle raccomandazioni del Rossi e dello Speranza, che oltre a trovarsi in quel momento all’apice del suo cursus honorum, era ritenuto un legittimista conciliante e autorevole, il Cavacciuti durante il suo viaggio di quattro mesi in giro per l’Italia, diventò una sorta di missus dominicus. Al ritorno dalla sua entusiasmante esperienza, presentò un preciso e puntuale saggio, dal quale risulta un osservatore franco, attento, genuino, severo e, per certi aspetti, anche graffiante, per niente suggestionabile o influenzabile. Dai suoi dettagliati resoconti riportati su un piccolo diario dalla copertina grigio perla, dalle pagine fitte di appunti, che non videro mai la stampa, se non in minima parte, si viene a sapere come nella prestigiosa Clinica medica di Bologna, senza alcuna divisione si trovassero insieme i petecchiali e gli esantematici, vigendo ancora per qusto tipo di morbosità la teoria aerista di Galeno che ravvisa le cause morbose nell’aere corrotto e nei miasmi, non considerandosi la controteoria contagiosa che ravvisava invece tali cause nelle particelle infettanti e nei contagi. A Firenze il Cavacciuti assistette alle lezioni del cesenate Maurizio Bufalini, professore di Clinica medica nell’Arcispedale di Santa Maria Nuova, che basterebbe da solo a rendere celebre qualunque Università, acerrimo avversario per molto tempo del Tommasini, a cui contendeva la palma di novello Ippocrate. Il Bufalini, che si era mostrato ostile al medico parmigiano dal 1815, quando questi era stato a lui preferito per la cattedra di clinica medica nell’Archiginnasio bolognese, faceva parte di quei medici che negavano la contagiosità del colera, sostenendo che l’epidemia era dovuta a un’influenza miasmica e che la salubrità del cielo sarebbe stata atta a respingere da sé sola la forza del crudel morbo dalle belle contrade d’Italia. Da Firenze il Cavacciuti si trasferì all’Università granducale di Pisa e da lì a Livorno. Tristissima fu l’impressione che riportò alla visita al grande Ospedale degli Incurabili di Napoli, dimostratosi a suo dire veramente immondo, indecente, di non facile accesso e con infermerie poco illuminate, letti bassi, coperte colorite, per non parlare poi delle lezioni a cui aveva assistito, dalle quali era uscito sconvolto. Non migliore impressione ebbe dalla Biblioteca universitaria, sprovvista e assai povera di articoli originali. Lo stato poi della clinica di ostetricia e di oftalmologia del professor Quadri che medicava quasi tutti i malati con un pennellino intinto nel laudano non poteva essere peggiore e pel servizio de’ malati e per la pulitezza delle sale, sprovviste persino delle tabelle statistiche ovvero delle cartelle cliniche. Quanto alle condizioni igieniche, discretamente ben tenuta gli sembrò la Clinica medica romana, anche se vi notò moltissime mosche che, insieme alle pulci, potevano ritenersi endemiche nella città quanto le febbri. Lo stesso Cavacciuti fu colpito dalla mal’aria che dall’Agro Romano era giunta a infestare il suburbio della città eterna tramite nuvoli di insetti tra cui le zanzare malarigene, costringendolo suo malgrado a rimpatriare anzitempo. Diventato il 22 luglio 1842 dottore in Medicina, dopo aver sostenuto una brillantissima prova, e quindi chirurgo maggiore, il Cavacciuti il 24 novembre dello stesso anno figura quale astante per la Clinica medica con rescritto Sovrano. Verso il 1845 sposò Anna Capelli, figlia di Francesco, notaio in Cortemaggiore. Con il trascorrere degli anni, i momenti in cui il Cavacciuti e la moglie poterono stare insieme andarono sempre più diminuendo: lei a Cortemaggiore, indebolita ed esaurita per le numerose gravidanze che la resero madre di ben sedici figli, lui a Parma con la qualifica di assistente di Clinica e controllore delle vaccinazioni antivaiolose, diviso tra l’attività clinica in Ospedale, le lezioni agli studenti, le consultazioni private a una selezionata clientela, nel suo gabinetto delle visite in Borgo delle Callegarie 15, e le visite a domicilio dei malati. Il Cavacciuti, divenuto consigliere del Protomedicato, si vide affidato nella ricostituita Regia Università, con decreto sovrano del 15 novembre 1854, l’insegnamento di patologia (che tenne per vent’anni), non più considerata come l’astratta scienza delle malattie da lui appresa venti anni prima, ma come la concreta scienza di quel caput mortuum dove le malattie si concludono e si riconoscono. Fondamentale per l’apprendimento degli aspiranti medici, risultò l’apporto di quei pezzi anatomici che sotto vetro a secco o immersi in generi differenti di liquidi, portavano chiari i segni macroscopici della patologia da cui erano affetti. La sua scienza medica, oltre ad aver avuto il merito di essersi servita dello stetoscopio, vide l’abolizione del salasso inteso come pratica stereotipata e partecipò alla battaglia per l’isolamento contumaciale contro il colera, riesploso a Parma nel 1855 con ben ottomiladuecento vittime, e per l’obbligatorietà della vaccinazione antivaiolosa. Fondò e fu Direttore del Gabinetto Patologico. Si tolse la vita nel 1874. La lapide in sua memoria nel cimitero della Villetta lo dice nato a Cortemaggiore. Lasciò alcuni lavori scientifici. La scienza medica seguita dal Cavacciuti, pur non essendo ancora in grado di adottare quei criteri di analisi chimico-meccanica che consentirono al biologo Claude Bernard e ai fisiologi tedeschi di preparare alla clinica una nuova pista di lancio, tuttavia compì il massimo sforzo per essere il più possibile aggiornata. Nonostante il percorso didattico e di ricerca del Cavacciuti non si presentasse a prima vista come quello di un patologo innovatore, navigando tra la medicina vetus di Galeno e la medicina nova di Laennec, lo sforzo di aggiornamento da lui compiuto fu comunque per quei tempi veramente ammirevole. Anche se non intraprese viaggi in Europa, viaggiando attraverso l’Italia ebbe il merito di mettere a confronto tra loro insegnamenti, teorie e pratiche di una medicina ancorata alle istituzioni e strutture relativamente arretrate di un paese ancora diviso territorialmente e separato dal resto d’Europa.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 117; Annuari dell’Università di Parma dal 1854-1855 al 1874; F. Rizzi, Professori, 1953, 80; U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 29; G. Cosmacini, Una dinastia di medici. La saga dei Cavacciuti Moruzzi, Milano, 1992; M.C. Testa, in Parma Economica 4 1997, 165-179.

CAVACINO MARC’AURELIO
Parma prima metà del XVII secolo
Orefice attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 93.

CAVAGNARI ALESSANDRO
Piacenza 1801-Genova gennaio 1891
Figlio di Pietro. Fu giudice del Tribunale di Parma dal 1844 al 1848. Nel settembre 1848 venne delegato alla Direzione della Sicurezza Pubblica e Polizia dal governatore provvisorio austriaco. Volle essere esonerato da questo incarico nel febbraio 1849 avendo il governatore austriaco instaurato lo stato d’assedio e altre misure eccezionali. Riebbe poi l’incarico nel marzo 1849. Fu membro della Commissione di Governo (16 marzo 1849). Nel dicembre 1850 fu vicepresidente del Tribunale Civile di Parma, nel 1854 vicepresidente della Corte d’Appello e nel 1855 Procuratore della Corte d’Appello. Sotto il Regno d’Italia (1860) diventò Sostituto Procuratore Generale della Corte d’Appello di Parma e Modena. Nel 1864 si trasferì a Perugia quale Presidente di sezione di Corte d’Appello. Fu eletto Senatore nel novembre 1876. In seguito fu assessore comunale a Genova. Fu insignito del titolo di Grand’Ufficiale della Corona d’Italia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 64; Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 328; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3.

CAVAGNARI ALFONSO
Parma 10 novembre 1831-Reggio Emilia 18 settembre 1881
Nacque da Alessandro e da Giovanna De Fey. Fece i suoi primi studi (che furono soprattutto di carattere letterario) col conte Filippo Linati. Si laureò poi in giurisprudenza ed esercitò l’avvocatura come patrocinatore in cause civili e criminali, formandosi una numerosa e scelta clientela. Nel 1855 sposò Palmina Sicoré. Luigi Carlo Farini, assunta nel 1859 la dittatura degli Stati Parmensi, propose al Cavagnari una cattedra universitaria, ma fu soltanto il 16 ottobre 1861 che egli fu nominato professore straordinario di diritto costituzionale. Da tale insegnamento passò nel 1873 a quello di diritto e procedura penale e contemporaneamente fu incaricato di svolgere il diritto commerciale, insegnamento che sostenne fino al 1879. Quattro anni prima (1875) il Cavagnari era stato promosso professore ordinario di diritto e procedura penale. Furono frequentissime e importanti le cause che da ogni parte d’Italia gli vennero affidate e che lo portarono in tutti i principali tribunali del Regno. Il suo parere legale fu richiesto da principi stranieri ed ebbe onorificenze e distinzioni dal governo portoghese e da diversi Stati americani. L’insigne giureconsulto Pasquale Stanislao Mancini, avendo ricevuto una sua Memorie di commenti al Codice Penale, lo fregiò della croce di Commendatore della Corona d’Italia. Fu Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Parma e membro del Consiglio superiore di Pubblica Istruzione. Nel 1865 entrò a far parte del Consiglio municipale di Parma e, rieletto più volte, vi rimase finché visse. Nell’anno stesso della sua prima elezione fu nominato membro della Giunta e resse l’ufficio di Sindaco dal novembre 1866 al 1° ottobre dell’anno successivo. Fu Sindaco effettivo dal dicembre 1870 all’aprile del 1874. In quell’anno si dimise di fronte all’opposizione non solo della Sinistra, che era in minoranza, ma anche di una parte della Destra, capitanata dall’onorevole Ferdinando Paini. Fu il Cavagnari che per primo fece deliberare (nell’aprile 1874) i lavori di difesa al torrente Parma, di cui però il Consiglio rinviò l’esecuzione. Nello stesso anno, durante i tumulti popolari del 18 aprile per il prezzo del pane (che aveva raggiunto il prezzo di 57 centesimi il chilo), ricondusse alla calma con un generoso discorso. Ma le severe censure che esso sollevò nel Consiglio comunale, che ridusse inoltre la somma da lui proposta a favore del Comitato di Provvidenza, lo determinarono alle dimissioni. Ma nel settembre 1880 fu nuovamente rieletto Sindaco di Parma. In questo ruolo, fece sì che il Teatro Regio rimanesse aperto nel Carnevale e ne aumentò i finanziamenti da 15 a 30 mila lire, inoltre provvide a far lastricare la Piazza maggiore, rinnovare quella della Steccata ed eseguire il monumento al Parmigianino, ridurre il prezzo dell’illuminazione a gas e illuminare di notte l’orologio della torre della Piazza maggiore. Per dieci anni sedette nel Consiglio provinciale, dapprima in rappresentanza di Traversetolo, poi di Parma. Nel maggio del 1880 fu chiamato dal voto dei suoi concittadini a rappresentare il collegio sud di Parma al Parlamento nazionale. Alla Camera si schierò con l’opposizione di destra e, nella seduta del 10 luglio 1880, negò il proprio voto all’abolizione incondizionata e totale della tassa sul macinato. Si dedicò anche alla letteratura e alla musica: dettò drammi per musica, brevi componimenti drammatici e canzoni di stile classico. Scrisse i libretti per due opere musicate da Giovanni Rossi: Elena da Taranto, melodramma serio in tre atti (libretto edito a Parma, Stocchi, 1852), e Giovanni Giscala, melodramma tragico (Parma, Stocchi, 1855), e le parole del coro Preghiera alla Vergine (1880) e della melodia per canto e pianoforte La rosa bianca. Fu inoltre l’autore dell’opuscolo Brevi notizie sull’origine e sui progressi del Conservatorio detto del Carmine, oggi Regio Istituto di musica in Parma (Parma, Adorni, 1875). Compose anche alcune musiche, di cui si conoscono due composizioni per banda: Fantasia in sol minore e Isminda, valzer in mibemolle maggiore. Nel 1875, assieme a Stefano Sanvitale, Parmenio Bettoli, Giulio Cesare Ferrarini e Stanislao Ficcarelli, fondò la Società del Quartetto di Parma. Scrisse inoltre il romanzo storico La Fata di Montechiarugolo. Assunse infine la presidenza della Scuola Musicale di Parma.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 64 e 185-187; T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 924; S. Sapuppo Zanghi, La XV legislatura italiana, Roma, 1884; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 229; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2; Aurea Parma 6 1922, 327-328; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 49; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 91.

CAVAGNARI ERNESTO
Piacenza 1827 c.-
Figlio di Alessandro. Fu Capitano aiutante maggiore in primo del 57° Reggimento Fanteria di Parma.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 64.

CAVAGNARI GIAMBATTISTA ADOLFO
Parma 1795 c.-post 1837
Figlio di Pietro. Servì nell’esercito francese e fu Segretario dei comandi del principe Luciano Bonaparte. Il 6 agosto 1837 sposò la nobile irlandese Caroline Lynes Montgomery, di Belval. Alle nozze assistette il fratello Odoardo Cavagnari e furono testimoni il Duca di Taranto e il generale Cavaignac.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 60; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 394.

CAVAGNARI LOUIS, vedi CAVAGNARI PIETRO LUIGI NAPOLEONE

CAVAGNARI LUIGI
Piacenza 1828 c.-Parma post 1882
Figlio di Alessandro. Fu distinto ufficiale dello Stato Maggiore italiano e Colonnello Segretario del Comitato delle Armi di linea. Fu candidato dei moderati a Parma nel 1882.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 64.

CAVAGNARI PIETRO
Parma o Piacenza 7 aprile 1769-1849
Nacque da ricca famiglia attiva nella finanza e nel commercio delle sete. Ebbe la prima educazione a Savona. Viaggiò lungamente, procurandosi istruzione, esperienza e vantaggi economici. Rese eminenti servigi al suo paese e ne ebbe segni onorevoli di gradimento dal duca Ferdinando di Borbone. Nel 1795 fu membro di una commissione incaricata della riforma monetaria. In conseguenza di tali servigi, la famiglia del Cavagnari, causa i notevolissimi prestiti di denaro concessi allo Stato di Parma, dilapidò gran parte della sua sostanza, dato che, sebbene fossero state date formali promesse, non fu mai indennizzata. Fu dal medesimo Duca inviato a Voghera al generale Napoleone Bonaparte il 5 maggio 1796 per trattare le condizioni di pace. Ebbe altre missioni negli anni seguenti presso il Bonaparte, allorché questi fu a capo degli eserciti d’Italia. Nel periodo francese fu membro del corpo legislativo, del Consiglio generale di Parma e del Collegio elettorale del Dipartimento del Taro e fece parte della presidenza del cantone meridionale di Piacenza. Al seguito delle truppe francesi, fu presente alla battaglia di Marengo. Fu a Parigi all’epoca della pace d’Hannover e così pure all’incoronazione di Napoleone Bonaparte. A Lione, in occasione dei comizi italiani, presentò al Bonaparte un lavoro relativo a tale assemblea. Nel 1806 fu a Parigi insieme al duca d’Abrantes, governatore di Parigi, come Segretario del governo di Parma. Nel 1805, per la sommossa dei montanari di Val di Tolla, nel Piacentino, contro i Francesi, si recò a Padova presso il viceré d’Italia per spiegarne i motivi e attenuarne le conseguenze. Indarno si adoperò anche a favore del conte Jacopo Sanvitale, che per il sonetto Io mi caccio le man nella parrucca si era tirato addosso lo sdegno dell’Imperatore. All’epoca in cui gli Stati di Parma furono dichiarati neutrali e Piacenza fu occupata da truppe austriache, il Cavagnari ebbe il coraggio di sequestrare diverse copie di un libro contro il primo console e i generali. Rischiò l’arresto da parte dell’autorità austriaca ma seppe difendersi con autorevolezza e rimase libero. Ammogliatosi nel 1793 con una nipote dei Bernouilly di Basilea, ebbe quattro figli, che furono educati a Parigi.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico di parmigiani più illustri nelle lettere, nelle scienze e nelle arti, Parma, 1880, 58-60; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1932, 610-611; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 328; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 394.

CAVAGNARI PIETRO, vedi anche CAVAGNARI GIAMBATTISTA ADOLFO

CAVAGNARI PIETRO LUIGI NAPOLEONE
Francia 1837 c.-Kabul 4 settembre 1879
Nato in Francia da Giambattista Adolfo, fu poi educato in Inghilterra nel Collegio di Christ’s Hospital e intraprese il servizio militare in qualità di cadetto della Compagnia delle Indie Orientali, assegnato al 1° Reggimento fucilieri europei del Bengala, durante la campagna d’Ouve nel 1858-1859. Servì pure nel 3° Ghoorkas e nelle campagne di Umbegla nel 1853 e con lo stesso reggimento alla campagna di Hayan nel 1868. Proseguì la carriera col grado di Maggiore prendendo parte a tutte le campagne dell’Indostan ed ebbe la croce di Vittoria per l’audace cattura, da lui operata nel gennaio 1878 a Chapri nel Punjaub, di una banda di rivoltosi, i quali nel 1876 avevano massacrato un gran numero di lavoratori indigeni occupati al forte inglese d’Abazaie. Fu Commissario nel Kohat, poi a Pescavon e quindi ufficiale politico al campo di Jellalabar. Nell’autunno del 1878, quando fu deciso di mandare una missione presso Ameer Shere Alì a Kabul, sotto gli ordini di Neville Chambularu, il Cavagnari fu addetto allo Stato Maggiore. Allorché l’ambasciata fu sul punto di varcare il passo Khyber, il Cavagnari, che era avanzato in avanscoperta con una piccola scorta a cavallo, fu fermato dagli Afgani a Alì Monssir e obbligato a retrocedere. Durante la successiva campagna di guerra, fu col generale Samuel Browne in qualità d’agente politico e la sua esperienza e la conoscenza delle tribù dell’Afganistan contribuirono all’esito positivo del conflitto. Alla fine della campagna fu nominato dal viceré plenipotenziario per trattare la pace con Yacoub Kan e Gaudannar. Il Cavagnari fu ricevuto a Kabul con entusiasmo e ciò trasse in inganno il Governo inglese e lo stesso Cavagnari. In realtà di lì a poco scoppiò una sommossa, con tre reggimenti in rivolta che appoggiarono la popolazione. Il Cavagnari, con 70 uomini, rimase asserragliato per un’intera giornata all’interno dell’ambasciata. Verso sera gli insorti diedero fuoco all’ambasciata e, penetrati all’interno, trucidarono l’intera guarnigione. Il Cavagnari fu pugnalato e il suo corpo orribilmente mutilato e decapitato.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 60-63.

CAVAGNOLO GIACOMO
Busseto seconda metà del XV secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 217.

CAVALCA ALESSANDRO
Parma 1579/1625
Fece studi di scienze matematiche e militari. Fu alla guerra di Fiandra (in una guarnigione del Brabante) sotto Alessandro Farnese. Partecipò all’assedio di Maastricht (1579, in quel fatto d’armi, caduto nelle mani del nemico, venne gettato nella Mosa) e, dopo la conquista, lavorò a fortificarla. Poi fu all’assedio di Ostenda (1601-1604), dove inventò un cannoncino a scomparsa che si alzava e abbassava, detto Civetta. Tornato in Italia, passò (1615) al servizio del duca d’Urbino Francesco Maria Della Rovere. Nel 1625 fu alla guerra in Piemonte comandando in seconda gli Urbinati, quindi ritornò in Pesaro. Scrisse Il vero essamine militare (Venezia, 1616, fatto pubblicare dal capitano Francesco Maria Orlandi all’insaputa del Cavalca; 2a edizione ampliata e corretta: Venezia, 1620) e Delle macchine inventate per l’espugnazione di Ostenda (ms. all’Accademia Miltare di Torino).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 923; Guarnieri; Promis, XIV, 741; Enciclopedia militare, II, 1926, 818; L.A. Maggiorotti, Dizionario architetti e ingegneri, 1933, 197.

CAVALCA FRANCESCO
Parma ante 1497-Parma 1540
Fu dottore in entrambe le leggi. Fin dall’adolescenza e poi anche in età adulta si dedicò in modo assiduo alle pratiche religiose, attendendo solo saltuariamente alla sua professione. Andò in Piemonte per rivedere suo fratello, il conte Giacomo, che era al servizio del duca Filiberto di Savoja, ma la guerra che si accese alla morte del Duca (1504) lo costrinse a ritornare precipitosamente a Parma. Morì in ancora giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 87-88.

CAVALCA GIACOMO
Parma 1497/1504
Conte, fratello di Francesco. Fu al servizio del duca Filiberto di Savoja.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 87-88.

CAVALCA LUIGI
Neviano degli Arduini 1893/1911
Soldato decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Diede spiccata prova di slancio ed ardimento sotto il fuoco nemico (Sidi Abdallah, Derna, 16 dicembre 1911).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937, 158.

CAVALCA LUIGI
Vicenza 1911-Parma 13 gennaio 1991
Nato da una famiglia di origine casalasca, compì a Parma gli studi magistrali e iniziò molto presto la sua attività come maestro elementare presso la scuola Filippo Corridoni. Agli inizi della seconda guerra mondiale si iscrisse al corso di laurea in chimica e si laureò nel 1945, collaborando poi, come assistente, con il professore Adolfo Ferrari, che iniziò in quegli anni a Parma la sua carriera. Si appassionò da subito a discipline come la mineralogia, la cristallografia e la strutturistica e creò e organizzò nel palazzo universitario uno dei primi laboratori italiani di diffrazione dei raggi X, con apparecchiature prebelliche rese funzionanti dalla sua creatività. Negli anni Cinquanta traslocò tutto il suo materiale nei nuovi laboratori di Via Massimo D’Azeglio e proseguì il suo lavoro di ricerca sino a divenire professore ordinario di strutturistica chimica nel 1957. Fondò l’Istituto di Strutturistica diffrattometrica del Cne, una rivista internazionale e, in collaborazione con altri, l’Associazione italiana di cristallografia. Seppe creare una scuola di ricercatori che diedero lustro alla ricerca sia nelle università che nei laboratori industriali cercando di mettere sempre in pratica gli insegnamenti del Cavalca. Tenne lezioni nelle sue discipline sino al 1980. Nel 1986, dopo essere andato in pensione, fu nominato professore emerito.
FONTI E BIBL.: G.D. Andreetti, in Gazzetta di Parma 14 gennaio 1991, 5.

CAVALCA MARC’ANTONIO
Parma XVI secolo
Al Cavalca, cittadino parmense, fu lasciato in eredità il celebre quadro del Parmigianino Amore che fabbrica l’arco.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 227.

CAVALCA MICHELE
Parma seconda metà del XV secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 108.

CAVALCABÒ MISURACCHI FRATTA CLAUDIO
Montechiarugolo 1882-Roma 1 dicembre 1971
Marchese, nato da nobile famiglia di origine borgotarese. Dopo aver frequentato il liceo salesiano di Parma, si laureò in giurisprudenza. Persona di vasta cultura umanistica, fu autore di numerosi scritti e pubblicazioni e collaboratore di vari quotidiani tra i quali la Gazzetta di Parma. Dopo le prime esperienze giornalistiche a Parma e a Bologna, entrò al Momento di Torino come redattore capo. Fu poi inviato e articolista di politica estera del Corriere d’Italia di Roma. Allo scoppio della prima guerra mondiale fu direttore del Tempo: di quell’epoca va ricordata la sua viva amicizia con Giolitti, del quale fu fedele seguace. Al termine del conflitto, al quale aveva preso parte come ufficiale di artiglieria di complemento, riprese l’attività giornalistica, ma con l’avvento del fascismo si ritirò dalla professione attiva, che riprese soltanto dopo la Liberazione, nel 1945. Eletto Presidente dell’Associazione stampa romana, rinunciò all’incarico allorché il governo, presieduto da Alcide De Gasperi, lo chiamò al Poligrafico dello Stato, di cui fu Commissario straordinario. A Parma fu tra i fondatori e primo Presidente della Società per l’Autocamionale della Cisa e continuò sempre a prestare la sua opera alle iniziative dei salesiani, ai quali rimase profondamente attaccato. Fu commendatore al merito della Repubblica.
FONTI E BIBL.: Si è spento a Roma Claudio Cavalcabò Fratta, in Gazzetta di Parma 3 dicembre 1971; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 233 e 1182.

CAVALIERI ADELMO
Modena 1900-Parma 1973
Bersagliere ardito nella prima guerra mondiale, fu il terzo soldato italiano a entrare a Trieste. Dopo un periodo di lavoro nelle Ferrovie dello Stato, nel 1935 iniziò l’attività imprenditoriale nel campo dei trasporti. Nel 1937 si trasferì a Parma dove fondò la Adelmo Cavalieri, specializzata nel trasporto di salumi, formaggi e derrate alimentari verso il Triveneto. Dopo il 1946 la rete geografica da lui servita si allargò e venne introdotto l’uso del ghiaccio per la conservazione dei prodotti alimentari durante il trasporto. Vennero aperte filiali a Napoli e a Roma, con celle frigorifere di stoccaggio. Nel 1963 la Cavalieri entrò nel settore dei gelati e perfezionò la propria specializzazione. Nel 1973, alla morte del Cavalieri, la guida dell’azienda passò al figlio Paolo che la trasformò in Cavalieri Trasporti e Spedizioni.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 215.

CAVALIERI BERNARDO
Parma 1821/1831
Fu Capitano nel Reggimento Maria Luigia di Parma. Dal 1821 al 1823 appartenne alla Società dei Carbonari. Nonostante al momento dei moti del 1831 non si trovasse a Parma ma a Napoli, fu sottoposto a sorveglianza dalle autorità, perché Va di continuo a Napoli ed a Milano, fu in Spagna e si crede che sia organo di sospette corrispondenze. Alcuni anni sono rinunziò al grado mediante una somma che gli fu data dal Governo. Ha fatto or sono varii anni una vistosa eredità a Napoli. In tempo della rivolta non era in Parma. È uomo esaltato e non gode troppo buon nome.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 158-159.

CAVALIERI GIUSTINA, vedi FAZZI GIUSTINA

CAVALLERO PASQUALE
Parma 1760-Parma 17 ottobre 1832
Allievo del parmigiano Lorenzo Ferrari, fu un ottimo flautista. Gervasoni scrive che eseguì i migliori concerti che richiedevano virtuosismo. Fu apprezzato docente e tra i suoi allievi annoverò Giacomo Coppi e Francesco Raguzzi. Nel 1792 lavorò a Bologna al Teatro Marsigli Rossi, al Teatro Zagnoni e nel Pubblico Teatro, mentre nel registro tenuto dal maestro della Cappella Palatina di Lucca, Antonio Puccini, risulta tra gli strumentisti invitati per la festa di Santa Croce del 1793. Vi ritornò nel 1795. Nel 1807 fu primo flauto dell’Orchestra di Parma e nel 1816 fu nominato primo flauto nella ricostituita Orchestra di Corte di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 112-113; Enciclopedia di Parma, 1998, 215.

CAVALESI GIOVANNI
Parma 1606
Sacerdote e soprano, dalla Compagnia della Steccata di Parma fu accettato in prova per il bimestre 24 settembre-28 novembre 1606, ma dopo tale data venne licenziato.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 82.

CAVALLETTI GIOVANNI
Villa Pasquali 1777-Parma 25 aprile 1860
Forse figlio di Nicola, ebbe bottega a Parma. Nel 1805 riparò l’organo della chiesa parrocchiale di Sabbioneta e nel 1807 costruì quello di Fontanelle. Nel 1810 fu interpellato, assieme al fratello Stefano, per il restauro dell’organo Martinenghi del 1712 che si trovava nella chiesa di Santo Stefano a Casalmaggiore: non essendo riparabile, però, per la costruzione di uno nuovo fu loro preferita la fabbrica Serassi di Bergamo. Nel 1825 vennero chiamati per procedere alla sua riparazione. Nel 1819 restaurò l’organo dell’oratorio di Sant’Antonino di Soragna, opera del 1739 di Giuseppe Dotti. Nel 1820 costruì quello di San Rocco a Soragna, nel 1821 restaurò quello di Santa Maria delle Grazie di Parma e nel 1829 costruì l’organo di Mezzano Inferiore. Nel 1837 ricostruì l’organo di Antonio Poncini Negri del 1793 nella chiesa di Sorbolo, nel 1840 venne interpellato dalla fabbriceria di Asola e nel 1841 costruì lo strumento di Villa Saviola nel Mantovano. Alla morte del nipote Raimondo venne invitato a terminare i lavori iniziati nella chiesa dell’Incoronata di Sabbioneta e nel 1842 restaurò l’organo di San Marcellino a Parma. In vari anni (1824, 1831 e 1844) provvide a interventi vari allo strumento di Santa Cristina a Parma e nel 1854 restaurò quello di Scurano. Il 12 aprile 1833 fece una convenzione con la Cappella Reale di Colorno, con sede in San Liborio, per la manutenzione e l’accordatura dell’organo Serassi: tre volte all’anno per 130 lire da pagarsi in tre rate dopo il collaudo del maestro Ferdinando Robuschi. L’8 aprile 1859 scrisse una lettera alla Cappella Reale lamentando i pagamenti sempre in ritardo, la vecchiaia e la mancanza di lavoro: come risposta l’amministrazione dichiarò decaduta la convenzione e lo licenziò in tronco.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Carlo e Giuseppe Verdi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1987, 456-457; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAVALLETTI LUIGI
Parma ultimo decennio del XVIII secolo-post 1838
Forse figlio di Nicola, costruì gli organi di Albinea, Brisighella, del santuario della Beata Vergine di Monticino (1823), della Santa Umiltà (1827), di San Giovanni di Dio, dell’Istituto Righi e di Santa Maria dell’Angelo a Faenza (1837), della chiesa del Carmine a Russi (1833), di San Paolo a Ducenta presso Ravenna (1838) e di Santa Maria a Rontana.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAVALLETTI NICOLA
Parma 1753-Sabbioneta 1798
Figlio di Giovanni Battista, nel 1785 lavorò all’organo della chiesa di Santa Maria di Castellina di Soragna e il 5 luglio 1786 fu effettuato in suo favore l’ultimo pagamento di 500 lire quali sono per compimento dell’intero pagamento d’un organo fatto da me Nicola Cavalletti di Parma in detta chiesa: il prezzo dell’intero strumento era stato concordato in 1300 lire. In Parma nel 1787 costruì l’organo della chiesa di Santa Croce e nel 1792 lavorò a quello dell’oratorio di San Bernardino, mentre nel 1798 venne retribuito per i lavori effettuati sullo strumento della chiesa arcipretale di Sabbioneta.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAVALLETTI PIETRO PAOLO
Piacenza 1757-post 1817
Figlio di Giovanni Battista, risiedette a Parma. Nel 1781 restaurò e ampliò l’organo di Pianello Val Tidone e nel 1787 costruì l’organo della chiesa di Sant’Uldarico in Piacenza, strumento che nel 1904 venne ceduto alla chiesa di Valdiporro di Boscochiesanuova, presso Verona. Nel 1788-1789 effettuò un radicale rifacimento dell’organo di Santa Maria di Campagna di Piacenza, lavoro che venne giudicato eccellente e duraturo: forse a lui si deve la costruzione delle canne della facciata, che costituiscono l’elemento ornamentale del contro-organo sulla cantoria. Nel gennaio 1790 gli venne affidata la manutenzione dello stesso strumento e costruì quello della basilica di Sant’Agostino, che fu definito un maestoso monumento dell’arte barocca. Nello stesso anno ebbe anche l’incarico di costruire l’organo di Sant’Antonino di Piacenza, inaugurato nel giugno 1792. Nel contratto si legge che era professore d’organi, parmeggiano e figlio del professore d’organi al servizio di SAR. Compì nel 1796 un intervento sullo strumento di Chiaravalle della Colomba, nel 1800 nella chiesa dell’Osservanza di Imola e nel 1817 nella Cattedrale di Reggio Emilia.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAVALLETTI STEFANO
Villa Pasquali 1810/1858
Figlio di Nicola, risiedette a Sabbioneta o a Canneto sull’Oglio, lavorando spesso con il fratello Giovanni. Nel 1814 provvidero alla pulitura e al rifacimento di un mantice dell’organo della parrocchia di Villarotta e costruirono quello di San Silvestro in provincia di Mantova, mentre nel 1834 ristrutturarono il Serassi n. 689 della parrocchia di Pieve di Guastalla. Nel 1821 riparò la vecchia spinetta che Carlo Verdi delle Roncole aveva acquistato per il figlio. Non volle essere pagato per il lavoro effettuato: Per la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi d’imparare a suonare questo istrumento: fu fatto di nuovo questi saltarelli e impenati a corame e vi adatai la pedaliera che ci ho regalato. Così si legge dentro lo strumento, conservato nella Casa di Riposo per musicisti, fondata da Verdi a Milano. Nel 1821 fornì l’organo alla chiesa di Sant’Uldarico a Parma e nel 1832 ne progettò uno, poi non realizzato, per la chiesa arcipretale di Sabbioneta. Nel 1858 costruì quello per la chiesa di Santa Maria del Quartiere a Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Carlo e Giuseppe Verdi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1987, 456-457; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAVALLI ALBERTO PAOLO
Parma 20 novembre 1917-Lucca 1992
Iniziati gli studi a Parma, nel 1937 si trasferì a Forte dei Marmi. Interrotti gli studi a causa degli eventi bellici, nel 1946 si laureò in lettere all’Università di Firenze, dopo aver studiato storia della musica all’Università di Roma con Luigi Ronga e a quella di Firenze con Fausto Torrefranca. Discusse la tesi di laurea sugli Atteggiamenti estetici e teorici nella vita musicale del Rinascimento. Iniziò nel 1937 lo studio dell’armonia con Ennio Porrino, che continuò poi a Lucca con Gustavo Giovannetti e a Firenze con Paolo Fragapane, Aurelio Maggioni e Renato Dionisi. Nel 1952 si diplomò in musica corale al Conservatorio di Bolzano. Dal 1949 docente di letteratura poetica e drammatica, storia della musica e bibliotecario del Liceo musicale di Lucca, dal 1978 al pensionamento (1981) svolse anche le mansioni di direttore. Autore di scritti su Puccini e sui musicisti lucchesi, fu critico della Nazione dal 1949 al 1951, collaborò con la rivista Chigiana e fu autore di diverse voci nel supplemento 1973-1979 de Die Musik in Geschicthe und Gegenwart.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAVALLI ALESSANDRO
Berceto 1889-Neviano de’ Rossi 24 giugno 1971
Studiò nei seminari di Berceto e di Parma. Appena ordinato sacerdote (1915) partì per il fronte. Dopo la guerra fu parroco di Vestola e nel 1923 gli affidarono la comunità di Neviano de’ Rossi. Verso la fine della seconda guerra mondiale fu protagonista di un episodio di coraggio durante la cosiddetta sacca di Fornovo (aprile 1945). Andò infatti a trattare più volte con il comandante dei militari brasiliani che erano a Neviano de’ Rossi, con il comando tedesco che si trovava a Respiccio e con i partigiani schierati sui tornanti di Piantonia. Ottenne quanto i Brasiliani e i partigiani esigevano (la resa incondizionata dei Tedeschi), evitando così un massacro di soldati e di civili. Gli furono conferite le massime onorificenze brasiliane. Una lapide su una parete del campanile di Neviano de’ Rossi ne ricorda le benemerenze.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 settembre 1991, 16.

CAVALLI AMADIO
Berceto 1831
Fu tra gli inquisiti di Stato a seguito dei moti del 1831.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 228.

CAVALLI ANTONIO
Caneso di Bedonia 1835-Trevozzo 1914
Fatti gli studi nel Seminario di Bedonia e ordinato sacerdote nel 1858, fu professore nel Ginnasio di Borgo Taro e poi nel Seminario di Piacenza. Dal 1883 alla morte fu Arciprete e Vicario foraneo di Trevozzo, coadiuvato successivamente dai nipoti don Pietro, che fu poi Rettore del Seminario di Bedonia e di Piacenza, e don Antonio, che gli succedette. Si dimostrò uomo di cultura non soltanto nell’insegnamento e nella predicazione ma anche con diverse pubblicazioni letterarie, storiche e apologetiche. Fondò nel 1901 la prima cooperativa nazionale di agricoltura e nel 1911 la Cassa rurale di Trevozzo, con relativi Statuti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, I, 138; L. Rebecchi, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 74.

CAVALLI ANTONIO
Bellasola 1883-Corniglio 1977
Già a dodici anni fece le sue prime esperienze al banco da falegname a fianco del suo maestro, Tramalloni, ospite di una cantina degli Arisi a Corniglio. Rimase presto orfano e lo zio lo prese con sé in Borgo Guazzo a Parma e lo avviò appunto al mestiere di falegname, che esercitò fino al 1975. Le medaglie d’oro e d’argento assegnategli in occasione dell’esposizione per i festeggiamenti del primo centenario della nascita di Verdi, nel 1913, assunsero un significato di riconoscenza e di apprezzamento alla sua lunga attività nella costruzione dei mobili in legno massiccio. Soddisfazione accresciuta dal fatto che una sua camera da letto esposta alla mostra, in bellissimo legno di castagno, trovò subito nel primo giorno l’acquirente. La sua attività trovò alimento non soltanto attingendo alla sua fantasia, ma anche dalla lettura e dallo studio di libri e di riviste specializzate. Lo stesso impegno, la stessa precisione e sensibilità espressa nei pregevoli mobili che adornarono molte case di Corniglio, il Cavalli dedicò e dimostrò anche nel coltivare la musica. Infatti se la banda di Corniglio poté vantare una lunga storia, se pure inframmezzata da periodi di inattività, si dovette soprattutto al Cavalli, al cui nome fu poi intitolato il complesso musicale. La sua versatilità e l’entusiasmo verso quest’arte contagiarono tanti altri suoi compaesani e così si potè dar vita, se pure con poveri mezzi, a un complesso che ovunque si fece onore. Memorabile fu la partecipazione della banda cornigliese a una festa a Rimagna, presente anche l’onorevole Giuseppe Micheli, al cui indirizzo fu suonato egregiamente il Va Pensiero. All’inaugurazione della cappellina della Madonna sul Montagnana (1901), ideata dallo stesso parlamentare e da don Canetti e benedetta alla presenza di cinquemila persone, parteciparono diverse bande, e tra esse anche quella di Corniglio. Anche come cittadino, il Cavalli partecipò attivamente alla vita della comunità cornigliese occupando un posto di rilievo nell’amministrazione comunale subito dopo la liberazione a fianco di Quinto Ghirardini, essendo stato eletto all’unanimità del Consiglio vice-sindaco. Per la sala consiliare realizzò i seggi a forma di ferro di cavallo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 dicembre 1984, 13.

CAVALLI ARTURO
Busseto 4 maggio 1914-Milano 17 marzo 1976
Figlio di un artigiano, rimase orfano a cinque anni. Soltanto dopo la seconda guerra mondiale poté dedicarsi alla pittura. Autodidatta, svolse molta della sua attività artistica a Londra, dove frequentò lo scultore Henry Moore e da questi fu incoraggiato a disegnare e dipingere. Allestì la sua prima personale a Milano (Galleria Barbaroux) nel 1955, alla quale seguirono altre a Roma (Galleria dell’Esedra Macchia, 1957; Galleria I Volsci, 1970), Milano (Galleria Schwarz, 1958 e 1961; Galleria Gianferrari, 1965; Galleria Cortina, 1970), Viareggio (Galleria Bottega dei Vageri, 1958), Londra (New Vision Centre, 1960; Lords Gallery, 1964; Grosvenor Gallery, 1966), Venezia (Galleria del Cavallino, 1963), Palermo (Galleria l’Asterisco, 1970). Partecipò a collettive e a concorsi, quali il Premio Ramazzotti (1965 e 1966) e la Permanente di Milano. Con quella sua pittura curiosa, di oggetti ricuperati (penne e piume vere per gli struzzi, giade e acquemarine per gli occhi dei gatti, gufi e civette), il Cavalli si può quasi considerare un precursore del nuovo dada e della pop art degli anni Sessanta. Ma i suoi quadri non sono dissacratori nei confronti della società contemporanea, e nemmeno compiacimenti di eleganza decadente. Il mondo del Cavalli fu forse soltanto un sogno leggero, con capitale Panarea, piccola isola nell’arcipelago delle Eolie, dove egli trovò la luce pulita, mentale ancor prima che fisica, per poter raccontare favole stupende e sogni reali.
FONTI E BIBL.: L’Unità 20 maggio 1955 (M. De Micheli); Catalogo personale Galleria Schwarz, Milano, marzo 1958 (E. Montale); Il Giorno 29 marzo 1958 (G. Fusco); Settimo Giorno 5 maggio 1960 (P. Bianchi); The Times agosto 1960 e 23 agosto 1966; La Notte 10 aprile 1965 (M. Portalupi) e 8 aprile 1967 (I. Mormino); Il Telegrafo 18 aprile 1965 (G. Kaisserlian); Il Corriere della Sera 22 aprile 1965 (L. Borgese) e 15 novembre 1968; Avanti 10 novembre 1968 (F. Passoni); Gazzetta di Parma 13 novembre 1968 (T. Mazzieri); Corriere d’Informazione 14 novembre 1968 (M. Lepore); Le Arti dicembre 1968 (G. Marussi); Il Poliedro dicembre 1968 (E. Fabiani); A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 662-663; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 18 marzo 1976, 6.

CAVALLI CARLO
Parma seconda metà del XVII secolo/1750
Già attivo come incisore nella seconda metà del XVII secolo, fu poi anche pittore modestamente dotato. Si conosce una sua stampa datata 1750.
FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, Incisione a Parma, 1969.

CAVALLI CARLO
- Mattaleto post 1895
Il 10 maggio 1891 fu nominato arciprete di Bazzano. Vi rimase quattro anni. Il 29 maggio 1895 rinunciò alla parrocchia e fu trasferito a Mattaleto. Fino al 18 luglio 1891 ebbe quale cappellano don Antonio Rotelli che andò poi rettore a Montesalso. Gli atti di battesimo stesi dal Cavalli furono 140 (media di 35 l’anno), quelli dei matrimoni 35 (dei quali quattro redatti da don Rotelli) e gli atti di morte 112, dei quali 10 registrati dal Rotelli.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 47.

CAVALLI COSTANTINO
Parma ante 1860
Compose una Messa da Requiem in F.ut, a tre voci, partiture e parti.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 294.

CAVALLI ERCOLE
Busseto-Spagna post 1877
Residente in Spagna, dedicò al tenore Gaetano Fraschini una biografia verdiana, la prima pubblicata, Biografias artisticas contemporaneas de los celebres Jos. Verdi, maestro de musica y Antonio Canova escultor (Madrid, Ducazcal, 1867). Anni dopo scrisse Giuseppe Verdi: nuovi particolari inediti e interessanti (in Il Pensiero di Nizza 29-31 dicembre 1876 e 4 gennaio 1877).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAVALLI FRANCESCO
San Secondo 1823-Parma 11 agosto 1894
Impresario teatrale. In società con Giuseppe Banzi, segretario della Camera di Commercio e Arti di Parma, tenne l’affitto e la gestione del Politeama Reinach di Parma dal 22 settembre 1878 al 31 ottobre 1882.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 49; San Secondo, 1982, 60.

CAVALLI GAETANO
Berceto 18 settembre 1866-post 1897
Fu ordinato sacerdote il 19 settembre 1891. Oltre che cappellano dei parroci urbani (Indicatore Ecclesiastico della Diocesi di Parma per l’anno 1897) fu tra i membri della Cappella Vescovile con il titolo di cappellano di Camera e, in Curia, vice cancelliere. Fu poi Rettore di Sant’Alessandro in Parma.
FONTI E BIBL.: F. Teodori, Guido Maria Conforti, 1988, 417.

CAVALLI GIOVANNI
Busseto 3 luglio 1802-Busseto 24 giugno 1857
Fu valente suonatore di fagotto e partecipò con vari complessi orchestrali ad applaudite tournée in Italia e all’estero. Reduce nella cittadina natale dopo trentadue anni di peregrinazioni artistiche, si dedicò all’insegnamento e fu annoverato tra i soci onorari della locale Società Filarmonica fondata dal mecenate Barezzi.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 108.

CAVALLI GIOVANNI ANTONIO CASIMIRO
Parma 4 marzo 1752-Parma 21 marzo 1828
Figlio di Giuseppe, suonatore di viola alla Corte di Parma (ma nei registri battesimali è detto figlio di Andrea e Anna Corvi). Fu nel 1773 a Torino per studiare il violino sotto la direzione di un valente professore, ottenendo a tal fine una pensione dal duca di Parma Ferdinando di Borbone. Fu violinista della Reale Orchestra di Parma con regio decreto dell’11 novembre 1776, con l’assegno di lire cinquemila all’anno e fino a tutto il 1778. Fu primo dei secondi violini nell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma dal 1783 e il 28 febbraio 1785 ricevette la patente di virtuoso di Camera.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, I, fol. 792; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 213; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAVALLI GIUSEPPE
Parma 1726 c.-Parma 19 giugno 1798
Figlio di Odoardo. Era solito partecipare alle funzioni solenni della Steccata in Parma, ove lo si trova fin dal 23 aprile 1751. Nell’autunno del 1752 prese parte alle otto recite delle opere giocose date nel Teatro di Colorno e nel 1761 all’esecuzione di opere buffe date a Parma nel Teatro ducale. Fu suonatore di viola alla Corte ducale di Parma con un assegno di 1200 lire dal 1 novembre 1767. Ottenne un aumento di 800 lire nel maggio del 1773 e il 10 settembre dello stesso anno una pensione a favore di suo figlio Giovanni per portarsi a Torino a studiare il violino sotto la direzione di un valente professore. L’11 novembre 1773 ebbe un aumento di stipendio di 1000 lire. Nel 1783 era accademico onorario dell’Orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma e il 28 febbraio 1785 ricevette la patente di virtuoso di Camera.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, I, fol. 81; H. Bédarida, Parme et la France, Paris, 1928, 490; Archivio di Stato di Parma, Teatro 1732-1843, Cartella n. 1; Archivio della Steccata, Mandati dal 1751 al 1797; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 213; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAVALLI GIUSEPPE
Busseto 6 aprile 1762-Busseto 13 maggio 1828
Allievo nel paese natale di Pietro Balestra, fu buon pittore, decoratore, abile restauratore di quadri e persino reputato architetto. Condusse studi sulla chimica applicata all’arte ed espose i risultati conseguiti in pazienti ricerche in alcuni manoscritti tra i quali il Seletti cita i seguenti: Precetti teorici e pratici per intagliare all’acqua forte, Delle stampe sul legno e del modo di farle, Intaglio a più colori, Pittura a pastello, Segreti per colorire legni lavorati e fare vernici. Come pittore si orientò al paesaggio, lasciando apprezzati dipinti, ma si distinse anche come decoratore. Trattò soggetti sacri in affreschi sparsi per l’Emilia, soprattutto in chiese e conventi, ed è opera sua il San Francesco che spicca sulla porta d’ingresso al convento bussetano dei frati Minori. Tra le opere di architettura da lui progettate e dirette in Busseto vanno ricordate la facciata e l’atrio dell’ex palazzo Sivelli, la chiesa di Santa Maria e l’oratorio detto della Madonna Rossa, incorporato al citato convento, con decorazioni in buon stile, dallo stesso Cavalli modellate. Si provò anche nell’incisione, firmando Joseph Cavalli Cremonensis. Questo trasse in inganno il Pelliccioni, che lo dice cremonese di nascita.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 108; Arte incisione a Parma, 1969, 38.

CAVALLI GIUSEPPE
Berceto 8 ottobre 1898-Parma 23 luglio 1973
Compì gli studi nel Seminario di Modena e, in seguito, in quello di Parma, ricevendo l’ordinazione sacerdotale il 29 giugno 1922. Inviato a Noceto come cappellano coadiutore, vi rimase per quattordici anni, lasciando una profonda traccia della sua opera: fu infatti animatore sociale e culturale, educatore, fondatore e primo assistente ecclesiastico del gruppo scout ASCI e dell’oratorio. Andava intanto maturando una vasta cultura che gli consentì di essere chiamato a Parma dal vescovo Evasio Colli il 1 febbraio 1936, come cappellano dell’Ordine Costantiniano nella chiesa magistrale della Steccata. Il trasferimento gli consentì di dedicarsi all’insegnamento (oltre alla religione, ebbe occasione di insegnare anche italiano e filosofia) in diverse scuole cittadine (Istituto Tecnico Melloni, Convitto Nazionale Maria Luigia) e di esplicare una fervida azione formativa e come conferenziere e saggista di valore. Avviò le attività del Movimento Cattolico cittadino (in particolare il Movimento Laureati Cattolici, 1933, del quale fu tra i promotori anche in campo nazionale con Igino Righetti) e raccolse attorno a esso molti giovani richiamati da una scelta religiosa e da precise indicazioni di libertà, di giustizia e di difesa della dignità umana. Così mentre il Cavalli partecipava agli incontri di Camaldoli, Castelnuovo Fogliani e Sirmione, si radunarono intorno a lui i più attivi rappresentanti dell’antifascismo cattolico locale. L’8 settembre 1943 il Cavalli passò dalla resistenza ideale alla resistenza operante. Aderì con entusiasmo alla lotta sui monti e riuscì a mantenere contatti con tutte le forze operanti dell’antifascismo. Fu arrestato il 25 aprile 1944 e rinchiuso nelle carceri di San Francesco a Parma, dove divise la prigionia con gli ammiragli I. Campioni e L. Mascherpa, fucilati nel maggio dello stesso anno. Di questa esperienza lasciò una vibrante testimonianza (Il calvario di due ammiragli), dove al ricordo dei due ufficiali accompagnò un costante richiamo ai supremi valori della vita umana. In seguito al bombardamento del 13 maggio, riacquistò la libertà e si rifugiò a Noceto, dove continuò il lavoro clandestino. Terminata la guerra, nonostante gli onori e i riconoscimenti che gli giunsero da ogni parte, tornò alla scuola e all’opera formativa dei giovani. Diresse il setimanale diocesano Vita Nuova, sostenendo battaglie tenaci per la ricostruzione democratica dell’Italia. Fu fondatore (con Enrico Mattei), presidente provinciale e cappellano nazionale dell’Associazione partigiani cristiani, con la quale organizzò vari convegni sul contributo dei cattolici alla Resistenza. Dal 1964 fu inoltre presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Parma.
FONTI E BIBL.: Le carte del Cavalli sono depositate ma non ordinate presso il Circolo culturale Il Borgo; vaste tracce della sua attività pubblicistica sono nel settimanale diocesano Vita Nuova, che egli diresse dal 1945 al 1951. Il Cavalli curò gli Atti dei primi due Congressi dell’Associazione partigiani cristiani, Il contributo dei cattolici alla lotta di Liberazione, Spinardi, Torino 1964 (per il quale tracciò una Nota introduttiva, 7-10, e scrisse una relazione, I cattolici nella lunga vigilia del ventennio, 61-118) e Il contributo dei cattolici alla lotta di Liberazione in Emilia-Romagna, CASBOT, Busto Arsizio, 1966 (per il quale scrisse l’Introduzione, 11-12, e la comunicazione Le cinque giornate di Parma e Ulisse Corazza, 243-270). Altri scritti del Cavalli sono: La Resistenza e le formazioni cattoliche, in Fascismo e antifascismo. Lezioni e testimonianze, Feltrinelli, Milano, 1963, II, 547-553; Celebrazione del ventennale dell’eccidio di Strela, Step, Parma, 1964; Il calvario di due ammiragli, Fresching, Parma, 1954, e Aiace, Torino, 1965; Indietro verso l’avvenire, Parma, 1965; Testimonianza su R.I. Bocchi, in Aspetti religiosi della Resistenza, Aiace, Torino, 1972, 45-52. Ricordi e cenni al Cavalli sono in Aurea Parma 39 1955, 61-62; in G. Rossetti, Noceto e la sua gente l’altro ieri, Tecnografica, Parma, 1977, 335; G.P. Milli, Ädess cä so chi son, Lettering, Milano, 1979, 58-59; P. Savani, Antifascismo e guerra di Liberazione a Parma, Guanda, Parma, 1972, 184; M. Visalli, Momenti salienti della resistenza nel Parmense 1943-1945, Studium Parmense, Parma, 1974, 30; L. Tarantini, La resistenza armata nel Parmense, Step, Parma, 1978, passim; Gazzetta di Parma 23 luglio 1983, 8; V. Cassaroli, in Dizionario storico del Movimento cattolico, III/1, 1984, 202-203; Gazzetta di Parma 4 settembre 1991, 16; Grandi di Parma, 1991, 39-40; M. Campanini, in Gazzetta di Parma 13 luglio 1998, 15; S. Passera, in Gazzetta di Parma 8 ottobre 1998, 9; G. Campanini, Don Giuseppe Cavalli, Parma, 1987. Numerosi sono ancora i necrologi, le rievocazioni e le testimonianze sul Cavalli apparsi sulla stampa locale. Alcune testimonianze inedite sul Cavalli sono depositate nell’archivio del Circolo culturale Il Borgo. Tra le rievocazioni va ricordata in particolare quella di G. Cavalli, D. Giuseppe Cavalli, in Corriere di Parma 1983, 123-126. Cfr. inoltre il ricordo apparso su Aurea Parma 39 1955, 61-62. Articoli commemorativi del Cavalli sono apparsi sul quotidiano Gazzetta di Parma nei giorni 24 e 25 luglio 1973, 9 gennaio 1974, 23 luglio 1974, 23 e 25 luglio 1983, 14 e 15 gennaio 1978. Numerosi sono i riferimenti al Cavalli nella letteratura sul Movimento cattolico a Parma e in particolare nei testi che trattano dell’apporto dei cattolici alla Resistenza. materiali e documenti sul Cavalli sono infine reperibili nell’Archivio della Curia diocesana, nel Fondo Azione cattolica presso la stessa Curia diocesana e nell’archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, di cui il Cavalli fu cappellano dal 1936 al 1971.

CAVALLI GIUSEPPE MARIA ALBINO
San Secondo 15 settembre 1804-San Secondo Parmense 28 dicembre 1892
Figlio di Antonio e Chiara Cavalli. Studiò prima nel Seminario di Borgo San Donnino, dove il 5 giugno 1819 gli fu conferita la prima tonsura dal vescovo Luigi Sanvitale. Poi proseguì e terminò gli studi teologici nel Seminario di Parma, dove gli furono conferiti, dal vescovo di Parma Carlo Francesco Caselli, tutti i vari ordini: il 20 dicembre 1823 i primi due ordini minori, il 12 dicembre 1824 gli ultimi due ordini minori, il 17 dicembre 1825 il suddiaconato, il 23 dicembre 1826 il diaconato e, finalmente, il 30 marzo 1827 il presbiteriato. Fin dai primi anni del suo sacerdozio divenne famoso per la sua predicazione, tanto che fu ben presto chiamato a predicare non solo in località della Diocesi parmense (Sorbolo, Noceto, Monastero delle Cappuccine a Parma), ma anche in quelle di diocesi vicine (Pieve Ottoville, Sant’Ilario, Busseto, Viadana). Nel 1837 fu nominato alla Prebenda Ilariana nella Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma. Ritornato a Parma dopo appena tre mesi, divenne archivista del Consorzio della Basilica Cattedrale. Nel 1838 la duchessa Maria Luigia d’Austria lo nominò, ad appena 34 anni, Cappellano di Corte. Maria Luigia d’Austria stessa il 1° febbraio 1845, dopo aver manifestato la sua soddisfazione Sovrana pel modo lodevole con cui ha disimpegnato l’ufficio suo durante tutto il tempo che ha fatto parte del Personale della Cappella Ducale di Parma, accettò le dimissioni che il Cavalli, chiamato a svolgere la sua opera pastorale altrove, aveva presentato il 23 gennaio dello stesso anno. Negli anni in cui il Cavalli prestò servizio presso la Cappella Ducale, meritano attenzione due fatti significativi, anch’essi testimoni della stima che egli già godeva negli ambienti ecclesiastici e civili. Nel 1842, infatti, dietro esplicito invito del Magistrato degli Studi del Ducato, fu nominato Prefetto alla Pietà delle Scuole Secondarie della città di Parma. Nel 1844, gli fu rilasciato un passaporto con cui poté recarsi, per suoi affari particolari, a Genova, appartenente al Regno di Sardegna, e a Milano e Venezia, entrambe sotto il dominio dell’Impero d’Austria. Il 28 febbraio 1845, su espressa richiesta di Pier Grisologo Basetti, vescovo di Borgo San Donnino, fu nominato Vicario generale della suddetta diocesi. Dopo otto anni, il 5 settembre 1853, venne nominato Prevosto di San Secondo dal duca di Parma Carlo di Borbone. Esercitò per quasi quarant’anni la cura pastorale nella sua terra natale con senso di grande prudenza, carità e profondità di studio. Si diede con zelo al restauro degli edifici sacri cadenti, come l’Oratorio di San Genesio, l’antica chiesa plebana costruita prima del Mille. Si deve proprio alla sua volontà tenace se non andò completamente demolita la chiesa di San Genesio. Infatti il suo predecessore, Marco Zanelli, aveva progettato una cappelletta con i ruderi di San Genesio, a ricordo della preesistente chiesa plebana. Il Cavalli invece fece iniziare i lavori di restauro nella primavera del 1854, l’anno seguente alla sua nomina, e riuscì a riaprirla al culto il 26 maggio dello stesso anno, festa della Madonna di Caravaggio, con una solenne processione colla quale furono riportate le statue di San Genesio e della Madonna di Caravaggio dall’oratorio della Madonna del Serraglio all’antica pieve restaurata. Nella chiesa collegiata fece allargare e rinnovare la vecchia sagrestia, dotandola, al primo piano, di un’ampia sala per le riunioni dell’opera parrocchiale e come sede degli armadi per la custodia dei libri parrocchiali e degli armadi sacri. Nel 1858 fece installare entro la torre della chiesa il nuovo orologio, opera dell’artista milanese Paolo Giovanni Frassoni, facendo collocare sul frontone della facciata della chiesa il quadrante dotato di illuminazione notturna. Infine nel 1864 rifece completamente la facciata della chiesa collegiata su progetto del professore di architettura dell’Accademia di Belle Arti di Parma Pancrazio Soncini, facendo collocare sulla medesima le statue dei due patroni San Secondo e San Genesio, opera dello scultore parmigiano Romanelli. Durante la sua permanenza a San Secondo, ebbe il merito di svolgere con oculatezza un duplice compito, atto a conservare e valorizzare il patrimonio culturale locale. Da una parte, infatti, riordinò il vecchio archivio parrocchiale in 60 volumi, nei quali è conservata una miniera di documenti, dati e notizie indispensabili per chiunque voglia approfondire la storia di San Secondo, d’altra parte, questa stessa storia, la stese personalmente in un manoscritto di quasi 500 pagine. Durante il periodo in cui si diffuse l’epidemia di colera nel 1855, svolse opera di grande carità presso i più di duecento colpiti dal terribile morbo e proprio per questo Sua Altezza Reale l’Augusta nostra Signora Luisa Maria di Borbone, reggente per il Duca Roberto I, volendo ricompensare con adeguate dimostrazioni di onore i benemeriti per azioni di carità e coraggio che si distinsero nella funesta invasione del morbo asiatico nel 1855, fece dono al Cavalli di una medaglia in argento. Nel campo dell’istruzione, il Cavalli si rese benemerito, come già lo era stato a Parma, anche a San Secondo, soprattutto per lo zelo costante e proficuo dimostrato nella carica di Soprintendente delle scuole comunali e per la gratuita istruzione da lui impartita ai giovani più predisposti agli studi, avviandoli così agli studi superiori. Nel 1851, essendo il Cavalli anche Vicario generale della Diocesi di Guastalla, richiesto il suo parere sulla legge del matrimonio civile, rispose al ministro Cassinis con un memoriale così eloquente che lo stesso Ministro disse: Finché io sia al potere tale legge non passerà, e fece nominare il Cavalli Ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro. Durante il Sinodo diocesano parmense indetto da Domenico Maria Villa, vescovo di Parma, il 3, 4 e 5 ottobre 1878, il Cavalli fu incaricato dal Vescovo di pronunciare la terza allocuzione sinodale in latino. Egli si scusò davanti al clero di non poter leggere, per mancanza di vista, e la recitò tutta a memoria tra l’ammirazione generale. In quell’occasione passò in rassegna i vari uffici del sacerdote cattolico, i suoi doveri, i suoi ministri e in particolare sottolineò la necessità di una grande cura del catechismo dei fanciulli. Il 18 dicembre 1880 fu anche nominato Dottore onorario di teologia. I motivi di una tale scelta da parte dell’Almo Collegio Teologico di Parma, si trovano citati nell’atto di nomina: l’eminente dottrina nelle sacre discipline, la specchiata probità di Vostra Signoria, e il vivo desiderio che l’Almo Collegio ha di potere quandocchessia insignirla della Laurea Dottorale, e quindi annoverarla tra i membri effettivi del medesimo.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 28-30; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 161-162; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, III, 1978, 1291; San Secondo, 1982, 67-70.

CAVALLI IVO
Soragna 22 luglio 1927-San Lazzaro di Noceto 30 ottobre 1944
Risiedette a Roccabianca. Partigiano, fu catturato dalla Brigata nera di Noceto. Venne da questa fucilato in località Strada San Lazzaro.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 21 aprile 1990, 25.

CAVALLI LINO, vedi CAVALLI NINO GIOVANNI

CAVALLI MARC’ANTONIO
Parma 1653/1655
Fu musico alla Steccata di Parma dal 30 maggio 1653 al 1655.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

CAVALLI NINO GIOVANNI
Busseto 6 febbraio 1889-Busseto 25 maggio 1918
Figlio di Amadio, casaro abitante a Spigarolo, e di Maria Teresa Ariozzi, casalinga proveniente da Roccabianca. Detto Lino, fu fotografo a Busseto e nei paesi limitrofi dal 1910 al 1918, anno della sua morte prematura. Fotografò gruppi familiari, quasi sempre privi del capofamiglia, soldati nella guerra mondiale, centinaia di poveri fanti in partenza per il fronte o tornati al paese per una breve licenza. La scena è quasi sempre in esterno con fondali improvvisati dietro casa, nella carraia o davanti al fienile. Per gli interni gli bastavano una mezza colonnina, due sedie, una finta specchiera, con finti fiori immersi in un vasetto Agfa di sviluppatore concentrato, svuotato del suo contenuto. Il Cavalli fotografò in Via Pasini, a Busseto, centinaia di scene come queste, sempre uguali, ripetute all’infinito. Soldato anch’esso, finì i suoi giorni a 29 anni, probabilmente per i postumi di una grave ferita riportata al fronte.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 283.

CAVALLI ODOARDO
Parma 1761/1797
Contrabbassista, suonò a Parma negli spettacoli eseguiti nel Carnevale del 1761 e nell’agosto del 1773. Per un triennio venne nominato a suonare nell’Accademia teatrale di Parma. Fu anche molte volte alla Steccata di Parma dal 1776 al 1797. Fu padre del musicista Giuseppe.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Teatro 1732-1843, cartella n. 1, Teatri 1770-1779, cartella n. 2; Archivio della Steccata, Mandati 1776-1797; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 203.

CAVALLI ORESTE
Ragazzola 1887-Passo dell’Agnella 10 giugno 1917
Figlio di Luigi e di Domenica Gallinella. Partì per la prima guerra mondiale col grado di Sergente maggiore nel 258° Reggimento di fanteria, col quale prese parte a numerosi combattimenti. Compì numerosi atti di eroismo e riportò una prima ferita. Tornato a combattere, rimase ferito una seconda volta nei pressi di Talpina. Cadde infine da prode e fu decorato di medaglia d’argento al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: Mancato il comandante di plotone, assumeva il comando del reparto e con mirabile perizia e coraggio lo guidava all’assalto. Ritto sulla posizione conquistata e benché ferito, incitava alla lotta i dipendenti, finché colpito una seconda volta, lasciava gloriosamente la vita sul campo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 67a, 5414; Combattenti di Roccabianca, 1923, 22-23; Decorati al valore, 1964, 107.

CAVALLI PETRONIO
Noceto 7 novembre 1782-28 novembre 1837
Pizzicagnolo, sposò nel 1807 Anna Crovini. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1° gennaio 1819 come garzone di cantina.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 306.

CAVALLI PIETRO
Caneso di Bedonia 1825-Parma 25 agosto 1862
Fu allievo del Collegio Alberoni di Piacenza. Compì gli studi universitari in Parma. Cultore profondo delle scienze filosofiche, si rivelò strenuo sostenitore delle dottrine rosminiane. Insegnò dapprima (1856) logica, metafisica ed etica e fu poi nominato (1858) professore della 1a cattedra del codice civile nell’Università di Parma. Fu destituito nel 1860 dal dittatore Farini perché ritenuto di principi troppo retrivi. Si diede allora all’insegnamento privato e fu maestro dei marchesi Pallavicino di Parma. Fu fondatore in Parma della Società di San Vincenzo di Paola. Pubblicò alcune recensioni in periodici scientifici. Morì dopo lunga malattia all’età di 37 anni.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 118; Almanacco di Corte dal 1856 al 1859; F. Rizzi, Professori, 1953, 103.

CAVALLI PIETRO
Parma 29 giugno 1839-Parma 24 maggio 1913
Figlio di Giuseppe e Maria Bizzi. Detto Bornisa, calzolaio. Fu sospettato dell’assassinio di Gaspare Bolla, consigliere delegato della Prefettura di Parma, ucciso la sera del 5 giugno 1874 con un colpo di trincetto, in Strada Farini, dirimpetto a Volta Politi. Sul cadavere fu accertata una ferita di arma tagliente penetrata sotto l’arco costale sinistro, sopra e appena a lato dell’ombelico. Ci fu chi disse che era stata una vendetta romagnola, chi la giudicò ritorsione degli operai addetti alla fluitazione della legna nell’Enza, chi la feroce risposta degli artigiani manifestanti nel gennaio e chi la conseguenza della sfida lanciata ai dimostranti per il caropane nell’aprile 1874, chi infine la stimò opera di repubblicani offesi per lo scioglimento del loro Circolo. Furono eseguiti vari arresti fin dalla notte dell’assassinio, ma i fermati furono presto rilasciati per mancanza di indizi. Un confidente denunziò qualche giorno dopo che l’assassino era il Cavalli. Il 14 giugno il Cavalli si trovava a Casalmaggiore presso il conte Fadigati, commerciante di galletta, che lo aveva assunto come esperto compratore di bozzoli. Avvertito di una perquisizione effettuata nella sua bottega dalla polizia, il Cavalli ottenne dal Fadigati licenza di recarsi a Parma. Appena arrivato, si recò dall’ispettore Antonio Fondini, che lo ricevette e senza mezzi termini ne ordinò l’arresto. Fu sottoposto a stringente interrogatorio ma, poiché nonostante tutto non erano emersi elementi sufficienti per incriminarlo, il Fondini mise in atto un vero e proprio tranello: scrisse al Cavalli una lettera in cui gli si chiedeva conto delle cose sue, la fece copiare e firmare Gli amici. Il Cavalli abboccò, rispondendo a quattro lettere con rivelazioni di nomi degli amici e di progetti di evasione dal carcere.Dopo il Cavalli furono arrestati il 10 luglio vari altri sospettati, ma sfuggì Alessandro Bevilacqua, detto Sablon, ventenne, di professione beccaio. Il 18 ottobre fu da ultimo arrestato Luigi Alfieri, detto Vigiot, di cinquant’anni, di professione sensale. Undici persone furono prosciolte, mentre furono deferiti al potere giudiziario il Cavalli, incriminato come autore immediato e diretto dell’assassinio, Ottavio Azzoni, Alessandro Bevilacqua, Angelo Chierici, detto Marinär, e Pietro Taccagni, accusati come coautori dell’assassinio, Antonio Bocchi, Ferdinando Gardelli e Luigi Alfieri, accusati come istigatori del delitto. Il dibattimento fu aperto in Corte d’Assise, nel Palazzo di Giustizia attiguo alla Casa di Forza e Carceri di San Francesco, il 31 maggio 1875. Nulla di certo emerse a carico del Cavalli che respinse la paternità delle lettere di cui si è detto e la sua colpevolezza. Comunque non si pervenne a stabilire colpe precise, neppure risalendo nel passato di ognuno fino ai delitti di Stato del 1854 e del 1857, finanche intorno ad associazioni politiche, come L’internazionale dei Lavoratori, o ad associazioni a delinquere, come la fantomatica Società dei Vendicatori. Gli avvocati Luigi Priario e Luigi Mora non riuscirono però a salvare i loro assistiti: la Corte comminò i lavori forzati a vita per il Cavalli e lavori forzati a tempo per quindici anni per l’Azzoni. Gli altri vennero assolti e subito rilasciati. Il Cavalli scontò in silenzio nel carcere di Turi di Bari una vita orribile che non auguro neppure ai cani, per trentasei anni, finché l’ispettore delle carceri s’interessò al suo caso e lo consigliò di inoltrare domanda di grazia. Il Re concedette la grazia nell’agosto 1911. I suoi compagni d’arme (il Cavalli fu con i garibaldini nelle campagne del 1859-1860 e combatté con Sante Folli in Calabria) gli eressero un ricordo marmoreo al cimitero della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 46; R. Cattelani, in Al Pont ad Mez 2 1985, 87-90.

CAVALLINA AGOSTINO
Parma 1848
Medico, fu volontario nella guerra del 1848 nella 1a Colonna Parmense. Passò poi nell’esercito sardo.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici di Parma nel Risorgimento, 1960.

CAVALLINA GIUSEPPE
Piacenza 28 ottobre 1823-Bedonia 8 ottobre 1876
Laureato in chimica, esplicò tutto il suo ingegno e tutta la sua attività a beneficio della sua seconda patria, Bedonia. Liberale e patriota, quando sorse l’ora del riscatto non risparmiò sacrifici. Ebbe diverse cariche onorifiche dal governo italiano, che inoltre lo creò Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro. Il Cavallina fu a lungo consigliere comunale di Bedonia.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 119.

CAVALLINA LINO
Parma 20 settembre 1827-Parma 1880
Figlio di Luigi e Luisa Malfatti. Insegnò presso l’Università di Parma, a partire dal 1860, anatomia umana. Nel 1876 fu Preside della facoltà per un triennio. Scrisse Nevrologia sinottica (Parma, 1873).
FONTI E BIBL.: Annuario dell’Università di Parma per il 1878-1879, discorso commemorativo per F. Cipelli; F. Rizzi, Professori, 1953, 82.

CAVANI LODOVICO
Parma 3 aprile 1515-ultimi anni del XVI secolo
Figlio di Baldassarre e Ursola. Nacque da nobile famiglia, poi trasferitasi da Parma a Bardi. Umanista, studiò e viaggiò in molte parti d’Italia, Germania, Francia e Fiandre. Sposò una parmigiana. Scrisse poesia latine, stampate in varie raccolte, quali le Deliciae Poetarum italicorum e quella per la vittoria di Lepanto (1571). Celebrò il cardinale Alessandro Farnese, il cardinale Ottone Truchses, che chiama suo mecenate, lodò Giovanni d’Austria e alcune imprese di papa Pio V. Visse diverso tempo in Roma al servizio di qualche prelato. Molte sue poesie latine sono nella raccolta In foedus et victoriam contra Turcas juxta sinum Corinthiacum Non. Octob. 1571 partam Poemata varia Petri Gherardi Burgensis studio et diligentia conquisita, ac disposita (Venetiis, 1572, ex Typographia Guerraea). Altre sono nel tomo III Carmina Illustrium Poetarum (Firenze, per Gioanni Gaetano Tartini e Santi Franchi, 317-352). I codici Ottoboniani nella Biblioteca Vaticana ne conservano altre: nel ms. 377 è contenuto Ludovici Cavani de Jesu Christi morte Carmen, colla dedicatoria che comincia Ludovicus Cavanus Parmensis Gulielmo Sirleto Cardinali amplissimo, e nel ms. 1183 si trovano due epigrammi per l’Acqua vergine condotta in Roma da Pio V e parecchie poesie ai cardinali Farnese e Truchses e a Giovanni d’Austria.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 159-160; Aurea Parma 3/4 1959, 193.

CAVANNA ALDO
1892-Borgo Val di Taro 16 aprile 1965
Fu valente tipografo in Borgo Val di Taro.
FONTI E BIBL.: La scomparsa a Borgotaro del tipografo Aldo Cavanna, in Gazzetta di Parma 17 aprile 1965; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 235.

CAVANNA CESARE
Borgo Taro 1852-25 ottobre 1910
Autodidatta, fondò e diresse una tipografia in Borgo Taro. Dei libri stampati dal Cavanna vanno citati Le tavole dei numeri primi di Luigi Poletti, gli scritti vari di Epicarmo Corbino, la Bibliografia di Giovanni Sforza, diversi saggi sul Manzoni di Michele Mazzitelli e ancora Le monete della Zecca di Massa Carrara nell’opera numismatica di Sua Maestà il Re di Vico Fieschi e Donne e castelli della Lunigiana. La moglie di Gian Luigi Fieschi di Luigi Staffetti. Copiosi sono anche gli estratti, gli opuscoli e gli stampati minori: dai lunari agli almanacchi ai manifesti ai fogli volanti. La sua azienda si sviluppò a struttura verticale e comprese la stamperia e la legatoria per avere il prodotto completo, rifinito in ogni particolare e sotto un’unica direzione. Numerosi furono i cassetti di caratteri utilizzati dalla tipografia, tra i quali non mancano le serie bodoniane. Il Cavanna lasciò una notevole testimonianza di laboriosità e di intraprendenza. I pregi della sua stampa furono la chiarezza e la semplicità, che è poi l’alta lezione di Bodoni. Al suo tempo ferveva la disputa tra tipografia nazionale e tipografia moderna, con l’introduzione di caratteri fantasia e liberty, assolutamente distanti da quelli armonici e classici di Bodoni. Il Cavanna si pose fuori dalla diatriba. Usò la maniera e il gusto liberty per i manifesti, gli almanacchi e i lunari, i caratteri tradizionali e l’impaginazione nitida e sobria per i libri e gli stampati di maggiore consistenza e valore. Prelevata la tipografia del Bergamini, il Cavanna la indirizzò a una più incisiva attività, che tenne conto delle esigenze di un ceto rurale e contadino in via di evoluzione, che aspirava a divenire interprete attivo di una società moderna e tecnologica. Aveva imparato dallo stesso Bergamini l’arte tipografica, lavorando al torchio con impegno e passione, perfezionandosi nella stampa dei libri scolastici e con l’occhio sempre attento ai fermenti che si venivano manifestando fuori delle mura di Borgo Taro. Si fece rappresentante di ditte estere per la vendita di macchinari, divenne rappresentante generale per l’Italia del motore tedesco Lederle, estese i suoi rapporti economici e culturali alla vicina Lunigiana e a Pontremoli aprì una tipografia e una cartolibreria. Stampò il primo numero dell’Eco del Taro (18 agosto 1878), l’unico periodico settimanale del circondario. Fu una geniale novità e il colpo d’ala del Cavanna, da cui si può far partire la sua fortuna e il suo successo. Quel giornale locale fu uno strumento d’informazione col quale si presentò al suo pubblico per stringere rapporti più stretti e continui. Il giornale fu politico, economico, letterario e artistico, con modesta pubblicità e pochi collaboratori. Attraverso l’Eco del Taro il Cavanna si fece animatore e portavoce delle idee di progresso presso i suoi concittadini. Col suo giornale si propose, così dichiara testualmente, di educare e istruire il popolo, combattere la disonestà e la viltà, cioè ridurre attraverso la pubblicità della informazione il malcostume, i vizi, che sono dannosi a una buona e ordinata società, discutere le questioni che riguardano direttamente il circondario, stimolando il dialogo aperto e civile tra gli abitanti sui problemi che interessano la vita quotidiana.
FONTI E BIBL.: A. Ciavarella, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1985, 329-343.

CAVANNA DOMENICO
Farini d’Olmo 10 marzo 1906-Corizza 13 ottobre 1943
Compì gli studi nel Seminario fidentino e fu ordinato sacerdote il 12 marzo 1932 dal vescovo Mario Vianello. Nominato professore di storia naturale e matematica in Seminario, quindi canonico della Cattedrale di Fidenza, il 29 novembre 1936, per assistere spiritualmente i connazionali in armi in Abissinia, partì volontario quale cappellano militare per l’Africa Orientale con il corpo di spedizione O.M.S. Destinato dagli eventi bellici in Albania, il 13 marzo 1941, al seguito di un reparto della divisione Arezzo, raggiunse il nuovo fronte di combattimento, che si manifestò subito difficile e pericoloso sia per la pressione esercitata dal nemico, che per la guerriglia condotta dai partigiani jugoslavi. La situazione caotica che venne a determinarsi l’8 settembre 1943, in seguito alla capitolazione italiana, coinvolse anche la divisione Arezzo, dislocata in quel periodo ad Argus Castoria. I vari reparti, privati dei comandanti, arrestati dai Tedeschi, e di ogni collegamento con la patria, si disunirono e si disgregarono, offrendo più facile bersaglio agli attacchi delle forze armate germaniche e dei partigiani. Il 12 ottobre 1943 il Cavanna, alla testa di un drappello di ventidue uomini, raggiunse con mezzi di fortuna Argus. Qui il gruppo si riorganizzò, decidendo di mantenersi unito per tentare, con maggiori speranze di successo, il ritorno in Italia. Il Cavanna ne assunse il comando e li guidò attraverso il territorio albanese in direzione di Castoria. Le probabilità di riuscire a sfuggire all’attenzione del nemico erano molto scarse e infatti nella mattinata del giorno seguente la colonna in marcia venne avvistata e attaccata nel territorio di Aj Chiarki e Kostene da una banda di partigiani, che aperse il fuoco ferendo gravemente un soldato. Non dimentico della sua missione di sacerdote, il Cavanna si precipitò a prestare soccorso al compagno, incurante di esporsi al fuoco degli assalitori. Una seconda scarica lo raggiunse in pieno petto, facendolo cadere bocconi. I partigiani si accanirono sugli altri componenti il drappello, che vennero tutti trucidati a eccezione di uno, riuscito a fuggire e a raggiungere il reparto. Raccolto e soccorso dopo qualche ora, il Cavanna venne trasportato all’ospedale n. 840 di Corizza, dove decedette per le ferite riportate, pronunciando parole di incitamento ai soldati e manifestando sino all’ultimo l’attaccamento alla sua fede e all’Italia. Ebbe sepoltura nel cimitero militare italiano di quella città e, per il suo eroico comportamento, fu proposto per una ricompensa al valore.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 108-110.

CAVANO LODOVICO, vedi CAVANI LODOVICO

CAVATORTA
Parma XIX secolo
Comico. In arte si fece chiamare Torta. Fu un mediocre generico da parrucca. Fu attivo nel XIX secolo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 giugno 1922, 4.

CAVATORTA ORESTE
San Lazzaro Parmense-Carso 4 giugno 1917
Figlio di Pietro. Granatiere del Reggimento Granatieri, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Sereno e sprezzante del pericolo, portava una richiesta di aiuto sotto le raffiche intensissime del fuoco nemico e, nel fare ritorno al proprio posto, cadeva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 2a, 115; Decorati al valore, 1964, 70.

CAVATORTA DEGLI ODDI MARIA MARGHERITA
Parma 1690-Parma 1740
Contessa e monaca teatina, fu pittrice, disegnatrice e incisore. Allieva del Creti, è ricordata per una Madonna in gloria e due santi, dipinta per la chiesa degli Eremitani di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 106; Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 619.

CAVAZAPO LEONARDO, vedi GAVAZAPO LEONARDO

CAVAZZINI ANTONIO
Parma 1790/1825
Fu cantore alla Cattedrale di Parma dal 1790 al 1800 e alla Steccata di Parma nel 1797. Scrisse un Inno di San Bernardo a tre voci, partitura autografa e parti. Il 12 marzo 1825 fu nominato a occupare il posto di basso di concerto nella Cappella di Corte, reso vacante dalla morte del maestro don Giuseppe Gajani. Era il più anziano dei bassi di ripieno e fu segnalato dal maestro di cappella Ferdinando Simonis in quanto possedeva le qualità necessarie e aveva sempre servito nelle funzioni di Corte con zelo e precisione (Archivio storico del Teatro Regio, Carteggi).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 294.

CAVAZZINI EUGENIO
Parma 13 settembre 1857-Monte Rajo 1 marzo 1896
Figlio di Davide e di Cecilia Beccali. Entrato giovanissimo, volontariamente, in un battaglione d’istruzione, promosso presto Sergente e destinato al 44° Reggimento Fanteria, ottenne di essere ammesso alla Scuola Militare di Modena, dalla quale uscì Sottotenente, assegnato al 92° Fanteria. Dopo Dogali, chiese e ottenne di far parte della spedizione di San Marzano. Rimpatriato dopo sei mesi insieme al corpo di spedizione, fu promosso Tenente, ricoprendo la carica di Aiutante Maggiore del 92° Fanteria. Nel febbraio 1895, dopo insistenti domande, ottenne di ritornare in Africa, destinato alla 1a Compagnia del III Battaglione Indigeni. Il 7 dicembre 1895, mandato in avanguardia della colonna Arimondi, protesse, sotto gli ordini dell’eroico maggiore Galliano, il ripiegamento dei pochi superstiti di Amba Alagi. Prese parte al combattimento di Aderà e poi riparò con penosissima marcia dentro il forte di Makallé, dove le truppe italiane sostennero per due mesi l’assedio di preponderanti forze scioane. In quell’occasione venne concessa al Cavazzini, per il suo brillante comportamento, la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Per il valoroso contegno tenuto durante la difesa del Forte di Enda Jesus, e specialmente nel respingere gli assalti nemici dei giorni 7, 8, 9, 10 e 11 gennaio 1896. Il reparto del Cavazzini venne poi aggregato alla riserva del Corpo d’operazione marciante verso Adua. Chiamato sul Monte Rajo, in rinforzo del Reggimento Brusati, vi sostenne una cruentissima lotta contro un nemico dieci volte superiore di numero, finché non cadde mortalmente ferito. La medaglia d’argento al valor militare concessa alla sua memoria reca la motivazione: Combatté valorosamente alla testa della sua Compagnia sul Monte Rajo e con residui di essa lottò disperatamente fino all’ultimo. Per eternarne la memoria il Comune di Parma lo ricordò in una lapide nel Palazzo Civico.
FONTI E BIBL.: Ai prodi Parmensi, 1903, 54-55; G. Corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi nella Conquista dell’Impero, Parma, Ediz. Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 80.

CAVAZZINI PAOLO
Parma 1 novembre 1921-Parma 20 giugno 1994
Figlio di operai. Si avvicinò al pianoforte come autodidatta. Il maestro Lino Rastelli ne consolidò poi le basi naturali. Dopo gli studi classici, tenne i primi concerti al pianoforte nel 1943, come solista, al Teatro Regio di Parma, con un repertorio improvvisato. Poi, negli anni 1958-1959, negli studi di Milano e Roma, partecipò a ventisette trasmissioni televisive, come pianista-attrazione nel programma Buone vacanze. Quindi riprese i classici con concerti nei teatri italiani, in Egitto, Turchia e Unione Sovietica, ma ciò che lo interessò maggiormente fu lo studio: pertanto, abbandonò il pubblico per cercare l’uomo nella musica, così come poi cercò il rapporto tra l’uomo e l’arte, in un’analisi quotidiana di accordi e colori (dedicava ogni giorno sei-sette ore al pianoforte). Iniziò a dipingere da autodidatta nel 1967, in seguito all’amicizia con il pittore Walter Madoi: uno scambio di lezioni tra musica e pittura suscitò nel Cavazzini un amore per l’arte che durò nel tempo con grande intensità (circa quattordicimila le opere prodotte). Considerò l’improvvisazione al pianoforte simile all’improvvisazione con i colori. Inventò anche piccoli oggetti ed eseguì con grande abilità giochi di prestigio. Pochi anni prima della morte, su sollecitazione degli amici più cari, tenne un concerto sugli schermi di Tv Parma e un altro nella cornice del Teatro Farnese.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 21 giugno 1994, 7; F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 90.

CAVAZZINO ERCOLE
Parma seconda metà del XVI secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 127.

CAVAZZINO MARCELLO
Parma seconda metà del XVI secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 127.

CAVAZZINO ZACCARIA
Parma seconda metà del XVI secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 127.

CAVAZZOLI PIETRO
Parma 1510/1524
Maestro muratore, lavorò con Bernardino Zaccagni nella chiesa del Monastero di San Giovanni Evangelista a Parma.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 142.

CAVAZZOLO, vedi CAVAZZOLI

CAVECCHIA GIUSEPPE
Monchio 10 aprile 1891-Montecalvario 4 novembre 1915
Frate cappuccino, chierico, caduto sul fronte per la patria. Compì a Borgo San Donnino la vestizione (10 luglio 1908) e la professione solenne (un anno dopo).
FONTI E BIBL.: Zelatore Franciscano 5 1915, 283-284; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 626.

CAVEDAGNI MARCO AURELIO
Parma 1709-Parma 1781
Medico di Corte, ascritto al Collegio parmense dei fisici, fu socio delle accademie di Parma, Modena, Bologna, Padova e Forlì. Eruditissimo, fu illustre per opere pubbliche e tra i più noti maestri di medicina e chimica. Forse fu il primo professore di medicina chimica all’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: M.O. Banzola, L’Ospedale Vecchio di Parma, 1980, 166; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 144.

CAVESTRO ADRIANO
Bologna 1904-Parma 1966
Antifascista, nel 1922, per sfuggire alle persecuzioni squadriste, si trasferì a Parma. Autodidatta, tenace studioso, fautore degli ideali della libertà, venne condannato nel 1928 da un tribunale speciale fascista a tre anni di reclusione. Anche dopo aver scontato la condanna, rimase sorvegliato speciale. A Parma fece il pellicciaio fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Nel 1943 fu tra i primi a partecipare alla Resistenza. Mentre era lontano da Parma, suo figlio Giordano venne catturato dai Tedeschi e fucilato come ostaggio. Nel dopoguerra abbandonò ogni attività politica e aprì un negozio in Strada Cavour.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 91.

CAVESTRO GIORDANO
Parma 30 novembre 1925-Bardi 4 maggio 1944
Figlio di Adriano. Nel 1940, appena quindicenne, diede vita a un giornaletto clandestino antifascista. Comunista, dopo l’8 settembre 1943, obbligato ad arruolarsi nelle formazioni militari della Repubblica Sociale Italiana, dopo pochi giorni abbandonò il reparto e fu uno dei primi organizzatori del Fronte della gioventù e delle formazioni partigiane nel Parmense. Nel febbraio 1944 partecipò alla costituzione del distaccamento Griffith della 12a Brigata Garibaldi. Catturato a Montagnana il 7 aprile 1944 con quasi tutto il distaccamento, il 14 dello stesso mese fu processato dal Tribunale militare di Parma e, con altri 34 partigiani, condannato a morte. Graziato in seguito alle proteste della popolazione, fu trattenuto come ostaggio, per essere poi fucilato nei pressi di Bardi a titolo di rappresaglia con altri quattro patrioti: Raimondo Pelinghelli, Vito Salmi, Nello Venturini ed Erasmo Venusti. Poche ore prima della fucilazione scrisse ai compagni: Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile. Se vivrete tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care. Fu decorato di medaglia d’oro al valor militare, con la seguente motivazione: Giovane entusiasta combattente, si distingueva più volte in azioni particolarmente importanti. Catturato dal nemico ed essendosi rifiutato di fare qualsiasi rivelazione sulla propria formazione, veniva condannato alla pena capitale. Appresa la sentenza, trovava modo di far pervenire ai compagni di lotta un fiero appello d’incitamento. Affrontava il plotone di esecuzione con impavida fermezza. Puro esempio di elevato senso del dovere e di puro eroismo.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 46; Decorati al valore, 1964, 81; G. Carolei, Medaglie d’oro, 1965, II, 438-439; Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, I, 1968, 506.

CAVIA GIOVANNI
Parma 1624-Roma 1676 c.
Frate cappuccino, fece la professione solenne a Piacenza il 16 giugno 1640. Uscì dall’Ordine nel 1669 e fu poi a Roma cappellano di un ospedale. Fu comunemente detto Antini non perché di tale famiglia ma perché da essi protetto.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 768.

CAVICCHI VITTORIO
Parma-Monte San Gabriele 14 maggio 1917
Tenente Colonnello del Reggimento Fanteria, fu decorato sul campo di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Sprezzante del pericolo, ordinava con sagacia ed animava con l’esempio il proprio battaglione all’attacco di una forte posizione, slanciandosi all’assalto con le prime ondate e raggiungendo la terza linea nemica. Avendo l’avversario sferrato un violento assalto, rinsaldava la compagine dei reparti, finché cadeva colpito a morte. Non risiedette a Parma.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 274.

CAVICEO IACOPO
Parma 1 maggio 1443-Montecchio 3 giugno 1511
Secondo la biografia di Giorgio Anselmi, suo concittadino e contemporaneo, il Caviceo nacque da Antonio e da una Margherita. L’anno di nascita resta confermato da una testimonianza diretta, l’epigrafe che si legge nel Duomo della città natale, e da un passo autobiografico della Vita Petri Mariae de Rubeis, in cui il Caviceo dichiara di aver avuto nel 1447 circa quattro anni. Meno convincenti sembrano invece il mese e il giorno, per la coincidenza col noto topos letterario caro a certa tradizione cortese, di cui anche l’opera del Caviceo è imbevuta. Si ricordi, a questo proposito, che il romanzo del Peregrino si apre proprio con l’innamoramento del protagonista per Ginevra, che avviene il primo di di magio, giorno dicato alli amanti, né è fuori luogo rievocare la situazione quasi analoga dell’Hypnerotomachia Poliphili. D’altra parte le parole dell’Anselmi a proposito dell’episodio vissuto da Antonio, padre del Caviceo, proprio al momento della nascita di quest’ultimo, sembrano voler suggellarne un irreversibile destino amoroso. Escludendo qualche aneddoto scarsamente documentato, le notizie sull’origine della famiglia sono esigue e non risalgono oltre la generazione del nonno, omonimo del Caviceo, esiliato da Parma ai tempi della tirannia di Ottobuono Terzi. Questo fatto permette di dedurre che già a quei tempi i Caviceo dovevano essersi messi sotto la protezione del grande casato rivale dei Terzi, quello dei Rossi, marchesi di San Secondo. Ed è importante ricordare come anche le sorti delle generazioni successive della famiglia furono legate a quella di questi potenti feudatari. I Caviceo (nobilitazione umanistica della forma originaria Cavizzi), non nobili, oriundi di Parma, furono uniti da una salda tradizione che li tenne radicati alla vicinia della Santissima Trinità, dove ricostituirono a più riprese il patrimonio, disfatto di volta in volta da burrascose vicende politiche. Da Giacomo, dedito alla piccola mercatura, nacque Antonio, la cui attività non è del tutto nota. Le testimonianze a questo proposito sono discordanti, ma da un passo dell’opera estrema del Caviceo, il Confessionale, e da un atto di compravendita del 1477, in cui appare col titolo di magister, si può escludere che egli abbia seguito il padre nel commercio. È difficile conoscere il valore esatto di tale qualifica, ma è probabile che essa stia a indicare semplicemente la professione di insegnante e non il conseguimento di un dottorato: insegnò forse in qualche scuola privata o fu precettore in famiglie della nobiltà o dell’alta borghesia. Si è comunque di fronte a un sicuro avanzamento sociale rispetto alla generazione del padre. Al Caviceo, primogenito, seguirono due fratelli, Leonardo e Cristoforo, il primo dei quali gli fu strettamente legato. Pochissimo si sa della formazione culturale del Caviceo. Egli trascorse certamente la fanciullezza a Parma, secondo quello che risulta da tenui ma sicuri ricordi autobiografici. Lo si trova poi studente di diritto a Bologna, ma in un periodo non precisabile. L’ipotesi che egli sia stato anteriormente discepolo del poeta parmense Antonio Tridentone, basata su fragili argomenti, va del tutto abbandonata. Certo è che nella prima parte della sua vita egli non diede alcuna prova di sé in campo letterario, ma spese le sue forze nella pratica forense, che ebbe d’altronde riflesso anche nella sua produzione artistica, come ben dicono le amicizie con i più illustri giuristi ferraresi evocati nel Peregrino. Il soggiorno a Bologna non durò molto, comunque non abbastanza per permettergli di terminare il normale curriculum di studi. Il suo carattere rissoso lo costrinse ad abbandonare in gran fretta l’Università, per evitare di venirne espulso. Non gli rimase che tornare a Parma, senza aver conseguito per via regolare i titoli di studio. Più tardi egli cercò di raggiungere con altri mezzi lo stesso risultato, facendosi conferire, nel 1489, a Pordenone, il titolo di doctor utriusque iuris da Federico III, solito a concessioni del genere. Altro elemento non trascurabile sul piano della formazione culturale, rispettivamente sui versanti delle conoscenze teologiche e umanistiche, fu la stretta amicizia che egli ebbe con i minori osservanti della Santissima Annunziata di Parma, dove esisteva una notevole biblioteca. Il legame coi francescani durò a lungo nella sua vita avventurosa, come attesta il commosso ricordo di Domenico Ponzon nel Peregrino. In questo periodo il Caviceo dovrebbe anche avere scelto lo stato ecclesiastico, ma quando di preciso non si sa. È attestato un soggiorno a Roma, non lungo, certamente di durata non superiore a un anno, dopo il quale lo si trova già ordinato sacerdote e intento alla predicazione e, più tardi, alla pratica del notariato. Ma il Caviceo non fu un ecclesiastico esemplare. Poco dopo il ritorno in patria, una tresca con una monaca e il grave ferimento di un uomo lo fecero mettere sotto processo. Egli sfuggì alla condanna solo con un esilio volontario, prima a Verona, poi a Venezia e infine in Oriente. Il viaggio sarebbe durato tre anni. Le perigliose navigazioni che occupano gran parte del suo romanzo dovrebbero riflettere questo squarcio di vita vissuta. Tali vicende si svolsero probabilmente tra il 1460 e il 1469. A partire da quest’ultimo anno i documenti sulla sua vita si fanno più fitti e la sua presenza a Parma è largamente testimoniata. Gli avvenimenti di questo periodo non fanno che completare la figura sconcertante che già si era venuta delineando: ribellioni, risse, incontinenza e faziosità politica. Lo screzio col vescovo Giacomo Antonio Della Torre fu gravissimo e portò alla carcerazione del Caviceo da parte di Galeazzo Maria Sforza e al suo trasferimento ad Alessandria, dove fu presto rilasciato per intervento di Cicco Simonetta. Dal 1472 si assiste alla sua ascesa nella carriera ecclesiastica e al suo avanzamento nella clientela della potente famiglia dei Rossi. La prima strettamente condizionata dai favori di questi ultimi. Dall’acquisizione di benefici minori (sempre sorvegliati dai Rossi attraverso l’influente Ugolino, abate di San Giovanni Evangelista), rapidamente passò all’arcipretura di Corniglio verso il 1480, raccogliendo lungo il cammino anche un beneficio nella Cattedrale di Parma. Quanto ai Rossi, il Caviceo li servì in ogni modo: con la spada, con la penna, con la sua esperienza giuridica, con il suo acuto fiuto per l’intrigo e con la sua abilità diplomatica che gli valse l’ufficio di oratore a Venezia. Il legame coi Rossi spiega anche le sue tumultuose vicende di quegli anni, finite con la confisca dei beni e la condanna all’esilio nel 1482, quando i Rossi persero definitivamente la loro partita. Durante l’esilio egli rimase fedele ai suoi signori prestando servizio presso il vecchio Pier Maria Rossi e poi presso il figlio Guido, di cui appoggiò le rivendicazioni e condivise le speranze di un definitivo ritorno a Parma. È questo il periodo della più intensa attività politica e diplomatica del Caviceo in campo secolare, attività cui la coincidenza della guerra di Ferrara diede un rilievo notevole. Infatti nel 1482 egli fu a Venezia come oratore dei Rossi. La sua presenza in questa città è attestata fino al marzo del 1485, data in cui egli si recò per breve tempo a Treviso come procuratore del vescovo Bernardo Rossi, figlio di Guido. Terminata nel 1484 la guerra di Ferrara, il Caviceo si risolse a entrare al servizio del doge Marco Barbarigo. Il fratello di questo, Agostino, successogli nel 1486, non fu in buoni rapporti con lui e questi precipitarono nel 1491, allorché Agostino ordinò al podestà di Conegliano di espellere il Caviceo dal territorio veneto, conoscendo pessimam naturam et modos malignos Iacobi Cavicaei istic comorantis, et quod dum istic permanebit nonnisi ab eo potest provenire nisi pestilens morbus. È probabile che per questo il Caviceo avesse già abbandonato il servizio ducale per ritirarsi a Conegliano dove Guido Rossi dimorava fino dall’anno 1486. Col suo signore lo troviamo infatti nel 1487 a Rovereto, a combattere per la causa veneziana contro gli Imperiali. Alcune testimonianze attestano la presenza del Caviceo a Conegliano nel periodo 1489-1491: per il 1489 la data riscontrata alla fine di due opuscoli che rappresentano anche le sue prime prove letterarie, la Lupa e il De exilio Cupidinis, per il 1490 due lettere autografe che informano Guido Rossi di alcune missioni segrete e per il 1491 la riconferma dell’affitto da parte dei Rossi di un manso di vaste dimensioni. Poi, di nuovo per quest’anno, l’ordine di abbandonare il territorio veneto. Cacciato da Conegliano, il Caviceo si rifugiò quasi sicuramente a Pordenone, dove contava numerose amicizie, risalenti al 1489 o anche a prima. Di questo fatto è testimonianza la lettera del 18 aprile di quell’anno a Severino Calco, canonico lateranense. In essa egli loda la calda accoglienza di Lazzarino da Rimini e l’erudizione di Princisvalle Mantica, amici suoi, che egli accomunò nel Peregrino. E proprio la persona di Lazzarino da Rimini sembra costituire la mediazione per il suo successivo incarico: il vicariato generale della diocesi di Rimini, da lui tenuto dal 1492 al 1494. A questo punto si registrò nell’esistenza del Caviceo una netta svolta che lo portò dagli ambienti laici a un’attività prettamente ecclesiastica. La scomparsa di Guido Rossi gli chiuse la possibilità di una carriera con agganci politici o militari e l’ottenimento della laurea nei due diritti gli assicurò in sacris un successo maggiore di quanto potessero prospettargli i negozi secolareschi. Si assiste così, nel corso di un ventennio, a una vera girandola di incarichi, sempre con l’alta qualifica di Vicario generale, nelle diverse sedi di Rimini, Ravenna, Firenze e Siena: a parte la fase finale, fu un’ascesa continua. La questione dell’incarico a Ravenna comporta qualche difficoltà di ordine istituzionale. Infatti i biografi concordemente affermano che il Caviceo risiedette a Ferrara, donde se ne dedusse erroneamente che egli fosse Vicario generale di quella diocesi. Risulta invece dai documenti che fu al servizio dell’arcivescovo di Ravenna Filiasio Roverella, al cui vicario generale era concesso, per volontà del duca Ercole d’Este, di soggiornare in Ferrara, a causa dei numerosi affittuari che la diocesi di Ravenna possedeva sul territorio estense. I rogiti notarili, che dal 1494 al 1500 certificano la presenza del Caviceo a Ferrara, sono per la maggior parte di ordine amministrativo. Egli compare a volte nella veste legale di parte concendente (tale era infatti la mansione propria del vicario vescovile), a volte in cariche strettamente connesse col titolo di Segretario imperiale di Conte palatino. Quest’ultima qualifica comportava parecchi privilegi, tra cui quello di conferire dei dottorati: si vede così il 20 agosto dello stesso anno il Caviceo assegnare una laurea in diritto canonico a un giovane cliente degli Este, nonostante l’età incongrua per tale titolo. Se quest’ultimo episodio mette bene in rilievo la disinvoltura morale del Caviceo, le numerose testimonianze della sua attività ecclesiastico-amministrativa, a prima vista aride, servono a illuminarne il profilo umano: abilità negli affari congiunta a una spregiudicatezza che lo portò sull’orlo della scomunica, intimo assecondamento delle cupidigie familiari del vescovo Roverella a detrimento anche del patrimonio ecclesiastico, unito alle relazioni più raffinate con personaggi del gran mondo e dell’alta cultura ferrarese. In questo senso, più che non i documenti d’archivio, parla la sua opera letteraria, piena di echi autobiografici: gli stessi personaggi che da una parte compaiono come testi o come parti interessate negli atti notarili si affacciano dall’altra come comprimari nel Peregrino, dove finzione e realtà si incontrano e si fondono in un riuscito affresco. L’ultima presenza certa del Caviceo nella città estense è del 14 marzo 1500. Sui suoi ultimi anni restano scarse notizie, mentre si infittiscono le testimonianze della sua attività letteraria. Essa, iniziata tardi, cioè dopo i quarant’anni, e pur non essendo molto consistente, tocca però una ricca gamma di generi letterari: opere di fantasia nel genere del dialogo latino, opere encomiastiche di ispirazione storico-biografica, opere di carattere teologico. Al primo genere appartengono tre dialoghi di ispirazione umanistica. Il De exilio Cupidinis (titolo originale: Nicolao Preiulo Maphei filio patritio veneto Corneliani pretorem gerenti in exilium Cupidinis Iacobus Caviceus, Crecus, Latinus, s.n.t.), composto a Conegliano dopo il 7 giugno 1489, si rifà a un filone di letteratura amorosa diffuso nel Veneto (accanto si possono citare gli esempi dell’Hypnerotomachia, del dialogo di Piero del Zocolo e, per antitesi, dell’Anteros di Pietro Edo), la Lupa (titolo originale: Beltrando de Rubeis parmensi Guidonis legionis venetae ducis filios, s.n.t.), terminato a Conegliano il 5 luglio 1489, breve racconto in cui l’autore gioca sull’ambiguità del sostantivo lupa (lupa dell’antica Roma e lupa di Conegliano, luogo d’origine della nobile famiglia dei Lupi a cui appartenne la donna elogiata) e il Dialogus de moribus nostrae aetatis, rimasto manoscritto fino alla fine del secolo scorso (edito da L. Callari, Un dialogo inedito di Iacopo Caviceo, in Archivio Storico per le Province Parmensi III 1894, pp. 1-26), probabilmente parte di un’opera più vasta, i Dialoghi sulla miseria dei curiali, citata dall’Anselmi e di cui non si hanno ulteriori notizie. Nell’ambito degli interessi umanistici rientra pure un commento alle Epistolae Heroides di Ovidio, ricordato dall’Anselmi e non altrimenti noto. Al secondo gruppo appartengono opere di carattere biografico e di tono encomiastico, ma di scarsa attendibilità storica. Si tratta di tre operette ascrivibili alla cronaca contemporanea: la Vita Petri Mariae de Rubeis (titolo originale: Maximo humanae imbecilitatis simulachro fortunae bifronti vita Petri Mariae de Rubeis viri illustris, s.n.t.), pubblicata a Venezia tra il 1485 e il 1490, il De bello Roboretano (titolo originale: Amicus quisquis es tam latinus quam graecus me liberum scito, huiusque mei lugubrationes laboris solus habeto sum, s.n.t.), terminato il 23 novembre 1487 in onore di Guido Rossi, figlio di Pier Maria, e gli Urbium dicta ad Maximilianum Federici tertii Caesaris filium Romanorum regem triumphantissimum, s.n.t.) in lode di Massimiliano, futuro imperatore, e pubblicati dopo il 16 marzo 1491. Un terzo gruppo di opere appartiene alla trattatistica teologica: la già menzionata lettera al canonico lateranense S. Calco (titolo originale: Severino Calcho regulari canonico benemerenti, s.n.t.) del 18 aprile 1489, in cui si discutono i passi dei sinottici riguardanti la verginità di Maria, e l’inedito Libellus contra Hebreos (contenuto nel codice G. VI. I della Biblioteca comunale di Siena). Inoltre due opere che rivelano anche un interesse giuridico: un opuscolo De raptu filiae (titolo originale: Antonio archidiacono Urbevetanensi dialogus de raptu filiae, s.n.t.), pubblicato probabilmente a Roma nel 1494 e, soprattutto, il Confessionale utilissimum (Parmae, 1509), opera più tarda e di proporzioni più ampie, che entra in un noto filone ben rappresentato nella produzione a stampa di fine Quattrocento. Ma la fatica più importante del Caviceo è senz’altro il suo romanzo, il Peregrino, in volgare, edito a Parma nel 1508. L’opera si differenzia in maniera netta dal resto della sua produzione letteraria, che è di ispirazione umanistica e scritta in latino e nasce da sorgenti culturali diverse. Il Peregrino è posto sotto la paternità del Boccaccio che, apparendo in sogno all’autore, canta le lodi di Lucrezia Borgia, dedicataria dell’opera. Il romanzo, volutamente retrodatato dal Caviceo, è ambientato nella Ferrara di Ercole d’Este. La vicenda è tutta imperniata sulle lunghe peregrinazioni del protagonista prima dell’appagamento del suo sogno d’amore. Innamoratosi fin dal primo incontro di Ginevra, Peregrino desidera ardentemente rivederla, quando riceve da lei uno strano messaggio, grazie alla compiacenza della serva Astanna. Mentre egli cerca affannosamente Ginevra, cade nelle mani di alcuni sbirri che seguono le tracce di un omicida. Scambiato per il colpevole, è sottoposto a un lungo processo, dal quale esce innocente, grazie alla strenua difesa del grande giurista Antonio dai Liuti. Dopodiché Peregrino tenta di farsi ricevere dall’amata, nascosto dentro a una statua di legno di Santa Caterina. Colpevole di sacrilegio, è sollecitato dalla donna a recarsi in Levante per espiare il suo peccato. Ha inizio così il periglioso viaggio del protagonista, accompagnato dal fido amico Acate. Infinite sono le loro avventure prima di raggiungere di nuovo Ferrara. Qui Peregrino apprende con immenso dolore che Ginevra è stata rinchiusa in un monastero. Riparte allora per l’Oriente per consultare un oracolo che gli sappia indicare dove è la donna amata. Giunto da un eremita, che lo fa cadere in un sonno profondo, visita gli Inferi e qui trova accomunati i più bei nomi dell’aristocrazia italiana e anche Astanna che gli rivela dove si trova Ginevra. Tra i vivi egli continua il suo viaggio attraverso l’India, Rodi, Creta e di nuovo sbarca in Italia, a Rimini. Lo accoglie amorevolmente Elisabetta Gonzaga. A Ravenna, finalmente, ha la conferma che Ginevra è in un monastero di quella città. Con la complicità della badessa vengono celebrate le nozze dei due amanti. Ma la felicità è di breve durata. Ginevra nove mesi dopo muore di parto e Peregrino, non reggendo al dolore, di lì a poco la segue nella tomba. Il filo narrativo, modellato su temi boccacceschi derivanti soprattutto dall’Amorosa visione e dal Filocolo, è abbastanza esile e continuamente interrotto dai monologhi o dai dialoghi di tipo amoroso, a sfondo filosofico e di carattere erudito, da dibattiti giudiziari e da lunghi excursus consolatori. Ma, al di là dell’ispirazione boccaccesca, il Caviceo affronta con il Peregrino un genere del tutto nuovo, quello della prosa di fantasia, che aveva quale immediato precedente Sabadino degli Arienti. Diversamente da lui, il Caviceo tentò tuttavia di unificare la materia frammentaria delle novelle in un racconto unico, riprendendo in questo il tentativo di Francesco Colonna. Del resto il Peregrino riporta all’opera del frate veneziano anche per la lingua, in particolare per l’equivoco sintattico e lessicale che ristabilisce tra latino pedantesco e volgare (ma il Caviceo è infinitamente più moderato del Colonna). La novità maggiore del Caviceo consiste nell’aver introdotto numerosi elementi contemporanei in una cornice di racconto fantastico e nell’aver sapientemente accomunato tradizioni letterarie eterogenee, dalla novella al dialogo umanistico, dal dialogo giuridico alle espistole, cercando in tal modo una pacifica coesistenza tra l’eredità umanistica e quella volgare. Lasciata Ferrara nel 1500, il Caviceo si recò a Firenze in qualità di Vicario generale dell’arcivescovo Rinaldo Orsini. La sua presenza vi è documentata dal 24 luglio 1500 al 1501. Di là si trasferì a Siena, ma vi rimase poco tempo. L’Anselmi dice che da Siena passò a Montecchio, dove aveva già sostato nel 1481, poi di nuovo a Siena con la mansione di Vicario generale, mansione che mantenne fin quasi alla fine della vita. Tornato per l’ultima volta a Montecchio, vi morì. La fortuna del Peregrino, testimoniata da una ventina di edizioni in circa mezzo secolo, fu immediata e grandissima. La princeps apparve a Parma nel 1508 col titolo Libro del Peregrino. Nella stessa città l’opera fu ristampata postuma nel 1513 con correzioni linguistiche di ignoto e con l’aggiunta di una biografia del Caviceo dovuta a Giorgio Anselmi. A questa ne seguirono numerose altre in Italia nel corso del secolo XVI. Dopo di allora il romanzo non fu più stampato, se si eccettua la pubblicazione di alcuni brani antologici in E. Carrara, Opere di Iacopo Sannazaro con saggi sull’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna e del Peregrino di Iacopo Caviceo, Torino, 1952, pp. 393-466. La prima traduzione francese uscì a Parigi nel 1527, seguita da altre cinque negli anni 1528-1535. Una traduzione spagnola fu pubblicata a Siviglia nel 1520.
FONTI E BIBL.: Oltre al citato Anselmi, cfr. I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, Parma, 1791, 79-104, 197; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI, 2, Parma, 1827, 365-377; A. Pezzana, Storia della città di Parma, I, Parma, 1837, 4, II, 1842, 532-534, 648, 710, 712 s., 717, 724 s., III, 1847, 137-139, 310 s., IV, 1852, 19, 300 s., V, 1859, 239 s.; A. Ronchini, Iacopo Caviceo, in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi IV 1868, 209-219; E. Faelli, Scrittori parmensi dimenticati, Iacopo Caviceo, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 2, XXII 1922, 7-14; E. Menegazzo, Per la biografia di Francesco Colonna, in Italia Medioevale e Umanistica V 1962, 267-269; G. Liberali, Lotto, Pordenone e Tiziano a Treviso, in Memorie dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, classe di scienze morali e letterarie, XXXIII 1963, 75 s.; C. Piana, Ricerche su le Università di Bologna e di Parma, Quaracchi, 1963, 428; A. Franceschini, Privilegi dottorali inediti allo Studio di Ferrara, in Ferrara Viva XIII-XIV 1965, 223, n. 18. Per la fortuna del Peregrino cfr. A. Scolari, Un romanzo veronese dedicato ad Isabella d’Este, in Giornale Storico della Letteratura Italiana LXXXIV 1924, 75-83. Mancano quasi totalmente studi e giudizi sull’opera letteraria del Caviceo. Si veda: L. Callari, Un dialogo inedito di Iacopo Caviceo, in Archivio Storico per le Province Parmensi III 1894, 1-26; V. Rossi, Storia letteraria d’Italia. Il Quattrocento, Milano, 1956, 197 s.; M.T. Casella-G. Pozzi, F. Colonna, Padova, 1959, I, 99, II, 97 s., 127, 254, 308; M. Turchi, Iacopo Caviceo o del compromesso tra avventura e retorica, in Aurea Parma XLIV 1960, 145-156; R. Tentolini, Un best-seller del Cinquecento. Il Libro del Peregrino, in Parma per l’Arte XI 1961, 3-9; M. Turchi, Composizione e situazione del romanzo umanistico di Iacopo Caviceo, in Aurea Parma XLVI 1962, 8-19; M. Turchi, Tra le carte di Iacopo Caviceo uomo di corte e soldato, in Parma per l’Arte XV 1965, 3-11; D. De Robertis, L’esperienza poetica del Quattrocento, in Storia della letteratura italiana Garzanti, III, Milano, 1966, 636-640, 779; L. Simona, Giacomo Caviceo uomo di chiesa, d’armi e di lettere, Berna, 1974; L. Simona, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIII, 1979, 93-97.

CAVICEO JACOPO, vedi CAVICEO IACOPO

CAVIRANI ALESSANDRO
Parma 10 novembre 1806-post 1857
Crebbe nell’Ospizio delle Arti di Parma e fece parte dei cantori ducali. Studiò poi canto nella Ducale Scuola di musica dal 1830 al 1835. Il 23 novembre 1836 fu accompagnato al pianoforte da Gualtiero Sanelli al Teatro Ducale di Parma in La rondinella (poesia di Tommaso Grossi, posta in musica da Luigi Riesk), teatro in cui cantò nella primavera 1838 nel Furioso di Donizetti. Nella stagione di Fiera 1842 fu al Teatro di Reggio Emilia nel Giuramento e nella Saffo, mentre nel 1843 fu a Mantova nella Lucrezia Borgia, dove incontrò fervido consenso. Nell’aprile 1847 era al Teatro Carignano di Torino nell’Elvina di Nicola De Goisa. Nel 1850 a Piacenza cantò da secondo tenore nel Poliuto e nell’Ernani, mentre fu a Brescia nella stagione di Fiera del 1857 negli Ultimi giorni di Suli, nei Lombardi e nel Rigoletto.
FONTI E BIBL.: Alcari, Parma nella musica, 1931, 50; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

CAVITELLI GIUSTINIANO
Cremona prima metà del XV secolo-Belgrado 1485
Esperto nelle leggi, ricoprì le cariche dapprima di Dottore collegiale in Cremona e successivamente di Consigliere di Stato di Lionello d’Este, marchese di Ferrara, il quale gli affidò importanti missioni diplomatiche. Nel 1457 lo si trova Podestà a Busseto e nel 1484 Presidente del Senato di Unniade, re d’Ungheria.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, I, 1960, 110.

CAVITELLI LUIGI
Parma 1831
Durante i moti del 1831 fu caldissimo indipendente e come tale inquisito.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 154.

CAVIZZI IACOPO, vedi CAVICEO IACOPO

CAVRIANI GUIDO
Parma 1791
Fu famoso collezionista di stampe.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni Bertini, Lettere di Pietro de Lama, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 356.

CAZZAGUERRA ARMANO
Parma 1201
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1201.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 230.