FABBI - FAROLDI
FABBI
DARIO
Parma 1552/1610
Sacerdote, fu tenore della Cattedrale di Parma. Eletto consorziale fin dal 1552, permutò
il suo titolo il 4 aprile 1592 col guardacorato di seconda settimana, ruolo in cui lo si
trova fino al 6 dicembre 1610.
FONTI E BIBL.: Archivio della Curia Vescovile, Benefit et Benefitiat. Comp., fol. 16, 392;
Archivio della Fabbriceria Mandati; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 106.
FABBI
GIOVANNI
Viarolo 16 settembre 1892-Parma 5 maggio 1973
Nato da una famiglia di modesta condizione economica (il padre Bonfiglio esercitava il
mestiere di sarto) mostrò fin dallinfanzia una spiccata attitudine al disegno,
tanto da essere indirizzato allAccademia di Belle Arti di Parma, alla quale fu
iscritto anticipatamente per concessione del ministero e dove, nellautunno del 1914,
conseguì la licenza nella facoltà di ornato diretta da Cleomene Marini.
Nellottobre dello stesso anno venne abilitato allinsegnamento del disegno. Ma
il desiderio di completare la sua preparazione lo spinse, lanno successivo, a
iscriversi alla sezione di figura dellAccademia, dove frequentò anche la Scuola del
nudo. Insegnanti nei corsi superiori dellAccademia erano, in quel periodo, oltre il
Marini, anche Paolo Baratta, Daniele de Strobel e Giuseppe Carmignani. In seguito alla
mobilitazione generale del maggio 1915 il Fabbi dovette lasciare la scuola per raggiungere
Livorno dove, unitamente allamico Bonaretti, fu assegnato al 32° Artiglieria da
campagna. Una volta tornato dal fronte, si associò con i pittori Antonelli, Gerardi,
Tomasi e Dazzi e si dedicò alla decorazione murale, allora assai fiorente. Nel 1924,
insieme con Aldo Antonelli e altri, collaborò con Paolo Baratta nellopera di
frescatura dei pannelli decorativi esterni del palazzo della Camera di commercio
rappresentanti lallegoria del commercio (che le ingiurie del tempo in seguito
danneggiarono irrimediabilmente). Anche allinterno del palazzo il Fabbi collaborò
con Antonelli nelle decorazioni delle varie sale. Lavorò, sempre con Antonelli e Dazzi,
al Municipio di Fornovo (1925) sia nelle decorazioni interne che negli affreschi esterni.
Con Antonelli padre e figlio e col pittore Gerardi decorò nel 1926-1927 il salone del
Banco di San Geminiano e San Prospero a Reggio Emilia. Sul finire degli anni Venti,
insieme ai due Antonelli e a Gerardi, operò al castello di Tabiano e coi soli Antonelli
nella interessante casa Corazza di Via della Repubblica, opera dellarchitetto Vacca:
vennero decorati con affreschi, graffiti e pittura su legno lingresso, il cortile,
lo scalone e alcuni saloni interni. Con Antonelli e Dazzi decorò la villa Figna di
Marzolara. Nella chiesa di San Michele collaborò con Latino Barilli nelle parti
decorative. Interamente sua è invece la decorazione della chiesa di Valera.
Immediatamente prima del secondo conflitto mondiale, su suo disegno e con laiuto di
Tomasi e di Gerardi, realizzò i graffiti della facciata esterna di palazzo Carpi in Via
Farini. Ma se la sua operosità di pittore ornatista fu tanta, non meno feconda fu la sua
vena di paesaggista e anche di figurista. Fin verso il 1963 partecipò a quasi tutte le
manifestazioni artistiche svoltesi a Parma e in provincia. Sue opere figurano in
collezioni private e di enti pubblici. La parte più consistente e forse più
significativa si trova nelle collezioni Piccerillo, Terenghi, Pizzarotti, Costa Devoto,
Pedenovi e Amati Bonaccorsi. Nelle figure, specie quelle del primo periodo, la
rappresentazione formale è sempre accompagnata da una introspezione del soggetto: Il
mendicante, a esempio, non è solo il ritratto di un vecchio che stende la mano, ma la
descrizione di un dolore muto, sottolineato da una espresssione ricolma di pensosa e
profonda amarezza. Di notevole effetto cromatico il Giovanetto alla fonte,
dallespressione triste, quasi piangente, come il vaso che porta sulle spalle,
trattato con una freschezza di toni che fanno ricordare Amedeo Bocchi. I ritratti del
padre e della madre, quasi sempre insieme, intenti talvolta al lavoro o alla lettura e
talvolta al riposo, sono costruiti con disegno sicuro e sono osservati con tenerezza. Gli
autoritratti sono un capitolo a sé nellopera del Fabbi. Essi si susseguono con
periodicità dalla giovinezza fino agli ultimi giorni di vita. La costanza del soggetto,
diversificato solo nellabbigliamento, non è mai ripetizione, anche se
lespressione è sempre accigliata e quasi severa. Nelle scene di vita domestica che
si svolgevano intorno a lui, seppe cogliere il senso della poesia e larmonia del
colore. Non sfuggirono al suo pennello nemmeno i polli che razzolavano nel cortile, vicino
ai cesti e agli attrezzi per lorto, colpiti dai raggi del sole che filtrava tra le
foglie degli alberi. Con lo stesso intento dipinse quelle nature morte di fiori, di
frutta, di ortaggi e di cose semplici, che negli ultimi tempi ricevettero colori quasi di
smalto. Specie dopo il secondo conflitto mondiale, ormai libero dagli impegni della
decorazione che la moda del muro liscio e nudo aveva relegato tra i ricordi del passato,
si dedicò al paesaggio dal vero. La raccolta di queste opere del Fabbi è veramente
notevole per espressione e per contenuto: il giardino pubblico con gli scorci del
tempietto, dei vasi e delle statue del Boudard, degli alberi cupi e rigogliosi, tagliati
da lame di luce, delle panchine solitarie o dei bimbi che giocano, cose morte e cose vive
unite in unamalgama di colori che recano serenità a chi le osserva, e gli angoli di
Parma prima delle deturpazioni o delle demolizioni, trattati con senso cromatico e
plastico di notevole efficacia, con un luminismo mai ricercato o studiato ma derivato
dalle circostanze e dalle condizioni ambientali, che è capace di dare vita perfino al
desolato insieme della Pilotta del 1948, ancora parzialmente atterrata dopo i
bombardamenti del 1944.
FONTI E BIBL.: V. Banzola, in Gazzetta di Parma 4 giugno 1973, 3; Aurea Parma 2 1973, 162;
V. Banzola, La pittura di Giovanni Fabbi, Parma, 1974.
FABBI
JACOPO
Montecchio 23 agosto 1797-Parma 2 giugno 1857
Cugino di monsignor Domenico Fabbi, dedicò la vita allinsegnamento del latino nelle
scuole superiori di Parma. Fu autore della seguente opera: Antologia Latina approvata dal
Superiore Governo per le Scuole di Grammatica inferiori e superiori di tutti gli Stati
Parmensi (Parma, 1844).
FONTI E BIBL.: E. Manzini, Memorie Storiche dei Reggiani più illustri, Reggio Emilia,
1878, 634; F. Fabbi, Montecchio Emilia, Reggio Emilia, s.a., 128; Reggio. Vicende e
protagonisti, Reggio, 1970, 391.
FABBRUCCI
GIUSEPPE
Cancelli di Reggello Valdarno 7 giugno 1861-Montecatini Terme 9 agosto 1930
Ebbe i natali da genitori illustri per antica nobiltà. Nacque infatti dal matrimonio di
Ferdinando con Caterina Renzi. Avendo denotato giovanissimo singolari doti di intelligenza
e di pietà cristiana, fu avviato alla carriera ecclesiastica perché potesse seguire la
sua vocazione. Entrato nel Seminario di Fiesole, vi colpì gli studi e fu ordinato
sacerdote il 19 settembre 1885. Destinato cappellano a Pieve di Cascia, passò quindi
vicario a Meletto e infine gli fu conferita la prevostura di Rignano sullArno, dove
rimase sino al 1896. In quellanno il vescovo di Fiesole, Camilli, riconoscendone le
benemerenze acquisite nello svolgimento del ministero parrocchiale, lo promosse prevosto
di Strada, nel Casentino, annoverandolo in pari tempo tra i canonici della Cattedrale. La
parrocchia di Strada era tra le più importanti della Diocesi, anche perché vi fioriva un
convitto-collegio diretto dai gesuiti e, annesso allistituto, un piccolo seminario
dove il Fabbrucci insegnò per quindici anni teologia ai chierici maggiori. Il suo zelo di
nuovo parroco si manifestò nellerezione di un asilo infantile e di un ricreatorio
parrocchiale. In uno dei primi giorni dellagosto 1915, il Fabbrucci fu chiamato a
Fiesole da monsignor Fossà, successo al Camilli nel governo della Diocesi, il quale gli
comunicò la sua nomina a vescovo di Borgo San Donnino. Il 19 settembre successivo fu
consacrato nella chiesa prepositurale di Strada dallo stesso Fossà, assistito dai vescovi
di San Miniato e di Montalcino, Falcini e Del Tomba. Lingresso del Fabbrucci in
Diocesi avvenne nel pomeriggio del 22 gennaio 1916. Accompagnato dal suo segretario e da
due prelati, tra i quali monsignor Giacomo Donati, rettore del Seminario, egli giunse alla
stazione di Borgo San Donnino dove erano ad attenderlo i rappresentanti del Capitolo, dei
parroci urbani, il prevosto di Soarza e poche altre persone. In vescovado il Fabbrucci
ricevette innanzi tutto il Capitolo della Cattedrale, dei cui sentimenti si rese
interprete il canonico arcidiacono Luigi Cornini, concesse poi udienza al Comitato pro
onoranze, al Collegio dei parroci urbani, ai vicari foranei, ai seminaristi e ai membri
dellAzione Cattolica diocesana. Il giorno seguente, domenica, tenne in Duomo il
primo solenne pontificale e al Vangelo, dopo aver espresso la propria letizia di trovarsi
tra i suoi nuovi figli spirituali, tracciò il programma del suo governo, spiegando che il
suo ministero sarebbe stato improntato a dolcezza e a carità. Giunse a Borgo San Donnino
a svolgervi il suo mandato in un momento particolarmente difficile: la prima guerra
mondiale era giunta al suo punto cruciale e più che mai se ne avvertiva il peso. Le
parrocchie, per la maggior parte, erano prive di parroci, chiamati alle armi, sicché
allassistenza religiosa provvedevano i pochi sacerdoti rimasti, trasferendosi a
turno da una parrocchia allaltra. Molte chiese erano chiuse e requisite
dallautorità militare. Lo stesso Seminario fu trasformato in ospedale per i soldati
e infine in scuola elementare. Vi era tutto da riorganizzare, materialmente e moralmente.
Primo atto del governo del Fabbrucci fu di invitare il popolo alla preghiera e alla
penitenza per placare la divina giustizia e ottenere la cessazione del tremendo flagello.
L11 febbraio 1917 iniziò la prima delle sue tre visite pastorali, condotta tra
difficoltà e pericoli, perché ostacolata da anticlericali e sovversivi (il Fabbrucci,
talvolta, fu costretto a cresimare a tarda sera e nascostamente). Nel frattempo egli si
interessò dei feriti di guerra e dei prigionieri, visitando frequentemente i primi e
interessandosi della sorte degli altri attraverso la Segreteria di Stato per informarne le
famglie. Dopo le giornate di Caporetto, si occupò dei profughi promuovendo anche la
raccolta di offerte da inviare in Belgio, in Polonia e in Lituania per soccorrere i
danneggiati dalla guerra. La gioia per la cessazione delle ostilità fu di breve durata.
Il dilagare di unepidemia influenzale di una virulenza senza precedenti cominciò a
mietere vittime ovunque e, tra queste, numerosi sacerdoti. Il Fabbrucci diede incremento
alla vita cristiana nella Diocesi con esercizi spirituali, sacre missioni, predicazioni e
pellegrinaggi. Preoccupato dal dilagare del materialismo, la sua opera fu volta, con ogni
impegno, a risvegliare la coscienza cristiana nel popolo. Levangelizzazione della
Diocesi rimase alla base di ogni sua iniziativa e le sue lettere pastorali testimoniano
quanto egli ebbe a cuore lelevazione morale del suo popolo. E prova ne sono anche i
tre Congressi Eucaristici di Borgo San Donnino, Busseto e Monticelli dOngina (negli
anni 1921, 1923 e 1924), da lui voluti e sostenuti perché servissero a rinvigorire e a
rinnovare gli animi, le Missioni in Cattedrale (1920, 1925 e 1929), i due pellegrinaggi a
Roma (1925 e 1929) e i molti altri nei santuari diocesani, riservati specialmente alla
gioventù. Al Seminario rivolse cure assidue, studiandosi di migliorarlo continuamente. Ne
risanò la situazione economica, lo dotò di nuovi locali, lo riorganizzò negli studi, si
occupò direttamente dei seminaristi assistendo ai loro esami, presiedendo alle adunanze
dei professori e, negli ultimi anni del suo episcopato, insegnando come un tempo ai
giovani leviti. Volle anche che ai discenti fosse impartita una preparazione completa al
loro futuro ministero, non limitata alla cultura generale e speciale necessaria,
istituendo a questo scopo una scuola di armonium e organizzando apposite istruzioni per
lAzione Cattolica. Per lAzione Cattolica ebbe sollecitudini particolari
appoggiando ogni iniziativa intesa a renderla sempre più efficiente, ben consapevole
dellimportanza dei suoi compiti, diretti al consolidamento della famiglia nella
società e alla diffusione dello spirito di giustizia e di carità. I suoi meriti
religiosi e civili furono riconosciuti allorché tutta la Diocesi, nel 1926, lo festeggiò
nel 10° anniversario del suo ingresso e re Vittorio Emanuele di Savoja lo nominò, motu
proprio, commendatore della Corona dItalia. Nel 1928 volle rendere onore alla
memoria dei suoi predecessori (Basetti, Buscarini, Tescari, Terroni e Mapelli)
ricomponendone i resti mortali, sino ad allora custoditi nel cimitero urbano, in decorosi
avelli nella Cattedrale. La cerimonia della solenne traslazione, svoltasi nella mattinata
del 27 settembre di quellanno, richiamò una gran folla di fedeli, numerose
autorità e fu illustrata dalla presenza del cardinale Francesco Ragonesi, prefetto del
Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, e di Alberto Costa, vescovo di Melfi Rapolla
e Venosa, il quale rievocò in un discorso le figure dei cinque presuli. Di salute
delicata, il Fabbrucci era solito recarsi ogni anno nella Valle di Nievole, ospite a
Montecatini della pensione Francescana per un periodo di cura e là lo colse
improvvisamente la morte per congestione cerebrale. La salma del Fabbrucci fu trasportata
a Fidenza per i funerali, che si svolsero nella giornata del 14 agosto 1930 in forma
imponente per il largo concorso di popolo e di autorità, tra le quali i vescovi di Carpi,
Reggio Emilia, Parma, Piacenza e Cremona. Nella Cattedrale, stipata di folla, Guido Maria
Conforti, arcivescovo di Parma, tenne il discorso funebre. Quindi la salma fu inumata
nellartistica cripta che egli aveva fatto superbamente restaurare.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 148-154.
FABI
AMBROGIO
Genova ante 1606-post 1630
Detto Guastavino. Per aver servito più volte nella musica alla chiesa della Steccata di
Parma gli venne fatto un donativo il 22 dicembre 1606. Venne poi eletto tra i salariati in
grazia del duca di Parma Ranuccio Farnese il 17 marzo 1614. Lasciò per alcun tempo, dopo
il 1623, la Steccata, ma venne di nuovo accettato tra i cantori (tenore) il 31 dicembre
1630. Il Fabi prese ancora parte alle solennità maggiori della Cattedrale di Parma negli
anni 1622-1628. Alla Corte di Parma si ritrova dall11 giugno 1620 fino al 30 maggio
1929.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 84; Aurea Parma 48 1964, 149.
FABI
FRANCESCO
Parma 1668/1669
Avvocato, diede alle stampe due opere di modesto valore: Il Sole sorge a oriente, Applausi
poetici di Francesco Fabio, al Serenissimo Odoardo Principe di Parma, Canti tre in sesta
rima (Parma, per Mario Vigna, 1668) e, collanagrammatizzato cognome de gli Ibafi,
Corona di Lauro Dirceo, donata dalle Pimplejadi alla Signora Daria Cammilla Pinardi
nellIngresso e Professione del Convento Bajardo (in Parma, per li Viotti, 1669).
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 244; A.
Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, VI/3, 1827, 820-821.
FABI GABRIELE TINTORE
Parma-Roma 16 ottobre 1640
Figlio di Vincenzo. Si laureò in legge nellanno 1606. Dopo un inizio promettente
nella professione, non mantenne le aspettative. Decise quindi di abbandonare Parma e si
trasferì a Roma. Fu anche poeta di modesto valore. Scrisse un poemetto in terza rima
(rimasto manoscritto) intitolato Belgica gloria, o Prodezza del Serenissimo Signor Duca
Alessandro Farnese in Fiandra e in Francia, del Dottor Gabriele Fabio, al Serenissimo
Signor Duca Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 71; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati
parmigiani, 1797, V, 244; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, VI/3, 1827,
820-821.
FABI GIACOMO, vedi FABI IACOPO
FABI
GRISOGONO
Parma-Savigliano 1687
Frate benedettino, fece la professione solenne nellanno 1647. Fu lettore di
matematica e maestro dei novizi, tra i quali ebbe il celebre Benedetto Bacchini.
FONTI E BIBL.: A. Galletti, Monastero di San Giovanni Evangelista, in Archivio Storico per
le Province Parmensi 1980, 69.
FABI
GUALTIERO
Parma 1866-New York 8 febbraio 1929
Si stabilì a New York nel 1897. Fece parte della Boston Opera Company, della Metropolitan
Opera Company, della Radiopera del Corriere degli Italiani e infine della Puccini Opera
Company. Studiò nel Regio Conservatorio di Parma (si diplomò in violino nel 1885)
insieme ad Arturo Toscanini, al quale restò legato da buona amicizia. Prima di recarsi
negli Stati Uniti ebbe notevoli successi come direttore dorchestra in Italia,
Germania (Berlino, 1895), Francia, al Cairo e nellAmerica del Sud.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 285.
FABI
IACOPO
Parma-Roma 1558
Fu uomo di singolare letteratura, che compose varie rime e anche versi latini e greci. Tra
i più dotti del suo tempo, fu sepolto in San Giovanni Laterano con degna iscrizione
sepolcrale (dettata dallamico bolognese Tommaso Tilio), nella quale è detto probo
viro ac diserto.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 165-166; Aurea Parma 1 1959, 19.
FABI JACOPO, vedi FABI IACOPO
FABI
MATTEO
Parma prima metà del XVI secolo
Fu architetto e intagliatore in legno. A Parma realizzò il coro di San Giovanni e lavori
nella cripta del Duomo.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 205.
FABI
VINCENZO
Parma XVI/XVII secolo
Fu autore di alcune Allegazioni, secondo quanto asserisce il Gozzi. Il Pico dice che il
Fabi fu Dottore di Leggi di assai buon credito.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 820.
FABIANO
SIMONE
Parma XV secolo
Coniatore di monete e medaglie attivo nel XV secolo. Realizzò, tra le altre, una medaglia
per Carlo VIII di Francia.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 206.
FABIJ o FABIO o FABJ, vedi FABI
FABRI
GUIDO
Borgo San Donnino-Cortellazzo 2 luglio 1918
Sottotenente di complemento del 17º Bersaglieri, fu decorato di medaglia dargento
al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di un reparto di arditi, non
appena ultimato il tiro di preparazione della nostra artiglieria, usciva primo dalla
trincea per avanzare trascinando i propri uomini con lesempio. Ferito a morte, li
incitava ancora ad avanzare con un Evviva ai bersaglieri!
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 64ª, 4252; Decorati al valore, 1964,
44.
FABRIZI
ANDREA
Parma 1558-Roma 1603
Dopo una giovinezza irrequieta e vagabonda, si stabilì a Roma dove, intorno al 1580,
raggiunse una buona rinomanza come pittore di paesaggi ad affresco e a olio. Tuttavia non
si conosce più nulla di sua mano, se non un disegno, di una veduta romana col Colosseo,
conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Galleria degli Uffizi a Firenze,
di attribuzione tradizionale. Eseguì otto lunette ad affresco con santi in romitaggio in
vasti paesaggi nel porticato dingresso della chiesa di Santa Cecilia in Trastevere,
restaurata nel 1599, e numerosi quadri da cavalletto. Il Baglione si gloriava di
possederne tre, tra cui uno di una boscaglia che migliore non si può vedere, entrovi
alcuni alberi si bene frappati, che in quelle foglie si vede listesso vento errare e
scuoterle. Indubbiamente egli dovette occupare un posto considerevole nella storia del
paesaggio manieristico fiorito a Roma tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento
e dovette fornire suggerimenti anche ai più celebri pittori fiammingi del genere, quali
Paolo Brill e Jan Brueghel, che furono a Roma rispettivamente nel 1582 e nel 1592-1594.
Secondo il Baglione ebbe una valida collaboratrice nella moglie Ippolita, le cui opere
erano difficilmente distinguibili dalle sue.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 104
del Museo di Antichità di Parma; G. Baglione, Le vite de pittori, scultori et
architetti, Roma, 1642; F. Titi, Descrizione delle pitture di Roma, Roma, 1763; P. Zani,
Enciclopedia metodica critico ragionata delle Belle Arti, parte 1ª, XIV, Parma, 1820; S.
Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 101; De Boni, Biografia degli artisti,
1840, 750; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 261.
FABRIZI
IPPOLITA
Parma 1580/XVII secolo
Moglie di Andrea Fabrizi. Fu anchessa ottima pittrice paesista, attiva tra la fine
del XVI secolo (1580) e per buona parte del XVII secolo. Fu valida collaboratrice del
marito, le cui opere sono difficilmente distinguibili dalle sue. Prima di trasferirsi
definitivamente a Roma, visitò assieme al marito molte città italiane, dipingendo su
commissione.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 102;
P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIV, 1823, 287.
FABRIZIO, vedi FABRIZI
FABRIZIO DA PARMA, vedi FABRIZI ANDREA
FACCHINI
GIACOMO
Soragna 23 ottobre 1671-post 1727
Figlio di Antonio e Camilla, che vivevano in una certa agiatezza. Attese dapprima allo
studio delle lettere, dedicandosi poi alla pittura e prestado il suo alunnato presso il
Brescianino, dal quale pare abbia appreso il particolare gusto per i paesaggi. Non certo
secondario fu anche il suo ispirarsi ai modi del parmigiano Giovanni Bolla, alle cui
composizioni egli stilisticamente non mancò di aderire. Lavorò a lungo a Soragna, tanto
nella Rocca (decorazioni a fresco nella sala degli stucchi e nella piccola galleria
attigua per le nature morte, i paesaggi, le marine e le scene campestri, facciata verso il
giardino) quanto per i principi Meli Lupi (paesaggi su tela nella sala del trono, alcova e
sala rossa). Firmò e datò 1705 una grande tela nella chiesa della Beata Vergine del
Carmine (Madonna con Bambino e Santa Maria Maddalena dei Pazzi) e a lui può venire
ascritto laffresco Madonna con Bambino e San Rocco su casa Baratta in piazza a
Soragna. Operò anche a San Secondo nelloratorio di San Luigi (pala daltare e
affreschi 1725-1727), a Fontanellato e a Cortemaggiore, lasciando ovunque segni di
unarte certamente interessante e meritevole di unattenta rivalutazione.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 284-285.
FACCHINI GIOVANNI GIACOMO
Soragna 1660
Fu pittore paesista attivo nellanno 1660.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 172.
FACCI
GIACOBINO
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 161.
FACCINI CARLO GUGLIELMO, vedi FACINI CARLO GUGLIELMO
FACCINI
FEDERICO
Collecchio 1564
Fu canonico della pieve di Collecchio (1564) e godette di un beneficio ecclesiastico nel
territorio di questa Pieve.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960,
3.
FACCINI
FERDINANDO
Langhirano 1831
Notaio, ebbe parte attiva durante i moti del 1831. Fu processato e detenuto con la
seguente imputazione: Fu questi che levò gli stemmi sovrani in Langhirano. Erano di lui
compagni certo Stocchi, e certo Azzani detto Bruschetto. Si potrà sentire quel
Commissario Pirani, che da costoro fu minacciato nella vita. Anche dopo il riordinamento
delle cose pubbliche il Faccini e suoi compagni hanno continuato a fare gli esercizi
militari nellosteria, e vuolsi che minacciassero il vetturale di Langhirano
Francesco Ghizzoni, perché erasi colà portato con mirto nel cappello. Successivamente,
in base al Decreto damnistia, fu rimesso in libertà e ritornò a Langhirano,
sottoposto ad alcuni precetti. Infine ottenne da Maria Luigia dAustria di poter
riprendere lesercizio del notariato.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province
Parmensi, 1937 164-165.
FACCINI, vedi anche FACINI
FACCONI
POMPEO
1822-Parma 27 giugno 1882
Fu artefice assai segnalato nella legatura di libri. Lavorò per la Biblioteca Palatina di
Parma, per quella Vaticana e per quella del Quirinale di Roma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 luglio 1882, 3.
FACCONI
ROSINA
Parma 6 novembre 1867-Parma 12 ottobre 1916
Per tre anni (1883-1886) studiò canto (mezzo soprano) nel Conservatorio di Parma, dove si
diplomò nel 1888. Debuttò con successo a Borgo San Donnino il 3 ottobre 1894
nellopera Ruy Blas. Sposatasi qualche anno dopo con Augusto Nalli, abbandonò la
carriera.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 74.
FACINI CARLO GUGLIELMO
Sala XIX secolo
Volontario nelle guerre risorgimentali, raggiunse il grado di colonnello di fanteria.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.
FACINI, vedi anche FACCINI
FACINO
Casanova di Bardi 1317
Le cronache piacentine riferiscono che il Facino, conte di Bardi, uomo armigero e capo di
bande militari, nel 1317 giurò fedeltà a Galeazzo Visconti, entrò nel paese di Bardi
con molti armati e se ne fece padrone. In seguito mantenne quel possesso in nome dello
stesso Signore di Milano Galeazzo Visconti.
FONTI E BIBL.: G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 197.
FACINO
ETTORE
Parma 1829-Santa Fè 1890
Fu allievo nello Studio Toschi di Parma ma abbandonò presto lincisione per
trasferirsi in America del Sud al seguito di Garibaldi. Si stabilì poi a Santa Fè (1860)
facendo il pittore ritrattista. Fu docente nella Compagnia di Gesù. Molte sue opere
adornano le chiese argentine. Eseguì i ritratti di Simon Bolivar e Stanislao Lopez.
FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, Arte dellincisione in Parma, 1969; Gazzetta
di Parma 3 luglio 1989, 3.
FACIO, vedi CASTELLUCCI DANTE
FADANI
ENZO
Parma 1922-1993
Cantante. Cominciò la sua attività durante la seconda guerra mondiale, tenendo concerti
negli ospedali. Poi cantò con le orchestre Tamani, Bocelli, Stok e Zardi, accanto a
Fulvio Vernizzi alla tromba, Trento Valesi al trombone e Nando Rota al pianoforte. Verso
il 1960 si trasferì a Brescia, dove tra laltro fu proprietario e gestore di un
ristorante di specialità parmigiane: Il Gattopardo. Fino al 1975 tenne caffè-concerto
allalbergo Bristol di Parma con Flik Alfieri e Gianni Fogu. Il suo genere spaziò
dal melodico al sudamericano. Fondò una casa editrice che ebbe al suo attivo interessanti
e lussuose pubblicazioni, tra le quali Una storia del Concilio Ecumenico e Il nudo
nellArte.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 201-202; F. e T. Marcheselli, Dizionario
Parmigiani, 1997, 126.
FAELI GIROLAMO, vedi FAELLI GIROLAMO GIOVANNI PAOLO
FAELI GIUSEPPE, vedi FAELLI GIUSEPPE
FAELLI
ANTONIO
Parma 1629
Fu notaro ducale di Parma verso il 1629.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 114.
FAELLI
EMILIO
Parma 16 gennaio 1866-Bra 25 febbraio 1941
Nato da Narciso, medico di idee liberali, e da Carolina Naudin, fu avviato agli studi
classici e pubblicò giovanissimo alcune operette di erudizione letteraria. Abbandonò ben
presto gli studi per dedicarsi al giornalismo, iniziando a collaborare ai giornali
parmensi Il Presente e Gazzetta di Parma. Ventenne, si trasferì a Roma, dove divenne redattore del Capitan Fracassa.
Intorno alla testata si riunì uno dei gruppi giornalistici più attivi e brillanti del
tempo, tra cui spiccavano L. Lodi, L.A. Vassallo (Gandolin), P. Turco, L. Bertelli
(Vamba), col quale il Faelli strinse un sodalizio che durò a lungo. Fu soprattutto legato
al Vassallo, che riconobbe sempre come proprio maestro, tributandogli ammirazione per aver
innovato il giornalismo italiano e inaugurato col Fracassa: un tipo di giornale che doveva
servire unidea ma nel quale era costante e prevalente la preoccupazione della forma
squisita, dellossequio allarte, della misura dellespressione, del
rispetto allitalianità, del reverenziale culto, anche esteriore, per la bellezza
(Una setta di giornalisti, p. 13). Da allora il Faelli partecipò a tutte le iniziative
giornalistiche del Vassallo che, abbandonato nel 1887 il Capitan Fracassa per dissenso
sullorientamento filocrispino del giornale, fondò con Lodi, Bertelli e lo stesso
Faelli il Don Chisciotte della Mancia (20 dicembre 1887-4 aprile 1892), divenuto poi Don
Chisciotte di Roma (15 ottobre 1893-9 dicembre 1899). Il Don Chisciotte, di tendenza
liberale progressista, finanziato da alcuni circoli affaristici e immobiliari capitolini,
fu un giornale di satira e commenti politici pupazzettato, illustrato cioè da vignette e
caricature di mano di Bertelli e dello stesso Vassallo. Il Faelli vi scrisse come
redattore della cronaca parlamentare, genere congeniale alla sua vena di bozzettista, cui
principalmente fu dovuta la sua notorietà negli ambienti del giornalismo politico del
tempo. I suoi pezzi satirici furono firmati con lo pseudonimo di Cimone. Lo stesso gruppo
di giornalisti fu lanimatore di altri periodici romani, come Il Giorno (10 dicembre
1899-1º gennaio 1901), nato dalla fusione del Don Chisciotte con il Fanfulla, e La
Domenica Italiana (dicembre 1896-ottobre 1897). Nel 1891 il Faelli fondò, sullo stile del
Fracassa e del Don Chisciotte, Il Folchetto, di cui assunse la direzione dall11
novembre 1892 al 16 marzo 1893, che cessò le pubblicazioni il 12 novembre 1894. Nei tre
anni di vita Il Folchetto condusse una tenace campagna contro i ministeri Rudinì,
sollecitando lunione di tutte le componenti della Sinistra contro i goffi errori e
le dementi prepotenze della reazione, e salutò il ministero Giolitti del 1892 come il
primo passo di unapertura in senso liberale della società italiana. Il giornale fu
per il Faelli tribuna di battaglie appassionate e aggressive, giocate anche sul piano
della polemica personale, come quella che lo portò nel 1893 a essere sfidato a duello da
S. Barzilai. Conclusasi lesperienza de Il Folchetto, il Faelli prese a lavorare per
La Provincia di Brescia, giornale che, insieme con il Don Chisciotte, rappresentò nella
tribuna della stampa parlamentare. Nel 1901 rilevò la vecchia testata del Capitan
Fracassa, cessato dieci anni prima, e rifondò il giornale che visse, sotto la direzione
sua e di G. Bistolfi, fino allottobre del 1905. Il nuovo Capitan Fracassa non ebbe,
come giornale satirico, lo smalto brillante di quelli che lo avevano preceduto: fu infatti
scopertamente allineato con la politica giolittiana e ne seguì passo passo lascesa,
allo stesso modo che Il Folchetto aveva accompagnato la parabola discendente della Destra.
Nel 1904, anche grazie al sostegno della Gazzetta di Parma, fu eletto deputato nelle liste
liberali per il collegio di Parma-Borgo Taro: il clima di dilagante corruttela nella
provincia emiliana fu più tardi loggetto di alcuni schizzi autobiografici
sullesperienza elettorale. Deputato, sempre per lo stesso collegio, nelle due
successive legislature fino al 1919, ebbe a cuore, nella sua attività parlamentare, lo
sviluppo economico e culturale dellarea parmense con numerosi interventi attinenti
lagricoltura, la zootecnia, la sistemazione idrica di alcuni territori, la scuola
veterinaria e sollecitando vari provvedimenti a favore della Biblioteca Palatina di Parma.
La sua esperienza di giornalista e le sue convinzioni liberali lo resero soprattutto
sensibile alle tematiche connesse alla libertà di stampa. Nel 1906 fu relatore del
disegno di legge presentato dal ministro di Grazia e Giustizia E. Sacchi
sullabolizione del cosiddetto sequestro preventivo dei giornali previsto dalle leggi
sulla stampa sulla base dellarticolo 28 dello statuto e propose di estendere a tutti
gli stampati labrogazione delle misure restrittive. In più occasioni ebbe modo di
ribadire come la libertà di espressione fosse principio inderogabile per una società
autenticamente liberale quale quella italiana ambiva a essere: in pieno periodo bellico,
nel 1917, criticò linsensatezza della censura e si schierò con Turati a difesa di
O. Morgari, accusato di reati a mezzo stampa. Sotto la gestione politica giolittiana
lItalia era, per il Faelli, al riparo dai pericoli della reazione e sicuramente
avviata sulla strada del progresso democratico, tuttavia minacciata dai socialisti con i
quali ebbe momenti di dura polemica in occasione degli scioperi del 1908. Testimone delle
agitazioni agrarie nel Parmense, difese, infatti, il comportamento dei proprietari
terrieri, pur criticando i metodi sommari e scorretti con cui le autorità di polizia
procedettero agli arresti, e sostenne lopportunità di un intervento di mediazione e
pacificazione da parte del governo. Non nascose le sue preoccupazioni per i crescenti
successi elettorali del partito socialista e la sua ferma convinzione che
laccelerazione liberale impressa alla società italiana dalla politica di Giolitti
sarebbe stata insufficiente se non fosse stata coronata da un coraggioso piano di riforme
sociali capace di allontanare i ceti popolari dalle tentazioni sovversive. Alla vigilia
delle elezioni del 1913 intensificò gli inviti al partito liberale a non arretrare su
posizioni conservatrici e a non considerare le recenti riforme politiche e
lallargamento del suffragio come un approdo definitivo, bensì come punto di
partenza per un nuovo slancio riformistico. Sempre attivo nel giornalismo, in quegli anni
lavorò ai quotidiani liberali romani LAlfiere (21-22 aprile 1910-9 febbraio 1911) e
La Patria (20 aprile 1911-20 aprile 1913) e fu corrispondente politico da Roma del Secolo
XIX, di cui fu direttore dal 1897 al 1906 il Vassallo. Anche allo scoppio del primo
conflitto mondiale fu solidale con Giolitti e ne condivise la scelta neutralista.
Nellottobre del 1917 aderì alla Unione parlamentare, gruppo capeggiato da F.
Cocco-Ortu, nel quale si riunirono i giolittiani che contribuirono alla caduta del governo
Boselli e alla formazione del governo Orlando. Dopo la guerra fu capo dellufficio
stampa della presidenza del Consiglio durante il quinto governo Giolitti dal giugno 1920
al giugno 1921, abbandonando, per quel periodo, altri incarichi giornalistici. Il 3
ottobre 1920 fu nominato senatore per la terza categoria. In occasione delle elezioni del
1924 ricevette linvito a dare la propria adesione al listone, ma declinò la
proposta in quanto appoggiava già la lista guidata da Giolitti. Negli anni successivi si
allontanò progressivamente dai suoi impegni pubblici. Una rapida sintesi della sua
esperienza di giornalista è racchiusa nelle parole, venate di rimpianto, con cui in un
breve intervento del 1935 su F. De Sanctis ricordò i tempi in cui nel giornalismo si
entrava per vocazione; per passione politica; o, se si preferisce altra locuzione,
partigiana; per amore di discussione; per isfogo di non più fortunate tendenze
letterarie. Tra gli scritti principali si ricordano: Bibliografia mazzoliana cioè di F.
Mazzola detto il Parmigianino, Parma, 1884; La politica in provincia, Roma, 1885; Lo
spirito di Voltaire: racconti, inediti, giudizi, Roma, 1885; Contro il teatro, Parma,
1886; Bibliografia allegra. Gli amori di un frate erudito, in Cronaca Bizantina 12, 21
marzo 1886; Saggio delle bibliografie degli incunaboli, Città di Castello, 1887; Il
quaresimale di Padre Agostino: sunti e impressioni illustrate, Parma, 1889; I 508 di
Montecitorio, Torino, 1906; Lo sciopero di Parma: note di un testimonio, in Nuova
Antologia 10 luglio 1908, pp. 140-145; Il cinquantenario del plebiscito parmense: discorso
pronunziato nel teatro Farnese il 5 settembre 1909, Parma, 1909; I partiti, le elezioni
politiche e leremita di Lampedusa, in Nuova Antologia 16 novembre 1912, 280-286; I
moribondi di Montecitorio, Milano, 1920; Una setta di giornalisti, Milano, 1921; Le
memorie di un candidato e altre cose dimenticabili, Bologna, 1924; Il De Sanctis
giornalista, in Studi e ricordi desanctisiani, Avellino, 1935. Curò inoltre la
pubblicazione di G.B. Bodoni, Alcune lettere inedite, Parma, 1884 e O. Giordani, Alcune
lettere inedite riguardanti varie edizioni di opere sue, Bologna, 1884. Oltre che sui
giornali citati, scrisse su Il Bibliofilo, La Rivista Politica e Parlamentare, La Politica
Nazionale, Rivista dItalia e dAmerica, La Nuova Rassegna e Biblioteca Italiana
di Filosofia e Lettere. Per i suoi interventi parlamentari si rinvia agli indici degli
Atti parlamentari. Camera dei deputati, XXII legislatura (1906-1909), XXIII legislatura
(1909-1913) e XXIV legislatura (1913-1919).FONTI E BIBL.: Necrologi: Il Secolo XIX 26
febbraio 1941; La Stampa 26 febbraio 1941; Per Emilio Faelli, Parma, 1941 (omaggio di
alcuni amici nellanno della sua morte; contiene anche un suo scritto, Ledile
Bibulo); P. Vigo, Storia degli ultimi trenta anni del secolo XIX, VI, 1891-1894, Milano,
1913, 310; Cronaca. Lonorevole Faelli senatore, in Gazzetta di Parma 5 ottobre 1920;
L. Lodi, Giornalisti, Bari, 1930, 33-47, 144-154; S. Barzilai, Luci ed ombre del passato.
Memorie di vita politica, Milano, 1937, 76; S. Cilibrizzi, Storia parlamentare politica e
diplomatica dItalia. Da Novara a Vittorio Veneto, IV, (1909-1914), Napoli, 1939, 18,
VII (1917-1918), Roma, 1948, 52 s.; B. Molossi, Dizionario dei Parmigiani, Parma, 1957, 67
s.; Dalle Carte di G. Giolitti. Quarantanni di politica italiana, I-III, Milano,
1962, a cura di C. Pavone-P. DAngiolini-G. Carocci, ad Indices; O. Majolo Molinari,
La stampa periodica romana dal 1900 al 1926, Roma, 1977, ad Indicem; Enciclopedia
biografica e bibliografica italiana, A. Malatesta, Ministri, deputati e senatori, I,
Milano, 1940, 392 ss. Per uno sguardo dinsieme cfr. anche V. Castronovo-L. Giacheri
Fossati-N. Tranfaglia, La stampa italiana nelletà liberale, in Storia della stampa
italiana, III, Roma-Bari, 1979, 83-121 passim; A. De Gubernatis, Dizionarî biografici,
due volumi, Firenze, 1879 e Roma, 1895; A. Tortoreto, I parlamentari italiani della XXIII
legislatura, Roma, 1910; Treves, I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e
XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920, 1922; T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti,
1907, 92; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3; Aurea Parma 3
1941, 124; Gazzetta di Parma 12 gennaio 1962, 4; Documenti 14 1978, 67-68; Letteratura
italiana, I, 1990, 755; R. De Longis, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994,
143-145.
FAELLI
ERMOGENE
Calestano 1889-Parma 19 aprile 1968
Lavorò per molti anni come muratore alle dipendenze di numerose imprese, prima a
Calestano e poi a Parma, ove si trasferì dopo la seconda guerra mondiale. Durante il
primo conflitto mondiale si mise in luce in più di una occasione e soprattutto nel
gennaio del 1918, sul Carso. Fu in quel mese, infatti, che si meritò la medaglia
dargento al valor militare, con la seguente motivazione: Il sergente Ermogene Faelli
durante il periodo di tempo trascorso nel reggimento prese parte ad una violenta azione
offensiva superando pericoli assai gravi e raggiungendo fra i primi una trincea
avversaria. Ferito ad un braccio non abbandonò il suo posto di combattimento finché non
vide iniziati i lavori per il rinforzo della linea. Il Faelli, sempre durante la prima
guerra mondiale, prese parte anche allazione di Passo Buole. Fu presidente dei
combattenti di Sala Baganza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 aprile 1968, 4.
FAELLI
FERRUCCIO
Parma 5 novembre 1862-Torino19 gennaio 1943
Nacque da Narciso, medico, e da Carolina Naudin. Laureatosi nella scuola di medicina
veterinaria di Parma nel luglio del 1885, fu per un breve periodo assistente di anatomia,
quindi ricoprì la carica di veterinario del deposito stalloni di Reggio Emilia. Ebbe poi
inizio la sua carriera scientifica, che si svolse presso la scuola superiore di medicina
veterinaria di Torino: dopo aver conseguito la libera docenza in zootecnia nel 1895,
lanno seguente gli venne affidato lincarico dellinsegnamento di tale
disciplina. Professore straordinario nel 1898, il Faelli divenne ordinario nel 1911 e
nello stesso anno fu nominato direttore della scuola superiore di medicina veterinaria di
Torino. Ricoprì tale carica per un biennio, per normale rotazione, poi, a seguito di
nuova nomina, anche nel biennio 1917-1918, durante i difficili anni della prima guerra
mondiale. Inoltre fu per molti anni membro del Consiglio superiore di sanità e del
Consiglio nazionale delle ricerche. Studioso e clinico di indiscusso valore, il Faelli fu
autore di numerose pubblicazioni riguardanti vari settori della zootecnia, a carattere sia
scientifico sia divulgativo. Nella prima fase della sua carriera, precedente il suo
inserimento come docente di zootecnia, condusse una serie di ricerche di tipo clinico
sulla specie equina, che pubblicò nelle annate 1890 e 1891 del Giornale di Veterinaria
Militare, con interessanti approcci di tipo sperimentale ai problemi di diagnostica
clinica (Gli innesti intraperitoneali nella cavia e luso della malleina pel
diagnostico della morva, in Giornale di Veterinaria Militare V 1892, pp. 297 ss.). A
partire dal 1892 iniziò a occuparsi di problemi dellallevamento bovino e
dellincremento ippico e dopo il 1895 si dedicò completamente ad argomenti di
zootecnia. Tra il 1895 e il 1900 pubblicò un gran numero di lavori riguardanti
lalimentazione e lallevamento dei bovini e dei maiali e di diverse razze di
cani e di ovini (Razze bovine, equine, suine, ovine, caprine, Milano, 1903; Animali da
cortile, Milano, 1905 e, in successive edizioni, 1913 e 1923: tali opere contengono
lelenco delle pubblicazioni del Faelli). La sua opera trattatistica di carattere
specialistico riguardò diversi argomenti, in particolare ligiene zootecnica
(Trattato di igiene veterinaria, Milano, 1903) e le tecniche di allevamento del bestiame
(Conferenze di zootecnia ad uso dei veterinari e dei dottori in scienze agrarie, Torino,
1908): in queste sue opere emerge la preoccupazione per le carenze della produzione
zootecnica italiana e per lo stato di arretratezza culturale in cui versavano le campagne
italiane nel primo decennio del XX secolo. Il Faelli sostenne il ruolo centrale del
veterinario e dellagronomo nella spinta al progresso e al miglioramento
delleconomia rurale. Il suo impegno fu diretto in primo luogo a ottenere una
maggiore igiene delle stalle e dei ricoveri degli animali utili, a raggiungere una
migliore selezione dei capi avviati alla riproduzione, per combattere in via preventiva
attraverso ligiene le epidemie di bestiame tanto diffuse nellItalia rurale
dellinizio del XX secolo e tanto dannose alla produzione economica. Varò programmi
di incremento delle risorse zootecniche e di miglioramento del bestiame e, almeno per
quanto riguarda il Piemonte, contribuì alla stesura e alla diffusione del regolamento per
le stazioni di monta e alla formazione di libri genealogici del bestiame. Fu tra i primi
organizzatori e docenti dei corsi di perfezionamento in igiene, ispezione delle carni,
legislazione sanitaria e zootecnica, istituiti originariamente dallAssociazione
Nazionale Veterinari Italiani a partire dal 1923 con il concorso dei ministeri degli
Interni e dellEconomia nazionale e dellOpera nazionale combattenti presso la
scuola di Torino. La produzione scientifica e lattività del Faelli durante tutto
larco della sua carriera ebbero lo scopo di portare in primo piano e di far
comprendere limportanza e la centralità delle discipline zootecniche
allinterno del mondo agricolo e veterinario: laffermarsi della zootecnia come
disciplina scientifica di avanguardia, alla vigilia delle grandi acquisizioni nel campo
della genetica e della fecondazione artificiale, fu in gran parte merito suo. La
produzione del Faelli fu notevole, così come il suo sforzo teso al miglioramento delle
risorse dellallevamento italiano. Fu un protagonista di quel momento di passaggio
tra una vecchia concezione della medicina veterinaria basata sulla ippologia, che vedeva
nel cavallo il soggetto principe di cure e studi, e una concezione più moderna che
tendeva ad allargare gli orizzonti di interesse ad altri soggetti di studio e a centrare
lattenzione sulle necessità delle produzioni animali. In questo processo culturale
prima ancora che scientifico il Faelli costituì senza dubbio una figura centrale: seppe
infatti cogliere limportanza dellintervento scientifico nella catena
produttiva rurale e la necessità di una costante divulgazione nei confronti degli
allevatori. Con lui il medico veterinario cessò di essere un semplice terapeuta degli
animali nobili, per trasformarsi in un tecnico dei problemi di allevamento con competenze
di tipo igienistico e biologico e concorrere alla realizzazione del prodotto economico
aziendale. Tra gli altri meriti del Faelli va inoltre ricordato quello di aver voluto
promuovere dal punto di vista scientifico anche allevamenti allora considerati minori,
quali quelli dei volatili e del coniglio, in seguito invece ritenuti di primaria
importanza nel settore agricolo. Il suo sforzo in questo settore fu teso a trasformare il
minuto allevamento di animali da cortile in una operazione tecnica redditizia se condotta
con criteri razionali e coadiuvata da basi scientifiche. Il Faelli si dedicò anche allo
studio dellalimentazione del bestiame, da lui considerata fattore chiave
dellincremento ponderale: con la crescita dellindustrializzazione nazionale,
nuovi materiali si prestavano per la trasformazione animale ed egli colse
limportanza economica di questi processi e studiò alcune delle loro applicazioni
allalimentazione animale (I residui industriali della fabbrica di cioccolata
nellalimentazione del bestiame, in Il Modero Zooiatro IX 1898, pp. 403-407). Il
Faelli ebbe in vita numerose onorificenze e riconoscimenti, come scienziato e come figura
pubblica. Particolarmente onorevole fu per lui presiedere nel 1922 il Comitato per le
onoranze a E. Perroncito, costretto per limiti di età a lasciare linsegnamento e
festeggiato dal mondo accademico torinese, italiano ed europeo. La vita pubblica del
Faelli si concluse in un certo senso nel 1932, con linagurazione dei nuovi
padiglioni per la zootecnia della scuola superiore di medicina veterinaria di Torino, cui
aveva dedicato una vita di lavoro e di ricerca. Fu collocato a riposo nel 1935.
FONTI E BIBL.: G. De Sommain, La storia della facoltà di medicina veterinaria di Torino,
in Annali della Facoltà di Medicina Veterinaria di Torino XVIII 1969, 97-144; F. da
Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1186; V. Chiodi, Storia della veterinaria, Bologna, 1981,
419; B. Cozzi, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 145-146.
FAELLI
FRANCESCO
Parma 1725/1780
Fu suonatore di viola alla chiesa della Steccata di Parma dal Natale 1729 al 1780 e in
Cattedrale dal Natale 1725 al 3 maggio 1766. Suonò nellautunno del 1752 nel Teatro
Ducale di Colorno in otto recite dopera e in Parma per il Carnevale del 1761. Nel
1753 trasse le parti dellAntigono e del Siroe: fu retribuito con 12 zecchini.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 192.
FAELLI
FRANCESCO
Parma seconda metà del XIX secolo
Architetto civile attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 57.
FAELLI GIOVANNI NICCOLÒ
Parma 9 aprile 1566-post 1614
Figlio di Cristoforo e Maria. Secondo il Pico, fu allievo del Seminario episcopale di
Parma e molto amico di Giovanni Ponzio. Fu buon poeta latino e di fine gusto. Scrisse
epigrammi, odi ed elegie, che si trovano spesso in raccolte o allinterno di opere di
altri poeti. Compose anche Laconismi o sentenze brevi, stampati nel 1613.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 316;
Aurea Parma 2 1958, 114.
FAELLI GIROLAMO GIOVANNI PAOLO
Parma 26 giugno 1759-Parma 20 novembre 1823
Figlio di Francesco e Margherita Ferrari. Fu laureato in teologia il 19 giugno 1782 ed
ebbe a promotore Gian Bernardo De Rossi, che recitò in quella occasione una breve
orazione dimostrativa della prestanza, della mansuetudine, della pietà, e del molto
ingegno del candidato, e della sua costanza nello studio della lingua ebraica. Il Faelli
si diede poi alla predicazione, acquisendo larga fama. Insegnò teologia morale
nellUniversità di Parma dal 1790 al 1793 (Archivio di Stato, Ruoli Università). Il
vescovo Turchi nel dicembre 1794 lo inviò a insegnare filosofia nel Seminario di Parma.
Nel 1798 fu Mansionario e uno dei quattro parroci della Cattedrale di Parma, poi fu
aggregato al Consorzio. Nel 1805 fu nominato professore di teologia morale nel Seminario,
cattedra allora abolita nellUniversità di Parma. Quando questa fu restaurata, vi fu
deputato allinsegnamento medesimo (risulta ancora per gli anni 1818-1819). Nel 1809
fu fatto prevosto di SantAndrea e diede gli esercizi spirituali al clero. Passò poi
alla rettoria di San Tommaso. Il suo Quaresimale, i suoi Esercizii spirituali, i suoi
Panegirici e Discorsi Sacri rimasero tutti inediti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 347;
G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 497; G.B. Janelli, Dizionario
biografico dei Parmigiani, 1877, 162; G.B. Janelli, Dizionario biografico, 1877, 162; F.
Rizzi, Clero in cattedra, 1953.
FAELLI
GIUSEPPE
Parma 26 maggio 1838-Parma 28 luglio 1874
Figlio di Luigi e Anna Maria Domenica Meschi. Arrotino, ardente patriota e fervente
mazziniano, fu tra i compagni di Carlo Pisacane nella spedizione di Capri del 25 giugno
1857. Combatté coraggiosamente in tutti gli scontri con le truppe napoletane, da Ponza a
Padula, a Sanza, ove cadde gravemente ferito e venne fatto prigioniero dai Borbonici.
Processato dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu condannato a 25 anni di ferri duri e
venne inviato a scontare la pena nellorrido carcere del Forte di Santa Caterina
della Favignana, insieme a Giovanni Nicotera e ad altri quattordici compagni componenti la
spedizione. Qui rimase sino allentrata di Garibaldi in Palermo, nel maggio del 1860.
Liberato, fece ritorno a Parma.
FONTI E BIBL.: Il Presente 28 settembre 1874, n. 261; G. Sitti, Il Risorgimento italiano,
1915, 405-406; L.A. Pagano, La spedizione di Sapri e la prigionia di Giovanni Nicotera, in
Rassegna Storica del Risorgimento II 1934; F. Ercole, Martiri, 1939, 147; T. Marcheselli,
Strade di Parma, I, 1988, 249.
FAELLI
GIUSEPPE
Sala Baganza 11 dicembre 1903-Roma 24 settembre 1992
Formatosi spiritualmente, insieme con il fratello Francesco, alla scuola di don Leopoldo
Buratti, cappellano coadiutore a Sala Baganza dal 1911 al 1922, fu qualificato dirigente
dellAzione Cattolica giovanile di Parma e forbito articolista del settimanale
diocesano Vita Nuova, con puntuali interventi propagandistici o polemici. Sostenitore
convinto del Partito Popolare Italiano, di cui a Sala Baganza era stato fondatore nel 1919
il parroco di Maiatico Angelo Micheli, fratello dellonorevole Giuseppe, fu
emarginato dai fascisti locali per una vibrante condanna del fascismo, pubblicata su Vita
Nuova in seguito allassassinio dellonorevole Matteotti. Conseguito il diploma
di ragioniere, dovette cercare altrove lavoro e sicurezza e per questo emigrò a Genova
dove, durante il periodo cospirativo, si impegnò marginalmente (così scrisse lui
stesso), ma non senza rischio, nel movimento resistenziale non combattente. Nel dopoguerra
ebbe la direzione amministrativa del quotidiano ligure della Democrazia Cristiana Il
Corriere del Pomeriggio. Nel 1949 passò al quotidiano Il Momento di Roma e nel 1952 a Il
Popolo. Fu quindi consigliere nazionale nella Federazione editori giornali, presidente del
Collegio sindacale dellAgenzia Nazionale Stampa Associata e sindaco di Radiostampa.
Dal 1963 assunse incarichi dirigenziali in amministrazioni industriali private, fino alla
soglia dei settantanni.
FONTI E BIBL.: Gli scritti del Faelli sono sparsi nelle annate 1920-1925 del settimanale
diocesano di Parma Vita Nuova; ricordi autobiografici compaiono sullo stesso settimanale
del 16 giugno 1984, 7 (integrazione il 23 giugno 1984, 8). La sua attività come
segretario diocesano della Gioventù maschile di Azione Cattolica è documentata, a cura
di P. Bonardi, in alcune annate di Per la Val Baganza del Centro studi della Val Baganza
(edito in numeri unici tra il 1977 e il 1981 dalla Nazionale di Parma e tra il 1984 e il
1999, con scadenza saltuaria, dalla Tipolitotecnica di Sala Baganza, Parma): 1980, 71-72,
1981, 88-91, 1984, 157-158, 1986, 291-293; inoltre: P. Bonardi, La silenziosa scomparsa di
un testimone di storia, in Vita Nuova 24 ottobre 1992, 3; P. Bonardi, Faelli, una storia
di patrioti, in Gazzetta di Parma 22 dicembre 1992, XVI (inserto su Sala Baganza); P.
Bonardi, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico. Aggiornamento, 1997, 312.
FAELLI
NARCISO
Parma gennaio/luglio 1827-post 1863
Notaio. Nellanno 1863 fu segnalato dallautorità di polizia perché fervente
repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. DAngiolini, Ministero dellInterno, 1964, 94.
FAELLI
NARCISO
Sala 1840 c.-Sala Baganza 12 marzo 1914
Si laureò in medicina nella Regia Università di Parma. Fece la campagna militare del
1859 quale medico distinguendosi per il coraggio e lo zelo nel curare i feriti sul campo
di battaglia di San Martino. Patriota convinto, fu in relazione colle più alte
personalità del partito democratico e raggiunse il grado di capitano medico.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 125.
FAELLI NICCOLÒ o NICOLÒ, vedi FAELLI GIOVANNI NICCOLÒ
FAELLI
PERSIO
Parma 1543-post 1589
Nato da famiglia originaria di Ronciglione. Compose non pochi versi in latino (epigrammi
ed endecasillabi), tra i quali un epigramma in morte del cardinale Alessandro Farnese
(1589).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 197.
FAGANDINI
ANTONIO
Parma 1829/1830
Falegname, lavorò, assieme ad altri e diretto dallarchitetto Paolo Gazola, ai
serramenti, parquet e invetriate gotiche nel Casino del Ferlaro.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 263.
FAGANDINI
GIUSEPPE
Parma 1835
Fu intagliatore al servizio della Corte di Parma. Nellanno 1835 realizzò le cornici
attorno alla Sala del trono.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia dAustria,
busta 213; Il mobile a Parma, 1983, 263.
FAGGI
ANICETO
Sesta Inferiore 1885-Sesta Inferiore 19 novembre 1973
Frequentò le prime tre classi della scuola elementare. Visse linfanzia e
ladolescenza a Sesta Inferiore, ove imparò a pascolare le mucche e a coltivare la
terra con spirito di dignitosa abnegazione. Visse poi gran parte della giovinezza e della
maturità allestero (in Svizzera e in Francia) per lavoro e sotto lesercito
(sempre in prima linea, nelle zone di belligeranza). Arruolato inizialmente
nellautunno 1905 (4º Reggimento Alpini), dieci anni dopo fu richiamato in servizio
per nobile ragione. Partecipò alle campagne di guerra 1915, 1916 e 1917 e si comportò
con onore dando bellesempio di calma e di virtù militari. Tanto che il Faggi
divenne ben presto sergente maggiore, conquistandosi sul campo una croce di guerra e due
medaglie al valore: la prima di bronzo, per una coraggiosa azione condotta sul monte
Pasubio nel 1916, e la seconda dargento, per un atto di eroismo compiuto in
località Bodrez nel 1917. Nonostante le sue qualità di combattente, il Faggi si rifiutò
di proseguire la carriera militare e disdegnò i concreti onori civili spettanti ai
reduci: tornò al borgo nativo e riprese la modesta e faticosa attività agricola. Si
sposò ed ebbe quattro figli, dei quali uno, Giulio, morì in guerra nel marzo 1942. Il
Faggi, che fu decorato col titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto, trascorse gli ultimi
anni di vita paralizzato.
FONTI E BIBL.: N. Donnini, in Gazzetta di Parma 19 novembre 1983, 14.
FAGGI
ANTONIO
Parma 1669
Nellanno 1669 fu immatricolato tra gli Ufficiali dellArte dei falegnami di
Parma.
FONTI E BIBL.: M. Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.
FAGGIOLI LEONE, vedi FAGIUOLI GALEAZZO
FAGIUOLI
ANNIBALE
Borgo San Donnino 1375
Edificò nellanno 1375 la fortezza di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 119.
FAGIUOLI
ASCANIO
Borgo San Donnino 1558 c.-
LAffò scrisse che Ascanio Fagiuoli da Borgo San Donnino, fratello di un Ippolito,
dun Galeazzo e di una Lucia, fioriva nel 1578 e scrisse con Valerio Brioschi la Vita
di S. Donnino Martire. Aggiunge che il Fagiuoli era poco prima stato per 14 mesi suo
malgrado nella Terra di Ragazzuola, ove aveva
avuto molte buone grazie da Lucia Scotti Rangoni Marchesa di Zibello: onde volle che
lamico si accordasse seco di dedicar questOpera a tal Signora. Fu poeta assai
modesto, definito ordinarissimo et insulso verseggiatore.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 656;
Aurea Parma 2 1958, 119.
FAGIUOLI
GALEAZZO
Borgo San Donnino 7 marzo 1559-Forlì 21 dicembre 1641
Nacque da una famiglia della nobiltà borghigiana. Frate cappuccino, fu predicatore,
guardiano, maestro dei novizi e più volte definitore, tenuto in fama di santità. Compì
la vestizione a Cesena il 4 ottobre 1583.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 715.
FAGIUOLI GIANNAGOSTINO, vedi FAGIUOLI GIOVANNI AGOSTINO
FAGIUOLI GIOVANNI AGOSTINO
Borgo San Donnino XVI secolo
Scrisse un poema in rima in onore di San Donnino Martire, che viene citato dal Brioschi e
da Ascanio Fagiuoli nella Vita di San Donnino che pubblicarono nel 1578, affermando che
tale poema si conservava in Borgo San Donnino nellarchivio privato Pinchelini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/3, 1827,
656.
FAGIUOLI SCIPIONE, vedi FAGIUOLI GIOVANNI AGOSTINO
FAGNANI ADALGISA, vedi BALDI ADALGISA
FAIMALI
ROMEO
Gropparello 1914-Badia Cavana ottobre 1979
Si trasferì con la famiglia nel Parmense nel seminario della Diocesi di Parma terminò
gli studi in teologia. Il 4 aprile 1939, in Cattedrale, insieme ad altri tredici
ordinandi, fu consacrato dal vescovo Evasio Colli. Fino al 1942 fu parroco di Graiana di
Corniglio, poi trasferito e nominato rettore di Badia Cavana di Lesignano, una della più
note abbazie del parmense, dove rimase dallottobre 1942 fino alla morte (fu
stroncato da un tumore). Succeduto nella vallombrosana pieve a don Arnaldo Vignali, il
Faimali riportò allo stato originale il tetto della Badia, la torre e la cella campanaria
e completò il rifacimento del pavimento della chiesa. Durante la seconda guerra mondiale
si adoperò in tutti i modi perché la monumentale Badia non subisse danni. Aiutò anche
molti giovani militari sbandati e fuggiaschi subito dopo l8 settembre 1943,
nascondendone diversi nella cella campanaria. Fu sepolto nel cimitero di Badia Cavana.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 luglio 1999.
FAINARDI
IGNAZIO
Parma 23 ottobre 1787-post 1840
Figlio di Pietro e Teresa Contestabili. Fu conservatore dellufficio delle ipoteche
di Parma e ottenne da Maria Luigia dAustria, richiamandosi al decreto del 22 gennaio
1777 con cui Ferdinando di Borbone aveva riconosciuto il titolo di nobile ai magistrati
togati e loro discendenti, come pure in grazia anche delle proprie benemerenze come
pubblico ufficiale, di essere riconosciuto, coi discendenti maschi, nobile (decreto del 20
maggio 1840).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 58.S
FAINARDI
PIETRO
Parma 22 ottobre 1760-Parma 5 dicembre 1829
Di nobile famiglia parmense, studiò a Parma e si laureò in legge. Nel 1780 fu impiegato
in qualità di aiutante del magistrato consultore e commissario generale dei confini
territoriali degli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla. Nel 1787 fu nominato professore
di legge allUniversità di Parma. Fu consigliere nel Supremo Consiglio di
Giurisdizione di Piacenza (settembre 1800) e di Giustizia civile a Parma (1804). Nel 1808
fu nominato membro donore dellAccademia italiana di Pisa. Fu consigliere
onorario di Stato e presidente del Tribunale di Revisione di Parma (1814). Nel 1816 fu
nominato cavaliere e nel 1821 commendatore dellOrdine costantiniano di San Giorgio.
Fu accademico donore dellAccademia di Belle Arti di Parma e membro del
Consiglio di Stato ordinario. Nel 1826 venne nominato professore emerito.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 163; V. Spreti,
Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 58; F. Rizzi, I professori, 1953, 115; Farinelli,
Il carteggio Zani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 360; Marchi, Figure
del Ducato, 1991, 84.
FAINARDI
RICCARDO
Serraglio di Collecchio 8 ottobre 1865-Gaiano 24 dicembre 1959
Nacque da una famiglia agiata in una casa colonica detta il Serraglio, nel mezzo della
tenuta boscosa ex-ducale, presa in affitto dal padre, ufficiale di cavalleria, per
quellestate. Iniziò gli studi artistici nellAccademia di Belle Arti di Parma
sotto il Carmignani. Fu poi allievo di Pier Giuseppe Ferrarini, di Domenico Morelli, di
Nicola Gisis, di Paolo Hocker e di Karl Bohme (frequentò inoltre lAccademia di
Belle Arti di Monaco di Baviera). Prese parte alla Esposizione Coloniale di Napoli e alle
Promotrici di Parma e Napoli. Fu accademico di merito dellAccademia di Belle Arti di
Parma. Si dedicò prevalentemente al paesaggio, tuttavia la sua espressione conservò un
substrato padano aderente alla tradizione postromantica. Nella Galleria Nazionale di Parma
si conserva una Veduta della Chiesa di Fornovo
sul Taro. Si dedicò anche alla scultura. Risiedette lungamente prima a Parma e poi a
Capri e a Gaiano. Spirito irrequieto ed effervescente, non trovò pace in nessun luogo:
dal Belgio si spostò alla Libia, dallOlanda allEgitto, dalla Svizzera
allInghilterra, dalla Spagna a Capri, dove si costruì una villa La guerra lo colpì
duramente: gli distrusse il palazzo di Parma e lo costrinse a vendere la villa di Capri.
È considerato il maggiore tra i pittori del tardo Ottocento parmense.
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La Galleria nazionale di Parma, 1896, 385; U. Thieme-F. Becker,
Künsler-Lexikon, 1915, XI; Parma nellArte 1 1960, 40; F. Botti, Collecchio, Sala
Baganza, Felino, 1961, 75; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1136; Dizionario
Bolaffi Pittori, IV, 1973, 274-275; Al Pont ad Mëz 4 1973, 28-29; Pittori italiani
dellOttocento, 1986, 229.
FALCO, vedi GHEZZI CARLO e GIUBELLINI EMILIO
FALCO
ANGELO
Parma 1619
Si possono attribuire con sicurezza a questo acquafortista, del quale non si hanno altre
notizie e che Bartsch e Nagler identificano con Aniello Falcone, tre fogli: Battaglia di
nudi, firmato Ang. Falco 1619, Monumento sepolcrale di un sapiente e Sirene, Naiadi e
Tritone, firmati Ang.lo Falco. A questi si può aggiungere Apollo sul Parnaso,
contrassegnato con Ang. F. Incise dal Parmigianino.
FONTI E BIBL.: A. Bartsch, Le peintre graveur, XX, Vienna, 1820; G.K. Nagler, Die
monogrammisten, I, München, 1858-1879; U. Thieme-F. Becker, XI, 1915; Z, VIII, 182; A.
Pelliccioni, Incisori, 1949, 74; P. Martini-G. Capacchi, Arte incisione a Parma, 1969;
Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 282.
FALCONE ANIELLO o FALCONI ANGELO, vedi FALCO ANGELO
FALCONI
ETTORE
Firenze 1919-Vienna 1995
Si laureò giovanissimo in lettere allUniversità di Firenze. Dopo la parentesi del
servizio militare da lui prestato durante il periodo bellico in Sardegna, partecipò al
concorso per la carriera direttiva degli Archivi di Stato, riuscendo primo. Assegnato alla
sede di Siena, passò successivamente a Parma. Negli anni della sua formazione fu allievo
di Giorgio Cencetti, famoso paleografo e docente allUniversità di Bologna. Nel 1954
partecipò al concorso per merito distinto, riuscendo ancora primo e passando pertanto
alla carriera dirigenziale. Alla morte di Giovanni Drei, divenne direttore
dellArchivio di Stato di Parma, reggendo per un biennio anche la sede di Piacenza,
da poco costituita. La sua attività nella sede di Parma fu intensa, sia per il riordino
sia per la sistemazione di fondi archivistici fortemente danneggiati a causa degli eventi
bellici. La collaborazione con Filippo Valenti, direttore dellArchivio di Stato di
Modena, permise a entrambi di potenziare le scuole di Paleografia, Diplomatica e
Archivistica delle due città, frequentate da numerosi allievi e nelle quali si
alternarono come docenti nelle varie discipline Corrado Pecorella, Ugo Gualazzini,
Antonino Lombardo, Piero Castignoli e Maria Parente. Nel 1966 il Falconi ebbe la cattedra
di paleografia e diplomatica allUniversità di Parma e, successivamente, alla Scuola
di Paleografia Musicale di Cremona, dipendente dallAteneo pavese. Il Falconi
collaborò a numerose riviste, tra le quali lArchivio Storico per le Province
Parmensi e il Bollettino Storico Piacentino. Per il Consiglio Nazionale delle Ricerche e
con la collaborazione dei direttori degli Archivi di Stato della regione, effettuò il
censimento degli Statuti Comunali e delle corporazioni artigiane di categoria
dellEmilia Romagna. In considerazione della sua conoscenza delle lingue tedesca e
slava, fu incaricato dal Ministero dellInterno (da cui dipendenvano gli Archivi di
Stato) di una missione presso gli archivi storici della Polonia. Qualche anno dopo tenne
un ciclo di lezioni allUniversità di South Bend (Usa). Il Falconi fu soprattutto
editore di fonti e si occupò di argomenti di storia ed economia medioevale relativi a
Parma e Piacenza. Per questultima città, tra le pubblicazioni più importanti si
ricordano Le carte più antiche di SantAntonino (secoli VIII-IX), gli Statuti di
Castel San Giovanni e soprattutto i quattro preziosi tomi del Registrum Magnum del Comune
di Piacenza, questi ultimi in collaborazione con una delle sue assistenti, Roberta Peveri.
Il Falconi compilò anche lIndice del Registrum Magnum. Negli ultimi anni di vita il
Falconi si trasferì in Austria, dove iniziò a trascrivere e commentare le carte
cremonesi inedite, da lui rintracciate presso larchivio di Halle nellex
Germania Est, che avrebbero, con un quarto volume, concluso i tre pubblicati nel 1979 e
negli anni successivi.
FONTI E BIBL.: Archivio Storico per le Province Parmensi 1995, 30.
FALCONI
FRANCESCO
Borgo San Donnino 1628/1629
Insegnò nel 1628-1629 presso lUniversità degli Studi di Parma.
FONTI E BIBL.: Libro de Mandati; F. Rizzi, Professori, 1953, 39.
FALEFANTI
EUSTACHIO
Parma seconda metà del XV secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 162.
FALOPPIO
GIOVANNI
Borgo San Donnino 1553
Prevosto mitrato, resse la chiesa di Borgo San Donnino nellanno 1553.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 29.
FANELLI MATTEO, vedi GUIDOROSSI MATTEO
FANFONI
AFRO
Copezzato di San Secondo Parmense 25 settembre 1904-Parma 1 settembre 1944
Commerciante, noto per i sentimenti di opposizione al regime totalitario fascista, caduto
nelle mani degli stessi, mantenne un atteggiamento fermo. Sulla sua morte fu scritto che
coraggioso ed esuberante, tentò fino allultimo di non piegarsi alla violenza.
Sarebbe stato colpito da una raffica di mitra davanti al portone della brigata nera a
Parma, mentre il corteo dei condannati a morte veniva condotto verso Piazza Garibaldi. Sul
punto delleccidio sarebbe stato quindi portato il suo cadavere. Fu decorato di
medaglia dargento alla memoria al valor militare.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 90; Gazzetta di Parma 13
novembre 1996, 15.
FANFONI
DANTE
Medesano 19 ottobre 1924-Salsomaggiore 3 marzo 1945
Figlio di Ercole. Partigiano della 31ª Brigata Garibaldi Forni, fu decorato di medaglia
dargento al valor militare, con la seguente motivazione: Nel corso di una azione
contro preponderanti forze nemiche, benché gravemente ferito continuava nella lotta
incitando i compagni. Catturato allo stremo delle forze, poco dopo spirava da prode.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1962, Dispensa 29ª, 2863; Decorati al valore, 1964,
54; Caduti Resistenza, 1970, 74.
FANFONI
ERCOLE
Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore e disegnatore attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 60.
FANFULLA, vedi FRATTA CLAUDIO AUGUSTO
FANFULLA BARTOLO o BARTOLOMEO o TITO o DA LODI o GIOVANNI o GIOVANNI BARTOLOMEO, vedi LODI GIOVANNI BARTOLOMEO
FANNIO POLIO, vedi ZURLINI GIOVANNI PIETRO
FANNIUS
CAIUS FRATER
I secolo a.C./II secolo d.D.
Figlio di Marcus. Ingenuo, il cui nome appare su di un cippo rotondo databile per le
caratteristiche paleografiche (forma di alcune lettere e regolarità del ductus) alla
prima età imperiale. Il nomen Fannius, diffuso in Italia e in Occidente, presente nelle
regioni transpadane, si trova nella regio VIII anche a Rimini, ma nella forma Fanius.
Frater potrebbe essere il cognomen di C. Fannius.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 90.
FANO
CLELIA
Parma 5 luglio 1865-Reggio Emilia 26 ottobre 1940
Figlia di Giacomo, convertitosi dallebraismo al cattolicesimo. Si trasferì a Reggio
Emilia nel 1900 e alla cittadina reggiana dedicò le sue più significative ricerche
storiche. Della storia reggiana studiò, in modo particolare, il periodo napoleonico e il
Risorgimento. Notevole fu anche la sua attività di educatrice (andò appunto a Reggio nel
1900 a coprire la cattedra di lingua italiana e storia nella Scuola normale Principessa di
Napoli, dove insegnò fino al 1935). In gioventù fu sostenitrice delle idee socialiste e
del loro massimo esponente reggiano, Camillo Prampolini. Molti suoi scritti si trovano
pubblicati nella rivista La Provincia di Reggio (1922-1929). Socia effettiva della
Deputazione di storia patria per le province estensi, membro della Consulta reggiana per
la storia del Risorgimento, fu autrice di 76 pubblicazioni (elencate da G. Piccinini
nellopuscolo C. Fano, Reggio Emilia, 1941). Tra le sue opere, vanno ricordate: Un
poeta inedito della fine del secolo XVI: Pirro Ponti giureconsulto reggiano (Reggio
Emilia, 1907), La peste bubbonica a Reggio Emilia negli anni 1630-1631 (Bologna, 1908),
Scorci e figure di storia reggiana (Reggio Emilia, 1911), Il Battaglione della speranza -
Il Teatro repubblicano - Il circolo distruzione (Reggio Emilia, 1930), Francesco IV.
Documenti e aspetti di vita reggiana (Reggio Emilia, 1932), Documenti e aspetti di vita
reggiana 1796-1802 (Reggio Emilia, 1935), Francesco V. Il Risorgimento nel Ducato di
Modena e Reggio dal 1846 al 1848 (Reggio Emilia, 1940). Fu collaboratrice assidua di Parma
Giovine, Per lArte e Aurea Parma.
FONTI E BIBL.: C. Villani, Stelle femminili, 1915, 242-243; G. Piccinini, Clelia Fano,
commemorazione, con bibliografia completa degli scritti, Reggio Emilia, 1941; G.
Piccinini, Francesco V, in La Voce di Bergamo 5 giugno 1942; G. Piccinini, Un libro su
Francesco V, in Il Solco Fascista 19 luglio 1942; G. Piccinini, Clelia Fano, Documenti e
aspetti di vita reggiana (1796-1802), in Il Solco Fascista 2 giugno 1935; G. Piccinini,
Lopera storica e letteraria di Clelia Fano, in Il Solco Fascista 2 novembre 1940; G.
Fornaciari, Clelia Fano, il terrore in gonnella, in Reggio Democratica 4 dicembre 1949; In
memoria di Clelia Fano nel secondo anniversario della morte, in Il Resto del Carlino 25
ottobre 1942; A. Bellentani, Guardando una fotografia (nellanniversario della morte
della signorina Fano), in Reggio Democratica 28 ottobre 1948; Clelia Fano (Ricordo in
memoria di Clelia Fano), in Biblioteca Municipale di Reggio Emilia, Miscellanea Reggiana
248/36; G. Copertini, Clelia Fano, Francesco V (Il Risorgimento nel Ducato di Modena e
Reggio), recensione, in La Giovane Montagna 15 agosto 1942; G. Crocioni, Clelia Fano,
Francesco V (Il Risorgimento nel Ducato di Modena e Reggio), recensione, in
LArchiginnasio 1941; P. Dalla Torre, Libri e cose del Risorgimento, Città del
Vaticano, 1942; A. Cremona-Casoli, Il battaglione della speranza, recensione, in Il Segno
1931, 61; A. Cremona-Casoli, Contributo di notizie su quadri esistenti nel Dipartimento
del Crostolo, recensione, in Il Segno 1931, 59; Giudizi dati dalla stampa intorno alle
pubblicazioni di Clelia Fano, in Biblioteca Municipale Reggio Emilia, Miscellanea Reggiana
264-12; S. Fermi, Clelia Fano, Francesco V: Il Risorgimento nel Ducato di Modena e Reggio 1846-1848, recensione, in Convivium 1941,
2; S. Fermi, Recensione allopera di Clelia Fano, Francesco V, in Convivium
maggio-giugno 1942, 180; L. Gigli, Francesco V di Modena (recensione dellopera di
Clelia Fano), in Gazzetta del Popolo della Sera 2-3 aprile 1942; O. Masnovo, A proposito
di Clelia Fano, in Gazzetta di Parma 9 gennaio 1942; O. Masnovo, Francesco V e il
Risorgimento del Ducato di Modena e Reggio, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1942; A.
Morselli, Una pregevole pubblicazione postuma: Francesco V di Clelia Fano, in Gazzetta
dellEmilia 7 febbraio 1942; Nella storia del Risorgimento. Recensione
dellopera di Clelia Fano «Francesco V», in LAlta Spoleto 8 febbraio 1942;
Onoranze alla preside Laura Marani Argnani e alla prof. Clelia Fano, in Biblioteca
Municipale di Reggio Emilia, Miscellanea Reggiana 239-26; G. Piccinini, Clelia Fano, in
Studi e Documenti I 1941; M.T. Porta, Nel secondo anniversario della scomparsa di Clelia
Fano, in Il Solco Fascista 2 ottobre 1942; Recensione dellopera di Clelia Fano
Documenti e aspetti di vita reggiana, in Il Popolo dItalia 13 luglio 1935; E. Sabia,
Una parmigiana a Reggio Emilia: Clelia Fano, in Gazzetta di Parma 22 aprile 1957; E.P.
Vicini, Recensione a Francesco V di Clelia Fano, in Atti e Documenti Regia Deputazione di
Storia Patria per lEmilia e Romagna V, fasc. IV 1941; A. Zamboni, Il Risorgimento
negli Stati Estensi. Francesco V lultimo duca di Modena (recensione dellopera
di Clelia Fano), in Giornale di Genova 7 aprile 1942; B. Molossi, Dizionario biografico,
1957, 68; Reggio. Vicende e protagonisti, 1970, 391; Clelia Fano, in N. Fantuzzi Guarrasi,
Poetesse e scrittrici nella letteratura reggiana, Reggio E., 1971; Clelia Fano, in E.
Sabia, Reggio e Parma dal 1500 al 1800, Reggio E., 1971, 142-144.
FANO
FABIO
Parma 8 febbraio 1908-Venezia 16 luglio 1991
Figlio di Guido Alberto, fu avviato allo studio della musica nei Conservatori di Napoli e
Palermo e si diplomò nel 1924 in pianoforte al Conservatorio di Milano. Ivi frequentò
anche il liceo e si laureò in lettere e filosofia con Gaetano Cesàri, con una tesi su La
Camerata fiorentina: Vincenzo Galilei (1929). Successivamente si diplomò in composizione
al Conservatorio di Bologna (1951). Iniziò la carriera di concertista a Bologna e a
Milano (a Parma suonò nel 1928 alla Sala Verdi), carriera interrotta per le persecuzioni
razziali. Nel 1945 ritornò a Milano e riprese lattività. Nel 1950 venne nominato
insegnante incaricato di storia della musica e bibliotecario del Conservatorio di musica
di Palermo. Passato nel 1954 al Conservatorio di Venezia, vi fu professore di storia della
musica fino al 1975. Nel 1950 divenne libero docente di paleografia musicale
allUniversità di Padova, dove dal 1965 al 1978 insegnò anche storia della musica.
Fu autore dei seguenti scritti: Vincenzo Galilei. La sua opera dartista e di teorico
come espressione di nuove idealità musicali (in Imami IV, 1934), G. Martucci (Milano,
1950), Analisi di concerti per pianoforte e orchestra, in collaborazione con G.E. Moroni
(Milano, 1950), La cappella musicale del Duomo di Milano (in Imami, nuova serie, I, su
materiale di G. Cesari, 1957), Lopera della Fenice dal 1792 ad oggi (in IMAMI,
1972), La musica nella Memorie e nel teatro di C. Goldoni (Venezia, 1976) e vari articoli
su riviste. Inoltre curò la pubblicazione del Dialogo della musica antica e moderna
(edizione ridotta) di V. Galilei (Milano, 1947). Tra le opere trascritte vanno segnalate
il Magnificat di Gaffurio, un volume di Messe di Isaac e due volumi di anonimi
(collezione: Archivium Musices Metropolitanum Mediolanense). Compose: Scena lirica per
soli, coro e orchestra (da Ugo e Parisina di G. dAnnunzio), Variazioni per piccola
orchestra (1951), Un tempo di quartetto (1951) e alcune liriche su poesie di Giusti e
Wordsworth.
FONTI E BIBL.: A. DAngeli, Lopera musicale di Guido Alberto Fano, in Cronaca
Musicale di Pesaro, 1909; R. Allorto, in MGG; F. Tammaro, in Grove; F. Rizzi, Clero in
cattedra, 1953; Dizionario Ricordi, 1976, 251; Dizionario musicisti Utet, 1985, 700;
Enciclopedia di Parma, 1998, 319.
FANTASI
GREGORIO
Parma seconda metà del XV secolo
Calligrafo attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 124.
FANTELLI
MARIO
Parma 1 luglio 1880-Parma 20 novembre 1951
Figlio di Luciano ed Ester Bò. Artigiano, socialista moderato, fu per molti anni vice
sindaco di Parma e per vario tempo presidente della Commissione teatrale del Teatro Regio.
Come tale egli fu un geloso custode delle gloriose tradizioni del massimo teatro di Parma
e organizzò ottime stagioni liriche. Si deve a lui, tra laltro, la prima esecuzione
a Parma del Don Giovanni di Mozart. Appassionatissimo del teatro lirico (fin da bambino
cominciò a frequentare il loggione e più tardi fu tra i fondatori dellassociazione
Ars Lyrica), allamore per la buona musica il Fantelli unì una vera competenza e un
grande equilibrio di giudizio.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 68.
FANTI
BARTOLINO
Parma 1453
Grammatico di cui si trova ricordo nel Ragionamento preliminare alla Storia Letteraria del
Ducato Lucchese. A f. 29 si narra che Bartolino de Fanti di Parma fu eletto il 29
dicembre 1453 dal Collegio degli Anziani di Lucca a insegnare in Lucca grammatica, poetica
et alias facultates con compenso di sessantotto fiorini lanno. Si aggiunge che
Bartolino dimorò in Reggio, dove forse tenne altra simile scuola.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 147.
FANTI BERTOLINO, vedi FANTI BARTOLINO
FANTI
EMILIO
Parma 1915-Fronte russo 26 gennaio 1943
Figlio di Luigi. Capitano di complemento del 1º Reggimento Artiglieria Alpina, fu
decorato di medaglia dargento al valor militare, con la seguente motivazione:
Dislocato il suo posto di osservazione e collegamento nelle prime linee di un battaglione
alpino, duramente impegnato contro forze preponderanti, in lungo tormentoso periodo
operativo, si distingueva per supperbo valore personale, dirigendo impareggiabilmente il
tiro delle sue batterie benché soggette a intensa reazione nemica. Nel corso di violento
attacco a posizioni ben munite, sosteneva le fanterie incurante dogni rischio.
Distrutta la radio e creatasi una critica situazione conseguente alla distruzione
pressoché totale del battaglione sullobiettivo raggiunto, si univa ai superstiti e,
fante fra i fanti, riusciva a colpi di bombe a mano, ad aprirsi un varco dopo cruenta
lotta. In successivo combattimento, pur essendo minorato fisicamente da inenarrabili
privazioni, raggiungeva i suoi alpini e con essi si batteva imperterrito, finché cadeva
colpito a morte. Chiaro esempio di saldo spirito di cooperazione spinto fino al sacrificio
estremo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1950, Dispensa 24ª, 3587; Decorati al valore, 1964,
84-85.
FANTI
ENRICO
Parma 1806-18 aprile 1841
Fu persona colta (conobbe parecchie lingue straniere, che sapeva parlare e scrivere
correntemente) ed ebbe svariati interessi, dalla poesia alla musica, alla pittura (eseguì
molti paesaggi). Si dedicò infine alla medicina e alle scienze a essa collegate. Nel 1832
si trasferì in Polonia, dove si laureò in medicina e chirurgia. Fu poi medico e chirurgo
ordinatore negli ospedali di Uyazdowa, di Joliborz, di Sapia e di Varsavia, dove ebbe
occasione di studiare il colera, malattia allora sconosciuta in Italia (il Fanti pubblicò
anche un libro sullargomento). Rientrò in Italia alla fine del 1833. Fatto membro
della società privata dei Medici di Parma, nel 1836 fu proposto a medico dei colerosi in
Parma ma il Governo lo mandò a Borgo San Donnino con la carica di Medico del Deposito di
Mendicità. Morì per tisi tubercolare inveterata.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 163-164, e 1880,
175.
FANTI ENRICO SETTIMIO
Parma 11 luglio 1852-Parma 2 dicembre 1922
Figlio del paesaggista Erminio, alla cui scuola si formò, e di Maddalena Schiaretti.
Figurò per la prima volta allEsposizione della Società di incoraggiamento nel 1868
con Vicolo chiuso presso il duomo di Parma (Parma, Galleria nazionale; Ricci, 1896, p.
391) e a quella del 1869 con La canonica di Vairo (Parma, Galleria nazionale). Nel 1874
eseguì Antico castello e quattro Studi dal vero, due dei quali sono conservati
rispettivamente presso il collegio Maria Luigia di Parma e listituto Belloni di
Colorno, mentre un terzo fu vinto dal ministero della Pubblica Istruzione (cfr. Allegri
Tassoni, 1984, p. 555). Tre anni dopo conseguì la patente di maestro di disegno e vinse,
ex aequo con Mentore Silvani e Icilio Bianchi, il concorso di aiuto alla cattedra di
paesaggio, poi soppressa (Godi, 1974, p. 115). Nel 1879 una delle sue opere, Autunno dal
vero, fu tra quelle premiate allEsposizione della Società di incoraggiamento, vinta
dal Comune di Parma (Allegri Tassoni, 1984, p. 557). Vicolo chiuso presso il duomo di
Parma e Cortile di palazzo sono le tele meglio atte a evidenziare le capacità e i limiti
del Fanti, la cui opera parve alla critica contemporaea modesto riflesso di quella paterna
(Seconda Mostra, 1936, p. 51). Il Fanti partecipò nuovamente allEsposizione della
Società di incoraggiamento nel 1887 con Ottobre e questa fu lultima occasione in
cui espose con il padre. Alla sua morte (1888), il Fanti lo sostituì quale docente di
paesaggio presso il collegio Maria Luigia di Parma (Seconda Mostra, 1936, p. 51; Allegri
Tassoni, 1952). Nel 1890 due suoi quadri, A Neviano Arduini e Sul Parma dautunno
risultano tra le opere premiate (Allegri Tassoni, 1984, p. 560), vinte rispettivamente dal
Comune di Parma e da quello di Soragna (Godi, 1974, p. 115). Tra i pochi quadri che
allEsposizione del 1893 la critica contemporanea giudicò degni di nota figura
unopera del Fanti che, dipinta alla vecchia maniera, mostra però effetti assai ben
indovinati (Gazzetta di Parma, 10 novembre 1893). Dopo il 1893 non si hanno più notizie
relative allattività del Fanti, la cui produzione pittorica dovette invece
presumibilmente continuare fino alla morte. Oltre ai dipinti già citati si ricordano:
Paesaggio sulla riva del Po (1872; Parma, palazzo comunale), Casolare in provincia di
Parma (Parma, Istituto statale darte P. Toschi), Cortile rustico con cavallo,
Rustico con donna (Medesano, palazzo comunale), Paesaggio con torrente (Colorno, palazzo
comunale), Paesaggio con contadini e mucche al pascolo (Busseto, palazzo comunale),
Cortile con abside (Besenzone, palazzo comunale) e Casa padronale con stagno (1872;
Fontevivo, palazzo comunale).
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio dellAccademia di Belle Arti, Atti Acc., ad annum
1877, Ricognizione inventariale al 30 giugno 1948, ms., I, n. 1636; Parma, Soprintendenza
ai beni artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti
parmigiane, ms. [fine secolo XIX], X, c. 58; A.C., Lettera al Direttore, in Gazzetta di
Parma 9-10 luglio 1876; L. Pigorini, Società di incoraggiamento per gli artisti, in
Gazzetta di Parma 25 novembre 1879; A. Ferrarini, Regio Istituto di belle arti in Parma.
Origini e progressi della scuola parmense di belle arti, Parma, 1882, 17;
LEsposizione artistica, in Gazzetta di Parma 10 novembre 1893; C. Ricci, La Regia
Galleria di Parma, Parma, 1896, 387; Seconda Mostra darte e del paesaggio parmense -
Mostra retrospettiva del paesaggio parmense dellOttocento, Parma, 1936, 51, 53; G.
Allegri Tassoni, Mostra dellAccademia parmense, 1752-1952, Parma, 1952, 60; G.
Copertini, Magnani, Isola, Gasparotti e altri, in Gazzetta di Parma 22 ottobre 1959; G.
Copertini, I dipinti dellIstituto darte, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1967;
G. Copertini, La pittura parmense dellOttocento, Parma, 1971, 73; A.M. Comanducci,
Dizionario dei pittori, 1971, 1147; G. Godi, in Mecenatismo e collezionismo pubblico a
Parma nella pittura dellOttocento (catalogo), Parma, 1974, 115 s.; G. Bertini, in Le
regge disperse (catalogo), Colorno, 1981, 109-112 (schede); G. Allegri Tassoni, La
Società di incoraggiamento agli artisti degli Stati parmensi, in Archivio Storico per le
Province Parmensi XXXVI 1984, 553, 555 ss., 559-562; G. Cirillo-C. Godi, Guida artistica
del Parmense, II, Parma, 1986, 42 s.; M. Giusto, in La città scomparsa. Parma
nellOttocento, Parma, 1991, 21; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 255;
Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori e degli incisori italiani, IV, 300; A.
Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 629-630; M.
Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1999, 25.
FANTI
ERCOLE
Vigatto 15 settembre 1893-Monte Sei Busi 28 luglio 1918
Figlio di Narciso e Severina Moroni. Contadino, fu soldato nel 134º Fanteria. Si distinse
in vari fatti darme, tanto da essere insignito della medaglia di bronzo al valor
militare. Le sue ultime notizie risalgono al 28 luglio 1918 sul Monte Sei Busi, giorno in
cui risulta disperso in combattimento.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 24.
FANTI
ERMINIO
Parma 16 gennaio 1821-Parma 3 ottobre 1888
Nacque da Ferdinando e da Angela Bonini. Si formò allAccademia parmense di belle
arti dove fu allievo del paesaggista e scenografo Giuseppe Boccaccio. Uno dei suoi primi
dipinti di cui si ha notizia è la Veduta di Bargone (1844), commissionatagli dalla
duchessa Maria Luigia dAustria, cui fecero seguito due Studi di paesaggio dipinti
per la medesima sovrana tra il 1845 e il 1846 e successivamente ereditati da Leopoldo
dAustria. Espose per la prima volta un Paesaggio e uno Studio di paesaggio nel
palazzo del Giardino di Parma nel 1846. Lanno successivo concorse, vincendolo, al
premio annuale di paesaggio per il pensionato romano istituito per volere di Maria Luigia
dAustria in favore degli artisti parmensi (Copertini, 1971). Dal 1847 al 1849 il
Fanti fu così a Roma, con lobbligo di inviare un saggio annuale del pensionato. Tra
le vedute della campagna romana giunte a Parma si ricorda la bella Veduta di
Castelgandolfo (Parma, Galleria nazionale), cui seguì, nel 1851, lInterno della
chiesa di Santa Maria del Popolo (Copertini, 1936). Un taccuino di disegni del periodo
romano recante la firma e la data (1848) apposte sul frontespizio (già proprietà di G.
Battelli, cfr. Battelli, 1937) si compone di varie immagini della campagna laziale. Fanno
parte del taccuino Cascate di Tivoli, Veduta del Colosseo, Veduta delle Terme di
Caracalla, Isola di San Bartolomeo, Veduta del Tevere con il tempietto di Vesta, una
decina di vedute dei Castelli romani e una Veduta di Tivoli di limitate dimensioni ma che
con ogni probabilità costituisce lo studio per il quadro dipinto poco tempo dopo
(Battelli, 1937, p. 163). In seguito ai rivolgimenti politici del 1849 il Fanti si
rifugiò a Tivoli, ove continuò a dipingere nel silenzio della campagna. Nel 1850 fu di
nuovo a Parma, dove eseguì una Veduta del paese di Berceto per Carlo di Borbone. Al
Sovrano dedicò il Castello di Malgrate (1852), che espose con Veduta della Svizzera,
Marina e Scena delle Alpi alla personale allestita presso la Pinacoteca di Parma nel 1852.
Già dal 1850 il Fanti iniziò a insegnare presso la cattedra di paesaggio
dellAccademia di Belle Arti di Parma. È variamente indicato quale sostituto del
Boccaccio (1850) e professore aggiunto al paesaggio presso lAccademia parmense
(Negri, 1850; Negri, 1851). Alla morte del Boccaccio (5 febbraio 1852), il Fanti mantenne
lincarico di professore aggiunto non facente parte della sezione di pittura (Parma,
Archivio della Accademia, Copialettere, 1849-1854, ad annum 1852). Il suo nome figura nel
fascicolo del personale docente dellAccademia fino al 1857, anno in cui fu sostituto
di L. Marchesi che aveva preso il posto di Boccaccio (cfr. Martini, 1858), con una
retribuzione annua di lire 600 (Martini, 1858). Dal 1860 il Fanti è indicato quale
professore titolare di paesaggio nei verbali dellAccademia parmense e il 30 gennaio
1863 partecipò a una seduta del medesimo istituto, ove è registrato come professore
(Archivio della Accademia, Società dincoraggiamento, cartella 1863-1864, fasc. I).
Discreto paesaggista e maestro di una schiera di pittori parmensi, il Fanti partecipò
alle esposizioni della Società di incoraggiamento fin dal loro inizio nel 1854. Nel 1855
il Fanti fu presente sia a Parma sia a Piacenza ove inviò Bradamante in atto di uccidere
il mago Atlante (il dipinto fu vinto per sorteggio da Gaetano Schenoni), il Disastro di
Sinope avvenuto il 30 novembre 1853, la Grotta di Posillipo a Napoli, Beatrice di Tenda
alla caccia al falco (Parma, Archivio della Accademia, Società di incoraggiamento,
cartella 1856; Allegri Tassoni, 1984, p. 538). Lanno successivo lesposizione
della Società si tenne nelle sale dellAccademia di Belle Arti e il Fanti presentò
Vaso di fiori, Gruppo dalberi e Burrasca di mare, questultimo copia da Joseph
Rebell, eseguito su commissione di Luisa Maria di Berry, duchessa reggente (Archivio della
Accademia, Società dincoraggiamento, cartella 1856). Documentato con il piacentino
Paolo Bozzini, Luigi Marchesi e altri allesposizione del 1857, il Fanti inviò una
veduta della Campagna di Roma, vinta da Emilio Pizzetti, Frana di Carobbio e
lArcadia, parte del Regio Giardino di Parma (Panini, 1857; Allegri Tassoni, 1984, p.
540). Allesposizione del 1858 figurarono del Fanti Castello di Valmozzola dal vero,
Studio di alberi, Veduta di monti dal vero, Burrasca di mare (Esposizione in Parma, 1858;
Esposizione di belle arti, 1858). La critica contemporanea, pur riconoscendogli grande
vaghezza di colori (Gazzetta di Parma, 20 luglio 1855) e una straordinaria cura nella resa
di particolari di fiori e foglie, non manca tuttavia di rimproverargli quella esagerazione
del bello o del piacevole che confina col falso e di avere ingagliardito le tinte al punto
che avrebbe fatto meglio a lasciare la sua tavolozza ai pittori dornamento
(Esposizione di belle arti, 1858). Sono questi gli anni migliori della intensa attività
pittorica del Fanti, che allesposizione del 1859 inviò Chiesa di San Giovanni dei
Fiorentini, tre Vedute di paese e Vaso di fiori, cui seguirono alcuni quadri di marine e
aurore. Tra questi è quella Scena delle Alpi premiata il 16 dicembre 1860, vinta dal
Comune di San Secondo (Allegri Tassoni, 1984, p. 544). Oltre a quel quadro il Fanti ne
inviò altri sei, come risulta dallelenco allegato alla lettera alla Società e
precisamente Tramonto nei dintorni di Neviano, Un mattino nei dintorni di Neviano degli
Arduini e quattro Paesaggi (Parma, Archivio della Accademia, Società
dincoraggiamento, cartella 1860). Nel 1862 espose Veduta del Lago Santo (vinto dal
Comune di Monticelli dOngina; Allegri Tassoni, 1984, p. 545) e nel 1863 partecipò
allesposizione triennale dellAccademia bolognese con Veduta del monte di
Campora nel Parmense, mentre a Parma inviò, oltre a questo dipinto, Studio delle colline
di Neviano degli Arduini, Studi dalberi dal vero, Erbaggi, Fiori, Malve e rose
(Parma, Archivio della Accademia, Società dincoraggiamento, cartella 1863-1864,
lettera del Fanti in data Parma 4 giugno 1863) cui seguirono Veduta di uno stagno e due
Canestri con fiori (Elenco delle opere darte, 1863). Nel 1865 furono invece esposti
Paesaggio dal vero, vinto dal collegio Maria Luigia di Parma e Colosseo. Lanno
successivo inviò due Paesaggi (Allegri Tassoni, 1984, pp. 549 s.). In occasione delle
nozze celebrate a Torino tra il principe Amedeo di Savoja e Maria Dal Pozzo della Cisterna
(1867) il Fanti eseguì un disegno di paesaggio per lalbum di poesie che il Comune
di Parma donò ai principi. Allesposizione del 1867 il Fanti inviò Un agguato,
Monteggiano e Studio dal vero, nel 1868 Temporale, nel 1869 Paesaggio e Bosco dal vero
(questi ultimi vinti rispettivamente dai comuni di Solignano e di Salsomaggiore; cfr.
Allegri Tassoni, 1984, pp. 551 ss.). Il Fanti partecipò nel 1870 a Parma alla Mostra
italiana di belle arti con Ortaglie, Le rive di Caneto e Un agguato (cfr. Catalogo delle
opere esposte nella mostra italiana di arti belle, Parma, 1870, n. 630, p. 34; n. 649, p.
36; n. 665, p. 37). Rive di Caneto fu presentato anche allesposizione della Società
dincoraggiamento (1871; Allegri Tassoni, 1984, p. 554; si conserva presso il palazzo
comunale di Fornovo di Taro) insieme con unAlba (vinta dal Comune di
CastellArquato; Allegri Tassoni, 1984, p. 554). Appennino, esposto nel 1874, fu
vinto dal Comune di San Lazzaro (Piacenza). Per lesposizione del 1879 inviò
Paesaggio alpestre (vinto dal ministero della Pubblica Istruzione), per quella del 1882
Merciaio ambulante e nel 1887 Nel bosco (vinto dal Comune di Soragna). In
questultima compare anche il figlio Enrico (Allegri Tassoni, 1984, p. 560). Accanto
al genere del paesaggio monumentale praticato dallaustriaco Joseph Rebell, il Fanti
procedette sulla linea avviata dal suo maestro, il Boccaccio, pur non rifiutando le
eleganze pittoriche proprie di Giuseppe Drugman, soprattutto dopo il soggiorno romano e lo
studio delle opere di Gaspard Dughet e Claude Lorrain. A parte lattività didattica
svolta dal Fanti presso lAccademia di Belle Arti di Parma, studiosi locali lo citano
tra i docenti del collegio Maria Luigia e delle orsoline di Parma, nonché tra quelli
dellistituto Tardiani (Allegri Tassoni, 1952; Godi, 1974, p. 68). Non si hanno
invece puntuali notizie riguardo una sua presunta attività nel settore della litografia.
Della maggior parte delle opere del Fanti, per lo più disperse in collezioni private
(alcune furono esposte alla Mostra Seconda del 1936), non si conosce lesatta
ubicazione. Tra i pochi dipinti conservati in raccolte o edifici pubblici si ricordano,
oltre a quelli menzionati, Veduta dellEnza, Veduta del castello di Montechiarugolo
(Parma, Galleria nazionale), Bivacco di bersaglieri, Interno del Colosseo con bersaglieri
(1868) e Cortile rustico, tutti e tre di proprietà dellistituto statale darte
P. Toschi di Parma (cfr. Parma, Archivio della Accademia di belle arti, Ricognizione
inventariale, ms., aprile 1948).
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio della Accademia di Belle Arti, Copialettere 1849-1854, ad
annum 1852, Atti accademici 1853-1857, cc. 386 s., cartella 1856, I, fasc. Nota personale
per corredo del mandato degli stipendi della Reale Accademia, Società
dincoraggiamento, cartella 1856, fasc. Esposizione in Parma: lettera del Fanti, in
data Parma, 20 giugno 1856, cartella 1857, fasc. Esposizione dei lavori di arti belle,
Copialettere, 1859-1862, ad annum 1860, Società di incoraggiamento, cartella 1860, fasc.
novembre 1860: lettera del Fanti, in data Parma, 25 novembre 1860, fasc. Nomina della
Commissione darte, Società di incoraggiamento, cartella 1861-1862, Società di
Incoraggiamento, cartella 1863-1864, fasc. I, Esposizione e premi, lettera del Fanti in
data Parma, 4 giugno 1863, Esposizione nazionale di opere di belle arti in Parma. Registro
discrizione delle opere, ms., nn. 121, 122, 123, Ricognizione inventariale al 30
giugno 1948, ms., aprile 1948, nn. 6114, 6120, 483; Parma, Soprintendenza ai Beni
artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmgiane, ms.
[fine secolo XIX], vol. IX, c. 128; Il Giardiniere 23 maggio 1846; G. Negri, Il Parmigiano
istruito nelle cose della sua patria, Parma, 1850, 142, 145; G. Negri, Il Parmigiano
istruito nelle cose della sua patria, Parma, 1851, 22 s.; L. Isola, Intorno a quadri
del paesista Erminio Fanti ora esposti nella Regia Pinacoteca, in Gazzetta di Parma 13
luglio 1852; G. Negri, Il Parmigiano istruito nelle cose della sua patria, Parma, 1852, 63
s., 66 s., 69; Gazzetta di Parma 31 maggio, 20 luglio e 27 luglio 1855, 17 luglio 1856, 18
agosto 1857; Esposizione di belle arti nella Regia Pinacoteca, in Gazzetta di Parma 30
settembre 1857; G. Panini, Estrazione de premi fattasi dalla Società di
incoraggiamento, in Gazzetta di Parma 19 ottobre 1857; X., Lesposizione di belle
arti nelle sale della Regia Accademia in Parma, in LAnnotatore 10 ottobre 1857; P.
Grazioli, Esposizione delle opere di belle arti fatta nel settembre 1858 nella Regia
Accademia di Parma per cura della Società di incoraggiamento, Parma, 1858, 9; Esposizione
in Parma nella Galleria della Regia Accademia, in Gazzetta di Parma 18 settembre 1858;
F.G., Esposizione in Parma nella Regia Galleria della Regia Accademia, 22-28 settembre
1858; P. Martini, Atti della Regia Accademia parmense di belle arti, Parma, 1858, 43;
C.I., Belle arti, in LAnnotatore 15-29 ottobre 1859, 170; C.I., I.S.R., Botta
risposta al signor Erminio Fanti che dipinge la natura, in LAnnotatore 31 dicembre
1859, 205 s.; A. Billia, Lettera sullesposizione, in Gazzetta di Parma 4-10 dicembre
1860, 1248; Annuario dellIstruzione pubblica per lanno scolastico 1860-1861,
Torino, 1861, 282; P. Martini, La scuola parmense di belle arti e gli artisti di Parma e
Piacenza dal 1777 alloggi, Parma, 1862, 36; Atto verbale della sessione del corpo
accademico delle belle arti della Emilia per la esposizione e premiazione triennale in
Bologna, Bologna, 1863, 24; Elenco delle opere darte che sono allEsposizione
nella Regia Accademia di belle arti, in Gazzetta di Parma 11 luglio 1863 e 13 luglio 1863;
Esposizione industriale provinciale tenuta in Parma dal 22 novembre al 20 dicembre 1863,
Parma, 1864, 91; Alerano, Parma nel matrimonio del principe Amedeo, in Gazzetta di Parma 1
giugno 1867; Atti delle Regie emiliane Accademie delle belle arti di Bologna, Modena e
Parma riunite per la esposizione e premiazione triennale, Bologna, 1867, 6; L. Pigorini,
Società di incoraggiamento per gli artisti, in Gazzetta di Parma 25 novembre 1879; A.
Ferrarini, Regio Istituto di belle arti in Parma. Origini e progressi della scuola
parmigiana di belle arti, Parma, 1882, 17; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma,
1896, 392; A. Pariset, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1905, 33; G.
Battelli, La pittura parmense nella prima metà dellOttocento, in Salsomaggiore
Illustrata 31 ottobre 1924; G. Battelli, Erminio Fanti, in Aurea Parma XV 1931, 145-149;
G. Battelli, Un paesista romantico: Erminio Fanti, in Crisopoli 4 1935, 323-327; G.
Copertini, I paesisti parmensi dellOttocento. Contributo alla mostra del paesaggio
parmense, in Aurea Parma XX 1936, 66; Seconda mostra darte e del paesaggio parmense.
Mostra retrospettiva del paesaggio parmense dellOttocento, Parma, 1936, 11, 33; G.
Battelli, Lalbum romano di Erminio Fanti, in Aurea Parma XXI 1937, 162 s.; G.
Battelli, Le arti belle nel Ducato parmense, in Salsomaggiore 1839-1939, a cura di M.
Varanini, Bergamo, 1939, 153; G. Allegri Tassoni, Il Regio Istituto darte Paolo
Toschi, di Parma, Firenze, 1946, 45 n. 1; Mostra dellAccademia (catalogo), a cura di
G. Allegri Tassoni, Parma, 1952, 60; G. Copertini, I paesisti parmigiani
dellOttocento: Erminio Fanti e Luigi Marchesi, in Gazzetta di Parma 22 gennaio 1959;
P. Martini-G. Capacchi, Larte dellincisione a Parma, Parma, 1969, 51; G.
Copertini, La pittura parmense dellOttocento, Parma, 1971, 68, 73; Incisori
parmigiani dal 500 all800, Parma, 1973, nn. 32-34; G. Ponzi, Prima rassegna
dei dipinti dell800 parmense, in Proposta I, 1973, 13, 15, II, 31; G. Godi, in
Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dellOttocento (catalogo),
Parma, 1974, XXXV, 68 s., 76, 115; G. Allegri Tassoni, La Società di incoraggiamento agli
artisti degli Stati parmensi, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXXVI 1984,
527, 537 s., 540, 544-547, 549 s., 551-560; M. Pellegri, Il Museo Glauco Lombardi, Parma,
1984, 29, 257, 273, 276; G. Cirillo-G. Godi, Guida artistica del Parmense, II, Parma,
1986, 50, 171; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 255; Dizionario enciclopedico
Bolaffi dei pittori, IV, 300; Gazzetta di Parma 4 ottobre 1888; E. Bénézit,
Dictionnaire, Parigi, 1961, III; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1146-1147;
Per la Val Baganza 8 1986, 44; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 156;
A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 630-633; M.
Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1999, 25.
FANTI
GIROLAMO
Parma 1825
Clarinettista, sotto capo musica del Reggimento Maria Luigia, nel 1825 chiese di essere
nominato professore onorario della Ducale Orchestra di Parma. La domanda venne accolta.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
FANTI
GIROLAMO
Parma 21 aprile 1818-Parma giugno 1860
Incisore, lavorò con Paolo Toschi per riprodurre gli affreschi del Correggio a Parma
(1846) ed eseguì varie lastre per lalbo della Galleria Pitti delleditore
Bardi. Collaborò poi sempre col Toschi.
FONTI E BIBL.: P. Martini, Larte dellIncisione in Parma, 1873; Dizionario,
Lipsia, 1880; Pelliccioni, Incisori, 1949, 74; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, 1896;
U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, 1915, XI; L. Servolini, Dizionario illustrato
incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A.M. Comanducci, Dizionario dei
pittori, 1971, 1147.
FANTI SETTIMIO, vedi FANTI ENRICO SETTIMIO
FANTINI
GUIDO
Monticelli 17 agosto 1893-Lubiana 20 settembre 1918
Figlio di Profiglio e Amalia Mori. Contadino, fu soldato nel 9º Fanteria. Il 29 ottobre
1915 sostenne, con altri sette compagni, sul Carso, un eroico combattimento, mantenendo la
posizione finché vennero rinforzi. Fu ferito a una mano e decorato con medaglia
dargento. Ritornato in combattimento nel novembre del 1917, venne fatto prigioniero
sullAltipiano di Asiago. Morì per catarro gastrico.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 25.
FANTINI
RODOLFO
Monticelli 1893-Bologna 15 agosto 1979
A soli nove anni seguì la famiglia a Traversetolo. Terminati gli studi liceali,
partecipò come ufficiale di complemento alla guerra 1915-1918. Alla fine del conflitto si
laureò in lettere ed ebbe il primo incarico al ginnasio di Udine. Un anno dopo vinse la
cattedra di lettere allistituto Melloni di Parma ma vi rimase poco. Lultima e
definitiva sistemazione fu al liceo Minghetti di Bologna. La sua passione per gli studi
storici e letterari è testimoniata da una ricca produzione saggistica, mentre il suo
legame con Traversetolo lo spinse a raccogliere e pubblicare una vasta documentazione sul
suo paese di adozione. Il Fantini strinse unamicizia fraterna con lo scultore Renato
Brozzi, del quale pubblicò la bibliografia e un saggio, Il nostro Renato. Donò gli
originali delle opere su Traversetolo allamministrazione comunale allindomani
dellapertura del museo Brozzi perché restassero a disposizione delle scuole locali.
Il Fantini si dedicò attivamente anche alla vita politica e sociale. Dopo la fondazione
del Partito popolare di don Sturzo fu al fianco del senatore Giuseppe Micheli quale
fondatore e collaboratore del giornale La Giovane Montagna. Fu inoltre consigliere
comunale a Traversetolo prima dellavvento del fascismo. Partecipò al secondo
conflitto mondiale ricoprendo il grado di tenente colonnello e l8 settembre 1943,
rifugiatosi a Traversetolo con la famiglia, si prodigò per la sistemazione di numerosi
profughi che arrivavano dalle località bombardate. Istituì nelle scuole elementari, con
lapprovazione del Provveditore agli studi, le tre classi della scuola media.
Ritornato a Bologna, fu il primo presidente dellUnione Cattolica Insegnanti Medi e
fu chiamato a far parte del consiglio superiore della Pubblica Istruzione. Si prodigò
molto anche a favore degli ammalati, in particolare dei più umili e diseredati. Per le
sue molteplici e lodevoli attività ricevette numerose onorificenze. Andava
particolarmente fiero, oltre che del cavalierato, della commenda di San Gregorio Magno che
gli fu conferita dal Papa su proposta del cardinale Lercaro. Collaborò a vari giornali,
tra cui LOsservatore Romano, lAvvenire dItalia e la Gazzetta di Parma.
Per il Fantini la conoscenza storica costituì sempre il momento essenziale, sia per
cogliere a pieno i valori dai quali muovere, sia per i riferimenti concernenti la
continuità di un processo che non poteva avere rotture ma soltanto nodi da sciogliere.
Nel Fantini questo costante richiamo alla conoscenza storica trovò conferma in campi e
settori svariati: nella sua numerosissima produzione giornalistica e nella prolungata
serie di conferenze nelle quali si riversarono, in forma piana e accessibile a tutti, i
risultati e le conclusioni delle indagini compiute. Una parte minima, rispetta al molto
materiale lasciato, di questa attività memorialistica fu pubblicata. Vi traspare, venato
da una sottile ironia, linteresse per le vicende umane, congiunto con la precisa
consapevolezza della relatività delle azioni umane, un diffuso spirito di tolleranza e di
rispetto per le opinioni altrui e per la ragione che sempre può ritrovarsi, se si cerca,
in quelle opinioni. Emergono, inoltre, gli ambiti e i limiti della sua scelta di vita. Sia
come attore e testimone, sia come storico, al Fantini possono applicarsi le parole che
egli stesso dedicò allamico e, per molti aspetti, maestro, Umberto Beseghi. Ebbe,
infatti, tre amori: Parma, attraverso Traversetolo, la Chiesa e Bologna. Della sua
formazione e della sua attività a Parma sono particolarmente da ricordare la comunanza di
impegno e di interessi con Giuseppe Micheli, la presenza nelle file della gioventù
cattolica, modellata sul sistema educativo salesiano, lazione politica, dopo la dura
e sofferta esperienza della prima guerra mondiale, nel partito popolare, di cui fu
dirigente provinciale quando ormai il consenso del fascismo stava raggiungendo
lapice, nel 1924. In questa esperienza unitaria sono rintracciabili i motivi del suo
interesse per la ricerca storica locale e del suo patriottismo, concepito come concreta
esperienza di popolo, che lo portò a condividere le speranze e le fatiche
dellultima guerra del Risorgimento e, a un tempo, a ritenere superati gli storici
steccati, per reinserire in concreto la Chiesa nella storia del popolo italiano. Non a
caso, quindi, il Fantini cercò, trasferitosi a Bologna, la propria collocazione in ambiti
con la medesime caratteristiche. Collaborò a La Sorgente, il settimanale popolare uscito
tra il 1924 e il 1926, prese parte al gruppo del Vangelo, contribuì a costituire il
nucleo che diede vita, negli anni Trenta, al Movimento dei laureati di Azione Cattolica e
lavorò nelle Conferenze di San Vincenzo, che rappresentarono in quegli anni la punta
avanzata dellazione sociale dei cattolici bolognesi durante il fascismo. A queste
attività, riprese nel dopoguerra, dopo il suo rientro da Traversetolo, può aggiungersi
il contributo da lui dato alla costituzione dellUnione cattolica insegnanti medi.
Allattività pratica del Fantini sono collegati molteplici aspetti della sua ricerca
storiografica. Per determinare allinterno di una cospicua produzione, che supera i
seicento lavori, sparsa in quotidiani e periodici, i principali indirizzi tematici, si
può affermare che i suoi interessi prevalenti riguardarono la storia di Traversetolo,
alcuni aspetti della storia di Parma, in particolare riferiti al primo cardinale parmense,
Gerardo Bianchi, la storia delle Conferenze di San Vincenzo a Parma e a Bologna, la scuola
e listruzione popolare a Bologna prima dellunità, la storia della stampa
cattolica bolognese, la storia della Chiesa di Bologna nel Risorgimento e gli studi sul
cardinal Oppizzoni. Infine vanno segnalati alcuni saggi e articoli tendenti a riproporre
la figura del Carducci attraverso soprattutto i documenti dellarchivio Masotti. Come
si vede, si tratta di una notevole varietà di temi, racchiusi tuttavia in un periodo di
tempo sostanzialmente limitato, quello del Risorgimento. Anche il loro sviluppo, che si
accentra negli anni Sessanta, trasse origine da un preciso programma di ricerca formulato
fin dal 1931. È evidentemente impossibile ripercorrere, sia pure a grandi linee,
lintero sviluppo della ricerca del Fantini. Basterà accennare a due aspetti: il
nucleo tematico concernente Traversetolo e la sua collaborazione alla Gazzetta di Parma.
Non può meravigliare che i primi lavori del Fantini riguardino Traversetolo. Ben più
significativa è la continuità di questo interesse, legato spesso a occasioni
celebrative. Nellarco di un cinquantennio, dal 1922 al 1974, con saggi e articoli,
il Fantini continuò a ritornare sullargomento, di volta in volta fornendo nuovi
particolari, sottolineando nuovi aspetti, raccogliendo nuove testimonianze, infine
aggiungendo la propria alle altre, fino a descrivere la vita del Comune e del suo
territorio dal primo insediamento delle antichissime popolazioni italiche al Novecento.
Così, alla necrologia dei morti per la Patria, il suo primo opuscolo, scritta nel 1922
quale reduce e segretario del comitato per lerezione del monumento alla memoria,
fece seguire, due anni dopo, il saggio sulla storia del Comune dalle origini agli ultimi
sviluppi, significativamente pubblicato nella biblioteca de La Giovane Montagna. Preceduti
da una serie di articoli, che in qualche modo ne anticiparono il contenuto, nel 1929
pubblicò ulteriori cenni storici in occasione dellinaugurazione della chiesa
parrocchiale e, passati dieci anni, un nuovo lavoro incentrato sullistruzione a
Traversetolo per celebrare degnamente linaugurazione del nuovo edificio scolastico.
Nel 1942, ancora nei quaderni de La Giovane Montagna, raccolse gli articoli dedicati a
Traversetolo e il Risorgimento nazionale,
ricostruendo gli accadimenti del 1831, del 1848-1849, del 1859 e 1860, per giungere fino
al 1870. Del 1947, a cura dellAssociazione Nazionale Partigiani Italiani, è invece
la pubblicazione del diario redatto durante il periodo clandestino. Infine, nel 1974, in
una serie di articoli sulla Gazzetta di Parma, tracciò la storia di Traversetolo dagli
inizi del Novecento al fascismo. Anche la sua collaborazione alla Gazzetta di Parma
iniziò negli anni Venti, con un articolo, il 31 maggio 1923, su Renato Brozzi. Se si
considerano gli articoli apparsi sul Corriere Emiliano, le sue collaborazioni furono oltre
sessanta, prevalentemente volte a mettere a fuoco episodi e personaggi parmensi. Va
aggiunto che sono concentrate negli anni Sessanta e Settanta. Lultimo articolo del
Fantini, su monsignor Conforti servo di Dio, apparve proprio sulla Gazzetta di Parma il
1° luglio 1979.
FONTI E BIBL.: G. Mariotti, Fantini Rodolfo, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1935, 27; Morto a Bologna il prof. Fantini. Ricostruì anche la storia del paese, in
Gazzetta di Parma 17 agosto 1979, 11; P. Triani, La scomparsa del prof. Rodolfo Fantini,
in Vita Nuova 33 1979,8; A. Albertazzi, Parma, la Chiesa e Bologna: i tre amori di Rodolfo
Fantini, in Gazzetta di Parma 15 agosto 1982, 3; Gazzetta di Parma 15 agosto 1993; Fantini
Rodolfo, in Enciclopedia di Parma, 1998, 319.
FANTOCCI
FRANCESCO
Parma 1650 c.-Ferrara post 1727
Detto il Parma. Non si conoscono gli estremi anagrafici del Fantocci, che è documentato a
Ferrara in qualità di pittore dal 1711 al 1727. Secondo il Baruffaldi (1697-1722), fu
scolaro del pittore ferrarese Francesco Costanzo Catanio (morto nel 1665), al quale
servì, in giovanissima età, da modello per il fanciullo dipinto nel quadro
rappresentante San Matteo assalito dai masnadieri della chiesa di Santo Spirito a Ferrara.
Scarse e non documentate sono le notizie sulla sua attività prima del 1711, benché sia
il Cittadella (1783) sia il Boschini (1846) lo ritengano già vivente alla data 1650. Il
Baruffaldi, che conobbe personalimente il Fantocci e da lui ebbe numerose informazioni sul
Catanio suo maestro, afferma che morì in età molto avanzata. Non è neppure certo se il
Fantocci sia nato a Parma o piuttosto a Ferrara, anche se la sua presenza fin da fanciullo
nella bottega del Catanio fa ritenere che comunque la sua formazione sia stata ferrarese.
Il Cittadella lo ricorda come uomo onoratissimo e sufficientemente pittore e afferma che
si distinse soprattutto nel copiare con gran diligenza le opere del suo maestro e dei
migliori autori. Ancora il Cittadella elenca diverse prove del Fantocci: Annunciazione di
Maria, dipinta nelle portelle dellorgano vecchio nella chiesa di Santo Stefano a
Ferrara (non identificata), un San Michele arcangelo ad affresco sulla facciata della
chiesa di San Michele (perduto), diversi quadretti coi Miracoli della beata Vergine del
Carmine nella cappella omonima in San Paolo (non identificati), pitture a fresco
nelloratorio della Penitenza annesso alla chiesa del Gesù (non più esistente) e un
dipinto (non identificato) con la Morte di SantAlessio sopra la porta
dellomonima chiesa (distrutta). La prima notizia documentata del Fantocci è offerta
da una delibera del maestrato dei Savi in data 19 giugno 1711, dalla quale si apprende la
nomina di Fantozzi Parma a pittore pubblico al posto di Francesco Borsatti (Ferrara,
Biblioteca Ariostea, Fondo delibere Maestrato dei Savi). La stessa notizia è riportata
anche da L.N. Cittadella (1868), che contesta la presunta data di nascita (1650) proposta
da C. Cittadella (1783), ritenendola troppo anticipata rispetto alla notizie offerte dai
documenti. Nel 1718 il Fantocci partecipò insieme con T. Raffanelli alla decorazione del
catafalco per il conte Nicolò Palla Strozzi, giudice dei Savi, in occasione del suo
funerale, dipingendo insegne e banderuole, pagategli il 12 maggio 1718 (Ferrara,
Biblioteca Ariostea, Fondo delibere Maestrato dei Savi). L.N. Cittadella riporta i nomi
degli artisti e artigiani che collaborarono alla esecuzione del catafalco e alla
scenografia delle esequie. Sotto la direzione di F. Mazzarelli, architetto della rinnovata
Cattedrale, lavorarono per il funerale del Palla Strozzi, morto in carica il 3 maggio
1718, T. Raffanelli e il Fantocci, che approntarono cartelloni, muriccioni e ornamenti,
mentre il tornitore P. Lupi eseguì le banderuole e le armi poi dipinte dal Fantocci.
Sempre in qualità di pittore del Comune, il Fantocci il 5 luglio 1724 fu retribuito per
avere eseguito una macchina per fuochi artificiali in occasione dei festeggiamenti per
lelezione di papa Benedetto XIII (Ferrara, Biblioteca Ariostea, Fondo delibere
Maestrato dei Savi). La sua qualifica di pittore comunale lo portò anche a eseguire
incarichi di tipo artigianale. Il 22 giugno 1725, infatti, fu pagato per aver dipinto le
insegne del maestrato sopra sei bussolotti per le votazioni del Gran Consiglio (Fondo
delibere Maestrato dei Savi). Lultima commissione pubblica risale al 1727: il 13
luglio di quellanno il Fantocci fu retribuito per avere dipinto nella sala del
maestrato le insegne del Muzzarelli, giudice dei Savi uscente (Fondo delibere Maestrato
dei Savi). Dopo questa data il suo nome scompare dalle delibere comunali e di lui non si
trova più cenno nella letteratura locale.
FONTI E BIBL.: G. Baruffaldi, Vite de pittori e scultori ferraresi, Ferrara, 1846,
II, 225 s.; C. Brisighella, Descrizione delle pitture e sculture della città di Ferrara,
a cura di M.A. Novelli, Ferrara, 1991, ad Indicem; C. Cittadella, Catalogo istorico
de pittori e scultori ferraresi e delle opere loro al pubblico esposte, Ferrara,
1783, III, 221, 228 ss.; P. Zani, Enciclopedia metodica critico-ragionata delle belle
arti, Parma, 1821, I/8, 196; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, Venezia, 1838, XI,
85; G. Boschini, Vite di varii pittori e scultori ferraresi, in G. Baruffaldi, Vite
de pittori, Ferrara, 1846, II, 591; L.N. Cittadella, Notizie amministrative,
storiche, artistiche relative a Ferrara, Ferrara, 1868, I, 221, 634; A. Mezzetti-E.
Mattaliano, Indice ragionato delle Vite de pittori e scultori ferraresi di G. Baruffaldi, Bergamo, 1980, I, 112 s.; U.
Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 262 (sub voce Fantozzi Francesco); P.A. Corna,
Dizionario della storia dellArte in Italia, Piacenza, 1930, 1; Enciclopedia pittura
italiana, II, 1950, 892; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 303; A.M. Fioravanti
Baraldi, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 657-658.
FANTONI
CARLO
Milano 1909-Parma 9 agosto 1997
Si trasferì a Parma con la madre a seguito della prematura scomparsa del padre. Il
Fantoni rivelò subito il suo temperamento brillante e la sua versatilità innata, che ne
fecero un presentatore applaudito. Quando sorse a Parma la Famija Pramzana, ne fu subito
un fervente sostenitore, tanto che il primo presidente, Piero Pioli, intravide in lui il
segretario ideale. Per un decennio il Fantoni fu segretario della Famija Pramzana e poi,
per quasi quindici anni (1962-1977), presidente. Un periodo, quello della presidenza del
Fantoni, coinciso con il rilancio del periodico Al Pont ad Mëz, con la popolarità della
maschera parmigiana Al Dsevod, con le iniziative filantropiche del Cesten dNadel,
con le gare di solidarietà per il Vajont, per il Friuli e per lIndia. Memore della
sua prima esperienza di abile presentatore, il Fantoni divenne anche banditore di aste
benefiche. Il Parma Calcio chiamò il Fantoni come segretario e accompagnatore ufficiale
della squadra. Fu anche membro del direttivo della sezione dei veterani dello sport.
FONTI E BIBL.: R. Piazza, 50 anni Famija Pramzana, 1997, 141; Gazzetta di Parma 12 agosto
1997, 8.
FANTONI
EUGENIO
Parma 1923-1984
Frequentò il liceo classico al Collegio militare di Roma e lAccademia militare di
Livorno. Date le dimissioni dalla Marina, si iscrisse alla facoltà di ingegneria
mineraria a Bologna. Non si diplomò in nessun corso artistico, ma si dedicò alla
pittura, inventando un filone tra il popolaresco e il fantastico. Nel 1973, a causa di una
grave malattia, abbandonò ogni attività imprenditoriale, concentrandosi solo
sullarte. Partecipò a varie rassegne di pittura naïve, tra le quali I Vangeli
naïfs a Modena, e ad altre, come Pittura contemporanea parmense nel castello di Bardi
(1977) e Via Crucis nella chiesa dello Spirito Santo di Parma (1976). Una sua rubrica,
composta da disegni e da poesia dialettali (scritte dallo stesso Fantoni, valido anche
come poeta in vernacolo), venne pubblicata sulla terza pagina del lunedì del quotidiano
Gazzetta di Parma nel 1975.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 128.
FANTONI
GIUSEPPE
Borgo San Donnino 10 novembre 1806-Parma 24 aprile 1878
Nato da famiglia di artigiani, per sua vocazione si diede alla carriera ecclesiastica e fu
ordinato sacerdote. In gioventù fu in rapporto di amicizia coi suoi illustri concittadini
don Pietro Zani e don Paolo Gandolfi. A ventanni cominciò a insegnare in Borgo San
Donnino. Nel 1827 fu chiamato quale maestro insegnante nelle Scuole Comunali di Parma,
allora limitate a una sola classe delle lingue italiana e latina. Dopo alcuni anni passò
maestro degli alunni del Monastero dei Benedettini in Parma. Il Fantoni fondò poi in casa
propria una scuola di tutte le classi ginnasiali. Continuò con alcuni collaboratori nella
direzione di questa scuola speciale fino al 1859, anno in cui fu nominato direttore del
Ginnasio Parmense. Colto latinista, oltre ad alcune opere letterarie lasciò molti lavori
politici ed epigrammatici di stile oraziano (tutti inediti). Nel 1859 ebbe lonore di
essere presentato in Torino a re Vittorio Emanuele di Savoja, il quale, in attestato di
stima, lo onorò del titolo di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro e, dopo qualche
anno, del titolo di Cavaliere della Corona dItalia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 80-82.
FANTONI
ISABELLA
Fivizzano 1811-Firenze 1856
Il marchese Guido Dalla Rosa scrisse ripetutamente di lei nelle sue Memorie illustrandola
come una dama di grande avvenenza, di mente elevata, coltissima, di animo generoso seppure
di carattere altero e fermo nei suoi principi. Nata da nobile famiglia, fu un amore
giovanile del poeta Giuseppe Giusti, ma andò invece sposa al conte Francesco Caimi, che
disimpegnò le mansioni di maggiordomo maggiore. La Fantoni, pure essendo di idee
conservatrici e dama di palazzo, non fu totalmente ostile alle idee di indipendenza che si
andavano maturando in Italia. Il suo salotto, al pari di quello della contessa Albertina
Sanvitale, divenne uno dei centri principali della società intellettuale parmense e la
Fantoni fu perciò al corrente di ogni movimento politico, pur mantenendo un contegno
irreprensibile. È interessante leggere in merito una lettera informativa del podestà
Bolla al barone Werklein ove riferisce dei moti cittadini verificatesi nel 1831 a Parma.
Il Bolla narra come in un giorno di agitazione, sul corso non vi fosse che la carrozza
della Fantoni e che al veglione tutti i palchetti delle due file principali erano vuoti,
meno due: quello della Sanvitale e quello della Fantoni. La prima però mise fuori la
bandiera tricolore che fu portata attorno pel teatro, intorno alla quale si ballò e
infine collocata sul palchetto grande. Nel 1847-1848, con lavvento degli ultimi
Borbone la Fantoni e il marito ebbero molto adito presso la famiglia ducale. Misero a
disposizione il loro palazzo di Pontremoli a Carlo di Borbone durante le manovre militari
ivi effettuate, invito che il Duca tuttavia non accettò, preferendo lalbergo.
Tuttavia Carlo di Borbone firmava senza leggere ogni pratica inoltrata da qualunque amico
del conte Caimi (Cappellini). Ma gli avvenimenti in Italia maturarono rapidamente e la
Fantoni, dama di palazzo della duchessa Luisa Maria, cercò in varie evenienze di
alleviare ai Parmigiani i danni del malgoverno di Carlo di Borbone, al punto di ventilare
con la Duchessa (della quale era intima amica) una congiura di palazzo onde indurre il
Duca ad abdicare e salvargli così la vita (1853). Per pura fatalità il piano venne
scoperto e la Fantoni licenziata da Corte. La Duchessa venne segregata a palazzo in
stretta sorveglianza e lanno seguente Carlo di Borbone fu assassinato. Dopo tale
evento la Fantoni venne riammessa a Corte ma non trovò lambiente di prima e anche
per ragioni di salute si ritirò nella sua villa a Felino. Ben presto si trasferì a
Firenze, ove morì a soli 45 anni. Un anno prima, per sua diretta intercessione, aveva
ottenuto dalla Reggente la grazia di rimpatrio per lesule conte Luigi Sanvitale,
marito di Albertina di Montenovo, implicato nei moti del 1848. Fu lultima
attestazione della sua generosa attività verso i patrioti.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 624-625.
FANTOZZI FRANCESCO, vedi FANTOCCI FRANCESCO
FARABOLI
GIOVANNI
San Secondo Parmense 23 marzo 1876-Parma 4 febbraio 1953
Nato da famiglia contadina, fu contadino egli stesso. Il Faraboli, pur avendo la sola
istruzione elementare, divenne però ben presto, grazie alle sue notevoli capacità
organizzative, uno dei più attivi coordinatori delle attività contadine della sua zona,
creando una vasta organizzazione di base e un solido movimento cooperativo. Tale
movimento, di cui il Faraboli fu linfaticabile animatore, si articolò in
cooperative di consumo per il conseguimento del calmiere e del controllo sui prezzi, in
cooperative di lavoro per la gestione diretta delle opere pubbliche della zona e in
cooperative agricole sotto forma di affittanze collettive di vaste estensioni di terreni.
A sostegno di queste organizzazioni il Faraboli creò sia un piccolo istituto di credito
locale che, raccogliendo i risparmi dei lavoratori, finanziasse coloro che ne avevano
bisogno, sia unazienda industriale per lo sfruttamento dei legnami di produzione
cooperativa, vedendo la necessità di sviluppare unindustria integratrice
dellagricoltura al fine di combattere la disoccupazione. Il Faraboli non trascurò
neppure il campo educativo e culturale, dove si prodigò organizzando corsi serali per i
lavoratori analfabeti, oltre a dibattiti, conferenze e a una fornitissima biblioteca
popolare. Iscrittosi nel 1902 al Partito Socialista Italiano (appartenne alla corrente
riformista), propagandò attivamente le idee socialiste nellambito del mondo rurale,
dove la sua notevole capacità di comunicativa esercitò un forte ascendente. Fin dal 1901
fondò a Fontanelle una lega contadina di cui fu eletto presidente e che ben presto si
articolò in una fitta rete organizzativa. In seguito alla sua intensa attività (nel 1902
fu tra i firmatari della circolare invitante i contadini parmensi allo sciopero) venne
nominato nel 1905 membro della commissione esecutiva della Camera del lavoro di Parma (in
quel periodo diretta da Alessandro De Giovanni), alla cui costituzione aveva partecipato,
divenendo più tardi, dopo la scissione, segretario della Camera confederale del lavoro.
Lo stesso anno, al congresso delle leghe operaie tenutosi a Ragazzola di Roccabianca fece
votare la partecipazione delle leghe alla vita politica e, nel corso del congresso
provinciale socialista tenutosi a Parma pochi giorni dopo e di cui fu uno dei presidenti,
ottenne che i rappresentanti delle leghe avessero voto deliberativo. Nel 1906, oltre a
intensificare la propria attività di conferenziere, parlando a favore della rivoluzione
russa e del suffragio universale, rappresentò le leghe contadine di Noceto, Polesine,
Roccabianca e Zibello al 2° Congresso nazionale dei lavoratori della terra, tenutosi a
Bologna, dove chiese si votasse una legge a disciplina dei lavoratori di bonifica. I primi
sintomi dei contrasti allinterno della Camera del lavoro di Parma, maturati intorno
alla decisione del segretario De Giovanni di non aderire al Congresso di costituzione
della Confederazione Generale del Lavoro, tenutosi a Milano nel settembre del 1906,
portarono il Faraboli e le leghe della Bassa a scontrarsi con limpostazione
prevalente nellorganismo Camerale. Momentaneamente risolti i contrasti, con la
partenza di De Giovanni e lassunzione della direzione della Camera del lavoro da
parte di Alceste De Ambris, il Faraboli collaborò con il nuovo segretario, facendo
compiere al movimento sindacale una forte avanzata, culminata nel successo dello sciopero
del maggio del 1907. Ladesione a un nuovo organismo nazionale di impostazione
sindacalista, sancita nel convegno di Parma dellautunno del 1907, spinse il Faraboli
a promuovere la rottura con la maggioranza della dirigenza camerale. Lanno
successivo, quando si preparò lo scontro con lagraria, venne consumata la scissione
e si formò una nuova Camera del lavoro, con sede a Borgo San Donnino, aderente alla
Confederazione Generale del Lavoro, che appunto ebbe nel Faraboli uno degli elementi più
attivi. Oggetto di pesantissimi attacchi da parte della stampa e dei dirigenti
sindacalisti, accusato di essere responsabile della scissione e di aver puntato, per bassi
interessi politici, alla sconfitta dei lavoratori diretti dalla Camera del lavoro di arma,
il Faraboli proseguì in quei drammatici mesi la sua opera di organizzatore, rivolgendo la
sua attenzione soprattutto alla battaglia contro la disoccupazione e alla espansione
dellattività della Camera del lavoro di Borgo San Donnino, che cercò di unificare
tutte le forze scontente della conduzione sindacalista. Nel marzo del 1908, nominato
membro del consiglio nazionale della Federazione dei lavoratori della terra, tenne al 3º
Congresso di Reggio Emilia una relazione sul patto colonico esaminando le diverse
situazioni regionali e proponendo un ordine del giorno di rivendicazioni per impedire
linevitabile meccanismo di indebitamento verso il padrone. Lo stesso anno prese
parte al congresso nazionale della resistenza, tenutosi a Modena, in rappresentanza delle
varie organizzazioni operaie riformiste della provincia di Parma, divenendo anche membro
del consiglio nazionale della Confederazione del lavoro per la stessa provincia. Nel
maggio partecipò al consiglio nazionale dei lavoratori della terra, tenendovi una
relazione, insieme ad A. Altobelli, sullagitazione agraria del Parmense e vide
approvata dal consiglio lopera della federazione per il concordato di solidarietà
tra le Camere del lavoro di Parma e di Borgo San Donnino. In tale occasione fu nominato
membro della commissione che doveva raccogliere e distribuire gli aiuti agli scioperanti.
Nellottobre dello stesso anno fu organizzatore di un congresso a Fontanelle, dove,
oltre a essere relatore sulloperato del consiglio durante lo sciopero del Parmense,
parlò anche sui problemi della propaganda, della disoccupazione e della lotta agraria. Fu
quindi eletto membro della commissione esecutiva della Camera del lavoro di Borgo San
Donnino. Nellaprile del 1909 il Faraboli, assieme a Italo Salsi, Riccardo Bo,
Biagio Riguzzi, Demetrio Pelloni, Battista Olivieri ed Edgardo Fava, promosse un congresso
di tutte le leghe della provincia non aderenti al metodo dellazione diretta, per
dare vita a una Camera del lavoro provinciale collegata con la Confederazione generale del
lavoro. Lo sforzo di aggregare intorno a un nuovo centro gli effetti della momentanea
diaspora sindacalista non sortì un solido risultato e ben presto linfluenza
riformista si restrinse allarea borghigiana. Sempre attivamente impegnato nella
soluzione dei problemi economici e politici della zona e assiduo sostenitore della
cooperazione integrale, fondò nel 1910 a Fontanelle una lega mista di miglioramento tra
sarti, calzolai, mugnai, fabbri, falegnami e carrettieri. Nel novembre dello stesso anno
preparò il 3° Congresso delle organizzazioni aderenti alla Camera del lavoro di Borgo
San Donnino, riferendo in tale occasione sul tema della disoccupazione, argomento del
quale si occupò sempre in modo particolare e sul quale fu relatore anche nei congressi
degli anni successivi. Le polemiche allinterno del movimento socialista non
fiaccarono lespandersi dellattività degli organizzati di Fontanelle, che
sotto la guida del Faraboli ingaggiarono una strenua lotta per assicurare al Comune di
Roccabianca una amministrazione democratica e onesta. Da sempre il Comune era stato in
mano agli agrari, che avevano spadroneggiato sino a compiere vere e proprie sopraffazioni
contro le organizzazioni cooperative dei socialisti. La battaglia per
lamministrazione comunale durò anni e fu punteggiata da episodi di intolleranza da
parte degli agrari, sostenuti dalle autorità. Da parte loro i lavoratori risposero
iscrivendosi in gran massa nelle liste elettorali, frequentando i corsi di alfabetismo che
venivano promossi nella scuola serale allinterno della casa dei socialisti, che
costituì limmagine più netta delle conquiste del proletariato di Fontanelle.
Dotata di accoglienti locali, dove fnzionavano spacci e avevano sede le cooperative di
lavoro, le leghe, la sezione del partito e la Biblioteca Edmondo De Ambris, inaugurata nel
1910, la casa dei socialisti di Fontanelle aprì, nel Comune di Roccabianca e nella Bassa,
la strada al movimento cooperativo di consumo e fu seguita da analoghe iniziative sorte a
Stagno, a Pieve Ottoville, a Santa Croce di Polesine e a Ragazzola. Nel 1911
lamministrazione di Roccabianca decise di aumentare la tassazione sui pubblici
esercizi, ripartendola in modo che circa un terzo dellaumento ricadesse sulla
cooperativa, alla quale in quel periodo aderiva il novanta per cento dei lavoratori. La
sfida mossa dagli agrari ben presto si ritorse contro di loro perché una vasta agitazione
condotta dai lavoratori, dalle loro organizzazioni e dal giornale LIdea costrinse
lautorità prefettizia a decretare lo scioglimento dellamministrazione. Alle
nuove elezioni il Comune passò in mano alle forze popolari, animate dal Faraboli, che
elessero alla carica di sindaco il giovane contadino Paolo Bertoluzzi. Nel 1911 il
Faraboli fu eletto membro del comitato federale al 4° Congresso della Federazione dei
lavoratori della terra e nel 1914 consigliere comunale di Roccabianca. Divenuto segretario
della Camera confederale del lavoro di Borgo San Donnino, presenziò in tale veste al
congresso tenuto da quellorganismo allinizio del 1915, mentre allinizio
dellanno successivo partecipò come rappresentante delle associazioni del Comune di
Roccabianca al congresso annuale della Camera del lavoro di Parma. Durante la guerra
svolse intensa propaganda neutralista, promuovendo a tale scopo in tutto il Basso Parmense
manifestazioni pubbliche e private, cercando di coinvolgere, quando fu possibile, anche i
militari. Nellimmediato dopoguerra riprese infaticabile la propria attività
nellambito cooperativistico. Nel 1918, redattore responsabile di Per la vita!
LIdea, organo della Camera confederale del lavoro di Parma e fiduciario del partito
socialista, venne nominato membro del primo consiglio di amministrazione della Federazione
nazionale delle cooperative agricole, con sede a Bologna, costituitasi nel febbraio dello
stesso anno. Nellagosto inviò alla segreteria della Federazione nazionale dei
lavoratori della terra una relazione dinchiesta sulle commissioni provinciali
dagricoltura, criticando il contegno dei commissari nominati dallautorità
politica e lamentando la scarsa ingerenza lasciata ai rappresentanti delle organizzazioni
socialiste ufficiali nonostante la loro importanza nelle campagne. Nel settembre del 1918
partecipò, come rappresentante della Camera confederale del lavoro di Parma, alla
riunione del consiglio nazionale della Confederazione Generale del Lavoro, tenutasi a
Milano per discutere sulle dimissioni del consiglio direttivo e sulla nomina dei nuovi
consiglieri. In tale occasione firmò, unitamente a G. Zirardini e Bentivoglio,
lordine del giorno Mazzoni-Mariani con il quale vennero respinte le dimissioni di R.
Rigola e del consiglio direttivo e affidato incarico a questultimo di determinare
con la direzione del Partito Socialista Italiano gli accordi più idonei a regolare
correttamente, secondo i dettami dellInternazionale, i rapporti tra partito e
sindacato. Alla fine dello stesso anno, seguendo le direttive del Partito socialista,
costituì a Fontanelle la sezione della Lega nazionale proletaria tra mutilati, invalidi,
feriti e reduci di guerra e, contemporaneamente, venne nominato membro della giunta
esecutiva della commissione centrale per gli uffici di collocamento di Parma, quale
rappresentante dei lavoratori dei campi. Nel giugno del 1919 partecipò al congresso
nazionale dei lavoratori della terra, tenutosi a Bologna, venendo nominato membro del
comitato direttivo della federazione. In seguito allavvento del fascismo e alla
conseguente distruzione di tutta lorganizzazione contadina cooperativista della
Bassa padana (tra il 1921 e il 1923 furono distrutte le cooperative socialiste di Pieve
Ottoville, di Roccabianca e Fontanelle), il Faraboli si trasferì a Milano, pur
continuando a mantenere i contatti con i compagni della sua zona. Intanto, divenne membro
della direzione del Partito socialista unitario (cui aveva aderito nel 1922) e in tale
qualità partecipò, dopo il delitto Matteotti, alle vicissitudini aventiniane, sostenendo
limportanza della questione morale e aderendo pienamente al convinto secessionismo
del proprio partito. Rifugiatosi in Francia nel 1926 in seguito allo scioglimento del
Partito Socialista Unitario e alle crescenti persecuzioni fasciste, si stabilì a Tolosa,
nel Sud-ovest, dove lemigrazione italiana era particolarmente numerosa e dove molti
contadini, specie dellEmilia-Romagna, si erano trasferiti a coltivare le campagne
lasciate in crescente abbandono dopo la prima guerra mondiale da parte della manodopera
francese. Redattore, nel 1926, del giornale antifascista Mezzogiorno, il Faraboli ottenne
in seguito un impiego alla Bourse du travail, riprendendo immediatamente lattività
di organizzatore e prestando intensamente la sua opera, in collaborazione con E. Caporali,
militante della Confédération générale du travail, per attrarre i propri connazionali
nel Sindacato degli agricoltori italiani, legato alla Confédération générale du
travail, secondo le direttive del Comitato di azione antifascista di Parigi. In questo
periodo, insieme a Degrada e G. Bensi, il Faraboli mise in piedi unimportante
organizzazione cooperativa detta Unione delle cooperative che, specie negli anni
precedenti la grande crisi, fu mezzo di impiego per molti operai, contribuendo a
diffondere il socialismo tra gli emigrati. Infaticabile propagandista degli ideali
antifascisti, per la cui diffusione organizzò nei centri maggiormente popolati da
Italiani riunioni e conferenze incitanti sia contro il governo che contro le autorità
consolari e i fascisti conosciuti di ogni zona, il Faraboli divenne segretario della
locale Federazione del lavoro e nel 1930, dopo la riunificazione dei due rami del
socialismo (di cui fu strenuo sostenitore), segretario della sezione G. Matteotti del
Partito Socialista Italiano di Tolosa. Presente a tutti i congressi del partito in esilio,
come rappresentante di Tolosa e della federazione del Sud-ovest, sottolineò sempre, in
tali occasioni, le esigenze di potenziare la struttura organizzativa, nel complesso
piuttosto carente, e di collaborare strettamente con il movimento sindacale. Nel 1937 a
Parigi, pur concordando sulla necessità di una stretta collaborazione social-comunista,
si oppose allingresso dei socialisti nellUnione popolare (organizzazione di
massa dellemigrazione, creata dal Partito Comunista Italiano), temendo che la
perdita dellautonomia organizzativa comportasse sostanzialmente per il socialismo
anche la perdita dellautonomia politica. Laggressione fascista
allEtiopia, che sollevò discordanti reazioni nel mondo dellemigrazione
italiana, venne duramente condannata dal Faraboli, che organizzò iniziative per
manifestare la protesta dei lavoratori italiani contro latto banditesco compiuto dal
governo di Mussolini. Altre iniziative furono promosse dal Faraboli in sostegno alla
Spagna repubblicana, per aiutare la resistenza e per assistere le popolazioni.
Lazione del Faraboli non si limitò comunque solo a questa importantissima sfera:
infatti lo si trova al seguito di Pietro Nenni in un giro di comizi che nel 1939 il
dirigente socialista tenne nei più importanti centri della regione Sud Ovest, così come
lo si trova assieme a Luigi Campolonghi, esponente della Lega dei diritti delluomo,
a Muret, dove prese la parola per propagandare la necessità di una più decisa iniziativa
antifascista. Il rapido precipitare della situazione, con la sconfitta dellesercito
francese, linvasione nazista e fascista e la formazione del governo di Vichy,
modificò la stessa geografia del fuoruscitismo, che per un certo periodo parve trovare
nella regione del Sud Ovest un luogo assai sicuro. A Tolosa il Faraboli assunse
lincarico di segretario del Comitato di assistenza dei profughi italiani, che nei
fatti assicurò, sotto quella forma, la prosecuzione dellattività della Federazione
socialista sciolta dalle autorità. Ben presto anche il Comitato, che provvedeva a erogare
ai fuorusciti sussidi raccolti con sottoscrizioni inviate anche da Luigi Antonini,
esponente del sindacalismo americano con il quale il Faraboli strinse rapporti, venne a
subire la repressione degli occupanti che costrinsero il Faraboli e gli altri più noti
antifascisti a lasciare la loro attività. Il Faraboli fu obbligato così a stabilire un
nuovo dimicilio, dove venne attentamente sorvegliato. Lo scoppio della seconda guerra
mondiale lo trovò ancora a Tolosa, dove diresse la federazione socialista del Sud-ovest,
cui, poco prima delloccupazione tedesca di Parigi, venne dato incarico di mantenere
la continuità legale e organizzativa del Partito Socialista Italiano, incarico passato in
un secondo tempo alla federazione svizzera. Internato dalle autorità francesi nel campo
di Vernet, assieme a G. Faravelli, a M. Levi e a molti altri, nella primavera del 1942, in
seguito a denunzia per sovversivismo (fu accusato di aver stampato e diffuso il giornale
La Parola degli Italiani, contenente appelli per lindipendenza, la pace e la
libertà) della delegazione fascista locale, venne però rimesso in libertà dopo soli
dieci giorni e quindi entrò nella Resistenza impegnandosi in unopera di
solidarietà e di assistenza ai partigiani. Al termine della guerra venne insignito dal
presidente della Repubblica della stella dei benemeriti italiani allestero come
riconoscimento dellopera da lui svolta in Francia a favore dei lavoratori italiani
emigrati e dei valori della libertà. Gli ultimi anni della sua vita furono però
solitari. Sentendo approssimarsi la fine, il Faraboli volle tornare in patria, dove si
spense nellOspizio degli incurabili di Parma, poverissimo e ormai in disparte
dallattività politica e organizzativa che aveva assorbito tutta la sua vita.
FONTI E BIBL.: A. Garosci, Storia dei fuorusciti, Bari, 1953, 50 e 283; A. Valeri, Ricordo
di Faraboli, in Critica Sociale 5 febbraio 1953; E. Guarini, Lestremo saluto a
Giovanni Faraboli generoso e combattivo pioniere del socialismo. Una vita per lidea,
in La Giustizia 13 febbraio 1953; P. Bertoluzzi, Unepoca in un uomo, in La Giustizia
20 febbraio 1953; G. Saragat, Onorando Faraboli noi ci impegnamo nelle nostre lotte contro
ogni forma di oppressione per la creazione di una società socialista libera e giusta, in
La Giustizia 9 settembre 1955; Giovanni Faraboli onorato nella sua terra. Costruttore di
socialismo e alfiere di italianità, in La Giustizia 2 settembre 1955; Lotte agrarie in
Italia, a cura di R. Zangheri, Milano, 1960, ad Indicem; Il partito socialista nei suoi
congressi, IV, a cura di G. Arfé, Milano, 1963, ad Indicem; A. Landuyt, Le Sinistre e
lAventino, Milano, 1973, ad Indicem; E. Stanghellini, Giovanni Faraboli, Patto
colonico (3° Congresso nazionale dei lavoratori della terra, Reggio Emilia, 7-8-9 marzo
1908), Forlì, 1908; A. Landuyt, in Movimento Operaio Italiano, II, 1976, 293-297; U.
Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 240-248.
FARABOSCHI
ACHILLE
-Parma 19 settembre 1898
Fece la campagna del 1859 per il Risorgimento italiano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 settembre 1898, n. 259; G. Sitti, Il Risorgimento
italiano, 1915, 406.
FARASIO
STEFANO
Parma 1488/1520
Nominato per la prima volta il 7 gennaio 1488 come figlio di Donnino, il 2 novembre 1496
ebbe un compenso dagli Umiliati per alcune miniature di fogliami e stemmi. Il 27 luglio
1500 gli fu pagato dalla Società del Sacramento della Cattedrale di Parma un ornamento
miniato delle bolle papali. Eseguì molte miniatre per il Comune della città di Parma,
come attestano i molteplici atti di pagamento. Il 27 giugno 1511 ricevette inoltre un
compenso per minii del corale della Cattedrale. Il 3 aprile 1515 fece testamento, ma
dovette vivere ancora diversi anni se il 28 maggio 1520 appare come teste in un atto
notarile.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, XI, 1915; L. Testi, I corali miniati della chiesa di
San Giovanni Evangelista in Parma, in La Bibliofilia 1918; Dizionario Bolaffi Pittori, IV,
1973, 307.
FARINA
ALFREDO
Napoli 1892-Parma 17 aprile 1971
Da Napoli, nel cui conservatorio si era diplomati in clarino, si trasferì a Parma ancora
giovanissimo. A Parma visse per oltre cinquantanni, diventandone cittadino di
adozione. Fu artista molto richiesto per le sue doti non comuni: suonò con Toscanini e De Sabata e fu primo clarino al Teatro
alla Scala di Milano e al Regio di Parma. Il Farina girò il mondo, impegnato in numerose
tournée. Sposò Bianca Cabassa.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 18 aprile 1971, 5.
FARINELLI
ALESSANDRO
Borgo San Donnino 1829-1899
Arcidiacono del Capitolo della Cattedrale di Borgo San Donnino, uomo di cultura e
distinzione, fu tra il clero del suo tempo un personaggio di grande rilievo. Autore di
vari scritti, nel 1853 pubblicò unagiografia del patrono San Donnino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, III, 1978, 1291-1292.
FARISEI
FOSCARINO
Parma 1389
Calligrafo, operò nellanno 1389 a Venezia, ove si conserva un codice nella
Biblioteca Marciana con la segnatura Z. L. CCCLXIV. È possibile che il Farisei
appartenesse alla famiglia di quellAmbrogio Farisei citato dal Pezzana nella sua
Storia di Parma (vol. I, pp. 5 App.). Il codice ha il titolo Lutii Quintii, curialis in
secundo bello. È composto dei primi dieci libri della terza deca. Scritto in duplice
colonna, finisce al folio 76: Mccclxxxviiii, XV februarii, inceptus fuit iste liber
scribere et ipsum complevit XV marcii sequentis. Foscarinus
de Phariçeis de Parma in Veneciis. Emptor
leteris, corepto me potieris. Quod defuit adest, quod superabit abest. Titi Livii patavini
historiographi omnium longe doctissimi, nec non rectoris et oratoris facundissimi de
secundo bello punico liber decimus et ultimus, ab urbe condita XXX esplicit. Il codice consta di 80
fogli, in numero assoluto, assai deteriorati. Gli argomenti dei capitoli sono scritti con
inchiostro rosso. Le lettere iniziali dei libri sono in rosso e oro, con miniature
composte di fiori e immagini di uomini. Nel folio 77 sta scritto:
Decadis tertiae libri decem. Codex Zachariae Barbari, ut colligitur ex adnotatione ab eius
manu exarata in pagina anteriori ad historiae initium. Ioannes Baptistae Recanatus, patr.
ven. adnotavit anno 1721. Arnaldo Drakenborch nel suo libro T. Livii, historiarum (vol.
VII pp. 326) così scrive intorno al codice: Recanatianus est codex, quem servat Io. Bapt.
Recanati patritii veneti bibliotheca. Eius
excerpta vir clarissimus atque amicissimus Iac. Philippus dOrvillius, quum in
itinere italico Venetias adiens ibidem moraretur, impetravit et postea patriiis laribus
restitutus officiose ad me transmisit. Utrum codex ille in membranis, aut in charta
exaratus sit, nihil habeo quod dicam, nec certiora de eius aetate adferre possum. Ex us
tamen mihi constitit non inter integerrimos ac primae auctoritatis referendum esse. In
multis consentiebat codici bibliothecae Bodleianae inter Laudinos, quem Hearnius
consuluit, et hac nota L. I. indicare solitus est. Praesertim vero solus ex omnibus meis
exhibuit illam periodum, quam Hearnius ad libr. XXII, cap. XVIII, § 5 ex Laudino primo
protulit, et Dodwellus dissertatione, huic tomo pag. 182 inserta, illustravit. Quum autem in notis ad eum
locum uno verbo minuerim, Recanatianum in paucis a Laudino primo dissentire, integram
nostri codicis lectionem hic abscribere in rem fore visum est. Per la cattiva piegatura
dei fogli dallundicesima alla quarantesima pagina, essi sono posposti. Anche il
Valentinelli parla di questo codice nella Bibl. Mss. ad S. Marci Venetiarum (vol. VI p.
13).
FONTI E BIBL.: S.
Lottici, Quattro copisti, 1903, 135.
FARNESE
ALESSANDRO
Canino 23 febbraio 1468-Roma 10 novembre 1549
Figlio di Pierluigi, Signore di Montalto, e di Giovanella Caetani di Sermoneta, della
famiglia di papa Bonifacio VIII. La sua giovinezza fu vissuta nella pienezza del
Rinascimento, i lati luminosi e oscuri del quale si riflettono nella sua vita (Pastor). Il
Farnese andò giovanetto alla Corte di Lorenzo de Medici per istruirsi (illustrò con
dotte annotazioni le Epistole di Cicerone ad Attico) e, in seguito, frequentò le lezioni
dellUniversità di Pisa. A Roma ebbe per maestro il celebre umanista Pomponio Leto.
La sua carriera ecclesiastica iniziò nel 1491: segretario e protonotario apostolico sotto
papa Innocenzo VIII, poi, sotto il pontificato di Alessandro VI, tesoriere generale e
cardinale diacono (dei Santi Cosma e Damiano, poi di SantEustachio) nel 1493, quindi
legato del Patrimonio e nel 1499 vescovo di Corneto e di Montefiascone. Con tutto ciò, i
benefici toccatigli non furono molto numerosi e limitate le sue entrate, sicché la sua
posizione in Corte non fu davvero eminente. Ma le condizioni del Farnese migliorarono
quando gli fu concessa nel 1502 la legazione della Marca di Ancona, che mise in luce il
suo grande valore e la sua straordinaria abilità politica. Se la fortuna del Farnese fu
agevolata agli inizi dai rapporti della sorella Giulia con il papa Alessandro Borgia, non
si può escludere che i progressi ulteriori della sua carriera politica ed ecclesiastica
fossero dovuti esclusivamente ai suoi meriti e al suo ingegno. papa Giulio II ebbe sempre
col Farnese i migliori rapporti e non solo lo conservò nella legazione della Marca di
Ancona ma gli diede pure molte prove del suo straordinario favore: nel luglio del 1505
legittimò i due figli del Farnese, Pier Luigi e Paolo, nati rispettivamente nel 1503 e
nel 1504 da una dama dellaristocrazia romana, gli commise importanti ambascierie
diplomatiche, assolte brillantemente, e lo nominò (28 marzo 1509) vescovo di Parma
(amministratore perpetuo della Chiesa di Parma). Il Farnese prese possesso per procuratore
della Diocesi il 16 agosto 1509. Il Farnese ebbe due vicari: Pompeo Musacchi, nobile
parmigiano e poi vescovo titolare di Lidda, e Bartolomeo Guidiccioni di Lucca, uomo
dottissimo, creato nel 1539 cardinale da papa Paolo III e suo vicario. La severa
amministrazione che il Farnese impresse nel governo della sua Diocesi con laiuto del
vicario Guidiccioni, mentre servì a togliere ingiustizie e abusi da lungo tempo radicati,
andò predisponendo intorno alle maggiori gerarchie della Diocesi unatmosfera di
considerazione e fiducia che più tardi agevolò alla Chiesa anche il compito
dellassimilazione politica di tutto il distretto parmense. Se lo stato di guerra e
le molte occupazioni diplomatiche sconsigliarono al Farnese di porre piede per molti anni
nella Diocesi, furono tuttavia della massima importanza i consigli da lui dati al suo
vicario, il quale, in tempi tanto difficili, poté muoversi con sicurezza sulla via
tracciatagli dal Farnese. Vari documenti mostrano che linteresse posto dal Farnese
al Vescovado di Parma andò sempre più accrescendosi e non solo dal lato amministrativo
ma anche dal lato morale. Il 7 novembre 1509 approvò gli statuti del venerando Consorzio,
scritti dal consorziale Francesco Carpesano, dei quali statuti fu poi fatta la
confermazione da papa Giulio II con suo breve del 23 luglio 1510. Le sue visite
cominciarono a divenire frequenti dal 1512, lo furono ancora di più nel 1513 e nel 1514 e
si mantengono numerose anche nel tempo del dominio straniero. Cordialissime furono sempre
le relazioni del Farnese con la Comunità di Parma, anche quando questioni di interesse,
come quella degli antichi diritti che il vescovo aveva su le acque del Vescovado,
avrebbero potuto dare luogo a forti contrasti: la serenità del Farnese e la buona
volontà del Comune di Parma seppero sempre evitare scontri troppo vivi. Nel dicembre del
1515 e nel gennaio dellanno successivo il Farnese si recò in visita a Parma. In
quella occasione, ricorda il Benassi, il Farnese ricevette un dono dal Comune per le feste
del Natale e, partendo da Parma per andare a Brescello e a Ferrara, donò ai canonici del
Duomo la cospicua somma di 300 ducati per acconciare il coro. Scopo di quella visita fu di
rendersi conto delle condizioni morali del clero della Diocesi e non è improbabile che da
essa sia partita liniziativa del Farnese di dedicarsi a una severa riforma dei
costumi. Lesempio suo (osserva il Capasso) sarà seguito poi da parecchi altri
cardinali e religiosi. Il 14 gennaio 1516 emanò infatti alcune costituzioni intorno alla
disciplina corale della Cattedrale e delle altre chiese collegiate, intorno
allordine di sedere delle dignità nei rispettivi stalli, allabuso di portare
armi che si era introdotto nel clero e vietò a tutti gli ecclesiastici di tenere in casa
o coabitare con donne di fama sospetta pena la sospensione dal beneficio per tre mesi se
erano beneficiati costituiti negli ordini sacri e se non erano beneficiati
linabilità per un anno a ottenere qualunque beneficio, più la multa di un fiorino
doro di camera. Se poi erano minoristi beneficiati o non beneficiati avrebbero
sborsato due fiorini doro di camera. Le quali costituzioni furono lette e pubblicate
per ordine del Farese dal suo vicario generale Bartolommeo Guidiccioni nel palazzo
episcopale alla presenza della maggior parte dei canonici e dei consorziali. Latto
fu rogato da Francesco Pelosi, notaio della Curia vescovile. Il 18 gennaio 1516 il Farnese
fece la visita dei monasteri e delle chiese di Brescello. Nel 1519 il Farnese volle
affermare la sua definitiva consacrazione alla vita religiosa facendosi ordinare prete.
Nello stesso anno tenne in Parma un sinodo diocesano, indetto con circolare del 24 ottobre
1519 e adunato in una prima sessione, nel Duomo, il 6 dicembre. Fu un sinodo imponente: vi
si trovarono presenti, insieme col Farnese, dodici canonici del Duomo e 267 ecclesiastici
di tutto il Vescovado di Parma. Conciso come sempre, il Farnese tenne il discorso di
apertura esponendo le ragioni e gli scopi della riunione sinodale: per la diuturna assenza
dei suoi precedessori e di lui stesso dalla diocesi parmense erasi nella Chiesa nostra
trascurata la cultura del campo del Signore, ondera a temersi che essendosi già
corrotti i buoni costumi e violante le sante usanze ed istituzioni degli avi, si
provocasse lira di Dio: aveva perciò stimato conveniente celebrare questa santa
sinodo in conformità dei decreti del Concilio Lateranense. Infine invitò i presenti a
una nuova seduta, che si tenne nello stesso tempio lindomani e nella quale egli fece
leggere le nuove Costituzioni. È facile constatare che i mali che travagliavano i costumi
del clero parmense erano in quel tempo davvero gravi e forse anche diffusi. Dal monotono
elenco dei crimini e delle pene comminate traluce la necessità di unopera di vasta
epurazione, quale forse la società del tempo non avrebbe consentito. Ma traspira anche la
volontà ferma ed energica di una mente illuminata, quale indubbiamente fu quella del
Farnese. Nei capitoli delle nuove Costituzioni si stabilirono non solo pene contro i
delitti più gravi ma si interdisse labuso sotto tutte le forme. Venne così
proibito ai chierici di frequentare senza particolare licenza i monasteri di monache: Qui
vero absque licentia nostra aut vicarii nostri pro tempore existentis etiam causa honesta
monesterium aliquod monalium ingressum esse convictus fuerit avrebbe dovuto pagare come
pena 10 lire imperiali. Si interdì ai chierici di uscire dopo la seconda ora di notte
senza causa ragionevole e necessaria, si vietò a essi di prendere parte a giuochi
pubblici e di giuocare dazzardo, di esercitare negozi disonesti, di andare camuffati
o mascherati, di esercitare lusura, di pignorare, vendere o prestare vasi, oggetti e
indumenti sacri, di fare contratti in frode della città o del Comune, di occuparsi di
sortilegi, divinazioni e incanti e di fermarsi a mangiare e bere allosteria tranne
che in viaggio. Si vietò ancora di ricevere vendite, donazioni e altre cessioni dal
padre, dai fratelli o da qualunque altra persona, defraudando la città, persone private e
il Comune di ciò che su tali negozi potesse loro spettare. Il 26 febbraio 1526 il Farnese
scrisse a Lorenzo Tagliaferri, suo affittuario, di essere ben contento di contribuire al
salario dei cantori della Cattedrale per la sua rata e che si accordasse col suo vicario
per mandare a effetto quanto egli avesse ordinato. Dallanno del sinodo il Farnese
non abbandonò più la Diocesi, per quanto le sue attività, religiose e politiche,
andassero facendosi sempre più numerose e fattive: intervenne a numerose congregazioni,
venne investito di alti uffici politici, fece parte della legazione allImperatore
nel 1528 e della commissione dei sette cardinali che doveva pensare ai rimedi contro il
minaccioso progredire dei Turchi. In breve la sua figura non fu più solo quella di un
semplice cardinale o vescovo ma di un papabile. Non si sa precisamente sino a quando tenne
lamministrazione della Chiesa di Parma. È certo però che la rinunciò prima del
pontificato perché suo nipote Alessandro Farnese ne fu fatto amministratore da papa
Clemente VII il 21 marzo 1534 (Ciacconio). Dalla relazione di monsignor Mazzocchi a Guido
Ascanio Sforza, si sa che il Farnese restaurò e abbellì il palazzo episcopale di Parma.
Papa Leone X lo promosse in tempi diversi ai vescovadi di Frascati, Palestrina, Sabina,
Porto, Ostia e Velletri. Dopo sei anni di dominio politico straniero, nel 1525 Parma e
Piacenza, liberate dalle milizie francesi, ritornarono in possesso della Chiesa. In quei
tempi di fiere contese di predominio tra Francia e Spagna, succedettero a Leone X
successivamente papa Adriano da Utrecht e Clemente VII. Tuttavia già in quegli anni la
fama del Farnese andò facendosi sempre più vasta e la sua cultura e il suo carattere
andarono imprimendo su tutti una sua evidente superiorità intellettuale e morale. Fu
infine eletto papa col nome di Paolo III il 12 ottobre 1534. Una volta papa, il Farnese fu
di nuovo a Parma quando il figlio Pier Luigi venne a ricevervi la sua educazione
umanistica per opera di Tranquillo Molosso da Casalmaggiore. Il Farnese fu sepolto in San
Pietro a Roma.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 11-36; N. Grimaldi,
in Aurea Parma 1 1927, 7-15; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.
FARNESE
ALESSANDRO
Valentano 7 ottobre 1520-Roma 4 marzo 1589
Nacque da Pierluigi e Girolama Orsini del ramo di Pitigliano. La sua infanzia e prima
adolescenza appartengono a uno dei momenti di maggiore affermazione e ascesa sociale e
politica dei Farnese: il padre e soprattutto il nonno cardinale Alessandro Farnese stavano
consolidando la fortuna della famiglia. Dopo un periodo di alfabetizzazione a Parma venne
inviato al collegio Ancarano di Bologna. Qui, undicenne, iniziò a studiare sotto la guida
del conte Filippo Manzoli, insieme col fratello Ottavio, seguendo un indirizzo di
carattere umanistico, giuridico e teologico. In questa istituzione educativa per giovani
rampolli, esclusiva e tranquilla, rimase sino a quando, il 13 ottobre 1534,
lelezione del nonno Alessandro Farnese a pontefice accelerò di un colpo il suo
inserimento nel corpo ecclesiastico e il Farnese si trovò a godere immediatamente delle
pratiche nepotistiche. Il 1º novembre 1534, appena quattordicenne, sostituì Alessandro
Farnese nella ricca Diocesi di Parma. E poco più tardi, in occasione della prima nomina
cardinalizia (18 dicembre), venne riservato in pectore alla porpora, per essere presentato
ufficialmente in concistoro il 21 maggio 1535 durante una seconda creazione insieme con un
altro giovanissimo porporato, il sedicenne Guido Ascanio Sforza, figlio di Costanza
Farnese e dellomonimo conte di Santa Fiora. Nonostante lapparente e
inevitabile unanimità concistoriale, lelezione provocò una notevole e diffusa
irritazione e venne in generale interpretata da tutto il movimento riformatore cattolico
come una leggerezza e un messaggio negativo per una imminente convocazione del concilio.
Inoltre lelezione dei cardinaletti venne disinvoltamente sostenuta con luso di
papa Alessandro VI e papa Sisto IV di creare automaticamente cardinali i nipoti,
suscitando linsofferenza manifesta di Francesco I e di Enrico VIII e le proteste di
Carlo V. Il Farnese ricevette come precettori il vescovo di Viterbo Gian Pietro de
Grassi e Latino Giovenale Manetti che, con una organizzazione degli studi più accurata e
severa, continuarono a istruirlo secondo i dettami di una cultura umanistica ai rudimenti
della lingua greca e alla prosecuzione degli studi giuridici e filosofici. Nella mente del
Papa, lutilizzazione della famiglia negli incarichi pubblici e laccrescimento
della sua ricchezza furono altresì inquadrati nella volontà della ricostruzione di
unidentità e di unimmagine dellautorità pontificia offuscate dalla
vicenda del sacco di Roma che aveva penalizzato gli audaci funambolismi delle alleanze dei
papi medicei. Il Farnese beneficiò nelladolescenza dellimpostazione
nepotistica di una politica strettamente familiare che diventò il cardine principale di
una interessata equidistanza pontificia dalla Francia e dallImperatore. La
diffidenza per la giovanissima età e il clima di sospetto si accentuarono allorquando
alla morte di Ippolito de Medici (10 agosto 1535) al Farnese toccò la vice
cancelleria e vennero trasferiti sulla sua persona i benefici della maggior parte delle
Chiese che quello aveva posseduto in Francia: circolarono nel frangente persino voci di un
presunto avvelenamento. Allo stesso modo profittò ben presto di alcuni benefici
appartenenti a Benedetto Accolti, cardinale di Ravenna, quando questi venne arrestato e
quindi confinato a Ferrara. E alla morte di S.G. Merino, cardinale di Bari, altro protetto
come lAccolti dellImperatore, il Farnese si vide assegnare il Vescovado
vacante di Jaen, iniziando così un lungo conflitto giurisdizionale con Carlo V che si
risolse soltanto nel 1536 quando il Vescovado in questione venne scambiato con quello
opulentissimo di Monreale. In questo periodo di tranquilla formazione diplomatica e di
contatto con gli ambienti e le funzioni curiali, egli talvolta venne utilizzato dal padre
per mitigare presso il Papa lo sconcerto che provocavano alcune sue intemperanze o
iniziative personali. Quando Ambrogio Ricalcati venne allontanato dalla segreteria
generale del Papa, travolto da una accusa di concussione particolarmente sentita in un
periodo di duro fiscalismo pontificio, il 1° gennaio 1538 ne ricoprì lincarico
spalleggiato da Marcello Cervini che, nominato suo segretario già al momento della
promozione cardinalizia, divenne a sua volta protonotario. A esso nel tempo furono
affiancati Nicolò Ardinghello e Girolamo Dandini che, con lalacre e coltissimo
Bernardino Maffei, completarono un gruppo di lavoro di tutto rispetto nel sostenere il
Farnese nella sua carica. Tutelato dalla presenza politica del nonno e dal Cervini,
iniziò a occuparsi progressivamente delle materie di Stato: il primo impegno fu relativo
alla formalizzazione della lega antiturca tra Venezia, Roma e lImperatore (8
febbraio 1538). E unitamente a questo sforzo di contenimento delle insidie ottomane nel
Mediterraneo collaborò nel coordinamento del lavoro dei nunzi alla preparazione del
viaggio di Paolo III a Nizza per giungere a una tregua nel conflitto franco-imperiale.
Egli stesso partecipò al seguito del Papa allincontro della primavera-estate 1538,
affinando la sua dimestichezza con gli ambienti internazionali e con lapparato
diplomatico curiale. Dopo la sconfitta della Prevesa intensificò limpegno di fedele
esecutore dellazione pontificia per la politica di conciliazione, non rinunciando ai
tentativi di mantenere in vita la lega antiturca, seriamente compromessa
dallavvenimento militare e dalla crescente indifferenza politica e finanziaria degli
alleati. Nel dicembre si occupò in tal senso di favorire una creazione cardinalizia
equilibrata e in sintonia con il neutralismo più volte affermato: sostenne personalmente
lelezione di P. Bembo con lintenzione di manifestare una buona disponibilità
nei confronti di Venezia in cambio di una non rinuncia alla lotta antiottomana. Alle
questioni di ordine statuale (e fu una costante) si intrecciarono interessi familiari e
personali. Nel novembre 1538 si attivò inutilmente per accasare la sorella Vittoria con
un membro della famiglia reale francese ed ebbe a questionare con il cardinale Ercole
Gonzaga sulla badia di Lucedio, da cui ottenne una pensione di 5000 scudi, e sul godimento
del beneficio dellospizio di Altopascio che diede adito a una lunghissima diatriba a
cui non erano ovviamente estranei i tesi rapporti con Cosimo de Medici. Alla morte
dellimperatrice Isabella (1° maggio 1539) risale la prima vera missione diplomatica
del Farnese. Egli partì il 19 maggio e giunse a Toledo il 16 giugno per le condoglianze.
Con il Cervini avanzò la proposta concreta di un matrimonio di Carlo V con Margherita, la
figlia di Francesco I, proponendo la via di una politica matrimoniale per
lappianameto delle tensioni franco-imperiali. Il rifiuto dellImperatre alla
ingenua proposta diede il senso del fallimento della missione e il Farnese poté
testimoniare al Papa soltanto il mantenimento di un contatto con Roma per eventuali
sviluppi di conciliazione. Prima di tornare a Roma il 21 luglio non mancò di avanzare
lipotesi di un matrimonio di Vittoria con lo stesso Imperatore, di saggiare il
terreno sulle intenzioni imperiali circa la necessità di trovare al più presto uno Stato
a Ottavio Farnese e Margherita dAustria dove collocare la cospicua dote di 150000
scudi e di ricordare limbarazzante situazione di rifiuto da parte della sposa assai
più matura detà del giovanissimo fratello. Richiese a questo proposito un
intervento di Carlo V e della sua autorità paterna per porre fine allincresciosa
situazione. Il Farnese, nonostate un mal celato rancore per essere stato sopravanzato,
egli primogenito, dal fratello minore a una posizione prestigiosa e secolare, segnalò la
nefasta opera di disturbo sulla infelice e nevrotica Margherita del maggiordomo don Lope
Hurtado e della moglie donna Margherita de Rojas. Escludendo di fatto un feudo nei
territori imperiali, dopo un accenno alla possibilità di Firenze, ovviamente
osteggiatissima da Cosimo, al Cervini e al Farnese lipotese più praticabile apparve
quella di Camerino, che venne in effetti concesso dal Papa a Ottavio Farnese il 5 novembre
1539. Pur lontano dal dibattito teorico e teologico sulla riforma della Chiesa e vicino
agli aspetti di gestione politica della convocazione di un concilio che si scontrava con
la simmetrica volontà di Carlo V di subordinare lo stesso alla ricomposizione
dellunità della Germania, protestò in nome del Papa per il recesso di Francoforte,
del resto non confermato dallautorità imperiale e per le ventilate possibilità di
una gestione laica e nazionale della questione confessionale e della conseguente
estromissione della Curia. Ancora impacciato e inesperto, il Farnese si trovò a sostenere
una folle proposta di Francesco I circa unazione contro lInghilterra da parte
del Papa e di Carlo V che avrebbe portato a una spartizione tripartita dellisola, a
cui lImperatore rispose con una lezione di cautela politica ricordando al Farnese il
rischio di una saldatura tra Enrico VIII e i luterani. In un contesto molto vago e
informale maturò nel Papa, allannuncio della volontà di Carlo V di incontrarsi nel
suo viaggio verso le Fiandre con Francesco I, la nomina del Farnese, il 24 novembre 1539,
quale nunzio incaricato di seguire lo sviluppo dei colloqui tra i due sovrani.
Accompagnato anche questa volta dal Cervini, si trovò a interpretare i dettami di
unistruzione che considerava lincontro come una prosecuzione del convegno di
Nizza. Venne confermata la priorità della pace come condizione necessaria per la
convocazione del concilio per purgare la casa, punire i luterani e risolvere il conflitto
con Enrico VIII, sottolineando che, in una fase interlocutoria i compiti del Farnese non
dovevano travalicare una sorveglianza esterna degli abboccamenti ufficiali, una conferma
del neutralismo e la resistenza a eventuali iniziative ostili alla Santa Sede. Partito da
Roma il 28 novembre, proseguì nella totale indifferenza per giungere infine a Parigi.
Nonostante la sua missione non risultasse in fondo troppo gradita, egli poté sovente
partecipare a conviti esclusivi: il 3 e il 4 gennaio 1540 venne ricevuto da solo
rispettivamente da Francesco I e da Carlo V a cui raccomandò di non scegliere la via
dellaccordo privato e segreto rinunciando a un doveroso consulto con il Papa. Con
Carlo V non mancarono elementi di tensione circa le pressanti richieste di denaro da
destinare alla lotta antiottomana che lImperatore riteneva dovessero gravare
soprattutto su Roma e che erano senzaltro per lui esorbitanti e insostenibili.
Brillante nella vita di Corte, il Farnese viaggiò a Rouen, Caen e Amiens per curare
interessi privati e, dopo unulteriore e inutile udienza con Francesco I, il 14
febbraio partì verso Gand per avvicinarsi allImperatore. Qui poté verificare la
scarsa volontà di pace e di convocazione del concilio, anzi il dubio e la tardanza
divennero protesta per lintenzione imperiale di ricercare accordi politici con il
mondo riformato tedesco organizzato nella Lega di Smalcalda, per lipotesi di una
tregua generale con i Turchi e addirittura di un riavvicinamento con Enrico VIII.
Linteresse principale della legazione fu orientato a una paziente opera di
convincimento nei confronti dellImperatore per allontanarlo vieppiù dalla volontà
di trattativa e di compromesso anche religioso nei confronti dei luterani, soprattutto
dopo la manifesta intenzione veneziana di concludere una pace separata con i Turchi, di
consolidare finanziariamente la Lega cattolica e di spingere per una sollecita apertura
del concilio, unico rimedio alle crescenti defezioni che andavano verificandosi anche in
campo cattolico. Nellaprile, persistendo la sua esclusione, quella del Cervini (per
la verità vero responsabile della missione, estensore della corrispondenza diplomatica e
creato cardinale nel dicembre 1539) e dei nunzi persino dallinformazione, essendo le
proposte papali circa la risoluzione della successione del Ducato di Milano come base
della pace dItalia praticamente ignorate, il Farnese giunse a sospettare addirittura
di un disegno franco-imperiale per spartirsi lInghilterra e lItalia. Infine
l11 maggio, verificata linutilità della prosecuzione della missione, il
Farnese si congedò dallImperatore e il Cervini venne lasciato come legato. Ripreso
il suo posto in Curia a Roma, continuò a seguire le questioni fondamentali che agitavano
la politica papale. Nonostante non si possa parlare di una vera e propria autonomia di
iniziative, egli attivò una scrupolosa e intensa corrispondenza con i nunzi presso le
corti francese e imperiale. Specie con questultima si fece portavoce in più
occasioni della volontà papale di ostacolare ogni concessione ai luterani anche se
giustificata con lo sforzo di ricercare lunità politica della Germania: in tale
senso nel luglio e nellagosto manifestò ripetutamente a Marcello Cervini e a
Giovanni Morone limbarazzo e lopposizione a una partecipazione pregiudiziale
al colloquio di Worms e organizzò il tormentato invio di
Tommaso Campeggi (4 novembre) e di Gaspare Contarini quando la Dieta fu
trasferita a Ratisbona (12 marzo 1541) in un estremo tentativo di conciliazione. Tuttavia,
latteggiamento egemonico e soprattutto politico dellImperatore di fronte al
problema della Riforma, il radicalismo dellinterlocutore, il fallimento di Ratisbona
dove ogni tipo di soluzione era stata prospettata, persino quella suggerita dal Granvelle
di corrompere con 50000 scudi i principali teologi protestanti, fecero sì che il Farnese
in nome di Paolo III richiamasse il Contarini e riaffermasse che soltanto il concilio
poteva essere la sede idonea ove affrontare leresia luterana con una marcata
rivendicazione dellassoluta autorità del Papa in materia religiosa.
Contemporaneamente il Farnese fu strumento della politica espansionistica familiare.
Partecipò come membro garante alla commissione per la resa di Ascanio Colonna
nellambito della lotta antifeudale: unazione intrapresa con energia sin
dallinizio del 1541 e conclusasi con la caduta di Paliano e il ridimensionamento del
partito filoimperiale e di qualunque velleità baronale di coniugare le proprie
aspirazioni al grande scontento popolare provocato dal pesantissimo fiscalismo di Paolo
III. In un clima di crescente tensione, l8 settembre il Farnese fece parte del
seguito papale al convegno di Lucca seguendo i tentativi di pacificazione, che sembravano
compromessi dallassassinio degli inviati francesi A. Rincon e C. Fregoso,
sostanziandoli con una strategia diplomatica di contenimento di una vanificazione della
tregua di Nizza e di ripresa delle ostilità e con una intensificazione del controllo dei
focolai di insoddisfazione e dei tentativi di inserimento degli Stati italiani nel
conflitto franco-imperiale. Sovente puntiglioso e burocratico, sbarazzatosi della tutela
da lui considerata moralistica di Marcello Cervini, andò rinsaldando il sodalizio con il
padre e con il fratello Ottavio per soddisfare ambizioni dinastiche e assumendo la
fisionomia di un politico impegnato nel doppio fronte, internazionale e curiale,
dellorganizzazione della segreteria. Non alieno da esibizionismi, concepì
meccanicamente e talvolta rozzamente, non sempre in sintonia con la superiore intelligenza
tattica del Papa, il neutralismo e il controllo della situazione italiana come totalmente
subordinato agli interessi personali e in genere dei membri più giovani della famiglia
Farnese. Ciò fu evidente quando, a guerra franco-imperiale ormai riaperta, fu incaricato,
unitamente a Pierluigi Farnese, di preparare lincontro tra il Pontefice e Carlo V a
Busseto nel giugno del 1543 ove venne avanzata lipotesi di una assegnazione del
Ducato di Milano a Ottavio Farnese, senza però raggiungere cosa alcuna sustantiale per
linsostenibilità della somma richiesta come contropartita. Nel novembre, in un
clima sempre più avvelenato dalle accuse di faziosità o dalle impellenti richieste di
pronunciamento di entrambi i contendenti e dalle infinite difficoltà di gestione,
direzione e partecipazione poste dalla convocazione del concilio a Trento, il Papa tentò
la carta di una nuova legazione di pace incaricando il Farnese, a sottolineare
limportanza delliniziativa, di recarsi presso i belligeranti. Nominato il 21
novembre, il 28 era già partito per giungere il 1º gennaio 1544 a Fontainebleau: a
Corte, nono stante la gentilezza formale, non poté che cogliere unatmosfera di
fredda sospettosità e di scarsa fiducia nei confronti di Roma, appena ravvivata dalle sue
pratiche per sondare la possibilità di un matrimonio tra la sorella Vittoria e il duca
dOrléans. Proseguì rincorrendo lImperatore, per riuscire finalmente a
contattarlo a Magonza il 20 dello stesso mese. Nulla poté ottenere al cospetto di un
Imperatore irritato dai reiterati rifiuti del Papa alle richieste di finanziamenti e di
aiuti avanzati per sostenere la lotta ai protestanti e dalla equipollenza tra la sua
persona e il re di Francia che veniva affermata diplomaticamente nella strategia
neutralista del Papa. Scosso dallirruenza di Carlo che non aveva mancato di
ricordare lesempio di papa Clemente VII e di dichiarare che avrebbe intrapreso
lopera di riforma nella Germania senza lintervento alle Diete di legati
sgraditi e dannosi, il Farnese sulla via del ritorno si recò in Francia dove riprese, o
tentò di farlo, le trattative per il matrimonio di Vittoria con il duca dOrléans e
assisté al battesimo del delfino. Sottoposto a unincalzante richiesta di
schieramento filofrancese, il Farnese si mantenne alle consegne neutraliste, senza dunque
ottenere nulla se non attestati di stima e una calorosa accoglienza. Tornato a Roma, si
occupò di ordinaria amministrazione sino a quando con la pace di Crépy (18 settembre
1544) e la conseguente pacificazione tra le maggiori potenze cattoliche non fu possibile
riaprire la discussione sulla convocazione e sullapertura del concilio. Ipotesi che
aveva ricevuto mortificazione da una situazione politica particolarmente tesa con
lImperatore, il quale manifestò le sue intenzioni di esclusione e di subalternità
dellautorità pontificia dichiarando, a conclusione della Dieta di Spira (giugno
1544), con un atto formale, la precisa volontà di convocare un sinodo nazionale tedesco
in attesa del concilio, di concedere lingresso a riformati nella Camera imperiale e
la sospensiva di processi per motivi religiosi. Roma rispose con un breve di biasimo (27
luglio) ma negli spiragli concessi dalla fine delle ostilità il Farnese si attivò nel
rasserenare il clima generale e consentire così lapertura del concilio a Trento: da
tempo aveva partecipato alla scelta della sede, che doveva vedere consenzienti sia i
Francesi sia i Tedeschi e aveva curato, per stemperare lanimosità imperiale, le
pratiche per lelezione di tre cardinali spagnoli (19 dicembre 1544). Il momento più
impegnativo fu per lui, in questa strategia di avvicinamento tra Carlo V e Paolo III,
lincarico di recarsi a Worms per una missione preparata da Cristoforo Madruzzo,
vescovo di Trento e neopubblicato cardinale, e per riallacciare una collaborazione e
immaginare una strategia comune, a ridosso dellormai imminente apertura del
concilio. Partito il 17 aprile da Roma, il 23 fu a Mantova e il 25 giunse a Trento, con un
seguito di 250 cavalieri, dove si convinse della necessità di una breve dilazione
dellapertura subordinata allesito della missione. Quindi, timoroso di divenire
buona preda di cavalieri heretici imboscati nelle strade alpine, si fece accompagnare da
una nutrita scorta armata con mille precauzioni di itinerario per giungere a Worms il 17
maggio 1545 apparentemente per discutere sullentità del sussidio papale per la
lotta contro il Turco. In realtà oltre a ciò, per cui aveva una cedola cambiaria di
100000 scudi da consegnare al banco di Augusta, aveva avuto lincarico prioritario di
affrontare la riappacificazone e il coordinamento di Carlo V con il Papa come passo
fondamentale per procedere a una sollecita punizione militare e inquisitoriale del
luteranesimo. Gli abboccamenti con lImperatore e il cardinale di Granvelle
rivelarono al Farnese, ormai sempre più a suo agio e maturo negli ambienti diplomatici,
che persistevano nellImperatore incertezze legate alla dimensione e alla rilevanza
delle forze protestanti: si richiamò per il momento la difficoltà di optare per una
soluzione di forza, a sostegno della quale comunque era considerato indispensabile un
ingente sforzo finanziario del Papa. Anche qui interessi personali e una certa
preoccupazione per il futuro, sollecitata in primo luogo dal padre Pierluigi, a mostrarsi
accondiscendenti alla volontà imperiale in virtù delle incertezze per letà
avanzata del Papa, contribuirono a che il Farnese approvasse lidea di una lega con
Carlo V, finanziata generosamente dal Pontefice per ingaggiare un conflitto risolutivo con
la Lega protestante. Si impegnò nel sondare il margine di manovra e le contropartite che
lImperatore concesse allingrandimento della casa, trattò senzaltro la
possibilità di matrimonio tra Fabrizio Colonna e Vittoria Farnese ma soprattutto, in
grande segretezza, accennò alla creazione di un ducato di Parma e Piacenza da destinare a
Ottavio Farnese nel caso di un fallimento dellopzione milanese. Partito alla
chetichella alla fine di maggio con una fuga notturna che non mancò di far avanzare
ipotesi audaci (la più suggestiva delle quali indicava che avesse voluto barattar il
cardinalato con il ducato di Milano et pigliar moglie), il 2 giugno fu nuovamente a Trento
per riferire ai padri conciliari. Quindi fu a Roma l8 giugno per discutere la
liceità della sua approvazione e lentità degli aiuti finanziari con lo stesso
Papa, che si dichiarò disponibile a offrire altri 200000 scudi, 12000 fanti e 500
cavalieri spesati per quattro mesi, a concedere la metà delle entrate ecclesiastiche
ispaniche e la facoltà di vendere monasteri spagnoli a patto che tutte queste risorse
venissero impegnate unicamente contro i luterani. Con questo preliminare accordo di
carattere offensivo ottenuto dal Farnese e ratificato dal Papa, il 13 dicembre 1545 il
concilio di Trento ebbe la sua apertura ufficiale. Nella prosecuzione dellopera di
applicazione della pace, venne indicato come possibile legato presso la Corte cesarea, ma
Carlo si oppose alla presenza di legati pontifici che si intromettessero o anche solo
controllassero le trattative con Francesco I. Il Farnese fu poi contrariato per la
creazione del fratello Ranuccio a cardinale (16 dicembre 1545) che intralciò una
crescente collaborazione di intenti con il padre, di cui divenne strumento degli sforzi
nel convincere il Papa, tramontata lassegnazione del Ducato di Milano a Ottavio
Farnese, ad assumere un atteggiamento più compromissorio nei confronti
dellImperatore per preparare linvestitura a Pierluigi Farnese del Ducato di
Parma e Piacenza e, per se stesso, a corroborare una probabile candidatura a divenire
papa. Nonostante le cautele, il senso tattico e labilità nel contribuire alla
costituzione di un gruppo di pressione sul Papa, non riuscì a evitare un pesante litigio
con questultimo circa le aspirazioni di Pierluigi Farnese che evidenziò gli
schieramenti allinterno della famiglia. E di riflesso queste invadenze provocarono
nellagosto 1545, in una riunione concistoriale, dubbi e dissensi manifesti in molti
cardinali, che solo lintervento di Paolo III riuscì a contenere. La fitta
corrispondenza con il padre e con Apollonio Filareto, un frenetico e disinvolto attivismo
negli ambienti curiali e diplomatici, lostinazione nel respingere il malconteto di
Vittoria, Margherita e Ottavio Farnese, dei Santa Fiora e dei Gonzaga e la sostanziale
indifferenza agli echi negativi che un tale atto nepotistico avrebbe provocato in sede
conciliare attestarono il ruolo determinante del Farnese nel nuovo assestamento giuridico
e familiare: Pierluigi Farnese, in una notte come nasce un fungo, ottenne come vassallo
della Chiesa il Ducato di Parma e Piacenza permutando Nepi e Camerino, cedendo quello di
Castro e il titolo a Ottavio Farnese. I trascorsi e lesperienza maturata in
precedenza furono decisivi nella destinazione del Farnese come legato al seguito
dellesercito pontificio nella guerra contro i protestanti. Ricevuta la croce il 4
luglio 1546 insieme con Ottavio Farnese, comandante in capo delle truppe, si recò a
Bologna per sovrintendere allallestimento e allapprovvigionamento
dellarmata e ripartì per raggiungere lImperatore il 16 luglio e iniziare
così la campagna contro la Lega smalcaldica. Ammalatosi di febbri che lo costrinsero a
sostare a Trento e Rovereto (2-7 agosto), non giunse a Ratisbona per unirsi al fratello
che il 24 agosto, per trovarsi di fronte a ulteriori e pressanti richieste di denaro e per
assistere al disastro progressivo della spedizione. Il Farnese e il fratello Ottavio
furono al centro di severe critiche circa la gestione delle truppe e dei comandanti,
irregolarità nei pagamenti e personali sprechi che determinarono una grave caduta di
immagine agli occhi dellImperatore. Questi non ebbe quasi rapporti diretti con il
Farnese né volle riconoscerlo come tale, specie quando si trattò di riproporre una
mediazione papale in occasione della pace con la Francia oppure nelle vivaci discussioni
sullopportunià di una traslazione del concilio. Sofferente per fastidiosi disturbi
intestinali, venne richiamato verso la fine di ottobre, provocando la diserzione di mille
soldati che aggravò ulteriormente nella qualità e nella quantità unarmata
sottoposta alla fame, al freddo, agli sbandi e infine alla peste. Sostò a Trento dove
ebbe modo di verificare e di difendere la traslazione a Bologna per lostilità
crescente delle popolazioni e la vicinanza dei riformati. Raccolse qui i segnali delle
divisioni interne al concilio sulle procedure e sui tentativi imperiali di pilotare i
lavori conciliari e di esercitare una sorta di egemonia connessa con gli sviluppi della
campagna antismalcaldica. Constatati gli umori differenziati circa laccordo per una
sospensione del concilio per sei mesi e del rinvio della pubblicazione dei decreti sulla
giustificazione e sulla residenza (particolarmente osteggiati a Roma e sostenuti invece
dai prelati spagnoli e in genere da coloro che meno erano legati alla Curia), si recò a
Venezia per sollazzo e nei primi giorni del 1547 rientrò a Roma. Qui difese vanamente,
forse per confermare il ruolo di intermediario e la sua simpatia agli ambienti imperiali
che lo consideravano peraltro alla stregua di un fazzoletto, la necessità di un rinnovo
della lega con Carlo V contro i luterani. La congiura e la morte tragica di Pierluigi
Farnese (10 settembre 1547) coinvolsero naturalmente anche il Farnese che aveva da tempo
assecondato il padre e gli atteggiamenti filoimperiali: improvvisamente tutte le sue
riflessioni e scelte diplomatiche vennero a essere messe in discussione. A un primo
stordimento fece seguito unimmediata azione presso lImperatore per ricordare
lantica dedizione e soprattutto la necessità di riconoscere al fratello Ottavio il
Ducato e porre fine alloccupazione di Piacenza da parte di don Ferrante Gonzaga, che
aveva significato per i Farnese una perdita di 224000 scudi doro. Inoltre sostenne,
di conserva con lambasciatore cesareo Diego Hurtado de Mendoza, lidea di
ritrasferire il concilio a Trento per non irritare ulteriormente lImperatore e
favorì prima gli aggiornamenti bolognesi e quindi la stessa sospensione. E
contemporaneamente la drammaticità dellevento gli provocò inquietudini sulla
politica personale seguita sino a quel momento, in modo che, insensibilmente ma
costantemente, maturò anche un lento avvicinamento alla Corte francese. Con discrezione
cominciò ad affiancare e consigliare il neoeletto cardinale Carlo Guisa (che saggiò il
Papa sulla possibilità di una lega difensiva veneto-franco-pontificia) e, in generale, a
mostrare una rinnovata attenzione verso gli ambienti francesi e i loro alleati italiani,
in primo luogo i fuoriusciti fiorentini capitanati dagli Strozzi. Nel frattempo contribuì
considerevolmente a finanziare con sostanze personali e di propria iniziativa il fratello,
precipitatosi nel settembre 1547 al soccorso e alla difesa di Parma. Le preoccupazioni per
il vicino tramonto del pontificato farnesiano e il crescente clima di ostilità contro la
casa Farnese aumentarono lautonomia del Farnese, che diede incarico a Giuliano
Ardinghelli, inviato allImperatore nel marzo 1548, di avanzare una trattativa sul
destino di Piacenza, tentando di imporsi come linterlocutore privilegiato e
testimone degli interessi del fratello Ottavio e di Margherita. Unanticipazione di
quellaccordo segreto che, dopo il ritrasferimento del possesso di Parma e Piacenza
alla Santa Sede per volontà di Paolo III, ebbe con Ottavio Farnese, il quale iniziò a
intavolare trattative con il luogotenente imperiale di Milano, Ferrante Gonzaga, per una
ricompensa o linvestitura di Parma da parte dellImperatore. Il Farnese ebbe
una parte rilevantissima nel sostenere a Roma questa azione che attirò su di lui le ire
del Papa: ciò non gli impedì tuttavia di strappare al nonno moribondo un breve che
riconcesse la città al fratello (8 novembre 1549). Mantenne questa spregiudicatezza anche
in occasione del lungo conclave che portò allelezione di papa Giulio III. Nei lenti
lavori, con la minaccia di affidare lelezione del Papa ai padri conciliari, in un
sostanziale equilibrio tra i partiti avversi, tra violazioni del regolamento per i
continui contatti con lesterno, a ventinove anni, con diciassette voti a
disposizione, fu animatore del partito imperiale-farnesiano. Ottenne una dichiarazione
solenne di riconoscimento del possesso di Parma a Ottavio Farnese, a cui consigliò con
fermezza una strategia di attesa e moderazione. Sostenne invano la candidatura di R. Pole,
indicò i cardinali sgraditi, stroncò le aspirazioni del cardinale G. Salviati, sostenuto
dal re di Francia, anche contro lopinione di cardinali vicini allimperatore
(Gonzaga, Madruzzo e Sforza). Infine, a più di due mesi dalla convocazione, governò i
dissensi emersi allinterno della famiglia Farnese sullelezione, si accordò
personalmente con il cardinale di Lorena Carlo di Guisa, lanima del re
christianissimo, sul nome di Giovan Maria Ciocchi Del Monte su cui fece convogliare
l8 febbraio 1550 tutti i voti del gruppo da lui controllato, obbligandosi così il
neoeletto pontefice Giulio III. Sempre più oculato nel considerare innanzitutto la
propria fortuna personale, allinterno della famiglia la sua posizione divenne
predominante: ai primi di ottobre del 1550 orientò risolutamente il consiglio di famiglia
che decise nel marzo seguente di stipulare unalleanza con Enrico II e sancì
lindipendenza degli inesperti, mal consigliati Farnese rispetto agli orientamenti
filoimperiali del Papa. Di fronte alla inaffidabilità del Papa, allaccordo con
Ottavio Farnese, di preservare Parma e di riconquistare Piacenza, nonostante la
preoccupazione per le rendite nel Regno di Napoli e della Diocesi di Monreale, il Farnese
fu lanimatore e il propulsore di una politica strumentale di intesa con il Re di
Francia. Lavvicinamento fu improntato alla cautela e il raggiungimento degli stessi
fini venne da lui subordinato a una tattica temporeggiatrice in una situazione delicata
nella quale si preoccupò di non interrompere formalmente i rapporti con entrambe le
Corone e con il Papa. Lanimosità del Papa di fronte alla ribellione di Ottavio
Farnese, che non voleva cedere alla proposta di consegnare le città emiliane in feudo
pontificio, la convocazione di un concilio nazionale in Francia proprio nel momento in cui
era richiesta una presenza francese qualificata per legittimare la riapertura conciliare a
Trento e un possibile intervento del Re in Italia lo posero spesso in imbarazzo nel
mantenere questa condotta di apparente neutralità. Fortemente sospettato di doppiezza e
sorvegliatissimo, venne incaricato dal Papa di portare personalmente a Ottavio Farnese un
ultimo richiamo allobbedienza: partì da Roma il 18 aprile 1551 e raggiunse Parma il
28 aprile. Dopo la firma del trattato (27 maggio 1551) con Enrico II, divenuto protettore
della casa Farnese con la promessa di 2000 fanti, 200 cavalieri e un sussidio annuale di
12000 scudi doro, con Orazio Farnese promesso sposo di Diana di Francia, figlia
naturale di Enrico II, e organizzatore con i fuoriusciti dei preparativi militari, il
Farnese, nonostante la proibizione del Papa, si allontanò da Parma il 14 maggio 1551 per
rifugiarsi presso la sorella Vittoria, lontano dallepicentro delle ostilità per
meglio partecipare alla difesa degli interessi familiari e preservare lo stato
ecclesiastico personale senza pregiudicarsi completamente la possibilità futura di una
dissociazione. Sottoposto come gli altri membri della famiglia a rappresaglie, gli venne
intimato dal Papa di rientrare a Roma il 16 giugno e il 20 dello stesso mese gli vennero
venduti i mobili di palazzo Farnese per 30000 scudi e posta sotto sequestro la Diocesi di
Monreale. Ottenne soltanto di potersi recare a Firenze, dove giunse il 23 luglio. Seguì
durante lanno gli sviluppi militari con una certa apprensione soprattutto per la
disomogeneità e le rivalità presenti tra Orazio e Ottavio Farnese da un lato, le forze
del fuoriuscitismo fiorentino e i contingenti francesi: non cessò mai di avere rapporti
epistolari con Margherita dAustria e il fratello Ranuccio. Il breve del 20 aprile
1552 che aprì la strada alla tregua darmi venne accolto con sollievo e persino come
un successo dal Farnese che tuttavia continuò a restare lontano da Roma sino al 7 giugno:
il giorno dopo si recò a pacificarsi con Giulio III e a recuperare le sue rendite
ecclesiastiche con un rientro sfarzoso pontificalissimamente accompagnato in corteo da tre
cardinali, ventiquattro vescovi e quattrocento cavalieri. Passò lestate nei
possedimenti farnesiani del Viterbese e il 4 settembre fu a Siena, ribellatasi agli
Spagnoli, per testimoniare con la sua persona una solidarietà sino ad allora soltanto
formale ed epistolare e per scontrarsi con il suo rivale Fabio Mignanelli, nominato legato
in sua vece. Giunse a Parma il 10 settembre e ne ripartì ben presto con lintenzione
di recarsi alla Corte di Francia dove godere del felice esito dellalleanza con
Enrico II e per mantenersi prudenzialmente distante dalle insidie degli ambienti curiali
che non lo vedevano più personaggio di spicco e di potere come nel passato. Attraverso la
Valtellina, la Svizzera e Lione, si riunì alla Corte a Châlons in Champagne il 16
novembre 1552. I motivi del viaggio furono legati alla speranza, fallito il tentativo di
farsi inviare come legato del Papa a Siena, di ottenerne dal Re di Francia la luogotenenza
per Orazio Farnese e per sé la protezione degli affari francesi, garanzia di un ritorno
più tranquillo in Curia. Egli coltivò anche segretamente il sogno di unulteriore
espansione dei territori familiari così da saldare il Viterbese al Senese e ai
possedimenti parmensi dando in tale modo ulteriore concretezza allantico progetto
farnesiano di creare un forte potere nellItalia centrale. La sua permanenza in
Francia lo vide molto presente nelle attività cortigiane, diviso tra il seguito reale e
soggiorni ad Avignone (il primo fu nel marzo del 1553) di cui aveva la vice legazione,
della quale, del resto, si occupò assai poco. Probabilmente riuscì a convincere il Re,
specie dopo la vittoria di Metz e la riproposizione dellItalia come nuovo terreno di
conflitto, che nellambito della politica italiana un rafforzamento dei Farnese e
della loro posizione politica, economica e territoriale avrebbe significato un vantaggio
non trascurabile. Il Farnese si offerse come anello di congiunzione con la politica
papale, in un momento generale di appassimento delle relazioni con lImperatore e un
concilio non ancora concluso e garante di una rappresentatività a Roma che approfittava
della volontà del Re di Francia di rafforzare la sua influenza in Curia. Per questa
ragione si vide assegnare nel gennaio 1553 le entrate del Vescovato di Grenoble e di
unabbazia di Tolosa per un totale di 30000 libbre, poco prima di assistere al
matrimonio di Orazio, suo fratello minore, con la figlia bastarda del Re, Diana di Francia
duchessa dAngoulême (14 febbraio). Dopo la morte repentina di Orazio Farnese in
battaglia (19 luglio 1553) e linconsistenza degli aiuti offerti al fratello Ottavio
anche dopo il suo arrivo e il suo breve soggiorno a Corte, rimase di fatto lunico
beneficiario del favore del Re e ottenne nel novembre 1554 il Vescovato di Cahors (18000
libbre di rendita). Il Farnese lasciò la Corte francese il 24 giugno 1554 con un
memoriale del sovrano francese che lo pregò di usare tutta la sua influenza per ottenere
lappoggio di Giulio III nella guerra di Toscana. Accolto trionfalmente a Roma al
ritorno nellestate del 1554, la sua solidità finanziaria si era addirittura
accresciuta se in un computo del 1º agosto la sua Corte fu capace di sfamare
centottantatré persone tra familiari, camerieri, palafrenieri, cantinieri, mulattieri,
trincianti, credenzieri, cuochi, bottiglieri, stallieri, scopatori, portieri, giardinieri,
musici, scalchi e sottoscalchi. Inoltre il 27 luglio, scalzando il cardinale Jean du
Bellay, ottenne comunque la carica molto remunerativa di protettore della Francia presso
la Corte romana (120000 libbre) per cederla però ben presto e a malincuore al cardinale
Ippolito dEste. In questo periodo fu oscuramente impegnato ad attendere lesito
della guerra di Siena, disastroso per i fuoriusciti (Marciano, 2 agosto 1554), e a tentare
di riavvicinare, a nome del Papa, il duca Cosimo de Medici con il Re di Francia in vista
di una campagna nel Napoletano. In realtà, egli sino al dicembre cercò di sfruttare la
situazione per far assegnare da Enrico II il governo militare dello Stato senese a Ottavio
Farnese. La morte di Giulio III e il brevissimo pontificato di Marcello II servirono a
palesare però la diffidenza sostanziale che ormai intercorreva tra il Re di Francia e il
Farnese. Partito da Roma il 13 gennaio 1555, dopo una breve sosta nel Viterbese, si
imbarcò per Tolone e di lì partì per Avignone, dove giunse l11 marzo
probabilmente per tentare di dissipare i timori e i sospetti, peraltro fondati, sulla sua
affidabilità: altri candidati erano stati presentati come graditi a Parigi in un momento
in cui ancora viva era lanimosità per la guerra di Siena. Tornato precipitosamente
a Roma il 15 aprile, si vide offrire da Marcello II la possibilità di tornare alla
segreteria di Stato ma rifiutò questa proposta insistendo presso il Papa per una solerte
restituzione di Piacenza al fratello Ottavio. Allapertura del nuovo conclave, il 15
maggio 1555, il Farnese aspirò alla tiara in assoluto contrasto con i cardinali Ippolito
dEste e Jean du Bellay. Svanita questa opportunità, si collocò al centro tra
Francesi e Imperiali, da vero arbitro, e si attivò nella crescente divisione della
fazione filofrancese per rendere possibile lelezione il 23 maggio di papa Paolo IV.
Subito dopo fu tra i sostenitori della promozione controversa di Carlo Carafa al
cardinalato con la manifesta intenzione di legarsi al nuovo potere pontificale.
Formalmente uomo della Francia, il Farnese fu, in realtà, molto attento
allevolversi della situazione politica: le presenze e le cariche ecclesiastiche a
Roma del clero francese vennero seguite da vicino anche con prese di posizione personali.
Proverbiale fu il sentimento di antipatia nei confronti di Jean du Bellay e il sostegno
che venne accordato a F. de Tournon quando a questo non venne concesso il decanato.
Discretamente affiancò lambasciatore francese Jean dAvanson nel far avanzare
il trattato di alleanza franco-papale sino alla stesura e alla firma del progetto di lega
(15 dicembre 1555). La resistenza a esporsi troppo, oltre che per la crescente diffidenza
della Corte francese, fu determinata da un giudizio dinopportunità circa i disegni
eccessivi dei cardinali Carlo e Ludovico di Guisa nella penisola, in effetti sconfessati e
vanificati poco più tardi dalla tregua di Vaucelles (16 febbraio 1556). Tuttavia, la
ragione sostanziale stava per il Farnese in una strategia di progressivo avvicinamento
alla casa dAustria dopo aver visto sfumare ogni possibilità di trarre vantaggio
dalla guerra di Siena: dopo la sconfitta di Marciano i contatti con gli Imperiali si
fecero sempre più frequenti inseguendo gli obiettivi prioritari di recuperare alla
famiglia i territori occupati da Ferrante Gonzaga e di far revocare le numerose confische
operate, la più dolorosa delle quali era quella dei benefici dellabbazia di
Monreale. Nello stesso tempo il timore di uno schieramento intempestivo lo preoccupò per
la sorte delle entrate di cui godeva nei possedimenti ecclesiastici francesi. Pertanto il
suo atteggiamento fu improntato a una grande prudenza e a una doppiezza nei rapporti
politici. Nellautunno del 1555 con il fratello Ottavio mostrò apparentemente un
grande zelo nelle riunioni segrete con lo scervellato Carlo Carafa e dAvanson per
una riapertura delloffensiva antispagnola in Toscana e nel Meridione. Una tattica
attendista in un quadro confuso in cui però andarono degradandosi il prestigio e il
credito personale del Farnese presso il Papa, tanto che dopo un violento alterco, dove lo
si giudicò perfido, cattivo ed eretico, meditò seriamente di ritirarsi per qualche tempo
ad Avignone. Obbligato a risiedere a Roma, dopo la tregua di Vaucelles, lattrazione
verso lorbita spagnola si fece sempre più forte: iniziò una corrispondenza
amichevole con il viceré di Napoli, continuando contemporaneamente a mostrarsi
interessato alle velleità dei Carafa e nel giugno 1556 si recò prima a Ronciglione e poi
a Parma per concertare i dettagli del distacco dallinfluenza francese. Quando la
lettera imperiale di restituzione (25 agosto 1556) di Piacenza, Novara, di Monreale e
della dote di Margherita rivelò il voltafaccia, protestò la sua innocenza cercando di
addossare tutta la responsabilità sul fratello Ottavio e sforzandosi disperatamente di
mantenere così intatto il patrimonio francese. Impresa vana poiché le rendite delle
abbazie di Caen, Beaufort e Granselva e dellArcivescovato di Viviers gli furono
confiscate il 23 ottobre 1557 in occasione dellapertura del conflitto
franco-spagnolo in Italia e furono a lui restituite soltanto nel 1559. La spedizione
francese di Francesco duca di Guida in Italia per la conquista di Napoli provocò non
poche apprensioni, prima tra tutte quella di un attacco allo Stato farnesiano di Parma.
Anche qui, di conserva con il fratello, il Farnese ostentò un neutralismo di maniera
governandosi secondo il dover del giuoco, in realtà conservando una stretta e interessata
intesa con gli ambienti ispanici. Riuscì in parte a mitigare lostilità del Papa
con un atteggiamento accondiscendente e riuscì persino a coinvolgerlo in un intervento in
suo favore per denunciare invano la violazione del diritto ecclesiastico quando Enrico II
ordinò lespulsione dalla Corte di tutti gli agenti farnesiani. Però i rapporti tra
Paolo IV e il Farnese soffrirono soprattutto di una reciproca e simmetrica antipatia che
si manifestò nella scarsa consonanza nel vivere aspetti fondamentali del clima
controriformato e che permasero sino alla scomparsa del Pontefice. Paternalista, ricco,
incapace di rinunciare ad attività mondane e finanziarie, principesco, protettore di
libertini, di ebrei e di artisti, mal sopportò il furore inquisitoriale dei Carafa:
difese le proprie entrate con accanimento, fece scarcerare proprie creature, si preoccupò
della sorte della biblioteca del palazzo Farnese, fu decisivo, forse, nel salvare la
comunità ebraica di Roma da una punizione durissima in occasione dellunica accusa
di omicidio rituale che si ricordi a Roma. In una situazione internazionale stabilizzatasi
con i trattati di Cateau-Cambrésis, rilevantissimo fu il ruolo da lui rivestito in
occasione del conclave, lungo ed estenuante, che portò allelezione di papa Pio IV.
Quotato a sei nelle scommesse di trivio del picchetto del quartiere Ponte, poteva contare
su una ventina di voti. Il 23 settembre 1559, svegliato nottetempo, riuscì a sventare un
colpo di mano per eleggergli in faccia il cardinal di Mantova (Ercole Gonzaga) e si
impegnò a curare lingresso delle somme per sostenere il cardinale Rodolfo Pio di
Carpi e guadagnare consensi. In unatmosfera cittadina sempre più disordinata e in
preda a una criminalità sempre più diffusa, come a ogni prolungamento di sede vacante,
trascinandosi tra vini pretiosi, giaccio mattina e sera fatto portare di Abruzzo, vitella,
uccellami, pollami, ogni sorta di selvatichumi, insofferente sino al punto di far smurare
una porticella per uscire dal conclave, fu nel dicembre arbitro dellelezione,
particolarmente gradito agli Spagnoli e addirrittura considerato come papabile. Fu
decisivo al momento del voto finale in favore del cardinale Giovan Angelo de Medici
(26 dicembre 1559). Da questo momento in poi lattività del Farnese si distaccò
sempre di più dalla vita politica attiva presso le corti e si connotò principalmente in
un oculato mantenimento del proprio potere personale a Roma, nella conservazione di
unimmagine prestigiosa e influente e in un accrescimento della propria fortuna
patrimoniale che, risolta la questione delle confische francesi, si segnalava per un
movimento di capitali, rendite e pensioni impressionante. Con una rete diffusa di agenti
patrimoniali, legato a numerosi banchieri, soprattutto fiorentini (Rucellai, Cavalcanti,
Bardi, Montaguti, Ceuli e Soderini), a prestatori e ad appaltatori, poté disporre di una
liquidità notevolissima e di un credito corrente che negli anni Sessanta fu mediamente
superiore ai 40000 scudi doro annui (cfr. Archivio di Stato di Parma, Fondo Corte e
Casa Farnesiane, s. 12, b. 59; Liber instrumentorum d. Alexandri card. Farnesii 21 agosto
1535-28 gennaio 1567, cc. 72 ss.). Le entrate più sicure e consistenti provenivano da
Monreale, 17000 scudi, da Avignone, 7000 scudi, dalle mense episcopali portoghesi, 6400
scudi, a cui si aggiunsero, oltre alle altre rendite ecclesiastiche, i benefici vacanti
dovuti al vice cancellierato, che oscillarono tra i 2000 e i 4000 scudi, il commercio di
grani siciliai, gli affitti e gli appalti di varia natura (abbazia delle Tre Fontane, San
Martino di Viterbo, Vescovato di Massa) e talvolta persino unattività propria di
finanziamento a interesse. Anche nel pieno dei fervori e dei propositi conciliari di
limitare il cumulo di benefici, il Farnese aggirò spessissimo la questione valendosi del
diritto di nominare un nuovo titolare dei benefici a cui si doveva rinunciare per
incompatibilità, indicando prestanome, familiari, oppure soggetti che si accordarono
opportunamente con lui per il versamento di una rendita vitalizia. Durante il pontificato
di Pio IV, con altri tredici porporati, tra i quali Carlo Borromeo, fu inserito in una
commissione per la riforma dei costumi (10 febbraio 1560), in attesa che il concilio
esaminasse la riforma dei tribunali pontifici e del conclave. In occasione della scabrosa
e nota vicenda dellarresto dei Carafa si adoperò nel processo per salvare almeno
Carlo, vedendo nella loro disgrazia un possibile tentativo di diminuire le prerogative del
Sacro Collegio: fu uno dei pochi che nel marzo 1561 osò levarsi in concistoro implorando
inutilmente clemenza. A disagio nella nuova atmosfera, nel novembre 1563 durante le ultime
sessioni conciliari tentò, anche con iniziative epistolari, di opporsi alle decisioni di
riforma della Curia e del Collegio cardinalizio. Sino alla pubblicazione della bolla di
approvazione dei deliberati (30 giugno 1564) si animò nel dibattito del concilio soltanto
episodicamente quando avvertì il rischio di essere diminuito nel suo rango e nel suo
tenore di vita. Favorì Gabriele Paleotti nellottenimento della porpora cardinalizia
nel marzo 1565. Dopo la morte del Papa, entrato in conclave il 20 dicembre 1565 sostenuto
dai cardinali più poveri, il carattere più impermeabile alle influenze delle potenze
internazionali che contrassegnò i lavori dei porporati gli consentì di avere un ruolo di
primo piano e di attuare una serrata politica personale per ottenere la tiara. In un primo
momento si trovò a respingere il tentativo di Carlo Borromeo per far eleggere
immediatamente il cardinale Morone e in seguito Amulio Mula. Profittando di una situazione
confusa e incerta cercò contatti con i Gonzaga con la promessa, in caso di elezione, di
istituire un solido legame parentale tra le loro famiglie e organizzò un sostegno
popolare allesterno del conclave che sfociò in acclamazioni notturne per le strade
di Roma: il 3 e il 4 gennaio ottenne sedici voti e subito dopo fece naufragare la
candidatura di G. Sirleto e quella fiorentina di G. Ricci. Osteggiato da Filippo II, in
una atmosfera sempre più tesa dovette abbandonare ogni velleità dopo un decisivo
colloquio con Carlo Borromeo, alla cui intimazione che non saggirasse più il
cervello in voler essere papa egli rispose proponendo una rosa di quattro nomi tra cui
quello di Michele Ghislieri che risultò di lì a poco effettivamente eletto. Papa Pio V
lo tenne immediatamente in gran considerazione e riconoscenza nominandolo in una
congregazione per la riforma del clero, in unaltra per gli affari di Germania e in
una commissione che curasse la formazione di una lega antiturca (autunno 1566). Lo
consultò negli affari di Stato, ma la voce che lassiduità del Farnese nel
frequentarlo era da attribuirsi alla volontà di prepararsi la via al pontificato guastò
repentinamente le relazioni tra i due. Poi mantenne solo una funzione di consigliere
sempre più tiepida e inascoltata nelle decisioni politico-militari e allinterno
degli affari di Stato affidati allemergente figura di Michele Bonelli. Divenuto
arciprete di San Pietro, fu impegnato in visite più che altro mecenatesche, a presenziare
alcuni sinodi e curare la sua Diocesi di Monreale (1568) per tornare però ben presto a
Roma dove, anche a opinione del Papa, la sua presenza si rivelava indispensabile. Ancora
una volta ogni sua pur fondata aspirazione a divenire papa dopo la vacanza seguita al
decesso di Pio V venne rapidissimamente frustrata dallintervento perentorio da un
lato di Filippo II, che certo non vedeva in lui il modello postridentino di pontefice
fermo e rigoroso e dallaltro di Cosimo I de Medici. Attonito e confuso dai
veti spagnolo e mediceo, nel breve giro di ventiquattro ore, dal 12 al 13 maggio 1572,
riuscì almeno a proporre una rosa di quattro candidati al capo dei cardinali di Pio V,
Michele Bonelli, allinterno della quale si trovava appunto il futuro Gregorio XIII,
Ugo Boncompagni, che in anni lontani era stato suo professore di diritto a Bologna. In
seguito riuscì a conservare intatto il suo prestigio grazie alla fiducia che ripose in
lui il segretario di Stato del Papa, Tolomeo Galli: di fatto egli si pose a capo di un
consistente gruppo di cardinali allinterno del Sacro Collegio non senza scontrarsi
con lindipendenza e lautonomia del Pontefice. Fece parte della congregazione
per gli affari di Germania dal 1573 e seguì landamento delle missioni in Polonia,
Svezia e Russia. Ascoltato e nello stesso tempo mal sopportato, ebbe con il Papa rapporti
contraddittori che non si manifestarono mai in aperte rotture ma piuttosto in piccoli
incidenti, in rifiuti a suppliche o richieste di favori clientelari. Nel 1581 tentò
invano, sollecitato dal duca di Mantova, di mitigare i rigori antigiudaici del Papa e di
consentire il libero esercizio della professione ai medici ebrei. Il 13 dicembre 1583 si
fece promotore di una protesta garbata ma ferma sulla dichiarazione di lista di porporati
proposta da Gregorio XIII senza nessuna previa consultazione del concistoro che risultò
privato così di una funzione fondamentale. Alla morte di Gregorio XIII il 10 aprile 1585
il Farnese fu ancora uno dei più credibili aspiranti allelezione insieme col suo
rivale Ferdinando de Medici. Entrambi tentarono di conquistare i voti del cardinale
Luigi dEste e dei nipoti degli ultimi papi. Ottenuta in un primo tempo la promessa
dei voti dei cardinali gregoriani da parte di Filippo Boncompagni, divenne quindi più
chiaro che una sua candidatura incontrava lostilità di molti per pura e semplice
invidia, per vecchie ruggini oppure per motivi squisitamente politici che erano
indirizzati contro ogni iniziativa di accrescimento del potere della famiglia Farnese.
Allapertura del conclave il 21 aprile 1585, nonostante circolassero molte voci in
città su una sua elezione, si erano già esaurite tutte le sue speranze: si tirò
volontariamente fuori dalla lizza e ostacolò senza successo lingresso tardivo del
cardinale Andrea dAustria che sapeva a lui contrario. Tenuto alloscuro
dellunanimità che andava costruendosi intorno a Felice Peretti, accettò
dignitosamente di perdere lultima occasione che gli venne offerta di accedere al
soglio pontificio e votò anchegli per il nuovo papa il 24 dello stesso mese,
ricevendone in cambio un voto di cortesia. Poco calorosi se non freddi furono i suoi
rapporti con la fermezza di papa Sisto V e il Farnese si trovò a essere il catalizzatore
di molte lamentele contro il frate tirannico e si scontrò apertamente con lui per il
rifiuto delle sue proposte di creazioni cardinalizie (Carlo Conti nel 1587). Fece parte di
una congregazione speciale nel gennaio 1587 per trattare gli affari religiosi e politici
di Polonia dopo la morte di Stefano Báthory, divenendo protettore della nazione sino alla
morte. Nel gennaio 1588 venne nominato membro della nuova congregazione concistoriale che
ebbe come compito lindagine preliminare sullerezione di nuovi vescovati e
sulle assegnazioni di finanziamenti e sui trasferimento di quelli già esistenti. Egli
poté a giusto titolo essere considerato un esperto per il suo curriculum singolare e
vorticoso: infatti, indicando soltanto le cariche e gli onori più importanti, ebbe il
titolo diaconale di SantAngelo (1534), quello presbiteriale di San Lorenzo in Damaso
(1536), fu vice cancelliere per tutta la vita, governatore di Spoleto (1534), di Tivoli
(1535), di Castelgrotto (1535), di Civita Castellana (1540), di Vetralla (1540),
amministratore delle Diocesi di Jaen (1535-1537), di Avignone (1535-1551, 1560-1566), di
Monreale (1536-1573), di Bitonto (1537-1544), di Ancona (1538, 1585), di Massa Marittima
(1538-1547), di Gerusalemme (1539-1550), di Viseu (1547-1552), di Tours (1553-1554), di
Cahors (1554-1557), di Spoleto (1555-1562), di Benevento (1556-1558), vice legato di
Avignone (1540-1565) e al Patrimonio di San Pietro (1565), cardinale vescovo dal 12 maggio
1564 con il titolo di Sabina, lo permutò in quello di Frascati (1565), quindi in quello
di Porto e Santa Rufina (1578) e infine in quello di Ostia e Velletri (1580). Anche se
alcuni vogliono che il suo legame con la Compagnia di Gesù fosse senza passione e
probabilmente funzionale al rafforzamento del proprio potere romano, il Farnese
intrattenne tuttavia con essa una costante frequentazione e mantenne una continua
strategia di protezione e di sostegno. Il rapporto con i gesuiti fu da lui iniziato
infatti sin dal 1548 quando incaricò Giacomo Lainez di visitare la Diocesi di Monreale in
sua vece per comporre i continui litigi tra i canonici del Duomo e i benedettini e porre
rimedio alla tracotanza di religiosi e religiose legati alla nobiltà locale. Quindi
assicurò versamenti per il mantenimento del collegio germanico, patrocinò i progetti dei
collegi di Avignone (1555) e di Parma (1559) anche contro la volontà del fratello
Ottavio, finanziò il seminario romano inaugurato nel gennaio 1565 e difese i gesuiti dai
ricorrenti attacchi e sospetti. Mentre molto tesi furono i rapporti con loratorio di
San Filippo Neri per la ferma volontà del Farnese, titolare di San Lorenzo in Damaso, di
non alienare la Vallicella e solo un motu proprio di Gregorio XIII e lintervento di
Anna Borromeo lo convinsero nel 1578 a cedere la giurisdizione e in seguito a proteggere
tiepidamente la stessa congregazione. Negli ultimi anni della sua vita visse,
letteralmente attorniato dai gesuiti, tra Roma e Caprarola ridotto a un dolce porto di
quiete, in un crescente distacco per le occupazioni mondane che si limitarono quasi
esclusivamente a opere di carità e beneficenza. A tale proposito intensissime e
dallimpronta tipicamente principesca furono lattività caritatevole e
lattenzione per una politica di immagine tipiche di una mentalità
tardorinascimentale, con un elenco infinito e non sempre accertabile di beneficati: 10000
scudi in periodo di carestia agli orfani, 2000 al monastero delle convertite, sovvenzioni
alla compagnia del Gonfalone per il riscatto degli schiavi cristiani, alla compagnia della
Nunziata per dotare le zitelle, fondi per il funzionamento dellOspedale San Giacomo
degli Incurabili, nella vecchiaia 45000 scudi annui impegnati in elemosina,
lequivalente circa della capacità contributiva di una città pontificia come
Bologna. Già sofferente da tempo di podagra e di disturbi agli occhi, il 28 febbraio 1589
venne colpito probabilmente da un ictus cerebrale. I medici vedendo il gran pericolo,
vennero a rimedii violenti toccandolo due volte in testa con botton di fuoco: dopo un
effimero recupero, morì. Le sue esequie simboleggiarono le forme di un potere che vedeva
nellassistenzialismo e nelle aderenze curiali le sue maggiori espressioni: portato
in corteo funebre con gran pompa per via del Pellegrino tra botteghe chiuse e mura
apparate a nero, accompagnato dalla nobiltà a lutto, da un gran numero di ecclesiastici,
dai membri delle compagnie e delle confraternite, da orfanelli e zitelle, ricevette un
così pressante omaggio alla chiesa del Gesù da metter la guardia de Tedeschi alle
porte. Lì venne sepolto, dopo unorazione solenne di Pietro Magno, sotto
laltare maggiore da lui finanziato in vita. Da una donna rimasta sconosciuta intorno
al 1556 ebbe una figlia, Clelia, di leggendaria bellezza e teneramente amata, che fece
maritare nel 1570 a Giovan Giorgio Cesarini e in seconde nozze nel 1585 a Marco Pio di
Savoja Signore di Sassuolo. Il Farnese fu, probabilmente, il più importante mecenate
delle arti attivo a Roma nei decenni intorno alla metà del secolo XVI. La nomina a vice
cancelliere della Chiesa e gli innumerevoli e pingui benefici di cui fu colmato da Paolo
III gli arrecarono, di fatto, una ricchezza senza limiti. Ciò gli permise di
commissionare ai migliori artisti per un periodo di cinquantanni un grandissimo
numero di opere che andavano dagli edifici ricoperti di affreschi, come villa Farnese a
Caprarola e la chiesa del Gesù a Roma, alla miniature e alle gemme preziose. Tra i
mecenati del tempo a Roma nessuno avrebbe potuto competere con lui, con la sola eccezione,
forse, del cardinale Ippolito dEste. Il Farnese è importante, soprattutto, perché
la sua lunga attività copre un periodo contrassegnato da cambiamenti sostanziali nelle
forme del mecenatismo e nel gusto legato alla cultura della Controriforma. Le prime
esperienze del Farnese nel campo dellarte ebbero luogo grazie alla intensa attività
di mecenate di suo nonno Paolo III: infatti quando il Papa era troppo impegnato, egli
fungeva, spesso, da intermediario tra lui e gli artisti. Il Farnese, tra laltro, si
occupò di trasmettere le istruzioni di Paolo III e ricevere le relazioni di Antonio
Sangallo il Giovane e Jacopo Meleghino sulle fortificazioni di Roma e dello Stato della
Chiesa. Apprese anche molto nel campo dellarchitettura frequentando i membri
dellAccademia della Virtù, fondata da Claudio Tolomei, che tra i suoi progetti
coltivò lidea di una nuova edizione di Vitruvio. Fin da giovane egli fu affascinato
dalle arti decorative. Con passione ed entusiasmo collezionò monete antiche e gioielli,
commissionando, inoltre, nuove opere ad artisti come Giorgio Giulio Clovio e Giovanni Bernardi da
Castelbolognese, che divennero suoi amici intimi. Verso il 1538 il Clovio si stabilì
presso la Corte del Farnese e si dedicò a realizzare miniature per il suo mecenate: tra
queste, il famoso Libro dore Farnese (New York, Pierpont Morgan Library), eseguito
tra il 1538 e il 1546, e il Lezionario Townely, forse del 1550-1560. Il Farnese
commissionò anche numerosi lavori a orefici e incisori di gemme, spesso in collaborazione
con pittori, quali Perin del Vaga e Francesco De Rossi, detto il Salviati, che avrebbero
dovuto occuparsi del disegno. Tra le opere commissionate, la Cassetta Farnese (Napoli,
Capodimonte), eseguita tra il 1543 e il 1561, che con la sua cornice, opera di Manno
Sbarri, e i cristalli di rocca cesellati dal Bernardi, rappresenta uno dei più importanti
esempi di oreficeria cinquecentesca. In seguito, il Farnese si servì dei cristalli incisi
dal Bernardi per adornare lo splendido servizio da altare del valore di circa 18000 scudi,
iniziato dal Manno e terminato da Antonio Gentile, che nel 1582 donò alla basilica di San
Pietro. Il fatto che egli non abbia commissionato opere darte monumentali fino alla
metà degli anni Quaranta può, con ogni probabilità, trovare una spiegazione
nellingente costo di simili lavori, unito alle considerevoli somme destinate alla
costruzione di palazzo Farnese a Roma. È da notare che in seguito il suo mecenatismo ebbe
un indirizzo esclusivamente laico e i soggetti vennero spesso derivati dalla mitologia o
dalla storia classica: in pratica, durante quel decennio i temi religiosi furono oggetto
di scarse attenzioni. La prima grande opera da lui commissionata, un ciclo di affreschi,
fu affidata a Giorgio Vasari, che dipinse la sala dei Cento giorni nel palazzo della
Cancelleria, dove risiedeva, nel 1546. Gli affreschi, eseguiti in breve tempo (da qui il
suo nome) a scapito della qualità, rappresentano un complesso schema allegorico che
celebra Paolo III. Il Vasari, che era stato presentato al Farnese già tre anni prima da
Paolo Giovio, aveva dipinto per lui nel 1543 una allegoria della Giustizia (Napoli,
Capodimonte). Fu il Farnese, insieme con gli amici Giovio, Annibal Caro, Francesco Maria
Molza e Romolo Quirino Amaseo, a suggerire al Vasari lidea di scrivere le Vite. Nel
1546, inoltre, egli fece venire Tiziano a Roma per dipingere i ritratti dei suoi
familiari: tra questi era compreso il Ritratto di Paolo III con Alessandro e Ottavio
Farnese (Napoli, Capodimonte), lasciato poi incompiuto per ragioni politiche. Durante la
sua permanenza a Roma, Tiziano dipinse una Danae (Napoli, Capodimonte), grandemente
apprezzata dal Farnese, e anche dopo il ritorno a Venezia, nella speranza di ottenere un
beneficio per il figlio Pomponio, continuò a inviare dipinti al Farnese, come, a esempio,
La Maddalena pentita (Napoli, Capodimonte). Nel 1548 il Farnese diede il via a nuove
decorazioni nel palazzo della Cancelleria, affidando, su consiglio del Caro e del Clovio,
a Francesco Salviati, che aveva già lavorato per suo padre Pierluigi, la decorazione
della cappella del Pallio. Questa era ornata da eleganti stucchi e affreschi i cui
soggetti per uninsolita scelta di temi (la fine dellidolatria, la conversione,
il ritorno alletà delloro) comprendevano narrazioni bibliche accanto a scene
tratte dalla mitologia classica. Il Salviati fu inoltre incaricato di dipingere per San
Lorenzo in Damaso, la chiesa di cui il Farnese era titolare, una Madonna con due angeli. A
quanto pare, il Farnese non commissionò altri lavori al Salviati: comunque si adoperò in
suo favore sostenendolo nel tentativo di ottenere il prestigioso incarico di decorare la
vaticana Sala regia. La morte di Paolo III e la successiva assenza da Roma, collegata con
la guerra di Parma, del Farnese interruppero la sua attività di mecenate. Nel 1555,
però, egli avviò il suo più ambizioso progetto di carattere profano: villa Farnese a
Caprarola, destinata a essere la residenza estiva preferita, in luogo dei castelli laziali
dove aveva in precedenza soggiornato e che si erano rivelati poco adatti come luoghi di
villeggiatura. Dal momento in cui la villa fu completata, il Farnese vi trascorse sempre
almeno tre mesi lanno. Il progetto diede inizio, altresì, a una fruttuosa
collaborazione con Iacopo Barozzi, detto il Vignola, che in seguito sarebbe stato
coinvolto in numerose opere. La villa fu edificata sul luogo di una fortezza, iniziata da
Antonio Sangallo il Giovane e dal Peruzzi, che contribuì a darle uninsolita forma
pentagonale. Il progetto comprendeva un esteso restaro della città di Caprarola, compresa
la costruzione di una lunga via daccesso per offrire ai visitatori una vista
adeguata della grandiosità di villa Farnese. Nel corso dei successivi ventiquattro anni
numerosi artisti si susseguirono per realizzare a fresco sofisticate invenzioni
escogitate, tra gli altri, da Annibal Caro, Fulvio Orsini e Onofrio Panvino. Due stanze,
lanticamera del Concilio e la sala dei Fasti farnesiani, continuavano la
glorificazione della famiglia (già trovata nella sala dei Cento giorni), con accurate e
dettagliate rappresentazioni di importanti avvenimenti della storia dei Farnese.
Lopera fu iniziata da Taddeo Zuccari, che impostò lo schema decorativo di base per
lappartamento estivo e per quello invernale e che, prima della morte improvvisa
(1566), realizzò gran parte dei dipinti dellappartamento estivo. A ereditare il suo
posto fu il fratello più giovane, Federico, il quale lavorò per poco tempo alla cappella
e alla sala dErcole prima di essere licenziato, nel 1569, in seguito a un contrasto
con il Farnese. A sostituirlo fu chiamato Iacopo Zanguidi detto il Bertoja, cui il Farnese
ordinò di interrompere il lavoro alloratorio del Gonfalone. Il Bertoja lavorò
dentro e fuori la villa fino al suo ritorno a Parma avvenuto nel 1572. I dipinti furono
completati da Giovanni De Vecchi coadiuvato da Raffaellino da Reggio e da Antonio
Tempesta. Nel corso degli anni la villa si accrebbe anche di immensi giardini abbelliti da
statue antiche restaurate e da elaborate fontane. Furono creati due giardini privati
contigui alla villa, collegati con ponti levatoi. In seguito, il Farnese fece costruire
sulla collina un altro giardino adibito ai banchetti e una palazzina che è stata
attribuita allo scalpellino Giovanni Antonio Garzoni da Viggiù, il quale fu promosso
supervisore del completamento dei lavori della villa alla morte del Vignola (1573).
Giacomo Del Duca, che eseguì per il Farnese, tra il 1567 e il 1570, un tabernacolo di
bronzo (Napoli, Capodimonte), progettò, probabilmente, anche parte dei giardini
superiori. Linteresse del Farnese per i giardini risulta evidente anche nella grande
impresa che trasformò parte del Palatino negli Orti Farnesiani, progetto che fu affidato
al Vignola nel 1567 e continuato, alla sua morte, dal Del Duca. Dal 1555 entrò in
possesso anche di villa Madama, lasciatagli da Caterina de Medici. Nel 1579 con
lacquisto della Farnesina dagli eredi di Agostino Chigi, entrò in possesso di un
altro importante giardino. Successivamente pensò di riprendere lambizioso progetto
di Michelangelo di costruire per Paolo III un ponte sul Tevere, che collegasse la
Farnesina con palazzo Farnese, tuttavia il disegno non fu mai realizzato. Oltre ad aver
ricostruito gran parte di Caprarola, il Farnese fu anche attivo mecenate di altri luoghi
del Lazio. Contribuì in larga misura alla ricostruzione della strada principale di
Viterbo, città di cui fu il protettore, e al restauro del palazzo della Rocca. Vi fece
costruire inoltre un ospedale, una prigione, una grande fontana e una porta (Porta
Faulle), sotto la direzione del Vignola. A Ronciglione fece dono di unelegante
fontana decorata con lunicorno dei Farnese (disegno di Antonio Gentile). Dalla metà
degli anni Sessanta il mecenatismo del Farnese si rivolse decisamente in altra direzione
allorché egli intraprese la realizzazione di un ampio programma di costruzioni religiose.
Tale cambiamento di indirizzo è con tutta probabilità riconducibile a una serie di
fattori, tra cui la pressione esercitata dalla Controriforma, lo svilupparsi di uno
stretto legale con i gesuiti e lardente desiderio del Farnese di essere elevato al
soglio pontificio. Evidentemente egli decise che il suo maggiore contributo
allaffermazione di una rinnovata spiritualità avrebbe potuto realizzarsi tramite un
generoso mecenatismo ecclesiastico. Il Vignola ristrutturò San Lorenzo in Damaso e a
Taddeo Zuccari, poco tempo prima che morisse, fu commissionata una nuova pala
daltare, la quale fu poi stata completata dal fratello Federico nel 1568. Più
tardi, nel 1587, nella chiese fu installato un soffitto in legno intagliato, ove erano
rappresentate scene della vita di San Lorenzo. Nello stesso anno il Farnese commissionò
per la navata affreschi che riproducevano episodi della vita del santo: questi ultimi
furono eseguiti da Giovanni De Vecchi, Niccolò Circignani detto il Pomarancio e dal
Cavalier dArpino, ma andarono distrutti nel secolo XIX, quando la chiesa fu
ristrutturata. Nel corso degli anni Sessanta e Settanta il Farnese fece restaurare e
decorare un gruppo di edifici di fondazioni religiose che si trovavano sotto la sua
giurisdizione: tra queste anche la Cattedrale di Monreale, dove i restauri iniziarono nel
1561. Lo stesso fece per labbazia di Grottaferrata, dove nel 1567 fece ingrandire il
palazzo dellabate e costruire una nuova loggia. Nel 1577 ordinò inoltre il restauro
della chiesa dellabbazia, realizzato forse da Giacomo Della Porta, e vi collocò un
nuovo soffitto in legno. Nello stesso periodo affidò a Giacomo Della Porta, lavori per
labbazia di Farfa, ove commissionò una nuova fontana. Più tardi, nel 1586, fece
anche affrescare dagli allievi dello Zuccari la navata dellabbazia con figure di
alcune personalità di rilievo dellOrdine benedettino. Oltre a restaurare edifici di
fondazioni religiose già esistenti il Farnese fece costruire un certo numero di nuove
chiese e di oratori. Il primo tra questi fu loratorio del Santissimo Crocifisso di
San Marcello, di cui il Farnese ereditò il patronato dal fratello Ranuccio nel 1565. In
particolare egli aiutò la confraternita ad acquistare il terreno antistante
loratorio per farne una piazza e fece completare la facciata, sulla quale
uniscrizione in bella evidenza ricorda la sua munificenza. Concesse anche aiuti in
denaro per la costruzione di un soffitto ma rifiutò le reiterate richieste della
confraternita per il finanziamento delle restanti decorazioni interne. Anche
loratorio del Gonfalone godette del contributo del Farnese, soprattutto per il
soffitto in legno scolpito. Ma la più importante opera religiosa realizzata dal Farnese
fu la costruzione di una nuova chiesa per i gesuiti: la chiesa del Gesù, che doveva
diventare la chiesa modello della Controriforma. La costruzione ebbe inizio nel 1568, ma
egli cominciò a occuparsi del progetto a partire dal 1561. Tra il Farnese, il suo
architetto Vignola e i gesuiti intercorsero minuziose trattative, che sono illuminanti
sulle caratteristiche di mecenate del Farnese. Egli fece capire chiaramente che quella del
Gesù avrebbe dovuto essere la sua chiesa e che il progetto doveva essere realizzato
secondo i suoi desideri. Lopinione del Farnese prevalse perciò quanto
allorientamento della chiesa, la costruzione di una piazza antistante e la forma
della volta, respingendo le argomentazioni dei gesuiti circa lacustica della chiesa.
Probabilmente seguì almeno in parte i consigli del Vignola ma si rivelò mecenate
intelligente e bene informato nel campo dellarchitettura. Unulteriore prova di
ciò sta nel fatto che in un primo momento accettò di prendere in considerazione per il
Gesù uno schema a pianta ovale (si trattava di una forma innovativa sperimentata a quel
tempo dal Vignola). Ma non sempre il Farnese fu daccordo con le idee del suo
architetto: il Vignola, che pure lo aveva sempre soddisfatto nei numerosi incarichi
precedenti, quando nel 1570 si trattò di disegnare la facciata, non riuscì a realizzare
un progetto che soddisfacesse appieno il Farnese benché questi gli concedesse più prove.
Non sono note le ragioni di questo rifiuto. Lincarico fu poi affidato a Giacomo
Della Porta che, alla morte del Vignola, divenne larchitetto capo del Farnese. Il
Farnese commissionò anche i dipinti che decorano gli interni di maggior prestigio. Nel
1583 Giovanni De Vecchi incominciò a dipingere il lucernario della cupola e i pennacchi,
raffigurando i quattro Padri della Chiesa, mentre Andrea Lilio decorava il tamburo con gli
Evangelisti. Questi dipinti vennero distrutti nel secolo XVII per far posto agli affreschi
del Baciccia. Il Farnese incaricò poi Girolamo Muziano, che in precedenza egli aveva
cercato di convincere a lavorare a Caprarola, di realizzare la pala per laltare
maggiore, con la Circoncisione, installata e consacrata nel 1589, poco dopo la morte del
Farnese. Quando morì, egli stava progettando di far ricoprire labside di mosaici,
un tipo di decorazione che sarebbe poi diventato di gran moda, e forse di far affrescare
la volta della chiesa ma i suoi eredi rifiutarono di portare a termine questi progetti. Il
suo ultimo progetto di carattere religioso fu la costruzione della nuova chiesa di Santa
Maria Scala Coeli, presso labbazia delle Tre Fontane, che fu progettata da Giacomo
Della Porta tra il 1582 e il 1584. Anche questa volta il Farnese aveva intenzione di
decorare linterno con mosaici disegnati da Giovanni De Vecchi ma uno solo poté
essere completato, dopo la morte del Farnese, il cui ritratto fu inserito tra quelli dei
santi. Circa il 1574 il Farnese decise di completare la parte posteriore di palazzo
Farnese. Questo progetto era stato abbandonato e il palazzo, scarsamente abitato dopo la
morte di suo fratello Ranuccio, non era una questione prioritaria per il Farnese, il quale
poteva far uso del vicino palazzo della Cancelleria. Egli consultò dapprima Guglielmo
Della Porta, il quale criticò molto il progetto pubblicato da Michelangelo con una stampa
del 1560. Ma le proposte avanzate dallo stesso Guglielmo Della Porta furono respinte e gli
furono preferiti i progetti di Giacomo Della Porta, che nel 1589 riuscì finalmente a
portare a termine quellala sul giardino. Durante la vita del Farnese, il palazzo fu
poco più che un museo nel quale si raccoglievano, grazie alla cure di Fulvio Orsini, il
bibliotecario dei Farnese, le collezioni di famiglia. Sebbene qualche volta lOrsini
gli consigliasse lacquisto di dipinti, il Farnese sembrò provare minore interesse
nel collezionare dipinti su tela che nel commissionare affreschi. Ci sono però alcune
eccezioni: nel 1565 comprò, per una somma considerevole, la Madonna del Divino Amore di
Gianfrancesco Penni, che a quellepoca si riteneva di Raffaello, e acquistò due
modeste tele di El Greco, raccomandategli dal Clovio, Cristo che guarisce il cieco (Parma,
Galleria nazionale) e il Ragazzo che soffia sulla candela (Napoli, Capodimonte).
Purtuttavia il Farnese non mostrò mai un grande entusiasmo per il giovane artista
cretese, forse proprio per la scarsa predisposizione di questo a lavorare agli affreschi.
Il Farnese collezionò anche un certo numero di ritratti. Oltre a quello eseguito dal
Tiziano, egli fece eseguire almeno altri tre suoi ritratti: uno che lo raffigurava in età
giovanile, opera di Innocenzo da Imola (in passato a Monaco, collezione Boehler), un altro
realizzato nel 1579 da Scipione Pulzone (Roma, Galleria Barberini) e un altro ancora opera
di Muziano (ubicazione sconosciuta). Acquistò, inoltre, alcuni ritratti della famiglia
reale spagnola, che gli furono inviati da Alonso Sachez Coello. Il Farnese non fu un
mecenate di rilievo per quel che riguarda la scultura, benché si fosse molto impegnato,
dalla morte del Papa fino al 1574, nelle trattative per ottenere che la tomba di Paolo
III, realizzata da Guglielmo Della Porta,
fosse collocata in San Pietro. Il motivo principale di questo scarso interesse è da
ricercarsi nel suo desiderio di accrescere la già consistente collezione di antichità
della famiglia che egli arricchì con pezzi come la Forma Urbis, LAtlante Farnese,
un Apollo e un Cupido (tutti a Napoli, Museo nazionale) dalla collezione Del Bufalo. Da
Margherita dAustria ebbe in eredità varie statue, tra cui un gruppo con Bacco e
Cupido, una Venere accovacciata e Armodio e Aristogitone (tutti al Museo nazionale di
Napoli). Si avvalse, daltro canto, con una certa continuità di numerosi scultori,
ma soprattutto per restaurare opere antiche e solo di rado per realizzarne di nuove. Tra
gli artisti che lavorarono per il Farnese si ricordano Giovanni Battista Bianchi e
Giovanni Franzese, il quale fu probabilmente incaricato di realizzare la grande tavola di
marmo progettata dal Vignola (New York, Metropolitan Museum). Commissionò poi a Tommaso
Della Porta, nel 1562, dodici sculture allantica di busti di imperatori romani.
Alcune delle opere antiche furono regolarmente sistemate a palazzo Farnese, come, a
esempio, i busti degli Imperatori e le due statue di Venere, che vennero collocati in una
stanza conosciuta come sala degli Imperatori. Parecchie opere furono invece lasciate in
deposito, compreso il Toro Farnese, per quanto il Farnese avesse, in un primo momento,
pensato di realizzare il progetto michelangiolesco di trasformarlo in una fontana per il
giardino del palazzo. Nel corso della sua attività di mecenate il Farnese si basò
essenzialmente sui suggerimenti di alcuni consiglieri, tra cui Paolo Giovio, Annibal Caro
e Fulvio Orsini. Anche Onofrio Panvinio offrì qualche volta i propri consigli ma si
occupò soprattutto di studi di antiquariato finanziati dal Farnese, il quale diede ai
consiglieri un alto grado di autonomia nellaffidamento delle commissioni: erano
tutti esperti darte e anche amici di molti artisti. Spesso furono in grado di
segnalare dei pittori e qualche volta anche sceglierli per nuove committenze.
Sovraintendevano giornalmente allo svolgersi dei lavori, riferendo poi al Farnese i loro
progressi e furono quasi sempre responsabili dellideazione delle complesse
iconografie dei cicli daffreschi. Sembra che il Farnese sia intervenuto solo di rado
alla programmazione dei dipinti da lui commissionati e questo fa pensare da parte sua a
una certa indifferenza per la pittura. Questa parrebbe confermata da unosservazione
attribuita a Michelangelo riferita nei Dialoghi di Francisco de Holanda, secondo la quale
il Farnese sapeva ben poco di pittura, ma è difficile attestare la veridicità della
fonte. Cè inoltre da aggiungere che la varietà di stili riscontrabile nei pittori
che lavorarono per il Farnese indica che egli non intese patrocinare un particolare stile
farnesiano di pittura. Questo è in totale contrasto, invece, con lattenzione
mostrata per le opere di architettura, delle quali sembra fosse straordinariamente ben
informato e costante nelle sue preferenze. Infatti il Vignola nel 1562 dedicò al Farnese
le sue Regole delli cinque ordini di architettura lodando il suo discernimento come
mecenate. Il Farnese, per lattuazione dei progetti più importanti, si rivolse
sempre a un secondo architetto e dalle sue lettere emerge che era lui stesso a esaminare
con attenzione le loro proposte, suggerendo anche dei consigli. Le commissioni artistiche
del Farnese si distinguono soprattutto per la grandiosità e la magnificenza, ciò lo
rende meritevole del titolo con il quale è generalmente conosciuto: il gran cardinale.
FONTI E BIBL.: Nonostante la distruzione e la dispersione di significative porzioni dei
documenti farnesiani, lingentissimo materiale archivistico sul Farnese e la sua
corrispondenza privata e diplomatica si trovano attualmente conservati e relativamente
ordinati secondo diversi criteri soprattutto nellArchivio di Stato di Napoli, Carte
Farnesiane (inventario ordinato per luogo geografico dinteresse con indicazioni
analitiche e cronologiche): Francia, b. 186 (I), Varie, bb. 252 (I), 252 (II), 254-255,
259, 262, 283, 283 (II), Castro e Ronciglione, bb. 566 (I), 568 (I), 568 (II), 570 (I),
578 (I), 579, Roma, bb. 690 (bis), 692 (bis), 754, 756, Napoli, 1193 (I), Generalità, bb.
1334, 1336 (I), 1336 (II), 1337, 1348 (II), Ordine Costantiniano, bb. 1358 (I), 1358 (II),
Cose varie, bb. 1848, 1849, Registri e inventari, bb. 1857, 1867, Bolle e minute,
1875-1878, Effetti Farnesiani Medicei, fasc. 1879, 1882, 1887, 1890, 1899, 1905,
1907-1909, 1916, Miscellanea, b. 2073; nellArchivio di Stato di Parma, Fondo Corte e
Casa Farnesiane (1470-1732), s. 1, b. 1, fasc. 3, s. 2,
b. 8, fasc. 3-4, b. 9, fasc. 1-2, s. 5, b. 49, fasc. 3-5, b. 50, fasc. 1-4, s. 12, b. 59: Liber
instrumentorum d. Alexandri card. Farnesii (21 agosto 1535-28 gennaio 1567), Epistolario
scelto (inventario analitico in ordine alfabetico sia come mittente sia come
destinatario), Carteggio Farnesiano interno 1447-1799 (inventario ordinato
cronologicamente), Carteggio Farnesiano e Borbonico estero (inventario ordinato
cronologicamente e per luogo di spedizione); nella Biblioteca apostolico Vaticana, ms.
Barberini latino 4856, ff. 265-370: Vita di Alessandro cardinal Farnese. Per altre
indicazioni generali di carattere bibliografico e archivistico sul Farnese sono sempre
utili: S. Lottici-G. Sitti, Bibliografia generale per la storia parmense, Parma, 1904,
19-22, 45; A. Boselli, Il carteggio del cardinale Alessandro Farnese conservato nella
Palatina di Parma, in Archivio Storico della Deputazione di Storia Patria per le antiche
Province Parmensi XXI 1921, 99-172; G. Drei, LArchivio di Stato di Parma, Roma,
1941, 5, 7, 9 ss., 43, 45, 48; Bibliografia generale delle antiche province parmensi, a
cura di F. da Mareto, II, Parma, 1974, 402 s.; M. Parente, I fondi farnesiani
dellArchivio di Stato di Parma, in I Farnese nella storia dItalia (Archivi per
la storia, I, 1-2), Firenze, 1988, 53-70; M.A. Martullo Arpago, Le carte farnesiane
dellArchivio di Stato di Napoli, in I Farnese nella storia dItalia, 71-90.
Inoltre Oratione del signore Pietro Magno fatta nelle essequie dellill.mo et rev.mo
card. Farnese, Roma, 1589; Raccolta dorationi nella morte dellill.mo et rev.mo
card. Alessandro Farnese fatta da Francesco Coattini, Roma, 1589; Oratione di Gio.
Battista Leoni per lessequie dellill.mo et rev.mo s. card. Alessandro Farnese,
Roma, 1589; Apparatus exequiarum in funere ill.mi card. Alessandro Farnese, Bononiae,
1589; In obitum ill.mi ac rev.mi Alessandro Farnese Herculiani Monicii pres. Parmen.
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Delfino (1562-1563), a cura di S. Steinherz, Wien, 1903, 500; Legation des Kardinals
Sfondrato (1547-1548), a cura di W. Friedensburg, Berlin, 1907, ad Indicem; Nuntiaturen
Morones und Poggios, Legationen Farnese und Cervini (1539-1540), a cura di L. Cardauns,
Berlin, 1909, passim; Nuntiatur des Bischofs Pietro Bertano von Fano (1548-1549), a cura
di W. Friedensburg, Berlin, 1910, passim; Nuntiaturen Verallos und Poggios. Sendungen
Farneses und Sfondratos (1541-1544), a cura di L. Cardauns, Berlin, 1912, passim; Nuntius
Delfino (1564-1565), a cura di S. Steinherz, Wien, 1914, 59 s., 88, 281, 333, 343, 432;
Nuntius Biglia (1565-1566 Juni) Commendone als Legat, a cura di I.P. Dengel, Wien-Leipzig,
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Nuntiaturen des Pietro Camaiani und Achille de Grassi, Legation des Girolamo Dandino
(1552-1553), a cura di H. Lutz, Tübingen, 1959, XI, XIII, XVI, 35, 51, 54, 58, 61, 65,
68, 100 s., 112, 141, 427, 429; Nuntiatur Delfinos, Legation Morones, Sendung Lippomanos
(1554-1556), a cura di H. Goetz, Tübingen, 1970, 50, 55, 97, 112, 148, 391; Nuntiatur des
Girolamo Muzzarelli, Sendung des Antonio Agustin, Legation des Scipione Rebiba
(1554-1556), a cura di H. Lutz, Tübingen, 1971, 109, 116, 119, 124 s., 162, 173, 300 s.,
309, 380, 393; Friedenslegation des Reginald Pole zu Kaiser Karl V. und König Heinrich
II. (1553-1556),
a cura di H. Lutz, Tübingen, 1981, XVI, XXVI, LXVIII, 8 s., 28 ss., 62 s., 69, 84 s., 105
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FARNESE
ALESSANDRO
Roma 27 agosto 1545-Arras 2 dicembre 1592
Nacque da Ottavio, prefetto della città di Roma, e da Margherita dAustria, figlia
naturale di Carlo V. Trascorse linfanzia a Parma, dove il padre era tornato nel 1547
per prendere possesso del Ducato. Giovanni Aldovrandi e Giuliano Ardinghelli curarono la
prima educazione del Farnese, che mostrò subito un grande interesse per lo studio delle
matematiche e dellarte militare, nelle quali gli furono maestri il famoso ingegnere
urbinate Francesco Paciotto e il siciliano Francesco Salomone, uno dei tredici cavalieri
italiani di Barletta. Altri suoi precettori furono lumanista udinese Francesco
Luisino e Melchior Sneck, che gli insegnò la lingua tedesca. Nel 1556 il Farnese
accompagnò Margherita dAustria a Bruxelles per ringraziare Filippo II della
restituzione, stabilita col trattato di Gand, della Signoria di Piacenza ai Farnese e
rimase poi sino ai venti anni alla Corte dello zio, come implicito pegno della fedeltà
del Duca di Parma alla corona spagnola. Tra il 1556 e il 1559 fu a Bruxelles, salvo un
viaggio al seguito di Filippo in Inghilterra, presso Maria Tudor, quindi in Spagna, dove,
insieme con il cugino don Carlos e allo zio don Juan dAustria, suoi coetanei,
completò gli studi presso lUniversità di Alcalà. L11 novembre 1565 sposò a
Bruxelles Maria di Portogallo, nipote del re Giovanni III, e con lei tornò a Parma, dove
rimase sino al 1570. In quellanno, malgrado lopposizione del duca Ottavio, che
non vedeva volentieri il figlio servire in posizione subordinata un sovrano straniero,
egli si mise a disposizione di don Juan dAustria per la campagna contro i Turchi. A
Lepanto, il 7 ottobre 1571, ebbe dal principe il comando, insieme a Ettore Spinola, di tre
galere al centro dello schieramento dei collegati e si distinse abbordando due navi
nemiche, tra cui quella di Mustafà Esdey, nella quale era custodito il tesoro della
flotta turca. Nel seguito delle operazioni nel Mediterraneo orientale don Juan
dAustria gli affidò la conquista di Navarino, ma dopo soli cinque giorni di
assedio, per la rinunzia del governo di Madrid a continuare la campagna, dovette
abbandonare limpresa e tornare a Parma. Nel 1577 Filippo II, cedendo alle insistenti
richieste di don Juan dAustria, da poco nominato governatore dei Paesi Bassi, decise
di affidare al Farnese il comando dei reggimenti spagnoli di stanza in Italia che venivano
mandati nelle Fiandre: era leffettiva designazione del Farnese a luogotenente e
anche a eventuale successore di don Juan dAustria nel governo del paese in rivolta e
il re di Spagna esitò a lungo prima di destinare a un compito di così grande importanza
politica lerede di una dinastia di ancora recente fedeltà. In un tempo assai breve
il Farnese ebbe però modo di dimostrare laccortezza della scelta. Allorché egli
raggiunse don Juan dAustria nel Lussemburgo, il 18 dicembre 1577, solo questa delle
diciassette province dei Paesi Bassi era completamente controllata dallesercito
regio. Poco più di un mese dopo, a Gembloux (31 gennaio 1578), la cavalleria fiamminga
non resse allurto dei reggimenti spagnoli guidati dal Farnese e tutta la contea di
Namur fu riconquistata. Nel giugno furono nuovamente in mano spagnola Diest, Sichem e
Lovanio, nel Brabante, Limburgo e tutta la sua provincia. Liniziativa era tornata
alle armi regie e il Farnese aveva dato un probante saggio delle sue qualità di
condottiero. La lucida ferocia con cui punì lostinata resistenza dei calvinisti di
Sichem e di Dalhem, così come la clemenza usata ai vinti di Lovanio e di Limburgo, furono
le prime efficaci manifestazioni di quella politica di divisione del fronte della
generalità, che fu una caratteristica fondamentale dellopera del Farnese nei Paesi
Bassi. Don Juan dAustria, mortalmente malato, poté designare come suo successore,
finché il Re non provvedesse, il Farnese, senza che i capi militari spagnoli opponessero
le resistenze abituali verso gli stranieri. Il 2 ottobre 1578, alla morte di don Juan
dAustria, il Farnese assunse la carica di governatore dei Paesi Bassi, che gli venne
confermata poco dopo da Filippo II. Il 10 dello stesso mese rivolse un appello alle
province vallone, offrendo la conferma dei tradizionali privilegi delle città in cambio
del giuramento di fedeltà al Re e del ritorno alla religione cattolica e, subito dopo,
mentre Ottavio Gonzaga, alle frontiere dellHainaut e dellArtois, impediva il
passaggio degli aiuti inviati dalla Francia ai ribelli, chiuse il corso della Mosa ai
soccorsi dei luterani tedeschi con una violenta offensiva contro Maestricht: i valloni
furono così completamente isolati. Proseguendo nelle conquiste militari e
contemporaneamente nelle trattative, facendo abilmente leva sulle rivalità e le ambizioni
dei capi dei ribelli, sul particolarismo delle città e sulle differenze religiose, il
Farnese ottenne nel volgere di pochi mesi il più importante successo che i regi avessero
conseguito dagli inizi della rivolta. Piegati non meno dalla finezza diplomatica del
Farnese che dai suoi clamorosi successi bellici, i capi delle province vallone convennero
nel maggio del 1579 ad Arras per denunciare lUnione di Gand e giurare fedeltà al Re
nelle mani del Farnese vittorioso. Iniziò così il processo di definitiva separazione del
meridione cattolico dalle province settentrionali dei Paesi Bassi, che fu il risultato
più rilevante ottenuto dal Farnese. Nel giugno successivo, dopo un assedio rimasto
memorabile per il larghissimo uso di artiglierie, che raggiunsero la rapidità di tiro,
eccezionale per i tempi, di quattromila colpi in un solo giorno, Maestricht venne
conquistata e sottoposta a uno spaventoso saccheggio. Nellottobre si arresero
Malines e Villebruck: la strada delle Fiandre e del Brabante era aperta. Ma lattacco
che il Farnese stava preparando contro le province settentrionali fu ritardato dal
concorrere di molteplici fattori indipendenti dalla sua volontà: mentre le Province unite
costituivano un corpo omogeneo nel quale la pur abile diplomazia del Farnese ben
difficilmente avrebbe potuto operare una frattura, anche unoffensiva militare su
larga scala era al momento preclusa dalla mancanza di soccorsi in denaro da parte di
Madrid. Del resto lesercito regio perdette molta della sua forza con
lallontanamento, che i valloni avevano preteso ad Arras, delle fanterie spagnole e
italiane e lo scarso spirito combattivo delle milizie nazionali, peraltro anche
numericamente insufficienti, costrinse il Farnese a una posizione di attesa. Gli stessi
suoi successi, inoltre, finirono assurdamente per creare al Farnese nuove, impreviste
difficoltà, giacché niente era temuto alla Corte di Madrid quanto uneccessiva
autorità dei governatori e il Farnese aveva enormemente accresciuto la sua con le
vittorie conseguite. La diffidenza di Filippo II verso di lui si manifestò apertamente
nel 1580 con la decisione di lasciare al Farnese il solo comando militare, affidando
nuovamente a Margherita dAustria il governo dei Paesi Bassi. A questo provvedimento
il Farnese si oppose così energicamente che la stessa Margherita dAustria rinunziò
al mandato ed egli finì per essere confermato nella duplice carica. È indubbio,
tuttavia, che la mancanza della completa fiducia della Corte contribuì ad arrestare lo
slancio offensivo dellesercito delle Fiandre. Il Farnese poté consolidare le sue
posizioni vincendo la resistenza degli ultimi irriducibili valloni a Tournai (1581) e
strappando ai fiamminghi Audenarde (1582), ma non riuscì a impedire che il duca
dAlençon conquistasse Cambrai (1581) e dovette arrestarsi di fronte alla resistenza
organizzata da Francesco dAngiò nella provincia di Anversa. Solo nel 1583, ottenuta
infine dagli Stati valloni lautorizzazione a impiegare nuovamente le truppe
italiane, spagnole e borgognone, poté riprendere loffensiva contro le città
fiamminghe, a occidente e a oriente, conquistando Nieuport, Ypres, Dunkerque e Bruges. La
morte quasi contemporanea del duca di Alençon e di Guglielmo il Taciturno (1584) dette
nuova vigoria alloffensiva del Farnese, che cinse Anversa di un assedio rimasto
celebre nella storia militare e ne ricevette la resa il 17 agosto 1585. La caduta di Gand
e di Bruxelles coronò questa impresa, che tra i contemporanei guadagnò al Farnese una
fama superiore a quella di qualsiasi altro condottiero del tempo. Lanno successivo
alla morte del padre, il Farnese assunse il titolo di duca di Parma, Piacenza e Castro. Il
desiderio di rivedere i suoi domini, lidropisia di cui cominciò a soffrire, la
diffidenza che avvertiva nel Re e nei ministri lo indussero a chiedere a Filippo II di
essere lasciato libero di tornare a Parma. Ma il Re rifiutò e il Farnese dovette affidare
al figlio primogenito Ranuccio la reggenza del Ducato. Il Farnese non ebbe limiti nel
richiedere al suo piccolo stato il denaro necessario alle sue abitudini di fasto e anche
alla condotta della guerra e invano il figlio Ranuccio gli ricordò incessantemente i
pressanti bisogni del Ducato. Tuttavia è merito del Farnese verso i suoi domini aver
riottenuto da Filippo II, nel 1585, la restituzione della cittadella di Piacenza ed
essersi sempre assiduamente interessato al governo del suo Stato lontano, pretendendo dal
figlio di essere informato delle più minute questioni delle varie amministrazioni e
impartendo meticolose direttive su ogni cosa. Nei Paesi Bassi il Farnese spinse sempre
più a settentrione loffensiva, assediando ed espugnando tra il 1586 e il 1588
Grave, lEcluse e Wachtendonck (in questo assedio il Farnese fece uso, probabilmente
per primo, di proietti cavi scoppianti), impossessandosi di tutto il corso della Mosa e
arrivando sino al Reno, dove conquistò Raimberga e Nuitz. Ma nel 1588 la sua avanzata fu
fermata dalla preparazione della spedizione contro lInghilterra. Invano egli cercò
di dissuadere il Sovrano dal progetto, insistendo sulla necessità di rafforzare le
posizioni regie nelle Fiandre prima di allargare il teatro della guerra, di non esporre
nellavventurosa impresa il grosso dellesercito delle Fiandre, che, egli ne era
ben consapevole, costituiva il maggiore sostegno della potenza spagnola in Europa. Non
furono accolti nemmeno i suoi consigli per lapprontamento di porti sufficienti alla
grande armata navale. In realtà si pensò a Madrid che il Farnese non intendesse
allontanarsi dalla Fiandre per non compromettere la posizione di grande autorità che vi
aveva raggiunto e gli si ordinò di raccogliere un esercito di ventiseimila uomini da
impiegare nella spedizione. Dopo il disastro della Invencible Armada la Corte non
risparmiò le accuse al Farnese, ritenuto responsabile di non aver sostenuto
limpresa col necessario entusiasmo. In effetti tali accuse non avevano alcun
fondamento ma trovarono facilmente credito in un ambiente pieno di diffidenza e di gelosia
per il Farnese. Persino la possibilità che egli perseguisse il progetto di una Signoria
personale nei Paesi Bassi fu considerata a Corte con sempre maggiore preoccupazione.
Questo sospetto nacque dal prestigio militare e politico di cui godeva il Farnese in tutta
Europa e dalla devozione che gli dimostrava lesercito, eccezionalmente disciplinato
per i tempi, e trovò alimento nella moderazione con la quale, tanto diversamente dai
governatori che lo avevano preceduto, il Farnese si condusse con le popolazioni che gli
erano state affidate: le responsabilità amministrative e militari che egli volentieri
affidò alla nobiltà fiamminga e vallona, il suo rispetto per le franchigie locali e
labitudine di convocare periodicamente gli Stati generali, la sua inclinazione a
trattare con i ribelli, il rispetto scrupoloso dei patti, la tolleranza usata in qualche
occasione verso gli eretici (che indusse lInquisizione ad aprire contro di lui
addirittura un processo segreto, abbandonato poi per mancanza di prove) sembrarono segni
evidenti della volontà del Farnese di guadagnarsi la simpatia della popolazione per
esserne appoggiato nei segreti disegni. Tanto inusitato fu, in effetti, il comportamento
del Farnese, che tali sospetti trovarono credito anche tra gli avversari della Spagna, che
fecero anche un tentativo per avvantaggiarsi delle supposte ambizioni di lui: nel
settembre 1588 il genovese Orazio Pallavicini, confidente di Elisabetta, forse su
ispirazione della stessa regina, giunse a fare cauti sondaggi presso il Farnese,
assicurando lappoggio dellInghilterra a un suo eventuale progetto personale
sui Paesi Bassi, in cambio della concessione di alcune fortezze sul litorale. Il Farnese
respinse senza esitazioni tali sondaggi e informò immediatamente Filippo II della cosa ma
non per questo la diffidenza del Re diminuì, ché anzi solo la morte risparmiò al
Farnese lumiliazione di essere esonerato dalla sua carica, quando il Sovrano aveva
già disposto che fosse sostituito provvisoriamente dal conte di Fuentes, il quale poi
avrebbe dovuto lasciare la reggenza ad Alberto dAustria. Ma nellestate del
1589, mentre in Francia le sorti della Lega cattolica volgevano al peggio ed Enrico di
Navarra poneva lassedio a Parigi, Filippo non poteva ancora rinunziare al suo più
valente generale e lo incaricò di intervenire a sostegno dei cattolici francesi. Il
Farnese, benché sofferente per lidropisia, con un esercito di ventottomila fanti e
settemila cavalli, condusse in Francia una delle sue migliori campagne e il 30 agosto
liberò Parigi dallassedio di Enrico e riuscì a riportare tutto intero il suo
esercito nei Paesi Bassi, eludendo abilmente la battaglia che il navarrese insistentemente
gli propose. Nel dicembre 1591 fu nuovamente chiamato in Francia, al soccorso del marchese
di Villars assediato in Rouen da Enrico IV. Nel febbraio 1592 il Farnese, riuscito a unire
in Piccardia le sue forze a quelle del duca di Mayenne, accettò battaglia da Enrico IV e
lo sconfisse ad Aumale, liberò Rouen (21 aprile) e conquistò Caudebec. La lontananza del
Farnese permise intanto a Maurizio di Nassau un grande ritorno offensivo, che i
luogotenenti del Farnese non riuscirono a contenere: caddero Breda, Nimega e numerose
piazzeforti in Frisia, nellOverijssel e in Gheldria. Il Farnese si affrettò a
tornare nei Paesi Bassi ma un nuovo ordine di Filippo II, cui forse non era estraneo il
proposito di tenerlo lontano dalle Fiandre, mentre già il Fuentes, designato suo
successore, era in viaggio per comunicargli la destinazione, lo costrinse a rimettersi in
viaggio per la Francia, malgrado fosse gravemente afflitto dallidropisia e dai
postumi di una ferita ricevuta a Caudebec. Giunto ad Arras vi morì. Quando, nel 1578,
successe allo zio don Juan dAustria nella carica di governatore generale dei Paesi
Bassi il Farnese aveva raggiunto i trentaquattro anni. Fisicamente impersonò bene il tipo
del condottiero italiano, legatogli dagli avi. Di statura media, muscoloso e forte, la
capigliatra scura pettinata allindietro, il viso abbronzato e dai lineamenti fini,
il naso aquilino e la fronte larga e alta, gli occhi neri fiammeggianti ed estremamente
mobili, egli fu certo la persona più bella di tutta la sua razza. Ne è difficile
risalire alle fonti dei suoi tratti ereditari. Del padre Ottavio non sembra gli fosse
rimasta alcuna caratteristica, se non forse la costituzione vigorosa e lamore per la
guerra, ma non è dato trovare nel Farnese alcun segno di quella avarizia sordida di cui
Ottavio Farnese diede molte prove. Al contrario occorre insistere sulla sua generosità e
il gusto per lo spendere, che gli venne senza dubbio dalla madre, fiamminga di Audenarde,
che amò sfarzo e lusso. Ma da lei gli venne anche il solido buon senso, la riluttanza
agli entusiasmi facili e la ponderazione, qualità rivelatesi soprattutto quando, in veste
di governatore generale dei Paesi Bassi, egli seppe vincere limpulsività della sua
gioventù per fronteggiare responsabilità pesanti. È dato anche trovare nel Farnese
lintelligenza brillante e la profondità di vedute del bisnonno Paolo III, benché
non vada escluso che egli le avesse ereditate anche dal nonno Carlo V. È probabile che
entrambi gli abbiano trasmesso la perspicacia politica, labilità e la finezza
diplomatica. Una caratteristica ereditata certo da Carlo V fu il gusto per la
corrispondenza abbondante, il desiderio di annotare ciò che non gli sembrasse
trascurabile, la cura nel riordinare i suoi ricordi. Daltronde, anche Margherita
dAustria fu per tutta la vita una corrispondente attiva e mostrò sempre grande zelo
nel conservare le sue carte. Ciò che soprattutto i suoi avi lasciarono in eredità al
Farnese fu la grande resistenza fisica, il gusto per gli esercizi violenti, la perfezione
delle qualità guerriere: in questo egli appare il vero discendente dei suoi antenati, a
cominciare da Ranuccio Farnese, che fu capitano generale della Repubblica di Siena e aiuto
prezioso del papa Eugenio IV nelle sue lotte contro i Colonna. Fu in tale ambiente
familiare che si formò ed ebbe nutrimento il gusto per gli esercizi militari e per gli
sport. È significativo che il Farnese, già sposato a Maria di Portogallo ma ancora
libero da responsabilità importanti, sentisse il bisogno di sfuggire al vecchio palazzo
di Parma, dove menò una esistenza piatta e priva di avventure, e di percorrere di notte
le strade della città, travestito, spada alla mano come un bravaccio, sfidando i passanti
che si fossero attardati e invitandoli a un duello. A tali episodi si possono collegare le
lamentele dei maestri circa lo scarso interesse dimostrato dal Farnese per gli studi
umanistici e letterari, mentre linsegnamento delle matematiche e dellarte
militare lo trovò attentissimo. Il Farnese, per la sua forza fisica accuratamente
esercitata dallinfanzia, fu sempre un avversario temibile. Eccellente cavaliere,
sentiva il bisogno di andare veloce e spesso lasciava dietro di sé e senza fiato la sua
scorta. Fu sempre in prima linea quando il pericolo urgeva, passò intere notti tra i
corpi di guardia e le trincee, vegliando sotto la pioggia, nel vento, nella neve,
incoraggiando i soldati e spartendo con loro tutte le privazioni. Nel corso di un assedio
non esitava mai a intraprendere personalmente ricognizioni notturne nei fossati delle
piazze assediate, collacqua fino alla cintola, per sorprendere i segreti
dellavversario e disporre minuziosamente lattacco. Allapprossimarsi
della battaglia, appena scorgeva le bandiere nemiche, un solo desiderio si impadroniva di
lui: ordinare lassalto e venire alle mani. Tuttavia, col passare degli anni e il
crescere dellesperienza, il suo spirito battagliero si temperò di prudenza e di
abilità tattica: durante la sua bella carriera militare si possono ammirare ritirate
saggiamente condotte quanto attacchi vittoriosi e decisivi. Il Farnese fu adorato dai
soldati, di cui seppe guadagnare la fiducia e che soggiogò sia col suo temperamento di
capo, sia col suo gran cuore e i sentimenti paterni. Per lui, i soldati che formavano
lesercito di Filippo II nelle Fiandre, spagnoli, italiani, valloni, gente che veniva
dalla Germania, dalla Franca Contea o dalla Lorena, eseguivano senza protesta marce
forzate in climi umidi, attraverso campagne allagate per sentieri quasi impraticabili e
guadavano senza esitare fiumi in piena. Nel cuore dellinverno, nei rifugi o nei
baraccamenti inondati, vedevano venire il Farnese a confortarli, a discorrere
amichevolmente, a chiamarli per nome (giacché egli ebbe una notevole memoria), ricordando
loro lo stato di servizio e promettendo bottino e ricompense. In cambio dellaffetto
che dimostrava loro, il Farnese esigeva dai suoi uomini la più rigorosa obbedienza e una
disciplina di ferro. Duro con se stesso, trattò senza pietà le teste calde, i ribelli e
i codardi. Non tollerava insolenze, rapine e brigantaggio. Fu soprattutto intransigente
sul rispetto dovuto alle donne: guai a chi avesse osato attentare al loro onore per quanto
di modesta condizione fosse stata la vittima. Quando una sedizione o una rivolta scoppiava
o per lo meno se ne manifestava una minaccia, il Farnese non aveva esitazioni
nellaffrontare da solo, a rischio della propria vita, i ribelli e con coraggio e
parole appropriate o, se necessario, con sanzioni implacabili, li riconduceva al dovere.
Ereditò dalla madre fiamminga il bisogno del fasto, sicché vestì con un gusto raffinato
sia in guerra sia in pace, usando tutti gli artifici per far maggiormente risaltare i doni
che la natura gli aveva così generosamente elargito. Conosceva limportanza di una
politica di prestigio e non ignorava che la massa ama nei propri capi i segni esteriori di
potenza. La generosità del Farnese si manifestò nelle forme più varie verso i poveri
dei Paesi Bassi, verso i paggi, i suoi servitori, i soldati malati soprattutto, che
poterono sempre contare sulle sue cure premurose e aspettarsi grandi liberalità. Nei
confronti dei funzionari della sua casa e degli uffici amministrativi fu esigente.
Pretendeva una puntuale correttezza per il pagamento dei salari e delle pensioni dei suoi
dipendenti. Per converso il suo credito presso mercanti e banchieri fu incrollabile. Tali
mercanti, che furono per lui indispensabili prestatori di denaro, sapevano che egli
onorava sempre i propri impegni e che la sua lealtà era sicura: sulla semplice parola, o
su una firma, gli prestarono in una volta 200000 o 300000 scudi per le esigenze della
guerra, quando a Filippo II o ai suoi ministri non avevano fatto credito nemmeno di un
real. Ciò spiega come, malgrado i ritardi che il Re frappose nellinvio dei soccorsi
necessari in Fiandra, il Farnese riuscì spesso a tirarsi di impaccio o a fronteggiare
situazioni che apparivano inestricabili. Quanto alla figura del Farnese statista, egli
concentrò in sé la maggior parte delle qualità che individuano luomo di stato
superiore. Fu uno spirito lucidissimo e pratico al contempo: se ne ha la prova nelle
discussioni e nei contrasti che egli ebbe, a proposito della propria funzione nei Paesi
Bassi, col padre Ottavio e con la madre Margherita dAustria. Al duca Ottavio, che
fece colpa al Farnese di aver accettato nella flotta del Re di Spagna, al tempo della
guerra contro i Turchi nel Mediterraneo (1570-1571), una situazione inferiore al proprio
rango e di servire un principe straniero, egli fece notare che, per ottenere dal Re la
restituzione della cittadella di Piacenza occupata da una garnigione spagnola, occorreva
rendere a Filippo II dei servizi importanti, provando così la fedeltà dei Farnese al
Sovrano. Quando, dopo la riconciliazione delle province vallone, il Re decise di inviare
nuovamente in Fiandra Margherita dAustria, affidandole la direzione degli affari
politici e lasciando al Farnese solo quelli guerreschi, egli non volle ammettere tale
divisione di poteri, né si preoccupò della pena che il suo rifiuto avrebbe causato alla
madre. Fece comprendere al Re che un tal progetto avrebbe abbandonato i Paesi Bassi alla
anarchia, distruggendo tutti i risultati conseguiti. Nella questione, ove linteresse
pubblico si confondeva con quello personale del Farnese, egli fu irremovibile e dichiarò:
travaglio per crescere e non per diminuire e osò scrivere a Filippo II che i grandi
principi guardano solo allinteresse proprio, senza preoccuparsi in alcun modo dei
meriti e dei servizi dei loro subalterni. La chiarezza del suo giudizio non si lasciò mai
velare da legami di amicizia, né da sentimenti di riconoscenza. Fu allo zio don Juan
dAustria chegli dovette di essere inviato in Fiandra. Dal tempo in cui avevano studiato insieme
allUniversità di Alcalà e avevano condiviso i pericoli della battaglia di Lepanto,
essi si amarono come fratelli. Ma tale circostanza non impedì al Farnese di comunicare
francamente a sua madre le critiche che egli ritenne necessarie alla linea di condotta
seguita in Fiandra da don Juan dAustria, il quale si piegò molto difficilmente alla
politica di pacificazione imposta dal Sovrano. Ma una volta trasmesse a Margherita
dAustria queste critiche in lettere cifrate, il Farnese gli prestò ogni soccorso
nelle operazioni militari e lo esortò a un accordo con Madrid sulla linea politica da
adottare. Nei confronti di Filippo II lindipendenza di giudizio del Farnese può
forse meravigliare, ma essa offre il metro delle sue qualità di uomo di stato. Egli
dichiarò risolutamente la propria opposizione al metodo preconizzato e seguito
nellimpresa dellInvencible Armada e al progetto di invadere
lInghilterra, come tentò altresì di mostrare la follia dellintervento in
Francia, quando le Fiandre esigevano la massima concentrazione di truppe spagnole. Il 22
luglio 1590 osò scrivere al Re: Mi pesa nellanimo, mi punge il cuore vedere come
Vostra Maiestà commandi cose impossibili, perché Dio solo può far prodigi.
Laspetto geniale del suo intuito politico si svelò principalmente dopo la morte di
don Juan dAustria avvenuta nellottobre del 1578. Il Farnese si trovava allora
al campo di Bouge, presso Namur, assediato dalle truppe degli Stati generali, in una
situazione che egli stesso definì terribile. Ma gli eccessi delle bande del palatino
Casimiro, la repulsione che questi ispirava ai capi delle truppe vallone ancora al
servizio degli Stati generali, il furore antireligioso e il terrore instaurato dal regime
calvinista a Gand finirono per seminare la discordia nei ranghi dei partigiani del
principe dOrange. Mentre Filippo II sperò una pacificazione generale delle
diciassette province dei Paesi Bassi per lintervento dellImperatore, il
Farnese si rese conto che quella era unutopia, finché il popolo subiva il fascino
del Taciturno, temibile avversario. Il punto debole del nemico esisteva e lo scoprì
subito: le province vallone. Per ricondurle rapidamente allobbedienza, occorreva che
il partito del Re si palesasse il più forte, onde la necessità di inferire un gran colpo
sul piano militare. Ecco allora lassedio e la conquista di Maestricht (1579),
strumento per attivare i negoziati con le province vallone e per tentare quindi il ritorno
di tutto il paese allobbedienza. A Bouge, dunque, il Farnese attese con pazienza il
disgregarsi delle forse avversarie: appena questo avvenne e le truppe degli Stati si
ritirarono, egli intraprese una marcia folgorante su Maestricht, continuò nello stesso
tempo i negoziati coi Valloni e conseguì la vittoria al contempo militare e diplomatica
che sfociò nel trattato di Arras (1579) e provocò la scissione nel blocco dei nemici. Fu
la conseguenza logica della lettera che già il 10 ottobre 1578, solo nove giorni dopo la
morte di don Juan dAustria, egli aveva indirizzato agli Stati provinciali di
Hainaut, Lilla, Douai, Orchies e Tournai, come alle principali città di queste terre, per
offrire loro, purché conservassero la religione cattolica e lobbedienza al Re, la
conferma di privilegi, usi e costumi, loblio del passato, la partenza delle truppe
straniere e un governo come quello dei tempi dellImperatore Carlo V. Dopo la
conclusione del trattato di Arras, il Farnese mantenne rigorosamente la parola data agli
avversari. Il cardinale de Granvelle offre su questo punto una testimonianza capitale,
scrivendo il 24 febbraio 1583 a Margherita dAustria: Il principe ha ottenuto gran
credito nei Paesi Bassi per aver rigidamente osservato quanto aveva promesso
allavversario, e se così avessero sempre agito i suoi predecessori nel governo, gli
affari si sarebbero svolti in condizioni ben migliori. Uomo di tale statuta, il Farnese si
mostrò insensibile alle lusinghe e ai tranelli che si cercò di tendere al suo
indiscutibile amore per la gloria. Paolo Rinaldi, nel suo Liber relationum (f. 251 v.)
narra che molto spesso, e in luoghi diversi, noti uomini di lettere offrirono di scrivere
la sua vita e lo supplicarono di comunicare loro lettere, discorsi e documenti segreti,
necessari per redigere il racconto delle sue imprese ma il Farnese si contentò sempre di
ringraziarli e non volle dare seguito alle offerte e ai solleciti. Natura equilibrata e
forte, il Farnese, vera eccezione nel mondo dei suoi contemporanei, disprezzò
limportanza attribuita ai presagi, ai sogni e ai prodigi e non vi prestò alcuna
attenzione. I suoi successi politici furono facilitati anche dal fatto che egli fu un vero
poliglotta. Oltre alla lingua materna, conobbe latino, tedesco, francese, fiammingo e
parlò bene lo spagnolo, aiutato daltronde da una memoria tenace. Probabilmente
proprio per questa conoscenza delle lingue egli scelse i suoi collaboratori senza
manifestare preferenze e senza pregiudizi nazionalistici: a fianco di ufficiali spagnoli e
italiani, ammise nei suoi consigli personalità locali, nobili fiamminghi o valloni, e li
consultò regolarmente sugli argomenti che riconosceva di loro competenza. È difficile
distinguere nel Farnese luomo di stato in senso proprio dal diplomatico, da colui
che manovra gli uomini e li fa servire ai propri scopi. La finezza diplomatica il Farnese
laveva certamente ereditata da Paolo III e da suo padre Ottavio, i quali, luno
nellassimilazione delle nuove correnti politico-religiose in favore della Chiesa,
laltro nella questione del recupero di Parma e Piacenza, gli lasciarono buoni
esempi. Labilità del Farnese si manifestò soprattutto nel modo con cui egli seppe
servirsi della nobiltà delle province vallone per raggiungere i suoi fini. Conosceva la
psicologia dei nobili dei Paesi Bassi, che aveva imparato a osservare da vicino al tempo
del suo matrimonio a Bruxelles, nel 1565. Li sapeva polemici, ambiziosi, intraprendenti,
avidi di onori e di profitti e gelosi gli uni degli altri. Riuscì tuttavia a farli
rientrare nel suo giuoco quando preparò la riconciliazione delle province vallone: uomini
come il visconte di Gand, il barone di Montigny, il marchese di Richebourg non erano
facile da trattare. Seppe prenderli per le loro convinzioni cattoliche, dimostrare loro la
malafede del Taciturno e dei suoi partigiani, ispirare loro fiducia nello spirito di
giustizia del Re e nel suo desiderio di perdono, attirarli con la promessa di belle
ricompense e di posti di rilievo e lasciare loro sperare di svolgere un ruolo importante
nella politica dei Paesi Bassi. Non dimenticò affatto come alcuni fossero dominati dalle
mogli e fino a che punto queste intendessero avere un certo peso negli affari politici:
seppe captare la benevolenza di queste donne o neutralizzare la loro ostilità a forza di
galanteria e di doni. Il Farnese notò anche subito quanta impressione potesse fare sul
popolo, sullabitante delle città e delle campagne di queste province vallone, il
tema della salvaguardia delle religione cattolica e le promesse di un ritorno ai metodi di
governo usati da Carlo V. Ottenne che questo popolo esercitasse una pressione sulla
nobiltà tanto da farla tornare alla fedeltà verso il sovrano. Altro segno della finezza
diplomatica del Farnese si scorge nei delicatissimi negoziati intrapresi per ottenere il
ritorno nei Paesi Bassi delle truppe spagnole e italiane, che avevano dovuto lasciare il
paese per certe clausole del trattato di Arras. Nellagosto del 1581, il duca di
Alençon, intervenuto nei Paesi Bassi con un esercito allestito da lui stesso, riuscì a
impossessarsi di Cambrai. Il Farnese, non disponendo di truppe sufficienti e abbastanza
agguerrite, si trovò nellimpossibilità di opporsi. Ne approfittò subito per
dimostrare ai nobili valloni che senza lappoggio dei soldati stranieri, spagnoli e
italiani, sarebbe stato impossibile far fronte agli avversari. Il marchese di Richebourg e
il barone di Montigny si lasciarono convincere e ottennero che gli Stati delle province
vallone autorizzassero il Farnese a richiamare truppe tedesche. Ma ciò che soprattutto il
Farnese desiderava era il ritorno dei tercios spagnoli. Lassedio di Tournai nel 1581
gli fornì loccasione di tornare alla carica: questo assedio rischiò di fallire per
la mancanza di mordente nelle truppe vallone e per la loro ripugnanza a combattere contro
compatrioti, anche se eretici. A furia di diplomazia il Farnese riuscì finalmente a
vincere lopposizione dellinfluente conte di Lalaing e ottenne, nel febbraio
del 1582, un voto dellassemblea delle province vallone che gli concesse il richiamo
di soldati stranieri. Il punto ove il Farnese fece convergere mirabilmente diplomazia e
guerra fu la conquista, sin dalloffensiva del 1583 contro i ribelli, di città che
luna dopo laltra capitolarono nelle sue mani: città importanti come Ypres,
Bruges, Gand, Bruxelles e Anversa. Il Farnese sapeva che se le grandi città fiamminghe e
del Brabante erano rimaste fino allora sorde agli appelli per una riconciliazione, lo si
doveva al fatto che i cattolici ancora numerosi erano dominati da una intrapredente
minoranza calvinista, appoggiata da mercenari stranieri che sottomettevano i partigiani
del Re a un regime di terrore. Capì che se egli riusciva a persuadere i calvinisti
dellinutilità di una ulteriore resistenza alle sue geniali campagne militari e se
offriva condizioni di resa estremamente generose, avrebbe finito col minare il fronte dei
suoi avversari. Sicché, pur accerchiando tali città e riducendole alla fame, offrì ai
calvinisti la possibilità di andarsene ottenendo la salvezza e lasciando i propri beni
sotto lamministrazione di cattolici onesti, che avrebbero dovuto rendere conto della
loro gestione. È tale politica abile che finì col ridurre la resistenza di queste grandi
città e, senza conquiste con la forza al prezzo di perdite sanguinose, le fece cadere
come frutti maturi nelle mani del Farnese: e la conquista dei Paesi Bassi gli si rese più
facile. Occorre tuttavia osservare che i suoi successi non furono dovuti unicamente al suo
valore militare e alla diplomazia ma altresì agli errori dei nemici. Questi non
abbandonarono mai un proprio patriottismo regionale, ereditato dalletà di mezzo.
Ogni provincia e, si potrebbe aggiungere, quasi ogni città, dimenticava il bene comune
dei Paesi Bassi allorché lavversario era lontano ma implorava soccorso ai primi
segni di pericolo. Intuendo quanto tale particolarismo intralciasse la creazione di un
fronte comune nella lotta contro gli Spagnoli, il principe dOrange non smise mai di
ammonire i suoi compatrioti, ma quasi sempre senza risultato. Altra circostanza esterna
che facilitò il compito al Farnese fu latteggiamento dei cavinisti di Gand, i
quali, contrariamente ai termini della pacificazione di Gand e nonostante le reiterate
suppliche del Taciturno, inaugurarono una politica violentemente anticattolica,
confiscando le chiese e i beni del clero, imprigionando gli avversari, commettendo
assassini ed esecuzioni, spedendo i mercenari scozzesi alla conquista delle città di
Fiandra rimaste fedeli al Re. Essi provocarono così la reazione dei Malcontenti, ossia
dei capi delle truppe vallone e furono la causa prima della scissione del fronte unito
della generalità. Fin dalla sua gioventù a Parma il Farnese si legò di amicizia con
Francesco de Marchi, celebre ingegnere militare e autore del famoso Trattato darte
militare. Linsegnamento poi di Francesco Paciotto, gloria di Urbino, non meno
influì sui suoi geniali metodi dassedio. Ma in tutte le sue iniziative tattiche e
strategiche il Farnese aggiunse del suo e stupì gli avversari per la tempestività delle
sue reazioni e la preparazione minuziosa dei suoi piani. A dare fede a quel testimonio ben
informato che fu Paolo Rinaldi, nellallestire le sue imprese guerresche, il Farnese
non si riteneva dispensato dal seguire consigli altrui, né si fidò solo della propria
esperienza. Non trascurò alcuna fonte di informazione: al consiglio di guerra ascoltava
tutti con pazienza e si mostrava attento allopinione di ciascuno. Esposta una tesi
personale, non si ostinava mai a difenderla se gli appariva che lidea di altri era
migliore. In aperta campagna, come nelle trincee, discorreva coi semplici soldati e
ascoltava le loro riflessioni, affermando che ognuno poteva dire qualcosa di sensato e che
aveva udito più di una volta dalla bocca di umili gregari osservazioni pari a quelle dei
guerrieri più sperimentati. Allorché concepì il piano straordinario di sbarrare
laccesso di Anversa alle flotte olando-zelandesi, sopraggiunte in aiuto della città
nel 1584, costruendo da una riva allaltra della Schelda il ponte rimasto famoso
nella storia militare, tutti i suoi ufficiali e anzitutto i fiamminghi, che conoscevano la
spinta della marea sul fiume e i pericoli dei banchi di ghiaccio nellinverno,
qualificarono tale impresa come utopistica. Il Farnese persistette nel suo progetto ed
ebbe la vittoria: Anversa capitolò il 17 agosto 1585. Non altrimenti avvenne, più tardi,
quando il Farnese decise di assediare LEcluse (Sluis) contro lopinione dei
suoi ufficiali, per destinare tale porto ben situato alla foce della Schelda a rifugio
dellInvencible Armada. Paolo Rinaldi qualifica il Farnese di volonteroso e risicato.
E infatti, nel corso della sua carriera di capitano generale dellesercito di
Fiandra, il Farnese conservò qualcosa di quel temperamento di condottiere che aveva
ispirato la sua gioventù. Con sovrano disprezzo del pericolo, egli si espose spesso in
prima linea, desideroso di esaminare personalmente la situazione, rimanendo nelle trincee
aperte, sulla traiettoria del tiro nemico, persino dei proiettili che i difensori di una
città gettavano dalle mura. Così egli espose la vita a Lepanto, disobbedì agli ordini
di don Juan dAustria alla battaglia di Gembloux (1578) e rischiò la morte
allassedio di Audenarde, a quelli di Grave, di Tournai, di Termonde e
dellEcluse. Pagò di persona nelle terribili mischie sulla diga di Couwenstein,
durante lassedio di Anversa. E, proprio perché una volta di più egli si era troppo
esposto, riportò a Caudebec, durante la seconda spedizione effettuata in Francia in
soccorso della Lega, una grave ferita che affrettò la sua fine poco dopo. Sdegnoso egli
stesso del pericolo, il Farnese fu spietato coi negligenti o coi vili. Durante
lassedio di Anversa il nemico riuscì a impadronirsi del forte di Liefkenshoek: il
capitano che per trascuratezza non aveva saputo difendere la posizione fu privato del
comando ed espulso dallesercito. Al forte di SantAntonio la mancata esecuzione
dei lavori prescritti dal Farnese costò agli Spagnoli la perdita del ridotto sulla
Schelda: per ordine del Farnese, il capitano colpevole fu decapitato. Daltra parte,
egli sapeva come sollevare il morale dei soldati e ne diede notevoli esempi in molte
circostanze, specialmente dopo lo scacco del primo assalto contro Maestricht nel 1579, che
costò la vita a numerosi soldati e ufficiali. Molto spesso, a causa della malavoglia o
dellincapacità dei contadini, era impossibile trovare zappatori o scavatori per
riattare le strade, scavare fossati o aprire trincee in vista di un assedio. I soldati,
soprattutto gli spagnoli, rifuggivano da tale bisogna, che consideravano indegna di loro:
il più delle volte occorreva rivolgersi ai minatori di Boemia o del paese di Liegi. Ma in
parecchie occasioni il Farnese, indirizzando ai suoi uomini le parole giuste, riuscì a
indurli a eseguire il lavoro. Fu il caso di Maestricht, di Tournai, di Audenarde. Dove il
genio militare del Farnese si rivelò in modo specialissimo fu nella grande offensiva del
1583, dopo il ritorno dei tercios spagnoli e italiani in Fiandra. Prima di poter attaccare
Anversa, che il cardinale di Granvelle chiamava il ricettacolo di tutte le cattive lane,
egli doveva impadronirsi di altre considerevoli città come Ypres, Gand, Bruges, Termonde,
Malines e Bruxelles. Ma, poiché il Farnese non disponeva dei mezzi per conquistare con la
forza quei grandi centri ben fortificati, decise di piegarli con la fame, avvalendosi di
una tattica che ben a ragione si è chiamata guerra dingegneri. Tagliò ogni
comunicazione tra di essi, sbarrando i fiumi e i corsi dacqua con ponti muniti di
artiglieria e soldati, interruppe il passaggio lungo le strade con ridotti forniti di
buone guarnigioni, fece brillare delle mine per rendere impossibile il transito ai
corrieri e ai carri di rifornimento. Devastò le campagne nel periodo delle messi o si
affrettò a far compiere il raccolto dai soldati prima che i contadini potessero
introdurlo entro le mura. Fu un piano eseguito minuziosamente. Applicato a Ypres
nellagosto del 1583 permise al Farnese, giusto due anni dopo, di ricevere nel suo
campo di Beveren, a occidente di Anversa, Marnix de Sainte-Aldegonde che veniva a
offrirgli la resa della grande metropoli commerciale dei Paesi Bassi. Questo 17 agosto
1585 segna nella carriera del Farnese il culmine della gloria. Gli valse lordine del Toson dOro da Filippo II e la restituzione
della cittadella di Piacenza, tanto importante per la sicurezza degli Stati farnesiani in
Italia, conservata dal Re per lungo tempo come pegno della fedeltà dei Farnese alla causa
spagnola. Il Farnese mostrò sempre compassione per quelle popolazioni dei Paesi Bassi che
tanto ebbero a soffrire della guerra di religione scatenatasi a casa loro. Ed ecco,
infatti, quanto disse al figlio Ranuccio in quello che può chiamarsi il suo testamento
politico, redatto nel novembre del 1592, poco tempo avanti la sua morte: Prima voi li
dichiararete lestremo dispiacere che nellanimo nostro sentiamo di non poter
dargli meglior et più grata nova di detto paese, per esser con questa longa et disastrosa
guerra ridotto a tal estremità che i propri inimici suoi non possino se non haverli
compassione, et si deve reputare a singular favor di Dio che questo povero populo, tanto
afflitto et abbattuto, non si sia, come disperato, precipitato a qualche periculosa et
pregiudicabile resolutione. Sono parole che si cercherebbero invano nella corrispondenza o
negli scritti dei precedenti governatori dei Paesi Bassi. Premuto da responsabilità varie
e pesanti, il Farnese non dimenticò di tenere a freno, minacciando sanzioni, quegli
ufficiali le cui soldatesche sfruttavano troppo o maltrattavano gli abitanti. Per quanto
fu possibile in quellepoca e in quelle particolari circostanze, usò condurre la
guerra umanamente, tentando di evitare quegli orrori che troppo spesso le si collegavano.
Gli si può, è vero, rimproverare il massacro di Sichem, nel Brabante, e le barbare
esecuzioni di Neuss. Nel primo caso egli è inescusabile ma nel secondo si trattò di
soldati e di borghesi colpevoli di persecuzioni ai danni dei cattolici e di sacrilegi che
avevano rifiutato una resa a condizioni moderate. Quanto al saccheggio e alle crudeltà di
Maestricht nel 1579, non è il Farnese che può esserne reso responsabile perché in quei
giorni egli giacque delirante nella sua tenda, colpito da un flemmone, e fu quindi
nellimpossibilità di intervenire per mettere fine a tali eccessi. Egli stesso
chiamò daltronde la campagna dei Paesi Bassi guerra di religione ed è questa la
forma più terribile di guerra. Ma evitò che le sue operazioni militari ne assumessero
laspetto finché la Maestà divina e la Maestà umana non avessero ricevuto scherni
troppo odiosi. Anche nei casi estremi, quando una città, rifiutata la resa, era stata
presa dassalto, con le ineluttabili conseguenze di saccheggi, massacri e incendi, il
Farnese prese sempre misure tempestive perché donne e bambini fossero rapidamente
condotti dai suoi ufficiali di ordinanza in chiese o luoghi sacri, al riparo così dal
furore e dalle violenze dei soldati. Si verificò più volte in quella guerra che donne di
alta condizione prendessero parte attiva alla difesa di una città, talvolta addirittura
dirigendola nellassenza dei mariti. Fu il caso della principessa dEpinoy,
allassedio di Tournai, e di madame de Balagny allassedio di Cambrai. Quando
tali città capitolarono, il Farnese lasciò uscire quelle donne coraggiose con
lonore delle armi, andò a salutarle e concesse la propria carrozza o i propri
cavalli per facilitare loro la partenza con tutti i bagagli. Lo stesso atteggiamento
cavalleresco egli tenne nei confronti della moglie del condottiere Schenck, dopo la presa
di Venlo. Caratteristica è la scena che avvenne nella chiesa di Notre-Dame di Hal, in
Belgio, l11 settembre 1592, quando per la terza volta il Farnese obbedì
allordine di Filippo II di andare in aiuto della Lega in Francia. A quel momento
egli era già gravemente infermo e il suo confessore, il padre gesuita Thomas Sailly, lo
accompagnò al santuario di Hal raccomandandogli di offrire a Dio ogni sofferenza fisica e
morale. Il Farnese rispose che era giunto il momento di soffrire, che egli aveva meritato
quella croce e sapeva di non aver più molto da vivere. Egli pregò Dio di salvare la sua
anima e si inchinò alla sua volontà. Addolorato di non potersi appartare in un ritiro
modesto in preparazione alla morte, dichiarò a Sailly di essere consapevole di aver
combattuto una guerra di religione e affermò che, nutrito nella fede cattolica, vi
sarebbe rimasto fino allultimo respiro, sperando nella misericordia del Signore al
momento del trapasso. Il capitano spagnolo Alonzo Vasquez narra nelle sue memorie di aver
visto partire il Farnese, con la sua corte, da Bruxelles per Arras con un tempo rigido e
un vento glaciale di dicembre. Non portava il mantello invernale e dava limpressione
di non essere mai stato tanto vigoroso: in realtà, la sua volontà di ferro domava la
sofferenza. Chi losservò da vicino si rese conto che egli si teneva in sella alla
men peggio e sarebbe stato disarcionato più volte se due domestici non lavessero
sostenuto di continuo. Andava a combattere la morte e non gli eretici di Francia
(Vasquez). E infatti lidropisia di cui il Farnese soffriva da sei anni, raggiunse il
cuore. Egli morì alletà di quarantesette anni. Principe italiano, illuminò di una
luce immortale la sua patria. Sebbene, nella sua giovinezza, la Corte di Madrid avesse
tentato di farne uno spagnolo di educazione e di mentalità, non vi riuscì affatto: tutta
la sua vita egli rimase un italiano autentico. Fu questo suo carattere a suscitargli tante
inimicizie alla Corte di Spagna, tanti sospetti e, nonostante gli ineguagliabili servizi
resi, tanta diffidenza da parte del Re. Quando questi decise di far cadere in disgrazia il
Farnese, il segretario di Stato don Juan de Idiaquez criticò la gestione del Farnese in
Fiandra e particolarmente limpiego di truppe italiane al posto di quelle spagnole,
poi aggiunse: il carattere dominatore del duca di Parma e la sua qualità di Italiano
creano un problema che dovrebbe essere studiato da vicino. È con ragione che papa
Clemente VIII, ricevendo notizia della morte del Farnese, si espresse in questi termini:
Mala nuova abbiamo havendo perduto un grandhuomo, di sangue romano, splendor
dItalia. Nello stesso momento a Bruxelles, nella cappella del palazzo dei duchi del
Brabante, innanzi al letto di morte ove riposava il corpo del defunto governatore
generale, una folla anonima e silenziosa non cessava di sfilare, accostandosi alla salma
con venerazione. Le spoglie del Farnese giacciono nella cripta della chiesa della Madonna
della Steccata a Parma. LItalia non è sola a conservare il ricordo del Farnese.
Egli occupa un posto importante anche nella storia del Belgio. Fu qui che egli dovette,
per ordine del suo Re, fare guerra alla parte calvinista e ribelle di una popolazione alla
quale si sentì nondimeno legato, occupandosi dei suoi bisogni, provvedendo a rifornirla
mediante linstaurazione di un regime di licenze per il commercio col nemico,
distribuendo doni ed elemosine ai poveri, sostenendo materialmente gli ordini religiosi e
le comunità ecclesiastiche, ripristinando il normale funzionamento delle istituzioni,
accogliendo nei suoi consigli rappresentanti della nobiltà nazionale, dando di che vivere
alla classe media coi numerosi acquisti fatti per sé e per la Corte, aiutando nei limiti
dei suoi mezzi uomini di scienza e artisti e accordando protezione allUniversità di
Lovanio e a quella di Douai. Ma, soprattutto, con la riconquista dei Paesi Bassi
meridionali e con le offensive spinte fino ai grandi fiumi che proteggevano le regioni
settentrionali, egli fece del Sud unentità autonoma e fu quindi il creatore del
Belgio moderno. Ristabilendovi il culto cattolico e reintroducendovi lobbedienza al
principe naturale del paese, il Farnese diede al Belgio i due caratteri che esso poi
sempre conservò e che lo scissero definitivamente dalla repubblica calvinista del Nord:
le convinzioni cattoliche e il regime monarchico. La si deplori o la si celebri, una tale
parte avuta dal Farnese è scritta per sempre nella storia.
FONTI E BIBL.: Correspondance dAlessandro Farnese avec Philippe II dans les années
1578-1581, a cura di M. Gachard, Bruxelles, 1853; A. Cauchie-L. van der Essen, Inventaire
des Archives Farnésiennes de Naples au point de vue de lhistoire des anciens
Pays-Bas catholiques, Bruxelles, 1911; L. van der Essen, Les Archives farnésiennes de
Parme au point de vue des anciens Pays-Bas, Bruxelles, 1913; P. Fea, Alessandro Farnese
duca di Parma, Roma, 1886; P. Fea, Il duca Alessandro Farnese e le carte
dellArchivio napoletano, Parma, 1914; A. Barilli, Nuovi documenti su Alessandro
Farnese, Parma, 1938; N. Follini, Alessandro Farnese III Duca di Parma e Piacenza,
1545-1592, Bobbio, 1932; L. van der Essen, Alessandro Farnese, prince de Parme, gouverneur
général des Pays-Bas (1545-1592), 5 voll., Bruxelles, 1933-1937; G. Drei, Le tombe di
Alessandro Farnese e dei principi di Parma, in Aurea Parma XXI 1937, 190-194; L. van der
Essen, Alessandro Farnese et les origines de la Belgique moderne, 1545-1592, Bruxelles,
1943; L. van der Essen, in Dizionario biografico degli Italiani, II, 1960, 219; A. Bezzi,
Alessandro Farnese, una vita per un ideale, Parma, 1977; G. Bertini, Le nozze di
Alessandro Farnese, Milano, 1997.
FARNESE
ALESSANDRO
Parma 5 settembre 1610-Parma 22 giugno 1630
Figlio di Ranuccio e di Margherita Aldobrandini. Sordomuto dalla nascita, fu privato dal
padre del diritto di successione alla Signoria.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, X, 1868, tav. XVII; Archivio Storico per le
Province Parmensi IX 1909, 106-121; Stanislao da Campagnola, in Laurentianum 5 1964,
409-410.
FARNESE
ALESSANDRO
Parma 10 gennaio 1635-Madrid 11 febbraio 1689
Secondogenito del duca Odoardo e della duchessa Margherita de Medici. Il
peggioramento dei rapporti tra il Ducato di Parma e la Santa Sede per la questione di
Castro rese impossibile un suo avviamento alla carriera ecclesiastica. Perciò, insieme
con il fratello minore Orazio, gli venne impartita uneducazione militare. Nel 1653,
mentre Orazio venne nominato generale della Repubblica veneta, Ranuccio Farnese iniziò
una trattativa con Filippo IV di Spagna per indurlo a chiamare il Farnese presso di sé,
conferendogli un incarico adeguato al suo rango. Le prime risposte del Re furono però
negative: il Sovrano si schermì e offrì laiuto del proprio ambasciatore a Roma per
la ricerca di un cardinalato. Invece, la prematura morte del fratello Orazio, nel novembre
1656, permise al Farnese di subentrargli nel grado e cominciare la sua lunga carriera
militare e politica. Andò subito a Venezia ma non raggiunse la zona doperazioni
prima dellagosto successivo, quando simbarcò su di una galea diretta in
Dalmazia. Durante il viaggio conobbe Giuseppe Castelli, un benestante di Ripatransone,
nellAscolano, fuggito dal suo paese dopo un omicidio, che più tardi entrò al suo
servizio, fino al punto di diventarne il complice biografo. Poiché la campagna in
Dalmazia non gli diede alcuna soddisfazione, nel 1658 il Farnese rinunciò al generalato
della cavalleria e tornò a Parma, dove le trattative con la Spagna continuavano. Tra il
1659 e il 1660 Filippo IV premiò linsistenza del duca Ranuccio Farnese
promettendogli che avrebbe esaudito il suo desiderio. Il Farnese allora, volendo preparare
degnamente il suo ingresso in Spagna e acquisire esperienza e amicizie internazionali,
organizzò un lungo viaggio per lEuropa, con meta finale Madrid. Il fratello gli
assicurò le risorse finanziarie necessarie per dare ovunque buona impressione di sé. Il
6 ottobre 1660, attorniato da un numeroso seguito di servitori, lasciò Parma alla volta
della Francia. Dopo una breve sosta a Lione alla fine di novembre, l8 dicembre il
gruppo arrivò a Parigi. Perfettamente a suo agio allestero, turbato solo
dallinsorgere in lui dellobesità ereditaria, il Farnese entrò con facilità
in rapporto con lalta aristocrazia, grazie allostentazione della maggiore
opulenza possibile, di una costosa vita di Corte, gioco, guardaroba, avventure galanti e
teatro. Nel frattempo evitò, per quanto possibile, di prendere posizioni politiche, per
non crearsi inimicizie o usurpare le prerogative del fratello duca che, proprio per
questo, aveva dato ordine ai suoi ambasciatori di aiutare in ogni modo il Farnese e
riferirgli qualsiasi cosa facesse. Il 20 dicembre ebbe udienza da Luigi XIV e dalla regina
Maria Teresa dAustria, che lo ammisero poi il 10 gennaio 1661 al rito della
guarigione delle scrofole. Conobbe il Mazzarino, Luigi di Borbone principe di Condé e
altre personalità francesi. Nel marzo 1661 le notizie sulla restaurazione monarchica in
Inghilterra lo indussero a partire per Londra. Il 2 maggio poté assistere alla solenne
incoronazione di Carlo Stuart. Prima di ritornare in Francia, il 15 maggio, andò a
visitare alcune navi da guerra inglesi. Alla fine del mese, a Fontainebleau, il Farnese
ottenne una buona notorietà a Corte in virtù di recite, assai gradite dal Re e dalla
Regina, della sua compagnia di comici italiani, che aveva fatto venire da Parma, ponendovi
a capo un proprio servitore, A. Donati, nel ruolo di Tartaglia, e successivamente O.
Zanotti. Il 2 agosto proseguì il viaggio, visitando le più importanti città delle
Fiandre e dellOlanda. Infine, convinto di avere ormai una sufficiente conoscenza
delle cose del mondo, il 4 dicembre, dopo aver mandato il Castelli (che si era conquistato
omai la sua fiducia) a Colonia, si diresse, via terra, verso Madrid. Filippo IV acclse il
Farnese con gli onori di un grande di Spagna ma la conquista di un effettivo grado
militare elevato e di un incarico di governo richiesero tempi più lunghi del previsto.
Dal momento che la Spagna si trovava in stato di guerra con il Portogallo, il Farnese
insistette perché gli fosse concessa loccasione di dare prova delle sue virtù
militari. Nel giugno 1662, così, andò in Estremadura per prendere contatto con i
comandanti dellesercito spagnolo ivi stanziato. Lì però, a causa di una malattia,
il Farnese non poté muoversi fino a ottobre, quando, per mancanza di rifornimenti, le
operazioni militari vennero sospese. Guarito e sempre accompagnato dalla sua corte di
servitori e informatori (come P. Carri, che riferiva allambasciatore di Ranuccio
Farnese, P.G. Lampugnani), lasciò nuovamente Madrid il 7 maggio 1663, al seguito
dellesercito di Giovanni dAustria, il suo più fidato amico spagnolo. L8
giugno il Farnese prese parte alla battaglia di Evora e in premio, il 2 settembre, il Re
gli concesse il grado di generale della cavalleria italiana che, per ritardi burocratici e
controversie con il generale Diego Corea, assunse effettivamente solo il 17 novembre 1664.
Il Farnese condusse la guerra a modo suo. Non privo di ardimento sul campo di battaglia,
poco si curò della disciplina della vita castrense. Come a Corte, la sua principale
preoccupazione fu quella di dimostrare visibilmente laltezza del proprio stato,
spendendo grandi somme di denaro e concedendosi tutti gli agi e i lussi possibili. E
proprio mentre in Estremadura si dedicava al suo svago preferito, il teatro, vide la
giovane comediante Maria de Laó y Carillo, di Caceres, nota meretrice, di cui si
innamorò perdutamente. Nonostante lo scandalo, il Farnese, a parte incontri occasionali
con altre donne della medesima condizione, rimase legato alla Carillo per tutta la vita ed
ebbe con lei quattro figli: due maschi, cui diede il suo stesso nome (il primo dei quali
morì nel 1666, in tenera età, per un trauma cranico provocatogli da una caduta
accidentale, alla presenza del Farnese) e due bambine, Margherita e Caterina, destinate
giovani al monastero di San Pietro in Parma. Il Lampugnani tempestò di lettere il duca
Ranuccio Farnese, scrivendo preoccupato come il Farnese si facesse vedere assai più con
quella donna che con i suoi ufficiali, i quali mormoravano esagerando la mala vita che
tiene (Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, busta 31, f. 6). Se tali
mormorazioni fossero arrivate al Re, sosteneva, la carriera del Farnese sarebbe stata
gravemente compromessa. Filippo IV, naturalmente, venne a sapere tutto. Nel gennaio 1665,
per suo ordine, la Carillo fu condotta a forza in un monastero di Caceres, senza però
essere privata del patrimonio e della possibilità di comunicare con lamante. Questi
non esitò a contravvenire a un comando regio: convinse il vescovo della città che, per
potere meglio pentirsi, sarebbe stato più conveniente allontanare la donna da lui,
mandandola lontano, a Madrid. Il 22 febbraio la Carillo uscì, in carrozza, da Caceres, ma
appena fuori città persone incognite la rapirono, riportandola nascostamente al Farnese.
A luglio la coppia si mostrò pubblicamente a Badajoz, dove la donna, considerandosi come
una moglie, si firmava, tra lo stupore di tutti, Maria de Laó Farnese. Filippo IV punì
il Farnese, ordinando, ancora senza effetto, che gli fosse tolta la donna e affidando al
Corea il comando generale della cavalleria di Estremadura. Il Farnese parve sul punto di
dimettersi per laffronto ma Ranuccio Farnese glielo sconsigliò, spronandolo a
continuare il suo servizio presso gli Asburgo. Tornato al fronte, il 19 febbraio 1665, il
Farnese ideò un piano per prendere di sorpresa la città di Valenza dAlcantara, che
fallì per la mancata collaborazione dei comandanti le fanterie. Costoro infatti, avendo
poca stima di lui, mal sopportavano i suoi ordini. Dopo la presa di Villa Viciosa, il 17
giugno il Farnese caricò, alla testa della sua cavalleria, i mercenari inglesi nella
battaglia di Montesclaros. Durante lo scontro colpì con la spada il loro generale, il
tedesco F.A. Schomberg. Per qualche tempo si credette che lo avesse ucciso e il fatto
salvò la buona reputazione militare del Farnese, nonostante landamento sempre più
negativo della guerra contro il Portogallo. Filippo IV morì il 14 settembre 1665. Nel
1666 la reggente Marianna dAustria concesse al Farnese il sospirato comando generale
della cavalleria dellesercito dEstremadura, in sostituzione del Corea, fatto
prigioniero. La campagna continuò fiaccamente con scontri di mediocre entità, scorrerie
e saccheggi, finché nel 1668 venne firmata la pace che sancì il riconoscimento
dellindipendenza portoghese. Il Farnese si trasferì a Madrid, in compagnia della
Carillo, alla ricerca di altri incarichi, restandovi fino al 1675, quando per breve tempo
divenne viceré di Navarra. Il 25 luglio 1676 Carlo II, appena uscito dalla minorità, lo
nominò viceré di Catalogna. Il Farnese trascurò del tutto lamministrazione civile
di quel paese, completamente assorbito dai problemi militari creati dalle pretese di Luigi
XIV sulle frontiere. Già il 10 agosto, tre giorni dopo il giuramento nella Cattedrale di
Barcellona, mosse con lesercito a Gerona per difendere la pianura
dellAmpurdán. Per risolvere la situazione, nel 1677 progettò unoffensiva nel
Rossiglione. Il 3 maggio cominciò lavanzata verso il confine francese ma, non
volendo la Spagna rischiare una nuova guerra dichiarata contro la Francia, il 25 fu
rimosso dallincarico e richiamato a Madrid. La vita disordinata del Farnese aggiunse
allormai evidente obesità una dolorosa gotta (che finì con limpedirgli di
montare a cavallo) e i debiti, pari a 33506 dobloni gravati da un interesse del 12% annuo.
Nel 1678 toccò a Giovanni dAustria chiedere al Farnese di rinunciare a quel legame
che gli impediva di assurgere a incarichi più gloriosi, in cambio del grado di generale
del mare. Rispose di non tenere genio al mare e rifiutò. In giugno però riuscì
ugualmente a farsi nominare cavaliere dellOrdine del Toson doro e, non appena
ricevette il prezioso collare, corse a impegnarlo per poter disporre di denaro liquido,
anche se Ranuccio Farnese continuava a inviargli sovvenzioni, rapidamente dilapidate. Il
Farnese attese un altro incarico di governo per un anno e mezzo, finché, dopo ripetuti
tentativi, il nuovo inviato di Parma a Madrid, labate C. Ridolfi, riuscì ad
aggiustare per lui la nomina a governatore generale dei Paesi Bassi, l11 aprile
1680. Il 31 luglio Carlo II ne diede lannuncio ufficiale agli Stati e ai Consigli di
giustizia di quelle province, dopodiché il Farnese si imbarcò a La Coruña per le
Fiandre, dove giunse il 19 ottobre. Su questa nomina il Ridolfi scrisse immediatamente una
lunga relazione a Ranuccio Farnese, pregando il Duca che raccomandasse al fratello di
porre fine al pubblico scandalo, di non fregiarsi del titolo di Altezza nei Paesi Bassi,
dove era usato solo per gli arciduchi e gli infanti di Spagna, e di tenere conto del
malcontento di Fiamminghi e Spagnoli che già lo accusavano di poca economia, di superflua
ostentazione e di certa subordinazione pregiudiziale. Qualora le cose fossero andate male,
presagiva il Ridolfi, egli avrebbe cercato di far concedere al Farnese il grado, già
rifiutato, di generale del mare, per levarlo dalle Fiandre salvando lonore. Il
Farnese ebbe cura questa volta di occultare il legame con la Carillo che, dopo una breve e
comoda permanenza in un monastero, fece maritare a un compiacente segretario reale, Feliz
de Ghia. Non volle però sentire ragioni in merito al proprio titolo: il 14 dicembre
scrisse egli stesso al fratello Ranuccio, dicendogli che, piuttosto di accettare
lappellativo di Eccellenza e soffrire una mortificazione così ingiusta per la casa
Farnese, si sarebbe dimesso (Archivio di Stato di Parma, Carteggio Farnesiano estero,
busta 116, f. n.n. dal titolo: Alessandro Farnese governatore dei Paesi Bassi). Il Duca,
ignorando gli ammonimenti del Ridolfi, nel gennaio 1681 difese le ragioni del fratello (e
il suo stesso prestigio) con lettere a Carlo II e ai suoi ministri. Per la verità, gli
Stati di Bruxelles accolsero bene il Farnese, accettando di votargli, al suo arrivo, un
donativo di 25000 fiorini. Convinto però di rivivere le glorie del duca suo omonimo, non
si accorse di trovarsi in un paese impoverito dalle guerre e dalla cattiva
amministrazione. Attraverso un comportamento in pari tempo rude e militaresco da una parte
e facendo mostra di lusso, vanità e favoritismi dallaltra, si inimicò tanto il
partito fiammingo quanto il ceto burocratico spagnolo. Questi, di solito ostili luno
allaltro, fecero così fronte unico contro il comune straniero. Inutilmente perciò
il Farnese richiese al Parlamento nuovi sussidi e ingaggiò uninutile lotta contro i
deputati sui termini di pagamento dellimposta annuale, che voleva anticipare. La sua
formazione militare lo portò, inoltre, a privilegiare i problemi della difesa e
subordinare a essi le questioni politiche ed economiche. Infatti, nel timore di un attacco
francese, un mese dopo il suo insediamento nella carica concluse con le Province Unite un
accordo commerciale che offrì vantaggiose tariffe alle loro esportazioni, in cambio di un
contributo di truppe alle guarnigioni di frontiera. Gli effetti dannosi alleconomia
del paese si videro subito, i soldati olandesi invece no. Nel 1681 un piano per la leva di
nuove milizie non poté essere attuato perché mancavano i soldi per pagare quelle
esistenti, gran parte delle quali, allo sbando, sopravviveva con atti di brigantaggio. Un
progetto di riforma amministrativa ebbe simile destino, mentre lambizioso
ampliamento della profondità dello Zuudleye, per permettere il passaggio diretto alle
navi di grande stazza da Ostenda ad Anversa, incontrò lopposizione della città di
Bruges. Infine, larresto di un deputato della corporazione dei giardinieri rischiò
di far scoppiare una rivolta generale a Bruxelles e fu giocoforza liberarlo, concedendo
unamnistia generale. Il Farnese si rese condo che stava perdendo lappoggio
della Corte spagnola, sommersa dai reclami contro di lui, ma non riuscì a modificare la
situazione. Temendo di perdere anche quello del fratello, spedì a Parma documenti sul
proprio governo, che imputavano allanarchia delle autorità locali la triste
situazione dei Paesi Bassi, e copie di ambascerie che gli inviarono Carlo Stuart, Ernesto
Augusto dOsnabrück, gli Olandesi e altri principi. Ranuccio Farnese, proiettando la
sua ambizione in quella del fratello, non intervenne su di lui in alcun modo e seguitò a
inviare sussidi tramite un suo agente a Venezia, P. Crescenzi. Il Farnese non smise
infatti di aumentare le spese, stipendiando una Corte degna di un Re, dove imperarono i
favoriti italiani, si misero in scena costose opere teatrali e, nonostante le condizioni
di salute non sempre ottimali, ebbero libero accesso le amiche sue, che il rovinavano.
Carlo II, per non infliggere al Farnese unaltra umiliante destituzione, gli
affiancò il 30 marzo 1682 il marchese di Grana Enrico Ottone Del Carretto, con
lincarico ufficiale di comandante lesercito. Il Farnese capì il significato
politico dellatto e il 1° aprile, con una vera e propria fuga per evitare i
creditori, lasciò Bruxelles, accompagnato dal figlio Alessandro. Nei Paesi Bassi, dei
suoi molti progetti, era solo riuscito a realizzare quello di riaprire la scuola di
equitazione e scherma per nobili dellAccademia. Ricomparve a Piacenza e affidò al
fratello il giovane figlio Alessandro perché fosse mantenuto in una condizione degna del
suo rango. Quindi, prima che i documenti con i suoi debiti lo raggiunsero, colse
lopportunità offertagli di nuovo dalla Repubblica di Venezia e il 21 dicembre
accettò il grado di generale della fanteria nellarmata che, al comando di F.
Morosini, combatteva per la conquista della Morea. Ranuccio Farnese fu travolto dalle
lettere dei creditori e dei dipendenti del Farnese, abbandonati a loro stessi. Non
bastando più le sue lettere di cambio per pagare un conto di 233630 fiorini, per ordine
del marchese di Grana il banchiere A. Zety di Anversa procedette allasta pubblica
dei beni del Farnese. Questa richiese, tanti erano gli oggetti da inventariare e i
creditori da registrare, qualche anno per essere condotta a termine a Bruxelles. Il Duca
riuscì a portare in Italia, alla fine, solo parte della tappezzeria e della biancheria,
ma non se ne dolse troppo, preoccupato solo del fatto che il Farnese tornasse quanto prima
in Spagna. Infatti, nello stesso 1682, tramite lambasciatore A. Serafini, aprì una
trattativa con Carlo II: allora però il momento e le circostanze erano ancora
inopportuni. Nel 1687, tacitata finalmente una buona parte dei creditori, il Farnese prese
congedo da Venezia, che coniò per lui una medaglia, e rientrò a Madrid in ottobre. Lo
seguì il conte Gaspare Scotti con lincarico, affidatogli dal Duca, di far sì che
tutte le vertenze esistenti con quella monarchia fossero messe da parte, di fronte
allesigenza prioritaria di far avere al Farnese una carica adeguata nel tempo più
breve possibile. Il Farnese in effetti decise di accettare il grado di generale del mare e
ottenne anche il titolo di consigliere di Stato e gentiluomo di camera del Re. La regina,
Maria Luisa dOrléans, ebbe persino intenzione di combinargli un matrimonio, ma
Ranuccio Farnese la pregò di desistere, affinché non si desse di nuovo adito alle voci
del passato e alle Gazzette materia simile. Tanto più che neanche il Farnese lo voleva,
perché appena tornato in Spagna, riprese contatto con la Carillo, in tempo per salvare
lei e il marito dallo sfratto e poco prima che la morte gliela togliesse definitivamente.
Poiché in Spagna gli era rimasto ben poco di suo e aveva dovuto chiedere in prestito
largenteria al fratello, in brevissimo tempo, con altri debiti, il Farnese creò una
nuova Corte personale. Il suo palazzo di Madrid, preso in affitto dal genovese Luca
Giustianiani, si popolò di domestici italiani e spagnoli, due schiavi negri cristiani
comprati a Lisbona e una ricca quadreria che annoverava una Natività del Caravaggio. Il
fratello Ranuccio lo lasciò fare, contento di aver rinsaldato il legame della sua casa
con la Spagna. Nel dicembre 1688 peggiorarono le condizioni di salute del Farnese, che
pensò di richiamare a sé il figlio. Sembrava una malattia non grave ma, perdurando la
febbre, decise di fare testamento. Nominò il fratello duca erede universale,
raccomandandogli i tre figli e la servitù e pregandolo di degnarsi di pagare i suoi
debiti. Morì dopo ottanta giorni di infermità, probabilmente di meningite. Il suo
cadavere fu imbalsamato e sepolto, di notte, nella cappella di Nostra Signora di
Capocavana della chiesa degli agostiniani scalzi di Madrid. Alla semplice cerimonia, in
netto contrasto col suo tenore di vita, presenziò il principe Vincenzo Gonzaga. Lasciò
offerte per 4000 messe. Ranuccio Farnese si trovò nuovamente obbligato a far fronte ai
debiti del fratello: anche questa volta dovette pagare vendendo tutti i beni lasciatigli
in eredità e licenziando in tronco la maggioranza della servitù. Né il Duca, né il
figlio del Farnese, Alessandro, riuscirono a evitare due lunghe cause contro il marito e
il padre della Carillo, Giuseppe (cui si aggiunsero altre persone), circa la proprietà
della casa dove costoro abitavano e dei prestiti che anchessi, anni prima, gli
avevano concesso. Le vertenze si risolsero più tardi col pagamento, da parte dei Farnese,
degli alimenti. Gli Spagnoli avrebbero forse tributato esequie più solenni al Farnese se,
immediatamente dopo la sua morte, non fosse sopraggiunta anche quella, inaspettata (per
indigestione), della regina Maria Luisa. Daltra parte, nemmeno Ranuccio Farnese
sarebbe stato così sollecito nei confronti dei creditori del fratello se, in conseguenza
di ciò, non avesse progettato di dare sua figlia Margherita in sposa al Re di Spagna.
Questi si orientò invece verso Maria Anna di Neuburg, della cui sorella, Dorotea Sofia,
lo stesso Duca di Parma aveva chiesto la mano per il suo figlio primogenito Odoardo. La
memoria del Farnese, anche a causa delle disavventure del figlio, sopravvisse a lungo,
come i suoi debiti. Ancora nel marzo 1723 un suo ex servitore venne chiamato in tribunale
per giurare che il Farnese era morto davvero nel 1689. Il Farnese non eguagliò il duca
Alessandro Farnese, come avrebbe voluto, perché si lasciò prendere troppo dalle pompe e
dallesteriorità del secolo in cui visse, che però, proprio per questo, lo conobbe
come uno dei più ragguardevoli membri della casa ducale di Parma e Piacenza. A
testimonianza di ciò, numerosi furono i componimenti poetici a lui dedicati, raccolti da
G. Melandro nelle Odi al principe Alessandro Farnese generale contro le armi ottomane (non
se ne conosce il luogo e la data di stampa) e da M.A. Gasperini in Il sonno. Oda per
la.s. di Alessandro Farnese principe di Parma, cavaliere dellOrdine del Tosone
e generalissimo dellinfanteria della Repubblica di Venezia, pubblicata a Venezia nel
1683.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, busta 31, fasc.
5-12, busta 32, fasc. 1-5, Carteggio Farnesiano estero, busta 7, fasc. 1653-1687, busta 8,
fasc. 1688-1692, busta 116, fasc. n.n.: Alessandro Farnese governatore dei Paesi Bassi e
1681-1682; Mémoires secrets dAdrien Foppens sur le gouvernement et les affaires des
Pays-Bas, pendant les années 1680-1682, a cura di M.L. Galesloot, in Compte-rendu des
Séances de la Commission Royale dHistoire, our Recueil des ses Bulletins, s. 4, IV
1877, 372 n. 4, 373 n. 1, 368-388, 393-400, 404 e s., 408, 411, 413, 415 ss., 420, 425,
428, 432 s., 438, 442 ss., 449 n. 1; Itinerario o sincero racconto del viaggio fatto da G.
Castelli per lItalia, Francia, Spagna, Inghilterra, Olanda, Fiandra e Germania
(1655-1670), a cura di M. Desideri, Spoleto, 1905, 7-94; G. Brusoni, Historia
dellultima guerra tra Veneziani e Turchi, II, Bologna, 1674, 40; G. Brusoni, Della
historia dItalia, Torino, 1680, 676, 761, 807 ss.; P. Gazzotti, Della historia delle
guerre dEuropa, II, Venetia, 1681, 71 s.; C. Freschot, Etat ancien et moderne des
duchés de Florence, Modène, Mantoue et Parme, Utrecht, 1711, 473; L. Salazar y Castro,
Indice de las glorias de la casa Farnese, Madrid, 1716, 229-232; G. Poggiali, Memorie
storiche di Piacenza, XI, Piacenza, 1763, 157, XII, Piacenza, 1766, 21, 23, 44 s., 99, 120
s., 131, 144; F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, I, Montefiascone, 1817,
70; E. Bicchieri, Don Alessandro Farnese e la contessa C. Scotti-Verugoli, in Atti e
Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi
III 1865, 54; A. De Bofarull y Brocá, Historia critica de Cataluña, VIII, Barcelona,
1878, 271 ss.; A. Cauchie-L. van der Essen, Les sources de lhistoire nationale
conservées à létranger dans les archives privées, in Bulletin de lAcad.
Royale de Belgique. Commission royale dhistoire 2 1909, 56; A. Cauchie-L. van der
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des Pays-Bas catholiques, Bruxelles, 1911, 434 s., 443, 458; L. van der Essen, Les
archives farnèsiennes de Parme au point de vue de lhistoire des anciens Pays-Bas
catholiques, Bruxelles, 1913, 8, 12, 145; F. de Navenne, Rome et le palais Farnèse
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Belgique, V, Bruxelles, 1926, 35 ss., 53, 59; A. Ballestreros y Beretta, Historia de
España, IV, 2, Barcelona, 1927, 23; J. De Smet, Tables du commerce et de la navigation du
port de Bruges, in Bulletin de lAcad. Royale de Belgique. Commission royale
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7; M. Aymard-J. Revel,
La famille Farnèse, in Le palais Farnèse, I, 2, Rome, 1981, 709, 711, 715; P. Litta, Le
famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XIX; Enciclopedia biografica e
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s.; D. Busolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 70-75.
FARNESE
ALESSANDRO
Badajoz 30 ottobre 1664-Parma 28 novembre 1726
Figlio naturale di Alessandro, secondogenito del duca di Parma Odoardo II, generale della
cavalleria italiana in Spagna, e dellattrice Maria de Laó y Carillo. Ebbe poche
relazioni con la madre, andata in sposa, nel 1680 daccordo con lamante, allo
spagnolo Feliz de Ghia, e con le due sorelle, fatte monacare a Parma. Suo unico modello di
vita fu perciò il padre, che seguì nei suoi incarichi di governo in Spagna e nei Paesi
Bassi spagnoli, ricevendo da lui uneducazione proporzionata al rango ma
contraddistinta dallamore per il lusso, i piaceri e la vita di Corte. Nel novembre
del 1680 il Farnese (il padre era allora governatore generale dei Paesi Bassi) si recò in
Inghilterra, accompagnato da ventuno servitori, per ossequiare il re Carlo II. Il padre,
come ricompensa per la missione, il 15 febbraio 1681 gli donò il reggimento Bellerose,
per iniziarlo, sul suo esempio, alla carriera delle armi. Invece il Farnese si
disinteressò tanto dei problemi militari quanto della vita politica delle Fiandre. Le
critiche che da ogni parte si riversarono sulloperato del governatore non
risparmiarono neanche lui, accusato di essere altrettanto scialacquatore, maleducato e
niente affatto brillante. Malvolentieri egli si recò a Gand, nel marzo 1682, per
accogliere il marchese di Grana Enrico Ottone Del Carretto, che venne a rilevare il padre.
Il 1° aprile il Farnese e il padre fuggirono da Bruxelles in Italia, per evitare i
creditori. Dopo una breve sosta a Piacenza il padre decise di entrare al soldo dei
Veneziani, nella campagna della Morea e chiese al fratello Ranuccio di accogliere il
Farnese nella sua Corte. Il Duca lo ricevette con tutti gli onori, concedendogli, oltre al
titolo don, proprio degli illegittimi, anche quello di eccellenza. Tale, anzi, fu
laffezione dello zio che molti sudditi credettero al pettegolezzo, infondato, che il
nuovo arrivato non fosse altri che un figlio naturale dello stesso Ranuccio Farnese. La
morte del padre, nel febbraio 1689, lasciò il Farnese privo di sostanze proprie e
indebitato. Ancora una volta Ranuccio Farnese volle aiutare il nipote, recuperandogli quel
poco che fu possibile togliere ai creditori e nominandolo, nel 1690, dopo il matrimonio di
Odoardo Farnese con Dorotea Sofia di Neuburg, scudiero della principessa tedesca. Il
Farnese, che godette di unampia e insolita libertà personale, ebbe libero accesso
nei salotti della più illustre nobiltà parmigiana e piacentina. Fu così che, nel corso
dello stesso anno, intrecciò un legame sentimentale, subito giudicato scandaloso, con la
contessa Caterina Scotti, da poco sposata col marchese Giambattista Verugoli, tenente
della guardia ducale. Lo scandalo obbligò Ranuccio Farnese a intervenire, dapprima con
una mite ammonizione, ma poi, quando nel marzo 1692 un parente del marchese, Giuseppe
Verugoli, venne trovato pugnalato a Parma, con un ordine di reclusione nella cittadella,
sebbene la colpa del Farnese non venisse mai provata. Nel maggio il Farnese riuscì a
fuggire con la complicità della Scotti, dirigendosi con lei alla volta di Napoli. Ma
nellagosto, su richiesta di Ranuccio Farnese, i due furono arrestati a Foligno dai
gendarmi pontifici, che li consegnarono alle autorità parmensi. Il 20 settembre, nella
prigione della Rocchetta, cominciarono a Parma gli interrogatori, che per lelevata
posizione sociale degli imputati si dovettero svolgere senza luso della tortura. I
giudici condannarono la Scotti a un periodo di penitenza nel monastero di
SantAntonio in Parma, il Farnese invece non poté evitare la prigionia, nella stessa
Rocchetta. Biasimato e dimenticato da tutti, si rassegnò con dignità e silenzio alla
detenzione perpetua. Solo il 14 febbraio 1714 scrisse unelegante lettera al duca
Francesco Farnese, per rallegrarsi del matrimonio della nipote Elisabetta con Filippo V di
Spagna e chiedere, implicitamente, una grazia che non gli venne mai concessa. La morte per
apoplessia lo colse dopo trentaquattro anni di carcere. Per ordine del Duca, il 30
novembre 1726, alle due di notte, il suo cadavere, avvolto in un lino e posto in una
semplice cassa, fu trasportato alla chiesa della Steccata e sepolto nella cappella del
Crocifisso, presso la tomba del duca Ottavio Farnese. Il 2 dicembre, infine, nella stessa
chiesa si svolsero solenni esequie in suo suffragio. La storia del Farnese attraversò
rapidamente i confini del Ducato. Già nel 1711 del resto, ancora vivo il Farnese, che non
poté leggerla, il francese C. Freschot la raccontò, romanzandola e omettendo il nome
della Scotti, nel suo libro Etat ancien et moderne des duchés de Florence, Modene,
Mantoue et Parme, pubblicato a Utrecht (pp. 520-525).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, busta 40, fasc.
7, Carteggio estero, busta 131, fasc. 1692,
Manoscritti Comune 4161, Diarii parmensi di G. Borra, IV, 3 dicembre 1726; Mémoires
secrets dAdrien Foppens sur le gouvernement et les affaires des Pays-Bas pendant les
années 1680-1682, a cura di M.L. Galesloot, in Compte-rendu des Séances de la Commission
Royale dHistoire, ou Recueil des ses Bulletins, s. 4, IV 1877, 411, 416; Itinerario
o sincero racconto del viaggio fatto da G. Castelli per
lItalia, Francia, Spagna, Inghilterra, Olanda, Fiandra e Germania (1655-1670), a
cura di M. Desideri, Spoleto, 1905, 86; C. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, XII,
Piacenza, 1766, 121; P. Martini, Atti della Regia Deputazione di Storia Patria in Parma,
sunto delle tornate accademiche dellanno 1864, in Atti e Memorie delle Regie
Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi II 1864, XLVIII s.; E.
Bicchieri, Don Alessandro Farnese e la contessa Caterina Scotti-Verugoli, in Atti e
Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi III
1865, 53-72; L. van der Essen, Les archives farnèsiennes de Parme au point de vue de
lhistoire des anciens Pays-Bas catholiques, Bruxelles, 1913, 145; G. Drei, I
Farnese, Roma, 1954, 234; R. Cattelani, Le avventure di Alessandro Farnese, in Gazzetta di
Parma 25 luglio 1955, 3; M. Corradi Cervi, Lamore di Alessandro Farnese per la
contessa Caterina Scotti-Verugoli, in Gazzetta di Parma 10 marzo 1959, 3 (poi in Parma
Economica 1966, 19 s.); A. Archi, Il tramonto dei principati in Italia, Rocca San
Casciano, 1962, 119 s.; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1969, 177 s.; A. Henne-A. Wauters,
Histoire de la ville de Bruxelles, II, Bruxelles, 1969, 112; M. Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in
Le palais Farnèse, I, 2, Rome, 1981, 711; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub
voce Farnesi, tav. XIX; D. Busolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995,
75-76.
FARNESE
ANTONIO
Parma 26 novembre 1679-Parma 20 gennaio 1731
Terzogenito di Ranuccio e di Maria dEste, fu educato alla scuola dei gesuiti dove
acquistò una modesta cultura. A diciotto anni il fratello Francesco Maria gli fece
compiere un lungo viaggio attraverso lItalia e lEuropa, viaggio che lo mise a
contatto con la migliore società europea. Tornato in patria nel 1700, il Farnese, tenuto
lontano da ogni forma di attività politica, condusse una vita oziosa da scapolo. La
questione del suo matrimonio, che portava con sé la soluzione del problema della
successione dei Farnese, cominciò a essere agitata molto tempo prima della morte del
fratello. Nel 1719 lAustria premette sul duca Francesco Farnese, sia con mezzi
diplomatici sia con loccupazione militare del Ducato, per fargli accettare il
matrimonio del Farnese con la principessa Sobieskj. Ma tale pressione riuscì inutile di
fronte alla fortissima influenza che sulla politica della casa Farnese esercitava la
Spagna, decisamente contraria al matrimonio del Farnese, che avrebbe seriamente
pregiudicato la successione dei figli della regina Elisabetta Farnese. Soltanto dopo la
morte del fratello (26 febbraio 1727) il Farnese, cambiando politica nei riguardi della
Spagna, dichiarò allAustria di essere disposto a prendere moglie. E nel giugno 1727
si concluse il matrimonio, a lungo progettato, del Farnese con Enrichetta dEste,
terzogenita del duca Rinaldo di Modena. Matrimonio su cui la Corte di Vienna, che aveva
acquistato ogni ingerenza alla Corte di Parma, fece grande assegnamento, nella speranza
che un eventuale figlio e discendente del Farnese avrebbe tolto allInfante di Spagna
la successione dei ducati italiani. Durante il breve periodo in cui regnò, lultimo
dei Farnese non fu in grado, per le sue scarse capacità politiche, di occuparsi
dellamministrazione dello Stato e di porre qualche riparo allenorme deficit
finanziario: i sudditi furono gravati da tasse dissanguatrici, mentre la Corte continuò a
indebitarsi con i banchieri genovesi. Lunica traccia che resta del suo governo è il
rinnovo di una grida, nel 1728, per promuovere le arti della seta, della cera e del miele.
Il Farnese morì quasi improvvisamente: stando a ciò che labate Giacobazzi
riferisce nelle Memorie, si sospettò che la stessa Corte di Vienna lo avesse fatto
avvelenare. Nel testamento rogato poco tempo prima di morire, il 19 gennaio, il Farnese,
dopo aver dichiarato suo erede universale il ventre pregnante della moglie Enrichetta,
stabilì che, mancando un erede, la sucessione sarebbe toccata alla prole maschile della
regina Elisabetta Farnese. Ma lagitazione suscitata da questo testamento
nellambiente diplomatico europeo durò poco: constatata la falsa gravidanza della
vedova, Carlo di Borbone occupò il Ducato.
FONTI E BIBL.: L.A. Muratori, Annali dItalia, XII, Roma, 1754, 19, 224; R. Galluzzi,
Istoria del granducato di Toscana, V, Firenze,1781, 79, 108; E. Robiony, Gli ultimi
de Medici e la successione al Granducato di Toscana, Firenze, 1905, 194 s., 208 s.,
247-261; H. Bédarida, Parme dans la politique française au XVIII siècle, Paris, 1930,
23 s.; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954, 270-279, 280-285, 288; E. Gencarelli, in Dizionario
biografico degli Italiani, III, 1961, 547-548.
FARNESE CAMILLA, vedi MELI LUPI CAMILLA
FARNESE CATERINA, vedi FARNESE MARIA CATERINA
FARNESE
DIOFEBO
Parma 1592/1604
Figlio di Mario e di Camilla Lupi di Soragna. Fu abate molto caro al cardinale Odoardo
Farnese, che lo utilizzò in alcuni uffici della sua Legazione del Patrimonio. Attese allo
studio delle leggi nellUniversità di Parma e vi ricevette le insegne del dottorato
nellanno 1604. Fece parte del Collegio dei Leggisti. Morì in giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 69.
FARNESE DOROTEA SOFIA, vedi NEUBURG DOROTHEA SOPHIE
FARNESE EDOARDO o EDUARDO, vedi FARNESE ODOARDO
FARNESE
ELISABETTA
Soragna-post 1679
Figlia del marchese di Soragna, abbandonò lo stato laico per entrare tra le suore di
Santa Chiara. Scrisse e pubblicò Poemata Sacra, che unitamente agli Opuscoli ascetici
della sorella Francesca, alunna essa pure di Santa Chiara, vennero stampati in Venezia,
coi tipi di Giovanni Giacomo Herts, lanno 1679.
FONTI E BIBL.: Sbaral., 227; Petrus Ant. venetus, in Viridario Seraphico, tomo 2, parte
2ª, cap. 3; G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 430.
FARNESE
ELISABETTA
Parma 25 ottobre 1692-SantIldefonso 20 luglio 1766
Nacque da Odoardo, primogenito del duca Ranuccio, e da Dorotea Sofia di Neuburg, a sua
volta figlia dellelettore palatino Filippo
Guglielmo e sorella della vedova di Carlo II di Spagna. Poco si sa di preciso sui suoi
primi anni: nel 1693 le morì, ancora piccolo, lunico fratello e, nel giro di
pochissimo, anche il padre, oppresso e dallesorbitante pinguedine soffocato, come
recitano le cronache (cfr. G. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, t. XII, Piacenza,
1766, p. 160), patologia ereditaria emergente negli epigoni, soprattutto maschili, della
casata. Si ritenne opportuno che le influenti relazioni e la consistente dote della madre
Dorotea Sofia non andassero disperse: nel giro di pochssimo tempo essa convolò a seconde
nozze con il cognato Francesco Farnese, più giovane di lei di diciotto anni ed erede
della successione al Ducato dopo la morte del padre Ranuccio. Nonostante i trentanni
di convivenza e le zelanti cure eseguite allo scopo, il matrimonio restò sterile,
tuttavia proseguì sereno e, per gli standard principeschi, bene assortito. Di fatto,
però, lassenza di discendenza maschile rese la Farnese unica erede del casato,
consolidando sempre più i legami, anche affettivi, con lo zio e patrigno:
lininterrotto epistolario intercorso tra i due fu contrappunto costante anche degli
anni in cui la Farnese divenne protagonista di primo piano in ben più ampi scenari. Il
legame sicuramente sottese più che un affettuoso rispetto formale da parte di lei e, da
parte di lui, più che un interesse dai risvolti utilitaristici verso lunica
componente dei Farnese su cui si concentrassero le residue ambizioni della casata. Non per
nulla il cardinale Giulio Alberoni, durante gli anni in cui la Farnese sedeva già sul
trono di Spagna, disse più volte che il duca Francesco Farnese era lunica persona
vivente verso la quale la Farnese provasse un reale interesse daffetto. Trascorse
linfanzia e la prima giovinezza tra Parma e Piacenza: una vita tranquilla che
labilità politica dei duchi e la speciale protezione dei pontefici romani
contribuirono a conservare in anni già difficili per la penisola italiana. Quanto
alleducazione impartita alla giovane Farnese non si sa nulla di certo. Nelle più
tarde lettere del patrigno al cardinale Alberoni se ne descrivono le grandi doti
intellettuali: venne educata a leggere e scrivere latino, francese, tedesco, a dedicare
molte ore di studio ai libri di religione e di storia. Ma si ha la sensazione che il
ritratto sia tracciato sovratono e che limmagine spietata, anche se di parte, che
emerge di lei dalle pagine del Saint-Simon sia alquanto più veritiera: mediocre
intelligenza non scevra da una notevole furbizia, mancanza di reali gusti intellettuali,
assenza di capacità di acquisirne a petto di un temperamento tanto volitivo quanto bene
celato. Le sue letture restarono limitate ai libri religiosi anche nel prosieguo della sua
esistenza: la totale ignoranza dei meccanismi politici costituì indubbiamente un grave
impedimento ad afferrare i dettagli di una reale azione di governo. Le sue vere passioni
sembrano essere state la danza e il ricamo. Tutto ciò era, daltronde, naturale per
una fanciulla che tutto sembrava destinare a un matrimonio nellambito della nobiltà
di provincia o, al più, di una Corte europea di secondo piano. Lesistenza
tranquilla dei Farnese, divisa tra la Pilotta di Parma e la residenza di Piacenza, dovette
subire per tutti un brusco ridimensionamento con lo scoppio della guerra di successione
spagnola (1701): meno spettacoli teatrali di musici e buffoni, grande passione della
famiglia, entrate ducali spese in buona parte per finanziare ambascerie e visite di
cerimonia a principi e generali di passaggio in Italia, nel tentativo di mantenere i buoni
rapporti indispensabili per la sopravvivenza dei Ducati. Ma proprio in questi anni la
difficile neutralità dei Farnese dovette soccombere alla fine davanti alla pressione
delle armate straniere che dellItalia padana fecero teatro dei loro scontri.
Nonostante i diffusi sentimenti antiaustriaci della Corte, fu giocoforza orientarsi per
gli Imperiali, già preannuncio di quel generale assetto che nel trattato di Utrecht
(1713) trovò ufficializzazione definitiva. In questa fase solo labilità
diplomatica di Giulio Alberoni, già ben introdotto presso Filippo V grazie alla solida
amicizia con Louis Joseph de Vendôme, duca di Penthièvre, fece sì che i legami tra
Corte farnese e Spagna non si interrompessero del tutto: a Parma rimase un incaricato
daffari spagnolo che in veste ufficiosa continuò a tenere le fila di un rapporto
difficile in attesa che le reali simpatie del Duca e dellAlberoni stesso assumessero
contorni più scoperti e portata più consistente. Quanto alla Farnese, ancora lontana
dagli intrighi della politica, fu tuttavia toccata personalmente dalla guerra o, meglio,
da ciò che spesso la guerra dellepoca portava con sé: il contagio scoppiato
nellItalia padana al seguito degli eserciti tedeschi. Nel 1710 contrasse infatti il
vaiolo in forma acuta al punto da fare temere per la sua vita. Di costituzione robusta, lo
superò ma rimase segnata dalle vaiole principalmente sopra del volto et braccia e in
quantità non mediocre (Casa e corte farnesiana, b. 41, fasc. I, c. 4). La cosa dovette
preoccupare non poco sia lei sia lo zio e tutore per gli inevitabili riflessi negativi
sulle sue aspirazioni matrimoniali. Alla Farnese, comunque, non dovettero mancare gli
estimatori: il principe di Piemonte e il cugino, il duca di Modena, a esempio,
intavolarono trattative per ottenere la sua mano. Ma, nel 1714, la sua vita subì una
svolta imprevedibile. Il 14 gennaio morì, appena ventiseienne, Maria Luigia di Savoja,
moglie di Filippo V re di Spagna, a sua volta nipote di Luigi XIV di Francia. Lasciò un
popolo che le era affezionato, un marito cui aveva dato due eredi maschi, cui una presenza
femminile al fianco era indispensabile e che la prematura perdita lasciò addolorato anche
se un peu à la royale (Saint-Simon, X, p. 178). Era scontato, comunque, che il Re ben
presto si sarebbe scelto una nuova moglie: da un lato, egli era dindole sensuale
unita a una coscienza eccezionalmente scrupolosa, facile preda di depressioni se lasciato
a se stesso, dallaltro ancora giovane ma troppo moralista per legarsi a
unamante ufficiale. Insomma, la diplomazia europea fu subito attentissima alle mosse
di questo sovrano, che lambasciatore veneziano N. Erizzo più tardi lapidariamente
definì amantissimo delle mogli. Pare che già durante le esequie di Maria Luigia di
Savoja corressero i primi discorsi relativi alla futura regina di Spagna. Ovviamente non
mancarono le candidate: due principesse Savoja (Maria Vittoria e Isabella Luigia), una
principessa portoghese e la figlia dellelettore di Baviera, scelta questultima
caldeggiata dalla regina madre. A tutti fu chiaro, comunque, che qualsiasi candidata
avrebbe dovuto superare il passaggio obbligato dellapprovazione preventiva di Maria
Anna de la Trémouille principessa Orsini, a suo tempo designata dal re di Francia come
camarera major della prima moglie di Filippo V, ben presto divenuta arbitra e padrona
delle volontà reali e, per loro tramite, vera eminenza grigia di tutta la Spagna. Fu
tutto merito dellAlberoni lavere mondanamente corteggiato e a poco a poco
insinuato con abilità presso la potente favorita che la giovane principessa Farnese
presentava le garanzie migliori: italiana, in omaggio alla memoria della defunta, buona
compagna ma aliena dalla politica, poco intelligente, non istruita, non bella perché
segnata dal vaiolo, allevata alla buona in una Corte di provincia e, vantaggio non ultimo,
erede del Ducato e dei diritti alla succesione di Toscana come discendente di Margherita
de Medici moglie di Odoardo Farnese. Furono tutte ottime credenziali agli occhi
dellOrsini che poté sperare, così, di conservare il proprio potere alla Corte
spagnola. Tra lanziana dama e lAlberoni i contatti si fecero via via più
stringenti, finché nel giugno 1714 labate poté comunicare in gran riservatezza a
Parma il confortante messaggio: fatta matura riflessione sopra quanto le avevo detto della
signora Principessa di Parma, trovava che avevo ragione di dire che fra quante si
presentassero questa era quella che più conveniva al Re di Spagna (Carteggio farnesiano
estero, b. 132, fasc. 10, lettera 11 giugno 1714). Si vollero bruciare le tappe
delloperazione per evitare reazioni e ripensamenti: Luigi XIV, informato da un
dispaccio dellOrsini, diede il suo assenso anche se sorpreso dalla decisione
improvvisa. Soprattutto ne fu visibilmente soddisfatto il Pontefice, che da tempo
considerava le vicende farnesiane riflesso delle proprie possibilità politiche. Il
cardinale F. Acquaviva dAragona, inviato da Filippo V, arrivò così il 30 luglio di
quellanno a Parma confortato dalla sicura approvazione di papa Clemente XI. Il 25
agosto fu firmato il contratto nuziale. La dote della Farnese ammontò a 100000 doppie,
computando in esse anche il valore dei gioielli. Inoltre, a tantonore di degnanza un
tanto Genero, pensò il Farnese corrispondervi alla men con promesse, unendo alla dote la
sostituzion, leredità eventuale di questi stati per
sopradote (Informations historiques, c. 622). Probabilmente lultima
fase delle trattative dovette essere più convulsa del previsto, causa un ripensamento
dellOrsini che forse cominciò a subodorare una collusione tra il partito italiano,
lAlberoni e questa giovane Farnese che, se non altro forte della sua giovinezza,
poteva rappresentare un serio pericolo per il suo potere. La Farnese dovette essere assai
abile nel recitare la parte suggeritale: soprattutto con il conte F.Z.F. Albergotti,
inviato speciale del Re per ossequiare la promessa sposta e studiarne il carattere, seppe
tenere fede alla sua fama di buona lombarda impastata di butirro e di cacio (Drei, I
Farnese, p. 258, riferendo una missiva dellAlberoni), grata per lonore
concessole e propensa a lasciarsi guidare dallOrsini che Luigi XIV considerava una
sorta di suo agente personale alla Corte spagnola e garante rispetto al debole e troppo
umorale Filippo. Sia come sia, il 16 settembre, al culmine degli sfarzosi festeggiamenti
indetti per loccasione, il cardinale U.G. Gozzadini, espressamente inviato dal Papa,
impartì la solenne benedizione nuziale, rappresentando lo sposo il Duca di Parma. Il 22
dello steso mese il corteo reale partì alla volta di Sestri Levante, dove fu deciso che
la Farnese si sarebbe imbarcata alla volta di Barcellona. A Borgo Taro si accomiatò dai
duchi e dal numeroso seguito proseguendo il viaggio con un numero ristrettissimo di
dignitari: Ippolita Ludovisi Boncompagni principessa di Piombino, il principe di
Palestrina, la contessa Bianca della Somaglia e il conte Annibale Scotti. Così impose
lOrsini che, fin dallinizio, volle che la Farnese fosse isolata dai suoi e
sotto il proprio controllo. Una improvvisa tempesta occorsa alle galee fece cambiare
radicalmente i progetti: la Farnese sbarcò a Genova decisa a proseguire il tragitto via
terra attraverso la Francia. Il viaggio nuziale alla volta della Spagna costituisce, nei
suoi vari passaggi, lepisodio più citato in tutte le cronache e biografie
successive della Farnese. Giustamente è visto di solito come un momento determinante sia
perché mutò oggettivamente le premesse in base alle quali la Farnese era divenuta regina
di Spagna lasciando prevedere comportamenti successivi sul piano politico, sia perché i
suoi primi gesti fecero intendere chiaramente a tutta la diplomazia europea quelle
aimera voler de ses ailes (A. Baudrillard, Philippe V et la Cour de France, Paris, 1890,
I, p. 60). Innanzi tutto il tempo impiegato per raggiungere il marito fu, non si sa se ad
arte, singolarmente lungo. Data a quel periodo, nel corso del tragitto in terra francese,
lincontro con il principe di Monaco, Antonio Grimaldi, il quale, facendone puntuale
resoconto a Versailles, tracciò un ritratto fisico-psicologico della Farnese che, nel suo
genere, è un piccolo gioiello di circonluzioni giustamente rimasto celebre soprattutto
nella chiusa: cuore di lombardia, animo di fiorentina, sa volere fortemente (De Courcy, p.
91). I tre mesi che impiegò la Farnese a raggiungere la Spagna contribuirono
senzaltro a innervosire la principessa Orsini inducendola ai primi passi falsi:
critiche aperta alla persona della Farnese, al suo comportamento, pesanti insinuazioni su
quello del suo seguito. Gli indubbi errori tattici della pure esperta cortigiana francese
sono rivelatori di un suo stato di insicurezza vieppiù crescente nei confronti di una
situazione che intuì di non controllare più del tutto, ma da soli non giustificherebbero
il precipitare degli eventi. Gli elementi determinanti furono costituiti sia
dallostilità da cui la dama, anziana e intrigante, era circondata a Corte, sia
dallabilità dellAlberoni, deciso a divenire il consigliere e confidente della
giovane Farnese e, per suo tramite, il plenipotenziario della politica spagnola. Le ultime
fasi del viaggio della Farnese segnarono un vero capolavoro di tattica e tempismo
dellabate piacentino. La Farnese arrivò l11 dicembre a Pamplona dopo aver
trascorso alcuni giorni a Pau con la zia materna Maria Anna di Neuburg, vedova del defunto
re di Spagna Carlo II, dallOrsini allontanata da Madrid. Già qui ella dovette
ricevere le prime messe in guardia sulle reali intenzioni della cortigiana. A Pamplona fu
raggiunta dallAlberoni che lavrebbe dovuta accompagnare nellultimo
tratto del viaggio: unico italiano, unico amico fidato proprio quando la Farnese era stata
costretta a licenziare il suo già esiguo seguito italiano, non senza grande rammarico
sentendosi circondata da tante spie quanti erano i servitori e serve mandati a
rimpiazzarlo (Bertoli, 1954, p. 102). Che cosa si dissero i due nelle ripetute
conversazioni da solo a sola non è dato sapere: certo lisolamento in cui si trovò
dovette avvicinare maggiormente la Farnese allabate. Il quale, dal canto suo, fece
assegnamento sicuro sul carattere altero, già più volte umiliato, della Farnese e
sullindole impulsiva dellOrsini, esasperata dalla snervante attesa e
desiderosa di dare dimostrazione del suo reale potere. Lepilogo di questa
contrapposizione, giocata fino ad allora a distanza, si ebbe il 22 dicembre a Jadraque
dove la camarera major si recò a incontrare da sola la Farnese, anticipando volutamente
Filippo, che attese a Guadalajara. Incontro senza testimoni diretti, pare breve, finito
bruscamente con lordine, impartito autorevolmente dalla Farnese, di arrestare la
favorita e di accompagnarla senza seguito ai confini del Regno. Parecchie e dissimili sono
tra loro le versioni dellepisodio: ne diedero testimonianza il duca di Saint-Simon,
P.H.Beauvilliers duca di Saint-Aignan, ambasciatore francese a Madrid, in una lettera al
ministro J.B. Colbert marchese di Torcy, lAlberoni nelle sue missive a Francesco
Farnese e il marchese F.M. Grimaldi, ambasciatore genovese a Madrid, scrivendo al Senato
della Repubblica. Il primo, feroce detrattore della Farnese, non ne dà una versione
benevola, attribuendo la violenta scenata a un pretesto della Farnese. Tra il Saint-Aignan
e lAlberoni la versione non differisce granché se non per una qual laconica
faziosità maggiore nellitaliano. Più imparzialmente il Grimaldi riferì: non ben
si sa quanto passasse tra loro (cfr. Bertoli, 1954, p. 107). Sia come sia, il colpo di
scena di Jadraque fu la prima manifestazione pubblica della ferrea volontà della Farnese.
Al Re, informato dellevento e certo sconcertato dalla sua brutalità, non rimase che
confermare il provvedimento per non dispiacere alla Farnese, mentre allOrsini non
valse neppure la protezione di Luigi XIV, a cui fece ricorso, ma che era ben lontano dal
volersi inimicare per lei la nuova regina. La quale, dopo il gesto clamoroso, si mosse con
sorprendente abilità: smentendo la sua abituale lentezza, raggiunse a tappe forzate
lansioso marito riuscendo, come era prevedibile, a bloccarne i ripensamenti. Il 24
dicembre avvenne lincontro e gli sponsali furono immediatamente celebrati dal
patriarca delle Indie. Lesito immediato fu la conferma dellesilio per
lOrsini e linizio, quindi, di un nuovo periodo politico per la Spagna cui,
almeno inizialmente, il binomio Farnese-Alberoni diede unimpronta decisiva. Giovane,
ambiziosa, dotata di grande passione per il potere, la Farnese divenne ben presto il primo
ministro di Filippo V, la cui indole abulica e incerta si adattò di buon grando a questa
situazione. Certo alle sue spalle si intravvede la continua azione sotterranea di Giulio
Alberoni a evitare ingenuità e sbandamenti: da un lato fu lui a riallacciare rapporti
più stretti con la Francia, certo compromessi dopo la vicenda Orsini, e fu sempre lui a
suggerire di troncare il chiacchierato rapporto della Farnese con il cappellano Maggiali.
Dallaltro, fu grazie allappoggio della Farnese che labate intraprese
tutta una serie di riforme interne, alla Casa reale e al governo della Spagna, forte del
drappello di uomini che ben presto vennero insediati ai posti chiave in sostituzione dei
precedenti, legati al partito francese: il principe Pio, il principe di Cellamare, il duca
di Popoli e il duca di Giovinazzo. Furono congedati lOrry, già ministro delle
Finanze, Melchiorre Macanaz, procuratore fiscale, e il confessore Robinet, in luogo del
quale fu chiamato padre G. Daubenton. Nel 1716 lAlberoni venne nominato primo
ministro ufficializzando la posizione che di fatto occupava già presso la Corte spagnola.
Nello stesso anno nacque lerede maschio della famiglia reale, Carlo. Era stato
preceduto, lanno prima, da Maria Anna Vittoria, primogenita dei sette figli della
Farnese, essendo costei ben conscia che dovere di una regina e prima obbedienza alla
Chiesa era fare un figlio in capo a nove mesi (Casa e corte Farnesiane, b. 41, fasc. 4,
lettera datata 3 febbraio 1715). Fin da piccolissimi furono oggetto delle precoci ansie
dinastiche della Farnese e, nel contempo, costituirono la giustificazione ultima di tante
scelte politiche e diplomatiche cui ella spinse la Spagna, essendo scontato che la
successione al trono sarebbe spettata di diritto ai figli di primo letto. Come sbocco di
queste ambizioni era naturale che si pensasse alla penisola italiana: vi si poteva contare
sulla simpatia di Clemente XI per il docile Filippo in funzione antimperiale e sui Farnese
di cui, dopo tutto, la regina di Spagna era la naturale erede e che avevano acquistato
maggiore autorità grazie alla loro parentela con la Corte iberica. Anche in questa ottica
si comprendono le direttive dellAlberoni, chiaramente volte ad annullare col tempo
le conseguenze del trattato di Utrecht e a fare della Spagna lelemento catalizzatore
di unalleanza di principi italiani per reinserire i Borbone nei loro antichi
possessi. Il Papa, dal canto suo, avrebbe visto volentieri i cattolici Stuard sul trono
dInghilterra e Filippo V su quello di Francia, dove già si prevedeva
lapertura di un contenzioso alla morte di Luigi XIV. Ma, soprattutto, al Pontefice
premeva la crociata contro i Turchi di cui si fece promotore insieme con Venezia. In tali
circostanze, la promessa della partecipazione di una flotta spagnola, le pressioni
congiunte dei Farnese da Parma e della Farnese da Madrid valsero allAlberoni la
concessione del cappello cardinalizio, il 12 luglio 1717. La notizia arrivò il 25 dello
stesso mese. Lo stesso giorno la flotta spagnola, in gran segreto, levò le ancore da
Barcellona, il 22 agosto fu davanti a Cagliari e, in poco tempo, conquistò tutta
lisola. La spedizione era stata progettata da tempo: la prima idea risaliva al duca
di Parma, ben presto condivisa dai reali di Spagna che, pensando ai figli della Farnese,
lavrebbero volentieri indirizzata contro Napoli o la Toscana in funzione
antiaustriaca. LAlberoni trattenne fino al possibile la spedizione sconsigliandola a
tutti i livelli ma si arrese davanti alla volontà irremovibile dei suoi padroni e solo la
poté deviare contro la più facile e meno implicante Sardegna. Le reazioni
internazionali, tuttavia, furono durissime: le corti europee gridarono al tradimento e
rimproverarono alla Spagna di avere, oltre tutto, disperso preziose energie impedendo di
trarre profitto dalla grande vittoria di Belgrado ottenuta sui Turchi da Eugenio di
Savoja. Il Papa, dal canto suo, si sentì ingannato dallAlberoni, di cui, peraltro,
aveva sempre diffidato, non sospettando minimamente che il mandante ultimo
dellimpresa potesse essere il duca Francesco Farnese. Il ministro spagnolo accettò
coscientemente di addossarsi ogni colpa e continuò ad agire assecondando e coprendo i
suoi referenti di Parma e Madrid: il carteggio pubblicato dal Bourgeois è chiarissimo al
riguardo. Resta il fatto che, a quel punto, si innescò un pericoloso meccanismo in parte
incontrollabile: nel 1718 una quadruplice alleanza unì tra loro Inghilterra, Francia,
Austria e Olanda, decise a opporsi alle avventurose mosse spagnole. Il Duca di Parma e la
Farnese vollero la guerra a ogni costo. Daltra parte anche lAlberoni ammise
che era giocoforza, a quel punto, almeno difendere lonore del re Filippo. Si giunse
così alla seconda spedizione italiana (giugno 1718), diretta, anziché contro Napoli,
come si sarebbe voluto, contro la Sicilia, conquista ritenuta più agevole da conservare.
Loccupazione di Palermo provocò limmediata reazione inglese: la flotta
dellammiraglio A. Castañeta fu sorpresa presso Capo Passero dallammiraglio
George Byng e pressoché annientata. Nel contempo i Francesi invasero la Spagna,
giustificando lazione come diretta contro il ministro più che contro la politica
del Re. La situazione, divenuta pesantissima, richiese un rapido componimento e il
sacrificio della testa del cardinale, richiesta a gran voce da tutte le potenze, divenne
inevitabile. Il 12 dicembre 1719 lAlberoni lasciò la Spagna, bruscamente
licenziato, tradito dal proprio duca per il quale poco prima si era esposto e dal
voltafaccia della Farnese di cui era stato mentore e strumento al tempo stesso. La
Farnese, da quel momento in poi arbitra sempre più assoluta della volontà del marito,
abbandonata alla sua concezione della politica come puro intrigo e vedendo più che mai in
gioco lavvenire dei figli, si lanciò in una frenetica politica matrimoniale. La
prima mossa la compì nel 1722: linfanta Maria Anna Vittoria, che non aveva ancora
compiuto i cinque anni, venne inviata a Parigi, promessa sposa di Luigi XV allora
tredicenne. Ma nel 1725 le speranze della Farnese furono bruscamente infrante: il duca di
Borbone, nuovo reggente di Francia, annunciò il rinvio della giovane principessa.
Infatti, alla conservazione del proprio potere e a impedire lascesa del pretendente
Orléans era indispensabile la nascita in breve tempo di un delfino. Maria Anna Vittoria
aveva otto anni e chiaramente era inadatta allo scopo: le venne così preferita la
ventenne figlia dello spodestato re di Polonia, Maria Leszczy´nska. Sia come regina sia
come madre lo scacco fu vissuto traumaticamente dalla Farnese. I commentatori concordano
nel ritenere che per qualche tempo la pace stessa dEuropa fu in pericolo.
Lanno prima aveva tentato un ravvicinamento con lImperatore proponendo gli
infanti Carlo e Filippo come mariti per due arciduchesse, ma Carlo VI accolse tiepidamente
la proposta: il trattato di Vienna (1725) contiene solo vaghe promesse circa il progetto e
riconosce Parma e Toscana feudi imperiali. Nel 1727 la Farnese, delusa, ricercò un nuovo
contatto con la Francia, sollecitata e persuasa in questo dallo zio e patrigno che a lungo
aveva lavorato in tal senso e che, proprio quellanno, non ancora cinquantenne,
morì. Dopo lallontanamento dellAlberoni, la perdita del duca di Parma fu
quella che privò la Farnese del consigliere più ascoltato e soprattutto del garante e
custode in Italia delleredità farnesiana per i suoi figli. Per non creare ulteriori
intralci a questo progetto si era a lungo ostacolato o, per lo meno, non si era
sollecitato il matrimonio del fratello minore del duca, Antonio Farnese. È ben vero che
costui non aveva mostrato particolari propensioni o impazienze in tal senso e che solo la
morte prematura del fratello e le nuove responsabilità lo convinsero ineluttabilmente a
un tale passo. Le nozze con Enrichetta Maria dEste, celebrate nel febbraio 1728,
fecero ventilare la probabilità, seppure da tutti considerata remota, della nascita di un
erede. Il disperato tentativo di prevenire esiti a lei infausti spinse la Farnese a
stipulare un trattato direttamente con lodiata Inghilterra (Siviglia, 9 novembre
1729), costringendo la Francia a entrarvi come garante: al figlio Carlo fu finalmente
assicurata la successione di Toscana e Parma. Clemente XII, cui non dispiacque il progetto
di una forza contraltare dellImperatore, si astenne però da uninvestitura
ufficiale per evitare una immediata reazione dellAustria. Da questa situazione di
impasse si uscì grazie allevolversi stesso degli avvenimenti e in forza della
precaria salute del duca Antonio Farnese: già affetto da obesità ereditaria e da una
pericolosa passione per la chimica e per i preparativi a base di erbe medicinali, morì il
20 gennaio 1731, nominando suo erede universale il ventre pregnante della duchessa
Enrichetta Maria dEste. Limprevisto testamento lasciò in perplessa
aspettativa le cancellerie europee, ma non impedì alla Farnese di gridare
allimpostura e allAustria di occupare i Ducati, ufficialmente in nome
dellinfante. Quando la gravidanza tanto attesa e temuta si rivelò un bluff, come
molti avevano ritenuto sin dallinizio, le ambizioni decise della Farnese non ebbero
più freno e non trovarono ostacolo neppure nella persona dellImperatore. Del resto
a Carlo VI interessava soprattutto il riconoscimento della sua prammatica sanzione e, in
cambio, egli accettò il 22 luglio 1731 le disposizioni del trattato di Siviglia per Parma
e Toscana consentendo anche lintroduzione di seimila uomini delle truppe spagnole
nelle fortezze dei due paesi. Linfante, il 24 giugno 1732, ricevette lomaggio
sovrano del Senato fiorentino e, sollecitato dalla Farnese, passò a prendere possesso di
Parma (12 ottobre) e di Piacenza (22 dello stesso mese). Dopo anni di attesa e di vani
quanto laboriosi progetti la Farnese conseguì i primi veri risultati politici,
raccogliendo i frutti di un impegno durato tre lustri: compiva allora quarantanni,
aveva buona salute e una grande vitalità, mentre al Re, sempre più soggetto a crisi
depressive e assente dalla realtà, non erano estranei progetti di abdicazione, da lei
regolarmente controllati. Vi era stato, in tale direzione, un preciso antecedente: nel
1724 Filippo mise in atto, con un dispositivo legale lungamente studiato, il suo progetto
di ritiro dalla scena politica attiva, modellando il suo caso sullesempio del grande
Carlo V. Lambasciatore veneziano N. Erizzo nella sua relazione al Senato attribuì
il gesto al suo genio malinconico che lo induceva a isolarsi sempre di più nella
residenza di SantIldefonso, a quattordici leghe da Madrid, creata tenendo presente
il modello di Versailles e in cui aveva profuso somme immense. In effetti, per un breve
arco di tempo, cedette al primogenito Luigi, allora diciassettenne, la corona di Spagna.
La morte prematura dellerede, appena compiti sei mesi del suo regno, sorpreso dal
vaiulo e da febbre maligna non lasciando figli di Luisa Elisabetta dOrléans sua
moglie, ripropose il problema. Il meccanismo legale predisposto allo scopo non fu attivato
e Filippo, del resto appena quarantenne, riprese il suo ruolo naturale, sicuramente
sollecitato anche dalla Farnese. Ella, dal canto suo, non smise di organizzare progetti
politici per i propri figli e di tentare di allacciare relazioni internazionali grazie ai
legami dinastici. Il 1729 fu lanno del doppio matrimonio portoghese: il figliastro
della Farnese, Ferdinando, sposò la principessa Barbara, e la sua primogenita Maria Anna
Vittoria si unì a Giuseppe del Portogallo. È certo, però, che le ansie materne della
Farnese si concentrarono sui due maschi: Carlo e Filippo. Una volta che al primo fu
riconosciuta la successione dei Ducati in Italia, fu il secondo a essere oggetto delle
maggiori preoccupazioni. Loccasione per agire si verificò presto. Nel 1733 la
situazione europea fu di nuovo alle soglie di un profondo rivolgimento: non appena la
crisi polacca ruppe la fragile tregua, apparve chiaro alla Farnese che tra le maglie di
una fase politica in rapida evoluzione ci sarebbe potuto essere spazio per i suoi disegni.
I quali si fecero via via più ambiziosi: pensò a uno dei suoi figli per il vacante trono
di Polonia, alle Due Sicilie per lallora dodicenne Filippo e per don Luigi, di soli
sei anni, guardò ai Paesi Bassi. Nellautunno 1733, mentre era impegnata in
trattative con la Francia, alleata del re di Sardegna, per opporsi ai progetti imperiali
decise di rompere gli indugi e di agire per conto proprio: il 20 di ottobre diede il via a
un corpo di spedizione diretto in Italia a raggiungere il Charmy e il Montemar, che
avevano lincarico delle cose militari per conto del figlio Carlo, nel frattempo
dichiarato fuori di tutela. Il novembre di quellanno segnò la ratifica della nuova
alleanza con la Francia sottoscritta allEscuriale ma i dissensi sorti tra gli
alleati sulla destinazione di Mantova fecero precipitare la situazione. La Farnese
capovolse lordine di operazione e comandò al Montemar di muovere alla conquista
delle Due Sicilie. Don Carlo, obbedendo alla Farnese, partì da Parma nel febbraio 1734.
Fu allora che, prevedendo linvasione dei Ducati da parte degli Austriaci, egli
ordinò la smobilitazione degli arredi più preziosi del patrimonio Farnese, inizio di
quelloperazione che la Farnese completò in maniera sistematica allindomani
della firma dei preliminari della pace di Vienna (1735), che assegnò i Ducati agli
Austriaci. I beni mobili dei palazzi di Parma, Piacenza, Colorno e Sala, insieme agli
archivi e alla biblioteca, considerati tutti proprietà della famiglia anziché patrimonio
statale, passarono a Napoli. Data a quel primo spostamento linizio della progressiva
dispersione che sempre di più caratterizzò il possesso del patrimonio, soprattutto
cartaceo, di casa Farnese. Una volta sottoscritta nella sua versione definitiva, la pace
di Vienna (1738) riconobbe definitivamente lassegnazione del Regno meridionale al
primogenito della Farnese. Egli assunse il titolo di Carlo III e si impegnò a non unire
su di sé le due corone nella sua eventuale successione a Madrid. Oltre che in prima
persona, anche attraverso il figlio la Farnese, pur tanto pia e devota, sostenne una dura
lotta giurisdizionalistica con la Santa Sede. Per linfante don Luigi, di appena otto
anni, chiese e, sia pure a fatica, ottenne il cappello cardinalizio (1735). Infine, come
scoppiò la guerra di successione austriaca, ne approfittò per tentare di conquistare un
trono in Italia anche a Filippo, il figlio cui probabilmente fu più legata. Nel 1739 ella
riuscì a dargli in moglie la primogenita del re di Francia, Luisa Elisabetta, a ulteriore
garanzia di benevola protezione da parte di Luigi XV: solo richiese, ricordando lo smacco
bruciante di tanti anni prima, che il contratto nuziale fosse stipulato quando entrambi i
giovani avessero raggiunto unetà realmente matrimoniabile. A cementare
ulteriormente i legami franco-spagnoli ci fu più tardi negli anni anche il matrimonio
dellinfanta Maria Teresa con il delfino (1745), unione su cui la Farnese contava
molto in funzione di sostegno dei suoi progetti politici in Italia. Qui, nel 1741, il
figlio ventunenne Filippo fu messo a capo di unarmata borbonica contro gli
Austro-Sardi alleati, ma solo nel 1748 si vide finalmente assegnato il Ducato della
famiglia materna (pace di Aquisgrana). Di quegli anni, trascorsi lontano dalla moglie, che
lo raggiunse a conquista ottenuta e dalla Farnese, che del suo affetto fu gelosissima e
che da allora non lo rivide più, resta un ricco epistolario, in parte pubblicato dallo
Zanon. Dal 1745 in poi le lettere si succedono al ritmo di due al giorno. Cariche di
emotività e ricche di notazioni di intima familiarità, costituiscono un documento
interessante, nella sua immediatezza, sia della vita personale che politica di questa
coppia ormai avviata a un precoce tramonto. Nel 1745 L.G. de Vauréal, vescovo di Rennes,
il mondanissimo e galante nuovo ambasciatore francese a Madrid, tracciò un ritratto dei
due sovrani certo di parte ma acuto. Ne emerge un Filippo V privo di ogni volontà che non
fosse quella della moglie, pesante e ottuso, sensuale e devoto, sempre innamorato della
Farnese, anche se infastidito dalla presenza dei suoi cotigiani, dedito a lunghi studi di
mappe militari, a simulazioni di battaglie e a immaginarie marce. Al sua fianco cera
sempre la Farnese che non capiva nulla di diplomazia e guerra ma che diceva sempre una
parola definitiva su di esse, i cui figli, secondo una voce comune, erano lunico
oggetto della sua ambizione. Al ministro R.L. Voyer marchese dArgenson in data 20
agosto 1745 il Vauréal scrive: Ho potuto osservare la regina in ogni situazione, nei
momenti di aspettativa, di speranza, di paura ma non lho mai vista preoccupata del
proprio futuro. Ho forti dubbi sul fatto che essa possieda da qualche parte una scorta di
denaro liquido di centomila corone. Sempre del nobile francese è un breve ritratto,
spietato nella sua lapidarietà, in cui si ritrovano certi tratti già segnalati
dallAlberoni tanti anni prima quando, osservando lallora giovane Farnese, ne
descrisse i comportamenti allo zio e patrigno di lei: Ma che gran numero di difetti
riuniti in una sola persona: priva di intelligenza, priva di giudizio, è un insieme di
vanità senza dignità, di avarizia senza economia, di stravaganza senza liberalità, di
falsità senza finezza, mente senza discrezione, è violenta senzessere coraggiosa,
debole senzessere di buona indole, paurosa in modo ottuso, lunico talento che
possiede è quello dellimitazione, e senza grazia (Armstrong, pp. 373 ss.). In
questo scorcio di regno la Farnese fu circondata da un gruppo ristretto di cortigiani
collaboratori: lo Scotti, quello presente da più antica data, il duca di Atri, gran
maestro e suo favorito, alla morte sostituito dal conte de Montijo, persona onesta il cui
unico difetto probabilmente fu quello di essere spagnolo e, per questo, in qualche modo
prevenuto nei confronti della Francia verso la quale gli osservatori politici più acuti
guardavano pensando a un ruolo europeo dei Borbone di Spagna. In effetti la situazione
economica della nazione era sempre più pesante, il bilancio gravato dalle guerre estere,
dalle dispendiose campagne italiane e dalle spese per i matrimoni prestigiosi: tra il 1738
e il 1739 si dovette persino ricorrere alla sospensione dei pagamenti dei salari e
pensioni e a un drastico ridimensionamento del numero dei soldati. Il ministro delle
Finanze, Huraldi, si spinse sino a criticare le eccessive spese della mensa reale. Il
suggerimento unanime quanto inascolato dei ministri fu quello di distogliere la Spagna
dalla penisola italiana e di orientarla sempre più a proficue alleanze europee: il più
deciso e cosciente nel perseguire questa tendenza fu il marchese dArgenson, dal 1744
ministro degli Esteri, certo una delle personalità di governo più notevoli di quel torno
di anni. Il coinvolgimento italiano era però ormai irrefrenabile e, anzi, proprio allora
le sorti del conflitto mostrarono la necessità di uno sforzo decisivo. Questa era la
situazione quando la notte del 9 luglio 1746 mise fine al regno della Farnese: Filippo,
colpito da apoplessia, morì in poche ore. Qualche giorno dopo arrivò la notizia della
morte dellinfanta moglie del delfino, Maria Teresa, reduce da un parto fatale.
Così, nel giro di una settimana Elisabetta perse il governo della Spagna e la speranza di
futura influenza sulla Francia (Armstrong, p. 387). Ferdinando VI, salito al trono con la
moglie Barbara di Braganza, sebbene formalmente corretto, tuttavia diede segni di
insofferenza nei confronti della Farnese. Una volta sottoscritto il trattato di Aquisgrana
che, insieme con la pace, assicurò lesistenza di una seconda Corte borbonica in
Italia, quella dei Ducati parmensi assegnati a Filippo, la Farnese fu messa in condizione
di ritirarsi da Madrid (luglio 1747). Scelse la solitudine di SantIldefonso, il
castello tanto amato dal marito che vi aveva voluto essere sepolto. Vi rimase otto anni di
seguito ma tuttaltro che in disparte: i rapporti epistolari e le visite di politici
e di viaggiatori la tennero ancora informata e partecipe della situazione internazionale.
Del resto doveva ancora provvedere allultimo maschio, quel don Luigi che era stato
un cardinale bambino ma che, crescendo, sembrava sempre più attratto dal secolo piuttosto
che dalla croce. Non pareva possedere né la passione per la vita militare del padre né
lambizione della madre: sportivo, si dilettò di costruzioni meccaniche e predilesse
rapporti affettivi con i ceti inferiori. La Farnese progettò per lui un matrimonio con la
principessa del Brasile e un regno in Toscana, ma altre, inaspettate incombenze dovettero
ben presto assorbirla. Nel 1759 morì prematuramente Ferdinando VI, che qualche tempo
prima era rimasto vedovo: unesplicita disposizione testamentaria nominò la Farnese
reggente. Dallagosto allottobre di quellanno ella fu di nuovo a Madrid a
guidare la fase di transizione fino allarrivo da Napoli del figlio Carlo, cui
sarebbe spettata la successione. Il ménage comune non durò a lungo, come tutta la Corte
aveva previsto. La nuora Amalia di Sassonia le dimostrò ogni rispetto formale ma fu a sua
volta un carattere poco affidabile e risentito. Del resto alla Farnese neppure letà
insegnò maggiore autocontrollo. Alla fine gli attriti, divenuti pressoché quotidiani, le
fecero ritenere più opportuno un nuovo, definitivo ritiro a SantIldefonso.
Mantenendo sino alla fine il suo gusto dellintrigo e la sua mordente vivacità di
spirito, vi morì, ormai quasi cieca.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte farnesiana, s. II, bb. 40,
41,Carteggio farnesiano estero, b. 132; Parma, Biblioteca Palatina, mss. parmensi, 4673:
Informations historiques et critiques sur les prétentions de lEspagne aux duchés
de Parme et de Plaisance, mss. parmensi, 11183: A. Turchi, Orazione funebre in lode di
S.M. Elisabetta Farnese regina vedova delle Spagne recitata il 22 dicembre 1766 in
occasione dei solenni funerali celebrati nella chiesa dei cappuccini in Parma (anche edito
in Parma, Carmignani, 1767, e Amoretti, 1796), Ragguaglio delle nozze delle Maestà di
Filippo Quinto e di Elisabetta Farnese nata principessa di Parma, re cattolico delle
Spagne solennemente celebrate in Parma lanno 1714 ed ivi benedette dallem.
signor card. di S. Chiesa Ulisse Giuseppe Gozzadini legato a latere del sommo pontefice
Clemente Undecimo, Parma, 1717, 115 pp. (attribuito al Maggiali); L. de Saint-Simon,
Mémoires, Paris, 1978, X, 198, 344, XI, 65-74, XVI, 256; Relazioni degli ambasciatori
veneti al Senato, a cura di L. Firpo, X, Torino, 1979, 729-748, 799-821; C. Dalbono,
Elisabetta Farnese, Napoli, 1889; M.R.R. De Courcy, Les débuts dune nouvelle reine,
in Révue des Révue II 1891, 90 ss.; E. Armstrong, Elisabetta Farnese, the termagant of
Spain, London, 1892; S. Lottici-G. Sitti, Bibliografia generale per la storia parmense,
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di Spagna, Carpi, 1908; E. Bourgeois, La diplomatie secrète au XVIIIe siècle, II, Le
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Elisabetta Farnese e Filippo V al figlio don Filippo, Parma, 1910; G. Melli, Dopo il
rinvio dellInfanta, una lettera inedita di Elisabetta Farnese, in Aurea Parma II
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FARNESE ENRICHETTA MARIA, vedi ESTE ENRICHETTA MARIA
FARNESE FERDINANDO, vedi FARNESE FERRANTE
FARNESE
FERRANTE
Latera 3 dicembre 1543-Latera novembre/dicembre 1606
Figlio primogenito di Bertoldo, duca di Latera e Farnese, del ramo farnesiano di Latera, e
di Giulia Acquaviva. Venne avviato alla carriera ecclesiastica giovanetto, anche se
mancano informazioni precise circa la sua formazione, probabilmente orientata verso gli
studi giuridici, considerata la sua nomina a referendario utriusque Signaturae sotto papa
Pio IV. La sufficiente devozione e capacità e il vice cancellierato del potentissimo
cardinale Alessandro Farnese lo favorirono quasi naturalmente come appartenente alla
famiglia. Dal 10 aprile al 31 ottobre 1569 venne incaricato della vice legazione di
Viterbo. Tuttavia, la prima rilevante nomina risale al 27 agosto 1572 quando fu creato
vescovo di Montefiascone e Corneto per qualche mese soltanto, in attesa di essere nominato
vescovo di Parma il 30 marzo 1573, in un incarico che mantenne faticosamente per più di
un trentennio. A Parma i rapporti del Farnese con i duchi e il potere civile ebbero fasi
alterne e non sempre lineari. Uno dei suoi primi interventi ufficiali, il 17 settembre
1573, fu la pubblicazione di un decreto che vietò espressamente i contratti clandestini
stipulati con pratica manifestamente usuraria, fissando al 7,50% linteresse massimo
che si potesse operare sopra i censi: un intento moralizzatore che forse infastidì quanti
nel ceto cittadino e nella Corte stessa consideravano tale attività legittima e
soprattutto non sottoposta a regole. Lattività pastorale continuò nel 1575 con
lapertura del primo sinodo (ve ne furono altri due pressoché identici nel 1581 e
1583) che riprese senza originalità e senza duttilità alcuna le disposizioni
postconciliari in termini di disciplina e organizzazione del clero. Proprio il carattere
fiscale della mentalità del Farnese e lassenza di affabilità lo misero
progressivamente in imbarazzo nellaffrontare un contesto locale forte di antichi
privilegi, dagli usi e dagli intrecci politici ben consolidati nellorganizzazione
patrimoniale e giurisdizionale. Le difficoltà ambientali in cui il Farnese si trovò a
operare si possono desumere dalla visita apostolica del vescovo di Rimini Giovanni
Battista Castelli, incaricato da papa Gregorio XIII con un breve del 18 ottobre 1578 di
spalleggiare il Farnese nei tentativi di riaffermare lautorità di Roma nella
Diocesi. Si palesarono carenze, si accentuarono le conflittualità quando il rigorismo del
visitatore di scuola borromeiana, indirizzato dalle indicazioni del Farnese che rimase
peraltro nellombra, si confrontò con la realtà cittadina. Dal novembre 1578 alla
primavera dellanno successivo vennero setacciate chiese e capitoli, cimiteri, luoghi
e opere pie, vennero interrogati parroci, chierici, priori e massari delle confraternite e
vennero denunciati lassenteismo, limpreparazione e le inadempienze di
canonici, protetti dalle autorità cittadine che si dichiaravano assolutamente soddisfatte
del loro comportamento. In particolare il contenzioso con i canonici venne trascinato e
dibattuto a Roma nella congregazione del Concilio che, in sostanza, nel gennaio 1579 diede
ragione al Capitolo della Cattedrale di Parma: e ciò grazie agli appoggi romani e forse
anche a un atteggiamento di mediazione dello stesso Farnese che si trovò in effetti
sovrastato dalla determinazione del Castelli di applicare integralmente le decretali
tridentine. Ciò fu evidentissimo quando vennero segnalate le stranezze, ormai
consuetudinarie, che circondavano le modalità contrattuali di vendita, permuta ed
enfiteusi dei beni ecclesiastici che avvenivano di fatto senza la riserva del beneplacito
dellApostolica sede di conferma della validità degli atti. La proposta di rivedere
tutti i contratti dal 1538 seminò il panico nellintera Diocesi ponendo problemi
politici non indifferenti nel rapporto giurisdizionale tra le autorità civili ed
ecclesiastiche e tra clero autoctono, fortemente geloso della propria autonomia e
preoccupato dallintervento esterno in un terreno non certo privo di illeciti e di
abusi, e gerarchia romana. Il Farnese però non poté presenziare a tutte le procedure
della visita apostolica poiché nel gennaio 1579 il duca Ottavio Farnese lo incaricò di
recarsi in Portogallo a rappresentare gli interessi del casato coinvolto nella linea di
successione al trono portoghese per il precario stato di salute di Enrico II: è difficile
stabilire se tale incarico gli venne affidato per una certa fiducia da parte ducale oppure
per delegittimare e isolare in qualche modo il visitatore apostolico. Pertanto, la
missione del Farnese si inquadrava in un disegno ambizioso di consolidamento del potere
che vide limpegno concomitante di numerosi membri della famiglia Farnese. A Parma il
Duca si preparava a confiscare i territori e i beni dei Landi e dei Pallavicino e si erano
avviati i contatti per pacificarsi con i duchi di Mantova attraverso il matrimonio,
sfortunato, di Margherita Farnese con Vincenzo Gonzaga e allontanare i pericoli
provenienti da una possibile alleanza di Mantova con Francesco de Medici. A Roma il
cardinale Alessandro si ingegnava a preparare il terreno per un conclave ritenuto, a
torto, prossimo per un improvviso peggioramento della salute di Gregorio XIII, mentre il
suo omonimo nipote continuava nelle Fiandre a mietere allori e consensi nelle armate di
Filippo II. E dopo il fratello Fabio, inviato nellagosto 1578 in Portogallo a
rendere omaggio al nuovo re Enrico II, il Farnese ebbe il compito di insistere ancora più
efficacemente nellavanzare la candidatura di Ranuccio Farnese come pretendente alla
corona. Il Farnese giunse a Lisbona l11 febbraio 1579 per inserirsi in un complicato
gioco diplomatico che vedeva come possibili successori i Savoja, il re di Spagna, il duca
di Braganza e Antonio di Crato, che regnò poi per sette mesi prima dellannessione
del Portogallo alla Corona di Spagna (2 settembre 1580). Nonostante la pompa e le
esibizioni di regalità, già alla fine del mese il Farnese verificò di persona in due
udienze che la possibilità di un successo per Ranuccio Farnese era remotissima e ben
presto, honorato con un grande et bellissimo robino (Archivio segreto Vaticano, Segreteria
di Stato, Nunziatura Portogallo, I, c. 291), venne licenziato dal Re. Al ritorno in
Diocesi i problemi non si erano certo risolti per il Farnese, che anzi vide moltiplicarsi
le vertenze col clero e col duca suo affine, che lo costrinsero a stare molto spesso
assente da Parma per non essere sottoposto a mortificazioni. Alla fine del 1581 fu a Roma
accompagnato da due suoi canonici per un lungo soggiorno, disturbato dalla presenza di
giureconsulti stipendiati dal Capitolo per difenderne i privilegi presso la congregazione
del Concilio. Lanno seguente intervenne nel sinodo di Ravenna come vescovo
suffraganeo. Nel 1584 fu di nuovo a Parma a consacrare chiese e reliquie senza mai dare
limpressione di essere una presenza forte e ascoltata nella città. Nel 1586 il
Farnese appoggiò incondizionatamente la Santa Sede intenzionata a frustrare persistenti
aspirazioni autonomistiche sottomettendo le Chiese di Parma, Piacenza e Modena alla Chiesa
metropolitana di Bologna. Alla convocazione del sinodo generale il 27 maggio 1586 il
Farnese dichiarò seccamente ai canonici del Capitolo di Parma per bocca del suo vicario
(uno dei tanti mediocri personaggi di cui si circondò) di non avere alcuna intenzione di
sostenere diplomaticamente a Roma la loro resistenza alla partecipazione, riaffermando la
propria estraneità alle iniziative contro la mente di Sua Beatitudine dalla quale so
essere stati ributtati quelli che hanno voluto opporsi (Allodi, p. 113). Dopo la morte del
duca Ottavio Farnese (settembre 1586) la situazione si complicò ulteriormente e i
rapporti con lassente duca Alessandro Farnese e il reggente, poi duca, Ranuccio
Farnese divennero molto tesi. A più riprese da Parma vennero inviate lamentele epistolari
al duca Alessandro Farnese nelle Fiandre sia per le ingerenze intransigenti nel pretendere
lapplicazione dei decreti tridentini, sia per la continua rotazione di vicari
corrotti e per i continui divieti, anche a distanza, intimati dal Farnese ai tentativi di
riunione e organizzazione dei deputati del clero parmense per affrontare la gestione della
Diocesi. In questa lotta di poteri, unennesima protesta del dicembre 1588
evidentemente produsse i suoi effetti poiché nellaprile dellanno successivo
papa Sisto V inviò il primo dei diversi vicari apostolici per il governo della Diocesi a
testimonianza della chiara insoddisfazione di Roma per il cattivo andamento degli affari
ecclesiastici. Inoltre, la campagna di tassazione in corso per finanziare una flotta
contro i pirati che infestavano le coste italiane (a Parma furono richiesti 12000 scudi) e
la necessità di una normalizzazione dei rapporti politici con il Ducato resero
inevitabile il ridimensionamento del Farnese. Sempre più lontano dalla sua Diocesi,
estromesso ulteriormente dalla promozione di Odoardo Farnese al cardinalato (8 marzo
1591), lattività del Farnese si ridusse a un ruolo puramente burocratico e di
scarso rilievo. Nel 1591 fu vice legato a Bologna, carica che conservò sino al 21 marzo
dellanno successivo quando il cardinale Paolo Emilio Sfondrati prese possesso
effettivo della legazione. Un certo credito dovette recuperarlo con lavvento di papa
Clemente VIII, poiché il 20 giugno 1597 venne incaricato delle nunziatura a Praga presso
limperatore Rodolfo II in sostituzione di Cesare Speciano. Listruzione che gli
venne consegnata illustrava impietosamente la difficoltà della situazione determinatasi
con la perdita progressiva di influenza della politica cattolica che aveva visto la
progressiva scomparsa o disgrazia dei principali sostenitori di Roma tra la nobiltà boema
come i Rozmberk, i Lobkovic, i Martinic e i Hradec a cui faceva riscontro lattivismo
dei riformati che, per labilità del vice cancelliere Krystorf Zelinsk´y e
del suo segretario Jan Milner, erano ormai divenuti i veri arbitri delle decisioni
imperiali. Un funzionariato eretico vincente, il moltiplicarsi di predicatori riformati
violentemente anticuriali in grado di influenzare masse sempre più vaste di sudditi, la
crescente corruzione e indisciplina del clero a cui non poneva certo argine lignavia
e la complice indifferenza dellarcivescovo di Praga Zbynek Berka, lambiguità
dellImperatore e i gravi pregiudizi patrimoniali determinati dalla decisione della
Camera boema, sapientemente ispirata da Zelinsk´y, di porre allincanto i beni
ecclesiastici per risanare le casse esauste dellErario imperiale furono il contesto
allinterno del quale il Farnese dovette operare. Nellistruzione si raccomandò
caldamente di inaugurare una più soave maniera nel trattare con lImperatore per
modificare lopinione che circondava il nunzio Speciano di eccessiva asprezza nel
contrastare gli esponenti heretici, i quali parevano ormai avere un predominio
incontrastato a Corte. E nel contempo tentare di richiamare al dovere i freddi et
interessati cattolici che favorivano, con le loro ambiguità, la mediocrità della
situazione confessionale e non agivano con la necessaria energia per liberare Rodolfo II dalla fraude con che lo tengono legato
gli heretici, ma ve lo stringono maggiormente per le loro passioni et per i vincoli che
hanno con quelli di parentele o di partecipationi puoco honeste (Die Hauptinstruktionen,
p. 491). Gli si chiese di intervenire nelle vertenze e nei soprusi che venivano segnalati
un po dappertutto nei territori imperiali: dalle intimidazioni agli abati in
Franconia, alla mancata reintegrazione delle autorità cattoliche espulse dai calvinisti
da Aquisgrana, ai problemi di governo e di una successione vantaggiosa alla Santa Sede
negli Stati di Jülich-Kleve, alla non meno rancida, né men pregiuditiale al divino
servitio misera condizione di Halberstadt ove il cicalamento empio di cinque ministri
dellInferno aveva trovato sostenitori persino nei canonici della Cattedrale, i quali
avevano acconsentito allabrogazione degli ordini sacri che nominavano quivi segnali
della Meretrice Babillonia, et lasciarono mutare lantica forma del giuramento
capitolare in horrende biastemme, et tra laltre di non dover mai ammettere la
restitutione del Papato. Non migliore la situazione peraltro si presentava nella Germania
settentrionale, a Hildesheim e Osnabrück nella Bassa Sassonia. Di grande rilievo poi per
il Farnese dovette essere limpegno per ridurre il consistente numero di Chiese
vacanti: in Ungheria sette mostruosissime di calvinisti, trinitari e arriani declinano
finalmente allatheismo, né è poi da maravigliarsi, se la divina giustizia gli fa
diventar preda dei Turchi, in Austria lamministrazione delle diocesi di Vienna e di
Neustadt erano curate dallinaffidabile e ambiguo Melchiorre Klesl, sparviere da non
tenere in pugno senza guanto. Infine, egli avrebbe dovuto cercare di assolvere a un ruolo
diplomatico di composizione e di miglioramento dei rapporti sempre più tesi tra la Spagna
e Rodolfo II insistendo sulle impellenti necessità imposte dalla comune guerra in
Ungheria contro le armate turche, nonché di segnalare le angustie procurate in Adriatico
ai commerci veneziani dalla pirateria uscocca di fatto tollerata dalle milizie imperiali.
Di fronte allenormità delle incombenze il Farnese si dimostrò molto titubante e,
alle ripetute richieste dellestenuato Speciano che attendeva la sostituzione e lo
accusò di non aver un pelo che pensi a venirci (Fondo Borghese, III, 109e, c. 258v),
rispose soltanto nel marzo 1598, favorito dalle notizie di diffusione della peste, per
informarlo di non potersi recare a Praga per la sua malferma salute, aprendo così la
strada alla nomina di Filippo Spinelli. Intanto, perdurando il disamore dei Parmigiani e
praticamente sostituito nelle mansioni vescovili dal vicario Giovanni Mozanega, rinunciò
al Vescovato nellottobre 1603 non mancando di riservarsi una pensione di 6500 scudi.
Ritiratosi a Latera, si occupò senza troppo fervore, più che altro sollecitato
dallattivismo del fratello Mario, dellamministrazione dei possedimenti
familiari.
FONTI E BIBL.: Archivio segreteria Vaticano, Segreteria di Stato, Nunziatura Portogallo I,
cc. 284v, 288-290, Fondo Borghese, s. 3, 93c, cc. 45r, 58v, 109d, cc. 12v, 24, 43, 60, 75,
98v, 105, 141, 174v, 267v, 109e, cc. 13v, 17v-18, 37, 76rv, 91, 187, 254-255, 258v, 259;
Biblioteca apostolica Vaticana, Barberini latino 5795, cc. 10-23, Fondo Ferraioli 61, cc.
43v, 125v, 148; 612, cc. 30, 77, 89, 124v, Urb. latino 724, cc. 19-21; 866, cc. 296-322;
Vaticano latino 9427, cc. 352-487; 10425, cc. 10, 66v; Farnese, Archivio parrocchiale,
Liber baptizatorum, p. I, 1543-1574; Constitutiones quae a Synodo diocesana Parmensi in ea
praesidente rev. d. Ferdinando Farnesio episcopo Parmensi et comite MDLXXV, Parmae, 1576;
Constitutiones quae MDLXXXI, Parmae, 1582; Constitutiones quae MDLXXXIII, Parmae, 1584;
Die Hauptinstruktionen Clemens VIII. für die Nuntien und Legaten, a cura di K.
Jaitner, Tübingen, 1984, XXXVIII, CL, CLXIV, CXCIII-CXCVI, CCXLII, CCLII, 488-524, 569,
665; F. Ughelli, Italia sacra, I, Romae, 1644, col. 1065, II, Romae, 1647, coll. 241 s.;
A. Masini, Bologna perlustrata, II, Bologna, 1666, 227 s.; F.M. Annibali, Notizie storiche
della casa Farnese, I, Montefiascone, 1817, 88-92, 96, 98 s., 103, II, Montefiascone,
1818, 155, 164; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, II, Parma, 1856,
94-147; F. Magani, Ordinamento canonico della diocesi di Parma, I, Parma, 1910, 59 s.; A.
Schiavi, La diocesi di Parma, I, Parma, 1925, 94, 97 s.; K. Stloukal, Papezká politika a
Cisarsk´y dv°ur Prazsk´y na predele XVI a XVII veku, Praha, 1925, 62, 87 ss., 97 ss.,
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Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, XLVI, 222, LI, 238, CII, 103 s., 116, 121
s., 361; S. Andretta, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 84-87.
FARNESE FRANCESCA, vedi FARNESE ISABELLA
FARNESE
FRANCESCO
Parma 19 maggio 1678-Piacenza 26 febbraio 1727
Secondogenito del duca Ranuccio e della sua terza moglie Maria dEste. Fu chiamato a
succedere al padre deceduto il 12 dicembre 1694, appena diciassettenne ma unanimemente
ritenuto serio e conscio delle proprie responsabilità dinastiche. Si giustifica così
anche il matrimonio seguito di lì a poco, il 7 settembre 1696, con la vedova del fratello
primogenito Odoardo (morto nel 1693), Dorotea Sofia di Neuburg, di diciotto anni più
anziana: era assolutamente indispensabile per le esauste finanze dello Stato non
rinunciare alla ricchissima dote di lei e sottolineare con tale ribadito legame la
volontà di conservare le influenti relazioni che la legavano alla casa dAustria
come figlia dellelettore palatino e sorella della vedova di Carlo II. Laltro
referente politico, questo sì tradizionale per casa Farnese, era il Pontefice. Al
regnante Innocenzo XII nel maggio 1695 venne inviata unambasceria solenne guidata
dal conte Gaspare Scotti dAgazzano: rinnovando il Farnese solenne omaggio di
obbedienza e fedeltà, ne ebbe la conferma del titolo di gonfaloniere della Chiesa. Il
rapporto con lImpero e le pesanti implicazioni legate alle servitù militari, ai
passaggi di truppe ufficialmente alleate, alle contribuzioni straordinarie (in realtà
usuali come evidenziato da molti documenti; Nasalli Rocca, pp. 196-199) per il
mantenimento di eserciti acquartierati nei territori estensi, rappresentavano una spina
nel fianco per tutti gli Stati italiani della pianura Padana. Le rimostranze, più volte
esternate anche dal padre, duca Ranuccio, non avevano sortito alcun effetto. La pesante
eredità passò tutta al Farnese insieme con le casse dellErario drammaticamente
esangui per la gestione troppo dispendiosa della Corte, il tributo annuo da pagare a Roma
e i debiti contratti con i banchieri genovesi allepoca del dispendioso matrimonio di
Odoardo Farnese. Fosse talento, interesse naturale o, piuttosto, necessità, il Farnese si
trovò subito a giocare le poche chances che aveva in un quadro politico ormai da tempo
necessariamente europeo, in particolare da quando la gerra antifrancese promossa dalla
Lega di Augusta era arrivata, nelle sue propaggini meridionali, a lambire, appunto,
persino i tranquilli e inoffensivi Ducati padani. In particolare, era la spregiudicata
condotta del duca Vittorio Amedeo di Savoja a turbare lo scacchiere italiano: schieratosi
tardivamente (1690) a fianco della Lega, con un voltafaccia ricorrente nella storia di
casa Savoja, fu proprio lui a chiudere bruscamente il conflitto con Luigi XIV (agosto
1696), consentendogli di rioccupare Casale, facendosi restituire Pinerolo e ponendo le
premesse per una pace generale che le difficoltà finanziarie di un po tutti i
contendenti rendevano ormai inevitabile e le cui premesse furono discusse a Rijswijk nel
1697. Il Farnese, che inevitabilmente aveva risentito del cambiamento di fronte del Savoja
e dei relativi concentramenti e passaggi di truppe sui suoi territori, intese non perdere
unoccasione di tale portata. Nel maggio 1697 inviò a Rijswijk il marchese P.M.
Dalla Rosa con lettere preparate dallambasciatore farnesiano a Parigi O. Pighetti.
Lintenzione era quella di rivendicare i diritti sul Ducato di Castro e Ronciglione,
questione delicata, ancorché territorialmente non certo ingente, che da tempo ormai
contrapponeva i duchi di Parma al Papato ed era addirittura sfociata in conflitto aperto
nel 1641. Allora era stata la pace di Ferrara (1644) a vanificare le illusioni dei
Farnese. In questa occasione, invece, sia limperatore Leopoldo sia lo stesso Luigi
XIV per tramite dei rispettivi intermediari dissero esplicitamente che laffare non
era attinente ai problemi della pace contrattata in Olanda e fecero chiaramente intendere
che nessuno era intenzionato a inimicarsi il Papa. Il Farnese, così, si vide escluso
dalla partecipazione diretta, anche se marginale, ai lavori dei negoziati, gratificato
solo di generiche promesse e della restituzione, rimasta, al solito, nominale,
dellisola di Ponza da parte degli Spagnoli. Ma di lì a poco fu ben più pesante il
coinvolgimento del Ducato padano in occasione della guerra di successione spagnola. La
morte ritenuta imminente di Carlo II aveva scatenato lennesima prova di forza tra la
Francia, ancora egemone ma certo provata, e la grande alleanza stretta nel 1701 tra
lInghilterra, lOlanda e limperatore Leopoldo, deciso a sostenere con le
armi i diritti al trono spagnolo del figlio arciduca Carlo dAustria. In Italia la
situazione che si venne creando richiama uno schema già ripetuto: papa Clemente XI,
vedendo avvicinarsi il conflitto, tentò dapprima una mediazione tra le potenze. Fallita
questa e naufragata una lega per la neutralità armata tra i principi sempre divisi da
rivalità e invidie, i Ducati padani si schierarono per una neutralità generica quanto
difficilmente sostenibile e, in definitiva, agirono a titolo individuale, stretti da
interessi e potenze troppo più grandi di loro, con laggravante ulteriore di essere
collocati in posizione comunque strategica. Ai confini dellarea, lirrequieto
Savoja, alleato dei Francesi ma sempre disposto alle mosse più vantaggiose al proprio
tornaconto, rappresentava un ulteriore elemento di instabilità. Quando il modenese
Rinaldo dEste, nellestate 1701, ruppe le fragili promesse di neutralità
cedendo la fortezza di Brescello alle truppe imperiali di Eugenio di Savoja, che già
occupava il distretto di Mantova, al Farnese non rimasero molte scelte davanti alle
intimidazioni imperiali. Dopo avere tentato di organizzare una improbabile se non patetica
difesa armata delle sue terre, si dichiarò, creando un grave precedente, feudatario della
Chiesa e come tale impossibilitato a disporre dei suoi Stati senza il consenso papale. La
Santa Sede si vide, così, riconosciuti anche ufficialmente i suoi diritti sul Ducato e
inviò poco dopo a Piacenza un commissario apostolico nella persona di A. Aldobrandini,
vice legato di Ferrara. La mossa del Farnese, infelice anche se inevitabile, sottolineò
ancora una volta lambiguità giuridica, oltre che politica, della doppia dipendenza
del Ducato dallImpero e dalla Chiesa, che dal 1545 aveva concesso, sulla base di un
diritto di fatto, Parma e Piacenza ai Farnese in qualità di discendenti di papa Paolo
III. Ma ammettere ufficialmente la propria debolezza non impedì al Farnese, in questa
occasione, di subirne i contraccolpi. Il generale Eugenio di Savoja, perentoriamente
dichiarando di non riconoscere che il signor duca di Parma padrone di cotesti stati e non
altri (Drei, I Farnese, p. 251) e chiaramente indispettito dalla presenza del presidio
papale, occupò parecchi centri del Ducato, imponendo ovunque pesantissimi tributi,
davanti ai quali inutili furono le proteste inoltrate alla Corte di Vienna. In realtà il
Farnese si mosse con non comune abilità in una situazione obiettivamente difficile.
Diviso tra i sentimenti sinceramente antitedeschi della Corte parmense e
lopportunità di non inimicarsi il Savoja, ripetutamente vittorioso sui generali
francesi N. Catinat e F. Volleroy, al Farnese restava il gioco consueto dellinvio di
incaricati daffari, talvolta veri e propri agenti segreti, a difendere i propri
minimi interessi o, quanto meno, a cercare di sviare i danni più gravi. Nel 1702 avvenne
una svolta destinata a rimanere inavvertita nellimmediato ma, alla lunga e
indirettamente, premessa di grandi cambiamenti per i destini di casa Farnese. Precedendo
di poco il passaggio italiano del nuovo re di Spagna Filippo V, che il nonno Luigi XIV
aveva inviato a rinvigorire le sorti di una guerra tuttaltro che decisa, fu nominato
comandante dei Franco-Spagnoli Luigi Giuseppe di Borbone duca di Vendôme, a sostituire il
Villeroy fatto prigioniero. Fu proprio nel corso dei festeggiamenti cremonesi in onore del
sovrano spagnolo che si mise per la prima volta in luce il giovane G. Alberoni.
Limmediato successo, anche mondano, dellabate presso il comandante francese lo
avviò con decisione verso un destino e una carriera di respiro ben più ampio di ciò che
potesse offrire la provincia italiana. Subentrato al conte A. Roncovieri, vescovo di Borgo
San Donnino, come agente farnesiano presso il maresciallo francese, lAlberoni rimase
al seguito di costui sino al 1706 nel teatro italiano della guerra e nella nuova
destinazione in Fiandra. Fu indubbiamente merito del Farnese lavere assunto al
proprio servizio lAlberoni, lasciandogli una grande libertà di manovra e
valorizzandone lintelligenza duttile e opportunistica: tale legame restò una
costante sia nella biografia dei due personaggi sia nella politica farnesiana che dagli
anni Venti ebbe, proprio grazie a lui, lultima opportunità di giocare un ruolo
internazionale. Ma tra il 1706 il 1708 il Farnese dovette affrontare il dilagare degli
imperiali, che avevano costretto alla fuga le truppe francesi e imponevano, tra
laltro, pesanti imposte di guerra anche al clero. Automaticamente aumentò la
tensione politica tra lImperatore e Clemente XI e lirrigidimento delle
posizioni si espresse con la bolla del 26 luglio 1707 e il manifesto imperiale
dellanno successivo. Il Papa fu infine costretto a un compromesso: nel gennaio 1709
accettò linvestitura imperiale. Il passaggio dalla protezione spagnola,
tradizionale dalla fine del XVI secolo, a quella imperiale, cui la penisola tutta era
destinata, fu osteggiato a lungo dal Farnese, che in realtà riuscì solo a rimandarlo,
non senza momentanei e brillanti successi. La situazione si alleggerì sensibilmente solo
con la morte dellimperatore Giuseppe I (1711). Il fratello Carlo, sino ad allora
contestato re di Spagna, lasciò il Regno iberico a Filippo V di Borbone per assumere
leredità imperiale: sciolto così il nodo della successione spagnola, i fronti
europei si ridisposero e gli schieramenti si chiarirono. In particolare il timore di una
ripresa asburgica costringeva anche grandi potenze europee come lInghilterra e
lOlanda a tollerare la politica francese e i Borbone sul trono di Spagna. A Stati
del peso politico irrilevante come quello dei Farnese le contingenze offrivano
lopportunità di inserirsi ai margini e nelle pieghe dei più ampi giochi europei,
nel tentativo di salvaguardare unautonomia sempre più problematica. È ben vero che
la pace generale, finalmente raggiunta a Utrecht nella primavera del 1713, sacrificò
brutalmente la penisola italiana allAustria, ma proprio allora stava per aprirsi un
periodo, lultimo, di singolare fortuna per casa Farnese, grazie a una serie di
circostanze in parte fortuite, in parte abilmente manovrate. Protagonista e artefice
principale di questa fase fu lAlberoni. Apprezzato dalla Corte francese, ma
legatissimo sempre a Parma e ai suoi duchi, labate riuscì a coniugare la propria
ambizione personale a un disegno statuale di ampio respiro. Dal 1712 presente stabilmente
a Madrid, dallanno successivo nominato incaricato daffari del duca di Parma,
Alberoni riuscì a sfruttare a proprio vantaggio persino la contingenza potenzialmente
negativa della morte prematura di Maria Luigia di Savoja (1714), italiana come lui, amata
consorte e ascoltata consigliera del caratterialmente fragile Filippo V e sua protettrice.
È noto come, in tale situazione, lAlberoni riuscisse a guidare la scelta della
nuova regina di Spagna su Elisabetta Farnese, unica figlia del defunto duca Odoardo e di
Dorotea Sofia di Neuburg, nipote sinceramente amata dal Farnese. Dal matrimonio di costui,
infatti, non essendo nati eredi di sorta, le residue speranze di sopravvivenza della
casata erano tutte riposte sullallora ventiduenne principessa. Quanto al Sovrano
francese, referente ultimo delle scelte spagnole, la Farnese presentava il vantaggio di
essere erede di un Ducato collocato in posizione strategica e di vantare diritti alla
successione di Toscana come discendente di Margherita de Medici: offriva in
prospettiva, quindi, una notevole possibilità di rientro nella penisola italiana. Il
contratto nuziale, concordato in gran segreto tra lAlberoni e la Corte di Parma, fu
stipulato il 25 agosto 1714 con fasto degno della tradizione farnesiana, implicando il non
trascurabile esborso di 100000 doppie di dote. Non trascorse molto tempo e alle interdette
cancellerie europee si palesò la volitività della nuova Sovrana, che certamente
inaugurò un periodo di singolare vitalità politica per la penisola iberica e,
indirettamente, rivalutò anche il piccolo Ducato farnesiano. Stretti, infatti,
continuarono a essere sempre i legami tra il Farnese e la nipote Elisabetta, tramite la
quale lAlberoni mirava a divenire plenipotenziario della politica spagnola. Il gusto
del potere di lei fu ben presto canalizzato e quasi ossessivamente mirato a preordinare
destini ambiziosi per i propri figli, che nacquero a partire dal 1715 e che, ovviamente,
si trovarono esclusi dalla successione al trono di Spagna. Per lAlberoni, che
coronò la sua carriera divenendo nel 1716 primo ministro, si trattava di smantellare in
funzione antiaustriaca le conseguenze del trattato di Utrecht e di compiere un enorme
sforzo organizzativo entro i confini di Spagna. Quanto al Ducato italiano, era di nuovo
chiamato a giocare un ruolo importante in Europa grazie ai suoi legami con una Corte di
primo piano. Lo scopo immediato del Farnese fu di fare valere i diritti sulla Toscana e
sul Ducato di Castro almeno tramite i figli di Elisabetta. Più ambiziosa era la
successione al Regno di Napoli ma non cè dubbio che il disegno complessivo mirasse
a ostacolare e a ridimensionare in Italia la presenza degli Asburgo dAustria,
servendosi dei Borbone di Spagna. Dal momento che il consenso papale era sempre un
elemento pregiudiziale per qualunque disegno riguardasse la penisola italiana, sin
dallinizio lAlberoni appoggiò calorosamente i progetti antiturchi del Papa e
fu promotore di un concordato con Roma che allentasse il clima di tensione creatosi tra i
due Stati. La causa era soprattutto la legislazione anticlericale che, in Spagna come
altrove, una progressiva razionalizzazione statale imponeva necessariamente. Forte
dellappoggio incondizionato della coppia reale spagnola, fu soprattutto grazie
allopera di mediazione del Farnese presso la Corte romana, di cui notoriamente era
interlocutore privilegiato, che lAlberoni riuscì a superare la diffidenza di
Clemente XI e a ottenere il berretto cardinalizio, coronando la sua carriera con un
risultato prestigioso. La decisione fu ufficializzata il 12 luglio 1717: a quella data la
Spagna era impegnata in un grande sforzo di riorganizzazione bellica che al Papa e
allImperatore era stato presentato come finalizzato a un consistente aiuto contro il
Turco. In realtà i Farnese dItalia e di Spagna premevano ormai da tempo perché si
arrivasse a uno sbarco in Italia in funzione antimperiale e a nulla valsero gli inviti
alla cautela dellAlberoni. In questa situazione lincidente dellarresto
dellinquisitore spagnolo J. Molinéz a Milano funse da mero pretesto per far
precipitare la situazione: Filippo V si impuntò senza soppesare troppo le conseguenze e
il Farnese si servì dellepisodio per vincere le ultime resistenze. Al ministro di
Spagna, fedele ai suoi padroni e referenti politici, non restò alla fine che cedere e
acconsentire alla spedizione italiana, riuscendo solo a dirottarla dalla Toscana o da
Napoli alla meno pericolosa Sardegna. Il successo della spedizione si ritorse su coloro
che lavevano voluta organizzare, consolidando il fronte antispagnolo e ponendo le
premesse per la disgrazia politica dellAlberoni: Inghilterra, Olanda e Francia non
tardarono a cooptare lAustria in una quadruplice alleanza e a isolare la Spagna.
Anche il Farnese percepì sempre più la delicatezza della sua situazione e, premendo
ormai per un deciso proseguimento della campagna militare daccordo con la nipote, si
cautelò nel contempo ottenendo dallAlberoni una dichiarazione retrodatata di
completa ed esclusiva assunzione di responsabilità. Quanto a questultimo, sia che
avesse valutato erroneamente le reazioni delle potenze europee sia che fosse perso nel suo
sogno antitedesco, riconobbe inevitabile la guerra, se non altro per tutelare
limmagine del proprio Re. Nel giugno 1718 la flotta spagnola si diresse in Sicilia:
questa volta lintrapresa portò a un doppio grave insuccesso, militare e politico,
aprendo la strada allinvasione francese della stessa Spagna. Il destino
dellAlberoni parve segnato e la stessa Corte parmense prese le distanze
dalluomo che pure aveva tanto contribuito alle ultime fortune della casata.
Lacribia e la convinzione con cui il Farnese volle lallontanamento politico
del ministro, che pure era stato a lungo esecutore delle sue volontà, si prolungò ben
oltre il 12 dicembre 1719, data della cacciata dellAlberoni dal suolo spagnolo, e
assunse negli anni successivi il tratto di vera e propria persecuzione, rivelatrice della
cattiva coscienza del Farnese, il quale restava alle prese con la necessità di
indirizzare i destini politici del piccolo Ducato e lincombente pericolo di
estinzione della propria discendenza, stante la renitenza al matrimonio del fratello
Antonio. In realtà, proprio in previsione di tale eventualità, la pace dellAia del
1720 destinò a Carlo, primogenito di Elisabetta, allora bambino di quattro anni, i
possessi farnesiani, ma le pressioni per impedire un ritorno degli Spagnoli proprio nel
cuore della pianura padana rimasero forti. Gli ostacoli in questo senso vennero
soprattutto dal Papa e dallImperatore. Sarebbe spettato al Farnese divenire il
garante delleredità per i figli della regina di Spagna: investito di questo compito
e di quello, ancora più importante per lui, di un ruolo di primo piano nella diplomazia
europea a dispetto della scarsa rilevanza politica dei suoi domini, egli impegnò in
questo progetto tutto se stesso. Del resto egli era divenuto, dopo la vittoria sulla
Spagna, il mediatore preferito per i Francesi, che aveva tanto aiutato
nelleliminazione dellodiato Alberoni: tramite il Farnese e i suoi si sarebbe
operato il riavvicinamento tra i due rami dei Borbone in funzione antiasburgica. Fu
proprio grazie alla sua influenza alla Corte spagnola e a un accorto lavorio diplomatico
che si giunse allalleanza ufficiale delle due potenze, stipulata il 27 marzo 1721,
cui più tardi si aggregò lInghilterra. Uscì ribadita la destinazione dei Ducati e
linvio a garanzia di una guarnigione spagnola, si riconobbero i diritti del Farnese
al rimborso dei danni di guerra e non si dimenticò la questione di Castro. Quattro anni
dopo, il trattato di Vienna (30 aprile 1725), frutto di un tentato riavvicinamento di
Elisabetta Farnese alla politica imperiale, ridimensionò di molto quei risultati,
deludendo ancora una volta le aspettative del Farnese. Di lì a poco la sua morte
interruppe quel continuo, ambizioso e intrigante lavorio. Proiettato sempre verso
interessi e necessità di politica estera, il Farnese non demeritò tuttavia nella
conduzione interna dei suoi Stati, amministrandone con oculatezza le risorse. Evitò
eccessi fiscali, ridusse le spese pubbliche e praticò moderazione nelle spese di Corte,
probabilmente con lapprovazione della consorte. Di una qualche rilevanza furono
anche gli interventi in fatto di opere pubbliche. In particolare anticipatore sui tempi fu
il riassetto idraulico del Po nel tratto in cui il fiume attraversa Piacenza e prestigiosa
la ristrutturazione della sua residenza, la rocca di Colorno, tra il 1712 e il 1723. Non
particolarmente colto, tratto peraltro raro nei regnanti dellepoca, tuttavia
protesse uomini di cultura, si fece collezionista di raccolte darte e amò il teatro
secondo le migliori tradizioni di casa Farnese. Protesse e favorì lo Studio di Parma,
quello di Piacenza e il collegio dei nobili, soprattutto nei settori giuridici, dello
studio della geografia e delle lingue: da queste istituzioni spesso cooptò i migliori
elementi da cui riuscì a trarre capaci amministratori e un corpo diplomatico notevole,
che lo servì a lungo dalle principali capitali europee.
FONTI E BIBL.: A. Vianti, Francesco I Farnese, duca di Parma e Piacenza, in Strenna
Piacentina III 1877, 110-112; T. Copelli, Scipione Maffei, il duca Frarnese e
lOrdine costantiniano, in Nuovo Archivio Veneto XVI 1906, 1-135; E. Bourgeois, La
diplomatie secrète au XVIIIe siècle, II, Le secret des Farnèse, Paris, 1909, passim; U.
Benassi, Francesco Farnese e Giulio Alberoni, in Bollettino Storico Piacentino 6 1918, 152
s.; A. Arata, La politica dei Farnese, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 2,
XXIX 1929, 115-126; G. Drei, Giulio Alberoni, Bologna, 1932, passim; G. Drei, I Farnese.
Grandezza e decadenza di una dinastia italiana, Roma, 1954, 247-278; E. Nasalli Rocca, I
Farnese, Varese, 1969, 209-232; G. Tocci, Il Ducato di Parma e Piacenza, Torino, 1987,
70-74; F. da Mareto, Bibliografia generale delle antiche province parmensi, Parma, II,
1974, 408 s.; M. Romanello, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIX, 1997, 743-747.
FARNESE FRANCESCO MARIA GIACINTO
Parma 15 agosto 1619-Parma 12 luglio 1647
Nacque dal duca Ranuccio e da Margherita Aldobrandini, figlia di Gianfrancesco, generale
di Santa Chiesa. Desideratissimo dai genitori, il lieto evento venne salutato e
festeggiato da compositioni, idilli e ragionamenti di notabili e cortigiani e, più
modestamente, dai reclusi per reati minori che poterono beneficiare di unamnistia. A
soli due anni il Farnese perse il padre e venne affidato al gesuita Orazio Smeraldi che
diventò suo maestro ufficiale e confessore, nonché dal 1637 rettore del collegio dei
nobili di Parma. Di carattere accomodante e fragile, si dedicò allo studio del diritto e
delle discipline umanistiche, con lincombente e ingombrante presenza del potente zio
cardinale Odoardo Farnese che seguì e orientò la sua formazione. Nel 1633 il Farnese fu
oggetto di manovre matrimoniali: il fratello duca Odoardo, desideroso di trovare il modo
di stringersi alla Francia, si attivò freneticamente in una serie di contatti altolocati
nella speranza, risultata vana, di congiungerlo in matrimonio con una nipote del cardinale
Richelieu. E sempre il Duca, più tardi e a più riprese, si occupò concretamente della
sua carriera ecclesiastica. Interessato a un rafforzamento della presenza romana della
famiglia, cercò nel giugno 1634 di inserire il Farnese nella rosa dei possibili cardinali
in pectore e nuovamente, nellagosto 1637 e nella primavera 1640, fece pressioni per
far ottenere al Farnese la porpora cardinalizia. I tentativi fallirono miseramente per i
numerosi elementi di tensione a cui non giovò certo linsipienza e lindolenza
della personalità del Farnese. Lostilità crescente soprattutto di Francesco
Barberini, loccupazione del ducato di Castro, le operazioni militari,
linterdizione dei Farnese dal concistoro e una inamovibile ostilità rinviarono la
possibilità del Farnese di raggiungere il cardinalato sino alla scomparsa di papa Urbano
VIII. Loccasione si presentò più tardi quando, appoggiato dalla sua famiglia,
poté profittare dello sdegno provocato nel papa Innocenzo X dallavvicinamento dei
Barberini alla Francia. Ancora una volta, sperando in una migliore fortuna, il Farnese
venne proposto come candidato leale e fidato alla famiglia Pamphili. Le aspettative furono
finalmente esaudite dal Papa che lo riservò in pectore il 14 novembre 1644, per renderne
poi pubblica la nomina a cardinale diacono (10 dicembre 1645), pomposamente salutata con
un solenne Te Deum nella Cattedrale di Parma. La nomina, senza titolo e senza obbligo di
residenza, in realtà scatenò la volontà di ritorsione del cardinale G. Mazzarino che
vide in ciò un tentativo spagnolo di accattivarsi i Farnese in contrapposizione alla
protezione che la Francia accordava ai Barberini. La concessione del cardinalato fece
pertanto maturare nel primo ministro la decisione, mancando alla parola data, di negare la
protezione degli affari francesi in Curia al Farnese, affidata invece al cardinale Rinaldo
dEste. Questo infelice avvio della sua carriera curiale e linesperto grigiore
dei suoi atteggiamenti fecero sì che il Farnese rimanesse sostanzialmente estraneo a
impegni politici sino alla morte della madre (9 agosto 1646) e a quella del fratello duca
Odoardo (12 settembre). Egli, per loccasione, fu nominato tutore del giovanissimo
Ranuccio Farnese, insieme con la vedova Margherita de Medici. In questo periodo si
attenne strettamente a una strategia neutralista di equidistanza tra la Francia e la
Spagna, confermando Iacopo Gaufrido come primo ministro e vero depositario degli
orientamenti e delle conoscenze negli affari di Stato. Il Farnese comunque dovette
resistere alle pressioni di questultimo per una dichiarazione apertamente
filofrancese e, nellaprile 1647, allofferta avanzata dallambasciatore B.
Du Plessis-Besançon di una pensione di 20000 scudi in cambio di una devozione certa al
primo ministro francese. La delicatezza di una fase che vide la spedizione navale contro
lo Stato dei presidî e lipotesi di unoccupazione di Orbetello e Portolongone
come chiara ripresa della volontà mazzariniana di creare una diversione italiana alla
guerra, allo scopo di complicare e aggravare ulteriormente gli oneri della crisi militare
e politica della Spagna, gettarono spesso il Farnese in uno stato danimo colmo
dincertezze che finì per paralizzare ogni iniziativa. Indaffarato in cose più
grandi di lui, controllato dal Gaufrido che segretamente intavolava accordi, il Farnese
concesse il permesso di transito alle truppe francesi provenienti dal Piemonte, senza
però pronunciarsi esplicitamente a favore del Mazzarino. Si recò a Castro per
sovrintendere e provvedere alla meglio alle fortificazioni e per preparare il presidio a
eventuali aggressioni di truppe straniere. Rimase spesso inascoltato e venne ritenuto un
interlocutore precario per via di una salute minata da un male ignoto ma in evidente e
rapida progressione. Il Farnese, in una Corte che dava sempre più segni di una
inarrestabile decadenza, poteva contare nel 1647 su unentrata annua di 22392
ducatini. Morì allora prima di notte non ancora ventottenne, con il desiderio,
esaudito, di una sepoltura in forma privata nella tomba di famiglia del convento parmense
dei cappuccini.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, b. 29, fasc. 9;
F. da Reggio, Ragionamento spirituale per la nascita di Francesco Maria terzogenito del
Duca di Parma, Parma, per Anteo Viotti, 1619; B. Morando, Al Serenissimo Signor Principe
Francesco Maria Cardinale Farnese nella sua promozione. Ode, Piacenza, per G.A. Ardizzoni,
1645; Mémoires de Du Plessis-Besançon, a cura di C.P.M. Horrie de Beaucaire, Paris,
1892, 240, 242, 246, 251-255, 263; F. Testi, Lettere, a cura di M.L. Doglio, Bari, 1967,
I, 486, II, 202, 218, 333, 752, III, 368, 397; Gride e bandi del Seicento a Piacenza, a
cura di D. Zancani, Piacenza, 1985, 53; G. Carabelli, Dei Farnesi e del ducato di Castro e
Ronciglione, Firenze, 1865, 138, 147, 163; G. Capasso, Il collegio dei nobili di Parma,
Parma, 1901, 32, 36; F. de Navenne, Rome et le palais Farnèse pendant les trois derniers
siècles, I, Paris, 1923, 178 ss.; G. Drei, I Farnese. Grandezza e decadenza di una
dinastia italiana, Roma, 1954, 207, 213, 218; L. von Pastor, Storia dei papi, XIV, I,
Roma, 1961, 143, 160; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, XXIII,
214, LI, 230; P. Gauchat, Hierarchia catholica, IV, Monasterii, 1935, 28; Dict.
dhist. et de géogr. eccl., XVI, coll. 617 s.; S. Andretta, in Dizionario biografico
degli Italiani, XLV, 1995, 90-91; G.P. Pozzi, Le porpore di Casa Farnese, Parma, 1995; E.
Paglioli, La breve festa del cardinale Francesco Maria Farnese, Parma, 1998.
FARNESE GIROLAMA, vedi ORSINI GIROLAMA
FARNESE
GIROLAMO
Parma 30 settembre 1599-Roma 18 febbraio 1668
Figlio di Mario, valente condottiero, e di una Pallavicino di Cortemaggiore. Dotato di
possibilità intellettuali non comuni, studiò a Parma nel Collegio dei Nobili e a sedici
anni pubblicò, sempre a Parma, un compendio sulla dialettica, che difese anche
pubblicamente. Molto amante della scienza e della cultura, studiò diritto presso diverse
università, coltivando pure le arti belle, come dilettante, e la letteratura. Fu ammesso
al Collegio dei Dottori di Legge di Parma. Si trasferì a Roma nel 1626. Papa Paolo V lo
nominò suo cameriere donore, quindi referendario delle due segnature e infine
commendatore della abbazia di San Lorenzo di Novara. L11 aprile 1639 papa Urbano
VIII lo designò nunzio presso la Confederazione Elvetica e in tale occasione lo
preconizzò arcivescovo titolare di Patrasso. Ricevette la consociazione episcopale
quindici giorni dopo. In Svizzera svolse una intensa attività religiosa, ripristinando la
disciplina in molti monasteri e visitando remotissime località. In cinque anni di
permanenza si interessò pure per arruolare numerosi soldati per la guardia pontificia.
Richiamato a Roma alla fine del 1653, divenne segretario della congregazione dei vescovi e
regolari. Papa Innocenzo X ebbe di lui altissima opinione: nel 1650 lo creò vice
camerlengo e quindi governatore di Roma. In tale carica il Farnese si distinse per la
severità con cui represse gli abusi ma anche per listituzione delle scuole delle
Maestre pie, incaricate delleducazione e della preparazione femminile. Papa
Alessandro VII lo nominò maggiordomo di palazzo, facendolo succedere a Ranuccio Scotti,
vescovo di Borgo San Donnino, e si valse di lui per complimentare e intrattenere in
Vaticano la regina Cristina di Svezia, venuta a Roma per passare dal protestantesimo al
cattolicesimo. La sua elevazione alla porpora fu in un primo tempo ritardata per la
difficoltà sollevata da un suo fratello a proposito dei feudi di Latera ma infine ottenne
la nomina con in pectore il 9 aprile 1657, resa pubblica il 29 aprile 1658, e con
linvestitura, il 6 maggio dello stesso anno, nel titolo presbiteriale di
SantAgnese fuori delle mura. Ebbe pure la nomina a protettore dei Cappuccini e la
legazione di Bologna. A Bologna il Farnese si distinse per il suo fermo governo
nellordine pubblico e nellincremento delledilizia cittadina. A Roma,
nellassenza del cardinale Chigi, disimpegnò le funzioni di prefetto della
segnatura. Il Pastor, trattando del conclave del 1667 e dei relativi partiti e papabili,
dice: Godeva di gran prestigio il Farnese, che aveva esercitato tutti i suoi uffici con
plauso grandissimo; ma si opinava che i sovrani di Francia e Spagna non vedrebbero
volentieri un papa così abile negli affari. Difatti fu eletto papa il cardinale Giulio
Rospiliosi, che assunse il nome di Clemente IX. Il Farnese venne sepolto nella chiesa del
Gesù, fatta innalzare dal cardinale Alessandro Farnese. Con lui si spense il ramo
farnesiano dei duchi di Latera.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 88; Farnese Girolamo, in G. Moroni, Dizionario
derudizione, XXIII, Venezia, 1843, 214-215; G. Micheli, Le provvidenze del cardinale
Farnese per le mortadelle di Bologna, Parma, 1940; G. Gonizzi, Il Cardinale Gerolamo
Farnese, in Gazzetta di Parma 24 febbraio 1969, 3; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974,
409.
FARNESE
ISABELLA
Parma 6 gennaio 1593-Roma 17 ottobre 1651
Nacque dal duca Mario, del ramo farnesiano di Latera, e da Camilla Meli Lupi dei marchesi
di Soragna. Affidata alla nonna materna Isabella Meli Lupi nata Pallavicino, la Farnese
soggiornò nella Corte parmense sino agli otto anni. La sua infanzia ebbe un decorso non
propriamente felice e fu determinante nel forgiare alcuni caratteri della sua personalità
umana e culturale. In sintonia con le scalpitanti aspirazioni dei genitori di accrescere
il lustro familiare di un ramo minore ma in rapida ascesa, venne destinata inizialmente a
un matrimonio nobile e onorevole. A tal fine la Farnese ebbe uneducazione
tipicamente cortigiana nellambiente colto, mondano e raffinato di cui si circondò
la Pallavicino. Imparò ben presto e con profitto a leggere, scrivere, suonare, ballare,
recitare: in particolare manifestò una particolare predilezione per la letteratura.
Romanzi cavallereschi e di Corte, Torquato Tasso, soprattutto, e le Metamorfosi di Ovidio
ebbero un posto privilegiato nelle sue letture. Tuttavia i progetti familiari sulla
piccola Farnese vennero completamente mutati dal vaiolo che ne aggredì il volto e da un
incidente domestico che aggravò ulteriormente la situazione. Così, irrimediabilmente
sfigurata, la nonna paterna la rimandò dai genitori prima a Farnese e poi a Roma. Qui,
dopo un breve periodo trascorso in famiglia dove apprese in modo irregolare alcune nozioni
di botanica e iniziò ad accostarsi alla letteratura devota, le venne probabilmente
imposto dal padre di entrare nel monastero delle clarisse di San Lorenzo in Panisperna. In
questo luogo, consono alle sue condizioni nobiliari, venne affidata alle cure della zia,
sorella di Mario Farnese, la temuta e severa badessa Francesca. Il 21 aprile 1602, a soli
nove anni, vi fece il suo ingresso. Il primo periodo fu particolarmente penoso per la
Farnese, insofferente agli aspetti più severi della regola: faticò a sottostare alle
privazioni e ai patimenti a cui fu sottoposta dalla zia. Solo con la morte di
questultima poté godere di un clima più rilassato che, con alcuni facili e forse
tollerati espedienti, le permise di coltivare amicizie adolescenziali allinterno del
monastero e soprattutto di perseverare nellattrazione per i libri profani. Nel
maggio del 1607 la Farnese ritornò in famiglia e, in un clima sovreccitato per il
matrimonio della sorella Giulia con il principe Giovanni Albrizzi, si dedicò alle
attività modane con convinzione. Studiò musica, imparò i rudimenti per suonare
lorgano, il clavicembalo e altri strumenti, continuò a disegnare, a coltivare le
lettere, a comporre con facilità poesia e commedie e a parlare il latino in forme
eleganti. La morte di una persona, rimasta ignota, di cui si era probabilmente invaghita,
la rese più disponibile a un rientro il 7 dicembre dello stesso anno nel monastero di San
Lorenzo in Panisperna per cominciare lanno del noviziato, assumendo il nome di suor
Francesca. Per tredici mesi sino alla professione (8 gennaio 1609) fu in balia di
ripensamenti, tentazioni, malinconie e disturbi fisici che le impedirono spesso le
pratiche di penitenza e di vita comune. Da professa, comunque con un rango distinguibile e
spesso arrogantemente riaffermato, la Farnese continuò a coltivare le discipline della
sua infanzia e adolescenza aggiungendovi lastrologia e rivelando intorno al suo
spiccato e vivacissimo temperamento doti di animatrice culturale allinterno del
ristretto mondo claustrale. In compagnia della sorella Vittoria, anchessa destinata
al monastero, si impose nella piccola comunità. Secondo lo stereotipo della santità
eroica barocca, dopo un lungo travaglio interiore, si avviò decisamente verso un rigore
devozionale crescente che non abbandonò mai più, incoraggiata in ciò
dallausterità e dallinfluenza del padre confessore Giovanni Batttista
Bianchetti. Si sbarazzò di libri e manoscritti profani, rinunciò ai privilegi della
propria condizione di monaca nobile e ricca, allentrata annua paterna, agli abiti
più ricercati, agli oggetti personali superflui e alla camera adornata di quadri di
valuta per una più sobria per tenere staccato laffetto dalla robba. Seguendo i
dettami di una diffusa cultura mistica, si diede a praticare lorazione mentale e a
incrudelire le mortificazioni fisiche trascurando il sonno con veglie defatiganti,
battendosi rigorosamente in particolare ne giorni di venerdì, portando
continuamente il cilitio fatto di catenelle di ferro: questo modo di vivere troppo rigido
e non praticato provocò notevoli dissapori sui criteri di conduzione della vita
claustrale tra le sue stesse consorelle che videro i rischi di snaturamento delle
consuetudini, in verità più duttili, che caratterizzavano i monasteri romani. Diffidenze
nei confronti del padre confessore (che fu allontanato), aperte insofferenze sulla durezza
del regime spirituale da lei prescelto e ricercato che ebbe il suo centro in un crescente
e parossistico desiderio di solitudine, plasmato sulla delicatissima unione con Dio,
furono determinanti nel farle maturare la convinzione di trasferirsi altrove per poter
liberamente seguire uno stile di vita più severo e di assoluta spiritualità. Desiderosa
di estrinsecare le sue capacità interiori ed esteriori di fondatrice e riformatrice, dopo
una fitta corrispondenza con il padre Mario, del resto non alieno dal considerare il
prestigio familiare che sarebbe derivato dallinaugurare ex novo unistituzione
religiosa così significativa nelle sue terre, la Farnese riuscì a convincerlo a cederle
il convento dei frati minori e lannessa chiesa di San Rocco in Farnese per
destinarli a lei e alle clarisse disposte a seguirla. Tormentata dallidropisia, si
trasferì il 9 maggio 1618 con lincarico di maestra delle novizie nel convento che
ebbe il nome di Santa Maria delle Grazie e che venne posto sotto la guida di suor Violante
Farnese, altra sorella di Mario, e di suor Virginia degli Atti (provenienti dal monastero
di Santa Elisabetta di Amelia) per avviare con una matura direzione la nuova fondazione.
La sua ostinata ricerca di una via originale di spiritualità interiore, fondata sempre
più sulla povertà assoluta, sullanacoresi primitiva e contemporaneamente sulla
volontà di una stretta riforma e sullinasprimento delle mortificazioni (tali da
provocare, peraltro, seri danni alla salute delle novizie), si esplicò più tardi in una
conflittualità con il padre e, alla sua morte, con il fratello Diofebo circa
lorganizzazione della vita religiosa, giudicata dalla Farnese non sufficientemente
penitenziale. Privata dellincarico di maestra delle novizie per la sua avversione
alla badessa e al confessore, quando si pose la questione della compilazione delle
costituzioni per il reggimento del monastero la Farnese contrastò però con successo le
diverse versioni proposte, affermando il suo forte ascendente sino a modificare
addirittura le volontà familiari propense allapprovazione di una regola meno dura.
Dopo tre redazioni delle costituzioni rimaste senza seguito, lavvento al Vescovato
di Castro di Alessandro Carissimi fu decisivo per lattività riformatrice della
Farnese. Questi infatti, colto e amante delle lettere latine, cresciuto anchegli in
Parma, venne affascinato dalla personalità della Farnese e stabilì con lei un rapporto
privilegiato di fiducia. Il 12 maggio 1625 affidò alla Farnese, divenuta vicaria del
monastero, con una procedura davvero inusuale trattandosi di una donna, il compito di
redigere le costituzioni che, fondate sulla regola di Santa Chiara approvata da papa
Urbano IV, videro inasprire le penitenze, lesercizio del silenzio e diradarsi quasi
completamente le possibilità di contatto con lesterno, giustificando così il
soprannome di sepolte vive che caratterizzò da quel momento le clarisse farnesiane.
Convinte altre due sorelle a monacarsi, venne eletta badessa e lorganizzazione del
monastero fu definitivamente approvata da un breve del 13 luglio 1638 di papa Urbano VIII.
Nel frattempo la fama e il favore che le sue pratiche religiose incontrarono in un certo
sentire devozionale barocco che prediligeva i modelli morbosi di raggiungimento della
perfezione cristiana, stimolarono ancor più il forte temperamento della Farnese. Venne
chiamata dalla principessa di Albano, Caterina Savelli, che desiderava la fondazione di un
convento di clausura nella sua città. Incontrò Giacinta Marescotti, fu attivissima
presso le nobildonne del patriziato romano, si garantì la protezione di Francesco
Barberini per tutti i monasteri delle clarisse da lei fondati e riformati. Il 18 marzo
1631 fondò il monastero della Concezione di Albano e, non lontano, favorì la costruzione
di una casa comunitaria maschile dove preparare i confessori destinati alla guida
spirituale delle monache. Nel 1638 riformò il monastero di Santa Chiara a Palestrina,
ponendovi come badessa lanno successivo la sorella suor Isabella, appositamente
fatta venire da Farnese, e ottenendo dal principe Taddeo Barberini una nuova e più adatta
sede. La Farnese coronò la sua opera con la fondazione di un monastero a Roma al rione
Monti: infatti, grazie allintervento finanziario dei Barberini, della principessa
Felice Zacchia Rondanini e della principessa Maria Peretti fu possibile giungere ben
presto alledificazione del monastero della Santissima Concezione (scomparso in
seguito agli sventramenti urbanistici postunitari), inaugurato ufficialmente con un breve
apostolico il 2 giugno 1643. In questo monastero la Farnese rimase sino alla morte,
avvenuta in concetto di santità, circondata oltre che dalle consorelle, da Camilla
Savelli, Olimpia Aldobrandini e altre nobildonne romane: il funerale venne celebrato dal
cardinale Francesco Barberini. Insieme con la carmelitana Vittoria Colonna (Chiara della
Passione) la Farnese costituisce una delle personalità più rilevanti dellambiente
religioso e monacale romano in epoca prequietista. Ci si trova effettivamente di fronte a
una complessa e contraddittoria personalità che si colloca nel filone della mistica
seicentesca influenzata da Santa Teresa dAvila e San Giovanni della Croce: tuttavia,
accanto a uno spiritualismo rigorista, si sviluppò un abile attivismo sostenuto da una
cultura aristocratica di buon livello e da doti carismatiche non indifferenti. Inoltre, la
Farnese mutò il suo destino di giovane nobildonna sfortunata e di monaca subiecta in una
devozionalità totale non priva di ambiguità e comportamenti inquietanti, la cui
accettazione è sostanzialmente legata alla protezione barberinina, ove realizzare il
proprio temperamento leaderistico e la propria intelligenza, di cui aspetto non secondario
fu la sua produzione letteraria di uno spiccato lirismo mistico e cristocentrico. Poetessa
non priva di talento e di genuine ispirazioni, dopo la prima edizione (Pie e divote
poesie, Roma, 1654) il suo Canzoniere ebbe sette edizioni arricchite però da altre poesie
sacre, non di sua mano, composte dalla sorella Isabella e da altre religiose dei suoi
istituti, a cui va aggiunta la scoperta di altre liriche, pubblicate dal Baffioni, mentre
le Constitutioni vennero pubblicate per la prima volta nel 1640 in Roma. Per una
esauriente e puntuale informazione bibliografica delle opere della Farnese, si veda G.
Baffioni, Liriche sacre inedite di Francesca Farnese, estratto da Atti e Memorie
dellArcadia, s. 3, VI 1973, pp. 11 s. Oltre alla produzione poetica e alle
Costituzioni, sono fornite preziose indicazioni sugli editi e inediti riguardanti
meditazioni sacre, lettere e brevi discorsi spirituali, esortazioni e ricordi, trattatelli
comportamentali per le novizie ed epistolari in gran parte conservati nei monasteri di
Albano, Farnese e Palestrina. Tuttavia, la fonte più importante per la ricostruzione
biografica della Farnese è senzaltro quella del canonico di San Lorenzo in Damaso
Andrea Nicoletti, al servizio del cardinale Francesco Barberini che gli commissionò e
finanziò la stampa della Vita della venerabile madre suor Francesca Farnese detta di
Gesù Maria dellOrdine di Santa Chiara, fondatrice delli monasterii di Santa Maria
delle Grazie di Farnese e della Santissima Concettione di Albano e di Roma e riformatrice
del monasterio di Santa Maria degli Angeli di Palestrina, Roma, 1660. In essa sono
riportate numerose lettere e brani autobiografici superstiti alla loro distruzione
ordinata dalla stessa Farnese. Di tale opera fu fatta una seconda edizione nel 1678,
sempre a Roma. Inoltre una cospicua appendice alla Vita, rimasta manoscritta, riguarda
soprattutto gli eventi soprannaturali e miracolosi attribuiti alla Farnese prima e dopo la
sua morte che fanno fortemente sospettare lintenzione di istruire un processo di
beatificazione della Farnese presso la congregazione dei Riti, che però non ebbe alcun
seguito positivo. Di essa sono reperibili due copie: Parma, Biblioteca Palatina, ms.
Farnesiano 3752, cc. 1-188, Biblioteca apostolica Vaticana, Barberini latino 4529, cc.
1-195.
FONTI E BIBL.: G. Gigli, Diario romano (1608-1670), a cura di G. Ricciotti, Roma, 1958,
391 s.; B. Mazzara, Leggendario francescano, II, 2, Venetia, 1680, 132-186; P. Mandosio,
Bibliotheca Romana, Romae, 1692, 80 ss., G.M. Crescimbeni, Listoria della volgare
poesia, IV, Venetia, 1730, 204 ss.; F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, I,
Montefiascone, 1817, 92-98, 102, II, Montefiascone, 1818, 156; G. Canonici Fachini,
Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura, Venezia, 1824, 152;
I.H. Sbaralea, Supplementum et castigatio trium Ordinum S. Francisci, I, Romae, 1908, 254;
M. Castiglione Umani, Una riformatrice francescana nella casa dei Farnese, in Frate
Francesco III 1929, 192-203; B. Croce, Donne letterate del Seicento, in Nuovi saggi sulla
letteratura italiana del Seicento, Bari, 1931, 158; M. Bosi, La serva di Dio Camilla
Virginia Savelli Farnese, Roma, 1953, 24, 26, 40-46, 60; G. De Dominicis, Suor Francesca
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Chiese e monasteri romani. Il monastero della Concezione ai Monti, in Archivi 4 1959, 313,
315 s., 320, 324, 326 s., 329, 335 ss.; San Carlo da Sezze, Opere complete, a cura di R.
Sbardella, I, Roma, 1963, 552 s.: S. Gori, La venerabile Francesca Farnese (1593-1651), in
Frate Francesco XXXII 1965, 69-77, 129-136; Stanislao da Campagnola, I Farnese e i
cappuccini nel Ducato di Parma e Piacenza, in LItalia Francescana XLIV 1969, 75; F.
De Angelis, Monasteri federati delle clarisse del Lazio, Roma, 1972, 26 ss.; L. Fiorani,
Monache e monasteri romani nelletà del quietismo, in Ricerche per la storia
religiosa di Roma, I, Roma, 1977, 63, 68, 80, 86, 88 ss.; F. Petrucci Nardelli, Il
cardinale Francesco Barberini senior e la stampa a Roma, in Archivio della Società Romana
di Storia Patria CVIII 1985, 170, 187; A. Rossi, Latera, la sua storia, Latera, 1990, 98
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venerabile superbia. Ortodossia e trasgressione nella vita di suor Francesca Farnese,
Torino, 1994; Dizionario degli Istituti di perfezione, III, coll. 1415 s.; P. Litta, Le
famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. IX; G. Moroni, Dizionario di erudizione
storico-ecclesiastica, ad Indicem; S. Andretta, in Dizionario biografico degli Italiani,
XLV, 1995, 87-90.
FARNESE ISABELLA FRANCESCA MARIA
Parma 14 dicembre 1668-Piacenza 9 luglio 1718
Figlia di Ranuccio e di Maria dEste. Colta (parlava correntemente, oltre
allitaliano, il francese e lo spagnolo) e brillante, fu destinata a monacarsi
perché piccola di statura e gobba. Fu sepolta nel presbiterio della chiesa di Santa Maria
di Campagna.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, X, 1868, tav. XX.
FARNESE MARGARITA, vedi ABSBURGO MARGARETE
FARNESE
MARGHERITA
Parma 7 novembre 1567-Parma 13 aprile 1643
Primogenita di Alessandro, in seguito duca di Parma e Piacenza, e di Maria di Portogallo.
L11 gennaio 1568 fu tenuta a battesimo da papa Pio V e da Girolama Orsini,
rappresentati rispettivamente dal vescovo Ferrante Farnese e da Caterina De Nobili Sforza.
Nel 1577, a trentanove anni di età, Maria di Portogallo morì, lasciando orfana la
Farnese, insieme con i suoi fratelli Odoardo e Ranuccio. Nel suo testamento dedicò
particolare attenzione alla primogenita, affidandola espressamente alle cure della
suocera, Margherita dAustria, la figlia naturale di Carlo V. Fu così che nel marzo
del 1580, quando le contingenze politiche del momento resero necessaria la presenza di
Margherita dAustria nelle Fiandre a fianco del figlio, che ne aveva assunto il
governo dopo la morte del cugino Giovanni dAustria, questa condusse con sé anche la
Farnese, allora tredicenne, prelevandola da Piacenza. Probabilmente solo durante questo
periodo vissuto nelle Fiandre, la Farnese poté godere della vicinanza e dellaffetto
del padre Alessandro, che le numerose imprese militari avevano a lungo tenuto lontano
dalla moglie e dai figli. Il suo soggiorno a Namur, sicuramente caratterizzato dal forte
clima di tensione che si era venuto a creare tra il padre Alessandro e la madre per la
spartizione del potere, fu comunque di breve durata: le trattative per il matrimonio tra
Vincenzo Gonzaga, il figlio di Guglielmo, duca di Mantova, ed Eleonora de Medici
furono interrotte per dar luogo a quelle tra il principe e la Farnese. Questo matrimonio,
proposto e sostenuto dal cardinale Alessandro Farnese, avrebbe gettato le basi per una
alleanza dei Farnese con i Gonzaga, la cui
rivalità risaliva ai tempi di papa Paolo III, e, indirettamente, anche con gli Este,
imparentati con il duca di Mantova. Se unalleanza avrebbe perciò giovato a entrambe
le parti, assicurando i confini dei rispettivi Ducati, largomento che si rivelò
determinante per Guglielmo Gonzaga, che condusse le trattative per conto del figlio, fu la
somma di 300000 scudi che la Farnese avrebbe portato in dote e che si rivelò ben più
cospicua di quella offerta dai Medici. Così nel novembre del 1580 si chiusero le faticose
trattative e si sottoscrissero i capitoli matrimoniali tra Vincenzo e la Farnese,
includendovi la clausola dellimmediato ritorno in Italia della ragazza. Il 10
dicembre 1580, suo malgrado, la Farnese partì quindi da Namur accompagnata da Girolama
Farnese Sanvitale e il 17 febbraio seguente arrivò a Piacenza, dove Vincenzo Gonzaga la
raggiunse una settimana più tardi. Il matrimonio fu celebrato il 2 marzo 1581 nel Duomo
di Piacenza dal vescovo di Parma Ferrante Farnese, ma dopo quattro giorni le nozze non
erano state ancora consumate a causa di un impedimento congenito della Farnese. Fu
visitata immediatamente dal segretario di Vincenzo Gonzaga, il medico Marcello Donati, il
quale ne informò il duca Guglielmo. La questione era estremamente delicata, poichè una
mancata successione avrebbe estinto i Gonzaga e avrebbe fatto installare a Mantova il ramo
collaterale francese dei Nevers. Per questo la Farnese fu fatta visitare da un famoso
medico del tempo, chiamato appositamente a Parma da Padova, G. Fabrici
dAcquapendente. A Mantova, invece, dove gli sposi arrivarono il 30 aprile 1581, la
Farnese fu visitata dal chirurgo bolognese G.C. Aranzio. Entrambi consigliarono di
rimediare al problema con un delicato intervento chirurgico. A questa drastica risoluzione
si oppose in maniera decisa Margherita dAustria, che il 30 marzo 1582 spedì alla
Farnese una lettera che non lasciava spazio a dubbi: dovete con prudenza e virtù
risolvervi a non voler esser carnefice di voi istessa, con il mettervi a far rimedii
violenti et pericolosi, si bene, poiché a Iddio è piaciuto darvi tal impedimento, dovete
voi liberamente dire che non convenendo né potendo maritarvi, siete risoluta andare a
servire la Divina bontà in un monastero et ciò mettere in essecutione con ogni prestezza
(E. Zanette, La monaca di Parma, in Convivium VII 1935, p. 730). Dello stesso tenore fu la
lettera che il padre Alessandro inviò alla Farnese nel novembre del 1582. La Farnese e
Vincenzo Gonzaga, dopo aver trascorso il Carnevale del 1582 a Ferrara, presso Alfonso e
Margherita dEste, ritornarono a Mantova: era passato circa un anno dalle nozze,
durante il quale, però, nulla era cambiato tra gli sposi, né era stata effettuata
loperazione. Il duca di Mantova, al quale sempre più premeva la successione, chiese
lo scioglimento del matrimonio, rifiutando tuttavia la proposta della controparte di
procedere allintervento chirurgico. Ottavio Farnese, di rimando, pretese che la
Farnese ritornasse a Parma e nel giugno 1582 inviò Ranuccio Farnese, allora dodicenne, a
prenderla, nonostante le proteste di Guglielmo Gonzaga per lallontanamento della
Farnese dal tetto coniugale. A Parma la Farnese fu nuovamente sottoposta alle visite
scrupolose dei medici, tra i quali figurò anche il medico personale del cardinale
Alessandro Farnese, Andrea Marcolini da Fano, il quale escluse qualsiasi possibilità di
rischio per la Farnese, nel caso si fosse voluto procedere allintervento chirurgico.
Laccordo tra le due parti si dimostrò improbabile e nel dicembre del 1582 Ottavio e
Guglielmo Gonzaga si rivolsero a papa Gregorio XIII per incaricare un commissario idoneo
et confidente et con amplissima auttorità in questo fatto et in ogni suo incidente et
emergente per rispetto della visitatione et cura (A. Barilli, Maura Lucenia Farnese, in
Archivio Storico per le Province Parmensi XXII/2 1922, p. 171). Il Papa, preoccupato per
le questioni dinastiche dei Gonzaga, che avrebbero negativamente influito
sullequilibrio politico italiano con il rischio di veder insediati nel Ducato di
Mantova degli ugonotti, i Nevers, affidò il delicato incarico al cardinale Carlo
Borromeo. Questi arrivò a Parma nel febbraio del 1583 e, dopo aver ascoltato i pareri dei
medici e dopo aver avuto una serie di colloqui privati con la Farnese, della quale
fortissima era stata la riluttanza a rinunciare al suo stato di moglie, la convinse a
disistere dallintervento chirurgico e a seguirlo a Milano. Così alla fine del
maggio 1583 la Farnese entrò in un monastero di Milano per svolgervi il noviziato, poi si
trasferì nuovamente a Parma nel monastero di San Paolo, il più aristocratico della
città, il quale godeva di speciali autonomie, rendendo le suore relativamente più libere
che altrove. Il 9 ottobre seguente il Borromeo pronunciò la sentenza di annullamento del
matrimonio, dichiarandolo non consumato: aveva ottenuto per questo speciali deroghe, in
quanto il diritto canonico prevedeva per lo scioglimento del vincolo coniugale il
trascorrere di almeno tre anni dal giorno delle nozze. Il 30 ottobre la Farnese fece così
la sua professione nelle mani del cardinale prendendo il nome di suor Maura Lucenia.
Faticosamente fu risolta anche la questione della restituzione della dote, da cui i
Gonzaga trattennero ben 100000 ducati, poiché limpedimento era causato dalla sposa
e non da Vincenzo. Vennero poi restituiti al duca di Mantova, oltre ai gioielli, anche
12000 scudi come rimborso degli oggetti di vestiario che ella aveva ricevuto in regalo.
Ancor prima dellannullamento del matrimonio, vennero però segretamente riprese dal
duca di Mantova le trattative per le nozze del figlio Vincenzo con Eleonora de
Medici, che diedero adito a una nuova serie di scandali: il Granduca a questo punto volle
prove sicure della virilità di Vincenzo Gonzaga per acconsentire al matrimonio. Ottenuta
la prova richiesta, Vincenzo Gonzaga e la principessa Medici si sposarono il 28 aprile
1584. Nel monastero di San Paolo la Farnese fu accolta come si convenne a una principessa
del suo rango: le fu perciò possibile coltivare la sua passione per la musica. Seguendo
questa inclinazione ebbe così modo di rivedere un giovane musico di Corte, Giulio Cima,
detto il Giulino, allepoca ventenne e al servizio del principe Ranuccio Farnese. Il
4 giugno 1585 leco di questi incontri clandestini giunse a Ottavio Farnese,
informato dal governatore di Parma sulle lamentele del vicario circa la presenza del
musico tra le mura del convento. Immediato fu larresto del Cima. Dai verbali degli
interrogatori appare che il tipo di musica a cui questi e la Farnese si dedicavano durante
i loro incontri era perlopiù di tipo profano: la Farnese amava ascoltare arie
dellAriosto, le stesse che il Cima le aveva insegnato anni prima a Corte, e le
cosiddette napolitane, canzoni a sfondo sentimentale ritenute pericolose e compromettenti
per una suora. Le fonti a disposizione nulla lasciano trapelare sulla reale consistenza di
questi incontri ma le drastiche misure adottate riguardo alla questione non lascerebbero
adito a dubbi su uneffettiva relazione, non solamente artistica, tra la Farnese e il
musico. La Farnese fu sottoposta a una sorveglianza molto rigorosa: il caso rischiò di
suscitare un gravissimo scandalo e, nonostante lintervento mediatore del cardinale
Farnese, quando Alessandro Farnese divenne duca di Parma, alla morte del padre Ottavio, ne
inasprì ulteriormente le condizioni claustrali. Tenuto lontano da Parma dai suoi impegni
politici e militari in Fiandra, incaricò Ranuccio Farnese di provvedere a irrigidire la
clausura del monastero di San Paolo per levar gli abusi delle visite. Questi assolse il
suo compito con la massima solerzia e alla Farnese furono interdette le visite, concesse
una volta solamente durante lanno. Inoltre furono modificate le modalità di
pagamento della sua provvigione mensile di 150 scudi doro: una disponibilità
liquida avrebbe permesso alla Farnese di operare possibili corruzioni allo scopo di far
evadere il Cima (altri 30 ducati le pervenivano dalla pensione mensile che Margherita
dAustria le aveva lasciato nel suo testamento del 3 gennaio 1586). La drasticità di
tali misure restrittive, delle quali la Farnese ebbe a lamentarsi con il cardinale Farnese
già dal dicembre del 1586, lascerebbe supporre il timore che ella continuasse a rimanere
in contatto con il musico imprigionato. In realtà questi riuscì in seguito a evadere dal
carcere e a rifugiarsi a Mantova, entrando al servizio di
Vincenzo Gonzaga. La sua successiva cattura da parte dei Farnese fu il
pretesto per unennesima battaglia diplomatica tra loro e i Gonzaga. In seguito alla
morte del duca Alessandro Farnese il potere passò al figlio Ranuccio, il quale, nel
dicembre del 1592, fece trasferire la Farnese nel monastero di SantAlessandro. Egli
inasprì ulteriormente la condizione della sorella, nella quale vedeva la causa di tanti
problemi di casa Farnese, al punto che la Farnese inviò a papa Clemente VIII una lettera
piena di tante lagrime per li mali portamenti che era costretta a subire dal fratello.
Molto interessante a questo proposito è la relazione che il cardinale Odoardo Farnese
inviò al fratello Ranuccio nellaprile del 1595, nella quale lo informò della ferma
volontà del Pontefice a mettere fine al duro trattamento riservato alla Farnese, con
lintenzione di farla trasferire in un monastero romano. Laccorto cardinale
prospettò al fratello, nel caso di una simile eventualità, la poca reputatione, che ne
seguirebbe e lo convinse a riservare una condizione più umana alla sorella la quale
essendo nata come è, merita da tutti gli altri nonché da noi fratelli molta compassione
oltra che è di natura e dhumore di vincerla e dominarla con le piacevolezze e modi
destri, et amorevoli, e non in altra maniera, e come si dice, con la verga ferrea (A.
Barilli, p. 198). E Ranuccio Farnese lo ascoltò, soprattutto per non mettersi in urto con
Clemente VIII. La Farnese così, protetta dal Pontefice, trascorse gli anni successivi
senza far parlare molto di sé. I documenti relativi alla sua lunga permanenza in
SantAlessandro rivelano scambi cordiali con la Corte di Parma: la Farnese protesse
le figlie bastarde di Ranuccio Farnese, che erano state fatte entrare nel suo stesso
monastero tra il 1604 e il 1620. Cercò anche, invano, di intercedere in favore di
Ottavio, il figlio illegittimo di Ranuccio Farnese, che si era ribellato al padre e che
era stato da questo fatto rinchiudere nella Rocchetta di Parma, dove rimase fino alla
morte. Eletta badessa di SantAlessandro per dieci volte, la Farnese morì in quel
monastero a settantasette anni di età e lì fu sepolta. Il 14 dicembre 1853 Carlo di
Borbone ordinò che le sue ossa e la lapide che la ricorda fossero trasferite nella chiesa
della Steccata di Parma, dove si trovavano le tombe dei principi delle case Farnese e
Borbone.
FONTI E BIBL.: Biblioteca apostolica Vaticana, Urb. latino 879, II, ff. 495-498; A.
Possevino, Genealogia totius familiae, Mantuae, 1629, 780; L. de Salazar, Indice de las
glorias de la casa Farnese, Madrid, 1716, 304; E. Costa, Spigolature storiche e
letterarie, Parma, 1887, 17-40; G.B. Intra, Margherita Farnese, in Rassegna Nazionale 13
1891, 58-80; A. Del Prato, Il testamento di Maria del Portogallo, in Archivio Storico per
le Province Parmensi, n.s., VIII, 1908, 178 s.; A. Barilli, Maura Lucenia Farnese, in
Archivio Storico per le Province Parmensi XXII 2 1922, 161-199, XXIII 1923, 121-168; E.
Zanette, La monaca di Parma, in Convivium VII 1935, 725-737; G. Drei, I Farnese, Roma,
1954, ad Indicem; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Parma, 1969, 130 ss.; A. Bellù, Margherita
Farnese sposa mancata di Vincenzo Gonzaga, in Archivio per la Storia 1-2 1988, 381-420; P.
Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XVI; F. Satta, in Dizionario
biografico degli Italiani, XLV, 1995, 106-108.
FARNESE MARGHERITA, vedi anche ABSBURGO MARGARETE, ALDOBRANDINI MARGHERITA e MEDICI MARGHERITA
FARNESE MARGHERITA MARIA
Parma 24 novembre 1664-Colorno 17 giugno 1718
Figlia di Ranuccio Farnese e di Isabella dEste. Moglie del duca Francesco II
dEste, fu priora della Compagnia del SantAngelo Custode di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia SantAngelo Custode, 1853, 48.
FARNESE
MARIA
Parma 18 febbraio 1615-Modena 25 luglio 1645
Figlia di Ranuccio e di Margherita Aldobrandini. Nel 1631 sposò il duca di Modena
Francesco dEste. Le feste nuziali ebbero luogo, con rara magnificenza, in Parma e in
Reggio. Fu madre di cinque figli maschi e di quattro femmine, due delle quali, entrambe
spose a Ranuccio Farnese, furono duchesse di Parma e Piacenza. Nel 1638 introdusse in
Modena i Carmelitani Scalzi. Il Muratori ne tesse le lodi nelle Antichità Estensi. Morì
durante il parto del figlio Tebaldo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, X, 1868, tav. XVII.
FARNESE MARIA, vedi anche ESTE MARIA
FARNESE MARIA CATERINA
Piacenza 3 settembre 1637-Parma 27 aprile 1684
Quartogenita del duca di Parma e Piacenza Odoardo e di Margherita de Medici.
Destinata dapprima alla monacazione, fu affidata alle cure di B. Razina, una nutrice
devota alla Madonna del Carmine e allOrdine dei carmelitani scalzi, i cui
insegnamenti impressero su di lei una profonda religiosità. Comunque, lontana dal
controllo dei genitori, impegnati più nelle cure di governo che nelleducazione dei
figli, la Farnese ebbe unadolescenza insolitamente libera per lepoca in cui
visse e crebbe, con un carattere indipendente e orgoglioso, insofferente
delletichetta di Corte, amante del lusso, delle corse a cavallo e della lettura,
specialmente dellAriosto. Tali predilezioni, col passare degli anni, sembrarono
smentire ogni attitudine alla vita religiosa, sicché il fratello Ranuccio, successo a
Odoardo Farnese morto prematuramente nel 1646, cominciò a considerare anche
leventualità di un matrimonio e fece dei sondaggi in tal senso. Quale che fosse la
reale portata di questi negoziati, essi coinvolsero Luigi XIV, che espresse un lusinghiero
apprezzamento sulla bellezza della cadetta di Parma, e perfino Carlo II
dInghilterra. Latteggiamento della Farnese, che apertamente diceva di voler
decidere da sola il suo stato e che se avesse dovuto accettare un matrimonio politico
avrebbe preteso un coniuge cattolico e di sangue reale, vanificò ogni tentativo. Infine,
intorno al 1660, la Farnese manifestò al cappellano di Corte, il gesuita G. Ganducci, il
desiderio di prendere i voti. Non venne creduta e neppure le monache carmelitane del
monastero dei Santi Antonio e Teresa in Parma, dove ella intendeva recarsi, furono unanimi
nellaccettarla, pur consapevoli e grate dellonore di avere tra loro una
principessa. Ma questa aveva ormai deciso e anche il Duca concordò con lei, così il
Capitolo del 16 maggio 1661 eliminò ogni ostacolo al suo ingresso nellOrdine dei
carmelitani riformati. La Farnese rinunciò ufficialmente a ogni suo diritto in favore dei
fratelli, che a nome di lei contribuirono con delle donazioni al restauro della chiesa e
convento carmelitani di San Pancrazio a Roma. Rimastole solo il dovere di revocare il suo
voto in caso di estinzione della discendenza maschile della casa, si preparò a lasciare
il palazzo ducale. A Bologna, nello stesso anno, venne data alle stampe una raccolta di
trenta poemetti di gusto barocco per celebrarne lheroica risolutione. La cerimonia
della vestizione ebbe luogo il 22 marzo 1662, preceduta da uno sfarzoso corteo per le vie
della città, salutato da archi di trionfo e salve di cannone. In onore della santa
fondatrice della riforma del Carmelo, Teresa dAvila, la Farnese assunse il nome di
Terese Margherita dellIncarnazione. La vita claustrale la mutò radicalmente. Nel
monastero si diede a incessanti prove di umiltà e di obbedienza, soprattutto al fine di
troncare ogni legame con i Farnese, dei quali rifiutò anche il pranzo di Corte, che dal
palazzo mandavano al monastero. Professati i voti solenni, aumentò le preghiere e le
penitenze rigorose, che in qualche caso sfiorarono lesaltazione mistica, tanto da
indurre il suo confessore e direttore spirituale, il carmelitano Massimo della
Purificazione, a obbligarla a moderarsi. La Farnese non accettò mai la carica di priora,
propostale periodicamente, interpretando in maniera rigida gli insegnamenti della sua
maestra spirituale, suor Angelica Virginia di San Francesco di Paola, e di Santa Teresa.
Proprio a imitazione di Santa Teresa e per placare la sua ansia di perfezione, il suo
direttore spirituale le permise, dopo un lungo periodo di riflessione, di pronunciare il
voto del più perfetto il 15 ottobre 1672. Tanto rigore le procurò una fama di santità,
che cercò invano di ridurre col distaccarsi maggiormente dalle cose del mondo, sino a
evitare di portare il lutto per la morte della madre, nel 1679. Il rigido inverno
1683-1684 ne minò irrimediabilmente il fisico, già provato dalle penitenze. Venne
sepolta il giorno successivo al decesso, nello stesso monastero dove aveva vissuto, che
conserva un suo ritratto di autore ignoto. Dopo la morte la fama della Farnese crebbe
ancora. Papa Innocenzo XI firmò un breve, il 27 maggio 1684, che la indica come esempio a
tutte le principesse. I superiori carmelitani permisero al padre Massimo della
Purificazione di scrivere il Ragguaglio istorico della nascita, vita e morte di suor
Teresa Margherita dellIncarnazione già nel secolo serenissima principessa Caterina
Farnese. Dedicato a Ranuccio Farnese, il libro, cui ben poco aggiungono successivi
tentativi biografici, fu pubblicato per la prima volta nel 1691 a spese della stamperia
ducale ed ebbe parecchi lettori. Nel 1698 già se ne contavano altre due edizioni parmensi
e una veneta, nonché una traduzione francese di E. de Saint-Delphin, impressa ad Avignone
nel 1694. Il volume, apologetico, riporta le poche e brevi testimonianze originali della
Farnese: una pagina dove narra le attività della sua giornata tipo, il voto, qualche
pensiero delladolescenza e dei propositi fatti da religiosa. Ella, pur amando le
lettere, per mortificazione personale non volle lasciare ai posteri nullaltro che
non le fosse stato prescritto dal confessore. Nel secolo seguente i problemi dinastici
della casa Farnese, che andava spegnendosi, fecero mancare il sostegno della famiglia al
processo di beatificazione della Farnese, che si arenò, lasciandole il solo titolo di
venerabile.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, b. 32, f. 7;
Ossequi poetici nellammirarsi in Bologna lheroica risolutione della
serenissima principessa Caterina Farnese di monacarsi nel venerabile monastero delle madri
carmelitane scalze di Santa Teresa in Parma, Bologna, 1661; C. Poggiali, Memorie storiche
di Piacenza, XI, Piacenza, 1763, 248; C. Dossi, Caterina Farnese, Milano, 1912; C. de
Villiers, Bibliotheca carmelitana, a cura di G. Wessels, Romae, 1927, 429; A.M. Aimi,
Viola mistica, Milano, 1938; A. Archi, Il tramonto dei principati in Italia, Rocca San
Casciano, 1962, 119; R. Aubert, Caterina Farnese, in Dict. dhist. et de géogr.
ecclés., XVI, Paris, 1967, 617; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1969, 178 s.; M.
Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in Le palais Farnèse, I, 2, Rome, 1981, 715; P.
Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XIX; D. Busolini, in
Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 78-79.
FARNESE MARIA FRANCESCA, vedi FARNESE VIRGINIA
FARNESE MARIA MADDALENA
Parma 4 aprile 1633-Parma 11 settembre 1693
Figlia del duca Odoardo e di Margherita Medici. Fu sepolta nella chiesa delle Carmelitane
Scalze, dette anche Teresiane, di Parma, con questa iscrizione: Qui giace la piissima e
caritativa principessa Maria Maddalena Farnese madre de poveri, e ornata di tutte le
virtù. Passò a miglior vita li 11 settembre 1683.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 302.
FARNESE MAURA LUCEMIA o LUCENIA, vedi FARNESE MARGHERITA
FARNESE
ODOARDO
Parma 8 dicembre 1573-Parma 21 febraio 1626
Nacque da Alessandro, poi duca di Parma e Piacenza, e da Maria di Portogallo. Fu il
terzogenito, dopo Margherita e Ranuccio, che successe al padre nel Ducato di Parma e
Piacenza. Il suo destino fu segnato già al momento della nascita dalla sua posizione di
cadetto, che doveva mantenersi disponibile, in caso di morte prematura del fratello
maggiore, a prenderne il posto per assicurare la continuità della successione nello
Stato. Nellattesa, poté occupare un posto nel Sacro Collegio, tanto più importante
per i Farnese che con papa Paolo III avevano costruito le fortune della famiglia sulle
risorse della Chiesa. I loro due Stati infatti, sia il Ducato di Parma e Piacenza sia
quello di Castro e Ronciglione, ne erano feudi e richiedevano una tutela costante e
autorevole al suo interno. Nel 1580 fu mandato a Roma e affidato per la sua istruzione
allantiquario Fulvio Orsini. Il problema della successione al prozio cardinale
Alessandro Farnese non fu di facile soluzione, perché dal 1585 sedeva sul trono di San
Pietro Sisto V, ostile ai Farnese, che alle loro prime avances oppose un netto rifiuto. Il
padre e il prozio pensarono allora di cominciare a trasferire al Farnese una parte dei
benefici ecclesiastici del vecchio, ma anche su questo terreno il Papa oppose una tenace
resistenza e acconsentì per una sola abbazia. Per tagliare corto sulla nomina a
cardinale, il 3 dicembre 1586 emanò la bolla Postquam verus, nella quale almeno due
clausole escludevano il Farnese: quella che richiedeva letà minima di ventidue anni
e quella che escludeva i parenti dei cardinali. Il Farnese con i suoi tredici anni
compiuti a dicembre avrebbe dovuto aspettare almeno altri nove anni e sperare che nel
frattempo morisse il prozio. Per ingannare lattesa si insistette sui benefici, a
cominciare dalle rendite dellarcivescovato di Monreale tenuto a mezzadria dal
cardinale Alessandro Farnese e dallarcivescovo Ludovico de Torres. Si accordarono
per trasferire al Farnese la pensione di 10000 scudi di pertinenza del cardinale ma ci
vollero molti anni prima di avere lapprovazione spagnola, che giunse solo nel
gennaio del 1590. Nel frattempo il cardinale Alessandro Farnese il 2 marzo 1589 era morto
e i suoi numerosi benefici ecclesiastici furono distribiti da Sisto V senza tanti riguardi
per il Farnese, al quale toccarono solo labbazia di Grottaferrata (6500 scudi di
rendita) e unaltra in Portogallo, resignatagli dal prozio in articulo mortis.
Qualcosa di più ebbe dalla sua eredità. Secondo il suo testamento, dettato nel 1587,
erede universale fu il duca di Parma, ma al Farnese toccò la metà dei beni mobili (con
esclusione delle collezioni artistiche che dovevano restare in perpetuo nel palazzo di
Roma già di proprietà del Duca) e lusufrutto della Farnesina, degli Orti
Farnesiani al Palatino, del castello dellIsola, dei casali di Pino e di Torrevergata
e del Palazzo di Caprarola. Sisto V morì il 27 agosto 1590 e, dopo il brevissimo
pontificato di Urbano VII, il 5 dicembre 1590 fu eletto il candidato della Spagna e
persino devoto ai Farnese, Niccolò Sfondrati. Gregorio XIV era proprio il Papa che ci
voleva per far passare il Farnese e, un paio di mesi dopo la sua elezione, il 6 marzo 1591
lo creò cardinale. La dispensa per letà si fece attendere di più e arrivò solo
il 5 novembre 1591. Poco dopo, il 20 novembre, ebbe il titolo diaconale di
SantAdriano. La sua dotazione era ancora piuttosto inadeguata: secondo i calcoli
dellagente lucchese a Parma, Cesare Bernardini (cfr. Zapperi, 1994), con tutta
leredità della nonna, Margherita dAsburgo, arrivava appena a 37000 scudi
annui di entrata. Troppo poco, se si considera che quella del cardinale Alessandro Farnese
fu valutata nel 1589 sui 120000 scudi. Un cardinale Farnese abbisognava di tuttaltre
entrate per tenere alto il prestigio della famiglia alla Corte pontificia. Il duca padre
lo sapeva bene e ritornò a bussare alla porta di Filippo II: il 13 maggio 1592 ebbe il
protettorato del Regno di Aragona (rendita prevista: 2000 scudi), il 14 ottobre la badia
di Novara (4000 scudi), il 25 novembre 1593 una pensione sul Vescovato di Saragozza e,
questa volta, erano 10000 scudi. Ma non bastavano ancora e nellottobre dello stesso
anno il fratello Ranuccio dovette aggiungere unintegrazione di 24000 scudi da
prelevare sulle entrate del Ducato di Castro. Secondo un avviso di Roma del 26 dicembre
1592 (Biblioteca apostolica Vaticana, Urb. latino 1060, c. 760v), con tutta
lintegrazione del fratello preannunciata fin da allora, le entrate del Farnese non
dovevano superare i 75000 scudi. In un altro avviso in data del 13 ottobre 1593 (Urb.
latino 1061, c. 590r) lo stesso mercante diede tuttavia per probabile la somma di 60000
scudi. È un fatto comunque che il Farnese non poté fare mai a meno
dellintegrazione corrispostagli dal fratello e restò sempre ben lontano dalle
entrate del prozio. Gregorio XIV morì presto e non ebbe neanche il tempo di concedergli
un solo beneficio. Dopo papa Innocenzo IX, che durò appena due mesi, fu eletto, con il
voto assai incauto dello stesso Farnese, ultimo arrivato nel Sacro Collegio, papa
lAldobrandini (Clemente VIII) e da lui invece di benefici ebbe malefici. Il 24 marzo
1592 furono arrestati, per un banale incidente con i birri che erano pure penetrati nel
palazzo, il maestro di casa Gabriello Foschetto e altri cinque servitori. A nulla valsero
le preghiere del Farnese e di altri più autorevoli cardinali che si interposero in suo
favore: il giorno dopo con procedura sommaria e gravemente lesiva del prestigio dei
Farnese, il Foschetto fu decapitato e gli altri cinque impiccati. Vari altri episodi meno
gravi, di uguale e diversa natura, punteggiarono negli anni successivi i pessimi rapporti
dei Farnese con Clemente VIII e con i due cardinal nepoti Pietro e Cinzio Aldobrandini,
con la sola pausa di un tentativo in grande stile di riconciliazione tra le due famiglie
per il tramite di unalleanza matrimoniale. Liniziativa partì dal cardinale
Pietro Aldobrandini che nellaprile del 1598 fece i primi sondaggi per sposare la
nipote Margherita, figlia della sorella Olimpia e di Giovanfrancesco Aldobrandini,
appartenente a un altro ramo dello stessa famiglia, al duca di Parma Ranuccio Farnese. Le
trattative furono condotte a Roma dal Farnese e si protrassero per più di un anno:
argomento del contendere fu lentità della dote e la consistenza degli altri
vantaggi che i Farnese pretendevano. Gli Aldobrandini erano dei parvenus, unalleanza
matrimoniale con loro rappresentava una vera e propria mésalliance e doveva rendere
dunque moltissimo. La sola carta degli Aldobrandini era il Papa, ma fu la carta vincente:
la sorte di Cesare dEste che poco prima (12 gennaio 1598) aveva dovuto cedere
Ferrara, feudo della Chiesa, consigliò infatti di farselo amico. Castro e Parma erano
nella stessa situazione e Clemente VIII minacciò più di una volta di levarli ai Farnese.
Laccordo fu raggiunto nel settembre del 1599 per una dote di 200000 scudi e grandi
vantaggi per il Farnese: il matrimonio fu celebrato a Roma il 7 maggio 1600. Il 5 dicembre
egli ottenne la legazione del Patrimonio, sempre molto ambita dai Farnese, perché
attribuiva il governo dellalto Lazio dove si trovava il ducato di Castro.
Contemporaneamente il nunzio a Madrid fu incaricato di negoziare la concessione di una
nuova pensione spagnola insieme con la protezione del Regno di Castiglia. La trattativa si
concluse solo nellaprile del 1602 e fruttò al Farnese 6000 scudi di pensione (ne
aveva chiesti 10000) ma non la protezione della Castiglia. Prima che il matrimonio fosse
celebrato, il 19 febbraio 1600, Clemente VIII nominò il Farnese protettore
dellInghilterra, accreditando così la maggiore ambizione dei Farnese, che contavano
tra i tanti pretendenti al trono di San Giacomo, in vista della morte della regina
Elisabetta che si dava per imminente. La pretesa era fondata sulla discendenza dai
Lancaster che la madre, Maria di Portogallo, assicurava ai due fratelli (il nome stesso
della Farnese era tutto un programma: voleva ricordare il re dInghilterra Edoardo
III dal quale Maria discendeva). Essa rientrò nel più vasto progetto di una
restaurazione cattolica in Inghilterra e contemplò a tale scopo il matrimonio con
unaltra pretendente cattolica, la scozzere Arabella Stuart. Questa circostanza
favorì, rispetto al fratello Ranuccio ormai congiunto a Margherita Aldobrandini, il
Farnese, scapolo e sempre pronto a lasciare il cappello cardinalizio. Lintervento
pontificio doveva assicurare lappoggio delle due potenze cattoliche principalmente
interessate, la Francia e la Spagna. La Spagna in un primo momento non disse di no, per
quanto lesistenza di una pretendente spagnola con ben altri mezzi, linfanta
Isabella Clara Eugenia, non lasciasse adito a troppe illusioni. La Francia invece si
dichiarò sin dallinizio contraria ed Enrico IV fece sapere al Papa che la manovra
rischiava solo di irritare il pretendente più sicuro, il re di Scozia Giacomo Stuart, e
avrebbe avuto la conseguenza di peggiorare la situazione dei cattolici inglesi. Di questo
veto e della connessa avvertenza tennero ben conto Clemente VIII e il suo segretario di
Stato cardinale Pietro Aldobrandini che lasciarono cadere le pur tiepide ed esitanti
iniziative intraprese. Il Farnese non si rassegnò invece tanto facilmente e continuò a
coltivare ancora per qualche anno lillusione di potere diventare re
dInghilterra. Dal Papa si fece nominare anche protettore dei collegi inglesi di
Roma, Valladolid e Douai e con laiuto dei gesuiti, tradizionalmente legati a filo
doppio con la sua famiglia, intessé tutta una vasta trama di intrighi con i cattolici
inglesi. Suo principale paladino fu il gesuita Robert Persons, finché la diplomazia
pontificia non lo mise a tacere, quando nel luglio del 1603 Giacomo Stuart salì sul trono
inglese. Lo stesso cardinale Pietro Aldobrandini ordinò al nunzio in Fiandra Ottavio
Mirto Frangipani di rilasciare una dura smentita che chiuse drasticamente la pausa di
riconciliazione con i Farnese. I rapporti tra le due famiglie ritornarono difficili e la
tensione esplose di lì a poco in un episodio clamoroso, che dette la misura di tutto il
risentimento accumulato dal Farnese. Loccasione fu data ancora una volta, come già
agli inizi del pontificato Aldobrandini, da un incidente con la giustizia. Il 23 agosto
1604 il bargello inseguì dentro il palazzo Farnese
un prigioniero che gli era scappato di mano e vi si era rifugiato. Fu respinto dai
gentiluomini e dai servitori del Farnese ed egli stesso si rifiutò a sua volta più tardi
di consegnarli al governatore di Roma che li volle processare per resistenza armata alla
forza pubblica. Intervenne allora il cardinale Aldobrandini in persona, ma il Farnese gli
fece trovare il palazzo in pieno assetto di guerra e la piazza gremita da una folla armata
e minacciosa. Tra i tanti accorsi in suo aiuto furono lambasciatore spagnolo J.F.
Pacheco marchese di Villena, suo parente e principale animatore della sedizione, e
numerosi esponenti della nobiltà. Fu una reazione spropositata che catalizzò tuttavia
linsofferenza per gli Aldobrandini in quel momento assai diffusa nella città. Essi
se ne allarmarono assai più di quanto dovessero, perché la stessa sera il Farnese si
ritirò a Caprarola sotto buona scorta e i nobili che più si erano esposti fuggirono in
tutta fretta chi in Abruzzo e chi a Porto Ercole. Ma il Villena troppo si era agitato e
aveva chiesto persino rinforzi a Napoli, offrendo unoccasione doro
allintervento dellambasciatore francese Ph. de Béthune, che si precipitò dal
Papa e, evocando il fantasma nefasto del sacco di Roma quando i Colonna avevano dato man
forte agli Spagnoli contro un altro papa Clemente, assicurò la protezione della Francia.
Il Papa allora si rincuorò, scrisse a Filippo III per chiedere la sostituzione immediata
del Villena e convocò a Roma il duca Ranuccio Farnese. Per fortuna dei Farnese, gli
Aldobrandini non avevano irritato solo i Romani.
Con il colpo di mano su Ferrara avevano urtato anche i potentati italiani che si
schierarono, più o meno apertamente, contro di loro, con insospettabile voltafaccia del
più fedele alleato della Francia, il parente di Enrico IV, Ferdinando granduca di
Toscana. Il duca Ranuccio Farnese a Roma dovette essere accolto con tutti gli onori,
trattò con il Papa la riconciliazione e la ottenne a buon mercato. Il Farnese perdonò il
governatore di Roma che andò a chiedergli scusa a Caprarola davanti a una gran folla e il
Papa perdonò il Farnese che gliela chiese a sua volta in concistoro. Fu una
riconciliazione apparente: gli Aldobrandini aspettavano infatti solo il momento più
propizio per far pagare caro al Farnese il suo colpo di testa. La morte del Papa,
sopraggiunta di lì a poco (3 marzo 1605), lo salvò. Toccò allora alla Spagna di pagare
il conto: Filippo III non volle sostituire il Villena e linfluenza spagnola fu
sostituita dagli Aldobrandini con quella francese. Il conclave successivo elesse infatti
il candidato della Francia, il cardinale Alessandro de Medici, che ebbe anche il
voto del Farnese, con grande stizza del Villena. La Spagna aveva avversato i suoi progetti
inglesi ed egli si vendicò. Papa Leone XI morì dopo poche settimane, ma anche il nuovo
papa Paolo V, che fu eletto contro la volontà della Spagna, ebbe il suo voto. Il
matrimonio del duca Ranuccio Farnese doveva risolvere in primo luogo il problema della
successione nei Ducati farnesiani con un buon nerbo di figli maschi. Ma la sposa,
Margherita Aldobrandini, non poté corrispondere a questo impegno. Una serie luttuosa di
ben quattro, tra aborti e parti prematuri con esito letale, tolse ai due fratelli quasi
ogni speranza di potere avere da lei lerede al trono ducale. Nel 1610 nacque
finalmente un figlio maschio, Alessandro, che sopravvisse, ma presto si ci accorse che era
sordo, muto, epilettico e quindi incapace di regnare. Il problema della successione
ritornò in alto mare. Questa situazione disperante riaccese il desiderio mai sopito nel
Farnese di abbandonare il cappello di cardinale per convolare a giuste nozze. Se ne
cominciò a parlare nel 1605 e nel 1606, la notizia ritornò con insistenza nel 1607 e
ancora di nuovo nel 1608 e nel 1609. I due fratelli furono in disaccordo: mentre Ranuccio
Farnese pensava di designare alla successione il figlio naturale Ottavio, che nel 1598
aveva avuto da Briseide Ceretoli, il Farnese si fece forte della disavventura di Cesare
dEste, costretto a rinunciare a Ferrara in base alla bolla di Pio V riconfermata da
Clemente VIII che escludeva i bastardi dalla successione nei feudi della Chiesa. Per lui
era molto più sicuro puntare sul proprio matrimonio, perché anche Parma e Castro erano
feudi della Chiesa. Ranuccio Farnese però non volle sentire ragioni, nel 1605 legittimò
Ottavio e nel 1607 lo investì, salvi i diritti degli eventuali figli legittimi, di Borgo
San Donnino, Fiorenzuola e altre terre minori. Il Farnese chiese allora per sé il Ducato
di Castro ma non riuscì a convincere il fratello. La questione fu avviata a soluzione
solo nel 1612, con la nascita del primo figlio sano di Margherita Aldobrandini: gli fu
dato il nome del Farnese e fu una magra consolazione. Prima di rinunciare a ogni speranza,
dati i precedenti, era meglio tuttavia aspettare che il bambino crescesse e dimostrasse di
essere veramente sano e capace di regnare e di generare. Nel 1615 intanto furono iniziate
trattative per prenotargli la sposa, una Medici. Cosimo de Medici rispose picche ma
i due Farnese seppero aspettare e nel 1619 ripresero il negoziato che il Farnese stesso
condusse in porto a Firenze nel 1620. La successione poté considerarsi assodata e al Papa
non restò che di riconoscerla. I due fratelli ritornarono dunque daccordo, il
Farnese si rassegnò definitivamente alla tonsura e l11 gennaio 1621 si decise a
prendere gli ordini maggiori. Prete ormai a tutti gli effetti, lasciò lOrdine dei
diaconi (il 12 giugno 1595 passò al titolo di SantEustachio e il 13 novembre 1612 a
quello di Santa Maria in Via Lata) ed entrò in quello dei presbiteri: il 3 marzo 1621
ebbe il titolo di cardinale vescovo di Sabina che cambiò il 28 settembre 1623 con quello
di Tuscolo. Il 5 marzo 1622 morì il fratello Ranuccio e il Farnese assunse la reggenza in
qualità di tutore ed amministratore generale del serenissimo duca Odoardo e di tutti i
suoi Stati. Governò i due piccoli Stati con saggezza, puntando su di un solo obiettivo:
assicurare una tranquilla e ordinata amministrazione fino alla maggiore età del nipote
Odoardo. Le sue personali ambizioni, per quel tanto che ancora sussistevano, erano
orientate ormai definitivamente verso Roma. Per quanto distolto dalle responsabilità di
governo a Parma, nel 1625 pensò di chiedere il decanato del Sacro Collegio e di farvi
valere ancora di più la sua influenza. Mirò decisamente alla tiara, secondo lo schema
ben noto che lasciava ai cadetti delle grandi famiglie italiane questultima ratio.
Si accentuarono le manifestazioni di pietà e i rapporti con i gesuiti che egli mantenne
sempre strettissimi. Amico di Roberto Bellarmino, nel 1605 ne sostenne la candidatura al
pontificato e dopo la morte (1621) gli fece erigere nella chiesa del Gesù uno splendido
monumento (distrutto, le sculture della Sapienza e della Religione erano di mano di P.
Bernini). Ai gesuiti costruì anche a sue spese la casa professa (1599-1623) con
lintervento dellarchitetto Girolamo Rainaldi. Il Farnese non ebbe il tempo di
provare quanto fosse difficile scalare la sedia di San Pietro: morì troppo presto,
alletà di 53 anni. Secondo la sua volontà, fu seppellito a Roma, nella chiesa del
Gesù, accanto al prozio Alessandro Farnese. Lo stesso giorno della morte dettò di nuovo
il testamento: nominò erede universale il nipote duca Odoardo ma, uniformandosi alla
volontà del prozio Alessandro Farnese, dispose che restassero a Roma le collezioni
artistiche e la biblioteca. Una sola eccezione fece per la pinacoteca, che permise al
nipote suo erede di trasferire a Parma, se ne avesse avuto voglia. Dal prozio cardinale,
il Farnese ereditò, oltre lusufrutto di alcuni degli edifici cinquecenteschi più
importanti di Roma e dintorni (ivi compresi palazzo Farnese, gli Orti Farnesiani sul
Palatino e la villa Farnese a Caprarola), anche una tradizione di mecenatismo artistico.
Nonostante godesse di un reddito considerevolmente inferiore a quello del gran cardinale,
dovette dimostrarsene un degno erede. La sua importanza come mecenate è legata
principalmente alla decisione di invitare a Roma Annibale e Agostino Carracci e al suo
attivo incoraggiamento di un gusto che assicurò agli artisti emiliani il dominio della
scena artistica romana per oltre due decenni. Nel 1593 il Farnese invitò Annibale,
Agostino e forse Ludovico Carracci ad affrescare con un ciclo raffigurante le imprese di
suo padre, il duca Alessandro, il salone del palazzo di famiglia appena completato. È
poco probabile che, a questa data, egli avesse già visto loro opere, ma Agostino Carracci
aveva precedentemente lavorato a Parma per suo fratello, il duca Ranuccio. Inoltre
potrebbe averne avuto notizia da un sostenitore della famiglia, Lorenzo Celsi, che aveva
impiegato i Carracci a Bologna. La prima commissione loro affidata a Roma sarebbe stata
dunque una continuazione e un aggiornamento degli affreschi della storia della famiglia
Farnese dipinti nella camera contigua da Francesco de Rossi detto il Salviati. La
statua di Alessandro Farnese incoronato dalla Vittoria (Caserta, palazzo reale), che il
Farnese aveva commissionato a Simone Moschino, avrebbe completato il progetto decorativo.
Nellautunno del 1594 Annibale e Agostino Carracci fecero una breve puntata a Roma e
nel novembre del 1595 vi ritornò il solo Annibale. In attesa di un album con i disegni
topografici delle campagne militari di Alessandro Farnese su cui desiderava fossero basati
gli affreschi, il Farnese commissionò ad Annibale Carracci la decorazione del camerino
Farnese con una tela rappresentante Ercole al bivio (Napoli, Capodimonte) e degli
affreschi mitologici, il cui programma fu quasi certamente elaborato dal bibliotecario del
Farnese, Fulvio Orsini. Il successo di queste opere indusse il Farnese a commissionare ad
Annibale Carracci la realizzazione del suo più grande capolavoro, la volta della galleria
Farnese, eseguita tra il 1597 circa e il 1601, con laiuto di Agostino Carracci, fino
a che tra i due fratelli non scoppiò la lite. Gli affreschi, la cui interpretazione è
molto dibattuta, illustrano gli amori degli dei con un erotismo gioioso ed esuberante. La
scelta del soggetto dovette certamente sembrare audace per il palazzo di un cardinale
della Controriforma, ma è pienamente in armonia con la visione profondamente mondana del
Farnese e gli affreschi si accordavano perfettamente alle statue antiche ivi esibite nelle
nicchie. Quando gli affreschi furono scoperti alla presenza del cardinale Pietro
Aldobrandini nel maggio del 1601, essi vennero ampiamente elogiati. Nonostante il generale
favore con cui la volta venne salutata e nonostante il crescente successo incontrato da
Annibale Carracci anche presso altri mecenati romani, i rapporti del Farnese con il
Carracci si guastarono così seriamente che, forse verso il 1602, egli contattò il
Cavalier dArpino e anche Cherubino e Giovanni Alberti per la decorazione a stucco e
a fresco delle pareti che fungevano da sfondo alle statue antiche. Alla fine però, nel
1604-1605, commissionò il completamento della galleria ad Annibale Carracci, ormai
ammalato, con laiuto dei suoi assistenti. Per quanto difficili possano essere stati
i suoi rapporti personali con lartista, è evidente lentusiasmo del Farnese
per il nuovo stile creato dal bolognese. Addirittura riuscì, una volta, a far lodare
alcune opere dei Carracci dai loro detrattori romani ricorrendo allinganno,
inducendoli cioè a credere che fossero del Correggio e del Parmigianino. Il Farnese
commissionò una gran quantità di altre opere ad Annibale Carracci e ai suoi allievi e
sembra che abbia risistemato il palazzo in modo che esse fossero messe in mostra con
particolare rilievo. Per conseguenza nelle stanze del piano nobile vennero esposti quadri
del pieno Rinascimento, soprattutto di Raffaello e di Correggio o copie di loro opere
realizzate dalla bottega di Annibale Carracci, insieme con quadri del Carracci stesso. I
soggetti dei dipinti vennero scelti in armonia con le statue antiche che il Farnese vi
aveva disposto. Fu un acquirente assai attivo di antichità, tanto da riuscire ad
arricchire ulteriormente la collezione che aveva ereditato, già di per sé magnifica,
aggiungendovi opere come la Venere Callipigia (comprata nel 1593 dai Cesarini) e molte
altre. La Venere venne sistemata nella sala dei Filosofi, insieme con una Venere
accovacciata e con diciotto busti di filosofi antichi, anchessi provenienti dalla
collezione Cesarini. Queste sculture erano accompagnate da due quadri che riprendevano il
tema della dea dellamore, la Venere con un satiro e due amorini (Roma, palazzo di
Montecitorio) di Annibale Carracci e uno basato sul cartone della Venere e Cupido di
Michelangelo. Anche altrove nel piano nobile era dato trovare una simile sistemazione di
sculture e pitture secondo un tema conduttore: basti citare a esempio la sala degli
Imperatori. Frattanto, le opere più famose del Quattro e Cinquecento stavano esposte in
una serie di stanze note come le stanze dei Quadri, mentre il resto, per la maggior parte
privo di cornici, era depositato nel guardaroba. Tra i quadri commissionati ad Annibale
Carracci dal Farnese si annoverano il Cristo e la Cananea (forse a Parma, palazzo del
Municipio), dipinto per la cappella del palazzo, il Cristo in gloria con santi (Firenze,
palazzo Pitti) e infine un Bacco e una Pietà (entrambe a Napoli, Capodimonte). Verso il
1599 egli fornì anche il disegno per due opere di argenteria con temi bacchici: la Tazza
Farnese e il Paniere Farnese sono noti soltanto grazie a delle incisioni. Innocenzo
Tacconi, un allievo di Annibale Carracci, dipinse un tabernacolo portatile (Roma, Galleria
nazionale), mentre altri aiuti dipinsero i due gruppi delle Virtù teologali (Roma,
palazzo di Montecitorio) adattando una fonte improbabile, i pennacchi di Raffaello nella
Farnesina. Tra il 1602 e il 1603 il Farnese si fece anche costruire un palazzetto con
giardino dietro palazzo Farnese, sullaltro lato di Via Giulia. La decorazione venne
affidata esclusivamente ad Annibale Carracci e ai suoi allievi e i soggetti continuavano
in gran parte la predilezione del Farnese per i temi erotici ma comprendevano anche molti
paesaggi, appropriati al sito. Lammirazione per gli affreschi dei Dossi nella villa
Imperiale a Pesaro espressa dal Farnese in una lettera indirizzata a Fulvio Orsini nel
1595 fa pensare che egli avesse un interesse particolare per la pittura di paesaggio. Il
contributo di Annibale Carracci al palazzetto comprendeva la Venere dormiente (Chantilly,
Museo Condé) e il Rinaldo ed Armida (Napoli, Capodimonte), esposti nella stessa stanza
dellArrigo Peloso, Pietro matto, Amon Nano ed altre bestie, curioso ritratto di
gruppo di alcuni membri del serraglio del Farnese, opera di Agostino Carracci. La volta
era dominata da un dipinto (perduto) di Apollo raffigurante il Giorno, di cui una copia è
conservata a Napoli. Altre stanze erano dedicate alle varie fasi del giorno, tra cui
unAurora di Annibale Carracci e una Notte probabilmente del Domenichino su disegno
del Carracci, entrambe a Chantilly. Al pianterreno cera una stanza con affreschi
mitologici del Domenichino raffiguranti la Morte di Adone, Apollo e Giacinto e Narciso. Di
contro a questi temi pagani, così cari al Farnese, nel palazzetto si trovava anche un
camerino degli Eremiti unito alloratorio di Santa Maria della Consolazione e Morte,
dove il Farnese soleva alle volte ritirarsi in preghiera: venne affrescato da G. Lanfranco
con scene di Cristo nel deserto e di Maria Maddalena portata in cielo dagli angeli. Il
Farnese contribuì ulteriormente a diffondere lo stile bolognese nel 1608-1610, quando, su
raccomandazione di Annibale Carracci, commissionò al Domenichino il suo primo ciclo
importante e autonomo di affreschi. Egli era abate commendatario dellabbazia di
Grottaferrata, in cui venne richiesto al Domenichino di progettare e decorare una cappella
con scene della vite dei Santi Bartolomeo e Nilo. Purtroppo lentusiasmo che il
Farnese nutriva per questo nuovo stile pittorico non era tale da fargli superare la
propria riluttanza a ricompensare adeguatamente gli artisti. Varie fonti attestano che
trattò Annibale Carracci in modo alquanto meschino. Analogamente sembra che anche il
Domenichino sia stato miseramente ricompensato per il suo lavoro a Grottaferrata, mentre
lo scultore Simone Moschino scrisse al duca Ranuccio Farnese che a Roma stava morendo di
fame con il patrocinio del Farnese. Eppure, nonostante la tirchieria, non si può dubitare
della genuinità dellentusiasmo del Farnese per gli artisti emiliani. Una lettera
del 1612 al fratello Ranuccio, in cui esprime il desiderio di acquisire altre opere del
Correggio prendendole dal gruppo di quadri appena confiscati alle famiglie ribelli di
Parma, illumina ulteriormente i suoi interessi artistici. Tre anni prima aveva inoltre
acquistato a Firenze un certo numero di quadri, ma è impossibile determinarne gli autori.
Benché Fulvio Orsini occupasse una posizione importante in quanto bibliotecario del
Farnese e curatore delle collezioni familiari, non è molto probabile che egli avesse una
grande influenza sulle sue preferenze artistiche, dato che lo stesso Orsini preferiva
invece collezionare soprattutto quadri manieristi di metà Cinquecento. Sembrerebbe
piuttosto che proprio Annibale Carracci abbia avuto la maggior influenza sulla formazione
del suo gusto. Tanto nelle commissioni e negli acquisti di quadri che nella loro
esposizione nel palazzo, egli rivela un gusto spiccato in favore dello stile di Annibale
Carracci e delle opere che furono fonti della sua ispirazione artistica. Cè un
altro elemento che sembra provare come, al pari di Annbale Carracci, anchegli
provasse una vera e propria avversione per il manierismo, se è vero che aveva
lintenzione di distruggere gli affreschi di Giovanni de Vecchi nella cupola del
Gesù (che pure erano stati dipinti in tempi abbastanza recenti per il cardinale
Alessandro Farnese) allo scopo di rimpiazzarli con altri del Carracci. Non era questo il
sostegno più utile che poteva dare ai gesuiti, visto che la tribuna e la navata centrale
della chiesa erano ancora spoglie. Forse a causa della malattia di Annibale Carracci,
questi piani non ebbero seguito, ma il Farnese mantenne la stretta connessione della
famiglia con lOrdine dei gesuiti e commissionò altri progetti artistici per loro
conto. Il suo contributo più significativo fu lerezione, nel 1599, della casa
professa unita alla chiesa: il progetto era di Girolamo Rainaldi, il suo architetto
preferito. Allinterno della casa professa il Farnese aveva una cappellina dove,
stando alla tradizione, celebrava la messa. Sullaltare cera la Visione di
SantIgnazio a La Storta del Domenichino (sostituita da una copia). Le altre tele che
si trovano nella cappella e che illustrano episodi della vita del santo non erano
probabilmente destinate per questa collocazione: sono attribuite ad Andrea Commodi e
Baccio Ciarpi, due artisti lontani dal gusto del Farnese. Nel 1621-1624, per iniziativa di
papa Gregorio XV, procedette ulteriormente alla decorazione della chiesa del Gesù,
facendovi costruire il monumento al cardinale Roberto Bellarmino, il cui busto-ritratto è
opera giovanile di Gian Lorenzo Bernini. Inoltre fece costruire la propria tomba in questa
chiesa e vi venne sepolto nel 1626. Fatti salvi ledificio della casa professa e la
cappella di Grottaferrata, le committenze del Farnese in campo architettonico sono
alquanto limitate. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che, a differenza di tanti
cardinali provenienti da famiglie di recente nobiltà, egli poteva già usufruire di molti
splendidi edifici, tanto ecclesiastici quanto secolari, eretti dal prozio, il cardinale
Alessandro Farnese. I suoi progetti architettonici consistevano in genere in ampliamenti o
abbellimenti di tali edifici: così incaricò Girolamo Rainaldi di intervenire sul
palazzetto di Caprarola e di ampliare gli edifici degli Orti Farnesiani, in cui insediò
un importante orto botanico. Lunica altra sua commissione architettonica di rilievo
fu ledificio di Santa Teresa a Caprarola del 1620, di nuovo su disegno di Rainaldi.
La committenza architettonica del Farnese è insignificante ove venga paragonata a quella
del prozio, che era stato uno dei cardinali-costruttori più importanti del Cinquecento.
Di grandissima importanza fu invece il suo contributo allo sviluppo della pittura romana,
in quanto schiuse le porte al barocco.
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Antikensammlung Farnese zur Carracci-Zeit, in Les Carrache et les décors profanes, 1988,
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gesuiti a Roma, in Storia dellArte LXII 1988, 71-80; R. Zapperi, Eros e
Controriforma. Preistoria della galleria Farnese, Torino, 1994; C. Robertson-R. Zapperi,
in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 112-119.
FARNESE
ODOARDO
Parma 28 aprile 1612-Piacenza 11 settembre 1646
Figlio di Ranuccio e di Margherita Aldobrandini. Nel 1622 succedette al padre nella
Signoria di Parma sotto la tutela della madre Margherita Aldobrandini e dello zio
cardinale Odoardo Farnese. Nel 1626 assunse direttamente il potere, iniziando ben presto
una politica assai attiva e ambiziosa con lappoggio della Francia, ma i suoi piani
furono sempre troppo vasti per poter essere realizzati con le sue forze assai limitate.
Nel 1626 rinforzò la cittadella di Piacenza dopo averne licenziato il presidio
fiorentino. Promesso sposo a Margherita de Medici, sventò le arti del Richelieu e
di Maria de Medici, regina di Francia, che volevano far sposare Margherita al duca
dOrléans: il Farnese nel 1628 sposò Margherita de Medici. Come nelle
migliori tradizioni di famiglia, il matrimonio fu al centro di imponenti manifestazioni di
giubilo. Il Teatro Farnese ospitò grandiose feste con musiche di Monteverdi, caroselli di
cavalieri e inondazione delle scene. Degli spettacoli nuziali si parlò in tutta Italia.
La moglie gli diede cinque figli: il duca Ranuccio, i generali Orazio e Alessandro,
Caterina, che scelse la via della monacazione, e Pietro. In seguito il Farnese si trovò
coinvolto nella guerra per il Monferrato. Difese per conto dellImpero Sabioneta
contro il duca di Mantova, il quale nel 1629 aveva occupato Casalmaggiore. Conclusa la
pace a Ratisbona, il Farnese si vide minacciato dal Richelieu e dagli Spagnoli, che
volevano presidiare la rocca piacentina. Il Farnese decise di giocare laudace carta
del bisavolo Ottavio Farnese e cominciò una rapida marcia di avvicinamento alle posizioni
francesi. La guida del paese transalpino era saldamente nelle mani dellastuto
cardinale Richelieu. Il prelato capì le debolezze e le ambizioni del Farnese e le
sfruttò con abilità in chiave antispagnola. Il cardinale mise alle costole del Farnese
un suo fido: il provenzale Iacopo Gaufrido. Arrivato a Corte come maestro di francese,
luomo di Richelieu divenne in breve segretario di Stato. Dopo lungo lavorio, nel
1633, raggiunse il risultato che desiderava da tempo: il Farnese stipulò un trattato con
la Francia. Gli lasciarono intendere che, quando le sue truppe avessero invaso
lItalia del Nord, i Farnese avrebbero potuto espandersi in Lombardia. Anche il duca
di Modena e Amedeo di Savoja si unirono allalleanza. Il Farnese ingaggiò un
esercito di 5000 fanti e 600 cavalli: non era gran che se paragonato alle truppe che si
muovevano sullo scacchiere della guerra dei trentanni ma sempre troppo in confronto
alle forze del piccolo Stato. Le milizie costarono un patrimonio. Il Farnese contrasse
debiti onerosi con mercanti e banchieri di ogni parte dItalia e aumentò la
pressione fiscale sui sudditi: tasse e gabelle furono spinte al massimo. La popolazione,
prostrata dalla peste del 1630 e dai frequenti passaggi di eserciti in assetto di guerra
(particolarmente pernicioso quello degli Spagnoli nel 1629), era alla disperazione.
Inoltre mal tollerò che, ripristinando luso del trisavolo Pier Luigi, il Farnese
avesse scelto Piacenza come residenza abituale. Il Farnese creò ai sudditi molti
problemi: bande di disertori e soldati indisciplinati correvano il Parmense come ai tempi
dei Visconti. Per difendersi, i contadini dovettero armarsi. Lidea di allestire un
esercito ducale si rivelò sempre più sciagurata. Il Farnese ebbe modo di constatare
quanto fosse rischiosa la scelta di ribaltare le alleanze di famiglia: il re di Spagna
fece sequestrare e vendere allincanto tutti i feudi farnesiani dAbruzzo e, nel
1635, la situazione militare precipitò. Il Farnese ingaggiò altri mille uomini, gravando
di nuove tasse la popolazione. Nel settembre i Francesi vollero il Farnese al proprio
fianco, insieme ad Amedeo di Savoja, durante lassedio di Valenza. Limpresa non
ebbe esito fortunato e molti soldati disertarono. Per giunta, mentre il Farnese era
assente dal Ducato, Francesco dEste, Signore di Modena, e gli Spagnoli invasero le
sue terre. Tutto il contado fu in mano alle truppe di occupazione. Soldati iberici ed
estensi compirono ogni forma di rapina e di violenza e le devastazioni durarono per mesi.
Il Farnese si precipitò a Parigi per chiedere soccorso sperando che gli alleati lo
aiutassero a liberare lo Stato. Ottenne molti doni e promesse ma nulla di concreto. Dopo
un viaggio avventuroso, tornò in patria il 26 giugno 1636. Si chiuse in Piacenza, dove i
nemici lo cinsero dassedio senza mai dargli tregua. Il granduca di Toscana e papa
Urbano VIII intercedettero per lui, agendo da mediatori con la Corte spagnola. Il 4
febbraio 1637 fu firmata la pace di Piacenza e il Farnese sciolse lalleanza con la
Francia, riavendo in cambio il possesso del Ducato. Il Farnese contrasse tanti e tali
debiti, raggruppati nel cosiddetto Monte Farnese, che fu costretto a garantire la
solvibilità verso i creditori dando in ipoteca il feudo di Ronciglione e Castro. La
famiglia Barberini (cui apparteneva anche Urbano VIII), che era tra i principali
creditori, mise gli occhi sul ricco possedimento. Due nipoti del Pontefice si candidarono
allacquisto. Vendendo il piccolo Ducato, il Farnese avrebbe potuto godere di una
forte iniezione di liquidità e saldare i debiti ma la sua fierezza era tale che rifiutò
laffare. Urbano VIII non si arrese e convocò a Roma il Farnese per convincerlo a
cedere il feudo. Il 21 novembre 1639 il Farnese si recò a Roma, dove fu trattato con
ragguardevoli onori. In cambio del possedimento gli offrirono la porpora per il fratello,
un vantaggioso matrimonio per la famiglia e uninfinità di quattrini ma il Farnese
ancora una volta rifiutò. Dopo il lungo braccio di ferro, il Papa, nellottobre del
1641, fece occupare Ronciglione e Castro dallesercito, scomunicò il Farnese e lo
dichiarò decaduto dal possesso dei feudi. Le diplomazie di Francia, Spagna, Venezia e
Modena cercarono di non fare precipitare la situazione. Ma il Farnese ottenne nuovi
finanziamenti e formò un piccolo esercito, entrando a far parte della lega difensiva con
Venezia, Firenze e Modena, anchessa in lotta contro il Pontefice. Nel settembre del
1642 partì da Parma con un esercito di 3500 cavalli e uguale numero di fanti. Le truppe
si diressero alla volta di Roma. Le forze papali attestate nel Bolognese e nel Modenese,
sorprese dalla mossa, si diedero a fuga precipitosa. Nella primavera del 1643, il Farnese
riportò alcune vittorie militari (conquistando Bondeno e Stellata e spingendosi fino ad
Acquapendente), mentre anche la Lega attaccò lo Stato pontificio. La guerra finì solo
nel 1644, con lintervento del cardinale Mazarino, successore di Richelieu alla guida
del Regno di Francia. Con la pace di Venezia, firmata il 31 marzo, Urbano VIII ritirò la
scomunica e restituì il piccolo Ducato tosco-laziale al Farnese. Morto Urbano VIII, papa
Innocenzo X lo rielesse confaloniere della Chiesa. Nel 1645, armandosi Venezia contro i
Turchi, il Farnese offerse i suoi soldati e la propria spada. In seguito, avendo i
Francesi delle mire su Orbetello, il Farnese permise agli Spagnoli di transitare per le
sue terre di Castro onde muovere contro i nemici. Colto da apoplessia, morì a soli 34
anni.
FONTI E BIBL.: F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone,
1817-1818; Bazzi-Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; H. Bédarida, Parme dans la
politique française au XVIIe siècle, Paris, 1930; Carabelli, Dei Farnese e del ducato di
Castro e di Ronciglione, Firenze, 1865; L. De Salazar y Castro, Indices de las glorias de
Casa Farnese, Madrid, 1716; Giarelli, Storia di Piacenza, Piacenza, 1889; P. Litta,
Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Valeri, I Farnese, Firenze, 1935; C. Argegni,
Condottieri, 1936, 364-365; Dizionario Utet, IV, 1956, 960; Dizionario storico politico,
1971, 908-909; Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 173-177.
FARNESE
ODOARDO
Colorno 12 agosto 1666-Parma 6 settembre 1693
Primogenito del duca Ranuccio e della duchessa Isabella dEste, che morì il 21
agosto seguente, in conseguenza
del parto. Battezzato il Farnese nella cappella del palazzo con una cerimonia privata, il
padre Ranuccio decretò immediatamente un periodo di lutto e annunciò ufficialmente la
nascita dellerede al trono ducale solo il 1º settembre. Il lutto cessò nel 1668,
quando il Duca, alla sua terza unione, contrasse matrimonio con la sorella della defunta,
Maria dEste, e fece ripetere il battesimo del Farnese in forma solenne, nel Duomo di
Parma, il 5 luglio. Il Farnese venne educato a Corte in maniera adeguata al suo rango.
Afflitto da una precoce obesità, dotato di spirito e di maniere affabili, si uniformò
volentieri ai dettami e a i costumi paterni, cominciando presto a frequentarne
assiduamente la folta schiera di favoriti. Tra questi, il Farnese si legò particolarmente
a Giuseppe Calvi, un sarto piacentino che, fattosi cantante per fuggire la povertà, aveva
sposato una ricca e nota prostituta dellepoca, la Madelon. Il Calvi, dopo varie
vicende, si presentò a Corte con lei e, grazie ai suoi maneggi, ottenne da Ranuccio
Farnese uno stipendio e un titolo comitale. Per qualche tempo il Farnese divise con il
padre anche i favori della donna, indotta poi a monacarsi, col consenso del marito, prima
che lo scandalo divenisse troppo evidente. Il conte Calvi invece lo accompagnò per tutta
la sua giovinezza, come maestro di gusto, divertimenti e galanterie, mantenendo a Corte
uninfluenza che accennò a diminuire solo quando il Duca cominciò la lunga e
complessa tessitura delle trattative matrimoniali per il Farnese. Accogliendo un
suggerimento dellimperatore Leopoldo I, il padre Ranuccio richiese per il Farnese al
conte elettore palatino del Reno, Filippo Guglielmo di Neuburg, la mano di una delle sue
figlie, Dorotea Sofia. Con delega firmata dal Farnese il 3 agosto 1688, la trattativa fu
affidata a un altro favorito, però dotato di reali capacità politiche, F. Perleti.
Questi riuscì a dirottare la concorrenza del re di Spagna Carlo II, da poco rimasto
vedovo, su unaltra figlia dellelettore, Maria Anna, e la convenzione per il
matrimonio del Farnese con Dorotea Sofia venne stipulata al principio del 1690. Il Perleti
ebbe in premio il titolo di conte e la carica di ambasciatore a Vienna. Le nozze furono
scelebrate per procura il 3 aprile, ma già il 26 la principessa giunse a Parma. Qui, il
17 maggio, ebbe luogo la tanto attesa cerimonia nuziale, in unopulenta cornice di
lusso, sfarzo e scenografie meravigliose che impressionarono i Tedeschi al seguito della
sposa. Per una decina di giorni gli sposi condivisero le musiche di L. Lotti, M. Sabatini
e G. Tosi, le coreografie di F. Galli Bibiena e le rappresentazioni (per le quali riaprì
anche il celebre Teatro Farnese) di A. Aureli. Poi cominciarono la loro vita coniugale,
segnata da un durevole, reciproco affetto, che i contemporanei giudicarono assai raro nei
matrimoni combinati tra principi. I sudditi invece non amarono la futura duchessa, il
matrimonio della quale costò loro una pesante tassazione, e la descrissero come non
particolarmente bella, severa e pedante. Ma anche quando parlavano del Farnese, lodarono
sì il suo carattere fondamentalmente bonario, però ne rimarcarono la straordinaria, e
veramente mostruosa grassezza, dubitando della sua capacità di mettere al mondo dei
figli. Tuttavia, nonostante le dicerie sulla coppia, a Parma il 6 dicembre 1691 nacque un
erede, Alessandro Ignazio, con grande gioia di Ranuccio Farnese. Quasi a ulteriore
smentita dei maligni poi, il 25 ottobre 1692, la moglie Dorotea Sofia partorì una
bambina, Elisabetta, la futura regina di Spagna. Le condizioni di salute del Farnese
comunque peggiorarono. La grave obesità gli rese difficili i movimenti e
lespletamento delle normali attività. Secondo i medici, date le circostanze, la
nascita di ulteriore prole sarebbe stata un evento altamente improbabile. Il 5 agosto
1693, dopo soli venti mesi di vita, morì improvvisamente il figlio Alessandro Ignazio. In
Parma circolarono ipotesi, del tutto fantasiose, su di una presunta responsabilità della
madre, sempre invisa ai sudditi, nella morte del bambino. Ranuccio Farnese, ormai
praticamente certo che suo figlio non gli avrebbe più dato un altro nipote, iniziò a
temere per la sua successione. Il Farnese confermò i timori del padre: anche a causa del
dolore per la perdita del figlio, le sue condizioni di salute subirono un tracollo. Morì
oppresso dal proprio peso e soffocato dallesorbitante pinguedine. Compatito da
tutti, giacché, come si disse allora, non aveva avuto modo di opprimere nessuno, e pianto
accoratamente dal padre e dalla moglie, venne sepolto, dopo solenni funerali, nella chiesa
di Santa Maria Maddalena del Tempio, dove già riposava un altro Farnese dal destino
simile al suo, il principe Pietro. Entrambe le salme, nel 1812, furono traslate nella
cripta della Steccata di Parma. Ranuccio Farnese, prima di morire a sua volta, nel 1695,
persuase il suo secondegenito Francesco, nuovo e giovanissimo erede del Ducato, a sposare
la cognata vedova per poter così salvare il legame con lImpero. Inoltre evitò di
dover restituire allelettore palatino la ricca dote della figlia, qualora costui
avesse deciso di farla convolare a nuove nozze. La crisi dinastica, però, venne soltanto
rinviata di pochi decenni.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, b. 33, ff. 5-8,
Carteggio estero, b. 131, f. 1692; Descrittione delle feste fatte eseguire nel maggio 1690
da Ranuccio II per le nozze del principe Odoardo suo primogenito con la serenissima
principessa Dorotea Sofia Palatina di Neoburgo, Parma, 1690; C. Freschot, Etat ancien et
moderne des duchés de Florence, Modène, Mantoue et Parme, Utrecht, 1711, 471, 503, 510,
512, 519, 531; C. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, XII, Piacenza, 1766, 64,
145-150, 152, 159 s.; F. de Navenne, Rome et le palais Farnèse pendant les trois derniers
siècles, II, Paris, 1923, 30 s.; G. Drei, Le tombe di Alessandro Farnese e dei principi
di Parma, in Aurea Parma 6 1937, 192 s.; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954, 231, 245, 247; E.
Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1969, 197, 199, 209, 230; O. Michel, LAccademia,
in Le palais Farnèse, I, 2, Rome, 1981, 571; M. Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in
Le palais Farnèse, I, 2, 1981, 711, 714 s.; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub
voce Farnesi, tav. XIX; D. Busolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995,
119-120.
FARNESE
ORAZIO
Piacenza 24 gennaio1636-Mare di Malamocco 2 novembre 1656
Terzogenito del duca Odoardo e della duchessa Margherita de Medici. Poiché non
sembrava vantaggioso avviarlo alla carriera ecclesiastica, a motivo del peggioramento
delle relazioni con la Santa Sede per laffare di Castro, il padre decise di dargli
uneducazione che lo avviasse a quella militare, analogamente a quanto aveva già
stabilito per il secondogenito Alessandro. Così i due giovani crebbero insieme, né il
Duca si pentì della scelta, perché il Farnese dimostrò di possedere una reale
attitudine agli studi e alla vita delle armi, fino a superare in varie discipline
castrensi il fratello, che fu ostacolato dalla tendenza allobesità e che più che
altro desiderava un incarico di governo allestero. Odoardo Farnese morì troppo
presto, nel 1646, per poter vedere realizzate le speranze che aveva nutrito per i figli,
ma già linizio della guerra di Candia, nel 1645, gli parve che potesse promettere
loro occasioni per tradurre in pratica gli insegnamenti ricevuti. Se inizialmente la
Repubblica di Venezia, impegnata contro lImpero ottomano, rifiutò laiuto di
un primo contingente di milizie farnesiane, offertole poco dopo lo scoppio del conflitto,
il prolungarsi delle ostilità la costrinse ad accettarne invece un secondo e a chiedere
ulteriori soccorsi ad altri Stati. Quindi Ranuccio Farnese, alla fine del 1652, poté
concludere con i Veneziani un accordo, mediante il quale si impegnò a mandare in Levante,
a proprie spese, 2000 soldati e dieci capitani, a fronte del conferimento di un grado
elevato nellesercito di San Marco a uno dei suoi fratelli. Dal momento che il
fratello Alessandro era oggetto di una trattativa con la Spagna, la scelta cadde
inevitabilmente sul Farnese, appena diciottenne. Nel gennaio 1653 cominciarono, in tutto
il territorio ducale, le operazioni per la leva delle truppe. Contemporaneamente gli
inviati di Venezia recapitarono al Farnese la patente ufficiale con la nomina a generale
della cavalleria veneta. Il grado fu accompagnato da un degno stipendio, proporzionato
alla condizione sociale e allimportanza politica del Farnese, il quale volle
mostrarsi riconoscente e devoto alla causa per cui si apprestava a combattere, dando
ordine che una buona parte del denaro venisse spesa per assoldare altri 1000 uomini, da
aggiungere ai 2000 pattuiti. Il reclutamento terminò in febbraio, dopodiché il Farnese
organizzò il trasporto scaglionato delle compagnie, i cui capitani provenivano dalle file
dellaristocrazia parmigiana e piacentina, per via fluviale, da Piacenza a Venezia.
Queste attività lo impegnarono per tre mesi, con pochi momenti di svago, spesi nelle
abituali corse a cavallo nei dintorni e fino al santuario della Madonna delle Grazie di
Parola, presso Borgo San Donnino, dove si recava spesso. Infine il 15 giugno, salutati i
familiari, si imbarcò con gli ultimi soldati. Contrariamente alle sue aspettative, giunto
a Venezia, il Farnese non riuscì a partire immediatamente per la zona doperazioni,
che raggiunse solo lanno successivo, quando le truppe farnesiane, inquadrate
nellarmata di A. Mocenigo, vennero schierate in Dalmazia. Nel frattempo il Farnese,
che aveva temuto di essere lasciato inoperoso nella capitale, lontano dai suoi soldati e
dai suoi ufficiali, ottenne di mutare il proprio grado, passando dalla cavalleria alla
fanteria, e di unirsi così a loro. Nonostante letà, dette prove di perizia e
coraggio, dal momento che, nel 1655, il Mocenigo gli ordinò di imbarcarsi sulla flotta
veneta che andava a porre il blocco a quella turca, allimboccatura dello stretto dei
Dardanelli. I soldati parmensi seguirono la flotta e combatterono ai Dardanelli durante
tutto il periodo primaverile ed estivo. Presero anche parte a operazioni di sbarco, nelle
isole di Tenedo e Lemno, che si conclusero con successo. Il Farnese, spinto dal giovanile
entusiasmo che gli faceva desiderare di partecipare a qualche glorioso fatto darmi,
col quale dare lustro alla sua casata e ampliare le prospettive di carriera, decise di non
rientrare in Italia durante linverno e rimanere al fronte, in attesa di occasioni.
Questa attitudine gli procurò elogi da parte dei comandanti veneti, ma nocque alla sua
salute. Nella primavera del 1656 il Farnese riprese il suo posto alla testa delle truppe,
nuovamente imbarcate sulla flotta veneta ai Dardanelli. Il 26 giugno il Mocenigo,
accortosi che le galee turche si apprestavano a tentare di forzare il blocco, ordinò di
dare battaglia. Lo scontro, violentissimo e sanguinoso, si protrasse per tutta la giornata
e finì con una brillante vittoria dei Veneziani, che catturarono ventiquattro navi e un
ingente bottino. Il Farnese combatté valorosamente e si distinse guidando i suoi uomini
allabbordaggio di alcune navi turche, tra le quali Il Sultano, un grande vascello.
Come premio al suo comportamento, ottenne una ricca preda di guerra, della quale faceva
parte una certa giovine mora, che mandò subito a Piacenza, affinché annunciasse con la
propria persona la vittoria e venisse battezzata. La notizia della brillante impresa
raggiunse il Ducato in agosto, insieme con quella di un imminente ritorno del Farnese in
autunno, per un periodo di riposo. Tutti attesero con ansia e curiosità il Farnese,
descritto ormai come un eroe. Egli però non poté cogliere i frutti della gloria
conquistata. In luglio, a Candia, si accordò con A. Barbaro per partire sulla sua galea e
trasportarvi il proprio bagaglio. Con impazienza, tanto da obbligare il Barbaro, il 22
agosto, a spedirgli dei documenti che aveva dimenticato di prendere con sé, attese
linizio del viaggio che, per una serie di contrattempi, tardò fino al mese di
ottobre. Senonché, durante la traversata dellAdriatico, dopo una breve sosta a
Zante, le sue condizioni di salute peggiorarono improvvisamente, a causa di un violento
attacco di coliche. Morì quasi in vista di Malamocco, a soli ventanni. Il cadavere
venne trasportato a Venezia. Una morte così prematura destò molta commozione. A Piacenza
l11 dicembre cominciò, a spese della città, un solenne ufficio funebre nella
chiesa della Madonna di Campagna, che si svolse per unintera settimana, col
contributo delle orazioni di P. Nicelli e G.I. Giorgi e delle poesie di G. Fabbri. Il
fratello Ranuccio, per conservare una vivente memoria del Farnese, affidò la giovine mora
che questi aveva mandato a Piacenza al marchese L. Scotti e alla marchesa I. Neretti
Casali, ordinando che la trattassero con ogni riguardo. Il 25 gennaio 1657 ella, secondo
la volontà del Farnese, ricevette il battesimo, col nome di Anna Maria, nel corso di una
solenne cerimonia nel Duomo di Parma. Altre funzioni religiose in suffragio del Farnese
ebbero luogo negli anni seguenti, in prossimità del Natale. Anche la Repubblica di
Venezia ne volle onorare il ricordo: conferì il suo iniziale grado di generale della
cavalleria al fratello Alessandro e stabilì che gli fosse eretta una tomba monumentale.
In seguito ad alcune divergenze tra il Senato veneto, il duca di Parma e alcuni Ordini
religiosi circa il luogo della sepoltura definitiva, lopera fu realizzata dopo dieci
anni dalla sua morte, nel 1666, a Venezia, nellallora chiesa dei Crociferi, poi dei
gesuiti. Il monumento, di autore ignoto, è un bel manufatto marmoreo seicentesco, formato
da un basamento sul quale poggia il sarcofago del Farnese, sormontato da una statua
raffigurante il giovane in piedi, con larmatura. Ai lati di questa, due panoplie
distanziano dalla figura due colonne che sorreggono la trabeazione, nel mezzo della quale
poggiano il leone di San Marco e lo stemma ducale. Uniscrizione latina elogia la
virtù del Farnese, cui solo il fato impedì di eguagliare quella dei suoi avi, e il
coraggio dei soldati inviati dal duca di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, busta 32, fasc.
6, s. 3, busta 42, fasc. 8; A.F. Tacchini, Nel nascimento del principe d. Orazio Farnese,
Parma, 1636; G.P. Nicelli, Orazione nelle esequie di Orazio Farnese, Piacenza, 1657; G.
Fabbri, Il giglio fra i cipressi, Bologna, 1657; B. Nani, Historia della Repubblica
veneta, Bologna, 1680, V, 162, 177, 199, 201; G. Brusoni, Della historia dItalia,
Torino, 1680, 676; C. Freschot, Etat ancien et moderne des duchés de Florence, Modène,
Mantoue et Parme, Utrecht, 1711, 473; C. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, XI,
Piacenza, 1763, 196, XII, Piacenza, 1766, 3, 17 ss.; F.M. Annibali, Notizie storiche della
casa Farnese, I, Montefiascone, 1817, 70; F. de Navenne, Rome et le palais Farnèse
pendant les trois derniers siècles, II, Paris, 1923, 30; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954,
232; F. Botti, Il principe Orazio Farnese e il santuario di Parola dei Monti, in Gazzetta
di Parma 19 agosto 1957, 3; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1968, 173 ss.; M.
Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in Le palais Farnese, I, 2, Rome, 1981, 709, 711,
715; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XIX, 79; D. Busolini,
in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 127-128.
FARNESE
OTTAVIA
Parma XVI/XVII secolo
Probabilmente figlia di Mario, del ramo Farnese di Latera, sposò un marchese Rangoni. Fu
vice priora della Compagnia del SantAngelo Custode.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia SantAngelo Custode, 1853, 51.
FARNESE
OTTAVIO
Roma o Canino 9 ottobre 1524-Parma 18 settembre 1586
Figlio di Pier Luigi, primo duca di Parma e Piacenza, e di Gerolama Orsini. Sposò
(novembre 1538) la figlia naturale di Carlo V, Margherita dAustria, vedova di
Alessandro de Medici. Ottenne nel 1540 da papa Paolo III la Signoria di Nepi e
linvestitura per sé e per i suoi successori del Ducato di Camerino, feudo della
Chiesa. Fu poi nominato prefetto di Roma. Nel 1541 ebbe da Carlo V il comando
dellavanguardia spagnola nellimpresa africana. Fallita quella spedizione a
causa di una tempesta, seguì lImperatore in Spagna. Nel 1545, designato a succedere
nel Ducato di Parma e Piacenza, il Farnese restituì alla Chiesa i feudi di Camerino e di
Nepi. Nel luglio del 1546 egli andò in Germania a capo dei 12000 uomini che il Papa
inviò in aiuto allImperatore per la guerra contro i prìncipi protestanti.
Lalleanza tra Carlo V e Paolo III era stata conclusa per sei mesi e a condizioni ben
definite ma, non avendole Carlo V rispettate, il Papa non volle rinnovarne i patti e
richiamò lesercito. La nuova rottura tra lImperatore e il Papa ebbe
conseguenze gravissime, sboccate nelluccisione di Pier Luigi Farnese e
nelloccupazione di Piacenza da parte dei soldati imperiali di Ferrante Gonzaga. Il
Pontefice fu sul punto di avocare Parma e Piacenza alla Santa Sede e pertanto inviò
Camillo Orsini a occupare Parma in nome della Chiesa. Ma il Farnese, temendo di perdere il
suo Ducato, accorse nellagosto del 1549 a difendere la città rimasta fedele e
rifiutò di obbedire agli ordini del Papa. Riconciliatosi col nipote, Paolo III con un
breve ordinò allOrsini di consegnare Parma al Farnese e poco dopo morì. Ma
lOrsini non obbedì e il Farnese non riebbe Parma se non dopo che il nuovo
pontefice, Giulio III, ingiunse a Camillo Orsini di consegnarla al Farnese (febbraio
1550). Piacenza rimase però nelle mani degli imperiali. Gli intrighi del Gonzaga, sempre
avverso ai Farnese, spinsero il Farnese a unalleanza con Enrico II re di Francia,
donde ebbe origine la cosiddetta guerra di Parma, cominciata con lintimazione di
Giulio III al Farnese di restituire Parma alla Chiesa prendendosi in cambio Camerino. Il
Farnese rifiutò. I cardinali Alessandro e Ranuccio Farnese, allontanatisi da Roma, furono
privati delle rendite, luno dellArcivescovado di Monreale, conferitogli già
ai tempi di Paolo III dallImperatore, e laltro della legazione di Viterbo,
mentre al fratello Orazio fu tolta la carica di prefetto di Roma e confiscato il Ducato di
Castro. La guerra, che volgeva sfavorevole ai Farnese, ebbe termine con la discesa in
Italia di un esercito francese che spinse il Papa a concludere una tregua di due anni
(aprile 1552), che significò la pace e a cui aderì anche Carlo V. Allora al Farnese
ritornarono i beni e gli onori contestati o sottratti: il solo cardinale Alessandro
disdegnò di riavere Monreale e partì alla volta della Francia. Il 13 febbraio
dellanno successivo si celebrò infine a Parigi il matrimonio tra Orazio Farnese,
duca di Castro, e Diana di Francia. Ma il 18 di luglio, a meno di sei mesi dalle nozze, il
giovane sposo cadde allassedio di Hesdin, difendendo la piccola città
dallesercito imperiale di Emanuele Filiberto di Savoja. Un viaggio a Parigi sulla
fine del 1553 del Farnese, divenuto anche duca di Castro dopo la morte del fratello, gli
procurò non lievi delusioni. Lo stesso cardinale Alessandro Farnese nel giugno del 1554
lasciò la Francia, dove fu rinnovata in quei giorni la tregua del 1552 per la
conservazione di Parma al Farnese. Questi nel maggio del 1553 fu nominato capitano
generale dellesercito della Chiesa. La morte di Giulio III nel 1555 destò
gravissime apprensioni nella famiglia dei Farnese e così pure la morte dopo solo ventuno
giorni del successore, papa Marcello II, già maestro del cardinale Alessandro Farnese.
Nuove speranze suscitò nei Farnese lelezione al pontificato di Paolo IV, che era
stato creato cardinale da Paolo III e che, avverso agli Spagnoli, concluse col Re di
Francia un trattato segreto e affidò al Farnese il comando dellesercito alleato che
doveva combattere la Spagna. La guerra fu evitata in conseguenza della tregua di cinque
anni conclusa nel febbraio del 1555 tra Carlo V ed Enrico II. I Farnese, malcontenti che
Enrico II non avesse nelle trattative con lImperatore perorata la loro causa per la
restituzione di Piacenza, si lasciarono attrarre segre tamente nellalleanza con la
Spagna, col formale impegno di Filippo II, succeduto al padre Carlo V, di restituire al
Farnese le città che erano state tolte a Pier Luigi Farnese (settembre 1556). La guerra
venne troncata dalla battaglia di San Quintino, che rese la Spagna arbitra delle sorti
della penisola italiana (10 agosto 1557). Il trattato di Cateau-Cambrésis del 13 aprile
1559 confermò ai Farnese quanto erano riusciti a ottenere. Ma altri vantaggi avrebbero
ottenuto i Farnese per lopera che spiegò dal 1559 al 1567 nei Paesi Bassi la
duchessa Margherita dAustria, chiamata da Filippo II a reggere quelle province
agitate dalla lotta religiosa e civile, e per il saggio governo delle province stesse
tenuto dal figlio di lei Alessandro Farnese, dal 1577 alla sua morte. La cittadella di
Piacenza fu infine restituita al Farnese poco prima che questi chiudesse la sua vita, tra
il compianto dei sudditi. Egli fu infatti ottimo principe, nonostante i momenti burrascosi
che si succedettero nel quarantennio del suo dominio: paterno con il suo popolo, moderato
con la nobiltà, curò il pubblico benessere introducendo nel suo Stato nuove industrie e
tutelò la giustizia con listituzione di un supremo Consiglio, contro i cui
deliberati riservò a sé solo lappello. Per i suoi buoni ordinamenti civili venne
anche detto il Licurgo parmense. Tuttavia contro di lui fu ordita una congiura, almeno
così si disse, da Gianmaria Scotti e Giovan Battista Anguissola: accusati come promotori
e confessi per tortura, furono giustiziati il 3 dicembre 1582.
FONTI E BIBL.: F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone,
1817-1818; T. Bazzi-U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; S. Bendinelli, Orazione
latina per la morte del duca Ottavio Farnese, Lucca, 1587; E. Bicchieri, Vita di Ottavio
Farnese, in Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province
Modenesi e Parmensi II, fasc. I 1864; A. Bombasio, Gabrielis Bombasi in funere Octavii
Farnesii Parmae et Placentiae ducis oratio, Parma, 1587; M. Buttegli, Descrizione
dellapparato per le nozze di Odoardo Farnese e Margherita dAustria, Parma,
1629; Carabelli, Dei Farnese e del ducato di Castro e Ronciglione, Firenze, 1865; L. De
Salazar y Castro, Indices de las glorias de Casa Farnese, Madrid, 1716; Giarelli, Storia
di Piacenza, Piacenza, 1889; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; C.
Manfroni, Storia della Marina italiana dalla caduta di Costantinopoli alla battaglia di
Lepanto, Roma, 1897; L. Pigorini, Le Monete di Ottavio Farnese duca di Camerino, Parma,
1872; A. Valeri, I Farnese, Firenze, 1935; C. Argegni, Condottieri, 1936, 366-367;
Dizionario Utet, V, 1956, 516-517; Dizionario storico politico, 1971, 924; M. Turchi, in
Gazzetta di Parma 25 e 28 aprile 1972.
FARNESE
OTTAVIO
Parma 20 dicembre 1598-Parma 1643
Figlio naturale del duca Ranuccio e di Briseide Ceretoli, una nobildonna allepoca
nubile. Non conobbe la madre naturale, che il Duca provvide a fare sposare nel 1599, prima
delle proprie nozze nel 1600 con Margherita Aldobrandini, ad A. Carissimi. Venne invece
allevato a Borgonovo da Isabella Farnese, moglie di Alessandro Sforza. Poiché non riuscì
ad avere un erede legittimo e convinto per questo di essere vittima di un maleficio, nel
1603 il padre Ranuccio decise di richiamare il Farnese a Parma, per legittimarlo e dargli
leducazione di un futuro principe regnante. Per ordine ducale, il ministro B. Riva
assunse la responsabilità di sovrintendere e vigilare continuamente sulla sua persona. Lo
stesso Riva il 10 marzo 1605 fece siglare dal notaio camerale latto di
legittimazione. Il Farnese divenne dunque erede diretto del padre, fatte unicamente salve
le ragioni di un eventuale successore legittimo, la cui nascita però sembrava tanto
improbabile, che Ranuccio mandò immediatamente gli ambasciatori A. Anguissola e O.
Malaspina alle corti di Madrid e di Vienna, per ottenere il riconoscimento internazionale
del suo atto. A Roma, con lo stesso scopo, prese delle iniziative il cardinale Odoardo
Farnese. Le missioni diplomatiche ebbero, almeno sul momento, esito negativo, a causa di
alcune malcelate mire spagnole sul Ducato. Allora, per rinforzare la posizione del
Farnese, il padre Ranuccio, in accordo con il cardinale Odoardo Farnese, pensò di
costituirgli un dominio personale. Il 22 luglio 1607 il Farnese ricevette
linvestitura feudale di un esteso territorio, che comprendeva unarea interna
allo Stato farnesiano, in gran parte tolta ai Pallavicino e ai Nicelli (Borgo San Donnino,
Fiorenzuola e la Val di Nure), e unaltra altrettanto vasta nel Regno di Napoli, con
le città di Leonessa, Cittaducale, Montereale, Penne, Campli, Ortona, Altamura,
Castellamare e Rocca Guglielma, eredità della sua bisnonna Margherita dAustria. Il
feudo sarebbe stato trasmissibile in via diretta ai discendenti del Farnese, ma
lintero atto non avrebbe più avuto alcun valore giuridico in presenza di un erede
legittimo. Nel 1608 il Farnese cominciò a essere introdotto nelle arti di governo ed ebbe
lincarico di ricevere alcuni ambasciatori tedeschi. Nulla sembrava ormai
interrompere la sua ascesa, nemmeno la nascita, il 5 settembre 1610, del primogenito
legittimo del duca, Alessandro. Il piccolo infatti era sordomuto e ciò convinse ancora di
più il padre del suo maleficio. Nel 1611 Ranuccio Farnese scoprì la congiura dei
Sanvitale, che prevedeva leliminazione di tutti i membri della sua famiglia,
compreso il Farnese. La feroce repressione che ne seguì lo rese diffidente e lo indusse a
intensificare il controllo sul figlio, cui il Riva impedì di dedicarsi ad altro che non
fosse lobbedienza ai dettami paterni. Il Farnese visse così tra gli agi del palazzo
ma praticamente segregato. A ogni inizio di stagione il Duca e il Riva preparavano una
tabella con lindicazione degli orari delle sue attività, da rispettare
inderogabilmente. Oltre allo studio, agli esercizi cavallereschi e alle pratiche di culto,
non gli lasciavano libero nemmeno il tempo destinato alla ricreazione o al riposo.
Talvolta gli concedevano il permesso di andare a delle feste, comunque sempre in compagnia
del genitore. Sebbene uneducazione così rigida lo soffocasse, il Farnese dimostrò
di saperne ricavare buoni frutti, almeno dal punto di vista degli studi, tanto da poter
rallegrare il padre dandone un pubblico saggio nella Cattedrale di Parma il 16, 17 e 18
giugno 1613. Le tesi dibattute furono raccolte e pubblicate nello stesso anno a Parma da
A. Viotti, in un elegante volume di 375 pagine arricchite da preziosi ornamenti
calligrafici, dal titolo Quaestiones definitae. Ex triplici philosophiae, rationali,
naturali, morali, in Parmensi Academia publice triduum disputatae, ab Octavio Farnesio
serenissimi Ranutii Parmae, Placentiae etc. ducis IV filio, che venne dedicato a papa
Paolo V. Il libro, una vera e propria summa accademica, tradisce la mano dei professori
(M. Bettini, O. Pallavicini, D. Tamburini, V. Ballarino, G.B. Trotti e G.F. Brondolo)
dietro quella del Farnese, la cui ottima cultura, conforme ai canoni dellepoca, è
però innegabile. Da tutta Italia e dai suoi concittadini che lo ebbero in simpatia,
piovvero sul Farnese applausi e congratulazioni. Proprio allora i rapporti tra il Duca e
il Farnese cominciarono a guastarsi: il 28 aprile 1612 Margherita Aldobrandini finalmente
diede alla luce un erede legittimo, Odoardo, che cresceva sano. Si impose dunque un
chiarimento sulla successione, anche se Ranuccio Farnese non decise subito, pur
raffreddando i suoi slanci verso il Farnese, nel timore che le maledizioni di cui si
credeva oggetto lo privassero anche del nuovo nato. Così, poiché sembrava a tutti gli
effetti che il Farnese continuasse nel ruolo di successore designato, il 22 ottobre 1613
limperatore Mattia riconobbe listanza per la sua legittimazione. Il Duca se ne
rallegrò (pur temendo che qualcuno, in futuro, avrebbe potuto servirsi di questa
approvazione) e seguitò a non prendere posizione nei riguardi del Farnese. Nel 1615,
anzi, gli permise di accompagnare il cardinale Odoardo Farnese a Milano, con
lincarico ufficiale di aiutarlo a difendere la neutralità dei Farnese nella guerra
del Monferrato. La missione ebbe successo e al ritorno il Farnese ottenne in premio un
periodo di supplenza nel governo, comprendente anche il diritto di firma sui rescritti di
grazia e giustizia e il compito di accogliere il nuovo vescovo P. Cornazzani. Verso la
fine di quellanno però Ranuccio Farnese, ormai sicuro della buona salute del figlio
Odoardo, diede a intendere con i suoi atti che a questultimo sarebbero andati tutti
i diritti e le sue preferenze. Il Farnese, diventato improvvisamente scomodo, fu
allontanato dalla politica attiva e, sempre sotto la tutela del Riva, si cercò di
trovargli un avvenire diverso. Il Farnese caldeggiò, nella speranza di potersi
emancipare, una proposta di matrimonio con Polissena Maria Landi. Il progetto delle nozze,
che avrebbero consentito di risolvere pacificamente lannosa questione sorta
dallincameramento da parte dei Farnese dei territori dei conti Landi, non venne
tradotta in pratica a causa dellastio che divideva le due casate, proprio per questo
motivo. Il Farnese capì che, presto o tardi, avrebbero cercato di indirizzarlo alla
carriera ecclesiastica, per la quale non sentiva alcuna vocazione, credendo anzi
desserne indegno per le sue origini. Chiese allora il permesso di intraprendere
quella militare, lontano da Parma, dato che L. Montecuccoli gli aveva promesso un posto
nellesercito veneto e Mario Farnese di Latera, nascostamente, gli aveva consigliato
di rifugiarsi a Milano, dal governatore spagnolo Pedro de Toledo. Ma il padre Ranuccio gli
negò lassenso, perché temeva che gli stranieri, e gli Spagnoli in modo
particolare, avrebbero potuto trovare nel Farnese un pretesto dinastico per invadere il
Ducato. Inoltre il 7 giugno 1617 fece arrestare il capitano G. Vicini, preposto
alleducazione militare del Farnese, che da quel momento perse la confidenza paterna,
pur continuando a ricevere lodi e doni da altri principi e a studiare insieme con il
fratello Odoardo. Nel 1620 il Duca, in conseguenza delle clausole contenute nel contratto
di matrimonio tra il principe Odoardo Farnese e Margherita de Medici, revocò
formalmente le investiture feudali concesse al Farnese nel 1607. Incaricò poi
ufficialmente il cardinale Odoardo Farnese di cercare di fargli assegnare una carica
ecclesiastica, per la quale sarebbe stato disposto a pagare fino a 12000 scudi. Il
Farnese, che aveva ormai ventidue anni, espresse francamente al cardinale la sua
contrarietà. In risposta si vide trattare ancor più duramente. A quel punto decise di
ribellarsi. In segreto riuscì a riaprire la sua trattativa di matrimonio grazie
allintermediazione del governatore di Milano. Poté giungere così a un accordo,
secondo il quale il conte F. Landi avrebbe concesso la mano della figlia Polissena, con in
dote gli antichi feudi tolti alla sua famiglia dai duchi di Parma, al Farnese, che si
sarebbe dichiarato suddito di Spagna. Un vero e proprio colpo di Stato. Una tale congiura
richiedeva rapidità dintenti e dazione. Il Farnese invece, temendo di farsi
scoprire, esitò. Infine, una nuova revoca delle sue donazioni, stipulata dal Duca il 16
giugno 1621, lo convinse che il padre sospettava di lui. Il 21 giugno 1621, rotti gli
indugi, fuggì da Parma, intenzionato a far perdere le proprie tracce e raggiungere
Milano. Accompagnato da poche persone, niente affatto sicuro di sé e di loro, percorse un
itinerario che toccò Reggio, Modena, Bologna, Ferrara, Venezia, Padova (dove due suoi
uomini commisero un omicidio), Vicenza e Verona. Nel Mantovano, quando era prossimo al
confine milanese, venne fermato, nel luglio, da una pattuglia dei Gonzaga, che si erano
accordati con il padre Ranuccio per riconsegnargli il Farnese, dietro garanzia di perdono.
Questo giunse dopo due mesi di prigione. Il Farnese fu riammesso a Corte il 15 ottobre,
con la promessa che gli sarebbe stato permesso di fare della sua vita ciò che più gli
fosse piaciuto. Finalmente ottenne di poter porsi al servizio dellImperatore.
Senonché, appena divulgatasi la notizia della riconciliazione, nel gennaio 1622, due suoi
compagni di fuga, C. Palmia e O. Ferrara, pensando di ricavarne vantaggi personali,
svelarono il contenuto della trattativa con il Landi, che il Farnese aveva prudentemente
taciuto. Consigliatosi con il cardinale Odoardo Farnese, il padre Ranuccio fece arrestare
il Farnese e lo fece tradurre nel carcere della Rocchetta, concedendogli luso di
qualche servitore. Sconvolto, addolorato e incapace di comprendere le ragioni di quello
che giudicò un empio tradimento, il Duca morì poco dopo, il 5 marzo. Il cardinale
Odoardo Farnese, reggente, nel timore che potessero nascondere pretese sullo Stato,
rifiutò le richieste di grazia dei principi vicini che, del resto, dimenticarono presto
il Farnese. Questi tentò la fuga nel 1624, provocando il ferimento di una guardia, ma
fallì. Un nuovo processo rese più dura la sua detenzione: gli venne tolta ogni
possibilità di comunicare con lesterno e gli fu impedito di muoversi, finanche di
andare a ricevere leucarestia, senza una scorta armata. Con difficoltà, nel 1626,
venne a sapere della morte del cardinale e dellavvenuto matrimonio, nel 1628, del
duca Odoardo Farnese. Nonostante lamnistia concessa per loccasione, rimase in
carcere. Nel giugno 1630 scrisse una lettera per invocare pietà al fratello regnante:
sapeva di illudersi, perché gli diceva di prepararsi se S.A. comanda a morire in
Rocchetta obedendo. Leco dei suoi lamenti arrivò fino a Madrid. Nel 1634, infatti,
il conte duca G. de Olivares minacciò lirrequieto Duca di Parma che, se non avesse
cessato gli atteggiamenti antispagnoli, gli avrebbe tolto la corona, per darla proprio al
Farnese. Ma non fu altro che un occasionale ammonimento. Il Farnese infine si rassegnò ad
attendere la morte, che avvenne dopo ventuno anni trascorsi in prigione. Leggendaria
lipotesi, sfatata nel secolo scorso da E. Bicchieri, ma ripresa nel 1969 da E.
Nasalli Rocca, che avesse sposato Sofronia Sanvitale, una mai esistita figlia
dellautore della congiura avvenuta nel 1611, e che per questa ragione fosse caduto
in sospetto al padre e quindi recluso.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, busta 26, fasc.
2-7, busta 27, fasc. 1 e 2, s. 3, busta 43, fasc. 3; G. Poggiali, Memorie storiche di
Piacenza, XI, Piacenza, 1763, 38 ss., 154; F.M. Annibali, Notizie storiche della casa
Farnese, I, Montefiascone, 1817, 63; E. Bicchieri, Vita di Ottavio Farnese, in Atti e
Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi II
1864, 37-115; U. Benassi, I natali e leducazione del duca Odoardo Farnese, in
Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., IX 1909, 100 ss., 155-172; F. de Navenne,
Rome et le palais Farnèse pendant les trois deniers siècles, I, Paris, 1923, 25, 105
ss., 112 ss., 116-120; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954, 172-175; R. Cattelani, Ottavio in
Rocchetta, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1955, 3; A. Barilli, Alessandro Mutolo, in Studi
farnesiani, a cura di R. Cattelani, Parma, 1958, 130; A. Archi, Il tramonto dei principati
in Italia, Rocca San Casciano, 1962, 105 s.; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1969,
154 s.; G. Tocci, Il ducato di Parma e Piacenza, in Storia dItalia, Utet, a cura di
G. Galasso, XVII, Torino, 1979, 253; F. Bernini, Storia di Parma, Parma, 1979, 116; M.
Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in Le palais Farnèse, I, 2, Rome, 1981, 711 ss.,
715; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XVII; D. Busolini, in
Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 128-131.
FARNESE
PIER LUIGI
Roma o Canino 19 novembre 1503-Piacenza 10 settembre 1547
Figlio naturale (legittimato nel 1505) di Alessandro, poi divenuto papa Paolo III, e di
una Rufini di Ancona. Collerico e ambizioso, non badò mai a contenere i propri vizi.
Sospetto di omosessualità, di lui si disse che avesse violentato il giovane vescovo di
Fano, Cosimo Gheri, che lo indispettiva per leccessiva virtù. Nel Farnese pareva
dovessero rivivere le virtù guerresche degli avi ma il suo temperamento non equilibrato
riuscì tuttaltro che accetto al padre, che rivolse le sue preferenze allaltro
figlio Ranuccio, nato nel 1508 o nel 1509, avviato da prima agli studi e alla carriera
ecclesiastica, poi datosi con il fratello (dopo il 1518) alla professione delle armi. Nel
1519, appena sedicenne, il Farnese sposò Gerolama Orsini, figlia di Lodovico conte di
Pitigliano. Entrò, circa nel 1520, con il fratello Ranuccio al servizio dei Veneziani. Ma
passò ben presto nellesercito di Carlo V e si trovò collesercito tedesco,
nel maggio del 1527, a dare lassalto a Roma, mentre il padre si rinchiudeva con papa
Clemente VII in Castel SantAngelo e il fratello Ranuccio valorosamente difendeva
lultimo baluardo della resistenza pontificia. Il suo contegno valse al Farnese
lanatema ma giovò a salvare i beni della famiglia e il palazzo che il padre stava
costruendo in Roma dalla furia dei lanzichenecchi. La scomunica fu ritirata nel 1528 e il
Farnese passò quellanno stesso con gli imperiali a combattere nellItalia
meridionale contro lesercito francese del Lautrec, nel quale militavano due dei suoi
parenti: Ranuccio e Galeazzo, del ramo di Latera. La difesa di Manfredonia gli procacciò
lode e fama di abilità e di eroismo ma lanno seguente il Farnese, ottenuto dal
principe dOrange di poter combattere contro Firenze, a causa delle violenze compiute
al Pozzo, presso Perugia, venne destituito dal comando su provvedimento del marchese del
Vasto. Si ritirò allora nelle sue terre e attese per alcuni anni al loro miglioramento.
Lelezione del padre a pontefice (1534) lo riportò nel mondo politico. Chiamato a
Roma, gli fu dapprima affidata la riorganizzazione delle milizie pontificie. Ma non
contento di questo incarico, brigò presso Carlo V, allora a Roma, per ottenere
linvestitura del marchesato di Novara (1538), mentre Paolo III già nel 1535 gli
aveva concesso parecchi favori e nel 1537 laveva nominato Gonfaloniere della Chiesa.
Paolo III lo investì inoltre del Ducato di Castro, fatto trasmissibile ai suoi eredi con
gli altri possessi della famiglia (Nepi, Ronciglione e Bisenzio), indicando per la
successione Ottavio, secondogenito del Farnese, poiché il primogenito, Alessandro, fu
avviato alla vita ecclesiastica. Latteggiamento nepotista del Papa, che per altro
non subordinò gli interessi generali a quelli particolari dei Farnese, si può intendere
tenendo presenti le condizioni politiche del tempo, agitato per la lotta tra Carlo V e
Francesco I (nella quale Paolo III si mantenne il più possibile neutrale, pur propendendo
per il Re di Francia come contrappeso alla eccessiva potenza dellImperatore), per la
rivoluzione protestante e per la questione del Ducato di Milano in seguito alla morte di
Francesco Sforza (1534). Intanto, nello stesso anno 1538 il Farnese organizzò una
spedizione per la conquista del Ducato di Camerino, sottomettendo Perugia (1540) e il
ribelle Ascanio Colonna (1541). Parve poi che gli Spagnoli volessero occupare Milano e il
Papa, non potendo porre la candidatura del Farnese, fu favorevole ad affidarla al
terzogenito di Francesco I, duca dAngoulême, ma nulla di fatto si concluse e la
guerra infuriò, nonostante la tregua di Nizza, fino alla pace di Crépy (1544), che rese
possibile la convocazione del Concilio di Trento. Conclusa a Crépy la pace tra Francesco
I e Carlo V, premette a questultimo debellare i principi tedeschi, sostenitori della
Riforma e ribelli allImpero. Per assicurarsi laiuto morale del Pontefice,
agenti imperiali insinuarono al Farnese che una sua mediazione presso il padre avrebbe
potuto giovare anche a lui. Il risultato di approcci diplomatici e contrasti vari, anche
per vincere le riluttanze del Papa, fu la costituzione del Ducato di Parma e Piacenza a
favore del Farnese. Paolo III, stretto dagli avvenimenti (Concilio di Trento, insistenza
di Carlo V, intrighi del Farnese), finì col promettere il suo aiuto a Carlo V per la
lotta contro i prìncipi di Germania e con il manifestargli i suoi propositi quanto alle
due città di Parma e Piacenza. LImperatore, al quale il pensiero del Pontefice fu
presentato dal primogenito stesso del Farnese, Alessandro, elevato alla porpora fin dal
1539, non seppe al momento, pressato come era dal bisogno, né consentire né opporre
rifiuti. Con bolla del 26 agosto 1545 Paolo III eresse in ducato Parma e Piacenza e ne
investì il Farnese e, per la successione, il figlio Ottavio e i discendenti maschi in
ordine di primogenitura, alla condizione di un censo annuo di novemila ducati e
dellimmediata cessione del Ducato di Castro a Ottavio Farnese. Il governo del
Farnese si iniziò sotto buoni auspici: fu promossa listruzione e leducazione
dei sudditi, ingradite e abbellite le città, chiamati a Corte umanisti e artisti,
consolidate la buona amministrazione e la giustizia, promossa lagricoltura,
migliorate le comunicazioni, incoraggiata lindustria, favoriti i commerci e
provveduto alla difesa dello Stato. Dopo avere passato a Parma un solo mese, dicembre,
scelse come capitale Piacenza dove fissò la residenza abituale, la Corte e il centro
dellamministrazione. Cresciuto in ambiente di elevata cultura, aveva maturato idee
politiche moderne: il primo obiettivo fu quello di creare uno Stato centralizzato,
eliminando ogni forma di potere che potesse interferire con la sua azione. Il Farnese
individuò il principale ostacolo interno alla realizzazione dei propri piani nei Signori
feudali. Durante il dominio francese e il blando governo della Chiesa, le famiglie
aristocratiche avevano accumulato immenso potere e grande ricchezza: lanarchia era
totale e il Farnese volle ristabilire lordine. Per prima cosa dispose che i sudditi
titolari di una rendita annua superiore a duecento ducati abitassero in città, dove erano
soggetti a più agevoli controlli. Li obbligò anche a costruire nuove case. In terzo
luogo proibì ai feudatari di amministrare giustizia e istituì il tribunale per giudicare
delle liti tra Signori e vassalli. Tolse Calestano ai Fieschi, Cortemaggiore ai
Pallavicino, Poviglio ai Gonzaga e Romagnese ai Dal Verme. Per avere un quadro completo
della situazione del Ducato, già nel 1545 fece eseguire il censimento della popolazione.
Inoltre ordinò listituzione delle poste e pose mano a una profonda riorganizzazione
istituzionale, affidata a personaggi quali Annibal Caro, cui affidò la cura degli affari
attinenti la giustizia. Il Farnese istituì la Segreteria di Stato e il Consiglio di Stato
segreto. Volle un magistrato addetto alle rendite della Camera ducale e creò il Consiglio
di giustizia. Memore del proprio passato di soldato, dotò Parma e Piacenza di un esercito
ben organizzato. Divise i beni delle finanze ducali in allodiali, di proprietà privata
della famiglia, e camerali, appartenenti allo Stato. Succeduto nel governo imperiale di
Milano al marchese del Vasto, morto il 31 marzo 1546, Ferrante Gonzaga, nemico personale
dei Farnese, ed essendo sorte nel corso dellanno divergenze tra il Papa e Carlo V,
favorita dalle insinuazioni e dagli intrighi del Gonzaga, non tardò a rinascere minaccia
di guerra tra il re di Francia da una parte e lImpero e la Spagna dallaltra.
La congiura dei Fieschi in Genova (1º gennaio 1547) precipitò le cose. Il Farnese fu
sospettato di averla incoraggiata e il Gonzaga ne trasse pretesto per tentare di
riprendere Parma e Piacenza per lImperatore, irritato per il ritiro
dellesercito pontificio dalla Germania e per il trasferimento del Concilio da Trento
a Bologna. Una congiura contro il Farnese era cosa possibile, essendo a lui avversi i
nobili del suo Stato per avere il Duca abbattuto i loro privilegi. Il matrimonio,
celebrato nel giugno, tra Vittoria, figlia del Farnese, che Paolo III aveva già prima
tentato di dare in moglie al principe di Spagna, e Guidobaldo della Rovere, duca di Urbino
e quello, concordato nello stesso mese, tra Orazio, altro figlio del Farnese, e Diana di
Francia, figlia naturale di Enrico II, trovarono riluttante lImperatore. Il conte
Giovanni Francesco Anguissola, con Alessandro, Camillo e Gerolamo Pallavicino, Agostino
Landi e Gianluigi Confalonieri, si impegnò con il Gonzaga di uccidere il Farnese e di
consegnare Piacenza agli imperiali. Il 10 settembre 1547 il Farnese fu ammazzato nel suo
studio a pugnalate. I colpi furono inferti da Giovanni Anguissola e da due sicari. Il
cadavere fu appeso al balcone e poi buttato tra la folla accorsa ad assistere al macabro
spettacolo. Il giorno seguente gli Spagnoli occuparono la città, rivelando così
lintesa e le intenzioni dellImperatore, benché il Gonzaga dichiarasse di aver
voluto soltanto impedire un colpo di mano da parte dei Francesi. Il cadavere del Farnese
fu posto dapprima nella chiesa di Santa Maria degli Speroni e poi fu portato nel tempio
della Madonna di Campagna. Il Farnese dispose nel suo testamento, conforme ai voleri di
Paolo III, che alla sua morte il Ducato di Parma e Piacenza e il marchesato di Novara
toccassero al figlio Ottavio, a Orazio il ducato di Castro, Ronciglione ad Alessandro e
Castiglione a Ranuccio, altro suo figlio e cardinale dal 1545. Pur noto per la sua
violenza, il Farnese si circondò di artisti e umanisti, tra i quali protesse
particolarmente Annibal Caro, suo segretario dopo il 1542. Da lui il Caro ebbe incarichi e
legazioni e per suo desiderio pare abbia composto la commedia Gli straccioni. Il Farnese
fu violentemente attaccato da P. Aretino, in un capitolo a Cosimo de Medici e pare
che il Farnese, prima ostile allo scrittore, lo abbia poi perfino raccomandato a Paolo III
perché gli concedesse il cappello cardinalizio.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Vita di Pier Luigi Farnese I duca di Parma, Milano, 1821; A.
Caimi, Pier Luigi Farnese. Dramma, Milano, 1848; G. Capasso, Il primo viaggio di Pier
Luigi Farnese gonfaloniere della chiesa negli stati pontifici (1537), Parma, 1892;
Conjuratio Farnesii. Tumultus neapolitani. Caedes Petri Ludovici Farnesii; G. Curti, La
congiura contro Pier Luigi Farnese, Milano, 1899; N. Foglietta, Storia di Genova, Genova,
1585; Giarelli, Storia di Piacenza, Piacenza, 1889; Lamento per la morte di Pier Luigi
Farnese, a cura di G. Capasso, Parma, 1894; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano,
1867, tav. XI; F. Odorici, Pier Luigi Farnese e la congiura piacentina 1547, s.d.; C.
Argegni, Condottieri, 1936, 367-368; Aurea Parma 4/6 1943, 76; Dizionario Utet, V, 1956,
514-516; Bazzi-Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; M. Sterzi, A. Caro inviato di Pier
Luigi Farnese, in Giornale Storico della Letteratura Italiana LVIII 1911; Dizionario
enciclopedico letteratura italiana, 2, 1966, 422-423; Dizionario storico politico, 1971,
986; L. Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 134-136.
FARNESE
PIETRO
Parma 4 agosto 1639-Parma 4 marzo 1677
Figlio di Odoardo e Margherita de Medici. Fu pittore dilettante. Forse fu
anchegli, come uno degli elementi fisicamente tarati della famiglia, vittima di una
triste eredità: morì, scrivono i cronisti, per eccesso di pinguedine, lereditaria
obesità. Una malattia o una conseguenza di malattie che, poco più di cinquantanni
dopo, fu responsabile dellestinzione della famiglia. Il Farnese fu sepolto nella
chiesa dei Padri Cappuccini nellavello dei Principi.
FONTI E BIBL.: A. Arcelli, Orazione in morte del principe Pietro Farnese, Piacenza,
Bazachi, 1677; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 414; G.M. Allodi, Serie cronologica
dei vescovi, II, 1856, 271; E. Nasalli Rocca, I Farnese, 1969, 179.
FARNESE
RANUCCIO
-Borgo Taro 19 maggio 1602
Nel libro dei morti che va dal 1599 al 1636, custodito nellArchivio parrocchiale di
Borgo Val di Taro, si trova, per lanno 1602, la seguente indicazione: Ranutio
Farnese morse alli 19 maj 1602 e fu sep.o nella chiesa di S. Dom.o. Non viene riportata
altra notizia, né letà né la professione o la mansione che il Farnese esercitava,
né il nome del padre. Il nome battesimale di Ranuccio era frequente nella famiglia
principesca che governò il Ducato di Parma dal 1545 al 1731 e si ha notizia di parecchi
personaggi con questo nome, oltre i due duchi Ranuccio I e Ranuccio II, tanto nel periodo
antecedente a papa Paolo III, quanto in quello successivo. Tra questi ultimi, un Ranuccio
Farnese figlio naturale del Papa e un figlio di Pier Luigi, cardinale, ma evidentemente
nessuno di questi è il personaggio morto e sepolto in Borgo Taro. Dalle ricerche eseguite
da studiosi di cose farnesiane e nelle genealogie più complete (Litta), non se ne trova
traccia alcuna, nemmeno nel ramo dei Farnese di Latera. Si tratta evidentemente di un
individuo di un ramo collaterale della celebre famiglia, probabilmente residente in Borgo
Taro per mansioni militari o civili (forse comandante del Castello).
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Farnese sepolto a Borgotaro, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1962, 327-328.
FARNESE
RANUCCIO
Parma 28 marzo 1569-Parma 5 marzo 1622
Figlio di Alessandro e Maria dAviz del Portogallo. Giovanissimo, visitò diversi
paesi europei. Soggiornò a lungo in Francia e nei Paesi Bassi, al seguito del padre. Ebbe
come maestri il parmigiano Giovanni Ponzio e Iano Pelusio da Crotone. Studente
appassionato, a soli quindici anni tenne lezioni di teologia in Duomo a Parma. Crebbe
immerso nella cultura e guidò la prestigiosa Accademia degli Innominati, cui aderirono
Tasso e Guarini. Dal padre ereditò la passione per le leggi e gli ordinamenti statali.
Innamorato della musica, il Farnese fu abile suonatore di liuto e volle sempre accanto a
sé artisti e compositori di grido. Nel 1585 rappresentò Ottavio Farnese nella consegna
di Piacenza. Nel 1587 si presentò armato a papa Sisto V: venne perciò rinchiuso in
Castel SantAngelo e a mala pena fu salvato dallo zio cardinale dalla pena di morte.
Fu nel 1591 in Fiandra e combatté in Gheldria. Aiutò il padre nellimpresa del
forte di Knodsemberg e lo accompagnò a Spa. Quindi ebbe il comando dei fanti del Re
cattolico. Lottò con valore a Caudebec, ove venne salvato dal padre, quindi ne protesse
validamente la ritirata. Morto il nonno Ottavio Farnese (18 settembre 1586), il padre
Alessandro, impegnato nel governo dei Paesi Bassi, gli affidò, a soli diciassette anni,
la reggenza del Ducato di Parma e Piacenza. Il glorioso generale non fece mancare al
Farnese preziosi consigli: gli diede validi indirizzi sullo sviluppo delle industrie e
della viabilità, sulla ripartizione delle imposte e sullo svolgimento dei processi, che,
contro gli usi del tempo, volle rapidi e spediti. Il Farnese ben apprese la lezione
paterna: nel 1594, due anni dopo la morte di Alessandro, emanò le Costituzioni, con cui
riorganizzò il diritto pubblico dello Stato. Elevò molti mercanti al rango
aristocratico, soppresse il lavoro festivo e, in campo agricolo, proibì la coltivazione
del riso perché malsana. Fece realizzare bonifiche e arginare i fiumi, ordinò che le
immondizie, in attesa di essere trasportate nei luoghi idonei, fossero raccolte in buche
sotterranee, stabilì che non si potessero costruire nuovi edifici senza il consenso delle
autorità e che le industrie produttrici di odori sgradevoli fossero confinate nelle parti
esterne dei centri abitati. La figura più importante della Corte del Farnese fu il
tesoriere generale Bartolomeo Riva. Un borghese piacentino capace di suggestionare il
Farnese e di instillargli dubbi e diffidenze. Lastuto consigliere, nemico giurato
dei nobili, fu a lungo luomo più potente dello Stato. Si meritò il compiacimento
del Farnese, sospettoso e diffidente, organizzando una gigantesca macchina di spionaggio.
Altro consigliere ascoltato fu il nobile genovese Papirio Picedi, vescovo della città di
Parma. A Corte, lunico parmigiano influente fu il poeta Pomponio Torelli,
discendente dei feudatari di Montechiarugolo, cui furono assegnati compiti delicati,
specie in campo diplomatico. Il Farnese, campione della controriforma, fu molto religioso,
legato in particolare alle pratiche esteriori e ai riti. Nel 1607 si recò a piedi fino al
santuario di Loreto. Ciò non gli impedì di essere oltremodo superstizioso. Per tutta la
vita si ritenne perseguitato da influssi maligni e ricorse spesso a esorcismi sotto la
guida di avidi ciarlatani. Secondo alcuni storici soffrì pure di allucinazioni, secondo
altri di epilessia. Fece processare Claudia Colla, una delle amanti preferite, con
laccusa di avere scatenato contro di lui fluidi negativi. Da papa Clemente VIII fu
nominato confaloniere di Santa Chiesa e nel 1597 istituì la milizia piacentina composta
di fanti e cavalli. Nello stesso anno sottoscrisse un accordo col duca di Mantova e nel
1598 si trovò con questi a ossequiare Clemente VIII in Ferrara. Il Farnese si sposò nel
1599, ormai trentenne, dopo una vita da scapolo impenitente. Con lapprovazione del
re di Spagna, Filippo III, di cui tenne a battesimo la primogenita e da cui ricevette
lordine del Toson doro, si unì in matrimonio con Margherita Aldobrandini,
nipote di Clemente VIII. La politica estera del Farnese fu influenzata da quella paterna:
Alessandro, anche nelle disposizioni testamentarie, lo sollecitò a conservare la
tradizionale alleanza con la Spagna. Il Farnese non ne tradì mai la volontà e tenne per
tutta la vita atteggiamenti filo iberici. Non nascose lambizione di essere nominato
governatore di Milano e lentusiasmo verso i sovrani di Madrid si raffreddò solo
quando il prestigioso incarico venne affidato al conte Fuentes, nemico acerrimo del
Farnese. Lhidalgo, ottenuta la nomina, non mancò di vendicarsi degli ostacoli che
il Farnese aveva frapposto alla sua scalata: nel 1602 il governatore di Milano chiese il
riscatto del feudo di Novara, che papa Paolo III aveva ottenuto da Carlo V per il figlio
Pier Luigi Farnese. Dopo aver resistito alcuni mesi, minacciato dalla strapotenza
spagnola, nel 1603 il Farnese cedette alla richiesta. I diplomatici si appellarono al re
di Spagna Filippo III, che diede ragione al Farnese e ordinò la restituzione del
possedimento, ma il Fuentes non tenne in nessun conto la decisione del Sovrano: Novara
venne definitivamente perduta e la Corte di Parma venne privata del flusso costante di
capitali provenienti dal feudo di famiglia. Il governo del Farnese lasciò in Parma segni
indelebili. Diverse furono le realizzazioni in campo urbanistico e culturale. Come il
padre aveva voluto la mastodontica realizzazione della Cittadella, così il Farnese
dispose lapertura di un cantiere che permise di dare impiego a molte maestranze e
che, al tempo stesso, fu il simbolo della potenza farnesiana. Nel 1601 ordinò infatti la
costruzione della Pilotta e nel 1603 si diede inizio ai lavori, che impegnarono una
moltitudine di persone senza occupazione e permisero la stipula di contratti di fornitura
e laggiudicazione di appalti. Nel periodo compreso tra il 1591 e il 1601 ebbero
luogo anche i più importanti interventi farnesiani sulle mura cittadine, che furono
abbattute e ricostruite per un quarto del percorso. Nel lato Nord-Est della città di
Parma, tra porta San Barnaba e porta San Michele, furono innalzati quattro grandi bastioni
fortificati, praticamente inespugnabili. Affascinato dai grandiosi spettacoli teatrali di
effetto scenico e coreografico barocco e dalle ridondanti naumachie, il Farnese volle
realizzare allinterno della Pilotta un imponente teatro (ne affidò il progetto a
Gian Battista Aleotti, allievo del Palladio), capace di dare ricetto a 4500 spettatori. Il
Farnese si preoccupò molto di restituire prestigio allantico Studio parmense:
sensibile alla cultura, sostenne con rendite e privilegi lUniversità e, con
unidea moderna e intelligente, le affiancò, come appendice, il Collegio dei Nobili
o di Santa Caterina, affidato ai gesuiti. Si premurò di dare a questa struttura
pedagogica respiro europeo: fece scrivere i regolamenti in varie lingue e li diffuse in
ogni angolo del continente. Gli allievi, tutti rampolli di famiglie aristocratiche,
affluirono copiosi. A fine Seicento, al massimo del fulgore, il Collegio ebbe 300
convittori provenienti dalle lande più disparate: vi furono persino studenti norvegesi,
tedeschi e ungheresi. Il Farnese vagliava in prima persona i curricola degli aspiranti.
Nel corso dellanno accademico, i convittori frequentavano lUniversità
(separatamente dagli altri studenti) e in estate villeggiavano a Fontevivo, alla Villetta
o al castello di Sala. Mentre leducazione maschile fu in mano ai gesuiti, quella
femminile fu affidata alle Orsoline, che avevano scuole a Parma e a Borgo San Donnino.
Tutto il sistema faceva riferimento ai religiosi e il Farnese esercitò su di essi un
controllo maniacale. Nel 1601 costruì in Piacenza le tagliate fuori di porta Borghetto
sino al Po e mutò i ponti di cotto delle porte urbane in ponti levatoi. Raggiunse poi a
Genova larmata di Spagna, che si preparava ad andare contro Algeri, ma
limpresa andò a vuoto e il Farnese si recò allora da Filippo III a Valladolid,
dove venne decorato del Toson doro. Tornato a Piacenza, fece spianare le mura di
Borgo San Donnino. Nel 1604 fu a Roma e nel 1609 fondò lopera piacentina delle
figlie del Valesso. Durante il suo governo, il 27 gennaio 1606 crollò la torre del
Comune, il monumento di cui Parma andava più orgogliosa, uccidendo 26 persone. Alta 240
piedi, questa torre era tra le maggiori in Italia: faceva bella mostra di un orologio con
fasi lunari e di un angelo che usciva a ogni battere di ora. Travolse i palazzi del
Capitano del Popolo, dei Notai e del Podestà. Una congiura fu tramata contro il Farnese
nel 1611 dalla famiglia parmense dei Sanvitale (Girolamo, Gian Francesco, Alfonso e
Barbara Sanseverino, madre di Girolamo, rimaritata con il conte Orazio Simonetta), a cui
egli aveva tolto il possesso di Colorno. Senonché i congiurati (a cui avrebbero dato
aiuti, secondo le poco attendibili risultanze del processo, il cognato Vincenzo Gonzaga di
Mantova, che aveva sposato Margherita, sorella del Farnese, il cardinale Francesco Sforza,
Alessandro dEste, figlio di Alfonso marchese di Montecchio, e il duca di Modena,
Pico della Mirandola) furono presto scoperti e il 19 maggio 1612 giustiziati. Del Farnese
lasciò questo ritratto Ludovico Antonio Muratori: Dalti spiriti e gran politico, ma
di cupi pensieri e di un naturale malinconico, che macinava continuamente sospetti, per i
quali inquieto egli, neppure lasciava la quiete altrui: ne sui sudditi misurava
tanti nemici, ricordevole sempre di quanto era accaduto al suo bisavolo Pier Luigi: e
però studiava larte di farsi più tosto temere che amare, severo sempre ne gastighi
e difficile alle grazie; era ben rimeritato da sudditi suoi, perché al timore da
lui voluto aggiungevano anche lodio. Oltre al duca Odoardo e allillegittimo
Ottavio, lasciò altri quattro figli di cui si conosce lesistenza: Maria, che sposò
Francesco dEste divenendo duchessa di Modena, Isabella (nata fuori dal matrimonio),
Vittoria e il cardinale Francesco. A questi, secondo alcuni storici, andrebbe aggiunto un
numero non precisabile di bastardi.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1590; F.M. Annibali,
Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone, 1817-1818; A. Arcioni, Orazione delle
esequie del serenissimo Ranuccio Farnese,
Parma, 1622; T. Bazzi-U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; L. De Salazar y Castro,
Indices de las glorias de Casa Farnese, Madrid, 1716; Giarelli, Storia di Piacenza,
Piacenza, 1889; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1868, tav. XVII; F. Odorici,
Barbara Sanvitale e la congiura del 1611 contro i Farnese, Brescia, 1862; C. Argegni,
Condottieri, 1936, 373; Aurea Parma 4/6 1943, 79-80; Dizionario Utet, V, 1956, 518; Aurea
Parma 2 1958, 79; Dizionario storico politico, 1971, 1047; L. Alfieri, Parma, la vita e
gli amori, 1993, 161-164.
FARNESE
RANUCCIO
Cortemaggiore 17 settembre 1630-Parma 11 dicembre 1694
Figlio di Odoardo e di Margherita de Medici. Nel 1642 ebbe il titolo di castellano
di Parma e Piacenza. Dopo la morte del padre duca Odoardo, nel 1646, il governo fu retto
dal cardinale Francesco Maria Farnese e da Margherita de Medici, che lasciarono
ampio spazio a Iacopo Gaufrido. Questultimo tentò di imporre, di nuovo, la politica
filo francese. Il Ducato, quando scoppiò la guerra tra Estensi e transalpini da una parte
e Spagnoli di Lombardia dallaltra, rimase neutrale. Nel Parmense, tra il 1647 e il
1648, transitarono entrambi gli eserciti in lotta, lasciando una scia di orrori e
distruzioni. Il Farnese cominciò a esercitare il potere in prima persona nel 1648: uno
dei primi atti fu quello di nominare il ministro Gaufrido marchese di Felino. Il Farnese
ereditò dal padre, assieme ai debiti del monte Farnese, il dissidio col Papa sul possesso
del Ducato di Ronciglione e Castro. Il nuovo pontefice Innocenzo X perseguì, con la
stessa testardaggine di papa Urbano VIII, lobiettivo di acquistare, anche a caro
prezzo, il vasto feudo posto a cavallo tra Toscana e Lazio. La tensione con la Corte di
Parma fu sempre alta. Nel giugno 1648, Innocenzo X nominò Cristoforo Giorda vescovo di
Castro, nonostante lopposizione del Farnese. Mentre il pastore si recava alla
propria Diocesi (marzo 1649), fu assalito e ucciso al ponte di Monteroso da due
sconosciuti, che si riconobbero poi per Ranuccio Zambini da Gradoli e Domenico Cocchi da
Valentano. Corse voce che gli assassini fossero sicari del marchese Gaufrido e Innocenzo X
incolpò del gesto i Farnese. Non mancò una dura rappresaglia: il Pontefice approntò in
tutta fretta un esercito e in luglio, fattolo entrare nel feudo, diede lassedio a
Castro. In settembre la città fu presa e rasa al suolo senza pietà. Fu distrutto anche
il meraviglioso palazzo ducale, gioiello architettonico di rara bellezza. A sua volta
Farnese radunò un esercito e lo mise agli ordini di Iacopo Gaufrido, con
lintenzione di marciare su Roma. Appena entrate nei territori pontifici, a San
Pietro in Casale, nei pressi di Bologna, furono affrontate dalle milizie papali. Il
Gaufrido fu sconfitto e il Farnese, cui mancò lappoggio di Francia e Spagna,
dovette cedere ai voleri di Innocenzo X: la Chiesa comprò tutti i possedimenti dei
Farnese posti allinterno del suo Stato per 1629730 scudi da 10 giuli, da cui si
diffalcarono i debiti ipotecari, con la clausola della facoltà di recupero entro otto
anni, termine che fu poi prorogato per lintervento del re Luigi XIV di Francia.
Però, non avendo provveduto al riscatto nemmeno dopo la proroga concessa nel 1664, anche
perché il Farnese si rifiutò di sposare una nipote del Mazzarino che gli avrebbe portato
in dote 500000 scudi mentre altrettanti ne avrebbe potuti avere in prestito, non ebbe
altro appoggio dalla Francia. Da parte sua il Papa già dal 1661 dichiarò in pieno
concistoro essere quei domini per sempre riuniti alla Camera Apostolica. Il Farnese
scaricò sul Gaufrido ogni responsabilità per quanto accaduto: portato a Piacenza, venne
giustiziato l8 gennaio 1650. Secondo molti la fine del ministro provenzale fu
favorita e voluta dal conte Francesco Serafini, un lucchese che aspirava a succedergli nel
favore della Corte. Nel 1682 il Farnese comprò dai Doria, eredi dei Landi, il
possedimento di Bardi. In seguito a questa acquisizione, fu riconosciuto feudatario
dellImpero. Gli ultimi anni del Farnese furono segnati dai continui alloggiamenti
nel Ducato delle truppe dellimperatore dAustria impegnate nella guerra della
Lega di Augusta, che vide gli Asburgo, lOlanda e lInghilterra, scese in campo
in appoggio al duca Vittorio Amedeo di Savoja, in lotta contro la Francia. Nel 1691
arrivarono nel Parmense 4000 soldati accompagnati, secondo luso del secolo, da donne
e bambini: i sudditi ebbero il peso del mantenimento. Alle ripetute proteste del Farnese,
fu risposto che lonere gli derivava dal rango di feudatario imperiale. La
soldataglia rimase in loco fino al 1695. Il Farnese fu amante della musica e del ballo. La
sua Corte, sempre sfarzosa a dispetto delle misere condizioni economiche dei sudditi,
ospitò i più celebrati musicisti e danzatori europei. Le feste, indimenticabili, si
succedettero luna allaltra. Il Farnese spese cifre vertiginose in naumachie,
fuochi dartificio e rappresentazioni coreografiche, guadagnandosi indiscussa fama di
prodigo smodato. Ebbe anche interessi culturali: appassionato di teatro, nel 1689 fece
costruire due diverse sale per le rappresentazioni drammatiche nel palazzo della Riserva e
arricchì la pinacoteca e la biblioteca di famiglia, acquistando bellissimi quadri e
volumi preziosi. Nel 1677 fondò a Piacenza il monastero della Concezione. Organizzò
battaglie navali nella peschiera del parco ducale e sfarzosi spettacoli pirotecnici per i
matrimoni dei figli ma la sua vera passione fu la caccia. Trascurò molto lattività
di governo: sono pochi gli atti legislativi significativi che portano la sua firma. Non
mancano però alcuni esempi di buona conduzione della cosa pubblica. Il Farnese emise
bandi per favorire la bonifica dei terreni, fece compiere, con un certo successo, ricerce
minerarie sullAppennino e introdusse nelle campagne la coltivazione del mais e della
melica. Conscio delle pietose condizioni economiche dello Stato, emanò provvedimenti per
ridurre la disoccupazione: in particolare proibì lesportazione di sete non ancora
lavorate. Tra i meriti del Farnese, vi fu quello di aver istituito gli archivi pubblici
per gli atti dei notai. Aiutò sempre Venezia nella sua drammatica lotta contro i Turchi e
spedì in soccorso della Serenissima (guerra di Candia) piccoli contingenti di truppe
guidati dai fratelli Alessandro e Orazio. Il Farnese si sposò tre volte ed ebbe dodici
figli. Nel 1660, si unì in matrimonio con Margherita Violante di Savoja, che morì nel
1663. Nel 1664 sposò Enrichetta dEste, ma anchella morì poco tempo dopo il
matrimonio. Nel 1666 scelse come nuova moglie la sorella di Enrichetta dEste, Maria,
che gli diede, tra gli altri, i figli Francesco e Antonio, ultimi duchi di casa Farnese.
Il primogenito Odoardo, marito di Dorotea Sofia di Neoburg, morì invece in giovane età.
Il Farnese morì oppresso da mostruosa pinguedine.
FONTI E BIBL.: F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone,
1817-1818; Carabelli, Dei Farnese e del ducato di Castro e Ronciglione, Firenze, 1865; L.
De Salazar y Castro, Indices de las glorias de Casa Farnese, Madrid, 1716; P. Litta,
Famiglie celebri italiane, Milano, 1868, tav. XIX; A. Valeri, I Farnese, Firenze, 1935; C.
Argegni, Condottieri, 1936, 374; Aurea Parma 4/6 1943, 80; Dizionario Utet, V, 1956, 518;
Dizionario storico politico, 1971, 1047; L. Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993,
178-181.
FARNESE TERESA MARGHERITA, vedi FARNESE CATERINA
FARNESE
VIRGINIA
Parma 1594 c.-Palestrina 11 luglio 1648
Figlia di Mario e di Camilla Lupi di Soragna. Fu educata per la vita di convento e
destinata a seguire la sorella Isabella nel monastero di Panisperna in Roma. Ma la
Farnese, dingegno vivace e amante della vita, per quanto inviata a Farnese dalla
zia, suor Francesca, non ne volle sapere. Caduta gravemente ammalata, in punto di morte le
fu fatto credere che se si fosse fatta suora sarebbe guarita. Ma, una volta risanata, si
rifiutò di mantenere la promessa estortale in punto di morte. Si ammalò nuovamente e
allora, considerando la ricaduta come punizione del voto infranto, decise alfine di darsi
alla vita monastica ed entrò in religione nel monastero francescano di Amelia col nome di
Maria Francesca.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819; F. Orestano, Eroine,
1940, 186.
FARNESE DAL POZZO RANUCCIO, vedi DAL POZZO FARNESE RANUCCIO
FAROLDI
LUIGI
Soragna 1856
Falegname artefice nellanno 1856 di un grande armadio in legno di abete in San
Giacomo a Soragna.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, 1975, 61; Il mobile a Parma, 1983, 264.
FAROLDI
MANUELLO
Soragna 1203/1204
Fu notaio del Sacro Palazzo, operante a Soragna negli anni 1203 e 1204.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 285.
FAROLDI
SIMONE
Soragna 1256/1265
Figlio di Manuello. Fu notaio in Soragna, ricordato come rogante atti pubblici dal 1256 al
1265.
FONTI E BIBL.: B.
Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 285.