FABBI - FAROLDI

FABBI DARIO
Parma 1552/1610
Sacerdote, fu tenore della Cattedrale di Parma. Eletto consorziale fin dal 1552, permutò il suo titolo il 4 aprile 1592 col guardacorato di seconda settimana, ruolo in cui lo si trova fino al 6 dicembre 1610.
FONTI E BIBL.: Archivio della Curia Vescovile, Benefit et Benefitiat. Comp., fol. 16, 392; Archivio della Fabbriceria Mandati; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 106.

FABBI GIOVANNI
Viarolo 16 settembre 1892-Parma 5 maggio 1973

Nato da una famiglia di modesta condizione economica (il padre Bonfiglio esercitava il mestiere di sarto) mostrò fin dall’infanzia una spiccata attitudine al disegno, tanto da essere indirizzato all’Accademia di Belle Arti di Parma, alla quale fu iscritto anticipatamente per concessione del ministero e dove, nell’autunno del 1914, conseguì la licenza nella facoltà di ornato diretta da Cleomene Marini. Nell’ottobre dello stesso anno venne abilitato all’insegnamento del disegno. Ma il desiderio di completare la sua preparazione lo spinse, l’anno successivo, a iscriversi alla sezione di figura dell’Accademia, dove frequentò anche la Scuola del nudo. Insegnanti nei corsi superiori dell’Accademia erano, in quel periodo, oltre il Marini, anche Paolo Baratta, Daniele de Strobel e Giuseppe Carmignani. In seguito alla mobilitazione generale del maggio 1915 il Fabbi dovette lasciare la scuola per raggiungere Livorno dove, unitamente all’amico Bonaretti, fu assegnato al 32° Artiglieria da campagna. Una volta tornato dal fronte, si associò con i pittori Antonelli, Gerardi, Tomasi e Dazzi e si dedicò alla decorazione murale, allora assai fiorente. Nel 1924, insieme con Aldo Antonelli e altri, collaborò con Paolo Baratta nell’opera di frescatura dei pannelli decorativi esterni del palazzo della Camera di commercio rappresentanti l’allegoria del commercio (che le ingiurie del tempo in seguito danneggiarono irrimediabilmente). Anche all’interno del palazzo il Fabbi collaborò con Antonelli nelle decorazioni delle varie sale. Lavorò, sempre con Antonelli e Dazzi, al Municipio di Fornovo (1925) sia nelle decorazioni interne che negli affreschi esterni. Con Antonelli padre e figlio e col pittore Gerardi decorò nel 1926-1927 il salone del Banco di San Geminiano e San Prospero a Reggio Emilia. Sul finire degli anni Venti, insieme ai due Antonelli e a Gerardi, operò al castello di Tabiano e coi soli Antonelli nella interessante casa Corazza di Via della Repubblica, opera dell’architetto Vacca: vennero decorati con affreschi, graffiti e pittura su legno l’ingresso, il cortile, lo scalone e alcuni saloni interni. Con Antonelli e Dazzi decorò la villa Figna di Marzolara. Nella chiesa di San Michele collaborò con Latino Barilli nelle parti decorative. Interamente sua è invece la decorazione della chiesa di Valera. Immediatamente prima del secondo conflitto mondiale, su suo disegno e con l’aiuto di Tomasi e di Gerardi, realizzò i graffiti della facciata esterna di palazzo Carpi in Via Farini. Ma se la sua operosità di pittore ornatista fu tanta, non meno feconda fu la sua vena di paesaggista e anche di figurista. Fin verso il 1963 partecipò a quasi tutte le manifestazioni artistiche svoltesi a Parma e in provincia. Sue opere figurano in collezioni private e di enti pubblici. La parte più consistente e forse più significativa si trova nelle collezioni Piccerillo, Terenghi, Pizzarotti, Costa Devoto, Pedenovi e Amati Bonaccorsi. Nelle figure, specie quelle del primo periodo, la rappresentazione formale è sempre accompagnata da una introspezione del soggetto: Il mendicante, a esempio, non è solo il ritratto di un vecchio che stende la mano, ma la descrizione di un dolore muto, sottolineato da una espresssione ricolma di pensosa e profonda amarezza. Di notevole effetto cromatico il Giovanetto alla fonte, dall’espressione triste, quasi piangente, come il vaso che porta sulle spalle, trattato con una freschezza di toni che fanno ricordare Amedeo Bocchi. I ritratti del padre e della madre, quasi sempre insieme, intenti talvolta al lavoro o alla lettura e talvolta al riposo, sono costruiti con disegno sicuro e sono osservati con tenerezza. Gli autoritratti sono un capitolo a sé nell’opera del Fabbi. Essi si susseguono con periodicità dalla giovinezza fino agli ultimi giorni di vita. La costanza del soggetto, diversificato solo nell’abbigliamento, non è mai ripetizione, anche se l’espressione è sempre accigliata e quasi severa. Nelle scene di vita domestica che si svolgevano intorno a lui, seppe cogliere il senso della poesia e l’armonia del colore. Non sfuggirono al suo pennello nemmeno i polli che razzolavano nel cortile, vicino ai cesti e agli attrezzi per l’orto, colpiti dai raggi del sole che filtrava tra le foglie degli alberi. Con lo stesso intento dipinse quelle nature morte di fiori, di frutta, di ortaggi e di cose semplici, che negli ultimi tempi ricevettero colori quasi di smalto. Specie dopo il secondo conflitto mondiale, ormai libero dagli impegni della decorazione che la moda del muro liscio e nudo aveva relegato tra i ricordi del passato, si dedicò al paesaggio dal vero. La raccolta di queste opere del Fabbi è veramente notevole per espressione e per contenuto: il giardino pubblico con gli scorci del tempietto, dei vasi e delle statue del Boudard, degli alberi cupi e rigogliosi, tagliati da lame di luce, delle panchine solitarie o dei bimbi che giocano, cose morte e cose vive unite in un’amalgama di colori che recano serenità a chi le osserva, e gli angoli di Parma prima delle deturpazioni o delle demolizioni, trattati con senso cromatico e plastico di notevole efficacia, con un luminismo mai ricercato o studiato ma derivato dalle circostanze e dalle condizioni ambientali, che è capace di dare vita perfino al desolato insieme della Pilotta del 1948, ancora parzialmente atterrata dopo i bombardamenti del 1944.
FONTI E BIBL.: V. Banzola, in Gazzetta di Parma 4 giugno 1973, 3; Aurea Parma 2 1973, 162; V. Banzola, La pittura di Giovanni Fabbi, Parma, 1974.

FABBI JACOPO
Montecchio 23 agosto 1797-Parma 2 giugno 1857
Cugino di monsignor Domenico Fabbi, dedicò la vita all’insegnamento del latino nelle scuole superiori di Parma. Fu autore della seguente opera: Antologia Latina approvata dal Superiore Governo per le Scuole di Grammatica inferiori e superiori di tutti gli Stati Parmensi (Parma, 1844).
FONTI E BIBL.: E. Manzini, Memorie Storiche dei Reggiani più illustri, Reggio Emilia, 1878, 634; F. Fabbi, Montecchio Emilia, Reggio Emilia, s.a., 128; Reggio. Vicende e protagonisti, Reggio, 1970, 391.

FABBRUCCI GIUSEPPE
Cancelli di Reggello Valdarno 7 giugno 1861-Montecatini Terme 9 agosto 1930
Ebbe i natali da genitori illustri per antica nobiltà. Nacque infatti dal matrimonio di Ferdinando con Caterina Renzi. Avendo denotato giovanissimo singolari doti di intelligenza e di pietà cristiana, fu avviato alla carriera ecclesiastica perché potesse seguire la sua vocazione. Entrato nel Seminario di Fiesole, vi colpì gli studi e fu ordinato sacerdote il 19 settembre 1885. Destinato cappellano a Pieve di Cascia, passò quindi vicario a Meletto e infine gli fu conferita la prevostura di Rignano sull’Arno, dove rimase sino al 1896. In quell’anno il vescovo di Fiesole, Camilli, riconoscendone le benemerenze acquisite nello svolgimento del ministero parrocchiale, lo promosse prevosto di Strada, nel Casentino, annoverandolo in pari tempo tra i canonici della Cattedrale. La parrocchia di Strada era tra le più importanti della Diocesi, anche perché vi fioriva un convitto-collegio diretto dai gesuiti e, annesso all’istituto, un piccolo seminario dove il Fabbrucci insegnò per quindici anni teologia ai chierici maggiori. Il suo zelo di nuovo parroco si manifestò nell’erezione di un asilo infantile e di un ricreatorio parrocchiale. In uno dei primi giorni dell’agosto 1915, il Fabbrucci fu chiamato a Fiesole da monsignor Fossà, successo al Camilli nel governo della Diocesi, il quale gli comunicò la sua nomina a vescovo di Borgo San Donnino. Il 19 settembre successivo fu consacrato nella chiesa prepositurale di Strada dallo stesso Fossà, assistito dai vescovi di San Miniato e di Montalcino, Falcini e Del Tomba. L’ingresso del Fabbrucci in Diocesi avvenne nel pomeriggio del 22 gennaio 1916. Accompagnato dal suo segretario e da due prelati, tra i quali monsignor Giacomo Donati, rettore del Seminario, egli giunse alla stazione di Borgo San Donnino dove erano ad attenderlo i rappresentanti del Capitolo, dei parroci urbani, il prevosto di Soarza e poche altre persone. In vescovado il Fabbrucci ricevette innanzi tutto il Capitolo della Cattedrale, dei cui sentimenti si rese interprete il canonico arcidiacono Luigi Cornini, concesse poi udienza al Comitato pro onoranze, al Collegio dei parroci urbani, ai vicari foranei, ai seminaristi e ai membri dell’Azione Cattolica diocesana. Il giorno seguente, domenica, tenne in Duomo il primo solenne pontificale e al Vangelo, dopo aver espresso la propria letizia di trovarsi tra i suoi nuovi figli spirituali, tracciò il programma del suo governo, spiegando che il suo ministero sarebbe stato improntato a dolcezza e a carità. Giunse a Borgo San Donnino a svolgervi il suo mandato in un momento particolarmente difficile: la prima guerra mondiale era giunta al suo punto cruciale e più che mai se ne avvertiva il peso. Le parrocchie, per la maggior parte, erano prive di parroci, chiamati alle armi, sicché all’assistenza religiosa provvedevano i pochi sacerdoti rimasti, trasferendosi a turno da una parrocchia all’altra. Molte chiese erano chiuse e requisite dall’autorità militare. Lo stesso Seminario fu trasformato in ospedale per i soldati e infine in scuola elementare. Vi era tutto da riorganizzare, materialmente e moralmente. Primo atto del governo del Fabbrucci fu di invitare il popolo alla preghiera e alla penitenza per placare la divina giustizia e ottenere la cessazione del tremendo flagello. L’11 febbraio 1917 iniziò la prima delle sue tre visite pastorali, condotta tra difficoltà e pericoli, perché ostacolata da anticlericali e sovversivi (il Fabbrucci, talvolta, fu costretto a cresimare a tarda sera e nascostamente). Nel frattempo egli si interessò dei feriti di guerra e dei prigionieri, visitando frequentemente i primi e interessandosi della sorte degli altri attraverso la Segreteria di Stato per informarne le famglie. Dopo le giornate di Caporetto, si occupò dei profughi promuovendo anche la raccolta di offerte da inviare in Belgio, in Polonia e in Lituania per soccorrere i danneggiati dalla guerra. La gioia per la cessazione delle ostilità fu di breve durata. Il dilagare di un’epidemia influenzale di una virulenza senza precedenti cominciò a mietere vittime ovunque e, tra queste, numerosi sacerdoti. Il Fabbrucci diede incremento alla vita cristiana nella Diocesi con esercizi spirituali, sacre missioni, predicazioni e pellegrinaggi. Preoccupato dal dilagare del materialismo, la sua opera fu volta, con ogni impegno, a risvegliare la coscienza cristiana nel popolo. L’evangelizzazione della Diocesi rimase alla base di ogni sua iniziativa e le sue lettere pastorali testimoniano quanto egli ebbe a cuore l’elevazione morale del suo popolo. E prova ne sono anche i tre Congressi Eucaristici di Borgo San Donnino, Busseto e Monticelli d’Ongina (negli anni 1921, 1923 e 1924), da lui voluti e sostenuti perché servissero a rinvigorire e a rinnovare gli animi, le Missioni in Cattedrale (1920, 1925 e 1929), i due pellegrinaggi a Roma (1925 e 1929) e i molti altri nei santuari diocesani, riservati specialmente alla gioventù. Al Seminario rivolse cure assidue, studiandosi di migliorarlo continuamente. Ne risanò la situazione economica, lo dotò di nuovi locali, lo riorganizzò negli studi, si occupò direttamente dei seminaristi assistendo ai loro esami, presiedendo alle adunanze dei professori e, negli ultimi anni del suo episcopato, insegnando come un tempo ai giovani leviti. Volle anche che ai discenti fosse impartita una preparazione completa al loro futuro ministero, non limitata alla cultura generale e speciale necessaria, istituendo a questo scopo una scuola di armonium e organizzando apposite istruzioni per l’Azione Cattolica. Per l’Azione Cattolica ebbe sollecitudini particolari appoggiando ogni iniziativa intesa a renderla sempre più efficiente, ben consapevole dell’importanza dei suoi compiti, diretti al consolidamento della famiglia nella società e alla diffusione dello spirito di giustizia e di carità. I suoi meriti religiosi e civili furono riconosciuti allorché tutta la Diocesi, nel 1926, lo festeggiò nel 10° anniversario del suo ingresso e re Vittorio Emanuele di Savoja lo nominò, motu proprio, commendatore della Corona d’Italia. Nel 1928 volle rendere onore alla memoria dei suoi predecessori (Basetti, Buscarini, Tescari, Terroni e Mapelli) ricomponendone i resti mortali, sino ad allora custoditi nel cimitero urbano, in decorosi avelli nella Cattedrale. La cerimonia della solenne traslazione, svoltasi nella mattinata del 27 settembre di quell’anno, richiamò una gran folla di fedeli, numerose autorità e fu illustrata dalla presenza del cardinale Francesco Ragonesi, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, e di Alberto Costa, vescovo di Melfi Rapolla e Venosa, il quale rievocò in un discorso le figure dei cinque presuli. Di salute delicata, il Fabbrucci era solito recarsi ogni anno nella Valle di Nievole, ospite a Montecatini della pensione Francescana per un periodo di cura e là lo colse improvvisamente la morte per congestione cerebrale. La salma del Fabbrucci fu trasportata a Fidenza per i funerali, che si svolsero nella giornata del 14 agosto 1930 in forma imponente per il largo concorso di popolo e di autorità, tra le quali i vescovi di Carpi, Reggio Emilia, Parma, Piacenza e Cremona. Nella Cattedrale, stipata di folla, Guido Maria Conforti, arcivescovo di Parma, tenne il discorso funebre. Quindi la salma fu inumata nell’artistica cripta che egli aveva fatto superbamente restaurare.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 148-154.

FABI AMBROGIO
Genova ante 1606-post 1630
Detto Guastavino. Per aver servito più volte nella musica alla chiesa della Steccata di Parma gli venne fatto un donativo il 22 dicembre 1606. Venne poi eletto tra i salariati in grazia del duca di Parma Ranuccio Farnese il 17 marzo 1614. Lasciò per alcun tempo, dopo il 1623, la Steccata, ma venne di nuovo accettato tra i cantori (tenore) il 31 dicembre 1630. Il Fabi prese ancora parte alle solennità maggiori della Cattedrale di Parma negli anni 1622-1628. Alla Corte di Parma si ritrova dall’11 giugno 1620 fino al 30 maggio 1929.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 84; Aurea Parma 48 1964, 149.

FABI FRANCESCO
Parma 1668/1669
Avvocato, diede alle stampe due opere di modesto valore: Il Sole sorge a oriente, Applausi poetici di Francesco Fabio, al Serenissimo Odoardo Principe di Parma, Canti tre in sesta rima (Parma, per Mario Vigna, 1668) e, coll’anagrammatizzato cognome de gli Ibafi, Corona di Lauro Dirceo, donata dalle Pimplejadi alla Signora Daria Cammilla Pinardi nell’Ingresso e Professione del Convento Bajardo (in Parma, per li Viotti, 1669).
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 244; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, VI/3, 1827, 820-821.

FABI GABRIELE TINTORE
Parma-Roma 16 ottobre 1640
Figlio di Vincenzo. Si laureò in legge nell’anno 1606. Dopo un inizio promettente nella professione, non mantenne le aspettative. Decise quindi di abbandonare Parma e si trasferì a Roma. Fu anche poeta di modesto valore. Scrisse un poemetto in terza rima (rimasto manoscritto) intitolato Belgica gloria, o Prodezza del Serenissimo Signor Duca Alessandro Farnese in Fiandra e in Francia, del Dottor Gabriele Fabio, al Serenissimo Signor Duca Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 71; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 244; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, VI/3, 1827, 820-821.

FABI GIACOMO, vedi FABI IACOPO

FABI GRISOGONO
Parma-Savigliano 1687
Frate benedettino, fece la professione solenne nell’anno 1647. Fu lettore di matematica e maestro dei novizi, tra i quali ebbe il celebre Benedetto Bacchini.
FONTI E BIBL.: A. Galletti, Monastero di San Giovanni Evangelista, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 69.

FABI GUALTIERO
Parma 1866-New York 8 febbraio 1929
Si stabilì a New York nel 1897. Fece parte della Boston Opera Company, della Metropolitan Opera Company, della Radiopera del Corriere degli Italiani e infine della Puccini Opera Company. Studiò nel Regio Conservatorio di Parma (si diplomò in violino nel 1885) insieme ad Arturo Toscanini, al quale restò legato da buona amicizia. Prima di recarsi negli Stati Uniti ebbe notevoli successi come direttore d’orchestra in Italia, Germania (Berlino, 1895), Francia, al Cairo e nell’America del Sud.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 285.

FABI IACOPO
Parma-Roma 1558
Fu uomo di singolare letteratura, che compose varie rime e anche versi latini e greci. Tra i più dotti del suo tempo, fu sepolto in San Giovanni Laterano con degna iscrizione sepolcrale (dettata dall’amico bolognese Tommaso Tilio), nella quale è detto probo viro ac diserto.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 165-166; Aurea Parma 1 1959, 19.

FABI JACOPO, vedi FABI IACOPO

FABI MATTEO
Parma prima metà del XVI secolo
Fu architetto e intagliatore in legno. A Parma realizzò il coro di San Giovanni e lavori nella cripta del Duomo.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 205.

FABI VINCENZO
Parma XVI/XVII secolo
Fu autore di alcune Allegazioni, secondo quanto asserisce il Gozzi. Il Pico dice che il Fabi fu Dottore di Leggi di assai buon credito.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 820.

FABIANO SIMONE
Parma XV secolo
Coniatore di monete e medaglie attivo nel XV secolo. Realizzò, tra le altre, una medaglia per Carlo VIII di Francia.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 206.

FABIJ o FABIO o FABJ, vedi FABI

FABRI GUIDO
Borgo San Donnino-Cortellazzo 2 luglio 1918
Sottotenente di complemento del 17º Bersaglieri, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di un reparto di arditi, non appena ultimato il tiro di preparazione della nostra artiglieria, usciva primo dalla trincea per avanzare trascinando i propri uomini con l’esempio. Ferito a morte, li incitava ancora ad avanzare con un Evviva ai bersaglieri!
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 64ª, 4252; Decorati al valore, 1964, 44.

FABRIZI ANDREA
Parma 1558-Roma 1603
Dopo una giovinezza irrequieta e vagabonda, si stabilì a Roma dove, intorno al 1580, raggiunse una buona rinomanza come pittore di paesaggi ad affresco e a olio. Tuttavia non si conosce più nulla di sua mano, se non un disegno, di una veduta romana col Colosseo, conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Galleria degli Uffizi a Firenze, di attribuzione tradizionale. Eseguì otto lunette ad affresco con santi in romitaggio in vasti paesaggi nel porticato d’ingresso della chiesa di Santa Cecilia in Trastevere, restaurata nel 1599, e numerosi quadri da cavalletto. Il Baglione si gloriava di possederne tre, tra cui uno di una boscaglia che migliore non si può vedere, entrovi alcuni alberi si bene frappati, che in quelle foglie si vede l’istesso vento errare e scuoterle. Indubbiamente egli dovette occupare un posto considerevole nella storia del paesaggio manieristico fiorito a Roma tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento e dovette fornire suggerimenti anche ai più celebri pittori fiammingi del genere, quali Paolo Brill e Jan Brueghel, che furono a Roma rispettivamente nel 1582 e nel 1592-1594. Secondo il Baglione ebbe una valida collaboratrice nella moglie Ippolita, le cui opere erano difficilmente distinguibili dalle sue.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 104 del Museo di Antichità di Parma; G. Baglione, Le vite de’ pittori, scultori et architetti, Roma, 1642; F. Titi, Descrizione delle pitture di Roma, Roma, 1763; P. Zani, Enciclopedia metodica critico ragionata delle Belle Arti, parte 1ª, XIV, Parma, 1820; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 101; De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 750; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 261.

FABRIZI IPPOLITA
Parma 1580/XVII secolo
Moglie di Andrea Fabrizi. Fu anch’essa ottima pittrice paesista, attiva tra la fine del XVI secolo (1580) e per buona parte del XVII secolo. Fu valida collaboratrice del marito, le cui opere sono difficilmente distinguibili dalle sue. Prima di trasferirsi definitivamente a Roma, visitò assieme al marito molte città italiane, dipingendo su commissione.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 102; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIV, 1823, 287.

FABRIZIO, vedi FABRIZI

FABRIZIO DA PARMA, vedi FABRIZI ANDREA

FACCHINI GIACOMO
Soragna 23 ottobre 1671-post 1727
Figlio di Antonio e Camilla, che vivevano in una certa agiatezza. Attese dapprima allo studio delle lettere, dedicandosi poi alla pittura e prestado il suo alunnato presso il Brescianino, dal quale pare abbia appreso il particolare gusto per i paesaggi. Non certo secondario fu anche il suo ispirarsi ai modi del parmigiano Giovanni Bolla, alle cui composizioni egli stilisticamente non mancò di aderire. Lavorò a lungo a Soragna, tanto nella Rocca (decorazioni a fresco nella sala degli stucchi e nella piccola galleria attigua per le nature morte, i paesaggi, le marine e le scene campestri, facciata verso il giardino) quanto per i principi Meli Lupi (paesaggi su tela nella sala del trono, alcova e sala rossa). Firmò e datò 1705 una grande tela nella chiesa della Beata Vergine del Carmine (Madonna con Bambino e Santa Maria Maddalena dei Pazzi) e a lui può venire ascritto l’affresco Madonna con Bambino e San Rocco su casa Baratta in piazza a Soragna. Operò anche a San Secondo nell’oratorio di San Luigi (pala d’altare e affreschi 1725-1727), a Fontanellato e a Cortemaggiore, lasciando ovunque segni di un’arte certamente interessante e meritevole di un’attenta rivalutazione.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 284-285.

FACCHINI GIOVANNI GIACOMO
Soragna 1660
Fu pittore paesista attivo nell’anno 1660.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 172.

FACCI GIACOBINO
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 161.

FACCINI CARLO GUGLIELMO, vedi FACINI CARLO GUGLIELMO

FACCINI FEDERICO
Collecchio 1564
Fu canonico della pieve di Collecchio (1564) e godette di un beneficio ecclesiastico nel territorio di questa Pieve.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3.

FACCINI FERDINANDO
Langhirano 1831
Notaio, ebbe parte attiva durante i moti del 1831. Fu processato e detenuto con la seguente imputazione: Fu questi che levò gli stemmi sovrani in Langhirano. Erano di lui compagni certo Stocchi, e certo Azzani detto Bruschetto. Si potrà sentire quel Commissario Pirani, che da costoro fu minacciato nella vita. Anche dopo il riordinamento delle cose pubbliche il Faccini e suoi compagni hanno continuato a fare gli esercizi militari nell’osteria, e vuolsi che minacciassero il vetturale di Langhirano Francesco Ghizzoni, perché erasi colà portato con mirto nel cappello. Successivamente, in base al Decreto d’amnistia, fu rimesso in libertà e ritornò a Langhirano, sottoposto ad alcuni precetti. Infine ottenne da Maria Luigia d’Austria di poter riprendere l’esercizio del notariato.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937 164-165.

FACCINI, vedi anche FACINI

FACCONI POMPEO
1822-Parma 27 giugno 1882
Fu artefice assai segnalato nella legatura di libri. Lavorò per la Biblioteca Palatina di Parma, per quella Vaticana e per quella del Quirinale di Roma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 luglio 1882, 3.

FACCONI ROSINA
Parma 6 novembre 1867-Parma 12 ottobre 1916
Per tre anni (1883-1886) studiò canto (mezzo soprano) nel Conservatorio di Parma, dove si diplomò nel 1888. Debuttò con successo a Borgo San Donnino il 3 ottobre 1894 nell’opera Ruy Blas. Sposatasi qualche anno dopo con Augusto Nalli, abbandonò la carriera.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 74.

FACINI CARLO GUGLIELMO
Sala XIX secolo
Volontario nelle guerre risorgimentali, raggiunse il grado di colonnello di fanteria.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.

FACINI, vedi anche FACCINI

FACINO
Casanova di Bardi 1317
Le cronache piacentine riferiscono che il Facino, conte di Bardi, uomo armigero e capo di bande militari, nel 1317 giurò fedeltà a Galeazzo Visconti, entrò nel paese di Bardi con molti armati e se ne fece padrone. In seguito mantenne quel possesso in nome dello stesso Signore di Milano Galeazzo Visconti.
FONTI E BIBL.: G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 197.

FACINO ETTORE
Parma 1829-Santa Fè 1890
Fu allievo nello Studio Toschi di Parma ma abbandonò presto l’incisione per trasferirsi in America del Sud al seguito di Garibaldi. Si stabilì poi a Santa Fè (1860) facendo il pittore ritrattista. Fu docente nella Compagnia di Gesù. Molte sue opere adornano le chiese argentine. Eseguì i ritratti di Simon Bolivar e Stanislao Lopez.
FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, Arte dell’incisione in Parma, 1969; Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.

FACIO, vedi CASTELLUCCI DANTE

FADANI ENZO
Parma 1922-1993
Cantante. Cominciò la sua attività durante la seconda guerra mondiale, tenendo concerti negli ospedali. Poi cantò con le orchestre Tamani, Bocelli, Stok e Zardi, accanto a Fulvio Vernizzi alla tromba, Trento Valesi al trombone e Nando Rota al pianoforte. Verso il 1960 si trasferì a Brescia, dove tra l’altro fu proprietario e gestore di un ristorante di specialità parmigiane: Il Gattopardo. Fino al 1975 tenne caffè-concerto all’albergo Bristol di Parma con Flik Alfieri e Gianni Fogu. Il suo genere spaziò dal melodico al sudamericano. Fondò una casa editrice che ebbe al suo attivo interessanti e lussuose pubblicazioni, tra le quali Una storia del Concilio Ecumenico e Il nudo nell’Arte.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 201-202; F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 126.

FAELI GIROLAMO, vedi FAELLI GIROLAMO GIOVANNI PAOLO

FAELI GIUSEPPE, vedi FAELLI GIUSEPPE

FAELLI ANTONIO
Parma 1629
Fu notaro ducale di Parma verso il 1629.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 114.

FAELLI EMILIO
Parma 16 gennaio 1866-Bra 25 febbraio 1941
Nato da Narciso, medico di idee liberali, e da Carolina Naudin, fu avviato agli studi classici e pubblicò giovanissimo alcune operette di erudizione letteraria. Abbandonò ben presto gli studi per dedicarsi al giornalismo, iniziando a collaborare ai giornali parmensi Il Presente e Gazzetta di Parma. Ventenne, si trasferì a  Roma, dove divenne redattore del Capitan Fracassa. Intorno alla testata si riunì uno dei gruppi giornalistici più attivi e brillanti del tempo, tra cui spiccavano L. Lodi, L.A. Vassallo (Gandolin), P. Turco, L. Bertelli (Vamba), col quale il Faelli strinse un sodalizio che durò a lungo. Fu soprattutto legato al Vassallo, che riconobbe sempre come proprio maestro, tributandogli ammirazione per aver innovato il giornalismo italiano e inaugurato col Fracassa: un tipo di giornale che doveva servire un’idea ma nel quale era costante e prevalente la preoccupazione della forma squisita, dell’ossequio all’arte, della misura dell’espressione, del rispetto all’italianità, del reverenziale culto, anche esteriore, per la bellezza (Una setta di giornalisti, p. 13). Da allora il Faelli partecipò a tutte le iniziative giornalistiche del Vassallo che, abbandonato nel 1887 il Capitan Fracassa per dissenso sull’orientamento filocrispino del giornale, fondò con Lodi, Bertelli e lo stesso Faelli il Don Chisciotte della Mancia (20 dicembre 1887-4 aprile 1892), divenuto poi Don Chisciotte di Roma (15 ottobre 1893-9 dicembre 1899). Il Don Chisciotte, di tendenza liberale progressista, finanziato da alcuni circoli affaristici e immobiliari capitolini, fu un giornale di satira e commenti politici pupazzettato, illustrato cioè da vignette e caricature di mano di Bertelli e dello stesso Vassallo. Il Faelli vi scrisse come redattore della cronaca parlamentare, genere congeniale alla sua vena di bozzettista, cui principalmente fu dovuta la sua notorietà negli ambienti del giornalismo politico del tempo. I suoi pezzi satirici furono firmati con lo pseudonimo di Cimone. Lo stesso gruppo di giornalisti fu l’animatore di altri periodici romani, come Il Giorno (10 dicembre 1899-1º gennaio 1901), nato dalla fusione del Don Chisciotte con il Fanfulla, e La Domenica Italiana (dicembre 1896-ottobre 1897). Nel 1891 il Faelli fondò, sullo stile del Fracassa e del Don Chisciotte, Il Folchetto, di cui assunse la direzione dall’11 novembre 1892 al 16 marzo 1893, che cessò le pubblicazioni il 12 novembre 1894. Nei tre anni di vita Il Folchetto condusse una tenace campagna contro i ministeri Rudinì, sollecitando l’unione di tutte le componenti della Sinistra contro i goffi errori e le dementi prepotenze della reazione, e salutò il ministero Giolitti del 1892 come il primo passo di un’apertura in senso liberale della società italiana. Il giornale fu per il Faelli tribuna di battaglie appassionate e aggressive, giocate anche sul piano della polemica personale, come quella che lo portò nel 1893 a essere sfidato a duello da S. Barzilai. Conclusasi l’esperienza de Il Folchetto, il Faelli prese a lavorare per La Provincia di Brescia, giornale che, insieme con il Don Chisciotte, rappresentò nella tribuna della stampa parlamentare. Nel 1901 rilevò la vecchia testata del Capitan Fracassa, cessato dieci anni prima, e rifondò il giornale che visse, sotto la direzione sua e di G. Bistolfi, fino all’ottobre del 1905. Il nuovo Capitan Fracassa non ebbe, come giornale satirico, lo smalto brillante di quelli che lo avevano preceduto: fu infatti scopertamente allineato con la politica giolittiana e ne seguì passo passo l’ascesa, allo stesso modo che Il Folchetto aveva accompagnato la parabola discendente della Destra. Nel 1904, anche grazie al sostegno della Gazzetta di Parma, fu eletto deputato nelle liste liberali per il collegio di Parma-Borgo Taro: il clima di dilagante corruttela nella provincia emiliana fu più tardi l’oggetto di alcuni schizzi autobiografici sull’esperienza elettorale. Deputato, sempre per lo stesso collegio, nelle due successive legislature fino al 1919, ebbe a cuore, nella sua attività parlamentare, lo sviluppo economico e culturale dell’area parmense con numerosi interventi attinenti l’agricoltura, la zootecnia, la sistemazione idrica di alcuni territori, la scuola veterinaria e sollecitando vari provvedimenti a favore della Biblioteca Palatina di Parma. La sua esperienza di giornalista e le sue convinzioni liberali lo resero soprattutto sensibile alle tematiche connesse alla libertà di stampa. Nel 1906 fu relatore del disegno di legge presentato dal ministro di Grazia e Giustizia E. Sacchi sull’abolizione del cosiddetto sequestro preventivo dei giornali previsto dalle leggi sulla stampa sulla base dell’articolo 28 dello statuto e propose di estendere a tutti gli stampati l’abrogazione delle misure restrittive. In più occasioni ebbe modo di ribadire come la libertà di espressione fosse principio inderogabile per una società autenticamente liberale quale quella italiana ambiva a essere: in pieno periodo bellico, nel 1917, criticò l’insensatezza della censura e si schierò con Turati a difesa di O. Morgari, accusato di reati a mezzo stampa. Sotto la gestione politica giolittiana l’Italia era, per il Faelli, al riparo dai pericoli della reazione e sicuramente avviata sulla strada del progresso democratico, tuttavia minacciata dai socialisti con i quali ebbe momenti di dura polemica in occasione degli scioperi del 1908. Testimone delle agitazioni agrarie nel Parmense, difese, infatti, il comportamento dei proprietari terrieri, pur criticando i metodi sommari e scorretti con cui le autorità di polizia procedettero agli arresti, e sostenne l’opportunità di un intervento di mediazione e pacificazione da parte del governo. Non nascose le sue preoccupazioni per i crescenti successi elettorali del partito socialista e la sua ferma convinzione che l’accelerazione liberale impressa alla società italiana dalla politica di Giolitti sarebbe stata insufficiente se non fosse stata coronata da un coraggioso piano di riforme sociali capace di allontanare i ceti popolari dalle tentazioni sovversive. Alla vigilia delle elezioni del 1913 intensificò gli inviti al partito liberale a non arretrare su posizioni conservatrici e a non considerare le recenti riforme politiche e l’allargamento del suffragio come un approdo definitivo, bensì come punto di partenza per un nuovo slancio riformistico. Sempre attivo nel giornalismo, in quegli anni lavorò ai quotidiani liberali romani L’Alfiere (21-22 aprile 1910-9 febbraio 1911) e La Patria (20 aprile 1911-20 aprile 1913) e fu corrispondente politico da Roma del Secolo XIX, di cui fu direttore dal 1897 al 1906 il Vassallo. Anche allo scoppio del primo conflitto mondiale fu solidale con Giolitti e ne condivise la scelta neutralista. Nell’ottobre del 1917 aderì alla Unione parlamentare, gruppo capeggiato da F. Cocco-Ortu, nel quale si riunirono i giolittiani che contribuirono alla caduta del governo Boselli e alla formazione del governo Orlando. Dopo la guerra fu capo dell’ufficio stampa della presidenza del Consiglio durante il quinto governo Giolitti dal giugno 1920 al giugno 1921, abbandonando, per quel periodo, altri incarichi giornalistici. Il 3 ottobre 1920 fu nominato senatore per la terza categoria. In occasione delle elezioni del 1924 ricevette l’invito a dare la propria adesione al listone, ma declinò la proposta in quanto appoggiava già la lista guidata da Giolitti. Negli anni successivi si allontanò progressivamente dai suoi impegni pubblici. Una rapida sintesi della sua esperienza di giornalista è racchiusa nelle parole, venate di rimpianto, con cui in un breve intervento del 1935 su F. De Sanctis ricordò i tempi in cui nel giornalismo si entrava per vocazione; per passione politica; o, se si preferisce altra locuzione, partigiana; per amore di discussione; per isfogo di non più fortunate tendenze letterarie. Tra gli scritti principali si ricordano: Bibliografia mazzoliana cioè di F. Mazzola detto il Parmigianino, Parma, 1884; La politica in provincia, Roma, 1885; Lo spirito di Voltaire: racconti, inediti, giudizi, Roma, 1885; Contro il teatro, Parma, 1886; Bibliografia allegra. Gli amori di un frate erudito, in Cronaca Bizantina 12, 21 marzo 1886; Saggio delle bibliografie degli incunaboli, Città di Castello, 1887; Il quaresimale di Padre Agostino: sunti e impressioni illustrate, Parma, 1889; I 508 di Montecitorio, Torino, 1906; Lo sciopero di Parma: note di un testimonio, in Nuova Antologia 10 luglio 1908, pp. 140-145; Il cinquantenario del plebiscito parmense: discorso pronunziato nel teatro Farnese il 5 settembre 1909, Parma, 1909; I partiti, le elezioni politiche e l’eremita di Lampedusa, in Nuova Antologia 16 novembre 1912, 280-286; I moribondi di Montecitorio, Milano, 1920; Una setta di giornalisti, Milano, 1921; Le memorie di un candidato e altre cose dimenticabili, Bologna, 1924; Il De Sanctis giornalista, in Studi e ricordi desanctisiani, Avellino, 1935. Curò inoltre la pubblicazione di G.B. Bodoni, Alcune lettere inedite, Parma, 1884 e O. Giordani, Alcune lettere inedite riguardanti varie edizioni di opere sue, Bologna, 1884. Oltre che sui giornali citati, scrisse su Il Bibliofilo, La Rivista Politica e Parlamentare, La Politica Nazionale, Rivista d’Italia e d’America, La Nuova Rassegna e Biblioteca Italiana di Filosofia e Lettere. Per i suoi interventi parlamentari si rinvia agli indici degli Atti parlamentari. Camera dei deputati, XXII legislatura (1906-1909), XXIII legislatura (1909-1913) e XXIV legislatura (1913-1919).FONTI E BIBL.: Necrologi: Il Secolo XIX 26 febbraio 1941; La Stampa 26 febbraio 1941; Per Emilio Faelli, Parma, 1941 (omaggio di alcuni amici nell’anno della sua morte; contiene anche un suo scritto, L’edile Bibulo); P. Vigo, Storia degli ultimi trenta anni del secolo XIX, VI, 1891-1894, Milano, 1913, 310; Cronaca. L’onorevole Faelli senatore, in Gazzetta di Parma 5 ottobre 1920; L. Lodi, Giornalisti, Bari, 1930, 33-47, 144-154; S. Barzilai, Luci ed ombre del passato. Memorie di vita politica, Milano, 1937, 76; S. Cilibrizzi, Storia parlamentare politica e diplomatica d’Italia. Da Novara a Vittorio Veneto, IV, (1909-1914), Napoli, 1939, 18, VII (1917-1918), Roma, 1948, 52 s.; B. Molossi, Dizionario dei Parmigiani, Parma, 1957, 67 s.; Dalle Carte di G. Giolitti. Quarant’anni di politica italiana, I-III, Milano, 1962, a cura di C. Pavone-P. D’Angiolini-G. Carocci, ad Indices; O. Majolo Molinari, La stampa periodica romana dal 1900 al 1926, Roma, 1977, ad Indicem; Enciclopedia biografica e bibliografica italiana, A. Malatesta, Ministri, deputati e senatori, I, Milano, 1940, 392 ss. Per uno sguardo d’insieme cfr. anche V. Castronovo-L. Giacheri Fossati-N. Tranfaglia, La stampa italiana nell’età liberale, in Storia della stampa italiana, III, Roma-Bari, 1979, 83-121 passim; A. De Gubernatis, Dizionarî biografici, due volumi, Firenze, 1879 e Roma, 1895; A. Tortoreto, I parlamentari italiani della XXIII legislatura, Roma, 1910; Treves, I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920, 1922; T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 92; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3; Aurea Parma 3 1941, 124; Gazzetta di Parma 12 gennaio 1962, 4; Documenti 14 1978, 67-68; Letteratura italiana, I, 1990, 755; R. De Longis, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 143-145.

FAELLI ERMOGENE
Calestano 1889-Parma 19 aprile 1968
Lavorò per molti anni come muratore alle dipendenze di numerose imprese, prima a Calestano e poi a Parma, ove si trasferì dopo la seconda guerra mondiale. Durante il primo conflitto mondiale si mise in luce in più di una occasione e soprattutto nel gennaio del 1918, sul Carso. Fu in quel mese, infatti, che si meritò la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Il sergente Ermogene Faelli durante il periodo di tempo trascorso nel reggimento prese parte ad una violenta azione offensiva superando pericoli assai gravi e raggiungendo fra i primi una trincea avversaria. Ferito ad un braccio non abbandonò il suo posto di combattimento finché non vide iniziati i lavori per il rinforzo della linea. Il Faelli, sempre durante la prima guerra mondiale, prese parte anche all’azione di Passo Buole. Fu presidente dei combattenti di Sala Baganza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 aprile 1968, 4.

FAELLI FERRUCCIO
Parma 5 novembre 1862-Torino19 gennaio 1943
Nacque da Narciso, medico, e da Carolina Naudin. Laureatosi nella scuola di medicina veterinaria di Parma nel luglio del 1885, fu per un breve periodo assistente di anatomia, quindi ricoprì la carica di veterinario del deposito stalloni di Reggio Emilia. Ebbe poi inizio la sua carriera scientifica, che si svolse presso la scuola superiore di medicina veterinaria di Torino: dopo aver conseguito la libera docenza in zootecnia nel 1895, l’anno seguente gli venne affidato l’incarico dell’insegnamento di tale disciplina. Professore straordinario nel 1898, il Faelli divenne ordinario nel 1911 e nello stesso anno fu nominato direttore della scuola superiore di medicina veterinaria di Torino. Ricoprì tale carica per un biennio, per normale rotazione, poi, a seguito di nuova nomina, anche nel biennio 1917-1918, durante i difficili anni della prima guerra mondiale. Inoltre fu per molti anni membro del Consiglio superiore di sanità e del Consiglio nazionale delle ricerche. Studioso e clinico di indiscusso valore, il Faelli fu autore di numerose pubblicazioni riguardanti vari settori della zootecnia, a carattere sia scientifico sia divulgativo. Nella prima fase della sua carriera, precedente il suo inserimento come docente di zootecnia, condusse una serie di ricerche di tipo clinico sulla specie equina, che pubblicò nelle annate 1890 e 1891 del Giornale di Veterinaria Militare, con interessanti approcci di tipo sperimentale ai problemi di diagnostica clinica (Gli innesti intraperitoneali nella cavia e l’uso della malleina pel diagnostico della morva, in Giornale di Veterinaria Militare V 1892, pp. 297 ss.). A partire dal 1892 iniziò a occuparsi di problemi dell’allevamento bovino e dell’incremento ippico e dopo il 1895 si dedicò completamente ad argomenti di zootecnia. Tra il 1895 e il 1900 pubblicò un gran numero di lavori riguardanti l’alimentazione e l’allevamento dei bovini e dei maiali e di diverse razze di cani e di ovini (Razze bovine, equine, suine, ovine, caprine, Milano, 1903; Animali da cortile, Milano, 1905 e, in successive edizioni, 1913 e 1923: tali opere contengono l’elenco delle pubblicazioni del Faelli). La sua opera trattatistica di carattere specialistico riguardò diversi argomenti, in particolare l’igiene zootecnica (Trattato di igiene veterinaria, Milano, 1903) e le tecniche di allevamento del bestiame (Conferenze di zootecnia ad uso dei veterinari e dei dottori in scienze agrarie, Torino, 1908): in queste sue opere emerge la preoccupazione per le carenze della produzione zootecnica italiana e per lo stato di arretratezza culturale in cui versavano le campagne italiane nel primo decennio del XX secolo. Il Faelli sostenne il ruolo centrale del veterinario e dell’agronomo nella spinta al progresso e al miglioramento dell’economia rurale. Il suo impegno fu diretto in primo luogo a ottenere una maggiore igiene delle stalle e dei ricoveri degli animali utili, a raggiungere una migliore selezione dei capi avviati alla riproduzione, per combattere in via preventiva attraverso l’igiene le epidemie di bestiame tanto diffuse nell’Italia rurale dell’inizio del XX secolo e tanto dannose alla produzione economica. Varò programmi di incremento delle risorse zootecniche e di miglioramento del bestiame e, almeno per quanto riguarda il Piemonte, contribuì alla stesura e alla diffusione del regolamento per le stazioni di monta e alla formazione di libri genealogici del bestiame. Fu tra i primi organizzatori e docenti dei corsi di perfezionamento in igiene, ispezione delle carni, legislazione sanitaria e zootecnica, istituiti originariamente dall’Associazione Nazionale Veterinari Italiani a partire dal 1923 con il concorso dei ministeri degli Interni e dell’Economia nazionale e dell’Opera nazionale combattenti presso la scuola di Torino. La produzione scientifica e l’attività del Faelli durante tutto l’arco della sua carriera ebbero lo scopo di portare in primo piano e di far comprendere l’importanza e la centralità delle discipline zootecniche all’interno del mondo agricolo e veterinario: l’affermarsi della zootecnia come disciplina scientifica di avanguardia, alla vigilia delle grandi acquisizioni nel campo della genetica e della fecondazione artificiale, fu in gran parte merito suo. La produzione del Faelli fu notevole, così come il suo sforzo teso al miglioramento delle risorse dell’allevamento italiano. Fu un protagonista di quel momento di passaggio tra una vecchia concezione della medicina veterinaria basata sulla ippologia, che vedeva nel cavallo il soggetto principe di cure e studi, e una concezione più moderna che tendeva ad allargare gli orizzonti di interesse ad altri soggetti di studio e a centrare l’attenzione sulle necessità delle produzioni animali. In questo processo culturale prima ancora che scientifico il Faelli costituì senza dubbio una figura centrale: seppe infatti cogliere l’importanza dell’intervento scientifico nella catena produttiva rurale e la necessità di una costante divulgazione nei confronti degli allevatori. Con lui il medico veterinario cessò di essere un semplice terapeuta degli animali nobili, per trasformarsi in un tecnico dei problemi di allevamento con competenze di tipo igienistico e biologico e concorrere alla realizzazione del prodotto economico aziendale. Tra gli altri meriti del Faelli va inoltre ricordato quello di aver voluto promuovere dal punto di vista scientifico anche allevamenti allora considerati minori, quali quelli dei volatili e del coniglio, in seguito invece ritenuti di primaria importanza nel settore agricolo. Il suo sforzo in questo settore fu teso a trasformare il minuto allevamento di animali da cortile in una operazione tecnica redditizia se condotta con criteri razionali e coadiuvata da basi scientifiche. Il Faelli si dedicò anche allo studio dell’alimentazione del bestiame, da lui considerata fattore chiave dell’incremento ponderale: con la crescita dell’industrializzazione nazionale, nuovi materiali si prestavano per la trasformazione animale ed egli colse l’importanza economica di questi processi e studiò alcune delle loro applicazioni all’alimentazione animale (I residui industriali della fabbrica di cioccolata nell’alimentazione del bestiame, in Il Modero Zooiatro IX 1898, pp. 403-407). Il Faelli ebbe in vita numerose onorificenze e riconoscimenti, come scienziato e come figura pubblica. Particolarmente onorevole fu per lui presiedere nel 1922 il Comitato per le onoranze a E. Perroncito, costretto per limiti di età a lasciare l’insegnamento e festeggiato dal mondo accademico torinese, italiano ed europeo. La vita pubblica del Faelli si concluse in un certo senso nel 1932, con l’inagurazione dei nuovi padiglioni per la zootecnia della scuola superiore di medicina veterinaria di Torino, cui aveva dedicato una vita di lavoro e di ricerca. Fu collocato a riposo nel 1935.
FONTI E BIBL.: G. De Sommain, La storia della facoltà di medicina veterinaria di Torino, in Annali della Facoltà di Medicina Veterinaria di Torino XVIII 1969, 97-144; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1186; V. Chiodi, Storia della veterinaria, Bologna, 1981, 419; B. Cozzi, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 145-146.

FAELLI FRANCESCO
Parma 1725/1780
Fu suonatore di viola alla chiesa della Steccata di Parma dal Natale 1729 al 1780 e in Cattedrale dal Natale 1725 al 3 maggio 1766. Suonò nell’autunno del 1752 nel Teatro Ducale di Colorno in otto recite d’opera e in Parma per il Carnevale del 1761. Nel 1753 trasse le parti dell’Antigono e del Siroe: fu retribuito con 12 zecchini.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 192.

FAELLI FRANCESCO
Parma seconda metà del XIX secolo
Architetto civile attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 57.

FAELLI GIOVANNI NICCOLÒ
Parma 9 aprile 1566-post 1614
Figlio di Cristoforo e Maria. Secondo il Pico, fu allievo del Seminario episcopale di Parma e molto amico di Giovanni Ponzio. Fu buon poeta latino e di fine gusto. Scrisse epigrammi, odi ed elegie, che si trovano spesso in raccolte o all’interno di opere di altri poeti. Compose anche Laconismi o sentenze brevi, stampati nel 1613.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 316; Aurea Parma 2 1958, 114.

FAELLI GIROLAMO GIOVANNI PAOLO
Parma 26 giugno 1759-Parma 20 novembre 1823
Figlio di Francesco e Margherita Ferrari. Fu laureato in teologia il 19 giugno 1782 ed ebbe a promotore Gian Bernardo De Rossi, che recitò in quella occasione una breve orazione dimostrativa della prestanza, della mansuetudine, della pietà, e del molto ingegno del candidato, e della sua costanza nello studio della lingua ebraica. Il Faelli si diede poi alla predicazione, acquisendo larga fama. Insegnò teologia morale nell’Università di Parma dal 1790 al 1793 (Archivio di Stato, Ruoli Università). Il vescovo Turchi nel dicembre 1794 lo inviò a insegnare filosofia nel Seminario di Parma. Nel 1798 fu Mansionario e uno dei quattro parroci della Cattedrale di Parma, poi fu aggregato al Consorzio. Nel 1805 fu nominato professore di teologia morale nel Seminario, cattedra allora abolita nell’Università di Parma. Quando questa fu restaurata, vi fu deputato all’insegnamento medesimo (risulta ancora per gli anni 1818-1819). Nel 1809 fu fatto prevosto di Sant’Andrea e diede gli esercizi spirituali al clero. Passò poi alla rettoria di San Tommaso. Il suo Quaresimale, i suoi Esercizii spirituali, i suoi Panegirici e Discorsi Sacri rimasero tutti inediti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 347; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 497; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 162; G.B. Janelli, Dizionario biografico, 1877, 162; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

FAELLI GIUSEPPE
Parma 26 maggio 1838-Parma 28 luglio 1874
Figlio di Luigi e Anna Maria Domenica Meschi. Arrotino, ardente patriota e fervente mazziniano, fu tra i compagni di Carlo Pisacane nella spedizione di Capri del 25 giugno 1857. Combatté coraggiosamente in tutti gli scontri con le truppe napoletane, da Ponza a Padula, a Sanza, ove cadde gravemente ferito e venne fatto prigioniero dai Borbonici. Processato dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu condannato a 25 anni di ferri duri e venne inviato a scontare la pena nell’orrido carcere del Forte di Santa Caterina della Favignana, insieme a Giovanni Nicotera e ad altri quattordici compagni componenti la spedizione. Qui rimase sino all’entrata di Garibaldi in Palermo, nel maggio del 1860. Liberato, fece ritorno a Parma.
FONTI E BIBL.: Il Presente 28 settembre 1874, n. 261; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 405-406; L.A. Pagano, La spedizione di Sapri e la prigionia di Giovanni Nicotera, in Rassegna Storica del Risorgimento II 1934; F. Ercole, Martiri, 1939, 147; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 249.

FAELLI GIUSEPPE
Sala Baganza 11 dicembre 1903-Roma 24 settembre 1992
Formatosi spiritualmente, insieme con il fratello Francesco, alla scuola di don Leopoldo Buratti, cappellano coadiutore a Sala Baganza dal 1911 al 1922, fu qualificato dirigente dell’Azione Cattolica giovanile di Parma e forbito articolista del settimanale diocesano Vita Nuova, con puntuali interventi propagandistici o polemici. Sostenitore convinto del Partito Popolare Italiano, di cui a Sala Baganza era stato fondatore nel 1919 il parroco di Maiatico Angelo Micheli, fratello dell’onorevole Giuseppe, fu emarginato dai fascisti locali per una vibrante condanna del fascismo, pubblicata su Vita Nuova in seguito all’assassinio dell’onorevole Matteotti. Conseguito il diploma di ragioniere, dovette cercare altrove lavoro e sicurezza e per questo emigrò a Genova dove, durante il periodo cospirativo, si impegnò marginalmente (così scrisse lui stesso), ma non senza rischio, nel movimento resistenziale non combattente. Nel dopoguerra ebbe la direzione amministrativa del quotidiano ligure della Democrazia Cristiana Il Corriere del Pomeriggio. Nel 1949 passò al quotidiano Il Momento di Roma e nel 1952 a Il Popolo. Fu quindi consigliere nazionale nella Federazione editori giornali, presidente del Collegio sindacale dell’Agenzia Nazionale Stampa Associata e sindaco di Radiostampa. Dal 1963 assunse incarichi dirigenziali in amministrazioni industriali private, fino alla soglia dei settant’anni.
FONTI E BIBL.: Gli scritti del Faelli sono sparsi nelle annate 1920-1925 del settimanale diocesano di Parma Vita Nuova; ricordi autobiografici compaiono sullo stesso settimanale del 16 giugno 1984, 7 (integrazione il 23 giugno 1984, 8). La sua attività come segretario diocesano della Gioventù maschile di Azione Cattolica è documentata, a cura di P. Bonardi, in alcune annate di Per la Val Baganza del Centro studi della Val Baganza (edito in numeri unici tra il 1977 e il 1981 dalla Nazionale di Parma e tra il 1984 e il 1999, con scadenza saltuaria, dalla Tipolitotecnica di Sala Baganza, Parma): 1980, 71-72, 1981, 88-91, 1984, 157-158, 1986, 291-293; inoltre: P. Bonardi, La silenziosa scomparsa di un testimone di storia, in Vita Nuova 24 ottobre 1992, 3; P. Bonardi, Faelli, una storia di patrioti, in Gazzetta di Parma 22 dicembre 1992, XVI (inserto su Sala Baganza); P. Bonardi, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico. Aggiornamento, 1997, 312.

FAELLI NARCISO
Parma gennaio/luglio 1827-post 1863
Notaio. Nell’anno 1863 fu segnalato dall’autorità di polizia perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 94.

FAELLI NARCISO
Sala 1840 c.-Sala Baganza 12 marzo 1914
Si laureò in medicina nella Regia Università di Parma. Fece la campagna militare del 1859 quale medico distinguendosi per il coraggio e lo zelo nel curare i feriti sul campo di battaglia di San Martino. Patriota convinto, fu in relazione colle più alte personalità del partito democratico e raggiunse il grado di capitano medico.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 125.

FAELLI NICCOLÒ o NICOLÒ, vedi FAELLI GIOVANNI NICCOLÒ

FAELLI PERSIO
Parma 1543-post 1589
Nato da famiglia originaria di Ronciglione. Compose non pochi versi in latino (epigrammi ed endecasillabi), tra i quali un epigramma in morte del cardinale Alessandro Farnese (1589).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 197.

FAGANDINI ANTONIO
Parma 1829/1830
Falegname, lavorò, assieme ad altri e diretto dall’architetto Paolo Gazola, ai serramenti, parquet e invetriate gotiche nel Casino del Ferlaro.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 263.

FAGANDINI GIUSEPPE
Parma 1835
Fu intagliatore al servizio della Corte di Parma. Nell’anno 1835 realizzò le cornici attorno alla Sala del trono.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, busta 213; Il mobile a Parma, 1983, 263.

FAGGI ANICETO
Sesta Inferiore 1885-Sesta Inferiore 19 novembre 1973
Frequentò le prime tre classi della scuola elementare. Visse l’infanzia e l’adolescenza a Sesta Inferiore, ove imparò a pascolare le mucche e a coltivare la terra con spirito di dignitosa abnegazione. Visse poi gran parte della giovinezza e della maturità all’estero (in Svizzera e in Francia) per lavoro e sotto l’esercito (sempre in prima linea, nelle zone di belligeranza). Arruolato inizialmente nell’autunno 1905 (4º Reggimento Alpini), dieci anni dopo fu richiamato in servizio per nobile ragione. Partecipò alle campagne di guerra 1915, 1916 e 1917 e si comportò con onore dando bell’esempio di calma e di virtù militari. Tanto che il Faggi divenne ben presto sergente maggiore, conquistandosi sul campo una croce di guerra e due medaglie al valore: la prima di bronzo, per una coraggiosa azione condotta sul monte Pasubio nel 1916, e la seconda d’argento, per un atto di eroismo compiuto in località Bodrez nel 1917. Nonostante le sue qualità di combattente, il Faggi si rifiutò di proseguire la carriera militare e disdegnò i concreti onori civili spettanti ai reduci: tornò al borgo nativo e riprese la modesta e faticosa attività agricola. Si sposò ed ebbe quattro figli, dei quali uno, Giulio, morì in guerra nel marzo 1942. Il Faggi, che fu decorato col titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto, trascorse gli ultimi anni di vita paralizzato.
FONTI E BIBL.: N. Donnini, in Gazzetta di Parma 19 novembre 1983, 14.

FAGGI ANTONIO
Parma 1669
Nell’anno 1669 fu immatricolato tra gli Ufficiali dell’Arte dei falegnami di Parma.
FONTI E BIBL.: M. Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.

FAGGIOLI LEONE, vedi FAGIUOLI GALEAZZO

FAGIUOLI ANNIBALE
Borgo San Donnino 1375
Edificò nell’anno 1375 la fortezza di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 119.

FAGIUOLI ASCANIO
Borgo San Donnino 1558 c.-
L’Affò scrisse che Ascanio Fagiuoli da Borgo San Donnino, fratello di un Ippolito, d’un Galeazzo e di una Lucia, fioriva nel 1578 e scrisse con Valerio Brioschi la Vita di S. Donnino Martire. Aggiunge che il Fagiuoli era poco prima stato per 14 mesi suo malgrado nella Terra di  Ragazzuola, ove aveva avuto molte buone grazie da Lucia Scotti Rangoni Marchesa di Zibello: onde volle che l’amico si accordasse seco di dedicar quest’Opera a tal Signora. Fu poeta assai modesto, definito ordinarissimo et insulso verseggiatore.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 656; Aurea Parma 2 1958, 119.

FAGIUOLI GALEAZZO
Borgo San Donnino 7 marzo 1559-Forlì 21 dicembre 1641
Nacque da una famiglia della nobiltà borghigiana. Frate cappuccino, fu predicatore, guardiano, maestro dei novizi e più volte definitore, tenuto in fama di santità. Compì la vestizione a Cesena il 4 ottobre 1583.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 715.

FAGIUOLI GIANN’AGOSTINO, vedi FAGIUOLI GIOVANNI AGOSTINO

FAGIUOLI GIOVANNI AGOSTINO
Borgo San Donnino XVI secolo
Scrisse un poema in rima in onore di San Donnino Martire, che viene citato dal Brioschi e da Ascanio Fagiuoli nella Vita di San Donnino che pubblicarono nel 1578, affermando che tale poema si conservava in Borgo San Donnino nell’archivio privato Pinchelini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI/3, 1827, 656.

FAGIUOLI SCIPIONE, vedi FAGIUOLI GIOVANNI AGOSTINO

FAGNANI ADALGISA, vedi BALDI ADALGISA

FAIMALI ROMEO
Gropparello 1914-Badia Cavana ottobre 1979
Si trasferì con la famiglia nel Parmense nel seminario della Diocesi di Parma terminò gli studi in teologia. Il 4 aprile 1939, in Cattedrale, insieme ad altri tredici ordinandi, fu consacrato dal vescovo Evasio Colli. Fino al 1942 fu parroco di Graiana di Corniglio, poi trasferito e nominato rettore di Badia Cavana di Lesignano, una della più note abbazie del parmense, dove rimase dall’ottobre 1942 fino alla morte (fu stroncato da un tumore). Succeduto nella vallombrosana pieve a don Arnaldo Vignali, il Faimali riportò allo stato originale il tetto della Badia, la torre e la cella campanaria e completò il rifacimento del pavimento della chiesa. Durante la seconda guerra mondiale si adoperò in tutti i modi perché la monumentale Badia non subisse danni. Aiutò anche molti giovani militari sbandati e fuggiaschi subito dopo l’8 settembre 1943, nascondendone diversi nella cella campanaria. Fu sepolto nel cimitero di Badia Cavana.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 luglio 1999.

FAINARDI IGNAZIO
Parma 23 ottobre 1787-post 1840
Figlio di Pietro e Teresa Contestabili. Fu conservatore dell’ufficio delle ipoteche di Parma e ottenne da Maria Luigia d’Austria, richiamandosi al decreto del 22 gennaio 1777 con cui Ferdinando di Borbone aveva riconosciuto il titolo di nobile ai magistrati togati e loro discendenti, come pure in grazia anche delle proprie benemerenze come pubblico ufficiale, di essere riconosciuto, coi discendenti maschi, nobile (decreto del 20 maggio 1840).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 58.S

FAINARDI PIETRO
Parma 22 ottobre 1760-Parma 5 dicembre 1829
Di nobile famiglia parmense, studiò a Parma e si laureò in legge. Nel 1780 fu impiegato in qualità di aiutante del magistrato consultore e commissario generale dei confini territoriali degli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla. Nel 1787 fu nominato professore di legge all’Università di Parma. Fu consigliere nel Supremo Consiglio di Giurisdizione di Piacenza (settembre 1800) e di Giustizia civile a Parma (1804). Nel 1808 fu nominato membro d’onore dell’Accademia italiana di Pisa. Fu consigliere onorario di Stato e presidente del Tribunale di Revisione di Parma (1814). Nel 1816 fu nominato cavaliere e nel 1821 commendatore dell’Ordine costantiniano di San Giorgio. Fu accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti di Parma e membro del Consiglio di Stato ordinario. Nel 1826 venne nominato professore emerito.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 163; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 58; F. Rizzi, I professori, 1953, 115; Farinelli, Il carteggio Zani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 360; Marchi, Figure del Ducato, 1991, 84.

FAINARDI RICCARDO
Serraglio di Collecchio 8 ottobre 1865-Gaiano 24 dicembre 1959
Nacque da una famiglia agiata in una casa colonica detta il Serraglio, nel mezzo della tenuta boscosa ex-ducale, presa in affitto dal padre, ufficiale di cavalleria, per quell’estate. Iniziò gli studi artistici nell’Accademia di Belle Arti di Parma sotto il Carmignani. Fu poi allievo di Pier Giuseppe Ferrarini, di Domenico Morelli, di Nicola Gisis, di Paolo Hocker e di Karl Bohme (frequentò inoltre l’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera). Prese parte alla Esposizione Coloniale di Napoli e alle Promotrici di Parma e Napoli. Fu accademico di merito dell’Accademia di Belle Arti di Parma. Si dedicò prevalentemente al paesaggio, tuttavia la sua espressione conservò un substrato padano aderente alla tradizione postromantica. Nella Galleria Nazionale di Parma si conserva una Veduta della Chiesa di  Fornovo sul Taro. Si dedicò anche alla scultura. Risiedette lungamente prima a Parma e poi a Capri e a Gaiano. Spirito irrequieto ed effervescente, non trovò pace in nessun luogo: dal Belgio si spostò alla Libia, dall’Olanda all’Egitto, dalla Svizzera all’Inghilterra, dalla Spagna a Capri, dove si costruì una villa La guerra lo colpì duramente: gli distrusse il palazzo di Parma e lo costrinse a vendere la villa di Capri. È considerato il maggiore tra i pittori del tardo Ottocento parmense.
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La Galleria nazionale di Parma, 1896, 385; U. Thieme-F. Becker, Künsler-Lexikon, 1915, XI; Parma nell’Arte 1 1960, 40; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 75; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1136; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 274-275; Al Pont ad Mëz 4 1973, 28-29; Pittori italiani dell’Ottocento, 1986, 229.

FALCO, vedi GHEZZI CARLO e GIUBELLINI EMILIO

FALCO ANGELO
Parma 1619
Si possono attribuire con sicurezza a questo acquafortista, del quale non si hanno altre notizie e che Bartsch e Nagler identificano con Aniello Falcone, tre fogli: Battaglia di nudi, firmato Ang. Falco 1619, Monumento sepolcrale di un sapiente e Sirene, Naiadi e Tritone, firmati Ang.lo Falco. A questi si può aggiungere Apollo sul Parnaso, contrassegnato con Ang. F. Incise dal Parmigianino.
FONTI E BIBL.: A. Bartsch, Le peintre graveur, XX, Vienna, 1820; G.K. Nagler, Die monogrammisten, I, München, 1858-1879; U. Thieme-F. Becker, XI, 1915; Z, VIII, 182; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 74; P. Martini-G. Capacchi, Arte incisione a Parma, 1969; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 282.

FALCONE ANIELLO o FALCONI ANGELO, vedi FALCO ANGELO

FALCONI ETTORE
Firenze 1919-Vienna 1995
Si laureò giovanissimo in lettere all’Università di Firenze. Dopo la parentesi del servizio militare da lui prestato durante il periodo bellico in Sardegna, partecipò al concorso per la carriera direttiva degli Archivi di Stato, riuscendo primo. Assegnato alla sede di Siena, passò successivamente a Parma. Negli anni della sua formazione fu allievo di Giorgio Cencetti, famoso paleografo e docente all’Università di Bologna. Nel 1954 partecipò al concorso per merito distinto, riuscendo ancora primo e passando pertanto alla carriera dirigenziale. Alla morte di Giovanni Drei, divenne direttore dell’Archivio di Stato di Parma, reggendo per un biennio anche la sede di Piacenza, da poco costituita. La sua attività nella sede di Parma fu intensa, sia per il riordino sia per la sistemazione di fondi archivistici fortemente danneggiati a causa degli eventi bellici. La collaborazione con Filippo Valenti, direttore dell’Archivio di Stato di Modena, permise a entrambi di potenziare le scuole di Paleografia, Diplomatica e Archivistica delle due città, frequentate da numerosi allievi e nelle quali si alternarono come docenti nelle varie discipline Corrado Pecorella, Ugo Gualazzini, Antonino Lombardo, Piero Castignoli e Maria Parente. Nel 1966 il Falconi ebbe la cattedra di paleografia e diplomatica all’Università di Parma e, successivamente, alla Scuola di Paleografia Musicale di Cremona, dipendente dall’Ateneo pavese. Il Falconi collaborò a numerose riviste, tra le quali l’Archivio Storico per le Province Parmensi e il Bollettino Storico Piacentino. Per il Consiglio Nazionale delle Ricerche e con la collaborazione dei direttori degli Archivi di Stato della regione, effettuò il censimento degli Statuti Comunali e delle corporazioni artigiane di categoria dell’Emilia Romagna. In considerazione della sua conoscenza delle lingue tedesca e slava, fu incaricato dal Ministero dell’Interno (da cui dipendenvano gli Archivi di Stato) di una missione presso gli archivi storici della Polonia. Qualche anno dopo tenne un ciclo di lezioni all’Università di South Bend (Usa). Il Falconi fu soprattutto editore di fonti e si occupò di argomenti di storia ed economia medioevale relativi a Parma e Piacenza. Per quest’ultima città, tra le pubblicazioni più importanti si ricordano Le carte più antiche di Sant’Antonino (secoli VIII-IX), gli Statuti di Castel San Giovanni e soprattutto i quattro preziosi tomi del Registrum Magnum del Comune di Piacenza, questi ultimi in collaborazione con una delle sue assistenti, Roberta Peveri. Il Falconi compilò anche l’Indice del Registrum Magnum. Negli ultimi anni di vita il Falconi si trasferì in Austria, dove iniziò a trascrivere e commentare le carte cremonesi inedite, da lui rintracciate presso l’archivio di Halle nell’ex Germania Est, che avrebbero, con un quarto volume, concluso i tre pubblicati nel 1979 e negli anni successivi.
FONTI E BIBL.: Archivio Storico per le Province Parmensi 1995, 30.

FALCONI FRANCESCO
Borgo San Donnino 1628/1629
Insegnò nel 1628-1629 presso l’Università degli Studi di Parma.
FONTI E BIBL.: Libro de’ Mandati; F. Rizzi, Professori, 1953, 39.

FALEFANTI EUSTACHIO
Parma seconda metà del XV secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 162.

FALOPPIO GIOVANNI
Borgo San Donnino 1553
Prevosto mitrato, resse la chiesa di Borgo San Donnino nell’anno 1553.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 29.

FANELLI MATTEO, vedi GUIDOROSSI MATTEO

FANFONI AFRO
Copezzato di San Secondo Parmense 25 settembre 1904-Parma 1 settembre 1944
Commerciante, noto per i sentimenti di opposizione al regime totalitario fascista, caduto nelle mani degli stessi, mantenne un atteggiamento fermo. Sulla sua morte fu scritto che coraggioso ed esuberante, tentò fino all’ultimo di non piegarsi alla violenza. Sarebbe stato colpito da una raffica di mitra davanti al portone della brigata nera a Parma, mentre il corteo dei condannati a morte veniva condotto verso Piazza Garibaldi. Sul punto dell’eccidio sarebbe stato quindi portato il suo cadavere. Fu decorato di medaglia d’argento alla memoria al valor militare.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 90; Gazzetta di Parma 13 novembre 1996, 15.

FANFONI DANTE
Medesano 19 ottobre 1924-Salsomaggiore 3 marzo 1945
Figlio di Ercole. Partigiano della 31ª Brigata Garibaldi Forni, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Nel corso di una azione contro preponderanti forze nemiche, benché gravemente ferito continuava nella lotta incitando i compagni. Catturato allo stremo delle forze, poco dopo spirava da prode.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1962, Dispensa 29ª, 2863; Decorati al valore, 1964, 54; Caduti Resistenza, 1970, 74.

FANFONI ERCOLE
Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore e disegnatore attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 60.

FANFULLA, vedi FRATTA CLAUDIO AUGUSTO

FANFULLA BARTOLO o BARTOLOMEO o TITO o DA LODI o GIOVANNI o GIOVANNI BARTOLOMEO, vedi LODI GIOVANNI BARTOLOMEO

FANNIO POLIO, vedi ZURLINI GIOVANNI PIETRO

FANNIUS CAIUS FRATER
I secolo a.C./II secolo d.D.
Figlio di Marcus. Ingenuo, il cui nome appare su di un cippo rotondo databile per le caratteristiche paleografiche (forma di alcune lettere e regolarità del ductus) alla prima età imperiale. Il nomen Fannius, diffuso in Italia e in Occidente, presente nelle regioni transpadane, si trova nella regio VIII anche a Rimini, ma nella forma Fanius. Frater potrebbe essere il cognomen di C. Fannius.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 90.

FANO CLELIA
Parma 5 luglio 1865-Reggio Emilia 26 ottobre 1940
Figlia di Giacomo, convertitosi dall’ebraismo al cattolicesimo. Si trasferì a Reggio Emilia nel 1900 e alla cittadina reggiana dedicò le sue più significative ricerche storiche. Della storia reggiana studiò, in modo particolare, il periodo napoleonico e il Risorgimento. Notevole fu anche la sua attività di educatrice (andò appunto a Reggio nel 1900 a coprire la cattedra di lingua italiana e storia nella Scuola normale Principessa di Napoli, dove insegnò fino al 1935). In gioventù fu sostenitrice delle idee socialiste e del loro massimo esponente reggiano, Camillo Prampolini. Molti suoi scritti si trovano pubblicati nella rivista La Provincia di Reggio (1922-1929). Socia effettiva della Deputazione di storia patria per le province estensi, membro della Consulta reggiana per la storia del Risorgimento, fu autrice di 76 pubblicazioni (elencate da G. Piccinini nell’opuscolo C. Fano, Reggio Emilia, 1941). Tra le sue opere, vanno ricordate: Un poeta inedito della fine del secolo XVI: Pirro Ponti giureconsulto reggiano (Reggio Emilia, 1907), La peste bubbonica a Reggio Emilia negli anni 1630-1631 (Bologna, 1908), Scorci e figure di storia reggiana (Reggio Emilia, 1911), Il Battaglione della speranza - Il Teatro repubblicano - Il circolo d’istruzione (Reggio Emilia, 1930), Francesco IV. Documenti e aspetti di vita reggiana (Reggio Emilia, 1932), Documenti e aspetti di vita reggiana 1796-1802 (Reggio Emilia, 1935), Francesco V. Il Risorgimento nel Ducato di Modena e Reggio dal 1846 al 1848 (Reggio Emilia, 1940). Fu collaboratrice assidua di Parma Giovine, Per l’Arte e Aurea Parma.
FONTI E BIBL.: C. Villani, Stelle femminili, 1915, 242-243; G. Piccinini, Clelia Fano, commemorazione, con bibliografia completa degli scritti, Reggio Emilia, 1941; G. Piccinini, Francesco V, in La Voce di Bergamo 5 giugno 1942; G. Piccinini, Un libro su Francesco V, in Il Solco Fascista 19 luglio 1942; G. Piccinini, Clelia Fano, Documenti e aspetti di vita reggiana (1796-1802), in Il Solco Fascista 2 giugno 1935; G. Piccinini, L’opera storica e letteraria di Clelia Fano, in Il Solco Fascista 2 novembre 1940; G. Fornaciari, Clelia Fano, il terrore in gonnella, in Reggio Democratica 4 dicembre 1949; In memoria di Clelia Fano nel secondo anniversario della morte, in Il Resto del Carlino 25 ottobre 1942; A. Bellentani, Guardando una fotografia (nell’anniversario della morte della signorina Fano), in Reggio Democratica 28 ottobre 1948; Clelia Fano (Ricordo in memoria di Clelia Fano), in Biblioteca Municipale di Reggio Emilia, Miscellanea Reggiana 248/36; G. Copertini, Clelia Fano, Francesco V (Il Risorgimento nel Ducato di Modena e Reggio), recensione, in La Giovane Montagna 15 agosto 1942; G. Crocioni, Clelia Fano, Francesco V (Il Risorgimento nel Ducato di Modena e Reggio), recensione, in L’Archiginnasio 1941; P. Dalla Torre, Libri e cose del Risorgimento, Città del Vaticano, 1942; A. Cremona-Casoli, Il battaglione della speranza, recensione, in Il Segno 1931, 61; A. Cremona-Casoli, Contributo di notizie su quadri esistenti nel Dipartimento del Crostolo, recensione, in Il Segno 1931, 59; Giudizi dati dalla stampa intorno alle pubblicazioni di Clelia Fano, in Biblioteca Municipale Reggio Emilia, Miscellanea Reggiana 264-12; S. Fermi, Clelia Fano, Francesco V: Il Risorgimento nel Ducato di Modena e  Reggio 1846-1848, recensione, in Convivium 1941, 2; S. Fermi, Recensione all’opera di Clelia Fano, Francesco V, in Convivium maggio-giugno 1942, 180; L. Gigli, Francesco V di Modena (recensione dell’opera di Clelia Fano), in Gazzetta del Popolo della Sera 2-3 aprile 1942; O. Masnovo, A proposito di Clelia Fano, in Gazzetta di Parma 9 gennaio 1942; O. Masnovo, Francesco V e il Risorgimento del Ducato di Modena e Reggio, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1942; A. Morselli, Una pregevole pubblicazione postuma: Francesco V di Clelia Fano, in Gazzetta dell’Emilia 7 febbraio 1942; Nella storia del Risorgimento. Recensione dell’opera di Clelia Fano «Francesco V», in L’Alta Spoleto 8 febbraio 1942; Onoranze alla preside Laura Marani Argnani e alla prof. Clelia Fano, in Biblioteca Municipale di Reggio Emilia, Miscellanea Reggiana 239-26; G. Piccinini, Clelia Fano, in Studi e Documenti I 1941; M.T. Porta, Nel secondo anniversario della scomparsa di Clelia Fano, in Il Solco Fascista 2 ottobre 1942; Recensione dell’opera di Clelia Fano Documenti e aspetti di vita reggiana, in Il Popolo d’Italia 13 luglio 1935; E. Sabia, Una parmigiana a Reggio Emilia: Clelia Fano, in Gazzetta di Parma 22 aprile 1957; E.P. Vicini, Recensione a Francesco V di Clelia Fano, in Atti e Documenti Regia Deputazione di Storia Patria per l’Emilia e Romagna V, fasc. IV 1941; A. Zamboni, Il Risorgimento negli Stati Estensi. Francesco V l’ultimo duca di Modena (recensione dell’opera di Clelia Fano), in Giornale di Genova 7 aprile 1942; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 68; Reggio. Vicende e protagonisti, 1970, 391; Clelia Fano, in N. Fantuzzi Guarrasi, Poetesse e scrittrici nella letteratura reggiana, Reggio E., 1971; Clelia Fano, in E. Sabia, Reggio e Parma dal 1500 al 1800, Reggio E., 1971, 142-144.

FANO FABIO
Parma 8 febbraio 1908-Venezia 16 luglio 1991
Figlio di Guido Alberto, fu avviato allo studio della musica nei Conservatori di Napoli e Palermo e si diplomò nel 1924 in pianoforte al Conservatorio di Milano. Ivi frequentò anche il liceo e si laureò in lettere e filosofia con Gaetano Cesàri, con una tesi su La Camerata fiorentina: Vincenzo Galilei (1929). Successivamente si diplomò in composizione al Conservatorio di Bologna (1951). Iniziò la carriera di concertista a Bologna e a Milano (a Parma suonò nel 1928 alla Sala Verdi), carriera interrotta per le persecuzioni razziali. Nel 1945 ritornò a Milano e riprese l’attività. Nel 1950 venne nominato insegnante incaricato di storia della musica e bibliotecario del Conservatorio di musica di Palermo. Passato nel 1954 al Conservatorio di Venezia, vi fu professore di storia della musica fino al 1975. Nel 1950 divenne libero docente di paleografia musicale all’Università di Padova, dove dal 1965 al 1978 insegnò anche storia della musica. Fu autore dei seguenti scritti: Vincenzo Galilei. La sua opera d’artista e di teorico come espressione di nuove idealità musicali (in Imami IV, 1934), G. Martucci (Milano, 1950), Analisi di concerti per pianoforte e orchestra, in collaborazione con G.E. Moroni (Milano, 1950), La cappella musicale del Duomo di Milano (in Imami, nuova serie, I, su materiale di G. Cesari, 1957), L’opera della Fenice dal 1792 ad oggi (in IMAMI, 1972), La musica nella Memorie e nel teatro di C. Goldoni (Venezia, 1976) e vari articoli su riviste. Inoltre curò la pubblicazione del Dialogo della musica antica e moderna (edizione ridotta) di V. Galilei (Milano, 1947). Tra le opere trascritte vanno segnalate il Magnificat di Gaffurio, un volume di Messe di Isaac e due volumi di anonimi (collezione: Archivium Musices Metropolitanum Mediolanense). Compose: Scena lirica per soli, coro e orchestra (da Ugo e Parisina di G. d’Annunzio), Variazioni per piccola orchestra (1951), Un tempo di quartetto (1951) e alcune liriche su poesie di Giusti e Wordsworth.
FONTI E BIBL.: A. D’Angeli, L’opera musicale di Guido Alberto Fano, in Cronaca Musicale di Pesaro, 1909; R. Allorto, in MGG; F. Tammaro, in Grove; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953; Dizionario Ricordi, 1976, 251; Dizionario musicisti Utet, 1985, 700; Enciclopedia di Parma, 1998, 319.

FANTASI GREGORIO
Parma seconda metà del XV secolo
Calligrafo attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 124.

FANTELLI MARIO
Parma 1 luglio 1880-Parma 20 novembre 1951
Figlio di Luciano ed Ester Bò. Artigiano, socialista moderato, fu per molti anni vice sindaco di Parma e per vario tempo presidente della Commissione teatrale del Teatro Regio. Come tale egli fu un geloso custode delle gloriose tradizioni del massimo teatro di Parma e organizzò ottime stagioni liriche. Si deve a lui, tra l’altro, la prima esecuzione a Parma del Don Giovanni di Mozart. Appassionatissimo del teatro lirico (fin da bambino cominciò a frequentare il loggione e più tardi fu tra i fondatori dell’associazione Ars Lyrica), all’amore per la buona musica il Fantelli unì una vera competenza e un grande equilibrio di giudizio.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 68.

FANTI BARTOLINO
Parma 1453
Grammatico di cui si trova ricordo nel Ragionamento preliminare alla Storia Letteraria del Ducato Lucchese. A f. 29 si narra che Bartolino de’ Fanti di Parma fu eletto il 29 dicembre 1453 dal Collegio degli Anziani di Lucca a insegnare in Lucca grammatica, poetica et alias facultates con compenso di sessantotto fiorini l’anno. Si aggiunge che Bartolino dimorò in Reggio, dove forse tenne altra simile scuola.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 147.

FANTI BERTOLINO, vedi FANTI BARTOLINO

FANTI EMILIO
Parma 1915-Fronte russo 26 gennaio 1943
Figlio di Luigi. Capitano di complemento del 1º Reggimento Artiglieria Alpina, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Dislocato il suo posto di osservazione e collegamento nelle prime linee di un battaglione alpino, duramente impegnato contro forze preponderanti, in lungo tormentoso periodo operativo, si distingueva per supperbo valore personale, dirigendo impareggiabilmente il tiro delle sue batterie benché soggette a intensa reazione nemica. Nel corso di violento attacco a posizioni ben munite, sosteneva le fanterie incurante d’ogni rischio. Distrutta la radio e creatasi una critica situazione conseguente alla distruzione pressoché totale del battaglione sull’obiettivo raggiunto, si univa ai superstiti e, fante fra i fanti, riusciva a colpi di bombe a mano, ad aprirsi un varco dopo cruenta lotta. In successivo combattimento, pur essendo minorato fisicamente da inenarrabili privazioni, raggiungeva i suoi alpini e con essi si batteva imperterrito, finché cadeva colpito a morte. Chiaro esempio di saldo spirito di cooperazione spinto fino al sacrificio estremo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1950, Dispensa 24ª, 3587; Decorati al valore, 1964, 84-85.

FANTI ENRICO
Parma 1806-18 aprile 1841
Fu persona colta (conobbe parecchie lingue straniere, che sapeva parlare e scrivere correntemente) ed ebbe svariati interessi, dalla poesia alla musica, alla pittura (eseguì molti paesaggi). Si dedicò infine alla medicina e alle scienze a essa collegate. Nel 1832 si trasferì in Polonia, dove si laureò in medicina e chirurgia. Fu poi medico e chirurgo ordinatore negli ospedali di Uyazdowa, di Joliborz, di Sapia e di Varsavia, dove ebbe occasione di studiare il colera, malattia allora sconosciuta in Italia (il Fanti pubblicò anche un libro sull’argomento). Rientrò in Italia alla fine del 1833. Fatto membro della società privata dei Medici di Parma, nel 1836 fu proposto a medico dei colerosi in Parma ma il Governo lo mandò a Borgo San Donnino con la carica di Medico del Deposito di Mendicità. Morì per tisi tubercolare inveterata.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 163-164, e 1880, 175.

FANTI ENRICO SETTIMIO
Parma 11 luglio 1852-Parma 2 dicembre 1922
Figlio del paesaggista Erminio, alla cui scuola si formò, e di Maddalena Schiaretti. Figurò per la prima volta all’Esposizione della Società di incoraggiamento nel 1868 con Vicolo chiuso presso il duomo di Parma (Parma, Galleria nazionale; Ricci, 1896, p. 391) e a quella del 1869 con La canonica di Vairo (Parma, Galleria nazionale). Nel 1874 eseguì Antico castello e quattro Studi dal vero, due dei quali sono conservati rispettivamente presso il collegio Maria Luigia di Parma e l’istituto Belloni di Colorno, mentre un terzo fu vinto dal ministero della Pubblica Istruzione (cfr. Allegri Tassoni, 1984, p. 555). Tre anni dopo conseguì la patente di maestro di disegno e vinse, ex aequo con Mentore Silvani e Icilio Bianchi, il concorso di aiuto alla cattedra di paesaggio, poi soppressa (Godi, 1974, p. 115). Nel 1879 una delle sue opere, Autunno dal vero, fu tra quelle premiate all’Esposizione della Società di incoraggiamento, vinta dal Comune di Parma (Allegri Tassoni, 1984, p. 557). Vicolo chiuso presso il duomo di Parma e Cortile di palazzo sono le tele meglio atte a evidenziare le capacità e i limiti del Fanti, la cui opera parve alla critica contemporaea modesto riflesso di quella paterna (Seconda Mostra, 1936, p. 51). Il Fanti partecipò nuovamente all’Esposizione della Società di incoraggiamento nel 1887 con Ottobre e questa fu l’ultima occasione in cui espose con il padre. Alla sua morte (1888), il Fanti lo sostituì quale docente di paesaggio presso il collegio Maria Luigia di Parma (Seconda Mostra, 1936, p. 51; Allegri Tassoni, 1952). Nel 1890 due suoi quadri, A Neviano Arduini e Sul Parma d’autunno risultano tra le opere premiate (Allegri Tassoni, 1984, p. 560), vinte rispettivamente dal Comune di Parma e da quello di Soragna (Godi, 1974, p. 115). Tra i pochi quadri che all’Esposizione del 1893 la critica contemporanea giudicò degni di nota figura un’opera del Fanti che, dipinta alla vecchia maniera, mostra però effetti assai ben indovinati (Gazzetta di Parma, 10 novembre 1893). Dopo il 1893 non si hanno più notizie relative all’attività del Fanti, la cui produzione pittorica dovette invece presumibilmente continuare fino alla morte. Oltre ai dipinti già citati si ricordano: Paesaggio sulla riva del Po (1872; Parma, palazzo comunale), Casolare in provincia di Parma (Parma, Istituto statale d’arte P. Toschi), Cortile rustico con cavallo, Rustico con donna (Medesano, palazzo comunale), Paesaggio con torrente (Colorno, palazzo comunale), Paesaggio con contadini e mucche al pascolo (Busseto, palazzo comunale), Cortile con abside (Besenzone, palazzo comunale) e Casa padronale con stagno (1872; Fontevivo, palazzo comunale).
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio dell’Accademia di Belle Arti, Atti Acc., ad annum 1877, Ricognizione inventariale al 30 giugno 1948, ms., I, n. 1636; Parma, Soprintendenza ai beni artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. [fine secolo XIX], X, c. 58; A.C., Lettera al Direttore, in Gazzetta di Parma 9-10 luglio 1876; L. Pigorini, Società di incoraggiamento per gli artisti, in Gazzetta di Parma 25 novembre 1879; A. Ferrarini, Regio Istituto di belle arti in Parma. Origini e progressi della scuola parmense di belle arti, Parma, 1882, 17; L’Esposizione artistica, in Gazzetta di Parma 10 novembre 1893; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896, 387; Seconda Mostra d’arte e del paesaggio parmense - Mostra retrospettiva del paesaggio parmense dell’Ottocento, Parma, 1936, 51, 53; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense, 1752-1952, Parma, 1952, 60; G. Copertini, Magnani, Isola, Gasparotti e altri, in Gazzetta di Parma 22 ottobre 1959; G. Copertini, I dipinti dell’Istituto d’arte, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1967; G. Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Parma, 1971, 73; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1147; G. Godi, in Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento (catalogo), Parma, 1974, 115 s.; G. Bertini, in Le regge disperse (catalogo), Colorno, 1981, 109-112 (schede); G. Allegri Tassoni, La Società di incoraggiamento agli artisti degli Stati parmensi, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXXVI 1984, 553, 555 ss., 559-562; G. Cirillo-C. Godi, Guida artistica del Parmense, II, Parma, 1986, 42 s.; M. Giusto, in La città scomparsa. Parma nell’Ottocento, Parma, 1991, 21; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 255; Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori e degli incisori italiani, IV, 300; A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 629-630; M. Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1999, 25.

FANTI ERCOLE
Vigatto 15 settembre 1893-Monte Sei Busi 28 luglio 1918
Figlio di Narciso e Severina Moroni. Contadino, fu soldato nel 134º Fanteria. Si distinse in vari fatti d’arme, tanto da essere insignito della medaglia di bronzo al valor militare. Le sue ultime notizie risalgono al 28 luglio 1918 sul Monte Sei Busi, giorno in cui risulta disperso in combattimento.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 24.

FANTI ERMINIO
Parma 16 gennaio 1821-Parma 3 ottobre 1888
Nacque da Ferdinando e da Angela Bonini. Si formò all’Accademia parmense di belle arti dove fu allievo del paesaggista e scenografo Giuseppe Boccaccio. Uno dei suoi primi dipinti di cui si ha notizia è la Veduta di Bargone (1844), commissionatagli dalla duchessa Maria Luigia d’Austria, cui fecero seguito due Studi di paesaggio dipinti per la medesima sovrana tra il 1845 e il 1846 e successivamente ereditati da Leopoldo d’Austria. Espose per la prima volta un Paesaggio e uno Studio di paesaggio nel palazzo del Giardino di Parma nel 1846. L’anno successivo concorse, vincendolo, al premio annuale di paesaggio per il pensionato romano istituito per volere di Maria Luigia d’Austria in favore degli artisti parmensi (Copertini, 1971). Dal 1847 al 1849 il Fanti fu così a Roma, con l’obbligo di inviare un saggio annuale del pensionato. Tra le vedute della campagna romana giunte a Parma si ricorda la bella Veduta di Castelgandolfo (Parma, Galleria nazionale), cui seguì, nel 1851, l’Interno della chiesa di Santa Maria del Popolo (Copertini, 1936). Un taccuino di disegni del periodo romano recante la firma e la data (1848) apposte sul frontespizio (già proprietà di G. Battelli, cfr. Battelli, 1937) si compone di varie immagini della campagna laziale. Fanno parte del taccuino Cascate di Tivoli, Veduta del Colosseo, Veduta delle Terme di Caracalla, Isola di San Bartolomeo, Veduta del Tevere con il tempietto di Vesta, una decina di vedute dei Castelli romani e una Veduta di Tivoli di limitate dimensioni ma che con ogni probabilità costituisce lo studio per il quadro dipinto poco tempo dopo (Battelli, 1937, p. 163). In seguito ai rivolgimenti politici del 1849 il Fanti si rifugiò a Tivoli, ove continuò a dipingere nel silenzio della campagna. Nel 1850 fu di nuovo a Parma, dove eseguì una Veduta del paese di Berceto per Carlo di Borbone. Al Sovrano dedicò il Castello di Malgrate (1852), che espose con Veduta della Svizzera, Marina e Scena delle Alpi alla personale allestita presso la Pinacoteca di Parma nel 1852. Già dal 1850 il Fanti iniziò a insegnare presso la cattedra di paesaggio dell’Accademia di Belle Arti di Parma. È variamente indicato quale sostituto del Boccaccio (1850) e professore aggiunto al paesaggio presso l’Accademia parmense (Negri, 1850; Negri, 1851). Alla morte del Boccaccio (5 febbraio 1852), il Fanti mantenne l’incarico di professore aggiunto non facente parte della sezione di pittura (Parma, Archivio della Accademia, Copialettere, 1849-1854, ad annum 1852). Il suo nome figura nel fascicolo del personale docente dell’Accademia fino al 1857, anno in cui fu sostituto di L. Marchesi che aveva preso il posto di Boccaccio (cfr. Martini, 1858), con una retribuzione annua di lire 600 (Martini, 1858). Dal 1860 il Fanti è indicato quale professore titolare di paesaggio nei verbali dell’Accademia parmense e il 30 gennaio 1863 partecipò a una seduta del medesimo istituto, ove è registrato come professore (Archivio della Accademia, Società d’incoraggiamento, cartella 1863-1864, fasc. I). Discreto paesaggista e maestro di una schiera di pittori parmensi, il Fanti partecipò alle esposizioni della Società di incoraggiamento fin dal loro inizio nel 1854. Nel 1855 il Fanti fu presente sia a Parma sia a Piacenza ove inviò Bradamante in atto di uccidere il mago Atlante (il dipinto fu vinto per sorteggio da Gaetano Schenoni), il Disastro di Sinope avvenuto il 30 novembre 1853, la Grotta di Posillipo a Napoli, Beatrice di Tenda alla caccia al falco (Parma, Archivio della Accademia, Società di incoraggiamento, cartella 1856; Allegri Tassoni, 1984, p. 538). L’anno successivo l’esposizione della Società si tenne nelle sale dell’Accademia di Belle Arti e il Fanti presentò Vaso di fiori, Gruppo d’alberi e Burrasca di mare, quest’ultimo copia da Joseph Rebell, eseguito su commissione di Luisa Maria di Berry, duchessa reggente (Archivio della Accademia, Società d’incoraggiamento, cartella 1856). Documentato con il piacentino Paolo Bozzini, Luigi Marchesi e altri all’esposizione del 1857, il Fanti inviò una veduta della Campagna di Roma, vinta da Emilio Pizzetti, Frana di Carobbio e l’Arcadia, parte del Regio Giardino di Parma (Panini, 1857; Allegri Tassoni, 1984, p. 540). All’esposizione del 1858 figurarono del Fanti Castello di Valmozzola dal vero, Studio di alberi, Veduta di monti dal vero, Burrasca di mare (Esposizione in Parma, 1858; Esposizione di belle arti, 1858). La critica contemporanea, pur riconoscendogli grande vaghezza di colori (Gazzetta di Parma, 20 luglio 1855) e una straordinaria cura nella resa di particolari di fiori e foglie, non manca tuttavia di rimproverargli quella esagerazione del bello o del piacevole che confina col falso e di avere ingagliardito le tinte al punto che avrebbe fatto meglio a lasciare la sua tavolozza ai pittori d’ornamento (Esposizione di belle arti, 1858). Sono questi gli anni migliori della intensa attività pittorica del Fanti, che all’esposizione del 1859 inviò Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, tre Vedute di paese e Vaso di fiori, cui seguirono alcuni quadri di marine e aurore. Tra questi è quella Scena delle Alpi premiata il 16 dicembre 1860, vinta dal Comune di San Secondo (Allegri Tassoni, 1984, p. 544). Oltre a quel quadro il Fanti ne inviò altri sei, come risulta dall’elenco allegato alla lettera alla Società e precisamente Tramonto nei dintorni di Neviano, Un mattino nei dintorni di Neviano degli Arduini e quattro Paesaggi (Parma, Archivio della Accademia, Società d’incoraggiamento, cartella 1860). Nel 1862 espose Veduta del Lago Santo (vinto dal Comune di Monticelli d’Ongina; Allegri Tassoni, 1984, p. 545) e nel 1863 partecipò all’esposizione triennale dell’Accademia bolognese con Veduta del monte di Campora nel Parmense, mentre a Parma inviò, oltre a questo dipinto, Studio delle colline di Neviano degli Arduini, Studi d’alberi dal vero, Erbaggi, Fiori, Malve e rose (Parma, Archivio della Accademia, Società d’incoraggiamento, cartella 1863-1864, lettera del Fanti in data Parma 4 giugno 1863) cui seguirono Veduta di uno stagno e due Canestri con fiori (Elenco delle opere d’arte, 1863). Nel 1865 furono invece esposti Paesaggio dal vero, vinto dal collegio Maria Luigia di Parma e Colosseo. L’anno successivo inviò due Paesaggi (Allegri Tassoni, 1984, pp. 549 s.). In occasione delle nozze celebrate a Torino tra il principe Amedeo di Savoja e Maria Dal Pozzo della Cisterna (1867) il Fanti eseguì un disegno di paesaggio per l’album di poesie che il Comune di Parma donò ai principi. All’esposizione del 1867 il Fanti inviò Un agguato, Monteggiano e Studio dal vero, nel 1868 Temporale, nel 1869 Paesaggio e Bosco dal vero (questi ultimi vinti rispettivamente dai comuni di Solignano e di Salsomaggiore; cfr. Allegri Tassoni, 1984, pp. 551 ss.). Il Fanti partecipò nel 1870 a Parma alla Mostra italiana di belle arti con Ortaglie, Le rive di Caneto e Un agguato (cfr. Catalogo delle opere esposte nella mostra italiana di arti belle, Parma, 1870, n. 630, p. 34; n. 649, p. 36; n. 665, p. 37). Rive di Caneto fu presentato anche all’esposizione della Società d’incoraggiamento (1871; Allegri Tassoni, 1984, p. 554; si conserva presso il palazzo comunale di Fornovo di Taro) insieme con un’Alba (vinta dal Comune di Castell’Arquato; Allegri Tassoni, 1984, p. 554). Appennino, esposto nel 1874, fu vinto dal Comune di San Lazzaro (Piacenza). Per l’esposizione del 1879 inviò Paesaggio alpestre (vinto dal ministero della Pubblica Istruzione), per quella del 1882 Merciaio ambulante e nel 1887 Nel bosco (vinto dal Comune di Soragna). In quest’ultima compare anche il figlio Enrico (Allegri Tassoni, 1984, p. 560). Accanto al genere del paesaggio monumentale praticato dall’austriaco Joseph Rebell, il Fanti procedette sulla linea avviata dal suo maestro, il Boccaccio, pur non rifiutando le eleganze pittoriche proprie di Giuseppe Drugman, soprattutto dopo il soggiorno romano e lo studio delle opere di Gaspard Dughet e Claude Lorrain. A parte l’attività didattica svolta dal Fanti presso l’Accademia di Belle Arti di Parma, studiosi locali lo citano tra i docenti del collegio Maria Luigia e delle orsoline di Parma, nonché tra quelli dell’istituto Tardiani (Allegri Tassoni, 1952; Godi, 1974, p. 68). Non si hanno invece puntuali notizie riguardo una sua presunta attività nel settore della litografia. Della maggior parte delle opere del Fanti, per lo più disperse in collezioni private (alcune furono esposte alla Mostra Seconda del 1936), non si conosce l’esatta ubicazione. Tra i pochi dipinti conservati in raccolte o edifici pubblici si ricordano, oltre a quelli menzionati, Veduta dell’Enza, Veduta del castello di Montechiarugolo (Parma, Galleria nazionale), Bivacco di bersaglieri, Interno del Colosseo con bersaglieri (1868) e Cortile rustico, tutti e tre di proprietà dell’istituto statale d’arte P. Toschi di Parma (cfr. Parma, Archivio della Accademia di belle arti, Ricognizione inventariale, ms., aprile 1948).
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio della Accademia di Belle Arti, Copialettere 1849-1854, ad annum 1852, Atti accademici 1853-1857, cc. 386 s., cartella 1856, I, fasc. Nota personale per corredo del mandato degli stipendi della Reale Accademia, Società d’incoraggiamento, cartella 1856, fasc. Esposizione in Parma: lettera del Fanti, in data Parma, 20 giugno 1856, cartella 1857, fasc. Esposizione dei lavori di arti belle, Copialettere, 1859-1862, ad annum 1860, Società di incoraggiamento, cartella 1860, fasc. novembre 1860: lettera del Fanti, in data Parma, 25 novembre 1860, fasc. Nomina della Commissione d’arte, Società di incoraggiamento, cartella 1861-1862, Società di Incoraggiamento, cartella 1863-1864, fasc. I, Esposizione e premi, lettera del Fanti in data Parma, 4 giugno 1863, Esposizione nazionale di opere di belle arti in Parma. Registro d’iscrizione delle opere, ms., nn. 121, 122, 123, Ricognizione inventariale al 30 giugno 1948, ms., aprile 1948, nn. 6114, 6120, 483; Parma, Soprintendenza ai Beni artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmgiane, ms. [fine secolo XIX], vol. IX, c. 128; Il Giardiniere 23 maggio 1846; G. Negri, Il Parmigiano istruito nelle cose della sua patria, Parma, 1850, 142, 145; G. Negri, Il Parmigiano istruito nelle cose della sua patria, Parma, 1851, 22 s.; L. Isola, Intorno a’ quadri del paesista Erminio Fanti ora esposti nella Regia Pinacoteca, in Gazzetta di Parma 13 luglio 1852; G. Negri, Il Parmigiano istruito nelle cose della sua patria, Parma, 1852, 63 s., 66 s., 69; Gazzetta di Parma 31 maggio, 20 luglio e 27 luglio 1855, 17 luglio 1856, 18 agosto 1857; Esposizione di belle arti nella Regia Pinacoteca, in Gazzetta di Parma 30 settembre 1857; G. Panini, Estrazione de’ premi fattasi dalla Società di incoraggiamento, in Gazzetta di Parma 19 ottobre 1857; X., L’esposizione di belle arti nelle sale della Regia Accademia in Parma, in L’Annotatore 10 ottobre 1857; P. Grazioli, Esposizione delle opere di belle arti fatta nel settembre 1858 nella Regia Accademia di Parma per cura della Società di incoraggiamento, Parma, 1858, 9; Esposizione in Parma nella Galleria della Regia Accademia, in Gazzetta di Parma 18 settembre 1858; F.G., Esposizione in Parma nella Regia Galleria della Regia Accademia, 22-28 settembre 1858; P. Martini, Atti della Regia Accademia parmense di belle arti, Parma, 1858, 43; C.I., Belle arti, in L’Annotatore 15-29 ottobre 1859, 170; C.I., I.S.R., Botta risposta al signor Erminio Fanti che dipinge la natura, in L’Annotatore 31 dicembre 1859, 205 s.; A. Billia, Lettera sull’esposizione, in Gazzetta di Parma 4-10 dicembre 1860, 1248; Annuario dell’Istruzione pubblica per l’anno scolastico 1860-1861, Torino, 1861, 282; P. Martini, La scuola parmense di belle arti e gli artisti di Parma e Piacenza dal 1777 all’oggi, Parma, 1862, 36; Atto verbale della sessione del corpo accademico delle belle arti della Emilia per la esposizione e premiazione triennale in Bologna, Bologna, 1863, 24; Elenco delle opere d’arte che sono all’Esposizione nella Regia Accademia di belle arti, in Gazzetta di Parma 11 luglio 1863 e 13 luglio 1863; Esposizione industriale provinciale tenuta in Parma dal 22 novembre al 20 dicembre 1863, Parma, 1864, 91; Alerano, Parma nel matrimonio del principe Amedeo, in Gazzetta di Parma 1 giugno 1867; Atti delle Regie emiliane Accademie delle belle arti di Bologna, Modena e Parma riunite per la esposizione e premiazione triennale, Bologna, 1867, 6; L. Pigorini, Società di incoraggiamento per gli artisti, in Gazzetta di Parma 25 novembre 1879; A. Ferrarini, Regio Istituto di belle arti in Parma. Origini e progressi della scuola parmigiana di belle arti, Parma, 1882, 17; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896, 392; A. Pariset, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1905, 33; G. Battelli, La pittura parmense nella prima metà dell’Ottocento, in Salsomaggiore Illustrata 31 ottobre 1924; G. Battelli, Erminio Fanti, in Aurea Parma XV 1931, 145-149; G. Battelli, Un paesista romantico: Erminio Fanti, in Crisopoli 4 1935, 323-327; G. Copertini, I paesisti parmensi dell’Ottocento. Contributo alla mostra del paesaggio parmense, in Aurea Parma XX 1936, 66; Seconda mostra d’arte e del paesaggio parmense. Mostra retrospettiva del paesaggio parmense dell’Ottocento, Parma, 1936, 11, 33; G. Battelli, L’album romano di Erminio Fanti, in Aurea Parma XXI 1937, 162 s.; G. Battelli, Le arti belle nel Ducato parmense, in Salsomaggiore 1839-1939, a cura di M. Varanini, Bergamo, 1939, 153; G. Allegri Tassoni, Il Regio Istituto d’arte Paolo Toschi, di Parma, Firenze, 1946, 45 n. 1; Mostra dell’Accademia (catalogo), a cura di G. Allegri Tassoni, Parma, 1952, 60; G. Copertini, I paesisti parmigiani dell’Ottocento: Erminio Fanti e Luigi Marchesi, in Gazzetta di Parma 22 gennaio 1959; P. Martini-G. Capacchi, L’arte dell’incisione a Parma, Parma, 1969, 51; G. Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Parma, 1971, 68, 73; Incisori parmigiani dal ’500 all’800, Parma, 1973, nn. 32-34; G. Ponzi, Prima rassegna dei dipinti dell’800 parmense, in Proposta I, 1973, 13, 15, II, 31; G. Godi, in Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento (catalogo), Parma, 1974, XXXV, 68 s., 76, 115; G. Allegri Tassoni, La Società di incoraggiamento agli artisti degli Stati parmensi, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXXVI 1984, 527, 537 s., 540, 544-547, 549 s., 551-560; M. Pellegri, Il Museo Glauco Lombardi, Parma, 1984, 29, 257, 273, 276; G. Cirillo-G. Godi, Guida artistica del Parmense, II, Parma, 1986, 50, 171; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 255; Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori, IV, 300; Gazzetta di Parma 4 ottobre 1888; E. Bénézit, Dictionnaire, Parigi, 1961, III; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1146-1147; Per la Val Baganza 8 1986, 44; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 156; A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 630-633; M. Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1999, 25.

FANTI GIROLAMO
Parma 1825
Clarinettista, sotto capo musica del Reggimento Maria Luigia, nel 1825 chiese di essere nominato professore onorario della Ducale Orchestra di Parma. La domanda venne accolta.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

FANTI GIROLAMO
Parma 21 aprile 1818-Parma giugno 1860
Incisore, lavorò con Paolo Toschi per riprodurre gli affreschi del Correggio a Parma (1846) ed eseguì varie lastre per l’albo della Galleria Pitti dell’editore Bardi. Collaborò poi sempre col Toschi.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’arte dell’Incisione in Parma, 1873; Dizionario, Lipsia, 1880; Pelliccioni, Incisori, 1949, 74; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, 1896; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, 1915, XI; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1147.

FANTI SETTIMIO, vedi FANTI ENRICO SETTIMIO

FANTINI GUIDO
Monticelli 17 agosto 1893-Lubiana 20 settembre 1918
Figlio di Profiglio e Amalia Mori. Contadino, fu soldato nel 9º Fanteria. Il 29 ottobre 1915 sostenne, con altri sette compagni, sul Carso, un eroico combattimento, mantenendo la posizione finché vennero rinforzi. Fu ferito a una mano e decorato con medaglia d’argento. Ritornato in combattimento nel novembre del 1917, venne fatto prigioniero sull’Altipiano di Asiago. Morì per catarro gastrico.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 25.

FANTINI RODOLFO
Monticelli 1893-Bologna 15 agosto 1979
A soli nove anni seguì la famiglia a Traversetolo. Terminati gli studi liceali, partecipò come ufficiale di complemento alla guerra 1915-1918. Alla fine del conflitto si laureò in lettere ed ebbe il primo incarico al ginnasio di Udine. Un anno dopo vinse la cattedra di lettere all’istituto Melloni di Parma ma vi rimase poco. L’ultima e definitiva sistemazione fu al liceo Minghetti di Bologna. La sua passione per gli studi storici e letterari è testimoniata da una ricca produzione saggistica, mentre il suo legame con Traversetolo lo spinse a raccogliere e pubblicare una vasta documentazione sul suo paese di adozione. Il Fantini strinse un’amicizia fraterna con lo scultore Renato Brozzi, del quale pubblicò la bibliografia e un saggio, Il nostro Renato. Donò gli originali delle opere su Traversetolo all’amministrazione comunale all’indomani dell’apertura del museo Brozzi perché restassero a disposizione delle scuole locali. Il Fantini si dedicò attivamente anche alla vita politica e sociale. Dopo la fondazione del Partito popolare di don Sturzo fu al fianco del senatore Giuseppe Micheli quale fondatore e collaboratore del giornale La Giovane Montagna. Fu inoltre consigliere comunale a Traversetolo prima dell’avvento del fascismo. Partecipò al secondo conflitto mondiale ricoprendo il grado di tenente colonnello e l’8 settembre 1943, rifugiatosi a Traversetolo con la famiglia, si prodigò per la sistemazione di numerosi profughi che arrivavano dalle località bombardate. Istituì nelle scuole elementari, con l’approvazione del Provveditore agli studi, le tre classi della scuola media. Ritornato a Bologna, fu il primo presidente dell’Unione Cattolica Insegnanti Medi e fu chiamato a far parte del consiglio superiore della Pubblica Istruzione. Si prodigò molto anche a favore degli ammalati, in particolare dei più umili e diseredati. Per le sue molteplici e lodevoli attività ricevette numerose onorificenze. Andava particolarmente fiero, oltre che del cavalierato, della commenda di San Gregorio Magno che gli fu conferita dal Papa su proposta del cardinale Lercaro. Collaborò a vari giornali, tra cui L’Osservatore Romano, l’Avvenire d’Italia e la Gazzetta di Parma. Per il Fantini la conoscenza storica costituì sempre il momento essenziale, sia per cogliere a pieno i valori dai quali muovere, sia per i riferimenti concernenti la continuità di un processo che non poteva avere rotture ma soltanto nodi da sciogliere. Nel Fantini questo costante richiamo alla conoscenza storica trovò conferma in campi e settori svariati: nella sua numerosissima produzione giornalistica e nella prolungata serie di conferenze nelle quali si riversarono, in forma piana e accessibile a tutti, i risultati e le conclusioni delle indagini compiute. Una parte minima, rispetta al molto materiale lasciato, di questa attività memorialistica fu pubblicata. Vi traspare, venato da una sottile ironia, l’interesse per le vicende umane, congiunto con la precisa consapevolezza della relatività delle azioni umane, un diffuso spirito di tolleranza e di rispetto per le opinioni altrui e per la ragione che sempre può ritrovarsi, se si cerca, in quelle opinioni. Emergono, inoltre, gli ambiti e i limiti della sua scelta di vita. Sia come attore e testimone, sia come storico, al Fantini possono applicarsi le parole che egli stesso dedicò all’amico e, per molti aspetti, maestro, Umberto Beseghi. Ebbe, infatti, tre amori: Parma, attraverso Traversetolo, la Chiesa e Bologna. Della sua formazione e della sua attività a Parma sono particolarmente da ricordare la comunanza di impegno e di interessi con Giuseppe Micheli, la presenza nelle file della gioventù cattolica, modellata sul sistema educativo salesiano, l’azione politica, dopo la dura e sofferta esperienza della prima guerra mondiale, nel partito popolare, di cui fu dirigente provinciale quando ormai il consenso del fascismo stava raggiungendo l’apice, nel 1924. In questa esperienza unitaria sono rintracciabili i motivi del suo interesse per la ricerca storica locale e del suo patriottismo, concepito come concreta esperienza di popolo, che lo portò a condividere le speranze e le fatiche dell’ultima guerra del Risorgimento e, a un tempo, a ritenere superati gli storici steccati, per reinserire in concreto la Chiesa nella storia del popolo italiano. Non a caso, quindi, il Fantini cercò, trasferitosi a Bologna, la propria collocazione in ambiti con la medesime caratteristiche. Collaborò a La Sorgente, il settimanale popolare uscito tra il 1924 e il 1926, prese parte al gruppo del Vangelo, contribuì a costituire il nucleo che diede vita, negli anni Trenta, al Movimento dei laureati di Azione Cattolica e lavorò nelle Conferenze di San Vincenzo, che rappresentarono in quegli anni la punta avanzata dell’azione sociale dei cattolici bolognesi durante il fascismo. A queste attività, riprese nel dopoguerra, dopo il suo rientro da Traversetolo, può aggiungersi il contributo da lui dato alla costituzione dell’Unione cattolica insegnanti medi. All’attività pratica del Fantini sono collegati molteplici aspetti della sua ricerca storiografica. Per determinare all’interno di una cospicua produzione, che supera i seicento lavori, sparsa in quotidiani e periodici, i principali indirizzi tematici, si può affermare che i suoi interessi prevalenti riguardarono la storia di Traversetolo, alcuni aspetti della storia di Parma, in particolare riferiti al primo cardinale parmense, Gerardo Bianchi, la storia delle Conferenze di San Vincenzo a Parma e a Bologna, la scuola e l’istruzione popolare a Bologna prima dell’unità, la storia della stampa cattolica bolognese, la storia della Chiesa di Bologna nel Risorgimento e gli studi sul cardinal Oppizzoni. Infine vanno segnalati alcuni saggi e articoli tendenti a riproporre la figura del Carducci attraverso soprattutto i documenti dell’archivio Masotti. Come si vede, si tratta di una notevole varietà di temi, racchiusi tuttavia in un periodo di tempo sostanzialmente limitato, quello del Risorgimento. Anche il loro sviluppo, che si accentra negli anni Sessanta, trasse origine da un preciso programma di ricerca formulato fin dal 1931. È evidentemente impossibile ripercorrere, sia pure a grandi linee, l’intero sviluppo della ricerca del Fantini. Basterà accennare a due aspetti: il nucleo tematico concernente Traversetolo e la sua collaborazione alla Gazzetta di Parma. Non può meravigliare che i primi lavori del Fantini riguardino Traversetolo. Ben più significativa è la continuità di questo interesse, legato spesso a occasioni celebrative. Nell’arco di un cinquantennio, dal 1922 al 1974, con saggi e articoli, il Fantini continuò a ritornare sull’argomento, di volta in volta fornendo nuovi particolari, sottolineando nuovi aspetti, raccogliendo nuove testimonianze, infine aggiungendo la propria alle altre, fino a descrivere la vita del Comune e del suo territorio dal primo insediamento delle antichissime popolazioni italiche al Novecento. Così, alla necrologia dei morti per la Patria, il suo primo opuscolo, scritta nel 1922 quale reduce e segretario del comitato per l’erezione del monumento alla memoria, fece seguire, due anni dopo, il saggio sulla storia del Comune dalle origini agli ultimi sviluppi, significativamente pubblicato nella biblioteca de La Giovane Montagna. Preceduti da una serie di articoli, che in qualche modo ne anticiparono il contenuto, nel 1929 pubblicò ulteriori cenni storici in occasione dell’inaugurazione della chiesa parrocchiale e, passati dieci anni, un nuovo lavoro incentrato sull’istruzione a Traversetolo per celebrare degnamente l’inaugurazione del nuovo edificio scolastico. Nel 1942, ancora nei quaderni de La Giovane Montagna, raccolse gli articoli dedicati a Traversetolo e il  Risorgimento nazionale, ricostruendo gli accadimenti del 1831, del 1848-1849, del 1859 e 1860, per giungere fino al 1870. Del 1947, a cura dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, è invece la pubblicazione del diario redatto durante il periodo clandestino. Infine, nel 1974, in una serie di articoli sulla Gazzetta di Parma, tracciò la storia di Traversetolo dagli inizi del Novecento al fascismo. Anche la sua collaborazione alla Gazzetta di Parma iniziò negli anni Venti, con un articolo, il 31 maggio 1923, su Renato Brozzi. Se si considerano gli articoli apparsi sul Corriere Emiliano, le sue collaborazioni furono oltre sessanta, prevalentemente volte a mettere a fuoco episodi e personaggi parmensi. Va aggiunto che sono concentrate negli anni Sessanta e Settanta. L’ultimo articolo del Fantini, su monsignor Conforti servo di Dio, apparve proprio sulla Gazzetta di Parma il 1° luglio 1979.
FONTI E BIBL.: G. Mariotti, Fantini Rodolfo, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1935, 27; Morto a Bologna il prof. Fantini. Ricostruì anche la storia del paese, in Gazzetta di Parma 17 agosto 1979, 11; P. Triani, La scomparsa del prof. Rodolfo Fantini, in Vita Nuova 33 1979,8; A. Albertazzi, Parma, la Chiesa e Bologna: i tre amori di Rodolfo Fantini, in Gazzetta di Parma 15 agosto 1982, 3; Gazzetta di Parma 15 agosto 1993; Fantini Rodolfo, in Enciclopedia di Parma, 1998, 319.

FANTOCCI FRANCESCO
Parma 1650 c.-Ferrara post 1727
Detto il Parma. Non si conoscono gli estremi anagrafici del Fantocci, che è documentato a Ferrara in qualità di pittore dal 1711 al 1727. Secondo il Baruffaldi (1697-1722), fu scolaro del pittore ferrarese Francesco Costanzo Catanio (morto nel 1665), al quale servì, in giovanissima età, da modello per il fanciullo dipinto nel quadro rappresentante San Matteo assalito dai masnadieri della chiesa di Santo Spirito a Ferrara. Scarse e non documentate sono le notizie sulla sua attività prima del 1711, benché sia il Cittadella (1783) sia il Boschini (1846) lo ritengano già vivente alla data 1650. Il Baruffaldi, che conobbe personalimente il Fantocci e da lui ebbe numerose informazioni sul Catanio suo maestro, afferma che morì in età molto avanzata. Non è neppure certo se il Fantocci sia nato a Parma o piuttosto a Ferrara, anche se la sua presenza fin da fanciullo nella bottega del Catanio fa ritenere che comunque la sua formazione sia stata ferrarese. Il Cittadella lo ricorda come uomo onoratissimo e sufficientemente pittore e afferma che si distinse soprattutto nel copiare con gran diligenza le opere del suo maestro e dei migliori autori. Ancora il Cittadella elenca diverse prove del Fantocci: Annunciazione di Maria, dipinta nelle portelle dell’organo vecchio nella chiesa di Santo Stefano a Ferrara (non identificata), un San Michele arcangelo ad affresco sulla facciata della chiesa di San Michele (perduto), diversi quadretti coi Miracoli della beata Vergine del Carmine nella cappella omonima in San Paolo (non identificati), pitture a fresco nell’oratorio della Penitenza annesso alla chiesa del Gesù (non più esistente) e un dipinto (non identificato) con la Morte di Sant’Alessio sopra la porta dell’omonima chiesa (distrutta). La prima notizia documentata del Fantocci è offerta da una delibera del maestrato dei Savi in data 19 giugno 1711, dalla quale si apprende la nomina di Fantozzi Parma a pittore pubblico al posto di Francesco Borsatti (Ferrara, Biblioteca Ariostea, Fondo delibere Maestrato dei Savi). La stessa notizia è riportata anche da L.N. Cittadella (1868), che contesta la presunta data di nascita (1650) proposta da C. Cittadella (1783), ritenendola troppo anticipata rispetto alla notizie offerte dai documenti. Nel 1718 il Fantocci partecipò insieme con T. Raffanelli alla decorazione del catafalco per il conte Nicolò Palla Strozzi, giudice dei Savi, in occasione del suo funerale, dipingendo insegne e banderuole, pagategli il 12 maggio 1718 (Ferrara, Biblioteca Ariostea, Fondo delibere Maestrato dei Savi). L.N. Cittadella riporta i nomi degli artisti e artigiani che collaborarono alla esecuzione del catafalco e alla scenografia delle esequie. Sotto la direzione di F. Mazzarelli, architetto della rinnovata Cattedrale, lavorarono per il funerale del Palla Strozzi, morto in carica il 3 maggio 1718, T. Raffanelli e il Fantocci, che approntarono cartelloni, muriccioni e ornamenti, mentre il tornitore P. Lupi eseguì le banderuole e le armi poi dipinte dal Fantocci. Sempre in qualità di pittore del Comune, il Fantocci il 5 luglio 1724 fu retribuito per avere eseguito una macchina per fuochi artificiali in occasione dei festeggiamenti per l’elezione di papa Benedetto XIII (Ferrara, Biblioteca Ariostea, Fondo delibere Maestrato dei Savi). La sua qualifica di pittore comunale lo portò anche a eseguire incarichi di tipo artigianale. Il 22 giugno 1725, infatti, fu pagato per aver dipinto le insegne del maestrato sopra sei bussolotti per le votazioni del Gran Consiglio (Fondo delibere Maestrato dei Savi). L’ultima commissione pubblica risale al 1727: il 13 luglio di quell’anno il Fantocci fu retribuito per avere dipinto nella sala del maestrato le insegne del Muzzarelli, giudice dei Savi uscente (Fondo delibere Maestrato dei Savi). Dopo questa data il suo nome scompare dalle delibere comunali e di lui non si trova più cenno nella letteratura locale.
FONTI E BIBL.: G. Baruffaldi, Vite de’ pittori e scultori ferraresi, Ferrara, 1846, II, 225 s.; C. Brisighella, Descrizione delle pitture e sculture della città di Ferrara, a cura di M.A. Novelli, Ferrara, 1991, ad Indicem; C. Cittadella, Catalogo istorico de’ pittori e scultori ferraresi e delle opere loro al pubblico esposte, Ferrara, 1783, III, 221, 228 ss.; P. Zani, Enciclopedia metodica critico-ragionata delle belle arti, Parma, 1821, I/8, 196; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, Venezia, 1838, XI, 85; G. Boschini, Vite di varii pittori e scultori ferraresi, in G. Baruffaldi, Vite de’ pittori, Ferrara, 1846, II, 591; L.N. Cittadella, Notizie amministrative, storiche, artistiche relative a Ferrara, Ferrara, 1868, I, 221, 634; A. Mezzetti-E. Mattaliano, Indice ragionato delle Vite de’ pittori e scultori ferraresi di  G. Baruffaldi, Bergamo, 1980, I, 112 s.; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 262 (sub voce Fantozzi Francesco); P.A. Corna, Dizionario della storia dell’Arte in Italia, Piacenza, 1930, 1; Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 892; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 303; A.M. Fioravanti Baraldi, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIV, 1994, 657-658.

FANTONI CARLO
Milano 1909-Parma 9 agosto 1997
Si trasferì a Parma con la madre a seguito della prematura scomparsa del padre. Il Fantoni rivelò subito il suo temperamento brillante e la sua versatilità innata, che ne fecero un presentatore applaudito. Quando sorse a Parma la Famija Pramzana, ne fu subito un fervente sostenitore, tanto che il primo presidente, Piero Pioli, intravide in lui il segretario ideale. Per un decennio il Fantoni fu segretario della Famija Pramzana e poi, per quasi quindici anni (1962-1977), presidente. Un periodo, quello della presidenza del Fantoni, coinciso con il rilancio del periodico Al Pont ad Mëz, con la popolarità della maschera parmigiana Al Dsevod, con le iniziative filantropiche del Cesten d’Nadel, con le gare di solidarietà per il Vajont, per il Friuli e per l’India. Memore della sua prima esperienza di abile presentatore, il Fantoni divenne anche banditore di aste benefiche. Il Parma Calcio chiamò il Fantoni come segretario e accompagnatore ufficiale della squadra. Fu anche membro del direttivo della sezione dei veterani dello sport.
FONTI E BIBL.: R. Piazza, 50 anni Famija Pramzana, 1997, 141; Gazzetta di Parma 12 agosto 1997, 8.

FANTONI EUGENIO
Parma 1923-1984
Frequentò il liceo classico al Collegio militare di Roma e l’Accademia militare di Livorno. Date le dimissioni dalla Marina, si iscrisse alla facoltà di ingegneria mineraria a Bologna. Non si diplomò in nessun corso artistico, ma si dedicò alla pittura, inventando un filone tra il popolaresco e il fantastico. Nel 1973, a causa di una grave malattia, abbandonò ogni attività imprenditoriale, concentrandosi solo sull’arte. Partecipò a varie rassegne di pittura naïve, tra le quali I Vangeli naïfs a Modena, e ad altre, come Pittura contemporanea parmense nel castello di Bardi (1977) e Via Crucis nella chiesa dello Spirito Santo di Parma (1976). Una sua rubrica, composta da disegni e da poesia dialettali (scritte dallo stesso Fantoni, valido anche come poeta in vernacolo), venne pubblicata sulla terza pagina del lunedì del quotidiano Gazzetta di Parma nel 1975.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 128.

FANTONI GIUSEPPE
Borgo San Donnino 10 novembre 1806-Parma 24 aprile 1878
Nato da famiglia di artigiani, per sua vocazione si diede alla carriera ecclesiastica e fu ordinato sacerdote. In gioventù fu in rapporto di amicizia coi suoi illustri concittadini don Pietro Zani e don Paolo Gandolfi. A vent’anni cominciò a insegnare in Borgo San Donnino. Nel 1827 fu chiamato quale maestro insegnante nelle Scuole Comunali di Parma, allora limitate a una sola classe delle lingue italiana e latina. Dopo alcuni anni passò maestro degli alunni del Monastero dei Benedettini in Parma. Il Fantoni fondò poi in casa propria una scuola di tutte le classi ginnasiali. Continuò con alcuni collaboratori nella direzione di questa scuola speciale fino al 1859, anno in cui fu nominato direttore del Ginnasio Parmense. Colto latinista, oltre ad alcune opere letterarie lasciò molti lavori politici ed epigrammatici di stile oraziano (tutti inediti). Nel 1859 ebbe l’onore di essere presentato in Torino a re Vittorio Emanuele di Savoja, il quale, in attestato di stima, lo onorò del titolo di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro e, dopo qualche anno, del titolo di Cavaliere della Corona d’Italia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 80-82.

FANTONI ISABELLA
Fivizzano 1811-Firenze 1856
Il marchese Guido Dalla Rosa scrisse ripetutamente di lei nelle sue Memorie illustrandola come una dama di grande avvenenza, di mente elevata, coltissima, di animo generoso seppure di carattere altero e fermo nei suoi principi. Nata da nobile famiglia, fu un amore giovanile del poeta Giuseppe Giusti, ma andò invece sposa al conte Francesco Caimi, che disimpegnò le mansioni di maggiordomo maggiore. La Fantoni, pure essendo di idee conservatrici e dama di palazzo, non fu totalmente ostile alle idee di indipendenza che si andavano maturando in Italia. Il suo salotto, al pari di quello della contessa Albertina Sanvitale, divenne uno dei centri principali della società intellettuale parmense e la Fantoni fu perciò al corrente di ogni movimento politico, pur mantenendo un contegno irreprensibile. È interessante leggere in merito una lettera informativa del podestà Bolla al barone Werklein ove riferisce dei moti cittadini verificatesi nel 1831 a Parma. Il Bolla narra come in un giorno di agitazione, sul corso non vi fosse che la carrozza della Fantoni e che al veglione tutti i palchetti delle due file principali erano vuoti, meno due: quello della Sanvitale e quello della Fantoni. La prima però mise fuori la bandiera tricolore che fu portata attorno pel teatro, intorno alla quale si ballò e infine collocata sul palchetto grande. Nel 1847-1848, con l’avvento degli ultimi Borbone la Fantoni e il marito ebbero molto adito presso la famiglia ducale. Misero a disposizione il loro palazzo di Pontremoli a Carlo di Borbone durante le manovre militari ivi effettuate, invito che il Duca tuttavia non accettò, preferendo l’albergo. Tuttavia Carlo di Borbone firmava senza leggere ogni pratica inoltrata da qualunque amico del conte Caimi (Cappellini). Ma gli avvenimenti in Italia maturarono rapidamente e la Fantoni, dama di palazzo della duchessa Luisa Maria, cercò in varie evenienze di alleviare ai Parmigiani i danni del malgoverno di Carlo di Borbone, al punto di ventilare con la Duchessa (della quale era intima amica) una congiura di palazzo onde indurre il Duca ad abdicare e salvargli così la vita (1853). Per pura fatalità il piano venne scoperto e la Fantoni licenziata da Corte. La Duchessa venne segregata a palazzo in stretta sorveglianza e l’anno seguente Carlo di Borbone fu assassinato. Dopo tale evento la Fantoni venne riammessa a Corte ma non trovò l’ambiente di prima e anche per ragioni di salute si ritirò nella sua villa a Felino. Ben presto si trasferì a Firenze, ove morì a soli 45 anni. Un anno prima, per sua diretta intercessione, aveva ottenuto dalla Reggente la grazia di rimpatrio per l’esule conte Luigi Sanvitale, marito di Albertina di Montenovo, implicato nei moti del 1848. Fu l’ultima attestazione della sua generosa attività verso i patrioti.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 624-625.

FANTOZZI FRANCESCO, vedi FANTOCCI FRANCESCO

FARABOLI GIOVANNI
San Secondo Parmense 23 marzo 1876-Parma 4 febbraio 1953
Nato da famiglia contadina, fu contadino egli stesso. Il Faraboli, pur avendo la sola istruzione elementare, divenne però ben presto, grazie alle sue notevoli capacità organizzative, uno dei più attivi coordinatori delle attività contadine della sua zona, creando una vasta organizzazione di base e un solido movimento cooperativo. Tale movimento, di cui il Faraboli fu l’infaticabile animatore, si articolò in cooperative di consumo per il conseguimento del calmiere e del controllo sui prezzi, in cooperative di lavoro per la gestione diretta delle opere pubbliche della zona e in cooperative agricole sotto forma di affittanze collettive di vaste estensioni di terreni. A sostegno di queste organizzazioni il Faraboli creò sia un piccolo istituto di credito locale che, raccogliendo i risparmi dei lavoratori, finanziasse coloro che ne avevano bisogno, sia un’azienda industriale per lo sfruttamento dei legnami di produzione cooperativa, vedendo la necessità di sviluppare un’industria integratrice dell’agricoltura al fine di combattere la disoccupazione. Il Faraboli non trascurò neppure il campo educativo e culturale, dove si prodigò organizzando corsi serali per i lavoratori analfabeti, oltre a dibattiti, conferenze e a una fornitissima biblioteca popolare. Iscrittosi nel 1902 al Partito Socialista Italiano (appartenne alla corrente riformista), propagandò attivamente le idee socialiste nell’ambito del mondo rurale, dove la sua notevole capacità di comunicativa esercitò un forte ascendente. Fin dal 1901 fondò a Fontanelle una lega contadina di cui fu eletto presidente e che ben presto si articolò in una fitta rete organizzativa. In seguito alla sua intensa attività (nel 1902 fu tra i firmatari della circolare invitante i contadini parmensi allo sciopero) venne nominato nel 1905 membro della commissione esecutiva della Camera del lavoro di Parma (in quel periodo diretta da Alessandro De Giovanni), alla cui costituzione aveva partecipato, divenendo più tardi, dopo la scissione, segretario della Camera confederale del lavoro. Lo stesso anno, al congresso delle leghe operaie tenutosi a Ragazzola di Roccabianca fece votare la partecipazione delle leghe alla vita politica e, nel corso del congresso provinciale socialista tenutosi a Parma pochi giorni dopo e di cui fu uno dei presidenti, ottenne che i rappresentanti delle leghe avessero voto deliberativo. Nel 1906, oltre a intensificare la propria attività di conferenziere, parlando a favore della rivoluzione russa e del suffragio universale, rappresentò le leghe contadine di Noceto, Polesine, Roccabianca e Zibello al 2° Congresso nazionale dei lavoratori della terra, tenutosi a Bologna, dove chiese si votasse una legge a disciplina dei lavoratori di bonifica. I primi sintomi dei contrasti all’interno della Camera del lavoro di Parma, maturati intorno alla decisione del segretario De Giovanni di non aderire al Congresso di costituzione della Confederazione Generale del Lavoro, tenutosi a Milano nel settembre del 1906, portarono il Faraboli e le leghe della Bassa a scontrarsi con l’impostazione prevalente nell’organismo Camerale. Momentaneamente risolti i contrasti, con la partenza di De Giovanni e l’assunzione della direzione della Camera del lavoro da parte di Alceste De Ambris, il Faraboli collaborò con il nuovo segretario, facendo compiere al movimento sindacale una forte avanzata, culminata nel successo dello sciopero del maggio del 1907. L’adesione a un nuovo organismo nazionale di impostazione sindacalista, sancita nel convegno di Parma dell’autunno del 1907, spinse il Faraboli a promuovere la rottura con la maggioranza della dirigenza camerale. L’anno successivo, quando si preparò lo scontro con l’agraria, venne consumata la scissione e si formò una nuova Camera del lavoro, con sede a Borgo San Donnino, aderente alla Confederazione Generale del Lavoro, che appunto ebbe nel Faraboli uno degli elementi più attivi. Oggetto di pesantissimi attacchi da parte della stampa e dei dirigenti sindacalisti, accusato di essere responsabile della scissione e di aver puntato, per bassi interessi politici, alla sconfitta dei lavoratori diretti dalla Camera del lavoro di arma, il Faraboli proseguì in quei drammatici mesi la sua opera di organizzatore, rivolgendo la sua attenzione soprattutto alla battaglia contro la disoccupazione e alla espansione dell’attività della Camera del lavoro di Borgo San Donnino, che cercò di unificare tutte le forze scontente della conduzione sindacalista. Nel marzo del 1908, nominato membro del consiglio nazionale della Federazione dei lavoratori della terra, tenne al 3º Congresso di Reggio Emilia una relazione sul patto colonico esaminando le diverse situazioni regionali e proponendo un ordine del giorno di rivendicazioni per impedire l’inevitabile meccanismo di indebitamento verso il padrone. Lo stesso anno prese parte al congresso nazionale della resistenza, tenutosi a Modena, in rappresentanza delle varie organizzazioni operaie riformiste della provincia di Parma, divenendo anche membro del consiglio nazionale della Confederazione del lavoro per la stessa provincia. Nel maggio partecipò al consiglio nazionale dei lavoratori della terra, tenendovi una relazione, insieme ad A. Altobelli, sull’agitazione agraria del Parmense e vide approvata dal consiglio l’opera della federazione per il concordato di solidarietà tra le Camere del lavoro di Parma e di Borgo San Donnino. In tale occasione fu nominato membro della commissione che doveva raccogliere e distribuire gli aiuti agli scioperanti. Nell’ottobre dello stesso anno fu organizzatore di un congresso a Fontanelle, dove, oltre a essere relatore sull’operato del consiglio durante lo sciopero del Parmense, parlò anche sui problemi della propaganda, della disoccupazione e della lotta agraria. Fu quindi eletto membro della commissione esecutiva della Camera del lavoro di Borgo San Donnino. Nell’aprile del 1909 il Faraboli, assieme a Italo Salsi, Riccardo Bo’, Biagio Riguzzi, Demetrio Pelloni, Battista Olivieri ed Edgardo Fava, promosse un congresso di tutte le leghe della provincia non aderenti al metodo dell’azione diretta, per dare vita a una Camera del lavoro provinciale collegata con la Confederazione generale del lavoro. Lo sforzo di aggregare intorno a un nuovo centro gli effetti della momentanea diaspora sindacalista non sortì un solido risultato e ben presto l’influenza riformista si restrinse all’area borghigiana. Sempre attivamente impegnato nella soluzione dei problemi economici e politici della zona e assiduo sostenitore della cooperazione integrale, fondò nel 1910 a Fontanelle una lega mista di miglioramento tra sarti, calzolai, mugnai, fabbri, falegnami e carrettieri. Nel novembre dello stesso anno preparò il 3° Congresso delle organizzazioni aderenti alla Camera del lavoro di Borgo San Donnino, riferendo in tale occasione sul tema della disoccupazione, argomento del quale si occupò sempre in modo particolare e sul quale fu relatore anche nei congressi degli anni successivi. Le polemiche all’interno del movimento socialista non fiaccarono l’espandersi dell’attività degli organizzati di Fontanelle, che sotto la guida del Faraboli ingaggiarono una strenua lotta per assicurare al Comune di Roccabianca una amministrazione democratica e onesta. Da sempre il Comune era stato in mano agli agrari, che avevano spadroneggiato sino a compiere vere e proprie sopraffazioni contro le organizzazioni cooperative dei socialisti. La battaglia per l’amministrazione comunale durò anni e fu punteggiata da episodi di intolleranza da parte degli agrari, sostenuti dalle autorità. Da parte loro i lavoratori risposero iscrivendosi in gran massa nelle liste elettorali, frequentando i corsi di alfabetismo che venivano promossi nella scuola serale all’interno della casa dei socialisti, che costituì l’immagine più netta delle conquiste del proletariato di Fontanelle. Dotata di accoglienti locali, dove fnzionavano spacci e avevano sede le cooperative di lavoro, le leghe, la sezione del partito e la Biblioteca Edmondo De Ambris, inaugurata nel 1910, la casa dei socialisti di Fontanelle aprì, nel Comune di Roccabianca e nella Bassa, la strada al movimento cooperativo di consumo e fu seguita da analoghe iniziative sorte a Stagno, a Pieve Ottoville, a Santa Croce di Polesine e a Ragazzola. Nel 1911 l’amministrazione di Roccabianca decise di aumentare la tassazione sui pubblici esercizi, ripartendola in modo che circa un terzo dell’aumento ricadesse sulla cooperativa, alla quale in quel periodo aderiva il novanta per cento dei lavoratori. La sfida mossa dagli agrari ben presto si ritorse contro di loro perché una vasta agitazione condotta dai lavoratori, dalle loro organizzazioni e dal giornale L’Idea costrinse l’autorità prefettizia a decretare lo scioglimento dell’amministrazione. Alle nuove elezioni il Comune passò in mano alle forze popolari, animate dal Faraboli, che elessero alla carica di sindaco il giovane contadino Paolo Bertoluzzi. Nel 1911 il Faraboli fu eletto membro del comitato federale al 4° Congresso della Federazione dei lavoratori della terra e nel 1914 consigliere comunale di Roccabianca. Divenuto segretario della Camera confederale del lavoro di Borgo San Donnino, presenziò in tale veste al congresso tenuto da quell’organismo all’inizio del 1915, mentre all’inizio dell’anno successivo partecipò come rappresentante delle associazioni del Comune di Roccabianca al congresso annuale della Camera del lavoro di Parma. Durante la guerra svolse intensa propaganda neutralista, promuovendo a tale scopo in tutto il Basso Parmense manifestazioni pubbliche e private, cercando di coinvolgere, quando fu possibile, anche i militari. Nell’immediato dopoguerra riprese infaticabile la propria attività nell’ambito cooperativistico. Nel 1918, redattore responsabile di Per la vita! L’Idea, organo della Camera confederale del lavoro di Parma e fiduciario del partito socialista, venne nominato membro del primo consiglio di amministrazione della Federazione nazionale delle cooperative agricole, con sede a Bologna, costituitasi nel febbraio dello stesso anno. Nell’agosto inviò alla segreteria della Federazione nazionale dei lavoratori della terra una relazione d’inchiesta sulle commissioni provinciali d’agricoltura, criticando il contegno dei commissari nominati dall’autorità politica e lamentando la scarsa ingerenza lasciata ai rappresentanti delle organizzazioni socialiste ufficiali nonostante la loro importanza nelle campagne. Nel settembre del 1918 partecipò, come rappresentante della Camera confederale del lavoro di Parma, alla riunione del consiglio nazionale della Confederazione Generale del Lavoro, tenutasi a Milano per discutere sulle dimissioni del consiglio direttivo e sulla nomina dei nuovi consiglieri. In tale occasione firmò, unitamente a G. Zirardini e Bentivoglio, l’ordine del giorno Mazzoni-Mariani con il quale vennero respinte le dimissioni di R. Rigola e del consiglio direttivo e affidato incarico a quest’ultimo di determinare con la direzione del Partito Socialista Italiano gli accordi più idonei a regolare correttamente, secondo i dettami dell’Internazionale, i rapporti tra partito e sindacato. Alla fine dello stesso anno, seguendo le direttive del Partito socialista, costituì a Fontanelle la sezione della Lega nazionale proletaria tra mutilati, invalidi, feriti e reduci di guerra e, contemporaneamente, venne nominato membro della giunta esecutiva della commissione centrale per gli uffici di collocamento di Parma, quale rappresentante dei lavoratori dei campi. Nel giugno del 1919 partecipò al congresso nazionale dei lavoratori della terra, tenutosi a Bologna, venendo nominato membro del comitato direttivo della federazione. In seguito all’avvento del fascismo e alla conseguente distruzione di tutta l’organizzazione contadina cooperativista della Bassa padana (tra il 1921 e il 1923 furono distrutte le cooperative socialiste di Pieve Ottoville, di Roccabianca e Fontanelle), il Faraboli si trasferì a Milano, pur continuando a mantenere i contatti con i compagni della sua zona. Intanto, divenne membro della direzione del Partito socialista unitario (cui aveva aderito nel 1922) e in tale qualità partecipò, dopo il delitto Matteotti, alle vicissitudini aventiniane, sostenendo l’importanza della questione morale e aderendo pienamente al convinto secessionismo del proprio partito. Rifugiatosi in Francia nel 1926 in seguito allo scioglimento del Partito Socialista Unitario e alle crescenti persecuzioni fasciste, si stabilì a Tolosa, nel Sud-ovest, dove l’emigrazione italiana era particolarmente numerosa e dove molti contadini, specie dell’Emilia-Romagna, si erano trasferiti a coltivare le campagne lasciate in crescente abbandono dopo la prima guerra mondiale da parte della manodopera francese. Redattore, nel 1926, del giornale antifascista Mezzogiorno, il Faraboli ottenne in seguito un impiego alla Bourse du travail, riprendendo immediatamente l’attività di organizzatore e prestando intensamente la sua opera, in collaborazione con E. Caporali, militante della Confédération générale du travail, per attrarre i propri connazionali nel Sindacato degli agricoltori italiani, legato alla Confédération générale du travail, secondo le direttive del Comitato di azione antifascista di Parigi. In questo periodo, insieme a Degrada e G. Bensi, il Faraboli mise in piedi un’importante organizzazione cooperativa detta Unione delle cooperative che, specie negli anni precedenti la grande crisi, fu mezzo di impiego per molti operai, contribuendo a diffondere il socialismo tra gli emigrati. Infaticabile propagandista degli ideali antifascisti, per la cui diffusione organizzò nei centri maggiormente popolati da Italiani riunioni e conferenze incitanti sia contro il governo che contro le autorità consolari e i fascisti conosciuti di ogni zona, il Faraboli divenne segretario della locale Federazione del lavoro e nel 1930, dopo la riunificazione dei due rami del socialismo (di cui fu strenuo sostenitore), segretario della sezione G. Matteotti del Partito Socialista Italiano di Tolosa. Presente a tutti i congressi del partito in esilio, come rappresentante di Tolosa e della federazione del Sud-ovest, sottolineò sempre, in tali occasioni, le esigenze di potenziare la struttura organizzativa, nel complesso piuttosto carente, e di collaborare strettamente con il movimento sindacale. Nel 1937 a Parigi, pur concordando sulla necessità di una stretta collaborazione social-comunista, si oppose all’ingresso dei socialisti nell’Unione popolare (organizzazione di massa dell’emigrazione, creata dal Partito Comunista Italiano), temendo che la perdita dell’autonomia organizzativa comportasse sostanzialmente per il socialismo anche la perdita dell’autonomia politica. L’aggressione fascista all’Etiopia, che sollevò discordanti reazioni nel mondo dell’emigrazione italiana, venne duramente condannata dal Faraboli, che organizzò iniziative per manifestare la protesta dei lavoratori italiani contro l’atto banditesco compiuto dal governo di Mussolini. Altre iniziative furono promosse dal Faraboli in sostegno alla Spagna repubblicana, per aiutare la resistenza e per assistere le popolazioni. L’azione del Faraboli non si limitò comunque solo a questa importantissima sfera: infatti lo si trova al seguito di Pietro Nenni in un giro di comizi che nel 1939 il dirigente socialista tenne nei più importanti centri della regione Sud Ovest, così come lo si trova assieme a Luigi Campolonghi, esponente della Lega dei diritti dell’uomo, a Muret, dove prese la parola per propagandare la necessità di una più decisa iniziativa antifascista. Il rapido precipitare della situazione, con la sconfitta dell’esercito francese, l’invasione nazista e fascista e la formazione del governo di Vichy, modificò la stessa geografia del fuoruscitismo, che per un certo periodo parve trovare nella regione del Sud Ovest un luogo assai sicuro. A Tolosa il Faraboli assunse l’incarico di segretario del Comitato di assistenza dei profughi italiani, che nei fatti assicurò, sotto quella forma, la prosecuzione dell’attività della Federazione socialista sciolta dalle autorità. Ben presto anche il Comitato, che provvedeva a erogare ai fuorusciti sussidi raccolti con sottoscrizioni inviate anche da Luigi Antonini, esponente del sindacalismo americano con il quale il Faraboli strinse rapporti, venne a subire la repressione degli occupanti che costrinsero il Faraboli e gli altri più noti antifascisti a lasciare la loro attività. Il Faraboli fu obbligato così a stabilire un nuovo dimicilio, dove venne attentamente sorvegliato. Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo trovò ancora a Tolosa, dove diresse la federazione socialista del Sud-ovest, cui, poco prima dell’occupazione tedesca di Parigi, venne dato incarico di mantenere la continuità legale e organizzativa del Partito Socialista Italiano, incarico passato in un secondo tempo alla federazione svizzera. Internato dalle autorità francesi nel campo di Vernet, assieme a G. Faravelli, a M. Levi e a molti altri, nella primavera del 1942, in seguito a denunzia per sovversivismo (fu accusato di aver stampato e diffuso il giornale La Parola degli Italiani, contenente appelli per l’indipendenza, la pace e la libertà) della delegazione fascista locale, venne però rimesso in libertà dopo soli dieci giorni e quindi entrò nella Resistenza impegnandosi in un’opera di solidarietà e di assistenza ai partigiani. Al termine della guerra venne insignito dal presidente della Repubblica della stella dei benemeriti italiani all’estero come riconoscimento dell’opera da lui svolta in Francia a favore dei lavoratori italiani emigrati e dei valori della libertà. Gli ultimi anni della sua vita furono però solitari. Sentendo approssimarsi la fine, il Faraboli volle tornare in patria, dove si spense nell’Ospizio degli incurabili di Parma, poverissimo e ormai in disparte dall’attività politica e organizzativa che aveva assorbito tutta la sua vita.
FONTI E BIBL.: A. Garosci, Storia dei fuorusciti, Bari, 1953, 50 e 283; A. Valeri, Ricordo di Faraboli, in Critica Sociale 5 febbraio 1953; E. Guarini, L’estremo saluto a Giovanni Faraboli generoso e combattivo pioniere del socialismo. Una vita per l’idea, in La Giustizia 13 febbraio 1953; P. Bertoluzzi, Un’epoca in un uomo, in La Giustizia 20 febbraio 1953; G. Saragat, Onorando Faraboli noi ci impegnamo nelle nostre lotte contro ogni forma di oppressione per la creazione di una società socialista libera e giusta, in La Giustizia 9 settembre 1955; Giovanni Faraboli onorato nella sua terra. Costruttore di socialismo e alfiere di italianità, in La Giustizia 2 settembre 1955; Lotte agrarie in Italia, a cura di R. Zangheri, Milano, 1960, ad Indicem; Il partito socialista nei suoi congressi, IV, a cura di G. Arfé, Milano, 1963, ad Indicem; A. Landuyt, Le Sinistre e l’Aventino, Milano, 1973, ad Indicem; E. Stanghellini, Giovanni Faraboli, Patto colonico (3° Congresso nazionale dei lavoratori della terra, Reggio Emilia, 7-8-9 marzo 1908), Forlì, 1908; A. Landuyt, in Movimento Operaio Italiano, II, 1976, 293-297; U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 240-248.

FARABOSCHI ACHILLE
-Parma 19 settembre 1898
Fece la campagna del 1859 per il Risorgimento italiano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 settembre 1898, n. 259; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 406.

FARASIO STEFANO
Parma 1488/1520
Nominato per la prima volta il 7 gennaio 1488 come figlio di Donnino, il 2 novembre 1496 ebbe un compenso dagli Umiliati per alcune miniature di fogliami e stemmi. Il 27 luglio 1500 gli fu pagato dalla Società del Sacramento della Cattedrale di Parma un ornamento miniato delle bolle papali. Eseguì molte miniatre per il Comune della città di Parma, come attestano i molteplici atti di pagamento. Il 27 giugno 1511 ricevette inoltre un compenso per minii del corale della Cattedrale. Il 3 aprile 1515 fece testamento, ma dovette vivere ancora diversi anni se il 28 maggio 1520 appare come teste in un atto notarile.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, XI, 1915; L. Testi, I corali miniati della chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma, in La Bibliofilia 1918; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 307.

FARINA ALFREDO
Napoli 1892-Parma 17 aprile 1971
Da Napoli, nel cui conservatorio si era diplomati in clarino, si trasferì a Parma ancora giovanissimo. A Parma visse per oltre cinquant’anni, diventandone cittadino di adozione. Fu artista molto richiesto per le sue doti non comuni: suonò con  Toscanini e De Sabata e fu primo clarino al Teatro alla Scala di Milano e al Regio di Parma. Il Farina girò il mondo, impegnato in numerose tournée. Sposò Bianca Cabassa.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 18 aprile 1971, 5.

FARINELLI ALESSANDRO
Borgo San Donnino 1829-1899
Arcidiacono del Capitolo della Cattedrale di Borgo San Donnino, uomo di cultura e distinzione, fu tra il clero del suo tempo un personaggio di grande rilievo. Autore di vari scritti, nel 1853 pubblicò un’agiografia del patrono San Donnino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, III, 1978, 1291-1292.

FARISEI FOSCARINO
Parma 1389
Calligrafo, operò nell’anno 1389 a Venezia, ove si conserva un codice nella Biblioteca Marciana con la segnatura Z. L. CCCLXIV. È possibile che il Farisei appartenesse alla famiglia di quell’Ambrogio Farisei citato dal Pezzana nella sua Storia di Parma (vol. I, pp. 5 App.). Il codice ha il titolo Lutii Quintii, curialis in secundo bello. È composto dei primi dieci libri della terza deca. Scritto in duplice colonna, finisce al folio 76: Mccclxxxviiii, XV februarii, inceptus fuit iste liber scribere et ipsum complevit XV marcii sequentis.
Foscarinus de Phariçeis de Parma in Veneciis. Emptor leteris, corepto me potieris. Quod defuit adest, quod superabit abest. Titi Livii patavini historiographi omnium longe doctissimi, nec non rectoris et oratoris facundissimi de secundo bello punico liber decimus et ultimus, ab urbe condita XXX esplicit. Il codice consta di 80 fogli, in numero assoluto, assai deteriorati. Gli argomenti dei capitoli sono scritti con inchiostro rosso. Le lettere iniziali dei libri sono in rosso e oro, con miniature composte di fiori e immagini di uomini. Nel folio 77 sta scritto: Decadis tertiae libri decem. Codex Zachariae Barbari, ut colligitur ex adnotatione ab eius manu exarata in pagina anteriori ad historiae initium. Ioannes Baptistae Recanatus, patr. ven. adnotavit anno 1721. Arnaldo Drakenborch nel suo libro T. Livii, historiarum (vol. VII pp. 326) così scrive intorno al codice: Recanatianus est codex, quem servat Io. Bapt. Recanati patritii veneti bibliotheca. Eius excerpta vir clarissimus atque amicissimus Iac. Philippus d’Orvillius, quum in itinere italico Venetias adiens ibidem moraretur, impetravit et postea patriiis laribus restitutus officiose ad me transmisit. Utrum codex ille in membranis, aut in charta exaratus sit, nihil habeo quod dicam, nec certiora de eius aetate adferre possum. Ex us tamen mihi constitit non inter integerrimos ac primae auctoritatis referendum esse. In multis consentiebat codici bibliothecae Bodleianae inter Laudinos, quem Hearnius consuluit, et hac nota L. I. indicare solitus est. Praesertim vero solus ex omnibus meis exhibuit illam periodum, quam Hearnius ad libr. XXII, cap. XVIII, § 5 ex Laudino primo protulit, et Dodwellus dissertatione, huic tomo pag. 182 inserta, illustravit. Quum autem in notis ad eum locum uno verbo minuerim, Recanatianum in paucis a Laudino primo dissentire, integram nostri codicis lectionem hic abscribere in rem fore visum est. Per la cattiva piegatura dei fogli dall’undicesima alla quarantesima pagina, essi sono posposti. Anche il Valentinelli parla di questo codice nella Bibl. Mss. ad S. Marci Venetiarum (vol. VI p. 13).
FONTI E BIBL.: S. Lottici, Quattro copisti, 1903, 135.

FARNESE ALESSANDRO
Canino 23 febbraio 1468-Roma 10 novembre 1549
Figlio di Pierluigi, Signore di Montalto, e di Giovanella Caetani di Sermoneta, della famiglia di papa Bonifacio VIII. La sua giovinezza fu vissuta nella pienezza del Rinascimento, i lati luminosi e oscuri del quale si riflettono nella sua vita (Pastor). Il Farnese andò giovanetto alla Corte di Lorenzo de Medici per istruirsi (illustrò con dotte annotazioni le Epistole di Cicerone ad Attico) e, in seguito, frequentò le lezioni dell’Università di Pisa. A Roma ebbe per maestro il celebre umanista Pomponio Leto. La sua carriera ecclesiastica iniziò nel 1491: segretario e protonotario apostolico sotto papa Innocenzo VIII, poi, sotto il pontificato di Alessandro VI, tesoriere generale e cardinale diacono (dei Santi Cosma e Damiano, poi di Sant’Eustachio) nel 1493, quindi legato del Patrimonio e nel 1499 vescovo di Corneto e di Montefiascone. Con tutto ciò, i benefici toccatigli non furono molto numerosi e limitate le sue entrate, sicché la sua posizione in Corte non fu davvero eminente. Ma le condizioni del Farnese migliorarono quando gli fu concessa nel 1502 la legazione della Marca di Ancona, che mise in luce il suo grande valore e la sua straordinaria abilità politica. Se la fortuna del Farnese fu agevolata agli inizi dai rapporti della sorella Giulia con il papa Alessandro Borgia, non si può escludere che i progressi ulteriori della sua carriera politica ed ecclesiastica fossero dovuti esclusivamente ai suoi meriti e al suo ingegno. papa Giulio II ebbe sempre col Farnese i migliori rapporti e non solo lo conservò nella legazione della Marca di Ancona ma gli diede pure molte prove del suo straordinario favore: nel luglio del 1505 legittimò i due figli del Farnese, Pier Luigi e Paolo, nati rispettivamente nel 1503 e nel 1504 da una dama dell’aristocrazia romana, gli commise importanti ambascierie diplomatiche, assolte brillantemente, e lo nominò (28 marzo 1509) vescovo di Parma (amministratore perpetuo della Chiesa di Parma). Il Farnese prese possesso per procuratore della Diocesi il 16 agosto 1509. Il Farnese ebbe due vicari: Pompeo Musacchi, nobile parmigiano e poi vescovo titolare di Lidda, e Bartolomeo Guidiccioni di Lucca, uomo dottissimo, creato nel 1539 cardinale da papa Paolo III e suo vicario. La severa amministrazione che il Farnese impresse nel governo della sua Diocesi con l’aiuto del vicario Guidiccioni, mentre servì a togliere ingiustizie e abusi da lungo tempo radicati, andò predisponendo intorno alle maggiori gerarchie della Diocesi un’atmosfera di considerazione e fiducia che più tardi agevolò alla Chiesa anche il compito dell’assimilazione politica di tutto il distretto parmense. Se lo stato di guerra e le molte occupazioni diplomatiche sconsigliarono al Farnese di porre piede per molti anni nella Diocesi, furono tuttavia della massima importanza i consigli da lui dati al suo vicario, il quale, in tempi tanto difficili, poté muoversi con sicurezza sulla via tracciatagli dal Farnese. Vari documenti mostrano che l’interesse posto dal Farnese al Vescovado di Parma andò sempre più accrescendosi e non solo dal lato amministrativo ma anche dal lato morale. Il 7 novembre 1509 approvò gli statuti del venerando Consorzio, scritti dal consorziale Francesco Carpesano, dei quali statuti fu poi fatta la confermazione da papa Giulio II con suo breve del 23 luglio 1510. Le sue visite cominciarono a divenire frequenti dal 1512, lo furono ancora di più nel 1513 e nel 1514 e si mantengono numerose anche nel tempo del dominio straniero. Cordialissime furono sempre le relazioni del Farnese con la Comunità di Parma, anche quando questioni di interesse, come quella degli antichi diritti che il vescovo aveva su le acque del Vescovado, avrebbero potuto dare luogo a forti contrasti: la serenità del Farnese e la buona volontà del Comune di Parma seppero sempre evitare scontri troppo vivi. Nel dicembre del 1515 e nel gennaio dell’anno successivo il Farnese si recò in visita a Parma. In quella occasione, ricorda il Benassi, il Farnese ricevette un dono dal Comune per le feste del Natale e, partendo da Parma per andare a Brescello e a Ferrara, donò ai canonici del Duomo la cospicua somma di 300 ducati per acconciare il coro. Scopo di quella visita fu di rendersi conto delle condizioni morali del clero della Diocesi e non è improbabile che da essa sia partita l’iniziativa del Farnese di dedicarsi a una severa riforma dei costumi. L’esempio suo (osserva il Capasso) sarà seguito poi da parecchi altri cardinali e religiosi. Il 14 gennaio 1516 emanò infatti alcune costituzioni intorno alla disciplina corale della Cattedrale e delle altre chiese collegiate, intorno all’ordine di sedere delle dignità nei rispettivi stalli, all’abuso di portare armi che si era introdotto nel clero e vietò a tutti gli ecclesiastici di tenere in casa o coabitare con donne di fama sospetta pena la sospensione dal beneficio per tre mesi se erano beneficiati costituiti negli ordini sacri e se non erano beneficiati l’inabilità per un anno a ottenere qualunque beneficio, più la multa di un fiorino d’oro di camera. Se poi erano minoristi beneficiati o non beneficiati avrebbero sborsato due fiorini d’oro di camera. Le quali costituzioni furono lette e pubblicate per ordine del Farese dal suo vicario generale Bartolommeo Guidiccioni nel palazzo episcopale alla presenza della maggior parte dei canonici e dei consorziali. L’atto fu rogato da Francesco Pelosi, notaio della Curia vescovile. Il 18 gennaio 1516 il Farnese fece la visita dei monasteri e delle chiese di Brescello. Nel 1519 il Farnese volle affermare la sua definitiva consacrazione alla vita religiosa facendosi ordinare prete. Nello stesso anno tenne in Parma un sinodo diocesano, indetto con circolare del 24 ottobre 1519 e adunato in una prima sessione, nel Duomo, il 6 dicembre. Fu un sinodo imponente: vi si trovarono presenti, insieme col Farnese, dodici canonici del Duomo e 267 ecclesiastici di tutto il Vescovado di Parma. Conciso come sempre, il Farnese tenne il discorso di apertura esponendo le ragioni e gli scopi della riunione sinodale: per la diuturna assenza dei suoi precedessori e di lui stesso dalla diocesi parmense erasi nella Chiesa nostra trascurata la cultura del campo del Signore, ond’era a temersi che essendosi già corrotti i buoni costumi e violante le sante usanze ed istituzioni degli avi, si provocasse l’ira di Dio: aveva perciò stimato conveniente celebrare questa santa sinodo in conformità dei decreti del Concilio Lateranense. Infine invitò i presenti a una nuova seduta, che si tenne nello stesso tempio l’indomani e nella quale egli fece leggere le nuove Costituzioni. È facile constatare che i mali che travagliavano i costumi del clero parmense erano in quel tempo davvero gravi e forse anche diffusi. Dal monotono elenco dei crimini e delle pene comminate traluce la necessità di un’opera di vasta epurazione, quale forse la società del tempo non avrebbe consentito. Ma traspira anche la volontà ferma ed energica di una mente illuminata, quale indubbiamente fu quella del Farnese. Nei capitoli delle nuove Costituzioni si stabilirono non solo pene contro i delitti più gravi ma si interdisse l’abuso sotto tutte le forme. Venne così proibito ai chierici di frequentare senza particolare licenza i monasteri di monache: Qui vero absque licentia nostra aut vicarii nostri pro tempore existentis etiam causa honesta monesterium aliquod monalium ingressum esse convictus fuerit avrebbe dovuto pagare come pena 10 lire imperiali. Si interdì ai chierici di uscire dopo la seconda ora di notte senza causa ragionevole e necessaria, si vietò a essi di prendere parte a giuochi pubblici e di giuocare d’azzardo, di esercitare negozi disonesti, di andare camuffati o mascherati, di esercitare l’usura, di pignorare, vendere o prestare vasi, oggetti e indumenti sacri, di fare contratti in frode della città o del Comune, di occuparsi di sortilegi, divinazioni e incanti e di fermarsi a mangiare e bere all’osteria tranne che in viaggio. Si vietò ancora di ricevere vendite, donazioni e altre cessioni dal padre, dai fratelli o da qualunque altra persona, defraudando la città, persone private e il Comune di ciò che su tali negozi potesse loro spettare. Il 26 febbraio 1526 il Farnese scrisse a Lorenzo Tagliaferri, suo affittuario, di essere ben contento di contribuire al salario dei cantori della Cattedrale per la sua rata e che si accordasse col suo vicario per mandare a effetto quanto egli avesse ordinato. Dall’anno del sinodo il Farnese non abbandonò più la Diocesi, per quanto le sue attività, religiose e politiche, andassero facendosi sempre più numerose e fattive: intervenne a numerose congregazioni, venne investito di alti uffici politici, fece parte della legazione all’Imperatore nel 1528 e della commissione dei sette cardinali che doveva pensare ai rimedi contro il minaccioso progredire dei Turchi. In breve la sua figura non fu più solo quella di un semplice cardinale o vescovo ma di un papabile. Non si sa precisamente sino a quando tenne l’amministrazione della Chiesa di Parma. È certo però che la rinunciò prima del pontificato perché suo nipote Alessandro Farnese ne fu fatto amministratore da papa Clemente VII il 21 marzo 1534 (Ciacconio). Dalla relazione di monsignor Mazzocchi a Guido Ascanio Sforza, si sa che il Farnese restaurò e abbellì il palazzo episcopale di Parma. Papa Leone X lo promosse in tempi diversi ai vescovadi di Frascati, Palestrina, Sabina, Porto, Ostia e Velletri. Dopo sei anni di dominio politico straniero, nel 1525 Parma e Piacenza, liberate dalle milizie francesi, ritornarono in possesso della Chiesa. In quei tempi di fiere contese di predominio tra Francia e Spagna, succedettero a Leone X successivamente papa Adriano da Utrecht e Clemente VII. Tuttavia già in quegli anni la fama del Farnese andò facendosi sempre più vasta e la sua cultura e il suo carattere andarono imprimendo su tutti una sua evidente superiorità intellettuale e morale. Fu infine eletto papa col nome di Paolo III il 12 ottobre 1534. Una volta papa, il Farnese fu di nuovo a Parma quando il figlio Pier Luigi venne a ricevervi la sua educazione umanistica per opera di Tranquillo Molosso da Casalmaggiore. Il Farnese fu sepolto in San Pietro a Roma.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 11-36; N. Grimaldi, in Aurea Parma 1 1927, 7-15; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.

FARNESE ALESSANDRO
Valentano 7 ottobre 1520-Roma 4 marzo 1589
Nacque da Pierluigi e Girolama Orsini del ramo di Pitigliano. La sua infanzia e prima adolescenza appartengono a uno dei momenti di maggiore affermazione e ascesa sociale e politica dei Farnese: il padre e soprattutto il nonno cardinale Alessandro Farnese stavano consolidando la fortuna della famiglia. Dopo un periodo di alfabetizzazione a Parma venne inviato al collegio Ancarano di Bologna. Qui, undicenne, iniziò a studiare sotto la guida del conte Filippo Manzoli, insieme col fratello Ottavio, seguendo un indirizzo di carattere umanistico, giuridico e teologico. In questa istituzione educativa per giovani rampolli, esclusiva e tranquilla, rimase sino a quando, il 13 ottobre 1534, l’elezione del nonno Alessandro Farnese a pontefice accelerò di un colpo il suo inserimento nel corpo ecclesiastico e il Farnese si trovò a godere immediatamente delle pratiche nepotistiche. Il 1º novembre 1534, appena quattordicenne, sostituì Alessandro Farnese nella ricca Diocesi di Parma. E poco più tardi, in occasione della prima nomina cardinalizia (18 dicembre), venne riservato in pectore alla porpora, per essere presentato ufficialmente in concistoro il 21 maggio 1535 durante una seconda creazione insieme con un altro giovanissimo porporato, il sedicenne Guido Ascanio Sforza, figlio di Costanza Farnese e dell’omonimo conte di Santa Fiora. Nonostante l’apparente e inevitabile unanimità concistoriale, l’elezione provocò una notevole e diffusa irritazione e venne in generale interpretata da tutto il movimento riformatore cattolico come una leggerezza e un messaggio negativo per una imminente convocazione del concilio. Inoltre l’elezione dei cardinaletti venne disinvoltamente sostenuta con l’uso di papa Alessandro VI e papa Sisto IV di creare automaticamente cardinali i nipoti, suscitando l’insofferenza manifesta di Francesco I e di Enrico VIII e le proteste di Carlo V. Il Farnese ricevette come precettori il vescovo di Viterbo Gian Pietro de’ Grassi e Latino Giovenale Manetti che, con una organizzazione degli studi più accurata e severa, continuarono a istruirlo secondo i dettami di una cultura umanistica ai rudimenti della lingua greca e alla prosecuzione degli studi giuridici e filosofici. Nella mente del Papa, l’utilizzazione della famiglia negli incarichi pubblici e l’accrescimento della sua ricchezza furono altresì inquadrati nella volontà della ricostruzione di un’identità e di un’immagine dell’autorità pontificia offuscate dalla vicenda del sacco di Roma che aveva penalizzato gli audaci funambolismi delle alleanze dei papi medicei. Il Farnese beneficiò nell’adolescenza dell’impostazione nepotistica di una politica strettamente familiare che diventò il cardine principale di una interessata equidistanza pontificia dalla Francia e dall’Imperatore. La diffidenza per la giovanissima età e il clima di sospetto si accentuarono allorquando alla morte di Ippolito de’ Medici (10 agosto 1535) al Farnese toccò la vice cancelleria e vennero trasferiti sulla sua persona i benefici della maggior parte delle Chiese che quello aveva posseduto in Francia: circolarono nel frangente persino voci di un presunto avvelenamento. Allo stesso modo profittò ben presto di alcuni benefici appartenenti a Benedetto Accolti, cardinale di Ravenna, quando questi venne arrestato e quindi confinato a Ferrara. E alla morte di S.G. Merino, cardinale di Bari, altro protetto come l’Accolti dell’Imperatore, il Farnese si vide assegnare il Vescovado vacante di Jaen, iniziando così un lungo conflitto giurisdizionale con Carlo V che si risolse soltanto nel 1536 quando il Vescovado in questione venne scambiato con quello opulentissimo di Monreale. In questo periodo di tranquilla formazione diplomatica e di contatto con gli ambienti e le funzioni curiali, egli talvolta venne utilizzato dal padre per mitigare presso il Papa lo sconcerto che provocavano alcune sue intemperanze o iniziative personali. Quando Ambrogio Ricalcati venne allontanato dalla segreteria generale del Papa, travolto da una accusa di concussione particolarmente sentita in un periodo di duro fiscalismo pontificio, il 1° gennaio 1538 ne ricoprì l’incarico spalleggiato da Marcello Cervini che, nominato suo segretario già al momento della promozione cardinalizia, divenne a sua volta protonotario. A esso nel tempo furono affiancati Nicolò Ardinghello e Girolamo Dandini che, con l’alacre e coltissimo Bernardino Maffei, completarono un gruppo di lavoro di tutto rispetto nel sostenere il Farnese nella sua carica. Tutelato dalla presenza politica del nonno e dal Cervini, iniziò a occuparsi progressivamente delle materie di Stato: il primo impegno fu relativo alla formalizzazione della lega antiturca tra Venezia, Roma e l’Imperatore (8 febbraio 1538). E unitamente a questo sforzo di contenimento delle insidie ottomane nel Mediterraneo collaborò nel coordinamento del lavoro dei nunzi alla preparazione del viaggio di Paolo III a Nizza per giungere a una tregua nel conflitto franco-imperiale. Egli stesso partecipò al seguito del Papa all’incontro della primavera-estate 1538, affinando la sua dimestichezza con gli ambienti internazionali e con l’apparato diplomatico curiale. Dopo la sconfitta della Prevesa intensificò l’impegno di fedele esecutore dell’azione pontificia per la politica di conciliazione, non rinunciando ai tentativi di mantenere in vita la lega antiturca, seriamente compromessa dall’avvenimento militare e dalla crescente indifferenza politica e finanziaria degli alleati. Nel dicembre si occupò in tal senso di favorire una creazione cardinalizia equilibrata e in sintonia con il neutralismo più volte affermato: sostenne personalmente l’elezione di P. Bembo con l’intenzione di manifestare una buona disponibilità nei confronti di Venezia in cambio di una non rinuncia alla lotta antiottomana. Alle questioni di ordine statuale (e fu una costante) si intrecciarono interessi familiari e personali. Nel novembre 1538 si attivò inutilmente per accasare la sorella Vittoria con un membro della famiglia reale francese ed ebbe a questionare con il cardinale Ercole Gonzaga sulla badia di Lucedio, da cui ottenne una pensione di 5000 scudi, e sul godimento del beneficio dell’ospizio di Altopascio che diede adito a una lunghissima diatriba a cui non erano ovviamente estranei i tesi rapporti con Cosimo de’ Medici. Alla morte dell’imperatrice Isabella (1° maggio 1539) risale la prima vera missione diplomatica del Farnese. Egli partì il 19 maggio e giunse a Toledo il 16 giugno per le condoglianze. Con il Cervini avanzò la proposta concreta di un matrimonio di Carlo V con Margherita, la figlia di Francesco I, proponendo la via di una politica matrimoniale per l’appianameto delle tensioni franco-imperiali. Il rifiuto dell’Imperatre alla ingenua proposta diede il senso del fallimento della missione e il Farnese poté testimoniare al Papa soltanto il mantenimento di un contatto con Roma per eventuali sviluppi di conciliazione. Prima di tornare a Roma il 21 luglio non mancò di avanzare l’ipotesi di un matrimonio di Vittoria con lo stesso Imperatore, di saggiare il terreno sulle intenzioni imperiali circa la necessità di trovare al più presto uno Stato a Ottavio Farnese e Margherita d’Austria dove collocare la cospicua dote di 150000 scudi e di ricordare l’imbarazzante situazione di rifiuto da parte della sposa assai più matura d’età del giovanissimo fratello. Richiese a questo proposito un intervento di Carlo V e della sua autorità paterna per porre fine all’incresciosa situazione. Il Farnese, nonostate un mal celato rancore per essere stato sopravanzato, egli primogenito, dal fratello minore a una posizione prestigiosa e secolare, segnalò la nefasta opera di disturbo sulla infelice e nevrotica Margherita del maggiordomo don Lope Hurtado e della moglie donna Margherita de Rojas. Escludendo di fatto un feudo nei territori imperiali, dopo un accenno alla possibilità di Firenze, ovviamente osteggiatissima da Cosimo, al Cervini e al Farnese l’ipotese più praticabile apparve quella di Camerino, che venne in effetti concesso dal Papa a Ottavio Farnese il 5 novembre 1539. Pur lontano dal dibattito teorico e teologico sulla riforma della Chiesa e vicino agli aspetti di gestione politica della convocazione di un concilio che si scontrava con la simmetrica volontà di Carlo V di subordinare lo stesso alla ricomposizione dell’unità della Germania, protestò in nome del Papa per il recesso di Francoforte, del resto non confermato dall’autorità imperiale e per le ventilate possibilità di una gestione laica e nazionale della questione confessionale e della conseguente estromissione della Curia. Ancora impacciato e inesperto, il Farnese si trovò a sostenere una folle proposta di Francesco I circa un’azione contro l’Inghilterra da parte del Papa e di Carlo V che avrebbe portato a una spartizione tripartita dell’isola, a cui l’Imperatore rispose con una lezione di cautela politica ricordando al Farnese il rischio di una saldatura tra Enrico VIII e i luterani. In un contesto molto vago e informale maturò nel Papa, all’annuncio della volontà di Carlo V di incontrarsi nel suo viaggio verso le Fiandre con Francesco I, la nomina del Farnese, il 24 novembre 1539, quale nunzio incaricato di seguire lo sviluppo dei colloqui tra i due sovrani. Accompagnato anche questa volta dal Cervini, si trovò a interpretare i dettami di un’istruzione che considerava l’incontro come una prosecuzione del convegno di Nizza. Venne confermata la priorità della pace come condizione necessaria per la convocazione del concilio per purgare la casa, punire i luterani e risolvere il conflitto con Enrico VIII, sottolineando che, in una fase interlocutoria i compiti del Farnese non dovevano travalicare una sorveglianza esterna degli abboccamenti ufficiali, una conferma del neutralismo e la resistenza a eventuali iniziative ostili alla Santa Sede. Partito da Roma il 28 novembre, proseguì nella totale indifferenza per giungere infine a Parigi. Nonostante la sua missione non risultasse in fondo troppo gradita, egli poté sovente partecipare a conviti esclusivi: il 3 e il 4 gennaio 1540 venne ricevuto da solo rispettivamente da Francesco I e da Carlo V a cui raccomandò di non scegliere la via dell’accordo privato e segreto rinunciando a un doveroso consulto con il Papa. Con Carlo V non mancarono elementi di tensione circa le pressanti richieste di denaro da destinare alla lotta antiottomana che l’Imperatore riteneva dovessero gravare soprattutto su Roma e che erano senz’altro per lui esorbitanti e insostenibili. Brillante nella vita di Corte, il Farnese viaggiò a Rouen, Caen e Amiens per curare interessi privati e, dopo un’ulteriore e inutile udienza con Francesco I, il 14 febbraio partì verso Gand per avvicinarsi all’Imperatore. Qui poté verificare la scarsa volontà di pace e di convocazione del concilio, anzi il dubio e la tardanza divennero protesta per l’intenzione imperiale di ricercare accordi politici con il mondo riformato tedesco organizzato nella Lega di Smalcalda, per l’ipotesi di una tregua generale con i Turchi e addirittura di un riavvicinamento con Enrico VIII. L’interesse principale della legazione fu orientato a una paziente opera di convincimento nei confronti dell’Imperatore per allontanarlo vieppiù dalla volontà di trattativa e di compromesso anche religioso nei confronti dei luterani, soprattutto dopo la manifesta intenzione veneziana di concludere una pace separata con i Turchi, di consolidare finanziariamente la Lega cattolica e di spingere per una sollecita apertura del concilio, unico rimedio alle crescenti defezioni che andavano verificandosi anche in campo cattolico. Nell’aprile, persistendo la sua esclusione, quella del Cervini (per la verità vero responsabile della missione, estensore della corrispondenza diplomatica e creato cardinale nel dicembre 1539) e dei nunzi persino dall’informazione, essendo le proposte papali circa la risoluzione della successione del Ducato di Milano come base della pace d’Italia praticamente ignorate, il Farnese giunse a sospettare addirittura di un disegno franco-imperiale per spartirsi l’Inghilterra e l’Italia. Infine l’11 maggio, verificata l’inutilità della prosecuzione della missione, il Farnese si congedò dall’Imperatore e il Cervini venne lasciato come legato. Ripreso il suo posto in Curia a Roma, continuò a seguire le questioni fondamentali che agitavano la politica papale. Nonostante non si possa parlare di una vera e propria autonomia di iniziative, egli attivò una scrupolosa e intensa corrispondenza con i nunzi presso le corti francese e imperiale. Specie con quest’ultima si fece portavoce in più occasioni della volontà papale di ostacolare ogni concessione ai luterani anche se giustificata con lo sforzo di ricercare l’unità politica della Germania: in tale senso nel luglio e nell’agosto manifestò ripetutamente a Marcello Cervini e a Giovanni Morone l’imbarazzo e l’opposizione a una partecipazione pregiudiziale al colloquio di Worms e organizzò il tormentato invio di   Tommaso Campeggi (4 novembre) e di Gaspare Contarini quando la Dieta fu trasferita a Ratisbona (12 marzo 1541) in un estremo tentativo di conciliazione. Tuttavia, l’atteggiamento egemonico e soprattutto politico dell’Imperatore di fronte al problema della Riforma, il radicalismo dell’interlocutore, il fallimento di Ratisbona dove ogni tipo di soluzione era stata prospettata, persino quella suggerita dal Granvelle di corrompere con 50000 scudi i principali teologi protestanti, fecero sì che il Farnese in nome di Paolo III richiamasse il Contarini e riaffermasse che soltanto il concilio poteva essere la sede idonea ove affrontare l’eresia luterana con una marcata rivendicazione dell’assoluta autorità del Papa in materia religiosa. Contemporaneamente il Farnese fu strumento della politica espansionistica familiare. Partecipò come membro garante alla commissione per la resa di Ascanio Colonna nell’ambito della lotta antifeudale: un’azione intrapresa con energia sin dall’inizio del 1541 e conclusasi con la caduta di Paliano e il ridimensionamento del partito filoimperiale e di qualunque velleità baronale di coniugare le proprie aspirazioni al grande scontento popolare provocato dal pesantissimo fiscalismo di Paolo III. In un clima di crescente tensione, l’8 settembre il Farnese fece parte del seguito papale al convegno di Lucca seguendo i tentativi di pacificazione, che sembravano compromessi dall’assassinio degli inviati francesi A. Rincon e C. Fregoso, sostanziandoli con una strategia diplomatica di contenimento di una vanificazione della tregua di Nizza e di ripresa delle ostilità e con una intensificazione del controllo dei focolai di insoddisfazione e dei tentativi di inserimento degli Stati italiani nel conflitto franco-imperiale. Sovente puntiglioso e burocratico, sbarazzatosi della tutela da lui considerata moralistica di Marcello Cervini, andò rinsaldando il sodalizio con il padre e con il fratello Ottavio per soddisfare ambizioni dinastiche e assumendo la fisionomia di un politico impegnato nel doppio fronte, internazionale e curiale, dell’organizzazione della segreteria. Non alieno da esibizionismi, concepì meccanicamente e talvolta rozzamente, non sempre in sintonia con la superiore intelligenza tattica del Papa, il neutralismo e il controllo della situazione italiana come totalmente subordinato agli interessi personali e in genere dei membri più giovani della famiglia Farnese. Ciò fu evidente quando, a guerra franco-imperiale ormai riaperta, fu incaricato, unitamente a Pierluigi Farnese, di preparare l’incontro tra il Pontefice e Carlo V a Busseto nel giugno del 1543 ove venne avanzata l’ipotesi di una assegnazione del Ducato di Milano a Ottavio Farnese, senza però raggiungere cosa alcuna sustantiale per l’insostenibilità della somma richiesta come contropartita. Nel novembre, in un clima sempre più avvelenato dalle accuse di faziosità o dalle impellenti richieste di pronunciamento di entrambi i contendenti e dalle infinite difficoltà di gestione, direzione e partecipazione poste dalla convocazione del concilio a Trento, il Papa tentò la carta di una nuova legazione di pace incaricando il Farnese, a sottolineare l’importanza dell’iniziativa, di recarsi presso i belligeranti. Nominato il 21 novembre, il 28 era già partito per giungere il 1º gennaio 1544 a Fontainebleau: a Corte, nono stante la gentilezza formale, non poté che cogliere un’atmosfera di fredda sospettosità e di scarsa fiducia nei confronti di Roma, appena ravvivata dalle sue pratiche per sondare la possibilità di un matrimonio tra la sorella Vittoria e il duca d’Orléans. Proseguì rincorrendo l’Imperatore, per riuscire finalmente a contattarlo a Magonza il 20 dello stesso mese. Nulla poté ottenere al cospetto di un Imperatore irritato dai reiterati rifiuti del Papa alle richieste di finanziamenti e di aiuti avanzati per sostenere la lotta ai protestanti e dalla equipollenza tra la sua persona e il re di Francia che veniva affermata diplomaticamente nella strategia neutralista del Papa. Scosso dall’irruenza di Carlo che non aveva mancato di ricordare l’esempio di papa Clemente VII e di dichiarare che avrebbe intrapreso l’opera di riforma nella Germania senza l’intervento alle Diete di legati sgraditi e dannosi, il Farnese sulla via del ritorno si recò in Francia dove riprese, o tentò di farlo, le trattative per il matrimonio di Vittoria con il duca d’Orléans e assisté al battesimo del delfino. Sottoposto a un’incalzante richiesta di schieramento filofrancese, il Farnese si mantenne alle consegne neutraliste, senza dunque ottenere nulla se non attestati di stima e una calorosa accoglienza. Tornato a Roma, si occupò di ordinaria amministrazione sino a quando con la pace di Crépy (18 settembre 1544) e la conseguente pacificazione tra le maggiori potenze cattoliche non fu possibile riaprire la discussione sulla convocazione e sull’apertura del concilio. Ipotesi che aveva ricevuto mortificazione da una situazione politica particolarmente tesa con l’Imperatore, il quale manifestò le sue intenzioni di esclusione e di subalternità dell’autorità pontificia dichiarando, a conclusione della Dieta di Spira (giugno 1544), con un atto formale, la precisa volontà di convocare un sinodo nazionale tedesco in attesa del concilio, di concedere l’ingresso a riformati nella Camera imperiale e la sospensiva di processi per motivi religiosi. Roma rispose con un breve di biasimo (27 luglio) ma negli spiragli concessi dalla fine delle ostilità il Farnese si attivò nel rasserenare il clima generale e consentire così l’apertura del concilio a Trento: da tempo aveva partecipato alla scelta della sede, che doveva vedere consenzienti sia i Francesi sia i Tedeschi e aveva curato, per stemperare l’animosità imperiale, le pratiche per l’elezione di tre cardinali spagnoli (19 dicembre 1544). Il momento più impegnativo fu per lui, in questa strategia di avvicinamento tra Carlo V e Paolo III, l’incarico di recarsi a Worms per una missione preparata da Cristoforo Madruzzo, vescovo di Trento e neopubblicato cardinale, e per riallacciare una collaborazione e immaginare una strategia comune, a ridosso dell’ormai imminente apertura del concilio. Partito il 17 aprile da Roma, il 23 fu a Mantova e il 25 giunse a Trento, con un seguito di 250 cavalieri, dove si convinse della necessità di una breve dilazione dell’apertura subordinata all’esito della missione. Quindi, timoroso di divenire buona preda di cavalieri heretici imboscati nelle strade alpine, si fece accompagnare da una nutrita scorta armata con mille precauzioni di itinerario per giungere a Worms il 17 maggio 1545 apparentemente per discutere sull’entità del sussidio papale per la lotta contro il Turco. In realtà oltre a ciò, per cui aveva una cedola cambiaria di 100000 scudi da consegnare al banco di Augusta, aveva avuto l’incarico prioritario di affrontare la riappacificazone e il coordinamento di Carlo V con il Papa come passo fondamentale per procedere a una sollecita punizione militare e inquisitoriale del luteranesimo. Gli abboccamenti con l’Imperatore e il cardinale di Granvelle rivelarono al Farnese, ormai sempre più a suo agio e maturo negli ambienti diplomatici, che persistevano nell’Imperatore incertezze legate alla dimensione e alla rilevanza delle forze protestanti: si richiamò per il momento la difficoltà di optare per una soluzione di forza, a sostegno della quale comunque era considerato indispensabile un ingente sforzo finanziario del Papa. Anche qui interessi personali e una certa preoccupazione per il futuro, sollecitata in primo luogo dal padre Pierluigi, a mostrarsi accondiscendenti alla volontà imperiale in virtù delle incertezze per l’età avanzata del Papa, contribuirono a che il Farnese approvasse l’idea di una lega con Carlo V, finanziata generosamente dal Pontefice per ingaggiare un conflitto risolutivo con la Lega protestante. Si impegnò nel sondare il margine di manovra e le contropartite che l’Imperatore concesse all’ingrandimento della casa, trattò senz’altro la possibilità di matrimonio tra Fabrizio Colonna e Vittoria Farnese ma soprattutto, in grande segretezza, accennò alla creazione di un ducato di Parma e Piacenza da destinare a Ottavio Farnese nel caso di un fallimento dell’opzione milanese. Partito alla chetichella alla fine di maggio con una fuga notturna che non mancò di far avanzare ipotesi audaci (la più suggestiva delle quali indicava che avesse voluto barattar il cardinalato con il ducato di Milano et pigliar moglie), il 2 giugno fu nuovamente a Trento per riferire ai padri conciliari. Quindi fu a Roma l’8 giugno per discutere la liceità della sua approvazione e l’entità degli aiuti finanziari con lo stesso Papa, che si dichiarò disponibile a offrire altri 200000 scudi, 12000 fanti e 500 cavalieri spesati per quattro mesi, a concedere la metà delle entrate ecclesiastiche ispaniche e la facoltà di vendere monasteri spagnoli a patto che tutte queste risorse venissero impegnate unicamente contro i luterani. Con questo preliminare accordo di carattere offensivo ottenuto dal Farnese e ratificato dal Papa, il 13 dicembre 1545 il concilio di Trento ebbe la sua apertura ufficiale. Nella prosecuzione dell’opera di applicazione della pace, venne indicato come possibile legato presso la Corte cesarea, ma Carlo si oppose alla presenza di legati pontifici che si intromettessero o anche solo controllassero le trattative con Francesco I. Il Farnese fu poi contrariato per la creazione del fratello Ranuccio a cardinale (16 dicembre 1545) che intralciò una crescente collaborazione di intenti con il padre, di cui divenne strumento degli sforzi nel convincere il Papa, tramontata l’assegnazione del Ducato di Milano a Ottavio Farnese, ad assumere un atteggiamento più compromissorio nei confronti dell’Imperatore per preparare l’investitura a Pierluigi Farnese del Ducato di Parma e Piacenza e, per se stesso, a corroborare una probabile candidatura a divenire papa. Nonostante le cautele, il senso tattico e l’abilità nel contribuire alla costituzione di un gruppo di pressione sul Papa, non riuscì a evitare un pesante litigio con quest’ultimo circa le aspirazioni di Pierluigi Farnese che evidenziò gli schieramenti all’interno della famiglia. E di riflesso queste invadenze provocarono nell’agosto 1545, in una riunione concistoriale, dubbi e dissensi manifesti in molti cardinali, che solo l’intervento di Paolo III riuscì a contenere. La fitta corrispondenza con il padre e con Apollonio Filareto, un frenetico e disinvolto attivismo negli ambienti curiali e diplomatici, l’ostinazione nel respingere il malconteto di Vittoria, Margherita e Ottavio Farnese, dei Santa Fiora e dei Gonzaga e la sostanziale indifferenza agli echi negativi che un tale atto nepotistico avrebbe provocato in sede conciliare attestarono il ruolo determinante del Farnese nel nuovo assestamento giuridico e familiare: Pierluigi Farnese, in una notte come nasce un fungo, ottenne come vassallo della Chiesa il Ducato di Parma e Piacenza permutando Nepi e Camerino, cedendo quello di Castro e il titolo a Ottavio Farnese. I trascorsi e l’esperienza maturata in precedenza furono decisivi nella destinazione del Farnese come legato al seguito dell’esercito pontificio nella guerra contro i protestanti. Ricevuta la croce il 4 luglio 1546 insieme con Ottavio Farnese, comandante in capo delle truppe, si recò a Bologna per sovrintendere all’allestimento e all’approvvigionamento dell’armata e ripartì per raggiungere l’Imperatore il 16 luglio e iniziare così la campagna contro la Lega smalcaldica. Ammalatosi di febbri che lo costrinsero a sostare a Trento e Rovereto (2-7 agosto), non giunse a Ratisbona per unirsi al fratello che il 24 agosto, per trovarsi di fronte a ulteriori e pressanti richieste di denaro e per assistere al disastro progressivo della spedizione. Il Farnese e il fratello Ottavio furono al centro di severe critiche circa la gestione delle truppe e dei comandanti, irregolarità nei pagamenti e personali sprechi che determinarono una grave caduta di immagine agli occhi dell’Imperatore. Questi non ebbe quasi rapporti diretti con il Farnese né volle riconoscerlo come tale, specie quando si trattò di riproporre una mediazione papale in occasione della pace con la Francia oppure nelle vivaci discussioni sull’opportunià di una traslazione del concilio. Sofferente per fastidiosi disturbi intestinali, venne richiamato verso la fine di ottobre, provocando la diserzione di mille soldati che aggravò ulteriormente nella qualità e nella quantità un’armata sottoposta alla fame, al freddo, agli sbandi e infine alla peste. Sostò a Trento dove ebbe modo di verificare e di difendere la traslazione a Bologna per l’ostilità crescente delle popolazioni e la vicinanza dei riformati. Raccolse qui i segnali delle divisioni interne al concilio sulle procedure e sui tentativi imperiali di pilotare i lavori conciliari e di esercitare una sorta di egemonia connessa con gli sviluppi della campagna antismalcaldica. Constatati gli umori differenziati circa l’accordo per una sospensione del concilio per sei mesi e del rinvio della pubblicazione dei decreti sulla giustificazione e sulla residenza (particolarmente osteggiati a Roma e sostenuti invece dai prelati spagnoli e in genere da coloro che meno erano legati alla Curia), si recò a Venezia per sollazzo e nei primi giorni del 1547 rientrò a Roma. Qui difese vanamente, forse per confermare il ruolo di intermediario e la sua simpatia agli ambienti imperiali che lo consideravano peraltro alla stregua di un fazzoletto, la necessità di un rinnovo della lega con Carlo V contro i luterani. La congiura e la morte tragica di Pierluigi Farnese (10 settembre 1547) coinvolsero naturalmente anche il Farnese che aveva da tempo assecondato il padre e gli atteggiamenti filoimperiali: improvvisamente tutte le sue riflessioni e scelte diplomatiche vennero a essere messe in discussione. A un primo stordimento fece seguito un’immediata azione presso l’Imperatore per ricordare l’antica dedizione e soprattutto la necessità di riconoscere al fratello Ottavio il Ducato e porre fine all’occupazione di Piacenza da parte di don Ferrante Gonzaga, che aveva significato per i Farnese una perdita di 224000 scudi d’oro. Inoltre sostenne, di conserva con l’ambasciatore cesareo Diego Hurtado de Mendoza, l’idea di ritrasferire il concilio a Trento per non irritare ulteriormente l’Imperatore e favorì prima gli aggiornamenti bolognesi e quindi la stessa sospensione. E contemporaneamente la drammaticità dell’evento gli provocò inquietudini sulla politica personale seguita sino a quel momento, in modo che, insensibilmente ma costantemente, maturò anche un lento avvicinamento alla Corte francese. Con discrezione cominciò ad affiancare e consigliare il neoeletto cardinale Carlo Guisa (che saggiò il Papa sulla possibilità di una lega difensiva veneto-franco-pontificia) e, in generale, a mostrare una rinnovata attenzione verso gli ambienti francesi e i loro alleati italiani, in primo luogo i fuoriusciti fiorentini capitanati dagli Strozzi. Nel frattempo contribuì considerevolmente a finanziare con sostanze personali e di propria iniziativa il fratello, precipitatosi nel settembre 1547 al soccorso e alla difesa di Parma. Le preoccupazioni per il vicino tramonto del pontificato farnesiano e il crescente clima di ostilità contro la casa Farnese aumentarono l’autonomia del Farnese, che diede incarico a Giuliano Ardinghelli, inviato all’Imperatore nel marzo 1548, di avanzare una trattativa sul destino di Piacenza, tentando di imporsi come l’interlocutore privilegiato e testimone degli interessi del fratello Ottavio e di Margherita. Un’anticipazione di quell’accordo segreto che, dopo il ritrasferimento del possesso di Parma e Piacenza alla Santa Sede per volontà di Paolo III, ebbe con Ottavio Farnese, il quale iniziò a intavolare trattative con il luogotenente imperiale di Milano, Ferrante Gonzaga, per una ricompensa o l’investitura di Parma da parte dell’Imperatore. Il Farnese ebbe una parte rilevantissima nel sostenere a Roma questa azione che attirò su di lui le ire del Papa: ciò non gli impedì tuttavia di strappare al nonno moribondo un breve che riconcesse la città al fratello (8 novembre 1549). Mantenne questa spregiudicatezza anche in occasione del lungo conclave che portò all’elezione di papa Giulio III. Nei lenti lavori, con la minaccia di affidare l’elezione del Papa ai padri conciliari, in un sostanziale equilibrio tra i partiti avversi, tra violazioni del regolamento per i continui contatti con l’esterno, a ventinove anni, con diciassette voti a disposizione, fu animatore del partito imperiale-farnesiano. Ottenne una dichiarazione solenne di riconoscimento del possesso di Parma a Ottavio Farnese, a cui consigliò con fermezza una strategia di attesa e moderazione. Sostenne invano la candidatura di R. Pole, indicò i cardinali sgraditi, stroncò le aspirazioni del cardinale G. Salviati, sostenuto dal re di Francia, anche contro l’opinione di cardinali vicini all’imperatore (Gonzaga, Madruzzo e Sforza). Infine, a più di due mesi dalla convocazione, governò i dissensi emersi all’interno della famiglia Farnese sull’elezione, si accordò personalmente con il cardinale di Lorena Carlo di Guisa, l’anima del re christianissimo, sul nome di Giovan Maria Ciocchi Del Monte su cui fece convogliare l’8 febbraio 1550 tutti i voti del gruppo da lui controllato, obbligandosi così il neoeletto pontefice Giulio III. Sempre più oculato nel considerare innanzitutto la propria fortuna personale, all’interno della famiglia la sua posizione divenne predominante: ai primi di ottobre del 1550 orientò risolutamente il consiglio di famiglia che decise nel marzo seguente di stipulare un’alleanza con Enrico II e sancì l’indipendenza degli inesperti, mal consigliati Farnese rispetto agli orientamenti filoimperiali del Papa. Di fronte alla inaffidabilità del Papa, all’accordo con Ottavio Farnese, di preservare Parma e di riconquistare Piacenza, nonostante la preoccupazione per le rendite nel Regno di Napoli e della Diocesi di Monreale, il Farnese fu l’animatore e il propulsore di una politica strumentale di intesa con il Re di Francia. L’avvicinamento fu improntato alla cautela e il raggiungimento degli stessi fini venne da lui subordinato a una tattica temporeggiatrice in una situazione delicata nella quale si preoccupò di non interrompere formalmente i rapporti con entrambe le Corone e con il Papa. L’animosità del Papa di fronte alla ribellione di Ottavio Farnese, che non voleva cedere alla proposta di consegnare le città emiliane in feudo pontificio, la convocazione di un concilio nazionale in Francia proprio nel momento in cui era richiesta una presenza francese qualificata per legittimare la riapertura conciliare a Trento e un possibile intervento del Re in Italia lo posero spesso in imbarazzo nel mantenere questa condotta di apparente neutralità. Fortemente sospettato di doppiezza e sorvegliatissimo, venne incaricato dal Papa di portare personalmente a Ottavio Farnese un ultimo richiamo all’obbedienza: partì da Roma il 18 aprile 1551 e raggiunse Parma il 28 aprile. Dopo la firma del trattato (27 maggio 1551) con Enrico II, divenuto protettore della casa Farnese con la promessa di 2000 fanti, 200 cavalieri e un sussidio annuale di 12000 scudi d’oro, con Orazio Farnese promesso sposo di Diana di Francia, figlia naturale di Enrico II, e organizzatore con i fuoriusciti dei preparativi militari, il Farnese, nonostante la proibizione del Papa, si allontanò da Parma il 14 maggio 1551 per rifugiarsi presso la sorella Vittoria, lontano dall’epicentro delle ostilità per meglio partecipare alla difesa degli interessi familiari e preservare lo stato ecclesiastico personale senza pregiudicarsi completamente la possibilità futura di una dissociazione. Sottoposto come gli altri membri della famiglia a rappresaglie, gli venne intimato dal Papa di rientrare a Roma il 16 giugno e il 20 dello stesso mese gli vennero venduti i mobili di palazzo Farnese per 30000 scudi e posta sotto sequestro la Diocesi di Monreale. Ottenne soltanto di potersi recare a Firenze, dove giunse il 23 luglio. Seguì durante l’anno gli sviluppi militari con una certa apprensione soprattutto per la disomogeneità e le rivalità presenti tra Orazio e Ottavio Farnese da un lato, le forze del fuoriuscitismo fiorentino e i contingenti francesi: non cessò mai di avere rapporti epistolari con Margherita d’Austria e il fratello Ranuccio. Il breve del 20 aprile 1552 che aprì la strada alla tregua d’armi venne accolto con sollievo e persino come un successo dal Farnese che tuttavia continuò a restare lontano da Roma sino al 7 giugno: il giorno dopo si recò a pacificarsi con Giulio III e a recuperare le sue rendite ecclesiastiche con un rientro sfarzoso pontificalissimamente accompagnato in corteo da tre cardinali, ventiquattro vescovi e quattrocento cavalieri. Passò l’estate nei possedimenti farnesiani del Viterbese e il 4 settembre fu a Siena, ribellatasi agli Spagnoli, per testimoniare con la sua persona una solidarietà sino ad allora soltanto formale ed epistolare e per scontrarsi con il suo rivale Fabio Mignanelli, nominato legato in sua vece. Giunse a Parma il 10 settembre e ne ripartì ben presto con l’intenzione di recarsi alla Corte di Francia dove godere del felice esito dell’alleanza con Enrico II e per mantenersi prudenzialmente distante dalle insidie degli ambienti curiali che non lo vedevano più personaggio di spicco e di potere come nel passato. Attraverso la Valtellina, la Svizzera e Lione, si riunì alla Corte a Châlons in Champagne il 16 novembre 1552. I motivi del viaggio furono legati alla speranza, fallito il tentativo di farsi inviare come legato del Papa a Siena, di ottenerne dal Re di Francia la luogotenenza per Orazio Farnese e per sé la protezione degli affari francesi, garanzia di un ritorno più tranquillo in Curia. Egli coltivò anche segretamente il sogno di un’ulteriore espansione dei territori familiari così da saldare il Viterbese al Senese e ai possedimenti parmensi dando in tale modo ulteriore concretezza all’antico progetto farnesiano di creare un forte potere nell’Italia centrale. La sua permanenza in Francia lo vide molto presente nelle attività cortigiane, diviso tra il seguito reale e soggiorni ad Avignone (il primo fu nel marzo del 1553) di cui aveva la vice legazione, della quale, del resto, si occupò assai poco. Probabilmente riuscì a convincere il Re, specie dopo la vittoria di Metz e la riproposizione dell’Italia come nuovo terreno di conflitto, che nell’ambito della politica italiana un rafforzamento dei Farnese e della loro posizione politica, economica e territoriale avrebbe significato un vantaggio non trascurabile. Il Farnese si offerse come anello di congiunzione con la politica papale, in un momento generale di appassimento delle relazioni con l’Imperatore e un concilio non ancora concluso e garante di una rappresentatività a Roma che approfittava della volontà del Re di Francia di rafforzare la sua influenza in Curia. Per questa ragione si vide assegnare nel gennaio 1553 le entrate del Vescovato di Grenoble e di un’abbazia di Tolosa per un totale di 30000 libbre, poco prima di assistere al matrimonio di Orazio, suo fratello minore, con la figlia bastarda del Re, Diana di Francia duchessa d’Angoulême (14 febbraio). Dopo la morte repentina di Orazio Farnese in battaglia (19 luglio 1553) e l’inconsistenza degli aiuti offerti al fratello Ottavio anche dopo il suo arrivo e il suo breve soggiorno a Corte, rimase di fatto l’unico beneficiario del favore del Re e ottenne nel novembre 1554 il Vescovato di Cahors (18000 libbre di rendita). Il Farnese lasciò la Corte francese il 24 giugno 1554 con un memoriale del sovrano francese che lo pregò di usare tutta la sua influenza per ottenere l’appoggio di Giulio III nella guerra di Toscana. Accolto trionfalmente a Roma al ritorno nell’estate del 1554, la sua solidità finanziaria si era addirittura accresciuta se in un computo del 1º agosto la sua Corte fu capace di sfamare centottantatré persone tra familiari, camerieri, palafrenieri, cantinieri, mulattieri, trincianti, credenzieri, cuochi, bottiglieri, stallieri, scopatori, portieri, giardinieri, musici, scalchi e sottoscalchi. Inoltre il 27 luglio, scalzando il cardinale Jean du Bellay, ottenne comunque la carica molto remunerativa di protettore della Francia presso la Corte romana (120000 libbre) per cederla però ben presto e a malincuore al cardinale Ippolito d’Este. In questo periodo fu oscuramente impegnato ad attendere l’esito della guerra di Siena, disastroso per i fuoriusciti (Marciano, 2 agosto 1554), e a tentare di riavvicinare, a nome del Papa, il duca Cosimo de Medici con il Re di Francia in vista di una campagna nel Napoletano. In realtà, egli sino al dicembre cercò di sfruttare la situazione per far assegnare da Enrico II il governo militare dello Stato senese a Ottavio Farnese. La morte di Giulio III e il brevissimo pontificato di Marcello II servirono a palesare però la diffidenza sostanziale che ormai intercorreva tra il Re di Francia e il Farnese. Partito da Roma il 13 gennaio 1555, dopo una breve sosta nel Viterbese, si imbarcò per Tolone e di lì partì per Avignone, dove giunse l’11 marzo probabilmente per tentare di dissipare i timori e i sospetti, peraltro fondati, sulla sua affidabilità: altri candidati erano stati presentati come graditi a Parigi in un momento in cui ancora viva era l’animosità per la guerra di Siena. Tornato precipitosamente a Roma il 15 aprile, si vide offrire da Marcello II la possibilità di tornare alla segreteria di Stato ma rifiutò questa proposta insistendo presso il Papa per una solerte restituzione di Piacenza al fratello Ottavio. All’apertura del nuovo conclave, il 15 maggio 1555, il Farnese aspirò alla tiara in assoluto contrasto con i cardinali Ippolito d’Este e Jean du Bellay. Svanita questa opportunità, si collocò al centro tra Francesi e Imperiali, da vero arbitro, e si attivò nella crescente divisione della fazione filofrancese per rendere possibile l’elezione il 23 maggio di papa Paolo IV. Subito dopo fu tra i sostenitori della promozione controversa di Carlo Carafa al cardinalato con la manifesta intenzione di legarsi al nuovo potere pontificale. Formalmente uomo della Francia, il Farnese fu, in realtà, molto attento all’evolversi della situazione politica: le presenze e le cariche ecclesiastiche a Roma del clero francese vennero seguite da vicino anche con prese di posizione personali. Proverbiale fu il sentimento di antipatia nei confronti di Jean du Bellay e il sostegno che venne accordato a F. de Tournon quando a questo non venne concesso il decanato. Discretamente affiancò l’ambasciatore francese Jean d’Avanson nel far avanzare il trattato di alleanza franco-papale sino alla stesura e alla firma del progetto di lega (15 dicembre 1555). La resistenza a esporsi troppo, oltre che per la crescente diffidenza della Corte francese, fu determinata da un giudizio d’inopportunità circa i disegni eccessivi dei cardinali Carlo e Ludovico di Guisa nella penisola, in effetti sconfessati e vanificati poco più tardi dalla tregua di Vaucelles (16 febbraio 1556). Tuttavia, la ragione sostanziale stava per il Farnese in una strategia di progressivo avvicinamento alla casa d’Austria dopo aver visto sfumare ogni possibilità di trarre vantaggio dalla guerra di Siena: dopo la sconfitta di Marciano i contatti con gli Imperiali si fecero sempre più frequenti inseguendo gli obiettivi prioritari di recuperare alla famiglia i territori occupati da Ferrante Gonzaga e di far revocare le numerose confische operate, la più dolorosa delle quali era quella dei benefici dell’abbazia di Monreale. Nello stesso tempo il timore di uno schieramento intempestivo lo preoccupò per la sorte delle entrate di cui godeva nei possedimenti ecclesiastici francesi. Pertanto il suo atteggiamento fu improntato a una grande prudenza e a una doppiezza nei rapporti politici. Nell’autunno del 1555 con il fratello Ottavio mostrò apparentemente un grande zelo nelle riunioni segrete con lo scervellato Carlo Carafa e d’Avanson per una riapertura dell’offensiva antispagnola in Toscana e nel Meridione. Una tattica attendista in un quadro confuso in cui però andarono degradandosi il prestigio e il credito personale del Farnese presso il Papa, tanto che dopo un violento alterco, dove lo si giudicò perfido, cattivo ed eretico, meditò seriamente di ritirarsi per qualche tempo ad Avignone. Obbligato a risiedere a Roma, dopo la tregua di Vaucelles, l’attrazione verso l’orbita spagnola si fece sempre più forte: iniziò una corrispondenza amichevole con il viceré di Napoli, continuando contemporaneamente a mostrarsi interessato alle velleità dei Carafa e nel giugno 1556 si recò prima a Ronciglione e poi a Parma per concertare i dettagli del distacco dall’influenza francese. Quando la lettera imperiale di restituzione (25 agosto 1556) di Piacenza, Novara, di Monreale e della dote di Margherita rivelò il voltafaccia, protestò la sua innocenza cercando di addossare tutta la responsabilità sul fratello Ottavio e sforzandosi disperatamente di mantenere così intatto il patrimonio francese. Impresa vana poiché le rendite delle abbazie di Caen, Beaufort e Granselva e dell’Arcivescovato di Viviers gli furono confiscate il 23 ottobre 1557 in occasione dell’apertura del conflitto franco-spagnolo in Italia e furono a lui restituite soltanto nel 1559. La spedizione francese di Francesco duca di Guida in Italia per la conquista di Napoli provocò non poche apprensioni, prima tra tutte quella di un attacco allo Stato farnesiano di Parma. Anche qui, di conserva con il fratello, il Farnese ostentò un neutralismo di maniera governandosi secondo il dover del giuoco, in realtà conservando una stretta e interessata intesa con gli ambienti ispanici. Riuscì in parte a mitigare l’ostilità del Papa con un atteggiamento accondiscendente e riuscì persino a coinvolgerlo in un intervento in suo favore per denunciare invano la violazione del diritto ecclesiastico quando Enrico II ordinò l’espulsione dalla Corte di tutti gli agenti farnesiani. Però i rapporti tra Paolo IV e il Farnese soffrirono soprattutto di una reciproca e simmetrica antipatia che si manifestò nella scarsa consonanza nel vivere aspetti fondamentali del clima controriformato e che permasero sino alla scomparsa del Pontefice. Paternalista, ricco, incapace di rinunciare ad attività mondane e finanziarie, principesco, protettore di libertini, di ebrei e di artisti, mal sopportò il furore inquisitoriale dei Carafa: difese le proprie entrate con accanimento, fece scarcerare proprie creature, si preoccupò della sorte della biblioteca del palazzo Farnese, fu decisivo, forse, nel salvare la comunità ebraica di Roma da una punizione durissima in occasione dell’unica accusa di omicidio rituale che si ricordi a Roma. In una situazione internazionale stabilizzatasi con i trattati di Cateau-Cambrésis, rilevantissimo fu il ruolo da lui rivestito in occasione del conclave, lungo ed estenuante, che portò all’elezione di papa Pio IV. Quotato a sei nelle scommesse di trivio del picchetto del quartiere Ponte, poteva contare su una ventina di voti. Il 23 settembre 1559, svegliato nottetempo, riuscì a sventare un colpo di mano per eleggergli in faccia il cardinal di Mantova (Ercole Gonzaga) e si impegnò a curare l’ingresso delle somme per sostenere il cardinale Rodolfo Pio di Carpi e guadagnare consensi. In un’atmosfera cittadina sempre più disordinata e in preda a una criminalità sempre più diffusa, come a ogni prolungamento di sede vacante, trascinandosi tra vini pretiosi, giaccio mattina e sera fatto portare di Abruzzo, vitella, uccellami, pollami, ogni sorta di selvatichumi, insofferente sino al punto di far smurare una porticella per uscire dal conclave, fu nel dicembre arbitro dell’elezione, particolarmente gradito agli Spagnoli e addirrittura considerato come papabile. Fu decisivo al momento del voto finale in favore del cardinale Giovan Angelo de’ Medici (26 dicembre 1559). Da questo momento in poi l’attività del Farnese si distaccò sempre di più dalla vita politica attiva presso le corti e si connotò principalmente in un oculato mantenimento del proprio potere personale a Roma, nella conservazione di un’immagine prestigiosa e influente e in un accrescimento della propria fortuna patrimoniale che, risolta la questione delle confische francesi, si segnalava per un movimento di capitali, rendite e pensioni impressionante. Con una rete diffusa di agenti patrimoniali, legato a numerosi banchieri, soprattutto fiorentini (Rucellai, Cavalcanti, Bardi, Montaguti, Ceuli e Soderini), a prestatori e ad appaltatori, poté disporre di una liquidità notevolissima e di un credito corrente che negli anni Sessanta fu mediamente superiore ai 40000 scudi d’oro annui (cfr. Archivio di Stato di Parma, Fondo Corte e Casa Farnesiane, s. 12, b. 59; Liber instrumentorum d. Alexandri card. Farnesii 21 agosto 1535-28 gennaio 1567, cc. 72 ss.). Le entrate più sicure e consistenti provenivano da Monreale, 17000 scudi, da Avignone, 7000 scudi, dalle mense episcopali portoghesi, 6400 scudi, a cui si aggiunsero, oltre alle altre rendite ecclesiastiche, i benefici vacanti dovuti al vice cancellierato, che oscillarono tra i 2000 e i 4000 scudi, il commercio di grani siciliai, gli affitti e gli appalti di varia natura (abbazia delle Tre Fontane, San Martino di Viterbo, Vescovato di Massa) e talvolta persino un’attività propria di finanziamento a interesse. Anche nel pieno dei fervori e dei propositi conciliari di limitare il cumulo di benefici, il Farnese aggirò spessissimo la questione valendosi del diritto di nominare un nuovo titolare dei benefici a cui si doveva rinunciare per incompatibilità, indicando prestanome, familiari, oppure soggetti che si accordarono opportunamente con lui per il versamento di una rendita vitalizia. Durante il pontificato di Pio IV, con altri tredici porporati, tra i quali Carlo Borromeo, fu inserito in una commissione per la riforma dei costumi (10 febbraio 1560), in attesa che il concilio esaminasse la riforma dei tribunali pontifici e del conclave. In occasione della scabrosa e nota vicenda dell’arresto dei Carafa si adoperò nel processo per salvare almeno Carlo, vedendo nella loro disgrazia un possibile tentativo di diminuire le prerogative del Sacro Collegio: fu uno dei pochi che nel marzo 1561 osò levarsi in concistoro implorando inutilmente clemenza. A disagio nella nuova atmosfera, nel novembre 1563 durante le ultime sessioni conciliari tentò, anche con iniziative epistolari, di opporsi alle decisioni di riforma della Curia e del Collegio cardinalizio. Sino alla pubblicazione della bolla di approvazione dei deliberati (30 giugno 1564) si animò nel dibattito del concilio soltanto episodicamente quando avvertì il rischio di essere diminuito nel suo rango e nel suo tenore di vita. Favorì Gabriele Paleotti nell’ottenimento della porpora cardinalizia nel marzo 1565. Dopo la morte del Papa, entrato in conclave il 20 dicembre 1565 sostenuto dai cardinali più poveri, il carattere più impermeabile alle influenze delle potenze internazionali che contrassegnò i lavori dei porporati gli consentì di avere un ruolo di primo piano e di attuare una serrata politica personale per ottenere la tiara. In un primo momento si trovò a respingere il tentativo di Carlo Borromeo per far eleggere immediatamente il cardinale Morone e in seguito Amulio Mula. Profittando di una situazione confusa e incerta cercò contatti con i Gonzaga con la promessa, in caso di elezione, di istituire un solido legame parentale tra le loro famiglie e organizzò un sostegno popolare all’esterno del conclave che sfociò in acclamazioni notturne per le strade di Roma: il 3 e il 4 gennaio ottenne sedici voti e subito dopo fece naufragare la candidatura di G. Sirleto e quella fiorentina di G. Ricci. Osteggiato da Filippo II, in una atmosfera sempre più tesa dovette abbandonare ogni velleità dopo un decisivo colloquio con Carlo Borromeo, alla cui intimazione che non s’aggirasse più il cervello in voler essere papa egli rispose proponendo una rosa di quattro nomi tra cui quello di Michele Ghislieri che risultò di lì a poco effettivamente eletto. Papa Pio V lo tenne immediatamente in gran considerazione e riconoscenza nominandolo in una congregazione per la riforma del clero, in un’altra per gli affari di Germania e in una commissione che curasse la formazione di una lega antiturca (autunno 1566). Lo consultò negli affari di Stato, ma la voce che l’assiduità del Farnese nel frequentarlo era da attribuirsi alla volontà di prepararsi la via al pontificato guastò repentinamente le relazioni tra i due. Poi mantenne solo una funzione di consigliere sempre più tiepida e inascoltata nelle decisioni politico-militari e all’interno degli affari di Stato affidati all’emergente figura di Michele Bonelli. Divenuto arciprete di San Pietro, fu impegnato in visite più che altro mecenatesche, a presenziare alcuni sinodi e curare la sua Diocesi di Monreale (1568) per tornare però ben presto a Roma dove, anche a opinione del Papa, la sua presenza si rivelava indispensabile. Ancora una volta ogni sua pur fondata aspirazione a divenire papa dopo la vacanza seguita al decesso di Pio V venne rapidissimamente frustrata dall’intervento perentorio da un lato di Filippo II, che certo non vedeva in lui il modello postridentino di pontefice fermo e rigoroso e dall’altro di Cosimo I de’ Medici. Attonito e confuso dai veti spagnolo e mediceo, nel breve giro di ventiquattro ore, dal 12 al 13 maggio 1572, riuscì almeno a proporre una rosa di quattro candidati al capo dei cardinali di Pio V, Michele Bonelli, all’interno della quale si trovava appunto il futuro Gregorio XIII, Ugo Boncompagni, che in anni lontani era stato suo professore di diritto a Bologna. In seguito riuscì a conservare intatto il suo prestigio grazie alla fiducia che ripose in lui il segretario di Stato del Papa, Tolomeo Galli: di fatto egli si pose a capo di un consistente gruppo di cardinali all’interno del Sacro Collegio non senza scontrarsi con l’indipendenza e l’autonomia del Pontefice. Fece parte della congregazione per gli affari di Germania dal 1573 e seguì l’andamento delle missioni in Polonia, Svezia e Russia. Ascoltato e nello stesso tempo mal sopportato, ebbe con il Papa rapporti contraddittori che non si manifestarono mai in aperte rotture ma piuttosto in piccoli incidenti, in rifiuti a suppliche o richieste di favori clientelari. Nel 1581 tentò invano, sollecitato dal duca di Mantova, di mitigare i rigori antigiudaici del Papa e di consentire il libero esercizio della professione ai medici ebrei. Il 13 dicembre 1583 si fece promotore di una protesta garbata ma ferma sulla dichiarazione di lista di porporati proposta da Gregorio XIII senza nessuna previa consultazione del concistoro che risultò privato così di una funzione fondamentale. Alla morte di Gregorio XIII il 10 aprile 1585 il Farnese fu ancora uno dei più credibili aspiranti all’elezione insieme col suo rivale Ferdinando de’ Medici. Entrambi tentarono di conquistare i voti del cardinale Luigi d’Este e dei nipoti degli ultimi papi. Ottenuta in un primo tempo la promessa dei voti dei cardinali gregoriani da parte di Filippo Boncompagni, divenne quindi più chiaro che una sua candidatura incontrava l’ostilità di molti per pura e semplice invidia, per vecchie ruggini oppure per motivi squisitamente politici che erano indirizzati contro ogni iniziativa di accrescimento del potere della famiglia Farnese. All’apertura del conclave il 21 aprile 1585, nonostante circolassero molte voci in città su una sua elezione, si erano già esaurite tutte le sue speranze: si tirò volontariamente fuori dalla lizza e ostacolò senza successo l’ingresso tardivo del cardinale Andrea d’Austria che sapeva a lui contrario. Tenuto all’oscuro dell’unanimità che andava costruendosi intorno a Felice Peretti, accettò dignitosamente di perdere l’ultima occasione che gli venne offerta di accedere al soglio pontificio e votò anch’egli per il nuovo papa il 24 dello stesso mese, ricevendone in cambio un voto di cortesia. Poco calorosi se non freddi furono i suoi rapporti con la fermezza di papa Sisto V e il Farnese si trovò a essere il catalizzatore di molte lamentele contro il frate tirannico e si scontrò apertamente con lui per il rifiuto delle sue proposte di creazioni cardinalizie (Carlo Conti nel 1587). Fece parte di una congregazione speciale nel gennaio 1587 per trattare gli affari religiosi e politici di Polonia dopo la morte di Stefano Báthory, divenendo protettore della nazione sino alla morte. Nel gennaio 1588 venne nominato membro della nuova congregazione concistoriale che ebbe come compito l’indagine preliminare sull’erezione di nuovi vescovati e sulle assegnazioni di finanziamenti e sui trasferimento di quelli già esistenti. Egli poté a giusto titolo essere considerato un esperto per il suo curriculum singolare e vorticoso: infatti, indicando soltanto le cariche e gli onori più importanti, ebbe il titolo diaconale di Sant’Angelo (1534), quello presbiteriale di San Lorenzo in Damaso (1536), fu vice cancelliere per tutta la vita, governatore di Spoleto (1534), di Tivoli (1535), di Castelgrotto (1535), di Civita Castellana (1540), di Vetralla (1540), amministratore delle Diocesi di Jaen (1535-1537), di Avignone (1535-1551, 1560-1566), di Monreale (1536-1573), di Bitonto (1537-1544), di Ancona (1538, 1585), di Massa Marittima (1538-1547), di Gerusalemme (1539-1550), di Viseu (1547-1552), di Tours (1553-1554), di Cahors (1554-1557), di Spoleto (1555-1562), di Benevento (1556-1558), vice legato di Avignone (1540-1565) e al Patrimonio di San Pietro (1565), cardinale vescovo dal 12 maggio 1564 con il titolo di Sabina, lo permutò in quello di Frascati (1565), quindi in quello di Porto e Santa Rufina (1578) e infine in quello di Ostia e Velletri (1580). Anche se alcuni vogliono che il suo legame con la Compagnia di Gesù fosse senza passione e probabilmente funzionale al rafforzamento del proprio potere romano, il Farnese intrattenne tuttavia con essa una costante frequentazione e mantenne una continua strategia di protezione e di sostegno. Il rapporto con i gesuiti fu da lui iniziato infatti sin dal 1548 quando incaricò Giacomo Lainez di visitare la Diocesi di Monreale in sua vece per comporre i continui litigi tra i canonici del Duomo e i benedettini e porre rimedio alla tracotanza di religiosi e religiose legati alla nobiltà locale. Quindi assicurò versamenti per il mantenimento del collegio germanico, patrocinò i progetti dei collegi di Avignone (1555) e di Parma (1559) anche contro la volontà del fratello Ottavio, finanziò il seminario romano inaugurato nel gennaio 1565 e difese i gesuiti dai ricorrenti attacchi e sospetti. Mentre molto tesi furono i rapporti con l’oratorio di San Filippo Neri per la ferma volontà del Farnese, titolare di San Lorenzo in Damaso, di non alienare la Vallicella e solo un motu proprio di Gregorio XIII e l’intervento di Anna Borromeo lo convinsero nel 1578 a cedere la giurisdizione e in seguito a proteggere tiepidamente la stessa congregazione. Negli ultimi anni della sua vita visse, letteralmente attorniato dai gesuiti, tra Roma e Caprarola ridotto a un dolce porto di quiete, in un crescente distacco per le occupazioni mondane che si limitarono quasi esclusivamente a opere di carità e beneficenza. A tale proposito intensissime e dall’impronta tipicamente principesca furono l’attività caritatevole e l’attenzione per una politica di immagine tipiche di una mentalità tardorinascimentale, con un elenco infinito e non sempre accertabile di beneficati: 10000 scudi in periodo di carestia agli orfani, 2000 al monastero delle convertite, sovvenzioni alla compagnia del Gonfalone per il riscatto degli schiavi cristiani, alla compagnia della Nunziata per dotare le zitelle, fondi per il funzionamento dell’Ospedale San Giacomo degli Incurabili, nella vecchiaia 45000 scudi annui impegnati in elemosina, l’equivalente circa della capacità contributiva di una città pontificia come Bologna. Già sofferente da tempo di podagra e di disturbi agli occhi, il 28 febbraio 1589 venne colpito probabilmente da un ictus cerebrale. I medici vedendo il gran pericolo, vennero a rimedii violenti toccandolo due volte in testa con botton di fuoco: dopo un effimero recupero, morì. Le sue esequie simboleggiarono le forme di un potere che vedeva nell’assistenzialismo e nelle aderenze curiali le sue maggiori espressioni: portato in corteo funebre con gran pompa per via del Pellegrino tra botteghe chiuse e mura apparate a nero, accompagnato dalla nobiltà a lutto, da un gran numero di ecclesiastici, dai membri delle compagnie e delle confraternite, da orfanelli e zitelle, ricevette un così pressante omaggio alla chiesa del Gesù da metter la guardia de’ Tedeschi alle porte. Lì venne sepolto, dopo un’orazione solenne di Pietro Magno, sotto l’altare maggiore da lui finanziato in vita. Da una donna rimasta sconosciuta intorno al 1556 ebbe una figlia, Clelia, di leggendaria bellezza e teneramente amata, che fece maritare nel 1570 a Giovan Giorgio Cesarini e in seconde nozze nel 1585 a Marco Pio di Savoja Signore di Sassuolo. Il Farnese fu, probabilmente, il più importante mecenate delle arti attivo a Roma nei decenni intorno alla metà del secolo XVI. La nomina a vice cancelliere della Chiesa e gli innumerevoli e pingui benefici di cui fu colmato da Paolo III gli arrecarono, di fatto, una ricchezza senza limiti. Ciò gli permise di commissionare ai migliori artisti per un periodo di cinquant’anni un grandissimo numero di opere che andavano dagli edifici ricoperti di affreschi, come villa Farnese a Caprarola e la chiesa del Gesù a Roma, alla miniature e alle gemme preziose. Tra i mecenati del tempo a Roma nessuno avrebbe potuto competere con lui, con la sola eccezione, forse, del cardinale Ippolito d’Este. Il Farnese è importante, soprattutto, perché la sua lunga attività copre un periodo contrassegnato da cambiamenti sostanziali nelle forme del mecenatismo e nel gusto legato alla cultura della Controriforma. Le prime esperienze del Farnese nel campo dell’arte ebbero luogo grazie alla intensa attività di mecenate di suo nonno Paolo III: infatti quando il Papa era troppo impegnato, egli fungeva, spesso, da intermediario tra lui e gli artisti. Il Farnese, tra l’altro, si occupò di trasmettere le istruzioni di Paolo III e ricevere le relazioni di Antonio Sangallo il Giovane e Jacopo Meleghino sulle fortificazioni di Roma e dello Stato della Chiesa. Apprese anche molto nel campo dell’architettura frequentando i membri dell’Accademia della Virtù, fondata da Claudio Tolomei, che tra i suoi progetti coltivò l’idea di una nuova edizione di Vitruvio. Fin da giovane egli fu affascinato dalle arti decorative. Con passione ed entusiasmo collezionò monete antiche e gioielli, commissionando, inoltre, nuove opere ad artisti come Giorgio  Giulio Clovio e Giovanni Bernardi da Castelbolognese, che divennero suoi amici intimi. Verso il 1538 il Clovio si stabilì presso la Corte del Farnese e si dedicò a realizzare miniature per il suo mecenate: tra queste, il famoso Libro d’ore Farnese (New York, Pierpont Morgan Library), eseguito tra il 1538 e il 1546, e il Lezionario Townely, forse del 1550-1560. Il Farnese commissionò anche numerosi lavori a orefici e incisori di gemme, spesso in collaborazione con pittori, quali Perin del Vaga e Francesco De Rossi, detto il Salviati, che avrebbero dovuto occuparsi del disegno. Tra le opere commissionate, la Cassetta Farnese (Napoli, Capodimonte), eseguita tra il 1543 e il 1561, che con la sua cornice, opera di Manno Sbarri, e i cristalli di rocca cesellati dal Bernardi, rappresenta uno dei più importanti esempi di oreficeria cinquecentesca. In seguito, il Farnese si servì dei cristalli incisi dal Bernardi per adornare lo splendido servizio da altare del valore di circa 18000 scudi, iniziato dal Manno e terminato da Antonio Gentile, che nel 1582 donò alla basilica di San Pietro. Il fatto che egli non abbia commissionato opere d’arte monumentali fino alla metà degli anni Quaranta può, con ogni probabilità, trovare una spiegazione nell’ingente costo di simili lavori, unito alle considerevoli somme destinate alla costruzione di palazzo Farnese a Roma. È da notare che in seguito il suo mecenatismo ebbe un indirizzo esclusivamente laico e i soggetti vennero spesso derivati dalla mitologia o dalla storia classica: in pratica, durante quel decennio i temi religiosi furono oggetto di scarse attenzioni. La prima grande opera da lui commissionata, un ciclo di affreschi, fu affidata a Giorgio Vasari, che dipinse la sala dei Cento giorni nel palazzo della Cancelleria, dove risiedeva, nel 1546. Gli affreschi, eseguiti in breve tempo (da qui il suo nome) a scapito della qualità, rappresentano un complesso schema allegorico che celebra Paolo III. Il Vasari, che era stato presentato al Farnese già tre anni prima da Paolo Giovio, aveva dipinto per lui nel 1543 una allegoria della Giustizia (Napoli, Capodimonte). Fu il Farnese, insieme con gli amici Giovio, Annibal Caro, Francesco Maria Molza e Romolo Quirino Amaseo, a suggerire al Vasari l’idea di scrivere le Vite. Nel 1546, inoltre, egli fece venire Tiziano a Roma per dipingere i ritratti dei suoi familiari: tra questi era compreso il Ritratto di Paolo III con Alessandro e Ottavio Farnese (Napoli, Capodimonte), lasciato poi incompiuto per ragioni politiche. Durante la sua permanenza a Roma, Tiziano dipinse una Danae (Napoli, Capodimonte), grandemente apprezzata dal Farnese, e anche dopo il ritorno a Venezia, nella speranza di ottenere un beneficio per il figlio Pomponio, continuò a inviare dipinti al Farnese, come, a esempio, La Maddalena pentita (Napoli, Capodimonte). Nel 1548 il Farnese diede il via a nuove decorazioni nel palazzo della Cancelleria, affidando, su consiglio del Caro e del Clovio, a Francesco Salviati, che aveva già lavorato per suo padre Pierluigi, la decorazione della cappella del Pallio. Questa era ornata da eleganti stucchi e affreschi i cui soggetti per un’insolita scelta di temi (la fine dell’idolatria, la conversione, il ritorno all’età dell’oro) comprendevano narrazioni bibliche accanto a scene tratte dalla mitologia classica. Il Salviati fu inoltre incaricato di dipingere per San Lorenzo in Damaso, la chiesa di cui il Farnese era titolare, una Madonna con due angeli. A quanto pare, il Farnese non commissionò altri lavori al Salviati: comunque si adoperò in suo favore sostenendolo nel tentativo di ottenere il prestigioso incarico di decorare la vaticana Sala regia. La morte di Paolo III e la successiva assenza da Roma, collegata con la guerra di Parma, del Farnese interruppero la sua attività di mecenate. Nel 1555, però, egli avviò il suo più ambizioso progetto di carattere profano: villa Farnese a Caprarola, destinata a essere la residenza estiva preferita, in luogo dei castelli laziali dove aveva in precedenza soggiornato e che si erano rivelati poco adatti come luoghi di villeggiatura. Dal momento in cui la villa fu completata, il Farnese vi trascorse sempre almeno tre mesi l’anno. Il progetto diede inizio, altresì, a una fruttuosa collaborazione con Iacopo Barozzi, detto il Vignola, che in seguito sarebbe stato coinvolto in numerose opere. La villa fu edificata sul luogo di una fortezza, iniziata da Antonio Sangallo il Giovane e dal Peruzzi, che contribuì a darle un’insolita forma pentagonale. Il progetto comprendeva un esteso restaro della città di Caprarola, compresa la costruzione di una lunga via d’accesso per offrire ai visitatori una vista adeguata della grandiosità di villa Farnese. Nel corso dei successivi ventiquattro anni numerosi artisti si susseguirono per realizzare a fresco sofisticate invenzioni escogitate, tra gli altri, da Annibal Caro, Fulvio Orsini e Onofrio Panvino. Due stanze, l’anticamera del Concilio e la sala dei Fasti farnesiani, continuavano la glorificazione della famiglia (già trovata nella sala dei Cento giorni), con accurate e dettagliate rappresentazioni di importanti avvenimenti della storia dei Farnese. L’opera fu iniziata da Taddeo Zuccari, che impostò lo schema decorativo di base per l’appartamento estivo e per quello invernale e che, prima della morte improvvisa (1566), realizzò gran parte dei dipinti dell’appartamento estivo. A ereditare il suo posto fu il fratello più giovane, Federico, il quale lavorò per poco tempo alla cappella e alla sala d’Ercole prima di essere licenziato, nel 1569, in seguito a un contrasto con il Farnese. A sostituirlo fu chiamato Iacopo Zanguidi detto il Bertoja, cui il Farnese ordinò di interrompere il lavoro all’oratorio del Gonfalone. Il Bertoja lavorò dentro e fuori la villa fino al suo ritorno a Parma avvenuto nel 1572. I dipinti furono completati da Giovanni De Vecchi coadiuvato da Raffaellino da Reggio e da Antonio Tempesta. Nel corso degli anni la villa si accrebbe anche di immensi giardini abbelliti da statue antiche restaurate e da elaborate fontane. Furono creati due giardini privati contigui alla villa, collegati con ponti levatoi. In seguito, il Farnese fece costruire sulla collina un altro giardino adibito ai banchetti e una palazzina che è stata attribuita allo scalpellino Giovanni Antonio Garzoni da Viggiù, il quale fu promosso supervisore del completamento dei lavori della villa alla morte del Vignola (1573). Giacomo Del Duca, che eseguì per il Farnese, tra il 1567 e il 1570, un tabernacolo di bronzo (Napoli, Capodimonte), progettò, probabilmente, anche parte dei giardini superiori. L’interesse del Farnese per i giardini risulta evidente anche nella grande impresa che trasformò parte del Palatino negli Orti Farnesiani, progetto che fu affidato al Vignola nel 1567 e continuato, alla sua morte, dal Del Duca. Dal 1555 entrò in possesso anche di villa Madama, lasciatagli da Caterina de’ Medici. Nel 1579 con l’acquisto della Farnesina dagli eredi di Agostino Chigi, entrò in possesso di un altro importante giardino. Successivamente pensò di riprendere l’ambizioso progetto di Michelangelo di costruire per Paolo III un ponte sul Tevere, che collegasse la Farnesina con palazzo Farnese, tuttavia il disegno non fu mai realizzato. Oltre ad aver ricostruito gran parte di Caprarola, il Farnese fu anche attivo mecenate di altri luoghi del Lazio. Contribuì in larga misura alla ricostruzione della strada principale di Viterbo, città di cui fu il protettore, e al restauro del palazzo della Rocca. Vi fece costruire inoltre un ospedale, una prigione, una grande fontana e una porta (Porta Faulle), sotto la direzione del Vignola. A Ronciglione fece dono di un’elegante fontana decorata con l’unicorno dei Farnese (disegno di Antonio Gentile). Dalla metà degli anni Sessanta il mecenatismo del Farnese si rivolse decisamente in altra direzione allorché egli intraprese la realizzazione di un ampio programma di costruzioni religiose. Tale cambiamento di indirizzo è con tutta probabilità riconducibile a una serie di fattori, tra cui la pressione esercitata dalla Controriforma, lo svilupparsi di uno stretto legale con i gesuiti e l’ardente desiderio del Farnese di essere elevato al soglio pontificio. Evidentemente egli decise che il suo maggiore contributo all’affermazione di una rinnovata spiritualità avrebbe potuto realizzarsi tramite un generoso mecenatismo ecclesiastico. Il Vignola ristrutturò San Lorenzo in Damaso e a Taddeo Zuccari, poco tempo prima che morisse, fu commissionata una nuova pala d’altare, la quale fu poi stata completata dal fratello Federico nel 1568. Più tardi, nel 1587, nella chiese fu installato un soffitto in legno intagliato, ove erano rappresentate scene della vita di San Lorenzo. Nello stesso anno il Farnese commissionò per la navata affreschi che riproducevano episodi della vita del santo: questi ultimi furono eseguiti da Giovanni De Vecchi, Niccolò Circignani detto il Pomarancio e dal Cavalier d’Arpino, ma andarono distrutti nel secolo XIX, quando la chiesa fu ristrutturata. Nel corso degli anni Sessanta e Settanta il Farnese fece restaurare e decorare un gruppo di edifici di fondazioni religiose che si trovavano sotto la sua giurisdizione: tra queste anche la Cattedrale di Monreale, dove i restauri iniziarono nel 1561. Lo stesso fece per l’abbazia di Grottaferrata, dove nel 1567 fece ingrandire il palazzo dell’abate e costruire una nuova loggia. Nel 1577 ordinò inoltre il restauro della chiesa dell’abbazia, realizzato forse da Giacomo Della Porta, e vi collocò un nuovo soffitto in legno. Nello stesso periodo affidò a Giacomo Della Porta, lavori per l’abbazia di Farfa, ove commissionò una nuova fontana. Più tardi, nel 1586, fece anche affrescare dagli allievi dello Zuccari la navata dell’abbazia con figure di alcune personalità di rilievo dell’Ordine benedettino. Oltre a restaurare edifici di fondazioni religiose già esistenti il Farnese fece costruire un certo numero di nuove chiese e di oratori. Il primo tra questi fu l’oratorio del Santissimo Crocifisso di San Marcello, di cui il Farnese ereditò il patronato dal fratello Ranuccio nel 1565. In particolare egli aiutò la confraternita ad acquistare il terreno antistante l’oratorio per farne una piazza e fece completare la facciata, sulla quale un’iscrizione in bella evidenza ricorda la sua munificenza. Concesse anche aiuti in denaro per la costruzione di un soffitto ma rifiutò le reiterate richieste della confraternita per il finanziamento delle restanti decorazioni interne. Anche l’oratorio del Gonfalone godette del contributo del Farnese, soprattutto per il soffitto in legno scolpito. Ma la più importante opera religiosa realizzata dal Farnese fu la costruzione di una nuova chiesa per i gesuiti: la chiesa del Gesù, che doveva diventare la chiesa modello della Controriforma. La costruzione ebbe inizio nel 1568, ma egli cominciò a occuparsi del progetto a partire dal 1561. Tra il Farnese, il suo architetto Vignola e i gesuiti intercorsero minuziose trattative, che sono illuminanti sulle caratteristiche di mecenate del Farnese. Egli fece capire chiaramente che quella del Gesù avrebbe dovuto essere la sua chiesa e che il progetto doveva essere realizzato secondo i suoi desideri. L’opinione del Farnese prevalse perciò quanto all’orientamento della chiesa, la costruzione di una piazza antistante e la forma della volta, respingendo le argomentazioni dei gesuiti circa l’acustica della chiesa. Probabilmente seguì almeno in parte i consigli del Vignola ma si rivelò mecenate intelligente e bene informato nel campo dell’architettura. Un’ulteriore prova di ciò sta nel fatto che in un primo momento accettò di prendere in considerazione per il Gesù uno schema a pianta ovale (si trattava di una forma innovativa sperimentata a quel tempo dal Vignola). Ma non sempre il Farnese fu d’accordo con le idee del suo architetto: il Vignola, che pure lo aveva sempre soddisfatto nei numerosi incarichi precedenti, quando nel 1570 si trattò di disegnare la facciata, non riuscì a realizzare un progetto che soddisfacesse appieno il Farnese benché questi gli concedesse più prove. Non sono note le ragioni di questo rifiuto. L’incarico fu poi affidato a Giacomo Della Porta che, alla morte del Vignola, divenne l’architetto capo del Farnese. Il Farnese commissionò anche i dipinti che decorano gli interni di maggior prestigio. Nel 1583 Giovanni De Vecchi incominciò a dipingere il lucernario della cupola e i pennacchi, raffigurando i quattro Padri della Chiesa, mentre Andrea Lilio decorava il tamburo con gli Evangelisti. Questi dipinti vennero distrutti nel secolo XVII per far posto agli affreschi del Baciccia. Il Farnese incaricò poi Girolamo Muziano, che in precedenza egli aveva cercato di convincere a lavorare a Caprarola, di realizzare la pala per l’altare maggiore, con la Circoncisione, installata e consacrata nel 1589, poco dopo la morte del Farnese. Quando morì, egli stava progettando di far ricoprire l’abside di mosaici, un tipo di decorazione che sarebbe poi diventato di gran moda, e forse di far affrescare la volta della chiesa ma i suoi eredi rifiutarono di portare a termine questi progetti. Il suo ultimo progetto di carattere religioso fu la costruzione della nuova chiesa di Santa Maria Scala Coeli, presso l’abbazia delle Tre Fontane, che fu progettata da Giacomo Della Porta tra il 1582 e il 1584. Anche questa volta il Farnese aveva intenzione di decorare l’interno con mosaici disegnati da Giovanni De Vecchi ma uno solo poté essere completato, dopo la morte del Farnese, il cui ritratto fu inserito tra quelli dei santi. Circa il 1574 il Farnese decise di completare la parte posteriore di palazzo Farnese. Questo progetto era stato abbandonato e il palazzo, scarsamente abitato dopo la morte di suo fratello Ranuccio, non era una questione prioritaria per il Farnese, il quale poteva far uso del vicino palazzo della Cancelleria. Egli consultò dapprima Guglielmo Della Porta, il quale criticò molto il progetto pubblicato da Michelangelo con una stampa del 1560. Ma le proposte avanzate dallo stesso Guglielmo Della Porta furono respinte e gli furono preferiti i progetti di Giacomo Della Porta, che nel 1589 riuscì finalmente a portare a termine quell’ala sul giardino. Durante la vita del Farnese, il palazzo fu poco più che un museo nel quale si raccoglievano, grazie alla cure di Fulvio Orsini, il bibliotecario dei Farnese, le collezioni di famiglia. Sebbene qualche volta l’Orsini gli consigliasse l’acquisto di dipinti, il Farnese sembrò provare minore interesse nel collezionare dipinti su tela che nel commissionare affreschi. Ci sono però alcune eccezioni: nel 1565 comprò, per una somma considerevole, la Madonna del Divino Amore di Gianfrancesco Penni, che a quell’epoca si riteneva di Raffaello, e acquistò due modeste tele di El Greco, raccomandategli dal Clovio, Cristo che guarisce il cieco (Parma, Galleria nazionale) e il Ragazzo che soffia sulla candela (Napoli, Capodimonte). Purtuttavia il Farnese non mostrò mai un grande entusiasmo per il giovane artista cretese, forse proprio per la scarsa predisposizione di questo a lavorare agli affreschi. Il Farnese collezionò anche un certo numero di ritratti. Oltre a quello eseguito dal Tiziano, egli fece eseguire almeno altri tre suoi ritratti: uno che lo raffigurava in età giovanile, opera di Innocenzo da Imola (in passato a Monaco, collezione Boehler), un altro realizzato nel 1579 da Scipione Pulzone (Roma, Galleria Barberini) e un altro ancora opera di Muziano (ubicazione sconosciuta). Acquistò, inoltre, alcuni ritratti della famiglia reale spagnola, che gli furono inviati da Alonso Sachez Coello. Il Farnese non fu un mecenate di rilievo per quel che riguarda la scultura, benché si fosse molto impegnato, dalla morte del Papa fino al 1574, nelle trattative per ottenere che la tomba di Paolo III, realizzata da  Guglielmo Della Porta, fosse collocata in San Pietro. Il motivo principale di questo scarso interesse è da ricercarsi nel suo desiderio di accrescere la già consistente collezione di antichità della famiglia che egli arricchì con pezzi come la Forma Urbis, L’Atlante Farnese, un Apollo e un Cupido (tutti a Napoli, Museo nazionale) dalla collezione Del Bufalo. Da Margherita d’Austria ebbe in eredità varie statue, tra cui un gruppo con Bacco e Cupido, una Venere accovacciata e Armodio e Aristogitone (tutti al Museo nazionale di Napoli). Si avvalse, d’altro canto, con una certa continuità di numerosi scultori, ma soprattutto per restaurare opere antiche e solo di rado per realizzarne di nuove. Tra gli artisti che lavorarono per il Farnese si ricordano Giovanni Battista Bianchi e Giovanni Franzese, il quale fu probabilmente incaricato di realizzare la grande tavola di marmo progettata dal Vignola (New York, Metropolitan Museum). Commissionò poi a Tommaso Della Porta, nel 1562, dodici sculture all’antica di busti di imperatori romani. Alcune delle opere antiche furono regolarmente sistemate a palazzo Farnese, come, a esempio, i busti degli Imperatori e le due statue di Venere, che vennero collocati in una stanza conosciuta come sala degli Imperatori. Parecchie opere furono invece lasciate in deposito, compreso il Toro Farnese, per quanto il Farnese avesse, in un primo momento, pensato di realizzare il progetto michelangiolesco di trasformarlo in una fontana per il giardino del palazzo. Nel corso della sua attività di mecenate il Farnese si basò essenzialmente sui suggerimenti di alcuni consiglieri, tra cui Paolo Giovio, Annibal Caro e Fulvio Orsini. Anche Onofrio Panvinio offrì qualche volta i propri consigli ma si occupò soprattutto di studi di antiquariato finanziati dal Farnese, il quale diede ai consiglieri un alto grado di autonomia nell’affidamento delle commissioni: erano tutti esperti d’arte e anche amici di molti artisti. Spesso furono in grado di segnalare dei pittori e qualche volta anche sceglierli per nuove committenze. Sovraintendevano giornalmente allo svolgersi dei lavori, riferendo poi al Farnese i loro progressi e furono quasi sempre responsabili dell’ideazione delle complesse iconografie dei cicli d’affreschi. Sembra che il Farnese sia intervenuto solo di rado alla programmazione dei dipinti da lui commissionati e questo fa pensare da parte sua a una certa indifferenza per la pittura. Questa parrebbe confermata da un’osservazione attribuita a Michelangelo riferita nei Dialoghi di Francisco de Holanda, secondo la quale il Farnese sapeva ben poco di pittura, ma è difficile attestare la veridicità della fonte. C’è inoltre da aggiungere che la varietà di stili riscontrabile nei pittori che lavorarono per il Farnese indica che egli non intese patrocinare un particolare stile farnesiano di pittura. Questo è in totale contrasto, invece, con l’attenzione mostrata per le opere di architettura, delle quali sembra fosse straordinariamente ben informato e costante nelle sue preferenze. Infatti il Vignola nel 1562 dedicò al Farnese le sue Regole delli cinque ordini di architettura lodando il suo discernimento come mecenate. Il Farnese, per l’attuazione dei progetti più importanti, si rivolse sempre a un secondo architetto e dalle sue lettere emerge che era lui stesso a esaminare con attenzione le loro proposte, suggerendo anche dei consigli. Le commissioni artistiche del Farnese si distinguono soprattutto per la grandiosità e la magnificenza, ciò lo rende meritevole del titolo con il quale è generalmente conosciuto: il gran cardinale.
FONTI E BIBL.: Nonostante la distruzione e la dispersione di significative porzioni dei documenti farnesiani, l’ingentissimo materiale archivistico sul Farnese e la sua corrispondenza privata e diplomatica si trovano attualmente conservati e relativamente ordinati secondo diversi criteri soprattutto nell’Archivio di Stato di Napoli, Carte Farnesiane (inventario ordinato per luogo geografico d’interesse con indicazioni analitiche e cronologiche): Francia, b. 186 (I), Varie, bb. 252 (I), 252 (II), 254-255, 259, 262, 283, 283 (II), Castro e Ronciglione, bb. 566 (I), 568 (I), 568 (II), 570 (I), 578 (I), 579, Roma, bb. 690 (bis), 692 (bis), 754, 756, Napoli, 1193 (I), Generalità, bb. 1334, 1336 (I), 1336 (II), 1337, 1348 (II), Ordine Costantiniano, bb. 1358 (I), 1358 (II), Cose varie, bb. 1848, 1849, Registri e inventari, bb. 1857, 1867, Bolle e minute, 1875-1878, Effetti Farnesiani Medicei, fasc. 1879, 1882, 1887, 1890, 1899, 1905, 1907-1909, 1916, Miscellanea, b. 2073; nell’Archivio di Stato di Parma, Fondo Corte e Casa Farnesiane (1470-1732), s. 1, b. 1, fasc.
3, s. 2, b. 8, fasc. 3-4, b. 9, fasc. 1-2, s. 5, b. 49, fasc. 3-5, b. 50, fasc. 1-4, s. 12, b. 59: Liber instrumentorum d. Alexandri card. Farnesii (21 agosto 1535-28 gennaio 1567), Epistolario scelto (inventario analitico in ordine alfabetico sia come mittente sia come destinatario), Carteggio Farnesiano interno 1447-1799 (inventario ordinato cronologicamente), Carteggio Farnesiano e Borbonico estero (inventario ordinato cronologicamente e per luogo di spedizione); nella Biblioteca apostolico Vaticana, ms. Barberini latino 4856, ff. 265-370: Vita di Alessandro cardinal Farnese. Per altre indicazioni generali di carattere bibliografico e archivistico sul Farnese sono sempre utili: S. Lottici-G. Sitti, Bibliografia generale per la storia parmense, Parma, 1904, 19-22, 45; A. Boselli, Il carteggio del cardinale Alessandro Farnese conservato nella Palatina di Parma, in Archivio Storico della Deputazione di Storia Patria per le antiche Province Parmensi XXI 1921, 99-172; G. Drei, L’Archivio di Stato di Parma, Roma, 1941, 5, 7, 9 ss., 43, 45, 48; Bibliografia generale delle antiche province parmensi, a cura di F. da Mareto, II, Parma, 1974, 402 s.; M. Parente, I fondi farnesiani dell’Archivio di Stato di Parma, in I Farnese nella storia d’Italia (Archivi per la storia, I, 1-2), Firenze, 1988, 53-70; M.A. Martullo Arpago, Le carte farnesiane dell’Archivio di Stato di Napoli, in I Farnese nella storia d’Italia, 71-90. Inoltre Oratione del signore Pietro Magno fatta nelle essequie dell’ill.mo et rev.mo card. Farnese, Roma, 1589; Raccolta d’orationi nella morte dell’ill.mo et rev.mo card. Alessandro Farnese fatta da Francesco Coattini, Roma, 1589; Oratione di Gio. Battista Leoni per l’essequie dell’ill.mo et rev.mo s. card. Alessandro Farnese, Roma, 1589; Apparatus exequiarum in funere ill.mi card. Alessandro Farnese, Bononiae, 1589; In obitum ill.mi ac rev.mi Alessandro Farnese Herculiani Monicii pres. Parmen. oratio, Parmae, 1589; F. 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Friedensburg, Gotha, 1892, 57 ss., 324 s., 356, 359, 379 ss.; Nuntiaturen des Morone (1536-1538), a cura di W. Friedensburg, Gotha, 1892, ad Indicem; Legation Aleanders (1538-1539), Nuntiatur Giovanni Morone’s (1539 Iuli-Oktober), a cura di W. Friedensburg, I-II, Gotha, 1893, passim; Nuntiatur des Verallo (1545-1546), a cura di W. Friedensburg, Gotha, 1898, passim; Nuntiatur des Verallo (1546-1547), a cura di W. Friedensburg, Gotha, 1899, passim; Nuntiaturen des Pietro Bertano und Pietro Camaiani (1550-1552), a cura di G. Kupke, Berlin, 1901, 8, 22, 30 ss., 44 s., 49 ss., 95, 120 s., 150 ss., 297, 366 ss.; Nuntius Delfino (1562-1563), a cura di S. Steinherz, Wien, 1903, 500; Legation des Kardinals Sfondrato (1547-1548), a cura di W. Friedensburg, Berlin, 1907, ad Indicem; Nuntiaturen Morones und Poggios, Legationen Farnese und Cervini (1539-1540), a cura di L. Cardauns, Berlin, 1909, passim; Nuntiatur des Bischofs Pietro Bertano von Fano (1548-1549), a cura di W. 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FARNESE ALESSANDRO
Roma 27 agosto 1545-Arras 2 dicembre 1592
Nacque da Ottavio, prefetto della città di Roma, e da Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V. Trascorse l’infanzia a Parma, dove il padre era tornato nel 1547 per prendere possesso del Ducato. Giovanni Aldovrandi e Giuliano Ardinghelli curarono la prima educazione del Farnese, che mostrò subito un grande interesse per lo studio delle matematiche e dell’arte militare, nelle quali gli furono maestri il famoso ingegnere urbinate Francesco Paciotto e il siciliano Francesco Salomone, uno dei tredici cavalieri italiani di Barletta. Altri suoi precettori furono l’umanista udinese Francesco Luisino e Melchior Sneck, che gli insegnò la lingua tedesca. Nel 1556 il Farnese accompagnò Margherita d’Austria a Bruxelles per ringraziare Filippo II della restituzione, stabilita col trattato di Gand, della Signoria di Piacenza ai Farnese e rimase poi sino ai venti anni alla Corte dello zio, come implicito pegno della fedeltà del Duca di Parma alla corona spagnola. Tra il 1556 e il 1559 fu a Bruxelles, salvo un viaggio al seguito di Filippo in Inghilterra, presso Maria Tudor, quindi in Spagna, dove, insieme con il cugino don Carlos e allo zio don Juan d’Austria, suoi coetanei, completò gli studi presso l’Università di Alcalà. L’11 novembre 1565 sposò a Bruxelles Maria di Portogallo, nipote del re Giovanni III, e con lei tornò a Parma, dove rimase sino al 1570. In quell’anno, malgrado l’opposizione del duca Ottavio, che non vedeva volentieri il figlio servire in posizione subordinata un sovrano straniero, egli si mise a disposizione di don Juan d’Austria per la campagna contro i Turchi. A Lepanto, il 7 ottobre 1571, ebbe dal principe il comando, insieme a Ettore Spinola, di tre galere al centro dello schieramento dei collegati e si distinse abbordando due navi nemiche, tra cui quella di Mustafà Esdey, nella quale era custodito il tesoro della flotta turca. Nel seguito delle operazioni nel Mediterraneo orientale don Juan d’Austria gli affidò la conquista di Navarino, ma dopo soli cinque giorni di assedio, per la rinunzia del governo di Madrid a continuare la campagna, dovette abbandonare l’impresa e tornare a Parma. Nel 1577 Filippo II, cedendo alle insistenti richieste di don Juan d’Austria, da poco nominato governatore dei Paesi Bassi, decise di affidare al Farnese il comando dei reggimenti spagnoli di stanza in Italia che venivano mandati nelle Fiandre: era l’effettiva designazione del Farnese a luogotenente e anche a eventuale successore di don Juan d’Austria nel governo del paese in rivolta e il re di Spagna esitò a lungo prima di destinare a un compito di così grande importanza politica l’erede di una dinastia di ancora recente fedeltà. In un tempo assai breve il Farnese ebbe però modo di dimostrare l’accortezza della scelta. Allorché egli raggiunse don Juan d’Austria nel Lussemburgo, il 18 dicembre 1577, solo questa delle diciassette province dei Paesi Bassi era completamente controllata dall’esercito regio. Poco più di un mese dopo, a Gembloux (31 gennaio 1578), la cavalleria fiamminga non resse all’urto dei reggimenti spagnoli guidati dal Farnese e tutta la contea di Namur fu riconquistata. Nel giugno furono nuovamente in mano spagnola Diest, Sichem e Lovanio, nel Brabante, Limburgo e tutta la sua provincia. L’iniziativa era tornata alle armi regie e il Farnese aveva dato un probante saggio delle sue qualità di condottiero. La lucida ferocia con cui punì l’ostinata resistenza dei calvinisti di Sichem e di Dalhem, così come la clemenza usata ai vinti di Lovanio e di Limburgo, furono le prime efficaci manifestazioni di quella politica di divisione del fronte della generalità, che fu una caratteristica fondamentale dell’opera del Farnese nei Paesi Bassi. Don Juan d’Austria, mortalmente malato, poté designare come suo successore, finché il Re non provvedesse, il Farnese, senza che i capi militari spagnoli opponessero le resistenze abituali verso gli stranieri. Il 2 ottobre 1578, alla morte di don Juan d’Austria, il Farnese assunse la carica di governatore dei Paesi Bassi, che gli venne confermata poco dopo da Filippo II. Il 10 dello stesso mese rivolse un appello alle province vallone, offrendo la conferma dei tradizionali privilegi delle città in cambio del giuramento di fedeltà al Re e del ritorno alla religione cattolica e, subito dopo, mentre Ottavio Gonzaga, alle frontiere dell’Hainaut e dell’Artois, impediva il passaggio degli aiuti inviati dalla Francia ai ribelli, chiuse il corso della Mosa ai soccorsi dei luterani tedeschi con una violenta offensiva contro Maestricht: i valloni furono così completamente isolati. Proseguendo nelle conquiste militari e contemporaneamente nelle trattative, facendo abilmente leva sulle rivalità e le ambizioni dei capi dei ribelli, sul particolarismo delle città e sulle differenze religiose, il Farnese ottenne nel volgere di pochi mesi il più importante successo che i regi avessero conseguito dagli inizi della rivolta. Piegati non meno dalla finezza diplomatica del Farnese che dai suoi clamorosi successi bellici, i capi delle province vallone convennero nel maggio del 1579 ad Arras per denunciare l’Unione di Gand e giurare fedeltà al Re nelle mani del Farnese vittorioso. Iniziò così il processo di definitiva separazione del meridione cattolico dalle province settentrionali dei Paesi Bassi, che fu il risultato più rilevante ottenuto dal Farnese. Nel giugno successivo, dopo un assedio rimasto memorabile per il larghissimo uso di artiglierie, che raggiunsero la rapidità di tiro, eccezionale per i tempi, di quattromila colpi in un solo giorno, Maestricht venne conquistata e sottoposta a uno spaventoso saccheggio. Nell’ottobre si arresero Malines e Villebruck: la strada delle Fiandre e del Brabante era aperta. Ma l’attacco che il Farnese stava preparando contro le province settentrionali fu ritardato dal concorrere di molteplici fattori indipendenti dalla sua volontà: mentre le Province unite costituivano un corpo omogeneo nel quale la pur abile diplomazia del Farnese ben difficilmente avrebbe potuto operare una frattura, anche un’offensiva militare su larga scala era al momento preclusa dalla mancanza di soccorsi in denaro da parte di Madrid. Del resto l’esercito regio perdette molta della sua forza con l’allontanamento, che i valloni avevano preteso ad Arras, delle fanterie spagnole e italiane e lo scarso spirito combattivo delle milizie nazionali, peraltro anche numericamente insufficienti, costrinse il Farnese a una posizione di attesa. Gli stessi suoi successi, inoltre, finirono assurdamente per creare al Farnese nuove, impreviste difficoltà, giacché niente era temuto alla Corte di Madrid quanto un’eccessiva autorità dei governatori e il Farnese aveva enormemente accresciuto la sua con le vittorie conseguite. La diffidenza di Filippo II verso di lui si manifestò apertamente nel 1580 con la decisione di lasciare al Farnese il solo comando militare, affidando nuovamente a Margherita d’Austria il governo dei Paesi Bassi. A questo provvedimento il Farnese si oppose così energicamente che la stessa Margherita d’Austria rinunziò al mandato ed egli finì per essere confermato nella duplice carica. È indubbio, tuttavia, che la mancanza della completa fiducia della Corte contribuì ad arrestare lo slancio offensivo dell’esercito delle Fiandre. Il Farnese poté consolidare le sue posizioni vincendo la resistenza degli ultimi irriducibili valloni a Tournai (1581) e strappando ai fiamminghi Audenarde (1582), ma non riuscì a impedire che il duca d’Alençon conquistasse Cambrai (1581) e dovette arrestarsi di fronte alla resistenza organizzata da Francesco d’Angiò nella provincia di Anversa. Solo nel 1583, ottenuta infine dagli Stati valloni l’autorizzazione a impiegare nuovamente le truppe italiane, spagnole e borgognone, poté riprendere l’offensiva contro le città fiamminghe, a occidente e a oriente, conquistando Nieuport, Ypres, Dunkerque e Bruges. La morte quasi contemporanea del duca di Alençon e di Guglielmo il Taciturno (1584) dette nuova vigoria all’offensiva del Farnese, che cinse Anversa di un assedio rimasto celebre nella storia militare e ne ricevette la resa il 17 agosto 1585. La caduta di Gand e di Bruxelles coronò questa impresa, che tra i contemporanei guadagnò al Farnese una fama superiore a quella di qualsiasi altro condottiero del tempo. L’anno successivo alla morte del padre, il Farnese assunse il titolo di duca di Parma, Piacenza e Castro. Il desiderio di rivedere i suoi domini, l’idropisia di cui cominciò a soffrire, la diffidenza che avvertiva nel Re e nei ministri lo indussero a chiedere a Filippo II di essere lasciato libero di tornare a Parma. Ma il Re rifiutò e il Farnese dovette affidare al figlio primogenito Ranuccio la reggenza del Ducato. Il Farnese non ebbe limiti nel richiedere al suo piccolo stato il denaro necessario alle sue abitudini di fasto e anche alla condotta della guerra e invano il figlio Ranuccio gli ricordò incessantemente i pressanti bisogni del Ducato. Tuttavia è merito del Farnese verso i suoi domini aver riottenuto da Filippo II, nel 1585, la restituzione della cittadella di Piacenza ed essersi sempre assiduamente interessato al governo del suo Stato lontano, pretendendo dal figlio di essere informato delle più minute questioni delle varie amministrazioni e impartendo meticolose direttive su ogni cosa. Nei Paesi Bassi il Farnese spinse sempre più a settentrione l’offensiva, assediando ed espugnando tra il 1586 e il 1588 Grave, l’Ecluse e Wachtendonck (in questo assedio il Farnese fece uso, probabilmente per primo, di proietti cavi scoppianti), impossessandosi di tutto il corso della Mosa e arrivando sino al Reno, dove conquistò Raimberga e Nuitz. Ma nel 1588 la sua avanzata fu fermata dalla preparazione della spedizione contro l’Inghilterra. Invano egli cercò di dissuadere il Sovrano dal progetto, insistendo sulla necessità di rafforzare le posizioni regie nelle Fiandre prima di allargare il teatro della guerra, di non esporre nell’avventurosa impresa il grosso dell’esercito delle Fiandre, che, egli ne era ben consapevole, costituiva il maggiore sostegno della potenza spagnola in Europa. Non furono accolti nemmeno i suoi consigli per l’approntamento di porti sufficienti alla grande armata navale. In realtà si pensò a Madrid che il Farnese non intendesse allontanarsi dalla Fiandre per non compromettere la posizione di grande autorità che vi aveva raggiunto e gli si ordinò di raccogliere un esercito di ventiseimila uomini da impiegare nella spedizione. Dopo il disastro della Invencible Armada la Corte non risparmiò le accuse al Farnese, ritenuto responsabile di non aver sostenuto l’impresa col necessario entusiasmo. In effetti tali accuse non avevano alcun fondamento ma trovarono facilmente credito in un ambiente pieno di diffidenza e di gelosia per il Farnese. Persino la possibilità che egli perseguisse il progetto di una Signoria personale nei Paesi Bassi fu considerata a Corte con sempre maggiore preoccupazione. Questo sospetto nacque dal prestigio militare e politico di cui godeva il Farnese in tutta Europa e dalla devozione che gli dimostrava l’esercito, eccezionalmente disciplinato per i tempi, e trovò alimento nella moderazione con la quale, tanto diversamente dai governatori che lo avevano preceduto, il Farnese si condusse con le popolazioni che gli erano state affidate: le responsabilità amministrative e militari che egli volentieri affidò alla nobiltà fiamminga e vallona, il suo rispetto per le franchigie locali e l’abitudine di convocare periodicamente gli Stati generali, la sua inclinazione a trattare con i ribelli, il rispetto scrupoloso dei patti, la tolleranza usata in qualche occasione verso gli eretici (che indusse l’Inquisizione ad aprire contro di lui addirittura un processo segreto, abbandonato poi per mancanza di prove) sembrarono segni evidenti della volontà del Farnese di guadagnarsi la simpatia della popolazione per esserne appoggiato nei segreti disegni. Tanto inusitato fu, in effetti, il comportamento del Farnese, che tali sospetti trovarono credito anche tra gli avversari della Spagna, che fecero anche un tentativo per avvantaggiarsi delle supposte ambizioni di lui: nel settembre 1588 il genovese Orazio Pallavicini, confidente di Elisabetta, forse su ispirazione della stessa regina, giunse a fare cauti sondaggi presso il Farnese, assicurando l’appoggio dell’Inghilterra a un suo eventuale progetto personale sui Paesi Bassi, in cambio della concessione di alcune fortezze sul litorale. Il Farnese respinse senza esitazioni tali sondaggi e informò immediatamente Filippo II della cosa ma non per questo la diffidenza del Re diminuì, ché anzi solo la morte risparmiò al Farnese l’umiliazione di essere esonerato dalla sua carica, quando il Sovrano aveva già disposto che fosse sostituito provvisoriamente dal conte di Fuentes, il quale poi avrebbe dovuto lasciare la reggenza ad Alberto d’Austria. Ma nell’estate del 1589, mentre in Francia le sorti della Lega cattolica volgevano al peggio ed Enrico di Navarra poneva l’assedio a Parigi, Filippo non poteva ancora rinunziare al suo più valente generale e lo incaricò di intervenire a sostegno dei cattolici francesi. Il Farnese, benché sofferente per l’idropisia, con un esercito di ventottomila fanti e settemila cavalli, condusse in Francia una delle sue migliori campagne e il 30 agosto liberò Parigi dall’assedio di Enrico e riuscì a riportare tutto intero il suo esercito nei Paesi Bassi, eludendo abilmente la battaglia che il navarrese insistentemente gli propose. Nel dicembre 1591 fu nuovamente chiamato in Francia, al soccorso del marchese di Villars assediato in Rouen da Enrico IV. Nel febbraio 1592 il Farnese, riuscito a unire in Piccardia le sue forze a quelle del duca di Mayenne, accettò battaglia da Enrico IV e lo sconfisse ad Aumale, liberò Rouen (21 aprile) e conquistò Caudebec. La lontananza del Farnese permise intanto a Maurizio di Nassau un grande ritorno offensivo, che i luogotenenti del Farnese non riuscirono a contenere: caddero Breda, Nimega e numerose piazzeforti in Frisia, nell’Overijssel e in Gheldria. Il Farnese si affrettò a tornare nei Paesi Bassi ma un nuovo ordine di Filippo II, cui forse non era estraneo il proposito di tenerlo lontano dalle Fiandre, mentre già il Fuentes, designato suo successore, era in viaggio per comunicargli la destinazione, lo costrinse a rimettersi in viaggio per la Francia, malgrado fosse gravemente afflitto dall’idropisia e dai postumi di una ferita ricevuta a Caudebec. Giunto ad Arras vi morì. Quando, nel 1578, successe allo zio don Juan d’Austria nella carica di governatore generale dei Paesi Bassi il Farnese aveva raggiunto i trentaquattro anni. Fisicamente impersonò bene il tipo del condottiero italiano, legatogli dagli avi. Di statura media, muscoloso e forte, la capigliatra scura pettinata all’indietro, il viso abbronzato e dai lineamenti fini, il naso aquilino e la fronte larga e alta, gli occhi neri fiammeggianti ed estremamente mobili, egli fu certo la persona più bella di tutta la sua razza. Ne è difficile risalire alle fonti dei suoi tratti ereditari. Del padre Ottavio non sembra gli fosse rimasta alcuna caratteristica, se non forse la costituzione vigorosa e l’amore per la guerra, ma non è dato trovare nel Farnese alcun segno di quella avarizia sordida di cui Ottavio Farnese diede molte prove. Al contrario occorre insistere sulla sua generosità e il gusto per lo spendere, che gli venne senza dubbio dalla madre, fiamminga di Audenarde, che amò sfarzo e lusso. Ma da lei gli venne anche il solido buon senso, la riluttanza agli entusiasmi facili e la ponderazione, qualità rivelatesi soprattutto quando, in veste di governatore generale dei Paesi Bassi, egli seppe vincere l’impulsività della sua gioventù per fronteggiare responsabilità pesanti. È dato anche trovare nel Farnese l’intelligenza brillante e la profondità di vedute del bisnonno Paolo III, benché non vada escluso che egli le avesse ereditate anche dal nonno Carlo V. È probabile che entrambi gli abbiano trasmesso la perspicacia politica, l’abilità e la finezza diplomatica. Una caratteristica ereditata certo da Carlo V fu il gusto per la corrispondenza abbondante, il desiderio di annotare ciò che non gli sembrasse trascurabile, la cura nel riordinare i suoi ricordi. D’altronde, anche Margherita d’Austria fu per tutta la vita una corrispondente attiva e mostrò sempre grande zelo nel conservare le sue carte. Ciò che soprattutto i suoi avi lasciarono in eredità al Farnese fu la grande resistenza fisica, il gusto per gli esercizi violenti, la perfezione delle qualità guerriere: in questo egli appare il vero discendente dei suoi antenati, a cominciare da Ranuccio Farnese, che fu capitano generale della Repubblica di Siena e aiuto prezioso del papa Eugenio IV nelle sue lotte contro i Colonna. Fu in tale ambiente familiare che si formò ed ebbe nutrimento il gusto per gli esercizi militari e per gli sport. È significativo che il Farnese, già sposato a Maria di Portogallo ma ancora libero da responsabilità importanti, sentisse il bisogno di sfuggire al vecchio palazzo di Parma, dove menò una esistenza piatta e priva di avventure, e di percorrere di notte le strade della città, travestito, spada alla mano come un bravaccio, sfidando i passanti che si fossero attardati e invitandoli a un duello. A tali episodi si possono collegare le lamentele dei maestri circa lo scarso interesse dimostrato dal Farnese per gli studi umanistici e letterari, mentre l’insegnamento delle matematiche e dell’arte militare lo trovò attentissimo. Il Farnese, per la sua forza fisica accuratamente esercitata dall’infanzia, fu sempre un avversario temibile. Eccellente cavaliere, sentiva il bisogno di andare veloce e spesso lasciava dietro di sé e senza fiato la sua scorta. Fu sempre in prima linea quando il pericolo urgeva, passò intere notti tra i corpi di guardia e le trincee, vegliando sotto la pioggia, nel vento, nella neve, incoraggiando i soldati e spartendo con loro tutte le privazioni. Nel corso di un assedio non esitava mai a intraprendere personalmente ricognizioni notturne nei fossati delle piazze assediate, coll’acqua fino alla cintola, per sorprendere i segreti dell’avversario e disporre minuziosamente l’attacco. All’approssimarsi della battaglia, appena scorgeva le bandiere nemiche, un solo desiderio si impadroniva di lui: ordinare l’assalto e venire alle mani. Tuttavia, col passare degli anni e il crescere dell’esperienza, il suo spirito battagliero si temperò di prudenza e di abilità tattica: durante la sua bella carriera militare si possono ammirare ritirate saggiamente condotte quanto attacchi vittoriosi e decisivi. Il Farnese fu adorato dai soldati, di cui seppe guadagnare la fiducia e che soggiogò sia col suo temperamento di capo, sia col suo gran cuore e i sentimenti paterni. Per lui, i soldati che formavano l’esercito di Filippo II nelle Fiandre, spagnoli, italiani, valloni, gente che veniva dalla Germania, dalla Franca Contea o dalla Lorena, eseguivano senza protesta marce forzate in climi umidi, attraverso campagne allagate per sentieri quasi impraticabili e guadavano senza esitare fiumi in piena. Nel cuore dell’inverno, nei rifugi o nei baraccamenti inondati, vedevano venire il Farnese a confortarli, a discorrere amichevolmente, a chiamarli per nome (giacché egli ebbe una notevole memoria), ricordando loro lo stato di servizio e promettendo bottino e ricompense. In cambio dell’affetto che dimostrava loro, il Farnese esigeva dai suoi uomini la più rigorosa obbedienza e una disciplina di ferro. Duro con se stesso, trattò senza pietà le teste calde, i ribelli e i codardi. Non tollerava insolenze, rapine e brigantaggio. Fu soprattutto intransigente sul rispetto dovuto alle donne: guai a chi avesse osato attentare al loro onore per quanto di modesta condizione fosse stata la vittima. Quando una sedizione o una rivolta scoppiava o per lo meno se ne manifestava una minaccia, il Farnese non aveva esitazioni nell’affrontare da solo, a rischio della propria vita, i ribelli e con coraggio e parole appropriate o, se necessario, con sanzioni implacabili, li riconduceva al dovere. Ereditò dalla madre fiamminga il bisogno del fasto, sicché vestì con un gusto raffinato sia in guerra sia in pace, usando tutti gli artifici per far maggiormente risaltare i doni che la natura gli aveva così generosamente elargito. Conosceva l’importanza di una politica di prestigio e non ignorava che la massa ama nei propri capi i segni esteriori di potenza. La generosità del Farnese si manifestò nelle forme più varie verso i poveri dei Paesi Bassi, verso i paggi, i suoi servitori, i soldati malati soprattutto, che poterono sempre contare sulle sue cure premurose e aspettarsi grandi liberalità. Nei confronti dei funzionari della sua casa e degli uffici amministrativi fu esigente. Pretendeva una puntuale correttezza per il pagamento dei salari e delle pensioni dei suoi dipendenti. Per converso il suo credito presso mercanti e banchieri fu incrollabile. Tali mercanti, che furono per lui indispensabili prestatori di denaro, sapevano che egli onorava sempre i propri impegni e che la sua lealtà era sicura: sulla semplice parola, o su una firma, gli prestarono in una volta 200000 o 300000 scudi per le esigenze della guerra, quando a Filippo II o ai suoi ministri non avevano fatto credito nemmeno di un real. Ciò spiega come, malgrado i ritardi che il Re frappose nell’invio dei soccorsi necessari in Fiandra, il Farnese riuscì spesso a tirarsi di impaccio o a fronteggiare situazioni che apparivano inestricabili. Quanto alla figura del Farnese statista, egli concentrò in sé la maggior parte delle qualità che individuano l’uomo di stato superiore. Fu uno spirito lucidissimo e pratico al contempo: se ne ha la prova nelle discussioni e nei contrasti che egli ebbe, a proposito della propria funzione nei Paesi Bassi, col padre Ottavio e con la madre Margherita d’Austria. Al duca Ottavio, che fece colpa al Farnese di aver accettato nella flotta del Re di Spagna, al tempo della guerra contro i Turchi nel Mediterraneo (1570-1571), una situazione inferiore al proprio rango e di servire un principe straniero, egli fece notare che, per ottenere dal Re la restituzione della cittadella di Piacenza occupata da una garnigione spagnola, occorreva rendere a Filippo II dei servizi importanti, provando così la fedeltà dei Farnese al Sovrano. Quando, dopo la riconciliazione delle province vallone, il Re decise di inviare nuovamente in Fiandra Margherita d’Austria, affidandole la direzione degli affari politici e lasciando al Farnese solo quelli guerreschi, egli non volle ammettere tale divisione di poteri, né si preoccupò della pena che il suo rifiuto avrebbe causato alla madre. Fece comprendere al Re che un tal progetto avrebbe abbandonato i Paesi Bassi alla anarchia, distruggendo tutti i risultati conseguiti. Nella questione, ove l’interesse pubblico si confondeva con quello personale del Farnese, egli fu irremovibile e dichiarò: travaglio per crescere e non per diminuire e osò scrivere a Filippo II che i grandi principi guardano solo all’interesse proprio, senza preoccuparsi in alcun modo dei meriti e dei servizi dei loro subalterni. La chiarezza del suo giudizio non si lasciò mai velare da legami di amicizia, né da sentimenti di riconoscenza. Fu allo zio don Juan d’Austria ch’egli dovette di essere inviato in Fiandra.  Dal tempo in cui avevano studiato insieme all’Università di Alcalà e avevano condiviso i pericoli della battaglia di Lepanto, essi si amarono come fratelli. Ma tale circostanza non impedì al Farnese di comunicare francamente a sua madre le critiche che egli ritenne necessarie alla linea di condotta seguita in Fiandra da don Juan d’Austria, il quale si piegò molto difficilmente alla politica di pacificazione imposta dal Sovrano. Ma una volta trasmesse a Margherita d’Austria queste critiche in lettere cifrate, il Farnese gli prestò ogni soccorso nelle operazioni militari e lo esortò a un accordo con Madrid sulla linea politica da adottare. Nei confronti di Filippo II l’indipendenza di giudizio del Farnese può forse meravigliare, ma essa offre il metro delle sue qualità di uomo di stato. Egli dichiarò risolutamente la propria opposizione al metodo preconizzato e seguito nell’impresa dell’Invencible Armada e al progetto di invadere l’Inghilterra, come tentò altresì di mostrare la follia dell’intervento in Francia, quando le Fiandre esigevano la massima concentrazione di truppe spagnole. Il 22 luglio 1590 osò scrivere al Re: Mi pesa nell’animo, mi punge il cuore vedere come Vostra Maiestà commandi cose impossibili, perché Dio solo può far prodigi. L’aspetto geniale del suo intuito politico si svelò principalmente dopo la morte di don Juan d’Austria avvenuta nell’ottobre del 1578. Il Farnese si trovava allora al campo di Bouge, presso Namur, assediato dalle truppe degli Stati generali, in una situazione che egli stesso definì terribile. Ma gli eccessi delle bande del palatino Casimiro, la repulsione che questi ispirava ai capi delle truppe vallone ancora al servizio degli Stati generali, il furore antireligioso e il terrore instaurato dal regime calvinista a Gand finirono per seminare la discordia nei ranghi dei partigiani del principe d’Orange. Mentre Filippo II sperò una pacificazione generale delle diciassette province dei Paesi Bassi per l’intervento dell’Imperatore, il Farnese si rese conto che quella era un’utopia, finché il popolo subiva il fascino del Taciturno, temibile avversario. Il punto debole del nemico esisteva e lo scoprì subito: le province vallone. Per ricondurle rapidamente all’obbedienza, occorreva che il partito del Re si palesasse il più forte, onde la necessità di inferire un gran colpo sul piano militare. Ecco allora l’assedio e la conquista di Maestricht (1579), strumento per attivare i negoziati con le province vallone e per tentare quindi il ritorno di tutto il paese all’obbedienza. A Bouge, dunque, il Farnese attese con pazienza il disgregarsi delle forse avversarie: appena questo avvenne e le truppe degli Stati si ritirarono, egli intraprese una marcia folgorante su Maestricht, continuò nello stesso tempo i negoziati coi Valloni e conseguì la vittoria al contempo militare e diplomatica che sfociò nel trattato di Arras (1579) e provocò la scissione nel blocco dei nemici. Fu la conseguenza logica della lettera che già il 10 ottobre 1578, solo nove giorni dopo la morte di don Juan d’Austria, egli aveva indirizzato agli Stati provinciali di Hainaut, Lilla, Douai, Orchies e Tournai, come alle principali città di queste terre, per offrire loro, purché conservassero la religione cattolica e l’obbedienza al Re, la conferma di privilegi, usi e costumi, l’oblio del passato, la partenza delle truppe straniere e un governo come quello dei tempi dell’Imperatore Carlo V. Dopo la conclusione del trattato di Arras, il Farnese mantenne rigorosamente la parola data agli avversari. Il cardinale de Granvelle offre su questo punto una testimonianza capitale, scrivendo il 24 febbraio 1583 a Margherita d’Austria: Il principe ha ottenuto gran credito nei Paesi Bassi per aver rigidamente osservato quanto aveva promesso all’avversario, e se così avessero sempre agito i suoi predecessori nel governo, gli affari si sarebbero svolti in condizioni ben migliori. Uomo di tale statuta, il Farnese si mostrò insensibile alle lusinghe e ai tranelli che si cercò di tendere al suo indiscutibile amore per la gloria. Paolo Rinaldi, nel suo Liber relationum (f. 251 v.) narra che molto spesso, e in luoghi diversi, noti uomini di lettere offrirono di scrivere la sua vita e lo supplicarono di comunicare loro lettere, discorsi e documenti segreti, necessari per redigere il racconto delle sue imprese ma il Farnese si contentò sempre di ringraziarli e non volle dare seguito alle offerte e ai solleciti. Natura equilibrata e forte, il Farnese, vera eccezione nel mondo dei suoi contemporanei, disprezzò l’importanza attribuita ai presagi, ai sogni e ai prodigi e non vi prestò alcuna attenzione. I suoi successi politici furono facilitati anche dal fatto che egli fu un vero poliglotta. Oltre alla lingua materna, conobbe latino, tedesco, francese, fiammingo e parlò bene lo spagnolo, aiutato d’altronde da una memoria tenace. Probabilmente proprio per questa conoscenza delle lingue egli scelse i suoi collaboratori senza manifestare preferenze e senza pregiudizi nazionalistici: a fianco di ufficiali spagnoli e italiani, ammise nei suoi consigli personalità locali, nobili fiamminghi o valloni, e li consultò regolarmente sugli argomenti che riconosceva di loro competenza. È difficile distinguere nel Farnese l’uomo di stato in senso proprio dal diplomatico, da colui che manovra gli uomini e li fa servire ai propri scopi. La finezza diplomatica il Farnese l’aveva certamente ereditata da Paolo III e da suo padre Ottavio, i quali, l’uno nell’assimilazione delle nuove correnti politico-religiose in favore della Chiesa, l’altro nella questione del recupero di Parma e Piacenza, gli lasciarono buoni esempi. L’abilità del Farnese si manifestò soprattutto nel modo con cui egli seppe servirsi della nobiltà delle province vallone per raggiungere i suoi fini. Conosceva la psicologia dei nobili dei Paesi Bassi, che aveva imparato a osservare da vicino al tempo del suo matrimonio a Bruxelles, nel 1565. Li sapeva polemici, ambiziosi, intraprendenti, avidi di onori e di profitti e gelosi gli uni degli altri. Riuscì tuttavia a farli rientrare nel suo giuoco quando preparò la riconciliazione delle province vallone: uomini come il visconte di Gand, il barone di Montigny, il marchese di Richebourg non erano facile da trattare. Seppe prenderli per le loro convinzioni cattoliche, dimostrare loro la malafede del Taciturno e dei suoi partigiani, ispirare loro fiducia nello spirito di giustizia del Re e nel suo desiderio di perdono, attirarli con la promessa di belle ricompense e di posti di rilievo e lasciare loro sperare di svolgere un ruolo importante nella politica dei Paesi Bassi. Non dimenticò affatto come alcuni fossero dominati dalle mogli e fino a che punto queste intendessero avere un certo peso negli affari politici: seppe captare la benevolenza di queste donne o neutralizzare la loro ostilità a forza di galanteria e di doni. Il Farnese notò anche subito quanta impressione potesse fare sul popolo, sull’abitante delle città e delle campagne di queste province vallone, il tema della salvaguardia delle religione cattolica e le promesse di un ritorno ai metodi di governo usati da Carlo V. Ottenne che questo popolo esercitasse una pressione sulla nobiltà tanto da farla tornare alla fedeltà verso il sovrano. Altro segno della finezza diplomatica del Farnese si scorge nei delicatissimi negoziati intrapresi per ottenere il ritorno nei Paesi Bassi delle truppe spagnole e italiane, che avevano dovuto lasciare il paese per certe clausole del trattato di Arras. Nell’agosto del 1581, il duca di Alençon, intervenuto nei Paesi Bassi con un esercito allestito da lui stesso, riuscì a impossessarsi di Cambrai. Il Farnese, non disponendo di truppe sufficienti e abbastanza agguerrite, si trovò nell’impossibilità di opporsi. Ne approfittò subito per dimostrare ai nobili valloni che senza l’appoggio dei soldati stranieri, spagnoli e italiani, sarebbe stato impossibile far fronte agli avversari. Il marchese di Richebourg e il barone di Montigny si lasciarono convincere e ottennero che gli Stati delle province vallone autorizzassero il Farnese a richiamare truppe tedesche. Ma ciò che soprattutto il Farnese desiderava era il ritorno dei tercios spagnoli. L’assedio di Tournai nel 1581 gli fornì l’occasione di tornare alla carica: questo assedio rischiò di fallire per la mancanza di mordente nelle truppe vallone e per la loro ripugnanza a combattere contro compatrioti, anche se eretici. A furia di diplomazia il Farnese riuscì finalmente a vincere l’opposizione dell’influente conte di Lalaing e ottenne, nel febbraio del 1582, un voto dell’assemblea delle province vallone che gli concesse il richiamo di soldati stranieri. Il punto ove il Farnese fece convergere mirabilmente diplomazia e guerra fu la conquista, sin dall’offensiva del 1583 contro i ribelli, di città che l’una dopo l’altra capitolarono nelle sue mani: città importanti come Ypres, Bruges, Gand, Bruxelles e Anversa. Il Farnese sapeva che se le grandi città fiamminghe e del Brabante erano rimaste fino allora sorde agli appelli per una riconciliazione, lo si doveva al fatto che i cattolici ancora numerosi erano dominati da una intrapredente minoranza calvinista, appoggiata da mercenari stranieri che sottomettevano i partigiani del Re a un regime di terrore. Capì che se egli riusciva a persuadere i calvinisti dell’inutilità di una ulteriore resistenza alle sue geniali campagne militari e se offriva condizioni di resa estremamente generose, avrebbe finito col minare il fronte dei suoi avversari. Sicché, pur accerchiando tali città e riducendole alla fame, offrì ai calvinisti la possibilità di andarsene ottenendo la salvezza e lasciando i propri beni sotto l’amministrazione di cattolici onesti, che avrebbero dovuto rendere conto della loro gestione. È tale politica abile che finì col ridurre la resistenza di queste grandi città e, senza conquiste con la forza al prezzo di perdite sanguinose, le fece cadere come frutti maturi nelle mani del Farnese: e la conquista dei Paesi Bassi gli si rese più facile. Occorre tuttavia osservare che i suoi successi non furono dovuti unicamente al suo valore militare e alla diplomazia ma altresì agli errori dei nemici. Questi non abbandonarono mai un proprio patriottismo regionale, ereditato dall’età di mezzo. Ogni provincia e, si potrebbe aggiungere, quasi ogni città, dimenticava il bene comune dei Paesi Bassi allorché l’avversario era lontano ma implorava soccorso ai primi segni di pericolo. Intuendo quanto tale particolarismo intralciasse la creazione di un fronte comune nella lotta contro gli Spagnoli, il principe d’Orange non smise mai di ammonire i suoi compatrioti, ma quasi sempre senza risultato. Altra circostanza esterna che facilitò il compito al Farnese fu l’atteggiamento dei cavinisti di Gand, i quali, contrariamente ai termini della pacificazione di Gand e nonostante le reiterate suppliche del Taciturno, inaugurarono una politica violentemente anticattolica, confiscando le chiese e i beni del clero, imprigionando gli avversari, commettendo assassini ed esecuzioni, spedendo i mercenari scozzesi alla conquista delle città di Fiandra rimaste fedeli al Re. Essi provocarono così la reazione dei Malcontenti, ossia dei capi delle truppe vallone e furono la causa prima della scissione del fronte unito della generalità. Fin dalla sua gioventù a Parma il Farnese si legò di amicizia con Francesco de Marchi, celebre ingegnere militare e autore del famoso Trattato d’arte militare. L’insegnamento poi di Francesco Paciotto, gloria di Urbino, non meno influì sui suoi geniali metodi d’assedio. Ma in tutte le sue iniziative tattiche e strategiche il Farnese aggiunse del suo e stupì gli avversari per la tempestività delle sue reazioni e la preparazione minuziosa dei suoi piani. A dare fede a quel testimonio ben informato che fu Paolo Rinaldi, nell’allestire le sue imprese guerresche, il Farnese non si riteneva dispensato dal seguire consigli altrui, né si fidò solo della propria esperienza. Non trascurò alcuna fonte di informazione: al consiglio di guerra ascoltava tutti con pazienza e si mostrava attento all’opinione di ciascuno. Esposta una tesi personale, non si ostinava mai a difenderla se gli appariva che l’idea di altri era migliore. In aperta campagna, come nelle trincee, discorreva coi semplici soldati e ascoltava le loro riflessioni, affermando che ognuno poteva dire qualcosa di sensato e che aveva udito più di una volta dalla bocca di umili gregari osservazioni pari a quelle dei guerrieri più sperimentati. Allorché concepì il piano straordinario di sbarrare l’accesso di Anversa alle flotte olando-zelandesi, sopraggiunte in aiuto della città nel 1584, costruendo da una riva all’altra della Schelda il ponte rimasto famoso nella storia militare, tutti i suoi ufficiali e anzitutto i fiamminghi, che conoscevano la spinta della marea sul fiume e i pericoli dei banchi di ghiaccio nell’inverno, qualificarono tale impresa come utopistica. Il Farnese persistette nel suo progetto ed ebbe la vittoria: Anversa capitolò il 17 agosto 1585. Non altrimenti avvenne, più tardi, quando il Farnese decise di assediare L’Ecluse (Sluis) contro l’opinione dei suoi ufficiali, per destinare tale porto ben situato alla foce della Schelda a rifugio dell’Invencible Armada. Paolo Rinaldi qualifica il Farnese di volonteroso e risicato. E infatti, nel corso della sua carriera di capitano generale dell’esercito di Fiandra, il Farnese conservò qualcosa di quel temperamento di condottiere che aveva ispirato la sua gioventù. Con sovrano disprezzo del pericolo, egli si espose spesso in prima linea, desideroso di esaminare personalmente la situazione, rimanendo nelle trincee aperte, sulla traiettoria del tiro nemico, persino dei proiettili che i difensori di una città gettavano dalle mura. Così egli espose la vita a Lepanto, disobbedì agli ordini di don Juan d’Austria alla battaglia di Gembloux (1578) e rischiò la morte all’assedio di Audenarde, a quelli di Grave, di Tournai, di Termonde e dell’Ecluse. Pagò di persona nelle terribili mischie sulla diga di Couwenstein, durante l’assedio di Anversa. E, proprio perché una volta di più egli si era troppo esposto, riportò a Caudebec, durante la seconda spedizione effettuata in Francia in soccorso della Lega, una grave ferita che affrettò la sua fine poco dopo. Sdegnoso egli stesso del pericolo, il Farnese fu spietato coi negligenti o coi vili. Durante l’assedio di Anversa il nemico riuscì a impadronirsi del forte di Liefkenshoek: il capitano che per trascuratezza non aveva saputo difendere la posizione fu privato del comando ed espulso dall’esercito. Al forte di Sant’Antonio la mancata esecuzione dei lavori prescritti dal Farnese costò agli Spagnoli la perdita del ridotto sulla Schelda: per ordine del Farnese, il capitano colpevole fu decapitato. D’altra parte, egli sapeva come sollevare il morale dei soldati e ne diede notevoli esempi in molte circostanze, specialmente dopo lo scacco del primo assalto contro Maestricht nel 1579, che costò la vita a numerosi soldati e ufficiali. Molto spesso, a causa della malavoglia o dell’incapacità dei contadini, era impossibile trovare zappatori o scavatori per riattare le strade, scavare fossati o aprire trincee in vista di un assedio. I soldati, soprattutto gli spagnoli, rifuggivano da tale bisogna, che consideravano indegna di loro: il più delle volte occorreva rivolgersi ai minatori di Boemia o del paese di Liegi. Ma in parecchie occasioni il Farnese, indirizzando ai suoi uomini le parole giuste, riuscì a indurli a eseguire il lavoro. Fu il caso di Maestricht, di Tournai, di Audenarde. Dove il genio militare del Farnese si rivelò in modo specialissimo fu nella grande offensiva del 1583, dopo il ritorno dei tercios spagnoli e italiani in Fiandra. Prima di poter attaccare Anversa, che il cardinale di Granvelle chiamava il ricettacolo di tutte le cattive lane, egli doveva impadronirsi di altre considerevoli città come Ypres, Gand, Bruges, Termonde, Malines e Bruxelles. Ma, poiché il Farnese non disponeva dei mezzi per conquistare con la forza quei grandi centri ben fortificati, decise di piegarli con la fame, avvalendosi di una tattica che ben a ragione si è chiamata guerra d’ingegneri. Tagliò ogni comunicazione tra di essi, sbarrando i fiumi e i corsi d’acqua con ponti muniti di artiglieria e soldati, interruppe il passaggio lungo le strade con ridotti forniti di buone guarnigioni, fece brillare delle mine per rendere impossibile il transito ai corrieri e ai carri di rifornimento. Devastò le campagne nel periodo delle messi o si affrettò a far compiere il raccolto dai soldati prima che i contadini potessero introdurlo entro le mura. Fu un piano eseguito minuziosamente. Applicato a Ypres nell’agosto del 1583 permise al Farnese, giusto due anni dopo, di ricevere nel suo campo di Beveren, a occidente di Anversa, Marnix de Sainte-Aldegonde che veniva a offrirgli la resa della grande metropoli commerciale dei Paesi Bassi. Questo 17 agosto 1585 segna nella carriera del Farnese il culmine della gloria. Gli valse l’ordine del  Toson d’Oro da Filippo II e la restituzione della cittadella di Piacenza, tanto importante per la sicurezza degli Stati farnesiani in Italia, conservata dal Re per lungo tempo come pegno della fedeltà dei Farnese alla causa spagnola. Il Farnese mostrò sempre compassione per quelle popolazioni dei Paesi Bassi che tanto ebbero a soffrire della guerra di religione scatenatasi a casa loro. Ed ecco, infatti, quanto disse al figlio Ranuccio in quello che può chiamarsi il suo testamento politico, redatto nel novembre del 1592, poco tempo avanti la sua morte: Prima voi li dichiararete l’estremo dispiacere che nell’animo nostro sentiamo di non poter dargli meglior et più grata nova di detto paese, per esser con questa longa et disastrosa guerra ridotto a tal estremità che i propri inimici suoi non possino se non haverli compassione, et si deve reputare a singular favor di Dio che questo povero populo, tanto afflitto et abbattuto, non si sia, come disperato, precipitato a qualche periculosa et pregiudicabile resolutione. Sono parole che si cercherebbero invano nella corrispondenza o negli scritti dei precedenti governatori dei Paesi Bassi. Premuto da responsabilità varie e pesanti, il Farnese non dimenticò di tenere a freno, minacciando sanzioni, quegli ufficiali le cui soldatesche sfruttavano troppo o maltrattavano gli abitanti. Per quanto fu possibile in quell’epoca e in quelle particolari circostanze, usò condurre la guerra umanamente, tentando di evitare quegli orrori che troppo spesso le si collegavano. Gli si può, è vero, rimproverare il massacro di Sichem, nel Brabante, e le barbare esecuzioni di Neuss. Nel primo caso egli è inescusabile ma nel secondo si trattò di soldati e di borghesi colpevoli di persecuzioni ai danni dei cattolici e di sacrilegi che avevano rifiutato una resa a condizioni moderate. Quanto al saccheggio e alle crudeltà di Maestricht nel 1579, non è il Farnese che può esserne reso responsabile perché in quei giorni egli giacque delirante nella sua tenda, colpito da un flemmone, e fu quindi nell’impossibilità di intervenire per mettere fine a tali eccessi. Egli stesso chiamò d’altronde la campagna dei Paesi Bassi guerra di religione ed è questa la forma più terribile di guerra. Ma evitò che le sue operazioni militari ne assumessero l’aspetto finché la Maestà divina e la Maestà umana non avessero ricevuto scherni troppo odiosi. Anche nei casi estremi, quando una città, rifiutata la resa, era stata presa d’assalto, con le ineluttabili conseguenze di saccheggi, massacri e incendi, il Farnese prese sempre misure tempestive perché donne e bambini fossero rapidamente condotti dai suoi ufficiali di ordinanza in chiese o luoghi sacri, al riparo così dal furore e dalle violenze dei soldati. Si verificò più volte in quella guerra che donne di alta condizione prendessero parte attiva alla difesa di una città, talvolta addirittura dirigendola nell’assenza dei mariti. Fu il caso della principessa d’Epinoy, all’assedio di Tournai, e di madame de Balagny all’assedio di Cambrai. Quando tali città capitolarono, il Farnese lasciò uscire quelle donne coraggiose con l’onore delle armi, andò a salutarle e concesse la propria carrozza o i propri cavalli per facilitare loro la partenza con tutti i bagagli. Lo stesso atteggiamento cavalleresco egli tenne nei confronti della moglie del condottiere Schenck, dopo la presa di Venlo. Caratteristica è la scena che avvenne nella chiesa di Notre-Dame di Hal, in Belgio, l’11 settembre 1592, quando per la terza volta il Farnese obbedì all’ordine di Filippo II di andare in aiuto della Lega in Francia. A quel momento egli era già gravemente infermo e il suo confessore, il padre gesuita Thomas Sailly, lo accompagnò al santuario di Hal raccomandandogli di offrire a Dio ogni sofferenza fisica e morale. Il Farnese rispose che era giunto il momento di soffrire, che egli aveva meritato quella croce e sapeva di non aver più molto da vivere. Egli pregò Dio di salvare la sua anima e si inchinò alla sua volontà. Addolorato di non potersi appartare in un ritiro modesto in preparazione alla morte, dichiarò a Sailly di essere consapevole di aver combattuto una guerra di religione e affermò che, nutrito nella fede cattolica, vi sarebbe rimasto fino all’ultimo respiro, sperando nella misericordia del Signore al momento del trapasso. Il capitano spagnolo Alonzo Vasquez narra nelle sue memorie di aver visto partire il Farnese, con la sua corte, da Bruxelles per Arras con un tempo rigido e un vento glaciale di dicembre. Non portava il mantello invernale e dava l’impressione di non essere mai stato tanto vigoroso: in realtà, la sua volontà di ferro domava la sofferenza. Chi l’osservò da vicino si rese conto che egli si teneva in sella alla men peggio e sarebbe stato disarcionato più volte se due domestici non l’avessero sostenuto di continuo. Andava a combattere la morte e non gli eretici di Francia (Vasquez). E infatti l’idropisia di cui il Farnese soffriva da sei anni, raggiunse il cuore. Egli morì all’età di quarantesette anni. Principe italiano, illuminò di una luce immortale la sua patria. Sebbene, nella sua giovinezza, la Corte di Madrid avesse tentato di farne uno spagnolo di educazione e di mentalità, non vi riuscì affatto: tutta la sua vita egli rimase un italiano autentico. Fu questo suo carattere a suscitargli tante inimicizie alla Corte di Spagna, tanti sospetti e, nonostante gli ineguagliabili servizi resi, tanta diffidenza da parte del Re. Quando questi decise di far cadere in disgrazia il Farnese, il segretario di Stato don Juan de Idiaquez criticò la gestione del Farnese in Fiandra e particolarmente l’impiego di truppe italiane al posto di quelle spagnole, poi aggiunse: il carattere dominatore del duca di Parma e la sua qualità di Italiano creano un problema che dovrebbe essere studiato da vicino. È con ragione che papa Clemente VIII, ricevendo notizia della morte del Farnese, si espresse in questi termini: Mala nuova abbiamo havendo perduto un grand’huomo, di sangue romano, splendor d’Italia. Nello stesso momento a Bruxelles, nella cappella del palazzo dei duchi del Brabante, innanzi al letto di morte ove riposava il corpo del defunto governatore generale, una folla anonima e silenziosa non cessava di sfilare, accostandosi alla salma con venerazione. Le spoglie del Farnese giacciono nella cripta della chiesa della Madonna della Steccata a Parma. L’Italia non è sola a conservare il ricordo del Farnese. Egli occupa un posto importante anche nella storia del Belgio. Fu qui che egli dovette, per ordine del suo Re, fare guerra alla parte calvinista e ribelle di una popolazione alla quale si sentì nondimeno legato, occupandosi dei suoi bisogni, provvedendo a rifornirla mediante l’instaurazione di un regime di licenze per il commercio col nemico, distribuendo doni ed elemosine ai poveri, sostenendo materialmente gli ordini religiosi e le comunità ecclesiastiche, ripristinando il normale funzionamento delle istituzioni, accogliendo nei suoi consigli rappresentanti della nobiltà nazionale, dando di che vivere alla classe media coi numerosi acquisti fatti per sé e per la Corte, aiutando nei limiti dei suoi mezzi uomini di scienza e artisti e accordando protezione all’Università di Lovanio e a quella di Douai. Ma, soprattutto, con la riconquista dei Paesi Bassi meridionali e con le offensive spinte fino ai grandi fiumi che proteggevano le regioni settentrionali, egli fece del Sud un’entità autonoma e fu quindi il creatore del Belgio moderno. Ristabilendovi il culto cattolico e reintroducendovi l’obbedienza al principe naturale del paese, il Farnese diede al Belgio i due caratteri che esso poi sempre conservò e che lo scissero definitivamente dalla repubblica calvinista del Nord: le convinzioni cattoliche e il regime monarchico. La si deplori o la si celebri, una tale parte avuta dal Farnese è scritta per sempre nella storia.
FONTI E BIBL.: Correspondance d’Alessandro Farnese avec Philippe II dans les années 1578-1581, a cura di M. Gachard, Bruxelles, 1853; A. Cauchie-L. van der Essen, Inventaire des Archives Farnésiennes de Naples au point de vue de l’histoire des anciens Pays-Bas catholiques, Bruxelles, 1911; L. van der Essen, Les Archives farnésiennes de Parme au point de vue des anciens Pays-Bas, Bruxelles, 1913; P. Fea, Alessandro Farnese duca di Parma, Roma, 1886; P. Fea, Il duca Alessandro Farnese e le carte dell’Archivio napoletano, Parma, 1914; A. Barilli, Nuovi documenti su Alessandro Farnese, Parma, 1938; N. Follini, Alessandro Farnese III Duca di Parma e Piacenza, 1545-1592, Bobbio, 1932; L. van der Essen, Alessandro Farnese, prince de Parme, gouverneur général des Pays-Bas (1545-1592), 5 voll., Bruxelles, 1933-1937; G. Drei, Le tombe di Alessandro Farnese e dei principi di Parma, in Aurea Parma XXI 1937, 190-194; L. van der Essen, Alessandro Farnese et les origines de la Belgique moderne, 1545-1592, Bruxelles, 1943; L. van der Essen, in Dizionario biografico degli Italiani, II, 1960, 219; A. Bezzi, Alessandro Farnese, una vita per un ideale, Parma, 1977; G. Bertini, Le nozze di Alessandro Farnese, Milano, 1997.

FARNESE ALESSANDRO
Parma 5 settembre 1610-Parma 22 giugno 1630
Figlio di Ranuccio e di Margherita Aldobrandini. Sordomuto dalla nascita, fu privato dal padre del diritto di successione alla Signoria.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, X, 1868, tav. XVII; Archivio Storico per le Province Parmensi IX 1909, 106-121; Stanislao da Campagnola, in Laurentianum 5 1964, 409-410.

FARNESE ALESSANDRO
Parma 10 gennaio 1635-Madrid 11 febbraio 1689
Secondogenito del duca Odoardo e della duchessa Margherita de’ Medici. Il peggioramento dei rapporti tra il Ducato di Parma e la Santa Sede per la questione di Castro rese impossibile un suo avviamento alla carriera ecclesiastica. Perciò, insieme con il fratello minore Orazio, gli venne impartita un’educazione militare. Nel 1653, mentre Orazio venne nominato generale della Repubblica veneta, Ranuccio Farnese iniziò una trattativa con Filippo IV di Spagna per indurlo a chiamare il Farnese presso di sé, conferendogli un incarico adeguato al suo rango. Le prime risposte del Re furono però negative: il Sovrano si schermì e offrì l’aiuto del proprio ambasciatore a Roma per la ricerca di un cardinalato. Invece, la prematura morte del fratello Orazio, nel novembre 1656, permise al Farnese di subentrargli nel grado e cominciare la sua lunga carriera militare e politica. Andò subito a Venezia ma non raggiunse la zona d’operazioni prima dell’agosto successivo, quando s’imbarcò su di una galea diretta in Dalmazia. Durante il viaggio conobbe Giuseppe Castelli, un benestante di Ripatransone, nell’Ascolano, fuggito dal suo paese dopo un omicidio, che più tardi entrò al suo servizio, fino al punto di diventarne il complice biografo. Poiché la campagna in Dalmazia non gli diede alcuna soddisfazione, nel 1658 il Farnese rinunciò al generalato della cavalleria e tornò a Parma, dove le trattative con la Spagna continuavano. Tra il 1659 e il 1660 Filippo IV premiò l’insistenza del duca Ranuccio Farnese promettendogli che avrebbe esaudito il suo desiderio. Il Farnese allora, volendo preparare degnamente il suo ingresso in Spagna e acquisire esperienza e amicizie internazionali, organizzò un lungo viaggio per l’Europa, con meta finale Madrid. Il fratello gli assicurò le risorse finanziarie necessarie per dare ovunque buona impressione di sé. Il 6 ottobre 1660, attorniato da un numeroso seguito di servitori, lasciò Parma alla volta della Francia. Dopo una breve sosta a Lione alla fine di novembre, l’8 dicembre il gruppo arrivò a Parigi. Perfettamente a suo agio all’estero, turbato solo dall’insorgere in lui dell’obesità ereditaria, il Farnese entrò con facilità in rapporto con l’alta aristocrazia, grazie all’ostentazione della maggiore opulenza possibile, di una costosa vita di Corte, gioco, guardaroba, avventure galanti e teatro. Nel frattempo evitò, per quanto possibile, di prendere posizioni politiche, per non crearsi inimicizie o usurpare le prerogative del fratello duca che, proprio per questo, aveva dato ordine ai suoi ambasciatori di aiutare in ogni modo il Farnese e riferirgli qualsiasi cosa facesse. Il 20 dicembre ebbe udienza da Luigi XIV e dalla regina Maria Teresa d’Austria, che lo ammisero poi il 10 gennaio 1661 al rito della guarigione delle scrofole. Conobbe il Mazzarino, Luigi di Borbone principe di Condé e altre personalità francesi. Nel marzo 1661 le notizie sulla restaurazione monarchica in Inghilterra lo indussero a partire per Londra. Il 2 maggio poté assistere alla solenne incoronazione di Carlo Stuart. Prima di ritornare in Francia, il 15 maggio, andò a visitare alcune navi da guerra inglesi. Alla fine del mese, a Fontainebleau, il Farnese ottenne una buona notorietà a Corte in virtù di recite, assai gradite dal Re e dalla Regina, della sua compagnia di comici italiani, che aveva fatto venire da Parma, ponendovi a capo un proprio servitore, A. Donati, nel ruolo di Tartaglia, e successivamente O. Zanotti. Il 2 agosto proseguì il viaggio, visitando le più importanti città delle Fiandre e dell’Olanda. Infine, convinto di avere ormai una sufficiente conoscenza delle cose del mondo, il 4 dicembre, dopo aver mandato il Castelli (che si era conquistato omai la sua fiducia) a Colonia, si diresse, via terra, verso Madrid. Filippo IV acclse il Farnese con gli onori di un grande di Spagna ma la conquista di un effettivo grado militare elevato e di un incarico di governo richiesero tempi più lunghi del previsto. Dal momento che la Spagna si trovava in stato di guerra con il Portogallo, il Farnese insistette perché gli fosse concessa l’occasione di dare prova delle sue virtù militari. Nel giugno 1662, così, andò in Estremadura per prendere contatto con i comandanti dell’esercito spagnolo ivi stanziato. Lì però, a causa di una malattia, il Farnese non poté muoversi fino a ottobre, quando, per mancanza di rifornimenti, le operazioni militari vennero sospese. Guarito e sempre accompagnato dalla sua corte di servitori e informatori (come P. Carri, che riferiva all’ambasciatore di Ranuccio Farnese, P.G. Lampugnani), lasciò nuovamente Madrid il 7 maggio 1663, al seguito dell’esercito di Giovanni d’Austria, il suo più fidato amico spagnolo. L’8 giugno il Farnese prese parte alla battaglia di Evora e in premio, il 2 settembre, il Re gli concesse il grado di generale della cavalleria italiana che, per ritardi burocratici e controversie con il generale Diego Corea, assunse effettivamente solo il 17 novembre 1664. Il Farnese condusse la guerra a modo suo. Non privo di ardimento sul campo di battaglia, poco si curò della disciplina della vita castrense. Come a Corte, la sua principale preoccupazione fu quella di dimostrare visibilmente l’altezza del proprio stato, spendendo grandi somme di denaro e concedendosi tutti gli agi e i lussi possibili. E proprio mentre in Estremadura si dedicava al suo svago preferito, il teatro, vide la giovane comediante Maria de Laó y Carillo, di Caceres, nota meretrice, di cui si innamorò perdutamente. Nonostante lo scandalo, il Farnese, a parte incontri occasionali con altre donne della medesima condizione, rimase legato alla Carillo per tutta la vita ed ebbe con lei quattro figli: due maschi, cui diede il suo stesso nome (il primo dei quali morì nel 1666, in tenera età, per un trauma cranico provocatogli da una caduta accidentale, alla presenza del Farnese) e due bambine, Margherita e Caterina, destinate giovani al monastero di San Pietro in Parma. Il Lampugnani tempestò di lettere il duca Ranuccio Farnese, scrivendo preoccupato come il Farnese si facesse vedere assai più con quella donna che con i suoi ufficiali, i quali mormoravano esagerando la mala vita che tiene (Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, busta 31, f. 6). Se tali mormorazioni fossero arrivate al Re, sosteneva, la carriera del Farnese sarebbe stata gravemente compromessa. Filippo IV, naturalmente, venne a sapere tutto. Nel gennaio 1665, per suo ordine, la Carillo fu condotta a forza in un monastero di Caceres, senza però essere privata del patrimonio e della possibilità di comunicare con l’amante. Questi non esitò a contravvenire a un comando regio: convinse il vescovo della città che, per potere meglio pentirsi, sarebbe stato più conveniente allontanare la donna da lui, mandandola lontano, a Madrid. Il 22 febbraio la Carillo uscì, in carrozza, da Caceres, ma appena fuori città persone incognite la rapirono, riportandola nascostamente al Farnese. A luglio la coppia si mostrò pubblicamente a Badajoz, dove la donna, considerandosi come una moglie, si firmava, tra lo stupore di tutti, Maria de Laó Farnese. Filippo IV punì il Farnese, ordinando, ancora senza effetto, che gli fosse tolta la donna e affidando al Corea il comando generale della cavalleria di Estremadura. Il Farnese parve sul punto di dimettersi per l’affronto ma Ranuccio Farnese glielo sconsigliò, spronandolo a continuare il suo servizio presso gli Asburgo. Tornato al fronte, il 19 febbraio 1665, il Farnese ideò un piano per prendere di sorpresa la città di Valenza d’Alcantara, che fallì per la mancata collaborazione dei comandanti le fanterie. Costoro infatti, avendo poca stima di lui, mal sopportavano i suoi ordini. Dopo la presa di Villa Viciosa, il 17 giugno il Farnese caricò, alla testa della sua cavalleria, i mercenari inglesi nella battaglia di Montesclaros. Durante lo scontro colpì con la spada il loro generale, il tedesco F.A. Schomberg. Per qualche tempo si credette che lo avesse ucciso e il fatto salvò la buona reputazione militare del Farnese, nonostante l’andamento sempre più negativo della guerra contro il Portogallo. Filippo IV morì il 14 settembre 1665. Nel 1666 la reggente Marianna d’Austria concesse al Farnese il sospirato comando generale della cavalleria dell’esercito d’Estremadura, in sostituzione del Corea, fatto prigioniero. La campagna continuò fiaccamente con scontri di mediocre entità, scorrerie e saccheggi, finché nel 1668 venne firmata la pace che sancì il riconoscimento dell’indipendenza portoghese. Il Farnese si trasferì a Madrid, in compagnia della Carillo, alla ricerca di altri incarichi, restandovi fino al 1675, quando per breve tempo divenne viceré di Navarra. Il 25 luglio 1676 Carlo II, appena uscito dalla minorità, lo nominò viceré di Catalogna. Il Farnese trascurò del tutto l’amministrazione civile di quel paese, completamente assorbito dai problemi militari creati dalle pretese di Luigi XIV sulle frontiere. Già il 10 agosto, tre giorni dopo il giuramento nella Cattedrale di Barcellona, mosse con l’esercito a Gerona per difendere la pianura dell’Ampurdán. Per risolvere la situazione, nel 1677 progettò un’offensiva nel Rossiglione. Il 3 maggio cominciò l’avanzata verso il confine francese ma, non volendo la Spagna rischiare una nuova guerra dichiarata contro la Francia, il 25 fu rimosso dall’incarico e richiamato a Madrid. La vita disordinata del Farnese aggiunse all’ormai evidente obesità una dolorosa gotta (che finì con l’impedirgli di montare a cavallo) e i debiti, pari a 33506 dobloni gravati da un interesse del 12% annuo. Nel 1678 toccò a Giovanni d’Austria chiedere al Farnese di rinunciare a quel legame che gli impediva di assurgere a incarichi più gloriosi, in cambio del grado di generale del mare. Rispose di non tenere genio al mare e rifiutò. In giugno però riuscì ugualmente a farsi nominare cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro e, non appena ricevette il prezioso collare, corse a impegnarlo per poter disporre di denaro liquido, anche se Ranuccio Farnese continuava a inviargli sovvenzioni, rapidamente dilapidate. Il Farnese attese un altro incarico di governo per un anno e mezzo, finché, dopo ripetuti tentativi, il nuovo inviato di Parma a Madrid, l’abate C. Ridolfi, riuscì ad aggiustare per lui la nomina a governatore generale dei Paesi Bassi, l’11 aprile 1680. Il 31 luglio Carlo II ne diede l’annuncio ufficiale agli Stati e ai Consigli di giustizia di quelle province, dopodiché il Farnese si imbarcò a La Coruña per le Fiandre, dove giunse il 19 ottobre. Su questa nomina il Ridolfi scrisse immediatamente una lunga relazione a Ranuccio Farnese, pregando il Duca che raccomandasse al fratello di porre fine al pubblico scandalo, di non fregiarsi del titolo di Altezza nei Paesi Bassi, dove era usato solo per gli arciduchi e gli infanti di Spagna, e di tenere conto del malcontento di Fiamminghi e Spagnoli che già lo accusavano di poca economia, di superflua ostentazione e di certa subordinazione pregiudiziale. Qualora le cose fossero andate male, presagiva il Ridolfi, egli avrebbe cercato di far concedere al Farnese il grado, già rifiutato, di generale del mare, per levarlo dalle Fiandre salvando l’onore. Il Farnese ebbe cura questa volta di occultare il legame con la Carillo che, dopo una breve e comoda permanenza in un monastero, fece maritare a un compiacente segretario reale, Feliz de Ghia. Non volle però sentire ragioni in merito al proprio titolo: il 14 dicembre scrisse egli stesso al fratello Ranuccio, dicendogli che, piuttosto di accettare l’appellativo di Eccellenza e soffrire una mortificazione così ingiusta per la casa Farnese, si sarebbe dimesso (Archivio di Stato di Parma, Carteggio Farnesiano estero, busta 116, f. n.n. dal titolo: Alessandro Farnese governatore dei Paesi Bassi). Il Duca, ignorando gli ammonimenti del Ridolfi, nel gennaio 1681 difese le ragioni del fratello (e il suo stesso prestigio) con lettere a Carlo II e ai suoi ministri. Per la verità, gli Stati di Bruxelles accolsero bene il Farnese, accettando di votargli, al suo arrivo, un donativo di 25000 fiorini. Convinto però di rivivere le glorie del duca suo omonimo, non si accorse di trovarsi in un paese impoverito dalle guerre e dalla cattiva amministrazione. Attraverso un comportamento in pari tempo rude e militaresco da una parte e facendo mostra di lusso, vanità e favoritismi dall’altra, si inimicò tanto il partito fiammingo quanto il ceto burocratico spagnolo. Questi, di solito ostili l’uno all’altro, fecero così fronte unico contro il comune straniero. Inutilmente perciò il Farnese richiese al Parlamento nuovi sussidi e ingaggiò un’inutile lotta contro i deputati sui termini di pagamento dell’imposta annuale, che voleva anticipare. La sua formazione militare lo portò, inoltre, a privilegiare i problemi della difesa e subordinare a essi le questioni politiche ed economiche. Infatti, nel timore di un attacco francese, un mese dopo il suo insediamento nella carica concluse con le Province Unite un accordo commerciale che offrì vantaggiose tariffe alle loro esportazioni, in cambio di un contributo di truppe alle guarnigioni di frontiera. Gli effetti dannosi all’economia del paese si videro subito, i soldati olandesi invece no. Nel 1681 un piano per la leva di nuove milizie non poté essere attuato perché mancavano i soldi per pagare quelle esistenti, gran parte delle quali, allo sbando, sopravviveva con atti di brigantaggio. Un progetto di riforma amministrativa ebbe simile destino, mentre l’ambizioso ampliamento della profondità dello Zuudleye, per permettere il passaggio diretto alle navi di grande stazza da Ostenda ad Anversa, incontrò l’opposizione della città di Bruges. Infine, l’arresto di un deputato della corporazione dei giardinieri rischiò di far scoppiare una rivolta generale a Bruxelles e fu giocoforza liberarlo, concedendo un’amnistia generale. Il Farnese si rese condo che stava perdendo l’appoggio della Corte spagnola, sommersa dai reclami contro di lui, ma non riuscì a modificare la situazione. Temendo di perdere anche quello del fratello, spedì a Parma documenti sul proprio governo, che imputavano all’anarchia delle autorità locali la triste situazione dei Paesi Bassi, e copie di ambascerie che gli inviarono Carlo Stuart, Ernesto Augusto d’Osnabrück, gli Olandesi e altri principi. Ranuccio Farnese, proiettando la sua ambizione in quella del fratello, non intervenne su di lui in alcun modo e seguitò a inviare sussidi tramite un suo agente a Venezia, P. Crescenzi. Il Farnese non smise infatti di aumentare le spese, stipendiando una Corte degna di un Re, dove imperarono i favoriti italiani, si misero in scena costose opere teatrali e, nonostante le condizioni di salute non sempre ottimali, ebbero libero accesso le amiche sue, che il rovinavano. Carlo II, per non infliggere al Farnese un’altra umiliante destituzione, gli affiancò il 30 marzo 1682 il marchese di Grana Enrico Ottone Del Carretto, con l’incarico ufficiale di comandante l’esercito. Il Farnese capì il significato politico dell’atto e il 1° aprile, con una vera e propria fuga per evitare i creditori, lasciò Bruxelles, accompagnato dal figlio Alessandro. Nei Paesi Bassi, dei suoi molti progetti, era solo riuscito a realizzare quello di riaprire la scuola di equitazione e scherma per nobili dell’Accademia. Ricomparve a Piacenza e affidò al fratello il giovane figlio Alessandro perché fosse mantenuto in una condizione degna del suo rango. Quindi, prima che i documenti con i suoi debiti lo raggiunsero, colse l’opportunità offertagli di nuovo dalla Repubblica di Venezia e il 21 dicembre accettò il grado di generale della fanteria nell’armata che, al comando di F. Morosini, combatteva per la conquista della Morea. Ranuccio Farnese fu travolto dalle lettere dei creditori e dei dipendenti del Farnese, abbandonati a loro stessi. Non bastando più le sue lettere di cambio per pagare un conto di 233630 fiorini, per ordine del marchese di Grana il banchiere A. Zety di Anversa procedette all’asta pubblica dei beni del Farnese. Questa richiese, tanti erano gli oggetti da inventariare e i creditori da registrare, qualche anno per essere condotta a termine a Bruxelles. Il Duca riuscì a portare in Italia, alla fine, solo parte della tappezzeria e della biancheria, ma non se ne dolse troppo, preoccupato solo del fatto che il Farnese tornasse quanto prima in Spagna. Infatti, nello stesso 1682, tramite l’ambasciatore A. Serafini, aprì una trattativa con Carlo II: allora però il momento e le circostanze erano ancora inopportuni. Nel 1687, tacitata finalmente una buona parte dei creditori, il Farnese prese congedo da Venezia, che coniò per lui una medaglia, e rientrò a Madrid in ottobre. Lo seguì il conte Gaspare Scotti con l’incarico, affidatogli dal Duca, di far sì che tutte le vertenze esistenti con quella monarchia fossero messe da parte, di fronte all’esigenza prioritaria di far avere al Farnese una carica adeguata nel tempo più breve possibile. Il Farnese in effetti decise di accettare il grado di generale del mare e ottenne anche il titolo di consigliere di Stato e gentiluomo di camera del Re. La regina, Maria Luisa d’Orléans, ebbe persino intenzione di combinargli un matrimonio, ma Ranuccio Farnese la pregò di desistere, affinché non si desse di nuovo adito alle voci del passato e alle Gazzette materia simile. Tanto più che neanche il Farnese lo voleva, perché appena tornato in Spagna, riprese contatto con la Carillo, in tempo per salvare lei e il marito dallo sfratto e poco prima che la morte gliela togliesse definitivamente. Poiché in Spagna gli era rimasto ben poco di suo e aveva dovuto chiedere in prestito l’argenteria al fratello, in brevissimo tempo, con altri debiti, il Farnese creò una nuova Corte personale. Il suo palazzo di Madrid, preso in affitto dal genovese Luca Giustianiani, si popolò di domestici italiani e spagnoli, due schiavi negri cristiani comprati a Lisbona e una ricca quadreria che annoverava una Natività del Caravaggio. Il fratello Ranuccio lo lasciò fare, contento di aver rinsaldato il legame della sua casa con la Spagna. Nel dicembre 1688 peggiorarono le condizioni di salute del Farnese, che pensò di richiamare a sé il figlio. Sembrava una malattia non grave ma, perdurando la febbre, decise di fare testamento. Nominò il fratello duca erede universale, raccomandandogli i tre figli e la servitù e pregandolo di degnarsi di pagare i suoi debiti. Morì dopo ottanta giorni di infermità, probabilmente di meningite. Il suo cadavere fu imbalsamato e sepolto, di notte, nella cappella di Nostra Signora di Capocavana della chiesa degli agostiniani scalzi di Madrid. Alla semplice cerimonia, in netto contrasto col suo tenore di vita, presenziò il principe Vincenzo Gonzaga. Lasciò offerte per 4000 messe. Ranuccio Farnese si trovò nuovamente obbligato a far fronte ai debiti del fratello: anche questa volta dovette pagare vendendo tutti i beni lasciatigli in eredità e licenziando in tronco la maggioranza della servitù. Né il Duca, né il figlio del Farnese, Alessandro, riuscirono a evitare due lunghe cause contro il marito e il padre della Carillo, Giuseppe (cui si aggiunsero altre persone), circa la proprietà della casa dove costoro abitavano e dei prestiti che anch’essi, anni prima, gli avevano concesso. Le vertenze si risolsero più tardi col pagamento, da parte dei Farnese, degli alimenti. Gli Spagnoli avrebbero forse tributato esequie più solenni al Farnese se, immediatamente dopo la sua morte, non fosse sopraggiunta anche quella, inaspettata (per indigestione), della regina Maria Luisa. D’altra parte, nemmeno Ranuccio Farnese sarebbe stato così sollecito nei confronti dei creditori del fratello se, in conseguenza di ciò, non avesse progettato di dare sua figlia Margherita in sposa al Re di Spagna. Questi si orientò invece verso Maria Anna di Neuburg, della cui sorella, Dorotea Sofia, lo stesso Duca di Parma aveva chiesto la mano per il suo figlio primogenito Odoardo. La memoria del Farnese, anche a causa delle disavventure del figlio, sopravvisse a lungo, come i suoi debiti. Ancora nel marzo 1723 un suo ex servitore venne chiamato in tribunale per giurare che il Farnese era morto davvero nel 1689. Il Farnese non eguagliò il duca Alessandro Farnese, come avrebbe voluto, perché si lasciò prendere troppo dalle pompe e dall’esteriorità del secolo in cui visse, che però, proprio per questo, lo conobbe come uno dei più ragguardevoli membri della casa ducale di Parma e Piacenza. A testimonianza di ciò, numerosi furono i componimenti poetici a lui dedicati, raccolti da G. Melandro nelle Odi al principe Alessandro Farnese generale contro le armi ottomane (non se ne conosce il luogo e la data di stampa) e da M.A. Gasperini in Il sonno. Oda per l’a.s. di Alessandro Farnese principe di Parma, cavaliere dell’Ordine del Tosone e generalissimo dell’infanteria della Repubblica di Venezia, pubblicata a Venezia nel 1683.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, busta 31, fasc. 5-12, busta 32, fasc. 1-5, Carteggio Farnesiano estero, busta 7, fasc. 1653-1687, busta 8, fasc. 1688-1692, busta 116, fasc. n.n.: Alessandro Farnese governatore dei Paesi Bassi e 1681-1682; Mémoires secrets d’Adrien Foppens sur le gouvernement et les affaires des Pays-Bas, pendant les années 1680-1682, a cura di M.L. Galesloot, in Compte-rendu des Séances de la Commission Royale d’Histoire, our Recueil des ses Bulletins, s. 4, IV 1877, 372 n. 4, 373 n. 1, 368-388, 393-400, 404 e s., 408, 411, 413, 415 ss., 420, 425, 428, 432 s., 438, 442 ss., 449 n. 1; Itinerario o sincero racconto del viaggio fatto da G. Castelli per l’Italia, Francia, Spagna, Inghilterra, Olanda, Fiandra e Germania (1655-1670), a cura di M. Desideri, Spoleto, 1905, 7-94; G. Brusoni, Historia dell’ultima guerra tra Veneziani e Turchi, II, Bologna, 1674, 40; G. Brusoni, Della historia d’Italia, Torino, 1680, 676, 761, 807 ss.; P. Gazzotti, Della historia delle guerre d’Europa, II, Venetia, 1681, 71 s.; C. Freschot, Etat ancien et moderne des duchés de Florence, Modène, Mantoue et Parme, Utrecht, 1711, 473; L. Salazar y Castro, Indice de las glorias de la casa Farnese, Madrid, 1716, 229-232; G. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, XI, Piacenza, 1763, 157, XII, Piacenza, 1766, 21, 23, 44 s., 99, 120 s., 131, 144; F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, I, Montefiascone, 1817, 70; E. Bicchieri, Don Alessandro Farnese e la contessa C. Scotti-Verugoli, in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e
Parmensi III 1865, 54; A. De Bofarull y Brocá, Historia critica de Cataluña, VIII, Barcelona, 1878, 271 ss.; A. Cauchie-L. van der Essen, Les sources de l’histoire nationale conservées à l’étranger dans les archives privées, in Bulletin de l’Acad. Royale de Belgique. Commission royale d’histoire 2 1909, 56; A. Cauchie-L. van der Essen, Inventaire des archives farnèsiennes de Naples au point de vue de l’histoire des Pays-Bas catholiques, Bruxelles, 1911, 434 s., 443, 458; L. van der Essen, Les archives farnèsiennes de Parme au point de vue de l’histoire des anciens Pays-Bas catholiques, Bruxelles, 1913, 8, 12, 145; F. de Navenne, Rome et le palais Farnèse pendant les trois derniers siècles, II, Paris, 1923, 30; H. Pirenne, Histoire de Belgique, V, Bruxelles, 1926, 35 ss., 53, 59; A. Ballestreros y Beretta, Historia de España, IV, 2, Barcelona, 1927, 23; J. De Smet, Tables du commerce et de la navigation du port de Bruges, in Bulletin de l’Acad. Royale de Belgique. Commission royale d’histoire 2 1930, 116, 123; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954, 232, 234; R. Cattelani, Le avventure di Alessandro Farnese, in Gazzetta di Parma 25 luglio 1955, 3; A. Archi, Il tramonto dei principati in Italia, Rocca San Casciano, 1962, 119; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1969, 175 ss.; A. Henne-A. Wauters, Histoire de le ville de Bruxelles, II, Bruxelles, 1969, 108, 110 ss., IV, Bruxelles, 1969, 7; M. Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in Le palais Farnèse, I, 2, Rome, 1981, 709, 711, 715; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XIX; Enciclopedia biografica e bibliografica italiana, s. 19, C. Argegni, Capitani e condottieri, I, Milano, 1936, 359 s.; D. Busolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 70-75.

FARNESE ALESSANDRO
Badajoz 30 ottobre 1664-Parma 28 novembre 1726
Figlio naturale di Alessandro, secondogenito del duca di Parma Odoardo II, generale della cavalleria italiana in Spagna, e dell’attrice Maria de Laó y Carillo. Ebbe poche relazioni con la madre, andata in sposa, nel 1680 d’accordo con l’amante, allo spagnolo Feliz de Ghia, e con le due sorelle, fatte monacare a Parma. Suo unico modello di vita fu perciò il padre, che seguì nei suoi incarichi di governo in Spagna e nei Paesi Bassi spagnoli, ricevendo da lui un’educazione proporzionata al rango ma contraddistinta dall’amore per il lusso, i piaceri e la vita di Corte. Nel novembre del 1680 il Farnese (il padre era allora governatore generale dei Paesi Bassi) si recò in Inghilterra, accompagnato da ventuno servitori, per ossequiare il re Carlo II. Il padre, come ricompensa per la missione, il 15 febbraio 1681 gli donò il reggimento Bellerose, per iniziarlo, sul suo esempio, alla carriera delle armi. Invece il Farnese si disinteressò tanto dei problemi militari quanto della vita politica delle Fiandre. Le critiche che da ogni parte si riversarono sull’operato del governatore non risparmiarono neanche lui, accusato di essere altrettanto scialacquatore, maleducato e niente affatto brillante. Malvolentieri egli si recò a Gand, nel marzo 1682, per accogliere il marchese di Grana Enrico Ottone Del Carretto, che venne a rilevare il padre. Il 1° aprile il Farnese e il padre fuggirono da Bruxelles in Italia, per evitare i creditori. Dopo una breve sosta a Piacenza il padre decise di entrare al soldo dei Veneziani, nella campagna della Morea e chiese al fratello Ranuccio di accogliere il Farnese nella sua Corte. Il Duca lo ricevette con tutti gli onori, concedendogli, oltre al titolo don, proprio degli illegittimi, anche quello di eccellenza. Tale, anzi, fu l’affezione dello zio che molti sudditi credettero al pettegolezzo, infondato, che il nuovo arrivato non fosse altri che un figlio naturale dello stesso Ranuccio Farnese. La morte del padre, nel febbraio 1689, lasciò il Farnese privo di sostanze proprie e indebitato. Ancora una volta Ranuccio Farnese volle aiutare il nipote, recuperandogli quel poco che fu possibile togliere ai creditori e nominandolo, nel 1690, dopo il matrimonio di Odoardo Farnese con Dorotea Sofia di Neuburg, scudiero della principessa tedesca. Il Farnese, che godette di un’ampia e insolita libertà personale, ebbe libero accesso nei salotti della più illustre nobiltà parmigiana e piacentina. Fu così che, nel corso dello stesso anno, intrecciò un legame sentimentale, subito giudicato scandaloso, con la contessa Caterina Scotti, da poco sposata col marchese Giambattista Verugoli, tenente della guardia ducale. Lo scandalo obbligò Ranuccio Farnese a intervenire, dapprima con una mite ammonizione, ma poi, quando nel marzo 1692 un parente del marchese, Giuseppe Verugoli, venne trovato pugnalato a Parma, con un ordine di reclusione nella cittadella, sebbene la colpa del Farnese non venisse mai provata. Nel maggio il Farnese riuscì a fuggire con la complicità della Scotti, dirigendosi con lei alla volta di Napoli. Ma nell’agosto, su richiesta di Ranuccio Farnese, i due furono arrestati a Foligno dai gendarmi pontifici, che li consegnarono alle autorità parmensi. Il 20 settembre, nella prigione della Rocchetta, cominciarono a Parma gli interrogatori, che per l’elevata posizione sociale degli imputati si dovettero svolgere senza l’uso della tortura. I giudici condannarono la Scotti a un periodo di penitenza nel monastero di Sant’Antonio in Parma, il Farnese invece non poté evitare la prigionia, nella stessa Rocchetta. Biasimato e dimenticato da tutti, si rassegnò con dignità e silenzio alla detenzione perpetua. Solo il 14 febbraio 1714 scrisse un’elegante lettera al duca Francesco Farnese, per rallegrarsi del matrimonio della nipote Elisabetta con Filippo V di Spagna e chiedere, implicitamente, una grazia che non gli venne mai concessa. La morte per apoplessia lo colse dopo trentaquattro anni di carcere. Per ordine del Duca, il 30 novembre 1726, alle due di notte, il suo cadavere, avvolto in un lino e posto in una semplice cassa, fu trasportato alla chiesa della Steccata e sepolto nella cappella del Crocifisso, presso la tomba del duca Ottavio Farnese. Il 2 dicembre, infine, nella stessa chiesa si svolsero solenni esequie in suo suffragio. La storia del Farnese attraversò rapidamente i confini del Ducato. Già nel 1711 del resto, ancora vivo il Farnese, che non poté leggerla, il francese C. Freschot la raccontò, romanzandola e omettendo il nome della Scotti, nel suo libro Etat ancien et moderne des duchés de Florence, Modene, Mantoue et Parme, pubblicato a Utrecht (pp. 520-525).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, busta 40, fasc. 7, Carteggio estero, busta 131, fasc.
1692, Manoscritti Comune 4161, Diarii parmensi di G. Borra, IV, 3 dicembre 1726; Mémoires secrets d’Adrien Foppens sur le gouvernement et les affaires des Pays-Bas pendant les années 1680-1682, a cura di M.L. Galesloot, in Compte-rendu des Séances de la Commission Royale d’Histoire, ou Recueil des ses Bulletins, s. 4, IV 1877, 411, 416; Itinerario o sincero racconto del viaggio fatto da G. Castelli per l’Italia, Francia, Spagna, Inghilterra, Olanda, Fiandra e Germania (1655-1670), a cura di M. Desideri, Spoleto, 1905, 86; C. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, XII, Piacenza, 1766, 121; P. Martini, Atti della Regia Deputazione di Storia Patria in Parma, sunto delle tornate accademiche dell’anno 1864, in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi II 1864, XLVIII s.; E. Bicchieri, Don Alessandro Farnese e la contessa Caterina Scotti-Verugoli, in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi III 1865, 53-72; L. van der Essen, Les archives farnèsiennes de Parme au point de vue de l’histoire des anciens Pays-Bas catholiques, Bruxelles, 1913, 145; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954, 234; R. Cattelani, Le avventure di Alessandro Farnese, in Gazzetta di Parma 25 luglio 1955, 3; M. Corradi Cervi, L’amore di Alessandro Farnese per la contessa Caterina Scotti-Verugoli, in Gazzetta di Parma 10 marzo 1959, 3 (poi in Parma Economica 1966, 19 s.); A. Archi, Il tramonto dei principati in Italia, Rocca San Casciano, 1962, 119 s.; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1969, 177 s.; A. Henne-A. Wauters, Histoire de la ville de Bruxelles, II, Bruxelles, 1969, 112; M. Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in Le palais Farnèse, I, 2, Rome, 1981, 711; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XIX; D. Busolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 75-76.

FARNESE ANTONIO
Parma 26 novembre 1679-Parma 20 gennaio 1731
Terzogenito di Ranuccio e di Maria d’Este, fu educato alla scuola dei gesuiti dove acquistò una modesta cultura. A diciotto anni il fratello Francesco Maria gli fece compiere un lungo viaggio attraverso l’Italia e l’Europa, viaggio che lo mise a contatto con la migliore società europea. Tornato in patria nel 1700, il Farnese, tenuto lontano da ogni forma di attività politica, condusse una vita oziosa da scapolo. La questione del suo matrimonio, che portava con sé la soluzione del problema della successione dei Farnese, cominciò a essere agitata molto tempo prima della morte del fratello. Nel 1719 l’Austria premette sul duca Francesco Farnese, sia con mezzi diplomatici sia con l’occupazione militare del Ducato, per fargli accettare il matrimonio del Farnese con la principessa Sobieskj. Ma tale pressione riuscì inutile di fronte alla fortissima influenza che sulla politica della casa Farnese esercitava la Spagna, decisamente contraria al matrimonio del Farnese, che avrebbe seriamente pregiudicato la successione dei figli della regina Elisabetta Farnese. Soltanto dopo la morte del fratello (26 febbraio 1727) il Farnese, cambiando politica nei riguardi della Spagna, dichiarò all’Austria di essere disposto a prendere moglie. E nel giugno 1727 si concluse il matrimonio, a lungo progettato, del Farnese con Enrichetta d’Este, terzogenita del duca Rinaldo di Modena. Matrimonio su cui la Corte di Vienna, che aveva acquistato ogni ingerenza alla Corte di Parma, fece grande assegnamento, nella speranza che un eventuale figlio e discendente del Farnese avrebbe tolto all’Infante di Spagna la successione dei ducati italiani. Durante il breve periodo in cui regnò, l’ultimo dei Farnese non fu in grado, per le sue scarse capacità politiche, di occuparsi dell’amministrazione dello Stato e di porre qualche riparo all’enorme deficit finanziario: i sudditi furono gravati da tasse dissanguatrici, mentre la Corte continuò a indebitarsi con i banchieri genovesi. L’unica traccia che resta del suo governo è il rinnovo di una grida, nel 1728, per promuovere le arti della seta, della cera e del miele. Il Farnese morì quasi improvvisamente: stando a ciò che l’abate Giacobazzi riferisce nelle Memorie, si sospettò che la stessa Corte di Vienna lo avesse fatto avvelenare. Nel testamento rogato poco tempo prima di morire, il 19 gennaio, il Farnese, dopo aver dichiarato suo erede universale il ventre pregnante della moglie Enrichetta, stabilì che, mancando un erede, la sucessione sarebbe toccata alla prole maschile della regina Elisabetta Farnese. Ma l’agitazione suscitata da questo testamento nell’ambiente diplomatico europeo durò poco: constatata la falsa gravidanza della vedova, Carlo di Borbone occupò il Ducato.
FONTI E BIBL.: L.A. Muratori, Annali d’Italia, XII, Roma, 1754, 19, 224; R. Galluzzi, Istoria del granducato di Toscana, V, Firenze,1781, 79, 108; E. Robiony, Gli ultimi de’ Medici e la successione al Granducato di Toscana, Firenze, 1905, 194 s., 208 s., 247-261; H. Bédarida, Parme dans la politique française au XVIII siècle, Paris, 1930, 23 s.; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954, 270-279, 280-285, 288; E. Gencarelli, in Dizionario biografico degli Italiani, III, 1961, 547-548.

FARNESE CAMILLA, vedi MELI LUPI CAMILLA

FARNESE CATERINA, vedi FARNESE MARIA CATERINA

FARNESE DIOFEBO
Parma 1592/1604
Figlio di Mario e di Camilla Lupi di Soragna. Fu abate molto caro al cardinale Odoardo Farnese, che lo utilizzò in alcuni uffici della sua Legazione del Patrimonio. Attese allo studio delle leggi nell’Università di Parma e vi ricevette le insegne del dottorato nell’anno 1604. Fece parte del Collegio dei Leggisti. Morì in giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 69.

FARNESE DOROTEA SOFIA, vedi NEUBURG DOROTHEA SOPHIE

FARNESE EDOARDO o EDUARDO, vedi FARNESE ODOARDO

FARNESE ELISABETTA
Soragna-post 1679
Figlia del marchese di Soragna, abbandonò lo stato laico per entrare tra le suore di Santa Chiara. Scrisse e pubblicò Poemata Sacra, che unitamente agli Opuscoli ascetici della sorella Francesca, alunna essa pure di Santa Chiara, vennero stampati in Venezia, coi tipi di Giovanni Giacomo Herts, l’anno 1679.
FONTI E BIBL.: Sbaral., 227; Petrus Ant. venetus, in Viridario Seraphico, tomo 2, parte 2ª, cap. 3; G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 430.

FARNESE ELISABETTA
Parma 25 ottobre 1692-Sant’Ildefonso 20 luglio 1766
Nacque da Odoardo, primogenito del duca Ranuccio, e da Dorotea Sofia di Neuburg, a sua volta figlia dell’elettore palatino  Filippo Guglielmo e sorella della vedova di Carlo II di Spagna. Poco si sa di preciso sui suoi primi anni: nel 1693 le morì, ancora piccolo, l’unico fratello e, nel giro di pochissimo, anche il padre, oppresso e dall’esorbitante pinguedine soffocato, come recitano le cronache (cfr. G. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, t. XII, Piacenza, 1766, p. 160), patologia ereditaria emergente negli epigoni, soprattutto maschili, della casata. Si ritenne opportuno che le influenti relazioni e la consistente dote della madre Dorotea Sofia non andassero disperse: nel giro di pochssimo tempo essa convolò a seconde nozze con il cognato Francesco Farnese, più giovane di lei di diciotto anni ed erede della successione al Ducato dopo la morte del padre Ranuccio. Nonostante i trent’anni di convivenza e le zelanti cure eseguite allo scopo, il matrimonio restò sterile, tuttavia proseguì sereno e, per gli standard principeschi, bene assortito. Di fatto, però, l’assenza di discendenza maschile rese la Farnese unica erede del casato, consolidando sempre più i legami, anche affettivi, con lo zio e patrigno: l’ininterrotto epistolario intercorso tra i due fu contrappunto costante anche degli anni in cui la Farnese divenne protagonista di primo piano in ben più ampi scenari. Il legame sicuramente sottese più che un affettuoso rispetto formale da parte di lei e, da parte di lui, più che un interesse dai risvolti utilitaristici verso l’unica componente dei Farnese su cui si concentrassero le residue ambizioni della casata. Non per nulla il cardinale Giulio Alberoni, durante gli anni in cui la Farnese sedeva già sul trono di Spagna, disse più volte che il duca Francesco Farnese era l’unica persona vivente verso la quale la Farnese provasse un reale interesse d’affetto. Trascorse l’infanzia e la prima giovinezza tra Parma e Piacenza: una vita tranquilla che l’abilità politica dei duchi e la speciale protezione dei pontefici romani contribuirono a conservare in anni già difficili per la penisola italiana. Quanto all’educazione impartita alla giovane Farnese non si sa nulla di certo. Nelle più tarde lettere del patrigno al cardinale Alberoni se ne descrivono le grandi doti intellettuali: venne educata a leggere e scrivere latino, francese, tedesco, a dedicare molte ore di studio ai libri di religione e di storia. Ma si ha la sensazione che il ritratto sia tracciato sovratono e che l’immagine spietata, anche se di parte, che emerge di lei dalle pagine del Saint-Simon sia alquanto più veritiera: mediocre intelligenza non scevra da una notevole furbizia, mancanza di reali gusti intellettuali, assenza di capacità di acquisirne a petto di un temperamento tanto volitivo quanto bene celato. Le sue letture restarono limitate ai libri religiosi anche nel prosieguo della sua esistenza: la totale ignoranza dei meccanismi politici costituì indubbiamente un grave impedimento ad afferrare i dettagli di una reale azione di governo. Le sue vere passioni sembrano essere state la danza e il ricamo. Tutto ciò era, d’altronde, naturale per una fanciulla che tutto sembrava destinare a un matrimonio nell’ambito della nobiltà di provincia o, al più, di una Corte europea di secondo piano. L’esistenza tranquilla dei Farnese, divisa tra la Pilotta di Parma e la residenza di Piacenza, dovette subire per tutti un brusco ridimensionamento con lo scoppio della guerra di successione spagnola (1701): meno spettacoli teatrali di musici e buffoni, grande passione della famiglia, entrate ducali spese in buona parte per finanziare ambascerie e visite di cerimonia a principi e generali di passaggio in Italia, nel tentativo di mantenere i buoni rapporti indispensabili per la sopravvivenza dei Ducati. Ma proprio in questi anni la difficile neutralità dei Farnese dovette soccombere alla fine davanti alla pressione delle armate straniere che dell’Italia padana fecero teatro dei loro scontri. Nonostante i diffusi sentimenti antiaustriaci della Corte, fu giocoforza orientarsi per gli Imperiali, già preannuncio di quel generale assetto che nel trattato di Utrecht (1713) trovò ufficializzazione definitiva. In questa fase solo l’abilità diplomatica di Giulio Alberoni, già ben introdotto presso Filippo V grazie alla solida amicizia con Louis Joseph de Vendôme, duca di Penthièvre, fece sì che i legami tra Corte farnese e Spagna non si interrompessero del tutto: a Parma rimase un incaricato d’affari spagnolo che in veste ufficiosa continuò a tenere le fila di un rapporto difficile in attesa che le reali simpatie del Duca e dell’Alberoni stesso assumessero contorni più scoperti e portata più consistente. Quanto alla Farnese, ancora lontana dagli intrighi della politica, fu tuttavia toccata personalmente dalla guerra o, meglio, da ciò che spesso la guerra dell’epoca portava con sé: il contagio scoppiato nell’Italia padana al seguito degli eserciti tedeschi. Nel 1710 contrasse infatti il vaiolo in forma acuta al punto da fare temere per la sua vita. Di costituzione robusta, lo superò ma rimase segnata dalle vaiole principalmente sopra del volto et braccia e in quantità non mediocre (Casa e corte farnesiana, b. 41, fasc. I, c. 4). La cosa dovette preoccupare non poco sia lei sia lo zio e tutore per gli inevitabili riflessi negativi sulle sue aspirazioni matrimoniali. Alla Farnese, comunque, non dovettero mancare gli estimatori: il principe di Piemonte e il cugino, il duca di Modena, a esempio, intavolarono trattative per ottenere la sua mano. Ma, nel 1714, la sua vita subì una svolta imprevedibile. Il 14 gennaio morì, appena ventiseienne, Maria Luigia di Savoja, moglie di Filippo V re di Spagna, a sua volta nipote di Luigi XIV di Francia. Lasciò un popolo che le era affezionato, un marito cui aveva dato due eredi maschi, cui una presenza femminile al fianco era indispensabile e che la prematura perdita lasciò addolorato anche se un peu à la royale (Saint-Simon, X, p. 178). Era scontato, comunque, che il Re ben presto si sarebbe scelto una nuova moglie: da un lato, egli era d’indole sensuale unita a una coscienza eccezionalmente scrupolosa, facile preda di depressioni se lasciato a se stesso, dall’altro ancora giovane ma troppo moralista per legarsi a un’amante ufficiale. Insomma, la diplomazia europea fu subito attentissima alle mosse di questo sovrano, che l’ambasciatore veneziano N. Erizzo più tardi lapidariamente definì amantissimo delle mogli. Pare che già durante le esequie di Maria Luigia di Savoja corressero i primi discorsi relativi alla futura regina di Spagna. Ovviamente non mancarono le candidate: due principesse Savoja (Maria Vittoria e Isabella Luigia), una principessa portoghese e la figlia dell’elettore di Baviera, scelta quest’ultima caldeggiata dalla regina madre. A tutti fu chiaro, comunque, che qualsiasi candidata avrebbe dovuto superare il passaggio obbligato dell’approvazione preventiva di Maria Anna de la Trémouille principessa Orsini, a suo tempo designata dal re di Francia come camarera major della prima moglie di Filippo V, ben presto divenuta arbitra e padrona delle volontà reali e, per loro tramite, vera eminenza grigia di tutta la Spagna. Fu tutto merito dell’Alberoni l’avere mondanamente corteggiato e a poco a poco insinuato con abilità presso la potente favorita che la giovane principessa Farnese presentava le garanzie migliori: italiana, in omaggio alla memoria della defunta, buona compagna ma aliena dalla politica, poco intelligente, non istruita, non bella perché segnata dal vaiolo, allevata alla buona in una Corte di provincia e, vantaggio non ultimo, erede del Ducato e dei diritti alla succesione di Toscana come discendente di Margherita de’ Medici moglie di Odoardo Farnese. Furono tutte ottime credenziali agli occhi dell’Orsini che poté sperare, così, di conservare il proprio potere alla Corte spagnola. Tra l’anziana dama e l’Alberoni i contatti si fecero via via più stringenti, finché nel giugno 1714 l’abate poté comunicare in gran riservatezza a Parma il confortante messaggio: fatta matura riflessione sopra quanto le avevo detto della signora Principessa di Parma, trovava che avevo ragione di dire che fra quante si presentassero questa era quella che più conveniva al Re di Spagna (Carteggio farnesiano estero, b. 132, fasc. 10, lettera 11 giugno 1714). Si vollero bruciare le tappe dell’operazione per evitare reazioni e ripensamenti: Luigi XIV, informato da un dispaccio dell’Orsini, diede il suo assenso anche se sorpreso dalla decisione improvvisa. Soprattutto ne fu visibilmente soddisfatto il Pontefice, che da tempo considerava le vicende farnesiane riflesso delle proprie possibilità politiche. Il cardinale F. Acquaviva d’Aragona, inviato da Filippo V, arrivò così il 30 luglio di quell’anno a Parma confortato dalla sicura approvazione di papa Clemente XI. Il 25 agosto fu firmato il contratto nuziale. La dote della Farnese ammontò a 100000 doppie, computando in esse anche il valore dei gioielli. Inoltre, a tant’onore di degnanza un tanto Genero, pensò il Farnese corrispondervi alla men con promesse, unendo alla dote la sostituzion, l’eredità eventuale di questi stati
per sopradote (Informations historiques, c. 622). Probabilmente l’ultima fase delle trattative dovette essere più convulsa del previsto, causa un ripensamento dell’Orsini che forse cominciò a subodorare una collusione tra il partito italiano, l’Alberoni e questa giovane Farnese che, se non altro forte della sua giovinezza, poteva rappresentare un serio pericolo per il suo potere. La Farnese dovette essere assai abile nel recitare la parte suggeritale: soprattutto con il conte F.Z.F. Albergotti, inviato speciale del Re per ossequiare la promessa sposta e studiarne il carattere, seppe tenere fede alla sua fama di buona lombarda impastata di butirro e di cacio (Drei, I Farnese, p. 258, riferendo una missiva dell’Alberoni), grata per l’onore concessole e propensa a lasciarsi guidare dall’Orsini che Luigi XIV considerava una sorta di suo agente personale alla Corte spagnola e garante rispetto al debole e troppo umorale Filippo. Sia come sia, il 16 settembre, al culmine degli sfarzosi festeggiamenti indetti per l’occasione, il cardinale U.G. Gozzadini, espressamente inviato dal Papa, impartì la solenne benedizione nuziale, rappresentando lo sposo il Duca di Parma. Il 22 dello steso mese il corteo reale partì alla volta di Sestri Levante, dove fu deciso che la Farnese si sarebbe imbarcata alla volta di Barcellona. A Borgo Taro si accomiatò dai duchi e dal numeroso seguito proseguendo il viaggio con un numero ristrettissimo di dignitari: Ippolita Ludovisi Boncompagni principessa di Piombino, il principe di Palestrina, la contessa Bianca della Somaglia e il conte Annibale Scotti. Così impose l’Orsini che, fin dall’inizio, volle che la Farnese fosse isolata dai suoi e sotto il proprio controllo. Una improvvisa tempesta occorsa alle galee fece cambiare radicalmente i progetti: la Farnese sbarcò a Genova decisa a proseguire il tragitto via terra attraverso la Francia. Il viaggio nuziale alla volta della Spagna costituisce, nei suoi vari passaggi, l’episodio più citato in tutte le cronache e biografie successive della Farnese. Giustamente è visto di solito come un momento determinante sia perché mutò oggettivamente le premesse in base alle quali la Farnese era divenuta regina di Spagna lasciando prevedere comportamenti successivi sul piano politico, sia perché i suoi primi gesti fecero intendere chiaramente a tutta la diplomazia europea qu’elle aimera voler de ses ailes (A. Baudrillard, Philippe V et la Cour de France, Paris, 1890, I, p. 60). Innanzi tutto il tempo impiegato per raggiungere il marito fu, non si sa se ad arte, singolarmente lungo. Data a quel periodo, nel corso del tragitto in terra francese, l’incontro con il principe di Monaco, Antonio Grimaldi, il quale, facendone puntuale resoconto a Versailles, tracciò un ritratto fisico-psicologico della Farnese che, nel suo genere, è un piccolo gioiello di circonluzioni giustamente rimasto celebre soprattutto nella chiusa: cuore di lombardia, animo di fiorentina, sa volere fortemente (De Courcy, p. 91). I tre mesi che impiegò la Farnese a raggiungere la Spagna contribuirono senz’altro a innervosire la principessa Orsini inducendola ai primi passi falsi: critiche aperta alla persona della Farnese, al suo comportamento, pesanti insinuazioni su quello del suo seguito. Gli indubbi errori tattici della pure esperta cortigiana francese sono rivelatori di un suo stato di insicurezza vieppiù crescente nei confronti di una situazione che intuì di non controllare più del tutto, ma da soli non giustificherebbero il precipitare degli eventi. Gli elementi determinanti furono costituiti sia dall’ostilità da cui la dama, anziana e intrigante, era circondata a Corte, sia dall’abilità dell’Alberoni, deciso a divenire il consigliere e confidente della giovane Farnese e, per suo tramite, il plenipotenziario della politica spagnola. Le ultime fasi del viaggio della Farnese segnarono un vero capolavoro di tattica e tempismo dell’abate piacentino. La Farnese arrivò l’11 dicembre a Pamplona dopo aver trascorso alcuni giorni a Pau con la zia materna Maria Anna di Neuburg, vedova del defunto re di Spagna Carlo II, dall’Orsini allontanata da Madrid. Già qui ella dovette ricevere le prime messe in guardia sulle reali intenzioni della cortigiana. A Pamplona fu raggiunta dall’Alberoni che l’avrebbe dovuta accompagnare nell’ultimo tratto del viaggio: unico italiano, unico amico fidato proprio quando la Farnese era stata costretta a licenziare il suo già esiguo seguito italiano, non senza grande rammarico sentendosi circondata da tante spie quanti erano i servitori e serve mandati a rimpiazzarlo (Bertoli, 1954, p. 102). Che cosa si dissero i due nelle ripetute conversazioni da solo a sola non è dato sapere: certo l’isolamento in cui si trovò dovette avvicinare maggiormente la Farnese all’abate. Il quale, dal canto suo, fece assegnamento sicuro sul carattere altero, già più volte umiliato, della Farnese e sull’indole impulsiva dell’Orsini, esasperata dalla snervante attesa e desiderosa di dare dimostrazione del suo reale potere. L’epilogo di questa contrapposizione, giocata fino ad allora a distanza, si ebbe il 22 dicembre a Jadraque dove la camarera major si recò a incontrare da sola la Farnese, anticipando volutamente Filippo, che attese a Guadalajara. Incontro senza testimoni diretti, pare breve, finito bruscamente con l’ordine, impartito autorevolmente dalla Farnese, di arrestare la favorita e di accompagnarla senza seguito ai confini del Regno. Parecchie e dissimili sono tra loro le versioni dell’episodio: ne diedero testimonianza il duca di Saint-Simon, P.H.Beauvilliers duca di Saint-Aignan, ambasciatore francese a Madrid, in una lettera al ministro J.B. Colbert marchese di Torcy, l’Alberoni nelle sue missive a Francesco Farnese e il marchese F.M. Grimaldi, ambasciatore genovese a Madrid, scrivendo al Senato della Repubblica. Il primo, feroce detrattore della Farnese, non ne dà una versione benevola, attribuendo la violenta scenata a un pretesto della Farnese. Tra il Saint-Aignan e l’Alberoni la versione non differisce granché se non per una qual laconica faziosità maggiore nell’italiano. Più imparzialmente il Grimaldi riferì: non ben si sa quanto passasse tra loro (cfr. Bertoli, 1954, p. 107). Sia come sia, il colpo di scena di Jadraque fu la prima manifestazione pubblica della ferrea volontà della Farnese. Al Re, informato dell’evento e certo sconcertato dalla sua brutalità, non rimase che confermare il provvedimento per non dispiacere alla Farnese, mentre all’Orsini non valse neppure la protezione di Luigi XIV, a cui fece ricorso, ma che era ben lontano dal volersi inimicare per lei la nuova regina. La quale, dopo il gesto clamoroso, si mosse con sorprendente abilità: smentendo la sua abituale lentezza, raggiunse a tappe forzate l’ansioso marito riuscendo, come era prevedibile, a bloccarne i ripensamenti. Il 24 dicembre avvenne l’incontro e gli sponsali furono immediatamente celebrati dal patriarca delle Indie. L’esito immediato fu la conferma dell’esilio per l’Orsini e l’inizio, quindi, di un nuovo periodo politico per la Spagna cui, almeno inizialmente, il binomio Farnese-Alberoni diede un’impronta decisiva. Giovane, ambiziosa, dotata di grande passione per il potere, la Farnese divenne ben presto il primo ministro di Filippo V, la cui indole abulica e incerta si adattò di buon grando a questa situazione. Certo alle sue spalle si intravvede la continua azione sotterranea di Giulio Alberoni a evitare ingenuità e sbandamenti: da un lato fu lui a riallacciare rapporti più stretti con la Francia, certo compromessi dopo la vicenda Orsini, e fu sempre lui a suggerire di troncare il chiacchierato rapporto della Farnese con il cappellano Maggiali. Dall’altro, fu grazie all’appoggio della Farnese che l’abate intraprese tutta una serie di riforme interne, alla Casa reale e al governo della Spagna, forte del drappello di uomini che ben presto vennero insediati ai posti chiave in sostituzione dei precedenti, legati al partito francese: il principe Pio, il principe di Cellamare, il duca di Popoli e il duca di Giovinazzo. Furono congedati l’Orry, già ministro delle Finanze, Melchiorre Macanaz, procuratore fiscale, e il confessore Robinet, in luogo del quale fu chiamato padre G. Daubenton. Nel 1716 l’Alberoni venne nominato primo ministro ufficializzando la posizione che di fatto occupava già presso la Corte spagnola. Nello stesso anno nacque l’erede maschio della famiglia reale, Carlo. Era stato preceduto, l’anno prima, da Maria Anna Vittoria, primogenita dei sette figli della Farnese, essendo costei ben conscia che dovere di una regina e prima obbedienza alla Chiesa era fare un figlio in capo a nove mesi (Casa e corte Farnesiane, b. 41, fasc. 4, lettera datata 3 febbraio 1715). Fin da piccolissimi furono oggetto delle precoci ansie dinastiche della Farnese e, nel contempo, costituirono la giustificazione ultima di tante scelte politiche e diplomatiche cui ella spinse la Spagna, essendo scontato che la successione al trono sarebbe spettata di diritto ai figli di primo letto. Come sbocco di queste ambizioni era naturale che si pensasse alla penisola italiana: vi si poteva contare sulla simpatia di Clemente XI per il docile Filippo in funzione antimperiale e sui Farnese di cui, dopo tutto, la regina di Spagna era la naturale erede e che avevano acquistato maggiore autorità grazie alla loro parentela con la Corte iberica. Anche in questa ottica si comprendono le direttive dell’Alberoni, chiaramente volte ad annullare col tempo le conseguenze del trattato di Utrecht e a fare della Spagna l’elemento catalizzatore di un’alleanza di principi italiani per reinserire i Borbone nei loro antichi possessi. Il Papa, dal canto suo, avrebbe visto volentieri i cattolici Stuard sul trono d’Inghilterra e Filippo V su quello di Francia, dove già si prevedeva l’apertura di un contenzioso alla morte di Luigi XIV. Ma, soprattutto, al Pontefice premeva la crociata contro i Turchi di cui si fece promotore insieme con Venezia. In tali circostanze, la promessa della partecipazione di una flotta spagnola, le pressioni congiunte dei Farnese da Parma e della Farnese da Madrid valsero all’Alberoni la concessione del cappello cardinalizio, il 12 luglio 1717. La notizia arrivò il 25 dello stesso mese. Lo stesso giorno la flotta spagnola, in gran segreto, levò le ancore da Barcellona, il 22 agosto fu davanti a Cagliari e, in poco tempo, conquistò tutta l’isola. La spedizione era stata progettata da tempo: la prima idea risaliva al duca di Parma, ben presto condivisa dai reali di Spagna che, pensando ai figli della Farnese, l’avrebbero volentieri indirizzata contro Napoli o la Toscana in funzione antiaustriaca. L’Alberoni trattenne fino al possibile la spedizione sconsigliandola a tutti i livelli ma si arrese davanti alla volontà irremovibile dei suoi padroni e solo la poté deviare contro la più facile e meno implicante Sardegna. Le reazioni internazionali, tuttavia, furono durissime: le corti europee gridarono al tradimento e rimproverarono alla Spagna di avere, oltre tutto, disperso preziose energie impedendo di trarre profitto dalla grande vittoria di Belgrado ottenuta sui Turchi da Eugenio di Savoja. Il Papa, dal canto suo, si sentì ingannato dall’Alberoni, di cui, peraltro, aveva sempre diffidato, non sospettando minimamente che il mandante ultimo dell’impresa potesse essere il duca Francesco Farnese. Il ministro spagnolo accettò coscientemente di addossarsi ogni colpa e continuò ad agire assecondando e coprendo i suoi referenti di Parma e Madrid: il carteggio pubblicato dal Bourgeois è chiarissimo al riguardo. Resta il fatto che, a quel punto, si innescò un pericoloso meccanismo in parte incontrollabile: nel 1718 una quadruplice alleanza unì tra loro Inghilterra, Francia, Austria e Olanda, decise a opporsi alle avventurose mosse spagnole. Il Duca di Parma e la Farnese vollero la guerra a ogni costo. D’altra parte anche l’Alberoni ammise che era giocoforza, a quel punto, almeno difendere l’onore del re Filippo. Si giunse così alla seconda spedizione italiana (giugno 1718), diretta, anziché contro Napoli, come si sarebbe voluto, contro la Sicilia, conquista ritenuta più agevole da conservare. L’occupazione di Palermo provocò l’immediata reazione inglese: la flotta dell’ammiraglio A. Castañeta fu sorpresa presso Capo Passero dall’ammiraglio George Byng e pressoché annientata. Nel contempo i Francesi invasero la Spagna, giustificando l’azione come diretta contro il ministro più che contro la politica del Re. La situazione, divenuta pesantissima, richiese un rapido componimento e il sacrificio della testa del cardinale, richiesta a gran voce da tutte le potenze, divenne inevitabile. Il 12 dicembre 1719 l’Alberoni lasciò la Spagna, bruscamente licenziato, tradito dal proprio duca per il quale poco prima si era esposto e dal voltafaccia della Farnese di cui era stato mentore e strumento al tempo stesso. La Farnese, da quel momento in poi arbitra sempre più assoluta della volontà del marito, abbandonata alla sua concezione della politica come puro intrigo e vedendo più che mai in gioco l’avvenire dei figli, si lanciò in una frenetica politica matrimoniale. La prima mossa la compì nel 1722: l’infanta Maria Anna Vittoria, che non aveva ancora compiuto i cinque anni, venne inviata a Parigi, promessa sposa di Luigi XV allora tredicenne. Ma nel 1725 le speranze della Farnese furono bruscamente infrante: il duca di Borbone, nuovo reggente di Francia, annunciò il rinvio della giovane principessa. Infatti, alla conservazione del proprio potere e a impedire l’ascesa del pretendente Orléans era indispensabile la nascita in breve tempo di un delfino. Maria Anna Vittoria aveva otto anni e chiaramente era inadatta allo scopo: le venne così preferita la ventenne figlia dello spodestato re di Polonia, Maria Leszczy´nska. Sia come regina sia come madre lo scacco fu vissuto traumaticamente dalla Farnese. I commentatori concordano nel ritenere che per qualche tempo la pace stessa d’Europa fu in pericolo. L’anno prima aveva tentato un ravvicinamento con l’Imperatore proponendo gli infanti Carlo e Filippo come mariti per due arciduchesse, ma Carlo VI accolse tiepidamente la proposta: il trattato di Vienna (1725) contiene solo vaghe promesse circa il progetto e riconosce Parma e Toscana feudi imperiali. Nel 1727 la Farnese, delusa, ricercò un nuovo contatto con la Francia, sollecitata e persuasa in questo dallo zio e patrigno che a lungo aveva lavorato in tal senso e che, proprio quell’anno, non ancora cinquantenne, morì. Dopo l’allontanamento dell’Alberoni, la perdita del duca di Parma fu quella che privò la Farnese del consigliere più ascoltato e soprattutto del garante e custode in Italia dell’eredità farnesiana per i suoi figli. Per non creare ulteriori intralci a questo progetto si era a lungo ostacolato o, per lo meno, non si era sollecitato il matrimonio del fratello minore del duca, Antonio Farnese. È ben vero che costui non aveva mostrato particolari propensioni o impazienze in tal senso e che solo la morte prematura del fratello e le nuove responsabilità lo convinsero ineluttabilmente a un tale passo. Le nozze con Enrichetta Maria d’Este, celebrate nel febbraio 1728, fecero ventilare la probabilità, seppure da tutti considerata remota, della nascita di un erede. Il disperato tentativo di prevenire esiti a lei infausti spinse la Farnese a stipulare un trattato direttamente con l’odiata Inghilterra (Siviglia, 9 novembre 1729), costringendo la Francia a entrarvi come garante: al figlio Carlo fu finalmente assicurata la successione di Toscana e Parma. Clemente XII, cui non dispiacque il progetto di una forza contraltare dell’Imperatore, si astenne però da un’investitura ufficiale per evitare una immediata reazione dell’Austria. Da questa situazione di impasse si uscì grazie all’evolversi stesso degli avvenimenti e in forza della precaria salute del duca Antonio Farnese: già affetto da obesità ereditaria e da una pericolosa passione per la chimica e per i preparativi a base di erbe medicinali, morì il 20 gennaio 1731, nominando suo erede universale il ventre pregnante della duchessa Enrichetta Maria d’Este. L’imprevisto testamento lasciò in perplessa aspettativa le cancellerie europee, ma non impedì alla Farnese di gridare all’impostura e all’Austria di occupare i Ducati, ufficialmente in nome dell’infante. Quando la gravidanza tanto attesa e temuta si rivelò un bluff, come molti avevano ritenuto sin dall’inizio, le ambizioni decise della Farnese non ebbero più freno e non trovarono ostacolo neppure nella persona dell’Imperatore. Del resto a Carlo VI interessava soprattutto il riconoscimento della sua prammatica sanzione e, in cambio, egli accettò il 22 luglio 1731 le disposizioni del trattato di Siviglia per Parma e Toscana consentendo anche l’introduzione di seimila uomini delle truppe spagnole nelle fortezze dei due paesi. L’infante, il 24 giugno 1732, ricevette l’omaggio sovrano del Senato fiorentino e, sollecitato dalla Farnese, passò a prendere possesso di Parma (12 ottobre) e di Piacenza (22 dello stesso mese). Dopo anni di attesa e di vani quanto laboriosi progetti la Farnese conseguì i primi veri risultati politici, raccogliendo i frutti di un impegno durato tre lustri: compiva allora quarant’anni, aveva buona salute e una grande vitalità, mentre al Re, sempre più soggetto a crisi depressive e assente dalla realtà, non erano estranei progetti di abdicazione, da lei regolarmente controllati. Vi era stato, in tale direzione, un preciso antecedente: nel 1724 Filippo mise in atto, con un dispositivo legale lungamente studiato, il suo progetto di ritiro dalla scena politica attiva, modellando il suo caso sull’esempio del grande Carlo V. L’ambasciatore veneziano N. Erizzo nella sua relazione al Senato attribuì il gesto al suo genio malinconico che lo induceva a isolarsi sempre di più nella residenza di Sant’Ildefonso, a quattordici leghe da Madrid, creata tenendo presente il modello di Versailles e in cui aveva profuso somme immense. In effetti, per un breve arco di tempo, cedette al primogenito Luigi, allora diciassettenne, la corona di Spagna. La morte prematura dell’erede, appena compiti sei mesi del suo regno, sorpreso dal vaiulo e da febbre maligna non lasciando figli di Luisa Elisabetta d’Orléans sua moglie, ripropose il problema. Il meccanismo legale predisposto allo scopo non fu attivato e Filippo, del resto appena quarantenne, riprese il suo ruolo naturale, sicuramente sollecitato anche dalla Farnese. Ella, dal canto suo, non smise di organizzare progetti politici per i propri figli e di tentare di allacciare relazioni internazionali grazie ai legami dinastici. Il 1729 fu l’anno del doppio matrimonio portoghese: il figliastro della Farnese, Ferdinando, sposò la principessa Barbara, e la sua primogenita Maria Anna Vittoria si unì a Giuseppe del Portogallo. È certo, però, che le ansie materne della Farnese si concentrarono sui due maschi: Carlo e Filippo. Una volta che al primo fu riconosciuta la successione dei Ducati in Italia, fu il secondo a essere oggetto delle maggiori preoccupazioni. L’occasione per agire si verificò presto. Nel 1733 la situazione europea fu di nuovo alle soglie di un profondo rivolgimento: non appena la crisi polacca ruppe la fragile tregua, apparve chiaro alla Farnese che tra le maglie di una fase politica in rapida evoluzione ci sarebbe potuto essere spazio per i suoi disegni. I quali si fecero via via più ambiziosi: pensò a uno dei suoi figli per il vacante trono di Polonia, alle Due Sicilie per l’allora dodicenne Filippo e per don Luigi, di soli sei anni, guardò ai Paesi Bassi. Nell’autunno 1733, mentre era impegnata in trattative con la Francia, alleata del re di Sardegna, per opporsi ai progetti imperiali decise di rompere gli indugi e di agire per conto proprio: il 20 di ottobre diede il via a un corpo di spedizione diretto in Italia a raggiungere il Charmy e il Montemar, che avevano l’incarico delle cose militari per conto del figlio Carlo, nel frattempo dichiarato fuori di tutela. Il novembre di quell’anno segnò la ratifica della nuova alleanza con la Francia sottoscritta all’Escuriale ma i dissensi sorti tra gli alleati sulla destinazione di Mantova fecero precipitare la situazione. La Farnese capovolse l’ordine di operazione e comandò al Montemar di muovere alla conquista delle Due Sicilie. Don Carlo, obbedendo alla Farnese, partì da Parma nel febbraio 1734. Fu allora che, prevedendo l’invasione dei Ducati da parte degli Austriaci, egli ordinò la smobilitazione degli arredi più preziosi del patrimonio Farnese, inizio di quell’operazione che la Farnese completò in maniera sistematica all’indomani della firma dei preliminari della pace di Vienna (1735), che assegnò i Ducati agli Austriaci. I beni mobili dei palazzi di Parma, Piacenza, Colorno e Sala, insieme agli archivi e alla biblioteca, considerati tutti proprietà della famiglia anziché patrimonio statale, passarono a Napoli. Data a quel primo spostamento l’inizio della progressiva dispersione che sempre di più caratterizzò il possesso del patrimonio, soprattutto cartaceo, di casa Farnese. Una volta sottoscritta nella sua versione definitiva, la pace di Vienna (1738) riconobbe definitivamente l’assegnazione del Regno meridionale al primogenito della Farnese. Egli assunse il titolo di Carlo III e si impegnò a non unire su di sé le due corone nella sua eventuale successione a Madrid. Oltre che in prima persona, anche attraverso il figlio la Farnese, pur tanto pia e devota, sostenne una dura lotta giurisdizionalistica con la Santa Sede. Per l’infante don Luigi, di appena otto anni, chiese e, sia pure a fatica, ottenne il cappello cardinalizio (1735). Infine, come scoppiò la guerra di successione austriaca, ne approfittò per tentare di conquistare un trono in Italia anche a Filippo, il figlio cui probabilmente fu più legata. Nel 1739 ella riuscì a dargli in moglie la primogenita del re di Francia, Luisa Elisabetta, a ulteriore garanzia di benevola protezione da parte di Luigi XV: solo richiese, ricordando lo smacco bruciante di tanti anni prima, che il contratto nuziale fosse stipulato quando entrambi i giovani avessero raggiunto un’età realmente matrimoniabile. A cementare ulteriormente i legami franco-spagnoli ci fu più tardi negli anni anche il matrimonio dell’infanta Maria Teresa con il delfino (1745), unione su cui la Farnese contava molto in funzione di sostegno dei suoi progetti politici in Italia. Qui, nel 1741, il figlio ventunenne Filippo fu messo a capo di un’armata borbonica contro gli Austro-Sardi alleati, ma solo nel 1748 si vide finalmente assegnato il Ducato della famiglia materna (pace di Aquisgrana). Di quegli anni, trascorsi lontano dalla moglie, che lo raggiunse a conquista ottenuta e dalla Farnese, che del suo affetto fu gelosissima e che da allora non lo rivide più, resta un ricco epistolario, in parte pubblicato dallo Zanon. Dal 1745 in poi le lettere si succedono al ritmo di due al giorno. Cariche di emotività e ricche di notazioni di intima familiarità, costituiscono un documento interessante, nella sua immediatezza, sia della vita personale che politica di questa coppia ormai avviata a un precoce tramonto. Nel 1745 L.G. de Vauréal, vescovo di Rennes, il mondanissimo e galante nuovo ambasciatore francese a Madrid, tracciò un ritratto dei due sovrani certo di parte ma acuto. Ne emerge un Filippo V privo di ogni volontà che non fosse quella della moglie, pesante e ottuso, sensuale e devoto, sempre innamorato della Farnese, anche se infastidito dalla presenza dei suoi cotigiani, dedito a lunghi studi di mappe militari, a simulazioni di battaglie e a immaginarie marce. Al sua fianco c’era sempre la Farnese che non capiva nulla di diplomazia e guerra ma che diceva sempre una parola definitiva su di esse, i cui figli, secondo una voce comune, erano l’unico oggetto della sua ambizione. Al ministro R.L. Voyer marchese d’Argenson in data 20 agosto 1745 il Vauréal scrive: Ho potuto osservare la regina in ogni situazione, nei momenti di aspettativa, di speranza, di paura ma non l’ho mai vista preoccupata del proprio futuro. Ho forti dubbi sul fatto che essa possieda da qualche parte una scorta di denaro liquido di centomila corone. Sempre del nobile francese è un breve ritratto, spietato nella sua lapidarietà, in cui si ritrovano certi tratti già segnalati dall’Alberoni tanti anni prima quando, osservando l’allora giovane Farnese, ne descrisse i comportamenti allo zio e patrigno di lei: Ma che gran numero di difetti riuniti in una sola persona: priva di intelligenza, priva di giudizio, è un insieme di vanità senza dignità, di avarizia senza economia, di stravaganza senza liberalità, di falsità senza finezza, mente senza discrezione, è violenta senz’essere coraggiosa, debole senz’essere di buona indole, paurosa in modo ottuso, l’unico talento che possiede è quello dell’imitazione, e senza grazia (Armstrong, pp. 373 ss.). In questo scorcio di regno la Farnese fu circondata da un gruppo ristretto di cortigiani collaboratori: lo Scotti, quello presente da più antica data, il duca di Atri, gran maestro e suo favorito, alla morte sostituito dal conte de Montijo, persona onesta il cui unico difetto probabilmente fu quello di essere spagnolo e, per questo, in qualche modo prevenuto nei confronti della Francia verso la quale gli osservatori politici più acuti guardavano pensando a un ruolo europeo dei Borbone di Spagna. In effetti la situazione economica della nazione era sempre più pesante, il bilancio gravato dalle guerre estere, dalle dispendiose campagne italiane e dalle spese per i matrimoni prestigiosi: tra il 1738 e il 1739 si dovette persino ricorrere alla sospensione dei pagamenti dei salari e pensioni e a un drastico ridimensionamento del numero dei soldati. Il ministro delle Finanze, Huraldi, si spinse sino a criticare le eccessive spese della mensa reale. Il suggerimento unanime quanto inascolato dei ministri fu quello di distogliere la Spagna dalla penisola italiana e di orientarla sempre più a proficue alleanze europee: il più deciso e cosciente nel perseguire questa tendenza fu il marchese d’Argenson, dal 1744 ministro degli Esteri, certo una delle personalità di governo più notevoli di quel torno di anni. Il coinvolgimento italiano era però ormai irrefrenabile e, anzi, proprio allora le sorti del conflitto mostrarono la necessità di uno sforzo decisivo. Questa era la situazione quando la notte del 9 luglio 1746 mise fine al regno della Farnese: Filippo, colpito da apoplessia, morì in poche ore. Qualche giorno dopo arrivò la notizia della morte dell’infanta moglie del delfino, Maria Teresa, reduce da un parto fatale. Così, nel giro di una settimana Elisabetta perse il governo della Spagna e la speranza di futura influenza sulla Francia (Armstrong, p. 387). Ferdinando VI, salito al trono con la moglie Barbara di Braganza, sebbene formalmente corretto, tuttavia diede segni di insofferenza nei confronti della Farnese. Una volta sottoscritto il trattato di Aquisgrana che, insieme con la pace, assicurò l’esistenza di una seconda Corte borbonica in Italia, quella dei Ducati parmensi assegnati a Filippo, la Farnese fu messa in condizione di ritirarsi da Madrid (luglio 1747). Scelse la solitudine di Sant’Ildefonso, il castello tanto amato dal marito che vi aveva voluto essere sepolto. Vi rimase otto anni di seguito ma tutt’altro che in disparte: i rapporti epistolari e le visite di politici e di viaggiatori la tennero ancora informata e partecipe della situazione internazionale. Del resto doveva ancora provvedere all’ultimo maschio, quel don Luigi che era stato un cardinale bambino ma che, crescendo, sembrava sempre più attratto dal secolo piuttosto che dalla croce. Non pareva possedere né la passione per la vita militare del padre né l’ambizione della madre: sportivo, si dilettò di costruzioni meccaniche e predilesse rapporti affettivi con i ceti inferiori. La Farnese progettò per lui un matrimonio con la principessa del Brasile e un regno in Toscana, ma altre, inaspettate incombenze dovettero ben presto assorbirla. Nel 1759 morì prematuramente Ferdinando VI, che qualche tempo prima era rimasto vedovo: un’esplicita disposizione testamentaria nominò la Farnese reggente. Dall’agosto all’ottobre di quell’anno ella fu di nuovo a Madrid a guidare la fase di transizione fino all’arrivo da Napoli del figlio Carlo, cui sarebbe spettata la successione. Il ménage comune non durò a lungo, come tutta la Corte aveva previsto. La nuora Amalia di Sassonia le dimostrò ogni rispetto formale ma fu a sua volta un carattere poco affidabile e risentito. Del resto alla Farnese neppure l’età insegnò maggiore autocontrollo. Alla fine gli attriti, divenuti pressoché quotidiani, le fecero ritenere più opportuno un nuovo, definitivo ritiro a Sant’Ildefonso. Mantenendo sino alla fine il suo gusto dell’intrigo e la sua mordente vivacità di spirito, vi morì, ormai quasi cieca.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte farnesiana, s. II, bb. 40, 41,Carteggio farnesiano estero, b. 132; Parma, Biblioteca Palatina, mss. parmensi, 4673: Informations historiques et critiques sur les prétentions de l’Espagne aux duchés de Parme et de Plaisance, mss. parmensi, 11183: A. Turchi, Orazione funebre in lode di S.M. Elisabetta Farnese regina vedova delle Spagne recitata il 22 dicembre 1766 in occasione dei solenni funerali celebrati nella chiesa dei cappuccini in Parma (anche edito in Parma, Carmignani, 1767, e Amoretti, 1796), Ragguaglio delle nozze delle Maestà di Filippo Quinto e di Elisabetta Farnese nata principessa di Parma, re cattolico delle Spagne solennemente celebrate in Parma l’anno 1714 ed ivi benedette dall’em. signor card. di S. Chiesa Ulisse Giuseppe Gozzadini legato a latere del sommo pontefice Clemente Undecimo, Parma, 1717, 115 pp. (attribuito al Maggiali); L. de Saint-Simon, Mémoires, Paris, 1978, X, 198, 344, XI, 65-74, XVI, 256; Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, a cura di L. Firpo, X, Torino, 1979, 729-748, 799-821; C. Dalbono, Elisabetta Farnese, Napoli, 1889; M.R.R. De Courcy, Les débuts d’une nouvelle reine, in Révue des Révue II 1891, 90 ss.; E. Armstrong, Elisabetta Farnese, the termagant of Spain, London, 1892; S. Lottici-G. Sitti, Bibliografia generale per la storia parmense, Parma, 1904, 65 ss.; S. Lottici Maglione, Il viaggio nuziale di Elisabetta Farnese regina di Spagna, Carpi, 1908; E. Bourgeois, La diplomatie secrète au XVIIIe siècle, II, Le secret des Farnèse, Paris, 1909, 137-195; G.A. Zanon, Le lettere intime e politiche di Elisabetta Farnese e Filippo V al figlio don Filippo, Parma, 1910; G. Melli, Dopo il rinvio dell’Infanta, una lettera inedita di Elisabetta Farnese, in Aurea Parma II 1913, 46-52; C. Pariset, Iconografia di Elisabetta Farnese, in Aurea Parma 4 1928, 147-153; G. di Soragna, Elisabetta Farnese regina di Spagna, in Aurea Parma 6 1930, 211-217; F. Borri, I quadri di Ilario Spolverini per le nozze di Elisabetta Farnese, in Parma 6 1933, 265-268; A. Lamberti, La seconda moglie di Filippo V, Milano, 1939; G. Drei, L’Alberoni e le nozze di Elisabetta Farnese, in Aurea Parma I 1951, 7-12; M.E. Bertoli, Il viaggio nuziale di Elisabetta Farnese da Sestri Levante a Marsiglia, in Rivista Ingauna e Intimelia, n.s., 1-2, 1953, 17-23; M.E. Bertoli, Elisabetta Farnese e la principessa Orsini, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, VI 1954, 95-112; G. Drei, I Farnese. Grandezza e decadenza di una dinastia italiana, Roma, 1954; U.A. Pini, La relazione dei delegati borgotaresi per il giuramento di fedeltà a Elisabetta Farnese (1745), in Aurea Parma 2 1956, 129-132; F. Venturi, Settecento riformatore, I, Torino, 1969, 6, 18, II, Torino, 1976, 215-221; F. da Mareto, Bibliografia generale delle antiche famiglie parmensi, II, Parma, 1974, 407 s.; F. Diaz, Dal movimento dei lumi al movimento dei popoli, Bologna, 1986, 30 s., 339; A. Levati, Dizionario biografico donne illustri, 1821, 66; F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Madrid, 1716; L. Arosio, Il cardinale Alberoni e l’impresa di Sardegna del 1817, Cagliari, 1906; S. Bersani, Storia del cardinale G. Alberoni, Piacenza, 1861; F. Combes, Le princesse des Ursins, Parigi, 1859; C. Hill, Story of the princesse des Ursins in Spain, Londra, 1905; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819; V. Papa, L’Alberoni e la sua dipartita dalla Spagna, Torino, 1878; C. Pariset, Il cardinale G. Alberoni, Bologna, 1905; A. Professione, Giulio Alberoni dal 1708 al 1714, Verona, 1890; A. Professione, Il ministero in Spagna e il processo del cardinale G. Alberoni, Torino, 1897; A. Verona, Donne illustri d’Italia, Torino, 1870, V, IV, f. 140; F. Orestano, Eroine, 1940, 181-182; Aurea Parma 4/6 1943, 82; Dizionario Utet, IV, 1956, 1090; E. Nasalli Rocca, I Farnese, 1969, 247-251; Dizionario storico politico, 1971, 485; Gazzetta di Parma 23 marzo 1981, 3; M. Romanello, in Dizionario biografico degli Italiani, XLII, 1993, 486-494.

FARNESE ENRICHETTA MARIA, vedi ESTE ENRICHETTA MARIA

FARNESE FERDINANDO, vedi FARNESE FERRANTE

FARNESE FERRANTE
Latera 3 dicembre 1543-Latera novembre/dicembre 1606
Figlio primogenito di Bertoldo, duca di Latera e Farnese, del ramo farnesiano di Latera, e di Giulia Acquaviva. Venne avviato alla carriera ecclesiastica giovanetto, anche se mancano informazioni precise circa la sua formazione, probabilmente orientata verso gli studi giuridici, considerata la sua nomina a referendario utriusque Signaturae sotto papa Pio IV. La sufficiente devozione e capacità e il vice cancellierato del potentissimo cardinale Alessandro Farnese lo favorirono quasi naturalmente come appartenente alla famiglia. Dal 10 aprile al 31 ottobre 1569 venne incaricato della vice legazione di Viterbo. Tuttavia, la prima rilevante nomina risale al 27 agosto 1572 quando fu creato vescovo di Montefiascone e Corneto per qualche mese soltanto, in attesa di essere nominato vescovo di Parma il 30 marzo 1573, in un incarico che mantenne faticosamente per più di un trentennio. A Parma i rapporti del Farnese con i duchi e il potere civile ebbero fasi alterne e non sempre lineari. Uno dei suoi primi interventi ufficiali, il 17 settembre 1573, fu la pubblicazione di un decreto che vietò espressamente i contratti clandestini stipulati con pratica manifestamente usuraria, fissando al 7,50% l’interesse massimo che si potesse operare sopra i censi: un intento moralizzatore che forse infastidì quanti nel ceto cittadino e nella Corte stessa consideravano tale attività legittima e soprattutto non sottoposta a regole. L’attività pastorale continuò nel 1575 con l’apertura del primo sinodo (ve ne furono altri due pressoché identici nel 1581 e 1583) che riprese senza originalità e senza duttilità alcuna le disposizioni postconciliari in termini di disciplina e organizzazione del clero. Proprio il carattere fiscale della mentalità del Farnese e l’assenza di affabilità lo misero progressivamente in imbarazzo nell’affrontare un contesto locale forte di antichi privilegi, dagli usi e dagli intrecci politici ben consolidati nell’organizzazione patrimoniale e giurisdizionale. Le difficoltà ambientali in cui il Farnese si trovò a operare si possono desumere dalla visita apostolica del vescovo di Rimini Giovanni Battista Castelli, incaricato da papa Gregorio XIII con un breve del 18 ottobre 1578 di spalleggiare il Farnese nei tentativi di riaffermare l’autorità di Roma nella Diocesi. Si palesarono carenze, si accentuarono le conflittualità quando il rigorismo del visitatore di scuola borromeiana, indirizzato dalle indicazioni del Farnese che rimase peraltro nell’ombra, si confrontò con la realtà cittadina. Dal novembre 1578 alla primavera dell’anno successivo vennero setacciate chiese e capitoli, cimiteri, luoghi e opere pie, vennero interrogati parroci, chierici, priori e massari delle confraternite e vennero denunciati l’assenteismo, l’impreparazione e le inadempienze di canonici, protetti dalle autorità cittadine che si dichiaravano assolutamente soddisfatte del loro comportamento. In particolare il contenzioso con i canonici venne trascinato e dibattuto a Roma nella congregazione del Concilio che, in sostanza, nel gennaio 1579 diede ragione al Capitolo della Cattedrale di Parma: e ciò grazie agli appoggi romani e forse anche a un atteggiamento di mediazione dello stesso Farnese che si trovò in effetti sovrastato dalla determinazione del Castelli di applicare integralmente le decretali tridentine. Ciò fu evidentissimo quando vennero segnalate le stranezze, ormai consuetudinarie, che circondavano le modalità contrattuali di vendita, permuta ed enfiteusi dei beni ecclesiastici che avvenivano di fatto senza la riserva del beneplacito dell’Apostolica sede di conferma della validità degli atti. La proposta di rivedere tutti i contratti dal 1538 seminò il panico nell’intera Diocesi ponendo problemi politici non indifferenti nel rapporto giurisdizionale tra le autorità civili ed ecclesiastiche e tra clero autoctono, fortemente geloso della propria autonomia e preoccupato dall’intervento esterno in un terreno non certo privo di illeciti e di abusi, e gerarchia romana. Il Farnese però non poté presenziare a tutte le procedure della visita apostolica poiché nel gennaio 1579 il duca Ottavio Farnese lo incaricò di recarsi in Portogallo a rappresentare gli interessi del casato coinvolto nella linea di successione al trono portoghese per il precario stato di salute di Enrico II: è difficile stabilire se tale incarico gli venne affidato per una certa fiducia da parte ducale oppure per delegittimare e isolare in qualche modo il visitatore apostolico. Pertanto, la missione del Farnese si inquadrava in un disegno ambizioso di consolidamento del potere che vide l’impegno concomitante di numerosi membri della famiglia Farnese. A Parma il Duca si preparava a confiscare i territori e i beni dei Landi e dei Pallavicino e si erano avviati i contatti per pacificarsi con i duchi di Mantova attraverso il matrimonio, sfortunato, di Margherita Farnese con Vincenzo Gonzaga e allontanare i pericoli provenienti da una possibile alleanza di Mantova con Francesco de’ Medici. A Roma il cardinale Alessandro si ingegnava a preparare il terreno per un conclave ritenuto, a torto, prossimo per un improvviso peggioramento della salute di Gregorio XIII, mentre il suo omonimo nipote continuava nelle Fiandre a mietere allori e consensi nelle armate di Filippo II. E dopo il fratello Fabio, inviato nell’agosto 1578 in Portogallo a rendere omaggio al nuovo re Enrico II, il Farnese ebbe il compito di insistere ancora più efficacemente nell’avanzare la candidatura di Ranuccio Farnese come pretendente alla corona. Il Farnese giunse a Lisbona l’11 febbraio 1579 per inserirsi in un complicato gioco diplomatico che vedeva come possibili successori i Savoja, il re di Spagna, il duca di Braganza e Antonio di Crato, che regnò poi per sette mesi prima dell’annessione del Portogallo alla Corona di Spagna (2 settembre 1580). Nonostante la pompa e le esibizioni di regalità, già alla fine del mese il Farnese verificò di persona in due udienze che la possibilità di un successo per Ranuccio Farnese era remotissima e ben presto, honorato con un grande et bellissimo robino (Archivio segreto Vaticano, Segreteria di Stato, Nunziatura Portogallo, I, c. 291), venne licenziato dal Re. Al ritorno in Diocesi i problemi non si erano certo risolti per il Farnese, che anzi vide moltiplicarsi le vertenze col clero e col duca suo affine, che lo costrinsero a stare molto spesso assente da Parma per non essere sottoposto a mortificazioni. Alla fine del 1581 fu a Roma accompagnato da due suoi canonici per un lungo soggiorno, disturbato dalla presenza di giureconsulti stipendiati dal Capitolo per difenderne i privilegi presso la congregazione del Concilio. L’anno seguente intervenne nel sinodo di Ravenna come vescovo suffraganeo. Nel 1584 fu di nuovo a Parma a consacrare chiese e reliquie senza mai dare l’impressione di essere una presenza forte e ascoltata nella città. Nel 1586 il Farnese appoggiò incondizionatamente la Santa Sede intenzionata a frustrare persistenti aspirazioni autonomistiche sottomettendo le Chiese di Parma, Piacenza e Modena alla Chiesa metropolitana di Bologna. Alla convocazione del sinodo generale il 27 maggio 1586 il Farnese dichiarò seccamente ai canonici del Capitolo di Parma per bocca del suo vicario (uno dei tanti mediocri personaggi di cui si circondò) di non avere alcuna intenzione di sostenere diplomaticamente a Roma la loro resistenza alla partecipazione, riaffermando la propria estraneità alle iniziative contro la mente di Sua Beatitudine dalla quale so essere stati ributtati quelli che hanno voluto opporsi (Allodi, p. 113). Dopo la morte del duca Ottavio Farnese (settembre 1586) la situazione si complicò ulteriormente e i rapporti con l’assente duca Alessandro Farnese e il reggente, poi duca, Ranuccio Farnese divennero molto tesi. A più riprese da Parma vennero inviate lamentele epistolari al duca Alessandro Farnese nelle Fiandre sia per le ingerenze intransigenti nel pretendere l’applicazione dei decreti tridentini, sia per la continua rotazione di vicari corrotti e per i continui divieti, anche a distanza, intimati dal Farnese ai tentativi di riunione e organizzazione dei deputati del clero parmense per affrontare la gestione della Diocesi. In questa lotta di poteri, un’ennesima protesta del dicembre 1588 evidentemente produsse i suoi effetti poiché nell’aprile dell’anno successivo papa Sisto V inviò il primo dei diversi vicari apostolici per il governo della Diocesi a testimonianza della chiara insoddisfazione di Roma per il cattivo andamento degli affari ecclesiastici. Inoltre, la campagna di tassazione in corso per finanziare una flotta contro i pirati che infestavano le coste italiane (a Parma furono richiesti 12000 scudi) e la necessità di una normalizzazione dei rapporti politici con il Ducato resero inevitabile il ridimensionamento del Farnese. Sempre più lontano dalla sua Diocesi, estromesso ulteriormente dalla promozione di Odoardo Farnese al cardinalato (8 marzo 1591), l’attività del Farnese si ridusse a un ruolo puramente burocratico e di scarso rilievo. Nel 1591 fu vice legato a Bologna, carica che conservò sino al 21 marzo dell’anno successivo quando il cardinale Paolo Emilio Sfondrati prese possesso effettivo della legazione. Un certo credito dovette recuperarlo con l’avvento di papa Clemente VIII, poiché il 20 giugno 1597 venne incaricato delle nunziatura a Praga presso l’imperatore Rodolfo II in sostituzione di Cesare Speciano. L’istruzione che gli venne consegnata illustrava impietosamente la difficoltà della situazione determinatasi con la perdita progressiva di influenza della politica cattolica che aveva visto la progressiva scomparsa o disgrazia dei principali sostenitori di Roma tra la nobiltà boema come i Rozmberk, i Lobkovic, i Martinic e i Hradec a cui faceva riscontro l’attivismo dei riformati che, per l’abilità del vice cancelliere Krystorf  Zelinsk´y e del suo segretario Jan Milner, erano ormai divenuti i veri arbitri delle decisioni imperiali. Un funzionariato eretico vincente, il moltiplicarsi di predicatori riformati violentemente anticuriali in grado di influenzare masse sempre più vaste di sudditi, la crescente corruzione e indisciplina del clero a cui non poneva certo argine l’ignavia e la complice indifferenza dell’arcivescovo di Praga Zbynek Berka, l’ambiguità dell’Imperatore e i gravi pregiudizi patrimoniali determinati dalla decisione della Camera boema, sapientemente ispirata da Zelinsk´y, di porre all’incanto i beni ecclesiastici per risanare le casse esauste dell’Erario imperiale furono il contesto all’interno del quale il Farnese dovette operare. Nell’istruzione si raccomandò caldamente di inaugurare una più soave maniera nel trattare con l’Imperatore per modificare l’opinione che circondava il nunzio Speciano di eccessiva asprezza nel contrastare gli esponenti heretici, i quali parevano ormai avere un predominio incontrastato a Corte. E nel contempo tentare di richiamare al dovere i freddi et interessati cattolici che favorivano, con le loro ambiguità, la mediocrità della situazione confessionale e non agivano con la necessaria energia per liberare  Rodolfo II dalla fraude con che lo tengono legato gli heretici, ma ve lo stringono maggiormente per le loro passioni et per i vincoli che hanno con quelli di parentele o di partecipationi puoco honeste (Die Hauptinstruktionen, p. 491). Gli si chiese di intervenire nelle vertenze e nei soprusi che venivano segnalati un po’ dappertutto nei territori imperiali: dalle intimidazioni agli abati in Franconia, alla mancata reintegrazione delle autorità cattoliche espulse dai calvinisti da Aquisgrana, ai problemi di governo e di una successione vantaggiosa alla Santa Sede negli Stati di Jülich-Kleve, alla non meno rancida, né men pregiuditiale al divino servitio misera condizione di Halberstadt ove il cicalamento empio di cinque ministri dell’Inferno aveva trovato sostenitori persino nei canonici della Cattedrale, i quali avevano acconsentito all’abrogazione degli ordini sacri che nominavano quivi segnali della Meretrice Babillonia, et lasciarono mutare l’antica forma del giuramento capitolare in horrende biastemme, et tra l’altre di non dover mai ammettere la restitutione del Papato. Non migliore la situazione peraltro si presentava nella Germania settentrionale, a Hildesheim e Osnabrück nella Bassa Sassonia. Di grande rilievo poi per il Farnese dovette essere l’impegno per ridurre il consistente numero di Chiese vacanti: in Ungheria sette mostruosissime di calvinisti, trinitari e arriani declinano finalmente all’atheismo, né è poi da maravigliarsi, se la divina giustizia gli fa diventar preda dei Turchi, in Austria l’amministrazione delle diocesi di Vienna e di Neustadt erano curate dall’inaffidabile e ambiguo Melchiorre Klesl, sparviere da non tenere in pugno senza guanto. Infine, egli avrebbe dovuto cercare di assolvere a un ruolo diplomatico di composizione e di miglioramento dei rapporti sempre più tesi tra la Spagna e Rodolfo II insistendo sulle impellenti necessità imposte dalla comune guerra in Ungheria contro le armate turche, nonché di segnalare le angustie procurate in Adriatico ai commerci veneziani dalla pirateria uscocca di fatto tollerata dalle milizie imperiali. Di fronte all’enormità delle incombenze il Farnese si dimostrò molto titubante e, alle ripetute richieste dell’estenuato Speciano che attendeva la sostituzione e lo accusò di non aver un pelo che pensi a venirci (Fondo Borghese, III, 109e, c. 258v), rispose soltanto nel marzo 1598, favorito dalle notizie di diffusione della peste, per informarlo di non potersi recare a Praga per la sua malferma salute, aprendo così la strada alla nomina di Filippo Spinelli. Intanto, perdurando il disamore dei Parmigiani e praticamente sostituito nelle mansioni vescovili dal vicario Giovanni Mozanega, rinunciò al Vescovato nell’ottobre 1603 non mancando di riservarsi una pensione di 6500 scudi. Ritiratosi a Latera, si occupò senza troppo fervore, più che altro sollecitato dall’attivismo del fratello Mario, dell’amministrazione dei possedimenti familiari.
FONTI E BIBL.: Archivio segreteria Vaticano, Segreteria di Stato, Nunziatura Portogallo I, cc. 284v, 288-290, Fondo Borghese, s. 3, 93c, cc. 45r, 58v, 109d, cc. 12v, 24, 43, 60, 75, 98v, 105, 141, 174v, 267v, 109e, cc. 13v, 17v-18, 37, 76rv, 91, 187, 254-255, 258v, 259; Biblioteca apostolica Vaticana, Barberini latino 5795, cc. 10-23, Fondo Ferraioli 61, cc. 43v, 125v, 148; 612, cc. 30, 77, 89, 124v, Urb. latino 724, cc. 19-21; 866, cc. 296-322; Vaticano latino 9427, cc. 352-487; 10425, cc. 10, 66v; Farnese, Archivio parrocchiale, Liber baptizatorum, p. I, 1543-1574; Constitutiones quae a Synodo diocesana Parmensi in ea praesidente rev. d. Ferdinando Farnesio episcopo Parmensi et comite MDLXXV, Parmae, 1576; Constitutiones quae MDLXXXI, Parmae, 1582; Constitutiones quae MDLXXXIII, Parmae, 1584; Die Hauptinstruktionen Clemens’ VIII. für die Nuntien und Legaten, a cura di K. Jaitner, Tübingen, 1984, XXXVIII, CL, CLXIV, CXCIII-CXCVI, CCXLII, CCLII, 488-524, 569, 665; F. Ughelli, Italia sacra, I, Romae, 1644, col. 1065, II, Romae, 1647, coll. 241 s.; A. Masini, Bologna perlustrata, II, Bologna, 1666, 227 s.; F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, I, Montefiascone, 1817, 88-92, 96, 98 s., 103, II, Montefiascone, 1818, 155, 164; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, II, Parma, 1856, 94-147; F. Magani, Ordinamento canonico della diocesi di Parma, I, Parma, 1910, 59 s.; A. Schiavi, La diocesi di Parma, I, Parma, 1925, 94, 97 s.; K. Stloukal, Papezká politika a Cisarsk´y dv°ur Prazsk´y na predele XVI a XVII veku, Praha, 1925, 62, 87 ss., 97 ss., 117, 124 s., 155, 172, 175, 246; L. von Pastor, Storia dei papi, XI, Roma, 1929, 276; G. Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, II, 2, Viterbo, 1940, 268; A. Pasini, Applicazione del concilio di Trento in diocesi di Parma nella visita apostolica di mons. G.B. Castelli, Parma, 1953, 19, 21, 32 ss., 36, 38, 61 s.; A. Barilli, Studi farnesiani, Parma, 1958, 58; Chiese e conventi di Parma, a cura di F. da Mareto, Parma, 1978, 48, 134, 161, 196, 226, 242; A. Prosperi, Dall’investitura papale alla santificazione del potere. Appunti per una ricerca sui primi Farnese e le istituzioni ecclesiastiche a Parma, in Le corti farnesiane di Parma e Piacenza (1545-1622), I, Roma, 1978, 171-177, 181 s.; A. Rossi, Latera, la sua storia, Latera, 1990, 94-98, 111, 250 s.; S. Andretta, Da Parma a Roma: la fortuna dei Farnese di Latera tra armi, Curia e devozione tra XVI e XVII secolo, in Bull. de l’Institut Histor.
Belge de Rome LXIII 1993, 8-13; H. Biaudet, Les nonciatures apostoliques permanentes jusqu’en 1648, 166, 265; C. Eubel-G. van Gulik, Hierarchia catholica, III, Monasterii, 1923, 249, 270; B. Katterbach, Referendarii utriusque signaturae, 128, 145; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. VIII; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, XLVI, 222, LI, 238, CII, 103 s., 116, 121 s., 361; S. Andretta, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 84-87.

FARNESE FRANCESCA, vedi FARNESE ISABELLA

FARNESE FRANCESCO
Parma 19 maggio 1678-Piacenza 26 febbraio 1727
Secondogenito del duca Ranuccio e della sua terza moglie Maria d’Este. Fu chiamato a succedere al padre deceduto il 12 dicembre 1694, appena diciassettenne ma unanimemente ritenuto serio e conscio delle proprie responsabilità dinastiche. Si giustifica così anche il matrimonio seguito di lì a poco, il 7 settembre 1696, con la vedova del fratello primogenito Odoardo (morto nel 1693), Dorotea Sofia di Neuburg, di diciotto anni più anziana: era assolutamente indispensabile per le esauste finanze dello Stato non rinunciare alla ricchissima dote di lei e sottolineare con tale ribadito legame la volontà di conservare le influenti relazioni che la legavano alla casa d’Austria come figlia dell’elettore palatino e sorella della vedova di Carlo II. L’altro referente politico, questo sì tradizionale per casa Farnese, era il Pontefice. Al regnante Innocenzo XII nel maggio 1695 venne inviata un’ambasceria solenne guidata dal conte Gaspare Scotti d’Agazzano: rinnovando il Farnese solenne omaggio di obbedienza e fedeltà, ne ebbe la conferma del titolo di gonfaloniere della Chiesa. Il rapporto con l’Impero e le pesanti implicazioni legate alle servitù militari, ai passaggi di truppe ufficialmente alleate, alle contribuzioni straordinarie (in realtà usuali come evidenziato da molti documenti; Nasalli Rocca, pp. 196-199) per il mantenimento di eserciti acquartierati nei territori estensi, rappresentavano una spina nel fianco per tutti gli Stati italiani della pianura Padana. Le rimostranze, più volte esternate anche dal padre, duca Ranuccio, non avevano sortito alcun effetto. La pesante eredità passò tutta al Farnese insieme con le casse dell’Erario drammaticamente esangui per la gestione troppo dispendiosa della Corte, il tributo annuo da pagare a Roma e i debiti contratti con i banchieri genovesi all’epoca del dispendioso matrimonio di Odoardo Farnese. Fosse talento, interesse naturale o, piuttosto, necessità, il Farnese si trovò subito a giocare le poche chances che aveva in un quadro politico ormai da tempo necessariamente europeo, in particolare da quando la gerra antifrancese promossa dalla Lega di Augusta era arrivata, nelle sue propaggini meridionali, a lambire, appunto, persino i tranquilli e inoffensivi Ducati padani. In particolare, era la spregiudicata condotta del duca Vittorio Amedeo di Savoja a turbare lo scacchiere italiano: schieratosi tardivamente (1690) a fianco della Lega, con un voltafaccia ricorrente nella storia di casa Savoja, fu proprio lui a chiudere bruscamente il conflitto con Luigi XIV (agosto 1696), consentendogli di rioccupare Casale, facendosi restituire Pinerolo e ponendo le premesse per una pace generale che le difficoltà finanziarie di un po’ tutti i contendenti rendevano ormai inevitabile e le cui premesse furono discusse a Rijswijk nel 1697. Il Farnese, che inevitabilmente aveva risentito del cambiamento di fronte del Savoja e dei relativi concentramenti e passaggi di truppe sui suoi territori, intese non perdere un’occasione di tale portata. Nel maggio 1697 inviò a Rijswijk il marchese P.M. Dalla Rosa con lettere preparate dall’ambasciatore farnesiano a Parigi O. Pighetti. L’intenzione era quella di rivendicare i diritti sul Ducato di Castro e Ronciglione, questione delicata, ancorché territorialmente non certo ingente, che da tempo ormai contrapponeva i duchi di Parma al Papato ed era addirittura sfociata in conflitto aperto nel 1641. Allora era stata la pace di Ferrara (1644) a vanificare le illusioni dei Farnese. In questa occasione, invece, sia l’imperatore Leopoldo sia lo stesso Luigi XIV per tramite dei rispettivi intermediari dissero esplicitamente che l’affare non era attinente ai problemi della pace contrattata in Olanda e fecero chiaramente intendere che nessuno era intenzionato a inimicarsi il Papa. Il Farnese, così, si vide escluso dalla partecipazione diretta, anche se marginale, ai lavori dei negoziati, gratificato solo di generiche promesse e della restituzione, rimasta, al solito, nominale, dell’isola di Ponza da parte degli Spagnoli. Ma di lì a poco fu ben più pesante il coinvolgimento del Ducato padano in occasione della guerra di successione spagnola. La morte ritenuta imminente di Carlo II aveva scatenato l’ennesima prova di forza tra la Francia, ancora egemone ma certo provata, e la grande alleanza stretta nel 1701 tra l’Inghilterra, l’Olanda e l’imperatore Leopoldo, deciso a sostenere con le armi i diritti al trono spagnolo del figlio arciduca Carlo d’Austria. In Italia la situazione che si venne creando richiama uno schema già ripetuto: papa Clemente XI, vedendo avvicinarsi il conflitto, tentò dapprima una mediazione tra le potenze. Fallita questa e naufragata una lega per la neutralità armata tra i principi sempre divisi da rivalità e invidie, i Ducati padani si schierarono per una neutralità generica quanto difficilmente sostenibile e, in definitiva, agirono a titolo individuale, stretti da interessi e potenze troppo più grandi di loro, con l’aggravante ulteriore di essere collocati in posizione comunque strategica. Ai confini dell’area, l’irrequieto Savoja, alleato dei Francesi ma sempre disposto alle mosse più vantaggiose al proprio tornaconto, rappresentava un ulteriore elemento di instabilità. Quando il modenese Rinaldo d’Este, nell’estate 1701, ruppe le fragili promesse di neutralità cedendo la fortezza di Brescello alle truppe imperiali di Eugenio di Savoja, che già occupava il distretto di Mantova, al Farnese non rimasero molte scelte davanti alle intimidazioni imperiali. Dopo avere tentato di organizzare una improbabile se non patetica difesa armata delle sue terre, si dichiarò, creando un grave precedente, feudatario della Chiesa e come tale impossibilitato a disporre dei suoi Stati senza il consenso papale. La Santa Sede si vide, così, riconosciuti anche ufficialmente i suoi diritti sul Ducato e inviò poco dopo a Piacenza un commissario apostolico nella persona di A. Aldobrandini, vice legato di Ferrara. La mossa del Farnese, infelice anche se inevitabile, sottolineò ancora una volta l’ambiguità giuridica, oltre che politica, della doppia dipendenza del Ducato dall’Impero e dalla Chiesa, che dal 1545 aveva concesso, sulla base di un diritto di fatto, Parma e Piacenza ai Farnese in qualità di discendenti di papa Paolo III. Ma ammettere ufficialmente la propria debolezza non impedì al Farnese, in questa occasione, di subirne i contraccolpi. Il generale Eugenio di Savoja, perentoriamente dichiarando di non riconoscere che il signor duca di Parma padrone di cotesti stati e non altri (Drei, I Farnese, p. 251) e chiaramente indispettito dalla presenza del presidio papale, occupò parecchi centri del Ducato, imponendo ovunque pesantissimi tributi, davanti ai quali inutili furono le proteste inoltrate alla Corte di Vienna. In realtà il Farnese si mosse con non comune abilità in una situazione obiettivamente difficile. Diviso tra i sentimenti sinceramente antitedeschi della Corte parmense e l’opportunità di non inimicarsi il Savoja, ripetutamente vittorioso sui generali francesi N. Catinat e F. Volleroy, al Farnese restava il gioco consueto dell’invio di incaricati d’affari, talvolta veri e propri agenti segreti, a difendere i propri minimi interessi o, quanto meno, a cercare di sviare i danni più gravi. Nel 1702 avvenne una svolta destinata a rimanere inavvertita nell’immediato ma, alla lunga e indirettamente, premessa di grandi cambiamenti per i destini di casa Farnese. Precedendo di poco il passaggio italiano del nuovo re di Spagna Filippo V, che il nonno Luigi XIV aveva inviato a rinvigorire le sorti di una guerra tutt’altro che decisa, fu nominato comandante dei Franco-Spagnoli Luigi Giuseppe di Borbone duca di Vendôme, a sostituire il Villeroy fatto prigioniero. Fu proprio nel corso dei festeggiamenti cremonesi in onore del sovrano spagnolo che si mise per la prima volta in luce il giovane G. Alberoni. L’immediato successo, anche mondano, dell’abate presso il comandante francese lo avviò con decisione verso un destino e una carriera di respiro ben più ampio di ciò che potesse offrire la provincia italiana. Subentrato al conte A. Roncovieri, vescovo di Borgo San Donnino, come agente farnesiano presso il maresciallo francese, l’Alberoni rimase al seguito di costui sino al 1706 nel teatro italiano della guerra e nella nuova destinazione in Fiandra. Fu indubbiamente merito del Farnese l’avere assunto al proprio servizio l’Alberoni, lasciandogli una grande libertà di manovra e valorizzandone l’intelligenza duttile e opportunistica: tale legame restò una costante sia nella biografia dei due personaggi sia nella politica farnesiana che dagli anni Venti ebbe, proprio grazie a lui, l’ultima opportunità di giocare un ruolo internazionale. Ma tra il 1706 il 1708 il Farnese dovette affrontare il dilagare degli imperiali, che avevano costretto alla fuga le truppe francesi e imponevano, tra l’altro, pesanti imposte di guerra anche al clero. Automaticamente aumentò la tensione politica tra l’Imperatore e Clemente XI e l’irrigidimento delle posizioni si espresse con la bolla del 26 luglio 1707 e il manifesto imperiale dell’anno successivo. Il Papa fu infine costretto a un compromesso: nel gennaio 1709 accettò l’investitura imperiale. Il passaggio dalla protezione spagnola, tradizionale dalla fine del XVI secolo, a quella imperiale, cui la penisola tutta era destinata, fu osteggiato a lungo dal Farnese, che in realtà riuscì solo a rimandarlo, non senza momentanei e brillanti successi. La situazione si alleggerì sensibilmente solo con la morte dell’imperatore Giuseppe I (1711). Il fratello Carlo, sino ad allora contestato re di Spagna, lasciò il Regno iberico a Filippo V di Borbone per assumere l’eredità imperiale: sciolto così il nodo della successione spagnola, i fronti europei si ridisposero e gli schieramenti si chiarirono. In particolare il timore di una ripresa asburgica costringeva anche grandi potenze europee come l’Inghilterra e l’Olanda a tollerare la politica francese e i Borbone sul trono di Spagna. A Stati del peso politico irrilevante come quello dei Farnese le contingenze offrivano l’opportunità di inserirsi ai margini e nelle pieghe dei più ampi giochi europei, nel tentativo di salvaguardare un’autonomia sempre più problematica. È ben vero che la pace generale, finalmente raggiunta a Utrecht nella primavera del 1713, sacrificò brutalmente la penisola italiana all’Austria, ma proprio allora stava per aprirsi un periodo, l’ultimo, di singolare fortuna per casa Farnese, grazie a una serie di circostanze in parte fortuite, in parte abilmente manovrate. Protagonista e artefice principale di questa fase fu l’Alberoni. Apprezzato dalla Corte francese, ma legatissimo sempre a Parma e ai suoi duchi, l’abate riuscì a coniugare la propria ambizione personale a un disegno statuale di ampio respiro. Dal 1712 presente stabilmente a Madrid, dall’anno successivo nominato incaricato d’affari del duca di Parma, Alberoni riuscì a sfruttare a proprio vantaggio persino la contingenza potenzialmente negativa della morte prematura di Maria Luigia di Savoja (1714), italiana come lui, amata consorte e ascoltata consigliera del caratterialmente fragile Filippo V e sua protettrice. È noto come, in tale situazione, l’Alberoni riuscisse a guidare la scelta della nuova regina di Spagna su Elisabetta Farnese, unica figlia del defunto duca Odoardo e di Dorotea Sofia di Neuburg, nipote sinceramente amata dal Farnese. Dal matrimonio di costui, infatti, non essendo nati eredi di sorta, le residue speranze di sopravvivenza della casata erano tutte riposte sull’allora ventiduenne principessa. Quanto al Sovrano francese, referente ultimo delle scelte spagnole, la Farnese presentava il vantaggio di essere erede di un Ducato collocato in posizione strategica e di vantare diritti alla successione di Toscana come discendente di Margherita de’ Medici: offriva in prospettiva, quindi, una notevole possibilità di rientro nella penisola italiana. Il contratto nuziale, concordato in gran segreto tra l’Alberoni e la Corte di Parma, fu stipulato il 25 agosto 1714 con fasto degno della tradizione farnesiana, implicando il non trascurabile esborso di 100000 doppie di dote. Non trascorse molto tempo e alle interdette cancellerie europee si palesò la volitività della nuova Sovrana, che certamente inaugurò un periodo di singolare vitalità politica per la penisola iberica e, indirettamente, rivalutò anche il piccolo Ducato farnesiano. Stretti, infatti, continuarono a essere sempre i legami tra il Farnese e la nipote Elisabetta, tramite la quale l’Alberoni mirava a divenire plenipotenziario della politica spagnola. Il gusto del potere di lei fu ben presto canalizzato e quasi ossessivamente mirato a preordinare destini ambiziosi per i propri figli, che nacquero a partire dal 1715 e che, ovviamente, si trovarono esclusi dalla successione al trono di Spagna. Per l’Alberoni, che coronò la sua carriera divenendo nel 1716 primo ministro, si trattava di smantellare in funzione antiaustriaca le conseguenze del trattato di Utrecht e di compiere un enorme sforzo organizzativo entro i confini di Spagna. Quanto al Ducato italiano, era di nuovo chiamato a giocare un ruolo importante in Europa grazie ai suoi legami con una Corte di primo piano. Lo scopo immediato del Farnese fu di fare valere i diritti sulla Toscana e sul Ducato di Castro almeno tramite i figli di Elisabetta. Più ambiziosa era la successione al Regno di Napoli ma non c’è dubbio che il disegno complessivo mirasse a ostacolare e a ridimensionare in Italia la presenza degli Asburgo d’Austria, servendosi dei Borbone di Spagna. Dal momento che il consenso papale era sempre un elemento pregiudiziale per qualunque disegno riguardasse la penisola italiana, sin dall’inizio l’Alberoni appoggiò calorosamente i progetti antiturchi del Papa e fu promotore di un concordato con Roma che allentasse il clima di tensione creatosi tra i due Stati. La causa era soprattutto la legislazione anticlericale che, in Spagna come altrove, una progressiva razionalizzazione statale imponeva necessariamente. Forte dell’appoggio incondizionato della coppia reale spagnola, fu soprattutto grazie all’opera di mediazione del Farnese presso la Corte romana, di cui notoriamente era interlocutore privilegiato, che l’Alberoni riuscì a superare la diffidenza di Clemente XI e a ottenere il berretto cardinalizio, coronando la sua carriera con un risultato prestigioso. La decisione fu ufficializzata il 12 luglio 1717: a quella data la Spagna era impegnata in un grande sforzo di riorganizzazione bellica che al Papa e all’Imperatore era stato presentato come finalizzato a un consistente aiuto contro il Turco. In realtà i Farnese d’Italia e di Spagna premevano ormai da tempo perché si arrivasse a uno sbarco in Italia in funzione antimperiale e a nulla valsero gli inviti alla cautela dell’Alberoni. In questa situazione l’incidente dell’arresto dell’inquisitore spagnolo J. Molinéz a Milano funse da mero pretesto per far precipitare la situazione: Filippo V si impuntò senza soppesare troppo le conseguenze e il Farnese si servì dell’episodio per vincere le ultime resistenze. Al ministro di Spagna, fedele ai suoi padroni e referenti politici, non restò alla fine che cedere e acconsentire alla spedizione italiana, riuscendo solo a dirottarla dalla Toscana o da Napoli alla meno pericolosa Sardegna. Il successo della spedizione si ritorse su coloro che l’avevano voluta organizzare, consolidando il fronte antispagnolo e ponendo le premesse per la disgrazia politica dell’Alberoni: Inghilterra, Olanda e Francia non tardarono a cooptare l’Austria in una quadruplice alleanza e a isolare la Spagna. Anche il Farnese percepì sempre più la delicatezza della sua situazione e, premendo ormai per un deciso proseguimento della campagna militare d’accordo con la nipote, si cautelò nel contempo ottenendo dall’Alberoni una dichiarazione retrodatata di completa ed esclusiva assunzione di responsabilità. Quanto a quest’ultimo, sia che avesse valutato erroneamente le reazioni delle potenze europee sia che fosse perso nel suo sogno antitedesco, riconobbe inevitabile la guerra, se non altro per tutelare l’immagine del proprio Re. Nel giugno 1718 la flotta spagnola si diresse in Sicilia: questa volta l’intrapresa portò a un doppio grave insuccesso, militare e politico, aprendo la strada all’invasione francese della stessa Spagna. Il destino dell’Alberoni parve segnato e la stessa Corte parmense prese le distanze dall’uomo che pure aveva tanto contribuito alle ultime fortune della casata. L’acribia e la convinzione con cui il Farnese volle l’allontanamento politico del ministro, che pure era stato a lungo esecutore delle sue volontà, si prolungò ben oltre il 12 dicembre 1719, data della cacciata dell’Alberoni dal suolo spagnolo, e assunse negli anni successivi il tratto di vera e propria persecuzione, rivelatrice della cattiva coscienza del Farnese, il quale restava alle prese con la necessità di indirizzare i destini politici del piccolo Ducato e l’incombente pericolo di estinzione della propria discendenza, stante la renitenza al matrimonio del fratello Antonio. In realtà, proprio in previsione di tale eventualità, la pace dell’Aia del 1720 destinò a Carlo, primogenito di Elisabetta, allora bambino di quattro anni, i possessi farnesiani, ma le pressioni per impedire un ritorno degli Spagnoli proprio nel cuore della pianura padana rimasero forti. Gli ostacoli in questo senso vennero soprattutto dal Papa e dall’Imperatore. Sarebbe spettato al Farnese divenire il garante dell’eredità per i figli della regina di Spagna: investito di questo compito e di quello, ancora più importante per lui, di un ruolo di primo piano nella diplomazia europea a dispetto della scarsa rilevanza politica dei suoi domini, egli impegnò in questo progetto tutto se stesso. Del resto egli era divenuto, dopo la vittoria sulla Spagna, il mediatore preferito per i Francesi, che aveva tanto aiutato nell’eliminazione dell’odiato Alberoni: tramite il Farnese e i suoi si sarebbe operato il riavvicinamento tra i due rami dei Borbone in funzione antiasburgica. Fu proprio grazie alla sua influenza alla Corte spagnola e a un accorto lavorio diplomatico che si giunse all’alleanza ufficiale delle due potenze, stipulata il 27 marzo 1721, cui più tardi si aggregò l’Inghilterra. Uscì ribadita la destinazione dei Ducati e l’invio a garanzia di una guarnigione spagnola, si riconobbero i diritti del Farnese al rimborso dei danni di guerra e non si dimenticò la questione di Castro. Quattro anni dopo, il trattato di Vienna (30 aprile 1725), frutto di un tentato riavvicinamento di Elisabetta Farnese alla politica imperiale, ridimensionò di molto quei risultati, deludendo ancora una volta le aspettative del Farnese. Di lì a poco la sua morte interruppe quel continuo, ambizioso e intrigante lavorio. Proiettato sempre verso interessi e necessità di politica estera, il Farnese non demeritò tuttavia nella conduzione interna dei suoi Stati, amministrandone con oculatezza le risorse. Evitò eccessi fiscali, ridusse le spese pubbliche e praticò moderazione nelle spese di Corte, probabilmente con l’approvazione della consorte. Di una qualche rilevanza furono anche gli interventi in fatto di opere pubbliche. In particolare anticipatore sui tempi fu il riassetto idraulico del Po nel tratto in cui il fiume attraversa Piacenza e prestigiosa la ristrutturazione della sua residenza, la rocca di Colorno, tra il 1712 e il 1723. Non particolarmente colto, tratto peraltro raro nei regnanti dell’epoca, tuttavia protesse uomini di cultura, si fece collezionista di raccolte d’arte e amò il teatro secondo le migliori tradizioni di casa Farnese. Protesse e favorì lo Studio di Parma, quello di Piacenza e il collegio dei nobili, soprattutto nei settori giuridici, dello studio della geografia e delle lingue: da queste istituzioni spesso cooptò i migliori elementi da cui riuscì a trarre capaci amministratori e un corpo diplomatico notevole, che lo servì a lungo dalle principali capitali europee.
FONTI E BIBL.: A. Vianti, Francesco I Farnese, duca di Parma e Piacenza, in Strenna Piacentina III 1877, 110-112; T. Copelli, Scipione Maffei, il duca Frarnese e l’Ordine costantiniano, in Nuovo Archivio Veneto XVI 1906, 1-135; E. Bourgeois, La diplomatie secrète au XVIIIe siècle, II, Le secret des Farnèse, Paris, 1909, passim; U. Benassi, Francesco Farnese e Giulio Alberoni, in Bollettino Storico Piacentino 6 1918, 152 s.; A. Arata, La politica dei Farnese, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 2, XXIX 1929, 115-126; G. Drei, Giulio Alberoni, Bologna, 1932, passim; G. Drei, I Farnese. Grandezza e decadenza di una dinastia italiana, Roma, 1954, 247-278; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Varese, 1969, 209-232; G. Tocci, Il Ducato di Parma e Piacenza, Torino, 1987, 70-74; F. da Mareto, Bibliografia generale delle antiche province parmensi, Parma, II, 1974, 408 s.; M. Romanello, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIX, 1997, 743-747.

FARNESE FRANCESCO MARIA GIACINTO
Parma 15 agosto 1619-Parma 12 luglio 1647
Nacque dal duca Ranuccio e da Margherita Aldobrandini, figlia di Gianfrancesco, generale di Santa Chiesa. Desideratissimo dai genitori, il lieto evento venne salutato e festeggiato da compositioni, idilli e ragionamenti di notabili e cortigiani e, più modestamente, dai reclusi per reati minori che poterono beneficiare di un’amnistia. A soli due anni il Farnese perse il padre e venne affidato al gesuita Orazio Smeraldi che diventò suo maestro ufficiale e confessore, nonché dal 1637 rettore del collegio dei nobili di Parma. Di carattere accomodante e fragile, si dedicò allo studio del diritto e delle discipline umanistiche, con l’incombente e ingombrante presenza del potente zio cardinale Odoardo Farnese che seguì e orientò la sua formazione. Nel 1633 il Farnese fu oggetto di manovre matrimoniali: il fratello duca Odoardo, desideroso di trovare il modo di stringersi alla Francia, si attivò freneticamente in una serie di contatti altolocati nella speranza, risultata vana, di congiungerlo in matrimonio con una nipote del cardinale Richelieu. E sempre il Duca, più tardi e a più riprese, si occupò concretamente della sua carriera ecclesiastica. Interessato a un rafforzamento della presenza romana della famiglia, cercò nel giugno 1634 di inserire il Farnese nella rosa dei possibili cardinali in pectore e nuovamente, nell’agosto 1637 e nella primavera 1640, fece pressioni per far ottenere al Farnese la porpora cardinalizia. I tentativi fallirono miseramente per i numerosi elementi di tensione a cui non giovò certo l’insipienza e l’indolenza della personalità del Farnese. L’ostilità crescente soprattutto di Francesco Barberini, l’occupazione del ducato di Castro, le operazioni militari, l’interdizione dei Farnese dal concistoro e una inamovibile ostilità rinviarono la possibilità del Farnese di raggiungere il cardinalato sino alla scomparsa di papa Urbano VIII. L’occasione si presentò più tardi quando, appoggiato dalla sua famiglia, poté profittare dello sdegno provocato nel papa Innocenzo X dall’avvicinamento dei Barberini alla Francia. Ancora una volta, sperando in una migliore fortuna, il Farnese venne proposto come candidato leale e fidato alla famiglia Pamphili. Le aspettative furono finalmente esaudite dal Papa che lo riservò in pectore il 14 novembre 1644, per renderne poi pubblica la nomina a cardinale diacono (10 dicembre 1645), pomposamente salutata con un solenne Te Deum nella Cattedrale di Parma. La nomina, senza titolo e senza obbligo di residenza, in realtà scatenò la volontà di ritorsione del cardinale G. Mazzarino che vide in ciò un tentativo spagnolo di accattivarsi i Farnese in contrapposizione alla protezione che la Francia accordava ai Barberini. La concessione del cardinalato fece pertanto maturare nel primo ministro la decisione, mancando alla parola data, di negare la protezione degli affari francesi in Curia al Farnese, affidata invece al cardinale Rinaldo d’Este. Questo infelice avvio della sua carriera curiale e l’inesperto grigiore dei suoi atteggiamenti fecero sì che il Farnese rimanesse sostanzialmente estraneo a impegni politici sino alla morte della madre (9 agosto 1646) e a quella del fratello duca Odoardo (12 settembre). Egli, per l’occasione, fu nominato tutore del giovanissimo Ranuccio Farnese, insieme con la vedova Margherita de’ Medici. In questo periodo si attenne strettamente a una strategia neutralista di equidistanza tra la Francia e la Spagna, confermando Iacopo Gaufrido come primo ministro e vero depositario degli orientamenti e delle conoscenze negli affari di Stato. Il Farnese comunque dovette resistere alle pressioni di quest’ultimo per una dichiarazione apertamente filofrancese e, nell’aprile 1647, all’offerta avanzata dall’ambasciatore B. Du Plessis-Besançon di una pensione di 20000 scudi in cambio di una devozione certa al primo ministro francese. La delicatezza di una fase che vide la spedizione navale contro lo Stato dei presidî e l’ipotesi di un’occupazione di Orbetello e Portolongone come chiara ripresa della volontà mazzariniana di creare una diversione italiana alla guerra, allo scopo di complicare e aggravare ulteriormente gli oneri della crisi militare e politica della Spagna, gettarono spesso il Farnese in uno stato d’animo colmo d’incertezze che finì per paralizzare ogni iniziativa. Indaffarato in cose più grandi di lui, controllato dal Gaufrido che segretamente intavolava accordi, il Farnese concesse il permesso di transito alle truppe francesi provenienti dal Piemonte, senza però pronunciarsi esplicitamente a favore del Mazzarino. Si recò a Castro per sovrintendere e provvedere alla meglio alle fortificazioni e per preparare il presidio a eventuali aggressioni di truppe straniere. Rimase spesso inascoltato e venne ritenuto un interlocutore precario per via di una salute minata da un male ignoto ma in evidente e rapida progressione. Il Farnese, in una Corte che dava sempre più segni di una inarrestabile decadenza, poteva contare nel 1647 su un’entrata annua di 22392 ducatini. Morì all’ora prima di notte non ancora ventottenne, con il desiderio, esaudito, di una sepoltura in forma privata nella tomba di famiglia del convento parmense dei cappuccini.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, b. 29, fasc. 9; F. da Reggio, Ragionamento spirituale per la nascita di Francesco Maria terzogenito del Duca di Parma, Parma, per Anteo Viotti, 1619; B. Morando, Al Serenissimo Signor Principe Francesco Maria Cardinale Farnese nella sua promozione. Ode, Piacenza, per G.A. Ardizzoni, 1645; Mémoires de Du Plessis-Besançon, a cura di C.P.M. Horrie de Beaucaire, Paris, 1892, 240, 242, 246, 251-255, 263; F. Testi, Lettere, a cura di M.L. Doglio, Bari, 1967, I, 486, II, 202, 218, 333, 752, III, 368, 397; Gride e bandi del Seicento a Piacenza, a cura di D. Zancani, Piacenza, 1985, 53; G. Carabelli, Dei Farnesi e del ducato di Castro e Ronciglione, Firenze, 1865, 138, 147, 163; G. Capasso, Il collegio dei nobili di Parma, Parma, 1901, 32, 36; F. de Navenne, Rome et le palais Farnèse pendant les trois derniers siècles, I, Paris, 1923, 178 ss.; G. Drei, I Farnese. Grandezza e decadenza di una dinastia italiana, Roma, 1954, 207, 213, 218; L. von Pastor, Storia dei papi, XIV, I, Roma, 1961, 143, 160; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, XXIII, 214, LI, 230; P. Gauchat, Hierarchia catholica, IV, Monasterii, 1935, 28; Dict. d’hist. et de géogr. eccl., XVI, coll. 617 s.; S. Andretta, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 90-91; G.P. Pozzi, Le porpore di Casa Farnese, Parma, 1995; E. Paglioli, La breve festa del cardinale Francesco Maria Farnese, Parma, 1998.

FARNESE GIROLAMA, vedi ORSINI GIROLAMA

FARNESE GIROLAMO
Parma 30 settembre 1599-Roma 18 febbraio 1668
Figlio di Mario, valente condottiero, e di una Pallavicino di Cortemaggiore. Dotato di possibilità intellettuali non comuni, studiò a Parma nel Collegio dei Nobili e a sedici anni pubblicò, sempre a Parma, un compendio sulla dialettica, che difese anche pubblicamente. Molto amante della scienza e della cultura, studiò diritto presso diverse università, coltivando pure le arti belle, come dilettante, e la letteratura. Fu ammesso al Collegio dei Dottori di Legge di Parma. Si trasferì a Roma nel 1626. Papa Paolo V lo nominò suo cameriere d’onore, quindi referendario delle due segnature e infine commendatore della abbazia di San Lorenzo di Novara. L’11 aprile 1639 papa Urbano VIII lo designò nunzio presso la Confederazione Elvetica e in tale occasione lo preconizzò arcivescovo titolare di Patrasso. Ricevette la consociazione episcopale quindici giorni dopo. In Svizzera svolse una intensa attività religiosa, ripristinando la disciplina in molti monasteri e visitando remotissime località. In cinque anni di permanenza si interessò pure per arruolare numerosi soldati per la guardia pontificia. Richiamato a Roma alla fine del 1653, divenne segretario della congregazione dei vescovi e regolari. Papa Innocenzo X ebbe di lui altissima opinione: nel 1650 lo creò vice camerlengo e quindi governatore di Roma. In tale carica il Farnese si distinse per la severità con cui represse gli abusi ma anche per l’istituzione delle scuole delle Maestre pie, incaricate dell’educazione e della preparazione femminile. Papa Alessandro VII lo nominò maggiordomo di palazzo, facendolo succedere a Ranuccio Scotti, vescovo di Borgo San Donnino, e si valse di lui per complimentare e intrattenere in Vaticano la regina Cristina di Svezia, venuta a Roma per passare dal protestantesimo al cattolicesimo. La sua elevazione alla porpora fu in un primo tempo ritardata per la difficoltà sollevata da un suo fratello a proposito dei feudi di Latera ma infine ottenne la nomina con in pectore il 9 aprile 1657, resa pubblica il 29 aprile 1658, e con l’investitura, il 6 maggio dello stesso anno, nel titolo presbiteriale di Sant’Agnese fuori delle mura. Ebbe pure la nomina a protettore dei Cappuccini e la legazione di Bologna. A Bologna il Farnese si distinse per il suo fermo governo nell’ordine pubblico e nell’incremento dell’edilizia cittadina. A Roma, nell’assenza del cardinale Chigi, disimpegnò le funzioni di prefetto della segnatura. Il Pastor, trattando del conclave del 1667 e dei relativi partiti e papabili, dice: Godeva di gran prestigio il Farnese, che aveva esercitato tutti i suoi uffici con plauso grandissimo; ma si opinava che i sovrani di Francia e Spagna non vedrebbero volentieri un papa così abile negli affari. Difatti fu eletto papa il cardinale Giulio Rospiliosi, che assunse il nome di Clemente IX. Il Farnese venne sepolto nella chiesa del Gesù, fatta innalzare dal cardinale Alessandro Farnese. Con lui si spense il ramo farnesiano dei duchi di Latera.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 88; Farnese Girolamo, in G. Moroni, Dizionario d’erudizione, XXIII, Venezia, 1843, 214-215; G. Micheli, Le provvidenze del cardinale Farnese per le mortadelle di Bologna, Parma, 1940; G. Gonizzi, Il Cardinale Gerolamo Farnese, in Gazzetta di Parma 24 febbraio 1969, 3; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 409.

FARNESE ISABELLA
Parma 6 gennaio 1593-Roma 17 ottobre 1651
Nacque dal duca Mario, del ramo farnesiano di Latera, e da Camilla Meli Lupi dei marchesi di Soragna. Affidata alla nonna materna Isabella Meli Lupi nata Pallavicino, la Farnese soggiornò nella Corte parmense sino agli otto anni. La sua infanzia ebbe un decorso non propriamente felice e fu determinante nel forgiare alcuni caratteri della sua personalità umana e culturale. In sintonia con le scalpitanti aspirazioni dei genitori di accrescere il lustro familiare di un ramo minore ma in rapida ascesa, venne destinata inizialmente a un matrimonio nobile e onorevole. A tal fine la Farnese ebbe un’educazione tipicamente cortigiana nell’ambiente colto, mondano e raffinato di cui si circondò la Pallavicino. Imparò ben presto e con profitto a leggere, scrivere, suonare, ballare, recitare: in particolare manifestò una particolare predilezione per la letteratura. Romanzi cavallereschi e di Corte, Torquato Tasso, soprattutto, e le Metamorfosi di Ovidio ebbero un posto privilegiato nelle sue letture. Tuttavia i progetti familiari sulla piccola Farnese vennero completamente mutati dal vaiolo che ne aggredì il volto e da un incidente domestico che aggravò ulteriormente la situazione. Così, irrimediabilmente sfigurata, la nonna paterna la rimandò dai genitori prima a Farnese e poi a Roma. Qui, dopo un breve periodo trascorso in famiglia dove apprese in modo irregolare alcune nozioni di botanica e iniziò ad accostarsi alla letteratura devota, le venne probabilmente imposto dal padre di entrare nel monastero delle clarisse di San Lorenzo in Panisperna. In questo luogo, consono alle sue condizioni nobiliari, venne affidata alle cure della zia, sorella di Mario Farnese, la temuta e severa badessa Francesca. Il 21 aprile 1602, a soli nove anni, vi fece il suo ingresso. Il primo periodo fu particolarmente penoso per la Farnese, insofferente agli aspetti più severi della regola: faticò a sottostare alle privazioni e ai patimenti a cui fu sottoposta dalla zia. Solo con la morte di quest’ultima poté godere di un clima più rilassato che, con alcuni facili e forse tollerati espedienti, le permise di coltivare amicizie adolescenziali all’interno del monastero e soprattutto di perseverare nell’attrazione per i libri profani. Nel maggio del 1607 la Farnese ritornò in famiglia e, in un clima sovreccitato per il matrimonio della sorella Giulia con il principe Giovanni Albrizzi, si dedicò alle attività modane con convinzione. Studiò musica, imparò i rudimenti per suonare l’organo, il clavicembalo e altri strumenti, continuò a disegnare, a coltivare le lettere, a comporre con facilità poesia e commedie e a parlare il latino in forme eleganti. La morte di una persona, rimasta ignota, di cui si era probabilmente invaghita, la rese più disponibile a un rientro il 7 dicembre dello stesso anno nel monastero di San Lorenzo in Panisperna per cominciare l’anno del noviziato, assumendo il nome di suor Francesca. Per tredici mesi sino alla professione (8 gennaio 1609) fu in balia di ripensamenti, tentazioni, malinconie e disturbi fisici che le impedirono spesso le pratiche di penitenza e di vita comune. Da professa, comunque con un rango distinguibile e spesso arrogantemente riaffermato, la Farnese continuò a coltivare le discipline della sua infanzia e adolescenza aggiungendovi l’astrologia e rivelando intorno al suo spiccato e vivacissimo temperamento doti di animatrice culturale all’interno del ristretto mondo claustrale. In compagnia della sorella Vittoria, anch’essa destinata al monastero, si impose nella piccola comunità. Secondo lo stereotipo della santità eroica barocca, dopo un lungo travaglio interiore, si avviò decisamente verso un rigore devozionale crescente che non abbandonò mai più, incoraggiata in ciò dall’austerità e dall’influenza del padre confessore Giovanni Batttista Bianchetti. Si sbarazzò di libri e manoscritti profani, rinunciò ai privilegi della propria condizione di monaca nobile e ricca, all’entrata annua paterna, agli abiti più ricercati, agli oggetti personali superflui e alla camera adornata di quadri di valuta per una più sobria per tenere staccato l’affetto dalla robba. Seguendo i dettami di una diffusa cultura mistica, si diede a praticare l’orazione mentale e a incrudelire le mortificazioni fisiche trascurando il sonno con veglie defatiganti, battendosi rigorosamente in particolare ne’ giorni di venerdì, portando continuamente il cilitio fatto di catenelle di ferro: questo modo di vivere troppo rigido e non praticato provocò notevoli dissapori sui criteri di conduzione della vita claustrale tra le sue stesse consorelle che videro i rischi di snaturamento delle consuetudini, in verità più duttili, che caratterizzavano i monasteri romani. Diffidenze nei confronti del padre confessore (che fu allontanato), aperte insofferenze sulla durezza del regime spirituale da lei prescelto e ricercato che ebbe il suo centro in un crescente e parossistico desiderio di solitudine, plasmato sulla delicatissima unione con Dio, furono determinanti nel farle maturare la convinzione di trasferirsi altrove per poter liberamente seguire uno stile di vita più severo e di assoluta spiritualità. Desiderosa di estrinsecare le sue capacità interiori ed esteriori di fondatrice e riformatrice, dopo una fitta corrispondenza con il padre Mario, del resto non alieno dal considerare il prestigio familiare che sarebbe derivato dall’inaugurare ex novo un’istituzione religiosa così significativa nelle sue terre, la Farnese riuscì a convincerlo a cederle il convento dei frati minori e l’annessa chiesa di San Rocco in Farnese per destinarli a lei e alle clarisse disposte a seguirla. Tormentata dall’idropisia, si trasferì il 9 maggio 1618 con l’incarico di maestra delle novizie nel convento che ebbe il nome di Santa Maria delle Grazie e che venne posto sotto la guida di suor Violante Farnese, altra sorella di Mario, e di suor Virginia degli Atti (provenienti dal monastero di Santa Elisabetta di Amelia) per avviare con una matura direzione la nuova fondazione. La sua ostinata ricerca di una via originale di spiritualità interiore, fondata sempre più sulla povertà assoluta, sull’anacoresi primitiva e contemporaneamente sulla volontà di una stretta riforma e sull’inasprimento delle mortificazioni (tali da provocare, peraltro, seri danni alla salute delle novizie), si esplicò più tardi in una conflittualità con il padre e, alla sua morte, con il fratello Diofebo circa l’organizzazione della vita religiosa, giudicata dalla Farnese non sufficientemente penitenziale. Privata dell’incarico di maestra delle novizie per la sua avversione alla badessa e al confessore, quando si pose la questione della compilazione delle costituzioni per il reggimento del monastero la Farnese contrastò però con successo le diverse versioni proposte, affermando il suo forte ascendente sino a modificare addirittura le volontà familiari propense all’approvazione di una regola meno dura. Dopo tre redazioni delle costituzioni rimaste senza seguito, l’avvento al Vescovato di Castro di Alessandro Carissimi fu decisivo per l’attività riformatrice della Farnese. Questi infatti, colto e amante delle lettere latine, cresciuto anch’egli in Parma, venne affascinato dalla personalità della Farnese e stabilì con lei un rapporto privilegiato di fiducia. Il 12 maggio 1625 affidò alla Farnese, divenuta vicaria del monastero, con una procedura davvero inusuale trattandosi di una donna, il compito di redigere le costituzioni che, fondate sulla regola di Santa Chiara approvata da papa Urbano IV, videro inasprire le penitenze, l’esercizio del silenzio e diradarsi quasi completamente le possibilità di contatto con l’esterno, giustificando così il soprannome di sepolte vive che caratterizzò da quel momento le clarisse farnesiane. Convinte altre due sorelle a monacarsi, venne eletta badessa e l’organizzazione del monastero fu definitivamente approvata da un breve del 13 luglio 1638 di papa Urbano VIII. Nel frattempo la fama e il favore che le sue pratiche religiose incontrarono in un certo sentire devozionale barocco che prediligeva i modelli morbosi di raggiungimento della perfezione cristiana, stimolarono ancor più il forte temperamento della Farnese. Venne chiamata dalla principessa di Albano, Caterina Savelli, che desiderava la fondazione di un convento di clausura nella sua città. Incontrò Giacinta Marescotti, fu attivissima presso le nobildonne del patriziato romano, si garantì la protezione di Francesco Barberini per tutti i monasteri delle clarisse da lei fondati e riformati. Il 18 marzo 1631 fondò il monastero della Concezione di Albano e, non lontano, favorì la costruzione di una casa comunitaria maschile dove preparare i confessori destinati alla guida spirituale delle monache. Nel 1638 riformò il monastero di Santa Chiara a Palestrina, ponendovi come badessa l’anno successivo la sorella suor Isabella, appositamente fatta venire da Farnese, e ottenendo dal principe Taddeo Barberini una nuova e più adatta sede. La Farnese coronò la sua opera con la fondazione di un monastero a Roma al rione Monti: infatti, grazie all’intervento finanziario dei Barberini, della principessa Felice Zacchia Rondanini e della principessa Maria Peretti fu possibile giungere ben presto all’edificazione del monastero della Santissima Concezione (scomparso in seguito agli sventramenti urbanistici postunitari), inaugurato ufficialmente con un breve apostolico il 2 giugno 1643. In questo monastero la Farnese rimase sino alla morte, avvenuta in concetto di santità, circondata oltre che dalle consorelle, da Camilla Savelli, Olimpia Aldobrandini e altre nobildonne romane: il funerale venne celebrato dal cardinale Francesco Barberini. Insieme con la carmelitana Vittoria Colonna (Chiara della Passione) la Farnese costituisce una delle personalità più rilevanti dell’ambiente religioso e monacale romano in epoca prequietista. Ci si trova effettivamente di fronte a una complessa e contraddittoria personalità che si colloca nel filone della mistica seicentesca influenzata da Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce: tuttavia, accanto a uno spiritualismo rigorista, si sviluppò un abile attivismo sostenuto da una cultura aristocratica di buon livello e da doti carismatiche non indifferenti. Inoltre, la Farnese mutò il suo destino di giovane nobildonna sfortunata e di monaca subiecta in una devozionalità totale non priva di ambiguità e comportamenti inquietanti, la cui accettazione è sostanzialmente legata alla protezione barberinina, ove realizzare il proprio temperamento leaderistico e la propria intelligenza, di cui aspetto non secondario fu la sua produzione letteraria di uno spiccato lirismo mistico e cristocentrico. Poetessa non priva di talento e di genuine ispirazioni, dopo la prima edizione (Pie e divote poesie, Roma, 1654) il suo Canzoniere ebbe sette edizioni arricchite però da altre poesie sacre, non di sua mano, composte dalla sorella Isabella e da altre religiose dei suoi istituti, a cui va aggiunta la scoperta di altre liriche, pubblicate dal Baffioni, mentre le Constitutioni vennero pubblicate per la prima volta nel 1640 in Roma. Per una esauriente e puntuale informazione bibliografica delle opere della Farnese, si veda G. Baffioni, Liriche sacre inedite di Francesca Farnese, estratto da Atti e Memorie dell’Arcadia, s. 3, VI 1973, pp. 11 s. Oltre alla produzione poetica e alle Costituzioni, sono fornite preziose indicazioni sugli editi e inediti riguardanti meditazioni sacre, lettere e brevi discorsi spirituali, esortazioni e ricordi, trattatelli comportamentali per le novizie ed epistolari in gran parte conservati nei monasteri di Albano, Farnese e Palestrina. Tuttavia, la fonte più importante per la ricostruzione biografica della Farnese è senz’altro quella del canonico di San Lorenzo in Damaso Andrea Nicoletti, al servizio del cardinale Francesco Barberini che gli commissionò e finanziò la stampa della Vita della venerabile madre suor Francesca Farnese detta di Gesù Maria dell’Ordine di Santa Chiara, fondatrice delli monasterii di Santa Maria delle Grazie di Farnese e della Santissima Concettione di Albano e di Roma e riformatrice del monasterio di Santa Maria degli Angeli di Palestrina, Roma, 1660. In essa sono riportate numerose lettere e brani autobiografici superstiti alla loro distruzione ordinata dalla stessa Farnese. Di tale opera fu fatta una seconda edizione nel 1678, sempre a Roma. Inoltre una cospicua appendice alla Vita, rimasta manoscritta, riguarda soprattutto gli eventi soprannaturali e miracolosi attribuiti alla Farnese prima e dopo la sua morte che fanno fortemente sospettare l’intenzione di istruire un processo di beatificazione della Farnese presso la congregazione dei Riti, che però non ebbe alcun seguito positivo. Di essa sono reperibili due copie: Parma, Biblioteca Palatina, ms. Farnesiano 3752, cc. 1-188, Biblioteca apostolica Vaticana, Barberini latino 4529, cc. 1-195.
FONTI E BIBL.: G. Gigli, Diario romano (1608-1670), a cura di G. Ricciotti, Roma, 1958, 391 s.; B. Mazzara, Leggendario francescano, II, 2, Venetia, 1680, 132-186; P. Mandosio, Bibliotheca Romana, Romae, 1692, 80 ss., G.M. Crescimbeni, L’istoria della volgare poesia, IV, Venetia, 1730, 204 ss.; F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, I, Montefiascone, 1817, 92-98, 102, II, Montefiascone, 1818, 156; G. Canonici Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura, Venezia, 1824, 152; I.H. Sbaralea, Supplementum et castigatio trium Ordinum S. Francisci, I, Romae, 1908, 254; M. Castiglione Umani, Una riformatrice francescana nella casa dei Farnese, in Frate Francesco III 1929, 192-203; B. Croce, Donne letterate del Seicento, in Nuovi saggi sulla letteratura italiana del Seicento, Bari, 1931, 158; M. Bosi, La serva di Dio Camilla Virginia Savelli Farnese, Roma, 1953, 24, 26, 40-46, 60; G. De Dominicis, Suor Francesca Farnese (1593-1651), in L’Italia Francescana XXXII 1957, 339-344; O. Montenovesi, Chiese e monasteri romani. Il monastero della Concezione ai Monti, in Archivi 4 1959, 313, 315 s., 320, 324, 326 s., 329, 335 ss.; San Carlo da Sezze, Opere complete, a cura di R. Sbardella, I, Roma, 1963, 552 s.: S. Gori, La venerabile Francesca Farnese (1593-1651), in Frate Francesco XXXII 1965, 69-77, 129-136; Stanislao da Campagnola, I Farnese e i cappuccini nel Ducato di Parma e Piacenza, in L’Italia Francescana XLIV 1969, 75; F. De Angelis, Monasteri federati delle clarisse del Lazio, Roma, 1972, 26 ss.; L. Fiorani, Monache e monasteri romani nell’età del quietismo, in Ricerche per la storia religiosa di Roma, I, Roma, 1977, 63, 68, 80, 86, 88 ss.; F. Petrucci Nardelli, Il cardinale Francesco Barberini senior e la stampa a Roma, in Archivio della Società Romana di Storia Patria CVIII 1985, 170, 187; A. Rossi, Latera, la sua storia, Latera, 1990, 98 s.; M. Rosa, La religiosa, in L’uomo barocco, Bari, 1991, 234-237; S. Andretta, La venerabile superbia. Ortodossia e trasgressione nella vita di suor Francesca Farnese, Torino, 1994; Dizionario degli Istituti di perfezione, III, coll. 1415 s.; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. IX; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, ad Indicem; S. Andretta, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 87-90.

FARNESE ISABELLA FRANCESCA MARIA
Parma 14 dicembre 1668-Piacenza 9 luglio 1718
Figlia di Ranuccio e di Maria d’Este. Colta (parlava correntemente, oltre all’italiano, il francese e lo spagnolo) e brillante, fu destinata a monacarsi perché piccola di statura e gobba. Fu sepolta nel presbiterio della chiesa di Santa Maria di Campagna.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, X, 1868, tav. XX.

FARNESE MARGARITA, vedi ABSBURGO MARGARETE

FARNESE MARGHERITA
Parma 7 novembre 1567-Parma 13 aprile 1643
Primogenita di Alessandro, in seguito duca di Parma e Piacenza, e di Maria di Portogallo. L’11 gennaio 1568 fu tenuta a battesimo da papa Pio V e da Girolama Orsini, rappresentati rispettivamente dal vescovo Ferrante Farnese e da Caterina De Nobili Sforza. Nel 1577, a trentanove anni di età, Maria di Portogallo morì, lasciando orfana la Farnese, insieme con i suoi fratelli Odoardo e Ranuccio. Nel suo testamento dedicò particolare attenzione alla primogenita, affidandola espressamente alle cure della suocera, Margherita d’Austria, la figlia naturale di Carlo V. Fu così che nel marzo del 1580, quando le contingenze politiche del momento resero necessaria la presenza di Margherita d’Austria nelle Fiandre a fianco del figlio, che ne aveva assunto il governo dopo la morte del cugino Giovanni d’Austria, questa condusse con sé anche la Farnese, allora tredicenne, prelevandola da Piacenza. Probabilmente solo durante questo periodo vissuto nelle Fiandre, la Farnese poté godere della vicinanza e dell’affetto del padre Alessandro, che le numerose imprese militari avevano a lungo tenuto lontano dalla moglie e dai figli. Il suo soggiorno a Namur, sicuramente caratterizzato dal forte clima di tensione che si era venuto a creare tra il padre Alessandro e la madre per la spartizione del potere, fu comunque di breve durata: le trattative per il matrimonio tra Vincenzo Gonzaga, il figlio di Guglielmo, duca di Mantova, ed Eleonora de’ Medici furono interrotte per dar luogo a quelle tra il principe e la Farnese. Questo matrimonio, proposto e sostenuto dal cardinale Alessandro Farnese, avrebbe gettato le basi per una alleanza dei Farnese con i  Gonzaga, la cui rivalità risaliva ai tempi di papa Paolo III, e, indirettamente, anche con gli Este, imparentati con il duca di Mantova. Se un’alleanza avrebbe perciò giovato a entrambe le parti, assicurando i confini dei rispettivi Ducati, l’argomento che si rivelò determinante per Guglielmo Gonzaga, che condusse le trattative per conto del figlio, fu la somma di 300000 scudi che la Farnese avrebbe portato in dote e che si rivelò ben più cospicua di quella offerta dai Medici. Così nel novembre del 1580 si chiusero le faticose trattative e si sottoscrissero i capitoli matrimoniali tra Vincenzo e la Farnese, includendovi la clausola dell’immediato ritorno in Italia della ragazza. Il 10 dicembre 1580, suo malgrado, la Farnese partì quindi da Namur accompagnata da Girolama Farnese Sanvitale e il 17 febbraio seguente arrivò a Piacenza, dove Vincenzo Gonzaga la raggiunse una settimana più tardi. Il matrimonio fu celebrato il 2 marzo 1581 nel Duomo di Piacenza dal vescovo di Parma Ferrante Farnese, ma dopo quattro giorni le nozze non erano state ancora consumate a causa di un impedimento congenito della Farnese. Fu visitata immediatamente dal segretario di Vincenzo Gonzaga, il medico Marcello Donati, il quale ne informò il duca Guglielmo. La questione era estremamente delicata, poichè una mancata successione avrebbe estinto i Gonzaga e avrebbe fatto installare a Mantova il ramo collaterale francese dei Nevers. Per questo la Farnese fu fatta visitare da un famoso medico del tempo, chiamato appositamente a Parma da Padova, G. Fabrici d’Acquapendente. A Mantova, invece, dove gli sposi arrivarono il 30 aprile 1581, la Farnese fu visitata dal chirurgo bolognese G.C. Aranzio. Entrambi consigliarono di rimediare al problema con un delicato intervento chirurgico. A questa drastica risoluzione si oppose in maniera decisa Margherita d’Austria, che il 30 marzo 1582 spedì alla Farnese una lettera che non lasciava spazio a dubbi: dovete con prudenza e virtù risolvervi a non voler esser carnefice di voi istessa, con il mettervi a far rimedii violenti et pericolosi, si bene, poiché a Iddio è piaciuto darvi tal impedimento, dovete voi liberamente dire che non convenendo né potendo maritarvi, siete risoluta andare a servire la Divina bontà in un monastero et ciò mettere in essecutione con ogni prestezza (E. Zanette, La monaca di Parma, in Convivium VII 1935, p. 730). Dello stesso tenore fu la lettera che il padre Alessandro inviò alla Farnese nel novembre del 1582. La Farnese e Vincenzo Gonzaga, dopo aver trascorso il Carnevale del 1582 a Ferrara, presso Alfonso e Margherita d’Este, ritornarono a Mantova: era passato circa un anno dalle nozze, durante il quale, però, nulla era cambiato tra gli sposi, né era stata effettuata l’operazione. Il duca di Mantova, al quale sempre più premeva la successione, chiese lo scioglimento del matrimonio, rifiutando tuttavia la proposta della controparte di procedere all’intervento chirurgico. Ottavio Farnese, di rimando, pretese che la Farnese ritornasse a Parma e nel giugno 1582 inviò Ranuccio Farnese, allora dodicenne, a prenderla, nonostante le proteste di Guglielmo Gonzaga per l’allontanamento della Farnese dal tetto coniugale. A Parma la Farnese fu nuovamente sottoposta alle visite scrupolose dei medici, tra i quali figurò anche il medico personale del cardinale Alessandro Farnese, Andrea Marcolini da Fano, il quale escluse qualsiasi possibilità di rischio per la Farnese, nel caso si fosse voluto procedere all’intervento chirurgico. L’accordo tra le due parti si dimostrò improbabile e nel dicembre del 1582 Ottavio e Guglielmo Gonzaga si rivolsero a papa Gregorio XIII per incaricare un commissario idoneo et confidente et con amplissima auttorità in questo fatto et in ogni suo incidente et emergente per rispetto della visitatione et cura (A. Barilli, Maura Lucenia Farnese, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXII/2 1922, p. 171). Il Papa, preoccupato per le questioni dinastiche dei Gonzaga, che avrebbero negativamente influito sull’equilibrio politico italiano con il rischio di veder insediati nel Ducato di Mantova degli ugonotti, i Nevers, affidò il delicato incarico al cardinale Carlo Borromeo. Questi arrivò a Parma nel febbraio del 1583 e, dopo aver ascoltato i pareri dei medici e dopo aver avuto una serie di colloqui privati con la Farnese, della quale fortissima era stata la riluttanza a rinunciare al suo stato di moglie, la convinse a disistere dall’intervento chirurgico e a seguirlo a Milano. Così alla fine del maggio 1583 la Farnese entrò in un monastero di Milano per svolgervi il noviziato, poi si trasferì nuovamente a Parma nel monastero di San Paolo, il più aristocratico della città, il quale godeva di speciali autonomie, rendendo le suore relativamente più libere che altrove. Il 9 ottobre seguente il Borromeo pronunciò la sentenza di annullamento del matrimonio, dichiarandolo non consumato: aveva ottenuto per questo speciali deroghe, in quanto il diritto canonico prevedeva per lo scioglimento del vincolo coniugale il trascorrere di almeno tre anni dal giorno delle nozze. Il 30 ottobre la Farnese fece così la sua professione nelle mani del cardinale prendendo il nome di suor Maura Lucenia. Faticosamente fu risolta anche la questione della restituzione della dote, da cui i Gonzaga trattennero ben 100000 ducati, poiché l’impedimento era causato dalla sposa e non da Vincenzo. Vennero poi restituiti al duca di Mantova, oltre ai gioielli, anche 12000 scudi come rimborso degli oggetti di vestiario che ella aveva ricevuto in regalo. Ancor prima dell’annullamento del matrimonio, vennero però segretamente riprese dal duca di Mantova le trattative per le nozze del figlio Vincenzo con Eleonora de’ Medici, che diedero adito a una nuova serie di scandali: il Granduca a questo punto volle prove sicure della virilità di Vincenzo Gonzaga per acconsentire al matrimonio. Ottenuta la prova richiesta, Vincenzo Gonzaga e la principessa Medici si sposarono il 28 aprile 1584. Nel monastero di San Paolo la Farnese fu accolta come si convenne a una principessa del suo rango: le fu perciò possibile coltivare la sua passione per la musica. Seguendo questa inclinazione ebbe così modo di rivedere un giovane musico di Corte, Giulio Cima, detto il Giulino, all’epoca ventenne e al servizio del principe Ranuccio Farnese. Il 4 giugno 1585 l’eco di questi incontri clandestini giunse a Ottavio Farnese, informato dal governatore di Parma sulle lamentele del vicario circa la presenza del musico tra le mura del convento. Immediato fu l’arresto del Cima. Dai verbali degli interrogatori appare che il tipo di musica a cui questi e la Farnese si dedicavano durante i loro incontri era perlopiù di tipo profano: la Farnese amava ascoltare arie dell’Ariosto, le stesse che il Cima le aveva insegnato anni prima a Corte, e le cosiddette napolitane, canzoni a sfondo sentimentale ritenute pericolose e compromettenti per una suora. Le fonti a disposizione nulla lasciano trapelare sulla reale consistenza di questi incontri ma le drastiche misure adottate riguardo alla questione non lascerebbero adito a dubbi su un’effettiva relazione, non solamente artistica, tra la Farnese e il musico. La Farnese fu sottoposta a una sorveglianza molto rigorosa: il caso rischiò di suscitare un gravissimo scandalo e, nonostante l’intervento mediatore del cardinale Farnese, quando Alessandro Farnese divenne duca di Parma, alla morte del padre Ottavio, ne inasprì ulteriormente le condizioni claustrali. Tenuto lontano da Parma dai suoi impegni politici e militari in Fiandra, incaricò Ranuccio Farnese di provvedere a irrigidire la clausura del monastero di San Paolo per levar gli abusi delle visite. Questi assolse il suo compito con la massima solerzia e alla Farnese furono interdette le visite, concesse una volta solamente durante l’anno. Inoltre furono modificate le modalità di pagamento della sua provvigione mensile di 150 scudi d’oro: una disponibilità liquida avrebbe permesso alla Farnese di operare possibili corruzioni allo scopo di far evadere il Cima (altri 30 ducati le pervenivano dalla pensione mensile che Margherita d’Austria le aveva lasciato nel suo testamento del 3 gennaio 1586). La drasticità di tali misure restrittive, delle quali la Farnese ebbe a lamentarsi con il cardinale Farnese già dal dicembre del 1586, lascerebbe supporre il timore che ella continuasse a rimanere in contatto con il musico imprigionato. In realtà questi riuscì in seguito a evadere dal carcere e a rifugiarsi a Mantova, entrando al servizio di   Vincenzo Gonzaga. La sua successiva cattura da parte dei Farnese fu il pretesto per un’ennesima battaglia diplomatica tra loro e i Gonzaga. In seguito alla morte del duca Alessandro Farnese il potere passò al figlio Ranuccio, il quale, nel dicembre del 1592, fece trasferire la Farnese nel monastero di Sant’Alessandro. Egli inasprì ulteriormente la condizione della sorella, nella quale vedeva la causa di tanti problemi di casa Farnese, al punto che la Farnese inviò a papa Clemente VIII una lettera piena di tante lagrime per li mali portamenti che era costretta a subire dal fratello. Molto interessante a questo proposito è la relazione che il cardinale Odoardo Farnese inviò al fratello Ranuccio nell’aprile del 1595, nella quale lo informò della ferma volontà del Pontefice a mettere fine al duro trattamento riservato alla Farnese, con l’intenzione di farla trasferire in un monastero romano. L’accorto cardinale prospettò al fratello, nel caso di una simile eventualità, la poca reputatione, che ne seguirebbe e lo convinse a riservare una condizione più umana alla sorella la quale essendo nata come è, merita da tutti gli altri nonché da noi fratelli molta compassione oltra che è di natura e d’humore di vincerla e dominarla con le piacevolezze e modi destri, et amorevoli, e non in altra maniera, e come si dice, con la verga ferrea (A. Barilli, p. 198). E Ranuccio Farnese lo ascoltò, soprattutto per non mettersi in urto con Clemente VIII. La Farnese così, protetta dal Pontefice, trascorse gli anni successivi senza far parlare molto di sé. I documenti relativi alla sua lunga permanenza in Sant’Alessandro rivelano scambi cordiali con la Corte di Parma: la Farnese protesse le figlie bastarde di Ranuccio Farnese, che erano state fatte entrare nel suo stesso monastero tra il 1604 e il 1620. Cercò anche, invano, di intercedere in favore di Ottavio, il figlio illegittimo di Ranuccio Farnese, che si era ribellato al padre e che era stato da questo fatto rinchiudere nella Rocchetta di Parma, dove rimase fino alla morte. Eletta badessa di Sant’Alessandro per dieci volte, la Farnese morì in quel monastero a settantasette anni di età e lì fu sepolta. Il 14 dicembre 1853 Carlo di Borbone ordinò che le sue ossa e la lapide che la ricorda fossero trasferite nella chiesa della Steccata di Parma, dove si trovavano le tombe dei principi delle case Farnese e Borbone.
FONTI E BIBL.: Biblioteca apostolica Vaticana, Urb. latino 879, II, ff. 495-498; A. Possevino, Genealogia totius familiae, Mantuae, 1629, 780; L. de Salazar, Indice de las glorias de la casa Farnese, Madrid, 1716, 304; E. Costa, Spigolature storiche e letterarie, Parma, 1887, 17-40; G.B. Intra, Margherita Farnese, in Rassegna Nazionale 13 1891, 58-80; A. Del Prato, Il testamento di Maria del Portogallo, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., VIII, 1908, 178 s.; A. Barilli, Maura Lucenia Farnese, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXII 2 1922, 161-199, XXIII 1923, 121-168; E. Zanette, La monaca di Parma, in Convivium VII 1935, 725-737; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954, ad Indicem; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Parma, 1969, 130 ss.; A. Bellù, Margherita Farnese sposa mancata di Vincenzo Gonzaga, in Archivio per la Storia 1-2 1988, 381-420; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XVI; F. Satta, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 106-108.

FARNESE MARGHERITA, vedi anche ABSBURGO MARGARETE, ALDOBRANDINI MARGHERITA e MEDICI MARGHERITA

FARNESE MARGHERITA MARIA
Parma 24 novembre 1664-Colorno 17 giugno 1718
Figlia di Ranuccio Farnese e di Isabella d’Este. Moglie del duca Francesco II d’Este, fu priora della Compagnia del Sant’Angelo Custode di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 48.

FARNESE MARIA
Parma 18 febbraio 1615-Modena 25 luglio 1645
Figlia di Ranuccio e di Margherita Aldobrandini. Nel 1631 sposò il duca di Modena Francesco d’Este. Le feste nuziali ebbero luogo, con rara magnificenza, in Parma e in Reggio. Fu madre di cinque figli maschi e di quattro femmine, due delle quali, entrambe spose a Ranuccio Farnese, furono duchesse di Parma e Piacenza. Nel 1638 introdusse in Modena i Carmelitani Scalzi. Il Muratori ne tesse le lodi nelle Antichità Estensi. Morì durante il parto del figlio Tebaldo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, X, 1868, tav. XVII.

FARNESE MARIA, vedi anche ESTE MARIA

FARNESE MARIA CATERINA
Piacenza 3 settembre 1637-Parma 27 aprile 1684
Quartogenita del duca di Parma e Piacenza Odoardo e di Margherita de’ Medici. Destinata dapprima alla monacazione, fu affidata alle cure di B. Razina, una nutrice devota alla Madonna del Carmine e all’Ordine dei carmelitani scalzi, i cui insegnamenti impressero su di lei una profonda religiosità. Comunque, lontana dal controllo dei genitori, impegnati più nelle cure di governo che nell’educazione dei figli, la Farnese ebbe un’adolescenza insolitamente libera per l’epoca in cui visse e crebbe, con un carattere indipendente e orgoglioso, insofferente dell’etichetta di Corte, amante del lusso, delle corse a cavallo e della lettura, specialmente dell’Ariosto. Tali predilezioni, col passare degli anni, sembrarono smentire ogni attitudine alla vita religiosa, sicché il fratello Ranuccio, successo a Odoardo Farnese morto prematuramente nel 1646, cominciò a considerare anche l’eventualità di un matrimonio e fece dei sondaggi in tal senso. Quale che fosse la reale portata di questi negoziati, essi coinvolsero Luigi XIV, che espresse un lusinghiero apprezzamento sulla bellezza della cadetta di Parma, e perfino Carlo II d’Inghilterra. L’atteggiamento della Farnese, che apertamente diceva di voler decidere da sola il suo stato e che se avesse dovuto accettare un matrimonio politico avrebbe preteso un coniuge cattolico e di sangue reale, vanificò ogni tentativo. Infine, intorno al 1660, la Farnese manifestò al cappellano di Corte, il gesuita G. Ganducci, il desiderio di prendere i voti. Non venne creduta e neppure le monache carmelitane del monastero dei Santi Antonio e Teresa in Parma, dove ella intendeva recarsi, furono unanimi nell’accettarla, pur consapevoli e grate dell’onore di avere tra loro una principessa. Ma questa aveva ormai deciso e anche il Duca concordò con lei, così il Capitolo del 16 maggio 1661 eliminò ogni ostacolo al suo ingresso nell’Ordine dei carmelitani riformati. La Farnese rinunciò ufficialmente a ogni suo diritto in favore dei fratelli, che a nome di lei contribuirono con delle donazioni al restauro della chiesa e convento carmelitani di San Pancrazio a Roma. Rimastole solo il dovere di revocare il suo voto in caso di estinzione della discendenza maschile della casa, si preparò a lasciare il palazzo ducale. A Bologna, nello stesso anno, venne data alle stampe una raccolta di trenta poemetti di gusto barocco per celebrarne l’heroica risolutione. La cerimonia della vestizione ebbe luogo il 22 marzo 1662, preceduta da uno sfarzoso corteo per le vie della città, salutato da archi di trionfo e salve di cannone. In onore della santa fondatrice della riforma del Carmelo, Teresa d’Avila, la Farnese assunse il nome di Terese Margherita dell’Incarnazione. La vita claustrale la mutò radicalmente. Nel monastero si diede a incessanti prove di umiltà e di obbedienza, soprattutto al fine di troncare ogni legame con i Farnese, dei quali rifiutò anche il pranzo di Corte, che dal palazzo mandavano al monastero. Professati i voti solenni, aumentò le preghiere e le penitenze rigorose, che in qualche caso sfiorarono l’esaltazione mistica, tanto da indurre il suo confessore e direttore spirituale, il carmelitano Massimo della Purificazione, a obbligarla a moderarsi. La Farnese non accettò mai la carica di priora, propostale periodicamente, interpretando in maniera rigida gli insegnamenti della sua maestra spirituale, suor Angelica Virginia di San Francesco di Paola, e di Santa Teresa. Proprio a imitazione di Santa Teresa e per placare la sua ansia di perfezione, il suo direttore spirituale le permise, dopo un lungo periodo di riflessione, di pronunciare il voto del più perfetto il 15 ottobre 1672. Tanto rigore le procurò una fama di santità, che cercò invano di ridurre col distaccarsi maggiormente dalle cose del mondo, sino a evitare di portare il lutto per la morte della madre, nel 1679. Il rigido inverno 1683-1684 ne minò irrimediabilmente il fisico, già provato dalle penitenze. Venne sepolta il giorno successivo al decesso, nello stesso monastero dove aveva vissuto, che conserva un suo ritratto di autore ignoto. Dopo la morte la fama della Farnese crebbe ancora. Papa Innocenzo XI firmò un breve, il 27 maggio 1684, che la indica come esempio a tutte le principesse. I superiori carmelitani permisero al padre Massimo della Purificazione di scrivere il Ragguaglio istorico della nascita, vita e morte di suor Teresa Margherita dell’Incarnazione già nel secolo serenissima principessa Caterina Farnese. Dedicato a Ranuccio Farnese, il libro, cui ben poco aggiungono successivi tentativi biografici, fu pubblicato per la prima volta nel 1691 a spese della stamperia ducale ed ebbe parecchi lettori. Nel 1698 già se ne contavano altre due edizioni parmensi e una veneta, nonché una traduzione francese di E. de Saint-Delphin, impressa ad Avignone nel 1694. Il volume, apologetico, riporta le poche e brevi testimonianze originali della Farnese: una pagina dove narra le attività della sua giornata tipo, il voto, qualche pensiero dell’adolescenza e dei propositi fatti da religiosa. Ella, pur amando le lettere, per mortificazione personale non volle lasciare ai posteri null’altro che non le fosse stato prescritto dal confessore. Nel secolo seguente i problemi dinastici della casa Farnese, che andava spegnendosi, fecero mancare il sostegno della famiglia al processo di beatificazione della Farnese, che si arenò, lasciandole il solo titolo di venerabile.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, b. 32, f. 7; Ossequi poetici nell’ammirarsi in Bologna l’heroica risolutione della serenissima principessa Caterina Farnese di monacarsi nel venerabile monastero delle madri carmelitane scalze di Santa Teresa in Parma, Bologna, 1661; C. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, XI, Piacenza, 1763, 248; C. Dossi, Caterina Farnese, Milano, 1912; C. de Villiers, Bibliotheca carmelitana, a cura di G. Wessels, Romae, 1927, 429; A.M. Aimi, Viola mistica, Milano, 1938; A. Archi, Il tramonto dei principati in Italia, Rocca San Casciano, 1962, 119; R. Aubert, Caterina Farnese, in Dict. d’hist. et de géogr. ecclés., XVI, Paris, 1967, 617; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1969, 178 s.; M. Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in Le palais Farnèse, I, 2, Rome, 1981, 715; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XIX; D. Busolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 78-79.

FARNESE MARIA FRANCESCA, vedi FARNESE VIRGINIA

FARNESE MARIA MADDALENA
Parma 4 aprile 1633-Parma 11 settembre 1693
Figlia del duca Odoardo e di Margherita Medici. Fu sepolta nella chiesa delle Carmelitane Scalze, dette anche Teresiane, di Parma, con questa iscrizione: Qui giace la piissima e caritativa principessa Maria Maddalena Farnese madre de’ poveri, e ornata di tutte le virtù. Passò a miglior vita li 11 settembre 1683.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 302.

FARNESE MAURA LUCEMIA o LUCENIA, vedi FARNESE MARGHERITA

FARNESE ODOARDO
Parma 8 dicembre 1573-Parma 21 febraio 1626
Nacque da Alessandro, poi duca di Parma e Piacenza, e da Maria di Portogallo. Fu il terzogenito, dopo Margherita e Ranuccio, che successe al padre nel Ducato di Parma e Piacenza. Il suo destino fu segnato già al momento della nascita dalla sua posizione di cadetto, che doveva mantenersi disponibile, in caso di morte prematura del fratello maggiore, a prenderne il posto per assicurare la continuità della successione nello Stato. Nell’attesa, poté occupare un posto nel Sacro Collegio, tanto più importante per i Farnese che con papa Paolo III avevano costruito le fortune della famiglia sulle risorse della Chiesa. I loro due Stati infatti, sia il Ducato di Parma e Piacenza sia quello di Castro e Ronciglione, ne erano feudi e richiedevano una tutela costante e autorevole al suo interno. Nel 1580 fu mandato a Roma e affidato per la sua istruzione all’antiquario Fulvio Orsini. Il problema della successione al prozio cardinale Alessandro Farnese non fu di facile soluzione, perché dal 1585 sedeva sul trono di San Pietro Sisto V, ostile ai Farnese, che alle loro prime avances oppose un netto rifiuto. Il padre e il prozio pensarono allora di cominciare a trasferire al Farnese una parte dei benefici ecclesiastici del vecchio, ma anche su questo terreno il Papa oppose una tenace resistenza e acconsentì per una sola abbazia. Per tagliare corto sulla nomina a cardinale, il 3 dicembre 1586 emanò la bolla Postquam verus, nella quale almeno due clausole escludevano il Farnese: quella che richiedeva l’età minima di ventidue anni e quella che escludeva i parenti dei cardinali. Il Farnese con i suoi tredici anni compiuti a dicembre avrebbe dovuto aspettare almeno altri nove anni e sperare che nel frattempo morisse il prozio. Per ingannare l’attesa si insistette sui benefici, a cominciare dalle rendite dell’arcivescovato di Monreale tenuto a mezzadria dal cardinale Alessandro Farnese e dall’arcivescovo Ludovico de Torres. Si accordarono per trasferire al Farnese la pensione di 10000 scudi di pertinenza del cardinale ma ci vollero molti anni prima di avere l’approvazione spagnola, che giunse solo nel gennaio del 1590. Nel frattempo il cardinale Alessandro Farnese il 2 marzo 1589 era morto e i suoi numerosi benefici ecclesiastici furono distribiti da Sisto V senza tanti riguardi per il Farnese, al quale toccarono solo l’abbazia di Grottaferrata (6500 scudi di rendita) e un’altra in Portogallo, resignatagli dal prozio in articulo mortis. Qualcosa di più ebbe dalla sua eredità. Secondo il suo testamento, dettato nel 1587, erede universale fu il duca di Parma, ma al Farnese toccò la metà dei beni mobili (con esclusione delle collezioni artistiche che dovevano restare in perpetuo nel palazzo di Roma già di proprietà del Duca) e l’usufrutto della Farnesina, degli Orti Farnesiani al Palatino, del castello dell’Isola, dei casali di Pino e di Torrevergata e del Palazzo di Caprarola. Sisto V morì il 27 agosto 1590 e, dopo il brevissimo pontificato di Urbano VII, il 5 dicembre 1590 fu eletto il candidato della Spagna e persino devoto ai Farnese, Niccolò Sfondrati. Gregorio XIV era proprio il Papa che ci voleva per far passare il Farnese e, un paio di mesi dopo la sua elezione, il 6 marzo 1591 lo creò cardinale. La dispensa per l’età si fece attendere di più e arrivò solo il 5 novembre 1591. Poco dopo, il 20 novembre, ebbe il titolo diaconale di Sant’Adriano. La sua dotazione era ancora piuttosto inadeguata: secondo i calcoli dell’agente lucchese a Parma, Cesare Bernardini (cfr. Zapperi, 1994), con tutta l’eredità della nonna, Margherita d’Asburgo, arrivava appena a 37000 scudi annui di entrata. Troppo poco, se si considera che quella del cardinale Alessandro Farnese fu valutata nel 1589 sui 120000 scudi. Un cardinale Farnese abbisognava di tutt’altre entrate per tenere alto il prestigio della famiglia alla Corte pontificia. Il duca padre lo sapeva bene e ritornò a bussare alla porta di Filippo II: il 13 maggio 1592 ebbe il protettorato del Regno di Aragona (rendita prevista: 2000 scudi), il 14 ottobre la badia di Novara (4000 scudi), il 25 novembre 1593 una pensione sul Vescovato di Saragozza e, questa volta, erano 10000 scudi. Ma non bastavano ancora e nell’ottobre dello stesso anno il fratello Ranuccio dovette aggiungere un’integrazione di 24000 scudi da prelevare sulle entrate del Ducato di Castro. Secondo un avviso di Roma del 26 dicembre 1592 (Biblioteca apostolica Vaticana, Urb. latino 1060, c. 760v), con tutta l’integrazione del fratello preannunciata fin da allora, le entrate del Farnese non dovevano superare i 75000 scudi. In un altro avviso in data del 13 ottobre 1593 (Urb. latino 1061, c. 590r) lo stesso mercante diede tuttavia per probabile la somma di 60000 scudi. È un fatto comunque che il Farnese non poté fare mai a meno dell’integrazione corrispostagli dal fratello e restò sempre ben lontano dalle entrate del prozio. Gregorio XIV morì presto e non ebbe neanche il tempo di concedergli un solo beneficio. Dopo papa Innocenzo IX, che durò appena due mesi, fu eletto, con il voto assai incauto dello stesso Farnese, ultimo arrivato nel Sacro Collegio, papa l’Aldobrandini (Clemente VIII) e da lui invece di benefici ebbe malefici. Il 24 marzo 1592 furono arrestati, per un banale incidente con i birri che erano pure penetrati nel palazzo, il maestro di casa Gabriello Foschetto e altri cinque servitori. A nulla valsero le preghiere del Farnese e di altri più autorevoli cardinali che si interposero in suo favore: il giorno dopo con procedura sommaria e gravemente lesiva del prestigio dei Farnese, il Foschetto fu decapitato e gli altri cinque impiccati. Vari altri episodi meno gravi, di uguale e diversa natura, punteggiarono negli anni successivi i pessimi rapporti dei Farnese con Clemente VIII e con i due cardinal nepoti Pietro e Cinzio Aldobrandini, con la sola pausa di un tentativo in grande stile di riconciliazione tra le due famiglie per il tramite di un’alleanza matrimoniale. L’iniziativa partì dal cardinale Pietro Aldobrandini che nell’aprile del 1598 fece i primi sondaggi per sposare la nipote Margherita, figlia della sorella Olimpia e di Giovanfrancesco Aldobrandini, appartenente a un altro ramo dello stessa famiglia, al duca di Parma Ranuccio Farnese. Le trattative furono condotte a Roma dal Farnese e si protrassero per più di un anno: argomento del contendere fu l’entità della dote e la consistenza degli altri vantaggi che i Farnese pretendevano. Gli Aldobrandini erano dei parvenus, un’alleanza matrimoniale con loro rappresentava una vera e propria mésalliance e doveva rendere dunque moltissimo. La sola carta degli Aldobrandini era il Papa, ma fu la carta vincente: la sorte di Cesare d’Este che poco prima (12 gennaio 1598) aveva dovuto cedere Ferrara, feudo della Chiesa, consigliò infatti di farselo amico. Castro e Parma erano nella stessa situazione e Clemente VIII minacciò più di una volta di levarli ai Farnese. L’accordo fu raggiunto nel settembre del 1599 per una dote di 200000 scudi e grandi vantaggi per il Farnese: il matrimonio fu celebrato a Roma il 7 maggio 1600. Il 5 dicembre egli ottenne la legazione del Patrimonio, sempre molto ambita dai Farnese, perché attribuiva il governo dell’alto Lazio dove si trovava il ducato di Castro. Contemporaneamente il nunzio a Madrid fu incaricato di negoziare la concessione di una nuova pensione spagnola insieme con la protezione del Regno di Castiglia. La trattativa si concluse solo nell’aprile del 1602 e fruttò al Farnese 6000 scudi di pensione (ne aveva chiesti 10000) ma non la protezione della Castiglia. Prima che il matrimonio fosse celebrato, il 19 febbraio 1600, Clemente VIII nominò il Farnese protettore dell’Inghilterra, accreditando così la maggiore ambizione dei Farnese, che contavano tra i tanti pretendenti al trono di San Giacomo, in vista della morte della regina Elisabetta che si dava per imminente. La pretesa era fondata sulla discendenza dai Lancaster che la madre, Maria di Portogallo, assicurava ai due fratelli (il nome stesso della Farnese era tutto un programma: voleva ricordare il re d’Inghilterra Edoardo III dal quale Maria discendeva). Essa rientrò nel più vasto progetto di una restaurazione cattolica in Inghilterra e contemplò a tale scopo il matrimonio con un’altra pretendente cattolica, la scozzere Arabella Stuart. Questa circostanza favorì, rispetto al fratello Ranuccio ormai congiunto a Margherita Aldobrandini, il Farnese, scapolo e sempre pronto a lasciare il cappello cardinalizio. L’intervento pontificio doveva assicurare l’appoggio delle due potenze cattoliche principalmente interessate, la Francia e la Spagna. La Spagna in un primo momento non disse di no, per quanto l’esistenza di una pretendente spagnola con ben altri mezzi, l’infanta Isabella Clara Eugenia, non lasciasse adito a troppe illusioni. La Francia invece si dichiarò sin dall’inizio contraria ed Enrico IV fece sapere al Papa che la manovra rischiava solo di irritare il pretendente più sicuro, il re di Scozia Giacomo Stuart, e avrebbe avuto la conseguenza di peggiorare la situazione dei cattolici inglesi. Di questo veto e della connessa avvertenza tennero ben conto Clemente VIII e il suo segretario di Stato cardinale Pietro Aldobrandini che lasciarono cadere le pur tiepide ed esitanti iniziative intraprese. Il Farnese non si rassegnò invece tanto facilmente e continuò a coltivare ancora per qualche anno l’illusione di potere diventare re d’Inghilterra. Dal Papa si fece nominare anche protettore dei collegi inglesi di Roma, Valladolid e Douai e con l’aiuto dei gesuiti, tradizionalmente legati a filo doppio con la sua famiglia, intessé tutta una vasta trama di intrighi con i cattolici inglesi. Suo principale paladino fu il gesuita Robert Persons, finché la diplomazia pontificia non lo mise a tacere, quando nel luglio del 1603 Giacomo Stuart salì sul trono inglese. Lo stesso cardinale Pietro Aldobrandini ordinò al nunzio in Fiandra Ottavio Mirto Frangipani di rilasciare una dura smentita che chiuse drasticamente la pausa di riconciliazione con i Farnese. I rapporti tra le due famiglie ritornarono difficili e la tensione esplose di lì a poco in un episodio clamoroso, che dette la misura di tutto il risentimento accumulato dal Farnese. L’occasione fu data ancora una volta, come già agli inizi del pontificato Aldobrandini, da un incidente con la giustizia. Il 23 agosto 1604 il bargello inseguì dentro il palazzo  Farnese un prigioniero che gli era scappato di mano e vi si era rifugiato. Fu respinto dai gentiluomini e dai servitori del Farnese ed egli stesso si rifiutò a sua volta più tardi di consegnarli al governatore di Roma che li volle processare per resistenza armata alla forza pubblica. Intervenne allora il cardinale Aldobrandini in persona, ma il Farnese gli fece trovare il palazzo in pieno assetto di guerra e la piazza gremita da una folla armata e minacciosa. Tra i tanti accorsi in suo aiuto furono l’ambasciatore spagnolo J.F. Pacheco marchese di Villena, suo parente e principale animatore della sedizione, e numerosi esponenti della nobiltà. Fu una reazione spropositata che catalizzò tuttavia l’insofferenza per gli Aldobrandini in quel momento assai diffusa nella città. Essi se ne allarmarono assai più di quanto dovessero, perché la stessa sera il Farnese si ritirò a Caprarola sotto buona scorta e i nobili che più si erano esposti fuggirono in tutta fretta chi in Abruzzo e chi a Porto Ercole. Ma il Villena troppo si era agitato e aveva chiesto persino rinforzi a Napoli, offrendo un’occasione d’oro all’intervento dell’ambasciatore francese Ph. de Béthune, che si precipitò dal Papa e, evocando il fantasma nefasto del sacco di Roma quando i Colonna avevano dato man forte agli Spagnoli contro un altro papa Clemente, assicurò la protezione della Francia. Il Papa allora si rincuorò, scrisse a Filippo III per chiedere la sostituzione immediata del Villena e convocò a Roma il duca Ranuccio Farnese. Per fortuna dei Farnese, gli Aldobrandini non avevano irritato solo i  Romani. Con il colpo di mano su Ferrara avevano urtato anche i potentati italiani che si schierarono, più o meno apertamente, contro di loro, con insospettabile voltafaccia del più fedele alleato della Francia, il parente di Enrico IV, Ferdinando granduca di Toscana. Il duca Ranuccio Farnese a Roma dovette essere accolto con tutti gli onori, trattò con il Papa la riconciliazione e la ottenne a buon mercato. Il Farnese perdonò il governatore di Roma che andò a chiedergli scusa a Caprarola davanti a una gran folla e il Papa perdonò il Farnese che gliela chiese a sua volta in concistoro. Fu una riconciliazione apparente: gli Aldobrandini aspettavano infatti solo il momento più propizio per far pagare caro al Farnese il suo colpo di testa. La morte del Papa, sopraggiunta di lì a poco (3 marzo 1605), lo salvò. Toccò allora alla Spagna di pagare il conto: Filippo III non volle sostituire il Villena e l’influenza spagnola fu sostituita dagli Aldobrandini con quella francese. Il conclave successivo elesse infatti il candidato della Francia, il cardinale Alessandro de’ Medici, che ebbe anche il voto del Farnese, con grande stizza del Villena. La Spagna aveva avversato i suoi progetti inglesi ed egli si vendicò. Papa Leone XI morì dopo poche settimane, ma anche il nuovo papa Paolo V, che fu eletto contro la volontà della Spagna, ebbe il suo voto. Il matrimonio del duca Ranuccio Farnese doveva risolvere in primo luogo il problema della successione nei Ducati farnesiani con un buon nerbo di figli maschi. Ma la sposa, Margherita Aldobrandini, non poté corrispondere a questo impegno. Una serie luttuosa di ben quattro, tra aborti e parti prematuri con esito letale, tolse ai due fratelli quasi ogni speranza di potere avere da lei l’erede al trono ducale. Nel 1610 nacque finalmente un figlio maschio, Alessandro, che sopravvisse, ma presto si ci accorse che era sordo, muto, epilettico e quindi incapace di regnare. Il problema della successione ritornò in alto mare. Questa situazione disperante riaccese il desiderio mai sopito nel Farnese di abbandonare il cappello di cardinale per convolare a giuste nozze. Se ne cominciò a parlare nel 1605 e nel 1606, la notizia ritornò con insistenza nel 1607 e ancora di nuovo nel 1608 e nel 1609. I due fratelli furono in disaccordo: mentre Ranuccio Farnese pensava di designare alla successione il figlio naturale Ottavio, che nel 1598 aveva avuto da Briseide Ceretoli, il Farnese si fece forte della disavventura di Cesare d’Este, costretto a rinunciare a Ferrara in base alla bolla di Pio V riconfermata da Clemente VIII che escludeva i bastardi dalla successione nei feudi della Chiesa. Per lui era molto più sicuro puntare sul proprio matrimonio, perché anche Parma e Castro erano feudi della Chiesa. Ranuccio Farnese però non volle sentire ragioni, nel 1605 legittimò Ottavio e nel 1607 lo investì, salvi i diritti degli eventuali figli legittimi, di Borgo San Donnino, Fiorenzuola e altre terre minori. Il Farnese chiese allora per sé il Ducato di Castro ma non riuscì a convincere il fratello. La questione fu avviata a soluzione solo nel 1612, con la nascita del primo figlio sano di Margherita Aldobrandini: gli fu dato il nome del Farnese e fu una magra consolazione. Prima di rinunciare a ogni speranza, dati i precedenti, era meglio tuttavia aspettare che il bambino crescesse e dimostrasse di essere veramente sano e capace di regnare e di generare. Nel 1615 intanto furono iniziate trattative per prenotargli la sposa, una Medici. Cosimo de’ Medici rispose picche ma i due Farnese seppero aspettare e nel 1619 ripresero il negoziato che il Farnese stesso condusse in porto a Firenze nel 1620. La successione poté considerarsi assodata e al Papa non restò che di riconoscerla. I due fratelli ritornarono dunque d’accordo, il Farnese si rassegnò definitivamente alla tonsura e l’11 gennaio 1621 si decise a prendere gli ordini maggiori. Prete ormai a tutti gli effetti, lasciò l’Ordine dei diaconi (il 12 giugno 1595 passò al titolo di Sant’Eustachio e il 13 novembre 1612 a quello di Santa Maria in Via Lata) ed entrò in quello dei presbiteri: il 3 marzo 1621 ebbe il titolo di cardinale vescovo di Sabina che cambiò il 28 settembre 1623 con quello di Tuscolo. Il 5 marzo 1622 morì il fratello Ranuccio e il Farnese assunse la reggenza in qualità di tutore ed amministratore generale del serenissimo duca Odoardo e di tutti i suoi Stati. Governò i due piccoli Stati con saggezza, puntando su di un solo obiettivo: assicurare una tranquilla e ordinata amministrazione fino alla maggiore età del nipote Odoardo. Le sue personali ambizioni, per quel tanto che ancora sussistevano, erano orientate ormai definitivamente verso Roma. Per quanto distolto dalle responsabilità di governo a Parma, nel 1625 pensò di chiedere il decanato del Sacro Collegio e di farvi valere ancora di più la sua influenza. Mirò decisamente alla tiara, secondo lo schema ben noto che lasciava ai cadetti delle grandi famiglie italiane quest’ultima ratio. Si accentuarono le manifestazioni di pietà e i rapporti con i gesuiti che egli mantenne sempre strettissimi. Amico di Roberto Bellarmino, nel 1605 ne sostenne la candidatura al pontificato e dopo la morte (1621) gli fece erigere nella chiesa del Gesù uno splendido monumento (distrutto, le sculture della Sapienza e della Religione erano di mano di P. Bernini). Ai gesuiti costruì anche a sue spese la casa professa (1599-1623) con l’intervento dell’architetto Girolamo Rainaldi. Il Farnese non ebbe il tempo di provare quanto fosse difficile scalare la sedia di San Pietro: morì troppo presto, all’età di 53 anni. Secondo la sua volontà, fu seppellito a Roma, nella chiesa del Gesù, accanto al prozio Alessandro Farnese. Lo stesso giorno della morte dettò di nuovo il testamento: nominò erede universale il nipote duca Odoardo ma, uniformandosi alla volontà del prozio Alessandro Farnese, dispose che restassero a Roma le collezioni artistiche e la biblioteca. Una sola eccezione fece per la pinacoteca, che permise al nipote suo erede di trasferire a Parma, se ne avesse avuto voglia. Dal prozio cardinale, il Farnese ereditò, oltre l’usufrutto di alcuni degli edifici cinquecenteschi più importanti di Roma e dintorni (ivi compresi palazzo Farnese, gli Orti Farnesiani sul Palatino e la villa Farnese a Caprarola), anche una tradizione di mecenatismo artistico. Nonostante godesse di un reddito considerevolmente inferiore a quello del gran cardinale, dovette dimostrarsene un degno erede. La sua importanza come mecenate è legata principalmente alla decisione di invitare a Roma Annibale e Agostino Carracci e al suo attivo incoraggiamento di un gusto che assicurò agli artisti emiliani il dominio della scena artistica romana per oltre due decenni. Nel 1593 il Farnese invitò Annibale, Agostino e forse Ludovico Carracci ad affrescare con un ciclo raffigurante le imprese di suo padre, il duca Alessandro, il salone del palazzo di famiglia appena completato. È poco probabile che, a questa data, egli avesse già visto loro opere, ma Agostino Carracci aveva precedentemente lavorato a Parma per suo fratello, il duca Ranuccio. Inoltre potrebbe averne avuto notizia da un sostenitore della famiglia, Lorenzo Celsi, che aveva impiegato i Carracci a Bologna. La prima commissione loro affidata a Roma sarebbe stata dunque una continuazione e un aggiornamento degli affreschi della storia della famiglia Farnese dipinti nella camera contigua da Francesco de’ Rossi detto il Salviati. La statua di Alessandro Farnese incoronato dalla Vittoria (Caserta, palazzo reale), che il Farnese aveva commissionato a Simone Moschino, avrebbe completato il progetto decorativo. Nell’autunno del 1594 Annibale e Agostino Carracci fecero una breve puntata a Roma e nel novembre del 1595 vi ritornò il solo Annibale. In attesa di un album con i disegni topografici delle campagne militari di Alessandro Farnese su cui desiderava fossero basati gli affreschi, il Farnese commissionò ad Annibale Carracci la decorazione del camerino Farnese con una tela rappresentante Ercole al bivio (Napoli, Capodimonte) e degli affreschi mitologici, il cui programma fu quasi certamente elaborato dal bibliotecario del Farnese, Fulvio Orsini. Il successo di queste opere indusse il Farnese a commissionare ad Annibale Carracci la realizzazione del suo più grande capolavoro, la volta della galleria Farnese, eseguita tra il 1597 circa e il 1601, con l’aiuto di Agostino Carracci, fino a che tra i due fratelli non scoppiò la lite. Gli affreschi, la cui interpretazione è molto dibattuta, illustrano gli amori degli dei con un erotismo gioioso ed esuberante. La scelta del soggetto dovette certamente sembrare audace per il palazzo di un cardinale della Controriforma, ma è pienamente in armonia con la visione profondamente mondana del Farnese e gli affreschi si accordavano perfettamente alle statue antiche ivi esibite nelle nicchie. Quando gli affreschi furono scoperti alla presenza del cardinale Pietro Aldobrandini nel maggio del 1601, essi vennero ampiamente elogiati. Nonostante il generale favore con cui la volta venne salutata e nonostante il crescente successo incontrato da Annibale Carracci anche presso altri mecenati romani, i rapporti del Farnese con il Carracci si guastarono così seriamente che, forse verso il 1602, egli contattò il Cavalier d’Arpino e anche Cherubino e Giovanni Alberti per la decorazione a stucco e a fresco delle pareti che fungevano da sfondo alle statue antiche. Alla fine però, nel 1604-1605, commissionò il completamento della galleria ad Annibale Carracci, ormai ammalato, con l’aiuto dei suoi assistenti. Per quanto difficili possano essere stati i suoi rapporti personali con l’artista, è evidente l’entusiasmo del Farnese per il nuovo stile creato dal bolognese. Addirittura riuscì, una volta, a far lodare alcune opere dei Carracci dai loro detrattori romani ricorrendo all’inganno, inducendoli cioè a credere che fossero del Correggio e del Parmigianino. Il Farnese commissionò una gran quantità di altre opere ad Annibale Carracci e ai suoi allievi e sembra che abbia risistemato il palazzo in modo che esse fossero messe in mostra con particolare rilievo. Per conseguenza nelle stanze del piano nobile vennero esposti quadri del pieno Rinascimento, soprattutto di Raffaello e di Correggio o copie di loro opere realizzate dalla bottega di Annibale Carracci, insieme con quadri del Carracci stesso. I soggetti dei dipinti vennero scelti in armonia con le statue antiche che il Farnese vi aveva disposto. Fu un acquirente assai attivo di antichità, tanto da riuscire ad arricchire ulteriormente la collezione che aveva ereditato, già di per sé magnifica, aggiungendovi opere come la Venere Callipigia (comprata nel 1593 dai Cesarini) e molte altre. La Venere venne sistemata nella sala dei Filosofi, insieme con una Venere accovacciata e con diciotto busti di filosofi antichi, anch’essi provenienti dalla collezione Cesarini. Queste sculture erano accompagnate da due quadri che riprendevano il tema della dea dell’amore, la Venere con un satiro e due amorini (Roma, palazzo di Montecitorio) di Annibale Carracci e uno basato sul cartone della Venere e Cupido di Michelangelo. Anche altrove nel piano nobile era dato trovare una simile sistemazione di sculture e pitture secondo un tema conduttore: basti citare a esempio la sala degli Imperatori. Frattanto, le opere più famose del Quattro e Cinquecento stavano esposte in una serie di stanze note come le stanze dei Quadri, mentre il resto, per la maggior parte privo di cornici, era depositato nel guardaroba. Tra i quadri commissionati ad Annibale Carracci dal Farnese si annoverano il Cristo e la Cananea (forse a Parma, palazzo del Municipio), dipinto per la cappella del palazzo, il Cristo in gloria con santi (Firenze, palazzo Pitti) e infine un Bacco e una Pietà (entrambe a Napoli, Capodimonte). Verso il 1599 egli fornì anche il disegno per due opere di argenteria con temi bacchici: la Tazza Farnese e il Paniere Farnese sono noti soltanto grazie a delle incisioni. Innocenzo Tacconi, un allievo di Annibale Carracci, dipinse un tabernacolo portatile (Roma, Galleria nazionale), mentre altri aiuti dipinsero i due gruppi delle Virtù teologali (Roma, palazzo di Montecitorio) adattando una fonte improbabile, i pennacchi di Raffaello nella Farnesina. Tra il 1602 e il 1603 il Farnese si fece anche costruire un palazzetto con giardino dietro palazzo Farnese, sull’altro lato di Via Giulia. La decorazione venne affidata esclusivamente ad Annibale Carracci e ai suoi allievi e i soggetti continuavano in gran parte la predilezione del Farnese per i temi erotici ma comprendevano anche molti paesaggi, appropriati al sito. L’ammirazione per gli affreschi dei Dossi nella villa Imperiale a Pesaro espressa dal Farnese in una lettera indirizzata a Fulvio Orsini nel 1595 fa pensare che egli avesse un interesse particolare per la pittura di paesaggio. Il contributo di Annibale Carracci al palazzetto comprendeva la Venere dormiente (Chantilly, Museo Condé) e il Rinaldo ed Armida (Napoli, Capodimonte), esposti nella stessa stanza dell’Arrigo Peloso, Pietro matto, Amon Nano ed altre bestie, curioso ritratto di gruppo di alcuni membri del serraglio del Farnese, opera di Agostino Carracci. La volta era dominata da un dipinto (perduto) di Apollo raffigurante il Giorno, di cui una copia è conservata a Napoli. Altre stanze erano dedicate alle varie fasi del giorno, tra cui un’Aurora di Annibale Carracci e una Notte probabilmente del Domenichino su disegno del Carracci, entrambe a Chantilly. Al pianterreno c’era una stanza con affreschi mitologici del Domenichino raffiguranti la Morte di Adone, Apollo e Giacinto e Narciso. Di contro a questi temi pagani, così cari al Farnese, nel palazzetto si trovava anche un camerino degli Eremiti unito all’oratorio di Santa Maria della Consolazione e Morte, dove il Farnese soleva alle volte ritirarsi in preghiera: venne affrescato da G. Lanfranco con scene di Cristo nel deserto e di Maria Maddalena portata in cielo dagli angeli. Il Farnese contribuì ulteriormente a diffondere lo stile bolognese nel 1608-1610, quando, su raccomandazione di Annibale Carracci, commissionò al Domenichino il suo primo ciclo importante e autonomo di affreschi. Egli era abate commendatario dell’abbazia di Grottaferrata, in cui venne richiesto al Domenichino di progettare e decorare una cappella con scene della vite dei Santi Bartolomeo e Nilo. Purtroppo l’entusiasmo che il Farnese nutriva per questo nuovo stile pittorico non era tale da fargli superare la propria riluttanza a ricompensare adeguatamente gli artisti. Varie fonti attestano che trattò Annibale Carracci in modo alquanto meschino. Analogamente sembra che anche il Domenichino sia stato miseramente ricompensato per il suo lavoro a Grottaferrata, mentre lo scultore Simone Moschino scrisse al duca Ranuccio Farnese che a Roma stava morendo di fame con il patrocinio del Farnese. Eppure, nonostante la tirchieria, non si può dubitare della genuinità dell’entusiasmo del Farnese per gli artisti emiliani. Una lettera del 1612 al fratello Ranuccio, in cui esprime il desiderio di acquisire altre opere del Correggio prendendole dal gruppo di quadri appena confiscati alle famiglie ribelli di Parma, illumina ulteriormente i suoi interessi artistici. Tre anni prima aveva inoltre acquistato a Firenze un certo numero di quadri, ma è impossibile determinarne gli autori. Benché Fulvio Orsini occupasse una posizione importante in quanto bibliotecario del Farnese e curatore delle collezioni familiari, non è molto probabile che egli avesse una grande influenza sulle sue preferenze artistiche, dato che lo stesso Orsini preferiva invece collezionare soprattutto quadri manieristi di metà Cinquecento. Sembrerebbe piuttosto che proprio Annibale Carracci abbia avuto la maggior influenza sulla formazione del suo gusto. Tanto nelle commissioni e negli acquisti di quadri che nella loro esposizione nel palazzo, egli rivela un gusto spiccato in favore dello stile di Annibale Carracci e delle opere che furono fonti della sua ispirazione artistica. C’è un altro elemento che sembra provare come, al pari di Annbale Carracci, anch’egli provasse una vera e propria avversione per il manierismo, se è vero che aveva l’intenzione di distruggere gli affreschi di Giovanni de Vecchi nella cupola del Gesù (che pure erano stati dipinti in tempi abbastanza recenti per il cardinale Alessandro Farnese) allo scopo di rimpiazzarli con altri del Carracci. Non era questo il sostegno più utile che poteva dare ai gesuiti, visto che la tribuna e la navata centrale della chiesa erano ancora spoglie. Forse a causa della malattia di Annibale Carracci, questi piani non ebbero seguito, ma il Farnese mantenne la stretta connessione della famiglia con l’Ordine dei gesuiti e commissionò altri progetti artistici per loro conto. Il suo contributo più significativo fu l’erezione, nel 1599, della casa professa unita alla chiesa: il progetto era di Girolamo Rainaldi, il suo architetto preferito. All’interno della casa professa il Farnese aveva una cappellina dove, stando alla tradizione, celebrava la messa. Sull’altare c’era la Visione di Sant’Ignazio a La Storta del Domenichino (sostituita da una copia). Le altre tele che si trovano nella cappella e che illustrano episodi della vita del santo non erano probabilmente destinate per questa collocazione: sono attribuite ad Andrea Commodi e Baccio Ciarpi, due artisti lontani dal gusto del Farnese. Nel 1621-1624, per iniziativa di papa Gregorio XV, procedette ulteriormente alla decorazione della chiesa del Gesù, facendovi costruire il monumento al cardinale Roberto Bellarmino, il cui busto-ritratto è opera giovanile di Gian Lorenzo Bernini. Inoltre fece costruire la propria tomba in questa chiesa e vi venne sepolto nel 1626. Fatti salvi l’edificio della casa professa e la cappella di Grottaferrata, le committenze del Farnese in campo architettonico sono alquanto limitate. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che, a differenza di tanti cardinali provenienti da famiglie di recente nobiltà, egli poteva già usufruire di molti splendidi edifici, tanto ecclesiastici quanto secolari, eretti dal prozio, il cardinale Alessandro Farnese. I suoi progetti architettonici consistevano in genere in ampliamenti o abbellimenti di tali edifici: così incaricò Girolamo Rainaldi di intervenire sul palazzetto di Caprarola e di ampliare gli edifici degli Orti Farnesiani, in cui insediò un importante orto botanico. L’unica altra sua commissione architettonica di rilievo fu l’edificio di Santa Teresa a Caprarola del 1620, di nuovo su disegno di Rainaldi. La committenza architettonica del Farnese è insignificante ove venga paragonata a quella del prozio, che era stato uno dei cardinali-costruttori più importanti del Cinquecento. Di grandissima importanza fu invece il suo contributo allo sviluppo della pittura romana, in quanto schiuse le porte al barocco.
FONTI E BIBL.: A. Ronchini, Francesco e Simone Moschini, in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi VIII 1876, 107; H. Tietze, Annibale Carraccis  Galerie im Palazzo Farnese und seine römische Werkstatte, in Jahrbuch der Kunsthistorischen Sammlungen des Allerhöchsten Kaiserhauses XXVI 1906-1907, 49-182; F. de Navenne, Rome et le palais Farnèse pendant les trois derniers siècle, Paris, 1923, 1-98; O. Kurz, Engravings on silver by Annibale Carracci, in The Burlington Magazine XCVII 1965, 282-287; J.R. Martin, Immagini della Virtù: the paintings of the Camerino Farnese, in The Art Bulletin XXXVIII 1956, 91-112; J.R. Martin, The Farnese Gallery, Princeton, 1965, 5-20, 40; D. Posner, Annibale Carracci. A study in the reform of painting around 1590, London, 1971, ad Indicem; G. Bertini, La Quadreria farnesiana e i quadri confiscati nel 1612 ai feudatari parmensi, Parma, 1977; C. Dempsey, Annibale Carracci au palais Farnèse, in Le palais Farnèse, Rome, 1981, I/1, 269-311; C. Whitfield, La décoration
du Palazzetto, in Le palais Farnèse, 1981, 313-328; C. Dempsey, Annibale Carracci’s Christ and the Canaanite woman, in The Burlington Magazine CIII 1981, 91-94; R. Spear, Domenichino, New Haven-London, 1982, 159-171; R. Zapperi, The summons of the Carracci to Rome: some new documentary evidence, in The Burlington Magazine CXXVIII 1986, 203 ss.; A. Chastel-G. Briganti-R. Zapperi, Gli amori degli Dei, Roma, 1987; G. Bertini, La Galleria del duca di Parma. Storia di una collezione, Bologna, 1988, passim; C. van Tuyll, Note su alcuni quadri carracceschi provenienti dalla collezione Farnese, in Les Carrache et les décors profanes, Roma, 1988, 39-63; C. Robertson, The artistic patronage of cardinal Odoardo Farnese, in Les Carrache et les décors profanes, 1988, 359-372; C. Riebesell, Die Antikensammlung Farnese zur Carracci-Zeit, in Les Carrache et les décors profanes, 1988, 373-417; G. Papi, Le tele della cappellina di Odoardo Farnese nella casa professa dei gesuiti a Roma, in Storia dell’Arte LXII 1988, 71-80; R. Zapperi, Eros e Controriforma. Preistoria della galleria Farnese, Torino, 1994; C. Robertson-R. Zapperi, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 112-119.

FARNESE ODOARDO
Parma 28 aprile 1612-Piacenza 11 settembre 1646
Figlio di Ranuccio e di Margherita Aldobrandini. Nel 1622 succedette al padre nella Signoria di Parma sotto la tutela della madre Margherita Aldobrandini e dello zio cardinale Odoardo Farnese. Nel 1626 assunse direttamente il potere, iniziando ben presto una politica assai attiva e ambiziosa con l’appoggio della Francia, ma i suoi piani furono sempre troppo vasti per poter essere realizzati con le sue forze assai limitate. Nel 1626 rinforzò la cittadella di Piacenza dopo averne licenziato il presidio fiorentino. Promesso sposo a Margherita de’ Medici, sventò le arti del Richelieu e di Maria de’ Medici, regina di Francia, che volevano far sposare Margherita al duca d’Orléans: il Farnese nel 1628 sposò Margherita de’ Medici. Come nelle migliori tradizioni di famiglia, il matrimonio fu al centro di imponenti manifestazioni di giubilo. Il Teatro Farnese ospitò grandiose feste con musiche di Monteverdi, caroselli di cavalieri e inondazione delle scene. Degli spettacoli nuziali si parlò in tutta Italia. La moglie gli diede cinque figli: il duca Ranuccio, i generali Orazio e Alessandro, Caterina, che scelse la via della monacazione, e Pietro. In seguito il Farnese si trovò coinvolto nella guerra per il Monferrato. Difese per conto dell’Impero Sabioneta contro il duca di Mantova, il quale nel 1629 aveva occupato Casalmaggiore. Conclusa la pace a Ratisbona, il Farnese si vide minacciato dal Richelieu e dagli Spagnoli, che volevano presidiare la rocca piacentina. Il Farnese decise di giocare l’audace carta del bisavolo Ottavio Farnese e cominciò una rapida marcia di avvicinamento alle posizioni francesi. La guida del paese transalpino era saldamente nelle mani dell’astuto cardinale Richelieu. Il prelato capì le debolezze e le ambizioni del Farnese e le sfruttò con abilità in chiave antispagnola. Il cardinale mise alle costole del Farnese un suo fido: il provenzale Iacopo Gaufrido. Arrivato a Corte come maestro di francese, l’uomo di Richelieu divenne in breve segretario di Stato. Dopo lungo lavorio, nel 1633, raggiunse il risultato che desiderava da tempo: il Farnese stipulò un trattato con la Francia. Gli lasciarono intendere che, quando le sue truppe avessero invaso l’Italia del Nord, i Farnese avrebbero potuto espandersi in Lombardia. Anche il duca di Modena e Amedeo di Savoja si unirono all’alleanza. Il Farnese ingaggiò un esercito di 5000 fanti e 600 cavalli: non era gran che se paragonato alle truppe che si muovevano sullo scacchiere della guerra dei trent’anni ma sempre troppo in confronto alle forze del piccolo Stato. Le milizie costarono un patrimonio. Il Farnese contrasse debiti onerosi con mercanti e banchieri di ogni parte d’Italia e aumentò la pressione fiscale sui sudditi: tasse e gabelle furono spinte al massimo. La popolazione, prostrata dalla peste del 1630 e dai frequenti passaggi di eserciti in assetto di guerra (particolarmente pernicioso quello degli Spagnoli nel 1629), era alla disperazione. Inoltre mal tollerò che, ripristinando l’uso del trisavolo Pier Luigi, il Farnese avesse scelto Piacenza come residenza abituale. Il Farnese creò ai sudditi molti problemi: bande di disertori e soldati indisciplinati correvano il Parmense come ai tempi dei Visconti. Per difendersi, i contadini dovettero armarsi. L’idea di allestire un esercito ducale si rivelò sempre più sciagurata. Il Farnese ebbe modo di constatare quanto fosse rischiosa la scelta di ribaltare le alleanze di famiglia: il re di Spagna fece sequestrare e vendere all’incanto tutti i feudi farnesiani d’Abruzzo e, nel 1635, la situazione militare precipitò. Il Farnese ingaggiò altri mille uomini, gravando di nuove tasse la popolazione. Nel settembre i Francesi vollero il Farnese al proprio fianco, insieme ad Amedeo di Savoja, durante l’assedio di Valenza. L’impresa non ebbe esito fortunato e molti soldati disertarono. Per giunta, mentre il Farnese era assente dal Ducato, Francesco d’Este, Signore di Modena, e gli Spagnoli invasero le sue terre. Tutto il contado fu in mano alle truppe di occupazione. Soldati iberici ed estensi compirono ogni forma di rapina e di violenza e le devastazioni durarono per mesi. Il Farnese si precipitò a Parigi per chiedere soccorso sperando che gli alleati lo aiutassero a liberare lo Stato. Ottenne molti doni e promesse ma nulla di concreto. Dopo un viaggio avventuroso, tornò in patria il 26 giugno 1636. Si chiuse in Piacenza, dove i nemici lo cinsero d’assedio senza mai dargli tregua. Il granduca di Toscana e papa Urbano VIII intercedettero per lui, agendo da mediatori con la Corte spagnola. Il 4 febbraio 1637 fu firmata la pace di Piacenza e il Farnese sciolse l’alleanza con la Francia, riavendo in cambio il possesso del Ducato. Il Farnese contrasse tanti e tali debiti, raggruppati nel cosiddetto Monte Farnese, che fu costretto a garantire la solvibilità verso i creditori dando in ipoteca il feudo di Ronciglione e Castro. La famiglia Barberini (cui apparteneva anche Urbano VIII), che era tra i principali creditori, mise gli occhi sul ricco possedimento. Due nipoti del Pontefice si candidarono all’acquisto. Vendendo il piccolo Ducato, il Farnese avrebbe potuto godere di una forte iniezione di liquidità e saldare i debiti ma la sua fierezza era tale che rifiutò l’affare. Urbano VIII non si arrese e convocò a Roma il Farnese per convincerlo a cedere il feudo. Il 21 novembre 1639 il Farnese si recò a Roma, dove fu trattato con ragguardevoli onori. In cambio del possedimento gli offrirono la porpora per il fratello, un vantaggioso matrimonio per la famiglia e un’infinità di quattrini ma il Farnese ancora una volta rifiutò. Dopo il lungo braccio di ferro, il Papa, nell’ottobre del 1641, fece occupare Ronciglione e Castro dall’esercito, scomunicò il Farnese e lo dichiarò decaduto dal possesso dei feudi. Le diplomazie di Francia, Spagna, Venezia e Modena cercarono di non fare precipitare la situazione. Ma il Farnese ottenne nuovi finanziamenti e formò un piccolo esercito, entrando a far parte della lega difensiva con Venezia, Firenze e Modena, anch’essa in lotta contro il Pontefice. Nel settembre del 1642 partì da Parma con un esercito di 3500 cavalli e uguale numero di fanti. Le truppe si diressero alla volta di Roma. Le forze papali attestate nel Bolognese e nel Modenese, sorprese dalla mossa, si diedero a fuga precipitosa. Nella primavera del 1643, il Farnese riportò alcune vittorie militari (conquistando Bondeno e Stellata e spingendosi fino ad Acquapendente), mentre anche la Lega attaccò lo Stato pontificio. La guerra finì solo nel 1644, con l’intervento del cardinale Mazarino, successore di Richelieu alla guida del Regno di Francia. Con la pace di Venezia, firmata il 31 marzo, Urbano VIII ritirò la scomunica e restituì il piccolo Ducato tosco-laziale al Farnese. Morto Urbano VIII, papa Innocenzo X lo rielesse confaloniere della Chiesa. Nel 1645, armandosi Venezia contro i Turchi, il Farnese offerse i suoi soldati e la propria spada. In seguito, avendo i Francesi delle mire su Orbetello, il Farnese permise agli Spagnoli di transitare per le sue terre di Castro onde muovere contro i nemici. Colto da apoplessia, morì a soli 34 anni.
FONTI E BIBL.: F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone, 1817-1818; Bazzi-Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; H. Bédarida, Parme dans la politique française au XVIIe siècle, Paris, 1930; Carabelli, Dei Farnese e del ducato di Castro e di Ronciglione, Firenze, 1865; L. De Salazar y Castro, Indices de las glorias de Casa Farnese, Madrid, 1716; Giarelli, Storia di Piacenza, Piacenza, 1889; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Valeri, I Farnese, Firenze, 1935; C. Argegni, Condottieri, 1936, 364-365; Dizionario Utet, IV, 1956, 960; Dizionario storico politico, 1971, 908-909; Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 173-177.

FARNESE ODOARDO
Colorno 12 agosto 1666-Parma 6 settembre 1693
Primogenito del duca Ranuccio e della duchessa Isabella d’Este, che morì il 21 agosto seguente, in conseguenza
del parto. Battezzato il Farnese nella cappella del palazzo con una cerimonia privata, il padre Ranuccio decretò immediatamente un periodo di lutto e annunciò ufficialmente la nascita dell’erede al trono ducale solo il 1º settembre. Il lutto cessò nel 1668, quando il Duca, alla sua terza unione, contrasse matrimonio con la sorella della defunta, Maria d’Este, e fece ripetere il battesimo del Farnese in forma solenne, nel Duomo di Parma, il 5 luglio. Il Farnese venne educato a Corte in maniera adeguata al suo rango. Afflitto da una precoce obesità, dotato di spirito e di maniere affabili, si uniformò volentieri ai dettami e a i costumi paterni, cominciando presto a frequentarne assiduamente la folta schiera di favoriti. Tra questi, il Farnese si legò particolarmente a Giuseppe Calvi, un sarto piacentino che, fattosi cantante per fuggire la povertà, aveva sposato una ricca e nota prostituta dell’epoca, la Madelon. Il Calvi, dopo varie vicende, si presentò a Corte con lei e, grazie ai suoi maneggi, ottenne da Ranuccio Farnese uno stipendio e un titolo comitale. Per qualche tempo il Farnese divise con il padre anche i favori della donna, indotta poi a monacarsi, col consenso del marito, prima che lo scandalo divenisse troppo evidente. Il conte Calvi invece lo accompagnò per tutta la sua giovinezza, come maestro di gusto, divertimenti e galanterie, mantenendo a Corte un’influenza che accennò a diminuire solo quando il Duca cominciò la lunga e complessa tessitura delle trattative matrimoniali per il Farnese. Accogliendo un suggerimento dell’imperatore Leopoldo I, il padre Ranuccio richiese per il Farnese al conte elettore palatino del Reno, Filippo Guglielmo di Neuburg, la mano di una delle sue figlie, Dorotea Sofia. Con delega firmata dal Farnese il 3 agosto 1688, la trattativa fu affidata a un altro favorito, però dotato di reali capacità politiche, F. Perleti. Questi riuscì a dirottare la concorrenza del re di Spagna Carlo II, da poco rimasto vedovo, su un’altra figlia dell’elettore, Maria Anna, e la convenzione per il matrimonio del Farnese con Dorotea Sofia venne stipulata al principio del 1690. Il Perleti ebbe in premio il titolo di conte e la carica di ambasciatore a Vienna. Le nozze furono scelebrate per procura il 3 aprile, ma già il 26 la principessa giunse a Parma. Qui, il 17 maggio, ebbe luogo la tanto attesa cerimonia nuziale, in un’opulenta cornice di lusso, sfarzo e scenografie meravigliose che impressionarono i Tedeschi al seguito della sposa. Per una decina di giorni gli sposi condivisero le musiche di L. Lotti, M. Sabatini e G. Tosi, le coreografie di F. Galli Bibiena e le rappresentazioni (per le quali riaprì anche il celebre Teatro Farnese) di A. Aureli. Poi cominciarono la loro vita coniugale, segnata da un durevole, reciproco affetto, che i contemporanei giudicarono assai raro nei matrimoni combinati tra principi. I sudditi invece non amarono la futura duchessa, il matrimonio della quale costò loro una pesante tassazione, e la descrissero come non particolarmente bella, severa e pedante. Ma anche quando parlavano del Farnese, lodarono sì il suo carattere fondamentalmente bonario, però ne rimarcarono la straordinaria, e veramente mostruosa grassezza, dubitando della sua capacità di mettere al mondo dei figli. Tuttavia, nonostante le dicerie sulla coppia, a Parma il 6 dicembre 1691 nacque un erede, Alessandro Ignazio, con grande gioia di Ranuccio Farnese. Quasi a ulteriore smentita dei maligni poi, il 25 ottobre 1692, la moglie Dorotea Sofia partorì una bambina, Elisabetta, la futura regina di Spagna. Le condizioni di salute del Farnese comunque peggiorarono. La grave obesità gli rese difficili i movimenti e l’espletamento delle normali attività. Secondo i medici, date le circostanze, la nascita di ulteriore prole sarebbe stata un evento altamente improbabile. Il 5 agosto 1693, dopo soli venti mesi di vita, morì improvvisamente il figlio Alessandro Ignazio. In Parma circolarono ipotesi, del tutto fantasiose, su di una presunta responsabilità della madre, sempre invisa ai sudditi, nella morte del bambino. Ranuccio Farnese, ormai praticamente certo che suo figlio non gli avrebbe più dato un altro nipote, iniziò a temere per la sua successione. Il Farnese confermò i timori del padre: anche a causa del dolore per la perdita del figlio, le sue condizioni di salute subirono un tracollo. Morì oppresso dal proprio peso e soffocato dall’esorbitante pinguedine. Compatito da tutti, giacché, come si disse allora, non aveva avuto modo di opprimere nessuno, e pianto accoratamente dal padre e dalla moglie, venne sepolto, dopo solenni funerali, nella chiesa di Santa Maria Maddalena del Tempio, dove già riposava un altro Farnese dal destino simile al suo, il principe Pietro. Entrambe le salme, nel 1812, furono traslate nella cripta della Steccata di Parma. Ranuccio Farnese, prima di morire a sua volta, nel 1695, persuase il suo secondegenito Francesco, nuovo e giovanissimo erede del Ducato, a sposare la cognata vedova per poter così salvare il legame con l’Impero. Inoltre evitò di dover restituire all’elettore palatino la ricca dote della figlia, qualora costui avesse deciso di farla convolare a nuove nozze. La crisi dinastica, però, venne soltanto rinviata di pochi decenni.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, b. 33, ff. 5-8, Carteggio estero, b. 131, f. 1692; Descrittione delle feste fatte eseguire nel maggio 1690 da Ranuccio II per le nozze del principe Odoardo suo primogenito con la serenissima principessa Dorotea Sofia Palatina di Neoburgo, Parma, 1690; C. Freschot, Etat ancien et moderne des duchés de Florence, Modène, Mantoue et Parme, Utrecht, 1711, 471, 503, 510, 512, 519, 531; C. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, XII, Piacenza, 1766, 64, 145-150, 152, 159 s.; F. de Navenne, Rome et le palais Farnèse pendant les trois derniers siècles, II, Paris, 1923, 30 s.; G. Drei, Le tombe di Alessandro Farnese e dei principi di Parma, in Aurea Parma 6 1937, 192 s.; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954, 231, 245, 247; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1969, 197, 199, 209, 230; O. Michel, L’Accademia, in Le palais Farnèse, I, 2, Rome, 1981, 571; M. Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in Le palais Farnèse, I, 2, 1981, 711, 714 s.; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XIX; D. Busolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 119-120.

FARNESE ORAZIO
Piacenza 24 gennaio1636-Mare di Malamocco 2 novembre 1656
Terzogenito del duca Odoardo e della duchessa Margherita de’ Medici. Poiché non sembrava vantaggioso avviarlo alla carriera ecclesiastica, a motivo del peggioramento delle relazioni con la Santa Sede per l’affare di Castro, il padre decise di dargli un’educazione che lo avviasse a quella militare, analogamente a quanto aveva già stabilito per il secondogenito Alessandro. Così i due giovani crebbero insieme, né il Duca si pentì della scelta, perché il Farnese dimostrò di possedere una reale attitudine agli studi e alla vita delle armi, fino a superare in varie discipline castrensi il fratello, che fu ostacolato dalla tendenza all’obesità e che più che altro desiderava un incarico di governo all’estero. Odoardo Farnese morì troppo presto, nel 1646, per poter vedere realizzate le speranze che aveva nutrito per i figli, ma già l’inizio della guerra di Candia, nel 1645, gli parve che potesse promettere loro occasioni per tradurre in pratica gli insegnamenti ricevuti. Se inizialmente la Repubblica di Venezia, impegnata contro l’Impero ottomano, rifiutò l’aiuto di un primo contingente di milizie farnesiane, offertole poco dopo lo scoppio del conflitto, il prolungarsi delle ostilità la costrinse ad accettarne invece un secondo e a chiedere ulteriori soccorsi ad altri Stati. Quindi Ranuccio Farnese, alla fine del 1652, poté concludere con i Veneziani un accordo, mediante il quale si impegnò a mandare in Levante, a proprie spese, 2000 soldati e dieci capitani, a fronte del conferimento di un grado elevato nell’esercito di San Marco a uno dei suoi fratelli. Dal momento che il fratello Alessandro era oggetto di una trattativa con la Spagna, la scelta cadde inevitabilmente sul Farnese, appena diciottenne. Nel gennaio 1653 cominciarono, in tutto il territorio ducale, le operazioni per la leva delle truppe. Contemporaneamente gli inviati di Venezia recapitarono al Farnese la patente ufficiale con la nomina a generale della cavalleria veneta. Il grado fu accompagnato da un degno stipendio, proporzionato alla condizione sociale e all’importanza politica del Farnese, il quale volle mostrarsi riconoscente e devoto alla causa per cui si apprestava a combattere, dando ordine che una buona parte del denaro venisse spesa per assoldare altri 1000 uomini, da aggiungere ai 2000 pattuiti. Il reclutamento terminò in febbraio, dopodiché il Farnese organizzò il trasporto scaglionato delle compagnie, i cui capitani provenivano dalle file dell’aristocrazia parmigiana e piacentina, per via fluviale, da Piacenza a Venezia. Queste attività lo impegnarono per tre mesi, con pochi momenti di svago, spesi nelle abituali corse a cavallo nei dintorni e fino al santuario della Madonna delle Grazie di Parola, presso Borgo San Donnino, dove si recava spesso. Infine il 15 giugno, salutati i familiari, si imbarcò con gli ultimi soldati. Contrariamente alle sue aspettative, giunto a Venezia, il Farnese non riuscì a partire immediatamente per la zona d’operazioni, che raggiunse solo l’anno successivo, quando le truppe farnesiane, inquadrate nell’armata di A. Mocenigo, vennero schierate in Dalmazia. Nel frattempo il Farnese, che aveva temuto di essere lasciato inoperoso nella capitale, lontano dai suoi soldati e dai suoi ufficiali, ottenne di mutare il proprio grado, passando dalla cavalleria alla fanteria, e di unirsi così a loro. Nonostante l’età, dette prove di perizia e coraggio, dal momento che, nel 1655, il Mocenigo gli ordinò di imbarcarsi sulla flotta veneta che andava a porre il blocco a quella turca, all’imboccatura dello stretto dei Dardanelli. I soldati parmensi seguirono la flotta e combatterono ai Dardanelli durante tutto il periodo primaverile ed estivo. Presero anche parte a operazioni di sbarco, nelle isole di Tenedo e Lemno, che si conclusero con successo. Il Farnese, spinto dal giovanile entusiasmo che gli faceva desiderare di partecipare a qualche glorioso fatto d’armi, col quale dare lustro alla sua casata e ampliare le prospettive di carriera, decise di non rientrare in Italia durante l’inverno e rimanere al fronte, in attesa di occasioni. Questa attitudine gli procurò elogi da parte dei comandanti veneti, ma nocque alla sua salute. Nella primavera del 1656 il Farnese riprese il suo posto alla testa delle truppe, nuovamente imbarcate sulla flotta veneta ai Dardanelli. Il 26 giugno il Mocenigo, accortosi che le galee turche si apprestavano a tentare di forzare il blocco, ordinò di dare battaglia. Lo scontro, violentissimo e sanguinoso, si protrasse per tutta la giornata e finì con una brillante vittoria dei Veneziani, che catturarono ventiquattro navi e un ingente bottino. Il Farnese combatté valorosamente e si distinse guidando i suoi uomini all’abbordaggio di alcune navi turche, tra le quali Il Sultano, un grande vascello. Come premio al suo comportamento, ottenne una ricca preda di guerra, della quale faceva parte una certa giovine mora, che mandò subito a Piacenza, affinché annunciasse con la propria persona la vittoria e venisse battezzata. La notizia della brillante impresa raggiunse il Ducato in agosto, insieme con quella di un imminente ritorno del Farnese in autunno, per un periodo di riposo. Tutti attesero con ansia e curiosità il Farnese, descritto ormai come un eroe. Egli però non poté cogliere i frutti della gloria conquistata. In luglio, a Candia, si accordò con A. Barbaro per partire sulla sua galea e trasportarvi il proprio bagaglio. Con impazienza, tanto da obbligare il Barbaro, il 22 agosto, a spedirgli dei documenti che aveva dimenticato di prendere con sé, attese l’inizio del viaggio che, per una serie di contrattempi, tardò fino al mese di ottobre. Senonché, durante la traversata dell’Adriatico, dopo una breve sosta a Zante, le sue condizioni di salute peggiorarono improvvisamente, a causa di un violento attacco di coliche. Morì quasi in vista di Malamocco, a soli vent’anni. Il cadavere venne trasportato a Venezia. Una morte così prematura destò molta commozione. A Piacenza l’11 dicembre cominciò, a spese della città, un solenne ufficio funebre nella chiesa della Madonna di Campagna, che si svolse per un’intera settimana, col contributo delle orazioni di P. Nicelli e G.I. Giorgi e delle poesie di G. Fabbri. Il fratello Ranuccio, per conservare una vivente memoria del Farnese, affidò la giovine mora che questi aveva mandato a Piacenza al marchese L. Scotti e alla marchesa I. Neretti Casali, ordinando che la trattassero con ogni riguardo. Il 25 gennaio 1657 ella, secondo la volontà del Farnese, ricevette il battesimo, col nome di Anna Maria, nel corso di una solenne cerimonia nel Duomo di Parma. Altre funzioni religiose in suffragio del Farnese ebbero luogo negli anni seguenti, in prossimità del Natale. Anche la Repubblica di Venezia ne volle onorare il ricordo: conferì il suo iniziale grado di generale della cavalleria al fratello Alessandro e stabilì che gli fosse eretta una tomba monumentale. In seguito ad alcune divergenze tra il Senato veneto, il duca di Parma e alcuni Ordini religiosi circa il luogo della sepoltura definitiva, l’opera fu realizzata dopo dieci anni dalla sua morte, nel 1666, a Venezia, nell’allora chiesa dei Crociferi, poi dei gesuiti. Il monumento, di autore ignoto, è un bel manufatto marmoreo seicentesco, formato da un basamento sul quale poggia il sarcofago del Farnese, sormontato da una statua raffigurante il giovane in piedi, con l’armatura. Ai lati di questa, due panoplie distanziano dalla figura due colonne che sorreggono la trabeazione, nel mezzo della quale poggiano il leone di San Marco e lo stemma ducale. Un’iscrizione latina elogia la virtù del Farnese, cui solo il fato impedì di eguagliare quella dei suoi avi, e il coraggio dei soldati inviati dal duca di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, busta 32, fasc. 6, s. 3, busta 42, fasc. 8; A.F. Tacchini, Nel nascimento del principe d. Orazio Farnese, Parma, 1636; G.P. Nicelli, Orazione nelle esequie di Orazio Farnese, Piacenza, 1657; G. Fabbri, Il giglio fra i cipressi, Bologna, 1657; B. Nani, Historia della Repubblica veneta, Bologna, 1680, V, 162, 177, 199, 201; G. Brusoni, Della historia d’Italia, Torino, 1680, 676; C. Freschot, Etat ancien et moderne des duchés de Florence, Modène, Mantoue et Parme, Utrecht, 1711, 473; C. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, XI, Piacenza, 1763, 196, XII, Piacenza, 1766, 3, 17 ss.; F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, I, Montefiascone, 1817, 70; F. de Navenne, Rome et le palais Farnèse pendant les trois derniers siècles, II, Paris, 1923, 30; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954, 232; F. Botti, Il principe Orazio Farnese e il santuario di Parola dei Monti, in Gazzetta di Parma 19 agosto 1957, 3; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1968, 173 ss.; M. Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in Le palais Farnese, I, 2, Rome, 1981, 709, 711, 715; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XIX, 79; D. Busolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 127-128.

FARNESE OTTAVIA
Parma XVI/XVII secolo
Probabilmente figlia di Mario, del ramo Farnese di Latera, sposò un marchese Rangoni. Fu vice priora della Compagnia del Sant’Angelo Custode.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 51.

FARNESE OTTAVIO
Roma o Canino 9 ottobre 1524-Parma 18 settembre 1586
Figlio di Pier Luigi, primo duca di Parma e Piacenza, e di Gerolama Orsini. Sposò (novembre 1538) la figlia naturale di Carlo V, Margherita d’Austria, vedova di Alessandro de’ Medici. Ottenne nel 1540 da papa Paolo III la Signoria di Nepi e l’investitura per sé e per i suoi successori del Ducato di Camerino, feudo della Chiesa. Fu poi nominato prefetto di Roma. Nel 1541 ebbe da Carlo V il comando dell’avanguardia spagnola nell’impresa africana. Fallita quella spedizione a causa di una tempesta, seguì l’Imperatore in Spagna. Nel 1545, designato a succedere nel Ducato di Parma e Piacenza, il Farnese restituì alla Chiesa i feudi di Camerino e di Nepi. Nel luglio del 1546 egli andò in Germania a capo dei 12000 uomini che il Papa inviò in aiuto all’Imperatore per la guerra contro i prìncipi protestanti. L’alleanza tra Carlo V e Paolo III era stata conclusa per sei mesi e a condizioni ben definite ma, non avendole Carlo V rispettate, il Papa non volle rinnovarne i patti e richiamò l’esercito. La nuova rottura tra l’Imperatore e il Papa ebbe conseguenze gravissime, sboccate nell’uccisione di Pier Luigi Farnese e nell’occupazione di Piacenza da parte dei soldati imperiali di Ferrante Gonzaga. Il Pontefice fu sul punto di avocare Parma e Piacenza alla Santa Sede e pertanto inviò Camillo Orsini a occupare Parma in nome della Chiesa. Ma il Farnese, temendo di perdere il suo Ducato, accorse nell’agosto del 1549 a difendere la città rimasta fedele e rifiutò di obbedire agli ordini del Papa. Riconciliatosi col nipote, Paolo III con un breve ordinò all’Orsini di consegnare Parma al Farnese e poco dopo morì. Ma l’Orsini non obbedì e il Farnese non riebbe Parma se non dopo che il nuovo pontefice, Giulio III, ingiunse a Camillo Orsini di consegnarla al Farnese (febbraio 1550). Piacenza rimase però nelle mani degli imperiali. Gli intrighi del Gonzaga, sempre avverso ai Farnese, spinsero il Farnese a un’alleanza con Enrico II re di Francia, donde ebbe origine la cosiddetta guerra di Parma, cominciata con l’intimazione di Giulio III al Farnese di restituire Parma alla Chiesa prendendosi in cambio Camerino. Il Farnese rifiutò. I cardinali Alessandro e Ranuccio Farnese, allontanatisi da Roma, furono privati delle rendite, l’uno dell’Arcivescovado di Monreale, conferitogli già ai tempi di Paolo III dall’Imperatore, e l’altro della legazione di Viterbo, mentre al fratello Orazio fu tolta la carica di prefetto di Roma e confiscato il Ducato di Castro. La guerra, che volgeva sfavorevole ai Farnese, ebbe termine con la discesa in Italia di un esercito francese che spinse il Papa a concludere una tregua di due anni (aprile 1552), che significò la pace e a cui aderì anche Carlo V. Allora al Farnese ritornarono i beni e gli onori contestati o sottratti: il solo cardinale Alessandro disdegnò di riavere Monreale e partì alla volta della Francia. Il 13 febbraio dell’anno successivo si celebrò infine a Parigi il matrimonio tra Orazio Farnese, duca di Castro, e Diana di Francia. Ma il 18 di luglio, a meno di sei mesi dalle nozze, il giovane sposo cadde all’assedio di Hesdin, difendendo la piccola città dall’esercito imperiale di Emanuele Filiberto di Savoja. Un viaggio a Parigi sulla fine del 1553 del Farnese, divenuto anche duca di Castro dopo la morte del fratello, gli procurò non lievi delusioni. Lo stesso cardinale Alessandro Farnese nel giugno del 1554 lasciò la Francia, dove fu rinnovata in quei giorni la tregua del 1552 per la conservazione di Parma al Farnese. Questi nel maggio del 1553 fu nominato capitano generale dell’esercito della Chiesa. La morte di Giulio III nel 1555 destò gravissime apprensioni nella famiglia dei Farnese e così pure la morte dopo solo ventuno giorni del successore, papa Marcello II, già maestro del cardinale Alessandro Farnese. Nuove speranze suscitò nei Farnese l’elezione al pontificato di Paolo IV, che era stato creato cardinale da Paolo III e che, avverso agli Spagnoli, concluse col Re di Francia un trattato segreto e affidò al Farnese il comando dell’esercito alleato che doveva combattere la Spagna. La guerra fu evitata in conseguenza della tregua di cinque anni conclusa nel febbraio del 1555 tra Carlo V ed Enrico II. I Farnese, malcontenti che Enrico II non avesse nelle trattative con l’Imperatore perorata la loro causa per la restituzione di Piacenza, si lasciarono attrarre segre tamente nell’alleanza con la Spagna, col formale impegno di Filippo II, succeduto al padre Carlo V, di restituire al Farnese le città che erano state tolte a Pier Luigi Farnese (settembre 1556). La guerra venne troncata dalla battaglia di San Quintino, che rese la Spagna arbitra delle sorti della penisola italiana (10 agosto 1557). Il trattato di Cateau-Cambrésis del 13 aprile 1559 confermò ai Farnese quanto erano riusciti a ottenere. Ma altri vantaggi avrebbero ottenuto i Farnese per l’opera che spiegò dal 1559 al 1567 nei Paesi Bassi la duchessa Margherita d’Austria, chiamata da Filippo II a reggere quelle province agitate dalla lotta religiosa e civile, e per il saggio governo delle province stesse tenuto dal figlio di lei Alessandro Farnese, dal 1577 alla sua morte. La cittadella di Piacenza fu infine restituita al Farnese poco prima che questi chiudesse la sua vita, tra il compianto dei sudditi. Egli fu infatti ottimo principe, nonostante i momenti burrascosi che si succedettero nel quarantennio del suo dominio: paterno con il suo popolo, moderato con la nobiltà, curò il pubblico benessere introducendo nel suo Stato nuove industrie e tutelò la giustizia con l’istituzione di un supremo Consiglio, contro i cui deliberati riservò a sé solo l’appello. Per i suoi buoni ordinamenti civili venne anche detto il Licurgo parmense. Tuttavia contro di lui fu ordita una congiura, almeno così si disse, da Gianmaria Scotti e Giovan Battista Anguissola: accusati come promotori e confessi per tortura, furono giustiziati il 3 dicembre 1582.
FONTI E BIBL.: F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone, 1817-1818; T. Bazzi-U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; S. Bendinelli, Orazione latina per la morte del duca Ottavio Farnese, Lucca, 1587; E. Bicchieri, Vita di Ottavio Farnese, in Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi II, fasc. I 1864; A. Bombasio, Gabrielis Bombasi in funere Octavii Farnesii Parmae et Placentiae ducis oratio, Parma, 1587; M. Buttegli, Descrizione dell’apparato per le nozze di Odoardo Farnese e Margherita d’Austria, Parma, 1629; Carabelli, Dei Farnese e del ducato di Castro e Ronciglione, Firenze, 1865; L. De Salazar y Castro, Indices de las glorias de Casa Farnese, Madrid, 1716; Giarelli, Storia di Piacenza, Piacenza, 1889; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; C. Manfroni, Storia della Marina italiana dalla caduta di Costantinopoli alla battaglia di Lepanto, Roma, 1897; L. Pigorini, Le Monete di Ottavio Farnese duca di Camerino, Parma, 1872; A. Valeri, I Farnese, Firenze, 1935; C. Argegni, Condottieri, 1936, 366-367; Dizionario Utet, V, 1956, 516-517; Dizionario storico politico, 1971, 924; M. Turchi, in Gazzetta di Parma 25 e 28 aprile 1972.

FARNESE OTTAVIO
Parma 20 dicembre 1598-Parma 1643
Figlio naturale del duca Ranuccio e di Briseide Ceretoli, una nobildonna all’epoca nubile. Non conobbe la madre naturale, che il Duca provvide a fare sposare nel 1599, prima delle proprie nozze nel 1600 con Margherita Aldobrandini, ad A. Carissimi. Venne invece allevato a Borgonovo da Isabella Farnese, moglie di Alessandro Sforza. Poiché non riuscì ad avere un erede legittimo e convinto per questo di essere vittima di un maleficio, nel 1603 il padre Ranuccio decise di richiamare il Farnese a Parma, per legittimarlo e dargli l’educazione di un futuro principe regnante. Per ordine ducale, il ministro B. Riva assunse la responsabilità di sovrintendere e vigilare continuamente sulla sua persona. Lo stesso Riva il 10 marzo 1605 fece siglare dal notaio camerale l’atto di legittimazione. Il Farnese divenne dunque erede diretto del padre, fatte unicamente salve le ragioni di un eventuale successore legittimo, la cui nascita però sembrava tanto improbabile, che Ranuccio mandò immediatamente gli ambasciatori A. Anguissola e O. Malaspina alle corti di Madrid e di Vienna, per ottenere il riconoscimento internazionale del suo atto. A Roma, con lo stesso scopo, prese delle iniziative il cardinale Odoardo Farnese. Le missioni diplomatiche ebbero, almeno sul momento, esito negativo, a causa di alcune malcelate mire spagnole sul Ducato. Allora, per rinforzare la posizione del Farnese, il padre Ranuccio, in accordo con il cardinale Odoardo Farnese, pensò di costituirgli un dominio personale. Il 22 luglio 1607 il Farnese ricevette l’investitura feudale di un esteso territorio, che comprendeva un’area interna allo Stato farnesiano, in gran parte tolta ai Pallavicino e ai Nicelli (Borgo San Donnino, Fiorenzuola e la Val di Nure), e un’altra altrettanto vasta nel Regno di Napoli, con le città di Leonessa, Cittaducale, Montereale, Penne, Campli, Ortona, Altamura, Castellamare e Rocca Guglielma, eredità della sua bisnonna Margherita d’Austria. Il feudo sarebbe stato trasmissibile in via diretta ai discendenti del Farnese, ma l’intero atto non avrebbe più avuto alcun valore giuridico in presenza di un erede legittimo. Nel 1608 il Farnese cominciò a essere introdotto nelle arti di governo ed ebbe l’incarico di ricevere alcuni ambasciatori tedeschi. Nulla sembrava ormai interrompere la sua ascesa, nemmeno la nascita, il 5 settembre 1610, del primogenito legittimo del duca, Alessandro. Il piccolo infatti era sordomuto e ciò convinse ancora di più il padre del suo maleficio. Nel 1611 Ranuccio Farnese scoprì la congiura dei Sanvitale, che prevedeva l’eliminazione di tutti i membri della sua famiglia, compreso il Farnese. La feroce repressione che ne seguì lo rese diffidente e lo indusse a intensificare il controllo sul figlio, cui il Riva impedì di dedicarsi ad altro che non fosse l’obbedienza ai dettami paterni. Il Farnese visse così tra gli agi del palazzo ma praticamente segregato. A ogni inizio di stagione il Duca e il Riva preparavano una tabella con l’indicazione degli orari delle sue attività, da rispettare inderogabilmente. Oltre allo studio, agli esercizi cavallereschi e alle pratiche di culto, non gli lasciavano libero nemmeno il tempo destinato alla ricreazione o al riposo. Talvolta gli concedevano il permesso di andare a delle feste, comunque sempre in compagnia del genitore. Sebbene un’educazione così rigida lo soffocasse, il Farnese dimostrò di saperne ricavare buoni frutti, almeno dal punto di vista degli studi, tanto da poter rallegrare il padre dandone un pubblico saggio nella Cattedrale di Parma il 16, 17 e 18 giugno 1613. Le tesi dibattute furono raccolte e pubblicate nello stesso anno a Parma da A. Viotti, in un elegante volume di 375 pagine arricchite da preziosi ornamenti calligrafici, dal titolo Quaestiones definitae. Ex triplici philosophiae, rationali, naturali, morali, in Parmensi Academia publice triduum disputatae, ab Octavio Farnesio serenissimi Ranutii Parmae, Placentiae etc. ducis IV filio, che venne dedicato a papa Paolo V. Il libro, una vera e propria summa accademica, tradisce la mano dei professori (M. Bettini, O. Pallavicini, D. Tamburini, V. Ballarino, G.B. Trotti e G.F. Brondolo) dietro quella del Farnese, la cui ottima cultura, conforme ai canoni dell’epoca, è però innegabile. Da tutta Italia e dai suoi concittadini che lo ebbero in simpatia, piovvero sul Farnese applausi e congratulazioni. Proprio allora i rapporti tra il Duca e il Farnese cominciarono a guastarsi: il 28 aprile 1612 Margherita Aldobrandini finalmente diede alla luce un erede legittimo, Odoardo, che cresceva sano. Si impose dunque un chiarimento sulla successione, anche se Ranuccio Farnese non decise subito, pur raffreddando i suoi slanci verso il Farnese, nel timore che le maledizioni di cui si credeva oggetto lo privassero anche del nuovo nato. Così, poiché sembrava a tutti gli effetti che il Farnese continuasse nel ruolo di successore designato, il 22 ottobre 1613 l’imperatore Mattia riconobbe l’istanza per la sua legittimazione. Il Duca se ne rallegrò (pur temendo che qualcuno, in futuro, avrebbe potuto servirsi di questa approvazione) e seguitò a non prendere posizione nei riguardi del Farnese. Nel 1615, anzi, gli permise di accompagnare il cardinale Odoardo Farnese a Milano, con l’incarico ufficiale di aiutarlo a difendere la neutralità dei Farnese nella guerra del Monferrato. La missione ebbe successo e al ritorno il Farnese ottenne in premio un periodo di supplenza nel governo, comprendente anche il diritto di firma sui rescritti di grazia e giustizia e il compito di accogliere il nuovo vescovo P. Cornazzani. Verso la fine di quell’anno però Ranuccio Farnese, ormai sicuro della buona salute del figlio Odoardo, diede a intendere con i suoi atti che a quest’ultimo sarebbero andati tutti i diritti e le sue preferenze. Il Farnese, diventato improvvisamente scomodo, fu allontanato dalla politica attiva e, sempre sotto la tutela del Riva, si cercò di trovargli un avvenire diverso. Il Farnese caldeggiò, nella speranza di potersi emancipare, una proposta di matrimonio con Polissena Maria Landi. Il progetto delle nozze, che avrebbero consentito di risolvere pacificamente l’annosa questione sorta dall’incameramento da parte dei Farnese dei territori dei conti Landi, non venne tradotta in pratica a causa dell’astio che divideva le due casate, proprio per questo motivo. Il Farnese capì che, presto o tardi, avrebbero cercato di indirizzarlo alla carriera ecclesiastica, per la quale non sentiva alcuna vocazione, credendo anzi d’esserne indegno per le sue origini. Chiese allora il permesso di intraprendere quella militare, lontano da Parma, dato che L. Montecuccoli gli aveva promesso un posto nell’esercito veneto e Mario Farnese di Latera, nascostamente, gli aveva consigliato di rifugiarsi a Milano, dal governatore spagnolo Pedro de Toledo. Ma il padre Ranuccio gli negò l’assenso, perché temeva che gli stranieri, e gli Spagnoli in modo particolare, avrebbero potuto trovare nel Farnese un pretesto dinastico per invadere il Ducato. Inoltre il 7 giugno 1617 fece arrestare il capitano G. Vicini, preposto all’educazione militare del Farnese, che da quel momento perse la confidenza paterna, pur continuando a ricevere lodi e doni da altri principi e a studiare insieme con il fratello Odoardo. Nel 1620 il Duca, in conseguenza delle clausole contenute nel contratto di matrimonio tra il principe Odoardo Farnese e Margherita de’ Medici, revocò formalmente le investiture feudali concesse al Farnese nel 1607. Incaricò poi ufficialmente il cardinale Odoardo Farnese di cercare di fargli assegnare una carica ecclesiastica, per la quale sarebbe stato disposto a pagare fino a 12000 scudi. Il Farnese, che aveva ormai ventidue anni, espresse francamente al cardinale la sua contrarietà. In risposta si vide trattare ancor più duramente. A quel punto decise di ribellarsi. In segreto riuscì a riaprire la sua trattativa di matrimonio grazie all’intermediazione del governatore di Milano. Poté giungere così a un accordo, secondo il quale il conte F. Landi avrebbe concesso la mano della figlia Polissena, con in dote gli antichi feudi tolti alla sua famiglia dai duchi di Parma, al Farnese, che si sarebbe dichiarato suddito di Spagna. Un vero e proprio colpo di Stato. Una tale congiura richiedeva rapidità d’intenti e d’azione. Il Farnese invece, temendo di farsi scoprire, esitò. Infine, una nuova revoca delle sue donazioni, stipulata dal Duca il 16 giugno 1621, lo convinse che il padre sospettava di lui. Il 21 giugno 1621, rotti gli indugi, fuggì da Parma, intenzionato a far perdere le proprie tracce e raggiungere Milano. Accompagnato da poche persone, niente affatto sicuro di sé e di loro, percorse un itinerario che toccò Reggio, Modena, Bologna, Ferrara, Venezia, Padova (dove due suoi uomini commisero un omicidio), Vicenza e Verona. Nel Mantovano, quando era prossimo al confine milanese, venne fermato, nel luglio, da una pattuglia dei Gonzaga, che si erano accordati con il padre Ranuccio per riconsegnargli il Farnese, dietro garanzia di perdono. Questo giunse dopo due mesi di prigione. Il Farnese fu riammesso a Corte il 15 ottobre, con la promessa che gli sarebbe stato permesso di fare della sua vita ciò che più gli fosse piaciuto. Finalmente ottenne di poter porsi al servizio dell’Imperatore. Senonché, appena divulgatasi la notizia della riconciliazione, nel gennaio 1622, due suoi compagni di fuga, C. Palmia e O. Ferrara, pensando di ricavarne vantaggi personali, svelarono il contenuto della trattativa con il Landi, che il Farnese aveva prudentemente taciuto. Consigliatosi con il cardinale Odoardo Farnese, il padre Ranuccio fece arrestare il Farnese e lo fece tradurre nel carcere della Rocchetta, concedendogli l’uso di qualche servitore. Sconvolto, addolorato e incapace di comprendere le ragioni di quello che giudicò un empio tradimento, il Duca morì poco dopo, il 5 marzo. Il cardinale Odoardo Farnese, reggente, nel timore che potessero nascondere pretese sullo Stato, rifiutò le richieste di grazia dei principi vicini che, del resto, dimenticarono presto il Farnese. Questi tentò la fuga nel 1624, provocando il ferimento di una guardia, ma fallì. Un nuovo processo rese più dura la sua detenzione: gli venne tolta ogni possibilità di comunicare con l’esterno e gli fu impedito di muoversi, finanche di andare a ricevere l’eucarestia, senza una scorta armata. Con difficoltà, nel 1626, venne a sapere della morte del cardinale e dell’avvenuto matrimonio, nel 1628, del duca Odoardo Farnese. Nonostante l’amnistia concessa per l’occasione, rimase in carcere. Nel giugno 1630 scrisse una lettera per invocare pietà al fratello regnante: sapeva di illudersi, perché gli diceva di prepararsi se S.A. comanda a morire in Rocchetta obedendo. L’eco dei suoi lamenti arrivò fino a Madrid. Nel 1634, infatti, il conte duca G. de Olivares minacciò l’irrequieto Duca di Parma che, se non avesse cessato gli atteggiamenti antispagnoli, gli avrebbe tolto la corona, per darla proprio al Farnese. Ma non fu altro che un occasionale ammonimento. Il Farnese infine si rassegnò ad attendere la morte, che avvenne dopo ventuno anni trascorsi in prigione. Leggendaria l’ipotesi, sfatata nel secolo scorso da E. Bicchieri, ma ripresa nel 1969 da E. Nasalli Rocca, che avesse sposato Sofronia Sanvitale, una mai esistita figlia dell’autore della congiura avvenuta nel 1611, e che per questa ragione fosse caduto in sospetto al padre e quindi recluso.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, busta 26, fasc. 2-7, busta 27, fasc. 1 e 2, s. 3, busta 43, fasc. 3; G. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, XI, Piacenza, 1763, 38 ss., 154; F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, I, Montefiascone, 1817, 63; E. Bicchieri, Vita di Ottavio Farnese, in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi II 1864, 37-115; U. Benassi, I natali e l’educazione del duca Odoardo Farnese, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., IX 1909, 100 ss., 155-172; F. de Navenne, Rome et le palais Farnèse pendant les trois deniers siècles, I, Paris, 1923, 25, 105 ss., 112 ss., 116-120; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954, 172-175; R. Cattelani, Ottavio in Rocchetta, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1955, 3; A. Barilli, Alessandro Mutolo, in Studi farnesiani, a cura di R. Cattelani, Parma, 1958, 130; A. Archi, Il tramonto dei principati in Italia, Rocca San Casciano, 1962, 105 s.; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1969, 154 s.; G. Tocci, Il ducato di Parma e Piacenza, in Storia d’Italia, Utet, a cura di G. Galasso, XVII, Torino, 1979, 253; F. Bernini, Storia di Parma, Parma, 1979, 116; M. Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in Le palais Farnèse, I, 2, Rome, 1981, 711 ss., 715; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Farnesi, tav. XVII; D. Busolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLV, 1995, 128-131.

FARNESE PIER LUIGI
Roma o Canino 19 novembre 1503-Piacenza 10 settembre 1547
Figlio naturale (legittimato nel 1505) di Alessandro, poi divenuto papa Paolo III, e di una Rufini di Ancona. Collerico e ambizioso, non badò mai a contenere i propri vizi. Sospetto di omosessualità, di lui si disse che avesse violentato il giovane vescovo di Fano, Cosimo Gheri, che lo indispettiva per l’eccessiva virtù. Nel Farnese pareva dovessero rivivere le virtù guerresche degli avi ma il suo temperamento non equilibrato riuscì tutt’altro che accetto al padre, che rivolse le sue preferenze all’altro figlio Ranuccio, nato nel 1508 o nel 1509, avviato da prima agli studi e alla carriera ecclesiastica, poi datosi con il fratello (dopo il 1518) alla professione delle armi. Nel 1519, appena sedicenne, il Farnese sposò Gerolama Orsini, figlia di Lodovico conte di Pitigliano. Entrò, circa nel 1520, con il fratello Ranuccio al servizio dei Veneziani. Ma passò ben presto nell’esercito di Carlo V e si trovò coll’esercito tedesco, nel maggio del 1527, a dare l’assalto a Roma, mentre il padre si rinchiudeva con papa Clemente VII in Castel Sant’Angelo e il fratello Ranuccio valorosamente difendeva l’ultimo baluardo della resistenza pontificia. Il suo contegno valse al Farnese l’anatema ma giovò a salvare i beni della famiglia e il palazzo che il padre stava costruendo in Roma dalla furia dei lanzichenecchi. La scomunica fu ritirata nel 1528 e il Farnese passò quell’anno stesso con gli imperiali a combattere nell’Italia meridionale contro l’esercito francese del Lautrec, nel quale militavano due dei suoi parenti: Ranuccio e Galeazzo, del ramo di Latera. La difesa di Manfredonia gli procacciò lode e fama di abilità e di eroismo ma l’anno seguente il Farnese, ottenuto dal principe d’Orange di poter combattere contro Firenze, a causa delle violenze compiute al Pozzo, presso Perugia, venne destituito dal comando su provvedimento del marchese del Vasto. Si ritirò allora nelle sue terre e attese per alcuni anni al loro miglioramento. L’elezione del padre a pontefice (1534) lo riportò nel mondo politico. Chiamato a Roma, gli fu dapprima affidata la riorganizzazione delle milizie pontificie. Ma non contento di questo incarico, brigò presso Carlo V, allora a Roma, per ottenere l’investitura del marchesato di Novara (1538), mentre Paolo III già nel 1535 gli aveva concesso parecchi favori e nel 1537 l’aveva nominato Gonfaloniere della Chiesa. Paolo III lo investì inoltre del Ducato di Castro, fatto trasmissibile ai suoi eredi con gli altri possessi della famiglia (Nepi, Ronciglione e Bisenzio), indicando per la successione Ottavio, secondogenito del Farnese, poiché il primogenito, Alessandro, fu avviato alla vita ecclesiastica. L’atteggiamento nepotista del Papa, che per altro non subordinò gli interessi generali a quelli particolari dei Farnese, si può intendere tenendo presenti le condizioni politiche del tempo, agitato per la lotta tra Carlo V e Francesco I (nella quale Paolo III si mantenne il più possibile neutrale, pur propendendo per il Re di Francia come contrappeso alla eccessiva potenza dell’Imperatore), per la rivoluzione protestante e per la questione del Ducato di Milano in seguito alla morte di Francesco Sforza (1534). Intanto, nello stesso anno 1538 il Farnese organizzò una spedizione per la conquista del Ducato di Camerino, sottomettendo Perugia (1540) e il ribelle Ascanio Colonna (1541). Parve poi che gli Spagnoli volessero occupare Milano e il Papa, non potendo porre la candidatura del Farnese, fu favorevole ad affidarla al terzogenito di Francesco I, duca d’Angoulême, ma nulla di fatto si concluse e la guerra infuriò, nonostante la tregua di Nizza, fino alla pace di Crépy (1544), che rese possibile la convocazione del Concilio di Trento. Conclusa a Crépy la pace tra Francesco I e Carlo V, premette a quest’ultimo debellare i principi tedeschi, sostenitori della Riforma e ribelli all’Impero. Per assicurarsi l’aiuto morale del Pontefice, agenti imperiali insinuarono al Farnese che una sua mediazione presso il padre avrebbe potuto giovare anche a lui. Il risultato di approcci diplomatici e contrasti vari, anche per vincere le riluttanze del Papa, fu la costituzione del Ducato di Parma e Piacenza a favore del Farnese. Paolo III, stretto dagli avvenimenti (Concilio di Trento, insistenza di Carlo V, intrighi del Farnese), finì col promettere il suo aiuto a Carlo V per la lotta contro i prìncipi di Germania e con il manifestargli i suoi propositi quanto alle due città di Parma e Piacenza. L’Imperatore, al quale il pensiero del Pontefice fu presentato dal primogenito stesso del Farnese, Alessandro, elevato alla porpora fin dal 1539, non seppe al momento, pressato come era dal bisogno, né consentire né opporre rifiuti. Con bolla del 26 agosto 1545 Paolo III eresse in ducato Parma e Piacenza e ne investì il Farnese e, per la successione, il figlio Ottavio e i discendenti maschi in ordine di primogenitura, alla condizione di un censo annuo di novemila ducati e dell’immediata cessione del Ducato di Castro a Ottavio Farnese. Il governo del Farnese si iniziò sotto buoni auspici: fu promossa l’istruzione e l’educazione dei sudditi, ingradite e abbellite le città, chiamati a Corte umanisti e artisti, consolidate la buona amministrazione e la giustizia, promossa l’agricoltura, migliorate le comunicazioni, incoraggiata l’industria, favoriti i commerci e provveduto alla difesa dello Stato. Dopo avere passato a Parma un solo mese, dicembre, scelse come capitale Piacenza dove fissò la residenza abituale, la Corte e il centro dell’amministrazione. Cresciuto in ambiente di elevata cultura, aveva maturato idee politiche moderne: il primo obiettivo fu quello di creare uno Stato centralizzato, eliminando ogni forma di potere che potesse interferire con la sua azione. Il Farnese individuò il principale ostacolo interno alla realizzazione dei propri piani nei Signori feudali. Durante il dominio francese e il blando governo della Chiesa, le famiglie aristocratiche avevano accumulato immenso potere e grande ricchezza: l’anarchia era totale e il Farnese volle ristabilire l’ordine. Per prima cosa dispose che i sudditi titolari di una rendita annua superiore a duecento ducati abitassero in città, dove erano soggetti a più agevoli controlli. Li obbligò anche a costruire nuove case. In terzo luogo proibì ai feudatari di amministrare giustizia e istituì il tribunale per giudicare delle liti tra Signori e vassalli. Tolse Calestano ai Fieschi, Cortemaggiore ai Pallavicino, Poviglio ai Gonzaga e Romagnese ai Dal Verme. Per avere un quadro completo della situazione del Ducato, già nel 1545 fece eseguire il censimento della popolazione. Inoltre ordinò l’istituzione delle poste e pose mano a una profonda riorganizzazione istituzionale, affidata a personaggi quali Annibal Caro, cui affidò la cura degli affari attinenti la giustizia. Il Farnese istituì la Segreteria di Stato e il Consiglio di Stato segreto. Volle un magistrato addetto alle rendite della Camera ducale e creò il Consiglio di giustizia. Memore del proprio passato di soldato, dotò Parma e Piacenza di un esercito ben organizzato. Divise i beni delle finanze ducali in allodiali, di proprietà privata della famiglia, e camerali, appartenenti allo Stato. Succeduto nel governo imperiale di Milano al marchese del Vasto, morto il 31 marzo 1546, Ferrante Gonzaga, nemico personale dei Farnese, ed essendo sorte nel corso dell’anno divergenze tra il Papa e Carlo V, favorita dalle insinuazioni e dagli intrighi del Gonzaga, non tardò a rinascere minaccia di guerra tra il re di Francia da una parte e l’Impero e la Spagna dall’altra. La congiura dei Fieschi in Genova (1º gennaio 1547) precipitò le cose. Il Farnese fu sospettato di averla incoraggiata e il Gonzaga ne trasse pretesto per tentare di riprendere Parma e Piacenza per l’Imperatore, irritato per il ritiro dell’esercito pontificio dalla Germania e per il trasferimento del Concilio da Trento a Bologna. Una congiura contro il Farnese era cosa possibile, essendo a lui avversi i nobili del suo Stato per avere il Duca abbattuto i loro privilegi. Il matrimonio, celebrato nel giugno, tra Vittoria, figlia del Farnese, che Paolo III aveva già prima tentato di dare in moglie al principe di Spagna, e Guidobaldo della Rovere, duca di Urbino e quello, concordato nello stesso mese, tra Orazio, altro figlio del Farnese, e Diana di Francia, figlia naturale di Enrico II, trovarono riluttante l’Imperatore. Il conte Giovanni Francesco Anguissola, con Alessandro, Camillo e Gerolamo Pallavicino, Agostino Landi e Gianluigi Confalonieri, si impegnò con il Gonzaga di uccidere il Farnese e di consegnare Piacenza agli imperiali. Il 10 settembre 1547 il Farnese fu ammazzato nel suo studio a pugnalate. I colpi furono inferti da Giovanni Anguissola e da due sicari. Il cadavere fu appeso al balcone e poi buttato tra la folla accorsa ad assistere al macabro spettacolo. Il giorno seguente gli Spagnoli occuparono la città, rivelando così l’intesa e le intenzioni dell’Imperatore, benché il Gonzaga dichiarasse di aver voluto soltanto impedire un colpo di mano da parte dei Francesi. Il cadavere del Farnese fu posto dapprima nella chiesa di Santa Maria degli Speroni e poi fu portato nel tempio della Madonna di Campagna. Il Farnese dispose nel suo testamento, conforme ai voleri di Paolo III, che alla sua morte il Ducato di Parma e Piacenza e il marchesato di Novara toccassero al figlio Ottavio, a Orazio il ducato di Castro, Ronciglione ad Alessandro e Castiglione a Ranuccio, altro suo figlio e cardinale dal 1545. Pur noto per la sua violenza, il Farnese si circondò di artisti e umanisti, tra i quali protesse particolarmente Annibal Caro, suo segretario dopo il 1542. Da lui il Caro ebbe incarichi e legazioni e per suo desiderio pare abbia composto la commedia Gli straccioni. Il Farnese fu violentemente attaccato da P. Aretino, in un capitolo a Cosimo de’ Medici e pare che il Farnese, prima ostile allo scrittore, lo abbia poi perfino raccomandato a Paolo III perché gli concedesse il cappello cardinalizio.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Vita di Pier Luigi Farnese I duca di Parma, Milano, 1821; A. Caimi, Pier Luigi Farnese. Dramma, Milano, 1848; G. Capasso, Il primo viaggio di Pier Luigi Farnese gonfaloniere della chiesa negli stati pontifici (1537), Parma, 1892; Conjuratio Farnesii. Tumultus neapolitani. Caedes Petri Ludovici Farnesii; G. Curti, La congiura contro Pier Luigi Farnese, Milano, 1899; N. Foglietta, Storia di Genova, Genova, 1585; Giarelli, Storia di Piacenza, Piacenza, 1889; Lamento per la morte di Pier Luigi Farnese, a cura di G. Capasso, Parma, 1894; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1867, tav. XI; F. Odorici, Pier Luigi Farnese e la congiura piacentina 1547, s.d.; C. Argegni, Condottieri, 1936, 367-368; Aurea Parma 4/6 1943, 76; Dizionario Utet, V, 1956, 514-516; Bazzi-Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; M. Sterzi, A. Caro inviato di Pier Luigi Farnese, in Giornale Storico della Letteratura Italiana LVIII 1911; Dizionario enciclopedico letteratura italiana, 2, 1966, 422-423; Dizionario storico politico, 1971, 986; L. Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 134-136.

FARNESE PIETRO
Parma 4 agosto 1639-Parma 4 marzo 1677
Figlio di Odoardo e Margherita de’ Medici. Fu pittore dilettante. Forse fu anch’egli, come uno degli elementi fisicamente tarati della famiglia, vittima di una triste eredità: morì, scrivono i cronisti, per eccesso di pinguedine, l’ereditaria obesità. Una malattia o una conseguenza di malattie che, poco più di cinquant’anni dopo, fu responsabile dell’estinzione della famiglia. Il Farnese fu sepolto nella chiesa dei Padri Cappuccini nell’avello dei Principi.
FONTI E BIBL.: A. Arcelli, Orazione in morte del principe Pietro Farnese, Piacenza, Bazachi, 1677; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 414; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 271; E. Nasalli Rocca, I Farnese, 1969, 179.

FARNESE RANUCCIO
-Borgo Taro 19 maggio 1602
Nel libro dei morti che va dal 1599 al 1636, custodito nell’Archivio parrocchiale di Borgo Val di Taro, si trova, per l’anno 1602, la seguente indicazione: Ranutio Farnese morse alli 19 maj 1602 e fu sep.o nella chiesa di S. Dom.o. Non viene riportata altra notizia, né l’età né la professione o la mansione che il Farnese esercitava, né il nome del padre. Il nome battesimale di Ranuccio era frequente nella famiglia principesca che governò il Ducato di Parma dal 1545 al 1731 e si ha notizia di parecchi personaggi con questo nome, oltre i due duchi Ranuccio I e Ranuccio II, tanto nel periodo antecedente a papa Paolo III, quanto in quello successivo. Tra questi ultimi, un Ranuccio Farnese figlio naturale del Papa e un figlio di Pier Luigi, cardinale, ma evidentemente nessuno di questi è il personaggio morto e sepolto in Borgo Taro. Dalle ricerche eseguite da studiosi di cose farnesiane e nelle genealogie più complete (Litta), non se ne trova traccia alcuna, nemmeno nel ramo dei Farnese di Latera. Si tratta evidentemente di un individuo di un ramo collaterale della celebre famiglia, probabilmente residente in Borgo Taro per mansioni militari o civili (forse comandante del Castello).
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Farnese sepolto a Borgotaro, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1962, 327-328.

FARNESE RANUCCIO
Parma 28 marzo 1569-Parma 5 marzo 1622
Figlio di Alessandro e Maria d’Aviz del Portogallo. Giovanissimo, visitò diversi paesi europei. Soggiornò a lungo in Francia e nei Paesi Bassi, al seguito del padre. Ebbe come maestri il parmigiano Giovanni Ponzio e Iano Pelusio da Crotone. Studente appassionato, a soli quindici anni tenne lezioni di teologia in Duomo a Parma. Crebbe immerso nella cultura e guidò la prestigiosa Accademia degli Innominati, cui aderirono Tasso e Guarini. Dal padre ereditò la passione per le leggi e gli ordinamenti statali. Innamorato della musica, il Farnese fu abile suonatore di liuto e volle sempre accanto a sé artisti e compositori di grido. Nel 1585 rappresentò Ottavio Farnese nella consegna di Piacenza. Nel 1587 si presentò armato a papa Sisto V: venne perciò rinchiuso in Castel Sant’Angelo e a mala pena fu salvato dallo zio cardinale dalla pena di morte. Fu nel 1591 in Fiandra e combatté in Gheldria. Aiutò il padre nell’impresa del forte di Knodsemberg e lo accompagnò a Spa. Quindi ebbe il comando dei fanti del Re cattolico. Lottò con valore a Caudebec, ove venne salvato dal padre, quindi ne protesse validamente la ritirata. Morto il nonno Ottavio Farnese (18 settembre 1586), il padre Alessandro, impegnato nel governo dei Paesi Bassi, gli affidò, a soli diciassette anni, la reggenza del Ducato di Parma e Piacenza. Il glorioso generale non fece mancare al Farnese preziosi consigli: gli diede validi indirizzi sullo sviluppo delle industrie e della viabilità, sulla ripartizione delle imposte e sullo svolgimento dei processi, che, contro gli usi del tempo, volle rapidi e spediti. Il Farnese ben apprese la lezione paterna: nel 1594, due anni dopo la morte di Alessandro, emanò le Costituzioni, con cui riorganizzò il diritto pubblico dello Stato. Elevò molti mercanti al rango aristocratico, soppresse il lavoro festivo e, in campo agricolo, proibì la coltivazione del riso perché malsana. Fece realizzare bonifiche e arginare i fiumi, ordinò che le immondizie, in attesa di essere trasportate nei luoghi idonei, fossero raccolte in buche sotterranee, stabilì che non si potessero costruire nuovi edifici senza il consenso delle autorità e che le industrie produttrici di odori sgradevoli fossero confinate nelle parti esterne dei centri abitati. La figura più importante della Corte del Farnese fu il tesoriere generale Bartolomeo Riva. Un borghese piacentino capace di suggestionare il Farnese e di instillargli dubbi e diffidenze. L’astuto consigliere, nemico giurato dei nobili, fu a lungo l’uomo più potente dello Stato. Si meritò il compiacimento del Farnese, sospettoso e diffidente, organizzando una gigantesca macchina di spionaggio. Altro consigliere ascoltato fu il nobile genovese Papirio Picedi, vescovo della città di Parma. A Corte, l’unico parmigiano influente fu il poeta Pomponio Torelli, discendente dei feudatari di Montechiarugolo, cui furono assegnati compiti delicati, specie in campo diplomatico. Il Farnese, campione della controriforma, fu molto religioso, legato in particolare alle pratiche esteriori e ai riti. Nel 1607 si recò a piedi fino al santuario di Loreto. Ciò non gli impedì di essere oltremodo superstizioso. Per tutta la vita si ritenne perseguitato da influssi maligni e ricorse spesso a esorcismi sotto la guida di avidi ciarlatani. Secondo alcuni storici soffrì pure di allucinazioni, secondo altri di epilessia. Fece processare Claudia Colla, una delle amanti preferite, con l’accusa di avere scatenato contro di lui fluidi negativi. Da papa Clemente VIII fu nominato confaloniere di Santa Chiesa e nel 1597 istituì la milizia piacentina composta di fanti e cavalli. Nello stesso anno sottoscrisse un accordo col duca di Mantova e nel 1598 si trovò con questi a ossequiare Clemente VIII in Ferrara. Il Farnese si sposò nel 1599, ormai trentenne, dopo una vita da scapolo impenitente. Con l’approvazione del re di Spagna, Filippo III, di cui tenne a battesimo la primogenita e da cui ricevette l’ordine del Toson d’oro, si unì in matrimonio con Margherita Aldobrandini, nipote di Clemente VIII. La politica estera del Farnese fu influenzata da quella paterna: Alessandro, anche nelle disposizioni testamentarie, lo sollecitò a conservare la tradizionale alleanza con la Spagna. Il Farnese non ne tradì mai la volontà e tenne per tutta la vita atteggiamenti filo iberici. Non nascose l’ambizione di essere nominato governatore di Milano e l’entusiasmo verso i sovrani di Madrid si raffreddò solo quando il prestigioso incarico venne affidato al conte Fuentes, nemico acerrimo del Farnese. L’hidalgo, ottenuta la nomina, non mancò di vendicarsi degli ostacoli che il Farnese aveva frapposto alla sua scalata: nel 1602 il governatore di Milano chiese il riscatto del feudo di Novara, che papa Paolo III aveva ottenuto da Carlo V per il figlio Pier Luigi Farnese. Dopo aver resistito alcuni mesi, minacciato dalla strapotenza spagnola, nel 1603 il Farnese cedette alla richiesta. I diplomatici si appellarono al re di Spagna Filippo III, che diede ragione al Farnese e ordinò la restituzione del possedimento, ma il Fuentes non tenne in nessun conto la decisione del Sovrano: Novara venne definitivamente perduta e la Corte di Parma venne privata del flusso costante di capitali provenienti dal feudo di famiglia. Il governo del Farnese lasciò in Parma segni indelebili. Diverse furono le realizzazioni in campo urbanistico e culturale. Come il padre aveva voluto la mastodontica realizzazione della Cittadella, così il Farnese dispose l’apertura di un cantiere che permise di dare impiego a molte maestranze e che, al tempo stesso, fu il simbolo della potenza farnesiana. Nel 1601 ordinò infatti la costruzione della Pilotta e nel 1603 si diede inizio ai lavori, che impegnarono una moltitudine di persone senza occupazione e permisero la stipula di contratti di fornitura e l’aggiudicazione di appalti. Nel periodo compreso tra il 1591 e il 1601 ebbero luogo anche i più importanti interventi farnesiani sulle mura cittadine, che furono abbattute e ricostruite per un quarto del percorso. Nel lato Nord-Est della città di Parma, tra porta San Barnaba e porta San Michele, furono innalzati quattro grandi bastioni fortificati, praticamente inespugnabili. Affascinato dai grandiosi spettacoli teatrali di effetto scenico e coreografico barocco e dalle ridondanti naumachie, il Farnese volle realizzare all’interno della Pilotta un imponente teatro (ne affidò il progetto a Gian Battista Aleotti, allievo del Palladio), capace di dare ricetto a 4500 spettatori. Il Farnese si preoccupò molto di restituire prestigio all’antico Studio parmense: sensibile alla cultura, sostenne con rendite e privilegi l’Università e, con un’idea moderna e intelligente, le affiancò, come appendice, il Collegio dei Nobili o di Santa Caterina, affidato ai gesuiti. Si premurò di dare a questa struttura pedagogica respiro europeo: fece scrivere i regolamenti in varie lingue e li diffuse in ogni angolo del continente. Gli allievi, tutti rampolli di famiglie aristocratiche, affluirono copiosi. A fine Seicento, al massimo del fulgore, il Collegio ebbe 300 convittori provenienti dalle lande più disparate: vi furono persino studenti norvegesi, tedeschi e ungheresi. Il Farnese vagliava in prima persona i curricola degli aspiranti. Nel corso dell’anno accademico, i convittori frequentavano l’Università (separatamente dagli altri studenti) e in estate villeggiavano a Fontevivo, alla Villetta o al castello di Sala. Mentre l’educazione maschile fu in mano ai gesuiti, quella femminile fu affidata alle Orsoline, che avevano scuole a Parma e a Borgo San Donnino. Tutto il sistema faceva riferimento ai religiosi e il Farnese esercitò su di essi un controllo maniacale. Nel 1601 costruì in Piacenza le tagliate fuori di porta Borghetto sino al Po e mutò i ponti di cotto delle porte urbane in ponti levatoi. Raggiunse poi a Genova l’armata di Spagna, che si preparava ad andare contro Algeri, ma l’impresa andò a vuoto e il Farnese si recò allora da Filippo III a Valladolid, dove venne decorato del Toson d’oro. Tornato a Piacenza, fece spianare le mura di Borgo San Donnino. Nel 1604 fu a Roma e nel 1609 fondò l’opera piacentina delle figlie del Valesso. Durante il suo governo, il 27 gennaio 1606 crollò la torre del Comune, il monumento di cui Parma andava più orgogliosa, uccidendo 26 persone. Alta 240 piedi, questa torre era tra le maggiori in Italia: faceva bella mostra di un orologio con fasi lunari e di un angelo che usciva a ogni battere di ora. Travolse i palazzi del Capitano del Popolo, dei Notai e del Podestà. Una congiura fu tramata contro il Farnese nel 1611 dalla famiglia parmense dei Sanvitale (Girolamo, Gian Francesco, Alfonso e Barbara Sanseverino, madre di Girolamo, rimaritata con il conte Orazio Simonetta), a cui egli aveva tolto il possesso di Colorno. Senonché i congiurati (a cui avrebbero dato aiuti, secondo le poco attendibili risultanze del processo, il cognato Vincenzo Gonzaga di Mantova, che aveva sposato Margherita, sorella del Farnese, il cardinale Francesco Sforza, Alessandro d’Este, figlio di Alfonso marchese di Montecchio, e il duca di Modena, Pico della Mirandola) furono presto scoperti e il 19 maggio 1612 giustiziati. Del Farnese lasciò questo ritratto Ludovico Antonio Muratori: D’alti spiriti e gran politico, ma di cupi pensieri e di un naturale malinconico, che macinava continuamente sospetti, per i quali inquieto egli, neppure lasciava la quiete altrui: ne’ sui sudditi misurava tanti nemici, ricordevole sempre di quanto era accaduto al suo bisavolo Pier Luigi: e però studiava l’arte di farsi più tosto temere che amare, severo sempre ne gastighi e difficile alle grazie; era ben rimeritato da’ sudditi suoi, perché al timore da lui voluto aggiungevano anche l’odio. Oltre al duca Odoardo e all’illegittimo Ottavio, lasciò altri quattro figli di cui si conosce l’esistenza: Maria, che sposò Francesco d’Este divenendo duchessa di Modena, Isabella (nata fuori dal matrimonio), Vittoria e il cardinale Francesco. A questi, secondo alcuni storici, andrebbe aggiunto un numero non precisabile di bastardi.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1590; F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone, 1817-1818; A. Arcioni, Orazione delle esequie del serenissimo  Ranuccio Farnese, Parma, 1622; T. Bazzi-U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908; L. De Salazar y Castro, Indices de las glorias de Casa Farnese, Madrid, 1716; Giarelli, Storia di Piacenza, Piacenza, 1889; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1868, tav. XVII; F. Odorici, Barbara Sanvitale e la congiura del 1611 contro i Farnese, Brescia, 1862; C. Argegni, Condottieri, 1936, 373; Aurea Parma 4/6 1943, 79-80; Dizionario Utet, V, 1956, 518; Aurea Parma 2 1958, 79; Dizionario storico politico, 1971, 1047; L. Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 161-164.

FARNESE RANUCCIO
Cortemaggiore 17 settembre 1630-Parma 11 dicembre 1694
Figlio di Odoardo e di Margherita de’ Medici. Nel 1642 ebbe il titolo di castellano di Parma e Piacenza. Dopo la morte del padre duca Odoardo, nel 1646, il governo fu retto dal cardinale Francesco Maria Farnese e da Margherita de’ Medici, che lasciarono ampio spazio a Iacopo Gaufrido. Quest’ultimo tentò di imporre, di nuovo, la politica filo francese. Il Ducato, quando scoppiò la guerra tra Estensi e transalpini da una parte e Spagnoli di Lombardia dall’altra, rimase neutrale. Nel Parmense, tra il 1647 e il 1648, transitarono entrambi gli eserciti in lotta, lasciando una scia di orrori e distruzioni. Il Farnese cominciò a esercitare il potere in prima persona nel 1648: uno dei primi atti fu quello di nominare il ministro Gaufrido marchese di Felino. Il Farnese ereditò dal padre, assieme ai debiti del monte Farnese, il dissidio col Papa sul possesso del Ducato di Ronciglione e Castro. Il nuovo pontefice Innocenzo X perseguì, con la stessa testardaggine di papa Urbano VIII, l’obiettivo di acquistare, anche a caro prezzo, il vasto feudo posto a cavallo tra Toscana e Lazio. La tensione con la Corte di Parma fu sempre alta. Nel giugno 1648, Innocenzo X nominò Cristoforo Giorda vescovo di Castro, nonostante l’opposizione del Farnese. Mentre il pastore si recava alla propria Diocesi (marzo 1649), fu assalito e ucciso al ponte di Monteroso da due sconosciuti, che si riconobbero poi per Ranuccio Zambini da Gradoli e Domenico Cocchi da Valentano. Corse voce che gli assassini fossero sicari del marchese Gaufrido e Innocenzo X incolpò del gesto i Farnese. Non mancò una dura rappresaglia: il Pontefice approntò in tutta fretta un esercito e in luglio, fattolo entrare nel feudo, diede l’assedio a Castro. In settembre la città fu presa e rasa al suolo senza pietà. Fu distrutto anche il meraviglioso palazzo ducale, gioiello architettonico di rara bellezza. A sua volta Farnese radunò un esercito e lo mise agli ordini di Iacopo Gaufrido, con l’intenzione di marciare su Roma. Appena entrate nei territori pontifici, a San Pietro in Casale, nei pressi di Bologna, furono affrontate dalle milizie papali. Il Gaufrido fu sconfitto e il Farnese, cui mancò l’appoggio di Francia e Spagna, dovette cedere ai voleri di Innocenzo X: la Chiesa comprò tutti i possedimenti dei Farnese posti all’interno del suo Stato per 1629730 scudi da 10 giuli, da cui si diffalcarono i debiti ipotecari, con la clausola della facoltà di recupero entro otto anni, termine che fu poi prorogato per l’intervento del re Luigi XIV di Francia. Però, non avendo provveduto al riscatto nemmeno dopo la proroga concessa nel 1664, anche perché il Farnese si rifiutò di sposare una nipote del Mazzarino che gli avrebbe portato in dote 500000 scudi mentre altrettanti ne avrebbe potuti avere in prestito, non ebbe altro appoggio dalla Francia. Da parte sua il Papa già dal 1661 dichiarò in pieno concistoro essere quei domini per sempre riuniti alla Camera Apostolica. Il Farnese scaricò sul Gaufrido ogni responsabilità per quanto accaduto: portato a Piacenza, venne giustiziato l’8 gennaio 1650. Secondo molti la fine del ministro provenzale fu favorita e voluta dal conte Francesco Serafini, un lucchese che aspirava a succedergli nel favore della Corte. Nel 1682 il Farnese comprò dai Doria, eredi dei Landi, il possedimento di Bardi. In seguito a questa acquisizione, fu riconosciuto feudatario dell’Impero. Gli ultimi anni del Farnese furono segnati dai continui alloggiamenti nel Ducato delle truppe dell’imperatore d’Austria impegnate nella guerra della Lega di Augusta, che vide gli Asburgo, l’Olanda e l’Inghilterra, scese in campo in appoggio al duca Vittorio Amedeo di Savoja, in lotta contro la Francia. Nel 1691 arrivarono nel Parmense 4000 soldati accompagnati, secondo l’uso del secolo, da donne e bambini: i sudditi ebbero il peso del mantenimento. Alle ripetute proteste del Farnese, fu risposto che l’onere gli derivava dal rango di feudatario imperiale. La soldataglia rimase in loco fino al 1695. Il Farnese fu amante della musica e del ballo. La sua Corte, sempre sfarzosa a dispetto delle misere condizioni economiche dei sudditi, ospitò i più celebrati musicisti e danzatori europei. Le feste, indimenticabili, si succedettero l’una all’altra. Il Farnese spese cifre vertiginose in naumachie, fuochi d’artificio e rappresentazioni coreografiche, guadagnandosi indiscussa fama di prodigo smodato. Ebbe anche interessi culturali: appassionato di teatro, nel 1689 fece costruire due diverse sale per le rappresentazioni drammatiche nel palazzo della Riserva e arricchì la pinacoteca e la biblioteca di famiglia, acquistando bellissimi quadri e volumi preziosi. Nel 1677 fondò a Piacenza il monastero della Concezione. Organizzò battaglie navali nella peschiera del parco ducale e sfarzosi spettacoli pirotecnici per i matrimoni dei figli ma la sua vera passione fu la caccia. Trascurò molto l’attività di governo: sono pochi gli atti legislativi significativi che portano la sua firma. Non mancano però alcuni esempi di buona conduzione della cosa pubblica. Il Farnese emise bandi per favorire la bonifica dei terreni, fece compiere, con un certo successo, ricerce minerarie sull’Appennino e introdusse nelle campagne la coltivazione del mais e della melica. Conscio delle pietose condizioni economiche dello Stato, emanò provvedimenti per ridurre la disoccupazione: in particolare proibì l’esportazione di sete non ancora lavorate. Tra i meriti del Farnese, vi fu quello di aver istituito gli archivi pubblici per gli atti dei notai. Aiutò sempre Venezia nella sua drammatica lotta contro i Turchi e spedì in soccorso della Serenissima (guerra di Candia) piccoli contingenti di truppe guidati dai fratelli Alessandro e Orazio. Il Farnese si sposò tre volte ed ebbe dodici figli. Nel 1660, si unì in matrimonio con Margherita Violante di Savoja, che morì nel 1663. Nel 1664 sposò Enrichetta d’Este, ma anch’ella morì poco tempo dopo il matrimonio. Nel 1666 scelse come nuova moglie la sorella di Enrichetta d’Este, Maria, che gli diede, tra gli altri, i figli Francesco e Antonio, ultimi duchi di casa Farnese. Il primogenito Odoardo, marito di Dorotea Sofia di Neoburg, morì invece in giovane età. Il Farnese morì oppresso da mostruosa pinguedine.
FONTI E BIBL.: F.M. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone, 1817-1818; Carabelli, Dei Farnese e del ducato di Castro e Ronciglione, Firenze, 1865; L. De Salazar y Castro, Indices de las glorias de Casa Farnese, Madrid, 1716; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1868, tav. XIX; A. Valeri, I Farnese, Firenze, 1935; C. Argegni, Condottieri, 1936, 374; Aurea Parma 4/6 1943, 80; Dizionario Utet, V, 1956, 518; Dizionario storico politico, 1971, 1047; L. Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 178-181.

FARNESE TERESA MARGHERITA, vedi FARNESE CATERINA

FARNESE VIRGINIA
Parma 1594 c.-Palestrina 11 luglio 1648
Figlia di Mario e di Camilla Lupi di Soragna. Fu educata per la vita di convento e destinata a seguire la sorella Isabella nel monastero di Panisperna in Roma. Ma la Farnese, d’ingegno vivace e amante della vita, per quanto inviata a Farnese dalla zia, suor Francesca, non ne volle sapere. Caduta gravemente ammalata, in punto di morte le fu fatto credere che se si fosse fatta suora sarebbe guarita. Ma, una volta risanata, si rifiutò di mantenere la promessa estortale in punto di morte. Si ammalò nuovamente e allora, considerando la ricaduta come punizione del voto infranto, decise alfine di darsi alla vita monastica ed entrò in religione nel monastero francescano di Amelia col nome di Maria Francesca.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819; F. Orestano, Eroine, 1940, 186.

FARNESE DAL POZZO RANUCCIO, vedi DAL POZZO FARNESE RANUCCIO

FAROLDI LUIGI
Soragna 1856
Falegname artefice nell’anno 1856 di un grande armadio in legno di abete in San Giacomo a Soragna.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, 1975, 61; Il mobile a Parma, 1983, 264.

FAROLDI MANUELLO
Soragna 1203/1204
Fu notaio del Sacro Palazzo, operante a Soragna negli anni 1203 e 1204.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 285.

FAROLDI SIMONE
Soragna 1256/1265
Figlio di Manuello. Fu notaio in Soragna, ricordato come rogante atti pubblici dal 1256 al 1265.

FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 285.