GABBA - GASTELLI
GABBA
GIANNI
Parma 1919-1992
Iniziò a lavorare giovanissimo con la ditta di decorazioni Vernizzi e già nel 1936 creò
una propria piccola azienda di imbiancamenti e verniciature in strada della Repubblica 66
a Parma. Durante la seconda guerra mondiale verniciò biciclette, poi riprese
lattività realizzando insegne per negozi e dorature di cornici. Nel campo degli
arredamenti aprì un negozio in strada della Repubblica 45, dove offrì tappezzerie
straniere e tessuti e tendaggi firmati. Nel 1954 si trasferì nel palazzo
dellIstituto Nazionale delle Assicurazioni di strada Cavour, e la nuova immagine
della Gianni Gabba Arredamenti propose per la prima volta a Parma mobili moderni creati
dai migliori architetti internazionali. Contemporaneamente il negozio ospitò mostre
personali dei pittori Renato Vernizzi, Spattini, Manara, Borgese e del fratello del Gabba,
Amerigo, che collaborò allazienda per la parte tecnica e artistica. Nel 1960 la
ditta si trasferì a Baganzolino in una grande sede-mostra di fianco allautostrada.
Qui nel 1983 la rassegna dedicata a Franco Maria Ricci raccolse cinquanta mila visitatori.
Il Gabba aprì negozi a Reggio Emilia, Modena, Bologna e Milano. Lattività si
spostò anche in Francia, Inghilterra, Germania, Libia e Medio Oriente. Ricevette i premi
Camera di commercio (1981) per lesportazione e Marazza (1984) per le relazioni umane
nel lavoro. Con alcuni amici, nel 1966 avviò il ristorante Angiol dor di fianco al
Duomo.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 143-144.
GABBA GUGLIELMO
Fontevivo 18 agosto 1909-Cingia de Botti 28 ottobre 1977
Maresciallo Pilota, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente
motivazione: Volontario in missione di guerra per laffermazione degli ideali
fascisti, partecipava, con entusiasmo e con fede, a moltissime azioni belliche, dando
prova di elevato senso del dovere e di grande spirito di sacrificio e dimostrando di
possedere belle doti di Pilota valoroso ed esperto (Cielo di Spagna, agosto 1937-aprile
1938).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.
GABBI ADALGISA
Parma 23 maggio 1857-Milano 16 dicembre 1933
Nacque da Luigi e da Maria Sgavetti. Studiò canto nella città natale dal 1873 al 1875
con L. Spiga e si perfezionò a Milano con F. Varesi, il primo interprete del Rigoletto di
G. Verdi. Il suo debutto avvenne con felice esito nel 1856 a Lecco nel Ruy Blas di F.
Marchetti. Fin dai primi anni della carriera cantò in America Latina, dove ebbe modo di
farsi conoscere e apprezzare ancora prima che in patria. Dal dicembre 1880 allaprile
1881 si esibì infatti con successo a Cuba nella Lucrezia Borgia di G. Donizetti, con F.
Aramburo, al teatro Peyret di LAvana e al teatro Esteban di Matanzas, attirandosi le
simpatie di critici e pubblico per la sua perfetta intonazione, per la magistrale
emissione della voce, lo squisito colorito del suo canto, la sua scuola e soprattutto pel
suo espressivo sentimento (La Discusión 6 dicembre 1880). Poco tempo dopo, tra
laprile e il maggio dello stesso anno, cantò al Her Majesty theatre di Londra in Il
trovatore e in Aida di Verdi. In particolare continuò a cantare nel ruolo di Aida lungo
tutto il 1881 e nei primi mesi del 1882: meritano di essere ricordate le sue apparizioni
in questa opera al teatro Vittorio Emanuele di Rimini nellagosto del 1881 e al
teatro Comunale di Bologna, diretta da L. Mancinelli, nellottobre seguente.
Lautunno del 1882 la vide al teatro Regio di Parma nel Trovatore, diretta da C.
Campanini. Nei due anni successivi si produsse con grande successo al teatro Colón di
Buenos Aires e al teatro Don Pedro di Rio de Janeiro, dove diventò una vera celebrità
cantando in Aida, in La traviata di Verdi e in Il Guarany di C.A. Gomes. Continuò a
cantare allestero fino al gennaio 1884, quando apparve al teatro dellopera di
Bucarest nella Traviata e in Lebrea di J.F. Halévy. Ritornò in Italia e ottenne
grande successo al teatro Regio di Torino nel marzo 1884 nella parte di Valentina de Gli
ugonotti di G. Meyerbeer, ruolo che affrontò poco tempo dopo al teatro Municipal di
Santiago del Cile (dicembre 1883). Non risulta che la Gabbi abbia cantato in Italia dal
1885 al 1887, ma a partire da questo anno fino alla fine della carriera la si ritrova
attivissima in patria, in particolare al teatro Costanzi di Roma e al teatro San Carlo di
Napoli. A Roma nellaprile del 1887 sostituì Romilda Pantaleoni nelle prime
rappresentazioni romane dellOtello di Verdi, che cantò a fianco di F. Tamagno e di
V. Maurel. Al teatro San Carlo cantò quasi ininterrottamente fino al 1900, inaugurando la
stagione 1887-1888 nel ruolo di Elisabetta nel Don Carlo di Verdi e partecipando anche
alla prima napoletana dellOtello con il Tamagno e G. Kaschmann (4 febbraio 1888).
Continuò inoltre a esibirsi sulle scene del teatro napoletano nel Faust di Ch. Gounod
(Margherita), alternandosi con la celebre Nadina Bulicioff (febbraio 1888) negli Ugonotti
di Meyerbeer (Valentina), che cantò anche nel febbraio del 1892, nellAfricana di
Meyerbeer accanto a G. Gayarre, diretta da L. Mancinelli, nella prima napoletana dei
Tannhäuser di R. Wagner (20 aprile 1889) e infine nella Gioconda di A. Ponchielli
(gennaio 1900). Di particolare rilievo la sua partecipazione alla prima rappresentazione
italiana dei Maestri cantori di Norimberga di Wagner, avvenuta al teatro alla Scala di
Milano il 26 dicembre 1889, diretta da F. Faccio. Nel 1900 lasciò le scene, dopo aver
cantato con successo in Tristano e Isotta di Wagner al teatro Comunale di Trieste. La
Gabbi fu con Romilda Pantaleoni e Isabella Galletti una delle cantati più famose
dellultimo ventennio dellOttocento. Va peraltro rilevato che Verdi non nutrì
per lei gran simpatia, come risulta da una lettera del compositore a G. Ricordi datata 27
maggio 1887, pubblicata da A. Marchetti nella Strenna dei Romanisti del 1976 e riportata
da M. Rinaldi. Un gran numero di recensioni, tuttavia, definisce la sua voce robusta,
estesissima, ben coltivata, ben emessa, il cui registro acuto specialmente è splendido e
fonemenale (Rivista Teatrale Melodrammatica 1 giugno 1881).
FONTI E BIBL.: Rivista Teatrale Melodrammatica 23 aprile 1881, 8 novembre 1883, 8 e 15
marzo 1884, 15 dicembre 1884, 1 giugno 1889; Il Ravennate 1 agosto 1881, C. Gatti, Il
teatro alla Scala nella storia e nellarte, Milano, 1964, I, 162, II, 63; V. Frajese,
Dal Costanzi allOpera, Roma, 1978, I, 83, 87, IV, 8, 19, 21, 23, 25, 27,30; M.
Rinaldi, Due secoli di musica al teatro Argentina, II, Firenze, 1978, 1148; V. Cervetti-C.
Del Monte-V. Segreto, Teatro Regio. Cronologia degli spettacoli lirici, II, Parma, 1982,
35, 46; C. Marinelli Roscioni, Il teatro di San Carlo, II, Napoli, 1987, 414-417, 422,
443; M.T. Bouquet-V. Gualzeri-A. Testa, Storia del teatro Regio di Torino, a cura di A.
Basso, V, Torino, 1988, 146, 148, 196, 267, P. Adkins Chiti, Almanacco delle virtuose
primedonne compositrici e musiciste dItalia, Novara, 1991, 108; Macmillan
Encyclopaedia of music and musicians, London, 1938, 632; Enciclopedia della musica
Ricordi, II, 255; Dizionario enciclopedico universale della musica e dei musicisti, Le
biografie, III, 67; R. Staccioli, in Dizionario Biografico degli Italiani, 50, 1998,
824-825.
GABBI ALFONSO
Parma 1764
Fu musicista alla Cattedrale di Parma il 22 aprile 1764.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
GABBI ANGELO
Parma 1619 c.-Parma 29 novembre 1677
Figlio di Antonio. Dottore in leggi e licenziato in teologia, fu Canonico assai dotto
della Cattedrale di Parma e gran sostenitore del culto divino. Fu sepolto nella chiesa dei
Padri Carmelitani. Quale incaricato delle cure del tempio maggiore, fece fondere la
Zafferana, campana fatta nel 1647 grazie ai proventi ricavati dalla soppressione del
contrabbando dello zafferano.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 280; Gazzetta di
Parma 4 novembre 1996, 5.
GABBI ANGELO
Parma 31 maggio 1799-Parma 5 marzo 1884
Figlio di Giuseppe e Teresa Rota. Fu medico assai valente. Durante la prima epidemia del
colera asiatico in Parma (1836), che causò numerosi decessi, il Gabbi si prodigò
incessantemente. La Gazzetta di Parma del 17 agosto 1836 dice che entrò a curare sia nei
palazzi che negli abituri instancabilmente, e con nobile disinteresse, meritandosi la lode
e lammirazione di tutti per lalto spirito umanitario e sociale.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 29; Aurea Parma
2/3 1971, 166.
GABBI ANTONIO
Parma 1753/1769
Fu suonatore di viola alla Cattedrale di Parma dal 22 aprile 1753 al 26 marzo 1769.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
GABBI ANTONIO
Parma 15 gennaio 1815-Parma 2 agosto 1894
Compiuti iniziali studi di filosofia e laureatosi nel 1840 in legge, fece dapprima il
notaio ma, non sentendosi portato per quella professione, riprese gli studi e quattro anni
dopo divenne avvocato. Nel 1845 fu pretore e Ferriere e nel dicembre dello stesso anno fu
destinato al posto di Assessore presso il Tribunale del Valtarese. Il 22 marzo 1847 passò
al tribunale di Parma e il 15 gennaio 1848 fu giudice del tribunale di Pontremoli. Il 21
giugno 1849 fu incaricato dellistruzione penale e divenne Regio Procuratore il 4
novembre seguente. Giudice nel Tribunale di Piacenza dal 16 giugno 1850, passò l8
maggio 1852 a quello di Parma, dove fu nominato Consigliere della Regia Corte il 16
ottobre 1854. Ai tempi del processo per lassassinio di Carlo di Borbone (1854) si
tentarono pressioni sul Gabbi, cercando di persuaderlo a non scontentare la vedova Luisa
Maria di Berry con un verdetto troppo mite. Invece il Gabbi, quale giudice inquirente,
rifece il processo e propose e ottenne che fossero mandati liberi tutti gli imputati. Per
calmare lo sdegno della Duchessa, le fu detto che chi aveva trovato glinnocenti, era
persona da saper scoprire i rei, ma il malcontento a Parma nei confronti del Gabbi rimase
altissimo. Una sera, mentre ritornava a casa passando per via delle Cappuccine, fu
assalito da tre individui e ferito da una stilettata al ventre. Il Gabbi strappò lo
stiletto di mano allavversario e con esso si difese contro gli assalitori,
volgendoli in fuga. Il 3 giugno 1860 entrò a far parte del Tribunale di Revisione.
Soppressi gli ordinamenti giudiziari parmensi col 1 gennaio 1861, il Gabbi fu destinato
alla Corte dAppello di Parma. Il suo carattere fermo e irremovibile di fronte a
qualsiasi pressione gli procurò nemici potenti, che lo fecero allontanare da Parma.
Destinato il 17 dicembre 1865 alla sezione di corte sedente in Macerata, non vi andò ma
passò invece a Modena, da dove fece ritorno l11 marzo 1869. Il Gabbi, che negli
ultimi trentanni di vita fu affetto da un forte indebolimento della vista, fu
nominato Cavaliere dellOrdine dei Santi Maurizio e Lazzaro il 25 giugno 1870,
Cavaliere il 22 giugno 1877, Ufficiale il 15 giugno 1875 e Commendatore della Corona
dItalia il 1 gennaio 1880. Fu membro dellufficio onorario di censura istituito
il 25 giugno 1852 e passò, con decreto 11 febbraio 1856, nella commissione consultiva
creata per dare parere sui reclami contro le decisioni del direttore di polizia. Insieme
col Massari, fu scelto dal Niccolosi per collaborare agli Annali di Giurisprudenza
Italiana.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 36-38.
GABBI CARLO UBERTO
Parma 4 novembre 1855-Parma 23 agosto 1909
Archivista presso lArchivio di Stato di Parma, è lautore del Blasone
Parmense, opera che fa parte dei cosiddetti Manoscritti della Biblioteca, un fondo
miscellaneo costituito alla fine del XIX secolo, un tempo indicato Bibl. segn. H. 1-6 e
poi ms. 74/1-6. Il Gabbi compì gli studi liceali e si sposò con la contessa Brunilde Del
Bono il 28 ottobre 1885. Dallunione nacquero Maria (1884), Valentina (1888), Filippo
(1891), che fu un discreto pittore, e Lorenzo (1895). Entrò allArchivio di Stato di
Parma come alunno il 12 settembre 1876, poche settimane prima che Scarabelli Zunti
abbandonasse lIstituto. Nel 1879 fu archivista di III classe e dal 1 gennaio 1908
diventò archivista di II classe. Dal 1898 al 1900 diresse come reggente lArchivio
di Stato di Parma. Il 16 marzo di quellanno diventò Direttore reggente
dellArchivio di Stato di Massa Carrara. Il 2 febbraio 1906 fu nominato cavaliere
dellOrdine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Trasferì il domicilio a Massa il 23 marzo
1908, in via Vittorio Emanuele n. 3. Nel marzo del 1909 chese di poter partecipare come
elettore alle votazioni a Parma. Il 1° giugno 1909 chiese di essere autorizzato a fungere
da perito grafico di parte a favore dellex sindaco Luigi Lusignani. Colpito da breve
inesorabile malattia (come si legge nellannuncio funebre), morì a Parma, nella sua
casa in via SantAnna 8. La raccolta che il Gabbi lasciò allArchivio di Stato
di Parma era chiaramente ancora in fase di costruzione, come dimostra il fatto che in
diversi casi le didascalie sono solo appunti affrettati posti a matita e non ripassati in
bella copia a penna, oppure che altri fogli mancano totalmente di didascalia. Essa è
organizzata in sei volumi. Il primo volume va dalle dinastie che hanno governato Parma
come Stato a Buttiglio, il secondo da Calcagnini a Droghi, il terzo da Enza a Hotz, il
quarto da Lalatta a Ortalli, il quinto volume da Pacchioni a Ruspaggiari e lultimo
da Sacco a Zurlini. Non sempre lordine alfabetico è rispettato. Gli stemmi sono
disegnati su fogli sciolti, legati successivamente in volume con una cordicella rossa. Che
lopera sia del Gabbi lo si sa soltanto dalla scheda che nel 1913 Albano Sorbelli vi
dedicò al n. 130 negli Inventari dei Manoscritti delle Biblioteche dItalia, opera
fondata da Giuseppe Mazzatinti (volume XX, alla voce Parma, Archivio di Stato, edita a
Firenze). Lo conferma inoltre una perizia calligrafica. Tutti gli stemmi sono a
inchiostro. Ve ne sono stati inseriti alcuni a colori (come quelli dei Lombardini oppure
quello della famiglia Stocchi), non legati con quelli originali, alcune immagini stampate
e un appunto dattiloscritto, insomma una serie di segni posteriori che indicano
chiaramente che il Blasone parmense servì per le funzioni di controllo della Commissione
Araldica, anche se la concezione con cui era stato creato non fu solo di attenzione alla
nobiltà ma anche alle professioni liberali, a iniziare da quella del notaio: infatti il
Gabbi riporta sia signa tebellionis, cioé sigilli notarili, che stemmi veri e propri. Per
cui il Blasone probabilmente dovette servire anche come modello per i nuovi stemmi,
partendo da una rappresentatività dei cognomi locali. Il modello, anche nella ripresa del
titolo, indubbiamente fu costituito dallopera di un altro grande archivista, Enrico
Scarabelli Zunti, che era entrato nellArchivio di Stato di Parma, diretto da Amadio
Ronchini, nel 1848, per diventare nel 1876 direttore dellArchivio del Comune di
Parma, dopo aver collaborato con Pompeo Litta alla stesura di diverse voci delle Famiglie
Celebri Italiane, che egli continuò aggiungendo Terzi e Scotti. Di Scarabelli Zunti sono
celebri i volumi dedicati a Memorie e documenti per la storia di belle Arti parmigiane,
conservati alla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Parma, ma egli lasciò
diverse raccolte anche di carattere nobiliare, genealogico e araldico, tra cui il Blasone
Parmense, che egli, con gli altri suoi documenti, donò, tramite Giovanni Mariotti, al
Museo di Parma. Un altro suo modello fu una Raccolta anonima che era conservata presso il
Ronchini e poi presso i suoi eredi, in seguito perduta. Infine il Gabbi poté contare sul
Codex A 1 Diplomatum, che dal 1816 al 1858, come aveva disposto Maria Luigia
dAustria creando la prima Commissione Araldica, raccolse in copia gli atti sovrani
di nobilitazione o riconoscimento di nobiltà. Questo registro è conservato
allArchivio di Stato di Parma nel fondo della Commissione Araldica.
FONTI E BIBL.: La biografia del Gabbi si è potuta ricostruire grazie al foglio
matricolare conservato presso il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Ufficio
Centrale per i Beni Archivistici, Roma; le ultime vicende biografiche legate alla
direzione dellArchivio di Stato di Massa vengono dallArchivio dufficio
di quellIstituto; M. DallAcqua, in Guida alle origini dei cognomi parmigiani,
1998, 378-379.
GABBI CAROLINA
Parma 14 novembre 1819-
Studiò canto (soprano) nella Regia Scuola di musica del Carmine di Parma con Antonio De
Cesari dal 1833 al 1838. Si applicò anche al pianoforte diventando uneccellente
suonatrice di questo strumento. Ancora allieva, a soli diciotto anni, la sera del 16
maggio 1838 sostituì sulle scene del Teatro Ducale di Parma lindisposta primadonna
Marianna Bruner Cappelli nel Furioso di Donizetti. Lopera ebbe successo e venne
replicata per sedici sere. La stagione continuò con Gli esposti di Luigi Ricci e
nellultima serata, quella in suo onore del 9 giugno, la Gabbi aggiunse una nuova
cavatina allopera. Dopo il debutto, si recò a Venezia, dove si perfezionò con il
maestro Andrea Galli, e quindi si esibì in vari teatri. Nel gennaio 1839 fu ancora al
Teatro Ducale di Parma per varie recite nel Giuramento di Mercadante in sostituzione della
primadonna Rita Gabussi. Nella stagione estiva 1841, con una compagnia, nella quale
cantava anche il concittadino Superchi, raccolse il plauso nelle opere Beatrice di Tenda,
La vestale, Belisario, Il giuramento a Novi, Ceneda, Belluno, Feltre (in settembre alla
Fiera di San Matteo), Montagnana e Bassano. Nella stagione di Carnevale 1841-1842 fu la
prima donna assoluta in Chi dura vince al Teatro di Udine. Possedette una voce sonante,
distesa e intonata. La carriera le fu troncata, quando era ancora giovanissima, dalla
morte.
FONTI E BIBL.: C. Alcari; Dacci; Cronologia del Teatro Regio di Parma; Gazzetta di Parma 2
febbraio 1839, n. 19; P. Bettoli, I nostri fasti, 83; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, 134,
191, 197; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 286; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in
Gazzetta di Parma 29 agosto 1982, 3; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GABBI CENTURIO
Noceto 13 luglio 1852-Piacenza 26 novembre 1921
Il 15 dicembre 1869 si diplomò con lode in tromba e in contrabbasso alla Regia Scuola di
musica di Parma. Scritturato in varie orchestre come prima tromba, fu poi assunto come
primo contrabbasso al Teatro La Fenice di Venezia. Nel luglio 1875 fu nominato maestro di
tromba al Liceo musicale di Piacenza, per passare nel 1880 allinsegnamento del
contrabbasso nello stesso istituto, posto che occupò fino alla morte. Con questo
strumento nel 1878, assieme ad altri musicisti di Parma, si recò a Parigi con la Regia
Orchestra di Torino diretta da Carlo Pedrotti. Fu uno dei migliori contabbassisti del
tempo, soprannominato il contrabbassista della botta per la forza dellattacco. Fu
molto apprezzato da Verdi, che lo volle alla Scala per la prima dellOtello.
Originale era il modo con cui armava il suo stumento, nel quale aveva dato una tale
inclinazione al manico che il ponticello veniva a essere il doppio del normale. Durante le
cerimonie religiose cantava da tenore solista nelle chiese di Piacenza.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 96; Enciclopedia di Parma, 1998, 362.
GABBI FELICE
-Parma 27 marzo 1712
Figlio di Antonio. Conte, fu canonico dalla Cattedrale di Parma e dottore di sacra
teologia e di leggi. Fu sepolto nella chiesa dei Padri del Carmine in Parma.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi, II, 1856, 334.
GABBI FILIPPO
Parma 24 gennaio 1891-Venezia 1944
Nato da Carlo Uberto, valente archivista, e dalla contessa Brenilde Del Bono, frequentò
lIstituto di Belle Arti di Parma e fu licenziato dal corso speciale di ornato e
figura nel 1910. Dotato di un grande talento artistico e di solida cultura, divenne un
abile miniaturista e i suoi lavori figurano anche in collezioni straniere. Il Gabbi non
trascurò la pittura di grandi proporzioni: nella collezione Glauco Lombardi di Parma si
trovano una riproduzione della parte centrale del ritratto di Maria Luigia dAustria,
eseguito dal Borghesi, e una copia del ritratto di Guglielmo du Tillot, dipinto da Pietro
Ferrari. Il Gabbi fu anche, per abilità tecnica e facilità di assimilare lo stile
altrui, un notevole imitatore del Correggio e del Parmigianino. Svolse a Venezia
lultimo periodo della sua attività.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 75.
GABBI FRANCESCO
Parma 1722 c.-Parma primi anni del XIX secolo
Figlio di Antonio. Fu canonico e presbitero della Cattedrale di Parma. Col Gabbi, agli
inizi dellOttocento, la famiglia nobiliare omonima si estinse.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 4 novembre 1996,5.
GABBI GIOVANNI
Viarolo 1892-1973
Fu buon pittore.
FONTI E BIBL.: V. Banzola, La pittura di Giovanni Gabbi, in Gazzetta di Parma 4 giugno
1973, 3; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 474.
GABBI GIOVANNI ANTONIO
Parma 1718 c.-
Figlio di Antonio. Sacerdote, fu dottore e professore di teologia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 novembre 1996, 5.
GABBI GIUSEPPE
Parma 1819
Falegname. Nel 1819 fornì sedie, poltrone, un canapé in noce con guarnizioni di ottone e
copertura in canna dIndia e un tavolo rotondo guarnito di plaqué dottone per
larredamento dei Palazzi Ducali.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia dAustria, b.
8; Il mobile a Parma, 1983, 263.
GABBI GIUSEPPE
Busseto ante 1855-ante 1895
Del Gabbi si trova un breve accenno nel volumetto su Emanuele Muzio che fu pubblicato nel
1895 da Alfredo Belforti. Parlando del Muzio che alternava il tirar dello spago con quei
canti di musica ora sacra ora profana, che avevano colpito la sua precoce natura di
artista, il Belforti aggiunge che qualche volta lo accompagnava nel canto il distinto
baritono bussetano Giuseppe Gabbi, a cui il servizio di quaranta anni nella Società
Filarmonica non ha fruttato, nemmeno nellatto di scendere nella fossa, una parola di
compianto od un modesto ricordo.
FONTI E BIBL.: Belforti, Biblioteca 70 2 1971; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di
Parma 29 agosto 1982, 3.
GABBI GIUSEPPE
Parma 1913-1962
Durante il servizio militare si comportò da coraggioso marinaio, prima su siluranti e poi
a una batteria antiaerea a Piombino. Si arruolò volontario nei paracadutisti del
battaglione San Marco della marina e raggiunse il grado di maresciallo. Rientrato a Parma,
si dedicò alla trattoria, in piazzale Vittorio Emanuele, ereditata dal padre Attilio,
riuscendo a farne un ristorante famoso soprattutto per le specialità di mare, in ciò
aiutato dalla moglie, Neda Potenti, livornese.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 145.
GABBI LEONILDA, vedi GABBI LEONILDE
GABBI LEONILDE
Parma 5 aprile 1863-Parma 8 gennaio 1919
Nacque da Luigi e Maria Sgavetti. Sorella di Adalgisa e pari a questa nelle doti musicali
di bellezza ed estensione di voce (soprano) e di pronta e profonda intuizione e memoria,
fu assai inferiore alla famosa sorella nellefficacia scenica e nella potenza
rappresentativa drammatica. Nellottobre 1880 entrò nella Regia Scuola di musica di
Parma per studiare canto. Dopo pochi mesi di frequenza uscì dallIstituto per motivi
di salute ma continuò gli studi privatamente con il maestro Pio Ferrari. Il 28 settembre
1882, a diciannove anni, debuttò a Borgo San Donnino come mezzosoprano nella Jone di
Petrella. Successivamente, mutato registro (soprano), attraverso le sue esibizioni nei
teatri di Crema, Reggio Emilia, Rimini e Parma, divenne in pochi anni un apprezzato e
ricercato soprano drammatico ed ebbe una rapida carriera, con momenti di grande notorietà
anche nei maggiori teatri. La si trova infatti a Bari (1895), a Firenze e a Roma (1897), a
Fermo (1898), a Torino e a Milano (1900). Ebbe una notevole attività anche
allestero: cantò ad Alessandria dEgitto e Marsiglia (1895), Valparaiso,
Santiago del Cile, Lima, Buenos Aires, Montevideo, Rio de Janeiro, Città del Messico e
lAvana (dal 1895 al 1900), Madrid (1897), Barcellona (1901) e Lisbona (1902). Nella
stagione 1898-1899 fu in Sud America con la sorella Adalgisa, alternandosi nelle stesse
opere. Tra le numerose stagioni liriche maggiori e minori cui partecipò, emerse
particolarmente al Teatro Regio di Parma nella stagione del 1889-1890 quale Elisabetta di
Valois nelle tredici recite del Don Carlos, a fianco del celebre baritono Giuseppe
Kaschman e del tenore Francesco Signorini, e quale Aida nelle sedici rappresentazioni
della stessa stagione, con Signorini e il baritono Mario Sammarco. Della sua breve
carriera si ricordano ancora le apparizioni nel febbraio 1887 al teatro Regio di Torino in
Rigoletto di Verdi (Maddalena), accanto a R. Stagno, nel novembre 1893 al teatro Comunale
di Bologna alla prima assoluta di Vandea di F. Clementi (Luigia) e nel novembre 1890 in
Fra Diavolo di D. Auber (Pamela) al teatro Margherita di Genova, dove cantò anche
in Gioconda di A. Ponchielli nellaprile del 1895 (Laura). Un altro suo fulgido
successo fu nella stagione di Quaresima al Teatro Principe Alfonso di Madrid, quando,
insieme al celebre tenore francese Duc, interpretò Gioconda e Otello, dopo aver cantato
pochi giorni innanzi Nabucco e Lombardi con il tenore Edoardo Garbin. Mise in luce la sua
musicalità, oltre che nel vasto repertorio, quasi identico a quello della sorella, anche
nel gran numero di opere nuove (quali Ivan di La Rotella, eseguita nellautunno 1900
al Teatro Dal Verme di Milano). Nella stagione 1901, al Liceo di Barcellona, si impose
quale Brunilde nella Walchiria di Wagner. Fu scritturata per il 1902-1903 al Teatro San
Carlo di Lisbona ma una broncopolmonite le spezzò la stagione. Una malattia cronica
polmonare contratta in quelloccasione la fece poi ritirare dalle scene (1903). La
Gabbi si ritirò a Parma, nella sua casa di Borgo Regale, accanto al marito e al figlio,
dedita alla famiglia e alle pratiche religiose di cui fu assai devota. Sposò
limpresario teatrale Celeste Paini.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 75; Dietro il sipario, 1986, 284;
Dizionario Musicisti UTET, 1986, III, 67; P. Adkins Chiti, Almanacco delle virtuose, 1991,
86; E. Gonizzi, Gazzetta di Parma 20 gennaio 1992, 3; Dizionario biografico degli
Italiani, 50, 1998, 825.
GABBI PIETRO MARIA FELICE
Parma 10 gennaio 1683-Parma 8 febbraio 1780
Figlio di Ottavio ed Eleonora Zoboli. Conte, frate cappuccino, fu lettore, predicatore,
guardiano e ministro provinciale (1741). Compì la professione solenne a Carpi il 19
settembre 1704. Fu a Vignola e a Novellara.
FONTI E BIBL.: Cappuccini a Parma, 37, 41, 45, 92; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini,
1963, 117.
GABBI PINO, vedi GABBI GIUSEPPE
GABBI UGO
Parma 1870-1949
Abbandonata la condotta medica di Fontanellato, tenuta per oltre quindici anni, fu medico
a Parma nel quartiere di San Giuseppe e assistente di medicina legale col professor
Cevidali. Poté così continuare i suoi studi scientifici, iniziati sin dal 1895, dando
alle stampe una ventina di pubblicazioni specializzate, una delle quali, in materia di
infanticidio, ottenne nel 1918 il premio nel Concorso Speranza dellUniversità di
Parma. Si prodigò nel 1918 durante la terribile epidemia di spagnola, ottenendo la
riconoscenza della popolazione dellOltretorrente. Il Gabbi diede grande incremento
al movimento stenografico, insieme col Bolaffio e col Pariset, e occupò con competenza
lufficio di assessore allIgiene dal Comune di Parma durante
lamministrazione presieduta dal sindaco Amedeo Passerini, nel periodo successivo
alla prima guerra mondiale. Scrisse anche qualche piacevole satira in dialetto parmigiano.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 92; B. Molossi, Dizionario biografico,
1957, 75-76.
GABELLI CESARE
Fornovo di Taro 1893/1911
Soldato del 26° Reggimento fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare,
con la seguente motivazione: Ad unala della compagnia maggiormente battuta dal fuoco
nemico, tenne con calma e coraggio il proprio posto, finchè cadde gravemente ferito
(Sidi-Abdallah, 16 dicembre 1911).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dellImpero, 1937.
GABELLI EMILIA
Parma 1895-Parma 4 ottobre 1979
Aveva ventiquattro anni quando debuttò (1919) come caratterista in LAntenato, in
una parte non in vernacolo, con la Filodrammatica parmense. Anni dopo questa compagnia si
sciolse e la smisurata passione per le scene portò la Gabelli nel gruppo fondato dai
fratelli Clerici. A fianco di Italo e Giulio, tra i più importanti fautori della fortuna
del teatro dialettale parmigiano, la Gabelli visse come attrice il suo periodo più
intenso. Con la compagnia dialettale parmense La risata calcò con successo, oltre che le
scene dei teatri Petrarca e Reinach di Parma, i palcoscenici di numerose città italiane.
A questo felice periodo appartiene la fortunata tournèe al teatro Eden di Milano in
occasione del Festival folkloristico delle compagnie dialettali regionali (1932). In
quella occasione, con i Clerici, con i fratelli Franco e Carlo Ghezzi, con Mainardi e
Mario De Marchi, la Gabelli interpretò la siora Medea in La popolära dlAida e fu
la siora Merope in La quieta dla campagna e po pù. La si ricorda ancora in La lotaria
d Tripoli, Viva Verdi!, La fiastra balarenna, Un marì inti guai.
Da La risata, dopo anni di successi, la Gabelli passò alla compagnia di Paride
Lanfranchi, poi a quella di Alberto Montacchini e, in seguito, lavorò con Luigi Casalini.
Dal 1977 fu nella Compagnia stabile del teatro comico dialettale parmigiano, diretta da
Franco Ferrari. Il 3 febbraio 1979 la Gabelli festeggiò il sessantesimo anniversario di
vita di palcoscenico. Per loccasione, nel salone della Corale Verdi, venne
rappresentata la commedia in tre atti di Pitteri e Zileri
a la bersagliera!, che
ebbe come protagonista e regista la Gabelli. Morì in scena, al circolo Rapid di Parma,
mentre provava la commedia Al fiol dla serva. Al di fuori delle scene fu ricamatrice
di eccezionale bravura, occupata presso importanti e noti laboratori di Parma, tra i quali
la ditta Orcesi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 6 ottobre 1979, 4.
GABELLI GIUSEPPE
Anzola di Bedonia-post 1940
Detto Peppein de lAnzula, fu suonatore fisarmonicista ambulante. Emigrato in
Francia, ritornò al paese natale nel 1940, diventando presto uno dei più richiesti dalle
balere della montagna, in quanto seguiva il filone della musica valtarese, rielaborata
sulla tradizione musicale parigina. Ebbe una figlia, Rina, fisarmonicista anche lei, che
già da bambina suonava in duo con il Gabelli.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GABERTI GIOVANNI
1902-Santa Lucia Bassa di Medesano 28 luglio 1973
Il Gaberti fu combattente nella prima guerra mondiale e si distinse su vari fronti, sempre
in prima linea, meritandosi due medaglie di bronzo e una dargento al valor militare.
Tornato dalla guerra, si dedicò ai lavori agricoli nel podere di sua proprietà.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 agosto 1973, 11.
GABOARDI ALESSANDRO
Torricella di Sissa 1444 c.-1517 c.
Nato da famiglia patrizia, a 26 anni compose un poemetto in lode di Palermo dedicato al
Panormita (Antonio Beccadelli). Studiò belle lettere in Mantova col bolognese
Giambattista Pio, che nel 1494 lo ricorda con queste parole: Alexandri Gabuardi Parmensis
auditoris mei cum publice Mantuae docerem, juvenis antiquitatis studiosissimi. Per mezzo
di Camilla Sforza, che si era allora ritirata a Torricella, ottenne la carica di pubblico
professore di umane lettere in Pesaro. Da Chiarello Lupo de Spoleti, che pubblicò nel
1511 i Frammenti Mitologici di Palefato, fu detto vir consumatae eruditionis, ac judicii,
et multijuga refertus lectione. Il Grapaldo, che gli fu debitore di varie informazioni,
scrive: quod commonuit amicus noster Alexander Gaboardus Parmensis bonarum Litterarum
studiosus olim admonuit. Il Gaboardi fu correttore per Girolamo Soncino, stampatore di
eleganti edizioni, e fu amico del celebre giureconsulto Tommaso Diplovataccio. Non durò
lungamente nella carica di professore in Pesaro poichè nellanno 1513 passò a
insegnare grammatica in Gubbio (Memorie Pesaresi, mss, tomo 2, a c. 306): Partì il
Gaboardo dalla scuola di Pesaro e andò Maestro a Gubbio senza esser saldato del proprio
onorario, ed ebbe presso di noi per successore il celebre Francesco Da Ponte Bellunese
conosciuto sotto il finto nome di Pontico Viruno. Il Pontico essendosi mal diportato fu
escluso dal Consiglio, e fu richiamato nel 1514 il Gaboardo, che non accettò. Pare che il
Gaboardi abbandonasse di propria iniziativa la scuola di Pesaro, perché non gli erano
stati pagati i suoi stipendi, tanto che, essendogli stata fatta istanza dal segretario del
Comune, che si trovava in Gubbio, perché ritornasse al suo primo ufficio, il Gaboardi gli
rispose: quod si sibi satisfieret de credito suo quod habet pro residuo sui salarii pro
tempore quo retinuit scholas in hac civitate, inserviret pro praeceptore grammatices.
Dagli stessi Consigli del Comune di Pesaro emerge che l11 marzo 1514 fu deliberato
di richiamare il Gaboardi. Questi, come si è già detto, ricusò. Compose varie belle
orazioni e un libro di Questioni intorno alla Lingua latina. Pomponio Torelli lo ricordò
e lodò nei suoi versi. Nell1515 compose un epicedio per la morte di Francesco Mario
Grapaldo, il famoso autore del De partibus aedium. Tradusse inoltre in latino la
Batracomiomachia e compose diversi epigrammi. Pomponio Torelli (in Carmina, Parma, 1600)
ricorda di lui ioci et molles amores.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III,
157-158; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 410-411;
Aurea Parma 3 1958, 175.
GABOARDO, vedi GABOARDI
GABRIELE da PARMA
Parma 1427
Il Mehus nella Vita di Ambrogio Camald. ricorda un Gabriele Parmense figlio di Francesco,
detto Calligrafo nellIndice dellopera. Dice infatti il Mehus alla pagina
CCIII: Praeterea in manuscripto ejusdem, quem nuper laudavimus, Gabrielis Riccardii
membranaceo, eodemque acephalo extant vulgaria Petrarchae carmina scripta die X Maii anno
1427 a Ser Gabriele Francisci filio Parmense in publica Florentinorum vincula ea aetate
coniecto.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 272.
GABRIELE da PARMA
Parma 1465 c.-post 1491
Pittore, ricordato nei registri del Battistero di Parma alla data del 18 luglio 1491:
Maria Catherina filia gabrielis pictoris nata et baptizata die 18 julii copatres Andreas
de Longis et Lucia de Homobono.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911,
58.
GABRIELE da PARMA
Parma 1653/1669
Frate cappuccino, patì gravi infermità partecipando allultima parte
dellassedio di Candia (1653-1669), nella guerra tra Venezia e i Turchi.
FONTI E BIBL.: Imerio da Castellanza, Angeli delle armate, 1937, 107.
GABRIELI ANTONIO
Parma 1486-post 1514
Figlio di Niccolò. Fu tenuto al battesimo da quattro insigni concittadini: un
Tagliaferri, un Cantelli, un Cornazzano e una Zunti. Figlio e nipote di giureconsulti, fu
molto stimato in Parma, vi fu fatto cavaliere e inviato come legato e oratore a papa Leone
X (1514). Poi, sotto papa Clemente VII, fu eletto capo della Comunità di Parma. Non
trascurò le Lettere (sia in latino che in volgare), come attesta Giorgio Anselmi in un
suo epigramma, e anche Odoardo Bolsi lo elogia. In un suo sonetto il Gabrieli si presenta
in forma e atteggiamento singolari: egli va intorno cercando il suo cor piagato, che va
qua e là errando, perciò non sa più dove sia, ma dallo sguardo accigliato di quelle che
abitano nella via dove Lucretia gode far dimora, capisce che il suo cuore è lì,
impiagato da quegli occhi. Siamo in pieno Cinquecento ma si sente ancora leco del
così detto presecentismo del secondo Quattrocento.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 103, e 1 1959, 12.
GABRIELI CRISTOFORO
Parma seconda metà del XV secolo
Fu ingegnere attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 186.
GABRIELI MARCANTONIO
Parma 1512 c.-
Figlio di Antonio, fu valoroso poeta, che seppe imitare gli autori dellaureo secolo
in cui nacque.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 198.
GABRIELLI ANTONIO
Berceto 1348/1353
Figlio di Asinio. Fu arciprete della pieve e chiesa di San Moderanno in Berceto.
Sottoscrisse, come teste, un atto del 1353, col quale i Bercetani, stanchi forse dei
diversi feudatari succedutisi nella prima metà del XIV secolo e spinti anche da Ugolino,
vescovo di Parma, desideroso di rivendicare il possesso di Berceto, elessero Giovannino di
Ambrogio, detto il Barbiere, loro procuratore per giurare fedeltà al Vescovo o al suo
procuratore. Essi protestarono che tutti gli uomini di Berceto e della sua Abbazia erano
vassalli del detto Vescovo, del suo palazzo e del Vescovado parmense e dovevano fedeltà
allo stesso e ai suoi successori in perpetuo, che tutte le terre e possessioni che avevano
in Berceto e nellAbbazia di Berceto le possedevano dal Vescovo predetto e suo
palazzo, che essi abitanti in Berceto e sua Abbazia erano tenuti a prestare fedeltà allo
stesso Vescovo e ai suoi successori e che ciò in antico venne osservato sempre e
testimoniato dai loro maggiori antenati e predecessori, come era manifesto da un pubblico
istrumento steso da Giovanni, notaio dellimperatore Enrico e copiato da Francesco
degli Azzoni, notaio, nel giorno 14 novembre 1210. Gli intervenuti allatto furono
75, primo dei quali Broccardo Boroni, probabilmente lo stesso che si incontra nella
Matricola dei Notari di Parma. Latto è seguito da un secondo, in cui il procuratore
compie il giuramento di fedeltà nelle mani di Palamino dei Rossi, procuratore e sindaco
del vescovo Ugolino, presenti allatto Tommaso de Gabrielli, figlio di Pietro,
e il Gabrielli, figlio di Asinio. Oltre al primo atto, ne fu allegato un altro più
antico, analogo, rogato per Crisopino dei Rotelli, notaio, il 19 ottobre 1348 (Archivio di
Stato di Parma, Carte Rossi).
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 26-29.
GABRIELLI GIOVANNI
Berceto 1348/1362
Fu chirurgo pontificio alla Corte di Avignone, sotto i pontefici Clemente VI e Innoncenzo
VI dallanno 1348 al 1362, con uno stipendio di tredici fiorini e mezzo doro al
mese. Il Gabrielli venne ricordato da Gaetano Marini in Archiatri Pontifici (I, 70), da
Guido de Chauliac, dallAffò in Memorie degli strittori e letterati parmigiani (v.
II, parte 1a), dove gli viene attribuita lopera inedita Incipit Tractatus
compilationis Flobotomiae secundum Magistrum Ioannen Ca. Parmensem (Biblioteca Palatina di
Parma), e da Luciano Scarabelli (Istoria Civile, II, 102). In particolare, Gaetano Marini
riporta il seguente passo: Gioanni da Parma fu un altro Chirurgo di Clemente VI. In un
tomo dellArchivio, che contiene il catalogo de familiari suoi dallanno
1347 al 1352, alla pagina 17 sotto il titolo Surgici si legge: Die 18 mensis junii A.D.
1348 Magister Johannes de Gabriel de Parma receptus fuit in Chirugicum D.N. surrogatus in
locum Magistri Petri Augerii quondam Cirurgici ad vadia consueta, et solitum praestit
juramentum. Però la prima paga, chegli riceve, è per 28 giorni alli 26 di Luglio
di tale anno unitamente col Medico Gioanni da Firenze, comparendo poi solo sempre dalli 20
di Settembre sino a tutti due i Pontificati di Clemente, e dInnocenzo VI, chamandosi
dordinario Surgico, ma talora anche Fisico; e ricevendo per ogni otto settimane, o
sia per ogni bimestre, 27 fiorini, e 9 denari, chera lordinario stipendio
così de Medici, come de Chirurghi Palatini. Morto Innocenzo rimase creditore
di alcune giornate, le quali Urbano V ordinò gli fossero pagate prontamente alli 24 di
Decembre 1362; e la partita ne libri delle spese è notata in questo modo: Johanni
etc. Cyrurgico D. Innocentii quondam pro X diebus die 12 mensis Septembris terminatis 4
flor., 20 solid.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, II, 1789, 50-51;
G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 29; U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 30.
GABRINO da PARMA
Parma ante 1440-Reggio Emilia ante 1471
Nel testamento di Margherita di Feltrino Gonzaga, vedova di Francesco Manfredi, viene
ricordato il Gabrino, pittore, vissuto prima del 1471: Item reliquit Sorori Iohannae
filiae quondam Gabrini Pictoris de Parma, Tertii Ordinis Sancti Francisci, quae stat cum
ipsa testatrice tam pro anima sua, quam pro omni eo, quod petere posset pro sua mercede,
ducatos viginti quinque auri (rogito di Gaspare de Lanciis, notaio reggiano, del 10 maggio
1471, pubblicato da Niccolò Taccoli nelle sue Memorie storiche di Reggio di Lombardia,
parte 3, 585 e seguenti). Secondo lAffò il Gabrino terminò i suoi giorni in
Reggio, dove viveva, presso Margherita Gonzaga nel Convento delle Terziarie di San
Francesco, la figlia Giovanna, ascritta alla stessa regola. Secondo Zani e Cerati, il
Gabrino fu frate del terzo ordine di San Francesco e operò dal 1440 al 1471.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911,
57.
GAETANO da BORGO SAN DONNINO, vedi CORVI PIETRO
GAETANO da PARMA, vedi CALDERONI FRANCESCO MARIA
GAETANO da TABIANO, vedi CORVI PIETRO
GAIANI GIUSEPPE, vedi GAJANI GIUSEPPE
GAIBAZZI ANTONIO
Parma 1820
Sacerdote ed educatore, negli anni Venti del XIX secolo diresse una scuola di mutuo
insegnamento in Parma.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 363.
GAIBAZZI ARISTIDE
Parma 14 agosto 1858-Milano 16 maggio 1899
Figlio di Luigi Giovanni e Angela Bersellini. Dapprima fece lo scultore e realizzò tra
laltro il busto a Camillo Rondani, inaugurato il 1 maggio 1881 nellUniversità
di Parma. A causa di una malformazione al pollice della mano destra, non potendo più
scolpire, si dedicò a lavori di miniatura. A Marsiglia, a Parigi e in particolare a
Milano lasciò moltissime miniature, che gli procurarono benessere economico e una certa
notorietà.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario Biografico, 1905, 39-40.
GAIBAZZI ARNALDO
Parma 9 luglio 1860-1925
Figlio di Luigi Giovanni e Angela Bersellini. Di famiglia di artisti (il padre, illustre
pittore, si distinse al servizio della duchessa Maria Luigia dAustria), fu dapprima
allievo dellAccademia parmense di Belle Arti e poi impiegato
nellAmministrazione ferroviaria ove si rivelò tecnico di valore. Fu, volta a volta,
meccanico, modellatore, architetto, disegnatore tecnico e miniaturista. Eseguì le
miniature su pergamena del libro di preghiere collocato sullinginocchiatoio della
Camera dOro del Castello di Torrechiara, ricostruita in occasione
dellEsposizione Regionale ed Etnografica di Roma (1911). Avviato allesercizio
della libera professione, fu insegnante colto e preparato quanto modesto e schivo.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 76; Gli anni del Liberty, 1993,
156.
GAIBAZZI FILIPPO
San Secondo-1810
Fratello di Francesco, fu intagliatore di risonanza e mediocre fabbricatore di stumenti da
corda. Nellanno 1796 fu attivo nella parrocchiale di Vidalenzo.
FONTI E BIBL.: L. Molossi, Vocabolario topografico, 1832-1834, 501; Aimi, 1981, 7; Il
mobile a Parma, 1983, 262.
GAIBAZZI FRANCESCO
San Secondo ante 1778-1814
Fratello di Filippo. Fu intagliatore di risonanza e mediocre fabbricatore di strumenti da
corda. Realizzò a Soragna nel 1778 sei candelieri nelloratorio di SantAntonio
e nel 1785 gli intagli degli altari dei Santi Pellegrino e Giuliana nella chiesa dei
Serviti.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, 1975, 123, 223; Il mobile a Parma, 1983, 261.
GAIBAZZI GIOVANBATTISTA
Busseto 1699
Figlio di Giuseppe, fu anchegli falegname. Nellanno 1699, assieme al padre, ad
Angelo Baretti, a Bernardino e Giovanni Isé e in collaborazione con lintagliatore
borghigiano Giovanbattista Perfetti, eseguì un armadio nel Monte di Pietà di Busseto.
FONTI E BIBL.: C. Mingardi, 1973, 184-185; Il
mobile a Parma, 1983, 256.
GAIBAZZI GIOVANNI
Santa Margherita di Borgo San Donnino 1762
Falegname, eseguì nellanno 1762 un credenzone nella parrocchiale di Santa
Margherita.
FONTI E BIBL.: Aimi, 1979, 130; Il mobile a Parma, 1983, 260.
GAIBAZZI GIOVANNI, vedi anche GAIBAZZI LUIGI GIOVANNI
GAIBAZZI GIUSEPPE
Borgo San Donnino 1731/1769
Falegname. Dal 1731 al 1769 eseguì lavori nel Palazzo Comunale di Borgo San Donnino. Nel
1745 firmò due cassettoni a ribalta, uno in collezione parmense e laltro in
collezione piacentina: Questo burro fu fatto da Giuseppe Gaibazzi in Borgo San Donnino, li
8 luglio 1745 sotto assistenza di Monsignor Vicario Miccari, e costò 400 lire.
FONTI E BIBL.: G. Godi, in Gazzetta di Parma 8 agosto 1980, 3; Il mobile a Parma, 1983,
257.
GAIBAZZI LUIGI GIOVANNI
Parma 3 novembre 1808-Parma 24 maggio 1888
Avviato da giovanetto al mestiere di parrucchiere, riuscì poi a studiare pittura a Parma
sotto Giovanni Tebaldi, conseguendo nel 1832 il premio annuale accademico con il Filottete
a Nasso. Lanno dopo firmò il contratto per dipingere due ottagoni con Genietti che
sostengono lo stemma di Maria Luigia nella volta della sala grande della Biblioteca
Palatina di Parma a fianco dello scomparto principale dipinto dallo Scaramuzza, il quale
soprintese anche al cantiere dei giovani pittori, formato, oltre che dal Gaibazzi, da
Stanislao Campana, Giocondo Viglioli e altri. Il Gaibazzi terminò la sua partecipazione
allimpresa nel 1834. Nel 1836 già risiedeva a Roma, da dove spedì a Parma come
saggio di pensione una copia parziale dalla Comunione di San Girolamo del Domenichino
(nellIstituto P. Toschi di Parma), e lanno seguente come figura intera di
composizione il non molto riuscito Gladiatore ferito (Galleria Nazionale di Parma),
terminando nel 1839 con la mezza figura di composizione in veste di La disperazione di
Caino. Nel contempo la duchessa Maria Luigia dAustria gli commissionò, per procura,
nel 1837 i Santi Pietro e Paolo, che poi fece porre al primo altare a sinistra in San
Lodovico, e nel 1839 il noto S. Carlo Borromeo, messo alla sinistra del precedente quadro
nella Cappella ducale. Sempre da Roma il Gaibazzi nel 1839 inviò due bozzetti dipinti dal
vero durante i seppellimenti dei morti di colera, che furono esposti al pubblico nel
Palazzo del Giardino assieme a un Ritratto di uomo seduto. Lanno dopo il Gaibazzi fu
ancora variamente attivo a Roma, dove si protrasse la sua permanenza in casa di Marino
Torlonia, per il quale decorò di una medaglia il soffitto della sala del biliardo
nellavito palazzo. Da Roma, nel 1840, spedì pure due ritratti, alcune
composizioncelle di genere e un bello studio accademico. Rientrato a Parma, divenne
professore aggiunto sostituto con voto della scuola di pittura nellAccademia
parmense, ricevendo anche importanti commissioni da Maria Luigia dAustria
nellambito dei rinnovamenti intrapresi nella chiesa di Santa Maria del Quartiere:
una tela con Gesù che risana gli infermi (1842), esposta al pubblico due anni dopo, e la
decorazione su muro delle due cappelle dedicate alla Madonna e a San Lodovico, le quali
ultime però rimasero incompiute alla morte della mecenate (1847). La produzione di questi
primi anni successivi al ritorno a Parma, così come già alcuni saggi inviati da Roma,
ridimensionò le ottimistiche aspettative accese attorno alle sperate qualità del
Gaibazzi, che continuò a dipingere con esiti a volte abbastanza piacevoli ma senza nessun
lampo di genialità. I risultati migliori li ottenne nei ritratti, costruiti con
aristocratica finezza, tesi allo studio del personaggio (del suo volto, principalmente)
per descriverlo con acuta psicologia. Tra queste opere rare, si cita lAutoritratto
(Parma, Galleria Nazionale). Le ordinazioni ducali terminarono nel 1843 con la Madonna
Assunta, che, ereditata da Leopoldo dAustria, venne dallo stesso donata alla chiesa
di San Vitale. In questo medesimo anno il Gaibazzi eseguì pure una gran medaglia nella
volta del Teatro Comunale di Guastalla. Indi nel 1845 espose nel Palazzo del Giardino
lAssunta di San Vitale e nel 1852 un Dio padre che contempla lopera della
redenzione, un Ritratto di Signora a tre quarti e il Ritratto del generale Bianchi. Nel
1853 cominciò a dipingere un Crocefisso per la chiesa di San Rocco (che consegnò finito
nel 1857) e lanno seguente espose nella Galleria dellAccademia un Amore e
Psiche, mentre a una mostra della Società dIncoraggiamento partecipò con il
Ritratto della Sovrana, Un militare ferito e La Sacra Famiglia. Indi nel 1856 espose La
Circoncisione e La Natività e ancora, nel 1858, per commissione di don Bresadola di
Trento, espose, fuori concorso, una Madonna del Rosario. Il Gaibazzi quindi inviò alla
mostra nazionale di Firenze nel 1861 il San Carlo Borromeo, il Gladiatore ferito e un
Ritratto duomo, mentre allaltra mostra nazionale di Parma nel 1870 presentò
la Battaglia tra Greci e Turchi, il quale dipinto era probabilmente lo stesso (oppure una
replica) inviato a una mostra parmense dieci anni prima. Infine, nel 1878, eseguì il
Ritratto di re Umberto I su commissione della Provincia di Parma, che fu posto
nellaula del Consiglio. Nel 1879 espose pure per la Società dIncoraggiamento
un Ritratto della Regina, che venne sorteggiato al Ministero della Pubblica Istruzione,
nonché per la medesima Società, nel 1887, un Ritratto di S.A.R. il Principe di Napoli,
che venne estratto al Comune di Soragna. Indi, poco prima di morire, mostrò al pubblico
anche un Ritratto di vecchio tolto da un cartone eseguito dal vero nel periodo giovanile
romano. Come disegnatore rivelò disinvolta sicurezza del segno e della impostazione
compositiva. I suoi fogli, quelli compiuti e a sé stanti o gli schizzi per opere da
elaborare, tutti caratterizzati da un tratto grafico che si cura principalmente di
determinare i contorni e raramente cerca gradazioni chiaroscurali, sono percorsi da una
sottile vena lirica suscitante sempre interesse. Il Gaibazzi disegnatore non mutò
attraverso il tempo i suoi modi espressivi: i fogli che appartengono alla sua piena
maturità sono condotti allo stesso modo di quelli eseguiti a Roma alla fine degli anni
Trenta.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 29 giugno 1836; Gazzetta di Parma 11 febbraio 1837,
47-48; M. Bonini, 1837; Gazzetta di Parma 1 maggio 1839, 153; Gazzetta di Parma 27 maggio
1840, 181; C. Malaspina, 1840, 276; C. Malaspina, 1841, 141; Gazzetta di Parma 2 dicembre
1843; F. F., in Il Facchino, 1845, 176; C. Malaspina, in Gazzetta di Parma 17 maggio 1845,
161-162; C. Malaspina, in Gazzetta di Parma 7 giugno 1845, 187; C. Malaspina, 1851, 68,
107-108 e 116; Gazzetta di Parma 12 maggio 1852, 423; G. Negri, 1852, n. 55, 61; Gazzetta
di Parma 21 febbraio 1854, 170; Gazzetta di Parma 27 ottobre 1854, 990; Gazzetta di Parma
16 luglio 1856, 641; C. Malaspina, 1857, 727; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 841, 853;
Esposizione delle opere, 1858, 10; P. Martini, 1858, 43; A. Billia, 1860, 1247; C.
Malaspina, 1860, 65, 73; Gazzetta di Parma, supplemento 5 marzo 1862; P. Martini, 1862,
36; Atti delle R. Emiliane Accademie, 1867, 6; C. Malaspina, 1869, 64, 101, 103, 114;
Catalogo delle opere esposte, 1870, 47; P. Martini, 1871, 35, 36, 134, 137, 138; P.
Martini, 1873, 36; P. Grazioli, 1877, 39; B., in Gazzetta di Parma 1878; L. Pigorini, in
Gazzetta di Parma 25 novembre 1879; Memorie intorn., 1886, 36-37; L. Battei, 1887, 21, 27,
43, 54; P. Grazioli, 1887, 145, 190; Gazzetta di Parma 25 maggio 1888; C. Ricci, 1896, 6,
172: E. Scarabelli Zunti, Chiese e conventi, II, 54; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v.
IX, 138-140; N. Pelicelli, 1906, 43, 84, 185, 186, 189, 199, 209, 218; L. Testi, 1912, 21,
99, 110, 116, 117; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, 1920, v. XIII, 72; Inventario
dei manoscritti dellIstituto P. Toschi, v. II, n. 6137, 6138, 6139, 6141 e 1647; A.
Corna, 1930, II edizione, v. I, 444; A. Santangelo, 1934, 89, 109; G. Battelli, 1939, 140,
141, 149; G. Copertini, 1951, VIII; Mostra di pittori emiliani, 1955, 30; E. Bénézit,
1955, v. IV, 128; Pinacoteca Stuard, 1961, 47, 54; A. Ciavarella, 1962, 27, 112, 114; G.
Copertini, in Gazzetta di Parma 10 novembre 1962; R. Allegri, 1963, 49; G. Copertini,
1967, 6; A. Corradini, 1969, 25; Museo G. Lombardi, 1972, 38; A. Ghidiglia Quintavalle,
1972, 35; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 38-39; A.O. Quintavalle, La Regia
Galleria di Parma, Roma, 1939, 243; G. Allegri Tassoni, Catalogo della Mostra
dellAccademia Parmense, Parma, 1952, 51-58; Dizionario Bolaffi pittori, V, 198-199;
G. Copertini, Pittori dellOttocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1954, 168-170; G. Copertini, Pittura dellOttocento, 1971, 48; Mecenatismo e
collezionismo pubblico, 1974, 30-31; Disegni antichi, 1988, 129; A.V. Marchi, Figure del
Ducato, 1991, 260; M. Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 22 settmbre 1997, 5.
GAIBAZZI REMO
Stagno di Roccabianca 29 dicembre 1915-Parma 25 luglio 1994
Frequentò a Parma listituto magistrale senza portare a termine gli studi. Presto si
affermò nel campo della caricatura con la collaborazione a settimanali umoristici a
diffusione nazionale. Negli anni Trenta il Gaibazzi disegnò come Novello oppure come
Garetto e produsse pezzi di una sottile e un poco amara ironia, fondati sulla iperbole
delle forme. Ma nel dopoguerra Steiberg e la sua scrittura più dipanata e più ironica
portarono il Gaibazzi, lentamente, dalle caricature al racconto di una nuova storia.
Quella di una città, la sua città, che egli vede come quella di tante altre, piccole
città di provincia. Il talento del Gaibazzi si affermò appunto negli anni
dellimmediato dopoguerra per quei disengi in bianco e nero (che si volle, allora,
derivati da Ben Shan), rarissimi e mostrati con parsimonia dai proprietari. Con quella
linea, ispirata allespressionismo tedesco, e con quei registri giocati a china sui
rapporti più austeri, il Gaibazzi si pose al di fuori della situazione artistica di
Parma: per la durezza di unanalisi che non lasciava speranze e per la severità di
un giudizio che bloccava i personaggi nella solitudine di una città livida e ostile. I
disegni vennero presentati in mostra alla Galleria del Teatro di Parma: furono discussi,
apprezzati ma anche respinti. Il Gaibazzi disegnò per Paese Sera, ma alla fine, quando
gli venne richiesto, rinunziò a trasferirsi presso il Corriere della Sera a Milano.
Utilizzò negli anni Cinquanta alcuni temi dellEspressionismo, ripercorse Heckel e
Kirchner e la loro grafica e poi usò Grosz e la Nuova Oggettività tedesca. Li usò tutti
per modificare la sua lingua e per trasformarla in strumento di una critica acuminata e
impietosa. Dallo studio in via Garibaldi, posto a piano terra, il Gaibazzi espresse il suo
rifiuto delle convenzioni piccolo borghesi e anche dei modi ufficiali della sinistra,
ancorati ai modelli del realismo: fu, in tal modo, automaticamente isolato, lontano dalle
lusinghe del mercato. Seguirono due mostre importanti in gallerie private: alla Ruota e
alla Steccata di Parma, con la città che si fa sempre più estraniata, con le mura a
incastro, con le case serrate su invisibili esistenze, così dolorose e così escluse dal
vivere civile. Il Gaibazzi, nel frattempo, spostò il suo osservatorio in via Duomo, nel
palazzo che era stato di Fra Salimbene. Da qui, e soprattutto dalle lunghisseme
meditazioni sulle pietre dellantica piazza, prese forma una visione ancora più dura
della realtà, che Corrado Costa così fissa nella presentazione alla mostra della
galleria Il Portico, a Reggio Emilia: Una scenografia di muri deserti, etichette sui
vetri, manifesti strappati, poltrone vuote, scale, mendichi che si confondono nel grigio.
Furono gli ultimi disegni del Gaibazzi, le ultime, amatissime chine che Parma aveva
imparato ad amare, sia pure con colpevole ritardo. Poi il Gaibazzi si confrontò con la
cultura della comunicazione e affrontò il problema dei media come strumento da usare e
non da respingere. Non condivise Horkheimer e Adorno, riflettè su Marcuse e amò su tutti
Walter Benjamin. Credette nella rivoluzione di Wahrol e degli altri pop, ma unita alla
dimensione dellangoscia che Francis Bacon veniva suggerendo sulle scene di una
pittura sempre più attenta al tema dello spazio: lo spazio che chiude addosso e opprime,
lo spazio che si consuma nel nero della stampa su tela e che varia con la scelta dei
formati. Il Gaibazzi lanciò una nuova provocazione alla metà degli anni Sessanta, con
una mostra intitolata Il nuovo fruitore, alla galleria La Ruota : immagini riprodotte in
scala, con il metodo fotografico, con lidea di superare il pezzo unico e quindi il
senso di possesso e di proprietà dellopera darte. Alla base di quelle
immagini vi furono, come detto, lunghe e attente letture di Benjamin, mentre sulla scena
si annunciava larrivo di Adorno e di Marcuse. Furono quelli gli autori sui quali il
Gaibazzi fondò la grande mostra realizzata da Quintavalle per listituto di Storia
dellArte dellUniversità di Parma nel salone dei contrafforti in Pilotta: le
strutture architettoniche della città, i particolari dei suoi monumenti famosi proiettati
sulla tela come i falsi miti della storia, in una ripetizione che toglie ai soggetti
stessi ogni funzione rappresentativa. Poi venne il tempo dei grandi quadri colorati: una
cupola, un profilo di tetti della Cattedrale, unala della Pilotta oppure una griglia
di finestre del Battistero. Quadri che escono dalla civiltà dellastrazione europea,
da Max Bill o da Johannes Itten a Luigi Veronesi, da Mauro Reggiani a Fausto Melotti. Una
astrazione che il Gaibazzi riconduce sempre a una struttura, a un archetipo, a un oggetto
noto, che tutti quelli che lo conoscono sanno individuare, ma che resta inattingibile a
tutti gli altri. Insomma una astrazione che evoca cose note, una astrazione dietro la
quale traspare sempre una realtà. Dopo una mostra alla galleria La Rocchetta di Gian
Marco Chiavari, sempre sul motivo delliterazione dindagine, e un lungo periodo
di studio, il Gaibazzi presentò gli esiti della sua inesausta ricerca alla Galleria A,
diretta da Adriano Braglia, col titolo Superficie. Fu la scoperta di una nuova dimensione
(sorretta, come sempre, da profondi studi: da Althusser, a Deleuze, a Derrida) da
esplorare e da costruire con una serie di scritture. Fu quella la frontiera su cui il
Gaibazzi si mosse negli anni a seguire: con la mostra alla Consigli Arte, centrata sulla
parola lavoro, e con le esposizioni alla galleria Mazzocchi, nel 1986, nel 1990 e nel
1993. Con il colore, nella prima, con una sequenza di formelle in plexiglas nella seconda,
con le delicatissime carte veline a spirale aperta nellultima (accompagnata, questa,
da unantologia degli amati e sudatissimi autori di una vita). Il Gaibazzi intese
fare un passo ulteriore: intese spostare la propria ricerca sul problema del lavoro dello
scrivere (scrivere come dipingere, dipingere come lavorare, lavorare come scrivere). Negli
ultimi dieci anni ecco allora le serie importantissime sulla scrittura: su fogli bianchi
con penna nera o con pennarelli colorati su fogli bianchi o su fondi colorati essi pure,
il Gaibazzi propose la parola lavoro iterata allinfinito, una idea che lo mise in
relazione con tutti quegli artisti, in Francia, in Germania e in Italia, impegnati sul
tema della scrittura. Lultima uscita pubblica del Gaibazzi (sempre più schivo e
sempre più ritirato) si ebbe nellottobre 1993. In occasione dellapertura
della rassegna Arte giovane a Parma, accolse linvito dellassessore alle
politiche giovanili del Comune, Vittorio Casalini, e partecipò a un incontro
allistituto darte Paolo Toschi. Un gran numero di giovani, tra quanti
operavano che comunque sinteressavano di arti visive, ascoltarono le parole del
Gaibazzi. Siamo esclusivamente elaboratori di linguaggi ammonì con la coerenza che fu
linsegna della sua appassionata esistenza, con lidea di rivalutare, sino al
punto estremo, la dimensione manuale dellopera, la sua produttività, al di fuori di
qualsiasi finalità estetica. Il Gaibazzi fu sepolto nel cimitero di Viarolo.
FONTI E BIBL.: Grandi di Parma, 1991, 51; G. Cavazzini, in Gazzetta di Parma 28 luglio
1994, 7, e 6 dicembre 1996, 6.
GAIBAZZI SISTO
San Secondo 1679 c.-San Secondo 18 novembre 1749
Figlio di Andrea. Falegname, ricordato nellanno 1733 per aver fornito nove sagome di
noce e due Sparavieri per li stucadori, per un pagamento per aver disfatto il Coro, e due
ornati, et altre fatture, per altre sagome per gli stuccatori nel coro della parrocchiale
di San Secondo.
FONTI E BIBL.: Archivio Parrocchiale di San Secondo, vol. IV, Diritti parrocchiali e
vertenze, 15, 19 tris, 33, Atti di morte, al 18 novembre 1749; Il mobile a Parma, 1983,
257.
GAIFASO BARTOLOMEO
Pellegrino 1392
Fu notaio imperiale. La sua firma appare in un atto del 24 dicembre 1392 di Giovanni
Ollano, notaio Piacentino, per la cessione fatta da Galvano Granello alla chiesa dei Santi
Abdon e Sennen di un fitto perpetuo di uno staio di frumento a misura di Parma per una
pezza di terra posta a Vianino: Ego Bartolomeus de Gaifasus de Pelegrino, notarius
imperialis..
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 18-19.
GAIFASSI GUIDO ANTONIO
Parma 1444
Giureconsulto, fu scelto nel 1444 dal marchese Federico Pallavicino, Signore di Ravarano e
di altri luoghi, per compilare il volume degli Statuti da osservarsi in quel feudo, come
si rileva dal Proemio: Elegit, et deputavit egregium et sapientem Jurisperitum D. Guidonem
Antonium de Gaifaziis Civem Civitatis Parmae, virum utique peritum, et rebus humanis
expertum committens ei et summa ope imponens, quatenus tam ex Statutis Ravarani et Zibelli
antiquitus conditi per praedicti Domini recolendae memoriae praecessores, quam ex Statutis
Cititatum Parmae, et Cremonae, ac Juris Civilis flores colligat, utilia assumat, addat,
minuat, corrigat, renovet, et reformet. Un esemplare manoscritto dellopera del
Gaifassi si trovava (1789) nella Cancelleria del Supremo Real Magistrato di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 175.
GAINFASSI LUDOVICO, vedi ANTINI LUDOVICO
GAINOTTI EMANUELE
Parma 2 maggio 1802-Parma 1864
Figlio di Antonio e Maria Allodi. Fu insigne canonista allUniversità di Parma dal
1829 almeno fino al 1859. Fu giudice del Tribunale Civile e Criminale, prima a Piacenza e
poi a Parma. Priore della Facoltà legale, fu poi professore emerito.
FONTI E BIBL.: Almanacco di Corte, dal 1830 al 1859; G. Mariotti, LUniversità di
Parma e i moti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1933; F. Rizzi,
Professori, 1953, 99-100.
GAINOTTI ENZO
Parma 27 settembre 1892-Brescello 27 agosto 1962
Figlio di Emilio e Anna Scarani. Allievo di Ermete Novelli, si fece notare nella Compagnia
che Ugo Bitetti formò nel 1920 per Mercedes De Personali, come un buon caratterista. Nel
1921 entrò nella Compagnia Drammatica del Teatro Moderno, diretta da Luigi Antonelli, con
Italy Corsari e Romano Calò. Nel 1923 si associò con Olga Vittoria Gentilli, Ruggero
Capodaglio e Luigi Zoncada. In seguito recitò con altri complessi e nel 1927-1928 fu tra
gli interpreti della commedia musicale Mozart di Sacha Guitry, allestita dalla Compagnia
De Cristoforis-Leonelli. Passato poi con Dina Galli, seguì lattrice meneghina in
tutte le successive compagnie, tra le quali quella diretta da Marcello Giorda. Anche nel
cinematografo, dove entrò nel 1933, sostenne ruoli di attore caratterista, nei quali si
distinse per spontaneità e comunicativa. Fece la sua apparizione in molteplici pellicole
italiane degli anni tra il 1930 e il 1940. In quel decennio di autarchia la cinematografia
italiana fu costretta a servirsi anche del nutrito vivaio di attori di teatro: il Gainotti
venne così chiamato a sostenere molti ruoli di comprimario e di caratterista a fianco di
nomi piuttosto popolari, come Guglielmo Barnabò, Franco Coop, Carlo Romano, Enrico Glori,
Giuseppe Porelli e i fratelli Almirante. La sua prima apparizione avvenne nel 1933, quando
la Manenti Film lo chiamò per una piccola parte in Ninì Falpalà, che il regista Amleto
Palermi trasse dalla commedia Il coraggio di Augusto Novelli. Gli interpreti furono Dina
Galli, Renzo Ricci, Hilda Springher, Elsa De Giorgi e Aristide Baghetti. Nello stesso anno
recitò, nei panni di un bidello, in La maestrina di Guido Brignone, tratto dalla commedia
di Dario Niccodemi e interpretato da Andreina Pagnani, Renato Cialente e Mario Ferrari.
Successivamente apparve nel giallo Freccia doro (1935) diretto da Corrado
DErrico e Piero Ballerini, con Emma Baron, Maurizio DAncora, Luisa Ferida,
Laura Nucci ed Eva Magni, in Laria del continente (1935) di Gennaro Righelli, dalla
commedia di Nino Martoglio, a fianco di Angelo Musco, Leda Gloria, Mario Pisu e Silvana
Jachino, e ancora in Il serpente a sonagli (1935), un altro giallo che Raffaele Matarazzo
ricavò da una commedia di Edoardo Anton. Nel 1936 lo si trova in una commedia
comico-sentimentale, Trenta secondi damore di Mario Bonnard, con Elsa Merlini, Nino
Besozzi ed Enrico Viarisio, tratto da una commedia di Aldo De Benedetti. Nel 1939 fu
invece nel cast di un film molto conosciuto, Piccolo Hotel di Piero Ballerini, con Emma
Gramatica, Andrea Checchi, Laura Nucci, Mino Doro e Luisella Beghi. Altri film
interpretati dal Gainotti furono Le educande di Saint-Cyr di G. Righelli, con V. Vanni, L.
Carini, Silvana Jachino e Maria Jacobini, Forse eri tu lamore (1940), ancora di
Righelli, con Sandro Ruffini, Loretta Vinci, Romolo Costa e laltro parmigiano Renzo
Merusi, Non mi muovo! (1943) di Giorgio Simonelli, con Eduardo, Peppino e Titina De
Filippo, Grattacieli (1943) di Guglielmo Giannini, con Renato Cialente, Paolo Stoppa,
Luigi Pavese e Vanna Vanni, Quattro ragazze sognano (1943) di G. Giannini, con Vanna
Vanni, Valentina Cortese e Paolo Stoppa. Lultimo film interpretato dal Gainotti,
dopo Ti conosco, mascherina! (1944) di Eduardo De Filippo, tratto dallomonima
commedia del grande commediografo napoletano, fu Abbiamo vinto (1950) di R.A. Stemmle, con
Walter Chiari e Antonella Lualdi. La moglie del Gainotti, G. Tala, fu anchessa
attrice.
FONTI E BIBL.: N. Leonelli, Attori, 1940, 400; Filmlexicon, Aggiornamento I, 1973, 996; R.
Campari, Parma e il cinema, 1986, 137.
GAINOTTI GIOVANNI
Parma 1779
Sacerdote, fu cantore della Regia Cappella di San Paolo in Parma fino alla sua
soppressione avvenuta il 12 dicembre 1779. Il Gainotti ricevette una pensione di 540 lire
allanno.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 892-897; N. Pelicelli, Musica
in Parma, 1936, 215.
GAINOTTI LUIGI
Parma 30 ottobre 1859-Genova 1940
Figlio di Ireneo e Marianna Cerezini. Frequentata tra il 1874 ed il 1879 circa
lAccademia Ligustica di Belle Arti a Genova (dove più tardi, nel 1893, fu nominato
accademico), fu allievo e collaboratore di Nicolò Barabino circa dal 1881 al 1890,
riprendendone direttamente i modi. Si dedicò prevalentemente allaffresco: in questo
genere la sua produzione è assai vasta, anche se scarsamente originale e per lo più
improntata ai modi esausti della pittura storica tardo-ottocentesca. Tra le sue opere
maggiori sono da ricordare la decorazione del Palazzo Raggio in Via Balbi a Genova, non
priva di una certa grazia di ascendenza latamente liberty, e quella nella crociera della
chiesa di Nostra Signora delle Vigne, sempre a Genova, eseguiti nel 1920. Agli affreschi
si affiancò, nellultimo periodo della sua attività, una nutrita produzione di
dipinti a olio che risente degli echi di certi aspetti della pittura del Novecento
filtrati a Genova attraverso altre figure, come Rambaldi e Perissinotti.
FONTI E BIBL.: V. Rocchiero, Ottocento pittorico genovese, vol. I, Genova, 1956; V.
Rocchiero, Tessere dellambito barabiniano, catalogo della mostra, Genova, 1971;
Catalogo Bolaffi della Pittura italiana dell800, n. 4, Torino, 1972; Dizionario
Bolaffi Pittori, V, 1974, 199-200.
GAINUZZI FRANCESCO, vedi GUINUZZI FRANCESCO PAOLO
GAJA CARLO
Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore quadraturista attivo nella seconda metà del
XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 66.
GAJAFASI GUIDANTONIO, vedi GAIFASSI GUIDO ANTONIO
GAJANI GAETANO
Parma 1827
Nel gennaio 1827 chiese di essere assunto come custode del Ridotto del Ducale Teatro di
Parma. Dichiarò di essere ex musicante al serviggio di S.M. britannica e ora esercita il
mestiere di paruchiere. Non fu nominato in quanto concorsero altri che possedevano titoli
di servizio al Teatro (Archivio Storico del Teatro Regio, Carteggi).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
GAJANI GIUSEPPE
Parma 1760-Parma 6 marzo 1825
Sacerdote, fu cantore alla chiesa della Steccata di Parma dal 1777 al 1797 e alla
Cattedrale di Parma dal 1778 al 1800. Nel Carnevale 1774 interpretò la parte di Ly-Lam
nel dramma giocoso Linimico delle donne di Galuppi nel Teatro Ducale di Parma, dove
fu ancora nel 1777 nellInnocente fortunata di Paisiello. Nella primavera 1777 cantò
come secondo buffo caricato a Pisa nel Nuovo Teatro de Nobili Sigg. Fratelli Prini
nel dramma giocoso per musica di Giacomo Rust Lidolo cinese e in quello di Anfossi
Il principe di Lago Nero. Nellautunno 1778 fu al Teatro Grimani di San Giovanni
Crisostomo di Venezia nellintermezzo in musica in 5 voci di Giuseppe Gazzaniga Il re
de pazzi e nellintermezzo dello stesso autore La vendemmia. Ritornò nello
stesso teatro nel Carnevale 1779 nellopera buffa a sette voci di Astaritta Il
Francese bizzarro. L8 febbraio 1786 fu ascritto alla prestigiosa Accademia
Filarmonica di Bologna, in qualità di compositore. Nellautunno 1798 era a Venezia
al Teatro Giustiniani in San Moisé nel dramma eroi-comico dun atto solo originale
di Gazzaniga Fedeltà e amore alla prova e nella farsa giocosa per musica di Marcello di
Capua Furberia e puntiglio. Quando morì, occupava il posto di basso di concerto nella
Cappella di Corte di Parma: al suo posto fu nominato Antonio Cavazzini.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1777-1797; Archivio della Cattedrale,
Mandati 1773-1782, 1783-1788, 1789-1794, 1795-1800; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936,
169; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GAJANI MARIA
Parma-post 1779
Sorella di Giuseppe. Nel Carnevale del 1772 fu al Teatro di Corte di Modena in Artaserse
di Paisiello, nel 1774 cantò al Teatro Ducale di Parma assieme al fratello
nellInimico delle donne di Baldassarre Galuppi e ne I visionari, dramma giocoso per
musica di Astaritta. Nel Carnevale dellanno seguente ritornò su queste scene ne
Lastratto, dramma giocoso per musica di Piccinni. Nella stagione di Carnevale del
1779 la si trova al Teatro di Reggio Emilia nellIsola damore di Antonio
Sacchini, opera che aveva già interpretato al Teatro di Parma nel 1778.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Ferrari; Sartori; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GAJANI MARIANNA, vedi GAJANI MARIA
GALANI GIUSEPPE
Parma 1646/1674
Sacerdote, fu tenore e suonatore di violino. Cominciò a servire alla chiesa della
Steccata di Parma il 23 novembre 1646. Sostituì, come tenore, Francesco Pesarini
l11 novembre 1651. Lasciò la Steccata alla fine di giugno dellanno dopo ma vi
ritornò, rimandendovi poi fino al 1674. Prese parte più volte alle feste solenni della
Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 96.
GALANI IPPOLITO
Parma 1538
Fu valente artigiano ricamatore di drappi e tessuti preziosi. Il Galani fu anche Anziano
del Comune di Parma ed è molto probabilmente lo stesso che scrisse un Poema su la guerra
di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 398.
GALANI, vedi anche GALLANI
GALANO GIOVANNI
Parma prima metà del XVI secolo
Architetto civile attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III,
211.
GALANTINO DOMENICO
Parma 1765/1802
Fu Colonnello delle truppe parmensi sotto il duca Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 279.
GALANTINO FRANCESCO
Parma 1777/1781
Dapprima fu addetto alla filatura delle sete, poi Amministratore delle Finanze ducali e
probabile costruttore della villa di Vicomero, località poco lontana dalla residenza
ducale di Colorno. Ferdinando di Borbone concedette il riconoscimento di nobiltà parmense
al Galantino nel 1777 e il titolo di Conte di Bardone nel 1781. Lanno seguente
vennero a galla parecchie irregolarità amministrative tra la Camera ducale e il
Galantino, il quale, nel frattempo, aveva acquistato anche il palazzo di Scipione Grillo.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 279.
GALASSI LODOVICO
Borgo Taro 1831
Dopo i moti del 1831, fu inquisito come disarmatore della truppa (13 febbraio). Fu
arrestato e processato, ma venne poi messo in libertà in forza del decreto di amnistia.
Fu confinato a Borgo Taro e in seguito a Parma, dove poi esercitò la professione di
garzone muratore.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 172.
GALAVERNA ANDREA
Langhirano 16 luglio 1858-Langhirano 26 giugno 1944
Figlio maggiore di Domenico e di Ermelinda Zambrelli. Il Galaverna, venuto a conoscenza
che la zona di Langhirano, per la sua posizione geografica e per il continuo crescere di
attività, poteva offrire una sicura fonte di lavoro nel settore tipografico, lasciò
Collecchio, dove si era da qualche tempo stabilita la propria famiglia, per trasferirvisi
assieme alla sorella Ada. Ciò accadde verso la fine del XIX secolo, quando entrambi si
trovavano già in età matura, luno celibe e laltra nubile. Il laboratorio
venne impiantato in via del Popolo e attrezzato di macchine rapide. La tipografia si
specializzò nella stampa di bollettari, biglietti da visita, partecipazioni di nozze,
volantini per feste da ballo, annunzi di morte e quantaltro necessario a municipi,
società, enti e associazioni. Se non fu il più geniale, certamente fu tra i figli di
Domenico quello che più assiduamente coltivò la musa dialettale, talvolta con esito
discreto, specialmente quando la sua fantasia, peraltro non feracissima, fu lasciata
libera di spaziare e non fu costretta, come troppo spesso accade, a seguire la trama
imposta dai committenti delle sue rime: il Galaverna, in occasione di sagre, festività o
ricorrenze, vedeva infatti presentarsi alla sua tipografia di Langhirano persone che non
solo richiedevano la stampa di manifesti e volantini, ma anche il corredo poetico che
nobilitasse la manifestazione. La sagra di Rivalta, la festa di Albazzano, le fiere di San
Giacomo e San Giovanni, la Croce di Collecchio furono da lui celebrate estemporaneamente
con versi spesso stiracchiati, anonimi, quasi mai sentiti e spontanei. Negli ultimi anni
giunse persino a coniare, sempre su commissione, rime dialettali inneggianti al Re, al
Duce e al regime. Rivelò invece maggiore estro nel 1887, quando si sostituì al padre,
troppo impegnato nel lavoro di segretario comunale di Collecchio e per di più in non
buone condizioni fisiche, nella compilazione del famoso lunario intitolato Locanda gratis.
In quelloccasione il Galaverna superò se stesso e nessuno si accorse della diversa
mano. Dopo la morte di Domenico, avvenuta nel 1903, uscì allo scoperto e proseguì da
Langhirano la pubblicazione della Vitta dBattistein per altri sette anni. La sua
vena però parve inaridirsi in quellimmane sforzo e, salvo sporadiche creazioni
libere da costrizioni doccasione, i suoi versi paiono destinati a non trovare luogo
negli annali del dialetto parmigiano. La vita del Galaverna avrebbe potuto trascorrere
tranquilla tra il bancone dei caratteri di piombo, la stampatrice e lassortita serie
di cliché e fregi, se la sua indole non lavesse portato presto a scontrarsi un
po con tutti. Facilitato dallavere sottomano stampatrice, carta e inchiostro,
iniziò la sua battaglia con satire, sonetti e numeri unici che dimostrano buone doti
intellettuali e non poco coraggio. Nellintento di mettere in ridicolo la boria e la
presunzione dei personaggi più invisi alla maggioranza dei cittadini, cominciò con
lappioppare agli stessi nomignoli buffi e irriverenti, provocando lo scompiglio
nelle file dei conservatori. Fu così che il sindaco di Langhirano, Bergonzi, venne
battezzato Samuele, lassessore Cornelio Costa cercò invano di scrollarsi di dosso
il soprannome di Ciosan, e il sindaco di Felino, Achille Branchi, presidente del collegio
dei sindaci del locale Piccolo Credito Langhiranese, divenne Chilino. Il Galaverna non si
limitò a dileggiare soltanto i potenti ma incominciò a controllare scrupolosamente
lattività della civica amministrazione, ritenuta del tutto carente sui problemi di
sua competenza. Latteggiamento del Galaverna contribuì a rafforzare ancor più la
dura lotta che le forze progressiste da tempo andavano conducendo contro il blocco
moderato che reggeva le sorti del civico consesso. I conservatori, feriti
nellorgoglio, decisero che quella lingua tagliente doveva tacere. Si convenne che
larma migliore per piegarlo fosse quella di praticare uno stretto boicotaggio nei
confronti della sua tipografia. E così avvenne. Il Galaverna, in breve volgere di tempo,
si vide diminuire sensibilmente il lavoro, che gli veniva commissionato soprattutto dal
ceto benestante. Per ripicca, rese ancora più graffianti i suoi strali e ampliò il
raggio dazione, coinvolgendo nella satira anche i manutengoli dei signori. I suoi
scritti e i suoi sonetti passavano di mano in mano tra la gente del borgo e della
campagna, alimentando speranze e sollevando ondate di buon umore. Dopo la prima guerra
mondiale, con lavvento del fascismo, il Galaverna si trovò ancora una volta a
combattere contro gli avversari di sempre. Infatti sui banchi del consiglio comunale
sedettero diversi conservatori, guidati dallavvocato Mantovani. Il boicottaggio nei
confronti del Galaverna riprese con tale intensità e virulenza da rendergli ancor più
difficile la sopravvivenza. Nel 1918 pubblicò un altro foglio, Fate la carità, lavoro
conosciuto e citato. Il dialetto parmigiano del Galaverna è una poco scorrevole mistura
di modi galaverniani (a loro volta non sempre linguisticamente perfetti) e inflessioni del
contado (il Galaverna visse prevalentemente a Langhirano, dopo aver trascorso la
giovinezza a Collecchio).
FONTI E BIBL.: U. Delsante, in Parma nellArte 1 1975, 129-131; C. Melli, Langhirano
e la sua memoria, 1982, 87-90.
GALAVERNA
DOMENICO FRANCESCO FELICE
Parma 25 febbraio 1825-Collecchio 31 agosto 1903
Figlio di Andrea, stipettaio-disegnatore di Reggio Emilia, e di Rosalba Marossa. Il Galaverna nacque nella
parrocchia di San Michele dellArco, come si legge nel registro dei battezzati presso
il Battistero di Parma. Il luogo della nascita e della residenza della famiglia è
indicato nello Stato delle Anime di quella comunità negli anni 1826 e 1827. Da questa
data i volumi darchivio sono mancanti fino al 1838, anno dal quale la famiglia non
è più presente in ambito parrocchiale. Non si sa nulla del tipo di istruzione che ebbe
il Galaverna. Poichè egli stesso dice di aver abitato al Pianellato per una decina di
anni, è presumibile che abbia frequentato le scuole primarie della zona, impiegandosi poi
in diverse tipografie cittadine, come riferiscono i biografi. Non è escluso che il
Galaverna abbia lavorato anche nella bottega paterna, della quale tuttavia non vi sono
notizie. Viste le sue opere e considerato quanto scrivono i suoi biografi, si direbbe che
la sua cultura venne formandosi nel tempo attaverso contatti con persone di un certo
livello e con letture ad ampio spettro. Il Galaverna infatti ebbe dalle istituzioni
educative del tempo altro che uninfarinatua iniziale. Il resto se lo costruì da
solo, per innata curiosità, per il gusto di sapere, di comunicare meglio e forse anche
per lorgoglio personale di appartenere a una piccola borghesia intellettuale, ciò
che rappresentava la sua massima aspirazione. Tale traguardo fu da lui raggiunto in modo
particolare quando approdò a Collecchio. È inoltre da osservare che la sua cultura, pur
vasta e attenta ai classici quanto alle opere moderne e al giornalismo, rimase comunque di
tipo autodidattico e dunque priva del necessario apparato metodologico e probabilmente con
molte lacune. Quando scrive in latino o in francese, si capisce molto bene che lo fa a
orecchio e che non conosce nulla di quelle lingue, e si potrebbero evidenziare molti altri
casi. Tuttavia la fonte primaria a cui attinse , con non comune capacità di introspezione
psicologica, fu il popolo e quindi la sua può definirsi una cultura alternativa e
diversa, ma non del tutto ignara di quella dotta. Nel Galaverna le due culture tentano di
comunicare, di dialogare in qualche modo, e comunque non si ignorano. Il Galaverna, cioè,
non appare come un cantastorie della montagna tosco-emiliana, che compone le proprie
strofe prescindendo completamente, sia come linguaggio sia come contenuti, dalla cultura
dotta. Il Galaverna invece si lasciò sedurre da quel mondo colto, che ammirò e al quale
tese, pur utilizzando forme e modi del popolo. Egli acquisì anche una certa istruzione
religiosa. Conobbe la Bibbia e se ne hanno le prove non solo da parecchie sue citazioni,
ma anche in una edizione del testo sacro conservata presso il municipio di Collecchio che
contiene parecchie sue chiose e annotazioni a margine. La sua fu comunque una religiosità
tradizionale, che non gli pose mai soverchi problemi. Terminata la scuola elementare, fu
allievo tipografo nellOfficina Fiaccadori, poi alla Donati e quindi alla Carmignani,
per rientrare infine alla Fiaccadori quale proto. Nel 1844 il Galaverna fu con ogni
probabilità chiamato alla visita per il servizio di leva. Riformato o non sorteggiato,
sta di fatto che non sembra abbia effettuato il servizio militare, altrimenti nel 1848 non
sarebbe stato alla Tipografia Fiaccadori, rimanendo invece inquadrato nellesercito
del nuovo duca Borbone almeno fino allanno successivo. Allinizio del 1849 il
Galaverna fu a Parma, dove si propose quale burattinaio per rallegrare il mesto Carnevale
di quellanno (LAmico del Popolo). Egli dichiarò in quella occasione di
risiedere in borgo del Vescovo n. 109, nella parrocchia della Santissima Trinità. Quasi
certamente nel marzo del 1849 il Galavernà trovò lavoro a Langhirano come impiegato. I
primi rudimenti del mestiere di impiegato amministrativo li apprese dal notaio Giacomo
Stocchi di Langhirano, che ne aveva constatato lingegno assistendo a un
applauditissimo spettacolo di burattini tenuto dal Galaverna a Langhirano nel cortile
dellAlbergo del Gambero. In effetti il Galaverna compare in tutti gli atti notarili
compilati tra il 23 aprile e il 10 dicembre 1849, periodo che è da considerare di
apprendistato presso lo studio notarile langhiranese. Occorre notare che il Galaverna è
indicato negli atti sempre come testimone (era abitudine dei notai di utilizzare i propri
commessi per evitare il perditempo di convocare altri testi) con la seguente qualifica:
Domenico Galaverna del vivo Andrea librajo domiciliato nella città di Parma, borgo del
Vescovo n. 109. Dunque egli aveva conservato, almeno nominalmente, la sua precedente
attività presso Fiaccadori (che, oltre alla tipografia, aveva anche la libreria), a
dimostrazione, forse, della precarietà e temporaneità dellimpiego presso il
notaio. Sta di fatto che nel 1850 risulta ancora residente a Parma. Da quanto riferito dai
biografi, sulla scorta però della testimonianza orale del solo figlio Andrea e senza
poter suffragare tali elementi con documentazione certa, non sembra che la partecipazione
diretta del Galaverna al movimento risorgimentale sia stata tale da giustificarne la
qualifica di patriota, ma è certo che non fosse un reazionario. Anche senza attribuire
soverchia importanza, come fanno alcuni autori, allautobiografismo
Battistino-Galaverna, ideologicamente non vi è dubbio che il Galaverna fosse un patriota
convinto, probabilmente con una punta di mazzinianesimo, ma non al punto da mettere a
repentaglio più di tanto la sua vita e i suoi interessi molteplici per una causa che
vedeva realisticamente già in atto e inarrestabile, almeno nella prima fase di
conseguimento dellUnità. Fu un benpensante, capì che i ducati ormai avevano il
fiato corto e che lItalia si sarebbe fatta con o senza il suo contributo personale.
Nel 1848, forse irritato o dispiaciuto per la vessatoria chiusura della Fiaccadori, che lo
toccò personalmente, ebbe un moto di ribellione, ma sempre restando al sicuro e in ombra.
Successivamente si imborghesì ancor più, aderendo con sempre maggiore convinzione al
ceto piccolo borghese intellettuale, e infine la vita tranquilla di provincia lo assorbì
con i suoi modesti orizzonti, i suoi riti e le sue rassicuranti liturgie. Nel 1852, come
risulta dallo Stato delle Anime della parrocchia della Santissima Trinità, il Galaverna e
i suoi familiari non risiedevano più in borgo del Vescovo. Il notaio Stocchi rivestì a
Langhirano la carica di consigliere anziano e fece parte della Giunta comunale. Stocchi
inserì con facilità il Galaverna in Comune ad aiutare il segretario, quale apprendista e
commesso, fin dal 1851. Qui, come riferì il figlio Andrea, fece anche da burattinaio, in
poche occasioni e per puro divertimento (lultima negli anni Sessanta, a beneficio
delle vedove dei caduti nelle guerre dindipendenza). Il Galaverna fu particolarmente
soddisfatto e orgoglioso della sua creatura, divenuta col tempo famosa: il Battistèn
Panäda, personaggio bonario, onesto e disgraziato, da lui stesso proposto quale
alternativa alla maschera ufficiale di Parma, il Dsèvod. Entusiastica fu
laccoglienza da parte dei Parmigiani della nuova maschera, tanto da far nascere nel
Galaverna la voglia di pubblicare una strenna sotto quel nome, coinvolgendo lo stesso
Battistèn in una serie di avventure da narrare anno dopo anno ai suoi lettori. E il
successo fu grande. Il Galaverna, che già si era dilettato a poetare in vernacolo (nel
1846 scrisse il suo primo lavoro: El Cosmorama), incoraggiato dal successo, tra Natale e
Capodanno del 1852 diede dunque vita al Battistèn Panäda, il suo capolavoro, un lunario
parmigiano che uscì a ogni principio di anno per quarantotto anni consecutivi. Le
avventure e le disavventure di Battistèn (in tutto, 27386 versi) furono lette avidamente
per anni e anni, anche dopo la morte del Galaverna, in città e in provincia: il popolare
libriccino godette di una diffusione straordinaria. Per i suoi stessi tipi diede alle
stampe molte altre opericciole, novelle, dialoghi, commediole che poco aggiunsero alla sua
fama. Pregevoli sono, invece, le sue poesie, raccolte in due volumetti editi nel 1858 e
nel 1870. La sua opera maggiore rimane, tuttavia, larguta Battistèn Panäda.
Soltanto dal 1856 (ma i documenti conservati nellArchivio Storico Comunale di
Langhirano per il periodo pre-unitario sono molto lacunosi) risulta retribuito dal Comune,
sia pure in modo saltuario: ogni tanto il Consiglio degli Anziani proponeva una
rimunerazione, per lo più di quaranta lire per volta, al Galaverna, il quale riceveva poi
circa venti lire per gli incerti (trascrizione e compilazione di cartelle esattoriali e
altri documenti fiscali per conto degli esattori). Poi venne il congedo e il
trasferimento. Il 6 luglio 1858 il podestà di Langhirano scrive al governatore di Parma:
Per dare unultima prova al sig. Domenico Galaverna, commesso di questa podesteria
che sta per abbandonare il comune essendo promosso segretario provvigionale a Palanzano, e
per dimostrargli in quale riguardo si tengano i suoi buoni servigi, prestati per ben sette
anni come apprendista e come commesso, si propone di elargirgli una gratificazione di
venti lire. Il governatore approvò con lettera dell8 luglio. Il Galaverna nel
frattempo si era sposato con Ermelinda Zambrelli di Torrechiara e il 16 luglio, proprio
mentre era in atto il trasferimento a Palanzano, nacque il primogenito Andrea, battezzato
col nome del nonno. A Palanzano il Galaverna rimase poco più di un anno. Il 20 ottobre
1859 lintendente generale della Provincia di Parma inviò una comunicazione al
sindaco di Collecchio, il marchese Lodovico Dalla Rosa Prati, per informarlo che il
segretario Eustachio Guardasoni era trasferito a Sissa, mentre il Galaverna da Palanzano
passava a Collecchio. Il Galaverna prese la residenza collecchiese il 1° novembre e la
prima seduta consiliare cui assistette fu quella del 13 successivo. Il Galaverna si
inserì subito assai bene in paese. Gli era agevole raggiungere la vicina città di Parma,
collegata a Collecchio da una veloce diligenza e dal 1883 anche dalla ferrovia, dove
continuò a intrattenere i suoi interessi pubblicistici, particolarmente con la libreria
di Enrico Pezzani. La sua vita in paese non gli impedì di pensare costantemente in
termini cittadini e questo fu un grande merito intellettuale e culturale del Galaverna. È
possibile che lassenza di riferimenti a Collecchio nei suoi lunari e nella Vitta di
Battistino fosse dovuta da un lato allesigenza di rendere la pubblicazione
comprensibile e fruibile da tutti i Parmigiani e dallaltro dalla preoccupazione di
evitare riferimenti al mondo nel quale viveva quotidianamente, ma denota indubbiamente
anche una certa apertura mentale. Da Collecchio peraltro il Galaverna non si mosse più.
Del resto aveva vissuto benissimo pure a Langhirano, paese col quale mantenne in seguito
stretti contatti. Nella sua nuova sede frequentò il caffè Nazionale di Paolo Bertolotti,
che si affacciava nella piazza. Qui si incontrava con il parroco Pietro Pellegrini, di cui
stampò le odi di occasione, col farmacista e assessore comunale Ferdinando Riccardi, col
marchese Ivo Dalla Rosa Prati, singolare figura di attore, col veterinario e filantropo
Giuseppe Reggiani, col barone di Rauschenfels, ex-ufficiale austriaco divenuto agricoltore
e cacciatore, di cui stampò un manuale sui cani, con Demetrio Naudin, possidente, figlio
del pittore Giuseppe, con gli ingegneri Salvatore Rugalli e Francesco Ortalli-Bergonzi,
reduci entrambi dalle patrie battaglie, col sindaco Pietro Ruffini, col maestro Giuseppe
Baroni, direttore delle scuole, e col medico condotto Bartolomeo Colla. Quella era a
Collecchio la società piccolo-borghese-intellettuale cui aspirava il Galaverna. Per
notizie sulle due tipografie che fondò, una a Collecchio e una a Langhirano, si deve
restare alle memorie orali poichè ben poco aiuto viene dai registri conservati presso la
Camera di Commercio di Parma. Nel 1873 (ma la tipografia funzionava già dal 1868) il
Galaverna fu iscritto quale tipografo alla matricola degli esercenti commercio arti e
industrie nel Comune di Collecchio. Ricompare nel 1874 e dal 1884 fino al 1900
lattività risulta a nome del figlio Andrea. A Langhirano, dove risiedette in una
casa di proprietà del marchese Dalla Rosa Prati in via Spezia n. 23, la tipografia
Galaverna iniziò a funzionare intorno al 1890, ma nei registri camerali non risulta. Nel
1868 il Galaverna fu coinvolto nelle manifestazioni contro limminente entrata in
vigore della tassa sul macinato. Il 27 dicembre una folla vociante e minacciosa,
raccoltasi spontaneamente nelle campagne, fece ressa davanti al municipio inscenando una
vibrata manifestazione antigovernativa. Particolarmente presi di mira furono, oltre il
delegato che in quei giorni sostituiva il sindaco dimissionario, i dipendenti comunali,
tra cui il Galaverna, che videro le loro abitazioni minacciate di saccheggio. Il Galaverna
fuggì nei boschi, poi a Langhirano e infine a Parma, dove lo raggiunse la famiglia,
presso lamico Pezzani. La manifestazione lo scosse profondamente e non tanto perchè
rivolta a una legge che anchegli riteneva iniqua, ma per il motivo che lui stesso ne
venne colpito e senza motivo plausibile ai suoi occhi. Il Galaverna il 7 gennaio 1869
così scrisse al delegato: Desidero che la popolazione addivenga a migliori sensi verso di
me, che credo di non aver mai offesa in nulla e preannunciò addirittura le dimissioni,
che non ebbero però seguito (il Galaverna fu pensionato solo nel 1892).
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 76-77; U. Delsante, Dizionario
Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 8 febbraio 1960, 3; Proposta 5 1976, 17; T.
Marcheselli, in Gazzetta di Parma 9 gennaio 1989; U. Delsante, Domenico Galaverna,
burattinaio e patriota, Parma, 1988; DallOlio, Tradizioni parmigiane, III, 1993,
194-195.
GALAVERNA GIUSEPPE
Collecchio 30 aprile 1860-Collecchio 29 aprile 1950
Fu il più geniale dei numerosi figli di Domenico e di Ermelinda Zambrelli. Continuò a
far funzionare la tipografia dopo la morte del padre e partecipò attivamente e con
entusiasmo alla vita culturale e associativa di Collecchio, dove fu, tra laltro, tra
i promotori degli spettacoli di Carnevale. Ebbe spiccate doti artistiche nella poesia e
soprattutto nel disegno.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 8 febbraio 1960,
3.
GALBERTO
Parma XIII/XIV secolo
Fu celebrato Dottore di Leggi. Nella Biblioteca Riccardiana di Firenze si trova un suo
Tractatus de Materia Statutorum ab Azone de Ramenghis suppletus et perfectus. È un codice
cartaceo in folio, segnato n.1 num. XXVIII (vedi Lami, f. 53 e 204). Azzo Ramenghi morì
verso la metà del XIV secolo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie di scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 69.
GALDINO di BARDI, vedi LANDI GALDINO
GALEAZZI GIACOMO
Parma 1713
Fu attore comico di qualche abilità. Recitò al principio del Settecento con il nome di
Florindo. Fu anche scrittore, ma di lui si conosce una sola commedia: Ciò che il fato
prescrive invan si fugge (DallAglio, Parma, 1713).
FONTI E BIBL.: F. Bartoli, Notizie istoriche de comici italiani, Padova, 1782, 248;
L. Rasi, I comici italiani, vol. I, Firenze, 1897; N. Leonelli, Attori, 1940, 400; M.
Ferrarini, Parma teatrale Ottocentesca, 1946, 72.
GALEOTTI ALBERTO
Parma 1225 c.-1285
Nacque a Parma (come risulta dal proemio della sua Summala quaestionum dove si proclama
legum doctor parmensis) intorno agli anni Venti-Trenta del XIII secolo da Galeotto, dal
quale, a detta del Panciroli, avrebbe tratto il cognome. Dopo gli studi giuridici,
condotti forse a Bologna, il Galeotti insegnò prima del 1251 diritto civile presso
lUniversità di Padova e in seguito presso quella di Modena. La menzione del
magistero modenese e il ricordo di quello padovano, entrambi contenuti nella Summula,
consentono di precisare il rapporto cronologico tra i due incarichi didattici.
Lopera, composta dal Galeotti a Modena per espressa richiesta degli scolari (cum ego
Albertus Galeotti legum doctor parmensis essem Mutinae in studio constitutus, et essem a
sociis meis saepissime rogatus), richiama numerosi episodi della docenza patavina che,
logicamente, fu anteriore a quella emiliana. Ciò permette di confutare lipotesi
dellAffo, secondo il quale linsegnamento modenese avrebbe preceduto quello
padovano. Tra il 1251 e il 1272 il Galeotti fu inoltre impegnato per conto della sua
città natale in varie missioni diplomatiche. Sono questi, per Parma, gli anni del periodo
aureo della libertà comunale, dopo la vittoria su Federico II avvenuta nel febbraio 1248.
La città, di fede guelfa, nel 1251 si impegnò in una guerra contro la ghibellina
Cremona, che laveva privata del possesso di Guastalla e Brescello. In questa
occasione il Galeotti fu inviato dal cardinale legato Gregorio da Montelongo, insieme con
Gherardo da Correggio, a Bologna e a Modena, per cercarvi aiuti e alleati e per
organizzare la difesa. Nel gennaio 1255 il Galeotti è attestato a Napoli, ove presenziò
come testimone allelezione di un canonico da parte del clero partenopeo. I motivi
che lo indussero a recarsi a Napoli non sono noti: lAffò ritiene che egli vi abbia
seguito, nel 1254, il parmense Bertolino Tavernieri, inviato da papa Innocenzo IV in
quella città per assumervi la carica di podestà durante uno dei brevi periodi del
reggimento comunale partenopeo sotto la tutela del Pontefice. È certo, comunque, che il
Galeotti si trovava a Napoli ancora dopo la morte di Innocenzo IV e lelezione del
successore Alessandro IV. Controversa è la questione del magistero del Galeotti presso
altri studi italiani. Il documento relativo al soggiorno napoletano del Galeotti (su cui
cfr. Affò) può infatti avvalorare lipotesi di una sua docenza
nellUniversità partenopea, ma non si hanno ulteriori conferme. Il Mariotti e il
Gualazzini ritengono probabile che il Galeotti abbia insegnato nello Studio di Parma dopo
il 1251. Si tratta, in tutti i casi, di ipotesi suggestive ma prive di testimonianze
dirette. Verso il 1270, secondo unipotesi di H. Kantorowicz, il Galeotti ritornò a
insegnare a Padova, dove ebbe tra i suoi allievi Alberto Gandino. Già nel 1272 dovette
ritirarsi a Parma: allottobre di quellanno, infatti, risale un documento
(edito dal Tacoli) che contiene un patto intercorso tra il Comune di Parma e quello di
Reggio, stipulato con lintervento del Galeotti. Si ignora la data di morte,
assegnata dalla leteratura erudita, senza apparente fondamento, al 1285. Giurista
originale e fecondo, civilista ma buon conoscitore del diritto canonico, il Galeotti
appartiene a quella generazione intermedia di doctores che, esauritasi con Accorso
lesperienza didattico-scientifica della glossa, si rivolse, a metà del Duecento, ai
problemi che la quotidiana pratica del diritto poneva con crescente insistenza. Al
Galeotti come agli altri giuristi practici suoi contemporanei si deve la rivalutazione del
diritto statutario e il suo inserimento nel sistema dello ius commune. La Summula
quaestionum o Margarita, composta durante il magistero modenese, è lunica opera
edita del Galeotti. Improntata sul metodo didattico universitario, si basa
sulloppositio dialettica tipica della quaestio: convergono infatti nella Summala una
serie di questioni pratiche, relative in massima parte al diritto processuale. Il
trattato, diviso in 42 rubriche, fu assai apprezzato dai contemporanei e dai giuristi
posteriori, al punto da costituire la principale fonte dottrinale delle loro opere: la 38a
rubrica, dal titolo de alimentis, fu infatti quasi interamente utilizzata da Martino da
Fano nel suo omonimo trattato mentre il 41° titolo, de statutis, costituisce il nucleo
centrale delle Quaestiones statutorum di Alberto Gandino. Numerosi brani della Summula,
infine, rifluirono nello Speculum iudiciale di Guillaume Durand. La Summula necessita
ancora di unattenta analisi filologica che chiarisca taluni dubbi prospettati dagli
studiosi. Il Solmi ha infatti avanzato lipotesi che essa si componesse in origine
non di 42, ma di 38 rubriche, lultima delle quali sarebbe la già ricordata de
alimentis. La rubrica 39a, de pignoribus, costituirebbe unaggiunta del giurista
Rolandino de Romanci, mentre le successive sarebbero addizioni portate in seguito
dai manoscritti, e appartenenti al Galeotti stesso (Solmi), le quali, almeno in un primo
momento, avrebbero circolato in maniera indipendente. Tale ipotesi sarebbe confermata
dallesistenza di manoscritti della Summula privi delle rubriche finali. Tradita da
molti manoscritti (per i quali cfr. Dolezalek, s.v. Albertus Galeottus Parmensis), la
Summula fu più volte stampata nel corso del XVI secolo sia singolarmente (Lione, 1579;
Colonia, 1585, 1591 e 1595), sia come appendice allo Speculum iudiciale del Durand,
unitamente alle Cavillationes, opera del
canonista portoghese Iohannes de Deo (Venezia, 1567, IV, 107-195; Torino, 1578, IV,
89-142. Brevi trattazioni e opere legate alla pratica o alla didattica da attribuirsi al
Galeotti sono anche il Tractatus de pignoribus e il Tractatus de positionibus. Il primo
trattatello (Torino, Biblioteca nazionale, D.II.13, cc. 62 ss.) corrisponderebbe, secondo
il Savigny, alla rubrica 39a della Summula e sarebbe da attribuire non già al Galeotti,
ma a Rolandino de Romanci. Problemi di identificazione sono posti dal Tractatus de
positionibus, ricordato nel suo omonimo trattato da Iacopo DellArena, conterraneo e
di poco più giovane del Galeotti: questa opera sarebbe, secondo il Savigny,
nullaltro che la rubrica 18 della Summula quaestionum dello stesso Galeotti. Per
sedare ogni dubbio sarebbe opportuno istituire un confronto tra la rubrica menzionata e
lunico esemplare manoscritto noto del trattato: Biblioteca apostolica Vaticana,
Vaticano latino 11605, cc.136v-138r. Per altri contributi del Galeotti (brevi trattati,
additiones e quaestiones) confronta Dolezalek, sub voce.
FONTI E BIBL.: G. Panciroli, De claris legum interpretibus, Venetiis, 1637, 157 s.; L.A.
Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevii, Mediolani, 1741, IV, col. 512; N. Tacoli,
Compendio delle diramazioni corelativo alla genealogia della famiglia Tacoli, I, Reggio,
1742, 357; T. Diplovataccio, Liber de claris iuris consultis. Pars posterior, a cura di F.
Schultz - H. Kantorowicz - G. Rabotti, in Studia Gratiana X 1968, 154 s.; I. Affò,
Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, Parma, 1789, 108-113; L. Savioli,
Annali bolognesi, II, 1, Bassano, 1789, 337; F.M. Colle, Storia scientifica e letteraria
dello Studio di Padova, II, Padova, 1825, 14-18; F.C. von Savigny, Geschichte des
römischen Rechts im Mittelalter, Heidelberg, 1834-1851, III, 637 s., V, 474, 527-532; S.
Mazzetti, Repertorio di tutti i professori della famosa Università di Bologna, Bologna,
1847, s.v.; U. von Bethmann Hollweg, Der Civilprozess des gemeinen Rechts in geschichtl.
Entwicklung, VI, 3, Bonn, 1874, 77 s.; G.B. Jannelli, Dizionario biografico dei Parmigiani
illustri, Genova, 1877, s.v.; A. Gloria, Monumenti dellUniversità di Padova, I,
Venezia, 1884, 216 s.;G. Mariotti, Memorie e documenti per la storia dellUniversità
di Parma nel Medio Evo, I, Parma, 1888, 54; M. Sarti, M. Fattorini, De claris
Archigymnasii Bononiensis professoribus, I, Bologna, 1888, 130 s.; A. Solmi, Alberto da
Gandino e il diritto statutario nella giurisprudenza del secolo XIII, in Contributi alla
storia del diritto comune, Roma, 1937, 358; H. Kantorowicz, Leben und Scriften des
Albertus Gandinus, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte XLIV 1924 ,
235 s., 294 s., 297; E. Besta, Fonti, in Storia del diritto italiano, a cura di P. Del
Giudice, I, 2, Milano, 1925, 825, 831; A. Sorbelli, Storia dellUniversità di
Bologna, I, Il Medioevo ( secc. XI-XV), Bologna, 1944, 69, 73; U. Nicolini, Il trattato De
alimentis di Martino da Fano, in Atti del Congresso internazionale di diritto romano,
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Besta, Il primo secolo della Scuola giuridica napoletana, in Studi di storia giuridica
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di Giovanni dAndrea sulle Quaestiones civilistiche, Catania, 1980, 27 s.; E.
Cortese, Legisti, canonisti e feudisti: la formazione di un ceto medievale, in Università
e società nei secoli XII-XVI, Pistoia, 1983, 252 s., 256; F. Martino, Giuristi di scuola
e pratici del diritto a Reggio e a Padova, in Quaderni Catanesi di Studi Classici e
Medievali XVI 1986, 423-425, 432, 435 s.; L. Sorrenti, Tra lecturae e quaestiones in un
esemplare del Codex. Il ms. Lucca, Biblioteca capitolare 322, in Quaderni Catanesi di
Studi Classici e Medievali XVII 1987, 105; G. Speciale, Henrigetus magistri Gerardi
giudice e cronista. La Marca Trevigiana in uninedita cronaca trecentesca, in Rivista
Internazionale di Diritto Comune III 1992, 232, 240; L. Fowler Magerl, Ordines iudiciarii
and Libelli de ordine iudiciorum, Turnhout, 1994, 67, 108; Enciclopedia Italiana, XVI,
270; F. Rizzi, I professori dellUniversità di Parma. Note indicative
bio-bibliografiche, Parma, 1953, sub voce; G. Dolezalek, Verzeichnis der Handschriften zum
römischen Rechts bis 1600, Frankfurt am Main, 1972, sub voce ; M.B. Buffoni, in
Dizionario Biografico degli Italiani, 51, 1998, 423-425.
GALEOTTI ALBERTO
Soragna 28 luglio 1825-Soragna 17 luglio 1900
Inizialmente avviato agli studi religiosi, venne, come chierico, investito dei benefici di
San Carlo e di San Giuseppe che la propria famiglia aveva fondato nella chiesa
parrocchiale di Soragna nei secoli XVII e XVIII e sui quali vantava diritti di
juspatronato. Laureatosi in legge e interessatosi di problemi sociali allinsegna
delle imperanti ideologie liberali, occupò vari posti nella vita pubblica locale. A
Soragna, dopo essere stato consigliere provinciale, fu infatti consigliere comunale e poi
Sindaco dal 1880 al 1885, nonchè membro del comitato promotore dellasilo Vittorio
Emanuele II nel 1876, suo generoso benefattore e presidente. A Carzeto fu presidente, nel
1887, della Società operaia del luogo e fondatore dellasilo che poi assunse il suo
nome. A Fontanellato fu pure consigliere comunale (1889), primo presidente, cinque anni
dopo, dellasilo e benefattore insigne dello stesso, che dotò di una rendita e di un
patrimonio fondiario. Uguale cosa fece a favore dellasilo di Polesine Parmense e di
quello di Langhirano. Un cospicuo legato lasciò nel 1897 anche a Corniglio affinchè, con
le sue rendite, si potesse favorire il sorgere di un ospedale civile a disposizione della
popolazione locale e dei paesi limitrofi. Definito cittadino integro, liberale e
filantropo, venne commemorato nel cimitero di Soragna dallassessore Giuseppe Faroldi
e, per disposizione della Giunta municipale, venne stabilito che ogni anno, nel giorno
anniversario della sua morte, fosse esposta la bandiera tricolore a mezzasta.
Inoltre sulla casa ove nacque e abitò venne posta nel 1903, a cura del Comune, la
seguente memoria marmorea: Alberto Galeotti dottore in legge fu maestro in quella
dellamore cristiano apostolo di carità intravvide con animo buono e libero
intelletto letà ventura di pace e di giustizia e ne diede esempio collopera
soccorritrice dogni miseria umana visse beneficando morì ammonendo
collestrema volontà che la ricchezza è bene universale.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 286-287.
GALEOTTI FRANCESCO
-Parma 19 febbraio 1834
Ingegnere e agronomo attivo nellanno 1807.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 399.
GALEOTTI GIACOMO
Borgo San Donnino 1859
Dottore, fu deputato del 2° collegio di Borgo San Donnino allassemblea dei
Rappresentanti del popolo delle Provincie parmensi eletta nel 1859.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941,
151.
GALEOTTI VALENTINO
Parma 1588/1589
Fu Lettore di Logica nellUniversità di Bologna nel 1588-1589.
FONTI E BIBL.: Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 6 1929, 8.
GALESTI ANTONIO
Parma 1453
È ricordato in data 18 novembre 1453 come boccalaro.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, 1911, 7.
GALLANI CARLO
Langhirano 2 febbraio 1897-post 1971
Risiedette a Milano. Frequentò i corsi di scultura dellAccademia di Brera, poi si
dedicò completamente alla pittura prendendo parte a mostre ufficiali: Angelicum di
Milano, Mostre sociali della Famiglia artistica, Premio Ramazzotti (medaglia
dargento) e Biennale nazionale darte di Milano. Trattò di preferenza la
tecnica dellolio (paesaggio e composizione) ma anche laffresco
(SantAlberto protettore dei giovani e Madonna Assunta a Rivolta dAdda).
Conseguì la targa doro alla Mostra dei Tessuti a Piacenza (1966).
FONTI E BIBL.: Catalogo XX Biennale Nazionale di Milano, 1957; La Prealpina 15 agosto
1968; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1347.
GALLANI GIUSEPPE
LEGGIADRO
Parma 21 dicembre 1516-1572 o 1590
Figlio di Ziardo e di Susanna. Di famiglia cospicua, il Gallani venne avviato a studi
notarili, ma non esercitò mai la professione, preferendo dedicarsi a studi letterari e
alla frequentazione dei cenacoli colti di Parma, in particolare quello della famiglia
Bajardi, rinomato per antichità e prestigio. A un membro di questa famiglia, Fabrizio, è
dedicata la sua prima opera, una commedia in cinque atti intitolata La Porzia.
Lopera venne diffusa manoscritta intorno al 1540 e pubblicata, senza incontrare
alcun favore, una decina di anni più tardi (la British Library di Londra ne conserva una
copia sotto la dicitura Leggiadri Galanni, Giuseppe, La Portia. Comedia, B. Giunta,
Florence, 1550). La Porzia fu anche edita da B. Nicolini col titolo Una commedia
antispagnuola del Cinquecento. La Porzia di Giuseppe Leggiadro Gallani (Napoli, 1962). La
commedia, convenzionale per trama e personaggi, è sostenuta da un fortissimo spirito
antispagnolo che anima la descrizione degli eventi. Di qualche anno successiva è la
composizione di una tragedia in cinque atti, la Dido, dedicata a Ottavio Farnese e
conservata nel manoscritto Parmense 3800 della Biblioteca Palatina di Parma, un codice
cartaceo del XVII secolo in 4°, legato in cartone. Nella tragedia, modellata secondo gli
stilemi classici, spicca per intensità e forza la figura della protagonista, che riscatta
la convenzionalità della trama. Nel prologo il Gallani fa riferimento a unopera
omonima composta da L. Dolce nel 1547, sostenendo di aver scritto la Dido molti anni prima
e di averla affidata a un amico abbandonando Parma. Secondo la testimonianza di I. Affò
(p. 49), infatti, quando papa Paolo III nominò duca di Parma e Piacenza Pier Luigi
Farnese, nellagosto 1545, il Gallani, da sempre fedele a Ottavio Farnese, preferì
lasciare la città e si recò a Napoli, forse proprio su suo incarico (Nicolini, in Una
commedia antispagnuola, 114). A Napoli fu al servizio di alcuni nobili locali pur
continuando a dedicarsi alacremente allattività letteraria. La fedeltà del Gallani
al duca Ottavio Farnese, trovò la sua massima espressione nel poemetto La guerra di
Parma, da lui composto poco dopo lo scoppio (maggio 1551) della guerra che vide
contrapporsi i Francesi, di cui era alleato Ottavio Farnese, e il nuovo papa Giulio III,
che contava sullappoggio di Carlo V. Del poemetto venne stampata nel 1552 dal
parmense Seth Viotto unedizione in quattro canti. Nel corso dello stesso anno, dopo
la tregua stipulata dalle parti in aprile, vide la luce unedizione in sette canti,
sempre presso Viotto, intitolata La guerra di Parma nuovamente con la giunta ristampata, e
corretta. Il poemetto sviluppa la tematica storica, che ne costituisce lasse
portante, con uno stile didascalico e monotono, mosso solo da una certa vivacità nella
descrizione delle battaglie, in cui viene esaltato il coraggio dei membri della famiglia
Farnese impegnati nella guerra. Vasta fu la produzione poetica del Gallani, conservata in
una serie di volumi miscellanei: il libro V delle Rime di diversi illustri signori
napoletani, e daltri nobilissimi ingegni, a cura di L. Dolce (Venezia, 1552), in due
raccolte di G. Ruscelli, entrambe edite a Venezia nel 1555, Tempio alla divina signora
Giovanna dAragona e I fiori delle rime dei poeti illustri e nel libro IX delle Rime
dei diversi autori, a cura di L. Dolce (Venezia, 1564). I versi del Gallani, quasi
esclusivamente dedicati a tematiche amorose, sono pervasi da echi classicisti e da un
gusto profondo per la descrizione del mondo naturale di stampo arcadico. La banalità
generale dei componimenti viene talvolta riscattata da una certa grazia che affiora qua e
là tra i versi. Già il da Erba (c. 201) dava come dispersi un gran numero di
componimenti, in poesia e in prosa, del Gallani: lAlithea, tragedia musicale, due
egloghe pastorali, Filide e Forza damore, il poemetto in ottave La favola
dAdone, una commedia in prosa, Il falso, un Dialogo dei pastori modellato
sullArcadia di J. Sannazzaro e unincompiuta traduzione in ottave della Tebaide
di Stazio. Incerta è la data della morte del Gallani: il da Erba, che scrive nel 1572, ne
parla come di persona già morta, mentre lo Spreti sposta la data di morte al 1590.
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina, ms. Parmense 922: A.M. Edoari da Erba,
Compendio copiosissimo dellorigine, antichità successi e nobiltà della città di
Parma, c. 201; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1789, IV,
49-52; A. Pezzana, Memorie dgli scrittori e letterati parmigiani. Continuate, Parma, 1825,
VI, parte 2, 497-499, VII, 664; A. Boselli, Un poemetto poco conosciuto del secolo XVI: La
guerra di Parma, estratto dalla rivista Per Larte XV 1913; E. Boccia, La drammatica
a Parma (1400-1900), Parma, 1913, 75-77; Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931,
84; Aurea Parma 2/3 1957, 108; Aurea Parma 2 1959, 105-106; A. Asor Rosa, in Dizionario
biografico degli Italiani, 51, 1998, 512-513.
GALLANI PIETRO, vedi LEGGIADRI GALLANI PIETRO ANDREA
GALLANI SALVATORE
-Coloreto 8 luglio 1841
Fu prelato domestico del Papa (nominato il 26 aprile 1833), primiero e canonico onorario
della Cattedrale di Parma. Avendo dotato il primiceriato di 500 lire vecchie, ottenne dal
Papa di poter nominare il suo successore per disposizione testamentaria. Il Gallani legò
per testamento al Capitolo della Cattedrale di Parma due pianete solenni.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi, II, 1856, 547-548.
GALLENGA ANTONIO
CARLO NAPOLEONE
Parma 4 novembre 1810-The Falls Llandogo 17 dicembre 1895
Nacque dal Celso, ex ufficiale napoleonico di origine piemontese, e da Marianna
Lombardini. Orfano presto di madre, dal padre, che inseguiva il mito della rivoluzione a
fianco dei Greci insorti, fu affidato a uno zio materno che ne curò la prima educazione.
Gli studi, compiuti nelle scuole pubbliche, rivelarono in lui, insieme con
unintelligenza vivace, una certa attitudine per i classici, ma dovettero essere
interrotti dopo liscrizione alla facoltà di medicina per le conseguenze della
effimera insurrezione parmense del 1831, cui il Gallenga partecipò con tutta
lirruenza e la risolutezza del giovane cresciuto nel clima di un romanticismo dalle
risonanze byroniane. Fuggitivo in Toscana e poi esule a Marsiglia e in Corsica,
sullesempio di L.A. Melegari, che aveva organizzato la congrega mazziniana di Parma,
si affiliò alla Giovine Italia col nome di battaglia di Procida. Entrò subito in uno
stato di ulteriore esaltazione che lo rese insofferente di ogni indugio e che,
parallelamente alla sanguinosa repressione antimazziniana che intanto aveva luogo in
Piemonte, gli fece concepire lidea di un gesto dimostrativo che suonasse come
principio di rivolta per tutta la penisola. Maturò così in lui il progetto di una
attentato al re di Sardegna Carlo Alberto di Savoja e, per attuarlo, chiese e ottenne di
poter passare in Francia meridionale (luglio 1833). Da Tolone il Gallenga si recò a
Ginevra e vi incontrò il Mazzini al quale strappò un sostegno organizzativo al proprio
disegno. Una volta a Torino, però, vuoi per loggettiva difficoltà
dellesecuzione, vuoi per linsostenibile peso di una responsabilità assunta
troppo precipitosamente, il coraggio gli venne meno: riguadagnata per la via di Genova la
Toscana (ottobre 1833), il Gallenga si portò ancora più a sud nella primavera del 1834
quando, assunto come precettore di un giovane diplomatico napoletano, lo seguì a Malta e
poi a Tangeri, dove restò fino allestate del 1836. Lintraprendenza, la
personalità, una certa comunicativa e una cultura fatta di assidue letture e di viaggi
nei paesi del Mediterraneo costituirono in questi anni la sua principale risorsa, ma non
placarono lansia che pareva tormentarlo facendogli desiderare sempre nuove mete.
Quella che scelse nellagosto del 1836 imbarcandosi a Gibilterra era tra le più
lontane possibili: sbarcato infatti a New York il 7 ottobre, si stabilì a Boston ove si
servì delle commendatizie fornitegli da un diplomatico americano per entrare nel giro
degli intellettuali, particolarmente sensibili, grazie allinflusso di H.W.
Longfellow e di R.W. Emerson, al fascino della classicità e dunque ben disposti verso la
cultura europea e i suoi rappresentanti. Impadronitosi presto della lingua, il Gallenga
strinse molti contatti (a esempio con lo storico W.H. Prescott), sebbene non giungesse mai
a integrarsi in pieno in un ambiente che, pur accettandolo, non soddisfece la sua
aspirazione a ottenere una cattedra di italiano a Harvard: ebbe però altre occasioni di
lavoro (come le lezioni di italiano o linsegnamento in un collegio femminile di
Cambridge) e di elevazione intellettuale, come le conferenze, le letture dantesche e, dal
1838, alcune salturarie collaborazioni alla North American Review, sulla quale pubblicò
un saggio (Romantic poetry in Italy) che, riecheggiando temi mazziniani, sottolineava i
contenuti di rigenerazione morale e civile della letteratura italiana dallAlfieri in
poi. Sempre nel 1838 uscì a Cambridge un suo volume di Romanze, novelle in versi da
cantare sulle arie del molodramma, genere col quale le Romanze hanno in comune
limpronta passionale e il timbro stilistico, nonché la propensione a fissare uno
stereotipo di facile godibilità e consumo. Restava però la frustrazione delle ambizioni
universitarie e si faceva forse sentire anche il peso della nostalgia. Così il 1° maggio
1839 il Gallenga si risolse al ritorno e, imbarcatosi a New York, un mese dopo era a
Londra. Preso contatto con gli esuli italiani, ne ricevette qualche soccorso e
lintroduzione nei salotti degli italofili inglesi. Molti, sapendolo vicino al
Mazzini col quale aveva ritrovato un rapporto fatto di cordialità e in parte di sintonia
anche ideologica, gli espressero la loro considerazione, altri, tra cui lady Sidney
Morgan, lo aiutarono a trovare incarichi di traduttore e possibilità di accesso alle
riviste londinesi di attualità culturale. Tra il 1839 e il 1841 il Metropolitan Magazine,
la Foreign and Quarterly Review, la Westminster Review e la British and Foreign Review
ospitarono moltissimi suoi articoli. Firmati con lo pseudonimo Luigi Mariotti, che il
Gallenga aveva adottato allinizio dellesilio e che conservò fin verso il
1853, toccarono svariati argomenti, sebbene il tema fosse in realtà uno solo: quello
dellItalia e dei suoi travagli visti da un esule (tale elemento è sempre
sottolineato nei titoli) attraverso il prisma, talora impressionistico, di un
imprescindibile rapporto tra storia, vita civile e letteratura. Rielaborati e fusi in un
disegno più ampio, furono poi pubblicati col titolo Italy , general view of its history
and literature (I-II, London, 1841; ma vide la luce anche una ristampa intitolata Italy,
past and present, London, 1841, e, in traduzione tedesca, Lipsia, 1846).
Contemporaneamente, dopo una rapida riapparizione a Firenze nella primavera del 1840,
iniziarono le collaborazioni ad alcune riviste di G.P. Vieusseux: nel complesso quella del
Gallenga era unesistenza che non conosceva soste ma che continuava a lasciare
irrealizzata la speranza di un incarico di prestigio in ambito accademico. Allinizio
del 1842 tornò nel Nordamerica, attrattovi dalla promessa di una cattedra di lingue e
letterature moderne a Windsor, nella Nuova Scozia, ma dopo un solo anno, deluso dal
livello del college, si dimise. Al ritorno a Londra lo attendeva la solita vita di
sacrifici. Poco gratificato sul piano economico dallattività pubblicistica, il
Gallenga conseguì invece un buon successo sociale grazie alla naturalezza con cui si
muoveva, avendo ormai interiorizzato comportamenti e modi di pensare assai vicini a quelli
inglesi. Dalla Giovine Italia gli vennero le maggiori sollecitazioni a non tralasciare la
politica: il Gallenga rispose dando una mano nella scuola italiana del Mazzini o
adoperandosi per difendere limmagine di costui al tempo della polemica
sullapertura della sua corrispondenza, ma soprattutto impegnandosi in un lavoro
pubblicistico col quale si riprometteva di ottenere dagli Inglesi una migliore conoscenza
e quindi una migliore disponibilità verso le cose italiane, anche a costo di ricorrere a
quei generi (le poesie di Oltremonte e oltremare, London, 1844, o i racconti di The
Blackdown papers, London, 1846, e di Scenes from Italian life, London, 1850) che ne
accentuavano linnata vocazione alle coloriture fantastiche, al folklore e alle
rappresentazioni di maniera. Lo riportò a uno stato danimo più militante
levoluzione interna dellItalia prequarantottesca, che gli ispirò un nuovo
Italy, past and present (I-II, London, 1848), in cui, nella ripresa di tematiche e
impostazioni svolte a partire dal 1843 in una serie di articoli per il New Monthly
Magazine di Londra, la novità è rappresentata dal rilievo che nello sviluppo della
civiltà italiana è assegnato al Mazzini e al suo principio di nazionaltà. Parve
lavvio di un legame più forte, consolidato per di più dalla presenza del Gallenga
a fianco del Mazzini nellAssociazione nazionale italiana e poi dalla partenza (27
marzo 1848) e dal viaggio compiuto insieme attraverso la Francia. Invece, appena in
Italia, i due si separarono e il Gallenga si diresse a Parma dove si fece subito
sostenitore della fusione del Ducato con il Piemonte, attuata di lì a poco col voto del
20 maggio 1848. Totalmente acquisito alla causa sarda, nellagosto del 1848 prese a
collaborare con il quotidiano torinese Il Risorgimento, si candidò alle elezioni
politiche, addirittura abbandonò lunitarismo fin allora professato per abbracciare
il progetto federativo del Gioberti e venne compensato dal governo Alfieri con il
conferimento di una missione diplomatica a Francoforte, dove arrivò il 2 ottobre 1848.
Secondo le istruzioni, doveva perorare presso lAssemblea nazionale tedesca la causa
dellindipendenza italiana. Prese invece liniziativa di proporre unintesa
austro-sarda che abbandonava al loro destino la Lombardia e i Ducati rendendo vana la
mediazione di Francia e Inghilterra e provocandone il risentimento. Il 6 dicembre 1848
Torino gli comunicò la fine immediata della missione. Per riprendere quota, da un lato si
staccò definitivamente dal Mazzini, non senza prima aver tentato di convincerlo a
spostarsi su una linea di realistica accettazione dellegemonia moderata. Non avendo
ottenuto successo, consegnò un ampio lavoro su Italy in 1848 (London, 1851), un impietoso
atto di accusa contro gli indirizzi seguiti sino ad allora dalla democrazia. Per un altro
verso, rientrato a Londra, mentre trovava un posto di docente al London University College
(vi insegnò per circa un decennio, fino al 1859) e lavorava a una grammatica italiana
che, uscita nel 1851, venne ripubblicata nel 1854 col titolo di Mariottis Italian
Grammar (ebbe ben quattordici edizioni fino al 1883), elaborò anche un progetto
pubblicistico che, tenendo docchio la situazione interna del Piemonte, puntava in
sostanza a rafforzarne la posizione internazionale e a rappresentarne gli ultimi sviluppi
costituzionali come la base per una futura politica nazionale. Così, dopo la
pubblicazione di una Historical memoir of fra Dolcino and his times (Londra, 1853), di
evidente intonazione antiromana, apparve la ben più impegnativa History of Piedmont
(I-III, London, 1855-1856; traduzione italiana Storia del Piemonte dai primi tempi alla
pace di Parigi del 30 marzo 1856, I-II, Torino, 1856): molto apprezzata negli ambienti
governativi torinesi che avevano, su invito del Cavour, facilitato le ricerche del
Gallenga, lopera fu giudicata dalla democrazia repubblicana come il lavoro di un
uomo che si era venduto alla causa monarchica. Intanto il 20 agosto 1854 era risultato
vincitore nellelezione suppletiva nel collegio di Cavour: ne conseguirono il
trasferimento a Torino e la solerte partecipazione ai lavori della Camera subalpina, su
posizioni prossime a quelle del Cavour ma con un atteggiamento generalmente critico fino
alla saccenteria verso uomini, istituzioni e assetti sociali giudicati troppo distanti dal
modello ideale inglese. Senonché nellottobre del 1856 la carriera parlamentare del
Gallenga si interruppe bruscamente per un incidente da lui stesso provocato con un incauto
accenno nella History of Piedmont al mancato attentato del 1833: accusato dal Gallenga di
esserne stato il mandante, il Mazzini si difese efficacemente con una lettera a F.
Campanella che, accolta nellItalia e Popolo di Genova del 25 ottobre 1856, costrinse
il Gallenga ad ammettere le proprie responsabilità e quindi a dimettersi dal Parlamento
restituendo la croce di cavaliere mauriziano da poco conferitagli. Il biennio seguente lo
trovò ancora a Londra. Nel 1847, naturalizzatosi inglese, sposò a Manchester Juliet
Schunk, figlia di un ricco industriale tessile di origine tedesca, che morì nel 1855 dopo
avergli dato due figli. Nel 1858 fu la volta dellirlandese Ann Johnstone, che lo
rese padre altre due volte. Il Gallenga si era dunque integrato pienamente nella società
inglese e nella sua mentalità, ma a gratificarlo davvero fu lassunzione a The Times
in qualità di corrispondente estero e di inviato, il che realizzò alcune tra le sue
massime aspirazioni: entrare in unistituzione di prestigio internazionale, girare il
mondo e formare lopinione pubblica di un paese avanzato sui temi più scottanti
della politica estera. Banco di prova di questa nuova esperienza fu ovviamente
lItalia degli storici eventi del 1859-1860 che il Gallenga seguì passando di volta
in volta da Firenze a Torino, da Roma a Palermo e a Napoli: i suoi umori non sempre
stabili erano in questa fase quelli di un unitario ostile allingerenza francese in
Italia e favorevole allavvento di una monarchia nazionale capace di gestire una
transizione socialmente equilibrata impiantando un regno il più vicino possibile al
modello inglese, comunque insuperabile. Vicino ormai alla Destra, nel 1860 e nel 1861 fu
rieletto alla Camera prima subalpina e poi nazionale (VII e VIII legislatura) nei collegi
di Castellamonte e Langhirano e nei lavori parlamentari denotò un forte spirito
antirattazziano e ancor più antidemocratico, fin quando non riprese il lavoro di inviato:
allora fu prima negli Stati Uniti della guerra civile (1863), poi nella Danimarca della
guerra contro la Prussia (1864), quindi a più riprese (1865-1866 e 1868-1869) nella
Spagna della crisi della monarchia borbonica e della successiva rivoluzione. Il Gallenga
veniva così mettendo a punto uno stile giornalistico che, calibrato soprattutto sugli
eventi bellici e sulle grandi transizioni, univa a una buona visione complessiva delle
forze in campo e dei rispettiivi interessi la vivacità brillante e le intuizioni felici
di una prosa fatta apposta per indurre il lettore a vedere nelle posizioni del Times
quelle dellInghilterra (e viceversa). Ciò avvenne anche con le guerre combattute
dalla Prussia nel 1866 e nel 1870-1871, che il Gallenga seguì con i suoi editoriali da
Londra, poi riprese a viaggiare e nel 1873 si spinse fino a Cuba, cui dedicò il volume
The pearl of Antilles (London, 1873; traduzione italiana, Milano, 1874), mentre sul finire
del 1875 fu a Instanbul per seguire la crisi dOriente. Periodicamente tornava in
Italia per dedicare lunghe corrispondenze al sistema politico del paese, alle sue
condizioni di vita e ai rapporti Stato-Chiesa: ma i molti viaggi compiuti a Roma tra il
1873 e il 1875 e tra la fine del 1877 e laprile del 1878, oltre a fornirgli le
cronache per Italy revisited (I-II, London, 1877) e di The pope and the king (London,
1879), accrebbero il suo pessimismo di fondo e stimolarono le sue tirate moralistiche
sullarretratezza di una socità ritenuta disordinata perché preda delle suggestioni
demagogiche e dunque antitetica al suo ideale vittoriano. Alla luce di questo schema il
Gallenga continuò a osservare la realtà italiana fino alla metà degli anni Ottanta,
inviando alla Nuova Antologia (1883) e alla National Review contributi di un pessimismo
esasperato, nei quali la denunzia delle turbolenze di una democrazia non equilibrata dalla
presenza di unaristocrazia di stampo inglese apre la strada a frequenti suggestioni
di carattere autoritario. Tutto sommato, il Gallenga migliore resta quello meno accigliato
dei grandi reportages di viaggio, spesso destinati a essere raccolti in volume: da quello
del 1879 in Spagna nacquero le Iberian reminiscences (I-II, London, 1883), da una lunga
circumnavigazione dellAmerica del Sud nel 1879-1880 South America (London, 1880),
giudicato il capolavoro del Gallenga viaggiatore (Garosci, 599) e dal viaggio in Russia
dellestate del 1882 A Summer tour in Russia (London, 1882; traduzione italiana,
Parma, 1883). La vena comunque tendeva a esaurirsi e la stanchezza si rifletteva sulla
qualità dellosservazione e del racconto: il Gallenga ripiegò allora sulla
narrazione della propria avventurosa esistenza, tornando al tema trattato molti anni prima
nellAutobiographical sketch illustrative of Italian life during the insurrection of
1831 (London, 1854, pubblicato con lo pseudonimo di Castellamonte che nelledizione
del 1856, ove il Gallenga figura come autore, diventò il titolo del libro), e tra il 1884
e il 1885 affidò al consueto editore londinese, Chapman & Hall, i due volumi degli
Episodes of my second life (2a edizione, Philadelphia, 1885), dedicati il primo al periodo
americano e il secondo allarco di anni dal 1839 al 1880. La personalità del
Gallenga vi campeggia in tutta la sua complessità e in una gamma di sfumature che
comprendono la sincerità, lo sforzo di autocoscienza, legotismo e la presunzione di
sé. Non mancano le imprecisioni della memoria, ma predomina la voglia di mettersi a nudo,
e proprio di qui, dal racconto troppo indiscreto che il Gallenga volle fare delle vicende
interne del Times, derivò la sua caduta in disgrazia presso la proprietà del giornale,
che il 6 dicembre 1884 gli comunicò per lettera il licenziamento in tronco. Per reagire
allo sconforto si diede addirittura al romanzo (Jenny Jennet, I-II, London, 1886, che
meritò unironica recensione di O. Wilde; nonché, postumo, Theclas vow,
London, 1898), ma dallItalia non riusciva a staccarsi, sia pure per dedicarle
lamaro e sconsolato bilancio de LItalia presente e futura, con note di
statistica generale (Firenze, 1886; traduzione inglese, I-II, London, 1877), in cui le
grandi aspettative dellUnità sono messe a confronto con le meschine realizzazioni
di una classe politica che un Gallenga più moralista che mai ritiene del tutto inadeguata
al compito di edificare uno Stato. Instancabile malgrado letà, nel 1888 accettò di
inviare articoli alla Nazione di Firenze (poi raccolti in Vita inglese, Firenze, 1890),
stavolta per raccontare le caratteristiche del popolo che lo aveva ospitato. Fu solo con
il ritorno al potere del Crispi che la sua sfiduca nella liberaldemocrazia parve
quietarsi. Il Gallenga si ritirò infine a vivere in campagna con la moglie
semiparalizzata.
FONTI E BIBL.: Molto approfondita in quanto frutto di un imponente lavoro di ricerca
bibliografica e archivistica è la biografia che al Gallenga dedicò A. Garosci, Antonio
Gallenga. Vita avventurosa di un emigrato dellOttocento, I-II, Torino, 1979, recante
in appendice una bibliografia pressocché completa degli scritti del Gallenga e di quelli
apparsi su di lui fino a quella data (altri titoli sono utilizzati nel testo e figurano
solo nelle note). Integrazioni possibili sono quelle relative alle fonti, tra le quali:
Documenti diplomatici italiani, s. I, II-III, X, Roma, 1959-1988, ad indices; s. 2, I,
Roma, 1960, ad indicem; Le relazioni diplomatiche fra il Regno di Sardegna e la Gran
Bretagna, s. 3, I, IV, a cura di F. Curato, Roma, 1964, ad indices; C. Cavour,
Epistolario, VIII-XI, XIII-XIV, Firenze, 1983-1994, ad indices; Dal Piemonte
allItalia. Studi in onore di N. Nada, a cura di U. Levra, N. Tranfaglia, Torino,
1995, ad indicem. Tra le biografie sono utili quella inserita in Dictionary of national
biography, XXII, Suppl., s.v., e quella di G. Monsagrati, in Dizionario biografico degli
Italiani, 51, 1998, 534-538.
GALLENGA CAMILLO
Torino 4 luglio 1858-Parma 21 dicembre 1946
Nacque da Giuliano Vincenzo e da Laura Taroni. Si laureò a Torino in medicina e chirurgia
nel 1882. Indirizzatosi allo studio delloftalmologia, fu assistente nella clinica
oculistica dellUniversità torinese negli anni accademici 1885-1886 e 1887-1888,
allievo del celebre oftalmologo C. Reymond. Conseguì per titoli la qualifica di docente
privato a Modena nel 1886 e a Torino nel 1888. Intraprese la carriera universitaria nel
novembre del 1888, quando fu chiamato a succedere a F. Ponti nella direzione della
cattedra di oftalmoiatria e clinica oculistica dellUniversità di Parma. In questo
Ateneo fu anche preside di facoltà negli anni accademici 1895-1896 e 1897-1898, rettore
facente funzioni dal 1° agosto al 15 ottobre 1919, rettore eletto dal 6 novembre 1925 al
30 novembre 1927 e professore emerito. Lasciò linsegnamento nel 1933 per raggiunti
limiti di età. Appassionato studioso dei vari aspetti della fisiologia e della patologia
dellapparecchio visivo, fu autore di numerose ricerche. Prima ancora di conseguire
la laurea, quando era allievo interno della clinica oculistica di Torino, pubblicò il suo
primo lavoro in tale campo: Contribuzione allo studio dei tumori vascolari
dellorbita, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino, s. 3, XXX 1882,
382-395. Nel periodo antecedente il suo passaggio a Parma, il Gallenga indirizzò tutta la
sua produzione scientifica allo studio delle tonache fibrosa e vascolare, della camera
anteriore, del cristallino e degli organi accessori dellocchio, con particolare
riguardo alle patologie di interesse oncologico e teratologico (Contribuzione allo studio
dei tumori congeniti della congiuntiva e della cornea, con particolari considerazioni
sulla loro genesi, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXIII 1885,
576-594; Osservazioni di tiloma della congiuntiva, in Giornale della Regia Accademia di
Medicina di Torino XXXIII 1885, 789-793; Dellidroftalmia congenita. Studio clinico
ed istologico, in Annali di Ottalmologia XIV 1885, 322-367; Osservazione di esteso neo
congenito delle palpebre, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino, s. 3,
XXXV 1887, 68 s.; Brevi considerazioni sulla differente struttura dei tumori congeniti
della congiuntiva e della cornea. Descrizione di due casi di dermoide del limbus (dermoidi
oculari), in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXVI 1888, 126-138). Di
questo periodo sono ancora da ricordare gli studi clinico-patologici e terapeutici su
congiuntiva, cornea, iride e cristallino (Dalla doppia iridectomia nella cura dello
stafiloma parziale della cornea, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino
XXXI 1883, 25-46; Dei metodi per accellerare la maturazione della cataratta e brevi cenni
sulla coreolisi del Foester, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXI
1883, 538-559; Osservazioni di trapianto dellepitelio corneale sulliride, in
Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXIII 1885, 67-76; Sul trattamento
sullirite simpatica, in Annali di Ottalmologia XV 1886, 442-448; Contribuzione allo
studio delle cheratiti superficiali infettive, in Giornale della Regia Accademia di
Medicina di Torino, s. 3, XXXV 1887, 212-215, e in Bollettino di Oculistica, s.2, IX 1887,
10-11, 77 s.; Brevi osservazioni sulla struttura della pinguecola della congiuntiva, in
Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXV 1887, 318 s.; Sulla presenza di
una cavità nella pinguecola e sua importanza nella produzione dello pterigio, in Annali
di Ottalmologia XVII 1888, 490 s.; Del nesso tra blefarite ciliare e cherato-congiuntivite
eczematosa, in Annali di Ottalmologia XVII 1888, 492 s.; Annotazioni di anatomia
patologiaca della congiuntiva, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino, s.
3, XXXVI 1888 145-176), le ricerche sul glaucoma, la cui genesi ritenne di poter
ricondurre a una irritazione del simpatico secondo la sua teoria secretoria (Studio
clinico sul glaucoma, in Annali di Ottalmologia XIV 1885, 149-174), quelle sulle
alterazioni di forma delle palpebre (Del trattamento delle alterazioni di forma delle
palpebre. Studio clinico, in Annali di Ottalmologia XV 1886, 329-352) e quelle
pionieristiche di ordine batteriologico che, tra laltro, lo videro tra i primi
osservatori della presenza di microrganismi sulla congiuntiva in condizioni di normalità
(Osservazione di tubercolosi oculare, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di
Torino, s. 3, XXXIII 1885, 793-809; Osservazioni di bacteriologia oculare, in Annali di
Ottalmologia XV 1886, 440-442; Brevi osservazioni sulla xerosis epiteliale e i suoi
microrganismi, in Annali di Ottalmologia XVI 1887, 493-497; Generalità sui microrganismi
dellocchio in condizioni normali, in Bollettino di Oculistica, s. 2, IX 1887,
113-116). Degli anni torinesi va infine ricordata linteressante osservazione operata
dal Gallenga sulla distanza interpupillare nello sguardo a distanza (Nota sulla
determinazione della linea base, in Annali di Ottalmologia XIV 1885, 370 s.). Trasferitosi
a Parma, il Gallenga, oltre a proseguire le linee di ricerca già da tempo intraprese
(sono da ricordare nel campo della patologia infettiva: Profilassi del tracoma, in
Bollettino dellOspedale Oftalmico di Roma V 1907, 70-96, e in Progresso
Oftalmologico II 1906-1907, 281-306; Della cura paraspecifica col siero antidfterico in
alcune forme di infezione oculare, in Annali di Ottalmologia XXXIX 1910, 89-94; sulle
neoplasie dellapparato visivo: Del linfoangioendotelioma della congiuntiva bulbare
nelletà giovanile e i suoi rapporti col nevo. Studio clinico ed anatomopatologico,
in Archivio di Ottalmologia XXIV 1917, 21-82; sulla patologia malformativa e congenita e
sulla teratologia: Contributo allo studio di alcune deformità congenite delle palpebre
(coloboma palpebrale e sopraccigliare; microblefaria congenita), in Giornale della Regia
Accademia di Medicina di Torino, s. 3, XL 1892, 625-728; Contibuto alla conoscenza delle
ectasie opache congenite della cornea da cheratite intrauterina, in Archivio di
Ottalmologia XI 1903-1904, 1-41), condusse studi sullectropion (Contributo allo
studio dellectropion uveae e dellorlo pupillare, in Archivio di Ottalmologia
XII 1905, 411-451, 467-533; Dellectropion uveae congenitum e dei cosidetti flocculi
pupillari con speciale riguardo col Sinus anularis di Szili, in Archivio di Ottalmologia
XIII 1906, 132-198), sullo pterigio (Le alterazioni vasali nello pterigio, in Archivio di
Ottalmologia XXV 1918, 91-99), sul tracoma (Della specificità dei Clamidozoi del tracoma,
in Annali di Ottalmologia XXXIX 1910, 95-106; Dei corpi del tracoma nellepitelio e
nel connetivo della congiuntivite granulosa, in Annali di Ottalmologia XXXIX 1910, 80-88,
in collaborazione con E. Cecchetto) e su argomenti di medicina del lavoro (Locchio e
la visione nei loro rapporti colle malattie professionali, in Rivista Italiana di
Ottalmologia VI 1910, 168-192.Pubblicò alcune delle sue ricerche in giornali scientifici
di lingua tedesca, tra cui: Über die chronische Dacryocystitis beim Rhinosklerom, in
Zentralblatt für Praktische Augenheilkunde XXIII 1899, 289- 297, Zur Färbrung der
Prowazeck Halberstädterischen Trachom-Körperchen, in Klinische Monatsblätter für
Augenheilkunde XLVIII 1910, I, 195 s.; Über das traumatisches Emphysem der Cornea, in
Klinische Monatsblätter für Augenheilkunde XLIX 1911, I, 150-153. Assai aprezzato come
insegnante, videro anche la luce alcune sue lezioni: Lezioni di oculistica dettate nella
Università di Parma nel 1895-1896, Parma, 1896; Lezioni cliniche di oculistica, a cura di
C. Meroni, S. Pasqualetti, Parma, 1899; Lezioni di clinica oculistica del chiar. prof. C.
Gallenga raccolte da G. Zaccarini. Anno accademico 1901-1902, Parma, s.a. Studioso di
argomenti di storia locale parmense, il Gallenga pubblicò inoltre i ricordi di illustri
colleghi e maestri (a esempio: Nachruf von Prof. C. Reymond, in Klinische Monatsblätter
für Augenheilkunde XLIX 1911, II, 244-246; Di Vittorio Mibelli, in Bollettino della
Società Medica di Parma, s. 2, V 1912, I, 1-5). Membro di numerose società scientifiche,
il Gallenga fu anche presidente della Società medico-chirurgica di Parma e membro del
Comitato internazionale per gli studi sugli infortuni nel lavoro. Nel 1927 la Società
italiana di oftalmologia gli conferì la medaglia doro. Fece inoltre parte del
Consiglio provinciale sanitario dal 1927, fu delegato provinciale dellAssociazione
nazionale delle famiglie dei caduti e membro del Patronato per gli orfani di guerra. Ebbe
il titolo di grande ufficiale dellOrdine della Corona dItalia.
FONTI E BIBL.: Necrologi, in Rivista di Ottalmologia in I 1946, 742-744, in Archivio di
Ottalmologia LI 1947, 38 s., in Rassegna Italiana di Ottalmologia XV 1946, 443-449 (con
bibliografia), in Università degli studi di Parma, Annuario 1946-1947, Parma, 1948,
117-119, in Aurea Parma XXXI 1947, 46-48; in Aurea Parma XXXIII 1949, 55; Un secolo di
progresso scientifico italiano 1839-1939, IV, Roma, 1939, 267; Loftalmologia in
Italia, in Acta Medica Italica 2 1940, 17, 23, 36 s., 40, 49, 64, 74, 81-84, 86, 88, 99
s.; G. Ovio, Storia delloculistica, II, Cuneo, 1952, 66, 75, 129-132, 134 s., 167,
172 s., 178, 282-289, 323, 326, 336 s., 370, 375, 380, 387 s., 402, 408 s., 435, 439, 441,
478, 708 s.; F. Rizzi, I professori dellUniversità di Parma attraverso i secoli.
Note indicative bio-bibliografiche, Parma, 1953, 137; B. Molossi, Dizionario dei
Parmigiani, Parma, 1957,77; Palazzi e casate di Parma, 1971, 310; G. Gorin, History of
ophthalmology, Wilmington, 1982, 203; A. Porro, in Dizionario Biografico degli Italiani,
51, 1998, 538-539.
GALLENGA GIULIANO
Parma 7 luglio 1899-Mare di Sicilia 11 maggio 1918
Figlio primogenito di Camillo. A Parma compì gli studi medi e si iscrisse nel 1916 alla
facoltà di giurisprudenza. Nel febbraio del 1917, mentre frequentava il secondo anno, fu
chiamato alle armi. Nominato, dopo breve corso di studi, aspirante nel 111° reggimento
fanteria, a metà ottobre del 1917 raggiunse il fronte. Era da poco sulle linee di
combattimento, quando ebbe inizio la ritirata: combattè al passaggio del Tagliamento e
del Piave, attese ai primi lavori delle trincee a Zenzon e poi seguì il 77° reggimento
di fanteria. In seguito fu destinato ad accompagnare in Libia un reparto: si imbarcò sul
Verona, a Napoli, il 10 maggio 1918. Morì il giorno seguente nellaffondamento della
nave da parte di unità navali nemiche. Gli fu conferita dallUniversità di Parma la
laurea in giurisprudenza a titolo donore, l8 dicembre 1919.
FONTI E BIBL.: Caduti Università parmense, 1920, 65-66.
GALLENGA GIUSEPPE
Parma 1819-1900
Fratello di Antonio. Fu il condottiero della colonna dei volontari parmensei nelle guerre
dellindipendenza. Servì onestamente e con grande rettitudine la città di Parma nei
pubblici consessi amministrativi di cui fu chiamato a far parte.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 77.
GALLENGA RICCARDO
Parma 30 agosto 1904-Torino 17 dicembre 1976
Nato da Camillo, clinico oculista dellAteneo parmense, e da Erminia Bazzi, si
iscrisse al corso di laurea in medicina e chirurgia dellUniversità della sua
città, ove fu allievo di A. Pensa e G. Razzaboni, direttori, rispettivamente, degli
istituti di anatomia umana e patologia speciale chirurgica. Ancora studente, si orientò
decisamente verso lo studio dellanatomia, della fisiologia e della patologia
oculare, compiendo ricerche di ordine morfologico nel laboratorio del Pensa e su alcuni
aspetti di chimica-fisica e di batteriologia sotto la guida di A. Chistoni,
nellistituto di materia medica e farmacologia, e di L. Piras, in quello di igiene.
Conseguita la laurea nel 1928, fu nominato nello stesso anno assistente ordinario presso
listituto di anatomia umana di Parma. Deciso, tuttavia, a seguire le orme paterne,
nel 1929 riuscì a trasferirsi come assistente nella clinica oculistica
dellUniversità di Torino, retta da L. Guglianetti. Conseguita nel 1932 la libera
docenza in oftalmologia e clinica oculistica presso lUniversità di Torino, negli
anni accademici 1932-1933 e 1933-1934 vi tenne un corso libero di ottica fisiologica. Nel
1935 fu incaricato dellinsegnamento di clinica oculistica presso lUniversità
di Cagliari, dove fu nominato professore straordinario di tale disciplina nel 1939, dopo
aver superato il concorso per la cattedra, e nel 1942 professore ordinario. Sempre nel
1942 assunse la direzione della clinica oculistica dellUniversità di Parma,
succedendo a D. Cattaneo. Nel 1950, infine, fu nominato direttore della clinica oculistica
dellUniversità di Torino: in questa sede il Gallenga ampliò la scuola da lui
diretta, promuovendo intensi rapporti di scambi scientifici con gli ambienti specialistici
italiani ed esteri e rinnovando profondamente le strutture e lorganizzazione della
clinica nellOspedale oftalmico C. Sperino di via Juvarra. Appassionato studioso
dellapparato visivo in tutti i suoi aspetti (anatomo-funzionali normali,
fisiopatologici, anatomopatologici, biochimici e clinici) il Gallenga fu autore di
numerosi studi, in parte inserendosi nei filoni di ricerca individuati dal padre (come a
esempio quelli sul glaucoma), in gran parte dando impronta di indubbia originalità ai
campi di indagine che seppe indicare alla sua scuola. Tra i numerosi lavori pubblicati dal
Gallenga debbono essere anzitutto citati quelli sullanatomia e la fisiologia del
muscolo lacrimale di Duverney-Horner, che cominciarono ad apparire quando era ancora
studente e gli valsero nel 1931 lassegnazione del premio Duranti della Società
italiana di oftalmologia: Particolari anatomici sulle prime vie lacrimali e sul muscolo di
Horner. Considerazioni in rapporto alle funzioni, in Bollettino della Società Medica di
Parma XIX 1926, 125-129, e in Archivio Italiano di Anatomia e di Embriologia XXV 1926,
435-443; Contributo allo studio embriologico, descrittivo e topografico del muscolo
lacrimale di Durveney-Horner, in Rassegna Italiana di Ottalmologia I 1932, 96-147. In essi
espose uninterpretazione funzionale che fu poi largamente accettata e confermata da
altri autori. Si ricordano, inoltre, i lavori, sempre di ordine preminentemente anatomico,
sulla circolazione venosa nel naso e nei distretti circostanti, che concorsero a chiarire
la patogenesi di molte affezioni oculari a punto di partenza individuabile nella mucosa
delle cavità nasali e paranasali: Contributo alla conoscenza delle vene del canale
nasolacrimale, in Bollettino di Oculistica VIII 1929, 761-772. In una seria di
osservazioni compiute tra il 1931 e il 1933 presso i laboratori scientifici di A. Mosso al
Col dOlen, sul Monte Rosa, diretti da A. Herlitzka, studiò loftalmia da neve,
il senso luminoso in alta montagna e il comportamento del diametro pupillare alle alte
quote in rapporto alla fatica: La cheratite attinica. (Contributo biomicroscopico alla
conoscenza delle lesioni corneali da raggi ultravioletti ), in Bollettino di Oculistica X
1931, 418-441; Osservazioni sul senso luminoso in alta montagna, in Rassegna italiana di
Ottalmologia II 1933, 345-352; Contributo biomiscroscopico e sperimentale alla conoscenza
delle lesioni corneo-congiuntivali in alta montagna, in Rassegna Italiana di Ottalmologia
III 1934, 806-827. Un cenno particolare merita lo studio clinico e sperimentale nel quale
dimostrò che la bradicardia conseguente a inoculazione di una certa quantità di
soluzione fisiologica nella cavità orbitaria non si manifesta se la manovra è preceduta
dallalcoolizzazione del ganglio di Gasser, che provoca anestesia completa del
territorio innervato dalla branca oftalmica del trigemino. Il Gallenga pose in relazione
tale fenomeno con un eccitamento originato a livello della loggia posteriore
dellorbita in grado di innescare un riflesso che chiamò orbito-cardiaco, ben
distinto dal riflesso oculo-cardiaco di Dagnini responsabile della bradicardia conseguente
a pressione esercitata sui bulbi oculari: Studio clinico-sperimentale su di una
bradicardia persistente di origine orbitaria, in Rassegna Italiana di Ottalmologia II
1933, 774-832. Del Gallenga vanno ancora ricordati gli studi sullimmunità locale
dellocchio: Ricerche sullimmunità locale dellocchio, in Il Pensiero
Medico XVII 1928, 608-613; Limmunità naturale della congiuntiva in rapporto al
blocco del sistema reticolo-istiocitario col trypanblau, in Archivio di Ottalmologia XXXIX
1932, 122-146, 411-415; i lavori sullinfluenza della pressione osmotica
sullassorbimento delle soluzioni medicamentose attraverso la cornea: Influenza della
pressione osmotica sulla celerità dassorbimento dei colliri datropina, in
Archives Internationales de Pharmacodynamie et de Thérapie XXXVI 1930, 87-97; Ulteriori
ricerche sullassorbimento attraverso la cornea, in Rassegna Italiana di Ottalmologia
I 1932, 555-565; A proposito dellimportanza della pressione osmotica
nellassorbimento delle soluzioni medicamentose attraverso la cornea, in Rassegna
Italiana di Ottalmologia IV 1935, 426-437; le ricerche su alcuni aspetti della patologia
del vitreo: Scintillatio nivea del vitreo in camera anteriore, con particolare riguardo
alletiopatogenesi, in Archivio di Ottalmologia XXXVIII 1931, 398-418; Considerazioni
sulla genesi delle opacità sferulari, a proposito di un caso di scintillatio aurea del
corpo vitreo, in Rassegna Italiana di Ottalmologia VI 1937, 85-96; su patologie oculari di
rara osservazione: Contributo alla conoscenza delle lesioni oculari nellosteite
fibrosa di Paget, in Rassegna Italiana di Ottalmologia I 1932, 401-417; Contributo alla
conoscenza dellamebiasi oculare: tromboflebite emorragica della retina, in Rassegna
Italiana di Ottalmologia VI 1937, 627-650; sulla neuromielite ottica: La componente
oculare della neuromielite ottica (malattia di Devic), in Rassegna Italiana di
Ottalmologia VII 1938, 39-69; sulla possibilità di terapia chirurgica di varie condizioni
patologiche: Avanzamento con innesto tarsale del muscolo di Müller nella pseudoptosi da
enoftalmo, in Rassegna Italiana di Ottalmologia III 1934, 626-636; Loperazione della
cataratta nellaniridia congenita, in Rassegna Italiana di Ottalmologia VII 1938,
168-177; Il trattamento operatorio dellidroftalmo, in Rassegna Italiana di
Ottalmologia XV 1946, 161-164; Sulla cheratoplastica lamellare parziale, in Rassegna
Italiana di Ottalmologia XIX 1950, 3-7; Linnesto di cornea nel chratoipopion, in
Rassegna Italiana di Ottalmologia XIX 1950, 73-76; e infine gli studi sulle prime
applicazioni della plesioterapia in campo oculistico: Primi rilievi nella plesioterapia di
affezioni corneali, in Rassegna Italiana di Ottalmologia XV 1946, 7-10, in collaborazione
con A. Rossi. Il Gallenga fu anche autore di pubblicazioni a carattere monografico: La
sindrome dipertensione dellorbita (Torino, 1934), ampia casistica nella quale
sviluppò e discusse il concetto personale di ipertesione orbitaria localizzata e diffusa,
soffermandosi in particolare sui rapporti tra la sindrome stessa, il riflesso
oculo-cardiaco e lo stato funzionale del sistema nervoso autonomo, e Lidroftalmo
(Torino, 1952), relazione al Congresso della Società oftalmologica italiana, autentico
punto fermo sulle conoscenze relative a tale forma morbosa. Infine, va ricordato che il
Gallenga fu tra i primi a sperimentare gli ultrasuoni in campo oftalmologico e molto si
adoperò per favorirne lestensione e levoluzione a fini sia diagnostici, sia
terapeutici (Conclusioni del simposio, in Atti del simposio internazionale sulla
diagnostica ultrasonica in oftalmologia a Torino 1968, Milano, 1968, 415-426) e nel 1968
organizzò e presiedette il simposio internazionale di Torino, pubblicando le successive
esperienze in tale settore in Ultrasonografia clinica dellocchio e dellorbita,
Firenze, 1971, relazione al 53° Congresso della Società oftalmologica italiana, in
collaborazione con G. Bellone, A. Pasquarelli e P.E. Gallenga. Membro di numerose società
scientifiche nazionali e internazionali, il Gallenga fece parte del consiglio di
amministrazione dellUniversità di Torino, della quale fu anche prorettore. Fu
direttore della Rassegna Italiana di Ottalmologia (1950-1976) e redattore del Bollettino
di Oculistica. Vicepresidente della Società oftalmologica italiana, ricevette la medaglia
doro della sanità e della pubblica istruzione. Impegnato politicamente negli anni
giovanili, partecipò alla marcia su Roma e ricoprì la carica di segretario dei Gruppi
universitari fascisti a Parma nel 1926. Nel 1938 sposò a Milano Fernanda Gioccani, da cui
ebbe il figlio Pier Enrico.
FONTI E BIBL.: R. Gallenga, Curriculum vitae ed elenco-riassunto delle pubblicazioni,
Torino, 1934; P.E. Gallenga, V. Mazzeo, S. Pinamonti, Effetto R. Gallenga: azione degli
ultrasuoni pulsanti sulla membrana eritrocitaria, in Atti del 56° Congresso della
Società oftalmologica italiana, Roma, 1975; J. Murube Del Casillo, Dacriologia basica,
Las Palmas, 1981, 205, 223, 225, 286, 821, G. Armocida, P.E. Gallenga, in Dizionario
biografico degli Italiani, 51, 1998, 539-541.
GALLETTI
Parma 1778
Fu violinista alla Cattedrale di Parma il 15 agosto 1778.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
GALLI ALESSANDRO
Parma fine del XVI secolo-Parma 3 febbraio 1659
Sacerdote, fu cantante castratino e compositore. Come soprano il Galli entrò a far parte
della Cappella corale della chiesa della Steccata di Parma il 10 ottobre 1610, ove si
trovava ancora nel 1619. Il 18 dicembre 1620, essendo stato investito del beneficio di
dogmano in Cattedrale già dal 20 febbraio dello stesso anno, per i suoi servigi ottenne
dalla Compagnia un donativo di 200 libbre imperiali perché potesse così pagare le tasse
delle bolle. Continuò a cantare alla Steccata per diversi anni ancora. Nel frattempo, il
1 gennaio 1620, il Galli fu accettato dal duca Ranuccio
Farnese a far parte della Cappella di Corte, della quale fece parte fino
alla morte. Lasciò la dogmania della Cattedrale il 13 novembre 1629 (non si sa il
perché) ma tornò a occuparla il 29 settembre 1633. Dopo aver servito circa ventitre anni
alla Steccata e sostenuto la carica di maestro di Cappella in sede vacante, il 2 gennaio
1632 gli venne aumentato lo stipendio. Il 13 febbraio fu eletto sottomaestro di Cappella.
Poco dopo tale carica gli fu tolta e gli fu diminuito lo stipendio a causa della
trascuratezza nelladempire al suo servizio. Lanno dopo venne reintegrato
nellufficio (22 aprile 1633), continuando a figurare tra i musici della Steccata
fino al 5 giugno 1634, nel qual giorno ebbe un aumento di 2 scudi al mese quale
sottomaestro di Cappella. Era solito anche prestarsi a cantare nelle feste più solenni
della Cattedrale, come appare nei mandati dal 1627 in poi. Giovanni Antonio Rigatti
dedicò al Galli il secondo Libro di Messe e Salmi, stampato nel 1646, chamandolo musico
eccellentissimo, onde risoluto dappoggiarle alla miracolosa virtù e protettione di
V. S. Molto Illustre, la quale ha onorato sempre la mia debolezza, mentre si è degnato
servirsene anco in cotesta Nobilissima città di Parma. Il Galli compose mottetti a due e
tre voci con una messa breve (Venezia, 1646, Vincenti).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 86; Dizionario musicisti UTET, 1986,
III, 101.
GALLI ALESSANDRO, vedi anche GALLI BIBIENA ALESSANDRO
GALLI ANTONIO
Parma 17 giugno 1731-Parma 1809
Figlio di Pantaleone. Dal 1756 fu medico chirurgo. A metà del XVIII secolo esercitò in
diversi ospedali militari in Francia. Verso il 1760 e per quarantanni fu chirurgo
ordinario dello Spedale di Parma, come ostetrico. Il Galli è noto per due volumi della
traduzione italiana del Trattato generale dei parti di De la Motte, che egli pubblicò con
gran quantità di note proprie in Parma nel 1801 per la Regia Tipografia. Dovevano uscire
altri due volumi di questa traduzione, che invece rimase interrotta. Si ha altresì del
Galli una Dissertazione sopra il cauterio attuale (Parma, 1769, Eredi Monti).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 644.
GALLI ANTONIO LUIGI, vedi GALLI BIBIENA ANTONIO LUIGI
GALLI DOMENICO
Parma 16 ottobre 1649-Parma 1697
Figlio di Francesco e Giovanna. Compositore, liutaio, disegnatore, intagliatore e
calligrafo, fu attivo nella seconda metà del XVII secolo presso la Corte estense di
Modena. Fu autore di uno tra i più antichi metodi per violoncello, strumento a cui
dedicò dodici sonate pubblicate a Modena nel 1691 (Trattenimento musicale sopra il
violoncello a solo). Lipotesi che sia stato egli stesso violoncellista si basa sui
suoi rapporti con i violoncellisti G.B. Vitali e G. Colombi, al servizio nello stesso
periodo alla Corte estense. In veste di liutaio il Galli produsse per il duca di Modena
Francesco dEste un violoncello e un violino, notevoli per lelaborazione
dellintaglio (1687): firmati e datati, rappresentano il primo gli stemmi e le
imprese del duca (la facciata anteriore è intarsiata in ebano, quella posteriore è un
brulicare di figure, fiori, animali, panoplie e nel medaglione centrale Ercole che abbatte
lidra alla presenza di Minerva), mentre il violino illustra Orfeo che incanta gli
animali. Carlo IX di Francia gli commissionò degli strumenti, dei quali non si hanno
notizie, si sa che nel 1976 una replica firmata, con stemma diverso e minime varianti nel
violino di Modena, fu venduta a unasta Sotheby di Londra. A Parma scolpì tra il
1681 e il 1689 una ricchissima ancona allaltare maggiore delloratorio di San
Giacomo in Codiponte. Fu anche abile calligrafo: disegnò e ornò il catalogo
dellarchivio dei notai di Parma.
FONTI E BIBL.: Campori, 1855, 225; Malaspina, 1869, Appendice; Ronchini, 1876, 327; E.
Scarabelli Zunti, Documenti di Belle Arti, volume VI, ad vocem; Scarabelli Zunti,
Materiali, volume I, 263 r.; E. van der Straeten, The History of the Violoncello, Londra,
1915, (rist. 1971); L. F. Valdrighi, Fabbricatori di strumenti, 1884, 151-154, e 1894,
38-40; L. Forino, Il violoncellista, 1905, 133 e 342; A.M. Bessone, Scultori e architetti,
1947, 242; Il mobile a Parma, 1983, 255; Dizionario musica e musicisti, Torino, UTET, Appendice 1990, 303; G.N. Vetro, Dizionario,
1998.
GALLI DOMENICO
Parma primi anni del XVIII secolo
Ai primi del Settecento fu al servizio della Corte ducale di Parma come calligrafo.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GALLI DOMENICO PIETRO
Parma 1813
Detto il Brigadiere. Fu disegnatore e raccoglitore di stampe e quadri. Fu attivo
nellanno 1813.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, IX, 1822, 268.
GALLI ETTORE
Riviano di Varano de Melegari 28 luglio 1808-Monaco di Baviera 17 settembre 1841
Nacque da Mauro, luogotenente, e Barbara Ventura. Dimostrò fin dai primi anni della sua
giovinezza una assai spiccata attitudine per larte e la musica. Ancora adolescente,
senza aver ricevuto alcuna educazione artistica, si dilettò nelleseguire ritratti,
in creta o in gesso, di una notevole somiglianza e qualità artistica. Un talento
altrettanto spiccato dimostrò nella musica: egli suonava, senza aver avuto maestri né
insegnamenti di sorta, la chitarra francesse e la fisarmonica (che si era costruito da
solo) con eccezionale maestria. Un suo lavoro di incisione suscitò grandissima
ammirazione nel Toschi, che da allora gli fu sempre amico e protettore affettuosissimo,
aprendogli la strada a più alte affermazioni e raccomandandolo alla benevolenza di Maria
Luigia dAustria cui fece intendere quali eccezionali frutti avrebbero potuto trarsi
dal talento naturale del Galli se gli fosse stata data una conveniente istruzione
nellarte dellintaglio. Maria Luigia dAustria si interessò vivamente di
lui e dispose che frequentasse a spese dello Stato lo studio del celebre incisore Luigi
Manfredini di Milano (1836). Il Galli vi restò due anni, traendo notevole profitto dagli
insegnamenti dellillustre maestro e completando la sua preparazione di incisore e di
artista. Dopo quella prima prova il Galli acquisì il prestigio necessario ad assumersi la
responsabilità di tutti gli incarichi ducali, spostandosi continuamente tra Parma e
Milano, dove coniava le medaglie, poiché la zecca di Parma era da tempo inattiva. Della
sua attività di ceroplasta rimane, alla Biblioteca Palatina di Parma, una piccola serie
di rilievi ed effigi di celebrità locali. Si tratta dei ritratti di Maria Luigia
dAustria, Paolo Toschi, Michele Colombo e Gian Domenico Romagnosi e di un
autoritratto, eseguiti dal 1835 al 1841. Al Museo Archeologico Nazionale di Parma è
presente una replica del ritratto di Romagnosi e due ritratti con leggere varianti della
madre del Galli, Barbara Ventura, raffigurata in profilo con la cuffia semplice e orlata
di pizzi, una deliziosa immagine che ha tutto il fascino del ricordo privato e della
testimonianza affettiva. Maria Luigia dAustria gli affidò il conio di numerose
medaglie commemorative, tutte eseguite dal Galli con perizia e bellissimo stile:
Benemeriti della salute pubblica (1836) che compensò i sacrifici e labnegazione di
quanti si erano adoperati a favore dei colpiti dallepidemia di colera degli anni
1835-1836, Benemeriti del Principe e dello Stato (1836), Costruzione del ponte
sullArda (1836), Costruzione delle Beccherie Nuove (1836) e Costruzione del ponte
sul Nure (1838). Le composizioni di maggiore pregio sono rappresentate dalle Beccherie e
dal Ponte sullArda. Documentano il gusto squisito del Galli nella modellazione, sia
della figura (primo soggetto) che del paesaggio (secondo soggetto), resi, pur
nellesiguo spessore del rilievo, con sorprendente verismo nella profondità
prospettica degli elementi. Nellagosto del 1841 il Galli lasciò Parma per recarsi a
Monaco di Baviera presso il grande medaglista Karl Voigt al fine di sempre più
perfezionarsi nella difficile arte dellintaglio di metalli. Egli desiderava
apprendere il processo chimico e tecnico, elaborato appunto dal Voigt, per dare al bronzo
delle medaglie quella particolare patina che meglio protegge e conserva il metallo e, allo
stesso tempo, dà ai rilievi delle figure un particolare e piacevolissimo risalto. Già
cagionevole di salute, affrontò il lungo viaggio in precarie condizioni fisiche. I disagi
patiti e lacuto freddo sofferto gli causarono una violentissima febbre che, pochi
giorni dopo il suo arrivo a Monaco, stroncò la sua giovane esistenza, a nulla essendo
valse le pronte cure prestategli dal Voigt, che lo amava come un figlio e come un figlio
lo aveva accolto nella propria casa. Pur nei limiti di un panorama ridotto dellopera
del Galli, è possibile evidenziare alcuni caratteri specifici del genere artistico:
prevale la raffigurazione allantica ma è presente anche il ritratto secondo la moda
contemporanea. Accanto ai rilievi eseguiti secondo un disegno preparatorio e ai ritratti
ad memoriam, vi sono anche ritratti dal vero. È rilevabile inoltre la coesistenza di
rilievi autonomi e di modelli per fusioni in metallo. A eccezione dellunica replica,
il ritratto di Romagnosi, ogni cera è il manufatto originale, talvolta firmato e datato.
Si tratta probabilmente del campionario del Galli, smembrato dopo la sua morte e approdato
solo in parte alla Biblioteca e al Museo. Non si ha notizia dei lavori eseguiti prima
dellincontro con Toschi, avvenuto verso il 1834. Al talento naturale, valorizzato
dal Toschi, si aggiunse una raffinatezza formale, insieme alla ricerca di una
monumentalità intima e priva di retorica. Le testimonianze di contemporanei, quali
Toschi, Pietro Giordani, Vincenzo Mistrali e Michele Lopez, concordano nellesprimere
giudizi eccellenti sia sulle qualità artistiche che sulla persona. Fornito di talento
musicale, fu anche ottimo chitarrista e cantante. Costruì alcuni mantici armoniferi
normali chebbe nome di fisarmoniche con perfezione di struttura e maggior numero di
chiavi e di voci non prima veduti né uditi, che furono presi a modello dai costruttori
che seguirono. Eccellente suonatore dello strumento, si esibì con successo anche a
Milano. Pietro Giordani dettò lepigrafe che ricorda il Galli nella chiesa del
Quartiere a Parma: Alla cara memoria di Ettore Galli intagliatore di medaglie i molti dei
moltissimi che amarono i suoi graziosi costumi e si dolgono della morte che presto gli
interruppe grandi speranze di gloria. MDCCCXXXXII.
FONTI E BIBL.: L.U. Cornazzani, Necrologia, in Gazzetta di Parma 2 ottobre 1841, 327-328;
G.B. Janelli, Dizionario dei parmigiani illustri nelle scienze, nelle lettere, nelle arti,
Genova-Parma, 1877-1884, 176-177 e 523; R. Montali, Ettore Galli coniatore di medaglie,
Parma, I quaderni della Giovane Montagna, n. 24, 1938; M. Federico, Le medaglie di Maria
Luigia, 1981, 15-16; Aurea Parma 3 1992, 197-200; G. Capelli, Ettore Galli, incisore
dimenticato, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1999, 25.
GALLI FEDERICO
Parma seconda metà del XVIII secolo
Falegname, è lartefice di un leggio, firmato, che si trova in collezione privata.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 262.
GALLI FERDINANDO, vedi GALLI BIBIENA FERDINANDO
GALLI FRANCESCO
Soragna 27 febbraio 1741-Soragna 16 gennaio 1816
Figlio di Giambattista, anchegli fu valente falegname, mobiliere e intagliatore. La
sua attività, che sviluppò nellarco di oltre cinquantanni, lo portò a
raggiungere livelli estetici veramente ragguardevoli: nei suoi mobili, infatti, egli seppe
interpretare con selezionato e raffinato gusto lo stile francesse Luigi XVI, facendolo
emergere specialmente attraverso vari particolari, tra cui le rosette al centro dei
pannelli e i vasetti scannellati delle cimase, tutti elementi tratti dal neoclassicismo
affermatosi a Parma con larchitetto Petitot. È documentato fin dal 1762 quale
costruttore delle cantorie per lorgano della chiesa di Diolo, mentre nel 1764
risulta costruttore del credenzone e dellinginocchiatoio da sagrestia per la chiesa
di Santa Margherita. Nel 1767 eseguì e firmò il baldacchino processionale in legno
scolpito e dorato per la chiesa di Carzeto, mentre lanno dopo fornì la balaustra
per lorgano della parrocchiale di San Giacomo in Soragna. Del 1769 è un bureau
costruito per la Rocca di Soragna, mentre ancora per la chiesa di Carzeto approntò un
tabernacolo (1774) e un mobiletto e leggio da coro (1776). Varie forniture riguardano poi
la stessa chiesa di Soragna, quali sei vasi portapalme intagliati e argentati (1773), un
confessionale in noce scolpito (1776), due porte con timpano aggiunte alle estremità del
credenzone in sagrestia (1781), un inginocchiatoio (1782) e il baldacchino sovrastante il
presbiterio (solo struttura, 1796). Imponenti come concezione e fattura sono i tre mobili
della sagrestia nella parrocchiale dellAssunta in Sabbioneta, da lui fatti nel 1785.
Vengono poi la balaustra in noce per la chiesa di Castellina Santa Maria nel 1790, i due
confessionali per la parrocchiale di Santa Margherita nel 1793, il coro nella chiesa di
San Rocco di Busseto nel 1795 e il portone della Rocca di Soragna nel 1796. Del periodo
tra il 1800 e il 1805 sono invece il coro nella collegiata di San Bartolomeo in Busseto e
un cantonale nel Museo civico della stessa città, mentre quale suo ultimo lavoro può
essere indicato il credenzone in noce scolpito della prevostura di Santa Maria in
Castellina (1815). Ebbe vari figli sia dalla prima moglie, Maria Antonia Sormani, che
dalla seconda, Isabella Passalacqua, tra cui Giacomo e Giocondo, che pure si distinsero
nellattività di famiglia.
FONTI E BIBL.: Semeghini, 1937, 66; G. Godi, 1975, 151-154, con bibliografia; G. Godi, in
Gazzetta di Parma 7 settembre 1979, 3; A. Aimi, 1979, 130-131; D. Soresina, 1979, 1085; Il
mobile a Parma, 1983, 261-262; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 287-288.
GALLI FRANCESCO
Fontanellato-post 1839
Fu oboista del Teatro Comunitativo di Piacenza. Nel riordino del Teatro e della Scuola
comunale di musica negli anni tra il 1839 e il 1843, venne nominato per concorso primo
oboe e docente della Scuola. Il 19 dicembre 1839 prestò giuramento per essere annoverato
tra i dipendenti nellorganico del Comune.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GALLI FRANCESCO, vedi anche PIACENTINI FRANCESCO
GALLI GIACOMO
Soragna 6 novembre 1726-post 1757
Figlio di Giovan Battista, fu falegname nella bottega paterna. Tra il 1755 e il 1757
incassò 800 lire per la fattura dellarmadio a muro nella sagrestia
delloratorio di SantAntonio a Soragna, costituito da una sobria facciata
liscia pennellata, resa elegane da un lineare cornicione decorato da una piccola e
raffinata cimasa traforata e scolpita a rocaille. Basandosi su questa opera, vanno
attribuiti al Galli il seggiolone posticcio da coro e il confessionale nel medesimo
oratorio. Lo stile del Galli appare in perfetta sintonia col più tipico gusto Luigi XV
dei mobili parmigiani, come ben si osserva anche nel tromeau nella canonica di San Giacomo
a Soragna a lui ascrivibile, caratteristicamente decorato dalla classica sgorbiatura
mistilinea nei lisci pannelli centrali. Pure questultimo mobile è sormontatao da
una cimasina a cartella intagliata. Alla mano del Galli sono infine assegnabili il coro
della parrocchiale di Carzeto, il mobile della sagrestia delloratorio di Santa Croce
e altri mobili ancora nella Rocca di Soragna.
FONTI E BIBL.: G. Godi, Soragna: larte dal XIV al XIX secolo, 1975, 151; Il mobile a
Parma, 1983, 257.
GALLI GIACOMO
Soragna 1817/1830
Falegname valente, fu certo parente ed erede di Francesco, se nel 1817 incassò, assieme a
Giocondo Galli, il saldo del credenzone a Castellina. Nel 1819 realizzò quattordici
cornici e nel 1830 un disegno per un tronetto processionale a Castellina.
FONTI E BIBL.: L. Molossi, Vocabolario Topografico, 1832-1834, 519; Il mobile a Parma,
1983, 262.
GALLI GIAMBATTISTA, vedi GALLI GIOVANNI BATTISTA
GALLI GIORGIO, vedi GHIONI GIORGIO
GALLI GIOVANBATTISTA, vedi GALLI GIOVANNI BATTISTA
GALLI GIOVANNI BATTISTA
Soragna 7 luglio 1714-Soragna 13 febbraio 1755
Nato da Pietro e Giovanna Galli, fu valente mobiliere e intagliatore, fondatore di una
bottega artigianale assai fiorente nel Settecento e nel secolo successivo che, per la
peculiarità dei suoi lavori, seppe imporsi anche oltre i confini della zona di Soragna.
Fu caratteristica dellopera del Galli il preciso gusto per la superficie liscia
scandita da sottili e taglienti scorniciature mistilinee, per lo più iscriventi al centro
dei pannelli diversi intarsi di legno chiaro. Volendo fare una cronologia della sua
attività, iniziata ancora giovanissmo e della quale rimangono numerose e significative
testimonianze tanto in collezioni pubbliche quanto in quelle private, si può dire che
essa si svolse in ragguardevole parte nel Soragnese, anche se non mancarono commissioni
per altre località. A Soragna, dunque, eseguì nel 1734 il coro e la porta di accesso
alla sagrestia nelloratorio di SantAntonio, nel 1735 undici cornici ovate per
la Rocca, nel 1739 il mobile e la cantoria degli organi di SantAntonio e di San
Rocco, larmadio in legno di noce scolpito e intarsiato e un confessionale nella
chiesa di Santa Maria in Castellina e nello stsso periodo il coro, le tre porte di entrata
e altre due interne, nonchè tre confessionali e due inginocchiatoi per la chiesa dei
Padri Serviti (nella parrocchiale di San Giacomo). Per questa ultima chiesa approntò due
anni dopo il credenzone in noce della sagrestia (opera firmata). Nel 1745 eseguì la porta
maggiore e un inginocchiatoio per la chiesa di Diolo e di lì a poco anche due letti alla
tedesca per i principi Meli Lupi, nella cui Rocca aveva già lavorato in precedenza. A
quel periodo vanno ascritti il credenzone scolpito e intarsiato della chiesa di Carzeto e
le tre porte del presbiterio della stessa, nonchè un ricco canterano con intarsi e un
cassettone impiallicciato per la Rocca dei Sanvitale di Fontanellato. In legno e radica di
noce scolpito e filettato è il credenzone per la sagrestia delloratorio di
SantAntonio che il Galli approntò nel 1748 e a eguale periodo va ascritto il
credenzone per la chiesa della Gran Madre di Dio in Borgo San Donnino. Nel 1750 eseguì
pure la porta della chiesa di San Pietro in Castellina. Dalla moglie Angela ebbe quattro
figli, tra cui Francesco che continuò a pieno titolo lattività paterna.
FONTI E BIBL.: Godi, 1975, 145-150; Il mobile a Parma, 1983, 257; B. Colombi, Soragna.
Feudo e Comune, 1986, II, 288-289.
GALLI GIROLAMO
Parma seconda metà del XVIII secolo
Fu pittore e miniatore, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII,
159.
GALLI GIUSEPPE
Parma-post 1791
Allievo della Ducale Scuola di ballo di Parma, nel 1770 ricevette una borsa di studio fino
al termine del corso. Nel febbraio 1774 fu uno dei firmatari della petizione per ottenere
un aumento di paga. Nella stagione di Fiera del 1776 fu al Teatro di Reggio Emilia nei
balli La principessa di Tingi e Jenis ed Amalsi e nello stesso anno lo si trova attivo al
Teatro Marsigli Rossi di Bologna. Sempre in quella città, lanno dopo fu al Teatro
Zagnoni e nel 1779 nel Nuovo Teatro Pubblico. Ritornò a Bologna nel 1782 al Teatro
Zagnoni e lo si trova fino al 1788 anche al Teatro Marsigli Rossi, mentre nel 1791 fu
nuovamente al Tearo Zagnoni.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Librettistica bolognese; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GALLI GIUSEPPE
Parma 16 maggio 1780-post 1812
Figlio di Gaetano e Anna Bonardi. Fu bravo dilettante di violino. Ebbe come maestro il
Giovanelli.
FONTI E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 146-147.
GALLI GIUSEPPE
Parma 1831
Subito dopo i moti del 1831 fu inquisito come disarmatore della truppa e dei principali
facinorosi.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 172.
GALLI GIUSEPPE, vedi anche GALLI BIBIENA GIUSEPPE
GALLI LUIGI, vedi GATTI LUIGI
GALLI MARCO
Parma 1694
Orologiaio, ideò un odometrio, riportato tra i disegni della sua Miscellanea matematica
comparsa a Parma nel 1694.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.
GALLI MICHELE
Dobbiana 1850-Noceto 1915
Finiti i primi studi elementari a Pontremoli, si stabilì coi genitori a Fontanellato.
Continuò gli studi nel seminario di Parma. Ordinato sacerdote (1887), fu mandato parroco
in montagna, prima nella parrocchia di Villula e poi in quella di Ballone. Essendo venuto
a mancare alla parrocchia di Corniglio il parroco, il Galli vi fu nominato parroco,
rivestendo la dignità e lautorità di vicario foraneo di quellimportante ed
esteso vicariato di montagna. Venuta poi vacante la parrocchia di Noceto per la morte del
parroco don Ceresini, il vescovo Miotti vi chiamò il Galli (6 dicembre 1890). Oltre che
nobile figura di parroco, fu un emerito pioniere, nella provincia di Parma, di
quellassociazionismo cattolico che si sviluppò in tutta Italia agli inizi del
secolo sulle orme della Rerum Novarum. Fedele ai principi cristiano-sociali, creò a
Noceto nel 1893 lUnione popolare cattlica. Il 20 settembre 1896, alla presenza di
don L. Cerutti, venne inaugurata, sempre a Noceto, la Cassa rurale cattolica. Ideata e
concretizzata dal Galli il 18 giugno 1896, la Cassa, assieme alle altre cinque sorte in
provincia, fu un solido esempio di cooperativismo bianco. Lopera più importante del
Galli deve tuttavia essere considerata la fondazione, nellanno 1901, della Lega di
miglioramento tra i contadini di Noceto, alla quale aderirono 373 associati. La Lega
realizzò il primo esempio di lodo arbitrale tra datori di lavoro e lavoratori della terra
della zona. Le tariffe e le condizioni relative al lavoro dei campi vennero codificate in
un documento del 24 giugno 1901. Convinto assertore del pensiero democratico-cristiano, il
Galli costituì, nellanno 1902, il Fascio democratico-cattolico.
FONTI E BIBL.: Lettera a G. Micheli, cassetta n. 17, archivio Micheli Mariotti, Biblioteca
Palatina, Parma; R. Barilla, Noceto e la sua chiesa, Tipografia Castelli, Noceto, 1947,
62-63; G. Rossetti, Noceto e la sua gente latro ieri, Tecnografica, Parma, 1977,
300-301; G. Rossetti, Noceto e le sue frazioni, Poligrafica, Parma, 1978, passim; B.
Quarantelli, in Dizionario storico del Movimento cattolico, III/1, 1984, 392.
GALLI MUZIO
Cesena 1860-Parma 1928
Fu allievo della Scuola militare di Modena, da dove uscì sottotenente di fanteria nel
1882. Fu destinato al 3° Reggimento fanteria. Promosso nel 1885, passò al 1° Reggimento
alpini nel 1887 e come tenente ritornò alla Scuola di Modena nel 1890 quale insegnante di
Tiro e Materiale dartiglieria. Promosso capitano nel 1895, insegnò ancora alla
Scuola militare di Parma e nel 1911 ritornò come insegnante alla Scuola militare di
Modena. Promosso maggiore, comandò il 1° battaglione allievi. Raggiunse il grado di
tenente colonnello nel 1913 e fu promosso colonnello nel 1915, comandando valorosamente a
Plava il 43° Reggimento fanteria e meritandosi una medaglia dargento e una medaglia
di bronzo al valor militare. Rimasto ferito nel 1915, fu rimandato in zona territoriale e
comandò quindi in 2a la Scuola dapplicazione di fanteria, divenendo maggiore
generale nel 1917. Venne poi comandato al Ministero delle Armi e Munizioni e in seguito fu
addetto allIspettorato delle costruzioni dartiglieria quale Presidente della
Commissione permanente per le armi portatili. Lasciato il servizio attivo nel 1920, ebbe
nel 1923 il grado di generale di divisione. Fu autore del volume Tiro con le armi da fuoco
portatili, Modena, Tipografia Soliani, 1915. Fatto cittadino onorario di Parma dal
Consiglio comunale l8 giugno 1918, fu presidente degli scout laici
pluriconfessionali (CNGEI) di Parma dal 1923 al 1927.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, 1927, III, 897; C. Montù, Storia
dellartiglieria, VIII, 1942, 2765-2766; Centro Studi Scout C. Colombo (M. Furia).
GALLI NICOLA
Borgo Taro ultimi anni del XVIII secolo
Fu poeta arcade e diede alcuni saggi di componimenti dialettali borgotaresi. È ricordato
in modo favorevole dal Biondelli (Dialetti Gallo-Italici, Milano, Bernardoni, 1853).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 193.
GALLI PIETRO
Parma prima metà del XIX secolo
Fu dilettante di disegno, attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, IX, 149.
GALLI RINALDO
Santa Croce di Zibello 1860-1918
Fu tra i burattinai più famosi della Bassa parmense. Il repertorio del Galli abbracciò i
cicli storici, da Margherita Pusterla a Marco Visconti, i cicli eroici, da Garibaldi ai
fratelli Cairoli, alla breccia di Porta Pia, e il cosidetto ciclo dei briganti, dal
Tribulzi ai numerosi personaggi della malavita calabrese, fino al famoso Stefano Pelloni,
definito il Passator cortese. Non tralasciò di rappresentare la società contemporanea e
si ispirò nei suoi spettacoli ai drammi di sangue che in quel momento impressionavano
lopinione pubblica, epicizzandoli e ricamandoli con unoperazione simile a
quella che venivano attuando i locali cantastorie. Non mancò neppure di portare in scena
le ribellioni del popolo ai soprusi delle autorità, come nel dramma dei tre fratelli
principi di Salerno, in cui Fasolino entusiasmava e coninvolgeva gli spettatori.
FONTI E BIBL.: Proposta 5 1976, 16.
GALLI BIBBIENA, vedi GALLI BIBIENA
GALLI BIBIENA ALESSANDRO
Parma 15 ottobre 1686-Mannheim 5 agosto 1748
Figlio di Ferdinando e di Corona Margherita Stradella, si formò presso il padre. Nel 1708
si recò a Barcellona, alla Corte di Carlo dAsburgo, al seguito del padre, e lì
collaborò allallestimento dellapparato per le esequie dellimperatore
Giuseppe I (1711). Nel 1712, divenuto Carlo dAsburgo imperatore, il Galli Bibiena si
trasferì con il padre e alcuni dei fratelli alla Corte di Vienna. Da lì si allontanò
intorno al 1717 per entrare al servizio del principe elettore del Palatinato, Carlo
Filippo. E per questo prestigioso committente il Galli Bibiena lavorò a Neuburg e a
Heidelberg. Per la cappella di Corte di Heidelberg, in particolare, realizzò apparati
effimeri, come attesta il disegno presso la Staatliche Graphische Sammlung di Monaco
(Lenzi, 1992, 107). In qualità di scenografo collaborò allallestimento di
Crudeltà consuma amore per il teatro di Neuburg (1717). Dal 1719 svolse attività di
architetto e scenografo alla Corte del principe Carlo Eugenio del Palatinato, per la cui
residenza approntò anche una sala appositamente destinata alla commedia francese (Lenzi,
1989). Nello stesso anno sposò la dama di corte Carlotta Francesca Becker. Seguirono anni
di lunga e intensa attività in cui lavorò nei castelli e nelle residenze del Palatinato
in qualità di ingegnere e sovrintendente alle Fabbriche e agli Spettacoli. Incarichi e
ruoli di prestigio si susseguirono numerosi già a partire dal 1720 soprattutto a
Mannheim, dove fu attivo come scenografo e architetto. Nel 1724 curò lallestimento
di Ester e nel 1742 di Meride, lo spettacolo che inaugurò il teatro di Corte di Mannheim.
Sempre a Mannheim fu responsabile della costruzione di numerosi edifici: tra questi si
ricordano il collegio (1730-1731), il ginnasio (1737) e la chiesa dei gesuiti, i cui
lavori furono avviati nel 1738, anche se la consacrazione avvenne solo nel 1760. Nella
medesima città progettò la facciata, perduta, del Kaufhaus (1736-1746) e soprattutto il
teatro di Corte (1737-1742), costruito su suo disegno, distrutto per cause belliche nel
1795 (Lenzi, 1992). Nel 1740 fu nominato cavaliere del Sacro Romano Impero e tre anni
dopo, nel 1743, lelettore Carlo Teodoro lo riconfermò nelle cariche di ingegnere e
sovrintendente alle Fabbriche e agli Spettacoli. La sua attività è documentata anche per
la riesidenza di Schwetzingen tra il 1722 e il
1748. In particolare si conservano i progetti per la vecchia
orangérie, poi demolita, per il piccolo teatro, per il Zirkelhaus e per il mercato.
Lavorò infine al piano della cosiddetta città nuova. Nel 1746-1747 elaborò perizie e
progetti, non eseguiti, per la residenza di Stoccarda. Il ricco corpus di disegni del
Galli Biblena si conserva presso la Staatliche Graphische Sammlung di Monaco tra il
materiale della collezione avviata dal principe Carlo Teodoro intorno al 1758 e confluita
poi a Monaco nel 1777.
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GALLI BIBIENA ANTONIO
LUIGI
Parma 1 gennaio 1697-Milano 28 gennaio 1774
Figlio di Ferdinando e di Corona Margherita Stradella. Non è chiaro se egli si sia recato
a Barcellona (1708-1711) e a Vienna (1712-1717) al seguito del padre, come fecero due suoi
fratelli, Alessandro e Giuseppe. I biografi riferiscono di una sua formazione bolognese
presso Giovan Gioseffo Dal Sole, Felice Torelli e MarcAntonio Franceschini. Studiò
poi con il padre iniziando la carriera di architetto, quadraturista, scenografo e pittore
e con lui partecipò ai lavori di restauro del teatro della Fortuna di Fano. È
documentato a Roma con lo zio Francesco nel 1720, nel cantiere di ristrutturazione del
teatro Alibert. Dellintensa attività svolta in ambito teatrale si segnalano i
prestigiosi allestimenti di Astarto e Sirita approntati al teatro Formagliari di Bologna
(1721) e di Caio Marzio Coriolano al teatro Vicini di Cento. Il periodo di maggiore
attività fu quello viennese, siglato dal conferimento del prestigioso incarico di secondo
ingegnere teatrale, avvenuto nel gennaio 1727. A Vienna si sposò con Eleonora, figlia di
Santino Bussi, stuccatore e suo collaboratore in numerose altre imprese (Hadamowsky).
Durante il lungo soggiorno viennese fu annualmente impegnato come scenografo negli
spettacoli di corte, che eseguì in collaborazione con il fratello Giuseppe, secondo
labitudine familiare a impegnarsi allestero in lavori di équipe di indiscusso
rilievo. Realizzò, quindi, la decorazione a fresco (perduta) della galleria di palazzo
Questenberg a Vienna (1723), in collaborazione con Gaetano Rosa, e della biblioteca
(1724). Fu attivo inoltre nella cattedrale di Veszprém in Ungheria (1726). La critica di
fine Novecento ha ritenuto di potergli ascrivere anche gli sfondati prospettici nelle
cupolette delle navate, date le consonanze stilistiche con le opere bolognesi (Bergamini,
1991, 195-197). Sul volgere degli anni Venti del secolo elaborò i disegni (1729) per
lammodernamento del presbiterio della Peterskirche. In particolare si devono a lui
lancona dellaltare maggiore, le cantorie e la decorazione a quadratura della
volta della chiesa, che eseguì tra il 1730 e il 1732. Al 1732 risalgono anche i fuochi di
artificio approntati a Klosterneuburg per il genetliaco di Carlo VI. Progettò inoltre nel
1740 scenografici catafalchi per le esequie di Carlo VI che furono eretti nel collegio
spagnolo di Vienna e Bratislava. Sul volgere
degli anni Quaranta, forse in un momento a lui non troppo favorevole, accettò
linvito e la protezione di Emerigo di Esterházy, vescovo di Veszprém e poi
arcivescovo di Esztergom, che nei domini degli Asburgo lo impegnò in una intensa
attività sia nel settore civile, sia in quello religioso. Nel 1738, a Bratislava, eresse
un arco trionfale in onore dellEsterházy. Realizzò probabilmente lo scalone del
castello di Ansbach e progettò nel 1739 laltare della cappella della Madonna nel
duomo di Nagyszombat, in Slovacchia (Galavics, 1984, 184 s.). Tra il 1744 e il 1745
realizzò gli affreschi prospettici della cupola della chiesa dei trinitari di Bratislava,
eloquente testimonianza di una sapienza acquisita nel settore dellarchitettura
costruita (Bergamini, 1991, 195). In seguito alla morte del cardinale Esterházy (1745),
rientrò a Vienna e nel 1747 progettò la ristrutturazione del grandioso teatro di corte
realizzato dallo zio Francesco. Lanno successivo ottenne la carica di primo
architetto imperiale. Nel 1751 rientrò in Italia. La lunga esperienza maturata
nelloltre trentennale soggiorno alla corte viennese e le sue non comuni capacità di
architetto teatrale lo imposero sulla scena italiana ove fu impegnato dapprima nella
ricostruzione del teatro dei Rinnovati di Siena (1751-1753), quindi in quella dei teatrini
di Colle di Val dElsa e di Pistoia (1754-1755), fino a ideare le scene e la
decorazione del fiorentino teatro della Pergola (1755). Il rientro a Bologna data invece
al 1756, in concomitanza con il concretizzarsi dei lavori al nuovo teatro pubblico,
inaugurato il 14 maggio 1763 con sue scene per la rappresentazione del trionfo di Clelia
di C.W. Gluck, testo di P. Metastasio. La vicenda progettuale delledificio
procedette non senza difficoltà. Lambizioso progetto fu infatti ridimensionato sia
per problemi di ordine economico, sia perché ritenuto troppo innovativo. Il Galli Bibiena
elaborò pertanto un secondo e poi un terzo progetto, nel quale raggiunse soluzioni di
maggiore semplicità, secondo un più moderno formulario che a Bologna andava
diffondendosi per influenza dellAlgarotti. Il modello approvato presenta pianta a
campana, proscenio profondo con palchetti, cavea a balconcini secondo un assetto che il
teatro conserva ancora (Lenzi, 1975, 310, 319). Tra il sesto e il settimo decennio del
Settecento lattività teatrale del Galli Bibiena fu molto intensa. Fu impegnato ad
allestire scenografie teatrali a Milano (1751-1753), Parma (1753, 1761 e 1763), Reggio
Emilia (1759) e a Bologna. Nellambito dellarchitettura teatrale si devono a
lui anche la progettazione interna del teatro di Lugo, il teatro Scientifico di Mantova
(1767-1769) e il teatro dei Quattro Cavalieri associati a Pavia (1771-1777). Il cantiere
del teatro Scientifico di Mantova, per la cui costruzione gli accademici avevano cercato
contatti con lo zio Francesco nel 1716, fu aperto nel 1767. Più che al vicentino teatro
Olimpico del Palladio, il progetto pare afferire a soluzioni di età imperiale, che il
Galli Bibiena poteva conoscere attraverso le stampe (Lenzi, 1992, 35 s.). Limpianto
della cavea è a campana e la saldatura tra le due parti ad arcoscenio. I quattro ordini
di palchi, con balconcini architettonicamente definiti, posano su una sorta di porticato a
bugnato rustico, richiamando così nel partito architettonico il modello del teatro
bolognese. Pianta a campana e quattro ordini di palchi presenta anche il teatro dei
Quattro Cavalieri associati di Pavia, la cui costruzione, promossa da quattro patrizi
pavesi, ebbe inizio nellottobre del 1771. Il teatro, inaugurato con lopera Il
Demetrio (24 maggio 1774) su testo di Metastasio, si caratterizza per la presenza di
camerini in corrispondenza dei palchi e, ove lo spazio lo consentiva, aperti anche lungo i
percorsi anulari di scorrimento, nonché per la realizzazione nella sala di un arcoscenico
a doppio intercolumnio che rimanda, come è stato osservato, a quello progettato per il
teatro Comunale di Bologna (L. Giordano, in Larte del Settecento, 1980, 129). Tra le
architetture costruite si ricordano inoltre lo scalone e il salone del palazzo comunale di
Forlì, allinterno del quale realizzò anche la decorazione a fresco tra il 1762 e
il 1763. In qualità di decoratore eseguì gli affreschi (perduti) della sala del
Consiglio di Ravenna, a Bologna progettò limpaginazione pittorica della sala degli
Anziani nel palazzo comunale (1756-1758) e la finta cupola dipinta su tela nella chiesa di
Santa Maria della Vita (1759; distrutta), che riscosse lammirazione del Crespi (p.
93). Al Galli Bibiena spettano inoltre complesse prospettive dipinte in atri e cortili di
dimore storiche bolognesi, tra cui la prospettiva nel cortile di palazzo Sanguinetti e
quella nel secondo cortile di palazzo Lambertini a Bologna, eseguita nellambito
degli ampliamenti condotti al palazzo per volere degli eredi di papa Benedetto XIV nel
1761. Questultima fu un vero e proprio exploit scenografico, sintesi di molteplici
esperienze, dallattività svolta Oltralpe, agli insegnamenti del padre Ferdinando.
La sua intensa attività di quadraturista lo portò a operare in chiostri e cappelle
decorazioni in larga parte scomparse. Fuori Bologna si conservano le quadrature della
sagrestia del Duomo di Cremona (1763-1765) e i contemporanei progetti per la decorazione
del grande salone di palazzo Ferrari, poi Cartolari, a Verona. Della quadratura realizzata
sulle pareti e sulla volta del salone, che lo Zannandreis riferì a F. Maccari e L. Pavia,
giunti da Bologna a Verona al seguito del Galli Bibiena, si conservano tre fogli
preparatori presso il Museo Luxoro di Genova-Nervi, datati 1762 e 1763 e firmati A. Galli Bibiena. G. Biavati (in Larte del
Settecento, 1980, 28 s.), tuttavia, per le affinità dellassetto compositivo del
motivo centrale della fuga prospettica, sottolineò le tangenze con laffresco di uno
dei cortili di palazzo Legnani a Bologna, noto da unincisione di Carlantonio Pisarri
del 1760. Argomentazioni di stile indussero la studiosa a ipotizzare che i disegni non
fossero stati ideati per una stessa committenza, date le divergenze del formulario
decorativo che caratterizzano gli elaborati delle pareti lunghe del salone da quelli delle
pareti brevi, attardati su stilemi ancora rococò. La sua tarda attività si espletò tra
Emilia e Lombardia. Si deve a lui infatti la chiesa parrocchiale di Villa Pasquali (1765),
nella campagna mantovana, informata a quella particolare ricerca degli effetti
scenografici che caratterizza la produzione della famiglia Galli Bibiena. Il cantiere di
questa imponente parrocchiale durò diciannove anni. Delle due torri campanarie previste
nel progetto, solo una fu terminata. Caratterizza lo sviluppo interno delledificio
la netta divaricazione tra lo spessore murario dellordine inferiore e la trasparenza
della cupola e dei catini a doppio cielo, con la calotta inferiore traforata. Le nicchie
con timpani triangolari costituiscono un partito strutturale successivamente adottato nei
progetti bibieneschi. In particolare la Matteucci (in Larte del Settecento, 1980, 83
s.) ricordò i disegni di progetto per palazzo Paveri Fontana a Piacenza che il marchese
Gaetano commissionò al Galli Bibiena nel 1773. Per quanto riguarda lattività
lombarda del Galli Bibiena, lOretti documentò le prospettive dipinte nel giardino
del palazzo Del Majno e le decorazioni della scala e della sala nella residenza Gambarana,
entrambe a Pavia (Bergamini, 1991, 196).
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GALLI BIBIENA FERDINANDO
Bologna 19 agosto 1657-Bologna 3 gennaio 1743
Secondogenito di Giovanni Maria e di Orsola Maria Possenti. Dopo gli studi di pittura con
G. Viani, si formò alla quadratura con Mauro Aldrovandini e Iacopo Mannini e alla
prospettiva con Giulio Troili. Seguì il soggiorno a Roma (1670), ove il Galli Bibiena
poté ampliare le proprie conoscenze. Secondo lo Zanotti il suo esordio nella scenografia
sarebbe avvenuto in Emilia, più precisamente a Bologna, accanto a Ercole Rivani, mentre
nelle sue memorie manoscritte (N. Clerici Bagozzi, in Meravigliose scene, 1992, 37 n. 3)
lo stesso Galli Bibiena ricorda lesperienza parmense con Andrea Seghizzi nel 1672 e
la collaborazione con lAldrovandini alla realizzazione delle scene (1674-1675) per
il teatro della Fortuna di Fano, sotto la direzione di Stefano Torelli. Il Galli Bibiena
svolse unintensa attività affiancato da una ricca schiera di collaboratori che gli
consentì di espletare più incarichi contemporaneamente. Con il fratello Francesco
lavorò dapprima alla decorazione a fresco (perduta) della delizia ducale della Motta a
Mirandola e della locale chiesa del Gesù, quindi a Modena per gli Este e per i marchesi
Campori. Dal 1680 è documentato con Carlo Cignani a Parma. In occasione delle nozze di
Odoardo Farnese con la cognata dellImperatore, Dorotea Sofia di Neuburg, Ranuccio
Farnese attuò una politica di abbellimenti e di riorganizzazione dei servizi teatrali per
i quali coinvolse anche il Galli Bibiena. A lui si deve la ristrutturazione del collegio
dei nobili. Ai lavori di abbellimento delle facciate delledificio si riferiscono il
bel disegno del Gabinetto nazionale delle stampe di Roma e le incisioni di Carlo A.
Buffagnotti del Museo teatrale alla Scala di Milano (Lenzi, in Matteucci-Stanzani, 1991,
98 s.). Di un altro disegno per la decorazione della facciata del collegio dei nobili si
conserva pure lincisione di Pietro Abbati e del Buffagnotti (Cirillo-Godi, 1989,
41). Al 1648 risalgono il dipinto, conservato, e gli affreschi, perduti, per la chiesa
parrocchiale di Stagno (Lenzi, 1992, 104). È poi ipotizzata una collaborazione del Galli
Bibiena alla decorazione della cappella nel palazzo del Giardino (1687-1688) con il
genovese G. B. Merano. In seguito al matrimonio con Corona Stradella (1685), il Galli
Bibiena risiedette a Parma ove ricoprì ruoli di grande prestigio. Il lungo periodo del
soggiorno nel Ducato si protrasse fino al 1708. Su incarico del conte Scipione Rossi, tra
il 1685 e il 1687 realizzò laffrescatura delloratorio del Serraglio a San
Secondo, in collaborazione con il figurista bellunese Sebastiano Ricci. Fu questa la
committenza che gli valse lingresso alla corte dei Farnese: dal 1687 fu primo
pittore di corte, nel 1697 fu nominato primo architetto di corte. Risolta con sorprendente
abilità la decorazione a quadratura sulle pareti e sulle absidi del piccolo edificio del
Serraglio, del cui progetto architettonico con ogni probabilità fu egli stesso
responsabile, il Galli Bibiena realizzò qui il più antico per angolo a due fuochi che si
conosca (Lenzi, in Matteucci-Stanzani, 1991, 97). Allinterno del piccolo vano si
assiste dunque alla precoce applicazione della veduta per angolo nella decorazione, ossia
la messa a punto di un sistema prospettico che, ai consolidati schemi compositivi
secenteschi di spazi attestati su un asse longitudinale, sostituisce la fuga prospettica
in diagonale, che rompe lo spazio chiuso. Al fuoco unico centrale allinfinito
subentra la veduta per angolo, ossia limpostazione dellambiente da raffigurare
in una disposizione obliqua rispetto al quadro. Il per angolo dipinto dal Galli Bibiena
allinterno delloratorio del Serraglio si pone in stretta connessione con
lallestimento da lui fatto per Didio Giuliano di Lotto Lotti, che nella primavera
del 1687 inaugurò il ristrutturato teatro ducale di Cittadella a Piacenza (Lenzi, 1980,
147 s.). Negli ultimi due decenni del Seicento al Galli Bibiena toccò il compito di
soddisfare le esigenti richieste della corte e della locale aristocrazia e, in seguito
allinaugurazione del nuovo teatro Ducale di Parma (1688) e del teatrino di corte che
Stefano Lolli aveva costruito nel palazzo della Pilotta e quindi in occasione delle feste
nuziali per Odoardo Farnese e Dorotea Sofia di Neuburg nel 1690, la sua attività di
scenografo subì una comprensibile accellerazione. Negli anni Novanta si datano due
importanti cicli decorativi eseguiti a Piacenza, ove ebbe domicilio tra il 1693 e il 1697
(Cirillo, Godi, 1979, I, 92). Si tratta più precisamente della decorazione della volta
delloratorio di San Cristoforo, detto anche della Morte (1690), e
dellaffrescatura (1699) del salone da ballo del seicentesco palazzo dei conti Costa
su strada San Lazzaro, mentre a Bologna venne eretto su suo progetto laltare della
cappella Buratti nella chiesa di Santa Maria degli Alemanni (Lenzi, 1991, 77 s.). Nella
cappella voluta dal nobile veneziano G. Paolo Buratti e dalla moglie Anna E. Lupari
(1690-1700), laltare bibienesco, alla cui costruzione collaborò larchitetto e
scultore veronese G.B. Ranghieri, sviluppa il motivo per angolo, qui affidato a un
possente binato di colonne tortili a sostegno di una trabeazione mistilinea con timpano
spezzato. Per quanto concerne la decorazione del piacentino palazzo Costa, questa doveva
soddisfare le esigenze della nobile famiglia di origine genovese intenzionata a conferire
una fastosa apparenza al salone di rappresentanza della propria dimora. Il Galli Bibiena
operò in una felice consonanza con il genovese G.E. Draghi. Nella Piacenza di fine
Seicento il palazzo del conte Giuseppe Costa divenne emblematico nella sua specificità di
simbolo sia della cultura architettonica (la sua scenografica scala aperta è
convincentemente ricondotta dalla Matteucci allo stesso Galli Bibiena) sia della soluzione
decorativa che dispone sulla verticale una vertiginosa sequenza di cinque ordini
differenti e apre sulle pareti illusorie fughe prospettiche. In chiusura di secolo il
Galli Bibiena stipulò il contratto con i principi Meli Lupi di Soragna (1696) per gli
affreschi nella rocca, condotti però dalla sua équipe e dal fratello Francesco. Al 1697
risale il contratto per il teatro nella rocca (distrutto). Lanno successivo
realizzò con Ilario Spolverini gli affreschi nellappartamento estivo della duchessa
di Parma (perduti). Pittore e scenografo, il Galli Bibiena si misurò anche con
larchitettura costruita. A partire dal 1699 e per nove anni si dedicò
allammodernamento della delizia e del giardino ducale di Colorno, ma i lavori furono
compiuti da Giuliano Mozani. Nel 1708 si recò a Barcellona per sovrintendere agli
spettacoli e alle feste per le nozze di Carlo dAsburgo. Sul volgere del 1711
rientrò a Parma, dove nello stesso anno pubblicò Larchitettura civile, preparata
su la geometria e ridotta alle prospettive. Il suo ruolo di docente alla Clementina,
nonché gli alti costi e le grandi dimensioni dellopera costrinsero il Galli Bibiena
a rivederne limpostazione e a fornire unedizione ridotta, Direzioni a giovani
studenti nel disegno dellarchitettura civile nellAccademia Clementina,
stampata a Bologna nel 1725 e quindi nel 1731-1732. Ancora a Parma, fornì i disegni per
la chiesa di SantAntonio Abate su strada San Michele. Lungo il medesimo asse viario aveva progettato la
facciata di palazzo Rangoni Farnese (1690). I lavori per SantAntonio Abate furono
avviati nel 1712, ma si conclusero solo nellinoltrato Settecento.
Loriginalità delledificio consiste precipuamente nelladozione di una
prima calotta che lascia scorgere i dipinti nella seconda, nonché nellandamento
planimetrico di derivazione guariniana, insolito per lEmilia e per gli stessi Galli
Bibiena. Invitato a Vienna dallimperatore Carlo VI, il Galli Bibiena ideò
spettacoli e apparati festivi che gli valsero il titolo di primo architetto teatrale
(1717). Rientrato a Bologna, ove è documentato nel 1717, fu aggregato alla locale
Accademia Clementina di cui fu viceprincipe (1718), direttore darchitettura (dal
1719 al 1731, nel 1733, 1735, 1737, 1740 e 1742) e, quindi, principe nel 1741. Come
scenografo lavorò in molte città spostandosi fino a Genova (1694-1695 e 1700), a Torino
(1694 e 1698-1699), a Roma (1696-1697), a Milano (dal 1692, ogni anno fino al 1708), a
Mantova (1696 e 1706) e a Napoli (1699-1700), oltre che in numerosi centri emiliani
(Lenzi, 1992, 104 s.). Si occupò della ristrutturazione di teatri e di palcoscenici,
disegnando scenari che poi sovente realizzavano gli allievi. Lattività
architettonica del Galli Bibiena è inoltre documentata a Bologna con i progetti per la
specola dellIstituto delle scienze e per lo scalone di palazzo Malvezzi, per la sala
delle feste in palazzo Ranuzzi (1720), per le prospettive nel secondo cortile di palazzo
Monti (dal 1721) e per lappartamento del gonfaloniere nel palazzo pubblico. Fornì
anche i disegni per il campanile della chiesa di Santa Cristina della Fondazza (1723).
Della prospettiva in palazzo Mattei si conservano limpianto e il grandioso schema
compositivo, seppure in stato di avanzato degrado (Lenzi, in Matteucci-Stanzani, 1991, 185
s.). Il committente, Francesco Maria Monti Bedini, già in passato si era rivelato vicino
ai Galli Bibiena, tanto che nella propria collezione possedeva due dipinti a olio del
Galli Bibiena e del fratello Francesco. Il Galli Bibiena fu quindi attivo a
SantAgata Bolognese e a Fano, ove con il figlio Antonio eseguì i lavori di restauro
al teatro della Fortuna (1719) e gli affreschi (perduti) nel soffitto della chiesa di
SantAgostino (Battistelli, 1986). Del Galli Bibiena si conservano, inolte,
lagostiniana chiesa di San Giovanni Evangelista da lui ristrutturata (1719-1722) a
Rimini, città nella quale lavorò anche alla chiesa dei teatini, e laltare della
chiesa del Rosario di Cento (1727), dove la monumentale ancona recupera il fastoso modello
sperimentato dal Galli Bibiena nellaltare bolognese della cappella Buratti circa un
ventennio prima. A Cento aveva progettato anche laltare maggiore della chiesa di San
Filippo, eretto però da Giuseppe Caner, mentre non furono realizzati i suoi disegni per
laltare maggiore della chiesa parmense di Santa Maria della Steccata (Adorni, 1982,
90) né quelli per laltare della Karlskirche di Vienna (Lenzi, 1991). Del 1739 è il
progetto di villa Paveri Fontana a Caramello, nella campagna piacentina, caratterizzata da
una loggia terrena, spazio filtrante tra cortile e giardino, e da uno scaloncino che
approda a un ballatoio a forma di emiciclo, scenografica conclusione del percorso che si
svolge su nove brevi rampe tra loro ortogonali, di cui non si conserva traccia (Matteucci,
in Matteucci-Manfredi-Coccioli Mastroviti, 1991, 514-523). Il catalogo degli interventi
architettonici espletati dal Galli Bibiena a Piacenza e nellimmediato territorio
include anche lintervento di restauro barocco, ascrittogli solo a fine Novecento,
compiuto allinterno del castello Leoni a Lisignano, in cui mutò la chiusa struttura
di severo ricetto difensivo in quella di ameno e fresco ninfeo (in
Matteucci-Manfredi-Coccioli Mastroviti, 1991, 36). È importante la puntualizzazione
critica circa ledizione di Varie opere di prospettiva inventate da Ferdinando Galli
d.o il Bibiena, raccolta di tavole incise dal bolognese C.A. Buffagnotti e da Pietro
Giovanni, di cui si conservano vari esemplari al Metropolitan Museum di New York, al Museo
teatrale alla Scala di Milano e a Stanford (collezione privata), sul cui frontespizio è
possibile leggere la data 1701 (Pigozzi, 1992). Le 71 incisioni della raccolta, alcune
delle quali apparse prima del 1701, costituirono un veicolo di indiscusso rilievo nella
diffusione del repertorio delle tipologie bibienesche in Italia e in Europa.
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GALLI
BIBIENA GIOVANNI BATTISTA ANTONIO
Parma 16 gennaio 1700-Napoli 1777
Figlio di Ferdinando e Corona Margherita Stradella. Nel 1722 raggiunse il fratello
Alessandro a Mannheim e lanno dopo si recò a Praga, dove trascorse la maggior parte
della vita, avendovi sposato una donna benestante. Come scenografo e architetto teatrale
lavorò a Roma, a Cremona (le scene del Teatro nella stagione 1771-1772), forse a Bologna,
infine a Napoli.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, I Galli Bibiena di Parma, in Gazzetta di Parma 3 aprile 1934;
A. Hyatt Mayor, The Bibiena family, New York, 1945; G. Cirillo-G. Godi, I Bibiena, in
Società e cultura nella Piacenza del Settecento, Piacenza, Cassa di Risparmio di
Piacenza, 1979, 127-141.
GALLI BIBIENA GIOVANNI MARIA, vedi GALLI BIBIENA GIOVANNI BATTISTA ANTONIO
GALLI BIBIENA GIUSEPPE
Parma 6 gennaio 1695-Berlino gennaio/aprile 1757
Figlio di Ferdinando e di Corona Margherita Stradella. La sua formazione avvenne presso il
padre, che seguì a Barcellona nel 1708 e quindi a Vienna nel 1712. Iniziò la propria
attività nel 1715 a fianco del padre nellallestimento dei castra doloris per Luigi XIV e per Carlo di Lorena nella
Augustinerkirche, la cui memoria visiva è affidata alle tavole di Architetture e
prospettive (II, tavole 1-4; III, tavola I), importante raccolta delle opere che il Galli
Bibiena realizzò per feste e teatri. Dedicata allimperatore Carlo VI,
questopera vide la luce ad Augusta nel 1740, in quattro parti rispetto alle dieci
previste (due tomi furono poi stampati nel 1744). Gli studiosi tuttavia concordano nel
riconoscere il vero esordio del Galli Bibiena nellallestimento teatrale di Angelica
vincitrice di Alcina di Pietro Pariati. La rappresentazione (1716) si svolse sulla grande
peschiera della Favorita per celebrare la nascita dellarciduca Leopoldo (Zanotti).
In qualità di apparatore e architetto al servizio della corte riscosse ampi
riconoscimenti anche dopo il rientro del padre in Italia. Nel 1718 fu, infatti, insignito
del titolo di secondo ingegnere teatrale dellimperatore. Negli anni 1721, 1723 e
1725, allepoca della residenza viennese, il Galli Bibiena fu eletto inoltre docente
di architettura presso lAccademia Clementina di Bologna, carica nella quale fu però
sostituito dal padre. In occasione dellincoronazione di Carlo VI re di Boemia
(1723), eresse un grandioso anfiteatro lungo le rive della Morava, nei pressi di
Hradiète, e si occupò sia dellallestimento delle scene per lopera Costanza e
Fortezza, sia dellallestimento della sala per il banchetto dellincoronazione
(Lenzi, 1992, 32). Nel 1727 il Galli Bibiena fu nominato primo ingegnere teatrale di
corte. Il soggiorno viennese fu intervallato da viaggi a Graz (1728), a Praga, ove lavorò
agli apparati per celebrare la canonizzazione di Giovanni Nepomuceno (1729), e a Linz
(1832). È stata segnalata dal Galavics lattività svolta per la nobile famiglia
Kohary, per cui avrebbe realizzato nel 1736 gli affreschi nella sala delle feste del
castello a Ebenthal, in Austria. Dopo la morte di Carlo VI (1740) rientrò in Italia, ove
accettò alcuni incarichi. A Torino, dove allestì lo spettacolo inaugurale del teatro
Regio di Benedetto Alfieri e gli spettacoli per il carnevale successivo, eseguì anche i
disegni per la decorazione a quadratura della cupola della chiesa della Consolata, poi
dipinta da G.B. Alberoni, e per quella del santuario di Vicoforte presso Mondovì,
realizzata dal milanese F. Biella. A Bologna fu attivo al teatro Malvezzi (1742) e a
Venezia, ove si trattenne fino al carnevale dellanno successivo, fu impegnato al San
Giovanni Crisostomo (Povoledo, 1951). Il soggiorno italiano si concluse nel 1743 allorché
il Galli Bibiena rientrò a Vienna per organizzare i festeggiamenti indetti per
lonomastico di Maria Teresa e per dirigere (gennaio 1744) i lavori di trasformazione
della cavallerizza coperta in sala da ballo. Loccasione fu offerta dalle nozze di
Carlo Alessandro di Lorena con Maria Anna dAustria. La vita teatrale viennese
allepoca del regno di Maria Teresa non era tuttavia particolarmente vivace e il
galli Bibiena preferì lasciare Vienna. La fama acquisita da lui daltronde era tale
da richiedere la sua partecipazione ai più importanti progetti teatrali in Europa.
Valgano, tra gli altri, i disegni per il teatro (poi non realizzato) di Stoccolma, nonché
quelli per il teatro dellOpera di Bayreuth, costuito nel 1745-1748 per volere della
margravia Gugliemina Sofia, sorella di Federico II il Grande di Prussia. Per il progetto
dellinterno, cavea-palcoscenico, la sovrana si rivolse al Galli Bibiena, che
intervenne nel cantiere dapprima tramite il figlio Carlo Bernardo Giuseppe, quindi
personalmente nel 1748. Ebbe inoltre grande successo a Dresda nel 1747, quando progettò
gli allestimenti per le duplici nozze di Maria Antonia, figlia dellimperatore Carlo
VI, con Federico Cristiano di Sassonia e di Mara Anna di Sassonia con Giuseppe
Massimiliano di Baviera (Hadamowsky). Sempre a Dresda curò il restauro del teatro e delle
scene dellOpera (1753). Nel 1754 passò a Berlino al servizio di Federico II di
Prussia e qui morì nei primi mesi del 1757.
FONTI E BIBL.: A. Masini, Bologna perlustrata, I, Bologna, 1666, 627; C. Malvasia, Felsina
pittrice, II, Bologna, 1841, 179 e passim; G.P. Zanotti, Storia dellAccademia
Clementina, II, Bologna, 1739, 213, 333 e passim; L. Crespi, Felsina pittrice, III, Roma,
1769, 85, 91 e passim; P. Bassani, Guida agli amatori di belle arti per la città di
Bologna, suoi sobborghi e circondari, Bologna, 1816, 55, 157, 160; G. Bianconi, Guida del
forestiere per la città di Bologna, Bologna, 1826, 208; D. Zannandreis, Le vite de
pittori, scultori e architetti veronesi, Verona, 1891, 426, 429; C. Ricci, I Bibiena
architetti teatrali, Milano, 1915; N. Pelicelli, Artisti parmigiani allestero. I
Galli Bibiena di Parma, in Crisopoli I 1935, 29-40; E. Povoledo, La scenografia
architettonica nel Settecento a Venezia, in Arte veneta V 1951, 126-130; U. Prota Giurleo,
I Bibiena a Napoli, in Partenope 3 1960, 175-189; F. Hadamowsky, Die Familie Galli Bibiena
in Wien: Leben un Werk für das Theater, Wien, 1962; A. Ottani, Notizie sui Bibiena, in
Rendiconto delle sessioni dellAccademia delle scienze dellIstituto di Bologna,
classe di scienze morali, s. 6, II 1963, 123-137; F. Mancini, Scenografia napoletana
delletà barocca, Napoli, 1964, 26 e passim; D. De Bernardi, La chiesa di Villa
Pasquali presso Sabbioneta e le sue volte a prospettive celesti, in Arte lombarda XI 1966,
51-56; L. Grassi, Province del barocco e del rococò, Milano, 1966, 181-187; J.M. Da Silva
Correia, Teatros regios do seculo XVIII, in Boletim do Museu nacional de arte antiga 3-4
1969, 34; G. Cuppini, A.M. Matteucci, Ville del Bolognese, Bologna, 1969, 34, 46 s., 57,
87, 94; A.M. Matteucci, C.F. Dotti e larchitettura bolognese del Settecento,
Bologna, 1969, ad indicem; M.T. Muraro, E. Povoledo (a cura di), Disegni teatrali dei
Bibiena (catalogo), Vicenza, 1970, 71-79, 99 s. e passim; D. Lenzi, Problemi bibieneschi
in margine a una recente mostra, in Paragone 259 1971, 43-67; G. Ricci, Teatri
dItalia, Milano, 1971, 155-158 e passim; S. Jacob, Die Projekte Bibienas und
Doris für Fassade von S. Giovanni in Laterano, in Zeitschrift für Kunstgeschichte XXXV
1972, 110; K. Rothgordt, in Il teatro Accademico dei Bibiena in Mantova, Mantova, 1972,
7-28; M.A. Beaumont, Stage sets by the Bibienas in the Museu nacional de arte
antiga, Lisbon, in Apollo 134 1973, 408-415; D. Lenzi, La tradizione
dellarchitettura teatrale bolognese in età illuminista, in Bollettino del Centro
internazionale di architettura Andrea Palladio XVII 1975, 309-311, 318 s., W. Oechslin, Il
contributo dei Bibiena. Nuove attività architettoniche, in Bollettino del Centro
internazionale di architettura Andrea Palladio XVII 1975, 131-159; F. Mancini, M.T.
Muraro, E. Povoledo (a cura di), Illusione e pratica teatrale (catalogo, Venezia),
Vicenza, 1975, 106; D. Lenzi, Il luogo teatrale, in Storia dellEmilia Romagna, II,
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delle Legazioni pontificie, Bologna, 1977, ad indicem; R. Roli, Pittura bolognese
1650-1800. Dal Cignani ai Gandolfi, Bologna, 1977, 5, 12, 22, 34, 41, 72, 87, 89; G.
Cirillo, G. Godi, I Bibiena, in Società e cultura nella Piacenza del Settecento, II,
Piacenza, 1979, 127-141; F. Lechi, Le Notizie sul palazzo dei conti Lechi a Montirone, in
Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, VII, Brescia, 1979, 45; A.M. Matteucci,
Palazzi di Piacenza dal barocco al neoclassico, Torino, 1979, ad indicem (s.v. Bibiena);
Civiltà del 700 a Napoli 1734-1799 (catalogo, Napoli), II, Firenze, 1979, 306, 326
s., 356-358, 427; A.M. Matteucci, Linfluenza della veduta per angolo
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internazionale di storia dellarte, a cura di A. Schnapper, Bologna, 1982, 129-139;
Larte del Settecento emiliano. Architettura, scenografia, pittura di paesaggio,
(catalogo), Bologna, 1980, ad indicem; M. Pigozzi, Scenografia e scenografi dal
Rinascimento al Settecento, in Teatro a Reggio Emilia, a cura di S. Romangoli, E. Garbero,
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Firenze, 1982, ad indicem; D. Lenzi, Dal Seghizzi al Monti ai Bibiena. Architetti e
scenografi bolognesi a Mantova sotto gli ultimi Gonzaga, in Il Seicento nellarte e
nella cultura con riferimenti a Mantova, Milano, 1985, 164-174; M. Pigozzi, Disegni di
decorazione e di scenografia nelle collezioni pubbliche reggiane, Reggio Emilia, 1984,
9-12, 22-25 e passim; A. Coccioli Mastroviti, Per un censimento della quadratura negli
edifici religiosi a Piacenza tra barocco e barocchetto: il contributo dei Natali, in
Bolletino storico piacentino I 1986, 43, 46 s., 49, 51; M. Pigozzi, I Bibiena a Reggio:
dalla scenotecnica alla scenografia. Prassi, teoria, traduzione, in Civiltà teatrale e
Settecento emiliano, a cura di S. Davoli, Bologna, 1986, 207-222; P. Marini, P. Brugnoli,
A. Sandrini (a cura di), Larchitettura a Verona nelletà della Serenissima,
II, Milano, 1988, 346-350; A.M. Matteucci, Larchitettura del Settecento, Torino,
1988, ad indicem; H. Hager, Considerazioni sullinterrelazione tra
larchitettura reale e larchitetturra posticcia, in Il teatro a Roma nel
Settecento, Roma, 1989, I, 94, 96, 98, 118; F. Mancini, P. Simonelli, Il rovinismo nella
scenografia del Settecento, in Il teatro a Roma nel Settecento, Roma, 1989, I, 153, 155,
158; E. Tamburini, Da alcuni inventari di casa Colonna: i teatri, in Il teatro a Roma nel
Settecento, Roma, 1989, II, 657; D. Lenzi, Designs for the court opera in the Residenz
Mannheim, in Design into art. Drawings for architecture and ornament, a cura di P.
Fuhring, II, London, 1989, 475-479; D. Lenzi, Linsegnamento dellarchitettura e
la formazione dellarchitetto a Bologna nel secolo XVIII, in Larchitettura
nelle Accademie riformate. Insegnamento, dibattito culturale, interventi pubblici. Atti
del Convegno di studio, 1989, a cura di G. Ricci, Milano, 1992, 81 s., 85 s., 89, 98; M.
Pigozzi, I Bibiena, in La Rivista illustrata del Museo teatrale della Scala XII 1991,
8-12; M.A. Beaumont, D. Lenzi (a cura di), Meravigliose scene. Piacevoli inganni. Galli
Bibiena, (catalogo), Arezzo, 1992; P. Venturelli, Pittori e decoratori lombardi nella
Piacenza del Settecento: considerazioni e problemi, in Bollettino storico piacentino
LXXVII 1992, 198-201; D. Lenzi (a cura di ), I Galli Bibiena. Una dinastia di architetti e
scenografi. Atti, Bibbiena, Bibbiena, 1997; V. Mariani, in Enciclopeida dello spettacolo,
II, coll. 472-480; Dizionario enciclopedico di architettura e urbanistica, I, 335 s. (s.v.
Bibiena); Allgemeines Künstlerlexikon, X, 469-473, 478-481 (s.v. Bibiena); A. Coccioli
Mastroviti, in Dizionario Biografico degli Italiani, 51, 1998, 646-647.
GALLICO GIOVANNI, vedi LEGRENSE JOHANNES
GALLINA ANTONIO
Parma 1831
Prese parte ai moti del 1831. Fu inquisito ed emerse incidentalmente dalla procedura come
disarmatore della truppa e il primo che il giorno 13 febbraio entrò nel corpo di Guardia
della Piazza forzando una finestra.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 173.
GALLINA GIULIANO
Parma 17 dicembre 1844-post 1888
Studiò nella Regia Scuola di musica di Parma dal 1855 al 1860. Dopo aver suonato diversi
anni nelle bande militari, occupò il posto di primo fagotto in primarie orchestre nel
Regno. Con tale mansione si trasferì al Teatro Imperiale di San Pietroburgo, dove si
trovava ancora nel 1888.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GALLINARI
Parma-post 1878
Nel 1878 pubblicò la romanza Angelo o demonio (Bologna, Trebbi).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
GALLINELLA GIUSEPPE
Roccabianca 1831
Durante i moti del 1831 fu uno degli autori della rivolta in Roccabianca. Fu sottoposto ai
precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 174.
GALLO GIOVANNINO
Terenzo 1365
Nella chiesa di Santo Stefano di Terenzo è esposta una campana dalla forma allungata,
datata 1365 e fusa da Johaninus Galus. Era proveniente dallo hospitale Santo Stefano di
Gherardo Zilj.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GALLONI GIOVANNI BATTISTA
Marano 1638-Piacenza 11 giugno 1717
Frate cappuccino laico addetto al lanificio, fu semplice e silenzioso, diligente e pronto
allobbedienza, rispettosissimo verso i sacerdoti, in fama di santo presso tutta la
città di Piacenza. Compì la vestizione a Modena il 5 febbraio 1664.
FONTI E BIBL.: Gabriele, Leggendario, Vi, 190-198; F. da Mareto, Necrologio cappuccini,
1963, 348.
GALLONI MAURO
-Noceto 25 febbraio 1787
Dopo aver vissuto a Roma, come notaio della pontificia Congregazione del Santo Ufficio,
passò i suoi ultimi anni in Noceto, dove possedette un podere e una casa. Alla sua morte
lasciò il podere a quella che in seguito fu chiamata Congregazione di Carità, con
lobbligo di far celebrare, ogni anno, in occasione dellanniversario della sua
morte, un solenne ufficio funebre. Fu sepolto nella chiesa di Noceto e sulla sua tomba si
legge: Dic requiem Marco Galloni Sacerdoti et Notaio S. Ufficii Obiit die XXV febr. Anno
1787.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e le sue frazioni, 1978, 76.
GALLONI ORESTE
Parma 31 ottobre 1862-post 1897
Baritono. Studiò alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1883 al 1885, quando si ritirò
per recarsi a Milano per continuare gli studi con Giuseppe Cima. Esordì con buon esito
nel Poliuto al Politeama di Massa Lombarda nel maggio 1887. Nella primavera 1892 cantò
con successo al Teatro Reinach di Parma nel Ruy Blas. Nel maggio 1897 si esibì in un
programma di arie dopera alla Birreria Gambrinus di Parma.
FONTI E BIBL.: Dacci; Vetro, Reinach, 1995, 164.
GALLONI PIETRO
Parma 1730
Dottore. Lanno 1730 fu capo civile di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: N. Denti, Capi civili da Parma a Fidenza, 1960.
GALLONI TOMMASO
Parma XVI secolo
Frate francescano. Fu oratore facondo e maestro generale, caro a papa Paolo V. Attese alla
preghiera e allo studio, diffondendo la pace e promuovendo il culto delle arti, come
attestato in una lapide della fine del secolo XVIII.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 156.
GALLUS, vedi SIMONIS GEORGES
GALLUZZI GIUSEPPE
Busseto 27 aprile 1861-Torino 3 novembre 1936
Studiò al Regio Conservatorio di Parma con Ficcarelli (pianoforte) e Dacci
(contrappunto), diplomandosi con lode distinta rispettivamente nel 1879 e nel 1883 e
dedicandosi poi (1883) allinsegnamento nel Liceo musicale di Torino. Fu autore della
diffusa pubblicazione Il Primo Concerto del giovane pianista. Compose pezzettini melodici
nellestensione di cinque note, per pianoforte a quattro mani (6 fascicoli, ed. Carisch
e Janichen).
FONTI E BIBL.: A. De Angelis, Dizionario musicisti, 1918, 158; C. Schmidl,
Dizionario universale musicisti, 1, 1926, 590; Dizionario Ricordi dei musicisti, 1959,
507; Enciclopedia della Musica, 2, 1964, 270; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GALVANI BONFIGLIO
Parma 1853
Violinista, con decreto del 12 dicembre 1853 venne nominato professore nellorchestra
della Reale Corte di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
GALVANI VITTORIO
Parma 28 settembre 1916-Cielo di Comiso 5 dicembre 1941
Risiedette a Langhirano. Sergente maggiore dellaviazione, fu decorato di medaglia
dargento al valor militare.
FONTI E BIBL.: Ufficio Toponomastica del Comune di Langhirano.
GAMBA PERICLE
Parma 12 luglio 1874-post 1934
Fu dottore e professore di Fisica. La sua attività scientifica fu particolarmente
dedicata allo studio dellatmosfera. AllOsservatorio Aeroligico di Pavia dal
1905 al 1929 eseguì numerosi sondaggi con palloni sonda, conquistando anche il record di
altezza di circa 35000 metri. Organizzò il primo Servizio Aerologico italiano. Durante la
guerra contro lAustria fu alla Direzione Tecnica dellAviazione Militare, indi
alla Direzione Sperimentale di studio e applicazione degli strumenti a bordo degli
aeroplani, lo studio di problemi scientifici del volo ad alta quota e dellaria tipo.
Ideò vari strumenti di Meteorologia e di Aerologia per i bisogni dei suoi studi, che poi
per molto tempo furono applicati nelle osservazioni meteorologiche e nei sondaggi
dellatmosfera. Fu direttore dellUfficio Centrale di Meteorologia e Geofisica
di Roma. Diede notizia dei suoi studi con comunicazioni accademiche, memorie, studi e
opere a stampa (Le caratteristiche dellatmosfera libera, Sulla nebbia in Val Padana)
di geofisica, meteorologia e climatologia, pubblicati su riviste scientifiche. Professore
ordinario di fisica (1919-1924) della Regia Università di Pavia e di fisica terrestre
(1924-1929) del Regio Istituto Superiore Agrario di Milano, fu membro del Consiglio
Nazionale delle Ricerche, Comitato Geodetico e Geofisico, e della Commissione
Internazionale per lo studio dellalta atmosfera.
FONTI E BIBL.: E. Grossi, Eroi e pioneri dellala, 1934, 127; F. da Mareto,
Bibliografia, II, 1974, 1190.
GAMBARA ALBERTO
Parma 30 ottobre 1839-Parma 24 luglio 1920
Figlio di Enrico e Clementina Mazza. Ingegnere. Fu Assessore Presidente della Commissione
Teatrale nella stagione di Carnevale 1884-1885. Fu consigliere e assessore del Comune di
Parma, consigliere degli Ospizi Civili e per oltre quarantanni appartenne
allAmministrazione Municipale di Golese, dove coprì la carica di Sindaco. Per molto
tempo fu Podestà del Canale Naviglio Taro. Il Gambara fu inoltre fervido patriota.
FONTI E BIBL.: Dietro il sipario, 1986, 285.
GAMBARA CARLO MARIA
Zibello 21 settembre 1815-Piacenza 23 maggio 1890
Frate cappuccino, fu sacerdote assai versato nelle discipline sacre. Dal 1851 al 1876 fu
nella missione di Trebisonda, quindi lettore di morale a Parma, vice postulatore della
causa del venerabile Lorenzo da Zibello e custode generale (1878). Compì a Borgo San
Donnino la vestizione (29 aprile 1836) e la professione solenne (30 aprile 1837). Fu
consacrato sacerdote a Borgo San Donnino il 4 aprile 1840.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 314.
GAMBARA CATERINA
Parma-1716
Contessa, sposò il marchese Scoffoni. Fece parte della Compagnia del SantAngelo
Custode di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia SantAngelo Custode, 1853, 51.
GAMBARA GIOVANNI BATTISTA
Zibello 14 ottobre 1695-Guastalla 13 dicembre 1781
Appartenne a famiglia cospicua e di elevati sentimenti religiosi, che lo allevò a ogni
virtù cristiana. Si ritiene avesse ricevuto la prima istruzione da un sacerdote, Angelo
Barbieri, curato della parrocchia di Zibello, ma il particolare non trova sicura conferma.
La vocazione si manifestò in lui giovanissimo: quando una cugina, nel fiore degli anni,
entrò nel convento bussetano di Santa Chiara, egli intravvide nellepisodio un
richiamo di Dio a lui rivolto. Il 15 agosto 1716, nella festa dellAssunzione di
Maria, il Gambara vestì ventunenne labito dei novizi nel monastero di Carpi,
assumendo il nome di Lorenzo. in quel convento ebbe a maestro padre Bernardino Zuccheri da
Parma, il quale lo guidò nel cammino della perfezione, scrivendo poi di avere scorto nel
Gambara doti singolari di pietà, di ubbidienza e di mortificazione, tanto da poterlo
additare come esempio non solo agli altri novizi ma ai religiosi provetti. Ammesso dopo un
anno alla solenne professione, il Gambara si attenne scrupolosamente da allora a un
programma di evangelica semplicità, di preghiera, di penitenza e di totale dedizione a
Dio. Monticelli dOngina fu, dopo Carpi, la prima località che ospitò il Gambara
nella sua missione. Fu inviato dai superiori a svolgere le mansioni di sagrista in quel
convento e ad attendere agli studi delle scienze teologiche e filosofiche, comandate dalle
Costituzioni, sotto la guida di un padre anziano, lettore dellOrdine. A Monticelli
dOngina rimase tre anni. Ricevuti nel frattempo gli ordini minori, il 21 settembre
1720 venne ordinato suddiacono nella Cattedrale borghigiana, dove pure ricevette il
diaconato il 20 settembre dellanno successivo. Fu consacrato sacerdote a Busseto il
13 marzo 1723 dal vescovo diocesano Gherardo Zandemaria. Sacerdote novello, fu destinato a
Guastalla dove trascorse cinquantatre anni di vita, sagrista della chiesa del convento
presso il cimitero. Egli fu adorno delle virtù cristiane e le esercitò sino alla morte.
Sul solido fondamento dellumiltà, non faticò a erigere altre inscindibili virtù:
povertà, castità e ubbidienza. Ebbe un misterioso timore della scienza ed è nota la sua
dichiarazione: non voglio sapere. Studiò molto invece se stesso: una singolare
delicatezza di coscienza, in guardia continuamente per conservare la sua anima monda anche
della minima venialità, e vigilanza scrupolosissima dei suoi pensieri e affetti. Semplice
e giusto, le sue parole sparsero pace e bontà e furono così feconde che dove non era che
desolazione di uno sconforto senzo rimedio spesso fioriva una speranza. Fu a Guastalla che
ebbe origine e si diffuse rapidamente la fama di santità del Gambara. A lui, martire
oscuro del silenzio e della rinuncia, la gente cominciò a correre per benedizioni,
consigli e preghiere. Alla sua intercessione sono attribuite grazie singolari, tra le
quali acquistano particolare rilievo le prodigiose guarigioni di Felicita Allari di
Gualtieri e della contessina Elena Rados di Guastalla, affette entrambe da una forma di
tisi dichiarata dai medici incurabile. Spesso venne chiamato a benedire ammalati in altre
città: Parma, Reggio, Modena e Mantova. Lambasciatore di Spagna presso il duca di
Parma, avendo la consorte gravemente inferma, si rivolse al Gambara, andando lui stesso a
prenderlo col calesse: ebbe la grazia della guarigione sospirata. Si ricorda anche un
prodigio operato a Zibello. Una settantina di bambini versavano in pericolo di vita per
linfierire di una violenta epidemia, ma fu sufficiente che il Gambara, come da
richiesta, benedicesse i piccoli, perché tutti fossero in maniera insperata dichiarati
fuori pericolo e poi perfettamente guariti. Un anno prima della morte il Gambara placò la
piena del Po, che aveva straripato nelle campagne del Guastallese. Si narra che quando
egli morì nel convento di Guastalla i miracoli si ripeterono in gran numero tra coloro
che vi accorsero a venerare le spoglie del Gambara. I funerali solenni, fatti a spese
dellamministrazione pubblica, si dovettero ripetere per venire incontro alla
devozione dei devoti e dei beneficati e, per due volte, si dovette vestirlo di altro
abito, distribuito per devozione allenorme concorso di popolo e di clero, venuto
anche da altre parti. A quasi un secolo dalla morte, il 27 aprile 1876, fu avviata la
procedura canonica per il riconoscimento delle virtù e della santità del Gambara. Il
processo apostolico, aperto il 9 maggio 1889 a Guastalla dal vescovo Andrea Carlo Ferrari,
si chiuse il 1° ottobre 1894. Secondo lantica procedura al Gambara compete il
titolo di venerabile. Tuttavia il processo si arrestò al conferimento del titolo di
venerabile, che nelle cause postulatorie di esaltazione promosse dalla Chiesa rappresenta
il primo gradino, subito seguito da beato e da santo. La salma del Gambara, inumata in un
primo tempo nella chiesa dei Cappuccini di Guastalla, il 23 aprile 1920 venne traslata
nella Cattedrale di quella città, dove riposa in un artistico sarcofago marmoreo.
FONTI E BIBL.: Giacinto da Belmonte, Compendio della vita del Venerabile Lorenzo da
Zibello, Roma, 1890; Giovanni da Milano, Vita del Venerabile Lorenzo da Zibello, Monza,
1901; L. Corrini, Il Venerabile Lorenzo da Zibello, Torino-Roma, 1932 (cf. Collectanea
Franciscana 1935, 447); Index Caus, 175; Bernardino da Siena, in Bibliotheca Sanctorum,
VIII, 148; D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 227-230; F. da Mareto,
Necrologio Cappuccini, 1963, 700; Biografia del Venerabile, in Analecta Cap. 5 1889,
172-176, e 73 1957, 176; Biblioteca dei Frati Minori Cappuccini della Provincia Parmense,
1951, 298; Lexicon Capuccinum, 1951, v. Laurentius a Zibello, con bibliografia; Angelico
da Parma, Breve ristretto della vita del padre Lorenzo da Zibello, sacerdote cappuccino,
Parma, 1785; G. Razzoli, Venerabile Lorenzo da Zibello, Parma, 1937, 55; L. Gambara, Le
Ville Parmensi, Parma, 1966, 546; Memorie del Convento e altre cose notabili
dallanno 1590 al 1804, ms., nella Biblioteca Maldotti di Guastalla, 49; A. Zamboni,
Cento anni fa il miracolo di Padre Lorenzo da Zibello, in Il Quotidiano 24 aprile 1958, 3;
Aurea Parma 2 1981, 191-198; E. Dallolio, in Gazzetta di Parma 2 gennaio 1984, 3;
Strade di Zibello, 1991, 18-19.
GAMBARA LODOVICO
Felino 1898-Parma 15 dicembre 1973
Il padre Luigi fu uno dei medici più conosciuti di Parma, medico di fiducia di monsignor
Conforti e di suor Anna Maria Adorni. Dopo aver frequentato la scuola La Salle, il Gambara
si dedicò agli studi di medicina. Superata la prima guerra mondiale, durante la quale
prestò servizio nei reparti Sanità, si laureò in medicina nel 1922. Specializzato in
pediatria nel 1924 col professore Cattaneo a Milano, dopo aver fatto da assisente al
professore Rossi in radiologia e al professore Braga allospedale di Parma, fece
della professione la sua prima occupazione. Una volta lasciata lUniversità, iniziò
a dedicarsi a tempo pieno allattività di pediatra sotto la guida del padre e
insieme a lui lavorò per quasi ventanni. Fu uno dei primi medici a portare a Parma
le moderne tecniche di puericultura, che insegnò anche alle suore luigine. Fu inoltre uno
dei primi medici parmigiani a curare le ustioni con metodi innovativi, che aveva imparato
a utilizzare durante la prima guerra mondiale. Realizzò numerose pubblicazioni
scientifiche di valore. Nel tempo libero coltivò le sue tendenze umanistiche: alla
passione per la musica sommò quella per la propria città, le sue tradizioni e le sue
bellezze. Fin dai tempi dellUniversità strinse amicizia con un gruppo di pittori
parmigiani, da Amos Nattini a Latino Barilli. Scrisse articoli, saggi (fu tra i più
apprezzati collaboratori della Gazzetta di Parma ma la sua firma apparve regolarmente
anche su Aurea Parma e su Parma per larte) e libri (pubblicò tre volumi: Novelle
parmigiane dellottocento, Le ville di Parma e i Palazzi di Parma, questultimo
scritto in collaborazione con Marco Pellegri e Mario De Grazia). Si tratta di rassegne
uniche nel loro genere per Parma. Di ogni palazzo e di ogni villa vengono raccolte la
storia, i cambiamenti e le curiosità. Raccolte che sono importanti dal punto di vista
architettonico ma che costituiscono anche uno spaccato interessante della storia e delle
vicende delle principali famiglie parmigiane. Dipinse con buon tratto e suonò il piano
con eccellente facilità di lettura. In diverse epoche ricoprì cariche di notevole
importanza in enti e istituti di Parma: fu presidente del Conservatorio Arrigo Boito dal
1956 al 1959 e profuse nellincarico energie ed entusiasmo per abbellire, restaurare
e fare ricerche darchivio, fu stretto collaboratore del maestro Medici al Centro
studi verdiani, fu tra i fondatori della sezione provinciale dellUnione italiana
ciechi, vice presidente della Famija Pramzana e dal 1952 socio corrispondente della
Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Sposatosi nel 1930 con Clara
Thovazzi, divenne padre di cinque figli, quattro maschi e una femmina.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 dicembre 1973, 4; Aurea Parma 3 1973, 240; Lodovico
Gambara presidente del Conservatorio A. Boito, in Gazzetta di Parma 23 marzo 1958, 3; F.
da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 480; Parma nellarte 1 1974, 109; Gazzetta di
Parma 13 dicembre 1998, 10.
GAMBARA LORENZO, vedi GAMBARA GIOVANNI BATTISTA
GAMBARA LUIGI
Parma 5 maggio 1858-Felino 20 aprile 1944
Figlio di Ludovico e Carolina Cristani. Laureatosi in Medicina e chirurgia a Parma, fu
allievo di Giovanni Inzani e per vari anni prorettore alla Scuola di Anatomia
dellUniversità di Parma, retta dal professore Tenchini. Intraprese in seguito la
carriera professionale che esercitò con umanità e filantropia per mezzo secolo e più,
guadagnandosi considerazione e stima. Per più di trentanni fu il medico personale
di Guido Maria Conforti, vescovo di Parma, col quale fu in intima amicizia. Curò anche il
cardinale Ferrari, quando era ancora direttore del Seminario di Parma, e assisté fino al
trapasso suor Maria Adorni, fondatrice dellIstituto del Buon Pastore. Conobbe
Giovanni Bosco e da lui ebbe lincarico, che adempì scrupolosamente e senza
emolumenti per ben cinquantaquattro anni, di curare gli allievi del suo collegio a Parma.
Occupò numerose cariche pubbliche: per due volte fu consigliere comunale a Parma, a San
Secondo Parmense e a Felino per quasi trentanni. Fu presidente del Sanatorium
Baistrocchi di Salsomaggiore e vice presidente degli Ospizi Civili. Amò lo studio e le
lettere (scrisse in prosa e in poesia, in lingua e in vernacolo) e anche la pittura,
rivelando un ingegno multiforme e duttile. Nella guerra 1915-1918 prestò volontariamente
la sua opera nellOspedale di Parma per oltre due anni col grado di capitano medico.
Di principi politici rigidamente conservatori, militò sempre nei partiti dordine.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 89; Aurea Parma 1944, 31; B. Molossi,
Dizionario biografico, 1957, 77-78; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 228.
San Secondo Parmense 1883-Parma 24 dicembre 1961
Odinato sacerdote dallarcivescovo Guido Maria Conforti nel 1908, divenne coadiutore
del parroco di Sorbolo e quindi economo spirituale a Toccalmatto. Nel 1912, nominato
arciprete, si trasferì a Gainago. Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolò
come cappellano militare: ritornò con la Croce di guerra, la medaglia al merito della
sanità pubblica e la medaglia di benemerenza. A fine guerra fu a Sala Baganza, dal 1922
sino al 1946, quando venne nominato prefetto della chiesa della Steccata di Parma. Fu
cappellano dei carabinieri e del Reparto mobile. Nel 1958 fu nominato monsignore, poi
direttore della commissione centrale della dottrina cristiana, membro del consiglio
amministrativo diocesano, canonico onorario della Cattedrale e cavaliere della Corona
dItalia. Fu inoltre insegnante nelle scuole elementari.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 260; F. e T. Marcheselli, Dizionario
Parmigiani, 1997, 149-150.
GAMBARINI BIAGGIO
Parma 1711
Trombetto ducale, in occasione delle nozze di Elisabetta Farnese, nel 1711, fece parte
della scorta donore (Biblioteca Palatina di Parma, ms Parmense 433).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
GAMBARINI GIUSEPPE
Salsomaggiore 13 novembre 1902-Milano 31 maggio 1990
Frequentò lAccademia di Belle Arti di Parma, ove si diplomò in figura nel 1924. Fu
socio della Società di Belle Arti Permanente di Milano e assiduo alle mostre allestite
dalla stessa. Inoltre partecipò a molte rassegne darte a carattere regionale e
nazionale, tra le quali la Mostra Nazionale di Bari (1952), lEsposizione darte
figurativa (Torino, 1953), la Nazionale darte di San Remo (1958) e la XX e XXV
Biennale darte di Milano. Tenne numerose mostre personali a Rovereto (1959 e 1970),
Roma (Galleria La Dorica, 1966), Vicenza (Galleria LIncontro, 1968), Milano
(Galleria Marotta, 1970) e Parma (1971). Sue opere figurano nella Galleria dArte
Moderna di Abbiategrasso e in raccolte private. Visse e operò sempre a Milano.
FONTI E BIBL.: E. Somarè, in Il Tempo 21 dicembre 1947; O. Vergani, in
LIllustrazione Italiana 19 febbraio 1950; L. Borgese, in Corriere della Sera 7 marzo
1951; T. Manfrini, in Il Gazzettino di Rovereto 17 marzo 1958; L. Valduga, in Alto Adige 2
aprile 1959; M. Lepore, Catalogo personale alla Galleria La Dorica, Roma, 1966; V. Scorza,
in Il giornale del Mezzogiorno novembre 1966; M. Caligiure in Estro ottobre 1967; G.
Mancini, in Teleuropa ottobre 1967; G. Mancini, in Il giornale di Vicenza 29 maggio 1968;
L. Santucci, Giuseppe Gambarini, Milano, 1970; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori,
1972, 1379.
GAMBETTI ANTONIO
Parma 1783-post 1819
Nel 1819 rivolse una supplica a Maria Luigia dAustria, in cui scrive: Professore
cantante, ha dato saggi di sua professione sostenendo la sua parte nei Teatri più
accreditati dItalia. Chiede di essere ammesso nella di lui qualità di primo tenore
alla Cappella Reale (Archivio Storico del Teatro Regio, Carteggi. Coro. 1819).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
GAMBETTI LAZARO
Parma-post 1821
Nel 1821 era cantore della Real Camera e professore di canto della Ducale Orchestra di
Parma (Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio della Orchestra Ducale).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
GAMBI GIOVANNI
Borgo San Donnino 1390/1410
Fu bravo calligrafo, contemporaneo a Donnino Parmense. Il Pezzana, citando lAndres,
ricorda che del Gambi esiste nella Biblioteca di Napoli la Divina Commedia
dellAlighieri scritta elegantemente da Giovanni de Gambis di Borgo San
Donnino. Si tratta di un codice prezioso, contenente alcune importanti lezioni che
lAndres stesso si proponeva di rendere note al pubblico. Fu sconosciuto allo Zani.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 177; L.
Scarabelli, Istoria Civile dei Ducati, volume II, 37; L. Molossi, Vocabolario topografico
dei Ducati di Parma, 303; A. Pezzana, Memorie degli Scrittori, tomo Vi, parte 2, 1827,
272; C. Malaspina, Guida di Parma, Grazioli, 1869; E. Scarabellli Zunti, Documenti e
Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 28.
GANDI PIETRO, vedi GRANDI PIETRO
GANDINI GIOLA
Parma 1906-Venezia 1941
La Gandini partecipò assiduamente dal 1929 alle mostre di pittura Sindacali venete. Nel
1938 fu premiata a San Remo e qualche sua opera figurò alle Biennali di Venezia e alle
Quadriennali di Roma, ma solo la retrospettiva del 1941 ne presentò lopera in modo
quasi completo. Negli studi di figura eseguiti intorno al 1935, pur tra preoccupazioni di
carattere scolastico a rendere la corposità con mezzi ancora accademici, è già presente
la ricerca dellarchitettura dei corpi che costituisce la pecuiliarità della
Gandini. Il Ritratto della signora Rizzioli (1938), imbastito su poche variazioni
cromatiche, con predominio del nero, attesta, mediante un pennelleggiare più nervoso, il
raggiungimento di una sicura sintesi interpretativa. La Gandini pervenne a questi
risultati con la scorta dei suggerimenti degli interpretatori dellimpressionismo,
soprattutto del Paulucci. Su tali dati linguistici si innsestò via via un personale
accento, sempre più agitato, nervoso, duna sensibilità quasi morbosa (Candida),
che richiama lespressionismo del Kokoschka, al quale forse la Gandini si indirizzò
per la propensione a comprendere la sofferenza e il male. Basandosi soprattutto su queste
ultime opere, in parte incompiute, il Pallucchini mise a fuoco criticamente
loriginalità e la sensibilità della Gandini, scomparsa prematuramente quando il
processo evolutivo della sua arte era in via di approfondirne il sentimento e i mezzi
espressivi.
FONTI E BIBL.: Catalogo della XXi Biennale, Venezia, 1938; R. Pallucchini, Catalogo della
mostra alla Sindacale veneziana, Venezia, 1941; Candida, in Emporium novembre 1942; R.
Pallucchini, Catalogo XXXII mostra Bevilacqua-La Masa, Venezia, 1941-1942; R. Pallucchini,
Le tre Venezia, Venezia, febbraio 1942; R. Pallucchini, Ricordo di Giola Gandini, in
Emporium dicembre 1942; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1972, 1386; Enciclopedia
pittura italiana, II, 1950, 1030.
GANDINI GIORGIO
Parma 1489 c.-Parma 20/31 maggio 1538
Figlio di Ognissante e di Lucrezia del Grano, aggiunse al cognome paterno quello della
madre nel 1528, quando ella fu nominata erede, insieme con i figli Gianfranco e lo stesso
Gandini, dal fratello Giacomo (Affò, 1796). Lesiguità delle notizie fornite dalle
fonti e la scarsità di documenti disponibili ha impedito il chiarimento della figura del
Gandini di cui si ignorano molti aspetti della vita e dellattività. Nelle carte
darchivio (DallAcqua) il Gandini viene ricordato come pictor parmensis e
questo contraddice laffermazione di Orlandi secondo il quale era di origine
mantovana. Riguardo allanno di nascita, lunica testimonianza viene da
Malaspina che, in totale assenza di basi documentarie, propose la data 1489. La critica
successiva tuttavia posticipò la data intorno ai primi anni del Cinquecento poiché
sembrerebbe più probabile, tentuto conto dellesiguità e dellomogeneità
stilistica del corpus pittorico, che il Gandini sia stato attivo per un periodo piuttosto
breve, da circoscrivere al decennio 1528-1538. Dimenticato dalle fonti contemporanee, il
Gandini entrò nella storiografia artistica soltanto nel Settecento quando Orlandi lo
definì allievo del Correggio e pittore di buona classe. Lanzi lo incluse tra i pittori
correggeschi di grande merito, scorgendo nei suoi quadri gli interventi del maestro.
Benché non vi siano prove di un reale alunnato presso la bottega di Antonio Allegri detto
il Correggio, lappartenenza del Gandini a questo ambito è comprovata da una netta
adesione al gusto e allo stile dellAllegri del quale riprese, rielaborandoli, i
moduli compositivi e tipologici. La marcata dipendenza da invenzioni correggesche ha
consentito di stabilire una consequenzialità temporale nei dipinti del Gandini.
Sembrerebbe infatti che i modelli ai quali guardò il Gandini siano stati tutti realizzati
dallAllegri entro il 1528. Lattività grafica e pittorica del Gandini fu a
lungo confusa con quella dellartista cremonese Bernardino Gatti. Un contributo
fondamentale per la distinzione delle due personalità artistiche venne dato da Oberhuber
che ridiscusse lattribuzione di un gruppo di disegni in favore del Gandini. Diverse
opere furono allora espunte dal catalogo del Gatti e il corpus pittorico gandiniano fu
oggetto di diverse precisazioni. Si arrivò a distinguere nel percorso del Gandini due
momenti stilistici: un primo, in cui la preponderante adesione ai modi correggeschi è
resa evidente dalla circolarità della grafica e delle strutture compositive, e un
secondo, legato agli ultimi anni della sua attività, in cui emerge uno stile più
personale, caratterizzato dalluso di tinte fredde e da una angolosità nordica, da
una tecnica raffinata e sicura, vicina al manierismo di Francesco Mazzola detto il
Parmigianino e di Girolamo Bedoli detto il Mazzola. Legata allinflusso correggesco,
quindi databile intorno al 1528-1530, è la pala con La città di Parma dedicata alla
Vergine e i suoi santi patroni (Milano, collezione Gallarati Scotti), per la quale fu
proposta lidentificazione con il dipinto menzionato nellinventario di
Francesco Bajardi, collezionista e committente del Parmigianino, dove risulta un quadro
con Madonna e puttino e altre undici figure intorno di mano di Georgio da Parma
(Cirillo-Godi, p. 11 s.). Prossimo per cronologia e stile alla pala milanese è il dipinto
con il Matrimonio mistico di S. Caterina, conservato nella collezione del conte di
Yarborough a Brocklesby Park, già attribuito al Correggio e al Gatti (Oberhuber). Intorno
al 1530 va collocata la pala raffigurante La Madonna col Bambino e i ss. Michele,
Giovannino e Cristoforo, conservata allIstituto Madonnina del Grappa a Rifredi. Il
dipinto, proveniente dalla collezione Boscoli di Parma, in passato attribuito al Correggio
e successivamente ad Annibale Carracci, è ritenuto unopera, non finita, ascrivibile
al Gandini ma con ampie ridipinture seicentesche. Al 1532 risalgono i primi documenti che
testimoniano la presenza del Gandini a Parma. A questa data figurò infatti come testimone
di alcune vertenze ereditarie di famiglia. Dalle carte, in cui viene citato come discretum
virum (Venturi) si deduce che il Gandini risiedeva presso San Paolo in Borgo delle Asse
(Cirillo-Godi, p. 11). Del 6 maggio 1535 è invece la prima notizia documentaria relativa
alla sua attività artistica. La Compagnia della chiesa della Steccata di Parma gli
commissionò lesecuzione di una Crocifissione, poi perduta, per la quale ricevette
un pagamento di 5 lire (Testi, 1934). A questi stessi anni viene datato il Riposo dopo la
fuga in Egitto (Helsinki, collezione Roschier-Holmberg) nel quale la critica
(Cirillo-Godi, p. 11 s.) riconosce la seconda opera di mano del Gandini citata
nellinventario di Francesco Bajardi. Per le analogie stilistiche questo dipinto fu
accostato alla pala, raffigurante la Sacra Famiglia con i ss. Michele , Bernardo e angeli,
proveniente dalla chiesa di San Michele dellArco e conservata nella Pinacoteca
nazionale di Parma. Sebbene in passato sia stata attribuita a Lelio Orsi da Novellara
(Ruta; Ratti), questopera è stata poi concordemente assegnata al Gandini, sulla
scorta dellattribuzione proposta a fine Settecento da Affò, ed è considerata
unanimamente il risultato più alto della sua maturità artistica. Sempre al 1535 risale
la prima testimonianza relativa agli affreschi del Duomo di Parma che, sebbene mai
realizzati, dimostrano come a questa data il Gandini avesse raggiunto un notevole
prestigio. Nel contratto, rogato il 31 giugno, i fabbricieri commissionarono al Gandini
gli affreschi del presbiterio e della conca absidale per i quali si impegnarono a pagare
350 scudi doro (Pungileoni). Il Gandini realizzò diversi disegni preparatori ma non
arrivò mai a eseguire gli affreschi: dopo la sua morte, il 5 giugno 1538 i fabbricieri
chiesero alla famiglia del Gandini la restituzione della somma versata come anticipo. Alla
metà degli anni Trenta si collocano i due dipinti, raffiguranti la Madonna col Bambino e
santi, conservati presso la Pinacoteca nazionale di Parma: lanalogia del soggetto e
le misure pressoché identiche fanno supporre che le due opere siano state realizzate per
ununica committenza alla quale venne offerta la possibilità di scegliere tra due
varianti (Cirillo-Godi). In base ad analisi stilistiche e compositive, Degrazia attribuì
al Gandini due opere in collezioni private statunitensi: un S. Giorgio e il drago (Boston)
e un Giovane che fugge dopo la cattura di Cristo (Columbus).
FONTI E BIBL.: P.A. Orlandi, LAbcedario pittorico, Bologna, 1719, 194 s.; C. Ruta,
Guida alle più eccellenti pitture che sono in molte chiese della città di Parma, Parma,
1739, 49 s.; C.G. Ratti, Notizie intorno la vita e le opere del celebre pittore A. Allegri
da Correggio, Finale, 1781, 138 s.; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, I, Parma,
1796, 27; I. Affò, Vita del graziosissimo pittore F. Mazzola detto il Parmigianino,
Parma, 1784, 94; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, IV, Pisa, 1816, 95; L.
Pungileoni, Memorie istoriche di A. Allegri detto Correggio, III, Parma, 1821, 29-31; C.
Malaspina, Guida di Parma, Parma, 1869, ad indicem; G. Campori, Raccolta di cataloghi ed
inventari inediti, Modena, 1870, 262 s.; C. Ricci, La Reale Galleria di Parma, Parma,
1896, 129, 137-139; L. Testi, S. Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, 151 n. 73;
A. Venturi, Storia dellarte italiana, IX, 2, Milano, 1926, 716-718; L. Testi, La
cattedrale di Parma, Bergamo, 1934, 104; Mostra del Correggio, Parma, 1935, 97, 172 s.; G.
Copertini, I primi conseguenti del Correggio nellEmilia e nelle Marche, in
Manifestazioni parmensi nel IV centenario della morte di Correggio, Parma, 1936, 227; E.
Bodmer, Il Correggio e gli emiliani, Novara, 1943, XXX s.; A.E. Popham, Correggios
drawings, Londra, 1957, 113 s.; L. Gambara, Parma consacrata alla Vergine: storia di un
quadro di Giorgio Gandini del Grano, in Parma Economica 1964, 14-21; K. Oberhuber,
Drawings by artists working in Parma in the sixteenth century, in Master Drawings 3 1970,
282; Pittori bolognesi del Seicento nelle Gallerie di Firenze, a cura di E. Borea,
Firenze, 1975, 32-34; G. Cirillo-G. Godi, Per Giorgio Gandini del Grano, pupillo del
Correggio, in Parma nellArte 2 1978, 7-31; Correggio e il suo lascito. Disegni del
Cinquecento emiliano, a cura di D. Degrazia, Parma, 1984, 198-207; L. Fornari Schianchi,
La Galleria nazionale di Parma, Parma, 1983, 94; M. DallAcqua, Correggio e il suo
tempo, Parma, 1984, 86-91; S.J. Freedberg, La pittura in Italia dal Cinquecento al
Seicento, Bologna, 1988, 496 s.; E. Riccomini, in La pittura in Italia. Il Cinquecento,
Milano, 1987, I, 240; M.G. Diana, in La pittura in Italia, Milano, 1987, II, 723; U.
Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, XIII, 150; S. Bozzi, in Dizionario biografico degli
Italiani, LII, 1999, 146-147.
GANDINI MARIO
San Secondo Parmense 1919-Parma 28 settembre 1984
Il Gandini cominciò a scrivere giovanissimo ma pervenne alla notorietò soltanto in età
matura, con il romanzo La caduta di Varsavia, uno dei pochi successi italiani di narrativa
sulla seconda guerra mondiale. Il Gandini aveva inviato il suo manoscritto a un concorso
letterario indetto dal settimanale Lo Specchio: il regolamento del premio prevedeva la
pubblicazione dellopera vincente per la Longanesi. Con questo libro egli entrò
nellarengo letterario, essendo riuscito a crearsi un proprio spazio nel mondo della
cultura, grazie anche alla collaborazione, benché saltuaria, a giornali come Il Tempo di
Roma, il settimanale Grazia, il mensile Storia illustrata e Casaviva, diretto da Renato
Olivieri, che laveva prima scoperto e poi valorizzato. Laltro libro del
Gandini si intitola I girasoli e la Luna (autunno 1942, fronte russo), che, pur senza
ottenere il successo del precedente, contribuì comunque a ribadire la sua personalità e
originalità di scrittore. Si dilettò anche in opere minori: a esempio scrisse una
divertente serie di ricette legate alla pasta Braibanti, la nota fabbrica parmigiana, ai
cui titolari fu legato da fraterna amicizia. Il Gandini non fu scrittore a tempo pieno: fu
prima assicuratore e poi impiegato in una importante ditta commerciale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 29 settembre 1984, 3.
GANDINI DEL GRANO GIORGIO, vedi GANDINI GIORGIO
GANDINO GIORGIO, vedi GANDINI GIORGIO
GANDOLFI, vedi DALLAGLIO ENZO
GANDOLFI ENZO
Lesignano Bagni 9 febbraio 1926-Bosco di Corniglio 17 ottobre 1944
Figlio di Pietro. Partigiano della Brigata Pablo, fu decorato di medaglia di bronzo al
valor militare, con la seguente motivazione: Nel corso dellattacco di sorpresa
condotto da preponderanti forze nazifasciste contro la sede operativa del Comando Unico
Est Cisa, partecipava attivamente alla disperata resistenza nel corso della quale
trovavano morte gloriosa il Comandante Unico ed altri partigiani. Catturato, veniva
senzaltro passato per le armi essendosi rifiutato di fornire utili informazioni al
nemico.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 59; Caduti resistenza, 1970, 77.
GANDOLFI ETTORE
-Serra Capsida 3 febbraio 1863
Fu volontario nel 1859 a Varese, a Como e a Treponti.
FONTI E BIBL.: A. Toscani, in Il Patriota 6 febbraio 1863, n. 33; G. Sitti, Il
Risorgimento italiano, 1915, 408.
GANDOLFI GIAMBATTISTA O GIANBATTISTA, vedi GANDOLFI GIOVANNI BATTISTA
GANDOLFI GIANNINA
Parma 3 agosto 1876-Parma 7 febbraio 1961
Nel 1910 si diplomò infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana con la votazione di
cinquanta e lode e un anno dopo ricevette il diploma di grado superiore. Scoppiata la
prima guerra mondiale, la Gandolfi fu mobilitata il 13 giugno 1915 e prestò servizio sul
treno ospedale della III Armata. Al momento della smobilitazione, ricevette una
lusinghiera lettera di encomio. Nel 1919 la Gandolfi fu insignita di medaglia
dargento e diploma di benemerenza per lopera svolta nella ricerca di
prigionieri di guerra e nellassistenza ai profughi dopo la battaglia di Caporetto.
Nel 1921 ricevette ancora una medaglia di bronzo al merito per il servizio prestato negli
ospedali da campo. Ottenne poi il diploma di infermiera professionale e nel 1936 fu
autorizzata a fregiarsi della Croce di anzianità. Scoppiata la guerra 1940-1945, ottenne
una stella al merito per una missione speciale in Africa (nel 1942) e una medaglia di
bronzo al merito da parte della Croce Rossa Italiana. Nel marzo del 1954 venne autorizzata
dal Ministero della Guerra a fregiarsi del distintivo della guerra con tre stellette. Per
raggiunti limiti di età, la Gandolfi venne collocata a riposo il 23 novembre 1945.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 febbraio 1961, 4.
GANDOLFI GILBERTO
Parma 1820
Sacerdote ed educatore, negli anni Venti del XIX secolo diresse una scuola di mutuo
insegnamento a Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 369.
GANDOLFI GINO
Parma 24 ottobre 1887-Salsomaggiore Terme 11 novembre 1977
Nacque da Vincenzo e Alice Zolesi. Dopo essersi diplomato in tromba al conservatorio di
Parma nel 1905, si dedicò alla composizione sotto la guida di I. Pizzetti. I suoi primi
lavori furono due marce per banda (Sul lungo-Parma e A Vittorio Bottego) e
unoperetta dal titolo Artiglieria rusticana. Negli anni successivi si dedicò
soprattutto alla direzione di orchestra, collaborando a lungo con C. Campanini. Dopo
alcune tournée in Sudamerica (1914 e 1919), nel gennaio 1920 debuttò sul podio del
teatro Regio di Parma con Aida di G. Verdi e in primavera diresse la prima di
unopera biblica di A. Furlotti, La samaritana, su libretto di R. Guazzi e M.
Silvani. Lopera ebbe un ottimo esito tanto che il 3 novembre 1920 fu replicata al
teatro Coliseo di Buenos Aires sotto la direzione dello stesso Gandolfi. Nellaprile
1921 diresse La Gioconda di A. Ponchielli e Rigoletto di Verdi al teatro degli Industri di
Grosseto, cui fecero seguito spettacoli lirici e sinfonici in numerosi teatri italiani e
con orchestre prestigiose, tra cui la grande Orchestra sinfonica padovana, di cui diresse
il concerto inaugurale al teatro Verdi di Padova (1927), lorchestra Fonocastiglia
(della casa discografica tedesca Homocord), con la quale incise numerosi brani del
repertorio lirico-sinfonico italiano (1931), lOrchestra sinfonica milanese (1932),
lorchestra dellEnte italiano audizioni radiofoniche di Torino (1941),
lorchestra stabile dellAccademia di Santa Cecilia di Roma (1943),
lorchestra dei Pomeriggi musicali di Milano (1956) e lorchestra Scarlatti di
Napoli (1963). Nel luglio del 1923 il Gandolfi fondò lorchestra sinfonica delle
Terme di Salsomaggiore, che diresse fino alla seconda guerra mondiale. Alla fine degli
anni Quaranta, sempre a Salsomaggiore, creò unorchestra da camera che fu attiva per
un decennio e che fece conoscere al pubblico rarità musicali di virginalisti inglesi del
XVI secolo, autori italiani e tedeschi dei secoli XVII e XVIII, autori contemporanei,
nonché brani poco noti del periodo romantico. Fu autore inoltre di numerose trascrizioni
di composizioni del periodo barocco. Dopo laddio al podio nel 1964 per motivi di
salute, si dedicò alla stesura delle sue memorie, che furono pubblicate a puntate nella
Gazzetta di Parma e in seguito raccolte nel volume Note fuori dal pentagramma, pubblicato
postumo a Milano nel 1992. Il Gandolfi dedicò la maggior parte della sua vita artistica
allorchestra sinfonica salsese da lui istituita, per ottemperare alle richieste di
riqualificazione musicale della città da parte della Società delle Terme. La
costituzione dellorchestra salsese cominciò dal nulla e fu quindi un grande impegno
da parte del Gandolfi allestire un organismo orchestrale in tutti i suoi aspetti:
artistico, organizzativo-economico e impresariale. Fino al 1954 il Gandolfi risultò
dunque collaboratore stabile delle Terme, incaricato dalla direzione dei concerti e delle
manifestazioni musicali presso lo Stabilimento Berzieri. Tra il 1923 e il 1924 si dedicò
alla costituzione e alla preparazione artistica del nuovo complesso orchestrale,
portandolo sino a organico completo. Per limpianto della sua orchestra ebbe la
possibilità di scritturare i musicisti per un periodo molto lungo, ossia per tutta la
stagione turistica che andava da aprile sino a tutto ottobre. Tale condizione diede al
Gandolfi lopportunità di selezionare severamente gli elementi da inserire
nellorganico, avvalendosi anche di quegli affermati professori dorchestra che,
liberi dalla stagione della Scala di Milano, snodantesi durante il periodo invernale,
potevano inserirsi nellorchestra di Salsomaggiore che agiva invece da maggio a
settembre. Negli anni Venti la musica sinfonica era ancora pressoché ignorata in Italia,
malgrado lopera appassionata di Sgambati e Martucci prima e successivamente della
generazione dellOttanta, protesa nel tentativo di sprovincializzare e
internazionalizzare la cultura musicale italiana indissolubilmente legata al melodramma. A
tale impostazione è unita la figura di Toscanini, uno dei meriti maggiori del quale fu
appunto quello di proporre con grande costanza il repertorio sinfonico, in particolare
tedesco. Il Gandolfi proseguì la lezione di Toscanini innovando il panorama musicale di
Salsomaggiore, che fu menzionata su tutti i giornali dellepoca come la città
termale più musicale dItalia. Dalle testimonianze dei giornali viene rimarcata la
presenza di un pubblico numerosissimo, proveniente da ogni parte dItalia in quanto
fruitore della cura termale. La ragione del successo dei concerti salsesi dipese anche dal
fatto che in Italia le esecuzioni sinfoniche erano assai scarse, per la stessa scarsità
di orchestre sinfoniche. Queste ultime, numerose allestero, raramente varcavano le
Alpi. Quanto alla produzione fonografica, riguardò quasi esclusivamente brani lirici e
musica leggera, causa limperfezione dellincisione su disco. Le esecuzioni
dellorchiestra salsese furono perciò particolarmente apprezzate, oltre che per le
capacità artistiche del Gandolfi, per la condizione innovativa che il repertorio
implicava. Durante tutto il 1923 il Gandolfi si adoperò per la genesi
dellorchestra. Lattività ufficiale ebbe inizio nel 1924. Lorganico
della formazione orchestrale si compose complessivamente di 39 elementi: 6 violini primi,
4 violini secondi, 3 viole, 3 violoncelli, 3 contrabbassi, 1 arpa, 2 flauti, 2 oboi, 2
clarini, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, 1 timpano e 1 batteria. Vi era altresì
un maestro sostituto e accompagnatore al pianoforte dei solisti. Questo organico fu
mantenuto fino al 1927, quando gli elementi divennero 46: laggiunta fu di 2 primi
violini, 2 secondi violini, 1 viola e 1 violoncello. Nel 1933 venne inserito 1 basso tuba.
Nel 1941 fu tolto 1 trombone. Si può affermare che lorchestra, durante la sua
esistenza, ebbe un organico sostanzialmene compatto e numericamente superiore (se pure di
poco) a quello dellOrchestra Sinfonica dellEmilia Romagna nellanno della
sua costituzione (1975). La parabola storica dellorchestra sinfonica salsese fu
costellata da accadimenti eccezionali sotto il profilo artistico. Il 27, 29 e 30 agosto
1925 il Gandolfi commemorò Puccini, morto lanno precedente, con la rappresenzazione
di Madama Butterfly. Levento fu a quanto pare memorabile. Su intuizione dello stesso
Gandolfi, lopera venne rappresentata nel suggestivo scenario naturale del laghetto
del parco Regina Margherita. Làmbito scenografico fu affidato a Galileo Chini (il
versatile artista del periodo liberty, la cui produzione figurativa caratterizza i grandi
apparati pittorici delle più importanti strutture architettoniche di Salsomaggiore Terme)
e riprodusse, in un gioco di duplice aspetto visivo, i luoghi pucciniani e i luoghi
immaginati da Puccini per lo sviluppo della storia narrata nellopera. Ad aumentare
il prestigio della rappresentazione contribuì anche lapporto di Arturo Toscanini,
assiduo frequentatore della cittadina termale (come del resto era stato Puccini), dove
qualche tempo prima aveva avuto modo di conoscere il Gandolfi e di apprezzarne le qualità
artistiche. Toscanini accettò di far parte del comitato donore della
manifestazione, insieme a Ildebrando Pizzetti. Il Gandolfi fu un eccellente organizzatore,
preparato in ogni aspetto del mestiere, per cui in quelloccasione egli stesso ebbe
un ruolo importante nellallestimento scenico. Soprattutto audace e innovativa fu
lidea di rappresentare allaperto unopera di caratterre intimistico.
Questa realizzazione si presentava poi particolarmente difficile poiché il progetto
comportò linstallazione su palafitte del palcoscenico, del golfo mistico e di parte
della platea. Fu quindi grazie alle insistenze del Gandolfi che potè essere realizzata
unimpresa davvero memorabile. Protagonisti dellopera furono il soprano Ersilia
Cervi Caroli, il tenore Carlo Broccardi e il baritono Luigi Borgonovo. Nel 1929, in
previsione di altre recite melodrammatiche, il Gandolfi fondò la Scuola di canto corale
di Salsomaggiore. E in quello stesso anno diresse la Carmen, interpretata da Giuseppina
Zinetti. Lopera vide la partecipazione dei balletti Arlesienne dellOpéra di
Parigi. Il 1936 fu lanno del melodramma. Tutte le opere vennero rappresentate al
Teatro Ferrario. Il 28 giugno il Gandolfi diresse Bohème con Mafalda Favero, il 15 e 16
agosto Rigoletto con il baritono Carlo Galeffi, il soprano Maria Gentile e il tenore
Alessandro Wesselowsky, l8 e il 10 settembre Madama Butterfly con il soprano Stella
Roman, il tenore Carlo Alfieri e il baritono Afro Poli, infine il 9 settembre, in
occasione della commemorazione del bicentenario della morte di Pergolesi, fu eseguita La
serva padrona, con la partecipazione del soprano Luisa Palazzini e del basso Ernesto
Badini. La stagione lirica che Salsomaggiore offrì quellanno ebbe una grande
rilevanza sulla stampa: in particolare tutte le cronache testimoniano il successo
riportato dal Gandolfi, accreditato ormai come personaggio artistico di spicco nel
panorama culturare italiano. Le stagioni salsesi continuarono fino al 1941, quando si
interrupero a causa della seconda guerra mondiale. Ma subito dopo la guerra, nel 1946, il
Gandolfi riprese lattività concertistica. Di quellanno è il grande concerto
del 10 settembre, che vide la partecipazione di Renata Tebaldi. Il 26 luglio 1947 il
Gandolfi diresse Traviata con il soprano Magda Piccarolo, il tenore Nicola Filacoridis e
il baritono Ernesto Vezzosi. Il repertorio sinfonico che il Gandolfi costruì per la sua
orchestra comprese musiche di un centinaio di compositori dal Seicento al Novecento.
Soprattutto eseguiti furono Haydin, Cimarosa, Mozart, Beethoven, Rossini, Schubert,
Wagner, Verdi, Massenet, Grieg, Catalani, Puccini, Debussy, Mascagni e Respighi. Per
quanto concerne Respighi, il Gandolfi fu uno dei primi direttori dorchestra a
eseguire I Pini di Roma. Il gusto dellinedito e delloriginale si mantenne del
resto sempre una caratteristica del Gandolfi, il quale volle promozionare anche altre
composizioni, specialmente di autori contemporanei o meno noti al fine di valorizzarne la
produzione. Va ricordata la prima esecuzione italiana dellOuverture in fa di
Sebastiano Caltabiano (1936), nonché le ripetute esecuzioni dellintermezzo
sinfonico Tristi ricordi di Alessandro Riboli, dellimpressione sinfonica Il lago
damore di Cesare Nordio, del Quadretto n. 2 op. 75 di Antonio Bazzini, della
sinfonia dellopera Consalvo di Italo Azzoni, del Minuetto e dello Scherzo di
Romanini, dellinterludio dellopera Nozze in Turenna di Mario Stradivari, della
sinfonia dellopera Le astuzie di Bertoldo di Luigi Ferrari Trecate, delle Danze
piemontesi di Leoni Sinigaglia, del Minuetto e del Tema con variazioni di Giovanni
Bolzoni, della Danza infantile di Pietro Ricci, del Largo e dello Scherzo di Guglielmo
Zuelli. Nel 1948-1949 lorchestra sinfonica salsese dovette sospendere
lattività a causa delloneroso impegno finanziario che comportava.
Instancabile, il Gandolfi continuò tuttavia a lavorare per costruire unorchestra da
camera, organico più accessibile per le finanze delle Terme di Salsomaggiore. Iniziò
così unattività di trascrittore, allo scopo di predisporre un repertorio
cameristico: a esempio completò non poche sonate a tre, aggiungendovi tutta la gamma
degli archi. LOrchestra da camera delle Terme (la cui attività iniziò nel 1950) fu
anchessa un complesso stabile, con la medesima stagione concertistica
delorchestra sinfonica e un organico formato da 6 primi violini, 5 secondi violini,
3 viole, 2 violoncelli, 1 contrabbasso, 1 flauto e 1 oboe. Tra gli accadimenti eccezionali
legati allorchestra da camera è da segnalare il Concerto spirituale, tenuto il 24
settembre 1951, che vide eseguite alcune sonate da camera del XVII e XVIII secolo,
trascritte per loccasione dal Gandolfi. Leco sulla stampa rivela un
vivacissimo successo di critica e pubblico, tanto che il Gandolfi ricevette offerte per
portare anche altrove il medesimo concerto e lorchestra di Salsomaggiore. Anche
lorchestra da camera ebbe un repertorio di compositori dal Seicento al Novecento e
ciò permise allo stesso complesso strumentale di essere una vera scuola per gli
esecutori. Tra gli autori maggiormente eseguiti in questa seconda fase della sua attività
salsese, il Gandolfi propose soprattutto Cazzati, Scarlatti, Tartini, Marcello, Corelli,
Vivaldi, Bach, Mozart, Haendel e Haydn. Ma affrontò anche i contemporanei, quali Britten
Strawinsky, Bartok, Hindemith, Schoenberg e Sciostakovic. Il Gandolfi fu collaboratore
stabile delle Terme fino al 1954. Dopo questa data il suo contratto salsese venne mutato
in una concessione di appalto per la direzione dei concerti e delle manifestazioni
musicali. Evidentemente i pesanti oneri economici fecero preferire un contratto di
appalto, più facilmente derogabile di un impegno contrattuale fisso. Il Gandolfi concluse
la sua attività nel 1964 dirigendo lOrchesta Scarlatti di Napoli. Tra le sue
composizioni, in parte inedite, oltre a quelle già citate, si ricordano: una Pastorale,
una Ave Maria per soprano e orchestra (1910), linno Vergine bella, per coro e organo
(Milano, 1954), un mottetto su testo dellAve Maria, per voce e organo (Roma, 1963),
lInno a Maria, per due voci e organo (Bergamo, 1964) e numerose composizioni per il
periodo del Natale. Per orchestra da camera compose: il valzer Boston (1913) e quattro
valzer-suite, pubblicati a Milano nel 1935-1936 (Quando canta amore, Primavera torna, Fra
canti e carole, Godiamo la vita). Compose inoltre, su parole di A. Cavaliere, il Valzer di
Salsomaggiore per tenore e orchestra, lopera teatrale Le feste di Roccabruna (1922),
Inno corale a G. Verdi, su parole di O. Boni, per coro, orchestra e sei trombe a squillo
(Milano, 1913), eseguito per la prima volta a Torino il 1° giugno 1961, la romanza Vaga
bruna, sei canzoni per voce e orchestra da camera (1972-1973) e il valzer per pianoforte
Fiore dautunno. Nel 1917 sposò Graziella Caviglia di Parma, insegnante e autrice
del testo poetico di alcune sue composizioni.
FONTI E BIBL.: Dizionario musicisti UTET, 1986, III, 113; P. Mecarelli, in Aurea Parma 3
1995, 273-283; G.N. Vetro, Dizionario, 1998; P. Campi, in Dizionario biografico degli
Italiani, LII, 1999, 170-171.
GANDOLFI GIOVANNI
Parma XIX/XX secolo
Mitragliere e pioniere dellaviazione parmigiana. Fu decorato di medaglia
dargento al valor militare.
FONTI E BIBL.: M. Cobianchi, Pionieri dellaviazione, 1943.
GANDOLFI GIOVANNI, vedi anche GANDOLFI GIOVANNI BATTISTA
GANDOLFI GIOVANNI
BATTISTA
Parma 1831
Impiegato delle Finanze del Ducato di Parma, partecipò ai moti del 1831. Fu in seguito
inquisito e sottoposto a sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province di Parma
1937, 173.
GANDOLFI GIOVANNI
BATTISTA
Borgo San Donnino 23 giugno 1778-Parma 15 maggio 1873
Figlio di Pietro. Di principi democratici e amante della libertà, si arruolò
giovanissimo (1802) volontario nel Genio Zappatori dellesercito del Regno
dItalia. Prese parte nel 1803 (caporale) alla campagna sulle coste dellOceano,
nel 1806 alla campagna di Prussia e a quelle di Svezia (1807), di Spagna (1808-1812) e
dItalia del 1813-1814. Fu promosso Sergente nel 1809. Per tre volte ferito
allassalto del forte Ulivo a Terragona l11 dicembre 1811, fu citato
allordine del giorno del generale francese Suchet e Napoleone Bonaparte stesso uscì
per la circostanza con il significativo
commento: Les parmesans sont tous valeureux. Raggiunse nel 1813 per meriti
speciali il grado di tenente. Caduto il Bonaparte, entrò nellagosto del 1814 nel
reggimento di Maria Luigia dAustria e nel 1815 fu promosso capitano. Cancellato il
15 marzo 1831 dai ruoli dellesercito ducale per aver partecipato ai moti liberali di
quellanno, venne in seguito (5 agosto 1831) riassunto in servizio effettivo,
pervenendo, di grado in grado, a quello di colonnello. Decorato di varie medaglie al
valore, fu pure insignito, per le benemerenze acquisite nella lunga attività militare,
delle commende dellOrdine Costantiniano e della Legion dOnore.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 177-178; A. Del
Prato, Lanno 1831, 1919, XIX-XX; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 24; Aurea Parma 1946,
26; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 168-169.
GANDOLFI PAOLO
Bardi 1779-Borgo San Donnino 17 novembre 1833
Fu allievo del collegio Alberoni di Piacenza. Divenuto sacerdote, per alcuni anni fu
maestro a Bardi. Recatosi a Milano, durante loccupazione francese seppe guadagnarsi
stima, vari titoli accademici e lonore di leggere filosofia in Varese. Fu maestro ed
educataore di Tullio Dandolo. In seguito si trasferì a Como. Stampò in Firenze vari suoi
lavori. Infine fu chiamato dal Governo ducale a presiedere alle scuole di mutuo
insegnamento in Borgo San Donnino, per poi passare professore di filosofia nel Seminario
della stessa città.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 196; G. Pongini,
Storia di Bardi, 1973, 205.
GANDOLFI RENZO
Parma 1917-Bologna 14 marzo 1999
Entrò nel 1936 al Teatro Regio di Parma in qualità di collaboratore dellimpresario
lirico Lanfranchi (padre del regista Mario, marito del celebre soprano italo-americano
Anna Moffo) nellorganizzazione delle stagioni liriche. Poi fu stretto collaboratore
di Carlo Alberto Cappelli, prima di assumere incarichi dirigenziali al Teatro Regio di
Parma per conto dellEnte teatrale italiano, che nel frattempo (luglio 1955) lo aveva
assunto. In questo periodo (dal 1955 al 1962) al Regio di Parma organizzò, in
collaborazione con lamministrazione comunale, memorabili stagioni liriche che
contribuirono a rendere famoso il teatro non soltanto in Italia ma anche in campo europeo
e mondiale. Vi cantarono le più grandi voci, da Renata Tebaldi a Franco Corelli, da Maria
Callas a Mario del Monaco, Carlo Bergonzi, Fedora Barbieri, Giuseppe Di Stefano, Giulietta
Simionato, Alfredo Krauss e Tito Gobbi. Sempre in quellarco di tempo agirono sul
palcoscenico del Teatro Regio anche le più importanti compagnie di prosa e di rivista
(Benassi, Ruggeri, Ricci, Gassman, Dapporto, Macario, Manfredi, Wanda Osiris, Tognazzi,
Rascel e Walter Chiari). Il Gandolfi curò anche, sempre in collaborazione con le
amministrazioni comunali, la realizzazione di stagioni liriche ufficiali ai teatri
municipale di Piacenza, Alighieri di Ravenna e Fraschini di Pavia. Nel 1963 lEnte
teatrale italiano assunse in gestione il Teatro Duse di Bologna (spettacolo inaugurale La
fiaccola sotto il moggio di Gabriele DAnnunzio, con Emma Gramatica, Carlo e Annibale
Ninchi) e il Gandolfi, trasferitosi da Parma, ne fu nominato direttore, incarico che
mantenne fino allanno del pensionamento (1977). Nello stesso periodo fu promosso
ispettore dei teatri del Nord Italia dellEnte teatrale italiano, ispettorato che
faceva capo, nella gestione delle varie stagioni di prosa, a diversi teatri, tra i quali
il Chiabrera di Savona, il Fraschini di Pavia, il Municipale di Piacenza, il Grande di
Brescia, il Bonci di Cesena, lAlighieri di Ravenna, il Sociale di Rovigo, il Verdi
di Padova, il Corso di Mestre e il Comunale di Treviso. Nel 1975 ricevette, in una solenne
cerimonia al Teatro Comunale di Bologna, dal ministro del Turismo e Spettacolo Sarti (in
occasione del trentesimo anniversario dellAssociazione gestori italiani dello
spettacolo), la medaglia dargento Premio anziani del teatro, con la seguente
motivazione: Per aver contribuito allaffermazione e allo sviluppo del teatro
drammatico nazionale in oltre venticinque anni di attività lavorativa. Tanti suoi
collaboratori raggiunsero importantissimi incarichi nellambito del teatro nazionale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 marzo 1999, 9.
GANDOLFI VITO UMBERTO
Parma 17 gennaio 1906-post 1971
Fu giocatore di scacchi e compositore di studi scacchistici. Dal 1933 al 1936 diresse su
La Domenica dei giuochi di Milano unimportante sezione scacchistica. Compose un
centinaio di studi, alcuni dei quali premiati. Forte giocatore di bridge, fu campione
dEuropa nel 1965, cinque volte campione italiano a coppie miste e una volta campione
italiano a coppie libere.
FONTI E BIBL.: Dizionario scacchi, 1971, 240.
GANDOLFO
Collecchio 1068
Figlio di Ottone. Compare in una donazione del 19 maggio 1068. Sua madre aveva nome Itta e
i fratelli Witerno e Folco.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 8 febbraio 1960,
3.
GANICETTI COSTANTINO, vedi CANICETTI COSTANTINO
GANZI LUCA
Parma 1350/1373
Pittore, ricordato in un atto notarile dellanno 1373: Dominus Luchas de Ganziis
depictor f.q. D. Gansini de Gansiis viciniae sancti Pauli civitatis parme vende a Giovanni
di Ugoleto Tucci fornaio di detta vicinanza una casa in Parma pro burgo plazolae (rogito
di Giovanni de Cumis del 31 marzo 1373 nellArchivio di Stato di Parma). Secondo
Janelli, alcuni suoi dipinti riportano le date 1350 e 1361.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, volume II, 1842, 140; Lopez, 39; G.B. Janelli,
Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 178; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie
di Belle Arti parmigiane, 1911, 28.
GARATTONI GIOVANNI
Parma prima metà del XVII secolo
Intagliatore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 160.
GARAVALDI GIUSEPPE
Mezzani-Arcade 19 giugno 1918
Caporale del 30° Reggimento Artiglieria da Campagna, fu decorato di medaglia di bronzo al
valor militare, con la seguente motivazione: In una posizione avanzata e sotto
lintenso ed aggiustato tiro dellartiglieria nemica, disimpegnava le sue
mansioni di servente al pezzo con serenità e fermezza singolari, finché, colpito in
pieno da una granata nemica, lasciava la vita sul proprio cannone.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 113a, 6656; Decorati al valore, 1964,
57.
GARBANI GIOVANNI MARTINO
Parma 1459/1474
Il Bini nelle sue Memorie Istoriche della Perugina Università parla di un Giovanni
Martino Garbani da Parma che, dopo avere tenuto scuola di medicina in quello Studio dal
1459 al 1462, insegnava nellUniversità di Ferrara la Chirurgia nel 1473. In
effetti, a f. 95 del tomo I del Borsetti, Historia Almi Ferrariae Gymnasii, nel ruolo dei
salariati di quello Studio dal giorno 18 ottobre 1473 al giorno 18 ottobre 1474 si trova
A.M. Zohane da Parma, per la lectura predecta de Cyrogia lire cento. È rammentato ancora
a f. 66 della parte 2a del Borsetti, allanno 1474: Ioannes de Parma, Phil. et Med.
Doctor.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 159.
GARBARINI ANGELO
Parma 1848/1859
Medico fu volontario nella guerra del 1848 nella 1a Colonna Parmense.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici di Parma nel Risorgimento, 1960.
GARBARINI CAMILLO
-Fornovo di Taro 24 giugno 1907
Dottore. Combatté nelle campagne del 1848-1849 contro gli Austriaci. Cospirò insieme coi
più noti cittadini repubblicani di Parma fino al momento dellavvenuta unità
dItalia.
FONTI E BIBL.: LEmilia 27 giugno 1907, n. 98; G. Sitti, Il Risorgimento italiano,
1915, 408.
GARBARINI CARLO
Varano Marchesi 1703
Dottore. Fu podestà di Varano Marchesi nel 1703.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.
GARBARINI CARLO
Parma 1801
Dottore. Percorse la carriera militare e fu collocato a riposo nel 1801 col grado di
Tenente colonnello.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.
GARBARINI CARLO
Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 68.
GARBARINI CARLO ANTONIO
Parma 1708/1709
Figlio di Giuseppe. Fu immatricolato nel Collegio Notarile di Parma nel 1708. Rivestì la
carica di podestà nel 1709.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.
GARBARINI EUGENIO
Parma 1870-1940
Fu medico di valore, professore e primario di chirurgia.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 285.
GARBARINI GIAMBATTISTA, vedi GARBARINI GIAN BATTISTA e GARBARINI GIOVANNI BATTISTA
GARBARINI GIAN BATTISTA
Colorno 1650
Fu Commissario di Colorno nellanno 1650.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.
GARBARINI GIANFRANCESCO
ante 1781-Parma 29 agosto 1849
Conte, per sessantotto anni fu Arcidiacono della Cattedrale di Parma. Per molto tempo fece
anche parte del coro della stessa Cattedrale. Presiedette lungamente alla commissione
incaricata dellamministrazione delle Luigine, che beneficò grandiosamente e
continuamente. Fu vicario generale della diocesi di Parma per dodici anni sotto
lepiscopato di monsignor Loschi.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 572-573.
GARBARINI GIANFRANCESCO, vedi anche GARBARINI GIOVAN FRANCESCO
GARBARINI GIAN
NICOLO
Parma 1765
Fu giudice camerale nellanno 1765.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.
GARBARINI GIOVAN
FRANCESCO
Parma 1724/1756
Dottore. Fu nominato direttore generale delle finanze del Ducato di Parma nel 1738, fu tra
i riformatori dello Studio di Parma (1745), capo della Congregazione dei Comuni nel 1749 e
governatore di Piacenza nel 1753. Il Garbarini fu creato nobile con patente del 1 maggio
1724.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.
GARBARINI GIOVANNI
BATTISTA
Parma 1777/1791
Figlio di Giovanni, fu Maggiordomo settimanale stipendiato dalla Casa ducale di Parma nel
1791. Ottenne il 24 marzo 1777 una patente di conte per sé e discendenti maschi da
Ferdinando di Borbone. Sposò la contessa Anna Morandi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare,3, 1930, 363.
GARBARINI GIULIO
Castel San Giovanni 1779 c.-
Figlio di Orlando e Lucia Poggi. Fu consigliere del Tribunale di appello di Piacenza.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.
GARBARINI MARIO
Parma 9 novembre 1867-Parma 29 novembre 1945
Fu valente avvocato e grande oratore, spirito indipendente, ribelle e talora anche
contraddittorio ma sempre fermo e retto. Giovanissimo, in una delle sue prime cause difese
un estremista, Lenzi, accusato di tentato omicidio nei confronti di un fratello del
penalista Cesare Sanguinetti, contro lavvocato Berenini e, vinta la causa, venne
portato in trionfo. Dopo pochi mesi fu eletto, in occasione delle elezioni comunali, quale
esponente dellestrema (democratici, radicali, repubblicani e socialisti) ma il
Garbarini rifiutò lincarico. In unaltra occasione prese le difese di
Ildebrando Cocconi contro lesponente monarchico tenne Radlinski e in seguito perorò
la causa di Luigi Lusignani contro il massone Telemaco DallAra. Fu acclamato
protagonista di alcuni tra i più grandi processi del tempo (Zaccaria, Rossi-Carmi e,
anche contro le sue convinzioni ideali, in difesa di alcuni fascisti della prima ora).
Oratore di grande mordente e di fluente eloquio, aggressivo e penetrante, con venature
psicologiche e letterarie, sapeva ogni volta trovare la formula per ammaliare il pubblico,
sconcertando spesso gli avversari. Uomo bizzarro e originale, dingegno e di varia e
vasta dottrina, fu un grande appassionato di musica e adorò Wagner con la stessa forza
con cui detestò Verdi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1946, 54-56; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 78.
GARBARINI ORLANDO
Castel San Giovanni 1751c.-post 1801
Dottore. Fu Commissario di Bari nel 1788, Giusdicente e Podestà di Suzzara nel 1793 e poi
Podestà di Cortemaggiore (1801).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.
GARBARINI ORLANDO
Parma 1831/1861
Avvocato, sedicente repubblicano nero (1831), già presidente del tribunale supremo di
revisione e uno dei cento anziani di Parma, fu membro della municipalità di Parma (1848)
e quindi, dal 14 marzo 1849, partecipò allazione di governo del paese e poi della
Commissione Governativa eletta due giorni dopo e rimasta al potere per una settimana.
Caduto il governo, fu profugo per qualche tempo. Poi rimpatriò e fu pensionato. In
seguito fu eletto deputato di Fontanellato nella 1a legislatura. Non prese parte attiva ai
lavori parlamentari.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e
1898; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1941, II, 13; Assemblee del
Risorgimento, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 157.
GARBARINI PAOLO AGOSTINO
Castel San Giovanni 3 dicembre 1777-Parma aprile 1834
Nacque da Orlando e da Lucia Poggi. Educato nel monastero di San Sisto in Piacenza, nel
1795 professò i voti dellOrdine Benedettino Cassinese. Nello stesso anno fu
insegnante di filosofia a Piacenza. Nel 1806, soppressi i conventi, assunte la cattedra
pubblica dideologia, che tenne fino al 1816. Fu illustre oratore sacro e predicatore
a Milano e a Firenze. Caduto lImpero francese, il Garbarini entrò nel monastero di
Parma, dove insegnò filosofia e teologia. Nel 1828 fu promosso alla dignità di Abate del
monastero di San Giovanni in Parma, nel 1831 Presidente della Congregazione Cassinese e
nel 1832 Rettore e professore dIstruzione religiosa nel Collegio Maria Luigia di
Parma. Nel 1833 sedette tra i teologi del Collegio parmense. Fu inoltre professore emerito
di filosofia nellUniversità di Parma ed Esaminatore Sinodale. Scrisse Lezioni
intorno il Libro di Giobbe e Discorsi sacri, opere entrambe lodate.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 178; V. Spreti,
Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363-364; Palazzi e casate di Parma, 1971, 569.
GARBARINI PIETRO ANTONIO
Borgonovo Val Tidone 1773-Parma 25 gennaio 1841
Figlio di Orlando e di Lucia Poggi. Fu professore onorario della Facoltà legale,
Consigliere di Stato, Procuratore generale presso il Supremo Tribunale di Revisione
(1807), direttore generale di polizia (1815) e poi (1830) Presidente dello stesso
Tribunale di Revisione. Fu membro del Governo provvisorio del 1831. Inquisito dopo il
ritorno delle truppe austriache, fu costretto ad abbandonare Parma. Gli fu poi concesso di
rimpatriare e ottenne da Maria Luigia dAustria una pensione di 5000 lire nuove, pur
continuando a essere sorvegliato. Ebbe parte di rilievo nella revisione del Codice Civile
Parmense. Fu cavaliere dellOrdine Costantiniano di San Giorgio.
FONTI E BIBL.: Almanacco di Corte dal 1826 al 1840; per notizie sulla sua opera, cfr. L.U.
Cornazzani, in Gazzetta di Parma 27 gennaio 1841, n. 8; F. Ercole, Il diritto delle
persone nel Codice Civile Parma, in Rivista di Diritto Civico 1912, 581 e seguenti; G.
Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 408; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3,
1930, 364; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 175; Rizzi, Professori, 1953, 16.
GARBAZZA DAMIANO
Parma 1477
Medico e letterato, scrisse una epistola al Bonarelli con un carme per la morte di
Galeazzo Maria Sforza. Probabilmente il garbazza è lautore del codice anonimo
(biblioteca di San Marco in Venezia) dal titolo Certatio inter manes ante Plutonem quis
ipsorum obtinere debeat principatum tauri parmensis. È forse lo stesso che il 7 marzo
1449 fu tra i parmigiani che giurarono fedeltà a Francesco Sforza.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 406.
GARBAZZA GIACOMO
Parma 25 luglio 1689-Modena 29 giugno 1757
Illustre frate cappuccino laico. A sedici anni fu stimato il primo tra i suoi condiscepoli
in filosofia, tuttavia volle farsi cappuccino vestendo labito in Carpi (2 aprile
1707). Compì la professione solenne il 2 aprile 1708. Fu cercatore a Modena per
diciassette anni. Principi, nobili e comuni cittadini lo tennero in concetto di santità e
come tale lo consultarono (molti dei quali sono stati a visitare il di lui cadavere e gli
hanno tagliato barba e abito).
FONTI E BIBL.: Cappuccini a Parma, 1961, 20; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963,
382-383.
GARBAZZA GIAN MARCO, vedi GARBAZZA GIOVANNI MARCO
GARBAZZA GIAN MARTINO O GIANMARTINO, vedi GARBAZZA GIOVANNI MARTINO
GARBAZZA GIOVANNI MARCO
Parma 7 luglio 1459-Parma post 1519
Figlio di Giovanni Martino, medico, e di Giovanna degli Ajani. Dopo una prima educazione
letteraria, il padre lo indirizzò agli studi di filosofia e medicina. Quasi certamente si
laureò in medicina a Pavia, ove già nel 1486 risulta lettore di medicina e filosofia.
Rientrato a Parma, nellanno 1492 fu lettore di logica allUniversità. Il
Comune di Parma lo inviò nel 1497, assieme a Gaspare dal Prato, al Monastero di San
Benedetto in Polirone per chiedere il permesso di utilizzare un confessore
dellallora riformato monastero di San Giovanni Evangelista di Parma per servizio
delle monache del convento di SantAlessandro. Ancora per gli anni 1515 e 1519
risultano provvigioni di stipendio per il Garbazza come lettore di filosofia presso
lUniversità di Parma. Da un epigramma di Tranquillo Molossi, risulta che il
Garbazza fu anche brillante poeta sia in latino che in volgare. Fu amico del Correggio e
padrino al battesimo di una figlia del pittore, Francesca Letizia. Anche Giorgio Anselmi
gli fu amico intimo, tanto da dirgli in un epigramma quod tu velles hoc quoque, Marce,
volo. Fu medico del Convento di San Giovanni Evangelista, dove fu poi sepolto.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III,
172-174; A. Pezzana, Continuazione delle Memorie, VI, 417; G.B. Janelli, Dizionario
biografico dei Parmigiani, 1877, 179; L. Gambara, I medici di due grandi pittori, in Aurea
Parma 3 1937, 95-96; Aurea Parma 1 1953, 6; Aurea Parma 4 1958, 233; Parma nellArte
3 1965, 205, e 1 1970, 70.
GARBAZZA GIOVANNI MARCO, vedi anche FERRARI GIOVANNI MARCO
GARBAZZA GIOVANNI MARTINO
Parma ante 1425-post 1473
Nacque da Giovanni Marco, anchegli uomo di valore. Il Garbazza si addottorò
probabilmente a Pavia. Insegnò Medicina nello Studio di Pavia dal 1425 al 1435, nel quale
anno fu promosso alla Lettura straordinaria di Medicina Pratica (e a supplire Giovanni
Marco Ferrari, pure parmigiano, nella lettura ordinaria di Medicina), incarico che tenne
almeno fino al 1455. Anche il Garbazza, come il Pelacani, si trova la prima volta nel
Rotolo del 1425 (11 ottobre) e forse vi sarà stato anche nei precedenti, che andarono
perduti. Ivi è deputato alla cattedra di medicina de novis (così chiamata, perché solea
conferirsi ai novelli Professori, secondo quando dice il Comi) con lo stipendio di 30
fiorini. Durò in questa cattedra e con questa scarsa rimunerazione sino al 1431. Nel
1432, desolatasi lUniversità per la pestilenza, si ignora dove se ne andò il
Garbazza, che poi si ritrova ancora nel ruolo del 1433 con lo stipendio di 40 fiorini per
la stessa cattedra. Non è nel Rotolo del seguente anno, bensì in quello del 1435,
promosso alla lettura straordinaria di medicina pratica con 230 fiorini, aggiuntogli
lobbligo di supplire alla lettura ordinaria di medicina in assenza di Giammarco
Ferrari. Ciò è confermato dalla seguente ordinazione del Duca di Milano al
vicecancelliere e ai rettori dello Studio di Pavia e al referendario e tesoriere della
stessa città: Dux Mediolani Papie Anglerieque Comes ac Ianue Dominus. Venerabiles dilecti
Nostri Complacentes libenti animo requisitionibus magnanimi Locumtenentis et Capitanei
nostri Generalis Nicolai Picinini in his presertim que curam et conservationem salutis
persone sue habent respectare etiam certo respectu digno moti, volumus quod Mag.r Iohannes
Martinus de Garbatiis de Parma a lectura medicine de novis cui ascriptus erat, revocatum
ad lecturam extraordinariam practice que quond. Mag.ro Bernardino de Magnanis in rotulo
anni mccccxxxiii assignata erat, cum salario prout habebat ipse Mag.r Bernardinus
deputetis, quemadmodum et nos tenore presentium deputamus, vosque Referendarie et
Thexaurarie de salario ipso sibi responderi faciatis, ita tamen quod quando Mag.r Johannes
Marchus de Parma phyxicus ipsius Locumtenentis, et Capitanei nostri deputatus ad lecturam
ordinariam medicine de mane legere non poterit, suppleat ipse Mag.r Johannes Martinus, et
legat loco sui. Dat. Mediolani die vii Novembris mccccxxxv. Subscript.
Franchinus subscript. Iohannes In mansione Venerabilib. et prudentib. dilectis nostris
Vicecancell.o et Rectorib.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli in Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 300; U.
Gualazzini, Corpus Statutorum, 1978, CLXVIII; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e
letterati parmigiani, II, 1827, 157-158; Aurea Parma 3 1951, 186; Rizzi, Professori, 1953,
21; R.J. Mitchell, in Aurea Parma 2 1954, 67-70.
GARBAZZI GIACOMO, vedi GARBAZZA GIACOMO
GARDELLA FRANCESCO
Parma 1679/1681
Falegname, nel 1681 fu immatricolato tra gli ufficiali dellArte.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 255.
GARDELLA OMAR
Parma XIX/XX secolo
Falegname. Realizzò la bussola minore della chiesa di Santa Croce di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 156.
GARDELLI ENEA
Parma 8 dicembre 1842-Parma 6 marzo 1917
Figlio di Ferdinando, proprietario e farmacista, e di Chiara Ferrarini. Ultimo di tre
figli, risulta dapprima studente e quindi fotografo. Per ventidue anni fu fedele
collaboratore di Bartolomeo Baroni. La prima affermazione ufficiale della ditta Baroni
& Gardelli fu nel 1870 allEsposizione provinciale dellIndustria e
Agricoltura: medaglia di bronzo per una serie di ritratti di piccolo formato, per
esecuzione, con buon risultato e sufficiente degradazione di tinte e parti di chiaroscuro.
Successivamente il Gardelli proseguì lattività da solo, poi si trovò un nuovo
socio nella persona di Arturo Saggioro, che però morì a soli 22 anni, di polmonite
doppia, il 30 dicembre 1893. Nello stesso anno il Gardelli chiuse definitivamente
lattività.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 151.
GARDELLI GUIDO
Neviano dei Rossi 6 gennaio 1923-Neviano dei Rossi 13 giugno 1944
Figlio di Giacomo. Partigiano col nome di battaglia Tornerò, il Gardelli si staccò in
località Pagazzone da una squadra che rientrava da una missione e si aggregò la sera del
10 giugno 1944 a unaltra squadra che aveva per obiettivo lassalto al posto di
osservazione antiaereo di Castellonchio. Dopo varie ore di cammino nei boschi la squadra
giunse in località Cavazzola, dove si trovava la casa del comandante
dellavvistamento di Castellonchio, con lintento di catturarlo. La casa di
Saloia Giana, situata sulla strada nazionale Parma-Spezia, venne circondata e, in seguito
a forzamento della porta, tre partigiani, tra i quali si trovava il Gardelli, vi irruppero
per effettuare la cattura. Proprio in quella sera, contrariamente alle proprie abitudini,
il Giana si trovava al presidio di Castellonchio e i partigiani, prestando fede alle
assicurazioni della moglie e delle figlie, operarono solo una perquisizione della casa,
credendo che in essa non fossero rintanati nemici. A perquisizione compiuta, stavano per
lasciare la casa quando a uno dei partigiani, il Viani, venne lo scrupolo di guardare
meglio in camera da letto. Consegnata la propria arma al Gardelli, si abbassò per
guardare sotto un letto facendosi illuminare dalla figlia del Giana, che a un certo
momento spense la candela. In quellistante due colpi di pistola colpirono il Viani
in pieno petto, ma le pallottole vennero fermate dai caricatori dello Sten. I due
partigiani cercarono di uscire dalla porta, ma un altro colpo di pistola colpì il
Gardelli al ventre. Il comandante Tarras, che si trovava al di fuori della casa, accorse
ai colpi: nei pressi della porta vendicò il compagno scaricando la propria arma a
bruciapelo sul feritore, un tedesco che al momento dellirruzione dei partigiani in
casa si era celato sotto il letto. Il Gardelli, attraversata la strada, stramazzò nel
campo sottostante. Il comandante lo soccorse, ordinando alla squadra di sospendere
lazione per il pericolo del sopraggiungere di pattuglie o automezzi tedeschi e si
dedicò al trasporto del Gardelli che, in condizioni pietose, venne ricoverato in una casa
a qualche chilometro di distanza. Impartite disposizioni per il rientro della squadra in
sede di distaccamento, il comandante vegliò il ferito per tutta la notte e la giornata
successiva e procurò un mezzo di trasporto requisendo una automobile sulla strada
nazionale. Alle sei del giorno dopo il Gardelli, visitato da un medico, presentò sintomi
di peritonite e venne trasportato in una clinica a una trentina di chilometri di distanza.
Constata però linutilità di tentare unoperazione, dato che il Gardelli aveva
trapassati il fegato, il colon, lintestino tenue e la vescica, venne trasportato a
casa propria dove, assistito dai genitori, il giorno dopo spirò.
FONTI E BIBL.: M. Lodi, Obiettivo libertà, 1985, 375-376.
GARDENGHI GIUSEPPE
Lugo 4 settembre 1849-Parma 1 luglio 1901
Nacque da Felice e da Catterina Nostini, in una famiglia molto modesta. Frequentò le
scuole nella città natale e nel 1866 si arruolò tra i garibaldini. Si iscrisse poi alla
facoltà di matematica dellUniversità di Pisa. Già prima della laurea ottenne dal
Comune di Lugo lincarico dellinsegnamento della matematica nelle scuole
tecniche. Dopo la laurea fu nominato, probabilmente nel 1875, professore nel liceo di
Parma, dove rimase per tutta la vita. Collaborò con le amministrazioni pubbliche di Lugo
e di Parma. Il Gardenghi fu uno dei pionieri della scienza attuariale in Italia e diede un
importante contributo alla diffusione nel paese di questi studi e delle tecniche collegate
riguardanti la previdenza sociale, un campo nel quale, più che nel settore assicurativo
(scarsamente diffuso e gestito soprattutto da compagnie straniere), continuava a
manifestarsi il bisogno di unorganizzazione tecnica accurata. Il suo primo
contributo fu la preparazione di un bilancio tecnico dei sussidi di vecchiaia
dellAssociazione di mutuo soccorso tra gli operai di Lugo nel 1877 (utilizzando, in
mancanza di tavole italiane, le tavole di mortalità di A. Deparcieux), cui seguì un
secondo studio nel 1884 che fu premiato alle esposizioni di Torino e di Bologna e fu
esaminato dalla Commissione consultiva sulle istituzioni di previdenza e sul lavoro che
dal 1869 operava nellambito del ministero dellAgricoltura, Industria e
Commercio. Il lavoro del Gardenghi, insieme con quello di pochi altri studiosi, contribuì
a diffondere la convinzione della necessità di organizzare su basi scientifiche già
sperimentate in altri paesi, soprattutto in Inghilterra, le pensioni di vecchiaia e le
indennità per malattia promosse dalle società di mutuo soccorso o dagli enti pubblici.
Nel 1886 fu pubblicata negli Annali del Credito e della Previdenza del ministero una
monografia del Gardenghi, Dellordinamento tecnico delle società di mutuo soccorso
(Roma, 1886), vincitrice di un premio istituito da M. Besso, segretario delle
Assicurazioni generali di Trieste, nella quale si espongono, facendo uso soltanto di
tecniche aritmetiche, e pertanto in modo accessibile a lettori sprovvisti di conoscenze
elementari di matematica, gli elementi e i calcoli che garantivano un corretto
funzionamento di queste società, che dovevano essere di previdenza e non di carità: si
mostra cioè come stabilire, in base a determinate ipotesi di mortalità e di malattia, i
valori di un contributo annuo costante, di una pensione vitalizia decorrente da una
determinata età, di un sussidio per ciascuna giornata di malattia e di una somma unica
pagabile alla morte. Il Gardenghi propone diverse tabelle statistiche straniere e studia
inoltre lorganizzazione delle società in tutti i suoi particolari: statuto,
amministrazione, contabilità. Tre anni dopo fu pubblicata la sua opera principale, Teoria
matematica della previdenza (Parma, 1889), nella quale si presenta uno studio teorico
generale dei problemi della previdenza, basato sui principî del calcolo della
probabilità e presentata in linguaggio algebrico allo scopo di ottenere formule generali,
facendo uso anche di tecniche del calcolo differenziale e integrale. Il volume include
numerose applicazioni a casi pratici riferiti a società di mututo soccorso e altre
istituzioni che promettevano pensioni agli impiegati, come i Municipi. Nellopera di
Gardenghi si manifesta pertanto unattenzione agli aspetti scientifici e teorici
della matematica attuariale, già molto sviluppati in Inghilterra, Germania e Francia in
connessione con le attività dellindustria privata delle assicurazioni sulla vita, e
al contempo un interesse per gli aspetti pratici e i problemi di organizzazione della
previdenza sociale. Negli anni successivi il Gardenghi pubblicò numerose relazioni su
argomenti di previdenza negli Atti del Consiglio della Previdenza, del quale fece parte
sin dal 1894, e diversi testi per lorientamento delle attività delle società di
mututo soccorso, il Manuale tecnico per le società di mutuo soccorso (Milano, 1890), e
diversi testi approvati dal Consiglio e pubblicati dal ministero: Norme da osservarsi
dalle società di mutuo soccorso per conseguire la personalità giuridica (Roma, 1897),
Modello di statuto proposto alle società di mutuo soccorso (Roma, 1897) e norme e tabelle
fondamentali per lordinamento e per i bilanci tecnici delle società di mutuo
soccorso (Roma, 1898). Altre pubblicazioni del Gardenghi furono redatte nel corso di altri
successivi incarichi nellambito di diversi enti e società: Sul riorganamento della
Società operaia triestina (Trieste, 1888), Nuovo ordinamento per le pensioni a favore
degli impiegati del Comune di Parma (Parma, 1899) e il suo ultimo lavoro, Studi
sullordinamento delle pensioni del Banco di Napoli (Napoli, 1900), scritto in
collaborazione con F. S. Nitti e ripreso poi da L. Amoroso. Il Gardenghi fu membro della
prima organizzazione degli attuari fondata in Italia, lAssociazione italiana per
lincremento della scienza degli attuari, istituita nel 1897 e che precorse
lIstituto italiano degli attuari creato nel 1929. La malattia gli impedì di
collaborare attivamente al Bollettino dellAssociazione nei suoi ultimi anni.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Bollettino della Associazione Italiana per lIncremento
della Scienza degli Attuari VIII 1901, 1-4 (include elenco dei lavori); G. Toja,
Lantica Associazione attuari nella cultura italiana, in Atti della Società Italiana
per il Progresso delle Scienze I 1930, 521; P. Medolaghi, Matematica attuariale, in Un
secolo di progresso scientifico italiano 1839-1939, I, Roma, 1939, 255 s.; A. Millan
Gasca, in Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 268-269.
GARDINI MARIO
Borgo San Donnino-Carso 23 agosto 1917
Sergente del Reggimento Bersaglieri, fu decorato di medaglia dargento al valor
militare, con la seguente motivazione: Diede sempre mirabile esempio di slancio ed
ardimento e cadde da valoroso mentre alla testa del proprio plotone, con slancio
irresistibile, lo conduceva allassalto di importanti posizioni nemiche.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale, 1918, Dispensa 67a, 5419; Decorati al valore, 1964,
44.
GARDINI VINCENZO GIUSEPPE
Fontanellato gennaio/febbraio 1813-Parma 16 febbraio 1900
Partecipò ai moti del 1848, dopo di che emigrò in Piemonte. Fece la guerra di Crimea e
le campagne risorgimentali del 1859 e 1866, guadagnandosi diverse ricompense al valore. Fu
insignito di varie onorificenze. Fu sepolto al cimitero della Villetta di Parma, dove una
lusinghiera iscrizione lo ricorda. Raggiunse nellesercito il grado di Tenente
Colonnello Medico.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 febbraio 1900, n. 50; G. Sitti, Il Risorgimento
Italiano, 1915, 84; Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 6.
GARDONI ITALO, vedi GARDONI SEVERO ITALO
GARDONI LODOVICO
Parma 23 maggio 1789-Parigi 31 dicembre 1847
Diplomatosi farmacista, carbonaro, nel 1820 ebbe la disgrazia di vedersi bruciata la
bottega da un incendio che i concittadini dissero causato da mene carbonare allo scopo di
far nascere la rivoluzione, mentre lincendio pare fosse effettivamente casuale.
Coinvolto nei processi ai carbonari del 1821, dovette rimanere in carcere sino al 20
agosto 1825. Per linsurrezione di Parma del 1831, ritornò a manifestare (nella
bottega del Gardoni fu forse redatto latto col quale si dichiarò decaduta Maria
Luigia dAustria e che fu poi presentato al Governo provvisorio) e, fallito il
tentativo, si rifugiò in Francia, prima a Macon e poi a Montauban, ove visse miseramente
con un sussidio statale. Andò poi in Corsica (Ajaccio) dove esercitò il commercio delle
sanguisughe e quindi larte del medico. Negli ultimi anni di vita, aiutato
economicamente dal figlio Italo, ormai divenuto celebre cantante, e naturalizzatosi
francese, si stabilì definitivamente a Parigi.
FONTI E BIBL.: E. Casa, Carbonari parmigiani, 1940, 263-269; G. Badii, in Dizionario
Risorgimento, 3, 1933, 181; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le
Province Parmensi 1937, 175-176.
GARDONI LUIGI
Parma 17 gennaio 1819-1881
Figlio di Ferdinando e Maria Francini. Nacque da unantica famiglia di farmacisti: al
padre e ai suoi successori fino alla quarta generazione fu data in concessione
lantica spezieria di San Giovanni Evangelista in Parma. Laureato in Chimica e
Farmacia, fu assistente allIstituto di Chimica Farmaceutica e in questa veste ebbe
loccasione di conoscere G. Passerini e G. Jan, le cui figure di insigni naturalisti
rafforzarono in lui il fervore collezionistico che già lo animava. Egli dedicò
quarantanni e più della sua vita (dal 1836 al 1878) a collezionare piante con
impegno e costanza non comuni e con spese non indifferenti. La sua opera fu veramente
notevole, se si considera che non tutta è rappresentata da quella in possesso
dellOrto Botanico. Negli ultimi anni della sua vita, il direttore Giovanni Passerini
acquistò lerbario Gardoni, costituito da 274 pacchi che racchiudono una
svariatissima miscellanea di specie indigene ed esotiche, spontanee e coltivate (oltre
seimila), numerosi campioni di droghe e alcune decine di essiccati fissati accuratamente a
cartoni entro cornici di legno, protetti da vetro (questi ultimi sono accompagnati dal
frutto, dai semi e da alcune altre parti isolate della pianta). Lintenzione del
Gardoni fu quella di costituire un erbario generale di carattere e interesse
pratico-applicativo, che fosse di sussidio alla medicina e ad altre attività pratiche e
scientifiche. Purtroppo a un lavoro che costò tanto tempo e fatica, furono fatali alcuni
errori di impostazione e di metodo a causa dei quali il Gardoni non riuscì, come avrebbe
voluto, a legare il suo nome a unopera scientificamente duratura. Anzitutto inseguì
un sogno troppo grande: la costituzione di un erbario generale implicava fatiche enormi,
superiori alle sue forze. Dal primo errore dimpostazione derivarono limiti nella
metodica di schedatura che resero lopera scientificamente vulnerabile: vengono
ignorati i rapporti tra specie e ambiente, le poche notizie che si trovano sulla specie,
lorigine e la distribuzione sono sommarie, mentre le notizie riguardanti i campioni
si dilungano sullazione terapeutica, su leggende e superstizioni,
sulletimologia e le sue controversie. Le notizie sul luogo di raccolta delle specie
sono molto scarse, ma si presume che esse provengano, in massima parte, dalle province di
Parma e Piacenza, perché si ha notizia che il Gardoni erborizzasse molto in quei luoghi.
Unanalisi sommaria dei campioni fa supporre che la loro origine sia varia e che
alcune collezioni siano state oggetto di acquisti, scambi e doni (molte sono le specie
provenienti dallOrto Botanico). Questerbario è lo specchio di una mentalità
e formazione culturale da chimico farmacista più che da botanico: laspetto positivo
dellutilizzazione pratica degli esemplari raccolti è sempre presente ma rimane
legato ad antichi schemi e considera ancora la Botanica in funzione della medicina e di
altre arti. Ne è esempio il fatto che, accanto agli essiccati, si trovi, molto spesso,
materiale tratto dal medesimo campione (bottoni ricavati da semi tanto compatti e duri da
essere considerati avorio vegetale, vari intrecciati fatti con spaccati di cortecce e
fusti sottili con accanto il campione della pianta da cui furono ricavati, buste di
stagnola racchiudenti polveri ottenute trattando i campioni). Tuttavia lerbario è
piacevole a guardarsi e si sfoglia volentieri: è un vero e proprio viaggio nel passato,
ricco di curiosità spesso circondate da un alone misterioso. Vi si trovano foglie
ricamate in oro, iniziali indeterminabili impresse su scheletri fogliari, ritagli di
vecchi giornali, vecchi calendari e altre carte, sistemati alla rinfusa in mezzo ai
campioni: una vera e propria miniera di cose che testimoniano lansia collezionistica
del Gardoni.
FONTI E BIBL.: P.A. Saccardo, Botanica in Italia, 1901, 52; F. Lanzoni, Il parmigiano
Luigi Gardoni e il suo erbario, Roma, Tipografia del Senato, 1928; F. da Mareto,
Bibliografia, II, 1974, 481; Il verde a Parma, 1981, 114-115.
GARDONI SEVERO ITALO
Parma 12 marzo 1821-Parigi 26 marzo 1882
Dotato di una bella voce tenorile, compì gli studi musicali nel conservatorio della sua
città sotto la guida di A. De Cesari ed esordì nel 1840 a Viadana nel Roberto Devereux
di G. Donizetti. Già da questa prima apparizione la sua bella e agile voce, unita a
unottima presenza scenica, destò molto entusiasmo nel pubblico e consensi nella
critica. Dopo aver cantato a Torino e in altre città italiane nonché a Berlino dove,
accanto a G.B. Rubini, si fece notare nella parte di Cassio nellOtello di Rossini,
il 9 settembre 1843 ebbe la sua prima scrittura scaligera apparendo nel ruolo di Edgardo
in una memorabile edizione della Lucia di Lammermoor, accanto a Teresa De Giuli-Borsi e A.
De Bassini. Allindomani della rappresentazione la critica si espresse favorevolmente
sulla interpretazione del Gardoni, anche se la Gazzetta Musicale di Milano sottolineò una
certa immaturità e la necessità di approfondire con lo studio le naturali doti vocali.
Il 16 settmbre dello stesso anno, sempre alla Scala, il Gardoni fu Elvino nella Sonnambula
di V. Bellini, con esito mediocre. Ebbe inceve successo il 2 marzo 1844 con la Linda di
Chamounix di Donizetti, opera nuova per la Scala, in cui interpretò la parte del visconte
di Sirval, accanto a Marietta Alboni ed Eugenia Tadolini. Nelle successive stagioni
1844-1845 e 1845-1846 il Gardoni fu allOpéra di Parigi, dove partecipò alla prima
esecuzione della La fidanzata corsa di G. Pacini, andata in scena il 17 novembre 1846,
inoltre partecipò alle prime esecuzioni della Maria Stuart di L. Niedermeyer, del Re
Davide di A. Mermet, de Lâme en peine di F. von Flotow e de La stella di Siviglia
di M.W. Balfe. Nel 1846 fece parte della compagnia del Théâtre-Italien alla Salle
Ventadour, esordendo con le opere Elisir damore di Donizetti e Sonnambula di
Bellini. Nellestate del 1847 fu a Londra dove si esibì al Her Majestys
theather nella prima rappresentazione assoluta de I masnadieri di Giuseppe Verdi accanto a
Jenny Lind e a L. Leblache. In quellanno sposò una figlia del baritono A.
Tamburini. Sia Parigi sia Londra divennero tappe fisse della carriera del Gardoni: nella
compagnia del Théâtre-Italien rimase fino al suo ritiro dalle scene mentre a Londra
tornò quasi ogni anno nella stagione primaverile. Le sue tournée comunque non si
limitarono a queste due grandi capitali europee: nel 1848-1850 e nel 1872 fece rapide
apparizioni sia a Vienna sia a Pietroburgo, nel 1850 fu a Madrid dove, al teatro Real, si
esibì nella Favorita di Donizetti e nei Puritani di Bellini e nello stesso anno cantò
anche ad Amsterdam. Successivamente venne chiamato da G. Alary per la prima
rappresentazione assoluta della sua opera Le tre nozze, andata in scena al
Théâtre-Italien il 29 marzo 1851. Il Gandoni fu, sostanzialmente, un tenore di mezzo
carattere, con un repertorio che spaziava dal barbiere di Siviglia di Rossini a Roberto il
Diavolo di G. Meyerbeer, dal Faust di Ch. Gounod a La muette de Portici di D. Auber. Pur
ricevendo critiche contrastanti, fu molto stimato dai compositori per la sua musicalità.
Il suo più difficile confronto lo sostenne a Parigi, dove veniva definito un tenorino e
contrapposto a G.L. Dupréz, che con la sua voce virile e impetuosa aveva rivoluzionato lo
stile del canto. Negli ultimi anni la critica sembrò rendergli finalmente giustizia, come
dimostra un articolo della Revue des Deux Mondes, dove P. Scudo criticò aspramente la sua
interpretazione nella Traviata del 1° ottobre 1859 al Théâtre-Italien, ma non poté
fare a meno di riconoscere il felice contributo dato dal Gardoni, nella parte di Lindoro,
allopera di Rossini Litaliana in Algeri, andata in scena sempre nello stesso
teatro, l8 ottobre di quello stesso anno. Il Gardoni si ritirò dalle scene nel
1874.
FONTI E BIBL.: Il Pirata 12 settembre 1843, 83; Gazzetta Musicale di Milano 24 settembre
1843, 168; Il Pirata 5 marzo 1844, 283; A. Mazzucato, in Gazzetta Musicale di Milano 10
marzo 1844, 9; P. Scudo, in Revue de Deux Mondes 15 dicembre 1854, 1247; P. Scudo, in
Revue de Deux Mondes 14 ottobre 1859; O. Fouque, Histoire du théâtre Ventadour
(1829-1879), Paris, 1881; G. Dacci, La reale scuola di musica di Parma, Parma, 1888, 54;
A. Pariset, Parmigiani illustri, Parma, 1905, 45; P. Cambiasi, La Scala, Milano, 1906,
331; C. Gatti, Il teatro alla Scala, Milano, 1964, 120 s.; C. Gatti, Cronologia, Milano,
1964, 44; Enciclopedia dello spettacolo, V, coll. 944 s.; Enciclopedia della musica
Ricordi, II, 277; Dizionario universale della musica e dei musicisti, Le biografie, III,
123; The New Grove Dictionary of opera, II, 352; G. Di Fazio, in Dizionario biografico
degli Italiani, LII, 1999, 277-278.
GARELLI GIOVANNI, vedi GAREY GIOVANNI
GAREY GIOVANNI
Parma seconda metà del XV secolo
Fusore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 187.
GAREZZO MARIO
Parma 11 luglio 1869-Adua 1 marzo 1896
Tenente dell8a batteria da montagna, fu decorato di medaglia dargento al valor
militare, con la seguente motivazione: Alla battaglia di Adua, diresse, con molto coraggio
ed intelligenza, il fuoco della propria sezione durante il combattimento.
FONTI E BIBL.: E. Gonella, Ufficiali dartiglieria, 1913, 208.
GARGANO ANTONIO
Parma 1912-El Alamein 15 giugno 1942
Figlio di Orazio. Sottotenente del 1° Artiglieria Celere E. di Savoia, fu decorato di
medaglia dargento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di
batteria, si distingueva per coraggio in cinquanta giorni di continua offensiva. Benché
più volte centrato dallartiglieria e dallaviazione avversarie, che causavano
gravi perdite in uomini e materiali alla batteria, con lesempio riusciva a
conservare nei dipendenti serenità e spirito aggressivo. Durante una infiltrazione di
considerevoli forze nemiche, continuava il tiro fino alle brevissime distanze, sparando a
zero, fino a quando la batteria, presa alle spalle veniva sopraffatta ed egli stesso in un
corpo a corpo cadeva presso i suoi pezzi, colpito a morte da arma bianca.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1952, Dispensa 7a, 907; Decorati al valore, 1964, 87.
GARIBALDI, vedi CARINI FERRUCCIO
GARIMBERTI ADELAIDE
Lombardia-Parma XIX secolo
Contessa. Originaria della Lombardia, si stabilì a Parma. Fu pittrice e Accademica
donore dellAccademia di Belle Arti di Parma.
ONTI E BIBL.: P. Martini, Scuola delle arti belle, 1862.
GARIMBERTI ALBERICO
Parma XV secolo
Tenne la Prevostura della chiesa di San Donnino e resse contemporaneamente lAbbazia
di Chiaravalle. È forse lo stesso che Alberto Garimberti.
FONTI E BIBL.: N. Denti, Capi civili da Parma a Fidenza, 1960.
GARIMBERTI ALBERTO
Parma XV secolo
Laureato in legge, fu Dottore dei Canoni. Fu inoltre Abate dellAbbazia di
Chiaravalle.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 25.
GARIMBERTI ALESSANDRO
Parma 22 settembre 1736-Borgo San Donnino 2 aprile 1813
Proveniva dallo stesso casato patrizio parmense dal quale uscì Gaetano Garimberti,
settimo vescovo borghigiano. Nobile e ricco, dotato di ingegno aperto e versatile,
inclinato allo studio, che intraprese sotto la guida di precettori, possedette le migliori
qualità per un promettente inserimento nella vita pubblica. Preferì invece seguire la
via del sacerdozio, entrando giovanissimo nel seminario della sua città, dove seguì i
corsi ginnasiali, liceali e teologici. Ordinato sacerdote il 16 maggio 1761 dal vescovo
Francesco Pettorelli Lalatta, perfezionò a Roma la propria cultura nelle sacre
discipline, addottorandosi in sacra teologia. Il suo tirocinio fu breve. Rientrato a Parma
e annoverato nel capitolo della Cattedrale, nel quale raggiunse la dignità di canonico
penitenziere, il 29 gennaio 1776, a soli trentanove anni di età, il pontefice Pio VI lo
innalzò allepiscopato, destinandolo a reggere la cattedra di Borgo San Donnino,
rimasta vacante per la morte di monsignor Girolamo Bajardi. Consacrato a Roma il 4
febbraio di quellanno dal cardinale Pallavicino, inviò in quella data al clero e al
popolo della diocesi borghigiana la sua prima lettera pastorale in latino. Il 9 febbraio
successivo prese possesso della sede e il 14 aprile fece il solenne ingresso. Luigi
Sanvitale tratteggiò in un breve saggio biografico la figura del Garimberti, da tutti
venerato per scienza e pietà. Rileva come la dolcezza fosse il carattere distintivo del
Garimberti, il quale dimostrò nel lungo episcopato unardente sete di salvezza delle
anime. Ricorda di lui la solerzia nel promuovere, specie nellimminenza delle visite
pastorali che compì con somma accuratezza, sacre missioni nella città e diocesi,
invitando a predicarle i migliori oratori del tempo, quali il sacerdote bresciano
Beccolossi, i padri della congregazione bolognese Del Monte e i milanesi fratelli
barnabiti De Vecchi, e così pure nel procurare spesso al clero sacri esercizi, per tenere
vivo in essi lo spirito di pietà. Numerose opere coronarono il suo ministero in Borgo San
Donnino. Ebbe per il Seminario cure appassionate, affidandolo a pii direttori e ad abili
insegnanti e amministratori. Consapevole della necessità di non lasciare senza guida i
seminaristi durante le vacanze, ideò e condusse a termine il grandioso progetto di dotare
il Seminario di un capace edificio destinato a ospitare i chierici durante il periodo
estivo. Ottenuta da Ferdinando di Borbone, duca di Parma, la cessione di un fabbricato con
annessi pubblico oratorio e un appezzamento di terreno in località Campolasso sui colli
di Bargone, che era appartenuto alla soppressa Compagnia di Gesù, egli dispose per un
conveniente ampliamento delledificio e per una sua adeguata attrezzatura onde
renderlo pienamente rispondente allo scopo. Limportante realizzazione comportò
spese ingenti, al sostenimento delle quali concorse lo stesso Seminario per 50000 lire
vecchie di Parma. Alla rimanenza, che superava tale somma, fece fronte personalmente il
Garimberti, cui non toccò la legittima soddisfazione di presenziare alla cerimonia di
inaugurazione perché il maestoso edificio, per un seguito di circostanze legate agli
avvenimenti politici del tempo, non poté schiudere i battenti che nellautunno del
1819. Non perdendo di vista la cultura del clero, dispose, poco prima della morte, la
donazione al Seminario della sua ricca collezione di libri, unitamente alla somma di 10000
lire in moneta vecchia perché fossero provvisti gli scaffali nei quali raccogliere le
numerose opere e per iniziare una biblioteca. Le omelie, gli editti e le lettere pastorali
del Garimberti sono rimasti a testimoniare quanto egli fosse versato nello studio delle
sacre scritture, dei Padri, concilii e canoni della Chiesa. Tra le lettere pastorali
meritano un accenno particolare quelle del 1776 sulla promulgazione del Giubileo
Universale nella Città e Diocesi di Borgo San Donnino, del 1787 sulle Missioni in
Cattedrale, del 13 aprile 1794 sullacquisto del Giubileo e del 12 maggio dello
stesso anno esortativa a continuare le pubbliche preghiere ordinate nella precedente,
lodate tutte nel Giornale Ecclesiastico romano. In una lettera del 1° febbraio 1784 si
preoccupò che il clero non fosse immerso nei disordini carnevaleschi, raccomandando
inoltre al popolo di accrescere i digiuni, le penitenze e le preghiere nelle giornate del
carnevale. A lui va attribuito il merito dellerezione dellOspedale di
Monticelli dOngina, progetto che egli concepì e attuò perché nellistituto
fossero accolti gli infermi specialmente poveri di quelle parrocchie e fosse evitato a
essi il grave danno morale di morire senza sacramenti. Per la realizzazione
delliniziativa, con il consenso e la mediazione di Ferdinando di Borbone, ottenne da
papa Pio VI la facoltà di tassare per un decennio le fabbricerie del vicariato di
Monticelli e, allorché la costruzione delledificio fu condotta a termine, dotò a
sufficienza lospedale con altra tassa decennale. Ciò non gli impedì di sovvenire
alle necessità dellaltro ospedale eretto in città dal suo predecessore monsignor
Bajardi: scarso di rendite, egli le accrebbe con opportuni provvedimenti, disponendo
inoltre che nellistituto fossero accolti anche i contadini poveri e infermi di tutto
il territorio borghigiano. Allo scopo di procurare i mezzi necessari per accrescere il
decoro delle sacre funzioni, ottenne dal Pontefice la facoltà di riunire i priorati di
San Lazzaro e di SantAntonio Abate e altri quattro benefici semplici di ragione del
capitolo. Donò alla Cattedrale preziose argenterie e ricchi parati e curò, essendo
devotissimo alla Madonna, il totale rifacimento della Cappella dedicata
allImmacolata Concezione, dotandola di un nuovo altare e di una pregevole pala
dipinta da Biagio Martini. Fece infine costruire lampia tribuna che occupa tutto il
traverso del fondo della navata dalla parte del Vangelo. Essa fu ricavata dai marmi
dellincompiuta facciata e il Garimberti vi curò lerezione di un altare che
volle intitolato al Sacro Cuore di Gesù (rimosso allorché al Sacro Cuore venne dedicata
la terza cappella di sinistra), ottenendo dal Pontefice la plenaria indulgenza per quei
fedeli che nella festa titolare vi avessero sostato in preghiera. Informa il Sanvitale che
egli sborsò una rilevante somma di denaro per evitare che la Cattedrale fosse spogliata
dei suoi tesori artistici in conseguenza della tassa imposta nel 1796 dal Direttorio
francese al principe Ferdinando di Borbone, tassa ammontante a otto milioni di lire
vecchie di Parma, oltre a insigni pitture tra le quali il San Girolamo del Correggio.
Legato a Ferdinando Borbone da vincoli di fraterna amicizia, fu di lui confidente e
consigliere, più volte ospitandolo in episcopio. Lospitalità, virtù propria dei
Vescovi giusta la dottrina di San Paolo, passò in proverbio sul conto di questo prelato,
ed era bello il vedere assidersi alla sua mensa dotti ecclesiastici e pii regolari, tra i
quali egli ben figurava, essendo pur esso versato nelle teologali discipline, nel diritto
canonico e con studio indefesso avendo fatto serbo nella memoria di scelta, vastissima
ecclesiastica erudizione (Sanvitale). Nemico delle novità in fatto di religione, incitò
i fedeli alla scrupolosa osservanza dei principi evangelici. Con decreto 11 aprile 1785
ordinò che la somma di 19000 lire vecchie di Parma, proveniente dalleredità del
suo antecessore monsignore Severino Antonio Missini, fosse impiegata in un fondo o in un
annuo censuo perpetuo per devolverne i frutti a beneficio dei poveri, secondo le finalità
del testatore. Il Garimberti svolse il suo mandato in un periodo agitatissimo. Fu
testimone della fine del XVIII secolo e del sorgere del XIX, assistette dalla sua sede al
tramonto dei Borbone, allascesa dellastro napoleonico e al tramonto anche di
quello e vide scomparire i nobili dal governo per cedere il passo al popolo. La
Rivoluzione francese destò anche in Italia fremiti di ribellione e la nuova atmosfera
venutasi a creare ebbe ripercussioni notevoli nella vita morale, perché ispirata a un
materialismo innovatore che minacciava di travolgere ogni sentimento soprannaturale. Per
la Chiesa fu unepoca di umiliazioni e di campagne antireligiose e anticlericali. Il
Garimberti ospitò nel suo episcopio, nei giorni 14 e 15 aprile 1799, papa Pio VI, mentre
prigioniero era condotto in Francia. Ed ebbe pure la ventura di assistere, nel novembre
del 1804, al passaggio da Borgo San Donnino del successore di quel pontefice, Pio VII,
diretto a Parigi per lincoronazione dellimperatore dei francesi. Abile e
diligente amministratore, si preoccupò di dare un migliore assetto al patrimonio
diocesano conservando e accrescendo le esigue rendite della mensa vescovile mediante
lacquisto dei poderi Casella e Cassetto, in seguito alienati, disponendo per la
costruzione di nuovi fabbricati colonici, vendendo terreni sterili o lontani per
acquistarne di fertili o più vicini, permutando campi sparsi con più redditizie
possessioni in un solo corpo. Morì disfatto dal lavoro e dalle penitenze. Il popolo
borghigiano gli decretò esequie di imponenza senza pari. Nella Cattedrale, gremita di
folla, labate canonico Casalini, rettore del Seminario, lesse lelogio funebre
e quindi la salma del Garimberti venne inumata di fronte alla cappella dedicata
allImmacolata Concezione di Maria Santissima, in conformità al desiderio da lui
espresso. Nella parete di destra della cappella venne poi murata una lapide marmorea
sormontata dallo stemma del Garimberti e recante la seguente iscrizione: Sanctae memoriae
Alexander ant. com. F. Garimbertius gente Parmae patricia ex. coll. canonicorum principis
eius aedis sacerdotio urbis huius ann. XXXVII in exempl. nitidissimum functus Ferdinandi
i.d.n.a. piis largitionibus sacris potissime doctrinis adfatim instructus mores antiquos
comitati omni sociatos hospitalitatem misericordiam dilectionem gregis sui flagrantissimam
continenter exhibens vixit ann. LXXVI decessit iV non apr. anno MDCCCXIII et hic pausam in
p. volvit ex testam ante aram ab sc. icone et ornatu excultam in hon. genetricis dei ab
orig. immaculatae cui tota vita fuerat addictissimus pater optime uti meritus es in deo
vivas. Un elogio funebre al Garimberti fu anche tessuto dal conte Antonio Cerati nel primo
anniversario dello morte e dato alle stampe a Parma con i tipi Carmignani.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 339; D. Soresina,
Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 169-175.
GARIMBERTI ANDREA
Parma 1567
Nellanno 1567 fu insignito della Croce dellOrdine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: Marchesi, Galleria dellonore, 1735.
GARIMBERTI ANDREA
FRANCESCO
Parma 12 maggio 1607-Modena 17 dicembre 1675
Nato da famiglia nobile (figlio di Angelo e Giuditta), entrò nella Compagnia dei Gesuiti
il 25 ottobre 1623. Servì come confessore per moltissimi anni presso la Corte ducale di
Modena, segnalandosi per esemplare modestia di vita e osservanza religiosa. Fu assai
stimato dai duchi Francesco e Alfonso e dal cardinale Rinaldo dEste, che affidarono
al Garimberti leducazione religiosa delle proprie figlie. In particolare il
Garimberti fu confessore di Laura, che accompagnò anche in un viaggio in Inghilterra. Al
ritorno da quel viaggio il Garimberti si ammalò e di lì a poco morì. A suo ricordo,
Laura dEste ne fece eseguire il ritratto.
FONTI E BIBL.: G.A. Patrignani, Menologio dei Gesuiti, 1730, IV, 143-144.
GARIMBERTI ANGELO
Parma 1572
Fu consigliere del duca di Ferrara. Nellanno 1572 fu insignito della Croce
dellOrdine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2-3 1957, 103; G.V. Marchesi Buonaccorsi, Galleria
dellonore, 1735.
GARIMBERTI ANTONIO MARIA
Parma 1518
Nellanno 1518 fu mandato da papa Leone X quale Castellano nella Rocca di Forlì.
Quasi certamente per suo tramite Girolamo Garimberti fu introdotto alla corte papale in
Roma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 135.
GARIMBERTI ASCANIO
-Parma 1731/1734
Fu poeta arcade. Gentiluomo imparruccato e dedito agli amorazzi, appartenne a quella
schiera di poeti ampollosi che facevano ala al celebre C.I. Frugoni. Idelfonso Stanga fa
un umoristico schizzo del Garimberti, che Frugoni definisce fatal musa Garimberta perché
mancante non soltanto di estro poetico, ma di cultura e perfino di proprietà di
linguaggio. Il suo nome figurava, a memoria dei posteri, su di un banco della chiesa di
San Rocco (1735), che frequentò assiduamente. Il Garimberti è anche ricordato
(1728-1730) perché si recava puntualmente in casa Borri a giocare a tresette col duca
Antonio Farnese, la sua favorita Margherita Borri Giusti e il conte di San Secondo.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 344-346.
GARIMBERTI BALDASSARRE
Parma 1444
Fu calligrafo distinto e rettore della chiesa di SantEufemia in Milano. Un volumetto
membranaceo in 12° da lui scritto, comincia con le parole Exameron sancti Ambrosii
Archiepiscopi e termina con queste parole: Expletus est liber iste ad honorem Dei gloriose
virginis matris ei et beatissimi Ambrosii patroni nostri totiusque curia celestis per me
presbiterum baldassarem Garumbertum rectorem ecclesie sancte Eufemie Mediolani 1444 die 29
maii.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle Arti Parmigiane, 1911,
28.
GARIMBERTI CRISTOFORO
Parma 1420/1422
Figlio di Girardino, fu Dottore dei canoni e lettore del Sesto e delle Clementine presso
lUniversità di Bologna nellanno accademico 1420-1421. Egli fu pure,
nellanno successivo, Rettore dellUniversità dei Citramontani (Malagola, 152).
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 21; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma
1931, 234.
GARIMBERTI DONNINO
Parma 1412/1447
Fu lettore di Diritto Civile a Pavia, Vicario di Giustizia criminale e infine podestà di
Cremona. È annoverato (1412) tra i riformatori dello Statuto del Collegio dei Giudici di
Parma e fu tenuto in alta considerazione dal duca Filippo Maria Visconti. È forse lo
stesso che fu Podestà di Modena nel 1409.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 341.
GARIMBERTI ERCOLE
Parma 1640/1642
Si addottorò in leggi verso lanno 1640. Datosi alla vita clericale, quasi subito
ottenne un canonicato nella Cattedrale di Parma, rendendosi poi meritevole anche di più
alte dignità. Furono suoi fratelli Scipione, Ottaviano e Parisio.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 93.
GARIMBERTI GAETANO
Parma 1615-Borgo San Donnino 20 marzo 1684
Nato e cresciuto tra gli agi di una famiglia illustre per nobiltà e per censo, avrebbe
potuto aspirare a quella che suol dirsi una brillante carriera nella vita pubblica, ma
egli preferì la via più raccolta del ministero sacerdotale. Nel giugno 1630 (un anno
dopo la venuta a Parma dei padri Teatini, chiamativi dalla duchessa Margherita
Aldobrandini, vedova di Ranuccio Farnese) entrò giovanetto in quellordine di
chierici regolari e seguì i vari corsi di studio. Ricevuta infine la sacra ordinazione,
si dedicò con profitto alla predicazione. Circondato da stima dai confratelli per le doti
eminenti di dottrina e di pietà, raggiunse in breve nella sua congregazione la dignità
di prefetto, svolgendo opera illuminata e fattiva. Nella chiesa di Santa Cristina,
assegnata ai Teatini con un fabbricato attiguo adibito dai religiosi a convento, egli
promosse restauri di rilievo, beneficandola largamente. Chiamato nel 1671 a Roma, fu
nominato prefetto nel convento di San Silvestro, salendo in breve nella gerarchia sino a
occupare le cariche di visitatore, di procuratore generale e finalmente di generale dei
Teatini. Il 16 dicembre 1675 il pontefice Clemente X lo nominò vescovo di Borgo San
Donnino. Consacrato nella capitale il 20 dicembre successivo, prese possesso della diocesi
per procura il 19 gennaio 1676 e fece il solenne ingresso nella mattinata del 16 febbraio.
Per la circostanza egli espresse il desiderio che in luogo del tradizionale dono di cento
once dargento la Comunità cittadina provvedesse a distribuire mille libre di pane
ai poveri. Il Garimberti giunse a Borgo San Donnino nella piena maturità delle forze
fisiche e intellettuali e con un corredo di consumata esperienza che gli riuscì subito di
giovamento nellesplicazione della sua attività pastorale, conciliandogli ben presto
laffetto e lestimazione del clero e del popolo. Datosi ad attuare il programma
enunciato nel suo ingresso, iniziò la sacra visita pastorale per porsi a contatto con la
diocesi e conoscerne i bisogni. Aderendo con slancio ai voti del Pontefice e facendo
proprie le sue altissime direttive, ottenne in breve tempo un sensibile incremento
nellinteressamento fattivo dei fedeli alle opere religiose, soprattutto nelle
missioni, che egli curò con zelo particolare, pervenendo a significativi risultati.
Riprendendo quelle attività di ministero verso le quali si sentiva maggiormente
inclinato, si dedicò specialmente alla sacra predicazione nelle chiese della città e
diocesi, facendo rifulgere, attraverso leloquio adorno di eleganze letterarie, una
profonda conoscenza dei testi sacri. Lazione episcopale, complessa e multiforme,
spiegata in otto anni dal Garimberti, fu volta principalmente allevangelizzazione
della diocesi. Amante di ogni manifestazione darte, fu attratto specialmente dalla
musica e questa sua predilezione si manifestò nellimpulso che dette al canto sacro
per il decoro delle funzioni liturgiche, soprattutto in Cattedrale. Davanti
allaltare della Vergine del Carmine, della quale fu molto devoto, trascorse molte
ore in preghiera e non mancò mai al coro, recitando con i canonici lufficio divino.
Introdusse lusanza delle congregazioni mensili dei casi di coscienza per
listruzione degli ecclesiastici, ai quali prescrisse labito talare. Lasciò
alla Cattedrale ricchi parati in oro e argento e nel 1677 ottenne dalla Santa Sede che i
canonici potessero vestire il rocchetto e la penula violacea. A sua spese fece costruire
loratorio nel vecchio palazzo vescovile, dedicandolo a San Gaetano e ottenendo dal
pontefice lindulgenza plenaria perpetua per quei fedeli che lavessero visitato
nel giorno della festa del titolare. Morì a 68 anni di età dopo aver lasciato importanti
ricordi del suo governo con lazione pastorale, spiegata senza alcun risparmio di se
stesso, e con il sinodo diocesano, da lui celebrato il 5 dicembre 1683, le cui
costituzioni non poterono essere date alle stampe perché pochi mesi dopo il Garimberti
cessò di vivere. La salma del Garimberti riposa in Cattedrale, nella cappella della Beata
Vergine del Carmine, nel lato di sinistra, presso quella dellantecessore, monsignor
Alessandro Pallavicino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 175-177.
GARIMBERTI GIOVANNI
FRANCESCO
Parma 1503/1515
Detto Bordignone, fu membro del Magnifico Consiglio Generale di Parma e Vice podestà.
Partecipò allambasciata inviata a papa Giulio II, che lo creò cavaliere. Morì
tragicamente in una contesa col cavaliere Scipione Dalla Rosa. Tale vicenda, che procurò
fortissimo risentimento in Carlo Garimberti, figlio dellucciso, ebbe il suo epilogo
con una pace solenne stipulata dinanzi al Consiglio Generale.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 343.
GARIMBERTI GIOVANNI
FRANCESCO
Parma seconda metà del XVI secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 166.
GARIMBERTI GIOVANNI
GIROLAMO
Parma 5 luglio 1506-Roma 28 novembre 1575
Nacque da Ilario (altre fonti sostengono dal conte Garimberto) e da Angiola, di cui non si
conserva il cognome. Il casato dei Garimberti era emerso attraverso lesercizio di
importanti cariche pubbliche nel corso del secolo XIV, quando il popolo reggeva il Comune
di Parma. I Garimberti avevano nondimento acquisito già durante il secolo XV titoli
nobiliari e aderito alla fazione della potente famiglia aristocratica Rossi e alla parte
cosiddetta guelfa. Il Garimberti fu avviato agli studi umanistici, quindi si trasferì a
Roma. Mentre ancora tentava di intraprendere la carriera nella Curia pontificia, nel 1527
si trovò ad accompagnare papa Clemente VII a Orvieto durante la sua fuga da Roma,
sconvolta dal sacco. Durante il pontificato di Paolo III entrò nellentourage del
cardinale nipote Alessandro Farnese e fu probabilmente nel 1538 in Provenza nella
legazione pontificia che tentava di stabilire la pace tra Carlo V e Francesco I. Gli anni
del pontificato farnesiano coincisero altresì con lavvio di una intensa attività
culturale: il Garimberti allacciò contatti con Claudio Tolomei e con il filosofo Antonio
Bernardi, entrò in corrispondenza con Bernardo Tasso e con Pietro Aretino e nello stesso
torno di anni intraprese una produzione letteraria di rilievo. Pubblicò un dialogo di
argomento politico, dal titolo De regimenti publici de la città (Venezia, G.
Scotto, 1544), un trattato Della fortuna (Venezia, M. Tramezzino, 1547) e unopera di
divulgazione filosofica, i Problemi naturali e morali (Venezia, V. Valgrisi, 1549).
Intorno alla metà del Cinquecento, la personalità del Garimberti si precisò. Dimostrò
infatti uno straordinario interesse per gli oggetti darte e per lantiquaria.
Nel 1550, il suo alloggio presso la residenza romana del cardinale Niccolò Gaddi (a
Montecitorio) venne visitato da Ulisse Aldovrandi, che menziona il Garimberti nel suo
Delle statue antiche (edito nel 1556). Inoltre, il Garimberti pubblicò nel 1551
(dedicandoli a Tolomeo Gallio, poi cardinale e capo della segreteria di papa Pio IV e di
papa Gregorio XIII) i Concetti divinissimi per scrivere familiarmente (Roma, V. Valgrisi,
e Venezia, G. Bonelli): una compilazione (destinata a larga eco) di locuzioni, modi di
dire, esempi tratti dai classici, indirizzata ai segretari e al pubblico colto. Quindi,
indirizzò a Ottavio Farnese, duca di Parma, un trattato di argomento politico-militare,
Il capitano generale (Venezia, G. Ziletti, 1556). Nel contempo, il Garimberti entrò al
servizio del cardinale Otto von Truchsess, vescovo di Augusta, e si distinse anche come
informatore politico del cardinale Rodolfo Pio di Carpi. Lelezione di Pio IV, alla
fine del 1559, segnò una svolta nella carriera del Garimberti. Dopo essersi infatti
impegnato come conclavista per il già menzionato cardinale Otto von Truchsess, il
Garimberti fu ammesso tra i canonici di San Pietro. Quindi (il 17 marzo 1563) fu
consacrato dal neoeletto pontefice vescovo della Diocesi di Gallese nel Lazio, istituita
nelloccasione. Fu lo stesso Garimberti ad annunciare che la nomina era stata
corredata da trecento scudi di dote e duecento di pensione (a Cesare Gonzaga, Roma, 20
marzo 1563, citato in Brown, 1993, p. 70). Lattività pastorale del Garimberti
rimase tuttavia assai limitata: la carica di vicario della basilica di San Giovanni in
Laterano, che tenne fino al 1575, anno della morte, lo obbligò infatti a risiedere a
Roma, inoltre, come vescovo sgangherato si astenne dal viaggio del Concilio (in Brown,
1993) riunito in Trento e solo di rado si recò a visitare il campanile di Gallese (31
maggio 1563: in Brown, 1993). Inoltre il Garimberti mostrò di adattarsi con molta fatica
al nuovo clima che gli anni immediatamente successivi alla conclusione del concilio
portarono nella Corte di Roma. Infatti, nei primi anni del pontificato di Pio V (eletto
nel 1566), rigoroso fautore della riforma, specie nei confronti dei vertici ecclesiastici,
il Garimberti ironizzò spesso sullattività di quelli che egli definì i
Reverendissimi Riformatori de la Santa Riforma di Roma (lettera al cardinale Alessandro
Farnese, Roma, 9 agosto 1566: in Brown, 1993, pp. 66 s., n. 6). Invece, il Garimberti
continuò a dedicarsi instancabilmente alla sua opera di procacciatore daffari nel
ramo delle collezioni darte, soprattutto a stretto contatto di personaggi
dalto rango quale Cesare Gonzaga, Signore di Guastalla. Riuscì così a divenire uno
dei principali collezionisti di Roma. Già nel 1565 aveva acquistato parte della
collezione di statue di Francesco Lisca, mercante milanese attivo in Roma, da poco
defunto, e aveva facetamente denunciato la propria intenzione di fare acquisti tuttavia
più ingordamente (lettera a Cesare Gonzaga, Roma, 1° luglio 1565: in Brown, p. 107).
Dichiarò altresì che solo lo spavento di questi Reverendi Riformatori lo tratteneva
dallinvestire tutte le sue disponibilità finanziarie nellattività di
collezionista (allo stesso, Roma, 8 aprile 1572: in Brown, p. 119). Alla fine del secolo,
la sua collezione di statue antiche, bronzetti, quadri, libri di pregio e medaglie era
nota a tal punto da essere inclusa da Giovan Battista de Cavalieri nelle tavole del
suo libro Antiquarum statuarum Urbis Romae tertius et quartus liber (Romae, 1594). Ma in
questo torno di anni proseguì anche la produzione letteraria. La più importante opera è
quella dedicata alle Vite dei pontefici e dei cardinali (La prima parte delle vite overo
Fatti memorabili dalcuni papi, et di tutti i cardinali passati, Venezia, G. Giolito
de Ferrari, 1567). Si tratta di una vera e propria galleria di esempi di carriere
ecclesiastiche nella Corte di Roma. Fu però proprio quella del Garimberti, nel mutato
contesto del pontificato Ghislieri, a subire una brusca battuta darresto: nel maggio
1566 il Garimberti dovette cedere la propria Diocesi (destinata a essere soppressa entro
pochi anni, nel 1569) al teologo domenicano Gabriele de Alessandri, anche se ottenne di
poter mantenere il titolo di vescovo di Gallese. Gli ultimi anni del Garimberti furono
occupati quasi interamente dal collezionismo darte. Il Garimberti sembrò però
allentare i propri legami con i Gonzaga: si legò a membri di casa Savoja e strinse di
nuovo contatti con il cardinale Alessandro Farnese, suo antico padrone. Venne seppellito
nella basilica di San Giovanni in Laterano. Alla morte del Garimberti, che aveva ottenuto
dal pontefice unampia facultas testandi già nel 1565, la sua collezione, passata al
nipote Giovan Francesco, conobbe una rapida dispersione. Di sicuro alcune opere passarono
ai Farnese. Somiglianze si notano tra il Filosofo, la Venere e il Cupido di proprietà del
Garimberti e opere dallo stesso soggetto appartenenti alla collezione del marchese
Vincenzo Giustiniani nel 1631. Non sono invece confermati passaggi di pezzi della
collezione del Garimberti a quella Borghese. Infatti, la parte più cospicua passò nel
1583, per il tramite di Orazio Muti, cognato di Giovan Francesco Garimberti, ai Savoja.
Nessuna notizia si ha invece della sua biblioteca, ricca già nel 1572 di circa 2000
volumi. Alle opere già menzionate, lerudito parmense Ireneo Affò aggiunge un
Compendio istorico della famiglia Rossi di Parma, rimasto manoscritto. Nel tracciare un
bilancio dellattività culturale del Garimberti, si deve innanzi tutto ricordare la
rimarchevole fortuna di alcune sue opere: i Concetti divinissimi conoberro infatti, dopo
la prima uscita contemporanea a Roma e a Venezia del 1551, almeno altre sedici edizioni,
fino al 1609. I Problemi naturali e morali ebbero una traduzione francese a cura di J.
Louveau (Lyon, G. Roville, 1559). Lopera in sei libri Della fortuna, più volte
ristampata, fu tradotta un castigliano da J. Mendez de Avila con il titolo Theatro de
varios y maravillosos acaecimientos de la mudable fortuna (Salamanca, 1572). Il Garimberti
ebbe ingegno pronto, una solida cultura di stampo umanistico, vasti interessi e
spregiudicatezza di giudizio. Intese sempre raggiungere il vasto pubblico colto con le sue
opere, come appare chiaramente non solo dallimpianto dei Concetti divinissimi, ma
anche dal proposito espresso nei Problemi naturali e morali di giovar al Volgo e
dilettando invitar loro a leggere (Dedica, carte non numerate). Anche lo stesso
sottotitolo delle Vite (Fatti memorabili dalcuni papi, et di tutti i cardinali
passati) richiama il titolo di uno dei capisaldi della più accessibile cultura
umanistica, i Factorum ac dictorum memorabilium libri IX dello scrittore latino Valerio
Massimo, raccolta di motti e fatti esemplari tratti dalla cultura classica, opera più
volte ristampata, tradotta e molto diffusa. Linteresse del Garimberti a un aperto
dibattito tra i cultori delle lettere lo portò tuttavia a commettere dei passi falsi.
Egli non solo citò espressamente brani di Nicolò Machiavelli nel Della fortuna e nel
Capitano generale, ma ne richiamò copertamente le tesi anche nellopera De
regimenti publici de la città. Certo, la definitiva condanna da parte delle autorità
ecclesiastiche del Machiavelli doveva ancora essere pronunciata (fu espressa
nellIndice del dicembre 1557), ma la familiarità con le opere di un autore già
molto sospetto intorno al 1550 non poteva gettare buona luce sul Garimberti presso la
Corte pontificia. A ciò si deve aggiungere laperta denuncia contenuta nelle Vite di
quella corruttela nella religione, choggidì non potemo veder senza lagrime (Vite,
p. 499), causata, secondo il Garimberti, dalle scandalose pratiche diffuse anche ai
livelli più alti nella Corte di Roma. E si devono anche ricordare, nella stessa opera,
non solo critiche agli eccessi temporali di Giulio II e Leone X, ricalcati sul giudizio
che Francesco Guicciardini aveva espresso nella Storia dItalia, ma anche elogi
dedicati a personaggi dalla memoria ormai piuttosto sospetta come i cardinali Reginald
Pole e Gasparo Contarini. Ciò non è ovviamente abbastanza né per porre il Garimberti
tra gli esponenti del cosiddetto evangelismo italiano, né per confermare la tesi
(enunciata dal solo Affò) di un ritiro forzato delle Vite dal mercato editoriale.
Piuttosto, al Garimberti si deve riconoscere coerenza nel tentativo di conservare libertà
di giudizio e ampia facoltà di azione culturale in un contesto, la Roma dei primi anni
della Controriforma, radicalmente mutato rispetto ai decenni centrali del Cinquecento.
FONTI E BIBL.: Per le fonti manoscritte si rimanda a C.M. Brown, Our accustomed discourse
on the antique. Cesare Gonzaga and Girolamo Garimberti. Two Reinaissance collectors of
Greco-Roman art, New York - London, 1993, che contiene anche una ricca bibliografia. Si
segnala inoltre: Archivio segreto Vaticano, Fondo Pio 55, cc. 76r-83v (lettere del
Garimberti al cardinale R. Pio di Carpi), Armadio LII, t. 3, c. 101r (facultas testandi
concessa nel 1565 da Pio IV al Garimberti); I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati
parmigiani, IV, Parma, 1793, 137-144; D. Cantimori, Le idee religiose del Cinquecento. La
storiografia, in Storia della letteratura italiana, V, Il Seicento, Milano, 1967, 59-62;
M. Mastrocola, Note storiche circa le diocesi di Civita Castellana, Orte e Gallese, III, I
vescovi dalla unione delle diocesi alla fine del concilio di Trento, Civita Castellana,
1972, 124 s., 136, 168 s.; N. Longo, De epistola condenda. Larte di componer lettere
nel Cinquecento, in Le carte messaggiere. Retorica e modelli di comunicazione epistolare:
per un indice dei libri di lettere del Cinquecento, a cura di A. Quondam, Roma, 1981, 199;
M. Rosa, Carriere ecclesiastiche e mobilità sociale: dallAutobiografia del
cardinale Giulio Antonio Santoro, in Fra storia e storiografia. Scritti in onore di
Pasquale Villani, a cura di P. Macry-A. Massafra, Bologna, 1994, 572-577; G. Procacci,
Machiavelli nella cultura europea delletà moderna, Roma-Bari, 1995, 73; G. van
Gulik-C. Eubel, Hierarchia catholica, III, Monasterii, 1923, 200; G. Brunelli, in
Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 349-351.
GARIMBERTI GIROLAMO
Parma XV/XVI secolo
Fu stimato ambasciatore.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2-3 1957, 103.
GARIMBERTI GIROLAMO, vedi anche GARIMBERTI GIOVANNI GIROLAMO
GARIMBERTI GIULIO CESARE
Parma 1560
Laureato in legge verso il 1560, fu Prevosto di Santa Eulalia dEnza.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 41.
GARIMBERTI GIULIO CESARE
Parma 1656/1671
Discendente da illustre famiglia parmense, nel 1656 e 1658 fu nominato Commissario degli
alloggi militari e per la somministrazione da farsi alle truppe transitanti in quegli
Stati (Archivio gentilizio, Famiglia Garimberti, Archivio Comunale, in Archivio di Stato
di Parma). Dal 1657 al 1671 ricoprì la carica di archivista del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1914.
GARIMBERTI LUIGI
Parma 1580
Si addottorò in leggi il 16 gennaio 1580.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 54.
GARIMBERTI MATTEO
Parma XIII secolo
Fu chirurgo e medico reputato.
FONTI E BIBL.: Pighini, Storia di Parma, 1965, 97.
GARIMBERTI MATTEO
Parma 1346 c.-Parma 1402/1411
Studiò filosofia a Padova e nellanno 1370 vi ottenne la laurea in filosofia e
medicina. Rientrato a Parma, fu accolto nel Collegio dei Medici. Sembra però che il
Garimberti abbia presto abbandonato la professione medica per dedicarsi
allastronomia e alletica e infine intraprendere la carriera ecclesiastica. Nel
1376 o 1377 fu nominato Arcidiacono di Parma. Lo stesso anno 1377 (il 17 gennaio) perdette
una causa che aveva intentato a Francesco da Brossano, erede di Francesco Petrarca, per il
possesso di una casa in contrada Santo Stefano, che il Garimberti rivendicava al suo
beneficio. Il Garimberti è ancora ricordato in un documento in data 28 settembre 1380
riguardante una Congregazione Capitolare per lordinazione di alcuni nuovi statuti
per il Capitolo. Nel 1401 fu delegato dal Papa a dirimere la lite tra la famiglia Bravi e
gli Umiliati di Parma per il possesso del mulino di Viarolo. Un trattato astronomico del
Garimberti ebbe ai suoi tempi larga diffusione: ne rimangono esemplari alla Biblioteca di
Parigi (codice 7292), alla Vaticana (codice Urbinate 1491) e alla Barberina (codice
7961).*
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789,
104-107; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 180.
GARIMBERTI PAOLO EMILIO
ante 1690-Parma 1730
Conte e Canonico (1690) della Cattedrale di Parma, scrisse unorazione latina
raccolta negli Atti del Sinodo Parmense tenutosi a Parma nel 1691.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 927.
GARIMBERTI SCIPIONE
Parma 1633/1653
Fu dei più eruditi Lettori dellUniversità e avvocato insigne. Nel 1648 fu nominato
Consigliere del Duca e nel 1653 Presidente della Serenissima Camera di Parma. Insegnò
leggi allUniversità di Parma dal 1633 al 1648. Fu esentato dai dazi per
benemerenze.
FONTI E BIBL.: Bolsi, 38, 48; R. Pico, Catalogo dei dottori, 92; Archivio di Stato di
Parma, Ricetto del Tesoriero 1631-1635, Mandati 1619-1715, Registri dentrata e spesa
1631-1750, Vachetta per le essentioni delli Datii 1639-1640, Mandati 1631-1658, Ruoli
de Provigionati 18 e 19; F. Rizzi, Professori, 1953, 40.
GARIMBERTI UGOLINO
Parma XV secolo
Fu dottore in Leggi. È forse lo stesso che fu Canonico della Cattedrale di Parma
nellanno 1425.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 23.
GARIMBERTO, vedi GARIMBERTI
GARMERSI PALMIERO, vedi GARMERTI PALMERO
GARMERTI PALMERO
Parma 1433/1470
Fu autore di una cronaca di Parma dallanno 1433 allanno 1470.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 27.
GAROFALO ANTON MARIA, vedi GAROFANI ANTONIO MARIA
GAROFANI ANTONIO MARIA, vedi GAROFOLI ANTONIO MARIA
GAROFANI GIACOMO
Parma -Parma 27 aprile 1733
Fu dottore in teologia. Ebbe fama di buon grammatico, soprattutto in lingua latina.
Scrisse anche parecchi compendi di vite dei santi protettori della città di Parma. Fu
sepolto in San Marcellino, ove gli fu posta la seguente iscrizione: Iacobo Garofani civi
Parmen I.V. D. protonot. apostol. sacerdoti piissimo e vivis sublato V. Kal. Maias
ann. dom. CI DCCXXXIII.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV,
1833, 67-68.
AROFOLI ANTONIO MARIA
Parma 28 gennaio 1553-Parma 1635c.
Figlio di Marco e Caterina Aschieri. Fu poeta, sacerdote e lodato oratore sacro. Studiò
prima umane e poi sacre Lettere: fattosi sacerdote, compose molti libretti in prosa e in
versi sebbene rozzamente anzi che no (Pico). Scrisse il Santoario di Parma. Vite dei Santi
e dei Beati (Parma, Viotto, 1593), LHiporeivaga Musa di Ant. M. Garofano Crisipuleo
(Ferrara, Baldini, 1580), Sommario delle Indulgenze di Parma e di Gerusalemme e molte rime
burlesche.
FONTI E BIBL.: I. Affo, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 301-302;
Aurea Parma 2 1958, 114.
GAROFOLO ANTON MARIA, vedi GAROFOLI ANTONIO MARIA
GAROTTI MICHELE
Parma 20 marzo 1787-Parma 15 maggio 1829
Cameriere, sposato con Maria Fernanda Ghidini. Fu in servizio alla corte di Maria Luigia
dAustria dal maggio 1816 come aiutante della porcellana e dal 15 ottobre 1821 come
copritore di tavola.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 310.
GARSI
Parma 1819
Tornitore. Realizzò, in collaborazione con Guglielmo Drugman, diversi mobili per la corte
ducale di Parma, nel Palazzo del Giardino e nel Palazzo di Riserva.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia dAustria, b.
7 e 8; Il mobile a Parma, 1983, 263.
GARSI ANTONIO
Parma 1768-Parma 8 aprile 1856
È ricordato da Carlo Gervasoni nel 1812: Tra i nostri recenti fabbricatori di clarinetti
e fagotti si distingue attualmente in Parma il bravo artista Francesco Garsi. Non si sa se
si tratta di un errore di nome o se vi fosse un altro Garsi fabbricante di strumenti a
fiato, in quanto, in una lettera del 14 dicembre 1816, si legge che in data 2 dicembre
S.M. aveva conferito il titolo di Professore Onorario della Reale Orchestra al Signor
Antonio Garsi Professore di Flauto specialmente per mostrargli la Sovrana soddisfazione
per avere egli eretta una fabbrica dIstrumenti da fiato in Parma, ed a titolo
dincoraggiamento (Archivio di Stato di Parma, Governo Provvisorio e Reggenza, 1816,
b. 8). Un suo flauto diritto in fa si trovava al Conservatorio di musica di Parma. Nel
1836 fece parte della commissione che doveva esprimere il parere per lo scarico degli
strumenti musicali inservibili della banda musicale della Divisione di Linea del Ducato
(Archivio di Stato di Parma, Militare, b. 685).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GARSI ANTONIO
Parma XIX secolo-post 1914
Liutaio, sarebbe stato lunico allievo di Alessandro Mantovani e fu attivo nella
seconda metà del XIX secolo. Secondo il Vannes gli ultimi suoi lavori datano 1914. I suoi
violini sono molto ricercati, specialmente le copie degli strumenti antichi. Le sue
etichette sono in carattere gotico con la segnatura manoscritta di traverso.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
GARSI ASCANIO
Parma 12 marzo 1595-post 1621
Figlio di Santino e di Ottavia. Nei Ruoli farnesiani appare attivo alla Corte parmense in
qualità di liutista e compositore. Fu tenuto a battesimo dal conte Alberto Canossa, in
rappresentanza di Ranuccio Farnese, e da Barbara Sanseverino (a questultima, come
marchesa della Sala, è dedicata una delle numerose gagliarde di Santino Garsi). Piuttosto
scarse sono le testimonianze sulla sua attività artistica: di lui è pervenuta soltanto
una corrente, già inclusa nel ms. 40153 (perduto) della Deutsche Staatsbibliothek di
Berlino e datata 1° febbraio 1621. Mancano da quella data ulteriori sue notizie.
FONTI E BIBL.: De Backer e Sammelvogel, Bibliografie de la Compagnie de Iesus, volume I,
1456; R. Eitner, volume II, 60; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 149; Enciclopedia
della Musica, 2, 1964, 278; Enciclopedia della Musica, 3, 1973, 90; R. Pelagalli, in
Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 396.
GARSI DONINO
Parma-Parma 30 marzo 1630
Nipote (o figlio) di Santino e Ottavia, fu musico a Parma, ove risulta impegnato dal 7
settembre 1619, come si legge nei Ruoli farnesiani: Il Sig. Donino Garsi serve S.A.S. per
Musico et sonatore de leuto, con provvigione di scudi otto moneta il mese (Osthoff, p.
39). Attivo a Corte fino alla morte, fu allievo ed emulo di Santino Garsi, del quale
valorizzò lopera curando la stesura di un manoscritto di intavolature per liuto
(ms. Mus. 40032 presso la Deutsche Staatsbibliothek di Berlino). Accanto alle danze del
maestro, il Garsi inserì tredici sue composizioni (sei gagliarde, oltre a Battalia,
Balletto, Pavana in soprano, Toccata, Preludio, Folia e Sopra il ballo del ser. duca).
Dedicata al principe polacco K.S.R. Dusiacki, suo allievo a Padova, la raccolta mostra
unevidente dipendenza stilistica dal modello, anche se non riuscì a uguagliarne la
spontaneità e loriginalità dellispirazione.
FONTI E BIBL.: H. Osthoff, Der Lautenist Santino Garsi da Parma, Lipsia, 1926; N.
Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note dArchivio 1932, 125-126, e 1933, 235 e 320;
Enciclopedia della Musica, 2, 1964, 278; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 129;
Dizionario chitarristico, 1968, 33; Enciclopedia della Musica, 3, 1973, 90; R. Pelagalli,
in Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 396.
GARSI DONNINO, vedi GARSI DONINO
GARSI FRANCESCO, vedi GARSI ANTONIO
GARSI LODOVICO
Parma-Rimini 1450
Figlio di Pietro. Fu canonico della Cattedrale di Parma e quindi canonico in Bologna. Fece
testamento il 3 febbraio 1445 e lasciò a titolo di legato alla fabbrica della chiesa di
Parma 25 ducati doro di camera (rogito di Rolando Alberto de Castellani,
notaio del Comune di Bologna e della curia Vescovile, abbreviato da Pietro di Francesco
Bottoni). Il Garsi, passato a Roma, divenne nel 1448 uditore generale della camera
Apostolica e lanno stesso Vescovo di Rimini. I fabbricieri Armanno Loschi e Ilario
Anselmi, canonici, e Bono della Ferrara e Giovanni da Picca, anziani del Comune di Parma,
incaricarono dellesigenza di quel lascito Dolcino Bolognese.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 722-723.
GARSI SANTINO
Parma 22 febbraio 1542-Parma 17 gennaio 1604
Nacque da Nicola e Maria Caterina. Si ignora la data del suo trasferimento a Roma, ove
presumibilmente intraprese lo studio della musica, rivelando assai presto ottime qualità
di liutista e compositore. La prima testimonianza certa della sua attività artistica
risale al 1590, anno in cui diverse sue composizioni trovarono ospitalità in una raccolta
manoscritta di intavolature italiane per liuto (conservata a Bruxelles presso la
Bibliothèque du Conservatoire royale de musique, ms. II.275), ove figura come autore di
danze (quattordici gagliarde, una moresca, una danza di Corte intitolata Viva Don Giovanni
e laria Ruggieri) accanto a nomi di fama quali O. Vecchi, C. Malvezzi e A. Striggio.
Abile compositore, il Garsi conquistò in breve tempo ampia notorietà per le speciali
doti di virtuoso e nel 1594 fu richiamato nella città natale dal duca Ranuccio Farnese
come strumentista e insegnante di liuto. Dai Ruoli farnesiani dellArchivio di Stato
di Parma si apprende che dal 1° dicembre 1594 Santino Garsi sta al servizio di S.A. per
sonatore de leuto con obbligo dinsegnare alli paggi di S.A. et in altri luoghi dove
comanderà lAlt. S. con provvigione di scudi dodici di moneta il mese et gli
comincia a correre al primo dottobre pross. pass.to (citato in Osthoff, p. 30). Il
Garsi continuò il suo servizio a Corte fino alla morte. Lultima testimonianza nelle
liste dei provvigionati risale al 1° gennaio 1603, data in cui ne venne confermato lo
stipendio mensile di 12 scudi. In seguito, a dimostrazione del riconoscimento
dimostratogli dal duca Ranuccio Farnese, detta somma fu devoluta alla moglie Ottavia, che
dal 25 gennaio 1604 al 1619 ebbe modo di provvedere agevolmente alleducazione del
figlio Ascanio e di Donino (figlio o nipote). Limportanza del Garsi rimane legata
allattività svolta presso la Corte parmense ove, sullo scorcio del secolo XVI, fu
al servizio del duca Ranuccio Farnese, accanto a personaggi quali Orazio e Cesare Bassani,
C. Merulo, G.B. Morlachino e F. Bramieri. Didatta e virtuoso di grande valore, si dedicò,
in veste di compositore, ai generi strumentali prescelti nellambiente di Corte:
danze per liuto, alcune delle quali dedicò a personaggi dellaristocrazia parmense
(Galliarda della marchesa di Sala, La Cesarina, Ballo del serenissimo duca di Parma)
secondo una consuetudine già presente ne Il ballarino di F. Caroso. Del Garsi sono
pervenuti soltanto due manoscritti di intavolature per liuto, editi da H. Osthoff nel
volume Der Lautenist Santino Garsi da Parma del 1926 e contenenti forme di danza
presentate per lo più singolarmente. Sia la prima raccolta, già citata, sia la seconda
(presso la Deutsche Staatsbibliothek di Berlino, ms. Mus. 40032, databile intorno
allanno 1620) mostrano una spiccata predilezione per la forma della gagliarda, cui
il Garsi seppe conferire un carattere sempre più autonomo, in linea con il coevo sviluppo
della musica strumentale. Questo spirito di modernità è soprattutto evidente nelle
ultime opere, dove la tendenza ad allontanarsi dal principio della variazione e da una
scrittura di tipo contrappuntistico-imitativo si congiunge allesigenza di accogliere
gli ideali del nascente stile monodico. Inclusi nei medesimi volumi, oltre a balletti,
correnti, balli, moresche e saltarelli, si ricordano in particolare il brano dal titolo
Ruggieri (variazioni sul noto tema Aria di Ruggiero) e lAria del gran duca, ove il
Garsi si appropria di una melodia assai nota, utilizzata anche da J. Bull (pavana), J.P.
Sweelinck (Balletto del granduca) e J.H. Schein (allemanda).
FONTI E BIBL.: H. Osthoff, Der Lautenist Santino Garsi de Parma, Leipzig, 1926 (2a ed.
riveduta, Wiesbaden, 1973); N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI, in Note
dArchivio 2 1932, 3, 125 s., 3 1933, 235 s., 320, 4 1933, 320; H. Osthoff, Gedichte
von Tommaso Stigliani auf Giulio Caccini, Claudio Monteverdi, Santino Garsi da Parma und
Claudio Merulo, in Miscelánea en homenaje a monseñor Higinio Anglis, Barcelona,
1958-1961, 615; F. Testi, Storia della musica italiana da s. Ambrogio a noi, Milano, 1969,
614-617; W. Kirkendale, Laria di Fiorenza, id est Il ballo del gran duca, Firenze,
1972, 16 s., 29, 53, 66, 70; R. Eitner, Quellen-Lexikon der Musiker, IV, 159; C. Schmidl,
Dizionario universale dei musicisti, I, 598, Supplemento, 335; Die Musik in Gesch. und
Gegenwart, IV, coll. 1398 s.; F. Michel, Encyclopédie de la musique, II, Paris, 1959,
230; Riemann Musik Lexikon, I, 587; Enciclopedia della musica Ricordi, II, 278; Nuovo
Dizionario Ricordi della musica e dei musicisti, Milano, 1976, 281; The New Grove
Dictionary of music and musicians, VII, 170; M. Honegger, Dict. de la musique, I, Paris,
1986, 450; Dizionario enclicopedico universale della musica e dei musicisti, Le biografie,
III, 125; R. Pelagalli, in Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 395-396.
GARULLI GIUSEPPE
Scurano 16 dicembre 1918-Parma 1 maggio 1992
Si accostò alla pittura fin da ragazzo, dopo aver aiutato il padre a Scurano nella
bottega di calzolaio. Fu da questi iscritto, nonostante le ristrettezze economiche,
allIstituto Toschi di Parma, dove vinse una borsa di studio. La seconda guerra
mondiale interruppe la sua attività. Dopo la prigionia in Germania, rientrò in Italia,
trovando un posto di lavoro allUfficio postale del suo paese. Alla pittura alternò
la stesura di uno studio letterario dal titolo Lumana tragedia. Nel 1973 il Garulli
tenne una mostra personale a Cervarezza, sul tema ecologico del rispetto delle sue amate
montagne. la natura, infatti, e i suoi due figli, i gemelli Pietro e Paolo, furono i
soggetti preferiti dal Garulli, pittore sensibile e solitario. Di animo profondamente
religioso, fu un cattolico convinto e praticante. Abitò a lungo a Piazza di Mediano. La
salma del Garulli fu tumulata a Scurano.
FONTI E BIBL.: R. Ferrari, Lagreste pittore dei santi nelle stalle, in Gazzetta di
Parma 6 gennaio 1964, 3; È morto Violante, in Gazzetta di Parma 3 maggio 1992, 25; F. e
T. Marcheselli, Garulli Giuseppe (1918-1992), in Dizionario dei Parmigiani, 1997, 151; F.
Barili, Ricordo di Violante Garulli, pittore e uomo onesto, in Cedogno. Vita di comunità
e personaggi, Parma, Benedettina, 1993, 59-61.
GARUTI FRANCESCO
Parma 12 dicembre 1877-
Figlio di Giuseppe e Rosa Maini. Pubblicista, fu redattore di Salsomaggiore Illustrata e
corrispondente della Gazzetta del Popolo e del Secolo Sera.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1190.
GARZA SANTINO, vedi GARSI SANTINO
GARZI ANTONIO, vedi GARSI ANTONIO
GARZONI MARCO
Parma 1572/1630
Gesuita, provinciale, fu confessore della Duchessa di Parma. Dal 15 novembre 1609 al 12
febbraio 1610 fece le veci quale supplente del Rettore del Collegio dei Nobili di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 409.
GASPAR GIROLAMO
-Parma 6 giugno 1767
Fagottista, dal 1° aprile 1766 godette di una pensione di 6500 lire (Ruolo dei
provigionati dal 1766).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
GASPAR GIROLAMO
Parma 1766/1773
Primo violino dei secondi, dalla riforma del 1° aprile 1766 percepì un soldo di 4000
lire, più 2000 lire di pensione, e dal 1° gennaio 1767 la pensione fu elevata a 3500
lire. Era regolatore della musica istrumentale. Con decreto 25 agosto 1773 fu nominato
aiutante di camera: giurò limpiego il 1° settembre. Al suo posto di regolatore fu
nominato Angelo Morigi (Archivio di Stato di Parma Ruolo dei provigionati dal 1766).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
GASPARE
Parma-Forlì 14 febbraio 1568
Detto Parmegiano, fu uno dei primi gesuiti di Parma. Fu coadiutore.
FONTI E BIBL.: M. Scaduto, Catalogo dei gesuiti, 1968, 63.
GASPARETTI CARLO
1892-Monte Sei Busi, 2 agosto 1915
Figlio di Riccardo. Tenente nel 13° Reggimento Bersaglieri, fu decorato di medaglia
dargento al valor militare. Morì combattendo eroicamente alla testa del suo
plotone. Fu sepolto a Polazzo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 agosto, 19, 22 settembre 1915, 20 giugno 1916; Rivista
Eroica 5 1917; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 116.
GASPARINI EUGENIO
Parma seconda metà del XIX secolo
Incisore in legno, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 69.
GASPARINI GIOVANNI
FRANCESCO
Parma seconda metà del XVIII secolo
Miniatore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII,
160.
GASPAROTTI AGOSTINO
Compiano 1830
Studente. Nel 1830 fu detenuto nel forte di Compiano per lo spirito fazioso manifestato.
Fu allora definito turbolento, molesto, nottivago, sprezzatore delle Autorità e imbevuto
di massime liberali.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 171.
GASPAROTTI EDOARDO
Parma 16 luglio 1853-Modena 1925
Figlio di Angelo e Giulia Musi. Sottotenente del genio nel 1877, andò in posizione
ausiliaria nel 1909 col grado di tenente colonnello. Colonnello nel 1911, venne richiamato
in servizio e fu addetto al comando del genio di Roma e poi di Bologna. Maggiore generale
nel 1917, ebbe nella riserva il grado di generale di divisione (1923). Valoroso
combattente e pluridecorato, venne insignito, per meriti speciali, della croce di
cavaliere della Corona dItalia. Lasciò in eredità tutti i suoi beni
allIstituto Vittorio Emanuele II di Parma.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare , 1932, IV, 27; R. Giuffredi, LIstituto
Vittorio Emanuele II, 1962, 151.
GASPAROTTI FRANCESCO
Parma 1810
Figlio di Ignazio. Fu incisore di stampe al bulino, calligrafo e poeta, attivo
nellanno 1810. Dipinse alcune scene per il Teatro di Santa Caterina del Collegio dei
Nobili che probabilmente vennero utilizzate per lo spettacolo di apertura al pubblico del
3 agosto 1804.
FONTI E BIBL.: Sanseverini e Muzzi, Notizie storiche di Parma, Archivio di Stato di Parma,
ms. 31, p. 307; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, IX, 1821, 309; G.B. Janelli,
Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 169.
GASPAROTTI IGNAZIO
Parma XVIII secolo-Parma 1811
Uscì dalla scuola del Baldrighi e non difettò di pregio. Fu pittore di storia,
disegnatore e architetto, ancora attivo nellanno 1810. Dipinse alcune scene per il
Teatro di Santa Caterina del Collegio dei Nobili che probabilmente vennero utilizzate per
lo spettacolo di apertura al pubblico del 3 agosto 1804.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, IX, 1821, 309;
Sanseverini-Muzzi, Notizie storiche di Parma, in Archivio di Stato di Parma, ms. 31, c.
307; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 169.
GASPAROTTI LUCIANO
Parma 29 luglio 1845-Roma 1894 c.
Fu nipote dellinsigne archivista di Stato Tommaso Gasparotti. Allievo del Collegio
Maria Luigia di Parma, frequentò anche gli studi artistici sotto la guida di Gaetano
Signorini. Ma i parenti vollero fare di lui un dottore in legge piuttosto che un artista.
In effetti il Gasparotti si laureò in legge e alletà di trentanni circa
divenne Segretario allIntendenza di Finanza in Roma. Così poté sfogare la sua
passione artistica solo in rapide e delicatissime visioni pittoriche, che sono tanti inni
alla natura e allarte. Si tratta di piccoli dipinti che non oltrepassano la misura
di un bozzetto e che furono tutti creati a contatto con la natura e in un breve giro di
ore. Essi dovevano essere nelle intenzioni del Gasparotti esclusivamente di sua proprietà
materiale, fatti solo per appagare un bisogno spirituale. Sotto questo aspetto debbono
essere studiati e gustati: errerebbe chi volesse cercare tra le opere del Gasparotti il
quadro finito, lo sforzo appariscente di bravura tecnica. Innamorato delle bellezze
artistiche di Roma e più ancora del suo paesaggio, per non allonanarsene e per non
distaccarsi dai suoi pochi ma scelti amici, rifiutò qualsiasi promozione. Morì di
tubercolosi.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, in Aurea Parma 5 1927, 200-204.
GASPAROTTI PIER ANTONIO
Ghiara di Fontanellato 5 dicembre 1751-Parma 10 aprile 1799
Nacque da Luigi Simone, onorato possessore di modesto censo, e da Margherita Formentini.
Si diede ai primi studi letterari (grammatica e retorica) molto intensamente, il che lo
fece divenire uno dei più validi scrittori latini dei suoi tempi, sia in prosa che in
poesia. In versi latini tradusse magistralmente la famosa canzone frugoniana O del
tragitto estremo Custode inesorabile. Uscito dalle scuole filosofiche, si volse alla
Giurisprudenza, ma tanto arduo gli parve tale studio, che un anno dopo, abbandonatolo, si
iscrisse alla facoltà di medicina e chirurgia. A tale grado di sapere egli era già
salito prima della laurea, che essa gli fu conferita in modo privilegiato, limitandosi i
docenti a fargli recitare la sua dissertazione De utero gravido. Fin dal 1775 il
Gasparotti collaborò col suo maestro, Michele Girardi, alla pubblicazione delle
diciassette tavole del Santorini. Anche Giacomo Tommasini tessè le lodi del giovane
Gasparotti in una sua Orazione: Ita in difficilioribus de cerebri fabrica, de
intercostalis nervi origine, de auditus organo, vidimus nos aut communia, aut alterna
praeceptori, discipuloque tentamina.Parem vidimus notionum copiam atque doctrinam, parem
industriam, parem in cadaverum sectionibus securitatem. Nominato Assistente alle
operazioni anatomiche e chirurgiche nellUniversità di Parma alla fine del dicembre
1783, il 20 gennaio del 1789 fu promosso incisore danatomia, assieme a Francesco
Cecconi. Nel 1792 divenne sostituto del Girardi e tre anni dopo, ammalatosi
questultimo, lo supplì a tutti gli effetti. Fu inoltre sostituto del Righi
nellOspedale maggiore per le operazioni chirurgiche. Il Duca lo nominò il 2
dicembre 1795 professore sostituto di Anatomia con ogni prerogativa di professore
effettivo. Morto Michele Girardi nel 1797, si conferì al Gasparotti la cattedra di
Anatomia. Morì a 48 anni per tifo contratto nellOspedale. Negli ultimi anni di vita
si dedicò anche allagricoltura, alla botanica (raccolse un considerevole erbario) e
alla chimica. Dei suoi molti lavori scientifici merita particolare menzione lopera
Lezioni di Anatomia. Di lui Uberto Giordani nel poemetto Le Tombe lasciò un accorato
ricordo. Ebbe sepoltura nella chiesa di San Marcellino, ove gli fu posta
uniscrizione del padre Pagnini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833,
643-644; R. Giordani, Opere scelte di L.U. Giordani, 1988, 344-345.
GASPAROTTI TOMASO, vedi GASPAROTTI TOMMASO
GASPAROTTI TOMMASO
Parma 8 marzo 1785-Parma 8 dicembre 1847
Nacque da Carlo Ignazio e da Angela Paini. Fu dottissimo sia nelle lettere italiane che in
quelle latine. Studiò a Parma e fu allievo del Martini. Fu uno dei cinque membri della
Società Parmigiana dei pittori e incisori allacquerello, con Paolo Toschi e
lIsac. Biagio Martini gli fu maestro di pittura, arte che gli giovò per
lattività di paleografo poco dopo intrapresa. Fu validissimo nellesecuzione
di fac-simili di antichi documenti figurati, tanto che, su commissione del principe
Romanzow, cancelliere dellImpero russo, eseguì una copia del Mappamondo de
Pizzigani, poi collocata nella Biblioteca di Pietroburgo. Nel 1827, per lImperiale
Biblioteca di Vienna, ne eseguì una seconda copia ancora più bella ed elegante,
decifrando moltissime complesse abbreviature. Fu segretario della Commissione araldica e
archivista dello Stato parmense. Molto si occupò di critica dei testi, come appare dai
suoi manoscritti, benché nulla pubblicasse. Nel 1827 scrisse una commedia in dialetto
parmigiano, La pugnata di sold, Comedia pramsana, libera traduzione dellAulularia di
Plauto, conservata manoscritta. Meglio che una traduzione, La pugnata di sold del
Gasparotti è una libera parafrasi, dove alla vita e ai costumi antichi sono, senza
scrupolo e anzi con deliberato proposito, sostituiti la vita e i costumi dei tempi del
Gasparotti e propriamente dei cittadini di Parma. Un difetto di questo lavoro è la
prolissità, difetto, di cui si accorse il Gasparotti stesso, che se ne scusò dicendo:
non si è potuto evitare, essendo prolisso lautore originale ed avendo voluto
tradurre tutto quello che poteva esserlo. Ma chi soltanto getti locchio sul testo di
Plauto, vede subito quanto il Gasparotti abbia aggiunto di suo. E questo difetto nuoce al
lavoro del Gasparotti: certe parlate interminabili non possono non stancare il lettore
anche più paziente, ma in compenso nellopera vi è ricchezza di lingua e proprietà
ed efficacia di espressione. La Pugnata di sold è un tesoro inesauribile di frasi e di
modi di dire del popolo, molti dei quali scomparsi o che vanno scomparendo, e sotto questo
rispetto ben meriterebbe di essere pubblicata per intero. Talvolta forse la frase può
apparire ricercata e può sembrare di scorgere sotto la veste del poeta vernacolo il
dotto, che fa sfoggio della conoscenza piena del suo linguaggio. E in parte è così,
perché il Gasparotti fu un purista del dialetto. Ma nel complesso la lingua del
Gasparotti è proprio la lingua del popolo parmigiano, come tipi veramente parmigiani sono
i suoi personaggi. Lavaro Ragagnon, Madama Pimpinoria, il vecchio Braghitton e il
servo Rampen non ricordano se non lontanamente lEuclio, lEunomia, il Megadorus
e lo Strophilus di Plauto: essi sono vere creazioni del Gasparotti. Al Gasparotti si deve
la conservazione di una parte della dedicatoria latina che don Lorenzo Cornigli scrisse
nel XVI secolo in fronte al Graduale delle monache di San Paolo di Parma.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 182; A.M.
Boselli, Testi dialettali, 1905, 24-26; J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 58; L.
Grazzi, Parma romantica, 1964, 42; Arte incisione a Parma, 1969, 52; A.V. Marchi, Figure
del Ducato, 1991, 262.
GASPARRI LAURA, vedi DEL CAMPO LAURA
GASPERINI BARBARA, vedi CAMPANINI BARBARA
GASTALDI BRENNO
Parma 7 marzo 1897-Parma 1958
Figlio di Enrico ed Eroteide Rastelli. Insegnante alle scuole medie, fu fondatore degli
scout cattolici di Parma nel 1923 e primo Commissario scout provinciale ASCI dal 1924 al
1928.
FONTI E BIBL.: Centro Studi Scout C. Colombo (M. Furia).
GASTALDI CESARE
Neviano degli Arduini 1860
Figlio di Giovanni. Fu uno dei Mille che, partiti da Quarto, sbarcarono a Marsala con
Garibaldi.
FONTI E BIBL.: Il Presente 4 maggio 1910, 1.
GASTALDI GINO
Parma ante 1893-SantOsvaldo 13 aprile 1916
Soldato del 20° Reggimento fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare,
con la seguente motivazione: Benché ferito rimase al suo posto di combattimento (Tobruk,
22 dicembre 1911). Morì in combattimento.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dellImpero, 1937.
GASTALDI GIORGIO
Parma 1918-Cielo del Mediterraneo 30 marzo 1941
Figlio di Ernesto. Sergente maggiore, fu decorato di medaglia dargento al valor
militare, con la seguente motivazione: Abile e valoroso secondo pilota di velivolo da
bombardamento, in numerose e difficili azioni di guerra, incurante di ogni rischio,
coadiuvava sempre validamente il proprio Capo Equipaggio nel raggiungimento di lontani e
ben difesi obiettivi nemici. partito per un volo di ricognizione alturiera, non faceva
rientro alla base.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1942, Dispensa 18a, 830; Decorati al valore, 1964,
87-88.
GASTELLI GUSTAVO
Parma 30 settembre 1855-post 1924
Allievo della scuola di musica di Parma dal 1865 al 1870, riuscì eccellente suonatore di
oboe. Fu per molti anni primo oboe nel Teatro Regio di Torino. Nel 1883 venne nominato
insegnante di detto strumento nel Liceo musicale di Bologna e vi rimase sino al 1924.
Dalla sua reputata scuola uscirono ottimi allievi.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 101; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.