PABST-PUZZI

PABST CARLO
soletta 1716/1721-post 1746
figlio di gian tommaso che nel 1728 raccolse l’eredità dello zio conte giuseppe maria calvi e assunse il solo cognome calvi.si dedicò alla carriera militare, e fu tenente del 54° fanteria austriaca.fu presente alla capitolazione di ypres, dove venne fatto prigioniero. nel 1746 prestò giuramento di fedeltà come confeudatario (col fratello) di coenzo.
FONTI E BIBL.: V. spreti, enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 251.

PACCHIANI BERNARDINO
Parma XVI secolo-Parma post 1605
fu lettore di logica all’università di bologna nel 1581-1582. fu poi lettore di filosofia all’università di parma (cartelle studio dell’archivio di stato di parma dal 1602 al 1605).
FONTI E BIBL.: R. fantini, maestri a bologna, in aurea parma 6 1929, 8; F. rizzi, clero in cattedra, 1953.

PACCHIANI PIETRO 
1697-bazzano 19 agosto 1763
fu nomiminato l’8 marzo 1728 arciprete di bazzano. resse la parrocchia trentacinque anni. morì in età di 66 anni, assistito dal cappellano simone ziveri.gli atti dei matrimoni redatti dal pacchiani furono 93. i morti durante la sua reggenza furono 453 e gli atti di battesimo 465, più 6 battesimi amministrati da simone ziveri. nel 1751 il pacchiani fece rifondere la campanella dell’oratorio dei santi giovanni e paolo.
FONTI E BIBL.: F. barili, arcipreti di bazzano, 1976, 31.

PACCHIONI CARLO FRANCESCO
parma 1674
frate francescano, fu maestro e lettore di sacra teologia in cremona. dopo aver predicato nella chiesa di san francesco di mantova dando dimostrazione di particolare erudizione e dottrina, il duca di mantova ferdinando carlo gonzaga lo nominò, con patente del 26 marzo 1674, teologo ducale.
FONTI E BIBL.: G.picconi, uomini illustri francescani, 1894, 338-339.

PACCHIOTTO, vedi PACIOTTO FRANCESCO

PACCIOTTO FRANCESCO, vedi PACIOTTO FRANCESCO

PACE BERNARDO, vedi ZAMBELLI BERNARDO

PACETTI LUIGI
p
arma 1855-1915
ingegnere, leader della frazione socialista riformista che si oppose alla frazione capeggiata da amerigo onofri, fu battagliero uomo politico e valido amministratore. venne eletto a varie cariche pubbliche: fu assessore e sindaco di salsomaggiore dal 1905 al 1910, consigliere provinciale di parma, e per dodici anni (1893-1906) consigliere comunale e assessore, con mariotti ai lavori pubblici e alle comunicazioni del comune di parma.al pacetti si deve la municipalizzazione dell’azienda elettrica e il progetto dell’acquedotto che suscitarono accese discussioni, alle quali il pacetti partecipò con singolare vigore. ebbe anche molta parte nella statalizzazione degli stabilimenti termali di salsomaggiore.
FONTI E BIBL.: gazzetta di parma 27 dicembre 1920, 1-2; B. molossi, dizionario biografico, 1957, 113.

PACIFICO PAOLO
ante 1595-monferrato ante 1642
frate carmelitano, fu maestro dell’ordine e predicatore assai celebre. predicò con grande seguito a mantova, venezia, bologna, parma e brescia. dimostrò particolare dottrina nell’insegnamento della filosofia a bologna. fu eletto procuratore generale e visitatore della congregazione mantovana, e più volte definitore nei capitoli. morì mentre era per la seconda volta vicario generale del monferrato.
FONTI E BIBL.: G. falcone, cronica carmelitana, 1595, 736; R. pico, appendice, 1642, 76.

PACIOTTI FRANCESCO, vedi PACIOTTO FRANCESCO

PACIOTTO FRANCESCO
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rbino 1521-1591
Studiò prima a Urbino, poi a Roma.Allievo di Gerolamo Genga, fu uno dei più grandi architetti militari del Cinquecento.Entrato al servizio del duca Ottavio Farnese nel 1540, vi restò stabilmente fino al 1558 per poi seguire Margherita d’Austria, moglie di Ottavio Farnese, nelle Fiandre, dove eseguì le fortezze di bethune e Arras.Durante le guerre di Parma (1551) e dei Carafa (1557) il Duca si avvalse della sua opera, avendo il Paciotto rinforzato e costruito le fortezze di Montecchio, Scandiano, Correggio e Guastalla e l’anno successivo dato un primo progetto per le prime fortificazioni di Borgo San Donnino, che vennero realizzate a partire dal 1575 sotto la direzione del Boscoli e secondo un nuovo progetto del Paciotto.Dopo il 1559, per conto del Duca di Savoja, eseguì le fortezze di Savigliano e Nizza marittima e iniziò quella di Vercelli.Chiamato da Filippo ii in Spagna, oltre ad alcuni interventi di ingegneria militare, lasciò progetti per l’Escoriale.Rientrò nel 1564 in piemonte e progettò la cittadella pentagona di Torino, modello tipico di fortificazione tardocinquecentesca, che egli riprese nella cittadella di Anversa, eseguita di ritorno in Fiandra nel 1564 per ordine del Duca d’Alba.Lavorò ancora come ingegnere pontificio ad Ancona e Civitavecchia. Nel 1580 fu impegnato nel rinforzo delle fortificazioni in Borgo Taro a causa della guerra contro i Landi, ma anche, tra il 1582 e il 1583, nel progetto civile del disegno del Corridore nel palazzo della Pilotta di Parma, nonostante non si sia ancora potuto documentarne la paternità.Infatti Ottavio Farnese lo utilizzò anche come architetto civile, nominandolo, nel 1556, Maestro di strade et sopra la politica della città nostra di Piacenza e commissionandogli nel 1558 i progetti per il palazzo Farnese di Piacenza, voluto da Margherita d’Austria, ai cui lavori non riuscì a sovrintendere a causa della sua partenza per le Fiandre.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 317; R.Gab., in grande dizionario Enciclopedico, IX, 1959, 603; Enciclopedia di Parma, 1998, 502.

PICCOLINI GIOVANNI
borgo taro 1564/1591
fu liutista e compositore attivo nella seconda metà del xvi secolo.fu al servizio del Duca di parma.pubblicò l’opera tabularia tribus testitudinibus (1587 e 1591, milano, simone tini).
FONTI E BIBL.: L. mensi, dizionario biografico dei piacentini, 1899, 307; R.Eitner, VII, 275; N.pelicelli, musica in parma, 1936, 73; dizionario chitarristico, 1968, 51.

PACOT GIOVANNI
1833-parma 12 luglio 1898
maggiore nell’esercito, fu valoroso soldato.Fece le campagne risorgimentali del 1848, 1859 e 1866.
FONTI E BIBL.:gazzetta di parma 14 e 15 luglio 1898; G.sitti, il risorgimento italiano, 1915, 85.

PACUVIUS IANUARIUS
parma  iv/v secolo d.c.
fu liberto di m. pacuvius primus che dedicò un’epigrafe in pietra arenaria a lui e alla propria consorte sumonia apra. pacuvius è nomen di probabile origine osca e caratteristico dell’italia meridionale.iaunarius, cognomen comunissimo e assai diffuso, soprattutto in africa, non può suggerire alcuna particolare considerazione.
FONTI E BIBL.: M.G. arrigoni, parmenses, 1986, 141.

PACUVIUS MARCUS PRIMUS
parma iv/v secolo d.c.
di condizione incerta, dedicò un’epigrafe in pietra arenaria per la coniux sumonia apra, e per il liberto pacuvius ianuarius, ritrovata subito fuori dalla città di parma a settentrione di essa, databile, per caratteri paleografici (hedera distinguens, formula d.m.) e inoltre per le caratteristiche della protome raffiguratavi, al periodo tardo-imperiale.Pacuvius è nomen di probabile origine tosca, caratteristico dell’italia meridionale. non documentato nelle regioni transpadane, in aemilia è presente, oltre che in questa, in un’epigrafe di cesena. da primus, cognomen diffusissimo in tutto l’impero romano, non si può ricavare alcuna considerazione di rilievo.
FONTI E BIBL.: M.G. arrigoni, parmenses, 1986, 141.

PADOVA ABRAM JEHUDA
Parma 1641
rabbino e scrittore israelita vivente a parma nell’anno 1641.
FONTI E BIBL.: M.mortara, rabbini e scrittori israeliti, 1886, 46.

PADOVA GIUSEPPE
parma 1665-parma 7 dicembre 1725
già israelita, poi cristiano (col battesimo assunse nuovo nome e cognome: francesco maria costanti), fu frate cappuccino, sacerdote e predicatore. compì la professione a carpi il 29 aprile 1686.
FONTI E BIBL.: f. da mareto, necrologio cappuccini, 1963, 688.

PADOVA GOLIARDO
casalmaggiore 3 luglio 1909-tizzano 2 maggio 1979
si diplomò all’accademia di belle arti di brera a milano e all’istituto d’arte paolo toschi di parma. per alcuni anni abitò nella campagna attorno a casalmaggiore, lavorando appartato, poi fino al 1942 risiedette a milano, dove fu anche insegnante. a milano fu amico di fontana e di badodi.vi compì esperienze varie di pittura, di progettistica architettonica e di grafica pubblicitaria. nella sua prima pittura chiarista, dal 1935 al 1945, espresse una libera, intima intonazione di luce, trovando un’espressione vibrante in silenziosa polemica col novecento. alcune di queste opere apparvero nella mostra antologica storica che si tenne al teatro regio di parma nel 1968. una di esse si trova nel museo di parma (la strada bassa, 1934) e un’altra nel museo civico di cremona (paesaggio nel casalasco, 1942). in seguito, soprattutto dopo il periodo di prigionia in germania, il padova ritrovò vena ed estro. nell’immediato dopoguerra si stabilì a parma, dove vantava una larga schiera di amici ed estimatori, risiedendo spesso a tizzano. a parma il padova ebbe tra i suoi sostenitori giuseppe tonna, francesco arcangeli e attilio bertolucci: essi contribuirono, con la loro sensibilità profondissima, a consolidarlo in quella poetica del naturale, che fu per lui l’improvvisa illuminazione scoppiata nella sua pittura negli anni già maturi. partecipò alle seguenti mostre nazionali: quadriennale di roma (1935), sindacali regionali lombarde dal 1933 al 1942, iii mostra sindacale al palazzo dell’arte di milano (1941), mostra degli incisori italiani in germania (amburgo, colonia e monaco, 1934), esposizione internazionale di grafica (parigi, 1937), mostra paesaggio lombardo, 1942, (primo premio per il paesaggio cremonese), premio bergamo (1939 e 1942), artisti lombardi alla galleria roma (roma, 1942), sindacale toscana (firenze, 1936), premio suzzara, 1957. eseguì gli affreschi della palestra ginnica di casalmaggiore, i dipinti a tempera nell’atrio della scuola media diotti di casalmaggiore (1961) e quelli dello scalone del nuovo municipio di colorno (1963), che illustrano le attività più tipiche del lavoro agricolo.tenne personali a cremona (galleria ente turismo, 1946), milano (galleria cairola, 1958), brescia (galleria alberti, 1958; galleria san michele, 1969), parma (galleria del teatro, 1959 e 1968; galleria la ruota, 1960 e 1963; galleria della steccata, 1964), ferrara (bottega d’arte, 1962), modena (ente comunale di cultura, 1961), torino e bologna. la sua pittura, strettamente legata ad atmosfere, personaggi e animali delle zone padane, è orientata verso uno naturalismo materico pulsante e corposo.dopo la morte del padova, un cospicuo numero di sue opere fu donato al museo del csac di parma (istituto di storia dell’arte dell’università), che allestì una vasta mostra antologica nel salone delle scuderie della pilotta nel febbraio 1989.altre mostre antologiche furono allestite dalle gallerie parmigiane niccoli e la sanseverina. fondamento della pittura del padova è un senso della materia densa, opaca, tenera alla pressione e alle incisure che vi lasciano i segni dell’oggetto. una materia come matrice della figura, dell’immagine, sempre controllata però, con  una luce in essa sciolta, come se venisse dalle profondità della germinazione e del colore, senza retorica, senza dramma, quindi non espressionista.con una traccia di quel lirismo, comune agli esempi illustri che, nello stesso senso della pittura di materia, l’hanno preceduta, ma combinata con spunti di racconto. tanto più che nell’animo e nella vista del padova, e quindi nell’immagine che dipinge, si annida una tendenza al favoloso: la realtà viene deformata, ecceduta, alonata da una sottile visionarietà che trasforma il tempo del racconto e lo complica un poco.la produzione dei decenni sessanta e settanta fu fittissima.il padova dipinse con una foga, con un entusiasmo, con una forza e varietà di ispirazione, come non aveva mai fatto.prima nelle lanche del po, negli orizzonti della bassa, poi sulle prime colline dell’appennino (capoponte, isola, piantalfumo).variò di continuo i temi e per ogni tema dipinse cicli di opere diverse, diversamente inventate una per una: le gatte, i nidi, gli uccelli migratori, nature morte di frutta, paesaggi del po sconosciuto.
FONTI E BIBL.:  e. cassa salvi, in giornale di brescia 7 dicembre 1958; r.tassi, in letteratura 43-45 1960; a.c. quintavalle, in il resto del carlino 9 dicembre 1960 e 2 novembre 1961; p. del giudice, in la fiera letteraria 17 gennaio 1960; e. fezzi, in la provincia 1 gennaio 1960; gazzetta di parma 6 marzo 1968; A.M. comanducci, dizionario dei pittori, 1973, 2278; aura parma 2 1979, 190; aura parma 1 1989, 54-55; T. marcheselli, strade di parma, iii, 1990, 266.

PADOVANI ANGELO
parma 5 aprile 1887
fece le campagne risorgimentali del 1859, 1860 e 1866.
FONTI E BIBL.: a. finetti, in gazzetta di parma 11 aprile 1887, n. 97; G. sitti, il risorgimento italiano, 1915, 415.

PADOVANI FRANCESCO
parma 1798
incisore. lo scarabellli zunti vide una sua stampa datata 1798.
FONTI E BIBL.: P. martini-G. capacchi, arte incisione a parma, 1969.

PADOVANI GINO
parma 1903-padova 1965
funzionario della società shell, della quale resse per oltre 20 anni l’agenzia di parma e provincia, passò poi alle dipendenze dell’anonima petroli italiana, ottenendo la direzione della filiale di padova. tra il 1925 e il 1940 godette una certa notorietà quale attore di prosa nella compagnia dialettale dei filodrammatici di parma e al fianco di alberto montacchini, quale «amoroso brillante». ottenne successo per la signorilità del tratto, la facilità nella recitazione e l’eleganza nel vestire.
FONTI E BIBL.: F. e T. marcheselli, dizionario dei parmigiani, 1997, 229-230.

PADOVANO ANNIBALE
parma o padova 1527-gratz 1575
fu liutista, organista e compositore. nel 1552 fu organista di san marco in venezia. compose opere per liuto e organo
FONTI E BIBL.: dizionario chitarristico, 1968, 52.

PADRE ONORIO, vedi ROSI FRANCESCO

PADUS, vedi RASTELLI VITO

PAËR FERDINANDO
p
arma 1 luglio 1771-parigi 3 maggio 1839
figlio di giulio e di francesca. ricevette i primi insegnamenti musicali dal padre, cornista dal 1778 nell’orchestra del teatro di corte di parma, dal violoncellista gaspare ghiretti e da federico fortunati, maestro di cembalo e di canto al servizio della principessa di parma, direttore della scuola di canto e concertatore degli spettacoli del teatro regio. nel 1784 cantò alla corte di parma in occasione della visita di Gustavo re di svezia. nel 1789 compose la prima opera, la locanda dei vagabondi, alla quale seguì, nel 1790, i pretendenti burlati. nel 1791 debuttò come operista a parma e contemporaneamente fu attivo a colorno e a venezia come maestro di cappella. maestro di cappella della corte di parma dal 14 luglio 1792, cinque anni dopo fu nominato direttore musicale di tutti i regi servizi. nello stesso 1797 si recò a vienna con la cantante francesca riccardi (sua moglie dal 1798), anch’essa scritturata all’opera italiana. dopo un soggiorno a praga (1801), dal 1803 fu kappelmeister a dresda, città che lasciò nel 1807 per assumere a parigi il posto di maître de chapelle presso la corte napoleonica. qui fu anche direttore dell’opéra-comique e, dal 1812, del théâtre des italiens succedendo a spontini. nonostante le difficoltà della sua posizione nei confronti di rossini, condirettore del teatro dal 1824 al 1826, tenne l’incarico fino al 1827, vincendo l’ostilità della catalani, allora imperante a parigi.nel 1831 divenne membro dell’académie e l’anno successivo direttore della musica da camera del re e della cappella dei duchi d’orléans. dal 1837 insegnò composizione al conservatorio, del quale fu ispettore dal 1834. il destino storico del paër si definisce, essenzialmente, come quello di tanti suoi contemporanei (cherubini e spontini in primo luogo ma non solo quelli), attraverso una serie di fatti che lo portarono alla realizzazione della propria personalità al di fuori dell’italia, situazione che negli anni intercorrenti tra la rivoluzione e la restaurazione indica, proprio nell’ampio disperdersi delle migliori energie italiane presso le corti e i teatri stranieri, un momento di iato nel filo del discorso melodrammatico in Italia, che stendhal definì poi di interegno tra il dorato mondo di cimarosa e quello, già tutto permeato di nuovi spiriti, di rossini. gli anni della precoce formazione paeriana si colorarono del declinante riverbero di quel fervore che pochi decenni prima aveva percorso la corte parmense, dominato dagli illuminati intendimenti del ministro du tillot. l’affrancamento dai vincoli scolastici fu altrettanto brillante, con un ingresso sulle scene del teatro musicale accompagnato da un successo che si allargò rapidamente a molte città della penisola (padova, milano, firenze, napoli, roma e bologna) e che si tradusse in un’operosità intensa, destinata inevitabilmente a rallentare man mano che il Paër ascendeva a posizioni di sempre maggior prestigio. questo allargarsi di esperienze, apertosi con il passaggio da parma a vienna, dove venne chiamato come kapellmeister al teatro di porta carinzia, determinò invece una trasformazione progressiva dei suoi modi compositivi, sui quali il contatto con la cultura viennese non poté non rivelarsi incidente, soprattutto nella maggior consapevolezza formale e in un arricchimento spirituale. tutto ciò in modo abile però, senza mai troppo scoperte adesioni, tanto che la penna conservatrice del carpani, in una lettera del 1804, nel lamentare i danni provocati sui compositori italiani dall’eccessivo entusiansmo per la musica strumentale dei tedeschi, cita il paër come uno dei pochi rimasti a difendere la buona musica. in questa naturale persistenza nella produzione straniera del paër di quella freschezza melodica propria della lunga tradizione napoletana dovette probabilmente risiedere la ragione prima della stima guadagnatasi dal paër. a dresda soprattutto, dove nel periodo tra il 1792 e il 1813 figurano rappresentate ben diciannove sue opere, contro le nove di cimarosa e le otto di mayr. in effetti risplende nei lavori composti dal paër in quegli anni della sua prima maturità, specie in quelli rientranti nella formula allora d’attualità della pièce à sauvetage, una singolare luminosità melodica che ne garantì anche in seguito, sia pur ridimensionate nella prospettiva storica, le ragioni. spicca tra i suoi maggiori titoli di questo periodo (camilla, ossia il sotterraneo, achille, sargino, ossia l’allievo dell’amore, lodoïska) leonora, ossia l’amore coniugale, rappresentata a dresda nel 1804, per la stimolante analogia con il contemporaneo fidelio beethoveniano, scaturito dalla stessa matrice drammatica di bouilly. vanno tuttavia realisticamente ridimensionati i tentativi di stabilire una benché minima dipendenza dell’unicum drammaturgico beethoveniano dal lavoro del paër, musicista che beethoven conobbe e, pare, ammirò anche, subendone forse qualche suggestione esteriore (la marcia funebre sulla morte di un eroe della sonata opera 26 pare infatti fosse suggerita da uno spunto dell’achille, ascoltato a vienna nel 1801), ma troppo evidente è il divario tra l’universalità di visione e la forza trasfiguratrice che beethoven proietta dallo stesso soggetto e la dimensione di armonica piacevolezza, ma non di più, accolta dal paër. il passaggio da dresda a parigi, con il nuovo importante incarico conferitogli da napoleone bonaparte, segnò un’ulteriore trasformazione dell’atteggiamento creativo del paër e offrì così una nuova testimonianza della sua abilità nel sapere aderire sempre prontamente, a volte con discutibile astuzia, alle situazioni di successo, come infatti nota fétis quando a proposito dello stesso mutamento accenna a una cortigianeria poco degna di un tale artista. a parigi il paër compose e fece eseguire la marcia nuziale per lo sposalizio dell’imperatore dei francesi con maria luigia d’austria (2 aprile 1810), e di lei divenne maestro di canto. il titolo più emergente di questo periodo è agnese, rappresentata a parma (una felice scappata del paër musicista dei re nella città natale) nel teatrino di villa ombrosa, nel 1809, con grandissimo successo. non si possono lasciare inascoltate, tuttavia, per una più lungimirante traiettoria critica, le note dissonanti di stendhal e di berlioz, il primo deluso dopo l’ascolto di quest’opera dalla mancanza di calore nella pur splendente purezza del canto spianato, il secondo insospettito dalla strumentazione prudente e moderata: osservazioni che sembrano comunque anticipare una valutazione posteriore di quest’opera in cui si possono forse sintetizzare meglio che in ogni altra i caratteri del mondo paeriano, nella prevalenza del gusto controllato per la bella frase, nella prospettiva armonica sempre trasparente che si increspa, talora, proprio quando la situazione drammatica si fa più urgente, tingendo l’atmosfera di quella trepida elegia che sembra quasi anticipare certe situazioni donizettiane. sulla posizione di potere raggiunta dal paër, che nel 1812 fu chiamato anche a succedere a spontini nella direzione del théâtre des italiens, si avverte nelle tracce di varie testimonaianze l’ombra, anche pesante, della sua attitudine al compromesso e di un carattere insinuante con cui difese senza troppi scrupoli i suoi raggiungimenti: denigrando spontini, alla cui sostituzione non dovette essere estraneo il lavoro di maldicenza messo in atto dal paër e cercando di ostacolare con tutti mezzi la rappresentazione delle opere di rossini, fino a dover poi cedere all’evidenza del successo che il pesarese, nominato nel 1824 al suo fianco come condirettore del théâtre des italiens, andò conquistandosi. nel 1826 dovette abbandonare la carica di direttore del théâtre des italiens sotto l’accusa di aver cagionato il decadimento di quel teatro. si difese pubblicando un opuscolo intitolato m. paër, ex directeur du théâtre italien a mm. les dilettantes (parigi, 1827). forse sulla scia di questo successo rossiniano e delle prime brillanti affermazioni di nuovi musicisti, come il boïeldieu sul fronte dell’opéra-comique, che si delineò nella produzione diradata del paër, ormai sul declinare della carriera, vi fu un nuovo sforzo innovativo di cui è testimonianza le maître de chapelle su soggetto tratto da una pièce teatrale di duval, adattato a opéra-comique. la fisionomia di quest’opera, l’unica a sopravvivere sia pur con rarefatta frequenza nei repertori novecenteschi, fu purtroppo alterata da una versione italiana in cui manca, tra l’altro, il ii atto, che accentua ingiustamente certi tratti stilistici, per cui l’opera risulta frutto ritardato e anacronistico della tradizione napoletana, spegnendone per contro quegli umori che il paër aveva accolto con prontezza e abilità dalle provocazioni dell opéra-comique, pervenendo a esiti di eleganza compositiva e di gustoso umorismo: tra questi ultimi la messa in caricatura, nella figura del protagonista, il maestro barnabé, del mal sopportato rossini. a fianco di una consistente produzione per il teatro (ben 42 opere), il paër lasciò una notevole raccolta di musica sacra e da camera. tra quest’ultima prevalgono le pagine vocali, composte spesso per soddisfare le particolari circostanze connesse alla sua posizione ufficiale. queste musiche, come del resto le pagine strumentali (tra cui un bel rilievo assumono le tre grandi sonate per pianoforte), recano la loro più spiccata caratterizzazione in quella naturale ed elegante vitalità melodica che, al di là dei vari trapassi, rimane come la sigla significativa del paër, ancora nel 1860 ricordato dal regli come uno dei più sublimi cigni italiani. il paër ebbe le maggiori onorificenze dal re luigi filippo: cavaliere dello speron d’oro, la legion d’onore (1848), membro dell’académie des beaux artes, direttore della cappella reale, poi ispettore degli studi del conservatorio di parigi e professore di composizione dello stesso istituto. morì a 68 anni. ai suoi funerali furono presenti i maggiori musicisti, quali cherubini, spontini, mayebeer, auber e berlioz. il paër fu autore delle seguenti composizioni. opere teatrali: orphée et euridice (libretto mons. duplessis; parma, 1791); circe (d. perelli; venezia, 1792); le astuzie amorose, ovvero il tempo fa giustizia a tutti (a. brambilla; parma, 1792); laodicea (g. foppa; padova, 1793); i portenti del magnetismo (venezia, 1793); icilio e virginia (g. foppa; padova 1793); i pretendenti burlati (g.c. grossardi; medesano, 1793); saed ossia gli intrighi al serraglio (g. bertati; venezia, 1793; rappresentata anche con i titoli l’intrigo amoroso, il male vien dal buco); il nuovo figaro (da l. da ponte; parma, 1794); il fornaro (venezia, 1794); i molinari (g. foppa; venezia, 1794); il matrimonio improvviso ossia i due sordi (g. foppa; venezia, 1794); l’idomeneo (g. sertor; firenze, 1794); ero e leandro (napoli, 1794); l’inganno in trionfo (firenze, 1794); la rossana (a. aureli; milano, 1795); anna (padova, 1795); il cinna (a. anelli; padova, 1795); l’orfana riconosciuta (firenze, 1796); l’amante servitore (a.s. sografi; venezia, 1796); il principe di taranto (a. tottola, da la finta principessa di f. livigni; parma, 1797; rappresentata anche col titolo la contadina fortunata); sofonisba (g. schmidt; bologna, 1796; con lo stesso titolo d. rossetti, da g.f. zanetti; bologna, 1805); il fanatico in berlina (g. bertati; vienna, 1797); griselda ossia la virtù al cimento (a. anelli, da boccaccio; parma, 1798); camilla ossia il sotterraneo (g. carpani, da b.j. marsollier; vienna, 1799); tegene e laodicea (g. foppa; firenze, 1799); il morto vivo (p. franceschi; vienna, 1799); la testa riscaldata (g. foppa; venezia, 1800); la sonnambula (g. foppa; venezia, 1800); poche ma buone, ossia le donne cambiate (g. foppa; vienna, 1800; rappresentata anche col titolo la moglie ravveduta e in germania col titolo der lustige schuster oder die weiberkur); achille (g. de gamerra; Vienna, 1801); i fuorusciti di firenze (a. anelli; dresda, 1802); ginevra degli almieri (g. foppa; Dresda, 1802); una in bene e una in male ovvero le astuzie di patacca (g. foppa; Dresda, 1802); sargino, ossia l’allievo dell’amore (g. foppa, da j.m. monvel; Dresda, 1803); lodoiska (f. gonella; bologna, 1804); leonora ossia l’amore coniugale (g. schmitdt; dresda, 1804); il maniscalco (Firenze, 1805); I bisogni sollevati (da sesini; vienna, 1805); numa pompilio (m. noris; parigi, 1808); cleopatra (c. olivieri; parigi, 1808); agnese di fitzhenry (l. buonavoglia e giannetti, da a. opie; vigatto, 1809; rappresentata anche coi titoli agnese e il padre e la figlia); diana ed endimione o sia il ritardo (s. vestris; parigi, 1809); didone abbandonata (p. metastasio; parigi, 1810); le baccanti (parigi, 1811); un pazzo ne fa cento (firenze, 1812); l’eroismo in amore (l. romanelli; milano, 1815); la primavera felice (l. balocchi; parigi, 1816); le due pupille e i due tutori (milano, 1816); le maître de chapelle ou le souper imprévu (s.m.f. gay, da a. duval; parigi, 1821; rappresentata a vienna in versione rivista col titolo wie gerufen; anche col titolo il maestro di cappella); un caprice de femme (j.p.f. lesguillon; parigi, 1834); olinde et sophronie (incompiuta). in collaborazione con altri: l’oriflamme, con méhul, berton e kreutzer (libretto d’etienne e baour-lormian; parigi, 1814); lo sprezzatore schernito, con farinelli, generali, guglielmi, pacini, paganini, portugal, sampieri (firenze, 1816); blanche de provence ou la cour des fées, con berton, boïeldieu, cherubini, kreutzer (théaulon de lambert e de rancé; parigi, 1821); la marquise de brinvilliers, con auber, batton, berton, blangini, boïeldieu, carafa, cherubini, hérold (scribe e castil-blaze; parigi, 1831); inoltre, alcuni pasticci. oratorî: il trionfo della chiesa (parma, 1804); la passione di gesù cristo (parma, 1810); il s. sepolcro (dresda, 1818). diverse cantate, tra cui: ulisse e penelope per 2 violino e orchestra; saffo per Soprano e orchestra; eloisa e abelardo negli elisi per 2 violino e pianoforte; l’amor timido per Soprano e pianoforte; cantata pel giorno natalizio del signor luigi franul de weissenthhurn per soli e pianoforte; adieux de la société de vienne à mme la principesse borios de galitzin per Soprano, coro a 3 voci e pianoforte; e altri pezzi vocali profani (o notte soave, serenata per soprani, tenore, basso,  coro, violoncello, contrabbasso, pianoforte o arpa; la francia in pace, inno; grazie rendiamo inno a 3 voci; l’odalisca per canto, pianoforte, e corno obbligato; l’addio di ettore per 2 violini e pianoforte; pastorale che si canta dagli zampognari in roma per 5 violini e pianoforte; dodici ariette italiane per violino e pianoforte; la biondina in gondoleta, aria con variazioni; il tempio d’armonia, coro); duetti; liriche. musica sacra: 2 messe; 4 offertori; kyrie; gloria; salmi; mottetti. musica per orchestra o strumentale: sinfonia in re maggiore; sinfonia baccante; concerto per pianoforte; concerto per organo; variazioni per orchestra sul vive henry iv; fantasia per pianoforte, 2 flauti, 2 corni e fagotto; tre grandi sonate per pianoforte con accompagnamento di viola o violoncello ad lib.; quattro grandi marcie e potpourri variato per pianoforte; sei valzer per banda. opere didattiche: 24 exercises pour voix; esercizi per voce di soprano o tenore, ossiano variazioni progressive sulla scala e solfeggi; sei solfeggi facili per cantar di portamento; trente-six vocalizes puor voix de basse-taille, avec pianoforte.
FONTI E BIBL.:t. massé e a. deschamps, paër e rossini, parigi, 1820; c. de colobrano, funérailles de ferdinando paër, Parigi, 1893; c.r. barbiera, immortali e dimenticati, milano, 1901; a. della corte, l’opera comica italiana, bari, 1923; r. engländer, ferdinando paër als sächsicher hofkapellmeister, in neues archiv für sächsische geschichte 1929; r. engländer, paërs leonora und beethovens fidelio, in neues beethoven-jahrbuch 1929; n. pelicelli, musicisti in parma nel secolo xviii, in note d’archivio 1935; g. tebaldini, fernando paër, in aurea parma 1939; g.p. minardi, ferdinando paër nel secondo centenario della nascita, in archivio storico per le province parmensi 1971; r. celletti, la leonora e lo stile vocale di paër, in Nuova Rivista della Musica Italiana 1972; j. budden, in grove; enciclopedia italiana, xxv, 1935, 901; enciclopedia dello spettacolo, vii, 1960, 1461-1463; parma economica 3 1971, 29-32; dizionario ricordi, 1976, 490-491; M. dall’acqua, terza pagina della gazzetta, 1978, 305; la reggia di colorno nel ‘700, 1979, 99-102; C. gallico, le capitali della musica. parma, 1985, 134-136; g.P. minardi, in dizionario dei musicisti, utet, 1987, v, 498-500; dizionario dell’opera lirica, 1991, 657-658.

PAËR FRANCESCA, vedi RICCARDI FRANCESCAriccardi francesca

PAËR GIULIO
Parma-parma 20 marzo 1790
padre e primo maestro del celebre ferdinando. dopo aver fatto il trombettiere nelle guardie del corpo (1769-1771), il paër divenne professore di corno da caccia della reale orchestra di parma (19 gennaio 1778), carica che mantenne fino alla morte. in un memoriale di angelo morigi in data 2 settembre 1790 si legge: giulio per marito di certa francesca morto il 20 di marzo 1790, suonatore di corno da caccia soprannumero della r.le orchestra. poco prima febbricitante suonò nelle 11 feste da ballo de r.li principini.
FONTI E BIBL.: archivio di stato di Parma, ruolo a, 1, fol. 857; teatri 1732-1843, cartella n. 1; N. pelicelli, musica in parma, 1936, 225; g.p. minardi, ferdinando paër nel 2° centenario della nascita, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1971, 230; parma nell’arte 1 1982, 123.

PAERINI
p
arma 1690
incisore di stampe al bulino attivo nell’anno 1690.
FONTI E BIBL.: P.zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, xiv 1823, 215.

PAGACINI CRISTOFORO
berceto 1676-berceto 14 gennaio 1743
di famiglia originaria di san secondo, fu diversi anni parroco di castellonchio, poi di pagazzano e di casacca. venne presentato dal duca francesco Farnese alla prevostura di berceto,che il pagacini ottenne l’8 luglio 1724. spiegò una speciale attività nel provvedere di arredi e di mobili la chiesa ma con poco rispetto dei cimeli antichi. il 3 luglio 1729 venne demolito l’antico altare maggiore per ridurlo alla romana, ed all’uso moderno e, col permesso del vescovo marazzani, venne cercato il deposito di sant’abondio martire, che per tradizione si sapeva essere conservato in detto altare.venne infatti rinvenuta la cassa di piombo contenente le ossa del santo e una cassetta di castagno contenente frammenti di reliquie, alcuni pezzetti di ottone e una scatoletta di latta con all’interno l’autentica ormai illeggibile. il 10 settembre 1730, presenti i membri della collegiata, il reggente della comunità e altri notabili civili e militari del paese, le ossa di sant’abondio vennero riposte nell’urna dell’altare nuovo (di legno, di forma barocca). il pagacini morì all’età di 67 anni.
FONTI E BIBL.: G. schianchi, berceto e i suoi arcipreti, 1927, 112-113.

PAGANELLI
p
arma 1743
fu cantore della cattedrale di parma nell’anno 1743.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, musica in parma, 1936.

PAGANEN DEL SERC, vedi ORLANDI PAOLO

PAGANI ALFONSO, vedi PAGANINO ALFONSO

PAGANI ANTONIO
medesano 28 luglio 1893-dolina del ciliegio 17 settembre 1916
figlio di paolo e marcella minotti. soldato nel 9° reggimento fanteria, morì combattendo da valoroso sul carso in seguito a una ferita di arma da fuoco.
FONTI E BIBL.: caduti di noceto, 1924, 40.

PAGANI BRUNA
Parma 1914-Firenze 8 dicembre 1995
Fu la maggiore esponente femminile del movimento repubblicano di parma, chiamata a responsabilità nazionali anche nel contesto dell’associazione mazziniana italiana. Tra le proprie amicizie, vantò quelle di Randolfo Pacciardi, di Giovanni Spadolini e della professoressa Riccioli, madre di Lando Conti, sindaco di Firenze, assassinato dalle Brigate rosse. L’origine della militanza politica della Pagani è da collegare in modo specifico al ruolo del padre umberto, sindacalista, mazziniano, perseguitato dalla dittatura fascista, personalità di spicco nella storia politica di oltre un cinquantennio in campo regionale e nazionale. la Pagani e il fratello franco impararono presto a condividere in modo diretto l’attività antifascista paterna esponendosi anche ai rischi dell’azione cospirativa. l’esempio di saldezza morale e di intransigenza fornito dal padre li temprò a una vita di sacrifici. quando umberto pagani, verso la fine del 1926, fu inviato all’esilio di lipari, la famiglia affrontò al suo fianco le asprezze del confine. la pagani (detta tra i confinati la signorina di lussu) ebbe un ruolo significativo nella preparazione e nella copertura della fuga dall’isola di lipari di rosselli, lussu e nitti. durante il periodo di riorganizzazione segreta del partito repubblicano italiano, sfociato nel congresso nazionale clandestino di milano (dicembre 1943), la pagani fece da corriere recandosi di persona ad avvisare i convenuti nelle rispettive città. quando il padre assunse a bologna l’incarico di vice segretario del comitato di liberazione nazionale per l’emilia-romagna, nuovamente la pagani e il fratello franco seppero affiancarlo per quei collegamenti e contatti a vasto raggio che dovevano servire ai preparativi dell’insurrezione nazionale contro i nazifascisti. dopo il matrimonio con l’ingegnere agostini, dirigente compartimentale delle ferrovie dello stato, la Pagani visse lungamente a firenze.
FONTI E BIBL.: p. tomasi, in gazzetta di parma 8 gennaio 1996, 5.

PAGANI FRANCESCO
parma 1628/1634
Fu soprano alla steccata di parma dal 7 novembre 1628 fino al 10 agosto 1634.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, musica in parma, 1936.

PAGANI GAETANO
parma 1893-san remo 1965
unitamente ai fratelli condusse e sviluppò l’azienda fondata dal padre lodovico alla fine dell’ottocento, dedita alla trasformazione industriale del pomodoro in panocchia di vigatto. con l’avvento del pagani si passò dalla primitiva preparazione della conserva essiccata al sole a una vasta gamma di concentrati ottenuti con l’impiego della boule. l’agricoltura deve al pagani la bonifica di estesi terreni nel triangolo corcagnano-vigatto-panocchia. Diffuse la coltura del pomodoro che diventò una grande risorsa in tutta la zona pedemontana. fu presidente della società del canale, consigliere della cassa di risparmio di Parma e commissario straordinario del consorzio agrario provinciale. nel nome del padre lodovico, fondò l’asilo di panocchia.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, storia di parma, 1965, 179; cento anni di associazionismo, 1997, 404; F. e T. marcheselli, dizionario dei parmigiani, 1997, 230.

PAGANI LODOVICO
1866-Panocchia 10 ottobre 1939
fu tra i pionieri del settore industriale delle conserve e della lavorazione del pomodoro.
FONTI E BIBL.: cento anni di associazionismo, 1997, 404.

PAGANI MARCO ANTONIO
busseto 1796/1805
fu poeta e grecista insigne. rettore del seminario di borgo san donnino, tenne a busseto la cattedra di rettorica. fu uno dei fondatori nel 1796 in busseto dell’accademia di greche letterre (in cui prese, come era uso, il nome di riscaldato), la quale era sorta, informa il seletti, allo scopo di rendere familiare lo studio dei classici scrittori, e porre un freno a quella irruzione di poeti, che le arcadie con troppa facilità laureavano. in seguito alla rinuncia di pietro vitali, divenne bibliotecario della biblioteca di busseto (21 gennaio 1800). la consegna e la firma dell’atto furono fatte in modo solenne, alla presenza di felice ghirardelli, gian francesco cavitelli marziani e giuseppe rusca, reggenti, e di pietro vitali. fu inoltre presente il conte annibale dordoni, mallevadore per il pagani. il pagani si obbligò di dover tenere apperta la detta libraria tutte le vaccanze in giorno però non festivo ecclesiastico, che sono apposte nel calendario di queste reali scuole, e così nell’anno scolastico dal primo novembre a tutto il luglio successivo, e tre giorni la settimana che detta reggenza concede. il pagani però non rimase per lungo tempo a dirigere la biblioteca, o meglio, pur conservandone la direzione, non se ne occupò a lungo. Del periodo della sua reggenza, si sa, da lettera esistente nell’archivio del monte di pietà di busseto, che il 9 ottobre 1801 il pagani chiese al governo di parma che le 400 lire annue per l’acquisto di libri gli fossero anticipate dal monte, richiesta che fu approvata dal duca ferdinando di borbone. nel 1805 il pagani viene nominato maestro di grammatica a fiorenzuola e con lettera del 31 ottobre, conservata anch’essa nell’archivio del monte, avvertì la reggenza chiedendo che si provvedesse alla nomina di un nuovo bibliotecario.
FONTI E BIBL.: A. Napolitano, biblioteca di busseto, 1965, 23-24 e 26-27; D. soresina, enciclopedia diocesana fidentina, iii, 1978, 1289.

PAGANI PAGANO
parma 1188
fu podestà e rettore del comune di parma nell’anno 1188 (archivio capitolare di parma, 4 luglio 1188).
FONTI E BIBL.: aurea  parma 3/4 1929, 8.

PAGANI PAGANO
parma 1180 c.-monte sant’angelo 1250 c.
figlio di Alberto di Egidio.Fu podestà di Parma nell’anno 1210.È ricordato nel chroniricon parmense (p. 6 e 8 dell’edizione Bonazzi, Città di Castello, Lapi, 1902). nel chroniricon parmense è detto che nel 1210, durante la podesteria del pagani, l’imperatore ottone iv fecit concilium in civitate parme. dei risultati di quel solenne raduno e delle signorili ed entusiastiche accoglienze ricevuta dal pagani e dalla cittadinanza, l’imperatore fu così lieto che, con uno splendido diploma del 26 maggio di quello stesso anno (che si conserva in originale nell’archivio del comune di parma), concedette i più ampi privilegi alla città e, per essa, al pagani. il pagani fu onorato di molte podesterie nelle principali città lombarde. memorabili furono quella di cremona del 1220, durante la quale il pagani condusse valorosamente l’esercito dei cremonesi in aiuto dei reggiani nell’ardua impresa di gonzaga (annales cremonenses in monum. germ. histor., tomo xviii, 806) e l’altra di modena del 1229, che diede modo al pagani di dimostrare il suo grande valore di capitano conducendo l’esercito dei modenesi, parmigiani e cremonesi a una splendida vittoria contro bolognesei, milanesi, piacentini, bresciani e romagnoli nella sanguinosa giornata di san cesario (5 settembre). frate salimbene, allora giovinetto di otto anni, vide disposte trionfalmente, come bottino di guerra, nella piazza del duomo di parma magnam moltitudinem di macchine belliche, tolte in quella giornata ai bolognesi e ai loro alleati. nel narrare le vicende della forte mischia, salimbene non dimentica di aggiungere che quella gloriosa vittoria segnò la fine della famiglia del pagani. nello scontro di san cesario il pagani fece combattere anche il proprio unico figlio, molto giovane e che soltanto da poco era stato armato cavaliere. al primo assalto il giovane cavaliere cadde mortalmente ferito. il pagani, imperturbabile, vedendolo morire esclamò: non fa; poichè cavaliere e combattendo ei si muore. la battaglia era nel momento decisivo e ancora incerta e contrastatissima la vittoria. ogni atto di debolezza da parte del pagani che comandava le forze delle città ghibelline avrebbe potuto riuscire fatale: il pagani, in quel momento drammatico, seppe vincere l’affetto e nascondere il giusto dolore di padre. alla fine la battaglia fu vinta e al pagani se ne diede gran lode.dalla gloriosa ma fatale giornata di san cesario fino alla vittoria dei fuoriusciti guelfi presso il taro e al loro ingresso in parma (16 giugno 1247) il pagani, rimasto ultimo rappresentante del suo casato, visse nel bel palazzo avito in parma, intento soprattutto a mantenere la città nella fede all’imperatore e all’impero: compito ben difficile sempre, giacchè molti e potenti erano i guelfi fuoriusciti, ma divenuto difficilissimo dopo che il 25 giugno 1243 venne innalzato alla cattedra pontificia innocenzo iv (sinibaldo fieschi), che aveva studiato e aveva vissuto per molti anni a parma, vi era stato arcidiacono e vi aveva accasato tre sorelle e una nipote nelle potenti famiglie dei sanvitale, dei rossi, dei boteri e dei tavernieri. entrati i guelfi in parma, dovettero uscirne in esilio le principali famiglie ghibelline. di esse, il salimbene, allora assente da parma, non seppe dire i nomi. li registrò invece un altro scrittore contemporaneo, l’anonimo degli annales placentini ghibellini, il quale, trovandosi con i fuoriusciti ghibellini in piacenza al campo imperiale, afferma che in quel campo, il 30 giugno 1247, erant cum imperatore circa cc milites parme qui de civitate exierant, e tra essi ricorda espressamente il pagani (annales placentini gibellini, in monum. germ. histor., tomo xviii, 494). il salimbene ricorda invece la miseranda fine del palazzo dei pagani. all’anno 1250 (Cronica, 376) ricorda come il palazzo del marchese manfredo pelavicino e quello del pagani (i due più bei palazzi di parma) fossero contigui e prospicienti sulla piazza del comune, allora di dimensioni ridotte. il salimbene aggiunge che parmenses occasione guerrarum funditus destruxerunt ambo palatia, et beccarii fecermet ibi macellum. distrutti i palazzi e le case che abitavano in città, confiscati i pingui poderi e i castelli che avevano nel contado, perduta con la disfatta di federico e con la distruzione di vittoria (18 febbraio 1248) ogni speranza di ritorno in patria, i ghibellini di parma seguirono, anche nell’avversa fortuna, il vinto imperatore. lo raggiunsero in puglia e, venuto meno federico (13 dicembre 1250), conservarono uguale fede al figlio manfredi, che li ebbe seco, leali e decisi a ogni sbaraglio, fino alla fatale giornata di benevento (1 marzo 1266). il pagani, ormai settantenne, passò in pace gli ultimi giorni di una vita tribolatissima a preparare la sua tomba in luogo sicuro e ancora difeso dall’aquila sveva.a questo scopo, scelse monte sant’angelo, che si inerpica vertiginoso su una rupe, quasi inacessibile a ogni attacco nemico. la signoria dell’onore di monte sant’angelo, passata dai re normanni agli svevi, era stata lasciata in eredità da federico ii al figlio manfredi, insieme con il principato di taranto:ragionevole, quindi, la speranza del Pagani che, qualunque fosse stata la sorte risevata ai regni di sicilia e di puglia a all’impero dei romani, quell’antico possedimento di famiglia dovesse rimanere agli svevi.questa speranza consigliò indubbiamente il pagani a costruire lì presso la sua tomba: una pulcram tumbam che ricordase ai posteri il nome e lo splendore della famiglia illustre che con lui si spegneva. senonchè le scarse ricchezze salvate nel naufragio delle confiscate fortune, non furono forse sufficienti a fare opera veramente degna del nome dei pagani. da ciò la necessità di unirsi ad altri: e infatti rodelgrimo da monte sant’angelo, un valoroso compagno di armi e di fede, si unì al pagani nella nobile impresa.
FONTI E BIBL.: aurea parma 3/4 1929, 3-19; salimbene, chronicon; E. ricotti, storia delle compagnie di ventura, torino, 1893; C.argegni, condottieri, 1937, 379; f. da mareto, bibliografia, ii, 1974, 782.

PAGANI ROMULADO
parma 7 febbraio 1828- rio de janeiro 25 agosto 1885
appena diplomato alla scuola di musica di parma (7 luglio 1848), ove studiò clarinetto, si dedicò allo studio dell’oboe divenendone rinomato professore. nel 1855 si portò a rio de janeiro in qualità di professore di oboe nella scuola musicale della città.
 FONTI E BIBL.: C.Alcari, parma nella musica, 1931, 147.

PAGANI UMBERTO
parma 9 ottobre 1892-Parma 26 luglio 1966
emerse giovanissimo nell’agone politico del primo decennio del xx secolo: fu segretario nazionale, a soli diciotto anni, della federazione giovanile socialista di osservanza sindacalista rivoluzionaria con sede a parma, amico fraterno di alceste de ambris e di filippo corridoni.Il pagani fu valoroso combattente nella prima guerra mondiale, allievo ufficiale proposto per una decorazione al valore militare sul campo, e trascorse due anni di prigionia in bulgaria. particolarmente attivo nel settore sindacale, diventò nel dopoguerra segretario della camera del lavoro di cesena. fu poi segretario regionale della federazione emiliano-romagnola del partito repubblicano italiano (1925) e fiduciario per parma dell’associazione italia libera. con l’entrata in vigore delle leggi eccezionali del 9 novembre 1926, il pagani fu uno dei sei parmigiani soggetti alle nuove misure liberticide di invio al confino: finì a lampedusa, conoscendo in seguito diverse altre residenze coatte. a lipari poté riunirsi ad altri confinati di parma: luigi grossi, mario ilariuzzi, dante gorreri e guido picelli. complessivamente, il pagani riportò undici anni di confino, nove mesi dei quali trascorsi vagando da lampedusa a lipari, da ponza a ventotene. ebbe fraterni rapporti con carlo rosselli, fausto nitti, emilio lussu, mario angeloni, bauer, momiliano, ferruccio parri, ernesto rossi, albini e altri esponenti della politica e della vita culturale democratica italiana, impegnati (nell’esilio, in carcere o nella clandestinità) per abbattere la dittatura fascista. il pagani subì anche cinque mesi di prigione a roma, quando venne ordita una provocazione dell’ovra contro il gruppo di intellettuali sostenitori di giustizia e libertà. proprio il pagani svolse un ruolo decisivo nello smascheramento della provocazione contribuendo a richiamare l’attenzione pubblica mondiale sulle clamorose illegalità del processo di roma. giunto il momento dello scontro decisivo, partecipò attivamente alla lotta armata insieme ai propri figli. nei momenti più drammatici della resistenza assunse la responsabilità di vice segretario del comitato regionale di liberazione per l’emilia-romagna, con sede a bologna, poi fu segretario del comitato di liberazione nazionale di parma, a fianco di pietro campanini. dopo la liberazione, venne chiamato a dirigere la camera del lavoro di parma e assunse importanti responsabilità nel partito repubblicano. fu tra i fondatori a roma dell’unione italiana del lavoro. la morte lo colse a 74 anni, dopo un’esistenza interamente dedicata all’affermazione dell’ordine democratico, basato sul pluralismo, sulla giustizia e sul progresso civile e sociale dei lavoratori.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, strade di parma, ii, 1989, 146-147.

PAGANI VINCENZO
noceto 1 febbraio 1898-
carpentiere, iscritto al partito comunista italiano, dopo la promulgazione delle leggi eccezionali venne impiegato dal centro organizzativo del partito come corriere clandestino. arrestato a firenze il 16 settembre 1927 nel corso di una missione, fu deferito al tribunale speciale che lo condannò a otto anni di reclusione.
FONTI E BIBL.: enciclopedia della resistenza e dell’antifascismo, iv, 1984, 353

PAGANINO ALFONSO
bologna 1562/1620
figlio del pittore bolognese giovanni antonio. il 28 ottobre 1562 è documentato il pagamento al Paganino di 8 scudi e 10 soldi per 54 giornate di lavoro nel palazzo del giardino di Parma (Archivio di Stato di Parma, mastri farnesiani, 1562, c. 108). il 18 gennaio 1579 si sposò nella parrocchia di san gervaso in Parma. assieme agli altri due decoratori, bernardino buj e aurelio bertoja, fu pagato il 14 febbraio 1586 per lavori al catafalco della duchessa margherita d’austria. gli stessi tre decoratori sono documentati per lavori ai padri serviti di parma dal 1588 al 1615 (Archivio di Stato di Parma, archivio dei padri serviti di parma). altri pagamenti ai tre decoratori sono documentati negli anni venti del xvii secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli zunti, documenti e memorie di belle arti parmigiane, volume iv, 65.

PAGANINO ALFONSO
parma 1558 c.-parma 29 ottobre 1607
fu tenore e compositore e abitò nella vicinanza di san prospero in parma. dalla moglie silvia banzola ebbe diversi figli: ercole, domizio, maddalena e agata. sin dal 26 febbraio 1596 fu eletto tenore alla steccata di parma, con l’obbligo di prendere servizio il 1° marzo. versava in condizioni di miseria, e si rivolse perciò più volte con lettere alla compagnia della steccata per ottenere un prestito (mandati della steccata 1596-1599), dichiarando anche di avere ammalata la moglie e due figli. sul principio del 1602 il paganino lasciò la steccata e si portò in polonia presso la corte del re sigismondo iii, intrattenendovisi sino ai primi giorni del 1605. di ritorno a parma, fu nuovamente come cantante alla steccata. il paganino fu anche compositore. di lui si conosce una sola composizione sacra: confirmatum est cor virginis a otto voci, 1604, nelle melodiae sacre raccolte da vincenzo lilio, p. 16 (regensburg, biblioteca, incompleto). secondo il pelicelli, il Paganino era figlio del pittore bolognese giovanni antonio.
FONTI E BIBL.: n. pelicelli, la cappella corale della steccata nel secolo xvi, 47-48; r. eitner, quellen-lexikon, vol. vii, 282, e sammelwerke, 763; C. alcari, parma nella musica, 1931, 147; N.pelicelli, musica in parma, 1936, 28 e 295; enciclopedia della musica, 3, 1964, 353.

PAGANINO AURELIO
Parma seconda metà del xvi secolo
pittore attivo nella seconda metà del xvi secolo.
FONTI E BIBL.: E. scarabelli zunti, documenti e memorie di belle arti parmigiane, IV, 221.

PAGANINO GIOVANNI ANTONIO
bologna 1526 c.- post 1596
pittore documentato a parma dal 1572 al 1596. il 27 settembre 1572 gli anziani del comune gli pagarono uno scudo d’oro da sette lire e 19 soldi per aver dipinto il fregio e il camino della camera della residenza degli anziani (archivio di stato di parma, archivio comunale, ordinazioni comunali, c. 200). il 19 febbraio 1573 fu pagato dal comune 2 lire e 10 soldi per aver miniato gli stemmi di ottavio farnese sopra due marzapani da presentare al duca insieme ad altri doni nell’occasione della nascita del secondogenito odoardo. il 6 aprile 1573 si trasferì definitivamente a parma, mettendosi a servizio del duca ottavio farnese come primo pittore di corte con provvigione di 12 scudi al mese. nel 1574-1575 affrescò la biblioteca del monastero benedettino di san giovanni evangelista insieme al bolognese ercole pio. tra il 1583 e il 1584 lavorò nel monastero di san giovanni evangelista affrescando la volta del coro. il 24 febbraio 1586 venne pagato 170 lire per ventisette giorni di lavoro per il catafalco della duchessa margherita farnese. il 20 maggio 1587 stabilì un contratto con il monastero di san giovanni evangelista per dipingere la volta del nuovo coro della chiesa, avviando i lavori a partire dal 10 giugno 1587 con l’obbligo di non abbandonare o interrompere l’attività e per il prezzo di 300 scudi d’oro da 7 lire e 2 soldi l’uno. tra i testimoni del contratto compare anche cesare aretusi (Archivio di Stato di Parma, archivio dei benedettini di s. giovanni evangelista). per tale impresa, l’8 giugno 1587 il paganino ricevette il saldo dei 300 scudi d’oro. l’8 marzo 1588 stipulò un contratto con i padri serviti per affrescare la navata della loro chiesa secondo i soggetti indicati da girardo cerato, benefattore, affinché fosse realizzata cosa vaga et bella, havendo però riguardo alla povertà della chiesa. i patti prevedevano la realizzazione in sei mesi della decorazione, l’uso di colori fini e la realizzazione del fronte spicio de la madonna con l’arma de la religione al prezzo stabilito di 70 scudi d’oro. fu presente all’atto notarile anche maestro aurelio, collaboratore del paganino (archivio di Stato di Parma, rogito di biagio zanacchi, filza 19, 1588-1589). questo maestro aurelio potrebbe essere aurelio bertoja oppure il maestro aurelio citato insieme a un certo bernanrdino e a maestro alfonso a c. 65 del iv volume dello scarabelli zunti. maestro alfonso potrebbe essere il figlio del paganino. nel 1593 il paganino venne pagato dalla casa farnesiana per aver lavorato all’allestimento del funerale del duca alessandro farnese insieme a pomponio allegri, cesare baglione e innocenzo martini (archivio di Stato di Parma, mastro 1593-1594). nel 1596 la compagnia delle 5 piaghe pagò al paganino 14 lire e 12 soldi come saldo delle opere realizzate in occasione della solennità delle quarant’ore (archivio di Stato di Parma, confraternita delle 5 piaghe, mazzo 9, fasc. 5). g. cirillo e g. godi attribuiscono al paganino un disegno della biblioteca palatina di parma nel quale compare l’antica segnatura le.lo spada in. et fecit 1585, non considerata dagli autori attendibile avendo in quell’anno lo spada solo nove anni. gli studiosi ritengono che la segnatura sia importante per stabilire la data approssimativa di esecuzione del disegno e la provenienza dalle raccolte farnesiane.
FONTI E BIBL.: i. affò, il parmigiano; p. zani (peganini); p. donati, nuova descrizione di parma, 1824, 41-45; g. bertoluzzi, guida di parma, 1830, 124; n. pelicelli, guida di parma, 1910; E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, vol iv, cc. 219-221; künstler-lexikon, vol. xxvi, 139; g. cirillo-g. godi, i disegni della biblioteca palatina di parma, parma 1991, xi-xii; archivio storico per le province parmensi xlvi 1994, 351-353.

PAGANINO GIUSEPPE
genovese 1786-parma 13 marzo 1854
non si hanno notizie sui suoi esordi, ma si può presumere che, come era tradizione, fosse entrato giovanissimo quale garzone di bottega in qualche tipografia di Genova, trasferendosi poi a milano, dove sembra abbia lavorato, ma forse soltanto per un breve periodo, nell’officina di luigi mussi. iniziò la sua attività di stampatore in proprio rilevando nel 1807 la tipografia di borgo del voltone n. 26 a Parma, fondata quasi un secolo prima da giacomo antonio gozzi. nel 1810 il paganino, che disponeva di tre torchi, uno dei quali costruito a parma l’anno precedente, definito assai perfetto, e degli ottimi caratteri fusi dai fratrelli amoretti di san pancrazio, stampava con molto credito, atti di diversi uffici e qualche opera scientifica e letteraria. a quell’epoca (parma era sotto la dominazione francese), in città esistevano soltanto quattro tipografie (cinque, a rigore, volendo sdoppiare quella di bodoni): oltre all’officina del paganino, infatti, funzionavano quella di giambattista bodoni, la tipografia imperiale, diretta dallo stesso bodoni, e quelle di andrea ubaldi e di paolo carmignani. dopo la morte del bodoni (30 novembre 1813) il paganino venne nominato direttore della tipografia imperiale per decreto del ministro di stato filippo magawly, suscitando l’ira e l’invidia di luigi mussi, furioso che alla direzione della stamperia del governo fosse stato messo un suo ex lavorante, mediocre artigiano, ignorante, uomo sconosciuto. mussi non si rassegnò e anzi continuò a perorare l’assegnazione, finché sei anni dopo, mutato il regime politico, nel maggio 1819, la tipografia, divenuta ducale, fu affidata a lui che già dal 1807 esercitava con perizia l’arte tipografica a milano, dove produsse eleganti edizioni sullo stile bodoniano. in realtà, nonstante la bella edizione delle poesie in occasione dell’ingresso a parma di maria luigia d’Austria, la produzione del paganino volse più al commerciale che non verso le edizioni artistiche, e ben presto la stessa duchessa dimostrò scontentezza nei suoi confronti: l’almanacco di corte del 1819, per espresso volere della duchessa, venne stampato dalla vedova di bodoni anziché dalla stamperia ducale. nel 1816 il paganino produsse tutta una serie di fogli volanti in onore della neo duchessa, alcuni dei quali contenenti anche le sue personali dimostrazioni di plauso e di omaggio. il 13 maggio di quell’anno ricevette maria luigia in visita alla tipografia. come racconta la gazzetta di parma (n. 40, p. 166) il paganino presentò alla duchessa una pergamena con alcuni versi in francese: s.m. percorrendo quel locale si trattenne con piacere in osservare cinque torchi, che stavano in quell’istante imprimendo cinque diverse iscrizioni analoghe alla faustissima circostanza, composte dalle migliori nostre penne, le quali furono di mano in mano dal direttore presentate all’augusta sovrana. i sentimenti del paganino al momento del suo allontanamento dalla stamperia ducale sono espressi in una lettera all’abate pietro zani, datata 9 giugno 1819: quel grande oggetto che sempre occupò la mente e il cuore della r. nostra sovrana, il bene cioè degli amatissimi suoi sudditi, l’ha determinata a stabilire nuovi ordini nell’amministrazione di questa ducale stamperia, e con decisione sovrana del 28 maggio ha soppressa l’antica stamperia ducale ed eretta una nuova ducale tipografia ed è perciò con questo nuovo ordine di cose cessato il posto che io occupava. in questa occasione sua maestà col mezzo del suo presidente dell’interno si è degnata di farmi assicurare che se cessa per questi cambiamenti il mio impiego ella penserà alla mia persona e ricompenserà largamente i miei servigi. questo attestato è per me una cara e dolce ricompensa, come non è men dolce quella che trovo nella mia coscienza, d’aver, cioè, durante il mio impiego servito con vero impegno ed aver fatto, con la scarsità dei mezzi che ho avuto, quello che per me si potea per il buon andamento di questo stabilimento. più oltre, per rassicurare lo zani che la sua opera in corso di stampa sarebbe comunque stata ultimata, si protesta antico amico del suo successore mussi. tutto ciò ha, evidentemente, il sapore di un espediente diplomatico per dissimulare il proprio disappunto. dopo la sua uscita dalla stamperia ducale, il paganino pose la sua officina in strada santa lucia, ai civici numeri 20-22. le sue condizioni economiche non dovevano essere floride se nel 1822 la vedova bodoni, margherita dall’aglio, gli ricordò un vecchio debito: peccato che le sue faccende non l’abbiano messo in istato, nello spazio di un anno incirca, di effettuare questo piccolo pagamento. è probabile che il paganino, migliorata la sua situazione economica, pur mantenendo la residenza a parma, in seguito abbia acquisito dei beni immobili a collecchio, poiché risulta consigliere anziano di quel comune nel 1826. si trattò di un anno importante per la vita amministrativa del comune, retto dal podestà marchese pietro dalla rosa prati. il consiglio degli anziani di collecchio, infatti, quell’anno dovette occuparsi del rifacimento della strada della chiesa, un’opera delicata, che comportò tra l’altro un’aspra vertenza legale con un confinante della strada, pier antonio pelagatti, ma soprattutto che rivelò l’esistenza di una vasta terra marna, cioè di un deposito di residui di un villaggio preistorico. il paganino partecipò attivamente alle sedute del consiglio degli anziani, ma soltanto in quell’anno 1826: negli anni successivi non compare più nei registri comunali. verso il 1840 il paganino fece uscire il proprio catalogo, che comprende tutte le opere allora in vendita presso la propria bottega in strada di santa lucia n. 46. si tratta di un libro di piccolo formato, che elenca i testi disponibili suddivisi in varie classi, ciò che consente di conoscere le materie di cui il Paganino si occupava. soltanto una piccola parte dei libri erano stampati presso di lui (e contrassegnati con un asterisco), alcuni risalivano a molti anni prima (ve ne sono persino di antiquariato) molti libri provengono da altre città e rari sono quelli in lingue estere. le classi d’argomento spaziano dalla religione alle scienze, dalla giurisprudenza all’agricoltura, dalla filosofia alla storia, dai viaggi ai dizionari, dalla letteratura alle arti, per finire con una serie di incisioni. nell’avvertimento finale, il paganino propone le sue facilitazioni, anche rateali, per gli acquisti e precisa che sono disponibili ulteriori testi scolastici non elencati nel catalogo, nonché modulistica varia per uffici pubblici e commerciali. dall’assieme si deduce che il paganino si rivolgeva al mondo amministrativo, a quello produttivo e delle scienze applicate. sotto il profilo culturale guardò al mondo ecclesiastico ma anche al mondo della scuola (per la quale presenta un’abbondante produzione propria) e dell’università. sicuramente però fu poco attento alle edizioni di pregio, alle quali evidentemente non era versato. i sentimenti politici del paganino furono quasi certamente reazionari fino alla fine se, nella prefazione da lui firmata alla traduzione italiana della vita di don ferdinando di giovanni andres, nel 1849, si leggono accenti favorevoli al ritorno sul trono ducale della dinastia borbonica. nel 1816 il paganino stampò le opere di angelo mazza, nel 1824 pubblicò la guida di parma del donati, e nel 1833 la prima edizione della serie cronologica dei vescovi di parma di g.m. allodi. tra il 1817 e il 1819 il paganino tenne una fitta corrispondenza con pietro zani, impegnato in una monumentale opera sulla metodica delle belle arti, che peraltro il paganino riuscì a stampare solo in minima parte prima del suo trasferimento. tra il 1826 e il 1853 ebbe invece corrispondenza con il bibliotecario e letterato angelo pezzana. l’esame di tali lettere, conservate nella biblioteca palatina di Parma, consente di appurare che il paganino trattò esclusivamente con i suoi corrispondenti problemi tecnico-amministrativi inerenti i lavori in corso di stampa, senza mai lasciarsi andare a considerazioni di altro genere. il paganino morì nella sua abitazione di borgo riolo n. 23.
FONTI E BIBL.: gazzetta di parma 17 marzo 1980, 3; L. farinelli, il carteggio zani, in archivio storico per le province parmensi 1986, 387; g. allegri tassoni, il carteggio pezzana della palatina, in archivio storico per le province parmensi 1962, 295; s. dalla rosa prati, la nostra graziosa sovrana, in gazzetta di parma, 21 giugno 1976, 3; a. boselli, il carteggio bodoniano della palatina di parma, in archivio storico per le province parmensi 1913, 187; u. benassi, il tipografo giambattista bodoni e i suoi allievi punzonisti, in archivio storico per le province parmensi 1913, 43 s.; malacoda 9 1986, 68; al pont ad mez 1996, 35-36.

PAGANINO PAOLO
parma 1611
fu cantore della steccata di parma. il suo nome figura nel pagamento del 12 settembre 1611. prestò servizio un solo mese, nell’agosto di quell’anno.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 87.

PAGANO DA PARMA, vedi PAGANI PAGANO

PAGANUZZI BONFIGLIO
parma 1831
figlio di antonio. impiegato di finanza, venne indicato dalla direzione generale di polizia come cooperatore allo scoppio e alla propagazione dei moti del 1831 in parma. figurò nell’elenco degli inquisiti di stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, patrioti del 1831, in archivio storico per le province parmensi 1937, 196.

PAGANUZZI GIACOMO
parma 1831
impiegato dell’ordine costantiniano di Parma e sotto tenente titolare, durante i moti del 1831 fece parte del consesso civico. abbandonò l’impiego per per prestare i suoi servigi alla piazza di parma. venne indicato dalla direzione genrale di polizia come cooperatore allo scoppio e alla propagazione della rivolta. figurò nell’elenco degli inquisiti di stato con requisitoria. fu poi reintegrato nell’impiego, coll’ufficio di ragioniere dell’amministrazione dell’ordine costantiniano di san giorgio.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, patrioti del 1831, in archivio storico per le province parmensi 1937, 195.

PAGANUZZI LUIGI
-parma 2 marzo 1906
laureato, fu volontario e fece la campagna risorgimentale del 1859 meritando lode e insegna d’onore.
FONTI E BIBL.: f. e a.f. dalla valle, in gazzetta di parma 3 marzo 1906 n. 61; f.p,. in gazzetta di parma 2 marzo 1907, n. 60; G. Sitti, il risorgimento italiano, 1915, 416.

PAGANUZZI MAURO
borgo taro-5 dicembre 1630
frate laico capuccino, si consacrò alla cura degli appestati con cristiana carità, finendo per morire anch’egli di peste.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 307.

PAGANUZZI QUIRINO
tosca 15 giugno 1914-roma 13 giugno 1974
fu canonico della basilica vaticana di san pietro e uno dei più stretti collaboratori di papa pio xii. trascorse la giovinezza a salsomaggiore prima di essere ordinato sacerdote. Celebrò la prima messa nella chiesa di San Giovanni in Contignaco, prima di essere trasferito a Roma durante il periodo bellico. Dapprima in servizio come cappellano sul treno-ospedale del Sovrano Ordine Militare di malta e successivamente inviato a Cracovia per presentare al cardinale Sapieha un accorato messaggio papale da rivolgere al popolo polacco, il Paganuzzi ricoprì un ruolo non secondario tra coloro che concorsero a delineare la strategia che papa Pio XII adottò nei confronti di Hitler. Pro Papa Pio, l’opera che raccoglie quattro articoli scritti dal Paganuzzi a difesa dell’operato papale e che fu divulgata come supplemento a 30 Giorni (rivista diretta da Giulio Andreotti), sembra registrare da un punto di vista privilegiato gli avvenimenti di quell’epoca. Le pagine dedicate al resoconto della missione polacca risultano, a questo proposito, davvero indicative.Rigore logico e lucidità di sguardo: questi sono gli ingredienti principali delle pagine scritte dal Paganuzzi, che si rivelano in grado di gettare nuova luce sull’atteggiamento adottato dalla chiesa in quegli anni.
FONTI E BIBL.: aurea parma 2 1974, 186; gazzetta di parma 23 febbraio 1999, 28.

PAGANUZZI SILVIO
zibello 24 giugno 1871-
quale alunno pensionante della scuola di musica di parma, iniziò lo studio del violino per passare poi a quello del corno. ritiratosi dalla scuola, continuò lo studio privatamente riuscendo un buon strumentista.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, il giovane toscanini, 1982, 79.

PAGGIO FRANCESCO
parma 1831
commesso del banco laurent, durante i moti del 1831 in parma assunse da se medesimo la qualifica di aiutante della guardia nazionale mostrandosi sempre affaccendato per zelo ed ambizione ed eccitando i cittadini a prendere le armi. in seguito fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, patrioti del 1831, in archivio storico per le province parmensi 1937, 193.

PAGLIA ANTONIO
parma 1732
scenografo. il 23 settembre 1732 ricevette dal palazzi mille lire per la scena realizzata per il teatrino di corte di parma. Nel 1787 fu restaurata una sua scena raffigurante La deliziosa, pe ressere utilizzata dal Collegio dei Nobili per uno spettacolo del Serse (Archivio di Stato di Parma, Computisteria Borbonica, b. 364). È forse lo stesso che Giovanni Antonio.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, parma nella musica, 1931, 148.

PAGLIA BIAGIO
fontanellato 1810-carpi 23 agosto 1844
fu compositore e direttore d’orchestra. visse a carpi a partire dal 1824 (dal 1828 iniziò a suonare come violinista e trombone nell’Orchestra Filarmonica di Carpi). dal 1838 fu insegnante nella scuola normale e dal 1839 direttore degli spettacoli teatrali.apprese la musica dal padre francesco e da bonifazio asioli. compose: messa concertata a 3 voci, grande fantasia per fagotto, l’inno addio a carpi, tre sinfonie e altro per orchestra, tantum ergo, litanie e altra musica da chiesa e musica per banda. curò inoltre trascrizioni per clarinetto.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 583; C. Alcari; C. Gervasoni; N. Pelicelli; G.N. Vetro, Accademia; M. Bizzoccoli, Presto tutti concertando. Storia delle istituzioni musicali carpigiane, Carpi, Comune di Carpi, 1990, 59-71.

PAGLIA FEDERICO
Colorno 1752/1784
Probabilmente fratello di Francesco, nel 1752 suonò il corno da caccia a Colorno nella stagione d’autunno dedicata alle opere giocose. Nel 1784 faceva parte con il figlio Francesco dell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma, retribuito con 10 lire per accademia.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PAGLIA FRANCESCO
Colorno-post 1774
Fu suonatore di corno da caccia e di tromba diritta nella banda militare e nell’orchestra dei teatri ducali di Parma e Colorno. Nel febbraio 1771 suonò nel Mitridate al Collegio dei Nobili di Parma e il 29 novembre 1774 gli venne accordato un provvigionale assegno di lire 250 mensuali qual suonatore di corno soprannumerario nella Ducale Orchestra (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PAGLIA FRANCESCO
colorno 1772-carpi 24 dicembre 1856
figlio di giovanni (ma il Bizzoccoli lo dice figlio di Federico). All’età di dieci anni cominciò a studiare corno con il padre e a quattordici già suonava nelle migliori orchestre. Per perfezionarsi prese anche lezioni da Luigi Belloli e apprese il violino da Giacomo Giorgi e il fagotto con Gaetano Grossi. Nel 1784 faceva parte con il padre dell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma: era retribuito 10 lire per le accademie pubbliche, mentre non percepiva nulla per quelle private. Non si sa se nell’orchestra del Collegio dei Nobili di Parma nell’agosto 1792, retribuito con 16 lire, suonasse il padre o il Paglia, essendo nei mastri indicato solo il cognome (Archivio di Stato di Parma, Computisteria farnesiana e borbonica, b. 376a). Fin dall’ottobre 1794 sostituì in orchestra Giorgio Simonis come corno e alla morte di questi, con decreto del 16 marzo 1800, fu nominato primo corno nel Reale Concerto. Suonò anche nella cappella della chiesa della Steccata nelle festività solenni. Dal 1802 al 1810 fu docente di strumenti ad arco e a fiato nonché direttore del complesso musicale del Conservatorio di Fontanellato, dove fece un gran numero di ottimi strumentisti. Nel 1807 era corno da caccia nell’orchestra di Parma e la Municipalità lo retribuì con 550 lire annue (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri, 1807-1812, b. 7). Dal 1812 al 1823 fu a Parma come insegnante nella scuola privata che Ferdinando Simonis teneva nella sua casa in borgo del Vescovo 27. Nel 1824 si trasferì a Carpi, dove il 25 febbraio fu nominato per concorso maestro di musica comunale e direttore dell’orchestra con una paga di 900 lire, più l’alloggio e la sopravvivenza del figlio. A parte vi erano inoltre le ripetizioni particolari, mentre gli spettacoli teatrali, le funzioni religiose, le accademie e le feste da ballo erano retribuiti a prestazione. Ottimo direttore e docente, fondò una vera dinastia musicale, destinata a lasciare un profondo segno nel XIX secolo musicale carpigiano. Ebbe tre figli: Stefano, Biagio e Giustino.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 583; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

PAGLIA GIOVANNI
colorno 1752/1773
fu suonatore di corno da caccia nelle opere gioiose date nel teatro ducale di colorno l’autunno del 1752 e negli spettacoli dell’agosto 1773 in occasione della nascita del principe reale lodovico di borbone. il paglia fu anche professore di corno da caccia.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, musica in parma, 1936, 193.

PAGLIA GIOVANNI ANTONIO
parma - 6 gennaio 1765
pittore scenografo attivo nella prima metà del xviii secolo. Fu allievo di F.Bibbiena.Operò a Parma, Reggio, Padova e Torino.È forse lo stesso che Antonio.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli zunti, documenti e memorie di belle arti parmigiane, VII, 149.

PAGLIA STEFANO
fontanellato 1810-carpi 23 agosto 1854
nel 1824 si trasferì con la famiglia a carpi. Di professione farmacista, suonò come flautista nell’Orchestra Filarmonica di Carpi. Alla morte del fratello Biagio si dedicò alla direzione della banda e all’insegnamento nella scuola di musica, dove il padre Francesco, ormai vecchio, era in difficoltà. Il 9 novembre 1847 chiese di subentrare al padre come primo violino direttore del teatro, in base al contratto paterno che prevedeva la sopravvivenza del figlio. La risposta fu negativa, essendo lui un flautista. Durante la rivoluzione del 1848 allestì la banda della Guardia Nazionale e la diresse nelle manifestazioni patriottiche. Avendo dato buone prove con il violoncello, di composizione e di direzione davanti a una commissione, nel 1849 il duca gli accordò la successione al padre e nel 1851 debuttò come direttore del Teatro Comunale di Carpi.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 583; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

PAGLIARI GIOVANNI
Roccabianca 10 marzo 1916-Padova 2 marzo 1979
Si trasferì a Parma per frequentare il Liceo classico Romagnosi. All’età di diciassette anni conseguì il brevetto di volo e, dopo la maturità classica ottenuta a pieni voti, si iscrisse all’Accademia militare di Caserta. Frequentò il corso Pegaso per allievi ufficiali e a soli ventiquattro anni fu nominato capitano dell’aeronautica. Nel 1940, allo scoppio della seconda guerra mondiale, il Pagliari venne subito destinato in Sardegna, poi combatté sul fronte della Manica col corpo aereo italiano e successivamente si distinse in numerosi combattimenti aerei in Albania, in Grecia, nel Dodecanneso e infine in Tunisia. Proprio per una di queste imprese, il Pagliari fu elogiato nel bollettino di guerra n. 1017 del marzo 1943 allorché, al comando del 16° Gruppo aereo da caccia, durante una perlustrazione sul territorio nemico, vide un aeroporto di fortuna usato dagli inglesi e difeso da venticinque aerei tra Spitfire e Lockheed. Incurante dell’inferiorità numerica, il Pagliari diresse l’attacco abbattendo ben dodici aerei nemici. Questa azione-lampo, con altre del genere, gli valse la promozione sul campo a colonnello e la medaglia d’argento al valor militare. Alla fine del conflitto, pilotò per alcuni anni aerei di linea sulla rotta Roma-Atene-Beirut-Bagdad, indi, abbandonata l’Aeronautica, svolse il lavoro di assicuratore a Padova, dove si trasferì. Il pagliari fu sepolto nel cimitero di roccabianca.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 marzo 1979, 4.

PAGLIARINI AMINTA
Roccabianca 1890-Zugna Torta 30 maggio 1916
Figlio di Umberto. Soldato nel 61° reggimento fanteria, nel maggio del 1916 combattè Zugna Torta, contro soverchianti forze nemiche che tentavano di salirne l’erta settentrionale, mirando su Verona. Venute meno le munizioni, lottò disperatamente all’arma bianca e lanciando sassi e macigni sui nemici, finché alla fine cadde da prode.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 42.

PAGLIARINI ENRICO
Fontanelle di Roccabianca 1890-Fontanelle di Roccabianca 15 ottobre 1964
La guerra 1915-1918 lo vide coraggioso tenente mitragliere (fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare), fino a quando sulla vetta del Pasubio, venne fatto prigioniero. A conclusione del conflitto, tornò a fontanelle, si dedicò alla professione di geometra. ebbe il grado di tenente colonnello in congedo e l’onorificenza di Cavaliere della Corona d’italia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 ottobre 1964, 8.

PAGNINI GIUSEPPE MARIA vedi PAGNINI LUCA ANTONIO

PAGNINI LUCA ANTONIO
Pistoia 1737-Pisa 1814
Trasferitosi adolescente a Parma per avviarsi agli studi ecclesiastici presso il Convento dei Carmelitani Scalzi, si distinse ben presto per versatilità d’ingegno e molteplicità di attitudini culturali. Godette fama di poeta, filosofo e oratore. Trentunenne, fu chiamato nel 1768 a coprire la cattedra di Eloquenza e lingua greca, istituita in quell’anno nell’Università di Parma. Vi insegnò fino al 1806, anno in cui preferì trasferirsi all’Università di Pisa come professore di poesia latina, amareggiato per la mutata situazione politica di Parma. Nel 1813 fu premiato dall’Accademia della Crusca per una versione da Orazio. Lasciò numerose opere: traduzioni di Anacreonte e Teocrito (Parma, 1780), Callimaco (1792), Epitteto (1793), Epigrammi dall’antologia greca, Saffo (1794), Esiodo (1797), Orazio (1814). tradusse anche Le quattro stagioni di Pope (1780), e l’Alzira di Voltaire (1797).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, I professori, 1953, 45 e 117; Aurea Parma 2 1991, 162; A. Marastoni, l’orazione Pro ligario, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1970, 221.

PAINI ADELINO
Parma 17 maggio 1888-post 1932
Nato da Giuseppe e Carolina Allodi. antifascista, espatriato in data imprecisabile, il suo nome apparve sul Bollettino delle ricerche. Supplemento dei sovversivi nel 1932. In Spagna appartenne al 4° scaglione della Colonna italiana.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Sapgna, 1980, 114; A. Lopez, Colonna italiana, 1985, 32.

PAINI CECILIA
Parma 1832-Modena post 1876
Figlia di Giovanni, corno da caccia, ancora in tenera età seguì il padre che per lavoro si era trasferito a Parigi.Qui studiò al Conservatorio di musica dove, precocissima, conseguì il primo premio in arpa e solfeggio.A undici anni dette alcuni concerti in Francia, dove venne considerata una bambina prodigio.Rientrato il padre a Parma nel primi del 1843, la Paini dette prova della sua valentia in un’accademia al ridotto del Teatro Ducale: suonò un assolo per arpa e un Notturno in duo con il padre al corno da caccia. La duchessa Maria Luigia d’Austria la nominò arpista della ducale orchestra, mentre nella stagione di Fiera del 1843, indicata come la giovinetta Paini della Duchessa di Parma, fece parte dell’orchestra del Teatro di Reggio Emilia. Nel 1846 dette un’accademia al Teatro Ducale di Parma in cui suonò anche Antonio Bazzini.Come risulta dagli Almanacchi di Corte, fu al servizio del Ducato fino al 1859, poi fu attiva al Teatro Regio fino al 1875. Suonò anche in altri teatri: nella stagione d’estate del 1867 la si trova citata come Paini Zoboli nel libretto del Guglielmo Tell, eseguito al Teatro della Fortuna di Fano con un’orchestra costituita quasi interamente di professori parmigiani.Nel 1876 si trasferì a Modena come arpista in quel teatro. Il 1° dicembre 1876 suonò come solista in un concerto al Teatro Reinach di Parma.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Stocchi; G.N. Vetro, Reinach; Gazzetta di Parma 28 gennaio 1843; Almanacchi di Corte, 1844-1859; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 123; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 274; Enciclopedia di Parma, 1998, 504.

PAINI CELESTE
Cortile San Martino 11 luglio 1847-Parma 15 febbraio 1917
Per molti anni (dal 1883 al 1915 circa) tenne in Parma presso il camerino del Teatro Regio un’agenzia teatrale, occupandosi particolarmente degli spettacoli di quel teatro. Sposò la cantante Leonilda Gabbi.
FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 148.

PAINI FERDINANDO
Valera 26 aprile 1773-post 1820
Nacque da Giuseppe e Caterina Furlotti. Dopo aver studiato contrappunto con Ghiretti, si dedicò alla musica teatrale. Rappresentò varie opere a Parma, Milano e Venezia, con esito felice. A Parma, nella primavera del 1814, alla Società Filarmonica dette la farsa La semplice e nel 1815 (espressamente scritta per Parma) l’opera eroicomica La figlia dell’aria e il dramma giocoso La cameriera astuta.meritano particolare menzione anche La giardiniera brillante (1800), Il portantino Marc’Antonio (Venezia, 1813), La moglie saggia (rappresentata a Milano nel 1815), Amore e dovere (Venezia, 1813), Martino Carbonaro (vicenza, 1814) e Il matrimonio per concorso (Torino, 1819). Il Paini, che nel 1820 fu a Bucarest, fu inoltre autore delle seguenti opere: Canzonetta in dialetto veneziano nell’opera La lanterna di Diogene (1820, autografo, ms. 18337; cfr. R. Eitner, vol. VII, pag. 285), una Sinfonia in D per Orchestra (ms., conservatorio di Milano), atto primo dell’opera Il Portantino (partitura ms. per canto e orchestra, completo in due atti, Biblioteca musicale del Conservatorio di Parma, 20914-N-V-5), Ah fortuna tu sei donna (conservatorio di Parma, Vari Autori diversi XXVII), Sinfonia, cavatina con cori, grande scena, rondò e duetto dall’opera La figlia dell’aria (partitura ms. per canto e orchestra, conservatorio di Parma).
FONTI E BIBL.: Archivio del Battistero di Parma,  Libro dei battezzati, alla data; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 123; P.E. Ferrari, Gli spettacoli, 56, 58, 326; Catalogo delle Opere musicali, Città di Parma, Bollettino Associazione dei Musicologi italiani, 127, 219; R. Eitner, Quellen-Lexikon, vol. VII, 285, vol. X, 434; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 227; Dizionario musicisti Utet, 1987, V, 513.

PAINI FERDINANDO
Corniglio 1851 c.-Parma 6 luglio 1877
Avvocato e patriota, fu eletto deputato di Langhirano nelle legislature IX, X, XI e XII. A Langhirano ricoprì anche cariche amministrative. Fu abbastanza assiduo ai lavori della Camera, dove sedette a destra tra i liberali moderati. Pronunciò vari discorsi e fu membro di giunte e commissioni anche governative. Votò contro la tassa sul macinato.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Rappresentanti legislature regno, 1880, 617; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1941, II, 270.

PAINI GIUSEPPE
Busseto 1892-Conca di Meglenci 9 maggio 1917
Figlio di Luigi. Portaferiti del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Animato da sincero spirito di abnegazione, attendeva con sereno coraggio al pietoso incarico sotto violento bombardamento nemico, finché cadeva sul campo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale, 1918, Dispensa 10a, 776; Decorati al valore, 1964, 30.

PAINI LEONILDE, vedi GABBI LEONILDE

PAINI LUIGI
Agna di Corniglio 5 giugno 1808-Tizzano 28 febbraio 1902
Sacerdote assai colto, fu arciprete di Corniglio e parroco della Santissima Trinità di Parma. Esercitò per vari anni nel Tizzanese la funzione di   primo magistrato cattivandosi la stima e la fiducia dei cittadini per il suo esempio di rettitune ed equità. Volle trascorrere gli ultimi anni di vita a Tizzano, dove una lapide sul muro della facciata della chiesa plebana lo ricorda ai posteri.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Tizzano, 1970, 113.

PAINI ODOARDO
Langhirano ante 1909-Noceto 1976

Abitò a Noceto a partire dal 1909, quando la sua famiglia vi si trasferì in seguito al licenziamento del padre, capocantiere edile, per aver solidarizzato con gli scioperanti. A Noceto aderì alle organizzazioni sindacaliste ma non accettò la svolta interventista. Rimase per un certo periodo in contatto con la centrale neutralista del sindacalismo rivoluzionario, abbonandosi al giornale Guerra di Classe di Armando Borghi. Organizzatore della cooperativa muratori, subì le persecuzioni del fascismo. Dopo aver fatto parte del Comitato di liberazione nazionale, nell’immediato dopoguerra assunse anche incarichi amministrativi al comune di Noceto.
FONTI E BIBL.: U. Sereni, Il movimento ccoperativo a Parma, 1977, 275.

PAITA CARLO
Parma 9 agosto 1807-Parma 16 gennaio 1888
Figlio di Pietro e di Maria Favalli.Fu rettore per cinquant’anni della parrocchia consorziale della Cattedrale di Parma, dottore in sacra teologia, dogmano del Battistero di Parma e oratore facondo. fu insignito della medaglia di benemerenza della sanità pubblica nel 1855. Fu inoltre ordinario della congregazione di san Filippo Neri e consigliere nell’amministrazione degli Ospizi Civili.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 1 1973, 33.

PAITA CARLO
Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nel 1859. Non ebbe parte di rilievo ai lavori dell’Assemblea.
FONTI E BIBL.: Assemblee del risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 343.

PAITA PAOLO ANTONIO
Parma 15 gennaio 1718
Fu eletto abate della chiesa di San Sepolcro in Parma per i trienni 1678-1680, 1683-1685, 1691-1693, 1694-1696 e 1703-1705.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa S. Sepolcro, 1932, 91.

PAITESI ROLANDO
Parma 14 agosto 1900-Mai Ceu 31 marzo 1936

Nato da Pier Luigi e da Adolfina Mantovi. volontario nella guerra 1915-1918 a soli diciassette anni, si comportò valorosamente al fronte ottenendo poi la nomina a sottotenente (17 novembre 1918) nel 35° Reggimento Fanteria.Trasferito al 119° e terminata la guerra, fu promosso tenente e fu assegnato al distretto di Parma quale aiutante maggiore in prima (1920). Venne congedato nel marzo del 1922. Il Paitesi, diplomato in ragioneria, passò come impiegato alla Cassa di Risparmio di Parma. Ai primi sentori del conflitto con l’Etiopia, chiese insistentemente di essere inviato nell’Africa Orientale, e il 5 giugno 1935 lasciò Parma: imbarcatosi il 18 giugno a Napoli, sbarcò a Massaua il 27 dello stesso mese, assegnato al IV Battaglione Eritreo Toselli. Varcato il confine il 3 ottobre, il Paitesi prese parte col proprio reparto alle due avanzate vittoriose dell’ottobre e novembre che portarono le truppe italiane prima ad Adigrat e ad Adua e poi a Macallè. Alla metà di novembre venne inviato nel Tembien, partecipando valorosamente con la II Divisione Eritrea ai combattimenti del 18 e 23 dicembre di Abbi Addi e dell’Amba Tsellerè e venendo proposto per due ricompense al valor militare. Lasciato il Tembien e avviatosi col proprio battaglione sulla strada imperiale che da Adigrat, per il Passo di Alagi, conduce a Dessiè, il Paitesi lasciò eroicamente la vita sul campo nella battaglia del Lago Aschianghi. Contenuti e respinti con strenua resistenza i reiterati attacchi nemici durante tutta la mattina del 31 marzo, le truppe eritree passarono al contrattacco nelle prime ore del pomeriggio. Il Paitesi si lanciò per primo all’assalto delle posizioni avversarie alla testa dei suoi ascari: dopo aver respinto il nemico, lo volse in fuga inseguendolo con indomito slancio finché cadde colpito dal fuoco avversario. Alla sua memoria venne consessa la medaglia d’argento al valor militare, colla motivazione: Ufficiale addetto al comando di un battaglione eritreo, seguiva da vicino i reparti impegnati in aspra lotta. Ferito un ufficiale di una compagnia, lo sostituiva nel comando del reparto che più volte guidava con strenuo valore all’assalto. In testa ai suoi uomini raggiungeva l’obiettivo fissato, sul quale cadeva colpito a morte. Il 23 maggio 1937, alla memoria del Paitesi e di altri due funzionari della Cassa di Risparmio di Parma (capitano Alberto Scotti e soldato Emilio Ponzi), venne inaugurato, nell’atrio della sede dell’istituto, un ricordo marmoreo con una solenne cerimonia.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’impero, 1937, 204-205; G. Corradi-G. Sitti, Glorie parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Freisching, 1937; Decorati al valore, 1964, 93; T. marcheselli, in Gazzetta di Parma 30 novembre 1989.

PALAMENGHI GENESIO, vedi PALMENGHI GENESIO

PALAMENGHI MARCO
Parma XV secolo
Fu medico di valore.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.

PALAMIDESI PAOLO
Parma 1831
Indoratore, fu tra i disarmatori della Guardia a Porta San Michele in Parma il 13 febbraio 1831. Per questi fatti fu inquisito.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 196-197.

PALAVIGINI, vedi PALLAVICINO

PALAZZINA DAVIDE
Parma 1882
Fu insegnante, poeta e scrittore storico. Collaboratore de Il Taverna, tra le sue pubblicazioni, va ricordata Sunto storico degli asili infantili di Parma (Parma, Adorni, 1882).

PALLAVICINI, vedi PALLAVICINO

PALLAVICINO ADALBERTO
ante 975-Contignaco 1002
Figlio primogenito di Oberto. Fu governatore della Marca di Toscana dal 975 al 996. Sceso infatti a Pisa nel 975, tornò in possesso delle terre avite, s’insediò nel castello di Massa e dette inizio alla dinastia degli Adalbertini o Obertenghi, grandi feudatari che furono poi re di Sardegna e che esercitarono autorità marchionale sui comitati di Luni, Genova, tortona e Milano, cioè sopra un territorio non interrotto perché anche l’intermedia Pavia fu sede naturale della famiglia dopo la nomina di Oberto a conte palatino. Nell’anno 998 il pallavicino fondò l’abitato di Contignaco.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 3.

PALLAVICINO ADALBERTO
Luni 980 c.-Busseto 6 gennaio 1034
È concordemente ritenuto dagli storici il capostipite della famiglia Pallavicino. Ernesto Bigini ne ha posto in risalto la figura, una tra le più luminose del secolo XI. Appartenente alla linea obertenga di Massa, detta degli adalbertini, il Pallavicino era figlio di Oberto e nipote del marchese Adalberto Obertengo,  che si ritrova a Pisa nel 975, dopo la morte di Oberto palatino, a pretendere le terre obertenghe da quell’arcivescovo e a insediarsi nel castello di Massa dando inizio alla dinastia dei marchesi di Massa, che furono anche marchesi della Liguria orientale e quindi di Genova. A Genova gli Adalbertini ebbero dei vicecomites, che nel secolo XI si staccarono dall’obbedienza ai marchesi per seguire il vescovo attorno al quale si enuclearono le forze del comune nascente: primo atto del frazionamento delle grandi marche in marchesati. Il primo atto noto in cui figuri il Pallavicino è un contratto di vendita del 12 marzo 1002 (L.A.Muratori, Delle Antichità Estensi, I, Modena, 1717, 228). Secondo U. Formentini, il Pallavicino sarebbe stato il capo o uno dei capi della spedizione genovese e pisana, promossa da papa benedetto VIII, che nel 1016 scacciò Mughâhid (uno dei reys de taifas arabi proveniente dalle Baleari) dalla Sardegna, di cui il conquistatore musulmano si era impossessato dopo aver saccheggiato Luni. Ma l’ipotesi si appoggia unicamente a quanto dice la tarda e oscura epigrafe del Pallavicino, e però non è affatto sicura. Così come non è sicuro che il Pallavicino prima del 1029 sia sbarcato in Corsica e vi abbia conquistato larghi domini. Ciò, sempre secondo il Formentini, sarebbe dimostrato da un passo della ricordata epigrafe e da un documento del 1029 (privo di ulteriori precisazioni cronologiche), col quale il Pallavicino concede beni di sua proprietà, siti in Corsica, al monastero di San Benigno. Ma poiché questo documento, reso noto dal Gabotto, non è in originale ma un manoscritto di A. Della Chiesa conservato nella biblioteca nazionale di Torino, fino a oggi non edito, è ragionevole perciò nutrire dei dubbi anche sulla presunta spedizione del Pallavicino in Corsica. A spedizione compiuta,comunque, il Pallavicino aggiunse al titolo di marchese di Massa e di Modena quello di Corsica. Anche in Corsica gli Adalbertini ebbero dei vicecomites, cui accennano gli storici côrsi e genovesi trattando delle relazioni tra Corsica e Genova specie nel secolo XIV, durante il ducato a vita di Simon Boccanegra: primeggiarono gli Avogadro, i De Mari e altri che rappresentavano nell’isola la vecchia nobiltà genovese. Il comando che il Pallavicino ebbe nella spedizione in Corsica può essere considerato l’ultimo atto della potestà marchionale nella Marca, perché proprio in quel tempo andarono affermandosi le istituzioni comunali che in seguito portarono Genova a divenire libera repubblica marinara. Soltanto la spiccata personalità del Pallavicino poté mantenere intatta l’autorità marchionale, come è dimostrato dalla circostanza che egli, contro i Saraceni, guidò non solo le forze della sua Marca, ma anche quelle pisane, con preferenza sugli altri obertenghi, i quali, secondo il Formentini, erano ormai divisi in famiglie ben individuate, distinte l’una dall’altra e ciascuna con una propria ben definita attività politica, attività che, negli Adalbertini di Massa, era preminente su quella degli altri discendenti di Oberto palatino per quanto riguarda le azioni sul mare.Lo stesso Formentini rammenta come l’importanza marinara degli Adalbertini continuò anche nel secolo XII e cita un andrea Blancho, nel 1195 marchione Palodi, Corsice et Marce Janue, ciò che dimostra come gli Adalbertini fossero considerati marchesi di Genova anche quando la loro potestà era venuta meno. Il Pallavicino mirò in particolare al dominio della sua famiglia sul mare e si preoccupò di far valere la sua autorità in Liguria, dove poteva far leve di armatori e marinai.La sua lungimiranza lo portò a espandere le sue conquiste verso il sud sino a Piombino, assicurandosi il dominio di quel vasto specchio di mare compreso tra la costa della sua Marca e della rimanente parte della Toscana e le grandi isole della Corsica e della Sardegna. E come le consorterie della Liguria orientale rimasero a testimoniare l’ingegno politico del Pallavicino, ugualmente ne furono prova nella Toscana settentrionale i nobili dei comuni di Pisa e Lucca, che, nella maggioranza, seguirono costantemente la politica dei marchesi di Massa e che a Massa, sotto adalberto IV Rufo, giunsero persino a stabilirsi in forma permanente. Questa nobiltà, dalla quale il Pallavicino riceveva le forze per le sue imprese, traeva il proprio diritto ex lege longhobardica, professata anche dal Pallavicino e dai suoi discendenti. Lo Jung, nei suoi studi sulla città di Luni, afferma che l’Italia, dopo la caduta dell’impero romano, non aveva più avuto forze sufficienti, sia di terra che di mare, per potersi reinserire nella vita politica europea sino al tempo della spedizione del Pallavicino contro i Saraceni e sottolinea che, dopo di allora, gli sguardi della Germania conversero sull’Italia, e anzi l’eco della vittoriosa impresa non si era ancor spenta al tempo del barbarossa. È questa la ragione, osserva il Bigini, per cui il Pallavicino si stacca dal consueto cliché, teso com’era all’avveramento di un ideale presago dell’indipendenza italiana di fronte allo straniero, di quell’unità nazionale che la fioritura dei comuni avrebbe per secoli allontanata. Vicende politiche legate agli avvenimenti del tempo, come è stato detto, privarono il Pallavicino del feudo degli antenati, ma è notevole la circostanza che egli continuò a mantenere i suoi diritti su Genova, diritti che non vennero meno neppure un ventennio dopo la sua morte, nel 1052, quando i vicecomites erano in composizione col vescovo per la riscossione delle decime, e che si estinsero nel 1056 con la capitolazione dei marchesi, estromessi dalla civitas. La perdita della Marca di Toscana fu in parte compensata nel 1026 dall’investitura che il Pallavicino ricevette dall’imperatore Corrado il Salico quale nipote di Lanfranco conte di Piacenza, morto senza figli, del governo di quella città e di quella vasta accezione territoriale, posta tra Cremona, Piacenza e Parma, detta Contado dell’Aucia. Il Contado dell’Aucia, con Busseto, venne pertanto solo in quel tempo e non prima, come pretenderebbero alcuni cronisti, in possesso del nobile casato e, ingrandito col volgere degli anni, mutò titolo e nome assumendo quello di Marca Pallavicino. Da allora il Pallavicino si stabilì a Busseto, che elevò al rango di capitale del suo nuovo marchesato, ampliando il borgo, fortificandone le mura ed erigendovi un castello. Sposò Adelaide, figlia del conte Bosone di Parma. Non si hanno sicure notizie del Pallavicino sino al 1033: nel gennaio di quest’anno donò dei beni siti in Capriasco al monastero di Santo Stefano di Genova (ediz. in Historiae Patriae Monumenta, Chartae, I, Augustae Taurinorum, 1836, coll. 501 ss., n. 291). Da un altro documento risultano i vastissimi possessi di cui il Pallavicino godeva nel litorale ligure, nelle città e contadi di Milano, Pavia, Como, Bergamo, Brescia, Verona, Tortona, Acqui, Alba, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Luni, Pisa, Volterra, Arezzo: essi sono enumerati in un atto del 10 giugno 1033, con il quale il Pallavicino, insieme con la moglie Adelaide, fondò e dotò riccamente il monastero di Santa Maria di Castiglione, l’attuale Castione dei Marchesi (ediz. in A. Ferretto, Documenti genovesi di Novi e Valle Scrivia, I, Pinerolo 1909, 10-12), destinandolo ai Benedettini. la sua lapide funeraria, ornata dello stemma Pallavicino e rifatta tra il secolo XV e il XVI e perciò poco attendibile, è murata nella chiesa del suddetto monastero di Santa Maria di Castiglione e dice: Hectoreos cineres et Achillis busta superbi Cesareumque caput pario hoc sub marmore tectum credere neu dubites: pietate Adalbertus et armis inclytus, Ausonie quondam spes fide carine quo duce romuleis Cyrnus subiecta triumphis barbara gens italaque procul dispellitur urbe marchio, dux Latii, sacer edis conditor huius, hac tumulatur humo, malior pars ethere gaudet. Obiit anno salutis MXXXIV, die VI ianuarii (ediz. in Formentini, 208). Il Colonna de Cesari Rocca chiama questa epigrafe obscure epitaphe. In essa, ammessa la spedizione anti-saracena in Corsica, resta da spiegare almeno un epiteto, quello di dux Latii, che, come tutto quanto questa strana lapide afferma, non è altrimenti documentato.
FONTI E BIBL.: R. Colonna de Cesari Rocca, Recherches sur la Corse au Moyen Age. Origine de la rivalité des Pisans et des Génois en Corse, 1014-1174, Genova, 1901, 20 ss.; U. Formentini, Genova nel basso impero e nell’alto medio evo, Milano, 1941, 202, 205, 206, 207, 208, 217; Dizionario biografico degli Italiani, I, 1960, 215; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 4-7.

PALLAVICINO ADALBERTO
1511 c.-Torre Pallavicina 1570
Figlio naturale di Galeazzo, fu legittimato prima del 1512. Si deve al Pallavicino l’esecuzione di una grandiosa opera voluta dal padre a vantaggio dell’agricoltura: la derivazione dal fiume Oglio di un nuovo naviglio che fu appunto chiamato Pallavicino e che fu realizzato a partire dal 1525. Questo canale, per la realizzazione del quale furono spesi diversi milioni di lire, ha una lunghezza di circa 30 chilometri, riconfluisce nell’Oglio e serve all’irrigazione di buona parte dell’agro cremonese. Nel 1527 il Pallavicino acquistò dal marchese Stanga anche il canale Calciana. Il pallavicino servì la Repubblica di Venezia al comando di cento cavalleggeri quale luogotenenente di Francesco Maria della Rovere duca d’Urbino, e capitano generale dei Veneziani. Nel 1550 fece erigere un palazzo alla Torre Pallavicina nella Calciana con ricchi lavori d’intaglio e pitture dei fratelli Campi, e in questo palazzo si ritirò a vita privata. In questo luogo, nel 1569 fondò l’oratorio di Santa lucia e vi istituì una cappellania.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII; F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21.

PALLAVICINO ADALBERTO
-Colberg 18 maggio 1807

Figlio di Giovanni Pio Luigi e di Marianna locatelli. Fece parte della prima compagnia delle Guardie d’Onore del regno d’Italia. Il 1° ottobre 1806 fu fatto sottotenente del primo Reggimento di Fanteria. Fu ucciso la notte tra il 17 e il 18 maggio 1807 combattendo da valoroso contro i Prussiani all’assalto di colberg.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO ADALBERTO
Busseto 22 febbraio 1826-Parma 31 maggio 1903
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Sotto il Governo della Reggenza di Luisa Maria di Borbone per il duca Roberto, fu anziano nel Municipio di Parma. Fu consigliere per vari anni della congregazione di Carità di San Filippo Neri in Parma, nella quale occupò anche la carica di ordinario. Fu presidente della Cassa di Risparmio di Parma, consigliere comunale in diversi comuni e consigliere provinciale per il Mandamento di San Secondo Parmense. Ciambellano nella Reggenza di Luisa Maria di Borbone, fu cavaliere della Corona d’Italia, patrizio e cittadino veneto.
FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 1932

PALLAVICINO ADALBERTO, vedi anche PALLAVICINO OBERTO

PALLAVICINO ADALBERTO GALEAZZO
Busseto ante 1709-1762
Figlio di Gianfranco Galeazzo e di Girolama Ala. Per tutta la vita si adoperò con ogni mezzo per recuperare i domini che i Farnese avevano tolto alla propria famiglia. A partire dal 1709 si rivolse più volte all’imperatore carlo VI, e nel 1729 si recò a Vienna. ottenne diplomi, pergamene e mandati imperiali che confermarono e ribadirono le sue ragioni ma non riuscì mai concretamente a riprendere possesso dei suoi feudi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO ADELAIDE MARIA GIOSEFFA
Parma 22 luglio 1775-
Figlia di Antonio Francesco e di Anna tarasconi Smeraldi. Fu Dama di Palazzo di Maria Luigia d’Austria.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO ALBERTO
Busseto 1106 c.-post 1136
Figlio di Oberto.Fu detto Greco per aver preso parte alla prima crociata.

FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1932.

PALLAVICINO ALBERTO, vedi anche PALLAVICINO OBERTO

PALLAVICINO ALESSANDRO
Scipione 1448 c.-1504
Figlio di Nicola e di Dorotea Gambara. Nel 1474 ricevette il giuramento di fedeltà di vassalli di Castelguelfo. Nel 1477 promise al Duca di Milano, anche a nome dei fratelli, di tenere la fortezza di Torre dei Marchesi in nome del Duca. Nel 1481 ricevette dagli Sforza l’investitura di Varano dei Marchesi, Galinella, Torre dei Marchesi e Bianconese. Nel 1484 ricoprì la carica di Governatore ducale in Milano e in tale veste firmò il trattato di pace di Vigevano tra Lodovico il Moro e la casa Savoja. Nel 1486 fu creato Consigliere ducale.

FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Salsomaggiore 1480
Figlio di Niccolò e di Angela. Il 2 ottobre 1480 fu creato parroco di Salsomaggiore, e in quello stesso anno fu nominato dalla famiglia Pallavicino al beneficio di San Nicomede in Borgo San Donnino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO ALESSANDRO
-Anversa 23 novembre 1552 o 1553
Figlio di Giulio e di Luigia Anguissola. Dopo aver commesso un omicidio, si rifugiò in Torino. Conoscendo il suo coraggio, nel 1547 i congiurati che preparavano l’assassinio del duca Pier Luigi Farnese trovarono il modo di farlo ritornare a Piacenza con un salvacondotto temporaneo. Partecipò infatti in prima persona alla congiura del 10 settembre, impadronendosi dei ponti levatoi della fortezza, coadiuvato in questa impresa dal fratello Camillo. Nel 1549 fu tra coloro che furono chiamati a comparire in Roma dinanzi a papa Paolo III per essere accusati dell’uccisione di Pier Luigi Farnese. Durante la guerra di Parma servì gli imperiali. In quell’occasione fu accusato di aver lasciato passare alcune vettovaglie al nemico.Allora, per giustificarsi direttamente con Carlo V, credette opportuno recarsi nelle Fiandre. Presso Anversa, mentre era in compagnia di Girolamo Pallavicino, fu assalito da otto sicari della casa Farnese e ucciso.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Varano Marchesi 1556
Quale feudatario di Varano, nel 1556 prestò omaggio a Filippo II re di Spana e duca di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Zibello 1570 c.- Roma 19 settembre 1645
Figlio di Alfonso e di Ersilia Malaspina. Nel 1581 fu adottato da Sforza Pallavicino, marchese di Cortemaggiore e di Busseto, alla cui morte, avvenuta nel 1585, ereditò i suddetti feudi. Il duca di Parma Ottavio Farnese gli diede in sposa sua figlia Lavinia e lo protesse in ogni modo. Nel 1586 andò nelle Fiandre al servizio di Alessandro Farnese, ed essendo ancora minorenne, lasciò in procura le sue terre e i suoi enormi beni al padre e alla moglie. Ma nel 1587 Alessandro Farnese, divenuto duca di Parma e Piacenza alla morte di Ottavio Farnese, ordinò il sequestro dei feudi dei Pallavicino non riconoscendone la legittimità. Il Pallavicino si fece difendere dal Menocchio, un legale assai stimato, ma nulla poté conro i soprusi del Farnese che impose al consiglio di giustizia di riconoscere la propria tesi, e fece rinchiudere il Pallavicino nella Rocchetta di Parma. Il Pallavicino poté riottenere la libertà solo quando ordinò ai castellani delle sue rocche di consegnarle ai Farnese. Si ritirò allora a Salò e intentò causa al suo contendente dinanzi al Tribunale di Roma. La lite durò 47 anni e si risolse solo nel 1633 quando si arrivò a un componimento voluto da Odoardo Farnese: il Pallavicino ottenne solo pochi riconoscimenti, una somma di denaro e i territori di Castiglione della Teverina e sant’angelo in Castel Madama, rinunciando a ogni diritto sui possedimenti del Ducato. Morì a circa 75 anni d’età.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII

PALLAVICINO ALESSANDRO
Tabiano 14 dicembre 1613-Borgo San Donnino 25 maggio 1675
Nacque nel castello di Tabiano dal marchese Francesco, feudatario di quella terra, e dalla nobildonna Caterina Cerati. Fu il quarto di sette fratelli, cinque maschi e due femmine. poiché il padre risiedeva abitualmente a Parma, il Pallavicino abitò in seno alla famiglia nel vecchio palazzo, situato in Sant’Anastasio di Parma, sino all’età di quindici anni. La vocazione allo stato ecclesiastico si manifestò in lui giovanissimo: il 28 ottobre 1628 entrò tra i monaci dell’ordine di San Benedetto e professò il 21 dicembre del seguente anno nel monastero di San Giovanni Evangelista in Parma. Completati gli studi delle sacre discipline, fu preposto nello stesso monastero all’insegnamento ma dopo alcuni anni vi rinunciò per ragioni di salute dedicandosi ad altre attività. Ricoprì la mansione di cerellario, passando quindi a Roma al servizio del procuratore generale dei Benedettini. Occupate numerose dignità nella congregazione sino a divenire Procuratore generale, il 12 gennaio 1660 il pontefice Alessandro VII lo nominò vescovo di Borgo San Donnino. Preso possesso della sede, suo primo pensiero fu d’indire la sacra visita pastorale, allo scopo di conoscere il clero e il popolo della diocesi che gli era stata affidata. L’iniziò il 29 aprile dello stesso anno e la terminò il 2 settembre del successivo. Nei giorni 4, 5 e 6 giugno 1663 celebrò il sinodo, facendone stampare le costituzioni a Parma con i tipi degli eredi Viotti. Nella circostanza del sinodo, il Pallavicino provvide ad assegnare il titolo agli otto canonicati eretti in cattedrale che ne erano sprovvisti, chiamando il primo di San Michele Arcangelo (Teologale), il secondo di San Francesco (Penitenzieria), il terzo di San Donnino, il quarto di San Pietro, il quinto di San Paolo, il sesto di San Giovanni Battista, il settimo di San Giuseppe e l’ottavo di San Marco. Considerato poi che i redditi della confraternita della Beata Vergine del Carmine eccedevano notevolmente gli oneri gravanti sopra di essa, dispose che parte dei beni del pio sodalizio andassero a beneficio delle ore canoniche della Cattedrale, obbligando tuttavia i canonici e i prebendari a cantare la messa e a recitare le ore in tutte le feste di precetto e anche nelle feste di San Benedetto, San Francesco e di San Carlo Borromeo. Il Pallavicino fu prelato di pietà singolare e di inesauribile carità, doti che lo resero particolarmente caro al clero e al popolo. Governò degnamente la diocesi per quindici anni. Una dolorosa malattia, che si tentò di vincere con un intervento operatorio, ne causò la morte. La sua salma fu inumata in Cattedrale nella cappella della Beata Vergine del Carmine, nel lato di destra. Il fratello del Pallavicino, Federico, fece murare nella parete corrispondente una piccola lapide marmorea recante la seguente breve iscrizione: Alexandro marchioni  Pallavicino Burgi Sancti Domnini episcopi inter universi populi lacrimas Federicus frater dilectissimus hunc lapidem sui amoris in argumentum erexit anno sui obitus MDCLXXV.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 315-316.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Busseto-28 giugno 1678
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Fu Cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Busseto 26 gennaio 1667-Parma 1749
Figlio di Alfonso e di Anna Ariberti. completò e abbellì il palazzo di famiglia in busseto.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO ALESSANDRO
1674 c.-Staffarda XVIII secolo
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. cavaliere gerosolimitano, fu al servizio imperiale. Rimase ucciso combattendo contro i Francesi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Parma 1768 c.-Parma 13 febbraio 1831
Figlio di Antonio Francesco e di Anna tarasconi Smeraldi. Allievo al Collegio dei Nobili, nel Carnevale del 1781 cantò nel dramma pastorale La morte di Nice, rappresentato nel Teatro dell’Istituto. Fu Ciambellano dell’Imperatore d’austria. Nel 1817 fu capitano delle guardie d’onore di Maria Luigia d’Austria, duchessa di parma, e nel 1818 fu creato cavaliere dell’ordine Costantiniano. Nel 1825 fece costruire sulla sponda sinistra dell’Aniene un ponte sospeso in ferro, il primo del genere in Italia, destinato ad aprire una via di comunicazione tra le genti divise dal fiume, dato che da Tivoli e Vicovaro non esisteva alcun passaggio. Il ponte fu eseguito in modo tale da permettere anche il passaggio dei carri, mentre fino ad allora se ne erano costruiti solo per i pedoni.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO ALESSANDRO FELICE, vedi PALLAVICINO GIOVANNI FRANCESCO MARIA

PALLAVICINO ALESSANDRO GALEAZZO
Busseto ante 1619-23 marzo 1666
Figlio di Gerolamo Galeazzo, marchese di Busseto. In gioventù servì nelle truppe di Ferdinando II. Nel 1636 fu in Italia, e il 13 settembre, unitamente al fratello, in nome dei congiunti prese possesso dei marchesati di Busseto e Cortemaggiore. Dopo pochi mesi fu espulso dalle armi dei Farnese. Morto il padre, ottenne dalle corti di Vienna e di Madrid tre diversi mandati imperiali contro i Farnese.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Nasalli Rocca, Gli statuti dello stato piacentino e le Additiones di Cortemaggiore, in Bollettino Storico Piacentino, 1926-1927; E. Seletti, La città di Busseto, capitale un tempo dello stato dei Pallavicino, Milano, 1883; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C. Argegni, Condottieri, 1937, 384.

PALLAVICINO ALFONSO
21 ottobre 1568-Parma 1659 c.
Figlio naturale di Camillo e di Isabella Tonioli. Fu legittimato e divenne, a scapito dei fratelli, il prediletto del padre. Visse alla Corte di parma e fu maestro di Camera del duca Orazio Farnese. Fece testamento l’11 novembre 1658.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO ALFONSO
1611-Busseto 14 gennaio 1679
Figlio di Alessandro e di Francesca Sforza. È citato una prima volta nel 1641. Nel 1657 fu ambasciatore a papa Alessandro VII per promuovere le ragioni dei Farnese sul Ducato di Castro. Nel 1666 fu ambasciatore a Milano per complimentare l’infanta Margherita che andava in Germania sposa all’imperatore Leopoldo. Morì a 68 anni e fu sepolto nella chiesa di Sant’Antonio.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO ALFONSO
Busseto 14 giugno 1648-Busseto 9 settembre 1715
Compì gli studi ecclesiastici nel seminario diocesano di Borgo San Donnino e, ordinato sacerdote, fu destinato a Busseto quale canonico in quel capitolo, mansione che il pallavicino svolse ininterrottamente sino alla morte. Prossimo alla fine dei suoi giorni, con testamento del 4 giugno 1715, ricevuto dal notaio e cancelliere vescovile Ercole Micheli, donò ai Gesuiti di Busseto un fabbricato, poi denominato Ritiro, tre poderi per complessivi 23 ettari e un capitale di censo perché con le rendite dei beni lasciati fossero annualmente tenuti da quei religiosi più corsi di esercizi spirituali per sacerdoti, chierici o secolari. La disposizione testamentaria fu rispettata fintanto che, con regio decreto 8 marzo 1900, il patrimonio del pio legato fu concentrato nella Congregazione di carità di Busseto per passare poi in amministrazione dell’Ente comunale di Assistenza e infine al Ricovero di Mendicità, che reca il nome del Pallavicino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 316-317.

PALLAVICINO ANNA
Parma 1879
Moglie del conte Giovanni Simonetta, essendo scampata a un incidente stradale con la carrozza, fece costruire dall’architetto Pancrazio Soncini un oratorio a Porporano, che fu inaugurato il 16 luglio 1879 con l’intervento del vescovo Domenico Villa. Cantò un piccolo coro composto da dieci giovanetti, tutti appartenenti alla famiglia Pallavicino, e l’armonium fu suonato dal marchese Filippo Pallavicino, che si alternò con la marchesa Eleonora Pallavicino. Nell’oratorio furono poste due campane: una del 1723 con l’immagine di Santa Felicola e la scritta Procul recedat calamitas tempestatum. P. Bosi. F., l’altra, opera della Fonderia Vittorio De Poli di Porporano, sostituì quella fusa durante la prima guerra mondiale.

FONTI E BIBL.: L. Gambara, Ville, 118-120; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PALLAVICINO ANNA, vedi anche ANGUISSOLA ANNA e TARASCONI SMERALDI ANNA

PALLAVICINO ANNIBALE
Zibello-ante 1541
Figlio di Federico. Fu uno dei feudatari che prestarono solenne giuramento di fedeltà a re Lodovico XII il 26 ottobre 1499 nel Castello di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO ANNIBALE
Scipione 9 febbraio 1592-post 1635
Figlio di Ascanio e di Marcella Pallavicino. Marchese di Specchio, nel 1635 fu al servizio dei Farnese alleati con Luigi XIII per cacciare gli Spagnoli da Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO ANTONIA, vedi CASALI ANTONIA

PALLAVICINO ANTONIO
Zibello 1404/1429
Figlio di Federico. Il 4 giugno 1404 entrò a far parte della lega contro Ottobono Terzi, signore di Parma. Nel 1416 fu spogliato dagli Estensi del feudo di Zibello e rinchiuso nel carcere di Parma. Tentò la fuga ma fu scoperto e ricondotto in prigione. Nel 1427 lo si trova alleato con Oberto Pallavicino e i Veneziani contro il Duca di Milano. Avendo innalzato le insegne di Venezia sulle sue rocche, il Visconti lo assalì e lo spogliò di ogni possesso. Con la pace di Ferrara del 1428 il feudo di Zibello gli fu restituito ma appena un anno più tardi ne fu definitivamente spogliato da Orlando Pallavicino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO ANTONIO
Busseto o Scipione-post 1432
Figlio di Uberto. Il 20 novembre 1432 ebbe l’investitura del feudo di Ravarano da Filippo Maria Visconti duca di Milano, che gli donò i beni nel Parmigiano che erano appartenuti a Giacomo Pallavicino che gli si era ribellato.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO ANTONIO
Busseto 1511
Figlio di Giovanni e di una Cerioli. Nel 1511 fu Magistrato dei provveditori di Crema.

FONTI E BIBL.: P. Litta, famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO ANTONIO
Busseto ante 1591-Cremona ante 1659
Figlio di Antonio, dei marchesi di Busseto, fu condottiero al servizio della Chiesa e nel 1591 seguì in Francia il nipote di papa Gregorio XIV, inviato in soccorso della lega cattolica contro gli Ugonotti. Fu nominato erede universale dall’avo Adalberto in sostituzione del ramo di Galeazzo, suo zio. Il Pallavicino si domiciliò in Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; P. Pallavicino, Notizie sulla famiglia Pallavicino, Firenze, 1911; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; C. Argegni, Condottieri, 1937, 384.

PALLAVICINO ANTONIO
Busseto 1674-Roma 1749
Fu un eminente rappresentante del ramo dei marchesi di Busseto. Laureato in legge all’università di Pavia, intraprese la carriera ecclesiastica a Roma, dove papa clemente XI lo annoverò, in ancor giovane età, tra i suoi prelati domestici. Nominato nel 1711 dallo stesso pontefice Referendario delle due segnature, nel 1719 membro della congregazione della sacra visita apostolica e tre anni dopo votante della segnatura di Grazia e Giustizia, venne elevato alla dignità di arcivescovo di Lepanto e vescovo assistente al soglio pontificio nel 1724. Fu quindi nominato segretario della visita apostolica, consultore dell’Inquisizione e infine, nel 1737, commendatore di Santo Spirito. Proposto nel 1743 da papa Benedetto XIV al cardinalato, ricusò tale altissima distinzione. Perciò il pontefice, fatta del Pallavicino una ragguardevole menzione in concistoro, lo creò patriarca d’Antiochia ed esaminatore dei vescovi.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 317-318.

PALLAVICINO ANTONIO
Busseto 1702-
Figlio di Muzio e di Maria Canobbio. Nel 1727 fece parte del consigio dei Decurioni di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO ANTONIO
Roccabianca 1761/1799
Feudatario di Roccabianca (1761) e di Pieve Ottoville (1770), fu corrispondente dell’Affo’ (1791) e del Bodoni (1799) e Plenipotenziario  a Piacenza nel 1796.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 674.

PALLAVICINO ANTONIO
Parma 23 agosto 1842-Marano 29 ottobre 1905
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino.Pur provenendo da una famiglia di legittimisti e di sanfedisti, si proclamò sempre fieramente socialista. Uomo colto e d’ingegno, si laureò in legge, esercitò la professione di notaio e coltivò la letteratura pubblicando anche qualche piacevole sonetto e parecchie argute satire. Alcune sue poesie sono riportate da Jacopo Bocchialini nel volume Poeti parmensi della seconda metà dell’Ottocento. A Roma fu, attorno al 1870, in grande dimestichezza con Giovanni Prati che, ormai vecchio, gli dettò versi e altri scritti. Di gusto fine e paradossale, il Pallavicino produsse poco e quasi sempre improvvisando, ma fu piuttosto  originale.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1924, 17; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 113.

PALLAVICINO ANTONIO FRANCESCO
Parma 11 febbraio 1742-Firenze 19 luglio 1807
Figlio di Uberto Ranuzio e di Anna anguissola. Nel 1796 fu inviato, assieme al marchese Dalla Rosa, a Piacenza per conferire con Napoleone Bonaparte al fine di ottenere a qualunque costo una tregua, in modo che i domini del duca Ferdinando di Borbone fossero salvaguardati. Ciò in effetti si ottenne (anche attraverso la mediazione del Azara, ministro della Spagna in Roma) ma non senza gravi sacrifici. Quando in seguito i duchi di Parma furono spogliati del loro Stato, il Pallavicino si ritirò in Firenze.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO ANTONIO MARIA
post 1388-Milano post 1478
Figlio di Giovanni e di Lucia Bojardo. Seguì la carriera militare e fu creato cavaliere nel 1478. Visse 90 anni. Fu sepolto in una tomba marmorea nella chiesa di Sant’Angelo di Milano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO ANTONIO MARIA
Busseto 1453 c.-Milano 1519
Figlio di Pallavicino e di Caterina Fieschi. Fu condottiero negli eserciti di Lodovico il Moro e uno dei capitani delle squadre milanesi che nel 1495 furono alla battaglia del Taro contro Carlo VIII re di Francia, che fu obbligato a ritirarsi dall’Italia. Nel 1496 fu ambasciatore in Francia. Nel 1499 fu inviato dal Duca di Milano alla difesa di Tortona minacciata dalle truppe di Lodovico XII. Al presentarsi del nemico, il Pallavicino, forse anche spaventato dalle minacce venutegli dalla parte guelfa della cittadina, abbandonò la piana in mano ai nemici. Pochi giorni dopo, mentre Lodovico il Moro fuggiva precipitosamente da Milano, il Pallavicino si adoperò per corrompere le truppe lasciate a difesa del Castello. Di lì a poco i Francesi si impadronirono del Castello, mentre il Pallavicino, assieme agli altri traditori Trivulzio, Corti e Visconti, fece bottino dei preziosi del Duca. Il re Lodovico XII, per ricompensarlo dei servigi avuti, nel 1499 gli donò in feudo Cassano d’Adda, lo nominò Commissario dell’Adda, Cavaliere di San Michele e lo investì del cospicuo feudo di Borgo San Donnino. L’anno seguente fu posto alla difesa di Milano. Nel 1508 ebbe dal re di Francia il feudo di Castel San Giovanni. Divenuto ricco e potente, visse sempre in Milano con grande magnificenza, permettendosi in più occasioni di invitare a solenne convito lo stesso Re di Francia. Nel 1509 tornò a combattere, e dopo la battaglia di Agnadello, fu inviato a governare Bergamo, sottomessasi ai Francesi. Nel 1512, dopo che i Francesi avevano dovuto abbandonare Milano, si ritirò in Francia. L’anno seguente seguì La Trimouille nella sua spedizione in Italia e, assieme a Bastardo di Savoja, occupò Milano. Ma il 6 giugno i Francesi furono sconfitti nella battaglia di Novara e il Pallavicino, assalito dal popolo a sassate, poté salvarsi solo grazie all’aiuto del Marliani, che gli era suocero, e si rifugiò nuovamente in Francia. Nel 1515 fu inviato da Francesco I al papa Leone X per convincerlo ad allearsi con lui per la riconquista della Lombardia. Nonostante il diniego del Papa, Francesco I penetrò in Italia e nello stesso anno, grazie alla vittoria di Marignano, rientrò in Milano. Il Pallavicino fu nuovamente inviato al Papa per organizzare il Congresso di Bologna. Nel 1516 fu a Lione, ove fece testamento, lasciando, tra l’altro, case, giardini, vigne e mille ducatoni d’oro ai Minori Osservanti di Sant’Angelo vecchio fuori di Porta Nuova di Milano per fabbricare convento, chiesa e refettorio.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.

PALLAVICINO ANTONIO MARIA
Busseto 1653 c.-post 1685
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Viene ricordato una prima volta nel 1683. Nel 1685 fu ascritto al Consiglio dei Decurioni di Cremona. Fu maestro di campo comandante in capo di tremila fanti di milizia italiana al servizio della Spagna.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO ANTONIO MARIA
30 giugno 1753-Milano 28 febbraio 1820
Figlio di Muzio Omobono e di Maria zaccaria. Fece costruire la bella villa di Cicognolo nel Cremonese, dall’architetto Zanoja. Si stabilì poi definitivamente a Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO ARGENTINA
Zibello 1502-Zibello 28 luglio 1550
Figlia di Federico, marchese di Zibello, andò sposa sedicenne al celebre capitano modenese conte Guido Rangoni, che seguì a Venezia, dove amò circondarsi nella sua ospitale casa dei più vivaci ingegni del tempo. Dama di non comune avvenenza e cultura, si dilettò in particolare di poesia e di botanica, e tra quanti beneficiarono della sua munificenza va annoverato il poeta toscano Pietro Aretino. A lei l’Aretino dedicò la commedia Il Marescalco, e Fausto da Longino le dedicò la Versione di Dioscoride. Il Quadrio esalta la Pallavicino come poetessa e come studiosa di molte scienze e particolarmente di botanica. Prima del Quadrio, fu il contemporaneo Giovanni Betussi a esaltare i suoi meriti. Della pallavicino rimangono esclusivamente una Lettera a M.P.F. nel libro II della Nuova scelta di lettere di diversi nobili uomini, a cura di Bernardino Pino (Venezia, 1574, 40) e una Lettera al cardinale P. Bembo, tra le lettere al cardinale raccolte dal Sansovino. Rimasta vedova nel 1543, la Pallavicino riuscì, prima della morte, a recuperare il dominio di Zibello.Una medaglia, coniata in suo onore, figura tra i cimeli in dotazione del civico Museo parmense.

FONTI E BIBL.: F. Orestano, Eroine, 1940, 279; G. Betussi, Aggiunte alle donne illustri del Boccaccio, Venezia, 1558, 206 s.; Delle donne illustri italiane dal XIII al XIX secolo, Roma, 1850, 172; F. A. Della Chiesa, Teatro delle donne letterate, Mondovì, 1620; P.L.Ferri, Biblioteca Femminile Italiana, Padova, 1842; G. B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877; A. Levati, Dizionario biografico cronologico degli uomini illustri, Classe V: donne illustri, Milano, 1821, vol. III, 61; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; F. S. Quadrio, Della storia e della ragion d’ogni poesia, Milano, 1739-1752, tomo II, 228; G.B. Spotorno, Storia letteraria della Liguria, Genova, 1824-1826; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Milano, 1821-1826, tomo VII, 136-138; C. Villani, Stelle feminili, Napoli, 1915, 505 e 563; M. Bandini, Poetesse, 1942, 107; D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 318.

PALLAVICINO ARRIGO
Scipione - 1266
Marchese di Scipione, fu Vicario e luogotenente di Milano nel 1259 in nome dello zio Oberto Pallavicino, che si era fatto Signore di quella città.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 311.

PALLAVICINO ASCANIO
Scipione o Specchio 1618 c.-Piacenza 1690 c.
Figlio di Annibale e di Giulia Cattaneo. Morì incarcerato nel Castello di Piacenza. Non si conosce il motivo della sua prigionia. Fu l’ultimo marchese di Specchio.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO BARBARA
Zibello-Cremona 1539
Figlia di Rolando, marchese di Zibello. Sposò Lodovico Rangoni. Allorché il padre nel 1527 fu incarcerato da papa Clemente VII, ottenne da questi di poter succedere col marito nei beni feudali e fedecommissari. Nel 1531 consigliò al marito di impadronirsi dei beni del cugino Uberto. Intrigante, pare che la Pallavicino spesso usasse il veleno per liberarsi delle persone a lei nemiche. A Roma, il 18 gennaio 1537, fu pubblicata condanna di morte e confisca dei beni contro di lei e contro il marito, entrambi accusati di enormi delitti, di cui però si ignora con precisione la natura. Due anni dopo la Pallavicino morì, pare per avvelenamento.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819; F. Orestano, Eroine, 1940, 279.

PALLAVICINO BARBARA
Busseto 1648
Figlia di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta valvassori. Sposò Antonio Vincenzo di costanzo. Nel 1648 fu alla corte di Spagna in qualità di Dama dell’infante Margherita di Savoja, già duchessa di Mantova.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO BARBARA, vedi anche BORROMEO BARBARA

PALLAVICINO BARTOLOMEO
-Stupinigi 1483
Figlio di Donnino e di Francesca Cipelli. Dopo una lunga controversia tesa a recuperare il feudo di Zibello, finalmente nel 1459 fu convenuto, con la mediazione di Francesco Sforza, che il Pallavicino rinunziasse a Zibello, ricevendo in cambio da Orlando Pallavicino il castello di Stupinigi in Piemonte. Nel 1482 fu nominato Consigliere del duca Carlo di Savoja.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO BATISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA

PALLAVICINO BATTISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA

PALLAVICINO BELISARIO
-Varano dei Melegari 1580
Figlio naturale di Gianfrancesco e di Paola Gonzaga. Fu assassinato dietro il Castello di Varano dei Melegari, nel rivo Boccolo, con un colpo di fucile sparatogli da un suo cugino. Fu sepolto nella chiesa di San Martino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO BENEDETTO
Busseto XVII secolo
Figlio di Giberto e di Elidonia Pallavicino. Fu Canonico regolare. Visse nel XVII secolo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO BERNARDINO
Zibello 1475 c.-Milano aprile 1526
Figlio di Gianfrancesco e di Giacoma brandolini. Percorsa, ma senza vocazione, la carriera ecclesiastica fino a divenire referendario del Pontefice e titolare di benefici a Sospiro e a Pieve Altavilla, intorno al 1494 tornò a Zibello, dove si invaghì di Caterina Buffetti, sposata a un calzolaio del luogo, Giampietro Musini, detto de’ Gastaldi, e si pose senza ritegno a farle la corte. Il Pallavicino ereditò dal padre i feudi di Solignano, Varano dei melegari e Sant’Andrea nel 1497, epoca in cui era protonotario apostolico e soggiornava in Milano con la carica di consigliere ducale di Lodovico il Moro. Nel 1499 prestò solenne giuramento di fedeltà a Lodovico XII in Milano. Fu poi Podestà di Bormio nel 1501. Ebbe una intricata vicenda sentimentale che lo portò a convivere contemporaneamente con la già nominata Caterina Buffetti, con sua sorella Marta, con la loro nipote Margherita e con Comina, figlia di Caterina. A nulla valsero i richiami del padre, che naturalmente disapprovava il suo disonorevole comportamento: per avere Caterina Buffetti, il Pallavicino giunse, alla fine di marzo del 1496, a uccidere nella stalla della rocca il suocero di lei, Gianantonio, che era fattore del vecchio marchese e che aveva assunto nei confronti della nuora un atteggiamento fermo e severo. Una notte di maggio dello stesso anno organizzò e attuò il rapimento della donna, che condusse con sé a Sospiro e non rilasciò più, nonostante le minacce a lui indirizzate dal marchese Giovan Francesco. Dopo la morte, forse per avvelenamento, di giampietro Musini (settembre 1509), il pallavicino, che intanto era divenuto signore del castello di Varano Melegari, lasciatogli in eredità dal padre, sposò Caterina Buffetti, dalla quale ebbe quattro figli: Uberto, Pallavicino, Sigismondo e Gian Francesco. La dispensa al matrimonio e il riconoscimento dei figli (undici, secondo il Litta) nati nel frattempo fu data da papa Giulio II che delegò al proposito Bartolomeo Guidiccioni, vicario generale della Chiesa di Parma. L’ambiguità e l’incertezza riguardo alle date che caratterizzarono la vicenda matrimoniale del Pallavicino e di caterina Buffetti costituirono la causa principale che impedì ai loro figli di entrare pacificamente in possesso dei beni paterni. Il pallavicino morì mentre era quasi certamente ancora incarcerato nel Castello di Milano, non si sa bene per quale motivo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI; C. Soliani, Il feudo di Zibello, 1990, 39.

PALLAVICINO BERNARDO
Piacenza XVI secolo
Figlio di Giberto. Fu Dottore di Legge in Piacenza nel XVI secolo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO BRUNORO
1474 c.-Pontremoli 1520
Figlio di Alessandro e di Costanza Sanvitale. Fu commissario di Galeazzo Pallavicino, signore di Busseto, in Pontremoli, ove a lungo risiedette.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO CAMILLA
Busseto-Cortemaggiore post 1563
Nacque dal marchese Ottaviano. Sposò all’età di undici anni Cesare Pallavicino. Rimasta vedova dopo quindici anni di sterili nozze, contrasse matrimonio col marchese Gerolamo Pallavicino di Cortemaggiore. Il Levati scrive che da quella unione nacque un figlio, morto nell’infanzia, mentre il Garollo afferma che la Pallavicino ebbe una figlia di nome Isabella, maritata a Giampaolo Meli Lupi, marchese di Soragna. La Pallavicino fu donna d’ingegno e scrisse con eleganza. Lodata dai contemporanei, e in particolare dal Betussi che le dedicò nel 1545 la Giunta al Boccaccio, non perdette mai la modestia: la sua impresa, illustrata da Giovanni Ferro, rappresenta una testuggine in atto di rodere un garofano, e porta il motto Ogni beltà ha fine. Della Pallavicino rimangono due Lettere a Pietro Aretino, nel II libro delle Lettere scritte al Signor Pietro Aretino (Venezia, 1551, 265).

FONTI E BIBL.: G. Betussi, Giunta alle donne illustri di G. Boccaccio, Firenze, 1596; G. Ferro, Teatro d’imprese, Venezia, 1623, 690; G. Garollo, Dizionario biografico universale, Milano, 1907; A. Levati, Dizionario biografico cronologico degli uomini illustri, Classe V: donne illustri, Milano, 1821, vol. III, 61; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; M. Bandini, Poetesse, 1942, 104.

PALLAVICINO CAMILLO
Scipione-Anversa 1555
Figlio di Giulio e di Luigia Anguissola. Il 23 settembre 1545 giurò fedeltà, con tutti gli altri feudatari del Parmigiano, a Pier Luigi Farnese, primo duca di Parma e Piacenza. Il Pallavicino fu tra i principali congiurati che due anni dopo assassinarono il Duca. Assieme al fratello Alessandro ebbe il compito di impadronirsi del ponte levatoio della vecchia Cittadella, dove alloggiava il Farnese, e uccidervi le guardie in caso di resistenza. Due anni dopo, il Pallavicino e gli altri congiurati furono chiamati a comparire in Roma da papa Paolo III per essere incolpati dell’omicidio ma essi inviarono una lettera nella quale dichiararono di essere stati ispirati da Dio nell’azione commessa. La citazione non ebbe comunque conseguenze. Nel 1551 il Pallavicino militò con le truppe di Carlo V nella guerra contro i Farnese e quattro anni dopo Filippo II, a riconoscimento dei suoi servigi, gli concedette una pensione di 40 scudi al mese e una condotta di 400 fanti.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO CAMILLO
Busseto 1675 c.-
Figlio di Antonio Maria e di Amelia Clavello. Fu nominato Cavaliere gerosolimitano nel 1694.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO CAMILLO
Busseto 1714-10 novembre 1785
Figlio di Muzio e di Maria Canobbio. chiamato dallo zio, nel 1728 si recò a Roma nel Collegio Clementino ove rimase fino al 1737. Ritornato a Busseto e laureatosi all’Università di Pavia, fu nominato Prevosto mitrato e curato della chiesa di Sant’Agata di Cremona. Fu autore di una parafrasi in versi latini del poema filosofico dello Stecchi intorno alle meteore e lesse una dissertazione sull’Origine dei Fonti nell’Accademia degli Arcadi della sua città.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO CARLO
Polesine o Monticelli d’Ongina 1427-Monticelli d’Ongina 1 ottobre 1497
Figlio di Orlando e di Caterina Scotti. canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 1452, fu poi Protonotorio Apostolico, e divenne Vescovo di Lodi il 21 giugno 1456. Arricchì la Cattedrale di Lodi di paramenti preziosissimi (del valore di trentamila scudi) e accrebbe la biblioteca del Capitolo di molti volumi. Onorò la Cattedrale di Lodi della dignità arcipresbiteriale, e in tempo di carestia sovvenne con grandi elemosine i poveri. Istituì un Collegio di Canonici con Prepositura nella terra di Monticelli, suo feudo, e lo arricchì di paramenti preziosi e di ricche entrate. Fu sepolto nella Cattedrale di Lodi.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 55 e 167-168; M. Martini, Archivio capitolare della cattedrale, in Archivio storico per le Province Parmensi 1911, 127; A.Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

PALLAVICINO CARLO
Tabiano 1447 c.-post 1513
Figlio di Uberto e di Polissena Anguissola. Fu marchese di Tabiano. Il 12 aprile 1513 massimiliano Sforza riconobbe le prerogative imperiali dei suoi feudi, confermate in seguito anche da papa Clemente VII.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO CARLO
Zibello 1527 c.-post 1586
Figlio di Uberto e di Marta Gambara. Fu delegato dai Pallavicino di Varano e di Polesine a disputare ad Alessandro Pallavicino l’adozione in lui fatta da Sforza Pallavicino. Essendo poi stati occupati questi feudi dal duca di Parma Alessandro Farnese, nell’impossibilità di sostenere le sue ragioni, il Pallavicino li cedette definitivamente ad Alessandro Farnese con un componimento della controversia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO CARLO
Parma 19 marzo 1616-Polesine 12 agosto 1699
Figlio di Ottaviano e di Bianca Cattaneo. Nel 1638 fu fatto Canonico della Cattedrale di Parma, quindi passò presso il cardinale Rinaldo d’Este, fratello del duca di Modena, e visse per qualche tempo alla sua corte. Fu Protonotario apostolico e Abate di Santa maria degli Umiliati di Borgo San Donnino. governò per quarant’anni il marchesato di Polesine senza mai condannare alcuno alla pena di morte. Edificò un palazzo in Parma e uno in Polesine. Nel 1683 pose nella cappella della Beata Vergine delle Grazie nella chiesa dei Minori Osservanti di Busseto un’iscrizione ricordante i suoi più distinti antenati.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO CARLO
Gallignano di Soncino 27 aprile 1619-post 1646
Figlio di Ermes e di Virginia Parati. Condusse una vita sregolata frequentando facinorosi e persone bandite dai tribunali, e fu noto per le sue violenze e per i molti stupri commessi. Nel 1639 prese letteralmente d’assalto la casa di Domitilla Beltramini per farle violenza. Nel 1641 fece ammazzare da alcuni sicari Giannangelo Peracchi, e l’anno seguente l’attuario criminale Stefano Cerami. Nel 1646 fu condannato assieme al fratello Francesco, reo dei medesimi delitti, alla morte e alla confisca dei beni. Ambedue si salvarono ponendosi al servizio di Venezia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO CARLO
Busseto-1758
Figlio di Muzio Omobono e di Maria zaccaria. Fu Cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO CARLO
Parma 11 novembre 1843-
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Dottore in Legge, fu Patrizio e cittadino veneto.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV.

PALLAVICINO CARLO FRANCESCO GIORGIO
Parma 30 dicembre 1715-12 maggio 1741
Figlio di Pio Giorgio e di Margherita Borromeo. Fece parte nel 1740 del Magistrato dei XII di Provvisione di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO CARLO GIUSEPPE
Parma 1633/1636
Fu chierico regolare di San Paolo. Nel 1633 fu a Vienna per conto del padre onde perorare presso la Corte imperiale perché fosse fatta giustizia e restituiti i beni della famiglia confiscati dai Farnese. Uomo molto avveduto, il Pallavicino avrebbe forse potuto rendersi particolarmente utile per la causa della famiglia ma, su istigazione dei Farnese, fu richiamato in patria dal generale della Congregazione dei Barnabiti. Nonostante ciò, anche per merito suo, tre anni dopo l’Imperatore riconobbe la legittimità delle richieste dei Pallavicino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO CAZANO
Pellegrino XIII secolo-1307
Figlio di Pelavicino. Fu ucciso in un fatto d’arme della guerra scatenatasi tra il fratello Visconte e Alberto Scotti.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO CESARE
1537 c.-Vienna
Figlio di Adalberto e di Angela Morani. Andò a servizio dell’esercito imperiale seguendo Sforza Pallavicino marchese di Cortemaggiore.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO CLARA
Polesine 8 febbraio 1699-Parma 11 maggio 1779
Figlia di Carlo Alberto e di Paola Sanvitale. Fu Dama della Croce stellata. Fu sepolta nella chiesa della Steccata in Parma.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO CLAUDIO
Busseto-Spagna 17 febbraio 1678
Figlio di Sforza, marchese di Busseto. Servì, col grado di capitano di corazze, nel 1635 l’imperatore e poi il Re di Spagna. Rimase ferito sotto Valenza e fu fatto prigioniero dalle milizie dei Farnese. Fu quindi consegnato ai francesi, dai quali si riscattò pagando una forte somma di denaro. Nel 1647 fu a Milano, quindi passò in Spagna.

FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia della monarchia piemontese, XI; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883 V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 385.

PALLAVICINO CLAUDIO
Parma 7 giugno 1640-Roma 15 aprile 1692
Nacque da Brunoro e Anna Maria Ferrari. Fu Maestro di Camera del cardinale Altieri. È forse lo stesso che fu Canonico della cattedrale di Parma dal 1673 al 1680.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO CORRADO
Parma 2 giugno 1870-Roma 2 febbraio 1929
Dilettante di buon livello, musicò l’operetta in 3 atti La festa dell’arancio, su libretto del giornalista Paolo Reni, allievo ufficiale alla scuola di Applicazione di Fanteria di Parma. Strumentata da Alfonso Raimondi, il 25 novembre 1918 fu rappresentata dalla compagnia di Augusto Angelini al Teatro Reinach di Parma, ricevendo applausi e chiamate rinnovati per tre sere.

FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 149; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

PALLAVICINO COSTANZA
Parma 30 ottobre 1771-
Figlia di Antonio Francesco e di Anna tarasconi. Fu Dama di Palazzo della Corte di parma
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO CRISTOFORO
Busseto 1450 c.-Milano 11 novembre 1521
Figlio di Pallavicino e di Caterina Fieschi. Le prime notizie del Pallavicino si hanno a partire dal 1499. Fu condottiero al servizio della Francia al tempo della Lega di Cambrai e in nome di Lodovico XII presidiò, assieme ai fratelli Galeazzo e Antonio Maria, Guastalla. Nel 1512 passò al servizio degli Sforza: a loro nome, nel 1513 andò a presidiare Cremona.nel 1515, quale Capitano d’arme, combatté alla battaglia di Marignano dove fu fatto prigioniero. Una volta liberato dai Francesi, si ritirò a Busseto dove completò e fondò il Convento di Santa Maria per le monache dell’Ordine di Santa Chiara. Edificò poi un palazzo a Samboseto e la chiesa dell’incoronata a Castiglione Lodigiano. Sospettato di far parte di una congiura ai danni dei Francesi, fu attirato con l’inganno a Milano dal governatore Lautrec e immediatamente imprigionato (secondo il Mensi, il Lautrec imprigionò il Pallavicino dopo aver occupato Busseto con quattromila guasconi). Senza attendere il giudizio del Re, il Lautrec , forse anche per reprimere col terrore l’odio della popolazione milanese nei confronti del suo governo, l’11 novembre 1521 fece decapitare sulla piazza del Castello il Pallavicino, nonostante la sua età veneranda (oltrepassava i 70 anni). Prima di essere tratto al patibolo, il Pallavicino dettò a Paolo Giglio di Milano, suo confessore, le ultime disposizioni testamentarie, firmate, che il frate consegnò al notaio di Monte Novo.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 312; P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.

PALLAVICINO DARIO
Parma 1611 c.-post 1661
Figlio di Ottaviano e di Bianca Cattaneo. Fu monaco, col nome di Giuseppe, dell’Ordine Benedettino nella congregazione dei canonici lateranensi. Fu poi Abate nel monastero di San Sepolcro in Parma dal 1650 al 1655. Nel 1659 uscì dalla congregazione passando alla Corte del cardinale Rinaldo d’Este, che accompagnò nel 1661 nella sua legazione in Francia. Ritornato in Italia, fu nominato Arcidiacono della Cattedrale di Parma. Fu anche poeta, e in varie Accademie sono ricordati componimenti da lui recitati.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII; V. Soncini, Chiesa di S. Sepolcro, 1932, 91.

PALLAVICINO DELFINO
Busseto 1106 c.-post 1153
Figlio di Oberto, ebbe dal padre in appannaggio le terre site nel Parmigiano, oltre il Taro. Venuto in discordia col fratello Tancredi, si ribellò al padre occupandogli alcune terre e uccise Tancredi. Cominciata la guerra tra i Piacentini, protettori del padre, e i Parmigiani, prese anch’egli le armi e colle sue devastazioni recò gravissimi danni agli avversari. Fu assalito due volte nel castello di Tabiano, ove si fortificò colle sue milizie e alla fine i Piacentini conquistarono e distrussero il castello. Pose fine alla guerra e alle discordie domestiche la comparsa in Italia di Federico I (1153), nella quale occasione gli fu restituito ciò che restava del castello di Tabiano. Forse il nome di Delfino fu solo il soprannome del Pallavicino, che gli venne dall’essere stato alle crociate e dall’aver preso per insegna il delfino.

FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. Pavia, salsomaggiore, Tabiano, Milano, 1898; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C. Argegni, Condottieri, 1937, 385-386.

PALLAVICINO DELFINO
Scipione 1238
Figlio di Guglielmo e di Solestella. Nel 1238 fu Podestà di Reggio. Prese parte alla Signoria di Soragna unitamente ai Lupi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO DONINO
Busseto ante 1348-1360 c.
Fu nipote del Marchese Uberto Pallavicino. Per il suo valore e le sue qualità fu tenuto in grandissima stima da Ugo IV, re di Cipro. Barone delle Corte cipriota, fu valoroso guerriero.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, [177-178].

PALLAVICINO DONNINO
Zibello 1416/1429
Figlio di Federico. Poco dopo il 1416 divenne nemico degli Estensi. Per questo motivo gli fu tolto il feudo di Zibello e, fatto prigioniero, fu rinchiuso in Parma. Nel 1418, di notte si calò dalle mura della Ghiaia presso il ponte di Galleria e fuggì assieme a due figli che erano stati rinchiusi con lui. Tentò allora, con l’aiuto di Pietro Pallavicino, di riprendere Zibello ma dovette desistere dall’impresa trovando i Rossi, i Sanvitale e i Lupi uniti nella difesa della rocca a nome degli Estensi. Zibello gli fu probabilmente restituita nel 1420 ma ne fu di nuovo spogliato nel 1429 da Orlando il Magnifico.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO DONNINO, vedi anche PALLAVICINO DONINO

PALLAVICINO DOROTEA, vedi MAGNANI LUIGIA MARIA DOROTEA

PALLAVICINO ELEONORA
Brugnola di Salso 1596
Marchesa. Il 3 giugno 1596 con altre cinque dame salsesi prese parte alla fondazione della Confraternita della Beata Vergine del Carmelo a Marzano.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21.

PALLAVICINO ELEONORA, vedi anche CAPILUPI ELEONORA

PALLAVICINO EMILIO MARIA
Parma 8 agosto 1884-Parma 17 aprile 1942
Figlio di Filippo e Luisa Benassi.Marchese, laureato in Teologia, fu Prelato di Sua Santità e Canonico della Cattedrale di Parma. Fu inoltre direttore dell’Ufficio missionario diocesano di Parma e cofondatore (1923) e primo Assistente ecclesiastico (1924-1928) dello scoutismo cattolico (ASCI) di Parma.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 420; Centro Studi Scout C.Colombo (M.Furia).

PALLAVICINO EMMANUELE
Parma-1499
Figlio di Lodovico e di Antonia Secco. Il 24 marzo 1485 ottenne dal duca di Milano Lodovico il Moro la facoltà di portare le insegne sforzesche di colore bianco e morello.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO ENIRO
busseto-22 febbraio 1601
Figlio di Pallavicino e di Isabella Carpani. Nel 1593, assieme al fratello Fabio, giurò fedeltà a Ranuccio Farnese duca di Parma.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO ENRICO
Scipione-Benevento 26 febbraio 1265
Figlio di Manfredo, dei marchesi di Scipione. Molto esperto nelle arti militari, combatté nelle guerre contro i guelfi. Quando suo zio Uberto Pallavicino, nel 1260, fu nominato capitano generale dei Milanesi, lo chiamò a sé e lo fece suo luogotenente. Nel 1261 gli riuscì di conquistare Tortona, aggiungendo così una città importante ai dominî dello zio. Nel 1265 si unì al fratello Uberto contro il marchese Guglielmo di Monferrato che, nell’imminenza dell’arrivo in Italia di Carlo d’Angiò, aveva preso le armi contro i ghibellini. Il Pallavicino fu inviato in Puglia per difendere Manfredi. Morì in battaglia insieme al figlio di Federico di Svevia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura, Torino, 1893; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C. Argegni, Condottieri, 1937, 386.

PALLAVICINO ERCOLE
Varano 21 aprile 1701-7 settembre 1782
Figlio di Niccolò e di Francesca della Valle. Fu Arciprete della chiesa di Cusignano e canonico della Cattedrale di Parma. Papa Clemente XIV lo fece Protonotario apostolico e l’infante Ferdinando di Borbone lo elesse suo primo elemosiniere. Fu l’ultimo marchese di Varano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO ERMETE
Busseto 1476 c.-1562
Figlio di Cristoforo e di Bona Pusterla. assieme al fratello Girolamo accolse nel 1532 l’imperatore Carlo V, il quale nell’occasione eresse Busseto al rango di città. Ancora assieme a Girolamo giurò fedeltà a Pier Luigi Farnese che nel 1545 era stato fatto duca di Parma e Piacenza. Nel 1547 fu eletto Prevosto della Collegiata di Busseto, titolo al quale rinunciò nel 1554. Nel 1556 giurò fedeltà a Filippo II re di Spagna.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.

PALLAVICINO ETTORE
Busseto 1533
Figlio di Lelio e di Laura. Fu fatto Cavaliere da Carlo V in Busseto il 4 marzo 1533.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO EUGENIA
Salsomaggiore-1647
Marchesa. Fu munifica sovvenzionatrice della chiesa di Salsomaggiore.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21.

PALLAVICINO EUGENIO
Scipione XVI secolo
Figlio di Annibale e di Aurelia Fogliani Sforza. Fu Canonico lateranense nel XVI secolo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO FABIO
Parma 3 aprile 1584 -
Figlio di Cesare e di Margherita Sanvitale. Fu militare di professione.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO FEDERICO
Borgo San Donnino 1191
Fu il primo podestà di Borgo San Donnino (anno 1191) di cui si conosce con certezza il nome (l’attribuzione al casato dei Pallavicino o Pelavicino fu fatta per la prima volta dal Pincolini). Del Pallavicino fanno menzione anche le storie piacentine. Allorché Arrigo VI vendette ai Piacentini i castelli di Borgo San Donnino e di Bargone, che aveva ricevuto in pegno, ordinò al Pallavicino di inviare a Piacenza i rappresentanti del Comune di Borgo San Donnino a prestare solenne giuramento di fedeltà e di obbedienza a quella comunità: ciò avvenne il 3 novembre 1191. Due giorni dopo, Antonio Andito, uno dei consoli del Comune di Piacenza, portatosi a Borgo San Donnino, ricevette dal Pallavicino il possesso di quella terra, abbracciando una colonna del Palazzo della Comunità e facendosi consegnare la porta del Castello: apprehendendo columpnam palacii et eam in manibus ipsius Antonii dimittendo, et per Portam castri que est juxta domun petri guerci que est in capite pontis castri (strumento contenuto nel Registro Mazzano della Comunità piacentina, 5 novembre 1191).

FONTI E BIBL.: G. Laurini, Capi civili di Borgo San Donnino, 1927, 9-10; N. Denti, Capi civili da Parma a Fidenza, 1960.

PALLAVICINO FEDERICO
Zibello 1389
Figlio di Donnino e di una Lupi. Ebbe in eredità il feudo di Zibello. Quando nel 1389 Giangaleazzo Visconti spogliò lo zio Barnabò dello Stato, si alleò col nuovo signore, forse sperando di averne dei vantaggi e delle proprietà.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO FEDERICO
Ravarano o Zibello 1444/1459
Figlio di Antonio e di una Saluzzo. È ricordato una prima volta in un documento del 1444. Nel 1454 dichiarò, quale feudatario di Ravarano, la sua lealtà al Duca di Milano. Nel 1459 compare tra i condottieri che accompagnarono il duca Galeazzo Maria Sforza nel viaggio a Bologna, e nel 1468 fu nominato Gentiluomo ducale. Al Pallavicino si deve la compilazione degli Statuti di Ravarano, che fu da lui affidata nel 1444 al perito giureconsulto Guidantonio gaifasi. Tale compilazione non fu che una riforma di quelle che i suoi avi avevano fatto eseguire per i feudi di Ravarano e di Zibello.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO FEDERICO
Zibello- maggio/dicembre 1502
Figlio quartogenito di Gianfrancesco e di Giacoma Brandolini. Il 5 febbraio 1498 Lodovico il Moro gli concesse l’investitura della porzione del feudo di Zibello che aveva avuto in eredità dal padre. Il 26 ottobre 1499 giurò fedeltà a Lodovico XII nel Castello di Milano per i feudi della famiglia. Fece testamento il 14 maggio 1502.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO FEDERICO
Busseto 27 ottobre 1709-Venezia post 1787
Appartenente al ramo dei marchesi di Busseto, entrò il 24 marzo 1726 nella Compagnia di Gesù. Ricevuta la sacra ordinazione, approfondì a Cremona la propria cultura teologica e insegnò poi a lungo teologia in quella città prima di assumere, nel 1773, l’incarico di rettore del Collegio milanese di educazione. Nel 1775 pubblicò a Milano le vite di Francesco Sforza Picenardi e della sorella di questi Teresa Isabella, monaca nel chiostro di Santa Maria della Pace in Cremona. Quindi a Venezia, nel 1787, pubblicò la sua opera maggiore, Il Sacerdote santificato, che ebbe larga diffusione sia in Italia che all’estero.

FONTI E BIBL.: D..Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 321-322.

PALLAVICINO FERRANTE CARLO
Parma 23 marzo 1615-Avignone 5 marzo 1644
Settimo di otto fratelli, nacque da giangirolamo e Chiara, figlia del conte Pompeo Cavalca. Fu tenuto a battesimo il 24 marzo 1615 da galeazzo Scotti e da Beatrice Malaspina. Il padre, marchese di Scipione, fu coppiere di Margherita Aldobrandini, moglie di Ranuccio Farnese. La famiglia trascorreva gran parte dell’anno a Parma, in un palazzo affittato in Strada San Michele. Come il fratello Giulio Cesare, mandato nei gesuiti, il Pallavicino fu destinato dalla famiglia al chiostro: nel 1631 entrò nel monastero di Santa Maria della Passione a Milano, congregazione di canonici lateranensi dell’ordine di San Benedetto. Nel 1632 prese i voti con il nome di Marcantonio e, come d’uso, rinunciò davanti al notaio a ogni pretesa sull’eredità paterna a favore del fratello Pompeo, che prese servizio come militare alla corte di Odoardo Farnese. Dal canto suo, Pompeo si impegnò a corrispondere al Pallavicino una pensione annua di cinquanta ducatoni di Milano, cifra sufficiente per consentirgli un decoroso sostentamento. Nel corso del 1633 il Pallavicino abbandonò milano, pare dopo aver ottenuto dai superiori l’autorizzazione a compiere un viaggio in Francia. Essendo egli di felice ingegno nell’inventare favole faceva travedere la Religione, e ‘l Mondo scrivendo la favolosa narrazione de’ suoi finti viaggi per tutte le provincie di Francia (Girolamo Brusoni). Si stabilì a Padova, nel monastero del suo ordine, e frequentò regolarmente i corsi dell’Università per almeno un anno accademico. Forse nel 1634 si trasferì a Venezia, nell’abbazia della Carità. Si legò d’amicizia al coetaneo Girolamo Brusoni, come lui costretto sedicenne al chiostro. Nel 1635 vide la luce un primo breve scritto in prosa del Pallavicino: Il sole ne’ pianeti, cioè le grandezze della Serenissima Repubblica di Venetia (Frambotto, Padova) che gli fruttò in ricompensa dal Senato Veneto una collana d’oro. L’anno seguente pubblicò due romanzi di soggetto biblico, La Taliclea e La Susanna (dal Sarzina), e due operette di soggetto religioso, La Traslatione del corpo di San Giovanni martire duca d’Alessandria da Constantinopoli in Venetia e la Vita di S. Giovanni martire duca d’Alessandria (entrambi dal Sarzina). Nel 1637 entrò a far parte dell’Accademia degli Unisoni, fondata da Giulio Strozzi, poi, con il nome di Accademico Occulto, di quella degli Incogniti, fondata nel 1636 da Giovan Francesco Loredano. All’Accademia, che si riuniva ogni lunedì nel palazzo del Loredano, frequentò Pietro Michiel, Antonio Santacroce, Maiolino Bisaccioni e Francesco Pona. Divenne poi segretario del Loredano. Sempre nel 1637 Crivellari e Bartoli, di Padova, gli publicarono Le glorie del miracoloso crocifisso che si ritrova nella chiesa de’ venn. PP. Servi in Padova e dal Tommasini uscì Il Giuseppe, altro romanzo il cui soggetto è tratto dalla storia sacra. Un tentativo storico-giornalistico, I successi del mondo nell’anno 1636 (Tommasini), si dimostrò poco fortunato: il Pallavicino si schierò apertamente con il partito antispagnolo e antipapale, ma Odoardo Farnese non apprezzò molto un passo in cui si accenna alla sua sfortunata campagna militare contro la Spagna (la sconfitta di Rottofreno): un Duca di Parma de’ propri sudditi poco sicuro, che con buon presidio nel castello ritirossi della Città, per scansar il pericolo, a cui l’esponeva la rabbia d’un popolo, impaziente de’ disagi della guerra (p. 77). Ancora presso l’editore Tommasini, il Pallavicino pubblicò nel 1638 due romanzi, Il Sansone e La Pudicitia schernita, quest’ultimo costruito su di un aneddoto scandaloso della Roma imperiale. Dal Sarzina uscì un Applauso nella nascita del Delfino, scritto encomiastico per la nascita del futuro Luigi XIV. L’anno seguente fece un breve soggiorno a Genova, di cui è testimonianza l’opuscolo Eolo dolente per l’edificio del nuovo molo di Genova (Farroni, Pisagni e Barberi, Genova; ripreso nella Scena rettorica). Accrebbe di una terza parte La Susanna, sempre per il Sarzina, il quale gli pubblicò anche La Bersabee, romanzo in cui, a differenza dei precedenti, la storia sacra è utilizzata ai fini di una polemica allegoria della politica contemporanea. Sempre nel 1639 pubblicò Le bellezze dell’anima (Tommasini, e, lo stesso anno, Genova, Calenzano), trattatello ascetico, e L’Ambasciatore invidiato, con lo pseudonimo di Alcinio Lupa. Per Bertani riunì scritti d’occasione, novelle, discorsi e lettere con il titolo di Varie composizioni. Nel 1640 pubblicò La Rete di Vulcano (Guerigli), romanzo mitologico-licenzioso ispirato allo Scherno degli Dei del Bracciolini, Scena rettorica (Bertani), esercizio di erudizione, e un brevissimo romanzo politico, Il Principe hermafrodito (Sarzina). Meditò di lasciare Venezia al seguito di un ambasciatore veneto di partenza per Costantinopoli; poi invece accettò l’incarico di cappellano di Ottavio Piccolomini, il duca di Amalfi stabilitosi in Boemia e militare al servizio dell’Imperatore. Dalla primavera del 1640 fu in Germania, dove il Brusoni vuole sia entrato in contatto con ambienti calvinisti. Nella primavera del 1641 rientrò a Venezia, trasformato nel fisico (contrasse il malfrancese, di cui portò i segni sul volto) e nello spirito: ritornò trasfigurato in guisa che pareva portasse fin d’allora la morte, sul volto un non so che di noia, e di malinconia che rendeva quasi odiosa la sua conversazione. E solamente dove fosse stato con qualche femminella volgare, pareva ch’egli deponesse quella sua mesta taciturnità e rozzezza, nel parlare, non che nelle pubbliche azzioni, ne’ privati trattenimenti riusciva insipido e freddo. Avveniva che trovandosi in qualche conversazione d’uomini e donne di riguardo, si sedeva solo in disparte, come astratto ne’ suoi pensieri, né rispondeva gran fatto di proposito a chi l’avesse risvegliato con qualche invito, o puntura (Brusoni). Lo stesso anno, da Guerigli uscirono Le due Agrippine, romanzo storico-eroico sul genere della Messalina del Pona, pubblicato clandestinamente, e, con lo pseudonimo di Ginifaccio Spironcini, il Corriero svaligiato, la sola cagione di tutte le sue disgrazie, come scrive Brusoni. Si tratta di cinquanta lettere, di vario argomento e violentemente polemiche, che si fingono trafugate a un corriere diplomatico. Avvisato da una spia, il nunzio apostolico Francesco Vitelli chiese al Senato di Venezia il sequestro del libro e l’arresto del Pallavicino. La mattina del 23 settembre 1641 le copie del Corriero furono sequestrate e distrutte e il Pallavicino fu prelevato dall’abbazia della Carità e rinchiuso nei camerotti. Nel febbraio 1642 fu liberato, senza processo, probabilmente grazie all’intervento di qualche amico potente (forse il Loredano). Il pallavicino gettò allora l’abito religioso e non ebbe più regola alcuna di vita, lasciandosi trasportare senza riguardo alcuno, o dalla necessità o dal capriccio (Brusoni). La sua popolarità fu accresciuta dalla bolla papale che il 22 gennaio mise all’indice Pudicitia schernita e Rete di Vulcano. Temendo rappresaglie da parte degli ambienti ecclesiastici, si rifugiò in casa del Loredano, poi fu a Parma, a Piacenza e in Friuli. Tornò quindi a Venezia, ospite di Nicolò Venier, cui aveva dedicato Eolo dolente. Sempre nel 1642 videro la luce due libelli anomini: La baccinata, ovvero battarella per le api Barberine e il Dialogo molto curioso e degno tra due gentiluomini Acanzi, violentemente antipapali e a sostegno di Odoardo Farnese, impegnato nella guerra di Castro. La Baccinata, poi, è impudentemente dedicata all’illustrissimo e Reverendissimo Monsignor Vitellio, Nunzio di Sua Santità in Venezia poiché V.S. illustrissima che nel cognome di vitello mostra d’esser razza di bue, assicura in sé una simpatia naturale con quelli animali, e conseguentemente con gli Barberini. Fu in quel periodo che il Pallavicino conobbe Charles de Brèche, figlio di un libraio di Parigi, che soggiornava in Venezia con il falso nome di Charles de Morfù o Morfì. Il Pallavicino e de Brèche si conobbero in casa di Nicolò Venier: il francese gli si finse amico, gli offrì denaro e gli fece credere (pare mostrando alcune lettere abilmente falsificate) che il cardinale di Richelieu intendeva offrirgli la carica di storico personale e la direzione di una Accademia di lettere toscane. Il pallavicino abboccò: si recò a Bergamo preso il parente Bartolomeo Albani, dove lo raggiunge il de Brèche, che si impegnò ad accollarsi le spese del viaggio. Verso la metà di ottobre del 1642 i due furono a Ginevra, dove il Pallavicino tentò, pare senza successo, di fare stampare alcuni dei pamphlet che si era portato dietro in una grossa valigia di cuoio nero. Del 1642 sono anche l’aretinesca Retorica delle puttane e il Divortio celeste, compendio delle malefatte di papa Urbano VIII. Il fatto che queste due opere non siano menzionate nei verbali del processo tra quelle trovate in possesso del Pallavicino nella sua valigia, e il fatto che il Divortio descriva fatti avvenuti nell’ottobre dello stesso anno, lascia supporre che siano state stampate a Venezia dopo la partenza del Pallavicino. Da Ginevra, dove affittarono due cavalli, il Pallavicino e il de Brèche scesero l’Isère e poi il Rodano fino a Montdragon. Si avviarono quindi  verso Oranges, dove il francese aveva alcuni affari da sbrigare. Nel 1643 partirono da Oranges per Nîmes: de Brèche condusse l’ignaro Pallavicino a un posto di frontiera sul ponte di Sorgues, poco distante da Avignone, città che era sotto la giurisdizione papale dai tempi della cattività. Il pallavicino, che viaggiava con il falso nome di giovanni Raimondi, fu arrestato dai soldati pontifici (12 gennaio) e rinchiuso nel Palazzo dei Papi di Avignone, nella torre de la Glacière. Il de Brèche fu subito rilasciato. Ai preparativi del processo attese, in assenza del legato (il cardinale nepote Antonio Barberini, che si trovava a Roma), il vice legato Federico Sforza. Se si deve credere al Brusoni, il Pallavicino tentò la fuga: si fece dare alcune candele per leggere e appiccò il fuoco alla porta, ma il tentativo fu subito scoperto. L’istruttoria fu affidata all’avvocato Stefano Ciai. Capi d’imputazione furono gli scritti, quasi tutta la produzione del Pallavicino, contenuti nella sua valigia. parallelamente, a Venezia, il nunzio Vitelli procedette all’interrogatorio delle persone che avevano conosciuto l’imputato durante il soggiorno veneziano. Davanti ai giudici, il Pallavicino tentò una timida difesa: affermò che i libri anonimi non erano suoi e che li aveva avuti in dono da amici, che i manoscritti erano copie di altri manoscritti, copiati per ingannare il tempo durante la prigionia nei camerotti, tutte cose di proprietà di Venier, Michiel e Loredano, e che la maggior parte degli scritti brevi (pasquinate, lettere e sonetti) l’aveva copiata da originali di proprietà del veneziano Avogadro e altri erano stati trascritti dietro richiesta di de Brèche durante il viaggio. Chiese clemenza, si dichiarò vittima di cattive compagnie e di furori giovanili. Rinnegò la Baccinata affermando di averla avuta in dono dal Loredano mentre si trovava a Bergamo perché la confutasse. Del Corriero svaligiato disse che una prima versione, che non vide mai la luce, era sua, ma che quella pubblicata gli era stata attribuita dai nemici. Ma lo Sforza scrisse il 3 settembre 1643 al cardinale Barberini: Si conosce chiaramente gli scritti essere originali, e non copie, come egli asserisce; e perché da quello ch’abbiamo nel processo sin ad ora pare che ci sia tanto che avanzi per castigarlo come merita, non abbiamo ancora voluto avventurarlo ai tormenti, alli quali io credo nondimeno ch’egli sia per fare poca resistenza, per aver veduto con che facilità ha confessato quello che di già è in processo. Io credo che la giustizia sia per condannarlo alla morte. Inutili furono le richieste di perdono, infarcite di dotte citazioni dalla storia sacra, che il Pallavicino indirizzò al cardinal nepote: Ma quale gloria le sarà d’aver schiacciato il capo ad un verme? Sarà più vantaggio della sua magnanimità il raddrizzarmi, e farmi un vivo trofeo della sua clemenza (questa lettera fu allegata agli atti processuali come comprovante confessione piena). Benché il delitto di cui il Pallavicino fu accusato non fosse, di per sé, capitale, fu giudicato tale propter reiterationem: la condanna fu a morte per lesa maestà e apostasia. Venerdì 4 marzo 1644 venne degradato da un alto prelato e sabato 5 fu condotto nella piazza antistante il Palazzo dei Papi e, a soli 29 anni d’età, decapitato. Gli si risparmiò il rogo già che si trova che egli è Gentiluomo. I libri furono arsi dal carnefice, i manoscritti conservati. Che il Pallavicino fosse un personaggio di una certa levatura e assai scomodo, lo capirono bene gli ambienti ecclesiastici, se tanto si diedero da fare per toglierlo di mezzo: al riguardo sono abbastanza significativi gli atti processuali e la corrispondenza scambiata tra i Barberini e il vicelegato di Avignone. Senza dimenticare che di tutti i libellisti che pullularono nell’Italia del Seicento, fu l’unico a lasciare la testa sul patibolo. Se la condanna a morte tolse di mezzo un personaggio che per la famiglia Barberini si era fatto troppo pericoloso, si ritorse però contro chi l’aveva vista come unica soluzione: il Pallavicino divenne un vero e proprio mito. I suoi scritti furono tradotti in francese, inglese e tedesco, e nell’arco della sola seconda metà del Seicento si contarono in Europa circa settanta edizioni delle sue opere. Di echi e suggestioni pallaviciniane si fecero poi forti le polemiche antiromane dei protestanti e antireligiose in genere.

FONTI E BIBL.: A. Albertazzi, Romanzieri e romanzi del Cinquecento e del Seicento, Bologna, 1891, 315-330; L’anima di Ferrante Pallavicino, divisa in sei vigilie, Colonia, 1675; H. Bayle, Dictionnaire historique et critique, Rotterdam, 1702, t. III, 2291; A. Belloni, Il Seicento, Milano, 1955, 363-364; F. Benoît, La valise de Ferrante Pallavicino, Paris, 1928; H. Bouché, La Chorographie ou description de Provence et l’histoire chronologique de mesme pays, Aix, 1664, II, 933-934; G. Brusoni, Vita di Ferrante Pallavicino, Venezia, 1654; G. Chaufepié, Nouveau dictionnaire historique et critique, La Haye, 1753, t. III, 18-19; P. De Saint Romuald (P. Guillebaud), Trésor chronologique et historique, Paris, 1642-1647, t. III, 972; P. De Saint Romuald, Ephémerides, Paris, 1662, t. I, 198; Encyclopédie, Neuchatel, 1765, t. XII, 687-688 (voce: Plaisance); G. Faelli, Un libellista decapitato, in La Domenica del Fracassa 3 gennaio 1886; G. Ghilini, Teatro d’uomini letterati, Venezia, 1647, t. II, 77-78; Le Glorie degli Incogniti, Venezia, 1647, 137-139; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1841, tav. XXX; J. Lucas-dubreton, Un libertin italien du XVIIe siècle: Ferrante Pallavicino ou l’Aretin manqué, Paris, 1923; P. Marchand, Dictionnaire historique, ou mémoires critiques et littéraires, La Haye, 1759, t. II, 125-129; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899, 312; L. Morery, Grand dictionnaire historique, Paris, 1707, t. IV, 135-136; G. Naudé, Naudaeana et patiniana, Amsterdam, 1703, 109-110; Nouvelle biographie générale (Michaud), Paris, 1862-1866 (voce Ferrante Pallavicino); N. Papadopoli, Historia Gymnasii Patavini, Venetiis, 1726, t. II, 301; G. B. Passano, Novellieri italiani in prosa, Torino, 1872, vol. I, 482-483; C. Poggiali, Memorie per la storia letteraria di Piacenza, Piacenza, 1789, II, 170-194; F. Salfi, histoire litteraire d’Italie, Paris, 1935, XIV, 84-86; G.Spini, Ricerca dei libertini, Roma, 1950 (ristampa: Firenze, 1983); G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Modena, 1713, t. VIII/3, 381; N. Vigneul Marville, Mélanges d’histoire et de littérature, Rotterdam, 1700, 11-13; E. Zanette, Suor Arcangela, monaca del Seicento veneziano, venezia-Roma, 1960, 339-340 e 350-354; Secoli della letteratura italiana, 3, 1855, 398-401; Aurea Parma 1 1985, 4-15; A. Marchi, Don Ferrante Pallavicino, Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1985, 77-78; Gazzetta di Parma 24 novembre 1992, 5; Bergamo, Biblioteca Civica, Carteggio Albani, Gab. E. 2/sop. 10-13; Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Codice Barb. Latino n. 6157 e 9476; Genova, Biblioteca Universitaria, ms. E. V. 19; Milano, Biblioteca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Archivio Pallavicino-Sforza-Fogliani, buste n. 37 e 39; Parma, Archivio Vescovile, busta Matr. 1619; Venezia, Archivio di Stato, Esposizioni Roma-Collegio R. 31.

PALLAVICINO FILIPPO
Parma 9 novembre 1751-Parma 29 dicembre 1843
Figlio secondogenito di Uberto. Fu educato per nove anni a Roma nel Collegio Nazzareno. Ritornato a Parma, fu nominato Esente delle Reali Guardie del Corpo e Ciamberlano del duca di Parma Ferdinando di Borbone. apprese il fagotto e il corno inglese da Gaetano Grossi e il canto dal maestro Francesco Fortunati. Il Pallavicino fece la delizia dei Sovrani passati cantando con essi a Colorno nel teatrino di Corte con applauso universale (Gervasoni). Fu colonnello delle Guardie d’onore della duchessa di Parma Maria Luigia d’austria.Decantato quale abile cavallerizzo, valente schermidore e grazioso ballerino di sala, fu inoltre commendatore dell’Ordine costantiniano e patrizio e cittadino veneto.

FONTI E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 222; Pallavicino dell’Emilia 1911, tav. XXXIII; Palazzi e Casate di Parma, 1971, 374.

PALLAVICINO FILIPPO
Parma 10 giugno 1848-
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda pallavicino. Fu consigliere in diversi comuni del Reggiano e presidente della commissione Ippica nella provincia di Parma. Fu Patrizio e cittadino veneto.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV.

PALLAVICINO FILIPPONE
Pellegrino 1397/1402
Figlio di Giacomo. Nel 1397 ottenne dal duca di Milano il rinnovo dell’investitura di pellegrino e di Specchio. Nel 1402 fu a milano ad assistere ai solenni funerali celebrati per il duca Giangaleazzo Visconti.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XV.

PALLAVICINO FRANCESCO
-Bargone 1376
Nel 1374, accompagnato dai figli del cugino Nicolò Pallavicino, si recò a Bargone dove fu accolto dallo zio Giacomo Pallavicino. Mentre si stava consumando il pranzo, il Pallavicino trucidò a tradimento lo zio e il nipote Giovanni, quindi, usata violenza alle loro donne, le cacciò da castello. Avrebbe a questo punto dovuto consegnare la fortezza a Nicolò Pallavicino ma si rifiutò di eseguire quanto in precedenza era stato convenuto. Nicolò pallavicino si rivolse allora contro di lui dando inizio a una lunga contesa.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO FRANCESCO
Busseto 1476 c.-post 1546
Figlio di Cristoforo e di Bona Pusterla. Nel 1529 fu eletto prevosto della chiesa di Busseto. Vi rinunciò nel 1546.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav.  XXI.

PALLAVICINO FRANCESCO
Parma-post 1567
Figlio di Emmanuele e di Luigia Lupi. Nel 1545 giurò fedeltà e obbedienza a Pierluigi Farnese, primo duca di Parma e Piacenza. Fece testamento il 14 gennaio 1567.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO FRANCESCO
Busseto 1621 c.-post 1646
Figlio di Ermes e di Virginia Parati. Nel 1646, unitamente al fratello Carlo, fu condannato a morte e alla confisca dei beni essendo accusato di diversi omicidi, violenze e molti stupri. Ambedue si salvarono ponendosi al servizio di Venezia quali condottieri d’armi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO FRANCESCO
Polesine 1683 c.-Busseto 1750
Figlio di Sforza. Nel 1748 fu incarcerato in Busseto per aver ucciso in una rissa con due pugnalate il fratello Lodovico, che era chierico. Morì in prigione.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO FRANCESCO
Busseto 9 settembre 1763-16 gennaio 1835
Figlio di Muzio Omobono e di Maria zaccaria. Nel 1781 fu nominato Cavaliere gerosolimitano. Fu anche commendatore.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXIII.

PALLAVICINO FRANCESCO
Parma 16 marzo 1887-post 1947
Figlio di Ottorino e di Nellina Pallavicino Mossi. Si laureò al Politecnico di Milano in architettura nel 1910. Costruì il silos nel porto di Civitavecchia dal 1925 al 1928 e un edificio scolastico nella stessa città. Lavorò anche a Tirana, in Albania. Si occupò di costruire le linee ferroviarie Chivasso-Locarno e Asti-domodossola, e dal 1923 al 1925 diresse i lavori della ferrovia Roma-Ostia.

FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scrittori e architetti, 1947, 381.

PALLAVICINO FRANCESCO
Parma 1897/1918
Tenente di cavalleria nell’aviazione, durante la prima guerra mondiale si imbattè in una intera squadriglia austriaca mentre inseguiva un velivolo nemico. Una scarica di mitraglia gli fece saltare l’arma tra le mani e pur ferito con abili manovre riuscì a sottrarsi al nemico raggiungendo le linee italiane e offrendo alle truppe che seguivano da terra il combattimento bellissimo esempio di calma, di audacia, di alto sentimento del dovere, come  è scritto nella motivazione della medaglia d’argento al valor militare della quale fu insignito.

FONTI E BIBL.: Aviatori parmigiani, in Gazzetta di parma 15 maggio 1978, 3.

PALLAVICINO FRANCESCO MARIA
Parma 1 maggio 1635-27 aprile 1703
Figlio di Ranuzio e di Camilla Carissimi. Fu inviato dal duca di Parma Ranuccio Farnese all’imperatore Leopoldo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XX.

PALLAVICINO FRANCHEDI, vedi PALLAVICINO TANCREDI

PALLAVICINO GALEAZZO
Busseto 1410 c.-
Figlio di Orlando e di Caterina Scotti. Nel 1442 fu lettore di sacri canoni all’università di Torino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO GALEAZZO
Busseto 1452 c.-1520
Figlio di Pallavicino, dei marchesi di Busseto, e di Caterina Fieschi. Nel 1478 fu creato cavaliere, lo stesso giorno che Galeazzo Maria Visconti ricevette le insegne di duca. Nel 1483 fu eletto consigliere ducale. Dieci anni dopo fu tra i condottieri delle squadre milanesi, nella battaglia del Taro, contro Carlo VIII. Nel 1499 Ludovico il Moro lo inviò coll’incarico di Capitano delle armi in Piacenza, nel momento in cui Ludovico XII si preparava a impadronirsi del Ducato di Milano. Il Pallavicino non si curò di difendere quella piazza e si schierò per il Re, il quale, divenuto padrone della Lombardia, comprese il pallavicino nella donazione di Borgo San Donnino fatta ai fratelli, e lo nominò cavaliere di San Michele e di San Donnino, dandogli fontanella, Soresina e Romanengo. Più tardi lo creò governatore di Pontremoli, di felino e di Torchiara. Nel 1503 il Pallavicino fece costruire un mulino a Gallinella. Fatta la lega di cambrai (1508), continuò a militare per Ludovico XII e si trovò alla battaglia di agnadello (1509) contro i Veneziani. Nel 1512 si ritirò nelle sue terre, ma un anno dopo, quando i Francesi si unirono ai Veneziani, si impadronì di Cremona. Nel 1515, venuto in Italia Francesco I e vinti gli Svizzeri a Marignano, Massimiliano Sforza fu fatto prigioniero. Il Pallavicino avuto sentore della vittoria, ne profittò per ritornare a Cremona, donde era stato scacciato, e dove trovò invece festose accoglienze. Il Re gli cedette, in segno di onore, una coppa d’oro che era stata offerta a lui. Continuò a seguire il partito francese fino alla morte. Da papa Leone X e da Massimiliano Sforza nel 1513 fu riconfermato nei suoi diritti e privilegi sugli antichi feudi Pallavicino.

FONTI E BIBL.: Archivio Storico Lombardo, t. I, anno XVII, 1890; Chronicon familiae Pallavicina, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; C. Cipolla, Storia delle signorie italiane, Milano, 1881; B. Corio, Storia di Milano, V, III, Milano, 1857; Giulini, Memorie della città e campagna di Milano, Milano, 1837; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834;  E. Ricotti, Storia delle compagnie di ventura, Torino, 1893; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; Enciclopedia militare, 1933, V, 770; F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; C. Argegni, Condottieri, 1937, 387; E. Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 43.

PALLAVICINO GALEAZZO
Busseto o Cortemaggiore-1582
Nel 1550 gli fu conferita con provvisione apostolica la commenda di Santa Maria maddalena della Ceva, in Diocesi di Cremona. Nel 1565 fu al servizio dei Veneziani quale condottiero di trenta lance del doge Priuli, e non ritornò in patria che dopo quindici anni. Lottò a lungo nei tribunali di Parma e di Roma contro i Farnese che volevano usurpare i diritti dei Pallavicino. Morì senza aver mai ottenuto un pronunciamento definitivo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO GERMANO
Parma 16 maggio 1836-Rovereto 20 giugno 1886
Figlio di Gian Francesco e di Zelinda Liberati. Fu molto versato nelle matematiche, per le quali ottenne regolare licenza. Percorse la carriera militare, dapprima come sottotenente del genio nelle truppe del Ducato Parmense, quindi nel 1860 passò nell’esercito regolare italiano, dove raggiunse il grado di capitano di fanteria. Prese parte alla campagna di guerra del 1866 contro gli Austriaci per l’indipendenza d’Italia. Fu fregiato della medaglia commemorativa per le guerre dell’indipendenza e di quella dell’Unità Nazionale. Il Pallavicino fu Patrizio e cittadino veneto.
FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIII; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1932.

PALLAVICINO GEROLAMO
Busseto 1508-Castiglione Lodigiano 22 aprile 1579
Figlio di Cristoforo. Ebbe la signoria di busseto coi fratelli Ermete e Francesco, ma a lui solo fu affidato il governo. Era ancora minorenne quando i Francesi gli decapitarono il padre. Nel 1521 andò alla Corte imperiale di Carlo V, ed ebbe il titolo di gentiluomo. Nel 1532 ritornò a Busseto, dove l’anno seguente ebbe il privilegio di ricevere l’imperatore Carlo V il quale nell’occasione eresse Busseto al rango di città. Nel 1536 combattè nelle Fiandre  sotto Ferrante Gonzaga contro i Francesi. Nel 1543 ospitò in Busseto papa Paolo III e l’imperatore Carlo V a convegno. Nel 1544 fu eletto Colonnello di fanti.Nel 1545 prestò giuramento di fedeltà a Pier Luigi Farnese, eletto duca di Parma e Piacenza. Ma il nuovo Duca lo perseguitò e gli limitò molti dei suoi privilegi. Cospirò così contro il Farnese e, morto questi, riebbe cortemaggiore. Nel 1546 si recò in Parma con 200 fanti su richiesta del governatore pontificio, malcontento della presenza degli Spagnoli. Nel 1547 fu governatore di Lodi, e, non appena fu avvertito dell’uccisione di Pier Luigi Farnese, fece recapitare la notizia a Milano a Ferrante Gonzaga. Fu poi nuovamente nelle Fiandre. Nel 1552, in Anversa, difese i suoi parenti da agguati di sicari dei Farnese, ma nonostante ciò due suoi congiunti furono uccisi (lo stesso Pallavicino fu gravemente ferito). Nel 1555 tornò in Italia come condottiero di cavalli, per la guerra che in Piemonte si combatteva contro i Francesi, e si guadagnò il titolo di strenuo capitano. Dopo la pace di Cambrai (1559) si ritirò dai campi di battaglia e visse a castiglione Lodigiano, suo feudo. Nel 1570 contribuì a riedificare la chiesa parrocchiale di Castiglione e dal 1572 al 1579 fondò cinque coppellanie  nella chiesa dell’Incoronata a carico dell’ospedale Maggiore di Milano da lui beneficiato con testamento.

FONTI E BIBL.: I.Affò, Vita di Pier Luigi Farnese, Milano, 1821; Archivio  di Stato in Milano, Sezione storica, Famiglia Pallavicino; Battilana, Genealogia delle famiglie nobili, Genova 1823; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; De Leva, Storia documentata di Carlo V; P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834, tav. XXI; L. Poggiali, Storia di Piacenza, Piacenza, 1757-1766; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; P. Vitali, Memorie di Busseto, ms. già presso Seletti; C. Argegni, Condottieri, 1937, 387; U.Imperatori, Italiani all’estero, 1956, 206.

PALLAVICINO GEROLAMO
Polesine 24 settembre 1579-
Figlio di Camillo e di Margherita Pallavicino. Fu protonotario apostolico.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO GIACOMO
ante 1322-Bargone 1374
Figlio di Federico. Fu ucciso assieme al figlio Giovanni dal nipote Francesco.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO GIACOMO
Bargone 1374/1376
Morto nel 1376 il fratello Francesco, fu spogliato del feudo di Bargone e imprigionato da Nicolò Pallavicino con il pretesto che egli fosse sul punto di allearsi a Bernabò Visconti.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO GIACOMO
Scipione 1450/1498
Figlio di Giovanni e di Lucia Bajardo. Nel 1450 fu armato cavaliere. Abitò a lungo nella rocca di Chiavenna, nel Piacentino. Fu governatore di Borgo San Donnino nel 1495, e nel 1498 fu nominato vice duca di Bari da Lodovico il Moro. Del Pallavicino pubblicò cenni biografici il canonico Camillo Beccara.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 312.

PALLAVICINO GIAMBATTISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA

PALLAVICINO GIAMPAOLO
Busseto o Cortemaggiore-post 1648
Figlio di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta valvassori. Appartenne all’ordine dei Servi di Maria. Fu maestro di teologia e dal 1648 priore nel convento di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIAN BATTISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA

PALLAVICINO GIANFRANCESCO
Scipione-Colorno 25 maggio post 1486
Figlio di Niccolò e di Angela. Nel 1479 ricevette dal cardinale Giovanni di Aragona il patronato e la chiesa di San Nicomede in Borgo San Donnino. Visse lungamente alla Corte degli Sforza di Milano. Nel 1482 si alleò a Costanzo Sforza nella guerra contro i Rossi di San Secondo ma non riuscì a unirsi alle truppe degli sforza perché fu fatto prigioniero e rinchiuso nel castello di Roccabianca, da cui fuggì poco dopo  mancando alla parola data di non allontanarsi da quei luoghi in cambio di una relativa libertà di movimento. Morì, dopo essere partito da Colorno, affogando nelle acque del torrente Lorno.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO GIANFRANCESCO
Busseto o Cortemaggiore-post 1648
Figlio di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta Valvassori. Nel 1648 fu al servizio della Corte di Spagna. Si adoperò in Vienna per gli interessi della sua famiglia quale procuratore del padre.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIANFRANCESCO
Parma 9 aprile 1800-Parma 6 novembre 1884
Nacque dal marchese Filippo e da Dorotea Magnani. Laureato in legge nel 1822, prestò giuramento l’anno dopo, dinanzi alla Corte d’Appello, per il libero esercizio dell’avvocatura. Ma il 1° gennaio 1824 entrò al servizio dello Stato con la qualifica di Aggiunto negli Uffizi della Delegazione di Parma. Fu dapprima segretario nel Commissariato distrettuale di Busseto, fu poi chiamato al dicastero dell’interno, donde passò commissario ducale in Guastalla nel 1840, mostrandosi sempre zelante amministratore. A quarant’anni ebbe la nomina di Consigliere di Stato e nel 1854 la reggente Luisa Maria di Berry, col decreto che ricostituì la Regia Università di Parma, lo elevò alla direzione dell’Ateneo stesso col titolo di Presidente del Supremo Magistero degli Studi. Si valse di tale titolo per strappare al Governo le maggiori concessioni possibili a vantaggio dell’istruzione e del personale addetto all’Ateneo. Il Pallavicino ebbe inoltre l’ufficio di Segretario generale alla Presidenza del Ministero dell’Interno e giunse, intorno al 1848, a occupare la carica di governatore civile e militare a Piacenza. Il 30 agosto 1848 venne nominato dal governatore militare Delegato provvisorio all’uffizio di direttore generale al Dipartimento de’ Lavori Pubblici, che aveva competenza anche sul Teatro Regio. Il nuovo sovrano nel 1849 lo nominò Regio Commissario straordinario del Teatro Regio di Parma. Nell’Archivio di Stato di Parma (Fondo Sanvitale) vi è il manoscritto della sua composizione musicale Quattro quadriglie francesi. In seguito fu chiamato a presiedere la sezione del contenzioso amministrativo nel Consiglio di Stato, e in tale carica rimase sino al 1859.Con l’unione del Ducato di Parma al Regno d’Italia, Il Pallavicino, cessato ogni incarico governativo (1861), rivolse ogni sua attività a beneficio della congregazione di San Filippo Neri. Fu ciambellano di Maria Luigia d’Austria e di Carlo di Borbone, consigliere della Consulta Araldica di Parma, gentiluomo di camera di Maria Luisa di Borbone e commendatore dell’Ordine costantiniano. Fu grande appassionato e conoscitore di musica. Sposò Zelinda Liberati.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario Biografico, 1905, 79-80; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 5, 1932, 63-64; M. Mora, Marchese Gianfrancesco Pallavicino, in Archivio Storico per la Provincie Parmensi 1953, 309; Palazzi e Casate di Parma, 1971, 375.

PALLAVICINO GIAN FRANCESCO, vedi anche PALLAVICINO GIOVANNI e PALLAVICINI GIOVAN FRANCESCO

PALLAVICINO GIANGABRIELE
Busseto 1479 c.-post 1528
Figlio di Antonio Maria. Nel 1499 giurò fedeltà a re Lodovico XII. In seguito, accusato di ribellione, gli furono confiscati i beni e i titoli, che gli furono restituiti solo il 20 luglio 1528 da Antonio de Leyva, governatore Spagnolo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO GIANGIORGIO SFORZA
Parma 1660 c.-16 dicembre 1742
Figlio di Giangiorgio e di Angela lampugnani. Fu ciambellano dell’imperatore Leopoldo I nel 1682. Durante la guerra di successione, nel 1701 giurò fedeltà quale feudatario di San Fiorano a Filippo V che, come re di Spagna, era divenuto Duca di Milano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO GIANGIROLAMO
Busseto 1479 c.-16 ottobre 1536
Figlio di Antonio Maria e di Isabella Borromeo. Fu ucciso da alcuni Pallavicino di Scipione per aver fatto donazione alla moglie, Giacoma Pallavicino di Zibello, del Castelletto nel territorio di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO GIANGIROLAMO
Scipione 6 settembre 1570-1628
Figlio di Lionello e di Marta Albani. Fu coppiere di Margherita Aldobrandini, duchessa di Parma. Quindi fu maestro di camera del duca Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO GIANGIROLAMO
Scipione 25 agosto 1651-Scipione 8 maggio 1722
Figlio di Pompeo e di Barbara Anguissola. Fu maestro di camera alla Corte dei duchi di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO GIANGIROLAMO
Scipione 5 febbraio 1736-1776
Figlio di Pompeo e di Dorotea Mulazzani. Fu gentiluomo di camera del duca di Parma. Fu confeudatario di Scipione e Grotta.

Fonti e Bibl.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO GIAN LODOVICO
Parma 1827
Il 23 giugno 1827, in occasione dell’inaugurazione del Nuovo Teatro Comunale di Cortemaggiore, scrisse il testo della cantata L’ombra, che fu musicata da Ferdinando Provesi (Biblioteca Palatina di Parma, Fogli volanti, Serie A, 1824-1830).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PALLAVICINO GIANLODOVICO, vedi anche PALLAVICINO GIOVANNI LUDOVICO

PALLAVICINO GIANMANFREDO
Polesine o Busseto 1410 c.-1485 c.
Figlio di Orlando e di Caterina Scotti. Il 2 giugno 1458 ebbe dal duca di Milano Francesco Sforza l’investitura dei feudi di Costamezzana e Polesine ereditati dal padre. Nel 1470 e 1477 prestò giuramento di fedeltà ai duchi di Milano. Più tardi, approfittando delle discordie interne alla corte di Milano, si impadronì della fortezza di Godano, che però dovette nuovamente cedere il 21 marzo 1485. Morì non molto tempo dopo. Il Pallavicino edificò la cappella della Beata Vergine delle Grazie nella chiesa di Santa Maria degli Angeli in Busseto.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO GIANMANFREDO
Costamezzana 1513/1547
Figlio di Gianottaviano e di Laura Caracciolo. Nel 1513 ebbe confermati dal duca massimiliano Sforza gli antichi privilegi. Condusse una lite interminabile col cugino Giambattista Pallavicino per il possesso di Costamezzana. A un cento punto, accusato dal suo avversario di aver prodotto documenti falsi, fu incarcerato mentre si trovava a Roma e sottoposto a tortura. Nel 1547 fu accusato con altri di aver introdotto gli imperiali a Piacenza dopo l’assassinio del duca Pierluigi Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO GIANNANTONIO
Tabiano o Castellina 1447 c.-
Figlio (forse primogenito) di Uberto e di Polissena Anguissola. Il 26 ottobre 1499 prestò giuramento, quale feudatario dipendente dal ducato di Milano, al re Lodovico XII di Francia in una solenne funzione celebrata nel castello di Milano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XX.

PALLAVICINO GIANNANTONIO
Varano de’ Marchesi 1556
Figlio di Gianfelice e di Caterina. Nel 1556 giurò fedeltà, quale feudatario di Varano de’ Marchesi, nelle mani del governatore di Milano, Ferrante Gonzaga, a Filippo II re di Spagna.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO GIANOTTAVIANO
Busseto o Polesine 1436 c.-Fondi 1505 c.
Figlio di Gianmanfredo e di Pellegrina Spinola. Lodovico il Moro confiscò a lui e ai fratelli i beni, che poi il Pallavicino recuperò, pagando una ragguardevole somma, nel 1490. Visse lungamente a Milano ma rimase sempre un oppositore di Lodovico il Moro, e il 26 ottobre 1499 giurò solennemente fedeltà a re Lodovico XII nel castello di Milano. Fece testamento il 18 dicembre 1504 in Fondi.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO GIBERTO
Busseto o Scipione 1497
Figlio di Antonio.Notaio, rogò il testamento di Carlo Pallavicino, vescovo di Lodi, nell’ottobre 1497.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XV.

PALLAVICINO GIORGIO GAETANO
Parma 15 agosto 1727-1790
Figlio di Pio Giorgio e di Margherita borromeo. Fu abate fino all’anno 1759, quando, per la morte del nipote Giangiorgio Pallavicino, lasciò l’abito religioso per la successione ereditaria della casata.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO GIORGIO GUIDO, vedi PALLAVICINO TRIVULZIO GIORGIO GUIDO

PALLAVICINO GIORGIO PIO
Parma 21 dicembre 1761-26 aprile 1803
Figlio di Giorgio Gaetano e di Maria Dati. Fu ciambellano dell’imperatore nel 1790 e fece parte del consiglio dei LX decurioni nel 1792. Nel 1796 fu arrestato dai Francesi, che avevano occupato la Lombardia, e relegato a Nizza. L’anno seguente, grazie a una amnistia voluta da Napoleone Bonaparte, fu liberato e poté tornare in patria.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO GIOVAN FRANCESCO
Busseto o Polesine 1437 c.-Zibello 20 dicembre 1497

Alla morte di Rolando Pallavicino il feudo di Zibello, che nel 1457 contava 447 uomini ed era esteso più di nove miglia quadrate, fu rivendicato per una metà da Bartolomeo Pallavicino, figlio di Donnino, il quale, essendone stato spogliato proprio da Rolando nel 1429, si rivolse al duca di Milano per ottenere il riconoscimento dei propri diritti. Il duca però, pur tenendo in un certo conto le rivendicazioni di Bartolomeo, al quale venne assegnato, a tacitazione delle sue pretese, il feudo di Stupinigi, stabilì che Zibello dovesse toccare al Pallavicino, l’ultimo dei figli di Rolando. Nei circa quarant’anni di dominio sul luogo, il Pallavicino governò il feudo in modo da ottenere stima, rispetto e benevolenza da parte dei propri sudditi e si adoperò costantemente per dare a Zibello un volto che si addicesse al centro di una signoria, pur se piccola, qual era la sua. Grazie infatti alla sua brillante carriera politica alla corte ducale di Milano, dove divenne prima cameriere (1476) e poi consigliere (1480), e ai favori che gli vennero accordati soprattutto a partire dal momento in cui la guida del ducato venne assunta da lodovico il Moro, il quale gli concesse feudi, pensioni e immunità, poté disporre di mezzi tali da consentirgli di intraprendere una serie di opere nel castello, alcune delle quali destinate a durare nei secoli. Il Pallavicino procedette in primo luogo a ristrutturare la rocca, che fu probabilmente trasformata da baluardo esclusivamente militare in un complesso edilizio che, oltre a mantenete tale funzione, divenne presto il centro della vita anche culturale della piccola corte signorile: il luogo nel quale non soltanto il signore dimorava nei periodi di permanenza a Zibello e si dedicava alla cura dei propri interessi, ma dove era anche possibile accogliere e alloggiare ospiti e organizzare trattenimenti, incontri e feste. La rocca, che sorgeva di fronte al Palazzo Pallavicino, fatto costruire da Rolando il Magnifico o dallo stesso Pallavicino nel primo periodo della sua signoria su Zibello e ristrutturato nel primo quarto del secolo XVI, era munita di torri e torrioni ed era circondata da un fossato che la divideva dal resto del castello: vi si accedeva attraverso una porta per raggiungere la quale occorreva superare un bastione. L’opera di sistemazione urbanistica del castrum, attuata, o meglio progettata, dal Pallavicino, in quanto non tutto ciò che fu da lui iniziato venne condotto a termine prima della sua morte, continuò poi con l’erezione, entro le mura, della chiesa dei Santi Gervaso e Protaso e coll’estensione dell’abitato lungo una linea parallela al lato sud del castrum e destinata a diventare, secondo uno schema seguito anche a cortemaggiore, l’asse principale del castrum stesso. Asse lungo il quale il pallavicino fondò, nel 1494, il monastero di Santa Maria delle Grazie, che fu terminato però dopo la morte di suo figlio Federico e di cui i frati dell’ordine di San Domenico entrarono in possesso solo nel 1510. L’allargamento dell’area del castello doveva preludere a un aumento della popolazione (la monumentalità degli edifici ne è una chiara prova), costituendo un richiamo per gente attiva, capace, a patto che venisse a vivere nel luogo, di profittare delle opportunità e delle condizioni di favore a essa offerte dal Pallavicino, che, tendendo a fare di Zibello la propria piccola capitale, ebbe certamente in animo di dare impulso al commercio e all’artigianato, a quelle attività cioè che avevano reso prosperi i centri urbani. Quel progetto di sviluppo che, nelle sue intenzioni, Zibello avrebbe dovuto avere in prospettiva, non venne tuttavia compiutamente realizzato per il concorrere di una serie di circostanze succedutesi nel periodo compreso tra la sua morte, avvenuta quando aveva poco più di sessant’anni, e la morte di suo nipote Giovan Francesco Pallavicino, figlio di Federico, deceduto senza figli nel 1514. Il Pallavicino ebbe sempre buoni rapporti con gli homines di Zibello, dei quali seppe conquistare la fiducia e la fedeltà e ai quali, proprio per questo, mediante disposizione testamentaria, concesse in perpetuo l’esenzione dal boscatico. Difficoltà tuttavia egli dovette affrontare nei primi anni della sua signoria, difficoltà che derivavano dal fatto che tra i proprietari di terre entro l’ambito territoriale del feudo vi erano i Sommi e i Rossi e che Cremona rivendicava, per i propri cittadini, certe prerogative da essi godute nei tempi che avevano preceduto la concessione a Rolando, per i suoi domini, della separazione dalla città e quindi dell’esenzione da qualsiasi tipo di dipendenza giurisdizionale da essa. I Sommi, subito dopo la morte di Rolando, accaduta nel 1457, sperando evidentemente di trarre profitto dalla discordia nata tra i suoi figli a causa della divisione ereditaria e dal conseguente indebolimento della loro potenza, ricorsero al duca di Milano, pregandolo di costringere il Pallavicino alla restituzione dei loro beni feudali, cioè di Pieve Altavilla, della Ghiara di Brazzo e della quarta parte del porto di Sommo, di cui erano stati spogliati dallo stesso Rolando e di cui il Pallavicino riusciva ancora a mantenere il possesso propter ipsius potentiam. Non pare tuttavia che il ricorso avesse seguito: troppo debole ormai era la loro voce e troppo influenti i Pallavicino alla corte ducale. Ma i Sommi erano anche cittadini cremonesi e a tale loro condizione si appellarono non solo per evitare di sottostare a gravami e adempiere obblighi, cui erano tenuti coloro che erano sottoposti alla giurisdizione del castello di Zibello, ma anche di sottrarre a essa i propri dipendenti e i propri massari, richiamandosi a quanto stabilito in proposito dal decreto del Maggior Magistrato. Nel 1467 Genesio Sommi, insieme con Pietro Riccardi e alcuni altri cittadini di Cremona, possessori di case nel castello di Zibello e di terreni nel territorio circostante, si rivolsero tramite i deputati del Comune di Cremona, ai duchi di Milano per protestare, richiamandosi alle norme di un recente decreto, contro le pretese di un ufficiale del Pallavicino perché anch’essi e i loro mezadri e massari contribuissero, come gli uomini di Zibello, ale emondatione de le fosse et fortificatione del castello. Informato della cosa dai duchi, il Pallavicino, il 2 maggio dello stesso anno, rispose  che la protesta non poteva essere presa in seria considerazione: il Sommi, il Riccardi e gli altri, dal momento che traevano utilità dal fatto di avere accesso al castello e di risiedervi, non avrebbero potuto essere considerati esenti dai carichi che tale prerogativa comportava, tanto più che egli stesso vi contribuiva per un terzo. Se davvero poi fosse stata concessa simile esenzione anche ai loro massari e mezzadri, il numero di costoro sarebbe aumentato, per ottenerla, a tal punto che in pocho spatio de tempo più seriano che lo resto. Bastasse dunque al Sommi, al Riccardi e agli altri essere preservati come cittadini de li altri carichi occurrenti luoro. E anche qualora si fosse voluto loro accordarla vel per confirmatione de decreto aut aliter, l’esenzione da loro richiesta non poteva essere concessa in quanto ciò sarebbe avvenuto con preiudicio del tercio et ipso non citato et evocato. La loro istanza perciò, come voleva raxone et iusticia, fu respinta. Ma i maggiori problemi vennero al Pallavicino dall’essere il feudo di Zibello confinante con quello di Roccabianca, appartenente a Pier Maria Rossi. La rivalità tra le due famiglie aveva origini lontane, ma, dopo la morte di Rolando, andò gradatamente accentuandosi per il sommarsi di una serie di circostanze che le portarono fino allo scontro aperto. A differenza dei figli di Rolando, i cui domini avevano perso il carattere di signoria autonoma ed erano stati trasformati in feudi camerali, Pier Maria Rossi conservava intatta tutta la sua potenza, potendo contare su oltre venti castelli, e ciò costituì sicuramente un motivo di preoccupazione, oltre che per i duchi, per il Pallavicino, che tese sempre a indebolirla e a limitarla. Le prime avvisaglie si manifestarono già nel 1459, quando tra il Pallavicino e Pier Maria Rossi sorse questione per il possesso di terreni boscosi siti in Ragazzola, questione che si protrasse almeno fino al 1462 e che si complicò in seguito a ulteriori contestazioni reciproche e ad altri fatti, il più importante dei quali fu certamente l’inizio o la ripresa della costruzione, nel 1460, da parte di Pier Maria Rossi, di quella fortezza che prese poi il nome di Roccabianca. Ma la tensione tra i due raggiunse l’acme al tempo dell’acquisto da parte del Pallavicino, da Iacopo Sironi, di Stagno, Tolarolo, Polesine Manfredi e Mezzano dei Cavalli, al cui possesso mirava anche Pier Maria Rossi, il quale, forse proprio in previsione di una possibile aggregazione ai suoi domini di questi luoghi, nel 1466 richiese e ottenne di divenire cittadino di Cremona, nel cui distretto essi erano situati. Concluso il 29 maggio 1477, il contratto, che prevedeva anche la cessione della giurisdizione con mero e misto imperio ma al quale proprio per questo si era opposta la Camera ducale, probabilmente stimolata da Pier Maria Rossi che era nel ristretto numero dei consiglieri di credenza ducali, poté divenire operante solo nel 1480, subito dopo che Lodovico il Moro era divenuto in pratica signore di Milano. L’amarezza di Pier Maria Rossi per la decisione presa dai duchi di confermarne la validità fu grande, e nelle lettere che inviò loro nel 1480 la manifestò apertamente, non senza ricordare le continue provocazioni del Pallavicino. Nella speranza ancora di poter evitare il passaggio di Tolarolo, Stagno, Polesine Manfredi e Mezzano dei Cavalli nelle mani del pallavicino, insisté perché i duchi stessi ne mantenessero direttamente il controllo. Ma la fortuna di Pier Maria Rossi volgeva ormai al tramonto. La politica accentratrice del Moro, dalla quale egli vide progressivamente limitata la propria autonomia e la propria libertà d’azione, lo portò, dopo vane proteste e inutili trattative, a ribellarsi e a schierarsi con Venezia contro Milano nella guerra per Ferrara, durante la quale, 1° settembre 1482, venne a morte. La guerra fu continuata da suo figlio Guido, che, l’anno successivo, in un nuovo conflitto, questa volta frontale, con gli Sforza, perdette a uno a uno i suoi castelli, che non gli furono più restituiti. Dal Pallavicino, le cui terre erano state oggetto di saccheggi e devastazioni a opera di milizie venete, unitesi a uomini dei Rossi e dei Torelli all’inizio del 1482, e al quale la sconfitta dei Pallavicino sotto Roccabianca da parte di Pier Maria Rossi nella primavera del medesimo anno non potè non causare viva preoccupazione, la scomparsa dello stesso Pier Maria Rossi e il crollo  definitivo della potenza dei Rossi dovettero essere accolti con profondo senso di liberazione. I restanti quattordici anni della sua esistenza, sebbene turbati da vicissitudini familiari e da problemi di salute, furono perciò, almeno sotto il profilo del governo dei suoi feudi, i più tranquilli e la prosperità di cui potè godere gli permise di realizzare alcune importanti opere urbanistiche. Non è improbabile che la sua sollecitudine per l’edilizia religiosa, palesatasi a partire da dopo  il 1480, sia da porre in relazione col superamento di quel periodo cruciale della sua vita: così operando, volle forse rendere grazie in modo continuo, fino alla fine dei suoi giorni, alla Provvidenza Divina al cui volere andavano ai suoi occhi attribuiti il crescere e il prosperare della propria fortuna e, per converso, il disfacimento di quella dei Rossi, verso i quali la sua ostilità non venne mai meno. Nel 1480 gli Sforza concessero al Pallavicino la giurisdizione di Serravalle, e nel 1481 l’investitura di Tizzano, Ballone, Serravalle, Varano dei Melegari, Ruviano e Montesasso. Nel 1483 ebbe in dono da Lodovico il Moro roccabianca e Fontanelle del Pizzo, tolte ai Rossi, nel 1494 ebbe l’investitura delle terre di sant’andrea e l’anno seguente di quelle di Rizzolo e Solignano. Tre settimane prima di morire, il 29 novembre 1497 (dopo aver subito un’operazione per l’asportazione di calcoli), il pallavicino dettò il suo ultimo testamento, dividendo i suoi feudi tra i figli Gaspare, Bernardino, Polidoro, Rolando e Federico, designando quest’ultimo a succedergli nella signoria su Zibello. È importante ricordare che nel testamento venne chiaramente espressa la volontà che, se uno o più degli eredi indicati fosse venuto a mancare senza figli maschi, legittimi e naturali, nati in seguito a matrimonio validamente celebrato, la successione nei feudi del premorto sarebbe spettata agli altri superstiti o ai loro figli maschi legittimi e naturali, con fedecommesso esclusivo delle femmine. In questa disposizione è contenuto il germe delle interminabili liti che, di lì a pochi anni, insorsero tra alcuni dei discendenti del Pallavicino e li portarono a contendersi, senza esclusione di colpi, la signoria su Zibello.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI; C. Soliani, Il feudo di Zibello, 1990, 25-43.

PALLAVICINO GIOVANNA
Busseto o Polesine 1410 c.-
Figlia di Orlando e di Caterina Scotti. Il 6 aprile 1432 sposò in Busseto Filippo Maria Visconti. Le nozze furono concordate dal duca di Milano in segno di amicizia verso il padre, che si era da poco ritirato dalla lega coi Veneziani.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO GIOVANNI
Gusaliggio 1119-1198
Secondo il Festasio, il Pallavicino, figlio di Uberto, fu uomo di raro giudizio et eloquenza et consumatissimo si nelle lettere di umanità, come di filosofia et profondissimo cosmografo, per le cui eccellenti virtù l’imperatore Federico I lo chiamò con sé alle imprese di Milano (1160) e di Roma, le quali furon nei casi importanti sempre con lui consigliate. Il Pezzana lo colloca nel novero distinto dei letterati parmigiani. Fu quasi certamente anche abile geometra ed esperto disegnatore, poiché è da supporre che il Pallavicino sia stato chiamato alle imprese di Milano e di Roma quale ingegnere militare, anziché quale cosmografo. Nel 1162 ebbe dall’Imperatore la conferma dei privilegi, e nel 1171 molti onori, titoli e immunità. Nel 1190 suddivise i propri beni, assegnando al primogenito Manfredi i feudi di Varano, Banzola, Noceto, Miano, fontanellato, Casalbarbato, Parola, Grezzo e Medesano, al secondogenito Guglielmo quelli di scipione, Fontanabrocca, Casale, Albino, Vigoleno, Grotta, Pietra Colloreta, Castelpellegrino, Greci, Scisano, Tosca, Carniglia, Landasio, Fiorenzuola e Pozzolo, mentre tenne per sé Sevo, Soragna, Parmigiana, Borgo San donnino, Castelnuovo, Corticella e Tollarolo.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 ss.; N. Festasio, Origine e vite di nove uomini illustri della nobilissima Casa Pallavicina, 1563; A. Pezzana, Memorie degli scrittori continuate, tomo VI, parte 2, 34-35; E. Scarabelli Zunti, Memorie di belle arti, 1911, 54-55; Parma nell’arte 2 1976, 50; P.Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985, 37.

PALLAVICINO GIOVANNI
Scipione 1357/1369
Figlio di Uberto, dei marchesi di Scipione. Nel 1357 fu podestà di Tortona, nel 1361 di Como, nel 1362 di Pavia e nel 1369 di Novara. Nel 1363, militando tra i condottieri di Bernabò Visconti contro la lega guelfa, rimase prigioniero nel combattimento della bastìa di Solara, nel Modenese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1897; L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 313; C.Argegni, Condottieri, 1937, 388.

PALLAVICINO GIOVANNI
Bargone ante 1348-Bargone 1374
Figlio di Giacomo. Fu ucciso assieme al padre nel 1374 dal cugino Fr
ancesco.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO GIOVANNNI
Pellegrino o Specchio-post 1452
Figlio di Manfredo. Laureato in legge, esercitò la professione di notaio o avvocato. Nell’anno 1452 abitò in Crema.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XV.

PALLAVICINO GIOVANNI
Scipione-Cortona 22 luglio 1478
Figlio di Pietro, dei marchesi di Scipione. Cominciò a farsi un nome nel 1448, servendo con Francesco Sforza. Ad Alessandria sconfisse e obbligò a ritirarsi Guglielmo, marchese del Monferrato. Fu tra i condottieri scelti per seguire Alessandro Sforza in soccorso di Ferdinando d’Aragona contro Giovanni d’Angiò per il recupero del regno di Napoli e fu nominato tra i valorosi della battaglia di Troja (27 luglio 1460). Nel 1465 fu uno dei capitani al seguito di Galeazzo Sforza quando dal padre duca Francesco Sforza venne inviato in Francia con quattromila cavalli e duemila fanti in aiuto a Luigi XI nella guerra mossagli dal duca di Borgogna. Un anno dopo, avendo il duca dovuto abbandonare l’esercito per la morte del padre, il Pallavicino ne assunse il supremo comando. Si trovò alla battaglia della Molinella contro Bartolomeo Colleoni. Nel 1470 fu governatore di Cremona, nel 1475 vicario ducale in Genova, nel 1476 ambasciatore del duca di Borgogna, contro il quale fu inviato nello stesso anno in favore di Filiberto, duca di Savoja. Fece parte della reggenza, dopo la morte del duca di Milano, istituita dalla duchessa Bona. Ebbe l’incarico di sottomettere Genova e assalire i Fieschi nei loro domini. Nel 1478, scoppiata la congiura dei Pazzi, capitanò le milizie mandate dallo Sforza contro i congiurati trovandovi la morte. La sua salma fu trasportata a Borgo San Donnino ed ebbe onorevole sepoltura nella chiesa di San Francesco.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Milano, Carteggio generale; Archivio Storico Lombardo, anno XVI, t. II. Milano, l889; Battilana, Genealogia delle famiglie nobili, Genova, 1823; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1857; G. Giulini, Memorie della città e campagna di Milano,  Milano, 1857; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1897; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 313; G. Simonetta, Historia de rebus gestis, in Rerum Italicarum scriptores, XXI; F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; Enciclopedia Militare, 1932, V, 770; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 388.

PALLAVICINO GIOVANNI
Borgo San Donnino 1493-1510
Figlio di Giacomo Antonio. Morì a diciannove anni mentre combatteva per re Lodovico XII contro i Veneziani. Fu sepolto in San francesco di Borgo San Donnino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO GIOVANNI
Parma 26 febbraio 1536-
Figlio di Federico e di Laura Pirovano. assassinò Aurelio Bernieri, e in conseguenza di questo omicidio ebbe confiscati tutti i beni.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA
Zibello ante 1435-Reggio Emilia 12 maggio 1466

Figlio del marchese Antonio.Signore di zibello e Ravarano. Discepolo di Vittorino da Feltre e del veronese Guarino, strinse amicizia con Ermolao Barbaro, coltivò in gioventù la poesia latina e si applicò allo studio degli antichi codici. A Farigliano, dove nel 1435 fu ospite dei marchesi di Saluzzo, tradusse in latino le opere di Giueppe Flavio. Abbracciò quindi lo stato ecclesiastico e, recatosi a questo scopo a Roma, ottenne il conferimento dell’arcidiaconato di Torino da papa Eugenio IV, il quale lo nominò anche scrittore apostolico e nel 1443 lo volle al proprio seguito a Firenze per concordare la lega con Alfonso re di Napoli contro Francesco Sforza, che aveva occupato la marca d’Ancona. Eletto dallo stesso pontefice il 19 ottobre 1444 vescovo di Reggio Emilia, resse quella diocesi per ventidue anni con zelo e carità. Recatosi a prendere possesso del suo vescovado, fu accolto con grande giubilo dal popolo, ma nella confusione dei festeggiamenti furono commessi alcuni omicidi. Il Pallavicino, ricevuto il sacerdozio, officiò la sua prima messa nell’epifania dell’anno 1446. L’Ughelli lo elogia perché tum genere, tun moribus nobilis summa cum laude prudentiae, pietatisque administravit, e il Camellini lo definisce memorabilis admodum. A suo vicario generale elesse Ilario Anselmi, canonico parmigiano. Dall’Affarosi si apprende che più volte consacrò altari e riconobbe reliquie di santi, con le quali ornò diverse chiese, e che si iscrisse l’anno 1451 nella Matricola degli aggregati al Consorzio di Reggio (Ego Baptista Palavicinus Episcopus Reginus  licet indignus manu propria). Fu alcune volte in Roma, specialmente al tempo di papa Niccolò V, e fu poi nominato referendario da papa Pio II. Secondo il Panciroli (Guido Panciroli, storia di Reggio) il pallavicino fu dedito alla magia: Vir eloquentia, et condendis carminibus insignis, sed praeter dignitatem nimium Arti Magicae traditus, qui saepius daemonibus alloqui dicebatur, et eos quandoque sub senis Naucleri specie cymbam regentis in piscina quam ad D. Claudium in suburbiis praeclaram habebat, familiaribus ostendisse fertur. La cosa non parve credibile all’affò, che ritenne l’affermazione aggiunta da mano diversa ad alcuni esemplari del manoscritto del Panciroli. La notizia fu poi ripresa dall’Azari ma non dall’Affarosi. È invece probabile che il Pallavicino si sia interessato all’astrologia, come affermato da Giorgio Gaspari, che aggiunge come il Pallavicino avesse a un certo punto cullato l’ambizione di divenire papa, pur non essendo neppure cardinale. Il Pallavicino fu anche mediocre poeta latino. Frutto della sua applicazione allo studio dei codici fu l’emendazione dei libri di medicina di Cornelio Celso, già allora appena intelligibili. Studiò i Santi Padri, in particolare San Girolamo, e lasciò anche un’opera di pietà in poesia latina dal titolo Historia flendae crucis et funeris Domini nostri Jesu Christi, stampata a Parma nel 1477 e che ebbe varie edizioni. Il Pallavicino fu ottimo calligrafo e miniatore.Dei codici da lui realizzati rimangono i seguenti: nella biblioteca di Parigi si trova un Flavii Iosephi, de Bello ludaico Libri septem interprete Rufino, trascritto dal Pallavicino nel 1435, e un altro manoscritto del poema pallaviciniano De flenda croce; la Biblioteca Palatina di Parma possiede un codice cartaceo in 4° del poema De flenda croce, con aggiunta di altri componimenti; la Biblioteca Chigi in Roma conserva il bellissimo codice in pergamenta intitolato epaneticorum ad Pium II; la Vaticana e la Barberina di Roma posseggono del pallavicino varie scritture (tra le quali un codice di celso, 1465), che mostrano quanto valesse nell’arte calligrafica. Morì in seguito a un attacco di apoplessia e fu sepolto nel sotterraneo della Cattedrale di Reggio Emilia. Nel monumento sepolcrale (trasportato in seguito nel Civico Museo di Reggio Emilia) spiccano la figura del vescovo in bassorilievo e la seguente epigrafe: Hic Baptista jaces regii dignissime praesul, marchio quem genuit pallavicina domus: Floruerit quamvis ingentibus illas triumphis, laude tamen proavos te superasse ferunt. Rarus in urbe fuit qui te vel carmine posset vincere vel calamo se aequiparare tuo. Sedis apostolicae me ruisti clarus honores, at tua nunc virtus clarior astra colit. MCCCCLXI XII MAIJ.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli Scrittori, II, 242-258; A.Pezzana, Memorie degli Scrittori, tomo VI, parte 2, 201 e 272; E. Scarabelli Zunti, Memorie di belle arti, 1911, 54; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 323-324.

PALLAVICINO GIOVANNI FRANCESCO
Parma 29 maggio 1635-
Figlio di Ciro e Margherita. Marchese, fu frate cappuccino. Compì la professione di fede a Cesena il 13 febbraio 1657. Passato, alcuni anni dopo l’ordinazione sacerdotale, nei monaci Basiliani di Grottaferrata (dai quali pure uscì), andò cappellano in Polonia, ove fu visto dal cappuccino Felice da Concordia.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 747.

PALLAVICINO GIOVANNI FRANCESCO MARIA
Parma 8 giugno 1699-Busseto 17 agosto 1747
Figlio di Alessandro e di Adelaide Fugger. Fu cappuccino (col nome di Alessandro Felice da Parma), predicatore, guardiano e vicario di Borgo San Donnino. Compì a Guastalla la vestizione (8 settembre 1719) e la professione  di fede (8 settembre 1720).

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXVII; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 457.

PALLAVICINO GIOVANNI GINESIO
1426-Busseto 1485
Detto Pallavicino. Quartogenito, ereditò dal padre i feudi di Bargone, Busseto e Castellaro. Nel 1450 Francesco Sforza, che aveva grandi obblighi verso la famiglia Pallavicino per la sua elevazione al ducato di Milano, lo armò cavaliere. Nel 1470 assistette in qualità di testimonio all’atto del giuramento prestato dai Milanesi al duca Galeazzo Maria Sforza. Quando nel 1476 il duca di Milano fu assassinato, venne istituita una reggenza dello stato e il Pallavicino fu chiamato a farne parte. Fu poi nominato consigliere ducale e quindi governatore del nuovo duca, Giangaleazzo Maria Sforza. Fu personaggio di grande autorità alla corte milanese ed ebbe un ruolo di primo piano in tutti i raggiri che nel 1480 condussero al patibolo il ministro Francesco Simonetta e che indussero Lodovico il Moro a perseguitare Pier Maria Rossi di San Secondo, accanito nemico del Pallavicino. Tanta fu la sua autorità in Milano, che poté avere diverse concessioni senza che alcuno potesse mai chiedere compensi: così, ad esempio, nel 1481 ebbe in feudo Castiglione dei Marchesi e il castello di Vianino, sottraendoli entrambi alla giurisdizione di Parma. Nel 1485 gli furono concesse le cittadinanze di Lodi e di Piacenza. Edificò la chiesa e il convento di Santa Maria degli Angeli (detta di San Francesco) in Busseto a favore dei Minori Osservanti, ai quali fu donata il 31 marzo 1475. Il 21 ottobre 1485 fu fatto arbitro per risolvere alcune vertenze insorte tra i confratelli dell’arte della Lana in Parma. Morì nello stesso anno, forse avvelenato per opera dei Rossi di San Secondo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.

PALLAVICINO GIOVANNI LUDOVICO
Busseto 1425-Cortemaggiore 1481

Figlio di Orlando il Magnifico. Nella divisione dello Stato alla morte del padre ebbe in comune con il fratello Pallavicino il marchesato di Busseto. Creato cavaliere nel 1450, il giorno in cui Galeazzo Sforza prese possesso del Ducato di Milano, visse per molti anni a quella Corte in qualità di consigliere ducale e compì missioni presso papa Sisto IV e Carlo duca di Borgogna. Nel 1470 ritornò a Busseto per governare lo Stato con il fratello, dal quale, in seguito a dissensi, si separò di comune accordo nel 1478. Per l’arbitrato di Gian Giacomo Trivulzio e Marsilio Torelli, basato sull’investitura ducale del 1458, ebbe nella divisione del marchesato Cortemaggiore e Bargone. Accettato il lodo, il 4 settembre 1479 lasciò, con il figlio e alcune famiglie, Busseto e si trasferì a Cortemaggiore, modesto villaggio abitato da pochi pastori, provvisto solo d’una vecchia torre e di una piccola parrocchia intitolata a San Lorenzo. A cortemaggiore, dove dette inizio al locale ramo marchionale, il Pallavicino iniziò nel 1480 l’erezione di un forte castello, del quale pose la prima pietra il 20 gennaio, della chiesa dell’annunziata e di una nuova parrocchiale, che non potè vedere ultimata perché la morte lo colse l’anno successivo.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 322.

PALLAVICINO GIOVANNI PIO LUIGI
1744-Torre Pallavicina 20 luglio 1815
Figlio di Adalberto Galeazzo e di Francesca Barbò.Il Pallavicino presentò le sue rivendicazioni alla Corte imperiale per recuperare i domini della sua famiglia ma, una volta accertata l’assoluta inutilità di ogni richiesta in tal senso, a partire dal 1788 si occupò esclusivamente dell’antico naviglio Pallavicino. Assieme al cugino Gaetano Pallavicino, e col permesso dei Veneziani e degli Imperiali, fece aprire un nuovo canale per l’irrigazione che, originandosi nel territorio della Torre Pallavicina, si approvvigionava dall’Oglio, andando a formare il cavo del molino, il cavo delle sorgenti e il cavo di suppeditazione, e, percorrendo circa otto miglia in territorio cremonese, perveniva a Cumignano, scaricandosi nel vecchio naviglio Pallavicino. Morì a 71 anni d’età.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIROLAMO
Busseto 1452 c.-20 novembre 1506
Figlio di Pallavicino, signore di Busseto. Intraprese la carriera ecclesiastica dopo essersi distinto nella diplomazia. A Roma, dove ricoprì vari importanti uffici, acquistò la stima del pontefice Sisto IV, che il 25 maggio 1484 lo nominò vescovo di Novara. Pare tuttavia che il Pallavicino, poco portato alla cura pastorale di una diocesi, si recasse raramente in quella città perché occupato in altre mansioni. autorevolissimo presso Lodovico il Moro, del quale godette il favore, fu da questi nominato consigliere ducale e delegato, il 3 marzo 1489, a far parte della scorta d’onore incaricata di accompagnare la duchessa Bianca, sorella dì Gian Galeazzo Sforza, in Ungheria in occasione delle sue nozze con il principe Giovanni Corvino. Allorché, poi, nel 1499 i Francesi, invitati dallo stesso Lodovico il Moro, conquistarono il Ducato milanese trascinando prigioniero lo Sforza, il Pallavicino  intervenne al solenne giuramento di fedeltà prestato il 26 ottobre a Lodovico XII nel castello di Milano e l’11 gennaio del seguente anno fu invitato a far parte del senato del nuovo Stato. Fedele al monarca francese, morì prima che i mutamenti politici derivati dalla proclamazione della guerra santa a Lodovico XII da parte di papa Giulio II lo ponessero in una imbarazzante situazione verso la Santa Sede.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 324.

PALLAVICINO GIROLAMO
Torre dei Marchesi-Cortemaggiore 2 luglio 1549
Figlio di Giulio e di Luigia Anguissola. Fu detto lo zoppo perché storpio in un piede.Fu tra i congiurati per l’assassinio di Pier Luigi Farnese compiuto a Piacenza nel 1547. Il Pallavicino ebbe l’incarico di occupare l’imbocco di tutte le strade che conducevano alla vecchia cittadella e opporsi sia a una possibile sollevazione popolare sia a qualunque tentativo di intervento da parte di Alessandro da Terni, capitano dei cavalleggeri dei Farnese. In effetti quest’ultimo cercò di portarsi alla cittadella ma, vista la risolutezza del Pallavicino e dei suoi uomini, si ritirò. Il Pallavicino fu ucciso nel corso di una rissa per mano di Girolamo Maggiolini, vicario del podestà di Piacenza, a sua volta ucciso dai familiari del Pallavicino, prima ancora che questi spirasse.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO GIROLAMO
1527 c.-Crema ante 1569
Figlio di Adalberto e di Angela Morani. Ebbe una condotta di venticinque uomini d’arme al servizio della Repubblica veneta. Si stabilì poi definitivamente in Crema.

Fonti e Bibl.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO GIROLAMO
post 1588-Lutzen 1632
Figlio di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta Valvassori. Il 30 maggio 1613 fu fatto cavaliere gerosolimitano con dispensa per la minore età. Diventò paggio dell’imperatore ferdinando II, poi tenente della compagnia di archibugeri di Riccardo Avogadro, e partecipò alle guerre di religione in Germania. Mentre era capitano di corazze, fu ucciso nella battaglia di Lutzen.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIROLAMO
Parma 15 gennaio 1696-1774
Figlio di Gianfrancesco Galeazzo e di girolama Ala. Entrò nella compagnia di Gesù il 13 giugno 1711 e fece la professione dei quattro voti il 2 febbraio 1719. Per molti anni fu superiore, e da ultimo abate.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIROLAMO, vedi anche PALLAVICINO GEROLAMO

PALLAVICINO GIROLAMO GALEAZZO
Busseto o Cortemaggiore ante 1587-Lombardia 1638
Figlio di Galeazzo e di Fulvia Martinengo. Giovanissimo, fu coinvolto nelle dispute coi parenti per il possesso di Busseto e di Cortemaggiore, e poi con gli stessi Farnese, che nel 1587 sequestrarono tutti i domini causa della disputa. Solo il 7 marzo 1636 l’imperatore Ferdinando II riconobbe la legittimità dei feudi Pallavicino ma i Farnese occuparono militarmente i territori appartenenti al Pallavicino, non obbedendo agli ordini imperiali. Ridotto allo stremo da avvocati e tribunali, il Pallavicino morì in una sua tenuta in Lombardia.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIULIA ANNA
Parma 25 febbraio 1806-Parma 23 luglio 1858
Figlia di Filippo e di Dorotea Magnani. Fu dama d’onore e di compagnia prima di Maria Luigia d’Austria e poi di Luisa Maria di Borbone. Sposò nel 1850 il colonnello spagnolo Giovanni Alberto De Guillien y Godinez.
FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIII.

PALLAVICINO GIULIO
Busseto 1436 c.-post 1499
Figlio di Nicola e di Dorotea Gambara. Il 30 marzo 1477 ottenne la rocca di Torre dei Marchesi da Bona e Galeazzo Sforza, che vi rinunziarono. Il 26 ottobre 1499 fu, assieme al fratello Cesare, tra i feudatari che prestarono solenne giuramento di fedeltà in Milano a Lodovico XII re di Francia.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO GIULIO
Busseto ante 1521-1600
Figlio di Giambattista e di Laura Borromeo. Nel 1556 fu prevosto della chiesa di Busseto, titolo cui rinunciò nel 1562. Possedette i feudi di Cella, Costamezzana e Borghetto e una parte di quelli di Polesine. Si rassegnò al fatto che la casa Farnese non riconobbe mai alcuna prerogativa imperiale ai feudi dei Pallavicino.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO GIULIO CESARE
Scipione 16 agosto 1660-1711
Figlio di Pompeo e di Barbara Anguissola. Fu gentiluomo di camera del principe Odoardo Farnese, scalco della duchessa Dorotea Sofia di Neuburg, moglie del duca Odoardo, e gentiluomo di camera del duca Francesco Farnese. Fu nominato Rettore perpetuo dell’Ospedale maggiore di Piacenza nel 1698.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO GIULIO LUCREZIO, vedi PALLAVICINO LUCREZIO FRANCESCO BRUNONE

PALLAVICINO GIUSEPPE
Borgo San Donnino 1523-1580 c.

Figlio di Galeazzo, dei marchesi di Varano e cavaliere in Borgo San Donnino, e di margherita Schizzi. Studiò lettere e filosofia a Pavia e a Padova, quindi medicina all’università di Bologna. Conseguita nel 1542 la laurea, esercitò nella città natale la professione, stipendiato da quella Comunità, che nel 1547 gli affidò, assieme ad Alessandro Trecasali, la missione di recarsi ad Augusta per ottenere dall’imperatore Carlo V uno sgravio delle milizie accampate in Borgo San Donnino dopo l’occupazione di Piacenza. Il Pallavicino ebbe vita avventurosa. Nel 1552 si pose, quale medico, al servizio di Gian Federico Madruzzo, che seguì sulle galere al comando del principe Andrea Doria. Assalita la flotta tra Roma e Napoli dai Turchi, mentre si dirigeva nella città partenopea per impedire una temuta ribellione, questi si impossessarono di sette galere trascinando schiavi in Turchia il Madruzzo e il Pallavicino. Liberati entrambi dopo l’esborso di una forte somma a titolo di riscatto, il Pallavicino rientrò a Borgo San Donnino, che era governata dal dispotico barone di Sesnec, fedele gregario di Carlo V, il quale aveva occupato anche quella città. Insofferente del regime instaurato dal rappresentante del monarca, il Pallavicino ordì una congiura, ma, scoperto, fu gettato a languire per otto mesi in carcere, dal quale lo trassero Ippolito Pallavicino di Scipione e Girolamo Pallavicino, signore di Busseto. Ripreso l’esercizio della professione, fu medico a Canneto sull’Oglio, quindi, dal 1562, a Lonato. Buon letterato, amico personale di Annibal Caro, di Bernardo Tassi, di Paolo Manuzio, del Ruscelli e del Sansovino, nel l566 pubblicò a Venezia uno zibaldone che dedicò al marchese Sforza Pallavicino. Tra le sue opere sono anche ricordate una commedia (1555), Esposizione di un salmo (1562), alcune composizioni poetiche e un saggio di lezioni.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 325.

PALLAVICINO GIUSEPPE
Busseto 30 maggio 1885-
Figlio di Sforza e di Maria Cavriani. Patrizio e cittadino veneto, fu sottotenente di complemento di cavalleria del Regio Esercito italiano.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV.

PALLAVICINO GIUSEPPE, vedi anche PALLAVICINO DARIO

PALLAVICINO GIUSEPPE GALEAZZO
Busseto 1770 c.-1819
Figlio di Giovanni Pio Luigi e di Marianna Locatelli. Il pallavicino scrisse nel 1805 l’opera della necessità del governo monarchico in Italia. L’imperatore Napoleone Bonaparte lo nominò il 29 giugno 1805 consigliere di stato del consiglio degli uditori. Il 3 maggio 1806 fu eletto cavaliere dell’ordine della corona di Ferro e nel medesimo anno fu inviato in missione a Makarska, in Dalmazia, al fine di raccogliere cognizioni e notizie per dare adeguato ordinamento a quelle province. Il 1 novembre 1806 fu inviato a Forlì in qualità di prefetto del dipartimento del Rubicone e il 12 aprile 1809 a bergamo in qualità di prefetto del Dipartimento del serio. L’8 ottobre dello stesso anno fu nominato barone del Regno e Commendatore dell’ordine della corona di Ferro. Richiamato al consiglio degli uditori, nel 1812 ne fu eletto presidente. Caduto il Regno d’Italia, il 18 gennaio 1816 fu eletto consigliere di governo e delegato della provincia di Milano sotto la casa d’Austria. Il 9 aprile 1816 fu conferito al Pallavicino il titolo di ciambellano di casa d’Austria. Si ritirò a vita privata nel 1817.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIUSEPPE MARIA
Parma 3 maggio 1802-Parma 23 agosto 1884

Nacque dal marchese Filippo e da Dorotea Magnani. Ricevette sua prima educazione, tutta domestica, sotto la scorta di valenti precettori: prima l’abate Giuseppe Taverna, autore delle Prime letture pe’ fanciulli e di altre opere per l’educazione della gioventù, poi l’abate Domenico Santi, professore di Etica nell’Università di Parma. Dal 1816 al 1825 intraprese gli studi di belle lettere, di filosofia e di leggi nell’Università parmense. Nel 1825 sposò la marchesa Leopoldina Pallavicino, sua seconda cugina. Nello stesso anno cominciò a prendere parte ai pubblici affari, essendo stato nominato, con decreto sovrano del 18 dicembre, membro della Commissione amministrativa degli Ospizi Civili di Parma. In tale qualità, fu Conservatore dell’ospedale civile, poi dell’Ospizio degli Orfani, detto delle Arti, che ricevette sotto la direzione del Pallavicino nuovi ordinamenti. Per deliberazione del Corpo Municipale approvata con sovrano decreto del 14 dicembre 1825 fu eletto Anziano del Comune di Parma. L’11 dicembre 1830 fu nominato Podestà di Parma, impiego che il Pallavicino declinò. Ebbe nomina di ciambellano di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, con decreto del 9 dicembre 1832. Fu poi nuovamente Anziano del Comune (decreto 4 gennaio 1834). Il 18 febbraio 1836 fu nominato Vice Presidente del Magistrato degli Studi di Parma e pochi mesi dopo, all’età di 34 anni, ebbe la carica dì Presidente del Magistrato degli Studi. Dipesero dal Pallavicino tutti gli Studi, tanto elementari come superiori del Ducato di Parma, ed ebbe così a dirigere l’istruzione dei comuni come quella dell’Università. Sotto la sua presidenza, che durò oltre quindici anni, ebbero luogo rilevanti disposizioni. l’insegnamento teologico fu coordinato (decreto sovrano 29 febbraio 1841 n. 45). Il corso fisico matematico fu pure riordinato ed esteso. Con nuovo regolamento furono stabilite le norme per l’insegnamento e per l’esercizio delle professioni d’ingegnere, perito-geometra e architetto (sovrano decreto 22 maggio 1844 n. 124). L’istruzione veterinaria fu estesa, e aumentata di cattedre. Ebbe vita un istituto veterinario in Parma corredato di un gabinetto zoologico e di sale cliniche per accogliervi anche gli animali dei privati, a vantaggio dell’istruzione e dell’agricoltura.Furono stabiliti vari corsi di studi e di pratica per la laurea, per l’esercizio in zooiatria, e per la mascalcia (decreti 29 novembre 1841 n. 127, 13 novembre 1844 n. 230, 22 novembre 1845 n. 237 e 6 giugno 1847 n. 162). Quanto alle Scuole comunitative, fu provveduto coll’istituzione, sia in Parma che in Piacenza, di due Scuole normali di metodo per l’educazione di maestri (decreto 15 ottobre 1847). L’8 dicembre 1837 il Pallavicino fu nominato cavaliere di la classe dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Con decreto 3 ottobre 1837 fu eletto membro della Commissione di Statistica del territorio di Parma. Venuta a morte nel 1847 la duchessa Maria Luigia, il Pallavicino venne confermato nelle dette cariche dal duca Carlo di Borbone. Con decreto del 17 marzo 1848 fu nominato cavaliere d’Onore della principessa ereditaria di Parma Luisa Maria di Borbone, ma, scoppiata tre giorni dopo la rivoluzione, poté adempiere a questo ufficio solo per tutelare la persona di Luisa Maria e della duchessa Maria Teresa di Savoja, moglie del duca Carlo, che erano rimaste sole a Parma durante il Governo Provvisorio. Il Pallavicino ottenne dal Governo provvisorio che rimanessero per alcune settimane in Parma,  nel palazzo reale. Le accompagnò quindi a Modena sotto la salvaguardia del Governo Provvisorio di quella città. Rimase con loro finché Maria Teresa di Savoja fu accolta a Torino e Luisa Maria fu, dallo stesso Pallavicino, accompagnata a Firenze e messa sotto la protezione del gran duca Leopoldo di Toscana. In quei frangenti, giovò al Pallavicino un atto di coraggio compiuto proprio nella giornata del 20 marzo. Quando nella mattina di quel giorno caddero le prime vittime della rivoluzione, il pallavicino si trovava nella stanza del duca, coi ministri e altre cariche dello Stato, riuniti in consiglio straordinario. Gli eventi avevano indotto il duca a dare al popolo le concessioni richieste. Lo stesso duca volle che queste fossero rese di pubblica ragione immediatamente, per evitare un inutile spargimento di sangue tra i cittadini e le truppe. Il Pallavicino fu l’unico che si rese disponibile ad assolvere il rischioso incarico. Si portò alla Piazza della Cattedrale, chiamò a raccolta gli insorti e annunziò loro le concessioni, ottenendo non senza difficoltà e pericolo, di riportare alla calma i rivoltosi e di far cessare la reazione delle truppe (il fatto risulta da un processo del giudice Cattani, istruito contro il tenente Bonzi e relativo a particolari che accompagnarono quell’insurrezione). Il 13 settembre l848, per decreto del Governo Provvisorio Militare, il pallavicino fu eletto membro di una commissione incaricata a dare parere circa i mezzi onde provvedere ai bisogni urgenti dello Stato. Con decreto del duca Carlo di Borbone del 23 agosto 1849, in occasione del suo ritorno a Parma dopo la restaurazione, fu elevato nella Milizia costantiniana a Senatore e Gran Croce e Vice Gran Cancelliere, in benemerenza dei servizi prestati. Con altro decreto del 1° dicembre 1850, ebbe la nomina di Grande della Corte. Nel 1852 il Pallavicino, resosi conto del poco favore che si concedeva al pubblico insegnamento e veduta l’inutilità dei propri sforzi in tal senso, domandò di essere dispensato dalla carica di Presidente del Magistrato degli Studi, ciò che ottenne con decreto del 21 marzo di detto anno, conservando il titolo di Presidente Emerito. Il 21 giugno 1852 ebbe per decreto sovrano la nomina di membro della Camera di Commercio e di Agricoltura. Si occupò con particolare predilezione dell’Agricoltura, interesse che il Pallavicino coltivò sempre personalmente anche nei suoi latifondi. Avvenuto il 26 marzo 1854 l’assassinio del duca Carlo di Borbone, la duchessa Luisa Maria di Berry   volle provvedere al Governo della Reggenza in nome del figlio Roberto in modo il più possibile conforme alle aspirazioni del paese, e così scelse il Pallavicino, con Lombardini, Salati e Cattani, a formare il nuovo Ministero. Il Pallavicino ebbe provvisoriamente i portafogli dell’Interno e degli Affari Esteri (decreto del  27 marzo). con decreto del 3 aprile 1854, fu chiamato definitivamente dalla duchessa in qualità dì Segretario Intimo di Gabinetto e Ministro degli Affari Esteri, e il 16 ottobre 1854 ebbe la nomina di Consigliere di Stato effettivo. Con decreto del 27 dicembre 1854 gli fu aggiunta la carica di Presidente del Dipartimento Militare col portafoglio delle Armi. Nel 1859, allo scoppio della guerra d’indipendenza italiana, il Pallavicino si ritirò colla duchessa e colla famiglia reale in svizzera. Quando l’imperatore Napoleone mostrò di coltivare il progetto di una Confederazione Italiana, il Pallavicino si portò a Parigi, vi ritornò più volte, e vi sarebbe rimasto fino al Congresso che doveva aver luogo al principio del 1860, se l’opuscolo Le Pape e le Congrès e la rinuncia del conte Walewschi al portafoglio degli Esteri non fossero stati i segnali inequivocabili di un avvenuto rivolgimento politico. Il Pallavicino, lasciato nel 1860 ogni incarico pubblico, visse ritirato in un suo castello presso Busseto, insieme alla moglie e a otto suoi figli maschi (le  tre figlie si erano già sposate). Si studiò di applicare nei latifondi della sua famiglia ogni moderna tecnica agricola, ottenendo dalla Società Agricola della Lombardia tre medaglie d’onore, una d’oro e due d’argento, in occasione dell’Esposizione Agricola tenutasi a Cremona nel 1863. Fu socio onorario della Regia Accademia Ercolanense di Archeologia di Napoli. Godette l’amicizia di illustri letterati, quali Sanvitale, Pezzana, Leone, Mazza e Martini. Morì nel Palazzo Pallavicino di Piazzale Santafiora. Gi furono fatte solenni esequie nella chiesa parrocchiale di Sant’Uldarico, alle quali assistettero, tra le altre, rappresentanze dell’Università degli Studi di Parma e dell’Ordine Costantiniano. La salma fu inumata nel sepolcro di famiglia della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 80-81; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 5, 1932, 63; Aurea Parma, 1, 1950, 40-44; M.De Grazia, Lettera di Carlo III, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1969, 269; Palazzi e casate di Parma, 1971, 375; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 112.

PALLAVICINO GIUSTINIANO
Zibello XVI secolo
Figlio naturale di Bernardino e di Caterina Buffetti. Fu prevosto di San Siro nella diocesi di Cremona.
FONTI e BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO GOFFREDO
-Brescia 998
Figlio di Adalberto e di Ildegarda di Baviera. Fu vescovo di Brescia.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 3.

PALLAVICINO GUGLIELMO
Busseto 1106 c.-1162 c.

Figlio di Oberto. Successe al padre nel 1148 e subito dovette combattere assieme ai marchesi Malaspina contro Parma, da cui fu sconfitto. Nel 1149 cinse d’assedio il castello di Tabiano, ove si era rinchiuso il fratello Delfino, uccisore di un terzo fratello, Tancredi. Impegnatasi la battaglia, alla fine il Pallavicino dovette ritirarsi. Fu fatta un tregua, ma ben presto questa venne rotta (1150): l’esercito del Pallavicino attaccò nuovamente il castello di Tabiano, che infine dovette arrendersi e venne messo a sacco.
FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, l834; Poggiali, Storia di Piacenza, Piacenza, 1757-1766; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; P. Vitali, Memorie storiche di Busseto, ms. già presso Seletti; C.Argegni, Condottieri, 1937, 388.

PALLAVICINO GUGLIELMO
Scipione-1217
Figlio di Oberto. Nel 1198 aggredì e spogliò di tutto Pietro, cardinale di Capua, inviato da papa Innocenzo VIII a tentare la conciliazione tra Parma e Piacenza. Nel 1203-1204 il Pallavicino, marchese e signore di Scipione, concorse col vescovo di Piacenza Grimerio della Porta a costruire la casa con torre (il cosiddetto Palazzo del vescovo) e a eseguire i lavori di sistemazione dei pozzi di salsomaggiore, divisati dal vescovo e dal comune di Piacenza, lavori che ebbero termine nel 1207.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 19; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 63.

PALLAVICINO GUIDO
Pellegrino 1231 c.-Fontevivo 1301
Figlio di Pelavicino. È assai probabile, seppure non certo, che, cadetto della famiglia marchionale, si sia ascritto all’Ordine dei Templari, che ancora in piena metà del duecento, quando il Pallavicino dovette essere armato cavaliere, accanto e in concorrenza militare e politica all’ordine Gerosolimitano degli ospedalieri di San Giovanni, seppe tenere testa in Palestina alle offensive arabe e egiziane che proprio un decennio prima della morte del Pallavicino riuscirono a prevalere e causarono, con la perdita di Acri e di tutta la Terra Santa, l’esodo dell’Ordine a Cipro (1291) e nell’Europa occidentale. Il Pallavicino rientrò probabilmente in patria in quella occasione. Fu sepolto nell’abbazia benedettina di Fontevivo, con la seguente iscrizione: marchio sepultus meritis est marmore sculptus det dator ipse bonis requiem pacemque Guidoni Pellavicino prenominne de Peregrino MCCCI qui dedit abbati partem de curte redati.

FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Viaggiatori, crociati e missionari, 1945, 87; E. Nasalli Rocca, Lapide tombale di Guido Pallavicino, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 79-86; Parma nell’arte 2 1976, 50.

PALLAVICINO GUIDONE, vedi PALLAVICINO GUIDO

PALLAVICINO IPPOLITA
Scipione 1537
Figlia di Giacomo Antonio e di Margherita Visconti. Nel 1537 Bernardo Tasso indirizzò alla Pallavicino i suoi Amori e le ottave in onore di Giulia Gonzaga. La pallavicino sposò Giulio Sanseverino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO IPPOLITO
-Tabiano 1571 c.
Figlio di Carlo. Abitò in Tabiano. Nel 1556 giurò fedeltà al re di Spagna, Filippo II, che prese possesso del ducato di Milano. Il pallavicino fece testamento l’11 ottobre 1570
.
FONTI E BIBL.: Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XX.

PALLAVICINO ISABELLA
Pellegrino 1257 c.-
Figlia di Guido Marchesopulo, di Pelavicino, fu una delle poche donne trovatrici italiane. Avendo seguito il padre in Grecia, qui tenzonò poeticamente con il trovatore Elias Cairel, che aveva conosciuto in Italia.

FONTI E BIBL.: G. Bertoni, I trovatori d’Italia, Modena, Orlandini, 1915, 67.

PALLAVICINO ISABELLA
Busseto 1528 c.-Soragna 30 novembre 1623
Figlia di Gerolamo e di Camilla Pallavicino. Sposò il 14 agosto 1568 Giampaolo Meli Lupi. Fu una delle dame più colte e raffinate del suo tempo: amò le lettere e predilesse la poesia, e il suo nome risulta legato a importanti momenti della cultura cinquecentesca. Nicolò Secchi dedicò alla Pallavicino la commedia Il Beffa e altrettanto fecero il veneziano Giovanni Donato Cucchetti con la sua pastorale la Pazzia e Antonio Droghi con la propria Leucadia. Stretti furono poi i suoi legami poetici con Antonio Ongaro che le dedicò anche un epithalamio nuziale, e quando il poeta mori, la Pallavicino volle far stampare una raccolta delle sue rime, a lei dedicate con la qualifica di institutrice dell’Accademia de gli illuminati, della quale anche l’Ongaro fece parte. Ma l’opera che più la distinse fu l’aver affidato nel 1581 ad Angelo Ingegneri una delle prime edizioni della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, e lo stesso editore, rivolgendosi a lei nella seconda dedica, non mancò di auspicare che il suo gesto col lume dell’infinita sua cortesia mostri all’altre principali dame la strada ond’esser da ogni cuore riverite e celebrate da tutte le lingue. Pure il Tasso le fu assai grato e, chiamandola in un sonetto con l’appellativo grecizzato di Calisa, ne accostò l’immagine a quella di una ninfa bellissima. La Pallavicino condusse una vita molto brillante e prodiga: un conciso profilo di lei traccia il Calandrini quando afferma che nacque grande e grandissima visse, e benchè la morte le forze tolga, morì generosa; le sue liberalità furono sì eccessive che, portata dal brio della sua nascita e ricchezze, lasciò il marchese Gio:Paolo suo figlio privo di un miglione di valsente che essa avrebbe potuto conservargli. Che la Pallavicino spendesse assai è dimostrato dai suoi frequenti contatti con gli ebrei di Soragna, di Reggio, di Cortemaggiore e di Cremona, dai prestiti da essi ottenuti, dalle continue cessioni in pegno dei propri gioielli e dai conti, in vita e in morte, con la famiglia. Fu però anche dama di pietà cristiana: volle e dotò un convento di Cappuccine a Piacenza, e un altro di monache Servite avrebbe voluto aprire a Soragna, ottenne la fratellanza religiosa dei Gesuati di San Girolamo, dei Serviti, dei Domenicani e dei Francescani, e per testamento beneficò senza parsimonia chiese, conventi, poveri e domestici.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III; B.Colombi, Soragna, Feudo e Comune, 1986, I, 339.

PALLAVICINO JACOBA LAURA
Zibello 1491 c.-Parma 1575

Figlia di Federico, marchese di Zibello, e di Clarice Malaspina, andò sposa il 9 febbraio 1511, come si deduce dall’ instrumento dotale ricevuto da Galeazzo Nobili, notaio di piacenza, a Jo. Francesco Sanvitale, primogenito di Jacopo Antonio di Fontanellato. La pallavicino rimase presto vedova (1519) con i tre figli Ercole, Alfonso e Silvia in età infantile. I documenti dell’Archivio familiare del fondo Sanvitale sono ricchi di riferimenti alla Pallavicino (chiamata comunemente Laura), soprattutto per il periodo 1525-1545. Da essi emerge la figura di una nobildonna di grande temperamento e coraggio, tanto da riuscire a ottenere prima la tutela dei figli in età minore e la gestione del loro ricco patrimonio ereditato dal padre e poi a difenderne strenuamente gli interessi, contrastando in particolar modo le ambizioni del cognato Gian Galeazzo Sanvitale, erede con il fratello defunto sia del titolo comitale sia dei beni feudali e familiari, come si deduce dal testamento di Jacopo Antonio Sanvitale, stilato da Angelo Melgari, notaio di Parma, il 20 dicembre 1510. Grazie alla gestione disinvolta del suo ruolo di vedova, vissuto non come limitazione ma anzi come esercizio di autonomia e libertà ben difficilmente praticabili da una donna sposata, la Pallavicino concretizzò una figura di dama dotata della necessaria intraprendenza per farsi largo in un’epoca segnata dalle profonde trasformazioni che a Parma qualificarono l’epoca immediatamente pre-farnesiana. Amante del lusso e del prestigio derivatole dal suo rango, difese con grande determinazione i privilegi dovuti alla nascita, al matrimonio e alla maternità, assumendo via via competenze ascrivibili con sempre maggior definizione al ruolo maschile, pur di non doversi sottomettere alla tutela di alcuno: né del casato d’origine né della famiglia acquisita per contratto matrimoniale né dei suoi influenti amici, fra i quali primeggiava il cardinale Alessandro Farnese, per lungo tempo vescovo di Parma. Una prima minaccia al suo ruolo autonomo di nobildonna, erede di Federico Pallavicino marchese di Zibello, si ebbe alla scomparsa del fratello minore Jo. Francesco, erede del titolo marchionale. Morendo senza eredi nel 1514, il giovane signore di Zibello rispettò la volontà già espressa dal padre Federico, confermando eredi universali le tre sorelle: Ippolita, moglie di Gian Lodovico Pallavicino di cortemaggiore, la Pallavicino e la più giovane Argentina, escludendo i pretendenti legittimi in linea maschile, e cioè gli zii paterni Bernardino e Rolando. Il primo aveva attentato alla vita del testatore e alla di lui madre Clarice Malaspina mediante un veneficio, come si dichiara esplicitamente nel codicillo al testamento del 4 agosto 1514, e il secondo lo aveva accusato ingiustamente, tanto da esporlo a una condanna comportante la pena di morte e la confisca dei beni. Il giovane signore di Zibello non aveva ancora raggiunto presumibilmente la maggiore età di 25 anni quando morì prematuramente, tra l’8 e l’11 agosto del 1514. Le controversie tra gli eredi iniziarono immediatamente dopo il suo decesso: seguirono liti, dispute e un rovinoso assedio di Zibello nell’anno successivo. La questione poté in parte dirsi conclusa il 12 dicembre 1524, quando il conte Gian Galeazzo Sanvitale pronunciò il suo lodo, in qualità di arbitro eletto dalle sorelle Pallavicino, per comporre le ormai annose controversie, e ogni questione sembrò trovare così tra loro amichevole soluzione. Giovane vedova, la Pallavicino si trovò ad affrontare una situazione familiare d’estrema delicatezza in quanto i due figli maschi, eredi legittimi di Jo. Francesco Sanvitale, erano nel 1519 ancora in età minore (Ercole era nato nel 1516 e Alfonso lo stesso anno della morte del padre) e la sua condizione di donna sola la esponeva a mille insidie che potevano minacciare, se non addirittura precludere, la conservazione del titolo e dei beni spettante ai due bambini. Le memorie d’archivio accennano al clima insostenibile che si venne a creare nella Rocca di Fontanellato dopo il 1519, aggravato ulteriormente dalla scomparsa del primogenito Ercole nel 1530, dopo una breve malattia, attribuita a un veneficio commissionato dal cognato Gian Galeazzo Sanvitale. La pallavicino decise perciò di proteggere in modo più sicuro la vita di Alfonso, unico figlio maschio rimastole, allontanandolo da Fontanellato per affidarlo alle cure della marchesa di Fosdinovo, sua parente da parte di madre. Nelle memorie storiche familiari trova manifestazione l’indubbia esistenza di un clima di forti tensioni e sospetti che segnarono la coesione familiare dei Sanvitale di Fontanellato e che conferiscono nuovo spessore all’immagine, tradizionalmente accettata, di una corte signorile serenamente compatta. Sempre negli stessi anni la Pallavicino partecipò in modo assai animato anche alla lotta per l’introduzione della clausura nei monasteri femminili di Parma: si schierò platealmente a fianco della cognata Susanna Sanvitale, spalleggiata anche dal cognato Jo. Ludovico, protonotario apostolico. Alla presenza discreta di Susanna Sanvitale, come appare dai documenti, si combina quella più chiassosa della Pallavicino che, manifestamente ostile all’introduzione della nuova riforma monastica, continuò a frequentare il monastero di San Quintino nonostante le minacce della Comunità cittadina e del clero di Parma. Ancora al temperamento esuberante della Pallavicino i cronisti assegnano la ragione ultima della decisione di abbandonare la vita in castello per trasferirsi in città, acquistando per il figlio Alfonso una casa presso San  Sepolcro, trasformata successivamente in una delle dimore signorili più eleganti di Parma. A tale decisione contribuirono tuttavia altri aspetti, che le note memorialistiche trascurano, come la soluzione delle annose liti con il cognato Gian Galeazzo Sanvitale. Completata infatti la suddivisione dei beni e conservato il titolo feudale per Alfonso, la Pallavicino si occupò del matrimonio del figlio, che volle tra i più prestigiosi del tempo. L’ambizione e il gusto per l’eleganza rappresentarono il filo conduttore che sottese l’immagine pubblica della Pallavicino, anche nei momenti più oscuri e travagliati della sua esistenza vedovile. Di particolare interesse appare un documento che riporta le spese affrontate per educare i figli e gestire l’eredità comitale nell’arco di circa un ventennio. La stesura di tale elenco si rese necessaria in quanto il figlio Alfonso, dopo il matrimonio con Gerolama Farnese, citò in giudizio la madre accusandola di aver dilapidato per leggerezza e tornaconto personale gran parte dei beni lasciati in eredità dal padre Jo. Francesco. La Pallavicino affidò la propria difesa alla presentazione di vari elenchi comprendenti spese, acquisti, permute e la citazione dettagliata delle spese affrontate per il matrimonio del figlio Alfonso e per dotare la nuora Gerolama secondo l’uso del tempo e l’indubbio buon gusto delle due dame. La lunga elencazione prende avvio dai gioielli di varie dimensioni, fattura e qualità, donati dalla Pallavicino alla nuora Gerolama Farnese: accanto a collane in oro, smalto e a pendenti in diamanti, perle e rubini, compaiono alcuni manici da ventaglio in oro e diamanti, cinture in oro lavorato o con decorazioni in granati, una decina di corone in oro, pietre preziose o dure, anelli e due zibellini montati con collane in oro, secondo la moda del tempo. I gioielli più preziosi e singolari sono tuttavia riferiti alla decorazione del capo e dei capelli in particolare. Sono ricordate infatti numerose zoie e perle per le orecchie, cioè orecchini entrati nell’uso della moda signorile solo agli inizi del secolo, accanto a ghirlande di pietre preziose legate in oro, soprattutto diamanti e perle sciolti, cioè senza montatura, da ornare capillj. La cura per la decorazione del capo è sottolineata anche, nel seguito dell’elenco, quando in ordine a vari capi d’abbigliamento si menzionano scuffiotti in seta, oro e argento, con abbinati colletti di vello con cordelle d’oro oppure in seta bianca, cremisina o nera. Svariati sono anche i riferimenti a capi d’abbigliamento, ma più che alla foggia degli indumenti s’insiste nella descrizione, quasi mercantile per precisa denominazione del tipo di stoffa, con il chiaro intento di specificarne l’alta qualità e giustificarne così il costo, sempre elevato. preponderanti sono le sete, lisce o lavorate secondo le tecniche più raffinate dell’epoca: dal semplice drappo di seta sottile, chiamato zendalo, al pregiatissimo ermesino, di origine persiana, lavorato con fili di più colori a effetto cangiante, oppure a marezzo, simile per qualità di tessitura al luminoso movimento ondoso del mare. Compaiono con insistenza stoffe d’elaborata lavorazione, con uso di colori contrastanti, per disegno o profilatura, tramati d’oro e d’argento oppure rifiniti con decorazioni pregiate quali cordicelle, lacci di oro filigranato, oppure a roselline in oro battuto. Sontuosi dovevano essere i broccati che s’aprivano sui sottabiti in colore contrastante, come la veste con gonna di broccato d’oro che lasciava intravvedere una fodera fittamente goffrata, oppure quella di raso rosso vivo completata da laccetti d’argento e da rose d’oro bianco. Ciò che colpisce nell’elenco è la combinazione raffinatissima delle tinte, della consistenza e luminosità delle stoffe e dei materiali di rifinitura, come l’abito di leggera seta cangiante, in turchino, adornata di fiocchi d’oro e seta, oppure quello in seta rosso cupo coperto da un velo lavorato in oro. Non manca l’accenno alla dotazione di maniche staccate, ancora in voga al tempo, da combinare con diversi bustini o abiti, richiamando nelle stesse tinte o lavorazioni anche accessori come scuffiotti, colletti e calze. cromaticamente predominano il turchino e il cremisino per gli abiti, il nero per le giacche, il bianco, l’oro e l’argento per le rifiniture o per gli accessori. Anche i gioielli elencati rimandano le stesse gamme di colore, con decisa predominanza del bianco (diamanti e perle), del rosso (rubini e granati), dell’oro (giallo e bianco). Da tali osservazioni si può dedurre come l’abbigliamento della giovane contessa Gerolama Farnese, discendente da uno dei più illustri principi della Chiesa, fosse stato curato dalla Pallavicino con grande attenzione, tanto da poterne motivare poi le varie voci come vantaggioso investimento. La cifra, elevatissima, che si ottiene sommando le varie voci di spesa dichiarate nel documento, non costituiva tuttavia elemento singolare per la Pallavicino, donna avvezza a non lasciarsi intimidire neppure dall’uso spregiudicato del denaro, tanto che alla sua morte, nell’inventario dei beni mobili lasciati in eredità alla cognata Paola Gonzaga, figurano diversi pegni al Monte, qualche gioiello e oggetti d’uso comune. La Pallavicino governò l’esistenza sua e dei figli, disponendo di autorevolezza e denaro, ma seppe affrontare con la dovuta determinazione situazioni scabrose anche per un uomo, come a esempio la disputa clamorosa che la oppose addirittura a papa Clemente VII nella scelta dello sposo per la nipote Veronica Pallavicino di Cortemaggiore, sua pupilla. Tale vicenda viene riportata con varietà di particolari e con indubbia pompa narrativa dai biografi della famiglia Sanvitale, che si dilungano nella descrizione dei fatti, in quanto verosimilmente la questione dovette provocare scalpore tra i contemporanei. L’episodio del matrimonio contrastato non rappresentò tuttavia l’ultima burrascosa vicenda pubblica della Pallavicino, che ancora il 20 marzo 1550 è ricordata come reduce da sei mesi di carcere nel castello di Milano per dispute avute con Giulio Rossi, conte di Gayazzo, a causa delle differenze seguite a questioni d’eredità, già emerse nel decennio 1520-1530. La Pallavicino è esaltata nelle memorie cinquecentesche della famiglia come donna di grande coraggio e risolutezza, avvezza a ricoprire ruoli tradizionalmente maschili, forse applicando l’educazione ricevuta dalla madre Clarice, anch’ella indotta dalla vedovanza a gestire autonomamente non solo i beni familiari ma anche il prestigio signorile, in nome del legittimo erede maschio che ancora non aveva raggiunto la maggiore età. Nonostante l’indubbia abilità a organizzare l’esistenza propria, dei familiari e del casato, della Pallavicino non rimane riferimento alcuno di iniziative culturalmente attive e neppure di generiche committenze che le possano essere attribuite: la già citata elencazione di acquisti e vendite, investimenti e spese varie non conserva alcun riferimento in proposito, e la sua educazione, come i verosimili interessi culturali che l’ambiente frequentato sembra presupporre, sono passati completamente sotto silenzio.
FONTI E BIBL.: V. Vecchi, in Aurea Parma 2 1996, 198-208.

PALLAVICINO LAURA, vedi PALLAVICINO JACOBA LAURA

PALLAVICINO LELIA
Parma XVII secolo
Sposò il conte Cesis. Fu vicepriore della Compagnia del Sant’Angelo Custode di Parma.

FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo custode, 1853, 51.

PALLAVICINO LELIO
Busseto-1533
Figlio di Ettore. Accusò, forse per riacquistare i feudi perduti o per qualche particolare vendetta, Cristoforo Pallavicino presso i Francesi di aver tramato contro di loro. Ciò comportò l’esecuzione capitale di Cristoforo Pallavicino, avvenuta in Milano nell’anno 1521. Prima di morire, Cristoforo Pallavicino aggiunse un codicillo al suo testamento col quale, accusando il Pallavicino di essere stato causa di ogni sua disgrazia, gli tolse l’incarico di tutore dei suoi figli ancora minorenni che gli aveva affidato nel 1515.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO LEOPOLDINA
Parma 4 giugno 1802-1883
Figlia di Alessandro e di Vittoria Doria pamfili. Fu dama di Palazzo alla corte di Parma.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII; G.Pallavicino, Osservazioni nell’interesse della sua consorte, Parma, 1875; A.Chieppi, Marchesa Leopoldina Pallavicino, Parma, 1883.

PALLAVICINO LINA, vedi MANARA LINA

PALLAVICINO LODOVICO
Pellegrino-1562 c.
Figlio di Pietro. Viene ricordato una prima volta nel 1539. Nel 1549 fu ascritto al consiglio dei Decurioni di Pavia. Nel 1550 fu nominato tra i venticinque primari cittadini inviati quali oratori a Ferrante Gonzaga in occasione delle controversie che Pavia ebbe per titolo di precedenza con la città di Cremona. Il Pallavicino fece testamento il 13 ottobre 1561.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO LODOVICO
Parma 21 maggio 1841-Parma 5 agosto 1900
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Fu consigliere del Consiglio Agrario Parmense, presidente della Società d’Incoraggiamento all’Agricoltura, Industria e Commercio della Provincia di Parma, direttore della razza equina della Casa Pallavicino in Zibello e Busseto, presidente della commissione Ippica Governativa per l’accettazione degli stalloni, cavaliere della Corona d’Italia dei Santi Maurizio e Lazzaro, patrizio e cittadino veneto. Ottenne segnalazioni e premi a varie esposizioni ippiche.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1991, tav. XXXIV.

PALLAVICINO LODOVICO ANDREA
Parma 10 marzo 1803-Torino 9 luglio 1879
Figlio del marchese Filippo e di Dorotea Magnani. Come i fratelli Gianfrancesco e Giuseppe, fu iniziato agli studi classici dall’abate Taverna. Si laureò con lode in Legge. Fu nominato da Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, Auditore presso il Consiglio di Stato. Alla perizia nelle Leggi, aggiunse quella per la matematica sublime, la teologia e la lingua greca, per la quale ultima fu chiamato alla cattedra di letteratura greca nell’Ateneo parmense.Il Pallavicino non poté accettare l’incarico a causa della cospicua eredità trasmessagli dalla famiglia Mossi di Casale Monferrato, della quale era entrata a far parte per matrimonio Barbara Anguissola, sorella di Anna, antenata del Pallavicino, che lo costrinse a stabilirsi in Piemonte. Al suo cognome dovette aggiungere quello dei Mossi. Poiché donò all’accademia di Belle Arti in Torino una grande quantità di stupendi dipinti già dei Mossi, fu dal re Carlo Felice di Savoja nominato Gentiluomo di Camera e dall’Accademia Albertina socio onorario. Diede alle stampe varie pubblicazioni, tra le quali la traduzione di lettere, da lui rinvenute, del Petrarca, la volgarizzazione dell’ultimo canto della peregrinazione di Aroldo e versioni poetiche di cantici sacri che ottennero il plauso di Cesare Alfieri, Silvio Pellico, Orioli, Bertolotti, Pezzana, Federico Sclopis, Antonio Rosmini, Prati e Cesare Balbo. Fu poi sei anni Sindaco di Frassineto Po, stabilendo nel Comune e mantenendovi a sue spese una scuola gratuita per le fanciulle. Consigliere comunale nel Municipio di Casale monferrato, fu tra i principali promotori dell’erezione della statua equestre a re Carlo Alberto di Savoja. Quando i primi rivolgimenti patriottici cominciarono a manifestarsi in Piemonte, Carlo Alberto lo nominò (14 ottobre 1848) Senatore. Il Pallavicino fu inoltre Segretario del Senato dal 1853 al 1857. Prese assidua parte ai lavori e alle discussioni del Senato, pronunciando vari discorsi: sul progetto di legge per la nullità degli atti legislativi e governativi fatti negli Stati Parmensi da qualunque Governo straniero dopo il 9 agosto 1848, sopra leggi riguardanti l’ordine delle famiglie, le finanze dello Stato, l’agricoltura e il commercio, l’istruzione elementare e superiore, l’igiene pubblica e la fondazione della Banca d’Italia. Introdusse notevolissimi miglioramenti agrari nelle sue tenute. Fu Patrizio e cittadino veneto. Morì in seguito a una crisi cardiaca.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIII; Gazzetta di Parma 18 febbraio 1921, 1; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 64; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A.malatesta, Ministri, Deputati, Senatori, 1941, II, 274; gazzetta di Parma 31 gennaio 1962, 4; Palazzi e casate di Parma, 1971, 375.

PALLAVICINO LUCIO
Tabiano seconda metà del XVI secolo
Figlio di Ippolito e di Eufemia Pallavicino. Fu militare di professione.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO LUCREZIO FRANCESCO BRUNONE
Parma 11 marzo 1671-24 novembre 1746
Figlio di Francesco Maria e di Ottavia Malaspina. Marchese di Tabiano, fu cavaliere di camera del principe Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO LUIGI
Parma 14 gennaio 1827-Castelnuovo Fogliani 3 gennaio 1898
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda pallavicino. Magistrato e soprintendente alle scuole, fu inoltre Ciambellano nella reggenza di luisa Maria di Borbone per il figlio duca Roberto. Il Pallavicino fu patrizio e cittadino veneto. Morì per le complicazioni polmonari conseguenti a una bronchite.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV; L.Sanvitale, In memoria del marchese Luigi Pallavicino, Parma, 1898.

PALLAVICINO LUIGI
Parma 16 ottobre 1880-gennaio/aprile 1957
Figlio di Filippo e di Luisa Benassi. Patrizio e cittadino veneto, si laureò in Giurisprudenza e fu procuratore, magistrato e avvocato, giudice conciliare in Parma e consigliere degli Ospizi Civili di Parma.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV; R.Carletti, Ricordo del marchese Luigi Pallavicino, in Gazzetta di Parma 15 aprile 1957, 3.

PALLAVICINO LUIGIA MARIA DOROTEA vedi MAGNANI LUIGIA MARIA DOROTEA

PALLAVICINO MABILIA
1218 c.-Ferrara 1264 c.
Figlia di Guido e di Sibilla di Borgogna. Nel 1238 sposò Azzo d’Este. Ebbe quale confessore il frate Salimbene de Adam, che nella sua Cronaca la elogia quale donna molto pia e amorosa verso i poveri. Fece testamento nel 1264 in Ferrara.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO MANFREDINO
Busseto o Polesine 1254-Busseto 1328
Figlio di Uberto, a quindici anni rimase orfano del padre, sotto la tutela di Ubertino e Visconte Pallavicino. Sposò (lo strumento di matrimonio fu stilato il 19 maggio 1264) Sofia Signa, con una dote di quattromila lire veronesi. Sembra che nel 1270 fosse caduto nelle mani dei Fieschi, nemici terribili della sua casa perché guelfi. Nel 1298 divenne podestà di Pavia, col proposito di mettere pace tra le fazioni che desolavano la città. Nel 1312 i Parmigiani gli tolsero il feudo di Ravarano perché il castellano che vi era, unitosi a Manfredo di Guglielmo Pallavicino, si opponeva all’invasione dei guelfi di Toscana, partigiani di Giberto da Correggio. Il Pallavicino entrò in lega coi Visconti contro i Parmigiani e si trovò all’occupazione di Borgo San Donnino (1306), che fu poi riconosciuto libero. Nel 1318 i Lupi gli tolsero Soragna. Il Pallavicino si rivolse ai Parmigiani affinché fosse fatta giustizia ma non l’ottenne. Nel 1322 perdette Parola e Corte Redalda, che furono date ai Lupi, ma un anno dopo (2 febbraio 1323, in Milano) ne ottenne l’investitura da Lodovico il Bavaro con tutti i privilegi già concessi al padre. Si fece infine terziario dei frati minori osservanti.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 e s.; B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1857; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. Pavia, Salsomaggiore Tabiano, Milano, 1898; R. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; E. Seletti, La città di Busseto capitale un tempo dello Stato Pallavicino, Milano, 1883; V. Spreti, enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.argegni, Condottieri, 1937, 389.

PALLAVICINO MANFREDO
-Cremona 1 settembre 1267
Figlio di Rubino e di Ermengarda Palli. Fu priore e Commendatario del Monastero di sant’angelo di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO MANFREDO
Scipione-post 1315
Figlio di Guglielmo, dei marchesi di Scipione. Nel 1279 fece guerra ai Cremonesi, che lo avevano scacciato dalla città insieme a Buoso da Dovara, capo dei ghibellini. Nel 1288 fu podestà di Vercelli. Nel 1312, assalito a castellone da Giberto da Correggio, della fazione guelfa, fu fatto prigioniero. Fu poi condottiero al servizio di Galeazzo Visconti e nel 1315 combatté a Castellarquato contro Alberto Scotto, capo dei guelfi.

FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; B. Corio, Storia di Milano, vol. II, Milano, 1856; C. De Rosmini,  dell’istoria di Milano, Milano, 1820; P. Litta, famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Nasalli Rocca, Gli statuti dello stato Pallavicino, in Bollettino Storico Piacentino, 1926-1927; L. Pavia, salsomaggiore Tabiano, Milano, 1878; E. Seletti, La città di Busseto, milano, 1883; V. Spreti, enciclopedia storico nobi-liare, milano, 1932; C. Argegni, condottieri, 1937, 389.

PALLAVICINO MANFREDO
Pellegrino-Milano 1428
Figlio di Filippone. Il 1 luglio 1422 il duca di Milano Filippo Maria Visconti gli rinnovò l’investitura della terra di Specchio. Quando nel 1427 scoppiò la guerra tra i Visconti e i Veneziani, il Pallavicino prese le armi contro i Visconti, di cui divenne uno dei più animosi nemici. Il Duca di Milano mandò contro il pallavicino le sue milizie e, conquistato pellegrino, lo fece prigioniero. Il 20 agosto 1428 il Pallavicino confessò di aver organizzato una congiura contro il Duca. In seguito a ciò i pallavicino furono spogliati di Pellegrino e molto probabilmente il Pallavicino fu strozzato in prigione.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO MARCANTONIO, vedi PALLAVICINO FERRANTE CARLO

PALLAVICINO MARCELLO
Borgo San Donnino 1457
Fu creato nel 1457 Cavaliere di San Giovanni.

FONTI E BIBL.: L.Araldi, L’Italia nobile, 1722.

PALLAVICINO MARCHISIO
Borgo San Donnino 1314
Nell’anno 1314 fu condottiero di milizie
.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 676.

PALLAVICINO MARIA AMALIA
Parma 14 aprile 1798-
Figlia di Alessandro e di Vittoria Doria pamfili. Fu Dama di Palazzo alla Corte di Parma.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO MARIA VITTORIS, vedi DORIA PAMPHILI LANDI MARIA VITTORIA

PALLAVICINO MUCCHIETTO
Parma 1306 c.-
È il personaggio, forse non completamente fantastico, della seguente novella (1376) di Giovanni Sercambi: In nella città di Parma, al tempo che li Rossi reggevano, fu uno iovano de’ Palavigini, nomato Mucchietto, il quale avea circa vinti anni, che prese moglie una bella iovana nomata Stoltarella, che da lato di madre era de’ Rossi; e non avendo padre, che morto era, la madre la maritò con assai competente dota. E venuto il tempo che Mucchietto dovea menare la moglie, apparecchiato tutto ciò che bisogno fu a sì fatte cose, con molto onore Mucchietto a casa sua la condusse, facendo bellissima festa di giostre e bicordare, danze e suoni, con finissime vivande e in grande abbundanzia. Lo iorno si steo con molta festa, fine che l’ora fu d’andare a dormire. E messa la sposa in nel letto, e le brigate di casa partite, rimase Mucchietto solo in casa colla sposa, perocchè altri non v’avea; e chiuso l’uscio e le finestre, e attinto del vino, con molti confetti, in nella camera intrò, chiamando la sposa, e dicendo: O Stoltarella, levati un poco, chè mangerai del confetto, e berremo, e poi ci daremo piacere. La Stoltarella disse: Volentieri. E levatasi, del confetto e del vino prese, e confortati l’un l’altro, in nel letto Mucchietto entrò, e passò molto bene la sera con la sposa. La sposa, che di tal arte li è molto giovato, disse: O Mucchietto, io voglio fare teco un patto, che chi prima si levi o che parli, si lavi domattina le scodelle. Mucchietto disse: Io sono contento che qualunca di noi prima si levi o parli, che tutta questa settimana lavi le scodelle; e quel fatto si faccia senza parlare. La Stoltarella fu contenta. E per questo modo si stenno; e addormentati che furono, dormendo fino a buona pezza del dì, e svegliati, senza parlare si denno piacere, e del letto non si levarono; e stando per tal modo fine a terza, che finestre né usci non sono aperti. La madre della sposa con altre donne parenti del marito, vennero alla casa per visitare la sposa. E non vedendo usci né finestre aperte, chiamando e picchiando neuno risponde. La Stoltarella guardava il marito se si leva o se parla, per farli lavare le scodelle. Mucchietto, sentendo picchiare e chiamare, simile guardava la moglie se ella si levava o se parlava, acciocchè a lei toccasse a lavare le scodelle. E stando ciascun di loro fermi, passò nona. La vicinanza e le donne, in parte meravigliandosi che neuno non risponda, e non vedendo né usci, né finestre aperte, stenno quasi fin a vespro; et essendo raunata tanta cittadinanza, parenti e vicini, dubitando che non fusse fatta qualche cattività d’essere stati morti, subito colle scale appoggiate alle finestre, rompendone una, e dentro entrati, e aperto l’uscio da piè di scala, entronno dentro più e più persone. Lo sposo che tutto ode, sta fermo per veder se la moglie si levi o parli. E simile la sposa stava a vedere quello che lo marito facea. E non facendo motto, le donne e li omini parenti e vicini diceano: Per certo costoro saranno morti, perché veggiamo le finestre e usci delle camere chiusi. E subito, percosso l’uscio, entrati dentro, aperte le finestre della camera, e andati al letto, videno Mucchietto da l’uno de’ lati, e la sposa da l’altro lato, l’uno verso l’altro senza parlare. La madre dicea: O Stoltarella, figliuola mia, or che hai? E simile diceano i parenti a Mucchietto, chiamandolo. Niente rispondeano. E smuovendoli più volte, senza parlare teneano li occhi aperti. Temevano li parenti della sposa e dello sposo che costoro non parlassero per qualche malìa  fusse loro stata fatta; e per questo modo passò tutto quel dì sin presso a sera, senza che neuno volesse parlare. E vedendo Mucchietto un suo amico fece che a lui venisse. La madre, a lato della figliuola, dicea: O figliuola mia, che v’è stato fatto? Trista la vita mia, qualche malìa altri v’ha fatto. E per questo modo omini e donne, parenti e amici piangevano, vedendo la sposa e lo sposo a tal partito. E accostatosi alle orecchie di Mucchietto l’amico suo, Mucchietto piano disse: Io voglio fare testamento, e tu dì quello che ti piace, perocchè io non posso parlare, ma con ammicar dirò, o sì o no. L’amico disse: Serà fatto. E, levatosi dall’orecchie, disse: O Mucchietto, vuoi fare testamento? Mucchietto mena il capo quasi dicendo sì. Allora l’amico disse: Vuoi essere soppellito in nella nostra chiesa? Lui chinò il capo, quasi dicesse sì. Da poi li disse: Vuoi che la palandrana del drappo che hai fatto alla sposa sia di Nostra Donna? Con ammicco disse: sì. La palandrana del grambelotto vuoi che l’abbia la mia donna? Mucchietto fece cenno di no. La Stoltarella ode tutto, e vede quello che ‘l marito fa, che ha ditto di no della palandrana. Steo a udire. E l’amico dice: Or bene, la palandrana divisata vuoi che alla tua donna si dia? Mucchietto fa vista di no. Or bene, vuoi che sia tuo erede tuo frate? Lui accennò: sì. Ultimo dice: E quella palandrana dorata, che la sposa avea ieri in dosso, vuoi che io la dia alla Bicarina mia fante? Mucchietto fa cenno di sì. La Stoltarella, come sente nomare quella palandrana, la quale ella li avea arrecato, subito disse: E io non voglio che… E lo sposo disse: Tu laverai le scodelle, poiché hai parlato. Coloro dissero: Che vuol dire questo? La sposa contò la novella. La madre e le altre parenti presono: Voi avete avete fatto per lo primo dì una bella prova de lavare le scodelle. Lo sposo: Ella mi misse il partito innanti.La madre disse: Or levate su in buon’ora, chè a noi avete dato oggi il mal dì. E levàti, si dienno in sul godere, lasciando lavare le scodelle alla sposa.

FONTI E BIBL.: Novelle di Giovanni Sercambi, in Scelta di Curiosità Letterarie, Bologna, Romagnoli, 1871.

PALLAVICINO MUZIO
Busseto 1627-18 novembre 1675
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Nel 1647 a Soresina assalì a schioppettate due suoi cugini, figli di Sforza, per questioni d’interessi. Nel 1668 fu ascritto al Consiglio dei decurioni di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO MUZIO
Busseto 1673-
Figlio di Antonio Maria e di Aurelia Clavello. Fu Dottore collegiato.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO MUZIO
Busseto 2 dicembre 1791-
Figlio di Antonio Maria e di Lucia Ala ponzone. Cavaliere dell’Ordine Costantiniano, nel 1825 fu ciambellano dell’Imperatore.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO MUZIO OMOBONO
Busseto 2 agosto 1731-18 agosto 1800
Figlio di Antonio e di Giulia Dati. Nel 1758 fece parte del Consiglio dei Decurioni di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO NICCOLÒ
Busseto 1328 c.-Tabiano 1401
Figlio di Uberto. Venne affidato dal padre ai Visconti perché apprendesse l’arte militare. Nel 1360 fu chiamato a Siena dal Supremo Magistrato dei XII in qualità di Conservatore. Seguì Bernabò Visconti alla battaglia di Solara, nel Modenese, ma cadde prigioniero il 6 aprile 1363 e non riacquistò la libertà che l’anno seguente. Nel 1374 invitò il cugino Francesco Pallavicino a uccidere Giacomo, suo fratello, e il figlio Giovanni, per avere il castello di Bargone, di cui però entrò in possesso soltanto nel 1376, alla morte di Francesco. Si impadronì di Tabiano, di cui si fece proclamare Signore, dopo averne ucciso il castellano. Bernabò Visconti allora mosse contro Bargone e le saline di Salso e se ne impadronì, togliendo anche al Pallavicino  il suo palazzo di milano. Morto Bernabò, il nipote Gian Galeazzo visconti ricercò l’amicizia del Pallavicino ridandogli tutti i suoi dominî e facendogli molte concessioni, tra le quali l’esenzione per gli uomini di Zibello da colte e ogni altro carico per dieci anni (1391). L’anno seguente il Pallavicino fu nominato Senatore di Milano. Fu prezioso consigliere del Duca, da cui fu inviato a Pisa, presso i Gambacorta, come delegato del Visconti. Scoprì a Pisa una congiura contro il Duca e fece in modo che nel dicembre dello stesso anno l’esercito visconteo punisse i rei. Nel 1392, come consigliere ducale, trattò la definitiva pace. Il 25 marzo 1394 venne nominato cittadino di Pavia. nell’ottobre 1396 ebbe confermato il titolo di marchese e tutti i suoi privilegi. Nel 1398 venne imprigionato dall’Appiano, a Pisa. Ottenuta la libertà, morì due anni dopo, forse avvelenato, assieme alla seconda moglie. Sposò in prime nozze Antonia di Bartolomeo Casali di cortona (uccisa da un fulmine nel 1394 a Busseto) e in seconde nozze Maria di Giovanni attendoli, sorella di Muzio Sforza. Il Pallavicino fece trasportare la salma di Orlando dei medici (che fu poi fatto beato) da Bargone a Busseto nel 1386.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 e s.; battilana, Genealogia delle famiglie nobili, Genova, 1823; Festasio, Origine e vita di nove uomini illustri della nobilissima casa Pallavicino, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; G. Giulini, Storia di Milano, Milano, 1760; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Continuazione alla storia di Parma dell’Affò, Parma, 1792-1795; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; P. Vitali, Memorie di Busseto, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; C.Argegni, Condottieri, 1937, 390.

PALLAVICINO NICCOLÒ
Bargone XVIII secolo
Figlio di Pierantonio. Fu prevosto della chiesa parrocchiale di Bargone.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO NICCOLÒ
Scipione-Genovese 7 agosto 1478
Figlio di Pietro, dei marchesi di Scipione. Seguì la causa di Francesco Sforza contro la Repubblica milanese. Nel 1462, con autorizzazione dello Sforza, potè comperare il feudo di Grotta nel Piacentino. Nel 1476 ricevette le investiture della casa Sforza nei feudi di scipione, Costapiano, Isola Monticello, salsomaggiore, Montebello e Torro, feudi in parte nel territorio parmigiano e in parte in quello piacentino. Nel 1476, dopo la morte del duca, la duchessa Bona lo mandò governatore a Pavia. Quando i Genovesi si ribellarono a milano, in un fatto d’armi accaduto sulle montagne presso Genova, il Pallavicino rimase tagliato a pezzi.

FONTI E BIBL.: Archivio Storico Lombardo a. XVI, t. II, Milano, 1888; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; C.Argegni, Condottieri, 1937, 390.

PALLAVICINO NICOLA
Busseto o Polesine 1410 c.-Busseto 8 luglio 1494
Figlio primogenito di Orlando il Magnifico. Nel 1452 Filippo Maria Visconti, duca di Milano, gli diede il comando di 25 lance. Il padre, che in vita pare non lo avesse trattato troppo benevolmente per la mediocrità dei suoi talenti, alla morte gli assegnò Varano de’ Marchesi, Miano, Castelguelfo e la Galinella. Nel 1470 il Pallavicino fu a Milano quale testimone all’atto di giuramento prestato dalla città di Milano al primogenito del duca Galeazzo Maria Sforza. Il Pallavicino nel testamento ordinò che fosse selciata la strada che dalla porta di Busseto conduce al Convento di San Francesco degli Osservanti, alla cui fondazione il Pallavicino aveva contribuito, e fosse lasciata una ragguardevole somma ai frati per la formazione di una biblioteca, ove essi potessero studiare per provvedere alla salute di quelle popolazioni.

FONTI E BIBL.: Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO NICOLA
Busseto XVII secolo
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Cavaliere gerosolimitano, fu Colonnello di un reggimento di corazzieri al servizio imperiale.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO NICOLA
Busseto 1653 c.-post 1702
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Fu Colonnello del Reggimento Visconti al servizio imperiale. Nel 1701 fu condannato a morte e alla confisca dei beni poiché, volendolo obbligare Filippo V re di Spagna a militare nelle proprie milizie, il Pallavicino si rifiutò non volendo abbandonare le bandiere imperiali. Nel 1702 fu ferito combattendo contro i Francesi alla battaglia di Luzzara.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO NICOLò, vedi PALLAVICINO NICCOLò

PALLAVICINO OBERTO
ante 956-Castione dei Marchesi 1007
Appare in Italia intorno al 956 al seguito dell’imperatore Ottone I quale comandante di cavalleria. Comportatosi valorosamente nella guerra contro re Berengario, fu compensato con l’investitura di alcuni castelli nel parmigiano e nominato Conte di Palazzo (962) nonché Vicario dell’Imperatore in Italia (963). Seguendo ancora Ottone I in ulteriori vicende belliche, fu poi Luogotenente imperiale in Lombardia (971), con altissima autorità, e nominato Marchese (973) quale Palavicino benemerito et fidele dello Imperio. In età avanzata dedicò la sua esistenza a opere di pace edificando e migliorando Busseto. Assegnò terreni a chi voleva lavorarli, con la corrispondenza di proporzionati quantitativi di grano. risiedette, da vecchio, quasi costantemente nei suoi feudi e costruì, prossimo alla fine, il bellissimo Monastero di Chiaravalle della colomba a Fiorenzuola (1001) dotandolo di beni e di ricche possessioni. Morì nel 1007 (secondo il Litta nel 1002) e fu sepolto a Castione, detto per antonomasia dei Marchesi. Da lui i pallavicino furono chiamati coll’appellativo di obertenghi.

FONTI E BIBL.: Parma Economica 9 1962, 13.

PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1048-1138
Figlio di Alberto. Fu padrone dell’Aucia, conte di Piacenza e governatore della Marca di Genova (1061). Nella lotta tra l’imperatore Enrico IV e il papa Gregorio VII, il pallavicino parteggiò per il primo. Accompagnò Enrico IV con onorata scorta durante il famoso episodio dell’umiliazione di Canossa (1077). Nel 1080 fu capitano degli eresiarchi parmigiani in appoggio all’antipapa Giberto. All’assedio successivo di Canossa (1082) portò il vessillo reale. Nel 1087 ebbe in Viterbo l’investitura di tutto quanto possedeva dall’imperatore enrico IV in compenso della sua opera. Combatté a lungo contro i vescovi di Parma e Reggio e la contessa Matilde, e a Sorbara, durante una sanguinosa battaglia, fu ferito. L’investitura gli fu confermata dall’imperatore Enrico V a Milano allorché nel 1107 scese in Italia per farsi incoronare. Nel 1116 e 1117 accompagnò Enrico V a Roma e poi nella Marca Trevigiana. Sotto il suo dominio, il feudo Pallavicino si ingrandì di numerose località, dando origine alla Marca Pallavicino.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 e s.; I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1792; Chronicon familae Pallavinae, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma; Festasio, Origine e vita di nove uomini illustri della nobilissima famiglia Pallavicino, ms. alla Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. A. Muratori, Annales, ad annum; Poggiali, Storia di Piacenza, 1757-1766; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; C. Argegni, Condottieri, 1937, 390; Parma Economica 9 1962, 13.

PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1080-Busseto 1148
Figlio di Alberto. Come il padre, fedelissimo all’impero, ottenne da Enrico V, nel 1110, la conferma delle investiture e contribuì al prestigio della famiglia e al consolidamento del suo marchesato, cui aggregò, non è noto in base a quali convenzioni, le corti di Borgo San Donnino, di Soragna, Parola e altre del circondario già spettanti a Folco e Ugo d’Este. Il pallavicino fu al seguito dell’Imperatore in Italia nel 1107 e nel 1116. La sua ambizione e le sue mire a più vasto dominio gli procurarono l’appellativo di Pela vicino (dagli umanisti benevolmente modificato in Pallavicino come derivante da palazzo vicino) che si riscontra per la prima volta in un placito dallo stesso imperatore Enrico rilasciato dalla corte di Marzaglia e, successivamente, in un’investitura dei delegati della città di Cremona in data 1° agosto 1120, nella quale il nome di Oberto è seguito dal titolo Marchio Pelavicino. Così, del resto, egli si firmò il 18 aprile 1124 alla pace di Lucca, conclusa tra lui e i marchesi Malaspina, Guglielmo, Francesco e Andrea, vescovo di Luni, documento importante perché su di esso si fondarono gli storici (Muratori, Ant. Est., I, 159) che fanno derivare da un solo ceppo le nobili famiglie Pallavicino, Malaspina e Este. Da notare anche che in un atto del 1122 il pallavicino si sottosegnò Comes Palatinus, ciò che dimostra come egli, oltre a essere capitano imperiale, fu Conte di palazzo. Si può dunque fissare con il Pallavicino il tempo in cui i discendenti dai marchesi di Toscana si affermarono nella storia con il cognome Pelavicino (in seguito Pallavicino) che si accompagnò da allora al feudo sopra il quale essi esercitarono per secoli la loro signoria. Nel 1136, con atto del 27 marzo, il Pallavicno contribuì, coi figli Tancredo e Alberto, detto Greco, alla fondazione del Monastero e della chiesa di Santa Maria della Colomba presso Fiorenzuola. Nel 1145 sottopose a Piacenza i suoi dominî del Parmigiano, per cui nacque una grave lotta tra Parma e Piacenza. Nel 1143 il Pallavicino divise per testamento il marchesato tra i due figli superstiti, assegnando a Guglielmo il feudo di Busseto e a Delfino i possessi d’oltre Taro. Allorché morì, volle essere sepolto sotto il pronao della chiesa di Santa Maria della colomba, da lui e dalla moglie riccamente dotata con l’attiguo monastero. La tomba, di arenaria, segnata da una croce e sormontata da un arco sostenuto da colonnine binate di marmo rosso di Verona, con listelli, foglie e capitelli finemente lavorati, è opera di notevole interesse.

FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 62; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 325-326; Parma Economica 9 1962, 13.

PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1132 c.-1196
Figlio di Guglielmo. Seguì fedelmente federico Barbarossa in varie vicende belliche e anche in nefande stragi, fino a che l’imperatore fu sconfitto a Pontida (1176). Da Federico barbarossa ottenne nel 1182 la rinnovazione delle investiture dei suoi possedimenti. Fu podestà di Parma.

FONTI E BIBL.: Parma Economica 9 1962, 13.

PALLAVICINO OBERTO
Busseto o Polesine 1197-Gusaliggio 8 maggio 1269
Figlio di Pelavicino, la sua figura emerge nella storia della nobile e potente famiglia. Celebre capo ghibellino, si ritiene avesse combattuto in precedenza per la Chiesa (nel 1224 fu infatti Rettore di Alessandria, città guelfa). Le sue gesta di condottiero, che ebbero vastissima eco, iniziarono nel 1233 con la lotta da lui ingaggiata contro i nobili fuoriusciti al fianco dei cavalieri di Cremona e del popolo piacentino. Conseguita il 6 gennaio del seguente anno una facile vittoria a Gravago, fu onorato della carica di podestà di Piacenza insieme con Guglielmo Landi. Nel frattempo, ritiratosi a Cremona, si proclamò partigiano dell’impero e, profittando della venuta in Italia di Federico II, si recò, seguito da una lunga schiera di cavalieri della sua Marca, a incontrare a padova il sovrano, che gli rese grandi onori. Nel 1235 fondò la fortezza di Castel Ghibellino. Nel 1239 Federico II lo nominò suo vicario imperiale nella Garfagnana e Lunigiana quando già il Pallavicino era stato chiamato podestà a Pavia. Nel 1240-1241 prese parte all’assedio di Genova, ma, fallito il tentativo di ridurre alla resa la città, si rivolse contro Pontremoli, alleata di Piacenza, che l’aveva estromesso dal governo per le pressioni esercitate dal legato pontificio. Si impossessò quindi di Villafranca e di Faenza abbattendone le fortificazioni. Ripetutamente scomunicato da papa innocenzo IV per le atrocità commesse e come sostenitore dell’Imperatore, fu da Federico II, nel 1246, nominato podestà di Reggio. Due anni dopo partecipò a fianco del sovrano a un’azione militare contro Parma, che si era data nelle mani dei guelfi, sostenuta da Milano e Piacenza: la battaglia si risolse con la sconfitta dei Cremonesi e della guardia imperiale, che con il monarca e il Pallavicino dovettero ripiegare oltre il Po. La guerra avrebbe dovuto essere ripresa l’anno seguente ma ragioni di prudenza consigliarono gli eserciti d’ambo le parti a soprassedervi, onde Federico II raggiunse il Piemonte e qui, avuta notizia delle sconfitte subite dal figlio Enzo, si recò a Pisa. Da quella città, il 9 maggio 1250, l’Imperatore investì il Pallavicino della Marca Pallavicino: il diploma venne a riconoscere e sanzionare lo Stato, di fatto preesistente, sulle basi del diritto pubblico. Eletto in quello stesso anno podestà di cremona, il Pallavicino provvide a fortificare Busseto cingendo la capitale di nuove mura e fossati e riedificando la rocca. Poco dopo, deciso a prendersi una rivincita sui parmigiani, marciò contro di essi, li attaccò (18 agosto 1250), li costrinse a ripiegare infliggendo loro gravissime perdite e s’impadronì di Borgo San Donnino, che gli spettava in forza dell’investitura di Federico II. Successo a questo imperatore il figlio Corrado, il Pallavicino giurò fedeltà al nuovo sovrano e da lui, con diploma del 22 febbraio 1251 dato in Canusio, fu nominato Vicario imperiale in Lombardia. Da Corrado ottenne poi l’investitura dell’antico dominio, che, ancor più esteso, comprendeva territori dal Taro alla Chiavenna e dalla Valmozzola al Po. In precedenza aveva occupato altre rocche, tra cui quelle di Rivergaro e di Brescello, e acquistato Pontremoli. ebbe anche modo d’imporsi come politico, oltre che come condottiero, in un’attiva opera di pacificazione tra le città di Parma e Piacenza e della Lombardia, rivelando inoltre la propria sagacia nella stipulazione, nel 1253, di un trattato di commercio con Genova, Marsiglia e montpellier che aprì alle vie commerciali la valle padana e i porti del Mediterraneo. Ottenuta nel 1254 la signoria di Piacenza ed eletto podestà di Pavia, si fece promotore di una iniziativa tendente a unificare la moneta, ma a sventare il progetto intervennero nuove lotte tra le città provocate dalla sempre accesa rivalità tra guelfi e ghibellini. Unitosi a Buoso da Dovara e a Ezzelino da Romano, celebri capi ghibellini, riprese le scorrerie contro le città fedeli al Pontefice, collezionando vittorie militari e scomuniche. La prima di questa gli giunse da Anagni il 30 luglio 1254 da Innocenzo IV, il quale, nel frattempo, aveva proclamato la guerra santa in Lombardia e in Liguria. La seconda fu lanciata nel 1257 da papa Alessandro IV, che lo dichiarò nemico di Dio e della Chiesa e mise l’interdetto a Piacenza, suscitandogli contro il partito guelfo. Vi furono congiure e rivolte, e alla fine il Pallavicino fu cacciato dalla città da Alberto Fontana. Il pallavicino, chiusosi nel castello di Caorso, cominciò a fare vendetta di quanti guelfi gli capitavano tra le mani e così a loro volta fecero i guelfi coi ghibellini. Le ostilità culminarono il 28 agosto 1258 nella battaglia di Corticella sulle rive dell’Oglio, che si concluse con la sconfitta dell’esercito dei Crociati al comando del legato pontificio Filippo da Fontana, arcivescovo di Ravenna, fruttando al triunvirato la Signoria di Brescia dopo che il Pallavicino aveva poco prima ottenuto quella di Crema. La Signoria, governata in comune dai vincitori, fu fonte di discordia. Astuto raggiratore, il Pallavicino si staccò da Ezzelino, che minacciava di divenire un temibile rivale, e passò con Buoso da Dovara in campo avverso, stringendo lega con Azzo d’Este e Lodovico conte di Verona. Il 16 settembre 1259 l’esercito guelfo impegnò battaglia a Cassano contro le milizie di Ezzelino, che furono sbaragliate. Lo stesso Ezzelino, gravemente ferito, venne fatto prigioniero e trascinato a Soncino, dove morì. Insoddisfatto dei successi sino allora conseguiti e mirando a sempre più vasto dominio, il Pallavicino determinò d’impossessarsi di Milano. Pertanto, lasciato a Brescia quale suo vicario Visconte Pallavicino, raggiunse nel 1260 la metropoli lombarda e con intrighi, nei quali fu espertissimo, riuscì a ottenere il rettorato della Repubblica e, per cinque anni, il capitanato generale. La sua fortuna politica raggiunse a quel punto la vetta, dominando il Pallavicino su numerose città dell’Alta Italia: Cremona, Milano, Brescia, Pavia, Piacenza, Alessandria e Tortona. Preoccupato della potenza del Pallavicino, papa Urbano IV invitò a scendere in Italia dalla Francia Carlo d’Angiò, e questi nel 1264 valicò le Alpi per accorrere in aiuto dei guelfi. Per il Pallavicino, che inutilmente ostacolò la marcia dello straniero a Soncino, fu l’inizio del tracollo. sconfitto a Benevento il 25 febbraio 1265, ripiegò verso il nord per meglio organizzare una resistenza. Già in precedenza tradito da Buoso da Dovara, che aveva spianato a Carlo d’Angiò la via del Bresciano, vinto a tagliacozzo corradino di Svevia, accorso in aiuto dei fedeli dell’impero, insorte infine contro di lui le città ghibelline, fu costretto a ritirarsi nella sua marca a Borgo San Donnino. Assediato dalle soverchianti forze guelfe delle città di Parma, Modena e Reggio, cui si allearono gli stessi Cremonesi, che poco prima avevano occupato e saccheggiato Busseto, cedette il 24 ottobre 1268 le armi e si ritirò nella rocca d gusaliggio in Valmozzola. Pochi mesi dopo la disfatta, il 29 aprile 1269, fece testamento lasciando erede dello Stato l’unico figlio maschio, Manfredino. Volle essere sepolto in un’umile tomba nella chiesa di Gusaliggio. Il Festasio descrive il Pallavicino di aspetto maestoso, sebbene di media statura, con capelli neri e un volto bruno nel quale risaltavano i denti bianchissimi. Era ardito d’animo, possente et umano et di valore di corpo non vi fu che l’eguagliasse a quei tempi, vers’ognuno cortesissimo et di profonda benignità, ma ne’ l’imprese importanti severo. Costumava vestire sempre di ferro. Il Pallavicino fu la sintesi della sua epoca: guelfo e ghibellino, ora alleato del popolo, ora dei nobili, sempre nella vista della Signoria contro il Comune. Gli si attribuisce in parte un nuovo metodo nell’arma di cavalleria e l’introduzione delle compagnie di ventura.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 314; Biografia universale, XLII, 1828, 277-278; F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928; Enciclopedia militare, 1933, V, 770; Annales Mediolanenses, in Rerum Italicarum Scriptores, XVI; G.V. Boselli, Storie piacentine, Piacenza, 1793-1805; P. Campi, Dell’historia ecclesiastica di Piacenza, Piacenza, 1562; C. Cantù, Ezzelino da Romano, Torino, 1852; B. Corio, Historia patria, Venezia, 1565; A. Corna, Illustri piacentini, Piacenza, 1914; G. Gallavresi, La riscossa dei guelfi in Lombardia, dopo il 1200, in Archivio Storico Lombardo, s. 4°, XXXIII 1906; V. Mandelli, Il comune di Vercelli nel Medio Evo, Vercelli, 1857; Paris da Cereta, in Rerum Italicarum Scriptores, VIII; C. Poggiali, Memorie per la storia letteraria di Piacenza, Piacenza, 1759; C. Sigonio, De regno italico, Venezia, 1591; C. Argegni, Condottieri, 1937, 391e 395; Archivio Storico Lombardo, an. IV, t. 1, 1877; B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1837; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; R. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; E. Seletti, La città di Busseto, capitale un tempo dello stato Pallavicino, Milano, 1883; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; Parma Economica 9 1962, 13; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 333-336; Parma nell’arte 2 1976, 50.

PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1302-1378
Figlio di Manfredino. Ebbe dal padre (morto nel 1348) la signoria di Busseto. Sposò caterina Rossi. Nel 1329 concluse un trattato di pace col comune di Parma e nel 1331 seguì Carlo, figlio del re Giovanni di Baviera, combattendo vittoriosamente nel 1332 nella battaglia di San Felice contro i principi della lega di Castelbaldo. Per il suo valore venne cinto a Modena della spada di Cavaliere. Nel 1333 intervenne alla tregua firmata con parecchi principi come rappresentante del re giovanni.Nel 1334 fece parte della lega costituita per portare guerra ai Rossi di Parma, che erano vicarî del re di Boemia: in quella occasione perse il castello di Varano. Nel 1339 parteggiò per gli Scaligeri nella pace conclusa con Venezia e Firenze. Nel 1347 fece parte del consiglio dei cento savî di credenza e del consiglio generale. Nel 1349 passò a Milano e nel 1351 fu nominato Capitano generale delle armi di Giovanni Visconti in Bologna. Combatté contro i Fiorentini e tentò poi di togliere Borgo San Sepolcro ai Perugini. Nel 1355 andò incontro, a Peschiera, a Carlo IV, sceso in Italia, e lo accompagnò nel suo viaggio a Milano e a Pisa. Nel 1360 fu inviato a Siena col posto di conservatore nel supremo magistrato dei dodici. Il 2 giugno dello stesso anno, da Praga, ebbe la conferma da parte dell’Imperatore di tutti i suoi privilegi. Nel 1378 fu in Germania per la morte dell’Imperatore Carlo e l’elezione del figlio Venceslao. Durante il viaggio di ritorno, fu sorpreso da morte violenta.

FONTI E BIBL.: B.Angeli,  Historia, 1591, 211 e s.; I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1792-1795; F. Arisio, Praetorum Cremonae series chronologica, Cremona, 1731; N. Battilana, Genealogia delle famiglie nobili di Genova, Genova, 1833; C. Cantù, Storia degl’italiani, Torino, 1885; Cavitelli, Annali cremonesi, Cremona, 1583; Chronica di Milano, in Miscellanea di Storia Italiana, t. VIII, Torino, 1869; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; Chronica Parmensis a sec. XI ad exitum sec. XIV, in Monumenta historica, vol. VII; R. Di Soragna, La rivolta e l’assedio di Roma nel 1247, in Atti della Deputazione di Storia Patria dell’Emilia, nuova serie, vol. VI, II, Modena, 1881; L. Ferrario, Il castello di Trezzo, Milano, 1867; Festasio, Origine e vita di nove uomini illustri della nobilissima casa Pallavicino, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; G. Fiamma, Manip. Flor. ad annum.1260, in Rerum Italicarum Scriptores, XI; F. Galantino, Storia di Soncino, Milano, 1869-1870; A. Germain, Histoire de la Commune de Montpellier, Montpellier, 1851; A. Ghirardelli, Oberto, tragedia, Piacenza, 1824; G. Giulini, Storia di Milano, Milano, 1760; U. gualazzini, I mercanti di Cremona, Cremona, 1923; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; G. C. Lunig, Codex Italiae diplomaticus, Lipsia, 1725; L. A. Muratori, Annali d’Italia, Milano, 1744-1749; F. Odorici, Storie bresciane, Brescia, 1853-1865; A. Pezzana, Continuazione della storia di Parma dell’Affò, Parma, 1837-1859; C. Poggiali, Storia di Piacenza, Piacenza, 1737-1766; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura, Torino, 1815; F. robolotti, Industria e commercio in Cremona nel sec. XV, in Archivio Storico Lombardo, 1880; salimbene de Adam, Cronica, in Monumenta hist. parmen.; L.scarabelli, Istoria civile dei ducati di Parma Piacenza e Guastalla; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1833; P. Verri, Storia di Milano, Milano, 1783-1788; P. Vitali, Memorie storiche di Busseto, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; A. Zuccagni orlandini, Corografia dell’Italia, vol. VIII, Firenze, 1895; C.Argegni, Condottieri, 1937, 396.

PALLAVICINO ORAZIO
Scipione-Como 30 agosto 1613
Figlio di Camillo, dei marchesi di Scipione. È ricordato una prima volta nell’anno 1556. Fu contro i Farnese nella guerra con Filippo II di Spagna. Passò poi dalla Spagna alla guerra in Fiandra contro i Francesi. Dal re di Spagna fu nominato consigliere del consiglio segreto di Stato. Nel 1578, morto lo zio Giovanni anguissola, fu inviato quale governatore a Como. Nel 1583 fu eletto Senatore.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; G. Rovelli, Storia di Como, Como, 1803; C. Argegni, Condottieri, 1937, 393.

PALLAVICINO ORAZIO
Varano Marchesi-post 1617
Figlio di Giannantonio e di Lavinia carminati. Il 3 settembre 1617 si trovava ancora rinchiuso della prigione della Rocchetta di Parma in conseguenza della congiura messa in atto  contro i Farnese nel 1612.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO ORLANDO
Scipione-Cremona 1349
Figlio di Manfredo, dei marchesi di Scipione. Fu condottiero al servizio dei Visconti e castellano di Casalmaggiore. Fu sepolto nel Duomo di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; C. Argegni, Condottieri, 1937, 393.

PALLAVICINO ORLANDO
Polesine 13 giugno 1384-Busseto 5 febbraio 1457
Figlio di Niccolò e di un’ignota donna di Polesine, alla morte del padre, che lo legittimò, non aveva che diciassette anni. Preso da Giovanni Maria Visconti sotto la propria protezione e allevato alla Corte di Milano, ebbe da questi conferma, con due distinti diplomi del 31 maggio 1405 e del 29 gennaio 1410, dei beni e privilegi concessi dagli imperatori Carlo IV e Venceslao, e fu pure investito delle ville di Salsomaggiore e di Montemanolo. Combatté i guelfi a Costamezzana, devastò Pieve d’Altavilla ed ebbe contese coi Rossi, i Cavalcabò e i Sommi. Nel 1403 batté ottobono Terzi e, pur avendo concluso con lui una tregua, rinnovata nel 1406, cercò di privarlo del governo di Parma e Borgo San Donnino. Ne seguì una guerra, durante la quale il pallavicino si alleò col duca di Milano, Giovanni Maria Visconti. Nel 1407 venne dal Terzi privato di molte delle sue terre e fu costretto a cedere Borgo San Donnino. Nel 1408 firmò una lega in Mantova coi duchi di Milano e coi signori di Mantova, Bergamo, Brescia e Cremona contro il Terzi. Morto costui, assediò Borgo San Donnino ma venne costretto da Gabrino Fondulo a ritirarsi. Riebbe però la città nel 1409. Per avere incarcerato il nunzio pontificio Branda Castiglioni, nel 1410 fu scomunicato dal papa Giovanni XXII. Dovette in seguito combattere Uguccione dei Contrari, che pretendeva Borgo San Donnino, ed ebbe la peggio. Nel 1413 riebbe il castello colla relativa investitura dall’imperatore Sigismondo. Nel 1415 aderì alla lega contro il duca Filippo Maria Visconti, ma poi, fatti prigionieri a tradimento parecchi soldati dei signori d’Este, si riappacificò col Duca. Fece incendiare Noceto e, scorazzando fin sotto le mura di Parma, radunò un ricco bottino. Nel 1418 mosse contro gli Estensi ma, assalito nel castello di Zibello dall’esercito guelfo, fu costretto ad arrendersi. Condotto coi figli a Parma, riuscì a fuggire e, ritornato a Zibello, sollevò il popolo in suo favore. Dovette poi fronteggiare l’esercito di Niccolò d’Este, invasore dei suoi dominî. Costretto a cedere Borgo San Donnino, che poi riacquistò, si impadronì poco dopo con la forza di Monticelli d’Ongina, che incorporò alla propria signoria, e ottenne pure in cessione Monte Pallero dal cugino Antonio pallavicno. Filippo Maria Visconti, nell’intento di vincolare maggiormente a sé il Pallavicino, lo onorò del titolo di cittadino di Piacenza, trasmissibile ai discendenti, e abolì alcuni aggravi fiscali da tempo imposti allo Stato. Ma il Duca di Milano, mentre da un lato confermò al Pallavicino diritti, privilegi e donazioni, dall’altro, con pretesti vari, gli sottrasse castelguelfo e Borgo San Donnino (1425). Fu questa la ragione che spinse il Pallavicino a troncare i legami con il Visconti e ad allearsi con la Repubblica di Venezia, contro la quale il Duca era in guerra. Il 18 settembre 1426 l’armata navale veneta, al comando di Niccolò da tolentino, sbarcò a Polesine e pose il proprio quartier generale a Busseto. Perso così l’appoggio del Pallavicino ed esposto sul Po, il visconti fu costretto alla resa dall’ammiraglio Francesco Bembo e dovette trattare a Ferrara la pace alle condizioni imposte dai vincitori. Questi, per la circostanza, oltre ad ascrivere il Pallavicino nel libro d’oro della nobilità veneziana, gli confermarono lo Stato. Durante la tregua, il Pallavicino, che mirava a più vasto dominio, tolse ai cugini Antonio e Donnino pallavicino il castello di Zibello, distruggendone la rocca (1429). Nel successivo anno 1430, alla rottura del trattato di Ferrara, riprese le ostilità a fianco dei Veneziani, saccheggiando Miano, Fontanellato, San Secondo e Soragna. Riaccostatosi al Visconti, stipulò con il Duca un patto di alleanza, impegnandosi a staccarsi dalla Lega di Venezia e ricevendo quale contropartita la conferma degli antichi privilegi sovrani e la restituzione di Castelguelfo (1432). Successivamente, nel costante proposito d’ingrandire e consolidare la sua Signoria, acquistò nel 1439 il feudo di Stupinigi e due anni dopo Fiorenzuola, Cortemaggiore, San Protaso, Chioza e Ricetto. Ma, perduto nuovamente il favore del Visconti per i raggiri di Niccolò Piccinino (che godeva grande prestigio presso il Duca dopo la vittoria conseguita contro i Veneziani, in continua lotta con i Milanesi), dovette nel settembre 1442 arrendersi al forte esercito del condottiero dopo l’assedio da questi posto a Busseto, ultima roccaforte dell’invasa Marca. In tal modo le terre e i castelli del Pallavicino, giudicato reo di lesa maestà, passarono in feudo al Piccinino, e non poté rientrarne in possesso che tre anni dopo, allorché il Visconti, convintosi della sua lealtà, gli restituì l’intera Marca. È degno di nota il fatto che il Pallavicino dovette accettare in investitura lo Stato come appartenente per diritto legittimo alla Camera ducale, e fu questa, probabilmente, la ragione che lo spinse a parteggiare per Francesco Sforza nella lotta da questi sostenuta contro il Visconti. Morto il Duca, il Pallavicino rafforzò i legami che lo univano allo Sforza stipulando con lui, nel febbraio 1448, un trattato di alleanza in forza del quale si obbligò a sostenere il nuovo signore di Milano in ogni sua impresa, mentre, dal canto suo, lo Sforza assicurò al pallavicino l’integrità dello Stato. L’amicizia e l’alleanza con lo Sforza procurò una pace che si protrasse sino alla morte del Pallavicino, il quale nel frattempo ebbe modo d’ingrandire ancor più la sua signoria accettando in donazione da Cristoforo Pallavicino il castello di Varano Melegari. La promulgazione nel 1429 delle leggi patrie, apparse sotto il titolo di Statuta Pallavicinia, rappresenta uno degli atti più importanti del governo del Pallavicino (che fu detto, anche per questo, il Magnifico). La raccolta dell’ampia legislazione, fondata sulle consuetudini locali pur attingendo alla fonte perenne del Diritto romano e forse ancor più alle leggi longobarde, fu affidata dal Pallavicino al giureconsulto pisano e suo vicario Agapito Lanfranchi. Gli statuti furono distinti in due libri: l’uno provvede ai bisogni civili, l’altro punisce i reati. Commentati e illustrati in seguito dai giureconsulti bussetani Pietro Pettorelli e Girolamo Vitali, ebbero vigore sino a tutto il XVIII secolo come legge costante per Busseto e suo territorio. all’interessamento del Pallavicino si deve anche l’erezione della chiesa di San Bartolomeo (da lui per la circostanza riedificata e riccamente dotata) in collegiata, disposta dal pontefice Eugenio IV con bolla 9 luglio 1436: l’atto è notevole perché con esso venne definita la superiorità anche ecclesiastica di Busseto sulle ville del distretto. Al pari di Oberto il Grande, il Pallavicino può essere ritenuto il restauratore della potenza dei Pallavicino, il cui Stato, alla sua morte, si estendeva su 1600 chilometri quadrati e contava circa 3500 famiglie di vassalli. Dalla moglie Caterina Scotti di Agazzano ebbe sedici figli, otto maschi e altrettante femmine. Un altro figlio, Giovanni, era naturale. Divise per testamento (25 luglio 1453) lo Stato in varie signorie, assegnandole ai figli maschi, provvide il figlio naturale di beni e le figlie di ingenti somme a titolo di dote. Nella spartizione della Marca tra i figli maschi non usò tuttavia la stessa misura, ciò che fu fonte di lagnanze e contese tra gli eredi, i quali, alla morte del padre, scelsero ad arbitro lo Sforza. Questi incaricò il suo segretario Cicco simonetta di redigere il lodo: la sentenza, inappellabile, fu pronunciata il 22 novembre 1457. In forza di essa lo Stato Pallavicino venne diviso in parti uguali, così assegnate: a Gian lodovico e a Pallavicino, in comune, Busseto e Bargone, a Gianmanfredo, Polesine e costamezzana, a Niccolò il feudo di Varano melegari la villa di Miano, Castelguelfo e gallinella, a Uberto, Tabiano, Castellina e metà Solignano, a Carlo, vescovo di Lodi, il feudo di Monticelli d’Ongina. Il feudo di Stupinigi toccò a un Bartolomeo Pallavicino che vantava diritti sulle terre di Zibello. La scomparsa del Pallavicino segnò la decadenza dello Stato, che fu smembrato in piccoli feudi camerali soggetti per di più alla suprema potestà del Duca di Milano. Da allora, conseguentemente, cessò l’influenza politica dei Pallavicino sulle regioni dell’Italia settentrionale.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1918, 21; B. Angeli, Historia di Parma, Parma, 1591; Archivio di stato di Milano, missive ducali, vol. XLIX, fol. 170; F. Arisi, Cremona liberata, Parma, 1741; P. Assali, Liber de omnibus rebus naturalibus quae continentur in mundo, Venezia, 1544; N. Battilana, Genealogie delle famiglie nobili di Genova, Genova, 1833; Carolo Bondeo, De collectandis forensium bonis sitis in territorio, Piacenza, 1698; P. Campi, Storia ecclesiastica di Piacenza, Piacenza, 1651; L. Cavitellius, Annales Cremon., cremona, 1583; L. Cibrario, Opuscoli storici, milano, 1835; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca palatina di Parma; Cronaca di Cremona dal 1309 al 1422, in Biblioteca historica italiana, cura societas longobardiae, vol. I; Chronica parmensis a sc. XI ad exitum sec. XIV, in Monumenta histor. parmens.; M. Daverio, Memorie sulla storia dell’ex ducato di Milano, ms. nella Biblioteca braidense; festasio, Origine e vita di nove uomini illustri della nobilissima casa Pallavicino, ms. nella biblioteca palatina di Parma; Giulini, Storia di Milano, Milano, 1760; P. Litta, Famiglie celebri italiane, milano, 1834; L. A. Muratori, Annali d’Italia, milano, 1744-1749; L. Osio, Documenti diplomatici tratti dagli archivi milanesi, Vol. II, Milano, 1864-1877; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma; G.poggiali, Storia di Piacenza, Piacenza, 1759; P. Seletti, Memorie, ms. già presso Seletti; Statuta Pallavicinia, Parma, 1582; P. Vitali, Memorie di Busseto, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; C. Argegni, Condottieri, 1937, 393; Dizionario storico politico, 1971, 936; D.soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 328-331.

PALLAVICINO ORLANDO
Busseto 1451 c.-Cortemaggiore 9 novembre 1509
Figlio di Gianlodovico e di Anastasia Torelli, detto il Gobbo. Denotò sin dalla più giovane età spiccata inclinazione allo studio, che intraprese sotto la guida di precettori, formandosi una vasta ed eclettica cultura che si estendeva dalla filosofia alla matematica, dall’astrologia alla teologia. Come già il padre, visse a lungo alla Corte di Milano in qualità di Consigliere ducale prima di succedergli, a Cortemaggiore, nel governo del marchesato. Splendido mecenate, beneficò largamente quella terra, gettando le fondamenta del paese, formato allora di povere abitazioni di pastori. Condusse a termine la costruzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie, iniziata dal padre, eresse palazzi circondati di portici, con belle piazze e strade ampie e regolari. Nel 1499 ultimò la solenne chiesa dell’Annunziata con l’attiguo convento, invitando a prenderne possesso i frati Minori. In essa curò l’erezione della cappella della Concezione, destinata ad accogliere le spoglie mortali dei suoi familiari e da lui fatta dipingere dal Pordenone. Questa cappella, ricca d’insigni opere d’arte, seguì la sorte del convento allorché gli ordini religiosi, nel 1812, furono soppressi per decreto napoleonico: i monumenti sepolcrali, che custodivano anche le ceneri del Pallavicino e dei genitori, furono trasferiti nel santuario della Madonna delle Grazie. Nel 1481 concorse col padre a fare ricostruire la chiesa di Bargone. Uomo saggio e avveduto, consolidò e accrebbe la sua signoria. Il 6 giugno 1495 fu reinvestito delle ville di Cortemaggiore e di Bargone da Lodovico il Moro, il quale, nel 1498, lo infeudò di rezinoldo e Fontanelle, nella diocesi di Parma, e di Stagno, Tolarolo, Mezzano e Polesine dei Manfredi in quella di Cremona. Nel 1502 acquistò pure, da Pietro di Rohan, fiorenzuola, terra di cui i Pallavicino furono poi spogliati dai Farnese. Della sua munificenza di uomo evoluto e colto dette anche prova dotando il convento dei Minori di una ricca biblioteca e impiantando a Cortemaggiore una tra le prime stamperie.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; D.Soresina, Encliclopedia diocesana fidentina, 1961, 326-327.

PALLAVICINO OTTAVIANO
Busseto 1452 c.-post 1514
Figlio di Pallavicino e di Caterina Fieschi. È ricordato una prima volta il 21 ottobre 1499. Dopo che i Francesi furono espulsi dall’Italia nel 1512, il papa Giulio II convocò a Roma il Pallavicino e il fratello Cristoforo per farsi rendere conto delle molte irregolarità della loro condotta, che li esponeva alle censure ecclesiastiche. I due fratelli si portarono a Roma facendosi accompagnare da 400 cavalli, e fecero meravigliare l’intera capitale per la loro ricchezza e generosità e per lo splendore dei loro conviti, ciò che alla fine indusse il Papa a moderare il suo rancore contro la famiglia. quando si presentarono in solenne udienza di fronte al Papa, il Pallavicino, che era il maggiore d’età, volle essere il solo a parlare. Dato che però era uomo semplice e rozzo, non seppe tenere testa a Giulio II, che finì per ridicolizzarlo. Cristoforo ne fu talmente irritato che colpì il fratello a colpi di guanciale. Nel 1514 il Pallavicino fece esiliare da Piacenza il nipote Buso Scotti, uomo sanguinario e capo di parte, che vi aveva scatenato la guerra civile.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.

PALLAVICINO OTTAVIANO
Parma 2 maggio 1585-Parma 1649
Figlio di Ercole e di Barbara Sanvitale. Visse alla corte dei Farnese.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO OTTAVIO
Busseto o Cortemaggiore ante 1613-post 1632
Figlio di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta Valvassori. Fu paggio dell’imperatore ferdinando II, nella cui milizia fu impiegato col grado di capitano di corazze. Nel 1632 partecipò alla battaglia di Lutzen.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO OTTORINO
Busseto 6 ottobre 1859-
Figlio di Adalberto e di Eleonora Rasini. Dottore in Giurisprudenza, fu ufficiale di complemento di cavalleria del Regio Esercito Italiano. Fu patrizio e cittadino veneto.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV.

PALLAVICINO PALLAVICINO, vedi PALLAVICINO GIOVANNI GINESIO e PALLAVICINO PELAVICINO

PALLAVICINO PAOLO
Pellegrino 1542/1568
Figlio di Pietro. Il 3 aprile 1542 fu abate commendatario del monastero di San Lanfranco dei Vallombrosani di Pavia. In quell’epoca viveva in Milano, ove era considerato uomo molto potente, fautore del partito spagnolo. Ebbe il titolo di referendario e di protonotario apostolico. È forse quel Paolo Francesco, senatore e monsignore, cui Marco Mantova Bonavides dedicò la sua novella sull’avarizia dei principi moderni.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO PAOLO
Parma 19 aprile 1857-
Figlio di Uberto e di Camilla Liberati. percorse la carriera militare, entrando nella Scuola Militare di Fanteria e Cavalleria in Modena all’età di sedici anni. Ne uscì sottotenente di Fanteria del Regio Esercito Italiano, ove percorse tutta la carriera raggiungendo il grado di maggiore. In seguito a malattia fu costretto a lasciare il servizio, all’età di quarantasette anni, venendo poi promosso tenente colonnello nella riserva. Decorato della Croce d’Oro per anzianità di servizio, fu anche nominato Cavaliere della Corona d’Italia e dei Santi Maurizio e Lazzaro. Fu patrizio e cittadino veneto. Sposò Maria Palanafesto Paolucci delle Roncole.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIII; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1201.

PALLAVICINO PELAVICINO
Pellegrino 1187/1188
Marchese di Pellegrino, fu Podestà di Parma negli anni 1187 e 1188.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO PELAVICINO
Busseto 1205 c.-Pellegrino 1251/1268
Detto il Trovatore. Figlio di Pelavicino, signore di Busseto, e fratello di Oberto il Grande. Ebbe in eredità alla morte del padre il castello di Pellegrino, dove si stabilì dando origine al locale ramo marchionale, estintosi nel 1795. Fu, cinquant’anni prima di Dante, celebre tra i trovatori di canzoni (come erano chiamati i poeti provenzali e italiani) in quella lingua, detta romanza, che dalla Sicilia si era divulgata nelle altre regioni della Penisola. Come tale è ricordato dal Salimbene: Quia adhuc stilus noster in Parma versatur, de Pelavicinis qui cives sunt Parmae superest ut dicamus. Isti Marchiones sunt, et elegerunt sibi duarum civitatum ad habitandum confinia, scilicet Parmae et Placentiae. In Episcopatu Placentino juxta Episcopatum Parmensem habent duo Catra, scilicet Castrum Peregrini, in quo Dominus Pellavicinus habitavit, qui fuit pulcher homo, et solatiosus, et cantionum inventor, et reliquit filios plures; et Castrum Scipionis prope Burgum Sancti Donini ad milliaria quinque. In isto Castro habitavit Dominus Manfredus frater germanus supradicti Domini Pellavicini. L’Affò ne lamenta la completa perdita dei versi.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1789, 74-76; F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 20; D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 331-332.

PALLAVICINO PELAVICINO
Pellegrino 1311/1333
Marchese di Pellegrino. Nel 1311 fu in Milano all’incoronazione di Arrigo VII, sceso in Italia per  pacificare le fazioni che la dilaniavano. In quell’occasione fu nominato cavaliere dall’imperatore. Nel 1312 passò dalla parte guelfa seguendo l’esempio di Giberto da Correggio. Tolse allora Ravarano a manfredino Pallavicino affinché i soccorsi che i guelfi di Toscana inviarono a Giberto da Correggio avessero via libera. Conclusa la pace tra giberto da Correggio e i ghibellini, nel 1314 fu tra gli esuli che poterono rientrare in Parma. Nel 1333 fece parte della lega dei principi italiani contro Giovanni re di Boemia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO PIETRO
Pellegrino 1480/1497
Figlio di Giovanni e di Lucia Bojardo. Fu Protonotario apostolico. Dopo il 1480 lo si trova abate commendatario del monastero di San Lanfranco dei Vallombrosani di Pavia. Nel 1497 fu notaio apostolico e consigliere ducale presso Lodovico il Moro duca di Milano. Soggiornò lungamente nella sua abbazia di Pavia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO PIETRO
Parma 10 febbraio 1875-San Sisto di Poviglio 16 agosto 1967
Figlio di Filippo e di Luisa Benassi. Studiò il pianoforte coi maestri Caffi e Bertazzi nel collegio Vida di Cremona. A Parma continuò gli studi di pianoforte col Ficcarelli. Per l’armonia, contrappunto e composizione ebbe rispettivamente a maestri Azzoni, Marusi e Galliera. Il 18 febbraio 1913 fu nominato organista della Cattedrale di Parma con votazione unanime di quella Fabbriceria, carica che occupò almeno fino al 1931. Il Pallavicino, che fu anche poeta, compose liriche per pianoforte e canto e si dedicò specialmente alla musica religiosa. Fu patrizio e cittadino veneto. È autore delle seguenti composizioni: Messa a due voci, i salmi a tre voci Laudate Dominum e Lauda Jerusalem, Magnificat a tre voci, Baldi e forti per canto e pianofote (1917, inno dei missionari su testo di Gino Sottochiesa, edito a Parma, ISME, 1962), Regina coeli (antifona mariana eseguita nel 1925 per l’incoronazione della Madonna di Fontanellato), Il bucaneve, elegia su versi di Luigi De Giorgi per la morte della medaglia d’oro Michele Vitali, Inno agli orfani di guerra, La voce di Dante, inno blasfemo per coro e pianoforte, con parole dello stesso Pallavicino (Parma, Donati, 1928), La tua voce, lirica per canto e pianoforte su versi di Ildebrando Cocconi. Nella Biblioteca del Seminario Maggiore di Parma si trovano: Caro mea, per violino solista e orchestra, O salutaris hostia a due voci e Quae est ista, a tre voci pari.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 149; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PALLAVICINO PIETRO MARIA
Busseto 1653 c.-
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Fu cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO PIO GIORGIO
Parma 16 aprile 1691-1765
Figlio di Giangiorgio Sforza e di Laura Lampugnani. A Milano, dal 1720 al 1742, fu per cinque volte eletto nel Magistrato dei XII di Provvisione. Nel 1723 fu ascritto al consiglio dei LX Decurioni, nel 1735 fu nominato Giudice delle strade e nel 1739 Capitano della milizia urbana. Fu coinvolto in diverse vicende poco chiare, e avendo usato toni intemperanti durante i consigli per la discussione degli affari della città, fu rinchiuso senza alcun processo nel Castello di Milano, da cui uscì però poco tempo dopo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO POLIDORO
Scipione ante 1484-1527
Figlio terzogenito di Gianfrancesco e di Giacoma Brandolini. Nel 1484 ebbe la facoltà dal duca di Milano Lodovico il Moro di portare le insegne di colore bianco e morello. Dal padre ereditò la terza parte di Monticelli d’Ongina e di Roncarolo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO POMPEO
Parma 21 ottobre 1605-Scipione 6 ottobre 1665
Figlio di Girolamo e di Chiara Cavalca. Fu uomo d’arme nella guardia istituita nel 1633 dal duca di Parma Odoardo Farnese quando si alleò con Luigi XIII colla speranza di scacciare gli Spagnoli dallo Stato di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXX.

PALLAVICINO RANUCCIO, vedi PALLAVICINO RANUZIO

PALLAVICINO RANUZIO
Tabiano 1609 c.-Rottofreno 15 agosto 1636
Figlio di Claudio, dei marchesi di Tabiano. Fu capitano di archibugieri italiani al servizio dei Francesi. Fu ucciso in uno scontro della guerra con la quale Luigi XIII, alleato del duca di Parma, tentò di scacciare gli Spagnoli dal Ducato di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; C. Argegni, Condottieri, 1937, 393.

PALLAVICINO RANUZIO
Polesine 17 ottobre 1632-Roma 30 giugno 1712
figlio di Uberto e di Emilia Lupi. discendente del ramo dei Pallavicino di Polesine, passò giovanetto alla Corte di Baviera, dove si trattenne a lungo, protetto dall’elettore e duca Ferdinando Maria. Studiò dapprima filosofia e teologia. Intrapreso lo studio delle leggi e conseguita la laurea in diritto civile e canonico all’Università di Monaco, rientrò in patria e nel 1669 fu iscritto al collegio dei giudici di Parma. Appassionato cultore di lettere, compose, con la pseudonimo di Asterio Sireo, poesie, in parte date alle stampe con altri lavori. Della produzione del Pallavicino vanno segnalate un’antologia di poesie, L’intreccio di gigli e perle (1660), una vita di Santa Teresa, La scalza di Avila (1661), una descrizione del palazzo dell’elettore di Baviera, I Trionfi dell’architettura (1667), il dramma Atalanta (1667) e Ritratto di una gran Principessa (Monaco, Luca Straub, 1668), raccolta di odi dedicate ad Adelaide di Baviera. Abbracciato lo stato ecclesiastico ed eletto Canonico della Cattedrale di Parma colla prebenda di San Secondo inferiore, il 24 dicembre 1669 vi rinunciò a favore del conte Giambattista Linati per trasferirsi a Roma a intraprendervi la carriera prelatizia. Nominato dapprima referendario dell’una e dell’altra segnatura, divenne in seguito governatore di alcune città dello Stato Pontificio e nel 1672 fu inviato a Malta in qualità di inquisitore presso l’Ordine gerosolomitano. Rientrato alla Corte pontificia, ottenne la nomina a Segretario della Sacra congregazione Concistoriale, e in seguito (1698) quella di governatore di Roma (che tenne per diciassette anni). Creato cardinale di Santa Agnese il 17 maggio 1706 da papa Clemente XI, questi lo investì pure, in quello stesso anno, della prepositura già degli Umiliati di Santa Maria della Ghiara in Verona. Prelato di vasta dottrina, interamente dedito ai doveri inerenti ai suoi alti uffici, fu circondato nell’ambiente vaticano di larga stima e chiamato a far parte di numerose congregazioni (del santo Uffizio, degli Interpreti del Concilio, dei Vescovi e Regolari e della sacra Consulta). Alla sua morte, dispose per testamento che la parte del feudo di Polesine ereditata dagli antenati, della quale aveva conservato la proprietà, fosse per intero trasferita al cugino Vito Modesto. Fu sepolto nella chiesa di San Francesco a Ripa in Roma, davanti all’altare maggiore. Il pallavicino appartenne a molte accademie letterarie, tra le quali quella degli Innominati di Parma.

FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 335; L. Barbieri, Parmigiani cardinali, 1894, 14; L.Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 127; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 332; G.Gonizzi, Ranuzzo Pallavicino, in Gazzetta di Parma 15 ottobre 1968.

PALLAVICINO ROLANDO
Zibello 1463 c.-Parma 1529
Figlio di Gian Francesco, dei marchesi di Zibello. Ebbe in feudo Roccabianca, Zibello, Fontanelle, Stagno, Tellarolo, Mezzano e Polesine dei Manfredi. Nel 1521 fu assediato dal Lautrec in Roccabianca; dopo valorosa difesa, disperando di esser soccorso dai collegati, venne a patti ed ebbe la facoltà di uscire libero, cedendo la terra. Per ragioni di successione fu incarcerato da papa Leone X, e nel 1527 da papa Clemente VII nel castello di Parma, ove morì.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Campari, Un castello del parmigiano attraverso i secoli (Roccobianca), Parma, 1910; C. argegni, Condottieri, 1937, 394.

PALLAVICINO ROLANDO, vedi anche PALLAVICINO ORLANDO

PALLAVICINO RUBINO
Scipione-Castellina di Soragna post 1258
Figlio di Guglielmo. Sposò Ermengarda Palli dalla quale ebbe numerosi figli. Morì di contagio dopo il 1258, assistito dal frate Salimbene de Adam di Parma, il noto autore della cronica.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO SERAFINO
Parma 1611-Roma 1672
Appartenne al primo dei marchesi di Polesine. Professò nell’Ordine benedettino nel 1628, fu abate del monastero di San Giovanni Evangelista di Parma dal 1662 al 1667. Poi (1669) resse quello di San Paolo di Roma. A Parma fu anche priore e cancelliere, e abbellì con dipinti e suppellettili il Monastero. Fu abate anche nei monasteri di Pavia e di Reggio Emilia. Morì a 61 anni di febbri.

FONTI E BIBL.: A. Galletti, Monastero di S. Giovanni Evangelista, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 68.

PALLAVICINO SFORZA
Scipione 1545
Figlio di Ippolito e di Barbara Fogliani Sforza. Quale feudatario del marchesato di Scipione, nel 1545 giurò fedeltà e obbedienza a Pier luigi Farnese, primo duca di Parma e piacenza. Morì senza figli, e il feudo di Scipione fu devoluto alla Camera ducale di Parma.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO SFORZA
Parma 1520-Salò 5 febbraio 1585
Nacque da Manfredi dei marchesi di cortemaggiore, che nel 1521 fu squartato dai francesi sulla piazza del castello di Milano, e da Ginevra Bentivoglio. Dopo la barbara uccisione del padre, il Pallavicino fu portato dalla madre a Trento presso Francesco Sforza. All’età di soli sedici anni (1536) il Pallavicino fu capitano di cavalli per l’imperatore Carlo V nella guerra di Piemonte. Dopo la tregua conclusa nel 1538, servì Ferdinando re d’ungheria. Nel 1543 fu Capitano generale della cavalleria ungherese nella guerra contro i Turchi, e si batté sotto le mura di Pest. Nel 1544 ritornò in Italia e combatté a Serravalle con le truppe del Principe di Salerno, dando prova di grande valore. Nel 1545 il Pallavicino sposò Giulia di Santafiora. Nel 1546 combattè in Germania (Ingolstadt) contro la Lega Smalcaldica.Salvò Parma dall’occupazione spagnola dopo l’assassinio del duca Pier Luigi Farnese. Due anni dopo fu di nuovo contro i Turchi in transilvania a capo di 3000 lanzi tedeschi (si distinse nell’assedio di Lippa) ed ebbe parte attiva nell’uccisione del cardinale Martinuzzi (17 dicembre 1551), che cospirava contro l’impero. Nel 1551 venne nominato commissario di guerra e incaricato di predisporre a difesa la frontiera. Nel 1552 fu fatto Generalissimo ungherese. In un’azione a Drigal, sul Danubio, restò ferito e prigioniero, ma fu riscattato con sedicimila ducati. Ritornato in Ungheria, fortificò Giavarino, ove una piattaforma fu a lui intitolata. Fatto maresciallo, nel 1556 vinse i Turchi e conquistò Nagy Kanisza. Nel 1557 ritornò in Italia e andò al servizio di Venezia provvedendo, come capitano generale delle milizie di terraferma, al restauro di molte fortezze di terraferma e poi di altre a Cipro e a Candia, dove accompagnò Giulio Savorgnano (1580). Partecipò alle guerre della repubblica veneta contro i Tedeschi. Rafforzò Bergamo (1560), per fronteggiare Milano, il Lido, Chioggia e Zara (1570) e propose un sistema difensivo per Udine. Raggiunse il grado di governatore generale degli Stati veneti e sovraintendente delle fortezze. Coinvolto nella controversia con Ottavio Farnese per la giurisdizione dei feudi Pallavicino, reclamati dai Farnese, fu rinchiuso nel castello di Piacenza per quasi un anno (1580-1581). Lasciò progetti di fortificazione per Retimo e per Suda, con ampie relazioni, il manoscritto Regole in materia di fortezza e molti disegni.

FONTI E BIBL.: C. Promis, Ingegneri militari, 1874, 447-459; Enciclopedia militare, 1933, V, 770; L.A. maggiorotti, Dizionario Architetti e Ingegneri, 1934, 134-135; L.A.Maggiorotti, Architetti militari, II, 1935, 438; M.De Grazia, Guida degli stati farnesiani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1972, 165.

PALLAVICINO SFORZA
Busseto 1553 c.-XVII secolo
Figlio di Girolamo. Fu cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO SFORZA
Polesine 16 novembre 1657-1677
Figlio di Girolamo. Fu ammesso al Maggior consiglio della Repubblica di Venezia. Il 16 maggio 1667 fu eletto gentiluomo di camera di Ferdinando Maria.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO SFORZA
Parma 25 luglio 1765-25 febbraio 1834
Figlio di Giorgio Gaetano e di Maria Dati. Fu cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO SFORZA
Parma 19 agosto 1839-Parma 29 settembre 1909
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Fu Consigliere in diversi comuni e deputato provinciale rappresentante il mandamento di Busseto dal 1878 al 1899. Fu membro del Consiglio di Amministrazione dell’Orfanatrofio Vittorio Emanuele II in Parma, del Real Collegio Maria Luigia, del Ricovero di Mendicità di Borgo San Donnino e presidente dell’Amministrazione del Convitto delle Orsoline di Parma. Fu inoltre consigliere di vigilanza dell’Istituto Tecnico di Parma e dell’annesso Convitto alle Scuole Normali Femminili, vice presidente del Consorzio Agrario, e sindaco del comune di San pancrazio Parmense. Il Pallavicino, che fu cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro e patrizio e cittadino veneto, nel 1908 ricomprò lo storico e artistico Palazzo Pallavicino di Busseto. Mori a causa di un carcinoma allo stomaco.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 64.

PALLAVICINO SIGISMONDO
Zibello 1510/1525-1587
Figlio terzogenito di Bernardino e di Caterina Buffetti. Nel 1556 fu in Roma, impiegato nella Curia pontificia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO STEFANO
Parma 11 marzo 1874-
Figlio di Filippo e di Lucia Benassi. Si laureò in Giurisprudenza nell’Università di Parma. Fu notaio, membro del Consiglio di amministrazione della Congregazione di san Filippo Neri in Parma, nella quale coprì anche la carica di ordinario, e patrizio e cittadino veneto.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV.

PALLAVICINO TANCREDI
Parma 1229/1255
Fu abate di San Giovanni Evangelista in Parma dal 1229 al 1255. Permutò la chiesa di San Pietro in Baganzola con quella di San Giorgio dei Prati.

FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium abbatum,  in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 91.

PALLAVICINO TEDALDO
-Arezzo 1037
Figlio di altro Tedaldo. Fu Vescovo di Arezzo.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 3.

PALLAVICINO TERESA
Parma 29 ottobre 1888-Milano 1960
Figlia di Filippo e di Luisa Benassi, appartenne a una famiglia della migliore aristocrazia parmense, proveniente da Busseto. Undicesima di tredici figli, come le altre sorelle, dagli otto ai diciassette anni fu educata in collegio dalle suore Orsoline di Parma. Tornata in famiglia e rimasta orfana di madre, manifestò, ancora giovanissima, una profonda sensibilità religiosa e una singolare capacità di accostarsi situazioni di povertà e di emarginazione sociale. Uscendo dal mondo chiuso e ristretto in cui le famiglie dell’aristocrazia tendevano a confinare le figlie, in attesa del matrimonio o del convento, la Pallavicino si occupò delle ragazze povere della città e, durante i soggiorni estivi della famiglia a San Sisto, insegnò la dottrina e il canto alle figlie dei contadini. Nell’ottobre del 1919, a Roma, in occasione della presentazione ufficiale della Giventù Femminile al congresso dell’Unione femminile cattolica italiana, incontrò per la prima volta A. Barelli, che le propose di lavorare per la Gioventù Femminile. Eletta nel Consiglio nazionale e nominata rappresentante della Sezione signorine, venne maturando la sua dedizione senza riserve all’apostolato, finché nel 1923 si trasferì a Milano per lavorare a tempo pieno al Segretariato nazionale della Gioventù femminile, ospitato nei locali dell’Università cattolica in via Sant’Agnese. Ben presto diventò segretaria nazionale di propaganda e, dopo qualche anno, vicepresidente. Come segretaria nazionale di propaganda si occupò della scelta delle propagandiste: per la loro formazione istituì corsi di preparazione teologica, ascetica e morale e di organizzazione (seguiti da esami) della durata di una settimana, che dovevano essere frequentati dalle propagandiste per due anni consecutivi. Nel 1933 progetto le settimane della giovane: attuate per la prima volta nel 1934-1935, dal 1936 vennero realizzate in quasi tutte le città d’Italia. Ogni città veniva divisa in rioni e in ogni rione le giovani, riunite per categorie (signorine, casalinghe, studentesse, impiegate, operaie), si radunavano ogni giorno, per una settimana, ad ascoltare una propagandista e un sacerdote, venivano visitate le fabbriche e gli ospedali e si cercava di avvicinare anche le prostitute. La settimana si concludeva con una solenne messa domenicale celebrata dal vescovo nella cattedrale della città. Alla Pallavicino si deve, nel 1939-1940, la crociata della purezza, condotta dalle giovani della Gioventù Femminile. Nel 1946 ne lasciò la vicepresidenza e, insieme con la Barelli, passò all’Unione Donne con l’incarico di delegata di azione morale. contemporaneamente lavorò nella Presidenza generale dell’Azione Cattolica, occupandosi in particolare dell’organizzazione delle settimane sociali. Dal 1949 al 1952 assisté, nella sua lunga e penosa malattia, A. Barelli, che, prima di morire, la nominò, insieme con L. Vanzetti, sua esecutrice testamentaria. Gli ultimi anni li dedicò a ordinare l’immensa mole di carte lasciate dalla fondatrice della Gioventù Femminile.

FONTI E BIBL.: L’Archivio Barelli, conservato presso l’Università Cattolica di Milano, costituisce la fonte principale per la conoscenza del ruolo svolto dalla Pallavicino nella vicenda della Gioventù femminile. Dell’Archivio Barelli fanno parte anche i cinque volumi del carteggio Pallavicino-Barelli (1920-1952), ordinato dalla Pallavicino stessa negli ultimi anni della sua vita. Non esistono ancora veri e propri profili biografici della Pallavicino. riferimenti biografici su di lei si trovano in A. Barelli, La sorella maggiore racconta, Edizioni O.R., Milano, 1981; M.Sticco, in Vita e pensiero 4 1960, 274-277; O. Montevecchi ha fornito le informazioni sulla sua vita da lei raccolte attraverso la lettura del carteggio con la Barelli e le conversazioni con le sue nipoti, L. Noli Dattarino Mineo, G. Pallavicino Ferrari e M. Montanari Ravazzoni; M.G. Tanara, in Dizionario storico del movimento cattolico, III/2, 1984, 621-622.

PALLAVICINO TOMMASO
Borgo San Donnino 1326/1331
Figlio di Corrado. Nel 1326 fu scomunicato, assieme al cugino Manfredino Pallavicino, da papa Giovanni XXII perché ritenuto eretico. Nel 1331 fondò la cappellania di San Giorgio in Borgo San Donnino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO UBERTINO
Busseto-Busseto 1037
Fu invitato a Milano dall’imperatore Corrado a presenziare alla sua incoronazione con la corona di ferro. L’anno seguente fu a Roma dove assistette all’incoronazione di Corrado da parte di papa Giovanni XX. Seguì ancora l’Imperatore nel 1037 quando questi soffocò la ribellione delle città lombarde, e fu all’assedio di Milano. Il Pallavicino ricostruì la Pieve di Sant’Andrea nella giurisdizione di Busseto, dotandola di cospicue entrate.

FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 211 e ss.

PALLAVICINO UBERTINO
Pellegrino 1251/1264
Fu podestà di Cremona nel 1251, poi nel 1259 podestà e vicario di Brescia in nome del marchese Oberto Pallavicino, che si era fatto eleggere Signore di quella città. Fu in seguito podestà di Milano (1264) in nome dello stesso Oberto Pallavicino, carica che abbandonò alla notizia della calata in Italia di Carlo d’Angiò conte di Provenza.

FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 315.

PALLAVICINO UBERTO
Scipione 1328 c.-.Fiorenzuola
Figlio di Manfredo, dei marchesi di Scipione. Godette dell’appoggio dello zio Uberto Pallavicino, campione dei ghibellini e capitano generale dei Milanesi. Combatté a Nizza della Paglia contro Guglielmo, marchese di monferrato: vi fu sconfitto e, secondo alcuni, fatto prigioniero e condotto nel Delfinato. Si ritiene che il Pallavicino sia stato ucciso presso Fiorenzuola dai Piacentini, per essersi messo a predare senza motivo alcuni campi del loro territorio.

FONTI E BIBL.: C. De Rosmini, Dell’istoria di Milano, t. l., Milano, 1820; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 395.

PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1421 c.-post 1477
Figlio di Orlando il Magnifico. Con testamento del padre gli furono assegnati i feudi di Tabiano, Castellina e la metà di Solignano. Nel 1458 questa investitura gli fu confermata da Francesco Sforza. Il 20 marzo 1470 prestò giuramento di vassallaggio al primogenito del duca in Milano e nel 1477 gli furono rinnovate le investitutre.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO UBERTO
Zibello 1501-1583
Figlio di Bernardino, dei marchesi di Zibello. Papa Clemente VII nel 1526 lo spogliò di tutti i beni. Nel 1528 fu pubblicata contro di lui una sentenza di morte per omicidio e nel 1529 fu scomunicato. Nel 1530 fu assediato in Zibello da Ludovico Rangoni e dalle milizie del Pontefice. Capitolò dopo valida difesa e si arrese al Duca di Milano, che lo chiuse nel castello di Cremona, cedendo i beni del Pallavicino a sua cugina Barbara Rangoni. Tra le due famiglie si accese allora una guerra mortale. Nel 1531, per intervento di molti principi, gli furono restituiti i feudi. Ebbe altre due gravi condanne: una nel 1534 e una nel 1536.

FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; C.Poggiali, Memorie di Piacenza, Piacenza, 1759; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 396.

PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1617 c.-
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Fu cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 1834.

PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1653 c.-
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Fu cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1679 c.-post 1716
Figlio di Antonio Maria e di Aurelia Clavella. Nel 1716 fece parte del Consiglio dei decurioni di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO UBERTO
1725 c.-Parma
Marchese, fu gran ciamberlano e generale di cavalleria forense del duca Ferdinando di Borbone.

FONTI E BIBL.: C. Gervasoni,  Nuova teoria di musica, 1812, 222.

PALLAVICINO UBERTO
Parma 15 giugno 1827-Parma 9 maggio 1864
Figlio di Gian Francesco e di Zelinda Liberati. Il 13 febbraio 1834 fu nominato Paggio di Maria Luigia d’Austria duchessa di Parma. Il 26 dicembre 1854 fu nominato Guardia del Corpo di Maria Luigia col rango di sottotenente delle Regie truppe dello Stato e il 26 aprile 1855 Ciambellano della Real Corte. Percorse la carriera amministrativa, a iniziare dal 1° settembre 1845 sotto il Governo del ducato di Parma, e la continuò sotto il Regno d’Italia come Segretario alle Prefetture di Parma e di Piacenza. Fu patrizio e cittadino veneto. Dopo lunga malattia, morì all’età di 37 anni. Il Pallavicino sposò Camilla Liberati dell’Aiuto.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIII; Palazzi e casate di Parma, 1971, 375.

PALLAVICINO UBERTO, vedi anche PALLAVICINO OBERTO

PALLAVICINO UBERTO RANUZIO
Busseto 28 marzo 1705-Parma 6 marzo 1775
Figlio di Alessandro e di Adelaide Fugger. Venne educato secondo l’etichetta di Corte. Nel 1750 fu nominato gentiluomo di corte e quattordici anni dopo grande ciambellano dell’infante Ferdinando di Borbone e Tenente generale della cavalleria. Contrasse matrimonio con la nobildonna Anna Anguissola, dama del Duca e cameriera maggiore della Corte di Parma. In autunno la coppia era solita trascorrere un periodo di riposo nel palazzo di Busseto e rallegrare gli ospiti con rappresentazioni teatrali: nel 1760 vi si mise in luce Filippo Gamboni, che più tardi diventò un attore di notevole fama (Seletti). Il Pallavicino fu sepolto nella chiesa dei Gesuiti di Busseto.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII; R. Giordani, Opere scelte di L. U. Giordani, 1988, 355-356.

PALLAVICINO UGOLINO
Pellegrino 1417
Marchese di Pellegrino, ne fu anche Podestà nel 1417. La carica risulta da un rogito ricevuto dal cancelliere della Pretura di Pellegrino, Antonio Greppo, in data 22 aprile 1417: Nos Ugolinus Marchio Pallavicinus Pelegrini Potestas sedens pro tribunali ad nostrum solitum bancum in causa et questione vertente in dominum Obertum de podio rectorem Ecclesiae Sanctorum Abdon et Senen de Pelegrino agente nomine dictam ecclesiam e certo Corpezza che venne condannato a rilasciare a detta chiesa una pezza di terra prativa detta in Casale. La sentenza è sottoscritta come segue: Ego Antonius Grepus de Villa Palearum scriba praefat Dni Ugolini et suprascriptis omnibus et singulis interfuerunt.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Guisdicenti, 1925, 6.

PALLAVICINO UGUCCIO, vedi PALLAVICINO UGUCCIONE

PALLAVICINO UGUCCIONE
Scipione-Castelleone 1403
Figlio di Giovanni, dei marchesi di Scipione. Fu agli ordini di Giangaleazzo Visconti. Nel 1390 si trovò alla difesa della cittadella di Padova. Morto Gian Galeazzo, si mantenne fedele alla reggenza del Ducato e si impegnò con energia a impedire le ribellioni nello stato di Parma contro i Visconti. Nel 1403, alla difesa di Castelleone, fatto prigioniero da Cabrino Fondulo, da Ugolino Cavalcabò e dai Benzoni, venne trascinato a coda di cavallo fino a Cremona. Poi la testa gli venne staccata dal busto, conficcata in una lancia ed esposta sugli spalti del castello della città.

FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1857; P. Litta, Famiglie celebri, Milano, 1834; P. Pallavicino, Notizie sulla famiglia dei Pallavicino, Firenze, 1911; L. Pavia, salsomaggiore Tabiano, Milano, 1898; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1897; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 396.

PALLAVICINO UGUCCIONE
Polesine ante 1498-21 novembre 1546
Figlio di Gianmanfredo e di Pellegrina Spinola. È ricordato una prima volta nell’anno 1498. Servì per qualche tempo i duchi di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO VERDIANA
Polesine 1703 c.-
Figlia di Francesco e di Isabella Rapari. Unitamente al canonico Rapari, fondò la Causa Pia Rapari-Pallavicino per la distribuzione di doti matrimoniali nella parrocchia di Croce Santo Spirito di Castelvetro.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO VISCONTE
Pellegrino 1237-1 gennaio 1317
Figlio di Pelavicino, dei marchesi di pellegrino. Fu nominato Podestà di Piacenza nel 1261 da sua zio Uberto Pallavicino che voleva avere persona di sua fiducia in una città della quale gli era stato conferito il dominio. Nel 1271 gli furono tolte le rocche di Pellegrino e di Belvedere da Alberto Scotti. Nel 1304 contribuì alla cacciata dello Scotti da parte dei Piacentini. Ma il 25 luglio 1307 lo Scotti, con l’aiuto della parte guelfa, riconquistò Piacenza, scacciandone il Pallavicino che si rifugiò a Bobbo. In seguito a un patto di conciliazione, nel 1308 il Pallavicino fu riammesso in Piacenza. Morì a 80 anni.

FONTI E BIBL.: C. Argegni, Condottieri, 1937, 396-397.

PALLAVICINO VITO MODESTO
Polesine 30 marzo 1698-Parma 14 luglio 1731
Erede nel 1712 del cugino cardinale Ranuzio Pallavicino, accentrò nelle proprie mani l’intero marchesato di Polesine essendosi via via estinti i rami discendenti dal capostipite Gianmanfredo. Fu infatti l’ultimo rappresentante della diramazione dei Pallavicino di Polesine, che solo cinquant’anni prima era suddivisa in sei famiglie. Morto il Pallavicino, il feudo non passò, secondo la prassi delle antiche originarie investiture, ad altri esponenti dell’illustre casato, ma fu conferito nel 1748 alla principessa Enrichetta d’Hessen-darmstadt, vedova dell’ultimo dei Farnese. Il pallavicino fu sinceramente amante del suo popolo e di larga carità: si deve a lui, tra l’altro, la riedificazione della chiesa parrocchiale di polesine, che dotò anche di cospicue entrate. Sposò giovanissimo Claudia de’ Terzi, morta la quale, l’8 gennaio 1720 passò a seconde nozze con Ottavia Pallavicino. Da queste ebbe due figlie: Anna Maria e Dorotea.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 337.

PALLAVICINO VITTORIA, vedi DORIA PAMPHILI LANDI MARIA VITTORIA

PALLAVICINO VITTORIO
1709-Borgo San Donnino 1795
Figlio di Pierantonio. Fu Prevosto parroco della chiesa di San Michele di Borgo San Donnino dal 1738. Nel 1754 fu eletto Primicerio della Cattedrale di Borgo San Donnino. Nel 1759 divenne Prevosto della chiesa di Santa Maria del Castello di Bargone e infine della Collegiata di Borgo San Donnino. Fu uomo di vasta erudizione. Per lungo tempo collaborò all’Enciclopedia delle Belle Arti dell’abate Zani. Lasciò parecchi lavori inediti, parte dei quali finirono all’Affò e allo Zani e parte andarono dispersi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO CARISSIMI ROSANNA, vedi BAJARDI ROSANNA

PALLAVICINO MOSSI LODOVICO ANDREA vedi PALLAVICINO LODOVICO ANDREA

PALLAVICINO TRIVULZIO GIORGIO GUIDO
Parma 1796-post 1841
Figlio di Giorgio Pio e di Anna Besozzi. Coinvolto in una manifestazione patriottica, fu incarcerato nel dicembre 1821 e quindi processato assieme ad altri nobili da una commissione speciale. Il 21 gennaio 1823 fu condannato a vent’anni di carcere duro nella fortezza di Spielberg, in Moravia. Nel 1837 Ferdinando I concesse ai condannati di terminare di scontare la pena in America. Il Pallavicino Trivulzio ottenne invece di completare la detenzione a Praga, dove in seguito si sposò con Anna Koppmann.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.

PALLETTI PRIAMO
Medesano 10 agosto 1874-Adua 1 marzo 1886
Nato da genitori ignoti, venne affidato alla cure di Luigia Bertoncini, di Viazzano. sergente della IV Batteria da Montagna, morì da prode ad Adua e fu decorato di medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione: Seguitò da terra, posizione a cui l’obbligava una grave ferita riportata, a graduare la spoletta ed a comandare validamente il proprio pezzo. Morì fra i pezzi. È ricordato nella lapide dei prodi parmensi caduti in Africa collocata dal Comune di Parma nell’atrio del Palazzo civico.

FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’impero, 1937, 91; Decorati al valore, 1964, 55.

PALLIARET ERNESTA
Parma 1920-Parma 30 gennaio 1999
Negli anni Trenta e Quaranta fu campionessa di atletica leggera (gareggiò per la Stella Azzurra di Parma) nella corsa campestre, negli 80 metri a ostacoli e nella staffetta 4x100, pallavolista e campionessa italiana di tiro a segno.Dopo aver lasciato lo sport attivo, la palliaret si dedicò alla segreteria dell’Unione Nazionale Veterani Sportivi e alla sezione provinciale di Parma Azzurri d’italia.Fu anche abile organizzatrice di manifestazioni sportive.

FONTI E BIBL.: G.F., in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1999, 9.

PALLICERI ALBERTO
Parma prima metà del XVI secolo
Ingegnere attivo nella prima metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 319.

PALLINI
Parma 1849/1863
Fu Commissario a Rimini, Macerata e Rieti nel 1849. A Londra fece parte delle riunioni tenute da Saffi. Fu arrestato e poi rilasciato in occasione del processo Orsini. Fu agente mazziniano a Napoli nel 1860.

FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 166.

PALLINI ANTONIO
Parma 1675
Cominciò a servire come musico alla Steccata di Parma il 1° dicembre 1675.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PALLINI LINO
Noceto XIX secolo-post 1918
Diede vita coi fratelli all’omonimo complesso che sorse a Parma verso il 1910 (il Pallini pianista, Gino contrabbassista e Giuseppe violinista).Per repertorio avevano valzer, tanghi, canzoni e brani di opere e di operetta.Arrivarono fino a San Pietroburgo, dove acquistarono un appartamento e suonarono per la famiglia dello Zar.Ritornarono in Italia allo scoppio della rivoluzione d’ottobre e continuarono l’attività in Parma.

FONTI E BIBL.: B e S, 291; G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

PALLINI NORANDINO
Parma 1936
Ispettore del Conservatorio di Parma, sui versi di Costantino Poma, nel 1936 scrisse per banda I volontari del Duce.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

PALMA ALESSANDRO
Parma 1617
Argentiere. Lavorò nella bottega di Girolamo Cona alla cloaca di Santa Lucia in Roma. Il 20 agosto 1617 fu querelato per essere rimasto coinvolto in una rissa.

FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 166.

PALMA BIAGIO
Parma XV secolo
Fu medico di valore.

FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 100.

PALMA GIROLAMO, vedi PALMARTZ GIROLAMO

PALMA ORLANDO, vedi PALMARTZ ORLANDO

PALMARTZ GIROLAMO
Parma 13 gennaio 1597-
Figlio di Gottfried e Flaminia. Fu battezzato col cognome italianizzato di Palma. Come soprano ebbe più volte donativi nell’anno 1606 (aveva appena nove anni) per aver cantato durante le funzioni più solenni alla Steccata di Parma. il 6 giugno 1608 venne eletto tra i salariati della cappella corale. Vi si trovava ancora nel giugno del 1613.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 182.

PALMARTZ GOTTFRIED
Fiandre 1558 c.-Parma 4 marzo 1602
Si portò a Parma nel 1573 e il 1° novembre di quell’anno fu ammesso, come tenore, alla Corte dei Farnese. Dopo tre anni (1° gennaio 1576) partì da Parma per recarsi a Monaco, come tenore della cappella di Corte, e vi si soffermò fino al marzo del 1578. Ritornò poi a Parma, ove fu nuovamente riammesso al servizio del Duca. Essendo in quel tempo morto l’organista della Cattedrale di Parma, Girolamo Canossa, il Palmartz fu accettato in tale ufficio il 1° aprile 1578. Licenziato dal Duca il 30 settembre 1586, rimase tuttavia quale organista del Duomo fino al 6 maggio 1587, nel qual giorno fu sostituito dal più grande organista del suo tempo: Claudio Merulo. Per i cinque anni seguenti non si sa più nulla del Palmartz. Certo è che nel 1589 la famiglia era in Parma, poiché il 18 aprile di quell’anno ebbe dalla moglie una figlia di nome Aurelia Maria. Il 5 giugno 1592 il Palmartz venne eletto maestro di cappella della Steccata di Parma in luogo di Pietro Ponzio, col salario di 7 scudi al mese. Però non cominciò a prestare servizio che dal 1° settembre, il che lascia supporre che il Palmartz fosse allora assente da Parma. Per circa dieci anni esercitò l’ufficio di maestro di cappella alla Steccata. Nell’ottobre del 1599 ottenne licenza e un sussidio di 60 lire imperiali, attesi gli suoi benemeriti per recarsi in Fiandra, sua patria d’origine. Ritornato infine a Parma, prese nuovamente posto alla Steccata, dove rimase fino alla morte. Il Palmartz compose due messe: Quia vidisti me, a 4 voci, e l’altra, senza titolo, pure a 4 voci (ms. 22 della Biblioteca di Monaco, autografo).

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 46-47; R. Eitner, Quellen Lexikon, vol. VII, 304; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 27.

PALMARTZ ORLANDO
Parma 29 aprile 1584-Parma 29 gennaio 1619
Nacque da Gottfried e da Flaminia. Dal padre ebbe precocissima istruzione musicale: cominciò a cantare fanciullo di otto anni come soprano alla Steccata di Parma. Già nel novembre del 1596 fu tra i cantori salariati. Alla morte del padre, venne eletto maestro di cappella (8 marzo 1602) con lo stipendio, identico a quello del padre, di 8 ducatoni al mese. Alla Corte Farnese cominciò, quale musico, a servire il 1° febbraio 1614 e continuò fino alla morte.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 83.

PALMENGHI GENESIO
Borgo San Donnino 1426/1428
Figlio di Giacopino. Fu vasaio in Borgo San Donnino e secondo il Campori vi tenne una fornace. È ricordato in due atti notarili, uno del 1426 e l’altro del 1428: 27 marzo 1426, Giovanni Bernazzato abit.e in Tabiano vende a Genesio de Palmenghi boccalaro f. q. Giacopino abit.e in Borgo San Donnino nella vic.a di S. Donnino, una pezza di terra nel luogo detto Cerreto territorio di B. S. D. in prezzo di lire 6 e s. 13 imp.i (rogito di Antonio Buzani, Archivio Notarile di Parma); 11 dicembre 1428, lo stesso Palmenghi acquista dal D.re in leggi Pietro da Ballono un’altra pezza di terra posta nel luogo detto le Carpanelle in prezzo di lire 36 e s. 2 imp.i (rogito di Antonio Buzani, Archivio Notarile di Parma).

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55; G.M Urbani de Gheltof, Note storiche e artistiche sulla ceramica italiana, in Arte ceramica e vetraria, Roma, 1889, 133; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 318.

PALMENGHI GIOVANNI MARCO
Borgo san donnino 1435
Fu medico molto stimato al tempo di Filippo Maria Visconti duca di Milano. Il suo nome compare in una ordinazione in data 1435 che Filippo Maria Visconti fece a favore di Taddea Vignati, moglie del Palmenghi.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 167.

PALMERI CARLO
Parma XVIII secolo
Fu incisore in rame, attivo a Parma nel XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 242.

PALMIA BALDASSARRE
1488 c.-Parma 1564
Sacerdote, fu cantore della chiesa della Steccata in Parma, la prima volta nel maggio del 1533 e per pochi mesi. Vi ritornò il 19 aprile 1537: lo si trova al servizio della steccata ininterrottamente sino al 31 ottobre del 1547. Qualche giorno prima (5 settembre) venne eletto Consorziale della Cattedrale di Parma. Nel 1564 fu investito dello stesso beneficio Francesco Zanella, il che lascia credere che il Palmia sia morto in quell’anno. Fu sepolto alla Steccata, dove sin dall’11 dicembre 1545 aveva acquistato la sepoltura per sé. Il Palmia fu musico e poeta comico. Scrisse pulitamente due divinissime commedie (da Erba): Pellegrina, recitata dinanzi al cardinale legato Marino Grimani, e I Matrimonii, rappresentata nel 1545 alla presenza del duca Pier Luigi Farnese.

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli Scrittori e Letterati Parmigiani, IV, 247; A. Pezzana, continuazione delle Memorie e degli Scrittori Parmigiani, VI, 597; N.Pelicelli, La Cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 6-7; Benefitiorum nec non Beneficiatorum Elenchus, Archivio del Consorzio, fol. 451, nell’Archivio di Stato in Parma; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 12; Aurea Parma 1 1959, 15.

PALMIA BENEDETTO
Parma 11 luglio 1523-Ferrara 14 novembre 1598
Ancora adolescente, ma già con una notevole preparazione letteraria, si recò allo Studio bolognese. Nel 1546 entrò nella Compagnia di Gesù, ricevuto dallo stesso Ignazio di Loyola per cui tanto sub magistro dignum praestanti indole. Fu inviato in Sicilia, dove fondò il Collegio Mamertino. Insegnò lettere e predicò destando grande entusiasmo. Fu il primo Italiano della Società di Gesù che introdusse il modo di predicare adottato dai fondatori di quella Società. A questo proposito, racconta lo Smeraldi: Il modo da lui tenuto era sovente apportare alcun luogo delle divine scritture, o sentenze, recitandole di peso, e dipoi con la parafrasi, e copiosa spiegatura, far parlare o l’apostolo, o ’l Profeta, o altro che fusse, di cui era l’oracolo, con impressioni nell’animo degli uditori, provenienti dall’espressione dell’oratore, grandi e maravigliose. Pareva, dicevano, come un soldato tutto spirante bravura, che tratta la spada dal fodero, s’inoltra nella mischia, empie di terrore, punge, ferisce, atterra, né si acquieta sino alla compita vittoria. Lo stesso Smeraldi attesta che il Duca Ranuccio s’indusse a erigere lo studio, et Università nella sua città di Parma per consiglio del P. Benedetto. Ordinato sacerdote in Roma nel 1553, il Palmia predicò in Milano, Venezia, Bologna, Messina, Roma, Padova, Napoli e Genova, collaborando notevolmente con Carlo Borromeo alla fondazione di collegi, al riordinamento degli studi e all’attuazione della riforma cattolica. Il rifiuto delle più alte cariche del suo Ordine non lo sottrasse alla designazione di Predicatore nel Palazzo Apostolico fatta da papa Pio V. La sua inclinazione spiccata fu per gli studi letterari, filosofici ed etici. Il Palmia fu anche Provinciale della Lombardia, Assistente d’Italia e di Sicilia, e Visitatore della Provincia di Napoli.

FONTI E BIBL.: Bibliotheca Scriptorum Societas Jesu, riordinata da N. Sotuello, 1673, 248; M. Tanner, Societas Jesu Apostolorum Imitatrix, Praga, 1964, 305 e s.; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterari, IV, 1743, 248; G.A. Patrignani, Menologio dei Gesuiti, 1730, IV, 97-100; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 598-599; O. Smeraldi, Memorie de’ Padri e Fratelli Parmigiani che sono entrati e morti nella Compagnia di Gesù dal principio di essa, 1540 sino al 1666; G. Berti, Studio Universitario Parmense, 1967, 36-37.

PALMIA FRANCESCO
Parma 18 settembre 1518-Bologna 23 aprile 1585
Fratello di Benedetto. Nelle Memorie dei Gesuiti Parmigiani di Orazio Smeraldi è ricordato che il Palmia scrisse una Narrativa delli primi principii del Collegio Gesuitico di S. Lucia in Bologna, la quale si conservava nell’archivio del Collegio stesso. A Bologna il Palmia fece una parte dei suoi studi e vestì l’abito di gesuita nel 1547. Fu poi per trent’anni e sino alla sua morte Rettore di quel Collegio. Ivi istituì l’opera della Dottrina Cristiana e una Congregazione che chiamò della perseveranza. Mantenne sempre il favore dell’arcivescovo cardinale Paleotti. Il Palmia è anche ricordato dal da Erba: Benedetto et Francesco di Palmia nipoti di Assuero Botini Monaco Benedettino et fratelli Preti della congrega del nome di Jesù famosissimi Theologi et predicatori. Il Vaghi, nelle sue note manoscritte al Pico, dice che ambedue erano molto eccellenti nell’arte di predicare, e che ponno paragonarsi alli due Fratelli Apostoli Giacomo e Giovanni.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 80-84; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 598.

PALMIA GIACOMO
-San Secondo 1490
Fu nominato primo prevosto di San Secondo il 6 ottobre 1470. Rimase a capo della collegiata per vent’anni, fino alla sua morte.

FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Chiesa di San Secondo, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1969, 118.

PALMIA GUGLIELMO
Parma 1440
Maestro di logica, fu Dottore del Collegio di Arti e Medicina. Nel 1440, insieme ad altri, aggiornò il Corpo delle norme statutarie del Collegio di Parma.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1961, 186-187; G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.

PALMIA ORLANDO
Parma XVI secolo
Notaio e verseggiatore attivo nel XVI secolo.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 198.

PALMIA OTTOBONO
Parma 1523
Sul principio del XVI secolo fu Cancelliere del Comune di Parma. Il 2 dicembre 1523 fu eletto Cancelliere degli Oratori.

FONTI E BIBL.: U.Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 38.

PALMIA TORQUATO
Parma 1883/1885
Diplomato come allievo del Conservatorio di Parma nel 1883, nel marzo 1895 ricevette dalla stampa i riconoscimenti per l’esecuzione con il corno inglese in un concerto wagneriano.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

PALMIDESSI ARTURO
Parma XIX/XX secolo
Fu ciabattino, scrittore e costruttore. Visse tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 791.

PALMIERI PIETRO
Parma 1750 c.-
Fu disegnatore e intagliatore all’acquaforte e ad acquerello. Imparò gli elementi dell’arte a Parma e poi si recò a Parigi, ove soggiornò per molti anni, realizzando numerosi soggetti campetri (acquaforti e acquerelli). Tornò poi a Parma dove proseguì l’attività. A Londra, T. Chambars incise dal Palmieri La Mort de Turenne. Si conoscono del Palmieri anche Il Riposo del Pastore (Palmerius fecit, sul gusto di bistro) e La Vecchia laboriosa (Palmerius fecit, eseguito nel medesimo gusto bistro, in folio).

FONTI E BIBL.: A. De Angelis, Notizie degli Intagliatori, XIII, 1814, 22; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 90.

PALMIO, vedi PALMIA

PALTRINIERI VINCENZO
Samboseto 1889-Milano luglio 1956
Studiò e si laureò in Legge a Parma affermandosi, in ancora giovane età, come penalista di chiara fama e come brillante e facondo oratore accanto ai migliori avvocati del Foro parmense. Ebbe parte di protagonista in processi di notevole rilievo e in breve seppe guadagnarsi molte simpatie e una vasta clientela. A un certo punto la sua carriera fu interrotta da un oscuro episodio che indusse il Paltrinieri a trasferirsi a Milano ove aprì un fiorente studio entrando in gara con i maggiori giuristi della metropoli lombarda e allargando la cerchia dei suoi successi. Come buona parte degli avvocati della sua generazione, anche il Paltrinieri coltivò specifici interessi culturali e letterari. Scrittore forbito e di limpida vena, diede alle stampe parecchi lavori, tra i quali meritano di essere citate almeno tre opere: una breve ma succosa storia di Parma (Parma, Roma, Tiber, 1929), I moti contro Napoleone negli Stati di Parma e Piacenza (edito da Zanichelli nel 1927) e Toponomastica parmense e altri studi sui dialetti parmensi (1934), oltre a una serie di piacevoli scritti sparsi per giornali e riviste (tra i tanti, Un grande precettore di un piccolo principe, Liberazione del Veneto e organizzazione repubblicana).

FONTI E BIBL.: R.Cattelani, in Parma per l’Arte 1 1957, 40; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 113.

PALÙ GIBERTO, vedi DELLA GENTE GIBERTO

PAMBIERI LIA, vedi TANZI LIA

PAMERI PIETRO, vedi PALMIERI PIETRO

PANBIANCHI PIETRO
-Parma 23 giugno 1863
Fece la campagna militare di Roma nel 1849 e fu volontario in Lombardia nel 1848. Nel 1859 seguì Garibaldi coi Cacciatori delle Alpi.

FONTI E BIBL.: Il Patriota 26 giugno 1863, n. 168; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 416.

PANCARI PIETRO
Parma XV secolo
Fu giurista di valore.

FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 102.

PANDO FRANCESCO
Parma 26 aprile 1798-
Sposò nel 1824 Antonia Bongrani, dalla quale ebbe un figlio. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1818 come sottoaiutante di cucina incaricato del comune. Nel 1832 fu nominato aiutante di cucina.

FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 312.

PANDO GIUSEPPE
Parma 17 maggio 1762-Parma 17 febbraio 1826
Fu inizialmente impiegato presso l’ufficio del Gobelet. Sposò nel 1790 Antonietta montecchini, dalla quale ebbe tre figli. Dal 1817 fu commesso alla dispensa alla Corte di Maria Luigia d’Austria.

FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria luigia, 1991, 312-313.

PANDOLA BRUNO
Parma 6 ottobre 1690-17 agosto 1746
Nacque dal sergente Camillo e da Caterina. Si diede sin da giovane agli studi delle lingue orientali e latina e a quello della paleografia. Ebbe come maestro il Bacchini, al quale servì di frequente come dotto copista. Il Maffei, parlando nella sua Storia diplomatica di un papiro custodito a Roma in casa Vettori, dice: me ne mandò già copia il Signor D. Bruno Pandola Parmigiano, franco nelle antiche scritture, come Allievo del P. Abate Bacchini. Fatto Priore della parrocchia di San Benedetto di Parma il 23 marzo 1735, raccolse alcune memorie concernenti quel priorato. Scrisse molte note erudite formanti un grosso volume che intitolò Adversaria. In una di queste note il Pandola afferma che sarebbe opera non più stata fatta il raccogliere testimonianze per provare contro gli Eretici, che la Liturgia è sempre stata latina, abbenché ne’ Paesi si parlassero le lingue vernacole, che un’altra grand’opera sarebbe raccogliere tutte le dissensioni della Chiesa Greca dalla Latina, massime in materie di disciplina, e di molte cose che si accostano al dogma. Il Pandola lasciò un altro volume, pure autografo e inedito, che De Rossi, senza conoscerne l’autore, intitolò Anonymi notae in inscriptiones hebraicas. Il Pandola scrisse anche lo Stemma genealogico di Erode il grande. Fu sepolto con la seguente iscrizione: Brunoni Pandolae curiae sub divi benedicti titulo praesidi sacerdoti benefico linguis praecipue orientalibus apprime erudito Romae mantuae ferrariae Parmae probitate doctrina summos apud praesules multum habito pie fortiterque anno aetais suae septimo ultra quinquagesimum vita functo frater moerens justa persolvit.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, I, 149-151.

PANINI ANGELO
Parma 1771-post 1811
Figlio di Odoardo. Fu anch’egli, come il padre, intagliatore in legno. È ricordato nell’anno 1804 per il pagamento per intagli alla carrozze della scuderia in Palazzo Sanvitale.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Carte della famiglia Sanvitale, Giornale, 1804-1805, 59; E. Scarabelli Zunti, Documenti, IX, 32; Il mobile a Parma, 1983, 261.

PANINI CESARE
Parma 10 maggio 1861-Collecchio 1944
figlio di Abdon e Maria Abbati. Allievo del mantovani, studiò al conservatorio di Parma e si diplomò col massimo dei voti in violino e viola nel 1883. Tra i suoi compagni di scuola vi furono Nastrucci, Del Campo e Toscanini, allora studente di violoncello. Quando il Panini sostenne l’esame di diploma, Toscanini lo accompagnò al pianoforte. Appena diplomato cominciò a viaggiare: la prima scrittura l’ebbe in Francia (Marsiglia). Suonò in orchestra coi maestri Faccio, De Sabata, Mascagni, Mancinelli e Toscanini. fu per diciassette stagioni in Cile, Brasile, Uruguay e Argentina. Fece due stagioni al Cairo, suonò in Corsica, in Germania e in Svizzera. Per ventidue stagioni consecutive suonò alla Scala di Milano dove, per limiti di età, finì la carriera musicale. Il Panini si portava spesso a Collecchio per trascorrere le vacanze estive presso la sorella Carolina, moglie del dottore Enrico Boni. A Collecchio il Panini amava suonare pezzi classici accompagnato dalla nipote, diplomata in pianoforte. Morì proprio a Collecchio, in tarda età, ormai incapace di suonare ma sempre lucidissimo di mente. Fu sepolto a collecchio. la sua salma fu traslata a Parma soltanto nel 1958.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 114; U.Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 4 aprile 1960, 3.

PANINI GIOVANNI
Parma 1831
Già impiegato nella Polizia, prese parte ai moti del 1831. Fu inquisito perché favoreggiava il partito dei rivoltosi, per quanto era da lui, ed era nel numero di coloro che disarmarono le guardie.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 194.

PANINI ODOARDO
Parma 1749 c.-post 1811
Intagliatore in legno. Fu servitore della Corte Ducale di Parma. Nel 1762, secondo lo Scarabelli, avrebbe eseguito banchi nella Steccata di Parma su disegno del Brianti: se la notizia è corretta, risulterebbe errata la data di nascita. Avrebbe anche attuato i lampadari, sempre su disegno del Brianti, documentati invece agli Arnizzoni: potrebbe trattarsi di commissioni non andate a buon fine. Il Panini è poi ricordato alle seguenti date: 1768, ornati degli scaffali nella Biblioteca Palatina, in collaborazione col Marchetti; 1776, periziò un fonte battesimale nella parrocchiale di Fontanellato; 1781-1782, gli venne accordato di succedere a Ignazio Marchetti come intagliatore di Corte; altare maggiore e ancona in San Pietro (l’arcaicità della seconda però proverebbe che si limitò a rimodernare quella preesistente di Sebastiano Chiesa), così come quella in Santa Croce, opera del Frati, a cui aggiunse altare, ciborio e due mensole ai lati; al servizio in Palazzo Sanvitale; 1785, organo e cantoria in Santa Croce; 1787, intagli a una grandiosa macchina con colonne e statue eseguita dal falegname Guido Clerici nell’oratorio di Sant’Ambrogio; pagamento per fornitura di stoffe in Palazzo Sanvitale, ove fu attivo pure nel 1789-1791; 1780-1790 c., diciannove placche portacero in Duomo; 1792, due bracciali portacero nella parrocchiale di Fontanellato; 1793, leggio; 1974, riparò la Custodia dei Bussoli dell’Urna generale Consiglio in Comune; 1796, ritiratosi il marchetti, non ne ereditò la carica a Corte ma ricevette una pensione come Aiutante del munizioniere; 1796-1797, capitelli dell’altare maggiore, ventisei candelieri, croce, sei portapalme in Steccata, in collaborazione con Antonio Salvini; 1804-1805, pagamento per sue fatture da esso fatte su varj arnesi di legno da falegname e per del damasco cremesi in Palazzo Sanvitale.Nel 1811, ormai impotente, venne ospitato dal figlio Angelo.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Fondo Comune, Autografi illustri, busta 4400, Carte della famiglia Sanvitale, busta 545, Giornale del 1804-1805, 314, 384 e 436; E. Scarabelli Zunti, Documenti, VIII, 64, 66 e 213, IX, 32; E. Scarabelli Zunti, Materiali, I, 32 r.; G.Godi, in Gazzetta di Parma 17 agosto 1979, 3; L’Arte, 1979, 414, 420, 426 e 428; Il mobile a Parma, 1983, 261; Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, Libro delle Ordinazioni n. 63, 121 v., 122 r., Libro delle Ordinazioni n. 64, serie IX, busta 9, fascicoli 40, 44, 46; L. Bandera, Il mobile emiliano, Milano, 1972, 181; G. Bertini, 1979, 428; G. Cirillo-G. Godi, 1983, 261; Per uso del santificare, 1991, 94.

PANINI ODOARDO
Parma seconda metà del XIX secolo
Intarsiatore in legno e macchinista attivo nella seconda metà del XIX secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 111.

PANIZZA A.
Parma 1740/1797
Fu Canonico e cantore alla Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1740 al 7 aprile 1776. Il Panizza fu inoltre violinista della Steccata di Parma dal 1757 al 1797 e della Cattedrale dal 7 aprile 1776 al 1790. Nella stagione di Fiera del 1796 fu primo violino direttore dei balli al Pubblico Teatro di Reggio Emilia.

FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1757-1797; Archivio della Cattedrale, Mandati 1773-1782; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 168 e 180.

PANIZZARI GIACOMO
ante 1245-Modena
Figlio di Gherardo. Fu cugino di Salimbene de Adam. Entrò nell’Ordine dei Frati francescani e si rese assai istruito nelle scienze e nella letteratura, apprendendo anche il francese e l’arabo. Divenuto predicatore, chiese di essere inviato missionario in Palestina (forse già nel 1245), dove rimase parecchi anni, tanto da essere poi chiamato Giacomo d’Oltremare. Fu quasi certamente eletto più volte Superiore della Palestina e Guardiano del Santo Sepolcro. Rimpatriato carico di anni e stremato di forze, morì e fu sepolto nel Convento francescano di Modena. Salimbene de Adam ne lasciò il seguente elogio: Vocabatur Jacobus Ultramarinus, pro eo quod in ultramarinis partibus stetit multis annis. Hic fuit filius consubrini mei, et in Ordine Fratrum Minorum fuit valens homo, sacerdos, et praedicator, et litteratus valde. Optime scivit arabicum, et optime gallicam linguam. In regimine prealationis valens homo fuit, honestus, et bonus, et sanctus. mutinae obiit, in loco Fratrum Minorum sepultus.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 174; Beato Buralli, 1889, 102-104.

PANIZZARI GIACOPO, vedi PANIZZARI GIACOMO

PANIZZARI GIOVANNOLO
Parma 1401
Nell’anno 1401 fu notaio vescovile di Parma.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 680.

PANIZZARI GIUSEPPE ANTONIO
Parma 7 aprile 1707-Piacenza 17 febbraio 1753
Frate cappuccino, fu sacerdote e assistente ai moribondi della città di Parma. Compì a Guastalla la vestizione (31 gennaio 1724) e la professione (31 gennaio 1725).

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 135.

PANIZZI GIULIANO
Parma 11 settembre 1817-post 1896
Fu soldato musicante e fece la campagna del 1848 nel Reggimento parmense.Passò poi nel corpo dei veterani.Il 16 marzo 1856 fu nominato nella Reale orchestra di Parma, ove rimase per quarant’anni.

FONTI E BIBL.: G.Sitti, Il Risorgimento nelle epigrafi, 1915, 56; Inventario, 1992, 399.

PANNINI, vedi PANINI

PANNONI DI CORTEMAGGIORE GIUSEPPE
Parma 22 luglio 1728-Parma 29 dicembre 1806
Frate cappuccino. Fu predicatore e religioso di molta abilità per le cose meccaniche, particolarmente d’ottica, fondendo e lavorando cristalli, facendo occhiali, microscopi e telescopi, con uno dei quali la duchessa Maria Amalia di Borbone dal suo palazzo di Sala distingueva le ore e i minuti dell’orologio della Cattedrale di Parma. Compì a Guastalla la vestizione (20 ottobre 1747) e la professione (20 ottobre 1748). Fu ordinato sacerdote a Crema nell’anno 1752.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 731.

PANOCCHIA ARMANNINO
Parma 1425
Figlio di Giovannino. Vasaio ricordato in un rogito in data 23 luglio 1425: figlio ed erede col fratello Tommaso del fu Giovannino, fabbricatori di scodelle dividono per lodo di due arbitri e beni loro cosistenti in alcuni oggetti mobili, inoltre in una casa posta in Parma nella vic.a di S. Bartolomeo della ghiaia presso la scaletam pontis ed in alcune pezze di terra poste nel Borgo di Sant’Ilario extra portam S. Crucis, la prima e le altre livellarie a frati Umiliati in clauxuris civitatis parme in loco dicto ad crucem gramigne (Rogito di Gherardo Mastagi, Archivio Notarile di Parma).

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55.

PANOCCHIA GIOVANNINO
Parma 1378
Figlio di Armanino. Vasaio ricordato in un rogito in data 1 febbraio 1378: D.nus iohanninus de Panochia f. q. Armanini de Panochia scudellarius, vic.a Sancti Bartholomei de glarea vende a Donnino di q. m. Bertoletto de Puellis una pezza di terra vignata di vernaccia positam in clauxuris civitatis parme od Hospitalle Barattini in loco dicto ad crucem de gramigna (Rogito di Paolo Palazzi, Archivio Notarile di  Parma).

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55.

PANOCCHIA TOMASO
Parma 1425
Fabbricatore di scodelle. Figlio di Giovannino e fratello di Armannino, assieme al quale lavorò. È ricordato in un documento notarile del 23 luglio 1425.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55.

PANOCCHIA ZANETTO
Parma 1375
Vasaio ricordato in un rogito del 7 novembre 1375: Nobile Guglielmo de Soardi di Bergamo Podestà di Parma aveva per Vicario il sapiente uomo Costanzo de Pischeriis medietatem a latere versus sero unius petie terre posita in clauxuris civitatis parme intus stratam porte sancte Crucis et sancti Baxilidis foris iuxta vineas mansionis S. Iotiis yerosolimitani, alla quale confinava da una parte Zanetto da Panochia scudellaro (Rogito di Paolo Palazzi, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55.

PANONI ENRICO
Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 214.

PANONI PAOLO EMILIO
Parma 1731/1760
Fu notaio e cancelliere della Comunità di Parma (1731-1760).

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 680.

PANSIER BATTISTA, vedi PANZERA BATTISTA

PANZERA BATTISTA
Parma 1 ottobre 1541-post 1601
Incisore di rame di cui si conoscono derivazioni dal Barocci (La Madonna che appare a san Giovanni, 1588, La Visitazione, 1589), da D. Barendsz (Il Diluvio) e da J. de Momper (I dodici mesi, 1601). Il suo stile ricorda le incisioni di C. Cort. A Roma, dove risulta attivo dal 1580 e fino al 1601, esercitò l’attività di editore calcografico, firmando le stampe uscite dalla sua bottega Baptista o Pansier Parmensis formis o analogamente in forma abbreviata. Pietro Aretino nelle sue lettere lo loda come calligrafo e miniatore, e il Dolce, nel suo Dialogo, lo elogia come scultore nel significato di incisore.

FONTI E BIBL.: P. Zani, I/15 (1823), 30, 331; A. Cerati, Opuscoli, I, 1809, 239; Nagler, Dizionario, X, 1841, 534; Monogrammi, I, 1858, n. 1679; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1551-1600; ms., in Archivio Museo di Parma; Libri del Battistero di Parma; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 32, 126; F. Thieme-U. Becker, vol. XXVI, 1932, 207 e III, 47; Arte incisione a Parma, 1969, 31; G. Gori Gandellini, Notizie degli intagliatori, III, 1808, 9; A. De Angelis, Notizie degli intagliatori, XIII, 1814, 30; Arte incisione a Parma, 1969, 29.

PAOLETTI PIER MARIA
Parma 15 giugno 1924-Milano18 dicembre 1995
A Parma compì gli studi superiori. Dopo la laurea in Lettere all’università di Bologna e un periodo di insegnamento a Colorno, iniziò l’attività giornalistica. Lavorò al Resto del Carlino, alla Gazzetta di Parma, ad Arianna e ad Arrivederci. Fu inviato speciale del Giorno e collaboratore di Panorama, direttore di L’uomo libero, di Storia illustrata e di Padania. Scrisse il volume di racconti La notte   (1953), il libro dossier Parma una città senza amore (1981), le raccolte di critiche e recensioni La buona tavola e Quella sera alla Scala, tradotto in numerose lingue. Fu un colto melomane e un apprezzato gourmet. Morì all’ospedale fatebenefratelli per una broncopolmonite virale complicata da uno scompenso diabetico.

FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 181; Gazzetta di Parma 19 dicembre 1995, 1 e 2; Gazzetta di Parma 20 dicembre 1995, 9.

PAOLI GIACOMO
Parma 1528
Figlio di Giovanni. Fu carpentiere in Roma, ricordato in data 11 febbraio 1528.

FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 140.

PAOLI, vedi anche DE PAOLI

PAOLINO
Parma 1412/1424
Frate e fabbricatore d’organi, ricordato in un rogito notarile dei primi decenni del XV secolo: Bernardo da Carpi vescovo nostro si accorda con frate Paolino Proposto dell’Ordine degli Umiliati di S. Tommaso di Mantova perché gli costruisca un organo della lunghezza di braccia tre, misura di Parma, da collocarsi in cattedrale, forse sotto confessione, in prezzo di sessantaquattro ducati d’oro in oro (Rogito di Pietro Lardi, Archivio Notarile di  Parma).

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55.

PAOLINO GIOVANNI, vedi QUAGLIA GIOVANNI GENESIO

PAOLO
Valserena di Parma 1302
Fu sindaco del Monastero di Valserena presso Parma nell’anno 1302.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 682.

PAOLO
Parma 1566/1570
Pittore attivo in Roma. In un anno tra il 1566 e il 1570 dipinse di occhi finti le quattordici finistre in San Giovanni Laterano.

FONTI E BIBL.: A.Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 92.

PAOLO
Parma 1680
Orefice attivo in Roma. Nel 1680 ebbe bottega fuori del Pellegrino.

FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 166.

PAOLO III, vedi FARNESE ALESSANDRO

PAOLO DA PARMA
PARMA XIII/XIV secolo
Probabilmente figlio di Giovanni da Parma. Fu docente in Medicina all’università di bologna tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV.
FONTI E BIBL.: Pasquali Alidosi, Dottori forestieri, 1623.

PAOLO il DANESE, vedi LAURITZEN ARNDT

PAOLO SAN QUIRICO DI PARMA, vedi SANQUILICI PAOLO

PAOLUCCI CARLOTTA
Parma 1816
Contessa, fu dama di palazzo di Maria Luigia d’Austria (1816). Sposò uno Scutellari.

FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223.

PAPI ARISTIDE
Parma 1907/1927
Alla mostra per il Premio artistico perpetuo di Parma il Papi destò l’interesse dei visitatori e dei critici per il notevole numero di buoni dipinti da lui esposti.

FONTI E BIBL.: G.Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 264.

PAPI EGIDIO
San Secondo Parmense 1863-Bogliasco 1939
Visse a lungo a Piacenza ove svolse le funzioni di cancelliere presso il Tribunale. Fu assiduo frequentatore del Teatro Municipale cui legò il suo nome quale autore della cronistoria  Il Teatro Municipale di Piacenza. Cento anni di storia 1804-1912 (Piacenza, Stabilimento Tipografico Antonio Bosi, 1912). L’opera, frutto della passione amatoriale del Papi per il teatro, è in larga parte tributaria delle cronache annalistiche di B. Musi ed è affetta da numerosi errori sia storici che musicologi. Oltre che appassionato filolirico, il Papi fu anche campione sportivo: presidente della Società Canottieri Vittorino da Feltre, si segnalò come vogatore e timoniere su imbarcazioni da regata.

FONTI E BIBL.: La Cronistoria del Municipale, un bel volume di Egidio Papi, in Libertà 22 gennaio 1913; Medaglia d’oro al Papi, in Libertà 4 marzo 1913; M.G. Forlani, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 198.

PAPI GIACOMO
Parma 1 luglio 1872-post 1931
Figlio di Clemente e Maria Pighini. sottotenente d’artiglieria nel 1892, partecipò alla guerra libica e poi alla guerra contro l’Austria: prima comandò un gruppo di batterie automobili da 102 e poi, dal 1917, il Reggimento artiglieria a cavallo, divenendo colonnello nel 1918. Combattendo sul Carso, meritò tre medaglie d’Argento al valore. A Bodrez Loga ebbe la Croce di guerra al valor militare, e al Piave-Tagliamento (1918) la Croce dell’ordine Militare di Savoia. Posto in congedo nel 1928, fu promosso generale di brigata nel 1931.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, 1933, V, 796.

PAPI PIETRO
Santa Croce di Polesine 1833
Intagliatore e scultore plastico.Realizzò nel 1833 quattro busti di Vescovi nella Parrocchiale di Vidalenzo.

FONTI E BIBL.: A.Aimi, 1981, 7; Il mobile a Parma, 1983, 263.

PAPINI ALBANO
Parma 1866
Sergente, fu decorato con medaglia d’argento al valore militare dopo la battaglia di Villafranca (24 giugno 1866).

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

PAPINI BRUNO
Parma 15 settembre 1907-post 1984
Operaio, fu membro dell’organizzazione comunista clandestina di Parma. Fu arrestato e deferito al Tribunale Speciale che, il 5 aprile 1932, lo condannò a sei anni di reclusione.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’Antifascismo, IV, 1984, 400.

PAPINI EMILIO
Borgo San Donnino 1859/1875
Falegname della Fabbriceria del Duomo di Borgo San Donnino, nel 1859 realizzò, su disegno del pittore Gelati, il coro della cattedrale, e nel 1875 parti interne della medesima.

FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 274-275.

PAPINIANO, vedi DELLA ROVERE PAPINIANO

PAPOTTI TULLO
Noceto 1918-Noceto 15 gennaio 1990
Sottoufficiale sugli aerei da combattimento, prese parte al secondo conflitto mondiale partecipando alle operazione belliche a La Valletta e in Africa Orientale. In una delle tante incursioni si guadagnò la medaglia d’argento al valor militare per essere riuscito a portare in salvo, dimostrando prontezza di spirito e coraggio, il proprio aereo rimasto colpito, e con esso l’equipaggio. Catturato dalle truppe nemiche, trascorse la prigionia nel Kenia facendo rientro in patria a guerra ormai finita. Sottoufficiale di carriera, prestò servizio, con il grado di maresciallo, al Centro Aeronautico militare di Milano fino al momento del pensionamento. Fu poi segretario dell’Aeroclub di Parma.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 gennaio 1990, 18.

PARADISI PIETRO FRANCESCO
Pellegrino 1537
Commissario di Pellegrino, fu presente all’atto di Guglielmo Chitollo Cornazzani del 19 febbraio 1537 per la vendita di terra tra Zanino Franchi e un suo parente.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 7.

PARALUPI ALBERTO
Mantova 1876-Parma 1967
Fu generoso benefattore dell’infanzia abbandonata.

FONTI E BIBL.: Gesto di nobile solidarietà umana: il sig. Alberto Paralupi lascia mezzo miliardo all’infanzia abbandonata, in Gazzetta di Parma 16 aprile 1967; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 795.

PARALUPI FRANCESCO
Parma o Guastalla 1831/1848
Dottore. Fu membro della V riunione degli scienziati italiani. Già Guardia d’onore, ebbe parte nei moti del 1831. Fu poi Comandante della Guardia Nazionale di Guastalla (1848). Promotore della fondazione, nel 1843, della Società degli Asili infantili di Guastalla, ne fu il primo presidente.

FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 27; A. Mossina, A proposito di una ingiusta accusa di Nicomede Bianchi, in Aurea Parma 18 (1934), 3-13; T. Marchi, Lettere inedite di Pietro Giordani al dr. Francesco Paralupi, in Aurea Parma 23 (1939), 133-142, 183-191; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 795; Enciclopedia di Parma, 1998, 512.

PARALUPI GIUSEPPE VALENTE
Parma luglio 1894-Cavriana 20 agosto 1963
Discendente da una nobile famiglia parmense, il Paralupi partecipò alla guerra 1915-1918 e venne insignito di due Medaglie d’Argento al Valor Militare e di un’onorificenza inglese. Si laureò in ingegneria civile nel 1921. Partecipò nel 1930, quale delegato italiano, al 5° congresso internazionale stradale di Washington e venne successivamente assunto in qualità di esperto presso la direzione generaledell’ANAS. Nel 1937 svolse attività di consulenza tecnica per la realizzazione delle strade dell’Africa orientale. Si presentò come candidato liberale nelle elezioni del 1963 per la Camera dei deputati. Fu esponente del Partito liberale di Guastalla, membro della direzione provinciale reggiana del PLI e presidente del comitato circondariale del PLI di Guastalla. Risiedette a lungo a Luzzara dove esplicò la propria attività nella conduzione della sua azienda agricola. 

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 agosto 1963, 4.

PARAMANO GIAMBONO
San Lazzaro 1217
È il primo rettore conosciuto dell’Ospedale di San Lazzaro di Parma (1217).

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 683.

PAREDI CARLO
Zibello 8 novembre 1791-Zibello 3 novembre 1882
Fu podestà di Zibello dal 1831 al 1836, periodo durante il quale venne portato a termine il selciato della piazza maggiore di Zibello fino alla chiesa parrocchiale, fu inghiaiata la strada maestra dal confine con Roccabianca al confine di Polesine, venne cambiata sede alla scuola di Zibello, che dal quartiere del Ghetto fu spostata e collocata in locali più idonei nell’edificio posto a sud est del Pretorio, e fu vivacizzata la vita economica del paese, dando impulso al commercio di grani e bestiame. Al Paredi è intitolato l’Asilo infantile di Zibello, che fondò con testamento del 15 novembre 1879 (ricevuto dal notaio Corbellini) lasciando a questo scopo un podere atto ad assicurare all’istituto i mezzi necessari per il suo funzionamento. Successivamente il sacerdote Leopoldo Paredi, seguendo il nobile esempio dello zio, donò la propria casa di abitazione quale sede dell’asilo. Al patrimonio iniziale si aggiunsero infine altri legati, tra i quali, cospicui, quelli di Angelo Bocchi, Adele Bragadini e Donnino Musini. L’11 maggio 1884, con decreto regio, l’asilo venne eretto e costituito in ente morale dopo l’approvazione dello statuto organico, avvenuta il 15 luglio 1883.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 339; Strade di Zibello, 1991, 31.

PARENTI ANGELO, vedi PARENTI EUGENIO ANGELO

PARENTI EUGENIO ANGELO
Pieve Ottoville 22 marzo 1869-Pieve Ottoville 21 novembre 1927
Commerciante, socialista, fu sindaco di Zibello dal 1907 al 1919. Molto sensibile alle istanze sociali, in un’epoca in cui gravi problemi come quello della disoccupazione e dell’approvvigionamento dei generi alimentari erano pressanti, mostrò grande sollecitudine per il miglioramento della beneficenza pubblica effettuata mediante sussidi e distribuzione di medicinali ai più bisognosi. Si batté senza sosta per l’elevazione morale e materiale della classe lavoratrice. Come socialista si pronunciò, all’inizio, contro la partecipazione dell’Italia al primo conflitto mondiale. Una volta però che l’Italia fu entrata in guerra, si adoperò in ogni modo per sostenere le famiglie dei soldati che più ne avevano la necessità. fu il Parenti, alla fine, a pronunciare in consiglio comunale il discorso celebrativo della vittoria dell’esercito italiano su quello austro-ungarico. Durante il lungo periodo nel quale fu alla guida del Comune furono realizzate importanti opere: si provvide, tra l’altro, all’impianto della luce elettrica per la pubblica illuminazione negli edifici scolastici, negli uffici comunali e nel teatro, all’installazione del servizio telefonico a Zibello e a Pieve ottoville, e alla sistemazione del Palazzo Vecchio e del Teatro. Venne poi dedicata particolare attenzione ai problemi igienico-sanitari attraverso un rammodernamento dell’ospedale, ottenuto con la regolarizzazione del servizio ostetrico, la realizzazione dell’impianto di adduzione dell’acqua potabile e la creazione di un locale di isolamento per le malattie infettive, nonché al miglioramento dell’istruzione popolare con l’istituzione della sesta classe mista a Zibello, delle classi quarta e quinta miste sia a Zibello che a Pieve Ottoville, e, sempre a Pieve ottoville, dell’Asilo Infantile.
FONTI E BIBL.: Strade di Zibello, 1991, 31-32.

PARENTI GIACOMO
Basilicanova 15 maggio 1895-Castione di Strada 1916/1918
Figlio di Eugenio e Marcella Tonelli. contadino, fu soldato prima nel 48° Fanteria, poi nel 141°. Fu decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Mentre inseguiva il nemico in rotta, morì in seguito a ferita da arma da fuoco al torace.

FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 38.

PARENTI LUIGI
Beneceto 4 aprile 1867-Brescia 4 giugno 1932
Studiò nel Seminario di Parma. Appena ordinato sacerdote, fu nominato dal vescovo F. Magani, Rettore del Seminario di Berceto, dove fu anche professore di Filosofia e di fisica. Vi allestì un gabinetto di Fisica e fece portare la luce elettrica nel Seminario, dopo avere installato una dinamo sul torrente Baganza. Il suo rettorato rappresenta l’età aurea del Seminario di Berceto. Il Parenti passò poi a reggere l’importante chiesa di Sant’Apollinare in San Vitale a Parma. Fu costretto ad accettare nel 1913 la soppressione della Confraternita del Suffragio, eretta nella sua chiesa, passandone il patrimonio, valutato un milione, alla Congregazione municipale della Carità. Fu Dottore del collegio Teologico e Guardacoro della Cattedrale di Parma. Morì a 65 anni, nell’Ospedale Ai Pilastroni, diretto dai Fatebenefratelli.

FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 198-199.

PARENTI LUDOVICO
San Secondo 1608-Parma 17 maggio 1630
Entrò verso il 1628 nella Società di Gesù, con sede a Parma. Si prodigò e fu di grande esempio durante la pestilenza del 1630, finché non fu anch’egli attaccato e vinto dal morbo. Morì all’età di soli ventidue anni.

FONTI E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 294-295.

PARENTI MARIA
Piacenza 1942-Monticelli Terme 5 settembre 1999
Si trasferì a Parma quando, nel 1972, sposò l’avvocato Achille Borrini. Fu socia attivissima dell’Associazione italiana ricerca sul cancro. Sempre pronta a impegnarsi per diffondere le ragioni dell’associazione e sensibilizzare l’opinione pubblica, fu instancabile nell’organizzazione di iniziative benefiche e nel fare nuovi proseliti. Nel 1994, nominata consigliere, allestì la mostra al Teatro Regio di Parma Le tavole ducali: rassegna di successo che portò linfa vitale all’associazione. A questa, seguirono altre iniziative, che la Parenti realizzò sempre con spirito manageriale. Tra le altre, la mostra sui gioielli e gli accessori delle concubine imperiali della dinastia Ch’ing, a Gotha, nel 1996. L’ultima sua fatica, il Libro di ricette delle belle famiglie di Parma, costituì un altro successo a favore dell’Associazione italiana ricerca sul cancro. Fu anche consigliere del Club del Fornello ed esponente di punta della Croce rossa. L’insorgere di una grave malattia tumorale, che affrontò con grande forza d’animo, non limitò le sue varie attività benefiche fino a pochi giorni dalla sua scomparsa.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 settembre 1999, 8.

PARENTI PIETRO
Ragazzola 1750-post 1821
Nacque da una distinta famiglia.Studiò a Parma nell’archiginnasio reale, come attestò Angelo Mazza nel 1774.Vi compì gli studi filosofici e quelli di teologia morale e di Sacra Scrittura.Il 13 maggio 1774, da Gabriele Gottardo Bonzani gli fu rilasciato un attestato di esperto in canto gregoriano: Parmae, die 13 maji 1774: Ego infrascriptus fidem facio, ac testor, Petrum Parenti praedictum esse scientia Gregoriani Cantus.In quorum fidem Gabriel Gottardus Bonzani. Nella parrocchia di San Bartolomeo di Parma esercitò l’ordine del suddiaconato, partecipando fedelmente alla Congregazione Mariana.Ricevette gli ordini maggiori nella cappella privata del vescovo borghigiano Girolamo Bajardi. Dopo il diaconato fu inviato a Busseto a esercitarvi l’ordine e vi completò gli studi di teologia nel convento dei padri francescani col professore Francesco Antonio Raineri.Il Parenti ricevette l’ordinazione sacerdotale nel 1774 con dispensa pontificia per difetto di età.Culturalmente ben preparato, a trentun anni tentò invano di ottenere la parrocchia di Spigarolo, dopo la morte nel 1781 del suo ultimo rettore, Francesco Galluzzi.Ottenne comunque quella parrocchia nel 1795.Il Parenti decise di dedicare il suo amore per la musica a servizio anche delle parrocchie confinanti.In una lettera al suo vescovo dice: la maggior fatica nelle Fonzioni e negli Offizi di Simoriva e delle altre Chiese è stata la mia, avendo sempre procurato di guidare alla meglio il coro con quella cognizione di canto che io ho, talmente che il mio povero petto è indebolito di molto, ed è ormai logoro. Dal 1795 nella chiesa di Roncole, per merito e abilità del Parenti, venne a formarsi una prima corale che accompagnò per molti anni le liturgie e le funzioni parrocchiali, celebrate con sfarzo di arredi e di musiche.In quella corale cantò senza dubbio anche Giuseppe Verdi, avendo continuato il Parenti la sua professione di maestro di coro fino al 1821.

FONTI E BIBL.: A. Aimi-A.Leandri, Giuseppe Verdi il nipote dell’oste, 1998, 81-82.

PARIA FRANCESCO
Parma prima metà del XVII secolo
Pittore di storia attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti,  Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 272.

PARIDE DA PARMA
Parma 1563/1611
Incisore, lavorò a Bologna nella bottega di Nicolò Quaini dal 1563 al 1611.

FONTI E BIBL.: C. Bulgari, Argentieri, IV, 1974, 247.

PARIS OTTAVIO
felino 1894-1970
Figlio di un piccolo imprenditore che aveva impiantato un’azienda a Felino, seguì inizialmente l’attività del padre, trasferendosi poi in Africa. Al ritorno a Parma si impiegò come dirigente in una ditta di trasporti, coltivando contemporaneamente un forte interesse per la storia delle chiese cittadine, riguardo alle quali compose un volume. Nel suo testo manoscritto intitolato Chiese, Conventi e Oratori di Parma (Biblioteca Civica di Parma), i luoghi sacri sono ordinati secondo l’elenco alfabetico e dunque non secondo una schema tipicamente turistico che prevede un itinerario fisso seguendo il quale si scoprono i monumenti più significativi della città. Inoltre la guida del Paris prende in esame quasi esclusivamente quelle chiese e quei monasteri che le vicende storiche hanno voluto cancellare e della cui esistenza non restano che testimonianze scritte. Si sofferma anche sulle chiese sconsacrate, successivamente chiuse o adibite ad altro scopo. Il Paris cercò infatti di ricostruire il grande patrimonio storico e culturale meno studiato. La guida non fu del tutto completata. Mancano infatti un indice dei monumenti descritti e una bibliografia esauriente (le fonti sono riportate solo sporadicamente). Una appendice include invece i nomi di ben 84 chiese segnate nella pianta dello Smeraldi del 1601, i monasteri esistenti a Parma nell’anno 1772, oratori, confraternite e chiese presenti nel 1789 e quelli esistenti nell’anno 1805, poco prima cioè che il governo francese decretasse la soppressione della maggior parte di esse. Per descrivere gli edifici sacri (ben 111) il Paris si servì di fonti locali edite, inedite e di manoscritti dei vari secoli. Conobbe certamente bene la Storia di Parma dell’Affò e Il Parmigiano Servitor di Piazza dello stesso autore, i volumi del Pezzana, le guide di Parma del Baistrocchi, del Bertoluzzi, del Casapini e dello Scarabelli Zunti, ma anche le carte conservate nell’Archivio di Stato di Parma e quelle raccolte nel Fondo Moreau che si conservano nella Biblioteca Palatina di Parma. Vide certamente, oltre alla già citata pianta dello Smeraldi, altre piante strettamente pertinenti alle singole chiese o ai monasteri, anche se nella guida del Paris c’è una sola immagine, uno schizzo della pianta della chiesa del Carmine con l’indicazione dei nomi delle varie cappelle.

FONTI E BIBL.: D. Guerrieri, in Gazzetta di Parma 20 gennaio 1998, 5.

PARISET AMBROGIO
Parma 2 febbraio 1884-Colorno 1942
Figlio di Pio Carlo e di Luisa Antonietti.erudito, letterato e biografo, fu socio corrispondente (1908) della Deputazione di Storia patria delle province Parmensi.Fu docente di stenografia e lasciò anche un breve Dizionario biografico dei Parmigiani illustri (Parma, 1905).

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 424; Enciclopedia di parma, 1998, 513.

PARISET CAMILLO
Parma 26 maggio 1876-Roma 12 luglio 1941
Figlio di Pio Carlo e di Luisa Antonietti. Si dedicò, con uguale passione del padre, all’insegnamento (a Parma, Città della Pieve, benevento, Crotone, Fano, Ancona e Roma) e alla letteratura. Cominciò con un volumetto di poesie, Nostalgie lontane, con saggi letterari e con uno studio sul cardinale Alberoni, e continuò poi con saggi critici, studi storici e monografie dedicandosi particolarmente a studi di storia letteraria, a memorie del patrio Risorgimento, a profili di figure e personaggi parmigiani e delle altre città ove insegnò, dando sempre prova di molta erudizione. In generale si tratta di opuscoli di non molte pagine, in molti dei quali si trovano lettere inedite d’illustri personaggi (l’Alberoni, C. Bondi, U. Foscolo, P. Manara, P. Giordani, N. Tommaseo, G. Garibaldi, T. Gherardi Del Testa, l’Aleardi, il Cossa, il Bersezio, il vannucci, il Saffi, il Giannone, il Finali, il révere). Appartengono al gruppo parmigiano La Merope di Pomponio Torelli (in due diversissime edizioni, l’una del 1902 e l’altra del 1929), Il Card. Giulio Alberoni (con 20 lettere inedite), Caterina Pigorini Beri (commemorazione), Caterina Pigorini Beri folclorista, tre opuscoli su Prospero Manara (con due sonetti inediti), Un buon lirico parmigiano del ‘500 (I. marmitta), Il letterato e folclorista Carlo Pariset, Clemente Bondi e il suo carteggio inedito con G. B. Bodoni, L’Asinata di Clemente Bondi tradotta in Bolognese, Il poeta dialettale di Parma Giuseppe Callegari, Il fidentino Michele Leoni e una controversia col Conte I. Sanvitale, La fine di un viaggiatore parmigiano del Cinquecento, Pietro Giordani al patriotta fanese Cristoforo Ferri, Il poeta cortigiano dei Farnesi (Gio. leone Semproni). Alcuni di questi lavori vennero pubblicati su periodici e riviste di Parma: Per l’Arte, Archivio Storico per le Province Parmensi, La Giovine Montagna, Crisopoli, Aurea Parma. Collaborò assiduamente alla Gazzetta di Parma, al Per l’Arte e ad Aurea Parma. Al pariset non mancò il riconoscimento della regia Deputazione di Storia Patria per le Provincie Parmensi, la quale lo nominò nel 1904 suo Corrispondente, elevandolo nel 1925 al grado di Membro Attivo. Più tardi altri sodalizi congeneri si onorarono del suo nome, e il Ministero dell’Educazione nazionale volle premiare la sua disinteressata attività di letterato conferendogli la Commenda dell’ordine della Corona d’Italia.

FONTI E BIBL.: T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 190; Aurea Parma 4 1941, 157-159; A. Barilli, Camillo Pariset, in Archivio Storico per le province Parmensi 1942/1943, X; B. Molossi, dizionario biografico, 1957, 114; A.Zamboni, Camillo Pariset letterato e poeta, in Gazzetta di Parma 4 agosto 1958, 3; Camillo Pariset, in E.Sabia, Reggio e Parma dal ’500 all’800, Reggio, 1971, 145-146.

PARISET CARLO
Parma 19 marzo 1848-Parma 18 marzo 1901
Discendente di illustre famiglia francese: il nonno Giuseppe, Chef d’Escadron des chasseurs à cheval, si segnalò nelle guerre napoleoniche raggiungendo l’alto grado di Membro della legion d’onore. Dato che il padre Camillo fu anche impiegato nel Regio Teatro di Parma, il Pariset già da giovane si venne formando una vera passione per le scene, che conservò per tutta la vita. Attese dapprima alla pittura, poi studiò musica e nel 1864 tentò gli studi tecnici, che poi interruppe per accorrere nel 1866 sotto la bandiera di Garibaldi. Il 25 ottobre 1869 fu nominato maestro elementare in Busseto, dove conobbe e visitò Giuseppe Verdi. Inoltre per quattro anni fu istruttore della Società filodrammatica. I suoi due drammi, Noemi e Roberto, ebbero, sulle scene del Teatro Verdi di Busseto, un esito felice. Nel 1873 passò vicedirettore del Collegio Taverna in Parma, dove contribuì molto all’incremento, all’onore e al lustro del Collegio. Nel novembre del 1874 venne eletto insegnante delle scuole gratuite serali del quartiere San Francesco di Parma e alcuni anni dopo ebbe la carica di Direttore delle scuole medesime. Nel 1879 passò a insegnare nel Collegio Maria Luigia, e nello stesso anno fu nominato vicepresidente della Società di Mutuo soccorso, per la quale con rara abnegazione e disinteresse si prestò a dirigere un giornale, pago soltanto di giovare alla causa della mutualità. Attese poi alla compilazione di un dizionario parmigiano, che gli fu utile per conseguire l’abilitazione all’insegnamento delle lettere italiane. Dal 1883 al 1884 insegnò infatti italiano nel ginnasio inferiore del Collegio Maria Luigia di Parma. Il 29 novembre 1888 venne nominato Regio Ispettore Scolastico a Varallo ma il Pariset, per evitare alla famiglia qualunque disagio, vi rinunciò. Assunse poi l’incarico di Segretario della Società tra Commercianti di Parma propugnandone i bisogni in un periodico mensile: Il Commerciante. Alle cariche di maestro elementare e di recitazione, il 10 ottobre 1895 aggiunse quelle di professore di lettere e vicedirettore delle scuole tecniche del Regio Collegio Maria Luigia. Diventando il Convitto nazionale, furono abolite le scuole tecniche e le elementari e licenziati gli insegnanti. Con decreto del 22 marzo 1899 il Pariset ebbe allora l’insegnamento di arte scenica e letteratura drammatica nel Regio Conservatorio di Musica di Parma. Fu inoltre Presidente dell’Opera parrocchiale di sant’uldarico e dell’Associazione per gli Ospizi Marini di Parma. Il 13 aprile 1879 fu eletto membro corrispondente dell’Associazione dei Benemeriti italiani di Palermo e nell’agosto del 1882 gli pervenne la nomina di socio onorario benemerito del Circolo Promotore G. B. Vico, assieme col primo premio dell’omonimo concorso, per aver scritto la commedia in un atto Babbo Ambrogio. Altri suoi lavori letterari ottennero plauso: Cuore (commedia in un atto), Racconti e Dialoghi, Discorso su G. Taverna, Ricchi e poveri, Meste rimembranze, Proverbi e modi proverbiali, Elementi di letteratura, Composizioni e temi, Dolori e Conforti. Ma l’opera maggiore del Pariset rimane il grande Dizionario parmigiano, per il quale spese molti anni di studi e di ricerche continue. Del Pariset rimasero inedite la grammatica del dialetto parmigiano, una raccolta di epigrafi e uno studio sul teatro greco. In gioventù fu direttore e collaboratore di vari periodici e giornali. Il Pariset ebbe amici ed estimatori Cantelli, Casa, Linati, Ronchini, Morandi, Rondani e Pizzi.

FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento, 1915; A.Pariset, Dizionario biografico, 1905, 81-83; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 114.

PARISET FABIO
Parma 2 aprile 1840-Atella 13 luglio 1864
Nacque da Giuseppe Camillo (figlio del generale napoleonico Joseph, sposatosi a Parma con Maria Lazzari) e da Giuseppa Calamini. La sua vita di soldato cominciò con l’arruolamento volontario del 7 aprile 1859, nel 14° Reggimento di Fanteria del libero Piemonte, giusto in tempo per trovarsi sul campo di battaglia di Solferino e San Martino, il 24 giugno: battaglia da lui descritta nel manoscritto pubblicato postumo da suo nipote Camillo Pariset a Fano nel 1906, indi a Parma (in  Palatina 13 1960). Nel settembre 1859 per il Pariset, reduce dalle battaglie di Solferino e San Martino, dove si era coperto di gloria, ci fu un nuovo arruolamento a Parma: un giorno (scrive nelle sue memorie) venne la nuova che formavasi un battaglione Bersaglieri ed ivi erano accettati tutti i giovanotti che si erano recati al campo: imminente si diceva la guerra. Io allora mi riarruolai e in questo Battaglione che formavasi nel mio paese (Parma), fui fatto caporale, indi fra pochi giorni cioè il 20 settembre fui promosso sergente. Ma di sé in realtà il Pariset scrive poco: neanche un cenno alla medaglia francese avuta a San Martino nel 1859 e alla menzione ottenuta per la liberazione di Ancona nel 1860. I bersaglieri volontari di Parma, inquadrati nell’esercito piemontese di 25000 uomini, cominciarono la discesa a tappe della Penisola, che li condusse a incontrare i Mille di Garibaldi provenienti da sud. Il 5 novembre 1860 il 5° Reggimento Bersaglieri giunse a Napoli: a questa epoca le Memorie del Pariset si arrestano con le sottolineature delle ultime entusistiche parole in cui auspica di poter partecipare alla liberazione di Venezia. Invece fu destinato in Lucania, nelle zone infestate dai briganti. Nel luglio 1864 durante una perlustrazione notturna a Rionero in Vulture, nell’ambito della durissima e mai vinta lotta dell’esercito italiano al brigantaggio meridionale, un gruppo di quaranta bersaglieri cadde in un’imboscata e il Pariset fu colpito a un braccio. Di quella ferita egli morì, a ventiquattro anni, forse per emorragia o per infezione. Il certificato di morte dell’infermeria di Atella parla solo di colpo d’arma da fuoco al braccio sinistro. Una indebita versione ufficiale della sua morte fu resa dal comandante del 5° Reggimento Bersaglieri dal capitano della Compagnia, Foutrier. Nella comunicazione militare del 26 agosto 1864, infatti, la morte del Pariset viene attribuita alla scoppio della sua carabina, indi alla sventatezza dell’individuo, che del resto era di buonissimo carattere, ma amava qualche volta sfuggire alla vigilanza dei suoi superiori. Questa morte infamante avrebbe dovuto concludere, per motivi politici di propaganda risorgimentale, una vita militare spesa invece senza risparmio per l’ideale unitario. Però alla famiglia i compagni del Pariset portarono ben altre notizie, sinché suo nipote Camillo Pariset raccolse (e pubblicò nel 1906) la testimonianza oculare del commilitone Cesare Frasetti, uno di coloro che trasportarono ad Atella il Pariset ferito dai briganti.
FONTI E BIBL.: F.M. Fabrocile, in Gazzetta di Parma 8 e 15 novembre 1999.

PARISET FABIO
Parma 1874 c.-Parma 1 febbraio 1935
Figlio di Pio Carlo e di Luisa Antonetti. Fu l’organizzatore e il relatore dell’assemblea costitutiva del primo Fascio di Parma (10 aprile 1919). Dopo aver retto diverse condotte mediche nel Mantovano e nel Cremonese, ritornò a Parma quale medico alla Congregazione prima e al dispensario provinciale antitubercolare poi, divenendo un pionere della lotta contro la tubercolosi e della medicina sociale. Il Pariset fu anche scrittore.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1941, 157.

PARISET PIETRO
Sommo 3 giugno 1897-Parma 17 maggio 1961
Nato da illustre famiglia, dopo gli studi classici nel ginnasio-liceo Romagnosi di Parma, nel 1915 abbandonò gli studi di medicina che frequentava nella Regia Università di Parma per arruolarsi volontario nella prima guerra mondiale. Dopo lo scioglimento del Corpo Nazionale Volontari Ciclisti Automobilisti, si arruolò nuovamente volontario nell’aprile 1916 nell’8° Reggimento Alpini nel quale conseguì il grado di ufficiale e partecipò a numerose azioni di guerra. Nell’aspro combattimento del 14 dicembre 1917 di Col della Berretta, ove per il suo valoroso comportamento ottenne la concessione di una Medaglia di Bronzo al Valor Militare, venne fatto prigioniero. La motivazione della medaglia assegnatagli è la seguente: Comandante di una sezione mitragliatrici, durante aspro combattimento, si distingueva per calma, fermezza e sprezzo del pericolo. Esaurite le munizioni, trascinava ripetutamente i suoi uomini all’attacco. Nella guerra 1915-1918 gli fu anche concessa una Croce al merito di guerra. Dopo la guerra riprese gli studi interrotti nel 1915 e conseguì a pieni voti la laurea in medicina e chirurgia (1922) e più tardi la docenza in patologia speciale chirurgica, guadagnandosi la fama di valentissimo chirurgo. Nel maggio 1920 si iscrisse al partito fascista. In seguito a pubblico concorso, venne nominato assistente nella Divisione chirurgica dell’Ospedale Maggiore di Parma e, nello stesso tempo, ottenne la nomina, con decreto ministeriale, ad assistente volontario nella clinica Chirurgica, prestando la sua opera a fianco di Ambrogio Ferrari, Eugenio Garbarini, Raffaele Paolucci e Pietro Sannazzari. Dal 1924 al 1926 ebbe l’incarico di Coprimario della Divisione Chirurgica, posto che tenne fino al 1° maggio 1932. In tale periodo si dedicò con notevoli risultati anche alla traumatologia. Dal settore ospedaliero passò a quello universitario, dapprima quale assistente, poi quale aiuto incaricato della Clinica Chirurgica diretta da Giovanni Razzaboni, e nello stesso tempo gli venne conferito l’incarico per l’insegnamento della medicina operatoria. Nel 1935 partecipò, nuovamente volontario, alla guerra etiopica col grado di seniore medico conseguendo, nella battaglia dello Scirè, una croce di guerra al valor militare con la seguente motivazione: Comandante di una sezione di sanità divisionale, durante tre giornate di aspra battaglia, prodigandosi instancabilmente, con alto senso del dovere e sprezzo del pericolo, nonostante le numerose e non lievi difficoltà, assicurava il continuo e perfetto funzionamento della sua Sezione per la raccolta e lo sgombero dei feriti (Selaclaca, 29 febbraio-2 marzo 1936). Nel 1937 conseguì presso l’Università di Bologna il diploma di specialista in chirurgia e nel 1938 la libera docenza in patologia speciale chirurgica e propedeutica clinica. Durante la seconda guerra mondiale fu primario della Divisione Chirurgica, posto che lasciò alla fine della guerra per dedicarsi alla libera professione. Nel 1938 partecipò, ancora volontario, alla guerra di Spagna prodigandosi per ben undici mesi con profonda competenza chirurgica al funzionamento del servizio sanitario di una divisione mobilitata, e nel 1940 fu promosso per meriti eccezionali al grado di maggiore medico. Gli fu conferita una seconda Croce al merito di Guerra. Il 25 agosto 1939, per le sue particolari benemerenze di soldato, di cittadino e di scienziato, fu nominato Podestà di Parma, carica che il Pariset assolse fino al luglio 1943. Ricoperse e disimpegnò numerose e importanti altre cariche politiche, sindacali e amministrative. Dal gennaio 1930 al 1945 fu Presidente della sezione di Parma dell’Associazione Nazionale volontari di guerra. Fu poi nominato reggente e incaricato della ricostruzione della Sezione stessa, carica che assolse sino alla data della morte.

FONTI E BIBL.: G. Sitti, Legionari in Spagna, 1940, 43-44; R.Alloggio, in Gazzetta di Parma 17 giugno 1961, 4; G.Bagnaschi, Volontari Plotone Parma, 1965, 44-45.

PARISI DRUSO
1906-Parma 15 agosto 1989
Dopo l’8 settembre 1943, nel suo studio legale di borgo del Leon d’Oro a Parma, si riunirono gli esponenti antifascisti che preparavano la lotta armata. Sfuggito agli arresti soltanto perché, al momento dell’irruzione della milizia , si trovava in Tribunale, il Parisi trovò temporaneo rifugio presso il fratello, in via Solari. Già ai primi d’ottobre raggiunse la montagna unitamente al generale Roveda e al dottor Apollinari, divenendo uno dei protagonisti della causa partigiana.Il Parisi (nome di battaglia Mario) divenne commissario della 12° brigata Garibaldi al comando di Luigi Marchini. Prese parte all’incontro di Pian del Monte, presso Tiedoli, nella Val Taro, quando numerosi esponenti di formazioni appartenenti a ogni tendenza politica elessero il primo Comando unico partigiano del Parmense, con sede nel castello di Mariano (Valmozzola). Il Comando unico spostò poi la sua sede dalla Valle del Taro a quella della Parma, a seguito delle disposizioni impartite dal Comando alleato. Il Parisi, con funzioni nel campo giudiziario, fu tra il gruppo dirigente che si portò prima a Marra e poi a Bosco di Corniglio. In quest’ultima località, il 17 ottobre 1944, scampò all’eccidio nel quale perirono il comandante Pablo, il Menconi, il Picedi benettini e altri tre partigiani. Nella successiva ricomposizione del Comando unico, avvenuta a Tiedoli pochi giorni dopo la strage, il Parisi fu eletto ispettore giudiziario, ufficio che mantenne fino all’ultimo. Sotto la sua diretta sorveglianza poté essere organizzato un tribunale militare di zona, competente anche per i reati comuni da chiunque commessi. Reduce dalla montagna, ricevette l’oneroso incarico di procuratore del Regno, unitamente all’avvocato Primo Savani, altro protagonista della lotta partigiana. Il Parisi svolse il ruolo del pubblico ministero nella Corte d’assise straordinaria di Parma, presieduta dall’avvocato Antonelli.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 agosto 1989, 6.

PARMA, vedi FANTOCCI FRANCESCO e MENONI VINCENZO

PARMA GIAN LUIGI, vedi PARMA GIOVANNI LUIGI

PARMA GIOVANNI
Rocca di Varsi o Parma 1530-Milano 8 novembre 1583
Fu uno dei primi gesuiti parmigiani. Ebbe il titolo di coadiutore.

FONTI E BIBL.: M. Scaduto, Catalogo dei Gesuiti, 1968, 111.

PARMA GIOVANNI LUIGI
Parma 1543/1548
Fu autore di storie nobilissime per le cose e per lo stile, secondo quanto attesta il Morelli, e di poesie pulite e culte, e di buona e facile maniera, al dire del Crescimbeni. L’Affò, ritenendo che Parma non fosse il cognome ma il luogo di origine, credette di identificarlo con Gian Luigi Borra. Il Parma scrisse il Discorso sopra l’impresa dell’Austria fatta dal Gran Turco (1543) e le Historie (1547). Si può inoltre ragionevolmente pensare che il Luigi Parma autore di cronache a cui l’Aretino mandò una lettera nel 1548 sia la stessa persona.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 483.

PARMA GIUSEPPE BENEDETTO
Parma 1 aprile 1869-Subiaco 26 gennaio 1938
Figlio di Enrico e antonia Bertozzi. Dopo essere stato ordinato sacerdote, fu nominato professore nelle scuole del Seminario e consorziale della Cattedrale di Parma. Come insegnante di letteratura italiana, divenne illustre per la grande competenza che ebbe nell’illustrazione della Divina Commedia. Dalla cattedra profuse cultura, vasta erudizione e buon gusto letterario. Per un trentennio fu assistente della congregazione delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria. Entrato nell’Ordine di San Benedetto, nel Monastero di Subiaco, continuò i suoi studi prediletti pubblicando nel 1923 la Vita di Mons. Agostino Chieppi, fondatore della Congregazione delle Piccole Figlie, nel 1925 Ascesi e Mistica Cattolica nella Divina Commedia, in due volumi, e nel 1928 Anima Candida, la vita di suor Anna Eugenia Picco, la prima superiora generale delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria.

FONTI E BIBL.: I.Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 177-178.

PARMA LUIGI, vedi PARMA GIOVANNI LUIGI

PARMA MARIO
Bologna 1923 c.-Bologna o Parma 27 settembre 1999
Subito dopo la laurea in medicina, conseguita nel 1949 a Bologna, e un breve periodo trascorso come assistente volontario preso l’Istituto di biochimica dell’Università, dal 1950 al 1956 il Parma frequentò in qualità di assistente, l’Istituto di fisiologia di Pisa. Nello stesso periodo condusse ricerche su tematiche affini presso i laboratori di elettroencefalografia dell’Hôpital de la Timone (Università di Marsiglia), di Tolone e della Marina militare francese. Nel 1957, in qualità di assistente straniero, svolse attività clinica e di ricerca presso l’Institute of Neurology del Queen Square Hospital di Londra. Rientrato in Italia, divenne assistente presso l’istituto di neurologia dell’Università di Genova, dove svolse una intensa attività didattica e clinica e condusse ricerche sulla fisiologia del tronco encefalico e su varie tematiche di neurologia clinica, anche infantile, avendo svolto pro-tempore il ruolo di primario della Divisione di neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Gaslini di Genova. Nel 1961 si trasferì presso la Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Parma, dove nel 1973 venne chiamato dalla facoltà di Medicina e chirurgia a ricoprire il ruolo di professore ordinario. Divenuto direttore dell’Istituto nel medesimo anno, sollecitò con lungimiranza i giovani neurologi presenti all’interno della clinica ad aprire nuovi settori di ricerca, scegliendo tra quelle tematiche che, in un momento in cui le neuro-scienze iniziavano ad allargare tumultuosamente i loro spazi di interesse, si dimostravano più promettenti per l’immediato futuro e sostenne anche gli altri settori già esistenti. La medesima perspicacia lo portò nel 1975 ad attivare, insieme con i professori Bocchi e Lorenzini, la Scuola speciale per tecnici della riabilitazione (in seguito trasformata in diploma universitario) che da allora formò centinaia di fisioterapisti. Assunse nel medesimo periodo anche la direzione della Scuola di specializzazione in Clinica neurologica e la direzione dei Servizi riabilitativi e neurodiagnostici del Consorzio socio-sanitario del Comune di Parma (in seguito aggregati alla Unità Sanitaria Locale 4 di Parma). Negli ultimi anni di attività dedicò, insieme ai suoi collaboratori più stretti, molte energie alla messa a punto di testi scientifici e didattici in ambito riabilitativo, soprattutto a favore dei traumatizzati cranici, e collaborò alla progettazione tecnica del Centro Cardinal Ferrari, il Centro di riabilitazione per gravi cerebrolesioni di Fontanellato, che aprì la sua attività nell’ottobre 1999 e all’interno del quale gli venne dedicata la biblioteca scientifica.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 ottobre 1999, 8.

PARMEGGIANINA, vedi BROLI MARIA

PARMEGGIANINO, vedi BENIGNO PAOLO

PARMEGIANA, vedi D’ALAY MARIANNA e GIRELLI BARBARA   

PARMEGIANI GIOVAN BATTISTA, vedi PARMEGIANI GIOVANNI BATTISTA

PARMEGIANI GIOVANNI BATTISTA
1646-Careno 22 settembre 1733
Dottore, fu Commissario di Pellegrino Parmense nell’anno 1715. La sua morte è ricordata nell’archivio parrocchiale di Careno: D. Johannes Baptista Parmegiani Doctor et Commissarius Marchionatus Pellegrini obiit aetate annorum 87.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 14.

PARMEGIANO, vedi GASPARE

PARMENIO, vedi MONTANARI GIUSEPPE

PARMENIO DIRCEO, vedi CERATI ANTONIO

PARMENSE, vedi CESARE DA PARMA

PARMENSIA CELERINA
Parma I secolo a.C./V secolo d. C.
Di condizione probabilmente libertina, fu coniunx carissima di C. Matteius Dilicens, con il quale visse vent’anni e a cui dedicò, insieme ai figli Matteius Iustus, Matteius Celer e Matteia Sabina, un’epigrafe documentata a Parma , ma poi perduta. Il nomen Parmensius, presente a Parma per altri due personaggi, indica probabilmente una gens originaria da uno schiavo pubblico della città. Celerina è cognomen diffuso soprattutto al femminile un po’ dovunque, raro oltre il Po, documentato in Aemilia forse in questo solo caso.

FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 142.

PARMENSIA TACITA
Parma II/III secolo d. C.
Forse libera, fu figlia legittima di Ti. Parmensius Tacitus e di Pontilia Crespina. Il suo nome è ricordato in epigrafe (per caratteri epigrafici presumibilmente assegnabile alla piena età imperiale) posta alla due donne dal padre e marito. Il nomen Parmensius, che potrebbe indicare la discendenza da uno schiavo pubblico della città, è documentato a Parma anche in un’altra epigrafe. Tacita, cognomen corrispondente, come il nomen, a quello paterno, è molto diffuso nelle province celtiche soprattutto nella forma maschile, raro tuttavia in Cisalpina, e presente a Parma in questa sola epigrafe.

FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 143.

PARMENSIUS TIBERIUS TACITUS
Parma II/III secolo d. C.
Di condizione incerta, forse libertina, fu marito di Pontilia Crespina e padre di Parmensia Tacita, e dedicante dell’epigrafe che le ricorda. Il nomen Parmensius indica probabilmente discendenza da uno schiavo pubblico della città, ed è documentato a Parma anche in un’altra epigrafe. Tacitus, cognomen diffuso soprattutto nelle province celtiche, è raro tuttavia in tutta la Cisalpina, e presente a Parma in questa sola epigrafe.

FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 144.

PARMESANO, vedi CESARE DA PARMA

PARMESIANO DE URBISAGLIA
Parma 1540/1551
Tamburino, fu a San Ginesio, nel Maceratese, per le feste dei Santi Ginesio e Bartolomeo nel mese di agosto del 1540, 1548, 1549 e 1551.

FONTI E BIBL.: A.M. Corbo, Suonatori, cantarini e strumenti musicali nel ’500 in San Ginesio e nel Maceratese, San Ginesio, Comune, 1993, 58, 60-62.

PARMIGGIANINA, vedi ROSSETTI FRANCESCA

PARMIGIANI DAVIDE
Tarsogno 1824-Parma 1901
Alunno del seminario di Piacenza, fu poi ordinato sacerdote. In seguito divenne professore di filosofia nel seminario di Bedonia, direttore delle scuole tecniche di Borgo San Donnino e direttore spirituale, per quasi quarant’anni, del Conservatorio degli Artigianelli di Parma. Fu oratore e pubblicista, una delle voci più esplicite e franche, tra il clero, in favore del risorgimento nazionale italiano. Filosofo tomista, tenne la cattedra di filosofia anche nel seminario di Parma e nel 1880 fondò la rivista L’Eco di San Tommaso, a cui collaborarono insigni personaggi. Dopo la pubblicazione dell’enciclica Aeterni Patris il Parmigiani ebbe a sostenere dolorose polemiche.

FONTI E BIBL.: Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 79; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 427.

PARMIGIANI GIOVANNI
Tarsogno 20 giugno 1828-Parma 2 dicembre 1898
Ottenne la laurea in Scienze Fisiche e matematiche presso l’Università di Modena nel 1853. Con decreto del 29 dicembre 1854 ebbe la nomina di professore titolare d’introduzione al calcolo sublime nelle scuole facoltative di Piacenza. Passò nel 1860 al Regio Liceo di Piacenza col titolo di professore onorario dell’Università di Parma. Lesse, nell’occasione di una festa letteraria liceale, un discorso intorno a Giuseppe Veneziani, che rimase inedito.

FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 318.

PARMIGIANI GIUSEPPE
Pellegrino 1733/1741
Dottore, fu Commissario di Pellegrino nel periodo 1733-1741.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Guisdicenti, 1925, 14.

PARMIGIANI NELLO
Parma 1887/1940
Fabbro. Realizzò i ferri battuti dei tralci d’uva della fontana e il cannone a spingarda del Castello di Gabiano Monferrato, su progetto di Lamberto Cusani.

FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 157.

PARMIGIANINA, vedi RESETTI T. e ROSSETTI FRANCESCA

PARMIGIANINO, vedi MAZZOLA GIROLAMO FRANCESCO MARIA e ROCCA MICHELE

PARMIGIANINO GIULIO, vedi GIULIO DA CA’ GRIMANI

PARMIGIANO
Parma 1700/1720
Scultore in legno e intagliatore di ornati attivo nel periodo 1700-1720. Secondo l’Oretti fu valente intagliatore in legno di buon disegno, e gran rilievo di arrabeschi e figure, di mano sua abbiamo a Bologna il Stendardo della confraternita del S.o Angelo Custode, ed’ altri ancora, e suoi belli lavori sono nelle case Legnani, Melari, ed’ altre, fioriva nel 1720 nel quale anno li 9 agosto uccise Domenico Pizzoli pittore figlio di Giovacchino anch’esso valente pittore, il parmigiano fuggì da Bologna e più non si seppe nuova di lui.

FONTI E BIBL.: Oretti, XVIII sec., 24; Bentini, 1979, 53 n. 23; P.Zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, XIV, 1823, 294; Il mobile a Parma, 1983, 257.

PARMIGIANO, vedi anche ROCCA MICHELE e UGOLINO ANTONIO

PARMINDO IBICHENSE, vedi BIACCA FRANCESCO MARIA

PARODI CARLO FRANCESCO, vedi PAROLI CARLO FRANCESCO

PAROLI CARLO FRANCESCO
Parma 1659
Fu contralto della Cattedrale di Parma durante le feste di Pasqua dell’anno 1659.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 18.

PAROLI TOMASO
Parma 1559
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della steccata in Parma (9 giugno 1559).

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 22; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 18.

PAROLINI ANGELO
Parma 1752
Fu nominato cappellano d’onore da Filippo di Borbone in data 9 ottobre 1752.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 12.

PAROLINI ANTONIO
Pellegrino o Salsomaggiore 1809 c.-post 1843
Figlio di Francesco. Fu nominato per atto sovrano dato da Sala il 17 settembre 1836 notaio di Pellegrino. Rogò sino all’anno 1843. I suoi atti sono nell’Archivio Notarile di Parma.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 20.

PAROLINI BARTOLOMEO
Pellegrino 1622
Fu Commissario di Pellegrino nell’anno 1622.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 11-12.

PAROLINI FRANCESCO
Berceto 15 settembre 1776-Pellegrino 28 settembre 1846
Figlio di Antonio e Maria Teresa Lucchetti. Fatti i primi studi a Pellegrino, venne inviato a Borgo San Donnino per lo studio della grammatica, indi all’Università di Parma, dove ottenne la laurea in giurisprudenza il 17  giugno 1800 (patente in pergamena sottoscritta dal vescovo di Parma, Adeodato Turchi e contrassegnata dal segretario dell’Università di Parma Angelo Mazza). Fatta la pratica notarile in Piacenza, nel 1801 fu dichiarato notaio e iscritto nel Collegio dei Notai di Piacenza. Con decreto del 7 ottobre 1807 venne nominato Primo Giudice supplente del Cantone di Salso. Nel 1808 sposò Martina Cornazzani, figlia di Lazzaro, giudice di pace in Salsomaggiore. Nel 1810 il Parolini venne nominato Segretario dell’assemblea cantonale di Pellegrino, della quale era presidente l’ultimo feudatario, il marchese Gian Girolamo Sforza Fogliani. Con decreto del 3 gennaio 1812 il Parolini venne nominato giudice di pace del cantone di Pellegrino, dove era stato trasportato da Salsomaggiore il capoluogo di Giudicatura per decreto imperiale del 1809. Il Parolini nominò ufficialmente il maire del comune di Pellegrino, Angelo Costerbosa, e il maire del comune di Solignano, Giuseppe Leporati, che lo ricevette colla milizia armata e a tamburo battente. Nel mese di luglio del 1813 nominò, unitamente a suo fratello Pietro, Antonio Pizzi al beneficio consorziale eretto nella Cattedrale di Parma, diritto proveniente dai Centoni di Parma (Alba Centoni era nonna del Parolini). In quel tempo Pellegrino venne eretto capoluogo di Pretura di seconda classe e il Parolini ne fu eletto Pretore il 15 marzo 1816. In occasione della visita della Duchessa di Parma in Pellegrino, il 10 settembre 1821, Maria Luigia d’Austria pernottò in casa Cornazzani Parolini. La Duchessa, per ringraziare dell’accoglienza, fece consegnare al Parolini una scatola d’oro con superba miniatura rappresentante la Sacra Famiglia. Con decreto dell’11 marzo 1836 il Parolini fu promosso alla Pretura in Busseto e nel 1842 alla Pretura Nord di Parma. Il Parolini fu assai dotto, e particolarmente versato nelle scienze storiche, alle quali dedicò il suo tempo libero dalle cure della magistratura. Fu confidente e amico del marchese Gian Girolamo Sforza Fogliani e durante la sua permanenza in Piacenza nella casa dei Sforza Fogliani ebbe modo di raccogliere il materiale per redigere una cronaca pellegrinese manoscritta dedicandola a suo figlio Antonio, allora studente. Corresse molte dizioni errate riguardanti Pellegrino, Careno e lo Stirone contenute nel Dizionario del Molossi. Scrisse pure una memoria manoscritta sulla Beata Vergine di Careno, che usò il Gumppenberg nel suo Atlante Mariano. Del Parolini rimangono le sembianze in un ritratto custodito dalla famiglia Sechi Parolini in Salsomaggiore. Il ritratto fu fatto a olio dal 3 al 5 luglio 1847 da francesco Rossini, allievo del Martini. Per il Parolini venne dettata l’epigrafe seguente, che si conserva nella Chiesa di San Giuseppe in Pellegrino Parmense: Il dì 28 Settembre La terra di Pellegrino riebbe per sempre L’onorato benevolo e pio Dott. Francesco Parolini Che ottenne la Pretoria Magistratura in Busseto e in Parma. Volle chiudere i suoi 70 anni Nella patria diletta Dal senno e dalla virtù di Lui Già tanto confortata Qual Notaio, Rettor del Municipio, Pretore.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 15-17 e 20; A. Micheli, Moti nelle province, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1931, 195.

PAROLINI GAETANO
Salsomaggiore 17 agosto 1764-Piacenza 30 ottobre 1841
Figlio di Francesco, di agiata famiglia salsese. Compiuti gli studi legali, dapprima a Parma e in seguito a Bologna, abbracciò la carriera di magistrato, nella quale raggiunse l’alto incarico di presidente del Tribunale civile e penale di Piacenza. Intercalò lo studio delle leggi con quello della letteratura acquistando notorietà per alcune pubblicazioni in prosa e in poesia, accolte dal pubblico con favore. Nel 1817, con i tipi di Giovanni Pirola in Milano, dette alle stampe, anonima, una raccolta di novelle satiriche (Novelle e versi di autori incerti piacentini) che indispettirono parecchi uomini in vista di Piacenza, scelti dal Parolini, più o meno velatamente, a protagonisti di vicende paradossali che si riferivano ad episodi realmente accaduti nella classe dirigente della città. Nel 1832 fece pure pubblicare dall’editore piacentino Del Maino un Saggio di poesie (la maggior parte per nozze) e Poesie varie. Fu in relazione con Vincenzo Monti, con il giordani e con molti altri letterati contemporanei. La pittrice milanese Caterina Pirola gli dipinse il ritratto. Abbandonando in seguito il genere letterario che gli aveva procurato una momentanea notorietà, si dedicò, pur tra gli impegni professionali, all’opera narrativa seria, pare con non molto successo. Lasciò inedito un poemetto in quattro canti dal titolo L’emigrazione, conservato nella Biblioteca civica di Piacenza.

FONTI E BIBL.: G. Valentini, Guida storica di Salso e Tabiano, 1861, 23; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 318; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 339-340.

PAROLINI GIOVANNI
Medesano 1752
Fu nominato da Filippo di Borbone Capitano d’Infanteria di Medesano. Nella patente di nomina è detto: Atteso il buon servizio prestato da Giuseppe suo fratello oltre a quello prestato da altri della famiglia Parolini per il corso di duecento anni in diversi uffici alla Serenissima Casa Farnese e massimamente nel militare. Dallo stesso duca Filippo di Borbone in data 9 ottobre 1752 il parolini fu nominato suo servitore famigliare.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 12.

PAROLINI GIROLAMO
Pellegrino 1634/1649
Notaio di Pellegrino Parmense, dal 1634 al 1649 fu inoltre pretore a Fornovo

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 20.

PAROLINI LUCIO
Careno 1692
Fu rettore di Careno. Ottenne nel 1692 il titolo di arciprete onorifico ai suoi successori.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 12.

PAROLINI PAOLO
Pellegrino 1670
Il 13 dicembre 1670 fu costituito procuratore dal marchese Francesco Fogliani per l’evasione di alcuni crediti. Il fogliani lo nominò poi capitano della milizia in Pellegrino.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 12.

PAROLINI PIER GIOVANNI, vedi PAROLINI PIETRO GIOVANNI

PAROLINI PIETRO GIOVANNI
Pontremoli 5 maggio 1789-Pontremoli 2 aprile 1875
All’età di tredici anni si applicò allo studio del cembalo sotto la direzione dell’organista Olivieri, e dopo un anno iniziò lo studio del pianoforte con Teresa Depasiano. Desideroso quindi di apprendere l’accompagnamento e il contrappunto, il Parolini si trasferì a Borgo Taro il 16 novembre 1806, divenendo allievo del Gervasoni. Si applicò allo studio dell’accompagnamento con assiduità, e nel breve spazio di soli sette mesi divenne un perito accompagnatore. Il Parolini si esibì in pubblico la prima volta a Pontremoli nel giugno del 1807 accompagnando il Gervasoni, del quale divenne in breve tempo l’allievo più promettente. La prima composizione del Parolini fu una messa a tre voci concertata con grande orchestra, la quale fu eseguita per la prima volta con generale applauso nell’oratorio dei disciplinati in Borgo Taro per la festa solenne dell’annunciazione di Maria Vergine il 25 marzo 1808. Scrisse in seguito varie altre messe e vespri a tre e a quattro voci, e molti altri pezzi di musica ecclesiastica, tra i quali un mottetto a otto voci reali concertato a grande orchestra. Compose poi una nuova messa e un vespro a quattro voci con grande orchestra, che il Parolini diresse con universale soddisfazione nella chiesa del Rosario di Parma il 4 agosto 1810 per la festa solenne di San domenico. Il Parolini produsse inoltre un quartetto per finale di un’opera buffa, una cantata, Nice e Tirsi (la quale comprende vari recitativi), una polacca, due arie con diverse obbligazioni di strumenti e un duetto, un’altra cantata a voce sola concertata in occasione delle nozze del dilettante di violino Giuseppe Pavesi di pontremoli, un’opera di sei ariette (La protesta amorosa, Il voto all’aria, Il desiderio amoroso, La lusinga, La lontananza e La Primavera) a canto solo coll’accompagnamento di pianoforte, alcune altre arie e duetti concertati, molte sinfonie a piena orchestra, vari quartetti a due violini, viola e violoncello, e diverse opere di variazioni, delle quali una, di sei variazioni sopra un tema originale a pianoforte e violino obbligato, fu stampata dal Poggiali in Firenze nell’anno 1812. Nel settembre dello stesso anno il Parolini vinse il concorso triennale dei premj maggiori dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze, aggiudicandosi, per una sinfonia concertata sullo stile di quelle d’Haydn, una medaglia d’oro del valore di venti zecchini. Tale sinfonia fu poi eseguita nelle sala dei Coreofili nell’Imperiale Accademia Fiorentina delle Belle Arti il 18 ottobre 1812, alla presenza del barone Fauchet, prefetto del dipartimento dell’Arno.

FONTI E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 223-227; P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 123-124; P.Reisoli, Cenni sul maestro di musica G.P.Parolini, Pontremoli, 1877.

PARONI PIETRO
Parma 10 giugno 1783-
Figlio di Francesco. Nel 1799 fu cadetto al servizio di Parma e nel 1802 al servizio di Toscana, Nel 1803 fu promosso portastendardo e nel 1807 Tenente. Fu poi Tenente del 113° Reggimento Linea di francese. dimissionato nel 1816 dal Governo francese, divenne Tenente del Reggimento Maria Luigia di Parma. Prese parte alla campagna del 1810-1812 in Spagna, dove fu fatto prigioniero. Nel 1821 fu pensionato.

FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 29.

PARRELLA GIUSEPPE
Benevento 1893-Parma 11 maggio 1959
Avvocato.Partecipò alla prima guerra mondiale col grado di capitano di Fanteria, comportandosi da valoroso.Fu ferito sul Monte Cimone il 1 luglio 1916 e si meritò due medaglie d’argento e una croce di guerra al valor militare.Ritornato dalla guerra, il Parrella scelse Parma come sua residenza e militò attivamente nelle file dell’Associazione nazionale tra mutilati e invalidi di guerra: fu consigliere e segretario della sezione provinciale di Parma e delegato regionale per l’Emilia. Presso gli Ospedali Riuniti di Parma ricoperse la carica di direttore generale amministrativo.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di parma 12 maggio 1959.

PARVOLO
Parma 1206
Dottore dei decreti, fu canonico della cattedrale di Parma nell’anno 1206.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 696.

PASCAL DIEGO BALDASSARRE
Parma 31 ottobre 1768-Parma 17 marzo 1812
Nacque da Gabriel e da Theodora Flechy, trasferitisi a Parma da Grenoble. Dopo gli studi delle buone lettere, si diede a quelli di botanica, sotto la guida di G.B. Guatteri. Fu per alcuni anni direttore e ordinatore della raccolta di storia naturale del conte Stefano Sanvitale. Morto il Guatteri, il Pascal fu elevato alla Cattedra di Botanica, e divenne Direttore dell’Orto Botanico di Parma. Dal duca Ferdinando di Borbone, mediatore il Camuti, il Pascal fu inviato, dopo la morte del suo maestro, alle Università di Torino e di pavia onde acquisire esperienza dei nuovi metodi di insegnamento. Nonostante ciò, il Pascal, seguendo la tradizione del Guatteri, adottò un metodo interamente descrittivo, già allora abbandonato da molte scuole italiane. Morì di paraplegia nell’Ospedale maggiore di Parma, dove si trovava ricoverato da due anni. Ebbe corrispondenza con parecchi dei principali botanici d’Italia, di Francia, di Germania e di Spagna. È da ricordare che dal suo cognome il Cavanilles chiamò Pascalia glauca una pianta scoperta appunto dal Pascal. Iniziò a raccogliere il materiale per scrivere una Flora Parmense ma dovette interrompere il lavoro nel 1807 per l’aggravarsi della malattia da cui era affetto. Fu ridotto, alla chiusura dell’università (1802), in totale miseria e negli ultimi anni di vita dovette essere soccorso dalla pietà di amici ed estimatori. Il Pascal conobbe il greco e l’ebraico e comporse versi latini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 647-648; P.A.Saccardo, Botanica in Italia, 1895, 122; Aurea Parma 3/4 1933, 115-166.

PASCAL GUGLIELMO
Parma 1769/1791
Fu violinista della Reale Orchestra di Parma dal 28 luglio 1774 (con anzianità dal 1769). Con Regio Decreto del 13 gennaio 1776 ebbe uno stipendio di 3600 lire, e una pensione di 5 mila lire. Fu pagato per tutto l’anno 1778. nel 1791 era violino di proprietà del reale concerto di Parma.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di parma, Ruolo A, 1, fol. 734; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 205.

PASCHAL GUGLIELMO, vedi PASCAL GUGLIELMO

PASCIUTI BENEDETTO
Parma prima metà del XVII secolo
Scultore e tagliapietre attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, V, 273.

PASCIUTI FELICE
Parma prima metà del XVII secolo
Scultore e tagliapietre attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, V, 273.

PASELLI RAUL
1921-Parma 1990
Medico. Si prodigò con umanità e altruismo a favore dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra, dell’Associazione invalidi civili e in genere per i più deboli e bisognosi. Per l’esercizio della professione di medico intesa come missione, gli furono conferite la medaglia d’oro dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili di Parma e Roma e le onorificenze di Cavaliere della Repubblica (1967) e di Ufficiale (1983). Uomo di profonda cultura, ricoprì anche ruoli di rilievo nell’amministrazione pubblica: tra l’altro, dal 1981 al 1986 fu Presidente dell’ente Provinciale per il Turismo di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 ottobre 1996, 6.

PASETI CESARE
Parma seconda metà del XVI secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, IV, 231.

PASETTI CARLO
Parma-1948
Nato da famiglia di industriali, appena laureato in ingegneria al Politecnico di Torino, fu in Romania, nella Russia meridionale e nell’Asia minore, ove ampliò le sue conoscenze tecniche. Più tardi si stabilì a Torre de’ Passeri in abruzzo, ove, sposandosi, si imparentò con una delle più distinte famiglie del luogo. Impiantò a Notaresco la prima fabbrica abruzzese di conserve alimentari e costituì a rosburgo una società che comprendeva fabbriche di laterizi, prodotti alimentari e industrie estrattive. Nel 1910 fu l’anima della grande agitazione abruzzese contro il trasporto a Napoli dell’energia idroelettrica ricavata dal Pescara. Allo scoppio della prima guerra mondiale, partì volontario: fu assegnato alla Direzione generale dell’artiglieria, e alle Acciaierie di Terni ebbe il delicato incarico del collaudo dei pezzi di artiglieria. Presentò in quell’occasione un piano di trasformazione della fabbrica d’armi di Terni per avere una maggiore produzione: il Ministro fece eseguire il piano del Pasetti, col quale si arrivò a una produzione di 2500 fucili al giorno. Ricoprì varie cariche (fu consigliere e assessore del Comune di Torre de’ Passeri, deputato provinciale di Teramo e, più tardi, presidente del Consorzio agrario di Parma) e si guadagnò parecchie onorificenze.

FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 114-115.

PASETTI DANTE
Parma 20 ottobre 1865-Cunardo 8 ottobre 1945
Si iscrisse alla Regia Scuola di musica di Parma nelle classi di violino e corno, diplomandosi in quest’ultimo nel 1884. Percorse una brillante carriera quale primo corno nelle maggiori orchestre italiane e straniere. Fu ad Algeri, a Buenos Aires (al Teatro Colon, per molti anni), in Brasile, Guatemala, Spagna, il Cairo e a Panama per gli spettacoli durante l’apertura del canale. Fu amico fraterno di Toscanini, assieme al quale si era diplomato. Il Pasetti fu sepolto a Cunardo.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 26; G.N. Vetro, in Gazzetta di Parma 18 giugno 1984, 3.

PASETTI LAMBERTO
Parma 1823/1831
Tenente. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Pensionato dall’esercito, espatriò subito dopo i moti del 1831. Probabilmente morì poco tempo dopo.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 197.

PASETTI LAMBERTO
Roccabianca 1831
Fu uno degli autori della rivolta in roccabianca durante i moti del 1831. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 199.

PASINATI CLARO
Thiene 1858-1920 c.
Nacque da Basilio. Domiciliato a Parma, fu ammesso il 31 dicembre 1891 con autorizzazione ministeriale al primo anno del Corso Speciale d’Ornato dell’Istituto d’Arte di Parma. Fu radiato dai ruoli della scuola per aver abbandonato le lezioni a partire dal 16 aprile 1892. Nel luglio del 1895, presentatosi nello stesso Istituto come candidato agli esami di patente, conseguì il diploma di abilitazione all’insegnamento del Disegno ottenendo 395 punti su 450. Per molti anni professore di disegno, fu autore a partire dal 1896 di decine di pubblicazioni, quasi tutte edite presso la casa editrice Battei.

FONTI E BIBL.: R.Lasagni, Storia della casa editrice battei, 1995, XXXI.

PASINI ALARICO
Parma-1898
Fu tenente delle milizie alpine.

FONTI E BIBL.: A. Albertelli, In memoria di Alarico Pasini, in Appennino Parmense: il Lago Santo, Parma, 1924, 57-59; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 815.

PASINI ALBERTO MARIA PIETRO
Busseto 3 settembre 1826-Cavoretto 15 dicembre 1899
Nacque da Giuseppe, commissario distrettuale, e da Adelaide Crotti Balestra. A due anni perse il padre, morto improvvisamente, e venne portato a Parma poiché alla madre non rimase altro che ritirarsi con i figli nella città d’origine, sotto la protezione della propria famiglia e dello zio, Antonio Pasini, emerito pittore e collaboratore di Bodoni. Affermando la propria vocazione, il Pasini, diciassettenne, si iscrisse all’Accademia Parmense di Belle Arti di Parma.Scelse la sezione di Paesaggio, inserita in Scenografia, e, nel 1848, quella di Disegno. Gli studi, anche se non conclusi, influenzarono la sua formazione artistica e gli fornirono strumenti che risultarono determinanti per la sua peculiare impostazione pittorica e per la stesura grafica. Iniziò gli studi con il pittore Alusino e con lo scenografo G. magnani, e fu poi indirizzato alla litografia dal direttore dell’istituto, l’incisore P. Toschi. Scontento della scuola (che gli si rivelò priva di un preciso indirizzo) e insieme costretto da necessità finanziarie, l’abbandonò e si dedicò da solo alla litografia compilando la serie di 31 vedute Castelli del ducato parmense (1850-1851), in cui aleggia una pacata atmosfera romantico-borghese. Dopo aver preso parte alla prima guerra d’indipendenza come milite nella colonna di Modena (1849), si trattenne per breve tempo a Torino. Nel 1851 fu a Ginevra e successivamente a Parigi, dove fu indirizzato dal Toschi allo studio di Henriquel Dupont, che lo presentò al celebre acquarellista e incisore Eugene Ciceri. Nel 1853, nel pieno di questo fecondo periodo presso l’atelier Ciceri, inviò al Salon d’Automne la litografia Le soir, tratta da uno studio dal vero, che segnò il suo vero esordio, coronato da un discreto successo. Frattanto, in quei tre anni, non solo proseguì gli studi sulla tecnica litografica ma si dedicò anche alla pittura raggiungendo i risultati forse più lucidi e genuini nei paesaggi della Senna e di Fontainebleau, dopo lo studio appassionato del gruppo del ’30, la sua operosità a Barbizon e la conoscenza di théodore Rousseau e del Daubigny. s’interessò frattanto al linguaggio di Eugène fromentin, da cui fu vivamente influenzato. Il fromentin fu un pittore orientalista che in turchia era stato davvero, non uno dei tanti orientalistes en chambre, come furono ironicamente definiti, che dipingevano cupole e minareti sulla scorta iconografica dei libri di viaggi ma che in Oriente non si erano mai recati. Il fascino che l’Oriente esercitò sull’europa del Settecento e del primo Ottocento superò il campo propriamente artistico e letterario, essendo quasi diventato una moda, un’aspirazione diffusa. Con il 1854 il Pasini passò nello studio di théodore Chassériau che massimamente valorizzò in lui la propensione per la pittura ad olio e lo iniziò all’orientalismo. Alla vigilia di arricchire la schiera dei mestierianti che si dedicavano, senza ispirazione, agli avventurosi temi esotici, quando già la passione romantica per l’Oriente l’aveva rapito, il Pasini ottenne nel marzo 1855, per intervento di Chassériau, di essere aggregato come disegnatore alla missione diplomatica che, agli ordini del ministro Prospero Bourée, si recò in Persia, Turchia, Siria, Arabia ed Egitto. Fu il momento determinante della sua formazione artistica perché con le opere che trasse da quel viaggio (una sessantina di studi e molti interessanti disegni), con le impressioni che immagazzinò, copiose e tenaci nella mente, oltre la suggestione letteraria e di maniera, iniziò la sua fortuna di massimo esponente del genere verista di stampo esotico, soprattutto in francia (ottenne innumerevoli premi al Salon) e in Italia, dove l’interesse per questi temi fu più tardo sia a nascere che a morire, estinguendosi solamente a fine del XIX secolo. Il Pasini passò di successo in successo, e gli album-ricordo della rivista L’arte in Italia riprodussero con frequenza le sue impressioni visive di alto reportage, espresse con un verismo otticamente lucidissimo, diffondendosi in critiche lusinghiere. Lo scià stesso lo apprezzò e gli commissionò numerose opere, mentre alle mostre della Promotrice torinese, di cui divenne assiduo espositore, fu ricercato e stimato per le scene orientali (paesaggi, aggruppamenti di figure, costumi, bazar animati, cacce, carovane nel deserto assolato o tra le gole dei monti) mentre quasi nessuno si accorse dei paesaggi, come Le rive della Senna, o le vedute della Costa azzurra, del periodo parigino. Nel 1860 intraprese un nuovo viaggio, questa volto autonomo, che lo vide al Cairo, nel Sinai, in Palestina, a Gerusalemme, nel Libano fino ad Atene. Al ritorno sposò Mariannina Celi di Borgo Taro e dalla loro unione nacque Claire (a Parigi, dove ormai il Pasini risiedeva). Gli anni sessanta furono anni di intensissimo lavoro, che videro progressive affermazioni ai salons. Riconoscimenti convalidati dalla critica di Pelloquet, Cantaloube, Du Camp, Duval, Merson e Th. Gautier, che sui principali giornali parigini evidenziarono la resa di un Oriente personale, reso oggettivamente e con particolare padronanza nella stesura del colore. Invitato dal Bourée a un nuovo viaggio, nel 1868, a Costantinopoli e in Grecia, continuò poi per anni a viaggiare, sia nel Medio Oriente che in Europa: nel 1869, infatti, si recò con il Gérôme in Spagna e in Belgio, l’anno successivo fu a Torino e dal 1871 si stabilì definitivamente in un piccolo centro della collina, Cavoretto, pur con frequenti puntate a Parigi e compiendo altri viaggi. L’emozione dell’incontro con Istanbul nel 1868 fu grandissima e operò in lui una scelta ben consapevole verso una resa di quel vero che aveva già perseguito negli anni Cinquanta, ma che ora usciva dai limiti del paesaggismo per farsi comprensione di un’intera società nelle sue molteplici e svariate componenti e nell’accettazione della sua diversità. Libero, come era sempre stato, da condizionamenti ideologici e politici, il Pasini perseguì un fedele reportage goduto nella sua essenzialità pittorica attraverso il colore. Nel 1873 il Pasini si recò nuovamente in Turchia: mèta Brussa, una città ancor più caratterizzata dalla policromia islamica. La messe di studi, la loro elaborazione, il favore del mercato francese, l’importanza della Casa Goupil che lo annoverò tra i suoi pittori dalla fine degli anni sessanta, lo portarono in occasione dell’exposition Universelle parigina del 1878 al massimo della sua affermazione pubblica sia francese che italiana. La sua personale si compose di undici quadri, tra i quali si ricordano una Caccia al falco, Passeggiata nel giardino dell’harem, Incontro di Capi Metualis, Porta Nord della Moschea Yeni Djami. In quell’occasione lo apprezzarono critici come Bergerat, Blanc, Cherbuliez, Claretie, Lamarre e Roux, Lefort, Lemonnier, Leroi e Ménard, cui facevano ormai eco, anche in Italia, voci più plaudenti che per il passato, quali Burraschino, Giacosa, Camerana, Netti e Maugeri. Seguirono anni di continuo e coscienzioso lavoro, ormai precipuamente rivolto all’Oriente turco, fino al 1876, anno nel quale iniziò la raffigurazione di Venezia. La città, a lui carissima, allietò la sua attività fino al 1885, solo interrotta da due brevissimi viaggi in Spagna, uno nel 1879 e uno nel 1883. Continuò ad alimentare, nelle sue opere, il ricordo delle terre conosciute lavorando sino all’ultimo e concludendo paradossalmente la sua vita, a parte qualche prezioso studio dal vero colto in momenti di quiete, come Cavoretto (1879, Torino, Galleria d’Arte moderna), da orientaliste en chambre. Ciò nonostante le opere esposte in una personale ordinata alla Promotrice nel 1880 (Cavalli al pascolo in Siria, Gruppo di cavalieri alla porta di una moschea, Yescil Giami, Cortile dei Leoni a Granada) lo portarono al maggior successo che un artista potesse ottenere da vivo. Il critico F. Fontana gli riconobbe il merito di infondere tanta vita, tanta robustezza, tanto carattere alle sue tele, pur dipingendole con quella minuteria di tocchi capuccinesca, sul pendio della quale tutt’altri si lascerebbe sdrucciolare al leccato. Più cauta, nei confronti del Pasini, fu la critica successiva, che riconobbe talvolta, soprattutto nelle vaste tele, dove il Pasini è più cronista che poeta, e quando la formulazione delle masse è compromessa o l’impasto del colore meno solido e pittoresco, uno scadere del suo verismo di base nei termini dell’obiettività monotona, con connotazioni innegabilmente kitsch, ma solo perché l’orientalismo pasiniano costituisce il marchio di un’epoca storicamente ben definita. Tuttavia l’efficacia espressiva del disegno esattissimo, il felice equilibrio compositivo, i valori cromatici e la curiosità del soggetto che cede spesso a favore di interessi più esclusivamente pittorici, riscattano quasi sempre il Pasini dalla tentazione del fotografico, cui fu peraltro indotto dalla natura della sua visione statica e oggettiva. Tra le opere non di soggetto orientale dell’ultimo periodo, particolarmente piacevoli sono quelle dipinte a Venezia, impostate su una tavolozza fremente di ombre grigie, nonché quelle destinate a illustrare i monumenti storici del Piemonte, resi fedelmente nonostante l’ariosità dell’impianto: Veduta di Moncalieri, 1892, Interno del maniero di Issogne, 1849, e Venezia, 1881 (Torino, Galleria d’Arte moderna), Rio Santa Maria Formosa, 1898. Dei dipinti più rappresentativi si ricordano: Carovana che si prepara alla partenza e Rovine classiche nel deserto (Parma, Pinacoteca Nazionale), Pattuglia di cavalieri persiani (Parma, Pinacoteca Stuard), Una carovana nel deserto (Firenze, Galleria d’Arte moderna), Porta di un bazar e Canal Grande (Roma, Galleria Nazionale d’Arte moderna), Bazar a Costantinopoli e Sosta di una carovana in Persia (Milano, Galleria d’Arte moderna), Caccia al falco nei dintorni del lago di Urmiah, Il corriere del deserto, Il Nilo, Costantinopoli, L’Alambra a Granada (Torino, Galleria d’Arte moderna), Davanti al palazzo (Philadelphia, Pennsylvania Academy of Arts). Dopo la litografia il Pasini tentò anche, con successo, l’acquaforte (pregevole è Abbrutimento, ricordo di Costantinopoli). L’attività del Pasini come litografo e acquafortista non è mai stata oggetto di monografie specialistiche. Nel 1909 fu allestita una mostra postuma della sua opera a Venezia, dove figurarono ben centouno tra bozzetti e studi. Numerose opere del Pasini figurano nei musei di Amsterdam, Marsiglia, Milano, Montreal, Mulhouse, Nantes, Parigi, Parma, Prato, Reims, Roma, Rouen, Sidney e Torino. Le sue opere, vendute in ogni parte del mondo, gli assicurarono la celebrità e gli procurarono varie onorificenze. A Parigi fu decorato della Medaglia d’Onore per la pittura, lo Scià di Persia gli conferì il titolo di ufficiale del Leone e del Sole, il Gran Sultano di Costantinopoli quello di ufficiale dell’Ordine del Medjidée, Napoleone III lo decorò della Legion d’Onore (1878) e il Re d’Italia dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

FONTI E BIBL.: J. Copeau, L’Orient de Pasini, Paris, 1911; M. Calderini, Alberto Pasini pittore, Torino, 1917; M. Soldati, La Galleria d’Arte moderna del Museo Civico di Torino, catalogo, Torino, 1927; L. Venturi, Pretesti di critica, Milano, 1929; A. Calabi, L’incisione italiana, Milano, 1931, tav. 186; P. bucarelli, Alberto Pasini, in Enciclopedia Treccani, vol XXVI, 1935, 439-440; R. Buscaroli, La pittura di paesaggio in Italia, Bologna, 1935; A. Dragone e J. Dragone Conti, I paesisti piemontesi dell’800, Milano, 1947; M. Bernardi, Alberto Pasini e Giovanni Battista Quadrone, Torino, 1949; C. maltese, Realismo e verismo nella pittura italiana dell’800, Milano, 1967; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 108-109 e 111-112; A. P. Quinsac, Ottocento painting, catalogo della mostra, New York, 1973; Catalogo Bolaffi della Pittura italiana dell’800, n. 5, Torino, 1974; A.M.Comanducci, I pittori italiani dell’Ottocento, milano, 1934, 507; Aurea Parma 2 1936, 67; Aurea Parma 5/6 1941, 185-190; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 115; Arte incisione a Parma, 1969, 55; L’arte in Italia, Torino, 1869, I, tav. 13, e 1870, 11, tav. 6, 31; Stella, Pittura e scultura in Piemonte, Torino, 1893, 285-290; Natura ed Arte 1899-1900 (F. Musso); Emporium X 1900, 485-504 e LXIV 1926, 327-329; Rassegna della Istruzione artistica, Roma, 1935, VI, 19; L. Chiappino, Mostra di antiche stampe litografiche, Torino, 1941, 26; L. Magugliani, La pittura dell’800 e l’Africa, Milano, 1945, II; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955, 613; L. magugliani, Pittori e pittura, taccuino di viaggio, milano, 1964; Alla Bottega 1966 e 1968 (L. 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Rondani,1874, 84-86; B., in Gazzetta di Parma 1875; Burraschino, 1878; Catalogo ufficiale generale, 1880, 87; Il Presente 27 maggio 1880; A. Rondani, 1880, 167-173; A. Ferrarini, 1882, 9; E. Seletti, 1883, II, 292-301; C. Ricci, 1896, 171-172 e 363-364; Scarabelli Zunti, Documenti e memorie, v. X, ad vocem; A.R. Willard, 1898, 449-454; G. Carotti, 1899, 485-504; A. Pariset, 1905, 84-86; L. Càllari, 1909, 233-234; G. Battelli, 1924, 162; G. Gatti, 1925, 55-56; Città di Busseto mostra d’arte, 1926, 5, 22, 37, e 41; A. Corna, 1930, 412; G. Battelli, 1932, 244; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1932, v. XXVI, 270; G. Battelli, 1939, 153-154; A. O. quintavalle, 1939, 251; Bénédite-Fogolari-Pischel-Fraschini, 1945, I, 140-142; A. M. Comanducci, 1945, v. II, 569-570; Galetti-Camesasca, 1951, v. III, 1868-1869; G. Allegri Tassoni, 1952, 59-60; U.Ojetti-L.Demi-G.Lugli, 1952, 258; E. Bénézit, 1955, v. VI, 536-537; G. Copertini, in Gazzetta di Parma 25 giugno 1959, 3; U. 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Pica, I pittori italiani dell’800 nella collezione Sacchi, Milano, 1927; E. Somarè, Storia dei pitt. it. dell’800, Milano, 1928, I, 37-38; U. Ojetti, Pittori italiani dell’800, Milano-Roma, 1929, 72; A.M. Brizio, Ottocento-Novecento, Torino, 1944, 267; Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 1868-1869; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 340-342; G.L. Marini, in dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 351-353; G. Allegri Tassoni, in Aurea Parma 3 1981, 312-318; Disegni Antichi, 1988, 140; Gazzetta di Parma 8 maggio 1991, 17; S. Provinciali, in Gazzetta di Parma 12 ottobre 1996, 5; Dizionario pittura e pittori, IV, 1993, 184; Alberto Pasini da Parma a Costantinopoli, 1996, 11-18; C.F. Biscarra, Fantasia araba, quadro a olio del cavalier Pasini dimorante a Parigi, in Società Promotrice, Album, Torino, 1863; Nostro carteggio, Parigi, Lettere d’Arte. Alberto Pasini un pittore orientalista, in Il Dovere 28 aprile 1878; X, Alberto Pasini, in La Vita Italiana 13 giugno 1880; Athos (alias Colombo), Esposizione artistica Alberto Pasini, in La lombardia 3 agosto 1881, n. 213; Deuzem, Alberto Pasini, Exposition de ses études chez M. M. Boussod et Valadon, in Figaro Salon 1883; Deuzem, Alberto Pasini, Exposition de ses études chez Boussod et Valadon, in Figaro Salon 3 1886; P. de Katow, L’Exposition des études de Venise par Pasini, in Gill Blas 8 marzo 1886; Folchetto, Gli artisti italiani a Parigi. Alberto Pasini, in L’Illustrazione italiana giugno 1887; G.Lavini, Vita artistica italiana, III, Alberto Pasini, in Esposizione artistica nazionale illustrata, Venezia, 1887; Cougny, voce Alberto Pasini, in La Grande Enciclopedie Larousse, 1890; A.Rondani, Alberto Pasini, in Il Presente 16 marzo 1890, estratto da L’Arte parmense; A.Ferrero, Alberto Pasini.L’uomo e l’artista, in La vita italiana, Torino, 1894-1895; E.Calandra, Alberto Pasini, in L’Arte all’Esposizione del 1898, Torino, Roux e Frassati e C., 1, 1898; L.Arienti, Alberto Pasini, in Gazzetta di Parma 20 dicembre 1899, n. 352; Alberto Pasini, in Il Caffaro 16-17 dicembre 1899, n. 349; M. Calderini, In morte di Alberto Pasini, in Gazzetta del Popolo 17 dicembre 1899, n. 351; Caramba, Alberto Pasini, in Gazzetta di Torino 17 dicembre 1899, n. 348; G.Carotti, Artisti contemporanei. Alberto Pasini in memoriam, in Emporium dicembre 1899; Alberto Pasini, in Corriere della Sera 1899; Alberto Pasini, in La domenica del Corriere dicembre 1899, n. 52, Milano; D.Donghi, Alberto pasini, in Gazzetta del Popolo della Domenica 31 dicembre 1899, n. 53, e in Il Veneto 17 dicembre 1899, n. 347; G. Fava Parvis, Alberto pasini, in Cronache Acquesi 6 1899; G.Fava Parvis, Alberto Pasini, in Il Messaggero Egiziano 27 dicembre 1899; A.Ferrero, Arti e Scienze, Alberto pasini, in La Stampa 16 dicembre 1899, n. 348; Alberto Pasini, in Il giorno 17 dicembre 1899; F.Musso, Arte e artisti, Alberto pasini, in Natura e Arte 5, 1899; Alberto pasini, in La Perseveranza 17 dicembre 1899; A.Belforti, Alberto Pasini, in L’Orifiamma, Chieti, 1900; M.Calderini, Alberto Pasini, in Le journal des Arts 18 agosto 1900, n. 58; E. T., Alberto Pasini, in Rivista d’Italia 1900; A.Ferrero, Alberto Pasini, in L’Illustrazione italiana, 1900, 23; U.Fleres, Alberto Pasini, in Nuova Antologia I 1900; Recensione mostra individuale di Alberto Pasini nell’VIII Biennale di venezia, in Gazzetta di venezia 30 maggio 1909; Annunci vari per vendita di quadri di Alberto Pasini all’VIII Biennale di Venezia, in Gazzetta di Venezia maggio-novembre 1909; G.Lavini, Presentazione della Mostra individuale di Alberto Pasini, in Catalogo illustrato dell’VIII Esposizione Internazionale d’arte della città di Venezia, Venezia, Ferrari, 1909; A.Colasanti, Schede Alberto Pasini, in Catalogo della Galleria Nazionale d’Arte Moderna in Roma, 1915; E.Ferrettini, L’opera di Alberto Pasini, in Gazzetta del Popolo 19 aprile 1917, n. 108; Direzione Galleria Centrale d’Arte per l’incremento artistico, Catalogo dell’Esposizione postuma delle opere del pittore Alberto Pasini, piemontese, Milano, Pirola, 1917; A.Giacconi, Le mostre che si annunciano, L’Orientalista Alberto Pasini, in Bianco e Nero 1917; Annuncio dell’esposizione di Alberto Pasini al Palazzo Cova e di asta di un quadro per la C.R.I., in La Perseveranza 1917; E.Tozzi, Alberto Pasini, in Pagine d’Arte 3 1917; P.Baratta, La città di Busseto per Alberto Pasini, in gazzetta di Parma 2 giugno 1926, n. 129; G.Copertini, Le Mostre postume di alberto Pasini e S.Marchesi all’esposizione di Busseto, in Aurea Parma novembre-dicembre 1926, 307-309; Enciclopedia Pomba per le famiglie, a cura di F.Cosentini, voce pasini, Torino UTET, 1926; P.Torriano, prefazione al Catalogo della Mostra di Alberto pasini, Galleria Scopinich, Milano, 1926; L.Venturi, Lega e Pasini, in Il Secolo 28 settembre 1926 (le citazioni sono in riferimento al testo pubblicato in L.venturi, Pretesti di critica, Milano, Hoepli, 1929); Collezione Ferria, Eredi di Alberto Pasini, Galleria Scopinich, Milano, Rizzoli e C., 1929; A.Pettorelli, Alberto Pasini.Pittore bussetano, in Aurea Parma 1941, 185-196; A.Lancellotti, Pasini Alberto.Pittori orientali e coloniali, in rivista delle Colonie 1943; L.T., Alberto Pasini un grande pittore orientalista, in L’Illustrazione Italiana 25 marzo 1945, n. 12; I.Cremona, Alberto Pasini e G.B.Quadrone, in La Fiera Letteraria 20 1949; dizionario Enciclopedico Italiano, voce Alberto Pasini, Roma, Istituto Treccani, 1958; A.Dragone, Alberto Pasini tra Parigi e Oriente, in cultura figurativa e architettonica degli Stati del Re di Sardegna (1773-1861), Torino, 1980; F. B., scheda Alberto Pasini, in Les peintres orientalistes, catalogo dell’esposizione dei Musei di pau, Dunkerque e Douai, 1983; J.Munro, scheda Alberto Pasini, in The Orientalists Delacroix to Matisse, catalogo esposizione, London, M.A.Stevens, 1984; A.Borgogelli, scheda Alberto pasini, in Il secondo ‘800 italiano. Le poetiche del vero, catalogo dell’esposizione, Milano, Mazzotta, 1984; P.Nicholls, Alberto Pasini.veduta della Moschea del Collegio Ispahan, in Ottocento 17 1988; V.Botteri Cardoso, Pasini, genova, Sagep, 1991; Battistero di Parma, registro dei nati ad an. 1789, 1802, 1820, 1821, 1823, 1825, 1828; Comune di Busseto, registro dei nati, n. 259, 1826; Collegiata parrocchiale di SanBartolomeo, Busseto, Registro dei nati, n. 78, 1826; Archivio di Stato diParma, Presidenza dell’interno, busta 592, atto 922, 858 in data 28 maggio 1828; Comune di Monticelli d’ongina, registro dei morti, n. 132, 4 agosto 1828; Archivio di Stato di Parma, presidenza dell’interno, busta 593, 21 novembre 1828, Protocollo della Presidenza n. 12927 della Divisione 2775.4451 P. 13688, 2935, 21 novembre 1828; Archivio dell’Accademia di Parma, Atti 1843, Ragguaglio sulla condotta studiosa e morale degli alunni della Scuola di Paesaggio, 1843, cartella 1843, 19 luglio e 16 novembre 1843, cartella 1844, 30 maggio e 23 settembre 1844, Atti 1839-1846, v. IV, 29 luglio 1844, 282, Lettera E.Pasini, cartella 1845,  Atti 1846, 29 maggio e 8 giugno 1846, due lettere firmate Boccaccio, Atti 1846, 5 giugno, n. 2723, lettera firmata P.Toschi, Atti 1839-1846, v. IV, Verbale per assegnazione di l. 30, p. 282, Atti, v.V, 1842-1852, concorso e assegnazione, Gran premio Annuale, 1847, Registro allievi, 11 gennaio 1848, Società d’incoraggiamento, 17 febbraio, 10 giugno 1854, mandati d’acquisto e note di ricevimento, Società d’incoraggiamento, 5 maggio e 15 giugno 1855, Società d’incoraggiamento, 26 luglio 1856, atto 12569, Atti Accademia, 1852-1857, 10 dicembre 1856, 252-254, Decreto sovrano per nomina a Membro d’onore, Lettera di ringraziamento per dono di un disegno, f.ta Lopez al pittore AlbertoPasini, 3 gennaio 1857, Società d’incoraggiamento, atto d’acquisto n. 225, 28 settembre 1858, atti v. VIII (1864-1877), Verbale C.Accademico per successione L.Marchesi, 17 agosto 1862, n. 1559 e atti vari successivi, cartella 1862, Lettera del prof.scaramuzza al prof.A.Malatesta, n. 1572, 20 settembre 1862, atti v. VIII (1864-77), Verbale seduta C.Accademico per ricevimento in dono di un quadro di Alberto Pasini, 17 dicembre 1864, Lettera di ringraziamento f.ta prof.Scaramuzza, n. 2518, 23 dicembre 1864; Società d’Incoraggiamento.Nota di sorteggio Esercizio 1864; Francia, Ministère de l’Etranger Quai d’Orsay, Etat numerique des fonds de la corréspondance politique, n. 25, 26, 27, Perse, Paris, 1 C.M., XXXVI, 1854-1855; Préfecture du département de la Seine, 9° me Mairie de Paris, Acte de naissance de Claire Pasini, 30 gennaio 1862; Royal Anglo-Australian Society of Artists a Pasini, Archivio Eredi, 15-29 giugno 1891; Metropolitan Museum of Art, Central Park New York, Archivio Eredi, 1 agosto 1896.

PASINI AMILCARE
Gainago 3 novembre 1917-Roma 24 maggio 1995
Penultimo di sei fratelli, figlio di Angelo e Luigia. Frequentò le scuole primarie a colorno, e subito dopo iniziò il lavoro nei campi. Ma, essendo gracile e inadatto ai lavori pesanti, fu inviato in seminario, dove frequentò anche il ginnasio. A Roma si laureò nel 1945 in diritto canonico. Ordinato sacerdote a ventire anni (giugno 1940), diventò direttore spirituale del seminario minore di Parma, poi di quello maggiore. Fu un periodo di intensa attività. Senza risparmio, il Pasini si dedicò alla formazione dei seminaristi (fu insegnante di ascetica e di diritto canonico) e poi dei sacerdoti. Nel 1965 venne nominato vescovo titolare di Zallata e ausiliare del vescovo Colli. Un anno dopo fu ordinato vescovo e nominato amministratore apostolico sede plena di Parma. Dall’agosto 1971 il Pasini divenne ufficialmente vescovo di Parma. Ma fu in effetti dal 1966 che il Pasini ebbe la responsabilità primaria nella guida della diocesi. Un ruolo rivestito fino al 1981, anno in cui l’ormai totale cecità lo obbligò a chiedere le dimissioni al Papa. Nel periodo in cui resse la diocesi, il Pasini lavorò intensamente, anche di fronte alle difficoltà post-conciliari: furono anni in cui esplosero mutamenti culturali e lo stesso mondo della Chiesa ne fu disorientato. Nel 1968 giovani cattolici contestatori occuparono la Cattedrale di Parma. Il Pasini, se capì quella forma di protesta, non ne accettò il metodo. Comunque fu uno dei primi vescovi che andò a parlare agli operai che stavano occupando le fabbriche e non si stancò di richiamare sacerdoti e laici alla radice della fede. Grande fu il suo impegno nel dare linfa alla periferia: grazie a lui furono infatti impostate numerose parrocchie del contado parmigiano. Nel 1970, precipitando dal solaio del vescovado, rischiò la morte: fu a lungo ricoverato in rianimazione. Ma furono soprattutto gli occhi il suo vero calvario: prima la perdita del sinistro per il diabete, poi nel 1981 la cecità bilaterale. Così, dopo l’accoglimento delle dimissioni da parte di papa Giovanni Paolo II, per il Pasini iniziò una presenza costante al servizio della Chiesa, offrendo la propria esperienza, la riflessione e la preghiera. Appassionato di storia locale, studiò figure parmensi come don Bernini o madre Bottego, fondatrice delle saveriane. Sopportò la cecità con serenità, aiutato dai suoi collaboratori e da volontari che gli leggevano i libri che amava. Fu uno dei primi a ricevere le edizioni di Famiglia cristiana per non vedenti. Il Pasini morì nella Casa delle suore Chieppine, nel quartiere Monteverde a Roma, dove era ospitato insieme al vescovo Benito Cocchi, per partecipare all’assemblea della Conferenza episcopale italiana.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 gennaio 1984, 9; D. Barilli, in Gazzetta di Parma 26 maggio 1995, 7.

PASINI ANTONIO
Borgo San Donnino 21 febbraio 1770-Parma 23 luglio 1845
Figlio di Carlo. Studiò pittura nell’accademia Reale di Belle Arti di Parma sotto la guida del peroniano Domenico Muzzi. Nel 1787 venne classificato secondo, con menzione onorevole, al concorso dell’Accademia nella sezione di composizione e nel concorso del 1790 vinse il primo premio, nella stessa sezione, con il dipinto che raffigura Meleagro che dona la testa del cinghiale alla vergine Atalanta. Nel 1805, già Accademico d’onore, fu promosso professore aggiunto e insegnante di miniatura, con l’obbligo di istruire quei giovani, che a tal professione vorranno applicarsi. Ebbe tra i suoi allievi  Macedonio Melloni, che vinse un premio nel disegno di nudo nel 1820, Francesco Scaramuzza, che fu premiato per il disegno di composizione, Evangelista Pinalli e Vincenzo bertolotti. Nel 1816 il Pasini fu nominato ritrattista di Corte.Nel 1820 eseguì un ritratto di Maria Luigia d’Austria, la quale, giudicandolo poco somigliante, lo fece ritoccare. Nel 1822 fu maestro di composizione e anatomia e tale rimase fino alla morte. Fu amico di G.B.Bodoni, per il quale eseguì un disegno conservato presso la Biblioteca del Conservatorio di Musica, raffigurante una Conversazione in casa Bodoni con vari personaggi. Bodoni gli affidò l’incarico di acquarellare le incisioni a soggetto mitologico ed arcadico del famoso Cimelio, l’opera tipografico-pittorica offerta dal Bodoni stesso a Napoleone Bonaparte e a Maria Luigia d’Austria in occasione della nascita del figlio nel 1811. Il Pasini è considerato, soprattutto, buon ritrattista e diligente miniaturista. G.Copertini afferma che del Pasini pochi ritratti e poche miniature sono giunti fino a noi. Sono noti il Ritratto degli architetti Angelo, Giuseppe e Pietro Rasori, del 1814, due ritratti a olio di Maria Luigia d’Austria, nonché un disegno a pastello della Duchessa stessa e un ritratto di napoleone Bonaparte, conservato presso l’Istituto d’Arte P.Toschi di Parma. Nel campo della composizione non si conoscono molte sue opere.G.Godi cita il poco noto S.Francesco di Sales della chiesa di Polesine; che è parmigianinescamente stilizzato alla Biagio Martini, e G.Copertini ricorda la Deposizione (1815) in Duomo, di stanca ispirazione, e un quadro giovanile dedicato a S.Liberata in Ognissanti (La Vergine con il Bambino e le sante Liberata e Teopista), opera incerta e malcongeniata, con qualche stanco riflesso culturale parmigianinesco, sebbene non privo di un lieve, ma sentito cromatismo. Stando al necrologio che traccia M.Leoni, ei fu d’indole assai facile a pigliar collera e malumore, e ancora un poco troppo celere e duro ne’ giudizi suoi propri.Ma d’altra parte non fu né dissimulatore codardo, né piaggiatore interessato e contro coscienza.Rispettò i grandi ma non li andò vezzeggiando e sopattutto fu probo. Del Pasini ritrattista, si hanno tre piccoli ritratti presso la Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Parma e Piacenza catalogati alla maniera di. Presso i contemporanei fu celebrato per le sue raffinate miniature ad acquerello su avorio ma, probabilmente poiché non le firmava, nessuno di questi lavori è noto, salvo un ritrattino, a olio su rame, con le sembianze di Gian Domenico Romagnosi, che gli ordinatori del Museo Lombardi di Parma, dove è conservato, gli hanno attribuito.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1845, 313; A. Pariset, 1905; B. Molossi, 1957; G. Godi, 1974; G. Godi-G. Carrara, 1984; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 295-296; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, appendice II, 1935, 445; G.Copertini, Pittori dell’Ottocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 154; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia Parmense, catalogo, Parma, 1952; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 13-14; Dizionario Bolaffi Pittori, VIII, 1975, 353-354; Arte a Parma, 1979, 199; Disegni Antichi, 1988, 105; V. Botteri Cardoso, Pasini, 1991, 34; Aurea Parma 3 1993, 245; V.Banzola, in La cesa di Sant 1996, 30-31.

PASINI ANTONIO
Borgo San Donnino 1799-Parma 4 gennaio 1876
Dopo aver conseguito la laurea in scienze fisico-matematiche, si dedicò all’ingegneria (fu allievo di Cocconcelli), acquistando in questo campo vasta reputazione e benemerenze. Dai governi parmensi che si susseguirono a partire dal 1830 ebbe incarichi di importanza e di fiducia e, alla costituzione del Regno d’Italia, ottenne la nomina ad ingegnere capo del Genio Civile di Parma. La commissione per la Ferrovia Centrale italiana lo annoverò tra i suoi membri e in tale qualità il Pasini svolse opera attivissima in particolare nella realizzazione del tronco ferroviario Bologna-Pistoia.

FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 295; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, app. II, 1935, 445; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 342.

PASINI CARLO
Parma XIX secolo
Fu più volte scritturato quale corista (basso) del Teatro Regio di Parma.

FONTI E BIBL.: Dietro il sipario, 1986, 302.

PASINI ETTORE
Busseto 1824 c.-Torino 7 aprile 1886
Figlio di Giuseppe e di Adelaide Crotti. Studiò legge all’Università di Parma. Conseguita la laurea, intraprese la carriera di magistrato, pervenendo a ricoprire la carica di consigliere della Corte di Cassazione in Torino, dove spiegò una lunga attività di valente e integerrimo magistrato, e fu circondato di larga stima. I suoi meriti furono anche riconosciuti da re Vittorio Emanuele di Savoia, che con suo decreto gli conferì la commenda della Corona d’Italia.

FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 86; D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 342.

PASINI FRANCESCO
Parma 1823/1831
Ragioniere presso il Consiglio di Stato del Ducato di Parma, nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Durante i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 199.

PASINI GIUSEPPE
Parma 28 gennaio 1789-Parma 3 agosto 1828
Funzionario dell’amministrazione pubblica, in giovinezza accudì alla musica, né soltanto alla parte meccanica.Que’ suoi Ricercari in sulla chitarra francese erano tutta maestria, e t’infondevano nell’anima una cara mestizia. Nella prima metà del XIX secolo compose Variazioni per chitarra francese sola, op. 1, dedicate all’avvocato Francesco Grotti, edite a Parma presso l’Autore. L’unico esemplare conosciuto di quest’opera non datata, appartenuto a Luigi Torrigiani, fu donato al Conservatorio di musica di Parma nel 1893. Si conoscono poi del Pasini Tre sonate per chitarra, dedicate a Ferdinando Carulli.

FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di parma 9 agosto 1828; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

PASINI GIUSEPPE
Busseto 1893-Carso 5 giugno 1917
Figlio di Tommaso. Sergente di Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: comandante di un plotone, con mirabile slancio e sprezzo del pericolo, alla testa dei suoi uomini, conquistò una dolina fortemente difesa dal nemico con intenso fuoco. Mentre poi si accingeva a rafforzare la posizione conquistata, venne colpito a morte da una granata avversaria.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 31a, 2411; Decorati al valore, 1964, 30.

PASINI RENZO
Parma 1915-Parma 16 settembre 1987
A ventitre anni si laureò in lettere, e iniziò l’insegnamento nelle scuole medie. La mobilitazione per la seconda guerra mondiale lo coinvolse tra le file dei combattenti e interruppe la carriera già avviata. Ritornato in famiglia, il 1° ottobre 1945 entrò come insegnate di lettere nel Conservatorio di musica A. Boito di Parma, passando di ruolo nel 1951. con il ritorno della libertà democratica, entrò nelle file della Democrazia Cristiana. Vice-segretario provinciale nel 1946, venne eletto consigliere comunale nelle prime elezioni amministrative, con 409 preferenze, quarto dopo Giuseppe Micheli, Felice Corini e Michele Valenti. Segretario provinciale nel 1946-1947, si dimise per presentarsi candidato alla Camera dei deputati: ottenne un eccezionale successo personale, arrivando secondo dopo Valenti (unico eletto parmigiano) con oltre 19mila preferenze a Parma e quasi 21mila in tutta la circoscrizione. Rieletto consigliere comunale nel 1951 con il massimo dei voti tra i candidati della Dc (5150), come capo del suo gruppo, condusse un’implacabile opposizione contro la Giunta socialcomunista. La Dc di Parma trovò in Pasini un leader di eccezionale valore, che accoppiò al coraggio anche il sapiente supporto di una profonda preparazione culturale. Nei primi mesi del 1953 la direzione nazionale della Dc, in riconoscimento dell’opera svolta, lo nominò ispettore centrale del partito e lo incluse nella lista dei candidati alla Camera dei deputati nelle elezioni del 7 giugno dello stesso anno. Il Pasini venne eletto con quasi 28mila preferenze (27mila solo a Parma). Per potersi dedicare a tempo pieno al nuovo, prestigioso mandato lasciò l’insegnamento: l’aula di Montecitorio lo vide spesso protagonista, impegnato nei grandi temi politici, ma anche nella difesa degli interessi di Parma e della sua Provincia. tra le tappe più significative del suo quinquennio, vi fu l’istituzione a Parma del Magistrato per il Po e la successiva difesa di questa scelta da un tentativo (venuto da parlamentari del suo stesso partito) di trasferirlo a Rovigo, l’ottenimento di cospicui contributi per la ricostruzione del teatro Farnese e per il riassetto delle strutture dell’Ospedale maggiore e delle cliniche universitarie e l’avvio e il sostegno della legge sul riconoscimento della tipicità del formaggio  parmigiano-reggiano. Il Pasini fu scelto come relatore di maggioranza al bilancio dei Lavori Pubblici. Quando morì Arturo Toscanini, il Pasini fu designato a rievocarne la memoria nell’aula di Montecitorio, con un intervento di palpitante suggestione storica e morale. Nelle elezioni politiche del 25 maggio 1958, nonostante 27mila preferenze, non venne rieletto. Il Pasini ruppe allora in modo drastico con la politca e ritornò all’insegnamento. Accettò solo di collaborare alla Gazzetta di Parma con una rubrica politico-etico-sociale dal titolo Cronache del nostro tempo, firmata con la pseudonimo di Zadir: uno spaccato di costume che ottenne ampi consensi di lettura e che durò diversi anni, prima dell’interruzione decisa dal Pasini. Al Conservatorio di Parma il Pasini lavorò fino al 1979. Chiamato a far parte del Consiglio di amministrazione, fu convinto sostenitore delle iniziative di sviluppo della didattica e del raggio di azione dell’Istituto, come l’istituzione della scuola di liuteria e del concorso internazionale pianistico Mario Zanfi. Nel 1980, appena collocato a riposo, il Conservatorio lo premiò in una pubblica cerimonia per la sua lunga e meritoria attività di insegnante e di amministratore. Quando il Lions club di Parma lo elesse alla presidenza, il Pasini diede vita a una iniziativa di nobile significato culturale: l’istituzione della bacchetta d’oro per direttore di orchestra, che nella prima edizione venne assegnata al musicista tedesco Otto Klemperer.

FONTI E BIBL.: A. Curti, in Gazzetta di Parma 18 settembre 1987, 4.

PASOTTI GIOVANNI GIACOMO
Monticello di Sant’Ilario di Baganza o di Bardone 1521/1527
Tipografo di musica, fu attivo in Roma nella prima metà del XVI secolo. Dapprima stampò da solo: nel settembre del 1521 uscì il suo primo libro, la Musica di Eustachio Romano, e nel maggio dell’anno seguente, a spese di G. Giunta, l’antologia Missarum decem liber primus. In seguito si associò a Valerio Dorico e insieme, sempre a spese del Giunta, stamparono (aprile 1526) il primo libro della Croce di canzoni e frottole e ristamparono dall’agosto 1526 all’aprile 1527 i quattro libri dei Motetti dela corona del Petrucci.

FONTI E BIBL.: C. Sartori, Dizionario, 115; La tipografia del ’500, 1989, 104-105.

PASQUALI MARC'ANTONIO
Parma 1513/1515
Fu organista della Cattedrale di Parma. Dal Libro delle Entrate e delle Spese del Monastero di S. Giovanni Ev. risulta che il Pasquali sostituì più volte l’organista Polidoro, specialmente durante la malattia che ne causò poi la morte. Come organista provvisorio, il Pasquali servì la chiesa di San Giovanni Evangelista sino alla nomina, come organista, di Domenico Della Musa (dal 15 giugno 1513 fino al 24 dicembre 1515).

FONTI E BIBL.: Libri delle Entrate e delle Spese del Monastero di S. Giovanni Evangelista in Parma; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 7.

PASQUALI OLIMPIO
-Parma 4 dicembre 1982
Capitano maggiore, figura di valoroso combattente, il Pasquali fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare. L’onorificenza gli fu concessa agli inizi della seconda guerra mondiale a Sidi el Bazzani, sul fronte dell’Africa settentrionale, durante la prima offensiva britannica del dicembre 1940, con la seguente motivazione: Puntatore di un pezzo anticarro 75/27 del 204° Reggimento artiglieria, rimasto circondato da un intero corpo d’armata motorizzato avversario, ma deciso a resistere anche senza speranza di vittoria, il cap. magg. Pasquali, solo superstite pur ferito egli stesso, dopo che il suo pezzo era stato colpito da una granata, continuava con successo a colpire i carri attaccanti e a respingerli finché nuove, più gravi ferite dovevano obbligarlo a desistere. Caduto prigioniero, fu rimpatriato solo il 4 settembre 1946.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 gennaio 1983, 7.

PASQUALI PIETRO
Marano 18 dicembre 1785-Parma 2 dicembre 1842
Nato da famiglia di modesta condizione, riuscì a laurearsi in Medicina nel 1807. Fu ricercatore tenace, pronto e immediato, tra gli allievi preferiti del Colla. Insegnò anatomia e fisiologia all’Università di Parma dal 1820 alla morte. Fu eletto Priore della Facoltà medica nel 1828. Nel 1823 il Pasquali, che prese parte alla I e III riunione degli scienziati italiani, fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Durante i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza. Ebbe solenni esequie e gli fu dedicata un’iscrizione da Amadio Ronchini sulla porta della chiesa di Sant’Andrea. Il suo ritratto fu inciso nello Studio Toschi da Delfino Delfini.

FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 34; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 296-297 e 524; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 199; G.Berti, Atteggiamenti del pensiero nei Ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 539.

PASQUALINI FRANCESCO
Parma 1690
Fu incisore all’acquaforte. Una sua stampa, di qualità mediocre, si trova nella raccolta della Biblioteca Palatina di Parma.

FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, Arte incisione in Parma, 1969.

PASQUALINI LORENZO
Parma 1715/1740
Sacerdote, fu cantore della Cattedrale di Parma dal 12 aprile 1715 al 25 dicembre 1740 e della Steccata di Parma nel 1734.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 178.

PASQUALINI MARIO
Busseto 1558 c.-Milano 3 settembre 1598
Frate barnabita, fece parte di un gruppo di religiosi che si diede a una vita ritirata e di contemplazione. Compiuta la professione di fede nell’anno 1580, il Pasqualini passò gran parte della sua vita religiosa in Sant’Alessandro di Milano, occupato nelle pratiche della comunità: fu per diversi anni Prefetto alla biancheria. Il Pasqualini morì all’età di circa quarant’anni: a dì 3 settembre il P.D. Mario Pasqualini dopo cinque giorni di gagliarda febbre, chiesti i S.S. Sacramenti con molta istanza, e ricevutigli, spirò la sua anima con buone disposizioni nelle mani del Signore (Cronaca S. Alessandro Milanese, 23).

FONTI E BIBL.: Menologio dei Barnabiti, IX, 1936, 328.

PASQUALINI TOMMASO
Parma 1767/1768
Nel 1767, profittando dei contributi governativi concessi senza interessi, mediante una privativa aprì a Parma una fabbrica di corde da violino.Subito, però, suor Maria Francesca Rubbiani, badessa di Santa Basilide, espresse in un esposto al ministro la lamentela che le suore del convento avevano sofferto in passato il cattivo odore più per la concia delle corde di violino, che è già rimossa, che della concia delle pelli.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 521.

PASSANI FERDINANDO
Parma 1822 c.-
Fu architetto civile del Governo Parmense e Accademico d’onore dell’Accademia delle Belle Arti di Parma.

FONTI E BIBL.: P.Martini, Scuola delle Arti Belle, 1862, 37.

PASSANI ULISSE
Parma 1848-Argentina 1933
Figlio dell’architetto Ferdinando. Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Parma (dove meritò premi ed encomi per la sua perizia disegnativa), fu ritrattista sicuro e acuto, sobrio nel colore quando, come nel Ritratto di Alfonso Cavagnari (Parma, Cassa di risparmio), dipinse dal vero, più enfatico e meno convincente, invece, nelle copie da modelli, come in Ritratto di Carlo III di Borbone (Parma, Pinacoteca Nazionale), preso da una fotografia o da una miniatura, dopo la morte del Duca, e quello di Carlo II di Borbone, da un originale di G. F. Watts (Parma, Pinacoteca Nazionale). Furono donati alla Galleria nel 1888 dal duca Roberto di Borbone. Nei depositi della Galleria stessa è conservata una sua Testa di vecchio con lunga barba bianca. Nel 1890 il Passani emigrò in Argentina.

FONTI E BIBL.: A.O. Quintavalle, La Regia galleria di Parma, Roma, 1939; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 120; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 359.

PASSARDO MATTEO
Borgo San Donnino 1527/1528
Prevosto mitrato. Resse per un solo anno la Chiesa di Borgo San Donnino in qualità di vicario di Marc’Antonio da Corte, la cui rinuncia alla prevostura non fu riconosciuta da papa Leone X.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 29.

PASSERA GIUSEPPE
Fontanellato-Alpe di Cosmagnon 10 ottobre 1916
Figlio di Ernesto. Bersagliere zappatore del Battaglione Bersaglieri Ciclisti, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: Ferito non volle lasciare il combattimento e mentre si medicava sul posto, veniva di nuovo mortalmente colpito. Spegnevasi incitando i compagni ad avanzare e con il grido di Viva l’Italia!.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, Dispensa 75a, 6176; Decorati al valore, 1964, 47.

PASSERI CESARE, vedi PASSERI PIETRO CESARE

PASSERI ENRICO
-Parma 13 giugno 1902
Fece le campagne risorgimentali del 1859, 1860 e 1866.

FONTI E BIBL.: C. Carraglia, L’Industriale 18 giugno 1902, n. 24; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 416.

PASSERI PIETRO CESARE
Poviglio 8 febbraio 1842-Sorbolo 18 novembre 1937
Figlio di Giuseppe Lanfranco e di Celestina Gazza. Falegname, fu volontario garibaldino. Fu ferito in combattimento contro gli Austriaci da un colpo di sciabola: in occasione della riesumazione della salma nel cimitero di Sorbolo fu riscontrata, sullo scheletro, tale lesione ossea. Le sue decorazioni, per suo espresso desiderio, furono appuntate al suo abito funebre e tumulate con la salma. Il Passeri fu socio della Società di Mutuo Soccorso di Sorbolo dal 1880.

FONTI E BIBL.: M.Clivio, Dal Risorgimento nazionale alle conquiste sociali, 1984, 61.

PASSERINI AMEDEO
Parma 15 aprile 1870-1932
Figlio di Giovanni e Teresa Scaglia. giovanissimo, entrò nella carriera forense e nella vita pubblica mettendosi ben presto in luce, tanto in questa quanto in quella, per le sue spiccate qualità professionali. Avvocato civilista e penalista di grande valore, fu argomentatore poderoso e parlatore vigorosissimo. Sostenne cause di grande importanza e in ognuna portò l’impeto della sua oratoria, non fascinosa ma fortissima, e il suo rigore giuridico. Nella pubblica amministrazione ricoprì varie e importanti cariche. Fu pro-sindaco e assessore alle Opere Pie nel 1908, presidente degli Ospizi Civili, dell’Ordine degli Avvocati, della Cassa di Risparmio e dell’Ordine Costantiniano. Eletto Sindaco di Parma nel 1920, quando tre anni dopo cessò dalla carica, consegnò al suo successore il bilancio in pareggio. Fu il Passerini a ricevere la regina Margherita di Savoja quando quest’ultima venne in Parma a inaugurare l’Ospedale Maggiore. Resse con zelo e con scrupolosa economia le sorti del Comune attraverso i giorni turbolenti dell’avvento del fascismo, che ebbero a Parma il sanguinoso epicentro nelle due giornate dell’agosto 1922 con l’assedio delle squadre di Balbo all’Oltretorrente. L’anno dopo il Passerini si dimise.

FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 115-116.

PASSERINI DOMENICO
Parma 30 ottobre 1723-Parma 20 febbraio 1788
Fu pittore e direttore dell’Accademia parmense di Belle Arti. Tra le sue opere segnalate dalle fonti è l’Adorazione del Bambino con S Eurosia Antonio e Giuseppe, una volta in Sant’Andrea, poi presso la Galleria Nazionale di Parma. Nella chiesa di Bianconese si conserva la pala con le Anime purganti e i santi Biagio Apollonia Licia e Agata. Nel teatro Farnese dipinse un medaglione a olio. Di alcuni suoi ritratti rimangono copie a incisione. In San Pietro a Vigatto il Passerini subentrò al Gabbi nell’eseguire uno stendardo con i S.S. Pietro e Paolo che non poté finire prima della morte. Fu poi terminato dal Rubini.

FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. XXVI (1932);  Dizionario Bolaffi Pittori, VIII, 1975, 36; Aurea Parma 2 1978, 96.

PASSERINI FILIPPO
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, VI, 286 v.

PASSERINI FRANCESCO
Parma 1716/1740
Fu cantore alla Cattedrale di Parma dal 22 giugno 1716 al 25 dicembre 1740. Dal 1726 al 1734 fu cantore alla Steccata di Parma.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 178.

PASSERINI GIORGIO
Parma 14 ottobre 1846-1916
Figlio di Giovanni e di Maria Bussi. Sposò Marietta Delbono. Fu socio corrispondente (1893) e membro effettivo (1914) della Deputazione di Storia Patria.

FONTI E BIBL.: R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 232.

PASSERINI GIOVANNI
Pieve di Guastalla 16 giugno 1816-Parma 17 aprile 1893
Nacque da Gaetano e da Barbara Allegretti. Frequentate a Guastalla le scuole elementari e superiori, compì il corso di filosofia all’università di Parma, dove il 30 luglio 1836 fu laureato in medicina. Medico non per libera scelta, rifiutò la condotta procuratagli dal padre, dedicandosi alle Scienze naturali e in particolar modo alla Biologia vegetale. Di ritorno a Parma da Firenze, dove si era recato per la promessa fatta al padre di dedicarsi agli studi di medicina ma dove si era appassionato, in realtà, allo studio della zoologia e soprattutto della Botanica alla scuola di Antonio Targioni Tozzetti, ebbe l’occasione fortuita di incontrare Giorgio Jan, professore di Botanica all’università di Parma. tra i due nacque un’intesa culturale sulla base sia di aspirazioni comuni che di affinità di carattere. Il Passerini collaborò con G. Jan al Museo Civico di Milano, dal gennaio 1843 alla primavera del 1844, nella difficile e lunga impresa di riordinamento scientifico delle collezioni. Fu per merito e interessamento di Jan che il Passerini ebbe, il 12 aprile 1844, l’incarico delle lezioni, diventando, il 5 dicembre 1845, titolare della cattedra di Botanica dell’Università di Parma e direttore dell’Orto Botanico di Parma. Da quel momento iniziò la fulgida carriera scientifica e didattica del Passerini, al quale va il merito di aver elevato a fama internazionale l’Istituto di Botanica di Parma. Infatti, con l’avvento del Passerini, la Botanica superò gli schemi classici della tassonomia e della floristica e prese un indirizzo decisamente moderno, affrontando studi di anatomia e morfologia comparata e problemi di biologia e di fisiologia. Il suo primo lavoro scientifico fu pubblicato nel 1844, Flora Italiae superioris. Parte Prima. Talamiflore.Rappresenta il primo tentativo in Italia di applicare il metodo naturale analitico alla flora italiana, e fu dedicato al suo amato maestro G. Jan. Il Passerini fondò ex novo l’Istituto di Botanica, ponendo anche le basi di un erbario regionale e generale (sia con sue raccolte che con gli scambi): infatti l’Orto Botanico di Parma ne era rimasto privo, dopo il trasferimento di Jan e del suo ricchissimo erbario privato al Museo Civico di Milano. Il Passerini fu uno dei primi in Italia a introdurre il microscopio sia come mezzo di indagine scientifica che come strumento didattico per l’osservazione diretta da parte degli studenti della Scuola di Botanica, piccolo edificio sul lato sinistro dell’ingresso all’Orto Botanico, che il Passerini, non senza fatica, fece costruire insieme a una serra calda e a un semenzaio. Anche la biblioteca fu arricchita. Si aumentarono gli erbari, essendosi acquistato un erbario di proprietà privata e una copiosa collezione di preparati microscopici. L’Istituto arrivò, per le attrezzature scientifiche e didattiche, a un grado di specializzazione e di efficacia di ricerca, quale pochissimi altri in Italia potevano vantare. Riorganizzò l’Orto secondo il metodo naturale, seguendo il De Candolle, vi impiantò un arboreto, continuando a scambiare campioni d’erbario fanerogamico con i suoi colleghi italiani e stranieri, percorrendo l’appennino e la zona del parmense. Il passerini amò tanto la scienza quanto la sua Patria: gli eventi politici del 1848-1849 ebbero presa su di lui, anche se egli, di natura mite e serena, non partecipò mai attivamente alla vita politica, tutto dedito come fu alla ricerca. Si limitò ad approvare caldamente gli entusiasmi e le patriottiche agitazioni ma tale atteggiamento fu ritenuto pericoloso dal duca Carlo di Borbone che, con decreto 23 ottobre 1849, lo destituì dalla cattedra (fu reintegrato il 15 febbraio 1853), affidando l’incarico delle lezioni per ben due anni a un amatore-giardiniere, Giorgio Scherer. Il Passerini non si perdette d’animo e nel suo isolamento continuò a lavorare con la pazienza e la serenità che gli erano connaturati. È frutto di quel periodo il lavoro Flora dei contorni di Parma (esposta in tavole analitiche), del 1852. Questa sua opera si proponeva di censire la flora del parmense e fu di stimolo ad altri studiosi che pubblicarono, sulla sua scia, i risultati di numerose ricerche sulla flora fanerogamica di diverse regioni d’Italia, anche se tali ricerche risultarono inferiori dal punto di vista diagnostico e della coerenza sistematica. Fu sempre in quel periodo che il Passerini, probabilmente spinto dall’eminente entomologo e amico Camillo Rondani, intraprese lo studio degli afidi, un gruppo di insetti che notoriamente infestano le piante dei campi e dei giardini. Nell’ambito di questa famiglia d’insetti seppe differenziare sette generi e una cinquantina di specie: tale classificazione fu universalmente accettata dagli studiosi entomologi, e i suoi lavori su questo argomento rimangono dei classici. Il Passerini fu inoltre autore del Compendio della flora italiana, stampato in collaborazione con V. Cesati e G. Gibelli a partire dal 1875. In tale Compendio il Passerini si assunse l’elaborazione dicotomica per classificare le specie, dimostrando così la sua pratica e acutezza nel metodo analitico. Non mancò di occuparsi anche di botanica pratica o applicata, come fanno fede piccoli scritti su piante utili. Cercò di riscattare la Botanica dall’opinione corrente che la definiva amabil scienza: di qui il suo impegno di dare sempre a essa un indirizzo pratico e applicativo (l’agricoltura, la floricoltura e il giardinaggio). A questo proposito va anche ricordato che istituì a Parma il 31 marzo 1857, la Società parmense di Orticoltura, intenta a promuovere l’introduzione nel paese delle piante più rare, preziose, utili ed ornamentali, valendosi d’ogni mezzo opportuno e specialmente delle pubbliche esposizioni con distribuzione di premi che incentivavano la partecipazione e l’emulazione degli appassionati. In modo coerente con tale impostazione, studiò a fondo i parassiti delle piante utili. Tali studi fitopatologici, e in particolare quelli sulle crittogame devastatrici delle piante utili (nebbie delle Rosacee e Cucurbitacee, funghi parassiti della vite, del mais, del tabacco, del gelso, del frumento e del pomodoro) a cui dedicò gran parte della sua vita, lo portarono a delle conclusioni geniali sui miglioramenti delle coltivazioni di cereali e piante da frutto e lo elevarono a fama internazionale. Si può affermare, in modo documentato, che i generi nuovi di funghi descritti dal Passerini furono cinque e le specie seicento, e a riconoscimento di questa sua eccezionale competenza in materia, molti tra i più noti micologi del mondo (rabenhorst, De Thumen, Saccardo, Fischer von waldheim) ne sollecitarono la collaborazione e gli dedicarono nuovi generi da loro descritti (passerinula Sacc., Passeriniella Berl.). Il passerini fu molto apprezzato dai suoi contemporanei, oltre che come eminente scienziato, quale cittadino onesto e uomo esemplare: lo comprovano anche le cariche pubbliche e accademiche che quasi a forza, a causa della sua sincera modestia, si trovò a ricoprire. Ciò non andò a discapito del suo impegno scientifico, cui poté dedicarsi in grazia del mirabile equilibrio della sua mente serena (Avetta). Fu Rettore dell’Università di Parma dal 1° novembre 1879 al 31 ottobre 1885 e Preside quasi a vita della Facoltà di Scienze (dal 1866) e delle Scuole di Farmacia e Veterinaria (1868-1888). Fu socio di preclare accademie scientifiche (Accademia delle Scienze di Bologna, dei Georgofili di Firenze, dei Lincei di Roma, dei Quaranta di Modena, della Società Zoologico-Botanica di Vienna). Fu membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e di quello dell’Agricoltura, nonché di un’infinità di commissioni speciali (Filossera, Codice Farmaceutico, Cotoni italiani, Esposizioni orticole e agricole), vice-presidente del congresso di Botanica di Amsterdam, consigliere comunale e assessore per la Pubblica istruzione dal 1866 al 1892, consigliere della Camera di Commercio. Alla morte di Giuseppe bertoloni, resasi vacante la cattedra di Bologna, fu invitato, per ovazione unanime dei membri della Facoltà di Scienze di tale città, a ricoprire il prestigioso incarico. Il Passerini declinò l’onorifico invito perché troppo legato a Parma, dove aveva passato tanti anni della sua vita. Da documenti conservati nell’Archivio storico dell’Università di Parma, risulta che il Passerini vendette e comprò piante da privati. Col ricavato vennero sostenute spese a beneficio dell’Istituto: una di queste fu l’acquisto, importante per la biblioteca, della grande opera dei fratelli Louis, René e Charles Tulasne Selecta fungorum carpologia e quella dei Fungi hypogei, degli stessi autori. La sua attività fu interrotta il 19 maggio 1891 da una paralisi agli arti inferiori. Morì due anni dopo. Alcuni anni dopo la sua scomparsa, gli fu eretto, nell’atrio del primo piano del palazzo universitario, un busto in marmo, con il concorso unanime di colleghi italiani e stranieri, amici, discepoli e conoscenti, e il calco in gesso fu collocato, a ricordo della sua presenza, nella Scuola di Botanica, dove per tanti anni aveva insegnato. Per desiderio del suo successore, C. Avetta, nel 1899 l’Università acquistò per 2500 lire e dopo lunghe trattative con gli eredi Passerini, la sua ricca biblioteca e i preziosi erbari che sono conservati nell’Istituto di Botanica dell’Università di Parma.

FONTI E BIBL.: P.A. Saccardo, Botanica in Italia, 1895, 123, e 1901, 82; G.B. De Toni, Cenni biografici sul prof. comm. Giovanni Passerini, in Bollettino del Regio Istituto Botanico dell’Università Parmense 1892-1893, 5-16; G.B. De Toni, Giovanni Passerini, in l’avvenire agricolo n. 4 20 aprile 1893, 61-63; G.B. De Toni, in Bollettino del Comizio agrario Parmense n. 5 maggio 1893, 72-81; G.B. De Toni, inaugurazione del ricordo marmoreo in memoria del prof. giovanni Passerini dell’Università di Parma, in La Nuova notarizia VI 1895, 143-145; G. Arcangeli, giovanni passerini, Bullettino Società botanica italiana, 1893, 379-380; P. Magnus, G. Passerini. Nachruf, in hedwigia XXXII 1893, 154-156; P. Strobel, G. passerini. Commemorazione, Parma, tip. Rossi-ubaldi, 1894; G. Gibelli, G. Passerini. Commemorazione, parma, Adorni, 1894; G.B. De Toni, in Scienziati italiani, 1921, I, 119-122; Aurea Parma 3/4 1933, 117; Dizionario UTET, IX, 1959, 839; F. da mareto, Bibliografia, I, 1973, 430; A. De Marchi, Guida naturalistica, 1980, 171; Il verde a Parma, 1981, 19-22.

PASSERINI GIULIO
Parma 3 gennaio 1859-Parma 25 giugno 1932
Al Regio Conservatorio di Musica di Parma si diplomò nel 1881 in pianoforte. Vi fu poi censore dal 1° agosto 1899 al 1° ottobre 1900. Si dedicò quindi all’insegnamento privato del pianoforte. Fu per molti anni critico musicale, per i concerti, della Gazzetta di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 150.

PASSERINI LUIGI
Parma 4 novembre 1892-Santa Margherita Ligure 11 ottobre1951
Di illustre famiglia parmigiana, fu uomo di varia umanità e di multiforme attività. Giornalista, diresse dal 1927 al 1931 il corriere Emiliano prima e dopo la fusione con la Gazzetta di Parma, della quale fu anche critico musicale. Commediografo e scrittore, diede alle stampe nel 1920 un volume di commedie (Preludi) e nel 1923 un romanzo per ragazzi (Gedeone e Belzebù) e affidò ad Armando Falconi e a Ermete Novelli le sue due più fortunate commedie: L’amica di Dante e I ladri, che furono rappresentate con successo nel 1920 a Parma (Teatro Reinach) e a Genova (Teatro Paganini). Per il teatro lirico scrisse Re Ciglio, con per la musica di Ottorino respighi, e due balletti , Serenata d’aprile e Chiaro di luna, musicati da Renzo Martini. Nel 1929 fondò e diresse la rivista Aemilia, che visse un solo anno a causa dei costi proibitivi di stampa. Appartenne per vari anni alla commissione direttiva del Teatro Regio di Parma e scrisse un volume relativo alla gestione dello stesso teatro intitolato Per la costituzione di un Ente Corporativo. Funzionario governativo, tenne la carica di prefetto del Regno a partire dal 1931, in tempi politicamente difficili, a Parma e altrove, facendosi ovunque benvolere per l’equilibrio e la misura dei suoi atteggiamenti.
FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931,151; Aurea Parma 4 1951, 255; B. Molossi, dizionario biografico, 1957, 116; parma. Vicende e protagonisti, 1978. II, 194.

PASSERINI MARIO
Parma 1882-post 1928
Fu per diversi anni apprendista e poi direttore presso le ditte De Franceschi e Morandi. Poco meno che trentenne, impiantò per proprio conto una fabbrica di tessitura meccanica che nel 1928 dava lavoro a circa cinquanta operai. Fu fondatore della sede de Il Popolo d’Italia e del Fascio Italiano di combattimento di Milano. Contribuì con generosità al completamento dell’Istituto dei Grandi Invalidi di Arosio. Fu inoltre segretario politico del Fascio di Pusiano dall’ottobre del 1926.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 713.

PASSERINI PIER FRANCESCO
Codogno 1612- Piacenza 20 Gennaio 1697
Fu dottore in Sacra Teologia all’Università di Parma, dove in precedenza aveva insegnato prima Diritto Canonico e poi Diritto Civile. Nell’Archivio di Stato di Parma vi sono documenti che riguardano il suo insegnamento e gli uffici e le alte cariche a cui il Passerini fu chiamato. Nei Mandati 1631-1658, appare negli anni 1656-1658 come Lettore d’ordinaria, e nei Certificati scolastici 1657-1666 come Juris Civilis intepres Ordin. dal 1657 al 1663. In altri documenti (Ruolo de’ Provigionati n.60, p. 60; n.62, pp. 1, 81 e 156) viene ricordato come consigliere dell’Eccelso Consiglio (1664), poi come consigliere a latere del Duca (1666) e dal 1668 al 1695 come Presidente dell’Eccelso Ducale Consiglio. Il Passerini fu autore di parecchie opere: Tractatus legalis et moralis de pollutione Ecclesiarum (1654), Schedarium liberale (1659), Regulae Tribunali (1677), Problemata Legalia (1678), De occidente unum pro alio tractatio (1693). Il Bolsi lo cita nelle sue annotationes in Praestantissimum I. C. et Iudicum parm. Ordinem (Parmae, 1723, pp. 39, 49).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953; D.Bianchi, Pier francesco Passerini secentista, in bollettino Storico Piacentino 55 1960, 109-136.

PASSERINI RICCARDO
Parma 25 luglio 1837-Parma 18 maggio 1906
Figlio di Ferdinando e Giacinta Rondani. Direttore del Sacro Monte di Pietà di Parma, fu prode soldato, volontario nelle guerre risorgimentali del 1859 e 1860.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 21 maggio 1906 n.135; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 118.

PASSERINI VINCENZO
Zibello 1785/1808
Inquisitore domenicano di Zibello, scrisse le Memorie aneddote per servire un giorno alla vita del Signor Giovambattista Bodoni (Parma, Carmignani, 1804), una delle fonti primarie del De Lama. 
FONTI E BIBL.: Giambattista Bodoni, 1990, 309.

PASSERINI MALARIGGIA PAOLO
Piacenza-post 1699
Dal 1661 insegnò Istituzioni romane nell’ateneo parmense.Consigliere ducale, dal 1695 al 1699 fu auditore civile.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 32; enciclopedia di Parma, 1998, 521

PASSEROTTI ALESSANDRO
Parma 1770
Verso il 1770 tentò di imitare le maioliche della fabbrica di Nicola Piacentini, della quale era stato lavorante, e fu per questo messo in carcere essendo detta fabbrica protetta da privilegio esclusivo, concesso dal governo ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano, 1924; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 326.

PASTORI ANGELO
Borgo San Donnino 1765- Malabar 1795 c.
Fu Teresiano Scalzo. Il Pastori fu il vincitore del concorso accademico di Belle Arti del 1785 sviluppando il tema Polifemo accecato da Ulisse.
FONTI E BIBL.: P.ani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIV, 1823, 316; M.Pellegri, Boudard statuario, 1976, 168.

PASTORI FRANCESCO
Parma 15 luglio 1794- Parma 23 aprile 1847
Animo italianamente filantropo come lo ricorda Enrico Adorni nelle sue Iscrizioni (Parma, 1848), fondò in Parma un Pubblico gabinetto di letture, con biblioteca circolante, magazzino di deposito e vendita di libri, stampe e musica. Trascurando l’attività puramente commerciale e industriale del Pastori, non può dubitarsi che dovette essere di qualche influenza sulla formazione dello spirito pubblico la possibilità che offrì il gabinetto di lettura aperto in alcune stanze della propria casa, di leggervi riviste e giornali esteri, specialmente francesi e inglesi, dove si discutevano liberamente le questioni politiche ed economiche. È notevole che per qualche tempo, ogni venerdì, vi si tenessero letture e conferenze su argomenti vari, e tra i nomi dei conferenzieri figurassero Jacopo Sanvitale, l’avvocato Ferdinando Maestri e l’abate Taverna. Impiegato governativo quale ufficiale della Ferma Mista del Ducato, intraprendente e pieno di iniziative, si fece editore e redattore di quattro giornali, con cui tentò il gusto e la curiosità di leggitori diversi. I quattro periodici che, oltre a vendere, tenne a disposizione dei lettori nel suo Gabinetto di lettura, in compagnia di molti altri italiani e stranieri, furono L’Eclettico (Parma, 1° novembre 1829-8 marzo 1831) che fece opera preziosa nella diffusione degli ideali democratici, la Bibliografia italiana ossia Giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia, libri, carte geografiche, incisioni, litografie, novità musicali (Parma, 1° giugno 1828-1829), il Foglio commerciale italiano (Parma, 27 luglio 1829-dicembre 1830), che dal febbraio al dicembre del 1830 sostituì L’Eclettico e che riportava notizie estere, interne e d’oltre monti ed era arricchito da rubriche sui teatri e la moda, e il Giornale delle lezioni pubbliche (Parma, 1829) che morì presto e venne assorbito dal più quotato Eclettico. L’Eclettico, nel suo numero del 15 febbraio 1831 (n. 7 dell’anno III) diede conto dei moti avvenuti in Parma, che portarono un felice cambiamento nello stato politico della città, e inserì testualmente gli atti di costituzione del governo provvisorio e dell’istituzione della Guardia Nazionale, aggiungendo: Da oggi il nostro giornale assume il nobile ministero di essere l’interprete e l’organo della pubblica opinione. Per tal modo l’Eclettico si affermò giornale ufficioso del nuovo governo nella sua breve durata. Alcuni esemplari di quel numero assunsero il sottotitolo di giornale della Guardia Nazionale. Nelle imputazioni fatte al Pastori nei processi successivi alla rivoluzione, gli articoli dell’Eclettico furono ritenuti scritti incendiari e bastevoli a qualificarne l’autore sacrilego bestemmiatore di S.M. e principe degli apostoli della indipendenza italiana. In quei numeri si pubblicarono soprattutto atti e proclami del governo e del podestà: si riferiscono le adesioni di diversi comuni del Ducato al governo provvisorio, si insiste sullo spirito pubblico perfettamente ordinato della cittadinanza tanto ha forza sulla pubblica morale la direzione degli animi ad uno scopo così sacro (n. 9 del 20 febbraio), e in data del 4 marzo: Godiamo di una perfetta tranquillità. Lo spirito pubblico è eccellente. La Guardia Nazionale della città e della campagna veglia assiduamente, s’istruisce con ardore nel maneggio delle armi e si dispone ad una prossima rivista generale del Barone Zucchi prefetto delle armi italiane (n. 13 del 4 marzo). Di una prima visita a Parma del generale Zucchi, giuntovi da Reggio la mattina del 23 febbraio e subito ripartito, l’Eclettico aveva già dato relazione a suo tempo. Il giornale si occupò largamente nei suoi ultimi numeri del fatto d’armi di fiorenzuola d’Arda, rioccupata dalle truppe tedesche e ungheresi, per eccitare il governo provvisorio a far conoscere al pubblico lo stato vero delle cose per tranquillizzare lo spirito pubblico, incerto nel modo di regolarsi per secondare la voce del suo governo. Le barricate con sassi, con vetture, con ogni cosa che impedisca l’andare dei cavalli; le campane, ed ogni materiale atto ad offendere, a schiacciare il nemico sono in possesso del popolo che volonteroso le adopra subito che il governo ne dia il segno. Proveremo col fatto che meritiamo di far parte della gran famiglia italiana, per l’Indipendenza e l’unione della penisola (n. 11 del 26 febbraio). Sempre a proposito dei fatti di Fiorenzuola, dando notizia che nella Camera francese il deputato Lafayette aveva chiesto per quale motivo l’italiano Ciro Menotti gemeva nelle prigioni austriache, l’Eclettico pregò il generale Zucchi a volere fare analoga interpellanza a riguardo dei parmigiani Alessandro Bricoli e capitano Pioselli. L’Eclettico pubblicò pure (n. 10) un Canto della Guardia Nazionale di Parma dovuto alla penna di Zaccaria Biaggi, che fu uno dei firmatari, la massima parte studenti, della domanda per l’aggiunta di venti cittadini al consesso civico. Il Pastori fu compreso nel procedimento penale istituito contro Alessandro Bricoli e il capitano Pioselli, in stato di detenzione, e contro Mussi, l’avvocato Berghini, Ortalli e il dottor Riva, contumaci, come quelli che si erano costituiti in deputazione volontaria e si erano recati dal Presidente Cornacchia per indurlo a proporre a Sua Maestà di nominare essa stessa un Governo Provvisorio. La sentenza della Sezione delle accuse del 7 settembre 1831 li rinviò, meno il Riva, a giudizio, considerando a riguardo del Pastori che la di lui colpevolezza si desumeva oltre che dalle sue politiche intelligenze col Bricoli, dal suo spontaneo ed abusivo intervento nei pubblici Congressi (il Pastori fu tra gli intervenuti all’adunanza degli Anziani in Municipio del 14 febbraio) e infine per essersi distinto per opinioni espresse nella compilazione dell’Eclettico di parecchi articoli sediziosi diretti a confermare e consolidare sempre più nella popolazione lo spirito dell’avversione al governo già respinto. Il giudizio non ebbe seguito per le disposizioni del decreto di Maria Luigia d’austria del 29 settembre, che pose fine a ogni processo politico. Dal Gabinetto di lettura fondato dal Pastori, del quale fu ordinata la definitiva soppressione con decreto dell’8 aprile 1831, furono asportati i cataloghi dei libri, dandosi incarico al bibliotecario Pezzana di ripassarli, e furono cancellate tutte le epigrafi interne ed esterne del Gabinetto. l’eclettico si occupò largamente, per quanto le condizioni politiche glielo consentirono, di questioni soprattutto economiche, tanto che in una rassegna della stampa italiana pubblicata nel 1831, Le Globe, che fu tra i periodici dei quali era stata vietata l’introduzione nei Ducati dopo la rivoluzione, lo annoverò tra i migliori giornali. Nella sua parte letteraria, pur non discostandosi da quel carattere di antologia che fu comune ai giornali letterari dell’epoca, appare tuttavia più vario, con particolare riguardo agli argomenti di maggiore attualità. Il Pastori, avendo sottomano molti periodici anche esteri, ne trasse sicuramente esempio e materia per quello da lui redatto. Il Pastori lasciò il Ducato al ritorno degli Austriaci e si rifugiò in Svizzera, dove diresse, non senza continue difficoltà con la censura, L’Istruttore del popolo (Lugano, 1833, poi Mendrisio, 1835). Il conte Hartig, governatore della Lombardia, domandò infatti con nota del 13 novembre 1833 al Governo Cantonale l’espulsione di quei rifuggiti di altre nazioni rapporto ai quali abbiamo la certezza che hanno cospirato e che cospirano attualmente contro il riposo di questi Stati. Tra questi fu nominativamente segnalato, con parecchi altri tra cui Filippo Ugoni, anche il parmigiano Pastori. Qualche anno dopo il Pastori, seguendo il pellegrinaggio dei tanti profughi italiani,  dovette trovarsi a Parigi. Si ha infatti notizia di una Bibliographie Universelle, resumé periodique des publications nouvelles de tous le pays (Paris, à l’Institut Italien 1834-1841) da lui pubblicata. Ritornò a Parma alla fine del 1846, ma dopo pochi mesi morì.
FONTI E BIBL.: F. Pastori, Stabilimenti di F Pastori di Parma , strada maestra San Michele, n. 116, 1828; E. Bocchia, F. Pastori, in: Archivio storico per le provincie parmensi vol. XXXI 1931, 65-77; O. masnovo, Contributo alla storia del giornalismo italiano della prima metà del sec. XIX: L’eclettico, in Archivio storico per le provincie parmensi vol. XXXI 1931; O. masnovo, La missione a Parma del Consigliere di Governo dott. Giulio Pagani, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi 33 1933, 152; Pincherle Ara, Parma, 201; Murialdi, Storia, 39; Storia del giornalismo, VIII, 1980, 603-604.

PASTORI GIACOMO
Borgo San Donnino 1868 -post 1919
Sacerdote della Diocesi di Borgo San Donnino. Fondò il primo giornale democratico cristiano a Reggio Emilia: Il Secolo XX. Entrò successivamente nella redazione de L’Osservatore Cattolico e a Venezia, dal 1895 al 1899, diresse La Difesa. Contrario al connubio clerico-moderato voluto dal patriarca Sarto (G. Spadolini, L’opposizione cattolica, Firenze, 1955, 351 ss.), tornò a Milano per collaborare a La Scuola Cattolica. Sempre a Milano fondò Il Bollettino dei Parroci, Il Lavoratore Italiano, Il Conferenziere e due quotidiani, Il Popolo e Il Giorno. Dopo avere abbandonato il sacerdozio, compilò un libello biografico in occasione del XXV di episcopato del cardinale Ferrari (Il cardinal Ferrari, Milano, 1919).
FONTI E BIBL.: T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 192; Dall’intransigenza al governo, 1978, 63.

PASTORI GIUSEPPE
Busseto 7 novembre 1798-Parma 4 ottobre 1855
Frate cappuccino, fu sacerdote sagrista, esperto calendarista e rubricista (1832-1855) e confessore instancabile. Compì a Piacenza la vestizione (3 settembre 1819) e la professione (8 settembre 1820).
FONTI E BIBL.: Biblioteca Cappuccini, 1951,373; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 569.

PASTORI GIUSEPPE
Parma 1841
Operaio tipografo attivo a Parma, dove nel 1841 fu torcoliere presso la vedova di giambattista Bodoni.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 246.

PATACINI ANGELO
Parma 1712/1768
Insegnò all’Università di Parma dapprima Pratica Criminale, poi Istituzioni (1712-1723) e infine Diritto Civile, di cui (essendo nel 1750 successo all’Illariuzzi) fu nel 1757-1768 Lettore primario.
FONTI E BIBL.: Nota dei Dott. Lettori di Legge per l’anno 1716; Registri d’Entrata e Spesa 1631-1750 (per il 1722 e 1723); Filze Università, n. 23 (per il 1750); Certificati Scolastici 1688-1755 (per il 1741); Registro Spese per lo Studio 1757-1768; Bolsi, Annot., 51; F. Rizzi, Professori, 1953, 60-61.

PATERI ADELE
Parma 4 gennaio 1851-Rovereto 1890 c.
Figlia di Giacomo e Ursula Casali. Allieva di Paolo Bozzini a Piacenza e di Francesco Scaramuzza all’Accademia di Belle Arti di Parma, presentò alcuni dipinti al’Esposizione provinciale didattico-agricolo-industriale piacentina che si tenne nel palazzo della Dogana nel 1874. Ascoltando i giudizi lusinghieri della critica, studiò i grandi artisti del Rinascimento parmense: una copia della Zingarella del Correggio fu esposta nel palazzo Mandelli nel 1878, una copia parziale della Madonna del S. Girolamo è presso gli eredi, a Milano. Copiò un transito di S. Giuseppe (dal Nuvolone) da collocarsi in San Martino in Foro. Dipinse ritratti (dei genitori, di Mazzini, di Nino Bixio, del pittore Scaramuzza e quello del violinista Austri, esposto nella vetrina della cartoleria Marina nel 1887; uno splendido autoritratto è presso gli eredi, a Genova). Nel paesaggio si rifece al Bruzzi. Nella chiesa di Turro c’è una sua Via Crucis. Nel 1888, sposato dionigi Largaiolli, preside di liceo a Rovereto di Trento, lasciò Piacenza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 agosto1874; Corriere Piacentino 13 agosto 1878; D., in Libertà 4 febbraio, 22 e 26 giugno 1887, 2 e 5 aprile 1890; Piccolo 2 febbraio 1887 e in Gazzetta di Parma 5 febbraio 1887; F. Arisi, La Pittura, in Ottocento, Piacenza, 1980, 715; F. Arisi, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 200.

PATERI ALMERICO GIOVANNI
Parma 1696-1780
Fu eletto nel 1732 Lettore di Filosofia e Medicina e tale appare fino al 1755. Nel 1756 fu Lettor primario. Dal 1769 al 1779 è ricordato come Lettore di Medicina. Fu medico di Corte di Filippo di Borbone, e iscritto al collegio dei Medici di Parma. Una lunga lapide in sua memoria esisteva nella chiesa dei Santi Gervaso e Protasio, dove fu sepolto. Molto versato in Anatomia, tenne anche dimostrazioni anatomiche private per la migliore istruzione degli studenti di Medicina (le autopsie sui cadaveri erano eseguite all’Università molto raramente e pertanto gli studenti non potevano esercitarsi a dovere) e fu assiduo frequentatore dell’Accademia Fisico Anatomica che tenne all’Ospedale le sue sedute scientifiche sotto il patronato del duca Filippo di Borbone e del Protomedico Silvestro Ponticelli. Il Pateri fu più volte cantato nelle sue liriche dal Frugoni.
FONTI E BIBL.: Catalogo Lettori di Legge e Medicina (in Cartella Studio Publico 1608-1756); Certificati Scolastici 1688-1755; Ruoli Università 1768-1801 (Ruolo de’ Provigionati n. 40, 38); Filze Università n. 23; F. Rizzi, Professori, 1953, 56; U.A. Pini, in gazzetta di Parma 2 maggio 1960, 3.

PATERICO
Parma 949
Diacono. Comperò alcuni pezzi di terra da avarino Somtifrando a rogito del notaio adeodato di Bianconese. Fu prevosto alla Canonica e canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 949.
FONTI E BIBL.: M.Martini, Archivio Capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1911, 118.

PATERLINI FRANCESCO
Lesignano Palmia 19 giugno 1840-Sala Baganza 1 giugno 1925
Nato da Giovanni e Speranza Fantini. Ben presto da Lesignano Palmia si trasferì a Sala a esercitare il mestiere di falegname. Non ancora diciannovenne, il 24 aprile 1859 si arruolò volontario nel 5° Reggimento di Fanteria per la ferma di un anno e partecipò così alla battaglia di San Martino (24 giugno 1859) in cui il suo Reggimento meritò la Medaglia d’Oro al Valore Militare. Come riconoscimento personale ricevette, oltre a un Certificato di buona condotta al momento del congedo (10 agosto 1859), la medaglia commemorativa Francese della campagna d’Italia del 1859, ma dovette aspettare una Sovrana Determinazione (emessa il 1° aprile 1860) per potersene fregiare. Altri riconoscimenti gli vennero direttamente dal governo italiano quando gli fu concesso di portare la medaglia instituita con R.D. 4 Marzo 1865 per le guerre combattute per l’indipendenza e l’Unità d’Italia colla fascetta della campagna del 1859 e più tardi la medaglia instituita con R.D. 26 aprile 1883 col motto Unità d’Italia 1848-70. Secondo il Micheli (p. 127) partecipò anche alla guerra del 1866 ma di questo nulla risulta dal foglio matricolare del Paterlini. Il riconoscimento più alto tuttavia gli venne pochi anni prima della morte, quando, il 4 maggio 1923, il Presidente della Repubblica Francese gli conferì la Médaille Militaire per avere partecipato come soldato della Armée Italienne, comandata da Giuseppe Garibaldi e dai suoi figli Menotti e Ricciotti, alla lotta contro gli invasori prussiani presso Digione, durante la guerra del 1870 (gli scontri si ebbero il 26-27 novembre 1870 e il 20 gennaio 1871). Tutte queste imprese belliche gli procurarono anche una pensione annua di circa 400 lire, che però in vecchiaia non fu sufficiente a garantirgli il sostentamento, tanto che qualcuno si rivolse (9 luglio 1921) alla pubblica beneficenza, additando il vecchio soldato (aveva allora 81 anni) sul quale dovrebbe convergere la benevolenza di quanti ricordano con animo grato i giorni in cui attraverso sacrifici dei nostri avi, si affermavano i primi diritti della nostra Italia.
FONTI E BIBL.: P.Bonardi, Sala Baganza, 1979, 84-85.

PATO, vedi MATTIOLI ANGELO

PATON GIUSEPPE
-Parma 29 maggio 1888
Combatté nelle guerre risorgimentali del 1848, 1849, 1860 e 1866, e in Francia nel 1870-1871.
FONTI E BIBL.: Il Presente 30, 31 maggio 1888; Parma a Garibaldi 28 maggio 1893, Parma, Battei; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 87.

PATRIGNANI AGOSTINO
-Parma settembre 1698
Sacerdote, venne eletto, come contralto e residente della Steccata di Parma, il 16 luglio 1641. Soleva portarsi anche alla Cattedrale di Parma a cantare in occasione delle feste più solenni (lo si trova nella Pasqua del 1642). Il 1° febbraio 1668 fu nominato maestro di canto dei chierici. Ormai vecchio, fu giubilato alla fine di luglio 1697.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 95.

PATRINI ANTONIO
Parma 1714/1740
Incisore su rame e xilografo, fu attivo a Parma tra il 1714 e il 1740. Tra le sue opere si ricordano un Miracolo di san Bernardo degli Uberti, che data 1714, e la xilografia con il Catafalco del duca Francesco Farnese, eretto nel Duomo di Parma il 26 giugno 1727.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. XXVI (1932),299; I. Affò, Vita di san Bernardo; incisione nella Biblioteca Palatina di Parma n. 3346; A.Pelliccioni, Incisori, 1949, 129; Dizionario Bolaffi Pittori, VIII 1975, 372; P.Zani, 1819, I, 14, 322; E. Scarabelli Zunti, VIII, f. 226; E. Bénézit, VI, 549; Martini-Capacchi, 41; Arte a Parma, 1979, 363.

PATRINI GIOVANNI
Parma 25 settembre 1686-
Incisore a bulino di cui si conosce solo una stampa dell’adorazione dei pastori detta La Notte, del Correggio.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker vol. XXVI (1932), 500; Libri del Battistero di Parma; Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane 1651-1700, (Ms. del Museo di Parma); J.Meyer, dizionario, I, 465; Raccolta d’incisori. Ortalli, Biblioteca palatina di Parma; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 133; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 450.

PATRINI GIUSEPPE
Parma 17 agosto 1711-Parma 1786
Incisore attivo a Venezia , città in cui si trasferì in età giovanile, e dal 1750 a Parma, subì l’influsso di C. Mellan. Collaborò alla preparazione dell’opera di Antonio Maria Zanetti Delle antiche statue greche e romane (1740-1743). Per l’esecuzione di una pianta della città di Parma percepì dal 22 novembre 1770 uno stipendio mensile dal duca Ferdinando di Borbone, a cui s’aggiunse a partire dal novembre 1780, un premio annuale. Se ne ricordano le seguenti incisioni: la Comunione di santa Lucia da Sebastiano Ricci (1730); La Nascita di Maria dal dipinto di C. Ruta nell’oratorio di San Quirino, una Macchina per fuochi d’artificio (1745), la Pianta del teatro Farnese e scene dal teatro stesso, Esterno della Chiesa di San Cristoforo (1723) e La pittura murale di Gaudenzio Vallotti in Castelnuovo di garfagnana (1778). Il suo livello artistico non è sempre costante, così come assai varia è la sua tecnica d’intaglio. Firmò per esteso oppure siglando I.P.S.. La sua Vera immagine della madonna dell’Aiuto (1740) è invece anonima.
FONTI E BIBL.: M. Lanckoronska, Die Venezianische Buchgraphik des XVIII. Jahrhunderts, Hamburg, 1950; A. De Angelis, Notizie degli intagliatori, XIII, 1814, 47; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 112; Malaspina, Nuova Guida di Parma, 1869, 175; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 129-130 e 133; Le Blanc, Man., III, 1888; Campori, Gli artisti negli stati estensi, 1855, 349 s.; Bodoni celebrato a Parma, 1963, 146-147; Dizionario Bolaffi pittori VIII, 1975, 372; G.Gori Gandellini, 1771, III, 19; Bartsch, 1803, XXI, 186; Basan, 1809, II, 79; P. Zani, 1819, I/14, 322; Nagler, 1835, XI, 17; De Boni, 1840, 757; Le Blanc, 1854, III, 153; E.Scarabelli Zunti, VIII, ff. 227-228; U. Thieme-F. Becker, XXVI, 299 e 500; Bénézit, 1960, VI, 549; P.Martini-G.Capacchi, 1969,41; Arte a Parma, 1979,364; F.Miani Uluhogian, Le immagini di una città, 1983, 50.

PATRINI ILARIO
Parma 1690
Acquafortista del quale si conoscono, oltre a un piccolo foglio con San Francesco di Sales a mezzo busto, sei figure geometriche per l’opera di C. Leoni Squadra di autori (Parma, 1690).
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. XXVI (1932), 299; Zani, 1/14, 1823; P. Martini,Guida di Parma, 1871,174; E. Scarabelli Zunti, Memorie e Documenti di Belle Arti parmigiane 1651-1700; Pelliccioni, incisori, 1949, 130; P. Martini-G.Capacchi, Arte incisione, 1969; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 372.

PATRINI VENTURA
Parma 1725/1736
Argentiere ricordato in un rogito datato 27 agosto 1736 contenente un inventario degli oggetti preziosi della Congregazione del Rosario in Parma, redatto al fine della consegna degli stessi alla tutela di un nuovo sagrestano, dove sono dettagliatamente descritte due corone con precise indicazioni riguardo al numero e alla qualità delle gemme. Si legge inoltre che il valore di tutte due corone si trova ascendere alla somma di scudi d’oro 23800, comprese le lire due milla sborsate alli due artefici in Parma, cioé Ventura Patrini rispetto al cisello e Monsù Girolamo Ferrari rispetto la manifattura delle gemme essendo il tutto stato promosso l’anno 1725 e ordinato da l’Ill.ma Congregazione del Rosario. È un lavoro tipicamente rococò nella tipologia ornamentale, nella leggerezza ed eleganza strutturale e decorativa che la fastosa profusione di gemme non appesantisce. Mentre il gioiellere Ferrari è sconosciuto ai repertori, l’attività del Patrini è nota attraverso alcune argenterie della prima metà del Settecento conservate in chiese parmensi, documentate o a lui attribuite (ad esempio le cartegloria del Duomo di Fidenza: cfr. L.Fornari Schianchi, 1979, 452).
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, C 89, Istrumenti rogati dal notaio Ilario Barbieri dall’anno 1733 al 1742, pp. 63 v. e 66 r.; Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, serie XIX, busta 13, fasc. 19 bis, Trasferimento oggetti preziosi della Congregazione della Beata Vergine delRosario; Per uso del santificare, 1991, 73.

PATROCLO ACHILLEIO, vedi PIAZZA FRANCESCO MARIA OTTAVIO

PATRONUS
Il vero nome di questo personaggio è ignoto. Fu senza dubbio libero, di probabile origine parmense,  personaggio di grande rilievo nella vita militare e poi politica e civile della città di Parma, documentato in cippo, privo della parte superiore che ne conteneva la denominazione, databile dalla fine del I secolo d.C. in poi. Nella sua carriera militare vengono elencati in ordine di importanza i ruoli di praef(ectus) leg(ionis) XX Valer(iae) Victr(icis), primpil(us) leg(ionis) X Gemin(ae)  piae fidel(is), cent(urio) legion(um) IV Scythic(ae), XI Claud(iae) , XIV Gem(inae), VII Gemin(ae). probabilmente dopo il congedo divenne patronus di Parma, detta in questa testimonianza, secondo la denominazione augustea, col(onia) Iul(ia) Aug(usta) Parm(ensis), e anche dei due municipi di Foronovanor(um), da identificarsi forse con Fornovo, e di Forodruent(inorum), la cui identificazione con Terenzo, sull’appennino parmense non lontano da Fornovo, o con Bertinoro, in Romagna, non è ancora certa, anche se appare più probabile la seconda ipotesi. Fu inoltre patronus dei collegi dei fabri, dei dendrophori e dei centonarii, che gli dedicarono, questi ultimi, il cippo in esame. quest’ultima dignità, unita a quella di patronus della colonia, avvalora l’ipotesi che si tratti di un personaggio originario della città di Parma.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 200-201.

PATTAN, vedi GATTI LUIGI

PATTINI AMPELIO
Parma 5 marzo 1896-
Volontario di guerra, prese parte all’azione di val Giudicaria nell’ottobre del 1915 e alle successive azioni del Carso e del Pasubio. Restò ferito due volte e fu decorato della Croce di guerra. Iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 1° gennaio 1921, fu membro del triumvirato Federale di Parma nel 1923 e direttore del settimanale La Fiamma, organo ufficiale del partito. Fece parte della milizia col grado di decurione. Entrò nei sindacati fascisti il 1° gennaio 1923 con la carica di vice-segretario generale della Federazione di Parma, indi vice-commissario a Vicenza, poi segretario generale dell’ufficio provinciale della CNSF ad arezzo.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 489.

PATTONI AMATO
Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei rappresentanti del popolo di Parma nel 1859. Non ebbe parte di rilievo nei lavori dell’Assemblea.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 364.

PATTONI OTTAVIANO
Borgo San Donnino XVI secolo
Cronista attivo nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: P.Cassi, Una cronaca inedita del sec. XVI, in Corriere Emiliano 18 e 19 dicembre 1940, 5; R. Lasagni, Bibliografia Parmigiana, 1991.

PAULIO GIOVANNI, vedi QUAGLIA GIOVANNI GENESIO

PAULUCCI DE CALBOLI VITTORIO
Parma 1802-Bologna 1872
Discendente da una nobile famiglia di Forlì: il padre, marchese Francesco, fu direttore della Biblioteca Palatina di Parma, e la madre, costanza Pallavicino, fu dama della Croce Stellata e dama alla Corte della Duchessa di Parma. Il Paolucci De Calboli fu paggio alla Corte parmense, poi si recò in Piemonte come cadetto nei granatieri sotto Carlo Felice di Savoja. Lasciò la carriera militare col grado di tenente per occuparsi dei suoi interessi privati. Nel 1836 sposò la marchesa Giulia Bovio Silvestri di Bologna. Nel 1846, unitamente alla consorte, prese parte agli entusiasmi politici per papa Pio IX. Organizzò e comandò il battaglione della Speranza in Bologna, composto da ben 350 giovani. Col grado di maggiore ebbe il comando della piazza di Bologna sotto il Governo Provvisorio e la Repubblica fino all’entrata degli Austriaci. Sottoposto a una perquisizione nel corso della quale gli furono sottratti importantissimi documenti di famiglia e vigilato dalla polizia, fu quindi costretto a recarsi in esilio a Nizza, da dove tornò nel 1859 a Bologna.
FONTI E BIBL.: G. Majoli, in Dizionario del Risorgimento, 3, 1933, 814-815; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 364-365.

PAVARANI GIOVANNI
Parma 10 dicembre 1801-Parma 18 settembre 1848
Figlio di antonio e Caterina Minozzi. Di questo architetto restano notizie sui primi passi mossi in Accademia di Belle Arti a Parma sotto la guida di Paolo Donati (1819-1820) e un disegno col Tempietto d’Arcadia nel giardino Ducale presso l’Istituto Toschi (Musiari, 1986, 152 e 155). Si sa poi dei progetti eseguiti in varie tavole durante il pensionato a Roma (1829-1831) e appena dopo (1832) per il restauro di due monumenti antichi (uno è il teatro Marcello) e per un Tribunale criminale d’invenzione. Nel 1838, come professionista, era pensionato nel Comune di Parma (L., 1830, 217-219; ms. Scarabelli Zunti, seconda metà dell’ottocento, vol. IX, f. 208 r. e v., 209 r., 210 r.).Tra le opere realizzate dal Pavarani è nota la grande ancona dello stuccatore Camillo Rusca nella prima cappella a destra in San Vitale (Farinelli-Mendogni, 1981, 93). Il progetto per la Casa di Educazione, di cui è probabilmente copia la versione, non firmata, in Archivio di Stato di Parma, risale agli ultimi anni del Pavarani e appare di vago aspetto bettoliano. Fu realizzato esattamente, e la facciata presenta solo una modifica nell’ultima apertura a pianterreno. Sembra che competa al Pavarani anche la sistemazione del cortile. La Casa di Educazione, detta delle Vincenzine, era un educandato per fanciulle, amministrato da una commissione scelta dall’Ordinariato Diocesano. Del Pavarani sono anche le facciate delle case Mariotti e Baistrocchi in Parma. 
FONTI E BIBL.: Mantelli, 1830-1867, f. 139 r.; Mantelli, 1830-1867, v. 8, f. 17; Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 140; Disegni Biblioteca Palatina, 1991, 276.

PAVARANI GIUSEPPE
Parma 20 marzo 1915-Monza marzo 1983
Nel 1933 si diplomò al Conservatorio di Musica di Parma in flauto come allievo, poi nel 1940, come privatista, in pianoforte, strumento con il quale fu attivo nella musica leggera. Dopo il 1945 si trasferì a Bergamo. Lavorò intensamente per la televisione, scrivendo ed eseguendo la musica per i programmi dei ragazzi ed elaborando quelle per il Quartetto Cetra e per Carlo Alberto Rossi.

FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 9 marzo 1983.

PAVERARI GIACOMO
Montechiarugolo 1831
Fu propagatore della rivolta in montechiarugolo durante i moti del 1831. Non subì processo politico ma fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 197.

PAVERI DEMOFILO, vedi PAVERI FONTANA DEMOFILO

PAVERI FONTANA ALBERTO
1904-Santa Maria Molgara di Vimercate 30 dicembre 1995
Figlio del generale Lionello, proprietario di una splendida villa a Collecchio e di un elegante palazzo in via Repubblica a Parma, il Paveri Fontana fu ambasciatore a Bucarest e a Johannesburg. Sposò Amalia Meli Lupi di Soragna Tarasconi. Il Paveri Fontana ebbe i titoli di marchese di Piozzano, patrizio di Piacenza e cavaliere d’onore del Sovrano Ordine di Malta. La salma del Paveri Fontana fu tumulata nella tomba di famiglia a Burago Molgara.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 gennaio 1996, 8.

PAVERI FONTANA CARLO LUIGI
Piacenza 1813-Collecchio 8 ottobre 1888
Nacque dal marchese Ferdinando e da Giovanna Rasini dei principi di San Maurizio. Già ufficiale dell’esercito del Re di Sardegna, nel 1843, a trent’anni, venne nominato maestro delle Cerimonie di Corte della duchessa Maria Luigia d’Austria a Piacenza. In seguito fu cavaliere d’onore della duchessa Maria Teresa di Savoja, moglie del duca Carlo di Borbone. Il 3 maggio 1848 il Governo provvisorio di Parma lo incaricò di condurre in salvo, fuori dagli Stati parmensi, la duchessa Maria Teresa e la nuora Luisa Maria di Berry, moglie di Carlo Ferdinando di Borbone. Le principesse viaggiarono in incognito sotto i nomi di contessa Maria Teresa di Santo stefano e marchesa Luisa Maria di Castiglione. Compiuta la missione, il Paveri Fontana si recò a Milano a prelevare il futuro duca di Parma Carlo di Borbone, colà detenuto, per condurlo a Genova e quindi, grazie a una nave da guerra inglese, prima a Livorno poi a Civitavecchia e infine a Malta. Nel 1841 sposò in prime nozze una prima cugina, la marchesa Maria Teresa Dalla Rosa Prati. Rimasto vedovo nel 1847, sposò la marchesa Carolina Dalla Rosa Prati, figlia della contessa Luigia Sanvitale e quindi discendente diretta della duchessa Maria Luigia d’Austria. Ebbe numerosi figli. Il Paveri Fontana fu a lungo presidente dell’opera parrocchiale di Collecchio e consigliere comunale di Collecchio dal 1878 fino alla morte.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Ampliamenti di collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 364; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 42.

PAVERI FONTANA DEMOFILO
Parma 1754 c.-1814
Figlio di Alessandro. Per il complesso sistema fideocommissorio, volto a far rimanere al ramo primogenito della famiglia il patrimonio nella sua integrità, si trovò come tale nel 1799.  Venne pertanto confermato nella contea, elevata in suo favore in marchesato, di Piozzano, del marchesato di Fontana Pradosa e del baliaggio dell’Ordine di Santo Stefano, commenda patronale eretta in Parma il 22 aprile 1627 da Giulio Cesare Paveri Fontana. A Corte il Paveri Fontana ebbe la carica di primo cavallerizzo della duchessa Maria Amalia di Borbone. Sposò Enrichetta dei marchesi malaspina della Bastia e in seconde nozze Teresa dei marchesi Invrea, di Genova. Il 28 aprile 1783, assieme ai suoi fratelli, fu insignito in perpetuo, dal Senato di Bologna, della nobiltà di quella città. Il Paveri Fontana fu buon disegnatore dilettante.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 230; Gazzetta di Parma 18 e 25 novembre 1996, 5.

PAVERI FONTANA GIUSEPPE
Parma 23 ottobre 1788-Parma 3 agosto 1855
Nacque dal marchese Demofilo e dalla di lui seconda moglie marchesa Teresa Invrea, dama di Corte. Venne battezzato nella cappella di Corte nel maggio 1789 ed ebbe come padrini Ferdinando e Maria Amalia di Borbone. Prima cadetto e poi Capitano nelle Guardie del corpo del duca Ferdinando di Borbone, nel 1814 fece parte della Guardia nazionale urbana. Nel 1816 la duchessa Maria Luigia d’Austria lo nominò ciambellano e maestro delle Cerimonie e nel 1820 soprintendente dei Palazzi ducali. Dal 1824 lo volle come ciambellano in tutti i suoi viaggi all’estero.Il Paveri Fontana fu nominato, nel 1831, ciambellano in permanenza di servizio insieme al conte luigi Sanvitale. In concomitanza con tale nomina venne fatto cavaliere dell’Ordine costantiniano di San Giorgio. Nominato quindi consigliere intimo, nel 1841 fece parte della Commissione araldica ed elevato al rango di senatore di Gran Croce dell’Ordine costantiniano di San Giorgio. Alla morte della duchessa Maria Luigia, Carlo di Borbone gli confermò la fiducia nominandolo ciambellano, Gran Maresciallo di Corte e consigliere intimo di Stato. Nel 1841 acquistò a Parma palazzo Terzi, in strada San Michele. Fu sepolto nella cappella dell’Ordine costantiniano alla Villetta di Parma. 
FONTI E BIBL.: A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 44.

PAVERI FONTANA LIONELLO
Parma 21 novembre 1863-Parma 1945
Figlio di Carlo Luigi e di Maria Carolina Dalla Rosa Prati. Ufficiale di carriera nell’arma di Cavalleria, divenne nel 1885 sottotenente. Nel 1897 fu nel 4° Reggimento Genova e nel 1915, colonnello comandante dei cavalleggeri Treviso, prese parte alla guerra contro l’Austria. L’anno dopo (maggio 1916), nelle trincee di Monfalcone, col reggimento appiedato, meritò la medaglia d’argento al valor militare. Da colonnello brigadiere comandò la brigata Piacenza dal settembre 1916 al maggio 1917. Maggior generale nel 1917, comandò poi la 5° brigata di Cavalleria. Lasciò il servizio attivo dopo la guerra e ottenne nel 1923 il grado di generale di divisione. Ottenne a Parma cariche e presidenze di vari istituti, quali la Cassa di risparmio, la Congregazione di San Filippo neri, la Croce Rossa e l’Associazione agricoltori. Venne insignito della commenda dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Sposò la contessa Mina Sanvitale.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, 1933, V, 871; E.Nasalli Rocca, Condottieri e capitani piacentini, in Studi Piacentini 1938, 78; P. Gerbore, Dame e Cavalieri del Re, Milano, Longanesi, 1953; A. Jacobucci, La Brigata Piacenza, in Libertà 5 gennaio 1967; Delfanti, 162; C.E. Manfredi, in Dizionario biografico Piacentino, 1987, 200-201; Collecchio. Come eravamo, 1987, 20.

PAVERI FONTANA LODOVICO
Parma 11 novembre 1861-Sestri Ponente 12 febbraio 1952
Figlio primogenito del marchese Carlo Luigi e di Maria Carolina dei marchesi Dalla Rosa Prati , risiedette in un primo periodo a Parma e nella villa materna di Collecchio, Comune di cui fu sindaco. Si trasferì poi nel piacentino ove visse nell’avita villa di Caramello, in comune di Castelsangiovanni, di cui pure divenne sindaco. Si dedicò con competenza alla conduzione delle aziende agricole di famiglia, promosse la fondazione del Consorzio irriguo della Val Tidone (di cui fu presidente), presiedette altresì il consorzio agrario di Piacenza e la locale Cassa di Risparmio. ricoprì anche cariche amministrative in enti benefici, tra cui gli Ospizi Civili e la Croce Rossa di Piacenza. Dal 1923 al 1928 fu presidente del Consiglio Provinciale di Piacenza. appassionato di musica e del canto lirico, fu membro della Commissione Teatrale di Parma nella stagione di Carnevale 1887-1888. Sposò a genova il 6 agosto 1892 il soprano clementina Carbone Sciallero che, dopo il matrimonio, cantò esclusivamente in concerti o serate di beneficenza.
FONTI E BIBL.: Dietro il sipario, 1986, 302; C.E. manfredi, in Dizionario biografico Piacentino, 1987, 201.

PAVERI FONTANA MARSILIO
Parma 1752
Marchese. Il 29 agosto 1752 vennero emanate disposizioni generali per i Teatri ducali di Parma e Piacenza: furono nominati due direttori, l’uno nella persona del conte Ferdinando Scotti, l’altro in quella del Paveri Fontana (Archivio di Stato di Parma, Decreti e rescritti).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

PAVERI FONTANA TERESA
Parma 5 luglio 1775-Parma 30 gennaio 1850
Figlia del marchese Demofilo e della marchesa Enrichetta Malaspina della Bastia. Non ancora ventenne, andò sposa il 22 aprile 1795 nella chiesa di San Bartolomeo in Parma al marchese Giuseppe Antonio Corradi Cervi. Donna di notevole intelligenza e di rara eleganza, la paveri Fontana fu indirizzata verso lo studio della musica (cembalo e canto), che coltivò sempre con serietà e amore, tanto da divenire distinta cembalista e da leggere e concertare partiture orchestrali. Fu conosciuta nel mondo aristocratico della città di Parma come valente interprete delle più celebrate cavatine dell’epoca. Il Mazza, che fu amico di famiglia e assiduo frequentatore di salotti mondani e intellettuali, dedicò alla Paveri Fontana più di un sonetto. La Paveri Fontana fu la prima interprete dell’Agnese di Paër, eseguita per l’inaugurazione del Teatro Scotti al Ponte Dattaro. Nell’occasione la Paveri Fontana superò ogni altro artista che con lei si produsse, e solo a lei riuscì di emergere, contribuendo a un’altra delle tante affermazioni del Paër.
FONTI E BIBL.: V.P., Oda saffica alla Signora Teresa Corradi Cervi, Parma, dalla Stamperia Blanchon, MDCCCIX; A. Mazza, Opere, vol. II, Sonetti dell’armonia, Parma, Paganino, 1816, 38, 48, 49, 58, 59, 60 e 113; P. Donati, Cronologia drammatica pantomimica e comica del Ducale Teatro di Parma, par-ma, 1830 (annotazioneall’anno 1809, di mano di E.Scarabelli Zunti nella copia posseduta dall’archivio Storico del Comune di Parma); P.E. Ferrari, spettacoli drammatico-musicali e coreografici in par-ma dal 1628 al 1883, Parma, Battei, 1884, 95; G. Tebaldini, Ferdinando Paër nel primo centenario della sua morte, in Aurea Parma XXIII 1939, 83; N.N., Parma che scompare, in Aurea Parma XXIV 1940, 35; M. Ferrarini, Parma teatrale ottocentesca, Parma, Casanova, 1946, 26, 136; M. Corradi Cervi, in Aurea Parma 1 1950, 17-20; F. da Mareto, bibliografia, II, 1974, 314.

PAVESI EGISTO
Sala-sala baganza 3 giugno 1905
Giovanissimo entrò nei bersaglieri di lamarmora. Dalla scuola militare di Modena uscì sottotenente di fanteria e fece con questo grado la campagna del 1866. Si distinse nella campagna contro il brigantaggio. Ritiratosi poi a Sala Baganza, si dedicò all’agricoltura dando vita a un suo fondo al Castellaro, sul greto del Baganza. Costituitasi a Sala Baganza la Cassa Rurale (1902), Il Pavesi ne fu il primo segretario. Raggiunse il grado di maggiore nella Riserva.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 127.

PAVESI ENRICHETTA
Parma 28 giugno 1863-
Nata da ricca famiglia, studiò canto (soprano) al liceo Musicale di Bologna con Virginia Boccabadati. Ebbe in repertorio Un ballo in maschera (Amelia), Trovatore (Leonora), Aida, Forza del destino (Leonora), Otello (desdemona), Lucrezia Borgia, Mefistofele (Margherita), Gioconda (Gioconda e Laura), Norma (adalgisa) e Faust (Margherita). Il 22 gennaio 1888 cantò al Teatro Regio di Parma nel Faust di gounod diretto da Giovanni Bottesini: ebbe un successo di stima.In seguito si sposò (21 settembre 1889) con Giuseppe Ferreri di Torino e abbandonò le scene. 
FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 151; Dietro il sipario, 1986, 302-303.

PAVESI FEDERICO
Costamezzana 1724-Parma 1815
Fu commissario e dottore in Pellegrino dal 1755 al 1760. Fu segretario del Consiglio generale e Cancelliere dell’Anzianato di Parma per 45 anni.Uomo erudito, grande amante dei versi frugoniani e verseggiatore egli stesso, nei suoi componimenti si nascose talvolta sotto il nome anagrammatico di Fecoride Sivape.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, 366; A.Micheli, Giusdicenti, 1925, 15.

PAVESI GALEOTTO
Parma seconda metà del XV secolo
Boccalaro attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 270.

PAVESI GIUSEPPE
Parma-gennaio 1897
Consigliere provinciale della Provincia di parma, ideò e realizzò la rete di tramvie del Parmense.
FONTI E BIBL.: Commemorazione del Consigliere Giuseppe Pavesi detta dal Presidente del Consiglio nella seduta del 30 gennaio 1897; R.Lasagni, Bibliografia, 1991, 233.

PAVESI ISIDORO
Sala 1848
Giovanissimo troncò gli studi per arruolarsi volontario. Fece la campagna risorgimentale del 1848. In seguito si laureò in ingegneria.
FONTI E BIBL.: A.Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 127.

PAVESI PIETRO
San Martino Sinzano 1827/1841
Fu sindaco del Comune di San Martino Sinzano dal 6 ottobre 1831, e fu nuovamente eletto il 20 febbraio 1841.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Gli argini del ba-ganza, in Per la Val Baganza, 1985 72 s.; malacoda 9 1986, 69.

PAVESI NEGRI GIUSEPPE
Parma 18 aprile 1831-Madonna della Scoperta 24 giugno 1859
Figlio di Manfredo e Costanza Marazzani. Patrizio piacentino, fu acerrimo nemico della dominazione austriaca nel Ducato di Parma. Il 1° febbraio 1855 prese le parti di un giovane, suo parente, villanamente insultato dall’ufficiale austriaco Josef Paul. Il Pavesi Negri lo sfidò a duello, che ebbe luogo il 15 maggio successivo: il Paul rimase ferito a morte. Ai primi moti del 1859, il Pavesi Negri si arruolò come soldato nel 1° Reggimento Granatieri di Sardegna. Morì battendosi da prode nella battaglia di San Martino.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 322.

PAVIA LORENZO
Parma 1741-Parma 1764
Figlio di Giacomo. Fu pittore-architetto e mercante di stampe.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIV, 1823, 330.

PAZIENZA, vedi GUARESCHI EVARISTO

PAZZONI ALBERTO
Parma 1692/1753
Tipografo. Nel 1692, in società per la stampa di libri con Paolo Monti, esordì con una relazione di viaggio di Cornelio Magni e l’anno dopo intraprese la stampa del periodico di erudizione Synopsis Biblica e dell’opera di Paolo Segneri Il Parroco istruito, sottoscrivendo in quest’ultima In Firenze et in Parma. Nel 1693, sempre in società col Monti, pubblicò le opere di Cornelio Freschot, Memorie istoriche della casa Arcioni e Origine, progressi e ruina del calvinismo nella Francia, e le Reflessioni sopra la costituzione LXXXVIII d’Alessandro VII di Giacomo Giandemaria. Negli anni seguenti stampò le opere scientifiche di Paolo Casati: Dissertationes physica de Igne, Hydrostaticae dissertationes, Ippocrate, dell’uso della kina kina per la guarigione delle febbri di Carlo Richany, la Pallade segretaria, o sia prima spedizione di lettere missive di Carlo Giuseppe Fontana, del 1696, un primo volumetto di Francesco De Lemene, Poesie diverse (in Milano et in Parma, 1699), al quale fece seguito l’edizione delle Poesie, in 4 volumi. Dal 1699 il Pazzoni stampò da solo a Mantova, dove risulta attivo fino al 1728 ed è probabile che decidesse di cedere la propria parte di attività al Monti. I due compaiono ancora associati nell’importante edizione delle Opere di Paolo Segneri del 1700-1701, e nelle pubblicazioni dei Soggetti Parmigiani di Giambattista Pico e nel georgicorum libri IV di Tommaso Ravasini del 1702. Il Pazzoni è documentato a Mantova fino al 1753.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 247; Al pont ad mez 1996, 21-22.

PAZZONI CESARE
Parma 1881
Fabbricante di terrecotte, venne premiato con menzione onorevole all’Esposizione di Milano del 1881.
FONTI E BIBL.: G.Corona, La Ceramica, Milano, 1885; A.Minghetti, Ceramisti, 1939, 328.

PAZZONI LUIGI ANTONIO TEODORO
Moragnano 8 novembre 1772-Parma 8 settembre 1847
Nacque da Domenico e Maria Bottazzi. giovanissimo raggiunse a Parma, nella casa di Borgo Regale 37, il fratello Michele, la sorella Angela e i genitori. Ingegno vivo e precoce, nel 1792 (a soli vent’anni d’età) fu licenziato in legge e nel luglio 1793 laureato in ambo le leggi. Nell’Archivio di Stato di Parma esiste un diploma pergamenaceo in cui Luigi pazzoni parmense è dichiarato Dottore con tutte le prerogative presso la Regia Accademia di Parma (23 luglio 1793, a firma Adeodato Turchi e Angelo Mazza). Seguendo l’insegnamento del Cossali, si volse verso le discipline matematiche e astronomiche. Nel 1795 fu professore di matematica elementare presso la Regia Università di Parma. Nel 1799 curò la pubblicazione delle Effemeridi del Cossali. Ma poiché la pratica delle leggi non gli interessava e la professione della matematica evidentemente non gli bastava, abbracciò anche la vocazione religiosa. Nel 1794 fu suddiacono e poco tempo dopo fu ordinato sacerdote. Tuttavia non si applicò alla cura delle anime: col governo francese fu confermato professore di matematica pura, nel 1812 Professore di matematica sublime, cui fu aggiunta l’astronomia nel 1814 col nuovo ordinamento del ministro Magawli. In seguito fu varie volte priore della Facoltà filosofica che comprendeva le materie matematiche. Nel 1814 redasse il suo testamento (che fu poi leggermente ritoccato nel 1847) lasciando tutti i suoi averi al fratello michele, in subordine al di lui figlio Gian Maria e, in terza voce, alla sorella Angela e alle nipoti Anna, Maria e Giuseppa. Il 26 luglio 1814 C.F.Caselli, vescovo di Parma, lo nominò al beneficio canonicale rimasto vacante per la morte del conte Dupré. Il Pazzoni ebbe rapporti con molte personalità del tempo: si conservano infatti lettere da lui scambiate, tra gli altri, con Giacomo tommasini, Angelo Mazza, Lorenzo Molossi, il Dalla rosa, L. Bondani, L.Pallavicno, A. lombardini, F.Cocchi e Luigia Sacco, superiora delle dame Orsoline (delle quali ilPazzoni fu confessore). Nel maggio 1822 fu accolto nella congregazione del Sacro Monte di Pietà: in seguito ricevette periodicamente le chiavi degli uffici quale ispettore secondo l’usuale turno. Fu pure membro della Compagnia di Carità, della quale fu in varie riprese Capo ordinario. Inoltre fu esaminatore sinodale nella Curia vescovile di Parma. Nel 1831 il Pazzoni fu dichiarato Anziano di matematica sublime e astronomia nelle Scuole superiori e membro della Commissione incaricata della riforma degli Studi e del Magistrato Superiore degli Studi Parmensi. Del 1814 è la pubblicazione Elementi di geometria speculativa. Il Pazzoni scrisse inoltre un corso di Astronomia, un trattato sulla Teoria dei Vitalizi, un trattato di fisica e uno di Logica e Metafisica, in lingua latina. Morì stroncato da un ictus all’età di 75 anni.
FONTI E BIBL.: M.Leoni, in G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 297-298; Parma per l’arte 2 1957, 71-72; F. Barili, Tizzano, 1970, 81-82; Valli dei Cavalieri 2 1972, 107-108; Parma nell’arte 1987, 107-112.

PAZZONI MICHELE
Lagrimone 8 ottobre 1770-Parma 12 febbraio 1849
Nacque da Domenico e Maria Bottazzi. Si trasferì giovanissimo a Parma, probabilmente appoggiandosi allo zio, parroco di San silvestro. Studiò giurisprudenza e si laureò nel 1790. Nel 1793 fu abilitato all’avvocatura. Nel 1790, Adeodato Turchi, vescovo di Parma, lo nominò membro della Regia Accademia parmense. Gli studi approfonditi, la sua integrità morale, l’onestà, ne fecero ben presto uno degli uomini più stimati della vita politica parmense. Fu nominato professore di diritto civile (poi codice civile) all’Università il 25 luglio 1800, e il 2 ottobre 1803 gli venne conferito dal governo francese il titolo di membro del Consiglio generale della Comunità di Parma. Sposatosi con Giuseppina Abbati, la sua vita matrimoniale non fu fortunata: nel giro di pochi anni gli morirono infatti i quattro figli e la moglie. Nel 1810 si risposò con Antonia Rastelli e il 15 maggio dello stesso anno fu nominato membro del Consiglio municipale. Nel 1817 fece parte di una commissione per la revisione del Codice civile proponendo l’ammissione delle femmine alle successioni intestate. Fu giudice nel tribunale di prima istanza, di corte d’Appello a Parma (1816) e in Corte di Cassazione. Nel 1817, unitamente a Vincenzo Mistrali e Pietro Garbarini, diede alle stampe un volumetto sulle concessioni. Durante i moti del 1831 fu membro del Governo provvisorio, ma si dimise subito, poco convinto della sua necessità. nel 1824 fu nominato consigliere del Tribunale supremo di Revisione di Parma. In occasione del matrimonio di Albertina Montenovo, figlia di Maria Luigia d’Austria e del Neipperg, con il conte Luigi Sanvitale, sorse una questione giuridica che il Pazzoni risolse con equilibrato senso della giustizia: si oppose infatti a che non risultasse che Albertina era nata fuori del matrimonio. Nel 1831 cessò l’insegnamento e nove anni più tardi fu fatto professore emerito. Nel 1834 Maria Luigia lo nominò consigliere di Stato cavaliere dell’Ordine costantiniano e nel 1835 commendatore dello stesso Ordine e consigliere intimo di Sua Maestà. Nel 1839, come presidente dell’Interno (carica alla quale era stato nominato alla morte del Cocchi), fece promulgare il decreto di adesione alla convenzione stipulata dall’Austria e dal Piemonte per garantire la proprietà delle opere scientifiche e artistiche e i nuovi regolamenti degli asili infantili. Nel 1842 chiese di essere esonerato dall’incarico: Maria Luigia lo creò allora presidente del Consiglio di Stato ordinario e direttore dell’amministrazione del Consiglio stesso. Nel 1846, morto il Mistrali e assente il Richer, Bombelles lo delegò, quale consigliere intimo della Duchessa, a firmare i decreti più urgenti. L’anno dopo fu chiamato a far parte della Commissione di Reggenza. Sotto Carlo di Borbone, succeduto a Maria Luigia, giunto a Parma verso la fine del 1847, mantenne le cariche precedenti ma la sua età, già avanzata, lo estraniò quasi del tutto dall’azione. Per la sua integrità e prudenza non venne dichiarato deposto dalle cariche e uffici dal Governo Provvisorio instauratosi nel 1848 (tra i deposti vi furono Bombelles, Enrico Salati, Vincenzo Cornacchia, Vincenzo Vincenzi, Antonio Crotti, Lorenzo Richer e Gian Domenico Godi). Morì colpito da broncopolmonite.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 572; G.Mariotti, L’Università di Parma e i moti del 1831, 86; E.Benassi, L’Università di Parma 73 sgg.;Calendario di Corte e Almanacco di Corte sino al 1845; F. Rizzi, Professori, 1953, 103; F.Barili, Tizzano, 1970, 82-83; Valli dei Cavalieri 2 1972, 106; A.V.Marchi, Figure del Ducato, 1991, 114; Archivio Storico per le Province Parmensi 1997, 386.

PECCHIONI AUGUSTO
Ragazzola 1923 -Milano 4 aprile 1992
Nel 1948 si laureò a Parma in Medicina e Chirurgia . Diventò libero docente presso l’università di Modena, dove acquisì la nomina di docente di Odontoiatria . Esercitò la professione agli inizi degli anni Sessanta a salsomaggiore presso lo studio Agnetti. successivamente, sempre negli anni Sessanta, si trasferì in lombardia, dove divenne primario di odonstomatologia presso l’ospedale Maggiore di Bergamo prima e quindi dell’ospedale San Carlo di Milano. Fu un pioniere delle tecniche più avanzate nelle protesi dentarie di cui fu relatore in molte università estere. Il Pecchioni scrisse vari testi su l’odonstomatologia adottati da tutte le scuole specialistiche in materia, sia italiane che estere.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 aprile 1992, 22.

PECCHIONI EGIDIO
Ragazzola 31 agosto 1855-Ragazzola 31 agosto 1940
Figlio di Vittorino, per un ventennio sindaco di Roccabianca. Compì gli studi a Parma e, conseguita nel dicembre 1878 la laurea in matematiche pure, frequentò il corso d’ingegneria al Politecnico di Torino. Nel 1881 conseguì la laurea anche in quella facoltà. Dopo aver esercitato per un breve periodo la libera professione (specialmente a Roma), volse i suoi studi e la sua attività all’agricoltura seguendo le nuove teorie di Stanislao Solari, del quale fu collaboratore e amico. Diresse vaste aziende agricole, dapprima in Toscana (tra cui quella del conte De Albertis di Firenze) quindi, dal 1898 al 1919, le proprietà terriere del marchese Giacomo Filippo durazzo Pallavicino di Genova, costituite di dodici tenute agricole in Liguria, Piemonte e Spagna, che il Pecchioni, applicando le tecniche più progredite, portò a un alto livello produttivo. Nel contempo, valendosi della sua grande esperienza, organizzò corsi di studio per la formazione di agenti agricoli qualificati, dei quali fu dotto maestro. Invitato da altri grandi proprietari terrieri, fece parte di commissioni tecniche in seno al ministero dell’agricoltura. Per sua iniziativa sorsero i pollai provinciali per la difesa e l’incremento dell’avicoltura nazionale. Collaborò assiduamente a giornali agricoli, tra cui la Rivista di agricoltura, Il coltivatore e l’apicultore. Godette la stima e l’amicizia di eminenti personalità, quali il ministro giuseppe Micheli, l’onorevole marescalchi, i professori Bizzozzero, Chipi e Tito poggi. ebbe profondamente radicati nell’animo un grande amore per la patria e il desiderio di contribuire alla redenzione sociale dei lavoratori, specialmente agricoli. A questi ideali il Pecchioni dedicò interamente la sua laboriosa esistenza. Tra le sue numerose pubblicazioni, vanno citate: Indicativa agraria guidata col sistema Solari (1899), L’agricoltura a base d’azoto (1906), La coltivazione del frumento (1909) e Progetto generale per la bonifica d’una vastissima zona del Mezzogiorno.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 343.

PECCHIONI MANLIO
Parma 2 aprile 1887-Messico 1961
Figlio di Pietro e Angela Tanzi. Iniziò a lavorare alle dipendenze di Romeo Bizzi, nella pasticceria di piazza Garibaldi. Tasferitosi a Torino, alla Fiat, girò in auto per l’Europa a fianco di Felice Nazzaro, che lo volle poi suo meccanico nelle prime corse automobilistiche. Nel 1906 si recò in Argentina, ove, con il socio Bruno Cassini, assunse la rappresentanza della Fiat. Si cimentò in una trasvolata (non completata per il maltempo) delle Ande con un aereo di legno e tela, da lui stesso messo a punto. Nel 1914 tornò in Italia per arruolarsi: combatté in Macedonia, ove contrasse la malaria. Finita la guerra, si trasferì nel Siam e divenne l’autista del re, del quale guidò una favolosa Mercedes rivestita di lamine d’oro e pietre preziose. Fu poi in Malesia e in australia. Nel 1959 raggiunse il figlio Pietro in messico, dove lo colse la morte.
FONTI E BIBL.: F. e T.Marcheselli, Dizionario parmigia-ni, 1997, 236.

PECCHIONI MARIO
Roccabianca 1897-25 settembre 1918
Figlio di Giuseppe e di Clementina Cascinella. Fu chiamato alle armi nell’agosto del 1916 e destinato al 2° Reggimento genio a Casale monferrato, da dove, dopo un periodo di istruzione, fu inviato al fronte. Col suo reparto compì importanti lavori di fortificazione campale in prima linea, a diretto contatto col nemico. Mentre con la 208a compagnia zappatori procedeva al rafforzamento di una linea gravemente danneggiata dall’artiglieria nemica, rimase ferito al viso e a un fianco. Fu trasportato all’ospedaletto da campo n.75 ove morì in seguito alle ferite riportate. Il pecchioni fu decorato della Croce di guerra al merito sul campo.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 43.

PECCHIONI PIETRO
Sarmato 4 gennaio 1828-Parma 9 agosto 1908

Nacque da Luigi, costruttore di barche e traghettatore sul Po. Seguendo il mestiere del padre, il Pecchioni ebbe modo sin da giovane di trovarsi a contatto colla numerosa schiera di esuli e di patrioti che passava clandestinamente il confine, per portarsi in Piemonte o in terra straniera. A vent’anni il Pecchioni si arruolò nelle guardie di Finanza del Ducato, corpo che accolse molti simpatizzanti del movimento mazziniano, tra cui diversi affiliati della Giovine Italia. Fu destinato al porto di Sacca, presso Colorno. Partecipò alle più rischiose imprese che i mazziniani prepararono per sollevare lo Stato parmense, governato da Carlo di Borbone. Alla congiura contro Carlo di Borbone il Pecchioni partecipò attivamente: fu  tra coloro che, appostati presso la Porta di San Michele, avrebbero dovuto (21 marzo 1854) attentare alla vita del Sovrano. Il Pecchioni fu affiancato da un’altra guardia di finanza, Luigi Facconi, entrambi armati di stili fabbricati dal fabbro Pelagatti. Il duca doveva transitare di là per recarsi a Modena, secondo informazioni avute dal postiglione ducale Pattini, confidente dei congiurati. Ma la carrozza passò troppo rapida e il colpo mancò. Il Pecchioni riuscì ad allontanarsi e a riprendere il suo posto a Sacca. La domenica successiva (26 marzo), giorno fissato per un nuovo attentato, si portò di nuovo a Parma e si appostò con gli altri congiurati lungo il presumibile cammino che il duca avrebbe dovuto fare per rientrare a palazzo dopo la consueta passeggiata lungo lo Stradone. Carlo di Borbone fu poi pugnalato da Antonio Carra, appostato con Ranzoni in strada santa Lucia. Il Pecchioni anche quella volta si eclissò subito, rivestì la divisa e tornò al suo servizio di doganiere. il Pecchioni partecipò anche all’insurrezione del 22 luglio, che, per incapacità dei capi, per mancanza di organizzazione e per leggerezza degli iniziatori che non seppero nemmeno tenere segreta la cosa, venne al suo nascere soffocata nel sangue. Il Pecchioni combatté nei pressi della caserma delle guardie di Finanza e riuscì a sfuggire all’accerchiamento delle truppe. La repressione fu feroce. Due soldati, mario Bacchini di Borgo San Donnino e baldassarre Poli di Parma, che avevano fatto causa comune con gli insorti, furono immediatamente fucilati. Gli altri tredici morti della giornata furono vittime della ferocia delle truppe. Numerosissimi furono gli arresti, tra cui quello di Emilio Mattei che venne catturato gravemente ferito alle gambe. Alla gendarmeria ducale non sfuggì il contributo dato alla sommossa dalle guardie di Finanza e il 27 luglio vennero arrestati diversi militi di quel corpo, tra i quali il Pecchioni e l’Adorni. Seguirono le feroci inquisizioni del Krauss, chiamato appositamente da Mantova come esperto in quel genere di istruttorie.Il 5 agosto vennero fucilati Mattei, Adorni, Facconi e Boncompagni.Il Mattei, non potendosi reggere sulle gambe fratturate, venne fucilato legato a una barella sollevata in alto. Nel secondo gruppo di inquisiti vi fu il Pecchioni, accusato di aver partecipato non solo alla sommossa ma anche alla congiura contro il Duca. Per un mese tenne fronte agli spietati interrogatori dell’inquisitore austriaco che, per strappargli la confessione, lo sottopose alla tortura delle bastonate. Con sentenza del 9 settembre, assieme agli altri correi, venne dichiarato colpevole di crimine di cospirazione contro lo Stato e condannato ai lavori forzati a vita, mentre Davide Franzoni e Alessandro Borghini vennero fucilati. I condannati vennero consegnati all’Austria e tradotti nel castello di Mantova. Il Pecchioni entrò nel carcere apparentemente rassegnato, ma col deciso proposito di evadere. Con ben simulata tranquillità, riuscì a vincere la naturale diffidenza del personale di custodia e ad accaparrarsi la simpatia del cappellano, che lo prese con sé come chierico. Fu pure addetto al servizio nella cucina e a segare la legna nel magazzino: ebbe così modo di studiare la topografia del luogo e di orientarsi per preparare la fuga. Una parete del magazzino, coperta da una grande catasta di legno, era costituita da un muro esterno del Castello, rivolto verso il lago. Accordatosi con altri due reclusi, delinquenti comuni, che gli erano compagni nel lavoro, cominciò ad aprire un varco nella catasta, arrivando in breve al muro di cinta. In seguito, mentre a turno due segavano rumorosamente la legna, l’altro sgretolava con mezzi di fortuna il muro. Dopo diverse settimane di lavoro, la breccia fu ultimata. Il Pecchioni, fidandosi della sua agilità e della sua abilità di nuotatore, si gettò nell’acqua e, con poche bracciate, seguito dai due compagni d’evasione, riuscì a raggiungere un vicino canneto e a nascondersi. Il Pecchioni si diresse poi verso il Po, che varcò a nuoto rientrando negli Stati parmensi. Giunto a Parma, riuscì a mettersi in comunicazione con Clemente Asperti e Andrea Maturini, patrioti, presso cui si rifugiò. Dopo pochi giorni lasciò Parma e si diresse a Genova con una lettera di raccomandazione per Nino Bixio, che lo prese come suo attendente, che servì fedelmente per tre anni. Nel 1859, arruolatosi nei Cacciatori delle Alpi, combatté valorosamente a Varese e a Treponti contro le truppe dell’Urban. Nel 1860 il Pecchioni fu di nuovo a Genova, e il 5 maggio si trovò a quarto nella schiera dei Mille, assegnato alla seconda compagnia comandata da Vincenzo Orsini. A Talamone si staccò dal grosso della spedizione per far parte della colonna zambianchi, equipaggiata, prima di ogni altra, di armi e camice rosse. La spedizione, attuata a scopo diversivo, si concluse infelicemente dopo pochi giorni: il piccolo drappello, un centinaio di uomini cui si erano aggiunti i 90 volontari partiti da Livorno con Andrea Sgarallino, scontratosi coi pontifici appena varcato il confine, venne sconfitto alle Grotte di Castro. Dopo la sconfitta di Castro, alcuni dei volontari garibaldini vennero fatti prigionieri e altri si sbandarono, cercando di raggiungere in qualche modo Garibaldi. Tra questi ultimi vi fu il pecchioni che riuscì a tornare a Genova, in tempo per partecipare, col grado di sergente, alla seconda spedizione Medici e a battersi poi valorosamente a Milazzo e al Volturno. Sciolto l’esercito meridionale, il Pecchioni ritornò a Parma dove fu assunto come guardia municipale. Si sposò con una fruttivendola che conduceva un piccolo negozio nell’Oltretorrente, dalla quale ebbe dodici figli. Quando fu collocato in pensione, non bastandogli il modesto assegno comunale né quello dei Mille, ebbe in concessione il laghetto del giardino pubblico di Parma, industriandosi a guadagnare qualche soldo dando a nolo le barche.
FONTI E BIBL.: A. Isola, in Gazzetta di Parma 11agosto 1908, n. 222; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 42; Aurea Parma 1 1947, 24-30; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 116-117.

PECCHIONI ROBERTO
Sissa-post 1907
Di mestiere fabbro, iniziò l’attività di costruttore di strumenti musicali costruendo un piccolo armonium, venduto poi a un privato di Busseto, cui ne seguì uno di 16 registri che vendette a San Secondo, dopo che era stato fatto udire in vari concerti nei paesi vicini. Nel novembre 1881 ne costruì uno di 22 registri di eccezionale fattura e dotato di tale potenza di voce da uguagliare quasi quella di un organo, che fu acquistato dalla fabbriceria di Castelnuovo. Presentato il 1° dicembre in un concerto al Teatro Reinach di Parma, all’esecuzione del secondo pezzo accusò dei malfunzionamenti. Nel 1907 il Pecchioni era titolare di una fabbrica di armonium e pianoforti nel paese natale.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Reinach; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PECCHIONI TOMASO
Parma 1590
Sacerdote, fu cantore (basso) della Cattedrale di Parma nell’anno 1590
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PECCI ALDO
Parma 1918-Francoforte sul Meno 7 settembre 1962
Figlio di Ugo, noto mandolinista, a soli sette anni venne iniziato alla musica, a dodici anni entrò nell’orchestra Rigattieri.Dopo la seconda guerra mondiale riprese l’attività artistica con Gigi Stok. Apprezzato solista di chitarra elettrica, fondò poi un proprio complesso. Nel 1960 si trasferì in Germania, dove formò un gruppo con elementi locali. Il Pecci morì in seguito a un attacco cardiaco.
FONTI E BIBL.: F. e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 236.

PECCI UGO
Parma 20 gennaio 1894-Parma 1969
Figlio di Silvio e di Elena Pigorini. dipendente comunale, fu virtuoso solista dilettante di mandolino. Le sue esecuzioni in sale pubbliche o private della Mazurka di Migliavacca e della Serenata silvestre, pezzi forti d’un vasto repertorio melodico, richiamavano numerosi amatori. L’inveterata tendenza popolare ad applaudire un campione assoluto, ai vertici della graduatoria, lo espose a confronti e sfide fatalmente sfociati in polemiche. In un clima all’inizio scherzoso ma via via divenuto teso, il Pecci si cimentò con Renzo Cabassi, musicista di professione, insegnante nel Conservatorio di Pesaro e poi di Parma e concertista di chitarra classica. La contesa ebbe luogo nei primi anni Cinquanta presso la sede della Famija Pramzana stracolma di spettatori paganti per quello che, nelle intenzioni dei promotori, avrebbe dovuto essere un simpatico episodio folcloristico: scopo dell’iniziativa era, infatti, la raccolta di fondi per un’opera benefica. Il giudizio del pubblico fu favorevole al Cabassi, ma il Pecci non si rassegnò. Le sue reazioni vennero così riassunte sulla stampa locale: Da quel giorno il Pecci non si è più dato pace, ha parlato di irregolarità nella votazione, non ha mai riconosciuto il verdetto del pubblico e ha sempre anelato alla rivincita. Renzo Cabassi lo smentì seccamente in base alle dichiarazioni di tre musicisti superiori a ogni sospetto: Ferrari-Trecate, Alessandri e Righetti. L’invio di un nuovo cartello di sfida rimase lettera morta. Il Pecci si ripagò della delusione patita mietendo altri successi in giro per l’Italia e la Svizzera. Dei suoi virtuosismi si interessarono quotidiani e periodici. Gli dedicò un bel servizio anche la Settimana Incom, il maggior cine-giornale dell’epoca.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15 luglio 1997, 5.

PECORARA CAMILLO
Parma 1832-Bologna 7 febbraio 1913
Fu commendatore, avvocato e sostituto procuratore generale di Cassazione.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 819.

PECORARI ERMES
Roccabianca 1925-19 febbraio 1999

Il Pecorari fu tra i primi partigiani dell’appennino parmense che si costituirono nel distaccamento Griffith, caduto nell’agguato di Monte Montagnana all’alba del 15 aprile 1944.L’accerchiamento della formazione partigiana venne favorito dall’azione di una spia che si era infiltrata da qualche tempo.Nell’impari scontro a fuoco che presto si concluse con la cattura da parte nazista di cinquanta partigiani, persero la vita cinque combattenti: Rodolfo Lori, Loris Minozzi, Fernando Obbi, Ivo Maniporti e Giovanni Comelli.Soltanto tre partigiani sfuggirono alla cattura: Ario Comelli, Bruno Cresci e Nello Mattioli.I processi contro i conquanta prigionieri (tra cui il Pecorari), rinchiusi nelle carceri di San Francesco a Parma, si tennero nei giorni 18 e 20 aprile 1944.I prigionieri furono sottoposti a due diversi organi giudiziari, a seconda della singola posizione militare. Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato giudicò (18 aprile) il gruppo di prigionieri esenti dagli obblighi militari.Difesero d’ufficio l’avvocato Coiro e l’avvocato Scaffardi, il quale invano protestò per il tempo di poche decine di secondi imposto dal tribunale per la difesa di ciascuno dei suoi cinque patrocinati, tra i quali era anche Guglielmo Catuzzi.La condanna alla pena capitale venne comminata ad Anteo Donati, Salvatore Carozza, Afro Fornia (fucilati nella stessa notte a monticelli), al Catuzzi, a Giuseppe Brianti, Rino Costa, Fortunato Guarnieri e Peter Jovanovic.Subirono la condanna a ventisei anni di carcere altri cinque partigiani minorenni, tra cui Ugo Bocchi ed Enrico Fanti.Un separato organo giudiziario (il Tribunale militare straordinario di guerra) ebbe giurisdizione sui trentasette rimanenti partigiani accusati di renitenza e diserzione.Venne emessa la sentenza capitale per trentacinque di loro.Anche in questo processo l’avvocato Scaffardi tentò la difesa dei propri patrocinati ma venne zittito, coperto di insulti e cacciato dall’aula.Cinque dei giovani condannati furono poi uccisi per rappresaglia il 4 maggio 1944, nei pressi di Bardi: Giordano Cavestro, Raimondo Pellinghelli, Vito Salmi, Nello Venturini ed erasmo Venusti. La commutazione in lunghe pene detentive alla sentenza capitale per i rimanenti condannati ancora in vita, appartenenti a entrambi i gruppi, avvenne sotto il peso determinante della serie di tumulti provocati dalle donne di Parma.Anche il questore di Parma, Alberto Bettini, tentò di opporsi alla minacciata carneficina.In seguito all’incursione aerea alleata su Parma del 13 maggio 1944 alcuni dei prigionieri del distaccamento Griffith riuscirono a evadere da San Francesco.I rimanenti vennero trasferiti in luoghi diversi: alla Certosa, sede del 5° Comando provinciale della Guardia nazionale repubblicana, presso le scuole P.Cocconi dell’Oltretorrente e nella caserma di Borgo Pipa.Il Pecorari finì con il gruppo più numeroso rinchiuso alla Certosa.Dalla Certosa riuscirono a evadere e a riprendere la lotta partigiana, oltre al Pecorari, anche Luigi Bertoli, Silvio Coruzzi e Ugo Bologna.Dal medesimo luogo evasero il 26 giugno 1944 Bocchi e Catuzzi, ultimi prigionieri del Griffith, ivi rimasti dopo la traduzione in Germania di altri del gruppo.
FONTI E BIBL.: P.Tomasi, in Gazzetta di Parma 23 febbraio 1999, 10.

PECORARI PIETRO
Golese-Tobruk 30 novembre 1941
Figlio di Dante. carrista del 32° Reggimento, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: mitragliere di carro armato in procinto di rimpatriare per malattia, chiedeva e otteneva di rientrare al reparto per partecipare a un ciclo operativo. Durante un attacco contro forze preponderanti, rimasti feriti il capo carro e il sergente, con l’aiuto del pilota li soccorreva e, trasportatili fuori del mezzo, apprestava loro le prime cure sotto intenso fuoco avversario. Ferito durante il generoso tentativo, si rivolgeva al pilota dicendo Facciamo presto, andiamo avanti! e mentre saliva sul carro, cadeva colpito a morte da granata.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1950, Dispensa 11a, 1353; Decorati al valore, 1964, 69.

PECORARO LUIGI
Collecchio-Fonduc El Tokar 30 maggio 1912
Figlio di Alessandro.Caporale maggiore del 9° Reggimento Lancieri Firenze, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Mentre all’inizio della carica si slanciava arditamente con lo stormo da lui comandato contro un gruppo di Fezzanesi che facevano fuoco, animando i suoi lancieri con la voce e con l’esempio, cadeva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: R. Vecchi, Patria!, 1913, 4; G. corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi nella conquista dell’impero, Parma, Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 33-34.

PECORELLA CORRADO
Palermo gennaio 1930-Torino 6 dicembre 1994
Si trasferì a Parma fin da ragazzino con i familiari (il padre fu preside di una scuola media superiore della città). A Parma il Pecorella visse gli anni di formazione più importanti, dalle scuole elementari all’università. Laureatosi in giurisprudenza nell’Ateneo di Parma, allievo di Ugo Gualazzini, iniziò la carriera accademica nel 1953, sempre a Parma. Fu assistente volontario, assistente di ruolo, incaricato, ordinario di Diritto comune e poi di Storia del diritto italiano. Per i suoi meriti fu nominato preside: dal 1975 al 1984 fu alla guida della facoltà. Insegnò per diversi anni anche  nella facoltà di Magistero. fu uno storico del diritto di grande spessore: lo testimoniano le numerose pubblicazioni scientifiche riguardanti la Storia del diritto italiano. Studiò il fenomeno ottocentesco dei governi provvisori, originati dai moti risorgimentali parmensi, quello sul contratto medievale di soccida nelle montagne del piacentino, indagò legislazione e prassi statuarie, di cui il Pecorella fu appassionato cultore (statuti corporativi o territoriali, parmensi e piacentini furono da lui esaminati nella fitta rete di rapporti col diritto comune e con le strutture istituzionali). Si tratti dello statuto quattrocentesco dell’Arte dei muratori parmensi o dello statuto trecentesco del Collegio dei notai piacentini, il Pecorella riconosce gli elementi comuni negli schemi colti da altre esperienze: quali, ad esempio, l’urgenza di regolare le cariche interne e gli organi di governo degli enti, la permanenza in carica delle rappresentanze, i controlli sugli associati, i poteri degli organi all’interno e verso l’esterno, i rapporti con altre corporazioni o collegi, la tutela della concorrenza, l’immagine riconoscibile ai terzi attraverso cerimonie od opere di beneficenza. oltre il dato di cultura etnica, il documento fu considerato dal Pecorella quale tessera necessaria a un più vasto mosaico, nel fine avvertito di ricomprendervi lo svolgersi dei rapporti sociali in un quadro di necessità giuridica. Con lo stesso distacco il Pecorella esaminò fenomeni territoriali, non solo ducali, come il riformismo lombardo o i prodromi della signoria a Cremona, il regime delle franchigie in Val d’Aosta o la legislazione sabauda. Tra gli oggetti della sua curiosità, rientrò l’attività delle Accademie, le quali, espressione di locali minoranze illuminate, ritrovavano in un’autonoma disciplina, pur nelle consuete varianti sei-settecentesche, la forza di proporsi come vere e proprie istituzioni culturali, tanto efficaci da sostituire di fatto le carenti strutture universitarie e di rinnovare il pensiero scientifico e letterario. Da questi interessi nacque un metodo a lui peculiare: partendo dal basso, dalla ricerca materiale delle fonti, pervenire all’assunzione di tesi e ipotesi, sempre definitive e sempre provvisorie, come suggeriscono i confronti con altre realtà uguali e diverse nello stesso tempo. Dalla fine del 1984 il Pecorella lasciò Parma per trasferirsi all’università di Roma Tor Vergata. Dopo qualche anno si trasferì, come ordinario di Storia del diritto italiano, all’ateneo di Torino. Fu inoltre giudice nella repubblica di San Marino e componente del comitato nazionale per le scienze giuridiche e politiche del Comitato Nazionale per le Ricerche. Fu sepolto nel cimitero di Marore.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 dicembre 1994, 6; S. Di Noto, in Archivio Storico per le Province parmensi 1995, 31-32.

PECORINI GIOVANNI
Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nell’anno 1859. Non ebbe parte di rilievo nei lavori dell’Assemblea.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 365.

PEDANA CARLO ANTONIO
Parma 14 gennaio 1699-
Figlio di Giovanbattista. Nove epigrammi latini del Pedana si trovano nei Componimenti d’alcuni Parmigiani per la morte dell’insigne Medico Pompeo Sacco (1718). Scrisse anche versi italiani, compresi in varie raccolte.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 49.

PEDANA GIAMBATTISTA, vedi PEDANA GIOVANBATTISTA MICHELE ANTONIO

PEDANA GIOVANBATTISTA MICHELE ANTONIO
Parma 27 novembre 1668-Parma maggio 1746
Nato da Carlo Antonio e da Maria. Fu allievo di Pompeo Sacco e di Antonio Zanella. Si narra che quest’ultimo, trovandosi di fronte alle logiche argomentazioni del giovane allievo, costretto a confessare la circolazione del sangue da lui sempre negata, non seppe trattenersi, colto da ira, dal percuotere il Pedana con uno schiaffo. Lo Zanella dovette recarsi a casa dell’allievo a presentare le sue scuse e ottenere il perdono. Il Pedana venne immatricolato al Collegio dei Medici il 23 luglio 1691. Il duca Francesco Farnese lo volle (1699) all’insegnamento della medicina nello Studio di Parma, e quando (1700) Lodovico Sacca fu chiamato a Padova, al Pedana fu affidata la Cattedra Ordinaria di Medicina. Oltre a godere fama di medico valente, fu molto stimato per la sua erudizione nelle lettere italiane e latine. In lingua latina scrisse elegantemente, come dimostra la sua orazione in morte di Pompeo Sacco, pubblicata nel 1718 nella raccolta degli scritti in onore del grande innovatore. Il pensiero del Pedana, specialmente per quanto riguarda la teoria umorale e le conseguenze del contrasto dei diversi umori, si può ricavare dalla sua prelezione facultas medica ex temporum vicissitudine, dove particolarmente insiste nel raccomandare a colui che professa divinam hanc artem medendi di prendere i maggiori consigli dalla natura. Quando il Pedana fu medico di Corte (1731), venne coinvolto in un intrigo di palazzo e accusato poi a tal proposito di avere sacrificata la sua fama al lucro. In realtà, il Pedana, plasmato alla più assoluta e cieca devozione ai duchi, fu condotto a sostenere la sussistenza della gravidanza (dimostratasi col tempo insussistente) di Enrichetta d’Este, vedova di Antonio Farnese, al cui ventre pregnante lo sposo aveva, morendo, legato la successione del ducato di Parma. Il Pedana fu uno dei medici parmigiani più stimati del suo tempo, e lasciò scritte alcune opere mediche e di poesia. Alcuni suoi sonetti sono riportati nelle opere del Frugoni (tomo II) con le risposte del Frugoni stesso. Ebbe una lapide laudatoria nel palazzo di San Francesco. Il Pedana morì a 78 anni d’età.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 48-49; Aurea Parma 1 1931, 15-16; Parma nell’arte 1 1966, 5.

PEDARDI VIGILANTE
Parma prima metà del XVII secolo
Architetto civile attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 275.

PEDERZANI EGIDIO
Parma 1 settembre 1885-San Michele del Carso 21 ottobre 1915
Figlio di Luigi Giuseppe e virginia Bedeschi.  capitano del 156° Reggimento Fanteria, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valore Militare, con la seguente motivazione: nell’attacco di una posizione da lui abilmente predisposto dava prova di mirabile slancio e coraggio, e mentre con l’esempio e con la voce incitava i suoi dipendenti ad avanzare, colpito alla gola da una pallottola nemica, cadeva morto sul campo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 ottobre e 26 novembre 1915, 28 febbraio e 24 luglio 1916; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 185; Decorati al valore, 1964, 94.

PEDESINI MARIO
Parma 1581
Verseggiatore. Lasciò una viva esaltazione di Eleonora d’Este: in un sonetto proclama che lo stesso Giove l’ammirò e amò, rivestendo delle piume dell’aquila questa pura colomba.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 113-114.

PEDOCCA CLAUDIO, vedi MUSI CLAUDIO

PEDRACIO DA IGGIO
Iggio 1134
Notaio. Nel 1134, per suo atto, il vescovo di Piacenza investì Pietro da Pezzola, priore del monastero di Carpadasco, di alcune terre colte e prative poste nella villa di Carpadasco, ubi dicitur ad zenum de Burro col canone di due staia di frumento. Con altro atto del Pedracio del 13 febbraio 1134 il vescovo di Piacenza concesse investitura dell’ospedale di SanGiovanni in Galla per le terre quas tenent ad censum et in feudum Hospitale S.Ioannis de Galla et comitibus de Bardo.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 18.

PEDRAZZONI ERMENEGILDO
Parma 1902-Parma 1972
A dodici anni andò a lavorare con il marmista Olinto Rossi nel laboratorio di lapidi e sculture vicino al cimitero della Villetta. Qui conobbe lo scultore Alceo Dossena, che lo prese sotto la sua protezione e che quando un decennio dopo si trasferì a Roma, avviata una lucrosa produzione di falsi, lo chiamò nella capitale. Ma all’inizio degli anni Trenta il pedrazzoni si mise in proprio e aprì uno studio nei pressi di Piazzale Flaminio, iniziando a lavorare per gli antiquari. Allievo eccezionale, ben presto superò il maestro, a quel tempo al centro di uno scandalo artistico. Il lavoro non gli mancò e presto si trasferì nel laboratorio all’angolo tra la passeggiata di Ripetta e via del Vantaggio. La sua attività, quanto mai eclettica, segreta ai più ma non agli antiquari, si arricchì di un alone di leggenda. Si dice infatti fosse impegnato nel periodo precedente alla seconda guerra mondiale nella realizzazione di falsi archeologici destinati a ingannare il Reich germanico. La sua natura di appassionato d’arte e meno interessata agli aspetti più concreti della vita, portò il Pedrazzoni a non firmare neppure le opere sue, quelle che nulla avevano a che vedere con le copie. Fece sculture in bronzo, terracotta, avorio e marmo: mirabili statuette, bassorilievi e tabernacoli destinati alle chiese. Il Pedrazzoni fu anche un eccellente restauratore. Suoi clienti furono la galleria Borghese, la galleria Doria Pamphilj, la famiglia Barberini, la duchessa Salviati, il principe d’Assia e Federico Zeri. Il noto storico dell’arte scrisse del Pedrazzoni e ne ebbe una grande stima. Alla fine degli anni Sessanta, tornando da Pietrasanta dove aveva lavorato a una statua di grandi dimensioni raffigurante San giovanni Battista, si ammalò. Tornato a Parma, vi visse ancora dieci anni, continuando a lavorare nel suo nuovo studio di piazzale Santa Croce.
FONTI E BIBL.: S. Provinciali, in Gazzetta di Parma 7 febbraio 1994, 5.

PEDRETTI ANDREA
Parma 23 aprile 1847-Roma 9 settembre 1903
Nacque da Pietro e da Laura Torrazza. Compiuti i primi studi al collegio Candellero di Torino, entrò l’11 ottobre 1864 alla Scuola Militare di Modena, dalla quale uscì il 20 maggio 1866 col grado di sottotenente nel 4° Reggimento granatieri. Alla vigilia della guerra con l’Austria, la 3a divisione, costituita dalle due brigate granatieri di Sardegna e di lombardia, agli ordini del generale Brignone, stava in quei giorni concentrandosi a Lodi. Il Pedretti raggiunse il proprio reggimento a Lodi e con esso prese parte alla campagna di guerra partecipando alla battaglia di Custoza (dove ottenne la medaglia al valore). Finita la guerra, continuò a prestare servizio al reggimento, ed essendo esperto negli studi topografici e buon disegnatore, fu comandato, nell’ottobre del 1870, alla Scuola militare di fanteria e cavalleria, quale professore aggiunto di disegno topografico, rimanendovi anche dopo la promozione a tenente, ottenuta nel 1873. Nell’ottobre del 1877 rientrò al proprio reggimento, che fin dal marzo 1871 aveva preso la denominazione di 74° Reggimento fanteria. Nominato aiutante maggiore in 2a, ebbe poi la promozione a capitano nel maggio 1883. Nell’ottobre 1884 venne trasferito all’80° Reggimento e dopo qualche anno fu addetto al comitato delle armi di fanteria e cavalleria. Nell’ottobre del 1887 venne trasferito al 5° Reggimento e il 31 luglio 1892 ottenne di essere collocato in posizione di servizio ausiliario, ricevendo la decorazione della croce di cavaliere della Corona d’Italia. Nel 1896 venne collocato a riposo e iscritto col grado di Maggiore nel ruolo degli ufficiali di riserva. Tre anni dopo, per speciali benemerenze, fu decorato della croce di cavaliere dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Amico del bottego, e come lui attratto dal fascino delle esplorazioni coloniali, nel 1901, senza il concorso finanziario di alcuno, partì per la cirenaica, percorse in dieci giorni l’altipiano del Barca da Bengasi a Derna e compilò poi una memoria che la Società Geografica Italiana, corredandola di carte desunte da esatti e preziosi schizzi del Pedretti, pubblicò dopo la sua morte, nel novembre 1903. Ritornato a Roma, dove si era stabilito colla famiglia, fu ricevuto in udienza dal Re al quale diede relazione del suo viaggio. La sua fama rimane legata all’esplorazione delle alture dette Gebel el Achdar, di cui lasciò memoria in Una escursione in Cirenaica nel 1901. Appunti di viaggio, pubblicata nel 1903 nel Bollettino della Società Geografica Italiana. Relazione che lo stesso Pedretti non poté vedere stampata a causa dell’improvvisa morte avvenuta nello stesso anno. Dal resoconto del viaggio, nulla viene detto riguardo alla genesi e all’organizzazione dell’iniziativa, né come egli sia potuto giungere in Cirenaica nonostante il divieto delle autorità turche che proibivano l’accesso agli stranieri adducendo il pretesto che il brigantaggio vi fosse molto diffuso. Le difficoltà che si presentarono al Pedretti risultano più evidenti se si tiene conto che già i membri della missione di Camperio e Haimann avevano percorso nel 1881 l’altopiano con l’incarico di contattare il Gran Senusso in vista di un accordo anti-turco, ma l’ambasceria di Camperio, sostenuta politicamente e materialmente dal Carioli, non andò a buon fine in quanto non riuscì a incontrare il capo della confraternita musulmana e altresì si vide restituire, da emissari senussi, i regali che gli aveva portato come omaggio. Dallo studio di Angelo Del Boca Gli italiani in Libia si apprende che, falliti i tentativi precedenti, la scelta degli agenti non cade più su commercianti come il Mamoli, o su viaggiatori di alto rango, come il Camperio, ma su professionisti dell’informazione come gli ufficiali di stato maggiore. È il caso di Pedretti che, raccogliendo valide notizie, riuscì a completare le missioni dei suoi predecessori. Riuscì infatti a concludere tranquillamente la sua escursione, senza incontrare pericoli o incappare in disavventure, nonostante l’ostilità delle sette musulmane nemiche dei cristiani. Accorto osservatore dei tratti umani, il Pedretti lasciò un quadro adeguato della popolazione del Barca (che ritenne non arrivasse a 20000 anime) composta principalmente da Berberi, Beduini e Arabi. Di essi dice che sono d’indole buona e generosa; ma fieri e di abitudini rozze e pressoché selvagge, per il tristo abbandono in cui sono lasciati, questi popolatori dell’Altipiano si sono da qualche anno un po’ civilizzati, mercé l’opera paziente e indefessa dei Senussi che ne hanno discretamente migliorato i costumi. Lungo il suo percorso, da Bengasi a Técnis e da Cirene a Derna, seguì tratti per gran parte dei quali non esisteva nessuna descrizione. Fu molto attento a cogliere la presenza e i luoghi legati al culto senusso, una confraternita con connotazione fortemente anti-cristiana i cui centri principali erano le oasi di Giarabub e di Cufra. In dieci giorni di esplorazione censì con cura militare una decina di zàuie, specie di conventi che erano le uniche abitazioni stabili della regione dell’altopiano, ubicate in luoghi con presenza d’acqua. Di norma erano abitati da pochi frati senussi da cui dipendevano numerosi beduini addetti alla coltivazione dell’area circostante. In questi monasteri, che fungevano anche da scuole, si svolgevano al contempo attività legate al culto e alla preghiera, ma servivano anche come ospizi e depositi sia di vettovaglie che di munizioni e armi. Un po’ dappertutto erano inoltre disseminati marabut, mausolei-tombe di santi musulmani: il pedretti ne contò circa una quindicina. Oltre al radicamento della setta senussa, il suo interesse fu rivolto alla possibilità di insediamento che la Cirenaica poteva offrire: annotò le vie di comunicazione che incontrava o di cui aveva notizia, la conformazione del terreno e specialmente la presenza di sorgenti poiché la zona, se si esclude l’Uadi Derna, è priva di corsi d’acqua permanenti e tale problema da sempre aveva preoccupato i visitatori stranieri. Accanto alle bellezze delle oasi e degli appezzamenti coltivati, il Pedretti nota con rammarico che attorno a Cirene risiedevano solo alcuni gruppi di pastori e che l’antica Pentapoli greca, un dì assai fiorente e popolata; la patria di Callimaco, di Eratostene, poeta anch’esso, filosofo, astronomo, geografo e geometra, di aristippo, di Carneade e di tanti altri saggi che portarono ad alta fama la filosofia cirenaica, la quale aveva per base il piacere come bene supremo della vita fosse ridotta nel totale abbandono. Giunto a Derna il 13 marzo 1901, punto in cui si era dovuta arrestare la spedizione del Camperio, risalì il corso dello Uadi Sciuàr spingendosi sino a Sidi Aziz e facendo poi ritorno in città attraverso la pianura di Feteia. La descrizione tracciata dal Pedretti dei centri urbani cirenaici si rivelò un sussidio tanto prezioso da venire in seguito utilizzata nella monografia di Arcangelo Ghisleri Tripolitania e Cirenaica, in cui l’autore riporta quasi integralmente le pagine del Pedretti relative agli abitanti del Barca, aggiungendo il seguente commento: gioverà che, occupando il paese, gli Italiani si ricordino di queste preziose note del maggiore Pedretti, e informino a cauta saggezza civile i loro rapporti cogli abitanti dell’altipiano e con i loro veri reggitori ed educatori che sono i Senussi. Il Pedretti fu, oltre che un colto e ardito ufficiale, un infaticabile alpinista.Fece sempre le sue escursioni con scopo scientifico e con intendimento militare, per una maggiore difesa delle frontiere italiane. Compì la maggior parte di tali escursioni durante il tempo in cui fu tenente alla scuola militare: particolarmente interessanti riuscirono quelle fatte ai confini del Trentino nel 1875, che furono largamente descritte dal periodico del Club Alpino Italiano e dall’annuario della Società alpina del Trentino. Per dare un’idea della sua attività di alpinista, basti dire che nel solo mese di agosto del 1875 ascese il giorno 3 il grauhaupt (m. 3462), il giorno 5 il gabelhorn (m. 4097), il 6 il Balmenhorn (m. 4156) e il 26 l’Adamello (m. 3556). Il Pedretti fu il fondatore della sezione del Club Alpino Italiano dell’Enza (Parma e Reggio). Nell’arco della famiglia nel cimitero di Parma, dove il Pedretti fu sepolto, si legge la seguente epigrafe: Il Magg. Cav. Pedretti alunno della scuola milit. di Modena nella quale fu per molti anni maestro ottenne la medaglia dei valorosi pugnando da prode nella campagna del 1866 rese utili servigi alla patria e all’esercito viaggiando all’estero e pubblicandone lodati insegnamenti pei quali si meritò le insegne dei nostri massimi ordini cavallereschi. Morì inopinatamente in Roma il 9 settembre 1903 a 56 anni tra il compianto della vedova e del fratello che gli pongono questa memoria.

FONTI E BIBL.: G.Ferrari, Cenno biografico nella ristampa dell’opuscolo del Pedretti, Una escursione in Cirenaica nel 1901, eseguita per conto dell’Ufficio Storico del comando del Corpo di Stato Maggiore, Città di Castello, Unione Arti Grafiche, 1913; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 193; Parmensi nella conquista dell’impero, 1937, 133-135; M. Bonati, 50 Esploratori dell’Africa e dei Poli del XIX e XX secolo, in Trekking n. 47, maggio 1991; A. Del Boca, Gli italiani in Libia-Tripoli bel suol d’amore 1860-1922, Arnoldo Mondadori, Cles, 1993; A. Ghisleri, Tripolitania e Cirenaica (dal Mediterraneo al Sahara), Società Editoriale Italiana e Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Milano-Bergamo, 1912; A.Lambertini, Un esploratore parmense in Cirenaica nel 1901, in Aurea Parma 2 1913, 61-64; S.Zavatti, Uomini verso l’ignoto-Gli esploratori del mondo, G.Bagaloni, Ancona, 1979; G.Scala, in Trekking 89 1995, 80-82.

PEDRETTI DOMENICO
Bannone 1893-Bannone 1967
Prese parte alla prima guerra mondiale con gli alpini del battaglione Intra, rimanendo ferito tre volte. Rientrato alla vita civile da grande invalido, fondò con Priamo Brunazzi, giuseppe Balestrazzi e altri l’Opera Nazionale mutilati e Invalidi di guerra. Dopo l’8 settembre 1943, con i figli Enrico e Francesco, entrambi partigiani, trasformò la propria casa in un luogo d’incontro e di rifugio per i ribelli all’occupazione tedesca.
FONTI E BIBL.: F. e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 237.

PEDRETTI FRANCESCO ANTONIO
Bannone 1923-Parma 26 aprile 1985
Studiò a Parma, prima al San Benedetto e poi al Maria Luigia, dove ebbe come maestri di vita e di democrazia, insieme a Giacomo Ulivi, don Giuseppe Cavalli e Attilio Bertolucci. Si laureò quindi presso l’Università di Parma in medicina, conseguendo successivamente la specializzazione in reumatologia. Di famiglia di grande tradizione patriottica, democratica e antifascista, seguendo l’insegnamento del padre Domenico, grande invalido della guerra 1915-1918, partecipò giovanissimo alla resistenza, divenendo ben presto comandante di distaccamento e poi del battaglione Ildebrando Cocconi, della terza brigata Julia, col nome di battaglia di Antonio. Durante la guerra di liberazione condusse diverse azioni, la più importante delle quali fu l’attacco alla caserma di Basilicanova, per la quale, insieme ad altre avvenute nelle zone di Lesignano, Mulazzano e nella prima pianura, si meritò la medaglia d’argento al valore militare. Nella sua professione di medico svolse l’attività professionale all’Unità Sanitaria Locale e nel proprio studio di borgo Regale a parma. Dal 1981 al 1984 fu anche consigliere all’Assistenza pubblica Croce azzurra di Traversetolo. Esplicò il suo impegno politico, per il quale profuse in tempi diversi energie e intelligenza, anche a Traversetolo, dove si presentò nella lista del Partito socialista Italiano alle elezioni amministrative. Leonardo Tarantini, suo compagno di battaglia nella guerra di liberazione, lo ricordò con un’orazione funebre che si tenne al termine delle esequie presso il cimitero di Traversetolo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 aprile 1985, 7.

PEDRETTI GAETANO
Parma 8 settembre 1817-Parma 7 giugno 1883
figlio di Andrea e di Annunziata Ceresini. Volontario nelle guerre per l’indipendenza italiana, combatté strenuamente a Somma, a Goito, a Palestro, a Pastrengo e a Santa Lucia. Fu il primo sindaco di Montechiarugolo. Fu dotto cultore di studi per il miglioramento delle coltivazioni e ingegnoso meccanico.
FONTI E BIBL.: G.Mariotti, in Il Presente 9 giugno 1883, n. 156; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 57.

PEDRETTI PAOLO
Parma 1937-1991
Dopo gli studi liceali, a un passo dalla laurea in Giurisprudenza, diventò giornalista professionista  alla Gazzetta di Parma. Uomo di vasta cultura, si segnalò come cronista sensibile e raffinato, poi (allievo di Pietro Bianchi, sul quale pubblicò il libro Il portoghese indiscreto) fu critico cinematografico e redattore della terza pagina e del Nuovo Raccoglitore del quotidiano parmigiano. Cultore del dialetto, curò la rubrica Lassù in loggione, dedicata alle prime della stagione lirica (raccolte nel 1992 in un volume edito da Guanda-Gdp Editrice).
FONTI E BIBL.: F. e T.Marcheselli, in Dizionario parmigiani, 1997, 237.

PEDRETTI TEODORO
Parma seconda metà del XVI secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 232.

PEDRINI ANGELO
Parma 1831
Prese parte ai moti del 1831. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria, con la seguente motivazione: Altro dei disarmatori della truppa, feccia di popolo, vegliato per delitti commessi e condanne sofferte, quindi capacissimo a delinquere.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le province Parmensi 1937, 197.

PEDRINI ANTONIO
Sissa 1896/1914
Tenente medico del 2° Battaglione indigeni eritrei, fu decorato di medaglia di bronzo al valore militare, con la seguente motivazione: Per il bel coraggio tenuto nell’adempimento dei suoi doveri durante il combattimento di Kaulam, 27 luglio 1914. Si distinse anche nei combattimenti di Bir Gandula, 21 aprile, Bir El Mis, 14 giugno, Kasr-Te Kasis, 21 giugno, e Mhelmen, 13 luglio 1914.
FONTI E BIBL.: G.Corradi-G.Sitti, Glorie alla conquista dell’Impero, 1937.

PEDRONI ANTONIO
Parma XIX secolo-Colorno
Attore. Esercitò inizialmente la professione di legatore di libri nel negozio Carmignani in Piazza Grande a Parma. Recitò le prime volte in teatrini privati in ruoli femminili, poi entrò, come primo attore giovane, nella compagnia Filodrammatica. Fattosi comico, andò in varie città italiane con compagnie di secondo ordine. Fu colpito da una grave forma di alienazione mentale, che lo portò a immedesimarsi nella persona del grande attore comico Tommaso Salvini. Alla fine fu relegato nel manicomio di Colorno, ove morì.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 giugno 1922, 4.

PEDRONI ATTILIO
Parma 3 settembre 1893-1964
Figlio di Italo e di Eugenia Gatti. Da ragazzo entrò nel negozio del padre (in strada Garibaldi a Parma) che commerciava in cuoio. Appassionato di teatro lirico e dotato di una buona voce di tenore drammatico, studiò a Parma con il maestro Gerbella, poi a Milano con il maestro Bavagnoli. Suoi compagni di studi, con i quali rimase in rapporto di amicizia, furono i tenori Fagoaga, Pertile e Gigli. Terminati gli studi, venne ascoltato con interesse da Toscanini e la sua carriera artistica sembrava avviata verso sicuri successi, senonché la malaria, contratta durante la guerra in Macedonia, e una grave forma di rinite lo costrinsero a interrompere l’attività vocale. Pur di poter continuare a calcare le scene, si sottopose a tre interventi chirurgici ma senza i risultati sperati, così che dovette tornare a lavorare nel negozio paterno.
FONTI E BIBL.: F. e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 237.

PEDRUSI PAOLO
Mantova 1644-Parma 20 gennaio 1720
Entrò assai giovane nei Gesuiti di Parma per farvi gli studi. Fu poi aggregato alla Società gesuitica e da quel momento si dedicò totalmente ai lavori letterari e di pubblica istruzione. Il duca di Parma Ranuccio Farnese lo scelse nel 1680 per fare il catalogo ragionato delle medaglie, di qualsiasi modello e metallo, della ricca raccolta Farnese. Il Pedrusi, che nel frattempo era diventato direttore del Collegio gesuitico di Parma, si mise al lavoro con un’infaticabile attività. Corredò la descrizione di ogni medaglia di un ampio commento, spesso erudito ma non sempre criticamente corretto. La morte lo colse mentre stava terminando l’ottavo tomo in foglio di tale grande opera. Il Piovene, altro gesuita dello stesso convento di Parma, si assunse il compito di recare a compimento l’opera del Pedrusi. Pubblicò successivamente altri due volumi, il ché accrebbe l’opera a 10 volumi, dei quali il primo era comparso a Parma nel 1694 col titolo I Cesari in oro, argento, medaglioni, raccolti nel Farnese Museo, col ritratto del Pedrusi, mentre il decimo e ultimo fu pubblicato nel 1727.  
FONTI E BIBL.: Biografia universale, XLIII, 1828, 158-159.

PEGOLOTTI FRANCESCO
Parma 1590
Sacerdote, fu tenore della Cattedrale di Parma nell’anno 1590.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PEGOLOTTI ROMOLO
Parmigiano-Parma 1630
Già prima del 1600 poetava con giusti pensieri e sodi riflessi, onde fu ammesso nel novero dei Consorziali di Parma, istituzione che accoglieva uomini degni per sapere, prudenza e pietà. Morì quasi certamente per la peste. Tra l’altro, il Pegolotti scrisse due epigrammi latini, uno per le nozze Sanvitale-Salviati e l’altro per la laurea di Diofebo Farnese.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 119.

PEGORARI ANTONIO
Parma XV/XVI secolo
Maestro da muro attivo nella seconda metà del XV secolo e nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 273 e III, 327.

PEGORARI DONNINO
Parma seconda metà del XV secolo
Ingegnere civile attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 343

PEGORARI PIETRO
Parma seconda metà del XV secolo
Maestro da muro attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 273

PELACANE, vedi PELACANI

PELACANI ANTONIO
Parma 1250 c.-Verona 1327
Fu filosofo, medico e astronomo. Nel 1299 fu maestro in Arte e Medicina nello Studio Parmense.Da Parma passò a Pavia e, dopo il 1302, a Verona. Quasi ceramente fu a Bologna come lettore di medicina tra il 1316 e il 1326. Di lui si conoscono, tra l’altro, un commento al primo libro del Canon di Avicenna nella reportatio di Alberto Zancari da bologna (Biblioteca Apostolica Vaticana, codice vaticano latino 4452, ff. 1r-74vb; Monaco, bayerische Staatsbibliothek, Clm. 13.020, ff. 226-267), una Quaestio utrum primum principium sive deut sit potentia infinita (biblioteca Apostolica Vaticana, codice Vaticano latino 2172, ff. 55r-57v) e delle Quaestiones super librum Galieni de accidente et morbo (biblioteca Apostolica Vaticana, codice Vaticano lat.ino 4450, ff. 50-73), tutti e tre inediti. Inesatta pare ormai l’attribuzione al Pelacani delle Quaestiones super librum Ethicarum Aristotelis (biblioteca Apostolica Vaticana, codice vaticano latino 2172, ff. 1r-33v). Oltre le scarsissime note biografiche, interessanti notizie sul Pelacani si hanno dai verbali del processo intentato dalla curia di Avignone contro Matteo e Galeazzo Visconti per aver mirato alla morte del papa Giovanni XXII con pratiche di magia nera. Dalla testimonianza di Bartolomeo Cagnolato, frate milanese, si apprende che Magister Anthonius Pelacane fu presente al convegno promosso da Matteo Visconti in Milano per approntare delle pratiche magiche efficaci a procurare la morte del papa. Risulta inoltre che magister Antonius parmensis era consiliarius et medicus dicti Mathei e che era stimato come magnus hereticus. Fu lo stesso Pelacani a recarsi, su ordine del principe, da Milano a Verona il 18 novembre 1319 per consegnare al negromante veronese Pietro Nani una statuetta raffigurante Giovanni XXII e farla esporre ad appositi suffumigi. Dalla testimonianza del Cagnolato risulta anche che Galeazzo Visconti gli avrebbe rivelato di aver fatto ricorso, per lo stesso scopo, a magistrum Dante Aleguiro de florentia. La notizia non è altrimenti confermata ma sta comunque a indicare il tipo di considerazione in cui era tenuto il poeta fiorentino, non solo per ragioni politiche ma per la carica profetica e divinatoria con cui era avvertito dalla cultura dell’epoca il suo messaggio di rinnovamento ecclesiale. Oltre questa comunanza di ambienti e di pratiche magico-alchimistiche, il nome del Pelacani fu citato anche dal Nardi a proposito di una sua soluzione del problema, affrontato anche nella Quaestio, dell’emersione della terra dalle acque. La soluzione fu data dal Pelacani nel citato commento al Canon di Avicenna (Fen I, doc. 2) dove dedica al problema un’apposita dubitatio. Il Pelacani rifiuta la teoria dell’eccentricità delle due sfere, della terra e dell’acqua, affermando che l’emergere della terra dalle acque è determinato dal rifluire di queste ultime nelle concavitates o vacuitates dell’irregolare sfera terrestre, dando luogo così ai laghi, ai mari e all’oceano intero. Non si tratta quindi né di due sfere distinte né di un’elevazione della terra per l’influenza astrale, bensì di un unico globo terracqueo in cui l’elemento liquido si è venuto distribuendo in rapporto alle irregolarità (prominenze o avvallamenti) della superficie terrestre: Ideo natura simul construxit spaeram terrae et aquae, ex eis unam constituens speram, ita quod in tera ordinavit vacuitates in quibus aqua continebatur; unde et mare oceanum partes habet terae eam circundantes, in quibus continetur; tamen homines ad illas pervenire non possunt, propterea quod exeuntes per ispsum amitunt polum qui est citra lineam equinocialem, unde nescitur amplius quo vadant. Ita quod credo quod ultra mare oceanum sit locus habitabilis. Ista autem spera terae et aquae simul constituta ad unam pervenit superficiem, concentrica existens octavae sperae. Da notare, tra l’altro, l’ardita credenza del Pelacani nell’esistenza degli antipodi. La soluzione del Pelacani che considera il globo terracqueo nel suo insieme, ordinato dalla natura come un tutto unico, è analoga a quella di Dante che nel Convivio (III v. 7 ss.) considera la terra discoperta dal mare (§ 12) come una palla, cioè un globo terracqueo anch’esso unico e centro delle sfere celesti: questa terra è fissa e non si gira, e col mare è centro del cielo (§ 7). Data la stretta analogia tra la posizione del Pelacani e di Dante nel Convivio, dato anche che tale posizione comporta nel Pelacani un esplicito rifiuto della teoria dell’eccentricità delle due sfere e addirittura il silenzio sulla teoria della terra come gibbus o gibbositas provocata dall’influenza degli astri, un analogo rifiuto dovrebbe riscontrarsi in Dante verso una soluzione che è invece quella offerta dalla Quaestio. Questa contraddizione, tra l’altro, è una delle ragioni che ha indotto il Nardi a negare la paternità dantesca della Quaestio, in considerazione della vicinanza della concezione della concezione cosmografica di Dante con quella più accreditata del suo tempo, che aveva ignorato la teoria egidiana del gibbus e quella dell’eccentricità di Campano. Il Pelacani fu sepolto nella chiesa di San Fermo Maggiore in Verona.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, Parma 1789, 37; K. Eubel, Vom Zaubereinnesen des 14. Jahrhunderts, in Historisches Jahrbuch XVIII (1897), 610 ss.; G. Biscaro, Dante e i sortilegi di Matteo e Galeazzo Visconti, in Archivio Storico Lombardo XLVII 1921, 446-451, 456-457, 471-473, 476-481; A. Garosi, Siena nella storia della medicina (1240-1555), Firenze, 1958, 250; B. Nardi, La caduta di Lucifero e l’autenticità della “Quaestio de aqua et terra”, Torino-Roma, 1959, 51-60 (il testo della Dubitatio del Pelacani è dato alle pp. 55-58); F.Mazzoni, il Punto sulla Quaestio de aqua et Terra, in Studi danteschi XXXIX (1962), 43 ss.; Aurea Parma 3 1951, 184; Pezzana, Continuazione delle Memorie, VI, 95 ss.; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 298; N. Pelicelli, Dante, gli Aldighieri di Parma, A. Pelacani, Parma, 1921, 71 ss.; M. Varanini, Verona ed uno dei Domini doctores de Collegio artium et medicinae felis Studii parmensis, Fidenza, 1929; U.Gualazzini, Corpus Statutorum Almi Studij parmensis, Milano, 1946, XXIII; G. Stabile, in Enciclopedia dantesca, IV, 1973, 366-367.

PELACANI BIAGIO
Costamezzana 1347-Parma 23 aprile 1416
Nel 1374, appena laureato in medicina a Pavia, assunse l’insegnamento di filosofia e logica in quella Università, dove rimase sicuramente fino al 1378 benché soltanto nel 1377 il suo nome in qualche modo compaia nei documenti ufficiali e solo per il 1378 la sua presenza in quella città sia data per provata e certa. Da Pavia passò all’Università di bologna, ufficialmente con l’anno accademico 1379-1380 (ma si ha motivo di credere che la sua prima comparsa nella città emiliana risalga all’anno precedente), e come insegnante di Logica, Filosofia e Astrologia il suo nome figura regolarmente nei rotuli dei docenti di questo Studio per gli anni 1380, 1381 e 1382. Manca il ruolo per l’anno 1382-1383, mentre per l’anno successivo il suo nome non appare più. Infatti nel maggio del 1384 lo si trova a Padova al servizio dei da Carrara, e la circostanza risulta documentata. Rimase a Padova fino al 1387, ma prima del 1386-1387 il suo nome non compare negli atti ufficiali di quella Università. Per l’anno 1387-1388 risulta nuovamente a Bologna, e fu questo il suo ultimo soggiorno in quella città. Nel dicembre del 1387, tuttavia, fu ancora a Padova poiché risulta (e l’Affò ne dà atto) che in quell’anno promosse in compagnia di Marsilio da S. Sofia alla filosofica laurea Antonio figlio di Cermisone da Parma mentre contro Giovanni da Santa Sofia, fratello di Marsilio e autore di Sentenze, avrebbe aspramente cobattuto Albertino rinaldi, vertendo la disputa su questioni di scienza medica. In un periodo di assenza dalle università italiane, è segnalata dalle fonti e riferita in uno scritto dello stesso Pelacani, la sua presenza a Parigi, ove forse ebbe modo di confrontare le sue dottrine con i dotti transalpini, nei quali dovette suscitare una forte impressione se, stando a una notizia raccolta dall’Affò, così qualcuno di loro si sarebbe addirittura espresso sul suo conto: Aut Diabolus est, aut Blasius Parmensis. Più costante dovette essere il suo soggiorno a Pavia dal 1389 al 1407, dove insegnò filosofia morale e naturale e astrologia. Il periodo pavese del Pelacani avrebbe subito una sola interruzione, che a rigore non potrebbe nemmeno ritenersi tale dal momento che tutto lo studio visconteo si trasportò da Pavia a Piacenza nel 1398 per motivi assolutamente contingenti (la peste in Lombardia) e rientrò poi in sede nel 1402. Seguì poi un’altra sosta del Pelacani a Padova dal 1407 al 1411. In quel periodo ebbe tra i suoi discepoli Antonio Baratella. Pare che in questo periodo padovano, il Pelacani fosse stato avvicinato da Vittorino da Feltre, il quale ripetutamente chiese di essere istruito nelle scienze matematiche ottenendone sempre un rifiuto. Nullius precibs, nulloque beneficio poterono piegare il Pelacani, come riferisce Francesco da Castiglione, discepolo di Vittorino da Feltre. Pare certo all’Affò che il carattere piuttosto difficile e duro del Pelacani abbia impedito ogni affiatamento tra maestro e discepolo prima che addirittura scopiasse tra i due un totale dissenso di cui più tardi il Pelacani stesso ebbe a dolersi. Il Pelacani fu licenziato il 15 ottobre 1411. Sembra che il licenziamento fosse stato determinato da motivi diversi da quelli ufficialmente addotti (la scarsità di allievi alle sue lezioni). Si sussurrò che pesasse sul Pelacani la fama di uomo venale e interessato, ma il vero motivo forse ancora sfugge. Che il Pelacani fosse assai attaccato al denaro, lo dimostrerebbe la facezia che riporta il Pezzana (Continuazione delle memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI, II, 946), ove è detto che, siccome il Duca di Milano, nella guerra contro i Veneziani, pagava innanzitutto i soldati, il Pelacani, che allora era professore all’Università di Pavia, si arruolò tra i balestrieri, rispondendo poi alla meraviglia di Gian Galeazzo Visconti che quando si pagava li Dottori, io leggevo volentiera; adesso che si paga gli soldati, voglio esser soldato. Si sa solo che, uscito da Padova, ripiegò a Parma (lo studio parmense fu riaperto in quegli anni da Nicolò d’Este), da dove mancava almeno dal tempo del dottorato in Pavia (1374), ossia da una quarantina d’anni, e assunse l’insegnamento nella Facoltà delle Arti dove ebbe collega, tra gli altri, Giorgio Anselmi. Tenne la cattedra fino alla morte, avvenuta cinque anni più tardi. Il Pelacani frequentò gli ambienti culturali di Padova e Firenze e commentò l’Organon, il De Anima e la Physica di aristotele. Ma il suo maggiore interesse fu rivolto alla trattazione di problemi di natura fisica, che costituirono argomento di discussioni vivaci e originali tra rappresentanti di alcune scuole del tempo. Oltre al Tractatus de latitudinibus formarum, al De tactu corporum, al De motu, e al De intentione et remissione formarum, merita un certo rilievo il Tractatus de ponderibus in cui vengono discussi problemi di statica e di meccanica, in armonia con le dottrine della scuola di Buridano e del Merton College (Oxford). Le sue opere sono una testimonianza del nuovo orientamento culturale che si venne delineando nell’autunno del Medioevo, e segnarono un progresso nello studio della fisica, portando un loro contributo alla nascita delle scienze sperimentali. Oltre ai meriti riconosciuti da letterati come il Tiraboschi, il Bettinelli e l’Andrés circa il contributo dato dal Pelacani alla promozione e illustrazione degli studi scientifici, il Pelacani va ricordato anche come esponente della corrente alessandrista, culminata nelle dottrine deterministico-razionalistiche di Piero Pomponazzi. Anticipando le teorie del filosofo mantovano, il Pelacani negò, in particolare, la divisibilità della materia in infinito e propugnò il principio della mortalità dell’anima, fondandolo sul vincolo di dipendenza che lega la conoscenza intellettiva a quella sensibile. In Astrologia indulse all’usanza dei tempi, se è vero quello che del Pelacani racconta Andrea Radusi (Chronicon Tarvisinum, R.I.S., XIX, 787): il Pelacani, consultato da Francesco da Carrara per le sue imprese militari, gli predisse il giorno e l’ora più propizi per attaccare i suoi avversari Scaligeri. Sta di fatto però che, quando il Pelacani poteva comprendere le ragioni naturali dei fenomeni, non ricorse a quelle arcane, come dimostra l’episodio seguente, ricavato dall’Affò dal De perspectiva del Pelacani stesso: Accadde una volta in Milano, che furono vedute per l’aria molte figure di Angeli con certe trombe in mano ascendere e discendere tra le nubi. Il popolo ne concepì grandissimo terrore ed ognuno può credere quali presagi se ne pigliassero; ma Biagio facendo osservare la statua dorata di un Angelo posto su la torre di S. Gottardo, che una tromba o spada che si fosse teneva in mano, insegnò come le nubi, disposte allora in modo da farsi specchio molteplice a quella figura, producevano, riflettendola, tali apparenze. Al Pelacani venne eretto un sarcofago di marmo presso l’ingresso principale del Duomo di Parma, con una iscrizione ricca di affetto e ammirazione. Il sarcofago è scomparso ma la lastra centrale di esso, recante l’epitaffio, fu incastonata nella facciata del Duomo a destra della porta centrale. L’urna fu infranta forse perché sporgeva troppo sulla facciata, e nel muro furono sistemati i tre pezzi dei fianchi e della fronte. In essi sono scolpiti elementi illustranti le attività e i titoli del Pelacani. Nel fianco del sarcofago, a sinistra dell’osservatore, entro una formella gotica si vedono due scudetti nobiliari in rilievo. Sul primo è rappresentato un cane con le lettere Bla sopra lo scudo, e sull’altro un albero con le radici scoperte sormontato dalle lettere An. Nella lastra che fu della fronte del sarcofago sono due edicole, divise da una lunga dicitura in gotico minuscolo. Nell’edicola di destra è la figura in piedi del Pelacani. Sotto ai suoi piedi si legge la dicitura Magi Blagi e sopra il capo Mtr. Blasus Parm. Il Tiraboschi lo chiama filosofo e matematico insigne, il Bettinelli ne parla con onore nel Risorgimento d’Italia, Luca pacioli dichiara di essersi giovato assai delle opere di Biagio da Parma, Dechales lo elogia per le opinioni sulla rifrazione, persino Leonardo da Vinci (secondo il Thorndike) avrebbe utilizzato osservazioni ed esperienze del Pelacani. nel Paradiso degli Alberti, romanzo di Giovanni da Prato (1389 circa), lo si esalta come filosofo universale del suo tempo.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea parma 6 1929, 5-6; W.H.Woodward, Vittorino da Feltre, Firenze 1923, 17 ss.; A.Codignola, Pedagogisti, 1939, 329; R. Pico, in Soggetti parmigiani illustri, Parma 1624, 134; I. Affò, Memorie, II, 108-115 (con bibliografia); A. Pezzana, Memorie, VI, 123 ss.; S. Bettinelli, Del Risorgimento d’Italia, I, 326 (ove lo dice dotto in filosofia, in ottica, e astronomia); G. Voigt, Il Risorgimento dell’antichità classica (trad. Valbusa), Firenze, Sansoni, 533; R. Pitoni, Storia della Fisica, Torino, 1913, 73 (che ricorda il tractatus de ponderibus); nonché G.B. Janelli, Dizionario Biografico, 299-300; vedi anche U. Beseghi, Biagio pelacani,in Il Comune di Bologna, fasc. 5, 1933; per la tomba: F. Rizzi, Macrobio e Biagio pelacani,in Aurea Parma 1932 100 ss.; inoltre gli Statuti del’Almo Collegio Medico Parmense, pubblicati da M.Varanini in L’Ateneo Parmense 1930, 470; Aurea Parma 3 1951, 185-186; Aurea Parma 4 1957, 211-213; Dizionario filosofi, 1976, 135; G. Rossetti, Noceto e le sue frazioni, 1978, 179-180; Gazzetta di Parma 16 marzo 1981, 3; B. Quarantelli, in Gazzetta di Parma 20 giugno 1983, 3; T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 27 febbraio 1989; B. Quarantelli, Appunti per una breve storia di Noceto, 1990, 36-37.

PELACANI FRANCESCO
Costamezzana o Parma 1373 c.-Pavia 1455
Figlio di Biagio. Si dedicò inizialmente agli studi di filosofia e di matematica. Il Doni, nel suo libro intitolato Il Cancelieri, narra a proposito del Pelacani questo curioso avvenimento: Francesco Pelacane volendo passare in Candia negli anni della sua gioventù, la quale haveva nell’Aritmetica et nella Geometria impiegati benissimo, se gli aperse per fortuna il navilio, e pochi se ne salvarono, ancora che fossero presso al lito; uno di quegli che si salvarono fu il Pelacane, che nel porto a Ragugia con una cassa vuota notando nudo pervenne. Fu raccolto volentieri da alcuni poveretti, ma di poi che si lasciò intendere che haveva alcune ricche mercantie in un Magazzino della Città, con le quali pagherebbe e vestimenti, et quanto dato gli fosse stato per coprire la sua nudità, trovò ciò che egli volse; e andatosene ad alloggiare all’hosteria, con bellissimi scritti, de’ quali era eccellente maestro, et figure, il dì seguente si fece conoscere; dove hebbe un concorso di scolari mirabile, et per conseguente dell’utile, in pochi giorni, et sodisfacendo chi l’haveva ajutato, disse, toccando sé medesimo: Questo è il magazzino pien di Mercantia, che non me lo posson torre né ladri di terra, né fortuna d’acqua (Il Cancelieri, Giolito, 1562, 29). Successivamente il Pelacani si applicò alla medicina, in cui ottenne la laurea e per la quale venne anche ascritto al Collegio dei Medici di Parma. Il Pelacani fu poi insegnante di Logica nell’Università di Pavia.La prima volta che si trova registrato il suo nome nei Rotoli dello Studio generale di quella città, è l’11 ottobre 1425, con destinazione per la cattedra appunto di logica nel conseguente anno scolastico, che cominciava il 18 ottobre: Ad lecturam Loyce Magister Franciscus Pellacanus fil. q.n.d. Magistri Blasii flor. LX. Egli vi aveva cominciato la lettura almeno due anni prima, come si ricava dal seguente documento (Lettera Magistrale): Egregie Frater Cariss.e Pro executione ducalium Litterarum nobis nuper emanatarum scribimus vobis quatenus egregio medicine doctori Mag.ro Francischo de Parma deputato ad lecturam Loyce in studio illius Civitatis pro salario addi faciatis florenos viginti, ita quod ubi habebat florenos triginta omni anno, nunc habeat florenos quinquaginta, de quibus faciatis sibi pro rata juxta ordines mensualiter responderi, incipiendo tempore quo ad dictam lecturam legere incepit in predicto studio novissime reformato. Dat. Mediolani die XXVIII. Martii MCCCCXXIIII: Subscript. Magistri Intratarum Cristophorus Beltramolus. In mansione Egr.o Fratri Cariss.o Referendario Papie. Se nel mese di marzo del 1424 gli venne fatto un aumento di 20 fiorini all’anno, è buon diritto credere che almeno avesse letto in quello Studio l’anno scolastico precedente, non essendo molto verosimile che gli fosse accordato un aumento di stipendio solo cinque mesi dopo la sua nomina. Dopo il 1425 il Pelacani si trova nei Rotoli e Registri predetti sino al 1447, e vi è sempre chiamato filius quondam Mag.ri Blasii, o Blaxii. Nel 1425 gli fu accresciuto il salario sino a 60 fiorini, nel 1430 sino a 80 e nel 1433 a 100, coll’obbligo di insegnare anche la filosofia naturale. Di quest’ultimo insegnamento fu incaricato anche nel 1435 e negli anni successivi con lo stipendio di 125 fiorini, che salirono sino a 160 nel 1439, a 200 nel 1441, a 300 nel 1443  e a 350 nel 1447. Dopo quest’anno non esistono più né i Rotoli né i Registri sino al 1455, nel quale anno non vi è più il nome del pelacani tra i professori e la sua cattedra è occupata da Giovanni Ghiringhelli. Il Pelacani fu aggregato al Collegio dei medici di Pavia, nei Convocati del quale si comincia a trovare il suo nome a partire dal 1440. Nell’anno 1440 il Pelacani, assieme a Gianmartino Garbazza e Giorgio Anselmi, fu delegato a riformare gli Statuti del Collegio dei Medici di Parma.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 165-168; A.Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 156-157; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 300.

PELACANI PEZZOLO
Parma 1347
Fu esperto di idrostatica e nell’anno 1348 fu eletto, assieme ad Andriolo Ferrapecora, soprastante allo scavo del nuovo naviglio del comune di Parma. L’anno precedente (7 febbraio) partecipò, in rappresentanza degli abitanti di Porta Parma, al Consiglio generale della comunità per coloro che erano stati banditi da Parma.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 108-109.

PELACORTE GIORGIO
Parma 1483
Maestro da muro e legname, ricordato in un atto notarile del 23 settembre 1483: M.ro Giorgio de Pillacurta e M.o Pietro de la hasta ambi della vic.a di S. Quintino ed ambi pure magistros a muro et lignamine. (Rogito di Antonio Maria Pavarani. Archivio Notarile di Parma)
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti parmigiane, 1911, 28.

PELAGATTI ANTONIO
Parma 3 dicembre 1846-1913
Figlio di Ferdinando e di Angela Maestri. Avvocato, fu eletto deputato di Parma nella XVI legislatura (1886). Eletto col voto dei moderati, alla Camera andò poi orientandosi verso sinistra, posizione che manifestò con i discorsi e col voto, finché si trovò politicamente a disagio, e nel febbraio 1889 rassegnò il mandato né volle più ripresentarsi. Le elezioni del 1882, le prime a suffragio allargato, avevano segnato nel Parmense il trionfo dei progressisti, cioè del gruppo del Presente, di formazione repubblicana ma ormai vicino alla Sinistra governativa. La politica trasformista avviata da Depretis provocò però, nel Parmense forse più che altrove, uno sconvolgimento del panorama politico. La maggior parte dei progressisti si radicalizzò avvicinandosi ai socialisti. Dall’altra parte si formò uno schieramento trasformista governativo con alcuni progressisti, i moderati, resi malleabili dall’ultima sconfitta elettorale, e soprattutto una nuova componente capeggiata dal Pelagatti, portatore di un ambizioso progetto moderato politicamente ma socialmente illuminato. Direttore della Cassa di Risparmio dal 1882, il Pelagatti fece di quell’ente una base di operazione: avviò una politica di piccolissimo credito, che lo rese popolare tra i ceti urbani più poveri grazie anche agli elogi del Presente, e instaurò rapporti con le società operaie, soprattutto democratiche, come la prestigiosa Mutua Garibaldi, con crediti e facilitazioni. Ma tutto ciò fu solo il primo passo verso una vera innovazione, la creazione cioè di un movimento cooperativo come strumento di pacificazione di classe. Il Pelagatti si dichiarò più volte seguace della scuola (di cui in Italia il Luzzatti fu il più autorevole campione) la quale riconosce nella cooperazione sotto le varie sue forme il rimedio più efficace per togliere l’eterno conflitto tra il lavoro e il capitale, stigmatizzando al contempo la neghittosità e il misoneismo delle classi dirigenti parmensi. La sua prima iniziativa, prevedibilmente, riguardò il credito, poiché la natura popolare e cooperativa delle due banche popolari cooperative già esistenti era in realtà assai dubbia. Nel marzo 1885, pertanto, con l’appoggio della Cassa di Risparmio, cinque società di mutuo soccorso promossero la banca Cooperativa Operaia G. Garibaldi.Le società fondatrici furono la Mutua Garibaldi, presso la quale, in borgo delle Cinque Piaghe, la banca ebbe sede, quelle di Barriera garibaldi e dei Reduci, di tendenze socialiste, e quelle delle Artigiane e dei Macchinisti e Fuochisti, apolitiche.Figurarono inoltre tra i promotori numerosi operai e alcune personalità della sinistra, come il musiniano Giovanni Pasetti e i democratici Augusto Armani e Luigi Mora. Scopo primario della banca fu di estendere il credito alle società e agli operai affinché potessero fruire dei vantaggi della previdenza e della cooperazione. Un anno dopo, nel marzo 1886, grazie a un credito di ben 15000 lire concesso dal Pelagatti, un gruppo di calzolai (una loro mutua non esisteva più) formò la prima cooperativa di lavoro, la Società per la fabbricazione di Calzature, che in ottobre, con la Banca Garibaldi, partecipò al congresso di Milano. I calzolai furono, insieme ai braccianti e ai muratori, tra le categorie più numerose, più misere e anche più riottose del proletariato urbano: assicurarsene il favore significò per il Pelagatti una buona base di popolarità. Aperto un magazzino in borgo della Macina, gli affari della Società prosperarono discretamente: i soci salirono da 110 a 200 e vennero aperte succursali di vendita in diverse città. Fin dai primi mesi di vita però la Cooperativa Calzolai ebbe una parte nella carriera politica del Pelagatti, e forse anche per quasto era stata promossa. Le elezioni generali furono fissate per il maggio 1886, e le grandi manovre iniziarono parecchi mesi prima. Difficile dire da quando il Pelagatti pensasse a una propria candidatura, certo è che l’operazione fu sapientemente orchestrata. Ufficialmente la candidatura nacque da un gruppo di operai, capeggiati dall’orologiaio Italo Isola, presidente della Mutua socialista Fratellanza e Umanità, dalla quale fu poi espulso come galoppino pelagattiano. La proposta raccolse l’adesione di centinaia di lavoratori, con numerosi calzolai, e si formò un Comitato Elettorale Operaio al quale il Pelagatti rivolse una lettera programmatica: non riteneva necessarie riforme politiche quanto piuttosto un governo illuminato che emanasse alcune leggi in favore dei diseredati, con la collaborazione delle amministrazioni locali e di tutti i volonterosi; in cambio però gli operai dovevano ricordare che soltanto dal lavoro, dall’istruzione, dalla previdenza e dalla cooperazione devono attendersi i benefizi cui hanno diritto, e non già dalle sterili agitazioni e dai disordini. Così il Palagatti divenne l’uomo di punta della lista trasformista, cui si contrappose lo schieramento formato dal Musini e dai progressisti radicalizzati del Presente. La polemica divenne presto furibonda. La sinistra identificò nel Pelagatti il pericolo maggiore e lo attaccò con grande violenza, accusandolo tra l’altro di aver comprato le adesioni operaie: 262 pelagattiani, tra i quali ben 125 calzolai, in gran parte soci della cooperativa, sottoscrissero una lettera di protesta e il Pelagatti querelò Il Presente per diffamazione. Pochi mesi dopo, al processo, la corruzione non potè essere provata e il giornale fu condannato. Aristo Isola però testimoniò che il cugino Italo aveva giustificato il tradimento anche col timore che il Pelagatti, in caso di insuccesso, potesse togliere l’appoggio alle cooperative costituite e costituende. Senza alcunchè di illegale, e forse nemmeno di riprovevole, il nesso tra progetto sociale e carriera politica appare comunque indubbio. I risultati furono nettissimi: i trasformisti ottennero quattro deputati su cinque, e poco dopo, in un’elezione suppletiva, anche il quinto. Il Pelagatti, di gran lunga primo degli eletti, apparve il vero protagonista della vittoria e i risultati del capoluogo, dove ottenne 1849 voti contro gli 812 del candidato socialista, manifestano un consenso anche di ambienti popolari. Il Musini, che vide allora il suo tramonto, serbò un ricordo amaro della triste epoca del pelagattismo, quando molti popolani si lasciarono traviare da promesse di lucri, di interessi materiali, per cui sembrò che le bandiere del diritto popolare si piegassero dinanzi al fantasma dell’oro. Ma, al di là degli aspetti strumentali e non sempre limpidi, il progetto del Pelagatti non fu affatto meschino: credette sinceramente, anche se ottimisticamente, nella pacifica evoluzione delle contraddizioni sociali come compito primario dei ceti dirigenti, grazie soprattutto a una crescita del cooperativismo nell’ambito di un più generale sviluppo economico, e alle sue idee si dedicò coerentemente finchè potè. Per il Pelagatti il periodo 1886-1889 rappresentò l’acme del successo. Oltre che direttore della Cassa e deputato, fu presidente della Camera di Commercio, consigliere comunale e provinciale, presidente dell’Esposizione industriale e scientifica parmense del 1887 e patrono di alcune mutue. Dove però si impegnò con maggiore tenacia fu sullo spinoso terreno del cooperativismo. Dopo il credito e la produzione, rivolse l’attenzione al consumo, facendo ancora leva sulla Mutua Garibaldi. Nell’ottobre 1886 questa pubblicò appelli per la creazione di una cooperativa di consumo, della quale un comitato promotore, con il Pelagatti e Asperti, stava studiando il progetto. Solo nel dicembre 1887 si giunse però alla costituzione ufficiale. A riprova di quanto l’azione del Pelagatti travalicasse i confini politici, tra i soci fondatori si trovano anche il radicale Cornelio Guerci e l’altro radicale Cesare Sanguinetti, che nelle elezioni del 1889 sconfisse clamorosamente il candidato pelagattiano. Contemporaneamente alla cooperativa di consumo, iniziò il suo itinerario quella dei muratori, con la quale il Pelagatti si pose un obiettivo ancora più arduo che coi calzolai. L’idea primaria sembra sia stata una cooperativa sul modello della Costruzione e Risanamento fondata a Bologna nel 1884. Nell’ottobre 1886 il Pelagatti accompagnò appunto a Bologna un gruppo di operai della Mutua Muratori per studiare quella cooperativa e per visitare lo stabile in costruzione nel quartiere di Sant’Isaia. In novembre i giornali pubblicarono inviti ad aderire alla costituenda Società e pochi mesi dopo venne stampato un progetto di statuto. Tuttavia ancora all’inizio del 1888 le adesioni erano solo una settantina e la Società non costituita. Il progetto riuscì a concretizzarsi, ma con una fisionomia essenzialmente bracciantile, solo dopo la legge del luglio 1889, che aprì nuovi spazi alle cooperative di lavoro. Nel dicembre di quell’anno il Pelagatti e alcuni altri, tra i quali Agostino Berenini, allora ancora radicale, fondarono la Muratori ed Arti Affini per la Città e Provincia di Parma: fu la quarta cooperativa pelagattiana. Proprio in quel periodo iniziò il declino del Pelagatti. Il suo attivismo sociale non poteva essere gradito alla componente moderata del trasformismo e l’alleanza si fece sempre più difficile. La rottura avvenne su un episodio di valore simbolico, il monumento eretto in Municipio a Girolamo Cantelli, il ministro della Destra tanto venerato dai conservatori quanto aborrito da tutti gli altri. L’inaugurazione, nel settembre 1888, provocò tumulti così violenti e prolungati che l’imbarazzato Pelagatti fece in modo di spostare il monumento alla Steccata. Incontenibile fu allora il furore dei moderati: i continui e violenti attacchi determinarono la definitiva scissione dello schieramento trasformista, con crisi municipale e, in gennaio, le dimissioni del Pelagatti da deputato. Dichiarò di volersi ritirare dalla politica ma il suo proposito era un altro: portare avanti le proprie idee con un più omogeneo gruppo politico fornito di un indispensabile quotidiano, che fu il Corriere di Parma, uscito nel febbraio 1889. Stretto però dalla crescita radicale e dalla riorganizzazione moderata, non trovò spazio sufficiente. Già in marzo, alle suppletive per sostituire il Pelagatti, il pelagattiano Spreafichi venne travolto dal Sanguinetti. In novembre, alle comunali di Parma (per la prima volta a suffragio allargato), la sinistra unita sconfisse moderati e pelagattiani, benché questi ultimi ottenessero parecchi voti. Sei mesi dopo, per riconquistare il comune, il Pelagatti si dovette riunire ai moderati, alienandosi il consenso popolare. Da allora il declino divenne sempre più rapido. Nel 1892 volle azzardare ancora la candidatura politica ma con risultati meschini. In quell’anno dovette rinunciare alle cariche della Cassa di Risparmio e della Camera di Commercio, e alla fine del 1893 il Corriere di Parma cessò le pubblicazioni. Negli anni seguenti la sua figura divenne evanescente. Nel 1902 si sparse addirittura la voce che fosse stato cacciato dal partito monarchico costituzionale. In seguito se ne perdono le tracce. Il cooperativismo che il Pelagatti promosse non riuscì né a fornirgli una solida base di consenso né a prosperare dopo il suo declino. La Banca Garibaldi visse i trenta anni statutari ma ebbe sempre ruolo e dimensione economica irrilevanti, non solo in confronto alla Cassa di Risparmio ma anche alla Banca Popolare, preferite dalle stesse Mutue e cooperative. Constatata la situazione, nel 1915 il Consiglio di Amministrazione decise di non rinnovare la Società, e la liquidazione, che si trascinò fino al 1922, fu affidata al socialista Italo Salsi.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1941, II, 296; cent’anni di solidarietà, 1986, 7-9.

PELAGATTI MARIO
Parma 4 luglio 1869-Calestano 1944
Figlio di Antonio e Teresa. Insegnò medicina all’Università di Parma dal 1910. Fu Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dal 1919 al 1930 e poi nel 1938-1940. Nel 1940 fu eletto Professore Emerito. Una nota delle sue pubblicazioni è negli Annuari dell’università di Parma dal 1910/1911 in poi. Parecchi studi del Pelagatti furono pubblicati in Rendiconti dell’Associazione Medico Chirurgica di Parma dal 1900. Presso la Biblioteca Palatina sono raccolte oltre trenta sue pubblicazioni.
FONTI E BIBL.: Annuari dell’Università per il 1939-1940 e per il 1945-1946 (cenni bio-bibliografici); S. Lottici-G. Sitti, 201; Supplemento al vol. I dell’Ateneo Parmense, 1929, 1 ss; F. Rizzi, Professori, 1953, 136.

PELAGATTI MAURETTA
Parma 1949-1988
Insegnante.Nel 1979 fu una delle fondatrici della Biblioteca delle donne di Parma, che dopo la sua morte assunse il suo nome.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 524.

PELAGATTI VINCENZO
Beneceto 1811-Boschi di Bardone 12 agosto 1885
Attese dapprima all’avvocatura, poi l’abbandonò per entrare nella carriera giudiziaria. Il 27 aprile 1848 fu eletto professore di Diritto civile all’Università di Parma. Valente magistrato e acclamato professore, continuò in tale duplice incarico sino al 1860, quando, per un non meglio precisato spaventevole misfatto (5 ottobre 1852), il Governo volle individuare un responsabile, e fu colpito il Pelagatti. Ritiratosi a vita privata, rifiutò per lungo tempo qualunque incarico, finché non venne eletto consigliere comunale di Parma. Con decreto 5 ottobre 1860 fu nominato Vice presidente della Commissione Amministrativa del Monte di Pietà di Parma. Accettò poi di dirigere l’economato dei Benefici vacanti, carica che occupò prima a Parma e poi a Bologna.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario Biografico, 1905, 86-87.

PELATI GIACOMO
Parma 14 marzo 1841-Pontremoli aprile 1916
Nel Conservatorio di Parma studiò viola e composizione. Fu professore nell’orchestra del Teatro Regio di Parma fino al 1860, quando abbandonò Parma per seguire la seconda spedizione garibaldina, non avendo potuto partire coi Mille. Una volta tornato a Parma, rientrò nell’orchestra del Regio. Dopo aver studiato con G.B. Ponzio, capo musica del 17° Reggimento fanteria, nel 1874, su invito di quel Municipio, si trasferì a Pontremoli come direttore della banda comunale Il Pelati compose L’inno alla patria, I giovani pontremolesi caduti nelle patrie battaglie, Iesu dulcissimi e Inno a Garibaldi.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 151-152.

PELATI ORESTE
Parma 9 agosto 1857-Parma 8 febbraio 1928
Allievo della Regia Scuola di musica di Parma dal 1876 al 1880, studiò contrabbasso e armonia. Uscitone, lavorò in diverse orchestre. Nel 1888 era docente di contrabbasso nella Scuola di musica di Port Luis nelle isole Mauritius, dove insegnavano anche altri diplomati della Regia Scuola di Parma.

FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PELAVICINO, vedi PALLAVICINO

PELERZI EUGENIO, vedi PELERZI PRIMO GENIALE

PELERZI PRIMO GENIALE
Pelerzo di Bergotto 20 agosto 1881-Tientsin 5 giugno 1942
Figlio di Giovanni e di Maria Beltrami, contadini. Dopo avere terminato le scuole elementari, fu inviato alla scuola che il parroco Francesco Jasoni tenne per i giovani della parrocchia che mostravano ingegno e buona volontà e davano speranza di vocazione ecclesiastica. Compiuti gli studi ginnasiali e liceali nel Seminario di Berceto, nel 1902 passò a Parma, a quello delle Missioni Estere. Fu ordinato sacerdote da mosignor Magani il 22 settembre 1905. Partì da Napoli per la missione di Loyian in Cina il 23 gennaio 1906, dove rimase per trentasei anni. Poco dopo il suo arrivo nel Honan, si insediò a Niuciuang. In sei anni convertì e battezzò 1200 persone, costruì la chiesa, la scuola e molte opere di assistenza. Dopo sei anni di permanenza a Niuciuang, durante i quali riuscì a raddoppiare la residenza e a moltiplicare i cristiani, passò (1912) nella parte occidentale della missione, dove gli venne affidato l’intero territorio che qualche anno dopo formò la Diocesi di Honanfu. Il Pelerzi si batté contro il colera, la fame e i briganti che infestavano la zona. In riconoscimento delle sue benemerenze in queste congiunture, Il Pelerzi ricevette dal governo cinese l’onorificenza della Spiga d’oro, e qualche anno più tardi fu fatto Cavaliere della corona d’Italia dal re Vittorio Emanuele di Savoja. Nel 1925 ritornò per un anno in Italia. Passato nuovamente in Cina, fu procuratore a Chengchow. Poi, dal 1932 al 1934, si trasferì a Tsingtao, sul mar Giallo. Dal 1934 al 1937 fu nuovamente in Italia, quindi rientrò a Tsientsin. Durante la seconda guerra mondiale venne arrestato come spia e incarcerato. Condannato a morte, venne riconosciuto innocente solo alla vigilia dell’esecuzione. La seguente epigrafe, incisa su una lapide di marmo sormontata dall’effigie in maiolica del Pelerzi, fu murata nella sua casa natale per iniziativa di monsignor Enrico Grassi: Da questa umile casa ove nacque il 20 agosto 1881 spiccava il volo alle conquiste della fede nel mondo il P. Cav. Egenio Pelerzi dell’Istituto Parmense S. Fr. Xaverio il quale con la parola, con le opere e con gli scritti per 36 anni intrepido missionario di Cristo alfiere d’italianità tra i barbari all’ampia regione Cinese del Loyan sul fiume Giallo profuse tesori di verità e di carità cristiana e coll’aureola di molte migliaia di battezzati e di catecumeni plaudenti al grande Europeo nella luce di magnanime prove e di gesta onorande il 5 giugno 1942 chiudeva santamente i suoi giorni nell’ospedale di Tien-tsin sotto l’incalzare degli eserciti nipponici in guerra contro la Cina.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 179-181; P.Garbero, Missionari in Cina, 1965, 96-99; Gazzetta di Parma 26 agosto 1967, 8.

PELICELLI
Parma 1887/1907
Fabbro.Lavorò per Lamberto Cusani al Palazzo dell’Università di Parma (1907).
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 157.

PELICELLI NESTORE
Colorno 17 settembre 1871-Parma 27 settembre 1937
Figlio di Davide e di Giulia Guasti. Frequentò le scuole elementari di Parma, e nel Seminario urbano fece tutti i corsi che lo portarono al sacerdozio. Venne ordinato sacerdote a Carignano il 22 settembre 1894 da monsignor Francesco Magani. Fu vice cancelliere della Curia vescovile nel 1895-1896, coadiutore nella chiesa di San Bartolomeo in Parma e nell’autunno 1896 professore di fisica e matematica nel Seminario Maggiore, ufficio che tenne fino al 1912. Il 1° maggio 1896 venne nominato cappellano della Magistrale Chiesa della Steccata, di cui diventò Prefetto il 10 ottobre 1902. Il 30 dicembre 1909 fu fatto Cavaliere della Corona d’Italia e il 2 gennaio 1912 Cavaliere Ufficiale. Nel 1900 fu nominato dal Ministero della Pubblica Istruzione ispettore onorario dei Monumenti della Città di Parma. Questo riconoscimento dimostra la grande stima che il Pelicelli godette per lo studio appassionato della storia di Parma da lui compiuto. Fu inoltre socio corrispondente della Regia deputazione di storia patria di Parma e della Società Nazionale per la Storia del risorgimento Italiano. Il Pelicelli si presentò al pubblico degli studiosi con la pubblicazione di Raguseide (1904), poemetto in esametri latini con traduzione in terza rima, dell’umanista Gian Mario Filelfio, tratto dal codice pergamenaceo n. 243 della Biblioteca Palatina di Parma. Per i suoi studi e le sue ricerche, il Pelicelli si recò in Grecia, Egitto, Palestina, India, Turchia, Francia e Germania. Le sue attitudini storiche si rivelarono con la pubblicazione nel 1906 del volume Il Concilio di Guastalla. Nello stesso anno pubblicò la Guida storica, artistica e monumentale della Città di Parma. Tale guida, subito esauritasi, si trasformò nell’altra dal titolo Parma Monumentale, di cui si ebbero quindici edizioni, e nella Guida Commerciale della Città e Provincia di Parma. Opera critica è I Vescovi della Chiesa Parmense (1936), di cui fu pubblicato il solo primo volume, e Signorie Feudali di Parma e suo Contado (1937). A queste pubblicazioni maggiori vanno unite molte preziose monografie di carattere storico-religioso, quali la Vita di S. Bernardo degli Uberti (1923), Il Vescovado di Parma (1924), S. Francesco del Prato e i Frati minori di Parma nel secolo XIII (1926), La Cappella Corale della Steccata (1916), e altri lavori storico artistici, quali Il Palazzo del Giardino (1930), Storia dell’Ospedale Maggiore (1935), Storia della Musica (1936), Busseto (1926), Salsomaggiore e dintorni (1920), I Monumenti dell’Agro Parmense, Nostra Signora della Cisa (1930), Pier Maria Rossi e i suoi Castelli, Palazzo vecchio del Comune di Parma e Palazzo del Capitano del Popolo di Parma, Dante e gli Alighieri di Parma (1921), Claudio Mérulo (1904). Il Pelicelli fu anche apprezzato collaboratore della Rivista Storica Benedettina, e della Guida d’Italia del Touring Club Italiano, di Note d’Archivio per la Storia musicale, del Kunsterlexikon di Lipsia, dell’Institut Historique Belge e della grande Enciclopedia Italiana del Treccani. Ricercatore diligente e scrupoloso, si adoperò per la valorizzazione della città di Parma e in particolare si batté per riportare alla luce le linee romaniche del Palazzo Vescovile. Il Pelicelli fu anche un rappresentante del dilettantismo fotografico parmense. Scoprì la fotografia intorno ai trent’anni, e nel 1901 si procurò una Koristka con obiettivo Zeiss anastigmatic. In seguito arricchì la sua dotazione con altri obiettivi per meglio documentare i suoi non comuni interessi artistici e storici. Instancabile camminatore, percorse in lungo e in largo l’Appennino parmense alla ricerca di soggetti naturali o monumentali. Il Pelicelli svolse la sua attività prevalentemente durante il fine settimana, seguendo la via dell’ospitalità rurale: soggiornò presso famiglie di paese offrendo in cambio immagini di gruppo o ritratti. Per lo sviluppo si affidò poi ai migliori fotografi, Vaghi e Pisseri soprattutto. Considerevole è la documentazione fotografica prodotta a corredo delle sue stesse pubblicazioni. Tra i suoi vari dossier, da sottolineare quello sui castelli del Parmense. Al Seminario di Parma, che lo accolse giovanetto e lo vide maestro di scienze, il Pelicelli lasciò per testamento una borsa di studio.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 6 1937, 216; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 117; I. Dall’Aglio, in Gazzetta di Parma 23 dicembre 1959, 3; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 175-177; Il Seminario di Parma, 1986, 97-99; R. Rosati, Fotografi, 1990, 245.

PELIZZA FERDINANDO
Parma 1771-1841
Fu argentiere di buon valore.
FONTI E BIBL.: Argenti e argentieri, 1997, 24, 50, 52, 67, 138 e 140.

PELIZZA FRANCESCO
Parma 1831
Avvocato, liberale moderato, durante i moti del 1831 fu membro del consesso civico. In seguito fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 195.

PELIZZA ICILIO
Parma 10 maggio 1832-Molino di Agri di Corleto Perticara 10 novembre 1861
Figlio di Pietro e di Elisabetta Zoni. Col 62° Reggimento operò, col grado di capitano, nel potentino orientale e meridionale, nella lotta contro il brigantaggio. Ai primi di novembre del 1861 una colonna dell’avanguardia del 62°, comandata dal Pelizza, valoroso reduce garibaldino, marciò verso Accettura, per dirigersi a Corleto Perticara, dove già si era costituito un gruppo della Guardia Nazionale Mobile per contrastare gli attacchi delle bande di Ninco Nanco, Coppa, Tortona e Giuseppe Caruso, tutte del gruppo del pluriomicida Carmine Donatelli, detto Crocco. Accadde che la Compagnia del Pelizza venne a trovarsi proprio al centro del territorio nel quale si era concentrato il grosso della banda del Donatelli, tra le alte valli del Sauro e dell’Agri. Il Pelizza, in accordo con la Guardia di Corleto, decise di prendere posizione nei pressi del torrente Sauro, dove poi avvenne lo scontro. Il generale catalano José Borjes, inviato dal Comitato borbonico a dare sostegno ai gruppi del Donatelli, nel suo diario annotò: 10 novembre. Nove ore del mattino. Una forza nemica è comparsa sull’Acinella. Invio la prima compagnia. Ordino al luogotenente colonnello di cavalleria di prender il nemico di fianco. Il nemico non ha potuto sostenere il primo scontro, si è riunito ai piedi di un mulino, ha preso l’offensiva caricandoci alla baionetta. Mischia per dieci minuti. Abbiamo ucciso 40 individui, tra i quali un luogotenente che è morto da eroe. Quell’eroe altri non è che il Pelizza, che si era venuto a trovare in una situazione disperata per il mancato intervento della Guardia di Corleto. Nella cronaca del 30 novembre di quell’anno de Il Patriota, quotidiano che si stampò a Parma, si legge la seguente notizia, comunicata da Il Pungolo: Una colonna del 62° comandata dal capitano Pelizza, assaliva il 10 novembre i briganti postati sulla masseria dell’Acinello sul Sauro, tra Aliano e Stigliano: ma essa non contava che circa cento soldati di linea e 150 Guardie mobili: queste ultime non poteron seguitare l’animoso capitano, che correva ad attaccare alla baionetta, e si ritirarono. Ma il prode capitano Icilio Pelizza, parmigiano, non volle ritirarsi e vi periva colpito al capo. La poca sua truppa, lasciando una dozzina di morti e battendosi per 4 ore di seguito contro un numero sei volte maggiore di briganti, si riduceva a San Mauro. Altre notizie si rilevano in uno scritto assai posteriore (luglio 1911) del capitano Eugenio Massa, storiografo militare, bene informato per attente ricerche: Una magra compagnia del 62° di fanteria, comandata dal capitano Pelizza, era partita all’alba da Stigliano per eseguire una perlustrazione. Punto di riunione era il molino di Agri. Verso le ore 8 del 10 novembre fu un irrompere di briganti a cavallo, rincalzati da altre ciurme a piedi. Circondato da ogni parte, il capitano Pelizza prese posizione su un piccolo ripiano. Cominciò ad aprire il fuoco. Il Borjés mandò il Caruso con 50 briganti a cavallo a chiudere lo sbocco mentre il Crocco prese posizione aprendo anch’esso il fuoco. I valorosi soldati uno contro dieci lottarono con ammirevole audacia con fieri contrattacchi cercarono di aprirsi il passo. Il capitano Pelizza, colpito in fronte da una palla, morì incuorando i soldati. Molti caddero con lui. I più riuscirono ad aprirsi un varco colla punta delle baionette. Relazione questa che conferma e integra le precedenti, mentre alquanto diversa è quella riferita da Il Presente del 9 dicembre 1914, che sembra basata sull’esposizione dei fatti resa dopo oltre cinquant’anni dall’ex tenente della Guardia Nazionale, Nicola Chiaramonte, che asserì di aver ospitato nella sua casa di Corleto il capitano Pelizza nei giorni imminenti il tragico fatto dell’Acinella: L’eroico capitano Pelizza, già ferito, era venuto a un corpo a corpo con il Crocco, ma disgraziatamente fu ferito da un brigante da tergo. Il Crocco, morente, confessò di esser stato ferito dal capitano Pelizza con tre colpi di revolver e parecchie sciabolate. Il Donatelli non perì in quella mischia e, dopo la sua cattura, visse da ergastolano nel penitenziario di Portoferraio fino al 18 giugno 1905, giorno della sua morte. Interessante è l’altra notizia fornita dallo stesso Chiaramonte al sindaco di Parma. Giusta la confessione resa dal brigante Frascone in punto di morte, fu rinvenuta nel cavo di una quercia del bosco di Montepiano, presso Corleto, la sciabola con fodero appartenuta al Pelizza, come attestavano le lettere I.P. impresse sull’arma. In quell’occasione il Chiaramonte offrì al sindaco di Parma quei cimeli sottratti all’eroe. Da parte sua la cittadinanza di Corleto onorò il Pelizza con un monumento marmoreo. Il Consiglio comunale di Parma rese anch’esso onore al Pelizza citandolo in una lapide del porticato del Municipio tra i combattenti caduti tra il 1849 e il 1863.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 416; La spada dell’eroico capitano parmigiano Icilio Pelizza ritrovata in un bosco della Basilicata, in Il Presente 9 dicembre 1914; A. Del Prato, Ricordi storici sulla vita e sulla morte di un ufficiale italiano, Parma, 1914; E. Massa, La morte eroica di un capitano parmense in Corriere Emiliano 4 aprile 1929; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 822; R. Cattelani in Al Pont ad Mez 2 1986, 56-57.

PELIZZA ICILIO
Parma 26 aprile 1897-1966
Figlio di Guglielmo e di Adele Zampirini. Orologiaio e attore dialettale, noto a Parma come Cilién. Rimasto orfano di padre e di madre all’epoca dell’epidemia di febbre spagnola, divenne presto amico inseparabile di Alberto Montacchini, attore e protagonista delle feste degli anni Venti a Parma. Alto appena un metro, il Pelizza iniziò una lunga serie di scherzi e di avventurose facezie che lo fecero conoscere e lo portarono anche sul palcoscenico con le più note compagnie dialettali (Italo e Giulio Clerici, Montacchini, Gobbo, schenoni). girò anche un film: Torniamo in campagna. L’ultimo suo spettacolo è del 1946, benvenuta la libertà. Appassionato delle corse in motocicletta, negli anni Trenta si fece costruire su misura una Nsu a Reggio Emilia e partecipò a diverse gare. Come orologiaio, nella sua bottega di strada Farini 9 studiò un meccanismo che caricava da solo gli orologi, utilizzando metalli termosensibili.

FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani 1997, 238.

PELIZZA LODOVICO
Petrignacola 1884-
In disagiate condizioni economiche, alternò lavori umili alla pittura, incoraggiato da Paolo Baratta. Dopo aver preso parte alla prima guerra mondiale, dipinse paesaggi della Val Parma e restaurò quadri e sculture presso gli antiquari Godi, Brasi e Pederzini. Realizzò scene per teatri di provincia e presepi ad albareto di Fontanellato e a San Secondo. Dipinse cappelle votive e lavorò nelle chiese di San Lazzaro, Ghiare, Sivizzano, Vedole, Bogolese, petrignacola, Agna, Miano, Piantonia, corniglio e nel cimitero di Marore.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani 1997, 238.

PELIZZA MARCO
Parma 1828-post 1863
Contadino, fu suonatore ambulante. Nel 1863 fu sottoposto a sorveglianza per motivi politici (oltranzista) dall’autorità di polizia.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 173.

PELIZZA PIETRO
Parma 1 aprile 1806-post 1831
Figlio di Ferdinando e Caterina Lorenzelli. Orefice, alfiere dei cannonieri urbani di Parma, fu tra i promotori dei moti del 1831, eccitò i fanciulli del popolo a formare raggruppamenti e a munirsi di bastoni, chiamandoli gli allievi della Guardia Nazionale.Fu inquisito e sottoposto a processo perché fu uno dei più esaltati e dei più arditi nella rivolta che come tale figurò anche nei processi.Fu allievo dello scultore Giuseppe Carra.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 195.

PELIZZA PIETRO
Parma 1829-post 1863
Contadino, nel 1863 fu sottoposto a sorveglianza per motivi politici (oltranzista) dall’autorità di polizia.
FONTI E BIBL.: A. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 173.

PELIZZI BRUNO
Parma 17 settembre 1924-Gramadasca di Pione 14 luglio 1944
Nato nell’Oltretorrente, ereditò dalla famiglia sentimenti di fierezza e generosità: il padre fu uno dei popolani che si arruolarono volontari, prima dell’entrata in guerra dell’Italia, aderendo alla Legione garibaldina delle Argonne nel 1914 (l’interventismo democratico tra i ceti popolari della città di Parma ebbe un alto numero di sostenitori, trascinati anche dalle parole e dall’esempio di uomini come Filippo corridoni). Giovane operaio, il Pelizzi prese parte al movimento antifascista e di ripresa democratica che ebbe i suoi punti di forza nelle principali fabbriche cittadine. Chiamato alle armi presso il deposito del 14° reggimento Genio poco prima della proclamazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943, riuscì a sfuggire ai Tedeschi che lo avevano catturato a Belluno e lo stavano per tradurre in Germania insieme ad altri militari del disciolto esercito regio. Il rientro a Parma coincise con l’inizio della sua attività partigiana. Entrò a far parte dei gruppi d’azione patriottica del Fronte della Gioventù con i quali svolse intensa attività clandestina. La sera del 31 dicembre 1943, il Pelizzi e cinque suoi compagni furono sorpresi da una pattuglia fascista mentre scrivevano frasi sovversive nei pressi dell’Annunciata e fatti segno a colpi d’arma da fuoco. I giovani si divisero in due gruppi che si protessero l’un l’altro, rispondendo al fuoco e riuscendo a sottrarsi alla cattura. In marzo, mescolato ai visitatori, il Pelizzi sparse volantini nella camera ardente (allestita presso la federazione fascista) nella quale erano esposti al pubblico sette fascisti uccisi nel corso di un attacco partigiano a un treno che trasportava prigionieri, presso la stazione di Valmozzola. Richiamato alle armi, venne fatto presentare perché svolgesse opera di propaganda e persuasione tra i commilitoni. Asportò anche dalla caserma armi e indumenti da inviare ai partigiani. Quando la sua posizione si fece insostenibile, raggiunse in montagna, nella zona di Bardi, i suoi compagni. Entrato nelle formazioni armate dei Volontari della libertà (31a brigata Copelli, distaccamento Griffith), si distinse fin dall’inizio per audacia e sprezzo del pericolo. Durante un’azione di guerra, condotta mentre era in corso un vasto rastrellamento nazifascista, per salvare da sicuro annientamento il proprio reparto, il Pelizzi (nome di battaglia Dena) mosse all’attacco, armato di bombe a mano, contro una mitragliatrice pesante che sbarrava l’unica via di sganciamento per i 36 uomini ai suoi ordini. Colpito in pieno petto da una raffica, cadde sul punto di raggiungere la postazione nemica. Della sua fine i compagni vennero al corrente solo dopo diverse ore, quando ormai si trovavano in salvo. Nessuno avrebbe conosciuto il suo eroismo, se per esso non avesse testimoniato l’arciprete di Pione, Agostino Raffi. Consapevole dell’olocausto della vita compiuto dal Pelizzi, il sacerdote fu il primo a proporlo per una ricompensa al valore militare. Emerse così che le donne di Gramadasca, frazione teatro del fatto, avevano supplicato il Pelizzi affinché non rischiasse di farsi uccidere, ma inutilmente, vista la fermezza con la quale egli decise di salvare i compagni. Alla memoria del Pelizzi fu concessa una Medaglia d’Oro al Valore Militare. Questa la motivazione: Animato da alti sentimenti patriottici, dedicava tutte le sue giovani energie alla causa della Resistenza, dimostrando nella lotta alto spirito combattivo e sprezzo del pericolo. Nel corso di una ardita azione partigiana contro soverchianti forze avversarie, per salvare da sicuro annientamento il suo reparto rimasto accerchiato, si portava audacemente all’assalto, con bombe a mano,  di una mitragliatrice nemica che con il suo micidiale fuoco sbarrava l’unica via di possibile sganciamento. Colpito mortalmente da una raffica avversaria, mentre stava per raggiungere la postazione nemica, cadeva eroicamente al grido di “viva l’Italia”.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 dicembre 1972, 5; Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, III 1989, 647; T. Marcheselli, Strade di Parma, II 1989, 182.

PELIZZI MARCO
Parma 1773-post 1811
Fu argentiere di buon valore.
FONTI E BIBL.: Argenti e argentieri, 1997, 33.

PELIZZOLI GIOVANNI
Parma -post 1734
Pittore d’architettura attivo nella prima metà del XVIII secolo. Studiò con Pietro Giovanni Abbati e iniziò lavorando in varie chiese. Il 18 agosto 1714 fu retribuito per varie giornate di lavoro per dipingere le scene per l’opera La virtù coronata rappresentata al Teatro Ducale di Parma. Nel 1727 allestì in Duomo l’apparato lugubre con catafalco per i funerali del duca. Recatosi per lavoro a Torino, da là fuggì a Ginevra con una donna. Nell’autunno del 1730 lavorò ad Alessandria, fornendo le scene per l’Anagilda al Teatro Guasco Solerio, mentre nell’autunno del 1734 era in Austria, dove allestì il Pirro nel Teatro del castello di Jaromeniz.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, VII, 151.

PELIZZONI MARIO
Torricella di Sissa 29 settembre 1917-Busseto 26 dicembre 1989
Figlio di un marmista, fin da ragazzo si applicò con passione all’attività che più gli era congeniale, disegnando e modellando statuette. Il padre lo volle maestro e non artigiano come lui, perciò lo affidò, a Parma, a Carlo Corvi, sotto la cui esperta e valida guida il Pelizzoni andò affinando la naturale inclinazione con un’adeguata preparazione accademica. Studiò all’Istituto d’Arte a Parma e a Genova. Ultimati gli studi, cominciò a dipingere, e nel 1933 tenne a Parma la prima collettiva nel ridotto del Teatro Regio. A quella ne seguirono altre in varie città d’Italia, contrassegnate da successo di pubblico e di critica. Artista versatile, non rifuggì dal trattare con facilità paesaggio, animali e nature morte, ma si deve considerarlo soprattutto pittore di figura. Nella sua galleria personale di lavori a Busseto l’arte plastica e pittorica ridondò di opere che gli procurarono soddisfazioni e riconoscimenti. Da Il corriere di montagna, Bimba in lettura, Fabbro in attesa del ferro rovente, tutti pregevoli lavori giovanili, si passa a opere vigorose quali Ritratto di violinista (1940), Donna che rammenda, Ritratto di vecchio (1942) e ancora Ritorno all’ovile, Gli spaccalegna, sino a pervenire a I vecchi scapoli, notevole per l’espressività dei volti dei due vecchietti effigiati, che conversano rievocando ricordi di un tempo lontano. Quest’ultimo dipinto fu anche molto ammirato tra quelli esposti al Concorso internazionale di Orvieto. Della produzione successiva, meritano un cenno particolare I due viandanti (1944), Bimba in attesa (1945), tela esposta alla Mostra internazionale di Prato nel 1946, La carità, La pescivendola (1945), Il buon samaritano (1946), carbonai in montagna, Caprette, Uragano (1947), Il landò, Ballo in maschera, che figurò in varie mostre internazionali, La stalla (1948), zingari accampati (1955), I delinqueri, Le grotte di Catullo, Bevitori, Scuola di danza, Tra i monti (1958), Messicani, Il carrettiere (1959).Inoltre vanno ricordati alcuni quadri a soggetto militare e patriottico eseguiti negli anni 1957-1959: Pattuglia, Verso il fronte francese, Morte d’un valoroso, Accampamento, Trasporto d’un soldato ferito. Ancora, meritano una citazione  Orizzonte, La reginetta degli zingari, Ritorno dalla caccia, Tartarughe e Fido, Il viandante, La bufera, Prova di danza, Tiratori di fune, sciatori. Degni di rilievo sono pure alcuni altri  ritratti, nature morte e paesaggi. Una linea fortemente incisiva e i toni cupi rendono particolarmente suggestive le visioni naturali del Pelizzoni. Non meno vasta fu la produzione plastica, tra cui risalta il bozzetto del monumento per la caserma del 15° Genio di Chiavari (1940), che palesa un chiaro sentimento lirico. Di quel tempo sono anche una Testa di frate, La fedeltà, Lotta libera, lavori tra i più riusciti per espressività e per finezza del modellato. Rimarchevoli sono anche le seguenti opere successive: tra i busti, Ritratto di Verdi (1948), Testa d’idiota (1946), Il Cristo (1948) e Ritratto di Pietro (1951), su legno, esposto in quell’anno alla Quadriennale di Roma, e tra gli altorilievi, Il violinista (1944), Ritorno dalla caccia e Il pescatorello (1945). Dal 1945 il Pelizzoni fu membro dell’Academia latinitati excolendae artium et litterarum, la quale, annoverandolo tra i suoi soci accademici, intese dare un autorevole riconoscimento alla validità artistica della sua copiosa produzione. Si può dire che il Pelizzoni dipinse esclusivamente per sé, per una necessità dello spirito a fissare sulla tela immagini e impressioni della vita che lo circondava. Si riescono forse a trovare nella sua arte riflessi dell’impressionismo poiché non soltanto l’ambiente e i costumi ma lo spirito stesso della composizione suggerisce i nomi di Van Gogh e Matisse, e la floridezza del colore, unita alla qualità del soggetto, rafforza le analogie con Antonio Mancini. Ma quando si sottraggono questi più o meno palesi influssi dall’arte del Pelizzoni, resta un largo margine che gli appartiene interamente, come pure tutta sua è la maniera d’assimilarli e servirsene. il Pelizzoni fu un artista in continua evoluzione: come sospinto da una febbre interiore, il suo estro creativo sembrò volgersi verso mete nuove e staccate dallo schema della pittura contemporanea tradizionale, tale in quanto concepita nelle forme meno audaci. Superato questo traguardo, uscito da un campo cui egli pure dovette franchi successi, balza evidente dalle sue ultime opere come il Pelizzoni mirò a un ascendente artistico superiore, a concezioni di più vasta portata intellettuale, alla ricerca, insomma, di un posto tutto suo, a parte. Il suo formalismo praticamente si arrestò a I vecchi scapoli, al Ritratto di vecchio, a Sciatori, che segnano un punto fermo nella sua carriera di artista. Le opere successive rientrano in una nuova tecnica impressionistica, di cui orizzonte costituisce la più vigorosa manifestazione. La disposizione dell’arte non si rivolge più all’oggetto di natura in sé e per sé, quale immanenza obbligata e destinata, ma tende a esprimere, con la concitata grafia e il tratto tormentoso delle pennellate, un travaglio profondo, tutto interrogazioni, domande, e sembra un richiamo all’inappagata sete che spinge verso il mistero dell’infinito. La validità risiede non tanto nel colore, con cui il pelizzoni reagì a una descrittività troppo minuta e convenzionale, quanto nell’abilità di ridurre tale rilievo descrittivo per avvicinarlo a una conseguenza espressiva. La produzione plastica mostra un Pelizzoni egualmente vigoroso, sebbene i gessi francesi, le teste e i busti in legno e la cera colata rivelino, in successione di tempo, un’evoluzione un po’ differente dalla pittura. Il Pelizzoni fu verista, nel senso che presenta le cose come sono, e quantunque seguisse il modo di modellare di Medardo Rosso, di suo v’è la caratterizzazione del soggetto.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 344-349; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2393.

PELIZZONI RINALDO
Torricella di Sissa 24 aprile 1920-7 dicembre 1998
Figlio di un sarto, cominciò a studiare a quattordici anni pianoforte, solfeggio e canto con il maestro Tironi di Roccabianca e a sedici, dopo l’esame di ammissione, entrò al conservatorio di musica di Parma nella classe del maestro Brancucci.Al terzo anno di corso, a diciannove anni, vinse da baritono il primo premio al concorso di Firenze, categoria voci educate, concorso che prevedeva l’attribuzione di una borsa di studio.Debuttò al Teatro Sperimentale di Alessandria nel Segreto di Susanna di Wolf Ferrari e subito dopo in Rigoletto e nel Barbiere (Figaro) al Teatro Trento di Parma (1939). Chiamato alle armi a vent’anni, fu destinato ai bersaglieri.Fu decorato quattro volte al valor militare.Durante il servizio militare, nel 1942, ottenuto un mese di licenza, si diplomò al Conservatorio di Parma con la massima votazione e la lode. La guerra impose una parentesi prolungata all’inizio della sua carriera: fino all’agosto 1945, anno in cui fu liberato dal campo di concentramento in Germania.Dopo sei mesi di cure per rimettere in sesto il fisico debilitato, tornò a Firenze, riprendendo l’attività di baritono in varie opere, quali Tabarro, Rigoletto, Barbiere, Trovatore, Piccolo Marat, Bohème e Traviata. Dopo aver cantato da baritono fino al 1949, il Pelizzoni si trovò in una crisi vocale: gli acuti mancavano di armonici e di smalto, diventavano fissi e ballavano.Il Pelizzoni si ritirò dalle scene per sei mesi, con la determinazione di diventare tenore.Anche con l’aiuto del maestro Renzo Martini, debuttò nuovamente a Parma, al Teatro Regio, nei Pagliacci. Fu un vivo successo ed ebbe inizio una nuova carriera, questa volta da tenore, in cui cantò in un repertorio vastissimo: Pagliacci, Carmen, Andrea Chenier, Fedora, Boris Godunov, Kovancina, Norma, Fanciulla del West, Falstaff, Macbeth, Traviata, Manon Lescaut, Tabarro, Tosca e Forza del Destino, oltre un numero imprecisato di opere nuove, in moltissimi teatri in Italia e all’estero. Tra queste ultime si possono ricordare La capanna dello zio Tom di Ferrari Trecate, Il furore di Oreste di Testi, Assunta Spina di langella, Medea di Tintori, Romulus di allegra, L’uragano di Rocca, Margherita da cortona di Refice, Peter Grimes di Britten, Il torneo notturno di Malpiero, Maria egiziaca di respighi, Nuova Euridice di Lupi, La figlia del re di Lualdi, Resurrezione di Alfano e Belfagor di respighi. Il Pelizzoni nella carriera cantò in un gran numero di teatri: a Parma, bologna, genova, palermo, Roma, Napoli, Pisa, Bari e Venezia.Scritturato al Cairo e ad Alessandria d’Egitto per carmen e Pagliacci, per un’improvvisa indisposizione del baritono Gino Bechi nel Barbiere di Siviglia, il Pelizzoni fu interpellato dall’impresario per la sostituzione.La sera precedente il pelizzoni aveva cantato come tenore nella Carmen, e il giorno seguente, vestiti i panni di Figaro, ebbe un ottimo risultato anche come baritono, al punto che il direttore fece bissare la cavatina.La sera dopo, ripresa la veste di tenore, cantò nei Pagliacci.La stampa testimoniò l’eccezionalità dell’avvenimento, certo non comune nella storia del melodramma. Gavazzeni, dopo averlo ascoltato a Bergamo nei Furori di Oreste, lo fece scritturare al Teatro alla Scala di Milano per L’assassinio nella cattedrale di Pizzetti come primo cavaliere.Avendo studiato oltre alla sua parte anche quella degli altri personaggi, mancando un giorno Mirto Picchi, il Pelizzoni si offerse per eseguire il terzetto.Sia la Wallmann che Pizzetti vollero sentire tutta la parte e lo scelsero come primo tentatore e primo cavaliere, parti che poi il Pelizzoni eseguì in tutti i teatri nei quali fu riproposta l’opera del musicista parmigiano. Fu poi prescelto dal regista Felsenstein per la Volpe astuta di Janá?cek, e alla Scala di Milano accettò di far parte come artista stabile per essere utilizzato in tutti i ruoli dal 1957 al 1969.Dopo questo anno il Pelizzoni abbandonò le scene per dedicarsi all’insegnamento.Quale aspirante docente, vinse diverse cattedre nei conservatori, scegliendo infine la sede di Torino.
FONTI E BIBL.: Arnese; Fioravanti; frassoni; Frajese; Giovine; Pighini; Tintori; Cronologia dei teatri Regio di Parma, Verdi di Pisa e La Fenice di Venezia; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 30 gennaio 1983, 3; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1998, 8.

PELLACANI AGOSTINO
Busseto 5 febbraio 1871-Adua 1 marzo 1896
Figlio di Giuseppe. Si arruolò diciottenne nell’esercito quale allievo sergente e nel 1894 pervenne al grado di sottotenente. A Pavia e a Porto Maurizio si guadagnò due encomi solenni. Avendo manifestato ai superiori la volontà di prendere parte alla guerra italo-etiopica, fu destinato a raggiungere nel gennaio 1896 la zona di operazioni col 14° Battaglione Fanteria d’Africa. Sbarcato a Massaua, partecipò alle più significative battaglie in terra d’Africa e perse la vita nell’aspro combattimento di Adua, durante il quale le truppe italiane si batterono eroicamente contro soverchianti forze nemiche. Alla memoria del Pellacani venne conferita la medaglia d’argento al valore militare e il suo nome fu onorevolmente ricordato nella lapide dei Caduti che il comune di Parma fece collocare sotto l’atrio del palazzo municipale. La motivazione della medaglia d’argento assegnata al Pellacani è la seguente: Con raro coraggio ed ardimento fu di continuo esempio ai suoi soldati che spinse sempre compatti contro il nemico.
FONTI E BIBL.: Ai prodi parmensi, 1903, 23-24; Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 349; G. Corradi-G. Sitti, Glorie parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 30.

PELLACANI ANTONIO, vedi PELACANI ANTONIO

PELLACANI FULVIO
Busseto 1869-1935
Figlio di Giuseppe. Conquistatosi un posto gratuito nel Collegio Maria Luigia di Parma e laureatosi in chimica pura e farmaceutica, fu in seguito assistente del Mazzara nell’università di Parma e poi, sempre a Parma, docente di scienze naturali all’Istituto Magistrale, al Liceo Romagnosi e al Collegio Sant’Orsola. Lasciò varie monografie di chimica organica e inorganica. Scrisse inoltre d’arte, storia e musica sotto lo pseudonimo di Miosotis nel Giornale d’Italia e nella Gazzetta di Parma, al cui corpo redazionale appartenne stabilmente per più anni. Fu tra gli esponenti del Partito liberale e, quale assessore per la Pubblica Istruzione dal 1907 al 1913, istituì la Scuola di Economia Domestica, la Pro Schola e la refezione calda nelle scuole elementari e fu tra i promotori del Centenario Verdiano del 1913. In quel periodo presiedette anche il Teatro Regio di Parma, organizzandovi la rappresentazione completa delle opere verdiane. Promosso preside negli istituti magistrali, fu a Piazza Armerina, a Udine (dal 1915 al 1917) e a Padova, dove tenne per molti anni la presidenza dell’Università Popolare e della Dante Alighieri.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 117-118.

PELLACIDI RUGGERO
Parma 31 luglio 1823-Albania 12 settembre 1857
Entrato nell’ordine Fracescano, fu destinato nell’anno 1855 quale missionario in Albania, dove morì a soli 34 anni.
FONTI E BIBL.: Biblioteca della Terra Santa, XIII, 1930, 403.

PELLACINI ANDREA
Parma 1908-post 1937
Figlio di Guido e di Virginia Davoli, capo squadriglia della 851a Bandera Vampa, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Volontariamente si offerse di far parte di un plotone esploratori. Durante una azione per la conquista di importante posizione condusse con perizia e slancio la sua squadra all’attacco attraverso terreno impervio e sotto intenso fuoco di mitragliatrici. Ferito il comandante del plotone lo sostituiva nel comando continuando la lotta finché cadeva egli pure ferito. Si rammaricava solo di dover abbandonare il campo di battaglia. Esempio di valore e belle virtù militari (Zona di Soncillo, Quota 1063, 14 agosto 1937).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

PELLATI FRANCESCO
Parma-post 1787
Vestiarista, fu attivo al Teatro di Reggio Emilia nelle stagioni di Carnevale del 1786 e del 1787.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

PELLAVICINO, vedi PALLAVICINO

PELLEGRI
Parma XIX secolo
Fabbricatore di archetti attivo a Parma nel XIX secolo.
FONTI E BIBL.: H.Vercheval, Dizionario del violinista, 1924.

PELLEGRI ALBERTO
San Lazzaro Parmense 23 maggio 1896-Roma 19 dicembre 1918
Compiuti a Parma gli studi medi, vi frequentò i primi due anni degli studi di medicina. Fu fervido propugnatore della partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale. mobilitato al principio della guerra, fu sottotenente e poi tenente nel corpo dei granatieri. Combatté da eroe nel 1° reggimento e poi nel 2°, finché, il 17 settembre 1916, sul Carso, offertosi volontario per un’azione di sorpresa contro alcune mitragliatrici nemiche, fu ferito alla gamba destra. Pur seriamente menomato, non volle recedere e non volle farsi medicare: continuò l’avanzata alla testa del suo reparto, finché cadde colla gamba sinistra straziata da un proiettile esplosivo. Al Pellegri fu concessa la Medaglia d’Argento al Valore, oltre alla croce di guerra. Nonostante l’amputazione subita, morì in seguito ai postumi della grave ferita solo due anni più tardi. Il pellegri fu poi laureato a titolo d’onore l’8 dicembre 1919.
FONTI E BIBL.: Caduti Università parmense, 1920, 33-34.

PELLEGRI FAUSTINO
Langhirano 1829-Parma 21 gennaio 1895

Trasferitosi a Parma, studiò nel Collegio Maria Luigia e poi compì gli studi legali in Piacenza. In seguito tornò a Parma a fare pratica di notaio presso Gabriele Guadagnini, del quale fu poi collega. Il Pellegri fece parte della Commissione per il progetto della nuova legge sul notariato. Consigliere comunale di Parma, consigliere relatore della Deputazione provinciale, direttore per molto tempo della Cassa di Risparmio, fu anche eletto deputato al Parlamento nella XVI legislatura. Nutrì sentimenti liberali. Fu abbastanza assiduo ai lavori della Camera, dove appoggiò la politica governativa. Fu lungamente presidente del Consiglio Notarile di Parma, al quale dedicò tutto se stesso. Legò il suo nome all’orfanotrofio Vittorio Emanuele II (eretto per sua iniziativa dalla Cassa di Risparmio di Parma), del cui Consiglio amministrativo il Pellegri fu presidente.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 87; T. Sarti, Il Parlamento subalpino e italiano, 2 voll., Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, deputati e senatori, 1941, II, 297.

PELLEGRI GIOVANBATTISTA
Busseto 1683
Intagliatore ricordato nell’anno 1683 per un contratto per il pulpito nella Parrocchiale di Pieveottoville.
FONTI E BIBL.: G. Godi, 1976, 152; Il mobile parmigiano, 1983, 256.

PELLEGRI ORMISDA ROMANO LORENZO
Grammatica 6 agosto 1868-Parma 25 luglio 1945
Figlio di Beniamino, di famiglia benestante. Ordinato sacerdote il 28 marzo 1891, fu parroco a Cassio e rettore del seminario di berceto negli anni 1896-1898. Quando monsignor Conforti fu nominato arcivescovo di Ravenna nel 1902, volle il Pellegri rettore dell’Istituto di San Francesco Saverio delle Missioni Estere (1902-1907). Il Pellegri fu inoltre nominato professore di Pastorale nel Seminario di parma. Fu parroco di Marano e per vent’anni (1917-1938) arciprete di Noceto, dove profuse le migliori energie, lasciando in quell’importante parrocchia un’orma incancellabile. Con la collaborazione della cittadinanza arricchì la chiesa di vetrate istoriate, costruì le tribune per uomini e giovani e provvide l’altare maggiore di un artistico tabernacolo. Per la formazione morale e religiosa della gioventù creò l’oratorio festivo Filippo Neri (1925), ampliato con una sala dedicata a Guido Maria Conforti (1931). Ideò e realizzò inoltre un organismo di benefica assistenza: la conferenza di San Vincenzo de’ Paoli. Il 1° marzo 1938 fu fatto prefetto della chiesa magistrale di Santa Maria della Steccata in Parma. In punto di morte emise i voti e fu accettato nell’istituto delle Missioni Estere di Parma. Fu insignito nel 1941 del titolo di Canonico onorario della Cattedrale di Parma. Grammatica, suo paese natale, deve molto al Pellegri: i restauri della chiesa nel 1908, il rifacimento della canonica nel 1936, l’elevazione della chiesa a Santuario della Madonna nel 1938, e tutti i paramenti più belli e preziosi.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 185; E. Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 119-120; G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 302.

PELLEGRI SALVATORE
Parma-post 1834
Liutaio, agì nella prima metà del XIX secolo. Il Molossi nel suo Vocabolario topografico (p. 298) scrisse: Del sig. Salvatore Pellegri comecchè siam certi di disgustare la sua modestia, pure non ci possiam tenere dal dire ch’egli è di rara abilità per rassettare non solo, ma ben anco per imitare i più accreditati istromenti dello Stradivario, dell’Amati, del Guerrini e simili. Il Valdrighi e il Vannes lo citano solo come archettaio.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PELLEGRI UGO
Parma 1915-20 dicembre 1997

Marinaio, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare per un episodio che avvenne il 10 aprile del 1944 in una base navale del Tirreno, dove il Pellegri si trovava imbarcato su un Mas. Quel giorno ci fu un ammutinamento e furono uccisi diversi ufficiali.Il Pellegri, con spregio del pericolo, si batté contro i rivoltosi venendo gravemente ferito da uno di essi mentre era sul Mas con il compito di secondo nocchiere. subì anche un breve periodo di prigionia. Al rientro in patria, a guerra conclusa, fu impiegato come vigile urbano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 dicembre 1997, 14.

PELLEGRINI ANGELO
Parma 1762/1763
Falegname, realizzò nel 1762-1763 due confessionali di Ognissanti a Parma, in collaborazione con un intagliatore anonimo.
FONTI E BIBL.: L. Grandinetti, 1973, 18; Il mobile a Parma, 1983, 260.

PELLEGRINI ANTONIO
Parma 1888/1900
Fu autore di numerose pubblicazioni di carattere storico.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 704.

PELLEGRINI BIANCA
Como-Torrechiara ante 1482
Moglie del milanese Melchiorre d’Arluno, fu amata appassionatamente dal condottiero Pier Maria Rossi il quale, pur essendo sposato ad Antonia Torelli, volle circondare con splendida signorilità la sua preferita di tutte le finezze che il Rinascimento prodigava.Acquistò per lei il castello di Roccabianca, fece coniare con l’effigie della Pellegrini medaglie da Giovanni Francesco da Enzola, e nel castello di torrechiara fece un museo e un altare dedicato al ricordo dell’amata. Nella volta della Sala d’oro del Castello la Pellegrini è effigiata ben quattro volte, oltre a essere ritratta ripetutamente in magnifiche sculture in ogni sala e perfino nella cappella, dove poi fu sepolta.
FONTI E BIBL.: L. Molossi, Vocabolario topografico dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla; C. Ricci, Eroi, santi ed artisti, Milano, 1930; F. Orestano, Eroine, 1940, 284.

PELLEGRINI ERNESTO
Parma 19 novembre 1843-Parma 13 agosto 1884
Figlio di Ferdinando e Maria Bellini. Fu volontario con Garibaldi nelle campagne risorgimentali del 1866 e 1867. Prestò poi servizio per diciassette anni presso il regio Collegio Maria Luigia.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 200.

PELLEGRINI FABRIZIO
Parma XV secolo/1515

È forse lo stesso Peregrino da Parma che volgarizzò la Cronica di Eccelino da Romano contenuta in un codice vaticano di varie scritture unite da Angelo Massarello di San Severino. Tale volgarizzamento è databile alla fine del XV secolo, come appare dal carattere e dallo stile. È intitolato Chronica di Eccelino da Romano riduta in lingua materna per Peregrino da Parma. Il Proemio comincia in questo modo: Un Citadino Padoano Orlandino dicto notario publico nel anno del Sig. 1200 scrisse 12 Lib. de le cose occorse nel suo tempo ac etiam del Padre ne la Marcha Trivisana, et maxime la Vita di Eccelino de Romano, et comenzete a scrivere questa Chronica nel anno 1260, qual per esser scrita in latina lingua assai rude, et prolixa, mi ha parso per farvi cosa grata Sp. M. Gioane Baptista Contarino redurla sotto brevità in lingua volgare nostra. Il Pellegrini nel 1515 fu segretario di Giuliano de’ Medici, duca di Nemours. Un saggio del suo valore nelle buone lettere è costituito da un epigramma anteposto all’edizione di Sillio Italico, procurata da Ambrogio Nicandro da Toledo e pubblicata in Firenze nel 1515 da Filippo Giunti. Il Pellegrini fu anche appassionato e raccoglitore di antichità: Paolo Giovio afferma di aver veduto presso il Pellegrini una testa di Annibale, avanzo di una antica statua (Ejus ex marmorea statua integrum caput penes fabritium Peregrinum Parmensem vidimus). Nel 1516 il Medici morì, e si ignora quale fu poi la sorte del Pellegrini.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 168-169; Aurea Parma 2/3 1957, 104.

PELLEGRINI FRANCESCO
Parma 4 ottobre 1794-post 1840
Fu in servizio alla corte di Maria Luigia d’austria dall’anno 1819 come accenditore, dal 1821 come staffiere di 3a classe, dal 1831 come lacchè e dal 1838 come scopritore di tavola.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 313.

PELLEGRINI LUIGI
-Parma 1 novembre 1813
Figlio di Felice. Fu cavaliere Costantiniano.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

PELLEGRINI LUIGI
Parma 30 settembre 1780-
Figlio di Felice. Nel 1805 ebbe il grado di sottotenente. Nel 1807 fu al servizio del re delle Due Sicilie, nel 1808 fu promosso tenente, nel 1809 capitano, nel 1812 aiutante maggiore. Nel 1814 fu capitano delle Guardie di Maria Luigia d’Austria e nel 1816 capitano del reggimento Maria Luigia. Prese parte alle seguenti campagne militari: 1805-1806 Blocco di Venezia, 1808-1811 Spagna, 1813-1814 italia.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 29-30.

PELLEGRINI MASSIMILIANO
Tabiano 11 novembre 1839-Monticelli d’Ongina 28 marzo 1904
Compì gli studi nel seminario diocesano di Borgo San Donnino, nel quale fu prefetto dal 1862 al 1864.Ordinato sacerdote dal vescovo di Parma Felice Cantimorri, essendo vacante la cattedra episcopale borghigiana, iniziò il sacro ministero nel 1865 a Parola in qualità di curato. Destinato economo spirituale a Zibello, gli fu interdetto dal Governo l’accesso a quella parrocchia per fanatismo religioso, onde dovette ritirarsi a Tabiano, rimanendovi inoperoso sino al dicembre 1866. Passato quindi a Polesine quale coadiutore di quel parroco, fu, nel settembre 1868, trasferito a Monticelli d’Ongina. Alla morte del prevosto Giuseppe Cordani, venne designato a succedergli l’11 dicembre 1870 e fu canonicamente investito il 12 gennaio del successivo anno. Il Pellegrini fu particolarmente fermo contro le correnti laiciste della massoneria e del liberalismo. Nei trent’anni del suo governo pastorale contribuì al decoro della chiesa maggiore compiendovi restauri e abbellimenti e dotandola di una nuova facciata in marmo e di un nuovo campanile con un concerto di otto campane. Fece ricostruire dalle fondamenta la chiesa di San Giovanni (di cui fu progettista e direttore dei lavori) nel nuovo cimitero da lui voluto, dispose per un radicale restauro dell’altra chiesa comparrocchiale di San Giorgio, ornandola di stucchi e pitture, fondò l’Istituto San giuseppe per l’assistenza e l’educazione dell’infanzia e della gioventù, tutelò e difese strenuamente i diritti della Chiesa rivendicando e conservando il ricco patrimonio parrocchiale e delle confraternite. Quando, colpito da grave malore, si vide impotente a esercitare il ministero parrocchiale, fece atto di spontanea rinuncia il 20 dicembre 1900. Annoverato da papa Leone XIII tra i suoi prelati domestici, il Pellegrini ebbe sepoltura nel cimitero parrocchiale di Monticelli d’Ongina, in un avello sopra il quale una lapide ne rammenta le benemerenze.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 349-351.

PELLEGRINI NICOLA
Parma 6 dicembre 1782-1845
Figlio di Pietro e Anna Bianchi.Fu causidico, notaio e consigliere ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, Necrologio di N. pellegrini, in Gazzetta di Parma 24 giugno 1845; E. Adorni, Ricordanze intorno i meriti e la persona del Dr. Cosigliere ducale N. Pellegrini, notaio parmense, Milano, Guglielmini, 1845; F. da Mareto, bibliografia, II, 1974, 823.

PELLEGRINI PAOLO
Parma seconda metà del XVI secolo
Boccaloro attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti.

PELLEGRINI PIETRO
Parma 23 ottobre 1809-Torino 18 ottobre 1851
Figlio di Nicola.Compì il corso di studi di belle lettere e filosofia. Mentre ancora frequentava il terzo anno del corso di legge, appena ventenne fu eletto professore di lingua greca nell’Università di Parma. Ebbe la stima e l’amicizia del Colombo, del Pezzana, del Taverna e del Giordani, che ne conobbero gli studi di letteratura greca, latina e italiana. In particolare, il Giordani richiese la collaborazione del Pellegrini per nuovi studi sulle opere di Tacito. Tra i suoi primi lavori, pubblicò una Canzone in morte di Maria Sanvitale. Nel 1843, assieme a Giovanni Adorni, diede vita al giornale La lettura. Due anni dopo pubblicò da Le Monnier Studii Filologici di Leopardi, raccolti e ordinati da Pietro Pellegrini e Pietro Giordani. Il Pellegrini fu membro (vi ebbe l’incarico degli Affari Esteri) della Reggenza per il Governo Provvisorio di Parma e Piacenza, nominata dal duca Carlo di Borbone il 20 marzo 1848 (cessò dalle funzioni il 7 aprile dello stesso anno). Il Pellegrini l’11 aprile 1848 fu nominato ancora membro del governo Provvisorio, che in seguito al plebiscito del 26 maggio proclamò l’unione al Regno di Carlo Alberto di Savoja. Fece anche parte della deputazione inviata a presentare al re di sardegna l’atto di unione del Ducato di Parma. Dopo la battaglia di Novara dovette andare esule in Piemonte, patire il sequestro dei beni e staccarsi dalla famiglia. A Torino il Pellegrini fu nominato professore d’Antichità nella Regia università. Morì a soli 42 anni d’età, lasciando materiali e carte non ordinate di studi filologici, letterari e scientifici, che andarono poi dispersi.
FONTI E BIBL.: G.B. Passano, Novellieri italiani, 1868, 231; G. Sitti, Il Risorgimento, 1915; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 300-304 e 524; Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 366; Strenna parmense, 1842, 66; T.Marchi, in Aurea Parma 1948, 68-102; E.Sabia, Pietro Pellegrini affabile letterato, in Gazzetta di Parma 13 febbraio 1956, 3 e in Reggio e Parma dal ’500 all’800, Reggio, 1971, 126-128.

PELLEGRINI VERO
Roccabianca 1918-1991
A ventiquattro anni si laureò a Parma in Medicina, e nel 1944 aprì un ambulatorio in piazzale San Benedetto: fu il medico del quartiere, dei Salesiani e dei loro ragazzi, e soprattutto il medico dei poveri. Esercitò la professione come una missione.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 239.

PELLEGRI VIGNALI GIACOPO
Borgo San Donnino 1751-1837
Acquistò fama di dotto teologo. Insegnò a lungo nel Seminario Diocesano di Borgo San Donnino formando generazioni di giovani alla vita sacerdotale.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, III, 1978, 1290.

PELLERI GIUSEPPE ANTONIO
Parma 8 novembre 1761-Parma 11 febbraio 1824
Figlio di Ercole e di Maria Virginia Dentoni. Conseguì il dottorato in giurisprudenza sotto la guida di Sante Del Rio nel 1783 e già due anni dopo si fece apprezzare come ottimo giurista, quale supplente di Paolo Alinovi nell’insegnamento delle Pandette. Fu discepolo, amico e poi compagno di lavoro di Luigi Uberto Giordani, e, come questi, fu più incline alla letteratura e allo studio della storia che all’esercizio dell’avvocatura. Il Pelleri si dedicò infatti anche all’attività poetica componendo vari sonetti che fece poi pubblicare. Per il suo significato politico e come testimonianza del costume del tempo, si ricorda in particolare che compose uno dei sonetti contenuti nell’opuscolo In occasione del solenne ingresso in Parma di Sua Maestà la Principessa Imperiale Maria Luigia, Arciduchessa d’Austria, Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla (Parma, 1816, 6), alla stesura del quale contribuirono alcuni dei personaggi più in vista dell’ambiente culturale parmigiano, tra i quali Giuseppe Bertani e Gaetano Godi. Come magistrato tuttavia, il Pelleri assurse alle più alte cariche. Nel 1788 fu nominato Uditore Criminale,  nel 1800 fu promosso consigliere nel Supremo Tribunale di Grazia e Giustizia, infine nel 1804 consigliere nel Supremo Magistrato e della Corte Criminale a Piacenza. Rientrato in Parma nel 1814, sotto il governo di Maria Luigia d’Austria fu nominato membro della Camera Giudiziaria della Reggenza e quindi consigliere di Stato (1815) e professore onorario dell’Università di Parma. Venne inoltre insignito della croce dell’ordine costantiniano di San Giorgio. Negli anni seguenti presiedette la Prima Commissione Legislativa e fu consigliere nel Supremo Tribunale di revisione.
FONTI E BIBL.: Istituto per la Storia dell’Università di Parma, Note statistiche del personale universitario  1818, tomo 492, 67; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani raccolte dal padre Ireneo Affò e continuate da Angelo Pezzana, Parma, 1833, tomo VII, 602-604; F. Rizzi, I professori dell’università di Parma attraverso i secoli, Parma, 1953, 102; Studi parmensi XXXI 1982, 219; R. Giordani, Opere scelte di L.U. Giordani, 1988, 358.

PELLERI ICILIO
Parma 12 marzo 1840-
Figlio di Ermenegildo e Adelaide Godi. possidente, ex ufficiale garibaldino, nel 1864 fu sottoposto a sorveglianza per motivi politici (era considerato oltranzista) dalle autorità di polizia.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 174.

PELLERI LUIGI
Collecchio 1834/1875Fu consigliere anziano del comune di collecchio tra il 1834 e il 1875, forse non continuativamente. Fu podestà di Collecchio dal 6 novembre 1852 al 1859, con frequenti interruzioni (o assenze) durante le quali fu sostituito da sindaci facenti funzione di podestà. Nel 1855, quando la popolazione di Collecchio fu colpita dal colera, affrontò con energia la situazione nominando una commissione di sanità e prendendo altri idonei provvedimenti, tra i quali l’istituzione di un ospizio per i colerosi o lazzaretto. Di sentimenti patriottici, durante il plebiscito del 1859, che sottoscrisse quale podestà, propagandò vivacemente il voto per l’annessione al Regno di Sardegna. Sembra fosse in relazione di parentela con i Paveri-Fontana. Compare ancora nel 1866 tra gli offerenti al Comitato di soccorsi ai militari feriti nelle guerre d’Indipendenza.
FONTI E BIBL.: F.Botti, Collecchio Sala Baganza Felino e loro frazioni, Parma, 1961; U.Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 11 gennaio-4 aprile 1960, alla voce; Collecchio e Sala Baganza, lettura d’ambiente, a cura di N.Rizzoli, Parma, 1979; Malacoda 9 1986, 70.

PELLERZI EUGENIO, vedi PELERZI EUGENIO

PELLICANO BIAGIO, vedi PELACANI BIAGIO

PELLICELLI NESTORE, vedi PELICELLI NESTORE

PELLINGHELLI GIOVANNI GIACOMO
Parma 1656/1659
Sacerdote, fu cantore nella cappella della Steccata in Parma dall’11 febbraio 1656 al 24 settembre 1659.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PELLINI PIETRO
Parma 1701/1732
Statuario.Assieme allo scultore Giuseppe Trolli, adornò di numerose statue barocche l’avviluppante e gigantesca balaustra della Steccata, allorché (dal 1701 al 1732) il cinquecentesco tempio, per opera di Adalberto della Nave, Carlo Fontana, Giovanni Ruggeri e forse del Bibiena, ebbe aggiunte grandi volute, riccioloni murali, pieghe svolazzanti e grandi vasi decorativi.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 30.

PELLIZZARI ILARIO
Parma 1449/1452
Fu abbreviatore delle lettere apostoliche  nella Curia romana ai tempi di papa Niccolò V, come si rileva da un diploma originale conservato nell’Archivio segreto della Comunità di Parma, diretto al Pellizzari nel 1451 dal cardinale Bessarione, il quale, in vigore della facoltà ottenuta nel 1449 dal detto pontefice di poter istituire venti notai, conferì tale onore al Pellizzari.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 264.

PELLIZZOLI GIUSEPPE
Parma 1700
Fu pittore quadraturista e di architetture e architetto civile, attivo nell’anno 1700.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 22.

PELLIZZONI ALDO
Spezia 21 settembre 1911-Borgo Val di Taro 7 marzo 1960
Caporale del 12° Reggimento Artiglieria, Divisione Sila, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Durante un violento combattimento, quale servente cooperava per il trasporto a braccia del suo pezzo fino a brevissima distanza dal nemico. Ferito a morte il puntatore e caduti feriti il capo pezzo e altri tre serventi, continuava da solo il servizio del pezzo, efficacemente battuto dalla fucileria avversaria. Rimasto inceppato il cannone, con calma e decisione provvedeva ad estrarre il bossolo per riprendere imperterrito il fuoco. Per l’eroismo e la fermezza dimostrata, durante tutta l’azione, destava l’ammirazione entusiastica dei compagni (Amba Aradam, 15 febbraio 1936).
FONTI E BIBL.: G.Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

PELLIZZONI PAPIANO, vedi DELLA ROVERE PAPIANO

PELOSI ANDREA
Parma XVI secolo
Fu notaio e verseggiatore attivo nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: D.Rigotti, in Gazzetta di Parma 8 ottobre 1962, 3.

PELOSI ANDREA
Parma 1606/1618
Fu precettore dei chierici per il canto fermo dal 23 giugno 1606, quando ancora non era sacerdote. Con la stessa funzione fu nominato residente della Steccata di Parma il 22 giugno 1607. Il 21 giugno 1613 lo si trova tra i cantori (fino al 31 agosto 1618).
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 82.

PELOSI ANTONIO
Langhirano 1916-Fronte del Don 29 dicembre 1942
Figlio di Luigi. Sergente maggiore della 30° Compagnia Genio Artieri, divisione Pasubio, risulta disperso in combattimento sul fronte russo del Don. Fu decorato della croce al valore militare, con la seguente motivazione: Allestiva e guidava il traghettamento con battelli pneumatici di pattuglie di fanteria in una isola occupata dal nemico. Formava coi genieri una pattuglia di volontari e cooperava coi fanti in un vittorioso colpo di mano e nella cattura di prigionieri e di armi. Sotto il fuoco nemico con ammirevole calma riconduceva i battelli al luogo di partenza (Cnjeper, 5 settembre 1941).
FONTI E BIBL.: Comune di Langhirano, Ufficio Toponomastica.

PELOSI CELSO
Tordenaso 12 ottobre 1932-Roma 23 settembre 1976

Compiuti gli studi nel Seminario di Parma, fu ordinato sacerdote il 19 giugno 1955 e nominato Vicario Cooperatore del parroco di Medesano. Un anno dopo fu nominato parroco di Sanguigna di Colorno, ufficio che tenne per dieci anni. In quel periodo concretò il proposito di approfondire gli studi teologici presso la Facoltà di Teologia di Milano. Nel 1962 fu chiamato a reggere la parrocchia di Santa Croce in Parma e nel 1963 fu incaricato dell’insegnamento di Storia della Chiesa nel Seminario Maggiore di Parma. Il 27 giugno 1967 conseguì la laurea in Teologia. Dal 1968 fu socio aggregato della Deputazione di Storia Patria di Parma. Nel 1970 lasciò l’insegnamento di Storia della Chiesa per la sopravvenuta chiusura del corso teologico del seminario Maggiore. Nel 1972 rinunciò alla parrocchia di S.anta Croce per recarsi a Parigi presso l’Institut Catholique, ove seguì, per un anno, un corso di perfezionamento in Storia della Chiesa. Tornò in Italia per raccogliere il materiale relativo alla dissertazione di perfezionamento assegnatagli dal Chenu: Fede e politica in Italia dal 1965 al 1972. Dal 1973 ebbe l’ufficio di Responsabile della Catechesi parrocchiale e della formazione teologica, fu diacono della Cattedrale di Parma e consulente ecclesiastico dell’Associazione Medici Cattolici. Dal 1975 collaborò con Giorgio Campanini, docente della Facoltà di magistero dell’università di Parma. Recatosi a Roma per motivi di studio, vi perdette tragicamente la vita in un incidente stradale. Il Pelosi si dedicò per anni a una assidua opera di ripartizione, schedatura e catalogazione del carteggio Micheli, svolta in vista di una organica pubblicazione di quei significativi documenti di storia locale e di storia del movimento cattolico, dalla fine del XIX secolo al secondo dopoguerra. Da quel lavoro il Pelosi trasse i primi spunti delle sue ricerche storiche che, nel prosieguo del tempo, furono caratterizzate da un progressivo ampliarsi degli orizzonti e approfondirsi delle valutazioni. I suoi scritti si possono dividere in due momenti. Il primo é caratterizzato dal prevalere degli interessi locali e si apre con il volume Note ed appunti sul movimento cattolico a Parma (Quaderni di Vita Nuova, Parma, 1962). È articolato in cinque capitoli, i primi due dei quali, relativi agli episcopati cantimorri, Villa e Miotti, furono ripresi e sviluppati nelle successive monografie. Il terzo capitolo tocca le polemiche e i malintesi tra autorità ecclesiastica e movimento cattolico che punteggiarono l’episcopato Magani. Il quarto e il quinto, relativi all’episcopato Conforti e al contemporaneo costituirsi in Parma delle prime associazioni fasciste e delle prime sezioni del Partito Popolare, si risolvono nella denuncia di alcune conseguenze della prevaricazione fascista. Molto sintetico é il lavoro su Mons. Felice Cantimorri e il suo tempo, pubblicato nel 1967 in Archivio Storico per le province Parmensi: da quelle dieci pagine affiora tutto il dramma di un vescovo che non riuscì ad accettare la nuova realtà del risorgimento. Ben più estesa e documentata é la biografia Domenico Maria Villa, Vescovo di Parma, scritta per il 4° Convegno di Storia della Chiesa (La Mendola, 1971) e pubblicata nel 1973 tra gli Atti di quel Convegno. È un prezioso e originale contributo che già mostra i risultati largamente positivi del contatto con illustri cultori della disciplina, quale fu ad esmpio Fausto Fonzi. Il giudizio sul personaggio é sostanzialmente severo, solo formalmente attenuato da reverenziale rispetto. Alla carità del grande vescovo, che ottenne ufficiale riconoscimento da quella autorità civile di cui non riusciva a cogliere la funzione storica, il Pelosi contrappone la talora felice e talora incerta e contraddittoria successione di scelte pratiche su singoli assillanti problemi (crisi delle vocazioni, restaurazione di una cultura cattolica, catechesi, rilancio devozionale, organizzazione del movimento cattolico) che costituirono, per il Villa, più un imperioso invito all’azione che uno stimolo di profonda riflessione. Tre altri lavori costituiscono il secondo momento. In Orientamenti Sociali del 1975 si legge una sua relazione su Le ACLI dopo Firenze, in merito al 13° Congresso nazionale delle ACLI. È forse il lavoro meno felice dei tre: alla fedeltà della cronaca non sembra corrispondere uguale limpidezza e autonomia di conclusioni. Del 1976 é lo studio sul Concetto di proletariato in Murri, comparso in Civitas. Ottime sono le pagine che enucleano dal frammentario messaggio del Murri l’ideale promozione del proletariato a popolo protagonista di una politica democratica, e limpida é la serie dei confronti tra le posizioni incerte di papa Leone XIII, le troppo possibiliste proposte del Toniolo e le missionarie intuizioni murriane. Ulteriore approfondimento meriterebbero invece alcuni, forse apparenti, slittamenti del Pelosi, nell’uso quasi equipollente dei termini socialismo e marxismo e nell’analisi della rivendicata ma non provata matrice murriana della sinistra cattolica. Ma il lavoro dal quale emerge limpida la maturità spirituale e culturale del Pelosi, si legge in Humanitas (1974-1975) sotto il titolo La revisione del Concordato. Con proficua inversione di tempi, riferisce dapprima sulle discussioni parlamentari e sugli interventi della stampa e dell’autorità ecclesiastica, intercorsi in merito tra il 1965 e il 1971, risale poi al periodo 1929-1945 e concatena il suo discorso mediante due fondamentali prese di posizione. Dalla definizione conciliare di Chiesa-Popolo di Dio, il Pelosi evince che la pace religiosa di una nazione non si basa su privilegi concessi a maggioranze e minoranze ma ha il suo fondamento nel riconoscimento dei diritti e della dignità della persona umana. La seconda ne corregge la radicalità: ogni sostanziale cambiamento di strutture presuppone una conversione interiore che lo determini o che renda disponibili all’accettazione delle conseguenze e degli eventuali rischi.
FONTI E BIBL.: A. Marastoni, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1976, 40-43.

PELOSI CIPIRIANO
Parma 1866
Fante. Fu tra i dieci parmigiani presenti a Custoza nella giornata del 24 giugno 1866, che furono insigniti della medaglia d’argento al valor militare per aver sostenuto la ritirata trattenendo l’impeto nemico.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

PELOSI GIOVANNI, vedi PELOSIO GIOVANNI

PELOSI GIUSEPPE
Parma 1867-Dogali 26 gennaio 1887
Soldato del 6° Reggimento Fanteria, dopo strenuo combattimento, più volte ferito, cadde da valoroso nel combattimento di Dogali. Alla sua memoria venne concessa la medaglia d’argento al valore militare, colla seguente motivazione: Per la splendida prova di valore data nel combattimento del 26 gennaio 1887 a Dogali, rimanendo ucciso sul campo. Il Comune di Parma lo ricordò nella lapide posta nell’atrio del Palazzo civico.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’im-pero, 1937, 45; Decorati al valore, 1964, 94.

PELOSIO GIOVANNI
Parma 1547/1548
Venne pagato dalla casa farnesiana il 23 gennaio 1548 5 scudi e 4 soldi per molte dipinture fatte fino alli 2 di dicembre passato nell’Armeria di S.E. (Archivio di Stato di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, vol. III, c. 328; Archivio Storico per le province Parmensi XLVI 1994, 355.

PELOSO GIOVANNI, vedi PELOSIO GIOVANNI

PENAROLI GIOVAN BATTISTA
Pellegrino 1662/1663
Notaio, fu commissario di Pellegrino nel 1662-1663. Il 1° febbraio 1663 pubblicò una grida per la caccia nel marchesato.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13.

PENAZZI GHERARDO
Parma 1711 c.-post 1792
Fu oratore sacro di qualche rinomanza. È verosimile che a quell’ufficio fosse stato destinato dalla Compagnia di Gesù, nella quale entrò da giovanetto. Benché nel 1792 oltrepassasse l’ottantesimo anno d’età, pure continuava la predicazione. Appunto in quell’anno recitò nella chiesa di San Liborio di Colorno il Panegirico di San Luigi, del quale fu dato questo giudizio (nelle Memorie per servire alla Storia Letteraria): L’autore é più che ottuagenario. Se lo compose in quest’ultimo tempo, ha diritto alla comun meraviglia; ma se fu lavoro de’ suoi anni robusti, non potea il Panegirico attendersi molta considerazione che dalla decrepitezza. Nel giornale Arcadico il Penazzi è chiamato distinto oratore e l’Affò, che lo conobbe a Rimini l’anno 1782, nel suo viaggio di Roma e Napoli lo dice Ex gesuita di merito.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 216.

PENAZZI ILARIONE , vedi PINAZZI ILARIONE

PENAZZI LUIGI, vedi PENNAZZI LUIGI

PENCARIi, vedi PENCARO

PENCARO GIOVANNI
Parma 1488
Il suo nome, segnalato dall’Andres a Ramiro Tonani, figura nel catalogo della Biblioteca dei Padri Girolamini di S.t Miguel de los Reyes presso Valenza in Spagna, ove é registrato il seguente manoscritto: Francisci Tuppi neapolitani Tractatus Rithmicus in mortem Illm-e D. Hippolytae Sforciae Ducissae, traductus in linguam vulgarem Italam per Joannem Pencarum Parmensem. Ippolita, protettrice delle lettere, morì, secondo il Summonte, il Troyli e l’Art de vérif. les dates, in Napoli nel 1488.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 216-217.

PENCARO GUGLIELMO
Borgo San Donnino inizi del XV secolo-Ferrara 26 giugno 1476
Figlio di un esattore della mensa episcopale di Parma, che occupava in Borgo San Donnino l’ufficio di riscuotere le decime e i frutti che spettavano alla stessa mensa. Pare assodato che appartenesse alla famiglia di quel Pietro pencaro o Pencari, che nel 1281 redasse i primi statuti del Comune borghigiano. Fu il capostipite dell’omonima famiglia di Ferrara, città dove il Pencaro visse infatti a lungo, alternando alla carica di ambasciatore dei principi d’Este quella di docente di giurisprudenza nell’Università cittadina. Uomo di grande cultura e fine diplomatico, ottenne, a Viterbo dapprima e in seguito a Borgo San Donnino, a Parma (dove gli fu conferita la cittadinanza onoraria e dove abitò almeno fino al 1459) e infine a Ferrara, importanti incarichi. Oltre che insigne giureconsulto, fu prudente consigliere e abile ambasciatore, tenuto ovunque in grande considerazione. Emerse inoltre tra i latinisti del suo tempo. Allorché Borgo San Donnino, alla morte del duca di Milano Filippo Maria Visconti (13 agosto 1447), sull’esempio di Parma e di altre città, il 16 agosto successivo si proclamò libera repubblica, il Pencaro scrisse da Viterbo ai presidenti del governo di Borgo San Donnino una lettera di esultanza per la recuperata libertà della sua terra natale. Il documento, che reca la data del 18 novembre di quell’anno, é conservato nell’Archivio di Stato di Parma. Nel 1475, in qualità di ambasciatore e di consigliere di giustizia, fu inviato dal duca Ercole d’Este a Venezia per definire i termini dell’alleanza con quella Repubblica e con il Ducato di Milano. Fu tra i magistrati del duca Borso d’Este: nel 1468 proferì sentenza nella causa dei Rangoni per il castello di Spilamberto. Ebbe sepoltura nella chiesa di San Niccolò in Ferrara, dove una lapide ne ricorda le benemerenze.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 275-276; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 351.

PENCARO LODOVICO
Parma ante 1479-Parma post 1494
Nel 1479 fu uno degli Anziani della comunità di Parma e nel 1494 professò Istituzioni Civili nell’Università di Parma. Morì ucciso a tradimento. Giorgio Anselmi ne compose l’epitaffio.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, memorie degli scrittori, V, 242; G.B.Janelli, Dizionario biografico, 1877, 316; Rizzi, Professori, 1953, 19.

PENCARO PIETRO
Borgo San Donnino 1281
Nel 1281 redasse i primi statuti del Comune di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 351.

PENCARO TEODORO
Parma XV secolo
Fu dottore di leggi e, secondo il Borsetti, lesse giurisprudenza all’Università di Ferrara.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 276.

PENNAZZI ANTONIO
Parma 1752
Nel 1752 fu tenente di fanteria nella milizia ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 239.

PENNAZZI GARIBALDI
San Secondo Parmense 21 gennaio 1863-Adua 1 marzo 1896
Figlio del conte Luigi. A sedici anni seguì il padre in un viaggio di esplorazione africana. In quell’occasione, staccatosi dal padre a kartum, compì da solo, con la scorta di pochi indigeni, la marcia fino al litorale. Compiuti gli studi a Piacenza, entrò alla Scuola Militare di Modena e a vent’anni fu nominato sottotenente dei bersaglieri. IlPennazzi ottenne di essere inviato in Africa, dove si guadagnò una medaglia di bronzo al valor militare nel 1893 nella battaglia di Agordat, combattendo insieme al fratello Lincoln che vi morì da prode. Tornato in congedo a Parma, tenne una serie di conferenze sull’Eritrea, e, una volta rientrato in Africa, mandò alla Gazzetta di Parma molte corrispondenze. Studioso, colto, di prodigiosa memoria, conobbe a fondo i dialetti abissini e fu esperto come pochi delle cose coloniali e dell’Eritrea in particolare. Nella giornata di Adua, fece parte della Colonna Albertone. Il generale stesso alle lo inviò con una centuria dell’8° battaglione indigeni a guardia della mulattiera di Abba Garima. Quando il nemico lo attaccò, il pennazzi non arretrò e cadde al suo posto di combattimento, dinanzi ai suoi soldati, con le gambe stroncate dalla mitraglia scioana. Secondo alcune testimonianze, il Pennazzi spirò solo uno o due giorni più tardi, senza aver ricevuto alcuna assistenza. La motivazione della medaglia d’argento al valor militare che fu concessa alla memoria del Pennazzi é la seguente: Ferito, continuò a combattere valorosamente finché cadde morto sul campo. È ricordato nella lapide che il Comune di Parma eresse sotto l’atrio del Palazzo Civico e nella Scuola Militare di modena. Anche il Comune di San Secondo parmense lo ricordò nel 1899 con una lapide nella Rocca del Municipio.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 325-326; Parmensi nella conquista dell’impero, 1937, 89-90; Decorati al valore, 1964, 115; R. Delfanti, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 203-204.

PENNAZZI GINO, vedi PENNAZZI GARIBALDI

PENNAZZI GIUSEPPE, vedi PENNAZZI SALVATORE GIUSEPPE

PENNAZZI GUALTIERI o GUALTIERO, vedi PENNAZZI LINCOLN WALTER

PENNAZZI LINCOLN WALTER
San Secondo Parmense 17 settembre 1865-Agordat 21 dicembre 1893
Figlio del conte Luigi, dal quale ereditò l’amore dei viaggi d’avventura e la passione per la terra africana. Seguì la carriera delle armi e, appena promosso tenente (1887), ottenne di essere destinato alle truppe d’Africa, al comando di un reparto indigeno del 3° Battaglione indigeni. Il 21 dicembre 1893, nella vittoriosa battaglia di Agordat, il Pennazzi si lanciò alla conquista di importanti posizioni nemiche, sempre in testa ai propri uomini. Attaccato a sua volta da forze avversarie soverchianti, con calma e sprezzo del pericolo seppe contenere e spegnere l’impeto del nemico giunto sino a pochi metri dalle sue posizioni. Ferito all’inguine, non abbandonò la linea, continuando a combattere e a incitare i dipendenti. Si lanciò infine al contrattacco per conquistare nuove posizioni avversarie, che il suo reparto riuscì in effetti a occupare, finché, colpito di nuovo in più parti del corpo, cadde al grido di Savoia. Alla sua memoria venne concessa la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Benché ferito continuò a combattere strenuamente, mantenendo, malgrado l’irrompere di forze soverchianti, la sua mezza compagnia al fuoco alla distanza di 50 metri dal nemico, finché nuovamente colpito, cadde estinto.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 325; Parmensi nella conquista dell’impero, 1937, 57-58; Decorati al valore, 1964, 115; R. Delfanti, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 204.

PENNAZZI LUIGI
Parma 22 luglio 1790-post 1859
Figlio del conte Guido, si arruolò come velite nella guardia imperiale francese nel 1806. Fece le campagne di Prussia e di Polonia nel 1806 e nel 1807 e quella di Spagna nel 1807-1808. Come sottotenente e poi tenente, partecipò alla campagna d’Austria. Fu coll’11° reggimento fanteria leggera nel 1812 in Polonia e Russia, e rimase presso la Grande Armata fino al 1814. Venne ferito due volte, e dal marzo all’agosto 1814 fu prigioniero di guerra. caduto Napoleone Bonaparte, entrò nel 1815 nell’esercito parmense come Capitano del reggimento Maria Luigia. Si trasferì quindi all’Avana dove, nel 1836, sposò Francesca nakeige. Rientrò poi in Italia. Nel 1850 divenne ciambellano alla Corte borbonica e nell’anno seguente Maggiore comandante degli alabardieri e dei Reali palazzi. Fu posto in ritiro nel 1859, alla vigilia della caduta borbonica. Nel 1854 si procurò il permesso sovrano di fregiarsi della croce della legion d’onore e nel 1858 della Medaglia di Sant’Elena, concessegli ambedue da Napoleone III.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Gli Ufficiali napoleonici Parmensi, Parma, Tipografica Parmense, 1930, 30; E.Loevison, in Dizionario Risorgimento, 3, 1933, 832.

PENNAZZI LUIGI
Avana 1829-Madrid 1895

Figlio di Luigi e di Francesca Nakeige. Tra il 1853 e il 1855, come cadetto, fu inviato dal duca Carlo di Borbone alla scuola Militare di Bruxelles e successivamente a Marsiglia ove completò gli studi. A soli diciotto anni, nel 1857, percorse a cavallo la Cordigliera delle Ande, da Valparaisio a Rosario di Santa Fé, manifestando il suo amore per i viaggi e lo spirito d’avventura che animò tutta la sua vita. Nel 1859 combatté a Solferino. Con garibaldi partecipò ai fatti d’arme d’Aspromonte, del Trentino, di Mentana e, nel 1870, alla campagna di Francia contro i Prussiani. Fu uno dei capi delle dimostrazioni avvenute dopo Aspromonte. Nel 1863 fu tenuto sotto sorveglianza dalla polizia perché fervente repubblicano. Fu presidente della Società Operaia di San Secondo. Nel 1875, in cerca di nuove avventure, risalì il corso del Nilo fino a gondokoro e nel 1878 organizzò un gruppo di combattenti italiani coi quali partecipò alla lotta per l’indipendenza greca, battendosi con valore a Licuni. Instancabile viaggiatore, fu in Messico e poi visitò la Mesopotamia. Insieme al figlio Garibaldi e al tenente Besone di Torino, tra il 1880 e il 1881, esplorò la zona compresa tra Massaua e Kartum e in seguito ripercorse in senso inverso lo stesso itinerario, con l’avvocato G. Godio e lo zoologo P.Moretti. Delle sue esplorazioni lasciò interessanti relazioni, quali Dal Po ai due Nili (Treves, Milano, 1882). Come giornalista collaborò a numerose riviste specializzate e, quale conferenziere, venne chiamato a illustrare i suoi viaggi e le sue scoperte in varie accademie. Il Pennazzi insegnò anche alla Scuola Militare di Modena. Sposò Albertina Ferrari. Morì presso la figlia Angela.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 239; P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 174; Gazzetta di Parma 17 giugno 1996, 5.

PENNAZZI SALVATORE GIUSEPPE
Parma 7 febbraio 1737-post 1779
Figlio di Domenico e Alba Bovi. Fu gentiluomo (1772) e maggiordomo della Casa ducale parmense. L’11 gennaio 1779 venne creato conte assieme ai discendenti maschi dal duca Ferdinando di Borbone. Sposò nel 1762 Maria Maddalena Fogliazzi.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 239.

PENNISI FRANCESCA
Milano 19 agosto 1974-Parma 20 luglio 1997
Fin da bambina militò nel gruppo scout Parma 8, dove percorse tutto l’iter formativo fino a divenire un capo.Fu a Mostar, con la Croce Rossa, a portare aiuto e soccorso alla popolazione in guerra.Partecipava ogni anno ai pellegrinaggi con gli ammalati a Lourdes e fu presente come animatrice nei cantieri vacanza per i disabili organizzati a castelvecchio Vicentino.Studentessa universitaria della Facoltà di Medicina di Parma, maturò la scelta di fare della propria vita un servizio.Rimase a Calcutta un’estate intera e nell’Ospedale di Madre Teresa aiutò a soccorrere i moribondi raccolti per le strade. Per ricordare la Pennisi, il movimento scout cattolico di Parma le intitolò la Comunità Notre Dame de Lourdes di Foulards Bianchi e gli amici universitari diedero vita a un’associazione di volontariato.
FONTI E BIBL.: L.Vignoli, notizie manoscritte.

PENSIER o PENSIERI BATTISTA, vedi PANZERI BATTISTA

PENSIERI GIUSEPPE
Corniglio 1802-post 1861
Dietro proposta del podestà, il 23 febbraio 1832 venne nominato alla funzione ispettiva scolastica. Dottore in legge, laureato gratuitamente in giurisprudenza presso l’Ateneo parmense nel luglio del 1825, fu notaio a corniglio. Al Pensieri può ascriversi un singolare primato rispetto ai colleghi degli altri comuni dello Stato: quello di aver ricoperto la carica di ispettore scolastico, che era del tutto gratuita, ininterrottamente dal 1832 alla costituzione del regno d’Italia (1861).
FONTI E BIBL.: G.Gonzi, Storia scolastica a Corniglio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1976, 237.

PENSIEROSO, vedi MASSARENGO GIOVANNI BATTISTA

 PEPÈ, vedi CAMPANINI PIETRO

PEPOLI CESARE
Bologna 1563-1617
Figlio di Fabio. Combatté in Fiandra per gli Spagnoli. Fu Colonnello per il Papa alla conquista di Ferrara e Luogotenente generale per i Veneziani. Nel 1594 acquistò il marchesato della Preda, in provincia di Parma, e ottenne l’investitura dal duca Ranuccio Farnese.

FONTI E BIBL.: R. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; V. Spreti, enciclopedia storico nobiliare italiana, Milano, 1932; B. Visani, Storia di Bologna, Bologna, 1632; C. Argegni, Condottieri, 1937, 412-413.

PEPPEN DE L'ANZULA, vedi GABELLI GIUSEPPE

PER GIULIO, vedi PAËR GIULIO

PERACCA JOLANDA
Massa Apuania 28 febbraio 1902-post 1968
Fu benemerita insegnante nella scuola elementare di Bazzano per oltre trant’anni: dal 1933 al 1964. Fu educatrice zelante e sempre pronta a promuovere iniziative di carattere civile, religioso e patriottico. Nel 1966, per raggiunti limiti di età, andò in pensione. Da parte del Ministero della Pubblica Istruzione fu insignita di medaglia d’oro per le benemerenze acquisite nella suola primaria nel quarantennio dell’insegnamento.

FONTI E BIBL.: F.Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 112.

PERACCHI GIUSEPPE
Parma 27 luglio 1804-post 1838
Figlio di Nicola. Alunno presso le ducali cucine, fu poi in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1827 come sottoaiutante di cucina e dal 1838 come aiutante di cucina.

FONTI E BIBL.: M.Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 313.

PERACCHI GIUSEPPE
Piacenza 7 aprile 1818-Milano 14 settembre 1887
Si trasferì a Parma giovanissimo e vi compì l’intero ciclo degli studi. Si laureò in medicina allo Studio universitario di Parma nel 1841. Innamoratosi di Antonietta Robotti, valentissima attrice della Compagnia Reale Sarda, la seguì per quasi due anni. Ammalatosi il primo amoroso della compagnia, Pietro Boccomini, il Peracchi, che si era già acquistato fama tra i filodrammatici di artista promettente, fu scritturato quale primo amoroso a vicenda col boccomini. In seguito, per la morte di Giovanni Battista Gottardi, il Peracchi ebbe il posto di primo attore, che sostenne con onore al fianco di artisti egregi, quali la Robotti e la romagnoli, il Gattinelli, il Domeniconi e il dondini. Nel 1853, per contrasti avuti con altro primo attore della compagnia, Ernesto Rossi, il Peracchi ottenne lo scioglimento del contratto. Inizialmente si scritturò con la compagnia Astolfi e Sadowski, per un anno. Passò poi per un triennio, con Antonietta Robotti, uscita dalla Reale Sarda, e poi con Giuseppe Trivelli, conduttore di una compagnia famosa per ricchezza di arredo scenico, di cui fu prima attrice Elena Pieri Tiozzo. Il Peracchi rappresentò al Teatro Re di Milano nel marzo del 1854 la parte di Goldoni nella commedia di Ferrari, ricevendo dalla critica acerbo biasimo. Nel 1859 il Peracchi fu capocomico, ma proprio in quegli anni, secondo quanto afferma il costetti, cominciò la sua parabola discendente. Il Peracchi, che nel 1861 sposò Celestina de Martini (attrice bellissima, dalla quale si divise quando questa divenne l’amante del commediografo teobaldo Ciconi), fu dal 1860 al 1865 primo attore di Bellotti-Bon, poi di nuovo capocomico, infine direttore (1875-1877) di una delle tre compagnie di Bellotti-Bon. Nella prima parte della sua vita artistica, il Peracchi fu, a detta del Costetti, glorioso. Verso la fine della carriera, nonostante certi difetti di recitazione, emerse comunque sempre la sua originalità, specialmente per alcuni ruoli, come l’Oliviero di Jalin nel Demimonde o il Cavaliere d’Industria. Alla stravaganza accoppiò una dizione lenta e nasale, originalissima, alla base, talvolta, di curiose improvvisazioni.

FONTI E BIBL.: P. Bettoli, in Caffè 20 settembre 1887; Costetti, in Fanfulla della Domenica 25 settembre 1887; Brunialti, Annuario biografico universale, 1887, 609; L. Rasi, Comici italiani, III, 1905, 250-253; M. Ferrarini, Parma teatrale ottocentesca, 1946, 74; Aurea Parma 1 1939, 28.

PERACCHI GUERRINO
Salsomaggiore 11 marzo 1919-Besozzola 15 febbraio 1945
Figlio di Eugenio. Partigiano della 31a Brigata Garibaldi Forni, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Nel tentativo di effettuare una urgente azione di collegamento si avventurava fra le linee nemiche con temerario coraggio. Scoperto e circondato e avendo rifiutato di arrendersi veniva trucidato sul posto.

FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 112; caduti resistenza, 1970, 86.

PERACCHI NICOLA
Parma 6 maggio 1777-post 1831
Sposò nel 1813 Marianna Corsini di Parma, dalla quale ebbe tre figli. Confetturiere impiegato nella compoterie ducale, fu in servizio dal 1815 alla Corte di Maria Luigia d’Austria come aiutante della confettureria. Dal 1821 fu primo aiutante della confettureria. Fu collocato in pensione il 1° luglio 1831.

FONTI E BIBL.: M.Zannoni, A tavola con Maria luigia, 1991, 313.

PERACCHIA ANACLETO
Milano 10 settembre 1931-Parma 14 ottobre 1999
Si laureò nell’Ateneo parmigiano nel 1955, con il massimo dei voti. Da allora la sua carriera si svolse nell’Università degli Studi di Parma: il Peracchia fu allievo di Edmondo Malan, Antonio Bobbio e Pierangelo Goffrini e si perfezionò in prestigiosi centri stranieri. Specializzato in Chirurgia generale e in Urologia, libero docente di Patologia chirurgica e di Clinica chirurgica, dopo essere stato assistente e aiuto universitario, nel 1973 diventò professore ordinario di Chirurgia dell’Ateneo di Parma. Dal 1975 al 1983, quando assunse la guida dell’Istituto di Clinica chirurgica generale, diresse l’Istituto di Patologia speciale chirurgica e Propedeutica clinica. Dal 1996 fu anche direttore della Scuola di specializzazione in Chirurgia generale. Membro e presidente di società chirurgiche nazionale e internazionali, il Peracchia redasse centinaia di pubblicazioni in Italia e all’estero: una monografia gli valse nel 1996 il premio Ruggeri della Società italiana di chirurgia. Nel 1998, inoltre, gli fu conferito il premio Guglielmo da Saliceto per la chirurgia. La sua intensa attività scientifica fu incentrata soprattutto sulla chirurgia digestiva e oncologica.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 ottobre 1999, 9.

PERAZZI DOMENICO
Parma 1648/1659
Fu cantore (basso) alla Steccata di Parma dal 6 maggio 1648 a tutto il dicembre 1658. Fu anche cantore della Cattedrale di Parma in occasione della festa di Pasqua del 1659.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 97 e 114.

PERDUTO, vedi TORELLI POMPONIO

PEREGO FEDERICO
Trezzano sul Naviglio 1891-Parma 1963
Prima dello scoppio della prima guerra mondiale fu impiegato alla Pirelli. Chiamato alle armi, venne assegnato al 2° Reggimento granatieri di Sardegna. Si distinse in numerosi fatti d’arme, rimanendo ferito nella zona del Cengio a Veliki-Kribak. Per i suoi atti eroici fu decorato con tre croci di guerra, una croce al merito e una Medaglia d’Argento al Valore Militare. Inviato in licenza di convalescenza a Parma, si sposò e, congedato con il grado di Maresciallo, nel 1920 diede avvio a un’azienda per la commercializzazione delle materie plastiche.

FONTI E BIBL.: F. e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 239-240.

PEREGRINO DA PARMA, vedi PELLEGRINI FABRIZIO

PEREGRINO FABRIZIO, vedi PELLEGRINI FABRIZIO

PERETTI
Parma 1887/1940
Decoratore. Realizzò lo stemma del Torrione e decorazioni dell’androne di accesso alla Sala da Biliardo del Torrione del Castello di Gabiano Monferrato, su progetto di Lamberto Cusani.

FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 157.

PERETTI ETTORE
Parma 11 novembre 1934-Cesena 15 marzo 1995
Dopo aver studiato pianoforte con Mario Conter, si diplomò al Conservatorio di Milano nel 1954 con il massimo dei voti.Nel 1957 fu ammesso all’Accademia di Santa Cecilia di Roma dove si perfezionò con Carlo Zecchi.Nel 1960 si diplomò in organo a Parma.Svolse una vasta attività concertistica in Europa e in Sud America, partecipando anche a importanti competizioni internazionali.Per più di vent’anni fu docente di pianoforte al Conservatorio di Pesaro.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 526.

PERETTI FERDINANDO
Borgo San Donnino 1896-Montecarlo 1977
Giovanissimo iniziò la propria attività nel settore del petrolio come rappresentante di una multinazionale per la provincia di Parma.Verso la metà degli anni Trenta, sopo aver fondato una società per il trasporto dei prodotti petroliferi, rilevò da un piccolo gruppo di imprenditori marchigiani l’Azienda Petroli Italiana, con deposito a Falconara Marittima.Nel 1947-1948 realizzò il primo nucleo di impianti della raffineria di Falconara, che iniziò la propria attività nel 1950, stabilimento che in seguito diventò uno dei più moderni d’Europa, con capacità superiori ai quattro milioni di tonnellate. Successivamente attivò una rete di distribuzione carburanti fino a raggiungere 1500 stazioni di servizio.Fu tra i soci fondatori dell’Unione Petrolifera e venne nominato, primo petroliere con Enrico Mattei, Cavaliere al Merito del Lavoro.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 526.

PERETTI MILA, vedi BRACHETTI MILA

PERETTI TITO
Genova 1903-Pesaro 22 giugno 1980
Studiò decorazione, scenografia e architettura all’Accademia di Brera a Milano, con Palanti, Mentessi e De Luca. Si abilitò all’insegnamento a soli diciassette anni e poi lavorò per alcuni anni a Milano realizzando decorazioni con Bottaro. Quindi, nel 1928, si trasferì a Parma, sempre svolgendo attività di decoratore e, dopo il 1940, soprattutto di arredatore. Tra l’altro, effettuò il restauro e le decorazioni nel grande palazzo napoletano Cassano Serra tra il 1955 e il 1960. A Parma tenne alcune mostre personali di acquarelli (quella alla galleria Camattini nel dicembre 1967 e quella al Collezionista di Piancastelli nell’aprile 1979) particolarmente apprezzate dal pubblico sia per l’abilità nello stendere la difficile pittura ad acqua sia per la scelta dei temi, che variano dalla vecchia via Affò e dal Duomo di Parma ai portali del palazzo della Prefettura e di piazzale delle Carrozze, ai paesi umbri (il Bargello a Gubbio, la piazza del Comune ad Assisi), dalle barche di Cervia alle chiese, vicoli e cortili di Barcellona, dal castello di San Terenzo alla Foresteria di Pomposa, il canale nel Parco a Cervia, Tellaro, e poi rose, petunie, spiagge e cipressi. Una varietà di temi e di colori che rende interessanti quegli appunti di viaggio, quelle scelte di angoli caratteristici catturati nel ricordo e poi fissati con serenità e con semplicità. La sua pittura è una ricerca continua della minuzia e del particolare, un discorso svolto pacatamente a narrare con la maggiore esattezza possibile angoli di Italia o di Europa rimasti nella memoria. Il Peretti decoratore effettuò restauri importanti in palazzi famosi di Milano o di Napoli, prima di porre il proprio gusto e la propria preparazione al servizio dell’arredamento in stile. I paesaggi delle sue ultime opere, frutto magari di vacanze estive da una nazione all’altra, si riallacciano ai fiori minuziosi che il Peretti aveva steso anni addietro, senza mai concedere niente al caso, come negli ambienti in cui suscita atmosfere svanite da secoli. Il tutto per una dimensione personale, fatta di rigore e di silenzi, di stili incontaminati, a cui si aggiunge il racconto lieve degli acquarelli in punta di pennello. Il Peretti fu un cantore silenzioso, poetico, meticoloso e affettuoso di piccoli angoli di città, anch’essi silenti, dalle luci rosate, appartenenti a un passato idealizzato, pensato e forse sognato.

FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 25 giugno 1990, 3.

PERFETTI GIOVANBATTISTA
Borgo San Donnino 1699
Intagliatore. Nell’anno 1699 eseguì, in collaborazione con i falegnami bussetani Angelo Baretti, Giuseppe e Giovanbattista Gaibazzi e Bernardino e Giovanni Isè, un armadio nel Monte di Pietà di Busseto.

FONTI E BIBL.: C.Mingardi, 1973, 184-185; Il mobile a Parma, 1983, 256.

PERFETTI ODOARDO
Borgo San Donnino seconda metà del XVII secolo
Intagliatore d’ornati attivo nella seconda metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 42.

PERI
-Parma ante 1686
Tipografo, già morto nel 1686, quando gli Eredi del Peri pubblicarono Le metamorfosi d’una musa faceta divenuta massara del Gran Turco.In Parma, Modona, & Bologna. All’insegna dell’Angelo Custode.

FONTI E BIBL.: Al pont ad Mez 1996, 20.

PERI LUIGI
Parma seconda metà del XIX secolo
Xilografo e illustratore di lunari, fu attivo in Parma nella seconda metà dell’Ottocento.

FONTI E BIBL.: P.Martini-G. Capacchi, Arte incisione a Parma, 1969.

PERINI ANTONIO
Parma 1728
Incisore, attivo nell’anno 1728.

FONTI E BIBL.: P.Martini-G. Capacchi, Arte incisione a Parma, 1969.

PERINI CLAUDIO
Parma-post 1593
Mentre studiava Filosofia nel Convento carmelitano di San Martino di Bologna, nell’anno 1582, benché fosse ancora giovane, fu scelto per comporre e recitare pubblicamente una orazione latina, subito dopo data alle stampe con questo titolo: F. Claudii Perini Parmensis Carmelitae Philosophiae Studentis Oratio in praeconium D. Petri Thomae Martyris Carmelitae Constantinopolitani Patriarchae Alexandriae, et Bononiae Legati florentiss. Bonom. Academiae Congregationis Mantuanae Carmelitarum Protectoris benignissimi, habita publice in Ecclesia Divi Martini Bononiae die lucidissimo Epiphaniae Domini (MDLXXXII, Bononiae apud Peregrinum Bonardum). Dopo gli studi sacri, aggregato al Collegio Teologico di Bologna, il Perini si distinse nell’insegnamento e nella predicazione: qualche notizia del Perini lasciò il Falcone nella sua Cronica Carmelitana (f. 741), da cui si ricava che fu ottimo in ogni arte, e virtù, in speculatione, e predicatione; tre anni in Bologna, come filosofo consumato, lesse filosofia, predicò con mirabile persuasiva e commiserativa in Milano, in Bologna, in Mantova, in Ferrara. Nel 1593 fu Priore del Convento di Parma, dove però non si fermò. Scrisse diverse opere che non furono stampate (come assicura Carlo Maria Vaghi) e meritò le lodi del Pico.

FONTI E BIBL.: G.Falcone, Cronica Carmelitana, 1595, 741; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 304; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 629.

PERINI FRANCESCO
Parma 1772
Benché il Martini lo ricordi tra gli incisori, il Perini fu in realtà semplice calcografo, regio impressore di rami, sul finire del Settecento. Fu probabilmente fratello di Antonio
.
FONTI E BIBL.: P.Martini-G. Capacchi, Arte incisione a Parma, 1969, 41.

PERINI GIOVANNI
Berceto-post 1653
Figlio di Matteo. Fu sacerdote e canonico di Berceto. Del Perini, che fu grammatico di valore, si hanno solo le poche notizie che si traggono dalla sua grammatica dal titolo perini Parmensis Grammatica, noviter formata in gratiam, et commondum studiosae Juventutis, quae brevi, ac facili cursu, optat ad metam pervenire, favente Deo. Cuius est nomen Joannes, Berceto oriundus Dei gratia Sacerdos, et ibi Canonicus. Opus sane egregium, ac pernecessarium, utpote ab omnibus fere Auctoribus decerptum (Parmae, Typis Erasmi de Viothis, 1653). Il frontespizio reca un elogio del Perini in questo tetrastico: Discere quisquis optas sine praeceptoribus Artis, Quicquid grammaticae sermo latinus habet, Parmensis facunda tui Praecepta Perini Perlege Joannis: sic cito doctus eris. Pare che il Perini insegnasse grammatica in Parma. Ne è indizio anche l’esempio da lui recato al f. 402: Discipulis Parmae studentibus opus est in annos singulos ternis et sexagenis aureis in sumptum. Nell’avviso ai suoi discepoli, che sta in fronte al volume, dice inoltre: nostrum semper studium fuit omnibus prodesse. Infine, considerata la condizione miseranda in cui era caduta la lingua latina ai suoi giorni, il Perini confida che i suoi precetti, ai quali aveva posto tanta cura, avessero il potere di farla risorgere da così gran decadimento: Cum maxime videremus latini sermonis splendorem fere esse extinctum; quod nonnulli male profecto de humani generis ornamento merentes, adeo corruperunt, atque depravarunt, superflua addendo, necessaria resecando, et castigata pervertendo, ut amplius agnosci non possit.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 926-927.

PERINI GIUSEPPE
Parma prima metà del XIX secolo
Plastico attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, IX, 211.

PERINI NAPOLEONE
Parma 1848-1903
Dopo aver studiato scenografia alla scuola parmense, abbandonò quest’arte (nella quale era già più che una speranza) e si recò in Francia e poi in Inghilterra. Uomo di multiforme ingegno, il Perini riuscì a farsi apprezzare in questi paesi come uno dei migliori insegnanti di lingua italiana, francese e inglese. A Londra diede alle stampe una grammatica per uso degli Inglesi che volevano imparare la lingua italiana. Poi, attratto dai calcoli astronomici, compose un planetario destò meraviglia per la sua esatta struttura e per i precisi movimenti dei diversi pianeti e satelliti. Giornali autorevoli come il Times ne riportarono gli elogi. Il Perini impiegò sette anni a costruire il suo planetario. L’opera non poté però essere adottata nelle scuole in quanto, anche riprodotta e ridotta, riuscì comunque troppo costosa.

FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 118.

PERINI PIETRO
Parma 1720 c.-post 1787
Orefice e argentiere attivo nella seconda metà del XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, VIII, 233; Argenti e argentieri, 1997, 3-5 e 101.

PERIZZI ANTONIO
Parma 1848/1866
Discendente da una famiglia di tradizioni militari, il Perizzi raggiunse il grado di capitano e partecipò come volontario alle campagne per l’indipendenza italiana.

FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 185.

PERIZZI TEOBALDO
Genova 1859-San Leonardo Parmense 1926
Figlio di Giovanni. Sottotenente del Genio nel 1878, divenne Colonnello nel 1911. comandò il 1° Reggimento genio zappatori e poi fu direttore del Genio a Napoli. Nel 1915 prese parte alla guerra contro l’Austria quale comandante del Genio del 10° Corpo d’armata. Nello stesso anno fu collocato in P.A. ma fu trattenuto in servizio per la guerra. Il 3 novembre 1915 venne promosso sul campo Maggiore generale da Emanuele Filiberto di Savoja, comandante della 3° Armata. Nella comunicazione, scritta di suo pugno, il Duca ne indicò la motivazione: Per aver costruito il ponte di cassegliano sull’Isonzo, sotto il fuoco nemico, opera magistralmente bella e di grandissima utilità. Esprimo il mio personale elogio e riconoscenza per la bella impresa eseguita in brevissimo tempo. Nel 1919 passò nella riserva e nel 1923 assunse il grado di Generale di divisione. Consorte del Perizzi fu Anna Simoni, nipote del noto pittore Francesco Scaramuzza. Per tale parentela, la famiglia Perizzi rimase proprietaria dei 240 cartoni illustrativi della Divina Commedia, poderoso e pregevole lavoro dell’artista.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, VI, 1933, 8; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 185.

PERIZZI BOERI ARIBERTO
Parma 1855-post 1889
Lasciata Parma nel 1880, viaggiò in tutto il mondo conducendo una vita avventurosa: fu geometra in Grecia, mercante a costantinopoli, giornalista in Francia, Spagna e Tunisia, maestro di scherma a Malta, avvocato in Egitto, esploratore nel Sudan, cacciatore d’elefanti in Zanzibar, cicerone in Terra Santa, cavallerizzo di circo equestre a Parigi. Nella capitale francese scommise con alcuni amici che avrebbe fatto il giro d’Europa in bicicletta. In effetti il Perizzi Boeri girò tutta l’Europa (comprese Russia e Turchia) e al termine del suo viaggio consegnò all’editore Battei il manoscritto del suo diario, Un po’ d’Europa in bicicletta, che uscì in dispense e fu poi raccolto in volume. Nel 1889 il Perizzi Boeri fu ancora a Tunisi, dopo di che se ne perdono le tracce.

FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 118.

PERLETTI FAUSTINO
Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nel 1859. Non ebbe parte di rilievo ai lavori dell’Assemblea.

FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini illustri, 1941, 373.

PERLINI GIUSEPPE
Noceto 1903-Parma 1967
Unica voce di poesia dialettale nocetana, seppe far rivivere il sensibile temperamento della sua gente attraverso vari componimenti descrittivi. Creò con un frasario semplice e schietto, senza sforzo e senza artificio, con il fascino della sincerità una poesia d’amore per la Noceto antica e contemporanea (Gäroi ed nozi, La roccä ‘d Nozé, Lä storiä ed Nozé, Lä cesä ‘d Nozé), per quadretti di intonazione amorosa (In brusiä, Brusevon ä fog mort, Te spiävä d’insimmä äi bräz, Nossi d’ori, Amor), per le istituzioni sociali e folcloristiche della sua terra natale (Lä Bandä, L’äsilo, Lä ferä), per gli anni della sua giovinezza (Fa la nanä, Contemplässion). Nel 1942 uscì il volume di poesie dialettali Gäroi ed nozi. Il Perlini raccolse nel 1957 in un volumetto dal titolo Eppure Iddio vegliava sopra il sole alcune sue liriche in lingua italiana, fresche e fedeli alla sua personalità e al suo modo di sentire e di esprimersi.

FONTI E BIBL.: J.Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 157; A. Foà, Le poesie di Giuseppe Perlini, in gazzetta di Parma 20 maggio 1957, 3; F. da Mareto, bibliografia, II, 1974, 827; Antologia poesia dialettale, 1970, 127; G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 297.

PERNIGOTTI PIO
Alessandria 1906-Parma 2 aprile 1998
Figlio di un notaio, il Pernigotti diventò magistrato nel 1929, a soli ventitré anni d’età. Pretore a Parma, successivamente a Milano, quindi di nuovo a Parma, fu giudice del Tribunale fino al 1950. Promosso poi alla Corte d’Appello di Trento, vi restò nove anni prima di fare ritorno a Parma, dove fu presidente del Tribunale. Ricoprì l’importante carica fino al 1966, quando l’ennesimo riconoscimento professionale lo portò a Roma, consigliere alla Corte Suprema di Cassazione. A Roma rimase tre anni, prima di tornare a Milano quale presidente di Sezione di Corte d’Appello. Fu in seguito promosso alle funzioni direttive superiori che svolse fino al 1976, quando andò in pensione con il grado di presidente aggiunto della Corte di Cassazione. Dei suoi meriti rimangono testimonianza le tante sentenze che rappresentano precisi punti di riferimento nella disciplina giuridica: alla sapienza della materia si sposa una lucida e sensibile capacità interpretativa.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 aprile 1998, 9.

PERNIS MARIO
Parma 1875-1948
Discendente da una famiglia di fabbricanti di carta giunta nel parmense ai primi del novecento, ampliò e sviluppò in Porporano una preesistente struttura produttiva che, sfruttando il salto d’acqua esistente sul Canale maggiore (così come altre similari antiche cartiere della zona), produsse carta per imballaggi destinata al mercato nazionale.

FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 405.

PERONE GIULIO, vedi PERONI GIULIO

PERONI BERNARDO
1836-Parma 19 giugno 1886
Colonnello, comandò la scuola normale di Fanteria di Parma. Fu valoroso soldato: combatté le battaglie per l’indipendenza italiana partecipando alle campagne del 1848, 1849, 1859, 1860 e 1866.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 e 21 giugno 1886; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 74.

PERONI GIULIO
Parma giugno/dicembre 1705-1784
Nacque da Luigi, dottore in fisica, della stessa famiglia del pittore Giuseppe. Sacerdote, fu Dottore del Collegio dei Teologi, Esaminatore Sinodale e Rettore (eletto dagli Anziani della parrocchia nel 1755) della parrocchia di San Bartolomeo in Parma. Rimase parroco fin che visse. Dedito sempre a opere di beneficenza, il Peroni fu tra l’altro il fondatore del conservatorio educativo per le fanciulle di civile condizione in Parma dedicato a San Vincenzo de’ Paoli e detto delle Vincenzine.

FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 506.

PERONI GIUSEPPE
Parma 6 maggio 1710-Parma 22 settembre 1776
Figlio di Luigi. Nacque da una agiata famiglia borghese: il padre fu dottore in fisica, uno dei fratelli medico e l’altro sacerdote, le tre sorelle monache nel Convento di San Basilide. Alla carriera ecclesiastica venne avviato anche il Peroni, che il 10 aprile 1724 ricevette la prima tonsura (Carteggio Peroni). Ma una spiccata tendenza all’arte pittorica, manifestata fin dai primi anni, autorizzò il padre a mandarlo alla scuola di Pier Ilario Mercanti, detto lo spolverini, famoso pittore di battaglie e ritrattista di corte. All’arte dell’affresco si iniziò invece sotto la guida di Giovanni Bolla. Nel 1731 venne mandato a Bologna, su consiglio dello Spolverini, dal momento che i primi passi nella carriera delle belle arti furono rapidi tanto da promettere gran cosa (Scarabelli Zunti, 1751-1800). Nel capoluogo emiliano frequentò l’Accademia Clementina, dove il 12 novembre 1733 conseguì il premio di seconda classe per la Figura (Carteggio Peroni) e seguì gli insegnamenti di Ercole Lelli, anatomico rinomato, del Torelli e di Donato Creti. Da Ferdinando Bibiena apprese inoltre nozioni di architettura disegnata e di prospettiva. Nel 1734 partì per Roma, e lo si trova alla scuola di Agostino masucci. Il maestro romano, già custode geloso della tradizione classicista tardo-barocca di Carlo Maratta, era nel momento della sua piena maturità artistica che si espresse attraverso una limpida e raffinata evoluzione verso espressioni pre-neoclassiche. Proprio nel 1738 infatti, quando il Peroni giunse nel suo atelier, il Masucci stava lavorando al Giudizio di Salomone (Torino, Palazzo Madama). La notevolissima versatilità di cui fu dotato il Peroni venne perciò subito indirizzata in questo senso e si arricchì a contatto con le più diversificate e molteplici tendenze pittoriche e presenze artistiche di quella Roma che costituì luogo di incontro del tutto eccezionale di culture a livello europeo. Il Peroni ebbe rapporti col Conca, col Giaquinto, col Trevisani e, nell’ambito del nascente neoclassicismo romano, con Marco Benefial, con lo stesso Mengs e soprattutto con Pompeo Batoni. A Roma nel 1738 vinse il primo premio di pittura all’Accademia di San Luca (Scarabelli Zunti, 1751-1800). Di pari passo procedette la carriera ecclesiastica: infatti l’8 giugno del 1743 nella Basilica Lateranense venne ammesso all’ordine del Suddiaconato, il 21 dicembre dello stesso anno, a Parma, venne promosso all’ordine del Diaconato, finalmente il 21 marzo 1744 celebrò la sua prima messa nella chiesa di San Basilide (Carteggio Peroni). Tornato a Parma, il Peroni venne chiamato a insegnare pittura all’Accademia. La prima opera datata, nella sua ancora incerta cronologia, la si trova allo stesso anno 1744, quando dipinse a titolo d’amicizia (A. Bergonzi, Manoscritti dell’anno 1744, Archivio della Chiesa di San Martino a Varano Melegari) una paletta coi Misteri del Rosario e due affreschi con la Madonna vincitrice della Morte e della Tentazione per la chiesa di San Martino a Varano Melegari. Quali altre opere considerare eseguite durante questo soggiorno in patria, che si protrasse fino al 1750, non è cosa facile. L’Affò (1796) cita come opera giovanile il S. Giovanni Battista, già nella chiesa di Santa Cecilia e poi in quella di Ognissanti, ma l’opera, che si pone piuttosto a sé nel percorso del Peroni, pare si debba datare ad anni più tardi, soprattutto per certe relazioni con la tela La Predica di S. Vincenzo de’ Paoli, in San Lazzaro a Piacenza, ed eseguita a Roma tra il 1750 e il 1751 su commissione del cardinale Alberoni. Tra il 1750 e il 1752 fu di nuovo a Roma, dove rivestì un ruolo non certo di secondo piano se tra i suoi mecenati si trovano, oltre al cardinale Alberoni, il de’ Palestrina e il principe Barberini. Il 21 gennaio 1752 fu a Napoli. Il 24 agosto sostò a bologna, ospite del Lelli, per proseguire poi per Venezia dove lo si trova il 29 agosto (Carteggio Peroni). Verso la fine del 1752 ritornò a Parma dove dipinse il Martirio di S. Bartolomeo per la chiesa omonima. Furono quelli anni di rifioritura economica e artistica per il Ducato. Nell’ambito del rinnovamento culturale, venne fondata il 12 novembre 1752 l’accademia di Belli Arti, inaugurata però solo il 2 dicembre 1757. Tra i maestri di pittura si trovano, oltre al Peroni, Ferrari, Bresciani e baldrighi, mentre per la scultura e l’architettura si preferì chiamare artisti francesi come il Boudard e il Petitot. Il Peroni però non gradì questi stranieri e manifestò apertamente la sua avversione tanto da far nascere una spiacevole controversia che coinvolse il Petitot, il baldrighi e lo stesso ministro Du Tillot (G. Allegri tassoni, 1955). ciononostante la sua fama rimase solida e nel 1756 la duchessa Luisa elisabetta, moglie di Filippo di borbone, gli commissionò un San Luigi Re di francia che dona al Beato Bortolomeo di Breganze le reliquie della Passione per la chiesa di San Pietro martire, poi trasportato in vescovado. L’anno seguente realizzò una delle sue opere più felici, Il Cristo e la Maddalena per la Certosa di Pavia. Nell’ambito di abbellimento della città di Parma gli vennero affidate le decorazioni di alcune importanti chiese: l’oratorio della Madonna del Fiore, Santa Maria del Ponte, Sant’Antonio e San Vitale. Per quest’ultimo dipinse, nel 1758, oltre agli affreschi, una Madonna del Suffragio che venne inserita nella boiserie della sagrestia. Nel 1763 affrescò la chiesa di Santa Maria di Capodiponte e nel 1766 si dedicò alla decorazione della chiesa di sant’antonio. Agli stessi anni si possono datare opere come il Martirio di S. Lucia (Galleria Nazionale, Parma), Cristo e la Samaritana (S. Sepolcro, Parma) e Lo Sposalizio della Vergine per il Duomo di Pontremoli. Nel 1765 terminò una tela per la chiesa di San Satiro a Milano con l’Estasi di S. Filippo Neri e nel luglio del 1766 spedì a Parma da Milano una Crocefissione per la chiesa di Sant’Antonio. Nel 1771 fu a Torino dove dipinse una Vergine, S. Anna e S. Giuseppe e una Immacolata concezione per la chiesa di San Filippo. Tornato in patria, eseguì nel 1774 una Madonna coi Ss. Gregorio e Vitale e una Santa Lucia per la chiesa di San Vitale Baganza. A una simile datazione si può riferire anche la tela con Lo sposalizio di S. Caterina della Galleria Nazionale di Parma. Gli ultimi anni, pur ricchi di commissioni, furono amareggiati dall’imperversare di una cultura per lui troppo libertina e francesizzante. Il Peroni, considerato già dal Lanzi (1796) come artista di transizione, ebbe l’indiscutibile merito di aver tentato di condurre la pittura locale in un giro più ampio di interessi, al di fuori della stretta dipendenza bolognese, e lontano anche dagli ingombranti miti della scuola parmense cinquecentesca (Riccomini, 1977).

FONTI E BIBL.: S.Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 127-128; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 306 e 504-506; I. Affò, Il Parmigiano, Parma, 1794; I. Lanzi, Storia, Bassano, 1789 e successivi; P. A. Corna, Dizionario, Piacenza, 1930; A.O. Quintavalle, La Reale Galleria di Parma, Roma, 1939; Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 1894; Aurea Parma 4 1955, 228-234; U. Thieme-F. Becker, vol. XXVI, 1932; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 423; parma Realtà 1979, 13; R. Rota Jemmi, in Arte a Parma, 1979, 70-72; Disegni antichi, 1988, 37.

PERONI LEONIDA
Parma 1817 c.-Parma 13 febbraio 1906
Figlio di Luciano. Avvocato, fu Presidente della Cassa di Risparmio di Parma, della associazione Conservatrice, consigliere del comune di Parma e della Provincia, membro della GPA, assessore e deputato provinciale.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2.

PEROTTA FRANCESCO FERDINANDO
Parma 1 gennaio 1778-Parma 10 luglio 1846
Nacque dal tenente colonnello Alessandro e da Giovanna Russo. Il Perotta entrò a diciotto anni nelle Guardie del Corpo del duca ferdinando di Borbone e vi rimase fino alla loro soppressione, nel 1805. Peraltro non cessò mai gli studi, laureandosi in matematica. Nel 1804, a soli ventisei anni, fu proposto e approvato quale professore d’Idraulica Teorico-Pratica nell’Università di Parma. Coi mutamenti politici avvenuti sotto il Governo francese, il perotta perse inizialmente ogni impiego. Ma già nel 1806 fu Conduttore non embrigadé degli Ingegneri Imperiali di 2a classe di Ponti e Strade, e autorizzato a portare l’uniforme di ritiro delle Guardie del Corpo. Nel 1810 ebbe la nomina di Conduttore incorporato degli Ingegneri di 3a classe e nel 1811 di quelli di 2a. Partiti i Francesi, la Reggenza il 28 febbraio 1814 confermò il Perotta nel posto d’ingegnere, incaricandolo temporaneamente della direzione degli affari concernenti i ponti, le strade e gli argini del Ducato di Parma. Nel giugno successivo lo nominò primo Ingegnere del Ducato, coll’incarico di fare le veci del capo ingegnere Cocconcelli. nell’aprile del 1832 fu nominato Ispettore e Capo della divisione delle Acque e delle Strade nella presidenza delle Finanze e nel 1836 gli venne dato incarico di fare le veci del capo degli ingegneri e direttore d’acque e strade (ufficio che tenne fino al 31 marzo 1846, epoca della morte del cocconcelli). Sposò nel 1807 ferdinanda martini.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1846, 229; Adorni, Saggio d’iscrizioni, Milano, 1846, 32-34; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 306-308.

PEROTTA RAIMONDO
Parma 1810 c.-post 1877
Figlio di Francesco Ferdinando. Laureatosi nel 1843, percorse tutti i livelli della Magistratura fino al grado di Consigliere alla Corte d’appello di Bologna. Pubblicò diversi lavori, tra cui Il Processo penale, I Giurati alle Corti d’assise e La Legge 8 giugno 1874 di modificazione all’ordinamento dei Giurati: lavori che furono tutti assai lodati. Sposò la nobile Chiarina moyares Raimondo, dalla quale ebbe nove figli.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 307-308.

PERREAU PIETRO
Piacenza 27 ottobre 1827-Parma 1911
Figlio di un ingegnere di origine francese e della contessa piacentina Matilde Anviti. dopo aver compiuto gli studi al Collegio alberoni di Piacenza dal 1844 al 1849, apprese da solo il greco, il tedesco, l’inglese, l’ebraico, il russo, il polacco, il boemo e l’illirico. Studiò Filologia e filosofia a Piacenza fino al 1853, quindi passò, per motivi di salute, un anno a Genova. Nel 1854 fu eletto professore di Greco, di Tedesco e di Storia nel Collegio Carlo Alberto di Moncalieri. Negli anni 1855-1856 insegnò il greco e il tedesco nel Collegio Maria Luigia di Parma. Nel 1857 fu nominato direttore della Biblioteca Landi di Piacenza, della quale compilò il catalogo. Apprese l’ungherese, e pubblicò sull’Annotatore, giornale di Parma, una serie di articoli sulla traduzione della Bibbia nelle varie lingue indiane. Nel 1860 fu chiamato a dirigere la raccolta orientale De Rossi nella Biblioteca Nazionale di Parma, della quale nel 1876 diventò bibliotecario. Nel 1878 fu uno dei due vice presidenti al quarto Congresso Internazionale degli Orientalisti in Firenze. Apprese inoltre il danese, lo svedese e l’olandese. Studioso di lingue orientali, si dedicò soprattutto alla lingua ebraica e alla storia culturale e sociale di questo popolo pubblicando numerosi saggi e articoli su tali argomenti. Oltre alla descrizione di circa 200 manoscritti, il Perreau fece delle aggiunte e delle correzioni al catalogo derossiano (cfr. Bollettino italiano degli studi orientali 1-2 1876-1877 e 1877-1882, passim) e illustrò in vari saggi, estratti e notizie i manoscritti di Parma. Fu di sentimenti liberali e patriottici: sottoscrisse nel 1860 il proclama inviato dai patrioti piacentini al re Vittorio Emanuele di Savoia. Collaborò all’Antologia Israeletica di Corfù, al Vessillo Israelitico di Casale monferrato e all’Annuario della Società Italiana di Studi Orientali. Il Perreau, che partecipò a vari congressi degli orientalisti e che fu in relazione con molti esponenti della Scienza del giudaismo, donò la sua biblioteca, ricca di testi ebraici sul Giudaismo pubblicati nella seconda metà dell’Ottocento, alla Biblioteca Palatina di Parma. La sua biblioteca, di estrema utilità per l’aggiornamento del catalogo derossiano, mai sistemata e mai schedata, fu parzialmente danneggiata dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Nelle loro varie pubblicazioni, lo Steinschneider, il Zunz, l’halberstamm, il Berliner, il Neubauer resero più volte omaggio al sapere e all’operosità del perreau, cui nel 1879 il Lenormant dedicò, in segno di stima e gratitudine, uno dei suoi libri.

FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1911; L. Mensi, Appendice, alla voce; per le opere del Perreau, vedi F. da Mareto, I, alla voce; A. De Gubernatis, Dizionario biografico scrittori, 1879, 805; G. Tamani, Fondo ebraico della Palatina, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 445-446; P. Arbasi, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 208.

PERRIN
Parma 1435
Figlio di Robert. Ricamatore, ricordato in un atto notarile del 24 giugno 1435: Actum parme in vic.a Sancti Bartolamei de glarea in domo habitationis meis notarii infrascripti presentibus Magistro Pirino de Francia rechamatore f.q. Roberti vic.a Sancti Bartolamei de glarea, et Magistro Michaele de Armannis f.q. Bartolamei vic.a S. Bart.ei (Rogito di Antonio Boroni, archivio Notarile, Parma).

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 60.

PERUTELLI EUGENIO
Massa 7 agosto 1834-post 1870
Residente a Langhirano, repubblicano, fu maestro elementare.Nel 1870 la polizia inviò alla Questura di Parma il seguente rapporto sul Perutelli: È dedito alla ubriachezza. È sua abitudine censurare aspramente il governo e gli impiegati di esso; eccita gli abitanti allo sprezzo dell’autorità. Va dicendo loro che bisognerebbe armarsi e tagliare il capo a tutti i funzionari del governo; dichiara di essere repubblicano e pronto a morire pel trionfo del suo partito.

FONTI E BIBL.: C. Melli, Langhirano nell’Ottocento, 1987, 57.

PERUTELLI PIETRO
Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nel 1859.Non ebbe parte di rilievo ai lavori dell’Assemblea.

FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 374.

PERUZZI GAETANO
Parma 1831
Commissario comunale di Polizia in Parma, durante i moti del 1831 ebbe parte attiva nella sommossa, per cui fu inquisito e destituito dall’incarico, con la seguente motivazione: Era uno degli accaniti nemici di S.M.. Era sempre Capo popolo, allorché si pubblicavano gli affissi del Governo provvisorio, e quando fu pubblicato il Sovrano Decreto con cui S.M. annullava gli atti del Governo provvisorio gridò pubblicamente: Non vogliamo più quella troia e vi aggiunse altre escandescenze oscene. Il Peruzzi ottenne più tardi una pensione dal Comune di Parma.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 194.

PESARINI FRANCESCO
Parma 1646/1684
Già musicista alla Steccata di Parma il 7 dicembre 1646, si assentò nel novembre 1651 e poi di nuovo tornò alla Steccata, ove si fermò fino alla fine del 1674. Alla Corte farnese di Parma lo si trova dal 1° aprile 1680 fino al 25 marzo 1684.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 96.

PESCARA, vedi DA PESCARA

PESCAROLI ALBERTO
San Secondo 1631 c.-post 1715
Figlio di Carlo e di Maria Bianchi. Dottore, fu il sedicesimo prevosto della Collegiata di San secondo, dal 1700 al 1715. Contribuì in modo determinante alla sistemazione giuridica della Collegiata definendo i rapporti canonici tra i vari membri della parrocchia e degli ecclesiastici, tra di loro e nei confronti delle varie confraternite.

FONTI E BIBL.: I.Dall’Aglio, La Chiesa di S. Secondo, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1969, 118.

PESCAROLI FRANCESCO
Cremona 1610-1679
Architetto vissuto lungamente a Parma. Al pescaroli, che lavorò soprattutto a Cremona, si deve il progetto per la ricostruzione della Certosa di Parma (1673).

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, VI, 217; Gazzetta di Parma 22 aprile 1996, 5.

PESCAROLI GIANPIETRO
San Secondo 1762/1795
Figlio di Carlo Andrea e di Anna Cornacchia. Militare di carriera, nel 1762 fu nominato Tenente di cavalleria e nel novembre del 1795 primo aiutante e quindi Capitano della piazza di Parma.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 aprile 1996, 5.

PESCAROLI GIOVANNI PIETRO
San Secondo 1611 c.-
Figlio di Alberto e di Lucia Fogliani. Fu Prevosto della chiesa di San Secondo.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 aprile 1996, 5.

PESCATORE EMILIO, vedi PESCATORI ERMINIO

PESCATORI ANGELO
Parma 6 luglio 1818-Parma 1905
Nacque dal dottore Cesare, nobile, e da Adele Guerra, appartenente a una famiglia di ferventi patrioti piacentini. Il Pescatori, mentre studiava con una certa riluttanza su quei testi di diritto che lo destinavano a seguire la medesima carriera paterna, nel 1842 cominciò a stendere quotidiane annotazioni sui principali eventi della città di Parma. Non si trattò del consueto passatempo d’adolescente ma della consapevole intenzione di compilare una piccola cronaca parmigiana che tuttavia, nella sua prima stesura, è insieme diario cittadino e sfogo del tutto privato di malumori, delusioni e, più raramente, gioie. Non dalla madre ma dal padre Cesare, severo, religiosissimo e rigidamente fedele alla legittima autorità ducale, il Pescatori trasse il suo modello di comportamento. Alla morte del padre, il Pescatori, con amorosa cura, raccolse, ricopiò e fece rilegare in eleganti volumi tutti gli sparsi scritti (poesie dialettali, sonetti d’occasione, sciarade) che Cesare aveva composto (da letterato dilettante non spregevole) nelle ore di ozio. Purtroppo il Pescatori non curò allo stesso modo l’archiviazione dei propri scritti, che andarono tutti dispersi e di cui rimangono soltanto due saggi. Anche della sua vita si sa ben poco: di se stesso dice soltanto d’aver conseguito la laurea l’8 agosto 1844 e d’aver prestato giuramento di fedeltà alla Sovrana il 15 dello stesso mese. Al 14 settembre 1849 riferisce di essere stato nominato Protocollista del Consiglio di Stato Ordinario. Senza spendere neppure una parola per il suo matrimonio, si limita a informare che l’11 settembre 1857, nella casa di Borgo delle Asse n. 7, gli è nato il figlio Cesare. Da altra fonte si sa che coprì in seguito anche la carica di Segretario della congregazione dell’oratorio dei Rossi dando prova di zelo e di probità. Insieme col carattere del Pescatori, anche la sua posizione politica emerge chiaramente da una lettura sia pure frettolosa del diario: il suo legittimismo intransigente e il suo cattolicesimo integralista possono riuscire più o meno graditi e suscitare nel lettore un’adesione più o meno viva. Non va comunque dimenticato che, di fronte alle memorie del Casa o di Guido Dalla Rosa e di fronte ai libelli del Mistrali, quella del pescatori è la sola cronistoria pubblicata del risorgimento parmigiano che sia stata scritta da parte duchista. Questo solo fatto attribuisce all’opera del Pescatori un’importanza storica notevole.

FONTI E BIBL.: Pescatori, Il declino di un Ducato, 1974, 1-3.

PESCATORI ANTONIO MARIA, vedi PESCATORI GIROLAMO BARTOLOMEO

PESCATORI ARMANDO
Parma 11 febbraio 1884-Parma 23 agosto 1957
Fu Tenente aiutante maggiore in seconda e poi Tenente del 4° Reggimento Fanteria comandante la zona di Bengasi. Fu decorato con una medaglia d’argento e due medaglie di bronzo al valor militare, con le seguenti motivazioni: Quale aiutante maggiore in 2a coadiuvò efficacemente, con coraggio ed intelligenza non comune, il comando durante il combattimento delle Due Palme, portando ripetutamente ordini ed avvisi sotto intenso fuoco nemico (Oasi delle Due Palme, 12 marzo 1912). Si distinse per slancio ed ardimento anche nel combattimento del 19 ottobre 1911 a Bengasi e del 1° gennaio 1913 a Suani Osman; Con calma e intelligenza coadiuvò il comando nel combattimento delle Due Palme, sotto il fuoco nemico recando più volte ordini ed avvisi. Si distinse anche per calma e coraggio il 19 ottobre nello sbarco alla Giuliana (Bengasi, 19 ottobre 1911-Due Palme, 12 marzo 1912); Per il molto lodevole contegno tenuto nei due combattimenti (Gheifat, 9 marzo e Sira Gmaisil, 11 marzo 1915).

FONTI E BIBL.: G.Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’Impero, 1937.

PESCATORI CAMILLO
Colorno ante 1648-ante 1725
Fu luogotenente di fanteria nella seconda coorte di Colorno e poi comandante della medesima al tempo di Ranuccio Farnese. Il 21 settembre 1700 fu nominato capitano.

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 289.

PESCATORI CESARE
Parma 1729 c.-
Figlio di Lodovico. Occupò il grado di luogotenente nelle truppe ducali di Parma.

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 289.

PESCATORI CESARE
Parma 9 dicembre 1781-Parma 6 settembre 1849
Figlio di Angelo Maria, aiutante di camera dell’infante Ferdinando di Borbone, e di Maria Hazon. Al titolo nobiliare non corrispose, nella famiglia Pescatori, adeguata prosperità economica: Ferdinando di Borbone fu costetto ad alleviare la difficile situazione del suo aiutante di camera facendo in modo che almeno uno dei suoi molti figli, il Pescatori appunto, venisse educato nel Seminario di Parma. Tale educazione non mirò a fare di lui un ecclesiastico, giacché, sempre a spese del Sovrano, il Pescatori fu avviato allo studio della giurisprudenza che praticò in seguito, a laurea ottenuta, presso l’avvocato Francesco Cocchi. Passato alla carriera burocratica, fu ricevitore del Registro a Sala e a Fornovo, poi, sotto Maria Luigia d’Austria, fu nominato ricevitore del Demanio, quindi del Patrimonio dello Stato, incarico che svolse in diverse località dei Ducati, poi a Piacenza (dove conobbe la futura moglie, Adele Guerra) e infine a Parma, dove fu Segretario Capo della II divisione della Presidenza dell’Interno (Culto, Istruzione e Sanità). Nel 1846, peggiorate le sue condizioni di salute, la Sovrana lo nominò Capo Cancelliere della Sezione del contenzioso, ufficio ben più tranquillo, che il Pescatori occupò fino al giorno della morte. Il Pescatori fu autore di una Cronaca parmense.

FONTI E BIBL.: Pescatori, Il declino di un Ducato, 1974, 1.

PESCATORI CESARE
Parma 1831
Fu inquisito ma non processato (fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza) per aver avuto parte nei moti del 1831: Costui fu quello che affrontò il Governo provvisorio allorché cercava di partire e lo obbligò a retrocedere. È legato in amicizia con una certa Carolina di condizione originariamente donzella, ora fabbricatrice di fiori secchi in Milano. Questa donna si chiama precisamente Carolina Bonazzi e serve come cameriera la cantante signora Grassi.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 193.

PESCATORI DEMETRIO
Parma 28 maggio 1814-
Figlio di Stanislao e Anna Maj. Proseguì l’arte paterna: plasticava con gusto e con brio statuette di pastori per i presepi e di mendicanti come soprammobili nel gusto e nella scia dello sbravati. Fu attivo nella prima metà del XIX secolo.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1992, 195.

PESCATORI ERMINIO
Parma 24 giugno 1836-Milano 18 gennaio 1905
Nacque da Curzio, impiegato nella Casa ducale, e da Angiola Aguzzoli. Fu repubblicano mazziniano, seguace e amico di Giuseppe Garibaldi, e combatté nel 1867 a Mentana. Ebbe la medaglia dei benemeriti della liberazione di Roma. In quell’occasione Garibaldi dichiarò: Certifico che il signor Pescatori erminio di Parma ha ben meritato dal paese per avere cooperato in tempi difficili alla sua liberazione, colla stampa e coll’esempio, avendo già sofferto esilio e carcerazione. Al figlio, il pescatori diede il doppio nome di Giuseppe garibaldi. Coniugato con Giuseppina Biagini vanni (21 agosto 1860), artista drammatica nella compagnia di Adelaide Ristori, partecipò egli stesso a qualche recita, a Bologna e in altre città. Esordì nella compagnia di Adelaide Ristori nel 1858. Fu poi, con la moglie, nella compagnia di Giuseppe Trivelli, e infine, per mettere sempre più in risalto le doti invero egregie della consorte, si fece conduttore di compagnia con alterna fortuna. Il Pescatori, sotto lo pseudonimo di Colorno, scrisse anche la farsa maritiamo la suocera, che Ermete Novelli tenne costantemente nel suo repertorio. Per un triennio fu animatore delle vicende politico-sociali a Bologna e in Romagna (a Ravenna in particolare). Fece parte della qualificata schiera di coloro che propugnarono i più avanzati ideali risorgimentali e avversarono il sistema monarchico instaurato nel paese. Fu amico di Giosue Carducci, Q. Filopanti e F. Cavallotti. Nel 1870 collaborò al periodico democratico bolognese Il Popolo e al risorto L’Amico del popolo (che nel 1868-1869 era stato soffocato dai ripetuti sequestri per aver avversato la tassa del macinato). Dopo la Comune di Parigi fu influenzato dalle idee internazionalistiche e il 27 novembre 1871 fondò in Bologna la prima associazione di operai e artigiani denominata Fascio Operaio, quindi il periodico Il Fascio operaio, organo della stessa organizzazione (pubblicatosi tra il 27 dicembre 1871 e il 6 giugno 1872). Garibaldi vi aderì con il seguente messaggio che apparve in manchette sul foglio: Caprera, 5 dicembre 1871. Accetto con orgoglio il titolo di socio del Fascio operaio di Bologna. Garibaldi. Console del nuovo sodalizio (che nel 1872, secondo un riferimento prefettizio, contava cinquecento soci), il pescatori fu attivamente sorvegliato dalla polizia perché appartenente al partito del disordine. Ebbe contatti con numerosi internazionalisti di tutta Europa. Venne accanitamente avversato dai mazziniani delle Romagne e specialmente dai redattori del periodico L’Alleanza, foglio delle società repubblicane consociate delle Romagne, edito a Bologna (il conflitto, nell’aprile 1872, giunse alle soglie di un duello tra il Pescatore ed Enrico Perdisa, redattore del periodico repubblicano). La sua predisposizione a un tentativo di conciliazione tra i due gruppi politici, venne avversata dai compagni internazionalisti, orientatisi sempre più decisamente su posizioni bakuniniste, delle quali si fece alfiere il giovane Andrea Costa. Nel 1872 il Pescatori si trasferì a Trieste. Ritiratosi dalla vita politica attiva, fu solidale con quanti, per ragioni politiche, si rifugiarono oltre i confini d’Italia. Dal 1891 il Pescatori abitò a Milano.

FONTI E BIBL.: Dizionario del Risorgimento nazionale, III, sotto il nome errato di Pescatore Emilio; ESMOI, Periodici, ad indicem; L. Arbizzani, sguardi sull’ultimo secolo. Bologna e la sua provincia 1859-1961, Bologna, 1961, 36-39; N. Rosselli, Mazzini e bakunin, Torino, 1967, ad indicem; Piccola enciclopedia del socialismo e del comunismo, a cura di G. trevisani, III, Milano, 1967, ad nomen; F. Servetti donati, Movimenti e assoc iazioni popolari a Budrio dopo l’unità (1861-1895), Bologna, 1974, 217-218; Aurea Parma 1 1939, 29; L. Rasi, I comici italiani, II, Firenze, 1905; N. Leonelli, Attori, 1944, 193; L. arbizzani, in Movimento operaio italiano, IV, 1978, 86-87.

PESCATORI FRANCESCO
Parma 1 marzo 1816-Parma 9 giugno 1849
Figlio di Stanislao e di Veronica Coloretti. La data di nascita del Pescatori non è sicura, poiché esistono documenti contraddittorî e le ricerche fatte dal Copertini in collaborazione con Ascanio Alessandri non hanno risolto i dubbi. È certo però che nello stesso giorno della morte, l’incisore parmense A. Schiassi si presentò all’Ufficio di Stato Civile e denunciò il defunto di anni trentaquattro. Il Pescatori appartenne a una famiglia di artisti: il padre Stanislao si dichiara nei censimenti professore di plastica e il fratello Demetrio, minore di un anno del Pescatori, plasticò con gusto e brio statuette di pastori per i presepi e di mendicanti come soprammobili, nel gusto e nella scia dello Sbravati. Da questo modesto ambiente artistico uscì il Pescatori, che frequentò la Scuola dell’Accademia di Belle Arti di Parma come allievo di Biagio Martini, e poi in qualità di maestro di pittura dal 30 maggio 1845. Il Pescatori fu maestro di Ignazio Affanni. La moglie, Teresa Gandolfi, maggiore di un anno del Pescatori, lo fece padre di un bimbo, che nel censimento del 1842 aveva cinque mesi. La loro casa in Borgo Guazzo n. 36 dovette essere una delle ultime povere abitazioni poste presso la vecchia Trinità. Le opere sacre del Pescatori si trovano sparse senza paternità precisa nelle chiese del contado parmigiano, di parecchi suoi quadri di genere e ritratti non si sa più nulla e i pochi dipinti pervenuti alla Galleria parmense furono tutti accatastati nei magazzini, nessuno eccettuato. La sua prima opera importante, Il figliuol prodigo, eseguita a vent’anni nel 1836 ed esposta nel febbraio dell’anno successivo, non passò inosservata. La Gazzetta di Parma (8 febbraio 1837, n. 11) nota la viva espressione di preghiera e pentimento nel giovinetto mezzo lacero e nudo. Il suo Belisario cieco, eseguito probabilmente nel 1838 o poco prima, venne così descritto: Belisario seduto sui gradini esterni di un tempio, cieco, in aspettazione di elemosina che un fanciullo chiede con esso. Insieme col Belisario furono esposti alcuni ritratti, definiti belli di somiglianza, di colorito e di disegno. Successivamente (1839) espose un altro dipinto d’argomento biblico: Dalila che sta per recidere i capelli di Sansone. Nel 1839 condusse a termine ed espose S. Giacomo Maggiore e altri ritratti. Tutte le opere esposte, d’argomento religioso o profano, vennero favorevolmente notate e fatte notare a Maria Luigia d’Austria, che ne ordinò l’acquisto: le prime tre per la propria raccolta privata (acquisti del 1836, 1837 e 1838) e il S. Giacomo per la Chiesa del Quartiere nel 1839. I dipinti acquistati, alla morte di Maria Luigia furono ereditati da Leopoldo d’Austria. Solo il S. Giacomo si conserva nella Chiesa del Quartiere di Parma. Difficile è l’identificazione dei ritratti. Il solo certo è quello di Agostino Ferrarini fanciullo. Questi negli anni della sua povera fanciullezza, prima di frequentare come allievo lo studio di scultura, fece il modello a Tommaso Bandini (per l’Innocenza), al Pescatori e agli allievi dell’accademia. La movenza del capo, che lo fa assomigliare a un San Giovannino romantico, deriva dallo studio dei classici (il Correggio e i Carracci) ma l’esecuzione palesa una maturazione artistica già colma e un colorito delicato e vivo. A dare però un’idea dell’alto grado a cui il Pescatori giunse quasi da solo all’età di ventitre anni, basta il S. Giacomo. Nessun pittore in Parma in quel giro d’anni sarebbe stato capace d’eseguire un dipinto così magistralmente costruito e dolcemente dipinto, una figura tanto nobile per l’atteggiamento e l’ispirata espressione del volto, quasi simile a quella di Gesù, così poetica per quell’andare dell’apostolo entro un paesaggio tipicamente e modernamente impressionistico e trovare accordi melodiosi tra la veste di un rosa-cremisi spento e il turchino-verde del manto. Successivamente il Pescatori dipinse un San Francesco, scaturito dalle pure fonti dell’ispirazione, con gli occhi cerulei alzati, con una espressione dolorosa ed estatica nel volto, le mani sensibili al petto, tutto assorto nell’adorazione e nella preghiera, solenne entro un paesaggio chiuso e misterioso di montagne, illuminato da luce lunare. Dopo questo capolavoro religioso fu la volta di un capolavoro profano eseguito nel 1840: Teseo e Piritoo giocano Elena ai dadi. L’opera, consegnata il 10 luglio 1841, tanto piacque che fu dichiarata vincitrice del concorso accademico, meritando una medaglia d’oro del valore di mille lire nuove di Parma. Il Pescatori trasformò la fanciullina della leggenda in una giovanetta graziosissima sbocciata in donna e sviluppò il tema con grazia vereconda. Forse il gesto di rammarico del giocatore perdente appare un poco convenzionale, ma la figuretta in piedi di Elena, nella sua molle e delicata nudità e nel suo turbamento verginale, è piena di un incanto nuovo, ancora ignoto a Parma in quei giorni, e soffusa di poesia romantica, intima, anche se un poco casalinga. L’opera fu scelta dalla Direzione della Galleria di Parma, insieme con altra di grande pregio (Dentone, Prospettiva al lume di notte con un seppellimento alla luce delle torce, n. 159 dell’Inventario), quando da parte delle autorità romane venne richiesto l’invio di opere d’arte a Roma per adornare Ministeri e Ambasciate all’estero. È probabile che la spedizione sia avvenuta poco prima o poco dopo la Mostra nazionale del Correggio perché il quadro del Pescatori si conservava nei magazzini della Galleria negli ultimi anni della gestione Sorrentino e il quadro del Dentone fu esposto prima della Mostra del Correggio in una delle sale dopo la grande galleria, presso la finestra, fissato su cerniere. Nel Catalogo di A.O. Quintavalle (1939) il nome del Dentone non figura più nell’indice degli artisti, mentre figura ancora nel Catalogo del Sorrentino. L’attenzione della Corte ducale e dell’ambiente artistico parmense si fissò sul Pescatori, che ogni anno eseguiva una pala d’altare, la quale regolarmente venniva acquistata per ordine di Maria Luigia. Così nell’anno 1841 il suo quadro rappresentante I Santi Gervaso e Protaso venne assegnato alla chiesa di Tabiano, nel 1842 quello di S. Giuseppe di Calasanzio fu donato agli Asili d’Infanzia di Parma, nel 1843 il San Lorenzo alla chiesa di Alberi di Vigatto, nel 1844 il Sant’Antonino a piedi col cavallo alla chiesa di Velleja, nel 1845 la Natività della Vergine alla chiesa di baganzolino, nel 1846 il San Rocco alla chiesa di cozzano e infine nel 1847 San Biagio operante un miracolo alla chiesa di Mamiano. nell’inventario ministeriale (1934) i dipinti suddetti non si trovano elencati oppure sono genericamente assegnati alla scuola parmense del secolo XIX. Nessuno è attribuito al Pescatori, eccettuato quello di S. Giuseppe di Calasanzio, confinato nei magazzini della Galleria e poi trasferito presso il Comando della Legione dei carabinieri nel Palazzo del Giardino. Il quadro di S. Giuseppe di Calasanzio viene segnalato nel Catalogo di Corrado Ricci con un asterisco e il commento: È una bella e delicata opera, d’imitazione quattrocentesca, sul tipo di Cima da Conegliano. Inviato nel 1843 all’Esposizione di Belle Arti di Milano, ispirò a un redattore della Gazzetta Privilegiata il seguente giudizio: perciò che riguarda il colorito e la bella distribuzione e la quiete del luogo ti pare di ritornare col pensiero a’ bei lavori antichi del Bellini o del suo imitatore da Conegliano (Riportato dalla Gazzetta di Parma del 27 settembre 1843, n. 77). L’essenza dell’opera del Pescatori è nell’atmosfera idillica e religiosa, che trasporta il sogno dell’artista al di fuori della contingente realtà in un’epoca lontana di profondo e sincero misticismo e insieme di purezza creativa. Non imitazione, dunque, ma ispirazione limpida alle grandi sorgenti dell’arte. Il San Lorenzo non manca di una certa gravità ieratica, impreziosita dalla splendida dalmatica dorata. Meno felice è il Sant’Antonino di Velleja. Probabilmente il Pescatori non ebbe dimestichezza con i cavalli, e per quello che il Santo tiene per la briglia pigliò a modello qualche stampa, forse quella di Carlo Alberto del Toschi. Nella Pala di San Biagio il Pescatori si dimostra stanco: certamente la malattia gli impedì di lavorare con spirito libero. Se si eccettua infatti il bel gruppo della madre che presenta la sua creatura al Santo, la composizione è compassata e inerte, priva di una sincera commozione. Migliore invece, e tale da essere accostato a S. Giacomo, a S. Francesco e a S. Giuseppe di Calasanzio, è il grande dipinto della Nascita di Maria a Baganzolino. Qui il Pescatori sfoggia tutte le ricchezze del suo scrigno di coloriture nella tenda a fasce, nello scialle dorato di una delle ancelle, nelle vesti e nei bianchi luminosi. Ma la poesia più intensa sta, oltre che nella calma scena, in un’atmosfera pacata e dolce di luci e penombre dorate. Altri artisti parmensi sentirono l’attrazione della suggestiva arte romantica, ma il solo che ne assimilò, consciamente o inconsciamente, lo spirito fu il Pescatori. Il quale lasciò anche un altro capolavoro nel fine, commosso e commovente Ritratto di vecchia Signora (1842), donato alla Pinacoteca Stuard dal pittore Paolo Baratta. Non si sa chi sia l’effigiata ma il Pescatori effuse, nel fermarne l’immagine sulla tavola, un affetto e una tenerezza che si potrebbero definire filiali. Il dipinto non è finito ma la sua sommarietà di abbozzo colpisce e incanta. Il Pescatori morì di tisi a soli 34 anni d’età.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 308; G. Copertini, Pittura dell’ottocento, 1971, 48 e 50; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2435; M. Leoni, 1834, 361; Gazzetta di Parma 8 febbraio 1837, 44, suppl., 5 maggio 1838, 164, 1 maggio 1839, 154, 27 maggio 1840, 181, 28 aprile 1 maggio 1841, 151-155; C. malaspina, 1841, 149; C. malaspina, 4 giugno 1842, 181; L. Vigotti-C. Malaspina, 1842, 21-22; gazzetta di Parma supplemento 10 settembre 1842, 27 settembre 1843, 308; C. Malaspina, 7 giugno 1845, 187; Il Giardiniere 16 maggio 1846, 74; G. Negri, 1850, 63-64; G. Negri, 1852, 54-57, 59, 61-62 e 64-66; P. Martini, 1862, 24-25; P. Martini, 1873, 21-22; A. Ferrarini, 1882, 7; Corriere di Parma 30 maggio 1889; C. Ricci, 1896, 177 e 263; E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie, v. IX, 213 r. e v.; N. Pelicelli, in U.Thieme-F. Becker, 1932, v. XXVI, 460-461; A. Santangelo, 1934, 20; G. Copertini, 1954, 161-167; M. Pellegri, 1954, 51-52; Pinacoteca Stuard, 1961, 47; R. Alloggio, 1969, 29; mecenastimo e collezionismo pubblico, 1974, 42; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 438-439; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 278; G. Copertini, Pittori dell’ottocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 161-167; M. Sacchelli, in Gazzetta di parma 10 giugno 1996, 5.

PESCATORI FULVIO
Parma 1716/1726
Il 9 agosto 1720 fu iscritto alla nobiltà parmigiana. Unitamente alla consorte Laura Mantegazza fu decorato anche con un titolo marchionale per concessione del duca Francesco Farnese (23 luglio 1726). Il Pescatori e la moglie furono particolarmente legati alla Corte farnesiana, per conto della quale, agli inizi del Settecento, egli svolse diversi incarichi diplomatici: nel 1716 presso la Repubblica di Genova e successivamente in Spagna, dove sua moglie risiedeva al seguito della regina Elisabetta Farnese.
FONTI E BIBL.: M.De Meo, in Gazzetta di Parma 2 novembre 1999, 13.

PESCATORI GIROLAMO BARTOLOMEO
Parma 29 marzo 1690-Gallipoli 11 gennaio 1747
Figlio di Flavio, falegname, e di Laura mantegazza, dei marchesi di Sant’Andrea. Dopo gli iniziali studi di belle lettere e filosofia, vestì l’abito cappuccino nel convento di Carpi (13 giugno 1706), luogo di noviziato, all’età di diciasette anni. Ammesso alla professione religiosa, terminato l’anno di noviziato (13 giugno 1707), intraprese lo studio delle discipline filosofiche e teologiche distinguendosi subito per profondità d’ingegno e virtù. Concluso il corso degli studi e ordinato sacerdote (24 febbraio 1714), attese alla predicazione ottenendo grandi successi. Elisabetta Farnese, andata sposa a Filippo V di Spagna, dopo aver chiamato al suo seguito, quale dama, la madre del Pescatori (che era già stata aja di Elisabetta), lo fece nominare cappellano e predicatore di Corte: il Pescatori si trasferì a Madrid verso il 1724. Fu teologo ed esaminatore della Nunziatura Apostolica di Madrid e della Chiesa di Toledo, consigliere delle Corti di Spagna e Napoli, Arcivescovo titolare di Efeso (28 giugno 1739), prelato domestico e assistente al Soglio Pontificio di papa Clemente XII (18 luglio 1739). Il 6 marzo 1741 venne destinato da papa Benedetto XIV (su proposta di Carlo di Borbone) alla Diocesi di Gallipoli, in provincia di Lecce, che governò con pastorale sollecitudine. Gallipoli era una sede tranquilla e di tutto riposo: non vasta (il distretto diocesano coincideva con quello della città), contava circa cinquemila anime, un capitolo di sette dignità e nove canonicati e sei chiostri (quattro maschili di francescani riformati, domenicani, cappuccini e paolotti, due femminili di chiariste e di teresiane). L’angustia delle dimensioni era compensata dai cinquemila ducati annui che rendevano le entrate della Mensa, che, pur decurtati della pensione riservata al predecessore dimissionario, formavano pur sempre un asse di consistente affidamento. Per quanto fosse bene ordinata, la diocesi presentava aspetti che offrirono al pescatori materia d’incisivi interventi sul piano pastorale, che, se non condussero all’erezione del seminario e del monte di pietà (istituti la cui fondazione Roma gli aveva raccomandato), si risolsero nell’indizione di una visita, nell’erezione di un conservatorio per fanciulle, nell’incremento di paramenti e di tele per la cattedrale e l’episcopio, nel quale ricevette il cardinale arcivescovo di Napoli Giuseppe Spinelli, itinerante nel Regno. Un biografo contemporaneo annotò che il Pescatori si fece conoscere come dotto e fecondo predicatore e amare quale presule sensibile e caritatevole. Per quanto fosse incline a favorire i gentiluomini nelle cariche ecclesiastiche, non esitò a conferire a un prete non nobile e povero il canonicato della penitenzieria, e dimostrò di avere a cuore la giustizia quando, accortosi di essere stato ingannato dalle apparenze di un intrigo, scacciò i calunniatori e si riconciliò con quelli che erano stati ingiustamente perseguitati. Di lui gli scrittori di Gallipoli ricordano non tanto le opere a stampa che anche da vescovo produsse, l’interessamento per ottenere vesti congrue per i suoi capitolari e la cospicua somma impiegata alla fondazione del seminario, quanto piuttosto due episodi singolari. Introdotta una vertenza per assicurare alla Corona un tesoretto di monete greche rinvenute in un podere di proprietà della Mensa, al Pescatori riuscì, per i buoni uffici della madre, di ottenere l’assegnazione di quei nummi, che, per troncare ogni controversia, fece fondere impiegandone l’argento per realizzare un pastorale, un turibolo e una navicella. Il secondo episodio riguarda la morte apparente del Pescatori che sarebbe stata accertata sul tavolo settorio dove la vita gli sarebbe stata tolta per davvero da coloro ai quali era stata richiesta l’imbalsamazione della salma. A Gallipoli lasciò un tesoro di suppellettili sacre fregiate del suo stemma. Del Pescatori resta una splendida orazione funebre in lingua latina e spagnola recitata per le esequie del duca francesco Farnese nella cappella di Corte in Madrid l’anno 1727.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 152-153; michelangelo da Rossiglione, Cenni di padri cappuccini, 1850, 81-83; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 472-473; Distinto e fedele ragguaglio del festoso ricevimento fatto all’illustrissimo Monsignor Arcivescovo di Gallipoli Fra Don Antonio Maria Pescatori e mantegazza de’ Marchesi di Sant’Andrea di Parma nel suo primo arrivo e pubblico ingresso in quell’illustrissima e fedelissima Città, dalla medesima consagrato all’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore D. Gioacchino di Montallegro Duca di Salas, Consigliere di Stato e Guerra, e del Dispaccio universale di Sua Maestà, che Dio guardi, Lecce, 1741, nella Stamperia di Domenico Viverito; B. Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Napoli, presso Raffaele Miranda, 1836, 489-494; L. Franza, Storia di Gallipoli, Napoli, tip. dell’Iride, s.a., passim; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 308; Coll. Franc. IV 1934, 407; Melchiorre da Pobladura, Los Frailes Menores Capuchinos en Castilla, Madrid, 1946, 304; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 273; F. da Mareto, Bibliografia cappuccini, 1951, 176 e 178; dal fasto della reggia di Filippo V alla più ricca sede vescovile del Regno di Napoli, Il Meridionale 18 febbraio 1956; Hierarchia catholica medii e recentioris aevi, Padova, VI, 1958, 209 e 222; Cappuccini a Parma, 1961, 23; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 60; Ausiliatrice 7/9 1965, 3; M. Paone, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1992, 5.

PESCATORI GIULIO
Parma 19 luglio 1692-Madrid 6 marzo 1767
Figlio di Flavio, falegname, e di Laura mantegazza, dei marchesi di Sant’Andrea. Vestì l’abito di frate cappuccino nel convento di Carpi il 7 ottobre 1713. Fu approvato per la predicazione nel 1724. Il Pescatori fu cappellano e predicatore di Carlo III di Spagna, esaminatore prosinodale, teologo della Nunziatura apostolica di Madrid, qualificatore della Santa inquisizione di Toledo e visitatore di vari conventi.

FONTI E BIBL.: Melchiorre da Pobladura, Los Frailes Menores Capuchinos en Castilla, Madrid, 1946, 66, 302 e 306; F. da Mareto, Bibl. cappuccini, 1951, 252; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 170.

PESCATORI LAURA, vedi MANTEGAZZA LAURA

PESCATORI STANISLAO
Parma 1761-1839
Fu autore di sculture in cera a tutto tondo. Il Pescatori, in qualità di accademico onorario dell’Accademia di Belle Arti di Parma, presentò nel 1811 all’Esposition des Objets d’art et d’Industrie du Département du Taro Une figure de femme toute nue couchée qu’il nomme une Danae. Elle est en cire peinte avec une peruque fixée de cheveux blonds. Nella stessa sede portò, nel 1812, un busto a grandezza naturale raffigurante l’avvocato Rossetti. Nel 1835 espose al pubblico un gabinetto di lavori in plastica in cera e in stucco, a figure intere e a mezze, con dimensioni diverse, per la maggior parte immagini di santi, e opere da valere agli usi della chiesa; sebbene ve n’abbia di altri generi ancora. Il prelodato signor Pescatori con una simile esposizione ha avuto in mira di far noto al pubblico come abbia egli impreso di nuovo a occuparsi alacremente nell’esercizio della sua professione, dopo essersene da molti anni astenuto per affatto particolari motivi: ed ebbe altresì intenzione di far invito così a chiunque volesse valersi dell’opera sua, sia che si tratti di acquistare alcuno degli oggetti esposti, sia d’incaricarlo di nuove apposite commissioni. Definito mediocre autore di figure in ceroplastica, il Pescatori ebbe forse più fortuna come fabbricatore di maschere di cartapesta per il Carnevale. Nel 1821 Angelo Pezzana, direttore della biblioteca Parmense, rifiutò l’offerta del Pescatori per l’esecuzione di sette busti e undici vasi a ornamento delle scansie della nuova sala che accoglieva la raccolta De Rossi. Il Pescatori non utilizzò però solo la cera ma modellò anche il gesso e lo stucco come dimostra sia l’effigie policroma di San Luigi Gonzaga nella parrocchiale di Varano Marchesi, sia il grande crocifisso policromo in una delle cappelle laterali della chiesa di San Vitale a Parma, opere entrambe collocabili intorno al 1822. La croce appare circondata da una corona di raggi saettanti simulanti lo sfolgorio della luce divina, dalla quale sembra nascere l’immagine sacra del supplizio tra un giro di visetti alati di cherubini in rilievo facenti capolino tra le nuvole che circondano il Crocifisso e la raggiera. I due putti paffuti e gesticolanti situati ai due lati, quasi ai piedi della croce, ricordano nelle fattezze il Sacro Bambino modellato dal Carra in Sant’Antonio da Padova di Soragna, ma sembrano motteggiare anche quelli più illustri dipinti dal Correggio, a esempio nella Camera di San Paolo. Il Crocifisso in stucco e legno, nonostante la semplice e quasi grossolana fattura, non scevra di sproporzioni, caratteristica riconoscibile un po’ in tutto il genere della produzione destinata all’arredo delle chiese, è assimilabile nella tipologia naturalista del corpo a quelli modellati dallo Sbravati. Nel 1828 il Pescatori inaugurò la sua nuova bottega aperta in Parma con l’esposizione di tutte le sue opere, soprattutto in cera, ma anche in cartapesta e stucco, la maggior parte delle quali andarono sicuramente distrutte a causa dei materiali usati facilmente degradabili, come quel busto in scagliola rappresentante la Duchessa, modellato per il Comune di Parma nel 1833 e del quale, in seguito, si è persa ogni traccia.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1992, 194-195; Archivio Storico per le Province Parmensi 1996, 240-241.

PESCATORI MANTEGAZZA, vedi PESCATORI

PESCE FRANCESCO MARIA
Parma XVIII secolo
Detto anche Francesco Maria da Parma. Fu pittore attivo nel XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 69.

PESCENIA PAULINA
Parma IV/V secolo d.C.
Dedicataria, insieme a Sertoria Tert(ia) e (de)metria Hermonina, di un’epigrafe funeraria posta da C. Valerius Aeclanius. Pescenia è nomen di probabile origine etrusca, presente forse in questo solo caso in Aemilia, rarissimo in tutta la Cisalpina ma frequente in Italia. Paulina è cognomen diffuso in Italia e nelle province celtiche, abbastanza frequente in tutta la Cisalpina, in questo solo caso documentato a Parma.

FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 144.

PESCHIERA GUIDO
Parma 5 ottobre 1859-post 1887
Studiò violino alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1868 al 1878 con Luigi Del Majno, diplomandosi con la lode. Dopo aver suonato in orchestra in teatri di tutto il mondo, si fermò alle isole Mauritius dove, per molti anni, insegnò alla Scuola di musica di Port Luis. Nel Duomo di quella città nell’ottobre 1883, in occasione della festa di San Luigi, eseguì il preludio della messa, incontrando il plauso della stampa locale.

FONTI E BIBL.: Dacci; Gazzetta di Parma 14 luglio 1887.

PESCHIERI ILARIO
Parma 13 gennaio 1795-Parma 8 aprile 1865
Nato da Giuseppe e da Rosa Adorni, entrambi di umile condizione. Imparò a leggere da una maestra privata e apprese poi a scrivere e a far conti dal maestro Nazari. Rimasto orfano a otto anni di entrambi i genitori, fu mandato alle scuole primarie avendo denotato amore per lo studio e una certa facilità d’apprendere. Il 2 novembre 1805 recitò a memoria un sermone della durata di mezz’ora, ricevendo gli elogi del sacerdote Giacomo Calestani di borgo San Donnino. Il Peschieri ebbe poi qualche lezione di francese e, col consenso del vescovo di Borgo San Donnino Alessandro garimberti, fu ammesso alla scuola di quel seminario, destinato altrimenti esclusivamente ai chierici. All’Accademia di Rettorica, mentre gli altri studenti recitavano composizioni dei lori maestri, il Peschieri ne presentò una sua, trattando dell’Unzione del re Davide, in esametri latini e quaternari italiani, dettò poi un sonetto sulla sua vita e compose un’ode sull’assunzione: in premio, il prevosto di Busseto, vitali, gli mandò la patente di pastore dell’accademia dell’emonia. Studiata anche metafisica, il 20 aprile 1810 il Peschieri fu nominato commesso del segretario della Mairie. Fornito di libri dal cappuccino Arquati di Busseto, il Peschieri studiò tra gli altri il Muratori, il Tiraboschi e le opere del Genovesi e del cesarotti. Dietro compenso, compose prose e versi per predicatori, per nozze o per argomenti di puro capriccio. Trasferitosi a Parma nel 1817, andò commesso nello studio del notaio Adorni, ove fece la conoscenza del conte Jacopo Sanvitale. Pubblicò allora la sua prima opera: un sonetto in lode del soprano Velluti. Frequentando poi la bottega del libraio Blanchon e quella del pizzicagnolo Domenico Mori, poté farsi conoscere da gran parte dei letterati parmensi. Le sue composizioni, specialmente quelle satiriche, furono assai richieste. Fu ammesso negli uffici del governatore Vincenzo Mistrali e fu chiamato dal conte Francesco Bertioli a far parte di coloro che avrebbero dovuto compilare un dizionario in dialetto parmigiano. In realtà il Peschieri si accinse da solo a quel lavoro, che uscì nel 1828 per le stampe del Blanchon (due volumi in 8°, con prefazione e un breve saggio di principi grammaticali, di complessive 704 pagine), e a cui fece seguire un’Appendice nel 1832, rifondendo poi l’uno e l’altra con una nuova Appendice per le stampe Vecchi-Carmignani-Donati nel 1836. Il Peschieri aggiunse poi un ultimo supplemento nel 1853. Per questo suo Dizionario parmigiano-italiano, il Peschieri lasciò un nome non del tutto dimenticato nella cultura dialettale della provincia. Il Dizionario ebbe gli elogi (con qualche riserva) della Biblioteca Italiana. scrisse anche parecchi Almanacchi, il poemetto la Rosa di montechiaro, parecchi articoli nella biblioteca dilettevole ed istruttiva e nella gazzetta di Parma (1850 e 1851), il Ragguaglio particolareggiato (1834), molti sonetti e canzoni per artisti teatrali, le Cantiche in onore di Pio IX (1850), la Storia della Guerra d’Oriente, la Via della Salute (1858), il poemetto eroicomico Il soffietto (1857), le Cronachette parmigiane (1830-1840), premesse al Diario di parma, la tragedia Imelda, La salvezza inaspettata, dramma giocoso musicato dal Mitilotti (Parma, 1828), il Ragionamento critico sulla Storia d’Italia di Carlo Botta (1825) e varie traduzioni. Il Peschieri fu per qualche tempo segretario particolare del maggiore Rossi, comandante i Ducali Dragoni di Parma. lorenzo Molossi, nel suo Vocabolario topografico, lo dice ingegnosissimo e colto scrittore. mentre era segretario del podestà di Busseto, durante i moti del 1831 il Peschieri fu tra i promotori della rivolta in quella località. Fu inquisito perché ritenuto soggetto assai cattivo, mordace assai nel parlare e facile a menar di mano. Dovette abbandonare Busseto, prendendo impiego come segretario a castell’Arquato.

FONTI E BIBL.: G.B. Passano, Novellieri italiani, 1868, 236; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 135-139; E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 219; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 151; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 193-194; Malacoda 10 1987, 55.

PESCHIERI ILLARIO, vedi PESCHIERI ILARIO

PESCI
Parma 1786
Nel verbale del 9 gennaio 1786 dell’accademia Filarmonica di Parma venne decisa la sua assunzione come primo fagotto avendo egli dato un’assai plausibile saggio della sua abilità in questo Instrumento nell’ultima Accademia dell’Avvento prossimo passato.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

PESCI BATTISTA
Parma 9 marzo 1597-Modena 13 ottobre 1630
figlio di Geminiano e Margherita. Frate cappuccino, sacerdote sommamente esemplare nell’umiltà, fu vittima della carità verso gli appestati. Compì la vestizione il 23 marzo 1619 e la professione a Ravenna esattamente un anno dopo.

FONTI E BIBL.: De Pise, Ann., III, 806-807, n. 81; Bertani, Ann., III/III, 321-322, nn. 150-151; mussini, Memorie storiche, II, 109-111, 120-121 e 124-126; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 584.

PESCI CASIMIRO
Parma 1847/1855
Violinista, fece parte della Ducale Orchestra di Parma.

FONTI E BIBL.: Inventario, 1992, 257, 300, 318, 368, 382.

PESCI ETTORE
Parma 30 novembre 1871-Parma 16 gennaio 1932
Figlio unico di Oreste, violinista, e di giuseppa Battioni. Iniziò la professione di fotografo nel 1898 rilevando lo studio lasciato libero da Enrico Rastellini in strada Garibaldi 81 a Parma. La sua scuola fu eccellente: fece a lungo il garzone da Carlo Grolli, in uno stabilimento che fu una autentica fucina di fotografi. Il Premiato Studio Fotografico di Ettore Pesci partì in sordina ma si affermò presto come uno dei più frequentati della città. Nell’ottobre del 1900 vinse la Gara delle vetrine patrocinata dalla società Pro Parma. partecipò all’Esposizione Internazionale dello Sport di Milano nel 1901 e ricevette in premio una medaglia d’oro. Stesso riconoscimento gli venne assegnato nel medesimo anno a Parma, nel corso della locale Esposizione. riconoscimenti speciali gli vennero poi anche dal Re, dalla Regina, dalla Regina madre e dal principe di Montenegro. Appassionato di musica, il Pesci dedicò molte energie professionali alla stagione lirica del Teatro Regio di Parma ma la sua vera specialità furono il ritratto e le istantanee di bambini. Molto belle sono anche le sue immagini in esterno di gruppi di famiglia e associazioni sportive. Viene inoltre considerato uno specialista del ritocco. Nel 1905 sposò Giacinta Chiapparini. Nel maggio-giugno del 1908, durante lo sciopero agricolo del Parmense, con Eduardo Ximenes fotogrofò crumiri e soldati durante il conflitto agrario per L’Illustrazione Italiana dei fratelli Treves. Non abbandonò lo studio che al momento di cessare l’attività, il 20 settembre 1926. Operò con una sala di posa a galleria vetrata, nel cortile interno dello studio di strada Garibaldi. Morì per una malattia cardiaca. Alla sua scomparsa, l’atelier fotografico venne rilevato dal cognato Ettore Chiapparini che ne mantenne per quindici anni la denominazione. Il Pesci si colloca a metà strada nell’evoluzione della fotografia parmense, tra la generazione dei Grolli (da cui imparò il mestiere) e quella dei Vaghi, degli Zambini e degli amoretti, che furono tutti suoi allievi.

FONTI E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 211.

PESCI GIAMBATTISTA
Parma 1798
Fu professore di musica in soprannumero del Regio Concerto di Parma (Rescritto del 31 ottobre 1798).

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PESCI GIUSEPPE
Parma XVII/XVIII secolo
Pittore fiorista attivo nel XVII secolo e nella prima metà del XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, Vii, 152.

PESCI LUIGI GAETANO CLAUDIO
Parma 9 gennaio 1754-11 aprile 1798
Figlio di Giuseppe e Marianna Soncini. Fu cuoco della Corte ducale di Parma. Se dell’attività svolta dal Pesci al servizio della Corte ducale non è rimasta alcuna documentazione tecnica (non esistono né ricette né descrizioni delle sue creazioni cuciniere), di lui è rimasta traccia nelle carte amministrative dei Servizi di Bocca della Computisteria borbonica e nel Ruolo Generale di tutte le persone al servigio della Casa Reale, all’Archivio di Stato di Parma. Se ne ha la prima notizia allorché nel settembre del 1773, diciannovenne, prestò l’attività di avventizio nei servizi di cucina a Colorno riscuotendo dalle mani di monsieur Grillet, inspettore delli Regi Uffizi, la somma di 30 lire per undici giorni di lavoro. Due anni dopo il Pesci raggiunse il grado di sott’ajutante con il soldo di lire duemila annuali e con gli onori di ajutante. Il grado pieno di ajutante di canditoria gli venne conferito nel 1779, ancora a Colorno. Il Pesci si vide elevato nel 1785 la mensiglia a quattromila lire annuali, e passò nel 1787 e nel 1788 ai servizi di cucina di Sala, sede prediletta di Maria Amalia di borbone. A quell’epoca gli vennero, tra l’altro, rimborsate da Pierre Bardou, capo di canditeria, 14 lire per l’acquisto fatto a Piacenza di due strachini destinati alla tavola ducale. Il Pesci rientrò poi a Colorno, probabilmente come capo dei servizi ducali di cucina, in quanto, oltre a dirigere sul piano specifico la preparazione e la confezione delle vivande ducali, gli vennero affidati (a partire dal 1793) anche compiti strettamente amministrativi come il pagamento del lavoro straordinario dei garzoni o l’acquisto, oltre a prodotti alimentari, di materiale diverso, come carta francese azzurra, penne da scrivere, padelle per abbrustolire le castagne e per tostare il caffè, fettucce, nastri, cerchi per bigonci, scope, bicchieri, caraffe e bombacce da ardere per lampade. Lo si trova ancora sul lavoro nel gennaio e nel febbraio 1798. Ammalatosi, morì a poco più di un mese di distanza dall’aver ricevuto dalla Reale Cassina l’ultima fornitura di latte e di fior di latte. Il duca Ferdinando di Borbone volle si dedicasse al Pesci una encomiastica epigrafe, in elegante e forbito latino, che, volta in italiano, dice: Luigi Pesci, parmigiano, che si distinse nel preparare con fedeltà e perizia i pasti, i cibi e i dolci per le regie mense, troppo presto defunto, tutti coloro che lo conobbero qui lo piangono sepolto. Morì il giorno 11 aprile dell’anno del Signore 1798 all’età di 44 anni.

FONTI E BIBL.: F. Razzetti, in Gazzetta di Parma 19 novembre 1990, 3.

PESCI PIETRO
Parma prima metà del XIX secolo
Pittore attivo nella prima metà del XIX secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, IX, 216.

PESCI PIETRO BATTISTA vedi PESCI BATTISTA

PESCI SILVESTRO
Parma prima metà del XVII secolo
Orefice attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, V, 277.

PESCINA EUGENIO
Borgo San Donnino 12 maggio 1843-Parma 25 gennaio 1920
Figlio di Luigi. Fu il solo borghigiano che ebbe l’onore di partecipare alla spedizione garibaldina dei Mille. A soli diciassette anni di età partì infatti da Quarto e, come uno dei più giovani volontari appartenenti all’eroica schiera, si batté con valore a Calatafimi, a Palermo e al Volturno, guadagnandosi sul campo il grado di Tenente.

FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 351-352.

PESCINA STEFANO
Parma 1649/1661
Fu contralto della Cattedrale di Parma per la festa dell’Assunta nel 1649, poi passò alla Steccata di Parma, ove si fermò dall’11 febbraio 1656 al 1661.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 114.

PESSAROTTI ALESSANDRO, vedi PISSAROTTI ALESSANDRO

PETIT BON, vedi PETITBON

PETITBON FRANCESCO
-Arrecifes 10 marzo 1900
Fece le campagne risorgimentali del 1859 e 1867.

FONTI E BIBL.: La Battaglia 22 aprile 1900, n. 19; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 416.

PETITBON GIOVANNI
Parma 1881
Laureato. Fu fabbricante di tegole, fumaioli, mattoni, pianelle, pezzi decorativi e ornamentali. All’esposizione di Milano del 1881 ottenne una medaglia di bronzo.

FONTI E BIBL.: G. Corona, La Ceramica, Milano, 1885; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 334.

PETITBON UGO
Parma 1882-Santiago 1955
Fu tra i pionieri dell’importazione e della diffusione dei prodotti dell’industria italiana in Cile. Nel 1900, in collaborazione con Costanza Reiser di Gallarate, iniziò la sua attività importatrice a Valparaiso, con tale successo che presto ne trasferì il centro (assicurando lo sviluppo) a Santiago. Più tardi aprì uffici anche fuori del Cile: nel Perù a Lima, in bolivia a La Paz e in Ecuador a Guayaquil. Nel 1919 ottenne una linea marittima che unì direttamente Genova a Valparaiso (della quale fu nominato agente generale), e fondò a Buin una fabbrica di attrezzi agricoli, liberando così il Cile da una gravosa voce d’importazione.

FONTI E BIBL.: U.Imperatori, Italiani all’estero, 1956, 217.

PETITOT ENNEMOD-ALEXANDRE
Lione 17 febbraio 1727-Parma 3 febbraio 1801
Figlio terzogenito di Simon, architetto e ingegnere idraulico, e di Catherine Blanchet. entrò inizialmente nel collegio dei gesuiti, in quanto il padre volle avviarlo alla carriera ecclesiastica. Nel 1739 fu nel seminario di saint’ireneo, ove frequentò i corsi di filosofia e di fisica, ma non avvertì alcuna vocazione e scelse di dedicarsi al disegno. Il suo primo maestro fu Jacques-Germain Soufflot (1741). Inviato a Parigi, studiò all’Accademia d’architettura, seguendo l’insegnamento di Denis Jossenay. Nel 1745 riportò il Grand Prix con il progetto di un faro e nel giugno del 1746 raggiunse Roma. Seguì i corsi all’Accademia di Francia e redasse tre progetti: la colonna per il sepolcro di una regina, la seconda macchina per la Chinea e un ponte trionfale. Il soggiorno-premio di quattro anni (1746-1750) a Roma fu essenziale nella sua formazione, sia per le notevoli influenze esercitate su di lui dalle opere del Salvi, sia per lo studio dei monumenti del passato che probabilmente andò copiando insieme al Piranesi. Rientrò a Parigi nel 1750, con Joseph-Marie Vien. Eseguì quindi la cappella della famiglia d’Hartcourt, a Notre-Dame. Collaborò, divenendone amico, col conte Anne-Claude de Caylus, disegnando e incidendo tavole per il Requeil d’Antiquités. Il Du Tillot stava cercando un architetto per la Corte di Parma e offrì al Petitot uno stipendio annuo di ventimila lire vecchie di Parma: il 16 aprile 1753 il Petitot partì per l’Italia. Un decreto lo nominò Architetto dei reali palazzi e lo associò all’esercito ducale con il titolo di Ingegnere militare. Venne inoltre nominato insegnante presso l’Accademia di belle arti, fondata poco prima (12 dicembre 1752). Prese alloggio nel palazzo Ducale, ove rimase quindici anni. I suoi interventi cominciarono nel 1753 a Colorno con la Veneria, palazzina di caccia voluta da Filippo di Borbone, e con i due appartamenti verso il giardino nel Palazzo Ducale, dove creò la Sala Grande (1755) e ricostruì lo scalone verso il giardino (1757). Studiò il giardino di Parma (tempietto d’arcadia, fontana) e quello di Colorno (anche la cappella ducale e alcuni progetti di camini). boudard realizzò i vasi per il giardino di parma su disegno del Petitot (1754). Il suo intervento nel giardino trasformò la tessitura architettonica secondo una versione riformata ed emblematica in cui trionfa la partizione degli spazi in unità ridotte al microlabirinto, quasi a sala d’intrattenimento, dove anche la formula scultorea implica una positura assisa e una gestualità colloquiale.Lo stile adottato dal Petitot non è né bizzoso né troppo ricercato ma è concettualmente pensato tra il razionale e il protoneoclassico, il funzionale e il simbolico, secondo un programma moderatamente riformista in cui il Petitot si rinnova nel profondo senza cesure con la storia, unendo la linea di ascendenza ellenistica a un proprio gusto per il design.La realizzazione del tempietto di Arcadia (1769), ultimo suo intervento per il Giardino, in onore di Ferdinando di Borbone e Maria Amalia, nuova coppia regnante, mostra un disegno originale e inedito: l’edificio in stile dorico, circolare dodecastilo con volta diruta e soltanto sette colonne erette, si identifica con l’architettura ruinistica del piccolo santuario della Sibilla di Tivoli, mostrando una nuova sensibilità che si andava affermando nel Ducato. La chiesa di San liborio a colorno (1757) è generalmente considerata il suo capolavoro. Di notevole unità stilistica dovuta al fatto che fin nei più piccoli ornamenti è di mano del Petitot, ha interno a croce latina con i bracci trasversali non molto profondi, e nella navata maggiore, tra i pilastri, si aprono specie di anticappelle così che la trabeazione risulta sostenuta da due colonne isolate, come nelle nicchie del Pantheon. L’Accademia diventò Reale (1758) e il Petitot venne insignito, con Boudard, Peroni, Bresciani, Baldrighi, Du Bois, Manicardi e Ravenet, del titolo di architetto, disegnatore, incisore, accademico del nudo e decoratore di libri. Pubblicò inoltre in quegli anni il ragionamento sopra la prospettiva. Il 4 giugno 1758 gli venne concessa la cittadinanza parmense. Nel 1759 il Petitot progettò la ristrutturazione di Piazza Grande, la facciata della chiesa di San Pietro e un palco per il Teatro Ducale. Il progetto per la facciata della chiesa di San Vitale venne invece respinto. Nel 1760 ebbe dal Re di Francia la nomina a Cavaliere dell’ordine di San Michele. Tra il 1761 e il 1762 il Petitot portò a termine i lavori per la facciata della chiesa di San Pietro.Il portone d’ingresso, su suo disegno, venne eseguito dal Guibert nel 1763.Il rifacimento della facciata si inserì in un più ampio progetto di riscrittura della piazza Grande, per adeguarla ai nuovi criteri di abbellimento urbano elaborati in Francia.La voluta ripresa di una simbologia classica rientrava in un preciso progetto del Du Tillot, di recupero ed esaltazione dei frammenti antichi sparsi per la città al fine di sottolineare l’origine romana di Parma. L’incisore Benigno Bossi incise vari disegni del Petitot, che nel 1762 fu nominato corrispondente dall’académie Royale d’Architecture di Parigi. Eseguì poi progetti per la Biblioteca di Parma e i primi schizzi per la Mascarade à la grecque. Del 1763 è il progetto del Casinetto sullo Stradone e del Casino dei nobili nel Palazzo di riserva. Al Petitot venne concessa la patente di ingegnere in secondo delle truppe e piazze e il grado di Capitano di fanteria. Nel 1764 Bossi incise la Suites de vases, e il Petitot realizzò un progetto per l’acquedotto da Malandriano a Parma. Nel 1759 Du Tillot decise di trasformare lo Stradone farnesiano in Stradone Borbone, sul modello dei boulevard di progettazione urbana illuministica tracciati a Parigi, Lione e Tolosa, con la funzione di recuperare le vie afferenti, favorendo così la ripresa economica e sociale di una parte trascurata della città.Ai poli dello Stradone avrebbero dovuto trovarsi la Colonna Borbone (eseguita dal Petitot nel 1763 e spezzatasi durante il tragitto) e il Casino del Caffè, concepito come ritrovo mondano con funzione panoramica.l’elegante viale alberato è diviso in tre corsie: le laterali destinate al passeggio e ornate con sedili di marmo, la centrale riservata alle carrozze. Nella notte di San Giovanni (4 agosto) dello stesso anno si inaugurò il Casino dello stradone. Nel censimento della popolazione del 1765 si legge che il Petitot aveva 38 anni, viveva sotto la parrocchia di San Paolo in contrada Rocchetta, con Francesco Jourdan di tredici anni, studente di architettura, Angelo Pioppa e la moglie Teresa, servi. Del 1767 è il progetto di ristrutturazione del Palazzo del Giardino e del Palazzo dei Ministeri. Il 2 agosto ferdinando di Borbone (succeduto al padre Filippo l’anno prima) approvò il grandioso progetto di un Palazzo Reale, per il quale si iniziarono le demolizioni. Realizzò il progetto di rinnovo per il palazzo del Giardino, innalzando le ali dell’edificio a livello del mezzanino e ampliando le zone laterali, mentre all’interno ricavò nuove proporzioni ridistribuendo gli spazi.La facciata mantiene tuttavia molti degli elementi preesistenti, quali le finestre del piano terra e le lesene, ma vennero aggiunti un orologio e due camini ad anfora al posto delle torrette e dei festoni vegetali ai lati delle finestre del piano nobile.Sempre all’interno creò il grande scalone d’onore a quadruplice rampa.Dalla piazza semicircolare posteriore si dipartiva poi un viale extraurbano che giungeva sino a Colorno.Nel 1760 lavorò in intesa con il Boudard alla Loge ducale nel Teatro di Corte edificato dal Lolli e restaurato nel proscenio dall’architetto francese, esperto in macchine teatrali, Jean-Antoine Morand. Al 1767 datano i progetti di fontane per il Palazzo Reale, mentre Bossi eseguì, su disegni del Petitot, le decorazioni per alcuni ambienti del Palazzo del Giardino. Dello stesso anno è il primo progetto per l’Ara amicitiae, commissionato al Petitot per celebrare i rapporti con la casa d’Asburgo.Il cippo doveva riprendere il valore simbolico delle colonne militari dell’età tardo antica erette sulle vie percorse dagli antichi romani, in onore dei quali riportavano scritte dedicatorie.Il Petitot non faceva ancora parte del corpo della congregazione degli Edili creata dal primo ministro proprio quell’anno con competenza sugli interi Stati borbonici: solo nel 1769 fu chiamato ufficialmente a partecipare ai lavori della congregazione, rivolti al piano di riedificazione della città.Nel 1766 aveva eseguito il disegno delle librerie da collocarsi nella Biblioteca Palatina, realizzate poi dal Drugman.Dal 1770 si iniziarono i lavori dell’area dell’Orto Botanico: la serra vetrata con un ingresso sormontato da un timpano (che, per tradizione, si ritiene eseguita su disegno del Petitot) fu poi costruita nel 1793 dall’architetto Antonio Tomba. Il Petitot acquistò nel 1767 una casa di borgo Riolo, progettò l’Orto botanico, e quindi la porta del giardino su piazzale Santa Croce. Il 5 maggio dello stesso anno venne benedetta la posa della prima pietra del Palazzo Reale, con iscrizione latina del Paciaudi, ma i lavori vennero presto interrotti e non furono più ripresi. l’imperatore Giuseppe II fu a Parma dal 10 al 13 maggio per l’inaugurazione della Biblioteca Palatina: gli venne offerta una stampa allegorica disegnata dal Petitot e incisa da Pietro martini. Il 7 giugno si inaugurò l’Ara amicitiae in piazza. Intanto si andavano preparando i festeggiamenti per le nozze di Ferdinando di Borbone con Maria Amalia, e la Stamperia reale pubblicò un volume dal titolo Feste celebrate in Parma per le nozze del Reale Infante Duca Ferdinando di Borbone con S.A.R. l’arciduchessa d’Austria Maria Amalia l’anno MDCCLXIX contenente quanto progettato dal Petitot per le feste. Il Petitot venne anche associato all’Accademia delle scienze, belle lettere e arti di Lione. Il 1770 vide la pubblicazione della Raccolta di rami incisi in varie occasioni dalla Regia Ducal Corte di Parma e il Petitot progettò inoltre una serie di biglietti da visita. Nel 1771 Bossi incise per il Petitot la mascarade à la grecque, e a Venezia venne costruito un bucintoro per i duchi su disegno del Petitot. Ma il 19 novembre 1771 venne destituito dalla carica il Du Tillot, e i suoi amici caddero in disgrazia: il Petitot venne incriminato per interessi con ebrei. Nel 1773 Giovanni Furlani, allievo del Petitot, fu nominato architetto ducale da Ferdinando di Borbone mentre Laurent Guyard successe al Boudard nella carica di primo scultore e di professore di scultura all’Accademia. Mentre il Du Tillot si rifugiò a Parigi, il Petitot si ritirò nella sua casa di Marore. Lungo sarebbe ancora l’elenco delle opere che il Petitot realizzò o solo progettò, ma sembra indispensabile ricordare almeno la raccolta di una serie di incisioni pubblicata verso il 1759 che riunisce i progetti e le opere da lui eseguite databili intorno al 1756-1757 e che servirono anche alla successiva raccolta di rami incisi in varie occasioni dalla Regia Ducal Corte di Parma, edita nel 1770, dove si può ammirare la grande personalità del Petitot anche come illustratore. Nel 1775 ebbero inizio i lavori del Casino dei Boschi a Sala, per il quale il Petitot elaborò un progetto per altro non realizzato, inaugurato nel 1789 dal principe ereditario Ludovico di Borbone. Nel 1777 corresse il progetto di Angelo Rasori per la chiesa di Sant’Ambrogio o delle cinque piaghe. Del 1779 è il ritratto del Petitot attribuito a Zoffany. Importante continuò a essere la sua partecipazione alla vita dell’Accademia di Belle Arti di Parma, di cui stese nel 1781 un progetto di riforma. Nel 1789 il Petitot venne nominato Conte della nobiltà di Parma dall’infante Ferdinando di Borbone. Nel 1800 donò al nipote Ennemondo Alessandro Petitot de Mont-Louis ogni suo avere. Si conosce del Petitot una sola incisione all’acquaforte come antiporta per il volume Costituzioni della Reale Accademia di Pittura, Scultura e Architettura (Parma, s.d.).

FONTI E BIBL.: E.Casa, Un progetto del cavaliere architetto Ennemondo Petitot de Mont-Louis per edificare in Parma un Palazzo ducale (1766-1769), Parma, 1895; E.Monti, l’architetto Petitot: uno spiraglio d’arte francese a Parma, in Bollettino d’Arte 1924; G.Lombardi, I disegni di un grande architetto francese alla corte di Parma, in Aurea parma I 1926; M.Castelli Zanzucchi, L’architetto Ennemondo Petitot, in Parma per l’Arte III 1964; M.Pellegri, Ennemondo Alessandro Petitot 1727-1801 architetto francese alla real corte dei Borboni di Parma, Parma, 1965; M.Pellegri, Vita ed opere dell’architetto Ennemondo Alessandro Petitot nel periodo romano, in Parma nell’Arte II 1977; G.Bertini, Ennemond Alexandre Petitot.L’arte del legno a Parma nel XVIII secolo, in L’Arte a Parma dai Farnese ai Borbone, catalogo della mostra, Parma, 1979; R.Tassi, Ennemond Alexandre Petitot, in L’Arte a Parma dai Farnese ai Borbone, catalogo della mostra, Parma 1979, 261; G.Benassati, Parma, Teatrino di Villa Petitot a Marore, in Teatri storici in Emilia Romagna, catalogo della mostra, Reggio Emilia, 1982; M.Pellegri, Alcuni ragguagli sugli architetti Petitot, Mazzotti e gli scultori Boudard e Cousinet, in Parma nell’Arte I 1982, 127-128; F.Mazzocca, Disegni neoclassici da petitot a Bossi, catalogo, Milano, 1983; F.Barocelli, Il teatrino privato di Ennemond-Alexandre Petitot, in Aurea Parma II 1987; P.Bédarida, Petitot disegnatore di vasi.Schede, in Feste Fontane Festoni a Parma nel Settecento.Progetti e decorazioni disegni e incisioni dell’architetto E.A. Petitot (1727-1801), catalogo della mostra, Roma-parma, 1989; A.Cabassi-M.Dall’Acqua, Ennemond Alexandre Petitot.La pratique de la bâtisse, Parma, 1989; G.Cirillo-G.Godi, Tecnica e stile nella grafica di Petitot, Apparati di circostanza, Schede, in Feste Fontane Festoni a Parma nel Settecento, catalogo della mostra, Roma-parma, 1989; R.Tassi, Mascarade.Le opere e i sogni di petitot, in FMR 71 1989; A.M.Amonaci, Parma, petitot, gli stucchi della Villa del Poggio Imperiale a Firenze e l’Empirismo inglese, in Archivio Storico per le Province Parmensi, quarta serie, XLV 1993; G.Capelli, I traslochi del Gruppo del Sileno, in Gazzetta di Parma 17 dicembre 1996; Petitot, un artista del Settecento europeo a Parma, Parma, Cassa di risparmio, 1997; Arte incisione a Parma, 1969, 41; E. Monti, L’art du XVIII siècle français à Parme e à Colorno, in Revue de l’art ancien et moderne 1926 Hautecœur, IV, 1952, ind.; Dizionario architettura e urbanistica, IV, 1969, 425-426; Disegni antichi, 1988, 43; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 5 giugno 1989; Enciclopedia di Parma, 1998, 528-529.

PETITOT ENNEMONDO ALESSANDRO, vedi PETITOT ENNEMOND-ALEXANDRE

PETITOT de MONT LOUIS ENNEMOND-ALEXANDRE
Lione 1760-Marore o Parma 20 marzo 1825
Ben presto raggiunse a Parma l’omonimo zio architetto, presso il quale rimase tutta la via. Di lui rimane un bellissimo ritratto, che lo mostra in veste di cacciatore, di proprietà dell’accademia di Belle Arti di Parma. Ricoprì diverse cariche: venne nominato Cavaliere onorario nella Cour des monnoies e Membro del Corpo legislativo (Biblioteca Palatina ms. parmensi n. 550, 127), venne iscritto tra i messieurs della Società di Maternità di Parma e piacenza fondata nel 1812 dall’Imperatrice (giornale del Taro 28 agosto 1813), fece parte dei Cavalieri dell’Ordine Costantiniano di San giorgio dall’11 dicembre del 1821 e rivestì infine la carica di Podestà di Marore. Dalle nozze con Ippolita Zoccoli ebbe un figlio, Telesforo.

FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 1 1982, 127-128.

PETITOT de MONT LOUIS ENNEMONDO ALESSANDRO, vedi PETITOT de MONT LOUIS ENENMOND-ALEXANDRE

PETREI FRANCESCO
Parma 1644
Fu dottore di teologia e primicerio della Cattedrale di Parma. Scrisse una lunghissima rappresentazione spirituale in cinque atti, La Natività di Cristo, edita nel 1644 (Parma, Mario Vigna) dedicata al priore e ai presidenti della Congregazione della Madonna della Steccata, che fu forse recitata in Seminario al pari di quelle del Prati. In essa non sono osservate le unità di tempo e di luogo, ma il Petrei nella prefazione invoca per questo l’autorità di Lope de Vega. Del Petrei si trovano pure componimenti sparsi in diversi libri.

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 243; E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 126-127.

PETRINI ANTONIO, vedi PATRINI ANTONIO

PETRINI ANTONIO GIULIO CESARE
Parma 16 giugno 1757-post 1811
Figlio di Giovanni Michele e Maria Stella Pellegrini.Fu argentiere di buon valore.

FONTI E BIBL.: Argenti e argentieri, 1997, 30-32.

PETRINI GIOVANNI, vedi PATRINI GIOVANNI

PETRINI GIUSEPPE, vedi PATRINI GIUSEPPE

PETRINI LUIGI
Montechiarugolo 1831
Segretario Distrettuale, durante i moti del 1831 fu il propagatore della rivolta in montechiarugolo. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato ma senza requisitoria. Fu poi nominato Controllore delle contribuzioni dirette.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 197.

PETRINO JACOPO
Parma 1589
Compositore musicale conosciuto unicamente per una raccolta di pezzi a varie voci intitolata Jubilo di S. Bernardo con alcune canzonette spirituali a 3 e 4 voci (Parma, 1589).

FONTI E BIBL.: P.Bettoli, Fasti musicali, 1875, 124-125.

PETROBONO ALESSIO
Pellegrino 1510
Fu Commissario e Podestà di Pellegrino nel 1510. Rogò investiture per la famiglia fogliani.

FONTI E BIBL.: A.Micheli, Giusdicenti, 1925, 7.

PETROGALLI PIETRO
Parma 1811
Disegnatore attivo nell’anno 1811.

FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 85.

PETROLINI ITALO
Montechiarugolo 1911-Parma 14 settembre 1983
Alla morte prematura del padre, il peso della famiglia gravò sul fratello geometra. Quando questi per lavoro si trasferì sul lago d’Iseo, a Sarnico, il Petrolini dovette seguirlo. Intanto maturò la decisione di abbandonare gli studi di legge e passare alla facoltà di lettere dell’università di Bologna. Il cammino per arrivare a laurearsi (in lingua francese) fu lungo, ma il Lugli , che lo apprezzava, lo attese a lungo per la tesi di laurea su Moreas. Cominciò a scrivere abbastanza giovane, subito dopo il Liceo, sui fogli locali ma anche su qualche rivista letteraria nazionale come Circoli, diretta dal poeta Grande e da Barile, alla quale collaborarono scrittori (critici o poeti) già di qualche nome o affermati. Il Petrolini vi pubblicò poesie di una sensibilità acuta e sottile, senza scadere nella ripetizione monotona di situazioni scontate e di imitazioni letterarie abusate: uno stile che lo collocò di diritto nella linea che fu detta padana, quella di Bertolucci e Sereni (più vicina all’esperienza essenziale ed esistenziale di Montale o di Sbarbaro che non a quella dell’ermetismo fiorentino). Le prose, forse più frequenti (con la poesia smise abbastanza presto), sembrano rientrare in quella che allora si chiamò la prosa d’arte, ma vanno ben al di là di un esercizio letterario: anche qui è un gusto preciso e concreto della parola, insieme alla freschezza e immediatezza della sensazione e della memoria (quel mondo che il Petrolini ritrova nel Virgilio delle Georgiche o in Esiodo). Anche se più saltuariamente, non mancò di fissare in brevi saggi o recensioni, gli interessi che continuarono a legarlo alla cultura e alla ricerca in una prosa quieta, corposa, incisiva e mai superflua. La sua attività didattica, svolta con rigore in un lungo arco di tempo, documenta il grande impegno professionale che lo vide sempre protagonista nelle aule del Collegio Maria Luigia (dal 1940 al 1982 insegnò lettere latine e greche), dove per qualche tempo ebbe come colleghi docenti di profonda dottrina, da Squarcia a Bertolucci e Di Stefano, da Ciofani a Pernigotti, e alla facoltà di Magistero dell’Università di Parma dove, docente in collaborazione coll’Andreotti, insegnò lineamenti della civiltà greca. Fu un umanista sensibile, finissimo nella lettura dei classici, amante della filologia, studioso dei dialetti locali (portava sempre con sé un libretto in cui annotava parole e frasi sulle quali poi indagava minutamente), buon conoscitore di lingue moderne, interessato alla letteratura contemporanea. Solitario, sempre schivo di pubblicità, amò defilarsi dalla folla per una innata modestia che caratterizzò un personale costume di vita. Del tutto estraneo alle associazioni e lontano da ogni forma di esibizionismo, il Petrolini visse coltivando con amore e in silenzio gli studi severi del latino e del greco, che, da illuminato maestro, trasmise a generazioni di studenti della sua città. Poche, per non dire limitatissime, furono anche le sue amicizie. Del suo non comune talento letterario rimane traccia in numerosi scritti (prose apparse qua e là e un libro su Zerbini ne forniscono la prova evidente) e nelle pagine della Gazzetta di Parma, dove il Petrolini si mascherò sotto lo pseudonimo di Il Quadrello. Notevoli benemerenze di carattere culturale il Petrolini si acquistò pure nei riguardi della città di Parma, sia collaborando all’allestimento del Museo Lombardi e preparando il relativo catalogo sia facendo parte della commissione teatrale del Teatro Regio.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 settembre 1983, 6; Aurea Parma 2/3 1984, 86-88; Al Pont ad Mez 2 1984, 45.

PETROLINI LEOPOLDO
-Parma 5 aprile 1892
Prese parte ai moti rivoluzionari del 1854. Arrestato, dal tribunale borbonico fu condannato a morte. Graziato all’ultimo momento, fu rinchiuso poi per parecchi anni nelle segrete del carcere di Mantova.

FONTI E BIBL.: G. Annigoni, in Corriere di Parma 10 aprile 1892, n. 99; Gazzetta di Parma 9 aprile 1892, n. 98; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 416.

PETROLINI SILVIO
Traversetolo 1893-Basso Piave 5 luglio 1918
Figlio di Ildebrando. Sottotenente di fanteria del Reggimento Marina, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Audacemente e con supremo sprezzo del pericolo, sotto l’intenso fuoco nemico raggiungeva, alla testa dei suoi mitraglieri, l’argine del fiume, riuscendo pienamente nell’intento di proteggere le truppe operanti. Colpito a morte, incitava ancora i dipendenti alla lotta, per la completa vittoria.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1920, 662; Decorati al valore, 1964, 126.

PETROLINI WALDO
Parma 13 febbraio 1906-Parma 18 gennaio 1986
Figlio di Giovanni. Si diplomò in viola nel 1929 presso il Conservatorio di musica Arrigo Boito di Parma. Suo insegnante fu Giuseppe alessandri. Subito il Petrolini si fece notare nell’orchestra del Conservatorio, della quale fece parte come prima viola, per la sua tecnica e la particolare interpretazione del pezzo musicale. L’orchestra di studenti del Conservatorio di Parma si esibì in vari teatri italiani e in quell’orchestra la presenza del Petrolini diventò presto indispensabile. Il padre, che viveva in America, disse al celebre direttore d’orchestra Arturo Toscanini che suo figlio era una valente viola. Toscanini, venuto per un concerto in Italia, volle ascoltare il Petrolini e rimase stupefatto. Volle poi sempre nei suoi concerti il Petrolini perché è la migliore viola che io abbia sottomano. Il Petrolini non mancò mai di essere presente nell’orchestra del Teatro Regio di Parma ma fu anche continuamente richiesto dalle orchestre di Zara, Como, Genova, Macerata, Trieste, Roma, Firenze, Piacenza, Milano, Bologna, Torino, Cremona e Sanremo. Fu anche all’estero: a Budapest, in Austria, in Jugoslavia e in Svizzera. La Radio italiana con sede a Torino (Eiar) lo scritturò per dieci anni. Fece parte del quartetto d’archi che si esibì al Teatro Regio di Parma e al Conservatorio Boito e fu un componente, nel 1935, del quintetto dell’orchestra di Bologna. Tra i suoi numerosi direttori d’orchestra, oltre a Toscanini, sono da ricordare Marinucci, Ligabue, Capuana e Majoli, che rilasciarono al Petrolini ottimi attestati. Ma anche tenori, soprani, bassi e baritoni, ammirati dalla sua arte, gli donarono foto con affettuose dediche. Renata Tebaldi ebbe parole di lode per il Petrolini. Tra le sue ultime prestazioni, nel luglio 1976 il Petrolini fece parte di un concerto verdiano a Busseto, ove cantarono Katia Ricciarelli e Luciano Pavarotti. Venne inciso un disco che riporta i nomi dei migliori strumentisti, tra i quali il Petrolini. Fu commissario d’esami al Conservatorio di Parma e in altre città. Negli ultimi anni di vita fu insegnante di teoria musicale (solfeggio) nella banda di Montechiarugolo.

FONTI E BIBL.: G. Milan, in Gazzetta di Parma 19 gennaio 1986, 5.

PETRONIA QUARTA
Collecchio I secolo d.C.
Figlia di Caius Petronius. Libera, dedicò un’epigrafe al fratello T. Petronius Rufus, proveniente da Collecchio, databile, per i caratteri paleografici e la classica essenzialità del testo, al I secolo d.C.. I Petronii, diffusissimi in Occidente, e frequenti anche in Cispadana, sono documentati a Parma anche in un’altra epigrafe di un personaggio di condizione libera e di particolare rilievo nella vita municipale cittadina, come si deduce dal cursus honorum riportato sul cippo a lui dedicato, L. Petronius Pol. Sabinus. Il cognomen Quarta è diffusissimo soprattutto al femminile in ogni luogo e specialmente nelle provincie celtiche e in Cisalpina.

FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 145.

PETRONIUS CAIUS
Collecchio I secolo d.C.
Fu padre di Petronia Quarta e di T. Petronius Rufus, ricordati in epigrafe del I secolo d.C. proveniente da Collecchio.

FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 145.

PETRONIUS TITUS RUFUS
Collecchio I secolo d.C.
Libero, dedicatario di un’epigrafe postagli dalla sorella Petronia Quarta, proveniente da Collecchio e conservata nel Museo archeologico Nazionale di Parma. I Petronii furono diffusissimi in Occidente e frequenti anche in cispadana. Rufus è cognomen assai comune, diffuso dappertutto e in special modo in Italia e nelle Spagne, ben documentato in tutta la Cisalpina.

FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 146.

PETRONIUS LUCIUS SABINUS
Parma 1 secolo d.C.
Figlio di Lucio. Libero, fu cittadino romano iscritto alla tribù Pollia, appartenente alla gens Petronia, diffusissima nelle regioni occidentali dell’impero, frequente anche in Aemilia, a Parma documentata per altri due personaggi, pure liberi. Il cognomen, diffusissimo e già documentato altre volte a Parma e nella zona, potrebbe indicare l’origine, anche remota, dal Centro Italia. Il Petronius presenta una completa carriera politica nell’ambito cittadino: fu infatti sexvir, dec(urio), q(uaestor), duovir, pontif(ex). Quindi senza dubbio fu personaggio di grande rilievo nella vita di Parma romana, non privo, si può credibilmente supporre, di un certo reddito personale. La sua presenza nella città è documentata da un cippo marmoreo, poi trasformato in sarcofago cristiano, attribuibile, per caratteri paleografici e contenutistici, al I secolo d.C.. Il cippo fu fatto eseguire dallo stesso Petronius per ordine testamentario e posto su di un sepolcro di notevoli dimensioni.

FONTI E BIBL.: L.Grazzi, Parma romana, 1972, 142; M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 147.

PETROPOLI GUIDO
Parma 4 agosto 1913-Kassam-Torquarié Agher 21 giugno 1938
Iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Bologna (che gli conferì nel 1939 la laurea ad honorem), fu ammesso all’accademia Militare di Modena il 16 ottobre 1933 e nominato sottotenente di fanteria due anni dopo. Ultimato il corso di applicazione a Parma, venne assegnato al 35° fanteria e dopo pochi mesi (febbraio 1937), trasferito al R.C.T.C. dell’Eritrea, partì per l’Africa orientale. Assegnato al III Battaglione coloniale Galliano, partecipò alle operazioni di polizia coloniale distinguendosi in particolar modo nel ciclo operativo dal 1° al 5 dicembre 1937 con la colonna del generale Mischi e in quello dal 1° al 21 giugno del 1938. Dopo una prima medaglia d’argento al valor militare (Cabì, Medà, Kassam, dicembre 1937), fu decorato di medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: comandante di compagnia fucilieri seppe trasfondere nei propri ascari il suo ardire e il suo incomparabile entusiasmo, guidandoli con pieno successo in numerosi scontri e combattimenti di un lungo ciclo di operazioni di polizia coloniale. Fu sempre esempio di valore in ogni circostanza e con il suo coraggioso contegno destò l’ammirazione dei propri dipendenti. Pur essendo sofferente, si offriva volontario per un delicato incarico e, conscio del grave pericolo al quale si esponeva per le soverchianti forze avversarie, riusciva a prendere contatto con esse, a debellarle e ad inseguirle. Mentre impavido, con l’esempio e con la parola, animava i suoi uomini cadeva colpito a morte. Già distintosi in precedenti combattimenti.

FONTI E BIBL.: Medaglie d’Oro d’Africa, 1961, 121-122; G. Carolei, Medaglie d’Oro, 1965, I, 309-310.

PETROSINO DOMENICO GIUSEPPE
Parma 1824-post 1864
Già ufficiale borbonico, prese parte nel 1848 alla difesa di Venezia e nel 1860 ottenne il grado di Maggiore di fanteria. Nel 1864 fu posto sotto sorveglianza perché fervente repubblicano.

FONTI E BIBL.: P.D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 177.

PETRUCCI FRANCO
Langhirano 1932-Parma 18 maggio 1997
Dopo il completamento degli studi superiori a Parma, si iscrisse al corso di laurea in Scienze geologiche, laureandosi nel 1959 discutendo la tesi con Sergio Venzo, di cui divenne ben presto allievo prediletto, che volle avviare il petrucci alla Geologia del Quaternario, settore di ricerca in cui il Venzo eccelleva in campo mondiale. Così, dapprima assistente volontario quindi assistente straordinario, il Petrucci nel 1967 vinse il concorso per assistente ordinario nella cattedra di Geologia dell’Università di Parma. Nel 1970 conseguì l’abilitazione alla libera docenza, confermata nel 1976. Nel 1980 vinse il concorso a professore straordinario di Geologia del Quaternario, ottenendo la nomina a ordinario nel 1983. Lunga e impegnata fu l’attività didattica del Petrucci, che tenne nella facoltà di Parma numerosi corsi a partire dall’anno accademico 1968/1969: rilevamento geologico, geografia, geografia fisica e infine geologia del quaternario, di cui fu titolare. Fu inoltre presidente del consiglio di corso di laurea in Scienze geologiche. Il Petrucci sviluppò la sua articolata e intensa attività di ricerca, testimoniata da oltre novanta pubblicazioni su riviste nazionali e internazionali, accompagnata da una impegnata e qualificata attività di terreno, contribuendo tra l’altro al rilevamento di vaste aree dei fogli geologici alla scala 1:100.000 di Parma, Fiorenzuola d’Arda, Reggio nell’Emilia, Piacenza, Vercelli, Torino, Carmagnola e Cremona. La sua esperienza di geologo rilevatore fu determinante anche per la Carta geologica della Provincia di Parma e zone limitrofe pubblicata in occasione della 63a adunanza della Società Geologica Italiana (Parma-Garda, ottobre 1965). Nell’ambito più specifico della sua disciplina, l’attività di campagna fu congiunta alla pubblicazione di lavori, divenuti classici, sugli anfiteatri morenici delle Prealpi e sul Quaternario continentale dell’Appennino e della Pianura Padana. Su tale impostazione fondamentale di rilevamento e di profonda conoscenza della Geologia del Quaternario, della Geomorfologia e della Pedologia, il Petrucci si dedicò, soprattutto a partire dalla fine degli anni settanta, a studi sempre più indirizzati alle applicazioni che le sue conoscenze avrebbero potuto portare alla ricerca e allo sfruttamento razionale delle acque sotterranee, al problema dell’inquinamento e ai problemi di instabilità dei versanti. In tale veste divenne ben presto apprezzato consulente di amministrazioni pubbliche e di enti privati, non solo di Parma e della sua Provincia. Non esercitò mai la libera professione ma volle che tutte le convenzioni con gli Enti venissero stipulate con l’Università, assumendone in prima persona la responsabilità scientifica, con ricadute non solo di immagine e di formazione di giovani sul campo, ma anche economiche per l’Istituto di Geologia e per il potenziamento delle sue attrezzature.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 maggio 1997, 8 e 8 luglio 1997, 11.

PETTENARIO ALBERTO
Parma 1177/1179
Figlio di Marsilio, agiato cittadino abitante nel Borgo di Capo di Ponte in Parma e uno tra i consiglieri dei Consoli di Parma. Sebbene sicuramente di indole più empirica del suo illustre contemporaneo Giovanni Pallavicino, viene segnalato come apprezzato teorico nel campo del disegno tecnico: quantunque l’ingegneria fosse ancora bambina non andava disgiunta dall’arte del disegno, e lui è ricordato tra i più autorevoli professori della materia. Fu quello il momento più fortunato della creatività tecnologica medievale, che offrì risultati talora sorprendenti, soprattutto nel campo della meccanica e dell’idraulica. Per quest’ultima in particolare si fu in grado di sfruttare con immediatezza le possibilità offerte dalla ripresa conosciuta in quel tempo dagli studi in materia di geometria e disegno, a cui Parma riuscì certamente a non rimanere estranea. Il Pettenario ebbe, dopo che l’inondazione del 1177 aveva colmato le fosse dell’Oltretorrente, l’incarico di studiare il riassetto idraulico di quel quartiere di Parma. Lo dotò di un nuovo giro di fosse e di un nuovo canale in sostituzione del precedente che proveniva dal Baganza. Questo nuovo cavo traeva acqua dal Cinghio e, per arrivare al quartiere in Co’ di Ponte, doveva attraversare in quota, per mezzo di una nave di dimensioni ragguardevoli, il corso stesso del Baganza. Opera quest’ultima che dovette richiedere una notevole padronanza, da parte del Pettenario, delle più aggiornate potenzialità tecnologiche, e che certamente ebbe una notevole risonanza, tanto che in seguito il sito venne sempre definito con l’appellativo di Navetta. Il Pettenario donò al Capitolo della Cattedrale di Parma un caseggiato nella villa del Grugno, sul torrente Taro, affinché venisse costruita la chiesa parrocchiale, intitolandola ai Santi Gervaso e Protaso, suoi particolari patroni. Perché fosse convenientemente dotata, offrì un vigna di due bifolche e tutte le decime delle tante terre che possedeva nella villa del Grugno.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, II, 271-272, 388 e 391; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 61; P. Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985, 37.

PETTENARIO ALFONSO, vedi PETTENA-RIO ALBERTO

PETTENATI ALFREDO
Noceto 1873-Salsomaggiore Terme 7 marzo 1956
Abitò per molti decenni a Varano Marchesi svolgendovi l’attività di geometra. Fu eletto Sindaco di Medesano (il Pettenati fu il primo sindaco socialista del Comune) il 26 giugno 1910 su proposta dell’avvocato Antonio Grossardi. In quella seduta ottenne 17 voti a favore e una scheda bianca su 18 consiglieri presenti e votanti. Un’unanimità che poi lo rielesse di nuovo alla massima carica cittadina il 19 luglio 1914. Fu costretto a dimettersi il 30 giugno 1921 di fronte a un ordine del giorno di sfiducia presentato al sindaco e alla maggioranza dalla minoranza capeggiata da Ulisse Cenci. Quest’ultimo fu poi per un breve periodo podestà del Comune di Medesano. Dopo le dimissioni del Pettenati e dell’intera maggioranza, fu inviato a Medesano il commissario prefettizio e iniziò l’era dei podestà. Durante la permanenza del Pettenati in municipio furono costruite diverse e importanti strade comunali sulle colline (Varano marchesi, Miano e Santa Lucia), vari servizi pubblici e dato slancio al termalismo a Sant’Andrea bagni. A Varano Marchesi il Pettenati aprì una cassa rurale aiutando le famiglie locali, spesso senza avere il ritorno dei fondi elargiti. Il pettenati trascorse gli ultimi anni della sua vita a Salsomaggiore.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 dicembre 1992, 21; Gazzetta di Parma 1 maggio 1997, 26.

PETTENATI FRANCESCO GIOVANNI BATTISTA
Borgo Taro 11 luglio 1790-post 1848
Entrato come soldato nel 3° Reggimento leggero del Regno d’Italia nel 1808 e fatta la campagna d’Istria dal 1809, fu come sottotenente (poi Tenente) nel 1813 e 1814 all’armata d’osservazione in Italia. Prese parte ancora alla campagna di Francia del 1815 come Tenente nel Reggimento Maria Luigia. ammonito nel 1823 come carbonaro e compromessosi per la sua partecipazione ai moti rivoluzionari del 1831, fu cancellato dai ruoli per effetto del sovrano decreto 14 marzo di quell’anno, fu confinato a Borgo Taro e perdette anche il grado di Capitano tenente e il diritto di portare l’uniforme. I gradi gli furono ridati, col diritto alla pensione, soltanto nel 1834. Avendo tuttavia mantenuto vivo il sentimento nazionale, accettò il 6 aprile 1848 dalla Suprema Reggenza dello Stato di Parma la nomina a Colonnello comandante generale delle truppe.

FONTI E BIBL.: E. Loevison, Gli Ufficiali Napoleonici Parmensi, Parma, Tipografia Parmense, 1930, 30; C. Di Palma, Parma durante gli avvenimenti del 1848-1849, in Bollettino Ufficio Storico Comando Stato Maggiore, Roma aprile 1930, 13; E. Casa, I Carbonari parmigiani e guastallesi cospiratori nel 1821, Parma, 1904; A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XXII-XXIII; E. Loevison, in Dizionario Risorgimento, 3, 1933, 865; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 198; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 377-378.

PETTENATI GIOVANNI BATTISTA, vedi PETTENATI FRANCESCO GIOVANNI BATTISTA

PETTENATI STEFANO
Parma 1831
Rigattiere, ebbe parte attiva nei moti del 1831 in Parma come disarmatore della truppa. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato ma senza requisitoria.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 196.

PETTORELLI ANDREA
Busseto 24 aprile 1779-Busseto 29 luglio 1862
Studiò filosofia all’Università di Parma. Sorta in lui la vocazione al sacerdozio, intraprese la carriera ecclesiastica. Prima di essere destinato a reggere la collegiata di San Bartolomeo in Busseto, fu canonico a Castell’Arquato e a Monticelli d’Ongina. A Busseto insegnò anche lettere nelle pubbliche scuole e fece parte delle accademie Emonia (con lo pseudonimo di Olmero Idnuride) e di lettere greche. Letterato di valore, tradusse Orazio con eleganza in vari metri, compose un buon numero di poesie, scrisse una commedia, L’olmo di Colle Ombroso, e i drammi Le veglie di Assuero e Il sogno di Nabucco. Dedicò alla duchessa Maria Luigia d’Austria un componimento poetico, L’omaggio dei fiori. Il Pettorelli fu tra coloro che si accapigliarono nella polemica sorta all’indomani della morte di Provesi per la successione dell’organista e maestro di Cappella in San Bartolomeo: parteggianti per Verdi o contro Verdi, col prevosto Ballarini o col filarmonico Barezzi, codini o coccardini. Il pettorelli fu tra i codini, ma mellifluo com’era (l’aggettivo è dell’Abbiati) non dovette completamente e apertamente inimicarsi Verdi, se di lì a poco ne benedisse le nozze con Margherita Barezzi (5 maggio 1836) nella chiesa della santissima Trinità, e se più tardi compose anche un sonetto panegirico in suo onore. La contesa paesana lo ebbe non solo quale attore ma anche quale testimonio e cronista singolare: di lui resta, in nove canti di ben 650 sestine, un poema allegorico, l’Accademia degli uccelli, che, con partigiana acredine, presenta sotto le spoglie di un pappagallo, di un merlo, di una gazza, di un cucù, di un’oca e così via, i protagonisti dell’incruenta guerra che divise i filarmonici dai pretini. Verdi, come pappagallo, è più volte bistrattato dalla lingua pungente del Pettorelli. Enrico Carrara prima e Franco Abbiati poi dedicarono all’Accademia degli uccelli pagine definitive.

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 304; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 352; Biblioteca 70, 1, 1970, 63-64.

PETTORELLI ANTONIO
Parma XVI/XVII secolo
Laureato in legge, fu considerato dai contemporanei il più eccellente avvocato, e fu spesso adoperato negli affari pubblici della città di Parma, divenendo molto ricco. Visse tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII. Morì in età avanzata.

FONTI E BIBL.: R.Pico, Appendice, 1642, 50; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 304.

PETTORELLI GIOVANNI
Busseto 1840-Busseto 1922
Di nobile famiglia, il Pettorelli svolse la propria attività a Piacenza distinguendosi nei settori culturale e assistenziale. Fu per alcuni anni medico presso l’Ospedale Civile e collaborò al periodico Guglielmo da Saliceto con numerosi saggi, alcuni dei quali davvero originali. Fu inoltre autore di una biografia di Jacopo Morigi (Piacenza, 1875). Il Pettorelli diede però il suo più grande contributo impegnandosi per la costruzione dell’ospizio marino piacentino a Fano. Al Pettorelli fu conferita inoltre la carica di Presidente del comitato piacentino degli ospizi marini per i fanciulli poveri scrofolosi.

FONTI E BIBL.: Necrologio, in Libertà 20 luglio 1922 e in Bollettino Storico Piacentino 1922, 144; P.Marchettini, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 210.

PETTORELLI GIUSEPPE MARIA
Busseto 1637-Oweri 27 luglio 1693
Frate cappuccino, compì a Piacenza la vestizione (17 maggio 1657) e la professione di fede (17 maggio 1658). Il Pettorelli fu il primo missionario cappuccino parmigiano: andò nel Congo nel 1666 col modenese Bonaventura da Salto. Svolse il suo apostolato a massangano, a Loanda e a Sogno, ove organizzò il servizio religioso, estendendo le sue cure a ogni ceto e conquistando tra i suoi fedeli tutta la famiglia del governatore. In soli tre anni battezzò circa sedicimila persone. Tornato in Italia nel 1676, nel settembre 1681 ritornò nella sua missione in qualità di vice prefetto. intelligente, colto e zelante, da giancrisostomo da Genova, prefetto della missione d’Angola, il Pettorelli fu giudicato il miglior soggetto della missione. Nel 1686 venne destinato vice prefetto a San Tomè e poi inviato a fondare una missione sulla costa del Benin.

FONTI E BIBL.: Cappuccini a Parma, 1961, 25; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 436.

PETTORELLI PIETRO
Busseto 1505-Parma dicembre 1566
Figlio di Giacomo. Compì gli studi a Parma, dove conseguì il 29 aprile 1527 la laurea in ambo le leggi. Ben presto si dimostrò tra i migliori avvocati di quel foro. Per le doti di ingegno, di prudenza e discrezione, ottenne anche importanti cariche pubbliche. Ricordato dal famoso giureconsulto menocchio nel suo Consiglio 495, Fu Pretore di trento negli anni 1523, 1527 e 1539, sotto Bernardo Clesio e Cristoforo Madruccio, vescovi e principi della Città.Pare che anche nel 1538 sia stato in carica, giacché in un documento trentino di tale anno è chiamato Lo magnifico Podestà. Nell’anno 1541 fu dal madruccio delegato a pronunciare in appallo la sentenza del 15 giugno in una causa tra la comunità di Lomaso e quella di Bleggio superiore, concernente il monte di Cogorna, nella quale egli si enuncia P.Pattorellus Parm. J.U.D. Rever.mi D.D. Christophori Episcopi e Principis Tridentini Illustrissimi Cancellarius et Commissarius. Fu Avogadro in Parma nel 1534 e Delegato nel 1548, nel 1537 fu nominato Uditore generale del conte di Santa Fiora, nel 1541 e 1542 Cancelliere e Segretario del principe e vescovo di Trento cardinale Cristoforo Madruccio, quindi, nel 1562, referendario della Comunità parmense e infine vicario e luogotenente del podestà di Piacenza Francesco Strimeri. Al Pettorelli, Vespasiano Gonzaga, duca di Sabbioneta, affidò nel 1563 l’incarico di patrocinare i suoi diritti nella causa intercorsa tra quel principe e i cugini. Del suo paese natale, fu benefattore insigne: provvide tra l’altro a ricostruire a proprie spese la chiesa delle monache di Santa Chiara, che minacciava rovina. Lasciò Allegazioni e Annotazioni allo Statuto Pallavicino. Il Sacca lo chiama legum oraculum.

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 304; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 352-353.

PETTORELLI PIETRO
Busseto-1621
Figlio di Antonio. Fece fabbricare il Collegio dei Gesuiti di Busseto, come racconta il cordara nell’Historia Soc. Jesu (parte sesta, carta 20, n. 29, sotto l’anno 1616), e riedificare la chiesa di Santa Chiara nel 1611.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 512.

PETTORELLI LALATTA FRANCESCO
Parma 12 febbraio 1712-Parma 2 maggio 1788
Nacque da Angelo, conte, e da Caterina Del Monte. Coltivò le lettere, le scienze teologiche, la giurisprudenza e la storia sacra e profana. Il conte Antonio Cerati in una lettera dice che il Pettorelli Lalatta fu uomo di qualche erudizione, che giovane tenne in sua casa un’Accademia di Storia Ecclesiastica, che scriveva in prosa lodevolmente, e che molti assicurano avere esso abbruciata una Storia Ecclesiastica manoscritta da lui composta. Fu insignito della laurea in teologia, e ascritto al collegio dei teologi di Parma il 12 marzo 1735. Fu ordinato sacerdote nel 1735. Divenuto Canonico della Cattedrale di Parma, nello stesso anno ne fu Arcidiacono, e fu fatto poi Vicario generale capitolare. Fu eletto da papa Clemente XIII Vescovo di Parma il 10 novembre 1760 e consacrato in Roma il 21 dicembre 1760. Il 23 novembre si cantò il Te Deum in Cattedrale. Poi il 25 novembre fu rilasciato un attestato al Pettorelli Lalatta, dietro sua istanza, che dice che da 20 anni era stato fatto arcidiacono dietro preghiere del Capitolo, ed ora fatto Vescovo con loro universale soddisfazione, ch’era stato capo di varie congregazioni, e per molti anni di quella de’ cavamenti, con somma lode; per otto anni presidente della congregazione dello spedal grande detto della Misericordia, ove avea mostrato singolare prudenza; che tutti gli uffizi a lui affidati dal Capitolo, e furono molti, gli avea sempre disimpegnati con somma alacrità, destrezza, attività. Andato a Roma per le occorrenze vescovili, di là prese possesso dell’episcopato per mandato il 30 dicembre e vi fece l’ingresso il 1° marzo 1761. Un poemetto di Pietro bertinelli celebrò il suo ritorno dopo la consacrazione. Nel 1769 il duca Ferdinando di borbone lo nominò suo Grande Limosiniere. Il 4 maggio 1761 i dottori collegiati stabilirono, con approvazione del Pettorelli Lalatta che si aprisse nella casa del Collegio una biblioteca che contenesse libri di diverse scienze, a pubblico vantaggio e sotto la presidenza dei tre dottori Castelli, Artusi e Pisseri, e che si erigesse nella medesima casa del Collegio l’oratorio di San Bernardo, in adempimento della volontà del loro benefattore, Pietro Maria Bosi. Il 27 marzo 1761 il Pettorelli Lalatta nominò giudici sinodali Francesco Maria Casapini, alessandro Pisani, Cesare Alberto Malpeli, Francesco Civeri, Pietro Bertoncelli, Tommaso Ortis, Tommaso Bertolotti e pierfrancesco Garsi, e nominò altresì esaminatori sinodali Cesare Malpeli e Francesco Bertolini. Fu un assiduo maestro della parola, che portò ripetutamente in tutte le parrocchie della diocesi, visitandole: gli atti di tali visite (12 febbraio 1762-1779) sono raccolti in cinque volumi nell’archivio vescovile di Parma. Il 25 agosto 1762 fu conferito dal Pettorelli Lalatta, nella chiesa dei Domenicani, al principe Ferdinando di Borbone l’Ordine dello Spirito Santo di Sua Maestà Cristianissima. Il 7 settembre 1763 il Pettorelli Lalatta approvò l’ordinazione fatta dal Capitolo che i guardacoro della Cattedrale, prima della loro ammissione, dovessero apprendere il canto fermo. Sempre nell’anno 1763, mediante permesso pontificio, il Pettorelli Lalatta fece la permuta dei due Mezzani col castello di Felino, vigna, maglio da rame, molino e due possessioni nella Badia di Fontevivo, cedutegli dalla Camera Ducale. Il 22 dicembre 1768 fece la riconciliazione della chiesa parrocchiale di Maria Maddalena, rimasta polluta per un suicidio ivi commesso, e il 25 aprile 1769 benedisse solennemente il bajone coi nomi della Beata Vergine, dei Santi Pietro e Paolo, e di Santa Eurosia Vergine e martire. Il 22 novembre 1770 nacque la principessa Carlotta Maria, figlia del duca ferdinando di Borbone. Fu battezzata il 23 dal pettorelli Lalatta nel Reale palazzo magnificamente addobbato, presente la Corte e la nobiltà. Il padrino fu il marchese Revilia, ministro di Spagna a nome del Re, e la madrina la marchesa Anna Malaspina, a nome della regina di Ungheria. Il 5 luglio 1773 nacque l’infante Lodovico di Borbone, principe ereditario e il 18 aprile 1774 il Pettorelli Lalatta fece nel Reale palazzo la cerimonia battesimale. Il 28 novembre 1774 nacque la principessa Maria Antonia, figlia del duca Ferdinando: la neonata fu immediatamente battezzata dal Pettorelli Lalatta. Il 6 aprile 1777 il canonico teologo Giovanni Biondi avrebbe dovuto dare inizio in Cattedrale alle lezioni scritturali per ordine del Petorelli Lalatta ma i canonici si opposero alla novità. Il 28 aprile 1779 si fece in Cattedrale, su iniziativa dell’Anzianato, un triduo coll’esposizione del legno della Santa Croce e coll’adorazione del clero secolare e regolare per ottenere la grazia della pioggia. Si fece la processione per borgo San Nicolò, Santa Cristina, la piazza e ritorno alla cattedrale. Il Pettorelli Lalatta fece una pastorale nella quale affermò che Dio era giustamente irritato contro il popolo per il gran lusso e mollezza del vivere, e per il continuo ozio e dissipamento, ed esortò a riconciliarsi con Dio con sincera confessione e pentimento. Gaspare Cerati, il Paciaudi, e Manuel de Roda, ministro della giustizia nella Spagna di Carlo III e uno dei più distinti letterati dei suoi tempi, non ebbero buoni rapporti col Pettorelli Lalatta. Il suo amore per le lettere e per le scienze è ricordato nei due poemetti a lui dedicati dal Frugoni (a f. 278 e seg. del t.° 7° delle Opere, 1779) ove si fa pure menzione di alcune prose recitate in Arcadia dal Pettorelli Lalatta e dei suoi versi. Una di quelle prose, lodata dal Zaccaria nella sua Storia Letteraria d’Italia, è contenuta nell’adunanza di Canto tenutasi dagli Arcadi della Colonia Parmense l’anno 1755 in onore della divina Vergine (nella Colonia Parmense il Pettorelli Lalatta ebbe il nome di Eumonte). Lasciò molte scritture teologiche. Giovanni Weber coniò una medaglia in suo onore. Andrea Mazza fu autore dell’iscrizione posta alla sua morte nella Cattedrale di Parma.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 317; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 378-408; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 308-309; A. Schiavi, La Diocesi di Parma, vol. II, Fresching, Parma, 1940, 242; Stanislao da Campagnola, Adeodato Turchi uomo, oratore, vscovo (1724-1803), Istituto Storico Ordine Fr. Min. Cappuccini, Roma, 1961, 239-240; Per la Val Baganza 9 1988, 174; Gazzetta di Parma 12 gennaio 1984, 9.

PEZONE CAMILLO, vedi PLAUZIO CAMILLO PEZONE

PEZZALI ANDREA
Parma 1785
Pittore attivo nell’anno 1785.

FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 93.

PEZZALI DOMENICO
Parma XVII secolo
Fu alfiere e tenente nelle truppe ducali di Parma.

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

PEZZANA ANGELO
Parma 17 febbraio 1772-San Lazzaro Parmense 20 maggio 1862
Nato da Giuseppe e Teresa Droghi. Il padre, buon verseggiatore e colto letterario, amico del Du Tillot, dopo che il ministro cadde in disgrazia, essendo fatto segno a persecuzioni, abbandonò la famiglia e la città natale. Alla madre sola toccò dunque il compito di educare il Pezzana. Piena di sollecitudine per lui, desiderosa di dargli una istruzione conveniente, vista l’indole sveglia del ragazzo, lo mandò alle scuole pubbliche, dove percorse tutti gli studi dalle elementari all’Università. Ebbe a maestri, tra gli altri, Giuseppe Maria Pagnini e Sante Del Rio, che ne apprezzarono l’ingegno e lo seguirono paternamente fino alla laurea, conseguita il 15 luglio 1794 con una tesi in Ragione civile e canonica, relatori Gaetano godi e G. Capretta. Ottenuta la laurea, si diede alla pratica forense, ma senza entusiasmo. Il disordine delle leggi borboniche, la venalità dei giudici che le applicavano, le bassezze e gli intrighi dominanti nell’avvocatura, lo disgustarono al punto che decise di lasciare la pratica del foro e di abbracciare qualunque altra occupazione che gli procurasse da vivere onestamente. Intanto la Rivoluzione francese aveva determinato novità politiche e innovazioni filosofiche nella classe colta. Per un certo tempo anche il Pezzana parteggiò per le nuove idee, conquistato dal fascino della ventata rivoluzionaria. Ma seppe imporre misura alle sue aspirazioni, preoccupandosi in primo luogo di ottenere un posto sicuro, privo com’era dell’aiuto del padre e dovendo contare unicamente sull’appoggio della madre. A trentadue anni, il 1° gennaio 1804, il Pezzana venne nominato dall’amministratore francese, Moreau de Saint-Méry, Segretario della biblioteca Palatina, indi, per la competenza e lo zelo dimostrati, fu chiamato a coprire la carica di Bibliotecario. Nominato il 25 marzo 1807 Conservatore dell’Archivio Farnesiano, declinò l’ufficio in favore dell’insigne paleografo Tommaso Gasparotti. Alieno dall’accumulare cariche, si adoperò perché ai posti di comando venissero chiamati uomini di valore: così, nella sua veste di consultore del Collegio Lalatta, propose la nomina a direttore dell’abate Giuseppe Taverna, valentissimo educatore. Il Pezzana fu anche direttore della Gazzetta di Parma dal 1811 al 1812. Sotto la sua direzione la Gazzetta di Parma, che aveva mutato nome in Giornale del Taro, cominciò a uscire due volte la settimana (mercoledì e sabato). Dopo la caduta del Governo francese, la duchessa Maria Luigia d’Austria, che apprezzò il Pezzana per i severi studi, lo nominò storiografo di Parma, professore universitario di storia (1819), e più tardi professore onorario di filologia e storia e Direttore della Biblioteca ducale. La direzione del Pezzana coincise con il periodo aureo della Biblioteca Palatina. Ne accrebbe il decoro, l’ampliò e l’arricchì di numerosi e importanti acquisti, portandola al livello delle più importanti biblioteche d’Italia e d’Oltralpe. Acquisì i nuovi fondi Librerie B. Gamba, Porta e M. Colombo, Collezione Bodoniana, Biblioteca G. B. de Rossi, considerata la più preziosa nel campo dei manoscritti orientali, la Raccolta di stampe M. ortalli, con le minori raccolte di Pietro antonio Marini e del Balestra, i manoscritti albergati e Bramieri, la suppellettile tipografico-fusoria dell’Officina G. B. Bodoni, il fondo di pergamene antiche e moderne e altre preziose scritture utilissime di storia patria, raccolte da Pietro Casapini. I nuovi ambienti creati dal Pezzana portano i nomi di Sala Dante, De Rossiana, Salone Maria Luigia, Uffici del Direttore e della Bibliografia. Ma oltre a questa intensa attività strettamente professionale e amministrativa a favore della Biblioteca, il Pezzana attese anche a lavori letterari e storici di notevole mole e importanza: le Osservazioni concernenti alla lingua italiana ed ai suoi vocabolari, che contengono gemme della lingua italiana non prima scoperte, colle quali arricchì la lessicografia nazionale, le Giunte e correzioni alle Memorie degli Scrittori e letterati parmigiani (4 voll.) e i cinque ponderosi volumi della Storia della città di Parma (1345-1500). Quest’ultima è la più copiosa raccolta di fatti storici e di tutto quanto attiene alle leggi, al costume, alla religione, alle arti, al commercio, alle vicende civili e militari della Province parmensi. Dice il Polidori nel I volume dell’appendice all’Archivio storico italiano: gli Italiani che tante ignorano delle cose lor proprie non sanno forse che un uomo assai dotto di incorrotta reputazione e di provata operosità sta conducendo in Parma una storia della sua Patria continuata da quella del Padre Affò con tante dignità, correttezza ed eleganza di stile che assai di rado è dato riscontrare negli storici municipali. Lo storico e diplomatico tedesco Alfred Von Reumont lodò la storia civile del Pezzana e la additò come modello di storia municipale perché scritta con profondità di dottrina non uguagliata che dal più scrupoloso studio della verità. Lasciò ben quarantadue opere tra edite e inedite, secondo la testimonianza di Carlo Malaspina, e ben ventiquattro volumi di lettere, scritte la più parte ai maggiori letterati suoi contemporanei. Uomo sì benemerito degli studi e degli studiosi e senza rivali, scrisse l’Ugoni, dacché più non sono Morelli e Van Praet (lettera di C. Ugoni a Pezzana, Verola Nuova, 22 maggio 1844). Ella ha tanto maggior sapere, tanta maggiore perseveranza nel lavoro, tanta benemerenza verso gli studiosi ch’io non so a chi non abbia giovato in particolare, oltre l’utilità recata a tutti colle sue pubblicazioni e tante altre doti, che lasciano a me il solo merito di venerarle (lettera di C.Ugoni al Pezzana, Brescia, 19 luglio 1844). Lo stesso Malaspina, che fu al suo fianco per vent’anni, lo ricorda modello di costante attività. Eppure, mentre il suo nome fu per cinquant’anni sulla bocca di tutti i dotti, morì sconosciuto alla più parte dei suoi concittadini. In una pubblica relazione del 1859 il Pezzana fa sapere che i 44800 volumi del 1804, quand’egli entrò in biblioteca in qualità di segretario, erano saliti a 120000. Un incremento di 75200 volumi nello spazio di cinquantacinque anni: una cifra assai rilevante per quei tempi. Assicurò inoltre alla biblioteca parmense le opere musicali che facevano parte della Libreria privata di Maria Luigia d’Austria. Si dovette al suo infaticabile interessamento se detto archivio, passato in eredità all’Arciduca Leopoldo d’Austria alla morte della Sovrana, rimase a Parma e costituì il primo nucleo della Sezione Musicale del Conservatorio. Né va dimenticato che il Pezzana fu tra i fondatori della Società storica parmense, sorta nel 1854, segnalata dalla critica italiana e straniera per la sua fervida e coraggiosa operosità e che diede vita ai monumenta historica ad provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, una fonte di notevole importanza per la storia politica e civile. quando, in virtù del decreto Farini (10 febbraio 1860), la Società storica si trasformò in Deputazione di storia patria, il Pezzana ne assunse la presidenza, che tenne fino alla morte. Il Pezzana ebbe valenti collaboratori: da Amadio Ronchini, archivista e professore di epigrafia, ad Antonio Bertani, vice bibliotecario, a Giovanni Mantelli, conservatore delle stampe, all’abate Luigi Barbieri, vice segretario della Deputazione storica. Fu cavaliere del Merito civile, gli furono affidati importanti incarichi e venne ascritto a numerose accademie italiane e straniere: fu, tra l’altro, accademico corrispondente della Crusca (31 luglio 1838). Sposò nel 1809 Maddalena Pelati. Morì a novant’anni e fu sepolto al Cimitero di Parma in un arco dell’Ordine costantiniano di San Giorgio con un’iscrizione di Amadio Ronchini, che tenne pure un discorso in suo onore. Un busto marmoreo porta un’iscrizione di Enrico Adorni.

FONTI E BIBL.: A. Ronchini, Commemorazione, in Atti e Memorie della Deputazione delle provincie Modenesi e Parmensi, serie 1a, I, Modena, 1863, CXXXI-CXXXVI; C. Malaspina, Cenni biografici del commendator Angelo Pezzana bibliotecario della Parmense, 2a edizione, Parma, 1862 (con elenco delle Opere edite e inedite; anche la 1a edizione è di Parma, 1862, e contiene l’Elenco bibliografico); S. Pellico, recensione della Lettera di Angelo Pezzana circa le cose dette dal Sig. Millin, Bologna, 1818, nel Conciliatore, riprodotta in Prose di Silvio Pellico, Firenze, Le Monnier, 1851, 483-487; Autobiografia in E. Diamilla-Müller, Biografie autografe ed inedite d’illustri italiani di questo secolo, Torino, 1853, 281 sg.; le nozze del Pezzana furono celebrate (1809) con due pubblicazioni poetiche: l’ode di V. Mistrali Al Padre, e 4 sonetti dell’avvocato L. Bottini, entrambe di edizione bodoniana (vedi De Lama, II, 188); al Pezzana è indirizzato da G. Orti, direttore del Poligrafo di Verona, un volgarizzamento di due Orazioni di Sallustio, fatto da B. Latini, comunicatogli da Fruttuoso Becchi, da un codice laurenziano (vedi Poligrafo. Giornale di scienze, lettere ed arti, tomo VI, Verona, 1837, 196-205); Ruolo degli Accademici residenti e corrispondenti, in Atti dell’accademia della Crusca, anno 1915-1917, Firenze, 1917, 144; C. Guasti, Biografie, Prato, 1895, 93 sg.; Lettere a Dionigi Strocchi, Firenze, 1868, vol. II, 254-255; G. Bustico, Lettere inedite di Angelo Pezzana a G. Brunati, in Archivio storico per le provincie Parmensi, nuova serie, X 1910, 171-191; G. Mazzoni, L’Ottocento, Milano, 1913, I, 324, II, 1354 (nota bibliografica); il Pezzana lasciò un Diario, il cui manoscritto si conserva nella raccolta Del Prato di Parma, e che A. Boselli dice notevole (vedi Aurea Parma IV 1920, 61; lo stesso possessore Del Prato se ne valse largamente nella sua opera postuma L’anno 1831 negli ex Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, Parma, 1919); lettere del Pezzana si trovano nella collezione Diederichs di Amsterdam (vedi F. Novati, in Rassegna bibliografica di Letteratura Italiana IV 1896, 19; lettere di F. Mordani a lui dirette nel 1855 sono edite in Lettere famigliari inedite di F. Mordani, 1880, 126-127; G. P. Clerici, Noterelle di Storia Parmense: I. Lo storico Angelo Pezzana, Giudice di Pace, in Archivio Storico per le Province Parmensi, nuova serie, XXII bis 1922, 129-132; A. Scafi, Voltaire, Pezzana, Pecis, in Rivista delle biblioteche XI 1900, 97-103; Valery, Voyages historiques et litteraires en Italie (anni 1826-1828), Paris, 1831, II, 195 e 218; dodici lettere a Luigi Bramieri (1810-1815) sono nella biblioteca Palatina di Parma (vedi A. Boselli, in Bollettino storico Piacentino XIX 1924, 69); G. Micheli, Pel tempietto Petrarchesco di Selvapiana. Una lettera di Angelo Pezzana ad Enrico Adorni, in Aurea Parma 6 1927, C. Guasti, Necrologia di Angelo Pezzana, in Archivio storico italiano, n.s., XV 1862 A. Boselli, Angelo Pezzana e A. Panizzi, in Archivio storico parmense 1933; C. Frati, Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecarii e bibliografi italiani, Firenze, 1933, 455-457; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova-Parma, 1877-1884, 309-311 e 524 e Appendice, I, 181; G. Natali, Pezzana, Angelo, in Enciclopedia Italiana, Roma, 1935, vol. XXVII, 81; Parenti, Bibliotecari, III, 1960, 75; Allegri, Presidenti Deputazione di Storia Patria, 1960, 35-36; G. Vecchi, Tributo di vera stima al chiar.mo bibliotecario Angelo Pezzana, Reggio, Torregiani, 1841; P. Martini, Angelo Pezzana, memoria intitolata all’Accademia Parmense di Belle Arti dal segretario di essa, Parma, Ferrari 1862; A. Ciavarella, Due date celebrative, Archivio storico per le Province Parmensi IV serie, vol. XIV 1962; Centenario della Deputazione di storia patria per le Province Parmensi, Parma, 1962; Per il centenario della morte di Angelo Pezzana, Parma, 15-16 dicembre 1962, La Nazionale editrice, 1962; A. Ciavarella, Notizie e documenti per una storia della Biblioteca Palatina di Parma, Parma, 1962; Dizionario enciclopedico Letteratura Italiana, 4, 1967, 350-351; Angelo Ciavarella, in Archivio storico per le Province Parmensi, 1972, 235-239; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 28 dicembre 1987; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 204.

PEZZANA GIUSEPPE
Parma 28 ottobre 1735-Parma giugno 1802
Nacque da Biagio, di famiglia economicamente modesta. Sin dalla giovinezza vestì l’abito clericale, che portò anche dopo il matrimonio. Coltivò le lettere e la poesia, diventando sotto la guida del Frugoni (che poi ne ironizzò i componimenti) un facile e sopportabile, benché allora lodato da molti forse più del debito, verseggiatore. La conoscenza della lingua francese, in una Parma dove risiedevano cinquemila francesi e con un governo che imponeva al Ducato la cultura transalpina, permise al Pezzana di entrare a servizio del Governo, dal quale ebbe l’incarico di diverse traduzioni: L’Orfano de la Cina del Voltaire, Nuove osservazione sopra l’albero chiamato Acazia, Memoria sopra i Pomi di terra e sopra il pane fatto di essi di Mustel. Lavorò anche con il Paciaudi nella costituenda Biblioteca Ducale. Nel 1764, apprezzandone l’operosità e la preparazione, il Du Tillot affidò al Pezzana, affiancandolo al tipografo Filippo carmignani, la redazione della Gazzetta di Parma, fedele divulgatrice delle nuove idee e della politica riformatrice. Il lavoro dovette risultare sfibrante, se il Pezzana confidò al ministro: Mi obbliga tutto l’anno, non è seguita come le altre d’Italia, non ha lasciato di turbare la mia tranquillità, eccitando manifestamente contro di me l’avversione de’ Gesuiti e di alcuni de’ loro divoti. Il giornale, tuttavia, col Pezzana migliorò la stampa, si abbellì di un’elegante testata e aumentò la tiratura. Il Pezzana fu membro dell’Arcadia di Roma, col nome di Usario Lisiade, degli Inestricati di Bologna e degli Ereini di Palermo, col nome di Pisindro Surmonteo. Uomo di fiducia del Du Tillot, quando questi perse il potere (1771), la testa del Pezzana fu tra le prime a cadere. Mentre altri, con maggior scaltrezza, mutarono bandiera per mantenere il posto, il Pezzana (redattore della Gazzetta e dal 1770 segretario dell’Accademica deputazione del concorso letterario parmense) restò talmente frastornato dalle calunnie feroci sparse sul conto dell’intera opera del grande ministro che n’ebbe la mente travolta con lunga e penosa malattia. Recuperate alquanto le forze corporee e la lucidezza della mente, nel 1772 si allontanò all’insaputa della stessa famiglia, e per qualche mese, nonostante le ricerche fatte eseguire dalla moglie, non se ne seppe nulla. finalmente il Brunk, corrispondente svizzero del Paciaudi, comunicò al teatino che il Pezzana era passato da lui a Basilea ed era diretto a Parigi. Il Governo ducale lo dichiarò allora disertore e gli tolse lo stipendio, lasciando così nella miseria la moglie e il figlio di pochi mesi. A Parigi, grazie a numerosi amici, tra cui il Du Tillot, poté entrare con facilità nel mondo editoriale e letterario della capitale culturale dell’Europa. Per alcuni librai parigini curò le edizioni della Gerusalemme liberata (1776), delle Opere varie (1776) e dell’orlando furioso (1777). Stimato precettore di lingua italiana, la insegnò alla regina Maria antonietta e a numerosi membri della Corte. Queste due attività gli procurarono abbastanza denaro da indurlo a pubblicare a proprie spese le Opere del Metastasio in 12 volumi, ma l’edizione lo indebitò fino al collo. Le difficoltà gli fecero perdere di nuovo la ragione e tentare il suicidio. Amico del Goldoni, caro al Voltaire e a molti altri letterati (Hertzberg, Rohan, metastasio, Cerretti, Roberti, Bettinelli, Landi), si trasferì in seguito a Londra (a Parigi il Pezzana aveva studiato la lingua inglese), e poi nuovamente a Parma (1783). Tradusse e pubblicò in Parma nel 1786 la Dissertazione sopra la vera ricchezza degli Stati del von hertzberg (dello stesso autore, nel 1788, approntò per la stampa la versione di altre sette dissertazioni) e nel 1787 si fece editore dei componimenti pubblicati per le nozze del conte Stefano Sanvitale. Nel 1790, assai malato, fu ricoverato in ospedale. Vi rimase per dodici anni, in completa assenza di mente. Il figlio Angelo, che poco lo aveva conosciuto, ne lasciò un affettuoso ricordo nelle Giunte alle Memorie degli scrittori e letterati parmigiani dell’Affò.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 359-365; U. Benassi, Curiosità storiche parmigiane, Parma, 1914; G. molossi, La Gazzetta di Parma dal Settecento ad oggi. Brevi note illustrative, Parma, 1925; L. Ferrari, onomasticon, Milano, 1947; Storia del giornalismo, VIII, 1980, 611; Gazzetta di Parma 5 novembre 1984, 3.

PEZZANELLI CARLO
Sissa 28 maggio 1842-Brasile ante 1931
Studiò privatamente musica con Giovanni rossi. Giovanissimo si dedicò alla carriera di maestro dei cori e di direttore d’orchestra che svolse tutta nei teatri secondari dell’America del Nord e del Sud, in Australia e nelle filippine. Compose una Sinfonia per orchestra che venne eseguita a Milano, una romanza, christus, dedicata allo scultore Jerace, e l’opera teatrale Schiava, in un atto (inedita).

FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 152.

PEZZANELLI GIOVANNI BATTISTA
Sissa 4 novembre 1875-Sissa 16 dicembre 1952
Studiò contrabbasso al Conservatorio di musica di Parma senza conseguire il diploma. Lavorò comunque nei maggiori teatri italiani. Carattere introverso, metodico e sensibile, lasciò presto l’attività orchestrale e si ritirò al paese natale, dove per tutta la vita fece l’organista della parrocchiale di Santa Maria Assunta e dedicò il suo tempo a insegnare gratuitamente musica ai giovani, che affluivano da tutto il circondario. Quando morì, lasciò parte dei suoi beni al ricovero dei vecchi. Il Comune nel 1985 lo commemorò con un concerto dell’Orchestra Emilia Romagna.

FONTI E BIBL.: G.B.P., in Gazzetta di Parma 20 dicembre 1984.

PEZZANELLI LUIGI
Sissa XVIII secolo
Incisore di caratteri da stampa, aiutò giambattista Bodoni come punzonista dopo la rottura con gli Amoretti.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 251; Giambattista Bodoni, 1990, 310.

PEZZANI ALBERTO
Roccabianca 1897-Col dell’Orso 4 luglio 1918
Figlio di Vincenzo e di Ebe Fogliati. Fu arruolato il 20 settembre 1916 nel 28° Reggimento Fanteria. Dopo pochi mesi di istruzione militare, passò al 37° fanteria in linea di combattimento. Dopo aver partecipato a numerose azioni belliche in vari settori del fronte (per le sue benemerenze militari fu promosso caporale maggiore), morì per schiacciamento in seguito al crollo di una galleria colpita in pieno da una granata nemica. Fu seppellito a Cason delle Mura.

FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 44.

PEZZANI ANDREA
Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, VIII, 240.

PEZZANI DANTE
Berceto 1892-Monti Solaroli 27 ottobre 1918
Figlio di Modesto. Caporale maggiore del 4° Alpini, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Appartenente ad una Compagnia di riserva, attraversava spontaneamente una zona battuta dal violento tiro nemico di sbarramento per portare munizioni sulla prima linea. Quivi giunto si univa ai compagni nel respingere un forte attacco avversario e combatteva con esemplare vigore, dando prova di mirabile coraggio e di alto sentimento del dovere, finché colpito in fronte cadde, incitando ancora i compagni a resistere.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1921, Dispensa 4a, 141; Decorati al valore, 1964, 24.

PEZZANI ENRICO
Parma 17 settembre 1819-Parma 19 ottobre 1879
Figlio di Carlo e di Angela Martani, fu libraio e fotografo. Il 24 agosto 1847 scrisse al podestà di Parma a volergli permettere di far imprimere nell’arco della sua bottega posta in strada Santa Lucia 43 la seguente ditta: Enrico pezzani Rigatore di carta e legatore di Libri. Nel 1851 risulta coloritore di carta tanto fiorata che stampata, per poi trasformare la propria attività in quella di commerciante di libri e stampe con negozio in strada Santa Lucia. Le prime notizie dell’attività del Pezzani in campo fotografico risalgono al 1862 allorché apparve un annuncio a stampa con il quale avvisò che nel proprio negozio trovansi vendibili un assortimento di vedute stereoscopiche, stereoscopi americani contenenti venticinque vedute, stereoscopi a cannocchiale e tascabili. Fotografie in biglietti da visita di soggetti artistici e principalmente del Correggio, e ritratti di personaggi illustri. In quel periodo il Pezzani risulta libraio, iscritto alla società di Mutuo Soccorso. Nello stesso 1863 un avviso biblografico apparso ne Il Patriota, porta l’annuncio che presso il libraio Enrico Pezzani, strada Santa Lucia, trovasi vendibile un opuscolo di sedici sonetti del prof. Astimagno in onore del padre Basilio da Neirone, predicatore nella Basilica cattedrale di Parma. Col ritratto in fotografia del Laboratorio Pezzani in Parma, Borgo degli studi 4 rimpetto alla ex chiesa di S. Elisabetta. Le Commissioni si ricevono nel laboratorio suddetto o nel negozio libraio Pezzani strada S. Lucia 57. Si colorano anche ritratti fatti da altri fotografi. È certo tuttavia che tra le foto marchiate sul retro Fotografia di Enrico Pezzani vi sono anche immagini da lui commissionate ad altri o da lui acquistate. Come per le venti fotografie de’ freschi di Correggio eseguiti nella camera di San Paolo, riproposte in quegli anni anche da Filippo Beghi e Carlo Saccani, che il Pezzani pubblicizzò in un catalogo redatto in quattro lingue. Figura poliedrica, il Pezzani vendette nel suo negozio nel 1865 Il Capriccio, foglio che esce quando gli pare e piace e che ne dice di tutte le qualità. Per ora si vende in Parma nel negozio di Enrico Pezzani in strada Santa Lucia 57, in seguito dal Tabaccajo che gli stà rimpetto. L’Ufficio del Giornale è nelle saccoccie del Direttore: però si potrà parlare al medesimo quando capiterà nel Negozio Pezzani suddetto. Le associazioni si ricevono per un sol Numero mediante il pagamento ad col ch’a s’va d’accordi. Nelle matricole conservate alla Camera di Commercio di Parma, il Pezzani risulta iscritto, per il triennio 1868-1870, come libraio e fotografo con studio in strada Santa Lucia 57. Nelle matricole del 1871 risulta, allo stesso indirizzo, solamente come libraio. Nel Registro della Popolazione 1865-1871 risulta una annotazione successiva all’impianto dello stesso dalla quale il Pezzani risulta cieco. Menomazione che potrebbe spiegare la definitiva e quasi improvvisa chiusura di uno studio con un reddito d’impresa valutato in ben 1500 lire annue.

FONTI E BIBL.: Malacoda 24 1989, 39-40; R. Rosati, Fotografi, 1990, 143.

PEZZANI GIACOMO
Parma 1572
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della steccata in Parma l’11 gennaio 1572.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 33; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21.

PEZZANI GIOVANNI
Fontanelle di Roccabianca 3 novembre 1903-Milano 21 febbraio 1981
Si diplomò geometra a Parma. Prestò servizio militare in artiglieria, entrando subito dopo in aviazione. Il temperamento vivace e una intelligenza fervida gli spianarono la strada verso una carriera prestigiosa, fino ai vertici più alti. Cominciò a specializzarsi nel settore degli idrovolanti acquisendo ben presto una preparazione e una esperienza tali che l’imposero all’attenzione dei superiori e dei tecnici. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale (1940) il Pezzani era già tra gli ufficiali più stimati dell’aviazione militare: infatti gli fu subito affidato il comando della ricognizione marittima, impegnato quotidianamente nel delicato e rischioso compito di preparare il terreno per i successivi attacchi degli aerei da caccia o da bombardamento. In oltre tre anni, con base in Africa Settentrionale, innumerevoli furono le missioni portate a compimento e le prove di coraggio fornite dal Pezzani. In una occasione, per soccorrere l’equipaggio di un velivolo abbattuto, ammarò e dovette rimanere in acqua per oltre sessanta ore, prima di poter essere soccorso. Anche gli aerosiluranti lo videro ufficiale ardito e preparato. Furono tributati al Pezzani molti riconoscimenti al valor militare, tra i quali due medaglie d’argento. concluso il conflitto, rimase nell’aeronautica ricoprendo incarichi anche presso il ministero in qualità di capo ufficio del segretariato generale dell’Aeronautica. Promosso generale di divisione, gli fu successivamente affidato il comando della Zona aerea di Milano, dalla quale dipendeva in pratica tutta l’Italia Settentrionale. In questo importante e delicato incarico, il Pezzani ebbe modo di confermare non solo le sue elevate qualità di comando, ma anche di rivelare grandi doti di organizzatore nell’interesse della collettività. Infatti si batté con tutta l’autorità del suo grado perché l’aeroporto di Linate, utilizzato esclusivamente per scopi militari, fosse trasformato in struttura civile. Sempre al Pezzani si deve la creazione del Centro sportivo dell’aeronautica a Linate. Quando si trattò, attorno agli anni sessanta, di nominare il capo di stato maggiore, nella terna dei selezionati fu incluso pure il suo nome, anche se poi non venne prescelto perché non aveva frequentato nessuna accademia. Prima di andare in pensione fu nominato generale di squadra aerea. Lasciata la divisa, il Pezzani fu nominato commissario per l’aeroporto di Genova. fu sepolto a levanto.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 febbraio 1981, 4.

PEZZANI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1501 c.-Roma 3 febbraio 1571
Fu uno dei primi gesuiti parmigiani.

FONTI E BIBL.: M.Scaduto, Catalogo dei gesuiti, 1968, 116.

PEZZANI LUIGI
Colorno 21 giugno 1792-
Sarto, sposò nel 1818 Teresa Rondani, dalla quale ebbe quattro figlie. Fu in servizio alla corte di Maria Luigia d’Austria dal 1817 come garzone della cantina.

FONTI E BIBL.: M.Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 313.

PEZZANI MARTINO
Parma-Lisbona 1543
Fu uno dei primi gesuiti parmigiani. Fu un seguace della teologia scolastica.

FONTI E BIBL.: M.Scaduto, Catalogo dei gesuiti, 1968, 116.

PEZZANI PIETRO
Parma 1866
Sergente, fu decorato con medaglia d’argento al valore militare dopo la battaglia di Bezzecca (21 luglio 1866).

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

PEZZANI RENZO
Parma 4 giugno 1898-Castiglione Torinese 14 luglio 1951
Figlio di Secondo, artigiano del ferro, e di Clementina Dodi. L’ambiente in cui visse la fanciullezza, di schietto sapore popolare, intessuto di dure fatiche, di slanci passionali e di solidarietà, rivive nelle pagine della sua poesia dialettale. Se la sua cultura si formò sulle pagine più dense della poesia pascoliana, senza ignorare Novaro e Moretti, per non dire papini e Manzoni, la sua ispirazione più genuina guardò, più che alla cultura strettamente letteraria, ai mutevoli orizzonti di una realtà osservata nel cuore della sua terra. Nel 1915 si arruolò volontario come ardito lancia-fiamme allo scoppio della prima guerra mondiale. All’entusiasmo patriottico dei primi mesi, subentrò ben presto una valutazione critica delle cose, con dubbi, scontentezze e ripensamenti. Infine un’amara reazione lo portò a una intensa e tormentosa crisi spirituale, acuita, nel 1918, dallo sconforto seguito alla morte del padre e della sorella minore Elsa. Ritornato definitivamente alla vita civile, riprese gli studi (Istituto tecnico e Istituto magistrale) e nel 1919 aderì al socialismo e al sindacalismo di De Ambris. Nel 1920 fece l’esordio letterario con la pubblicazione della raccolta di liriche Ombre, con derivazioni stranamente composite di stilemi futuristico-crepuscolari e qualche pennellata dannunziana. In Parma, frequentò il Caffè Marchesi di via Garibaldi, luogo di convegno e di discussioni degli appassionati di lettere e arti, e iniziò l’attività giornalistica: collaborò a La Difesa Artistica (arte, letteratura e teatro, 1921-1923), di cui divenne direttore nel 1922 e che nel febbraio del 1923 accolse in appendice Rovente (diretto da Pietro Illari, futurista). Il Pezzani affiancò a La Difesa artistica una propria casa editrice (ETO) per stampare in proprio la rivista e pubblicare volumi di poesia e prosa. Sempre nel 1922 compilò il manifesto Per una religione immanente del Bene, e iniziò l’insegnamento nella scuola elementare P. Cocconi. Del 1923 è l’abbozzo del mito Le seti di Baussa, rimasto inedito e introvabile. Nello stesso anno pubblicò il primo lavoro destinato ai ragazzi: Il sogno di un piccolo re (fiaba in versi, Parma, Fresching) e finì di stampare la raccolta di liriche Artigli (ETO) con coloriture futuriste e dannunziane. Del 1924 è la breve e presto delusa adesione al fascismo del Pezzani. Ritornò poi a collaborare attivamente a giornali e fogli di propaganda politica e di lotta sindacale, particolarmente a Gioventù sindacalista e L’Internazionale, cui diede la sua adesione fin dal 1922. In aperto dissenso col fascismo ormai imperante, subì persecuzioni politiche. Infine, amareggiato e disilluso della vita politica attiva, trovò ospitalità nel monastero di San Giovanni Evangelista di Parma. I colloqui con l’abate Caronti lo ricondussero alla pratica religiosa e a studi liturgici. Il Pezzani, più tardi, così esprime quelle esperienze vissute tra il 1920 e il 1924: Partecipò alle battaglie politiche. Se ne ritrasse con anima nuova e cattolica. Nel maggio 1924 fondò La Grande Orma (1924-1925, mensile di religione, lettere e arti), che riporta, nel 2° numero, la nuova professione di fede del Pezzani. Nel 1925 compose una Leggenda di San Francesco, rimasta inedita e poi smarrita. Nello stesso anno il Pezzani subì il forzato allontanamento dalla scuola e la forzata sospensione de La Grande Orma, e collaborò a Battaglie magistrali (periodico di interessi magistrali della provincia di Parma). Nel 1926 si trasferì a Torino, dove lavorò alla Società Editrice Internazionale. Pubblicò la raccolta di liriche La rondine sotto l’arco (S.E.I.) e iniziò una multiforme attività giornalistica. Sempre nel 1926 pubblicò La stella verde, romanzo fiabesco, presso la S.E.I. Nel 1927 compose i primi versi dialettali, Al stizz (Scuola tipografica San Benigno Canavese – S.E.I., rimasti in bozze), destinati alle scuole di Parma, notevoli come inizio di un interessante settore della produzione poetica del Pezzani. Inoltre iniziò l’attività di traduttore (racconti e romanzi). Nella primavera 1928 fondò la casa editrice Le Muse, con il proposito di lasciare l’ufficio della S.E.I. (un distacco che avvenne effettivamente soltanto nel 1941) e dedicarsi interamente ad attività editoriali in proprio. La prima sede fu a Torino (via Cirié 14), poi a Parma (strada Cairoli 17). L’attività de Le Muse durò poco più di un anno e mezzo: se ne ricorda il titolo d’una collana (Trovatori del tempo nuovo) e pochissimi volumi, nonostante un’ampia programmazione. Nel 1930 collaborò alla rivista Boccadoro, di cui in seguito divenne direttore. Pubblicò la raccolta di liriche L’usignolo nel claustro (Alpes, Milano), i Racconti del coprifuoco (Artigianelli, Pavia) e il romanzo per ragazzi Corcontento (S.E.I.). Nel 1933 pubblicò Angeli verdi (S.E.I.), canzoniere degli alberi, e Sole Solicello (La Scuola), raccolta di liriche. Del 1935 è Credere (S.E.I.), racconti cui fu assegnato il premio Pallanza. Compose inoltre opere in versi e in prosa a ritmo incalzante: La casa del padre (Ancora, Milano), racconto, L’apostolo dell’illusione (Artigianelli, Pavia), romanzo, Il viatico nella tempesta (Tip. Editrice Commerciale, Vicenza), racconto, e Belverde (S.E.I.), canzonette. Nel 1936 uscì Cantabile (Gambino, Torino), liriche nelle quali lo scavo più profondo dell’esperienza umana si realizza in una espressione ormai personale e robusta. Nel 1937 pubblicò Ruggine (S.E.I.), fiabe che segnarono l’affermazione del Pezzani quale prosatore per ragazzi. Due anni dopo pubblicò Il fuoco dei poveri (La Scuola), liriche. Sempre nel 1939, presso La Giovane Montagna di Parma, uscì il canzoniere dialettale Bornisi, matura rivelazione del Pezzani poeta dialettale e nuova stagione di un dolce stil nuovo per la poesia parmigiana in vernacolo. Nel 1940 fu richiamato alle armi. Dopo qualche mese di servizio, trascorso senza alcun entusiasmo né giustificazione ideale, venne congedato e ritornò a Torino. Il distacco definitivo dalla S.E.I. avvenne nel 1941. Iniziò allora l’attività editoriale autonoma con le edizioni de Il Verdone (1942-1945). Nel 1943 pubblicò La prigione illuminata (Il Verdone), con prefazione polemicamente antiermetica e con rifacimento di alcuni testi de La rondine sotto l’arco (1926). Sempre all’insegna de Il Verdone uscì il dittico Gesù Giuseppe Maria e Il fanciullo di Galilea, nonché la fiaba Il re artigiano. Presso la S.E.I. pubblicò una raccolta di bozzetti, La stirpe prediletta, e infine fece uscire un nuovo canzoniere parmigiano, Tarabacli (Il Verdone). L’anno seguente pubblicò la grande fiaba Re Ombra (Il Verdone). Al 1945 data l’attività partigiana e antifascista, a Torino e dintorni, del Pezzani. Nello stesso anno vi fu il fallimento della casa editrice Il Verdone. Il Pezzani aderì al Partito Comunista Italiano e collaborò con il quotidiano ufficiale del partito, L’Unità. Nel 1946 volle pubblicare in edizione propria il suo Foco Vivo (corso di letture per la classi elementari: cinque volumi illustrati, già usciti in 1° edizione nel 1943 presso la S.E.I.), progettò una nuova rivista per Parma (Novissima Parma), che giunse a essere quasi pronta ma che si arrestò alle bozze del primo numero, e fondò una nuova casa editrice, le Edizioni Palatine (1946-1950). Del 1948 sono Angelo di fuoco (Edizioni Palatine) e Boschetto (poi ripreso nella definitiva raccolta Innocenza, del 1950), ma una bufera economica si abbatté sulle Edizioni Palatine, mentre in Pezzani si aggravavano i disturbi diabetici. L’anno seguente pubblicò La Bagaronna, novella dialettale in versi (Edizioni Palatine) e I mesi dell’anno, La cusen’na pramzana, Il specialitè ‘d Parma (poesie dialettali, in Giallo e blu, Tip. Donati). Del 1950 sono Innocenza (S.E.I.), raccolta di liriche, e Oc Luster (a cura della biblioteca del Consolato Parmense), terzo canzoniere dialettale parmigiano. I due volumi, nei rispettivi campi, segnano la vetta della poesia del Pezzani. contemporaneamente uscirono, presso Paravia, le liriche Odor di cose buone e, presso la S.E.I., il romanzo lorchidea nera. Il Pezzani patì però in quel periodo nuovi gravi disastri finanziari nel campo dell’attività editoriale. Nel 1951 pubblicò la raccolta di liriche Poesie a due voci, in collaborazione con Giuseppe Colli (Ceam, Avezzano), e scrisse la commedia Al marches Popò. Le sue ultimissime cose furono l’Inno a Parma, musicato da Ildebrando Pizzetti, e un centinaio di versetti dettati per i coristi di Parma. sommerso dai debiti, il Pezzani venne sepolto sotto le azioni giudiziarie che il fisco e i creditori fecero precipitare sui suoi beni immobili. Morì stroncato da coma diabetico, quando ormai si apprestava a traslocare dalla sua villa nella casa del parroco di Castiglione. Pochi mesi dopo la morte del Pezzani, vide la luce Frate Luca e le noci (S.E.I., Torino), deliziosa favoletta in versi. Nel 1963, a cura di Ubaldo e Giovanna Ciabatti (edizione fuori commercio) vennero pubblicate sette poesie lasciate dal Pezzani tra i suoi scritti inediti. Il 28 novembre 1953 i resti mortali del Pezzani vennero traslati dal piccolo cimitero di castiglione Torinese alla Villetta di Parma, con grande partecipazione di tutta la cittadinanza. La poesia del Pezzani nasce da una singolare biografia di irregolare e di inadattabile, e si svolge su un registro tra il grottesco e il macabro, nella descrizione di una Parma piccolo borghese, cupa, gretta e chiusa. Pateticamente dolorosa, lungo un discorso che unisce alla nostalgia dell’infanzia il senso della vita fallita, questa poesia è sempre tragica, desolata, disperata, anche negli abbandoni più accorati, segnando esiti di indimenticabile forza e commozione.

FONTI E BIBL.: Renzo Pezzani nella vita nell’arte nel ricordo (a cura del Cenacolo degli amici di Renzo Pezzani), Parma, 1952; I. Scaramucci, Renzo Pezzani, Le Monnier, s.d. (probabilmente 1955); J. Bocchialini, Frammenti e ricordi parmensi, Battei, Parma, 1960; J. Bocchialini, Frammenti di storia, di arte e di vita parmense, La Nazionale, Parma, 1962; J. Bocchialini, Memorie e figure parmensi, La Nazionale, Parma, 1964; P. ferretti, La vita e l’opera di Renzo Pezzani (tesi di laurea, università Cattolica del Sacro Cuore, Milano); b. Guareschi, La poesia giovanile di Renzo Pezzani (tesi di laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, 1970-1971); M. Delsante, Renzo Pezzani (tesi di laurea, Università di Bologna, 1959-1960; una copia è depositata nella biblioteca del Seminario Minore di Parma); G. Marchi, Renzo Pezzani editore, Battei, Parma, 1985; in Aurea Parma sono numerose pagine critiche, dalla prima produzione poetica del Pezzani fino a quella più recente; in Gazzetta di Parma sono note puntuali a ogni pubblicazione del Pezzani e sintesi di lettura del 1951 in poi; G. Marchetti, La petite capitale, Parma, 1979, 171-179; Renzo Pezzani, in Gazzetta di Parma 15 ottobre 1971; G. Capelli, Umanità e arte di Renzo Pezzani, in Parma economica 8 1972, 23-30; M. Gaj, La voce di Renzo Pezzani nella poesia del suo tempo, in Aurea Parma 1972, 110-126; F. Squarcia, Pezzani, in Aurea Parma 1951, 151-161; M. Gaj, Poesie d’oggi: Ungaretti, Montale, Pezzani, Bergamo, 1950; A. De Caro, Un poeta fedele al suo stile: Renzo Pezzani, in La Fiera Letteraria 9 dicembre 1951; P. Bargellini, Canto alle rondini, Vallecchi, 1953; A. Galletti, Il Novecento, in Storia letteraria d’Italia, Vallardi, Milano, 1967 (3a ediz., 4a ristampa), 527 e 564; G. Fanciulli, Pezzani Poeta, ne L’indice d’oro, n. 9 settembre 1951; C. betocchi, Poesia di Pezzani, ne Il Frontespizio, firenze, novembre 1951; G. Ravegnani, Renzo Pezzani, ne La Fiera Letteraria 15 gennaio 1927; R. Fantini, Un’ora con le Muse: La rondine sotto l’arco di Renzo Pezzani, in Vita Nuova 29 gennaio 1927; R. Fantini, Libri di poesia e di musica, in Vita Nuova 22 agosto 1931; F. Casnati, Renzo Pezzani, ne Il Popolo di Milano 28 settembre 1951; C. Villani, Un poeta del XX secolo: Renzo Pezzani, in Convivium n.2 1935; O. castellino, Un poeta parmigiano a Torino, in Torino n. 3 1951; P. Bargellini, I Crepuscolari, ne L’indice d’oro n. 5, 1955; G. Zoppi, Un Poeta: Renzo Pezzani, in Giornale del popolo, Bergamo, 29 settembre 1933; L. Tonelli, La musa e i tempi, ne Il Resto del Carlino 27 febbraio 1927; F. Palazzi, Pezzani, in L’Italia che scrive marzo 1927; G. Colli, Ricordo Renzo Pezzani, in Torino n. 10, 1951; G. Colli, Pezzani poeta fedele, ne La Gazzetta del Popolo 15 luglio 1951; A. Biancotti, Ricordo di Renzo Pezzani, ne Il Giornale Letterario 25 luglio 1951; I. Audino Launa, Poesie e mondo poetico di Renzo Pezzani, ne Il solitario n. 21 1951; G. Fanciulli e E. Monaci, La letteratura per l’infanzia, Torino, 1937, 272 e 273; A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 337; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 118-119; P.P. Pasolini, Introduzione a Poesia dialettale del Novecento, Parma, 1952; Dizionario UTET, IX, 1959, 1086; G. Colli, in sodalizio luglio-agosto 1951; R. Fantini, in Avvenire d’Italia 27 luglio 1951 e 15 luglio 952; I. Petrolini, in Aurea Parma XXVI 1952; G. Sardo, in Popolo 1 agosto 1952; Dizionario Enciclopedico letteratura italiana, 4, 1967, 351; Parma economica 8 1972, 23-30; I. Domino, in Due donne e dieci uomini, Firenze, All’insegna del libro, 1938; A. Gr., in La Stampa 28 febbraio 1951; Dizionario letteratura italiana contemporanea, 1973, 591-592; M. Dall’Acqua, Terza pagina della Gazzetta, 1978, 307; M. Caroselli, La storia di Parma, 1980, 99; V. Sani, in Gazzetta di Parma 14 luglio 1981, 3; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 15 febbraio 1984; R. Pezzani, Opera omnia, 1988, 491-501; Grandi di Parma, 1991, 90; dizionario letteratura Novecento, 1992, 421; Al Pont ad Mez 1998 (numero monografico di 144 pagine dedicato interamente al Pezzani).

PFALZ NEUBURG DOROTHEA SOPHIA, vedi NEUBURG DOROTEA SOPHIE

PEZZONE CAMILLI, vedi PLAUZIO CAMILLO PEZONE

PIACENTINI BARTOLOMEO
Parma ante 1351-Padova 1379
Figlio di Orlando. Si trovava in Padova il 26 novembre 1351, giorno in cui, essendo già dottore di leggi e Professore in quella università, intervenne a sentenza d’arbitro, pronunciata da Jacopo da Carrara, Signore di Padova, per comporre alcune controversie tra il vescovo Ildebrandino e i Rettori dello Studio, che pretendevano luogo e suffragio negli esami scolastici per la promozione al Magistero. Fu aggregato al Collegio dei giuristi di Padova nel 1349. Documenti posteriori dimostrano che egli continuò a dimorare in Padova fino al 1362. Non è però certo che continuasse senza interruzione nell’insegnamento delle leggi, dato che, venuto in grande favore presso Francesco da Carrara per la sua dottrina e probità, fu da questi elevato alla dignità di Pretore o Vicario. Col titolo di Pretore dei da Carrara il piacentini si trova nominato nella seguente iscrizione posta a un altare della Cattedrale di Padova, da lui eretto nel 1356 e dedicato a San Girolamo e agli altri Dottori della Chiesa: Hieronymo, et reliquis structa est Doctoribus ara Haec sacra, quam celebris devotio Bartholomaei De placentinis; Parmae studiosa dicavit Doctoris legum merita ratione Cathedrae Aulae carrigerum dum Praetor adesset, et almi Laudibus, et vita miris haec picta Capella est Hieronymi solum, cujus doctrina columnis Est ardens fidei lumen, fulgorque coruscum. M.CCC. LVI. de mense Sept. constructum fuit hoc altare. Quale Vicario di Francesco da Carrara intervenne verso il 1357 nei congressi che si tennero per la conclusione della pace tra i Veneziani e il Re di Ungheria che assediava Zara e Treviso, dopo essersi impadronito di Conegliano e castelfranco. Il Re d’Ungheria, amico e collegato del da Carrara, gli domandò di potersi valere del Piacentini, averlo seco, e condurlo nel suo regno. Si ignora se il desiderio del Re fu adempiuto. Il Piacentini il 16 aprile 1362 fu delegato e procuratore di Francesco da Carrara alla stipulazione della solenne lega tra Egidio Albornoz, legato del Papa, Cansignorio e Paolo Alboino della Scala, Francesco da Carrara e i marchesi d’Este a danno dei Visconti che minacciavano la Romagna. Alla stipulazione di questa segreta alleanza fu premesso in quello stesso giorno un trattato di pura difesa, pubblico e ostensibile. Il Piacentini e gli altri delegati lo recarono a Bernabò Visconti in Milano, che li accolse con furore grandissimo prorompendo in mille invettive. E prima di accommiatarli, li obbligò a vestirsi di vesti bianche, e a comparire in pubblico, esposti alla beffa di tutto il popolo milanese affollatosi intorno al palazzo del Principe. Firmata poi la pace il 3 marzo 1364, il Piacentini si trasferì quale ambasciatore del da Carrara a Bologna per ratificarne l’atto solenne. Si sa pure che fu in Padova nell’ottobre dell’anno 1362. Nel 1367 fu inviato dal da Carrara alla Corte del Papa in Viterbo, in compagnia di Pileo Prata, vescovo di Padova, per festeggiare la venuta del Pontefice in Italia e trattare con lui dell’affare della lega. Fu poi professore di Legge a Bologna, dove si ha traccia di lui in vari strumenti dal 1372 fino al 1378 (Chartularium, VI, 35 s.). Il Piacentini fu sepolto nella Cattedrale di Padova.

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 65-66; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 104-106; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 233.

PIACENTINI CIRIACO
Parma 1351
Insegnò leggi all’Università di Padova nell’anno 1351.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 65.

PIACENTINI FRANCESCO
-Asti 5 maggio 1408
Figlio di Bartolomeo o di Ciriaco, e forse fratello di Giovanni. Fu nominato Vescovo di Asti nel dicembre 1381.

FONTI E BIBL.: A.Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

PIACENTINI GIOVANNI
Parma-9 maggio 1404
Figlio di Bartolomeo o di Ciriaco. Dal Pezzana si apprende che nel 1364 il Piacentini fu in Padova con il parente Bartolomeo Piacentini. Il secondo, giureconsulto, fu nelle grazie del signore della città, Francesco da Carrara, mentre il Piacentini, canonico e arciprete della Cattedrale, fu invece mal visto, tanto da essere costretto ad abbandonare nello stesso anno la città. Papa Urbano V lo nominò Vescovo di Cervia (8 marzo 1364), nella quale sede stette sino al 1369. Da papa Gregorio XI venne trasferito a Padova (13 gennaio 1369), ma forse Francesco da Carrara continuò a osteggiarlo perché due anni dopo (28 aprile 1371) passò all’arcidiocesi di Patrasso, e nel 1373 alla diocesi di Orvieto, ove rimase sino al 1375, quando lo stesso Gregorio XI lo innalzò (27 novembre) Vescovo di Venezia Castello. Vi risiedette sino al dicembre 1378: ne fu rimosso da papa Urbano VI per l’avvenuta adesione all’antipapa Clemente VII, con il quale vi era stato di guerra. In tale occasione il Piacentini raggiunse in Francia Clemente VII mentre lo scisma d’occidente entrava nella fase acuta, e ne ottenne la promozione a Cardinale prete il 12 luglio 1385. Il titolo fu quello di San ciriaco alle Terme. Il Piacentini venne chiamato il cardinale veneziano. Non fu presente ad Avignone quando la nomina venne resa pubblica. Il Pezzana dice di ignorare ove dimorasse durante l’assenza, ma è credibile fosse stato inviato in qualche importante legazione. Per raggiungere una transazione tra i due papi e far cessare lo stato di guerra, il re di Francia Carlo VI convocò i cardinali per escogitare una soluzione. Il Piacentini, che nel suo parere fu sempre irremovibile, sentenziò che i due competitori, per il bene della Chiesa cattolica, dovessero entrambi rinunciare al pontificato. Ma l’Antipapa e molti altri non la pensarono così, e lo scisma continuò. Anzi, pochi anni dopo fu eletto un secondo antipapa, detto di obbedienza pisana, e così ci furono tre papi contemporaneamente. Orsolina da Parma, nel suo intercedere tra i due pontefici per un accordo, fu sempre aiutata e incoraggiata dal Piacentini. Clemente VII morì il 16 settembre 1394 in Avignone, e ai funerali, nel novero dei personaggi presenti, figura tra i cardinali anche Dominus Johannes de Parma Lombardus dictus Venetiarum, tituli Sancti Cyriaci in Thermis (Muratori, Rerum italicarum scriptores, III, p. II, col. 772). nell’elenco dei cardinali del Cristofori, nel titolo presbiteriale di San Ciriaco alle Terme diocleziane, figura De Placentinis Giovanni, anticardinale (con un punto interrogativo, ciò che starebbe a indicare non essere pacifica l’indicazione anticardinale), nominato nel luglio 1385 e cessato il 9 maggio 1404. Negli elenchi dell’eubel, il nome del Piacentini non figura mancando gli antipapi, ma non figura nemmeno nel De Mas Latrie che riporta tutti gli anticardinali creati da Clemente VII. L’Affò non è benevolo con il Piacentini come del resto con tutti antipapi e i nemici della Chiesai. Il Pezzana è invece molto più accomodante: pur ammettendo che dopo la morte di Clemente VII il Piacentini partecipò all’elezione del nuovo antipapa avignonese Pietro de Luna, che assunse il nome di benedetto XIII, rammenta che nel giugno 1395 in un convegno con altri venti cardinali e con i principi della casa di Francia, il Piacentini insistette sostenendo appunto l’utilità della deposizione della tiara da parte di ambo i contendenti.

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 66; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271; G. Gonizzi, in Gazzetta di Parma 13 luglio 1968, 3.

PIACENTINI NICOLA LUCA LORENZO
Parma 9 agosto 1722-
Figlio di Giulio e Maria Teresa Merli. Nel 1760 successe al francese Cartier nella gestione della fabbrica di maioliche da questi fondata qualche tempo prima a Parma. Nella Descrizione di tutta la popolazione della città di Parma (1765) il Piacentini alla voce professione è detto Impresaro della fabbrica della maiolica. Prima di subentrare al Cartier, si occupò, dal 1757, della fabbrica dei vetri. L’affitto che pagava alla Reale Intendenza Generale fin dal 1760 per la privativa era di ben 5000 lire all’anno per le ceramiche, più 7000 per la fabbricazione dei vetri (cifre davvero ingenti, se si considera che il salario medio di un lavorante era di 60-100 lire mensili). Tale livello di investimenti si addice più a un ricco borghese che a un semplice maiolicaro. Notizie della florida situazione patrimoniale del Piacentini si hanno anche dall’Atlante Sardi (1765), che informa che egli era proprietario di una casa in strada Maggiore Santa Croce e di un palazzo in strada Maggiore San Michele. Il Piacentini fu dunque soprattutto un imprenditore, come molti altri fabbricatori del suo tempo: i ferniani a Faenza, l’Antonibon a Nove, il Clerici a Milano, i Ginori a Firenze. Imprenditori mossi certamente dall’amore per i loro preziosi prodotti ma anche guidati da un innato intuito commerciale. Nel novembre del 1771, a causa del malcontento generato dalle riforme che aveva introdotto, il Du Tillot, grande protettore della fabbrica di maioliche, fu costretto a fuggire da Parma e a riparare prima a Madrid e poi a Parigi. Nonostante la perdita di un così influente sostenitore, la manifattura prosperò. Pochi mesi dopo la sostituzione del ministro, il 6 aprile 1772, allo scadere del precedente contratto, il Piacentini ottenne la rinnovazione per altri sei anni del diritto di privativa coll’aumento di lire mille di più all’anno di Pensione sotto li medesimi patti, e condizioni risultanti dalla spirata sua novennale Locazione. Furono quelli anni di intenso lavoro, tanto che l’espansione della produzione rese i locali esistenti insufficienti. In una lettera del 13 dicembre 1773 il Piacentini, Conduttore della Real Fabbrica, chiede che siano evaquate la Rimessa, e Stallino, che sono dirimpetto a questa Real Fabbrica della Majolica per valermene a riporvi li carriaggi inservienti alla Fabbrica stessa. Umilmente supplico V.E. a degnarsi disporre in modo, che ne possa almeno far’uso in questi giorni di Natale, e sinacché piacerà al R. sovrano determinare diversamente, mentre non so dove riporre detti carriaggi, ne dove ritrovare or’ora comodo migliore, massimamente per essermi caricato di due cavalli più dell’ordinario, e corrispondente provvista di Fieno, di cui abbisogno moltissimo, e che il privarmene in questa circostanza mi sarebbe d’un notabile pregiudizio. La Real Fabbrica operò in regime di monopolio, tuttavia le grandi casate nobiliari potevano impunemente eludere ogni disposizione restrittiva, tant’è che i Sanvitale acquistarono ripetutamente terraglie e porcellane provenienti da manifatture estere (la majolica però fu sempre proveniente dalla Real Fabbrica). Dai libri mastri si legge infatti che l’11 aprile 1775 vennero pagati Al Sig. Nicola Piacentini Lire Settanta tre correnti, sono per importo rispettivamente di n.° 60 Tondi a forma bianchi, Piatti cinque, e mezzi piatti quattro, ed altri tondi quattro, ed un acquasantino di Cristallo dal med.mo somministrati per uso della Tavola di Sua Ecc.za P.rone per Fontanellato e parte in Parma. Nei mandati di pagamento si trova citato il Piacentini fino al 1779, anno in cui fornì 8 piatti di Majolica ciò è quattro grandi, e quattro mezzani stati spediti a Fontanellato per uso e servigio della Tavola di S.E.. L’attività dell’officina del Piacentini durò fin verso il 1783.

FONTI E BIBL.: G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche delle maioliche metauenensi, Pesaro, 1879, II, 241-242; L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano, 1924; C. Malagola, Memorie storiche sulle maioliche di Faenza, Bologna, 1880; U. Thieme-F. Becker, Kunstler Lexikon, t. XXVI, 580; G. M. Urbani de Ghelthof, Note storiche ed artistiche sulla ceramica italiana, in Erculei. Arte ceramica e vetraria, Roma, 1889, 116; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 334; G. Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 23-25.

PIACENTINI PIETRO
Borgo Taro o Piacenza 1135 c.-Montpellier 1192
Dottore in legge, fu Lettore di Diritto Civile alle Università di Bologna e di Montpellier. Fu autore di diverse opere legali, tra le quali un’importante Summa Institutionum.

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 66.

PIACENTINI VINCENZO QUIRINO
Parma 3 giugno 1752-1802/1806
Figlio di Nicola e di Cattarina Bertorini. Studiò in seminario a Parma coi fratelli Giulio e Bernardo. Dal 1783 il Piacentini è citato esplicitamente come direttore della Real fabbrica delle maioliche di Parma. dell’attività del Piacentini si hanno numerose testimonianze d’archivio ma la cosa più significativa che rimane della sua gestione è la bella vaschetta con stemma borbonico conservata al Museo Civico di Torino, unico pezzo firmato e datato della Real Fabbrica conosciuto. Le fortune del Piacentini come direttore furono di breve durata, visto che la gestione finanziaria della fabbrica divenne sempre più problematica. Nel gennaio del 1785 la situazione fu posta all’attenzione del Duca con una supplica datata 12 gennaio: Giaccomo Marchini riverentemente espone come ritrovassi in Debito colli Sig. Tosini e Benvignal Parmigiani, Impiegati nella Real Fabbrica della Majolica e Vetri di Parma per la somma di lire tre milla e sei cento quattro, per tanti e diversi Generi somministrateli, e non sà a che partito appigliarsi per soddisfarli. Il supplicante chiese la concessione di una pensione mensile di lire 88,10 fino all’estinzione del suo credito. Ferdinando di Borbone approvò e dispose il pagamento perché evidentemente la Real Fabbrica non era più in grado di far fronte, autonomamente, ai debiti contratti. formalmente la situazione precipitò il 27 settembre 1785, quando il Duca ordinò la soppressione del diritto di privativa per la fabbricazione delle maioliche, lasciando però inalterata la normativa sulla produzione dei vetri. L’avviso di soppressione venne pubblicato il 12 ottobre. È provato che il Piacentini riuscì a produrre terraglia negli anni della sua gestione e che gli oggetti fabbricati dovevano essere di qualità soddisfacente, se la Real Ferma, al momento della successiva locazione ai Piazza, valutò il valore del segreto di far terraglia a foggia d’Inghilterra lire 500. I Piazza offrirono una iniziale resistenza per quel modo e per quel prezzo ma alla fine pagarono. L’attività del Piacentini nel campo delle ceramiche non si esaurì con la sua esclusione dalla Manifattura Reale. Continuò infatti a operare nel settore per molti anni ancora, iniziando una sua attività privata. Nel 1794 lo si trova tra i firmatari della supplica che chiese gli Statuti per l’Arte dei Boccalari. Qualche anno dopo (1801) il suo nome appare in un elenco di debitori (il documento non è chiaro, sembra comunque che si riferisca a vecchi debiti contratti con la Real Fabbrica, risalenti a molti anni prima, e forse si tratta di uno strascico della gestione della Real Fabbrica). Con il tempo le cose migliorarono e la produzione si adeguò alle nuove esigenze: le maioliche tradizionali a smalto stannifero e le terrecotte ingobbiate furono soppiantate lentamente dalle terraglie forti di tipo inglese. Il Piacentini capì che quello era il prodotto del futuro e ne continuò con successo la fabbricazione. La tenace dedizione al lavoro del Piacentini alla fine fu premiata. Dopo la parentesi della gestione della famiglia Piazza, le fabbriche di strada dei Farnese tornarono a essere dirette dal piacentini e dai suoi congiunti (la moglie Cattarina Bertolini in particolare).
FONTI E BIBL.: G.Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 25-37.

PIACENTINO, vedi PIACENTINI PIETRO e TERZI BERNARDO

PIACENZA CRISTOFORO, vedi CRISTOFORO DA PIACENZA

PIACENZA GIOVANNI
Parma 1479-Parma 19 settembre 1524
Figlia di Marco, patrizio parmigiano appartenente alla famiglia ghibellina delle Tre Parti, e di Agnese Bergonzi (famiglia guelfa del partito rossiano), la Piacenza venne eletta badessa del monastero di San Paolo in Parma a ventotto anni (1507), succedendo a Orsina bergonzi, la quale era succeduta a sua volta (1505) a un’altra Bergonzi, Cecilia. Quando la Piacenza assunse la dignità, nel suo stesso convento entrarono altre tre Bergonzi: Francesca lucrezia anastasia, Maria Caterina e Drusiana: come era costume, anche il San Paolo fu dunque un feudo monastico.La Piacenza entrò in questo arengo, spese del suo, tutto contrassegnò col suo scudo e naturalmente vantò il suo buon diritto.Certamente fu una donna decisa, se, da poco eletta, si rivolse al Pontefice per chiedere la sua protezione contro gli usurpatori dei beni, dei libri, delle ragioni e delle scritture spettanti al suo monastero: il Santo Padre le diede ragione con un Breve che minacciò di scomunica gli usurpatori.Alei si deve l’esecuzione degli stupendi affreschi dipinti nel 1518 da Antonio Allegri detto il Correggio, per una camera del monastero.Da quei giorni in poi, una serie di personaggi più o meno importanti accompagnano le cronache del governo della Piacenza: i Bergonzi della Comunità di Parma (tra essi Melchiorre, dottore in leggi), i da Piacenza, imparentati coi dalla Rosa (e tra essi Cesare e Scipione), i da Cola (o Colla), anch’essi impegnati nella vita pubblica, i garimberti, il cardinale Montini e molti altri tra i maggiori del tempo.Tra i tanti personaggi che entrarono in rapporto con la Piacenza, vi fu anche il vicario generale del vescovo, Bartolomeo Guidiccioni da Siena, che dal 1509 e fino oltre il 1524 resse la Diocesi parmense per incarico di Alessandro Farnese (poi divenuto papa Paolo III).Questi, secondo la tesi dell’Affò, sarebbe stato antagonista della Piacenza.Ma nulla si legge del dissidio sorto tra i due e semmai ci furono sollecitazioni all’applicazione della Riforma e interventi e provvedimenti questi vennero dalla comunità, come si verificò nel caso dell’abate dei cistercensi di San Martino de’ Bocci, dell’arciprete Giacomo Colla e di molti altri.Solo il Cherbi (Le grandi epoche sacre, 1835-1839) nel suo guazzabuglio di appunti storici, che non danno però alcuna garanzia, scrive che il vicario Guidiccioni cominciò a insistere sulla pratica attuazione della Riforma a partire dal 1516.Al contrario, il Benassi affema con decisione che non vi furono sollecitazioni: in primo luogo per l’indulgente debolezza del governo papale, poi per i molti intrighi, per una certa titubanza (leggi papa Adriano VI) e per i molti sospetti. Comunque è certo, contro la tesi dell’Affò che lascia adito a molti dubbi sull’onorabilità della Piacenza in ragione della sua presunta altezzosità, che fu proprio lei ad accettare per la prima volta a Parma la perpetua clausura e la regolare osservanza.Radunate infatti nella sua camera cubiculare le monache di San Paolo, il 28 agosto 1524, la Piacenza fece oggetto del suo capitolo il Breve di papa Clemente VII (che Francesco Ugoleto aveva stampato, unitamente a quelli dei papi Giulio II e Leone X, il 28 giugno 1524), laddove monalium urbis nostrae clausura petitur.considerati i vantaggi che ne venivano al convento, sia nel vivere temporale che in quello spirituale, si convenne, fatte salve alcune prerogative, di aderire alla prescrizione papale e, a riprova dei buoni rapporti intercorsi tra il vescovo e la Piacenza, venne affidata al vicario vescovile monsignor Bartolomeo Guidiccioni l’amministrazione del monastero, riservandosi la piacenza, a vita, dignità e onori abbaziali, nonché l’usufrutto di certi beni.Dopo di lei, fu deciso che la badessa avrebbe avuto incarico annuale.Il che venne steso e rogato e quindi confermato dal Breve papale del 2 dicembre 1524.E tutto ciò mentre in tutti gli altri conventi della città non si faceva assolutamente nulla di nuovo e continuava il vivere scandaloso. È vero che la Piacenza (già gravemente ammalata) accettò la Riforma in articulo mortis, comunque, lei vivente, nel suo monastero non ebbe mai a verificarsi alcun grave fatto, come quello che spinse il Consiglio Generale parmense a decidere (27 novembre dello stesso 1524) di prendere provvedimenti per riportare le monache del monastero di San Paolo all’osservanza, al caso minacciando di espellerne talune come membri fetidi.Tutto ciò conferma la rettitudine della Piacenza e il suo buon governo.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 212; La badessa Giovanna da Piacenza, in Bollettino Storico Piacentino 20 1925, 177-179; P.G.Colombi, Il tinello della badessa Giovanna, in La Lettura novembre 1929; G.Mariotti, La mia bella badessa, Roma, Editrice Mercurio, 1942; G.Parroni, L’apoteosi di Giovanna Piacenza nella Camera di San Paolo, in Aurea Parma 27 1943, 89-100; A.M.Aimi, La fastosa badessa Giovanna Piacenza, in Gazzetta di Parma 22 maggio 1950, 3; F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 847; Parma nell’Arte I 1975, 14-16.

PIACI FELICE
Colorno 1525 c.-Colorno post 1579
Figlio di Giovanni Giacomo e di Elena. Entrò nell’Ordine dei Predicatori poco prima del 1550, come ricorda Leandro Alberti nella Descrizione d’Italia, ove parla del Piaci e delle speranze che già si concepivano del suo elegante ingegno. Laureato in Teologia, dopo aver sostenuto il magistero nel suo Convento di San Domenico in Bologna, fu Inquisitore in Parma e in Como (dove con tale carica si trovava ancora nel 1571). Non molto dopo ritornò in Colorno, ove era certamente nel 1579, e dove pare che poco più tardi terminasse i suoi giorni. Il Piaci pubblicò la instituzione cristiana, un catechismo in dialogo impresso la prima volta in Como nel 1567, e in seguito più volte (6a ed. Rossi, Bologna, 1571), e il Rosario di Maria, con molte stampe. Il da Erba, che del Piaci parla con onore, lo descrive molto zelante e risoluto nel punire i malvagi.

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1747, 157-158; Colorno, Memorie storiche, 1800, 79.

PIAGNOLI AGIDE
Parma 14 giugno 1868-Parma 31 marzo 1895
Figlio di Giuseppe e Rosa Baldini. Compiuto il corso liceale, andò a studiare Lettere a milano. Allievo dell’Ascoli, il Piagnoli si dedicò particolarmente a studi di glottologia: la sua Fonetica del dialetto parmense, presentata in parte nel 1893 all’Accademia Scientifica e letteraria di Milano come tesi di laurea, monografia cui il Piagnoli attese sino alla morte (pubblicata postuma da Antono Boselli nel 1904), fa testo in materia. Debole, malaticcio, minato dalla tisi che lo spense appena ventiseienne, il Piagnoli versò la sua malinconia nell’unico volume di Versi, pubblicato a Parma nel 1892 collo pseudonimo di Ausonio marenghi.

FONTI E BIBL.: J.Bocchialini, Poeti del secondo ottocento, 1925, 168-169; Aurea Parma 6 1924, 332; G. Battelli, Figure e macchiette, 1939, 39; F. da Mareto, bibliografia, I, 1973, 451.

PIANFORINI LODOVICO
1839 c.-Sala Baganza 1920
Fu volontario nelle battaglie risorgimentali del 1859. Raggiunse il grado di Sergente.

FONTI E BIBL.: A.Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.

PIANFORINI MARCO
Urzano 25 aprile 1795-Urzano 29 novembre 1874
Fu il più fecondo compositore di musiche rusticane. Vanno ricordate La precipitosa monferina, senza tempo, L’aria di Mantova, monferina in tono minore, La passerina, ballabile che il Pianforini suonava sbrigliatamente danzando nello stesso tempo, Il ballo della lepre, La Bisagna, El continten d’l’hai, Teresa di per, Teresa di pom, Caro amore e Il bigordino. Il capolavoro del Pianforini è la Marcia degli sposi, che suonava accompagnandola con parole pure di sua invenzione. È divisa in tre parti e chiusa con una codetta. Si apre con un andante mosso, che rappresenta l’uscita dalla casa della sposa, segue il secondo pezzo con musica più movimentata, riproducente la letizia degli animi, e il terzo patetico pezzo raffigura il distacco dalla famiglia. Il Pianforini suonò ordinariamente con tre sole dita, giacché teneva il mignolo sotto il manico del violino. Nel suonare gettava alle volte grida selvagge di gioia e accompagnava i motivi con atteggiamenti del viso mobilissimi. Durante l’inverno si recava a piedi a Parma a vendere tordi, e siccome non abbandonava mai lo strumento, ebbe occasione di suonare in pubblici esercizi con plauso e vantaggio. Dimorò qualche tempo a Vairo, e Filippo Basetti lo ritrasse in vari disegni.
FONTI E BIBL.: G.Micheli, Valli Cavalieri, 1915, 299-300; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 152.

PIANINO
Parma 1708
Fu contralto della Cattedrale di Parma nel 1708.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PIANTANI CARLO
Parma 1650/1651
Fu eletto organista alla morte di Giacinto Merulo nella Cattedrale di Parma. È detto in un mandato organista et sacerdote parmigiano. Cominciò a servire il 23 febbraio 1650 e continuò fino al 24 maggio 1651.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 114.

PIASTRA PIETRO
Torrechiara 1867-1932
Per quarantadue anni prestò servizio presso la Prefettura di Parma in qualità di usciere capo. In così lungo e ininterrotto servizio servì ventisette prefetti del Regno.

FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 119.

PIATTI BRUNA, vedi AVANZINI BRUNA

PIATTI PIETRO
Piacenza 1818-1877
Fu deputato all’assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma del 1859. Non prese parte alle sedute dell’Assemblea.

FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 379.

PIAZZA ANDREA
Parma 12 marzo 1803-Firenze 14 febbraio 1837
Figlio di Agostino e Maria Alberti. Fu ritrattista di gusto romantico, dall’espressione morbida che si sposa a un’efficace ricerca d’introspezione psicologica. Nell’aprile 1826 ebbe il premio nel disegno del nudo. Si portò a Firenze nel 1831. Fece copie sull’avorio del San girolamo e della Madonna della Scodella (lunghe cm 22 e larghe cm 15). A Firenze copiò il quadro di Cristoforo Allori San Giuliano che risana un lebbroso. Fece anche ritratti per la famiglia del Gran Duca di Toscana. È ben rappresentato dalle miniature Ritratto di cavaliere e Ritratto femminile (Parma, Pinacoteca nazionale).

FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 314; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, catalogo, Roma, 1939; dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 12.

PIAZZA ANGELO
Parma 1780
Pittore e architetto attivo nella seconda metà del XVIII secolo. Negli anni Ottanta collaborò ai lavori di scenografia al Teatro Ducale di Parma.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, VIII, 241.

PIAZZA CESARE
Parma 25 gennaio 1922-Varsi 22 luglio 1944
Crebbe in una famiglia animata da fermi sentimenti democratici. Chiamato alle armi nel 1942 e assegnato dapprima al III° Autocentro di Milano, venne poi destinato al fronte dell’africa Settentrionale dove non poté giungere: naufrago della nave Lerici nell’Adriatico, salvato dalla torpediniera Calliope e in seguito catturato dai Tedeschi, riuscì a evadere durante il trasferimento in Germania. Insieme al fratello Ferdinando, detto Fieramosca, di qualche anno più anziano, fu tra gli iniziatori del movimento partigiano raccolti nel primo distaccamento Copelli. Nel distaccamento, che verso la metà del giugno 1944 confluì nella 12a Brigata Garibaldi, operarono molti degli uomini che poi divennero prestigiosi comandanti delle forze partigiane parmensi: Virginio Barbieri, Bruno Tanzi, Ettore Cosenza, Luigi Leris, Giovanni Vignali e Giacomo di crollalanza. Durante una vasta azione di rastrellamento condotta da soverchianti forze nemiche, il Piazza prese parte alla strenua resistenza sul Monte Dosso. Catturato insieme a un altro partigiano (Renzo Pezzani), fu seviziato e barbaramente trucidato mediante impiccagione del torrione del castello di Varsi. Riesumata nell’estate 1945, la sua salma fu collocata nella galleria dei Caduti partigiani del cimitero della Villetta a Parma. Alla sua memoria fu conferita la Medaglia d’Argento al Valore Militare.

FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 9 luglio 1990, 7.

PIAZZA COSIMO
Parma prima metà del XVII secolo
Sacerdote. Fu anche pittore, attivo nella prima metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, V, 278.

PIAZZA ERNESTO
Parma 1853/1864
Architetto della Real Casa dei Borbone Parma, fu aggregato quale professore con voto all’accademia di Belle Arti di Parma nel 1857 e, grazie alla protezione dei nuovi duchi, divenne il primo alfiere dello storicismo stilistico contro il gusto neoclassico che ancora alla fine del periodo luigino connotava l’ambiente artistico e accademico parmense.Progettò la ridecorazione neobarocchetta del palazzo della Riserva (1853), la guglia neogotica alla villa del ferlaro a Sala, l’eclettico arco di trionfo posticcio eretto in via Garibaldi per l’arrivo a Parma di vittorio Emanuele di Savoja e la marmorea facciata dell’oratorio dei Rossi (1862-1864).
FONTI E BIBL.: P.Martini, Scuola delle arti belle, 1862, 37; Enciclopedia di Parma, 1998, 533.

PIAZZA FRANCESCO
Parma seconda metà del XVIII secolo-Parma 2 marzo 1847
Insegnò all’Università di Parma Teologia Dogmatica ed Elementi di Storia Ecclesiastica. Dal Calendario di Corte prima e dall’almanacco di Corte poi, risulta che insegnò dal 1818 in poi. Nel 1828 fu Priore della Facoltà teologica. Nel 1840 appare con la qualifica di professore Emerito. Una lettera del 4 marzo 1847 (archivio di Stato, Filze Università) attesta la data della morte.

FONTI E BIBL.: F.Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

PIAZZA FRANCESCO MARIA OTTAVIO
Parma giugno/luglio 1700-Parma 18 settembre 1782
Figlio di Vincenzo e della contessa Teresa Boni. Fu Cavaliere confeudatario di Ricetto: giurò fedeltà al duca Filippo di Borbone nel 1749. Ereditò dal padre l’attitudine poetica poiché fu facile verseggiatore e improvvisatore, qualità sufficienti per essere annoverato tra i fondatori della Colonia parmense dell’Arcadia col nome di Patroclo Achilleio. Amò pure le arti e perciò venne aggregato all’Accademia di Belle Arti di Parma (1758). Uomo di animo retto e onesto, venne chiamato dall’imperatore Carlo VI nel 1740 a reggere la carica di tesoriere Generale del Ducato di Parma, che detenne per quarantadue anni, fino al tempo del Du Tillot (carestia del 1763) e anche dopo il suo tramonto. Filantropo e disinteressato, coprì pure molteplici cariche onorifiche. lasciò uno scritto di Giunte al poema Bona Espugnata del proprio genitore, nonché notizie storiche sulla città di Parma (continuate poi dal nipote, suo erede universale, Alessandro Luigi Lalatta), rimaste inedite. Il suo nome appare tra i frequentatori della villa del pantaro durante i brillanti ricevimenti della marchesa Annetta Malaspina. Nel 1729 fu nominato Cavaliere di Santo Stefano.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 43; Palazzi e casate di Parma, 1971, 681.

PIAZZA FRANCESCO OTTAVIO, vedi PIAZZA FRANCESCO MARIA OTTAVIO

PIAZZA GALEAZZO
Parma 1514/1522
Notaio. Nel 1514, assieme a Girolamo Borri, curò una revisione degli Statuti della Città di Parma.

FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 18.

PIAZZA GIACOMO
Parma 1830/1859
Chirurgo, già al sevizio delle truppe del ducato di Parma, seguì poi le colonne dei volontari per ordine del Governo Provvisorio. Passò infine in un reggimento di fanteria Sarda.
FONTI E BIBL.: U.A.Pini, Medici di Parma nel Risorgimento, 1960.

PIAZZA GIAN ANTONIO, vedi PIAZZA GIOVANNI ANTONIO

PIAZZA GIOVANNI ANTONIO
Parma 1729
Nell’anno 1729 fu insignito della Croce dell’ordine Militare di Santo Stefano.

FONTI E BIBL.: L.Araldi, L’Italia nobile, 1722.

PIAZZA GIULIO
Parma seconda metà del XVI secolo
Architetto civile attivo nella seconda metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti parmigiane, IV, 234.

PIAZZA GIULIO
Modigliana 1670 c.-Firenze 27 ottobre 1704
Figlio di Cristoforo e di Dorotea Ravagli. Fu Conte e Canonico di Parma (città nella quale si trasferì verso il 1676 come paggio di Corte). La sua prebenda di Enzola, rimasta vacante, fu data con bolla apostolica del 28 gennaio 1705 al conte Aldigherio Fontana.

FONTI E BIBL.: G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 327.

PIAZZA GIULIO
Parma 1700/1724
Arcivescovo titolare di Nazareth, Nunzio a vienna e poi a Colonia, fu elevato (1712) alla porpora cardinalizia da papa Clemente XI per i suoi meriti diplomatici. L’Affò riferisce che il conte Jacopo Sanvitale compose, in tale occasione, un tetrastico latino allusivo all’arma dei marchesi Piazza. L’Allodi annota ancora che il piazza nel 1713 donò preziose reliquie al congiunto conte Vincenzo Piazza, allora prefetto della Confraternita del Suffragio. Alla morte del Pontefice, il Piazza partecipò ai due conclavi successivi donde uscirono papa innocenzo XII e papa Benedetto XIII. Anche il Piazza ebbe il suo partito e venne elencato tra i papabili.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 683-684.

PIAZZA LODOVICO
Parma 1770/1794
Suonatore di corno da caccia, fu assunto per un triennio a suonare nell’Accademia teatrale di Parma, dove anche sostituì Francesco ziliani, ammalato, durante il Carnevale del 1780. Cornista della Banda della Duchessa di Parma, suonò anche la tromba come aggiunto negli spettacoli teatrali dal 1794 a Parma.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Teatri 1770-1779, Affari diversi, Cart. n. 2; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 226.

PIAZZA LORENZO
Parma 1754/1761
Compì osservazioni sul tempo atmosferico a Parma dal 1754 al 1761 pubblicandole poi sul suo Diario istorico e meteorologico.

FONTI E BIBL.: A.De Marchi, Guida naturalistica, 1980, 171.

PIAZZA LUIGI
Parma 1763/1788
Dalle carte dell’Archivio di Stato di Parma (Teatri, 1763) risulta che fu pagato per aver dipinto a fiori li quattro Palchi del Regio Ducal Teatro di Parma fatti cangiare e restaurare d’ordine del S. Ministro come pure per aver dipinto a fiori il Palcho del S. Ministro di Stato. l’ufficio fatto di nuovo ad esso palcho ed il contrufficio. Risulta inoltre retribuito per decorazioni macchinose per il Ballo Pantomimico dell’opera musicale dell’andante primavera. Nel 1769, 1775 e 1777 furono opera sua i cartelloni (la gioia) che si esponevano in piazza con il programma della stagione d’opera. Risulta anche retribuito per l’opera prestata per le accademie di primavera del 1774 e per le pitture per il ballo nel 1777 (Archivio di Stato di Parma, Teatri e Spettacoli Borbonici, b. 2 e 5). Lavorò in collaborazione con Francesco Grassi nella pittura delle scene del Teatro Ducale di Parma negli ultimi anni Ottanta del XVIII secolo, dopo che nel 1775 ne aveva già dipinto da solo le scene.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PIAZZA LUIGI
Parma XIX secolo
Pittore e scenografo, fu attivo per buona parte del XIX secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, IX, 220.

PIAZZA OTTAVIO
Parma 1577
Nell’anno 1577 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.

FONTI E BIBL.: L.Araldi, L’Italia nobile, 1722.

PIAZZA PASQUALE
Parma-Parma 6 aprile 1805
Fu nominato secondo professore di oboe nella Reale Orchestra di Parma con decreto ducale del 13 gennaio 1776. Lo stipendio di tremila lire annue gli venne elevato, con altro decreto dell’11 novembre dello stesso anno, fino a quattromila lire. Prese parte alle solennità maggiori della Steccata di Parma dal 1770 al 1797. Nel 1776 suonò nell’orchestra del collegio dei Nobili e nel 1791 era oboe di propaietà del Reale Concerto di Parma.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 786; Archivio della Steccata, Mandati dal 1770 al 1797; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 223.

PIAZZA PIETRO
Parma xvii secolo/1768
Pittore paesista e architetto civile attivo alla fine del XVII secolo e per buona parte del XVIII secolo. Nel 1748 lavorò per la congregazione dei virtuosi di Roma e nel 1768 alla facciata del Duomo di Perugia.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, V, 279; Siepi, Descrizione di Perugia, 1822, I, 60.

PIAZZA PIETRO
Parma ante 1716-post 1768
Pittore quadraturista, nel 1748 divenne socio della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon di Roma. Nel 1768 eseguì quadrature nel Duomo di Perugia. Fu forse attivo a Parma dal 1716 al 1730, anche come architetto civile.

FONTI E BIBL.: U.Thieme-F. Becker, vol. XXVI, 1932; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 16-17.

PIAZZA PIETRO ANTONIO PELLEGRINO
Parma 1 agosto 1774-Parma 28 febbraio 1839
Figlio di Luigi e Gertrude Vasselli. Studiò a Parma con Francesco Grassi.Nel 1803, assieme ad Alessandro Cocchi, dipinse le scene del Teatro Nazionale di Parma, dove nel 1805 attuò la nuova costruzione de’ palchi mobili e la nuova pittura della sala ad uso di anfiteatro, e nel 1807 lavorò per quelle degli spettacoli del Collegio Lalatta.Quando Maria Luigia d’austria restaurò il nuovo Collegio dei Nobili, continuò la sua attività anche in quella sede.Il suo lavoro fu molto apprezzato e dal 1807 al 1839 fu quasi ininterrottamente lo scenografo del Teatro Ducale.Nel 1825, in occasione della visita dell’Imperatore d’Austria a Brescia, fu invitato in quella città per le scenografie degli archi di trionfo e, nello stesso anno, dipinse il soffitto e le scene del Teatrino Ducale di Colorno fatto restaurare, dopo anni di abbandono, da Maria Luigia d’austria.Nel maggio 1829, stagione di inaugurazione del nuovo Teatro Ducale di Parma, affrontò, assieme a Giuseppe Boccaccio e a Giuseppe giorgi, l’allestimento scenico della Zaira e decorò anche alcune sale accanto al Ridotto.Fu attivo nel Teatro di Reggio Emilia per un grande numero di stagioni di Fiera tra il 1810 e il 1838, anno in cui dipinse le scene per il teatrino di Reggiolo. Un bozzetto per il secondo sipario di comodo del Teatro del collegio dei Nobili, dopo che Maria Luigia decretò nel 1831 la fusione dell’antica istituzione con quella del Collegio Lalatta, dovrebbe essere tra le poche, se non l’unica testimonianza rimasta dell’intensa attività, non solo locale, del Piazza scenografo e buon pittore d’ornati e quadrature, di cui lo Scarabelli Zunti (ms. seconda metà dell’ottocento, v. IX, f. 221 r. e v., 222 v.) fornisce il riassunto tra il 1800 e l’anno di morte. Il foglio, di schietta ispirazione romantica, appartiene dunque al periodo tardo del Piazza, quando nel Teatro Ducale, a partire dal 1836, ricorse sempre più intensamente alla collaborazione del paesaggista Giuseppe Boccaccio.

FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 153; Disegni della Palatina, 1991, 430; Enciclopedia di parma, 1998, 534.

PIAZZA RENZO
Parma 27 luglio 1915-Chiavari 9 dicembre 1998
Diplomato in ragioneria, il Piazza lavorò alla Banca del Monte di Parma, dove ricoprì incarichi dirigenziali.Anche durante gli anni in cui era impiegato all’istituto di credito cittadino, coltivò sempre la passione per la parmigianità, che manifestò con la sua adesione alla Famija Pramzana.Tra i primi ad aderire all’associazione, il Piazza ne fu anche consigliere e revisore dei conti, ma soprattutto si occupò delle pubblicazioni della Famija Pramzana: curò l’edizione del mensile Al Pont äd Méz e nel 1997 scrisse un libro sulla storia della Famija Pramzana in occasione del 50° della fondazione.

FONTI E BIBL.: F.Bandini, in Gazzetta di Parma 12 dicembre 1998, 8.

PIAZZA VEDASTO
Colorno 5 febbraio 1817-Bahia 30 ottobre 1865
Frate cappuccino laico, compì a Borgo San Donnino la vestizione (9 giugno 1837) e la professione di fede (10 giugno 1838). Pur non essendo sacerdote, si rese assai benemerito nella catechesi dei Botocudos di Catulè (brasile). Data la scarsezza dei missionari sacerdoti, il prefetto di Bahia impiegò nella catechesi anche qualche laico, non solo come aiuto ma anche come direttore. Il Piazza, mandato nel 1846 sul Rio Pardo per assistere un sottoaldeamento di Botocudos stabilito sul territorio di S. Pedro de Alcantara, si rese talmente caro agli indios che quando il prefetto lo richiamò all’ospizio (1853), per poco non si ebbe una ribellione e il Piazza dovette essere rimandato tra i primitivi del Catulè, ove continuò per vari anni a catechizzare. Fu molto lodato dallo stesso direttore generale degli indios nelle sue lettere al vicepresidente della provincia.

FONTI E BIBL.: Cappuccini a Parma, 1961, 26; metodio, Storia dei Capuccini nel Brasile, 206, 226, 307; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 616-617.

PIAZZA VINCENZO
Modigliana 1 marzo 1668-Parma 12 agosto 1745
Figlio di Cristoforo e Dorotea Ravagli. A parma venne dapprima accolto quale paggio alla corte farnesiana (1676) e in seguito fece carriera quale Maestro di Camera del principe Antonio Farnese (del quale fu anche castellano di Piacenza).Fu creato prima Cavaliere (1686) e poi Commendatore dell’Ordine di Santo Stefano (1732). Colto letterato, compose un poema giovanile intitolato Bona espugnata, pubblicato a Parma nel 1694: lavoro che fu assai lodato quale opera foriera di promesse. Nel poema celebrò la spedizione dei cavalieri pisani di Santo Stefano contro i pirati algerini (1607). Intimo e prediletto dai due ultimi duchi Farnese, fu da loro creato conte di Ricetto con Scanzo e marchese di Cassio (1733). Appartenne all’Arcadia sotto il nome di Enotrio Pallanzio e fu ascritto a varie accademie, tra le quali quella della Crusca (1693) e quella degli Innominati, fondata a Parma da Pomponio Torelli. La sorte gli riserbò il triste incarico di presiedere l’ultima sessione di tale accademia, spentasi nel 1709. Alla morte del duca Antonio Farnese (17 febbraio 1731), venne conferito al Piazza l’incarico da parte della Reggenza di procedere allo spoglio della camera dove il Duca era spirato, secondo l’uso della Corte o pure l’equivalente. Il Farnese lasciò al Piazza per testamento un legato di mille oncie d’argento. Sposato nel 1697 alla contessa Teresa Del Bono, ebbe cinque figli.

FONTI E BIBL.: G.V.Marchesi Buonaccorsi, Galeria dell’onore, 1735, II, 153; I. Carini, L’Arcadia dal 1690 al 1890, Roma, 1891; A. Belloni, Il Seicento, Milano, 1929; Dizionario UTET, IX, 1959, 1113; Palazzi e casate di Parma, 1971, 680-681.

PIAZZI MAURO
Parma 1637-Parma 13 agosto 1710
Fu Abate e Visitatore nell’Abbazia del Santo Fiore in Arezzo. Nel 1704 divenne Abate di San giovanni Evangelista in Parma. Fece fare numerosi lavori di ampliamento e abbellimento del Monastero. Resse il titolo di Abate fino al 1707. Morì all’età di 73 anni.

FONTI E BIBL.: M.Zappata, Corollarium Abbatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 158.

PICCAPIETRE ANDREA
Parma prima metà del XVI secolo
Tagliapietre attivo nella prima metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, III, 330.

PICCAPIETRE GIOVANNI ANDREA
Parma prima metà del XVI secolo
Tagliapietre attivo nella prima metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, III, 330.

PICCAPIETRE MARCO
Parma prima metà del XVI secolo
Tagliapietre attivo nella prima metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, III, 330.

PICCARI GIUSEPPE
1878-Nad Logen 16 settembre 1916
Figlio di Luigi. Maggiore nel 74° Reggimento Fanteria, fu decorato di una medaglia d’argento e una medaglia di bronzo al valor militare. Morì combattendo valorosamente, colpito da una granata alla testa. Fu sepolto nel Cimitero di Chiopris.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 26 maggio 1917 e 11 febbraio 1918; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 193.

PICCINAGLI, vedi BONAZZI GIACOMO

PICCINARDI, vedi PICENARDI

PICCINI MARIO
Parma 1897/1918
Tenente del Corpo aeronautico militare, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Due volte ferito in combattimento, venne catturato ma riuscì a evadere la notte successiva rientrando nelle linee italiane. Due mesi dopo, ancora convalescente, ritornò a volare nel cielo del medio Isonzo.

FONTI E BIBL.: Aviatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 15 maggio 1978, 3.

PICCININI GIOVANNI
Parma 1463/1465
Capitano di ventura e squadriere del duca Francesco Sforza, fu tra coloro che presero parte nel 1463 alla cerimonia della distribuzione dei guanti. È forse lo stesso cui nel 1465 i Landi concessero Compiano, onde rafforzare il confine dei Visconti, quale capitale della media Val Taro. Al Piccinini fu affidato da Francesco Sforza il figlio Polidoro. Secondo documenti d’archivio (Drei), il nome di Borgo Polidoro della città di Parma si intitolerebbe da lui.

FONTI E BIBL.: G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 100.

PICCININI OTTAVIO
Parma 1706/1707
Insegnò dapprima Procedura Civile e poi Istituzioni all’Università di Parma. Ebbe uffici a Genova, Lucca e Firenze, ove fu consigliere del Granduca. È ricordato dal Bolsi (p. 50). Risulta come Lettore d’Instituta a Parma nel 1706 e 1707.

FONTI E BIBL.: F.Rizzi, Professori, 1953, 40-41.

PICCININO GIOVANNI, vedi PICCININI GIOVANNI

PICCIONI PIO
Parma 1847-1922
Disegnatore ornanista, fu attivo nella seconda metà del XIX secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, X, 116; U.Montanari, Pio Piccioni, in Annuario dell’Istituto Tecnico Melloni, 1927, 42.

PICCO ANNA EUGENIA o EUGENIA, vedi PICCO MARIA ANGELA

PICCO MARIA ANGELA
Crescenzago 8 novembre 1867-Parma 7 settembre 1921
Nata da Giuseppe e da Adelaide Del Corno, trascorse la sua fanciullezza e adolescenza in un difficile ambiente familiare. Suo padre, cieco e ricercato suonatore di tibia nei più celebri teatri italiani ed esteri, unitosi a un’altra donna, andò in America abbandonando la famiglia. La Picco fu affidata da principio alle cure della nonna ma poi la madre volle riprenderla con sé e riportarla a casa, dove soffrì molto per i maltrattamenti del patrigno. Nel 1886 cominciò a frequentare l’oratorio delle orsoline del Sacro Cuore a Milano. Decise di consacrarsi al Signore, e così venne accolta nel 1887 da Agostino Chieppi che la inviò a Parma, dalle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, prima come aspirante e poi nel novembre 1889 come novizia. Emise la sua prima professione il 10 giugno 1891 e quella perpetua il 1° gennaio 1894. Fu nominata nel 1905 maestra delle novizie, ufficio che esercitò fino al 1911, quando venne eletta superiora generale, riconfermata poi nel 1917 e nel 1919. Ebbe cura attenta dell’attuazione di tutte le regole della congregazione, fu diligente nel dare una sistemazione alla vita religiosa e di comunità e curò la formazione morale e culturale dei singoli membri. Si preoccupò poi di esercitare un’intensa vita apostolica, consona al momento storico, mettendo a disposizione delle autorità tutte le suore per l’assistenza ai degenti in ospedale e alla popolazione. Nella Curia vescovile di Parma furono istruiti negli anni 1945-1946 i processi ordinari sulla sua fama di santità. La Sacra Congregazione per le Cause dei Santi emise il decreto sugli scritti il 6 luglio 1963 dichiarandola Serva di Dio.

FONTI E BIBL.: G.B. Parma, Anima candida. Lineamenti biografici e di vita interiore della Madre Anna Eugenia Piazza, Subiaco, 1928; P. Aloysia, Vita della serva di Dio Madre Anna Eugenia Piazza, Parma, 1946; G.M. Conforti, Le piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, Parma, 1980; T. brizzolara, Eugenia, Parma, 1983; Beaudoin, Index processuum beatificationis, 235; R. Lecchini, Suor Maria Eletta, 1984, 8; Bernardino da Siena, in Bibliotheca Sanctorum, Appendice I, 1987, 1045-1046.

PICCOLI FRANCESCO
Parma 1765
Fu musicista alla Steccata di Parma nell’anno 1765.

FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1765; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PICCOLI GASPARE
1747-Parma 1809
Fu profondo conoscitore delle lingue greca, latina e italiana, della Teologia e delle buone lettere in genere. Divenne dapprima precettore di alcuni giovani di ricche famiglie parmigiane, e fu poi fatto maestro di umane lettere e di lingua greca nelle scuole della Reale Università di Parma. Morì a 62 anni.

FONTI E BIBL.: A.Cerati, Opuscoli diversi, IV, 1810, 284-287.

PICCOLI GIOSUÈ
Parma 1829/1830
Falegname, lavorò, assieme ad altri e diretto dall’architetto Paolo Gazola, ai serramenti, parquet e invetriate gotiche, nel Casino del Ferlaro.

FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 263.

PICEDI PAPIRIO
Arcola 1528-Parma 4 marzo 1614
Appartenne a una nobile famiglia originaria della città di Luni. Il padre, conte Picedo, facoltoso possidente, si stabilì nel 1525 ad Arcola. La madre, Clementina degli Ottaviani, era oriunda di Vezzano, dove poi il Picedi fece costruire un palazzo sontuoso nel quale progettò di ritirarsi a vita privata dopo aver rinunciato agli impegni di Corte. Il Picedi iniziò gli studi sotto la guida di precettori e li continuò a Padova, dove, ventunenne, conseguì la laurea in legge. Dotato di aperto ingegno e acquistata esperienza negli affari, fu nominato uditore di rota in Bologna, quindi a Mantova e infine a Faenza. Passato a Roma, entrò al servizio del cardinale bresciano Gian Francesco Gambara, vescovo di Viterbo, il quale lo inviò a Parma per risolvere una vertenza in corso tra lui e il cardinale Sforza Pallavicino, a negoziare la quale era stato scelto dalle parti il duca ottavio Farnese. Questi, in tale circostanza, ebbe modo di conoscere e di apprezzare l’acume e la prudenza del Picedi nel dirimere l’aggrovigliata e complessa questione e senz’altro gli propose di passare al suo servizio. Avuto il consenso dell’interessato e il benestare del cardinale gambara, condusse il Picedi alla propria Corte servendosi per molti anni di lui in importanti missioni. Nel 1585 lo annoverò tra i nobili cittadini parmensi e contemporaneamente lo nominò Fiscale in Piacenza e poi Podestà in novara, inviandolo quindi al governo di Parma, città che Carlo V aveva scorporato dallo Stato di Milano per cederla a Pierluigi Farnese. In seguito il Picedi fu per due anni Fiscale a Pavia e fece parte della locale accademia degli Affidati. Ebbe pure la cittadinanza di Novara (1571), dove fu Pretore, e, avendo acquistato notorietà e benemerenze anche in altre città nello svolgimento dell’attività diplomatica, fu insignito di numerose onorificenze: Genova lo annoverò tra i patrizi che avevano diritto al governo della Repubblica, Piacenza lo iscrisse al suo patriarcato e Roma gli conferì il titolo di cittadino romano. Ottenuto da alessandro Farnese, figlio di Ottavio, l’incarico di suo ambasciatore a Milano, passò in tale qualità alla corte di re Filippo di Spagna (il quale a quel tempo si trovava in Portogallo) per sostenere i diritti del Duca sopra quel regno. La missione presso il Monarca non ebbe esito felice, sicché il Picedi fece ritorno alla residenza di Milano, che lasciò poco dopo per passare a Genova. Nel frattempo, essendo rimasto vedovo di Ersilia Forlani (dama piacentina dalla quale aveva avuto due figlie, Lavinia e Maria), sposò in seconde nozze la genovese Maria Spinola, che lo rese padre di un’altra figlia, costanza. Alla morte del duca Ottavio, alessandro Farnese lo inviò nel 1591, sempre in qualità di suo ambasciatore, a Roma. il pontefice Innocenzo IX, essendo stato governatore di Parma e conoscendo la destrezza del Picedi nel trattare gli affari di Stato, lo decorò dell’Ordine di Cristo e determinò di valersi di lui nel servizio della Curia romana. Senonché il Papa morì dopo solo due mesi di pontificato senza aver potuto dare una definitiva sistemazione al Picedi, il quale, intanto, si era svincolato dal duca Farnese. Non meno benevolo nei confronti del Picedi fu papa Clemente VIII, che gli accordò una lauta pensione per gli incarichi di fiducia che lo destinò a ricoprire in Vaticano. Ranuccio Farnese, allorché successe al padre nel governo del Ducato di Parma e Piacenza, richiamò il Picedi, lo ricevette con tutti gli onori e lo nominò suo Consigliere segreto e Ambasciatore. In quest’ultima qualità lo inviò dapprima a Roma e in seguito a Madrid alla corte di Filippo II. La notizia della morte della seconda moglie, da lui appresa in Spagna, rappresentò per il Picedi la spinta decisiva ad abbracciare lo stato ecclesiastico. Rientrato a Parma e informato Ranuccio farnese della vocazione, ne ebbe dal Duca approvazione e incoraggiamento, a condizione che non rinunciasse a prestare i suoi preziosi servizi alla Casa Farnese. Ricevuta nel 1596 la sacra ordinazione, fu creato Referendario dell’una e dell’altra segnatura. Nel 1598, alla morte di Carlo Sozzi, prevosto mitrato della Chiesa borghigiana, venne destinato a succedergli e, allorché il 12 febbraio 1601 Borgo San Donnino fu elevata con bolla di papa clemente VIII a sede vescovile, il Picedi divenne primo vescovo della costituita nuova diocesi. La data ufficiale della nomina risale all’8 gennaio 1603, al tempo cioè in cui vennero ultimate le pratiche inerenti alla giurisdizione spirituale e temporale dell’episcopio borghigiano sui territori dipendenti dalla prevostura e su quelli dello Stato di Parma e Piacenza che erano soggetti al vescovo di Cremona. Il Picedi fece il solenne ingresso in Borgo San Donnino il 12 aprile 1604 e per la circostanza due canonici e due rappresentanti del Comune lo ricevettero a Parola, mentre alla porta di San Michele, dove fu eretto un arco trionfale, attendevano gli altri canonici e consiglieri del Comune con alla testa il podestà Giovanni Zucchi. Nella chiesa di San Michele il Picedi vestì gli abiti pontificali, quindi fu accompagnato processionalmente in Duomo, dove celebrò la messa pontificale. Per un caso singolare, lo assistettero durante la solenne funzione altri due vescovi, il canonico Alfonso Trecasali, come diacono, e il canonico giacomo Marri, come suddiacono, e furono presenti le tre figlie del Picedi con i rispettivi mariti, la figlia del Trecasali con il consorte e il figlio del Marri con la moglie: tutti, al termine del sacro rito, ricevettero dalle mani del Picedi la comunione. L’episcopato del Picedi a Borgo San Donnino fu più formale che effettivo. Di atti notevoli che l’abbiano contrassegnato, le cronache non registrano che l’istituzione della congregazione della Dottrina cristiana e l’emissione di un regolamento per i monasteri delle religiose. Il Picedi continuò a risiedere a Parma e a prestare servizio presso quel Duca, recandosi di tanto in tanto a Borgo San Donnino per attendere agli affari ecclesiastici più urgenti. Il 30 agosto 1606 fu traslato da papa Paolo V alla sede vescovile parmense. Ne prese possesso per procura il 7 settembre successivo per rogito del notaio Giacomo Magnani e fece l’ingresso il 30 novembre dello stesso anno. Il 23 aprile 1607 consacrò la chiesa prepositurale di San secondo, dopo che era stata interamente restaurata. Il 18 ottobre 1608 procedette alla consacrazione della chiesa di Santa Maria Maddalena delle Carmelitane e il 30 aprile 1610, con l’approvazione dei canonici della Cattedrale di Parma, concesse la chiesa di Santa Maria del Quartiere (della quale aveva gettato la prima pietra nel 1604) ai padri del Terz’Ordine di San francesco, presso la quale i religiosi costruirono il loro convento. Emanò infine alcune disposizioni sulle modalità delle esequie, allo scopo di eliminare abusi e scandali. Il suo episcopato, che vide negli anni 1606 e 1607 una tremenda carestia, alleviata da ogni possibile caritatevole provvidenza, comprese anche gli anni 1611 e 1612, quello della congiura dei feudatari, accusati di cospirazione contro lo Stato e la vita del Duca di Parma Ranuccio Farnese, e quello della conseguente sanguinosa repressione che suscitò una vasta e clamorosa eco in tutte le corti d’Italia. A conclusione di quel processo, nel quale le più atroci torture forzarono alle confessioni più improbabili, sette nobili lasciarono il capo sul patibolo (fu giustiziata anche la contessa Barbara Sanseverino, celebrata in versi dal Tasso e dal Guarini) e tre altri complici furono impiccati. Dal grande processo fu stralciata, per ragioni di competenza, la parte riguardante le offese alla religione (sortilegi, bestemmie ereticali) e quella sulla colpevolezza di due sacerdoti ritenuti complici dei cospiratori. Il tribunale ecclesiastico, presieduto dal Picedi, non fu meno severo di quello del Farnese. Si disse anche che il Picedi, d’accordo col Duca, avesse preparato al giudice Piosasco le domande che dovevano costringere gli imputati a confessare. Informa l’Allodi che il Picedi fu colto nelle lettere e abile negli affari. Compose qualche orazione, tra le quali si ricorda quella che recitò per i funerali di Maria di Portogallo, consorte del duca Alessandro Farnese. Fece inoltre pubblicare dall’editore parmense Erasmo Viotti nel 1564 i quattro ultimi volumi della Storia d’Italia del guicciardini, in calce ai quali aggiunse una sua diligente ed estesa Tavola delle cose notabili e i sommari. Morì all’età di 86 anni e fu sepolto in cattedrale nella cappella di Sant’Agata. Sopra il suo sepolcro spicca un simulacro scavato nel marmo raffigurante un vescovo vestito degli abiti pontificali. Una lapide reca la seguente iscrizione: Papirio Picedo de Arcula nobili genuensi summa prudentia, parique sapentia praedito, Primario Ser. Ranutii Farnesi Parme et Placentiae etc. Ducis IV Consiliario, J. V. consultissimo, saepius in magnis Principum negotiis probato. Burgi primum deinde Parmae Episcopo omnia tanti honoris munera obeunti omni meritorum ergo laude comulatissimo Heredes affines tanto Antitisti optime merito M. PP. Obiit quarto nonas Martii MDCXIV annos natus XXCVI. Nel pavimento, intorno all’effige del Picedi, si legge quest’altra iscrizione: Papirius Picedius Episcopus Serenissimorum Dominorum Fratrum Octavii et Alexandri Farnesi Consiliario, negotiorum maximorum eorundem apud maximos in toto orbe terrarum Principes gloria vivet, memoria vivit, virtus vixit.
FONTI E BIBL.: G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 147-166; Parma per l’arte 3 1952, 144-145; A. Angelletti, Vita di mons. Papirio Picedi, rifusa poi nell’opera di Achille Neri, edita a Parma nel 1875; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 353-357; F. Piazza, in Gazzetta di Parma 18 marzo 1996, 5.

PICELLI AMBROGIO
Parma 1649
Monaco benedettino, fu autore di un lungo Gratulatorium Carmen in reditu D. Andreae Arcioni Casinensium Praesidis (Parmae, Typis Seth et Erasmi de Viothis, 1649).

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 932.

PICELLI GUIDO
Parma 9 ottobre 1889-El Matoral 5 gennaio 1937
Figlio di Leonardo, cocchiere, e di Maria melegari, portinaia. Dopo aver frequentato la scuola media, cominciò fin da ragazzo a lavorare come apprendista orologiaio, ma ben presto dette una prima prova del suo carattere avventuroso e impulsivo fuggendo da casa con una compagnia di guitti. Dal 1906 al 1912 girovagò per l’Italia settentrionale, recitando anche, sembra, nella compagnia di Ermete Zacconi. L’amore per il teatro non lo abbandonò neppure dopo il ritorno a casa: aperto per vivere un piccolo negozio di orologeria, fondò infatti la Compagnia filodrammatica stabile di Parma n. 1. Iscrittosi giovanissimo al partito socialista, allo scoppio della prima guerra mondiale ne condivise le posizioni neutraliste. Si arruolò poi volontario nella Croce rossa, ma ciò non gli evitò il trasferimento in fanteria, presso il cui 112° Reggimento prestò servizio come Sottotenente di complemento, riportando una medaglia di bronzo al valore militare, e una ferita a una gamba. dall’esperienza della guerra, che non mancò di colpirlo profondamente, il Picelli trasse la convinzione che fosse suo precipuo dovere assistere quanti ne erano stati colpiti. Si impegnò così nell’organizzazione parmense della Lega proletaria mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra, che lo elesse segretario nel 1919. questa organizzazione, che si riferiva nazionalmente al partito socialista (ma vi erano presenti anche anarchici e sindacalisti rivoluzionari), nacque per dare risposte concrete agli strati popolari che più avevano sofferto della guerra e diventò in pochi mesi una vera organizzazione di massa. La distinzione rispetto ad altre associazioni di ex combattenti consistette in una visione decisamente classista: appello alla costruzione dello stato operaio contrapposto allo stato nazionale, richiamo alla solidarietà di classe. Accanto a una attività assistenziale e legale per i mutilati, gli invalidi e per le famiglie colpite, venne condotta un’azione per dare lavoro ai reduci, e non mancarono le voci di chi vedeva nella Lega il momento per la preparazione dell’esercito rosso (G. Isola). A Parma il Picelli si batté, oltre che per la soluzione dei bisogni immediati degli ex combattenti e delle loro famiglie, per un’azione decisa nel campo sindacale, che non disdegnò il momento dello scontro. Più volte, tra il 1919 e il 1920, ribadì che la Lega interverrà ogni qualvolta occorrerà l’azione costituendo essa l’avanguardia del movimento rivoluzionario e che non erano sufficienti gli scioperi di protesta ma si rendevano necessari movimenti decisi e rivoluzionari. Delegato a rappresentare la provincia di Parma alle assise della lega, al II congresso svoltosi a Bologna il 20-23 giugno 1920 fu eletto membro del Comitato centrale dell’organizzazione, ma non poté assumere effettivamente l’incarico perché venne arrestato pochi giorni dopo. Soprattutto uomo d’azione, nell’acuta crisi sociale e politica del dopoguerra, il Picelli maturò una particolare sensibilità per i problemi dell’organizzazione militare del proletariato e fin dal 1920 costituì a Parma una Guardia rossa autonoma. Composto per lo più di giovani socialisti (i più turbolenti elementi sovversivi, a detta del prefetto) e mal tollerato dal partito, questo organismo non raggiunse mai una grande consistenza e non svolse in effetti azioni di particolare rilievo. L’iniziativa più clamorosa fu quella del sabotaggio di un treno carico di soldati in partenza per l’Albania, effettuato il 28 giugno 1920 e seguito dall’immediato arresto del Picelli. Per uscire dal carcere, dovette attendere le elezioni politiche del maggio 1921, per le quali il Partito Socialista Italiano presentò la sua candidatura-protesta e che lo videro eletto con 20294 voti. Tornato così in libertà, il Picelli si trovò di fronte una situazione radicalmente mutata, nella quale al dilagare dell’offensiva fascista faceva riscontro la passività del movimento operaio e la divisione tra socialisti e comunisti, con le ostilità e il settarismo che ne derivavano. A Parma, per giunta, tutto ciò si inseriva in un cronico stato di divisione e di contrapposizione tra socialisti, sindacalisti dell’Unione Sindacale Italiana e deambrisiani. Pur facendo parte del gruppo parlamentare socialista, il Picelli non fu legato a nessuna delle correnti che nel 1921-1922 diedero vita a più partiti dal tronco socialista. Lontano dalla tradizione riformista, non si identificò né con le posizioni massimaliste né con quelle comuniste e neppure si collocò all’interno degli altri raggruppamenti, l’anarchico e il sindacalista, che così forti radici mantenevano anche nella Parma del primo dopoguerra. In mesi caratterizzati da una acuta crisi economica, sociale e politica e da una recrudescenza dello scontro di classe, nel quale si inserirono le azioni dello squadrismo fascista, mentre le forze dello stato si opponevano con forza solo all’opera di difesa dei gruppi del movimento operaio, l’attività del Picelli si articolò in più direzioni, che ebbero tutte al centro la difesa delle condizioni di vita e le libertà politiche e civili delle masse lavoratrici. Lo si trova presente nelle riunioni convocate alla prefettura per chiedere un impegno del governo contro la disoccupazione, attivo sulla stampa per chiamare all’unità le diverse componenti sindacali del movimento operaio, impegnato per la liberazione dei detenuti politici e organizzatore degli Arditi del popolo per la difesa militare contro le spedizioni fasciste, che nella provincia avevano già decretato la fine di alcuni capisaldi socialisti. Non legato ad alcuna delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, non bruciato dagli scontri che divisero il campo in interventisti, neutralisti e contrari, il Picelli si pose come l’uomo che poteva unire il corpo smembrato del fronte operaio. La Lega proletaria, in quanto organismo nuovo, gli consentì abbastanza liberamente di svolgere un’azione su più fronti, da quello sindacale a quello dell’organizzazione militare. Convinto che fosse necessario opporsi al fascismo sul piano della lotta armata, nell’estate del 1921 il Picelli dette vita a Parma al corpo degli Arditi del popolo, riuscendo a ricreare attorno a esso una vasta unità delle forze proletarie, nonostante l’opposizione di numerosi dirigenti del Partito Socialista italiano e del Partito Comunista Italiano: nell’interesse collettivo devono tacere i vari dissensi politici, scomparire le questioni individuali, i piccoli rancori, vecchi e nuovi, pensando solo che ogni essere è l’elemento indispensabile alla coesione e alla costituzione di quella forza immensa che è data dall’unione dei singoli. Voglio sperare che presto si cesserà di offrire il triste spettacolo della disunione: le tre Camere del lavoro scompariranno, si fonderanno in una e la nostra provincia fatta forte darà finalmente battaglia certa del buon esito di essa. Viva l’unità proletaria! (Idea 4 giugno 1921). Gli organi di stampa dei raggruppamenti politici dal Picelli chiamati all’unità, pur dissentendo o ponendo riserve alla sua azione, non rifiutarono le sue lettere e i suoi articoli: non lo aiutarono, ma neppure, di fatto, lo avversarono. Lo stesso quotidiano Il Piccolo, inizialmente contrario agli Arditi del popolo in quanto tentativo antilegale che si arrogava il compito di esercitare funzioni che in una nazione civile spettano allo stato, due mesi più tardi, il 21 settembre 1921, di fronte al dilagare della violenza fascista, che veniva meno al patto di pacificazione sottoscritto nell’agosto, e all’impotenza delle strutture dello stato, scrive: sarebbe davvero un’ingiustizia a voler aggiungere al danno le beffe, attribuire agli arditi del popolo la responsabilità del prolungarsi di una situazione angosciosa. Sul versante opposto si collocò la Gazzetta di Parma, pronta a difendere le azioni degli squadristi e ad accreditare ogni interpretazione fascista degli scontri e violenze a Parma e in provincia. Il giornale mise in atto un’opera di denigrazione nei confronti degli arditi e specialmente del Picelli, di cui cercò di ridicolizzare la figura di dirigente, ricordando con toni perbenisti il suo passato di attore, lanciandogli la falsa accusa di essersi proposto come propagandista dell’Agraria e ripetendo che egli cercava con tutti i mezzi di mettersi in luce. Disturbò molto i conservatori e i reazionari parmensi che a rappresentare Parma in parlamento, accanto all’onorevole Micheli, di parte popolare, sedesse il Picelli, l’eletto della teppa e della masse proletarie e ignoranti (G. Stefanini, 27). Nell’ondata repressiva di parte governativa che si abbatté nella tarda estate 1921a livello nazionale contro gli Arditi del popolo fu colpito anche il Picelli, arrestato il 27 settembre per detenzione abusiva di armi, trovategli in casa durante una perquisizione. In effetti, nelle file degli Arditi del popolo accorsero sindacalisti e anarchici, socialisti e comunisti, e tra questi ultimi, con compiti di responsabilità, il segretario della federazione Filippini e quello della Federazione Gioventù Comunista italiana D. Gorreri. Si riuscì anche a far uscire per qualche numero, stampandolo a Milano, un periodico intitolato appunto L’Ardito del popolo. Divisa la città in settori secondo una rete organizzativa capillare e una struttura militare centralizzata, il Picelli non attese gli attacchi dei fascisti ma passò decisamente all’offensiva, consentendo così al movimento operaio della città e della provincia di riprendersi e di promuovere numerose manifestazioni. Il 1° maggio 1922 lo stesso Picelli poté trarre questo bilancio dell’opera svolta: In tutta la Valle Padana, Parma è l’unica zona che non sia caduta in mano al fascismo oppressore. La nostra città, compresa una buona parte della provincia, è rimasta una fortezza inespugnabile, malgrado i tentativi fatti da parte dell’avversario. Il proletariato parmense non ha piegato e non piega. Dietro la prima linea c’era tutto il popolo che senza distinzione di partito costituiva l’invincibile esercito dei simpatizzanti. Giovani e vecchi, uomini e donne hanno dato tutto il loro contributo. Ma se fino al quel momento, grazie al suo coraggio personale, allo stretto rapporto con le masse instaurato giorno per giorno nei rioni popolari della città e al suo prestigio di capo degli Arditi del popolo, il Picelli poteva dirsi uno degli uomini più amati e popolari di Parma, presto la sua figura entrò nella leggenda. Parma è l’ultima roccaforte in mano alle forze antinazionali: rappresenta un luogo di rifugio e un aiuto morale per il sovversivismo italiano (Italo Balbo). La prova di forza venne in occasione dello sciopero legalitario dell’agosto 1922, che a Parma e nella provincia riuscì compatto e totale: agli ordini di Balbo, per far cessare lo sciopero e conquistare l’ultima roccaforte del movimento operaio, conversero sulla città le squadre fasciste dell’intera Italia settentrionale. Ma, in tre giorni di ripetuti assalti, i fascisti di Balbo non riuscirono ad aver ragione degli Arditi del popolo del Picelli, i quali, asserragliati nei quartieri del Naviglio e dell’Oltretorrente, con il sostegno attivo dell’intera popolazione, non esclusi numerosi militanti cattolici, opposero un’eroica resistenza e costrinsero infine il nemico a ritirarsi sconfitto, lasciando sul terreno 39 morti e 150 feriti. Le camicie nere arrivarono nella notte tra il 3 e il 4 agosto, e l’ammassamento venne fatto nei pressi della stazione ferroviaria, da Barriera Garibaldi al ponte della circonvallazione. Già nella notte cominciarono le prime scaramucce. La mattina del 4 agosto il primo attacco avvenne contro i borghi di Parma nuova, dalla parte di via Garibaldi e via parmigianino. Gli Arditi contrattaccarono, lasciando sul campo Giuseppe Mussini, un operaio di 25 anni. Balbo si recò dal prefetto intimandogli di riportare alla normalità la situazione entro dodici ore. Seguirono trattative convulse, ma ben presto Balbo capì che l’esercito non avrebbe mai attaccato le barricate, e ruppe ogni indugio. Il mattino seguente i fascisti attaccarono di nuovo, e Balbo, con un centinaio di uomini, riuscì ad arrivare davanti alla vecchia Camera del Lavoro, vicino alla chiesa delle Grazie. Ma la sede sindacale era presidiata dall’esercito, che aveva avuto l’ordine di sparare su chiunque tentasse di avvicinarsi, e Balbo dovette tornare sui suoi passi. I fascisti tentarono un nuovo attacco penetrando dai giardini pubblici ma la manovra era stata prevista e si rivelò un insuccesso. Alla sera il vescovo Conforti tentò una pacificazione facendo visita a Balbo all’Albergo Croce Bianca ma il suo tentativo fallì. L’epilogo si ebbe a mezzanotte, quando il generale lodomez comunicò al gerarca che l’esercito aveva deciso di prendere in mano la situazione proclamando lo stato d’assedio e intimando agli insorti di consegnare le armi. Dopo due ore Balbo diede l’ordine di smobilitare e la mattina seguente se ne andò con le sue legioni. Nella generale disfatta del movimento operaio, la vittoria del proletariato parmense assunse un grande significato politico: Fu allora Parma a salvare l’onore del proletariato italiano. Parma con il successo della sua resistenza, dovuto alla partecipazione unitaria di tutte le componenti del movimento operaio e popolare, costituì un luminoso punto di riferimento per la lotta contro il fascismo (E. Ragionieri, La storia politica e sociale, in Storia d’Italia, IV, dall’unità a oggi, 3, Torino, 1976, 2118). Ciò che non era riuscito ai fascisti fu poi compiuto dall’esercito, alla cui ingiunzione di sgomberare i quartieri già trasformati in fortilizi, gli Arditi del popolo non poterono opporre ragionevole resistenza. Il Picelli, denunciato e incarcerato per breve tempo nel mese di ottobre, continuò la sua milizia a Parma animandovi ancora per diversi mesi, anche dopo la marcia su Roma, la resistenza antifascista, ormai nel buio della clandestinità. In meno di due anni, il Picelli subì quattro arresti. Dopo quelli del 27 settembre 1921 e del 5 marzo 1922, fu di nuovo fermato il 31 ottobre 1922 e il 3 maggio 1923. Le imputazioni furono sostanzialmente le stesse: porto abusivo di armi e formazione di bande armate. Ogni volta la Camera dei deputati negò l’autorizzazione a procedere, per cui il Picelli tornava di nuovo in libertà, dopo aver tuttavia scontato un fermo di diversi giorni e a volte di settimane. La sua vita, soprattutto dall’agosto 1922, ma ancora di più dal dicembre, quando giunse sul tavolo del ministro la circolare firmata dal Picelli che chiamava all’unità proletaria sul piano nazionale, non fu più scissa dalla persecuzione poliziesca. Venne seguito, pedinato, perquisito, fermato. De Bono, il quadrumviro che dirigeva il ministero dell’interno, nel suo telegramma del 28 dicembre al prefetto di Parma è molto esplicito: Dia informazioni ogni movimento et ogni iniziativa sovversiva et sorvegli bene Picelli in modo occorrendo poter provvedere suo arresto. I dirigenti fascisti lo perseguirono non solo per lo scorno subito nell’agosto, quando non poterono occupare i borghi popolari di Parma: ciò che preoccupava era il fatto che i borghi non erano ancora domati (come dimostravano gli scontri del 14, 15 e 16 ottobre 1922, in cui vennero di nuovo erette le barricate) e che il Picelli si era fatto promotore di convegni nazionali segreti per gettare le basi per la costituzione di un organismo di difesa forte e capace di opporsi con l’azione diretta e disciplinata alla reazione. Il Picelli, infatti, se dopo la marcia su Roma (14 dicembre 1922) sciolse il movimento degli Arditi del popolo, non cessò per questo di lavorare per la formazione dell’esercito rosso proletario. Il 1° ottobre 1922 sull’Ardito del popolo riprese il tema dell’organizzazione militare: Al proletariato occorre un nuovo organo di difesa e di battaglia: “il suo esercito”. Le nostre forze devono inquadrarsi e disciplinarsi volontariamente. L’operaio deve trasformarsi in soldato, soldato proletario, ma “soldato”. A differenza dei partiti operai, socialista e comunista, i quali concepivano il momento militare strettamente connesso con l’organizzazione politica e da questa dipendente, per il Picelli i due momenti dovevano essere scissi: Sappia il proletariato italiano comprendere la necessità dell’organizzazione militare rossa, all’infuori delle Camere del Lavoro e dei partiti politici, indispensabile alla difesa ed alla conquista della libertà (L’Ardito del popolo 10 ottobre 1922). Senz’altro giocò in questa sua idea della separatezza la visione delle forze proletarie divise, per cui l’unità si rendeva possibile solo con una organizzazione militare al di fuori dei partiti e dei sindacati. Quando ormai il movimento operaio era sconfitto e demoralizzato, l’appello del Picelli a tutto il proletariato italiano dei primi di ottobre e rinnovato il 19 dicembre 1922, per la costituzione di un organo a carattere militare e tecnicamente capace, che oltre al compito della difesa abbia anche quello di entrare in azione al momento opportuno, non poté non cadere nel vuoto. Il Picelli tuttavia non demorse. A Parma costituì i Gruppi segreti di azione o Soldati del popolo, i quali fino a tutta la prima metà del 1923 continuarono ad agire. A livello nazionale tenne contatti con diversi esponenti politici, tra cui Giuseppe Mingrino, che, con Baldazzi e Secondari, era stato tra i massimi dirigenti degli Arditi del popolo. Poi, nel maggio del 1923, fu costretto a trasferirsi a Roma per evitare le conseguenze dell’odio dei fascisti verso il principale artefice della loro umiliazione. Già su posizioni di critica del partito socialista, che non poterono non accentuarsi di fronte al patto di pacificazione con i fascisti, il Picelli mostrò in quel periodo di condividere la politica di adesione al Komintern e di fusione tra Partito Socialista Italiano e Partito comunista Italiano, perseguita dalla frazione terzinternazionalista, le cui tesi difese infatti strenuamente (secondo quanto riferiscono fonti di polizia) nel gennaio 1923. Al contrario di quanto si è da più parti ritenuto, però, il Picelli non aderì mai effettivamente alla frazione, abbandonando il Partito Socialista Italiano nel corso del 1923 e rimanendo indipendente fino all’anno successivo. Nelle elezioni dell’aprile 1924 fu di nuovo eletto deputato, al di fuori delle preferenze organizzate su scala nazionale dal Partito comunista Italiano. Fu un grande successo, considerato il clima di violenze e intimidazioni in cui si svolse la campagna elettorale. La lista di Unità proletaria, che raggruppava comunisti e terzinternazionalisti, ottenne complessivamente 19 deputat.In Emilia il solo Picelli venne eletto. Non è comunque privo di significato che, rieletto deputato nelle liste dell’Unità proletaria, il Picelli si iscrisse infine al Partito comunista Italiano nel momento della fusione con i terzinternazionalisti. Dopo l’ingresso nel partito comunista, il Picelli, che già il 1° maggio 1924 aveva fatto parlare di sé per aver spiegato una grande bandiera rossa sul balcone di montecitorio, partecipò all’attività del gruppo parlamentare comunista, incorrendo più volte nelle aggressioni dei fascisti, nel parlamento e nelle vie di Roma. Utilizzato dal partito per svolgere opera di collegamento e di direzione politica, tra il 1924 e il 1926 il Picelli si spostò continuamente da un capo all’altro della penisola, e in particolare nel Mezzogiorno, valendosi delle facilitazioni riservate ai parlamentari. Dopo le leggi eccezionali fu condannato nel novembre 1926 a cinque anni di confino e tradotto prima a Lampedusa e poi, nel febbraio 1927, a Lipari, dove rimase fino al novembre 1931, con la sola interruzione di sette mesi di carcere a Messina nel 1928. Per lui, come per tanti altri, gli anni del confino furono anni di studio e di discussione, che lo videro maturare compiutamente l’adesione alla nuova linea adottata dal Partito comunista Italiano al congresso di Lione. Scontata la condanna al confino, il 9 novembre 1931, giunto a Roma, chiese di trasferirsi a Milano, dove viveva la compagna Paolina Rocchetti, impiegata presso la Delegazione commerciale sovietica. Il capo della polizia centrale, Arturo Bocchini, firmò il nulla osta al trasferimento, chiedendo una attenta vigilanza per impedire un eventuale espatrio. Appena giunto a Milano, in effetti, la prima preoccupazione del Picelli fu di espatriare. Cercò contatti con i compagni di fede conosciuti prima e durante il confino e all’inizio del 1932 espatriò clandestinamente in Francia su ordine del partito, e qui lo raggiunse pochi mesi dopo Paolina Rocchetti. Nei mesi della sua permanenza in Francia, il Picelli svolse una intensa propaganda antifascista. Espulso dal paese, nel luglio dello stesso anno riparò in Belgio e dalla fine di agosto del 1932 si rifugiò nell’Unione Sovietica, dove lavorò come operaio in una fabbrica di cuscinetti a sfera. Dopo lo scoppio della guerra civile, fu tra i primi volontari ad accorrere in Spagna a difesa della repubblica: giunto a Barcellona nel novembre 1936 e di lì inviato ad Albacete, centro di raccolta delle Brigate internazionali, mise a frutto le sue sperimentate capacità militari addestrando personalmente il gruppo di volontari che poi guidò in battaglia. Un mese dopo, con trecento garibaldini, giunse sul fronte di Madrid, dove fu nominato comandante di compagnia. Promosso Comandante del battaglione Garibaldi dopo i primi combattimenti dello scorcio del 1936, il Picelli partecipò quindi alla battaglia di Mirabueno, dove cadde alla testa dei suoi uomini, falciato da una raffica di mitragliatrice. Una imponente manifestazione a Madrid rese l’estremo saluto a colui che un comunicato del Comitato Centrale del Partito comunista Italiano definì uno dei capi più amati della classe operaia del nostro paese, mentre a Parma e in tutta l’Italia l’esempio leggendario del Picelli, vincitore di Balbo e caduto per la libertà della Spagna, alimentò la coscienza antifascista e la volontà di riscossa di un crescente numero di cittadini. I giornali antifascisti lo ricordarono con articoli in prima pagina e i suoi funerali, tenuti in forma solenne, furono seguiti dalla popolazione di Barcellona, nel cui cimitero avvenne la sepoltura, e da dirigenti del movimento antifascista internazionale.

FONTI E BIBL.: Partito comunista d’Italia, comitato centrale, L’estremo saluto del PCI all’eroe di Parma, in Lo Stato operaio n. 1 1937, 1-2; M. Ercoli (P. togliatti), À la mémoire de Guido Picelli, in l’internationale communiste n. 1-2 gennaio-febbraio 1937, 74-75; Pionieri dell’Italia democratica, a cura di A. Dal Pont e L. Zocchi, Roma, 1956; U. Terracini, Guido Picelli nel 30° anniversario della sua scomparsa, Parma, 1969 (contenente anche altre rievocazioni: tra le altre, quelle di F. Santi, D. Gorreri, V. Vidali); P. Spriano, Storia del PCI, I-III, Torino, 1967-1970, ad indicem; M. De Micheli, Barricate a Parma, presentazione di G. Amendola, Parma, 1972, passim; T. Detti, Serrati e la formazione del PCI, Roma, 1972, ad indicem; P. Savani, antifascismo e guerra di liberazione a Parma, Parma, 1972, 29 sgg.; G. Calandrone, La Spagna brucia, Roma, 1974, 55, 75-76; G. Isola, La Lega proletaria mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra, tesi di laurea discussa all’Università di Firenze nell’anno accademico 1974-1975. Del Picelli cfr.: Unità e riscossa proletaria, Parma, 1922; Gli operai di Parma sotto il terrore, in l’Unità 23 marzo 1924; La rivolta di Parma, in Lo Stato operaio n. 10 1934, 753-760; Una lettera di Guido Picelli a C. Montanari, a cura di S. Morini, in Ricerche storiche n. 7-8, 1969, 89 s.; 535 deputati, 1924, 224; V. Bonfigli e C. Pompei, I 535 di Montecitorio, Roma, 1921; Pangloss, Gli eletti della XXV legislatura, Roma, 1921; Treves, I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920, 1922; A. malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1941, II, 319; T. Detti, in Movimento Operaio Italiano, IV, 1978, 130-134; L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 118-121; Dietro le barricate, 1983, 173-181; Grandi di Parma, 1991, 90-92.

PICELLI VITTORIO
Parma 1893-Roma 1979
Figlio di Leonardo e di Maria Melegari. Nel 1909 fu tra i fondatori del Fascio anticlericale Francesco Ferrer.Di professione fattorino postale, promosse l’organizzazione sindacale della categoria.A causa di questa attività venne trasferito a Brescia, dove continuò la sua opera.Nell’agosto del 1914 tornò a Parma e si impegnò nella campagna a fianco dei dirigenti sindacali.Combatté con il grado di aiutante di battaglia sul fronte francese, meritando una medaglia di bronzo al valor militare.Alla fine del conflitto assunse incarichi di direzione alla Camera del Lavoro di Parma e nell’Unione Italiana del Lavoro.Nell’agosto del 1922 partecipò alla resistenza delle barricate, organizzata dal fratello Guido.Successivamente aderì all’associazione antifascista Italia Libera.Nel maggio del 1924 espatriò in Francia.A Parigi fu attivo nel gruppo sindacalista Filippo Corridoni e insieme a Giuseppe Donati e altri fuoriusciti curò la pubblicazione del Corriere degli Italiani.Fece parte della Lidu e della Concentrazione antifascista.Intorno al 1934 risultò assai vicino a Giustizia e Libertà.costretto a una condizione di penosa indigenza, nella primavera del 1935 riparò in Belgio.Da Bruxelles scrisse a Mussolini per essere arruolato volontario tra le truppe dirette in Africa orientale.Dall’Etiopia rientrò in Italia alla fine del 1936 e con la famiglia si stabilì a Roma.Gli venne dato un incarico nell’organizzazione sindacale del regime fascista e pubblicò il libro Il fante nella guerra nell’Africa Orientale.

FONTI E BIBL.: Dietro le barricate, 1983, 173; Enciclopedia di Parma, 1998, 536.

PICENARDI BARTOLOMEO
Borgo Taro 1636
Appartenne a una nobile famiglia di Borgo Taro. Fu inviato nel 1636 dalla Comunità di Borgo Taro a Piacenza alla corte dei Farnese, collegati con la Francia contro gli Spagnoli. Ottenne di essere nominato Commissario ducale per condurre soccorsi a Borgo Taro, che riuscì a liberare dagli Spagnoli assedianti

FONTI E BIBL.: Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 340; Valori, Condottieri, 1940, 290.

PICENARDI FRANCESCO
Borgo Taro 19 marzo 1753-post 1812
Nato da nobile famiglia, ebbe la sua educazione alla Corte di Parma tra i paggi degli infanti Filippo e Ferdinando di Borbone. Coltivò ardentemente la musica: allievo del Ragazzi e di Andrea Melegari, si applicò specialmente al violino, giungendo a eguagliare i maestri. A neppure quattordici anni d’età, fu ammesso a eseguire alcuni difficili concerti di violino alla presenza dell’infante Ferdinando di Borbone, per cui ottenne i più grandi onori e applausi. Ritornato a Borgo Taro, il Picenardi costituì una considerevole raccolta di composizioni musicali e organizzò frequenti accademie, divenendo in breve tempo un valido direttore d’orchestra. Quando nel 1790 il Gervasoni si portò a Borgo Taro, rimase sorpreso dall’organizzazione dell’orchestra cittadina (formata esclusivamente da dilettanti) e dall’abilità al violino del Picenardi, del quale apprezzò particolarmente la sicurezza d’intonazione, una grande espressione nell’adagio, un brillante staccato nell’allegro, un sonare netto in somma, puro, eguale ed armonioso. Compose anche buona musica: una Messa a tre voci concertata, alcuni Salmi e dodici concerti per violino. Soprattutto Sei duetti per violino lo pongono tra i migliori compositori di tale genere. Si distinse pure nella pittura e nelle belle lettere.

FONTI E BIBL.: C.Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 231-234; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 334.

PICENARDI GIAN LUIGI
Borgo Taro 1697
Fu segretario di diversi principi e presso molte corti di Germania. Condusse a termine l’accordo di matrimonio dell’arciduca Giuseppe d’Austria, poi Imperatore Leopoldo I, il quale, con diploma del 26 ottobre 1697, lo creò barone. coltivò le arti belle, e non poche sue poesie videro la luce in Cremona e Venezia. Seguì la scuola dei poeti della metà del XVII secolo, acquistando fama di buon letterato.

FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 334; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 340.

PICENARDI GIAN LUIGI
Borgo Taro 1773
Nell’anno 1773 fu nominato Tenente colonnello delle milizie valtaresi.

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 5, 1932, 340.

PICENARDI ROMUALDO
Borgo Taro 1749
Nell’anno 1749 fu nominato Tenente colonnello delle milizie valtaresi.

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 340.

PICENARDI SILVIO
Borgo Taro 1728
Nel 1728 venne nominato dal duca Francesco Farnese Tenente colonnello delle milizie valtaresi. Fu anche appassionato e mecenate di musica.

FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 334; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 340.

PICENARDI SILVIO
Borgo Taro 4 luglio 1765-Parma 18 ottobre 1849
Figlio di Gian luigi e Maria Maddalena costerbosa. Fu delegato ducale e commissario del distretto di Borgo Taro dal 15 giugno 1814 al 20 novembre 1823. Si imparentò colla nobile famiglia Stradelli sposando la contessa Maria Luisa. Prese l’abito di Cavaliere milite dell’Ordine di Santo Stefano di Toscana come collatario di una commenda di grazia il 18 ottobre 1818. Da Maria Luigia d’Austria l’11 giugno 1821 fu nominato Consigliere di Stato, e con diploma del 28 dicembre dello stesso anno insignito coi discendenti maschi per linea retta del titolo di barone. Con lettera patente del 25 maggio 1823 fu nominato Commissario ducale per la delimitazione dei confini tra Parma e la Toscana. Con diploma del 10 dicembre 1827 fu nominato Cavaliere di prima classe dell’Ordine Costantiniano e nel 1836 Ciambellano di Corte.

FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 335; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 5, 1932, 340; M.De Meo, Il ceto dirigente in Borgo Val di Taro, 1998, 116-117; Statuti concessi alla Comunità di Borgo Val di Taro, 1999, 17.

PICINAGLI GIACOMO, vedi ROVAZZI GIACOMO

PICINOTTI PIETRO
Corniana 26 marzo 1864-Parma 25 aprile 1944
Compiuti i corsi ginnasiali e liceali nel seminario di Berceto, passò in quello di Parma ove fu ordinato sacerdote dal vescovo Miotti il 24 settembre 1887. Fu nominato parroco di beduzzo, da cui passò alla parrocchia di basilicanova. Dal 10 gennaio 1908 fu per trentasei anni Canonico Penitenziere della Basilica Cattedrale di Parma. Fu per molti anni professore di Liturgia, di Pastorale, di Ascetica e di Mistica nei corsi teologici del Seminario di Parma. Morì durante una incursione aerea. Resta monumento alla memoria del Picinotti, la grandiosa chiesa parrocchiale di Corniana, a tre navate e col turrito campanile, da lui fatta edificare e consacrata da monsignor Conforti l’11 ottobre 1931.

FONTI E BIBL.: I.Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 203-204; Gazzetta di Parma 4 settembre 1991, 16.

PICIO DAMIANO, vedi PIZZI DAMIANO

PICO BEATRICE
Mirandola 1511 c.-
Figlia di Gianfrancesco. Sposò nel 1531 Paolo Torelli. Quale tutrice del figlio Pomponio, fu esposta a continue vessazioni e liti per il possesso dei dazi di Guastalla. Alla fine ne dovette fare cessione a Ferrante Gonzaga.

FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, VIII, 1844, tav. X.

PICO CORNELIO
Parma 1591 c.-post 1642
Figlio di Ranuccio. Dopo aver compiuto privatamente gli studi di Rettorica e Etica avendo a precettore Giambattista Sestio, si addottorò in leggi nell’anno 1613. Fu notaio e Podestà prima di Cortemaggiore e poi di Busseto. dovette abbandonare ogni incarico dopo il matrimonio in seguito alle brighe e alle liti mossegli dai familiari della moglie (R. Pico, Appendice). Fece l’orazione funebre per le esequie del consigliere Ludovico Sacca, orazione in seguito stampata.

FONTI E BIBL.: R.Pico, Appendice, 1642, 80; Aurea Parma 2 1947, 97.

PICO LUCA, vedi PIZZO LUCA

PICO RANUCCIO
Parma ottobre/dicembre 1568-Parma mag-gio/dicembre 1644
Nacque da Giambattista, segretario del duca Ottavio Farnese. Giovanissimo, fu ammesso, assieme al principe Ranuccio Farnese, alla scuola di Giovanni Ponzio, dal quale apprese i primi rudimenti grammaticali. Fece poi gli studi di umanità sotto Giambattista Sestio e quelli legali con Ottavio Zoboli. Perfezionò gli studi di giurisprudenza a Bologna e a Padova (in quest’ultima città fu allievo di Guido Pancirolo), dove ebbe anche modo di perfezionarsi in rettorica. Rientrato in Parma, vi fu laureato nell’ottobre 1588 da Giambattista Bajardi. Mortogli il padre nel 1590, poco tempo dopo si sposò con Giulia Cantelli. Godette di molta fama, almeno nel piccolo mondo letterario del Ducato di Parma. dottore in utroque e aggregato al Collegio dei giudici, fu a sua volta segretario dei duchi ranuccio e Odoardo Farnese, ma, assai più che non alla giurisprudenza, si dedicò alle lettere. Si interessò alla studio delle Sacre scritture, raccogliendo una ricca biblioteca. Tra le numerosissime opere del Pico, per la gran parte di genere agiografico, si cita lo Specchio de’ Principi, ovvero Vite de’ Principi santi (Viotti, Parma, 1622). Poligrafo, bibliofilo ed erudito, diede alle stampe anche parecchie vite ed elogi di Santi, tra cui un voluminoso Teatro de’ santi et beati della città di Parma et suo territorio, con la narrazione della vita di ciascuno di essi (Parma, M. Vigna, 1642). Maggior interesse presenta, pur con tutte le sue lacune e i suoi difetti, l’Appendice de’ vari soggetti parmigiani che o per bontà di vita o per dignità o per dottrina sono stati in diversi tempi molto celebri et illustri (Parma, Vigna, 1642), corredata anche di un catalogo dei vescovi e della matricola dei dottori del Collegio. Così intitolata perché considerata dal Pico come un supplemento alla Historia della città di Parma dell’Angeli, quest’opera rappresenta un non spregevole primo tentativo, almeno tra quelli dati alle stampe, di biografia generale parmense. Il lavoro del Pico rimase unico nel suo genere per lungo tempo. Costituì una delle fonti per le ricerche, ben altrimenti feconde, grazie alle quali Ireneo Affò arricchì la storiografia parmigiana delle Memorie degli scrittori e letterati parmigiani. All’elogio che fa del Pico il puricelli, si contrappone il severo giudizio datone dal Muratori nella sua prefazione in Historiam Parmensem, attribuita dal Muratori a Giovanni Cornazzano. Ivi si leggono (f. 727 del tomo 1°, Rerum Italicarum Scriptores) queste dure parole: Neque heic ullum sperandum lumen a Ranucio Pico, qui anno 1642 de literatis Parmensibus infeliciter, ne dicam inepte, ac potissimum, ubi de Scriptoribus a suo tempore remotis agit.

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, V, 1797, 55-57; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 703; Aurea Parma 2 1947, 95-96; Letteratura italiana Einaudi, II, 1991, 1394.

PIDES CARLO
Parma 1861
Tenente in seconda del Reggimento Maria Luigia, ebbe parte attiva nei moti del 1831. Istruì la gioventù nel maneggio delle armi durante la rivolta. Inquisito e sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza, fu poi riammesso al servizio e mandato in distaccamento a Berceto. In seguito appartenne al corpo dei Dragoni ducali di stanza a Fiorenzuola d’Arda.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 198.

PIERANTONIO
Parma XV secolo
Frate. Fu giurista di buon valore. Visse nel XV secolo.

FONTI E BIBL.: G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 102.

PIERANTONIO DA MASERA
Masera 1488
Nell’anno 1488 fu addottorato al Collegio dei dottori e dei maestri di teologia di Parma.
FONTI E BIBL.: G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.

PIER ANTONIO DA MATTALETO
Mattaleto 1445 c.-post 1503
Figlio di Bernardo. Il 28 settembre 1464 fu inviato al Collegio Branda da Castiglione di Pavia, dove studiò medicina. Tornato a Parma, vi si laureò il 5 gennaio 1470. Il Pier Antonio da Mattaleto fu ascritto al Collegio dei medici di Parma.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 59; C. Melli, Langhirano nella storia, 1980, 50

PIERANTONIO DA PARMA, vedi CAMPAGNA IGNAZIO

PIER GIOVANNI DA PIAZZA
Piazza di Montechiarugolo 1512
Fornaciaio attivo nell’anno 1512.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 724.

PIERI MARIANO
Parma 1570
Ingegnere, architetto civile e scrittore attivo nell’anno 1570.

FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 126.

PIERIO, vedi ILARIO DA PARMA

 PIER LUIGI FARNESE, vedi FARNESE PIER LUIGI

 PIERMARIA DA PARMA, vedi ILARIUZZI ILARIO

PIETI DAMIANO
Parma gennaio/ottobre 1495-post 1545
Insieme a Francesco Bajardi fece da mallevadore tra i fabbricieri della Steccata di Parma e il Parmigianino, e inoltre disegnò la cappella in Santa Maria dei Servi dove fu collocata la Madonna dal collo lungo (cfr. E. Scarabelli zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. III, 1501-1550, presso la Galleria Nazionale; L. Testi, S. Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, 126, e soprattutto A. O. Quintavalle, Il Parmigianino, Milano, 1948, 142, 143, 157, 166, 168-169, 183, 184, 188). Oltre al lavoro per la cappella in Santa Maria dei Servi, lo Scarabelli Zunti informa che il Pieti (o de Pleta o Pleta) nel 1538 diede un disegno per un restauro della torre comunale di Parma, nel 1547 insieme a un collega andò fuori città per controllare il canale Naviglio, il 27 dicembre 1539 venne eletto insieme ad Alessandro Muciasio ingegnere della riparazione della città di Parma e che nel novembre del 1545 il Pieti aveva cinquant’anni. Nel Compendio copiosississimo dell’Origine, antichità et Nobilità suo popolo, e territorio estratto dal Raccolto d’Angelo Mario di Edoardi da Erba Parmiggia(no) in metà l’anno 1572 (Biblioteca Palatina di Parma, ms. parmense 978, c. 21 r.) si afferma: Fu imperatore Massimiano 2: damiano di Pieti ingegnere molto eccele(n)te nel dissegno, e nell’opera et talmente dotto dell’Architettura di Vetruvio, che tratta egregiam(en)te. La commentò et ridusse in boniss.mo disegno. La traduzione del Pieti è contenuta in un minuscolo volume manoscritto conservato alla Biblioteca Municipale di Reggio Emilia (mss. Rari, G 3; dimensioni cm. 7,9 x 11,8, alcuni fogli appaiono rifilati almeno in alto e nel lato destro dove vengono smangiate parole e cifre; il volume è composto di fogli 25 + 493 numerati + 3 non numerati).Al foglio 493 v. si legge: Scrito et tradoto in parma p damià di piieti del 1538 adi 15 di martio. Fini de scrivere. Alla rilegatura è incollato un foglio con utili indicazioni sul manoscritto di G.B. Venturi.Il frontespizio con caratteri settecenteschi dice: Leo Baptista di Albertis Florentinus de Architectura. Traduzione manoscritta di Damiano Pieti Parmigiano 1538. Ad uso di me F. Carlo dal Finale Ca.pno. la carta dal frontespizio al foglio segnato 25, cioè da dove ricomincia la numerazione, è diversa dalla carta del rimanente del volume salvo qualche foglio uguale ai primi.I primi 25 fogli rispecchiano, salvo le prime righe, la traduzione fatta dal modenese Lauro e pubblicata a Venezia nel 1546.La calligrafia sembra comunque vicina e pressoché contemporanea a quella del Pieti.

FONTI E BIBL.: U.Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 330 e 332; Dizionario architettura e urbanistica, IV, 1969, 471; Abbazia di S. Giovanni Evangelista, 1979, 84.

PIETRA GELTRUDE o GERTUDE, vedi PIETRA GIULIA

PIETRA GIULIA
Borgo Taro 14 novembre 1610-Parma 16 febbraio 1693
Nata da Domenico e Maddalena Cecilia boccia, consorti d’insigne carità verso i poveri. secondo quanto viene riportato dalla tradizione, era ancora lattante quando vari fatti sorprendenti la preconizzarono oggetto di vita non comune. La Pietra si mostrò presto inclinata alla preghiera e avida di conoscere la dottrina cristiana. Il padre, dottore in legge, aveva aperto a Borgo Taro una scuola gratuita per i bambini poveri e fu egli stesso maestro della figlia anche nelle lettere umane: la Pietra fece così rapidi progressi che a undici anni già possedeva la lingua latina in modo da potersene valere in ogni conversazione. A soli trentacinque anni (31 agosto 1624) il padre cessò di vivere. La Pietra, ravvisando nella dolorosa perdita un segno della vanità delle gioie terrene, intensificò la cura della sua precoce aspirazione alla vita religiosa preparandosi, sotto la guida del cugino gesuita Giovanni Macazzi, a entrare nel chiostro delle cappuccine. A pochi mesi dalla morte del padre, dopo breve malattia, cessò di vivere anche la madre. Il bisogno di assistenza che avevano due fratelli e una sorella, tutti di lei minori, mise a duro cimento la vocazione della Pietra. Ma poiché essa alla fine rimase ferma nella sua decisione, il macazzi le consigliò di voler almeno entrare in un monastero vicino alla famiglia (quello di Compiano, fondato dalla devota Margherita Antoniazzi) o in un monastero di vita meno rigida di quella professata dalle Cappuccine. La Pietra accettò soltanto di ritardare il suo ingresso nelle Cappuccine, entrando nel 1629 nel nuovo istituto delle Bajarde, fondato in Parma dalla vedova contessa Vittoria Cantelli. La Pietra aveva allora diciotto anni. In Parma fu accolta dalla Cantelli e, vestito l’abito, mutò anche il nome chiamandosi da quel momento Maria Cecilia. Nel monastero delle Bajarde la Pietra corrispose pienamente alle speranze in lei riposte dalla fondatrice divenendo in breve tempo un ammirabile esempio per tutte le consorelle, distinguendosi soprattutto per spirito di mortificazione e utilità negli uffici più umili. Favorirono il suo impegno un gusto speciale delle cose spirituali e la stima e la benevolenza dell’istitutrice. Per la Pietra però quella vita era lungi dall’esaurire la sua brama di austerità. Manifestò dunque nuovamente il suo desiderio di entrare nelle monache cappuccine. Intanto negli anni 1629-1631 a Borgo Taro la peste uccise uno dopo l’altro i due fratelli e la sorella della Pietra. Dopo dodici anni di attesa tra le Bajarde, entrò con l’appoggio del padre spirituale Andrea Costa, nel monastero delle Cappuccine di Santa Maria della Neve, vestendone l’abito il 3 marzo 1642 e assumendo il nome di suor Geltrude. Emise la professione solenne il 2 marzo 1643. Nel monastero di Santa Maria della Neve il suo desiderio di umile nascondimento poté dirsi pienamente soddisfatto: la Pietra ben presto non vide più in se stessa alcun bene né alcun merito, ma solo imperfezioni e indegnità. Tale martirio, cui la Pietra volle sottoporsi (con disumane forme di mortificazione e penitenza), continuò per 52 anni, e infine si accompagnò a varie malattie, tra le quali la sordità e la cecità.

FONTI E BIBL.: Giochino da Soragna, Vita della venerabile serva di Dio Suor Geltruda, cappuccina nel monastero di S. Maria della Neve descritta in tre libri, nel primo col nome di Giulia al secolo, nel secondo di Suor Maria Cecilia tra le Sig.re Baiarde, e nel terzo di Suor Geltruda tra le Cappuccine, dedicata all’A.S. di Dorotea Sofia Contessa Palatina del Reno, Duchessa di Parma, Piacenza, Castro, ms. nell’archivio delle cappuccine dell’Addolorata in Parma; Giovanni da Monticelli, Vita di Suor Geltrude da Borgo Val di Taro, cappuccina in S. Maria della Neve in Parma, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma; Annali dei Fr. Min. Cappuccini e delle Cappuccine della provincia, I, 96, 264 s. (mss. nell’Archivio Provinciale In Parma); Felice da Mareto, Necrologio dei Cappuccini Emiliani, Roma, 1963, 75; Felice da Mareto, Le Cappuccine, 1970, 272-273; R. Lecchini, Cappuccine a Parma, 1984, 61-74; Geltrude Pietra da Borgo Val di Taro, 1992, 6-30 e 3-8.

PIETRA MARIA CECILIA, vedi PIETRA GIULIA

PIETRA PIETRO
Parma 1831
Prese parte ai moti del 1831 in Parma. Fu tra coloro che si distinsero nel giorno 13 febbraio nel disarmare la truppa, nell’alzare grida sediziose e coll’inalberare le insegne tricolori. Allo scoppio della rivoluzione il Pietra batté il tamburo a raccolta.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 196.

PIETRALUNGA NICOLA
Collecchio 1826/1850
Perito geometra. Eseguì nella zona di collecchio perizie tecniche relative alle seguenti opere: strada della chiesa (1826-1830), strada del Pilastrello (1828-1832), strada di campirolo (1829), strada della Varra (1828), strada Maria Lunga e Bergamino di Madregolo (1832).
FONTI E BIBL.: Raccolta generale delle leggi pei ducati di Parma, Piacenza e Stati annessi, a. 1850, sem. 2°, t. 3°, Parma, 1851; Malacoda 10 1987, 70.

PIETRANTONI LUIGI
Pagazzano di Berceto 21 marzo 1899-Roma 3 marzo 1960
Nato da famiglia di modeste condizioni (la madre fu maestra a Pagazzano), compì gli studi medi e superiori a Parma. Il Pietrantoni si laureò a Parma nel 1923. Fu assistente prima negli Istituti di Anatomia e di Fisiologia e quindi assistente e poi aiuto della Clinica Otorinolaringoiatrica dell’Università di Parma, diretta da Francesco Lasagna. Conseguita la libera docenza nel 1930, dopo un soggiorno nella Clinica otorinolaringoiatrica di Parigi, venne nominato per concorso primario otoiatra dell’ospedale civile di Brescia. La sua carriera universitaria cominciò nel 1942 come direttore incaricato della Clinica Otorino-Laringoiatrica dell’Università di Parma. Nel 1947 fu chiamato a dirigere per incarico la Clinica otorinolaringoiatrica dell’Università di Milano e nel 1950, in seguito a concorso, venne nominato professore ordinario di clinica otorinolaringoiatrica presso la stessa università. Negli anni 1952-1953 fu nominato presidente della Società europea per gli studi bronchiali. Fu presidente della Società internazionale di audiologia e membro del Comitato internazionale per lo studio del cancro della laringe. Membro di numerose società e accademie e relatore in Congressi nazionali e internazionali, tenne conferenze e corsi presso le Università di Madrid, di Barcellona, di Lione e di Parigi. Nel 1958 fu insignito dal governo francese della Croce di Cavaliere della Legione d’Onore. Il Pietrantoni realizzò importanti contributi scientifici nel campo dei tumori polmonari, delle sinusiti, delle affezioni senili dell’orecchio, del cancro della laringe e dell’esofago, delle otiti e dei traumi del cranio, pubblicati in oltre trenta anni di esperienze e di indagini.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 marzo 1960, 4; F. Squarcia, Luigi Pietrantoni, in Aurea Parma 44 1960, 33-34; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 852.

PIETRINI LUIGI
Parma seconda metà del XVIII secolo
Incisore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti parmigiane, VIII, 242.

PIETRO
Parma 518/527
Fu eletto Vescovo di Parma da papa Ormisda (secondo il Bordoni, da papa Simmaco). Resse la chiesa di Parma dall’ano 518 all’anno 527 (Ughelli).

FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie Cronologica, I, 1856, 21; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa, 1936, 7; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 852.

PIETRO
-Parma 26 settembre 819
Fu Vescovo di Parma. Il nome di Pietro quale vescovo di Parma appare la prima volta in un diploma di Carlo Magno del 6 giugno 781. Il vescovo di Reggio Emilia, Apollinare, ricorse infatti a Carlo Magno perché si tentava di spogliarlo di beni appartenenti alla sua Chiesa, che, essendo bruciate tutte le carte, si trovò nell’impossibilità di comprovarne la proprietà. Il Re dei Franchi gli concesse, con diploma, la facoltà di prova col giuramento di persone dabbene. Inoltre nel diploma si dice che il vescovo di Reggio gli riferì di una controversia insorta tra lui e l’abate Anselmo di Nonantola: ad un Ausperto erano stati concessi, finché fosse vissuto, due oratori di proprietà della chiesa di Reggio, uno in Luzzara in onore di San giorgio e l’altro in Gabiana in onore di sant’andrea. L’Ausperto chiese poi di entrare nel monastero di Nonantola e al suo ingresso in religione cedette i due oratori a favore del monastero. Il vescovo allora chiamò in giudizio Anselmo, abate del monastero, alla presenza del duca Goerado. Poiché non si poté definire la lite senza udire i vescovi vicini, furono chiamati Pietro di Bologna, Geminiano di Modena e Pietro di Parma. La contesa fu portata dinanzi al duca Goerado, il quale, udito il parere dei tre vescovi, decise che le due chiese dovevano considerarsi come appartenenti alla chiesa di Reggio. Nel diploma carolino i tre vescovi sono ricordati così: Petrus scilicet bononiensis, Geminianus Mutinensis et Petrus parmensis. Pietro occupò sino al 26 settembre 819 la sede vescovile di Parma, se si presta fede al necrologio membranaceo delle monache di sant’uldarico, citato dallo Zappata: die 26 septembris obiit Dominus Petrus gratia Dei Parmensis Episcopus.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Vescovi della chiesa parmense, 1936, 49; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237.

PIETRO
Parma 1015/1029
Fu suddiacono e prevosto della canonica di santa Maria in Parma (1015-1029).

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 713.

PIETRO
Collecchio 1319
Fu vicario di due vescovi di Parma. Nel 1319 fu incaricato, assieme a frate Giacomo, priore di Santa Felicola, di approvare la fondazione di un beneficio sotto il titolo di San Nicolò, Santa Caterina e Santa Liberata nella cattedrale di Parma (donazione fatta da Nicolò dei Fiori, cittadino parmense). Pietro fu anche arciprete di Collecchio.

FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

PIETRO
Parma 1375
Figlio di Giacobino. Nell’anno 1375 fu assessore del Podestà di Jesi.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 726.

PIETRO
Borgo San Donnino 1464/1471
Figlio di Giacomino. Fu mastro muratore, operante in Roma nel XV secolo. Fu al servizio di papa Paolo II per i lavori nel Palazzo di San marco.

FONTI E BIBL.: A.Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 77.

PIETRO DA BORGOTARO
Borgo Taro 1495/1555
Gesuita, insegnò lettere greche nell’Università di Bologna dal 1512 al 1522 (Alidosi, catalogo, Bologna, 1623).

FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 336; G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 201.

PIETRO DA BUSSETO, vedi FINETTI FRANCESCO

PIETRO DA LESIGNANO
Lesignano 1469/1480
Visse nella seconda metà del XV secolo e, con tutta probabilità, si laureò l’anno 1469. Di lì a pochi anni si rese famoso per i suoi trattati, primo tra tutti quello sulle acque termali di Lesignano: Tractatus de virtutibus acquae Termalis Lexignani (poi andato perduto). Un altro studio interessante, suddiviso in dieci capitoli, Pietro da Lesignano scrisse sulle nuove cure ai malati: Tractatus magistri Petri de Lusignano super novo Almazoris (ms. parmense 1683, H. H. V. 14, in Biblioteca palatina di Parma). Lo storico Ireneo Affò, nelle Memorie degli scrittori e letterati Parmigiani, erroneamente lo scambia con Pier Antonio da Mataleto: avendo Pier Maria Rossi edificata Torchiara, e messi in grido i vicini Bagni di Lesignano, servissi di Pier Antonio per meglio renderli manifesti, e l’animò a scriverci sopra: onde compose il libro veduto dal Zunti intitolato Tractatus de virtutibus Acquae Thermalis Lisignani. L’errore fu subito riscontrato da Angelo Pezzana che continuò le Memorie dell’Affò (pag. 346 del tomo VI, parte II, Parma, Ducale Tipografia, MDCCCXXVII). Infatti lo Zunti, nel De Balneo Thermali lixignano vocato necnon de luto Barboliorrum medicato, in Ducato Parmensi (Venetiis, typis Damiani Zennarij, MDCXV), più volte cita con esattezza Pietro da Lesignano: Petri de lixiniano Physici, qui de hoc balneo primus scripsit (pag. 81); Petrus ille de Lixignano phisicus compilans tractatum quendam de virtutibus acquae Ther. huius putei Lixiniani (pag, 83); Narrat tres historias Petrus de Lixininao supradictus Medicus ex numero Collegij Parmen. (pag. 83); Petrus de Lixignano memoratus dicit in suo Tract. (pag. 85). Pietro da Lesignano fu Dottore del Collegio dei Medici di Parma.

FONTI E BIBL.: E.Dall’Olio, Lesignano Bagni dalle origini, 1973, 64-65; Gazzetta di Parma 1825, 257; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 248; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 347.

PIETRO DA MARANO, vedi GALLONI GIOVANNI BATTISTA

PIETRO DA NOCETO
Noceto gennaio/febbraio 1397-Lucca marzo 1467
Fu forse figlio di Paolo da Noceto, notaio. Non vi sono notizie precise sulla sua gioventù: è da supporre che la famiglia l’abbia inviato a frequentare le scuole superiori di Parma, dove erano attivi e rinomati i corsi delle sette arti, e da poco era stata ufficializzata e regolamentata l’Università con le cattedre di Giurisprudenza, di Filosofia e di Medicina. Ma a Parma in quegli anni vi era una situazione di turbolenza (dominio dei duchi di Milano e della famiglia Terzi), e Pietro, non appena maggiorenne, trovò consono e conveniente recarsi, verso il 1419, a Bologna al servizio di Nicolò albergati, vescovo della città. In casa di quel presule si trovò a fianco di due co-segretari del vescovo: Tomaso Parentucelli, sarzanese, e Enea Silvio Piccolomini, romano, dottissimo umanista e mecenate insigne. Pietro trovò un ambiente aperto e umanistico consono al suo temperamento: vi si formò la sua personalità e si costruì le amicizie destinate a durare tutta la vita. Fu in relazione con eminenti letterati del tempo. Con Marsilio Ficino tenne lunga corrispondenza, e così pure con Francesco Barbaro: questi, ancora nel novembre 1453, da Venezia lo ringrazia per aver contribuito alla nomina a vescovo di Verona del proprio nipote Ermolao Barbaro e aggiunge molte significazioni di stima e gratitudine. Fu anche in rapporti di amicizia con Francesco Filelfo, ed è ricordato dal Piccolomini, che gli indirizzò diverse lettere, nel De somnio quodam dialogus per le visite compiute insieme a Maffeo Vegio, al Valla e al Biondo nei monasteri del Lazio e di montecassino alla ricerca di codici. Nel 1426 il vescovo di Bologna Albergati fu creato cardinale e prese come suoi segretari Pietro e tomaso Parentucelli, che lo accompagnarono in varie legazioni in Italia, Francia, Fiandra e Germania. Papa Eugenio IV, appena eletto, aprì nel luglio 1431 il Concilio di Basilea (già indetto dal precedente papa Martino V) che ebbe lo scopo di chiarire e riordinare canoni e governo della Chiesa. Pietro fu nominato Notaio del Concilio assieme a A. Ferrari, arciprete di Casteggio. Per tenere con precisione e in varie copie gli atti del Concilio, nel 1432 ai padri Petrus de Noxeto et Ferrarius plac. furono aggiunti altri tre segretari. A Basilea nel 1432-1433 si tennero accademie di varia erudizione da parte di illustri padri conciliari: secondo quanto scrive il Piccolomini vi fu annoverato anche Pietro. Presto a Basilea cominciarono le dispute: sotto la spinta di ingerenze politiche esterne, molti padri conciliari vollero ridurre l’autorità del Papa e sottometterlo al Concilio. Si aggiunsero poi le rivalità tra il papa Eugenio IV, l’imperatore Sigismondo, il duca di milano, il duca di Borgogna e il patriarca armeno. Alla fine le questioni di autorità (titoli, prebende e benefici) sopravanzarono gli originali propositi di riforme della Chiesa. Per qualche tempo Pietro, assieme a Enea Silvio piccolomini, fu sostenitore del cardinale Domenico Capranica, vescovo di Fermo, ma essendo questi avversato dal Papa (nell’anno 1432 il Capranica fu deposto da tutte le cariche ricoperte e privato dei beni ricevuti dal padre), se ne allontanò. Il concilio di Basilea, tra interminabili e infruttuose discussioni, si scisse: la parte legittimista, e con essa Pietro, si trasferì nel 1438 a Ferrara sotto la direzione dell’albergati, e poco dopo a Firenze (1439) con papa Eugenio IV. I padri conciliari rimasti a Basilea persero molto credito, avendo anche eletto un antipapa col nome di Felice V. Varie lettere furono scambiate tra il Pietro (Petro noxetano o Pietro de noxeto) e Enea Silvio Piccolomini in occasione di una grave vicenda accaduta tra il 1444 e il 1445. Pietro scrisse all’amico, dopo aver protestato il suo stato di quasi povertà, di aver conosciuto una Puella Florentina di ottimi costumi ma di famiglia umile e poverissima, di aver avuto da lei una prima figlia e di attenderne un secondo, aggiungendo di essere molto preoccupato per il futuro. Il Piccolomini rispose al viro praestanti fratrique colendo et amatissimo Petro de Noxeto, si tibi morigera est Puella et tuo gustui conveniens, consigliandolo di non protrarre oltre le nozze. In effetti, di lì a poco Pietro si sposò. Tra i maneggi dell’alta politica, le trattative, inutili, per una cercata e desiderata riconciliazione con i Greci e le minacce dei Turchi che avanzavano nell’Europa sud-orientale, il papa Eugenio IV venne a morte. Il 6 marzo 1447 venne eletto papa il vescovo di Bologna Parentucelli, da poco tempo cardinale, che assunse il nome di Nicolò V. Egli subito prese come suo segretario particolare l’amico Pietro, che ufficialmente ebbe il titolo di primo segretario dei brevi ma sostanzialmente fu (come dicono le fonti del tempo) primario ministro di Nicolò V. Gli rimase poi sempre accanto e gli fu di molto aiuto, oltre che per le sue capacità diplomatiche e per la profonda cultura, anche perché sapeva adattarsi al carattere impulsivo e volitivo dell’instancabile Papa. Pietro si dimostrò fedele, modesto e abile: fu l’unico che esercitò un certo influsso sull’altrimenti assai indipendente Nicolò V. Il Papa, con lunghe e pazienti trattative, riuscì ad attirare al suo partito quasi tutti i padri del concilio. Infine, con la rinuncia dell’antipapa Felice V, fu sciolto il Concilio di Basilea e finalmente composto lo scisma d’Occidente. In quel tempo molti furono i contatti diplomatici e le trattative condotte da Pietro per incarico del Papa: in un breve di Nicolò V diretto ai Bolognesi, datato 11 gennaio 1448, c’è la firma per esteso Petrus de Noxeto. Nel 1448 si manifestò un’epidemia di peste micidiale: cominciando dalla Lombardia si diffuse nell’Italia centrale, sino nel Napoletano. Si esaurì solo nel 1451. nonostante ciò il Papa indisse un solenne Anno Santo nel 1450, e molti furono i pellegrini che si recarono a Roma. Il Papa si allontanò spesso da Roma, fuggendo, davanti all’epidemia, in varie città dell’Italia centrale, partecipando tuttavia saltuariamente a varie celebrazioni. Pietro rimase invece sempre a Roma. Nel febbraio 1450 il cardinale greco Bessarione fu inviato dal Papa come Legato a Bologna per dirimere alcune gravi questioni. Il breve di nomina dice che il Bessarione fu inviato come angelo di pace, confidando che riuscirà a governare bene e felicemente Bologna e le Marche (il che effettivamente avvenne, con una permanenza del Bessarione a Bologna di cinque anni). Il breve fu steso e firmato da Petro de Noxeto, in assenza di papa Nicolò V. Una lettera del Piccolomini (in quel tempo vescovo di Siena) del settembre 1453, annunciò a Pietro che l’imperatore Federico III lo aveva nominato Conte Palatino, in segno di stima per la sua efficace opera diplomatica. Ancora con una lettera del maggio 1456, lo stesso Piccolomini ringraziò vivamente l’amico Pietro per avergli favorito la nomina a Cardinale. In seguito alla congiura di Stefano Porcaio (1452) tendente a ristabilire il governo repubblicano a Roma, buona parte dei componenti la curia romana si trasferì in altre città. Pietro tuttavia, continuò a dimorare a Castel Sant’Angelo adoperandosi attivamente per unire i principi cristiani contro i Turchi che nel 1453 avevano invaso Costantinopoli. Ai primi del 1455, essendo il Papa ammalato seriamente, il cardinale Enea Silvio piccolomini gli scrisse che Petro Noxetano gli à detto ogni cosa della di Lui santità: in effetti papa Nicolò V sopportò stoicamente una lunga e dolorosa malattia. Il giorno precedente la sua morte, a tutti i cardinali radunati attorno al suo letto fece un appassionato discorso sugli intendimenti che lo avevano guidato, incitando tutti ad agire per il bene della Chiesa. In quell’occasione fu presente anche Pietro. Il 25 marzo 1455 il papa Nicolò V morì.Già durante la sua malattia, a Roma si riaccesero rivalità, odi e contrasti: i Colonna e gli Orsini, con i loro sostenitori (i Farnese e il Duca di Calabria), si combatterono, mentre anche da lontano arrivarono sollecitazioni, intimazioni e minacce per l’elezione del nuovo papa.I cardinali, dopo aver richiamato in città le truppe sparse nel Lazio, si ritirarono quasi tutti nel rifugio di Castel Sant’Angelo e con essi Pietro da Noxeto con sua famiglia e sue robe.Dopo un conclave molto incerto, fu nominato papa il vecchio Alonso Borgia, che prese il nome di Calisto III.Durante il papato di Nicolò V le forti rivalità tra i principi italiani furono composte con la Pace di Lodi, opera paziente del Papa e dei suoi ambasciatori.Federico III fu solennemente incoronato a Roma il 19 marzo 1452 imperatore del Sacro Romano Impero. Grande umanista, Nicolò V fondò la Biblioteca Vaticana, abbellì molto Roma e con l’architetto Leon Battista Alberti progettò l’abbattimento della vecchia Basilica costantiniana di San Pietro.In tutta questa opera del Papa, fu sempre presente e attivo Pietro, come segretario particolare e amico leale.Con papa Calisto III Pietro non ebbe più un ruolo eminente. Messo da parte dalla Curia, fu costretto a lasciare Roma: si recò a Firenze presso la famiglia della moglie. In una lettera scritta a Pietro poco dopo la morte di Nicolò V, il cardinale Piccolomini cercò di consolarlo dimostrandogli che chi, integerrimo, non ha mai voluto scendere a compromessi di puro tornaconto, facilmente è messo da parte dai cattivi amici al voltare della sorte, ma tuttavia continua a godere della stima degli onesti e non è mai povero. Nel 1459 Pietro, con la famiglia, si trasferì a Lucca: chiamatovi in qualità di professore di lingua latina e greca, gli fu assegnata una casa d’abitazione gratuita, con esenzione da ogni gabella. Qui visse onorato gli ultimi suoi anni. Pietro fu sepolto nella Cattedrale di Lucca, dedicata a S. Martino, con un magnifico monumento sepolcrale eretto, a cura della famiglia e del figlio Nicolò, da Matteo cividale. L’epitaffio porta la seguente iscrizione latina: Petro Noceto a multis regibus: et a Nicolao Q. Pont. max multis honoribus. Dignitatumque insignibus sua virtute decorato qui vix annos LXX. M.I.D.X. Nicolaus Parenti B.M.H.M.F.F. MCCCCLXXII.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 333-334; G. Rossetti, Noceto e le sue frazioni, 1978, 183-184; Letteratura italiana einaudi, II, 1991, 1400; Parma nell’arte, 1983/1984, 13-19; B. Quarantelli, Appunti per una breve storia di Noceto, 1990, 38-39.

PIETRO DA NOCETO
Lucca o Noceto 1501/1505
Fu nipote dell’omonimo segretario di papa Nicolò V. Successe nel 1501 ad Antonio da Vagli nella scuola di San Giovanni in Lucca come insegnante di umanità, col salario di ottantaquattro ducati, che l’anno dopo gli furono aumentati a cento. Fu riconfermato nel 1505.

FONTI E BIBL.: P. Barsanti, Il pubblico insegnamento in Lucca, Lucca, 1905, 131 s.; A. Codignola, pedagogisti, 1939, 341.

PIETRO DA PADOVA, vedi BALDOINI PIETRO

PIETRO DA PARMA
Parma 1213
Monaco cistercense, scrisse il Librum sermonum in laudem Virginis Matris. Secondo il Pico, fu forse anche autore dell’Historia albigense (1213).

FONTI E BIBL.: R.Pico, Appendice, 1642, 74; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 164.

PIETRO DA PARMA
Parma 1294
Figlio di Ugo. Fu attivo come pittore a bologna verso la fine del XIII secolo. Si impegnò il 17 maggio 1294 a dipingere e dorare un tabernacolo per le suore francescane di via Santo Stefano, seguendo come modello quello eseguito per le suore di Sant’Agnese.

FONTI E BIBL.: F. Filippini e G. Zucchini, miniatori e pittori a Bologna, Firenze, 1947; Dizionario bolaffi pittori, IX, 1975, 68.

PIETRO DA PARMA
Parma 1347
Pittore. Il suo nome è compreso tra quelli dei 968 cittadini componenti il Consiglio generale tenutosi nel Palazzo vecchio del Comune di Parma il 7 febbraio 1347 per richiamare in patria i banditi ghibellini e restituire i beni che erano stati loro confiscati: In nomine domini. Millesimo trecentesimo quadragesimo septimo Indicione quintadecima die septimo februarii. Infrascripti sunt consiliarij qui fuerunt ad Conscilium generale communis et populi parme factum in pallatio vetere dicti Communis occaxione Restitutionum fiendarum et occaxione bannitorum. De porta Benedicta. D. magister Petrus depinctor (a carta 7 verso del ms. cartaceo Conscilium generale Co.is parme pro restitucione et bonnitis, Brescello e i suoi Signori, 1328, Archivio del Comune, in Archivio di Stato di Parma).

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, 1911, 59.

PIETRO DA PARMA
Parma XIV secolo
Fu medico di valore.Visse nel XIV secolo. È ricordato dall’Alidosi (Li dottori forestieri, 60), che lo dice operante a Bologna assieme a Paolo di Maestro Giovanni.

FONTI E BIBL.: R.Fantini, in Aurea Parma 2 1930, 74-75.

PIETRO DA PARMA
Parma XV secolo
Calligrafo. Ne fa menzione lo Jannelli nel catalogus Biblioth. Latinae Mus. Borbonici manuscriptae (f. 139 e seg.). Pietro copiò dieci tragedie di Seneca, che formano il codice CXC di quella biblioteca. Il volume fu scritto su richiesta di Galasso, conte di montefeltro.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 660; A. Pezzana, Storia di Parma, III, 1847, 275; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 316.

PIETRO DA PARMA
Parma 1481/1482
Frate francescano. Il suo nome è ricordato nel libro impresso in Parma nel 1482 col titolo Nicolai Dorbelli Ord. Min. Logice brevis expositio secundum doctrinam Scoti. Nell’ultima carta si legge: Emendatum per venerabilem Fr. Petrum de Parma Ordinis Minorum de observantia Impressum Parme an. 1482. È probabile che Pietro da Parma curasse pure l’edizione (uscita dai torchi parmigiani l’anno 1481) de Questiones perutiles super tota philosophia magistri Joannis Magistri doctoris parisiensis cum explanatione textus Aristotelis secundum mentem Doctoris subtilis I. Scoti. Questi libri servirono per testi di scuola agli alunni francescani dell’osservanza, lo Studio dei quali, per quanto concerne la provincia bolognese, era in quel tempo in Parma nel convento di Maria Annunziata dall’Angelo, fatto distruggere nel 1546 dal duca Pier Luigi Farnese per edificarvi la Cittadella.

FONTI E BIBL.: Beato Buralli, 1889, 128.

PIETRO DA PARMA
Parma prima metà del XVII secolo
Fu frate e scultore. Fu attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, V, 78.

PIETRO DA PARMA, vedi anche BALDOINI PIETRO, BASILI PIETROe PORTIOLO PIETRO

PIETRO DA VIANINO
Vianino 1404
Giudice attivo nell’anno 1404, considerato crudele.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 726.

PIETRO ANTONIO
Parma 1515
Pittore attivo nell’anno 1515.

FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 138.

PIETRO ANTONIO DA MATTALETO, vedi PIETRO DA LESIGNANO

PIETRO ANTONIO DA PARMA, vedi CAMPAGNA IGNAZIO

PIETRO CHIRYSOLANUS o GROSOLANO o GROSSOLANO, vedi GROSOLANO PIETRO

PIETROGIORGI GIUSEPPE
Parma 8 settembre 1792-Piacenza 30 gennaio 1865
Studiò all’Istituto Gazzola di Piacenza e col Sanquirico. Nel 1834 si dedicò all’insegnamento. Tra i suoi allievi annoverò A. Prati e D. Stroppa.

FONTI E BIBL.: L.Scarabelli, Guida di Piacenza, 1841; Ambiveri, Artisti piacentini, 1879, 216 e seg.; U. Thieme-F. Becker, Künsterlex, 1933, XXVII; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2481.

PIETRO GIOVANNI
Parma 1568
Stampatore operante nella tipografia del Manuzio a Roma nell’anno 1568.

FONTI E BIBL.: A.Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 174.

PIETRO MARTIRE DA PARMA, vedi MERCANTI PIETRO MARTIRE

PIETRO PAOLO DA TABIANO
Tabiano 1468
Fu Podestà di Borgo San Donnino nell’anno 1468.

FONTI E BIBL.: G.Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

PIETTI DAMIANO, vedi PIETI DAMIANO

PIFFERI ERNESTO
Parma 1884-1960
Durante la prima guerra mondiale fu soldato in prima linea, poi tornitore meccanico presso la ditta Marazza di Milano, produttrice di materiale bellico. In seguito fu titolare di una trattoria nei Boschi di Carrega, rinomata per le specialità gastronomiche e i vini locali.

Fonti e Bibl.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 245.

PIGHINI GIACOMO
Parma 21 dicembre 1876-Parma 3 febbraio 1969
Figlio di Giuseppe ed Enrica Marenzoni. Compì gli studi classici e, laureatosi in medicina nel 1902, si trasferì a Roma per specializzarsi in neurologia con il Mingazzini e in psichiatria con il Sciammanna. Dopo una serie di ricerche biologiche a Napoli, ottenne nel 1908 la libera docenza in neuropsichiatria, passando nel 1910 alla direzione dei laboratori scientifici Lazzaro Spallanzani presso l’Istituto psichiatrico di Reggio Emilia, incarico che conservò sino al 1942. Furono più di trent’anni di intenso e proficuo lavoro che portarono alla realizzazione di oltre centocinquanta pubblicazioni di ricerca sperimentale in vari campi: chimica biologica, embriologia, neurologia e psichiatria. Il lavoro ai laboratori Spallanzani fu interrotto solo nel periodo della prima guerra mondiale, quando il Pighini, arruolatosi volontario, partì per il fronte col grado di sottotenente medico. Con successive promozioni, raggiunse il grado di maggiore e l’incarico di consulente neuropsichiatrico della IV armata. Alla fine del conflitto ritornò alla ricerca nei laboratori reggiani.Ma la sua attività non si limitò solo alle discipline scientifiche. Collaborò infatti alla Gazzetta di Parma e fu autore di numerose pubblicazioni di storia e letteratura: La chimica del cervello (1915), Le correlazioni chimico nervose (1941), Leonardo e la psicologia del genio (1951), L’italiano del Rinascimento (1952), Dove andiamo? Lo spirito che vince. L’uomo d’oggi (1950-1956), Le basi fisiche della energia nervosa e del pensiero (1960), Napoleone, l’uomo e il dominatore (1962), Il piacere di confessarsi. Pagine autobiografiche (1963), il genio di Giuseppe Verdi visto da un biologo (1964), L’uomo che ho voluto. Romanzo (1964), L’arte di saper vivere (1964), Scritti di carattere letterario ed artistico (1964), Racconti (1964). Per la sua attività scientifica e letteraria fu nominato membro d’onore dell’accademia Lancisiana di Roma e della Società d’endocrinologia e psicologia di Budapest. Fu anche membro corrispondente della Società medico-psicologica di Londra, socio e pensionato della Società Italiana degli autori. Anche se la musica e la pittura furono solo due aspetti minori nel quadro della frenetica attività del Pighini, pure ebbe modo di mettersi in evidenza anche in questi campi. Come pittore partecipò a mostre e concorsi. Come musicista, compose molte canzoni, alcune delle quali anche di discreto successo, incise su dischi: Tu che avrei amato, serenata, o stasera o mai più, lontananza, voglio illudermi ancora, tu che non sapevi amare, ritorna, balliamo il cha cha cha. La salma del Pighini fu inumata a Valditacca.

Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 4 febbraio 1969, 4; G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 181-182; Giacomo Pighini, Parma, 1971; F. da Mareto, bibliografia, I, 1973, 454.

PIGHINI GUSTAVO
-Parma 29 maggio 1896
Fu medico volontario nel 1866 nell’esercito nazionale.

Fonti e Bibl.: A. Romani, in Gazzetta di Parma 31 maggio 1896 n. 151; G. Sitti, il Risorgimento italiano, 1915, 417.

PIGHINI MARIA LUISA, vedi PERETTI MARIA LUISA

PIGNOLI VIRGILIO
1847-Parma 4 febbraio 1914
Fu insegnante di lettere e di filosofia nel Seminario di Parma. Coltissimo in tutti i rami del sapere, si costituì una fornitissima biblioteca. Fu arciprete della Cattedrale di Parma.

Fonti e Bibl.: I.Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 195.

PIGONI AMBROGIO
Parma 1503/1515
Fu suonatore di liuto: dolcemente cantava e suonava di liuto. Papa Giulio II se ne compiaceva tanto che lo trattenne alla sua Corte con buon salario, sebbene il Pigoni fosse di carattere capriccioso e arrogante.

Fonti e Bibl.: A. Da Erba, Compendio delle cose di Parma, Biblioteca Palatina di Parma n. 922, fol. 220; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 15.

PIGORINI CATERINA
Fontanellato 24 settembre 1845-Roma 26 marzo 1924
Figlia di Luciano e di Lucia Marenghi. La Pigorini, dopo avere seguito fino a all’età di quattordici anni una scuola privata per signorine nella casa del padre, medico condotto, ebbe come guida spirituale Luigi Caggiati (condiscepolo del padre) e il conte Jacopo Sanvitale. Sulla sua formazione ebbero a influire anche lo zio di parte materna, Pietro, parroco di fontanellato, rettore del Seminario parmense e membro del Governo provvisorio del 1848, il parente Pietro Pigorini, che fu rettore dell’università degli Studi di Parma dal 1887 al l891, e il fratello Luigi, principe dei paletnologi italiani, senatore del Regno, fondatore nel 1875 del Museo preistorico-etnografico ospitato nei locali del Collegio Romano. A venticinque anni, nel 1870, assunse, per nomina del ministro della Pubblica Istruzione, Cesare Correnti, la direzione della Regia Scuola normale e Convitto femminile Costanza Varano di Camerino. Il contatto con l’ambiente camerte, ancora ricco, nel naturale isolamento geografico, delle sue tradizioni, dette la spinta alla pigorini per la raccolta di un abbondante materiale documentario che seppe abilmente trasfondere, con una prosa calda e avvincente, nell’opera Credenze ed usi nell’Appennino marchigiano (1879). Sposò poi il sindaco di camerino, Beri, abbandonando così la carriera magistrale appena intrapresa. Si occupò di letteratura, di storia, di morale, di arte e di politica.Lasciò novelle, romanzi e profili ma il suo nome è durevolmente affidato soprattutto ai lavori di folclore. La Pigorini, formatasi in un ambiente ricco di fermenti culturali, di alta tradizione e virtù civica, portò una sua forza culturale e uno slancio di ricerca, mai venuto meno in oltre un cinquantennio di feconda vita intellettuale. Nel 1890 ricevette il premio della Società di antropologia ed Etnologia di Firenze per la monografia Le superstizioni e i pregiudizi delle Marche appenninicbe (Città di Castello, 1889). Merita menzione, tra la sua ricchissima produzione, l’opera In Calabria (Torino, Casanova, 1889) in cui è contenuta una descrizione assai viva dell’aspetto ambientale e tradizionale di quella regione. In calabria la Pigorini raccolse anche testimonianze sulla presenza degli Albanesi, prendendo contatto in Firenze con Dora d’Istria, la principessa Ghika, pretendente al trono d’Albania e autrice di opere e racconti sull’Europa orientale e balcanica. La Pigorini ebbe rapporti d’amicizia con Giuseppe Verdi, fu ricevuta più volte al Quirinale dalla regina Margherita di Savoja ed ebbe intensi rapporti epistolari con i più insigni uomini del tempo (Giosuè Carducci, Pietro Mantegazza, Marco minghetti, Ugo Ojetti). Ebbe dimestichezza anche con il liberatore delle Marche, il generale emiliano Enrico Cialdini: l’epistolario è conservato, per dono della figlia, presso la Biblioteca Palatina di Parma. Giornalista e scrittrice assai feconda e, all’occorrenza, anche polemista (si ricorda di lei una polemica che ebbe con Alberto Rondani e Felice Martini sulla punteggiatura di quattro versi del sanvitale), la Pigorini scrisse di svariati argomenti su tutti i giornali e le riviste dell’epoca, dall’illustrazione italiana alla Nuova antologia, dal Corriere della sera alla Stampa, dal messaggero alla Tribuna. Il primo giornale che ospitò un suo scritto fu la Gazzetta di Parma, a cui la pigorini collaborò per cinquanta’nni, dal 1867 al 1918, scrivendo di ogni cosa. Il suo trattato di Buone maniere (la Pigorini si interessò molto di educazione femminile) venne fatto adottare da Ferdinando Martini come libro di testo nelle scuole normali. Si occupò anche di politica (fu liberale conservatrice cattolica): fu lei, con Pellegrino Molossi, che appoggiò Carlo Nasi, l’antagonista di Felice Cavallotti nei collegi elettorali del Parmense. Rimasta vedova, si trasferì a Roma dove aprì un accreditato salotto politico-letterario con intenti benefici ove convenivano le più illustri personalità della capitale. Cesare Correnti parlò di lei come della Sevignè d’Italia.

Fonti e Bibl.: T.Rovito, Dizionario Letterati e Giornalisti, 1907, 197; C. Villani, Stelle femminili, 1915-1916, 170-171 e 539-540; C. Pariset, caterina Pigorini Beri folklorista, in Il folklore italiano I 1925, 236-250; R.C., in Enciclopedia italiana, XXVII 1935, 270; A. De Gubernatis, Dizionario biografico, Firenze, 1879, 821; A. Codignola, pedagogisti, 1939, 341-342; G. Casati, Manuale di letture per le biblioteche, le famiglie e le scuole, Milano, 1926; A. De Gubernatis, Dictionnaire international des écrivains du jour, Firenze, 1891; A. De Gubernatis, dictionnaire international des écrivains du monde latin, Firenze, 1905; A. De Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, Firenze, 1879; O. Greco, Biblio-biografia femminile italiana del XIX secolo, Venezia, 1875; P. Mantegazza, C. correnti e G. Verdi. Lettere inedite a C. Pigorini Beri, in Nuova Antologia 16 agosto 1928; F. Martini, Lettere inedite di Ferdinando Martini a C. Pigorini Beri, in Nuova Antologia 16 maggio 1928; G. Mazzoni, l’ottocento, in Storia letteraria d’Italia, Milano, 1936, 1369; M. Montanari, C. Pigorini Beri, in Aurea Parma settembre-ottobre 1924; M. Montanari, C. Pigorini Beri nelle lettere dei suoi grandi amici, in Aurea Parma maggio-giugno 1925; C.Pariset, C. Pigorini Beri, commemorazione, in Archivio storico per le provincie parmensi 1925; T.Rovito, Letterati e giornalisti contemporanei, Napoli, 1922; M. Bandini, Poetesse, 1942, 139-140; Molossi, Dizionario biografico, 1957, 120-121; Dizionario Enciclopedico Letteratura italiana, 4, 1967, 371; F. Bonasera, Celebre opera di etnografia, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1979, 345-356; Corriere di Parma 1986, 82.

PIGORINI LUCIO
Fontanellato 1840 c.-Scarzara 3 ottobre 1914
Figlio di Luciano e di Lucia Marenghi. Volontario nel 1859, fece anche le due campagne risorgimentali del 1860 e 1866.

Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 6 ottobre 1914 n. 233; G. Sitti, Il risorgimento italiano, 1915, 417.

PIGORINI LUIGI
Fontanellato 10 gennaio 1842-Padova 1 aprile 1925
Nacque da Luciano, medico condotto, e da Lucia Marenghi di Soragna. Trascorse a Fontanellato gli anni dell’infanzia col fratello primogenito Lucio e le sorelle Angiolina e Caterina, stringendo affettuosa amicizia con Alberto e Stefano Sanvitale, figli del conte Luigi, feudatario del paese, che fu sindaco di Parma, senatore del Regno e presidente dell’Accademia di Belle Arti. Terminate le classi della scuola elementare a Fontanellato, il Pigorini fu avviato dal padre a Parma per proseguire gli studi di umanità, rettorica e filosofia, per i quali era particolarmente predispostto. Portato sin dall’adolescenza a interessarsi degli studi di antiquaria e numismatica, in ciò stimolato dall’ambiente culturale che lo circondava, il Pigorini potè mettere a frutto le conoscenze acquisite quando nel 1856, all’età di quattordici anni, iniziò a frequentare michele Lopez, direttore del Regio Museo d’antichità di Parma. Solo due anni più tardi venne nominato, con decreto ducale alunno presso lo stesso museo. Se con quel primo incarico ufficiale l’attività del Pigorini fu rivolta principalmente alla catalogazione del monetiere (questo interesse per la numismatica continuò a coltivarlo anche in seguito), ben presto tuttavia fu la preistoria ad attirarlo in modo particolare. Una prima occasione, che indirizzò in maniera specifica l’attenzione del Pigorini alla paletnologia, è da individuare nell’incontro avvenuto con B. Gastaldi nel dicembre del 1860, in occasione di un soggiorno di quest’ultimo a Parma per esaminare i materiali conservati nel museo locale, provenienti da diverse stazioni terramaricole. In quello stesso periodo (1861) il Pigorini conobbe Pellegrino Strobel che, già in contatto con il Gastaldi, fu da quest’ultimo avviato a interessarsi delle ricerche nelle marniere (Desittere, 1988, pp. 23-24). Con una solida base naturalistica ma senza pratica di problemi storico-antiquari, lo Strobel, per continuare le ricerche nelle terramare chiese e ottenne l’aiuto del Pigorini. La cooperazione tra i due fu esemplare e proficua sotto tutti i punti di vista. Una relazione sulle osservazioni compiute in occasione dello scavo di Castione dei Marchesi vide la luce l’anno seguente come appendice a un più ampio lavoro del Gastaldi (Pigorini-Strobel, 1862). Anche Gaetano Chierici, promotore degli studi preistorici e del Gabinetto di antichità patrie nella vicina Reggio Emilia, inizò, tra il 1861 e il 1862, a interessarsi alle terramare della sua provincia. Di ventitré anni più anziano del Pigorini e di due rispetto allo Strobel, il Chierici appare tra i tre studiosi senz’altro quello più preparato e attento nelle osservazioni: le sue intuizioni furono ampiamente recepite dal Pigorini. Inizialmente i rapporti tra Chierici e il Pigorini risentirono della rivalità sorta nell’intento di accrescere, con i materiali acquisiti tramite gli scavi, i rispettivi musei, tuttavia ben presto prevalse il comune interesse e tra i due si stabilì una fattiva collaborazione. Nonostante alcune forzature interpretative dovute in larga parte all’impostazione ancora classicistica del Pigorini, l’accoglienza a quelle prime indagini fu, sia in Italia che all’estero, molto favorevole e consentì al Pigorini di trovare le prime sovvenzioni per i suoi scavi e i suoi studi di preistoria. La strada per la nuova disciplina era ormai aperta: a essa strettamente si legarono in un crescendo che non conobbe praticamente pause nè ostacoli, le vicende del Pigorini, che nel volgere di poco meno di un ventennio riuscì ad accentrare nella sua persona tutte le più importanti cariche relative all’archeologia preistorica e a esercitare quindi un vero e proprio controllo sugli studi paletnologici in Italia. tramite le conoscenze che M. Lopez e P. strobel potevano vantare nell’ambito del ministero della Pubblica Istruzione, il Pigorini ottenne sovvenzioni per effettuare viaggi di studio. Tra il 1863 e il 1866 visitò la Svizzera, la Toscana, Roma e Napoli: il soggiorno romano, del quale pubblicò un dettagliato resoconto (Pigorini, 1867), è senz’altro il più importante. Nella Roma pontificia, dove l’indagine scientifica era ancora sottoposta al vaglio ecclesiastico e dove predominavano le dispute antiquarie, il Pigorini svolse una missione di sostegno alla nuova disciplina incoraggiando l’attività dei primi cultori. Riuscì a tenere alcune conferenze presso l’Istituto di corrispondenza Archeologica, e anche se questo primo contratto non fu trionfale, si ritenne soddisfatto di aver potuto dimostrare la presenza dei vari periodi della vita selvaggia e semibarbara anche nel classico suolo di Roma (Pigorini, l867, 9). Il Pigorini annotò anche alcune osservazioni relative sia ai materiali preistorici che ebbe modo di esaminare nelle collezioni esistenti a Roma (tra cui quelli del Museo Kircheriano) che ad alcuni acquisti effettuati per conto del Museo di Parma. Sebbene il suo interesse fosse rivolto principalmente agli studi di preistoria, l’impressione che i monumenti romani suscitarono sul Pigorini fu così notevole che egli manifestò l’intenzione di approfondire anche gli studi classici e si propose di studiare il greco e il tedesco (Desittere,1988, 46). Anche durante il soggiorno napoletano il Pigorini si mostrò particolarmente attento nello stabilire relazioni con le personalità più impegnate nel campo archeologico: ciò gli consentì più tardi di poter contare su di una capillare e fondamentale trama di cultori e appassionati locali dai quali avere notizie e materiali per il Museo Preistorico. A Napoli conobbe, tra gli altri, Giuseppe Fiorelli, che fu poi chiamato da Ruggero Bonghi alla guida della Direzione Centrale degli Scavi e Musei, e da quell’incontro ottenne diversi riconoscimenti della sua attività di paletnologo. Nell’ambito del riordino del Museo Nazionale di Napoli, il Fiorelli lo incaricò di separare il materiale preistorico da quello greco e romano (Pigorini, 1867, 35) e lo sollecitò a svolgere un pubblico corso libero di paleoetnologia allo scopo, come informa lo stesso Pigorini, di servire ai profani in questi studi ad illustrazione della nuova collezione che divisava fondare, e per dare anche in Napoli una spinta alla novella scienza, ivi posta quasi nell’assoluto oblio (Pigorini, 1867, 35). Probabilmente questo secondo incarico prese spunto da un corso libero sulle più antiche popolazioni d’Europa che il Pigorini tenne all’Università di Parma nel marzo del 1864. Il sorgere di un’epidemia di colera a Napoli impedì di svolgere il programma stabilito. Terminati gli studi universitari con il conseguimento nel 1865 della laurea in scienze politico-amministrative nell’Università di Parma, nel 1867 (con Regio decreto del 24 marzo 1867) il Pigorini fu nominato direttore del Museo d’Antichità di Parma e degli scavi di Velleia. In occasione del VII Congresso Internazionale di Antropologia e Archeologia Preistoriche, tenutosi nel 1874, si recò a Stoccolma, dove ebbe modo di visitare e apprezzare i Musei scandinavi, che costituivano l’esempio migliore del modello museografico, a cui egli fece riferimento per il Museo di Parma e, successivamente, per quello di Roma. La fase più importante della sua vita dal punto di vista sia scientifico che politico sembra essere concentrata negli anni 1871-1877, quando si intensificarono le sue attività e si ampliarono i suoi interessi. Il Pigorini, dopo averlo inizialmente avversato, fu tra gli organizzatori e tra i relatori ufficiali del V Congresso internazionale di Antropologia e Archeologia preistoriche di Bologna (1871), congresso che segnò una delle tappe fondamentali dello sviluppo della preistoria in Italia. Più direttamente legati all’incarico di direttore del Museo archeologico di Parma sono sia la conduzione dello scavo della terramara di Casaroldo di Busseto che i diversi articoli scritti a commento delle scoperte che vennero fatte in Emilia, relative non solo alla Preistoria ma anche ai periodi romano e medievale, delle quali fornì brevi relazioni soprattutto sul quotidiano Gazzetta di Parma. Un nutrito gruppo di articoli, pubblicati sempre sul quotidiano parmense (Marchesetti, 1925, 348-349) ha per temi, più in generale, la didattica e l’istruzione pubblica. Il Pigorini sembra così preparare la strada alla richiesta di istituire una cattedra di archeologia presso l’Università di Parma, cattedra che venne attivata nel 1875. In quel periodo lo Stato unitario stava affrontando la riorganizzazione generale del patrimonio artistico e culturale italiano e, in particolare, l’organizzazione museale di Roma capitale. Il Pigorini partecipò attivamente al dibattito, soprattutto in relazione alle molteplici proposte avanzate per la salvaguardia del patrimonio archeologico e per il coordinamento degli scavi archeologici. Nel 1871 fu uno dei soci fondatori della società Italiana di antropologia e di Etnologia e, nel 1875, socio effettivo della Reale Società Geografica Italiana: entrambe le nomine erano strettamente legate all’idea (già in parte attuata a Parma) di creare un museo che potesse rispondere tanto alle esigenze dell’archeologia nazionale quanto a ciò che avevano insegnato i maestri scandinavi in ordine alla etnografia. Questo ambizioso progetto trovò espressione compiuta nel Museo Preistorico-Etnografico di Roma. Nel 1875 entrò anche a far parte, come Capo sezione, della nuova Direzione Centrale dei Musei e degli Scavi di antichità del Regno d’Italia, istituita su proposta del ministro della Pubblica Istruzione Ruggero Bonghi. Nel breve periodo in cui lavorò presso la Direzione Centrale, dal 1875 al I877, il Pigorini redasse annualmente un elenco dei siti meritevoli di essere indagati a spese dello stato e, per sopperire alla scarsa conoscenza che i singoli ispettori agli Scavi e Monumenti avevano dei materiali preistorici, si fece portavoce della necessità di redigere degli Atlanti di Paletnologia, veri e propri manuali corredati dalle tavole tipologiche delle varie classi di oggetti. Dipinge molto realisticamente la sua attività presso la Direzione Centrale il barnabei nelle sue Memorie: il Pigorini diede inizio alle sue funzioni amministrative presentandosi con un sacchetto di armi di pietra (Barnabei-Delpino,1991, p. 178). Nel 1875 fondò, insieme a Gaetano Chierici e Pellegrino Strobel, il Bullettino di Paletnologia Italiana, la prima rivista a trattare esclusivamente del periodo preistorico di un singolo paese. Nel luglio del 1875 riuscì a far istituire il Regio Museo Preistorico e Etnografico, e nel 1877 ne venne formalmente nominato direttore (nello stesso anno divenne anche socio corrispondente della Reale Accademia dei Lincei). Sempre nel 1877 convinse il mondo accademico a riconoscere come disciplina universitaria la paletnologia, a istituirne la cattedra presso l’Università di Roma e ad affidargli l’incarico come professore straordinario (fu poi ordinario dal 1890 fino al 1916). Il corso ebbe durata biennale e vennero trattati, oltre a temi concernenti la Preistoria italiana ed europea, anche temi relativi all’etnografia. In una lettera al Chierici il Pigorini si lamenta del fatto che, per soddisfare le richieste del Ministero della Pubblica Istruzione (al governo vi erano le sinistre del Gabinetto Depretis), era costretto ad affrontare, in più, argomenti di etnologia comparata (Desittere, 1988, p. 84). Con tre formidabili strumenti (la direzione della rivista, la direzione del Museo nazionale e la cattedra presso l’Università di Roma), all’età di soli 35 anni il Pigorini deteneva saldamente il controllo (che conservò, non senza polemiche, per quasi mezzo secolo) dell’archeologia preistorica in Italia. È evidente che una carriera così brillante e fulminea si giovò anche degli appoggi determinanti che derivavano dalla sua situazione familiare e dai suoi contatti con importanti personaggi del mondo politico-culturale parmense. Tuttavia nella pronta accettazione, da parte della classe politica, dei suoi progetti dovette svolgere un ruolo determinante soprattutto l’intuizione dell’apporto che lo sviluppo delle scienze paletnologiche in Italia avrebbe potuto recare alla legittimazione dello Stato unitario. La tesi di successive migrazioni di popolazioni indoeuropee che dall’Europa si erano propagate in Italia fino a raggiungere e fondare Roma (espressa in quella che fu definita la teoria pigoriniana) poterono in un certo qual modo trovare rispondenza nelle vicende politiche del tempo e aiutare nel processo di unificazione della penisola e nella auspicata rinascita italiana, spiegando come sia nata e cresciuta la nazione italiana e mettendo bene in chiaro le ragioni di quanto ha prodotto attraverso i secoli, affinché dal confronto del passato col presente abbia essa gagliardo conforto a perseverare nella missione che le venne affidata (Pigorini, 1903, p. 69). Dal 1877 iniziò dunque per il Pigorini la stagione più fruttuosa della sua vita: a Roma, godendo di grandi poteri e della stima di molti, poté operare nel migliore dei modi per portare avanti i suoi ambiziosi progetti. In questa impresa gli fu sempre accanto la moglie, figlia del celebre naturalista Pier Paolo Martinati, fondatore del Museo di Verona, del quale il Pigorini tracciò un sentito elogio nella ricorrenza della morte (Pigorini, 1879). durante il lunghissimo periodo in cui ebbe la direzione del Regio Museo Preistorico e etnografico di Roma il Pigorini si dedicò con mirabile impegno alla formazione e al rapido accrescimento dell’istituto: basti citare tra le tante testimonianze quella del Marchesetti che, nel commemorarlo presso la Società di Minerva, disse che il Pigorini attese ognora con fenomenale attività ai suoi studi e all’accrescimento delle collezioni museali (Marchesetti, 1925, 329), sia di quelle di interesse più strettamente paletnologico che di quelle di interesse etnografico. Le donazioni fatte al Museo furono spesso essenzialmente il frutto della stima di cui il Pigorini godette presso i personaggi più diversi, dai collezionisti (E. Hyllier Giglioli, C. Rosa, G.B. Traverso, M.S. De Rossi), agli esploratori (G. Bove, A. Cecchi, V. Bottego, G. Boggiani, G. Doria, R. Salvado), dagli studiosi alle alte personalità politiche, dai titolari delle legazioni italiane all’estero fino addirittura al principe ereditario e al re. Una volta, essendo giunti dei doni di Menelik a re umberto di Savoja, questi disse, trattandosi di oggetti d’interesse etnografico: Questi bisogna mandarli a Pigorini, perché se no se li viene a prendere. La sua volontà di accrescere le collezioni del Museo fu tale che arrivò a suscitare le lamentele anche di amici. Il Chierici, che agiva soprattutto in provincia di Reggio Emilia, gli scrisse di non dimenticare la necessità che aveva il suo Gabinetto nascente di Reggio di raccogliere ogni spiga e quanto sia gran peccato spogliare il povero della sua camicia, più che togliere ad un ricco alcune delle sue tenute (Pigorini, 1896, 184). Il Pigorini giunse a sostenere persino delle cose non vere pur di ottenere alcuni reperti che gli stavano particolarmente a cuore. Nel 1879 fece a esempio credere alla Direzione Generale dei Musei e degli Scavi che il De Ruggiero, direttore del Museo kircheriano, era disposto a uno scambio di oggetti tra i due musei mentre al contrario quest’ultimo non era affatto favorevole al cambio. Il Pigorini non si fece nemmeno scrupolo di usare toni perentori con il direttore generale per le antichità. Alla fine della sua direzione lasciò al Collegio Romano un Museo suddiviso in 54 ambienti, con più di 170000 oggetti, e una biblioteca specializzata con oltre 5000 volumi e svariate centinaia di estratti. Come ricordò Ugo Antonielli, il nuovo direttore del Museo, nel corso della commemorazione del Pigorini tenutasi il 1 giugno 1925, i doni superano di gran lunga gli acquisti, tempestando di missive persone amiche, o autorevoli, o in qualche modo utili, scienziati, esploratori, viaggiatori del vecchio e del nuovo continente, musei, associazioni culturali. Croci e commende hanno volteggiato, posando e appagando, auspice il sollecitatore meraviglioso; i gabinetti di molte eccellenze sono stati il più provvido ausilio alla diuturna fatica del raccoglitore instancato (Antonielli, 1925, 33-34). Il Pigorini volle creare nel museo una biblioteca specializzata nel campo degli studi paletnologici ed etnologici e la arricchì con il dono della sua biblioteca personale, preziosissima soprattutto per i numerosi estratti che ricevette, da tutto il mondo, dai suoi numerosi corrispondenti scientifici. Con la fondazione nel 1875 del Bullettino di Paletnologia Italiana, del quale fu direttore per cinquant’anni, diede vita a uno strumento essenziale per lo sviluppo e la diffusione della paletnologia in Italia: vero e proprio archivio nel quale si registrarono tutte le scoperte e i dibattiti che interessavano la preistoria dal Paleolitico all’età del ferro. Da fedele servitore dello Stato, non trascurò di occuparsi in prima persona anche dell’ordinaria amministrazione del Museo e di riferire puntualmente al ministro. Si lamentò della burocratizzazione della Direzione Generale ed espresse parere contrario all’introduzione della tassa d’ingresso dei musei (Pigorini, 1884, p. 36). Considerato un ottimo dirigente, di indiscussa fedeltà verso l’Amministrazione, fu più volte incaricato di risolvere questioni estremamente delicate. Nel 1878 fu nominato Regio Commissario delle Gallerie, dei Musei e dell’Opificio delle pietre dure di Firenze per rimettere ordine in tutti i Musei e gallerie di Firenze nei quali imperavano abusi di ogni genere. E questo ha fatto sfidando ogni minaccia, e non si piegò certo di fronte a tergiversazioni politico-ministeriali. Quando nel 1899 fu relatore dell’inchiesta sul Museo di Villa Giulia presieduta da A. Bonasi, pur avendo avuto spesso forti scontri e accese rivalità con Felice Barnabei, direttore dei Musei, delle Gallerie e degli Scavi di Antichità del Regno (1895) e, tra il 1897 e il 1900, direttore generale per le Antichità e Belle Arti, dimostrò ancora una volta la sua profonda onestà difendendo il Barnabei con coraggio e intelligenza. all’archeologo-mercante tedesco e sua vecchia conoscenza Wolfang Helbig che accusò Felice Barnabei di aver falsificato e manomesso i corredi delle tombe dell’agro Falisco esposte nel Museo di Villa Giulia per tentare di colpire e distruggere la credibilità della Direzione generale per i Musei e gli Scavi di Antichità (direzione che era nota per contrastare gli interessi rilevantissimi che ruotavano intorno al commercio antiquario, forte fra l’altro di protezioni internazionali e interne tolleranze) il Pigorini rispose con fermezza smontando le accuse speciosamente ideate e non lasciandosi in alcun modo intimidire dalle minacce dello Helbig. Come il Barnabei non si lasciò comperare dai trafficanti d’arte disonesti (rifiutò somme elevatissime che gli erano state offerte a nome di un gruppo di antiquari per modificare in senso più favorevole ai trafficanti d’arte la legge, di cui fu proponente, sull’esportazione degli oggetti d’interesse storico e artistico), così il Pigorini non cedette alle pressioni dello Helbig che cercò di minarne la fermezza persino preannunciandogli azioni volte a screditarne l’onestà. Nello sviare la manovra dello Helbig e di coloro che a lui si associarono il Pigorini fu addirittura violento. Fu inoltre scrupolosissimo nello stendere la relazione: analizzò più volte i manoscritti preparati dal Barnabei per la pubblicazione su Narce e Falerii, interrogò più volte i testimoni e chiese tutte le possibili informazioni anche sullo Helbig prima di trascrivere e consegnare la sua relazione al Ministro. Nel corso della sua quarantennale attività di docente dell’Ateneo romano, formò numerosi e validi allievi che in seguito gli testimoniarono in molti modi la loro gratitudine. Come scrive il suo antico allievo Roberto Paribeni nell’idea Nazionale, l’efficacia del suo insegnamento fu tale, che ad un certo momento parve che tutti i giovani studiosi di archeologia volessero dimenticare i monumenti classici e le lusinghe della storia dell’arte per correre alle ricerche preistoriche. passarono alla sua scuola non solo famosi paletnologi, come il Gherardini, lo Issel, il castelfranco e il Pellegrini, ma anche archeologi classici del rango del Marinoni, del Della Seta, del Ducati, del Giglioli, dello Helbherr e del Pernier. Nel ricordarlo, uno dei suoi allievi, antonio Taramelli, che legò il suo nome soprattutto agli studi di preistoria sarda, scrive: il maestro, buono, appassionato, che sapeva stimolare le energie di allievi e di ignoti, che pure nella febbre del suo lavoro intenso non negò mai una parola di aiuto, un conforto, una guida a quanti a lui si rivolsero per lunghi e lunghi lustri da ogni parte (Un Maestro di scienza, 1925, 9). L’umanità del Pigorini, nella sua dimensione più quotidiana, si riconosce agevolmente nelle parole affettuose con cui fu ricordato dagli illustri amici, tutti uomini di grande valore, da Corrado Ricci (che lo definisce grande valentuomo, dilettissimo amico) a Edoardo Volterra, che lo ricorda scienziato illustre, amatissimo collega, a Paolo Orsi, che lo chiama maestro insigne, amico impareggiabile. Il suo prestigio fu talmente grande che a Parma, il 26 ottobre 1908, il sindaco Giovanni Mariotti (direttore del Museo di Parma dal 1875 al 1933), gli consegnò nell’aula magna dell’Università una grande medaglia d’oro recante sul dritto l’immagine dello stesso Pigorini e sul retro la seguente iscrizione: A Luigi Pigorini principe de’ Paletnologi Italiani nel cinquantesimo anniversario del suo ingresso negli Istituti Archeologici Discepoli e Amici. MDCCCLVIII-MCMVIII. contemporaneamente gli venne conferita la cittadinanza onoraria di Parma e nel locale Museo archeologico fu inaugurata la Sala Pigorini. Nel 1912 fu chiamato a far parte del Senato del Regno d’Italia. Per rendergli un omaggio veramente straordinario, i numerosi discepoli, amici ed estimatori ordinarono allo sculture Ettore Ximenes di raffigurarlo in un busto bronzeo che venne inaugurato a Roma l’11 gennaio 1914, nella sede del Regio Museo Preistorico Etnografico alla presenza dello stesso Pigorini. Uomo definito di adamantina rettitudine, morì ottantatreenne, nella casa del figlio luciano, ove era stato costretto a trasferirsi nel corso del 1923 perché le sue condizioni finanziarie non gli permettevano più di vivere a Roma. La notizia della sua scomparsa ebbe vasta eco su tutta la stampa nazionale, e lo Stato, che aveva servito fedelmente per tanti anni, gli tributò onoranze solenni a sue spese. Una commemorazione funebre tenutasi a Roma il 1° giugno, nel 60° giorno dopo la morte, alla quale parteciparono esponenti del mondo politico e culturale, fu tenuta dall’antonelli, suo successore nel Museo romano, nell’atrio dell’Istituto, di fronte al ritratto dell’estinto circondato dal tricolore e da fronde di alloro tratte dal Palatino.

Fonti e Bibl.: La vasta produzione del Pigorini è elencata in Un Maestro di scienza e d’Italianità, Roma, 1925 (pubblicazione edita a cura della Direzione Generale Antichità e Belle Arti nel cinquantenario del R. Museo Preistorico - Etnografico) e nello scritto di C. Marchesetti, Commemorazione di Luigi Pigorini, Trieste, 1926; U.A., in enciclopedia Italiana, XXVII, 1935, 270; A. De Gubernatis, Dizionari biografici, 2 volumi, Firenze, 1879, e Roma, 1895; A. Malatesta, Ministri, Deputati, Senatori, 1941, II, 322; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 120; Gazzetta di Parma 9 febbraio 1962, 4; Gazzetta di Parma 17 gennaio 1996, 5; M. Dall’Acqua, Terza pagina della Gazzetta, 1978, 308; Grandi di Parma, 1991, 92; M. Catarsi, in Aurea Parma 3 1994, 235-245; Le Terremare, 1994, 95-100.

PIGORINI MARIANO
Salsomaggiore 1858
Zio di Caterina. Fu farmacista in salsomaggiore e protettore di Cristoforo Marzaroli.

Fonti e Bibl.: F.da Mareto, Indice, 1967, 728.

PIGORINI PIETRO
Mariano di Marore 7 marzo 1833-Parma 17 ottobre 1891
Passò i primi anni di vita aiutando nel lavoro il padre mugnaio. Nel 1852, grazie all’aiuto di alcuni benefattori che lo fecero studiare, si laureò in scienze matematiche, poi andò a Parigi dove prese la libera docenza. A soli ventiquattro anni il Pigorini fu professore di astronomia nonché direttore dell’osservatorio astronomico di Parma. Dopo aver visitato nel 1858 (inviatovi dal Governo) i principali osservatori in francia e Inghilterra, portò un notevole impulso scientifico nella propria città. Dal 1864 al 1868 occupò la cattedra di calcolo differenziale e integrale, mentre nel 1873 ebbe la nomina di ordinario di fisica, raccogliendo l’eredità di Macedonio Melloni. Le onorificenze per il Pigorini non tardarono a venire: fu membro della Società astronomica di heidelberg, membro corrispondente dell’Accademia delle scienze di Lione e, con decreto del 27 marzo 1877, venne nominato cavaliere della Corona d’Italia. Per quattro anni consecutivi il Pigorini fu Rettore dell’Università di Parma. Sedette due volte nel Consiglio municipale di Parma e appartenne al Consiglio di amministrazione dell’Orfanotrofio Vittorio Emanuele. Tra gli scritti del Pigorini, vanno ricordati gli Studi fisici negli ultimi tempi.

Fonti e Bibl.: A.Pariset, Dizionario biografico, 1905, 87-88; Grandi di Parma, 1991, 23.

PIGOZZI PALMINO
Parma prima metà del XIX secolo
Pittore attivo nella prima metà del XIX secolo. Fu consigliere aggiunto nell’Accademia di Belle Arti di Parma.

Fonti e Bibl.: P.Martini, Scuola delle Arti Belle, 1862, 37.

PII FRANCESCO, vedi PIO FRANCESCO

PIJAMA, vedi BASSANINI EUGENIO

PILETTI ANTERO
Parma 1922-Roma 28 settembre 1988
Figlio di un ferroviere. Si diplomò all’accademia di belle arti di Parma, pur senza averla frequentata, come conclusione di una attività individuale, tenace e sincera. Tenne numerose mostre personali a partire dal 1954: all’obelisco di Roma, alla Tooths Gallery di Londra, al Museum of art di Cincinnati,alla Perls gallery di Los Angeles, al Museum of art di Santa Barbara, al De Young Museum di San francisco, all’Italian Parade di Sydney, al Walker art center di Minneapolis, alla Sagittarius Gallery di New York, alla Symphony Hall di Boston, alla Casa Menotti di Spoleto, alla Three directions di San Francisco e alla Palm Beach gallery in Florida. Una lunga serie di rassegne che indica chiaramente come la pittura del Piletti fosse molto apprezzata, in particolare nei paesi anglosassoni. Fu infatti un artista tradizionalista, che aveva studiato gli Olandesi e modigliani, assaporando anche qualcosa del sudamerica, mantenendo, comunque, nei personaggi un gusto contemporaneo e mediterraneo (nelle labbra tumide, nelle narici dilatate, negli occhi profondi e neri). Il Piletti visse tra Roma e New York.

Fonti e Bibl.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 3 ottobre 1988, 7.

PILETTI GIOVANNI
Trecasali 5 agosto 1894-Monfalcone 17 novembre 1915
Compì a Parma gli studi classici, quindi iniziò quelli di medicina presso l’Università di parma. Chiamato alle armi, non volle usufruire del diritto che la sua qualifica di studente in medicina gli dava di entrare a far parte di una sezione di sanità.Dopo un breve corso, fu nominato sottotenente e inviato al fronte, dove combattè eroicamente. Il 15 novembre 1915, presso Monfalcone, il Piletti, con slancio travolgente e spada in pugno, guidò all’assalto il suo plotone (118° Reggimento fanteria). Nel corso dell’azione fu gravemente ferito da una fucilata. Raccolto e trasportato in un ospedale da campo, vi spirò due giorni dopo. Il Piletti fu proclamato dottore in medicina a titolo d’onore il 5 novembre 1917.

Fonti e Bibl.: Caduti dell’Università Parmense, 1920, 35-36.

PILETTI FANTI LEONIDA
Borgo San Donnino 1827-post 1863
Possidente, ingegnere, nel 1863 fu sottoposto a sorveglianza dal Ministero dell’Interno perché fervente repubblicano.

Fonti e Bibl.: P.D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 181.

PILLA CARLO
Parma 1732/1735
Fu suonatore di tromba alla chiesa della Steccata di Parma dal 22 gennaio 1732 al 1735.

Fonti e Bibl.: Archivio della Steccata, Mandati 1732-1735; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 166.

PIMIENTA PIETRO
Parma 1 luglio 1780-post 1821
Figlio di Raimondo. Nel 1790 fu cadetto al servizio di Parma, nel 1805 fu promosso sottotenente, nel 1808 tenente al servizio di Francia e nel 1812 capitano. Diede volontariamente le dimissioni al Governo Francese nel 1814 e l’anno seguente entrò come capitano nel reggimento Maria Luigia di Parma. Il Pimienta partecipò alle seguenti campagne: 1810-1811 in Spagna, 1812-1814 con la Grande Armata. Nel 1821 fu pensionato.

Fonti e Bibl.: E.Loevison, Ufficiali, 1930, 30.

PINARDI FRANCESCO
Berceto 1693/1708
Figlio di Sagramoro. Presentato dal duca ranuccio Farnese alla prevostura di Berceto, ne ottenne l’investitura il 18 novembre 1693. Con il Pinardi furono canonici Agostino caprara, Rocco Moretti, Moderanno Moretti e Giacomo Moretti, dottore in sacra Teologia. Il Pinardi restaurò il deposito di San Brocardo. Nel luglio 1708 si tennero a Berceto solenni missioni, predicate dallo stesso vescovo di Parma, Giuseppe Olgiati, e chiuse da una singolare processione, nella quale si videro molte persone con le corde al collo o con altri segni di penitenza. Il Pinardi compilò due inventari della chiesa e dei beni, censi e livelli della prevostura di Berceto. Venne autorizzato a cedere a livello parecchie proprietà della stessa prevostura situate in Pagazzano e in Fugazzolo, che il Pinardi non poteva amministrare. Nel 1708 venne convalidato il trapasso del diritto di giuspatronato sopra la prevostura e i quattro canonicati di Berceto dal duca Francesco Farnese al marchese Andrea Boscoli e ai suoi figli maschi. Tale donazione ebbe effetto solo più tardi (1717).

Fonti e Bibl.: G.Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 111-112.

PINARDI PIETRO
Berceto 1630/1641
Fu commissario di Pellegrino dal 1630 al 1641.
Fonti e Bibl.: A.Micheli, Giusdicenti, 1925, 12.

PINAROLI O PINAZOLI SIGISMONDOo, vedi PINAZZOLI SIGISMONDO

PINAZZI GIAMBATTISTA
Parma prima metà del XVII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVII secolo.

Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 280.

PINAZZI GIUSEPPE
Borgo Taro 1846-Piacenza 1931
Fu allievo del Collegio Alberoni di Piacenza dal 1862 al 1870. Ordinato sacerdote il 22 maggio 1869, fu curato nella parrocchia di San Francesco a Piacenza e successivamente prevosto di San Martino in Borgo. Canonico della Cattedrale di Piacenza, fu cancelliere, vicario generale e vicario capitolare della diocesi. Il suo nome è legato all’istituto climo-balneare di Stradone Farnese a Piacenza, da lui fondato nel 1893 con l’aiuto di alcuni benefattori.

Fonti e Bibl.: G. Boiardi, I nostri preti, Piacenza, 1983, 133-135; F. Molinari, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 212.

PINAZZI ILARIANO, vedi PINAZZI ILARIONE

PINAZZI ILARIONE
Parma XVII/XVIII secolo
Padre benedettino, fu tornitore e intagliatore di ornati attivo nel XVIII secolo.

Fonti e Bibl.: P.Zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, XV, 1823, 24; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane; Malaspina, 1869, appendice; Il Mobile a Parma, 1983, 260.

PINAZZI LIVIO
San Lazzaro Parmense 1886-Parma 1963
Prese parte alla guerra 1915-1918 meritando, quale sergente del genio pionieri, due medaglie al valore militare. Rientrato alla vita civile, aiutò il padre Nestore nell’attività edilizia. Tra le sue opere, la ricostruzione, dopo le devastazioni causate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, della Biblioteca Palatina, della Pinacoteca e di tutte le altre costruzioni legate alla Pilotta di Parma. Ripristinò anche la cella campanaria del Duomo di Parma e la chiesa di Castione Marchesi. Dopo gli iniziali lavori di ricostruzione del teatro Farnese di Parma, nel 1954 cedette l’azienda ai figli, ai quali si deve l’ultimazione dello stesso teatro e del cortile del Vescovado.

Fonti e Bibl.: F.e T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 246.

PINAZZI RICCARDO
Mezzani 4 febbraio 1890-Parma 26 novembre 1961
Già a quindici anni suonava la tromba nella banda del paese e si recava in bicicletta a Parma a prendere lezioni di armonia dal maestro pizzetti. Ben presto diventò virtuoso di cornetta, mandolino, quartino e chitarra e diede vita a un complesso da ballo. Mentre il Concerto Cantoni si distinse per brani maggiormente concertistici, il complesso Pinazzi si specializzò, invece, in musica folkloristica e da ballo (il Pinazzi ottenne una medaglia d’oro in una manifestazione a Monticelli Terme). Il Pinazzi compose numerosi spartiti depositandone alla Società Italiana Autori e Editori circa 250. Divenne istruttore del corpo bandistico dell’Enal San Geminiano di Basilicagoiano.

Fonti e Bibl.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931; F. e T.Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 246.

PINAZZINI ANTONIO
Parma 1823
Il 20 novembre 1823 inviò una supplica alla duchessa Maria Luigia d’Austria scrivendo che da anni cantava come primo tenore in quasi tutte le funzioni della città di Parma e che pertanto aspirava di essere annoverato tra i cantanti delle funzioni ecclesiastiche di Corte.Si ignora se la richiesta venne o meno accolta (Archivio Storico del Teatro Regio, Carteggi, 1823).
Fonti e Bibl.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

PINAZZOLI SIGISMONDO
Parma ante 1459-post 1514
Sacerdote, musicista, calligrafo e miniatore, lavorò a Bologna come scrivano di corali per la Basilica di San Petronio. Nella Biblioteca queriniana di Brescia è conservato un Breviarium Romanum da lui scritto e miniato, così firmato: ego presbyter Sigismundus de Pinazolis de Parma scripsi nunc breviarium manu propria. Il Pinazzoli è ricordato a Parma come calligrafo e miniatore di corali del duomo (Parma, fabbriceria del Duomo): il 31 dicembre 1507 ottenne il pagamento per un Vangelo, il 31 marzo 1508 per un Salterio, il 13 luglio 1508 per un breviario da lui scritto e miniato. Il 2 giugno 1508 fu pagato per l’aggiunta di cinquanta quinterni che scrisse e miniò per libri della sagrestia. Negli anni 1505-1514 fu pagato dal Comune di Parma 20 lire imperiali per aver miniato un evangelistarium (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Registro di spese per la Cattedrale e la Comunità 1505-1514, c. 119 v.). il 31 dicembre 1507 fu pagato 12 lire e 10 soldi imperiali per aver miniato un Legendarium (c. 120 v.). Il 31 marzo 1508 fu pagato 11 lire imperiali per aver miniato un salterio (c. 122).

Fonti e Bibl.: C. Malaspina, Guida di Parma, Grazioli, 1869; U. Thieme-F. Becker, vol. XXVII (1933), 51; E. Aeschlimann. Dictionnaire des miniaturistes, Milano 1940; Dizionario Bolaffi Pittori, IX, 1975, 73; A. Pezzana, Storia della città di Parma di Affò continuata, Parma, 1837-1859, 275; N. Pelicelli, note d’archivio per la storia della musica, Roma, 1931, 137; E. Scarabelli-Zunti, vol. III, c. 331; archivio Storico per le Provincie Parmensi XLVI 1994, 355.

PINCARO, vedi PENCARO

PINCHELINI O PINCHELINO, vedi PINCOLINI

PINCOLINI ALESSANDRO
Parma 1627
Nell’anno 1627 fu podestà di Borgo San Donnino.

Fonti e Bibl.: G.Laurini, Borgo S. Donnino e i suoi capi civili, 1927.

PINCOLINI ENRICO
Borgo San Donnino 1160
Nell’anno 1160 fu podestà di Borgo San Donnino.

Fonti e Bibl.: G. Laurini, Borgo S. Donnino e i suoi capi civili, 1927.

PINCOLINI UBALDO
Borgo San Donnino 1116
Valoroso cavaliere che l’imperatore Arrigo V, in riconoscimento della sua fedeltà e delle sue benemerenze, nell’anno 1116 elesse a vicario imperiale di Borgo San Donnino.

Fonti e Bibl.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 357.

PINCOLINI VITTORIO
Borgo San Donnino 1708-Borgo San Donnino 27 agosto 1785
Fu l’ultimo esponente del ceppo borghigiano dei Pincolini imparentato con i marchesi Pallavicino di Pellegrino. Inclinato alla carriera ecclesiastica, compì gli studi nel seminario diocesano di Borgo San Donnino e fu ordinato sacerdote il 10 aprile 1734 dal vescovo gherardo Zandemaria. Nominato nel 1738 prevosto di San Michele per diritti di giuspatronato, nel 1754 venne elevato nel capitolo della Cattedrale di Borgo San Donnino alla dignità di canonico primicerio. Cinque anni dopo passò prevosto a Bargone, ma nel 1763 fece definitivamente ritorno a Borgo San Donnino perché promosso parroco in duomo. Appassionato cultore di memorie e tradizioni locali, per quarant’anni raccolse pazientemente notizie storiche sulla natia città, che poi espose in una ponderosa raccolta di manoscritti, molti dei quali andarono dispersi dopo la sua morte. I suoi compendi storici (una parte dei quali è conservata nell’Archivio di Stato e nella civica Biblioteca parmense) rappresentano una ricca documentazione alla quale attinsero a più riprese chiosatori di memore locali, soprattutto lo Zani, che l’ebbe assiduo collaboratore nella redazione dell’Enciclopedia delle Belle Arti, e l’Affò. La sua opera principale, Storico compendio della città di Borgo San Donnino dal 281 di Cristo al 1599, è conservata in manoscritto nell’archivio della Cancelleria vescovile di Fidenza.

Fonti e Bibl.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 357-358; R. Tassi, il Duomo di Fidenza, 1973, 130.

PINCOLINI PALLAVICINI VITTORIO, vedi PINCOLINI VITTORIO

PINCOLINI ENRICO, vedi PINCOLINI ENRICO

PINELLI ARIODANTE
Parma 22 marzo 1864-
Figlio di Giuseppe e Augusta Poletti. Fu tra i più reputati artisti di operette. Ebbe una bella voce da baritono e recitò con successo. Fu uno dei primi cantanti della compagnia diretta dal Marchetti, con la quale percorse tutta l’Italia con un repertorio di opere leggere che comprendeva anche quelle di Offenbach, Paisiello, Lecoq e Ricci. Il Surcouff di Planquette fu il suo cavallo di battaglia.

Fonti e Bibl.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 153; Frassoni; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 121; G.N. Vetro, voci del ducato, in Gazzetta di Parma 6 febbraio 1983, 3.

PINELLI DANTE, vedi PINELLI ARIODANTE

PINELLI ELENA, vedi PINELLI MARIA

PINELLI EVANGELISTA
Parma 5 aprile 1801-1860 c.
Figlio di Giovanni e Lucia Casalini. Pittore allievo del Pasini.Malgrado le buone capacità dimostrate, abbandonò l’arte.

Fonti e Bibl.: P.Martini, Scuola delle Arti Belle, 1862, 20.

PINELLI GHERARDO
Collecchio 1720-San Martino Sinzano 5 marzo 1778
Fu economo spirituale di San Martino sinzano dal 1760. Fu sacerdote versato nelle scienze teologiche e liturgiche. Stranamente, nei registri parrocchiali di Collecchio è detto che morì a Collecchio il 4 ottobre 1778. Fu sepolto nel cimitero di San Martino Sinzano.

Fonti e Bibl.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma, 7 marzo 1960, 3.

PINELLI MACEDONIO
Parma 11 febbraio 1829-Milano 8 agosto 1886
A diciannove anni abbandonò il corso della facoltà fisico-matematica dell’Università di Parma e col padre evangelista e altri generosi patrioti combattè il 20 marzo 1848 per le vie di Parma contro le truppe ducali e quelle austriache. Quattro giorni dopo andò a Milano ad arruolarsi nella colonna comandata da Luciano Manara. Prese parte quale luogotenente al combattimento di Castelnuovo Veronese, dove rimase ferito una prima volta. Poi si arruolò nuovamente nelle truppe volontarie che il Governo provvisorio parmense stava ordinando, e con quelle raggiunse l’esercito piemontese a Santa Lucia il 6 maggio. Si battè con coraggio ed ebbe la menzione onorevole al valore militare e la promozione a sergente, e poco dopo a sottotenente. Ammesso nei bersaglieri, fece la campagna del 1849 nel 3° battaglione e quella di Crimea nel 5°, meritando una seconda menzione alla battaglia della Cernaia. Sottotenente nel 10° battaglione, il 4 maggio 1859, cominciata appena la campagna contro gli Austriaci, venne gravemente ferito da un proiettile che gli perforò il torace ledendo un polmone. Promosso luogotenente in giugno, passò in ottobre nell’esercito italiano gol grado di capitano e con esso rientrò nei bersaglieri dell’esercito sardo il 16 aprile 1860. Comandò il 25° battaglione, appena formato, durante le campagne delle Marche e dell’Umbria, e lo condusse il 26 settembre con ammirevole slancio all’assalto di Monte Pelago e di Monte Pulito. Il battaglione ebbe una menzione onorevole e il Pinelli fu promosso maggiore per merito di guerra. Al Pinelli venne quindi affidata la campagna contro il brigantaggio in Calabria: vi rimase tre anni, compiendo atti di valore e spiegando energicamente la sua azione contro i sovversivi. Nell’agosto 1862, con l’altro comandante giolitti arrestò la marcia di garibaldi, che venne ferito ad Aspromonte. In quell’occasione fu decorato della croce dell’ordine militare di Savoja. A Custoza nel 1866 comandò il 15° bersaglieri e nel 1870, quale luogotenente colonnello, ebbe il comando dei dodici battaglioni di riserva al corpo d’esercito di Cadorna che operarono a Grotta Rossa, passarono il Tevere e occuparono i ponti sull’Aniene. Entrò tra i primi in Roma per la breccia di Porta Pia e poche ore dopo, trovandosi in piazza colonna, fece scudo del proprio corpo agli zuavi pontifici prigionieri, contro i quali il popolo inveiva. Meritò altra menzione onorevole per l’opera prestata in occasione dello straripamento del Tevere (dicembre 1870). comandante del 10° bersaglieri dal 1° gennaio 1871 e comandate del 3° nel 1873, ebbe alla fine di quell’anno il grado di colonnello. L’8 novembre 1880 lasciò il corpo dei bersaglieri per passare al comando di una brigata, e il 2 giugno dell’anno successivo fu nominato maggiore generale comandante la brigata Palermo di stanza a Verona. Schermidore formidabile, il Pinelli fu a lungo considerato la prima lama dell’esercito piemontese. Coltivò anche le lettere e le arti, e fu poeta e musicista di gusto squisito. Oltre alle medaglie al valore militare, ebbe varie altre decorazioni: fu infatti nominato ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro e dell’ordine militare di Savoja e commendatore della Corona d’Italia. Pochi giorni prima della sua morte, (il Pinelli si suicidò sparandosi un colpo di pistola alla tempia destra mentre era alloggiato all’albergo Biscione di Milano), venne nominato comandante la sesta divisione militare di sede a Brescia.

Fonti e Bibl.: U. Pesci, in Caffè 11 agosto 1886; U. Pesci, in Il Bersagliere, numero straordinario dell’illustrazione italiana, luglio 1886; P. Bettoli, in Caffè 12 agosto 1886; Emporio pittoresco 16-21 agosto 1886; Illustrazione italiana 15 agosto 1886, 128; tutti i giornali di Milano dei giorni 9, 10 e 11 agosto 1886 ed altri d’Italia; Brunialti, Annuario biografico universale, 1887, 122-125; A. Pariset, dizionario biografico, 1905, 88-90; Un valoroso bersagliere: Macedonio Pinelli, in Gazzetta di Parma 22 giugno 1926.

PINELLI MARGHERITA
Parma-post 1875
Fu valida prima donna soprano. Fece gli studi a Parma. Ottenne lusinghieri risultati in vari teatri italiani e quindi passò all’estero, dove si sposò e dove rimase a lungo.

Fonti e Bibl.: P.Bettoli, Fasti musicali, 1875, 125.

PINELLI MARIA
Parma 29 luglio 1859-America 1882
Soprano. Dacci scrisse di lei (p. 304): Allieva della Scuola di musica di Parma dal 1876 al 1880, aveva già iniziato a studiare canto prima dell’ammissione. Dopo aver cantato da soprano in diversi teatri esteri, morì in America nel 1882.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PINETTI BIAGIO
Parma 1585
Falegname e intagliatore, realizzò nell’anno 1585 due cassette.

Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 256; Il mobile a Parma, 1983.

PINETTI EUSTACHIO
Casalbaroncolo 3 marzo 1825-Bologna 1900
Dal 1836 al 1844 fu alunno della Regia Scuola di musica di Parma e nel 1842, benché ancora allievo, fu ammesso a far parte dell’orchestra Ducale come aggiunto praticante.Nel 1850 suonò anche nell’orchestra di Reggio Emilia nella stagione di Fiera, mentre il 26 marzo 1852 fu nominato aspirante aggiunto della Reale Orchestra di Parma e, dopo il concorso, professore (14 luglio).Suonò nelle maggiori orchestre come contrabbasso al cembalo e prestò la sua opera all’orchestra di Parma fino alla sua soppressione (1874).Su suggerimento di Verdi, quell’anno il Comune di Bologna lo nominò docente dello strumento al Liceo Comunale: egli continuò a prestare la sua opera in vari teatri fregiandosi di tale titolo.Insegnò fino al 1894, formando una scuola di ottimi allievi.Scrisse 24 Studi per contrabbasso a 4 corde ed Esercizi per contrabbasso a 4 corde.

Fonti e Bibl.: Biblioteca Palatina di Parma, Almanacchi di Corte; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 153-154; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 276; Enciclopedia di Parma, 1998, 539.

PINETTI GIUSEPPE ANTONIO
Parma-post 1782
Cantante primo mezzo carattere, calcò le scene in Italia e all’estero per più di venti anni in teatri primari: Bologna (Teatro Marsigli Rossi, Carnevale 1762: Le avventure di Ridolfo), Venezia (Teatro Grimani di San Samuele, autunno 1762: Le avventure di Ridolfo, Don trastullo, Tigrane; autunno 1763: Le contadine bizzarre, Il re alla caccia; Carnevale 1764: Le donne vendicate, L’incognita perseguitata), Bonn (Teatro della Corte Elettorale, 1764: L’amante di tutte), Munster (Teatro della Corte Elettorale, 1765: La calamita de cuori, La pastorella al soglio, Li tre amanti ridicoli), Vienna (Teatri Privilegiati, Carnevale 1767: L’albagia smascherata, L’amore artigiano, Le contadine bizzarre, Il vecchio geloso), Brescia (Teatro dell’Accademia degli Erranti, Fiera d’agosto 1771: L’amore artigiano, Il viaggiatore ridicolo), Venezia (Teatro Grimani di San Samuele, autunno 1771: L’inimico delle donne, Calandrano; Carnevale 1772: L’astratto, Gli intrighi amorosi), Mantova (Teatro Ducale Vecchio, autunno 1772: Calandrano), Reggio Emilia (Teatro Pubblico, Fiera 1772: calandrano, L’astratto), Firenze (Teatro di via del Cocomero, primavera 1773: L’astratto, L’isola di Alcina), Genova (Teatro di San Agostino, carnevale 1773: La locanda), Trieste (carnevale 1774: Il viaggiatore ridicolo), Parigi (académie-Royale de Musique, 10 settembre 1778: La frascatana; 18 gennaio 1779: Il geloso in cimento), Mestre (Nuovo Teatro della casa Balbi, autunno 1779: Il geloso in cimento), Venezia (Teatro Grimani di San Samuele, autunno 1780: L’isola della luna, I viaggiatori felici), Venezia (Teatro Grimani di San samuele, Carnevale 1781: La muta per amore, l’amante per bisogno), Verona (Teatro dell’accademia Vecchia, primavera 1781: Li viaggiatori felici), Bologna (Teatro Zagnoni, autunno 1781: Il pittor parigino, Li viaggiatori felici), Perugia (Teatro del Casino della Città, carnevale 1782: Le nozze in contrasto, I viaggiatori felici).

FONTI E BIBL.: A.De Angelis, Lorena; Fabbri e Verti; Librettistica bolognese; Sartori; Wiel; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PINGOLINI AGOSTINO
Parma 1500/1502
Fu maestro di vetrate. Operò in Parma (nel monastero dei Benedettini) negli anni 1500-1502 assieme al fratello Antonio.

Fonti e Bibl.: Spogli del Baistrocchi, dal 1500 al 1502, citati dallo Scarabelli in Documenti; U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 344.

PINGOLINI ANTONIO
Parma 1500-1502
Maestro di vetrate. Operò in Parma, nel monastero dei Benedettini, assieme al fratello Agostino all’inizio del XVI secolo (1500-1502).

Fonti e Bibl.: U.Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 344.

PINGUARD ANTONIO
Parma 1749-30 settembre 1822
Di ascendenza francese (figlio di Jacques, detto Normand, parrucchiere dei paggi ducali), entrò a servizio della Reale Orchestra di Parma nel 1764, il 1° dicembre 1768 venne ammesso al Reale Servigio in qualità di sonatore di Violino di Camera per il Ballo e il 28 luglio 1774 nominato Professore della Reale Orchestra ammesso al soldo.Ebbe modo di mettersi in evidenza e di fare carriera se l’8 marzo 1781 fu «accordato a questo virtuoso di Camera di poter assentarsi per un anno da Parma per abilitarsi sempre più nella sua virtù», accordandogli l’anticipazione di sei mesi del soldo che percepiva. Da una lettera di Prospero Manara al conte Zappata di Torino del 14 maggio 1782 appare che Antonio Normand suonator di violino al servigio di S.A.R. il Sig. Infante Duca mio Signore si restituisce da Parigi a Parma, e nel suo passaggio per cotesta città desidera l’onore di essere presentato alle MM.LL. e farsi sentire a suonare. Lo raccomando però a V.S. Illma, onde siano compiuti i di lui desideri. Si ignora se questa esibizione davanti al re di Sardegna ebbe luogo. Si sa dai Decreti e Rescritti che il 5 settembre 1782 il duca di Parma, evidentemente soddisfatto dei miglioramenti ottenuti a Parigi dal Pinguard, gli condonò la suddetta anticipazione e il 1° luglio 1784 a questo suonatore di Violino nell’Orchestra di S.A.R. venne concesso di potersi recare per un anno in Germania. Il 15 gennaio 1792 la Reggenza dell’Accademia Filarmonica di Parma decise di nominarlo I violino e direttore della sua orchestra.Alla sua morte, la vedova del Pinguard ebbe una pensione dal duca Ferdinando di Borbone.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol.84, Ruolo B. 1, fol.170; H.Bédarida, Parme et la France de 1748 a 1789, 490, nota 12; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 200; Enciclopedia di Parma, 1998, 488.

PINGUARD MARGHERITA
Parma 1769/1770
In occasione degli spettacoli dell’opera nel 1769 e 1770 a Parma e a Colorno, la si trova impegnata nella rifinitura e guarnizione dei costumi (Archivio di Stato di Parma, Computisteria borbonica, bb. 692-693).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

PINI ALBERTO, vedi PINI GIOVANNI ALBERTO

PINI ALBERTO LUIGI
San Benedetto Po 13 dicembre 1924-Ciano d’Enza 4 dicembre 1944
Figlio di Francesco e di Marianna Boraschi, palanzanesi trasferitisi per motivi di lavoro nel Mantovano. I genitori tornarono poi a risiedere a Palanzano, ove il Pini venne comunemente identificato come Gidio o Egidio. Quando ebbe inizio la lotta partigiana il Pini seguì l’esempio del fratello maggiore, dello zio materno e dei cugini, entrando nel distaccamento Cosacco, con il nome di battaglia di Sam. catturato il 31 ottobre 1944 durante una puntata tedesca, insieme a un coetaneo anch’egli partigiano venne rinchiuso nelle segrete del presidio nazista di Ciano d’Enza, tristemente noto perché vi persero la vita, durante l’intero periodo della Resistenza, oltre un centinaio di partigiani. Anche il Pini vi venne fucilato. Dopo la conquista di Ciano d’Enza (14 aprile 1944) a opera congiunta delle formazioni partigiane parmigiane e reggiane, la salma del pini venne ritrovata, su indicazioni dei civili locali, in un campo vicino, sepolta sotto poche decine di centimetri di terra. All’assalto di ciano presero parte, in prima linea, il fratello maggiore del Pini, comandante del distaccamento Cosacco (Relazione del Comando della 143^ Brigata Garibaldi Aldo, a cura di leonardo Tarantini) e un altro prode palanzanese (che vi perse la vita), Bruno Bocconi, comandante del distaccamento Sambuchi, alla cui memoria venne poi conferita la medaglia d’oro al valore militare. Pochi giorni dopo la conquista di Ciano da parte delle forze partigiane, nella Sala municipale del Comune di palanzano, trasformata in camera ardente, vennero rese le estreme onoranze al Pini, la cui salma fu poi inumata nel cimitero di Palanzano.

Fonti e Bibl.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 207.

PINI ANTONIO
Parma prima metà del XVIII secolo
Calligrafo attivo nella prima metà del XVIII secolo.

Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 156.

PINI EGIDIO
Tizzano Val Parma 18 febbraio 1898-Cascina Paolicchi 18 settembre 1925
Tenente, conseguì il brevetto di pilota dell’aeronautica a Cameri nel 1924. Fu quindi aiutante maggiore al Campo di San Giusto (Pisa). Partecipò alla guerra contro l’Austria a partire dal 1917.Al Piave fu d’esempio nel compimento del dovere: in tre giorni di aspra e continua lotta per la conquista di un trinceramento nemico, mantenne impavido la sua compagnia sotto il fuoco dell’artiglieria avversaria e con slancio ammirevole per primo penetrò tra le posizioni nemiche. Ferito da scheggia di granata, volle restare sulla linea di combattimento incitando i suoi uomini alla resistenza. Nel 1919 e 1920 fu in Albania partecipando alle operazioni di guerra. Morì cadendo vicino al Campo di San Giusto per incidente di volo. Il Pini fu decorato di medaglia d’argento e di bronzo al valore militare e di croce di guerra.

Fonti e Bibl.: E.Grossi, Eroi e Pionieri dell’Ala, 1934, 207.

PINI EGIDIO, vedi anche PINI ALBERTO LUIGI

PINI FELICE
Parma 1908-1965
A quindici anni si arruolò volontario nella marina militare. Nel 1928, quando il dirigibile Italia, comandato dal generale Umberto Nobile, si fracassò sulla banchisa del Polo Nord, il Pini venne imbarcato su una nave che portò i soccorsi ai naufraghi. Promosso per meriti particolari, sempre a bordo di navi da guerra operò in quasi tutto il mondo. Nella seconda guerra mondiale, col grado di maresciallo, partecipò sull’incrociatore Garibaldi a numerose operazioni belliche. Trascorse sei anni a Massaua. Terminata la guerra, si congedò dall’esercito. Economo di un istituto della Pontificia opera di assistenza a Misurina, meritò un encomio solenne dopo essere stato travolto da una valanga mentre si recava a Belluno per procurare i viveri necessari ai ragazzi ospiti del centro.

Fonti e Bibl.: F.e T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 247.

PINI FRANCESCO
Parma 1710
Fu attivo come pittore e incisore (1710).

Fonti e Bibl.: P.Martini-G. Capacchi, Arte dell’incisione, 1969.

PINI FRANCESCO
Parma 1711
Nel 1711, in occasione delle nozze di elisabetta Farnese, fece parte come trombetto ducale della scorta d’onore (Biblioteca Palatina di Parma, ms. Parmense 433).

Fonti e Bibl.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

PINI GIAN ALBERTO vedi PINI GIOVANNI ALBERTO

PINI GIOVANNI
Parma 1677-Parma 1739
Fu incisore di buon valore.

Fonti e Bibl.: P. Martini-G. Capacchi, Arte dell’incisione, 1969.

PINI GIOVANNI ALBERTO
Parma ante 1550-17 aprile 1596
Fu orefice e incisore. Essendo cognato di giovanni Giacomo e Giovanni Federico bonzagni, ne assunse il cognome. Fece una testa di S. Bernardo in argento. Fu attivo per gran parte del XVI secolo (documentato in Parma il 1° dicembre 1586).

Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, App., 41; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 235.

PINI GIUSEPPE
Parma 21 febbraio 1696-Parma 1749
Fu artista di corte dei Farnese. Incise su rame soggetti sacri, apparati per feste e funebri e illustrazioni di libi (l’Arcade, favola boschereccia di P.G. Balestrieri, Parma, 1712, da proprie invenzioni; due raccolte di numismatica: I Cesari in oro nel Farnese museo, di Paolo petrusi, Parma, 1694-1727, e Imperatorum romanorum numismata, Milano, 1730). Fu attivo a Busseto nella prima metà del XVIII secolo. Sono ancora del Pini diversi ritratti farnesiani, Tre macchine da fuoco (invenzione di Clemente Ruta) per festeggiare l’elezione al pontificato di Innocenzo XIII (1721), medaglie del cardinale Antonio Francesco Sanvitale (1714), proscenio del Teatro Farnese (assieme al Coccetti), medaglie del cardinale Alessandro Farnese, Ranuccio I, Odoardo, Ranuccio II e Francesco Farnese. Incise anche dal Nuvolone e da Clemente Ruta.
Fonti e Bibl.: U.Thieme-F. Becker, vol. XXVII, 1933, 60; A. Pezzana, Memorie di scrittori parmigiani 7, 1833, 63, 97; Nag.: Diz., II, 1841; Monog., 3, 1863; Biblioteca Palatina di Parma, Raccolta delle incisioni Ortalli; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1701-1750; Pelliccioni, Incisori, 1949, 136; P. Martini-G. Capacchi, Arte dell’incisione, 1969; Dizionario Bolaffi dei pittori, IX, 1975, 76-77.

PINI LUIGI POLICARPO
Priorato di Fontanellato 26 gennaio 1790-Priorato di Fontanellato 26 febbraio 1848
Fu valente suonatore di corno. Apprese l’arte nella scuola di musica istituita a Fontanellato dalla munificenza del conte Stefano Sanvitale. Fu inventore di un corno da caccia con otto chiavi, col quale poteva suonare in tredici toni a scala cromatica, dal si bemolle basso al si bemolle ottavino, con suoni naturali senza bitorto. Si passava dall’uno all’altro tono con rapidità, anche senza levare il bocchino dal tubo, e vi era pure la pompa per le diverse accordature. Lo presentò il 21 dicembre 1821 alla duchessa Maria Luigia d’Austria. Lo strumento (che fu materialmente realizzato da Lorenzo dall’Asta) si conserva nel Liceo musicale Rossini di Bologna.

Fonti e Bibl.: P. Bettoli, I nostri fasti, 125; Gazzetta di Parma 14 aprile 1876; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1884, 40; C. Schimidl, Dizionario Universale Musicisti, 2, 1929, 283; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 281; Gazzetta di Parma 22 dicembre 1991, 19.

PINI PIER LUIGI
Ruzzano 1823-1861
Medico e patriota, durante la campagna del 1859 diresse il reparto chirurgico di un ospedale militare a Brescia. Raggiunse il grado di capitano medico nell’esercito italiano. Fu in rapporti epistolari con Giuseppe Garibaldi.
Fonti e Bibl.: U.A. Pini, Medici valli cavalieri, 1983, 53.

PINO DA PARMA
Parma 1445-1446
Nel 1445-1446 fu lettore del Sesto e delle Clementine all’Università di Bologna.

Fonti e Bibl.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 235.

PINOTTI BIAGIO
Parma seconda metà del XVI secolo
Intagliatore di legname attivo nella seconda metà del XVI secolo.

Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 256.

PIO
Parma 635
Fu vescovo di Parma nell’anno 635.

Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Indice, 1967, 730.

PIO, vedi anche PALLAVICINI MAFREDINO

PIO BENEDETTA
Sassuolo 1564-Parma 1617
Figlia di Ercole, signore di Sassuolo. Sposò nel 1587 Gerolamo Sanvitale, e visse a Parma. Nel 1599 le fu trucidato il fratello Marco per ordine, pare, degli Estensi. Nel 1612 il marito venne decapitato e uguale sorte ebbe il figlio primogenito. Condannata inizialmente an-ch’essa a morte, le fu poi fatta la grazia. chiusa nelle prigioni della Rocchetta di Parma, vi morì dopo lunghe sofferenze.

Fonti e Bibl.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, famiglia Pio di Carpi e Sanvitale, Milano, 1819; F. orestano, Eroine, 1940, 317.

PIO FRANCESCO
Parma 1590 c.-Parma 1660 c.
Sacerdote, nel 1621 ebbe il titolo di insegnante (prefetto) di musica al collegio di Santa Caterina in Parma e dal 4 giugno 1655 fu massaro della Cattedrale di Parma. Fu autore delle seguenti composizioni (pubblicate a Venezia): Il 1° libro de salmi a 9 concertati e a 8 non concertati con una Messa a 9 concertata, con cont. per l’organo (1621), Liber I motectorum a 2-5 v. una cum b. pro organo (1624), Liber II et secunda pars psalmorum, qui in solemnitatibus totius anni horis Vespertinis concinuntur, 8 et 9 v. una cum b. ad org. (1625).

Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei sec. XV-XVI, in Note d’Archivio 1931 e 1932; archivio della Fabbriceria della Cattedrale, Mandati 1644-1660; R. Eitner, vol. VII, 448; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 131; Dizionario dei musicisti Utet, 1988, VI, 26.

PIO TADDEA
Carpi 1408 c.-Montechiarugolo 8 aprile 1460
Figlia del Signore di Carpi, divenne la sposa di Cristoforo Torelli, figlio di Guido, nel 1428.Si trovò a vivere nel turbinoso primo quattrocento, agitato da cento guerre.Fu saggia amministratrice in assenza del marito soldato, spesso impegnato sui campi di battaglia.Come ad altre spose dei Torelli, anche a lei toccò imbracciare le armi e lo fece con coraggio.Fu quando si trattò di recuperare al marito assente il feudo di montechiarugolo sottrattogli dall’irrequieto Pietro Guido, suo fratello.Si sa che l’esito dell’impresa della Pio non fu positivo, almeno sul momento, e se ne lagnò poi col Duca di milano. Rimangono infatti le testimonianze delle guardie dell’armeria di guido Torelli sull’impedimento alla Pio di entrare nel castello (1456).Tornata la pace tra i due fratelli con la definitiva divisione dei beni e delle ragioni, la Pio condusse la sua normale esistenza di contessa.Si può dire che visse gran parte della vita in gravidanza, avendo dato a Cristoforo ben tredici figli.

Fonti e Bibl.: V.Barbieri, Torelli, 1998, 181.

PIODA LUIGI
Parma prima metà del XVIII secolo
Architetto civile attivo nella prima metà del XVIII secolo.

Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 160.

PIODI
Parma 1706
Fu musicista della Cattedrale di Parma nell’anno 1706.

Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PIOLA EMILIO
San Martino Sinzano 1895/1913
Capitano del 26° Reggimento fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Guidò con molto slancio la sua compagnia nell’avanzata e nei successivi assalti alla baionetta. Poscia sotto un fuoco micidiale che produsse rilevanti perdite, ferito ad una spalla e ad una gamba, rimase al suo posto, dando esempio di elevate virtù militari e non si allontanò dal combattimento fino a che, per ordine superiore, poco prima del ripiegamento, venne portato al posta di medicazione (Sidi Garbàa, 16 maggio 1913).

Fonti e Bibl.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’Impero, 1937.

PIOLI ANNIBALE
ante 1829-Berceto 25 giugno 1879
Il 5 febbraio 1829 ebbe la cura della parrocchia di Berceto, che conservò per oltre cinquant’anni. Svolse una molteplice attività a favore della chiesa e degli enti ecclesiastici dipendenti, con spiccata tendenza alla parte temporale: fu infatti assai diligente nel tenere aggiornati i registri delle entrate e delle uscite e assai preoccupato per la tutela dei diritti parrocchiali. Gli spetta, almeno in parte, il merito di avere condotto a termine i grandiosi restauri della chiesa nel 1845. Traspare nel Pioli uno spirito alquanto cortigianesco, che da un lato gli facilitò il conseguimento di favori presso il governo di Maria Luigia d’Austria e dall’altro suscitò verso di lui l’ammirazione (ma in qualche caso anche la riprovazione) dei fedeli.

Fonti e Bibl.: G.Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 120.

PIOLI DOMENICO GAMALIELE
Berceto 28 giugno 1843-Urdinarrain 1 giugno 1911
Fabbro ferraio, si trasferì a Buenos Ayres nel giugno del 1872 e nel 1876 fissò la sua dimora a Casares, Entre Rios. Sposò Angela Francesca Orato in Concepciòn, uruguaiana, nel 1877. Ebbe undici figli. Assunto da Ettore d’Elia, stabilì abitazione e officina nel centro della località di Villa Elisa di Casares. Nel contratto firmato dal Pioli con il d’Elia, pubblicato dal settimanale Jornada del 7 aprile 1940, merita menzione la costruzione di cento aratri, alla quale si obbligò il Pioli, restando in cambio proprietario di due lotti di terreno che avrebbe poi dovuto recintare. Oltre alla professione di fabbro ferraio, il Pioli si dedicò all’agricoltura nelle terre che furono di sua proprietà. Fu collaboratore della scuola locale e fece parte della commissione scolastica formata dai genitori degli alunni. Si prodigò, assieme ai figli, per la costruzione della chiesa e ricoprì inoltre il ruolo di banditore: alla domenica, accanto alla porta principale della chiesa, leggeva al pubblico le notizie più importanti del mondo e quelle di ordine locale, riferintesi a messe e a smarrimenti o ritrovamenti di animali, con le marche e segni corrispondenti. Nell’anno 1903 si stabilì con la sua famiglia a Urdinarrain. Fu sepolto nel cimitero di quest’ultima cittadina.

Fonti e Bibl.: Aurea Parma 1 1947, 40-42.

PIOLI FAUSTINO
Berceto 1861-1925
Dal 1887 fu insegnante a Pontremoli.

Fonti e Bibl.: M.Tassi, Il maestro Pioli, Bolzano, Rinfreschi, 1955; L.Leoncini, Il maestro Faustino Pioli, un educatore d’altri tempi, in Gazzetta di Parma 16 dicembre 1957, 3; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 857.

PIOLI MARCELLO
Parma 6 ottobre 1920-Niksic 14 giugno 1943
Figlio di Giovanni. Orfano dei genitori dall’età di quindici anni, visse poi con gli zii. Frequentò il liceo vincendo diverse gare di cultura che gli permisero di visitare, come premio, Egitto, Palestina e Stati Uniti. Laureato in giurisprudenza, fu volontario in guerra col grado di sottotenente del 383° Reggimento Fanteria, nei Balcani. Il 15 maggio 1943 a Bjoce, in Montenegro, fu al centro di un violento scontro col nemico. Nel furioso combattimento contro forze preponderanti, vide subito cadere il prode colonnello Paolo Vercesi e numerosissimi soldati e compagni. Prese successivamente il posto di due ufficiali caduti, rincuorando con l’esempio i suoi uomini, finché la notte del 17 riuscì, con pochi animosi, a rompere l’accerchiamento nemico. Il Pioli era già in vista di Podgòriza (sede del Comando italiano), quando una pattuglia nemica in perlustrazione lo catturò e lo condusse a un campo di prigionieri. Un improvviso riaccendersi della lotta (con intervento di forze italiane, tedesche, croate e bulgare) costrinse i Montenegrini a spostarsi, conducendo con sé i prigionieri. Dopo ventitré giorni di cammino (650 chilometri tra le montagne) erano sopravvissuti solo qualche decina di soldati e sedici ufficiali. Verso la mezzanotte del 9 giugno il Comando nemico decise la fucilazione di tutti i prigionieri. Ma il Pioli non fu raggiunto dai colpi delle mitragliatrici, che uccisero invece tutti gli altri. Prima di allontanarsi, gli spararono a bruciapelo con la rivoltella: il colpo, passando dallo zigomo sinistro alla mandibola destra, gli lese gravemente il retrobocca. Pur ferito in modo gravissimo, il Pioli riuscì a ricoverarsi in una casa poco distante e più tardi a raggiungere una postazione tedesca. Non essendo in grado di parlare, stese un rapporto scritto con le informazioni di cui era venuto in possesso nel periodo di prigionia, che riuscì prezioso per le ulteriori operazioni. Il Pioli morì due giorni dopo all’ospedale di Niksic. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Dopo due giorni di aspri violenti combattimenti, caduto prigioniero con altri ufficiali nelle mani dei nemici, sopportava con fede e stoicismo le dure giornate di prigionia. Sottoposto al plotone di esecuzione assieme ad altri ufficiali, miracolosamente scampato alla morte, rimaneva però gravemente ferito al viso e riusciva a costo di sforzi sovrumani e dopo faticoso cammino attraverso terreno nemico, a raggiungere le nostre linee dove, conscio della propria fine rifiutava le cure mediche, preoccupandosi di scrivere subito, di proprio pugno, non potendo parlare, dati e notizie sui nemici, utili per i superiori comandi. Veniva poi ricoverato in un ospedale da campo dove cessava di vivere, pago di fare olocausto della sua giovane vita per una più grande Italia. Bello esempio di elette virtù militari, di profonda fede e di supremo attaccamento al dovere.

Fonti e Bibl.: A.Cavalli, In memoria di Marcello Pioli, in Aurea Parma 28 1944, 26-31; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 857; Decorati al valore, 1964, 94-95.

PIOLI PIERO
Borgo Taro 1903--Parma 3 novembre 1970
Laureato in scienze economiche presso l’università Bocconi di Milano, fu direttore generale della Cassa di Risparmio di Parma dal 1930 al 1949, della Banca del Monte di Parma dal 1949 al 1955 e infine dell’Istitutio commerciale Laniero Italiano di Milano.Dal 1947 al 1962 presiedette la Famija Pramzana.Fu prodigo di erogazioni benefiche a favore di enti ospedalieri e caritatevoli.Decisivi furono la sua azione e il suo contributo per la nascita del Museo Glauco Lombardi di Parma.

Fonti e Bibl.: G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 193; R. Piazza, 50 anni Famija Pramzana, 1997, 141; Enciclopedia di Parma, 1998, 539.

PIOLI TITO
Berceto 4 novembre 1886-San Pancrazio Parmense 8 dicembre 1958
Studiò nel seminario di Berceto compiendovi il ginnasio, poi passò in quello di Parma ove fece il liceo e Teologia. Fu ordinato sacerdote nel 1910 e fu mandato a Selva del Bocchetto in funzione di parroco. Dopo due anni passò a Fornovo come coadiutore. Nel 1914 partecipò al concorso per la parrocchia di San Pancrazio Parmense. Vinto il concorso, vi fu nominato arciprete il 17 luglio 1914. Prese possesso della parrocchia l’8 dicembre dello stesso anno. Dopo pochi mesi dal suo ingresso in parrocchia scoppiò la prima guerra mondiale che svuotò il paese degli uomini dai diciotto ai quarant’anni. Il periodo di guerra vide il Pioli impegnato a portare opera di aiuto, di assistenza e di consiglio alla popolazione. Fece parte di un comitato comunale di assistenza per la distribuzione di un sussidio mensile alle famiglie più povere dei richiamati alle armi. Visse pure a San Pancrazio Parmense tutta la seconda guerra mondiale, e anche in quel periodo si prodigò per quanto potè per i suoi parrocchiani. Seguì gli avvenimenti nazionali e internazionali con molto interesse e seppe giudicarli con particolare competenza. Vide con simpatia la Resistenza che si svolgeva sulle montagne, ma si mantenne in un giusto equilibrio in modo da poter essere il parroco dell’una e dell’altra parte. All’inizio della resistenza tenne nascosto in casa sua per una ventina di giorni l’avvocato Primo Savani, suo compaesano e amico, che ebbe un ruolo importante nella lotta per la Resistenza sulle montagne parmigiane. Il Pioli ebbe particolare intelligenza e non comune cultura, continuando a studiare per tutta la vita. Terminati gli studi teologici e diventato sacerdote, si laureò in Teologia e continuò poi a coltivare gli studi letterari, particolarmente il latino e il greco. La sua competenza fu riconosciuta anche dai suoi superiori che lo nominarono insegnante di lettere nel Ginnasio del Seminario di Parma. Fu poi per molti anni insegnante di religione nell’Istituto d’Arte P. Toschi di Parma. Ebbe particolare interesse ebbe per la storia ecclesiastica dei primi secoli del Medioevo, per le discipline giuridiche e l’arte sacra. Oltre al suo profilo di Fra Ruffino del Bosco (Parma, 1930), il suo lavoro sulla Pieve di San Pancrazio, pubblicato nel 1957, evidenzia l’impegno e la serietà dell’uomo di studio, la sua diuturna confidenza con la materia storica e la brillante arditezza delle ipotesi. È facile anche ravvisare nel saggio la passione con cui il Pioli condusse a termine i restauri e affermò, non senza contrasti, la radice antichissima del tempio. Per avere un’idea dell’ampiezza e serietà dei suoi interessi storici, si possono leggere le pagine dello studio dedicate al diffondersi del cristianesimo lungo l’asse della via Emilia. Spira in esse una singolare suggestione, come di cosa viva, perché il Pioli possedette appunto la capacità appassionata di rendere presente l’antico, aiutato in questo dalla vivacità del temperamento e della parola. Dotato di non comune gusto artistico, curò sempre con passione la sua chiesa, nella quale riuscì a compiere notevoli lavori di restauro. Il Pioli venne ricordato da una lapide apposta sul lato sud della chiesa di San Pancrazio Parmense: Alla memoria dell’arciprete don Tito Pioli che resse questa parrocchia per 44 anni nel X anniversario della morte 8-XII-1968.

Fonti e Bibl.: F. Squarcia, in Aurea Parma 3 1958, 255-256; P. Tagliavini, in Parma nell’Arte 1 1959, 24; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1989, 208; A. Marocchi, in Tito Pioli. Pagine di Storia della Parrocchia di S. Pancrazio, 1990, 7-9.

PIOMBO GIAN GIACOMO, vedi DEL PIOMBO GIAN GIACOMO

PIOPPA
Parma 1769/1805
Fu violinista alla Cattedrale di Parma dal 25 marzo 1769 al 1800 e alla Steccata di Parma dal 1777 al 1805.

Fonti e Bibl.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PIOSELLI FRANCESCO
Parma 31 marzo 1776-post 1831
Dopo essere entrato nel 1798 come volontario nell’esercito della Repubblica Cisalpina, fece da sottufficiale del 1° Reggimento leggero italiano le campagne militari dal 1803 al 1806 sulle coste dell’oceano, come sottotenente (1807) e poi tenente (1808) quelle di Spagna, carinzia e Tirolo degli anni 1808-1809, come capitano (1811) di nuovo quelle di Spagna (1811-1813), Germania (1813) e Italia (1814). Capitano nel Reggimento Maria luigia, fece nel 1815 la campagna di Napoli. Si distinse nella battaglia di Hanau, negli assedi di Kolberg, di Stralsund, in Pomerania, e in tanti assalti a piazzaforti della Spagna, cavandosela con poche ferite. Fu infatti ferito all’assalto di Milbach da un colpo di fucile alla testa e ad Hanau da colpi di sciabola. Fu all’assalto del Forte della Trinità, detto il Bottone di Roses e alle battaglie di Granuliers, Molino del Re, Valls e, l’11 e 12 aprile, a San Ilien. Fu pensionato nel 1822 e ammonito l’anno seguente perché appartente alla Massoneria come Sublime Maestro Perfetto. Si rimise in luce nel 1831 combattendo alla testa delle Guardie Nazionali Parmensi contro gli autriaci. Fatto prigioniero nello scontro di fiorenzuola d’Arda, fu rinchiuso nella fortezza di Pizzighettone presso Cremona. In forza del decreto d’amnistia, venne messo in libertà nell’ottobre 1831 e sottoposto ad alcuni precetti.

Fonti e Bibl.: E.Casa, I carbonari parmigiani e guastallesi cospiratori nel 1821, Parma, 1904; E. Casa, I moti rivoluzionari del 1831, Parma, 1895; E. Loevison, Gli Ufficiali Napoleonici Parmensi, Parma, Tipografia Parmense, 1930, 31; A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XXIII; E. Loevison, in dizionario del Risorgimento, 3, 1933, 906; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Provincie parmensi 1937, 197-198; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 389.

PIOVANI MARIO
Manerbio 1929-Parma 1996
Compiuti gli studi classici, si mise in luce come difensore nelle squadre di calcio marzotto, Bagnolese e Vigevano, poi in Serie B con il Messina e infine in A con l’Inter (1954, sotto la guida di Foni). Ceduto al Parma, preferì smettere di giocare per laurearsi in giurisprudenza. Dopo esperienze all’Althea e alla De Rica, nel 1964 entrò alla Braibanti, diventando direttore della ditta di pasta. Nel 1984 impiantò a Ghiare di Berceto la Alea, poi società per la produzione delle lasagne, controllata dalla Braibanti, della quale fu socio e amministratore delegato e, nel 1991, la Berceto factory. Con Mauro Ziveri creò anche la podere Emilia, per i cibi pronti. Ottimo tennista, per anni vinse tornei a Parma e in varie altre città, restando classificato fino a oltre 50 anni d’età e dominando poi nella categoria veterani.

Fonti e Bibl.: F.e T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 247-248; Enciclopedia di Parma, 1998, 539.

PIPPO, vedi ILARIUZZI UMBERTO

PIR, vedi BERNARDI QUIRINO

PIRANI CELESTINO
1847-Parma 1916
Bohèmien della letteratura parmense, visse di modeste rime e grandi ideali garibaldini (con Garibaldi combattè a Condino, a Storo e a Bezzecca, assieme con Oreste Boni, Luigi Battei e Faustino Tanara). Morì pazzo e in miseria. Il suo canto più sentito è quello dedicato al caro e illustre Giosuè Carducci, che ha qualche impeto di ispirazione e qualche scioltezza di forme e di rime ma che, attraverso strofe metricamente non sempre ben collegate l’una all’altra, attesta anche lo sproporzionato concetto che il Pirani ebbe di sé stesso quando parla di sacro verso sfidator degli anni e di fiero carme e di amore che un dì lo faranno eterno, e si professa delle Muse prediletto alunno.

Fonti e Bibl.: J.Bocchialini, Poeti del secondo ottocento, 1925, 59-60; Aurea Parma 2 1924, 67-68.

PIRANI GIUSEPPE
Salsomaggiore-Busseto 1782
Minore osservante, fu dedito al ritiro, all’orazione e alla mortificazione. Dal popolo fu tenuto in concetto di santità, per cui dopo la sua morte una moltitudine di persone concorse a venerarlo, anche per avere qualche pezzetto del suo abito onde conservarlo come reliquia.
Fonti e Bibl.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 336.

PIRANI PIETRO
Borgo San Donnino 1755/1777
Architetto e disegnatore copista attivo nel periodo 1755-1777.

Fonti e Bibl.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 169.

PIRETTI ERMENEGILDO ERNESTO FRANCESCO
Collecchio14 ottobre 1839-Vigatto 21 aprile 1896
Figlio di Francesco e di Maria Merighi. Fu parroco di Vigatto dal 1868 al 1896 e ivi svolse la sua migliore attività, ricostruendo tra l’altro il cimitero e la chiesa.

Fonti e Bibl.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

PIRETTI FRANCESCO
Parma 1698/1739
Nel 1698 fu chiamato a occupare l’ufficio di perito dei Cavamenti. L’anno successivo lavorò nei canali Comune e di Vigatto. Il Piretti conservò per lungo tempo la carica, dal momento che il suo successore, Edalberto Dalla Nave, firmò un documento della Congregazione nel luglio 1739 come suo vice-perito.

Fonti e Bibl.: P.Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985, 95-97.

 PIRETTI GIACOMO, vedi PIRETTI ERMENEGILDO ERNESTO FRANCESCO

PIRINO DI FRANCIA, vedi PERRIN

PIROLETTA, vedi GUGLIERI PIETRO

PIROLI
Parma prima metà del XIX secolo
Incisore in rame attivo nella prima metà del XIX secolo.

Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 225.

PIROLI ANDREA
Parma 1837/1847
Fu docente di chimica e minerologo dei Ducati di Parma e Piacenza. Nel 1837, durante una escursione scientifica, rilevò l’esistenza di un vero litantrace nella vallata del Taro. Dopo studi e analisi sui campioni di carbone, il Piroli iniziò i lavori di ricerca in un affluente del Canale di Vona, il San Martino Rio Secco, ove venne constatata l’esistenza di uno strato di carbone di 60 centimetri. Nel 1847 il Piroli, non avendo trovato ulteriori mezzi finanziari per proseguire l’impresa, fu costretto a sospendere i lavori.

Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Indice, 1967, 732.

PIROLI GIUSEPPE
Busseto 10 febbraio 1815-Roma 14 novembre 1890
Iniziò gli studi a Busseto e li continuò a Parma, laureandosi in giurisprudenza. dedicatosi al libero esercizio della professione, non tardò a emergere tra gli avvocati del foro parmense, acquistando fama anche in altre città e regioni. La sua attività si svolse principalmente a Parma, dove, oltre a insegnare Legislazione criminale (1848) e Diritto penale (1863) nell’Ateneo parmense, dal 1862 al 1865 ricoprì la carica di preside della facoltà di giurisprudenza.Ricoprì anche importanti cariche pubbliche (presidente del Consorzio della Parma-Spezia e nel 1878 del Consiglio di amministrazione delle Ferrovie dell’Alta Italia). La sua attività politica iniziò nel 1847. Stretta amicizia col Cantelli, col Pellegrini e con altri liberali, alla morte di Maria Luigia d’Austria credette di ottenere pacificamente dal successore, Carlo di Borbone, un governo che rispondesse ai bisogni dei tempi. Fu invece necessaria la sollevazione del 20 marzo 1848 per ottenere la nomina della Reggenza. Fu segretario del Governo provvisorio di Parma del 1848, membro in quello del 1859 e rappresentò la città all’assemblea di Modena che elesse Carlo Farini dittatore dell’Emilia. Nel 1848 rappresentò a Milano il Governo parmense nella commissione speciale del progetto di legge che riguardava la convocazione delle assemblee. Di ritorno a Parma, il Piroli propugnò l’annessione al Piemonte, che ebbe quasi un plebiscito (3700 voti su 3900 votanti). Quando gli Austriaci riportarono Carlo di Borbone al potere, il Piroli fu destituito da ogni ufficio. Nella seduta dell’11 settembre 1859 propose il decreto che sanciva l’unione delle Provincie parmensi al Regno d’Italia, progetto di cui venne nominato relatore. Di idee liberali, fu deputato per dodici anni, dal 1866 al 1878, del collegio di San Donato, Parma Sud e Borgo San Donnino e vice presidente della Camera dal 1874 al 1876. Eletto rappresentante di Parma all’assemblea dei deputati di Parma e Piacenza, fu mandato deputato per quella città anche alla prima legislatura della Camera italiana nel 1860, con 379 voti, contro i 74 dati al Mordini. Ma essendo stato nominato consigliere di Stato il 18 giugno 1865, cessò di appartenere alla Camera per quella legislatura. Nel gennaio del 1866 rimase vacante il collegio di Borgo San Donnino, in seguito all’opzione dello Scolari per Guastalla, e il Piroli vi fu eletto con 316 voti contro i 156 dati ad Alvisi. Fu rieletto nel marzo 1867 (Legislatura X; 372 voti, Medici 290), nel novembre 1870 (Legislatura XI; voti 268, T. Riboli 86) e nel novembre 1874 (Legislatura XII; voti 370, A. Saffi 71), ma soccombette nelle elezioni del 1876 di fronte al candidato della sinistra, ne riuscì più ad entrare alla Camera. Eletto senatore (1884), ricusò il portafoglio di Grazia e Giustizia e fece parte del Consiglio di Stato della sua istituzione (1865), divenendone poi presidente di sezione.Alla Camera militò nelle file del partito moderato, ma votò sempre con moltra indipendenza.Fu membro di giunte e commissioni e relatore di progetti di legge.Buon oratore, pronunciò discorsi su vari argomenti. Alla Camera il Piroli riferì sui seguenti disegni di legge: Spesa straordinaria sul capitolo 75 del Bilancio della pubblica istruzione 1864, per la scuola d’applicazione e l’Istituto Tecnico superiore di Milano (Amari) 1863-1864, n. 169, riordinamento del Consiglio di Stato (peruzzi) 1863-1864, n. 216, applicazione all’armata di mare del Codice penale in vigore presso l’esercito (Biancheri) 1867-1869, n. 28, Modificazione all’art. 14 della legge 14 agosto 1862 sulla Corte dei conti (La Porta) 1867-1869, n. 91, Provvedimenti rispetto ai benefici ed alle cappellanie laicali, che in alcune provincie del Regno furono soppressi con leggi precedenti a quelle del 15 agosto l867 (De Filippo) 1867-1869, n. 205, proroga del termine per la rivendicazione e lo svincolo dei patronati, cappellanie ed altre istituzioni laicali l867-1869, n. 213, Bilancio del ministero di grazia e giustizia e culti pel l870 1869-1870, n. 8, provvedimenti rispetto ai beneficii, ecc. ut supra (Reali) l869-1870, n. 21, Appalto dello stabilimento di Salso (minghetti) 1873-1874, n. 81, facoltà al governo di istituire sezioni temporanee di corte di Cassazione (Vigliani).1874-1875, n. 87.

Fonti e Bibl.: T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 666, 667; A. Brunialti, Annuario biografico Universale, 1887, 228; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 90; Corriere di Parma 15 novembre, n. 314; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 417; Gazzetta di Parma 15 ottobre 1920, 1; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; Dizionario del Risorgimento, 3, 1933, 908; T.Sarti, Il Parlamento subalpino e italiano, Roma, 1896-1898; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 390; C. Arrighi, I 450 deputati del presente e deputati dell’avvenire, Milano, 1864-1865; A. Malatesta, Ministri, 1941, 11; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 358; g. Gonizzi, in Gazzetta di Parma 9 febbraio 1962, 4; Enciclopedia di Parma, 1998, 539.

PIROLI ICILIO
Parma 28 febbraio 1830-post 1871
Figlio di Agostino e di Carolina Pezzana. avvocato, scrisse due lavori teatrali musicati dal maestro Rossi: Nicolò De Lapi, rappresentato al Teatro Regio di Parma nel carnevale 1865-1866, e Cuore di madre o la contessa di altemberg, messo in scena a Borgo San donnino nel 1871 in occasione dell’inaugurazione del teatro.

Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 28 giugno 1922, 3.

PIROLI MICHELE
Parma 1814/1847
Fu inizialmente apprendista di falegnameria. Tredicenne, da carpentiere passò a fabbricare mobili scolpendo architravi, testiere dei letti, alzate delle credenze e cornici delle specchiere. Il Piroli cominciò poi a scolpire teste di burattini, per suo diletto, e quindi intuì che poteva trarre profitto da essi manovrandoli. I bambini della casa popolare dove il Piroli abitava furono i suoi primi entusiasti spettatori, poi vennero quelli del suo borgo e infine i ragazzini di tutti i sobborghi di Parma. Il Piroli recitava di preferenza in dialetto, brevi intermezzi di sua invenzione e poi anche qualche commedia brillante. La sede del suo teatrino era in uno stanzone di un vecchio palazzo di Strada di Santa Lucia. Successivamente, sempre guidato dal suo estro, diede vita a una maschera che si può considerare locale: Fasolein. Il Piroli fu anche invitato a dare spettacolo a Corte. La sua farsa Fasolein e la vecchia Dorotea, in cui fasolein, per favorire due fidanzati, appare come fantasma alla vecchia zia, suscitò l’ilarità dell’intera Corte. Maria Luigia d’Austria, da parte sua, affermò di essersi divertita assai più che non alla recita dell’Ines di Castro del maestro Persiani, data qualche sera prima al Teatro Ducale di Parma.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 31 agosto 1959, 3.

PIROLI PIETRO
Parma 16 febbraio 1846-
Figlio di Giuseppe e di Maria Rosa Madini. Fu redattore capo di una rivista di varietà, Il Tutto (di cui Emilio Faelli fu redattore politico), e redattore capo de Il gran mondo, rivista brillante e dilettosa.

Fonti e Bibl.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 121.

PIROLI PIETRO PAOLO
Pellegrino 1750/1755
Fu commissario e dottore di Pellegrino dal 1750 al 1755. Il 30 marzo 1750 pubblicò una grida per il mercato di Pellegrino.

Fonti e Bibl.: A.Micheli, Giusdicenti, 1925, 15.

PIRONDINI EUGENIO
Parma 21 febbraio 1889-Mariano di San Lazzaro Parmense 5 marzo 1927
Il padre fu insigne docente di matematiche nell’Istituto Tecnico e nell’Università di Parma. Conseguì la laurea in medicina in Roma nel 1913 e vinse i concorsi Rolli, Corsi e Colasanti. La sua carriera scientifica si intensificò e si affermò specialmente nello studio dell’Urologia, specialità che in Francia si era da tempo imposta colla scuola del Guyon e che anche in Italia annoverava valenti cultori. Lo studio delle malattie delle vie urinarie infatti si era già reso autonomo e svincolato da tempo dalle branche fondamentali della medicina in Inghilterra e in Francia, mantenendosi però in un campo puramente circoscritto all’osservazione del paziente. Ad avvalorare e a rendere più completo il concetto clinico, a eliminare quelle incertezze e quei dubbi che l’esame dell’ammalato lasciava di sovente, occorreva l’indagine scientifica di laboratorio. In questo genere di studi, che avevano già avuto un grande impulso dalla scuola francese dell’Albarran, si affermò l’opera del Pirondini. Col lavoro Applicazione dell’azoturia sperimentale alla chirurgia renale ottenne la libera docenza per titoli in Clinica delle malattie urinarie. A quest’opera seguirono altre non meno importanti e apprezzate sugli esami della funzione renale, sul cateterismo ureterale, sulla cistoscopia e cromocistoscopia, sulla prostata e sulle affezioni chirurgiche del rene. Nel 1923 la Società Italiana di Urologia lo nominò relatore sull’importante tema dell’esame della funzione renale e nell’anno successivo fu relatore al Congresso Internazionale di Urologia tenutosi in Roma sulla vaccinoterapia in chirurgia urinaria. Il Pirondini perfezionò le proprie tecniche presso i grandi maestri del tempo: durante, Alessandri e Bastianelli in Roma, nicolich a Trieste, Lasio a Milano, Albarran, Legueu e Marion a Parigi. Istituì in Roma una clinica privata per le malattie delle vie urinarie tra le più moderne e attrezzate del tempo. il Pirondini si spense a soli 38 anni.
Fonti e Bibl.: Aurea Parma 3 1927, 129-130; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 122.

PISANELLI LORENZO
Bologna-post 1590
Zani scrive che fu pittore di quadrature e prospettive attivo nel 1590 di origine bolognese. Fu scolaro di Cesare Baglione. Malvasia riporta la notizia che il Pisanelli godette alla Corte di Parma di una provvigione mensile assegnatagli dal duca Ranuccio Farnese sopra le fabbriche e fortezze dello stato.

Fonti e Bibl.: C.G. Malvasia, Felsina pittrice, ed. 1841, tomo I, 259; P. Orlandi, 1704, 265; M. Oretti, Notizie storiche, Bologna, Biblioteca comunale, ms. n.B, 124, c. 152; F. Baldinucci, notizia dei professori del Disegno, 1845-1847, III, 414; M. Gualandi, Memorie originali italiane riguardanti le Belle Arti, IV, 1843, 162, VI, 1845, 4; G. Campori, Raccolta di inventari e cataloghi inediti, Modena 1870, 617-619; P. Zani, vol. XV, 179; E. Scarabelli Zunti, vol. IV, c. 257; Künstler-Lexikon, vol. XXVII, 91; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 355-356.

PISANESCHI MARIO
1924-Salsomaggiore Terme 30 maggio 1993
Nel 1943 il Pisaneschi, che aveva cominciato a giocare a sedici anni nei tornei tra scuole, venne convocato nella Gil di Parma e vinse il campionato nazionale giovanile di rugby. Coraggio, velocità e senso tattico fecero del Pisaneschi uno dei più prestigiosi rugbisti italiani. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il Pisaneschi fu titolare nella Rugby Parma con il ruolo di mediano di mischia. Iniziarono allora gli anni della rinascita della palla ovale parmigiana, una realtà che si concretizzò nei tre scudetti vinti nel 1950, 1955 e 1957 e nella convocazione in nazionale di numerosi atleti parmigiani: il Pisaneschi indossò una decina di volte la maglia azzurra in partite ufficiali. Rimasto, giovanissimo, orfano di padre, presto si impiegò all’Inam, ma continuò anche gli studi: conseguì il diploma magistrale e poi la maturità scientifica. Rifiutò le proposte di squadre francesi e il contratto che gli offrì l’armatore Costa, abbandonando infine l’attività sportiva nel 1959. Nella prima metà degli anni Cinquanta, il Pisaneschi si laureò in Veterinaria e nel 1956 raggiunse la seconda laurea, in Medicina. Si specializzò in Cardiologia e in Pneumologia. Nel 1968 fondò la Pubblica assistenza di Salsomaggiore. Nel 1969 raggiunse la libera docenza in Idrologia medica, tema su cui pubblicò un’ottantina di studi. Lavorò come assistente, poi come vice direttore e infine come direttore sanitario alle terme di Tabiano, che sotto la sua guida si svilupparono sensibilmente. Diventò amico di Sabin: lo scopritore della penicillina fu suo ospite a Salsomaggiore negli anni settanta. Il ministero della Sanità gli conferì nel 1982 l’onorificenza di benemerito della salute pubblica. Fu anche nel comitato per la lotta alla distrofia muscolare e accettò con entusiasmo la carica di commissario provinciale della Croce rossa: in poco tempo riuscì a dare nuovo vigore all’associazione umanitaria. Varò progetti di assistenza ai profughi dell’ex Jugoslavia, realizzò la carta dell’amicizia e studiò un piano di vaccinazioni antipolio per i piccoli dell’Angola.

Fonti e Bibl.: R. Longoni in Gazzetta di Parma 1 giugno 1993, 6.

PISANI ALESSANDRO
Parma 21 maggio 1717-Parma 14 marzo 1783
Marchese, fu canonico della Cattedrale di Parma nel 1765. In seguito fu parroco, abate di San Marcellino, arciprete e arcidiacono della Cattedrale di Parma. Fu eletto il 2 giugno 1766 da papa Clemente XIII vescovo di Piacenza. Fu consacrato in Roma il 17 dello stesso mese. Resse la Diocesi con energia: in molti frangenti e nelle frequenti dispute col ministro Du Tillot seppe abilmente destreggiarsi e trarre profitto d’ogni opportunità. Gli furono celebrati solenni funerali: la sua salma venne trasportata in Piacenza e deposta nella Cattedrale, accanto all’altare del beato Paolo Burali d’Arezzo. Lesse l’orazione funebre il prevosto di Borgo San Donnino, Luigi Dodici. Pare che il Pisani avesse suggerito al duca Ferdinando di Borbone, che lo andò a visitare durante la malattia, di eleggere, come poi fu fatto, a suo successore Gregorio Cerati. Un ritratto a olio del Pisani si trova in una sala del Seminario vescovile di Piacenza. Pregevoli sono le iscrizioni latine che gli dedicò il conte Rocca.
Fonti e Bibl.: G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 387; L. Mensi, Dizionario biografico dei piacentini, 1899, 460; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 273; L. Farinelli, Paciaudi e i suoi corrispondenti, 1985, 162.

PISANI ANTONIO , vedi DEL FERRO ANTONIO

PISANI GIACOMO
Parma ante 1658-Parma 1712
Nel 1670-1671 spiegò all’Università di Parma Rubr. et Can. de prescript. Decret. Gregor. lib. 1 tit. B. Cominciò a leggere all’Università nel 1658 e insegnò Diritto Canonico sino al 1712, anno in cui lo si ricorda come giubilato da Sua Altezza Serenissima.

Fonti e Bibl.: Mandati 1619-1675; Registri d’entrata e spesa 1631-1750, per gli anni 1684, 1702, 1703; Registro dei Mandati 1701-1720; Bolsi, Annot., 49; F. Rizzi, Professori, 1953, 57.

PISANI GIAMPIETRO
Parma 1483
Secondo quanto riportato da Vincenzo Carrari nell’Istoria dè Rossi Parmigiani sotto l’anno 1483, il Pisani scrisse una cronaca di quegli anni.

Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 26.

PISANI GIOVANNI
Corniglio 1340/1360
Figlio di Ugolino. Sin dal 1340 abitò in corniglio presso Galvano Rossi, dei cui figli fu precettore. Se ne ha la prova in una carta di pagamento fatto da Gioannino di Grisoppino Beccari a Corrado Prete, rogata il giorno 22 ottobre 1340 dal notaio Giovanni Beccari, nella cui sottoscrizione si dice: Et de quolibet legato feci confici publicum Instrumentum Magistro Johanni filio Domini Ugolini Pisani, qui tunc erat in Cornilio ad docendum filios Domini Galvani de Rubeis. Il Pisani viveva ancora nel 1360, quando Moggio de Moggi, indirizzandogli suoi versi, lo dice non ignobilem Grammaticum.

Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 69-70.

PISANI GIULIO MARIA
Borgo San Donnino 15 agosto 1706-Parma 25 febbraio 1774
Frate cappuccino, fu predicatore chiaro e zelante. Compì a Guastalla la vestizione (12 ottobre 1726) e la professione di fede (12 ottobre 1727).

Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 150.

PISANI RANUCCIO
Parma 1663/1692
Notaio e cancelliere della Camera Ducale di Parma, con privilegio del 17 ottobre 1692 del duca Ranuccio Farnese, fu creato nobile coi suoi discendenti (il privilegio fu registrato negli atti del Comune di Parma il 25 ottobre dello steso anno).

Fonti e Bibl.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobilia-re, Appendice, II, 1935, 477.

PISANI SIMONE
Parma 1385-inizi del XV secolo
Figlio di Ugolino e fratello di Giovanni. È nominato in un rogito di Pietro del Sale del 13 maggio 1385 (Archivio di Stato di Parma). In un documento del 1387 custodito nella Biblioteca di San Marco a Venezia si legge: Testis Simon de Parma Artis Grammaticae Professor. Domenico Maria Pellegrini trovò nella biblioteca Zeniana, di cui era custode, tra le schede di Apostolo Zeno, una nota che dice: nella Rostgardiana, seu Catalogus libror. Friderici Rostgard, Hafniae, 1726, si cita un ms. cartaceo in-f.° del sec. xv, che contiene dictionariolum latinum: Iter de Venetia ad Tanaim: De modis eundi secundum Magistrum Simonem de Parma, carmen elegiacum: Fragmentum alterius Poematis similis materiae ejusdem Auctoris. Questi due ultimi pezzi si dicono espressamente di maestro Simone da Parma. Se l’autore di questi due ultimi opuscoli è veramente il Pisani (il che pare probabile non essendo noto altro Simone da Parma di quei tempi che fosse atto a scrivere versi latini), non è improbabile che, essendo egli un grammatico, possa essere sua fattura anche quel dictionariolum latinum.

Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 69-70; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 106-107.

PISANI UGOLINO
Parma 1405/1410-Parma 1445/1450
Nacque dal nobile e colto Gerardo. Nel 1435 fu studente a Pavia e, laureatosi nel 1437 presso l’Università di Bologna, nel 1439 e nel 1440 combatté per Alfonso V d’Aragona, alla cui corte s’incontrò con Lorenzo Valla e l’ebbe maestro di greco: fu lontano dunque alcuni anni dalla città natale che era governata da Filippo Maria Visconti (1420-1447). Nel 1441 partecipò al concilio di Basilea e fu ostile al papa Eugenio IV e favorevole invece all’antipapa Felice V. Nel frattempo viaggiò attraverso l’Europa e fu conosciuto da principi e, a dire del Decembri, omnibus matronis. La sua vita fu breve (morì a 40 anni) ma assai avventurosa: è il tipico esempio di umanista errante, tanto gentile da meritarsi il soprannome di Gattomammone dei letterati. a Pavia, da studente, sulle rive del Ticino, ebbe modo di dilettare il consorzio dei buontemponi, narrando in versi storie facete e suonando il flauto e la cetra. Intraprese numerosi viaggi in Grecia, Turchia, Macedonia, Bulgaria, Russia, Valacchia, Bosnia, Croazia, Dalmazia, germania e Ungheria. Tornato in Italia nel 1443, due anni dopo fu a Napoli. Gli studiosi sono d’accordo nell’affermare che il Pisani ottenne la corona poetica dal re Sigismondo d’Ungheria, ma non si conosce con sicurezza il luogo dove ciò avvenne. Il Sabbadini sostenne che fu incoronato in Italia durante il soggiorno dell’imperatore nel 1432 o 1433, tenendo conto dell’affermazione dell’Affò, secondo cui, durante la sua permanenza a Parma (22 marzo-25 maggio 1432), Sigismondo onorò il Pisani, che recitò davanti a lui un’orazione latina. Ma l’Ugolino di cui parla l’Affò, rifacendosi al Decembri, non è il Pisani ma il Cantelli, come viene mostrato dalle righe terminali dell’orazione stessa, conservata a Parma nella Biblioteca Palatina. Anche il Pezzana ricorda l’incoronazione del Cantelli, avvenuta in Parma, e sottolinea che invece non conosce il luogo in cui fu incoronato il Pisani. Il pezzana, in una sua nota, osserva che l’Affò non disse in quale preciso anno il Pisani fosse laureato poeta da Sigismondo, ma che nel 1437 gli fu conferita la laurea in ambe le leggi in una chiesa di una città ligure. Il Lancetti ritenne che nello stesso anno il Pisani fosse onorato poeta dal sovrano ungherese. Si hanno dati inconfutabili che attestano il soggiorno del Pisani in Ungheria prima del 1437: è probabile quindi che il Pisani abbia ottenuto l’incoronazione poetica da parte di sigismondo in Ungheria, dove rimase a lungo, tanto da stringere relazioni di amicizia con il Re. A confutare la conclusione del Sabbadini è l’Elogium Hugolino Parmensi (composto da scrittore ignoto in occasione della laurea del Pisani, avvenuta nel 1437), in cui tra i luoghi da lui visitati nelle molteplici peregrinazioni figura pure l’Ungheria. Il Rossi narra che durante il carnevale, a Pavia, gli studenti solevano condurre in giro per le vie un carro con aneddoti scandalosi, rivolti ai frati e ai colli torti. Seguendo proprio questo costume, il Pisani nel 1435 compose la Confabulatio coquinaria, che è una parodia dei panegirici e delle cerimonie di laurea del tutto comica: simpaticissimo è il dottoramento del lodato cuoco Zanino nell’arte della cucina. Dell’antica commedia l’opera suddetta ha la lingua o, per meglio dire, la parodia della lingua, ma appartiene non tanto alla cultura che rinasce quanto alla vita studentesca gioiosa e gaia. Nel 1437 ne presentò un elegante esemplare a Leonello d’Este. Ma il cenacolo letterario ferrarese accolse con ironia lo scherzo parodistico del Pisani. Così almeno testimonia il Decembri, che definisce l’autore come stultus, insanus e lo soprannomina Cercopithecum literatum. Limitata è la parentela del testo citato con il teatro vero e proprio, al quale invece appartiene la commedia Philogenia, che, composta anch’essa durante il periodo studentesco, rappresenta il momento di transizione dal teatro medievale a quello rinascimentale. Il Pisani tenne rapporti epistolari con Pier Candido Decembri, del quale criticò la versione latina della Repubblica di Platone. Il Rossi analizzò rapidamente anche la Philogenia, che nel 1437 il Pisani ebbe modo di presentate al futuro duca di Ferrata Lionello d’Este: la composizione risente della scenografia del teatro sacro ed è probabilmente la migliore tra le commedie umanistiche del Quattrocento. Il Pisani attese a studi di ogni genere: fu eccellente non solo nella poesia comica ma anche nelle leggi civili e canoniche. Inoltre, esercitandosi nelle arti cavalleresche, mostrò la sua bravura nelle giostre e nei tornei e il suo coraggio nelle guerre di quel tempo, perocché ogni sorta di gloria gli era cara. La fama, che lo accompagnò sempre, gli offrì ovunque buona accoglienza e in ogni Università gli presentava un campo di dispute, donde uscia sempre vincitore. Il Lancetti mise in evidenza che dal Decembri e dal suddetto Elogium il dottissimo Affò ha tratto gran parte delle notizie spettanti al Pisani, aggiungendovi l’elenco delle sue opere delle quali solo due sono sicure: la Confabulatio e la Philogenia. L’Affò ricorda che giovane, ancora, invogliossi di veder mondo, avido di cognizioni e di gloria. Scorsa l’italia vide la Grecia, la Macedonia, la bulgaria, la Croazia, la Dalmazia, l’Alemagna. fermatosi nella Ungheria, ov’era la sede del Romano Impero, pigliò risoluzione di provarsi fra le armi, e militò valorosamente in alcune guerre di quei tempi. L’Affò afferma che il Pisani, quando giungeva in una città, la riempiva di gioia perché tutti lo aspettavano: il Pisani scendeva dalle cattedre negli steccati e come là sapeva vincere i sofismi che a lui venivano opposti, così qui si dimostrava buon cavaliere. l’anonimo autore dell’Elogium sostiene che nel 1437, cioè a metà circa del corso della vita, tante erano le sue glorie passate che molto faceva sperare per il futuro. Giunto in una città della Liguria, dimostrò ancora una volta il suo valore letterario e cavalleresco, tanto che fu deliberato di dargli la laurea in entrambi i campi. Il Pisani, visto che prima del 1437 fu in Ungheria, dovette senz’altro lasciarvi l’orma della sua personalità. Nella nazione magiara il Pisani poté essere pienamente capito nella sua duplice attività cavalleresca e letteraria e dovette essere molto caro a Sigismondo, se le basi dell’umanesimo ungherese, che sotto il regno di Mattia Hunyadi raggiunse la massima sua fioritura, risalgono all’epoca di re Sigismondo. l’imperatore, come scrisse giustamente il Ruzicska, rappresenta molto bene, col suo carattere fantasioso e generoso, ma incostante e crudele, la sua età di transizione dalla civiltà cavalleresca a quella rinascimentale. Il Ruzicska notò anche che per la sua vita Sigismondo fu un monarca prerinascimentale, ma per la sua morte si poté considerare come l’ultimo dei re cavalieri. Infatti fu sepolto a Várad perché volle riposare vicino alla prima moglie Maria, figlia di Lodovico il Grande, per la cui mano aveva ereditato la Corona ungherese, ma anche perché volle stare accanto a S. Ladislao, il re cavaliere suo modello. Del soggiorno in Ungheria del Pisani rimangono i suoi stessi ricordi, espressi nelle importanti postille che si leggono nel codice F. 141 sup. della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Il codice risale al secolo quattordicesimo, è membranaceo e contiene queste opere di Aristotele tradotte in latino: f. 1 Ethica, f. 69 Politica, f. 157 Magna Moralia, f. 183 Rhetorica. Che il codice appartenesse al Pisani è dimostrato dalle sue annotazioni nel f. 68 e nel f. 156. Dalla grafia delle annotazioni suddette si comprende che le postille all’Ethica e alla Politica sono opera del Pisani, che stava preparandosi su di esse in vista della laurea in giurisprudenza. Il Pisani rimase colpito da alcune pagine lette in quelle opere aristoteliche, in cui trovò delle analogie con cose che nei suoi numerosi viaggi per l’Europa aveva avuto modo di vedere direttamente. Quindi, mentre si preparava per la laurea, non esitò ad annotarvi in latino a mò di postille le impressioni che aveva avuto in terra magiara. In queste postille è specialmente da osservare la pompa ch’egli fa delle sue cognizioni di greco moderno e di ungherese. Si riportano a titolo di esempio le note al foglio 33, in cui il Pisani osserva: habent et habeo in grecho sclavonico accipitur pro sto stas stat, ut caco simas ogi vagi et postechis (pvx eeiz): et hungaricha exempla hic posui. Qui l’esempio ungherese sarebbe ogi vagi (=hogy vagy), cioè come stai. In questa espressione non tanto il verbo stare quanto invece il verbo essere è corrispondente ad habere, data la classica frase quomodo te habes. Il suddetto codice, posseduto e largamente postillato dal Pisani, è ricco di interesse per chi voglia studiare i rapporti dell’umanista con l’Ungheria. Le postille attestano che in Ungheria, prima dell’anno della laurea, cercò d’imparare la lingua magiara e vi riuscì, anche se non perfettamente. Fu il primo degli Italiani a portare notizie di quella lingua che Dante nel De vulgari eloquentia affermò essere idioma di io, poiché gli Ungheresi io (= jò) affirmando respondent. Non si può stabilire se il Pisani meritasse o meno la corona poetica, comunque fu senz’altro degno della sua città, fervido centro di cultura a quel tempo e ricca di letterati e di dotti. A. Ciavarella, in un suo articolo su Taddeo Ugoleto, si soffermò in una lunga nota a elencare gli ingegni eletti, sensibili alle umane lettere di quel tempo e nati a Parma. Così accennò anche al Pisani, l’umanista girovago allievo del Guarino, che percorse l’Europa e partecipò con autorità a dispute legali e morali nelle più illustri Università. I viaggi per il Pisani ebbero il valore di una continua ricerca di cose nuove da sapersi, ed egli seguì l’esempio di tanti famosi personaggi dell’antichità: l’Affò ricorda il Pisani tra coloro che viaggiarono per migliorarsi. Le parole del Pezzana bene illustrano il personaggio: prestante del pari nelle armi, nelle lettere e nelle scienze, militò valorosamente nelle guerre dell’Ungheria, ed uscito poscia di quel sanguinoso arringo, fece cento volte bella mostra di sé nell’incremento delle più famose Università come buon giurisperito, dotto disputatore di scienze morali e politiche, orator facondo, leggiadro verseggiatore.

Fonti e Bibl.: R.Sabbadini, Saggi e testi umanistici, Roma, 1933, 113-119; Enciclopedia Italiana, XXVII 1935, 411; R. Sabbadini, Ugolino Pisani, in Miscellanea Scherillo-Negri, Milano, 1904; R.Sabbadini, Classici e umanisti da codici ambrosiani, Firenze, 1933; F. Banfi, Ugolino Pisani da Parma in Ungheria, in Corvina gennaio 1940; V. Pandolfi, in Teatro goliardico; Dizionario Enciclopedico della letteratura italiana, 4, 1967, 392; C. Corradi, Parma e l’ungheria, 1975, 37-41; Dizionario Bompiani autori, 1987, 1786; V. Zaccaria, Pier Candido decembrio, Michele Pizolpasso e Ugolino Pisani (nuove notizie dall’epistolario di P.C.Decembrio, con appendice di lettere e testi inediti), in Atti dell’Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti CXXXIII 1974-1975, 204-205; Due commedie umanistiche pavesi: Ianus Sacerdos, Repetitio magistri Zanini coqui, a c. di P. Viti, Antenore, Padova 1982; Teatro goliardico dell’umanesimo, a cura di V. Pandolfi e E. Artese, Lerici, Milano, 1965, 171-285, 287-310 (trascrizione rispettivamente della Philogenia e della Repetitio a cura di F. Roselli); R. Sabbadini, Classici e umanisti da codici ambrosiani, Olschki, Firenze, 1933, 115-119 (riporta alcune postille del ms. Ambrosiano); Letteratura Italiana Einaudi, II, 1991, 1415; Storia civiltà letteraria, 1993, II, 535.

PISANO NICOLÒ
Parma 1586/1588
Falegname, nell’anno 1586 realizzò il mortorio per il duca Ottavio Farnese, in collaborazione con Antonio Maria Vacchesani e i fratelli Pietro e Michele Cimardi, intagliatori. Nel 1588 costruì il ponte dorato sulla fontana antistante il Palazzo del Giardino.

Fonti e Bibl.: Gambara, Pellegri, De Grazia, Palazzi e casate di Parma, 1971, 777; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 99-100; Il mobile a Parma, 1983, 253.

PISELLO, vedi MEJ SILVESTRO

PISI ARTEMIO
Sorbolo 1898-Rohot 31 luglio 1917
Figlio di Giuseppe. Geniere del 2° reggimento Genio, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandato allo stendimento di un reticolato subito dopo un’azione di sorpresa, era di mirabile esempio ai compagni per attività e calma. Sferratosi un attacco nemico, prendeva parte coraggiosamente al combattimento impegnatosi e, colpito a morte, cadeva incitando fino all’estremo, i compagni a mantenere la posizione.

Fonti e Bibl.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 83ª, 6591; Decorati al valore, 1964, 120.

PISINDRO SURMONTEO, vedi PEZZA-NA GIUSEPPE

PISOTTI PAOLO
Parma 28 gennaio 1480-Parma 7 novembre 1534
Figlio di Lodovico, che fu magistrato del Comune di Parma. In età giovanile entrò nell’Istituto dei Francescani Osservanti e in breve tempo avanzò talmente negli studi sacri e profani che il 7 maggio 1503, a ventire anni, ottenne il diploma di predicatore, attività nella quale diede prova di profonda dottrina e di rara facondia. All’interno dell’Ordine francescano il Pisotti fu lettore, ministro provinciale (1518-1523), definitore (1517) procuratore (1517) e commissario generale (1526). Nel 1517 partecipò al Capitolo generale voluto da papa Leone X per dividere i conventuali dagli osservanti.Venne nominato definitore generale e procuratore della famiglia Cismontana.Nel 1518 venne eletto provinciale nel capitolo di Modena. Nel 1529, celebrandosi il capitolo in Parma, venne elevato alla suprema dignità di Ministro Generale. Ammalatosi di podraga e divenuto infermo, il Pisotti ebbe nel 1533 da papa Clemente VII un vicario che lo coadiuvasse. Nonostante ciò, aumentando le sue sofferenze, il Pisotti il 24 dicembre 1533 decise di rinunciare alla carica. Si ritirò nel Convento di Montechiarugolo e poi in quello di Parma. Il Pisotti ebbe a protettore il cardinale Agostino Trivulzi. Il Wadding lo biasima per l’eccessivo fasto del quale si circondò e per aver ostacolato la riforma dei cappuccini. Il Pisotti fu sepolto nella chiesa della Santissima annunziata in un sepolcro ornato della seguente iscrizione: Pavlo Pisotto Parmensi, ludovici Pisotti filio, universi ordinis minorum ministro generali, sapientissimo theologo vita aeque scientia ipsa rarissimo, nepotes quatuor e gente zandemaria avunculo benemerenti posuerunt. Obiit anno salutis MDXXXIIII. Aetatis suae LIIII. M. IX. D. XI. VII. Idus novembris.

Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 235-237; Beato Buralli, 1889, 198-200; G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 134-136 e 138; Enciclopedia di Parma, 1998, 540.

PISOTTO PAOLO, vedi PISOTTI PAOLO

PISSARD MAZZINI GARIBALDI
Savoja 1909-Parma 18 giugno 1997
La famiglia, di ceppo spagnolo, visse per molto tempo nella Savoja. le ferventi idee repubblicane del padre Edoardo si espressero anche nel dare alla numerosa prole di ambo i sessi nomi che esprimevano i suoi sentimenti e ideali. Così avvenne anche per il Pissard, che, completati gli studi si portò alla scuola mineraria di Iglesias divenendo perito minerario perforatore. il Pissard avviò ricerche petrolifere e minerarie nel Parmense, a Banzola e in Val Parola. A Pieve di Cusignano conobbe la futura consorte, Nera Bacchini, che lo legò per sempre alla terra parmense. Nonostante i viaggi di lavoro in Italia e all’estero, il Pissard restò profondamente attaccato alla città di Parma e andò ad abitare in Via Domenico Maria Villa. Dopo le prime esperienze di perforatore nel Fidentino, proseguì a Cortemaggiore, Caviaga e Bordolano, al confine tra il Piacentino e il Cremonese: fu proprio il Pissard che esaltò la vocazione petrolifera della zona e da Crema diresse le attività petrolifere di questa area padana. Nonostante la seconda guerra mondiale non avesse bloccato la sua attività, fu solo nel dopoguerra che la sua esperienza si espresse ai massimi livelli: il Pissard divenne uno dei più fidati collaboratori di Enrico Mattei, che lo premiò con incarichi di alta responsabilità e fiducia in Iran, Argentina, Egitto, Israele e Usa. In quegli anni il Pissard ideò una speciale piattaforma galleggiante per le perforazioni che fu utilizzata, per la genialità del progetto, in varie parti del mondo. Per i sessant’anni dell’Agip, di cui era il più anziano pioniere vivente, nel 1986 gli furono resi vari riconoscimenti e un suo manoscritto, che rifaceva passo passo la storia dell’azienda pubblica, trovò larga eco nel mondo petrolifero, non solo italiano, e grande risalto sul quotidiano Il Giorno, di proprietà del Gruppo Agip. Spesso si attinse alla sua esperienza e conoscenza e alle sue memorie e cimeli per allestire mostre un po’ dovunque. Il Pissard fu sepolto a Pieve di Cusignano, accanto alla consorte.

Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 22 giugno 1997, 10.

PISSAROTTI ALESSANDRO
Parma seconda metà del XVIII secolo
Fratello di Giuseppe. Fu ceramista attivo a Parma nella seconda metà del Settecento. Fu abile sia nel formare che nel miniare e fin dall’inizio operò nella manifattura del Piacentini, dalla quale, sembra, venne dimesso dopo un anno. Poco tempo dopo, accusato di aver infranto la legge sulla privativa lavorando in casa la maiolica, finì in carcere, da dove uscì dopo due mesi e mezzo. Riparato a casalmaggiore, diede vita una manifattura di ceramica, dalla quale si allontanò ben presto per dissidi di carattere economico coi soci fondatori. Ritornato a Parma, visse di piccoli lavori in terracotta, finché ottenne la protezione del Duca, che gli assegnò un alloggio e uno stipendio giornaliero di sei lire.

Fonti e Bibl.: G.Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 62.

PISSERI MARCELLO
Cella di Noceto 30 novembre 1882-Parma 19 maggio 1961
La sua famiglia condusse un piccolo podere di proprietà tra la pianura e le prime colline, a sud-ovest di Parma. Nel 1902 il Pisseri entrò nello studio fotografico di Enrico Rastellini, un maestro dal quale apprese tutti i segreti della professione. L’inserimento fu così rapido e profondo che già nel 1908 il Pisseri si accordò con Giuseppe Bricoli (società in nome collettivo Marcello Pisseri e C.) per gestire lo Stabilimento Fotografico Rastellini in via Farini 21. Rastellini era morto da poco, ma il Pisseri fu perfettamente in grado di sostituirlo aggregandosi Bricoli, buon pittore, che gli garantì sul piano tecnico un solido supporto in fatto di ritocchi. In questo modo riuscì a integrare l’attività fotografica principale con quella ritrattistica al carboncino che ottenne straordinari consensi commerciali. In pratica il Pisseri curava i ritratti in fotografia e il cliente, se lo desiderava, poteva ottenere nel medesimo studio anche il carboncino. Rastellini non ebbe figli e il Pisseri ne fu il naturale erede nella professione. Nel 1910 sposò valentina Bezzi. Severo, brusco nei modi, individualista, il Pisseri fu anarchico e antifascista. Benché laico, non disdegnò rapporti di amicizia nell’ambiente dei missionari saveriani. Aristide Vecchi entrò nel suo studio a nove anni come apprendista insieme a Mario cattani e Mario Torregiani. Vecchi divenne il collaboratore preferito del Pisseri per la costruzione della luce caratteristica delle sue immagini. Vecchi si collocava nella posizione indicata e reggeva, orientandolo, un pannello di stagnola che rifletteva luce su un altro pannello, governato da Cattani. Da qui la luce, moltiplicata, passava infine sul soggetto. Fu con questa procedura che il Pisseri fotografò la cupola interna del Duomo di Parma portando letteralmente la luce da fuori e organizzando pose di ore e ore. Mai soddisfatto, ossessionava i suoi collaboratori in ogni fase del lavoro: pretendeva che le copie venissero lavate alla perfezione, fino a eliminare qualsiasi traccia chimica dello sviluppo e del fissaggio e, abituato a virare in seppia quasi tutte le stampe con bromuro, prussiato e solfuro di sodio, dopo il viraggio imponeva un ulteriore lavaggio di sei-sette ore. La sua fu una cultura della luce naturale senza compromessi. Il Pisseri lavorò con due macchine grandi per le foto esterne e una macchina più piccola per lo studio. I suoi apparati ottici furono della massima qualità e ne possedette tanti e di tale valore a decidere di custodirli nelle cassette di sicurezza di una vicina banca di via Farini. Lo studio si sviluppava interamente al primo piano dello stabile. Nella sala d’attesa erano esposti i pezzi migliori, suoi e del suo maestro Rastellini. Nella galleria di ripresa c’era una macchina a cassetta in legno, completa di un mastodontico cavalletto con manovella, in grado di fornire foto di ogni formato, dalla tessera al 18 x 24 cm, poi tre o quattro poggiatesta, fondali fatti da lui stesso, due sedie Savonarola e colonne appoggiagomito di legno. Nella camera oscura c’era un vecchio ingranditore dotato di una lampada talmente debole che Vecchi e gli altri aiutanti erano costretti a montare di sentinella anche per due ore di fila con una sveglia per avvertire il Pisseri al momento opportuno. Nel 1919 avvenne la rottura dei rapporti con Vecchi a causa di un episodio verificatosi in studio: la caduta accidentale e la rottura di una lastra. Rimproverato severamente, Vecchi lasciò il Pisseri e passò alla concorrenza, da Vaghi. Sul piano commerciale il Pisseri fu troppo meticoloso e perfezionista sui risultati per essere un fotografo a buon mercato. La sua clientela fu costituita prevalentemente da tutta quella parte della città di Parma (dai nobili al clero, dai laici ai borghesi) che per qualche ragione, politica o personale, non amò Vaghi. quest’ultimo infatti fu il fotografo dell’ufficialità, dell’Italia vincente, del regime in crescita. Il Pisseri fu invece il fotografo della qualità appartata, in tutto e per tutto il contrario di Vaghi. Per esempio il Pisseri fu chiuso a ogni innovazione quanto l’altro fu pronto a sperimentare qualsiasi novità tecnica o di costume. Guardò con disprezzo a lampade e flash tenendosi fedele alle poche cose che aveva imparato, sviluppandole, da Rastellini. Coi guadagni della professione il Pisseri acquistò un podere dalle parti di Marore e dedicò molto tempo all’osservazione della vita contadina, nel pieno di quella luce solare che lo affascinava da sempre. Ma forse il Pisseri, nella sua natura pratica, antiretorica, nemica dell’esteriorità quanto innamorata della bellezza autentica e duratura, è sintetizzabile nella frase che pronunciò dopo aver ricevuto in dono una spilla dalla regina Margherita di Savoja, da lui fotografata a Salsomaggiore: era meglio se mi regalava un orologio. Le lastre di Parma e del suo territorio sono conservate dall’Azienda Provinciale per il Turismo di Parma a testimonianza del rilievo che l’opera fotografica del Pisseri ebbe per la storia della città.

Fonti e Bibl.: Parma nell’arte 2 1961, 142; R. rosati, Fotografi, 1990, 260-261.

PISTOGENE ELEUTERIO, vedi PAGNINI LUCA ANTONIO

PITONI PIETRO, vedi ANELLI PIETRO

PITTORI ANTONIO
Reggio Emilia 1448/1470
Il 29 ottobre 1463 l’egregio uomo Ser Antonio de’ Pittori da Reggio fu nominato all’ufficio di procuratore del vescovo Giacomo Antonio dalla Torre, dal vescovo medesimo, con atto del notaio milanese Donato dalla Torre esistente tra i rogiti del cancelliere vescovile Gherardo Mastagi. Il Pittori è ricordato in altri due atti notarili: il 2 maggio 1464, Ser Antonio de pictoribus f. q. D. Pauli cive regino residente presentialiter cum prefacto Domino Episcopo Giacomo Antonio della Torre in domibus Canonice Ecclesie parmensis; Mcccclxx die 1° Ianuarii. Ego Antonius pictor, Reverendi domini Episcopi parme factor Recepi a domino x.foro blanco dico Torlino pro canone seu livello suo anni 1469 unam libram candelarum cere.

Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Parma, archivio Governativo, dal mazzo intitolato Canonici regolari di S. Sepolcro; Rogiti di Gherardo Mastagi; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 58.

PIVA ADRIANO
San Lazzaro Parmense 1911-Roma 1947
Capitano pilota, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare sul campo, con la seguente motivazione: Comandante di una squadriglia da bombardamento, arditamente assaliva a bassa quota una base aerea nemica e distruggeva tre velivoli avversari e gli impianti aeroportuali. Dopo due giorni ripeteva l’azione e distruggeva altri tre apparecchi sullo stesso aeroporto, sfuggendo all’attacco dei caccia con l’immergersi in una cortina di nuvole. In una terza offensiva contro la stessa base aerea nemica eseguiva, alla testa dei tre apparecchi da bombardamento, la propria missione, nonostante l’attacco di tre caccia nemici; sosteneva quindi contro questi ultimi il combattimento, benché i nostri velivoli fossero molte volte colpiti e alcuni membri dell’equipaggio fossero gravemente feriti, riusciva a mettere in fuga il nemico e a riportare la nostra formazione alla base di partenza. Esempio di ardire ponderato e cosciente (cielo di Wajir-Kenia, 12,16 giugno e 11 luglio 1940).
Fonti e Bibl.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 211-212.

PIVA FERDINANDO
Parma 20 gennaio 1774-post 1830
Staffiere. Sposatosi nel 1827 e rimasto vedovo, si risposò nel 1830 con Deanira Toscani. Fu in servizio dal 1819 alla corte di Maria Luigia d’Austria come staffiere di prima classe e dal 1830 come copritore di tavola.

Fonti e Bibl.: M.Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 314.

PIVINI LUIGI
Parma seconda metà del XVIII secolo
Intagliatore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.

Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 244.

PIZZACCHERA EMILIO
Felino 1893/1911
Soldato del 26° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Concorse efficacemente a trasportare, sotto il fuoco nemico, le salme dei superiori morti sul campo. Rimase gravemente ferito (Derna, 27 dicembre 1911).

Fonti e Bibl.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’Impero, 1937.

PIZZAFERRI ADELMO
Corniglio 1922-Nowo Postolajowka 19 gennaio 1943
Figlio di Anacleto. Alpino dell’8° Alpini battaglione Gemona, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Porta arma di squadra fucilieri, durante un attacco contro munita posizione, avanzava con la sua arma alla testa del plotone. Ferito, continuava il fuoco contro il nemico fino a quando scompariva in una mischia.

Fonti e Bibl.: Bollettino Ufficiale 1955, Dispensa 45ª, 4653; Decorati al valore, 1964, 39.

PIZZALLA GIOVANNI BATTISTA
-Parma dicembre 1675
Cominciò a servire alla Steccata di Parma come musicista il 3 aprile 1670 e alla Corte Farnese il 1° agosto 1671.

Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 101.

PIZZAMIGLIO
Parma 1760/1762
Fu musicista alla Cattedrale di Parma dal 5 giugno 1760 al 3 maggio 1762.

Fonti e Bibl.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PIZZARELLI ANNIBALE
Parma 3 agosto 1885-Parma 24 agosto 1973
Ammesso al corso di fagotto nel Regio conservatorio di Parma nell’anno scolastico 1899-1900, ne uscì col diploma di magistero nel luglio 1905. Si dedico allo studio del canto corale e ben presto (1910) divenne istruttore del coro al Teatro di Novellara, al Teatro Reinach e nel 1910-1911 al Regio di Parma. Nel 1912 venne nominato maestro di canto nelle scuole elementari del Comune di Parma, nelle quali lavorò fino al 1940. Da questa scuola uscirono i coristi della Corale Euterpe che il Pizzarelli fondò prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Dal 1919 si affermò, sempre con la Società Euterpe, in modo definitivi: fu questo un periodo di grande produzione concertistica che ebbe un epilogo memorabile in un concerto del 1921 al Conservatorio di Milano, alla presenza del maestro Arturo Toscanini, che seguì l’esecuzione con grande interesse e compiacimento. Sul Piccolo di Parma dell’1° febbraio 1921 si legge: Il maestro Toscanini, dopo aver complimentato a lungo il maestro Pizzarelli e avergli stretto calorosamente la mano, si rivolge a tutti dicendo: Vi ringrazio, poiché mi avete fatto provare una vera gioia, continuate e seguite sempre l’insegnamento del vostro grande maestro, che si è mostrato musicista profondo, istruttore valoroso ed efficacissimo direttore. Da allora la corale cominciò a distinguersi in concorsi nazionali e internazionali. Vinse infatti nel 1920 il primo premio del concorso di Verona e in tale occasione il pizzarelli ebbe dal Comune di Verona il riconoscimento come miglior maestro dei cori d’Italia, con un diploma d’onore come direttore artistico della Corale Euterpe. Il Pizzarelli si dedicò, oltre al canto corale, anche al canto individuale, istruendo allievi promettenti, tra i quali il parmigiano Carlo Alfieri, che ebbe una splendida carriera. Il Pizzarelli fu anche direttore d’orchestra, dimostrando, in una ottima edizione di Bohème al Teatro Reinach il 4 novembre l922, di possedere anche in questo ruolo qualità di concertatore e direttore di prim’ordine. Molti, iufatti, lo incoraggiarono a intraprendere la carriera di direttore d’orchestra, ma il Pizzarelli, non volendo lasciare la sua città natale, declinò ogni offerta, rimase a Parma e nel 1927 fondò la nuova Corale verdi, vincendo anche il primo premio nel concorso nazionale a Roma (1925). Nel 1942 fondò la Corale Corridoni che ebbe breve esistenza. Dopo il secondo conflitto mondiale, volle rifondare una nuova corale Verdi, continuando la sua opera, con grande abnegazione e amore, fino a che le forze fisiche lo permisero.

Fonti e Bibl.: C.Alcari, Parma nella Musica, 1931, 154; Gazzetta di Parma 7 aprile 1993, 12; enciclopedia di Parma, 1998, 540-541.

PIZZARELLI GUERRINO
Parma 1917-1987
Fu allevatore di cavalli e gestore di ippodromi. Appassionato di auto d’epoca e di cavalli, costruì due ippodromi, a Ponte Taro e a soresina di Cremona, organizzando numerose corse al trotto. Da giovane fece mille mestieri: pescivendolo in strada Saffi a Parma, cantante a Parigi, demolitore di auto. Il Pizzarelli prese a parte alla Resistenza.

Fonti e Bibl.: F.e T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 311.

PIZZARIOTTI PIETRO
Parma 1911-1966
Geometra, fondò nel 1945 l’impresa edile omonima. La capacità e la competenza, unite a grande lungimiranza, lo indussero a rivolgersi all’estero al fine di approfondire la conoscenza delle più avanzate tecnologie. Sviluppò così un innovativo sistema di pavimentazione stradale in conglomerato bituminoso brevettato in vari paesi del mondo e fu tra i primi in Italia ad iniziare l’attività di prefabbricazione in cemento armato.

Fonti e Bibl.: Cento anni di associazionismo, 1997, 405.

PIZZETTI ALESSANDRO
Parma 31 marzo 1798-post 1831
Figlio di Luigi e Anna Poi. Negoziante. rifugiato politico, giunse a Lione nel 1823, proveniente dalla Spagna. Fu poi volontario del generale Mina nella rivoluzione di Spagna (1831).

Fonti e Bibl.: S.Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962; Da Mareto, Indice, 1967, 734.

PIZZETTI ANDREA
-Parma 26 maggio 1900
Fu valoroso soldato. Col grado di maggiore fece le campagne risorgimentali del 1866-1870.

Fonti e Bibl.: G.B. Barbieri in Gazzetta di Parma 31 maggio 1900, n. 149; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 205.

PIZZETTI ENRICO
-Parma 25 gennaio 1896
Volontario nel 1859, rimase poi nell’esercito e fece tutte le campagne del risorgimento italiano. Raggiunse il grado di capitano.

Fonti e Bibl.: V. Cervi, in Gazzetta di Parma 26 gennaio 1896, n. 25; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 417.

PIZZETTI ERNESTO
Parma 27 luglio 1831-Genova 9 dicembre 1890
Laureatosi in legge nell’Università di Parma, poco dopo venne assunto all’ufficio di segretario della Procura presso la Corte regia di Parma. Poi occupò il posto di vice segretario e successivamente di segretario nel Consiglio di Stato, in cui furono illustri magistrati, tra i quali il Niccolosi, che divenne amico carissimo del Pizzetti. Soppresso il Consiglio di stato, il Pizzetti passò giudice al Tribunale di Forlì e poi a quello di Reggio Emilia. Fece quindi parte del Collegio del Tribunale di Parma, che, sotto la presidenza del Malavasi e con Panini, Borré, Varron e Sozzi, fu per diverso tempo considerato il più efficiente dei Tribunali italiani. Chiamato in seguito alla vicepresidenza del Tribunale civile di Roma, poco dopo fu mandato a reggere l’ufficio di presidente del Tribunale Commerciale, prima di Napoli e poi di Roma. Infine andò a Genova come consigliere in quella Corte d’Appello. Fu sepolto nel cimitero di Prma.

Fonti e Bibl.: A. Pariset, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1905, 90-91.

PIZZETTI FRANCESCO
Parma 25 gennaio 1756-Parma 29 gennaio 1811
Figlio di Giuseppe, pasticciere. Terminati gli studi delle lettere e della filosofia, mirando al sacerdozio si volse alla teologia, facoltà in cui si laureò, per poi essere aggregato al Collegio teologico di Parma. Fattasi vacante la cattedra di Logica e Metafisica per la morte di Antonio Grondoni (3 novembre 1780), quattro giorni dopo il Pizzetti fu promosso a quell’insegnamento, che mantenne sinché visse. Poco tempo dopo il Pizzetti celebrò la sua prima messa al cospetto del duca Ferdinando di Borbone in Colorno. Rifece più volte le sue lezioni di Logica e Metafisica, per cui ne circolarono parecchie varianti. Il Pizzetti fu accusato di plagio sia relativamente alle lezioni che alle altre sue scritture. Si è in effetti accertato (cfr. Pezzana, 649) che il Pizzetti per la sua traduzione delle Opere filosofiche di Mosè mendelsohn, da lui pubblicata nell’anno 1800, copiò la traduzione di Carlo Ferdinandi (losanna, 1779) e quella di Gianfrancesco Manzoni (morto nel 1762). Il Pizzetti tradusse pure in italiano e commentò le Ricerche sulle bellezze della pittura, di Daniel Webb, non direttamente dall’Inglese, che il Pizzetti non conosceva, ma dalla versione francese. Le pubblicò nel 1804 e vi aggiunse un volume di sue Riflessioni, nelle quali confessa onestamente (a f. 32 della prefazione) di aver seguito le tracce di non pochi Scrittori eccellenti della Francia, dell’Inghilterra, dell’Alemagna e dell’Italia, dichiarandosi debitore di tutto quel buono che ho potuto aver messo nella mia opera. Il libro ebbe comunque buona accoglienza in Italia e soprattutto all’estero. Nel 1780 ottenne la nomina a vice segretario dell’Accademia delle Belle Arti di Parma, che gli fu tolta nel 1786, quando si decretò che quell’ufficio dovesse spettare a un accademico consigliere con voto: vi fu nominato il prevosto Luigi Scutellari. Quantunque il Pizzetti non fosse un esperto conoscitore di Belle Arti, pure vi si dedicò negli ultimi anni di vita: approntò per la stampa un Saggio sopra l’architettura civile che rimase inedito per la morte del Pizzetti stesso, colpito da apoplessia, forse conseguenza di una caduta da cavallo mentre guadava un torrente. Il conte Aurelio Bernieri fu protettore e amico ospitale del Pizzetti. Questi, in segno di riconoscenza, compilò un’Istoria genealogica dell’illustre famiglia Bernieri, che rimase inedita. Il Pizzetti fu membro di più accademie italiane e fu in corrispondenza con parecchi letterati, tra i quali Draghetti, Soave e Del Bene.

Fonti e Bibl.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 648-650; E.trombara, Francesco Pizzetti nel bicentenario della nascita, in Parma per l’Arte 7 1957, 27-32.

PIZZETTI GIUSEPPE
Colorno 1802
Fu capo falegname delle Regie Fabbriche in Colorno. Assieme a Pier Paolo Pizzetti, sottoscrisse nel 1802 l’inventario estimativo delle mobilie nel Palazzo di Colorno.

Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Parma, Corti Borboniche di Lucca e Parma, busta 2, fasc. 2; Il mobile a Parma, 1983, 262.

PIZZETTI ILDEBRANDO
Parma 20 settembre 1880-Roma 13 febbraio 1968
Studiò pianoforte col padre Odoardo, pianista e professore di teoria della Scuola musicale di Reggio Emilia, dove il Pizzetti visse i primi anni di vita, dimostrando prestissimo una grande passione per il teatro. Frequentò il ginnasio e nel 1895 entrò nel Conservatorio di Parma. Vi studiò per sei anni armonia e contrappunto con Telesforo Righi e approfondì la conoscenza del canto gregoriano e della musica vocale e strumentale dei secoli XV e XVI attraverso l’insegnamento di Giovanni tebaldini, direttore dell’istituto. Dopo aver esercitato l’insegnamento privato e svolto per due stagioni (1901-1902) l’attività di maestro sostituto di C. Campanini e A. Conti al Teatro Regio di Parma, ottenne la cattedra di composizione al Conservatorio della città (1907). Frattanto, dopo vari tentativi (Romeo e giulietta, Lena, Mazeppa, Aeneas) di accostarsi a shakespeare, Byron, Corneille, Pu?skin e Ovidio, scrisse la musica di scena per La Nave di D’Annunzio e nel 1908 esordi con questa opera al Teatro Argentina di Roma, dando inizio a un lungo periodo di amicizia e collaborazione con il poeta, che lo battezzò Ildebrando da Parma. Nello stesso anno divenne professore di armonia e contrappunto nell’Istituto Musicale L. Cherubini di Firenze, che diresse dal 1917 al 1924. Questa città influì con la sua atmosfera culturale sulla formazione del Pizzetti, che vi fondò con E. Consolo la Società degli Amici della Musica e con G. Bastianelli la pubblicazione periodica Dissonanze, organo della musica contemporanea in Italia, e frequentò la cerchia di bastianelli, Papini, Soffici, Salvemini, Prezzolini e De Robertis, raccolti intorno al periodico La Voce. Dal 1924 al 1936 diresse il conservatorio di Milano, svolgendo pure attività di direttore di concerti e di opere proprie. Dopo aver compiuto una tournée in America (1929), dove tra l’altro presentò al metropolitan Fra Gherardo, nel 1936 succedette a Respighi come titolare della cattedra di perfezionamento in composizione all’Accademia di Santa Cecilia in Roma, che tenne fino al 1958. Fu presidente dell’Accademia dal 1948 al 1951. Accademico d’Italia dal 1939, nel 1931 vinse il premio Mussolini per la musica, nel 1950 vinse il Premio Italia con l’opera radiofonica Ifigenia e nel 1958 ebbe il premio internazionale Feltrinelli. Svolse attività di critico musicale sul Secolo di Milano (1910), sulla Tribuna di Roma (1937), sulla Nazione di Firenze e su vari periodici e riviste musicali. Se la vita del Pizzetti influì sulla sua produzione artistica e sui suoi orientamenti, ciò avvenne certamente in misura minore di quanto non avvenga per la maggior parte dei musicisti. Infatti il Pizzetti scelse per sé una vita normale, tutta dedita alle sue multiformi attività di compositore, scrittore, organizzatore e direttore di musica. Una cosa non gli mancò mai: una cerchia di amicizie che gli consentì di esprimere le sue non comuni doti di conversatore, di dibattere i problemi vivi della cultura e, soprattutto, di passare dal momento teoretico a quello realizzativo. La sua non fu una vita da salotto, ma di cenacolo sì. Certe sue inclinazioni verso l’Arcadia non sono, dunque, il frutto di un credo estetico, bensì di una naturale predisposizione a discutere e a elaborare le sue pur personalissime idee nel crogiolo del dibattito collettivo. In questo senso il Pizzetti fu l’esatto opposto del musicista puro, severamente impegnato soltanto nella sua opera di compositore, cui tutti gli altri interessi facevano al massimo da corona. Si ricorda di lui una conferenza su Dante, e non sulla musicalità o sulla musicabilità di Dante, bensì proprio sulla sua opera di poeta: tutto ciò che porta all’approfondimento della conoscenza dell’uomo è fondamentale per un musicista, tanto più se si tratta di un musicista, come il Pizzetti fu, essenzialmente di teatro. Nel periodo in cui il Pizzetti si affacciò alla vita culturale, la cultura italiana stava vivendo una profonda crisi di trasformazione. La cultura del XIX secolo non era andata molto al di là di un impegno politico inteso in primo luogo come impegno di scoperta di un’identità culturale nazionale e di proclamazione di un patriottismo e di un’apertura sociale che non uscirono dalla genericità. Le grandi trasformazioni economiche e strutturali in atto esigevano una presa di posizione assai più analitica sui rapporti sociali concreti e nello stesso tempo travolgevano antichi modelli e valori senza che ne apparissero dei nuovi di una qualche consistenza e durata. La stessa retorica, unica fonte di certezze, fu sottoposta alla pressione di contenuti mai prima considerati che imposero forme adeguate assolutamente nuove. Fu l’epoca degli -ismi e delle poetiche premesse al concreto poetare. Solo gli operisti sembrarono sfuggire al contagio di questa rimessa in discussione di tutto, ma fu illusione di breve durata: anche il rapporto tra il melodramma e il suo pubblico si fece precario, soprattutto diventò sempre meno possibile fare musica buona per tutti. La giovinezza del Pizzetti trascorse appunto nel periodo in cui gli stessi protagonisti della stagione verista andavano affannosamente e disordinatamente alla ricerca di nuovi soggetti, di nuove tecniche, di un ampliamento e di un affinamento del linguaggio. Il divorzio tra musica e cultura stava per tramontare: le capacità trasformistiche del melodramma mostrarono chiaramente di avere dei limiti e la cultura, perdendo le sue certezze, dovette dimettere la boria accademica che spesso l’aveva tenuta lontana dalla coscienza nazionale. Il clima era adatto alla discussione e il temperamento personale del Pizzetti fece il resto. Trascorsi gli anni di Parma nella lettura di testi teatrali (fatto comune a tutti i musicisti italiani), il Pizzetti fu nominato professore al Cherubini di Firenze. Fu subito a contatto con D’Annunzio, allora fiesolano d’elezione, con Giannotto Bastianelli e, poco a poco, con tutti gli intellettuali che facevano capo alla rivista La Voce. Per inciso, a Firenze fondò la Società degli Amici della Musica ed esercitò l’attività di critico della Nazione, nonché di corrispondente del Secolo di Milano. Più tardi, in epoca fascista, i dibattiti culturali si smorzarono e allora l’attività teorica del Pizzetti si limitò a quella di critico (La tribuna), nonché di saggista sulle riviste specializzate. Il Pizzetti manifestò la vocazione a fare il presidente (Accademia di Santa Cecilia, società italiana autori editori), ma ciò fu dovuto al fatto che, a qualunque istituzione partecipasse, egli vi svolse effettivamente attività e non si limitò a intendere la sua partecipazione come un fatto puramente onorifico. Si tenne sempre al corrente della produzione musicale contemporanea. Anzi, il suo scritto giovanile Musicisti contemporanei (1914), pur contenendo lacune d’informazione dovute al fatto che è difficile prendere visione di un’opera musicale prima che sia trascorso qualche anno dalla prima esecuzione, costituisce un panorama assai ricco e, quel che più conta, insolitamente imparziale per un’opera uscita dalla penna di uno che era sulla breccia. Come formazione culturale il Pizzetti appartenne senz’altro alla generazione dell’Ottanta, eppure non si riscontra, nei suoi scritti, quel livore antiromantico che caratterizza le prese di posizione dei suoi colleghi: anzi la sua valutazione dell’opera italiana ottocentesca e perfino verista, è serena, magari discutibile ma certamente coerente con le sue idee. Il suo essere personaggio emergente per mezzo secolo nella vita musicale italiana costituisce, a conti fatti, il suo massimo contributo alla storia della musica. Immediatamente dopo la sua scomparsa i suoi lavori praticamente scomparvero dai cartelloni dei teatri e dai programmi dei concerti. Il fatto è generale: la generazione precedente quella in attività non è sufficientemente antica per essere storicizzata e non è sufficientemente moderna per mantenere l’attualità. Però dall’eclissi rossiniana si salvò Il Barbiere di Siviglia, da quella mascagnana la Cavalleria rusticana, da quella di Respighi Le fontane di Roma. Probabilmente la ragione di questo fatto sta nella caratteristica dell’opera pizzettiana di non essere stata sogetta ad alti e bassi ma, a parte le opere di apprendistato, di aver mantenuto tutta uniformemente un alto livello. Non esiste, forse, il lavoro che emerge, che presenta punte di genialità prorompente e irripetibile. Ma ciò era estraneo al carattere del Pizzetti. Basti pensare al suo primo modello ideale: il canto gregoriano. Nel canto gregoriano la singola sfumatura, lo stilema ritmico o melodico e l’improvvisazione del momento non hanno mai valore prevaricante: è il tutto che conta e compito della singola parte è di costruire il tutto e di armonizzare con esso. Il canto gregoriano non ha momenti di stanca o momenti di accensione che non siano giustificati dall’economia generale. L’opera del Pizzetti ha appunto questo carattere del prevalere della globalità sul particolare. Ciò non significa che il particolare non sia accuratamente studiato, non abbia valore intrinseco, ma solo che esso non soverchia mai la concezione generale dell’opera. L’ascolto musicale non è generalmente rivolto alla globalità dell’opera e la sua tensione non è continua: stimolata dal particolare emergente, poi via via si rilassa in attesa di un’altra fonte di richiamo. Forse a questo fu dovuta la temporanea eclissi dell’opera pizzettiana. La carriera teatrale del Pizzetti si aprì con D’Annunzio e, se si fa eccezione per L’assassinio nella cattedrale, Il calzare d’argento e Clitennestra, si chiuse con D’Annunzio. Vennero dapprima le musiche di scena per La nave, che rivelarono il valore del Pizzetti al pubblico e al poeta, poi seguì un progetto per la riduzione a melodramma della Fedra di Euripide. Il Pizzetti era in grado di scrivere i libretti da sé e anzi, quando lo fece, ne trasse giovamento la corrispondenza tra parola e musica. Ma a quell’epoca (1909) la soggezione del giovane Pizzetti nei confronti del Vate affermato fu tale che, quando il poeta, cui il progetto e il libretto erano stati sottoposti, disse che avrebbe provveduto egli stesso alla stesura del libretto, il Pizzetti non solo non osò rifiutare ma se ne sentì lusingato. I versi, già di per sé musicali, di D’Annunzio erano una camicia di forza per qualsiasi musicista, tanto più se non aveva il coraggio di pretenderne l’assoggettamento alle proprie esigenze: ne sapeva qualcosa Mascagni, reduce dalla tormentata composizione della dannunziana Parisina. La soluzione fornita al problema dal Pizzetti consiste in un declamato melodico che differisce da quello mascagnano solamente per una maggior pacatezza e apollineità ereditata dal canto gregoriano. Anche la coralità è meno decorativa, più essenziale e a volte costituisce il senso profondo del dramma più ancora del comportamento scenico e vocale dei singoli: eredità, questa, della classicità greca da cui l’opera è desunta, ma anche prodotto originale della sensibilità pizzettiana. Dopo Fedra il Pizzetti rimase, nella concezione formale del teatro, un dannunziano, però i versi dell’immaginifico gli andavano stretti e, consapevole ormai del proprio valore, provvide da solo ai libretti delle proprie opere. Per D’Annunzio compose ancora le musiche per La Pisanella (ma sono musiche di scena) e La sinfonia del fuoco per Cabiria. Bisogna fare un salto di quasi quarant’anni per ritrovare, nel catalogo dell’opera pizzettiana, un dramma dannunziano musicato, dall’alto di una semisecolare esperienza e senza l’ingombrante presenza dell’autore, dal Pizzetti: La figlia di Iorio. l’allontanamento dal D’Annunzio non fu, tuttavia, dovuto soltanto a motivi contingenti relativi al bisogno, da parte del Pizzetti, di disporre di una maggiore flessibilità del libretto. Come bussole per orientarsi in un mondo in fase di radicale trasformazione, contenuti-valori permanenti e resistenti al mutare delle forme di organizzazione del mondo, il Pizzetti scoprì in sé due cose fondamentali: la classicità nella forma (e questa D’Annunzio poteva fornirgliela) e l’amore, un amore universale di chiara derivazione religiosa (a questo proposito poeta e musicista si trovarono su sponde opposte). Il tema dell’amore è il filo conduttore che congiunge tra loro opere pizzettiane anche assai diverse per argomento e tematica contingente: da Dèbora e Jaéle allo Straniero, a Orsèolo, a L’oro, a Vanna Lupa, alla radiofonica Ifigenia, a Cagliostro e, finalmente, all’Assassinio nella Cattedrale, nel quale i tormenti delle opere precedenti sembrano comporsi in una superiore purificazione. Il numero e il valore delle composizioni corali (naturalmente si citano di preferenza le composizioni di più ampie dimensioni, come il Requiem, ma forse si trovano pagine ancora più pregnanti e partecipate in certe piccole composizioni, come Cade la sera) comprovano l’importanza che questo genere musicale ebbe per il Pizzetti. La musica strumentale del Pizzetti, oltre a quella destinata in qualche modo alla scena, concilia la perfetta strumentalità alla sua sensibilità drammatica, che dovunque cerca il canto. Esemplari sono, a questo proposito, non solo i Canti della stagione alta per pianoforte e orchestra ma anche composizioni apparentemente meno adattabili al continuo melologo, come la bella Sonata per violino e pianoforte. Non si può chiudere un discorso sul Pizzetti senza citare il suo prezioso e copioso contributo all’arricchimento del repertorio della lirica vocale italiana. Fu sepolto nel cimitero della Villetta di Parma. Il Pizzetti fu autore delle seguenti composizioni: opere teatrali, Il Cid (A. Beggi; non rappresentata e distrutta, 1902), Fedra (libretto proprio, da D’Annunzio, Milano, 1915), Dèbora e Jaéle (proprio; ivi, 1922), Fra gherardo (Milano, 1928), Lo straniero (Roma, 1930), Orséolo (Firenze, 1935) L’oro (Milano, 1947), Vanna Lupa (Firenze, 1949), Ifigenia, tragedia musicale radiofonica (libretto proprio e di A. Perrini; RAI, 1950; in teatro, Firenze, 1951), Cagliostro (RAI, 1952; in teatro, Milano, 1953), La figlia di Iorio (libretto proprio, da D’Annunzio; Napoli, 1954), L’assassinio nella cattedrale (libretto proprio, da T. S. Eliot; milano, 1958), Il calzare d’argento (R bacchelli; Milano, 1961), Clitennestra Milano, 1965), Rondò veneziano, azione coreografica (caramba; Milano, 1931); musiche di scena: La Nave, 2 pezzi (D’Annunzio; Roma, 1908), La pisanella (D’Annunzio; Parigi 1913; come azione coreografica, Roma, 1955), La sacra rappresentazione d’Abram e d’Isaac (F. Belcari; Firenze, 1917; 2ª versione ampliata, 1926), agamennone (Eschilo; Siracusa, 1931), Le Trachinie (Sofocle, Siracusa, 1933), La rappresentazione di S. Uliva (C. d’Errico, da anonimo del secolo XVI; Firenze, 1933), Edipo a Colono (sofocle; Siracusa, 1936), Le feste delle Panatenee (Paestum, 1936), Come vi piace (Shakespeare; Firenze, 1938), La lunga notte di Medea (C. Alvaro; Milano, 1949), Il Campiello (Goldoni; Venezia, 1957); musiche per film: Cabiria di G. Pastrone (1914), Scipione l’Africano di C. Gallone (1937), I promessi sposi di M. camerini (1941), Il mulino del Po di A. Lattuada (1949), per orchestra: Sinfonia in la (1940), Extase, intermezzo (1898), Il sonno di Giulietta, (1899), Ouverture per l’Edipo a Colono (1901), 3 preludi sinfonici per l’Edipo Re (1904), Ouverture per una farsa tragica (1911), La Pisanella, suite dalle musiche di scena (1913), Sinfonia del fuoco, per Cabiria (1914), Danze per l’Aminta del Tasso (1914), Concerto dell’estate (1928), Rondò veneziano (1929), Canzone di beni perduti (1950), preludio a un altro giorno (1951); per strumento solista e orchestra: Poema emiliano per violino (1913), Canti della stagione alta, concerto per pianoforte (1930), Concerto in do per violoncello (1934), Concerto in la per violino (1945), Aria (Augurio nuziale) per violini all’unisono (1958), Concerto in mi bem. per arpa (1960); musica vocale con orchestra: Canto di guerra per coro (1899), Canzone a maggio per solo e coro (1901), Scena lirica da Le ruine di braunia (R. Salustri, 1901), Messa a 4 voci e archi (sine Credo, 1902), 2 Liriche drammatiche napoletane per tenore (versione anche per pianoforte, 1916-1918), L’ultima caccia di S. uberto per coro (versione anche senza coro, 1929), Epithalamium per soprano tenore e baritono, coro e piccola orchestra (dai Carmina di Catullo, 1939), Oritur Sol et occidit, cantata per baritono (1943), Cantico di Gloria: attollite portas (dai Salmi) per 3 cori, 24 fiati, 2 pianoforti e percussioni (1948) Vanitas vanita-tum, cantata per soli, coro maschile (1958), Vocalizzo per mezzosoprano (1960), Filiae Jerusalem, adjuro vos, piccola cantata d’amore per soprano, coro femminile e orchestra (1966); inoltre: 3 Canzoni (Donna lombarda, La prigioniera, La pesca dell’anello) per soprano e quartetto o orchestra d’archi (1926); 2 Poesie d’Ungaretti (La Pietà, Trasfigurazione) per baritono, violino, viola, violoncello e pianoforte (1953); musica da camera: 2 quartetti (in la, 1906, in re: 1933); Trio con pianoforte (1901, distrutto), Trio con pianoforte in 1a (1925); sonata per violino e pianoforte (1901, distrutta), Sonata in la per violino e pianoforte (1919), Sonata in fa per violoncello e pianoforte (1921), Aria in re per violino e pianoforte (1906), Colloquio, per violino e pianoforte (1949); 3 Canti (versione per violino e pianoforte e per violoncello e pianoforte, 1924); per pianoforte: Sogno (1898), Foglio d’album (1906), Poemetto Romantico (1909), Da un autunno già lontano, 3 pezzi (1911), Sonata 1942 (1942), Canti di ricordanza, variazioni su un tema di Fra Gherardo (1943), cori, 3 Cori sacri (Ave Maria a 3 v., Tantum ergo a 3 voci maschili, Tenebrae factae sunt a 6 v.; 1897), 2 Canzoni (Per un morto a 4 voci maschili, La rondine a 6 voci, 1913), Canto d’amore a 4 voci maschili (1914), Lamento con tenore (Shelley, 1920), Messa di Requiem per 4-12 solisti (1922), De Profundis a 7 voci (1938), 3 Composizioni corali (Cade la sera, D’Annunzio; Ululate, quia prope est dies Domini, Isaia; Recordare, Domine, Geremia; 1942-1943), 2 Composizioni corali a 6 voci (1961), Cantico di gloria per coro misto, 2 cori maschili e 22 strumenti (1968); liriche: 3 liriche (I. Cocconi: Vigilia nuziale, Remember, Incontro di marzo; 1904), Sera d’inverno (M. Silvani, 1906), I pastori (D’Annunzio, 1908), La madre al figlio lontano (R. Pantini, 1910), Erotica (D’Annunzio, 1912) S. Basilio (poesia popolare greca, 1912), Il Clefta prigione (1912), Passeggiata (G. Papini, 1915), 2 liriche drammatiche napoletane (S. Di Giacomo, 1916-1918), 3 Sonetti del Petrarca (La vita fugge, Quel rosignuol, Levommi il mio pensier; 1922), Altre 5 liriche (Adjuro vos, filiae jerusalem, Oscuro è il ciel, Augurio, Mirologio per un bambino, Canzone per ballo; 1932-1933) E il mio dolor io canto (J. Bocchialini, 1940), 3 liriche (Bebro e il suo cavallo, poesia popolare greca; Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio, Michelangelo; In questa notte carica di stelle, M. Dazzi; 1944), 3 Canti d’amore (1956-1959). Inoltre eseguì revisioni e trascrizioni di sonate per violino di F. M. Veracini e di madrigali di C. Gesualdo di Venosa. Il Pizzetti fu inoltre autore dei seguenti scritti: La musica dei Greci (Roma, 1914), Musicisti contemporanei (Milano, 1914), Intermezzi critici (Firenze, 1921), La musica italiana dell’Ottocento (in L’Italia e gli Italiani del sec. XIX, Firenze, 1930), Paganini (Torino, 1940), Musica e dramma (Roma, 1945); La musica italiana dell’ottocento (Torino, 1947), commemorazione di G. Puccini nel primo centenario della nascita (Milano, 1959). Inoltre scrisse articoli e saggi vari in Rivista Musicale Italiana, pianoforte, Rassegna Musicale, Pegaso, Marzocco, La Voce, La Scala (fra cui, Ildebrando Pizzetti si confida, 1949).

Fonti e Bibl.: A. della Corte, Ildebrando Pizzetti e la Fedra in Rivista d’Italia 1915; G. Barini, Fedra di Gabriele D’Annunzio e Ildebrando Piezzetti, in Nuova Antologia 1915; D. Sincero, La première di Fedra alla Scala, in Rivista Musicale Italiana 1915; R. Fondi, Ildebrando Pizzetti e il dramma musicale italiano di oggi, Roma 1919; G.M. Gatti, Le liriche di Ildebrando Pizzetti, in Rivista Musicale Italiana 1919; M. Castelnuovo-Tedesco, La pisanella di Ildebrando Pizzetti, in Critica Musicale 1919; F.B. Pratella, Due avvenimenti musicali: Fedra di Ildebrando Pizzetti, in L’evoluzione della musica dal 1910 al 1917, Milano, 1919; Il Pianoforte, numero speciale dedicato al Pizzetti, 1921; R. Giani, Note marginali agli Intermezzi Critici di Ildebrando Pizzetti, in Rivista Musicale Italiana 1921; G.M. Gatti, Debora e Jaele di Ildebrando Pizzetti: guida attraverso il poema e la musica, Milano, 1922; G. Barini, Debora e Jaele dramma di Ildebrando Pizzetti, in Nuova Antologia 1923; L. Pagano, Debora e Jaele di Ildebrando Pizzetti, in Rivista Musicale Italiana 1923; G.M. Gatti, L’opera drammatica di Pizzetti, in Il Pianoforte 1926; M. Pilati, Fra Gherardo di Ildebrando Pizzetti, Milano, 1928; F. Brusa, Fra Gherardo di Ildebrando Pizzetti, in Rivista Musicale Italiana 1928; M. Rinaldi, L’arte di Ildebrando pizzetti, e Lo Straniero, Roma, 1930; A. Bonaccorsi, Lo Straniero di Ildebrando Pizzetti, in Rivista Musicale Italiana 1931; M. Rinaldi, Ildebrando Pizzetti, poeta, in Musica.d’Oggi 1932; G. Tebaldini, Ildebrando Pizzetti nelle memorie, Parma, 1931; A. Damerini, Verdi e Pizzetti, in Parma a Ildebrando pizzetti, Parma, 1932; G.M. Gatti, Ildebrando Pizzetti, Torino, 1934; M. Rinaldi, Una profetica esaltazione dannunziana sull’arte di Ildebrando Pizzetti, in Rivista Nazionale di Musica 1934; M. Pilati, l’orséolo di Ildebrando Pizzetti: guida attraverso il dramma e la musica, Milano, 1935; G. Gavazzeni, Tre studi su Pizzetti, Como, 1937; M. Rinaldi, Il valore della Fedra di D’Annunzio nel dramma di Pizzetti, Roma, 1937; G. Ponz De Leon, Il dramma lirico nell’arte di Ildebrando Pizzetti, in Rivista Musicale Italiana 1939; L. Tomelleri, Fedra: D’Annunzio e Pizzetti, in 1939; L. Tomelleri, La pisanelle ou la mort parfumée: D’Annunzio e Pizzetti, Rivista Musicale Italiana 1939; Rassegna Musicale, numero speciale dedicato a Pizzetti, 1940; M. Rinaldi, L’Epithalamium di Ildebrando Pizzetti, in Musica d’Oggi 1940; G. Gavazzeni, La sinfonia di Pizzetti, Musica d’Oggi 1941; S. Pugliatti, Il dramma musicale nella poetica di Ildebrando Pizzetti, in Rassegna Musicale 1941; M. Castelnuovo-Tedesco, Ildebrando Pizzetti, in The Book Of Modern Composers, a cura di D. Ewen, New York, 1942; V. del Gaizo, Considerazioni sull’Orseolo di Ildebrando Pizzetti, in Musica d’Oggi 1942; G. Gavazzeni, Brano di un commento all’Orseolo di Pizzetti, in Rassegna Musicale 1943; M. 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Pannain, La figlia di Iorio di D’Annunzio e Pizzetti, in Rivista Musicale Italiana 1955; G. gavazzeni, Altri studi pizzettiani, Bergamo, 1956; E. calabria, Ildebrando Pizzetti, Bergamo, 1956; La città dannunziana a Ildebrando Pizzetti: saggi e note, a cura di M. la Morgia, pescara, 1958; M. Mila, L’assassinio nella cattedrale, in cronache musicali 1955-1959, Torino, 1959; M.Mila, L’Ifigenia di Pizzetti, in cronache musicali 1955-1959, Torino, 1959; M.Mila, La messa di Pizzetti, in cronache musicali 1955-1959, Torino, 1959; A. Damerini, Omaggio a Pizzetti nel suo 80° anno, in Musica d’Oggi 1960; L. Rèpaci, Ildebrando Pizzetti, in Compagni di strada, Roma, 1960; A. Porter, Coventry and London: Murder in the Cathedral, in MT 1962; P. Santi, Il mondo della Debora, in Rassegna Musicale 1962; F. D’Amico, I due Ildebrandi, in I casi della musica, Milano, 1962; M. la Morgia, Linearità e Lirismo in alcune opere di Pizzetti, in Rassegna Muscale Curci, 1963; D. Dé Paoli, Gabriele D’Annunzio, La musica e i musicisti, in Nel centenario di G. D’Annunzio, a cura di D. Dé Paoli e altri, Torino, 1963; L’Approdo Musicale, numero speciale dedicato a Pizzetti, 1966; E. Paratore, Introduzione a La figlia di Iorio di Pizzetti, in Studi dannunziani, 1966; G. Gavazzeni, Pizzetti dopo la morte, in Nuova Rivista Musicale Italiana 1968; G. Pannain, Ricordo di Ildebrando Pizzetti, in Rassegna Musicale Curci, 1968; Uno scritto inedito ed alcune lettere a Gaetano Cesari, a cura di P. Petrobelli, in Rivista Italiana della Musica 1968; A. Gentilucci, Guida all’ascolto della musica contemporanea, Milano, 1969; G.P. Minardi, Ildebrando Pizzetti La giovinezza, Parma, 1980; Ildebrando Pizzetti: Cronologia e bibliografia, a cura di B. Pizzetti, Parma, 1980; G.M. Gatti, e C.G. Waterhouse, in Grove; G. Gavazzeni, Tre studi su Pizzetti, Como, 1938; I. Pizzetti, Milano, 1954; M. Mila, Ascoltando La figlia di Iorio di Pizzetti, in La Rassegna Musicale 2-4 1962; L. Ronga, Arte e umanità di I. Pizzetti, in Dafne a Prato d’Arno ed altri piaceri musicali, Napoli 1974; G. Petrocchi, in Enciclopedia Italiana, XXVII 1935, 466 e Appendice 1979, 806-807; H. prunières, Ildebrando Pizzetti, in Nouvelle revue d’Italie, luglio 1920; L. Parigi, Pizzetti, in Il momento musicale Italiano, Firenze 1921; G. Bastianelli, ildebrando Pizzetti, in Convegno marzo-aprile 1921; G. Bastianelli, La crisi musicale Europea, Pistoia, 1922; A Guzzo, Pizzetti, in Regno 30 maggio 1925; M. Pilati, Fra Gherardo di Ildebrando Pizzetti, in Bollettino bibliografico Musicale 1928; L. Pagano, Debora e Jaele di Ildebrando Pizzetti in La fionda di Davide, Torino, 1928; M. Rinaldi, L’arte di ildebrando Pizzetti e Lo Straniero, Roma, 1931; G. nataletti, Ildebrando Pizzetti, in Quadrivio 26 agosto 1934; G. Gavazzeni, Idea sulla poesia per musica, in Rassegna Musicale 1935; G. Gavazzeni, L’Abraham e Isaac di Pizzetti, in Musica d’oggi dicembre 1937; G. Gavazzeni, La musica di scena di Pizzetti, in RID settembre-novembre 1940; G. Pannain, Le musiche e di Pizzetti e di Debussy per la Pisanella e il Martirio di S. Sebastiano, in Scena aprile 1938; numero speciale della Rassegna dorica dedicato a Pizzetti settembre 1940; Enciclopedia dello spettacolo, VIII, 1961, 208-212; Parma Economica 8 1968, 34-38; Dizionario Ricordi, 1976, 516-517; M. Dall’Acqua, Terza pagina della Gazzetta, 1978, 308-309; G.P. Minardi, in Parma, Vicende e protagonisti, 1978, III, 77; Teatro Regio 8 1980, 75-76; Dizionario letteratura Novecento, 1992, 431; C. Parmentola, in dizionario dei Musicisti Utet, 1988, VI, 40-42.

PIZZATTI ODOARDO
Parma 30 giugno 1853-San Lazzaro parmense 3 agosto 1926
Dal 1868 al 1875 studiò pianoforte al conservatorio di Parma. Fu per due anni maestrino nella classe di elementi e solfeggio parlato e più tardi (1884) maestro di elementi e divisioni musicali della scuola di musica di Reggio Emilia. Ritornato a Parma nel 1900, vi fu ricercato insegnante di pianoforte. Musicò La fata azzurra, fiaba in tre atti di Teresa Fulloni Bedogni (Parma, Collegio Santa Caterina, 21 febbraio 1895) e Gabriele il pastore, vaudeville per fanciulli, tre quadri di Virginia Guicciardi-Fiastri (Reggio Emilia, Frenocomio di San Lazzaro, 19 marzo 1896).

Fonti e Bibl.: C.Schmidl, Dizionario Universale Musicisti, 3, 1938, 620; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 122.

PIZZETTI PAOLO
Parma 5 gennaio 1749-Parma 28 ottobre 1821
Figlio di Ignazio e di Daria Rosati. Appena laureato in medicina e immatricolato in chirurgia e in ostetricia, si pose all’esercizio della professione, acquistando reputazione di buon medico pratico e di ostetricante. Fu fatto medico di Corte nel 1780. Viaggiò in Francia e in inghilterra per un anno a proprie spese e, tornato a Parma nel 1790, riprese a esercitare la professione. Il Camuti, occupato in gravi cariche, rinunciò al Pizzetti, che fu buon conoscitore della lingua francese, l’incombenza di terminare la versione del Trattato de’ mali dell’ossa del Petit, che fu poi stampato dal Carmignani. Il Pizzetti tradusse anche dalla lingua inglese il Trattato delle malattie de’ fanciulli di underwood e lo pubblicò in Venezia nel 1794. A questi lavori è da aggiungersi quello che comparve nel 1781 nella Gazzetta di Parma: La scoperta originaria della Cannabina per le intermittenti, scritto ripreso in un altro foglio periodico: Avvisi sopra la salute umana, del 1782. Il Pizzetti accusò di plagio nel 1796 il concittadino P. Rubini per la pubblicazione della dissertazione sopra L’attività della Datisca Cannabina. Il Pizzetti rifiutò poi la cattedra di Ostetricia, rimasta vacante per la morte del Righi. Durante la guerra del 1799, fu arrestato insieme con altri suoi concittadini e condotto a Milano. Fu poi inviato nelle carceri di piacenza, quindi rinchiuso in quelle del castello di Parma. Alcuni mesi dopo fu prosciolto. Il conte Antonio Cerati scrisse nel 1806 una lettera in versi per le nozze del Pizzetti, contenuta nel terzo volume dei suoi Opuscoli diversi. Fu medico consulente della Corte di Parma negli ultimi anni di vita ed ebbe il titolo di professore onorario dell’Università di Parma. Il Tonani ne scrisse l’iscrizione funebre.

Fonti e Bibl.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 641.

PIZZETTI PAOLO
Parma 24 luglio 1860-Pisa 14 aprile 1918
Laureatosi in ingegneria a Roma nel 1880, vi restò come assistente di Geodesia collaborando col Pisati e il Pucci nella loro nota determinazione assoluta della gravità. Il Pizzetti fu però più un teorico che uno sperimentatore. Insegnò geodesia teoretica nell’Università di Genova dal 1886 al 1900 e geodesia meccanica in quella di Pisa dal 1900 fino alla morte. La sua opera di ricercatore fu certamente tra le più cospicue, nel campo della geodesia teoretica, della prima metà del XX secolo e per la geodesia italiana segnò un’epoca. Nella varia, ricca e geniale produzione scientifica del Pizzetti, che toccò argomenti svariati, sempre con acutezza d’indagine e larghezza di punti di vista, tre indirizzi di ricerche sono in modo particolare da segnalare come quelli in cui conseguì i risultati più importanti e originali: la teoria degli errori, la rifrazione geodetica e astronomica, la teoria meccanica della forma dei pianeti. Le ricerche relative alla teoria degli errori d’osservazione, che investono i principi scientifici della teoria stessa e i suoi procedimenti fondamentali, sono riassunte e raccolte in corpo in I fondamenti matematici per la critica dei risultati sperimentali, pubblicati negli Atti della Università di Genova per il centenario colombiano. Tra i risultati più interessanti degli studi del Pizzetti intorno alla rifrazione, sono degni di rilievo quelli intorno alla rifrazione laterale sferodica e quelli che pongono in luce la scarsa influenza del modo di variare della densità atmosferica con l’altezza nel calcolo della rifrazione. Nel terzo gruppo di ricerche si debbono ricordare, come di alto interesse scientifico, la soluzione del cosiddetto problema dello Stokes (determinazione della funzione potenziale esterna di un pianeta, note la forma di una superficie di livello, la massa e la velocità angolare) nel caso che la superficie di livello sia ellissoidica, le dimostrazioni della formula dello Stokes, che permette di assegnare gli scostamenti lineari del geoide dall’ellissoide in funzione delle anomalie della gravità, indipendentemente da sviluppi del potenziale in serie di potenze negative del raggio vettore e lo studio delle relazioni tra azione esterna e distribuzione di densità nella massa di un pianeta. Anche questo imponente gruppo di lavori del Pizzetti venne da lui riassunto e sistemato nel notevole trattato Principii della teoria meccanica della figura dei pianeti (Pisa, 1913), che è opera fondamentale nella letteratura sull’argomento. Soprattutto in quest’ultimo campo l’influenza dell’opera del Pizzetti fu di grande momento, così che a essa si riallacciò buona parte di quanto fu fatto in argomento, almeno per tutto il ventennio successivo. Fu socio dell’Accademia nazionale dei Lincei e di quella di Torino. Dell’opera del Pizzetti come sistematore e maestro rimane chiara documentazione nel Trattato di geodesia teoretica (Bologna, 1905; 2ª ed. postuma, Bologna 1928). Dopo la sua morte, uscì postumo un volumetto di poesie, Versi, sono argute e piacevolissime le sue poesie dialettali.

Fonti e Bibl.: V.Reina, in Rendiconti dei Lincei 5 1918, 336-345; Enciclopedia Italiana, XXVII, 1935, 466; J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 93; B. Molossi, Dizionario dei parmigiani, 1957, 122; F. Tricomi, matematici Italiani, 1962, 89.

PIZZETTI PIER LUIGI
Parma 1910-1987
Industriale pastario. Si affiancò al padre umberto già nel 1935 nella conduzione del pastificio di famiglia Braibanti, perseguendo con intuizione e determinazione la qualità del prodotto, impiegando in via esclusiva la semola di grano duro e battendosi efficacemente fino a ottenere il recepimento nella normativa della obbligatorietà dell’impiego di tale prodotto.
Fonti e Bibl.: Cento anni di associazionismo, 1997, 405.

PIZZETTI PIER PAOLO
Colorno 1802
Capo falegname della Corte di Parma, nel 1802 sottoscrisse, assieme a Giuseppe Pizzetti, l’inventario estimativo delle mobilie nel Palazzo di Colorno.

Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Parma, Corti borboniche di Lucca e Parma, busta 2, fasc. 2; Il mobile a Parma, 1983, 262.

PIZZETTI PIETRO MARIA
ante 1734-Fornovo 26 maggio 1755
Come informa una grande lapide funeraria posta all’esterno della chiesa parrocchiale di Fornovo, lato nord, il Pizzetti, che vi fu parroco, nel 1745 trasformò l’architettura della chiesa da romanica a barocca e coprì le capriate della navata centrale con un soffitto a botte (in seguito demolito). Il suo intervento è ricordato come segue: Ecclesia haec longis temporib. eversa divina providentia et b.v. mr assumptae patrocinio istorum omniumq: ss. intercessione reparata et aucta anno MDCCXLV sub regimine pri. mrae Pizzetti a. et v.f. cuius ossa hic humiliata iacent a die 26 maii anno dni 1755.
Fonti e Bibl.: L.Merusi, Fornovo di Taro, 1993, 63.

PIZZI CARLO
Parma 1886-1951
Figlio di Italo. Nel 1909 si laureò a Torino in ingegneria industriale elettrotecnica, dedicandosi poi all’insegnamento. Dopo la prima guerra mondiale, cui valorosamente partecipò, fu funzionario dirigente prima del Gruppo SIP e poi del Gruppo Edison alla Comacina. Lasciata Como per la libera professione, si dedicò con particolare passione agli studi inerenti all’industria petrolifera. Incaricato dall’AGIP, oltre a compilare importanti relazioni sull’impiego dei gas naturali, nel 1932 progettò e diresse i lavori del Deposito carburanti a Durazzo, in Albania, quindi nel 1935 quello costiero di Massaua in Africa orientale italiana. Dopo la seconda guerra mondiale fu alle dipendenze del C.I.P., ove resse la direzione dell’Ufficio manutenzione e ricostruzione. Venne in seguito incaricato di delicate funzioni ispettive, nelle quali seppe mettere in luce le sue non comuni doti di tecnico appassionato.

Fonti e Bibl.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 122-123.

PIZZI DAMIANO
Berceto ante 1513-Berceto 18 ottobre 1545
Figlio di Francesco.Il Pizzi si trova ricordato, insieme al fratello Angelo, nel testamento del canonico bercetano Giacomo Becchetti, in data 18 marzo 1513, quale ministro del notaio Broccardo Belloli. Nel sinodo Tusculano si sottoscrisse Praepositus Berceti. Fu anche parroco di Pagazzano e intervenne all’atto di fondazione del Beneficio di San Rocco fatto da Giorgio Franchi con rogito del cancelliere vescovile Antonio Marzocchi in data 22 gennaio 1530. Il Pizzi cedette a livello al prete Bartolomeo e a Giacomo della Cravaria di Pagazzano una pezza di terra nel luogo detto al Grontone e un’altra pezza di terra denominata al Molino, con rogito di Antonio marzocchi in data 3 luglio 1538. Ridusse notevolmente la proprietà fondiaria della Prevostura di Berceto cedendo a livello perpetuo i seguenti appezzamenti (rogito del cancelliere vescovile Antonio Marzocchi): un bosco denominato tra le vigne a Fugazzolo (2 ottobre 1532), un bosco di castagne detto li cogozzi in Valbona, un altro bosco di castagne in Berceto, un fondo detto Rubiatica, un altro fondo denominato Riolo in data 23 marzo 1541, un fondo Tra la costa (8 ottobre 1538) e un altro fondo detto Ripa santa (13 ottobre 1543). Dopo la morte, il corpo del Pizzi fu tenuto , non è chiaro per quale motivo, nascosto in casa per tre giorni sotto la guardia di don Giorgio Franchi e poi seppellito (Diario di berceto).

Fonti e Bibl.: G.Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 71-72.

PIZZI EMILIO
Collecchio 1606/1621
È indicato come arciprete di Collecchio nel Sinodo cornazzano del 1621. Figura nella stessa carica in altri documenti già dal 1606.

Fonti e Bibl.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

PIZZI EUTIZIO
Parma 1598 c.-Parma 28 aprile 1659
Fu priore e poi abate di San Colombano di Bobbio nel 1645. In seguito diresse le abbazie di Gangi, Caveosi, Bobbio e Reggio Emilia, Dal 1654 al 1659 fu abate del monastero di San Giovanni Evangelista di Parma. Eccelse nelle discipline scolastiche e in particolare in quelle economiche. Sollevò dai tanti gravami la sua Congregazione e migliorò la biblioteca del Monastero. Dal 1657 al 1659 fu presidente generale della Congregazione benedettino cassinese. Morì all’età di più di sessant’anni.

Fonti e Bibl.: M.Zappata, Corollarium Abatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 115.

PIZZI FRANCESCO
Berceto 1552/1586
Il Pizzi compare la prima volta quale prevosto di Berceto il 26 ottobre 1552 nell’atto col quale diede in enfiteusi perpetua a Lodovico Scarpa, figlio di Santalotto, un appezzamento di terra laborativa denominato il Praticello, confinante colla via comune, colla sagrestia, coi Pinardi e Bertinelli e con il rio, stimata da don Giorgio Franchi, Alessio Gargalini e Broccardo Cavalli del reddito di 15 lire. Nel 1559 venne investito anche del canonicato di San Cristoforo in San Secondo. Nel Sinodo Sforza del 1564 si sottoscrisse prevosto di berceto. Durante la cura parrocchiale del Pizzi vennero compilati i nuovi statuti del Comune di Berceto (pubblicati da Seth Viotto, Parma, 1553). Dal punto di vista ecclesiastico è importante il capitolo de Diebus Festi celebrandis (p. 51): allo scopo di rendere a Dio Ottimo Massimo il dovuto onore, e la terra di Berceto per grazia Sua riceva incremento; sappia ognuno quali festività debbono essere celebrate in onore di Dio e dei Santi, nei quali non è lecito trattare cause davanti a qualunque giudice od arbitro. A proposito di che tutti i giorni si considerano giuridici, ad eccezione dei sottonotati i quali vanno considerati festivi, vale a dire i giorni di festa in honore di Dio e dei Santi suoi ed i giorni nei quali cadono le solennità dei Santi Remigio, moderanno, Broccardo, Abondio e Tiberio i corpi dei quali riposano nella Chiesa grande. Segue l’elenco dei giorni festivi di ogni mese. Nei due giorni festivi di San Genesio e San Cristoforo nonché nel giorno antecedente e seguente a dette feste vi era completa esenzione di dazio (p. 104). Vigeva la proibizione di lavare erbe, panni et altre robbe vicino al pozzo di San Moderanno, sotto pena di 20 soldi imperiali. A pag. 23 è un altro capitolo che tratta dell’elezione di una persona che tenesse i computi del Comune insieme al prevosto e dei redditi della chiesa di San Moderanno (p. 109). Sotto il Pizzi la Collegiata di Berceto fu oggetto di molte attenzioni da parte della Curia vescovile di Parma. Il cancelliere e notaio Cristoforo della Torre fa cenno di diversi ordini emanati a tale riguardo il 7 maggio 1586 e accenna come ne fossero stati approvati gli statuti in data 3 luglio 1557 (Convenzione del 21 febbraio 1557 stabilita tra il Pizzi e i canonici, rogata da Matteo lozzolasi). Di questi statuti si conservano due esemplari autentici, uno nell’Archivio vescovile di Parma tra le carte della Collegiata di Berceto, l’altro nell’Archivio notarile di Parma tra le filze di Cristoforo della Torre.

Fonti e Bibl.: G.Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 79-86.

PIZZI FRANCESCO MARIA
Parma 1706
Figlio di Federico. Il Pizzi, giureconsulto, fu creato nobile per benemerenze civili da francesco Farnese, con privilegio del 18 novembre 1706.

Fonti e Bibl.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobilia-re, 5, 1932, 401.

PIZZI GIOVANNI LUIGI, vedi PIZZI GIOVANNI MARIA

PIZZI GIOVANNA MARIA
Parma 17 giugno 1485-post 1539
Figlio di Giacopino. Umanista, fu diligente precettore, valente in poesia e retorica, e insegnò in Mantova per molti anni. Compose in latino il libro Della vera amicizia e quello Della vecchiezza. Tradusse in volgare parte delle Commedie di Terenzio, e dedicò alcune ottave a Isabella d’Este Gonzaga, duchessa di Mantova. Scrisse un sonetto in lode del Bembo, che il Pizzi incontrò a Roma quando era già divenuto cardinale. Il Crescimbeni lo lodò come poeta valoroso, e anche il Quadrio ne parla. Le rime del Pizzi furono giudicate pulite e culte e di buona e facile maniera. Il Pizzi fu amico di Antonio Viola.
Fonti e Bibl.: Aurea Parma 4 1958, 237, e 1 1959, 18.

PIZZI GIOVANNI MARIA
Parma 1610/1615
Sacerdote, fu suonatore di trombone alla Steccata di Parma dal 7 maggio 1610 al gennaio 1615.

Fonti e Bibl.: N.Pelicelli, Musica di Parma, 1936.

PIZZI ITALO
Parma 30 novembre 1849-Torino 6 dicembre 1920
Insegnò dapprima alle scuole secondarie, poi al Collegio Maria Luigia di Parma, di cui fu vice rettore. Fu sottobibliotecario alla biblioteca laurenziana di Firenze dal 1879 al 1885. Collaborò anche a Riviste educative come l’educatore Italiano. A Firenze fu libero docente di lingua e letteratura persiana nell’Istituto di studi superiori. Dal 1885 fu professore straordinario di persiano e dal 1899 alla morte ordinario di filologia indoiranica nell’Università di Torino, dove per diciotto anni tenne anche l’incarico di lingue semitiche comparate. Per un breve periodo di tempo, su proposta di Francesco d’Ovidio, il ministro Boselli lo mandò a inaugurare e dirigere l’Istituto orientale di Napoli. D’ingegno vivace e versatile, combatté con grande ardore, forse talvolta eccedendo, l’indirizzo pedantescamente erudito che, sotto influenza tedesca, circa dal 1880 prese a dominare in Italia nello studio delle varie letterature, a detrimento del senso del bello. Questo sentimento umanistico, insieme con la cura di provvedere ai bisogni didattici, dominò tutta la sua produzione anche fuori del campo orientalista. Fu merito del Pizzi se gli studi iranici, soprattutto neopersiani, furono per la prima volta coltivati con serietà e profondità in Italia. Appunto in questo campo si mosse la maggiore produzione del Pizzi, culminante nella traduzione completa, in endecasillabi dello Shãhnãmeh (Libro dei Re) di Firdusi (Torino, 1886-1888, vol. 8; ed. rifatta e compendiata sull’integra, Torino, 1915, vol. 2), condotta scrupolosamente sull’edizione di Calcutta del 1829 e frutto di circa diciotto anni di lavoro. Connesso con questa versione è il libro, che ebbe il premio reale della Regia Accademia dei Lincei (1884), L’epopea persiana e la vita e i costumi dei tempi eroici di Persia (firenze, 1888). Con disegno assai più ampio di quanto fosse stato fatto sino allora e con molte traduzioni poetiche anche da testi inediti, condusse la sua Storia della poesia persiana (Torino, 1894, voll. 2), che arriva sino alla morte di Giãmi nel 1492. Tradusse dal persiano anche il Gulistãn di Sa’ dí (Il Roseto di Saadi, Lanciano, 1917, voll. 2), dal sanscrito il Pancatantra, Le novelle di Visnusarma (Torino, 1896) e parzialmente Le sentenze di bhartrihari (Torino, 1899), da varie lingue orientali i Fiori d’Oriente (Milano,1906), dal tedesco medievale i Nibelunghi (Milano, 1890, voll. 2, in versi) inoltre alcuni testi dal pahlaví, dall’avestico e dal siriaco. Per i bisogni della sua scuola compose grammatiche elementari, con crestomazia e lessico, dell’antico iranico (Torino, 1897), dell’ebraico (Torino, 1899; ristampa 1909), del sanscrito (Torino, 1896), dell’arabo (Firenze,1913), del dialetto arabo d’Egitto (Firenze, 1886; rimesso in circolazione con la data 1912) e del persiano (chrestomathie persane, Torino, 1889). Invece più che semplice libro scolastico è il Manuale della lingua persiana (Lipsia, 1883; 2ª edizione col titolo più esatto di Antologia Firdusiana, Lipsia, 1891). Nel campo orientalista sono da notare inoltre i manuali di Letteratura persiana (Milano,1887), Letteratura araba (Milano, 1903); e Islamismo (Milano, 1903); gli ultimi due di gradevole composizione, ma non privi di gravi difetti. Compose anche qualche libro scolastico di letteratura italiana e di letteratura greca: degni di nota sono gli Ammaestramenti di letteratura (Torino, 1875, molte volte ristampati) poiché per la prima volta introdussero nell’insegnamento ginnasiale utili raffronti con letterature straniere, sia europee che orientali. Componimenti originali in poesia sono il dramma lirico Bizeno (Ancona, 1884), di argomento tolto da F