PABST-PUZZI
PABST CARLO
soletta
1716/1721-post 1746
figlio
di gian tommaso che nel 1728 raccolse leredità
dello zio conte giuseppe maria calvi
e assunse il solo cognome calvi.si dedicò alla carriera militare, e fu tenente
del 54° fanteria austriaca.fu presente alla
capitolazione di ypres, dove venne fatto
prigioniero. nel 1746 prestò giuramento di
fedeltà come confeudatario (col fratello) di coenzo.
FONTI
E BIBL.: V. spreti, enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 251.
PACCHIANI
BERNARDINO
Parma
XVI secolo-Parma post 1605
fu
lettore di logica alluniversità di bologna nel 1581-1582. fu poi lettore di filosofia alluniversità di parma (cartelle
studio dellarchivio di stato
di parma dal 1602 al 1605).
FONTI
E BIBL.: R. fantini, maestri a bologna,
in aurea parma 6 1929, 8; F. rizzi, clero
in cattedra, 1953.
PACCHIANI
PIETRO
1697-bazzano 19 agosto 1763
fu
nomiminato l8 marzo 1728 arciprete di bazzano.
resse la parrocchia trentacinque anni. morì in età di 66 anni, assistito dal cappellano
simone ziveri.gli
atti dei matrimoni redatti dal pacchiani
furono 93. i morti durante la sua reggenza
furono 453 e gli atti di battesimo 465, più 6 battesimi amministrati da simone ziveri.
nel 1751 il pacchiani fece rifondere la campanella
delloratorio dei santi giovanni e paolo.
FONTI
E BIBL.: F. barili, arcipreti di bazzano, 1976, 31.
PACCHIONI CARLO FRANCESCO
parma
1674
frate
francescano, fu maestro e lettore di sacra teologia in cremona. dopo
aver predicato nella chiesa di san francesco di mantova dando dimostrazione di particolare
erudizione e dottrina, il duca di mantova ferdinando carlo
gonzaga lo nominò, con patente del 26 marzo
1674, teologo ducale.
FONTI
E BIBL.: G.picconi, uomini illustri francescani, 1894, 338-339.
PACCHIOTTO, vedi PACIOTTO FRANCESCO
PACCIOTTO FRANCESCO, vedi PACIOTTO FRANCESCO
PACE BERNARDO, vedi ZAMBELLI BERNARDO
PACETTI LUIGI
parma
1855-1915
ingegnere,
leader della frazione socialista riformista che si oppose alla frazione capeggiata da amerigo onofri,
fu battagliero uomo politico e valido amministratore. venne eletto a varie cariche pubbliche: fu
assessore e sindaco di salsomaggiore dal
1905 al 1910, consigliere provinciale di parma,
e per dodici anni (1893-1906) consigliere comunale e assessore, con mariotti ai lavori pubblici e alle comunicazioni
del comune di parma.al
pacetti si deve la municipalizzazione
dellazienda elettrica e il progetto
dellacquedotto che suscitarono accese discussioni, alle quali il pacetti partecipò con singolare vigore. ebbe anche molta parte nella statalizzazione degli
stabilimenti termali di salsomaggiore.
FONTI
E BIBL.: gazzetta di parma 27 dicembre 1920, 1-2; B. molossi, dizionario
biografico, 1957, 113.
PACIFICO
PAOLO
ante
1595-monferrato ante 1642
frate
carmelitano, fu maestro dellordine e
predicatore assai celebre. predicò con
grande seguito a mantova, venezia, bologna,
parma e brescia. dimostrò
particolare dottrina nellinsegnamento della filosofia
a bologna. fu eletto procuratore generale e visitatore della congregazione mantovana, e più volte definitore
nei capitoli. morì mentre era per la seconda volta vicario
generale del monferrato.
FONTI
E BIBL.: G. falcone, cronica carmelitana, 1595, 736; R. pico, appendice,
1642, 76.
PACIOTTI FRANCESCO, vedi PACIOTTO FRANCESCO
PACIOTTO FRANCESCO
urbino
1521-1591
Studiò
prima a Urbino, poi a Roma.Allievo di Gerolamo Genga, fu uno dei più grandi architetti
militari del Cinquecento.Entrato al servizio del duca Ottavio Farnese nel 1540, vi restò
stabilmente fino al 1558 per poi seguire Margherita dAustria, moglie di Ottavio
Farnese, nelle Fiandre, dove eseguì le fortezze di bethune e Arras.Durante le guerre di Parma
(1551) e dei Carafa (1557) il Duca si avvalse della sua opera, avendo il Paciotto
rinforzato e costruito le fortezze di Montecchio, Scandiano, Correggio e Guastalla e
lanno successivo dato un primo progetto per le prime fortificazioni di Borgo San
Donnino, che vennero realizzate a partire dal 1575 sotto la direzione del Boscoli e
secondo un nuovo progetto del Paciotto.Dopo il 1559, per conto del Duca di Savoja, eseguì
le fortezze di Savigliano e Nizza marittima
e iniziò quella di Vercelli.Chiamato da Filippo ii
in Spagna, oltre ad alcuni interventi di ingegneria militare, lasciò progetti per
lEscoriale.Rientrò nel 1564 in piemonte
e progettò la cittadella pentagona di Torino, modello tipico di fortificazione
tardocinquecentesca, che egli riprese nella cittadella di Anversa, eseguita di ritorno in
Fiandra nel 1564 per ordine del Duca dAlba.Lavorò ancora come ingegnere pontificio
ad Ancona e Civitavecchia. Nel 1580 fu impegnato nel rinforzo delle fortificazioni in
Borgo Taro a causa della guerra contro i Landi, ma anche, tra il 1582 e il 1583, nel
progetto civile del disegno del Corridore nel palazzo della Pilotta di Parma, nonostante
non si sia ancora potuto documentarne la paternità.Infatti Ottavio Farnese lo utilizzò
anche come architetto civile, nominandolo, nel 1556, Maestro di strade et sopra la
politica della città nostra di Piacenza e commissionandogli nel 1558 i progetti per il
palazzo Farnese di Piacenza, voluto da Margherita dAustria, ai cui lavori non
riuscì a sovrintendere a causa della sua partenza per le Fiandre.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, documenti
e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 317; R.Gab.,
in grande dizionario Enciclopedico, IX, 1959, 603; Enciclopedia di Parma, 1998, 502.
PICCOLINI
GIOVANNI
borgo
taro 1564/1591
fu
liutista e compositore attivo nella seconda metà del xvi secolo.fu
al servizio del Duca di parma.pubblicò lopera tabularia tribus testitudinibus (1587 e 1591, milano, simone
tini).
FONTI
E BIBL.: L. mensi, dizionario biografico dei piacentini, 1899, 307;
R.Eitner, VII, 275; N.pelicelli, musica in parma,
1936, 73; dizionario chitarristico, 1968,
51.
PACOT
GIOVANNI
1833-parma 12 luglio 1898
maggiore
nellesercito, fu valoroso soldato.Fece
le campagne risorgimentali del 1848, 1859 e 1866.
FONTI
E BIBL.:gazzetta di parma 14 e 15 luglio 1898; G.sitti, il
risorgimento italiano, 1915, 85.
PACUVIUS
IANUARIUS
parma iv/v
secolo d.c.
fu
liberto di m. pacuvius primus che dedicò unepigrafe in pietra
arenaria a lui e alla propria consorte sumonia
apra. pacuvius
è nomen di probabile origine osca e caratteristico dellitalia meridionale.iaunarius, cognomen comunissimo e assai diffuso,
soprattutto in africa, non può suggerire
alcuna particolare considerazione.
FONTI
E BIBL.: M.G. arrigoni, parmenses, 1986, 141.
PACUVIUS
MARCUS PRIMUS
parma
iv/v secolo d.c.
di
condizione incerta, dedicò unepigrafe in pietra arenaria per la coniux sumonia apra,
e per il liberto pacuvius ianuarius, ritrovata subito fuori dalla città di parma a settentrione di essa, databile, per
caratteri paleografici (hedera distinguens, formula
d.m.) e inoltre per le caratteristiche della protome raffiguratavi, al periodo
tardo-imperiale.Pacuvius è nomen di probabile origine tosca, caratteristico dellitalia meridionale. non documentato nelle regioni transpadane, in aemilia è presente, oltre che in questa, in
unepigrafe di cesena. da primus,
cognomen diffusissimo in tutto limpero romano, non si può ricavare alcuna
considerazione di rilievo.
FONTI
E BIBL.: M.G. arrigoni, parmenses, 1986, 141.
PADOVA
ABRAM JEHUDA
Parma
1641
rabbino
e scrittore israelita vivente a parma
nellanno 1641.
FONTI
E BIBL.: M.mortara, rabbini e scrittori israeliti, 1886, 46.
PADOVA
GIUSEPPE
parma
1665-parma 7 dicembre 1725
già
israelita, poi cristiano (col battesimo assunse nuovo nome e cognome: francesco maria
costanti), fu frate cappuccino, sacerdote
e predicatore. compì la professione a carpi il 29 aprile 1686.
FONTI
E BIBL.: f. da mareto, necrologio
cappuccini, 1963, 688.
PADOVA
GOLIARDO
casalmaggiore
3 luglio 1909-tizzano 2 maggio 1979
si
diplomò allaccademia di belle arti
di brera a milano e allistituto darte paolo
toschi di parma. per
alcuni anni abitò nella campagna attorno a casalmaggiore,
lavorando appartato, poi fino al 1942 risiedette a milano,
dove fu anche insegnante. a milano fu amico
di fontana e di badodi.vi
compì esperienze varie di pittura, di progettistica architettonica e di grafica
pubblicitaria. nella sua prima pittura
chiarista, dal 1935 al 1945, espresse una libera, intima intonazione di luce, trovando
unespressione vibrante in silenziosa polemica col novecento. alcune
di queste opere apparvero nella mostra antologica storica che si tenne al teatro regio
di parma nel 1968. una di esse si trova nel museo di parma
(la strada bassa, 1934) e unaltra
nel museo civico di cremona
(paesaggio nel casalasco, 1942). in seguito, soprattutto dopo il periodo di
prigionia in germania, il padova ritrovò vena ed estro. nellimmediato dopoguerra si stabilì a parma, dove vantava una larga schiera di amici ed
estimatori, risiedendo spesso a tizzano. a parma il padova
ebbe tra i suoi sostenitori giuseppe tonna, francesco
arcangeli e attilio bertolucci:
essi contribuirono, con la loro sensibilità profondissima, a consolidarlo in quella
poetica del naturale, che fu per lui limprovvisa illuminazione scoppiata nella sua
pittura negli anni già maturi. partecipò
alle seguenti mostre nazionali: quadriennale
di roma (1935), sindacali regionali lombarde dal 1933 al 1942, iii mostra sindacale al palazzo dellarte di milano
(1941), mostra degli incisori italiani in germania (amburgo,
colonia e monaco, 1934), esposizione internazionale
di grafica (parigi, 1937), mostra paesaggio
lombardo, 1942, (primo premio per il
paesaggio cremonese), premio bergamo (1939 e 1942), artisti lombardi
alla galleria roma (roma,
1942), sindacale toscana (firenze, 1936), premio suzzara,
1957. eseguì gli affreschi della palestra
ginnica di casalmaggiore, i dipinti a
tempera nellatrio della scuola media diotti
di casalmaggiore (1961) e quelli dello
scalone del nuovo municipio di colorno (1963), che illustrano le attività più
tipiche del lavoro agricolo.tenne personali
a cremona (galleria ente
turismo, 1946), milano (galleria cairola, 1958), brescia (galleria
alberti, 1958; galleria san michele, 1969), parma (galleria
del teatro, 1959 e 1968; galleria la
ruota, 1960 e 1963; galleria della steccata, 1964), ferrara (bottega
darte, 1962), modena (ente
comunale di cultura, 1961), torino e bologna.
la sua pittura, strettamente legata ad
atmosfere, personaggi e animali delle zone padane, è orientata verso uno naturalismo
materico pulsante e corposo.dopo la morte
del padova, un cospicuo numero di sue opere
fu donato al museo del csac di parma (istituto
di storia dellarte delluniversità), che allestì una vasta mostra
antologica nel salone delle scuderie della pilotta nel febbraio 1989.altre mostre antologiche furono allestite dalle
gallerie parmigiane niccoli e la sanseverina.
fondamento della pittura del padova è un senso della materia densa, opaca,
tenera alla pressione e alle incisure che vi lasciano i segni delloggetto. una materia come matrice della figura,
dellimmagine, sempre controllata però, con una
luce in essa sciolta, come se venisse dalle profondità della germinazione e del colore,
senza retorica, senza dramma, quindi non espressionista.con una traccia di quel lirismo, comune agli
esempi illustri che, nello stesso senso della pittura di materia, lhanno preceduta,
ma combinata con spunti di racconto. tanto
più che nellanimo e nella vista del padova,
e quindi nellimmagine che dipinge, si annida una tendenza al favoloso: la realtà
viene deformata, ecceduta, alonata da una sottile visionarietà che trasforma il tempo del
racconto e lo complica un poco.la
produzione dei decenni sessanta e settanta fu fittissima.il padova
dipinse con una foga, con un entusiasmo, con una forza e varietà di ispirazione, come non
aveva mai fatto.prima nelle lanche del po, negli orizzonti della bassa, poi sulle prime colline dellappennino (capoponte,
isola, piantalfumo).variò di continuo i temi e per ogni tema dipinse
cicli di opere diverse, diversamente inventate una per una: le gatte, i nidi, gli uccelli
migratori, nature morte di frutta, paesaggi del po
sconosciuto.
FONTI
E BIBL.: e. cassa salvi,
in giornale di brescia 7 dicembre 1958; r.tassi, in letteratura
43-45 1960; a.c. quintavalle, in il resto
del carlino 9 dicembre 1960 e 2 novembre
1961; p. del giudice, in la fiera
letteraria 17 gennaio 1960; e. fezzi, in la provincia
1 gennaio 1960; gazzetta di parma 6
marzo 1968; A.M. comanducci, dizionario dei pittori, 1973, 2278; aura parma
2 1979, 190; aura parma 1 1989, 54-55; T. marcheselli, strade di parma, iii, 1990, 266.
PADOVANI
ANGELO
parma 5 aprile 1887
fece
le campagne risorgimentali del 1859, 1860 e 1866.
FONTI
E BIBL.: a. finetti, in gazzetta di parma 11 aprile 1887, n. 97; G. sitti, il
risorgimento italiano, 1915, 415.
PADOVANI
FRANCESCO
parma
1798
incisore.
lo scarabellli
zunti vide una sua stampa datata 1798.
FONTI
E BIBL.: P. martini-G. capacchi, arte
incisione a parma, 1969.
PADOVANI
GINO
parma
1903-padova 1965
funzionario
della società shell, della quale resse per
oltre 20 anni lagenzia di parma e
provincia, passò poi alle dipendenze dellanonima
petroli italiana, ottenendo la direzione della filiale
di padova. tra il 1925 e il 1940 godette una certa
notorietà quale attore di prosa nella compagnia dialettale dei filodrammatici di parma e al fianco di alberto montacchini,
quale «amoroso brillante». ottenne
successo per la signorilità del tratto, la facilità nella recitazione e leleganza
nel vestire.
FONTI
E BIBL.: F. e T. marcheselli, dizionario dei parmigiani, 1997, 229-230.
PADOVANO
ANNIBALE
parma
o padova 1527-gratz 1575
fu
liutista, organista e compositore. nel 1552
fu organista di san marco in venezia.
compose opere per liuto e organo
FONTI
E BIBL.: dizionario chitarristico, 1968, 52.
PADRE ONORIO, vedi ROSI FRANCESCO
PADUS, vedi RASTELLI VITO
PAËR FERDINANDO
parma
1 luglio 1771-parigi 3 maggio 1839
figlio
di giulio e di francesca. ricevette i primi insegnamenti musicali dal padre,
cornista dal 1778 nellorchestra del teatro di corte
di parma, dal violoncellista gaspare ghiretti
e da federico fortunati, maestro di cembalo e di canto al
servizio della principessa di parma, direttore della scuola di canto
e concertatore degli spettacoli del teatro regio. nel
1784 cantò alla corte di parma in occasione della visita di Gustavo re di svezia. nel
1789 compose la prima opera, la locanda dei
vagabondi, alla quale seguì, nel 1790, i pretendenti
burlati. nel 1791 debuttò come operista a parma e contemporaneamente fu attivo a colorno e a venezia
come maestro di cappella. maestro di
cappella della corte di parma dal 14 luglio 1792, cinque anni dopo fu
nominato direttore musicale di tutti i regi servizi. nello stesso 1797 si recò a vienna con la cantante francesca riccardi
(sua moglie dal 1798), anchessa scritturata allopera italiana. dopo un soggiorno a praga (1801), dal 1803 fu kappelmeister a dresda, città che lasciò nel 1807 per assumere a
parigi il posto di maître de chapelle
presso la corte napoleonica. qui fu anche direttore dellopéra-comique
e, dal 1812, del théâtre des italiens succedendo a spontini. nonostante
le difficoltà della sua posizione nei confronti di rossini,
condirettore del teatro dal 1824 al 1826, tenne lincarico fino al 1827, vincendo
lostilità della catalani, allora
imperante a parigi.nel 1831 divenne membro dellacadémie e lanno successivo direttore della
musica da camera del re e della cappella dei
duchi dorléans. dal 1837 insegnò composizione al conservatorio, del quale fu ispettore dal 1834. il destino storico del paër si definisce, essenzialmente, come quello di
tanti suoi contemporanei (cherubini e spontini in primo luogo ma non solo quelli),
attraverso una serie di fatti che lo portarono alla realizzazione della propria
personalità al di fuori dellitalia,
situazione che negli anni intercorrenti tra la rivoluzione
e la restaurazione indica, proprio
nellampio disperdersi delle migliori energie italiane presso le corti e i teatri
stranieri, un momento di iato nel filo del discorso melodrammatico in Italia, che stendhal definì poi di interegno tra il dorato
mondo di cimarosa e quello, già tutto
permeato di nuovi spiriti, di rossini. gli anni della precoce formazione paeriana si
colorarono del declinante riverbero di quel fervore che pochi decenni prima aveva percorso
la corte parmense, dominato dagli illuminati
intendimenti del ministro du tillot. laffrancamento
dai vincoli scolastici fu altrettanto brillante, con un ingresso sulle scene del teatro
musicale accompagnato da un successo che si allargò rapidamente a molte città della
penisola (padova, milano, firenze,
napoli, roma e bologna)
e che si tradusse in unoperosità intensa, destinata inevitabilmente a rallentare
man mano che il Paër ascendeva a posizioni di sempre maggior prestigio. questo allargarsi di esperienze, apertosi con il
passaggio da parma a vienna, dove venne chiamato come kapellmeister al teatro di porta
carinzia, determinò invece una
trasformazione progressiva dei suoi modi compositivi, sui quali il contatto con la cultura
viennese non poté non rivelarsi incidente, soprattutto nella maggior consapevolezza
formale e in un arricchimento spirituale. tutto
ciò in modo abile però, senza mai troppo scoperte adesioni, tanto che la penna
conservatrice del carpani, in una lettera
del 1804, nel lamentare i danni provocati sui compositori italiani dalleccessivo
entusiansmo per la musica strumentale dei tedeschi,
cita il paër come uno dei pochi rimasti a
difendere la buona musica. in questa
naturale persistenza nella produzione straniera del paër
di quella freschezza melodica propria della lunga tradizione napoletana dovette
probabilmente risiedere la ragione prima della stima guadagnatasi dal paër. a dresda
soprattutto, dove nel periodo tra il 1792 e il 1813 figurano rappresentate ben diciannove
sue opere, contro le nove di cimarosa e le
otto di mayr. in effetti risplende nei lavori composti dal paër in quegli anni della sua prima maturità,
specie in quelli rientranti nella formula allora dattualità della pièce à
sauvetage, una singolare luminosità melodica che ne garantì anche in seguito, sia pur
ridimensionate nella prospettiva storica, le ragioni. spicca tra i suoi maggiori titoli di questo
periodo (camilla, ossia il sotterraneo, achille, sargino,
ossia lallievo dellamore, lodoïska)
leonora, ossia lamore coniugale,
rappresentata a dresda nel 1804, per la
stimolante analogia con il contemporaneo fidelio
beethoveniano, scaturito dalla stessa matrice drammatica di bouilly. vanno
tuttavia realisticamente ridimensionati i tentativi di stabilire una benché minima
dipendenza dellunicum drammaturgico beethoveniano dal lavoro del paër, musicista che beethoven conobbe e, pare, ammirò anche,
subendone forse qualche suggestione esteriore (la marcia
funebre sulla morte di un eroe della sonata
opera 26 pare infatti fosse suggerita da uno spunto dellachille, ascoltato a vienna nel 1801), ma troppo evidente è il divario
tra luniversalità di visione e la forza trasfiguratrice che beethoven proietta dallo stesso soggetto e la
dimensione di armonica piacevolezza, ma non di più, accolta dal paër. il
passaggio da dresda a parigi, con il nuovo importante incarico
conferitogli da napoleone bonaparte, segnò unulteriore trasformazione
dellatteggiamento creativo del paër e
offrì così una nuova testimonianza della sua abilità nel sapere aderire sempre
prontamente, a volte con discutibile astuzia, alle situazioni di successo, come infatti
nota fétis quando a proposito dello stesso
mutamento accenna a una cortigianeria poco degna di un tale artista. a parigi il paër compose e fece eseguire la marcia nuziale
per lo sposalizio dellimperatore dei francesi con maria luigia
daustria (2 aprile 1810), e di lei
divenne maestro di canto. il titolo più
emergente di questo periodo è agnese,
rappresentata a parma (una felice scappata
del paër musicista dei re nella città
natale) nel teatrino di villa ombrosa, nel 1809, con grandissimo successo. non si possono lasciare inascoltate, tuttavia, per
una più lungimirante traiettoria critica, le note dissonanti di stendhal e di berlioz, il primo deluso dopo lascolto di
questopera dalla mancanza di calore nella pur splendente purezza del canto spianato,
il secondo insospettito dalla strumentazione prudente e moderata: osservazioni che
sembrano comunque anticipare una valutazione posteriore di questopera in cui si
possono forse sintetizzare meglio che in ogni altra i caratteri del mondo paeriano, nella
prevalenza del gusto controllato per la bella frase, nella prospettiva armonica sempre
trasparente che si increspa, talora, proprio quando la situazione drammatica si fa più
urgente, tingendo latmosfera di quella trepida elegia che sembra quasi anticipare
certe situazioni donizettiane. sulla
posizione di potere raggiunta dal paër, che
nel 1812 fu chiamato anche a succedere a spontini
nella direzione del théâtre des italiens, si avverte nelle tracce di varie
testimonaianze lombra, anche pesante, della sua attitudine al compromesso e di un
carattere insinuante con cui difese senza troppi scrupoli i suoi raggiungimenti:
denigrando spontini, alla cui sostituzione
non dovette essere estraneo il lavoro di maldicenza messo in atto dal paër e cercando di ostacolare con tutti mezzi la
rappresentazione delle opere di rossini,
fino a dover poi cedere allevidenza del successo che il pesarese, nominato nel 1824 al suo fianco come
condirettore del théâtre des italiens, andò conquistandosi. nel 1826 dovette abbandonare la carica di
direttore del théâtre des italiens sotto laccusa di aver cagionato il
decadimento di quel teatro. si difese
pubblicando un opuscolo intitolato m. paër,
ex directeur du théâtre italien a
mm. les dilettantes (parigi, 1827). forse sulla scia di questo successo rossiniano e
delle prime brillanti affermazioni di nuovi musicisti, come il boïeldieu sul fronte dellopéra-comique,
che si delineò nella produzione diradata del paër,
ormai sul declinare della carriera, vi fu un nuovo sforzo innovativo di cui è
testimonianza le maître de chapelle su
soggetto tratto da una pièce teatrale di duval,
adattato a opéra-comique. la fisionomia di
questopera, lunica a sopravvivere sia pur con rarefatta frequenza nei
repertori novecenteschi, fu purtroppo alterata da una versione italiana in cui manca, tra
laltro, il ii atto, che accentua
ingiustamente certi tratti stilistici, per cui lopera risulta frutto ritardato e
anacronistico della tradizione napoletana, spegnendone per contro quegli umori che il paër aveva accolto con prontezza e abilità dalle
provocazioni dell opéra-comique, pervenendo a esiti di eleganza compositiva e di gustoso
umorismo: tra questi ultimi la messa in caricatura, nella figura del protagonista, il
maestro barnabé, del mal sopportato rossini. a
fianco di una consistente produzione per il teatro (ben 42 opere), il paër lasciò una notevole raccolta di musica
sacra e da camera. tra questultima
prevalgono le pagine vocali, composte spesso per soddisfare le particolari circostanze
connesse alla sua posizione ufficiale. queste
musiche, come del resto le pagine strumentali (tra cui un bel rilievo assumono le tre grandi sonate
per pianoforte), recano la loro più spiccata caratterizzazione in quella naturale ed
elegante vitalità melodica che, al di là dei vari trapassi, rimane come la sigla
significativa del paër, ancora nel 1860
ricordato dal regli come uno dei più
sublimi cigni italiani. il paër
ebbe le maggiori onorificenze dal re luigi filippo: cavaliere
dello speron doro, la legion
donore (1848), membro dellacadémie des beaux artes,
direttore della cappella reale,
poi ispettore degli studi del conservatorio
di parigi e professore di composizione dello stesso istituto. morì a 68 anni. ai suoi funerali furono presenti i maggiori
musicisti, quali cherubini, spontini, mayebeer,
auber e berlioz. il
paër fu autore delle seguenti composizioni. opere teatrali: orphée et euridice
(libretto mons. duplessis; parma,
1791); circe (d. perelli; venezia, 1792); le astuzie amorose, ovvero il tempo fa giustizia a tutti (a. brambilla; parma, 1792); laodicea (g.
foppa; padova, 1793); i portenti del magnetismo (venezia, 1793); icilio e virginia
(g. foppa; padova 1793); i pretendenti burlati (g.c. grossardi; medesano, 1793); saed ossia gli
intrighi al serraglio (g. bertati; venezia, 1793; rappresentata anche con i titoli lintrigo amoroso, il male vien dal buco); il nuovo figaro (da l. da ponte;
parma, 1794); il fornaro (venezia, 1794); i molinari (g.
foppa; venezia, 1794); il matrimonio improvviso ossia i due sordi (g. foppa; venezia,
1794); lidomeneo (g. sertor; firenze, 1794); ero e leandro
(napoli, 1794); linganno in trionfo (firenze, 1794); la rossana
(a. aureli; milano, 1795); anna (padova,
1795); il cinna (a.
anelli; padova, 1795); lorfana riconosciuta (firenze, 1796); lamante servitore (a.s. sografi; venezia, 1796); il principe di taranto (a.
tottola, da la finta principessa di f. livigni; parma, 1797; rappresentata anche col titolo la contadina fortunata); sofonisba (g. schmidt; bologna, 1796; con lo stesso titolo d. rossetti, da g.f. zanetti; bologna, 1805); il fanatico in berlina (g. bertati; vienna,
1797); griselda ossia la virtù al cimento (a. anelli, da boccaccio; parma,
1798); camilla ossia il sotterraneo (g. carpani, da b.j. marsollier; vienna, 1799); tegene e
laodicea (g. foppa; firenze, 1799); il morto vivo (p. franceschi; vienna, 1799); la testa riscaldata (g. foppa; venezia,
1800); la sonnambula (g. foppa; venezia,
1800); poche ma buone, ossia le donne cambiate (g. foppa; vienna,
1800; rappresentata anche col titolo la
moglie ravveduta e in germania col titolo der lustige schuster oder die weiberkur); achille
(g. de gamerra; Vienna, 1801); i fuorusciti di firenze (a.
anelli; dresda, 1802); ginevra degli almieri (g.
foppa; Dresda, 1802); una in bene e
una in male ovvero le astuzie di patacca (g.
foppa; Dresda, 1802); sargino, ossia lallievo dellamore (g. foppa, da j.m. monvel; Dresda, 1803); lodoiska (f.
gonella; bologna, 1804); leonora ossia lamore coniugale (g. schmitdt; dresda, 1804); il maniscalco (Firenze, 1805); I bisogni sollevati
(da sesini; vienna, 1805); numa pompilio
(m. noris; parigi, 1808); cleopatra (c.
olivieri; parigi, 1808); agnese di fitzhenry
(l. buonavoglia e giannetti, da a. opie; vigatto,
1809; rappresentata anche coi titoli agnese
e il padre e la figlia); diana ed endimione
o sia il ritardo (s. vestris;
parigi, 1809); didone abbandonata (p. metastasio; parigi, 1810); le baccanti (parigi, 1811); un pazzo ne fa cento (firenze, 1812); leroismo in amore (l. romanelli; milano, 1815); la primavera felice (l. balocchi; parigi, 1816); le due pupille e i due tutori (milano, 1816); le maître de chapelle ou le souper imprévu (s.m.f. gay, da a. duval; parigi,
1821; rappresentata a vienna in versione
rivista col titolo wie gerufen; anche col
titolo il maestro di cappella); un caprice de femme (j.p.f. lesguillon; parigi, 1834); olinde et sophronie
(incompiuta). in collaborazione con altri: loriflamme, con méhul, berton
e kreutzer (libretto detienne e baour-lormian; parigi,
1814); lo sprezzatore schernito, con farinelli,
generali, guglielmi, pacini, paganini, portugal, sampieri (firenze,
1816); blanche de provence ou la cour des fées, con berton, boïeldieu,
cherubini, kreutzer (théaulon
de lambert e de rancé; parigi,
1821); la marquise de brinvilliers, con auber, batton,
berton, blangini, boïeldieu,
carafa, cherubini, hérold
(scribe e castil-blaze;
parigi, 1831); inoltre, alcuni pasticci. oratorî: il
trionfo della chiesa (parma, 1804); la passione di gesù cristo
(parma, 1810); il s. sepolcro
(dresda, 1818). diverse cantate, tra cui: ulisse e penelope
per 2 violino e orchestra; saffo per Soprano e
orchestra; eloisa e abelardo negli elisi per 2 violino e pianoforte; lamor timido per Soprano e
pianoforte; cantata pel giorno natalizio del
signor luigi franul
de weissenthhurn per soli e pianoforte; adieux de la société de vienne à mme
la principesse borios de galitzin
per Soprano, coro a 3 voci e pianoforte; e altri pezzi vocali
profani (o notte soave, serenata per soprani, tenore, basso, coro,
violoncello, contrabbasso, pianoforte o arpa; la
francia in pace, inno; grazie rendiamo inno a 3 voci; lodalisca per canto, pianoforte, e corno
obbligato; laddio di ettore per 2 violini e pianoforte; pastorale che si canta dagli zampognari in roma per 5 violini e pianoforte; dodici ariette italiane per violino e pianoforte; la biondina in gondoleta, aria con variazioni; il tempio
darmonia, coro); duetti; liriche. musica
sacra: 2 messe; 4 offertori; kyrie; gloria; salmi; mottetti. musica per orchestra o strumentale: sinfonia in re maggiore; sinfonia baccante; concerto per pianoforte; concerto per organo; variazioni per orchestra sul vive henry
iv; fantasia
per pianoforte, 2 flauti, 2 corni e fagotto; tre
grandi sonate per pianoforte con accompagnamento di viola o violoncello ad lib.; quattro grandi marcie e potpourri variato per pianoforte; sei valzer per banda. opere didattiche: 24 exercises pour voix; esercizi per voce di soprano o tenore, ossiano
variazioni progressive sulla scala e solfeggi; sei
solfeggi facili per cantar di portamento; trente-six
vocalizes puor voix de basse-taille, avec pianoforte.
FONTI
E BIBL.:t. massé e a. deschamps, paër e rossini,
parigi, 1820; c. de colobrano,
funérailles de ferdinando paër, Parigi, 1893; c.r. barbiera, immortali e dimenticati, milano, 1901; a. della
corte, lopera comica italiana, bari, 1923; r.
engländer, ferdinando paër als sächsicher hofkapellmeister, in neues archiv
für sächsische geschichte 1929; r. engländer, paërs leonora
und beethovens fidelio, in neues beethoven-jahrbuch 1929; n. pelicelli, musicisti in parma nel secolo xviii, in note
darchivio 1935; g. tebaldini, fernando paër,
in aurea parma 1939; g.p. minardi, ferdinando paër
nel secondo centenario della nascita, in archivio
storico per le province parmensi
1971; r. celletti, la leonora
e lo stile vocale di paër, in Nuova
Rivista della Musica Italiana 1972; j. budden,
in grove; enciclopedia italiana, xxv, 1935, 901; enciclopedia dello spettacolo, vii, 1960, 1461-1463; parma economica
3 1971, 29-32; dizionario ricordi, 1976, 490-491; M. dallacqua,
terza pagina della gazzetta, 1978, 305; la reggia di colorno nel 700, 1979, 99-102; C. gallico, le
capitali della musica. parma, 1985, 134-136;
g.P. minardi, in dizionario dei musicisti, utet, 1987, v,
498-500; dizionario dellopera
lirica, 1991, 657-658.
PAËR FRANCESCA, vedi RICCARDI FRANCESCAriccardi francesca
PAËR
GIULIO
Parma-parma 20 marzo 1790
padre
e primo maestro del celebre ferdinando. dopo aver fatto il trombettiere nelle guardie del corpo (1769-1771), il paër divenne professore di corno da caccia della reale orchestra
di parma (19 gennaio 1778), carica che
mantenne fino alla morte. in un memoriale di
angelo morigi in data 2 settembre 1790 si legge: giulio per
marito di certa francesca morto il 20 di
marzo 1790, suonatore di corno da caccia soprannumero della r.le orchestra.
poco prima febbricitante suonò nelle 11
feste da ballo de r.li principini.
FONTI
E BIBL.: archivio di stato di Parma, ruolo a,
1, fol. 857; teatri 1732-1843, cartella n. 1; N. pelicelli, musica in parma,
1936, 225; g.p. minardi, ferdinando paër nel 2° centenario della nascita, in
Archivio Storico per le Province Parmensi 1971, 230; parma nellarte 1 1982, 123.
PAERINI
parma
1690
incisore
di stampe al bulino attivo nellanno 1690.
FONTI
E BIBL.: P.zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, xiv 1823, 215.
PAGACINI
CRISTOFORO
berceto
1676-berceto 14 gennaio 1743
di
famiglia originaria di san secondo, fu diversi anni parroco di castellonchio, poi di pagazzano e di casacca. venne
presentato dal duca francesco Farnese alla prevostura di berceto,che il pagacini ottenne l8 luglio 1724. spiegò una speciale attività nel provvedere di
arredi e di mobili la chiesa ma con poco rispetto dei cimeli antichi. il 3 luglio 1729 venne demolito lantico
altare maggiore per ridurlo alla romana, ed
alluso moderno e, col permesso del vescovo marazzani,
venne cercato il deposito di santabondio martire, che per tradizione si sapeva
essere conservato in detto altare.venne
infatti rinvenuta la cassa di piombo contenente le ossa del santo e una cassetta di castagno contenente
frammenti di reliquie, alcuni pezzetti di ottone e una scatoletta di latta con
allinterno lautentica ormai illeggibile. il 10 settembre 1730, presenti i membri della collegiata, il reggente della comunità e altri notabili civili e militari del
paese, le ossa di santabondio vennero riposte nellurna
dellaltare nuovo (di legno, di forma barocca). il pagacini
morì alletà di 67 anni.
FONTI
E BIBL.: G. schianchi, berceto e i suoi arcipreti, 1927, 112-113.
PAGANELLI
parma
1743
fu
cantore della cattedrale di parma nellanno 1743.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, musica in parma,
1936.
PAGANEN DEL SERC, vedi ORLANDI PAOLO
PAGANI ALFONSO, vedi PAGANINO ALFONSO
PAGANI
ANTONIO
medesano
28 luglio 1893-dolina del ciliegio 17 settembre 1916
figlio
di paolo e marcella minotti. soldato nel 9° reggimento fanteria, morì combattendo da valoroso sul carso in seguito a una ferita di arma da fuoco.
FONTI
E BIBL.: caduti di noceto, 1924, 40.
PAGANI
BRUNA
Parma
1914-Firenze 8 dicembre 1995
Fu la maggiore esponente femminile del movimento repubblicano di parma, chiamata a responsabilità nazionali
anche nel contesto dellassociazione
mazziniana italiana. Tra le proprie
amicizie, vantò quelle di Randolfo Pacciardi, di Giovanni Spadolini e della professoressa
Riccioli, madre di Lando Conti, sindaco di Firenze, assassinato dalle Brigate rosse.
Lorigine della militanza politica della Pagani è da collegare in modo specifico al
ruolo del padre umberto, sindacalista,
mazziniano, perseguitato dalla dittatura fascista, personalità di spicco nella storia
politica di oltre un cinquantennio in campo regionale e nazionale. la Pagani e il fratello franco impararono presto a condividere in modo
diretto lattività antifascista paterna esponendosi anche ai rischi dellazione
cospirativa. lesempio di saldezza
morale e di intransigenza fornito dal padre li temprò a una vita di sacrifici. quando umberto
pagani, verso la fine del 1926, fu inviato
allesilio di lipari, la famiglia
affrontò al suo fianco le asprezze del confine. la
pagani (detta tra i confinati la signorina
di lussu) ebbe un ruolo significativo nella
preparazione e nella copertura della fuga dallisola di lipari di rosselli,
lussu e nitti. durante
il periodo di riorganizzazione segreta del partito
repubblicano italiano, sfociato nel congresso nazionale clandestino di milano (dicembre 1943), la pagani fece da corriere recandosi di persona ad
avvisare i convenuti nelle rispettive città. quando
il padre assunse a bologna lincarico
di vice segretario del comitato di
liberazione nazionale per lemilia-romagna, nuovamente la pagani e il fratello franco seppero affiancarlo per quei collegamenti e
contatti a vasto raggio che dovevano servire ai preparativi dellinsurrezione
nazionale contro i nazifascisti. dopo il
matrimonio con lingegnere agostini,
dirigente compartimentale delle ferrovie
dello stato, la Pagani visse lungamente a firenze.
FONTI E BIBL.: p. tomasi, in gazzetta
di parma 8 gennaio 1996, 5.
PAGANI
FRANCESCO
parma
1628/1634
Fu
soprano alla steccata di parma dal 7 novembre 1628 fino al 10 agosto
1634.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, musica in parma,
1936.
PAGANI
GAETANO
parma
1893-san remo 1965
unitamente
ai fratelli condusse e sviluppò lazienda fondata dal padre lodovico alla fine dellottocento, dedita alla trasformazione industriale
del pomodoro in panocchia di vigatto. con
lavvento del pagani si passò dalla
primitiva preparazione della conserva essiccata al sole a una vasta gamma di concentrati
ottenuti con limpiego della boule. lagricoltura
deve al pagani la bonifica di estesi terreni
nel triangolo corcagnano-vigatto-panocchia.
Diffuse la coltura del pomodoro che diventò una grande
risorsa in tutta la zona pedemontana. fu
presidente della società del canale, consigliere della cassa di risparmio di Parma e commissario
straordinario del consorzio agrario
provinciale. nel nome del padre lodovico, fondò lasilo di panocchia.
FONTI
E BIBL.: G. Pighini, storia di parma,
1965, 179; cento anni di associazionismo,
1997, 404; F. e T. marcheselli, dizionario dei parmigiani, 1997, 230.
PAGANI
LODOVICO
1866-Panocchia
10 ottobre 1939
fu
tra i pionieri del settore industriale delle conserve e della lavorazione del pomodoro.
FONTI
E BIBL.: cento anni di associazionismo,
1997, 404.
PAGANI
MARCO ANTONIO
busseto
1796/1805
fu
poeta e grecista insigne. rettore del
seminario di borgo san donnino,
tenne a busseto la cattedra di rettorica. fu uno dei fondatori nel 1796 in busseto dellaccademia di greche letterre
(in cui prese, come era uso, il nome di riscaldato),
la quale era sorta, informa il seletti, allo
scopo di rendere familiare lo studio dei classici scrittori, e porre un freno a quella
irruzione di poeti, che le arcadie con
troppa facilità laureavano. in seguito alla
rinuncia di pietro vitali, divenne bibliotecario della biblioteca di busseto (21 gennaio 1800). la consegna e la firma dellatto furono fatte
in modo solenne, alla presenza di felice ghirardelli, gian francesco cavitelli marziani e giuseppe
rusca, reggenti, e di pietro vitali.
fu inoltre presente il conte annibale dordoni,
mallevadore per il pagani. il pagani
si obbligò di dover tenere apperta la detta libraria
tutte le vaccanze in giorno però non festivo ecclesiastico,
che sono apposte nel calendario di queste reali
scuole, e così nellanno scolastico
dal primo novembre a tutto il luglio successivo, e tre giorni la settimana che
detta reggenza concede. il pagani
però non rimase per lungo tempo a dirigere la biblioteca, o meglio, pur conservandone la
direzione, non se ne occupò a lungo. Del
periodo della sua reggenza, si sa, da
lettera esistente nellarchivio del monte di pietà
di busseto, che il 9 ottobre 1801 il pagani chiese al governo di parma
che le 400 lire annue per lacquisto di libri gli fossero anticipate dal monte, richiesta che fu approvata dal duca ferdinando di borbone. nel
1805 il pagani viene nominato maestro di grammatica a fiorenzuola e con lettera del 31 ottobre,
conservata anchessa nellarchivio
del monte, avvertì la reggenza chiedendo che si provvedesse alla nomina
di un nuovo bibliotecario.
FONTI
E BIBL.: A. Napolitano, biblioteca di busseto, 1965, 23-24 e 26-27; D. soresina, enciclopedia
diocesana fidentina, iii, 1978, 1289.
PAGANI
PAGANO
parma
1188
fu
podestà e rettore del comune di parma nellanno 1188 (archivio capitolare
di parma, 4 luglio 1188).
FONTI
E BIBL.: aurea parma
3/4 1929, 8.
PAGANI
PAGANO
parma
1180 c.-monte santangelo
1250 c.
figlio
di Alberto di Egidio.Fu podestà di Parma nellanno 1210.È ricordato nel chroniricon parmense (p. 6 e 8 delledizione Bonazzi,
Città di Castello, Lapi, 1902). nel chroniricon parmense è detto che nel 1210, durante la
podesteria del pagani, limperatore ottone iv
fecit concilium in civitate parme. dei risultati di quel solenne raduno e delle
signorili ed entusiastiche accoglienze ricevuta dal pagani
e dalla cittadinanza, limperatore fu
così lieto che, con uno splendido diploma del 26 maggio di quello stesso anno (che si
conserva in originale nellarchivio del
comune di parma), concedette i più ampi privilegi alla
città e, per essa, al pagani. il pagani
fu onorato di molte podesterie nelle principali città lombarde. memorabili furono quella di cremona del 1220, durante la quale il pagani condusse valorosamente lesercito dei cremonesi in aiuto dei reggiani nellardua impresa di gonzaga (annales
cremonenses in monum. germ.
histor., tomo xviii, 806) e laltra di modena del 1229, che diede modo al pagani di dimostrare il suo grande valore di
capitano conducendo lesercito dei modenesi,
parmigiani e cremonesi a una splendida vittoria contro bolognesei, milanesi,
piacentini, bresciani e romagnoli
nella sanguinosa giornata di san cesario (5 settembre). frate salimbene,
allora giovinetto di otto anni, vide disposte trionfalmente, come bottino di guerra, nella
piazza del duomo di parma magnam moltitudinem di macchine belliche,
tolte in quella giornata ai bolognesi e ai
loro alleati. nel narrare le vicende della
forte mischia, salimbene non dimentica di
aggiungere che quella gloriosa vittoria segnò la fine della famiglia del pagani. nello
scontro di san cesario il pagani
fece combattere anche il proprio unico figlio, molto giovane e che soltanto da poco era
stato armato cavaliere. al primo assalto il
giovane cavaliere cadde mortalmente ferito. il
pagani, imperturbabile, vedendolo morire
esclamò: non fa; poichè cavaliere e combattendo ei si muore. la battaglia era nel momento decisivo e ancora
incerta e contrastatissima la vittoria. ogni
atto di debolezza da parte del pagani che
comandava le forze delle città ghibelline avrebbe potuto riuscire fatale: il pagani, in quel momento drammatico, seppe vincere
laffetto e nascondere il giusto dolore di padre. alla fine la battaglia fu vinta e al pagani se ne diede gran lode.dalla gloriosa ma fatale giornata di san cesario
fino alla vittoria dei fuoriusciti guelfi presso il taro
e al loro ingresso in parma (16 giugno 1247)
il pagani, rimasto ultimo rappresentante del
suo casato, visse nel bel palazzo avito in parma,
intento soprattutto a mantenere la città nella fede allimperatore e allimpero: compito ben difficile sempre, giacchè
molti e potenti erano i guelfi fuoriusciti, ma divenuto difficilissimo dopo che il 25
giugno 1243 venne innalzato alla cattedra pontificia innocenzo iv
(sinibaldo fieschi), che aveva studiato e aveva vissuto per
molti anni a parma, vi era stato arcidiacono
e vi aveva accasato tre sorelle e una nipote nelle potenti famiglie dei sanvitale, dei rossi, dei boteri
e dei tavernieri. entrati i guelfi in parma, dovettero uscirne in esilio le principali
famiglie ghibelline. di esse, il salimbene, allora assente da parma, non seppe dire i nomi. li registrò invece un altro scrittore
contemporaneo, lanonimo degli annales placentini ghibellini, il quale, trovandosi con i fuoriusciti
ghibellini in piacenza al campo imperiale,
afferma che in quel campo, il 30 giugno 1247, erant cum imperatore circa cc milites parme qui de civitate exierant, e tra essi
ricorda espressamente il pagani (annales placentini
gibellini, in monum. germ.
histor., tomo xviii, 494). il
salimbene ricorda invece la miseranda fine
del palazzo dei pagani. allanno 1250 (Cronica, 376) ricorda come il
palazzo del marchese manfredo pelavicino e quello del pagani (i due più bei palazzi di parma) fossero contigui e prospicienti sulla
piazza del comune, allora di dimensioni
ridotte. il salimbene aggiunge che parmenses occasione guerrarum funditus
destruxerunt ambo palatia, et beccarii fecermet ibi macellum. distrutti i palazzi e le case che abitavano in
città, confiscati i pingui poderi e i castelli che avevano nel contado, perduta con la
disfatta di federico e con la distruzione di
vittoria (18 febbraio 1248) ogni speranza di
ritorno in patria, i ghibellini di parma
seguirono, anche nellavversa fortuna, il vinto imperatore. lo
raggiunsero in puglia e, venuto meno federico (13 dicembre 1250), conservarono uguale
fede al figlio manfredi, che li ebbe seco,
leali e decisi a ogni sbaraglio, fino alla fatale giornata di benevento (1 marzo 1266). il pagani,
ormai settantenne, passò in pace gli ultimi giorni di una vita tribolatissima a preparare
la sua tomba in luogo sicuro e ancora difeso dallaquila sveva.a questo scopo, scelse monte santangelo, che si inerpica vertiginoso su una rupe,
quasi inacessibile a ogni attacco nemico. la
signoria dellonore di monte
santangelo, passata dai re normanni agli svevi, era stata lasciata in eredità da federico ii
al figlio manfredi, insieme con il principato di taranto:ragionevole, quindi, la speranza del
Pagani che, qualunque fosse stata la sorte risevata ai regni di sicilia e di puglia a allimpero dei romani,
quellantico possedimento di famiglia dovesse rimanere agli svevi.questa
speranza consigliò indubbiamente il pagani
a costruire lì presso la sua tomba: una pulcram tumbam che ricordase ai posteri il nome e
lo splendore della famiglia illustre che con lui si spegneva. senonchè le scarse ricchezze salvate nel
naufragio delle confiscate fortune, non furono forse sufficienti a fare opera veramente
degna del nome dei pagani. da ciò la necessità di unirsi ad altri: e
infatti rodelgrimo da monte santangelo, un valoroso compagno di armi e di fede, si
unì al pagani nella nobile impresa.
FONTI E BIBL.: aurea parma 3/4
1929, 3-19; salimbene, chronicon; E. ricotti, storia delle compagnie di ventura, torino,
1893; C.argegni, condottieri, 1937, 379; f. da mareto, bibliografia, ii, 1974, 782.
PAGANI
ROMULADO
parma
7 febbraio 1828- rio de janeiro 25 agosto 1885
appena
diplomato alla scuola di musica di parma (7 luglio 1848), ove studiò clarinetto, si
dedicò allo studio delloboe divenendone rinomato professore. nel 1855 si portò a rio de janeiro
in qualità di professore di oboe nella scuola
musicale della città.
FONTI
E BIBL.: C.Alcari, parma nella musica, 1931, 147.
PAGANI
UMBERTO
parma
9 ottobre 1892-Parma 26 luglio 1966
emerse
giovanissimo nellagone politico del primo decennio del xx secolo: fu segretario nazionale, a soli diciotto
anni, della federazione giovanile socialista
di osservanza sindacalista rivoluzionaria con sede a parma, amico fraterno di alceste de ambris
e di filippo corridoni.Il pagani fu valoroso combattente nella prima guerra
mondiale, allievo ufficiale proposto per una decorazione al valore militare sul campo, e
trascorse due anni di prigionia in bulgaria.
particolarmente attivo nel settore
sindacale, diventò nel dopoguerra segretario della camera del lavoro di cesena. fu
poi segretario regionale della federazione
emiliano-romagnola del partito repubblicano italiano (1925) e fiduciario per parma dellassociazione italia libera. con lentrata in vigore delle leggi
eccezionali del 9 novembre 1926, il pagani
fu uno dei sei parmigiani soggetti alle
nuove misure liberticide di invio al confino: finì a lampedusa, conoscendo in seguito diverse altre
residenze coatte. a lipari poté riunirsi ad
altri confinati di parma: luigi grossi,
mario ilariuzzi,
dante gorreri e guido picelli. complessivamente,
il pagani riportò undici anni di confino,
nove mesi dei quali trascorsi vagando da lampedusa
a lipari, da ponza a ventotene.
ebbe fraterni rapporti con carlo rosselli,
fausto nitti, emilio lussu, mario
angeloni, bauer, momiliano,
ferruccio parri, ernesto
rossi, albini e altri esponenti della politica e della
vita culturale democratica italiana, impegnati (nellesilio, in carcere o nella
clandestinità) per abbattere la dittatura fascista. il pagani
subì anche cinque mesi di prigione a roma,
quando venne ordita una provocazione dellovra
contro il gruppo di intellettuali sostenitori di giustizia
e libertà. proprio il pagani svolse un ruolo decisivo nello
smascheramento della provocazione contribuendo a richiamare lattenzione pubblica
mondiale sulle clamorose illegalità del processo di
roma. giunto il momento dello
scontro decisivo, partecipò attivamente alla lotta armata insieme ai propri figli. nei momenti più drammatici della resistenza assunse la responsabilità di vice
segretario del comitato regionale di
liberazione per lemilia-romagna, con sede a bologna, poi fu segretario del comitato di liberazione nazionale di parma, a fianco di pietro campanini.
dopo la liberazione, venne chiamato a dirigere la camera del lavoro di parma e assunse importanti responsabilità nel partito repubblicano. fu tra i fondatori a roma dellunione italiana del lavoro. la morte lo colse a 74 anni, dopo
unesistenza interamente dedicata allaffermazione dellordine democratico,
basato sul pluralismo, sulla giustizia e sul progresso civile e sociale dei lavoratori.
FONTI
E BIBL.: T. Marcheselli, strade di parma, ii, 1989, 146-147.
PAGANI
VINCENZO
noceto
1 febbraio 1898-
carpentiere,
iscritto al partito comunista italiano, dopo la promulgazione delle leggi
eccezionali venne impiegato dal centro organizzativo del partito come corriere
clandestino. arrestato a firenze il 16 settembre 1927 nel corso di una
missione, fu deferito al tribunale speciale che lo condannò a otto anni di
reclusione.
FONTI
E BIBL.: enciclopedia della resistenza e dellantifascismo, iv, 1984, 353
PAGANINO
ALFONSO
bologna
1562/1620
figlio
del pittore bolognese giovanni antonio. il
28 ottobre 1562 è documentato il pagamento al Paganino di 8 scudi e 10 soldi per 54 giornate di lavoro
nel palazzo del giardino di Parma (Archivio
di Stato di Parma, mastri farnesiani,
1562, c. 108). il 18 gennaio 1579 si
sposò nella parrocchia di san gervaso in Parma. assieme agli altri due decoratori, bernardino buj
e aurelio bertoja, fu pagato il 14 febbraio 1586 per lavori
al catafalco della duchessa margherita
daustria. gli stessi tre decoratori sono documentati per
lavori ai padri serviti di parma dal 1588 al 1615 (Archivio di Stato di
Parma, archivio dei padri serviti
di parma). altri pagamenti ai tre decoratori sono documentati
negli anni venti del xvii secolo.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli zunti, documenti
e memorie di belle arti parmigiane, volume iv,
65.
PAGANINO
ALFONSO
parma
1558 c.-parma 29 ottobre 1607
fu
tenore e compositore e abitò nella vicinanza di san
prospero in parma. dalla
moglie silvia banzola ebbe diversi figli: ercole, domizio,
maddalena e agata. sin
dal 26 febbraio 1596 fu eletto tenore alla steccata
di parma, con lobbligo di prendere
servizio il 1° marzo. versava in condizioni
di miseria, e si rivolse perciò più volte con lettere alla compagnia della steccata per ottenere un prestito (mandati della steccata 1596-1599), dichiarando anche di avere
ammalata la moglie e due figli. sul
principio del 1602 il paganino lasciò la steccata e si portò in polonia presso la corte del re sigismondo iii,
intrattenendovisi sino ai primi giorni del 1605. di
ritorno a parma, fu nuovamente come cantante
alla steccata. il paganino
fu anche compositore. di lui si conosce
una sola composizione sacra: confirmatum est
cor virginis a otto voci, 1604, nelle melodiae
sacre raccolte da vincenzo lilio, p. 16 (regensburg, biblioteca, incompleto). secondo il pelicelli,
il Paganino era figlio del pittore bolognese giovanni
antonio.
FONTI
E BIBL.: n. pelicelli, la cappella corale della steccata nel secolo xvi, 47-48; r. eitner, quellen-lexikon, vol. vii, 282, e sammelwerke,
763; C. alcari, parma nella musica, 1931, 147; N.pelicelli, musica in parma,
1936, 28 e 295; enciclopedia della musica,
3, 1964, 353.
PAGANINO
AURELIO
Parma
seconda metà del xvi secolo
pittore
attivo nella seconda metà del xvi secolo.
FONTI
E BIBL.: E. scarabelli zunti, documenti
e memorie di belle arti parmigiane, IV, 221.
PAGANINO
GIOVANNI ANTONIO
bologna
1526 c.- post 1596
pittore
documentato a parma dal 1572 al 1596. il 27 settembre 1572 gli anziani del comune gli pagarono uno scudo doro da
sette lire e 19 soldi per aver dipinto il fregio e il camino della camera della residenza
degli anziani (archivio di stato di parma, archivio comunale, ordinazioni
comunali, c. 200). il 19 febbraio 1573 fu
pagato dal comune 2 lire e 10 soldi per aver
miniato gli stemmi di ottavio farnese sopra due marzapani da presentare al duca insieme ad altri doni nelloccasione
della nascita del secondogenito odoardo. il 6 aprile 1573 si trasferì definitivamente a parma, mettendosi a servizio del duca ottavio farnese
come primo pittore di corte con
provvigione di 12 scudi al mese. nel
1574-1575 affrescò la biblioteca del monastero benedettino di san giovanni evangelista insieme al bolognese ercole pio.
tra il 1583 e il 1584 lavorò nel monastero
di san
giovanni evangelista affrescando la
volta del coro. il 24 febbraio 1586 venne
pagato 170 lire per ventisette giorni di lavoro per il catafalco della duchessa margherita farnese. il
20 maggio 1587 stabilì un contratto con il monastero di san giovanni
evangelista per dipingere la volta del nuovo
coro della chiesa, avviando i lavori a partire dal 10 giugno 1587 con lobbligo di
non abbandonare o interrompere lattività e per il prezzo di 300 scudi doro da
7 lire e 2 soldi luno. tra i testimoni
del contratto compare anche cesare aretusi (Archivio di Stato di Parma, archivio dei benedettini di s. giovanni evangelista).
per tale impresa, l8 giugno 1587 il paganino ricevette il saldo dei 300 scudi
doro. l8 marzo 1588 stipulò un
contratto con i padri serviti per affrescare la navata della loro
chiesa secondo i soggetti indicati da girardo
cerato, benefattore, affinché fosse
realizzata cosa vaga et bella, havendo però riguardo alla povertà della chiesa. i patti prevedevano la realizzazione in sei mesi
della decorazione, luso di colori fini e la realizzazione del fronte spicio de la madonna con larma de la religione al prezzo stabilito di 70 scudi
doro. fu presente allatto
notarile anche maestro aurelio,
collaboratore del paganino (archivio di Stato di Parma, rogito di biagio zanacchi,
filza 19, 1588-1589). questo maestro aurelio potrebbe essere aurelio bertoja
oppure il maestro aurelio citato insieme a
un certo bernanrdino e a maestro alfonso a c. 65 del iv volume
dello scarabelli zunti. maestro
alfonso potrebbe essere il figlio del paganino. nel
1593 il paganino venne pagato dalla casa farnesiana per aver lavorato
allallestimento del funerale del duca alessandro
farnese insieme a pomponio allegri,
cesare baglione e innocenzo
martini (archivio di Stato di Parma, mastro 1593-1594). nel 1596 la compagnia
delle 5 piaghe pagò al paganino 14 lire e 12 soldi come saldo delle
opere realizzate in occasione della solennità delle quarantore (archivio di Stato di Parma, confraternita delle 5 piaghe, mazzo 9, fasc. 5). g. cirillo e g. godi attribuiscono al paganino un disegno della biblioteca palatina
di parma nel quale compare lantica
segnatura le.lo spada in. et fecit 1585, non considerata dagli
autori attendibile avendo in quellanno lo spada
solo nove anni. gli studiosi ritengono che
la segnatura sia importante per stabilire la data approssimativa di esecuzione del disegno
e la provenienza dalle raccolte farnesiane.
FONTI
E BIBL.: i. affò, il
parmigiano; p. zani (peganini); p. donati, nuova
descrizione di parma, 1824, 41-45; g. bertoluzzi, guida di parma,
1830, 124; n. pelicelli, guida di parma,
1910; E. Scarabelli Zunti, Documenti
e memorie di Belle Arti parmigiane, vol iv, cc. 219-221; künstler-lexikon, vol. xxvi, 139; g.
cirillo-g. godi, i disegni della biblioteca palatina
di parma, parma 1991,
xi-xii; archivio storico per le province parmensi xlvi 1994, 351-353.
PAGANINO
GIUSEPPE
genovese
1786-parma 13 marzo 1854
non
si hanno notizie sui suoi esordi, ma si può presumere che, come era tradizione, fosse
entrato giovanissimo quale garzone di bottega in qualche tipografia di Genova,
trasferendosi poi a milano, dove sembra
abbia lavorato, ma forse soltanto per un breve periodo, nellofficina di luigi mussi.
iniziò la sua attività di stampatore in
proprio rilevando nel 1807 la tipografia di borgo del voltone n. 26 a Parma, fondata quasi un secolo
prima da giacomo antonio gozzi.
nel 1810 il paganino, che
disponeva di tre torchi, uno dei quali costruito a
parma lanno precedente, definito assai perfetto, e degli ottimi caratteri
fusi dai fratrelli amoretti di san pancrazio,
stampava con molto credito, atti di diversi uffici e qualche opera scientifica e
letteraria. a quellepoca (parma era sotto la dominazione francese), in
città esistevano soltanto quattro tipografie (cinque, a rigore, volendo sdoppiare quella
di bodoni): oltre allofficina del paganino, infatti, funzionavano quella di giambattista bodoni, la tipografia
imperiale, diretta dallo stesso bodoni, e quelle di andrea ubaldi
e di paolo carmignani. dopo
la morte del bodoni (30 novembre 1813) il paganino venne nominato direttore della tipografia imperiale
per decreto del ministro di stato filippo magawly,
suscitando lira e linvidia di luigi
mussi, furioso che alla direzione della
stamperia del governo fosse stato messo un suo ex lavorante, mediocre artigiano,
ignorante, uomo sconosciuto. mussi non si
rassegnò e anzi continuò a perorare lassegnazione, finché sei anni dopo, mutato
il regime politico, nel maggio 1819, la tipografia, divenuta ducale, fu affidata a lui che già dal 1807
esercitava con perizia larte tipografica a milano,
dove produsse eleganti edizioni sullo stile bodoniano. in realtà, nonstante la bella edizione delle
poesie in occasione dellingresso a parma
di maria luigia dAustria, la produzione del paganino volse più al commerciale che non verso
le edizioni artistiche, e ben presto la stessa duchessa
dimostrò scontentezza nei suoi confronti: lalmanacco
di corte del 1819, per espresso volere della
duchessa, venne stampato dalla vedova di bodoni anziché dalla stamperia ducale.
nel 1816 il paganino produsse tutta una serie di fogli volanti
in onore della neo duchessa, alcuni dei
quali contenenti anche le sue personali dimostrazioni di plauso e di omaggio. il 13 maggio di quellanno ricevette maria luigia
in visita alla tipografia. come racconta la gazzetta di parma
(n. 40, p. 166) il paganino presentò alla duchessa una pergamena con alcuni versi in
francese: s.m. percorrendo quel locale si
trattenne con piacere in osservare cinque torchi, che stavano in quellistante
imprimendo cinque diverse iscrizioni analoghe alla faustissima circostanza, composte dalle
migliori nostre penne, le quali furono di mano in mano dal direttore presentate allaugusta sovrana. i
sentimenti del paganino al momento del suo
allontanamento dalla stamperia ducale sono espressi in una lettera allabate pietro zani,
datata 9 giugno 1819: quel grande oggetto
che sempre occupò la mente e il cuore della r. nostra
sovrana, il bene cioè degli amatissimi suoi
sudditi, lha determinata a stabilire nuovi ordini nellamministrazione di
questa ducale stamperia, e con decisione sovrana del 28 maggio ha soppressa lantica stamperia ducale
ed eretta una nuova ducale tipografia ed è perciò con questo nuovo ordine
di cose cessato il posto che io occupava. in
questa occasione sua maestà col mezzo del suo presidente dellinterno si è degnata di farmi assicurare che se
cessa per questi cambiamenti il mio impiego ella
penserà alla mia persona e ricompenserà largamente i miei servigi. questo attestato è per me una cara e dolce
ricompensa, come non è men dolce quella che trovo nella mia coscienza, daver,
cioè, durante il mio impiego servito con vero impegno ed aver fatto, con la scarsità dei
mezzi che ho avuto, quello che per me si potea per il buon andamento di questo
stabilimento. più oltre, per rassicurare lo
zani che la sua opera in corso di stampa
sarebbe comunque stata ultimata, si protesta antico amico del suo successore mussi. tutto
ciò ha, evidentemente, il sapore di un espediente diplomatico per dissimulare il proprio
disappunto. dopo la sua uscita dalla stamperia
ducale, il paganino pose la sua
officina in strada santa lucia, ai civici numeri 20-22. le sue condizioni economiche non dovevano essere
floride se nel 1822 la vedova bodoni, margherita dallaglio,
gli ricordò un vecchio debito: peccato che
le sue faccende non labbiano messo in istato, nello spazio di un anno incirca, di
effettuare questo piccolo pagamento. è
probabile che il paganino, migliorata la sua
situazione economica, pur mantenendo la residenza a parma,
in seguito abbia acquisito dei beni immobili a collecchio,
poiché risulta consigliere anziano di quel comune
nel 1826. si trattò di un anno importante
per la vita amministrativa del comune, retto
dal podestà marchese pietro dalla rosa prati. il
consiglio degli anziani di collecchio,
infatti, quellanno dovette occuparsi del rifacimento della strada della chiesa,
unopera delicata, che comportò tra laltro unaspra vertenza legale con
un confinante della strada, pier antonio pelagatti,
ma soprattutto che rivelò lesistenza di una vasta terra marna, cioè di un deposito
di residui di un villaggio preistorico. il paganino partecipò attivamente alle sedute del
consiglio degli anziani, ma soltanto in quellanno 1826: negli anni successivi non
compare più nei registri comunali. verso
il 1840 il paganino fece uscire il proprio
catalogo, che comprende tutte le opere allora in vendita presso la propria bottega in
strada di santa lucia n. 46.
si tratta di un libro di piccolo formato, che elenca i testi disponibili suddivisi
in varie classi, ciò che consente di conoscere le materie di cui il Paganino si occupava. soltanto una piccola parte dei libri erano
stampati presso di lui (e contrassegnati con un asterisco), alcuni risalivano a molti anni
prima (ve ne sono persino di antiquariato) molti libri provengono da altre città e rari
sono quelli in lingue estere. le classi
dargomento spaziano dalla religione alle scienze, dalla giurisprudenza
allagricoltura, dalla filosofia alla storia, dai viaggi ai dizionari, dalla
letteratura alle arti, per finire con una serie di incisioni. nellavvertimento
finale, il paganino propone le sue
facilitazioni, anche rateali, per gli acquisti e precisa che sono disponibili ulteriori
testi scolastici non elencati nel catalogo, nonché modulistica varia per uffici pubblici
e commerciali. dallassieme si deduce
che il paganino si rivolgeva al mondo
amministrativo, a quello produttivo e delle scienze applicate. sotto il profilo culturale guardò al mondo
ecclesiastico ma anche al mondo della scuola (per la quale presenta unabbondante
produzione propria) e delluniversità. sicuramente
però fu poco attento alle edizioni di pregio, alle quali evidentemente non era versato. i sentimenti politici del paganino furono quasi certamente reazionari fino
alla fine se, nella prefazione da lui firmata alla traduzione italiana della vita di don ferdinando
di giovanni andres, nel 1849, si leggono accenti favorevoli al
ritorno sul trono ducale della dinastia borbonica. nel
1816 il paganino stampò le opere di angelo
mazza, nel 1824 pubblicò la guida di parma
del donati, e nel 1833 la prima edizione
della serie cronologica dei vescovi di parma di g.m.
allodi. tra il 1817 e il 1819 il paganino tenne una fitta corrispondenza con pietro zani,
impegnato in una monumentale opera sulla metodica delle belle arti, che peraltro il paganino riuscì a stampare solo in minima parte
prima del suo trasferimento. tra il 1826 e
il 1853 ebbe invece corrispondenza con il bibliotecario e letterato angelo pezzana.
lesame di tali lettere, conservate
nella biblioteca palatina di Parma, consente di appurare che il paganino trattò esclusivamente con i suoi
corrispondenti problemi tecnico-amministrativi inerenti i lavori in corso di stampa, senza
mai lasciarsi andare a considerazioni di altro genere. il paganino
morì nella sua abitazione di borgo riolo n.
23.
FONTI
E BIBL.: gazzetta di parma 17 marzo 1980, 3; L. farinelli, il
carteggio zani, in archivio storico
per le province parmensi 1986, 387; g. allegri tassoni, il
carteggio pezzana della palatina, in archivio storico
per le province parmensi 1962, 295; s. dalla
rosa prati, la nostra graziosa sovrana, in gazzetta di parma, 21 giugno 1976, 3; a. boselli, il
carteggio bodoniano della palatina di parma, in archivio
storico per le province parmensi
1913, 187; u. benassi, il tipografo giambattista bodoni e i suoi allievi punzonisti, in archivio storico
per le province parmensi 1913, 43 s.; malacoda 9 1986, 68; al pont
ad mez 1996, 35-36.
PAGANINO
PAOLO
parma
1611
fu
cantore della steccata di parma. il
suo nome figura nel pagamento del 12 settembre 1611. prestò servizio un solo mese, nellagosto
di quellanno.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma,
1936, 87.
PAGANO DA PARMA, vedi PAGANI PAGANO
PAGANUZZI
BONFIGLIO
parma
1831
figlio
di antonio. impiegato di finanza, venne indicato dalla direzione generale di polizia come cooperatore allo scoppio e alla
propagazione dei moti del 1831 in parma. figurò nellelenco degli inquisiti di stato con requisitoria.
FONTI
E BIBL.: O. Masnovo, patrioti del 1831, in archivio storico
per le province parmensi 1937, 196.
PAGANUZZI
GIACOMO
parma
1831
impiegato
dellordine costantiniano di Parma e sotto tenente titolare,
durante i moti del 1831 fece parte del consesso civico. abbandonò limpiego per per prestare i suoi
servigi alla piazza di parma. venne
indicato dalla direzione genrale di polizia come cooperatore allo scoppio e alla
propagazione della rivolta. figurò
nellelenco degli inquisiti di stato
con requisitoria. fu poi reintegrato
nellimpiego, collufficio di ragioniere dellamministrazione dellordine costantiniano
di san
giorgio.
FONTI
E BIBL.: O.Masnovo, patrioti del 1831, in archivio storico
per le province parmensi 1937, 195.
PAGANUZZI
LUIGI
-parma 2 marzo 1906
laureato,
fu volontario e fece la campagna risorgimentale del 1859 meritando lode e insegna
donore.
FONTI
E BIBL.: f. e a.f. dalla
valle, in gazzetta di parma 3 marzo 1906 n. 61; f.p,. in gazzetta
di parma 2 marzo 1907, n. 60; G. Sitti, il risorgimento
italiano, 1915, 416.
PAGANUZZI
MAURO
borgo
taro-5 dicembre 1630
frate
laico capuccino, si consacrò alla cura degli appestati con cristiana carità, finendo per
morire anchegli di peste.
FONTI
E BIBL.: L.Mensi, dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 307.
PAGANUZZI
QUIRINO
tosca
15 giugno 1914-roma 13 giugno 1974
fu
canonico della basilica vaticana di san pietro
e uno dei più stretti collaboratori di papa pio
xii. trascorse
la giovinezza a salsomaggiore prima di
essere ordinato sacerdote. Celebrò la prima messa nella chiesa di San Giovanni in
Contignaco, prima di essere trasferito a Roma durante il periodo bellico. Dapprima in
servizio come cappellano sul treno-ospedale del Sovrano Ordine Militare di malta e successivamente inviato a Cracovia per
presentare al cardinale Sapieha un accorato messaggio papale da rivolgere al popolo
polacco, il Paganuzzi ricoprì un ruolo non secondario tra coloro che concorsero a
delineare la strategia che papa Pio XII adottò nei confronti di Hitler. Pro Papa Pio,
lopera che raccoglie quattro articoli scritti dal Paganuzzi a difesa
delloperato papale e che fu divulgata come supplemento a 30 Giorni (rivista diretta
da Giulio Andreotti), sembra registrare da un punto di vista privilegiato gli avvenimenti
di quellepoca. Le pagine dedicate al resoconto della missione polacca risultano, a
questo proposito, davvero indicative.Rigore logico e lucidità di sguardo: questi sono gli
ingredienti principali delle pagine scritte dal Paganuzzi, che si rivelano in grado di
gettare nuova luce sullatteggiamento adottato dalla chiesa in quegli anni.
FONTI
E BIBL.: aurea parma 2 1974, 186; gazzetta di parma
23 febbraio 1999, 28.
PAGANUZZI
SILVIO
zibello
24 giugno 1871-
quale
alunno pensionante della scuola di musica di parma,
iniziò lo studio del violino per passare poi a quello del corno. ritiratosi dalla scuola, continuò lo studio privatamente riuscendo
un buon strumentista.
FONTI
E BIBL.: G.N. Vetro, il giovane toscanini, 1982, 79.
PAGGIO
FRANCESCO
parma
1831
commesso
del banco laurent, durante i moti del 1831 in parma assunse da se medesimo la qualifica di
aiutante della guardia nazionale mostrandosi sempre affaccendato per zelo ed ambizione ed
eccitando i cittadini a prendere le armi. in
seguito fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI
E BIBL.: O. Masnovo, patrioti del 1831, in archivio storico
per le province parmensi 1937, 193.
PAGLIA
ANTONIO
parma
1732
scenografo.
il 23 settembre 1732 ricevette dal palazzi mille lire per la scena realizzata per il teatrino di corte
di parma. Nel 1787 fu restaurata una sua
scena raffigurante La deliziosa, pe ressere
utilizzata dal Collegio dei Nobili per uno spettacolo del Serse (Archivio di Stato di
Parma, Computisteria Borbonica, b. 364). È forse lo stesso che Giovanni Antonio.
FONTI
E BIBL.: C. Alcari, parma nella musica, 1931, 148.
PAGLIA
BIAGIO
fontanellato
1810-carpi 23 agosto 1844
fu
compositore e direttore dorchestra. visse
a carpi a partire dal 1824 (dal 1828
iniziò a suonare come violinista e trombone nellOrchestra Filarmonica di Carpi). dal 1838 fu insegnante nella scuola normale e dal 1839 direttore degli
spettacoli teatrali.apprese la musica dal
padre francesco e da bonifazio asioli.
compose: messa concertata a 3 voci, grande fantasia
per fagotto, linno addio a carpi, tre sinfonie e altro per orchestra, tantum ergo, litanie e altra musica da chiesa e musica per
banda. curò inoltre trascrizioni per
clarinetto.
FONTI
E BIBL.: C. Schmidl, dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 583;
C. Alcari; C. Gervasoni; N. Pelicelli; G.N. Vetro, Accademia; M. Bizzoccoli, Presto tutti
concertando. Storia delle istituzioni musicali carpigiane, Carpi, Comune di Carpi, 1990,
59-71.
PAGLIA
FEDERICO
Colorno
1752/1784
Probabilmente fratello di Francesco, nel 1752 suonò il corno da caccia a Colorno
nella stagione dautunno dedicata alle opere giocose. Nel 1784 faceva parte con il
figlio Francesco dellorchestra dellAccademia Filarmonica di Parma, retribuito
con 10 lire per accademia.
FONTI
E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
PAGLIA FRANCESCO
Colorno-post
1774
Fu suonatore di corno da caccia e di tromba diritta nella banda militare e
nellorchestra dei teatri ducali di Parma e Colorno. Nel febbraio 1771 suonò nel
Mitridate al Collegio dei Nobili di Parma e il 29 novembre 1774 gli venne accordato un
provvigionale assegno di lire 250 mensuali qual suonatore di corno soprannumerario nella
Ducale Orchestra (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).
FONTI
E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
PAGLIA
FRANCESCO
colorno
1772-carpi 24 dicembre 1856
figlio
di giovanni (ma il Bizzoccoli lo dice figlio
di Federico). Alletà di dieci anni cominciò a studiare corno con il padre e a
quattordici già suonava nelle migliori orchestre. Per perfezionarsi prese anche lezioni
da Luigi Belloli e apprese il violino da Giacomo Giorgi e il fagotto con Gaetano Grossi.
Nel 1784 faceva parte con il padre dellorchestra dellAccademia Filarmonica di
Parma: era retribuito 10 lire per le accademie pubbliche, mentre non percepiva nulla per
quelle private. Non si sa se nellorchestra del Collegio dei Nobili di Parma
nellagosto 1792, retribuito con 16 lire, suonasse il padre o il Paglia, essendo nei
mastri indicato solo il cognome (Archivio di Stato di Parma, Computisteria farnesiana e
borbonica, b. 376a). Fin dallottobre 1794 sostituì in orchestra Giorgio Simonis
come corno e alla morte di questi, con decreto del 16 marzo 1800, fu nominato primo corno
nel Reale Concerto. Suonò anche nella cappella della chiesa della Steccata nelle
festività solenni. Dal 1802 al 1810 fu docente di strumenti ad arco e a fiato nonché
direttore del complesso musicale del Conservatorio di Fontanellato, dove fece un gran
numero di ottimi strumentisti. Nel 1807 era corno da caccia nellorchestra di Parma e
la Municipalità lo retribuì con 550 lire annue (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e
Teatri, 1807-1812, b. 7). Dal 1812 al 1823 fu a Parma come insegnante nella scuola privata
che Ferdinando Simonis teneva nella sua casa in borgo del Vescovo 27. Nel 1824 si
trasferì a Carpi, dove il 25 febbraio fu nominato per concorso maestro di musica comunale
e direttore dellorchestra con una paga di 900 lire, più lalloggio e la
sopravvivenza del figlio. A parte vi erano inoltre le ripetizioni particolari, mentre gli
spettacoli teatrali, le funzioni religiose, le accademie e le feste da ballo erano
retribuiti a prestazione. Ottimo direttore e docente, fondò una vera dinastia musicale,
destinata a lasciare un profondo segno nel XIX secolo musicale carpigiano. Ebbe tre figli:
Stefano, Biagio e Giustino.
FONTI
E BIBL.: C. Schmidl, dizionario universale dei musicisti, 3, 1938,
583; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
PAGLIA
GIOVANNI
colorno
1752/1773
fu
suonatore di corno da caccia nelle opere gioiose date nel teatro ducale
di colorno lautunno del 1752 e negli
spettacoli dellagosto 1773 in occasione della nascita del principe reale lodovico di borbone. il
paglia fu anche professore di corno da
caccia.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, musica in parma,
1936, 193.
PAGLIA
GIOVANNI ANTONIO
parma
- 6 gennaio 1765
pittore
scenografo attivo nella prima metà del xviii
secolo. Fu allievo di F.Bibbiena.Operò a Parma, Reggio, Padova e Torino.È forse lo
stesso che Antonio.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli zunti, documenti
e memorie di belle arti parmigiane, VII, 149.
PAGLIA
STEFANO
fontanellato
1810-carpi 23 agosto 1854
nel
1824 si trasferì con la famiglia a carpi.
Di professione farmacista, suonò come flautista nellOrchestra Filarmonica di Carpi.
Alla morte del fratello Biagio si dedicò alla direzione della banda e
allinsegnamento nella scuola di musica, dove il padre Francesco, ormai vecchio, era
in difficoltà. Il 9 novembre 1847 chiese di subentrare al padre come primo violino
direttore del teatro, in base al contratto paterno che prevedeva la sopravvivenza del
figlio. La risposta fu negativa, essendo lui un flautista. Durante la rivoluzione del 1848
allestì la banda della Guardia Nazionale e la diresse nelle manifestazioni patriottiche.
Avendo dato buone prove con il violoncello, di composizione e di direzione davanti a una
commissione, nel 1849 il duca gli accordò la successione al padre e nel 1851 debuttò
come direttore del Teatro Comunale di Carpi.
FONTI
E BIBL.: C. Schmidl, dizionario universale dei musicisti, 3, 1938,
583; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
PAGLIARI
GIOVANNI
Roccabianca
10 marzo 1916-Padova 2 marzo 1979
Si trasferì a Parma per frequentare il Liceo classico Romagnosi. Alletà di
diciassette anni conseguì il brevetto di volo e, dopo la maturità classica ottenuta a
pieni voti, si iscrisse allAccademia militare di Caserta. Frequentò il corso Pegaso
per allievi ufficiali e a soli ventiquattro anni fu nominato capitano dellaeronautica. Nel 1940, allo scoppio della seconda
guerra mondiale, il Pagliari venne subito destinato in Sardegna, poi combatté sul fronte
della Manica col corpo aereo italiano e successivamente si distinse in numerosi
combattimenti aerei in Albania, in Grecia, nel Dodecanneso e infine in Tunisia. Proprio
per una di queste imprese, il Pagliari fu elogiato nel bollettino di guerra n. 1017 del
marzo 1943 allorché, al comando del 16° Gruppo aereo da caccia, durante una
perlustrazione sul territorio nemico, vide un aeroporto di fortuna usato dagli inglesi e difeso da venticinque aerei tra Spitfire
e Lockheed. Incurante dellinferiorità numerica, il Pagliari diresse lattacco
abbattendo ben dodici aerei nemici. Questa azione-lampo, con altre del genere, gli valse
la promozione sul campo a colonnello e la medaglia dargento al valor militare. Alla
fine del conflitto, pilotò per alcuni anni aerei di linea sulla rotta
Roma-Atene-Beirut-Bagdad, indi, abbandonata lAeronautica, svolse il lavoro di
assicuratore a Padova, dove si trasferì. Il pagliari
fu sepolto nel cimitero di roccabianca.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 marzo 1979, 4.
PAGLIARINI AMINTA
Roccabianca 1890-Zugna Torta 30 maggio 1916
Figlio di Umberto. Soldato nel 61° reggimento
fanteria, nel maggio del 1916 combattè Zugna Torta, contro soverchianti forze nemiche che
tentavano di salirne lerta settentrionale, mirando su Verona. Venute meno le
munizioni, lottò disperatamente allarma bianca e lanciando sassi e macigni sui
nemici, finché alla fine cadde da prode.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 42.
PAGLIARINI ENRICO
Fontanelle di Roccabianca 1890-Fontanelle di Roccabianca 15 ottobre 1964
La guerra 1915-1918 lo vide coraggioso tenente mitragliere (fu decorato con la medaglia
dargento al valor militare), fino a quando sulla vetta del Pasubio, venne fatto
prigioniero. A conclusione del conflitto, tornò a fontanelle, si dedicò alla professione di
geometra. ebbe il grado di tenente
colonnello in congedo e lonorificenza di Cavaliere della Corona ditalia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 ottobre 1964, 8.
PAGNINI GIUSEPPE MARIA vedi PAGNINI LUCA ANTONIO
PAGNINI LUCA ANTONIO
Pistoia 1737-Pisa 1814
Trasferitosi adolescente a Parma per avviarsi agli studi ecclesiastici presso il Convento
dei Carmelitani Scalzi, si distinse ben presto per versatilità dingegno e
molteplicità di attitudini culturali. Godette fama di poeta, filosofo e oratore.
Trentunenne, fu chiamato nel 1768 a coprire la cattedra di Eloquenza e lingua greca,
istituita in quellanno nellUniversità di Parma. Vi insegnò fino al 1806,
anno in cui preferì trasferirsi allUniversità di Pisa come professore di poesia
latina, amareggiato per la mutata situazione politica di Parma. Nel 1813 fu premiato
dallAccademia della Crusca per una versione da Orazio. Lasciò numerose opere:
traduzioni di Anacreonte e Teocrito (Parma, 1780), Callimaco (1792), Epitteto (1793),
Epigrammi dallantologia greca, Saffo
(1794), Esiodo (1797), Orazio (1814). tradusse
anche Le quattro stagioni di Pope (1780), e lAlzira di Voltaire (1797).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, I professori, 1953, 45 e 117; Aurea Parma 2 1991, 162; A.
Marastoni, lorazione Pro ligario, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1970, 221.
PAINI ADELINO
Parma 17 maggio 1888-post 1932
Nato da Giuseppe e Carolina Allodi. antifascista,
espatriato in data imprecisabile, il suo nome apparve sul Bollettino delle ricerche.
Supplemento dei sovversivi nel 1932. In Spagna appartenne al 4° scaglione della Colonna
italiana.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Sapgna, 1980, 114; A. Lopez, Colonna
italiana, 1985, 32.
PAINI CECILIA
Parma 1832-Modena post 1876
Figlia di Giovanni, corno da caccia, ancora in tenera età seguì il padre che per lavoro
si era trasferito a Parigi.Qui studiò al Conservatorio di musica dove, precocissima,
conseguì il primo premio in arpa e solfeggio.A undici anni dette alcuni concerti in
Francia, dove venne considerata una bambina prodigio.Rientrato il padre a Parma nel primi
del 1843, la Paini dette prova della sua valentia in unaccademia al ridotto del
Teatro Ducale: suonò un assolo per arpa e un Notturno in duo con il padre al corno da
caccia. La duchessa Maria Luigia dAustria la nominò arpista della ducale orchestra,
mentre nella stagione di Fiera del 1843, indicata come la giovinetta Paini della Duchessa
di Parma, fece parte dellorchestra del Teatro di Reggio Emilia. Nel 1846 dette
unaccademia al Teatro Ducale di Parma in cui suonò anche Antonio Bazzini.Come
risulta dagli Almanacchi di Corte, fu al servizio del Ducato fino al 1859, poi fu attiva
al Teatro Regio fino al 1875. Suonò anche in altri teatri: nella stagione destate
del 1867 la si trova citata come Paini Zoboli nel libretto del Guglielmo Tell, eseguito al
Teatro della Fortuna di Fano con unorchestra costituita quasi interamente di
professori parmigiani.Nel 1876 si trasferì a Modena come arpista in quel teatro. Il 1°
dicembre 1876 suonò come solista in un concerto al Teatro Reinach di Parma.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Stocchi; G.N. Vetro, Reinach; Gazzetta di Parma 28 gennaio
1843; Almanacchi di Corte, 1844-1859; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 123;
N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 274; Enciclopedia di Parma, 1998, 504.
PAINI CELESTE
Cortile San Martino 11 luglio 1847-Parma 15 febbraio 1917
Per molti anni (dal 1883 al 1915 circa) tenne in Parma presso il camerino del Teatro Regio
unagenzia teatrale, occupandosi particolarmente degli spettacoli di quel teatro.
Sposò la cantante Leonilda Gabbi.
FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 148.
PAINI FERDINANDO
Valera 26 aprile 1773-post 1820
Nacque da Giuseppe e Caterina Furlotti. Dopo aver studiato contrappunto con Ghiretti, si
dedicò alla musica teatrale. Rappresentò varie opere a Parma, Milano e Venezia, con
esito felice. A Parma, nella primavera del 1814, alla Società Filarmonica dette la farsa
La semplice e nel 1815 (espressamente scritta per Parma) lopera eroicomica La figlia
dellaria e il dramma giocoso La cameriera astuta.meritano particolare menzione anche La giardiniera
brillante (1800), Il portantino MarcAntonio (Venezia, 1813), La moglie saggia
(rappresentata a Milano nel 1815), Amore e dovere (Venezia, 1813), Martino Carbonaro (vicenza, 1814) e Il matrimonio per concorso
(Torino, 1819). Il Paini, che nel 1820 fu a Bucarest, fu inoltre autore delle seguenti
opere: Canzonetta in dialetto veneziano nellopera La lanterna di Diogene (1820,
autografo, ms. 18337; cfr. R. Eitner, vol. VII, pag. 285), una Sinfonia in D per Orchestra
(ms., conservatorio di Milano), atto primo
dellopera Il Portantino (partitura ms. per canto e orchestra, completo in due atti,
Biblioteca musicale del Conservatorio di Parma, 20914-N-V-5), Ah fortuna tu sei donna (conservatorio di Parma, Vari Autori diversi
XXVII), Sinfonia, cavatina con cori, grande scena, rondò e duetto dallopera La
figlia dellaria (partitura ms. per canto e orchestra, conservatorio di Parma).
FONTI E BIBL.: Archivio del Battistero di Parma, Libro
dei battezzati, alla data; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 123; P.E. Ferrari, Gli
spettacoli, 56, 58, 326; Catalogo delle Opere musicali, Città di Parma, Bollettino
Associazione dei Musicologi italiani, 127,
219; R. Eitner, Quellen-Lexikon, vol. VII, 285, vol. X, 434; N. Pelicelli, Musica in
Parma, 1936, 227; Dizionario musicisti Utet, 1987, V, 513.
PAINI FERDINANDO
Corniglio 1851 c.-Parma 6 luglio 1877
Avvocato e patriota, fu eletto deputato di Langhirano nelle legislature IX, X, XI e XII. A
Langhirano ricoprì anche cariche amministrative. Fu abbastanza assiduo ai lavori della
Camera, dove sedette a destra tra i liberali moderati. Pronunciò vari discorsi e fu
membro di giunte e commissioni anche governative. Votò contro la tassa sul macinato.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Rappresentanti legislature regno,
1880, 617; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A.
Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1941, II, 270.
PAINI GIUSEPPE
Busseto 1892-Conca di Meglenci 9 maggio 1917
Figlio di Luigi. Portaferiti del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al
valor militare, con la seguente motivazione: Animato da sincero spirito di abnegazione,
attendeva con sereno coraggio al pietoso incarico sotto violento bombardamento nemico,
finché cadeva sul campo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale, 1918, Dispensa 10a, 776; Decorati al
valore, 1964, 30.
PAINI LEONILDE, vedi GABBI LEONILDE
PAINI LUIGI
Agna di Corniglio 5 giugno 1808-Tizzano 28 febbraio 1902
Sacerdote assai colto, fu arciprete di Corniglio e parroco della Santissima Trinità di
Parma. Esercitò per vari anni nel Tizzanese la funzione di primo magistrato cattivandosi la stima e la
fiducia dei cittadini per il suo esempio di rettitune ed equità. Volle trascorrere gli
ultimi anni di vita a Tizzano, dove una lapide sul muro della facciata della chiesa
plebana lo ricorda ai posteri.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Tizzano, 1970, 113.
PAINI ODOARDO
Langhirano ante 1909-Noceto 1976
Abitò
a Noceto a partire dal 1909, quando la sua famiglia vi si trasferì in seguito al
licenziamento del padre, capocantiere edile, per aver solidarizzato con gli scioperanti. A
Noceto aderì alle organizzazioni sindacaliste ma non accettò la svolta interventista.
Rimase per un certo periodo in contatto con la centrale neutralista del sindacalismo
rivoluzionario, abbonandosi al giornale Guerra di Classe di Armando Borghi. Organizzatore
della cooperativa muratori, subì le persecuzioni del fascismo. Dopo aver fatto parte del
Comitato di liberazione nazionale, nellimmediato dopoguerra assunse anche incarichi
amministrativi al comune di Noceto.
FONTI
E BIBL.: U. Sereni, Il movimento ccoperativo a Parma, 1977, 275.
PAITA CARLO
Parma 9 agosto 1807-Parma 16 gennaio 1888
Figlio di Pietro e di Maria Favalli.Fu rettore per cinquantanni della parrocchia
consorziale della Cattedrale di Parma, dottore in sacra teologia, dogmano del Battistero
di Parma e oratore facondo. fu insignito
della medaglia di benemerenza della sanità pubblica nel 1855. Fu inoltre ordinario della congregazione di san Filippo Neri e consigliere nellamministrazione degli Ospizi Civili.
FONTI E BIBL.: Parma nellArte 1 1973, 33.
PAITA CARLO
Parma 1859
Fu deputato allAssemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nel 1859. Non ebbe
parte di rilievo ai lavori dellAssemblea.
FONTI E BIBL.: Assemblee del risorgimento:
Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 343.
PAITA PAOLO ANTONIO
Parma 15 gennaio 1718
Fu eletto abate della chiesa di San Sepolcro in Parma per i trienni 1678-1680, 1683-1685,
1691-1693, 1694-1696 e 1703-1705.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa S. Sepolcro, 1932, 91.
PAITESI ROLANDO
Parma 14 agosto 1900-Mai Ceu 31 marzo 1936
Nato
da Pier Luigi e da Adolfina Mantovi. volontario
nella guerra 1915-1918 a soli diciassette anni, si comportò valorosamente al fronte
ottenendo poi la nomina a sottotenente (17 novembre 1918) nel 35° Reggimento
Fanteria.Trasferito al 119° e terminata la guerra, fu promosso tenente e fu assegnato al
distretto di Parma quale aiutante maggiore in prima (1920). Venne congedato nel marzo del
1922. Il Paitesi, diplomato in ragioneria, passò come impiegato alla Cassa di Risparmio
di Parma. Ai primi sentori del conflitto con lEtiopia, chiese insistentemente di
essere inviato nellAfrica Orientale, e il 5 giugno 1935 lasciò Parma: imbarcatosi
il 18 giugno a Napoli, sbarcò a Massaua il 27 dello stesso mese, assegnato al IV
Battaglione Eritreo Toselli. Varcato il confine il 3 ottobre, il Paitesi prese parte col
proprio reparto alle due avanzate vittoriose dellottobre e novembre che portarono le
truppe italiane prima ad Adigrat e ad Adua e poi a Macallè. Alla metà di novembre venne
inviato nel Tembien, partecipando valorosamente con la II Divisione Eritrea ai
combattimenti del 18 e 23 dicembre di Abbi Addi e dellAmba Tsellerè e venendo
proposto per due ricompense al valor militare. Lasciato il Tembien e avviatosi col proprio
battaglione sulla strada imperiale che da Adigrat, per il Passo di Alagi, conduce a
Dessiè, il Paitesi lasciò eroicamente la vita sul campo nella battaglia del Lago
Aschianghi. Contenuti e respinti con strenua resistenza i reiterati attacchi nemici
durante tutta la mattina del 31 marzo, le truppe eritree passarono al contrattacco nelle
prime ore del pomeriggio. Il Paitesi si lanciò per primo allassalto delle posizioni
avversarie alla testa dei suoi ascari: dopo aver respinto il nemico, lo volse in fuga
inseguendolo con indomito slancio finché cadde colpito dal fuoco avversario. Alla sua
memoria venne consessa la medaglia dargento al valor militare, colla motivazione:
Ufficiale addetto al comando di un battaglione eritreo, seguiva da vicino i reparti
impegnati in aspra lotta. Ferito un ufficiale di una compagnia, lo sostituiva nel comando
del reparto che più volte guidava con strenuo valore allassalto. In testa ai suoi
uomini raggiungeva lobiettivo fissato, sul quale cadeva colpito a morte. Il 23
maggio 1937, alla memoria del Paitesi e di altri due funzionari della Cassa di Risparmio
di Parma (capitano Alberto Scotti e soldato Emilio Ponzi), venne inaugurato,
nellatrio della sede dellistituto, un ricordo marmoreo con una solenne
cerimonia.
FONTI
E BIBL.: Parmensi nella conquista dellimpero, 1937, 204-205; G. Corradi-G. Sitti,
Glorie parmensi nella conquista dellImpero, Parma, Freisching, 1937; Decorati al
valore, 1964, 93; T. marcheselli, in
Gazzetta di Parma 30 novembre 1989.
PALAMENGHI GENESIO, vedi PALMENGHI GENESIO
PALAMENGHI
MARCO
Parma
XV secolo
Fu medico di valore.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.
PALAMIDESI PAOLO
Parma 1831
Indoratore, fu tra i disarmatori della Guardia a Porta San Michele in Parma il 13 febbraio
1831. Per questi fatti fu inquisito.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in archivio
Storico per le Province Parmensi 1937, 196-197.
PALAVIGINI, vedi PALLAVICINO
PALAZZINA DAVIDE
Parma 1882
Fu insegnante, poeta e scrittore storico. Collaboratore de Il Taverna, tra le sue
pubblicazioni, va ricordata Sunto storico degli asili infantili di Parma (Parma, Adorni,
1882).
PALLAVICINI, vedi PALLAVICINO
PALLAVICINO
ADALBERTO
ante 975-Contignaco 1002
Figlio primogenito di Oberto. Fu governatore della Marca di Toscana dal 975 al 996. Sceso
infatti a Pisa nel 975, tornò in possesso delle terre avite, sinsediò nel castello
di Massa e dette inizio alla dinastia degli Adalbertini o Obertenghi, grandi feudatari che
furono poi re di Sardegna e che esercitarono autorità marchionale sui comitati di Luni,
Genova, tortona e Milano, cioè sopra un
territorio non interrotto perché anche lintermedia Pavia fu sede naturale della
famiglia dopo la nomina di Oberto a conte palatino. Nellanno 998 il pallavicino fondò labitato di Contignaco.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 3.
PALLAVICINO ADALBERTO
Luni 980 c.-Busseto 6 gennaio 1034
È concordemente ritenuto dagli storici il capostipite della famiglia Pallavicino. Ernesto
Bigini ne ha posto in risalto la figura, una tra le più luminose del secolo XI.
Appartenente alla linea obertenga di Massa, detta degli adalbertini, il Pallavicino era figlio di Oberto
e nipote del marchese Adalberto Obertengo, che
si ritrova a Pisa nel 975, dopo la morte di Oberto palatino, a pretendere le terre
obertenghe da quellarcivescovo e a insediarsi nel castello di Massa dando inizio
alla dinastia dei marchesi di Massa, che furono anche marchesi della Liguria orientale e
quindi di Genova. A Genova gli Adalbertini ebbero dei vicecomites, che nel secolo XI si
staccarono dallobbedienza ai marchesi per seguire il vescovo attorno al quale si
enuclearono le forze del comune nascente:
primo atto del frazionamento delle grandi marche in marchesati. Il primo atto noto in cui
figuri il Pallavicino è un contratto di vendita del 12 marzo 1002 (L.A.Muratori, Delle
Antichità Estensi, I, Modena, 1717, 228). Secondo U. Formentini, il Pallavicino sarebbe
stato il capo o uno dei capi della spedizione genovese e pisana, promossa da papa benedetto VIII, che nel 1016 scacciò Mughâhid
(uno dei reys de taifas arabi proveniente dalle Baleari) dalla Sardegna, di cui il
conquistatore musulmano si era impossessato dopo aver saccheggiato Luni. Ma lipotesi
si appoggia unicamente a quanto dice la tarda e oscura epigrafe del Pallavicino, e però
non è affatto sicura. Così come non è sicuro che il Pallavicino prima del 1029 sia
sbarcato in Corsica e vi abbia conquistato larghi domini. Ciò, sempre secondo il
Formentini, sarebbe dimostrato da un passo della ricordata epigrafe e da un documento del
1029 (privo di ulteriori precisazioni cronologiche), col quale il Pallavicino concede beni
di sua proprietà, siti in Corsica, al monastero di San Benigno. Ma poiché questo
documento, reso noto dal Gabotto, non è in originale ma un manoscritto di A. Della Chiesa
conservato nella biblioteca nazionale di
Torino, fino a oggi non edito, è ragionevole perciò nutrire dei dubbi anche sulla
presunta spedizione del Pallavicino in Corsica. A spedizione compiuta,comunque, il
Pallavicino aggiunse al titolo di marchese di Massa e di Modena quello di Corsica. Anche
in Corsica gli Adalbertini ebbero dei vicecomites, cui accennano gli storici côrsi e
genovesi trattando delle relazioni tra Corsica e Genova specie nel secolo XIV, durante il
ducato a vita di Simon Boccanegra: primeggiarono gli Avogadro, i De Mari e altri che
rappresentavano nellisola la vecchia nobiltà genovese. Il comando che il
Pallavicino ebbe nella spedizione in Corsica può essere considerato lultimo atto
della potestà marchionale nella Marca, perché proprio in quel tempo andarono
affermandosi le istituzioni comunali che in seguito portarono Genova a divenire libera
repubblica marinara. Soltanto la spiccata personalità del Pallavicino poté mantenere
intatta lautorità marchionale, come è dimostrato dalla circostanza che egli,
contro i Saraceni, guidò non solo le forze della sua Marca, ma anche quelle pisane, con
preferenza sugli altri obertenghi, i quali, secondo il Formentini, erano ormai divisi in
famiglie ben individuate, distinte luna dallaltra e ciascuna con una propria
ben definita attività politica, attività che, negli Adalbertini di Massa, era preminente
su quella degli altri discendenti di Oberto palatino per quanto riguarda le azioni sul
mare.Lo stesso Formentini rammenta come limportanza marinara degli Adalbertini
continuò anche nel secolo XII e cita un andrea
Blancho, nel 1195 marchione Palodi, Corsice et Marce Janue, ciò che dimostra come gli
Adalbertini fossero considerati marchesi di Genova anche quando la loro potestà era
venuta meno. Il Pallavicino mirò in particolare al dominio della sua famiglia sul mare e
si preoccupò di far valere la sua autorità in Liguria, dove poteva far leve di armatori
e marinai.La sua lungimiranza lo portò a espandere le sue conquiste verso il sud sino a
Piombino, assicurandosi il dominio di quel vasto specchio di mare compreso tra la costa
della sua Marca e della rimanente parte della Toscana e le grandi isole della Corsica e
della Sardegna. E come le consorterie della Liguria orientale rimasero a testimoniare
lingegno politico del Pallavicino, ugualmente ne furono prova nella Toscana
settentrionale i nobili dei comuni di Pisa e Lucca, che, nella maggioranza, seguirono
costantemente la politica dei marchesi di Massa e che a Massa, sotto adalberto IV Rufo, giunsero persino a stabilirsi
in forma permanente. Questa nobiltà, dalla quale il Pallavicino riceveva le forze per le
sue imprese, traeva il proprio diritto ex lege longhobardica, professata anche dal
Pallavicino e dai suoi discendenti. Lo Jung, nei suoi studi sulla città di Luni, afferma
che lItalia, dopo la caduta dellimpero
romano, non aveva più avuto forze sufficienti, sia di terra che di mare, per potersi
reinserire nella vita politica europea sino al tempo della spedizione del Pallavicino
contro i Saraceni e sottolinea che, dopo di allora, gli sguardi della Germania conversero
sullItalia, e anzi leco della vittoriosa impresa non si era ancor spenta al
tempo del barbarossa. È questa la ragione,
osserva il Bigini, per cui il Pallavicino si stacca dal consueto cliché, teso
comera allavveramento di un ideale presago dellindipendenza italiana di
fronte allo straniero, di quellunità nazionale che la fioritura dei comuni avrebbe
per secoli allontanata. Vicende politiche legate agli avvenimenti del tempo, come è stato
detto, privarono il Pallavicino del feudo degli antenati, ma è notevole la circostanza
che egli continuò a mantenere i suoi diritti su Genova, diritti che non vennero meno
neppure un ventennio dopo la sua morte, nel 1052, quando i vicecomites erano in
composizione col vescovo per la riscossione delle decime, e che si estinsero nel 1056 con
la capitolazione dei marchesi, estromessi dalla civitas. La perdita della Marca di Toscana
fu in parte compensata nel 1026 dallinvestitura che il Pallavicino ricevette
dallimperatore Corrado il Salico quale nipote di Lanfranco conte di Piacenza, morto
senza figli, del governo di quella città e di quella vasta accezione territoriale, posta
tra Cremona, Piacenza e Parma, detta Contado dellAucia. Il Contado dellAucia,
con Busseto, venne pertanto solo in quel tempo e non prima, come pretenderebbero alcuni
cronisti, in possesso del nobile casato e, ingrandito col volgere degli anni, mutò titolo
e nome assumendo quello di Marca Pallavicino. Da allora il Pallavicino si stabilì a
Busseto, che elevò al rango di capitale del suo nuovo marchesato, ampliando il borgo,
fortificandone le mura ed erigendovi un castello. Sposò Adelaide, figlia del conte Bosone
di Parma. Non si hanno sicure notizie del Pallavicino sino al 1033: nel gennaio di
questanno donò dei beni siti in Capriasco al monastero di Santo Stefano di Genova
(ediz. in Historiae Patriae Monumenta, Chartae, I, Augustae Taurinorum, 1836, coll. 501
ss., n. 291). Da un altro documento risultano i vastissimi possessi di cui il Pallavicino
godeva nel litorale ligure, nelle città e contadi di Milano, Pavia, Como, Bergamo,
Brescia, Verona, Tortona, Acqui, Alba, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Luni, Pisa,
Volterra, Arezzo: essi sono enumerati in un atto del 10 giugno 1033, con il quale il
Pallavicino, insieme con la moglie Adelaide, fondò e dotò riccamente il monastero di
Santa Maria di Castiglione, lattuale Castione dei Marchesi (ediz. in A. Ferretto,
Documenti genovesi di Novi e Valle Scrivia, I, Pinerolo 1909, 10-12), destinandolo ai
Benedettini. la sua lapide funeraria, ornata
dello stemma Pallavicino e rifatta tra il secolo XV e il XVI e perciò poco attendibile,
è murata nella chiesa del suddetto monastero di Santa Maria di Castiglione e dice:
Hectoreos cineres et Achillis busta superbi Cesareumque caput pario hoc sub marmore tectum
credere neu dubites: pietate Adalbertus et armis inclytus, Ausonie quondam spes fide
carine quo duce romuleis Cyrnus subiecta triumphis barbara gens italaque procul
dispellitur urbe marchio, dux Latii, sacer edis conditor huius, hac tumulatur humo, malior
pars ethere gaudet. Obiit anno salutis MXXXIV, die VI ianuarii (ediz. in Formentini, 208).
Il Colonna de Cesari Rocca chiama questa epigrafe obscure epitaphe. In essa, ammessa la
spedizione anti-saracena in Corsica, resta da spiegare almeno un epiteto, quello di dux
Latii, che, come tutto quanto questa strana lapide afferma, non è altrimenti documentato.
FONTI E BIBL.: R. Colonna de Cesari Rocca, Recherches sur la Corse au Moyen Age. Origine
de la rivalité des Pisans et des Génois en Corse, 1014-1174, Genova, 1901, 20 ss.; U.
Formentini, Genova nel basso impero e nellalto medio evo, Milano, 1941, 202, 205,
206, 207, 208, 217; Dizionario biografico degli Italiani, I, 1960, 215; D. Soresina,
Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 4-7.
PALLAVICINO
ADALBERTO
1511 c.-Torre Pallavicina 1570
Figlio naturale di Galeazzo, fu legittimato prima del 1512. Si deve al Pallavicino
lesecuzione di una grandiosa opera voluta dal padre a vantaggio
dellagricoltura: la derivazione dal fiume Oglio di un nuovo naviglio che fu appunto
chiamato Pallavicino e che fu realizzato a partire dal 1525. Questo canale, per la
realizzazione del quale furono spesi diversi milioni di lire, ha una lunghezza di circa 30
chilometri, riconfluisce nellOglio e serve allirrigazione di buona parte
dellagro cremonese. Nel 1527 il Pallavicino acquistò dal marchese Stanga anche il
canale Calciana. Il pallavicino servì la
Repubblica di Venezia al comando di cento cavalleggeri quale luogotenenente di Francesco
Maria della Rovere duca dUrbino, e capitano generale dei Veneziani. Nel 1550 fece
erigere un palazzo alla Torre Pallavicina nella Calciana con ricchi lavori dintaglio
e pitture dei fratelli Campi, e in questo palazzo si ritirò a vita privata. In questo
luogo, nel 1569 fondò loratorio di Santa lucia
e vi istituì una cappellania.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII; F. Stroppa, Famiglie di
Salsomaggiore, 1928, 21.
PALLAVICINO
ADALBERTO
-Colberg 18 maggio 1807
Figlio
di Giovanni Pio Luigi e di Marianna locatelli.
Fece parte della prima compagnia delle Guardie dOnore del regno dItalia. Il 1° ottobre 1806 fu fatto
sottotenente del primo Reggimento di Fanteria. Fu ucciso la notte tra il 17 e il 18 maggio
1807 combattendo da valoroso contro i Prussiani allassalto di colberg.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO
ADALBERTO
Busseto
22 febbraio 1826-Parma 31 maggio 1903
Figlio
di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Sotto il Governo della Reggenza di Luisa
Maria di Borbone per il duca Roberto, fu anziano nel Municipio di Parma. Fu consigliere
per vari anni della congregazione di
Carità di San Filippo Neri in Parma, nella quale occupò anche la carica di ordinario. Fu
presidente della Cassa di Risparmio di Parma, consigliere comunale in diversi comuni e
consigliere provinciale per il Mandamento di San Secondo Parmense. Ciambellano nella
Reggenza di Luisa Maria di Borbone, fu cavaliere della Corona dItalia, patrizio e
cittadino veneto.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIV; V. Spreti, Enciclopedia Storico
Nobiliare, 1932
PALLAVICINO ADALBERTO, vedi anche PALLAVICINO OBERTO
PALLAVICINO
ADALBERTO GALEAZZO
Busseto ante
1709-1762
Figlio di Gianfranco Galeazzo e di Girolama Ala. Per tutta la vita si adoperò con ogni
mezzo per recuperare i domini che i Farnese avevano tolto alla propria famiglia. A partire
dal 1709 si rivolse più volte allimperatore carlo
VI, e nel 1729 si recò a Vienna. ottenne
diplomi, pergamene e mandati imperiali che confermarono e ribadirono le sue ragioni ma non
riuscì mai concretamente a riprendere possesso dei suoi feudi.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO
ADELAIDE MARIA GIOSEFFA
Parma 22 luglio
1775-
Figlia di Antonio Francesco e di Anna tarasconi
Smeraldi. Fu Dama di Palazzo di Maria Luigia dAustria.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.
PALLAVICINO ALBERTO
Busseto 1106
c.-post 1136
Figlio di Oberto.Fu detto Greco per aver preso parte alla prima crociata.
FONTI
E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1932.
PALLAVICINO ALBERTO, vedi anche PALLAVICINO OBERTO
PALLAVICINO ALESSANDRO
Scipione
1448 c.-1504
Figlio
di Nicola e di Dorotea Gambara. Nel 1474 ricevette il giuramento di fedeltà di vassalli
di Castelguelfo. Nel 1477 promise al Duca di Milano, anche a nome dei fratelli, di tenere
la fortezza di Torre dei Marchesi in nome del Duca. Nel 1481 ricevette dagli Sforza
linvestitura di Varano dei Marchesi, Galinella, Torre dei Marchesi e Bianconese. Nel
1484 ricoprì la carica di Governatore ducale in Milano e in tale veste firmò il trattato
di pace di Vigevano tra Lodovico il Moro e la casa Savoja. Nel 1486 fu creato Consigliere
ducale.
FONTI
E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.
PALLAVICINO ALESSANDRO
Salsomaggiore 1480
Figlio di Niccolò e di Angela. Il 2 ottobre 1480 fu creato parroco di Salsomaggiore, e in
quello stesso anno fu nominato dalla famiglia Pallavicino al beneficio di San Nicomede in
Borgo San Donnino.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO ALESSANDRO
-Anversa
23 novembre 1552 o 1553
Figlio di Giulio e di Luigia Anguissola. Dopo aver commesso un omicidio, si
rifugiò in Torino. Conoscendo il suo coraggio, nel 1547 i congiurati che preparavano
lassassinio del duca Pier Luigi Farnese trovarono il modo di farlo ritornare a
Piacenza con un salvacondotto temporaneo. Partecipò infatti in prima persona alla
congiura del 10 settembre, impadronendosi dei ponti levatoi della fortezza, coadiuvato in
questa impresa dal fratello Camillo. Nel 1549 fu tra coloro che furono chiamati a
comparire in Roma dinanzi a papa Paolo III per essere accusati delluccisione di Pier
Luigi Farnese. Durante la guerra di Parma servì gli imperiali. In quelloccasione fu
accusato di aver lasciato passare alcune vettovaglie al nemico.Allora, per giustificarsi
direttamente con Carlo V, credette opportuno recarsi nelle Fiandre. Presso Anversa, mentre
era in compagnia di Girolamo Pallavicino, fu assalito da otto sicari della casa Farnese e
ucciso.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO ALESSANDRO
Varano
Marchesi 1556
Quale feudatario di Varano, nel 1556 prestò omaggio a Filippo II re di Spana e
duca di Milano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.
PALLAVICINO ALESSANDRO
Zibello 1570 c.- Roma 19 settembre 1645
Figlio di Alfonso e di Ersilia Malaspina. Nel 1581 fu adottato da Sforza
Pallavicino, marchese di Cortemaggiore e di Busseto, alla cui morte, avvenuta nel 1585,
ereditò i suddetti feudi. Il duca di Parma Ottavio Farnese gli diede in sposa sua figlia
Lavinia e lo protesse in ogni modo. Nel 1586 andò nelle Fiandre al servizio di Alessandro
Farnese, ed essendo ancora minorenne, lasciò in procura le sue terre e i suoi enormi beni
al padre e alla moglie. Ma nel 1587 Alessandro Farnese, divenuto duca di Parma e Piacenza
alla morte di Ottavio Farnese, ordinò il sequestro dei feudi dei Pallavicino non
riconoscendone la legittimità. Il Pallavicino si fece difendere dal Menocchio, un legale
assai stimato, ma nulla poté conro i soprusi del Farnese che impose al consiglio di
giustizia di riconoscere la propria tesi, e fece rinchiudere il Pallavicino nella
Rocchetta di Parma. Il Pallavicino poté riottenere la libertà solo quando ordinò ai
castellani delle sue rocche di consegnarle ai Farnese. Si ritirò allora a Salò e
intentò causa al suo contendente dinanzi al Tribunale di Roma. La lite durò 47 anni e si
risolse solo nel 1633 quando si arrivò a un componimento voluto da Odoardo Farnese: il
Pallavicino ottenne solo pochi riconoscimenti, una somma di denaro e i territori di
Castiglione della Teverina e santangelo in Castel Madama, rinunciando a ogni
diritto sui possedimenti del Ducato. Morì a circa 75 anni detà.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII
PALLAVICINO ALESSANDRO
Tabiano
14 dicembre 1613-Borgo San Donnino 25 maggio 1675
Nacque nel castello di Tabiano dal marchese Francesco, feudatario di quella terra,
e dalla nobildonna Caterina Cerati. Fu il quarto di sette fratelli, cinque maschi e due
femmine. poiché il padre risiedeva
abitualmente a Parma, il Pallavicino abitò in seno alla famiglia nel vecchio palazzo,
situato in SantAnastasio di Parma, sino alletà di quindici anni. La vocazione
allo stato ecclesiastico si manifestò in lui giovanissimo: il 28 ottobre 1628 entrò tra
i monaci dellordine di San Benedetto e professò il 21 dicembre del seguente anno
nel monastero di San Giovanni Evangelista in Parma.
Completati gli studi delle sacre discipline, fu preposto nello stesso monastero
allinsegnamento ma dopo alcuni anni vi rinunciò per ragioni di salute dedicandosi
ad altre attività. Ricoprì la mansione di cerellario, passando quindi a Roma al servizio
del procuratore generale dei Benedettini. Occupate numerose dignità nella congregazione
sino a divenire Procuratore generale, il 12 gennaio 1660 il pontefice Alessandro VII lo
nominò vescovo di Borgo San Donnino. Preso possesso della sede, suo primo pensiero fu
dindire la sacra visita pastorale, allo scopo di conoscere il clero e il popolo
della diocesi che gli era stata affidata. Liniziò il 29 aprile dello stesso anno e
la terminò il 2 settembre del successivo. Nei giorni 4, 5 e 6 giugno 1663 celebrò il
sinodo, facendone stampare le costituzioni a Parma con i tipi degli eredi Viotti. Nella
circostanza del sinodo, il Pallavicino provvide ad assegnare il titolo agli otto
canonicati eretti in cattedrale che ne erano
sprovvisti, chiamando il primo di San Michele Arcangelo (Teologale), il secondo di San
Francesco (Penitenzieria), il terzo di San Donnino, il quarto di San Pietro, il quinto di
San Paolo, il sesto di San Giovanni Battista, il settimo di San Giuseppe e lottavo
di San Marco. Considerato poi che i redditi della confraternita della Beata Vergine del
Carmine eccedevano notevolmente gli oneri gravanti sopra di essa, dispose che parte dei
beni del pio sodalizio andassero a beneficio delle ore canoniche della Cattedrale,
obbligando tuttavia i canonici e i prebendari a cantare la messa e a recitare le ore in
tutte le feste di precetto e anche nelle feste di San Benedetto, San Francesco e di San
Carlo Borromeo. Il Pallavicino fu prelato di pietà singolare e di inesauribile carità,
doti che lo resero particolarmente caro al clero e al popolo. Governò degnamente la
diocesi per quindici anni. Una dolorosa malattia, che si tentò di vincere con un
intervento operatorio, ne causò la morte. La sua salma fu inumata in Cattedrale nella
cappella della Beata Vergine del Carmine, nel lato di destra. Il fratello del Pallavicino,
Federico, fece murare nella parete corrispondente una piccola lapide marmorea recante la
seguente breve iscrizione: Alexandro marchioni Pallavicino
Burgi Sancti Domnini episcopi inter universi populi lacrimas Federicus frater
dilectissimus hunc lapidem sui amoris in argumentum erexit anno sui obitus MDCLXXV.
FONTI
E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 315-316.
PALLAVICINO ALESSANDRO
Busseto-28 giugno 1678
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Fu Cavaliere gerosolimitano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO ALESSANDRO
Busseto
26 gennaio 1667-Parma 1749
Figlio di Alfonso e di Anna Ariberti. completò
e abbellì il palazzo di famiglia in busseto.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.
PALLAVICINO ALESSANDRO
1674
c.-Staffarda XVIII secolo
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. cavaliere
gerosolimitano, fu al servizio imperiale. Rimase ucciso combattendo contro i Francesi.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO ALESSANDRO
Parma
1768 c.-Parma 13 febbraio 1831
Figlio di Antonio Francesco e di Anna tarasconi
Smeraldi. Allievo al Collegio dei Nobili, nel Carnevale del 1781 cantò nel dramma
pastorale La morte di Nice, rappresentato nel Teatro dellIstituto. Fu Ciambellano
dellImperatore daustria. Nel
1817 fu capitano delle guardie donore di Maria Luigia dAustria, duchessa di parma, e nel 1818 fu creato cavaliere dellordine Costantiniano. Nel 1825 fece costruire
sulla sponda sinistra dellAniene un ponte sospeso in ferro, il primo del genere in
Italia, destinato ad aprire una via di comunicazione tra le genti divise dal fiume, dato
che da Tivoli e Vicovaro non esisteva alcun passaggio. Il ponte fu eseguito in modo tale
da permettere anche il passaggio dei carri, mentre fino ad allora se ne erano costruiti
solo per i pedoni.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.
PALLAVICINO ALESSANDRO FELICE, vedi PALLAVICINO GIOVANNI FRANCESCO MARIA
PALLAVICINO
ALESSANDRO GALEAZZO
Busseto
ante 1619-23 marzo 1666
Figlio di Gerolamo Galeazzo, marchese di Busseto. In gioventù servì nelle truppe
di Ferdinando II. Nel 1636 fu in Italia, e il 13 settembre, unitamente al fratello, in
nome dei congiunti prese possesso dei marchesati di Busseto e Cortemaggiore. Dopo pochi
mesi fu espulso dalle armi dei Farnese. Morto il padre, ottenne dalle corti di Vienna e di
Madrid tre diversi mandati imperiali contro i Farnese.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Nasalli Rocca, Gli statuti
dello stato piacentino e le Additiones di Cortemaggiore, in Bollettino Storico Piacentino,
1926-1927; E. Seletti, La città di Busseto, capitale un tempo dello stato dei
Pallavicino, Milano, 1883; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.
Argegni, Condottieri, 1937, 384.
PALLAVICINO ALFONSO
21
ottobre 1568-Parma 1659 c.
Figlio
naturale di Camillo e di Isabella Tonioli. Fu legittimato e divenne, a scapito dei
fratelli, il prediletto del padre. Visse alla Corte di parma e fu maestro di Camera del duca Orazio
Farnese. Fece testamento l11 novembre 1658.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.
PALLAVICINO ALFONSO
1611-Busseto
14 gennaio 1679
Figlio di Alessandro e di Francesca Sforza. È citato una prima volta nel 1641. Nel
1657 fu ambasciatore a papa Alessandro VII per promuovere le ragioni dei Farnese sul
Ducato di Castro. Nel 1666 fu ambasciatore a Milano per complimentare linfanta
Margherita che andava in Germania sposa allimperatore Leopoldo. Morì a 68 anni e fu
sepolto nella chiesa di SantAntonio.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.
PALLAVICINO ALFONSO
Busseto
14 giugno 1648-Busseto 9 settembre 1715
Compì
gli studi ecclesiastici nel seminario diocesano di Borgo San Donnino e, ordinato
sacerdote, fu destinato a Busseto quale canonico in quel capitolo, mansione che il pallavicino svolse ininterrottamente sino alla
morte. Prossimo alla fine dei suoi giorni, con testamento del 4 giugno 1715, ricevuto dal
notaio e cancelliere vescovile Ercole Micheli, donò ai Gesuiti di Busseto un fabbricato,
poi denominato Ritiro, tre poderi per complessivi 23 ettari e un capitale di censo perché
con le rendite dei beni lasciati fossero annualmente tenuti da quei religiosi più corsi
di esercizi spirituali per sacerdoti, chierici o secolari. La disposizione testamentaria
fu rispettata fintanto che, con regio decreto 8 marzo 1900, il patrimonio del pio legato
fu concentrato nella Congregazione di carità di Busseto per passare poi in
amministrazione dellEnte comunale di Assistenza e infine al Ricovero di Mendicità,
che reca il nome del Pallavicino.
FONTI
E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 316-317.
PALLAVICINO
ANNA
Parma
1879
Moglie del conte Giovanni Simonetta, essendo scampata a un incidente stradale con
la carrozza, fece costruire dallarchitetto Pancrazio Soncini un oratorio a
Porporano, che fu inaugurato il 16 luglio 1879 con lintervento del vescovo Domenico
Villa. Cantò un piccolo coro composto da dieci giovanetti, tutti appartenenti alla
famiglia Pallavicino, e larmonium fu suonato dal marchese Filippo Pallavicino, che
si alternò con la marchesa Eleonora Pallavicino. Nelloratorio furono poste due
campane: una del 1723 con limmagine di Santa Felicola e la scritta Procul recedat
calamitas tempestatum. P. Bosi. F., laltra, opera della Fonderia Vittorio De Poli di
Porporano, sostituì quella fusa durante la prima guerra mondiale.
FONTI
E BIBL.: L. Gambara, Ville, 118-120; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
PALLAVICINO ANNA, vedi anche ANGUISSOLA ANNA e TARASCONI SMERALDI ANNA
PALLAVICINO ANNIBALE
Zibello-ante
1541
Figlio di Federico. Fu uno dei feudatari che prestarono solenne giuramento di fedeltà a
re Lodovico XII il 26 ottobre 1499 nel Castello di Milano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO ANNIBALE
Scipione
9 febbraio 1592-post 1635
Figlio di Ascanio e di Marcella Pallavicino. Marchese di Specchio, nel 1635 fu al
servizio dei Farnese alleati con Luigi XIII per cacciare gli Spagnoli da Milano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.
PALLAVICINO ANTONIA, vedi CASALI ANTONIA
PALLAVICINO ANTONIO
Zibello
1404/1429
Figlio di Federico. Il 4 giugno 1404 entrò a far parte della lega contro Ottobono
Terzi, signore di Parma. Nel 1416 fu spogliato dagli Estensi del feudo di Zibello e
rinchiuso nel carcere di Parma. Tentò la fuga ma fu scoperto e ricondotto in prigione.
Nel 1427 lo si trova alleato con Oberto Pallavicino e i Veneziani contro il Duca di
Milano. Avendo innalzato le insegne di Venezia sulle sue rocche, il Visconti lo assalì e
lo spogliò di ogni possesso. Con la pace di Ferrara del 1428 il feudo di Zibello gli fu
restituito ma appena un anno più tardi ne fu definitivamente spogliato da Orlando
Pallavicino.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO ANTONIO
Busseto
o Scipione-post 1432
Figlio di Uberto. Il 20 novembre 1432 ebbe linvestitura del feudo di Ravarano
da Filippo Maria Visconti duca di Milano, che gli donò i beni nel Parmigiano che erano
appartenuti a Giacomo Pallavicino che gli si era ribellato.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO ANTONIO
Busseto
1511
Figlio di Giovanni e di una Cerioli. Nel 1511 fu Magistrato dei provveditori di Crema.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, famiglie celebri, VI,
1840, tav. XV.
PALLAVICINO ANTONIO
Busseto ante 1591-Cremona ante 1659
Figlio di Antonio, dei marchesi di Busseto, fu condottiero al servizio della Chiesa
e nel 1591 seguì in Francia il nipote di papa Gregorio XIV, inviato in soccorso della
lega cattolica contro gli Ugonotti. Fu nominato erede universale dallavo Adalberto
in sostituzione del ramo di Galeazzo, suo zio. Il Pallavicino si domiciliò in Cremona.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; P. Pallavicino, Notizie sulla
famiglia Pallavicino, Firenze, 1911; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; C.
Argegni, Condottieri, 1937, 384.
PALLAVICINO ANTONIO
Busseto
1674-Roma 1749
Fu un eminente rappresentante del ramo dei marchesi di Busseto. Laureato in legge
alluniversità di Pavia, intraprese la
carriera ecclesiastica a Roma, dove papa clemente
XI lo annoverò, in ancor giovane età, tra i suoi prelati domestici. Nominato nel 1711
dallo stesso pontefice Referendario delle due segnature, nel 1719 membro della congregazione della sacra visita apostolica e tre
anni dopo votante della segnatura di Grazia e Giustizia, venne elevato alla dignità di
arcivescovo di Lepanto e vescovo assistente al soglio pontificio nel 1724. Fu quindi
nominato segretario della visita apostolica, consultore dellInquisizione e infine,
nel 1737, commendatore di Santo Spirito. Proposto nel 1743 da papa Benedetto XIV al
cardinalato, ricusò tale altissima distinzione. Perciò il pontefice, fatta del Pallavicino una ragguardevole
menzione in concistoro, lo creò patriarca dAntiochia ed esaminatore dei vescovi.
FONTI
E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 317-318.
PALLAVICINO ANTONIO
Busseto 1702-
Figlio di Muzio e di Maria Canobbio. Nel 1727 fece parte del consigio dei Decurioni
di Cremona.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, famiglie celebri, VI,
1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO ANTONIO
Roccabianca
1761/1799
Feudatario di Roccabianca (1761) e di Pieve Ottoville (1770), fu corrispondente
dellAffo (1791) e del Bodoni (1799) e Plenipotenziario a Piacenza nel 1796.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 674.
PALLAVICINO ANTONIO
Parma
23 agosto 1842-Marano 29 ottobre 1905
Figlio
di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino.Pur provenendo da una famiglia di legittimisti
e di sanfedisti, si proclamò sempre fieramente socialista. Uomo colto e dingegno,
si laureò in legge, esercitò la professione di notaio e coltivò la letteratura
pubblicando anche qualche piacevole sonetto e parecchie argute satire. Alcune sue poesie
sono riportate da Jacopo Bocchialini nel volume Poeti parmensi della seconda metà
dellOttocento. A Roma fu, attorno al 1870, in grande dimestichezza con Giovanni
Prati che, ormai vecchio, gli dettò versi e altri scritti. Di gusto fine e paradossale,
il Pallavicino produsse poco e quasi sempre improvvisando, ma fu piuttosto originale.
FONTI
E BIBL.: Aurea Parma 1 1924, 17; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 113.
PALLAVICINO
ANTONIO FRANCESCO
Parma
11 febbraio 1742-Firenze 19 luglio 1807
Figlio di Uberto Ranuzio e di Anna anguissola.
Nel 1796 fu inviato, assieme al marchese Dalla Rosa, a Piacenza per conferire con
Napoleone Bonaparte al fine di ottenere a qualunque costo una tregua, in modo che i domini
del duca Ferdinando di Borbone fossero salvaguardati. Ciò in effetti si ottenne (anche
attraverso la mediazione del Azara, ministro della Spagna in Roma) ma non senza gravi
sacrifici. Quando in seguito i duchi di Parma furono spogliati del loro Stato, il
Pallavicino si ritirò in Firenze.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.
PALLAVICINO ANTONIO MARIA
post 1388-Milano
post 1478
Figlio
di Giovanni e di Lucia Bojardo. Seguì la carriera militare e fu creato cavaliere nel
1478. Visse 90 anni. Fu sepolto in una tomba marmorea nella chiesa di SantAngelo di
Milano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO ANTONIO MARIA
Busseto
1453 c.-Milano 1519
Figlio
di Pallavicino e di Caterina Fieschi. Fu condottiero negli eserciti di Lodovico il Moro e
uno dei capitani delle squadre milanesi che nel 1495 furono alla battaglia del Taro contro
Carlo VIII re di Francia, che fu obbligato a ritirarsi dallItalia. Nel 1496 fu
ambasciatore in Francia. Nel 1499 fu inviato dal Duca di Milano alla difesa di Tortona
minacciata dalle truppe di Lodovico XII. Al presentarsi del nemico, il Pallavicino, forse
anche spaventato dalle minacce venutegli dalla parte guelfa della cittadina, abbandonò la
piana in mano ai nemici. Pochi giorni dopo, mentre Lodovico il Moro fuggiva
precipitosamente da Milano, il Pallavicino si adoperò per corrompere le truppe lasciate a
difesa del Castello. Di lì a poco i Francesi si impadronirono del Castello, mentre il
Pallavicino, assieme agli altri traditori Trivulzio, Corti e Visconti, fece bottino dei
preziosi del Duca. Il re Lodovico XII, per ricompensarlo dei servigi avuti, nel 1499 gli
donò in feudo Cassano dAdda, lo nominò Commissario dellAdda, Cavaliere di
San Michele e lo investì del cospicuo feudo di Borgo San Donnino. Lanno seguente fu
posto alla difesa di Milano. Nel 1508 ebbe dal re
di Francia il feudo di Castel San Giovanni. Divenuto ricco e potente, visse sempre in
Milano con grande magnificenza, permettendosi in più occasioni di invitare a solenne
convito lo stesso Re di Francia. Nel 1509 tornò a combattere, e dopo la battaglia di
Agnadello, fu inviato a governare Bergamo, sottomessasi ai Francesi. Nel 1512, dopo che i
Francesi avevano dovuto abbandonare Milano, si ritirò in Francia. Lanno seguente
seguì La Trimouille nella sua spedizione in Italia e, assieme a Bastardo di Savoja,
occupò Milano. Ma il 6 giugno i Francesi furono sconfitti nella battaglia di Novara e il
Pallavicino, assalito dal popolo a sassate, poté salvarsi solo grazie allaiuto del
Marliani, che gli era suocero, e si rifugiò nuovamente in Francia. Nel 1515 fu inviato da
Francesco I al papa Leone X per convincerlo ad allearsi con lui per la riconquista della
Lombardia. Nonostante il diniego del Papa, Francesco I penetrò in Italia e nello stesso
anno, grazie alla vittoria di Marignano, rientrò in Milano. Il Pallavicino fu nuovamente
inviato al Papa per organizzare il Congresso di Bologna. Nel 1516 fu a Lione, ove fece
testamento, lasciando, tra laltro, case, giardini, vigne e mille ducatoni doro
ai Minori Osservanti di SantAngelo vecchio fuori di Porta Nuova di Milano per
fabbricare convento, chiesa e refettorio.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.
PALLAVICINO ANTONIO MARIA
Busseto 1653
c.-post 1685
Figlio
di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Viene ricordato una prima volta nel 1683. Nel 1685 fu
ascritto al Consiglio dei Decurioni di Cremona. Fu maestro di campo comandante in capo di
tremila fanti di milizia italiana al servizio della Spagna.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO ANTONIO MARIA
30
giugno 1753-Milano 28 febbraio 1820
Figlio di Muzio Omobono e di Maria zaccaria.
Fece costruire la bella villa di Cicognolo nel Cremonese, dallarchitetto Zanoja. Si
stabilì poi definitivamente a Milano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO ARGENTINA
Zibello
1502-Zibello 28 luglio 1550
Figlia di Federico, marchese di Zibello, andò sposa sedicenne al celebre capitano
modenese conte Guido Rangoni, che seguì a Venezia, dove amò circondarsi nella sua
ospitale casa dei più vivaci ingegni del tempo. Dama di non comune avvenenza e cultura,
si dilettò in particolare di poesia e di botanica, e tra quanti beneficiarono della sua
munificenza va annoverato il poeta toscano Pietro Aretino. A lei lAretino dedicò la
commedia Il Marescalco, e Fausto da Longino le dedicò la Versione di Dioscoride. Il
Quadrio esalta la Pallavicino come poetessa e come studiosa di molte scienze e
particolarmente di botanica. Prima del Quadrio, fu il contemporaneo Giovanni Betussi a
esaltare i suoi meriti. Della pallavicino
rimangono esclusivamente una Lettera a M.P.F. nel libro II della Nuova scelta di lettere
di diversi nobili uomini, a cura di Bernardino Pino (Venezia, 1574, 40) e una Lettera al
cardinale P. Bembo, tra le lettere al cardinale raccolte dal Sansovino. Rimasta vedova nel
1543, la Pallavicino riuscì, prima della morte, a recuperare il dominio di Zibello.Una
medaglia, coniata in suo onore, figura tra i cimeli in dotazione del civico Museo
parmense.
FONTI
E BIBL.: F. Orestano, Eroine, 1940, 279; G. Betussi, Aggiunte alle donne illustri del
Boccaccio, Venezia, 1558, 206 s.; Delle donne illustri italiane dal XIII al XIX secolo,
Roma, 1850, 172; F. A. Della Chiesa, Teatro delle donne letterate, Mondovì, 1620;
P.L.Ferri, Biblioteca Femminile Italiana, Padova, 1842; G. B. Janelli, Dizionario
biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877; A. Levati, Dizionario biografico
cronologico degli uomini illustri, Classe V: donne illustri, Milano, 1821, vol. III, 61;
L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; F. S. Quadrio, Della storia e
della ragion dogni poesia, Milano, 1739-1752, tomo II, 228; G.B. Spotorno, Storia
letteraria della Liguria, Genova, 1824-1826; G. Tiraboschi, Storia della letteratura
italiana, Milano, 1821-1826, tomo VII, 136-138; C. Villani, Stelle feminili, Napoli, 1915,
505 e 563; M. Bandini, Poetesse, 1942, 107; D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina,
1961, 318.
PALLAVICINO ARRIGO
Scipione
- 1266
Marchese di Scipione, fu Vicario e luogotenente di Milano nel 1259 in nome dello
zio Oberto Pallavicino, che si era fatto Signore di quella città.
FONTI
E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 311.
PALLAVICINO ASCANIO
Scipione
o Specchio 1618 c.-Piacenza 1690 c.
Figlio di Annibale e di Giulia Cattaneo. Morì incarcerato nel Castello di
Piacenza. Non si conosce il motivo della sua prigionia. Fu lultimo marchese di
Specchio.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.
PALLAVICINO BARBARA
Zibello-Cremona
1539
Figlia
di Rolando,
marchese di Zibello. Sposò Lodovico Rangoni. Allorché il padre nel 1527 fu incarcerato
da papa Clemente VII, ottenne da questi di poter succedere col marito nei beni feudali e
fedecommissari. Nel 1531 consigliò al marito di impadronirsi dei beni del cugino Uberto.
Intrigante, pare che la Pallavicino spesso usasse il veleno per liberarsi delle persone a
lei nemiche. A Roma, il 18 gennaio 1537, fu pubblicata condanna di morte e confisca dei
beni contro di lei e contro il marito, entrambi accusati di enormi delitti, di cui però
si ignora con precisione la natura. Due anni dopo la Pallavicino morì, pare
per avvelenamento.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819; F. Orestano, Eroine, 1940,
279.
PALLAVICINO BARBARA
Busseto
1648
Figlia di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta valvassori.
Sposò Antonio Vincenzo di costanzo. Nel
1648 fu alla corte di Spagna in qualità di
Dama dellinfante Margherita di Savoja, già duchessa di Mantova.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO BARBARA, vedi anche BORROMEO BARBARA
PALLAVICINO BARTOLOMEO
-Stupinigi
1483
Figlio
di Donnino e di Francesca Cipelli. Dopo una lunga controversia tesa a recuperare il feudo
di Zibello, finalmente nel 1459 fu convenuto, con la mediazione di Francesco Sforza, che
il Pallavicino rinunziasse a Zibello, ricevendo in cambio da Orlando Pallavicino il
castello di Stupinigi in Piemonte. Nel 1482 fu nominato Consigliere del duca Carlo di
Savoja.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO BATISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA
PALLAVICINO BATTISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA
PALLAVICINO BELISARIO
-Varano
dei Melegari 1580
Figlio naturale di Gianfrancesco e di Paola Gonzaga. Fu assassinato dietro il
Castello di Varano dei Melegari, nel rivo Boccolo, con un colpo di fucile sparatogli da un
suo cugino. Fu sepolto nella chiesa di San Martino.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.
PALLAVICINO
BENEDETTO
Busseto
XVII secolo
Figlio di Giberto e di Elidonia Pallavicino. Fu Canonico regolare. Visse nel XVII
secolo.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO BERNARDINO
Zibello 1475 c.-Milano aprile 1526
Figlio di Gianfrancesco e di Giacoma brandolini.
Percorsa, ma senza vocazione, la carriera ecclesiastica fino a divenire referendario del
Pontefice e titolare di benefici a Sospiro e a Pieve Altavilla, intorno al 1494 tornò a
Zibello, dove si invaghì di Caterina Buffetti, sposata a un calzolaio del luogo,
Giampietro Musini, detto de Gastaldi, e si pose senza ritegno a farle la corte. Il
Pallavicino ereditò dal padre i feudi di Solignano, Varano dei melegari e SantAndrea nel 1497, epoca in cui
era protonotario apostolico e soggiornava in Milano con la carica di consigliere ducale di
Lodovico il Moro. Nel 1499 prestò solenne giuramento di fedeltà a Lodovico XII in
Milano. Fu poi Podestà di Bormio nel 1501. Ebbe una intricata vicenda sentimentale che lo
portò a convivere contemporaneamente con la già nominata Caterina Buffetti, con sua
sorella Marta, con la loro nipote Margherita e con Comina, figlia di Caterina. A nulla
valsero i richiami del padre, che naturalmente disapprovava il suo disonorevole
comportamento: per avere Caterina Buffetti, il Pallavicino giunse, alla fine di marzo del
1496, a uccidere nella stalla della rocca il suocero di lei, Gianantonio, che era fattore
del vecchio marchese e che aveva assunto nei confronti della nuora un atteggiamento fermo
e severo. Una notte di maggio dello stesso anno organizzò e attuò il rapimento della
donna, che condusse con sé a Sospiro e non rilasciò più, nonostante le minacce a lui
indirizzate dal marchese Giovan Francesco. Dopo la morte, forse per avvelenamento, di giampietro Musini (settembre 1509), il pallavicino, che intanto era divenuto signore del
castello di Varano Melegari, lasciatogli in eredità dal padre, sposò Caterina Buffetti,
dalla quale ebbe quattro figli: Uberto, Pallavicino, Sigismondo e Gian Francesco. La
dispensa al matrimonio e il riconoscimento dei figli (undici, secondo il Litta) nati nel
frattempo fu data da papa Giulio II che delegò al proposito Bartolomeo Guidiccioni,
vicario generale della Chiesa di Parma. Lambiguità e lincertezza riguardo
alle date che caratterizzarono la vicenda matrimoniale del Pallavicino e di caterina Buffetti costituirono la causa principale
che impedì ai loro figli di entrare pacificamente in possesso dei beni paterni. Il pallavicino morì mentre era quasi certamente
ancora incarcerato nel Castello di Milano, non si sa bene per quale motivo.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI; C. Soliani, Il feudo di Zibello,
1990, 39.
PALLAVICINO BERNARDO
Piacenza
XVI secolo
Figlio di Giberto. Fu Dottore di Legge in Piacenza nel XVI secolo.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.
PALLAVICINO BRUNORO
1474
c.-Pontremoli 1520
Figlio
di Alessandro e di Costanza Sanvitale. Fu commissario di Galeazzo Pallavicino, signore di Busseto, in Pontremoli, ove a lungo
risiedette.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.
PALLAVICINO CAMILLA
Busseto-Cortemaggiore
post 1563
Nacque dal marchese Ottaviano. Sposò alletà di undici anni Cesare
Pallavicino. Rimasta vedova dopo quindici anni di sterili nozze, contrasse matrimonio col
marchese Gerolamo Pallavicino di Cortemaggiore. Il Levati scrive che da quella unione
nacque un figlio, morto nellinfanzia, mentre il Garollo afferma che la Pallavicino
ebbe una figlia di nome Isabella, maritata a Giampaolo Meli Lupi, marchese di Soragna. La
Pallavicino fu donna dingegno e scrisse con eleganza. Lodata dai contemporanei, e in
particolare dal Betussi che le dedicò nel 1545 la Giunta al Boccaccio, non perdette mai
la modestia: la sua impresa, illustrata da Giovanni Ferro, rappresenta una testuggine in
atto di rodere un garofano, e porta il motto Ogni beltà ha fine. Della Pallavicino
rimangono due Lettere a Pietro Aretino, nel II libro delle Lettere scritte al Signor
Pietro Aretino (Venezia, 1551, 265).
FONTI
E BIBL.: G. Betussi, Giunta alle donne illustri di G. Boccaccio, Firenze, 1596; G. Ferro,
Teatro dimprese, Venezia, 1623, 690; G. Garollo, Dizionario biografico universale,
Milano, 1907; A. Levati, Dizionario biografico cronologico degli uomini illustri, Classe
V: donne illustri, Milano, 1821, vol. III, 61; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino,
Piacenza, 1899; M. Bandini, Poetesse, 1942, 104.
PALLAVICINO CAMILLO
Scipione-Anversa
1555
Figlio di Giulio e di Luigia Anguissola. Il 23 settembre 1545 giurò fedeltà, con tutti
gli altri feudatari del Parmigiano, a Pier Luigi Farnese, primo duca di Parma e Piacenza.
Il Pallavicino fu tra i principali congiurati che due anni dopo assassinarono il Duca.
Assieme al fratello Alessandro ebbe il compito di impadronirsi del ponte levatoio della
vecchia Cittadella, dove alloggiava il Farnese, e uccidervi le guardie in caso di
resistenza. Due anni dopo, il Pallavicino e gli altri congiurati furono chiamati a
comparire in Roma da papa Paolo III per essere incolpati dellomicidio ma essi
inviarono una lettera nella quale dichiararono di essere stati ispirati da Dio
nellazione commessa. La citazione non ebbe comunque conseguenze. Nel 1551 il
Pallavicino militò con le truppe di Carlo V nella guerra contro i Farnese e quattro anni
dopo Filippo II, a riconoscimento dei suoi servigi, gli concedette una pensione di 40
scudi al mese e una condotta di 400 fanti.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO CAMILLO
Busseto
1675 c.-
Figlio di Antonio Maria e di Amelia Clavello. Fu nominato Cavaliere gerosolimitano nel
1694.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO CAMILLO
Busseto
1714-10 novembre 1785
Figlio
di Muzio e di Maria Canobbio. chiamato dallo
zio, nel 1728 si recò a Roma nel Collegio Clementino ove rimase fino al 1737. Ritornato a
Busseto e laureatosi allUniversità di Pavia, fu nominato Prevosto mitrato e curato
della chiesa di SantAgata di Cremona. Fu autore di una parafrasi in versi latini del
poema filosofico dello Stecchi intorno alle meteore e lesse una dissertazione
sullOrigine dei Fonti nellAccademia degli Arcadi della sua città.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO CARLO
Polesine
o Monticelli dOngina 1427-Monticelli dOngina 1 ottobre 1497
Figlio di Orlando e di Caterina Scotti. canonico
della Cattedrale di Parma nellanno 1452, fu poi Protonotorio Apostolico, e divenne
Vescovo di Lodi il 21 giugno 1456. Arricchì la Cattedrale di Lodi di paramenti
preziosissimi (del valore di trentamila scudi) e accrebbe la biblioteca del Capitolo di
molti volumi. Onorò la Cattedrale di Lodi della dignità arcipresbiteriale, e in tempo di
carestia sovvenne con grandi elemosine i poveri. Istituì un Collegio di Canonici con
Prepositura nella terra di Monticelli, suo feudo, e lo arricchì di paramenti preziosi e
di ricche entrate. Fu sepolto nella Cattedrale di Lodi.
FONTI
E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 55 e 167-168; M. Martini, Archivio capitolare della cattedrale, in Archivio storico per le Province Parmensi 1911, 127;
A.Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.
PALLAVICINO CARLO
Tabiano
1447 c.-post 1513
Figlio di Uberto e di Polissena Anguissola. Fu marchese di Tabiano. Il 12 aprile
1513 massimiliano Sforza riconobbe le
prerogative imperiali dei suoi feudi, confermate in seguito anche da papa Clemente VII.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.
PALLAVICINO CARLO
Zibello
1527 c.-post 1586
Figlio di Uberto e di Marta Gambara. Fu delegato dai Pallavicino di Varano e di
Polesine a disputare ad Alessandro Pallavicino ladozione in lui fatta da Sforza
Pallavicino. Essendo poi stati occupati questi feudi dal duca di Parma Alessandro Farnese,
nellimpossibilità di sostenere le sue ragioni, il Pallavicino li cedette
definitivamente ad Alessandro Farnese con un componimento della controversia.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.
PALLAVICINO CARLO
Parma
19 marzo 1616-Polesine 12 agosto 1699
Figlio di Ottaviano e di Bianca Cattaneo. Nel 1638 fu fatto Canonico della
Cattedrale di Parma, quindi passò presso il cardinale Rinaldo dEste, fratello del
duca di Modena, e visse per qualche tempo alla sua corte.
Fu Protonotario apostolico e Abate di Santa maria
degli Umiliati di Borgo San Donnino. governò
per quarantanni il marchesato di Polesine senza mai condannare alcuno alla pena di
morte. Edificò un palazzo in Parma e uno in Polesine. Nel 1683 pose nella cappella della
Beata Vergine delle Grazie nella chiesa dei Minori Osservanti di Busseto
uniscrizione ricordante i suoi più distinti antenati.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII.
PALLAVICINO CARLO
Gallignano
di Soncino 27 aprile 1619-post 1646
Figlio di Ermes e di Virginia Parati. Condusse una vita sregolata frequentando
facinorosi e persone bandite dai tribunali, e fu noto per le sue violenze e per i molti
stupri commessi. Nel 1639 prese letteralmente dassalto la casa di Domitilla
Beltramini per farle violenza. Nel 1641 fece ammazzare da alcuni sicari Giannangelo
Peracchi, e lanno seguente lattuario criminale Stefano Cerami. Nel 1646 fu
condannato assieme al fratello Francesco, reo dei medesimi delitti, alla morte e alla
confisca dei beni. Ambedue si salvarono ponendosi al servizio di Venezia.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.
PALLAVICINO CARLO
Busseto-1758
Figlio di Muzio Omobono e di Maria zaccaria.
Fu Cavaliere gerosolimitano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO CARLO
Parma
11 novembre 1843-
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Dottore in Legge, fu Patrizio e
cittadino veneto.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIV.
PALLAVICINO
CARLO FRANCESCO GIORGIO
Parma
30 dicembre 1715-12 maggio 1741
Figlio di Pio Giorgio e di Margherita Borromeo. Fece parte nel 1740 del Magistrato
dei XII di Provvisione di Milano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.
PALLAVICINO CARLO GIUSEPPE
Parma
1633/1636
Fu chierico regolare di San Paolo. Nel 1633 fu a Vienna per conto del padre onde
perorare presso la Corte imperiale perché fosse fatta giustizia e restituiti i beni della
famiglia confiscati dai Farnese. Uomo molto avveduto, il Pallavicino avrebbe forse potuto
rendersi particolarmente utile per la causa della famiglia ma, su istigazione dei Farnese,
fu richiamato in patria dal generale della Congregazione dei Barnabiti. Nonostante ciò,
anche per merito suo, tre anni dopo lImperatore riconobbe la legittimità delle
richieste dei Pallavicino.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO CAZANO
Pellegrino
XIII secolo-1307
Figlio di Pelavicino. Fu ucciso in un fatto darme della guerra scatenatasi tra il
fratello Visconte e Alberto Scotti.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.
PALLAVICINO CESARE
1537
c.-Vienna
Figlio di Adalberto e di Angela Morani. Andò a servizio dellesercito
imperiale seguendo Sforza Pallavicino marchese di Cortemaggiore.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO CLARA
Polesine
8 febbraio 1699-Parma 11 maggio 1779
Figlia di Carlo Alberto e di Paola Sanvitale. Fu Dama della Croce stellata. Fu
sepolta nella chiesa della Steccata in Parma.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.
PALLAVICINO CLAUDIO
Busseto-Spagna
17 febbraio 1678
Figlio di Sforza, marchese di Busseto. Servì, col grado di capitano di corazze, nel 1635
limperatore e poi il Re di Spagna.
Rimase ferito sotto Valenza e fu fatto prigioniero dalle milizie dei Farnese. Fu quindi
consegnato ai francesi, dai quali si
riscattò pagando una forte somma di denaro. Nel 1647 fu a Milano, quindi passò in
Spagna.
FONTI
E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca
Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia
della monarchia piemontese, XI; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883 V. Spreti,
Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 385.
PALLAVICINO CLAUDIO
Parma
7 giugno 1640-Roma 15 aprile 1692
Nacque
da Brunoro e Anna Maria Ferrari. Fu Maestro di Camera del cardinale Altieri. È forse lo
stesso che fu Canonico della cattedrale di
Parma dal 1673 al 1680.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.
PALLAVICINO CORRADO
Parma
2 giugno 1870-Roma 2 febbraio 1929
Dilettante di buon livello, musicò loperetta in 3 atti La festa
dellarancio, su libretto del giornalista Paolo Reni, allievo ufficiale alla scuola di Applicazione di Fanteria di Parma.
Strumentata da Alfonso Raimondi, il 25 novembre 1918 fu rappresentata dalla compagnia di
Augusto Angelini al Teatro Reinach di Parma, ricevendo applausi e chiamate rinnovati per
tre sere.
FONTI
E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 149; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.
PALLAVICINO COSTANZA
Parma
30 ottobre 1771-
Figlia
di Antonio Francesco e di Anna tarasconi. Fu
Dama di Palazzo della Corte di parma
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.
PALLAVICINO CRISTOFORO
Busseto
1450 c.-Milano 11 novembre 1521
Figlio di Pallavicino e di Caterina Fieschi. Le prime notizie del Pallavicino si
hanno a partire dal 1499. Fu condottiero al servizio della Francia al tempo della Lega di
Cambrai e in nome di Lodovico XII presidiò, assieme ai fratelli Galeazzo e Antonio Maria,
Guastalla. Nel 1512 passò al servizio degli Sforza: a loro nome, nel 1513 andò a
presidiare Cremona.nel 1515, quale Capitano
darme, combatté alla battaglia di Marignano dove fu fatto prigioniero. Una volta
liberato dai Francesi, si ritirò a Busseto dove completò e fondò il Convento di Santa
Maria per le monache dellOrdine di Santa Chiara. Edificò poi un palazzo a Samboseto
e la chiesa dellincoronata a
Castiglione Lodigiano. Sospettato di far parte di una congiura ai danni dei Francesi, fu
attirato con linganno a Milano dal governatore Lautrec e immediatamente imprigionato
(secondo il Mensi, il Lautrec imprigionò il Pallavicino dopo aver occupato Busseto con
quattromila guasconi). Senza attendere il
giudizio del Re, il Lautrec , forse anche per reprimere col terrore lodio della
popolazione milanese nei confronti del suo governo, l11 novembre 1521 fece
decapitare sulla piazza del Castello il Pallavicino, nonostante la sua età veneranda
(oltrepassava i 70 anni). Prima di essere tratto al patibolo, il Pallavicino dettò a
Paolo Giglio di Milano, suo confessore, le ultime disposizioni testamentarie, firmate, che
il frate consegnò al notaio di Monte Novo.
FONTI
E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 312; P. Litta, Famiglie
celebri, VI, 1840, tav. XXI.
PALLAVICINO DARIO
Parma
1611 c.-post 1661
Figlio di Ottaviano e di Bianca Cattaneo. Fu monaco, col nome di Giuseppe,
dellOrdine Benedettino nella congregazione dei canonici lateranensi. Fu poi Abate
nel monastero di San Sepolcro in Parma dal 1650 al 1655. Nel 1659 uscì dalla
congregazione passando alla Corte del cardinale Rinaldo dEste, che accompagnò nel
1661 nella sua legazione in Francia. Ritornato in Italia, fu nominato Arcidiacono della
Cattedrale di Parma. Fu anche poeta, e in varie Accademie sono ricordati componimenti da
lui recitati.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII; V. Soncini, Chiesa di S.
Sepolcro, 1932, 91.
PALLAVICINO DELFINO
Busseto
1106 c.-post 1153
Figlio di Oberto, ebbe dal padre in appannaggio le terre site nel Parmigiano, oltre
il Taro. Venuto in discordia col fratello Tancredi, si ribellò al padre occupandogli
alcune terre e uccise Tancredi. Cominciata la guerra tra i Piacentini, protettori del
padre, e i Parmigiani, prese anchegli le armi e colle sue devastazioni recò
gravissimi danni agli avversari. Fu assalito due volte nel castello di Tabiano, ove si
fortificò colle sue milizie e alla fine i Piacentini conquistarono e distrussero il
castello. Pose fine alla guerra e alle discordie domestiche la comparsa in Italia di
Federico I (1153), nella quale occasione gli fu restituito ciò che restava del castello
di Tabiano. Forse il nome di Delfino fu solo il soprannome del Pallavicino, che gli venne
dallessere stato alle crociate e dallaver preso per insegna il delfino.
FONTI
E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca
Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. Pavia, salsomaggiore, Tabiano, Milano, 1898; V. Spreti,
Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C. Argegni, Condottieri, 1937, 385-386.
PALLAVICINO DELFINO
Scipione
1238
Figlio di Guglielmo e di Solestella. Nel 1238 fu Podestà di Reggio. Prese parte alla
Signoria di Soragna unitamente ai Lupi.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.
PALLAVICINO DONINO
Busseto
ante 1348-1360 c.
Fu nipote del Marchese Uberto Pallavicino. Per il suo valore e le sue qualità fu
tenuto in grandissima stima da Ugo IV, re di Cipro. Barone delle Corte cipriota, fu
valoroso guerriero.
FONTI
E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, [177-178].
PALLAVICINO DONNINO
Zibello
1416/1429
Figlio di Federico. Poco dopo il 1416 divenne nemico degli Estensi. Per questo
motivo gli fu tolto il feudo di Zibello e, fatto prigioniero, fu rinchiuso in Parma. Nel
1418, di notte si calò dalle mura della Ghiaia presso il ponte di Galleria e fuggì
assieme a due figli che erano stati rinchiusi con lui. Tentò allora, con laiuto di
Pietro Pallavicino, di riprendere Zibello ma dovette desistere dallimpresa trovando
i Rossi, i Sanvitale e i Lupi uniti nella difesa della rocca a nome degli Estensi. Zibello
gli fu probabilmente restituita nel 1420 ma ne fu di nuovo spogliato nel 1429 da Orlando
il Magnifico.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO DONNINO, vedi anche PALLAVICINO DONINO
PALLAVICINO DOROTEA, vedi MAGNANI LUIGIA MARIA DOROTEA
PALLAVICINO ELEONORA
Brugnola
di Salso 1596
Marchesa. Il 3 giugno 1596 con altre cinque dame salsesi prese parte alla fondazione della
Confraternita della Beata Vergine del Carmelo a Marzano.
FONTI
E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21.
PALLAVICINO ELEONORA, vedi anche CAPILUPI ELEONORA
PALLAVICINO EMILIO MARIA
Parma
8 agosto 1884-Parma 17 aprile 1942
Figlio di Filippo e Luisa Benassi.Marchese, laureato in Teologia, fu Prelato di Sua
Santità e Canonico della Cattedrale di Parma. Fu inoltre direttore dellUfficio
missionario diocesano di Parma e cofondatore (1923) e primo Assistente ecclesiastico
(1924-1928) dello scoutismo cattolico (ASCI) di Parma.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 420; Centro Studi Scout C.Colombo (M.Furia).
PALLAVICINO EMMANUELE
Parma-1499
Figlio di Lodovico e di Antonia Secco. Il 24 marzo 1485 ottenne dal duca di Milano
Lodovico il Moro la facoltà di portare le insegne sforzesche di colore bianco e morello.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.
PALLAVICINO
ENIRO
busseto-22
febbraio 1601
Figlio
di Pallavicino e di Isabella Carpani. Nel 1593, assieme al fratello Fabio, giurò fedeltà
a Ranuccio Farnese duca di Parma.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.
PALLAVICINO ENRICO
Scipione-Benevento
26 febbraio 1265
Figlio di Manfredo, dei marchesi di Scipione. Molto esperto nelle arti militari, combatté
nelle guerre contro i guelfi. Quando suo zio Uberto Pallavicino, nel 1260, fu nominato
capitano generale dei Milanesi, lo chiamò a sé e lo fece suo luogotenente. Nel 1261 gli
riuscì di conquistare Tortona, aggiungendo così una città importante ai dominî dello
zio. Nel 1265 si unì al fratello Uberto contro il marchese Guglielmo di Monferrato che,
nellimminenza dellarrivo in Italia di Carlo dAngiò, aveva preso le armi
contro i ghibellini. Il Pallavicino fu inviato in Puglia per difendere Manfredi. Morì in
battaglia insieme al figlio di Federico di Svevia.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle
Compagnie di ventura, Torino, 1893; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano,
1932; C. Argegni, Condottieri, 1937, 386.
PALLAVICINO ERCOLE
Varano
21 aprile 1701-7 settembre 1782
Figlio di Niccolò e di Francesca della Valle. Fu Arciprete della chiesa di
Cusignano e canonico della Cattedrale di
Parma. Papa Clemente XIV lo fece Protonotario apostolico e linfante Ferdinando di
Borbone lo elesse suo primo elemosiniere. Fu lultimo marchese di Varano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.
PALLAVICINO ERMETE
Busseto
1476 c.-1562
Figlio
di Cristoforo e di Bona Pusterla. assieme al
fratello Girolamo accolse nel 1532 limperatore Carlo V, il quale nelloccasione
eresse Busseto al rango di città. Ancora assieme a Girolamo giurò fedeltà a Pier Luigi
Farnese che nel 1545 era stato fatto duca di Parma e Piacenza. Nel 1547 fu eletto Prevosto
della Collegiata di Busseto, titolo al quale rinunciò nel 1554. Nel 1556 giurò fedeltà
a Filippo II re di Spagna.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.
PALLAVICINO ETTORE
Busseto
1533
Figlio di Lelio e di Laura. Fu fatto Cavaliere da Carlo V in Busseto il 4 marzo
1533.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.
PALLAVICINO EUGENIA
Salsomaggiore-1647
Marchesa. Fu munifica sovvenzionatrice della chiesa di Salsomaggiore.
FONTI
E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21.
PALLAVICINO EUGENIO
Scipione
XVI secolo
Figlio di Annibale e di Aurelia Fogliani Sforza. Fu Canonico lateranense nel XVI
secolo.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.
PALLAVICINO FABIO
Parma 3 aprile 1584 -
Figlio di Cesare e di Margherita Sanvitale. Fu militare di professione.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO FEDERICO
Borgo San Donnino 1191
Fu il primo podestà di Borgo San Donnino (anno 1191) di cui si conosce con certezza il
nome (lattribuzione al casato dei Pallavicino o Pelavicino fu fatta per la prima
volta dal Pincolini). Del Pallavicino fanno menzione anche le storie piacentine. Allorché
Arrigo VI vendette ai Piacentini i castelli di Borgo San Donnino e di Bargone, che aveva
ricevuto in pegno, ordinò al Pallavicino di inviare a Piacenza i rappresentanti del
Comune di Borgo San Donnino a prestare solenne giuramento di fedeltà e di obbedienza a
quella comunità: ciò avvenne il 3 novembre 1191. Due giorni dopo, Antonio Andito, uno
dei consoli del Comune di Piacenza, portatosi a Borgo San Donnino, ricevette dal
Pallavicino il possesso di quella terra, abbracciando una colonna del Palazzo della
Comunità e facendosi consegnare la porta del Castello: apprehendendo columpnam palacii et
eam in manibus ipsius Antonii dimittendo, et per Portam castri que est juxta domun petri
guerci que est in capite pontis castri (strumento contenuto nel Registro Mazzano della
Comunità piacentina, 5 novembre 1191).
FONTI
E BIBL.: G. Laurini, Capi civili di Borgo San Donnino, 1927, 9-10; N. Denti, Capi civili
da Parma a Fidenza, 1960.
PALLAVICINO FEDERICO
Zibello 1389
Figlio di Donnino e di una Lupi. Ebbe in eredità il feudo di Zibello. Quando nel 1389
Giangaleazzo Visconti spogliò lo zio Barnabò dello Stato, si alleò col nuovo signore, forse sperando di averne dei vantaggi e
delle proprietà.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO FEDERICO
Ravarano o Zibello
1444/1459
Figlio di Antonio e di una Saluzzo. È ricordato una prima volta in un documento del 1444.
Nel 1454 dichiarò, quale feudatario di Ravarano, la sua lealtà al Duca di Milano. Nel
1459 compare tra i condottieri che accompagnarono il duca Galeazzo Maria Sforza nel
viaggio a Bologna, e nel 1468 fu nominato Gentiluomo ducale. Al Pallavicino si deve la
compilazione degli Statuti di Ravarano, che fu da lui affidata nel 1444 al perito
giureconsulto Guidantonio gaifasi. Tale
compilazione non fu che una riforma di quelle che i suoi avi avevano fatto eseguire per i
feudi di Ravarano e di Zibello.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO FEDERICO
Zibello-
maggio/dicembre 1502
Figlio quartogenito di Gianfrancesco e di Giacoma Brandolini. Il 5 febbraio 1498 Lodovico
il Moro gli concesse linvestitura della porzione del feudo di Zibello che aveva
avuto in eredità dal padre. Il 26 ottobre 1499 giurò fedeltà a Lodovico XII nel
Castello di Milano per i feudi della famiglia. Fece testamento il 14 maggio 1502.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.
PALLAVICINO FEDERICO
Busseto 27
ottobre 1709-Venezia post 1787
Appartenente al ramo dei marchesi di Busseto, entrò il 24 marzo 1726 nella
Compagnia di Gesù. Ricevuta la sacra ordinazione, approfondì a Cremona la propria
cultura teologica e insegnò poi a lungo teologia in quella città prima di assumere, nel
1773, lincarico di rettore del Collegio milanese di educazione. Nel 1775 pubblicò a
Milano le vite di Francesco Sforza Picenardi e della sorella di questi Teresa Isabella,
monaca nel chiostro di Santa Maria della Pace in Cremona. Quindi a Venezia, nel 1787,
pubblicò la sua opera maggiore, Il Sacerdote santificato, che ebbe larga diffusione sia
in Italia che allestero.
FONTI
E BIBL.: D..Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 321-322.
PALLAVICINO FERRANTE CARLO
Parma 23 marzo
1615-Avignone 5 marzo 1644
Settimo di otto fratelli, nacque da giangirolamo
e Chiara, figlia del conte Pompeo Cavalca. Fu tenuto a battesimo il 24 marzo 1615 da galeazzo Scotti e da Beatrice Malaspina. Il padre,
marchese di Scipione, fu coppiere di Margherita Aldobrandini, moglie di Ranuccio Farnese.
La famiglia trascorreva gran parte dellanno a Parma, in un palazzo affittato in
Strada San Michele. Come il fratello Giulio Cesare, mandato nei gesuiti, il Pallavicino fu
destinato dalla famiglia al chiostro: nel 1631 entrò nel monastero di Santa Maria della
Passione a Milano, congregazione di canonici lateranensi dellordine di San
Benedetto. Nel 1632 prese i voti con il nome di Marcantonio e, come duso, rinunciò
davanti al notaio a ogni pretesa sulleredità paterna a favore del fratello Pompeo,
che prese servizio come militare alla corte
di Odoardo Farnese. Dal canto suo, Pompeo si impegnò a corrispondere al Pallavicino una
pensione annua di cinquanta ducatoni di Milano, cifra sufficiente per consentirgli un
decoroso sostentamento. Nel corso del 1633 il Pallavicino abbandonò milano, pare dopo aver ottenuto dai superiori
lautorizzazione a compiere un viaggio in Francia. Essendo egli di felice ingegno
nellinventare favole faceva travedere la Religione, e l Mondo scrivendo la
favolosa narrazione de suoi finti viaggi per tutte le provincie di Francia (Girolamo
Brusoni). Si stabilì a Padova, nel monastero del suo ordine, e frequentò regolarmente i
corsi dellUniversità per almeno un anno accademico. Forse nel 1634 si trasferì a
Venezia, nellabbazia della Carità. Si legò damicizia al coetaneo Girolamo
Brusoni, come lui costretto sedicenne al chiostro. Nel 1635 vide la luce un primo breve
scritto in prosa del Pallavicino: Il sole ne pianeti, cioè le grandezze della
Serenissima Repubblica di Venetia (Frambotto, Padova) che gli fruttò in ricompensa dal
Senato Veneto una collana doro. Lanno seguente pubblicò due romanzi di
soggetto biblico, La Taliclea e La Susanna (dal Sarzina), e due operette di soggetto
religioso, La Traslatione del corpo di San Giovanni martire duca dAlessandria da
Constantinopoli in Venetia e la Vita di S. Giovanni martire duca dAlessandria
(entrambi dal Sarzina). Nel 1637 entrò a far parte dellAccademia degli Unisoni,
fondata da Giulio Strozzi, poi, con il nome di Accademico Occulto, di quella degli
Incogniti, fondata nel 1636 da Giovan Francesco Loredano. AllAccademia, che si
riuniva ogni lunedì nel palazzo del Loredano, frequentò Pietro Michiel, Antonio
Santacroce, Maiolino Bisaccioni e Francesco Pona. Divenne poi segretario del Loredano.
Sempre nel 1637 Crivellari e Bartoli, di Padova, gli publicarono Le glorie del miracoloso
crocifisso che si ritrova nella chiesa de venn. PP. Servi in Padova e dal Tommasini
uscì Il Giuseppe, altro romanzo il cui soggetto è tratto dalla storia sacra. Un
tentativo storico-giornalistico, I successi del mondo nellanno 1636 (Tommasini), si
dimostrò poco fortunato: il Pallavicino si schierò apertamente con il partito
antispagnolo e antipapale, ma Odoardo Farnese non apprezzò molto un passo in cui si
accenna alla sua sfortunata campagna militare contro la Spagna (la sconfitta di
Rottofreno): un Duca di Parma de propri sudditi poco sicuro, che con buon presidio
nel castello ritirossi della Città, per scansar il pericolo, a cui lesponeva la
rabbia dun popolo, impaziente de disagi della guerra (p. 77). Ancora presso
leditore Tommasini, il Pallavicino pubblicò nel 1638 due romanzi, Il Sansone e La
Pudicitia schernita, questultimo costruito su di un aneddoto scandaloso della Roma
imperiale. Dal Sarzina uscì un Applauso nella nascita del Delfino, scritto encomiastico
per la nascita del futuro Luigi XIV. Lanno seguente fece un breve soggiorno a
Genova, di cui è testimonianza lopuscolo Eolo dolente per ledificio del nuovo
molo di Genova (Farroni, Pisagni e Barberi, Genova; ripreso nella Scena rettorica).
Accrebbe di una terza parte La Susanna, sempre per il Sarzina, il quale gli pubblicò
anche La Bersabee, romanzo in cui, a differenza dei precedenti, la storia sacra è
utilizzata ai fini di una polemica allegoria della politica contemporanea. Sempre nel 1639
pubblicò Le bellezze dellanima (Tommasini, e, lo stesso anno, Genova, Calenzano),
trattatello ascetico, e LAmbasciatore invidiato, con lo pseudonimo di Alcinio Lupa.
Per Bertani riunì scritti doccasione, novelle, discorsi e lettere con il titolo di
Varie composizioni. Nel 1640 pubblicò La Rete di Vulcano (Guerigli), romanzo
mitologico-licenzioso ispirato allo Scherno degli Dei del Bracciolini, Scena rettorica
(Bertani), esercizio di erudizione, e un brevissimo romanzo politico, Il Principe
hermafrodito (Sarzina). Meditò di lasciare Venezia al seguito di un ambasciatore veneto
di partenza per Costantinopoli; poi invece accettò lincarico di cappellano di
Ottavio Piccolomini, il duca di Amalfi stabilitosi in Boemia e militare al servizio
dellImperatore. Dalla primavera del 1640 fu in Germania, dove il Brusoni vuole sia
entrato in contatto con ambienti calvinisti. Nella primavera del 1641 rientrò a Venezia,
trasformato nel fisico (contrasse il malfrancese, di cui portò i segni sul volto) e nello
spirito: ritornò trasfigurato in guisa che pareva portasse fin dallora la morte,
sul volto un non so che di noia, e di malinconia che rendeva quasi odiosa la sua
conversazione. E solamente dove fosse stato con qualche femminella volgare, pareva
chegli deponesse quella sua mesta taciturnità e rozzezza, nel parlare, non che
nelle pubbliche azzioni, ne privati trattenimenti riusciva insipido e freddo.
Avveniva che trovandosi in qualche conversazione duomini e donne di riguardo, si
sedeva solo in disparte, come astratto ne suoi pensieri, né rispondeva gran fatto
di proposito a chi lavesse risvegliato con qualche invito, o puntura (Brusoni). Lo
stesso anno, da Guerigli uscirono Le due Agrippine, romanzo storico-eroico sul genere
della Messalina del Pona, pubblicato clandestinamente, e, con lo pseudonimo di Ginifaccio
Spironcini, il Corriero svaligiato, la sola cagione di tutte le sue disgrazie, come scrive
Brusoni. Si tratta di cinquanta lettere, di vario argomento e violentemente polemiche, che
si fingono trafugate a un corriere diplomatico. Avvisato da una spia, il nunzio apostolico
Francesco Vitelli chiese al Senato di Venezia il sequestro del libro e larresto del
Pallavicino. La mattina del 23 settembre 1641 le copie del Corriero furono sequestrate e
distrutte e il Pallavicino fu prelevato dallabbazia della Carità e rinchiuso nei
camerotti. Nel febbraio 1642 fu liberato, senza processo, probabilmente grazie
allintervento di qualche amico potente (forse il Loredano). Il pallavicino gettò allora labito religioso e
non ebbe più regola alcuna di vita, lasciandosi trasportare senza riguardo alcuno, o
dalla necessità o dal capriccio (Brusoni). La sua popolarità fu accresciuta dalla bolla
papale che il 22 gennaio mise allindice Pudicitia schernita e Rete di Vulcano.
Temendo rappresaglie da parte degli ambienti ecclesiastici, si rifugiò in casa del
Loredano, poi fu a Parma, a Piacenza e in Friuli. Tornò quindi a Venezia, ospite di
Nicolò Venier, cui aveva dedicato Eolo dolente. Sempre nel 1642 videro la luce due
libelli anomini: La baccinata, ovvero
battarella per le api Barberine e il Dialogo molto curioso e degno tra due gentiluomini Acanzi, violentemente antipapali e a
sostegno di Odoardo Farnese, impegnato nella guerra di Castro. La Baccinata, poi, è
impudentemente dedicata allillustrissimo e Reverendissimo Monsignor Vitellio,
Nunzio di Sua Santità in Venezia poiché V.S. illustrissima
che nel cognome di vitello mostra desser razza di bue, assicura in sé una simpatia
naturale con quelli animali, e conseguentemente con gli Barberini. Fu in quel periodo che
il Pallavicino conobbe Charles de Brèche, figlio di un libraio di Parigi, che soggiornava
in Venezia con il falso nome di Charles de Morfù o Morfì. Il Pallavicino e de Brèche si
conobbero in casa di Nicolò Venier: il francese
gli si finse amico, gli offrì denaro e gli fece credere (pare mostrando alcune lettere
abilmente falsificate) che il cardinale di Richelieu intendeva offrirgli la carica di
storico personale e la direzione di una Accademia di lettere toscane. Il pallavicino abboccò: si recò a Bergamo preso il
parente Bartolomeo Albani, dove lo raggiunge il de Brèche, che si impegnò ad accollarsi
le spese del viaggio. Verso la metà di ottobre del 1642 i due furono a Ginevra, dove il
Pallavicino tentò, pare senza successo, di fare stampare alcuni dei pamphlet che si era
portato dietro in una grossa valigia di cuoio nero. Del 1642 sono anche laretinesca
Retorica delle puttane e il Divortio celeste, compendio delle malefatte di papa Urbano
VIII. Il fatto che queste due opere non siano menzionate nei verbali del processo tra
quelle trovate in possesso del Pallavicino nella sua valigia, e il fatto che il Divortio
descriva fatti avvenuti nellottobre dello stesso anno, lascia supporre che siano
state stampate a Venezia dopo la partenza del Pallavicino. Da Ginevra, dove affittarono
due cavalli, il Pallavicino e il de Brèche scesero lIsère e poi il Rodano fino a
Montdragon. Si avviarono quindi verso
Oranges, dove il francese aveva alcuni
affari da sbrigare. Nel 1643 partirono da Oranges per Nîmes: de Brèche condusse
lignaro Pallavicino a un posto di frontiera sul ponte di Sorgues, poco distante da
Avignone, città che era sotto la giurisdizione papale dai tempi della cattività. Il pallavicino, che viaggiava con il falso nome di giovanni Raimondi, fu arrestato dai soldati
pontifici (12 gennaio) e rinchiuso nel Palazzo dei Papi di Avignone, nella torre de la
Glacière. Il de Brèche fu subito rilasciato. Ai preparativi del processo attese, in
assenza del legato (il cardinale nepote Antonio Barberini, che si trovava a Roma), il vice
legato Federico Sforza. Se si deve credere al Brusoni, il Pallavicino tentò la fuga: si
fece dare alcune candele per leggere e appiccò il fuoco alla porta, ma il tentativo fu
subito scoperto. Listruttoria fu affidata allavvocato Stefano Ciai. Capi
dimputazione furono gli scritti, quasi tutta la produzione del Pallavicino,
contenuti nella sua valigia. parallelamente,
a Venezia, il nunzio Vitelli procedette allinterrogatorio delle persone che avevano
conosciuto limputato durante il soggiorno veneziano. Davanti ai giudici, il
Pallavicino tentò una timida difesa: affermò che i libri anonimi non erano suoi e che li
aveva avuti in dono da amici, che i manoscritti erano copie di altri manoscritti, copiati
per ingannare il tempo durante la prigionia nei camerotti, tutte cose di proprietà di
Venier, Michiel e Loredano, e che la maggior parte degli scritti brevi (pasquinate,
lettere e sonetti) laveva copiata da originali di proprietà del veneziano Avogadro
e altri erano stati trascritti dietro richiesta di de Brèche durante il viaggio. Chiese
clemenza, si dichiarò vittima di cattive compagnie e di furori giovanili. Rinnegò la
Baccinata affermando di averla avuta in dono dal Loredano mentre si trovava a Bergamo
perché la confutasse. Del Corriero svaligiato disse che una prima versione, che non vide
mai la luce, era sua, ma che quella pubblicata gli era stata attribuita dai nemici. Ma lo
Sforza scrisse il 3 settembre 1643 al cardinale Barberini: Si conosce chiaramente gli
scritti essere originali, e non copie, come egli asserisce; e perché da quello
chabbiamo nel processo sin ad ora pare che ci sia tanto che avanzi per castigarlo
come merita, non abbiamo ancora voluto avventurarlo ai tormenti, alli quali io credo
nondimeno chegli sia per fare poca resistenza, per aver veduto con che facilità ha
confessato quello che di già è in processo. Io credo che la giustizia sia per
condannarlo alla morte. Inutili furono le richieste di perdono, infarcite di dotte
citazioni dalla storia sacra, che il Pallavicino indirizzò al cardinal nepote: Ma quale
gloria le sarà daver schiacciato il capo ad un verme? Sarà più vantaggio della
sua magnanimità il raddrizzarmi, e farmi un vivo trofeo della sua clemenza (questa
lettera fu allegata agli atti processuali come comprovante confessione piena). Benché il
delitto di cui il Pallavicino fu accusato non fosse, di per sé, capitale, fu giudicato
tale propter reiterationem: la condanna fu a morte per lesa maestà e apostasia. Venerdì
4 marzo 1644 venne degradato da un alto prelato e sabato 5 fu condotto nella piazza
antistante il Palazzo dei Papi e, a soli 29 anni detà, decapitato. Gli si
risparmiò il rogo già che si trova che egli è Gentiluomo. I libri furono arsi dal
carnefice, i manoscritti conservati. Che il Pallavicino fosse un personaggio di una certa
levatura e assai scomodo, lo capirono bene gli ambienti ecclesiastici, se tanto si diedero
da fare per toglierlo di mezzo: al riguardo sono abbastanza significativi gli atti
processuali e la corrispondenza scambiata tra i Barberini e il vicelegato di Avignone.
Senza dimenticare che di tutti i libellisti che pullularono nellItalia del Seicento,
fu lunico a lasciare la testa sul patibolo. Se la condanna a morte tolse di mezzo un
personaggio che per la famiglia Barberini si era fatto troppo pericoloso, si ritorse però
contro chi laveva vista come unica soluzione: il Pallavicino divenne un vero e
proprio mito. I suoi scritti furono tradotti in francese, inglese e tedesco, e
nellarco della sola seconda metà del Seicento si contarono in Europa circa settanta
edizioni delle sue opere. Di echi e suggestioni pallaviciniane si fecero poi forti le
polemiche antiromane dei protestanti e antireligiose in genere.
FONTI
E BIBL.: A. Albertazzi, Romanzieri e romanzi del Cinquecento e del Seicento, Bologna,
1891, 315-330; Lanima di Ferrante Pallavicino, divisa in sei vigilie, Colonia, 1675;
H. Bayle, Dictionnaire historique et critique, Rotterdam, 1702, t. III, 2291; A. Belloni,
Il Seicento, Milano, 1955, 363-364; F. Benoît, La valise de Ferrante Pallavicino, Paris,
1928; H. Bouché, La Chorographie ou description de Provence et lhistoire
chronologique de mesme pays, Aix, 1664, II, 933-934; G. Brusoni, Vita di Ferrante
Pallavicino, Venezia, 1654; G. Chaufepié, Nouveau dictionnaire historique et critique, La
Haye, 1753, t. III, 18-19; P. De Saint Romuald (P. Guillebaud), Trésor chronologique et
historique, Paris, 1642-1647, t. III, 972; P. De Saint Romuald, Ephémerides, Paris, 1662,
t. I, 198; Encyclopédie, Neuchatel, 1765, t. XII, 687-688 (voce: Plaisance); G. Faelli,
Un libellista decapitato, in La Domenica del Fracassa 3 gennaio 1886; G. Ghilini, Teatro
duomini letterati, Venezia, 1647, t. II, 77-78; Le Glorie degli Incogniti, Venezia,
1647, 137-139; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1841, tav. XXX; J. Lucas-dubreton, Un libertin italien du XVIIe siècle:
Ferrante Pallavicino ou lAretin manqué, Paris, 1923; P. Marchand, Dictionnaire
historique, ou mémoires critiques et littéraires, La Haye, 1759, t. II, 125-129; L.
Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899, 312; L. Morery, Grand
dictionnaire historique, Paris, 1707, t. IV, 135-136; G. Naudé, Naudaeana et patiniana,
Amsterdam, 1703, 109-110; Nouvelle biographie générale (Michaud), Paris, 1862-1866 (voce
Ferrante Pallavicino); N. Papadopoli, Historia Gymnasii Patavini, Venetiis, 1726, t. II,
301; G. B. Passano, Novellieri italiani in prosa, Torino, 1872, vol. I, 482-483; C.
Poggiali, Memorie per la storia letteraria di Piacenza, Piacenza, 1789, II, 170-194; F.
Salfi, histoire litteraire dItalie, Paris, 1935, XIV, 84-86; G.Spini, Ricerca dei
libertini, Roma, 1950 (ristampa: Firenze, 1983); G. Tiraboschi, Storia della letteratura
italiana, Modena, 1713, t. VIII/3, 381; N. Vigneul Marville, Mélanges dhistoire et
de littérature, Rotterdam, 1700, 11-13; E. Zanette, Suor Arcangela, monaca del Seicento
veneziano, venezia-Roma, 1960, 339-340 e
350-354; Secoli della letteratura italiana, 3, 1855, 398-401; Aurea Parma 1 1985, 4-15; A.
Marchi, Don Ferrante Pallavicino, Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1985, 77-78;
Gazzetta di Parma 24 novembre 1992, 5; Bergamo, Biblioteca Civica, Carteggio Albani, Gab.
E. 2/sop. 10-13; Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Codice Barb. Latino
n. 6157 e 9476; Genova, Biblioteca Universitaria, ms. E. V. 19; Milano, Biblioteca
dellUniversità Cattolica del Sacro Cuore, Archivio Pallavicino-Sforza-Fogliani,
buste n. 37 e 39; Parma, Archivio Vescovile, busta Matr. 1619; Venezia, Archivio di Stato,
Esposizioni Roma-Collegio R. 31.
PALLAVICINO FILIPPO
Parma
9 novembre 1751-Parma 29 dicembre 1843
Figlio secondogenito di
Uberto. Fu educato per nove anni a Roma nel Collegio Nazzareno. Ritornato a Parma, fu
nominato Esente delle Reali Guardie del Corpo e Ciamberlano del duca di Parma Ferdinando
di Borbone. apprese il fagotto e il corno
inglese da Gaetano Grossi e il canto dal maestro Francesco Fortunati. Il Pallavicino fece
la delizia dei Sovrani passati cantando con essi a Colorno nel teatrino di Corte con
applauso universale (Gervasoni). Fu colonnello delle Guardie donore della duchessa
di Parma Maria Luigia daustria.Decantato
quale abile cavallerizzo, valente schermidore e grazioso ballerino di sala, fu inoltre
commendatore dellOrdine costantiniano
e patrizio e cittadino veneto.
FONTI
E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 222; Pallavicino dellEmilia
1911, tav. XXXIII; Palazzi e Casate di Parma, 1971, 374.
PALLAVICINO FILIPPO
Parma
10 giugno 1848-
Figlio di Giuseppe
Maria e di Leopolda pallavicino. Fu
consigliere in diversi comuni del Reggiano e presidente della commissione Ippica nella provincia di Parma. Fu
Patrizio e cittadino veneto.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIV.
PALLAVICINO FILIPPONE
Pellegrino
1397/1402
Figlio di
Giacomo. Nel 1397 ottenne dal duca di Milano
il rinnovo dellinvestitura di pellegrino
e di Specchio. Nel 1402 fu a milano ad
assistere ai solenni funerali celebrati per il duca Giangaleazzo Visconti.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XV.
PALLAVICINO FRANCESCO
-Bargone
1376
Nel 1374,
accompagnato dai figli del cugino Nicolò Pallavicino, si recò a Bargone dove fu accolto
dallo zio Giacomo Pallavicino. Mentre si stava consumando il pranzo, il Pallavicino
trucidò a tradimento lo zio e il nipote Giovanni, quindi, usata violenza alle loro donne,
le cacciò da castello. Avrebbe a questo punto dovuto consegnare la fortezza a Nicolò
Pallavicino ma si rifiutò di eseguire quanto in precedenza era stato convenuto. Nicolò pallavicino si rivolse allora contro di lui dando
inizio a una lunga contesa.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO FRANCESCO
Busseto
1476 c.-post 1546
Figlio di Cristoforo e
di Bona Pusterla. Nel 1529 fu eletto prevosto della chiesa di Busseto. Vi rinunciò nel
1546.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXI.
PALLAVICINO FRANCESCO
Parma-post
1567
Figlio di Emmanuele e
di Luigia Lupi. Nel 1545 giurò fedeltà e obbedienza a Pierluigi Farnese, primo duca di
Parma e Piacenza. Fece testamento il 14 gennaio 1567.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXX.
PALLAVICINO FRANCESCO
Busseto 1621 c.-post
1646
Figlio di Ermes e di Virginia Parati. Nel 1646, unitamente al fratello Carlo, fu
condannato a morte e alla confisca dei beni essendo accusato di diversi omicidi, violenze
e molti stupri. Ambedue si salvarono ponendosi al servizio di Venezia quali condottieri
darmi.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.
PALLAVICINO FRANCESCO
Polesine
1683 c.-Busseto 1750
Figlio di Sforza. Nel
1748 fu incarcerato in Busseto per aver ucciso in una rissa con due pugnalate il fratello
Lodovico, che era chierico. Morì in prigione.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO FRANCESCO
Busseto 9 settembre
1763-16 gennaio 1835
Figlio di Muzio Omobono e di Maria zaccaria.
Nel 1781 fu nominato Cavaliere gerosolimitano. Fu anche commendatore.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXIII.
PALLAVICINO FRANCESCO
Parma
16 marzo 1887-post 1947
Figlio di Ottorino e di
Nellina Pallavicino Mossi. Si laureò al Politecnico di Milano in architettura nel 1910.
Costruì il silos nel porto di Civitavecchia dal 1925 al 1928 e un edificio scolastico
nella stessa città. Lavorò anche a Tirana, in Albania. Si occupò di costruire le linee
ferroviarie Chivasso-Locarno e Asti-domodossola,
e dal 1923 al 1925 diresse i lavori della ferrovia Roma-Ostia.
FONTI
E BIBL.: A.M. Bessone, Scrittori e architetti, 1947, 381.
PALLAVICINO FRANCESCO
Parma 1897/1918
Tenente di cavalleria nellaviazione, durante la prima guerra mondiale si imbattè in
una intera squadriglia austriaca mentre inseguiva un velivolo nemico. Una scarica di
mitraglia gli fece saltare larma tra le mani e pur ferito con abili manovre riuscì
a sottrarsi al nemico raggiungendo le linee italiane e offrendo alle truppe che seguivano
da terra il combattimento bellissimo esempio di calma, di audacia, di alto sentimento del
dovere, come è scritto nella motivazione
della medaglia dargento al valor militare della quale fu insignito.
FONTI
E BIBL.: Aviatori parmigiani, in Gazzetta di parma
15 maggio 1978, 3.
PALLAVICINO FRANCESCO MARIA
Parma 1 maggio 1635-27
aprile 1703
Figlio di Ranuzio e di Camilla Carissimi. Fu inviato dal duca di Parma Ranuccio Farnese
allimperatore Leopoldo.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XX.
PALLAVICINO FRANCHEDI, vedi PALLAVICINO TANCREDI
PALLAVICINO GALEAZZO
Busseto 1410 c.-
Figlio di Orlando e di Caterina Scotti. Nel 1442 fu lettore di sacri canoni alluniversità di Torino.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.
PALLAVICINO GALEAZZO
Busseto
1452 c.-1520
Figlio
di Pallavicino, dei marchesi di Busseto, e di Caterina Fieschi. Nel 1478 fu creato
cavaliere, lo stesso giorno che Galeazzo Maria Visconti ricevette le insegne di duca. Nel
1483 fu eletto consigliere ducale. Dieci anni dopo fu tra i condottieri delle squadre
milanesi, nella battaglia del Taro, contro Carlo VIII. Nel 1499 Ludovico il Moro lo inviò
collincarico di Capitano delle armi in Piacenza, nel momento in cui Ludovico XII si
preparava a impadronirsi del Ducato di Milano. Il Pallavicino non si curò di difendere
quella piazza e si schierò per il Re, il quale, divenuto padrone della Lombardia,
comprese il pallavicino nella donazione di
Borgo San Donnino fatta ai fratelli, e lo nominò cavaliere di San Michele e di San
Donnino, dandogli fontanella, Soresina e
Romanengo. Più tardi lo creò governatore di Pontremoli, di felino e di Torchiara. Nel 1503 il Pallavicino
fece costruire un mulino a Gallinella. Fatta la lega di cambrai (1508), continuò a militare per Ludovico
XII e si trovò alla battaglia di agnadello
(1509) contro i Veneziani. Nel 1512 si ritirò nelle sue terre, ma un anno dopo, quando i
Francesi si unirono ai Veneziani, si impadronì di Cremona. Nel 1515, venuto in Italia
Francesco I e vinti gli Svizzeri a Marignano, Massimiliano Sforza fu fatto prigioniero. Il
Pallavicino avuto sentore della vittoria, ne profittò per ritornare a Cremona, donde era
stato scacciato, e dove trovò invece festose accoglienze. Il Re gli cedette, in segno di
onore, una coppa doro che era stata offerta a lui. Continuò a seguire il partito
francese fino alla morte. Da papa Leone X e da Massimiliano Sforza nel 1513 fu
riconfermato nei suoi diritti e privilegi sugli antichi feudi Pallavicino.
FONTI
E BIBL.: Archivio Storico Lombardo, t. I, anno XVII, 1890; Chronicon familiae Pallavicina,
ms. nella biblioteca Palatina di Parma; C.
Cipolla, Storia delle signorie italiane, Milano, 1881; B. Corio, Storia di Milano, V, III,
Milano, 1857; Giulini, Memorie della città e campagna di Milano, Milano, 1837; P. Litta,
Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E.
Ricotti, Storia delle compagnie di ventura, Torino, 1893; E. Seletti, La città di
Busseto, Milano, 1883; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932;
Enciclopedia militare, 1933, V, 770; F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; C.
Argegni, Condottieri, 1937, 387; E. DallOlio, Corniglio e la sua valle, 1960, 43.
PALLAVICINO GALEAZZO
Busseto
o Cortemaggiore-1582
Nel
1550 gli fu conferita con provvisione apostolica la commenda di Santa Maria maddalena della Ceva, in Diocesi di Cremona. Nel
1565 fu al servizio dei Veneziani quale condottiero di trenta lance del doge Priuli, e non
ritornò in patria che dopo quindici anni. Lottò a lungo nei tribunali di Parma e di Roma
contro i Farnese che volevano usurpare i diritti dei Pallavicino. Morì senza aver mai
ottenuto un pronunciamento definitivo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.
PALLAVICINO GERMANO
Parma
16 maggio 1836-Rovereto 20 giugno 1886
Figlio
di Gian Francesco e di Zelinda Liberati. Fu molto versato nelle matematiche, per le quali
ottenne regolare licenza. Percorse la carriera militare, dapprima come sottotenente del genio nelle truppe del Ducato Parmense, quindi nel
1860 passò nellesercito regolare italiano, dove raggiunse il grado di capitano di
fanteria. Prese parte alla campagna di guerra del 1866 contro gli Austriaci per
lindipendenza dItalia. Fu fregiato della medaglia commemorativa per le guerre
dellindipendenza e di quella dellUnità Nazionale. Il Pallavicino fu Patrizio
e cittadino veneto.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIII; V.Spreti, Enciclopedia storico
nobiliare, 1932.
PALLAVICINO GEROLAMO
Busseto
1508-Castiglione Lodigiano 22 aprile 1579
Figlio
di Cristoforo. Ebbe la signoria di busseto
coi fratelli Ermete e Francesco, ma a lui solo fu affidato il governo. Era ancora
minorenne quando i Francesi gli decapitarono il padre. Nel 1521 andò alla Corte imperiale
di Carlo V, ed ebbe il titolo di gentiluomo. Nel 1532 ritornò a Busseto, dove lanno
seguente ebbe il privilegio di ricevere limperatore Carlo V il quale
nelloccasione eresse Busseto al rango di città. Nel 1536 combattè nelle Fiandre sotto Ferrante Gonzaga contro i Francesi. Nel 1543
ospitò in Busseto papa Paolo III e limperatore Carlo V a convegno. Nel 1544 fu
eletto Colonnello di fanti.Nel 1545 prestò giuramento di fedeltà a Pier Luigi Farnese,
eletto duca di Parma e Piacenza. Ma il nuovo Duca lo perseguitò e gli limitò molti dei
suoi privilegi. Cospirò così contro il Farnese e, morto questi, riebbe cortemaggiore. Nel 1546 si recò in Parma con 200
fanti su richiesta del governatore pontificio, malcontento della presenza degli Spagnoli.
Nel 1547 fu governatore di Lodi, e, non appena fu avvertito delluccisione di Pier
Luigi Farnese, fece recapitare la notizia a Milano a Ferrante Gonzaga. Fu poi nuovamente
nelle Fiandre. Nel 1552, in Anversa, difese i suoi parenti da agguati di sicari dei
Farnese, ma nonostante ciò due suoi congiunti furono uccisi (lo stesso Pallavicino fu
gravemente ferito). Nel 1555 tornò in Italia come condottiero di cavalli, per la guerra
che in Piemonte si combatteva contro i Francesi, e si guadagnò il titolo di strenuo
capitano. Dopo la pace di Cambrai (1559) si ritirò dai campi di battaglia e visse a castiglione Lodigiano, suo feudo. Nel 1570
contribuì a riedificare la chiesa parrocchiale di Castiglione e dal 1572 al 1579 fondò
cinque coppellanie nella chiesa
dellIncoronata a carico dellospedale
Maggiore di Milano da lui beneficiato con testamento.
FONTI
E BIBL.: I.Affò, Vita di Pier Luigi Farnese, Milano, 1821; Archivio di Stato in Milano, Sezione storica, Famiglia
Pallavicino; Battilana, Genealogia delle famiglie nobili, Genova 1823; Chronicon familiae
Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di
Parma; De Leva, Storia documentata di Carlo V; P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano,
1834, tav. XXI; L. Poggiali, Storia di Piacenza, Piacenza, 1757-1766; E. Seletti, La
città di Busseto, Milano, 1883; P. Vitali, Memorie di Busseto, ms. già presso Seletti;
C. Argegni, Condottieri, 1937, 387; U.Imperatori, Italiani allestero, 1956, 206.
PALLAVICINO GEROLAMO
Polesine
24 settembre 1579-
Figlio di Camillo e
di Margherita Pallavicino. Fu protonotario apostolico.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVIII.
PALLAVICINO GIACOMO
ante
1322-Bargone 1374
Figlio di Federico.
Fu ucciso assieme al figlio Giovanni dal nipote Francesco.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO GIACOMO
Bargone
1374/1376
Morto nel 1376 il
fratello Francesco, fu spogliato del feudo di Bargone e imprigionato da Nicolò
Pallavicino con il pretesto che egli fosse sul punto di allearsi a Bernabò Visconti.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO GIACOMO
Scipione
1450/1498
Figlio
di Giovanni e di Lucia Bajardo. Nel 1450 fu armato cavaliere. Abitò a lungo nella rocca
di Chiavenna, nel Piacentino. Fu governatore di Borgo San Donnino nel 1495, e nel 1498 fu
nominato vice duca di Bari da Lodovico il Moro. Del Pallavicino pubblicò cenni biografici
il canonico Camillo Beccara.
FONTI
E BIBL.: L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 312.
PALLAVICINO GIAMBATTISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA
PALLAVICINO GIAMPAOLO
Busseto
o Cortemaggiore-post 1648
Figlio di Girolamo
Galeazzo e di Elisabetta valvassori.
Appartenne allordine dei Servi di
Maria. Fu maestro di teologia e dal 1648 priore nel convento di Cremona.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO GIAN BATTISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA
PALLAVICINO GIANFRANCESCO
Scipione-Colorno
25 maggio post 1486
Figlio di Niccolò e
di Angela. Nel 1479 ricevette dal cardinale Giovanni di Aragona il patronato e la chiesa
di San Nicomede in Borgo San Donnino. Visse lungamente alla Corte degli Sforza di Milano.
Nel 1482 si alleò a Costanzo Sforza nella guerra contro i Rossi di San Secondo ma non
riuscì a unirsi alle truppe degli sforza
perché fu fatto prigioniero e rinchiuso nel castello di Roccabianca, da cui fuggì poco
dopo mancando alla parola data di non
allontanarsi da quei luoghi in cambio di una relativa libertà di movimento. Morì, dopo
essere partito da Colorno, affogando nelle acque del torrente Lorno.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO GIANFRANCESCO
Busseto
o Cortemaggiore-post 1648
Figlio di
Girolamo Galeazzo e di Elisabetta Valvassori. Nel 1648 fu al servizio della Corte di
Spagna. Si adoperò in Vienna per gli interessi della sua famiglia quale procuratore del
padre.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO
GIANFRANCESCO
Parma
9 aprile 1800-Parma 6 novembre 1884
Nacque dal marchese Filippo e da Dorotea Magnani. Laureato in legge nel 1822, prestò
giuramento lanno dopo, dinanzi alla Corte dAppello, per il libero esercizio
dellavvocatura. Ma il 1° gennaio 1824 entrò al servizio dello Stato con la
qualifica di Aggiunto negli Uffizi della Delegazione di Parma. Fu dapprima segretario nel
Commissariato distrettuale di Busseto, fu poi chiamato al dicastero dellinterno,
donde passò commissario ducale in Guastalla nel 1840, mostrandosi sempre zelante
amministratore. A quarantanni ebbe la nomina di Consigliere di Stato e nel 1854 la
reggente Luisa Maria di Berry, col decreto che ricostituì la Regia Università di Parma,
lo elevò alla direzione dellAteneo stesso col titolo di Presidente del Supremo
Magistero degli Studi. Si valse di tale titolo per strappare al Governo le maggiori
concessioni possibili a vantaggio dellistruzione e del personale addetto
allAteneo. Il Pallavicino ebbe inoltre lufficio di Segretario generale alla
Presidenza del Ministero dellInterno e giunse, intorno al 1848, a occupare la carica
di governatore civile e militare a Piacenza. Il 30 agosto 1848 venne nominato dal
governatore militare Delegato provvisorio alluffizio di direttore generale al
Dipartimento de Lavori Pubblici, che aveva competenza anche sul Teatro Regio. Il
nuovo sovrano nel 1849 lo nominò Regio Commissario straordinario del Teatro Regio di
Parma. NellArchivio di Stato di Parma (Fondo Sanvitale) vi è il manoscritto della
sua composizione musicale Quattro quadriglie francesi. In seguito fu chiamato a presiedere
la sezione del contenzioso amministrativo nel Consiglio di Stato, e in tale carica rimase
sino al 1859.Con lunione del Ducato di Parma al Regno dItalia, Il Pallavicino,
cessato ogni incarico governativo (1861), rivolse ogni sua attività a beneficio della congregazione di San Filippo Neri. Fu ciambellano
di Maria Luigia dAustria e di Carlo di Borbone, consigliere della Consulta Araldica
di Parma, gentiluomo di camera di Maria Luisa di Borbone e commendatore dellOrdine costantiniano. Fu grande appassionato e
conoscitore di musica. Sposò Zelinda Liberati.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario Biografico, 1905, 79-80; V. Spreti, Enciclopedia
Storico Nobiliare, 5, 1932, 63-64; M. Mora, Marchese Gianfrancesco Pallavicino, in
Archivio Storico per la Provincie Parmensi 1953, 309; Palazzi e Casate di Parma, 1971,
375.
PALLAVICINO GIAN FRANCESCO, vedi anche PALLAVICINO GIOVANNI e PALLAVICINI GIOVAN FRANCESCO
PALLAVICINO
GIANGABRIELE
Busseto
1479 c.-post 1528
Figlio di Antonio Maria. Nel 1499 giurò fedeltà a re Lodovico XII. In seguito, accusato
di ribellione, gli furono confiscati i beni e i titoli, che gli furono restituiti solo il
20 luglio 1528 da Antonio de Leyva, governatore Spagnolo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO
GIANGIORGIO SFORZA
Parma
1660 c.-16 dicembre 1742
Figlio di Giangiorgio e di Angela lampugnani.
Fu ciambellano dellimperatore Leopoldo I nel 1682. Durante la guerra di successione,
nel 1701 giurò fedeltà quale feudatario di San Fiorano a Filippo V che, come re di
Spagna, era divenuto Duca di Milano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.
PALLAVICINO
GIANGIROLAMO
Busseto
1479 c.-16 ottobre 1536
Figlio di Antonio Maria e di Isabella Borromeo. Fu ucciso da alcuni Pallavicino di
Scipione per aver fatto donazione alla moglie, Giacoma Pallavicino di Zibello, del
Castelletto nel territorio di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO GIANGIROLAMO
Scipione 6 settembre 1570-1628
Figlio di Lionello e di Marta Albani. Fu coppiere di Margherita Aldobrandini, duchessa di
Parma. Quindi fu maestro di camera del duca Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXX.
PALLAVICINO GIANGIROLAMO
Scipione 25 agosto 1651-Scipione 8 maggio 1722
Figlio di Pompeo e di Barbara Anguissola. Fu maestro di camera alla Corte dei duchi di
Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXX.
PALLAVICINO GIANGIROLAMO
Scipione 5 febbraio 1736-1776
Figlio di Pompeo e di Dorotea Mulazzani. Fu gentiluomo di camera del duca di Parma. Fu confeudatario di Scipione e
Grotta.
Fonti e Bibl.: P. Litta, Famiglie
celebri, VI 1840, tav. XXX.
PALLAVICINO
GIAN LODOVICO
Parma 1827
Il
23 giugno 1827, in occasione dellinaugurazione del Nuovo Teatro Comunale di
Cortemaggiore, scrisse il testo della cantata Lombra, che fu musicata da Ferdinando
Provesi (Biblioteca Palatina di Parma, Fogli volanti, Serie A, 1824-1830).
FONTI
E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
PALLAVICINO GIANLODOVICO, vedi anche PALLAVICINO GIOVANNI LUDOVICO
PALLAVICINO GIANMANFREDO
Polesine o Busseto 1410 c.-1485 c.
Figlio di Orlando e di Caterina Scotti. Il 2 giugno 1458 ebbe dal duca di Milano Francesco
Sforza linvestitura dei feudi di Costamezzana e Polesine ereditati dal padre. Nel
1470 e 1477 prestò giuramento di fedeltà ai duchi di Milano. Più tardi, approfittando
delle discordie interne alla corte di
Milano, si impadronì della fortezza di Godano, che però dovette nuovamente cedere il 21
marzo 1485. Morì non molto tempo dopo. Il Pallavicino edificò la cappella della Beata
Vergine delle Grazie nella chiesa di Santa Maria degli Angeli in Busseto.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.
PALLAVICINO GIANMANFREDO
Costamezzana 1513/1547
Figlio di Gianottaviano e di Laura Caracciolo. Nel 1513 ebbe confermati dal duca massimiliano Sforza gli antichi privilegi.
Condusse una lite interminabile col cugino Giambattista Pallavicino per il possesso di
Costamezzana. A un cento punto, accusato dal suo avversario di aver prodotto documenti
falsi, fu incarcerato mentre si trovava a Roma e sottoposto a tortura. Nel 1547 fu
accusato con altri di aver introdotto gli imperiali
a Piacenza dopo lassassinio del duca Pierluigi Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII.
PALLAVICINO GIANNANTONIO
Tabiano o Castellina 1447 c.-
Figlio (forse primogenito) di Uberto e di Polissena Anguissola. Il 26 ottobre 1499 prestò
giuramento, quale feudatario dipendente dal ducato
di Milano, al re Lodovico XII di Francia in una solenne funzione celebrata nel castello di
Milano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XX.
PALLAVICINO GIANNANTONIO
Varano de Marchesi 1556
Figlio di Gianfelice e di Caterina. Nel 1556 giurò fedeltà, quale feudatario di Varano
de Marchesi, nelle mani del governatore di Milano, Ferrante Gonzaga, a Filippo II re
di Spagna.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XIX.
PALLAVICINO GIANOTTAVIANO
Busseto o Polesine 1436 c.-Fondi 1505 c.
Figlio di Gianmanfredo e di Pellegrina Spinola. Lodovico il Moro confiscò a lui e ai
fratelli i beni, che poi il Pallavicino recuperò, pagando una ragguardevole somma, nel
1490. Visse lungamente a Milano ma rimase sempre un oppositore di Lodovico il Moro, e il
26 ottobre 1499 giurò solennemente fedeltà a re Lodovico XII nel castello di Milano.
Fece testamento il 18 dicembre 1504 in Fondi.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.
PALLAVICINO GIBERTO
Busseto o Scipione 1497
Figlio di Antonio.Notaio, rogò il testamento di Carlo Pallavicino, vescovo di Lodi,
nellottobre 1497.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XV.
PALLAVICINO GIORGIO GAETANO
Parma 15 agosto 1727-1790
Figlio di Pio Giorgio e di Margherita borromeo.
Fu abate fino allanno 1759, quando, per la morte del nipote Giangiorgio Pallavicino,
lasciò labito religioso per la successione ereditaria della casata.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.
PALLAVICINO GIORGIO GUIDO, vedi PALLAVICINO TRIVULZIO GIORGIO GUIDO
PALLAVICINO GIORGIO PIO
Parma 21 dicembre 1761-26 aprile 1803
Figlio di Giorgio Gaetano e di Maria Dati. Fu ciambellano dellimperatore nel 1790 e fece parte del consiglio dei
LX decurioni nel 1792. Nel 1796 fu arrestato dai Francesi, che avevano occupato la
Lombardia, e relegato a Nizza. Lanno seguente, grazie a una amnistia voluta da
Napoleone Bonaparte, fu liberato e poté tornare in patria.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.
PALLAVICINO GIOVAN FRANCESCO
Busseto o Polesine 1437 c.-Zibello 20 dicembre 1497
Alla morte di
Rolando Pallavicino il feudo di Zibello, che nel 1457 contava 447 uomini ed era esteso
più di nove miglia quadrate, fu rivendicato per una metà da Bartolomeo Pallavicino,
figlio di Donnino, il quale, essendone stato spogliato proprio da Rolando nel 1429, si
rivolse al duca di Milano per ottenere il
riconoscimento dei propri diritti. Il duca
però, pur tenendo in un certo conto le rivendicazioni di Bartolomeo, al quale venne
assegnato, a tacitazione delle sue pretese, il feudo di Stupinigi, stabilì che Zibello
dovesse toccare al Pallavicino, lultimo dei figli di Rolando. Nei circa
quarantanni di dominio sul luogo, il Pallavicino governò il feudo in modo da
ottenere stima, rispetto e benevolenza da parte dei propri sudditi e si adoperò
costantemente per dare a Zibello un volto che si addicesse al centro di una signoria, pur se piccola, qual era la sua. Grazie
infatti alla sua brillante carriera politica alla corte
ducale di Milano, dove divenne prima cameriere (1476) e poi consigliere (1480), e ai
favori che gli vennero accordati soprattutto a partire dal momento in cui la guida del ducato venne assunta da lodovico il Moro, il quale gli concesse feudi,
pensioni e immunità, poté disporre di mezzi tali da consentirgli di intraprendere una
serie di opere nel castello, alcune delle quali destinate a durare nei secoli. Il
Pallavicino procedette in primo luogo a ristrutturare la rocca, che fu probabilmente
trasformata da baluardo esclusivamente militare in un complesso edilizio che, oltre a
mantenete tale funzione, divenne presto il centro della vita anche culturale della piccola
corte signorile: il luogo nel quale non
soltanto il signore dimorava nei periodi di
permanenza a Zibello e si dedicava alla cura dei propri interessi, ma dove era anche
possibile accogliere e alloggiare ospiti e organizzare trattenimenti, incontri e feste. La
rocca, che sorgeva di fronte al Palazzo Pallavicino, fatto costruire da Rolando il
Magnifico o dallo stesso Pallavicino nel primo periodo della sua signoria su Zibello e
ristrutturato nel primo quarto del secolo XVI, era munita di torri e torrioni ed era
circondata da un fossato che la divideva dal resto del castello: vi si accedeva attraverso
una porta per raggiungere la quale occorreva superare un bastione. Lopera di
sistemazione urbanistica del castrum, attuata, o meglio progettata, dal Pallavicino, in
quanto non tutto ciò che fu da lui iniziato venne condotto a termine prima della sua
morte, continuò poi con lerezione, entro le mura, della chiesa dei Santi Gervaso e
Protaso e collestensione dellabitato lungo una linea parallela al lato sud del
castrum e destinata a diventare, secondo uno schema seguito anche a cortemaggiore, lasse principale del castrum
stesso. Asse lungo il quale il pallavicino
fondò, nel 1494, il monastero di Santa Maria delle Grazie, che fu terminato però dopo la
morte di suo figlio Federico e di cui i frati dellordine di San Domenico entrarono
in possesso solo nel 1510. Lallargamento dellarea del castello doveva
preludere a un aumento della popolazione (la monumentalità degli edifici ne è una chiara
prova), costituendo un richiamo per gente attiva, capace, a patto che venisse a vivere nel
luogo, di profittare delle opportunità e delle condizioni di favore a essa offerte dal
Pallavicino, che, tendendo a fare di Zibello la propria piccola capitale, ebbe certamente
in animo di dare impulso al commercio e allartigianato, a quelle attività cioè che
avevano reso prosperi i centri urbani. Quel progetto di sviluppo che, nelle sue
intenzioni, Zibello avrebbe dovuto avere in prospettiva, non venne tuttavia compiutamente
realizzato per il concorrere di una serie di circostanze succedutesi nel periodo compreso
tra la sua morte, avvenuta quando aveva poco più di sessantanni, e la morte di suo
nipote Giovan Francesco Pallavicino, figlio di Federico, deceduto senza figli nel 1514. Il
Pallavicino ebbe sempre buoni rapporti con gli homines di Zibello, dei quali seppe
conquistare la fiducia e la fedeltà e ai quali, proprio per questo, mediante disposizione
testamentaria, concesse in perpetuo lesenzione dal boscatico. Difficoltà tuttavia
egli dovette affrontare nei primi anni della sua signoria,
difficoltà che derivavano dal fatto che tra i proprietari di terre entro lambito
territoriale del feudo vi erano i Sommi e i Rossi e che Cremona rivendicava, per i propri
cittadini, certe prerogative da essi godute nei tempi che avevano preceduto la concessione
a Rolando, per i suoi domini, della separazione dalla città e quindi dellesenzione
da qualsiasi tipo di dipendenza giurisdizionale da essa. I Sommi, subito dopo la morte di
Rolando, accaduta nel 1457, sperando evidentemente di trarre profitto dalla discordia nata
tra i suoi figli a causa della divisione ereditaria e dal conseguente indebolimento della
loro potenza, ricorsero al duca di Milano,
pregandolo di costringere il Pallavicino alla restituzione dei loro beni feudali, cioè di
Pieve Altavilla, della Ghiara di Brazzo e della quarta parte del porto di Sommo, di cui
erano stati spogliati dallo stesso Rolando e di cui il Pallavicino riusciva ancora a
mantenere il possesso propter ipsius potentiam. Non pare tuttavia che il ricorso avesse
seguito: troppo debole ormai era la loro voce e troppo influenti i Pallavicino alla corte ducale. Ma i Sommi erano anche cittadini
cremonesi e a tale loro condizione si appellarono non solo per evitare di sottostare a
gravami e adempiere obblighi, cui erano tenuti coloro che erano sottoposti alla
giurisdizione del castello di Zibello, ma anche di sottrarre a essa i propri dipendenti e
i propri massari, richiamandosi a quanto stabilito in proposito dal decreto del Maggior
Magistrato. Nel 1467 Genesio Sommi, insieme con Pietro Riccardi e alcuni altri cittadini
di Cremona, possessori di case nel castello di Zibello e di terreni nel territorio
circostante, si rivolsero tramite i deputati del Comune di Cremona, ai duchi di Milano per
protestare, richiamandosi alle norme di un recente decreto, contro le pretese di un
ufficiale del Pallavicino perché anchessi e i loro mezadri e massari
contribuissero, come gli uomini di Zibello, ale emondatione de le fosse et fortificatione
del castello. Informato della cosa dai duchi, il Pallavicino, il 2 maggio dello stesso
anno, rispose che la protesta non poteva
essere presa in seria considerazione: il Sommi, il Riccardi e gli altri, dal momento che
traevano utilità dal fatto di avere accesso al castello e di risiedervi, non avrebbero
potuto essere considerati esenti dai carichi che tale prerogativa comportava, tanto più
che egli stesso vi contribuiva per un terzo. Se davvero poi fosse stata concessa simile
esenzione anche ai loro massari e mezzadri, il numero di costoro sarebbe aumentato, per
ottenerla, a tal punto che in pocho spatio de tempo più seriano che lo resto. Bastasse
dunque al Sommi, al Riccardi e agli altri essere preservati come cittadini de li altri
carichi occurrenti luoro. E anche qualora si fosse voluto loro accordarla vel per
confirmatione de decreto aut aliter, lesenzione da loro richiesta non poteva essere
concessa in quanto ciò sarebbe avvenuto con preiudicio del tercio et ipso non citato et
evocato. La loro istanza perciò, come voleva raxone et iusticia, fu respinta. Ma i
maggiori problemi vennero al Pallavicino dallessere il feudo di Zibello confinante
con quello di Roccabianca, appartenente a Pier Maria Rossi. La rivalità tra le due
famiglie aveva origini lontane, ma, dopo la morte di Rolando, andò gradatamente
accentuandosi per il sommarsi di una serie di circostanze che le portarono fino allo
scontro aperto. A differenza dei figli di Rolando, i cui domini avevano perso il carattere
di signoria autonoma ed erano stati trasformati in feudi camerali, Pier Maria Rossi
conservava intatta tutta la sua potenza, potendo contare su oltre venti castelli, e ciò
costituì sicuramente un motivo di preoccupazione, oltre che per i duchi, per il
Pallavicino, che tese sempre a indebolirla e a limitarla. Le prime avvisaglie si
manifestarono già nel 1459, quando tra il Pallavicino e Pier Maria Rossi sorse questione
per il possesso di terreni boscosi siti in Ragazzola, questione che si protrasse almeno
fino al 1462 e che si complicò in seguito a ulteriori contestazioni reciproche e ad altri
fatti, il più importante dei quali fu certamente linizio o la ripresa della
costruzione, nel 1460, da parte di Pier Maria Rossi, di quella fortezza che prese poi il
nome di Roccabianca. Ma la tensione tra i due raggiunse lacme al tempo
dellacquisto da parte del Pallavicino, da Iacopo Sironi, di Stagno, Tolarolo,
Polesine Manfredi e Mezzano dei Cavalli, al cui possesso mirava anche Pier Maria Rossi, il
quale, forse proprio in previsione di una possibile aggregazione ai suoi domini di questi
luoghi, nel 1466 richiese e ottenne di divenire cittadino di Cremona, nel cui distretto
essi erano situati. Concluso il 29 maggio 1477, il contratto, che prevedeva anche la
cessione della giurisdizione con mero e misto imperio ma al quale proprio per questo si
era opposta la Camera ducale, probabilmente stimolata da Pier Maria Rossi che era nel
ristretto numero dei consiglieri di credenza ducali, poté divenire operante solo nel
1480, subito dopo che Lodovico il Moro era divenuto in pratica signore di Milano. Lamarezza di Pier Maria
Rossi per la decisione presa dai duchi di confermarne la validità fu grande, e nelle
lettere che inviò loro nel 1480 la manifestò apertamente, non senza ricordare le
continue provocazioni del Pallavicino. Nella speranza ancora di poter evitare il passaggio
di Tolarolo, Stagno, Polesine Manfredi e Mezzano dei Cavalli nelle mani del pallavicino, insisté perché i duchi stessi ne
mantenessero direttamente il controllo. Ma la fortuna di Pier Maria Rossi volgeva ormai al
tramonto. La politica accentratrice del Moro, dalla quale egli vide progressivamente
limitata la propria autonomia e la propria libertà dazione, lo portò, dopo vane
proteste e inutili trattative, a ribellarsi e a schierarsi con Venezia contro Milano nella
guerra per Ferrara, durante la quale, 1° settembre 1482, venne a morte. La guerra fu
continuata da suo figlio Guido, che, lanno successivo, in un nuovo conflitto, questa
volta frontale, con gli Sforza, perdette a uno a uno i suoi castelli, che non gli furono
più restituiti. Dal Pallavicino, le cui terre erano state oggetto di saccheggi e
devastazioni a opera di milizie venete, unitesi a uomini dei Rossi e dei Torelli
allinizio del 1482, e al quale la sconfitta dei Pallavicino sotto Roccabianca da
parte di Pier Maria Rossi nella primavera del medesimo anno non potè non causare viva
preoccupazione, la scomparsa dello stesso Pier Maria Rossi e il crollo definitivo della potenza dei Rossi dovettero
essere accolti con profondo senso di liberazione. I restanti quattordici anni della sua
esistenza, sebbene turbati da vicissitudini familiari e da problemi di salute, furono
perciò, almeno sotto il profilo del governo dei suoi feudi, i più tranquilli e la
prosperità di cui potè godere gli permise di realizzare alcune importanti opere
urbanistiche. Non è improbabile che la sua sollecitudine per ledilizia religiosa,
palesatasi a partire da dopo il 1480, sia da
porre in relazione col superamento di quel periodo cruciale della sua vita: così
operando, volle forse rendere grazie in modo continuo, fino alla fine dei suoi giorni,
alla Provvidenza Divina al cui volere andavano ai suoi occhi attribuiti il crescere e il
prosperare della propria fortuna e, per converso, il disfacimento di quella dei Rossi,
verso i quali la sua ostilità non venne mai meno. Nel 1480 gli Sforza concessero al
Pallavicino la giurisdizione di Serravalle, e nel 1481 linvestitura di Tizzano,
Ballone, Serravalle, Varano dei Melegari, Ruviano e Montesasso. Nel 1483 ebbe in dono da
Lodovico il Moro roccabianca e Fontanelle
del Pizzo, tolte ai Rossi, nel 1494 ebbe linvestitura delle terre di santandrea
e lanno seguente di quelle di Rizzolo e Solignano. Tre settimane prima di morire, il
29 novembre 1497 (dopo aver subito unoperazione per lasportazione di calcoli),
il pallavicino dettò il suo ultimo
testamento, dividendo i suoi feudi tra i figli Gaspare, Bernardino, Polidoro, Rolando e
Federico, designando questultimo a succedergli nella signoria su Zibello. È importante ricordare che
nel testamento venne chiaramente espressa la volontà che, se uno o più degli eredi
indicati fosse venuto a mancare senza figli maschi, legittimi e naturali, nati in seguito
a matrimonio validamente celebrato, la successione nei feudi del premorto sarebbe spettata
agli altri superstiti o ai loro figli maschi legittimi e naturali, con fedecommesso
esclusivo delle femmine. In questa disposizione è contenuto il germe delle interminabili
liti che, di lì a pochi anni, insorsero tra alcuni dei discendenti del Pallavicino e li
portarono a contendersi, senza esclusione di colpi, la signoria su Zibello.
FONTI
E BIBL.:
P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI; C. Soliani, Il feudo di Zibello, 1990,
25-43.
PALLAVICINO GIOVANNA
Busseto o
Polesine 1410 c.-
Figlia di Orlando e di Caterina Scotti. Il 6 aprile 1432 sposò in Busseto Filippo
Maria Visconti. Le nozze furono concordate dal duca
di Milano in segno di amicizia verso il padre, che si era da poco ritirato dalla lega coi
Veneziani.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.
PALLAVICINO GIOVANNI
Gusaliggio
1119-1198
Secondo
il Festasio, il Pallavicino, figlio di Uberto, fu uomo di raro giudizio et eloquenza et
consumatissimo si nelle lettere di umanità, come di filosofia et profondissimo
cosmografo, per le cui eccellenti virtù limperatore Federico I lo chiamò con sé
alle imprese di Milano (1160) e di Roma, le quali furon nei casi importanti sempre con lui
consigliate. Il Pezzana lo colloca nel novero distinto dei letterati parmigiani. Fu quasi
certamente anche abile geometra ed esperto disegnatore, poiché è da supporre che il
Pallavicino sia stato chiamato alle imprese di Milano e di Roma quale ingegnere militare,
anziché quale cosmografo. Nel 1162 ebbe dallImperatore la conferma dei privilegi, e
nel 1171 molti onori, titoli e immunità. Nel 1190 suddivise i propri beni, assegnando al
primogenito Manfredi i feudi di Varano, Banzola, Noceto, Miano, fontanellato, Casalbarbato, Parola, Grezzo e
Medesano, al secondogenito Guglielmo quelli di scipione,
Fontanabrocca, Casale, Albino, Vigoleno, Grotta, Pietra Colloreta, Castelpellegrino,
Greci, Scisano, Tosca, Carniglia, Landasio, Fiorenzuola e Pozzolo, mentre tenne per sé
Sevo, Soragna, Parmigiana, Borgo San donnino,
Castelnuovo, Corticella e Tollarolo.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 ss.; N. Festasio, Origine e vite di nove
uomini illustri della nobilissima Casa Pallavicina, 1563; A. Pezzana, Memorie degli
scrittori continuate, tomo VI, parte 2, 34-35; E. Scarabelli Zunti, Memorie di belle arti,
1911, 54-55; Parma nellarte 2 1976,
50; P.Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985, 37.
PALLAVICINO GIOVANNI
Scipione
1357/1369
Figlio di
Uberto, dei marchesi di Scipione. Nel 1357 fu podestà di Tortona, nel 1361 di Como, nel
1362 di Pavia e nel 1369 di Novara. Nel 1363, militando tra i condottieri di Bernabò
Visconti contro la lega guelfa, rimase prigioniero nel combattimento della bastìa di
Solara, nel Modenese.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle
Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1897; L. Mensi, Dizionario Biografico dei
Piacentini, 1899, 313; C.Argegni, Condottieri, 1937, 388.
PALLAVICINO GIOVANNI
Bargone
ante 1348-Bargone 1374
Figlio di Giacomo. Fu
ucciso assieme al padre nel 1374 dal cugino Francesco.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO GIOVANNNI
Pellegrino
o Specchio-post 1452
Figlio di Manfredo.
Laureato in legge, esercitò la professione di notaio o avvocato. Nellanno 1452
abitò in Crema.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XV.
PALLAVICINO GIOVANNI
Scipione-Cortona
22 luglio 1478
Figlio
di Pietro, dei marchesi di Scipione. Cominciò a farsi un nome nel 1448, servendo con
Francesco Sforza. Ad Alessandria sconfisse e obbligò a ritirarsi Guglielmo, marchese del
Monferrato. Fu tra i condottieri scelti per seguire Alessandro Sforza in soccorso di
Ferdinando dAragona contro Giovanni dAngiò per il recupero del regno di Napoli e fu nominato tra i valorosi della
battaglia di Troja (27 luglio 1460). Nel 1465 fu uno dei capitani al seguito di Galeazzo
Sforza quando dal padre duca Francesco Sforza venne inviato in Francia con quattromila
cavalli e duemila fanti in aiuto a Luigi XI nella guerra mossagli dal duca di Borgogna. Un anno dopo, avendo il duca dovuto abbandonare lesercito per la
morte del padre, il Pallavicino ne assunse il supremo comando. Si trovò alla battaglia
della Molinella contro Bartolomeo Colleoni. Nel 1470 fu governatore di Cremona, nel 1475
vicario ducale in Genova, nel 1476 ambasciatore del duca
di Borgogna, contro il quale fu inviato nello stesso anno in favore di Filiberto, duca di
Savoja. Fece parte della reggenza, dopo la morte del duca di Milano, istituita dalla duchessa Bona.
Ebbe lincarico di sottomettere Genova e assalire i Fieschi nei loro domini. Nel
1478, scoppiata la congiura dei Pazzi, capitanò le milizie mandate dallo Sforza contro i
congiurati trovandovi la morte. La sua salma fu trasportata a Borgo San Donnino ed ebbe
onorevole sepoltura nella chiesa di San Francesco.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Milano, Carteggio generale; Archivio Storico Lombardo,
anno XVI, t. II. Milano, l889; Battilana, Genealogia delle famiglie nobili, Genova, 1823;
Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca
Palatina di Parma; B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1857; G. Giulini, Memorie della
città e campagna di Milano, Milano, 1857; P.
Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di
ventura in Italia, Torino, 1897; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899,
313; G. Simonetta, Historia de rebus gestis, in Rerum Italicarum scriptores, XXI; F. Stroppa, Famiglie di
Salsomaggiore, 1928, 21; Enciclopedia Militare, 1932, V, 770; V. Spreti, Enciclopedia
storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 388.
PALLAVICINO GIOVANNI
Borgo San Donnino
1493-1510
Figlio di Giacomo Antonio. Morì a diciannove anni mentre combatteva per re Lodovico XII
contro i Veneziani. Fu sepolto in San francesco
di Borgo San Donnino.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO GIOVANNI
Parma
26 febbraio 1536-
Figlio di Federico e di
Laura Pirovano. assassinò Aurelio Bernieri,
e in conseguenza di questo omicidio ebbe confiscati tutti i beni.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXVI.
PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA
Zibello
ante 1435-Reggio Emilia 12 maggio 1466
Figlio
del marchese Antonio.Signore di zibello e
Ravarano. Discepolo di Vittorino da Feltre e del veronese Guarino, strinse amicizia con
Ermolao Barbaro, coltivò in gioventù la poesia latina e si applicò allo studio degli
antichi codici. A Farigliano, dove nel 1435 fu ospite dei marchesi di Saluzzo, tradusse in
latino le opere di Giueppe Flavio. Abbracciò quindi lo stato ecclesiastico e, recatosi a
questo scopo a Roma, ottenne il conferimento dellarcidiaconato di Torino da papa
Eugenio IV, il quale lo nominò anche scrittore apostolico e nel 1443 lo volle al proprio
seguito a Firenze per concordare la lega con Alfonso re di Napoli contro Francesco Sforza,
che aveva occupato la marca dAncona. Eletto dallo stesso pontefice il 19 ottobre
1444 vescovo di Reggio Emilia, resse quella diocesi per ventidue anni con zelo e carità.
Recatosi a prendere possesso del suo vescovado, fu accolto con grande giubilo dal popolo,
ma nella confusione dei festeggiamenti furono commessi alcuni omicidi. Il Pallavicino,
ricevuto il sacerdozio, officiò la sua prima messa nellepifania dellanno 1446. LUghelli lo
elogia perché tum genere, tun moribus nobilis summa cum laude prudentiae, pietatisque
administravit, e il Camellini lo definisce memorabilis admodum. A suo vicario generale
elesse Ilario Anselmi, canonico parmigiano. DallAffarosi si apprende che più volte
consacrò altari e riconobbe reliquie di santi, con le quali ornò diverse chiese, e che
si iscrisse lanno 1451 nella Matricola degli aggregati al Consorzio di Reggio (Ego
Baptista Palavicinus Episcopus Reginus licet
indignus manu propria). Fu alcune volte in Roma, specialmente al tempo di papa Niccolò V,
e fu poi nominato referendario da papa Pio II. Secondo il Panciroli (Guido Panciroli, storia di Reggio) il pallavicino fu dedito alla magia: Vir eloquentia,
et condendis carminibus insignis, sed praeter dignitatem nimium Arti Magicae traditus, qui
saepius daemonibus alloqui dicebatur, et eos quandoque sub senis Naucleri specie cymbam
regentis in piscina quam ad D. Claudium in suburbiis praeclaram habebat, familiaribus
ostendisse fertur. La cosa non parve credibile allaffò, che ritenne laffermazione aggiunta
da mano diversa ad alcuni esemplari del manoscritto del Panciroli. La notizia fu poi
ripresa dallAzari ma non dallAffarosi. È invece probabile che il Pallavicino
si sia interessato allastrologia, come affermato da Giorgio Gaspari, che aggiunge
come il Pallavicino avesse a un certo punto cullato lambizione di divenire papa, pur
non essendo neppure cardinale. Il Pallavicino fu anche mediocre poeta latino. Frutto della
sua applicazione allo studio dei codici fu lemendazione dei libri di medicina di
Cornelio Celso, già allora appena intelligibili. Studiò i Santi Padri, in particolare
San Girolamo, e lasciò anche unopera di pietà in poesia latina dal titolo Historia
flendae crucis et funeris Domini nostri Jesu Christi, stampata a Parma nel 1477 e che ebbe
varie edizioni. Il Pallavicino fu ottimo calligrafo e miniatore.Dei codici da lui
realizzati rimangono i seguenti: nella biblioteca
di Parigi si trova un Flavii Iosephi, de Bello ludaico Libri septem interprete Rufino,
trascritto dal Pallavicino nel 1435, e un altro manoscritto del poema pallaviciniano De
flenda croce; la Biblioteca Palatina di Parma possiede un codice cartaceo in 4° del poema
De flenda croce, con aggiunta di altri componimenti; la Biblioteca Chigi in Roma conserva
il bellissimo codice in pergamenta intitolato epaneticorum
ad Pium II; la Vaticana e la Barberina di Roma posseggono del pallavicino varie scritture (tra le quali un codice di celso,
1465), che mostrano quanto valesse nellarte calligrafica. Morì in seguito a un
attacco di apoplessia e fu sepolto nel sotterraneo della Cattedrale di Reggio Emilia. Nel
monumento sepolcrale (trasportato in seguito nel Civico Museo di Reggio Emilia) spiccano
la figura del vescovo in bassorilievo e la seguente epigrafe: Hic Baptista jaces regii
dignissime praesul, marchio quem genuit pallavicina
domus: Floruerit quamvis ingentibus illas triumphis, laude tamen proavos te superasse
ferunt. Rarus in urbe fuit qui te vel carmine posset vincere vel calamo se aequiparare
tuo. Sedis apostolicae me ruisti clarus honores, at tua nunc virtus clarior astra colit.
MCCCCLXI XII MAIJ.
FONTI
E BIBL.: I.Affò, Memorie degli Scrittori, II, 242-258; A.Pezzana, Memorie degli
Scrittori, tomo VI, parte 2, 201 e 272; E. Scarabelli Zunti, Memorie di belle arti, 1911,
54; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 323-324.
PALLAVICINO
GIOVANNI FRANCESCO
Parma
29 maggio 1635-
Figlio di Ciro e Margherita. Marchese, fu frate cappuccino. Compì la professione di fede
a Cesena il 13 febbraio 1657. Passato, alcuni anni dopo lordinazione sacerdotale,
nei monaci Basiliani di Grottaferrata (dai quali pure uscì), andò cappellano in Polonia,
ove fu visto dal cappuccino Felice da Concordia.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 747.
PALLAVICINO GIOVANNI FRANCESCO MARIA
Parma 8 giugno 1699-Busseto 17 agosto 1747
Figlio di Alessandro e di Adelaide Fugger. Fu cappuccino (col nome di Alessandro Felice da
Parma), predicatore, guardiano e vicario di Borgo San Donnino. Compì a Guastalla la
vestizione (8 settembre 1719) e la professione di
fede (8 settembre 1720).
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXVII; F. da Mareto, Necrologio
Cappuccini, 1963, 457.
PALLAVICINO GIOVANNI GINESIO
1426-Busseto 1485
Detto Pallavicino. Quartogenito, ereditò dal padre i feudi di Bargone, Busseto e
Castellaro. Nel 1450 Francesco Sforza, che aveva grandi obblighi verso la famiglia
Pallavicino per la sua elevazione al ducato
di Milano, lo armò cavaliere. Nel 1470 assistette in qualità di testimonio allatto
del giuramento prestato dai Milanesi al duca Galeazzo Maria Sforza. Quando nel 1476 il duca di Milano fu assassinato, venne istituita una
reggenza dello stato e il Pallavicino fu
chiamato a farne parte. Fu poi nominato consigliere ducale e quindi governatore del nuovo
duca, Giangaleazzo Maria Sforza. Fu personaggio di grande autorità alla corte milanese ed ebbe un ruolo di primo piano
in tutti i raggiri che nel 1480 condussero al patibolo il ministro Francesco Simonetta e
che indussero Lodovico il Moro a perseguitare Pier Maria Rossi di San Secondo, accanito
nemico del Pallavicino. Tanta fu la sua autorità in Milano, che poté avere diverse
concessioni senza che alcuno potesse mai chiedere compensi: così, ad esempio, nel 1481
ebbe in feudo Castiglione dei Marchesi e il castello di Vianino, sottraendoli entrambi
alla giurisdizione di Parma. Nel 1485 gli furono concesse le cittadinanze di Lodi e di
Piacenza. Edificò la chiesa e il convento di Santa Maria degli Angeli (detta di San
Francesco) in Busseto a favore dei Minori Osservanti, ai quali fu donata il 31 marzo 1475.
Il 21 ottobre 1485 fu fatto arbitro per risolvere alcune vertenze insorte tra i
confratelli dellarte della Lana in
Parma. Morì nello stesso anno, forse avvelenato per opera dei Rossi di San Secondo.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.
PALLAVICINO GIOVANNI LUDOVICO
Busseto 1425-Cortemaggiore 1481
Figlio di
Orlando il Magnifico. Nella divisione dello Stato alla morte del padre ebbe in comune con
il fratello Pallavicino il marchesato di Busseto. Creato cavaliere nel 1450, il giorno in
cui Galeazzo Sforza prese possesso del Ducato di Milano, visse per molti anni a quella
Corte in qualità di consigliere ducale e compì missioni presso papa Sisto IV e Carlo
duca di Borgogna. Nel 1470 ritornò a Busseto per governare lo Stato con il fratello, dal
quale, in seguito a dissensi, si separò di comune accordo nel 1478. Per larbitrato
di Gian Giacomo Trivulzio e Marsilio Torelli, basato sullinvestitura ducale del
1458, ebbe nella divisione del marchesato Cortemaggiore e Bargone. Accettato il lodo, il 4
settembre 1479 lasciò, con il figlio e alcune famiglie, Busseto e si trasferì a
Cortemaggiore, modesto villaggio abitato da pochi pastori, provvisto solo duna
vecchia torre e di una piccola parrocchia intitolata a San Lorenzo. A cortemaggiore, dove dette inizio al locale ramo
marchionale, il Pallavicino iniziò nel 1480 lerezione di un forte castello, del
quale pose la prima pietra il 20 gennaio, della chiesa dellannunziata e di una nuova parrocchiale, che non
potè vedere ultimata perché la morte lo colse lanno successivo.
FONTI
E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; D. Soresina, Enciclopedia
Diocesana Fidentina, 1961, 322.
PALLAVICINO GIOVANNI PIO LUIGI
1744-Torre
Pallavicina 20 luglio 1815
Figlio di
Adalberto Galeazzo e di Francesca Barbò.Il Pallavicino presentò le sue rivendicazioni
alla Corte imperiale per recuperare i domini della sua famiglia ma, una volta accertata
lassoluta inutilità di ogni richiesta in tal senso, a partire dal 1788 si occupò
esclusivamente dellantico naviglio Pallavicino. Assieme al cugino Gaetano
Pallavicino, e col permesso dei Veneziani e degli Imperiali, fece aprire un nuovo canale
per lirrigazione che, originandosi nel territorio della Torre Pallavicina, si
approvvigionava dallOglio, andando a formare il cavo del molino, il cavo delle sorgenti e il cavo di suppeditazione, e, percorrendo circa otto miglia
in territorio cremonese, perveniva a Cumignano, scaricandosi nel vecchio naviglio
Pallavicino. Morì a 71 anni detà.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO GIROLAMO
Busseto
1452 c.-20 novembre 1506
Figlio
di Pallavicino, signore di Busseto.
Intraprese la carriera ecclesiastica dopo essersi distinto nella diplomazia. A Roma, dove
ricoprì vari importanti uffici, acquistò la stima del pontefice Sisto IV, che il 25
maggio 1484 lo nominò vescovo di Novara. Pare tuttavia che il Pallavicino, poco portato
alla cura pastorale di una diocesi, si recasse raramente in quella città perché occupato
in altre mansioni. autorevolissimo presso
Lodovico il Moro, del quale godette il favore, fu da questi nominato consigliere ducale e
delegato, il 3 marzo 1489, a far parte della scorta donore incaricata di
accompagnare la duchessa Bianca, sorella dì Gian Galeazzo Sforza, in Ungheria in
occasione delle sue nozze con il principe Giovanni Corvino. Allorché, poi, nel 1499 i
Francesi, invitati dallo stesso Lodovico il Moro, conquistarono il Ducato milanese
trascinando prigioniero lo Sforza, il Pallavicino intervenne
al solenne giuramento di fedeltà prestato il 26 ottobre a Lodovico XII nel castello di
Milano e l11 gennaio del seguente anno fu invitato a far parte del senato del nuovo
Stato. Fedele al monarca francese, morì prima che i mutamenti politici derivati dalla
proclamazione della guerra santa a Lodovico XII da parte di papa Giulio II lo ponessero in
una imbarazzante situazione verso la Santa Sede.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 324.
PALLAVICINO GIROLAMO
Torre dei Marchesi-Cortemaggiore 2 luglio 1549
Figlio di Giulio e di Luigia Anguissola. Fu detto lo zoppo perché storpio in un piede.Fu
tra i congiurati per lassassinio di Pier Luigi Farnese compiuto a Piacenza nel 1547.
Il Pallavicino ebbe lincarico di occupare limbocco di tutte le strade che
conducevano alla vecchia cittadella e
opporsi sia a una possibile sollevazione popolare sia a qualunque tentativo di intervento
da parte di Alessandro da Terni, capitano dei cavalleggeri dei Farnese. In effetti
questultimo cercò di portarsi alla cittadella
ma, vista la risolutezza del Pallavicino e dei suoi uomini, si ritirò. Il Pallavicino fu
ucciso nel corso di una rissa per mano di Girolamo Maggiolini, vicario del podestà di
Piacenza, a sua volta ucciso dai familiari del Pallavicino, prima ancora che questi
spirasse.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO GIROLAMO
1527 c.-Crema ante 1569
Figlio di Adalberto e di Angela Morani. Ebbe una condotta di venticinque uomini
darme al servizio della Repubblica veneta. Si stabilì poi definitivamente in Crema.
Fonti e Bibl.: P. Litta, Famiglie
celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO GIROLAMO
post 1588-Lutzen 1632
Figlio di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta Valvassori. Il 30 maggio 1613 fu fatto
cavaliere gerosolimitano con dispensa per la minore età. Diventò paggio
dellimperatore ferdinando II, poi
tenente della compagnia di archibugeri di Riccardo Avogadro, e partecipò alle guerre di
religione in Germania. Mentre era capitano di corazze, fu ucciso nella battaglia di
Lutzen.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO GIROLAMO
Parma 15 gennaio 1696-1774
Figlio di Gianfrancesco Galeazzo e di girolama
Ala. Entrò nella compagnia di Gesù il 13 giugno 1711 e fece la professione dei quattro
voti il 2 febbraio 1719. Per molti anni fu superiore, e da ultimo abate.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO GIROLAMO, vedi anche PALLAVICINO GEROLAMO
PALLAVICINO GIROLAMO GALEAZZO
Busseto o Cortemaggiore ante 1587-Lombardia 1638
Figlio di Galeazzo e di Fulvia Martinengo. Giovanissimo, fu coinvolto nelle dispute coi
parenti per il possesso di Busseto e di Cortemaggiore, e poi con gli stessi Farnese, che
nel 1587 sequestrarono tutti i domini causa della disputa. Solo il 7 marzo 1636
limperatore Ferdinando II riconobbe la legittimità dei feudi Pallavicino ma i
Farnese occuparono militarmente i territori appartenenti al Pallavicino, non obbedendo
agli ordini imperiali. Ridotto allo stremo da avvocati e tribunali, il Pallavicino morì
in una sua tenuta in Lombardia.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO GIULIA ANNA
Parma 25 febbraio 1806-Parma 23 luglio 1858
Figlia di Filippo e di Dorotea Magnani. Fu dama donore e di compagnia prima di Maria
Luigia dAustria e poi di Luisa Maria di Borbone. Sposò nel 1850 il colonnello
spagnolo Giovanni Alberto De Guillien y Godinez.
FONTI E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIII.
PALLAVICINO GIULIO
Busseto 1436 c.-post 1499
Figlio di Nicola e di Dorotea Gambara. Il 30 marzo 1477 ottenne la rocca di Torre dei
Marchesi da Bona e Galeazzo Sforza, che vi rinunziarono. Il 26 ottobre 1499 fu, assieme al
fratello Cesare, tra i feudatari che prestarono solenne giuramento di fedeltà in Milano a
Lodovico XII re di Francia.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.
PALLAVICINO GIULIO
Busseto ante 1521-1600
Figlio di Giambattista e di Laura Borromeo. Nel 1556 fu prevosto della chiesa di Busseto,
titolo cui rinunciò nel 1562. Possedette i feudi di Cella, Costamezzana e Borghetto e una
parte di quelli di Polesine. Si rassegnò al fatto che la casa Farnese non riconobbe mai
alcuna prerogativa imperiale ai feudi dei Pallavicino.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.
PALLAVICINO GIULIO CESARE
Scipione 16 agosto 1660-1711
Figlio di Pompeo e di Barbara Anguissola. Fu gentiluomo di camera del principe Odoardo
Farnese, scalco della duchessa Dorotea Sofia di Neuburg, moglie del duca Odoardo, e
gentiluomo di camera del duca Francesco Farnese. Fu nominato Rettore perpetuo
dellOspedale maggiore di Piacenza nel 1698.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.
PALLAVICINO GIULIO LUCREZIO, vedi PALLAVICINO LUCREZIO FRANCESCO BRUNONE
PALLAVICINO GIUSEPPE
Borgo San Donnino 1523-1580 c.
Figlio
di Galeazzo, dei marchesi di Varano e cavaliere in Borgo San Donnino, e di margherita Schizzi. Studiò lettere e filosofia a
Pavia e a Padova, quindi medicina alluniversità
di Bologna. Conseguita nel 1542 la laurea, esercitò nella città natale la professione,
stipendiato da quella Comunità, che nel 1547 gli affidò, assieme ad Alessandro
Trecasali, la missione di recarsi ad Augusta per ottenere dallimperatore Carlo V uno
sgravio delle milizie accampate in Borgo San Donnino dopo loccupazione di Piacenza.
Il Pallavicino ebbe vita avventurosa. Nel 1552 si pose, quale medico, al servizio di Gian
Federico Madruzzo, che seguì sulle galere al comando del principe Andrea Doria. Assalita
la flotta tra Roma e Napoli dai Turchi, mentre si dirigeva nella città partenopea per
impedire una temuta ribellione, questi si impossessarono di sette galere trascinando
schiavi in Turchia il Madruzzo e il Pallavicino. Liberati entrambi dopo lesborso di
una forte somma a titolo di riscatto, il Pallavicino rientrò a Borgo San Donnino, che era
governata dal dispotico barone di Sesnec, fedele gregario di Carlo V, il quale aveva
occupato anche quella città. Insofferente del regime instaurato dal rappresentante del monarca, il Pallavicino ordì una congiura, ma,
scoperto, fu gettato a languire per otto mesi in carcere, dal quale lo trassero Ippolito
Pallavicino di Scipione e Girolamo Pallavicino, signore
di Busseto. Ripreso lesercizio della professione, fu medico a Canneto
sullOglio, quindi, dal 1562, a Lonato. Buon letterato, amico personale di Annibal
Caro, di Bernardo Tassi, di Paolo Manuzio, del Ruscelli e del Sansovino, nel l566
pubblicò a Venezia uno zibaldone che dedicò al marchese Sforza Pallavicino. Tra le sue
opere sono anche ricordate una commedia
(1555), Esposizione di un salmo (1562), alcune composizioni poetiche e un saggio di
lezioni.
FONTI
E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 325.
PALLAVICINO GIUSEPPE
Busseto 30 maggio 1885-
Figlio di Sforza e di Maria Cavriani. Patrizio e cittadino veneto, fu sottotenente di
complemento di cavalleria del Regio Esercito italiano.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIV.
PALLAVICINO GIUSEPPE, vedi anche PALLAVICINO DARIO
PALLAVICINO GIUSEPPE GALEAZZO
Busseto 1770 c.-1819
Figlio di Giovanni Pio Luigi e di Marianna Locatelli. Il pallavicino scrisse nel 1805 lopera della necessità del governo monarchico in
Italia. Limperatore Napoleone Bonaparte lo nominò il 29 giugno 1805 consigliere di stato del consiglio degli uditori. Il 3 maggio 1806 fu
eletto cavaliere dellordine della
corona di Ferro e nel medesimo anno fu inviato in missione a Makarska, in Dalmazia, al
fine di raccogliere cognizioni e notizie per dare adeguato ordinamento a quelle province.
Il 1 novembre 1806 fu inviato a Forlì in qualità di prefetto del dipartimento del Rubicone e il 12 aprile 1809 a
bergamo in qualità di prefetto del Dipartimento del serio. L8 ottobre dello stesso anno fu
nominato barone del Regno e Commendatore dellordine
della corona di Ferro. Richiamato al consiglio
degli uditori, nel 1812 ne fu eletto presidente. Caduto il Regno dItalia, il 18
gennaio 1816 fu eletto consigliere di governo e delegato della provincia di Milano sotto
la casa dAustria. Il 9 aprile 1816 fu conferito al Pallavicino il titolo di
ciambellano di casa dAustria. Si ritirò a vita privata nel 1817.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO GIUSEPPE MARIA
Parma 3 maggio 1802-Parma 23 agosto 1884
Nacque dal
marchese Filippo e da Dorotea Magnani. Ricevette sua prima educazione, tutta domestica,
sotto la scorta di valenti precettori: prima labate Giuseppe Taverna, autore delle
Prime letture pe fanciulli e di altre opere per leducazione della gioventù,
poi labate Domenico Santi, professore di Etica nellUniversità di Parma. Dal
1816 al 1825 intraprese gli studi di belle lettere, di filosofia e di leggi
nellUniversità parmense. Nel 1825 sposò la marchesa Leopoldina Pallavicino, sua
seconda cugina. Nello stesso anno cominciò a prendere parte ai pubblici affari, essendo
stato nominato, con decreto sovrano del 18 dicembre, membro della Commissione amministrativa degli Ospizi Civili di Parma. In
tale qualità, fu Conservatore dellospedale
civile, poi dellOspizio degli Orfani, detto delle Arti, che ricevette sotto la
direzione del Pallavicino nuovi ordinamenti. Per deliberazione del Corpo Municipale
approvata con sovrano decreto del 14 dicembre 1825 fu eletto Anziano del Comune di Parma.
L11 dicembre 1830 fu nominato Podestà di Parma, impiego che il Pallavicino
declinò. Ebbe nomina di ciambellano di Maria Luigia dAustria, duchessa di Parma,
con decreto del 9 dicembre 1832. Fu poi nuovamente Anziano del Comune (decreto 4 gennaio
1834). Il 18 febbraio 1836 fu nominato Vice Presidente del Magistrato degli Studi di Parma
e pochi mesi dopo, alletà di 34 anni, ebbe la carica dì Presidente del Magistrato
degli Studi. Dipesero dal Pallavicino tutti gli Studi, tanto elementari come superiori del
Ducato di Parma, ed ebbe così a dirigere listruzione dei comuni come quella
dellUniversità. Sotto la sua presidenza, che durò oltre quindici anni, ebbero
luogo rilevanti disposizioni. linsegnamento
teologico fu coordinato (decreto sovrano 29 febbraio 1841 n. 45). Il corso fisico
matematico fu pure riordinato ed esteso. Con nuovo regolamento furono stabilite le norme
per linsegnamento e per lesercizio delle professioni dingegnere,
perito-geometra e architetto (sovrano decreto 22 maggio 1844 n. 124). Listruzione
veterinaria fu estesa, e aumentata di cattedre. Ebbe vita un istituto veterinario in Parma
corredato di un gabinetto zoologico e di sale cliniche per accogliervi anche gli animali
dei privati, a vantaggio dellistruzione e dellagricoltura.Furono stabiliti
vari corsi di studi e di pratica per la laurea, per lesercizio in zooiatria, e per
la mascalcia (decreti 29 novembre 1841 n. 127, 13 novembre 1844 n. 230, 22 novembre 1845
n. 237 e 6 giugno 1847 n. 162). Quanto alle Scuole comunitative, fu provveduto
collistituzione, sia in Parma che in Piacenza, di due Scuole normali di metodo per
leducazione di maestri (decreto 15 ottobre 1847). L8 dicembre 1837 il
Pallavicino fu nominato cavaliere di la classe dellOrdine Costantiniano
di San Giorgio. Con decreto 3 ottobre 1837 fu eletto membro della Commissione di
Statistica del territorio di Parma. Venuta a morte nel 1847 la duchessa Maria Luigia, il
Pallavicino venne confermato nelle dette cariche dal duca Carlo di Borbone. Con decreto
del 17 marzo 1848 fu nominato cavaliere dOnore della principessa ereditaria di Parma
Luisa Maria di Borbone, ma, scoppiata tre giorni dopo la rivoluzione, poté adempiere a
questo ufficio solo per tutelare la persona di Luisa Maria e della duchessa Maria Teresa
di Savoja, moglie del duca Carlo, che erano rimaste sole a Parma durante il Governo
Provvisorio. Il Pallavicino ottenne dal Governo provvisorio che rimanessero per alcune
settimane in Parma, nel palazzo reale. Le
accompagnò quindi a Modena sotto la salvaguardia del Governo Provvisorio di quella
città. Rimase con loro finché Maria Teresa di Savoja fu accolta a Torino e Luisa Maria
fu, dallo stesso Pallavicino, accompagnata a Firenze e messa sotto la protezione del gran
duca Leopoldo di Toscana. In quei frangenti, giovò al Pallavicino un atto di coraggio
compiuto proprio nella giornata del 20 marzo. Quando nella mattina di quel giorno caddero
le prime vittime della rivoluzione, il pallavicino
si trovava nella stanza del duca, coi
ministri e altre cariche dello Stato, riuniti in consiglio straordinario. Gli eventi
avevano indotto il duca a dare al popolo le
concessioni richieste. Lo stesso duca
volle che queste fossero rese di pubblica ragione immediatamente, per evitare un inutile
spargimento di sangue tra i cittadini e le truppe. Il Pallavicino fu lunico che si
rese disponibile ad assolvere il rischioso incarico. Si portò alla Piazza della
Cattedrale, chiamò a raccolta gli insorti e annunziò loro le concessioni, ottenendo non
senza difficoltà e pericolo, di riportare alla calma i rivoltosi e di far cessare la
reazione delle truppe (il fatto risulta da un processo del giudice Cattani, istruito
contro il tenente Bonzi e relativo a particolari che accompagnarono
quellinsurrezione). Il 13 settembre l848, per decreto del Governo Provvisorio
Militare, il pallavicino fu eletto membro di
una commissione incaricata a dare parere circa i mezzi onde provvedere ai bisogni urgenti
dello Stato. Con decreto del duca Carlo di Borbone del 23 agosto 1849, in occasione del
suo ritorno a Parma dopo la restaurazione,
fu elevato nella Milizia costantiniana a
Senatore e Gran Croce e Vice Gran Cancelliere, in benemerenza dei servizi prestati. Con
altro decreto del 1° dicembre 1850, ebbe la nomina di Grande della Corte. Nel 1852 il
Pallavicino, resosi conto del poco favore che si concedeva al pubblico insegnamento e
veduta linutilità dei propri sforzi in tal senso, domandò di essere dispensato
dalla carica di Presidente del Magistrato degli Studi, ciò che ottenne con decreto del 21
marzo di detto anno, conservando il titolo di Presidente Emerito. Il 21 giugno 1852 ebbe
per decreto sovrano la nomina di membro della Camera di Commercio e di Agricoltura. Si
occupò con particolare predilezione dellAgricoltura, interesse che il Pallavicino
coltivò sempre personalmente anche nei suoi latifondi. Avvenuto il 26 marzo 1854
lassassinio del duca Carlo di Borbone, la duchessa Luisa Maria di Berry volle provvedere al Governo della Reggenza in
nome del figlio Roberto in modo il più possibile conforme alle aspirazioni del paese, e
così scelse il Pallavicino, con Lombardini, Salati e Cattani, a formare il nuovo
Ministero. Il Pallavicino ebbe provvisoriamente i portafogli dellInterno e degli
Affari Esteri (decreto del 27 marzo). con decreto del 3 aprile 1854, fu chiamato
definitivamente dalla duchessa in qualità
dì Segretario Intimo di Gabinetto e Ministro degli Affari Esteri, e il 16 ottobre 1854
ebbe la nomina di Consigliere di Stato effettivo. Con decreto del 27 dicembre 1854 gli fu
aggiunta la carica di Presidente del Dipartimento Militare col portafoglio delle Armi. Nel
1859, allo scoppio della guerra dindipendenza italiana, il Pallavicino si ritirò
colla duchessa e colla famiglia reale in svizzera. Quando limperatore Napoleone mostrò di coltivare il progetto di una
Confederazione Italiana, il Pallavicino si portò a Parigi, vi ritornò più volte, e vi
sarebbe rimasto fino al Congresso che doveva aver luogo al principio del 1860, se
lopuscolo Le Pape e le Congrès e la rinuncia del conte Walewschi al portafoglio
degli Esteri non fossero stati i segnali inequivocabili di un avvenuto rivolgimento
politico. Il Pallavicino, lasciato nel 1860 ogni incarico pubblico, visse ritirato in un
suo castello presso Busseto, insieme alla moglie e a otto suoi figli maschi (le tre figlie si erano già sposate). Si studiò di
applicare nei latifondi della sua famiglia ogni moderna tecnica agricola, ottenendo dalla
Società Agricola della Lombardia tre medaglie donore, una doro e due
dargento, in occasione dellEsposizione Agricola tenutasi a Cremona nel 1863.
Fu socio onorario della Regia Accademia Ercolanense di Archeologia di Napoli. Godette
lamicizia di illustri letterati, quali Sanvitale, Pezzana, Leone, Mazza e Martini.
Morì nel Palazzo Pallavicino di Piazzale Santafiora. Gi furono fatte solenni esequie
nella chiesa parrocchiale di SantUldarico, alle quali assistettero, tra le altre,
rappresentanze dellUniversità degli Studi di Parma e dellOrdine
Costantiniano. La salma fu inumata nel sepolcro di famiglia della Villetta di Parma.
FONTI
E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 80-81; V. Spreti, Enciclopedia Storico
Nobiliare, 5, 1932, 63; Aurea Parma, 1, 1950, 40-44; M.De Grazia, Lettera di Carlo III, in
Archivio Storico per le Province Parmensi 1969, 269; Palazzi e casate di Parma, 1971, 375;
A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 112.
PALLAVICINO GIUSTINIANO
Zibello
XVI secolo
Figlio naturale di
Bernardino e di Caterina Buffetti. Fu prevosto di San Siro nella diocesi di Cremona.
FONTI e BIBL.: P. Litta, Famiglie
celebri, VI, 1841, tav. XXVI.
PALLAVICINO GOFFREDO
-Brescia
998
Figlio di Adalberto e
di Ildegarda di Baviera. Fu vescovo di Brescia.
FONTI
E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 3.
PALLAVICINO GUGLIELMO
Busseto 1106 c.-1162 c.
Figlio
di Oberto. Successe al padre nel 1148 e subito dovette combattere assieme ai marchesi
Malaspina contro Parma, da cui fu sconfitto. Nel 1149 cinse dassedio il castello di
Tabiano, ove si era rinchiuso il fratello Delfino, uccisore di un terzo fratello,
Tancredi. Impegnatasi la battaglia, alla fine il Pallavicino dovette ritirarsi. Fu fatta
un tregua, ma ben presto questa venne rotta (1150): lesercito del Pallavicino
attaccò nuovamente il castello di Tabiano, che infine dovette arrendersi e venne messo a
sacco.
FONTI
E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca
Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, l834; Poggiali, Storia di
Piacenza, Piacenza, 1757-1766; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; P. Vitali,
Memorie storiche di Busseto, ms. già presso Seletti; C.Argegni, Condottieri, 1937, 388.
PALLAVICINO GUGLIELMO
Scipione-1217
Figlio di Oberto. Nel
1198 aggredì e spogliò di tutto Pietro, cardinale di Capua, inviato da papa Innocenzo
VIII a tentare la conciliazione tra Parma e Piacenza. Nel 1203-1204 il Pallavicino,
marchese e signore di Scipione, concorse col vescovo di Piacenza Grimerio della Porta a
costruire la casa con torre (il cosiddetto Palazzo del vescovo) e a eseguire i lavori di
sistemazione dei pozzi di salsomaggiore,
divisati dal vescovo e dal comune di Piacenza, lavori che ebbero termine nel
1207.
FONTI
E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 19; V. Spreti, Enciclopedia storico
nobiliare, 5, 1932, 63.
PALLAVICINO GUIDO
Pellegrino
1231 c.-Fontevivo 1301
Figlio di Pelavicino.
È assai probabile, seppure non certo, che, cadetto della famiglia marchionale, si sia
ascritto allOrdine dei Templari, che ancora in piena metà del duecento, quando il Pallavicino dovette essere
armato cavaliere, accanto e in concorrenza militare e politica allordine Gerosolimitano degli ospedalieri di San Giovanni, seppe tenere testa in
Palestina alle offensive arabe e egiziane che proprio un decennio prima della morte del
Pallavicino riuscirono a prevalere e causarono, con la perdita di Acri e di tutta la Terra
Santa, lesodo dellOrdine a Cipro (1291) e nellEuropa occidentale. Il
Pallavicino rientrò probabilmente in patria in quella occasione. Fu sepolto nellabbazia benedettina di Fontevivo, con la seguente
iscrizione: marchio sepultus meritis est marmore sculptus det dator ipse bonis requiem
pacemque Guidoni Pellavicino prenominne de Peregrino MCCCI qui dedit abbati partem de
curte redati.
FONTI
E BIBL.: L. Grazzi, Viaggiatori, crociati e missionari, 1945, 87; E. Nasalli Rocca, Lapide
tombale di Guido Pallavicino, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 79-86;
Parma nellarte 2 1976, 50.
PALLAVICINO GUIDONE, vedi PALLAVICINO GUIDO
PALLAVICINO IPPOLITA
Scipione 1537
Figlia di Giacomo Antonio e di Margherita Visconti. Nel 1537 Bernardo Tasso
indirizzò alla Pallavicino i suoi Amori e le ottave
in onore di Giulia Gonzaga. La pallavicino
sposò Giulio Sanseverino.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO IPPOLITO
-Tabiano 1571 c.
Figlio di Carlo. Abitò in Tabiano. Nel 1556 giurò fedeltà al re di Spagna, Filippo II,
che prese possesso del ducato di Milano.
Il pallavicino fece testamento l11
ottobre 1570.
FONTI
E BIBL.: Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XX.
PALLAVICINO
ISABELLA
Pellegrino 1257 c.-
Figlia di Guido Marchesopulo, di Pelavicino, fu una delle poche donne trovatrici italiane.
Avendo seguito il padre in Grecia, qui tenzonò poeticamente con il trovatore Elias
Cairel, che aveva conosciuto in Italia.
FONTI
E BIBL.: G. Bertoni, I trovatori dItalia, Modena, Orlandini, 1915, 67.
PALLAVICINO ISABELLA
Busseto
1528 c.-Soragna 30 novembre 1623
Figlia di Gerolamo e
di Camilla Pallavicino. Sposò il 14 agosto 1568 Giampaolo Meli Lupi. Fu una delle dame
più colte e raffinate del suo tempo: amò le lettere e predilesse la poesia, e il suo
nome risulta legato a importanti momenti della cultura cinquecentesca. Nicolò Secchi
dedicò alla Pallavicino la commedia Il Beffa e altrettanto fecero il veneziano Giovanni
Donato Cucchetti con la sua pastorale la Pazzia e Antonio Droghi con la propria Leucadia.
Stretti furono poi i suoi legami poetici con Antonio Ongaro che le dedicò anche un epithalamio nuziale, e quando il poeta mori, la
Pallavicino volle far stampare una raccolta delle sue rime, a lei dedicate con la qualifica di
institutrice dellAccademia de gli illuminati,
della quale anche lOngaro fece parte. Ma lopera che più la distinse fu
laver affidato nel 1581 ad Angelo Ingegneri una delle prime edizioni della
Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, e lo stesso editore, rivolgendosi a lei nella
seconda dedica, non mancò di auspicare che il suo gesto col lume dellinfinita sua
cortesia mostri allaltre principali dame
la strada ondesser da ogni cuore riverite e celebrate da tutte le lingue. Pure il
Tasso le fu assai grato e, chiamandola in un sonetto con lappellativo grecizzato di
Calisa, ne accostò limmagine a quella di una ninfa bellissima. La Pallavicino
condusse una vita molto brillante e prodiga: un conciso profilo di lei traccia il
Calandrini quando afferma che nacque grande e grandissima visse, e benchè la morte le
forze tolga, morì generosa; le sue liberalità furono sì eccessive che, portata dal brio
della sua nascita e ricchezze, lasciò il marchese Gio:Paolo suo figlio privo di un
miglione di valsente che essa avrebbe potuto conservargli. Che la Pallavicino spendesse
assai è dimostrato dai suoi frequenti contatti con gli ebrei di Soragna, di Reggio, di
Cortemaggiore e di Cremona, dai prestiti da essi ottenuti, dalle continue cessioni in
pegno dei propri gioielli e dai conti, in vita e in morte, con la famiglia. Fu però anche
dama di pietà cristiana: volle e dotò un convento di Cappuccine a Piacenza, e un altro
di monache Servite avrebbe voluto aprire a Soragna, ottenne la fratellanza religiosa dei
Gesuati di San Girolamo, dei Serviti, dei Domenicani e dei Francescani, e per testamento
beneficò senza parsimonia chiese, conventi, poveri e domestici.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III; B.Colombi, Soragna, Feudo e
Comune, 1986, I, 339.
PALLAVICINO JACOBA LAURA
Zibello 1491 c.-Parma 1575
Figlia di
Federico, marchese di Zibello, e di Clarice Malaspina, andò sposa il 9 febbraio 1511,
come si deduce dall instrumento dotale ricevuto da Galeazzo Nobili, notaio di piacenza, a Jo. Francesco Sanvitale, primogenito
di Jacopo Antonio di Fontanellato. La pallavicino
rimase presto vedova (1519) con i tre figli Ercole, Alfonso e Silvia in età infantile. I
documenti dellArchivio familiare del fondo Sanvitale sono ricchi di riferimenti alla
Pallavicino (chiamata comunemente Laura), soprattutto per il periodo 1525-1545. Da essi
emerge la figura di una nobildonna di grande temperamento e coraggio, tanto da riuscire a
ottenere prima la tutela dei figli in età minore e la gestione del loro ricco patrimonio
ereditato dal padre e poi a difenderne strenuamente gli interessi, contrastando in
particolar modo le ambizioni del cognato Gian Galeazzo Sanvitale, erede con il fratello
defunto sia del titolo comitale sia dei beni feudali e familiari, come si deduce dal
testamento di Jacopo Antonio Sanvitale, stilato da Angelo Melgari, notaio di Parma, il 20
dicembre 1510. Grazie alla gestione disinvolta del suo ruolo di vedova, vissuto non come
limitazione ma anzi come esercizio di autonomia e libertà ben difficilmente praticabili
da una donna sposata, la Pallavicino concretizzò una figura di dama dotata della
necessaria intraprendenza per farsi largo in unepoca segnata dalle profonde
trasformazioni che a Parma qualificarono lepoca immediatamente pre-farnesiana.
Amante del lusso e del prestigio derivatole dal suo rango, difese con grande
determinazione i privilegi dovuti alla nascita, al matrimonio e alla maternità, assumendo
via via competenze ascrivibili con sempre maggior definizione al ruolo maschile, pur di
non doversi sottomettere alla tutela di alcuno: né del casato dorigine né della
famiglia acquisita per contratto matrimoniale né dei suoi influenti amici, fra i quali
primeggiava il cardinale Alessandro Farnese, per lungo tempo vescovo di Parma. Una prima
minaccia al suo ruolo autonomo di nobildonna, erede di Federico Pallavicino marchese di
Zibello, si ebbe alla scomparsa del fratello minore Jo. Francesco, erede del titolo
marchionale. Morendo senza eredi nel 1514, il giovane signore di Zibello rispettò la
volontà già espressa dal padre Federico, confermando eredi universali le tre sorelle:
Ippolita, moglie di Gian Lodovico Pallavicino di cortemaggiore,
la Pallavicino e la più giovane Argentina, escludendo i pretendenti legittimi in linea
maschile, e cioè gli zii paterni Bernardino e Rolando. Il primo aveva attentato alla vita
del testatore e alla di lui madre Clarice Malaspina mediante un veneficio, come si
dichiara esplicitamente nel codicillo al testamento del 4 agosto 1514, e il secondo lo
aveva accusato ingiustamente, tanto da esporlo a una condanna comportante la pena di morte
e la confisca dei beni. Il giovane signore di Zibello non aveva ancora raggiunto
presumibilmente la maggiore età di 25 anni quando morì prematuramente, tra l8 e
l11 agosto del 1514. Le controversie tra gli eredi iniziarono immediatamente dopo il
suo decesso: seguirono liti, dispute e un rovinoso assedio di Zibello nellanno
successivo. La questione poté in parte dirsi conclusa il 12 dicembre 1524, quando il
conte Gian Galeazzo Sanvitale pronunciò il suo lodo, in qualità di arbitro eletto dalle
sorelle Pallavicino, per comporre le ormai annose controversie, e ogni questione sembrò
trovare così tra loro amichevole soluzione. Giovane vedova, la Pallavicino si trovò ad
affrontare una situazione familiare destrema delicatezza in quanto i due figli
maschi, eredi legittimi di Jo. Francesco Sanvitale, erano nel 1519 ancora in età minore
(Ercole era nato nel 1516 e Alfonso lo stesso anno della morte del padre) e la sua
condizione di donna sola la esponeva a mille insidie che potevano minacciare, se non
addirittura precludere, la conservazione del titolo e dei beni spettante ai due bambini.
Le memorie darchivio accennano al clima insostenibile che si venne a creare nella
Rocca di Fontanellato dopo il 1519, aggravato ulteriormente dalla scomparsa del
primogenito Ercole nel 1530, dopo una breve malattia, attribuita a un veneficio
commissionato dal cognato Gian Galeazzo Sanvitale. La pallavicino decise perciò di proteggere in modo
più sicuro la vita di Alfonso, unico figlio maschio rimastole, allontanandolo da
Fontanellato per affidarlo alle cure della marchesa di Fosdinovo, sua parente da parte di
madre. Nelle memorie storiche familiari trova manifestazione lindubbia esistenza di
un clima di forti tensioni e sospetti che segnarono la coesione familiare dei Sanvitale di
Fontanellato e che conferiscono nuovo spessore allimmagine, tradizionalmente
accettata, di una corte signorile
serenamente compatta. Sempre negli stessi anni la Pallavicino partecipò in modo assai
animato anche alla lotta per lintroduzione della clausura nei monasteri femminili di
Parma: si schierò platealmente a fianco della cognata Susanna Sanvitale, spalleggiata
anche dal cognato Jo. Ludovico, protonotario apostolico. Alla presenza discreta di Susanna
Sanvitale, come appare dai documenti, si combina quella più chiassosa della Pallavicino
che, manifestamente ostile allintroduzione della nuova riforma monastica, continuò
a frequentare il monastero di San Quintino nonostante le minacce della Comunità cittadina
e del clero di Parma. Ancora al temperamento esuberante della Pallavicino i cronisti
assegnano la ragione ultima della decisione di abbandonare la vita in castello per
trasferirsi in città, acquistando per il figlio Alfonso una casa presso San Sepolcro, trasformata successivamente in una delle
dimore signorili più eleganti di Parma. A tale decisione contribuirono tuttavia altri
aspetti, che le note memorialistiche trascurano, come la soluzione delle annose liti con
il cognato Gian Galeazzo Sanvitale. Completata infatti la suddivisione dei beni e
conservato il titolo feudale per Alfonso, la Pallavicino si occupò del matrimonio del
figlio, che volle tra i più prestigiosi del tempo. Lambizione e il gusto per
leleganza rappresentarono il filo conduttore che sottese limmagine pubblica
della Pallavicino, anche nei momenti più oscuri e travagliati della sua esistenza
vedovile. Di particolare interesse appare un documento che riporta le spese affrontate per
educare i figli e gestire leredità comitale nellarco di circa un ventennio.
La stesura di tale elenco si rese necessaria in quanto il figlio Alfonso, dopo il
matrimonio con Gerolama Farnese, citò in giudizio la madre accusandola di aver dilapidato
per leggerezza e tornaconto personale gran parte dei beni lasciati in eredità dal padre
Jo. Francesco. La Pallavicino affidò la propria difesa alla presentazione di vari elenchi
comprendenti spese, acquisti, permute e la citazione dettagliata delle spese affrontate
per il matrimonio del figlio Alfonso e per dotare la nuora Gerolama secondo luso del
tempo e lindubbio buon gusto delle due dame. La lunga elencazione prende avvio dai
gioielli di varie dimensioni, fattura e qualità, donati dalla Pallavicino alla nuora
Gerolama Farnese: accanto a collane in oro, smalto e a pendenti in diamanti, perle e
rubini, compaiono alcuni manici da ventaglio in oro e diamanti, cinture in oro lavorato o
con decorazioni in granati, una decina di corone in oro, pietre preziose o dure, anelli e
due zibellini montati con collane in oro, secondo la moda del tempo. I gioielli più
preziosi e singolari sono tuttavia riferiti alla decorazione del capo e dei capelli in
particolare. Sono ricordate infatti numerose zoie e perle per le orecchie, cioè orecchini
entrati nelluso della moda signorile solo agli inizi del secolo, accanto a ghirlande
di pietre preziose legate in oro, soprattutto diamanti e perle sciolti, cioè senza
montatura, da ornare capillj. La cura per la decorazione del capo è sottolineata anche,
nel seguito dellelenco, quando in ordine a vari capi dabbigliamento si
menzionano scuffiotti in seta, oro e argento, con abbinati colletti di vello con cordelle
doro oppure in seta bianca, cremisina o nera. Svariati sono anche i riferimenti a
capi dabbigliamento, ma più che alla foggia degli indumenti sinsiste nella
descrizione, quasi mercantile per precisa denominazione del tipo di stoffa, con il chiaro
intento di specificarne lalta qualità e giustificarne così il costo, sempre
elevato. preponderanti sono le sete, lisce o
lavorate secondo le tecniche più raffinate dellepoca: dal semplice drappo di seta
sottile, chiamato zendalo, al pregiatissimo ermesino, di origine persiana, lavorato con
fili di più colori a effetto cangiante, oppure a marezzo, simile per qualità di
tessitura al luminoso movimento ondoso del mare. Compaiono con insistenza stoffe
delaborata lavorazione, con uso di colori contrastanti, per disegno o profilatura,
tramati doro e dargento oppure rifiniti con decorazioni pregiate quali
cordicelle, lacci di oro filigranato, oppure a roselline in oro battuto. Sontuosi dovevano
essere i broccati che saprivano sui sottabiti in colore contrastante, come la veste
con gonna di broccato doro che lasciava intravvedere una fodera fittamente goffrata,
oppure quella di raso rosso vivo completata da laccetti dargento e da rose
doro bianco. Ciò che colpisce nellelenco è la combinazione raffinatissima
delle tinte, della consistenza e luminosità delle stoffe e dei materiali di rifinitura,
come labito di leggera seta cangiante, in turchino, adornata di fiocchi doro e
seta, oppure quello in seta rosso cupo coperto da un velo lavorato in oro. Non manca
laccenno alla dotazione di maniche staccate, ancora in voga al tempo, da combinare
con diversi bustini o abiti, richiamando nelle stesse tinte o lavorazioni anche accessori
come scuffiotti, colletti e calze. cromaticamente
predominano il turchino e il cremisino per gli abiti, il nero per le giacche, il bianco,
loro e largento per le rifiniture o per gli accessori. Anche i gioielli
elencati rimandano le stesse gamme di colore, con decisa predominanza del bianco (diamanti
e perle), del rosso (rubini e granati), delloro (giallo e bianco). Da tali
osservazioni si può dedurre come labbigliamento della giovane contessa Gerolama
Farnese, discendente da uno dei più illustri principi della Chiesa, fosse stato curato
dalla Pallavicino con grande attenzione, tanto da poterne motivare poi le varie voci come
vantaggioso investimento. La cifra, elevatissima, che si ottiene sommando le varie voci di
spesa dichiarate nel documento, non costituiva tuttavia elemento singolare per la
Pallavicino, donna avvezza a non lasciarsi intimidire neppure dalluso spregiudicato
del denaro, tanto che alla sua morte, nellinventario dei beni mobili lasciati in
eredità alla cognata Paola Gonzaga, figurano diversi pegni al Monte, qualche gioiello e
oggetti duso comune. La Pallavicino governò lesistenza sua e dei figli,
disponendo di autorevolezza e denaro, ma seppe affrontare con la dovuta determinazione
situazioni scabrose anche per un uomo, come a esempio la disputa clamorosa che la oppose
addirittura a papa Clemente VII nella scelta dello sposo per la nipote Veronica
Pallavicino di Cortemaggiore, sua pupilla. Tale vicenda viene riportata con varietà di
particolari e con indubbia pompa narrativa dai biografi della famiglia Sanvitale, che si
dilungano nella descrizione dei fatti, in quanto verosimilmente la questione dovette
provocare scalpore tra i contemporanei. Lepisodio del matrimonio contrastato non
rappresentò tuttavia lultima burrascosa vicenda pubblica della Pallavicino, che
ancora il 20 marzo 1550 è ricordata come reduce da sei mesi di carcere nel castello di
Milano per dispute avute con Giulio Rossi, conte di Gayazzo, a causa delle differenze
seguite a questioni deredità, già emerse nel decennio 1520-1530. La Pallavicino è
esaltata nelle memorie cinquecentesche della famiglia come donna di grande coraggio e
risolutezza, avvezza a ricoprire ruoli tradizionalmente maschili, forse applicando
leducazione ricevuta dalla madre Clarice, anchella indotta dalla vedovanza a
gestire autonomamente non solo i beni familiari ma anche il prestigio signorile, in nome
del legittimo erede maschio che ancora non aveva raggiunto la maggiore età. Nonostante
lindubbia abilità a organizzare lesistenza propria, dei familiari e del
casato, della Pallavicino non rimane riferimento alcuno di iniziative culturalmente attive
e neppure di generiche committenze che le possano essere attribuite: la già citata
elencazione di acquisti e vendite, investimenti e spese varie non conserva alcun
riferimento in proposito, e la sua educazione, come i verosimili interessi culturali che
lambiente frequentato sembra presupporre, sono passati completamente sotto silenzio.
FONTI
E BIBL.: V. Vecchi, in Aurea Parma 2 1996, 198-208.
PALLAVICINO LAURA, vedi PALLAVICINO JACOBA LAURA
PALLAVICINO LELIA
Parma
XVII secolo
Sposò il conte
Cesis. Fu vicepriore della Compagnia del SantAngelo Custode di Parma.
FONTI
E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo custode,
1853, 51.
PALLAVICINO LELIO
Busseto-1533
Figlio di
Ettore. Accusò, forse per riacquistare i feudi perduti o per qualche particolare
vendetta, Cristoforo Pallavicino presso i Francesi di aver tramato contro di loro. Ciò
comportò lesecuzione capitale di Cristoforo Pallavicino, avvenuta in Milano
nellanno 1521. Prima di morire, Cristoforo Pallavicino aggiunse un codicillo al suo
testamento col quale, accusando il Pallavicino di essere stato causa di ogni sua
disgrazia, gli tolse lincarico di tutore dei suoi figli ancora minorenni che gli
aveva affidato nel 1515.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.
PALLAVICINO LEOPOLDINA
Parma
4 giugno 1802-1883
Figlia di Alessandro e di Vittoria Doria pamfili.
Fu dama di Palazzo alla corte di Parma.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII; G.Pallavicino, Osservazioni
nellinteresse della sua consorte, Parma, 1875; A.Chieppi, Marchesa Leopoldina
Pallavicino, Parma, 1883.
PALLAVICINO LINA, vedi MANARA LINA
PALLAVICINO LODOVICO
Pellegrino-1562
c.
Figlio di Pietro. Viene ricordato una prima volta nel 1539. Nel 1549 fu ascritto al
consiglio dei Decurioni di Pavia. Nel 1550
fu nominato tra i venticinque primari cittadini inviati quali oratori a Ferrante Gonzaga
in occasione delle controversie che Pavia ebbe per titolo di precedenza con la città di
Cremona. Il Pallavicino fece testamento il 13 ottobre 1561.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO LODOVICO
Parma 21 maggio
1841-Parma 5 agosto 1900
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Fu consigliere del Consiglio
Agrario Parmense, presidente della Società dIncoraggiamento allAgricoltura,
Industria e Commercio della Provincia di Parma, direttore della razza equina della Casa
Pallavicino in Zibello e Busseto, presidente della commissione
Ippica Governativa per laccettazione degli stalloni, cavaliere della Corona
dItalia dei Santi Maurizio e Lazzaro, patrizio e cittadino veneto. Ottenne
segnalazioni e premi a varie esposizioni ippiche.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1991, tav. XXXIV.
PALLAVICINO LODOVICO ANDREA
Parma 10 marzo
1803-Torino 9 luglio 1879
Figlio del marchese Filippo e di Dorotea Magnani. Come i fratelli Gianfrancesco e
Giuseppe, fu iniziato agli studi classici dallabate Taverna. Si laureò con lode in
Legge. Fu nominato da Maria Luigia dAustria, duchessa di Parma, Auditore presso il
Consiglio di Stato. Alla perizia nelle Leggi, aggiunse quella per la matematica sublime,
la teologia e la lingua greca, per la quale ultima fu chiamato alla cattedra di
letteratura greca nellAteneo parmense.Il Pallavicino non poté accettare
lincarico a causa della cospicua eredità trasmessagli dalla famiglia Mossi di
Casale Monferrato, della quale era entrata a far parte per matrimonio Barbara Anguissola,
sorella di Anna, antenata del Pallavicino, che lo costrinse a stabilirsi in Piemonte. Al
suo cognome dovette aggiungere quello dei Mossi. Poiché donò allaccademia di Belle Arti in Torino una grande
quantità di stupendi dipinti già dei Mossi, fu dal re Carlo Felice di Savoja nominato
Gentiluomo di Camera e dallAccademia Albertina socio onorario. Diede alle stampe
varie pubblicazioni, tra le quali la traduzione di lettere, da lui rinvenute, del
Petrarca, la volgarizzazione dellultimo canto della peregrinazione di Aroldo e versioni poetiche di
cantici sacri che ottennero il plauso di Cesare Alfieri, Silvio Pellico, Orioli,
Bertolotti, Pezzana, Federico Sclopis, Antonio Rosmini, Prati e Cesare Balbo. Fu poi sei
anni Sindaco di Frassineto Po, stabilendo nel Comune e mantenendovi a sue spese una scuola
gratuita per le fanciulle. Consigliere comunale nel Municipio di Casale monferrato, fu tra i principali promotori
dellerezione della statua equestre a re Carlo Alberto di Savoja. Quando i primi
rivolgimenti patriottici cominciarono a manifestarsi in Piemonte, Carlo Alberto lo nominò
(14 ottobre 1848) Senatore. Il Pallavicino fu inoltre Segretario del Senato dal 1853 al
1857. Prese assidua parte ai lavori e alle discussioni del Senato, pronunciando vari
discorsi: sul progetto di legge per la nullità degli atti legislativi e governativi fatti
negli Stati Parmensi da qualunque Governo straniero dopo il 9 agosto 1848, sopra leggi
riguardanti lordine delle famiglie, le finanze dello Stato, lagricoltura e il
commercio, listruzione elementare e superiore, ligiene pubblica e la
fondazione della Banca dItalia. Introdusse notevolissimi miglioramenti agrari nelle
sue tenute. Fu Patrizio e cittadino veneto. Morì in seguito a una crisi cardiaca.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIII; Gazzetta di Parma 18 febbraio
1921, 1; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3; V. Spreti,
Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 64; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A.malatesta, Ministri, Deputati, Senatori, 1941, II,
274; gazzetta di Parma 31 gennaio 1962, 4;
Palazzi e casate di Parma, 1971, 375.
PALLAVICINO LUCIO
Tabiano seconda metà
del XVI secolo
Figlio di Ippolito e di Eufemia Pallavicino. Fu militare di professione.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.
PALLAVICINO LUCREZIO FRANCESCO BRUNONE
Parma 11 marzo 1671-24 novembre 1746
Figlio di Francesco Maria e di Ottavia Malaspina. Marchese di Tabiano, fu cavaliere di
camera del principe Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.
PALLAVICINO LUIGI
Parma 14 gennaio
1827-Castelnuovo Fogliani 3 gennaio 1898
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda pallavicino.
Magistrato e soprintendente alle scuole, fu inoltre Ciambellano nella reggenza di luisa Maria di Borbone per il figlio duca Roberto.
Il Pallavicino fu patrizio e cittadino veneto. Morì per le complicazioni polmonari
conseguenti a una bronchite.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIV; L.Sanvitale, In memoria del
marchese Luigi Pallavicino, Parma, 1898.
PALLAVICINO LUIGI
Parma 16 ottobre
1880-gennaio/aprile 1957
Figlio di Filippo e di Luisa Benassi. Patrizio e cittadino veneto, si laureò in
Giurisprudenza e fu procuratore, magistrato e avvocato, giudice conciliare in Parma e
consigliere degli Ospizi Civili di Parma.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIV; R.Carletti, Ricordo del marchese
Luigi Pallavicino, in Gazzetta di Parma 15 aprile 1957, 3.
PALLAVICINO LUIGIA MARIA DOROTEA vedi MAGNANI LUIGIA MARIA DOROTEA
PALLAVICINO MABILIA
1218 c.-Ferrara 1264 c.
Figlia di Guido e di Sibilla di Borgogna. Nel 1238 sposò Azzo dEste. Ebbe quale
confessore il frate Salimbene de Adam, che nella sua Cronaca la elogia quale donna molto
pia e amorosa verso i poveri. Fece testamento nel 1264 in Ferrara.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.
PALLAVICINO MANFREDINO
Busseto o
Polesine 1254-Busseto 1328
Figlio di Uberto, a quindici anni rimase orfano del padre, sotto la tutela di
Ubertino e Visconte Pallavicino. Sposò (lo strumento di matrimonio fu stilato il 19
maggio 1264) Sofia Signa, con una dote di quattromila lire veronesi. Sembra che nel 1270
fosse caduto nelle mani dei Fieschi, nemici terribili della sua casa perché guelfi. Nel 1298 divenne podestà di
Pavia, col proposito di mettere pace tra le fazioni che desolavano la città. Nel 1312 i
Parmigiani gli tolsero il feudo di Ravarano perché il castellano che vi era, unitosi a
Manfredo di Guglielmo Pallavicino, si opponeva allinvasione dei guelfi di Toscana,
partigiani di Giberto da Correggio. Il Pallavicino entrò in lega coi Visconti contro i
Parmigiani e si trovò alloccupazione di Borgo San Donnino (1306), che fu poi
riconosciuto libero. Nel 1318 i Lupi gli tolsero Soragna. Il Pallavicino si rivolse ai
Parmigiani affinché fosse fatta giustizia ma non lottenne. Nel 1322 perdette Parola
e Corte Redalda, che furono date ai Lupi, ma un anno dopo (2 febbraio 1323, in Milano) ne
ottenne linvestitura da Lodovico il Bavaro con tutti i privilegi già concessi al
padre. Si fece infine terziario dei frati minori osservanti.
FONTI
E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 e s.; B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1857; P.
Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. Pavia, Salsomaggiore Tabiano, Milano,
1898; R. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; E. Seletti,
La città di Busseto capitale un tempo dello Stato Pallavicino, Milano, 1883; V. Spreti, enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.argegni, Condottieri, 1937, 389.
PALLAVICINO MANFREDO
-Cremona 1 settembre
1267
Figlio di Rubino e di Ermengarda Palli. Fu priore
e Commendatario del Monastero di santangelo di Cremona.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.
PALLAVICINO MANFREDO
Scipione-post
1315
Figlio di Guglielmo, dei marchesi di Scipione. Nel 1279 fece guerra ai Cremonesi,
che lo avevano scacciato dalla città insieme a Buoso da Dovara, capo dei ghibellini. Nel
1288 fu podestà di Vercelli. Nel 1312, assalito a castellone
da Giberto da Correggio, della fazione guelfa, fu fatto prigioniero. Fu poi condottiero al
servizio di Galeazzo Visconti e nel 1315 combatté a Castellarquato contro Alberto Scotto,
capo dei guelfi.
FONTI
E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca
Palatina di Parma; B. Corio, Storia di Milano, vol. II, Milano, 1856; C. De Rosmini, dellistoria
di Milano, Milano, 1820; P. Litta, famiglie
celebri italiane, Milano, 1834; E. Nasalli Rocca, Gli statuti dello stato Pallavicino, in
Bollettino Storico Piacentino, 1926-1927; L. Pavia, salsomaggiore
Tabiano, Milano, 1878; E. Seletti, La città di Busseto, milano, 1883; V. Spreti, enciclopedia storico nobi-liare, milano, 1932; C. Argegni, condottieri, 1937, 389.
PALLAVICINO MANFREDO
Pellegrino-Milano 1428
Figlio di Filippone. Il 1 luglio 1422 il duca di Milano Filippo Maria Visconti gli
rinnovò linvestitura della terra di Specchio. Quando nel 1427 scoppiò la guerra
tra i Visconti e i Veneziani, il Pallavicino prese le armi contro i Visconti, di cui
divenne uno dei più animosi nemici. Il Duca di Milano mandò contro il pallavicino le sue milizie e, conquistato pellegrino, lo fece prigioniero. Il 20 agosto 1428
il Pallavicino confessò di aver organizzato una congiura contro il Duca. In seguito a
ciò i pallavicino furono spogliati di
Pellegrino e molto probabilmente il Pallavicino fu strozzato in prigione.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.
PALLAVICINO MARCANTONIO, vedi PALLAVICINO FERRANTE CARLO
PALLAVICINO MARCELLO
Borgo San Donnino 1457
Fu creato nel 1457 Cavaliere di San Giovanni.
FONTI
E BIBL.: L.Araldi, LItalia nobile, 1722.
PALLAVICINO MARCHISIO
Borgo San Donnino 1314
Nellanno 1314 fu condottiero di milizie.
FONTI
E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 676.
PALLAVICINO MARIA AMALIA
Parma 14 aprile 1798-
Figlia di Alessandro e di Vittoria Doria pamfili.
Fu Dama di Palazzo alla Corte di Parma.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.
PALLAVICINO MARIA VITTORIS, vedi DORIA PAMPHILI LANDI MARIA VITTORIA
PALLAVICINO MUCCHIETTO
Parma 1306 c.-
È
il personaggio, forse non completamente fantastico, della seguente novella (1376) di
Giovanni Sercambi: In nella città di Parma, al tempo che li Rossi reggevano, fu uno
iovano de Palavigini, nomato Mucchietto, il quale avea circa vinti anni, che prese
moglie una bella iovana nomata Stoltarella, che da lato di madre era de Rossi; e non
avendo padre, che morto era, la madre la maritò con assai competente dota. E venuto il
tempo che Mucchietto dovea menare la moglie, apparecchiato tutto ciò che bisogno fu a sì
fatte cose, con molto onore Mucchietto a casa sua la condusse, facendo bellissima festa di
giostre e bicordare, danze e suoni, con finissime vivande e in grande abbundanzia. Lo
iorno si steo con molta festa, fine che lora fu dandare a dormire. E messa la
sposa in nel letto, e le brigate di casa partite, rimase Mucchietto solo in casa colla
sposa, perocchè altri non vavea; e chiuso luscio e le finestre, e attinto del
vino, con molti confetti, in nella camera intrò, chiamando la sposa, e dicendo: O
Stoltarella, levati un poco, chè mangerai del confetto, e berremo, e poi ci daremo
piacere. La Stoltarella disse: Volentieri. E levatasi, del confetto e del vino prese, e
confortati lun laltro, in nel letto Mucchietto entrò, e passò molto bene la
sera con la sposa. La sposa, che di tal arte li è molto giovato, disse: O Mucchietto, io
voglio fare teco un patto, che chi prima si levi o che parli, si lavi domattina le
scodelle. Mucchietto disse: Io sono contento che qualunca di noi prima si levi o parli,
che tutta questa settimana lavi le scodelle; e quel fatto si faccia senza parlare. La
Stoltarella fu contenta. E per questo modo si stenno; e addormentati che furono, dormendo
fino a buona pezza del dì, e svegliati, senza parlare si denno piacere, e del letto non
si levarono; e stando per tal modo fine a terza, che finestre né usci non sono aperti. La
madre della sposa con altre donne parenti del marito, vennero alla casa per visitare la
sposa. E non vedendo usci né finestre aperte, chiamando e picchiando neuno risponde. La
Stoltarella guardava il marito se si leva o se parla, per farli lavare le scodelle.
Mucchietto, sentendo picchiare e chiamare, simile guardava la moglie se ella si levava o
se parlava, acciocchè a lei toccasse a lavare le scodelle. E stando ciascun di loro
fermi, passò nona. La vicinanza e le donne, in parte meravigliandosi che neuno non
risponda, e non vedendo né usci, né finestre aperte, stenno quasi fin a vespro; et
essendo raunata tanta cittadinanza, parenti e vicini, dubitando che non fusse fatta
qualche cattività dessere stati morti, subito colle scale appoggiate alle finestre,
rompendone una, e dentro entrati, e aperto luscio da piè di scala, entronno dentro
più e più persone. Lo sposo che tutto ode, sta fermo per veder se la moglie si levi o
parli. E simile la sposa stava a vedere quello che lo marito facea. E non facendo motto,
le donne e li omini parenti e vicini diceano: Per certo costoro saranno morti, perché
veggiamo le finestre e usci delle camere chiusi. E subito, percosso luscio, entrati
dentro, aperte le finestre della camera, e andati al letto, videno Mucchietto da
luno de lati, e la sposa da laltro lato, luno verso laltro
senza parlare. La madre dicea: O Stoltarella, figliuola mia, or che hai? E simile diceano
i parenti a Mucchietto, chiamandolo. Niente rispondeano. E smuovendoli più volte, senza
parlare teneano li occhi aperti. Temevano li parenti della sposa e dello sposo che costoro
non parlassero per qualche malìa fusse loro
stata fatta; e per questo modo passò tutto quel dì sin presso a sera, senza che neuno
volesse parlare. E vedendo Mucchietto un suo amico fece che a lui venisse. La madre, a
lato della figliuola, dicea: O figliuola mia, che vè stato fatto? Trista la vita
mia, qualche malìa altri vha fatto. E per questo modo omini e donne, parenti e
amici piangevano, vedendo la sposa e lo sposo a tal partito. E accostatosi alle orecchie
di Mucchietto lamico suo, Mucchietto piano disse: Io voglio fare testamento, e tu
dì quello che ti piace, perocchè io non posso parlare, ma con ammicar dirò, o sì o no.
Lamico disse: Serà fatto. E, levatosi dallorecchie, disse: O Mucchietto, vuoi
fare testamento? Mucchietto mena il capo quasi dicendo sì. Allora lamico disse:
Vuoi essere soppellito in nella nostra chiesa? Lui chinò il capo, quasi dicesse sì. Da
poi li disse: Vuoi che la palandrana del drappo che hai fatto alla sposa sia di Nostra
Donna? Con ammicco disse: sì. La palandrana del grambelotto vuoi che labbia la mia
donna? Mucchietto fece cenno di no. La Stoltarella ode tutto, e vede quello che l
marito fa, che ha ditto di no della palandrana. Steo a udire. E lamico dice: Or
bene, la palandrana divisata vuoi che alla tua donna si dia? Mucchietto fa vista di no. Or
bene, vuoi che sia tuo erede tuo frate? Lui accennò: sì. Ultimo dice: E quella
palandrana dorata, che la sposa avea ieri in dosso, vuoi che io la dia alla Bicarina mia
fante? Mucchietto fa cenno di sì. La Stoltarella, come sente nomare quella palandrana, la
quale ella li avea arrecato, subito disse: E io non voglio che
E lo sposo disse: Tu
laverai le scodelle, poiché hai parlato. Coloro dissero: Che vuol dire questo? La sposa
contò la novella. La madre e le altre parenti presono: Voi avete avete fatto per lo primo
dì una bella prova de lavare le scodelle. Lo sposo: Ella mi misse il partito innanti.La
madre disse: Or levate su in buonora, chè a noi avete dato oggi il mal dì. E
levàti, si dienno in sul godere, lasciando lavare le scodelle alla sposa.
FONTI
E BIBL.: Novelle di Giovanni Sercambi, in Scelta di Curiosità Letterarie, Bologna,
Romagnoli, 1871.
PALLAVICINO MUZIO
Busseto 1627-18
novembre 1675
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Nel 1647 a Soresina assalì a schioppettate due
suoi cugini, figli di Sforza, per questioni dinteressi. Nel 1668 fu ascritto al
Consiglio dei decurioni di Cremona.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO MUZIO
Busseto 1673-
Figlio di Antonio Maria e di Aurelia Clavello. Fu Dottore collegiato.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO MUZIO
Busseto 2
dicembre 1791-
Figlio di Antonio Maria e di Lucia Ala ponzone.
Cavaliere dellOrdine Costantiniano, nel 1825 fu ciambellano dellImperatore.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO MUZIO OMOBONO
Busseto 2 agosto
1731-18 agosto 1800
Figlio di Antonio e di Giulia Dati. Nel 1758 fece parte del Consiglio dei Decurioni
di Cremona.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO NICCOLÒ
Busseto 1328
c.-Tabiano 1401
Figlio di Uberto. Venne affidato dal padre ai Visconti perché apprendesse larte
militare. Nel 1360 fu chiamato a Siena dal Supremo Magistrato dei XII in qualità di
Conservatore. Seguì Bernabò Visconti alla battaglia di Solara, nel Modenese, ma cadde
prigioniero il 6 aprile 1363 e non riacquistò la libertà che lanno seguente. Nel
1374 invitò il cugino Francesco Pallavicino a uccidere Giacomo, suo fratello, e il figlio
Giovanni, per avere il castello di Bargone, di cui però entrò in possesso soltanto nel
1376, alla morte di Francesco. Si impadronì di Tabiano, di cui si fece proclamare
Signore, dopo averne ucciso il castellano. Bernabò Visconti allora mosse contro Bargone e
le saline di Salso e se ne impadronì, togliendo anche al Pallavicino il suo palazzo di milano. Morto Bernabò, il nipote Gian Galeazzo visconti ricercò lamicizia del Pallavicino
ridandogli tutti i suoi dominî e facendogli molte concessioni, tra le quali
lesenzione per gli uomini di Zibello da colte e ogni altro carico per dieci anni
(1391). Lanno seguente il Pallavicino fu nominato Senatore di Milano. Fu prezioso
consigliere del Duca, da cui fu inviato a Pisa, presso i Gambacorta, come delegato del
Visconti. Scoprì a Pisa una congiura contro il Duca e fece in modo che nel dicembre dello
stesso anno lesercito visconteo punisse i rei. Nel 1392, come consigliere ducale,
trattò la definitiva pace. Il 25 marzo 1394 venne nominato cittadino di Pavia. nellottobre 1396 ebbe confermato il titolo
di marchese e tutti i suoi privilegi. Nel 1398 venne imprigionato dallAppiano, a
Pisa. Ottenuta la libertà, morì due anni dopo, forse avvelenato, assieme alla seconda
moglie. Sposò in prime nozze Antonia di Bartolomeo Casali di cortona (uccisa da un fulmine nel 1394 a Busseto)
e in seconde nozze Maria di Giovanni attendoli,
sorella di Muzio Sforza. Il Pallavicino fece trasportare la salma di Orlando dei medici (che fu poi fatto beato) da Bargone a
Busseto nel 1386.
FONTI
E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 e s.; battilana,
Genealogia delle famiglie nobili, Genova, 1823; Festasio, Origine e vita di nove uomini
illustri della nobilissima casa Pallavicino, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; G. Giulini, Storia
di Milano, Milano, 1760; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana,
Continuazione alla storia di Parma dellAffò, Parma, 1792-1795; E. Seletti, La
città di Busseto, Milano, 1883; P. Vitali, Memorie di Busseto, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; F.Stroppa, Famiglie
di Salsomaggiore, 1928, 21; C.Argegni, Condottieri, 1937, 390.
PALLAVICINO NICCOLÒ
Bargone XVIII
secolo
Figlio di Pierantonio. Fu prevosto della chiesa parrocchiale di Bargone.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.
PALLAVICINO NICCOLÒ
Scipione-Genovese
7 agosto 1478
Figlio di Pietro, dei marchesi di Scipione. Seguì la causa di Francesco Sforza
contro la Repubblica milanese. Nel 1462, con autorizzazione dello Sforza, potè comperare
il feudo di Grotta nel Piacentino. Nel 1476 ricevette le investiture della casa Sforza nei
feudi di scipione, Costapiano, Isola
Monticello, salsomaggiore, Montebello e
Torro, feudi in parte nel territorio parmigiano e in parte in quello piacentino. Nel 1476,
dopo la morte del duca, la duchessa Bona
lo mandò governatore a Pavia. Quando i Genovesi si ribellarono a milano, in un fatto darmi accaduto sulle
montagne presso Genova, il Pallavicino rimase tagliato a pezzi.
FONTI
E BIBL.: Archivio Storico Lombardo a. XVI, t. II, Milano, 1888; Chronicon familiae
Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di
Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle
Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; C.Argegni, Condottieri, 1937, 390.
PALLAVICINO NICOLA
Busseto o Polesine 1410
c.-Busseto 8 luglio 1494
Figlio primogenito di Orlando il Magnifico. Nel 1452 Filippo Maria Visconti, duca di
Milano, gli diede il comando di 25 lance. Il padre, che in vita pare non lo avesse
trattato troppo benevolmente per la mediocrità dei suoi talenti, alla morte gli assegnò
Varano de Marchesi, Miano, Castelguelfo e la Galinella. Nel 1470 il Pallavicino fu a
Milano quale testimone allatto di giuramento prestato dalla città di Milano al
primogenito del duca Galeazzo Maria Sforza. Il Pallavicino nel testamento ordinò che
fosse selciata la strada che dalla porta di Busseto conduce al Convento di San Francesco
degli Osservanti, alla cui fondazione il Pallavicino aveva contribuito, e fosse lasciata
una ragguardevole somma ai frati per la formazione di una biblioteca, ove essi potessero
studiare per provvedere alla salute di quelle popolazioni.
FONTI
E BIBL.: Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.
PALLAVICINO NICOLA
Busseto XVII secolo
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Cavaliere gerosolimitano, fu Colonnello di un
reggimento di corazzieri al servizio imperiale.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO NICOLA
Busseto 1653 c.-post
1702
Figlio
di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Fu Colonnello del Reggimento Visconti al servizio
imperiale. Nel 1701 fu condannato a morte e alla confisca dei beni poiché, volendolo
obbligare Filippo V re di Spagna a militare nelle proprie milizie, il Pallavicino si
rifiutò non volendo abbandonare le bandiere imperiali. Nel 1702 fu ferito combattendo
contro i Francesi alla battaglia di Luzzara.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO NICOLò, vedi PALLAVICINO NICCOLò
PALLAVICINO OBERTO
ante
956-Castione dei Marchesi 1007
Appare in Italia intorno al 956 al seguito dellimperatore Ottone I quale
comandante di cavalleria. Comportatosi valorosamente nella guerra contro re Berengario, fu
compensato con linvestitura di alcuni castelli nel parmigiano e nominato Conte di Palazzo (962)
nonché Vicario dellImperatore in Italia (963). Seguendo ancora Ottone I in
ulteriori vicende belliche, fu poi Luogotenente imperiale in Lombardia (971), con
altissima autorità, e nominato Marchese (973) quale Palavicino benemerito et fidele dello
Imperio. In età avanzata dedicò la sua esistenza a opere di pace edificando e
migliorando Busseto. Assegnò terreni a chi voleva lavorarli, con la corrispondenza di
proporzionati quantitativi di grano. risiedette,
da vecchio, quasi costantemente nei suoi feudi e costruì, prossimo alla fine, il
bellissimo Monastero di Chiaravalle della colomba
a Fiorenzuola (1001) dotandolo di beni e di ricche possessioni. Morì nel 1007 (secondo il
Litta nel 1002) e fu sepolto a Castione, detto per antonomasia dei Marchesi. Da lui i pallavicino furono chiamati collappellativo
di obertenghi.
FONTI
E BIBL.: Parma Economica 9 1962, 13.
PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1048-1138
Figlio di Alberto. Fu padrone dellAucia, conte di Piacenza e governatore della Marca
di Genova (1061). Nella lotta tra limperatore Enrico IV e il papa Gregorio VII, il pallavicino parteggiò per il primo. Accompagnò
Enrico IV con onorata scorta durante il famoso episodio dellumiliazione di Canossa
(1077). Nel 1080 fu capitano degli eresiarchi parmigiani in appoggio allantipapa
Giberto. Allassedio successivo di Canossa (1082) portò il vessillo reale. Nel 1087
ebbe in Viterbo linvestitura di tutto quanto possedeva dallimperatore enrico IV in compenso della sua opera. Combatté a
lungo contro i vescovi di Parma e Reggio e la contessa Matilde, e a Sorbara, durante una
sanguinosa battaglia, fu ferito. Linvestitura gli fu confermata dallimperatore
Enrico V a Milano allorché nel 1107 scese in Italia per farsi incoronare. Nel 1116 e 1117
accompagnò Enrico V a Roma e poi nella Marca Trevigiana. Sotto il suo dominio, il feudo
Pallavicino si ingrandì di numerose località, dando origine alla Marca Pallavicino.
FONTI
E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 e s.; I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1792;
Chronicon familae Pallavinae, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma; Festasio, Origine e
vita di nove uomini illustri della nobilissima famiglia Pallavicino, ms. alla Biblioteca
Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. A. Muratori,
Annales, ad annum; Poggiali, Storia di Piacenza, 1757-1766; E. Seletti, La città di
Busseto, Milano, 1883; C. Argegni, Condottieri, 1937, 390; Parma Economica 9 1962, 13.
PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1080-Busseto
1148
Figlio di Alberto. Come il padre, fedelissimo allimpero, ottenne da Enrico V, nel 1110, la conferma
delle investiture e contribuì al prestigio della famiglia e al consolidamento del suo
marchesato, cui aggregò, non è noto in base a quali convenzioni, le corti di Borgo San
Donnino, di Soragna, Parola e altre del circondario già spettanti a Folco e Ugo
dEste. Il pallavicino fu al seguito
dellImperatore in Italia nel 1107 e nel 1116. La sua ambizione e le sue mire a più
vasto dominio gli procurarono lappellativo di Pela vicino (dagli umanisti
benevolmente modificato in Pallavicino come derivante da palazzo vicino) che si riscontra
per la prima volta in un placito dallo stesso imperatore Enrico rilasciato dalla corte di Marzaglia e, successivamente, in
uninvestitura dei delegati della città di Cremona in data 1° agosto 1120, nella
quale il nome di Oberto è seguito dal titolo Marchio Pelavicino. Così, del resto, egli
si firmò il 18 aprile 1124 alla pace di Lucca, conclusa tra lui e i marchesi Malaspina,
Guglielmo, Francesco e Andrea, vescovo di Luni, documento importante perché su di esso si
fondarono gli storici (Muratori, Ant. Est., I, 159) che fanno derivare da un solo ceppo le
nobili famiglie Pallavicino, Malaspina e Este. Da notare anche che in un atto del 1122 il pallavicino si sottosegnò Comes Palatinus, ciò
che dimostra come egli, oltre a essere capitano
imperiale, fu Conte di palazzo. Si può dunque fissare con il Pallavicino il tempo in cui
i discendenti dai marchesi di Toscana si affermarono nella storia con il cognome
Pelavicino (in seguito Pallavicino) che si accompagnò da allora al feudo sopra il quale
essi esercitarono per secoli la loro signoria. Nel 1136, con atto del 27 marzo, il
Pallavicno contribuì, coi figli Tancredo e Alberto, detto Greco, alla fondazione del
Monastero e della chiesa di Santa Maria della Colomba presso Fiorenzuola. Nel 1145
sottopose a Piacenza i suoi dominî del Parmigiano, per cui nacque una grave lotta tra
Parma e Piacenza. Nel 1143 il Pallavicino divise per testamento il marchesato tra i due
figli superstiti, assegnando a Guglielmo il feudo di Busseto e a Delfino i possessi
doltre Taro. Allorché morì, volle essere sepolto sotto il pronao della chiesa di
Santa Maria della colomba, da lui e dalla
moglie riccamente dotata con lattiguo monastero. La tomba, di arenaria, segnata da
una croce e sormontata da un arco sostenuto da colonnine binate di marmo rosso di Verona,
con listelli, foglie e capitelli finemente lavorati, è opera di notevole interesse.
FONTI
E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 62; D. Soresina, Enciclopedia
diocesana fidentina, 1961, 325-326; Parma Economica 9 1962, 13.
PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1132
c.-1196
Figlio di Guglielmo. Seguì fedelmente federico
Barbarossa in varie vicende belliche e anche in nefande stragi, fino a che limperatore fu sconfitto a Pontida (1176). Da
Federico barbarossa ottenne nel 1182 la
rinnovazione delle investiture dei suoi possedimenti. Fu podestà di Parma.
FONTI
E BIBL.: Parma Economica 9 1962, 13.
PALLAVICINO OBERTO
Busseto o Polesine
1197-Gusaliggio 8 maggio 1269
Figlio
di Pelavicino, la sua figura emerge nella storia della nobile e potente famiglia. Celebre
capo ghibellino, si ritiene avesse combattuto in precedenza per la Chiesa (nel 1224 fu
infatti Rettore di Alessandria, città guelfa). Le sue gesta di condottiero, che ebbero
vastissima eco, iniziarono nel 1233 con la lotta da lui ingaggiata contro i nobili
fuoriusciti al fianco dei cavalieri di Cremona e del popolo piacentino. Conseguita il 6
gennaio del seguente anno una facile vittoria a Gravago, fu onorato della carica di
podestà di Piacenza insieme con Guglielmo Landi. Nel frattempo, ritiratosi a Cremona, si
proclamò partigiano dellimpero e,
profittando della venuta in Italia di Federico II, si recò, seguito da una lunga schiera
di cavalieri della sua Marca, a incontrare a padova
il sovrano, che gli rese grandi onori. Nel
1235 fondò la fortezza di Castel Ghibellino. Nel 1239 Federico II lo nominò suo vicario
imperiale nella Garfagnana e Lunigiana quando già il Pallavicino era stato chiamato
podestà a Pavia. Nel 1240-1241 prese parte allassedio di Genova, ma, fallito il
tentativo di ridurre alla resa la città, si rivolse contro Pontremoli, alleata di
Piacenza, che laveva estromesso dal governo per le pressioni esercitate dal legato
pontificio. Si impossessò quindi di Villafranca e di Faenza abbattendone le
fortificazioni. Ripetutamente scomunicato da papa innocenzo
IV per le atrocità commesse e come sostenitore dellImperatore, fu da Federico II,
nel 1246, nominato podestà di Reggio. Due anni dopo partecipò a fianco del sovrano a unazione militare contro Parma,
che si era data nelle mani dei guelfi, sostenuta da Milano e Piacenza: la battaglia si
risolse con la sconfitta dei Cremonesi e della guardia imperiale, che con il monarca e il Pallavicino dovettero ripiegare oltre
il Po. La guerra avrebbe dovuto essere ripresa lanno seguente ma ragioni di prudenza
consigliarono gli eserciti dambo le parti a soprassedervi, onde Federico II
raggiunse il Piemonte e qui, avuta notizia delle sconfitte subite dal figlio Enzo, si
recò a Pisa. Da quella città, il 9 maggio 1250, lImperatore investì il
Pallavicino della Marca Pallavicino: il diploma venne a riconoscere e sanzionare lo Stato,
di fatto preesistente, sulle basi del diritto pubblico. Eletto in quello stesso anno
podestà di cremona, il Pallavicino provvide
a fortificare Busseto cingendo la capitale di nuove mura e fossati e riedificando la
rocca. Poco dopo, deciso a prendersi una rivincita sui parmigiani, marciò contro di essi, li attaccò
(18 agosto 1250), li costrinse a ripiegare infliggendo loro gravissime perdite e
simpadronì di Borgo San Donnino, che gli spettava in forza dellinvestitura di
Federico II. Successo a questo imperatore il
figlio Corrado, il Pallavicino giurò fedeltà al nuovo sovrano e da lui, con diploma del 22 febbraio 1251
dato in Canusio, fu nominato Vicario imperiale in Lombardia. Da Corrado ottenne poi
linvestitura dellantico dominio, che, ancor più esteso, comprendeva territori
dal Taro alla Chiavenna e dalla Valmozzola al Po. In precedenza aveva occupato altre
rocche, tra cui quelle di Rivergaro e di Brescello, e acquistato Pontremoli. ebbe anche modo dimporsi come politico,
oltre che come condottiero, in unattiva opera di pacificazione tra le città di
Parma e Piacenza e della Lombardia, rivelando inoltre la propria sagacia nella
stipulazione, nel 1253, di un trattato di commercio con Genova, Marsiglia e montpellier che aprì alle vie commerciali la
valle padana e i porti del Mediterraneo. Ottenuta nel 1254 la signoria di Piacenza ed eletto podestà di Pavia,
si fece promotore di una iniziativa tendente a unificare la moneta, ma a sventare il
progetto intervennero nuove lotte tra le città provocate dalla sempre accesa rivalità
tra guelfi e ghibellini. Unitosi a Buoso da Dovara e a Ezzelino da Romano, celebri capi
ghibellini, riprese le scorrerie contro le città fedeli al Pontefice, collezionando
vittorie militari e scomuniche. La prima di questa gli giunse da Anagni il 30 luglio 1254
da Innocenzo IV, il quale, nel frattempo, aveva proclamato la guerra santa in Lombardia e
in Liguria. La seconda fu lanciata nel 1257 da papa Alessandro IV, che lo dichiarò nemico
di Dio e della Chiesa e mise linterdetto a Piacenza, suscitandogli contro il partito
guelfo. Vi furono congiure e rivolte, e alla fine il Pallavicino fu cacciato dalla città
da Alberto Fontana. Il pallavicino, chiusosi
nel castello di Caorso, cominciò a fare vendetta di quanti guelfi gli capitavano tra le
mani e così a loro volta fecero i guelfi coi ghibellini. Le ostilità culminarono il 28
agosto 1258 nella battaglia di Corticella sulle rive dellOglio, che si concluse con
la sconfitta dellesercito dei Crociati al comando del legato pontificio Filippo da
Fontana, arcivescovo di Ravenna, fruttando al triunvirato la Signoria di Brescia dopo che
il Pallavicino aveva poco prima ottenuto quella di Crema. La Signoria, governata in comune
dai vincitori, fu fonte di discordia. Astuto raggiratore, il Pallavicino si staccò da
Ezzelino, che minacciava di divenire un temibile rivale, e passò con Buoso da Dovara in
campo avverso, stringendo lega con Azzo dEste e Lodovico conte di Verona. Il 16
settembre 1259 lesercito guelfo impegnò battaglia a Cassano contro le milizie di
Ezzelino, che furono sbaragliate. Lo stesso Ezzelino, gravemente ferito, venne fatto
prigioniero e trascinato a Soncino, dove morì. Insoddisfatto dei successi sino allora
conseguiti e mirando a sempre più vasto dominio, il Pallavicino determinò
dimpossessarsi di Milano. Pertanto, lasciato a Brescia quale suo vicario Visconte
Pallavicino, raggiunse nel 1260 la metropoli lombarda e con intrighi, nei quali fu
espertissimo, riuscì a ottenere il rettorato della Repubblica e, per cinque anni, il
capitanato generale. La sua fortuna politica raggiunse a quel punto la vetta, dominando il
Pallavicino su numerose città dellAlta Italia: Cremona, Milano, Brescia, Pavia,
Piacenza, Alessandria e Tortona. Preoccupato della potenza del Pallavicino, papa Urbano IV
invitò a scendere in Italia dalla Francia Carlo dAngiò, e questi nel 1264 valicò
le Alpi per accorrere in aiuto dei guelfi. Per il Pallavicino, che inutilmente ostacolò
la marcia dello straniero a Soncino, fu linizio del tracollo. sconfitto a Benevento il 25 febbraio 1265,
ripiegò verso il nord per meglio organizzare una resistenza. Già in precedenza tradito
da Buoso da Dovara, che aveva spianato a Carlo dAngiò la via del Bresciano, vinto a
tagliacozzo corradino di Svevia, accorso in aiuto dei fedeli
dellimpero, insorte infine contro di
lui le città ghibelline, fu costretto a ritirarsi nella sua marca a Borgo San Donnino. Assediato dalle
soverchianti forze guelfe delle città di Parma, Modena e Reggio, cui si allearono gli
stessi Cremonesi, che poco prima avevano occupato e saccheggiato Busseto, cedette il 24
ottobre 1268 le armi e si ritirò nella rocca d gusaliggio
in Valmozzola. Pochi mesi dopo la disfatta, il 29 aprile 1269, fece testamento lasciando
erede dello Stato lunico figlio maschio, Manfredino. Volle essere sepolto in
unumile tomba nella chiesa di Gusaliggio. Il Festasio descrive il Pallavicino di
aspetto maestoso, sebbene di media statura, con capelli neri e un volto bruno nel quale
risaltavano i denti bianchissimi. Era ardito danimo, possente et umano et di valore
di corpo non vi fu che leguagliasse a quei tempi, versognuno cortesissimo et
di profonda benignità, ma ne limprese importanti severo. Costumava vestire
sempre di ferro. Il Pallavicino fu la sintesi della sua epoca: guelfo e ghibellino, ora
alleato del popolo, ora dei nobili, sempre nella vista della Signoria contro il Comune.
Gli si attribuisce in parte un nuovo metodo nellarma di cavalleria e
lintroduzione delle compagnie di ventura.
FONTI
E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 314; Biografia universale,
XLII, 1828, 277-278; F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928; Enciclopedia militare,
1933, V, 770; Annales Mediolanenses, in Rerum Italicarum Scriptores, XVI; G.V. Boselli,
Storie piacentine, Piacenza, 1793-1805; P. Campi, Dellhistoria ecclesiastica di
Piacenza, Piacenza, 1562; C. Cantù, Ezzelino da Romano, Torino, 1852; B. Corio, Historia
patria, Venezia, 1565; A. Corna, Illustri piacentini, Piacenza, 1914; G. Gallavresi, La
riscossa dei guelfi in Lombardia, dopo il 1200, in Archivio Storico Lombardo, s. 4°,
XXXIII 1906; V. Mandelli, Il comune di Vercelli nel Medio Evo, Vercelli, 1857; Paris da
Cereta, in Rerum Italicarum Scriptores, VIII; C. Poggiali, Memorie per la storia
letteraria di Piacenza, Piacenza, 1759; C. Sigonio, De regno italico, Venezia, 1591; C.
Argegni, Condottieri, 1937, 391e 395; Archivio Storico Lombardo, an. IV, t. 1, 1877; B.
Corio, Storia di Milano, Milano, 1837; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834;
R. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; E. Seletti, La
città di Busseto, capitale un tempo dello stato Pallavicino, Milano, 1883; V. Spreti,
Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; Parma Economica 9 1962, 13; D. Soresina,
Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 333-336; Parma nellarte 2 1976, 50.
PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1302-1378
Figlio di Manfredino. Ebbe dal padre (morto nel 1348) la signoria di Busseto. Sposò caterina Rossi. Nel 1329 concluse un trattato di
pace col comune di Parma e nel 1331 seguì
Carlo, figlio del re Giovanni di Baviera, combattendo vittoriosamente nel 1332 nella
battaglia di San Felice contro i principi della lega di Castelbaldo. Per il suo valore
venne cinto a Modena della spada di Cavaliere. Nel 1333 intervenne alla tregua firmata con
parecchi principi come rappresentante del re giovanni.Nel 1334 fece parte della lega
costituita per portare guerra ai Rossi di Parma, che erano vicarî del re di Boemia: in
quella occasione perse il castello di Varano. Nel 1339 parteggiò per gli Scaligeri nella
pace conclusa con Venezia e Firenze. Nel 1347 fece parte del consiglio dei cento savî di
credenza e del consiglio generale. Nel 1349 passò a Milano e nel 1351 fu nominato
Capitano generale delle armi di Giovanni Visconti in Bologna. Combatté contro i
Fiorentini e tentò poi di togliere Borgo San Sepolcro ai Perugini. Nel 1355 andò
incontro, a Peschiera, a Carlo IV, sceso in Italia, e lo accompagnò nel suo viaggio a
Milano e a Pisa. Nel 1360 fu inviato a Siena col posto di conservatore nel supremo magistrato dei dodici. Il
2 giugno dello stesso anno, da Praga, ebbe la conferma da parte dellImperatore di
tutti i suoi privilegi. Nel 1378 fu in Germania per la morte dellImperatore Carlo e
lelezione del figlio Venceslao. Durante il viaggio di ritorno, fu sorpreso da morte
violenta.
FONTI
E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 211 e s.;
I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1792-1795; F. Arisio, Praetorum Cremonae series
chronologica, Cremona, 1731; N. Battilana, Genealogia delle famiglie nobili di Genova,
Genova, 1833; C. Cantù, Storia deglitaliani, Torino, 1885; Cavitelli, Annali
cremonesi, Cremona, 1583; Chronica di Milano, in Miscellanea di Storia Italiana, t. VIII,
Torino, 1869; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; Chronica Parmensis a
sec. XI ad exitum sec. XIV, in Monumenta historica, vol. VII; R. Di Soragna, La rivolta e
lassedio di Roma nel 1247, in Atti della Deputazione di Storia Patria
dellEmilia, nuova serie, vol. VI, II, Modena, 1881; L. Ferrario, Il castello di
Trezzo, Milano, 1867; Festasio, Origine e vita di nove uomini illustri della nobilissima
casa Pallavicino, ms. nella biblioteca
Palatina di Parma; G. Fiamma, Manip. Flor. ad annum.1260, in Rerum Italicarum Scriptores,
XI; F. Galantino, Storia di Soncino, Milano, 1869-1870; A. Germain, Histoire de la Commune
de Montpellier, Montpellier, 1851; A. Ghirardelli, Oberto, tragedia, Piacenza, 1824; G.
Giulini, Storia di Milano, Milano, 1760; U. gualazzini,
I mercanti di Cremona, Cremona, 1923; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834;
G. C. Lunig, Codex Italiae diplomaticus, Lipsia, 1725; L. A. Muratori, Annali
dItalia, Milano, 1744-1749; F. Odorici, Storie bresciane, Brescia, 1853-1865; A.
Pezzana, Continuazione della storia di Parma dellAffò, Parma, 1837-1859; C.
Poggiali, Storia di Piacenza, Piacenza, 1737-1766; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di
ventura, Torino, 1815; F. robolotti,
Industria e commercio in Cremona nel sec. XV, in Archivio Storico Lombardo, 1880; salimbene de Adam, Cronica, in Monumenta hist.
parmen.; L.scarabelli, Istoria civile dei
ducati di Parma Piacenza e Guastalla; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1833; P.
Verri, Storia di Milano, Milano, 1783-1788; P. Vitali, Memorie storiche di Busseto, ms.
nella biblioteca Palatina di Parma; A.
Zuccagni orlandini, Corografia
dellItalia, vol. VIII, Firenze, 1895; C.Argegni, Condottieri, 1937, 396.
PALLAVICINO ORAZIO
Scipione-Como 30 agosto 1613
Figlio di Camillo, dei marchesi di Scipione. È ricordato una prima volta nellanno
1556. Fu contro i Farnese nella guerra con Filippo II di Spagna. Passò poi dalla Spagna
alla guerra in Fiandra contro i Francesi. Dal re di Spagna fu nominato consigliere del
consiglio segreto di Stato. Nel 1578, morto lo zio Giovanni anguissola, fu inviato quale governatore a Como.
Nel 1583 fu eletto Senatore.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; Chronicon familiae Pallavinae,
ms. nella biblioteca Palatina di Parma; G.
Rovelli, Storia di Como, Como, 1803; C. Argegni, Condottieri, 1937, 393.
PALLAVICINO ORAZIO
Varano
Marchesi-post 1617
Figlio di Giannantonio e di Lavinia carminati.
Il 3 settembre 1617 si trovava ancora rinchiuso della prigione della Rocchetta di Parma in
conseguenza della congiura messa in atto contro
i Farnese nel 1612.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.
PALLAVICINO ORLANDO
Scipione-Cremona 1349
Figlio di Manfredo, dei marchesi di Scipione. Fu condottiero al servizio dei Visconti e
castellano di Casalmaggiore. Fu sepolto nel Duomo di Cremona.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Seletti, La città di
Busseto, Milano, 1883; C. Argegni, Condottieri, 1937, 393.
PALLAVICINO ORLANDO
Polesine 13 giugno
1384-Busseto 5 febbraio 1457
Figlio di Niccolò e di unignota donna di Polesine, alla morte del padre, che lo
legittimò, non aveva che diciassette anni. Preso da Giovanni Maria Visconti sotto la
propria protezione e allevato alla Corte di Milano, ebbe da questi conferma, con due
distinti diplomi del 31 maggio 1405 e del 29 gennaio 1410, dei beni e privilegi concessi
dagli imperatori Carlo IV e Venceslao, e fu pure investito delle ville di Salsomaggiore e
di Montemanolo. Combatté i guelfi a Costamezzana, devastò Pieve dAltavilla ed ebbe
contese coi Rossi, i Cavalcabò e i Sommi. Nel 1403 batté ottobono Terzi e, pur avendo concluso con lui una
tregua, rinnovata nel 1406, cercò di privarlo del governo di Parma e Borgo San Donnino.
Ne seguì una guerra, durante la quale il pallavicino
si alleò col duca di Milano, Giovanni Maria Visconti. Nel 1407 venne dal Terzi privato di
molte delle sue terre e fu costretto a cedere Borgo San Donnino. Nel 1408 firmò una lega
in Mantova coi duchi di Milano e coi signori di Mantova, Bergamo, Brescia e Cremona contro
il Terzi. Morto costui, assediò Borgo San Donnino ma venne costretto da Gabrino Fondulo a
ritirarsi. Riebbe però la città nel 1409. Per avere incarcerato il nunzio pontificio
Branda Castiglioni, nel 1410 fu scomunicato dal papa Giovanni XXII. Dovette in seguito
combattere Uguccione dei Contrari, che pretendeva Borgo San Donnino, ed ebbe la peggio.
Nel 1413 riebbe il castello colla relativa investitura dallimperatore Sigismondo.
Nel 1415 aderì alla lega contro il duca Filippo Maria Visconti, ma poi, fatti prigionieri
a tradimento parecchi soldati dei signori dEste, si riappacificò col Duca. Fece
incendiare Noceto e, scorazzando fin sotto le mura di Parma, radunò un ricco bottino. Nel
1418 mosse contro gli Estensi ma, assalito nel castello di Zibello dallesercito
guelfo, fu costretto ad arrendersi. Condotto coi figli a Parma, riuscì a fuggire e,
ritornato a Zibello, sollevò il popolo in suo favore. Dovette poi fronteggiare
lesercito di Niccolò dEste, invasore dei suoi dominî. Costretto a cedere
Borgo San Donnino, che poi riacquistò, si impadronì poco dopo con la forza di Monticelli
dOngina, che incorporò alla propria signoria,
e ottenne pure in cessione Monte Pallero dal cugino Antonio pallavicno. Filippo Maria Visconti,
nellintento di vincolare maggiormente a sé il Pallavicino, lo onorò del titolo di
cittadino di Piacenza, trasmissibile ai discendenti, e abolì alcuni aggravi fiscali da
tempo imposti allo Stato. Ma il Duca di Milano, mentre da un lato confermò al Pallavicino
diritti, privilegi e donazioni, dallaltro, con pretesti vari, gli sottrasse castelguelfo e Borgo San Donnino (1425). Fu questa
la ragione che spinse il Pallavicino a troncare i legami con il Visconti e ad allearsi con
la Repubblica di Venezia, contro la quale il Duca era in guerra. Il 18 settembre 1426
larmata navale veneta, al comando di Niccolò da tolentino, sbarcò a Polesine e pose il proprio
quartier generale a Busseto. Perso così lappoggio del Pallavicino ed esposto sul
Po, il visconti fu costretto alla resa
dallammiraglio Francesco Bembo e dovette trattare a Ferrara la pace alle condizioni
imposte dai vincitori. Questi, per la circostanza, oltre ad ascrivere il Pallavicino nel
libro doro della nobilità veneziana, gli confermarono lo Stato. Durante la tregua,
il Pallavicino, che mirava a più vasto dominio, tolse ai cugini Antonio e Donnino pallavicino il castello di Zibello, distruggendone
la rocca (1429). Nel successivo anno 1430, alla rottura del trattato di Ferrara, riprese
le ostilità a fianco dei Veneziani, saccheggiando Miano, Fontanellato, San Secondo e
Soragna. Riaccostatosi al Visconti, stipulò con il Duca un patto di alleanza,
impegnandosi a staccarsi dalla Lega di Venezia e ricevendo quale contropartita la conferma
degli antichi privilegi sovrani e la restituzione di Castelguelfo (1432). Successivamente,
nel costante proposito dingrandire e consolidare la sua Signoria, acquistò nel 1439
il feudo di Stupinigi e due anni dopo Fiorenzuola, Cortemaggiore, San Protaso, Chioza e
Ricetto. Ma, perduto nuovamente il favore del Visconti per i raggiri di Niccolò Piccinino
(che godeva grande prestigio presso il Duca dopo la vittoria conseguita contro i
Veneziani, in continua lotta con i Milanesi), dovette nel settembre 1442 arrendersi al
forte esercito del condottiero dopo lassedio da questi posto a Busseto, ultima
roccaforte dellinvasa Marca. In tal modo le terre e i castelli del Pallavicino,
giudicato reo di lesa maestà, passarono in feudo al Piccinino, e non poté rientrarne in
possesso che tre anni dopo, allorché il Visconti, convintosi della sua lealtà, gli
restituì lintera Marca. È degno di nota il fatto che il Pallavicino dovette
accettare in investitura lo Stato come appartenente per diritto legittimo alla Camera
ducale, e fu questa, probabilmente, la ragione che lo spinse a parteggiare per Francesco
Sforza nella lotta da questi sostenuta contro il Visconti. Morto il Duca, il Pallavicino
rafforzò i legami che lo univano allo Sforza stipulando con lui, nel febbraio 1448, un
trattato di alleanza in forza del quale si obbligò a sostenere il nuovo signore di Milano in ogni sua impresa, mentre, dal
canto suo, lo Sforza assicurò al pallavicino
lintegrità dello Stato. Lamicizia e lalleanza con lo Sforza procurò
una pace che si protrasse sino alla morte del Pallavicino, il quale nel frattempo ebbe
modo dingrandire ancor più la sua signoria
accettando in donazione da Cristoforo Pallavicino il castello di Varano Melegari. La
promulgazione nel 1429 delle leggi patrie, apparse sotto il titolo di Statuta
Pallavicinia, rappresenta uno degli atti più importanti del governo del Pallavicino (che
fu detto, anche per questo, il Magnifico). La raccolta dellampia legislazione,
fondata sulle consuetudini locali pur attingendo alla fonte perenne del Diritto romano e
forse ancor più alle leggi longobarde, fu affidata dal Pallavicino al giureconsulto
pisano e suo vicario Agapito Lanfranchi. Gli statuti furono distinti in due libri:
luno provvede ai bisogni civili, laltro punisce i reati. Commentati e
illustrati in seguito dai giureconsulti bussetani Pietro Pettorelli e Girolamo Vitali,
ebbero vigore sino a tutto il XVIII secolo come legge costante per Busseto e suo
territorio. allinteressamento del
Pallavicino si deve anche lerezione della chiesa di San Bartolomeo (da lui per la
circostanza riedificata e riccamente dotata) in collegiata, disposta dal pontefice Eugenio
IV con bolla 9 luglio 1436: latto è notevole perché con esso venne definita la
superiorità anche ecclesiastica di Busseto sulle ville del distretto. Al pari di Oberto
il Grande, il Pallavicino può essere ritenuto il restauratore della potenza dei
Pallavicino, il cui Stato, alla sua morte, si estendeva su 1600 chilometri quadrati e
contava circa 3500 famiglie di vassalli. Dalla moglie Caterina Scotti di Agazzano ebbe
sedici figli, otto maschi e altrettante femmine. Un altro figlio, Giovanni, era naturale.
Divise per testamento (25 luglio 1453) lo Stato in varie signorie, assegnandole ai figli
maschi, provvide il figlio naturale di beni e le figlie di ingenti somme a titolo di dote.
Nella spartizione della Marca tra i figli maschi non usò tuttavia la stessa misura, ciò
che fu fonte di lagnanze e contese tra gli eredi, i quali, alla morte del padre, scelsero
ad arbitro lo Sforza. Questi incaricò il suo segretario Cicco simonetta di redigere il lodo: la sentenza,
inappellabile, fu pronunciata il 22 novembre 1457. In forza di essa lo Stato Pallavicino
venne diviso in parti uguali, così assegnate: a Gian lodovico e a Pallavicino, in comune, Busseto e
Bargone, a Gianmanfredo, Polesine e costamezzana,
a Niccolò il feudo di Varano melegari la
villa di Miano, Castelguelfo e gallinella, a
Uberto, Tabiano, Castellina e metà Solignano, a Carlo, vescovo di Lodi, il feudo di
Monticelli dOngina. Il feudo di Stupinigi toccò a un Bartolomeo Pallavicino che
vantava diritti sulle terre di Zibello. La scomparsa del Pallavicino segnò la decadenza
dello Stato, che fu smembrato in piccoli feudi camerali soggetti per di più alla suprema
potestà del Duca di Milano. Da allora, conseguentemente, cessò linfluenza politica
dei Pallavicino sulle regioni dellItalia settentrionale.
FONTI
E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1918, 21; B. Angeli, Historia di Parma,
Parma, 1591; Archivio di stato di Milano,
missive ducali, vol. XLIX, fol. 170; F. Arisi, Cremona liberata, Parma, 1741; P. Assali,
Liber de omnibus rebus naturalibus quae continentur in mundo, Venezia, 1544; N. Battilana,
Genealogie delle famiglie nobili di Genova, Genova, 1833; Carolo Bondeo, De collectandis
forensium bonis sitis in territorio, Piacenza, 1698; P. Campi, Storia ecclesiastica di
Piacenza, Piacenza, 1651; L. Cavitellius, Annales Cremon., cremona, 1583; L. Cibrario, Opuscoli storici, milano, 1835; Chronicon familiae Pallavinae, ms.
nella biblioteca palatina di Parma; Cronaca di Cremona dal 1309 al
1422, in Biblioteca historica italiana, cura societas
longobardiae, vol. I; Chronica parmensis a sc. XI ad exitum sec. XIV, in Monumenta histor.
parmens.; M. Daverio, Memorie sulla storia dellex ducato di Milano, ms. nella
Biblioteca braidense; festasio, Origine e vita di nove uomini illustri
della nobilissima casa Pallavicino, ms. nella biblioteca
palatina di Parma; Giulini, Storia di
Milano, Milano, 1760; P. Litta, Famiglie celebri italiane, milano, 1834; L. A. Muratori, Annali
dItalia, milano, 1744-1749; L. Osio,
Documenti diplomatici tratti dagli archivi milanesi, Vol. II, Milano, 1864-1877; A.
Pezzana, Storia di Parma, Parma; G.poggiali,
Storia di Piacenza, Piacenza, 1759; P. Seletti, Memorie, ms. già presso Seletti; Statuta
Pallavicinia, Parma, 1582; P. Vitali, Memorie di Busseto, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; C. Argegni,
Condottieri, 1937, 393; Dizionario storico politico, 1971, 936; D.soresina, Enciclopedia diocesana fidentina,
1961, 328-331.
PALLAVICINO ORLANDO
Busseto 1451
c.-Cortemaggiore 9 novembre 1509
Figlio di Gianlodovico e di Anastasia Torelli, detto il Gobbo. Denotò sin dalla più
giovane età spiccata inclinazione allo studio, che intraprese sotto la guida di
precettori, formandosi una vasta ed eclettica cultura che si estendeva dalla filosofia
alla matematica, dallastrologia alla teologia. Come già il padre, visse a lungo
alla Corte di Milano in qualità di Consigliere ducale prima di succedergli, a
Cortemaggiore, nel governo del marchesato. Splendido mecenate, beneficò largamente quella
terra, gettando le fondamenta del paese, formato allora di povere abitazioni di pastori.
Condusse a termine la costruzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie, iniziata dal
padre, eresse palazzi circondati di portici, con belle piazze e strade ampie e regolari.
Nel 1499 ultimò la solenne chiesa dellAnnunziata con lattiguo convento,
invitando a prenderne possesso i frati Minori. In essa curò lerezione della
cappella della Concezione, destinata ad accogliere le spoglie mortali dei suoi familiari e
da lui fatta dipingere dal Pordenone. Questa cappella, ricca dinsigni opere
darte, seguì la sorte del convento allorché gli ordini religiosi, nel 1812, furono
soppressi per decreto napoleonico: i monumenti sepolcrali, che custodivano anche le ceneri
del Pallavicino e dei genitori, furono trasferiti nel santuario della Madonna delle
Grazie. Nel 1481 concorse col padre a fare ricostruire la chiesa di Bargone. Uomo saggio e
avveduto, consolidò e accrebbe la sua signoria. Il 6 giugno 1495 fu reinvestito delle
ville di Cortemaggiore e di Bargone da Lodovico il Moro, il quale, nel 1498, lo infeudò
di rezinoldo e Fontanelle, nella diocesi di
Parma, e di Stagno, Tolarolo, Mezzano e Polesine dei Manfredi in quella di Cremona. Nel
1502 acquistò pure, da Pietro di Rohan, fiorenzuola,
terra di cui i Pallavicino furono poi spogliati dai Farnese. Della sua munificenza di uomo
evoluto e colto dette anche prova dotando il convento dei Minori di una ricca biblioteca e
impiantando a Cortemaggiore una tra le prime stamperie.
FONTI
E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; D.Soresina, Encliclopedia
diocesana fidentina, 1961, 326-327.
PALLAVICINO OTTAVIANO
Busseto 1452 c.-post
1514
Figlio di Pallavicino e di Caterina Fieschi. È ricordato una prima volta il 21 ottobre
1499. Dopo che i Francesi furono espulsi dallItalia nel 1512, il papa Giulio II
convocò a Roma il Pallavicino e il fratello Cristoforo per farsi rendere conto delle
molte irregolarità della loro condotta, che li esponeva alle censure ecclesiastiche. I
due fratelli si portarono a Roma facendosi accompagnare da 400 cavalli, e fecero
meravigliare lintera capitale per la loro ricchezza e generosità e per lo splendore
dei loro conviti, ciò che alla fine indusse il Papa a moderare il suo rancore contro la
famiglia. quando si presentarono in
solenne udienza di fronte al Papa, il Pallavicino, che era il maggiore detà, volle
essere il solo a parlare. Dato che però era uomo semplice e rozzo, non seppe tenere testa
a Giulio II, che finì per ridicolizzarlo. Cristoforo ne fu talmente irritato che colpì
il fratello a colpi di guanciale. Nel 1514 il Pallavicino fece esiliare da Piacenza il
nipote Buso Scotti, uomo sanguinario e capo di parte, che vi aveva scatenato la guerra
civile.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.
PALLAVICINO OTTAVIANO
Parma 2 maggio 1585-Parma 1649
Figlio di Ercole e di Barbara Sanvitale. Visse alla corte
dei Farnese.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII.
PALLAVICINO OTTAVIO
Busseto o Cortemaggiore
ante 1613-post 1632
Figlio di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta Valvassori. Fu paggio dellimperatore ferdinando II, nella cui milizia fu impiegato col
grado di capitano di corazze. Nel 1632 partecipò alla battaglia di Lutzen.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.
PALLAVICINO OTTORINO
Busseto 6 ottobre 1859-
Figlio di Adalberto e di Eleonora Rasini. Dottore in Giurisprudenza, fu ufficiale di
complemento di cavalleria del Regio Esercito Italiano. Fu patrizio e cittadino veneto.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIV.
PALLAVICINO PALLAVICINO, vedi PALLAVICINO GIOVANNI GINESIO e PALLAVICINO PELAVICINO
PALLAVICINO PAOLO
Pellegrino
1542/1568
Figlio di Pietro. Il 3 aprile 1542 fu abate commendatario del monastero di San
Lanfranco dei Vallombrosani di Pavia. In quellepoca viveva in Milano, ove era
considerato uomo molto potente, fautore del partito spagnolo. Ebbe il titolo di referendario e di protonotario apostolico. È forse quel Paolo
Francesco, senatore e monsignore, cui Marco Mantova Bonavides dedicò la sua novella
sullavarizia dei principi moderni.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO PAOLO
Parma 19 aprile
1857-
Figlio di Uberto e di Camilla Liberati. percorse
la carriera militare, entrando nella Scuola Militare di Fanteria e Cavalleria in Modena
alletà di sedici anni. Ne uscì sottotenente di Fanteria del Regio Esercito
Italiano, ove percorse tutta la carriera raggiungendo il grado di maggiore. In seguito a
malattia fu costretto a lasciare il servizio, alletà di quarantasette anni, venendo
poi promosso tenente colonnello nella riserva. Decorato della Croce dOro per
anzianità di servizio, fu anche nominato Cavaliere della Corona dItalia e dei Santi
Maurizio e Lazzaro. Fu patrizio e cittadino veneto. Sposò Maria Palanafesto Paolucci
delle Roncole.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIII; F. da Mareto, Bibliografia, II,
1974, 1201.
PALLAVICINO PELAVICINO
Pellegrino
1187/1188
Marchese di Pellegrino, fu Podestà di Parma negli anni 1187 e 1188.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.
PALLAVICINO PELAVICINO
Busseto 1205
c.-Pellegrino 1251/1268
Detto il Trovatore. Figlio di Pelavicino, signore di Busseto, e fratello di Oberto il
Grande. Ebbe in eredità alla morte del padre il castello di Pellegrino, dove si stabilì
dando origine al locale ramo marchionale, estintosi nel 1795. Fu, cinquantanni prima
di Dante, celebre tra i trovatori di canzoni (come erano chiamati i poeti provenzali e
italiani) in quella lingua, detta romanza, che dalla Sicilia si era divulgata nelle altre
regioni della Penisola. Come tale è ricordato dal Salimbene: Quia adhuc stilus noster in
Parma versatur, de Pelavicinis qui cives sunt Parmae superest ut dicamus. Isti Marchiones
sunt, et elegerunt sibi duarum civitatum ad habitandum confinia, scilicet Parmae et
Placentiae. In Episcopatu Placentino juxta Episcopatum Parmensem habent duo Catra,
scilicet Castrum Peregrini, in quo Dominus Pellavicinus habitavit, qui fuit pulcher homo,
et solatiosus, et cantionum inventor, et reliquit filios plures; et Castrum Scipionis
prope Burgum Sancti Donini ad milliaria quinque. In isto Castro habitavit Dominus
Manfredus frater germanus supradicti Domini Pellavicini. LAffò ne lamenta la
completa perdita dei versi.
FONTI
E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1789, 74-76; F.
Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 20; D.Soresina, Enciclopedia diocesana
fidentina, 1961, 331-332.
PALLAVICINO PELAVICINO
Pellegrino
1311/1333
Marchese di Pellegrino. Nel 1311 fu in Milano allincoronazione di Arrigo VII, sceso
in Italia per pacificare le fazioni che la
dilaniavano. In quelloccasione fu nominato cavaliere dallimperatore. Nel 1312 passò dalla parte guelfa
seguendo lesempio di Giberto da Correggio. Tolse allora Ravarano a manfredino Pallavicino affinché i soccorsi che i
guelfi di Toscana inviarono a Giberto da Correggio avessero via libera. Conclusa la pace
tra giberto da Correggio e i ghibellini, nel
1314 fu tra gli esuli che poterono rientrare in Parma. Nel 1333 fece parte della lega dei
principi italiani contro Giovanni re di Boemia.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.
PALLAVICINO PIETRO
Pellegrino 1480/1497
Figlio di Giovanni e di Lucia Bojardo. Fu Protonotario apostolico. Dopo il 1480 lo si
trova abate commendatario del monastero di San Lanfranco dei Vallombrosani di Pavia. Nel
1497 fu notaio apostolico e consigliere ducale presso Lodovico il Moro duca di Milano.
Soggiornò lungamente nella sua abbazia di Pavia.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.
PALLAVICINO PIETRO
Parma 10 febbraio
1875-San Sisto di Poviglio 16 agosto 1967
Figlio di Filippo e di Luisa Benassi. Studiò il pianoforte coi maestri Caffi e Bertazzi
nel collegio Vida di Cremona. A Parma continuò gli studi di pianoforte col Ficcarelli.
Per larmonia, contrappunto e composizione ebbe rispettivamente a maestri Azzoni,
Marusi e Galliera. Il 18 febbraio 1913 fu nominato organista della Cattedrale di Parma con
votazione unanime di quella Fabbriceria, carica che occupò almeno fino al 1931. Il
Pallavicino, che fu anche poeta, compose liriche per pianoforte e canto e si dedicò
specialmente alla musica religiosa. Fu patrizio e cittadino veneto. È autore delle
seguenti composizioni: Messa a due voci, i salmi a tre voci Laudate Dominum e Lauda
Jerusalem, Magnificat a tre voci, Baldi e forti per canto e pianofote (1917, inno dei
missionari su testo di Gino Sottochiesa, edito a Parma, ISME, 1962), Regina coeli
(antifona mariana eseguita nel 1925 per lincoronazione della Madonna di
Fontanellato), Il bucaneve, elegia su versi di Luigi De Giorgi per la morte della medaglia
doro Michele Vitali, Inno agli orfani di guerra, La voce di Dante, inno blasfemo per
coro e pianoforte, con parole dello stesso Pallavicino (Parma, Donati, 1928), La tua voce,
lirica per canto e pianoforte su versi di Ildebrando Cocconi. Nella Biblioteca del
Seminario Maggiore di Parma si trovano: Caro mea, per violino solista e orchestra, O
salutaris hostia a due voci e Quae est ista, a tre voci pari.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIV; C. Alcari, Parma nella musica,
1931, 149; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
PALLAVICINO PIETRO MARIA
Busseto 1653 c.-
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Fu cavaliere gerosolimitano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO PIO GIORGIO
Parma 16 aprile
1691-1765
Figlio di Giangiorgio Sforza e di Laura Lampugnani. A Milano, dal 1720 al 1742, fu per
cinque volte eletto nel Magistrato dei XII di Provvisione. Nel 1723 fu ascritto al
consiglio dei LX Decurioni, nel 1735 fu nominato Giudice delle strade e nel 1739 Capitano
della milizia urbana. Fu coinvolto in diverse vicende poco chiare, e avendo usato toni
intemperanti durante i consigli per la discussione degli affari della città, fu rinchiuso
senza alcun processo nel Castello di Milano, da cui uscì però poco tempo dopo.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.
PALLAVICINO POLIDORO
Scipione ante 1484-1527
Figlio terzogenito di Gianfrancesco e di Giacoma Brandolini. Nel 1484 ebbe la facoltà dal
duca di Milano Lodovico il Moro di portare le insegne di colore bianco e morello. Dal
padre ereditò la terza parte di Monticelli dOngina e di Roncarolo.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.
PALLAVICINO POMPEO
Parma 21 ottobre
1605-Scipione 6 ottobre 1665
Figlio di Girolamo e di Chiara Cavalca. Fu uomo darme nella guardia istituita nel
1633 dal duca di Parma Odoardo Farnese quando si alleò con Luigi XIII colla speranza di
scacciare gli Spagnoli dallo Stato di Milano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXX.
PALLAVICINO RANUCCIO, vedi PALLAVICINO RANUZIO
PALLAVICINO RANUZIO
Tabiano 1609
c.-Rottofreno 15 agosto 1636
Figlio di Claudio, dei marchesi di Tabiano. Fu capitano di archibugieri italiani al
servizio dei Francesi. Fu ucciso in uno scontro della guerra con la quale Luigi XIII,
alleato del duca di Parma, tentò di
scacciare gli Spagnoli dal Ducato di Milano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Seletti, La città di
Busseto, Milano, 1883; C. Argegni, Condottieri, 1937, 393.
PALLAVICINO RANUZIO
Polesine 17 ottobre
1632-Roma 30 giugno 1712
figlio di Uberto e di Emilia Lupi. discendente
del ramo dei Pallavicino di Polesine, passò giovanetto alla Corte di Baviera, dove si
trattenne a lungo, protetto dallelettore e duca Ferdinando Maria. Studiò dapprima
filosofia e teologia. Intrapreso lo studio delle leggi e conseguita la laurea in diritto
civile e canonico allUniversità di Monaco, rientrò in patria e nel 1669 fu
iscritto al collegio dei giudici di Parma. Appassionato cultore di lettere, compose, con
la pseudonimo di Asterio Sireo, poesie, in parte date alle stampe con altri lavori. Della
produzione del Pallavicino vanno segnalate unantologia di poesie, Lintreccio
di gigli e perle (1660), una vita di Santa Teresa, La scalza di Avila (1661), una
descrizione del palazzo dellelettore di Baviera, I Trionfi dellarchitettura
(1667), il dramma Atalanta (1667) e Ritratto di una gran Principessa (Monaco, Luca Straub,
1668), raccolta di odi dedicate ad Adelaide di Baviera. Abbracciato lo stato ecclesiastico
ed eletto Canonico della Cattedrale di Parma colla prebenda di San Secondo inferiore, il 24 dicembre 1669 vi rinunciò a
favore del conte Giambattista Linati per trasferirsi a Roma a intraprendervi la carriera
prelatizia. Nominato dapprima referendario delluna e dellaltra segnatura,
divenne in seguito governatore di alcune città dello Stato Pontificio e nel 1672 fu
inviato a Malta in qualità di inquisitore presso lOrdine gerosolomitano. Rientrato
alla Corte pontificia, ottenne la nomina a Segretario della Sacra congregazione Concistoriale, e in seguito (1698)
quella di governatore di Roma (che tenne per diciassette anni). Creato cardinale di Santa
Agnese il 17 maggio 1706 da papa Clemente XI, questi lo investì pure, in quello stesso
anno, della prepositura già degli Umiliati di Santa Maria della Ghiara in Verona. Prelato
di vasta dottrina, interamente dedito ai doveri inerenti ai suoi alti uffici, fu
circondato nellambiente vaticano di larga stima e chiamato a far parte di numerose
congregazioni (del santo Uffizio, degli Interpreti del Concilio, dei Vescovi e Regolari e
della sacra Consulta). Alla sua morte, dispose per testamento che la parte del feudo di
Polesine ereditata dagli antenati, della quale aveva conservato la proprietà, fosse per
intero trasferita al cugino Vito Modesto. Fu sepolto nella chiesa di San Francesco a Ripa
in Roma, davanti allaltare maggiore. Il pallavicino
appartenne a molte accademie letterarie, tra le quali quella degli Innominati di Parma.
FONTI
E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 335; L. Barbieri,
Parmigiani cardinali, 1894, 14; L.Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 127; D. Soresina,
Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 332; G.Gonizzi, Ranuzzo Pallavicino, in Gazzetta
di Parma 15 ottobre 1968.
PALLAVICINO ROLANDO
Zibello 1463 c.-Parma
1529
Figlio di Gian Francesco, dei marchesi di Zibello. Ebbe in feudo Roccabianca, Zibello,
Fontanelle, Stagno, Tellarolo, Mezzano e Polesine dei Manfredi. Nel 1521 fu assediato dal
Lautrec in Roccabianca; dopo valorosa difesa, disperando di esser soccorso dai collegati,
venne a patti ed ebbe la facoltà di uscire libero, cedendo la terra. Per ragioni di
successione fu incarcerato da papa Leone X, e nel 1527 da papa Clemente VII nel castello
di Parma, ove morì.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Campari, Un castello del parmigiano attraverso i secoli (Roccobianca),
Parma, 1910; C. argegni, Condottieri, 1937,
394.
PALLAVICINO ROLANDO, vedi anche PALLAVICINO ORLANDO
PALLAVICINO RUBINO
Scipione-Castellina di
Soragna post 1258
Figlio
di Guglielmo. Sposò Ermengarda Palli dalla quale ebbe numerosi figli. Morì di contagio
dopo il 1258, assistito dal frate Salimbene de Adam di Parma, il noto autore della cronica.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.
PALLAVICINO SERAFINO
Parma 1611-Roma 1672
Appartenne al primo dei marchesi di Polesine. Professò nellOrdine benedettino nel
1628, fu abate del monastero di San Giovanni Evangelista di Parma dal 1662 al 1667. Poi
(1669) resse quello di San Paolo di Roma. A Parma fu anche priore e cancelliere, e
abbellì con dipinti e suppellettili il Monastero. Fu abate anche nei monasteri di Pavia e
di Reggio Emilia. Morì a 61 anni di febbri.
FONTI
E BIBL.: A. Galletti, Monastero di S. Giovanni Evangelista, in Archivio Storico per le
Province Parmensi 1980, 68.
PALLAVICINO SFORZA
Scipione 1545
Figlio di Ippolito e di Barbara Fogliani Sforza. Quale feudatario del marchesato di
Scipione, nel 1545 giurò fedeltà e obbedienza a Pier luigi Farnese, primo duca di Parma e piacenza. Morì senza figli, e il feudo di
Scipione fu devoluto alla Camera ducale di Parma.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.
PALLAVICINO SFORZA
Parma 1520-Salò 5
febbraio 1585
Nacque da Manfredi dei marchesi di cortemaggiore,
che nel 1521 fu squartato dai francesi sulla
piazza del castello di Milano, e da Ginevra Bentivoglio. Dopo la barbara uccisione del
padre, il Pallavicino fu portato dalla madre a Trento presso Francesco Sforza.
Alletà di soli sedici anni (1536) il Pallavicino fu capitano di cavalli per
limperatore Carlo V nella guerra di Piemonte. Dopo la tregua conclusa nel 1538,
servì Ferdinando re dungheria. Nel
1543 fu Capitano generale della cavalleria ungherese nella guerra contro i Turchi, e si
batté sotto le mura di Pest. Nel 1544 ritornò in Italia e combatté a Serravalle con le
truppe del Principe di Salerno, dando prova di grande valore. Nel 1545 il Pallavicino
sposò Giulia di Santafiora. Nel 1546 combattè in Germania (Ingolstadt) contro la Lega
Smalcaldica.Salvò Parma dalloccupazione spagnola dopo lassassinio del duca
Pier Luigi Farnese. Due anni dopo fu di nuovo contro i Turchi in transilvania a capo di 3000 lanzi tedeschi (si
distinse nellassedio di Lippa) ed ebbe parte attiva nelluccisione del
cardinale Martinuzzi (17 dicembre 1551), che cospirava contro limpero. Nel 1551 venne nominato commissario di
guerra e incaricato di predisporre a difesa la frontiera. Nel 1552 fu fatto Generalissimo
ungherese. In unazione a Drigal, sul Danubio, restò ferito e prigioniero, ma fu
riscattato con sedicimila ducati. Ritornato in Ungheria, fortificò Giavarino, ove una
piattaforma fu a lui intitolata. Fatto maresciallo, nel 1556 vinse i Turchi e conquistò
Nagy Kanisza. Nel 1557 ritornò in Italia e andò al servizio di Venezia provvedendo, come
capitano generale delle milizie di terraferma, al restauro di molte fortezze di terraferma
e poi di altre a Cipro e a Candia, dove accompagnò Giulio Savorgnano (1580). Partecipò
alle guerre della repubblica veneta contro
i Tedeschi. Rafforzò Bergamo (1560), per fronteggiare Milano, il Lido, Chioggia e Zara
(1570) e propose un sistema difensivo per Udine. Raggiunse il grado di governatore
generale degli Stati veneti e sovraintendente delle fortezze. Coinvolto nella controversia
con Ottavio Farnese per la giurisdizione dei feudi Pallavicino, reclamati dai Farnese, fu
rinchiuso nel castello di Piacenza per quasi un anno (1580-1581). Lasciò progetti di
fortificazione per Retimo e per Suda, con ampie relazioni, il manoscritto Regole in
materia di fortezza e molti disegni.
FONTI
E BIBL.: C. Promis, Ingegneri militari, 1874, 447-459; Enciclopedia militare, 1933, V,
770; L.A. maggiorotti, Dizionario Architetti
e Ingegneri, 1934, 134-135; L.A.Maggiorotti, Architetti militari, II, 1935, 438; M.De
Grazia, Guida degli stati farnesiani, in
Archivio Storico per le Province Parmensi 1972, 165.
PALLAVICINO SFORZA
Busseto 1553 c.-XVII
secolo
Figlio di Girolamo. Fu cavaliere gerosolimitano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO SFORZA
Polesine 16 novembre
1657-1677
Figlio di Girolamo. Fu ammesso al Maggior consiglio
della Repubblica di Venezia. Il 16 maggio 1667 fu eletto gentiluomo di camera di
Ferdinando Maria.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.
PALLAVICINO SFORZA
Parma 25 luglio 1765-25
febbraio 1834
Figlio di Giorgio Gaetano e di Maria Dati. Fu cavaliere gerosolimitano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.
PALLAVICINO SFORZA
Parma 19 agosto 1839-Parma 29 settembre 1909
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Fu Consigliere in diversi comuni e
deputato provinciale rappresentante il mandamento
di Busseto dal 1878 al 1899. Fu membro del Consiglio di Amministrazione
dellOrfanatrofio Vittorio Emanuele II in Parma, del Real Collegio Maria Luigia, del
Ricovero di Mendicità di Borgo San Donnino e presidente dellAmministrazione del
Convitto delle Orsoline di Parma. Fu inoltre consigliere di vigilanza dellIstituto
Tecnico di Parma e dellannesso Convitto alle Scuole Normali Femminili, vice
presidente del Consorzio Agrario, e sindaco del comune
di San pancrazio Parmense. Il Pallavicino,
che fu cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro e patrizio e cittadino veneto, nel 1908
ricomprò lo storico e artistico Palazzo Pallavicino di Busseto. Mori a causa di un
carcinoma allo stomaco.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIV; V. Spreti, Enciclopedia storico
nobiliare, 5, 1932, 64.
PALLAVICINO SIGISMONDO
Zibello 1510/1525-1587
Figlio terzogenito di Bernardino e di Caterina Buffetti. Nel 1556 fu in Roma, impiegato
nella Curia pontificia.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.
PALLAVICINO STEFANO
Parma 11 marzo 1874-
Figlio di Filippo e di Lucia Benassi. Si laureò in Giurisprudenza nellUniversità
di Parma. Fu notaio, membro del Consiglio di amministrazione
della Congregazione di san Filippo Neri in
Parma, nella quale coprì anche la carica di ordinario, e patrizio e cittadino veneto.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIV.
PALLAVICINO TANCREDI
Parma 1229/1255
Fu abate di San Giovanni Evangelista in Parma dal 1229 al 1255. Permutò la chiesa di San
Pietro in Baganzola con quella di San Giorgio dei Prati.
FONTI
E BIBL.: M. Zappata, Corollarium abbatum, in
Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 91.
PALLAVICINO TEDALDO
-Arezzo 1037
Figlio di altro Tedaldo. Fu Vescovo di Arezzo.
FONTI
E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 3.
PALLAVICINO TERESA
Parma 29 ottobre
1888-Milano 1960
Figlia di Filippo e di Luisa Benassi, appartenne a una famiglia della migliore
aristocrazia parmense, proveniente da Busseto. Undicesima di tredici figli, come le altre
sorelle, dagli otto ai diciassette anni fu educata in collegio dalle suore Orsoline di
Parma. Tornata in famiglia e rimasta orfana di madre, manifestò, ancora giovanissima, una
profonda sensibilità religiosa e una singolare capacità di accostarsi situazioni di
povertà e di emarginazione sociale. Uscendo dal mondo chiuso e ristretto in cui le
famiglie dellaristocrazia tendevano a confinare le figlie, in attesa del matrimonio
o del convento, la Pallavicino si occupò delle ragazze povere della città e, durante i
soggiorni estivi della famiglia a San Sisto, insegnò la dottrina e il canto alle figlie
dei contadini. Nellottobre del 1919, a Roma, in occasione della presentazione
ufficiale della Giventù Femminile al congresso dellUnione femminile cattolica
italiana, incontrò per la prima volta A. Barelli, che le propose di lavorare per la
Gioventù Femminile. Eletta nel Consiglio nazionale e nominata rappresentante della
Sezione signorine, venne maturando la sua dedizione senza riserve allapostolato,
finché nel 1923 si trasferì a Milano per lavorare a tempo pieno al Segretariato
nazionale della Gioventù femminile,
ospitato nei locali dellUniversità cattolica
in via SantAgnese. Ben presto diventò segretaria nazionale di propaganda e, dopo
qualche anno, vicepresidente. Come segretaria nazionale di propaganda si occupò della
scelta delle propagandiste: per la loro formazione istituì corsi di preparazione
teologica, ascetica e morale e di organizzazione (seguiti da esami) della durata di una
settimana, che dovevano essere frequentati dalle propagandiste per due anni consecutivi.
Nel 1933 progetto le settimane della giovane: attuate per la prima volta nel 1934-1935,
dal 1936 vennero realizzate in quasi tutte le città dItalia. Ogni città veniva
divisa in rioni e in ogni rione le giovani, riunite per categorie (signorine, casalinghe,
studentesse, impiegate, operaie), si radunavano ogni giorno, per una settimana, ad
ascoltare una propagandista e un sacerdote, venivano visitate le fabbriche e gli ospedali
e si cercava di avvicinare anche le prostitute. La settimana si concludeva con una solenne
messa domenicale celebrata dal vescovo nella cattedrale della città. Alla Pallavicino si
deve, nel 1939-1940, la crociata della purezza, condotta dalle giovani della Gioventù
Femminile. Nel 1946 ne lasciò la vicepresidenza e, insieme con la Barelli, passò
allUnione Donne con lincarico di delegata di azione morale. contemporaneamente lavorò nella Presidenza
generale dellAzione Cattolica, occupandosi in particolare dellorganizzazione
delle settimane sociali. Dal 1949 al 1952 assisté, nella sua lunga e penosa malattia, A.
Barelli, che, prima di morire, la nominò, insieme con L. Vanzetti, sua esecutrice
testamentaria. Gli ultimi anni li dedicò a ordinare limmensa mole di carte lasciate
dalla fondatrice della Gioventù Femminile.
FONTI
E BIBL.: LArchivio Barelli, conservato presso lUniversità Cattolica di
Milano, costituisce la fonte principale per la conoscenza del ruolo svolto dalla
Pallavicino nella vicenda della Gioventù femminile.
DellArchivio Barelli fanno parte anche i cinque volumi del carteggio
Pallavicino-Barelli (1920-1952), ordinato dalla Pallavicino stessa negli ultimi anni della
sua vita. Non esistono ancora veri e propri profili biografici della Pallavicino. riferimenti biografici su di lei si trovano in A.
Barelli, La sorella maggiore racconta, Edizioni O.R., Milano, 1981; M.Sticco, in Vita e pensiero 4 1960, 274-277; O. Montevecchi ha
fornito le informazioni sulla sua vita da lei raccolte attraverso la lettura del carteggio
con la Barelli e le conversazioni con le sue nipoti, L. Noli Dattarino Mineo, G.
Pallavicino Ferrari e M. Montanari Ravazzoni; M.G. Tanara, in Dizionario storico del
movimento cattolico, III/2, 1984, 621-622.
PALLAVICINO TOMMASO
Borgo San Donnino
1326/1331
Figlio di Corrado. Nel 1326 fu scomunicato, assieme al cugino Manfredino Pallavicino, da
papa Giovanni XXII perché ritenuto eretico. Nel 1331 fondò la cappellania di San Giorgio
in Borgo San Donnino.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.
PALLAVICINO UBERTINO
Busseto-Busseto 1037
Fu invitato a Milano dallimperatore Corrado a presenziare alla sua incoronazione con
la corona di ferro. Lanno seguente fu a Roma dove assistette allincoronazione
di Corrado da parte di papa Giovanni XX. Seguì ancora lImperatore nel 1037 quando
questi soffocò la ribellione delle città lombarde, e fu allassedio di Milano. Il
Pallavicino ricostruì la Pieve di SantAndrea nella giurisdizione di Busseto,
dotandola di cospicue entrate.
FONTI
E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 211 e ss.
PALLAVICINO UBERTINO
Pellegrino 1251/1264
Fu podestà di Cremona nel 1251, poi nel 1259 podestà e vicario di Brescia in nome del
marchese Oberto Pallavicino, che si era fatto eleggere Signore di quella città. Fu in
seguito podestà di Milano (1264) in nome dello stesso Oberto Pallavicino, carica che
abbandonò alla notizia della calata in Italia di Carlo dAngiò conte di Provenza.
FONTI
E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 315.
PALLAVICINO UBERTO
Scipione 1328
c.-.Fiorenzuola
Figlio
di Manfredo, dei marchesi di Scipione. Godette dellappoggio dello zio Uberto
Pallavicino, campione dei ghibellini e capitano generale dei Milanesi. Combatté a Nizza
della Paglia contro Guglielmo, marchese di monferrato:
vi fu sconfitto e, secondo alcuni, fatto prigioniero e condotto nel Delfinato. Si ritiene
che il Pallavicino sia stato ucciso presso Fiorenzuola dai Piacentini, per essersi messo a
predare senza motivo alcuni campi del loro territorio.
FONTI
E BIBL.: C. De Rosmini, Dellistoria di Milano, t. l., Milano, 1820; P. Litta,
Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in
Italia, Torino, 1893; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni,
Condottieri, 1937, 395.
PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1421 c.-post
1477
Figlio di Orlando il Magnifico. Con testamento del padre gli furono assegnati i feudi di
Tabiano, Castellina e la metà di Solignano. Nel 1458 questa investitura gli fu confermata
da Francesco Sforza. Il 20 marzo 1470 prestò giuramento di vassallaggio al primogenito
del duca in Milano e nel 1477 gli furono
rinnovate le investitutre.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.
PALLAVICINO UBERTO
Zibello
1501-1583
Figlio di Bernardino, dei marchesi di Zibello. Papa Clemente VII nel 1526 lo
spogliò di tutti i beni. Nel 1528 fu pubblicata contro di lui una sentenza di morte per
omicidio e nel 1529 fu scomunicato. Nel 1530 fu assediato in Zibello da Ludovico Rangoni e
dalle milizie del Pontefice. Capitolò dopo valida difesa e si arrese al Duca di Milano,
che lo chiuse nel castello di Cremona, cedendo i beni del Pallavicino a sua cugina Barbara
Rangoni. Tra le due famiglie si accese allora una guerra mortale. Nel 1531, per intervento
di molti principi, gli furono restituiti i feudi. Ebbe altre due gravi condanne: una nel
1534 e una nel 1536.
FONTI
E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca
Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; C.Poggiali, Memorie
di Piacenza, Piacenza, 1759; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932;
C.Argegni, Condottieri, 1937, 396.
PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1617 c.-
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Fu cavaliere gerosolimitano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 1834.
PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1653 c.-
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Fu cavaliere gerosolimitano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1679
c.-post 1716
Figlio di Antonio Maria e di Aurelia Clavella. Nel 1716 fece parte del Consiglio
dei decurioni di Cremona.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.
PALLAVICINO UBERTO
1725 c.-Parma
Marchese, fu gran ciamberlano e generale di cavalleria forense del duca Ferdinando
di Borbone.
FONTI
E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di
musica, 1812, 222.
PALLAVICINO UBERTO
Parma 15 giugno
1827-Parma 9 maggio 1864
Figlio
di Gian Francesco e di Zelinda Liberati. Il 13 febbraio 1834 fu nominato Paggio di Maria
Luigia dAustria duchessa di Parma. Il 26 dicembre 1854 fu nominato Guardia del Corpo
di Maria Luigia
col rango di sottotenente delle Regie truppe
dello Stato e il 26 aprile 1855 Ciambellano della Real Corte. Percorse la carriera
amministrativa, a iniziare dal 1° settembre 1845 sotto il Governo del ducato di Parma, e la continuò sotto il Regno
dItalia come Segretario alle Prefetture di Parma e di Piacenza. Fu patrizio e
cittadino veneto. Dopo lunga malattia, morì alletà
di 37 anni. Il Pallavicino sposò Camilla Liberati dellAiuto.
FONTI
E BIBL.: Pallavicino dellEmilia, 1911, tav. XXXIII; Palazzi e casate di Parma, 1971,
375.
PALLAVICINO UBERTO, vedi anche PALLAVICINO OBERTO
PALLAVICINO UBERTO RANUZIO
Busseto 28 marzo
1705-Parma 6 marzo 1775
Figlio di Alessandro e di Adelaide Fugger. Venne educato secondo letichetta di
Corte. Nel 1750 fu nominato gentiluomo di corte
e quattordici anni dopo grande ciambellano dellinfante Ferdinando di Borbone e
Tenente generale della cavalleria. Contrasse matrimonio con la nobildonna Anna Anguissola,
dama del Duca e cameriera maggiore della Corte di Parma. In autunno la coppia era solita
trascorrere un periodo di riposo nel palazzo di Busseto e rallegrare gli ospiti con
rappresentazioni teatrali: nel 1760 vi si mise in luce Filippo Gamboni, che più tardi
diventò un attore di notevole fama (Seletti). Il Pallavicino fu sepolto nella chiesa dei
Gesuiti di Busseto.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII; R. Giordani, Opere scelte di L.
U. Giordani, 1988, 355-356.
PALLAVICINO UGOLINO
Pellegrino 1417
Marchese di Pellegrino, ne fu anche Podestà nel 1417. La carica risulta da un rogito
ricevuto dal cancelliere della Pretura di Pellegrino, Antonio Greppo, in data 22 aprile
1417: Nos Ugolinus Marchio Pallavicinus Pelegrini Potestas sedens pro tribunali ad nostrum
solitum bancum in causa et questione vertente in dominum Obertum de podio rectorem
Ecclesiae Sanctorum Abdon et Senen de Pelegrino agente nomine dictam ecclesiam e certo
Corpezza che venne condannato a rilasciare a detta chiesa una pezza di terra prativa detta
in Casale. La sentenza è sottoscritta come segue: Ego Antonius Grepus de Villa Palearum
scriba praefat Dni Ugolini et suprascriptis omnibus et singulis interfuerunt.
FONTI
E BIBL.: A. Micheli, Guisdicenti, 1925, 6.
PALLAVICINO UGUCCIO, vedi PALLAVICINO UGUCCIONE
PALLAVICINO UGUCCIONE
Scipione-Castelleone
1403
Figlio di Giovanni, dei marchesi di Scipione. Fu agli ordini di Giangaleazzo Visconti. Nel
1390 si trovò alla difesa della cittadella di Padova. Morto Gian Galeazzo, si mantenne
fedele alla reggenza del Ducato e si impegnò con energia a impedire le ribellioni nello
stato di Parma contro i Visconti. Nel 1403, alla difesa di Castelleone, fatto prigioniero
da Cabrino Fondulo, da Ugolino Cavalcabò e dai Benzoni, venne trascinato a coda di
cavallo fino a Cremona. Poi la testa gli venne staccata dal busto, conficcata in una
lancia ed esposta sugli spalti del castello della città.
FONTI
E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca
Palatina di Parma; B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1857; P. Litta, Famiglie celebri,
Milano, 1834; P. Pallavicino, Notizie sulla famiglia dei Pallavicino, Firenze, 1911; L.
Pavia, salsomaggiore Tabiano, Milano, 1898;
E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1897; V. Spreti,
Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 396.
PALLAVICINO UGUCCIONE
Polesine ante 1498-21
novembre 1546
Figlio di Gianmanfredo e di Pellegrina Spinola. È ricordato una prima volta
nellanno 1498. Servì per qualche tempo i duchi di Milano.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.
PALLAVICINO VERDIANA
Polesine 1703 c.-
Figlia di Francesco e di Isabella Rapari. Unitamente al canonico Rapari, fondò la Causa
Pia Rapari-Pallavicino per la distribuzione di doti matrimoniali nella parrocchia di Croce
Santo Spirito di Castelvetro.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.
PALLAVICINO VISCONTE
Pellegrino 1237-1 gennaio 1317
Figlio di Pelavicino, dei marchesi di pellegrino.
Fu nominato Podestà di Piacenza nel 1261 da sua zio Uberto Pallavicino che voleva avere
persona di sua fiducia in una città della quale gli era stato conferito il dominio. Nel
1271 gli furono tolte le rocche di Pellegrino e di Belvedere da Alberto Scotti. Nel 1304
contribuì alla cacciata dello Scotti da parte dei Piacentini. Ma il 25 luglio 1307 lo
Scotti, con laiuto della parte guelfa, riconquistò Piacenza, scacciandone il
Pallavicino che si rifugiò a Bobbo. In seguito a un patto di conciliazione, nel 1308 il
Pallavicino fu riammesso in Piacenza. Morì a 80 anni.
FONTI
E BIBL.: C. Argegni, Condottieri, 1937, 396-397.
PALLAVICINO VITO MODESTO
Polesine 30
marzo 1698-Parma 14 luglio 1731
Erede nel 1712 del cugino cardinale Ranuzio Pallavicino, accentrò nelle proprie
mani lintero marchesato di Polesine essendosi via via estinti i rami discendenti dal
capostipite Gianmanfredo. Fu infatti lultimo rappresentante della diramazione dei
Pallavicino di Polesine, che solo cinquantanni prima era suddivisa in sei famiglie.
Morto il Pallavicino, il feudo non passò, secondo la prassi delle antiche originarie
investiture, ad altri esponenti dellillustre casato, ma fu conferito nel 1748 alla
principessa Enrichetta dHessen-darmstadt,
vedova dellultimo dei Farnese. Il pallavicino
fu sinceramente amante del suo popolo e di larga carità: si deve a lui, tra laltro,
la riedificazione della chiesa parrocchiale di polesine,
che dotò anche di cospicue entrate. Sposò giovanissimo Claudia de Terzi, morta la
quale, l8 gennaio 1720 passò a seconde nozze con Ottavia Pallavicino. Da queste
ebbe due figlie: Anna Maria e Dorotea.
FONTI
E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 337.
PALLAVICINO VITTORIA, vedi DORIA PAMPHILI LANDI MARIA VITTORIA
PALLAVICINO VITTORIO
1709-Borgo San Donnino
1795
Figlio di Pierantonio. Fu Prevosto parroco della chiesa di San Michele di Borgo San
Donnino dal 1738. Nel 1754 fu eletto Primicerio della Cattedrale di Borgo San Donnino. Nel
1759 divenne Prevosto della chiesa di Santa Maria del Castello di Bargone e infine della
Collegiata di Borgo San Donnino. Fu uomo di vasta erudizione. Per lungo tempo collaborò
allEnciclopedia delle Belle Arti dellabate Zani. Lasciò parecchi lavori
inediti, parte dei quali finirono allAffò e allo Zani e parte andarono dispersi.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.
PALLAVICINO CARISSIMI ROSANNA, vedi BAJARDI ROSANNA
PALLAVICINO MOSSI LODOVICO ANDREA vedi PALLAVICINO LODOVICO ANDREA
PALLAVICINO TRIVULZIO GIORGIO GUIDO
Parma 1796-post 1841
Figlio di Giorgio Pio e di Anna Besozzi. Coinvolto in una manifestazione patriottica, fu
incarcerato nel dicembre 1821 e quindi processato assieme ad altri nobili da una
commissione speciale. Il 21 gennaio 1823 fu condannato a ventanni di carcere duro
nella fortezza di Spielberg, in Moravia. Nel 1837 Ferdinando I concesse ai condannati di
terminare di scontare la pena in America. Il Pallavicino Trivulzio ottenne invece di
completare la detenzione a Praga, dove in seguito si sposò con Anna Koppmann.
FONTI
E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.
PALLETTI
PRIAMO
Medesano
10 agosto 1874-Adua 1 marzo 1886
Nato da genitori ignoti, venne affidato alla cure di Luigia Bertoncini, di Viazzano. sergente della IV Batteria da Montagna, morì da
prode ad Adua e fu decorato di medaglia dargento al valore militare con la seguente
motivazione: Seguitò da terra, posizione a cui lobbligava una grave ferita
riportata, a graduare la spoletta ed a comandare validamente il proprio pezzo. Morì fra i
pezzi. È ricordato nella lapide dei prodi parmensi caduti in Africa collocata dal Comune
di Parma nellatrio del Palazzo civico.
FONTI
E BIBL.: Parmensi nella conquista dellimpero,
1937, 91; Decorati al valore, 1964, 55.
PALLICERI ALBERTO
Parma
prima metà del XVI secolo
Ingegnere attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI
E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 319.
PALLINI
Parma 1849/1863
Fu Commissario a Rimini, Macerata e Rieti nel 1849. A Londra fece parte delle riunioni
tenute da Saffi. Fu arrestato e poi rilasciato in occasione del processo Orsini. Fu agente
mazziniano a Napoli nel 1860.
FONTI
E BIBL.: P. DAngiolini, Ministero dellInterno, 1964, 166.
PALMA
ALESSANDRO
Parma 1617
Argentiere. Lavorò nella bottega di Girolamo Cona alla cloaca di Santa Lucia in Roma. Il
20 agosto 1617 fu querelato per essere rimasto coinvolto in una rissa.
FONTI
E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 166.
PALMA
GIROLAMO, vedi PALMARTZ GIROLAMOPALMA
ORLANDO, vedi PALMARTZ ORLANDO GIROLAMOPALMARTZ
ORLANDO
Parma
29 aprile 1584-Parma 29 gennaio 1619
Nacque da Gottfried e da Flaminia. Dal padre ebbe precocissima istruzione musicale:
cominciò a cantare fanciullo di otto anni come soprano alla Steccata di Parma. Già nel
novembre del 1596 fu tra i cantori salariati. Alla morte del padre, venne eletto maestro
di cappella (8 marzo 1602) con lo stipendio, identico a quello del padre, di 8 ducatoni al
mese. Alla Corte Farnese cominciò, quale musico, a servire il 1° febbraio 1614 e
continuò fino alla morte.
FONTI
E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 83.
PALMIA
GUGLIELMO
Parma
1440
Maestro di logica, fu Dottore del Collegio di Arti e Medicina. Nel 1440, insieme ad altri,
aggiornò il Corpo delle norme statutarie del Collegio di Parma.
FONTI
E BIBL.: Aurea Parma 3 1961, 186-187; G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.
PALMIO, vedi PALMIA
PALTRINIERI VINCENZO
Samboseto
1889-Milano luglio 1956
Studiò e si laureò in Legge a Parma affermandosi, in ancora giovane età, come penalista
di chiara fama e come brillante e facondo oratore accanto ai migliori avvocati del Foro
parmense. Ebbe parte di protagonista in processi di notevole rilievo e in breve seppe
guadagnarsi molte simpatie e una vasta clientela. A un certo punto la sua carriera fu
interrotta da un oscuro episodio che indusse il Paltrinieri a trasferirsi a Milano ove
aprì un fiorente studio entrando in gara con i maggiori giuristi della metropoli lombarda
e allargando la cerchia dei suoi successi. Come buona parte degli avvocati della sua
generazione, anche il Paltrinieri coltivò specifici interessi culturali e letterari.
Scrittore forbito e di limpida vena, diede alle stampe parecchi lavori, tra i quali
meritano di essere citate almeno tre opere: una breve ma succosa storia di Parma (Parma,
Roma, Tiber, 1929), I moti contro Napoleone negli Stati di Parma e Piacenza (edito da
Zanichelli nel 1927) e Toponomastica parmense e altri studi sui dialetti parmensi (1934),
oltre a una serie di piacevoli scritti sparsi per giornali e riviste (tra i tanti, Un
grande precettore di un piccolo principe, Liberazione del Veneto e organizzazione
repubblicana).
FONTI
E BIBL.: R.Cattelani, in Parma per lArte 1 1957, 40; B.Molossi, Dizionario
biografico, 1957, 113.
PALÙ GIBERTO, vedi DELLA GENTE
GIBERTOPAMBIERI
LIA, vedi TANZI LIAPAMERI
PIETRO, vedi PALMIERI PIETRO PIETROPANINI
ODOARDO
Parma 1749 c.-post 1811
Intagliatore in legno. Fu servitore della Corte Ducale di Parma. Nel 1762, secondo lo
Scarabelli, avrebbe eseguito banchi nella Steccata di Parma su disegno del Brianti: se la
notizia è corretta, risulterebbe errata la data di nascita. Avrebbe anche attuato i
lampadari, sempre su disegno del Brianti, documentati invece agli Arnizzoni: potrebbe
trattarsi di commissioni non andate a buon fine. Il Panini è poi ricordato alle seguenti
date: 1768, ornati degli scaffali nella Biblioteca Palatina, in collaborazione col
Marchetti; 1776, periziò un fonte battesimale nella parrocchiale di Fontanellato;
1781-1782, gli venne accordato di succedere a Ignazio Marchetti come intagliatore di
Corte; altare maggiore e ancona in San Pietro (larcaicità della seconda però
proverebbe che si limitò a rimodernare quella preesistente di Sebastiano Chiesa), così
come quella in Santa Croce, opera del Frati, a cui aggiunse altare, ciborio e due mensole
ai lati; al servizio in Palazzo Sanvitale; 1785, organo e cantoria in Santa Croce; 1787,
intagli a una grandiosa macchina con colonne e statue eseguita dal falegname Guido Clerici
nelloratorio di SantAmbrogio; pagamento per fornitura di stoffe in Palazzo
Sanvitale, ove fu attivo pure nel 1789-1791; 1780-1790 c., diciannove placche portacero in
Duomo; 1792, due bracciali portacero nella parrocchiale di Fontanellato; 1793, leggio;
1974, riparò la Custodia dei Bussoli dellUrna generale Consiglio in Comune; 1796,
ritiratosi il marchetti, non ne ereditò la
carica a Corte ma ricevette una pensione come Aiutante del munizioniere; 1796-1797, capitelli
dellaltare maggiore, ventisei candelieri, croce, sei portapalme in Steccata, in
collaborazione con Antonio Salvini; 1804-1805, pagamento per sue fatture da esso fatte su
varj arnesi di legno da falegname e per del damasco cremesi in Palazzo Sanvitale.Nel 1811,
ormai impotente, venne ospitato dal figlio Angelo.
FONTI
E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Fondo Comune, Autografi illustri, busta 4400, Carte
della famiglia Sanvitale, busta 545, Giornale del 1804-1805, 314, 384 e 436; E. Scarabelli
Zunti, Documenti, VIII, 64, 66 e 213, IX, 32; E. Scarabelli Zunti, Materiali, I, 32 r.;
G.Godi, in Gazzetta di Parma 17 agosto 1979, 3; LArte, 1979, 414, 420, 426 e 428; Il
mobile a Parma, 1983, 261; Archivio dellOrdine Costantiniano di San Giorgio, Libro
delle Ordinazioni n. 63, 121 v., 122 r., Libro delle Ordinazioni n. 64, serie IX, busta 9,
fascicoli 40, 44, 46; L. Bandera, Il mobile emiliano, Milano, 1972, 181; G. Bertini, 1979,
428; G. Cirillo-G. Godi, 1983, 261; Per uso del santificare, 1991, 94.
PANIZZA A.
Parma 1740/1797
Fu Canonico e cantore alla Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1740 al 7 aprile 1776. Il
Panizza fu inoltre violinista della Steccata di Parma dal 1757 al 1797 e della Cattedrale
dal 7 aprile 1776 al 1790. Nella stagione di Fiera del 1796 fu primo violino direttore dei
balli al Pubblico Teatro di Reggio Emilia.
FONTI
E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1757-1797; Archivio della Cattedrale, Mandati
1773-1782; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 168 e 180.
PANIZZARI GIACOPO, vedi PANIZZARI
GIACOMOPANIZZARI GIOVANNOLO
Parma
1401
Nellanno 1401 fu notaio vescovile di Parma.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 680.
PANNINI, vedi PANINI
GIUSEPPEPANSIER
BATTISTA, vedi PANZERA BATTISTA BATTISTAPAOLI, vedi anche DE PAOLI
PAOLINO
Parma 1412/1424
Frate e fabbricatore dorgani, ricordato in un rogito notarile dei primi decenni del
XV secolo: Bernardo da Carpi vescovo nostro si accorda con frate Paolino Proposto
dellOrdine degli Umiliati di S. Tommaso di Mantova perché gli costruisca un organo
della lunghezza di braccia tre, misura di Parma, da collocarsi in cattedrale, forse sotto confessione, in prezzo di
sessantaquattro ducati doro in oro (Rogito di Pietro Lardi, Archivio Notarile di Parma).
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55.
PAOLINO
GIOVANNI, vedi QUAGLIA GIOVANNI GENESIOPAOLO
Valserena di Parma 1302
Fu sindaco del Monastero di Valserena presso Parma nellanno 1302.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 682.
PAOLO
Parma 1566/1570
Pittore attivo in Roma. In un anno tra il 1566 e il 1570 dipinse di occhi finti le
quattordici finistre in San Giovanni Laterano.
FONTI
E BIBL.: A.Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 92.
PAOLO
Parma 1680
Orefice attivo in Roma. Nel 1680 ebbe bottega fuori del Pellegrino.
FONTI
E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 166.
PAOLO III, vedi FARNESE
ALESSANDRO DA PARMAPAOLO il DANESE, vedi LAURITZEN ARNDT
PAOLO SAN QUIRICO
DI PARMA, vedi SANQUILICI PAOLO CARLOTTAPAPI EGIDIO
San Secondo Parmense
1863-Bogliasco 1939
Visse a lungo a Piacenza ove svolse le funzioni di cancelliere presso il Tribunale. Fu
assiduo frequentatore del Teatro Municipale cui legò il suo nome quale autore della
cronistoria Il Teatro Municipale di Piacenza.
Cento anni di storia 1804-1912 (Piacenza, Stabilimento Tipografico Antonio Bosi, 1912).
Lopera, frutto della passione amatoriale del Papi per il teatro, è in larga parte
tributaria delle cronache annalistiche di B. Musi ed è affetta da numerosi errori sia
storici che musicologi. Oltre che appassionato filolirico, il Papi fu anche campione
sportivo: presidente della Società Canottieri Vittorino da Feltre, si segnalò come
vogatore e timoniere su imbarcazioni da regata.
FONTI
E BIBL.: La Cronistoria del Municipale, un bel volume di Egidio Papi, in Libertà 22
gennaio 1913; Medaglia doro al Papi, in Libertà 4 marzo 1913; M.G. Forlani, in
Dizionario biografico piacentino, 1987, 198.
PAPI
GIACOMO
Parma 1 luglio
1872-post 1931
Figlio
di Clemente e Maria Pighini. sottotenente
dartiglieria nel 1892, partecipò alla guerra libica e poi alla guerra contro
lAustria: prima comandò un gruppo di batterie automobili da 102 e poi, dal 1917, il
Reggimento artiglieria a cavallo, divenendo colonnello nel 1918. Combattendo sul Carso,
meritò tre medaglie dArgento al
valore. A Bodrez Loga ebbe la Croce di guerra al valor militare, e al Piave-Tagliamento
(1918) la Croce dellordine Militare di
Savoia. Posto in congedo nel 1928, fu promosso generale di brigata nel 1931.
FONTI
E BIBL.: Enciclopedia militare, 1933, V, 796.
PAPINIANO, vedi DELLA ROVERE
PAPINIANO TULLOPARALUPI GIUSEPPE VALENTE
Parma luglio
1894-Cavriana 20 agosto 1963
Discendente da una nobile famiglia parmense, il Paralupi partecipò alla guerra 1915-1918
e venne insignito di due Medaglie dArgento al Valor Militare e di
unonorificenza inglese. Si laureò in ingegneria civile nel 1921. Partecipò nel
1930, quale delegato italiano, al 5° congresso internazionale stradale di Washington e
venne successivamente assunto in qualità di esperto presso la direzione
generaledellANAS. Nel 1937 svolse attività di consulenza tecnica per la
realizzazione delle strade dellAfrica orientale.
Si presentò come candidato liberale nelle elezioni del 1963 per la Camera dei deputati.
Fu esponente del Partito liberale di Guastalla, membro della direzione provinciale
reggiana del PLI e presidente del comitato circondariale del PLI di Guastalla. Risiedette
a lungo a Luzzara dove esplicò la propria attività nella conduzione della sua azienda
agricola.
FONTI
E BIBL.:
Gazzetta
di Parma 22 agosto 1963, 4.
PARAMANO GIAMBONO
San
Lazzaro 1217
È il primo rettore conosciuto dellOspedale di San Lazzaro di Parma (1217).
FONTI
E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 683.
PARENTI ANGELO, vedi PARENTI
EUGENIO ANGELO EUGENIO ANGELOPARENTI
LUDOVICO
San
Secondo 1608-Parma 17 maggio 1630
Entrò verso il 1628 nella Società di Gesù, con sede a Parma. Si prodigò e fu di grande
esempio durante la pestilenza del 1630, finché non fu anchegli attaccato e vinto
dal morbo. Morì alletà di soli ventidue anni.
FONTI
E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 294-295.
PARIDE
DA PARMA
Parma
1563/1611
Incisore, lavorò a Bologna nella bottega di Nicolò Quaini dal 1563 al 1611.
FONTI
E BIBL.: C. Bulgari, Argentieri, IV, 1974, 247.
PARISET
CARLO
Parma 19 marzo
1848-Parma 18 marzo 1901
Discendente di illustre famiglia francese: il nonno Giuseppe, Chef dEscadron des
chasseurs à cheval, si segnalò nelle guerre napoleoniche raggiungendo lalto grado
di Membro della legion donore. Dato che il padre Camillo fu anche impiegato nel
Regio Teatro di Parma, il Pariset già da giovane si venne formando una vera passione per
le scene, che conservò per tutta la vita. Attese dapprima alla pittura, poi studiò
musica e nel 1864 tentò gli studi tecnici, che poi interruppe per accorrere nel 1866
sotto la bandiera di Garibaldi. Il 25 ottobre 1869 fu nominato maestro elementare in
Busseto, dove conobbe e visitò Giuseppe Verdi. Inoltre per quattro anni fu istruttore
della Società filodrammatica. I suoi due drammi, Noemi e Roberto, ebbero, sulle scene del
Teatro Verdi di Busseto, un esito felice. Nel 1873 passò vicedirettore del Collegio
Taverna in Parma, dove contribuì molto allincremento, allonore e al lustro
del Collegio. Nel novembre del 1874 venne eletto insegnante delle scuole gratuite serali
del quartiere San Francesco di Parma e alcuni anni dopo ebbe la carica di Direttore delle
scuole medesime. Nel 1879 passò a insegnare nel Collegio Maria Luigia, e nello stesso
anno fu nominato vicepresidente della Società di Mutuo soccorso, per la quale con rara
abnegazione e disinteresse si prestò a dirigere un giornale, pago soltanto di giovare
alla causa della mutualità. Attese poi alla compilazione di un dizionario parmigiano, che
gli fu utile per conseguire labilitazione allinsegnamento delle lettere
italiane. Dal 1883 al 1884 insegnò infatti italiano nel ginnasio inferiore del Collegio
Maria Luigia di Parma. Il 29 novembre 1888 venne nominato Regio Ispettore Scolastico a
Varallo ma il Pariset, per evitare alla famiglia qualunque disagio, vi rinunciò. Assunse
poi lincarico di Segretario della Società tra Commercianti di Parma propugnandone i
bisogni in un periodico mensile: Il Commerciante. Alle cariche di maestro elementare e di
recitazione, il 10 ottobre 1895 aggiunse quelle di professore di lettere e vicedirettore
delle scuole tecniche del Regio Collegio Maria Luigia. Diventando il Convitto nazionale,
furono abolite le scuole tecniche e le elementari e licenziati gli insegnanti. Con decreto
del 22 marzo 1899 il Pariset ebbe allora linsegnamento di arte scenica e letteratura
drammatica nel Regio Conservatorio di Musica di Parma. Fu inoltre Presidente
dellOpera parrocchiale di santuldarico e dellAssociazione per gli Ospizi
Marini di Parma. Il 13 aprile 1879 fu eletto membro corrispondente dellAssociazione
dei Benemeriti italiani di Palermo e
nellagosto del 1882 gli pervenne la nomina di socio onorario benemerito del Circolo
Promotore G. B. Vico, assieme col primo premio dellomonimo concorso, per aver
scritto la commedia in un atto Babbo Ambrogio. Altri suoi lavori letterari ottennero
plauso: Cuore (commedia in un atto), Racconti e Dialoghi, Discorso su G. Taverna, Ricchi e
poveri, Meste rimembranze, Proverbi e modi proverbiali, Elementi di letteratura,
Composizioni e temi, Dolori e Conforti. Ma lopera maggiore del Pariset rimane il
grande Dizionario parmigiano, per il quale spese molti anni di studi e di ricerche
continue. Del Pariset rimasero inedite la grammatica
del dialetto parmigiano, una raccolta di epigrafi e uno studio sul teatro greco. In
gioventù fu direttore e collaboratore di vari periodici e giornali. Il Pariset ebbe amici
ed estimatori Cantelli, Casa, Linati, Ronchini, Morandi, Rondani e Pizzi.
FONTI
E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento, 1915; A.Pariset, Dizionario biografico, 1905, 81-83;
B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 114.
PARMA, vedi FANTOCCI
FRANCESCO e MENONI VINCENZOPARMA
GIAN LUIGI, vedi PARMA GIOVANNI LUIGI GIOVANNIPARMA
LUIGI, vedi PARMA GIOVANNI LUIGIPARMA
MARIO
Bologna 1923 c.-Bologna o Parma 27 settembre 1999
Subito dopo la laurea in medicina, conseguita nel 1949 a Bologna, e un breve periodo
trascorso come assistente volontario preso lIstituto di biochimica
dellUniversità, dal 1950 al 1956 il Parma frequentò in qualità di assistente,
lIstituto di fisiologia di Pisa. Nello stesso periodo condusse ricerche su tematiche
affini presso i laboratori di elettroencefalografia dellHôpital de la Timone
(Università di Marsiglia), di Tolone e della Marina militare francese. Nel 1957, in
qualità di assistente straniero, svolse attività clinica e di ricerca presso
lInstitute of Neurology del Queen Square Hospital di Londra. Rientrato in Italia,
divenne assistente presso listituto di neurologia dellUniversità di Genova,
dove svolse una intensa attività didattica e clinica e condusse ricerche sulla fisiologia
del tronco encefalico e su varie tematiche di neurologia clinica, anche infantile, avendo
svolto pro-tempore il ruolo di primario della Divisione di neuropsichiatria infantile
dellOspedale Gaslini di Genova. Nel 1961 si trasferì presso la Clinica delle
malattie nervose e mentali dellUniversità di Parma, dove nel 1973 venne chiamato
dalla facoltà di Medicina e chirurgia a ricoprire il ruolo di professore ordinario.
Divenuto direttore dellIstituto nel medesimo anno, sollecitò con lungimiranza i
giovani neurologi presenti allinterno della clinica ad aprire nuovi settori di
ricerca, scegliendo tra quelle tematiche che, in un momento in cui le neuro-scienze
iniziavano ad allargare tumultuosamente i loro spazi di
interesse, si dimostravano più promettenti per limmediato futuro e sostenne anche
gli altri settori già esistenti. La medesima perspicacia lo portò nel 1975 ad attivare,
insieme con i professori Bocchi e Lorenzini, la Scuola speciale per tecnici della
riabilitazione (in seguito trasformata in diploma universitario) che da allora formò
centinaia di fisioterapisti. Assunse nel medesimo periodo anche la direzione della Scuola
di specializzazione in Clinica neurologica e la direzione dei Servizi riabilitativi e
neurodiagnostici del Consorzio socio-sanitario del Comune di Parma (in seguito aggregati
alla Unità Sanitaria Locale 4 di Parma). Negli ultimi anni di attività dedicò, insieme
ai suoi collaboratori più stretti, molte energie alla messa a punto di testi scientifici
e didattici in ambito riabilitativo, soprattutto a favore dei traumatizzati cranici, e
collaborò alla progettazione tecnica del Centro Cardinal Ferrari, il Centro di
riabilitazione per gravi cerebrolesioni di Fontanellato, che aprì la sua attività
nellottobre 1999 e allinterno del quale gli venne dedicata la biblioteca
scientifica.
FONTI
E BIBL.:
Gazzetta di Parma 1 ottobre 1999, 8.
PARMEGGIANINA, vedi BROLI MARIA
PARMEGGIANINO, vedi BENIGNO PAOLO
PARMEGIANA, vedi DALAY
MARIANNA e GIRELLI BARBARAPARMEGIANI
GIOVAN BATTISTA, vedi PARMEGIANI GIOVANNI BATTISTA GIOVANNI BATTISTAPARMEGIANO, vedi GASPARE
PARMENIO, vedi MONTANARI
GIUSEPPEPARMENIO DIRCEO, vedi CERATI
ANTONIOPARMENSE, vedi CESARE
DA PARMA CELERINAPARMESANO, vedi CESARE DA PARMA
PARMESIANO DE URBISAGLIAPARMIGGIANINA, vedi ROSSETTI FRANCESCA
DAVIDEPARMIGIANINA, vedi RESETTI T. e ROSSETTI FRANCESCA
PARMIGIANINO, vedi MAZZOLA
GIROLAMO FRANCESCO MARIA e ROCCA MICHELEPARMIGIANINO
GIULIO, vedi GIULIO DA CA GRIMANIPARMIGIANO
Parma 1700/1720
Scultore in legno e intagliatore di ornati attivo nel periodo 1700-1720. Secondo
lOretti fu valente intagliatore in legno di buon disegno, e gran rilievo di
arrabeschi e figure, di mano sua abbiamo a Bologna il Stendardo della confraternita del S.o Angelo Custode, ed
altri ancora, e suoi belli lavori sono nelle case Legnani, Melari, ed altre, fioriva
nel 1720 nel quale anno li 9 agosto uccise
Domenico Pizzoli pittore figlio di Giovacchino anchesso valente pittore, il parmigiano fuggì da Bologna e più non si seppe
nuova di lui.
FONTI
E BIBL.: Oretti, XVIII sec., 24; Bentini, 1979, 53 n. 23; P.Zani, Enciclopedia metodica di
Belle Arti, XIV, 1823, 294; Il mobile a Parma, 1983, 257.
PARMIGIANO, vedi anche ROCCA MICHELE
e UGOLINO ANTONIOPARMINDO
IBICHENSE, vedi BIACCA FRANCESCO MARIAPARODI
CARLO FRANCESCO, vedi PAROLI CARLO FRANCESCO CARLO FRANCESCOPAROLI
TOMASO
Parma 1559
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della steccata
in Parma (9 giugno 1559).
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 22; N. Pelicelli,
Musica in Parma, 1936, 18.
PAROLINI
PIER GIOVANNI, vedi PAROLINI PIETRO GIOVANNI PIETRO GIOVANNIPARVOLO
Parma 1206
Dottore dei decreti, fu canonico della cattedrale
di Parma nellanno 1206.
FONTI
E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 696.
PASCHAL
GUGLIELMO, vedi PASCAL GUGLIELMO BENEDETTOPASCIUTI
FELICE
Parma
prima metà del XVII secolo
Scultore e tagliapietre attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, V, 273.
PASETTI
CARLO
Parma-1948
Nato da famiglia di industriali, appena laureato in ingegneria al Politecnico di Torino,
fu in Romania, nella Russia meridionale e nellAsia minore, ove ampliò le sue
conoscenze tecniche. Più tardi si stabilì a Torre de Passeri in abruzzo, ove, sposandosi, si imparentò con una
delle più distinte famiglie del luogo. Impiantò a Notaresco la prima fabbrica abruzzese
di conserve alimentari e costituì a rosburgo
una società che comprendeva fabbriche di laterizi, prodotti alimentari e industrie
estrattive. Nel 1910 fu lanima della grande agitazione abruzzese contro il trasporto
a Napoli dellenergia idroelettrica ricavata dal Pescara. Allo scoppio della prima
guerra mondiale, partì volontario: fu assegnato alla Direzione generale
dellartiglieria, e alle Acciaierie di Terni ebbe il delicato incarico del collaudo
dei pezzi di artiglieria. Presentò in quelloccasione un piano di trasformazione
della fabbrica darmi di Terni per avere una maggiore produzione: il Ministro fece
eseguire il piano del Pasetti, col quale si arrivò a una produzione di 2500 fucili al
giorno. Ricoprì varie cariche (fu consigliere e assessore del Comune di Torre de
Passeri, deputato provinciale di Teramo e, più tardi, presidente del Consorzio agrario di
Parma) e si guadagnò parecchie onorificenze.
FONTI
E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 114-115.
PASETTI
LAMBERTO
Parma 1823/1831
Tenente. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Pensionato
dallesercito, espatriò subito dopo i moti del 1831. Probabilmente morì poco tempo
dopo.
FONTI
E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937,
197.
PASINI
ANTONIO
Borgo San Donnino 21
febbraio 1770-Parma 23 luglio 1845
Figlio di Carlo. Studiò pittura nellaccademia
Reale di Belle Arti di Parma sotto la guida del peroniano Domenico Muzzi. Nel 1787 venne
classificato secondo, con menzione onorevole, al concorso dellAccademia nella
sezione di composizione e nel concorso del 1790 vinse il primo premio, nella stessa
sezione, con il dipinto che raffigura Meleagro che dona la testa del cinghiale alla
vergine Atalanta. Nel 1805, già Accademico donore,
fu promosso professore aggiunto e insegnante
di miniatura, con lobbligo di istruire quei giovani, che a tal professione vorranno
applicarsi. Ebbe tra i suoi allievi Macedonio
Melloni, che vinse un premio nel disegno di nudo nel 1820, Francesco Scaramuzza, che fu
premiato per il disegno di composizione, Evangelista Pinalli e Vincenzo bertolotti. Nel 1816 il Pasini fu nominato
ritrattista di Corte.Nel 1820 eseguì un ritratto di Maria Luigia dAustria, la
quale, giudicandolo poco somigliante, lo fece ritoccare. Nel 1822 fu maestro di
composizione e anatomia e tale rimase fino alla morte. Fu amico di G.B.Bodoni, per il
quale eseguì un disegno conservato presso la Biblioteca del Conservatorio di Musica,
raffigurante una Conversazione in casa Bodoni con vari personaggi. Bodoni gli affidò
lincarico di acquarellare le incisioni a soggetto mitologico ed arcadico del famoso
Cimelio, lopera tipografico-pittorica offerta dal Bodoni stesso a Napoleone
Bonaparte e a Maria Luigia dAustria in occasione della nascita del figlio nel 1811.
Il Pasini è considerato, soprattutto, buon ritrattista e diligente miniaturista.
G.Copertini afferma che del Pasini pochi ritratti e poche miniature sono giunti fino a
noi. Sono noti il Ritratto degli architetti Angelo, Giuseppe e Pietro Rasori, del 1814,
due ritratti a olio di Maria Luigia dAustria, nonché un disegno a pastello della
Duchessa stessa e un ritratto di napoleone
Bonaparte, conservato presso lIstituto dArte P.Toschi di Parma. Nel campo
della composizione non si conoscono molte sue opere.G.Godi cita il poco noto S.Francesco
di Sales della chiesa di Polesine; che è parmigianinescamente stilizzato alla Biagio
Martini, e G.Copertini ricorda la Deposizione (1815) in Duomo, di stanca ispirazione, e un
quadro giovanile dedicato a S.Liberata in Ognissanti (La Vergine con il Bambino e le sante
Liberata e Teopista), opera incerta e malcongeniata, con qualche stanco riflesso culturale
parmigianinesco, sebbene non privo di un lieve, ma sentito cromatismo. Stando al
necrologio che traccia M.Leoni, ei fu dindole assai facile a pigliar collera e
malumore, e ancora un poco troppo celere e duro ne giudizi suoi propri.Ma
daltra parte non fu né dissimulatore codardo, né piaggiatore interessato e contro
coscienza.Rispettò i grandi ma non li andò vezzeggiando e sopattutto fu probo. Del
Pasini ritrattista, si hanno tre piccoli ritratti presso la Soprintendenza ai Beni
Artistici e Storici di Parma e Piacenza catalogati alla maniera di. Presso i contemporanei
fu celebrato per le sue raffinate miniature ad acquerello su avorio ma, probabilmente
poiché non le firmava, nessuno di questi lavori è noto, salvo un ritrattino, a olio su
rame, con le sembianze di Gian Domenico Romagnosi, che gli ordinatori del Museo Lombardi
di Parma, dove è conservato, gli hanno attribuito.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 1845, 313; A. Pariset, 1905; B. Molossi, 1957; G. Godi, 1974;
G. Godi-G. Carrara, 1984; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877,
295-296; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, appendice II, 1935, 445; G.Copertini,
Pittori dellOttocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 154; G.
Allegri Tassoni, Mostra dellAccademia Parmense, catalogo, Parma, 1952; G. Copertini,
La pittura parmense dell800, Milano, 1971, 13-14; Dizionario Bolaffi Pittori, VIII,
1975, 353-354; Arte a Parma, 1979, 199; Disegni Antichi, 1988, 105; V. Botteri Cardoso,
Pasini, 1991, 34; Aurea Parma 3 1993, 245; V.Banzola, in La cesa di Sant 1996, 30-31.
PASQUALI MARC'ANTONIO
Parma
1513/1515
Fu organista della Cattedrale di Parma. Dal Libro delle Entrate e delle Spese del
Monastero di S. Giovanni Ev. risulta che il Pasquali sostituì più volte lorganista
Polidoro, specialmente durante la malattia che ne causò poi la morte. Come organista
provvisorio, il Pasquali servì la chiesa di San Giovanni Evangelista sino alla nomina,
come organista, di Domenico Della Musa (dal 15 giugno 1513 fino al 24 dicembre 1515).
FONTI
E BIBL.: Libri delle Entrate e delle Spese del Monastero di S. Giovanni Evangelista in
Parma; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 7.
PASSERI
CESARE, vedi PASSERI PIETRO CESARE ENRICOPATERICO
Parma 949
Diacono. Comperò alcuni pezzi di terra da avarino
Somtifrando a rogito del notaio adeodato di
Bianconese. Fu prevosto alla Canonica e canonico della Cattedrale di Parma nellanno
949.
FONTI E BIBL.: M.Martini, Archivio Capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le
Provincie Parmensi 1911, 118.
PATROCLO ACHILLEIO, vedi PIAZZA FRANCESCO MARIA OTTAVIO
PATRONUS
Il vero nome di questo personaggio è ignoto. Fu senza dubbio libero, di probabile origine
parmense, personaggio di grande rilievo nella
vita militare e poi politica e civile della città di Parma, documentato in cippo, privo
della parte superiore che ne conteneva la denominazione, databile dalla fine del I secolo
d.C. in poi. Nella sua carriera militare vengono elencati in ordine di importanza i ruoli
di praef(ectus) leg(ionis) XX Valer(iae) Victr(icis), primpil(us) leg(ionis) X Gemin(ae) piae fidel(is), cent(urio) legion(um) IV
Scythic(ae), XI Claud(iae) , XIV Gem(inae), VII Gemin(ae). probabilmente dopo il congedo divenne patronus di
Parma, detta in questa testimonianza, secondo la denominazione augustea, col(onia) Iul(ia)
Aug(usta) Parm(ensis), e anche dei due municipi di Foronovanor(um), da identificarsi forse
con Fornovo, e di Forodruent(inorum), la cui identificazione con Terenzo, sullappennino parmense non lontano da Fornovo, o con
Bertinoro, in Romagna, non è ancora certa, anche se appare più probabile la seconda
ipotesi. Fu inoltre patronus dei collegi dei fabri, dei dendrophori e dei centonarii, che
gli dedicarono, questi ultimi, il cippo in esame. questultima
dignità, unita a quella di patronus della colonia, avvalora lipotesi che si tratti
di un personaggio originario della città di Parma.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 200-201.
PAVARANI
GIOVANNI
Parma
10 dicembre 1801-Parma 18 settembre 1848
Figlio di antonio e Caterina Minozzi. Di questo architetto restano notizie sui primi passi
mossi in Accademia di Belle Arti a Parma sotto la guida di Paolo Donati (1819-1820) e un
disegno col Tempietto dArcadia nel giardino
Ducale presso lIstituto Toschi (Musiari, 1986, 152 e 155). Si sa poi dei progetti
eseguiti in varie tavole durante il pensionato a Roma (1829-1831) e appena dopo (1832) per
il restauro di due monumenti antichi (uno è il teatro Marcello) e per un Tribunale
criminale dinvenzione. Nel 1838, come professionista, era pensionato nel Comune di
Parma (L., 1830, 217-219; ms. Scarabelli Zunti, seconda metà dellottocento, vol. IX, f. 208 r. e v., 209 r., 210
r.).Tra le opere realizzate dal Pavarani è nota la grande ancona dello stuccatore Camillo
Rusca nella prima cappella a destra in San Vitale (Farinelli-Mendogni, 1981, 93). Il
progetto per la Casa di Educazione, di cui è probabilmente copia la versione, non
firmata, in Archivio di Stato di Parma, risale agli ultimi anni del Pavarani e appare di
vago aspetto bettoliano. Fu realizzato esattamente, e la facciata presenta solo una
modifica nellultima apertura a pianterreno. Sembra che competa al Pavarani anche la
sistemazione del cortile. La Casa di Educazione, detta delle Vincenzine, era un educandato
per fanciulle, amministrato da una commissione scelta dallOrdinariato Diocesano. Del
Pavarani sono anche le facciate delle case Mariotti e Baistrocchi in Parma.
FONTI E BIBL.: Mantelli, 1830-1867, f. 139 r.; Mantelli, 1830-1867, v. 8, f. 17; Janelli,
Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 140; Disegni Biblioteca Palatina, 1991, 276.
PAVERI
FONTANA MARSILIO
Parma
1752
Marchese. Il 29 agosto 1752 vennero emanate disposizioni generali per i Teatri ducali di
Parma e Piacenza: furono nominati due direttori, luno nella persona del conte
Ferdinando Scotti, laltro in quella del Paveri Fontana (Archivio di Stato di Parma,
Decreti e rescritti).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.
PECCHIONI
AUGUSTO
Ragazzola
1923 -Milano 4 aprile 1992
Nel 1948 si laureò a Parma in Medicina e Chirurgia . Diventò libero docente presso
luniversità di Modena, dove acquisì
la nomina di docente di Odontoiatria . Esercitò la professione agli inizi degli anni
Sessanta a salsomaggiore presso lo studio
Agnetti. successivamente, sempre negli anni
Sessanta, si trasferì in lombardia, dove
divenne primario di odonstomatologia presso lospedale Maggiore di Bergamo prima e quindi
dellospedale San Carlo di Milano. Fu
un pioniere delle tecniche più avanzate nelle protesi dentarie di cui fu relatore in
molte università estere. Il Pecchioni scrisse vari testi su lodonstomatologia
adottati da tutte le scuole specialistiche in materia, sia italiane che estere.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 aprile 1992, 22.
PECCHIONI EGIDIO
Ragazzola 31 agosto 1855-Ragazzola 31 agosto 1940
Figlio di Vittorino, per un ventennio sindaco di Roccabianca. Compì gli studi a Parma e,
conseguita nel dicembre 1878 la laurea in matematiche pure, frequentò il corso
dingegneria al Politecnico di Torino. Nel 1881 conseguì la laurea anche in quella
facoltà. Dopo aver esercitato per un breve periodo la libera professione (specialmente a
Roma), volse i suoi studi e la sua attività allagricoltura seguendo le nuove teorie
di Stanislao Solari, del quale fu collaboratore e amico. Diresse vaste aziende agricole,
dapprima in Toscana (tra cui quella del conte De Albertis di Firenze) quindi, dal 1898 al
1919, le proprietà terriere del marchese Giacomo Filippo durazzo Pallavicino di Genova, costituite di
dodici tenute agricole in Liguria, Piemonte e Spagna, che il Pecchioni, applicando le
tecniche più progredite, portò a un alto livello produttivo. Nel contempo, valendosi
della sua grande esperienza, organizzò corsi di studio per la formazione di agenti
agricoli qualificati, dei quali fu dotto maestro. Invitato da altri grandi proprietari
terrieri, fece parte di commissioni tecniche in seno al ministero dellagricoltura. Per sua iniziativa sorsero i pollai
provinciali per la difesa e lincremento dellavicoltura nazionale. Collaborò
assiduamente a giornali agricoli, tra cui la Rivista di agricoltura, Il coltivatore e lapicultore. Godette la stima e
lamicizia di eminenti personalità, quali il ministro giuseppe Micheli, lonorevole marescalchi, i professori Bizzozzero, Chipi e Tito
poggi. ebbe profondamente radicati nellanimo un
grande amore per la patria e il desiderio di contribuire alla redenzione sociale dei
lavoratori, specialmente agricoli. A questi ideali il Pecchioni dedicò interamente la sua
laboriosa esistenza. Tra le sue numerose pubblicazioni, vanno citate: Indicativa agraria
guidata col sistema Solari (1899), Lagricoltura a base dazoto (1906), La
coltivazione del frumento (1909) e Progetto generale per la bonifica duna vastissima
zona del Mezzogiorno.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 343.
PECCHIONI MANLIO
Parma 2 aprile 1887-Messico 1961
Figlio di Pietro e Angela Tanzi. Iniziò a lavorare alle dipendenze di Romeo Bizzi, nella
pasticceria di piazza Garibaldi. Tasferitosi a Torino, alla Fiat, girò in auto per
lEuropa a fianco di Felice Nazzaro, che lo volle poi suo meccanico nelle prime corse
automobilistiche. Nel 1906 si recò in Argentina, ove, con il socio Bruno Cassini, assunse
la rappresentanza della Fiat. Si cimentò in una trasvolata (non completata per il
maltempo) delle Ande con un aereo di legno e tela, da lui stesso messo a punto. Nel 1914
tornò in Italia per arruolarsi: combatté in Macedonia, ove contrasse la malaria. Finita
la guerra, si trasferì nel Siam e divenne lautista del re, del quale guidò una favolosa Mercedes
rivestita di lamine doro e pietre preziose. Fu poi in Malesia e in australia. Nel 1959 raggiunse il figlio Pietro in messico, dove lo colse la morte.
FONTI E BIBL.: F. e T.Marcheselli, Dizionario parmigia-ni,
1997, 236.
PECCHIONI MARIO
Roccabianca 1897-25 settembre 1918
Figlio di Giuseppe e di Clementina Cascinella. Fu chiamato alle armi nellagosto del
1916 e destinato al 2° Reggimento genio a Casale monferrato,
da dove, dopo un periodo di istruzione, fu inviato al fronte. Col suo reparto compì
importanti lavori di fortificazione campale in prima linea, a diretto contatto col nemico.
Mentre con la 208a compagnia zappatori procedeva al rafforzamento di una linea
gravemente danneggiata dallartiglieria nemica, rimase ferito al viso e a un fianco.
Fu trasportato allospedaletto da campo n.75 ove morì in seguito alle ferite
riportate. Il pecchioni fu decorato della
Croce di guerra al merito sul campo.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 43.
PECCHIONI PIETRO
Sarmato 4 gennaio 1828-Parma 9 agosto 1908
Nacque
da Luigi, costruttore di barche e traghettatore sul Po. Seguendo il mestiere del padre, il
Pecchioni ebbe modo sin da giovane di trovarsi a contatto colla numerosa schiera di esuli
e di patrioti che passava clandestinamente il confine, per portarsi in Piemonte o in terra
straniera. A ventanni il Pecchioni si arruolò nelle guardie di Finanza del Ducato,
corpo che accolse molti simpatizzanti del movimento mazziniano, tra cui diversi affiliati
della Giovine Italia. Fu destinato al porto di Sacca, presso Colorno. Partecipò alle più
rischiose imprese che i mazziniani prepararono per sollevare lo Stato parmense, governato
da Carlo di Borbone. Alla congiura contro Carlo di Borbone il Pecchioni partecipò
attivamente: fu tra coloro che, appostati
presso la Porta di San Michele, avrebbero dovuto (21 marzo 1854) attentare alla vita del
Sovrano. Il Pecchioni fu affiancato da unaltra guardia di finanza, Luigi Facconi,
entrambi armati di stili fabbricati dal fabbro Pelagatti. Il duca doveva transitare di là per recarsi a
Modena, secondo informazioni avute dal postiglione ducale Pattini, confidente dei
congiurati. Ma la carrozza passò troppo rapida e il colpo mancò. Il Pecchioni riuscì ad
allontanarsi e a riprendere il suo posto a Sacca. La domenica successiva (26 marzo),
giorno fissato per un nuovo attentato, si portò di nuovo a Parma e si appostò con gli
altri congiurati lungo il presumibile cammino che il duca avrebbe dovuto fare per rientrare a palazzo
dopo la consueta passeggiata lungo lo Stradone. Carlo di Borbone fu poi pugnalato da
Antonio Carra, appostato con Ranzoni in strada santa
Lucia. Il Pecchioni anche quella volta si eclissò subito, rivestì la divisa e tornò al
suo servizio di doganiere. il Pecchioni
partecipò anche allinsurrezione del 22 luglio, che, per incapacità dei capi, per
mancanza di organizzazione e per leggerezza degli iniziatori che non seppero nemmeno
tenere segreta la cosa, venne al suo nascere soffocata nel sangue. Il Pecchioni combatté
nei pressi della caserma delle guardie di Finanza e riuscì a sfuggire
allaccerchiamento delle truppe. La repressione fu feroce. Due soldati, mario Bacchini di Borgo San Donnino e baldassarre Poli di Parma, che avevano fatto causa
comune con gli insorti, furono immediatamente fucilati. Gli altri tredici morti della
giornata furono vittime della ferocia delle truppe. Numerosissimi furono gli arresti, tra
cui quello di Emilio Mattei che venne catturato gravemente ferito alle gambe. Alla
gendarmeria ducale non sfuggì il contributo dato alla sommossa dalle guardie di Finanza e
il 27 luglio vennero arrestati diversi militi di quel corpo, tra i quali il Pecchioni e
lAdorni. Seguirono le feroci inquisizioni del Krauss, chiamato appositamente da
Mantova come esperto in quel genere di istruttorie.Il 5 agosto vennero fucilati Mattei,
Adorni, Facconi e Boncompagni.Il Mattei, non potendosi reggere sulle gambe fratturate,
venne fucilato legato a una barella sollevata in alto. Nel secondo gruppo di inquisiti vi
fu il Pecchioni, accusato di aver partecipato non solo alla sommossa ma anche alla
congiura contro il Duca. Per un mese tenne fronte agli spietati interrogatori
dellinquisitore austriaco che, per strappargli la confessione, lo sottopose alla
tortura delle bastonate. Con sentenza del 9 settembre, assieme agli altri correi, venne
dichiarato colpevole di crimine di cospirazione contro lo Stato e condannato ai lavori
forzati a vita, mentre Davide Franzoni e Alessandro Borghini vennero fucilati. I
condannati vennero consegnati allAustria e tradotti nel castello di Mantova. Il
Pecchioni entrò nel carcere apparentemente rassegnato, ma col deciso proposito di
evadere. Con ben simulata tranquillità, riuscì a vincere la naturale diffidenza del
personale di custodia e ad accaparrarsi la simpatia del cappellano, che lo prese con sé
come chierico. Fu pure addetto al servizio nella cucina e a segare la legna nel magazzino:
ebbe così modo di studiare la topografia del luogo e di orientarsi per preparare la fuga.
Una parete del magazzino, coperta da una grande catasta di legno, era costituita da un
muro esterno del Castello, rivolto verso il lago. Accordatosi con altri due reclusi,
delinquenti comuni, che gli erano compagni nel lavoro, cominciò ad aprire un varco nella
catasta, arrivando in breve al muro di cinta. In seguito,
mentre a turno due segavano rumorosamente la legna, laltro sgretolava con mezzi di
fortuna il muro. Dopo diverse settimane di lavoro, la breccia fu ultimata. Il Pecchioni,
fidandosi della sua agilità e della sua abilità di nuotatore, si gettò nellacqua
e, con poche bracciate, seguito dai due compagni devasione, riuscì a raggiungere un
vicino canneto e a nascondersi. Il Pecchioni si diresse poi verso il Po, che varcò a
nuoto rientrando negli Stati parmensi. Giunto a Parma, riuscì a mettersi in comunicazione
con Clemente Asperti e Andrea Maturini, patrioti, presso cui si rifugiò. Dopo pochi
giorni lasciò Parma e si diresse a Genova con una lettera di raccomandazione per Nino
Bixio, che lo prese come suo attendente, che servì fedelmente per tre anni. Nel 1859,
arruolatosi nei Cacciatori delle Alpi, combatté valorosamente a Varese e a Treponti
contro le truppe dellUrban. Nel 1860 il Pecchioni fu di nuovo a Genova, e il 5
maggio si trovò a quarto nella schiera dei
Mille, assegnato alla seconda compagnia comandata da Vincenzo Orsini. A Talamone si
staccò dal grosso della spedizione per far parte della colonna zambianchi, equipaggiata, prima di ogni altra, di
armi e camice rosse. La spedizione, attuata a scopo diversivo, si concluse infelicemente
dopo pochi giorni: il piccolo drappello, un centinaio di uomini cui si erano aggiunti i 90
volontari partiti da Livorno con Andrea Sgarallino, scontratosi coi pontifici appena varcato il confine, venne
sconfitto alle Grotte di Castro. Dopo la sconfitta di Castro, alcuni dei volontari
garibaldini vennero fatti prigionieri e altri si sbandarono, cercando di raggiungere in
qualche modo Garibaldi. Tra questi ultimi vi fu il pecchioni
che riuscì a tornare a Genova, in tempo per partecipare, col grado di sergente, alla
seconda spedizione Medici e a battersi poi valorosamente a Milazzo e al Volturno. Sciolto
lesercito meridionale, il Pecchioni ritornò a Parma dove fu assunto come guardia
municipale. Si sposò con una fruttivendola che conduceva un piccolo negozio
nellOltretorrente, dalla quale ebbe dodici figli. Quando fu collocato in pensione,
non bastandogli il modesto assegno comunale né quello dei Mille, ebbe in concessione il
laghetto del giardino pubblico di Parma, industriandosi a guadagnare qualche soldo dando a
nolo le barche.
FONTI
E BIBL.: A. Isola, in Gazzetta di Parma 11agosto 1908, n. 222; G. Sitti, Il Risorgimento
italiano, 1915, 42; Aurea Parma 1 1947, 24-30; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957,
116-117.
PECCHIONI ROBERTO
Sissa-post 1907
Di mestiere fabbro, iniziò lattività di costruttore di strumenti musicali
costruendo un piccolo armonium, venduto poi a un privato di Busseto, cui ne seguì uno di
16 registri che vendette a San Secondo, dopo che era stato fatto udire in vari concerti
nei paesi vicini. Nel novembre 1881 ne costruì uno di 22 registri di eccezionale fattura
e dotato di tale potenza di voce da uguagliare quasi quella di un organo, che fu
acquistato dalla fabbriceria di Castelnuovo. Presentato il 1° dicembre in un concerto al
Teatro Reinach di Parma, allesecuzione del secondo pezzo accusò dei
malfunzionamenti. Nel 1907 il Pecchioni era titolare di una fabbrica di armonium e
pianoforti nel paese natale.
FONTI
E BIBL.: G.N. Vetro, Reinach; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
PECCHIONI TOMASO
Parma 1590
Sacerdote, fu cantore (basso) della Cattedrale di Parma nellanno 1590
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
PECCI ALDO
Parma 1918-Francoforte sul Meno 7 settembre 1962
Figlio di Ugo, noto mandolinista, a soli sette anni venne iniziato alla musica, a dodici
anni entrò nellorchestra Rigattieri.Dopo la seconda guerra mondiale riprese
lattività artistica con Gigi Stok. Apprezzato solista di chitarra elettrica, fondò
poi un proprio complesso. Nel 1960 si trasferì in Germania, dove formò un gruppo con
elementi locali. Il Pecci morì in seguito a un attacco cardiaco.
FONTI E BIBL.: F. e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 236.
PECCI UGO
Parma 20 gennaio 1894-Parma 1969
Figlio di Silvio e di Elena Pigorini. dipendente
comunale, fu virtuoso solista dilettante di mandolino. Le sue esecuzioni in sale pubbliche
o private della Mazurka di Migliavacca e della Serenata silvestre, pezzi forti dun
vasto repertorio melodico, richiamavano numerosi amatori. Linveterata tendenza
popolare ad applaudire un campione assoluto, ai vertici della graduatoria, lo espose a
confronti e sfide fatalmente sfociati in polemiche. In un clima allinizio scherzoso
ma via via divenuto teso, il Pecci si cimentò con Renzo Cabassi, musicista di
professione, insegnante nel Conservatorio di Pesaro e poi di Parma e concertista di
chitarra classica. La contesa ebbe luogo nei primi anni Cinquanta presso la sede della
Famija Pramzana stracolma di spettatori paganti per quello che, nelle intenzioni dei
promotori, avrebbe dovuto essere un simpatico episodio folcloristico: scopo
delliniziativa era, infatti, la raccolta di fondi per unopera benefica. Il
giudizio del pubblico fu favorevole al Cabassi, ma il Pecci non si rassegnò. Le sue
reazioni vennero così riassunte sulla stampa locale: Da quel giorno il Pecci non si è
più dato pace, ha parlato di irregolarità nella votazione, non ha mai riconosciuto il
verdetto del pubblico e ha sempre anelato alla rivincita. Renzo Cabassi lo smentì
seccamente in base alle dichiarazioni di tre musicisti superiori a ogni sospetto:
Ferrari-Trecate, Alessandri e Righetti. Linvio di un nuovo cartello di sfida rimase
lettera morta. Il Pecci si ripagò della delusione patita mietendo altri successi in giro
per lItalia e la Svizzera. Dei suoi virtuosismi si interessarono quotidiani e
periodici. Gli dedicò un bel servizio anche la Settimana Incom, il maggior cine-giornale
dellepoca.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15 luglio 1997, 5.
PECORARA CAMILLO
Parma 1832-Bologna 7 febbraio 1913
Fu commendatore, avvocato e sostituto procuratore generale di Cassazione.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 819.
PECORARI ERMES
Roccabianca 1925-19 febbraio 1999
Il
Pecorari fu tra i primi partigiani dellappennino
parmense che si costituirono nel distaccamento
Griffith, caduto nellagguato di Monte Montagnana allalba del 15 aprile
1944.Laccerchiamento della formazione partigiana venne favorito dallazione di
una spia che si era infiltrata da qualche tempo.Nellimpari scontro a fuoco che
presto si concluse con la cattura da parte nazista di cinquanta partigiani, persero la
vita cinque combattenti: Rodolfo Lori, Loris Minozzi, Fernando Obbi, Ivo Maniporti e
Giovanni Comelli.Soltanto tre partigiani sfuggirono alla cattura: Ario Comelli, Bruno
Cresci e Nello Mattioli.I processi contro i conquanta prigionieri (tra cui il Pecorari),
rinchiusi nelle carceri di San Francesco a Parma, si tennero nei giorni 18 e 20 aprile
1944.I prigionieri furono sottoposti a due diversi organi giudiziari, a seconda della
singola posizione militare. Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato giudicò (18
aprile) il gruppo di prigionieri esenti dagli obblighi militari.Difesero dufficio
lavvocato Coiro e lavvocato Scaffardi, il quale invano protestò per il tempo
di poche decine di secondi imposto dal tribunale per la difesa di ciascuno dei suoi cinque
patrocinati, tra i quali era anche Guglielmo Catuzzi.La condanna alla pena capitale venne
comminata ad Anteo Donati, Salvatore Carozza, Afro Fornia (fucilati nella stessa notte a monticelli), al Catuzzi, a Giuseppe Brianti, Rino
Costa, Fortunato Guarnieri e Peter Jovanovic.Subirono la condanna a ventisei anni di
carcere altri cinque partigiani minorenni, tra cui Ugo Bocchi ed Enrico Fanti.Un separato
organo giudiziario (il Tribunale militare straordinario di guerra) ebbe giurisdizione sui
trentasette rimanenti partigiani accusati di renitenza e diserzione.Venne emessa la
sentenza capitale per trentacinque di loro.Anche in questo processo lavvocato
Scaffardi tentò la difesa dei propri patrocinati ma venne zittito, coperto di insulti e
cacciato dallaula.Cinque dei giovani condannati furono poi uccisi per rappresaglia
il 4 maggio 1944, nei pressi di Bardi: Giordano Cavestro, Raimondo Pellinghelli, Vito
Salmi, Nello Venturini ed erasmo Venusti. La
commutazione in lunghe pene detentive alla sentenza capitale per i rimanenti condannati
ancora in vita, appartenenti a entrambi i gruppi, avvenne sotto il peso determinante della
serie di tumulti provocati dalle donne di Parma.Anche il questore di Parma, Alberto
Bettini, tentò di opporsi alla minacciata carneficina.In seguito allincursione
aerea alleata su Parma del 13 maggio 1944 alcuni dei prigionieri del distaccamento
Griffith riuscirono a evadere da San Francesco.I rimanenti vennero trasferiti in luoghi
diversi: alla Certosa, sede del 5° Comando provinciale della Guardia nazionale
repubblicana, presso le scuole P.Cocconi dellOltretorrente e nella caserma di Borgo
Pipa.Il Pecorari finì con il gruppo più numeroso rinchiuso alla Certosa.Dalla Certosa
riuscirono a evadere e a riprendere la lotta partigiana, oltre al Pecorari, anche Luigi
Bertoli, Silvio Coruzzi e Ugo Bologna.Dal medesimo luogo evasero il 26 giugno 1944 Bocchi
e Catuzzi, ultimi prigionieri del Griffith, ivi rimasti dopo la traduzione in Germania di
altri del gruppo.
FONTI
E BIBL.: P.Tomasi, in Gazzetta di Parma 23 febbraio 1999, 10.
PECORARI PIETRO
Golese-Tobruk 30 novembre 1941
Figlio di Dante. carrista del 32°
Reggimento, fu decorato di medaglia dargento al valore militare, con la seguente
motivazione: mitragliere di carro armato in
procinto di rimpatriare per malattia, chiedeva e otteneva di rientrare al reparto per
partecipare a un ciclo operativo. Durante un attacco contro forze preponderanti, rimasti
feriti il capo carro e il sergente, con laiuto del pilota li soccorreva e,
trasportatili fuori del mezzo, apprestava loro le prime cure sotto intenso fuoco
avversario. Ferito durante il generoso tentativo, si rivolgeva al pilota dicendo Facciamo
presto, andiamo avanti! e mentre saliva sul carro, cadeva colpito a morte da granata.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1950, Dispensa 11a, 1353; Decorati al
valore, 1964, 69.
PECORARO LUIGI
Collecchio-Fonduc El Tokar 30 maggio 1912
Figlio di Alessandro.Caporale maggiore del 9° Reggimento Lancieri Firenze, fu decorato di
medaglia dargento al valore militare, con la seguente motivazione: Mentre
allinizio della carica si slanciava arditamente con lo stormo da lui comandato
contro un gruppo di Fezzanesi che facevano fuoco, animando i suoi lancieri con la voce e
con lesempio, cadeva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: R. Vecchi, Patria!, 1913, 4; G. corradi-G.
Sitti, Glorie Parmensi nella conquista dellimpero,
Parma, Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 33-34.
PECORELLA CORRADO
Palermo gennaio 1930-Torino 6 dicembre 1994
Si trasferì a Parma fin da ragazzino con i familiari (il padre fu preside di una scuola
media superiore della città). A Parma il Pecorella visse gli anni di formazione più
importanti, dalle scuole elementari alluniversità. Laureatosi in giurisprudenza
nellAteneo di Parma, allievo di Ugo Gualazzini, iniziò la carriera accademica nel
1953, sempre a Parma. Fu assistente volontario, assistente di ruolo, incaricato, ordinario
di Diritto comune e poi di Storia del diritto italiano. Per i suoi meriti fu nominato
preside: dal 1975 al 1984 fu alla guida della facoltà. Insegnò per diversi anni anche nella facoltà di Magistero. fu uno storico del diritto di grande spessore: lo
testimoniano le numerose pubblicazioni scientifiche riguardanti la Storia del diritto
italiano. Studiò il fenomeno ottocentesco dei governi provvisori, originati dai moti
risorgimentali parmensi, quello sul contratto medievale di soccida nelle montagne del piacentino, indagò legislazione e prassi
statuarie, di cui il Pecorella fu appassionato cultore (statuti corporativi o
territoriali, parmensi e piacentini furono da lui esaminati nella fitta rete di rapporti
col diritto comune e con le strutture istituzionali). Si tratti dello statuto
quattrocentesco dellArte dei muratori parmensi o dello statuto trecentesco del
Collegio dei notai piacentini, il Pecorella riconosce gli elementi comuni negli schemi
colti da altre esperienze: quali, ad esempio, lurgenza di regolare le cariche
interne e gli organi di governo degli enti, la permanenza in carica delle rappresentanze,
i controlli sugli associati, i poteri degli organi allinterno e verso
lesterno, i rapporti con altre corporazioni o collegi, la tutela della concorrenza,
limmagine riconoscibile ai terzi attraverso cerimonie od opere di beneficenza. oltre il dato di cultura etnica, il documento fu
considerato dal Pecorella quale tessera necessaria a un più vasto mosaico, nel fine
avvertito di ricomprendervi lo svolgersi dei rapporti sociali in un quadro di necessità
giuridica. Con lo stesso distacco il Pecorella esaminò fenomeni territoriali, non solo
ducali, come il riformismo lombardo o i prodromi della signoria a Cremona, il regime delle
franchigie in Val dAosta o la legislazione sabauda. Tra gli oggetti della sua
curiosità, rientrò lattività delle Accademie, le quali, espressione di locali
minoranze illuminate, ritrovavano in unautonoma disciplina, pur nelle consuete
varianti sei-settecentesche, la forza di proporsi come vere e proprie istituzioni
culturali, tanto efficaci da sostituire di fatto le carenti strutture universitarie e di
rinnovare il pensiero scientifico e letterario. Da questi interessi nacque un metodo a lui
peculiare: partendo dal basso, dalla ricerca materiale delle fonti, pervenire
allassunzione di tesi e ipotesi, sempre definitive e sempre provvisorie, come
suggeriscono i confronti con altre realtà uguali e diverse nello stesso tempo. Dalla fine
del 1984 il Pecorella lasciò Parma per trasferirsi alluniversità di Roma Tor Vergata. Dopo qualche anno
si trasferì, come ordinario di Storia del diritto italiano, allateneo di Torino. Fu inoltre giudice nella
repubblica di San Marino e componente del comitato nazionale per le scienze giuridiche e
politiche del Comitato Nazionale per le Ricerche. Fu sepolto nel cimitero di Marore.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 dicembre 1994, 6; S. Di Noto, in Archivio Storico per
le Province parmensi 1995, 31-32.
PECORINI GIOVANNI
Parma 1859
Fu deputato allAssemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nellanno 1859.
Non ebbe parte di rilievo nei lavori dellAssemblea.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici,
1941, 365.
PEDANA CARLO ANTONIO
Parma 14 gennaio 1699-
Figlio di Giovanbattista. Nove epigrammi latini del Pedana si trovano nei Componimenti
dalcuni Parmigiani per la morte dellinsigne Medico Pompeo Sacco (1718).
Scrisse anche versi italiani, compresi in varie raccolte.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 49.
PEDANA GIAMBATTISTA, vedi PEDANA GIOVANBATTISTA MICHELE ANTONIO
PEDANA GIOVANBATTISTA MICHELE ANTONIO
Parma 27 novembre 1668-Parma maggio 1746
Nato da Carlo Antonio e da Maria. Fu allievo di Pompeo Sacco e di Antonio Zanella. Si
narra che questultimo, trovandosi di fronte alle logiche argomentazioni del giovane
allievo, costretto a confessare la circolazione del sangue da lui sempre negata, non seppe
trattenersi, colto da ira, dal percuotere il Pedana con uno schiaffo. Lo Zanella dovette
recarsi a casa dellallievo a presentare le sue scuse e ottenere il perdono. Il
Pedana venne immatricolato al Collegio dei Medici il 23 luglio 1691. Il duca Francesco
Farnese lo volle (1699) allinsegnamento della medicina nello Studio di Parma, e
quando (1700) Lodovico Sacca fu chiamato a Padova, al Pedana fu affidata la Cattedra
Ordinaria di Medicina. Oltre a godere fama di medico valente, fu molto stimato per la sua
erudizione nelle lettere italiane e latine. In lingua latina scrisse elegantemente, come
dimostra la sua orazione in morte di Pompeo Sacco, pubblicata nel 1718 nella raccolta
degli scritti in onore del grande innovatore. Il pensiero del Pedana, specialmente per
quanto riguarda la teoria umorale e le conseguenze del contrasto dei diversi umori, si
può ricavare dalla sua prelezione facultas medica ex temporum vicissitudine, dove
particolarmente insiste nel raccomandare a colui che professa divinam hanc artem medendi
di prendere i maggiori consigli dalla natura. Quando il Pedana fu medico di Corte (1731),
venne coinvolto in un intrigo di palazzo e accusato poi a tal proposito di avere
sacrificata la sua fama al lucro. In realtà, il Pedana, plasmato alla più assoluta e
cieca devozione ai duchi, fu condotto a sostenere la sussistenza della gravidanza
(dimostratasi col tempo insussistente) di Enrichetta dEste, vedova di Antonio
Farnese, al cui ventre pregnante lo sposo aveva, morendo, legato la successione del ducato di Parma. Il Pedana fu uno dei medici
parmigiani più stimati del suo tempo, e lasciò scritte alcune opere mediche e di poesia.
Alcuni suoi sonetti sono riportati nelle opere del Frugoni (tomo II) con le risposte del
Frugoni stesso. Ebbe una lapide laudatoria nel palazzo di San Francesco. Il Pedana morì a
78 anni detà.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV,
48-49; Aurea Parma 1 1931, 15-16; Parma nellarte
1 1966, 5.
PEDARDI VIGILANTE
Parma prima metà del XVII secolo
Architetto civile attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 275.
PEDERZANI EGIDIO
Parma 1 settembre 1885-San Michele del Carso 21 ottobre 1915
Figlio di Luigi Giuseppe e virginia
Bedeschi. capitano del 156° Reggimento Fanteria, fu
decorato di Medaglia dArgento al Valore Militare, con la seguente motivazione: nellattacco di una posizione da lui
abilmente predisposto dava prova di mirabile slancio e coraggio, e mentre con
lesempio e con la voce incitava i suoi dipendenti ad avanzare, colpito alla gola da
una pallottola nemica, cadeva morto sul campo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 ottobre e 26 novembre 1915, 28 febbraio e 24 luglio
1916; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 185; Decorati al valore, 1964, 94.
PEDESINI MARIO
Parma 1581
Verseggiatore. Lasciò una viva esaltazione di Eleonora dEste: in un sonetto
proclama che lo stesso Giove lammirò e amò, rivestendo delle piume
dellaquila questa pura colomba.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 113-114.
PEDOCCA CLAUDIO, vedi MUSI CLAUDIO
PEDRACIO
DA IGGIO
Iggio 1134
Notaio. Nel 1134, per suo atto, il vescovo di Piacenza investì Pietro da Pezzola, priore
del monastero di Carpadasco, di alcune terre colte e prative poste nella villa di
Carpadasco, ubi dicitur ad zenum de Burro col canone di due staia di frumento. Con altro
atto del Pedracio del 13 febbraio 1134 il vescovo di Piacenza concesse investitura
dellospedale di SanGiovanni in Galla
per le terre quas tenent ad censum et in feudum Hospitale S.Ioannis de Galla et comitibus
de Bardo.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 18.
PEDRAZZONI ERMENEGILDO
Parma 1902-Parma 1972
A dodici anni andò a lavorare con il marmista Olinto Rossi nel laboratorio di lapidi e
sculture vicino al cimitero della Villetta. Qui conobbe lo scultore Alceo Dossena, che lo
prese sotto la sua protezione e che quando un decennio dopo si trasferì a Roma, avviata
una lucrosa produzione di falsi, lo chiamò nella capitale. Ma allinizio degli anni
Trenta il pedrazzoni si mise in proprio e
aprì uno studio nei pressi di Piazzale Flaminio, iniziando a lavorare per gli antiquari.
Allievo eccezionale, ben presto superò il maestro, a quel tempo al centro di uno scandalo
artistico. Il lavoro non gli mancò e presto si trasferì nel laboratorio allangolo
tra la passeggiata di Ripetta e via del Vantaggio. La sua attività, quanto mai eclettica,
segreta ai più ma non agli antiquari, si arricchì di un alone di leggenda. Si dice
infatti fosse impegnato nel periodo precedente alla seconda guerra mondiale nella
realizzazione di falsi archeologici destinati a ingannare il Reich germanico. La sua
natura di appassionato darte e meno interessata agli aspetti più concreti della
vita, portò il Pedrazzoni a non firmare neppure le opere sue, quelle che nulla avevano a
che vedere con le copie. Fece sculture in bronzo, terracotta, avorio e marmo: mirabili
statuette, bassorilievi e tabernacoli destinati alle chiese. Il Pedrazzoni fu anche un
eccellente restauratore. Suoi clienti furono la galleria Borghese, la galleria Doria
Pamphilj, la famiglia Barberini, la duchessa Salviati, il principe dAssia e Federico
Zeri. Il noto storico dellarte scrisse del Pedrazzoni e ne ebbe una grande stima.
Alla fine degli anni Sessanta, tornando da Pietrasanta dove aveva lavorato a una statua di
grandi dimensioni raffigurante San giovanni
Battista, si ammalò. Tornato a Parma, vi visse ancora dieci anni, continuando a lavorare
nel suo nuovo studio di piazzale Santa Croce.
FONTI E BIBL.: S. Provinciali, in Gazzetta di Parma 7 febbraio 1994, 5.
PEDRETTI ANDREA
Parma 23 aprile 1847-Roma 9 settembre 1903
Nacque da Pietro e da Laura Torrazza. Compiuti i primi studi al collegio Candellero di
Torino, entrò l11 ottobre 1864 alla Scuola Militare di Modena, dalla quale uscì il
20 maggio 1866 col grado di sottotenente nel 4° Reggimento granatieri. Alla vigilia della
guerra con lAustria, la 3a divisione, costituita dalle due brigate
granatieri di Sardegna e di lombardia, agli
ordini del generale Brignone, stava in quei giorni concentrandosi a Lodi. Il Pedretti
raggiunse il proprio reggimento a Lodi e con esso prese parte alla campagna di guerra
partecipando alla battaglia di Custoza (dove ottenne la medaglia al valore). Finita la
guerra, continuò a prestare servizio al reggimento, ed essendo esperto negli studi
topografici e buon disegnatore, fu comandato, nellottobre del 1870, alla Scuola
militare di fanteria e cavalleria, quale professore aggiunto di disegno topografico,
rimanendovi anche dopo la promozione a tenente, ottenuta nel 1873. Nellottobre del
1877 rientrò al proprio reggimento, che fin dal marzo 1871 aveva preso la denominazione
di 74° Reggimento fanteria. Nominato aiutante maggiore in 2a, ebbe poi la
promozione a capitano nel maggio 1883. Nellottobre 1884 venne trasferito
all80° Reggimento e dopo qualche anno fu addetto al comitato delle armi di fanteria
e cavalleria. Nellottobre del 1887 venne trasferito al 5° Reggimento e il 31 luglio
1892 ottenne di essere collocato in posizione di servizio ausiliario, ricevendo la
decorazione della croce di cavaliere della Corona dItalia. Nel 1896 venne collocato
a riposo e iscritto col grado di Maggiore nel ruolo degli ufficiali di riserva. Tre anni
dopo, per speciali benemerenze, fu decorato della croce di cavaliere dellordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Amico del bottego, e come lui attratto dal fascino delle
esplorazioni coloniali, nel 1901, senza il concorso finanziario di alcuno, partì per la cirenaica, percorse in dieci giorni
laltipiano del Barca da Bengasi a Derna e compilò poi una memoria che la Società
Geografica Italiana, corredandola di carte desunte da esatti e preziosi schizzi del
Pedretti, pubblicò dopo la sua morte, nel novembre 1903. Ritornato a Roma, dove si era
stabilito colla famiglia, fu ricevuto in udienza dal Re al quale diede relazione del suo
viaggio. La sua fama rimane legata allesplorazione delle alture dette Gebel el
Achdar, di cui lasciò memoria in Una escursione in Cirenaica nel 1901. Appunti di
viaggio, pubblicata nel 1903 nel Bollettino della Società Geografica Italiana. Relazione
che lo stesso Pedretti non poté vedere stampata a causa dellimprovvisa morte
avvenuta nello stesso anno. Dal resoconto del viaggio, nulla viene detto riguardo alla
genesi e allorganizzazione delliniziativa, né come egli sia potuto giungere
in Cirenaica nonostante il divieto delle autorità turche che proibivano laccesso
agli stranieri adducendo il pretesto che il brigantaggio vi fosse molto diffuso. Le
difficoltà che si presentarono al Pedretti risultano più evidenti se si tiene conto che
già i membri della missione di Camperio e Haimann avevano percorso nel 1881
laltopiano con lincarico di contattare il Gran Senusso in vista di un accordo
anti-turco, ma lambasceria di Camperio, sostenuta politicamente e materialmente dal
Carioli, non andò a buon fine in quanto non riuscì a incontrare il capo della
confraternita musulmana e altresì si vide restituire, da emissari senussi, i regali che
gli aveva portato come omaggio. Dallo studio di Angelo Del Boca Gli italiani in Libia si
apprende che, falliti i tentativi precedenti, la scelta degli agenti non cade più su
commercianti come il Mamoli, o su viaggiatori di alto rango, come il Camperio, ma su
professionisti dellinformazione come gli ufficiali di stato maggiore. È il caso di
Pedretti che, raccogliendo valide notizie, riuscì a completare le missioni dei suoi
predecessori. Riuscì infatti a concludere tranquillamente la sua escursione, senza
incontrare pericoli o incappare in disavventure, nonostante lostilità delle sette
musulmane nemiche dei cristiani. Accorto osservatore dei tratti umani, il Pedretti lasciò
un quadro adeguato della popolazione del Barca (che ritenne non arrivasse a 20000 anime)
composta principalmente da Berberi, Beduini e Arabi. Di essi dice che sono dindole
buona e generosa; ma fieri e di abitudini rozze e pressoché selvagge, per il tristo
abbandono in cui sono lasciati, questi popolatori dellAltipiano si sono da qualche
anno un po civilizzati, mercé lopera paziente e indefessa dei Senussi che ne
hanno discretamente migliorato i costumi. Lungo il suo percorso, da Bengasi a Técnis e da
Cirene a Derna, seguì tratti per gran parte dei quali non esisteva nessuna descrizione.
Fu molto attento a cogliere la presenza e i luoghi legati al culto senusso, una
confraternita con connotazione fortemente anti-cristiana i cui centri principali erano le
oasi di Giarabub e di Cufra. In dieci giorni di esplorazione censì con cura militare una
decina di zàuie, specie di conventi che erano le uniche abitazioni stabili della regione
dellaltopiano, ubicate in luoghi con presenza dacqua. Di norma erano abitati
da pochi frati senussi da cui dipendevano numerosi beduini addetti alla coltivazione
dellarea circostante. In questi monasteri, che fungevano anche da scuole, si
svolgevano al contempo attività legate al culto e alla preghiera, ma servivano anche come
ospizi e depositi sia di vettovaglie che di munizioni e armi. Un po dappertutto
erano inoltre disseminati marabut, mausolei-tombe di santi musulmani: il pedretti ne contò circa una quindicina. Oltre al
radicamento della setta senussa, il suo interesse fu rivolto alla possibilità di
insediamento che la Cirenaica poteva offrire: annotò le vie di comunicazione che
incontrava o di cui aveva notizia, la conformazione del terreno e specialmente la presenza
di sorgenti poiché la zona, se si esclude lUadi Derna, è priva di corsi
dacqua permanenti e tale problema da sempre aveva preoccupato i visitatori
stranieri. Accanto alle bellezze delle oasi e degli appezzamenti coltivati, il Pedretti
nota con rammarico che attorno a Cirene risiedevano solo alcuni gruppi di pastori e che
lantica Pentapoli greca, un dì assai fiorente e popolata; la patria di Callimaco,
di Eratostene, poeta anchesso, filosofo, astronomo, geografo e geometra, di aristippo, di Carneade e di tanti altri saggi che
portarono ad alta fama la filosofia cirenaica, la quale aveva per base il piacere come
bene supremo della vita fosse ridotta nel totale abbandono. Giunto a Derna il 13 marzo
1901, punto in cui si era dovuta arrestare la spedizione del Camperio, risalì il corso
dello Uadi Sciuàr spingendosi sino a Sidi Aziz e facendo poi ritorno in città attraverso
la pianura di Feteia. La descrizione tracciata dal Pedretti dei centri urbani cirenaici si
rivelò un sussidio tanto prezioso da venire in seguito utilizzata nella monografia di
Arcangelo Ghisleri Tripolitania e Cirenaica, in cui lautore riporta quasi
integralmente le pagine del Pedretti relative agli abitanti del Barca, aggiungendo il
seguente commento: gioverà che, occupando il paese, gli Italiani si ricordino di queste
preziose note del maggiore Pedretti, e informino a cauta saggezza civile i loro rapporti
cogli abitanti dellaltipiano e con i loro veri reggitori ed educatori che sono i
Senussi. Il Pedretti fu, oltre che un colto e ardito ufficiale, un infaticabile
alpinista.Fece sempre le sue escursioni con scopo scientifico e con intendimento militare,
per una maggiore difesa delle frontiere italiane. Compì la maggior parte di tali
escursioni durante il tempo in cui fu tenente alla scuola militare: particolarmente
interessanti riuscirono quelle fatte ai confini del Trentino nel 1875, che furono
largamente descritte dal periodico del Club Alpino Italiano e dallannuario della
Società alpina del Trentino. Per dare
unidea della sua attività di alpinista, basti dire che nel solo mese di agosto del
1875 ascese il giorno 3 il grauhaupt (m.
3462), il giorno 5 il gabelhorn (m. 4097),
il 6 il Balmenhorn (m. 4156) e il 26 lAdamello (m. 3556). Il Pedretti fu il
fondatore della sezione del Club Alpino Italiano dellEnza (Parma e Reggio).
Nellarco della famiglia nel cimitero di Parma, dove il Pedretti fu sepolto, si legge
la seguente epigrafe: Il Magg. Cav. Pedretti alunno della scuola milit. di Modena nella
quale fu per molti anni maestro ottenne la medaglia dei valorosi pugnando da prode nella
campagna del 1866 rese utili servigi alla patria e allesercito viaggiando
allestero e pubblicandone lodati insegnamenti pei quali si meritò le insegne dei
nostri massimi ordini cavallereschi. Morì inopinatamente in Roma il 9 settembre 1903 a 56
anni tra il compianto della vedova e del fratello che gli pongono questa memoria.
FONTI
E BIBL.:
G.Ferrari, Cenno biografico nella ristampa dellopuscolo del Pedretti, Una escursione
in Cirenaica nel 1901, eseguita per conto dellUfficio Storico del comando del Corpo
di Stato Maggiore, Città di Castello, Unione Arti Grafiche, 1913; G. Sitti, Il
Risorgimento italiano, 1915, 193; Parmensi nella conquista dellimpero, 1937,
133-135; M. Bonati, 50 Esploratori dellAfrica e dei Poli del XIX e XX secolo, in
Trekking n. 47, maggio 1991; A. Del Boca, Gli italiani in Libia-Tripoli bel suol
damore 1860-1922, Arnoldo Mondadori, Cles, 1993; A. Ghisleri, Tripolitania e
Cirenaica (dal Mediterraneo al Sahara), Società Editoriale Italiana e Istituto Italiano
dArti Grafiche, Milano-Bergamo, 1912; A.Lambertini, Un esploratore parmense in
Cirenaica nel 1901, in Aurea Parma 2 1913, 61-64; S.Zavatti, Uomini verso
lignoto-Gli esploratori del mondo, G.Bagaloni, Ancona, 1979; G.Scala, in Trekking 89
1995, 80-82.
PEDRETTI DOMENICO
Bannone 1893-Bannone 1967
Prese parte alla prima guerra mondiale con gli alpini del battaglione Intra, rimanendo
ferito tre volte. Rientrato alla vita civile da grande invalido, fondò con Priamo
Brunazzi, giuseppe Balestrazzi e altri
lOpera Nazionale mutilati e Invalidi
di guerra. Dopo l8 settembre 1943, con
i figli Enrico e Francesco, entrambi partigiani, trasformò la propria casa in un luogo
dincontro e di rifugio per i ribelli alloccupazione tedesca.
FONTI E BIBL.: F. e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 237.
PEDRETTI FRANCESCO ANTONIO
Bannone 1923-Parma 26 aprile 1985
Studiò a Parma, prima al San Benedetto e poi al Maria Luigia, dove ebbe come maestri di
vita e di democrazia, insieme a Giacomo Ulivi, don Giuseppe Cavalli e Attilio Bertolucci.
Si laureò quindi presso lUniversità di Parma in medicina, conseguendo
successivamente la specializzazione in reumatologia. Di famiglia di grande tradizione
patriottica, democratica e antifascista, seguendo linsegnamento del padre Domenico,
grande invalido della guerra 1915-1918, partecipò giovanissimo alla resistenza, divenendo ben presto comandante di
distaccamento e poi del battaglione Ildebrando Cocconi, della terza brigata Julia, col
nome di battaglia di Antonio. Durante la guerra di liberazione condusse diverse azioni, la
più importante delle quali fu lattacco alla caserma di Basilicanova, per la quale,
insieme ad altre avvenute nelle zone di Lesignano, Mulazzano e nella prima pianura, si
meritò la medaglia dargento al valore militare. Nella sua professione di medico
svolse lattività professionale allUnità Sanitaria Locale e nel proprio
studio di borgo Regale a parma. Dal 1981 al
1984 fu anche consigliere allAssistenza pubblica Croce azzurra di Traversetolo.
Esplicò il suo impegno politico, per il quale profuse in tempi diversi energie e
intelligenza, anche a Traversetolo, dove si presentò nella lista del Partito socialista Italiano alle elezioni amministrative.
Leonardo Tarantini, suo compagno di battaglia nella guerra di liberazione, lo ricordò con
unorazione funebre che si tenne al termine delle esequie presso il cimitero di
Traversetolo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 aprile 1985, 7.
PEDRETTI GAETANO
Parma 8 settembre 1817-Parma 7 giugno 1883
figlio di Andrea e di Annunziata Ceresini. Volontario nelle guerre per lindipendenza
italiana, combatté strenuamente a Somma, a Goito, a Palestro, a Pastrengo e a Santa
Lucia. Fu il primo sindaco di Montechiarugolo. Fu dotto cultore di studi per il
miglioramento delle coltivazioni e ingegnoso meccanico.
FONTI E BIBL.: G.Mariotti, in Il Presente 9 giugno 1883, n. 156; G. Sitti, Il Risorgimento
italiano, 1915, 57.
PEDRETTI PAOLO
Parma 1937-1991
Dopo gli studi liceali, a un passo dalla laurea in Giurisprudenza, diventò giornalista
professionista alla Gazzetta di Parma. Uomo
di vasta cultura, si segnalò come cronista sensibile e raffinato, poi (allievo di Pietro
Bianchi, sul quale pubblicò il libro Il portoghese indiscreto) fu critico cinematografico
e redattore della terza pagina e del Nuovo Raccoglitore del quotidiano parmigiano. Cultore
del dialetto, curò la rubrica Lassù in loggione, dedicata alle prime della stagione
lirica (raccolte nel 1992 in un volume edito da Guanda-Gdp Editrice).
FONTI E BIBL.: F. e T.Marcheselli, in Dizionario parmigiani,
1997, 237.
PEDRETTI TEODORO
Parma seconda metà del XVI secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 232.
PEDRINI ANGELO
Parma 1831
Prese parte ai moti del 1831. Figurò nellelenco degli inquisiti di Stato con
requisitoria, con la seguente motivazione: Altro dei disarmatori della truppa, feccia di
popolo, vegliato per delitti commessi e condanne sofferte, quindi capacissimo a
delinquere.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le province Parmensi
1937, 197.
PEDRINI ANTONIO
Sissa 1896/1914
Tenente medico del 2° Battaglione indigeni eritrei, fu decorato di medaglia di bronzo al
valore militare, con la seguente motivazione: Per il bel coraggio tenuto
nelladempimento dei suoi doveri durante il combattimento di Kaulam, 27 luglio 1914.
Si distinse anche nei combattimenti di Bir Gandula, 21 aprile, Bir El Mis, 14 giugno,
Kasr-Te Kasis, 21 giugno, e Mhelmen, 13 luglio 1914.
FONTI E BIBL.: G.Corradi-G.Sitti, Glorie alla conquista dellImpero, 1937.
PEDRONI ANTONIO
Parma XIX secolo-Colorno
Attore. Esercitò inizialmente la professione di legatore di libri nel negozio Carmignani
in Piazza Grande a Parma. Recitò le prime volte in teatrini privati in ruoli femminili,
poi entrò, come primo attore giovane, nella compagnia
Filodrammatica. Fattosi comico, andò in varie città italiane con compagnie di secondo
ordine. Fu colpito da una grave forma di alienazione mentale, che lo portò a
immedesimarsi nella persona del grande attore comico Tommaso Salvini. Alla fine fu
relegato nel manicomio di Colorno, ove morì.
FONTI
E BIBL.:
Gazzetta
di Parma 3 giugno 1922, 4.
PEDRONI ATTILIO
Parma 3 settembre 1893-1964
Figlio di Italo e di Eugenia Gatti. Da ragazzo entrò nel negozio del padre (in strada
Garibaldi a Parma) che commerciava in cuoio. Appassionato di teatro lirico e dotato di una
buona voce di tenore drammatico, studiò a Parma con il maestro Gerbella, poi a Milano con
il maestro Bavagnoli. Suoi compagni di studi, con i quali rimase in rapporto di amicizia,
furono i tenori Fagoaga, Pertile e Gigli. Terminati gli studi, venne ascoltato con
interesse da Toscanini e la sua carriera artistica sembrava avviata verso sicuri successi,
senonché la malaria, contratta durante la guerra in Macedonia, e una grave forma di
rinite lo costrinsero a interrompere lattività vocale. Pur di poter continuare a
calcare le scene, si sottopose a tre interventi chirurgici ma senza i risultati sperati,
così che dovette tornare a lavorare nel negozio paterno.
FONTI E BIBL.: F. e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 237.
PEDRUSI PAOLO
Mantova 1644-Parma 20 gennaio 1720
Entrò assai giovane nei Gesuiti di Parma per farvi gli studi. Fu poi aggregato alla
Società gesuitica e da quel momento si dedicò totalmente ai lavori letterari e di
pubblica istruzione. Il duca di Parma Ranuccio Farnese lo scelse nel 1680 per fare il
catalogo ragionato delle medaglie, di qualsiasi modello e metallo, della ricca raccolta
Farnese. Il Pedrusi, che nel frattempo era diventato direttore del Collegio gesuitico di
Parma, si mise al lavoro con uninfaticabile attività. Corredò la descrizione di
ogni medaglia di un ampio commento, spesso erudito ma non sempre criticamente corretto. La
morte lo colse mentre stava terminando lottavo tomo in foglio di tale grande opera.
Il Piovene, altro gesuita dello stesso convento di Parma, si assunse il compito di recare
a compimento lopera del Pedrusi. Pubblicò successivamente altri due volumi, il ché
accrebbe lopera a 10 volumi, dei quali il primo era comparso a Parma nel 1694 col
titolo I Cesari in oro, argento, medaglioni, raccolti nel Farnese Museo, col ritratto del
Pedrusi, mentre il decimo e ultimo fu pubblicato nel 1727.
FONTI E BIBL.: Biografia universale, XLIII, 1828, 158-159.
PEGOLOTTI FRANCESCO
Parma 1590
Sacerdote, fu tenore della Cattedrale di Parma nellanno 1590.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
PEGOLOTTI ROMOLO
Parmigiano-Parma 1630
Già prima del 1600 poetava con giusti pensieri e sodi riflessi, onde fu ammesso nel
novero dei Consorziali di Parma, istituzione che accoglieva uomini degni per sapere,
prudenza e pietà. Morì quasi certamente per la peste. Tra laltro, il Pegolotti
scrisse due epigrammi latini, uno per le nozze Sanvitale-Salviati e laltro per la
laurea di Diofebo Farnese.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 119.
PEGORARI ANTONIO
Parma
XV/XVI secolo
Maestro da muro attivo nella seconda metà del XV secolo e nella prima metà del XVI
secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 273
e III, 327.
PEGORARI DONNINO
Parma seconda metà del XV secolo
Ingegnere civile attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 343
PEGORARI PIETRO
Parma seconda metà del XV secolo
Maestro da muro attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 273
PELACANE, vedi PELACANI
PELACANI ANTONIO
Parma 1250 c.-Verona 1327
Fu filosofo, medico e astronomo. Nel 1299 fu maestro in Arte e Medicina nello Studio
Parmense.Da Parma passò a Pavia e, dopo il 1302, a Verona. Quasi ceramente fu a Bologna
come lettore di medicina tra il 1316 e il 1326. Di lui si conoscono, tra laltro, un
commento al primo libro del Canon di Avicenna nella reportatio di Alberto Zancari da bologna (Biblioteca Apostolica Vaticana, codice vaticano latino 4452, ff. 1r-74vb; Monaco, bayerische Staatsbibliothek, Clm. 13.020, ff.
226-267), una Quaestio utrum primum principium sive deut sit potentia infinita (biblioteca Apostolica Vaticana, codice Vaticano
latino 2172, ff. 55r-57v) e delle Quaestiones super librum Galieni de accidente et morbo (biblioteca Apostolica Vaticana, codice Vaticano
lat.ino 4450, ff. 50-73), tutti e tre inediti. Inesatta pare ormai lattribuzione al
Pelacani delle Quaestiones super librum Ethicarum Aristotelis (biblioteca Apostolica Vaticana, codice vaticano latino 2172, ff. 1r-33v). Oltre le
scarsissime note biografiche, interessanti notizie sul Pelacani si hanno dai verbali del
processo intentato dalla curia di Avignone contro Matteo e Galeazzo Visconti per aver
mirato alla morte del papa Giovanni XXII con pratiche di magia nera. Dalla testimonianza
di Bartolomeo Cagnolato, frate milanese, si apprende che Magister Anthonius Pelacane fu
presente al convegno promosso da Matteo Visconti in Milano per approntare delle pratiche
magiche efficaci a procurare la morte del papa.
Risulta inoltre che magister Antonius parmensis era consiliarius et medicus dicti Mathei e
che era stimato come magnus hereticus. Fu lo stesso Pelacani a recarsi, su ordine del
principe, da Milano a Verona il 18 novembre 1319 per consegnare al negromante veronese
Pietro Nani una statuetta raffigurante Giovanni XXII e farla esporre ad appositi
suffumigi. Dalla testimonianza del Cagnolato risulta anche che Galeazzo Visconti gli
avrebbe rivelato di aver fatto ricorso, per lo stesso scopo, a magistrum Dante Aleguiro de
florentia. La notizia non è altrimenti
confermata ma sta comunque a indicare il tipo di considerazione in cui era tenuto il poeta
fiorentino, non solo per ragioni politiche ma per la carica profetica e divinatoria con
cui era avvertito dalla cultura dellepoca il suo messaggio di rinnovamento
ecclesiale. Oltre questa comunanza di ambienti e di pratiche magico-alchimistiche, il nome
del Pelacani fu citato anche dal Nardi a proposito di una sua soluzione del problema,
affrontato anche nella Quaestio, dellemersione della terra dalle acque. La soluzione
fu data dal Pelacani nel citato commento al Canon di Avicenna (Fen I, doc. 2) dove dedica
al problema unapposita dubitatio. Il Pelacani rifiuta la teoria
delleccentricità delle due sfere, della terra e dellacqua, affermando che
lemergere della terra dalle acque è determinato dal rifluire di queste ultime nelle
concavitates o vacuitates dellirregolare sfera terrestre, dando luogo così ai
laghi, ai mari e alloceano intero. Non si tratta quindi né di due sfere distinte
né di unelevazione della terra per linfluenza astrale, bensì di un unico
globo terracqueo in cui lelemento liquido si è venuto distribuendo in rapporto alle
irregolarità (prominenze o avvallamenti) della superficie terrestre: Ideo natura simul
construxit spaeram terrae et aquae, ex eis unam constituens speram, ita quod in tera
ordinavit vacuitates in quibus aqua continebatur; unde et mare oceanum partes habet terae
eam circundantes, in quibus continetur; tamen homines ad illas pervenire non possunt,
propterea quod exeuntes per ispsum amitunt polum qui est citra lineam equinocialem, unde
nescitur amplius quo vadant. Ita quod credo quod ultra mare oceanum sit locus habitabilis.
Ista autem spera terae et aquae simul constituta ad unam pervenit superficiem, concentrica
existens octavae sperae. Da notare, tra laltro, lardita credenza del Pelacani
nellesistenza degli antipodi. La soluzione del Pelacani che considera il globo
terracqueo nel suo insieme, ordinato dalla natura come un tutto unico, è analoga a quella
di Dante che nel Convivio (III v. 7 ss.) considera la terra discoperta dal mare (§ 12)
come una palla, cioè un globo terracqueo anchesso unico e centro delle sfere
celesti: questa terra è fissa e non si gira, e col mare è centro del cielo (§ 7). Data
la stretta analogia tra la posizione del Pelacani e di Dante nel Convivio, dato anche che
tale posizione comporta nel Pelacani un esplicito rifiuto della teoria
delleccentricità delle due sfere e addirittura il silenzio sulla teoria della terra
come gibbus o gibbositas provocata dallinfluenza degli astri, un analogo rifiuto
dovrebbe riscontrarsi in Dante verso una soluzione che è invece quella offerta dalla
Quaestio. Questa contraddizione, tra laltro, è una delle ragioni che ha indotto il
Nardi a negare la paternità dantesca della Quaestio, in considerazione della vicinanza
della concezione della concezione cosmografica di Dante con quella più accreditata del
suo tempo, che aveva ignorato la teoria egidiana del gibbus e quella
delleccentricità di Campano. Il Pelacani fu sepolto nella chiesa di San Fermo
Maggiore in Verona.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, Parma 1789,
37; K. Eubel, Vom Zaubereinnesen des 14. Jahrhunderts, in Historisches Jahrbuch XVIII
(1897), 610 ss.; G. Biscaro, Dante e i sortilegi di Matteo e Galeazzo Visconti, in
Archivio Storico Lombardo XLVII 1921, 446-451, 456-457, 471-473, 476-481; A. Garosi, Siena
nella storia della medicina (1240-1555), Firenze, 1958, 250; B. Nardi, La caduta di
Lucifero e lautenticità della Quaestio de aqua et terra, Torino-Roma,
1959, 51-60 (il testo della Dubitatio del Pelacani è dato alle pp. 55-58); F.Mazzoni, il Punto sulla Quaestio de aqua et Terra, in Studi
danteschi XXXIX (1962), 43 ss.; Aurea Parma
3 1951, 184; Pezzana, Continuazione delle Memorie, VI, 95 ss.; G.B. Janelli, Dizionario
biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 298; N. Pelicelli, Dante, gli Aldighieri
di Parma, A. Pelacani, Parma, 1921, 71 ss.; M. Varanini, Verona ed uno dei Domini doctores
de Collegio artium et medicinae felis Studii
parmensis, Fidenza, 1929; U.Gualazzini, Corpus Statutorum Almi Studij parmensis, Milano, 1946, XXIII; G. Stabile, in
Enciclopedia dantesca, IV, 1973, 366-367.
PELACANI BIAGIO
Costamezzana 1347-Parma 23 aprile 1416
Nel 1374, appena laureato in medicina a Pavia, assunse linsegnamento di filosofia e
logica in quella Università, dove rimase sicuramente fino al 1378 benché soltanto nel
1377 il suo nome in qualche modo compaia nei documenti ufficiali e solo per il 1378 la sua
presenza in quella città sia data per provata e certa. Da Pavia passò
allUniversità di bologna,
ufficialmente con lanno accademico 1379-1380 (ma si ha motivo di credere che la sua
prima comparsa nella città emiliana risalga allanno precedente), e come insegnante
di Logica, Filosofia e Astrologia il suo nome figura regolarmente nei rotuli dei docenti
di questo Studio per gli anni 1380, 1381 e 1382. Manca il ruolo per lanno 1382-1383,
mentre per lanno successivo il suo nome non appare più. Infatti nel maggio del 1384
lo si trova a Padova al servizio dei da Carrara, e la circostanza risulta documentata.
Rimase a Padova fino al 1387, ma prima del 1386-1387 il suo nome non compare negli atti
ufficiali di quella Università. Per lanno 1387-1388 risulta nuovamente a Bologna, e
fu questo il suo ultimo soggiorno in quella città. Nel dicembre del 1387, tuttavia, fu
ancora a Padova poiché risulta (e lAffò ne dà atto) che in quellanno
promosse in compagnia di Marsilio da S. Sofia alla filosofica laurea Antonio figlio di
Cermisone da Parma mentre contro Giovanni da Santa Sofia, fratello di Marsilio e autore di
Sentenze, avrebbe aspramente cobattuto Albertino rinaldi,
vertendo la disputa su questioni di scienza medica. In un periodo di assenza dalle
università italiane, è segnalata dalle fonti e riferita in uno scritto dello stesso
Pelacani, la sua presenza a Parigi, ove forse ebbe modo di confrontare le sue dottrine con
i dotti transalpini, nei quali dovette suscitare una forte impressione se, stando a una
notizia raccolta dallAffò, così qualcuno di loro si sarebbe addirittura espresso
sul suo conto: Aut Diabolus est, aut Blasius Parmensis. Più costante dovette essere il
suo soggiorno a Pavia dal 1389 al 1407, dove insegnò filosofia morale e naturale e
astrologia. Il periodo pavese del Pelacani avrebbe subito una sola interruzione, che a
rigore non potrebbe nemmeno ritenersi tale dal momento che tutto lo studio visconteo si
trasportò da Pavia a Piacenza nel 1398 per motivi assolutamente contingenti (la peste in
Lombardia) e rientrò poi in sede nel 1402. Seguì poi unaltra sosta del Pelacani a
Padova dal 1407 al 1411. In quel periodo ebbe tra i suoi discepoli Antonio Baratella. Pare
che in questo periodo padovano, il Pelacani fosse stato avvicinato da Vittorino da Feltre,
il quale ripetutamente chiese di essere istruito nelle scienze matematiche ottenendone
sempre un rifiuto. Nullius precibs, nulloque beneficio poterono piegare il Pelacani, come
riferisce Francesco da Castiglione, discepolo di Vittorino da Feltre. Pare certo
allAffò che il carattere piuttosto difficile e duro del Pelacani abbia impedito
ogni affiatamento tra maestro e discepolo prima che addirittura scopiasse tra i due un
totale dissenso di cui più tardi il Pelacani stesso ebbe a dolersi. Il Pelacani fu
licenziato il 15 ottobre 1411. Sembra che il licenziamento fosse stato determinato da
motivi diversi da quelli ufficialmente addotti (la scarsità di allievi alle sue lezioni).
Si sussurrò che pesasse sul Pelacani la fama di uomo venale e interessato, ma il vero
motivo forse ancora sfugge. Che il Pelacani fosse assai attaccato al denaro, lo
dimostrerebbe la facezia che riporta il Pezzana (Continuazione delle memorie degli
scrittori e letterati parmigiani, VI, II, 946), ove è detto che, siccome il Duca di
Milano, nella guerra contro i Veneziani, pagava innanzitutto i soldati, il Pelacani, che
allora era professore allUniversità di Pavia, si arruolò tra i balestrieri,
rispondendo poi alla meraviglia di Gian Galeazzo Visconti che quando si pagava li Dottori,
io leggevo volentiera; adesso che si paga gli soldati, voglio esser soldato. Si sa solo
che, uscito da Padova, ripiegò a Parma (lo studio parmense fu riaperto in quegli anni da
Nicolò dEste), da dove mancava almeno dal tempo del dottorato in Pavia (1374),
ossia da una quarantina danni, e assunse linsegnamento nella Facoltà delle
Arti dove ebbe collega, tra gli altri, Giorgio Anselmi. Tenne la cattedra fino alla morte,
avvenuta cinque anni più tardi. Il Pelacani frequentò gli ambienti culturali di Padova e
Firenze e commentò lOrganon, il De Anima e la Physica di aristotele. Ma il suo maggiore interesse fu
rivolto alla trattazione di problemi di natura fisica, che costituirono argomento di
discussioni vivaci e originali tra rappresentanti di alcune scuole del tempo. Oltre al
Tractatus de latitudinibus formarum, al De tactu corporum, al De motu, e al De intentione
et remissione formarum, merita un certo rilievo il Tractatus de ponderibus in cui vengono
discussi problemi di statica e di meccanica, in armonia con le dottrine della scuola di
Buridano e del Merton College (Oxford). Le sue opere sono una testimonianza del nuovo
orientamento culturale che si venne delineando nellautunno del Medioevo, e segnarono
un progresso nello studio della fisica, portando un loro contributo alla nascita delle
scienze sperimentali. Oltre ai meriti riconosciuti da letterati come il Tiraboschi, il
Bettinelli e lAndrés circa il contributo dato dal Pelacani alla promozione e
illustrazione degli studi scientifici, il Pelacani va ricordato anche come esponente della
corrente alessandrista, culminata nelle dottrine deterministico-razionalistiche di Piero
Pomponazzi. Anticipando le teorie del filosofo mantovano, il Pelacani negò, in
particolare, la divisibilità della materia in infinito e propugnò il principio della
mortalità dellanima, fondandolo sul vincolo di dipendenza che lega la conoscenza
intellettiva a quella sensibile. In Astrologia indulse allusanza dei tempi, se è
vero quello che del Pelacani racconta Andrea Radusi (Chronicon Tarvisinum, R.I.S., XIX,
787): il Pelacani, consultato da Francesco da Carrara per le sue imprese militari, gli
predisse il giorno e lora più propizi per attaccare i suoi avversari Scaligeri. Sta
di fatto però che, quando il Pelacani poteva comprendere le ragioni naturali dei
fenomeni, non ricorse a quelle arcane, come dimostra lepisodio seguente, ricavato
dallAffò dal De perspectiva del Pelacani stesso: Accadde una volta in Milano, che
furono vedute per laria molte figure di Angeli con certe trombe in mano ascendere e
discendere tra le nubi. Il popolo ne concepì grandissimo terrore ed ognuno può credere
quali presagi se ne pigliassero; ma Biagio facendo osservare la statua dorata di un Angelo
posto su la torre di S. Gottardo, che una tromba o spada che si fosse teneva in mano,
insegnò come le nubi, disposte allora in modo da farsi specchio molteplice a quella
figura, producevano, riflettendola, tali apparenze. Al Pelacani venne eretto un sarcofago
di marmo presso lingresso principale del Duomo di Parma, con una iscrizione ricca di
affetto e ammirazione. Il sarcofago è scomparso ma la lastra centrale di esso, recante
lepitaffio, fu incastonata nella facciata del Duomo a destra della porta centrale.
Lurna fu infranta forse perché sporgeva troppo sulla facciata, e nel muro furono
sistemati i tre pezzi dei fianchi e della fronte. In essi sono scolpiti elementi
illustranti le attività e i titoli del Pelacani. Nel fianco del sarcofago, a sinistra
dellosservatore, entro una formella gotica si vedono due scudetti nobiliari in
rilievo. Sul primo è rappresentato un cane con le lettere Bla sopra lo scudo, e
sullaltro un albero con le radici scoperte sormontato dalle lettere An. Nella lastra
che fu della fronte del sarcofago sono due edicole, divise da una lunga dicitura in gotico
minuscolo. Nelledicola di destra è la figura in piedi del Pelacani. Sotto ai suoi
piedi si legge la dicitura Magi Blagi e sopra il capo Mtr. Blasus Parm. Il Tiraboschi lo
chiama filosofo e matematico insigne, il Bettinelli ne parla con onore nel Risorgimento
dItalia, Luca pacioli dichiara di
essersi giovato assai delle opere di Biagio da Parma, Dechales lo elogia per le opinioni
sulla rifrazione, persino Leonardo da Vinci (secondo il Thorndike) avrebbe utilizzato
osservazioni ed esperienze del Pelacani. nel
Paradiso degli Alberti, romanzo di Giovanni da Prato (1389 circa), lo si esalta come
filosofo universale del suo tempo.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea parma 6 1929, 5-6; W.H.Woodward, Vittorino da
Feltre, Firenze 1923, 17 ss.; A.Codignola, Pedagogisti, 1939, 329; R. Pico, in Soggetti
parmigiani illustri, Parma 1624, 134; I. Affò, Memorie, II, 108-115 (con bibliografia);
A. Pezzana, Memorie, VI, 123 ss.; S. Bettinelli, Del Risorgimento dItalia, I, 326
(ove lo dice dotto in filosofia, in ottica, e astronomia); G. Voigt, Il Risorgimento
dellantichità classica (trad. Valbusa), Firenze, Sansoni, 533; R. Pitoni, Storia
della Fisica, Torino, 1913, 73 (che ricorda il tractatus
de ponderibus); nonché G.B. Janelli, Dizionario Biografico, 299-300; vedi anche U.
Beseghi, Biagio pelacani,in Il Comune di
Bologna, fasc. 5, 1933; per la tomba: F. Rizzi, Macrobio e Biagio pelacani,in Aurea Parma 1932 100 ss.; inoltre gli
Statuti delAlmo Collegio Medico Parmense, pubblicati da M.Varanini in LAteneo
Parmense 1930, 470; Aurea Parma 3 1951, 185-186; Aurea Parma 4 1957, 211-213; Dizionario
filosofi, 1976, 135; G. Rossetti, Noceto e le sue frazioni, 1978, 179-180; Gazzetta di
Parma 16 marzo 1981, 3; B. Quarantelli, in Gazzetta di Parma 20 giugno 1983, 3;
T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 27 febbraio 1989; B. Quarantelli, Appunti per una
breve storia di Noceto, 1990, 36-37.
PELACANI FRANCESCO
Costamezzana o Parma 1373 c.-Pavia 1455
Figlio di Biagio. Si dedicò inizialmente agli studi di filosofia e di matematica. Il
Doni, nel suo libro intitolato Il Cancelieri, narra a proposito del Pelacani questo
curioso avvenimento: Francesco Pelacane volendo passare in Candia negli anni della sua
gioventù, la quale haveva nellAritmetica et nella Geometria impiegati benissimo, se
gli aperse per fortuna il navilio, e pochi se ne salvarono, ancora che fossero presso al
lito; uno di quegli che si salvarono fu il Pelacane, che nel porto a Ragugia con una cassa
vuota notando nudo pervenne. Fu raccolto volentieri da alcuni poveretti, ma di poi che si
lasciò intendere che haveva alcune ricche mercantie in un Magazzino della Città, con le
quali pagherebbe e vestimenti, et quanto dato gli fosse stato per coprire la sua nudità,
trovò ciò che egli volse; e andatosene ad alloggiare allhosteria, con bellissimi
scritti, de quali era eccellente maestro, et figure, il dì seguente si fece
conoscere; dove hebbe un concorso di scolari mirabile, et per conseguente dellutile,
in pochi giorni, et sodisfacendo chi lhaveva ajutato, disse, toccando sé medesimo:
Questo è il magazzino pien di Mercantia, che non me lo posson torre né ladri di terra,
né fortuna dacqua (Il Cancelieri, Giolito, 1562, 29). Successivamente il Pelacani
si applicò alla medicina, in cui ottenne la laurea e per la quale venne anche ascritto al
Collegio dei Medici di Parma. Il Pelacani fu poi insegnante di Logica
nellUniversità di Pavia.La prima volta che si trova registrato il suo nome nei
Rotoli dello Studio generale di quella città, è l11 ottobre 1425, con destinazione
per la cattedra appunto di logica nel conseguente anno scolastico, che cominciava il 18
ottobre: Ad lecturam Loyce Magister Franciscus Pellacanus fil. q.n.d. Magistri Blasii
flor. LX. Egli vi aveva cominciato la lettura almeno due anni prima, come si ricava dal
seguente documento (Lettera Magistrale): Egregie Frater Cariss.e Pro executione
ducalium Litterarum nobis nuper emanatarum scribimus vobis quatenus egregio medicine
doctori Mag.ro Francischo de Parma deputato ad lecturam Loyce in studio illius
Civitatis pro salario addi faciatis florenos viginti, ita quod ubi habebat florenos
triginta omni anno, nunc habeat florenos quinquaginta, de quibus faciatis sibi pro rata
juxta ordines mensualiter responderi, incipiendo tempore quo ad dictam lecturam legere
incepit in predicto studio novissime reformato. Dat. Mediolani die XXVIII. Martii
MCCCCXXIIII: Subscript. Magistri Intratarum Cristophorus Beltramolus. In mansione Egr.o
Fratri Cariss.o Referendario Papie. Se nel mese di marzo del 1424 gli venne
fatto un aumento di 20 fiorini allanno, è buon diritto credere che almeno avesse
letto in quello Studio lanno scolastico precedente, non essendo molto verosimile che
gli fosse accordato un aumento di stipendio solo cinque mesi dopo la sua nomina. Dopo il
1425 il Pelacani si trova nei Rotoli e Registri predetti sino al 1447, e vi è sempre
chiamato filius quondam Mag.ri Blasii, o Blaxii. Nel 1425 gli fu accresciuto il salario
sino a 60 fiorini, nel 1430 sino a 80 e nel 1433 a 100, collobbligo di insegnare
anche la filosofia naturale. Di questultimo insegnamento fu incaricato anche nel
1435 e negli anni successivi con lo stipendio di 125 fiorini, che salirono sino a 160 nel
1439, a 200 nel 1441, a 300 nel 1443 e a 350
nel 1447. Dopo questanno non esistono più né i Rotoli né i Registri sino al 1455,
nel quale anno non vi è più il nome del pelacani
tra i professori e la sua cattedra è occupata da Giovanni Ghiringhelli. Il Pelacani fu
aggregato al Collegio dei medici di Pavia, nei Convocati del quale si comincia a trovare
il suo nome a partire dal 1440. Nellanno 1440 il Pelacani, assieme a Gianmartino
Garbazza e Giorgio Anselmi, fu delegato a riformare gli Statuti del Collegio dei Medici di
Parma.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 165-168;
A.Pezzana, memorie degli scrittori e
letterati parmigiani, II, 1827, 156-157; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei
Parmigiani, 1877, 300.
PELACANI PEZZOLO
Parma 1347
Fu esperto di idrostatica e nellanno 1348 fu eletto, assieme ad Andriolo
Ferrapecora, soprastante allo scavo del nuovo naviglio del comune di Parma. Lanno precedente (7
febbraio) partecipò, in rappresentanza degli abitanti di Porta Parma, al Consiglio
generale della comunità per coloro che
erano stati banditi da Parma.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 108-109.
PELACORTE
GIORGIO
Parma
1483
Maestro da muro e legname, ricordato in un atto notarile del 23 settembre 1483: M.ro
Giorgio de Pillacurta e M.o Pietro de la hasta ambi della vic.a di S. Quintino ed ambi
pure magistros a muro et lignamine. (Rogito di Antonio Maria Pavarani. Archivio Notarile
di Parma)
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti parmigiane, 1911,
28.
PELAGATTI ANTONIO
Parma 3 dicembre 1846-1913
Figlio di Ferdinando e di Angela Maestri. Avvocato, fu eletto deputato di Parma nella XVI
legislatura (1886). Eletto col voto dei moderati, alla Camera andò poi orientandosi verso
sinistra, posizione che manifestò con i discorsi e col voto, finché si trovò
politicamente a disagio, e nel febbraio 1889 rassegnò il mandato né volle più
ripresentarsi. Le elezioni del 1882, le prime a suffragio allargato, avevano segnato nel
Parmense il trionfo dei progressisti, cioè del gruppo del Presente, di formazione
repubblicana ma ormai vicino alla Sinistra governativa. La politica trasformista avviata
da Depretis provocò però, nel Parmense forse più che altrove, uno sconvolgimento del
panorama politico. La maggior parte dei progressisti si radicalizzò avvicinandosi ai
socialisti. Dallaltra parte si formò uno schieramento trasformista governativo con
alcuni progressisti, i moderati, resi malleabili dallultima sconfitta elettorale, e
soprattutto una nuova componente capeggiata dal Pelagatti, portatore di un ambizioso
progetto moderato politicamente ma socialmente illuminato. Direttore della Cassa di
Risparmio dal 1882, il Pelagatti fece di quellente una base di operazione: avviò
una politica di piccolissimo credito, che lo rese popolare tra i ceti urbani più poveri
grazie anche agli elogi del Presente, e instaurò rapporti con le società operaie,
soprattutto democratiche, come la prestigiosa Mutua Garibaldi, con crediti e
facilitazioni. Ma tutto ciò fu solo il primo passo verso una vera innovazione, la
creazione cioè di un movimento cooperativo come strumento di pacificazione di classe. Il
Pelagatti si dichiarò più volte seguace della scuola (di cui in Italia il Luzzatti fu il
più autorevole campione) la quale riconosce nella cooperazione sotto le varie sue forme
il rimedio più efficace per togliere leterno conflitto tra il lavoro e il capitale,
stigmatizzando al contempo la neghittosità e il misoneismo delle classi dirigenti
parmensi. La sua prima iniziativa, prevedibilmente, riguardò il credito, poiché la
natura popolare e cooperativa delle due banche popolari cooperative già esistenti era in
realtà assai dubbia. Nel marzo 1885, pertanto, con lappoggio della Cassa di
Risparmio, cinque società di mutuo soccorso promossero la banca Cooperativa Operaia G. Garibaldi.Le società
fondatrici furono la Mutua Garibaldi, presso la quale, in borgo delle Cinque Piaghe, la
banca ebbe sede, quelle di Barriera garibaldi
e dei Reduci, di tendenze socialiste, e quelle delle Artigiane e dei Macchinisti e
Fuochisti, apolitiche.Figurarono inoltre tra i promotori numerosi operai e alcune
personalità della sinistra, come il musiniano Giovanni Pasetti e i democratici Augusto
Armani e Luigi Mora. Scopo primario della banca fu di estendere il credito alle società e
agli operai affinché potessero fruire dei vantaggi della previdenza e della cooperazione.
Un anno dopo, nel marzo 1886, grazie a un credito di ben 15000 lire concesso dal
Pelagatti, un gruppo di calzolai (una loro mutua non esisteva più) formò la prima
cooperativa di lavoro, la Società per la fabbricazione
di Calzature, che in ottobre, con la Banca Garibaldi, partecipò al congresso di Milano. I
calzolai furono, insieme ai braccianti e ai muratori, tra le categorie più numerose, più
misere e anche più riottose del proletariato urbano: assicurarsene il favore significò
per il Pelagatti una buona base di popolarità. Aperto un magazzino in borgo della Macina,
gli affari della Società prosperarono discretamente: i soci salirono da 110 a 200 e
vennero aperte succursali di vendita in diverse città. Fin dai primi mesi di vita però
la Cooperativa Calzolai ebbe una parte nella carriera politica del Pelagatti, e forse
anche per quasto era stata promossa. Le elezioni generali furono fissate per il maggio
1886, e le grandi manovre iniziarono parecchi mesi prima. Difficile dire da quando il
Pelagatti pensasse a una propria candidatura, certo è che loperazione fu
sapientemente orchestrata. Ufficialmente la candidatura nacque da un gruppo di operai,
capeggiati dallorologiaio Italo Isola, presidente della Mutua socialista Fratellanza
e Umanità, dalla quale fu poi espulso come galoppino pelagattiano. La proposta raccolse
ladesione di centinaia di lavoratori, con numerosi calzolai, e si formò un Comitato
Elettorale Operaio al quale il Pelagatti rivolse una lettera programmatica: non riteneva
necessarie riforme politiche quanto piuttosto un governo illuminato che emanasse alcune
leggi in favore dei diseredati, con la collaborazione delle amministrazioni locali e di
tutti i volonterosi; in cambio però gli operai dovevano ricordare che soltanto dal
lavoro, dallistruzione, dalla previdenza e dalla cooperazione devono attendersi i
benefizi cui hanno diritto, e non già dalle sterili agitazioni e dai disordini. Così il
Palagatti divenne luomo di punta della lista trasformista, cui si contrappose lo
schieramento formato dal Musini e dai progressisti radicalizzati del Presente. La polemica
divenne presto furibonda. La sinistra identificò nel Pelagatti il pericolo maggiore e lo
attaccò con grande violenza, accusandolo tra laltro di aver comprato le adesioni
operaie: 262 pelagattiani, tra i quali ben 125 calzolai, in gran parte soci della
cooperativa, sottoscrissero una lettera di protesta e il Pelagatti querelò Il Presente
per diffamazione. Pochi mesi dopo, al processo, la corruzione non potè essere provata e
il giornale fu condannato. Aristo Isola però testimoniò che il cugino Italo aveva
giustificato il tradimento anche col timore che il Pelagatti, in caso di insuccesso,
potesse togliere lappoggio alle cooperative costituite e costituende. Senza
alcunchè di illegale, e forse nemmeno di riprovevole, il nesso tra progetto sociale e
carriera politica appare comunque indubbio. I risultati furono nettissimi: i trasformisti
ottennero quattro deputati su cinque, e poco dopo, in unelezione suppletiva, anche
il quinto. Il Pelagatti, di gran lunga primo degli eletti, apparve il vero protagonista
della vittoria e i risultati del capoluogo, dove ottenne 1849 voti contro gli 812 del
candidato socialista, manifestano un consenso anche di ambienti popolari. Il Musini, che
vide allora il suo tramonto, serbò un ricordo amaro della triste epoca del pelagattismo,
quando molti popolani si lasciarono traviare da promesse di lucri, di interessi materiali,
per cui sembrò che le bandiere del diritto popolare si piegassero dinanzi al fantasma
delloro. Ma, al di là degli aspetti strumentali e non sempre limpidi, il progetto
del Pelagatti non fu affatto meschino: credette sinceramente, anche se ottimisticamente,
nella pacifica evoluzione delle contraddizioni sociali come compito primario dei ceti
dirigenti, grazie soprattutto a una crescita del cooperativismo nellambito di un
più generale sviluppo economico, e alle sue idee si dedicò coerentemente finchè potè.
Per il Pelagatti il periodo 1886-1889 rappresentò lacme del successo. Oltre che
direttore della Cassa e deputato, fu presidente della Camera di Commercio, consigliere
comunale e provinciale, presidente dellEsposizione industriale e scientifica
parmense del 1887 e patrono di alcune mutue. Dove però si impegnò con maggiore tenacia
fu sullo spinoso terreno del cooperativismo. Dopo il credito e la produzione, rivolse
lattenzione al consumo, facendo ancora leva sulla Mutua Garibaldi. Nellottobre
1886 questa pubblicò appelli per la creazione di una cooperativa di consumo, della quale
un comitato promotore, con il Pelagatti e Asperti, stava studiando il progetto. Solo nel
dicembre 1887 si giunse però alla costituzione ufficiale. A riprova di quanto
lazione del Pelagatti travalicasse i confini politici, tra i soci fondatori si
trovano anche il radicale Cornelio Guerci e laltro radicale Cesare Sanguinetti, che
nelle elezioni del 1889 sconfisse clamorosamente il candidato pelagattiano.
Contemporaneamente alla cooperativa di consumo, iniziò il suo itinerario quella dei
muratori, con la quale il Pelagatti si pose un obiettivo ancora più arduo che coi
calzolai. Lidea primaria sembra sia stata una cooperativa sul modello della
Costruzione e Risanamento fondata a Bologna nel 1884. Nellottobre 1886 il Pelagatti
accompagnò appunto a Bologna un gruppo di operai della Mutua Muratori per studiare quella
cooperativa e per visitare lo stabile in costruzione nel quartiere di SantIsaia. In
novembre i giornali pubblicarono inviti ad aderire alla costituenda Società e pochi mesi
dopo venne stampato un progetto di statuto. Tuttavia ancora allinizio del 1888 le
adesioni erano solo una settantina e la Società non costituita. Il progetto riuscì a
concretizzarsi, ma con una fisionomia essenzialmente bracciantile, solo dopo la legge del
luglio 1889, che aprì nuovi spazi alle cooperative di lavoro. Nel dicembre di
quellanno il Pelagatti e alcuni altri, tra i quali Agostino Berenini, allora ancora
radicale, fondarono la Muratori ed Arti Affini per la Città e Provincia di Parma: fu la
quarta cooperativa pelagattiana. Proprio in quel periodo iniziò il declino del Pelagatti.
Il suo attivismo sociale non poteva essere gradito alla componente moderata del
trasformismo e lalleanza si fece sempre più difficile. La rottura avvenne su un
episodio di valore simbolico, il monumento eretto in Municipio a Girolamo Cantelli, il
ministro della Destra tanto venerato dai conservatori quanto aborrito da tutti gli altri.
Linaugurazione, nel settembre 1888, provocò tumulti così violenti e prolungati che
limbarazzato Pelagatti fece in modo di spostare il monumento alla Steccata.
Incontenibile fu allora il furore dei moderati: i continui e violenti attacchi
determinarono la definitiva scissione dello schieramento trasformista, con crisi
municipale e, in gennaio, le dimissioni del Pelagatti da deputato. Dichiarò di volersi
ritirare dalla politica ma il suo proposito era un altro: portare avanti le proprie idee
con un più omogeneo gruppo politico fornito di un indispensabile quotidiano, che fu il
Corriere di Parma, uscito nel febbraio 1889. Stretto però dalla crescita radicale e dalla
riorganizzazione moderata, non trovò spazio sufficiente. Già in marzo, alle suppletive
per sostituire il Pelagatti, il pelagattiano Spreafichi venne travolto dal Sanguinetti. In
novembre, alle comunali di Parma (per la prima volta a suffragio allargato), la sinistra
unita sconfisse moderati e pelagattiani, benché questi ultimi ottenessero parecchi voti.
Sei mesi dopo, per riconquistare il comune,
il Pelagatti si dovette riunire ai moderati, alienandosi il consenso popolare. Da allora
il declino divenne sempre più rapido. Nel 1892 volle azzardare ancora la candidatura
politica ma con risultati meschini. In quellanno dovette rinunciare alle cariche
della Cassa di Risparmio e della Camera di Commercio, e alla fine del 1893 il Corriere di
Parma cessò le pubblicazioni. Negli anni seguenti la sua figura divenne evanescente. Nel
1902 si sparse addirittura la voce che fosse stato cacciato dal partito monarchico
costituzionale. In seguito se ne perdono le tracce. Il cooperativismo che il Pelagatti
promosse non riuscì né a fornirgli una solida base di consenso né a prosperare dopo il
suo declino. La Banca Garibaldi visse i trenta anni statutari ma ebbe sempre ruolo e
dimensione economica irrilevanti, non solo in confronto alla Cassa di Risparmio ma anche
alla Banca Popolare, preferite dalle stesse Mutue e cooperative. Constatata la situazione,
nel 1915 il Consiglio di Amministrazione decise di non rinnovare la Società, e la
liquidazione, che si trascinò fino al 1922, fu affidata al socialista Italo Salsi.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e
1898; A. malatesta, Ministri, deputati,
senatori, 1941, II, 296; centanni di
solidarietà, 1986, 7-9.
PELAGATTI MARIO
Parma 4 luglio 1869-Calestano 1944
Figlio di Antonio e Teresa. Insegnò medicina allUniversità di Parma dal 1910. Fu
Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dal 1919 al 1930 e poi nel 1938-1940. Nel
1940 fu eletto Professore Emerito. Una nota delle sue pubblicazioni è negli Annuari
delluniversità di Parma dal 1910/1911
in poi. Parecchi studi del Pelagatti furono pubblicati in Rendiconti
dellAssociazione Medico Chirurgica di Parma dal 1900. Presso la Biblioteca Palatina
sono raccolte oltre trenta sue pubblicazioni.
FONTI E BIBL.: Annuari dellUniversità per il 1939-1940 e per il 1945-1946 (cenni
bio-bibliografici); S. Lottici-G. Sitti, 201; Supplemento al vol. I dellAteneo
Parmense, 1929, 1 ss; F. Rizzi, Professori, 1953, 136.
PELAGATTI MAURETTA
Parma 1949-1988
Insegnante.Nel 1979 fu una delle fondatrici della Biblioteca delle donne di Parma, che
dopo la sua morte assunse il suo nome.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 524.
PELAGATTI VINCENZO
Beneceto 1811-Boschi di Bardone 12 agosto 1885
Attese dapprima allavvocatura, poi labbandonò per entrare nella carriera
giudiziaria. Il 27 aprile 1848 fu eletto professore di Diritto civile allUniversità
di Parma. Valente magistrato e acclamato professore, continuò in tale duplice incarico
sino al 1860, quando, per un non meglio precisato spaventevole misfatto (5 ottobre 1852),
il Governo volle individuare un responsabile, e fu colpito il Pelagatti. Ritiratosi a vita
privata, rifiutò per lungo tempo qualunque incarico, finché non venne eletto consigliere
comunale di Parma. Con decreto 5 ottobre 1860 fu nominato Vice presidente della
Commissione Amministrativa del Monte di Pietà di Parma. Accettò poi di dirigere
leconomato dei Benefici vacanti, carica che occupò prima a Parma e poi a Bologna.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario Biografico, 1905, 86-87.
PELATI GIACOMO
Parma 14 marzo 1841-Pontremoli aprile 1916
Nel Conservatorio di Parma studiò viola e composizione. Fu professore nellorchestra
del Teatro Regio di Parma fino al 1860, quando abbandonò Parma per seguire la seconda
spedizione garibaldina, non avendo potuto partire coi Mille. Una volta tornato a Parma,
rientrò nellorchestra del Regio. Dopo aver studiato con G.B. Ponzio, capo musica
del 17° Reggimento fanteria, nel 1874, su invito di quel Municipio, si trasferì a
Pontremoli come direttore della banda comunale Il Pelati compose Linno alla patria,
I giovani pontremolesi caduti nelle patrie battaglie, Iesu dulcissimi e Inno a Garibaldi.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 151-152.
PELATI
ORESTE
Parma 9 agosto
1857-Parma 8 febbraio 1928
Allievo della Regia Scuola di musica di Parma dal 1876 al 1880, studiò
contrabbasso e armonia. Uscitone, lavorò in diverse orchestre. Nel 1888 era docente di
contrabbasso nella Scuola di musica di Port Luis nelle isole Mauritius, dove insegnavano
anche altri diplomati della Regia Scuola di Parma.
FONTI
E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
PELAVICINO, vedi PALLAVICINO
PELERZI EUGENIO, vedi PELERZI PRIMO GENIALE
PELERZI PRIMO GENIALE
Pelerzo di Bergotto 20 agosto 1881-Tientsin 5 giugno 1942
Figlio di Giovanni e di Maria Beltrami, contadini. Dopo avere terminato le scuole
elementari, fu inviato alla scuola che il parroco Francesco Jasoni tenne per i giovani
della parrocchia che mostravano ingegno e buona volontà e davano speranza di vocazione
ecclesiastica. Compiuti gli studi ginnasiali e liceali nel Seminario di Berceto, nel 1902
passò a Parma, a quello delle Missioni Estere. Fu ordinato sacerdote da mosignor Magani
il 22 settembre 1905. Partì da Napoli per la missione di Loyian in Cina il 23 gennaio
1906, dove rimase per trentasei anni. Poco dopo il suo arrivo nel Honan, si insediò a
Niuciuang. In sei anni convertì e battezzò 1200 persone, costruì la chiesa, la scuola e
molte opere di assistenza. Dopo sei anni di permanenza a Niuciuang, durante i quali
riuscì a raddoppiare la residenza e a moltiplicare i cristiani, passò (1912) nella parte
occidentale della missione, dove gli venne affidato lintero territorio che qualche
anno dopo formò la Diocesi di Honanfu. Il Pelerzi si batté contro il colera, la fame e i
briganti che infestavano la zona. In riconoscimento delle sue benemerenze in queste
congiunture, Il Pelerzi ricevette dal governo cinese lonorificenza della Spiga
doro, e qualche anno più tardi fu fatto Cavaliere della corona dItalia dal re
Vittorio Emanuele di Savoja. Nel 1925 ritornò per un anno in Italia. Passato nuovamente
in Cina, fu procuratore a Chengchow. Poi, dal 1932 al 1934, si trasferì a Tsingtao, sul
mar Giallo. Dal 1934 al 1937 fu nuovamente in Italia, quindi rientrò a Tsientsin. Durante
la seconda guerra mondiale venne arrestato come spia e incarcerato. Condannato a morte,
venne riconosciuto innocente solo alla vigilia dellesecuzione. La seguente epigrafe,
incisa su una lapide di marmo sormontata dalleffigie in maiolica del Pelerzi, fu
murata nella sua casa natale per iniziativa di monsignor Enrico Grassi: Da questa umile
casa ove nacque il 20 agosto 1881 spiccava il volo alle conquiste della fede nel mondo il
P. Cav. Egenio Pelerzi dellIstituto Parmense S. Fr. Xaverio il quale con la parola,
con le opere e con gli scritti per 36 anni intrepido missionario di Cristo alfiere
ditalianità tra i barbari allampia regione Cinese del Loyan sul fiume Giallo
profuse tesori di verità e di carità cristiana e collaureola di molte migliaia di
battezzati e di catecumeni plaudenti al grande Europeo nella luce di magnanime prove e di
gesta onorande il 5 giugno 1942 chiudeva santamente i suoi giorni nellospedale di
Tien-tsin sotto lincalzare degli eserciti nipponici in guerra contro la Cina.
FONTI E BIBL.: I. DallAglio, Seminari di Parma, 1958, 179-181; P.Garbero, Missionari
in Cina, 1965, 96-99; Gazzetta di Parma 26 agosto 1967, 8.
PELICELLI
Parma 1887/1907
Fabbro.Lavorò per Lamberto Cusani al Palazzo dellUniversità di Parma (1907).
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 157.
PELICELLI NESTORE
Colorno 17 settembre 1871-Parma 27 settembre 1937
Figlio di Davide e di Giulia Guasti. Frequentò le scuole elementari di Parma, e nel
Seminario urbano fece tutti i corsi che lo portarono al sacerdozio. Venne ordinato
sacerdote a Carignano il 22 settembre 1894 da monsignor Francesco Magani. Fu vice
cancelliere della Curia vescovile nel 1895-1896, coadiutore nella chiesa di San Bartolomeo
in Parma e nellautunno 1896 professore di fisica e matematica nel Seminario
Maggiore, ufficio che tenne fino al 1912. Il 1° maggio 1896 venne nominato cappellano
della Magistrale Chiesa della Steccata, di cui diventò Prefetto il 10 ottobre 1902. Il 30
dicembre 1909 fu fatto Cavaliere della Corona dItalia e il 2 gennaio 1912 Cavaliere
Ufficiale. Nel 1900 fu nominato dal Ministero della Pubblica Istruzione ispettore onorario
dei Monumenti della Città di Parma. Questo riconoscimento dimostra la grande stima che il
Pelicelli godette per lo studio appassionato della storia di Parma da lui compiuto. Fu
inoltre socio corrispondente della Regia deputazione
di storia patria di Parma e della Società Nazionale per
la Storia del risorgimento Italiano. Il
Pelicelli si presentò al pubblico degli studiosi con la pubblicazione di Raguseide
(1904), poemetto in esametri latini con traduzione in terza rima, dellumanista Gian
Mario Filelfio, tratto dal codice pergamenaceo n. 243 della Biblioteca Palatina di Parma.
Per i suoi studi e le sue ricerche, il Pelicelli si recò in Grecia, Egitto, Palestina,
India, Turchia, Francia e Germania. Le sue attitudini storiche si rivelarono con la
pubblicazione nel 1906 del volume Il Concilio di Guastalla. Nello stesso anno pubblicò la
Guida storica, artistica e monumentale della Città di Parma. Tale guida, subito
esauritasi, si trasformò nellaltra dal titolo Parma Monumentale, di cui si ebbero
quindici edizioni, e nella Guida Commerciale della Città e Provincia di Parma. Opera
critica è I Vescovi della Chiesa Parmense (1936), di cui fu pubblicato il solo primo
volume, e Signorie Feudali di Parma e suo Contado (1937). A queste pubblicazioni maggiori
vanno unite molte preziose monografie di carattere storico-religioso, quali la Vita di S.
Bernardo degli Uberti (1923), Il Vescovado di Parma (1924), S. Francesco del Prato e i
Frati minori di Parma nel secolo XIII (1926), La Cappella Corale della Steccata (1916), e
altri lavori storico artistici, quali Il Palazzo del Giardino (1930), Storia
dellOspedale Maggiore (1935), Storia della Musica (1936), Busseto (1926),
Salsomaggiore e dintorni (1920), I Monumenti dellAgro Parmense, Nostra Signora della
Cisa (1930), Pier Maria Rossi e i suoi Castelli, Palazzo vecchio del Comune di Parma e
Palazzo del Capitano del Popolo di Parma, Dante e gli Alighieri di Parma (1921), Claudio
Mérulo (1904). Il Pelicelli fu anche apprezzato collaboratore della Rivista Storica
Benedettina, e della Guida dItalia del Touring Club Italiano, di Note
dArchivio per la Storia musicale, del Kunsterlexikon di Lipsia, dellInstitut
Historique Belge e della grande Enciclopedia Italiana del Treccani. Ricercatore diligente
e scrupoloso, si adoperò per la valorizzazione della città di Parma e in particolare si
batté per riportare alla luce le linee romaniche del Palazzo Vescovile. Il Pelicelli fu
anche un rappresentante del dilettantismo fotografico parmense. Scoprì la fotografia
intorno ai trentanni, e nel 1901 si procurò una Koristka con obiettivo Zeiss
anastigmatic. In seguito arricchì la sua dotazione con altri obiettivi per meglio
documentare i suoi non comuni interessi artistici e storici. Instancabile camminatore,
percorse in lungo e in largo lAppennino parmense alla ricerca di soggetti naturali o
monumentali. Il Pelicelli svolse la sua attività prevalentemente durante il fine
settimana, seguendo la via dellospitalità rurale: soggiornò presso famiglie di
paese offrendo in cambio immagini di gruppo o ritratti. Per lo sviluppo si affidò poi ai
migliori fotografi, Vaghi e Pisseri soprattutto. Considerevole è la documentazione
fotografica prodotta a corredo delle sue stesse pubblicazioni. Tra i suoi vari dossier, da
sottolineare quello sui castelli del Parmense. Al Seminario di Parma, che lo accolse
giovanetto e lo vide maestro di scienze, il Pelicelli lasciò per testamento una borsa di
studio.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 6 1937, 216; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 117; I.
DallAglio, in Gazzetta di Parma 23 dicembre 1959, 3; I. DallAglio, Seminari di
Parma, 1958, 175-177; Il Seminario di Parma, 1986, 97-99; R. Rosati, Fotografi, 1990, 245.
PELIZZA FERDINANDO
Parma 1771-1841
Fu argentiere di buon valore.
FONTI E BIBL.: Argenti e argentieri, 1997, 24, 50, 52, 67, 138 e 140.
PELIZZA FRANCESCO
Parma 1831
Avvocato, liberale moderato, durante i moti del 1831 fu membro del consesso civico. In
seguito fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 195.
PELIZZA ICILIO
Parma 10 maggio 1832-Molino di Agri di Corleto Perticara 10 novembre 1861
Figlio di Pietro e di Elisabetta Zoni. Col 62° Reggimento operò, col grado di capitano,
nel potentino orientale e meridionale,
nella lotta contro il brigantaggio. Ai primi di novembre del 1861 una colonna
dellavanguardia del 62°, comandata dal Pelizza, valoroso reduce garibaldino,
marciò verso Accettura, per dirigersi a Corleto Perticara, dove già si era costituito un
gruppo della Guardia Nazionale Mobile per contrastare gli attacchi delle bande di Ninco
Nanco, Coppa, Tortona e Giuseppe Caruso, tutte del gruppo del pluriomicida Carmine
Donatelli, detto Crocco. Accadde che la Compagnia del Pelizza venne a trovarsi proprio al
centro del territorio nel quale si era concentrato il grosso della banda del Donatelli,
tra le alte valli del Sauro e dellAgri. Il Pelizza, in accordo con la Guardia di
Corleto, decise di prendere posizione nei pressi del torrente Sauro, dove poi avvenne lo
scontro. Il generale catalano José Borjes, inviato dal Comitato borbonico a dare sostegno
ai gruppi del Donatelli, nel suo diario annotò: 10 novembre. Nove ore del mattino. Una
forza nemica è comparsa sullAcinella. Invio la prima compagnia. Ordino al
luogotenente colonnello di cavalleria di prender il nemico di fianco. Il nemico non ha
potuto sostenere il primo scontro, si è riunito ai piedi di un mulino, ha preso
loffensiva caricandoci alla baionetta. Mischia per dieci minuti. Abbiamo ucciso 40
individui, tra i quali un luogotenente che è morto da eroe. Quelleroe altri non è
che il Pelizza, che si era venuto a trovare in una situazione disperata per il mancato
intervento della Guardia di Corleto. Nella cronaca del 30 novembre di quellanno de
Il Patriota, quotidiano che si stampò a Parma, si legge la seguente notizia, comunicata
da Il Pungolo: Una colonna del 62° comandata dal capitano Pelizza, assaliva il 10
novembre i briganti postati sulla masseria dellAcinello sul Sauro, tra Aliano e
Stigliano: ma essa non contava che circa cento soldati di linea e 150 Guardie mobili:
queste ultime non poteron seguitare lanimoso capitano, che correva ad attaccare alla
baionetta, e si ritirarono. Ma il prode capitano Icilio Pelizza, parmigiano, non volle
ritirarsi e vi periva colpito al capo. La poca sua truppa, lasciando una dozzina di morti
e battendosi per 4 ore di seguito contro un numero sei volte maggiore di briganti, si
riduceva a San Mauro. Altre notizie si rilevano in uno scritto assai posteriore (luglio
1911) del capitano Eugenio Massa, storiografo militare, bene informato per attente
ricerche: Una magra compagnia del 62° di fanteria, comandata dal capitano Pelizza, era
partita allalba da Stigliano per eseguire una perlustrazione. Punto di riunione era
il molino di Agri. Verso le ore 8 del 10 novembre fu un irrompere di briganti a cavallo,
rincalzati da altre ciurme a piedi. Circondato da ogni parte, il capitano Pelizza prese
posizione su un piccolo ripiano. Cominciò ad aprire il fuoco. Il Borjés mandò il Caruso
con 50 briganti a cavallo a chiudere lo sbocco mentre il Crocco prese posizione aprendo
anchesso il fuoco. I valorosi soldati uno contro dieci lottarono con ammirevole
audacia con fieri contrattacchi cercarono di aprirsi il passo. Il capitano Pelizza,
colpito in fronte da una palla, morì incuorando i soldati. Molti caddero con lui. I più
riuscirono ad aprirsi un varco colla punta delle baionette. Relazione questa che conferma
e integra le precedenti, mentre alquanto diversa è quella riferita da Il Presente del 9
dicembre 1914, che sembra basata sullesposizione dei fatti resa dopo oltre
cinquantanni dallex tenente della Guardia Nazionale, Nicola Chiaramonte, che
asserì di aver ospitato nella sua casa di Corleto il capitano Pelizza nei giorni
imminenti il tragico fatto dellAcinella: Leroico capitano Pelizza, già
ferito, era venuto a un corpo a corpo con il Crocco, ma disgraziatamente fu ferito da un
brigante da tergo. Il Crocco, morente, confessò di esser stato ferito dal capitano
Pelizza con tre colpi di revolver e parecchie sciabolate. Il Donatelli non perì in quella
mischia e, dopo la sua cattura, visse da ergastolano nel penitenziario di Portoferraio
fino al 18 giugno 1905, giorno della sua morte. Interessante è laltra notizia
fornita dallo stesso Chiaramonte al sindaco di Parma. Giusta la confessione resa dal
brigante Frascone in punto di morte, fu rinvenuta nel cavo di una quercia del bosco di
Montepiano, presso Corleto, la sciabola con fodero appartenuta al Pelizza, come
attestavano le lettere I.P. impresse sullarma. In quelloccasione il
Chiaramonte offrì al sindaco di Parma quei cimeli sottratti alleroe. Da parte sua
la cittadinanza di Corleto onorò il Pelizza con un monumento marmoreo. Il Consiglio
comunale di Parma rese anchesso onore al Pelizza citandolo in una lapide del
porticato del Municipio tra i combattenti caduti tra il 1849 e il 1863.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 416; La spada delleroico
capitano parmigiano Icilio Pelizza ritrovata in un bosco della Basilicata, in Il Presente
9 dicembre 1914; A. Del Prato, Ricordi storici sulla vita e sulla morte di un ufficiale
italiano, Parma, 1914; E. Massa, La morte eroica di un capitano parmense in Corriere
Emiliano 4 aprile 1929; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 822; R. Cattelani in Al Pont
ad Mez 2 1986, 56-57.
PELIZZA
ICILIO
Parma 26 aprile 1897-1966
Figlio di Guglielmo e di Adele Zampirini. Orologiaio e attore dialettale, noto a
Parma come Cilién. Rimasto orfano di padre e di madre allepoca dellepidemia
di febbre spagnola, divenne presto amico inseparabile di Alberto Montacchini, attore e
protagonista delle feste degli anni Venti a Parma. Alto appena un metro, il Pelizza
iniziò una lunga serie di scherzi e di avventurose facezie che lo fecero conoscere e lo
portarono anche sul palcoscenico con le più note compagnie dialettali (Italo e Giulio
Clerici, Montacchini, Gobbo, schenoni). girò anche un film: Torniamo in campagna.
Lultimo suo spettacolo è del 1946, benvenuta
la libertà. Appassionato delle corse in motocicletta, negli anni Trenta si fece costruire
su misura una Nsu a Reggio Emilia e partecipò a diverse gare. Come orologiaio, nella sua
bottega di strada Farini 9 studiò un meccanismo che caricava da solo gli orologi,
utilizzando metalli termosensibili.
FONTI
E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani 1997, 238.
PELIZZA LODOVICO
Petrignacola 1884-
In disagiate condizioni economiche, alternò lavori umili alla pittura, incoraggiato da
Paolo Baratta. Dopo aver preso parte alla prima guerra mondiale, dipinse paesaggi della
Val Parma e restaurò quadri e sculture presso gli antiquari Godi, Brasi e Pederzini.
Realizzò scene per teatri di provincia e presepi ad albareto di Fontanellato e a San Secondo. Dipinse
cappelle votive e lavorò nelle chiese di San Lazzaro, Ghiare, Sivizzano, Vedole,
Bogolese, petrignacola, Agna, Miano,
Piantonia, corniglio e nel cimitero di
Marore.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani 1997, 238.
PELIZZA MARCO
Parma 1828-post 1863
Contadino, fu suonatore ambulante. Nel 1863 fu sottoposto a sorveglianza per motivi
politici (oltranzista) dallautorità di polizia.
FONTI E BIBL.: P. DAngiolini, Ministero dellInterno, 1964, 173.
PELIZZA
PIETRO
Parma
1 aprile 1806-post 1831
Figlio di Ferdinando e Caterina Lorenzelli. Orefice, alfiere dei cannonieri urbani di
Parma, fu tra i promotori dei moti del 1831, eccitò i fanciulli del popolo a formare
raggruppamenti e a munirsi di bastoni, chiamandoli gli allievi della Guardia Nazionale.Fu
inquisito e sottoposto a processo perché fu uno dei più esaltati e dei più arditi nella
rivolta che come tale figurò anche nei processi.Fu allievo dello scultore Giuseppe Carra.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi
1937, 195.
PELIZZA PIETRO
Parma 1829-post 1863
Contadino, nel 1863 fu sottoposto a sorveglianza per motivi politici (oltranzista)
dallautorità di polizia.
FONTI E BIBL.: A. DAngiolini, Ministero dellInterno, 1964, 173.
PELIZZI BRUNO
Parma 17 settembre 1924-Gramadasca di Pione 14 luglio 1944
Nato nellOltretorrente, ereditò dalla famiglia sentimenti di fierezza e
generosità: il padre fu uno dei popolani che si arruolarono volontari, prima
dellentrata in guerra dellItalia, aderendo alla Legione garibaldina delle
Argonne nel 1914 (linterventismo democratico tra
i ceti popolari della città di Parma ebbe un alto numero di sostenitori, trascinati anche
dalle parole e dallesempio di uomini come Filippo corridoni). Giovane operaio, il Pelizzi prese
parte al movimento antifascista e di ripresa democratica che ebbe i suoi punti di forza
nelle principali fabbriche cittadine. Chiamato alle armi presso il deposito del 14° reggimento Genio poco prima della proclamazione
dellarmistizio dell8 settembre 1943, riuscì a sfuggire ai Tedeschi che lo
avevano catturato a Belluno e lo stavano per tradurre in Germania insieme ad altri
militari del disciolto esercito regio. Il rientro a Parma coincise con linizio della
sua attività partigiana. Entrò a far parte dei gruppi dazione patriottica del
Fronte della Gioventù con i quali svolse intensa attività clandestina. La sera del 31
dicembre 1943, il Pelizzi e cinque suoi compagni furono sorpresi da una pattuglia fascista
mentre scrivevano frasi sovversive nei pressi dellAnnunciata e fatti segno a colpi
darma da fuoco. I giovani si divisero in due gruppi che si protessero lun
laltro, rispondendo al fuoco e riuscendo a sottrarsi alla cattura. In marzo,
mescolato ai visitatori, il Pelizzi sparse volantini nella camera ardente (allestita
presso la federazione fascista) nella quale erano esposti al pubblico sette fascisti
uccisi nel corso di un attacco partigiano a un treno che trasportava prigionieri, presso
la stazione di Valmozzola. Richiamato alle armi, venne fatto presentare perché svolgesse
opera di propaganda e persuasione tra i commilitoni. Asportò anche dalla caserma armi e
indumenti da inviare ai partigiani. Quando la sua posizione si fece insostenibile,
raggiunse in montagna, nella zona di Bardi, i suoi compagni. Entrato nelle formazioni
armate dei Volontari della libertà (31a brigata Copelli, distaccamento
Griffith), si distinse fin dallinizio per audacia e sprezzo del pericolo. Durante
unazione di guerra, condotta mentre era in corso un vasto rastrellamento
nazifascista, per salvare da sicuro annientamento il proprio reparto, il Pelizzi (nome di
battaglia Dena) mosse allattacco, armato di bombe a mano, contro una mitragliatrice
pesante che sbarrava lunica via di sganciamento per i 36 uomini ai suoi ordini.
Colpito in pieno petto da una raffica, cadde sul punto di raggiungere la postazione
nemica. Della sua fine i compagni vennero al corrente solo dopo diverse ore, quando ormai
si trovavano in salvo. Nessuno avrebbe conosciuto il suo eroismo, se per esso non avesse
testimoniato larciprete di Pione, Agostino Raffi. Consapevole dellolocausto
della vita compiuto dal Pelizzi, il sacerdote fu il primo a proporlo per una ricompensa al
valore militare. Emerse così che le donne di Gramadasca, frazione teatro del fatto,
avevano supplicato il Pelizzi affinché non rischiasse di farsi uccidere, ma inutilmente,
vista la fermezza con la quale egli decise di salvare i compagni. Alla memoria del Pelizzi
fu concessa una Medaglia dOro al Valore Militare. Questa la motivazione: Animato da
alti sentimenti patriottici, dedicava tutte le sue giovani energie alla causa della
Resistenza, dimostrando nella lotta alto spirito combattivo e sprezzo del pericolo. Nel
corso di una ardita azione partigiana contro soverchianti forze avversarie, per salvare da
sicuro annientamento il suo reparto rimasto accerchiato, si portava audacemente
allassalto, con bombe a mano, di una
mitragliatrice nemica che con il suo micidiale fuoco sbarrava lunica via di
possibile sganciamento. Colpito mortalmente da una raffica avversaria, mentre stava per
raggiungere la postazione nemica, cadeva eroicamente al grido di viva
lItalia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 dicembre 1972, 5; Enciclopedia della Resistenza e
dellantifascismo, III 1989, 647; T.
Marcheselli, Strade di Parma, II 1989, 182.
PELIZZI MARCO
Parma 1773-post 1811
Fu argentiere di buon valore.
FONTI E BIBL.: Argenti e argentieri, 1997, 33.
PELIZZOLI GIOVANNI
Parma -post 1734
Pittore darchitettura attivo nella prima metà del XVIII secolo. Studiò con Pietro
Giovanni Abbati e iniziò lavorando in varie chiese. Il 18 agosto 1714 fu retribuito per
varie giornate di lavoro per dipingere le scene per lopera La virtù coronata
rappresentata al Teatro Ducale di Parma. Nel 1727 allestì in Duomo lapparato
lugubre con catafalco per i funerali del duca. Recatosi per lavoro a Torino, da là fuggì
a Ginevra con una donna. Nellautunno del 1730 lavorò ad Alessandria, fornendo le
scene per lAnagilda al Teatro Guasco Solerio, mentre nellautunno del 1734 era
in Austria, dove allestì il Pirro nel Teatro del castello di Jaromeniz.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, VII, 151.
PELIZZONI MARIO
Torricella di Sissa 29 settembre 1917-Busseto 26 dicembre 1989
Figlio di un marmista, fin da ragazzo si applicò con passione allattività che più
gli era congeniale, disegnando e modellando statuette. Il padre lo volle maestro e non
artigiano come lui, perciò lo affidò, a Parma, a Carlo Corvi, sotto la cui esperta e
valida guida il Pelizzoni andò affinando la naturale inclinazione con unadeguata
preparazione accademica. Studiò allIstituto dArte a Parma e a Genova.
Ultimati gli studi, cominciò a dipingere, e nel 1933 tenne a Parma la prima collettiva
nel ridotto del Teatro Regio. A quella ne seguirono altre in varie città dItalia,
contrassegnate da successo di pubblico e di critica. Artista versatile, non rifuggì dal
trattare con facilità paesaggio, animali e nature morte, ma si deve considerarlo
soprattutto pittore di figura. Nella sua galleria personale di lavori a Busseto
larte plastica e pittorica ridondò di opere che gli procurarono soddisfazioni e
riconoscimenti. Da Il corriere di montagna, Bimba in lettura, Fabbro in attesa del ferro
rovente, tutti pregevoli lavori giovanili, si passa a opere vigorose quali Ritratto di
violinista (1940), Donna che rammenda, Ritratto di vecchio (1942) e ancora Ritorno
allovile, Gli spaccalegna, sino a pervenire a I vecchi scapoli, notevole per
lespressività dei volti dei due vecchietti effigiati, che conversano rievocando
ricordi di un tempo lontano. Questultimo dipinto fu anche molto ammirato tra quelli
esposti al Concorso internazionale di Orvieto. Della produzione successiva, meritano un
cenno particolare I due viandanti (1944), Bimba in attesa (1945), tela esposta alla Mostra
internazionale di Prato nel 1946, La carità, La pescivendola (1945), Il buon samaritano
(1946), carbonai in montagna, Caprette,
Uragano (1947), Il landò, Ballo in maschera, che figurò in varie mostre internazionali,
La stalla (1948), zingari accampati
(1955), I delinqueri, Le grotte di Catullo, Bevitori, Scuola di danza, Tra i monti (1958),
Messicani, Il carrettiere (1959).Inoltre vanno ricordati alcuni quadri a soggetto militare
e patriottico eseguiti negli anni 1957-1959: Pattuglia, Verso il fronte francese, Morte
dun valoroso, Accampamento, Trasporto dun soldato ferito. Ancora, meritano una
citazione Orizzonte, La reginetta degli
zingari, Ritorno dalla caccia, Tartarughe e Fido, Il viandante, La bufera, Prova di danza,
Tiratori di fune, sciatori. Degni di rilievo
sono pure alcuni altri ritratti, nature morte
e paesaggi. Una linea fortemente incisiva e i toni cupi rendono particolarmente suggestive
le visioni naturali del Pelizzoni. Non meno vasta fu la produzione plastica, tra cui
risalta il bozzetto del monumento per la caserma del 15° Genio di Chiavari (1940), che
palesa un chiaro sentimento lirico. Di quel tempo sono anche una Testa di frate, La
fedeltà, Lotta libera, lavori tra i più riusciti per espressività e per finezza del
modellato. Rimarchevoli sono anche le seguenti opere successive: tra i busti, Ritratto di
Verdi (1948), Testa didiota (1946), Il Cristo (1948) e Ritratto di Pietro (1951), su
legno, esposto in quellanno alla Quadriennale di Roma, e tra gli altorilievi, Il
violinista (1944), Ritorno dalla caccia e Il pescatorello (1945). Dal 1945 il Pelizzoni fu
membro dellAcademia latinitati excolendae artium et litterarum, la quale,
annoverandolo tra i suoi soci accademici, intese dare un autorevole riconoscimento alla
validità artistica della sua copiosa produzione. Si può dire che il Pelizzoni dipinse
esclusivamente per sé, per una necessità dello spirito a fissare sulla tela immagini e
impressioni della vita che lo circondava. Si riescono forse a trovare nella sua arte
riflessi dellimpressionismo poiché non soltanto lambiente e i costumi ma lo
spirito stesso della composizione suggerisce i nomi di Van Gogh e Matisse, e la floridezza
del colore, unita alla qualità del soggetto, rafforza le analogie con Antonio Mancini. Ma
quando si sottraggono questi più o meno palesi influssi dallarte del Pelizzoni,
resta un largo margine che gli appartiene interamente, come pure tutta sua è la maniera
dassimilarli e servirsene. il
Pelizzoni fu un artista in continua evoluzione: come sospinto da una febbre interiore, il
suo estro creativo sembrò volgersi verso mete nuove e staccate dallo schema della pittura
contemporanea tradizionale, tale in quanto concepita nelle forme meno audaci. Superato
questo traguardo, uscito da un campo cui egli pure dovette franchi successi, balza
evidente dalle sue ultime opere come il Pelizzoni mirò a un ascendente artistico
superiore, a concezioni di più vasta portata intellettuale, alla ricerca, insomma, di un
posto tutto suo, a parte. Il suo formalismo praticamente si arrestò a I vecchi scapoli,
al Ritratto di vecchio, a Sciatori, che segnano un punto fermo nella sua carriera di
artista. Le opere successive rientrano in una nuova tecnica impressionistica, di cui orizzonte costituisce la più vigorosa
manifestazione. La disposizione dellarte non si rivolge più alloggetto di
natura in sé e per sé, quale immanenza obbligata e destinata, ma tende a esprimere, con
la concitata grafia e il tratto tormentoso delle pennellate, un travaglio profondo, tutto
interrogazioni, domande, e sembra un richiamo allinappagata sete che spinge verso il
mistero dellinfinito. La validità risiede non tanto nel colore, con cui il pelizzoni reagì a una descrittività troppo
minuta e convenzionale, quanto nellabilità di ridurre tale rilievo descrittivo per
avvicinarlo a una conseguenza espressiva. La produzione plastica mostra un Pelizzoni
egualmente vigoroso, sebbene i gessi francesi, le teste e i busti in legno e la cera
colata rivelino, in successione di tempo, unevoluzione un po differente dalla
pittura. Il Pelizzoni fu verista, nel senso che presenta le cose come sono, e quantunque
seguisse il modo di modellare di Medardo Rosso, di suo vè la caratterizzazione del
soggetto.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 344-349;
A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2393.
PELIZZONI RINALDO
Torricella di Sissa 24 aprile 1920-7 dicembre 1998
Figlio di un sarto, cominciò a studiare a quattordici anni pianoforte, solfeggio e canto
con il maestro Tironi di Roccabianca e a sedici, dopo lesame di ammissione, entrò
al conservatorio di musica di Parma nella
classe del maestro Brancucci.Al terzo anno di corso, a diciannove anni, vinse da baritono
il primo premio al concorso di Firenze, categoria voci educate, concorso che prevedeva
lattribuzione di una borsa di studio.Debuttò al Teatro Sperimentale di Alessandria
nel Segreto di Susanna di Wolf Ferrari e subito dopo in Rigoletto e nel Barbiere (Figaro)
al Teatro Trento di Parma (1939). Chiamato alle armi a ventanni, fu destinato ai
bersaglieri.Fu decorato quattro volte al valor militare.Durante il servizio militare, nel
1942, ottenuto un mese di licenza, si diplomò al Conservatorio di Parma con la massima
votazione e la lode. La guerra impose una parentesi prolungata allinizio della sua
carriera: fino allagosto 1945, anno in cui fu liberato dal campo di concentramento
in Germania.Dopo sei mesi di cure per rimettere in sesto il fisico debilitato, tornò a
Firenze, riprendendo lattività di baritono in varie opere, quali Tabarro,
Rigoletto, Barbiere, Trovatore, Piccolo Marat, Bohème e Traviata. Dopo aver cantato da
baritono fino al 1949, il Pelizzoni si trovò in una crisi vocale: gli acuti mancavano di
armonici e di smalto, diventavano fissi e ballavano.Il Pelizzoni si ritirò dalle scene
per sei mesi, con la determinazione di diventare tenore.Anche con laiuto del maestro
Renzo Martini, debuttò nuovamente a Parma, al Teatro Regio, nei Pagliacci. Fu un vivo
successo ed ebbe inizio una nuova carriera, questa volta da tenore, in cui cantò in un
repertorio vastissimo: Pagliacci, Carmen, Andrea Chenier, Fedora, Boris Godunov,
Kovancina, Norma, Fanciulla del West, Falstaff, Macbeth, Traviata, Manon Lescaut, Tabarro,
Tosca e Forza del Destino, oltre un numero imprecisato di opere nuove, in moltissimi
teatri in Italia e allestero. Tra queste ultime si possono ricordare La capanna
dello zio Tom di Ferrari Trecate, Il furore di Oreste di Testi, Assunta Spina di langella, Medea di Tintori, Romulus di allegra, Luragano di Rocca, Margherita da cortona di Refice, Peter Grimes di Britten, Il
torneo notturno di Malpiero, Maria egiziaca di respighi,
Nuova Euridice di Lupi, La figlia del re di Lualdi, Resurrezione di Alfano e Belfagor di respighi. Il Pelizzoni nella carriera cantò in un
gran numero di teatri: a Parma, bologna, genova, palermo,
Roma, Napoli, Pisa, Bari e Venezia.Scritturato al Cairo e ad Alessandria dEgitto per
carmen e Pagliacci, per unimprovvisa
indisposizione del baritono Gino Bechi nel Barbiere di Siviglia, il Pelizzoni fu
interpellato dallimpresario per la sostituzione.La sera precedente il pelizzoni aveva cantato come tenore nella Carmen,
e il giorno seguente, vestiti i panni di Figaro, ebbe un ottimo risultato anche come
baritono, al punto che il direttore fece bissare la cavatina.La sera dopo, ripresa la
veste di tenore, cantò nei Pagliacci.La stampa testimoniò leccezionalità
dellavvenimento, certo non comune nella storia del melodramma. Gavazzeni, dopo
averlo ascoltato a Bergamo nei Furori di Oreste, lo fece scritturare al Teatro alla Scala
di Milano per Lassassinio nella cattedrale di Pizzetti come primo cavaliere.Avendo
studiato oltre alla sua parte anche quella degli altri personaggi, mancando un giorno
Mirto Picchi, il Pelizzoni si offerse per eseguire il terzetto.Sia la Wallmann che
Pizzetti vollero sentire tutta la parte e lo scelsero come primo tentatore e primo
cavaliere, parti che poi il Pelizzoni eseguì in tutti i teatri nei quali fu riproposta
lopera del musicista parmigiano. Fu poi prescelto dal regista Felsenstein per la
Volpe astuta di Janá?cek, e alla Scala di Milano accettò di far parte come artista
stabile per essere utilizzato in tutti i ruoli dal 1957 al 1969.Dopo questo anno il
Pelizzoni abbandonò le scene per dedicarsi allinsegnamento.Quale aspirante docente,
vinse diverse cattedre nei conservatori, scegliendo infine la sede di Torino.
FONTI E BIBL.: Arnese; Fioravanti; frassoni;
Frajese; Giovine; Pighini; Tintori; Cronologia dei teatri Regio di Parma, Verdi di Pisa e
La Fenice di Venezia; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 30 gennaio 1983,
3; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1998, 8.
PELLACANI AGOSTINO
Busseto 5 febbraio 1871-Adua 1 marzo 1896
Figlio di Giuseppe. Si arruolò diciottenne nellesercito quale allievo sergente e
nel 1894 pervenne al grado di sottotenente. A Pavia e a Porto Maurizio si guadagnò due
encomi solenni. Avendo manifestato ai superiori la volontà di prendere parte alla guerra
italo-etiopica, fu destinato a raggiungere nel gennaio 1896 la zona di operazioni col 14°
Battaglione Fanteria dAfrica. Sbarcato a Massaua, partecipò alle più significative
battaglie in terra dAfrica e perse la vita nellaspro combattimento di Adua,
durante il quale le truppe italiane si batterono eroicamente contro soverchianti forze
nemiche. Alla memoria del Pellacani venne conferita la medaglia dargento al valore
militare e il suo nome fu onorevolmente ricordato nella lapide dei Caduti che il comune di
Parma fece collocare sotto latrio del palazzo municipale. La motivazione della
medaglia dargento assegnata al Pellacani è la seguente: Con raro coraggio ed
ardimento fu di continuo esempio ai suoi soldati che spinse sempre compatti contro il
nemico.
FONTI E BIBL.: Ai prodi parmensi, 1903, 23-24; Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina,
1961, 349; G. Corradi-G. Sitti, Glorie parmensi nella conquista dellImpero, Parma,
Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 30.
PELLACANI ANTONIO, vedi PELACANI ANTONIO
PELLACANI FULVIO
Busseto 1869-1935
Figlio di Giuseppe. Conquistatosi un posto gratuito nel Collegio Maria Luigia di Parma e
laureatosi in chimica pura e farmaceutica, fu in seguito assistente del Mazzara nelluniversità di Parma e poi, sempre a Parma,
docente di scienze naturali allIstituto Magistrale, al Liceo Romagnosi e al Collegio
SantOrsola. Lasciò varie monografie di chimica organica e inorganica. Scrisse
inoltre darte, storia e musica sotto lo pseudonimo di Miosotis nel Giornale
dItalia e nella Gazzetta di Parma, al cui corpo redazionale appartenne stabilmente
per più anni. Fu tra gli esponenti del Partito liberale e, quale assessore per la
Pubblica Istruzione dal 1907 al 1913, istituì la Scuola di Economia Domestica, la Pro
Schola e la refezione calda nelle scuole elementari e fu tra i promotori del Centenario
Verdiano del 1913. In quel periodo presiedette anche il Teatro Regio di Parma,
organizzandovi la rappresentazione completa delle opere verdiane. Promosso preside negli
istituti magistrali, fu a Piazza Armerina, a Udine (dal 1915 al 1917) e a Padova, dove
tenne per molti anni la presidenza dellUniversità Popolare e della Dante Alighieri.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 117-118.
PELLACIDI RUGGERO
Parma 31 luglio 1823-Albania 12 settembre 1857
Entrato nellordine Fracescano, fu
destinato nellanno 1855 quale missionario in Albania, dove morì a soli 34 anni.
FONTI E BIBL.: Biblioteca della Terra Santa, XIII, 1930, 403.
PELLACINI ANDREA
Parma 1908-post 1937
Figlio di Guido e di Virginia Davoli, capo squadriglia della 851a Bandera
Vampa, fu decorato di medaglia dargento al valor militare, con la seguente
motivazione: Volontariamente si offerse di far parte di un plotone esploratori. Durante
una azione per la conquista di importante posizione condusse con perizia e slancio la sua
squadra allattacco attraverso terreno impervio e sotto intenso fuoco di
mitragliatrici. Ferito il comandante del plotone lo sostituiva nel comando continuando la
lotta finché cadeva egli pure ferito. Si rammaricava solo di dover abbandonare il campo
di battaglia. Esempio di valore e belle virtù militari (Zona di Soncillo, Quota 1063, 14
agosto 1937).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.
PELLATI FRANCESCO
Parma-post 1787
Vestiarista, fu attivo al Teatro di Reggio Emilia nelle stagioni di Carnevale del 1786 e
del 1787.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
PELLAVICINO, vedi PALLAVICINO
PELLEGRI
Parma XIX secolo
Fabbricatore di archetti attivo a Parma nel XIX secolo.
FONTI E BIBL.: H.Vercheval, Dizionario del violinista, 1924.
PELLEGRI ALBERTO
San Lazzaro Parmense 23 maggio 1896-Roma 19 dicembre 1918
Compiuti a Parma gli studi medi, vi frequentò i primi due anni degli studi di medicina.
Fu fervido propugnatore della partecipazione dellItalia alla prima guerra mondiale. mobilitato al principio della guerra, fu
sottotenente e poi tenente nel corpo dei granatieri. Combatté da eroe nel 1° reggimento e poi nel 2°, finché, il 17 settembre
1916, sul Carso, offertosi volontario per unazione di sorpresa contro alcune
mitragliatrici nemiche, fu ferito alla gamba destra. Pur seriamente menomato, non volle
recedere e non volle farsi medicare: continuò lavanzata alla testa del suo reparto,
finché cadde colla gamba sinistra straziata da un proiettile esplosivo. Al Pellegri fu
concessa la Medaglia dArgento al Valore, oltre alla croce di guerra. Nonostante
lamputazione subita, morì in seguito ai postumi della grave ferita solo due anni
più tardi. Il pellegri fu poi laureato a
titolo donore l8 dicembre 1919.
FONTI E BIBL.: Caduti Università parmense, 1920, 33-34.
PELLEGRI FAUSTINO
Langhirano 1829-Parma 21 gennaio 1895
Trasferitosi
a Parma, studiò nel Collegio Maria Luigia e poi compì gli studi legali in Piacenza. In
seguito tornò a Parma a fare pratica di notaio presso Gabriele Guadagnini, del quale fu
poi collega. Il Pellegri fece parte della Commissione per il progetto della nuova legge
sul notariato. Consigliere comunale di Parma, consigliere relatore della Deputazione provinciale, direttore per molto tempo della Cassa
di Risparmio, fu anche eletto deputato al Parlamento nella XVI legislatura. Nutrì
sentimenti liberali. Fu abbastanza assiduo ai lavori della Camera, dove appoggiò la
politica governativa. Fu lungamente presidente del Consiglio Notarile di Parma, al quale
dedicò tutto se stesso. Legò il suo nome allorfanotrofio
Vittorio Emanuele II (eretto per sua iniziativa dalla Cassa di Risparmio di Parma), del
cui Consiglio amministrativo il Pellegri fu presidente.
FONTI
E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 87; T. Sarti, Il Parlamento subalpino e
italiano, 2 voll., Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, deputati e senatori, 1941,
II, 297.
PELLEGRI GIOVANBATTISTA
Busseto 1683
Intagliatore ricordato nellanno 1683 per un contratto per il pulpito nella
Parrocchiale di Pieveottoville.
FONTI E BIBL.: G. Godi, 1976, 152; Il mobile parmigiano, 1983, 256.
PELLEGRI ORMISDA ROMANO LORENZO
Grammatica 6 agosto 1868-Parma 25 luglio 1945
Figlio di Beniamino, di famiglia benestante. Ordinato sacerdote il 28 marzo 1891, fu
parroco a Cassio e rettore del seminario di berceto negli anni 1896-1898. Quando monsignor
Conforti fu nominato arcivescovo di Ravenna nel 1902, volle il Pellegri rettore
dellIstituto di San Francesco Saverio delle Missioni Estere (1902-1907). Il Pellegri
fu inoltre nominato professore di Pastorale nel Seminario di parma. Fu parroco di Marano e per ventanni
(1917-1938) arciprete di Noceto, dove profuse le migliori energie, lasciando in
quellimportante parrocchia unorma incancellabile. Con la collaborazione della
cittadinanza arricchì la chiesa di vetrate istoriate, costruì le tribune per uomini e
giovani e provvide laltare maggiore di un artistico tabernacolo. Per la formazione
morale e religiosa della gioventù creò loratorio festivo Filippo Neri (1925),
ampliato con una sala dedicata a Guido Maria Conforti (1931). Ideò e realizzò inoltre un
organismo di benefica assistenza: la conferenza
di San Vincenzo de Paoli. Il 1° marzo 1938 fu fatto prefetto della chiesa
magistrale di Santa Maria della Steccata in Parma. In punto di morte emise i voti e fu
accettato nellistituto delle Missioni
Estere di Parma. Fu insignito nel 1941 del titolo di Canonico onorario della Cattedrale di
Parma. Grammatica, suo paese natale, deve molto al Pellegri: i restauri della chiesa nel
1908, il rifacimento della canonica nel 1936, lelevazione della chiesa a Santuario
della Madonna nel 1938, e tutti i paramenti più belli e preziosi.
FONTI E BIBL.: I. DallAglio, Seminari di Parma, 1958, 185; E. DallOlio,
Corniglio e la sua valle, 1960, 119-120; G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 302.
PELLEGRI
SALVATORE
Parma-post 1834
Liutaio, agì nella prima metà del XIX secolo. Il Molossi nel suo Vocabolario
topografico (p. 298) scrisse: Del sig. Salvatore Pellegri comecchè siam certi di
disgustare la sua modestia, pure non ci possiam tenere dal dire chegli è di rara
abilità per rassettare non solo, ma ben anco per imitare i più accreditati istromenti
dello Stradivario, dellAmati, del Guerrini e simili. Il Valdrighi e il Vannes lo
citano solo come archettaio.
FONTI
E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
PELLEGRI UGO
Parma 1915-20 dicembre 1997
Marinaio,
fu decorato di medaglia dargento al valor militare per un episodio che avvenne il 10
aprile del 1944 in una base navale del Tirreno, dove il Pellegri si trovava imbarcato su
un Mas. Quel giorno ci fu un ammutinamento e furono uccisi diversi ufficiali.Il Pellegri,
con spregio del pericolo, si batté contro i rivoltosi venendo gravemente ferito da uno di
essi mentre era sul Mas con il compito di secondo nocchiere. subì anche un breve periodo di prigionia. Al
rientro in patria, a guerra conclusa, fu impiegato come vigile urbano.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 dicembre 1997, 14.
PELLEGRINI ANGELO
Parma 1762/1763
Falegname, realizzò nel 1762-1763 due confessionali di Ognissanti a Parma, in
collaborazione con un intagliatore anonimo.
FONTI E BIBL.: L. Grandinetti, 1973, 18; Il mobile a Parma, 1983, 260.
PELLEGRINI ANTONIO
Parma 1888/1900
Fu autore di numerose pubblicazioni di carattere storico.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 704.
PELLEGRINI BIANCA
Como-Torrechiara ante 1482
Moglie del milanese Melchiorre dArluno, fu amata appassionatamente dal condottiero
Pier Maria Rossi il quale, pur essendo sposato ad Antonia Torelli, volle circondare con
splendida signorilità la sua preferita di tutte le finezze che il Rinascimento
prodigava.Acquistò per lei il castello di Roccabianca, fece coniare con leffigie
della Pellegrini medaglie da Giovanni Francesco da Enzola, e nel castello di torrechiara fece un museo e un altare dedicato al
ricordo dellamata. Nella volta della Sala doro del Castello la Pellegrini è
effigiata ben quattro volte, oltre a essere ritratta ripetutamente in magnifiche sculture
in ogni sala e perfino nella cappella, dove poi fu sepolta.
FONTI E BIBL.: L. Molossi, Vocabolario topografico dei ducati di Parma, Piacenza e
Guastalla; C. Ricci, Eroi, santi ed artisti, Milano, 1930; F. Orestano, Eroine, 1940, 284.
PELLEGRINI ERNESTO
Parma 19 novembre 1843-Parma 13 agosto 1884
Figlio di Ferdinando e Maria Bellini. Fu volontario con Garibaldi nelle campagne
risorgimentali del 1866 e 1867. Prestò poi servizio per diciassette anni presso il regio Collegio Maria Luigia.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 200.
PELLEGRINI FABRIZIO
Parma XV secolo/1515
È
forse lo stesso Peregrino da Parma che volgarizzò la Cronica di Eccelino da Romano
contenuta in un codice vaticano di varie scritture unite da Angelo Massarello di San
Severino. Tale volgarizzamento è databile alla fine del XV secolo, come appare dal
carattere e dallo stile. È intitolato Chronica di Eccelino da Romano riduta in lingua
materna per Peregrino da Parma. Il Proemio comincia in questo modo: Un Citadino Padoano
Orlandino dicto notario publico nel anno del Sig. 1200 scrisse 12 Lib. de le cose occorse
nel suo tempo ac etiam del Padre ne la Marcha Trivisana, et maxime la Vita di Eccelino de
Romano, et comenzete a scrivere questa Chronica nel anno 1260, qual per esser scrita in
latina lingua assai rude, et prolixa, mi ha parso per farvi cosa grata Sp. M. Gioane
Baptista Contarino redurla sotto brevità in lingua volgare nostra. Il Pellegrini nel 1515
fu segretario di Giuliano de Medici, duca di Nemours. Un saggio del suo valore nelle
buone lettere è costituito da un epigramma anteposto alledizione di Sillio Italico,
procurata da Ambrogio Nicandro da Toledo e pubblicata in Firenze nel 1515 da Filippo
Giunti. Il Pellegrini fu anche appassionato e raccoglitore di antichità: Paolo Giovio
afferma di aver veduto presso il Pellegrini una testa di Annibale, avanzo di una antica
statua (Ejus ex marmorea statua integrum caput penes
fabritium Peregrinum Parmensem vidimus). Nel 1516 il Medici morì, e si ignora
quale fu poi la sorte del Pellegrini.
FONTI
E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 168-169;
Aurea Parma 2/3 1957, 104.
PELLEGRINI FRANCESCO
Parma 4 ottobre 1794-post 1840
Fu in servizio alla corte di Maria Luigia
daustria dallanno 1819 come
accenditore, dal 1821 come staffiere di 3a classe, dal 1831 come lacchè e dal
1838 come scopritore di tavola.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 313.
PELLEGRINI LUIGI
-Parma 1 novembre 1813
Figlio di Felice. Fu cavaliere Costantiniano.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.
PELLEGRINI LUIGI
Parma 30 settembre 1780-
Figlio di Felice. Nel 1805 ebbe il grado di sottotenente. Nel 1807 fu al servizio del re delle Due Sicilie, nel 1808 fu promosso
tenente, nel 1809 capitano, nel 1812 aiutante maggiore. Nel 1814 fu capitano delle Guardie
di Maria Luigia dAustria e nel 1816 capitano del reggimento Maria Luigia. Prese parte alle seguenti
campagne militari: 1805-1806 Blocco di Venezia, 1808-1811 Spagna, 1813-1814 italia.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 29-30.
PELLEGRINI MASSIMILIANO
Tabiano 11 novembre 1839-Monticelli dOngina 28 marzo 1904
Compì gli studi nel seminario diocesano di Borgo San Donnino, nel quale fu prefetto dal
1862 al 1864.Ordinato sacerdote dal vescovo di Parma Felice Cantimorri, essendo vacante la
cattedra episcopale borghigiana, iniziò il sacro ministero nel 1865 a Parola in qualità
di curato. Destinato economo spirituale a Zibello, gli fu interdetto dal Governo
laccesso a quella parrocchia per fanatismo religioso, onde dovette ritirarsi a
Tabiano, rimanendovi inoperoso sino al dicembre 1866. Passato quindi a Polesine quale
coadiutore di quel parroco, fu, nel settembre 1868, trasferito a Monticelli dOngina.
Alla morte del prevosto Giuseppe Cordani, venne designato a succedergli l11 dicembre
1870 e fu canonicamente investito il 12 gennaio del successivo anno. Il Pellegrini fu
particolarmente fermo contro le correnti laiciste della massoneria e del liberalismo. Nei
trentanni del suo governo pastorale contribuì al decoro della chiesa maggiore
compiendovi restauri e abbellimenti e dotandola di una nuova facciata in marmo e di un
nuovo campanile con un concerto di otto campane. Fece ricostruire dalle fondamenta la
chiesa di San Giovanni (di cui fu progettista e direttore dei lavori) nel nuovo cimitero
da lui voluto, dispose per un radicale restauro dellaltra chiesa comparrocchiale di
San Giorgio, ornandola di stucchi e pitture, fondò lIstituto San giuseppe per lassistenza e leducazione
dellinfanzia e della gioventù, tutelò e difese strenuamente i diritti della Chiesa
rivendicando e conservando il ricco patrimonio parrocchiale e delle confraternite. Quando,
colpito da grave malore, si vide impotente a esercitare il ministero parrocchiale, fece
atto di spontanea rinuncia il 20 dicembre 1900. Annoverato da papa Leone XIII tra i suoi
prelati domestici, il Pellegrini ebbe sepoltura nel cimitero parrocchiale di Monticelli
dOngina, in un avello sopra il quale una lapide ne rammenta le benemerenze.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 349-351.
PELLEGRINI NICOLA
Parma 6 dicembre 1782-1845
Figlio di Pietro e Anna Bianchi.Fu causidico, notaio e consigliere ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, Necrologio di N. pellegrini,
in Gazzetta di Parma 24 giugno 1845; E. Adorni, Ricordanze intorno i meriti e la persona
del Dr. Cosigliere ducale N. Pellegrini, notaio parmense, Milano, Guglielmini, 1845; F. da
Mareto, bibliografia, II, 1974, 823.
PELLEGRINI PAOLO
Parma seconda metà del XVI secolo
Boccaloro attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti.
PELLEGRINI PIETRO
Parma 23 ottobre 1809-Torino 18 ottobre 1851
Figlio di Nicola.Compì il corso di studi di belle lettere e filosofia. Mentre ancora
frequentava il terzo anno del corso di legge, appena ventenne fu eletto professore di
lingua greca nellUniversità di Parma. Ebbe la stima e lamicizia del Colombo,
del Pezzana, del Taverna e del Giordani, che ne conobbero gli studi di letteratura greca,
latina e italiana. In particolare, il Giordani richiese la collaborazione del Pellegrini
per nuovi studi sulle opere di Tacito. Tra i suoi primi lavori, pubblicò una Canzone in
morte di Maria Sanvitale. Nel 1843, assieme a Giovanni Adorni, diede vita al giornale La lettura. Due anni dopo pubblicò da Le Monnier
Studii Filologici di Leopardi, raccolti e ordinati da Pietro Pellegrini e Pietro Giordani.
Il Pellegrini fu membro (vi ebbe lincarico degli Affari Esteri) della Reggenza per
il Governo Provvisorio di Parma e Piacenza, nominata dal duca Carlo di Borbone il 20 marzo
1848 (cessò dalle funzioni il 7 aprile dello stesso anno). Il Pellegrini l11 aprile
1848 fu nominato ancora membro del governo
Provvisorio, che in seguito al plebiscito del 26 maggio proclamò lunione al Regno
di Carlo Alberto di Savoja. Fece anche parte della deputazione inviata a presentare al re di sardegna
latto di unione del Ducato di Parma. Dopo la battaglia di Novara dovette andare
esule in Piemonte, patire il sequestro dei beni e staccarsi dalla famiglia. A Torino il
Pellegrini fu nominato professore dAntichità nella Regia università. Morì a soli 42 anni detà,
lasciando materiali e carte non ordinate di studi filologici, letterari e scientifici, che
andarono poi dispersi.
FONTI E BIBL.: G.B. Passano, Novellieri italiani, 1868, 231; G. Sitti, Il Risorgimento,
1915; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 300-304 e 524; Assemblee
del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 366; Strenna parmense, 1842, 66; T.Marchi, in Aurea Parma 1948,
68-102; E.Sabia, Pietro Pellegrini affabile letterato, in Gazzetta di Parma 13 febbraio
1956, 3 e in Reggio e Parma dal 500 all800, Reggio, 1971, 126-128.
PELLEGRINI VERO
Roccabianca 1918-1991
A ventiquattro anni si laureò a Parma in Medicina, e nel 1944 aprì un ambulatorio in
piazzale San Benedetto: fu il medico del quartiere, dei Salesiani e dei loro ragazzi, e
soprattutto il medico dei poveri. Esercitò la professione come una missione.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 239.
PELLEGRI VIGNALI GIACOPO
Borgo San Donnino 1751-1837
Acquistò fama di dotto teologo. Insegnò a lungo nel Seminario Diocesano di Borgo San
Donnino formando generazioni di giovani alla vita sacerdotale.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, III, 1978, 1290.
PELLERI GIUSEPPE ANTONIO
Parma 8 novembre 1761-Parma 11 febbraio 1824
Figlio di Ercole e di Maria Virginia Dentoni. Conseguì il dottorato in giurisprudenza
sotto la guida di Sante Del Rio nel 1783 e già due anni dopo si fece apprezzare come
ottimo giurista, quale supplente di Paolo Alinovi nellinsegnamento delle Pandette.
Fu discepolo, amico e poi compagno di lavoro di Luigi Uberto Giordani, e, come questi, fu
più incline alla letteratura e allo studio della storia che allesercizio
dellavvocatura. Il Pelleri si dedicò infatti anche allattività poetica
componendo vari sonetti che fece poi pubblicare. Per il suo significato politico e come
testimonianza del costume del tempo, si ricorda in particolare che compose uno dei sonetti
contenuti nellopuscolo In occasione del solenne ingresso in Parma di Sua Maestà la
Principessa Imperiale Maria Luigia, Arciduchessa dAustria, Duchessa di Parma,
Piacenza e Guastalla (Parma, 1816, 6), alla stesura del quale contribuirono alcuni dei
personaggi più in vista dellambiente culturale parmigiano, tra i quali Giuseppe
Bertani e Gaetano Godi. Come magistrato tuttavia, il Pelleri assurse alle più alte
cariche. Nel 1788 fu nominato Uditore Criminale, nel
1800 fu promosso consigliere nel Supremo Tribunale di Grazia e Giustizia, infine nel 1804
consigliere nel Supremo Magistrato e della Corte Criminale a Piacenza. Rientrato in Parma
nel 1814, sotto il governo di Maria Luigia dAustria fu nominato membro della Camera
Giudiziaria della Reggenza e quindi consigliere di Stato (1815) e professore onorario
dellUniversità di Parma. Venne inoltre insignito della croce dellordine costantiniano
di San Giorgio. Negli anni seguenti presiedette la Prima Commissione Legislativa e fu
consigliere nel Supremo Tribunale di revisione.
FONTI E BIBL.: Istituto per la Storia dellUniversità di Parma, Note statistiche del
personale universitario 1818, tomo 492, 67;
A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani raccolte dal padre Ireneo Affò
e continuate da Angelo Pezzana, Parma, 1833, tomo VII, 602-604; F. Rizzi, I professori
delluniversità di Parma attraverso i
secoli, Parma, 1953, 102; Studi parmensi XXXI 1982, 219; R. Giordani, Opere scelte di L.U.
Giordani, 1988, 358.
PELLERI ICILIO
Parma 12 marzo 1840-
Figlio di Ermenegildo e Adelaide Godi. possidente,
ex ufficiale garibaldino, nel 1864 fu sottoposto a sorveglianza per motivi politici (era
considerato oltranzista) dalle autorità di polizia.
FONTI E BIBL.: P. DAngiolini, Ministero dellInterno, 1964, 174.
PELLERI LUIGI
Collecchio 1834/1875Fu consigliere anziano del comune
di collecchio tra il 1834 e il 1875, forse
non continuativamente. Fu podestà di Collecchio dal 6 novembre 1852 al 1859, con
frequenti interruzioni (o assenze) durante le quali fu sostituito da sindaci facenti
funzione di podestà. Nel 1855, quando la popolazione di Collecchio fu colpita dal colera,
affrontò con energia la situazione nominando una commissione di sanità e prendendo altri
idonei provvedimenti, tra i quali listituzione di un ospizio per i colerosi o
lazzaretto. Di sentimenti patriottici, durante il plebiscito del 1859, che sottoscrisse
quale podestà, propagandò vivacemente il voto per lannessione al Regno di
Sardegna. Sembra fosse in relazione di parentela con i Paveri-Fontana. Compare ancora nel
1866 tra gli offerenti al Comitato di soccorsi ai militari feriti nelle guerre
dIndipendenza.
FONTI E BIBL.: F.Botti, Collecchio Sala Baganza Felino e loro frazioni, Parma, 1961;
U.Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 11 gennaio-4 aprile 1960,
alla voce; Collecchio e Sala Baganza, lettura dambiente, a cura di N.Rizzoli, Parma,
1979; Malacoda 9 1986, 70.
PELLERZI EUGENIO, vedi PELERZI EUGENIO
PELLICANO BIAGIO, vedi PELACANI BIAGIO
PELLICELLI NESTORE, vedi PELICELLI NESTORE
PELLINGHELLI GIOVANNI GIACOMO
Parma 1656/1659
Sacerdote, fu cantore nella cappella della Steccata in Parma dall11 febbraio 1656 al
24 settembre 1659.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
PELLINI
PIETRO
Parma
1701/1732
Statuario.Assieme allo scultore Giuseppe Trolli, adornò di numerose statue barocche
lavviluppante e gigantesca balaustra della Steccata, allorché (dal 1701 al 1732) il
cinquecentesco tempio, per opera di Adalberto della Nave, Carlo Fontana, Giovanni Ruggeri
e forse del Bibiena, ebbe aggiunte grandi volute, riccioloni murali, pieghe svolazzanti e
grandi vasi decorativi.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 30.
PELLIZZARI ILARIO
Parma 1449/1452
Fu abbreviatore delle lettere apostoliche nella
Curia romana ai tempi di papa Niccolò V, come si rileva da un diploma originale
conservato nellArchivio segreto della Comunità di Parma, diretto al Pellizzari nel
1451 dal cardinale Bessarione, il quale, in vigore della facoltà ottenuta nel 1449 dal
detto pontefice di poter istituire venti
notai, conferì tale onore al Pellizzari.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 264.
PELLIZZOLI GIUSEPPE
Parma 1700
Fu pittore quadraturista e di architetture e architetto civile, attivo nellanno
1700.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 22.
PELLIZZONI ALDO
Spezia 21 settembre 1911-Borgo Val di Taro 7 marzo 1960
Caporale del 12° Reggimento Artiglieria, Divisione Sila, fu decorato di medaglia
dargento al valore militare, con la seguente motivazione: Durante un violento
combattimento, quale servente cooperava per il trasporto a braccia del suo pezzo fino a
brevissima distanza dal nemico. Ferito a morte il puntatore e caduti feriti il capo pezzo
e altri tre serventi, continuava da solo il servizio del pezzo, efficacemente battuto
dalla fucileria avversaria. Rimasto inceppato il cannone, con calma e decisione provvedeva
ad estrarre il bossolo per riprendere imperterrito il fuoco. Per leroismo e la
fermezza dimostrata, durante tutta lazione, destava lammirazione entusiastica
dei compagni (Amba Aradam, 15 febbraio 1936).
FONTI E BIBL.: G.Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dellimpero, 1937.
PELLIZZONI PAPIANO, vedi DELLA ROVERE PAPIANO
PELOSI
ANDREA
Parma
XVI secolo
Fu
notaio e verseggiatore attivo nel XVI secolo.
FONTI
E BIBL.: D.Rigotti, in Gazzetta di Parma 8 ottobre 1962, 3.
PELOSI
ANDREA
Parma
1606/1618
Fu precettore dei chierici per il canto fermo dal 23 giugno 1606, quando ancora non era
sacerdote. Con la stessa funzione fu nominato residente della Steccata di Parma il 22
giugno 1607. Il 21 giugno 1613 lo si trova tra i cantori (fino al 31 agosto 1618).
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 82.
PELOSI ANTONIO
Langhirano 1916-Fronte del Don 29 dicembre 1942
Figlio di Luigi. Sergente maggiore della 30° Compagnia Genio Artieri, divisione Pasubio,
risulta disperso in combattimento sul fronte russo del Don. Fu decorato della croce al
valore militare, con la seguente motivazione: Allestiva e guidava il traghettamento con
battelli pneumatici di pattuglie di fanteria in una isola occupata dal nemico. Formava coi
genieri una pattuglia di volontari e cooperava coi fanti in un vittorioso colpo di mano e
nella cattura di prigionieri e di armi. Sotto il fuoco nemico con ammirevole calma
riconduceva i battelli al luogo di partenza (Cnjeper, 5 settembre 1941).
FONTI E BIBL.: Comune di Langhirano, Ufficio Toponomastica.
PELOSI CELSO
Tordenaso 12 ottobre 1932-Roma 23 settembre 1976
Compiuti
gli studi nel Seminario di Parma, fu ordinato sacerdote il 19 giugno 1955 e nominato
Vicario Cooperatore del parroco di Medesano. Un anno dopo fu nominato parroco di Sanguigna
di Colorno, ufficio che tenne per dieci anni. In quel periodo concretò il proposito di
approfondire gli studi teologici presso la Facoltà di Teologia di Milano. Nel 1962 fu
chiamato a reggere la parrocchia di Santa Croce in Parma e nel 1963 fu incaricato
dellinsegnamento di Storia della Chiesa nel Seminario Maggiore di Parma. Il 27
giugno 1967 conseguì la laurea in Teologia. Dal 1968 fu socio aggregato della Deputazione
di Storia Patria di Parma. Nel 1970 lasciò linsegnamento di Storia della Chiesa per
la sopravvenuta chiusura del corso teologico del seminario
Maggiore. Nel 1972 rinunciò alla parrocchia di S.anta Croce per recarsi a Parigi presso
lInstitut Catholique, ove seguì, per un anno, un corso di perfezionamento in Storia
della Chiesa. Tornò in Italia per raccogliere il materiale relativo alla dissertazione di
perfezionamento assegnatagli dal Chenu: Fede e politica in Italia dal 1965 al 1972. Dal
1973 ebbe lufficio di Responsabile della Catechesi parrocchiale e della formazione
teologica, fu diacono della Cattedrale di Parma e consulente ecclesiastico
dellAssociazione Medici Cattolici. Dal 1975 collaborò con Giorgio Campanini,
docente della Facoltà di magistero
delluniversità di Parma. Recatosi a
Roma per motivi di studio, vi perdette tragicamente la vita in un incidente stradale. Il
Pelosi si dedicò per anni a una assidua opera di ripartizione, schedatura e catalogazione
del carteggio Micheli, svolta in vista di una organica pubblicazione di quei significativi
documenti di storia locale e di storia del movimento cattolico, dalla fine del XIX secolo
al secondo dopoguerra. Da quel lavoro il Pelosi trasse i primi spunti delle sue ricerche
storiche che, nel prosieguo del tempo, furono caratterizzate da un progressivo ampliarsi
degli orizzonti e approfondirsi delle valutazioni. I suoi scritti si possono dividere in
due momenti. Il primo é caratterizzato dal prevalere degli interessi locali e si apre con
il volume Note ed appunti sul movimento cattolico a Parma (Quaderni di Vita Nuova, Parma,
1962). È articolato in cinque capitoli, i primi due dei quali, relativi agli episcopati cantimorri, Villa e Miotti, furono ripresi e
sviluppati nelle successive monografie. Il terzo capitolo tocca le polemiche e i malintesi
tra autorità ecclesiastica e movimento cattolico che punteggiarono lepiscopato
Magani. Il quarto e il quinto, relativi allepiscopato Conforti e al contemporaneo
costituirsi in Parma delle prime associazioni fasciste e delle prime sezioni del Partito
Popolare, si risolvono nella denuncia di alcune conseguenze della prevaricazione fascista.
Molto sintetico é il lavoro su Mons. Felice Cantimorri e il suo tempo, pubblicato nel
1967 in Archivio Storico per le province
Parmensi: da quelle dieci pagine affiora tutto il dramma di un vescovo che non riuscì ad
accettare la nuova realtà del risorgimento. Ben più estesa e documentata é la biografia
Domenico Maria Villa, Vescovo di Parma, scritta per il 4° Convegno di Storia della Chiesa
(La Mendola, 1971) e pubblicata nel 1973 tra gli Atti di quel Convegno. È un prezioso e
originale contributo che già mostra i risultati largamente positivi del contatto con
illustri cultori della disciplina, quale fu ad esmpio Fausto Fonzi. Il giudizio sul
personaggio é sostanzialmente severo, solo formalmente attenuato da reverenziale
rispetto. Alla carità del grande vescovo, che ottenne ufficiale riconoscimento da quella
autorità civile di cui non riusciva a cogliere la funzione storica, il Pelosi contrappone
la talora felice e talora incerta e contraddittoria successione di scelte pratiche su
singoli assillanti problemi (crisi delle vocazioni, restaurazione di una cultura
cattolica, catechesi, rilancio devozionale, organizzazione del movimento cattolico) che
costituirono, per il Villa, più un imperioso invito allazione che uno stimolo di
profonda riflessione. Tre altri lavori costituiscono il secondo momento. In Orientamenti
Sociali del 1975 si legge una sua relazione su Le ACLI dopo Firenze, in merito al 13°
Congresso nazionale delle ACLI. È forse il lavoro meno felice dei tre: alla fedeltà
della cronaca non sembra corrispondere uguale limpidezza e autonomia di conclusioni. Del
1976 é lo studio sul Concetto di proletariato in Murri, comparso in Civitas. Ottime sono
le pagine che enucleano dal frammentario messaggio del Murri lideale promozione del
proletariato a popolo protagonista di una politica democratica, e limpida é la serie dei
confronti tra le posizioni incerte di papa Leone XIII, le troppo possibiliste proposte del
Toniolo e le missionarie intuizioni murriane. Ulteriore approfondimento meriterebbero
invece alcuni, forse apparenti, slittamenti del Pelosi, nelluso quasi equipollente
dei termini socialismo e marxismo e nellanalisi della rivendicata ma non provata
matrice murriana della sinistra cattolica. Ma il lavoro dal quale emerge limpida la
maturità spirituale e culturale del Pelosi, si legge in Humanitas (1974-1975) sotto il
titolo La revisione del Concordato. Con proficua inversione di tempi, riferisce dapprima
sulle discussioni parlamentari e sugli interventi della stampa e dellautorità
ecclesiastica, intercorsi in merito tra il 1965 e il 1971, risale poi al periodo 1929-1945
e concatena il suo discorso mediante due fondamentali prese di posizione. Dalla
definizione conciliare di Chiesa-Popolo di Dio, il Pelosi evince che la pace religiosa di
una nazione non si basa su privilegi concessi a maggioranze e minoranze ma ha il suo
fondamento nel riconoscimento dei diritti e della dignità della persona umana. La seconda
ne corregge la radicalità: ogni sostanziale cambiamento di strutture presuppone una
conversione interiore che lo determini o che renda disponibili allaccettazione delle
conseguenze e degli eventuali rischi.
FONTI
E BIBL.: A. Marastoni, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1976, 40-43.
PELOSI CIPIRIANO
Parma 1866
Fante. Fu tra i dieci parmigiani presenti a
Custoza nella giornata del 24 giugno 1866, che furono insigniti della medaglia
dargento al valor militare per aver sostenuto la ritirata trattenendo limpeto
nemico.
FONTI
E BIBL.:
Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.
PELOSI GIOVANNI, vedi PELOSIO GIOVANNI
PELOSI
GIUSEPPE
Parma
1867-Dogali 26 gennaio 1887
Soldato del 6° Reggimento Fanteria, dopo strenuo combattimento, più volte ferito, cadde
da valoroso nel combattimento di Dogali. Alla sua memoria venne concessa la medaglia
dargento al valore militare, colla seguente motivazione: Per la splendida prova di
valore data nel combattimento del 26 gennaio 1887 a Dogali, rimanendo ucciso sul campo. Il
Comune di Parma lo ricordò nella lapide posta nellatrio del Palazzo civico.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dellim-pero,
1937, 45; Decorati al valore, 1964, 94.
PELOSIO GIOVANNI
Parma 1547/1548
Venne pagato dalla casa farnesiana il 23
gennaio 1548 5 scudi e 4 soldi per molte dipinture fatte fino alli 2 di dicembre passato
nellArmeria di S.E. (Archivio di Stato di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, vol. III, c. 328; Archivio Storico per le province
Parmensi XLVI 1994, 355.
PELOSO GIOVANNI, vedi PELOSIO GIOVANNI
PENAROLI
GIOVAN BATTISTA
Pellegrino
1662/1663
Notaio, fu commissario di Pellegrino nel 1662-1663. Il 1° febbraio 1663 pubblicò una
grida per la caccia nel marchesato.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13.
PENAZZI
GHERARDO
Parma
1711 c.-post 1792
Fu oratore sacro di qualche rinomanza. È verosimile che a quellufficio fosse stato
destinato dalla Compagnia di Gesù, nella quale entrò da giovanetto. Benché nel 1792
oltrepassasse lottantesimo anno detà, pure continuava la predicazione.
Appunto in quellanno recitò nella chiesa di San Liborio di Colorno il Panegirico di
San Luigi, del quale fu dato questo giudizio (nelle Memorie per servire alla Storia
Letteraria): Lautore é più che ottuagenario. Se lo compose in questultimo
tempo, ha diritto alla comun meraviglia; ma se fu lavoro de suoi anni robusti, non
potea il Panegirico attendersi molta considerazione che dalla decrepitezza. Nel giornale Arcadico il Penazzi è chiamato distinto
oratore e lAffò, che lo conobbe a Rimini lanno 1782, nel suo viaggio di Roma e Napoli lo dice Ex gesuita di
merito.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 216.
PENAZZI ILARIONE , vedi PINAZZI ILARIONE
PENAZZI LUIGI, vedi PENNAZZI LUIGI
PENCARIi, vedi PENCARO
PENCARO GIOVANNI
Parma 1488
Il suo nome, segnalato dallAndres a Ramiro Tonani, figura nel catalogo della
Biblioteca dei Padri Girolamini di S.t Miguel de los Reyes presso Valenza in
Spagna, ove é registrato il seguente manoscritto: Francisci Tuppi neapolitani Tractatus Rithmicus in mortem Illm-e D. Hippolytae Sforciae Ducissae, traductus in
linguam vulgarem Italam per Joannem Pencarum Parmensem. Ippolita, protettrice delle
lettere, morì, secondo il Summonte, il Troyli e lArt de vérif. les dates, in
Napoli nel 1488.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827,
216-217.
PENCARO
GUGLIELMO
Borgo
San Donnino inizi del XV secolo-Ferrara 26 giugno 1476
Figlio di un esattore della mensa episcopale di Parma, che occupava in Borgo San Donnino
lufficio di riscuotere le decime e i frutti che spettavano alla stessa mensa. Pare
assodato che appartenesse alla famiglia di quel Pietro pencaro o Pencari, che nel 1281 redasse i primi
statuti del Comune borghigiano. Fu il capostipite dellomonima famiglia di Ferrara,
città dove il Pencaro visse infatti a lungo, alternando alla carica di ambasciatore dei
principi dEste quella di docente di giurisprudenza nellUniversità cittadina.
Uomo di grande cultura e fine diplomatico, ottenne, a Viterbo dapprima e in seguito a
Borgo San Donnino, a Parma (dove gli fu conferita la cittadinanza onoraria e dove abitò
almeno fino al 1459) e infine a Ferrara, importanti incarichi. Oltre che insigne
giureconsulto, fu prudente consigliere e abile ambasciatore, tenuto ovunque in grande
considerazione. Emerse inoltre tra i latinisti del suo tempo. Allorché Borgo San Donnino,
alla morte del duca di Milano Filippo Maria Visconti (13 agosto 1447), sullesempio
di Parma e di altre città, il 16 agosto successivo si proclamò libera repubblica, il
Pencaro scrisse da Viterbo ai presidenti del governo di Borgo San Donnino una lettera di
esultanza per la recuperata libertà della sua terra natale. Il documento, che reca la
data del 18 novembre di quellanno, é conservato nellArchivio di Stato di
Parma. Nel 1475, in qualità di ambasciatore e di consigliere di giustizia, fu inviato dal
duca Ercole dEste a Venezia per definire i termini dellalleanza con quella
Repubblica e con il Ducato di Milano. Fu tra i magistrati del duca Borso dEste: nel
1468 proferì sentenza nella causa dei Rangoni per il castello di Spilamberto. Ebbe
sepoltura nella chiesa di San Niccolò in Ferrara, dove una lapide ne ricorda le
benemerenze.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 275-276;
D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 351.
PENCARO LODOVICO
Parma ante 1479-Parma post 1494
Nel 1479 fu uno degli Anziani della comunità
di Parma e nel 1494 professò Istituzioni Civili nellUniversità di Parma. Morì
ucciso a tradimento. Giorgio Anselmi ne compose lepitaffio.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, memorie degli
scrittori, V, 242; G.B.Janelli, Dizionario biografico, 1877, 316; Rizzi, Professori, 1953,
19.
PENCARO
PIETRO
Borgo
San Donnino 1281
Nel 1281 redasse i primi statuti del Comune di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia
diocesana fidentina, 1961, 351.
PENCARO
TEODORO
Parma
XV secolo
Fu dottore di leggi e, secondo il Borsetti, lesse giurisprudenza allUniversità di
Ferrara.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 276.
PENNAZZI
ANTONIO
Parma
1752
Nel 1752 fu tenente di fanteria nella milizia ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 239.
PENNAZZI GARIBALDI
San Secondo Parmense 21 gennaio 1863-Adua 1 marzo 1896
Figlio del conte Luigi. A sedici anni seguì il padre in un viaggio di esplorazione
africana. In quelloccasione, staccatosi dal padre a kartum, compì da solo, con la scorta di pochi
indigeni, la marcia fino al litorale. Compiuti gli studi a Piacenza, entrò alla Scuola
Militare di Modena e a ventanni fu nominato sottotenente
dei bersaglieri. IlPennazzi ottenne di essere inviato in Africa, dove si guadagnò una
medaglia di bronzo al valor militare nel 1893 nella battaglia di Agordat, combattendo
insieme al fratello Lincoln che vi morì da prode. Tornato in congedo a Parma, tenne una
serie di conferenze sullEritrea, e, una volta rientrato in Africa, mandò alla
Gazzetta di Parma molte corrispondenze. Studioso, colto, di prodigiosa memoria, conobbe a
fondo i dialetti abissini e fu esperto come pochi delle cose coloniali e dellEritrea
in particolare. Nella giornata di Adua, fece parte della Colonna Albertone. Il generale
stesso alle lo inviò con una centuria dell8° battaglione indigeni a guardia della
mulattiera di Abba Garima. Quando il nemico lo attaccò, il pennazzi non arretrò e cadde al suo posto di
combattimento, dinanzi ai suoi soldati, con le gambe stroncate dalla mitraglia scioana.
Secondo alcune testimonianze, il Pennazzi spirò solo uno o due giorni più tardi, senza
aver ricevuto alcuna assistenza. La motivazione della medaglia dargento al valor
militare che fu concessa alla memoria del Pennazzi é la seguente: Ferito, continuò a
combattere valorosamente finché cadde morto sul campo. È ricordato nella lapide che il
Comune di Parma eresse sotto latrio del Palazzo Civico e nella Scuola Militare di modena. Anche il Comune di San Secondo parmense lo ricordò nel 1899 con una lapide nella
Rocca del Municipio.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 325-326; Parmensi
nella conquista dellimpero, 1937, 89-90; Decorati al valore, 1964, 115; R. Delfanti,
in Dizionario biografico piacentino, 1987, 203-204.
PENNAZZI GINO, vedi PENNAZZI GARIBALDI
PENNAZZI GIUSEPPE, vedi PENNAZZI SALVATORE GIUSEPPE
PENNAZZI GUALTIERI o GUALTIERO, vedi PENNAZZI LINCOLN WALTER
PENNAZZI
LINCOLN WALTER
San
Secondo Parmense 17 settembre 1865-Agordat 21 dicembre 1893
Figlio del conte Luigi, dal quale ereditò lamore dei viaggi davventura e la
passione per la terra africana. Seguì la carriera delle armi e, appena promosso tenente
(1887), ottenne di essere destinato alle truppe dAfrica, al comando di un reparto
indigeno del 3° Battaglione indigeni. Il 21 dicembre 1893, nella vittoriosa battaglia di
Agordat, il Pennazzi si lanciò alla conquista di importanti posizioni nemiche, sempre in
testa ai propri uomini. Attaccato a sua volta da forze avversarie soverchianti, con calma
e sprezzo del pericolo seppe contenere e spegnere limpeto del nemico giunto sino a
pochi metri dalle sue posizioni. Ferito allinguine, non abbandonò la linea,
continuando a combattere e a incitare i dipendenti. Si lanciò infine al contrattacco per
conquistare nuove posizioni avversarie, che il suo reparto riuscì in effetti a occupare,
finché, colpito di nuovo in più parti del corpo, cadde al grido di Savoia. Alla sua
memoria venne concessa la medaglia dargento al valore militare, con la seguente
motivazione: Benché ferito continuò a combattere strenuamente, mantenendo, malgrado
lirrompere di forze soverchianti, la sua mezza compagnia al fuoco alla distanza di
50 metri dal nemico, finché nuovamente colpito, cadde estinto.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 325; Parmensi nella
conquista dellimpero, 1937, 57-58; Decorati al valore, 1964, 115; R. Delfanti, in
Dizionario biografico piacentino, 1987, 204.
PENNAZZI LUIGI
Parma 22 luglio 1790-post 1859
Figlio del conte Guido, si arruolò come velite nella guardia imperiale francese nel 1806.
Fece le campagne di Prussia e di Polonia nel 1806 e nel 1807 e quella di Spagna nel
1807-1808. Come sottotenente e poi tenente, partecipò alla campagna dAustria. Fu
coll11° reggimento fanteria leggera
nel 1812 in Polonia e Russia, e rimase presso la Grande Armata fino al 1814. Venne ferito
due volte, e dal marzo allagosto 1814 fu prigioniero di guerra. caduto Napoleone Bonaparte, entrò nel 1815
nellesercito parmense come Capitano del reggimento
Maria Luigia. Si trasferì quindi allAvana dove, nel 1836, sposò Francesca nakeige. Rientrò poi in Italia. Nel 1850 divenne
ciambellano alla Corte borbonica e nellanno seguente Maggiore comandante degli
alabardieri e dei Reali palazzi. Fu posto in ritiro nel 1859, alla vigilia della caduta
borbonica. Nel 1854 si procurò il permesso sovrano di fregiarsi della croce della legion
donore e nel 1858 della Medaglia di SantElena, concessegli ambedue da
Napoleone III.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Gli Ufficiali napoleonici
Parmensi, Parma, Tipografica Parmense, 1930, 30; E.Loevison, in Dizionario Risorgimento,
3, 1933, 832.
PENNAZZI LUIGI
Avana 1829-Madrid 1895
Figlio
di Luigi e di Francesca Nakeige. Tra il 1853 e il 1855, come cadetto, fu inviato dal duca
Carlo di Borbone alla scuola Militare di Bruxelles e successivamente a Marsiglia ove
completò gli studi. A soli diciotto anni, nel 1857, percorse a cavallo la Cordigliera
delle Ande, da Valparaisio a Rosario di Santa Fé, manifestando il suo amore per i viaggi
e lo spirito davventura che animò tutta la sua vita. Nel 1859 combatté a
Solferino. Con garibaldi partecipò ai
fatti darme dAspromonte, del Trentino, di Mentana e, nel 1870, alla campagna
di Francia contro i Prussiani. Fu uno dei capi delle dimostrazioni avvenute dopo
Aspromonte. Nel 1863 fu tenuto sotto sorveglianza dalla polizia perché fervente
repubblicano. Fu presidente della Società Operaia di San Secondo. Nel 1875, in cerca di
nuove avventure, risalì il corso del Nilo fino a gondokoro
e nel 1878 organizzò un gruppo di combattenti italiani coi quali partecipò alla lotta
per lindipendenza greca, battendosi con valore a Licuni. Instancabile viaggiatore,
fu in Messico e poi visitò la Mesopotamia. Insieme al figlio Garibaldi e al tenente
Besone di Torino, tra il 1880 e il 1881, esplorò la zona compresa tra Massaua e Kartum e
in seguito ripercorse in senso inverso lo stesso itinerario, con lavvocato G. Godio
e lo zoologo P.Moretti. Delle sue esplorazioni lasciò interessanti relazioni, quali Dal
Po ai due Nili (Treves, Milano, 1882). Come giornalista collaborò a numerose riviste
specializzate e, quale conferenziere, venne chiamato a illustrare i suoi viaggi e le sue
scoperte in varie accademie. Il Pennazzi insegnò anche alla Scuola Militare di Modena.
Sposò Albertina Ferrari. Morì presso la figlia Angela.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 239; P. DAngiolini,
Ministero dellInterno, 1964, 174; Gazzetta di Parma 17 giugno 1996, 5.
PENNAZZI SALVATORE GIUSEPPE
Parma 7 febbraio 1737-post 1779
Figlio di Domenico e Alba Bovi. Fu gentiluomo (1772) e maggiordomo della Casa ducale
parmense. L11 gennaio 1779 venne creato conte assieme ai discendenti maschi dal duca
Ferdinando di Borbone. Sposò nel 1762 Maria Maddalena Fogliazzi.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 239.
PENNISI
FRANCESCA
Milano
19 agosto 1974-Parma 20 luglio 1997
Fin da bambina militò nel gruppo scout Parma 8, dove percorse tutto liter formativo
fino a divenire un capo.Fu a Mostar, con la Croce Rossa, a portare aiuto e soccorso alla
popolazione in guerra.Partecipava ogni anno ai pellegrinaggi con gli ammalati a Lourdes e
fu presente come animatrice nei cantieri vacanza per i disabili organizzati a castelvecchio Vicentino.Studentessa universitaria
della Facoltà di Medicina di Parma, maturò la scelta di fare della propria vita un
servizio.Rimase a Calcutta unestate intera e nellOspedale di Madre Teresa
aiutò a soccorrere i moribondi raccolti per le strade. Per ricordare la Pennisi, il
movimento scout cattolico di Parma le intitolò la Comunità Notre Dame de Lourdes di
Foulards Bianchi e gli amici universitari diedero vita a unassociazione di
volontariato.
FONTI E BIBL.: L.Vignoli, notizie manoscritte.
PENSIER o PENSIERI BATTISTA, vedi PANZERI BATTISTA
PENSIERI
GIUSEPPE
Corniglio
1802-post 1861
Dietro proposta del podestà, il 23 febbraio 1832 venne nominato alla funzione ispettiva
scolastica. Dottore in legge, laureato gratuitamente in giurisprudenza presso
lAteneo parmense nel luglio del 1825, fu notaio a corniglio. Al Pensieri può ascriversi un
singolare primato rispetto ai colleghi degli altri comuni dello Stato: quello di aver
ricoperto la carica di ispettore scolastico, che era del tutto gratuita, ininterrottamente
dal 1832 alla costituzione del regno dItalia (1861).
FONTI E BIBL.: G.Gonzi, Storia scolastica a Corniglio, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1976, 237.
PENSIEROSO, vedi MASSARENGO GIOVANNI BATTISTA
PEPÈ, vedi CAMPANINI PIETRO
PEPOLI CESARE
Bologna
1563-1617
Figlio di Fabio. Combatté in Fiandra per gli Spagnoli. Fu Colonnello per il Papa
alla conquista di Ferrara e Luogotenente generale per i Veneziani. Nel 1594 acquistò il
marchesato della Preda, in provincia di Parma, e ottenne linvestitura dal duca
Ranuccio Farnese.
FONTI
E BIBL.: R. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; V. Spreti,
enciclopedia storico nobiliare italiana,
Milano, 1932; B. Visani, Storia di Bologna, Bologna, 1632; C. Argegni, Condottieri, 1937,
412-413.
PEPPEN DE L'ANZULA, vedi GABELLI GIUSEPPE
PER GIULIO, vedi PAËR GIULIO
PERACCA JOLANDA
Massa Apuania 28
febbraio 1902-post 1968
Fu benemerita insegnante nella scuola elementare di Bazzano per oltre
trantanni: dal 1933 al 1964. Fu educatrice zelante e sempre pronta a promuovere
iniziative di carattere civile, religioso e patriottico. Nel 1966, per raggiunti limiti di
età, andò in pensione. Da parte del Ministero della Pubblica Istruzione fu insignita di
medaglia doro per le benemerenze acquisite nella suola primaria nel quarantennio
dellinsegnamento.
FONTI
E BIBL.: F.Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 112.
PERACCHI GIUSEPPE
Parma 27 luglio
1804-post 1838
Figlio di Nicola. Alunno presso le ducali cucine, fu poi in servizio alla Corte di
Maria Luigia dAustria dal 1827 come sottoaiutante di cucina e dal 1838 come aiutante
di cucina.
FONTI
E BIBL.: M.Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 313.
PERACCHI GIUSEPPE
Piacenza 7 aprile
1818-Milano 14 settembre 1887
Si trasferì a Parma giovanissimo e vi compì lintero ciclo degli studi. Si laureò
in medicina allo Studio universitario di Parma nel 1841. Innamoratosi di Antonietta
Robotti, valentissima attrice della Compagnia Reale Sarda, la seguì per quasi due anni.
Ammalatosi il primo amoroso della compagnia, Pietro Boccomini, il Peracchi, che si era
già acquistato fama tra i filodrammatici di artista promettente, fu scritturato quale
primo amoroso a vicenda col boccomini. In
seguito, per la morte di Giovanni Battista Gottardi, il Peracchi ebbe il posto di primo
attore, che sostenne con onore al fianco di artisti egregi, quali la Robotti e la romagnoli, il Gattinelli, il Domeniconi e il dondini. Nel 1853, per contrasti avuti con altro
primo attore della compagnia, Ernesto Rossi, il Peracchi ottenne lo scioglimento del
contratto. Inizialmente si scritturò con la compagnia
Astolfi e Sadowski, per un anno. Passò poi per un triennio, con Antonietta Robotti,
uscita dalla Reale Sarda, e poi con Giuseppe Trivelli, conduttore di una compagnia famosa
per ricchezza di arredo scenico, di cui fu prima attrice Elena Pieri Tiozzo. Il Peracchi
rappresentò al Teatro Re di Milano nel marzo del 1854 la parte di Goldoni nella commedia
di Ferrari, ricevendo dalla critica acerbo biasimo. Nel 1859 il Peracchi fu capocomico, ma
proprio in quegli anni, secondo quanto afferma il costetti,
cominciò la sua parabola discendente. Il Peracchi, che nel 1861 sposò Celestina de Martini (attrice bellissima, dalla quale si
divise quando questa divenne lamante del commediografo teobaldo Ciconi), fu dal 1860 al 1865 primo attore
di Bellotti-Bon, poi di nuovo capocomico, infine direttore (1875-1877) di una delle tre
compagnie di Bellotti-Bon. Nella prima parte della sua vita artistica, il Peracchi fu, a
detta del Costetti, glorioso. Verso la fine della carriera, nonostante certi difetti di
recitazione, emerse comunque sempre la sua originalità, specialmente per alcuni ruoli,
come lOliviero di Jalin nel Demimonde o il Cavaliere dIndustria. Alla
stravaganza accoppiò una dizione lenta e nasale, originalissima, alla base, talvolta, di
curiose improvvisazioni.
FONTI
E BIBL.: P. Bettoli, in Caffè 20 settembre 1887; Costetti, in Fanfulla della Domenica 25
settembre 1887; Brunialti, Annuario biografico universale, 1887, 609; L. Rasi, Comici
italiani, III, 1905, 250-253; M. Ferrarini, Parma teatrale ottocentesca, 1946, 74; Aurea
Parma 1 1939, 28.
PERACCHI GUERRINO
Salsomaggiore 11 marzo
1919-Besozzola 15 febbraio 1945
Figlio di Eugenio. Partigiano della 31a Brigata Garibaldi Forni, fu decorato di
medaglia dargento al valor militare, con la seguente motivazione: Nel tentativo di
effettuare una urgente azione di collegamento si avventurava fra le linee nemiche con
temerario coraggio. Scoperto e circondato e avendo rifiutato di arrendersi veniva
trucidato sul posto.
FONTI
E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 112; caduti
resistenza, 1970, 86.
PERACCHI
NICOLA
Parma 6 maggio
1777-post 1831
Sposò nel 1813 Marianna Corsini di Parma, dalla quale ebbe tre figli. Confetturiere
impiegato nella compoterie ducale, fu in servizio dal 1815 alla Corte di Maria Luigia
dAustria come aiutante della confettureria. Dal 1821 fu primo aiutante della
confettureria. Fu collocato in pensione il 1° luglio 1831.
FONTI
E BIBL.: M.Zannoni, A tavola con Maria luigia,
1991, 313.
PERACCHIA
ANACLETO
Milano 10 settembre 1931-Parma 14 ottobre 1999
Si laureò nellAteneo parmigiano nel 1955, con il massimo dei voti. Da allora la sua
carriera si svolse nellUniversità degli Studi di Parma: il Peracchia fu allievo di
Edmondo Malan, Antonio Bobbio e Pierangelo Goffrini e si perfezionò in prestigiosi centri
stranieri. Specializzato in Chirurgia generale e in Urologia, libero docente di Patologia
chirurgica e di Clinica chirurgica, dopo essere stato assistente e aiuto universitario,
nel 1973 diventò professore ordinario di Chirurgia dellAteneo di Parma. Dal 1975 al
1983, quando assunse la guida dellIstituto di Clinica chirurgica generale, diresse
lIstituto di Patologia speciale chirurgica e Propedeutica clinica. Dal 1996 fu anche
direttore della Scuola di specializzazione in Chirurgia generale. Membro e presidente di
società chirurgiche nazionale e internazionali, il Peracchia redasse centinaia di
pubblicazioni in Italia e allestero: una monografia gli valse nel 1996 il premio
Ruggeri della Società italiana di chirurgia. Nel 1998, inoltre, gli fu conferito il
premio Guglielmo da Saliceto per la chirurgia. La sua intensa attività scientifica fu
incentrata soprattutto sulla chirurgia digestiva e oncologica.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 ottobre 1999, 9.
PERAZZI DOMENICO
Parma 1648/1659
Fu cantore (basso) alla Steccata di Parma dal 6 maggio 1648 a tutto il dicembre 1658. Fu
anche cantore della Cattedrale di Parma in occasione della festa di Pasqua del 1659.
FONTI
E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 97 e 114.
PERDUTO, vedi TORELLI POMPONIO
PEREGO FEDERICO
Trezzano sul
Naviglio 1891-Parma 1963
Prima dello scoppio della prima guerra mondiale fu impiegato alla Pirelli. Chiamato alle
armi, venne assegnato al 2° Reggimento granatieri di Sardegna. Si distinse in numerosi
fatti darme, rimanendo ferito nella zona del Cengio a Veliki-Kribak. Per i suoi atti
eroici fu decorato con tre croci di guerra, una croce al merito e una Medaglia
dArgento al Valore Militare. Inviato in licenza di convalescenza a Parma, si sposò
e, congedato con il grado di Maresciallo, nel 1920 diede avvio a unazienda per la
commercializzazione delle materie plastiche.
FONTI
E BIBL.: F. e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 239-240.
PEREGRINO DA PARMA, vedi PELLEGRINI FABRIZIO
PEREGRINO FABRIZIO, vedi PELLEGRINI FABRIZIO
PERETTI
Parma 1887/1940
Decoratore. Realizzò lo stemma del Torrione e decorazioni dellandrone di accesso
alla Sala da Biliardo del Torrione del Castello di Gabiano Monferrato, su progetto di
Lamberto Cusani.
FONTI
E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 157.
PERETTI
ETTORE
Parma 11 novembre
1934-Cesena 15 marzo 1995
Dopo aver studiato pianoforte con Mario Conter, si diplomò al Conservatorio di Milano nel
1954 con il massimo dei voti.Nel 1957 fu ammesso allAccademia di Santa Cecilia di
Roma dove si perfezionò con Carlo Zecchi.Nel 1960 si diplomò in organo a Parma.Svolse
una vasta attività concertistica in Europa e in Sud America, partecipando anche a
importanti competizioni internazionali.Per più di ventanni fu docente di pianoforte
al Conservatorio di Pesaro.
FONTI
E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 526.
PERETTI FERDINANDO
Borgo San
Donnino 1896-Montecarlo 1977
Giovanissimo iniziò la propria attività nel settore del petrolio come
rappresentante di una multinazionale per la provincia di Parma.Verso la metà degli anni
Trenta, sopo aver fondato una società per il trasporto dei prodotti petroliferi, rilevò
da un piccolo gruppo di imprenditori marchigiani lAzienda Petroli Italiana, con
deposito a Falconara Marittima.Nel 1947-1948 realizzò il primo nucleo di impianti della
raffineria di Falconara, che iniziò la propria attività nel 1950, stabilimento che in
seguito diventò uno dei più moderni dEuropa, con capacità superiori ai quattro
milioni di tonnellate. Successivamente attivò una rete di distribuzione carburanti fino a
raggiungere 1500 stazioni di servizio.Fu tra i soci fondatori dellUnione Petrolifera
e venne nominato, primo petroliere con Enrico Mattei, Cavaliere al Merito del Lavoro.
FONTI
E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 526.
PERETTI MILA, vedi BRACHETTI MILA
PERETTI
TITO
Genova
1903-Pesaro 22 giugno 1980
Studiò decorazione, scenografia e architettura allAccademia di Brera a Milano, con
Palanti, Mentessi e De Luca. Si abilitò allinsegnamento a soli diciassette anni e
poi lavorò per alcuni anni a Milano realizzando decorazioni con Bottaro. Quindi, nel
1928, si trasferì a Parma, sempre svolgendo attività di decoratore e, dopo il 1940,
soprattutto di arredatore. Tra laltro, effettuò il restauro e le decorazioni nel
grande palazzo napoletano Cassano Serra tra il 1955 e il 1960. A Parma tenne alcune mostre
personali di acquarelli (quella alla galleria Camattini nel dicembre 1967 e quella al
Collezionista di Piancastelli nellaprile 1979) particolarmente apprezzate dal
pubblico sia per labilità nello stendere la difficile pittura ad acqua sia per la
scelta dei temi, che variano dalla vecchia via Affò e dal Duomo di Parma ai portali del
palazzo della Prefettura e di piazzale delle Carrozze, ai paesi umbri (il Bargello a
Gubbio, la piazza del Comune ad Assisi), dalle barche di Cervia alle chiese, vicoli e
cortili di Barcellona, dal castello di San Terenzo alla Foresteria di Pomposa, il canale
nel Parco a Cervia, Tellaro, e poi rose, petunie, spiagge e cipressi. Una varietà di temi
e di colori che rende interessanti quegli appunti di viaggio, quelle scelte di angoli
caratteristici catturati nel ricordo e poi fissati con serenità e con semplicità. La sua
pittura è una ricerca continua della minuzia e del particolare, un discorso svolto
pacatamente a narrare con la maggiore esattezza possibile angoli di Italia o di Europa
rimasti nella memoria. Il Peretti decoratore effettuò restauri importanti in palazzi
famosi di Milano o di Napoli, prima di porre il proprio gusto e la propria preparazione al
servizio dellarredamento in stile. I paesaggi delle sue ultime opere, frutto magari
di vacanze estive da una nazione allaltra, si riallacciano ai fiori minuziosi che il
Peretti aveva steso anni addietro, senza mai concedere niente al caso, come negli ambienti
in cui suscita atmosfere svanite da secoli. Il tutto per una dimensione personale, fatta
di rigore e di silenzi, di stili incontaminati, a cui si aggiunge il racconto lieve degli
acquarelli in punta di pennello. Il Peretti fu un cantore silenzioso, poetico, meticoloso
e affettuoso di piccoli angoli di città, anchessi silenti, dalle luci rosate,
appartenenti a un passato idealizzato, pensato e forse sognato.
FONTI
E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 25 giugno 1990, 3.
PERFETTI GIOVANBATTISTA
Borgo San
Donnino 1699
Intagliatore. Nellanno 1699 eseguì, in collaborazione con i falegnami bussetani
Angelo Baretti, Giuseppe e Giovanbattista Gaibazzi e Bernardino e Giovanni Isè, un
armadio nel Monte di Pietà di Busseto.
FONTI
E BIBL.: C.Mingardi, 1973, 184-185; Il mobile a Parma, 1983, 256.
PERFETTI
ODOARDO
Borgo
San Donnino seconda metà del XVII secolo
Intagliatore
dornati attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI
E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 42.
PERI
-Parma ante 1686
Tipografo, già morto nel 1686, quando gli Eredi del Peri pubblicarono Le metamorfosi
duna musa faceta divenuta massara del Gran Turco.In Parma, Modona, & Bologna.
Allinsegna dellAngelo Custode.
FONTI
E BIBL.: Al pont ad Mez 1996, 20.
PERI LUIGI
Parma seconda
metà del XIX secolo
Xilografo e illustratore di lunari, fu attivo in Parma nella seconda metà
dellOttocento.
FONTI
E BIBL.: P.Martini-G. Capacchi, Arte incisione a Parma, 1969.
PERINI ANTONIO
Parma 1728
Incisore, attivo nellanno 1728.
FONTI
E BIBL.: P.Martini-G. Capacchi, Arte incisione a Parma, 1969.
PERINI CLAUDIO
Parma-post 1593
Mentre studiava Filosofia nel Convento carmelitano di San Martino di Bologna,
nellanno 1582, benché fosse ancora giovane, fu scelto per comporre e recitare
pubblicamente una orazione latina, subito dopo data alle stampe con questo titolo: F.
Claudii Perini Parmensis Carmelitae Philosophiae Studentis Oratio in praeconium D. Petri
Thomae Martyris Carmelitae Constantinopolitani Patriarchae Alexandriae, et Bononiae Legati
florentiss. Bonom. Academiae Congregationis Mantuanae Carmelitarum Protectoris
benignissimi, habita publice in Ecclesia Divi Martini Bononiae die lucidissimo Epiphaniae
Domini (MDLXXXII, Bononiae apud Peregrinum Bonardum). Dopo gli studi sacri, aggregato al
Collegio Teologico di Bologna, il Perini si distinse nellinsegnamento e nella
predicazione: qualche notizia del Perini lasciò il Falcone nella sua Cronica Carmelitana
(f. 741), da cui si ricava che fu ottimo in ogni arte, e virtù, in speculatione, e
predicatione; tre anni in Bologna, come filosofo consumato, lesse filosofia, predicò con
mirabile persuasiva e commiserativa in Milano, in Bologna, in Mantova, in Ferrara. Nel
1593 fu Priore del Convento di Parma, dove però non si fermò. Scrisse diverse opere che
non furono stampate (come assicura Carlo Maria Vaghi) e meritò le lodi del Pico.
FONTI
E BIBL.: G.Falcone, Cronica Carmelitana, 1595, 741; I. Affò, Memorie degli scrittori e
letterati parmigiani, 1743, IV, 304; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati
parmigiani, III, 1827, 629.
PERINI
FRANCESCO
Parma 1772
Benché il Martini lo ricordi tra gli incisori, il Perini fu in realtà semplice
calcografo, regio impressore di rami, sul finire del Settecento. Fu probabilmente fratello
di Antonio.
FONTI
E BIBL.: P.Martini-G. Capacchi, Arte incisione a Parma, 1969, 41.
PERINI
GIOVANNI
Berceto-post 1653
Figlio di Matteo. Fu sacerdote e canonico di Berceto. Del Perini, che fu grammatico di
valore, si hanno solo le poche notizie che si traggono dalla sua grammatica dal titolo perini Parmensis Grammatica, noviter formata in
gratiam, et commondum studiosae Juventutis, quae brevi, ac facili cursu, optat ad metam
pervenire, favente Deo. Cuius est nomen Joannes, Berceto oriundus Dei gratia Sacerdos, et
ibi Canonicus. Opus sane egregium, ac pernecessarium, utpote ab omnibus fere Auctoribus
decerptum (Parmae, Typis Erasmi de Viothis, 1653). Il frontespizio reca un elogio del
Perini in questo tetrastico: Discere quisquis optas sine praeceptoribus Artis, Quicquid grammaticae sermo
latinus habet, Parmensis facunda tui Praecepta Perini Perlege Joannis: sic cito doctus
eris. Pare che il Perini insegnasse grammatica in Parma. Ne è indizio anche
lesempio da lui recato al f. 402: Discipulis Parmae studentibus opus est in annos
singulos ternis et sexagenis aureis in sumptum. Nellavviso ai suoi discepoli, che
sta in fronte al volume, dice inoltre: nostrum semper studium fuit omnibus prodesse.
Infine, considerata la condizione miseranda in cui era caduta la lingua latina ai suoi
giorni, il Perini confida che i suoi precetti, ai quali aveva posto tanta cura, avessero
il potere di farla risorgere da così gran decadimento: Cum maxime videremus latini
sermonis splendorem fere esse extinctum; quod nonnulli male profecto de humani generis
ornamento merentes, adeo corruperunt, atque depravarunt, superflua addendo, necessaria
resecando, et castigata pervertendo, ut amplius agnosci non possit.
FONTI
E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 926-927.
PERINI GIUSEPPE
Parma prima
metà del XIX secolo
Plastico
attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI
E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, IX, 211.
PERINI NAPOLEONE
Parma 1848-1903
Dopo
aver studiato scenografia alla scuola parmense, abbandonò questarte (nella quale
era già più che una speranza) e si recò in Francia e poi in Inghilterra. Uomo di
multiforme ingegno, il Perini riuscì a farsi apprezzare in questi paesi come uno dei
migliori insegnanti di lingua italiana, francese e inglese. A Londra diede alle stampe una
grammatica per uso degli Inglesi che volevano imparare la lingua italiana. Poi, attratto
dai calcoli astronomici, compose un planetario destò meraviglia per la sua esatta
struttura e per i precisi movimenti dei diversi pianeti e satelliti. Giornali autorevoli
come il Times ne riportarono gli elogi. Il Perini impiegò sette anni a costruire il suo
planetario. Lopera non poté però essere adottata nelle scuole in quanto, anche
riprodotta e ridotta, riuscì comunque troppo costosa.
FONTI
E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 118.
PERINI
PIETRO
Parma 1720 c.-post 1787
Orefice e argentiere attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI
E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, VIII, 233; Argenti e
argentieri, 1997, 3-5 e 101.
PERIZZI
ANTONIO
Parma 1848/1866
Discendente da una famiglia di tradizioni militari, il Perizzi raggiunse il grado di capitano e partecipò come volontario alle
campagne per lindipendenza italiana.
FONTI
E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 185.
PERIZZI
TEOBALDO
Genova 1859-San
Leonardo Parmense 1926
Figlio
di Giovanni. Sottotenente del Genio nel 1878, divenne Colonnello nel 1911. comandò il 1° Reggimento genio zappatori e poi
fu direttore del Genio a Napoli. Nel 1915 prese parte alla guerra contro lAustria
quale comandante del Genio del 10° Corpo
darmata. Nello stesso anno fu
collocato in P.A. ma fu trattenuto in servizio per la guerra. Il 3 novembre 1915 venne
promosso sul campo Maggiore generale da Emanuele Filiberto di Savoja, comandante della 3°
Armata. Nella comunicazione, scritta di suo pugno, il Duca ne indicò la motivazione: Per
aver costruito il ponte di cassegliano
sullIsonzo, sotto il fuoco nemico, opera magistralmente bella e di grandissima
utilità. Esprimo il mio personale elogio e riconoscenza per la bella impresa eseguita in
brevissimo tempo. Nel 1919 passò nella riserva e nel 1923 assunse il grado di Generale di
divisione. Consorte del Perizzi fu Anna Simoni, nipote del noto pittore Francesco
Scaramuzza. Per tale parentela, la famiglia Perizzi rimase proprietaria dei 240 cartoni
illustrativi della Divina Commedia, poderoso e pregevole lavoro dellartista.
FONTI
E BIBL.: Enciclopedia militare, VI, 1933, 8; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989,
185.
PERIZZI BOERI ARIBERTO
Parma 1855-post 1889
Lasciata Parma nel 1880, viaggiò in tutto il mondo conducendo una vita avventurosa: fu
geometra in Grecia, mercante a costantinopoli,
giornalista in Francia, Spagna e Tunisia, maestro di scherma a Malta, avvocato in Egitto,
esploratore nel Sudan, cacciatore delefanti in Zanzibar, cicerone in Terra Santa,
cavallerizzo di circo equestre a Parigi. Nella capitale francese scommise con alcuni amici
che avrebbe fatto il giro dEuropa in bicicletta. In effetti il Perizzi Boeri girò
tutta lEuropa (comprese Russia e Turchia) e al termine del suo viaggio consegnò
alleditore Battei il manoscritto del suo diario, Un po dEuropa in
bicicletta, che uscì in dispense e fu poi raccolto in volume. Nel 1889 il Perizzi Boeri
fu ancora a Tunisi, dopo di che se ne perdono le tracce.
FONTI
E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 118.
PERLETTI FAUSTINO
Parma 1859
Fu deputato allAssemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nel 1859. Non ebbe
parte di rilievo ai lavori dellAssemblea.
FONTI
E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini illustri, 1941,
373.
PERLINI
GIUSEPPE
Noceto 1903-Parma 1967
Unica voce di poesia dialettale nocetana, seppe far rivivere il sensibile temperamento
della sua gente attraverso vari componimenti descrittivi. Creò con un frasario semplice e
schietto, senza sforzo e senza artificio, con il fascino della sincerità una poesia
damore per la Noceto antica e contemporanea (Gäroi ed nozi, La roccä d
Nozé, Lä storiä ed Nozé, Lä cesä d Nozé), per quadretti di intonazione
amorosa (In brusiä, Brusevon ä fog mort, Te spiävä dinsimmä äi bräz, Nossi
dori, Amor), per le istituzioni sociali e folcloristiche della sua terra natale (Lä
Bandä, Läsilo, Lä ferä), per gli anni della sua giovinezza (Fa la nanä,
Contemplässion). Nel 1942 uscì il volume di poesie dialettali Gäroi ed nozi. Il Perlini
raccolse nel 1957 in un volumetto dal titolo Eppure Iddio vegliava sopra il sole alcune
sue liriche in lingua italiana, fresche e fedeli alla sua personalità e al suo modo di
sentire e di esprimersi.
FONTI
E BIBL.: J.Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 157; A. Foà, Le poesie di Giuseppe Perlini,
in gazzetta di Parma 20 maggio 1957, 3; F.
da Mareto, bibliografia, II, 1974, 827;
Antologia poesia dialettale, 1970, 127; G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 297.
PERNIGOTTI
PIO
Alessandria 1906-Parma
2 aprile 1998
Figlio di un notaio, il Pernigotti diventò magistrato nel 1929, a soli ventitré anni
detà. Pretore a Parma, successivamente a Milano, quindi di nuovo a Parma, fu
giudice del Tribunale fino al 1950. Promosso poi alla Corte dAppello di Trento, vi
restò nove anni prima di fare ritorno a Parma, dove fu presidente del Tribunale. Ricoprì
limportante carica fino al 1966, quando lennesimo riconoscimento professionale
lo portò a Roma, consigliere alla Corte Suprema di Cassazione. A Roma rimase tre anni,
prima di tornare a Milano quale presidente di Sezione di Corte dAppello. Fu in
seguito promosso alle funzioni direttive superiori che svolse fino al 1976, quando andò
in pensione con il grado di presidente aggiunto della Corte di Cassazione. Dei suoi meriti
rimangono testimonianza le tante sentenze che rappresentano precisi punti di riferimento
nella disciplina giuridica: alla sapienza della materia si sposa una lucida e sensibile
capacità interpretativa.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 aprile 1998, 9.
PERNIS
MARIO
Parma 1875-1948
Discendente da una famiglia di fabbricanti di carta giunta nel parmense ai primi del novecento, ampliò e sviluppò in Porporano una
preesistente struttura produttiva che, sfruttando il salto dacqua esistente sul
Canale maggiore (così come altre similari
antiche cartiere della zona), produsse carta per imballaggi destinata al mercato
nazionale.
FONTI
E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 405.
PERONE GIULIO, vedi PERONI GIULIO
PERONI
BERNARDO
1836-Parma 19 giugno
1886
Colonnello, comandò la scuola normale di
Fanteria di Parma. Fu valoroso soldato: combatté le battaglie per lindipendenza
italiana partecipando alle campagne del 1848, 1849, 1859, 1860 e 1866.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 e 21 giugno 1886; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915,
74.
PERONI
GIULIO
Parma giugno/dicembre
1705-1784
Nacque da Luigi, dottore in fisica, della stessa famiglia del pittore Giuseppe. Sacerdote,
fu Dottore del Collegio dei Teologi, Esaminatore Sinodale e Rettore (eletto dagli Anziani
della parrocchia nel 1755) della parrocchia di San Bartolomeo in Parma. Rimase parroco fin
che visse. Dedito sempre a opere di beneficenza, il Peroni fu tra laltro il
fondatore del conservatorio educativo per le
fanciulle di civile condizione in Parma dedicato a San Vincenzo de Paoli e detto
delle Vincenzine.
FONTI
E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 506.
PERONI
GIUSEPPE
Parma 6 maggio
1710-Parma 22 settembre 1776
Figlio di Luigi. Nacque da una agiata famiglia borghese: il padre fu dottore in fisica,
uno dei fratelli medico e laltro sacerdote, le tre sorelle monache nel Convento di
San Basilide. Alla carriera ecclesiastica venne avviato anche il Peroni, che il 10 aprile
1724 ricevette la prima tonsura (Carteggio Peroni). Ma una spiccata tendenza allarte
pittorica, manifestata fin dai primi anni, autorizzò il padre a mandarlo alla scuola di
Pier Ilario Mercanti, detto lo spolverini,
famoso pittore di battaglie e ritrattista di corte.
Allarte dellaffresco si iniziò invece sotto la guida di Giovanni Bolla. Nel
1731 venne mandato a Bologna, su consiglio dello Spolverini,
dal momento che i primi passi nella carriera delle belle arti furono rapidi tanto da
promettere gran cosa (Scarabelli Zunti, 1751-1800). Nel capoluogo emiliano frequentò
lAccademia Clementina, dove il 12 novembre 1733 conseguì il premio di seconda
classe per la Figura (Carteggio Peroni) e seguì gli insegnamenti di Ercole Lelli,
anatomico rinomato, del Torelli e di Donato Creti. Da Ferdinando Bibiena apprese
inoltre nozioni di architettura disegnata e di prospettiva. Nel 1734 partì per Roma, e lo
si trova alla scuola di Agostino masucci. Il
maestro romano, già custode geloso della tradizione classicista tardo-barocca di Carlo
Maratta, era nel momento della sua piena maturità artistica che si espresse attraverso
una limpida e raffinata evoluzione verso espressioni pre-neoclassiche. Proprio nel 1738
infatti, quando il Peroni giunse nel suo atelier, il Masucci stava lavorando al Giudizio
di Salomone (Torino, Palazzo Madama). La notevolissima versatilità di cui fu dotato il
Peroni venne perciò subito indirizzata in questo senso e si arricchì a contatto con le
più diversificate e molteplici tendenze pittoriche e presenze artistiche di quella Roma
che costituì luogo di incontro del tutto eccezionale di culture a livello europeo. Il
Peroni ebbe rapporti col Conca, col Giaquinto, col Trevisani e, nellambito del
nascente neoclassicismo romano, con Marco Benefial, con lo stesso Mengs e soprattutto con
Pompeo Batoni. A Roma nel 1738 vinse il primo premio di pittura allAccademia di San
Luca (Scarabelli Zunti, 1751-1800). Di pari passo procedette la carriera ecclesiastica:
infatti l8 giugno del 1743 nella Basilica Lateranense venne ammesso allordine
del Suddiaconato, il 21 dicembre dello stesso anno, a Parma, venne promosso
allordine del Diaconato, finalmente il 21 marzo 1744 celebrò la sua prima messa
nella chiesa di San Basilide (Carteggio Peroni). Tornato a Parma, il Peroni venne chiamato
a insegnare pittura allAccademia. La prima opera datata, nella sua ancora incerta
cronologia, la si trova allo stesso anno 1744, quando dipinse a titolo damicizia (A.
Bergonzi, Manoscritti dellanno 1744, Archivio della Chiesa di San Martino a Varano
Melegari) una paletta coi Misteri del Rosario e due affreschi con la Madonna vincitrice
della Morte e della Tentazione per la chiesa di San Martino a Varano Melegari. Quali altre
opere considerare eseguite durante questo soggiorno in patria, che si protrasse fino al
1750, non è cosa facile. LAffò (1796) cita come opera giovanile il S. Giovanni
Battista, già nella chiesa di Santa Cecilia e poi in quella di Ognissanti, ma
lopera, che si pone piuttosto a sé nel percorso del Peroni, pare si debba datare ad
anni più tardi, soprattutto per certe relazioni con la tela La Predica di S. Vincenzo
de Paoli, in San Lazzaro a Piacenza, ed eseguita a Roma tra il 1750 e il 1751 su
commissione del cardinale Alberoni. Tra il 1750 e il 1752 fu di nuovo a Roma, dove
rivestì un ruolo non certo di secondo piano se tra i suoi mecenati si trovano, oltre al
cardinale Alberoni, il de Palestrina e il principe Barberini. Il 21 gennaio 1752 fu
a Napoli. Il 24 agosto sostò a bologna,
ospite del Lelli, per proseguire poi per Venezia dove lo si trova il 29 agosto (Carteggio
Peroni). Verso la fine del 1752 ritornò a Parma dove dipinse il Martirio di S. Bartolomeo
per la chiesa omonima. Furono quelli anni di rifioritura economica e artistica per il
Ducato. Nellambito del rinnovamento culturale, venne fondata il 12 novembre 1752
laccademia di Belli Arti, inaugurata
però solo il 2 dicembre 1757. Tra i maestri di pittura si trovano, oltre al Peroni,
Ferrari, Bresciani e baldrighi, mentre per
la scultura e larchitettura si preferì chiamare artisti francesi come il Boudard e
il Petitot. Il Peroni però non gradì questi stranieri e manifestò apertamente la sua
avversione tanto da far nascere una spiacevole controversia che coinvolse il Petitot, il baldrighi e lo stesso ministro Du Tillot (G.
Allegri tassoni, 1955). ciononostante la sua fama rimase solida e nel 1756
la duchessa Luisa elisabetta, moglie di
Filippo di borbone, gli commissionò un San
Luigi Re di francia che dona al Beato
Bortolomeo di Breganze le reliquie della
Passione per la chiesa di San Pietro martire,
poi trasportato in vescovado. Lanno
seguente realizzò una delle sue opere più felici, Il Cristo e la Maddalena per la
Certosa di Pavia. Nellambito di abbellimento della città di Parma gli vennero
affidate le decorazioni di alcune importanti chiese: loratorio della Madonna del
Fiore, Santa Maria del Ponte, SantAntonio e San Vitale. Per questultimo
dipinse, nel 1758, oltre agli affreschi, una Madonna del Suffragio che venne inserita
nella boiserie della sagrestia. Nel 1763 affrescò la chiesa di Santa Maria di Capodiponte
e nel 1766 si dedicò alla decorazione della chiesa di santantonio.
Agli stessi anni si possono datare opere come il Martirio di S. Lucia (Galleria Nazionale,
Parma), Cristo e la Samaritana (S. Sepolcro, Parma) e Lo Sposalizio della Vergine per il
Duomo di Pontremoli. Nel 1765 terminò una tela per la chiesa di San Satiro a Milano con
lEstasi di S. Filippo Neri e nel luglio del 1766 spedì a Parma da Milano una
Crocefissione per la chiesa di SantAntonio. Nel 1771 fu a Torino dove dipinse una
Vergine, S. Anna e S. Giuseppe e una Immacolata concezione
per la chiesa di San Filippo. Tornato in patria, eseguì nel 1774 una Madonna coi Ss.
Gregorio e Vitale e una Santa Lucia per la chiesa di San Vitale Baganza. A una simile
datazione si può riferire anche la tela con Lo sposalizio
di S. Caterina della Galleria Nazionale di Parma. Gli ultimi anni, pur ricchi di
commissioni, furono amareggiati dallimperversare di una cultura per lui troppo
libertina e francesizzante. Il Peroni, considerato già dal Lanzi (1796) come artista di
transizione, ebbe lindiscutibile merito di aver tentato di condurre la pittura
locale in un giro più ampio di interessi, al di fuori della stretta dipendenza bolognese,
e lontano anche dagli ingombranti miti della scuola parmense cinquecentesca (Riccomini,
1977).
FONTI
E BIBL.: S.Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 127-128; G.B. Janelli,
Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 306 e 504-506; I. Affò, Il Parmigiano, Parma,
1794; I. Lanzi, Storia, Bassano, 1789 e successivi; P. A. Corna, Dizionario, Piacenza,
1930; A.O. Quintavalle, La Reale Galleria di Parma, Roma, 1939; Enciclopedia pittura
italiana, III, 1950, 1894; Aurea Parma 4 1955, 228-234; U. Thieme-F. Becker, vol. XXVI,
1932; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 423; parma
Realtà 1979, 13; R. Rota Jemmi, in Arte a Parma, 1979, 70-72; Disegni antichi, 1988, 37.
PERONI
LEONIDA
Parma 1817 c.-Parma 13
febbraio 1906
Figlio di Luciano. Avvocato, fu Presidente della Cassa di Risparmio di Parma, della associazione Conservatrice, consigliere del comune di Parma e della Provincia, membro della
GPA, assessore e deputato provinciale.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2.
PEROTTA FRANCESCO FERDINANDO
Parma 1 gennaio
1778-Parma 10 luglio 1846
Nacque
dal tenente colonnello Alessandro e da Giovanna Russo. Il Perotta entrò a diciotto anni
nelle Guardie del Corpo del duca ferdinando
di Borbone e vi rimase fino alla loro soppressione, nel 1805. Peraltro non cessò mai gli
studi, laureandosi in matematica. Nel 1804, a soli ventisei anni, fu proposto e approvato
quale professore dIdraulica Teorico-Pratica nellUniversità di Parma. Coi
mutamenti politici avvenuti sotto il Governo francese, il perotta perse inizialmente ogni impiego. Ma già
nel 1806 fu Conduttore non embrigadé degli
Ingegneri Imperiali di 2a classe di Ponti e Strade, e autorizzato a portare
luniforme di ritiro delle Guardie del Corpo. Nel 1810 ebbe la nomina di Conduttore
incorporato degli Ingegneri di 3a classe e nel 1811 di quelli di 2a.
Partiti i Francesi, la Reggenza il 28 febbraio 1814 confermò il Perotta nel posto dingegnere, incaricandolo temporaneamente della
direzione degli affari concernenti i ponti, le strade e gli argini del Ducato di Parma.
Nel giugno successivo lo nominò primo Ingegnere del Ducato, collincarico di fare le
veci del capo ingegnere Cocconcelli. nellaprile
del 1832 fu nominato Ispettore e Capo della divisione
delle Acque e delle Strade nella presidenza
delle Finanze e nel 1836 gli venne dato incarico di fare le veci del capo degli ingegneri
e direttore dacque e strade (ufficio che tenne fino al 31 marzo 1846, epoca della
morte del cocconcelli). Sposò nel 1807 ferdinanda
martini.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 1846, 229; Adorni, Saggio discrizioni, Milano, 1846,
32-34; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 306-308.
PEROTTA
RAIMONDO
Parma 1810 c.-post 1877
Figlio di Francesco Ferdinando. Laureatosi nel 1843, percorse tutti i livelli della
Magistratura fino al grado di Consigliere alla Corte dappello di Bologna. Pubblicò diversi lavori, tra
cui Il Processo penale, I Giurati alle Corti dassise
e La Legge 8 giugno 1874 di modificazione allordinamento dei Giurati: lavori che
furono tutti assai lodati. Sposò la nobile Chiarina moyares Raimondo, dalla quale ebbe nove figli.
FONTI
E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 307-308.
PERREAU
PIETRO
Piacenza 27 ottobre
1827-Parma 1911
Figlio di un ingegnere di origine francese e della contessa piacentina Matilde Anviti. dopo aver compiuto gli studi al Collegio alberoni di Piacenza dal 1844 al 1849, apprese da
solo il greco, il tedesco, linglese, lebraico, il russo, il polacco, il boemo
e lillirico. Studiò Filologia e filosofia
a Piacenza fino al 1853, quindi passò, per motivi di salute, un anno a Genova. Nel 1854
fu eletto professore di Greco, di Tedesco e di Storia nel Collegio Carlo Alberto di
Moncalieri. Negli anni 1855-1856 insegnò il greco e il tedesco nel Collegio Maria Luigia
di Parma. Nel 1857 fu nominato direttore della Biblioteca Landi di Piacenza, della quale
compilò il catalogo. Apprese lungherese, e pubblicò sullAnnotatore, giornale
di Parma, una serie di articoli sulla traduzione della Bibbia nelle varie lingue indiane.
Nel 1860 fu chiamato a dirigere la raccolta orientale De Rossi nella Biblioteca Nazionale
di Parma, della quale nel 1876 diventò bibliotecario. Nel 1878 fu uno dei due vice
presidenti al quarto Congresso Internazionale degli Orientalisti in Firenze. Apprese
inoltre il danese, lo svedese e lolandese. Studioso di lingue orientali, si dedicò
soprattutto alla lingua ebraica e alla storia culturale e sociale di questo popolo
pubblicando numerosi saggi e articoli su tali argomenti. Oltre alla descrizione di circa
200 manoscritti, il Perreau fece delle aggiunte e delle correzioni al catalogo derossiano
(cfr. Bollettino italiano degli studi orientali
1-2 1876-1877 e 1877-1882, passim) e illustrò in vari saggi, estratti e notizie i
manoscritti di Parma. Fu di sentimenti liberali e patriottici: sottoscrisse nel 1860 il
proclama inviato dai patrioti piacentini al re Vittorio Emanuele di Savoia. Collaborò
allAntologia Israeletica di Corfù, al Vessillo Israelitico di Casale monferrato e allAnnuario della Società
Italiana di Studi Orientali. Il Perreau, che partecipò a vari congressi degli
orientalisti e che fu in relazione con molti esponenti della Scienza del giudaismo, donò la sua biblioteca, ricca di testi
ebraici sul Giudaismo pubblicati nella seconda metà dellOttocento, alla Biblioteca
Palatina di Parma. La sua biblioteca, di estrema utilità per laggiornamento del
catalogo derossiano, mai sistemata e mai schedata, fu parzialmente danneggiata dai
bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Nelle loro varie pubblicazioni, lo
Steinschneider, il Zunz, lhalberstamm,
il Berliner, il Neubauer resero più volte omaggio al sapere e alloperosità del perreau, cui nel 1879 il Lenormant dedicò, in
segno di stima e gratitudine, uno dei suoi libri.
FONTI
E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1911; L. Mensi, Appendice, alla voce;
per le opere del Perreau, vedi F. da Mareto, I, alla voce; A. De Gubernatis, Dizionario
biografico scrittori, 1879, 805; G. Tamani, Fondo ebraico della Palatina, in Archivio
Storico per le Province Parmensi 1975, 445-446; P. Arbasi, in Dizionario biografico
piacentino, 1987, 208.
PERRIN
Parma 1435
Figlio di Robert. Ricamatore, ricordato in un atto notarile del 24 giugno 1435: Actum
parme in vic.a Sancti Bartolamei de glarea in domo habitationis meis notarii infrascripti
presentibus Magistro Pirino de Francia rechamatore f.q. Roberti vic.a Sancti Bartolamei de
glarea, et Magistro Michaele de Armannis f.q. Bartolamei vic.a S. Bart.ei (Rogito di
Antonio Boroni, archivio Notarile, Parma).
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 60.
PERUTELLI EUGENIO
Massa 7 agosto
1834-post 1870
Residente a Langhirano, repubblicano, fu maestro elementare.Nel 1870 la polizia inviò
alla Questura di Parma il seguente rapporto sul Perutelli: È dedito alla ubriachezza. È
sua abitudine censurare aspramente il governo e gli impiegati di esso; eccita gli abitanti
allo sprezzo dellautorità. Va dicendo loro che bisognerebbe armarsi e tagliare il
capo a tutti i funzionari del governo; dichiara di essere repubblicano e pronto a morire
pel trionfo del suo partito.
FONTI
E BIBL.: C. Melli, Langhirano nellOttocento, 1987, 57.
PERUTELLI
PIETRO
Parma 1859
Fu deputato allAssemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nel 1859.Non ebbe
parte di rilievo ai lavori dellAssemblea.
FONTI
E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941,
374.
PERUZZI
GAETANO
Parma 1831
Commissario comunale di Polizia in Parma, durante i moti del 1831 ebbe parte attiva nella
sommossa, per cui fu inquisito e destituito dallincarico, con la seguente
motivazione: Era uno degli accaniti nemici di S.M.. Era sempre Capo popolo, allorché si
pubblicavano gli affissi del Governo provvisorio, e quando fu pubblicato il Sovrano
Decreto con cui S.M. annullava gli atti del Governo provvisorio gridò pubblicamente: Non
vogliamo più quella troia e vi aggiunse altre escandescenze oscene. Il Peruzzi ottenne
più tardi una pensione dal Comune di Parma.
FONTI
E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in archivio
Storico per le Province Parmensi 1937, 194.
PESARINI FRANCESCO
Parma 1646/1684
Già musicista alla Steccata di Parma il 7 dicembre 1646, si assentò nel novembre 1651 e
poi di nuovo tornò alla Steccata, ove si fermò fino alla fine del 1674. Alla Corte farnese di Parma lo si trova dal 1° aprile 1680
fino al 25 marzo 1684.
FONTI
E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 96.
PESCARA, vedi DA PESCARA
PESCAROLI ALBERTO
San Secondo 1631
c.-post 1715
Figlio di Carlo e di Maria Bianchi. Dottore, fu il sedicesimo prevosto della Collegiata di
San secondo, dal 1700 al 1715. Contribuì in
modo determinante alla sistemazione giuridica della Collegiata definendo i rapporti
canonici tra i vari membri della parrocchia e degli ecclesiastici, tra di loro e nei
confronti delle varie confraternite.
FONTI
E BIBL.: I.DallAglio, La Chiesa di S. Secondo, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1969, 118.
PESCAROLI FRANCESCO
Cremona 1610-1679
Architetto vissuto lungamente a Parma. Al pescaroli,
che lavorò soprattutto a Cremona, si deve il progetto per la ricostruzione della Certosa
di Parma (1673).
FONTI
E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, VI, 217; Gazzetta di Parma
22 aprile 1996, 5.
PESCAROLI GIANPIETRO
San Secondo 1762/1795
Figlio di Carlo Andrea e di Anna Cornacchia. Militare di carriera, nel 1762 fu nominato
Tenente di cavalleria e nel novembre del 1795 primo aiutante e quindi Capitano della
piazza di Parma.
FONTI
E BIBL.:
Gazzetta di Parma 22 aprile 1996, 5.
PESCAROLI GIOVANNI PIETRO
San Secondo 1611 c.-
Figlio di Alberto e di Lucia Fogliani. Fu Prevosto della chiesa di San Secondo.
FONTI
E BIBL.:
Gazzetta di Parma 22 aprile 1996, 5.
PESCATORE EMILIO, vedi PESCATORI ERMINIO
PESCATORI
ANGELO
Parma 6 luglio
1818-Parma 1905
Nacque
dal dottore Cesare, nobile, e da Adele Guerra, appartenente a una famiglia di ferventi
patrioti piacentini. Il Pescatori, mentre studiava con una certa riluttanza su quei testi
di diritto che lo destinavano a seguire la medesima carriera paterna, nel 1842 cominciò a
stendere quotidiane annotazioni sui principali eventi della città di Parma. Non si
trattò del consueto passatempo dadolescente ma della consapevole intenzione di
compilare una piccola cronaca parmigiana che tuttavia, nella sua prima stesura, è insieme
diario cittadino e sfogo del tutto privato di malumori, delusioni e, più raramente,
gioie. Non dalla madre ma dal padre Cesare, severo, religiosissimo e rigidamente fedele
alla legittima autorità ducale, il Pescatori trasse il suo modello di comportamento. Alla
morte del padre, il Pescatori, con amorosa cura, raccolse, ricopiò e fece rilegare in
eleganti volumi tutti gli sparsi scritti (poesie dialettali, sonetti doccasione,
sciarade) che Cesare aveva composto (da letterato dilettante non spregevole) nelle ore di
ozio. Purtroppo il Pescatori non curò allo stesso modo larchiviazione dei propri
scritti, che andarono tutti dispersi e di cui rimangono soltanto due saggi. Anche della
sua vita si sa ben poco: di se stesso dice soltanto daver conseguito la laurea
l8 agosto 1844 e daver prestato giuramento di fedeltà alla Sovrana il 15
dello stesso mese. Al 14 settembre 1849 riferisce di essere stato nominato Protocollista
del Consiglio di Stato Ordinario. Senza spendere neppure una parola per il suo matrimonio,
si limita a informare che l11 settembre 1857, nella casa di Borgo delle Asse n. 7,
gli è nato il figlio Cesare. Da altra fonte si sa che coprì in seguito anche la carica
di Segretario della congregazione
delloratorio dei Rossi dando prova di zelo e di probità. Insieme col carattere del
Pescatori, anche la sua posizione politica emerge chiaramente da una lettura sia pure
frettolosa del diario: il suo legittimismo intransigente e il suo cattolicesimo
integralista possono riuscire più o meno graditi e suscitare nel lettore unadesione
più o meno viva. Non va comunque dimenticato che, di fronte alle memorie del Casa o di
Guido Dalla Rosa e di fronte ai libelli del Mistrali, quella del pescatori è la sola cronistoria pubblicata del
risorgimento parmigiano che sia stata scritta da parte duchista. Questo solo fatto
attribuisce allopera del Pescatori unimportanza storica notevole.
FONTI
E BIBL.: Pescatori, Il declino di un Ducato, 1974, 1-3.
PESCATORI ANTONIO MARIA, vedi PESCATORI GIROLAMO BARTOLOMEO
PESCATORI ARMANDO
Parma 11 febbraio
1884-Parma 23 agosto 1957
Fu Tenente aiutante maggiore in seconda e poi Tenente del 4° Reggimento Fanteria
comandante la zona di Bengasi. Fu decorato con una medaglia dargento e due medaglie
di bronzo al valor militare, con le seguenti motivazioni: Quale aiutante maggiore in 2a
coadiuvò efficacemente, con coraggio ed intelligenza non comune, il comando durante il
combattimento delle Due Palme, portando ripetutamente ordini ed avvisi sotto intenso fuoco
nemico (Oasi delle Due Palme, 12 marzo 1912). Si distinse per slancio ed ardimento anche
nel combattimento del 19 ottobre 1911 a Bengasi e del 1° gennaio 1913 a Suani Osman; Con
calma e intelligenza coadiuvò il comando nel combattimento delle Due Palme, sotto il
fuoco nemico recando più volte ordini ed avvisi. Si distinse anche per calma e coraggio
il 19 ottobre nello sbarco alla Giuliana (Bengasi, 19 ottobre 1911-Due Palme, 12 marzo
1912); Per il molto lodevole contegno tenuto nei due combattimenti (Gheifat, 9 marzo e
Sira Gmaisil, 11 marzo 1915).
FONTI
E BIBL.: G.Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dellImpero, 1937.
PESCATORI CAMILLO
Colorno ante 1648-ante
1725
Fu luogotenente di fanteria nella seconda coorte di Colorno e poi comandante della
medesima al tempo di Ranuccio Farnese. Il 21 settembre 1700 fu nominato capitano.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 289.
PESCATORI
CESARE
Parma 1729 c.-
Figlio di Lodovico. Occupò il grado di luogotenente
nelle truppe ducali di Parma.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 289.
PESCATORI CESARE
Parma 9 dicembre
1781-Parma 6 settembre 1849
Figlio
di Angelo Maria, aiutante di camera dellinfante Ferdinando di Borbone, e di Maria
Hazon. Al titolo nobiliare non corrispose, nella famiglia Pescatori, adeguata prosperità
economica: Ferdinando di Borbone fu costetto ad alleviare la difficile situazione del suo
aiutante di camera facendo in modo che almeno uno dei suoi molti figli, il Pescatori
appunto, venisse educato nel Seminario di Parma. Tale educazione non mirò a fare di lui
un ecclesiastico, giacché, sempre a spese del Sovrano, il Pescatori fu avviato allo
studio della giurisprudenza che praticò in seguito, a laurea ottenuta, presso
lavvocato Francesco Cocchi. Passato alla carriera burocratica, fu ricevitore del
Registro a Sala e a Fornovo, poi, sotto Maria Luigia dAustria, fu nominato
ricevitore del Demanio, quindi del Patrimonio dello Stato, incarico che svolse in diverse
località dei Ducati, poi a Piacenza (dove conobbe la futura moglie, Adele Guerra) e
infine a Parma, dove fu Segretario Capo della II divisione
della Presidenza dellInterno (Culto, Istruzione e Sanità). Nel 1846, peggiorate le
sue condizioni di salute, la Sovrana lo nominò Capo Cancelliere della Sezione del contenzioso, ufficio ben più tranquillo, che il
Pescatori occupò fino al giorno della morte. Il Pescatori fu autore di una Cronaca
parmense.
FONTI
E BIBL.: Pescatori, Il declino di un Ducato, 1974, 1.
PESCATORI CESARE
Parma 1831
Fu inquisito ma non processato (fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza) per
aver avuto parte nei moti del 1831: Costui fu quello che affrontò il Governo provvisorio
allorché cercava di partire e lo obbligò a retrocedere. È legato in amicizia con una
certa Carolina di condizione originariamente donzella, ora fabbricatrice di fiori secchi
in Milano. Questa donna si chiama precisamente Carolina Bonazzi e serve come cameriera la
cantante signora Grassi.
FONTI
E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937,
193.
PESCATORI DEMETRIO
Parma 28 maggio 1814-
Figlio di Stanislao e Anna Maj. Proseguì larte paterna: plasticava con gusto e con
brio statuette di pastori per i presepi e di mendicanti come soprammobili nel gusto e
nella scia dello sbravati. Fu attivo nella
prima metà del XIX secolo.
FONTI
E BIBL.: Aurea Parma 3 1992, 195.
PESCATORI ERMINIO
Parma 24 giugno
1836-Milano 18 gennaio 1905
Nacque da Curzio, impiegato nella Casa ducale, e da Angiola Aguzzoli. Fu repubblicano
mazziniano, seguace e amico di Giuseppe Garibaldi, e combatté nel 1867 a Mentana. Ebbe la
medaglia dei benemeriti della liberazione di Roma. In quelloccasione Garibaldi
dichiarò: Certifico che il signor Pescatori erminio
di Parma ha ben meritato dal paese per avere cooperato in tempi difficili alla sua
liberazione, colla stampa e collesempio, avendo già sofferto esilio e carcerazione.
Al figlio, il pescatori diede il doppio nome
di Giuseppe garibaldi. Coniugato con
Giuseppina Biagini vanni (21 agosto 1860),
artista drammatica nella compagnia di Adelaide Ristori, partecipò egli stesso a qualche
recita, a Bologna e in altre città. Esordì nella compagnia di Adelaide Ristori nel 1858.
Fu poi, con la moglie, nella compagnia di Giuseppe Trivelli, e infine, per mettere sempre
più in risalto le doti invero egregie della consorte, si fece conduttore di compagnia con
alterna fortuna. Il Pescatori, sotto lo pseudonimo di Colorno, scrisse anche la farsa maritiamo la suocera, che Ermete Novelli tenne
costantemente nel suo repertorio. Per un triennio fu animatore delle vicende
politico-sociali a Bologna e in Romagna (a Ravenna in particolare). Fece parte della
qualificata schiera di coloro che propugnarono i più avanzati ideali risorgimentali e
avversarono il sistema monarchico instaurato nel paese. Fu amico di Giosue Carducci, Q.
Filopanti e F. Cavallotti. Nel 1870 collaborò al periodico democratico bolognese Il
Popolo e al risorto LAmico del popolo
(che nel 1868-1869 era stato soffocato dai ripetuti sequestri per aver avversato la tassa
del macinato). Dopo la Comune di Parigi fu influenzato dalle idee internazionalistiche e
il 27 novembre 1871 fondò in Bologna la prima associazione di operai e artigiani
denominata Fascio Operaio, quindi il periodico Il Fascio operaio, organo della stessa organizzazione
(pubblicatosi tra il 27 dicembre 1871 e il 6 giugno 1872). Garibaldi vi aderì con il
seguente messaggio che apparve in manchette sul foglio: Caprera, 5 dicembre 1871. Accetto
con orgoglio il titolo di socio del Fascio operaio di Bologna. Garibaldi. Console del
nuovo sodalizio (che nel 1872, secondo un riferimento prefettizio, contava cinquecento
soci), il pescatori fu attivamente
sorvegliato dalla polizia perché appartenente al partito del disordine. Ebbe contatti con
numerosi internazionalisti di tutta Europa. Venne accanitamente avversato dai mazziniani
delle Romagne e specialmente dai redattori del periodico LAlleanza, foglio delle
società repubblicane consociate delle Romagne, edito a Bologna (il conflitto,
nellaprile 1872, giunse alle soglie di un duello tra il Pescatore ed Enrico Perdisa,
redattore del periodico repubblicano). La sua predisposizione a un tentativo di
conciliazione tra i due gruppi politici, venne avversata dai compagni internazionalisti,
orientatisi sempre più decisamente su posizioni bakuniniste, delle quali si fece alfiere
il giovane Andrea Costa. Nel 1872 il Pescatori si trasferì a Trieste. Ritiratosi dalla
vita politica attiva, fu solidale con quanti, per ragioni politiche, si rifugiarono oltre
i confini dItalia. Dal 1891 il Pescatori abitò a Milano.
FONTI
E BIBL.: Dizionario del Risorgimento nazionale, III, sotto il nome errato di Pescatore
Emilio; ESMOI, Periodici, ad indicem; L. Arbizzani, sguardi sullultimo secolo. Bologna e la
sua provincia 1859-1961, Bologna, 1961, 36-39; N. Rosselli, Mazzini e bakunin, Torino, 1967, ad indicem; Piccola
enciclopedia del socialismo e del comunismo, a cura di G. trevisani, III, Milano, 1967, ad nomen; F.
Servetti donati, Movimenti e assoc iazioni
popolari a Budrio dopo lunità (1861-1895), Bologna, 1974, 217-218; Aurea Parma 1
1939, 29; L. Rasi, I comici italiani, II, Firenze, 1905; N. Leonelli, Attori, 1944, 193;
L. arbizzani, in Movimento operaio italiano,
IV, 1978, 86-87.
PESCATORI FRANCESCO
Parma 1 marzo
1816-Parma 9 giugno 1849
Figlio
di Stanislao e di Veronica Coloretti. La data di nascita del Pescatori non è sicura,
poiché esistono documenti contraddittorî e le ricerche fatte dal Copertini in
collaborazione con Ascanio Alessandri non hanno risolto i dubbi. È certo però che nello
stesso giorno della morte, lincisore parmense A. Schiassi si presentò
allUfficio di Stato Civile e denunciò il defunto di anni trentaquattro. Il
Pescatori appartenne a una famiglia di artisti: il padre Stanislao si dichiara nei
censimenti professore di plastica e il fratello Demetrio, minore di un anno del Pescatori,
plasticò con gusto e brio statuette di pastori per i presepi e di mendicanti come
soprammobili, nel gusto e nella scia dello Sbravati. Da questo modesto ambiente artistico
uscì il Pescatori, che frequentò la Scuola dellAccademia di Belle Arti di Parma
come allievo di Biagio Martini, e poi in qualità di maestro di pittura dal 30 maggio
1845. Il Pescatori fu maestro di Ignazio Affanni. La moglie, Teresa Gandolfi, maggiore di
un anno del Pescatori, lo fece padre di un bimbo, che nel censimento del 1842 aveva cinque
mesi. La loro casa in Borgo Guazzo n. 36 dovette essere una delle ultime povere abitazioni
poste presso la vecchia Trinità. Le opere sacre del Pescatori si trovano sparse senza
paternità precisa nelle chiese del contado parmigiano, di parecchi suoi quadri di genere
e ritratti non si sa più nulla e i pochi dipinti pervenuti alla Galleria parmense furono
tutti accatastati nei magazzini, nessuno eccettuato. La sua prima opera importante, Il
figliuol prodigo, eseguita a ventanni nel 1836 ed esposta nel febbraio
dellanno successivo, non passò inosservata. La Gazzetta di Parma (8 febbraio 1837,
n. 11) nota la viva espressione di preghiera e pentimento nel giovinetto mezzo lacero e
nudo. Il suo Belisario cieco, eseguito probabilmente nel 1838 o poco prima, venne così
descritto: Belisario seduto sui gradini esterni di un tempio, cieco, in aspettazione di
elemosina che un fanciullo chiede con esso. Insieme col Belisario furono esposti alcuni
ritratti, definiti belli di somiglianza, di colorito e di disegno. Successivamente (1839)
espose un altro dipinto dargomento biblico: Dalila che sta per recidere i capelli di
Sansone. Nel 1839 condusse a termine ed espose S. Giacomo Maggiore e altri ritratti. Tutte
le opere esposte, dargomento religioso o profano, vennero favorevolmente notate e
fatte notare a Maria Luigia dAustria, che ne ordinò lacquisto: le prime tre
per la propria raccolta privata (acquisti del 1836, 1837 e 1838) e il S. Giacomo per la
Chiesa del Quartiere nel 1839. I dipinti acquistati, alla morte di Maria Luigia furono
ereditati da Leopoldo dAustria. Solo il S. Giacomo si conserva nella Chiesa del
Quartiere di Parma. Difficile è lidentificazione dei ritratti. Il solo certo è
quello di Agostino Ferrarini fanciullo. Questi negli anni della sua povera fanciullezza,
prima di frequentare come allievo lo studio di scultura, fece il modello a Tommaso Bandini
(per lInnocenza), al Pescatori e agli allievi dellaccademia. La movenza del capo, che lo fa
assomigliare a un San Giovannino romantico, deriva dallo studio dei classici (il Correggio
e i Carracci) ma lesecuzione palesa una maturazione artistica già colma e un
colorito delicato e vivo. A dare però unidea dellalto grado a cui il
Pescatori giunse quasi da solo alletà di ventitre anni, basta il S. Giacomo. Nessun
pittore in Parma in quel giro danni sarebbe stato capace deseguire un dipinto
così magistralmente costruito e dolcemente dipinto, una figura tanto nobile per
latteggiamento e lispirata espressione del volto, quasi simile a quella di
Gesù, così poetica per quellandare dellapostolo entro un paesaggio tipicamente e
modernamente impressionistico e trovare accordi melodiosi tra la veste di un rosa-cremisi
spento e il turchino-verde del manto. Successivamente il Pescatori dipinse un San
Francesco, scaturito dalle pure fonti dellispirazione, con gli occhi cerulei alzati,
con una espressione dolorosa ed estatica nel volto, le mani sensibili al petto, tutto
assorto nelladorazione e nella preghiera, solenne entro un paesaggio chiuso e
misterioso di montagne, illuminato da luce lunare. Dopo questo capolavoro religioso fu la
volta di un capolavoro profano eseguito nel 1840: Teseo e Piritoo giocano Elena ai dadi.
Lopera, consegnata il 10 luglio 1841, tanto piacque che fu dichiarata vincitrice del
concorso accademico, meritando una medaglia doro del valore di mille lire nuove di
Parma. Il Pescatori trasformò la fanciullina della leggenda in una giovanetta
graziosissima sbocciata in donna e sviluppò il tema con grazia vereconda. Forse il gesto
di rammarico del giocatore perdente appare un poco convenzionale, ma la figuretta in piedi
di Elena, nella sua molle e delicata nudità e nel suo turbamento verginale, è piena di
un incanto nuovo, ancora ignoto a Parma in quei giorni, e soffusa di poesia romantica,
intima, anche se un poco casalinga. Lopera fu scelta dalla Direzione della Galleria
di Parma, insieme con altra di grande pregio (Dentone, Prospettiva al lume di notte con un
seppellimento alla luce delle torce, n. 159 dellInventario), quando da parte delle
autorità romane venne richiesto linvio di opere darte a Roma per adornare
Ministeri e Ambasciate allestero. È probabile che la spedizione sia avvenuta poco
prima o poco dopo la Mostra nazionale del Correggio perché il quadro del Pescatori si
conservava nei magazzini della Galleria negli ultimi anni della gestione Sorrentino e il
quadro del Dentone fu esposto prima della Mostra del Correggio in una delle sale dopo la
grande galleria, presso la finestra, fissato su cerniere. Nel Catalogo di A.O. Quintavalle
(1939) il nome del Dentone non figura più nellindice degli artisti, mentre figura
ancora nel Catalogo del Sorrentino. Lattenzione della Corte ducale e
dellambiente artistico parmense si fissò sul Pescatori, che ogni anno eseguiva una
pala daltare, la quale regolarmente venniva acquistata per ordine di Maria Luigia.
Così nellanno 1841 il suo quadro rappresentante I Santi Gervaso e Protaso venne
assegnato alla chiesa di Tabiano, nel 1842 quello di S. Giuseppe di Calasanzio fu donato
agli Asili dInfanzia di Parma, nel 1843 il San Lorenzo alla chiesa di Alberi di
Vigatto, nel 1844 il SantAntonino a piedi col cavallo alla chiesa di Velleja, nel
1845 la Natività della Vergine alla chiesa di baganzolino,
nel 1846 il San Rocco alla chiesa di cozzano
e infine nel 1847 San Biagio operante un miracolo alla chiesa di Mamiano. nellinventario
ministeriale (1934) i dipinti suddetti non si trovano elencati oppure sono genericamente
assegnati alla scuola parmense del secolo XIX. Nessuno è attribuito al Pescatori,
eccettuato quello di S. Giuseppe di Calasanzio, confinato nei magazzini della Galleria e
poi trasferito presso il Comando della Legione dei carabinieri
nel Palazzo del Giardino. Il quadro di S. Giuseppe di Calasanzio viene segnalato nel
Catalogo di Corrado Ricci con un asterisco e il commento: È una bella e delicata opera,
dimitazione quattrocentesca, sul tipo di Cima da Conegliano. Inviato nel 1843
allEsposizione di Belle Arti di Milano, ispirò a un redattore della Gazzetta
Privilegiata il seguente giudizio: perciò che riguarda il colorito e la bella
distribuzione e la quiete del luogo ti pare di ritornare col pensiero a bei lavori
antichi del Bellini o del suo imitatore da Conegliano (Riportato dalla Gazzetta di Parma
del 27 settembre 1843, n. 77). Lessenza dellopera del Pescatori è
nellatmosfera idillica e religiosa, che trasporta il sogno dellartista al di
fuori della contingente realtà in unepoca lontana di profondo e sincero misticismo
e insieme di purezza creativa. Non imitazione, dunque, ma ispirazione limpida alle grandi
sorgenti dellarte. Il San Lorenzo non manca di una certa gravità ieratica,
impreziosita dalla splendida dalmatica dorata. Meno felice è il SantAntonino di
Velleja. Probabilmente il Pescatori non ebbe dimestichezza con i cavalli, e per quello che
il Santo tiene per la briglia pigliò a modello qualche stampa, forse quella di Carlo
Alberto del Toschi. Nella Pala di San Biagio il Pescatori si dimostra stanco: certamente
la malattia gli impedì di lavorare con spirito libero. Se si eccettua infatti il bel
gruppo della madre che presenta la sua creatura al Santo, la composizione è compassata e
inerte, priva di una sincera commozione. Migliore invece, e tale da essere accostato a S.
Giacomo, a S. Francesco e a S. Giuseppe di Calasanzio, è il grande dipinto della Nascita
di Maria a Baganzolino. Qui il Pescatori sfoggia tutte le ricchezze del suo scrigno di
coloriture nella tenda a fasce, nello scialle dorato di una delle ancelle, nelle vesti e
nei bianchi luminosi. Ma la poesia più intensa sta, oltre che nella calma scena, in
unatmosfera pacata e dolce di luci e penombre dorate. Altri artisti parmensi
sentirono lattrazione della suggestiva arte romantica, ma il solo che ne assimilò,
consciamente o inconsciamente, lo spirito fu il Pescatori. Il quale lasciò anche un altro
capolavoro nel fine, commosso e commovente Ritratto di vecchia Signora (1842), donato alla
Pinacoteca Stuard dal pittore Paolo Baratta. Non si sa chi sia leffigiata ma il
Pescatori effuse, nel fermarne limmagine sulla tavola, un affetto e una tenerezza
che si potrebbero definire filiali. Il dipinto non è finito ma la sua sommarietà di
abbozzo colpisce e incanta. Il Pescatori morì di tisi a soli 34 anni detà.
FONTI
E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 308; G. Copertini,
Pittura dellottocento, 1971, 48 e 50;
A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2435; M. Leoni, 1834, 361; Gazzetta di
Parma 8 febbraio 1837, 44, suppl., 5 maggio 1838, 164, 1 maggio 1839, 154, 27 maggio 1840,
181, 28 aprile 1 maggio 1841, 151-155; C. malaspina,
1841, 149; C. malaspina, 4 giugno 1842, 181;
L. Vigotti-C. Malaspina, 1842, 21-22; gazzetta
di Parma supplemento 10 settembre 1842, 27 settembre 1843, 308; C. Malaspina, 7 giugno
1845, 187; Il Giardiniere 16 maggio 1846, 74; G. Negri, 1850, 63-64; G. Negri, 1852,
54-57, 59, 61-62 e 64-66; P. Martini, 1862, 24-25; P. Martini, 1873, 21-22; A. Ferrarini,
1882, 7; Corriere di Parma 30 maggio 1889; C. Ricci, 1896, 177 e 263; E. Scarabelli Zunti,
Documenti e memorie, v. IX, 213 r. e v.; N. Pelicelli, in U.Thieme-F. Becker, 1932, v.
XXVI, 460-461; A. Santangelo, 1934, 20; G. Copertini, 1954, 161-167; M. Pellegri, 1954,
51-52; Pinacoteca Stuard, 1961, 47; R. Alloggio, 1969, 29; mecenastimo e collezionismo pubblico, 1974, 42;
Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 438-439; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991,
278; G. Copertini, Pittori dellottocento,
in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 161-167; M. Sacchelli, in Gazzetta di parma 10 giugno 1996, 5.
PESCATORI FULVIO
Parma
1716/1726
Il 9 agosto 1720 fu iscritto alla nobiltà parmigiana. Unitamente alla consorte Laura
Mantegazza fu decorato anche con un titolo marchionale per concessione del duca Francesco
Farnese (23 luglio 1726). Il Pescatori e la moglie furono particolarmente legati alla
Corte farnesiana, per conto della quale, agli inizi del Settecento, egli svolse diversi
incarichi diplomatici: nel 1716 presso la Repubblica di Genova e successivamente in
Spagna, dove sua moglie risiedeva al seguito della regina Elisabetta Farnese.
FONTI E BIBL.: M.De Meo, in Gazzetta di Parma 2 novembre 1999, 13.
PESCATORI GIROLAMO BARTOLOMEO
Parma 29 marzo
1690-Gallipoli 11 gennaio 1747
Figlio di Flavio, falegname, e di Laura mantegazza,
dei marchesi di SantAndrea. Dopo gli iniziali studi di belle lettere e filosofia,
vestì labito cappuccino nel convento di Carpi (13 giugno 1706), luogo di noviziato,
alletà di diciasette anni. Ammesso alla professione religiosa, terminato
lanno di noviziato (13 giugno 1707), intraprese lo studio delle discipline
filosofiche e teologiche distinguendosi subito per profondità dingegno e virtù.
Concluso il corso degli studi e ordinato sacerdote (24 febbraio 1714), attese alla
predicazione ottenendo grandi successi. Elisabetta Farnese, andata sposa a Filippo V di
Spagna, dopo aver chiamato al suo seguito, quale dama, la madre del Pescatori (che era
già stata aja di Elisabetta), lo fece nominare cappellano e predicatore di Corte: il
Pescatori si trasferì a Madrid verso il 1724. Fu teologo ed esaminatore della Nunziatura
Apostolica di Madrid e della Chiesa di Toledo, consigliere delle Corti di Spagna e Napoli,
Arcivescovo titolare di Efeso (28 giugno 1739), prelato domestico e assistente al Soglio
Pontificio di papa Clemente XII (18 luglio 1739). Il 6 marzo 1741 venne destinato da papa
Benedetto XIV (su proposta di Carlo di Borbone) alla Diocesi di Gallipoli, in provincia di
Lecce, che governò con pastorale sollecitudine. Gallipoli era una sede tranquilla e di
tutto riposo: non vasta (il distretto diocesano coincideva con quello della città),
contava circa cinquemila anime, un capitolo di sette dignità e nove canonicati e sei
chiostri (quattro maschili di francescani riformati, domenicani, cappuccini e paolotti,
due femminili di chiariste e di teresiane). Langustia delle dimensioni era
compensata dai cinquemila ducati annui che rendevano le entrate della Mensa, che, pur
decurtati della pensione riservata al predecessore dimissionario, formavano pur sempre un
asse di consistente affidamento. Per quanto fosse bene ordinata, la diocesi presentava
aspetti che offrirono al pescatori materia
dincisivi interventi sul piano pastorale, che, se non condussero allerezione
del seminario e del monte di pietà (istituti la cui fondazione Roma gli aveva
raccomandato), si risolsero nellindizione di una visita, nellerezione di un
conservatorio per fanciulle, nellincremento di paramenti e di tele per la cattedrale e lepiscopio, nel quale ricevette
il cardinale arcivescovo di Napoli Giuseppe Spinelli, itinerante nel Regno. Un biografo
contemporaneo annotò che il Pescatori si fece conoscere come dotto e fecondo predicatore
e amare quale presule sensibile e caritatevole. Per quanto fosse incline a favorire i
gentiluomini nelle cariche ecclesiastiche, non esitò a conferire a un prete non nobile e
povero il canonicato della penitenzieria, e dimostrò di avere a cuore la giustizia
quando, accortosi di essere stato ingannato dalle apparenze di un intrigo, scacciò i
calunniatori e si riconciliò con quelli che erano stati ingiustamente perseguitati. Di
lui gli scrittori di Gallipoli ricordano non tanto le opere a stampa che anche da vescovo
produsse, linteressamento per ottenere vesti congrue per i suoi capitolari e la
cospicua somma impiegata alla fondazione del seminario, quanto piuttosto due episodi
singolari. Introdotta una vertenza per assicurare alla Corona un tesoretto di monete
greche rinvenute in un podere di proprietà della Mensa, al Pescatori riuscì, per i buoni
uffici della madre, di ottenere lassegnazione di quei nummi, che, per troncare ogni
controversia, fece fondere impiegandone largento per realizzare un pastorale, un
turibolo e una navicella. Il secondo episodio riguarda la morte apparente del Pescatori
che sarebbe stata accertata sul tavolo settorio dove la vita gli sarebbe stata tolta per
davvero da coloro ai quali era stata richiesta limbalsamazione della salma. A
Gallipoli lasciò un tesoro di suppellettili sacre fregiate del suo stemma. Del Pescatori
resta una splendida orazione funebre in lingua latina e spagnola recitata per le esequie
del duca francesco Farnese nella cappella di
Corte in Madrid lanno 1727.
FONTI
E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 152-153; michelangelo da Rossiglione, Cenni di padri
cappuccini, 1850, 81-83; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 472-473;
Distinto e fedele ragguaglio del festoso ricevimento fatto allillustrissimo
Monsignor Arcivescovo di Gallipoli Fra Don Antonio Maria Pescatori e mantegazza de Marchesi di SantAndrea
di Parma nel suo primo arrivo e pubblico ingresso in quellillustrissima e
fedelissima Città, dalla medesima consagrato allIllustrissimo ed Eccellentissimo
Signore D. Gioacchino di Montallegro Duca di Salas, Consigliere di Stato e Guerra, e del
Dispaccio universale di Sua Maestà, che Dio guardi, Lecce, 1741, nella Stamperia di
Domenico Viverito; B. Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Napoli, presso
Raffaele Miranda, 1836, 489-494; L. Franza, Storia di Gallipoli, Napoli, tip.
dellIride, s.a., passim; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 308; Coll.
Franc. IV 1934, 407; Melchiorre da Pobladura, Los Frailes Menores Capuchinos en Castilla,
Madrid, 1946, 304; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 273; F. da Mareto, Bibliografia
cappuccini, 1951, 176 e 178; dal fasto della
reggia di Filippo V alla più ricca sede vescovile del Regno di Napoli, Il Meridionale 18
febbraio 1956; Hierarchia catholica medii e recentioris aevi, Padova, VI, 1958, 209 e 222;
Cappuccini a Parma, 1961, 23; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 60; Ausiliatrice
7/9 1965, 3; M. Paone, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1992, 5.
PESCATORI
GIULIO
Parma 19 luglio
1692-Madrid 6 marzo 1767
Figlio
di Flavio, falegname, e di Laura mantegazza,
dei marchesi di SantAndrea. Vestì labito di frate cappuccino nel convento di
Carpi il 7 ottobre 1713. Fu approvato per la predicazione nel 1724. Il Pescatori fu
cappellano e predicatore di Carlo III di Spagna, esaminatore prosinodale, teologo della
Nunziatura apostolica di Madrid,
qualificatore della Santa inquisizione di
Toledo e visitatore di vari conventi.
FONTI
E BIBL.: Melchiorre da Pobladura, Los Frailes Menores Capuchinos en Castilla, Madrid,
1946, 66, 302 e 306; F. da Mareto, Bibl. cappuccini, 1951, 252; F. da Mareto, Necrologio
cappuccini, 1963, 170.
PESCATORI LAURA, vedi MANTEGAZZA LAURA
PESCATORI STANISLAO
Parma 1761-1839
Fu autore di sculture in cera a tutto tondo. Il Pescatori, in qualità di accademico
onorario dellAccademia di Belle Arti di Parma, presentò nel 1811
allEsposition des Objets dart et dIndustrie du Département du Taro Une
figure de femme toute nue couchée quil nomme une Danae. Elle est en cire peinte
avec une peruque fixée de cheveux blonds. Nella stessa sede portò, nel 1812, un busto a
grandezza naturale raffigurante lavvocato Rossetti. Nel 1835 espose al pubblico un
gabinetto di lavori in plastica in cera e in stucco, a figure intere e a mezze, con
dimensioni diverse, per la maggior parte immagini di santi, e opere da valere agli usi
della chiesa; sebbene ve nabbia di altri generi ancora. Il prelodato signor
Pescatori con una simile esposizione ha avuto in mira di far noto al pubblico come abbia
egli impreso di nuovo a occuparsi alacremente nellesercizio della sua professione,
dopo essersene da molti anni astenuto per affatto particolari motivi: ed ebbe altresì
intenzione di far invito così a chiunque volesse valersi dellopera sua, sia che si
tratti di acquistare alcuno degli oggetti esposti, sia dincaricarlo di nuove
apposite commissioni. Definito mediocre autore di figure in ceroplastica, il Pescatori
ebbe forse più fortuna come fabbricatore di maschere di cartapesta per il Carnevale. Nel
1821 Angelo Pezzana, direttore della biblioteca
Parmense, rifiutò lofferta del Pescatori per lesecuzione di sette busti e
undici vasi a ornamento delle scansie della nuova sala che accoglieva la raccolta De
Rossi. Il Pescatori non utilizzò però solo la cera ma modellò anche il gesso e lo
stucco come dimostra sia leffigie policroma di San Luigi Gonzaga nella parrocchiale
di Varano Marchesi, sia il grande crocifisso
policromo in una delle cappelle laterali della chiesa di San Vitale a Parma, opere
entrambe collocabili intorno al 1822. La croce appare circondata da una corona di raggi
saettanti simulanti lo sfolgorio della luce divina, dalla quale sembra nascere
limmagine sacra del supplizio tra un giro di visetti alati di cherubini in rilievo
facenti capolino tra le nuvole che circondano il Crocifisso e la raggiera. I due putti
paffuti e gesticolanti situati ai due lati, quasi ai piedi della croce, ricordano nelle
fattezze il Sacro Bambino modellato dal Carra in SantAntonio da Padova di Soragna,
ma sembrano motteggiare anche quelli più illustri dipinti dal Correggio, a esempio nella
Camera di San Paolo. Il Crocifisso in stucco e legno, nonostante la semplice e quasi
grossolana fattura, non scevra di sproporzioni, caratteristica riconoscibile un po
in tutto il genere della produzione destinata allarredo delle chiese, è
assimilabile nella tipologia naturalista del corpo a quelli modellati dallo Sbravati. Nel
1828 il Pescatori inaugurò la sua nuova bottega aperta in Parma con lesposizione di
tutte le sue opere, soprattutto in cera, ma anche in cartapesta e stucco, la maggior parte
delle quali andarono sicuramente distrutte a causa dei materiali usati facilmente
degradabili, come quel busto in scagliola rappresentante la Duchessa, modellato per il
Comune di Parma nel 1833 e del quale, in seguito, si è persa ogni traccia.
FONTI
E BIBL.: Aurea Parma 3 1992, 194-195; Archivio Storico per le Province Parmensi 1996,
240-241.
PESCATORI MANTEGAZZA, vedi PESCATORI
PESCE FRANCESCO MARIA
Parma XVIII secolo
Detto anche Francesco Maria da Parma. Fu pittore attivo nel XVIII secolo.
FONTI
E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 69.
PESCENIA
PAULINA
Parma IV/V secolo d.C.
Dedicataria, insieme a Sertoria Tert(ia) e (de)metria
Hermonina, di unepigrafe funeraria posta da C. Valerius Aeclanius. Pescenia è nomen
di probabile origine etrusca, presente forse in questo solo caso in Aemilia, rarissimo in
tutta la Cisalpina ma frequente in Italia. Paulina è cognomen diffuso in Italia e nelle
province celtiche, abbastanza frequente in tutta la Cisalpina, in questo solo caso
documentato a Parma.
FONTI
E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 144.
PESCHIERA GUIDO
Parma 5 ottobre
1859-post 1887
Studiò violino alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1868 al 1878 con Luigi Del Majno,
diplomandosi con la lode. Dopo aver suonato in orchestra in teatri di tutto il mondo, si
fermò alle isole Mauritius dove, per molti anni, insegnò alla Scuola di musica di Port
Luis. Nel Duomo di quella città nellottobre 1883, in occasione della festa di San
Luigi, eseguì il preludio della messa, incontrando il plauso della stampa locale.
FONTI
E BIBL.: Dacci; Gazzetta di Parma 14 luglio 1887.
PESCHIERI
ILARIO
Parma 13 gennaio
1795-Parma 8 aprile 1865
Nato da Giuseppe e da Rosa Adorni, entrambi di umile condizione. Imparò a leggere da una
maestra privata e apprese poi a scrivere e a far conti dal maestro Nazari. Rimasto orfano
a otto anni di entrambi i genitori, fu mandato alle scuole primarie avendo denotato amore
per lo studio e una certa facilità dapprendere. Il 2 novembre 1805 recitò a
memoria un sermone della durata di mezzora, ricevendo gli elogi del sacerdote
Giacomo Calestani di borgo San Donnino. Il
Peschieri ebbe poi qualche lezione di francese e, col consenso del vescovo di Borgo San
Donnino Alessandro garimberti, fu ammesso
alla scuola di quel seminario, destinato
altrimenti esclusivamente ai chierici. AllAccademia di Rettorica, mentre gli altri
studenti recitavano composizioni dei lori maestri, il Peschieri ne presentò una sua,
trattando dellUnzione del re Davide, in esametri latini e quaternari italiani,
dettò poi un sonetto sulla sua vita e compose unode sullassunzione: in premio, il prevosto di Busseto, vitali, gli mandò la patente di pastore
dellaccademia dellemonia. Studiata anche metafisica, il 20 aprile
1810 il Peschieri fu nominato commesso del segretario della Mairie. Fornito di libri dal
cappuccino Arquati di Busseto, il Peschieri studiò tra gli altri il Muratori, il
Tiraboschi e le opere del Genovesi e del cesarotti.
Dietro compenso, compose prose e versi per predicatori, per nozze o per argomenti di puro
capriccio. Trasferitosi a Parma nel 1817, andò commesso nello studio del notaio Adorni,
ove fece la conoscenza del conte Jacopo Sanvitale. Pubblicò allora la sua prima opera: un
sonetto in lode del soprano Velluti. Frequentando poi la bottega del libraio Blanchon e
quella del pizzicagnolo Domenico Mori, poté farsi conoscere da gran parte dei letterati parmensi. Le sue composizioni, specialmente quelle
satiriche, furono assai richieste. Fu ammesso negli uffici del governatore Vincenzo
Mistrali e fu chiamato dal conte Francesco Bertioli a far parte di coloro che avrebbero
dovuto compilare un dizionario in dialetto parmigiano. In realtà il Peschieri si accinse
da solo a quel lavoro, che uscì nel 1828 per le stampe del Blanchon (due volumi in 8°,
con prefazione e un breve saggio di principi grammaticali, di complessive 704 pagine), e a
cui fece seguire unAppendice nel 1832, rifondendo poi luno e laltra con
una nuova Appendice per le stampe Vecchi-Carmignani-Donati nel 1836. Il Peschieri aggiunse
poi un ultimo supplemento nel 1853. Per questo suo Dizionario parmigiano-italiano, il
Peschieri lasciò un nome non del tutto dimenticato nella cultura dialettale della
provincia. Il Dizionario ebbe gli elogi (con qualche riserva) della Biblioteca Italiana. scrisse anche parecchi Almanacchi, il poemetto
la Rosa di montechiaro, parecchi articoli
nella biblioteca dilettevole ed istruttiva e nella gazzetta di Parma (1850 e 1851), il Ragguaglio
particolareggiato (1834), molti sonetti e canzoni per artisti teatrali, le Cantiche in
onore di Pio IX (1850), la Storia della Guerra dOriente, la Via della Salute (1858),
il poemetto eroicomico Il soffietto (1857), le Cronachette parmigiane (1830-1840),
premesse al Diario di parma, la tragedia
Imelda, La salvezza inaspettata, dramma giocoso musicato dal Mitilotti (Parma, 1828), il
Ragionamento critico sulla Storia dItalia di Carlo Botta (1825) e varie traduzioni.
Il Peschieri fu per qualche tempo segretario
particolare del maggiore Rossi, comandante i Ducali Dragoni di Parma. lorenzo Molossi, nel suo Vocabolario topografico, lo dice ingegnosissimo e colto
scrittore. mentre era segretario del
podestà di Busseto, durante i moti del 1831 il Peschieri fu tra i promotori della rivolta
in quella località. Fu inquisito perché ritenuto soggetto assai cattivo, mordace assai
nel parlare e facile a menar di mano. Dovette abbandonare Busseto, prendendo impiego come
segretario a castellArquato.
FONTI
E BIBL.: G.B. Passano, Novellieri italiani, 1868, 236; G.B. Janelli, Dizionario biografico
dei Parmigiani, 1880, 135-139; E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 219; C. Alcari,
Parma nella musica, 1931, 151; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le
Province Parmensi 1937, 193-194; Malacoda 10 1987, 55.
PESCHIERI ILLARIO, vedi PESCHIERI ILARIO
PESCI
Parma 1786
Nel verbale del 9 gennaio 1786 dellaccademia
Filarmonica di Parma venne decisa la sua assunzione come primo fagotto avendo egli dato
unassai plausibile saggio della sua abilità in questo Instrumento nellultima
Accademia dellAvvento prossimo passato.
FONTI
E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.
PESCI
BATTISTA
Parma 9 marzo
1597-Modena 13 ottobre 1630
figlio di Geminiano e
Margherita. Frate cappuccino, sacerdote sommamente esemplare nellumiltà, fu vittima
della carità verso gli appestati. Compì la vestizione il 23 marzo 1619 e la professione
a Ravenna esattamente un anno dopo.
FONTI
E BIBL.: De Pise, Ann., III, 806-807, n. 81; Bertani, Ann., III/III, 321-322, nn. 150-151;
mussini, Memorie storiche, II, 109-111,
120-121 e 124-126; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 584.
PESCI
CASIMIRO
Parma 1847/1855
Violinista, fece parte della Ducale Orchestra di Parma.
FONTI
E BIBL.: Inventario, 1992, 257, 300, 318, 368, 382.
PESCI
ETTORE
Parma 30 novembre
1871-Parma 16 gennaio 1932
Figlio unico di Oreste, violinista, e di giuseppa
Battioni. Iniziò la professione di fotografo nel 1898 rilevando lo studio lasciato libero
da Enrico Rastellini in strada Garibaldi 81 a Parma. La sua scuola fu eccellente: fece a
lungo il garzone da Carlo Grolli, in uno stabilimento che fu una autentica fucina di
fotografi. Il Premiato Studio Fotografico di Ettore Pesci partì in sordina ma si affermò
presto come uno dei più frequentati della città. Nellottobre del 1900 vinse la
Gara delle vetrine patrocinata dalla società Pro Parma. partecipò allEsposizione Internazionale
dello Sport di Milano nel 1901 e ricevette in premio una medaglia doro. Stesso
riconoscimento gli venne assegnato nel medesimo anno a Parma, nel corso della locale
Esposizione. riconoscimenti speciali gli
vennero poi anche dal Re, dalla Regina, dalla Regina madre e dal principe di Montenegro. Appassionato di musica, il
Pesci dedicò molte energie professionali alla stagione lirica del Teatro Regio di Parma
ma la sua vera specialità furono il ritratto e le istantanee di bambini. Molto belle sono
anche le sue immagini in esterno di gruppi di famiglia e associazioni sportive. Viene
inoltre considerato uno specialista del ritocco. Nel 1905 sposò Giacinta Chiapparini. Nel
maggio-giugno del 1908, durante lo sciopero agricolo del Parmense, con Eduardo Ximenes
fotogrofò crumiri e soldati durante il conflitto agrario per LIllustrazione
Italiana dei fratelli Treves. Non abbandonò lo studio che al momento di cessare
lattività, il 20 settembre 1926. Operò con una sala di posa a galleria vetrata,
nel cortile interno dello studio di strada Garibaldi. Morì per una malattia cardiaca.
Alla sua scomparsa, latelier fotografico venne rilevato dal cognato Ettore
Chiapparini che ne mantenne per quindici anni la denominazione. Il Pesci si colloca a
metà strada nellevoluzione della fotografia parmense, tra la generazione dei Grolli
(da cui imparò il mestiere) e quella dei Vaghi, degli Zambini e degli amoretti, che furono tutti suoi allievi.
FONTI
E BIBL.: R.Rosati, Fotografi, 1990, 211.
PESCI GIAMBATTISTA
Parma 1798
Fu professore di musica in soprannumero del Regio Concerto di Parma (Rescritto del 31
ottobre 1798).
FONTI
E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
PESCI
GIUSEPPE
Parma XVII/XVIII secolo
Pittore fiorista attivo nel XVII secolo e nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI
E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, Vii, 152.
PESCI LUIGI GAETANO CLAUDIO
Parma 9 gennaio 1754-11
aprile 1798
Figlio di Giuseppe e Marianna Soncini. Fu cuoco della Corte ducale di Parma. Se
dellattività svolta dal Pesci al servizio della Corte ducale non è rimasta alcuna
documentazione tecnica (non esistono né ricette né descrizioni delle sue creazioni
cuciniere), di lui è rimasta traccia nelle carte amministrative dei Servizi di Bocca
della Computisteria borbonica e nel Ruolo Generale di tutte le persone al servigio della
Casa Reale, allArchivio di Stato di Parma. Se ne ha la prima notizia allorché nel
settembre del 1773, diciannovenne, prestò lattività di avventizio nei servizi di
cucina a Colorno riscuotendo dalle mani di monsieur Grillet, inspettore delli Regi Uffizi,
la somma di 30 lire per undici giorni di lavoro. Due anni dopo il Pesci raggiunse il grado
di sottajutante con il soldo di lire duemila annuali e con gli onori di ajutante. Il
grado pieno di ajutante di canditoria gli venne conferito nel 1779, ancora a Colorno. Il
Pesci si vide elevato nel 1785 la mensiglia a quattromila lire annuali, e passò nel 1787
e nel 1788 ai servizi di cucina di Sala, sede prediletta di Maria Amalia di borbone. A quellepoca gli vennero, tra
laltro, rimborsate da Pierre Bardou, capo di canditeria, 14 lire per lacquisto
fatto a Piacenza di due strachini destinati alla tavola ducale. Il Pesci rientrò poi a
Colorno, probabilmente come capo dei servizi ducali di cucina, in quanto, oltre a dirigere
sul piano specifico la preparazione e la confezione delle vivande ducali, gli vennero
affidati (a partire dal 1793) anche compiti strettamente amministrativi come il pagamento
del lavoro straordinario dei garzoni o lacquisto, oltre a prodotti alimentari, di
materiale diverso, come carta francese azzurra, penne da scrivere, padelle per
abbrustolire le castagne e per tostare il caffè, fettucce, nastri, cerchi per bigonci,
scope, bicchieri, caraffe e bombacce da ardere per lampade. Lo si trova ancora sul lavoro
nel gennaio e nel febbraio 1798. Ammalatosi, morì a poco più di un mese di distanza
dallaver ricevuto dalla Reale Cassina lultima fornitura di latte e di fior di
latte. Il duca Ferdinando di Borbone volle si dedicasse al Pesci una encomiastica
epigrafe, in elegante e forbito latino, che, volta in italiano, dice: Luigi Pesci,
parmigiano, che si distinse nel preparare con fedeltà e perizia i pasti, i cibi e i dolci
per le regie mense, troppo presto defunto, tutti coloro che lo conobbero qui lo piangono
sepolto. Morì il giorno 11 aprile dellanno del Signore 1798 alletà di 44
anni.
FONTI
E BIBL.: F. Razzetti, in Gazzetta di Parma 19 novembre 1990, 3.
PESCI
PIETRO
Parma prima metà del
XIX secolo
Pittore attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, IX, 216.
PESCI PIETRO BATTISTA vedi PESCI BATTISTA
PESCI
SILVESTRO
Parma prima metà del
XVII secolo
Orefice
attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI
E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, V, 277.
PESCINA
EUGENIO
Borgo San Donnino 12
maggio 1843-Parma 25 gennaio 1920
Figlio di Luigi. Fu il solo borghigiano che ebbe lonore di partecipare alla
spedizione garibaldina dei Mille. A soli diciassette anni di età partì infatti da Quarto
e, come uno dei più giovani volontari appartenenti alleroica schiera, si batté con
valore a Calatafimi, a Palermo e al Volturno, guadagnandosi sul campo il grado di Tenente.
FONTI
E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 351-352.
PESCINA
STEFANO
Parma 1649/1661
Fu contralto della Cattedrale di Parma per la festa dellAssunta nel 1649, poi passò
alla Steccata di Parma, ove si fermò dall11 febbraio 1656 al 1661.
FONTI
E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 114.
PESSAROTTI ALESSANDRO, vedi PISSAROTTI ALESSANDRO
PETIT BON, vedi PETITBON
PETITBON FRANCESCO
-Arrecifes 10 marzo
1900
Fece le campagne risorgimentali del 1859 e 1867.
FONTI
E BIBL.: La Battaglia 22 aprile 1900, n. 19; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915,
416.
PETITBON GIOVANNI
Parma 1881
Laureato. Fu fabbricante di tegole, fumaioli, mattoni, pianelle, pezzi decorativi e
ornamentali. Allesposizione di Milano del 1881 ottenne una medaglia di bronzo.
FONTI
E BIBL.: G. Corona, La Ceramica, Milano, 1885; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 334.
PETITBON
UGO
Parma 1882-Santiago
1955
Fu tra i pionieri dellimportazione e della diffusione dei prodotti
dellindustria italiana in Cile. Nel 1900, in collaborazione con Costanza Reiser di
Gallarate, iniziò la sua attività importatrice a Valparaiso, con tale successo che
presto ne trasferì il centro (assicurando lo sviluppo) a Santiago. Più tardi aprì
uffici anche fuori del Cile: nel Perù a Lima, in bolivia
a La Paz e in Ecuador a Guayaquil. Nel 1919 ottenne una linea marittima che unì
direttamente Genova a Valparaiso (della quale fu nominato agente generale), e fondò a
Buin una fabbrica di attrezzi agricoli, liberando così il Cile da una gravosa voce
dimportazione.
FONTI
E BIBL.: U.Imperatori, Italiani allestero, 1956, 217.
PETITOT ENNEMOD-ALEXANDRE
Lione 17 febbraio
1727-Parma 3 febbraio 1801
Figlio terzogenito di Simon, architetto e ingegnere idraulico, e di Catherine Blanchet. entrò inizialmente nel collegio dei gesuiti, in
quanto il padre volle avviarlo alla carriera ecclesiastica. Nel 1739 fu nel seminario di saintireneo,
ove frequentò i corsi di filosofia e di fisica, ma non avvertì alcuna vocazione e scelse
di dedicarsi al disegno. Il suo primo maestro fu Jacques-Germain Soufflot (1741). Inviato
a Parigi, studiò allAccademia darchitettura,
seguendo linsegnamento di Denis Jossenay. Nel 1745 riportò il Grand Prix con il
progetto di un faro e nel giugno del 1746 raggiunse Roma. Seguì i corsi
allAccademia di Francia e redasse tre progetti: la colonna per il sepolcro di una
regina, la seconda macchina per la Chinea e un ponte trionfale. Il soggiorno-premio di
quattro anni (1746-1750) a Roma fu essenziale nella sua formazione, sia per le notevoli
influenze esercitate su di lui dalle opere del Salvi, sia per lo studio dei monumenti del
passato che probabilmente andò copiando insieme al Piranesi. Rientrò a Parigi nel 1750,
con Joseph-Marie Vien. Eseguì quindi la cappella della famiglia dHartcourt, a
Notre-Dame. Collaborò, divenendone amico, col conte Anne-Claude de Caylus, disegnando e
incidendo tavole per il Requeil dAntiquités. Il Du Tillot stava cercando un
architetto per la Corte di Parma e offrì al Petitot uno stipendio annuo di ventimila lire
vecchie di Parma: il 16 aprile 1753 il Petitot partì per lItalia. Un decreto lo
nominò Architetto dei reali palazzi e lo associò allesercito ducale con il titolo
di Ingegnere militare. Venne inoltre nominato insegnante presso lAccademia di belle
arti, fondata poco prima (12 dicembre 1752). Prese alloggio nel palazzo Ducale, ove rimase
quindici anni. I suoi interventi cominciarono nel 1753 a Colorno con la Veneria, palazzina
di caccia voluta da Filippo di Borbone, e con i due appartamenti verso il giardino nel
Palazzo Ducale, dove creò la Sala Grande (1755) e ricostruì lo scalone verso il giardino
(1757). Studiò il giardino di Parma (tempietto darcadia, fontana) e quello di Colorno (anche la cappella ducale e alcuni progetti di camini). boudard realizzò i vasi per il giardino di parma su disegno del Petitot (1754). Il suo
intervento nel giardino trasformò la
tessitura architettonica secondo una versione riformata ed emblematica in cui trionfa la
partizione degli spazi in unità ridotte al microlabirinto, quasi a sala
dintrattenimento, dove anche la formula scultorea implica una positura assisa e una
gestualità colloquiale.Lo stile adottato dal Petitot non è né bizzoso né troppo
ricercato ma è concettualmente pensato tra il razionale e il protoneoclassico, il
funzionale e il simbolico, secondo un programma moderatamente riformista in cui il Petitot
si rinnova nel profondo senza cesure con la storia, unendo la linea di ascendenza
ellenistica a un proprio gusto per il design.La realizzazione del tempietto di Arcadia
(1769), ultimo suo intervento per il Giardino, in onore di Ferdinando di Borbone e Maria
Amalia, nuova coppia regnante, mostra un disegno originale e inedito: ledificio in
stile dorico, circolare dodecastilo con volta diruta e soltanto sette colonne erette, si
identifica con larchitettura ruinistica del piccolo santuario della Sibilla di
Tivoli, mostrando una nuova sensibilità che si andava affermando nel Ducato. La chiesa di
San liborio a colorno (1757) è generalmente considerata il
suo capolavoro. Di notevole unità stilistica dovuta al fatto che fin nei più piccoli
ornamenti è di mano del Petitot, ha interno a croce latina con i bracci trasversali non
molto profondi, e nella navata maggiore, tra i pilastri, si aprono specie di anticappelle
così che la trabeazione risulta sostenuta da due colonne isolate, come nelle nicchie del
Pantheon. LAccademia diventò Reale (1758) e il Petitot venne insignito, con
Boudard, Peroni, Bresciani, Baldrighi, Du Bois, Manicardi e Ravenet, del titolo di
architetto, disegnatore, incisore, accademico del nudo e decoratore di libri. Pubblicò
inoltre in quegli anni il ragionamento sopra
la prospettiva. Il 4 giugno 1758 gli venne concessa la cittadinanza parmense. Nel 1759 il
Petitot progettò la ristrutturazione di Piazza Grande, la facciata della chiesa di San
Pietro e un palco per il Teatro Ducale. Il progetto per la facciata della chiesa di San
Vitale venne invece respinto. Nel 1760 ebbe dal Re di Francia la nomina a Cavaliere
dellordine di San Michele. Tra il 1761 e il 1762 il Petitot portò a termine i
lavori per la facciata della chiesa di San Pietro.Il portone dingresso, su suo
disegno, venne eseguito dal Guibert nel 1763.Il rifacimento della facciata si inserì in
un più ampio progetto di riscrittura della piazza
Grande, per adeguarla ai nuovi criteri di abbellimento urbano elaborati in Francia.La
voluta ripresa di una simbologia classica rientrava in un preciso progetto del Du Tillot,
di recupero ed esaltazione dei frammenti antichi sparsi per la città al fine di
sottolineare lorigine romana di Parma. Lincisore Benigno Bossi incise vari
disegni del Petitot, che nel 1762 fu nominato corrispondente dallacadémie Royale dArchitecture di Parigi.
Eseguì poi progetti per la Biblioteca di Parma e i primi schizzi per la Mascarade à la
grecque. Del 1763 è il progetto del Casinetto sullo Stradone e del Casino dei nobili nel
Palazzo di riserva. Al Petitot venne concessa la patente di ingegnere in secondo delle truppe e piazze e il
grado di Capitano di fanteria. Nel 1764 Bossi incise la Suites de vases, e il Petitot
realizzò un progetto per lacquedotto da Malandriano a Parma. Nel 1759 Du Tillot
decise di trasformare lo Stradone farnesiano in Stradone Borbone, sul modello dei
boulevard di progettazione urbana illuministica tracciati a Parigi, Lione e Tolosa, con la
funzione di recuperare le vie afferenti, favorendo così la ripresa economica e sociale di
una parte trascurata della città.Ai poli dello Stradone avrebbero dovuto trovarsi la
Colonna Borbone (eseguita dal Petitot nel 1763 e spezzatasi durante il tragitto) e il
Casino del Caffè, concepito come ritrovo mondano con funzione panoramica.lelegante viale alberato è diviso in tre
corsie: le laterali destinate al passeggio e ornate con sedili di marmo, la centrale
riservata alle carrozze. Nella notte di San Giovanni (4 agosto) dello stesso anno si
inaugurò il Casino dello stradone. Nel
censimento della popolazione del 1765 si legge che il Petitot aveva 38 anni, viveva sotto
la parrocchia di San Paolo in contrada Rocchetta, con Francesco Jourdan di tredici anni,
studente di architettura, Angelo Pioppa e la moglie Teresa, servi. Del 1767 è il progetto
di ristrutturazione del Palazzo del Giardino e del Palazzo dei Ministeri. Il 2 agosto ferdinando di Borbone (succeduto al padre Filippo
lanno prima) approvò il grandioso progetto di un Palazzo Reale, per il quale si
iniziarono le demolizioni. Realizzò il progetto di rinnovo per il palazzo del Giardino,
innalzando le ali delledificio a livello del mezzanino e ampliando le zone laterali,
mentre allinterno ricavò nuove proporzioni ridistribuendo gli spazi.La facciata
mantiene tuttavia molti degli elementi preesistenti, quali le finestre del piano terra e
le lesene, ma vennero aggiunti un orologio e due camini ad anfora al posto delle torrette
e dei festoni vegetali ai lati delle finestre del piano nobile.Sempre allinterno
creò il grande scalone donore a quadruplice rampa.Dalla piazza semicircolare
posteriore si dipartiva poi un viale extraurbano che giungeva sino a Colorno.Nel 1760
lavorò in intesa con il Boudard alla Loge ducale nel Teatro di Corte edificato dal Lolli
e restaurato nel proscenio dallarchitetto francese, esperto in macchine teatrali,
Jean-Antoine Morand. Al 1767 datano i progetti di fontane per il Palazzo Reale, mentre
Bossi eseguì, su disegni del Petitot, le decorazioni per alcuni ambienti del Palazzo del
Giardino. Dello stesso anno è il primo progetto per lAra amicitiae, commissionato
al Petitot per celebrare i rapporti con la casa dAsburgo.Il cippo doveva riprendere
il valore simbolico delle colonne militari delletà tardo antica erette sulle vie
percorse dagli antichi romani, in onore dei quali riportavano scritte dedicatorie.Il
Petitot non faceva ancora parte del corpo della congregazione
degli Edili creata dal primo ministro proprio quellanno con competenza sugli interi
Stati borbonici: solo nel 1769 fu chiamato ufficialmente a partecipare ai lavori della congregazione, rivolti al piano di riedificazione
della città.Nel 1766 aveva eseguito il disegno delle librerie da collocarsi nella
Biblioteca Palatina, realizzate poi dal Drugman.Dal 1770 si iniziarono i lavori
dellarea dellOrto Botanico: la serra vetrata con un ingresso sormontato da un
timpano (che, per tradizione, si ritiene eseguita su disegno del Petitot) fu poi costruita
nel 1793 dallarchitetto Antonio Tomba. Il Petitot acquistò nel 1767 una casa di
borgo Riolo, progettò lOrto botanico,
e quindi la porta del giardino su piazzale
Santa Croce. Il 5 maggio dello stesso anno venne benedetta la posa della prima pietra del
Palazzo Reale, con iscrizione latina del Paciaudi, ma i lavori vennero presto interrotti e
non furono più ripresi. limperatore
Giuseppe II fu a Parma dal 10 al 13 maggio per linaugurazione della Biblioteca
Palatina: gli venne offerta una stampa allegorica disegnata dal Petitot e incisa da Pietro
martini. Il 7 giugno si inaugurò lAra
amicitiae in piazza. Intanto si andavano
preparando i festeggiamenti per le nozze di Ferdinando di Borbone con Maria Amalia, e la
Stamperia reale pubblicò un volume dal titolo Feste celebrate in Parma per le nozze del
Reale Infante Duca Ferdinando di Borbone con S.A.R. larciduchessa dAustria Maria Amalia
lanno MDCCLXIX contenente quanto progettato dal Petitot per le feste. Il Petitot
venne anche associato allAccademia delle scienze, belle lettere e arti di Lione. Il
1770 vide la pubblicazione della Raccolta di rami incisi in varie occasioni dalla Regia
Ducal Corte di Parma e il Petitot progettò inoltre una serie di biglietti da visita. Nel
1771 Bossi incise per il Petitot la mascarade
à la grecque, e a Venezia venne costruito un bucintoro per i duchi su disegno del
Petitot. Ma il 19 novembre 1771 venne destituito dalla carica il Du Tillot, e i suoi amici
caddero in disgrazia: il Petitot venne incriminato per interessi con ebrei. Nel 1773
Giovanni Furlani, allievo del Petitot, fu nominato architetto ducale da Ferdinando di
Borbone mentre Laurent Guyard successe al Boudard nella carica di primo scultore e di
professore di scultura allAccademia. Mentre il Du Tillot si rifugiò a Parigi, il
Petitot si ritirò nella sua casa di Marore. Lungo sarebbe ancora lelenco delle
opere che il Petitot realizzò o solo progettò, ma sembra indispensabile ricordare almeno
la raccolta di una serie di incisioni pubblicata verso il 1759 che riunisce i progetti e
le opere da lui eseguite databili intorno al 1756-1757 e che servirono anche alla
successiva raccolta di rami incisi in varie
occasioni dalla Regia Ducal Corte di Parma, edita nel 1770, dove si può ammirare la
grande personalità del Petitot anche come illustratore. Nel 1775 ebbero inizio i lavori
del Casino dei Boschi a Sala, per il quale il Petitot elaborò un progetto per altro non
realizzato, inaugurato nel 1789 dal principe ereditario Ludovico di Borbone. Nel 1777
corresse il progetto di Angelo Rasori per la chiesa di SantAmbrogio o delle cinque
piaghe. Del 1779 è il ritratto del Petitot attribuito a Zoffany. Importante continuò a
essere la sua partecipazione alla vita dellAccademia di Belle Arti di Parma, di cui
stese nel 1781 un progetto di riforma. Nel 1789 il Petitot venne nominato Conte della
nobiltà di Parma dallinfante Ferdinando di Borbone. Nel 1800 donò al nipote
Ennemondo Alessandro Petitot de Mont-Louis ogni suo avere. Si conosce del Petitot una sola
incisione allacquaforte come antiporta per il volume Costituzioni della Reale
Accademia di Pittura, Scultura e Architettura (Parma, s.d.).
FONTI
E BIBL.: E.Casa, Un progetto del cavaliere architetto Ennemondo Petitot de Mont-Louis per
edificare in Parma un Palazzo ducale (1766-1769), Parma, 1895; E.Monti, larchitetto Petitot: uno spiraglio
darte francese a Parma, in Bollettino dArte 1924; G.Lombardi, I disegni di un
grande architetto francese alla corte di Parma, in Aurea parma I 1926; M.Castelli Zanzucchi,
Larchitetto Ennemondo Petitot, in Parma per lArte III 1964; M.Pellegri,
Ennemondo Alessandro Petitot 1727-1801 architetto francese alla real corte dei Borboni di
Parma, Parma, 1965; M.Pellegri, Vita ed opere dellarchitetto Ennemondo Alessandro
Petitot nel periodo romano, in Parma nellArte II 1977; G.Bertini, Ennemond Alexandre
Petitot.Larte del legno a Parma nel XVIII secolo, in LArte a Parma dai Farnese
ai Borbone, catalogo della mostra, Parma, 1979; R.Tassi, Ennemond Alexandre Petitot, in
LArte a Parma dai Farnese ai Borbone, catalogo della mostra, Parma 1979, 261;
G.Benassati, Parma, Teatrino di Villa Petitot a Marore, in Teatri storici in Emilia
Romagna, catalogo della mostra, Reggio Emilia, 1982; M.Pellegri, Alcuni ragguagli sugli
architetti Petitot, Mazzotti e gli scultori Boudard e Cousinet, in Parma nellArte I
1982, 127-128; F.Mazzocca, Disegni neoclassici da petitot
a Bossi, catalogo, Milano, 1983; F.Barocelli, Il teatrino privato di Ennemond-Alexandre
Petitot, in Aurea Parma II 1987; P.Bédarida, Petitot disegnatore di vasi.Schede, in Feste
Fontane Festoni a Parma nel Settecento.Progetti e decorazioni disegni e incisioni
dellarchitetto E.A. Petitot (1727-1801), catalogo della mostra, Roma-parma, 1989; A.Cabassi-M.DallAcqua, Ennemond
Alexandre Petitot.La pratique de la bâtisse, Parma, 1989; G.Cirillo-G.Godi, Tecnica e
stile nella grafica di Petitot, Apparati di circostanza, Schede, in Feste Fontane Festoni
a Parma nel Settecento, catalogo della mostra, Roma-parma,
1989; R.Tassi, Mascarade.Le opere e i sogni di petitot,
in FMR 71 1989; A.M.Amonaci, Parma, petitot,
gli stucchi della Villa del Poggio Imperiale a Firenze e lEmpirismo inglese, in
Archivio Storico per le Province Parmensi, quarta serie, XLV 1993; G.Capelli, I traslochi
del Gruppo del Sileno, in Gazzetta di Parma 17 dicembre 1996; Petitot, un artista del
Settecento europeo a Parma, Parma, Cassa di risparmio,
1997; Arte incisione a Parma, 1969, 41; E. Monti, Lart du XVIII siècle français à
Parme e à Colorno, in Revue de lart
ancien et moderne 1926 Hautecur, IV, 1952, ind.; Dizionario architettura e
urbanistica, IV, 1969, 425-426; Disegni antichi, 1988, 43; T. Marcheselli, in Gazzetta di
Parma 5 giugno 1989; Enciclopedia di Parma, 1998, 528-529.
PETITOT ENNEMONDO ALESSANDRO, vedi PETITOT ENNEMOND-ALEXANDRE
PETITOT de MONT LOUIS ENNEMOND-ALEXANDRE
Lione
1760-Marore o Parma 20 marzo 1825
Ben presto raggiunse a Parma lomonimo zio architetto, presso il quale rimase
tutta la via. Di lui rimane un bellissimo ritratto, che lo mostra in veste di cacciatore,
di proprietà dellaccademia di Belle
Arti di Parma. Ricoprì diverse cariche: venne nominato Cavaliere onorario nella Cour des
monnoies e Membro del Corpo legislativo (Biblioteca Palatina ms. parmensi n. 550, 127),
venne iscritto tra i messieurs della
Società di Maternità di Parma e piacenza
fondata nel 1812 dallImperatrice (giornale
del Taro 28 agosto 1813), fece parte dei Cavalieri dellOrdine Costantiniano di San giorgio dall11 dicembre del 1821 e rivestì
infine la carica di Podestà di Marore. Dalle nozze con Ippolita Zoccoli ebbe un figlio,
Telesforo.
FONTI
E BIBL.: Parma nellArte 1 1982, 127-128.
PETITOT de MONT LOUIS ENNEMONDO ALESSANDRO, vedi PETITOT de MONT LOUIS ENENMOND-ALEXANDRE
PETREI
FRANCESCO
Parma 1644
Fu dottore di teologia e primicerio della Cattedrale di Parma. Scrisse una lunghissima
rappresentazione spirituale in cinque atti, La Natività di Cristo, edita nel 1644 (Parma,
Mario Vigna) dedicata al priore e ai presidenti della Congregazione della Madonna della
Steccata, che fu forse recitata in Seminario al pari di quelle del Prati. In essa non sono
osservate le unità di tempo e di luogo, ma il Petrei nella prefazione invoca per questo
lautorità di Lope de Vega. Del Petrei si trovano pure componimenti sparsi in
diversi libri.
FONTI
E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 243; E.
Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 126-127.
PETRINI ANTONIO, vedi PATRINI ANTONIO
PETRINI ANTONIO GIULIO CESARE
Parma 16 giugno
1757-post 1811
Figlio di Giovanni Michele e Maria Stella Pellegrini.Fu argentiere di buon valore.
FONTI
E BIBL.: Argenti e argentieri, 1997, 30-32.
PETRINI GIOVANNI, vedi PATRINI GIOVANNI
PETRINI GIUSEPPE, vedi PATRINI GIUSEPPE
PETRINI
LUIGI
Montechiarugolo 1831
Segretario Distrettuale, durante i moti del 1831 fu il propagatore della rivolta in montechiarugolo. Figurò nellelenco degli
inquisiti di Stato ma senza requisitoria. Fu poi nominato Controllore delle contribuzioni
dirette.
FONTI
E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937,
197.
PETRINO
JACOPO
Parma 1589
Compositore musicale conosciuto unicamente per una raccolta di pezzi a varie voci
intitolata Jubilo di S. Bernardo con alcune canzonette spirituali a 3 e 4 voci (Parma,
1589).
FONTI
E BIBL.: P.Bettoli, Fasti musicali, 1875, 124-125.
PETROBONO ALESSIO
Pellegrino 1510
Fu
Commissario e Podestà di Pellegrino nel 1510. Rogò investiture per la famiglia fogliani.
FONTI
E BIBL.: A.Micheli, Giusdicenti, 1925, 7.
PETROGALLI PIETRO
Parma 1811
Disegnatore attivo nellanno 1811.
FONTI
E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 85.
PETROLINI
ITALO
Montechiarugolo
1911-Parma 14 settembre 1983
Alla
morte prematura del padre, il peso della famiglia gravò sul fratello geometra. Quando
questi per lavoro si trasferì sul lago dIseo, a Sarnico, il Petrolini dovette
seguirlo. Intanto maturò la decisione di abbandonare gli studi di legge e passare alla
facoltà di lettere delluniversità di
Bologna. Il cammino per arrivare a laurearsi (in lingua francese) fu lungo, ma il Lugli ,
che lo apprezzava, lo attese a lungo per la tesi di laurea su Moreas. Cominciò a scrivere
abbastanza giovane, subito dopo il Liceo, sui fogli locali ma anche su qualche rivista
letteraria nazionale come Circoli, diretta dal poeta Grande e da Barile, alla quale
collaborarono scrittori (critici o poeti) già di qualche nome o affermati. Il Petrolini
vi pubblicò poesie di una sensibilità acuta e sottile, senza scadere nella ripetizione
monotona di situazioni scontate e di imitazioni letterarie abusate: uno stile che lo
collocò di diritto nella linea che fu detta padana, quella di Bertolucci e Sereni (più
vicina allesperienza essenziale ed esistenziale di Montale o di Sbarbaro che non a
quella dellermetismo fiorentino). Le prose, forse più frequenti (con la poesia
smise abbastanza presto), sembrano rientrare in quella che allora si chiamò la prosa
darte, ma vanno ben al di là di un esercizio letterario: anche qui è un gusto
preciso e concreto della parola, insieme alla freschezza e immediatezza della sensazione e
della memoria (quel mondo che il Petrolini ritrova nel Virgilio delle Georgiche o in
Esiodo). Anche se più saltuariamente, non mancò di fissare in brevi saggi o recensioni,
gli interessi che continuarono a legarlo alla cultura e alla ricerca in una prosa quieta,
corposa, incisiva e mai superflua. La sua attività didattica, svolta con rigore in un
lungo arco di tempo, documenta il grande impegno professionale che lo vide sempre
protagonista nelle aule del Collegio Maria Luigia (dal 1940 al 1982 insegnò lettere
latine e greche), dove per qualche tempo ebbe come colleghi docenti di profonda dottrina,
da Squarcia a Bertolucci e Di Stefano, da Ciofani a Pernigotti, e alla facoltà di
Magistero dellUniversità di Parma dove, docente in collaborazione
collAndreotti, insegnò lineamenti della civiltà greca. Fu un umanista sensibile,
finissimo nella lettura dei classici, amante della filologia, studioso dei dialetti locali
(portava sempre con sé un libretto in cui annotava parole e frasi sulle quali poi
indagava minutamente), buon conoscitore di lingue moderne, interessato alla letteratura
contemporanea. Solitario, sempre schivo di pubblicità, amò defilarsi dalla folla per una
innata modestia che caratterizzò un personale costume di vita. Del tutto estraneo alle
associazioni e lontano da ogni forma di esibizionismo, il Petrolini visse coltivando con
amore e in silenzio gli studi severi del latino e del greco, che, da illuminato maestro,
trasmise a generazioni di studenti della sua città. Poche, per non dire limitatissime,
furono anche le sue amicizie. Del suo non comune talento letterario rimane traccia in
numerosi scritti (prose apparse qua e là e un libro su Zerbini ne forniscono la prova
evidente) e nelle pagine della Gazzetta di Parma, dove il Petrolini si mascherò sotto lo
pseudonimo di Il Quadrello. Notevoli benemerenze di carattere culturale il Petrolini si
acquistò pure nei riguardi della città di Parma, sia collaborando allallestimento
del Museo Lombardi e preparando il relativo catalogo sia facendo parte della commissione
teatrale del Teatro Regio.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 settembre 1983, 6; Aurea Parma 2/3 1984, 86-88; Al Pont ad
Mez 2 1984, 45.
PETROLINI LEOPOLDO
-Parma 5 aprile 1892
Prese parte ai moti rivoluzionari del 1854. Arrestato, dal tribunale borbonico fu
condannato a morte. Graziato allultimo momento, fu rinchiuso poi per parecchi anni
nelle segrete del carcere di Mantova.
FONTI
E BIBL.: G. Annigoni, in Corriere di Parma 10 aprile 1892, n. 99; Gazzetta di Parma 9
aprile 1892, n. 98; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 416.
PETROLINI
SILVIO
Traversetolo 1893-Basso
Piave 5 luglio 1918
Figlio di Ildebrando. Sottotenente di fanteria del Reggimento Marina, fu decorato di
medaglia dargento al valor militare, con la seguente motivazione: Audacemente e con
supremo sprezzo del pericolo, sotto lintenso fuoco nemico raggiungeva, alla testa
dei suoi mitraglieri, largine del fiume, riuscendo pienamente nellintento di
proteggere le truppe operanti. Colpito a morte, incitava ancora i dipendenti alla lotta,
per la completa vittoria.
FONTI
E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1920, 662; Decorati al valore, 1964, 126.
PETROLINI
WALDO
Parma 13 febbraio
1906-Parma 18 gennaio 1986
Figlio di Giovanni. Si diplomò in viola nel 1929 presso il Conservatorio di musica Arrigo
Boito di Parma. Suo insegnante fu Giuseppe alessandri.
Subito il Petrolini si fece notare nellorchestra del Conservatorio, della quale fece
parte come prima viola, per la sua tecnica e la particolare interpretazione del pezzo
musicale. Lorchestra di studenti del Conservatorio di Parma si esibì in vari teatri
italiani e in quellorchestra la presenza del Petrolini diventò presto
indispensabile. Il padre, che viveva in America, disse al celebre direttore
dorchestra Arturo Toscanini che suo figlio era una valente viola. Toscanini, venuto
per un concerto in Italia, volle ascoltare il Petrolini e rimase stupefatto. Volle poi
sempre nei suoi concerti il Petrolini perché è la migliore viola che io abbia sottomano.
Il Petrolini non mancò mai di essere presente nellorchestra del Teatro Regio di
Parma ma fu anche continuamente richiesto dalle orchestre di Zara, Como, Genova, Macerata,
Trieste, Roma, Firenze, Piacenza, Milano, Bologna, Torino, Cremona e Sanremo. Fu anche
allestero: a Budapest, in Austria, in Jugoslavia e in Svizzera. La Radio italiana
con sede a Torino (Eiar) lo scritturò per dieci anni. Fece parte del quartetto
darchi che si esibì al Teatro Regio di Parma e al Conservatorio Boito e fu un
componente, nel 1935, del quintetto dellorchestra di Bologna. Tra i suoi numerosi
direttori dorchestra, oltre a Toscanini, sono da ricordare Marinucci, Ligabue,
Capuana e Majoli, che rilasciarono al Petrolini ottimi attestati. Ma anche tenori,
soprani, bassi e baritoni, ammirati dalla sua arte, gli donarono foto con affettuose
dediche. Renata Tebaldi ebbe parole di lode per il Petrolini. Tra le sue ultime
prestazioni, nel luglio 1976 il Petrolini fece parte di un concerto verdiano a Busseto,
ove cantarono Katia Ricciarelli e Luciano Pavarotti. Venne inciso un disco che riporta i
nomi dei migliori strumentisti, tra i quali il Petrolini. Fu commissario desami al
Conservatorio di Parma e in altre città. Negli ultimi anni di vita fu insegnante di
teoria musicale (solfeggio) nella banda di Montechiarugolo.
FONTI
E BIBL.: G. Milan, in Gazzetta di Parma 19 gennaio 1986, 5.
PETRONIA
QUARTA
Collecchio I secolo
d.C.
Figlia di Caius Petronius. Libera, dedicò unepigrafe al fratello T. Petronius
Rufus, proveniente da Collecchio, databile, per i caratteri paleografici e la classica
essenzialità del testo, al I secolo d.C.. I Petronii, diffusissimi in Occidente, e
frequenti anche in Cispadana, sono documentati a Parma anche in unaltra epigrafe di
un personaggio di condizione libera e di particolare rilievo nella vita municipale
cittadina, come si deduce dal cursus honorum riportato sul cippo a lui dedicato, L.
Petronius Pol. Sabinus. Il cognomen Quarta è diffusissimo soprattutto al femminile in
ogni luogo e specialmente nelle provincie celtiche e in Cisalpina.
FONTI
E BIBL.:
M.G.Arrigoni,
Parmenses, 1986, 145.
PETRONIUS
CAIUS
Collecchio I secolo
d.C.
Fu padre di Petronia Quarta e di T. Petronius Rufus, ricordati in epigrafe del I secolo
d.C. proveniente da Collecchio.
FONTI
E BIBL.:
M.G.Arrigoni,
Parmenses, 1986, 145.
PETRONIUS TITUS RUFUS
Collecchio I secolo
d.C.
Libero, dedicatario di unepigrafe postagli dalla sorella Petronia Quarta,
proveniente da Collecchio e conservata nel Museo archeologico
Nazionale di Parma. I Petronii furono diffusissimi in Occidente e frequenti anche in cispadana. Rufus è cognomen assai comune, diffuso
dappertutto e in special modo in Italia e nelle Spagne, ben documentato in tutta la
Cisalpina.
FONTI
E BIBL.:
M.G.Arrigoni,
Parmenses, 1986, 146.
PETRONIUS LUCIUS SABINUS
Parma 1 secolo d.C.
Figlio di Lucio. Libero, fu cittadino romano iscritto alla tribù Pollia, appartenente
alla gens Petronia, diffusissima nelle regioni occidentali dellimpero, frequente anche in Aemilia, a Parma
documentata per altri due personaggi, pure liberi. Il cognomen, diffusissimo e già
documentato altre volte a Parma e nella zona, potrebbe indicare lorigine, anche
remota, dal Centro Italia. Il Petronius presenta una completa carriera politica
nellambito cittadino: fu infatti sexvir, dec(urio), q(uaestor), duovir, pontif(ex).
Quindi senza dubbio fu personaggio di grande rilievo nella vita di Parma romana, non
privo, si può credibilmente supporre, di un certo reddito personale. La sua presenza
nella città è documentata da un cippo marmoreo, poi trasformato in sarcofago cristiano,
attribuibile, per caratteri paleografici e contenutistici, al I secolo d.C.. Il cippo fu
fatto eseguire dallo stesso Petronius per ordine testamentario e posto su di un sepolcro
di notevoli dimensioni.
FONTI
E BIBL.: L.Grazzi, Parma romana, 1972, 142; M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 147.
PETROPOLI
GUIDO
Parma 4 agosto
1913-Kassam-Torquarié Agher 21 giugno 1938
Iscritto alla facoltà di giurisprudenza delluniversità
di Bologna (che gli conferì nel 1939 la laurea ad honorem), fu ammesso allaccademia Militare di Modena il 16 ottobre 1933 e
nominato sottotenente di fanteria due anni dopo. Ultimato il corso di applicazione a
Parma, venne assegnato al 35° fanteria e dopo pochi mesi (febbraio 1937), trasferito al
R.C.T.C. dellEritrea, partì per lAfrica orientale. Assegnato al III Battaglione coloniale
Galliano, partecipò alle operazioni di polizia coloniale distinguendosi in particolar
modo nel ciclo operativo dal 1° al 5 dicembre 1937 con la colonna del generale Mischi e
in quello dal 1° al 21 giugno del 1938. Dopo una prima medaglia dargento al valor
militare (Cabì, Medà, Kassam, dicembre 1937), fu decorato di medaglia doro al
valor militare con la seguente motivazione: comandante
di compagnia fucilieri seppe trasfondere nei propri ascari il suo ardire e il suo
incomparabile entusiasmo, guidandoli con pieno successo in numerosi scontri e
combattimenti di un lungo ciclo di operazioni di polizia coloniale. Fu sempre esempio di
valore in ogni circostanza e con il suo coraggioso contegno destò lammirazione dei
propri dipendenti. Pur essendo sofferente, si offriva volontario per un delicato incarico
e, conscio del grave pericolo al quale si esponeva per le soverchianti forze avversarie,
riusciva a prendere contatto con esse, a debellarle e ad inseguirle. Mentre impavido, con
lesempio e con la parola, animava i suoi uomini cadeva colpito a morte. Già
distintosi in precedenti combattimenti.
FONTI
E BIBL.: Medaglie dOro dAfrica, 1961, 121-122; G. Carolei, Medaglie
dOro, 1965, I, 309-310.
PETROSINO DOMENICO GIUSEPPE
Parma 1824-post 1864
Già ufficiale borbonico, prese parte nel 1848 alla difesa di Venezia e nel 1860 ottenne
il grado di Maggiore di fanteria. Nel 1864 fu posto sotto sorveglianza perché fervente
repubblicano.
FONTI
E BIBL.: P.DAngiolini, Ministero dellInterno, 1964, 177.
PETRUCCI
FRANCO
Langhirano 1932-Parma
18 maggio 1997
Dopo il completamento degli studi superiori a Parma, si iscrisse al corso di laurea in
Scienze geologiche, laureandosi nel 1959 discutendo la tesi con Sergio Venzo, di cui
divenne ben presto allievo prediletto, che volle avviare il petrucci alla Geologia del Quaternario, settore
di ricerca in cui il Venzo eccelleva in campo mondiale. Così, dapprima assistente
volontario quindi assistente straordinario, il Petrucci nel 1967 vinse il concorso per
assistente ordinario nella cattedra di Geologia dellUniversità di Parma. Nel 1970
conseguì labilitazione alla libera docenza, confermata nel 1976. Nel 1980 vinse il
concorso a professore straordinario di Geologia del Quaternario, ottenendo la nomina a
ordinario nel 1983. Lunga e impegnata fu lattività didattica del Petrucci, che
tenne nella facoltà di Parma numerosi corsi a partire dallanno accademico
1968/1969: rilevamento geologico, geografia, geografia fisica e infine geologia del
quaternario, di cui fu titolare. Fu inoltre presidente del consiglio di corso di laurea in
Scienze geologiche. Il Petrucci sviluppò la sua articolata e intensa attività di
ricerca, testimoniata da oltre novanta pubblicazioni su riviste nazionali e
internazionali, accompagnata da una impegnata e qualificata attività di terreno,
contribuendo tra laltro al rilevamento di vaste aree dei fogli geologici alla scala
1:100.000 di Parma, Fiorenzuola dArda, Reggio nellEmilia, Piacenza, Vercelli,
Torino, Carmagnola e Cremona. La sua esperienza di geologo rilevatore fu determinante
anche per la Carta geologica della Provincia di Parma e zone limitrofe pubblicata in
occasione della 63a adunanza della Società Geologica Italiana (Parma-Garda,
ottobre 1965). Nellambito più specifico della sua disciplina, lattività di
campagna fu congiunta alla pubblicazione di lavori, divenuti classici, sugli anfiteatri
morenici delle Prealpi e sul Quaternario continentale dellAppennino e della Pianura
Padana. Su tale impostazione fondamentale di rilevamento e di profonda conoscenza della
Geologia del Quaternario, della Geomorfologia e della Pedologia, il Petrucci si dedicò,
soprattutto a partire dalla fine degli anni settanta,
a studi sempre più indirizzati alle applicazioni che le sue conoscenze avrebbero potuto
portare alla ricerca e allo sfruttamento razionale delle acque sotterranee, al problema
dellinquinamento e ai problemi di instabilità dei versanti. In tale veste divenne
ben presto apprezzato consulente di amministrazioni pubbliche e di enti privati, non solo
di Parma e della sua Provincia. Non esercitò mai la libera professione ma volle che tutte
le convenzioni con gli Enti venissero stipulate con lUniversità, assumendone in
prima persona la responsabilità scientifica, con ricadute non solo di immagine e di
formazione di giovani sul campo, ma anche economiche per lIstituto di Geologia e per
il potenziamento delle sue attrezzature.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 maggio 1997, 8 e 8 luglio 1997, 11.
PETTENARIO ALBERTO
Parma 1177/1179
Figlio di Marsilio, agiato cittadino abitante nel Borgo di Capo di Ponte in Parma e uno
tra i consiglieri dei Consoli di Parma. Sebbene sicuramente di indole più empirica del
suo illustre contemporaneo Giovanni Pallavicino, viene segnalato come apprezzato teorico
nel campo del disegno tecnico: quantunque lingegneria fosse ancora bambina non
andava disgiunta dallarte del disegno, e lui è ricordato tra i più autorevoli
professori della materia. Fu quello il momento più fortunato della creatività
tecnologica medievale, che offrì risultati talora sorprendenti, soprattutto nel campo
della meccanica e dellidraulica. Per questultima in particolare si fu in grado
di sfruttare con immediatezza le possibilità offerte dalla ripresa conosciuta in quel
tempo dagli studi in materia di geometria e disegno, a cui Parma riuscì certamente a non
rimanere estranea. Il Pettenario ebbe, dopo che linondazione del 1177 aveva colmato
le fosse dellOltretorrente, lincarico di studiare il riassetto idraulico di
quel quartiere di Parma. Lo dotò di un nuovo giro di fosse e di un nuovo canale in
sostituzione del precedente che proveniva dal Baganza. Questo nuovo cavo traeva acqua dal
Cinghio e, per arrivare al quartiere in Co di Ponte, doveva attraversare in quota,
per mezzo di una nave di dimensioni ragguardevoli, il corso stesso del Baganza. Opera
questultima che dovette richiedere una notevole padronanza, da parte del Pettenario,
delle più aggiornate potenzialità tecnologiche, e che certamente ebbe una notevole
risonanza, tanto che in seguito il sito venne sempre definito con lappellativo di
Navetta. Il Pettenario donò al Capitolo della Cattedrale di Parma un caseggiato nella
villa del Grugno, sul torrente Taro, affinché venisse costruita la chiesa parrocchiale,
intitolandola ai Santi Gervaso e Protaso, suoi particolari patroni. Perché fosse
convenientemente dotata, offrì un vigna di due bifolche e tutte le decime delle tante
terre che possedeva nella villa del Grugno.
FONTI
E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, II, 271-272, 388 e 391; E. Scarabelli Zunti, Documenti
e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 61; P. Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985,
37.
PETTENARIO ALFONSO, vedi PETTENA-RIO ALBERTO
PETTENATI ALFREDO
Noceto
1873-Salsomaggiore Terme 7 marzo 1956
Abitò per molti decenni a Varano Marchesi svolgendovi lattività di geometra. Fu
eletto Sindaco di Medesano (il Pettenati fu il primo sindaco socialista del Comune) il 26
giugno 1910 su proposta dellavvocato Antonio Grossardi. In quella seduta ottenne 17
voti a favore e una scheda bianca su 18 consiglieri presenti e votanti. Ununanimità
che poi lo rielesse di nuovo alla massima carica cittadina il 19 luglio 1914. Fu costretto
a dimettersi il 30 giugno 1921 di fronte a un ordine del giorno di sfiducia presentato al
sindaco e alla maggioranza dalla minoranza capeggiata da Ulisse Cenci. Questultimo
fu poi per un breve periodo podestà del Comune di Medesano. Dopo le dimissioni del
Pettenati e dellintera maggioranza, fu inviato a Medesano il commissario prefettizio
e iniziò lera dei podestà. Durante la permanenza del Pettenati in municipio furono costruite diverse e importanti
strade comunali sulle colline (Varano marchesi,
Miano e Santa Lucia), vari servizi pubblici e dato slancio al termalismo a
SantAndrea bagni. A Varano Marchesi il
Pettenati aprì una cassa rurale aiutando le
famiglie locali, spesso senza avere il ritorno dei fondi elargiti. Il pettenati trascorse gli ultimi anni della sua vita
a Salsomaggiore.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 dicembre 1992, 21; Gazzetta di Parma 1 maggio 1997, 26.
PETTENATI FRANCESCO GIOVANNI BATTISTA
Borgo Taro 11
luglio 1790-post 1848
Entrato
come soldato nel 3° Reggimento leggero del Regno dItalia nel 1808 e fatta la
campagna dIstria dal 1809, fu come sottotenente
(poi Tenente) nel 1813 e 1814 allarmata
dosservazione in Italia. Prese parte ancora alla campagna di Francia del 1815 come
Tenente nel Reggimento Maria Luigia. ammonito
nel 1823 come carbonaro e compromessosi per la sua partecipazione ai moti rivoluzionari
del 1831, fu cancellato dai ruoli per effetto del sovrano decreto 14 marzo di
quellanno, fu confinato a Borgo Taro e perdette anche il grado di Capitano tenente e
il diritto di portare luniforme. I gradi gli furono ridati, col diritto alla
pensione, soltanto nel 1834. Avendo tuttavia mantenuto vivo il sentimento nazionale,
accettò il 6 aprile 1848 dalla Suprema Reggenza dello Stato di Parma la nomina a
Colonnello comandante generale delle truppe.
FONTI
E BIBL.: E. Loevison, Gli Ufficiali Napoleonici Parmensi, Parma, Tipografia Parmense,
1930, 30; C. Di Palma, Parma durante gli avvenimenti del 1848-1849, in Bollettino Ufficio
Storico Comando Stato Maggiore, Roma aprile 1930, 13; E. Casa, I Carbonari parmigiani e
guastallesi cospiratori nel 1821, Parma, 1904; A. Del Prato, Lanno 1831, 1919,
XXII-XXIII; E. Loevison, in Dizionario Risorgimento, 3, 1933, 865; O. Masnovo, Patrioti
del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 198; F. Ercole, Uomini
politici, 1941, 377-378.
PETTENATI GIOVANNI BATTISTA, vedi PETTENATI FRANCESCO GIOVANNI BATTISTA
PETTENATI STEFANO
Parma 1831
Rigattiere, ebbe parte attiva nei moti del 1831 in Parma come disarmatore della truppa.
Figurò nellelenco degli inquisiti di Stato ma senza requisitoria.
FONTI
E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937,
196.
PETTORELLI ANDREA
Busseto 24 aprile
1779-Busseto 29 luglio 1862
Studiò
filosofia allUniversità di Parma. Sorta in lui la vocazione al sacerdozio,
intraprese la carriera ecclesiastica. Prima di essere destinato a reggere la collegiata di
San Bartolomeo in Busseto, fu canonico a CastellArquato e a Monticelli
dOngina. A Busseto insegnò anche lettere nelle pubbliche scuole e fece parte delle
accademie Emonia (con lo pseudonimo di Olmero Idnuride) e di lettere greche. Letterato di
valore, tradusse Orazio con eleganza in vari metri, compose un buon numero di poesie,
scrisse una commedia, Lolmo di Colle Ombroso, e i drammi Le veglie di Assuero e Il
sogno di Nabucco. Dedicò alla duchessa Maria Luigia dAustria un componimento
poetico, Lomaggio dei fiori. Il Pettorelli fu tra coloro che si accapigliarono nella
polemica sorta allindomani della morte di Provesi per la successione
dellorganista e maestro di Cappella in San Bartolomeo: parteggianti per Verdi o
contro Verdi, col prevosto Ballarini o col filarmonico Barezzi, codini o coccardini. Il pettorelli fu tra i codini, ma mellifluo
comera (laggettivo è dellAbbiati) non dovette completamente e
apertamente inimicarsi Verdi, se di lì a poco ne benedisse le nozze con Margherita
Barezzi (5 maggio 1836) nella chiesa della santissima
Trinità, e se più tardi compose anche un sonetto panegirico in suo onore. La contesa
paesana lo ebbe non solo quale attore ma anche quale testimonio e cronista singolare: di
lui resta, in nove canti di ben 650 sestine, un poema allegorico, lAccademia degli
uccelli, che, con partigiana acredine, presenta sotto le spoglie di un pappagallo, di un
merlo, di una gazza, di un cucù, di unoca e così via, i protagonisti
dellincruenta guerra che divise i filarmonici dai pretini. Verdi, come pappagallo,
è più volte bistrattato dalla lingua pungente del Pettorelli. Enrico Carrara prima e
Franco Abbiati poi dedicarono allAccademia degli uccelli pagine definitive.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 304; D. Soresina, Enciclopedia
diocesana fidentina, 1961, 352; Biblioteca 70, 1, 1970, 63-64.
PETTORELLI ANTONIO
Parma XVI/XVII secolo
Laureato in legge, fu considerato dai contemporanei il più eccellente avvocato, e fu
spesso adoperato negli affari pubblici della città di Parma, divenendo molto ricco. Visse
tra la fine del XVI secolo e linizio del XVII. Morì in età avanzata.
FONTI
E BIBL.: R.Pico, Appendice, 1642, 50; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932,
304.
PETTORELLI GIOVANNI
Busseto 1840-Busseto
1922
Di nobile famiglia, il Pettorelli svolse la propria attività a Piacenza distinguendosi
nei settori culturale e assistenziale. Fu per alcuni anni medico presso lOspedale
Civile e collaborò al periodico Guglielmo da Saliceto con numerosi saggi, alcuni dei
quali davvero originali. Fu inoltre autore di una biografia di Jacopo Morigi (Piacenza,
1875). Il Pettorelli diede però il suo più grande contributo impegnandosi per la
costruzione dellospizio marino piacentino a Fano. Al Pettorelli fu conferita inoltre
la carica di Presidente del comitato piacentino degli ospizi marini per i fanciulli poveri
scrofolosi.
FONTI
E BIBL.: Necrologio, in Libertà 20 luglio 1922 e in Bollettino Storico Piacentino 1922,
144; P.Marchettini, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 210.
PETTORELLI GIUSEPPE MARIA
Busseto 1637-Oweri 27
luglio 1693
Frate cappuccino, compì a Piacenza la vestizione (17 maggio 1657) e la professione di
fede (17 maggio 1658). Il Pettorelli fu il primo missionario cappuccino parmigiano: andò
nel Congo nel 1666 col modenese Bonaventura da Salto. Svolse il suo apostolato a massangano, a Loanda e a Sogno, ove organizzò il
servizio religioso, estendendo le sue cure a ogni ceto e conquistando tra i suoi fedeli
tutta la famiglia del governatore. In soli tre anni battezzò circa sedicimila persone.
Tornato in Italia nel 1676, nel settembre 1681 ritornò nella sua missione in qualità di
vice prefetto. intelligente, colto e
zelante, da giancrisostomo da Genova,
prefetto della missione dAngola, il Pettorelli fu giudicato il miglior soggetto
della missione. Nel 1686 venne destinato vice prefetto a San Tomè e poi inviato a fondare
una missione sulla costa del Benin.
FONTI
E BIBL.: Cappuccini a Parma, 1961, 25; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 436.
PETTORELLI PIETRO
Busseto 1505-Parma
dicembre 1566
Figlio di Giacomo. Compì gli studi a Parma, dove conseguì il 29 aprile 1527 la laurea in
ambo le leggi. Ben presto si dimostrò tra i migliori avvocati di quel foro. Per le doti
di ingegno, di prudenza e discrezione, ottenne anche importanti cariche pubbliche.
Ricordato dal famoso giureconsulto menocchio
nel suo Consiglio 495, Fu Pretore di trento
negli anni 1523, 1527 e 1539, sotto Bernardo Clesio e Cristoforo Madruccio, vescovi e
principi della Città.Pare che anche nel 1538 sia stato in carica, giacché in un
documento trentino di tale anno è chiamato Lo magnifico Podestà. Nellanno 1541 fu
dal madruccio delegato a pronunciare in
appallo la sentenza del 15 giugno in una causa tra la comunità di Lomaso e quella di Bleggio superiore,
concernente il monte di Cogorna, nella quale
egli si enuncia P.Pattorellus Parm. J.U.D. Rever.mi D.D. Christophori Episcopi e Principis
Tridentini Illustrissimi Cancellarius et Commissarius. Fu Avogadro in Parma nel 1534 e
Delegato nel 1548, nel 1537 fu nominato Uditore generale del conte di Santa Fiora, nel
1541 e 1542 Cancelliere e Segretario del principe e vescovo di Trento cardinale Cristoforo
Madruccio, quindi, nel 1562, referendario della Comunità parmense e infine vicario e
luogotenente del podestà di Piacenza Francesco Strimeri. Al Pettorelli, Vespasiano
Gonzaga, duca di Sabbioneta, affidò nel 1563 lincarico di patrocinare i suoi
diritti nella causa intercorsa tra quel principe e i cugini. Del suo paese natale, fu
benefattore insigne: provvide tra laltro a ricostruire a proprie spese la chiesa
delle monache di Santa Chiara, che minacciava rovina. Lasciò Allegazioni e Annotazioni
allo Statuto Pallavicino. Il Sacca lo chiama legum oraculum.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 304; D. Soresina, Enciclopedia
diocesana fidentina, 1961, 352-353.
PETTORELLI PIETRO
Busseto-1621
Figlio di Antonio. Fece fabbricare il Collegio dei Gesuiti di Busseto, come racconta il cordara nellHistoria Soc. Jesu (parte sesta,
carta 20, n. 29, sotto lanno 1616), e riedificare la chiesa di Santa Chiara nel
1611.
FONTI
E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 512.
PETTORELLI LALATTA FRANCESCO
Parma 12 febbraio
1712-Parma 2 maggio 1788
Nacque da Angelo, conte, e da Caterina Del Monte. Coltivò le lettere, le scienze
teologiche, la giurisprudenza e la storia sacra e profana. Il conte Antonio Cerati in una
lettera dice che il Pettorelli Lalatta fu uomo di qualche erudizione, che giovane tenne in
sua casa unAccademia di Storia Ecclesiastica, che scriveva in prosa lodevolmente, e
che molti assicurano avere esso abbruciata una Storia Ecclesiastica manoscritta da lui
composta. Fu insignito della laurea in teologia, e ascritto al collegio dei teologi di Parma il 12 marzo 1735. Fu
ordinato sacerdote nel 1735. Divenuto Canonico della Cattedrale di Parma, nello stesso
anno ne fu Arcidiacono, e fu fatto poi Vicario generale capitolare. Fu eletto da papa
Clemente XIII Vescovo di Parma il 10 novembre 1760 e consacrato in Roma il 21 dicembre
1760. Il 23 novembre si cantò il Te Deum in Cattedrale. Poi il 25 novembre fu rilasciato
un attestato al Pettorelli Lalatta, dietro sua istanza, che dice che da 20 anni era stato
fatto arcidiacono dietro preghiere del Capitolo, ed ora fatto Vescovo con loro universale
soddisfazione, chera stato capo di varie congregazioni, e per molti anni di quella
de cavamenti, con somma lode; per otto anni presidente della congregazione dello
spedal grande detto della Misericordia, ove avea mostrato singolare prudenza; che tutti
gli uffizi a lui affidati dal Capitolo, e furono molti, gli avea sempre disimpegnati con
somma alacrità, destrezza, attività. Andato a Roma per le occorrenze vescovili, di là
prese possesso dellepiscopato per mandato il 30 dicembre e vi fece lingresso
il 1° marzo 1761. Un poemetto di Pietro bertinelli
celebrò il suo ritorno dopo la consacrazione. Nel 1769 il duca Ferdinando di borbone lo nominò suo Grande Limosiniere. Il 4
maggio 1761 i dottori collegiati stabilirono, con approvazione del Pettorelli Lalatta che
si aprisse nella casa del Collegio una biblioteca che contenesse libri di diverse scienze,
a pubblico vantaggio e sotto la presidenza dei tre dottori Castelli, Artusi e Pisseri, e
che si erigesse nella medesima casa del Collegio loratorio di San Bernardo, in
adempimento della volontà del loro benefattore, Pietro Maria Bosi. Il 27 marzo 1761 il
Pettorelli Lalatta nominò giudici sinodali Francesco Maria Casapini, alessandro Pisani, Cesare Alberto Malpeli,
Francesco Civeri, Pietro Bertoncelli, Tommaso Ortis, Tommaso Bertolotti e pierfrancesco Garsi, e nominò altresì
esaminatori sinodali Cesare Malpeli e Francesco Bertolini. Fu un assiduo maestro della
parola, che portò ripetutamente in tutte le parrocchie della diocesi, visitandole: gli
atti di tali visite (12 febbraio 1762-1779) sono raccolti in cinque volumi nellarchivio vescovile di Parma. Il 25 agosto 1762 fu
conferito dal Pettorelli Lalatta, nella chiesa dei Domenicani, al principe Ferdinando di
Borbone lOrdine dello Spirito Santo di Sua Maestà Cristianissima. Il 7 settembre
1763 il Pettorelli Lalatta approvò lordinazione fatta dal Capitolo che i guardacoro
della Cattedrale, prima della loro ammissione, dovessero apprendere il canto fermo. Sempre
nellanno 1763, mediante permesso pontificio, il Pettorelli Lalatta fece la permuta
dei due Mezzani col castello di Felino, vigna, maglio da rame, molino e due possessioni
nella Badia di Fontevivo, cedutegli dalla Camera Ducale. Il 22 dicembre 1768 fece la
riconciliazione della chiesa parrocchiale di Maria Maddalena, rimasta polluta per un
suicidio ivi commesso, e il 25 aprile 1769 benedisse solennemente il bajone coi nomi della
Beata Vergine, dei Santi Pietro e Paolo, e di Santa Eurosia Vergine e martire. Il 22 novembre 1770 nacque la
principessa Carlotta Maria, figlia del duca ferdinando
di Borbone. Fu battezzata il 23 dal pettorelli
Lalatta nel Reale palazzo magnificamente addobbato, presente la Corte e la nobiltà. Il
padrino fu il marchese Revilia, ministro di Spagna a nome del Re, e la madrina la marchesa
Anna Malaspina, a nome della regina di Ungheria. Il 5 luglio 1773 nacque linfante
Lodovico di Borbone, principe ereditario e il 18 aprile 1774 il Pettorelli Lalatta fece
nel Reale palazzo la cerimonia battesimale. Il 28 novembre 1774 nacque la principessa
Maria Antonia, figlia del duca Ferdinando: la neonata fu immediatamente battezzata dal
Pettorelli Lalatta. Il 6 aprile 1777 il canonico teologo Giovanni Biondi avrebbe dovuto
dare inizio in Cattedrale alle lezioni scritturali per ordine del Petorelli Lalatta ma i
canonici si opposero alla novità. Il 28 aprile 1779 si fece in Cattedrale, su iniziativa
dellAnzianato, un triduo collesposizione del legno della Santa Croce e
colladorazione del clero secolare e regolare per ottenere la grazia della pioggia.
Si fece la processione per borgo San Nicolò, Santa Cristina, la piazza e ritorno alla cattedrale. Il Pettorelli Lalatta fece una
pastorale nella quale affermò che Dio era giustamente irritato contro il popolo per il
gran lusso e mollezza del vivere, e per il continuo ozio e dissipamento, ed esortò a
riconciliarsi con Dio con sincera confessione e pentimento. Gaspare Cerati, il Paciaudi, e
Manuel de Roda, ministro della giustizia nella Spagna di Carlo III e uno dei più distinti
letterati dei suoi tempi, non ebbero buoni rapporti col Pettorelli Lalatta. Il suo amore
per le lettere e per le scienze è ricordato nei due poemetti a lui dedicati dal Frugoni
(a f. 278 e seg. del t.° 7° delle Opere, 1779) ove si fa pure menzione di alcune prose
recitate in Arcadia dal Pettorelli Lalatta e dei suoi versi. Una di quelle prose, lodata
dal Zaccaria nella sua Storia Letteraria dItalia, è contenuta nelladunanza di Canto tenutasi dagli Arcadi della
Colonia Parmense lanno 1755 in onore della divina Vergine (nella Colonia Parmense il
Pettorelli Lalatta ebbe il nome di Eumonte). Lasciò molte scritture teologiche. Giovanni
Weber coniò una medaglia in suo onore. Andrea Mazza fu autore delliscrizione posta
alla sua morte nella Cattedrale di Parma.
FONTI
E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 317; G.M. Allodi, Serie cronologica
dei vescovi, II, 1856, 378-408; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877,
308-309; A. Schiavi, La Diocesi di Parma, vol. II, Fresching, Parma, 1940, 242; Stanislao
da Campagnola, Adeodato Turchi uomo, oratore, vscovo (1724-1803), Istituto Storico Ordine
Fr. Min. Cappuccini, Roma, 1961, 239-240; Per la Val Baganza 9 1988, 174; Gazzetta di
Parma 12 gennaio 1984, 9.
PEZONE CAMILLO, vedi PLAUZIO CAMILLO PEZONE
PEZZALI
ANDREA
Parma 1785
Pittore attivo nellanno 1785.
FONTI
E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 93.
PEZZALI
DOMENICO
Parma XVII secolo
Fu alfiere e tenente nelle truppe ducali di Parma.
FONTI
E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.
PEZZANA
ANGELO
Parma 17 febbraio
1772-San Lazzaro Parmense 20 maggio 1862
Nato da Giuseppe e Teresa Droghi. Il padre, buon verseggiatore e colto letterario, amico
del Du Tillot, dopo che il ministro cadde in disgrazia, essendo fatto segno a
persecuzioni, abbandonò la famiglia e la città natale. Alla madre sola toccò dunque il
compito di educare il Pezzana. Piena di sollecitudine per lui, desiderosa di dargli una
istruzione conveniente, vista lindole sveglia del ragazzo, lo mandò alle scuole
pubbliche, dove percorse tutti gli studi dalle elementari allUniversità. Ebbe a
maestri, tra gli altri, Giuseppe Maria Pagnini e Sante Del Rio, che ne apprezzarono
lingegno e lo seguirono paternamente fino alla laurea, conseguita il 15 luglio 1794
con una tesi in Ragione civile e canonica, relatori Gaetano godi e G. Capretta. Ottenuta la laurea, si diede
alla pratica forense, ma senza entusiasmo. Il disordine delle leggi borboniche, la
venalità dei giudici che le applicavano, le bassezze e gli intrighi dominanti
nellavvocatura, lo disgustarono al punto che decise di lasciare la pratica del foro
e di abbracciare qualunque altra occupazione che gli procurasse da vivere onestamente.
Intanto la Rivoluzione francese aveva determinato novità politiche e innovazioni
filosofiche nella classe colta. Per un certo tempo anche il Pezzana parteggiò per le
nuove idee, conquistato dal fascino della ventata rivoluzionaria. Ma seppe imporre misura
alle sue aspirazioni, preoccupandosi in primo luogo di ottenere un posto sicuro, privo
comera dellaiuto del padre e dovendo contare unicamente sullappoggio
della madre. A trentadue anni, il 1° gennaio 1804, il Pezzana venne nominato
dallamministratore francese, Moreau de Saint-Méry, Segretario della biblioteca Palatina, indi, per la competenza e lo
zelo dimostrati, fu chiamato a coprire la carica di Bibliotecario. Nominato il 25 marzo
1807 Conservatore dellArchivio Farnesiano, declinò lufficio in favore
dellinsigne paleografo Tommaso Gasparotti. Alieno dallaccumulare cariche, si
adoperò perché ai posti di comando venissero chiamati uomini di valore: così, nella sua
veste di consultore del Collegio Lalatta, propose la nomina a direttore dellabate
Giuseppe Taverna, valentissimo educatore. Il Pezzana fu anche direttore della Gazzetta di
Parma dal 1811 al 1812. Sotto la sua direzione la Gazzetta di Parma, che aveva mutato nome
in Giornale del Taro, cominciò a uscire due volte la settimana (mercoledì e sabato).
Dopo la caduta del Governo francese, la duchessa Maria Luigia dAustria, che
apprezzò il Pezzana per i severi studi, lo nominò storiografo di Parma, professore
universitario di storia (1819), e più tardi professore onorario di filologia e storia e
Direttore della Biblioteca ducale. La direzione del Pezzana coincise con il periodo aureo
della Biblioteca Palatina. Ne accrebbe il decoro, lampliò e larricchì di
numerosi e importanti acquisti, portandola al livello delle più importanti biblioteche
dItalia e dOltralpe. Acquisì i nuovi fondi Librerie B. Gamba, Porta e M.
Colombo, Collezione Bodoniana, Biblioteca G. B. de Rossi, considerata la più preziosa nel
campo dei manoscritti orientali, la Raccolta di stampe M. ortalli, con le minori raccolte di Pietro antonio Marini e del Balestra, i manoscritti albergati
e Bramieri, la suppellettile tipografico-fusoria dellOfficina G. B. Bodoni, il fondo
di pergamene antiche e moderne e altre preziose scritture utilissime di storia patria,
raccolte da Pietro Casapini. I nuovi ambienti creati dal Pezzana portano i nomi di Sala
Dante, De Rossiana, Salone Maria Luigia, Uffici del Direttore e della Bibliografia. Ma
oltre a questa intensa attività strettamente professionale e amministrativa a favore
della Biblioteca, il Pezzana attese anche a lavori letterari e storici di notevole mole e
importanza: le Osservazioni concernenti alla lingua italiana ed ai suoi vocabolari, che
contengono gemme della lingua italiana non prima scoperte, colle quali arricchì la
lessicografia nazionale, le Giunte e correzioni alle Memorie degli Scrittori e letterati
parmigiani (4 voll.) e i cinque ponderosi volumi della Storia della città di Parma
(1345-1500). Questultima è la più copiosa raccolta di fatti storici e di tutto
quanto attiene alle leggi, al costume, alla religione, alle arti, al commercio, alle
vicende civili e militari della Province parmensi. Dice il Polidori nel I volume
dellappendice allArchivio storico italiano:
gli Italiani che tante ignorano delle cose lor proprie non sanno forse che un uomo assai
dotto di incorrotta reputazione e di provata operosità sta conducendo in Parma una storia
della sua Patria continuata da quella del Padre Affò con tante dignità, correttezza ed
eleganza di stile che assai di rado è dato riscontrare negli storici municipali. Lo
storico e diplomatico tedesco Alfred Von Reumont lodò la storia civile del Pezzana e la
additò come modello di storia municipale perché scritta con profondità di dottrina non
uguagliata che dal più scrupoloso studio della verità. Lasciò ben quarantadue opere tra
edite e inedite, secondo la testimonianza di Carlo Malaspina, e ben ventiquattro volumi di
lettere, scritte la più parte ai maggiori letterati suoi contemporanei. Uomo sì
benemerito degli studi e degli studiosi e senza rivali, scrisse lUgoni, dacché più
non sono Morelli e Van Praet (lettera di C. Ugoni a Pezzana, Verola Nuova, 22 maggio
1844). Ella ha tanto maggior sapere, tanta maggiore perseveranza nel lavoro, tanta
benemerenza verso gli studiosi chio non so a chi non abbia giovato in particolare,
oltre lutilità recata a tutti colle sue pubblicazioni e tante altre doti, che
lasciano a me il solo merito di venerarle (lettera di C.Ugoni al Pezzana, Brescia, 19
luglio 1844). Lo stesso Malaspina, che fu al suo fianco per ventanni, lo ricorda
modello di costante attività. Eppure, mentre il suo nome fu per cinquantanni sulla
bocca di tutti i dotti, morì sconosciuto alla più parte dei suoi concittadini. In una
pubblica relazione del 1859 il Pezzana fa sapere che i 44800 volumi del 1804,
quandegli entrò in biblioteca in qualità di segretario, erano saliti a 120000. Un
incremento di 75200 volumi nello spazio di cinquantacinque anni: una cifra assai rilevante
per quei tempi. Assicurò inoltre alla biblioteca parmense le opere musicali che facevano
parte della Libreria privata di Maria Luigia dAustria. Si dovette al suo
infaticabile interessamento se detto archivio, passato in eredità allArciduca
Leopoldo dAustria alla morte della Sovrana, rimase a Parma e costituì il primo
nucleo della Sezione Musicale del Conservatorio. Né va dimenticato che il Pezzana fu tra
i fondatori della Società storica parmense, sorta nel 1854, segnalata dalla critica
italiana e straniera per la sua fervida e coraggiosa operosità e che diede vita ai monumenta historica ad provincias Parmensem et
Placentinam pertinentia, una fonte di notevole importanza per la storia politica e civile.
quando, in virtù del decreto Farini (10
febbraio 1860), la Società storica si
trasformò in Deputazione di storia patria, il Pezzana ne assunse la presidenza, che
tenne fino alla morte. Il Pezzana ebbe valenti collaboratori: da Amadio Ronchini,
archivista e professore di epigrafia, ad Antonio Bertani, vice bibliotecario, a Giovanni
Mantelli, conservatore delle stampe, allabate Luigi Barbieri, vice segretario della
Deputazione storica. Fu cavaliere del
Merito civile, gli furono affidati importanti incarichi e venne ascritto a numerose
accademie italiane e straniere: fu, tra laltro, accademico corrispondente della
Crusca (31 luglio 1838). Sposò nel 1809 Maddalena Pelati. Morì a novantanni e fu
sepolto al Cimitero di Parma in un arco dellOrdine costantiniano di San Giorgio con
uniscrizione di Amadio Ronchini, che tenne pure un discorso in suo onore. Un busto
marmoreo porta uniscrizione di Enrico Adorni.
FONTI
E BIBL.: A. Ronchini, Commemorazione, in Atti e Memorie della Deputazione delle provincie Modenesi e Parmensi, serie 1a,
I, Modena, 1863, CXXXI-CXXXVI; C. Malaspina, Cenni biografici del commendator Angelo
Pezzana bibliotecario della Parmense, 2a edizione, Parma, 1862 (con elenco
delle Opere edite e inedite; anche la 1a edizione è di Parma, 1862, e contiene
lElenco bibliografico); S. Pellico, recensione della Lettera di Angelo Pezzana circa
le cose dette dal Sig. Millin, Bologna, 1818, nel Conciliatore, riprodotta in Prose di
Silvio Pellico, Firenze, Le Monnier, 1851, 483-487; Autobiografia in E. Diamilla-Müller,
Biografie autografe ed inedite dillustri italiani di questo secolo, Torino, 1853,
281 sg.; le nozze del Pezzana furono celebrate (1809) con due pubblicazioni poetiche:
lode di V. Mistrali Al Padre, e 4 sonetti dellavvocato L. Bottini, entrambe di
edizione bodoniana (vedi De Lama, II, 188); al Pezzana è indirizzato da G. Orti,
direttore del Poligrafo di Verona, un volgarizzamento di due Orazioni di Sallustio, fatto
da B. Latini, comunicatogli da Fruttuoso Becchi, da un codice laurenziano (vedi Poligrafo. Giornale di scienze,
lettere ed arti, tomo VI, Verona, 1837, 196-205); Ruolo degli Accademici residenti e
corrispondenti, in Atti dellaccademia
della Crusca, anno 1915-1917, Firenze, 1917, 144; C. Guasti, Biografie, Prato, 1895, 93
sg.; Lettere a Dionigi Strocchi, Firenze, 1868, vol. II, 254-255; G. Bustico, Lettere
inedite di Angelo Pezzana a G. Brunati, in Archivio storico
per le provincie Parmensi, nuova serie, X
1910, 171-191; G. Mazzoni, LOttocento, Milano, 1913, I, 324, II, 1354 (nota
bibliografica); il Pezzana lasciò un Diario, il cui manoscritto si conserva nella
raccolta Del Prato di Parma, e che A. Boselli dice notevole (vedi Aurea Parma IV 1920, 61;
lo stesso possessore Del Prato se ne valse largamente nella sua opera postuma Lanno
1831 negli ex Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, Parma, 1919); lettere del Pezzana si
trovano nella collezione Diederichs di Amsterdam (vedi F. Novati, in Rassegna bibliografica di Letteratura Italiana IV 1896,
19; lettere di F. Mordani a lui dirette nel 1855 sono edite in Lettere famigliari inedite
di F. Mordani, 1880, 126-127; G. P. Clerici, Noterelle di Storia Parmense: I. Lo storico
Angelo Pezzana, Giudice di Pace, in Archivio Storico per le Province Parmensi, nuova
serie, XXII bis 1922, 129-132; A. Scafi, Voltaire, Pezzana, Pecis, in Rivista delle biblioteche XI 1900, 97-103; Valery, Voyages
historiques et litteraires en Italie (anni 1826-1828), Paris, 1831, II, 195 e 218; dodici
lettere a Luigi Bramieri (1810-1815) sono nella biblioteca
Palatina di Parma (vedi A. Boselli, in Bollettino storico
Piacentino XIX 1924, 69); G. Micheli, Pel tempietto Petrarchesco di Selvapiana. Una
lettera di Angelo Pezzana ad Enrico Adorni, in Aurea Parma 6 1927, C. Guasti, Necrologia
di Angelo Pezzana, in Archivio storico italiano, n.s., XV 1862 A. Boselli, Angelo
Pezzana e A. Panizzi, in Archivio storico parmense 1933; C. Frati, Dizionario
bio-bibliografico dei bibliotecarii e bibliografi italiani, Firenze, 1933, 455-457; G.B.
Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova-Parma, 1877-1884, 309-311 e
524 e Appendice, I, 181; G. Natali, Pezzana, Angelo, in Enciclopedia Italiana, Roma, 1935,
vol. XXVII, 81; Parenti, Bibliotecari, III, 1960, 75; Allegri, Presidenti Deputazione di
Storia Patria, 1960, 35-36; G. Vecchi, Tributo di vera stima al chiar.mo bibliotecario
Angelo Pezzana, Reggio, Torregiani, 1841; P. Martini, Angelo Pezzana, memoria intitolata allAccademia Parmense di
Belle Arti dal segretario di essa, Parma, Ferrari 1862; A. Ciavarella, Due date
celebrative, Archivio storico per le
Province Parmensi IV serie, vol. XIV 1962; Centenario della Deputazione di storia patria
per le Province Parmensi, Parma, 1962; Per il centenario della morte di Angelo Pezzana,
Parma, 15-16 dicembre 1962, La Nazionale editrice, 1962; A. Ciavarella, Notizie e
documenti per una storia della Biblioteca Palatina di Parma, Parma, 1962; Dizionario enciclopedico Letteratura Italiana, 4, 1967,
350-351; Angelo Ciavarella, in Archivio storico
per le Province Parmensi, 1972, 235-239; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 28 dicembre
1987; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 204.
PEZZANA GIUSEPPE
Parma 28 ottobre
1735-Parma giugno 1802
Nacque da Biagio, di famiglia economicamente modesta. Sin dalla giovinezza vestì
labito clericale, che portò anche dopo il matrimonio. Coltivò le lettere e la
poesia, diventando sotto la guida del Frugoni (che poi ne ironizzò i componimenti) un
facile e sopportabile, benché allora lodato da molti forse più del debito,
verseggiatore. La conoscenza della lingua francese, in una Parma dove risiedevano
cinquemila francesi e con un governo che
imponeva al Ducato la cultura transalpina, permise al Pezzana di entrare a servizio del
Governo, dal quale ebbe lincarico di diverse traduzioni: LOrfano de la Cina
del Voltaire, Nuove osservazione sopra lalbero chiamato Acazia, Memoria sopra i Pomi
di terra e sopra il pane fatto di essi di Mustel. Lavorò anche con il Paciaudi nella
costituenda Biblioteca Ducale. Nel 1764, apprezzandone loperosità e la
preparazione, il Du Tillot affidò al Pezzana, affiancandolo al tipografo Filippo carmignani, la redazione della Gazzetta di Parma,
fedele divulgatrice delle nuove idee e della politica riformatrice. Il lavoro dovette
risultare sfibrante, se il Pezzana confidò al ministro: Mi obbliga tutto lanno, non
è seguita come le altre dItalia, non ha lasciato di turbare la mia tranquillità,
eccitando manifestamente contro di me lavversione de Gesuiti e di alcuni
de loro divoti. Il giornale, tuttavia, col Pezzana migliorò la stampa, si abbellì
di unelegante testata e aumentò la tiratura. Il Pezzana fu membro dellArcadia
di Roma, col nome di Usario Lisiade, degli Inestricati di Bologna e degli Ereini di
Palermo, col nome di Pisindro Surmonteo. Uomo di fiducia del Du Tillot, quando questi
perse il potere (1771), la testa del Pezzana fu tra le prime a cadere. Mentre altri, con
maggior scaltrezza, mutarono bandiera per mantenere il posto, il Pezzana (redattore della
Gazzetta e dal 1770 segretario dellAccademica deputazione del concorso letterario
parmense) restò talmente frastornato dalle calunnie feroci sparse sul conto
dellintera opera del grande ministro che nebbe la mente travolta con lunga e
penosa malattia. Recuperate alquanto le forze corporee e la lucidezza della mente, nel
1772 si allontanò allinsaputa della stessa famiglia, e per qualche mese, nonostante
le ricerche fatte eseguire dalla moglie, non se ne seppe nulla. finalmente il Brunk, corrispondente svizzero del
Paciaudi, comunicò al teatino che il Pezzana era passato da lui a Basilea ed era diretto
a Parigi. Il Governo ducale lo dichiarò allora disertore e gli tolse lo stipendio,
lasciando così nella miseria la moglie e il figlio di pochi mesi. A Parigi, grazie a
numerosi amici, tra cui il Du Tillot, poté entrare con facilità nel mondo editoriale e
letterario della capitale culturale dellEuropa. Per alcuni librai parigini curò le
edizioni della Gerusalemme liberata (1776), delle Opere varie (1776) e dellorlando furioso (1777). Stimato precettore di
lingua italiana, la insegnò alla regina Maria antonietta
e a numerosi membri della Corte. Queste due attività gli procurarono abbastanza denaro da
indurlo a pubblicare a proprie spese le Opere del Metastasio in 12 volumi, ma
ledizione lo indebitò fino al collo. Le difficoltà gli fecero perdere di nuovo la
ragione e tentare il suicidio. Amico del Goldoni, caro al Voltaire e a molti altri
letterati (Hertzberg, Rohan, metastasio,
Cerretti, Roberti, Bettinelli, Landi), si trasferì in seguito a Londra (a Parigi il
Pezzana aveva studiato la lingua inglese), e poi nuovamente a Parma (1783). Tradusse e
pubblicò in Parma nel 1786 la Dissertazione sopra la vera ricchezza degli Stati del von hertzberg (dello stesso autore, nel 1788,
approntò per la stampa la versione di altre sette dissertazioni) e nel 1787 si fece
editore dei componimenti pubblicati per le
nozze del conte Stefano Sanvitale. Nel 1790, assai malato, fu ricoverato in ospedale. Vi
rimase per dodici anni, in completa assenza di mente. Il figlio Angelo, che poco lo aveva
conosciuto, ne lasciò un affettuoso ricordo nelle Giunte alle Memorie degli scrittori e
letterati parmigiani dellAffò.
FONTI
E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 359-365; U.
Benassi, Curiosità storiche parmigiane, Parma, 1914; G. molossi, La Gazzetta di Parma dal Settecento ad
oggi. Brevi note illustrative, Parma, 1925; L. Ferrari, onomasticon, Milano, 1947; Storia del giornalismo,
VIII, 1980, 611; Gazzetta di Parma 5 novembre 1984, 3.
PEZZANELLI
CARLO
Sissa 28 maggio
1842-Brasile ante 1931
Studiò privatamente musica con Giovanni rossi.
Giovanissimo si dedicò alla carriera di maestro dei cori e di direttore dorchestra
che svolse tutta nei teatri secondari dellAmerica del Nord e del Sud, in Australia e
nelle filippine. Compose una Sinfonia per
orchestra che venne eseguita a Milano, una romanza, christus,
dedicata allo scultore Jerace, e lopera teatrale Schiava, in un atto (inedita).
FONTI
E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 152.
PEZZANELLI
GIOVANNI BATTISTA
Sissa 4 novembre
1875-Sissa 16 dicembre 1952
Studiò contrabbasso al Conservatorio di musica di Parma senza conseguire il diploma.
Lavorò comunque nei maggiori teatri italiani. Carattere introverso, metodico e sensibile,
lasciò presto lattività orchestrale e si ritirò al paese natale, dove per tutta
la vita fece lorganista della parrocchiale di Santa Maria Assunta e dedicò il suo
tempo a insegnare gratuitamente musica ai giovani, che affluivano da tutto il circondario.
Quando morì, lasciò parte dei suoi beni al ricovero dei vecchi. Il Comune nel 1985 lo
commemorò con un concerto dellOrchestra Emilia Romagna.
FONTI
E BIBL.: G.B.P., in Gazzetta di Parma 20 dicembre 1984.
PEZZANELLI
LUIGI
Sissa XVIII secolo
Incisore di caratteri da stampa, aiutò giambattista
Bodoni come punzonista dopo la rottura con gli Amoretti.
FONTI
E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 251; Giambattista Bodoni, 1990, 310.
PEZZANI
ALBERTO
Roccabianca 1897-Col
dellOrso 4 luglio 1918
Figlio di Vincenzo e di Ebe Fogliati. Fu arruolato il 20 settembre 1916 nel 28°
Reggimento Fanteria. Dopo pochi mesi di istruzione militare, passò al 37° fanteria in
linea di combattimento. Dopo aver partecipato a numerose azioni belliche in vari settori
del fronte (per le sue benemerenze militari fu promosso caporale maggiore), morì per schiacciamento in
seguito al crollo di una galleria colpita in pieno da una granata nemica. Fu seppellito a
Cason delle Mura.
FONTI
E BIBL.:
Combattenti
di Roccabianca, 1923, 44.
PEZZANI
ANDREA
Parma seconda metà del
XVIII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI
E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, VIII, 240.
PEZZANI
DANTE
Berceto 1892-Monti
Solaroli 27 ottobre 1918
Figlio di Modesto. Caporale maggiore del 4° Alpini, fu decorato di medaglia
dargento al valor militare, con la seguente motivazione: Appartenente ad una
Compagnia di riserva, attraversava spontaneamente una zona battuta dal violento tiro
nemico di sbarramento per portare munizioni sulla prima linea. Quivi giunto si univa ai
compagni nel respingere un forte attacco avversario e combatteva con esemplare vigore,
dando prova di mirabile coraggio e di alto sentimento del dovere, finché colpito in
fronte cadde, incitando ancora i compagni a resistere.
FONTI
E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1921, Dispensa 4a, 141; Decorati al valore, 1964,
24.
PEZZANI
ENRICO
Parma 17 settembre
1819-Parma 19 ottobre 1879
Figlio di Carlo e di Angela Martani, fu libraio e fotografo. Il 24 agosto 1847 scrisse al podestà di Parma a volergli permettere di far
imprimere nellarco della sua bottega posta in strada Santa Lucia 43 la seguente
ditta: Enrico pezzani Rigatore di carta e
legatore di Libri. Nel 1851 risulta coloritore di carta tanto fiorata che stampata, per
poi trasformare la propria attività in quella di commerciante di libri e stampe con
negozio in strada Santa Lucia. Le prime notizie dellattività del Pezzani in campo
fotografico risalgono al 1862 allorché apparve un annuncio a stampa con il quale avvisò
che nel proprio negozio trovansi vendibili un assortimento di vedute stereoscopiche,
stereoscopi americani contenenti venticinque vedute, stereoscopi a cannocchiale e
tascabili. Fotografie in biglietti da visita di soggetti artistici e principalmente del
Correggio, e ritratti di personaggi illustri. In quel periodo il Pezzani risulta libraio,
iscritto alla società di Mutuo Soccorso. Nello stesso 1863 un avviso biblografico apparso
ne Il Patriota, porta lannuncio che presso il libraio Enrico Pezzani, strada Santa
Lucia, trovasi vendibile un opuscolo di sedici sonetti del prof. Astimagno in onore del
padre Basilio da Neirone, predicatore nella Basilica cattedrale di Parma. Col ritratto in
fotografia del Laboratorio Pezzani in Parma, Borgo degli studi 4 rimpetto alla ex chiesa
di S. Elisabetta. Le Commissioni si ricevono nel laboratorio suddetto o nel negozio
libraio Pezzani strada S. Lucia 57. Si colorano anche ritratti fatti da altri fotografi.
È certo tuttavia che tra le foto marchiate sul retro Fotografia di Enrico Pezzani vi sono
anche immagini da lui commissionate ad altri o da lui acquistate. Come per le venti fotografie de freschi di Correggio eseguiti
nella camera di San Paolo, riproposte in
quegli anni anche da Filippo Beghi e Carlo Saccani, che il Pezzani pubblicizzò in un
catalogo redatto in quattro lingue. Figura poliedrica, il Pezzani vendette nel suo negozio
nel 1865 Il Capriccio, foglio che esce quando gli pare e piace e che ne dice di tutte le
qualità. Per ora si vende in Parma nel negozio di Enrico Pezzani in strada Santa Lucia
57, in seguito dal Tabaccajo che gli stà rimpetto. LUfficio del Giornale è nelle
saccoccie del Direttore: però si potrà parlare al medesimo quando capiterà nel Negozio
Pezzani suddetto. Le associazioni si ricevono per un sol Numero mediante il pagamento ad
col cha sva daccordi. Nelle matricole conservate alla Camera di
Commercio di Parma, il Pezzani risulta iscritto, per il triennio 1868-1870, come libraio e
fotografo con studio in strada Santa Lucia 57. Nelle matricole del 1871 risulta, allo
stesso indirizzo, solamente come libraio. Nel Registro della Popolazione 1865-1871 risulta
una annotazione successiva allimpianto dello stesso dalla quale il Pezzani risulta
cieco. Menomazione che potrebbe spiegare la definitiva e quasi improvvisa chiusura di uno
studio con un reddito dimpresa valutato in ben 1500 lire annue.
FONTI
E BIBL.: Malacoda 24 1989, 39-40; R. Rosati, Fotografi, 1990, 143.
PEZZANI
GIACOMO
Parma 1572
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della steccata
in Parma l11 gennaio 1572.
FONTI
E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 33; N. Pelicelli,
Musica in Parma, 1936, 21.
PEZZANI
GIOVANNI
Fontanelle di
Roccabianca 3 novembre 1903-Milano 21 febbraio 1981
Si
diplomò geometra a Parma. Prestò servizio militare in artiglieria, entrando subito dopo
in aviazione. Il temperamento vivace e una intelligenza fervida gli spianarono la strada
verso una carriera prestigiosa, fino ai vertici più alti. Cominciò a specializzarsi nel
settore degli idrovolanti acquisendo ben presto una preparazione e una esperienza tali che
limposero allattenzione dei superiori e dei tecnici. Quando scoppiò la
seconda guerra mondiale (1940) il Pezzani era già tra gli ufficiali più stimati
dellaviazione militare: infatti gli fu subito affidato il comando della ricognizione
marittima, impegnato quotidianamente nel delicato e rischioso compito di preparare il
terreno per i successivi attacchi degli aerei da caccia o da bombardamento. In oltre tre
anni, con base in Africa Settentrionale, innumerevoli furono le missioni portate a
compimento e le prove di coraggio fornite dal Pezzani. In una occasione, per soccorrere
lequipaggio di un velivolo abbattuto, ammarò e dovette rimanere in acqua per oltre
sessanta ore, prima di poter essere soccorso. Anche gli aerosiluranti lo videro ufficiale
ardito e preparato. Furono tributati al Pezzani molti riconoscimenti al valor militare,
tra i quali due medaglie dargento. concluso
il conflitto, rimase nellaeronautica ricoprendo incarichi anche presso il ministero in qualità di capo ufficio del segretariato generale dellAeronautica.
Promosso generale di divisione, gli fu successivamente affidato il comando della Zona
aerea di Milano, dalla quale dipendeva in pratica tutta lItalia Settentrionale. In
questo importante e delicato incarico, il Pezzani ebbe modo di confermare non solo le sue
elevate qualità di comando, ma anche di rivelare grandi doti di organizzatore
nellinteresse della collettività. Infatti si batté con tutta lautorità del
suo grado perché laeroporto di Linate, utilizzato esclusivamente per scopi
militari, fosse trasformato in struttura civile. Sempre al Pezzani si deve la creazione
del Centro sportivo dellaeronautica a Linate. Quando si trattò, attorno agli anni sessanta, di nominare il capo di stato maggiore,
nella terna dei selezionati fu incluso pure il suo nome, anche se poi non venne prescelto
perché non aveva frequentato nessuna accademia. Prima di andare in pensione fu nominato
generale di squadra aerea. Lasciata la divisa, il Pezzani fu nominato commissario per
laeroporto di Genova. fu sepolto a levanto.
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 febbraio 1981, 4.
PEZZANI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1501 c.-Roma 3
febbraio 1571
Fu uno dei primi gesuiti parmigiani.
FONTI
E BIBL.: M.Scaduto, Catalogo dei gesuiti, 1968, 116.
PEZZANI
LUIGI
Colorno 21 giugno 1792-
Sarto, sposò nel 1818 Teresa Rondani, dalla quale ebbe quattro figlie. Fu in servizio
alla corte di Maria Luigia dAustria
dal 1817 come garzone della cantina.
FONTI
E BIBL.: M.Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 313.
PEZZANI MARTINO
Parma-Lisbona 1543
Fu uno dei primi gesuiti parmigiani. Fu un seguace della teologia scolastica.
FONTI
E BIBL.: M.Scaduto, Catalogo dei gesuiti, 1968, 116.
PEZZANI PIETRO
Parma 1866
Sergente, fu decorato con medaglia dargento al valore militare dopo la battaglia di
Bezzecca (21 luglio 1866).
FONTI
E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.
PEZZANI
RENZO
Parma 4 giugno
1898-Castiglione Torinese 14 luglio 1951
Figlio di Secondo, artigiano del ferro, e di Clementina Dodi. Lambiente in cui visse
la fanciullezza, di schietto sapore popolare, intessuto di dure fatiche, di slanci
passionali e di solidarietà, rivive nelle pagine della sua poesia dialettale. Se la sua
cultura si formò sulle pagine più dense della poesia pascoliana, senza ignorare Novaro e
Moretti, per non dire papini e Manzoni, la
sua ispirazione più genuina guardò, più che alla cultura strettamente letteraria, ai
mutevoli orizzonti di una realtà osservata nel cuore della sua terra. Nel 1915 si
arruolò volontario come ardito lancia-fiamme allo scoppio della prima guerra mondiale.
Allentusiasmo patriottico dei primi mesi, subentrò ben presto una valutazione
critica delle cose, con dubbi, scontentezze e ripensamenti. Infine unamara reazione
lo portò a una intensa e tormentosa crisi spirituale, acuita, nel 1918, dallo sconforto
seguito alla morte del padre e della sorella minore Elsa. Ritornato definitivamente alla
vita civile, riprese gli studi (Istituto tecnico e Istituto magistrale) e nel 1919 aderì
al socialismo e al sindacalismo di De Ambris. Nel 1920 fece lesordio letterario con
la pubblicazione della raccolta di liriche Ombre, con derivazioni stranamente composite di
stilemi futuristico-crepuscolari e qualche pennellata dannunziana. In Parma, frequentò il
Caffè Marchesi di via Garibaldi, luogo di convegno e di discussioni degli appassionati di
lettere e arti, e iniziò lattività giornalistica: collaborò a La Difesa Artistica
(arte, letteratura e teatro, 1921-1923), di cui divenne direttore nel 1922 e che nel
febbraio del 1923 accolse in appendice Rovente (diretto da Pietro Illari, futurista). Il
Pezzani affiancò a La Difesa artistica una
propria casa editrice (ETO) per stampare in proprio la rivista e pubblicare volumi di
poesia e prosa. Sempre nel 1922 compilò il manifesto Per una religione immanente del
Bene, e iniziò linsegnamento nella scuola elementare P. Cocconi. Del 1923 è
labbozzo del mito Le seti di Baussa, rimasto inedito e introvabile. Nello stesso
anno pubblicò il primo lavoro destinato ai ragazzi: Il sogno di un piccolo re (fiaba in
versi, Parma, Fresching) e finì di stampare la raccolta di liriche Artigli (ETO) con
coloriture futuriste e dannunziane. Del 1924 è la breve e presto delusa adesione al
fascismo del Pezzani. Ritornò poi a collaborare attivamente a giornali e fogli di
propaganda politica e di lotta sindacale, particolarmente a Gioventù sindacalista e LInternazionale, cui diede
la sua adesione fin dal 1922. In aperto dissenso col fascismo ormai imperante, subì
persecuzioni politiche. Infine, amareggiato e disilluso della vita politica attiva, trovò
ospitalità nel monastero di San Giovanni Evangelista di Parma. I colloqui con
labate Caronti lo ricondussero alla pratica religiosa e a studi liturgici. Il
Pezzani, più tardi, così esprime quelle esperienze vissute tra il 1920 e il 1924:
Partecipò alle battaglie politiche. Se ne ritrasse con anima nuova e cattolica. Nel
maggio 1924 fondò La Grande Orma (1924-1925, mensile di religione, lettere e arti), che
riporta, nel 2° numero, la nuova professione di fede del Pezzani. Nel 1925 compose una
Leggenda di San Francesco, rimasta inedita e poi smarrita. Nello stesso anno il Pezzani
subì il forzato allontanamento dalla scuola e la forzata sospensione de La Grande Orma, e
collaborò a Battaglie magistrali (periodico
di interessi magistrali della provincia di Parma). Nel 1926 si trasferì a Torino, dove
lavorò alla Società Editrice Internazionale. Pubblicò la raccolta di liriche La rondine
sotto larco (S.E.I.) e iniziò una multiforme attività giornalistica. Sempre nel
1926 pubblicò La stella verde, romanzo fiabesco, presso la S.E.I. Nel 1927 compose i
primi versi dialettali, Al stizz (Scuola tipografica
San Benigno Canavese S.E.I., rimasti in bozze), destinati alle scuole di Parma,
notevoli come inizio di un interessante settore della produzione poetica del Pezzani.
Inoltre iniziò lattività di traduttore (racconti e romanzi). Nella primavera 1928
fondò la casa editrice Le Muse, con il proposito di lasciare lufficio della S.E.I.
(un distacco che avvenne effettivamente soltanto nel 1941) e dedicarsi interamente ad
attività editoriali in proprio. La prima sede fu a Torino (via Cirié 14), poi a Parma
(strada Cairoli 17). Lattività de Le Muse durò poco più di un anno e mezzo: se ne
ricorda il titolo duna collana (Trovatori del tempo nuovo) e pochissimi volumi,
nonostante unampia programmazione. Nel 1930 collaborò alla rivista Boccadoro, di
cui in seguito divenne direttore. Pubblicò la raccolta di liriche Lusignolo nel
claustro (Alpes, Milano), i Racconti del coprifuoco (Artigianelli, Pavia) e il romanzo per
ragazzi Corcontento (S.E.I.). Nel 1933 pubblicò Angeli verdi (S.E.I.), canzoniere degli
alberi, e Sole Solicello (La Scuola), raccolta di liriche. Del 1935 è Credere (S.E.I.),
racconti cui fu assegnato il premio Pallanza. Compose inoltre opere in versi e in prosa a
ritmo incalzante: La casa del padre (Ancora, Milano), racconto, Lapostolo
dellillusione (Artigianelli, Pavia), romanzo, Il viatico nella tempesta (Tip.
Editrice Commerciale, Vicenza), racconto, e Belverde (S.E.I.), canzonette. Nel 1936 uscì
Cantabile (Gambino, Torino), liriche nelle quali lo scavo più profondo
dellesperienza umana si realizza in una espressione ormai personale e robusta. Nel
1937 pubblicò Ruggine (S.E.I.), fiabe che segnarono laffermazione del Pezzani quale
prosatore per ragazzi. Due anni dopo pubblicò Il fuoco dei poveri (La Scuola), liriche.
Sempre nel 1939, presso La Giovane Montagna di Parma, uscì il canzoniere dialettale
Bornisi, matura rivelazione del Pezzani poeta dialettale e nuova stagione di un dolce stil
nuovo per la poesia parmigiana in vernacolo. Nel 1940 fu richiamato alle armi. Dopo
qualche mese di servizio, trascorso senza alcun entusiasmo né giustificazione ideale,
venne congedato e ritornò a Torino. Il distacco definitivo dalla S.E.I. avvenne nel 1941.
Iniziò allora lattività editoriale autonoma con le edizioni de Il Verdone
(1942-1945). Nel 1943 pubblicò La prigione illuminata (Il Verdone), con prefazione
polemicamente antiermetica e con rifacimento di alcuni testi de La rondine sotto
larco (1926). Sempre allinsegna de Il Verdone uscì il dittico Gesù Giuseppe
Maria e Il fanciullo di Galilea, nonché la fiaba Il re artigiano. Presso la S.E.I.
pubblicò una raccolta di bozzetti, La stirpe prediletta, e infine fece uscire un nuovo
canzoniere parmigiano, Tarabacli (Il Verdone). Lanno seguente pubblicò la grande
fiaba Re Ombra (Il Verdone). Al 1945 data lattività partigiana e antifascista, a
Torino e dintorni, del Pezzani. Nello stesso anno vi fu il fallimento della casa editrice
Il Verdone. Il Pezzani aderì al Partito Comunista Italiano e collaborò con il quotidiano
ufficiale del partito, LUnità. Nel 1946 volle pubblicare in edizione propria il suo
Foco Vivo (corso di letture per la classi elementari: cinque volumi illustrati, già
usciti in 1° edizione nel 1943 presso la S.E.I.), progettò una nuova rivista per Parma
(Novissima Parma), che giunse a essere quasi pronta ma che si arrestò alle bozze del
primo numero, e fondò una nuova casa editrice, le Edizioni Palatine (1946-1950). Del 1948
sono Angelo di fuoco (Edizioni Palatine) e Boschetto (poi ripreso nella definitiva
raccolta Innocenza, del 1950), ma una bufera economica si abbatté sulle Edizioni
Palatine, mentre in Pezzani si aggravavano i disturbi diabetici. Lanno seguente
pubblicò La Bagaronna, novella dialettale in versi (Edizioni Palatine) e I mesi
dellanno, La cusenna pramzana, Il specialitè d Parma (poesie
dialettali, in Giallo e blu, Tip. Donati).
Del 1950 sono Innocenza (S.E.I.), raccolta di liriche, e Oc Luster (a cura della
biblioteca del Consolato Parmense), terzo canzoniere dialettale parmigiano. I due volumi,
nei rispettivi campi, segnano la vetta della poesia del Pezzani. contemporaneamente uscirono, presso Paravia, le
liriche Odor di cose buone e, presso la S.E.I., il romanzo lorchidea
nera. Il Pezzani patì però in quel periodo nuovi gravi disastri finanziari nel campo
dellattività editoriale. Nel 1951 pubblicò la raccolta di liriche Poesie a due
voci, in collaborazione con Giuseppe Colli (Ceam, Avezzano), e scrisse la commedia Al
marches Popò. Le sue ultimissime cose furono lInno a Parma, musicato da Ildebrando
Pizzetti, e un centinaio di versetti dettati per i coristi di Parma. sommerso dai debiti, il Pezzani venne sepolto
sotto le azioni giudiziarie che il fisco e i creditori fecero precipitare sui suoi beni
immobili. Morì stroncato da coma diabetico, quando ormai si apprestava a traslocare dalla
sua villa nella casa del parroco di Castiglione. Pochi mesi dopo la morte del Pezzani,
vide la luce Frate Luca e le noci (S.E.I., Torino), deliziosa favoletta in versi. Nel
1963, a cura di Ubaldo e Giovanna Ciabatti (edizione fuori commercio) vennero pubblicate
sette poesie lasciate dal Pezzani tra i suoi scritti inediti. Il 28 novembre 1953 i resti
mortali del Pezzani vennero traslati dal piccolo cimitero di castiglione Torinese alla Villetta di Parma, con
grande partecipazione di tutta la cittadinanza. La poesia del Pezzani nasce da una
singolare biografia di irregolare e di inadattabile, e si svolge su un registro tra il
grottesco e il macabro, nella descrizione di una Parma piccolo borghese, cupa, gretta e
chiusa. Pateticamente dolorosa, lungo un discorso che unisce alla nostalgia
dellinfanzia il senso della vita fallita, questa poesia è sempre tragica, desolata,
disperata, anche negli abbandoni più accorati, segnando esiti di indimenticabile forza e
commozione.
FONTI
E BIBL.: Renzo Pezzani nella vita nellarte nel ricordo (a cura del Cenacolo degli
amici di Renzo Pezzani), Parma, 1952; I. Scaramucci, Renzo Pezzani, Le Monnier, s.d.
(probabilmente 1955); J. Bocchialini, Frammenti e ricordi parmensi, Battei, Parma, 1960;
J. Bocchialini, Frammenti di storia, di arte e di vita parmense, La Nazionale, Parma,
1962; J. Bocchialini, Memorie e figure parmensi, La Nazionale, Parma, 1964; P. ferretti, La vita e lopera di Renzo Pezzani
(tesi di laurea, università Cattolica del
Sacro Cuore, Milano); b. Guareschi, La
poesia giovanile di Renzo Pezzani (tesi di laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore,
Milano, 1970-1971); M. Delsante, Renzo Pezzani (tesi di laurea, Università di Bologna,
1959-1960; una copia è depositata nella biblioteca del Seminario Minore di Parma); G.
Marchi, Renzo Pezzani editore, Battei, Parma, 1985; in Aurea Parma sono numerose pagine
critiche, dalla prima produzione poetica del Pezzani fino a quella più recente; in
Gazzetta di Parma sono note puntuali a ogni pubblicazione del Pezzani e sintesi di lettura
del 1951 in poi; G. Marchetti, La petite capitale, Parma, 1979, 171-179; Renzo Pezzani, in
Gazzetta di Parma 15 ottobre 1971; G. Capelli, Umanità e arte di Renzo Pezzani, in Parma economica 8 1972, 23-30; M. Gaj, La voce di Renzo
Pezzani nella poesia del suo tempo, in Aurea Parma 1972, 110-126; F. Squarcia, Pezzani, in
Aurea Parma 1951, 151-161; M. Gaj, Poesie doggi: Ungaretti, Montale, Pezzani,
Bergamo, 1950; A. De Caro, Un poeta fedele al suo stile: Renzo Pezzani, in La Fiera
Letteraria 9 dicembre 1951; P. Bargellini, Canto alle rondini, Vallecchi, 1953; A.
Galletti, Il Novecento, in Storia letteraria dItalia, Vallardi, Milano, 1967 (3a
ediz., 4a ristampa), 527 e 564; G. Fanciulli, Pezzani Poeta, ne Lindice doro, n. 9 settembre 1951; C. betocchi, Poesia di Pezzani, ne Il Frontespizio,
firenze, novembre 1951; G. Ravegnani, Renzo
Pezzani, ne La Fiera Letteraria 15 gennaio 1927; R. Fantini, Unora con le Muse: La
rondine sotto larco di Renzo Pezzani, in Vita Nuova 29 gennaio 1927; R. Fantini,
Libri di poesia e di musica, in Vita Nuova 22 agosto 1931; F. Casnati, Renzo Pezzani, ne
Il Popolo di Milano 28 settembre 1951; C. Villani, Un poeta del XX secolo: Renzo Pezzani,
in Convivium n.2 1935; O. castellino, Un
poeta parmigiano a Torino, in Torino n. 3 1951; P. Bargellini, I Crepuscolari, ne Lindice doro n. 5, 1955; G. Zoppi, Un Poeta: Renzo
Pezzani, in Giornale del popolo, Bergamo, 29 settembre 1933; L. Tonelli, La musa e i
tempi, ne Il Resto del Carlino 27 febbraio 1927; F. Palazzi, Pezzani, in LItalia che
scrive marzo 1927; G. Colli, Ricordo Renzo
Pezzani, in Torino n. 10, 1951; G. Colli, Pezzani poeta fedele, ne La Gazzetta del Popolo
15 luglio 1951; A. Biancotti, Ricordo di Renzo Pezzani, ne Il Giornale Letterario 25
luglio 1951; I. Audino Launa, Poesie e mondo poetico di Renzo Pezzani, ne Il solitario n.
21 1951; G. Fanciulli e E. Monaci, La letteratura per linfanzia, Torino, 1937, 272 e
273; A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 337; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957,
118-119; P.P. Pasolini, Introduzione a Poesia dialettale del Novecento, Parma, 1952;
Dizionario UTET, IX, 1959, 1086; G. Colli, in sodalizio
luglio-agosto 1951; R. Fantini, in Avvenire dItalia 27 luglio 1951 e 15 luglio 952;
I. Petrolini, in Aurea Parma XXVI 1952; G. Sardo, in Popolo 1 agosto 1952; Dizionario
Enciclopedico letteratura italiana, 4, 1967,
351; Parma economica 8 1972, 23-30; I.
Domino, in Due donne e dieci uomini, Firenze, Allinsegna del libro, 1938; A. Gr., in La Stampa 28 febbraio
1951; Dizionario letteratura italiana contemporanea, 1973, 591-592; M. DallAcqua,
Terza pagina della Gazzetta, 1978, 307; M. Caroselli, La storia di Parma, 1980, 99; V.
Sani, in Gazzetta di Parma 14 luglio 1981, 3; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 15
febbraio 1984; R. Pezzani, Opera omnia, 1988, 491-501; Grandi di Parma, 1991, 90; dizionario letteratura Novecento, 1992, 421; Al
Pont ad Mez 1998 (numero monografico di 144 pagine dedicato interamente al Pezzani).
PFALZ NEUBURG DOROTHEA SOPHIA, vedi NEUBURG DOROTEA SOPHIE
PEZZONE CAMILLI, vedi PLAUZIO CAMILLO PEZONE
PIACENTINI
BARTOLOMEO
Parma
ante 1351-Padova 1379
Figlio di Orlando. Si trovava in Padova il 26 novembre 1351, giorno in cui, essendo già dottore di leggi e Professore in quella università, intervenne a sentenza darbitro,
pronunciata da Jacopo da Carrara, Signore di Padova, per comporre alcune controversie tra
il vescovo Ildebrandino e i Rettori dello Studio, che pretendevano luogo e suffragio negli
esami scolastici per la promozione al Magistero. Fu aggregato al Collegio dei giuristi di
Padova nel 1349. Documenti posteriori dimostrano che egli continuò a dimorare in Padova
fino al 1362. Non è però certo che continuasse senza interruzione nellinsegnamento
delle leggi, dato che, venuto in grande favore presso Francesco da Carrara per la sua
dottrina e probità, fu da questi elevato alla dignità di Pretore o Vicario. Col titolo
di Pretore dei da Carrara il piacentini si
trova nominato nella seguente iscrizione posta a un altare della Cattedrale di Padova, da
lui eretto nel 1356 e dedicato a San Girolamo e agli altri Dottori della Chiesa:
Hieronymo, et reliquis structa est Doctoribus ara Haec sacra, quam celebris devotio
Bartholomaei De placentinis; Parmae studiosa
dicavit Doctoris legum merita ratione Cathedrae Aulae carrigerum dum Praetor adesset, et almi Laudibus,
et vita miris haec picta Capella est Hieronymi solum, cujus doctrina columnis Est ardens
fidei lumen, fulgorque coruscum. M.CCC. LVI. de mense Sept. constructum fuit hoc altare.
Quale Vicario di Francesco da Carrara intervenne verso il 1357 nei congressi che si
tennero per la conclusione della pace tra i Veneziani e il Re di Ungheria che assediava
Zara e Treviso, dopo essersi impadronito di Conegliano e castelfranco. Il Re dUngheria, amico e
collegato del da Carrara, gli domandò di potersi valere del Piacentini, averlo seco, e
condurlo nel suo regno. Si ignora se il desiderio del Re fu adempiuto. Il Piacentini il 16
aprile 1362 fu delegato e procuratore di Francesco da Carrara alla stipulazione della
solenne lega tra Egidio Albornoz, legato del Papa, Cansignorio e Paolo Alboino della
Scala, Francesco da Carrara e i marchesi dEste a danno dei Visconti che minacciavano
la Romagna. Alla stipulazione di questa segreta alleanza fu premesso in quello stesso
giorno un trattato di pura difesa, pubblico e ostensibile. Il Piacentini e gli altri
delegati lo recarono a Bernabò Visconti in Milano, che li accolse con furore grandissimo
prorompendo in mille invettive. E prima di accommiatarli, li obbligò a vestirsi di vesti
bianche, e a comparire in pubblico, esposti alla beffa di tutto il popolo milanese
affollatosi intorno al palazzo del Principe. Firmata poi la pace il 3 marzo 1364, il
Piacentini si trasferì quale ambasciatore del da Carrara a Bologna per ratificarne
latto solenne. Si sa pure che fu in Padova nellottobre dellanno 1362.
Nel 1367 fu inviato dal da Carrara alla Corte del Papa in Viterbo, in compagnia di Pileo
Prata, vescovo di Padova, per festeggiare la venuta del Pontefice in Italia e trattare con
lui dellaffare della lega. Fu poi professore di Legge a Bologna, dove si ha traccia
di lui in vari strumenti dal 1372 fino al 1378 (Chartularium, VI, 35 s.). Il Piacentini fu
sepolto nella Cattedrale di Padova.
FONTI
E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 65-66; A.
Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 104-106; R. Fantini, Maestri
a Bologna, in Aurea Parma 1931, 233.
PIACENTINI CIRIACO
Parma
1351
Insegnò leggi allUniversità di Padova nellanno 1351.
FONTI
E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 65.
PIACENTINO, vedi PIACENTINI
PIETRO e TERZI BERNARDOPIACENZA
CRISTOFORO, vedi CRISTOFORO DA PIACENZAPIANINO
Parma 1708
Fu contralto della Cattedrale di Parma nel 1708.
FONTI
E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.
PIANTANI
CARLO
Parma
1650/1651
Fu eletto organista alla morte di Giacinto Merulo nella Cattedrale di Parma. È detto in
un mandato organista et sacerdote parmigiano. Cominciò a servire il 23 febbraio 1650 e
continuò fino al 24 maggio 1651.
FONTI
E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 114.
PIATTI
BRUNA, vedi AVANZINI BRUNA PIETROPIAZZA
FRANCESCO OTTAVIO, vedi PIAZZA FRANCESCO MARIA OTTAVIO GALEAZZOPIAZZA
GIAN ANTONIO, vedi PIAZZA GIOVANNI ANTONIO GIOVANNI ANTONIOPICCINAGLI, vedi BONAZZI
GIACOMOPICCINARDI, vedi PICENARDI
MARIOPICCININO
GIOVANNI, vedi PICCININI GIOVANNI PIOPICCO
ANNA EUGENIA o EUGENIA, vedi PICCO MARIA ANGELA MARIA ANGELAPICINAGLI
GIACOMO, vedi ROVAZZI GIACOMO PIETROPICIO
DAMIANO, vedi PIZZI DAMIANO BEATRICEPICO
LUCA, vedi PIZZO LUCA RANUCCIOPIERANTONIO
Parma XV secolo
Frate. Fu giurista di buon valore. Visse nel XV secolo.
FONTI
E BIBL.: G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 102.
PIERANTONIO
DA PARMA, vedi CAMPAGNA IGNAZIO DA PIAZZAPIERIO, vedi ILARIO
DA PARMAPIER LUIGI FARNESE, vedi FARNESE
PIER LUIGIPIERMARIA DA PARMA, vedi ILARIUZZI
ILARIO DAMIANOPIETRA
GELTRUDE o GERTUDE, vedi PIETRA GIULIAPIETRA
GIULIA
Borgo
Taro 14 novembre 1610-Parma 16 febbraio 1693
Nata da Domenico e Maddalena Cecilia boccia,
consorti dinsigne carità verso i poveri. secondo
quanto viene riportato dalla tradizione, era ancora lattante quando vari fatti
sorprendenti la preconizzarono oggetto di vita non comune. La Pietra si mostrò presto
inclinata alla preghiera e avida di conoscere la dottrina cristiana. Il padre, dottore in
legge, aveva aperto a Borgo Taro una scuola gratuita per i bambini poveri e fu egli stesso
maestro della figlia anche nelle lettere umane: la Pietra fece così rapidi progressi che
a undici anni già possedeva la lingua latina in modo da potersene valere in ogni
conversazione. A soli trentacinque anni (31 agosto 1624) il padre cessò di vivere. La
Pietra, ravvisando nella dolorosa perdita un segno della vanità delle gioie terrene,
intensificò la cura della sua precoce aspirazione alla vita religiosa preparandosi, sotto
la guida del cugino gesuita Giovanni Macazzi, a entrare nel chiostro delle cappuccine. A pochi mesi dalla morte del padre,
dopo breve malattia, cessò di vivere anche la madre. Il bisogno di assistenza che avevano
due fratelli e una sorella, tutti di lei minori, mise a duro cimento la vocazione della
Pietra. Ma poiché essa alla fine rimase ferma nella sua decisione, il macazzi le consigliò di voler almeno entrare in
un monastero vicino alla famiglia (quello di Compiano, fondato dalla devota Margherita
Antoniazzi) o in un monastero di vita meno rigida di quella professata dalle Cappuccine.
La Pietra accettò soltanto di ritardare il suo ingresso nelle Cappuccine, entrando nel
1629 nel nuovo istituto delle Bajarde, fondato in Parma dalla vedova contessa Vittoria
Cantelli. La Pietra aveva allora diciotto anni. In Parma fu accolta dalla Cantelli e,
vestito labito, mutò anche il nome chiamandosi da quel momento Maria Cecilia. Nel
monastero delle Bajarde la Pietra corrispose pienamente alle speranze in lei riposte dalla
fondatrice divenendo in breve tempo un ammirabile esempio per tutte le consorelle,
distinguendosi soprattutto per spirito di mortificazione e utilità negli uffici più
umili. Favorirono il suo impegno un gusto speciale delle cose spirituali e la stima e la
benevolenza dellistitutrice. Per la Pietra però quella vita era lungi
dallesaurire la sua brama di austerità. Manifestò dunque nuovamente il suo
desiderio di entrare nelle monache cappuccine.
Intanto negli anni 1629-1631 a Borgo Taro la peste uccise uno dopo laltro i due
fratelli e la sorella della Pietra. Dopo dodici anni di attesa tra le Bajarde, entrò con
lappoggio del padre spirituale Andrea Costa, nel monastero delle Cappuccine di Santa
Maria della Neve, vestendone labito il 3 marzo 1642 e assumendo il nome di suor
Geltrude. Emise la professione solenne il 2 marzo 1643. Nel monastero di Santa Maria della
Neve il suo desiderio di umile nascondimento poté dirsi pienamente soddisfatto: la Pietra
ben presto non vide più in se stessa alcun bene né alcun merito, ma solo imperfezioni e
indegnità. Tale martirio, cui la Pietra volle sottoporsi (con disumane forme di
mortificazione e penitenza), continuò per 52 anni, e infine si accompagnò a varie
malattie, tra le quali la sordità e la cecità.
FONTI
E BIBL.: Giochino da Soragna, Vita della venerabile serva di Dio Suor Geltruda, cappuccina
nel monastero di S. Maria della Neve descritta in tre libri, nel primo col nome di Giulia
al secolo, nel secondo di Suor Maria Cecilia tra le Sig.re Baiarde, e nel terzo di Suor
Geltruda tra le Cappuccine, dedicata allA.S. di Dorotea Sofia Contessa Palatina del
Reno, Duchessa di Parma, Piacenza, Castro, ms. nellarchivio delle cappuccine
dellAddolorata in Parma; Giovanni da Monticelli, Vita di Suor Geltrude da Borgo Val
di Taro, cappuccina in S. Maria della Neve in Parma, ms. nella Biblioteca Palatina di
Parma; Annali dei Fr. Min. Cappuccini e delle Cappuccine della provincia, I, 96, 264 s.
(mss. nellArchivio Provinciale In Parma); Felice da Mareto, Necrologio dei
Cappuccini Emiliani, Roma, 1963, 75; Felice da Mareto, Le Cappuccine, 1970, 272-273; R.
Lecchini, Cappuccine a Parma, 1984, 61-74; Geltrude Pietra da Borgo Val di Taro, 1992,
6-30 e 3-8.
PIETRA MARIA CECILIA
, vedi PIETRA GIULIA PIETROPIETRO
Parma 518/527
Fu eletto Vescovo di Parma da papa Ormisda (secondo il Bordoni, da papa Simmaco). Resse la
chiesa di Parma dallano 518 allanno 527 (Ughelli).
FONTI
E BIBL.: G.M. Allodi, Serie Cronologica, I, 1856, 21; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa,
1936, 7; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 852.
PIETRO
-Parma 26 settembre 819
Fu Vescovo di Parma. Il nome di Pietro quale vescovo di Parma appare la prima volta in un
diploma di Carlo Magno del 6 giugno 781. Il vescovo di Reggio Emilia, Apollinare, ricorse
infatti a Carlo Magno perché si tentava di spogliarlo di beni appartenenti alla sua
Chiesa, che, essendo bruciate tutte le carte, si trovò nellimpossibilità di
comprovarne la proprietà. Il Re dei Franchi gli concesse, con diploma, la facoltà di
prova col giuramento di persone dabbene. Inoltre nel diploma si dice che il vescovo di
Reggio gli riferì di una controversia insorta tra lui e labate Anselmo di
Nonantola: ad un Ausperto erano stati concessi, finché fosse vissuto, due oratori di
proprietà della chiesa di Reggio, uno in Luzzara in onore di San giorgio e laltro in Gabiana in onore di santandrea.
LAusperto chiese poi di entrare nel monastero di Nonantola e al suo ingresso in
religione cedette i due oratori a favore del monastero. Il vescovo allora chiamò in
giudizio Anselmo, abate del monastero, alla presenza del duca Goerado. Poiché non si
poté definire la lite senza udire i vescovi vicini, furono chiamati Pietro di Bologna,
Geminiano di Modena e Pietro di Parma. La contesa fu portata dinanzi al duca Goerado, il
quale, udito il parere dei tre vescovi, decise che le due chiese dovevano considerarsi
come appartenenti alla chiesa di Reggio. Nel diploma carolino i tre vescovi sono ricordati
così: Petrus scilicet bononiensis,
Geminianus Mutinensis et Petrus parmensis.
Pietro occupò sino al 26 settembre 819 la sede vescovile di Parma, se si presta fede al
necrologio membranaceo delle monache di santuldarico, citato dallo Zappata: die 26 septembris obiit Dominus Petrus gratia Dei
Parmensis Episcopus.
FONTI
E BIBL.: N.Pelicelli, Vescovi della chiesa parmense, 1936, 49; A. Schiavi, Diocesi di
Parma, 1940, 237.
PIETRO
Parma 1015/1029
Fu suddiacono e prevosto della canonica di santa
Maria in Parma (1015-1029).
FONTI
E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 713.
PIETRO
Collecchio 1319
Fu vicario di due vescovi di Parma. Nel 1319 fu incaricato, assieme a frate Giacomo,
priore di Santa Felicola, di approvare la fondazione di un beneficio sotto il titolo di
San Nicolò, Santa Caterina e Santa Liberata nella cattedrale
di Parma (donazione fatta da Nicolò dei Fiori, cittadino parmense). Pietro fu anche
arciprete di Collecchio.
FONTI
E BIBL.: U.Delsante, Dizionario collecchiesi,
in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.
PIETRO
Parma 1375
Figlio di Giacobino. Nellanno 1375 fu assessore del Podestà di Jesi.
FONTI
E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 726.
PIETRO
Borgo San Donnino 1464/1471
Figlio di Giacomino. Fu mastro muratore, operante in Roma nel XV secolo. Fu al servizio di
papa Paolo II per i lavori nel Palazzo di San marco.
FONTI
E BIBL.: A.Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 77.
PIETRO
DA BUSSETO, vedi FINETTI FRANCESCO DA LESIGNANOPIETRO
DA MARANO, vedi GALLONI GIOVANNI BATTISTA DA NOCETOPIETRO
DA PADOVA, vedi BALDOINI PIETRO DA PARMAPIETRO
DA PARMA, vedi anche BALDOINI PIETRO, BASILI PIETROe PORTIOLO PIETRO DA VIANINOPIETRO ANTONIO
DA MATTALETO, vedi PIETRO DA LESIGNANOPIETRO ANTONIO
DA PARMA, vedi CAMPAGNA IGNAZIOPIETRO
CHIRYSOLANUS o GROSOLANO o GROSSOLANO, vedi GROSOLANO PIETRO GIUSEPPEPIETRO MARTIRE
DA PARMA, vedi MERCANTI PIETRO MARTIRE DA TABIANOPIETTI
DAMIANO, vedi PIETI DAMIANO PIFFERI ERNESTOPIGHINI MARIA LUISA, vedi
PERETTI MARIA LUISA PIGNOLI VIRGILIOPIGORINI CATERINA
Fontanellato
24 settembre 1845-Roma 26 marzo 1924
Figlia di Luciano e di Lucia Marenghi. La Pigorini, dopo avere seguito fino a
alletà di quattordici anni una scuola privata per signorine nella casa del padre,
medico condotto, ebbe come guida spirituale Luigi Caggiati (condiscepolo del padre) e il
conte Jacopo Sanvitale. Sulla sua formazione ebbero a influire anche lo zio di parte
materna, Pietro, parroco di fontanellato,
rettore del Seminario parmense e membro del Governo provvisorio del 1848, il parente
Pietro Pigorini, che fu rettore delluniversità
degli Studi di Parma dal 1887 al l891, e il fratello
Luigi, principe dei paletnologi italiani, senatore del Regno, fondatore nel 1875 del Museo
preistorico-etnografico ospitato nei locali del Collegio Romano. A venticinque anni, nel
1870, assunse, per nomina del ministro della Pubblica Istruzione, Cesare Correnti, la
direzione della Regia Scuola normale e
Convitto femminile Costanza Varano di Camerino. Il contatto con lambiente camerte,
ancora ricco, nel naturale isolamento geografico, delle sue tradizioni, dette la spinta
alla pigorini per la raccolta di un
abbondante materiale documentario che seppe abilmente trasfondere, con una prosa calda e
avvincente, nellopera Credenze ed usi nellAppennino marchigiano (1879). Sposò poi il sindaco di camerino, Beri, abbandonando così la carriera
magistrale appena intrapresa. Si occupò di letteratura, di storia, di morale, di arte e
di politica.Lasciò novelle, romanzi e profili ma il suo nome è durevolmente affidato
soprattutto ai lavori di folclore. La Pigorini, formatasi in un ambiente ricco di fermenti
culturali, di alta tradizione e virtù civica, portò una sua forza culturale e uno
slancio di ricerca, mai venuto meno in oltre un cinquantennio di feconda vita
intellettuale. Nel 1890 ricevette il premio della Società di antropologia ed Etnologia di Firenze per la
monografia Le superstizioni e i pregiudizi delle Marche appenninicbe (Città di Castello,
1889). Merita menzione, tra la sua ricchissima produzione, lopera In Calabria
(Torino, Casanova, 1889) in cui è contenuta una descrizione assai viva dellaspetto
ambientale e tradizionale di quella regione. In calabria
la Pigorini raccolse anche testimonianze sulla presenza degli Albanesi, prendendo contatto
in Firenze con Dora dIstria, la principessa Ghika, pretendente al trono
dAlbania e autrice di opere e racconti sullEuropa orientale e
balcanica. La Pigorini ebbe rapporti damicizia con Giuseppe Verdi, fu ricevuta più
volte al Quirinale dalla regina Margherita di Savoja ed ebbe intensi rapporti epistolari
con i più insigni uomini del tempo (Giosuè Carducci, Pietro Mantegazza, Marco minghetti, Ugo Ojetti). Ebbe dimestichezza anche
con il liberatore delle Marche, il generale emiliano Enrico Cialdini: lepistolario
è conservato, per dono della figlia, presso la Biblioteca Palatina di Parma. Giornalista
e scrittrice assai feconda e, alloccorrenza, anche polemista (si ricorda di lei una
polemica che ebbe con Alberto Rondani e Felice Martini sulla punteggiatura di quattro
versi del sanvitale), la Pigorini scrisse di
svariati argomenti su tutti i giornali e le riviste dellepoca, dallillustrazione italiana alla Nuova antologia, dal Corriere della sera alla Stampa, dal messaggero alla Tribuna. Il primo giornale che
ospitò un suo scritto fu la Gazzetta di Parma, a cui la pigorini collaborò per cinquantanni, dal
1867 al 1918, scrivendo di ogni cosa. Il suo trattato di Buone maniere (la Pigorini si
interessò molto di educazione femminile) venne fatto adottare da Ferdinando Martini come
libro di testo nelle scuole normali. Si occupò anche di politica (fu liberale
conservatrice cattolica): fu lei, con Pellegrino Molossi, che appoggiò Carlo Nasi,
lantagonista di Felice Cavallotti nei collegi elettorali del Parmense. Rimasta
vedova, si trasferì a Roma dove aprì un accreditato salotto politico-letterario con
intenti benefici ove convenivano le più illustri personalità della capitale. Cesare
Correnti parlò di lei come della Sevignè dItalia.
Fonti
e Bibl.:
T.Rovito, Dizionario Letterati e Giornalisti, 1907, 197; C. Villani, Stelle femminili,
1915-1916, 170-171 e 539-540; C. Pariset, caterina
Pigorini Beri folklorista, in Il folklore italiano
I 1925, 236-250; R.C., in Enciclopedia italiana, XXVII 1935, 270; A. De Gubernatis,
Dizionario biografico, Firenze, 1879, 821; A. Codignola, pedagogisti, 1939, 341-342; G. Casati, Manuale di
letture per le biblioteche, le famiglie e le scuole, Milano, 1926; A. De Gubernatis,
Dictionnaire international des écrivains du jour, Firenze, 1891; A. De Gubernatis, dictionnaire international des écrivains du
monde latin, Firenze, 1905; A. De Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori
contemporanei, Firenze, 1879; O. Greco, Biblio-biografia femminile italiana del XIX
secolo, Venezia, 1875; P. Mantegazza, C. correnti
e G. Verdi. Lettere inedite a C. Pigorini Beri, in Nuova Antologia 16 agosto 1928; F.
Martini, Lettere inedite di Ferdinando Martini a C. Pigorini Beri, in Nuova Antologia 16
maggio 1928; G. Mazzoni, lottocento,
in Storia letteraria dItalia, Milano, 1936, 1369; M. Montanari, C. Pigorini Beri, in
Aurea Parma settembre-ottobre 1924; M. Montanari, C. Pigorini Beri nelle lettere dei suoi
grandi amici, in Aurea Parma maggio-giugno 1925; C.Pariset, C. Pigorini Beri,
commemorazione, in Archivio storico per le provincie parmensi
1925; T.Rovito, Letterati e giornalisti contemporanei, Napoli, 1922; M. Bandini, Poetesse,
1942, 139-140; Molossi, Dizionario biografico, 1957, 120-121; Dizionario Enciclopedico
Letteratura italiana, 4, 1967, 371; F. Bonasera, Celebre opera di etnografia, in Archivio
Storico per le Provincie Parmensi 1979, 345-356; Corriere di Parma 1986, 82.
PIGORINI LUCIO
Fontanellato
1840 c.-Scarzara 3 ottobre 1914
Figlio di Luciano e di Lucia Marenghi. Volontario nel 1859, fece anche le due campagne
risorgimentali del 1860 e 1866.
Fonti
e Bibl.:
Gazzetta di Parma 6 ottobre 1914 n. 233; G. Sitti, Il risorgimento italiano, 1915, 417.
PIGORINI LUIGI
Fontanellato
10 gennaio 1842-Padova 1 aprile 1925
Nacque da Luciano, medico condotto, e da Lucia Marenghi di Soragna. Trascorse a
Fontanellato gli anni dellinfanzia col fratello primogenito Lucio e le sorelle
Angiolina e Caterina, stringendo affettuosa amicizia con Alberto e Stefano Sanvitale,
figli del conte Luigi, feudatario del paese, che fu sindaco di Parma, senatore del Regno e
presidente dellAccademia di Belle Arti. Terminate le classi della scuola elementare
a Fontanellato, il Pigorini fu avviato dal padre a Parma per proseguire gli studi di
umanità, rettorica e filosofia, per i quali era particolarmente predispostto. Portato sin
dalladolescenza a interessarsi degli studi di antiquaria e numismatica, in ciò
stimolato dallambiente culturale che lo circondava, il Pigorini potè mettere a
frutto le conoscenze acquisite quando nel 1856, alletà di quattordici anni, iniziò
a frequentare michele Lopez, direttore del
Regio Museo dantichità di Parma. Solo
due anni più tardi venne nominato, con decreto ducale alunno presso lo stesso museo. Se con quel primo incarico ufficiale
lattività del Pigorini fu rivolta principalmente alla catalogazione del monetiere
(questo interesse per la numismatica continuò a coltivarlo anche in seguito), ben presto
tuttavia fu la preistoria ad attirarlo in modo particolare. Una prima occasione, che
indirizzò in maniera specifica lattenzione del Pigorini alla paletnologia, è da
individuare nellincontro avvenuto con B. Gastaldi nel dicembre del 1860, in
occasione di un soggiorno di questultimo a Parma per esaminare i materiali
conservati nel museo locale, provenienti da diverse stazioni terramaricole. In quello
stesso periodo (1861) il Pigorini conobbe Pellegrino Strobel che, già in contatto con il
Gastaldi, fu da questultimo avviato a interessarsi delle ricerche nelle marniere
(Desittere, 1988, pp. 23-24). Con una solida base naturalistica ma senza pratica di
problemi storico-antiquari, lo Strobel, per continuare le ricerche nelle terramare chiese
e ottenne laiuto del Pigorini. La cooperazione tra i due fu esemplare e proficua
sotto tutti i punti di vista. Una relazione sulle osservazioni compiute in occasione dello
scavo di Castione dei Marchesi vide la luce lanno seguente come appendice a un più
ampio lavoro del Gastaldi (Pigorini-Strobel, 1862). Anche Gaetano Chierici, promotore
degli studi preistorici e del Gabinetto di antichità patrie nella vicina Reggio Emilia,
inizò, tra il 1861 e il 1862, a interessarsi alle terramare della sua provincia. Di
ventitré anni più anziano del Pigorini e di due rispetto allo Strobel, il Chierici
appare tra i tre studiosi senzaltro quello più preparato e attento nelle
osservazioni: le sue intuizioni furono ampiamente recepite dal Pigorini. Inizialmente i
rapporti tra Chierici e il Pigorini risentirono della rivalità sorta nellintento di
accrescere, con i materiali acquisiti tramite gli scavi, i rispettivi musei, tuttavia ben
presto prevalse il comune interesse e tra i due si stabilì una fattiva collaborazione.
Nonostante alcune forzature interpretative dovute in larga parte allimpostazione
ancora classicistica del Pigorini, laccoglienza a quelle prime indagini fu, sia in
Italia che allestero, molto favorevole e consentì al Pigorini di trovare le prime
sovvenzioni per i suoi scavi e i suoi studi di preistoria. La strada per la nuova
disciplina era ormai aperta: a essa strettamente si legarono in un crescendo che non
conobbe praticamente pause nè ostacoli, le vicende del Pigorini, che nel volgere di poco
meno di un ventennio riuscì ad accentrare nella sua persona tutte le più importanti
cariche relative allarcheologia preistorica e a esercitare quindi un vero e proprio
controllo sugli studi paletnologici in Italia. tramite
le conoscenze che M. Lopez e P. strobel
potevano vantare nellambito del ministero
della Pubblica Istruzione, il Pigorini ottenne sovvenzioni per effettuare viaggi di
studio. Tra il 1863 e il 1866 visitò la Svizzera, la Toscana, Roma e Napoli: il soggiorno
romano, del quale pubblicò un dettagliato resoconto (Pigorini, 1867), è senzaltro
il più importante. Nella Roma pontificia, dove lindagine scientifica era ancora
sottoposta al vaglio ecclesiastico e dove predominavano le dispute antiquarie, il Pigorini
svolse una missione di sostegno alla nuova disciplina incoraggiando lattività dei
primi cultori. Riuscì a tenere alcune conferenze presso lIstituto di corrispondenza Archeologica, e anche se questo
primo contratto non fu trionfale, si ritenne soddisfatto di aver potuto dimostrare la
presenza dei vari periodi della vita selvaggia e semibarbara anche nel classico suolo di
Roma (Pigorini, l867, 9). Il Pigorini annotò anche alcune osservazioni relative sia ai
materiali preistorici che ebbe modo di esaminare nelle collezioni esistenti a Roma (tra
cui quelli del Museo Kircheriano) che ad alcuni acquisti effettuati per conto del Museo di
Parma. Sebbene il suo interesse fosse rivolto principalmente agli studi di preistoria,
limpressione che i monumenti romani suscitarono sul Pigorini fu così notevole che
egli manifestò lintenzione di approfondire anche gli studi classici e si propose di
studiare il greco e il tedesco (Desittere,1988, 46). Anche durante il soggiorno napoletano
il Pigorini si mostrò particolarmente attento nello stabilire relazioni con le
personalità più impegnate nel campo archeologico: ciò gli consentì più tardi di poter
contare su di una capillare e fondamentale trama di cultori e appassionati locali dai
quali avere notizie e materiali per il Museo Preistorico. A Napoli conobbe, tra gli altri,
Giuseppe Fiorelli, che fu poi chiamato da Ruggero Bonghi alla guida della Direzione
Centrale degli Scavi e Musei, e da quellincontro ottenne diversi riconoscimenti
della sua attività di paletnologo. Nellambito del riordino del Museo Nazionale di
Napoli, il Fiorelli lo incaricò di separare il materiale preistorico da quello greco e
romano (Pigorini, 1867, 35) e lo sollecitò a svolgere un pubblico corso libero di
paleoetnologia allo scopo, come informa lo stesso Pigorini, di servire ai profani in
questi studi ad illustrazione della nuova collezione che divisava fondare, e per dare
anche in Napoli una spinta alla novella scienza, ivi posta quasi nellassoluto oblio
(Pigorini, 1867, 35). Probabilmente questo secondo incarico prese spunto da un corso
libero sulle più antiche popolazioni dEuropa che il Pigorini tenne
allUniversità di Parma nel marzo del 1864. Il sorgere di unepidemia di colera
a Napoli impedì di svolgere il programma stabilito. Terminati gli studi universitari con
il conseguimento nel 1865 della laurea in scienze politico-amministrative
nellUniversità di Parma, nel 1867 (con Regio decreto del 24 marzo 1867) il Pigorini
fu nominato direttore del Museo dAntichità di Parma e degli scavi di Velleia. In
occasione del VII Congresso Internazionale di Antropologia e Archeologia Preistoriche,
tenutosi nel 1874, si recò a Stoccolma, dove ebbe modo di visitare e apprezzare i Musei
scandinavi, che costituivano lesempio migliore del modello museografico, a cui egli
fece riferimento per il Museo di Parma e, successivamente, per quello di Roma. La fase
più importante della sua vita dal punto di vista sia scientifico che politico sembra
essere concentrata negli anni 1871-1877, quando si intensificarono le sue attività e si
ampliarono i suoi interessi. Il Pigorini, dopo averlo inizialmente avversato, fu tra gli
organizzatori e tra i relatori ufficiali del V Congresso internazionale di Antropologia e Archeologia preistoriche di Bologna (1871), congresso che
segnò una delle tappe fondamentali dello sviluppo della preistoria in Italia. Più
direttamente legati allincarico di direttore del Museo archeologico di Parma sono sia la conduzione dello
scavo della terramara di Casaroldo di Busseto che i diversi articoli scritti a commento
delle scoperte che vennero fatte in Emilia, relative non solo alla Preistoria ma anche ai
periodi romano e medievale, delle quali fornì brevi relazioni soprattutto sul quotidiano
Gazzetta di Parma. Un nutrito gruppo di articoli, pubblicati sempre sul quotidiano
parmense (Marchesetti, 1925, 348-349) ha per temi, più in generale, la didattica e
listruzione pubblica. Il Pigorini sembra così preparare la strada alla richiesta di
istituire una cattedra di archeologia
presso lUniversità di Parma, cattedra che venne attivata nel 1875. In quel periodo
lo Stato unitario stava affrontando la riorganizzazione generale del patrimonio artistico
e culturale italiano e, in particolare, lorganizzazione museale di Roma capitale. Il
Pigorini partecipò attivamente al dibattito, soprattutto in relazione alle molteplici
proposte avanzate per la salvaguardia del patrimonio archeologico e per il coordinamento
degli scavi archeologici. Nel 1871 fu uno dei soci fondatori della società Italiana di antropologia e di Etnologia e, nel 1875, socio
effettivo della Reale Società Geografica Italiana: entrambe le nomine erano strettamente
legate allidea (già in parte attuata a Parma) di creare un museo che potesse
rispondere tanto alle esigenze dellarcheologia nazionale quanto a ciò che avevano
insegnato i maestri scandinavi in ordine alla etnografia. Questo ambizioso progetto trovò
espressione compiuta nel Museo Preistorico-Etnografico di Roma. Nel 1875 entrò anche a
far parte, come Capo sezione, della nuova Direzione Centrale dei Musei e degli Scavi di
antichità del Regno dItalia, istituita su proposta del ministro della Pubblica
Istruzione Ruggero Bonghi. Nel breve periodo in cui lavorò presso la Direzione Centrale,
dal 1875 al I877, il Pigorini redasse annualmente un elenco dei siti meritevoli di essere
indagati a spese dello stato e, per
sopperire alla scarsa conoscenza che i singoli ispettori agli Scavi e Monumenti avevano
dei materiali preistorici, si fece portavoce della necessità di redigere degli Atlanti di
Paletnologia, veri e propri manuali corredati dalle tavole tipologiche delle varie classi
di oggetti. Dipinge molto realisticamente la sua attività presso la Direzione Centrale il
barnabei nelle sue Memorie: il Pigorini
diede inizio alle sue funzioni amministrative presentandosi con un sacchetto di armi di
pietra (Barnabei-Delpino,1991, p. 178). Nel 1875 fondò, insieme a Gaetano Chierici e
Pellegrino Strobel, il Bullettino di Paletnologia Italiana, la prima rivista a trattare
esclusivamente del periodo preistorico di un singolo paese. Nel luglio del 1875 riuscì a
far istituire il Regio Museo Preistorico e Etnografico, e nel 1877 ne venne formalmente
nominato direttore (nello stesso anno divenne anche socio corrispondente della Reale
Accademia dei Lincei). Sempre nel 1877 convinse il mondo accademico a riconoscere come
disciplina universitaria la paletnologia, a istituirne la cattedra presso
lUniversità di Roma e ad affidargli lincarico come professore straordinario
(fu poi ordinario dal 1890 fino al 1916). Il corso ebbe durata biennale e vennero
trattati, oltre a temi concernenti la Preistoria italiana ed europea, anche temi relativi
alletnografia. In una lettera al Chierici il Pigorini si lamenta del fatto che, per
soddisfare le richieste del Ministero della Pubblica Istruzione (al governo vi erano le
sinistre del Gabinetto Depretis), era costretto ad affrontare, in più, argomenti di
etnologia comparata (Desittere, 1988, p. 84). Con tre formidabili strumenti (la direzione
della rivista, la direzione del Museo nazionale
e la cattedra presso lUniversità di Roma), alletà di soli 35 anni il
Pigorini deteneva saldamente il controllo (che conservò, non senza polemiche, per quasi
mezzo secolo) dellarcheologia preistorica in Italia. È evidente che una carriera
così brillante e fulminea si giovò anche degli appoggi determinanti che derivavano dalla
sua situazione familiare e dai suoi contatti con importanti personaggi del mondo
politico-culturale parmense. Tuttavia nella pronta accettazione, da parte della classe
politica, dei suoi progetti dovette svolgere un ruolo determinante soprattutto
lintuizione dellapporto che lo sviluppo delle scienze paletnologiche in Italia
avrebbe potuto recare alla legittimazione dello Stato unitario. La tesi di successive
migrazioni di popolazioni indoeuropee che dallEuropa si erano propagate in Italia
fino a raggiungere e fondare Roma (espressa in quella che fu definita la teoria
pigoriniana) poterono in un certo qual modo trovare rispondenza nelle vicende politiche
del tempo e aiutare nel processo di unificazione della penisola e nella auspicata
rinascita italiana, spiegando come sia nata e cresciuta la nazione italiana e mettendo
bene in chiaro le ragioni di quanto ha prodotto attraverso i secoli, affinché dal
confronto del passato col presente abbia essa gagliardo conforto a perseverare nella
missione che le venne affidata (Pigorini, 1903, p. 69). Dal 1877 iniziò dunque per il
Pigorini la stagione più fruttuosa della sua vita: a Roma, godendo di grandi poteri e
della stima di molti, poté operare nel migliore dei modi per portare avanti i suoi
ambiziosi progetti. In questa impresa gli fu sempre accanto la moglie, figlia del celebre
naturalista Pier Paolo Martinati, fondatore del Museo di Verona, del quale il Pigorini
tracciò un sentito elogio nella ricorrenza della morte (Pigorini, 1879). durante il lunghissimo periodo in cui ebbe la
direzione del Regio Museo Preistorico e etnografico
di Roma il Pigorini si dedicò con mirabile impegno alla formazione e al rapido
accrescimento dellistituto: basti citare tra le tante testimonianze quella del
Marchesetti che, nel commemorarlo presso la Società di Minerva, disse che il Pigorini
attese ognora con fenomenale attività ai suoi studi e allaccrescimento delle
collezioni museali (Marchesetti, 1925, 329), sia di quelle di interesse più strettamente
paletnologico che di quelle di interesse etnografico. Le donazioni fatte al Museo furono
spesso essenzialmente il frutto della stima di cui il Pigorini godette presso i personaggi
più diversi, dai collezionisti (E. Hyllier Giglioli, C. Rosa, G.B. Traverso, M.S. De
Rossi), agli esploratori (G. Bove, A. Cecchi, V. Bottego, G. Boggiani, G. Doria, R.
Salvado), dagli studiosi alle alte personalità politiche, dai titolari delle legazioni
italiane allestero fino addirittura al principe
ereditario e al re. Una volta, essendo
giunti dei doni di Menelik a re umberto di
Savoja, questi disse, trattandosi di oggetti dinteresse etnografico: Questi bisogna
mandarli a Pigorini, perché se no se li viene a prendere. La sua volontà di accrescere
le collezioni del Museo fu tale che arrivò a suscitare le lamentele anche di amici. Il
Chierici, che agiva soprattutto in provincia di Reggio Emilia, gli scrisse di non
dimenticare la necessità che aveva il suo Gabinetto nascente di Reggio di raccogliere
ogni spiga e quanto sia gran peccato spogliare il povero della sua camicia, più che
togliere ad un ricco alcune delle sue tenute (Pigorini, 1896, 184). Il Pigorini giunse a
sostenere persino delle cose non vere pur di ottenere alcuni reperti che gli stavano
particolarmente a cuore. Nel 1879 fece a esempio credere alla Direzione Generale dei Musei
e degli Scavi che il De Ruggiero, direttore del Museo kircheriano, era disposto a uno scambio di oggetti
tra i due musei mentre al contrario questultimo non era affatto favorevole al
cambio. Il Pigorini non si fece nemmeno scrupolo di usare toni perentori con il direttore
generale per le antichità. Alla fine della
sua direzione lasciò al Collegio Romano un Museo suddiviso in 54 ambienti, con più di
170000 oggetti, e una biblioteca specializzata con oltre 5000 volumi e svariate centinaia
di estratti. Come ricordò Ugo Antonielli, il nuovo direttore del Museo, nel corso della
commemorazione del Pigorini tenutasi il 1 giugno 1925, i doni superano di gran lunga gli
acquisti, tempestando di missive persone amiche, o autorevoli, o in qualche modo utili,
scienziati, esploratori, viaggiatori del vecchio e del nuovo continente, musei,
associazioni culturali. Croci e commende hanno volteggiato, posando e appagando, auspice
il sollecitatore meraviglioso; i gabinetti di molte eccellenze sono stati il più provvido
ausilio alla diuturna fatica del raccoglitore instancato (Antonielli, 1925, 33-34). Il
Pigorini volle creare nel museo una
biblioteca specializzata nel campo degli studi paletnologici ed etnologici e la arricchì
con il dono della sua biblioteca personale, preziosissima soprattutto per i numerosi
estratti che ricevette, da tutto il mondo, dai suoi numerosi corrispondenti scientifici.
Con la fondazione nel 1875 del Bullettino di Paletnologia Italiana, del quale fu direttore
per cinquantanni, diede vita a uno strumento essenziale per lo sviluppo e la
diffusione della paletnologia in Italia: vero e proprio archivio nel quale si registrarono
tutte le scoperte e i dibattiti che interessavano la preistoria dal Paleolitico alletà del
ferro. Da fedele servitore dello Stato, non trascurò di occuparsi in prima persona anche
dellordinaria amministrazione del Museo e di riferire puntualmente al ministro. Si lamentò della burocratizzazione
della Direzione Generale ed espresse parere contrario allintroduzione della tassa
dingresso dei musei (Pigorini, 1884, p. 36). Considerato un ottimo dirigente, di
indiscussa fedeltà verso lAmministrazione, fu più volte incaricato di risolvere
questioni estremamente delicate. Nel 1878 fu nominato Regio Commissario delle Gallerie,
dei Musei e dellOpificio delle pietre dure di Firenze per rimettere ordine in tutti
i Musei e gallerie di Firenze nei quali imperavano abusi di ogni genere. E questo ha fatto
sfidando ogni minaccia, e non si piegò certo di fronte a tergiversazioni
politico-ministeriali. Quando nel 1899 fu relatore dellinchiesta sul Museo di Villa
Giulia presieduta da A. Bonasi, pur avendo avuto spesso forti scontri e accese rivalità
con Felice Barnabei, direttore dei Musei, delle Gallerie e degli Scavi di Antichità del
Regno (1895) e, tra il 1897 e il 1900, direttore generale per le Antichità e Belle Arti,
dimostrò ancora una volta la sua profonda onestà difendendo il Barnabei con coraggio e
intelligenza. allarcheologo-mercante
tedesco e sua vecchia conoscenza Wolfang Helbig che accusò Felice Barnabei di aver
falsificato e manomesso i corredi delle tombe dellagro Falisco esposte nel Museo di
Villa Giulia per tentare di colpire e distruggere la credibilità della Direzione generale per i Musei e gli Scavi di Antichità (direzione che era nota per contrastare gli
interessi rilevantissimi che ruotavano intorno al commercio antiquario, forte fra
laltro di protezioni internazionali e interne tolleranze) il Pigorini rispose con
fermezza smontando le accuse speciosamente ideate e non lasciandosi in alcun modo
intimidire dalle minacce dello Helbig. Come il Barnabei non si lasciò comperare dai
trafficanti darte disonesti (rifiutò somme elevatissime che gli erano state offerte
a nome di un gruppo di antiquari per modificare in senso più favorevole ai trafficanti
darte la legge, di cui fu proponente, sullesportazione degli oggetti
dinteresse storico e artistico), così il Pigorini non cedette alle pressioni dello
Helbig che cercò di minarne la fermezza persino preannunciandogli azioni volte a
screditarne lonestà. Nello sviare la manovra dello Helbig e di coloro che a lui si
associarono il Pigorini fu addirittura violento. Fu inoltre scrupolosissimo nello stendere
la relazione: analizzò più volte i manoscritti preparati dal Barnabei per la
pubblicazione su Narce e Falerii, interrogò più volte i testimoni e chiese tutte le
possibili informazioni anche sullo Helbig prima di trascrivere e consegnare la sua
relazione al Ministro. Nel corso della sua quarantennale attività di docente
dellAteneo romano, formò numerosi e validi allievi che in seguito gli
testimoniarono in molti modi la loro gratitudine. Come scrive il suo antico allievo
Roberto Paribeni nellidea Nazionale,
lefficacia del suo insegnamento fu tale, che ad un certo momento parve che tutti i
giovani studiosi di archeologia volessero dimenticare i monumenti classici e le lusinghe
della storia dellarte per correre alle ricerche preistoriche. passarono alla sua scuola non solo famosi
paletnologi, come il Gherardini, lo Issel, il castelfranco
e il Pellegrini, ma anche archeologi classici del rango del Marinoni, del Della Seta, del
Ducati, del Giglioli, dello Helbherr e del Pernier. Nel ricordarlo, uno dei suoi allievi, antonio Taramelli, che legò il suo nome
soprattutto agli studi di preistoria sarda, scrive: il maestro, buono, appassionato, che
sapeva stimolare le energie di allievi e di ignoti, che pure nella febbre del suo lavoro
intenso non negò mai una parola di aiuto, un conforto, una guida a quanti a lui si
rivolsero per lunghi e lunghi lustri da ogni parte (Un Maestro di scienza, 1925, 9).
Lumanità del Pigorini, nella sua dimensione più quotidiana, si riconosce
agevolmente nelle parole affettuose con cui fu ricordato dagli illustri amici, tutti
uomini di grande valore, da Corrado Ricci (che lo definisce grande valentuomo,
dilettissimo amico) a Edoardo Volterra, che lo ricorda scienziato illustre, amatissimo
collega, a Paolo Orsi, che lo chiama maestro insigne, amico impareggiabile. Il suo
prestigio fu talmente grande che a Parma, il 26 ottobre 1908, il sindaco Giovanni Mariotti
(direttore del Museo di Parma dal 1875 al 1933), gli consegnò nellaula magna
dellUniversità una grande medaglia doro recante sul dritto limmagine
dello stesso Pigorini e sul retro la seguente iscrizione: A Luigi Pigorini principe
de Paletnologi Italiani nel cinquantesimo anniversario del suo ingresso negli
Istituti Archeologici Discepoli e Amici. MDCCCLVIII-MCMVIII. contemporaneamente gli venne conferita la
cittadinanza onoraria di Parma e nel locale Museo archeologico
fu inaugurata la Sala Pigorini. Nel 1912 fu chiamato a far parte del Senato del Regno
dItalia. Per rendergli un omaggio veramente straordinario, i numerosi discepoli,
amici ed estimatori ordinarono allo sculture Ettore Ximenes di raffigurarlo in un busto
bronzeo che venne inaugurato a Roma l11 gennaio 1914, nella sede del Regio Museo
Preistorico Etnografico alla presenza dello stesso Pigorini. Uomo definito di adamantina
rettitudine, morì ottantatreenne, nella casa del figlio luciano, ove era stato costretto a trasferirsi nel
corso del 1923 perché le sue condizioni finanziarie non gli permettevano più di vivere a
Roma. La notizia della sua scomparsa ebbe vasta eco su tutta la stampa nazionale, e lo
Stato, che aveva servito fedelmente per tanti anni, gli tributò onoranze solenni a sue
spese. Una commemorazione funebre tenutasi a Roma il 1° giugno, nel 60° giorno dopo la
morte, alla quale parteciparono esponenti del mondo politico e culturale, fu tenuta
dallantonelli, suo successore nel
Museo romano, nellatrio dellIstituto, di fronte al ritratto dellestinto
circondato dal tricolore e da fronde di alloro tratte dal Palatino.
Fonti
e Bibl.: La vasta
produzione del Pigorini è elencata in Un Maestro di scienza e dItalianità, Roma,
1925 (pubblicazione edita a cura della Direzione Generale Antichità e Belle Arti nel
cinquantenario del R. Museo Preistorico - Etnografico) e nello scritto di C. Marchesetti,
Commemorazione di Luigi Pigorini, Trieste, 1926; U.A., in enciclopedia Italiana, XXVII, 1935, 270; A. De
Gubernatis, Dizionari biografici, 2 volumi, Firenze, 1879, e Roma, 1895; A. Malatesta,
Ministri, Deputati, Senatori, 1941, II, 322; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 120;
Gazzetta di Parma 9 febbraio 1962, 4; Gazzetta di Parma 17 gennaio 1996, 5; M.
DallAcqua, Terza pagina della Gazzetta, 1978, 308; Grandi di Parma, 1991, 92; M.
Catarsi, in Aurea Parma 3 1994, 235-245; Le Terremare, 1994, 95-100.
PIGORINI MARIANO
Salsomaggiore
1858
Zio di Caterina. Fu farmacista in salsomaggiore
e protettore di Cristoforo Marzaroli.
Fonti
e Bibl.: F.da
Mareto, Indice, 1967, 728.
PIGORINI PIETRO
Mariano
di Marore 7 marzo 1833-Parma 17 ottobre 1891
Passò i primi anni di vita aiutando nel lavoro il padre mugnaio. Nel 1852, grazie
allaiuto di alcuni benefattori che lo fecero studiare, si laureò in scienze
matematiche, poi andò a Parigi dove prese la libera docenza. A soli ventiquattro anni il
Pigorini fu professore di astronomia nonché direttore dellosservatorio
astronomico di Parma. Dopo aver visitato nel 1858 (inviatovi dal Governo) i principali
osservatori in francia e Inghilterra,
portò un notevole impulso scientifico nella propria città. Dal 1864 al 1868 occupò la
cattedra di calcolo differenziale e integrale, mentre nel 1873 ebbe la nomina di ordinario
di fisica, raccogliendo leredità di Macedonio Melloni. Le onorificenze per il
Pigorini non tardarono a venire: fu membro della Società astronomica di heidelberg, membro corrispondente
dellAccademia delle scienze di Lione e, con decreto del 27 marzo 1877, venne
nominato cavaliere della Corona dItalia. Per quattro anni consecutivi il Pigorini fu
Rettore dellUniversità di Parma. Sedette due volte nel Consiglio municipale di
Parma e appartenne al Consiglio di amministrazione dellOrfanotrofio Vittorio
Emanuele. Tra gli scritti del Pigorini, vanno ricordati gli Studi fisici negli ultimi
tempi.
Fonti e Bibl.: A.Pariset, Dizionario
biografico, 1905, 87-88; Grandi di Parma, 1991, 23.
PILLA
CARLO
Parma
1732/1735
Fu suonatore di tromba alla chiesa della Steccata di Parma dal 22 gennaio 1732 al 1735.
Fonti
e Bibl.:
Archivio della Steccata, Mandati 1732-1735; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 166.
PIMIENTA
PIETRO
Parma
1 luglio 1780-post 1821
Figlio di Raimondo. Nel 1790 fu cadetto al servizio di Parma, nel 1805 fu promosso
sottotenente, nel 1808 tenente al servizio di Francia e nel 1812 capitano. Diede
volontariamente le dimissioni al Governo Francese nel 1814 e lanno seguente entrò
come capitano nel reggimento Maria Luigia di
Parma. Il Pimienta partecipò alle seguenti campagne: 1810-1811 in Spagna, 1812-1814 con
la Grande Armata. Nel 1821 fu pensionato.
Fonti
e Bibl.:
E.Loevison, Ufficiali, 1930, 30.
PINARDI FRANCESCO
Berceto
1693/1708
Figlio di Sagramoro. Presentato dal duca ranuccio
Farnese alla prevostura di Berceto, ne ottenne linvestitura il 18 novembre 1693. Con
il Pinardi furono canonici Agostino caprara,
Rocco Moretti, Moderanno Moretti e Giacomo Moretti, dottore in sacra Teologia. Il Pinardi
restaurò il deposito di San Brocardo. Nel luglio 1708 si tennero a Berceto solenni
missioni, predicate dallo stesso vescovo di Parma, Giuseppe Olgiati, e chiuse da una
singolare processione, nella quale si videro molte persone con le corde al collo o con
altri segni di penitenza. Il Pinardi compilò due inventari della chiesa e dei beni, censi
e livelli della prevostura di Berceto. Venne autorizzato a cedere a livello parecchie
proprietà della stessa prevostura situate in Pagazzano e in Fugazzolo, che il Pinardi non
poteva amministrare. Nel 1708 venne convalidato il trapasso del diritto di giuspatronato
sopra la prevostura e i quattro canonicati di Berceto dal duca Francesco Farnese al
marchese Andrea Boscoli e ai suoi figli maschi. Tale donazione ebbe effetto solo più
tardi (1717).
Fonti
e Bibl.:
G.Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 111-112.
PINARDI PIETRO
Berceto
1630/1641
Fu
commissario di Pellegrino dal 1630 al 1641.
Fonti
e Bibl.:
A.Micheli, Giusdicenti, 1925, 12.
PINAROLI O PINAZOLI SIGISMONDO
o, vedi PINAZZOLI SIGISMONDO PINAZZI GIAMBATTISTAPINAZZI
GIUSEPPE
Borgo
Taro 1846-Piacenza 1931
Fu allievo del Collegio Alberoni di Piacenza dal 1862 al 1870. Ordinato sacerdote il 22
maggio 1869, fu curato nella parrocchia di San Francesco a Piacenza e successivamente
prevosto di San Martino in Borgo. Canonico della Cattedrale di Piacenza, fu cancelliere,
vicario generale e vicario capitolare della diocesi. Il suo nome è legato
allistituto climo-balneare di Stradone Farnese a Piacenza, da lui fondato nel 1893
con laiuto di alcuni benefattori.
Fonti
e Bibl.: G.
Boiardi, I nostri preti, Piacenza, 1983, 133-135; F. Molinari, in Dizionario biografico
piacentino, 1987, 212.
PINAZZOLI SIGISMONDO
Parma
ante 1459-post 1514
Sacerdote, musicista, calligrafo e miniatore, lavorò a Bologna come scrivano di corali
per la Basilica di San Petronio. Nella Biblioteca queriniana
di Brescia è conservato un Breviarium Romanum da lui scritto e miniato, così firmato:
ego presbyter Sigismundus de Pinazolis de Parma scripsi nunc breviarium manu propria. Il
Pinazzoli è ricordato a Parma come calligrafo e miniatore di corali del duomo (Parma, fabbriceria del Duomo): il 31 dicembre 1507
ottenne il pagamento per un Vangelo, il 31 marzo 1508 per un Salterio, il 13 luglio 1508
per un breviario da lui scritto e miniato.
Il 2 giugno 1508 fu pagato per laggiunta di cinquanta quinterni che scrisse e miniò
per libri della sagrestia. Negli anni 1505-1514 fu pagato dal Comune di Parma 20 lire
imperiali per aver miniato un evangelistarium
(Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Registro di spese per la Cattedrale e la
Comunità 1505-1514, c. 119 v.). il 31
dicembre 1507 fu pagato 12 lire e 10 soldi imperiali per aver miniato un Legendarium (c.
120 v.). Il 31 marzo 1508 fu pagato 11 lire imperiali per aver miniato un salterio (c. 122).
Fonti e Bibl.: C. Malaspina, Guida di
Parma, Grazioli, 1869; U. Thieme-F. Becker, vol. XXVII (1933), 51; E. Aeschlimann.
Dictionnaire des miniaturistes, Milano 1940; Dizionario Bolaffi Pittori, IX, 1975, 73; A.
Pezzana, Storia della città di Parma di Affò continuata, Parma, 1837-1859, 275; N.
Pelicelli, note darchivio per la
storia della musica, Roma, 1931, 137; E. Scarabelli-Zunti, vol. III, c. 331; archivio Storico per le Provincie Parmensi XLVI
1994, 355.
PINCARO, vedi PENCARO
PINCHELINI O PINCHELINO, vedi PINCOLINI
PINCOLINI
ALESSANDRO
Parma
1627
Nellanno 1627 fu podestà di Borgo San Donnino.
Fonti e Bibl.: G.Laurini, Borgo S. Donnino
e i suoi capi civili, 1927.
PINCOLINI
ENRICO
Borgo
San Donnino 1160
Nellanno 1160 fu podestà di Borgo San Donnino.
Fonti e Bibl.:
G. Laurini, Borgo S. Donnino e i suoi capi civili, 1927.
PINCOLINI
UBALDO
Borgo
San Donnino 1116
Valoroso cavaliere che limperatore Arrigo V, in riconoscimento della sua fedeltà e
delle sue benemerenze, nellanno 1116 elesse a vicario imperiale di Borgo San
Donnino.
Fonti e Bibl.: D. Soresina, Enciclopedia
diocesana fidentina, 1961, 357.
PINCOLINI
VITTORIO
Borgo San Donnino
1708-Borgo San Donnino 27 agosto 1785
Fu lultimo esponente del ceppo borghigiano dei Pincolini imparentato con i marchesi
Pallavicino di Pellegrino. Inclinato alla carriera ecclesiastica, compì gli studi nel
seminario diocesano di Borgo San Donnino e fu ordinato sacerdote il 10 aprile 1734 dal
vescovo gherardo Zandemaria. Nominato nel
1738 prevosto di San Michele per diritti di giuspatronato, nel 1754 venne elevato nel
capitolo della Cattedrale di Borgo San Donnino alla dignità di canonico primicerio.
Cinque anni dopo passò prevosto a Bargone, ma nel 1763 fece definitivamente ritorno a
Borgo San Donnino perché promosso parroco in duomo.
Appassionato cultore di memorie e tradizioni locali, per quarantanni raccolse
pazientemente notizie storiche sulla natia città, che poi espose in una ponderosa
raccolta di manoscritti, molti dei quali andarono dispersi dopo la sua morte. I suoi
compendi storici (una parte dei quali è conservata nellArchivio di Stato e nella
civica Biblioteca parmense) rappresentano una ricca documentazione alla quale attinsero a
più riprese chiosatori di memore locali, soprattutto lo Zani, che lebbe assiduo
collaboratore nella redazione dellEnciclopedia delle Belle Arti, e lAffò. La
sua opera principale, Storico compendio della città di Borgo San Donnino dal 281 di
Cristo al 1599, è conservata in manoscritto nellarchivio della Cancelleria vescovile di Fidenza.
Fonti
e Bibl.:
D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 357-358; R. Tassi, il Duomo di Fidenza, 1973, 130.
PINCOLINI PALLAVICINI VITTORIO, vedi PINCOLINI VITTORIO
PINCOLINI ENRICO, vedi PINCOLINI ENRICO
PINELLI ARIODANTE
Parma 22 marzo 1864-
Figlio di Giuseppe e Augusta Poletti. Fu tra i più reputati artisti di operette. Ebbe una
bella voce da baritono e recitò con successo. Fu uno dei primi cantanti della compagnia
diretta dal Marchetti, con la quale percorse tutta lItalia con un repertorio di
opere leggere che comprendeva anche quelle di Offenbach, Paisiello, Lecoq e Ricci. Il
Surcouff di Planquette fu il suo cavallo di battaglia.
Fonti
e Bibl.:
C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 153; Frassoni; B. Molossi, Dizionario biografico,
1957, 121; G.N. Vetro, voci del ducato, in Gazzetta di Parma 6 febbraio 1983, 3.
PINELLI DANTE, vedi PINELLI ARIODANTE
PINELLI ELENA, vedi PINELLI MARIA
PINELLI
EVANGELISTA
Parma
5 aprile 1801-1860 c.
Figlio di Giovanni e Lucia Casalini. Pittore allievo del Pasini.Malgrado le buone
capacità dimostrate, abbandonò larte.
Fonti e Bibl.: P.Martini, Scuola delle
Arti Belle, 1862, 20.
PINELLI GHERARDO
Collecchio
1720-San Martino Sinzano 5 marzo 1778
Fu economo spirituale di San Martino sinzano
dal 1760. Fu sacerdote versato nelle scienze teologiche e liturgiche. Stranamente, nei
registri parrocchiali di Collecchio è detto che morì a Collecchio il 4 ottobre 1778. Fu
sepolto nel cimitero di San Martino Sinzano.
Fonti e Bibl.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma, 7 marzo 1960,
3.
PINELLI MACEDONIO
Parma
11 febbraio 1829-Milano 8 agosto 1886
A diciannove anni abbandonò il corso della facoltà fisico-matematica
dellUniversità di Parma e col padre evangelista
e altri generosi patrioti combattè il 20 marzo 1848 per le vie di Parma contro le truppe
ducali e quelle austriache. Quattro giorni dopo andò a Milano ad arruolarsi nella colonna
comandata da Luciano Manara. Prese parte quale luogotenente al combattimento di
Castelnuovo Veronese, dove rimase ferito una prima volta. Poi si arruolò nuovamente nelle
truppe volontarie che il Governo provvisorio parmense stava ordinando, e con quelle
raggiunse lesercito piemontese a Santa Lucia il 6 maggio. Si battè con coraggio ed
ebbe la menzione onorevole al valore militare e la promozione a sergente, e poco dopo a
sottotenente. Ammesso nei bersaglieri, fece la campagna del 1849 nel 3° battaglione e
quella di Crimea nel 5°, meritando una seconda menzione alla battaglia della Cernaia.
Sottotenente nel 10° battaglione, il 4 maggio 1859, cominciata appena la campagna contro
gli Austriaci, venne gravemente ferito da un proiettile che gli perforò il torace ledendo
un polmone. Promosso luogotenente in giugno, passò in ottobre nellesercito italiano
gol grado di capitano e con esso rientrò nei bersaglieri dellesercito sardo il 16
aprile 1860. Comandò il 25° battaglione, appena formato, durante le campagne delle
Marche e dellUmbria, e lo condusse il 26 settembre con ammirevole slancio
allassalto di Monte Pelago e di Monte Pulito. Il battaglione ebbe una menzione
onorevole e il Pinelli fu promosso maggiore per merito di guerra. Al Pinelli venne quindi
affidata la campagna contro il brigantaggio in Calabria: vi rimase tre anni, compiendo
atti di valore e spiegando energicamente la sua azione contro i sovversivi.
Nellagosto 1862, con laltro comandante giolitti
arrestò la marcia di garibaldi, che venne
ferito ad Aspromonte. In quelloccasione fu decorato della croce dellordine militare di Savoja. A Custoza nel 1866
comandò il 15° bersaglieri e nel 1870, quale luogotenente colonnello, ebbe il comando
dei dodici battaglioni di riserva al corpo desercito di Cadorna che operarono a
Grotta Rossa, passarono il Tevere e occuparono i ponti sullAniene. Entrò tra i
primi in Roma per la breccia di Porta Pia e poche ore dopo, trovandosi in piazza colonna, fece scudo del proprio corpo agli zuavi
pontifici prigionieri, contro i quali il popolo inveiva. Meritò altra menzione onorevole
per lopera prestata in occasione dello straripamento del Tevere (dicembre 1870). comandante del 10° bersaglieri dal 1° gennaio
1871 e comandate del 3° nel 1873, ebbe alla fine di quellanno il grado di
colonnello. L8 novembre 1880 lasciò il corpo dei bersaglieri per passare al comando
di una brigata, e il 2 giugno dellanno successivo fu nominato maggiore generale
comandante la brigata Palermo di stanza a Verona. Schermidore formidabile, il Pinelli fu a
lungo considerato la prima lama dellesercito piemontese. Coltivò anche le lettere e
le arti, e fu poeta e musicista di gusto squisito. Oltre alle medaglie al valore militare,
ebbe varie altre decorazioni: fu infatti nominato ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro e
dellordine militare di Savoja e commendatore della Corona dItalia. Pochi
giorni prima della sua morte, (il Pinelli si suicidò sparandosi un colpo di pistola alla
tempia destra mentre era alloggiato allalbergo Biscione di Milano), venne nominato
comandante la sesta divisione militare di sede a Brescia.
Fonti
e Bibl.: U. Pesci, in
Caffè 11 agosto 1886; U. Pesci, in Il Bersagliere, numero straordinario dellillustrazione italiana, luglio 1886; P. Bettoli,
in Caffè 12 agosto 1886; Emporio pittoresco
16-21 agosto 1886; Illustrazione italiana 15 agosto 1886, 128; tutti i giornali di Milano
dei giorni 9, 10 e 11 agosto 1886 ed altri dItalia; Brunialti, Annuario biografico
universale, 1887, 122-125; A. Pariset, dizionario
biografico, 1905, 88-90; Un valoroso bersagliere: Macedonio Pinelli, in Gazzetta di Parma
22 giugno 1926.
PINELLI MARGHERITA
Parma-post
1875
Fu valida prima donna soprano. Fece gli studi a Parma. Ottenne lusinghieri risultati in
vari teatri italiani e quindi passò allestero, dove si sposò e dove rimase a
lungo.
Fonti
e Bibl.: P.Bettoli, Fasti
musicali, 1875, 125.
PINELLI MARIA
Parma
29 luglio 1859-America 1882
Soprano. Dacci scrisse di lei (p. 304): Allieva della Scuola di musica di Parma dal 1876
al 1880, aveva già iniziato a studiare canto prima dellammissione. Dopo aver
cantato da soprano in diversi teatri esteri, morì in America nel 1882.
FONTI
E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
PINETTI BIAGIO
Parma
1585
Falegname e intagliatore, realizzò nellanno 1585 due cassette.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti,
Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 256; Il mobile a Parma, 1983.
PINETTI EUSTACHIO
Casalbaroncolo
3 marzo 1825-Bologna 1900
Dal 1836 al 1844 fu alunno della Regia Scuola di musica di Parma e nel 1842, benché
ancora allievo, fu ammesso a far parte dellorchestra
Ducale come aggiunto praticante.Nel 1850 suonò anche nellorchestra di Reggio Emilia
nella stagione di Fiera, mentre il 26 marzo 1852 fu nominato aspirante aggiunto della
Reale Orchestra di Parma e, dopo il concorso, professore (14 luglio).Suonò nelle maggiori
orchestre come contrabbasso al cembalo e prestò la sua opera allorchestra di Parma fino alla sua soppressione
(1874).Su suggerimento di Verdi, quellanno il Comune di Bologna lo nominò docente
dello strumento al Liceo Comunale: egli continuò a prestare la sua opera in vari teatri
fregiandosi di tale titolo.Insegnò fino al 1894, formando una scuola di ottimi
allievi.Scrisse 24 Studi per contrabbasso a 4 corde ed Esercizi per contrabbasso a 4
corde.
Fonti e Bibl.: Biblioteca Palatina di
Parma, Almanacchi di Corte; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 153-154; N. Pelicelli,
Musica in Parma, 1936, 276; Enciclopedia di Parma, 1998, 539.
PINETTI GIUSEPPE ANTONIO
Parma-post
1782
Cantante primo mezzo carattere, calcò le scene in Italia e allestero per più di
venti anni in teatri primari: Bologna (Teatro Marsigli Rossi, Carnevale 1762: Le avventure
di Ridolfo), Venezia (Teatro Grimani di San Samuele, autunno 1762: Le avventure di
Ridolfo, Don trastullo, Tigrane; autunno 1763: Le contadine bizzarre, Il re alla caccia;
Carnevale 1764: Le donne vendicate, Lincognita perseguitata), Bonn (Teatro della
Corte Elettorale, 1764: Lamante di tutte), Munster (Teatro della Corte Elettorale,
1765: La calamita de cuori, La pastorella al soglio, Li tre amanti ridicoli), Vienna
(Teatri Privilegiati, Carnevale 1767: Lalbagia smascherata, Lamore artigiano,
Le contadine bizzarre, Il vecchio geloso), Brescia (Teatro dellAccademia degli
Erranti, Fiera dagosto 1771: Lamore artigiano, Il viaggiatore ridicolo),
Venezia (Teatro Grimani di San Samuele, autunno 1771: Linimico delle donne,
Calandrano; Carnevale 1772: Lastratto, Gli intrighi amorosi), Mantova (Teatro Ducale
Vecchio, autunno 1772: Calandrano), Reggio Emilia (Teatro Pubblico, Fiera 1772: calandrano, Lastratto), Firenze (Teatro di
via del Cocomero, primavera 1773: Lastratto, Lisola di Alcina), Genova (Teatro
di San Agostino, carnevale 1773: La
locanda), Trieste (carnevale 1774: Il
viaggiatore ridicolo), Parigi (académie-Royale
de Musique, 10 settembre 1778: La frascatana; 18 gennaio 1779: Il geloso in cimento),
Mestre (Nuovo Teatro della casa Balbi, autunno 1779: Il geloso in cimento), Venezia
(Teatro Grimani di San Samuele, autunno 1780: Lisola della luna, I viaggiatori
felici), Venezia (Teatro Grimani di San samuele,
Carnevale 1781: La muta per amore, lamante
per bisogno), Verona (Teatro dellaccademia
Vecchia, primavera 1781: Li viaggiatori felici), Bologna (Teatro Zagnoni, autunno 1781: Il
pittor parigino, Li viaggiatori felici), Perugia (Teatro del Casino della Città, carnevale 1782: Le nozze in contrasto, I
viaggiatori felici).
FONTI
E BIBL.: A.De Angelis, Lorena; Fabbri e Verti; Librettistica bolognese; Sartori; Wiel;
G.N. Vetro, Dizionario, 1998.
PINGOLINI AGOSTINO
Parma 1500/1502
Fu maestro di vetrate. Operò in Parma (nel monastero dei Benedettini) negli anni
1500-1502 assieme al fratello Antonio.
Fonti
e Bibl.: Spogli
del Baistrocchi, dal 1500 al 1502, citati dallo Scarabelli in Documenti; U. Benassi,
Storia di Parma, V, 1906, 344.
PINGOLINI ANTONIO
Parma
1500-1502
Maestro di vetrate. Operò in Parma, nel monastero dei Benedettini, assieme al fratello
Agostino allinizio del XVI secolo (1500-1502).
Fonti e Bibl.: U.Benassi, Storia di Parma,
V, 1906, 344.
PINGUARD
ANTONIO
Parma 1749-30
settembre 1822
Di ascendenza francese (figlio di Jacques, detto Normand, parrucchiere dei paggi ducali),
entrò a servizio della Reale Orchestra di Parma nel 1764, il 1° dicembre 1768 venne
ammesso al Reale Servigio in qualità di sonatore di Violino di Camera per il Ballo e il
28 luglio 1774 nominato Professore della Reale Orchestra ammesso al soldo.Ebbe modo di
mettersi in evidenza e di fare carriera se l8 marzo 1781 fu «accordato a questo
virtuoso di Camera di poter assentarsi per un anno da Parma per abilitarsi sempre più
nella sua virtù», accordandogli lanticipazione di sei mesi del soldo che
percepiva. Da una lettera di Prospero Manara al conte Zappata di Torino del 14 maggio 1782
appare che Antonio Normand suonator di violino al servigio di S.A.R. il Sig. Infante Duca
mio Signore si restituisce da Parigi a Parma, e nel suo passaggio per cotesta città desidera lonore di essere presentato
alle MM.LL. e farsi sentire a suonare. Lo raccomando però a V.S. Illma, onde siano
compiuti i di lui desideri. Si ignora se questa esibizione davanti al re di Sardegna ebbe
luogo. Si sa dai Decreti e Rescritti che il 5 settembre 1782 il duca di Parma,
evidentemente soddisfatto dei miglioramenti ottenuti a Parigi dal Pinguard, gli condonò
la suddetta anticipazione e il 1° luglio 1784 a questo suonatore di Violino
nellOrchestra di S.A.R. venne concesso di potersi recare per un anno in Germania. Il
15 gennaio 1792 la Reggenza dellAccademia Filarmonica di Parma decise di nominarlo I
violino e direttore della sua orchestra.Alla sua morte, la vedova del Pinguard ebbe una
pensione dal duca Ferdinando di Borbone.
FONTI
E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol.84, Ruolo B. 1, fol.170; H.Bédarida,
Parme et la France de 1748 a 1789, 490, nota 12; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 200;
Enciclopedia di Parma, 1998, 488.
PINGUARD
MARGHERITA
Parma
1769/1770
In occasione degli spettacoli dellopera nel 1769 e 1770 a Parma e a Colorno, la si
trova impegnata nella rifinitura e guarnizione dei costumi (Archivio di Stato di Parma,
Computisteria borbonica, bb. 692-693).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.
PINI ALBERTO, vedi PINI GIOVANNI ALBERTO
PINI
ALBERTO LUIGI
San
Benedetto Po 13 dicembre 1924-Ciano dEnza 4 dicembre 1944
Figlio di Francesco e di Marianna Boraschi, palanzanesi
trasferitisi per motivi di lavoro nel Mantovano. I genitori tornarono poi a risiedere a
Palanzano, ove il Pini venne comunemente identificato come Gidio o Egidio. Quando ebbe
inizio la lotta partigiana il Pini seguì lesempio del fratello maggiore, dello zio
materno e dei cugini, entrando nel distaccamento Cosacco, con il nome di battaglia di Sam.
catturato il 31 ottobre 1944 durante una
puntata tedesca, insieme a un coetaneo anchegli partigiano venne rinchiuso nelle
segrete del presidio nazista di Ciano dEnza, tristemente noto perché vi persero la
vita, durante lintero periodo della Resistenza, oltre un centinaio di partigiani.
Anche il Pini vi venne fucilato. Dopo la conquista di Ciano dEnza (14 aprile 1944) a
opera congiunta delle formazioni partigiane parmigiane e reggiane, la salma del pini venne ritrovata, su indicazioni dei civili
locali, in un campo vicino, sepolta sotto poche decine di centimetri di terra.
Allassalto di ciano presero parte, in
prima linea, il fratello maggiore del Pini, comandante del distaccamento Cosacco
(Relazione del Comando della 143^ Brigata Garibaldi Aldo, a cura di leonardo Tarantini) e
un altro prode palanzanese (che vi perse la vita), Bruno Bocconi, comandante del
distaccamento Sambuchi, alla cui memoria venne poi conferita la medaglia doro al
valore militare. Pochi giorni dopo la conquista di Ciano da parte delle forze partigiane,
nella Sala municipale del Comune di palanzano,
trasformata in camera ardente, vennero rese le estreme onoranze al Pini, la cui salma fu
poi inumata nel cimitero di Palanzano.
Fonti e Bibl.: T.Marcheselli, Strade di
Parma, II, 1989, 207.
PINI ANTONIO
Parma
prima metà del XVIII secolo
Calligrafo attivo nella prima metà del XVIII secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti,
Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 156.
PINI EGIDIO
Tizzano
Val Parma 18 febbraio 1898-Cascina Paolicchi 18 settembre 1925
Tenente, conseguì il brevetto di pilota dellaeronautica a Cameri nel 1924. Fu
quindi aiutante maggiore al Campo di San Giusto (Pisa). Partecipò alla guerra contro
lAustria a partire dal 1917.Al Piave fu desempio nel compimento del dovere: in
tre giorni di aspra e continua lotta per la conquista di un trinceramento nemico, mantenne
impavido la sua compagnia sotto il fuoco
dellartiglieria avversaria e con slancio ammirevole per primo penetrò tra le
posizioni nemiche. Ferito da scheggia di granata, volle restare sulla linea di
combattimento incitando i suoi uomini alla resistenza. Nel 1919 e 1920 fu in Albania
partecipando alle operazioni di guerra. Morì cadendo vicino al Campo di San Giusto per
incidente di volo. Il Pini fu decorato di medaglia dargento e di bronzo al valore
militare e di croce di guerra.
Fonti e Bibl.: E.Grossi, Eroi e Pionieri
dellAla, 1934, 207.
PINI EGIDIO, vedi anche PINI ALBERTO LUIGI
PINI
FELICE
Parma
1908-1965
A quindici anni si arruolò volontario nella marina militare. Nel 1928, quando il
dirigibile Italia, comandato dal generale Umberto Nobile, si fracassò sulla banchisa del
Polo Nord, il Pini venne imbarcato su una nave che portò i soccorsi ai naufraghi.
Promosso per meriti particolari, sempre a bordo di navi da guerra operò in quasi tutto il
mondo. Nella seconda guerra mondiale, col grado di maresciallo, partecipò
sullincrociatore Garibaldi a numerose operazioni belliche. Trascorse sei anni a
Massaua. Terminata la guerra, si congedò dallesercito. Economo di un istituto della
Pontificia opera di assistenza a Misurina, meritò un encomio solenne dopo essere stato
travolto da una valanga mentre si recava a Belluno per procurare i viveri necessari ai
ragazzi ospiti del centro.
Fonti e Bibl.: F.e T.Marcheselli,
Dizionario dei parmigiani, 1997, 247.
PINI
FRANCESCO
Parma
1710
Fu attivo come pittore e incisore (1710).
Fonti e Bibl.: P.Martini-G. Capacchi, Arte
dellincisione, 1969.
PINI
FRANCESCO
Parma
1711
Nel 1711, in occasione delle nozze di elisabetta
Farnese, fece parte come trombetto ducale della scorta donore (Biblioteca Palatina
di Parma, ms. Parmense 433).
Fonti e Bibl.: G.N. Vetro,
Dizionario.Addenda, 1999.
PINI GIAN ALBERTO vedi PINI GIOVANNI ALBERTO
PINI
GIOVANNI
Parma
1677-Parma 1739
Fu incisore di buon valore.
Fonti
e Bibl.: P.
Martini-G. Capacchi, Arte dellincisione, 1969.
PINI
GIOVANNI ALBERTO
Parma
ante 1550-17 aprile 1596
Fu orefice e incisore. Essendo cognato di giovanni
Giacomo e Giovanni Federico bonzagni, ne
assunse il cognome. Fece una testa di S. Bernardo in argento. Fu attivo per gran parte del
XVI secolo (documentato in Parma il 1° dicembre 1586).
Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Storia di
Parma, I, 1837, App., 41; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti
parmigiane, IV, 235.
PINI
GIUSEPPE
Parma
21 febbraio 1696-Parma 1749
Fu artista di corte dei Farnese. Incise su rame soggetti sacri,
apparati per feste e funebri e illustrazioni di libi (lArcade, favola boschereccia di P.G.
Balestrieri, Parma, 1712, da proprie invenzioni; due raccolte di numismatica: I Cesari in
oro nel Farnese museo, di Paolo petrusi,
Parma, 1694-1727, e Imperatorum romanorum
numismata, Milano, 1730). Fu attivo a Busseto nella prima metà del XVIII secolo. Sono
ancora del Pini diversi ritratti farnesiani, Tre macchine da fuoco (invenzione di Clemente
Ruta) per festeggiare lelezione al pontificato di Innocenzo XIII (1721), medaglie
del cardinale Antonio Francesco Sanvitale (1714), proscenio del Teatro Farnese (assieme al
Coccetti), medaglie del cardinale Alessandro Farnese, Ranuccio I, Odoardo, Ranuccio II e
Francesco Farnese. Incise anche dal Nuvolone e da Clemente Ruta.
Fonti
e Bibl.:
U.Thieme-F. Becker, vol. XXVII, 1933, 60; A. Pezzana, Memorie di scrittori parmigiani 7,
1833, 63, 97; Nag.: Diz., II, 1841; Monog., 3, 1863; Biblioteca Palatina di Parma,
Raccolta delle incisioni Ortalli; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti
parmigiane, 1701-1750; Pelliccioni, Incisori, 1949, 136; P. Martini-G. Capacchi, Arte
dellincisione, 1969; Dizionario Bolaffi dei pittori, IX, 1975, 76-77.
PINI LUIGI POLICARPO
Priorato
di Fontanellato 26 gennaio 1790-Priorato di Fontanellato 26 febbraio 1848
Fu valente suonatore di corno. Apprese larte nella scuola di musica istituita a
Fontanellato dalla munificenza del conte Stefano Sanvitale. Fu inventore di un corno da
caccia con otto chiavi, col quale poteva suonare in tredici toni a scala cromatica, dal si
bemolle basso al si bemolle ottavino, con suoni naturali senza bitorto. Si passava
dalluno allaltro tono con rapidità, anche senza levare il bocchino dal tubo,
e vi era pure la pompa per le diverse accordature. Lo presentò il 21 dicembre 1821 alla
duchessa Maria Luigia dAustria. Lo strumento (che fu materialmente realizzato da
Lorenzo dallAsta) si conserva nel Liceo musicale Rossini di Bologna.
Fonti e Bibl.: P. Bettoli, I nostri fasti,
125; Gazzetta di Parma 14 aprile 1876; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1884, 40; C. Schimidl, Dizionario
Universale Musicisti, 2, 1929, 283; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 281; Gazzetta di
Parma 22 dicembre 1991, 19.
PINI PIER LUIGI
Ruzzano
1823-1861
Medico e patriota,
durante la campagna del 1859 diresse il reparto chirurgico di un ospedale militare a
Brescia. Raggiunse il grado di capitano medico nellesercito italiano. Fu in rapporti
epistolari con Giuseppe Garibaldi.
Fonti
e Bibl.: U.A.
Pini, Medici valli cavalieri, 1983, 53.
PINO DA PARMA
Parma 1445-1446
Nel 1445-1446 fu lettore del Sesto e delle Clementine allUniversità di Bologna.
Fonti
e Bibl.: R.
Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 235.
PINOTTI
BIAGIO
Parma
seconda metà del XVI secolo
Intagliatore di legname attivo nella seconda metà del XVI secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti,
Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 256.
PIO
Parma
635
Fu vescovo di Parma nellanno 635.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Indice, 1967, 730.
PIO, vedi anche PALLAVICINI MAFREDINO
PIO BENEDETTA
Sassuolo 1564-Parma 1617
Figlia di Ercole, signore di Sassuolo.
Sposò nel 1587 Gerolamo Sanvitale, e visse a Parma. Nel 1599 le fu trucidato il fratello
Marco per ordine, pare, degli Estensi. Nel 1612 il marito venne decapitato e uguale sorte
ebbe il figlio primogenito. Condannata inizialmente an-chessa a morte, le fu poi
fatta la grazia. chiusa nelle prigioni della
Rocchetta di Parma, vi morì dopo lunghe sofferenze.
Fonti
e Bibl.: P.
Litta, Famiglie celebri italiane, famiglia Pio di Carpi e Sanvitale, Milano, 1819; F. orestano, Eroine, 1940, 317.
PIO FRANCESCO
Parma 1590 c.-Parma
1660 c.
Sacerdote, nel 1621 ebbe il titolo di insegnante (prefetto) di musica al collegio di Santa
Caterina in Parma e dal 4 giugno 1655 fu massaro della Cattedrale di Parma. Fu autore
delle seguenti composizioni (pubblicate a Venezia): Il 1° libro de salmi a 9 concertati e
a 8 non concertati con una Messa a 9 concertata, con cont. per lorgano (1621), Liber
I motectorum a 2-5 v. una cum b. pro organo
(1624), Liber II et secunda pars psalmorum, qui in solemnitatibus totius anni horis
Vespertinis concinuntur, 8 et 9 v. una cum b. ad org. (1625).
Fonti
e Bibl.: N.
Pelicelli, Musicisti in Parma nei sec. XV-XVI, in Note dArchivio 1931 e 1932; archivio della Fabbriceria della Cattedrale,
Mandati 1644-1660; R. Eitner, vol. VII, 448; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 131;
Dizionario dei musicisti Utet, 1988, VI, 26.
PIO
TADDEA
Carpi
1408 c.-Montechiarugolo 8 aprile 1460
Figlia del Signore di Carpi, divenne la sposa di Cristoforo Torelli, figlio di Guido, nel
1428.Si trovò a vivere nel turbinoso primo quattrocento,
agitato da cento guerre.Fu saggia amministratrice in assenza del marito soldato, spesso
impegnato sui campi di battaglia.Come ad altre spose dei Torelli, anche a lei toccò
imbracciare le armi e lo fece con coraggio.Fu quando si trattò di recuperare al marito
assente il feudo di montechiarugolo
sottrattogli dallirrequieto Pietro Guido, suo fratello.Si sa che lesito
dellimpresa della Pio non fu positivo, almeno sul momento, e se ne lagnò poi col
Duca di milano. Rimangono infatti le
testimonianze delle guardie dellarmeria di guido
Torelli sullimpedimento alla Pio di entrare nel castello (1456).Tornata la pace tra
i due fratelli con la definitiva divisione dei beni e delle ragioni, la Pio condusse la
sua normale esistenza di contessa.Si può dire che visse gran parte della vita in
gravidanza, avendo dato a Cristoforo ben tredici figli.
Fonti e Bibl.: V.Barbieri, Torelli, 1998,
181.
PIODA LUIGI
Parma
prima metà del XVIII secolo
Architetto civile attivo nella prima metà del XVIII secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti,
Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 160.
PIODI
Parma
1706
Fu musicista della Cattedrale di Parma nellanno 1706.
Fonti
e Bibl.: N. Pelicelli,
Musica in Parma, 1936.
PIOLA EMILIO
San Martino Sinzano
1895/1913
Capitano del 26° Reggimento fanteria, fu decorato di medaglia dargento al valor
militare, con la seguente motivazione: Guidò con molto slancio la sua compagnia
nellavanzata e nei successivi assalti alla baionetta. Poscia sotto un fuoco
micidiale che produsse rilevanti perdite, ferito ad una spalla e ad una gamba, rimase al
suo posto, dando esempio di elevate virtù militari e non si allontanò dal combattimento
fino a che, per ordine superiore, poco prima del ripiegamento, venne portato al posta di
medicazione (Sidi Garbàa, 16 maggio 1913).
Fonti
e Bibl.: G.
Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dellImpero, 1937.
PIOLI ANNIBALE
ante 1829-Berceto 25 giugno
1879
Il 5 febbraio 1829 ebbe la cura della parrocchia di Berceto, che conservò per oltre
cinquantanni. Svolse una molteplice attività a favore della chiesa e degli enti
ecclesiastici dipendenti, con spiccata tendenza alla parte temporale: fu infatti assai
diligente nel tenere aggiornati i registri delle entrate e delle uscite e assai
preoccupato per la tutela dei diritti parrocchiali. Gli spetta, almeno in parte, il merito
di avere condotto a termine i grandiosi restauri della chiesa nel 1845. Traspare nel Pioli
uno spirito alquanto cortigianesco, che da un lato gli facilitò il conseguimento di
favori presso il governo di Maria Luigia dAustria e dallaltro suscitò verso
di lui lammirazione (ma in qualche caso anche la riprovazione) dei fedeli.
Fonti
e Bibl.:
G.Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 120.
PIOLI DOMENICO
GAMALIELE
Berceto 28 giugno
1843-Urdinarrain 1 giugno 1911
Fabbro ferraio, si trasferì a Buenos Ayres nel giugno del 1872 e nel 1876 fissò la sua
dimora a Casares, Entre Rios. Sposò Angela Francesca Orato in Concepciòn, uruguaiana,
nel 1877. Ebbe undici figli. Assunto da Ettore dElia, stabilì abitazione e officina
nel centro della località di Villa Elisa di Casares. Nel contratto firmato dal Pioli con
il dElia, pubblicato dal settimanale Jornada del 7 aprile 1940, merita menzione la
costruzione di cento aratri, alla quale si obbligò il Pioli, restando in cambio
proprietario di due lotti di terreno che avrebbe poi dovuto recintare. Oltre alla
professione di fabbro ferraio, il Pioli si dedicò allagricoltura nelle terre che
furono di sua proprietà. Fu collaboratore della scuola locale e fece parte della
commissione scolastica formata dai genitori degli alunni. Si prodigò, assieme ai figli,
per la costruzione della chiesa e ricoprì inoltre il ruolo di banditore: alla domenica,
accanto alla porta principale della chiesa, leggeva al pubblico le notizie più importanti
del mondo e quelle di ordine locale, riferintesi a messe e a smarrimenti o ritrovamenti di
animali, con le marche e segni corrispondenti. Nellanno 1903 si stabilì con la sua
famiglia a Urdinarrain. Fu sepolto nel cimitero di questultima cittadina.
Fonti
e Bibl.: Aurea
Parma 1 1947, 40-42.
PIOLI FAUSTINO
Berceto 1861-1925
Dal 1887 fu insegnante a Pontremoli.
Fonti
e Bibl.:
M.Tassi, Il maestro Pioli, Bolzano, Rinfreschi, 1955; L.Leoncini, Il maestro Faustino
Pioli, un educatore daltri tempi, in Gazzetta di Parma 16 dicembre 1957, 3; F. da
Mareto, Bibliografia, II 1974, 857.
PIOLI
MARCELLO
Parma
6 ottobre 1920-Niksic 14 giugno 1943
Figlio di Giovanni. Orfano dei genitori dalletà di quindici anni, visse poi con gli
zii. Frequentò il liceo vincendo diverse gare di cultura che gli permisero di visitare,
come premio, Egitto, Palestina e Stati Uniti. Laureato in giurisprudenza, fu volontario in
guerra col grado di sottotenente del 383° Reggimento Fanteria, nei Balcani. Il 15 maggio
1943 a Bjoce, in Montenegro, fu al centro di un violento scontro col nemico. Nel furioso
combattimento contro forze preponderanti, vide subito cadere il prode colonnello Paolo
Vercesi e numerosissimi soldati e compagni. Prese successivamente il posto di due
ufficiali caduti, rincuorando con lesempio i suoi uomini, finché la notte del 17
riuscì, con pochi animosi, a rompere laccerchiamento nemico. Il Pioli era già in
vista di Podgòriza (sede del Comando italiano), quando una pattuglia nemica in
perlustrazione lo catturò e lo condusse a un campo di prigionieri. Un improvviso
riaccendersi della lotta (con intervento di forze italiane, tedesche, croate e bulgare)
costrinse i Montenegrini a spostarsi, conducendo con sé i prigionieri. Dopo ventitré
giorni di cammino (650 chilometri tra le montagne) erano sopravvissuti solo qualche decina
di soldati e sedici ufficiali. Verso la mezzanotte del 9 giugno il Comando nemico decise
la fucilazione di tutti i prigionieri. Ma il Pioli non fu raggiunto dai colpi delle
mitragliatrici, che uccisero invece tutti gli altri. Prima di allontanarsi, gli spararono
a bruciapelo con la rivoltella: il colpo, passando dallo zigomo sinistro alla mandibola
destra, gli lese gravemente il retrobocca. Pur ferito in modo gravissimo, il Pioli riuscì
a ricoverarsi in una casa poco distante e più tardi a raggiungere una postazione tedesca.
Non essendo in grado di parlare, stese un rapporto scritto con le informazioni di cui era
venuto in possesso nel periodo di prigionia, che riuscì prezioso per le ulteriori
operazioni. Il Pioli morì due giorni dopo allospedale di Niksic. Fu decorato di medaglia
dargento al valor militare, con la seguente motivazione: Dopo due giorni di aspri
violenti combattimenti, caduto prigioniero con altri ufficiali nelle mani dei nemici,
sopportava con fede e stoicismo le dure giornate di prigionia. Sottoposto al plotone di
esecuzione assieme ad altri ufficiali, miracolosamente scampato alla morte, rimaneva però
gravemente ferito al viso e riusciva a costo di sforzi sovrumani e dopo faticoso cammino
attraverso terreno nemico, a raggiungere le nostre linee dove, conscio della propria fine
rifiutava le cure mediche, preoccupandosi di scrivere subito, di proprio pugno, non
potendo parlare, dati e notizie sui nemici, utili per i superiori comandi. Veniva poi
ricoverato in un ospedale da campo dove cessava di vivere, pago di fare olocausto della
sua giovane vita per una più grande Italia. Bello esempio di elette virtù militari, di
profonda fede e di supremo attaccamento al dovere.
Fonti e Bibl.: A.Cavalli, In memoria di
Marcello Pioli, in Aurea Parma 28 1944, 26-31; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 857;
Decorati al valore, 1964, 94-95.
PIOLI PIERO
Borgo
Taro 1903--Parma 3 novembre 1970
Laureato in scienze economiche presso
luniversità Bocconi di Milano, fu
direttore generale della Cassa di Risparmio di Parma dal 1930 al 1949, della Banca del
Monte di Parma dal 1949 al 1955 e infine dellIstitutio commerciale Laniero Italiano
di Milano.Dal 1947 al 1962 presiedette la Famija Pramzana.Fu prodigo di erogazioni
benefiche a favore di enti ospedalieri e caritatevoli.Decisivi furono la sua azione e il
suo contributo per la nascita del Museo Glauco Lombardi di Parma.
Fonti e Bibl.: G.Pighini, Storia di Parma,
1965, 193; R. Piazza, 50 anni Famija Pramzana, 1997, 141; Enciclopedia di Parma, 1998,
539.
PIOLI TITO
Berceto
4 novembre 1886-San Pancrazio Parmense 8 dicembre 1958
Studiò nel seminario di Berceto compiendovi
il ginnasio, poi passò in quello di Parma ove fece il liceo e Teologia. Fu ordinato
sacerdote nel 1910 e fu mandato a Selva del Bocchetto in funzione di parroco. Dopo due
anni passò a Fornovo come coadiutore. Nel 1914 partecipò al concorso per la parrocchia
di San Pancrazio Parmense. Vinto il concorso, vi fu nominato arciprete il 17 luglio 1914.
Prese possesso della parrocchia l8 dicembre dello stesso anno. Dopo pochi mesi dal
suo ingresso in parrocchia scoppiò la prima guerra mondiale che svuotò il paese degli
uomini dai diciotto ai quarantanni. Il periodo di guerra vide il Pioli impegnato a
portare opera di aiuto, di assistenza e di consiglio alla popolazione. Fece parte di un
comitato comunale di assistenza per la distribuzione di un sussidio mensile alle famiglie
più povere dei richiamati alle armi. Visse pure a San
Pancrazio Parmense tutta la seconda guerra mondiale, e anche in quel periodo si prodigò
per quanto potè per i suoi parrocchiani. Seguì gli avvenimenti nazionali e
internazionali con molto interesse e seppe giudicarli con particolare competenza. Vide con
simpatia la Resistenza che si svolgeva sulle montagne, ma si mantenne in un giusto
equilibrio in modo da poter essere il parroco delluna e dellaltra parte.
Allinizio della resistenza tenne
nascosto in casa sua per una ventina di giorni lavvocato Primo Savani, suo
compaesano e amico, che ebbe un ruolo importante nella lotta per la Resistenza sulle
montagne parmigiane. Il Pioli ebbe particolare intelligenza e non comune cultura,
continuando a studiare per tutta la vita. Terminati gli studi teologici e diventato
sacerdote, si laureò in Teologia e continuò poi a coltivare gli studi letterari,
particolarmente il latino e il greco. La sua competenza fu riconosciuta anche dai suoi
superiori che lo nominarono insegnante di lettere nel Ginnasio del Seminario di Parma. Fu
poi per molti anni insegnante di religione nellIstituto dArte P. Toschi di
Parma. Ebbe particolare interesse ebbe per la storia ecclesiastica dei primi secoli del
Medioevo, per le discipline giuridiche e larte sacra. Oltre al suo profilo di Fra
Ruffino del Bosco (Parma, 1930), il suo lavoro sulla Pieve di San Pancrazio, pubblicato
nel 1957, evidenzia limpegno e la serietà delluomo di studio, la sua diuturna
confidenza con la materia storica e la brillante arditezza delle ipotesi. È facile anche
ravvisare nel saggio la passione con cui il Pioli condusse a termine i restauri e
affermò, non senza contrasti, la radice antichissima del tempio. Per avere unidea
dellampiezza e serietà dei suoi interessi storici, si possono leggere le pagine
dello studio dedicate al diffondersi del cristianesimo lungo lasse della via Emilia.
Spira in esse una singolare suggestione, come di cosa viva, perché il Pioli possedette
appunto la capacità appassionata di rendere presente lantico, aiutato in questo
dalla vivacità del temperamento e della parola. Dotato di non comune gusto artistico,
curò sempre con passione la sua chiesa, nella quale riuscì a compiere notevoli lavori di
restauro. Il Pioli venne ricordato da una lapide apposta sul lato sud della chiesa di San
Pancrazio Parmense: Alla memoria dellarciprete don Tito Pioli che resse questa
parrocchia per 44 anni nel X anniversario della morte 8-XII-1968.
Fonti e Bibl.: F. Squarcia, in Aurea Parma
3 1958, 255-256; P. Tagliavini, in Parma nellArte 1 1959, 24; T. Marcheselli, Strade
di Parma, I, 1989, 208; A. Marocchi, in Tito Pioli. Pagine di Storia della Parrocchia di
S. Pancrazio, 1990, 7-9.
PIOMBO GIAN GIACOMO, vedi DEL PIOMBO GIAN GIACOMO
PIOPPA
Parma 1769/1805
Fu violinista alla Cattedrale di Parma dal 25 marzo 1769 al 1800 e alla Steccata di Parma
dal 1777 al 1805.
Fonti
e Bibl.: N.Pelicelli,
Musica in Parma, 1936.
PIOSELLI
FRANCESCO
Parma 31 marzo
1776-post 1831
Dopo essere entrato nel 1798 come volontario nellesercito della Repubblica
Cisalpina, fece da sottufficiale del 1° Reggimento leggero italiano le campagne militari
dal 1803 al 1806 sulle coste delloceano, come sottotenente (1807) e poi tenente
(1808) quelle di Spagna, carinzia e Tirolo
degli anni 1808-1809, come capitano (1811) di nuovo quelle di Spagna (1811-1813), Germania
(1813) e Italia (1814). Capitano nel Reggimento Maria luigia, fece nel 1815 la campagna di Napoli. Si
distinse nella battaglia di Hanau, negli assedi di Kolberg, di Stralsund, in Pomerania, e
in tanti assalti a piazzaforti della Spagna, cavandosela con poche ferite. Fu infatti
ferito allassalto di Milbach da un colpo di fucile alla testa e ad Hanau da colpi di
sciabola. Fu allassalto del Forte della Trinità, detto il Bottone di Roses e alle
battaglie di Granuliers, Molino del Re, Valls e, l11 e 12 aprile, a San Ilien. Fu
pensionato nel 1822 e ammonito lanno seguente perché appartente alla Massoneria
come Sublime Maestro Perfetto. Si rimise in luce nel 1831 combattendo alla testa delle
Guardie Nazionali Parmensi contro gli autriaci.
Fatto prigioniero nello scontro di fiorenzuola
dArda, fu rinchiuso nella fortezza di Pizzighettone presso Cremona. In forza del
decreto damnistia, venne messo in libertà nellottobre 1831 e sottoposto ad
alcuni precetti.
Fonti
e Bibl.: E.Casa, I
carbonari parmigiani e guastallesi cospiratori nel 1821, Parma, 1904; E. Casa, I moti
rivoluzionari del 1831, Parma, 1895; E. Loevison, Gli Ufficiali Napoleonici Parmensi,
Parma, Tipografia Parmense, 1930, 31; A. Del Prato, Lanno 1831, 1919, XXIII; E.
Loevison, in dizionario del Risorgimento, 3,
1933, 906; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Provincie parmensi 1937, 197-198; F. Ercole, Uomini
Politici, 1941, 389.
PIOVANI MARIO
Manerbio 1929-Parma 1996
Compiuti gli studi classici, si mise in luce come difensore nelle squadre di calcio marzotto, Bagnolese e Vigevano, poi in Serie B con
il Messina e infine in A con lInter (1954, sotto la guida di Foni). Ceduto al Parma,
preferì smettere di giocare per laurearsi in giurisprudenza.
Dopo esperienze allAlthea e alla De Rica, nel 1964 entrò alla Braibanti, diventando
direttore della ditta di pasta. Nel 1984 impiantò a Ghiare di Berceto la Alea, poi società per la produzione delle lasagne,
controllata dalla Braibanti, della quale fu socio e amministratore delegato e, nel 1991,
la Berceto factory. Con Mauro Ziveri creò
anche la podere Emilia, per i cibi pronti.
Ottimo tennista, per anni vinse tornei a Parma e in varie altre città, restando
classificato fino a oltre 50 anni detà e dominando poi nella categoria veterani.
Fonti
e Bibl.: F.e
T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani,
1997, 247-248; Enciclopedia di Parma, 1998, 539.
PIPPO, vedi ILARIUZZI UMBERTO
PIR, vedi BERNARDI QUIRINO
PIRANI
CELESTINO
1847-Parma 1916
Bohèmien della letteratura parmense, visse di modeste rime e grandi ideali garibaldini
(con Garibaldi combattè a Condino, a Storo e a Bezzecca, assieme con Oreste Boni, Luigi
Battei e Faustino Tanara). Morì pazzo e in miseria. Il suo canto più sentito è quello
dedicato al caro e illustre Giosuè Carducci, che ha qualche impeto di ispirazione e
qualche scioltezza di forme e di rime ma che, attraverso strofe metricamente non sempre
ben collegate luna allaltra, attesta anche lo sproporzionato concetto che il
Pirani ebbe di sé stesso quando parla di sacro verso sfidator degli anni e di fiero carme
e di amore che un dì lo faranno eterno, e si professa delle Muse prediletto alunno.
Fonti
e Bibl.:
J.Bocchialini, Poeti del secondo ottocento, 1925, 59-60; Aurea Parma 2 1924, 67-68.
PIRANI GIUSEPPE
Salsomaggiore-Busseto
1782
Minore
osservante, fu dedito al ritiro, allorazione e alla mortificazione. Dal popolo fu
tenuto in concetto di santità, per cui dopo la sua morte una moltitudine di persone
concorse a venerarlo, anche per avere qualche pezzetto del suo abito onde conservarlo come
reliquia.
Fonti
e Bibl.: L.
Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 336.
PIRANI PIETRO
Borgo San Donnino
1755/1777
Architetto e disegnatore copista attivo nel periodo 1755-1777.
Fonti
e Bibl.: P.Zani,
Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 169.
PIRETTI ERMENEGILDO ERNESTO FRANCESCO
Collecchio14 ottobre 1839-Vigatto 21 aprile 1896
Figlio di Francesco e di Maria Merighi. Fu parroco di Vigatto dal 1868 al 1896 e ivi
svolse la sua migliore attività, ricostruendo tra laltro il cimitero e la chiesa.
Fonti
e Bibl.:
U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in
Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.
PIRETTI
FRANCESCO
Parma 1698/1739
Nel 1698 fu chiamato a occupare lufficio di perito dei Cavamenti. Lanno
successivo lavorò nei canali Comune e di Vigatto. Il Piretti conservò per lungo tempo la
carica, dal momento che il suo successore, Edalberto Dalla Nave, firmò un documento della
Congregazione nel luglio 1739 come suo vice-perito.
Fonti
e Bibl.:
P.Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985, 95-97.
PIRETTI GIACOMO, vedi PIRETTI ERMENEGILDO ERNESTO FRANCESCO
PIRINO DI FRANCIA, vedi PERRIN
PIROLETTA, vedi GUGLIERI PIETRO
PIROLI
Parma prima metà del
XIX secolo
Incisore in rame attivo nella prima metà del XIX secolo.
Fonti
e Bibl.: E.
Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 225.
PIROLI ANDREA
Parma 1837/1847
Fu docente di chimica e minerologo dei Ducati di Parma e Piacenza. Nel 1837, durante una
escursione scientifica, rilevò lesistenza di un vero litantrace nella vallata del
Taro. Dopo studi e analisi sui campioni di carbone, il Piroli iniziò i lavori di ricerca
in un affluente del Canale di Vona, il San Martino Rio Secco, ove venne constatata
lesistenza di uno strato di carbone di 60 centimetri. Nel 1847 il Piroli, non avendo
trovato ulteriori mezzi finanziari per proseguire limpresa, fu costretto a
sospendere i lavori.
Fonti
e Bibl.: F. da
Mareto, Indice, 1967, 732.
PIROLI GIUSEPPE
Busseto 10 febbraio
1815-Roma 14 novembre 1890
Iniziò gli studi a Busseto e li continuò a Parma, laureandosi in giurisprudenza. dedicatosi al libero esercizio della
professione, non tardò a emergere tra gli avvocati del foro parmense, acquistando fama
anche in altre città e regioni. La sua attività si svolse principalmente a Parma, dove,
oltre a insegnare Legislazione criminale (1848) e Diritto penale (1863) nellAteneo
parmense, dal 1862 al 1865 ricoprì la carica di preside della facoltà di giurisprudenza.Ricoprì anche importanti cariche
pubbliche (presidente del Consorzio della Parma-Spezia e nel 1878 del Consiglio di amministrazione delle Ferrovie dellAlta
Italia). La sua attività politica iniziò nel 1847. Stretta amicizia col Cantelli, col
Pellegrini e con altri liberali, alla morte di Maria Luigia dAustria credette di
ottenere pacificamente dal successore, Carlo di Borbone, un governo che rispondesse ai
bisogni dei tempi. Fu invece necessaria la sollevazione del 20 marzo 1848 per ottenere la
nomina della Reggenza. Fu segretario del Governo provvisorio di Parma del 1848, membro in
quello del 1859 e rappresentò la città allassemblea di Modena che elesse Carlo
Farini dittatore dellEmilia. Nel 1848 rappresentò a Milano il Governo parmense
nella commissione speciale del progetto di legge che riguardava la convocazione delle
assemblee. Di ritorno a Parma, il Piroli propugnò lannessione al Piemonte, che ebbe
quasi un plebiscito (3700 voti su 3900 votanti). Quando gli Austriaci riportarono Carlo di
Borbone al potere, il Piroli fu destituito da ogni ufficio. Nella seduta dell11
settembre 1859 propose il decreto che sanciva lunione delle Provincie parmensi al
Regno dItalia, progetto di cui venne nominato relatore. Di idee liberali, fu
deputato per dodici anni, dal 1866 al 1878, del collegio di San Donato, Parma Sud e Borgo
San Donnino e vice presidente della Camera dal 1874 al 1876. Eletto rappresentante di
Parma allassemblea dei deputati di Parma e Piacenza, fu mandato deputato per quella
città anche alla prima legislatura della Camera italiana nel 1860, con 379 voti, contro i
74 dati al Mordini. Ma essendo stato nominato consigliere di Stato il 18 giugno 1865,
cessò di appartenere alla Camera per quella legislatura. Nel gennaio del 1866 rimase
vacante il collegio di Borgo San Donnino, in seguito allopzione dello Scolari per
Guastalla, e il Piroli vi fu eletto con 316 voti contro i 156 dati ad Alvisi. Fu rieletto
nel marzo 1867 (Legislatura X; 372 voti, Medici 290), nel novembre 1870 (Legislatura XI;
voti 268, T. Riboli 86) e nel novembre 1874 (Legislatura XII; voti 370, A. Saffi 71), ma
soccombette nelle elezioni del 1876 di fronte al candidato della sinistra, ne riuscì più
ad entrare alla Camera. Eletto senatore (1884), ricusò il portafoglio di Grazia e
Giustizia e fece parte del Consiglio di Stato della sua istituzione (1865), divenendone
poi presidente di sezione.Alla Camera militò nelle file del partito moderato, ma votò
sempre con moltra indipendenza.Fu membro di giunte e commissioni e relatore di progetti di
legge.Buon oratore, pronunciò discorsi su vari argomenti. Alla Camera il Piroli riferì
sui seguenti disegni di legge: Spesa straordinaria sul capitolo 75 del Bilancio della
pubblica istruzione 1864, per la scuola dapplicazione e lIstituto Tecnico
superiore di Milano (Amari) 1863-1864, n. 169, riordinamento
del Consiglio di Stato (peruzzi) 1863-1864,
n. 216, applicazione allarmata di mare
del Codice penale in vigore presso lesercito (Biancheri) 1867-1869, n. 28,
Modificazione allart. 14 della legge 14 agosto 1862 sulla Corte dei conti (La Porta)
1867-1869, n. 91, Provvedimenti rispetto ai benefici ed alle cappellanie laicali, che in
alcune provincie del Regno furono soppressi con leggi precedenti a quelle del 15 agosto
l867 (De Filippo) 1867-1869, n. 205, proroga
del termine per la rivendicazione e lo svincolo dei patronati, cappellanie ed altre
istituzioni laicali l867-1869, n. 213, Bilancio del ministero
di grazia e giustizia e culti pel l870 1869-1870, n. 8, provvedimenti rispetto ai beneficii, ecc. ut
supra (Reali) l869-1870, n. 21, Appalto dello stabilimento di Salso (minghetti) 1873-1874, n. 81, facoltà al governo di istituire sezioni
temporanee di corte di Cassazione
(Vigliani).1874-1875, n. 87.
Fonti
e Bibl.: T.
Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 666, 667; A. Brunialti, Annuario biografico Universale, 1887, 228; A. Pariset,
Dizionario biografico, 1905, 90; Corriere di
Parma 15 novembre, n. 314; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 417; Gazzetta di
Parma 15 ottobre 1920, 1; Senatori parmigiani,
in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; Dizionario del Risorgimento, 3, 1933, 908;
T.Sarti, Il Parlamento subalpino e italiano, Roma, 1896-1898; F. Ercole, Uomini Politici,
1941, 390; C. Arrighi, I 450 deputati del presente e deputati dellavvenire, Milano,
1864-1865; A. Malatesta, Ministri, 1941, 11; D. Soresina, Enciclopedia diocesana
fidentina, 1961, 358; g. Gonizzi, in
Gazzetta di Parma 9 febbraio 1962, 4; Enciclopedia di Parma, 1998, 539.
PIROLI ICILIO
Parma 28 febbraio
1830-post 1871
Figlio di Agostino e di Carolina Pezzana. avvocato,
scrisse due lavori teatrali musicati dal maestro Rossi: Nicolò De Lapi, rappresentato al
Teatro Regio di Parma nel carnevale
1865-1866, e Cuore di madre o la contessa di altemberg,
messo in scena a Borgo San donnino nel 1871
in occasione dellinaugurazione del teatro.
Fonti
e Bibl.:
Gazzetta di Parma 28 giugno 1922, 3.
PIROLI MICHELE
Parma 1814/1847
Fu
inizialmente apprendista di falegnameria. Tredicenne, da carpentiere passò a fabbricare
mobili scolpendo architravi, testiere dei letti, alzate delle credenze e cornici delle
specchiere. Il Piroli cominciò poi a scolpire teste di burattini, per suo diletto, e
quindi intuì che poteva trarre profitto da essi manovrandoli. I bambini della casa
popolare dove il Piroli abitava furono i suoi primi entusiasti spettatori, poi vennero
quelli del suo borgo e infine i ragazzini di tutti i sobborghi di Parma. Il Piroli
recitava di preferenza in dialetto, brevi intermezzi di sua invenzione e poi anche qualche
commedia brillante. La sede del suo teatrino era in uno stanzone di un vecchio palazzo di
Strada di Santa Lucia. Successivamente, sempre guidato dal suo estro, diede vita a una
maschera che si può considerare locale: Fasolein. Il Piroli fu anche invitato a dare
spettacolo a Corte. La sua farsa Fasolein e la vecchia Dorotea, in cui fasolein, per favorire due fidanzati, appare come
fantasma alla vecchia zia, suscitò lilarità dellintera Corte. Maria Luigia
dAustria, da parte sua, affermò di essersi divertita assai più che non alla recita
dellInes di Castro del maestro Persiani, data qualche sera prima al Teatro Ducale di
Parma.
Fonti
e Bibl.: Gazzetta di
Parma 31 agosto 1959, 3.
PIROLI PIETRO
Parma 16 febbraio 1846-
Figlio di Giuseppe e di Maria Rosa Madini. Fu redattore capo di una rivista di varietà,
Il Tutto (di cui Emilio Faelli fu redattore politico), e redattore capo de Il gran mondo,
rivista brillante e dilettosa.
Fonti
e Bibl.:
B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 121.
PIROLI PIETRO
PAOLO
Pellegrino 1750/1755
Fu commissario e dottore di Pellegrino dal 1750 al 1755. Il 30 marzo 1750 pubblicò una
grida per il mercato di Pellegrino.
Fonti
e Bibl.:
A.Micheli, Giusdicenti, 1925, 15.
PIRONDINI EUGENIO
Parma 21 febbraio
1889-Mariano di San Lazzaro Parmense 5 marzo 1927
Il
padre fu insigne docente di matematiche nellIstituto Tecnico e nellUniversità
di Parma. Conseguì la laurea in medicina in Roma nel 1913 e vinse i concorsi Rolli, Corsi
e Colasanti. La sua carriera scientifica si intensificò e si affermò specialmente nello
studio dellUrologia, specialità che in Francia si era da tempo imposta colla scuola
del Guyon e che anche in Italia annoverava valenti cultori. Lo studio delle malattie delle
vie urinarie infatti si era già reso autonomo e svincolato da tempo dalle branche
fondamentali della medicina in Inghilterra e in Francia, mantenendosi però in un campo
puramente circoscritto allosservazione del paziente. Ad avvalorare e a rendere più
completo il concetto clinico, a eliminare quelle incertezze e quei dubbi che lesame
dellammalato lasciava di sovente, occorreva lindagine scientifica di
laboratorio. In questo genere di studi, che avevano già avuto un grande impulso dalla
scuola francese dellAlbarran, si affermò lopera del Pirondini. Col lavoro
Applicazione dellazoturia sperimentale alla chirurgia renale ottenne la libera
docenza per titoli in Clinica delle malattie urinarie. A questopera seguirono altre
non meno importanti e apprezzate sugli esami della funzione renale, sul cateterismo
ureterale, sulla cistoscopia e cromocistoscopia, sulla prostata e sulle affezioni
chirurgiche del rene. Nel 1923 la Società Italiana di Urologia lo nominò relatore
sullimportante tema dellesame della funzione renale e nellanno
successivo fu relatore al Congresso Internazionale di Urologia tenutosi in Roma sulla
vaccinoterapia in chirurgia urinaria. Il Pirondini perfezionò le proprie tecniche presso
i grandi maestri del tempo: durante,
Alessandri e Bastianelli in Roma, nicolich a
Trieste, Lasio a Milano, Albarran, Legueu e Marion a Parigi. Istituì in Roma una clinica
privata per le malattie delle vie urinarie tra le più moderne e attrezzate del tempo. il Pirondini si spense a soli 38 anni.
Fonti
e Bibl.: Aurea
Parma 3 1927, 129-130; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 122.
PISANELLI LORENZO
Bologna-post 1590
Zani scrive che fu pittore di quadrature e prospettive attivo nel 1590 di origine
bolognese. Fu scolaro di Cesare Baglione. Malvasia riporta la notizia che il Pisanelli
godette alla Corte di Parma di una provvigione mensile assegnatagli dal duca Ranuccio
Farnese sopra le fabbriche e fortezze dello stato.
Fonti
e Bibl.: C.G.
Malvasia, Felsina pittrice, ed. 1841, tomo I, 259; P. Orlandi, 1704, 265; M. Oretti,
Notizie storiche, Bologna, Biblioteca comunale,
ms. n.B, 124, c. 152; F. Baldinucci, notizia
dei professori del Disegno, 1845-1847, III, 414; M. Gualandi, Memorie originali italiane
riguardanti le Belle Arti, IV, 1843, 162, VI, 1845, 4; G. Campori, Raccolta di inventari e
cataloghi inediti, Modena 1870, 617-619; P. Zani, vol. XV, 179; E. Scarabelli Zunti, vol.
IV, c. 257; Künstler-Lexikon, vol. XXVII, 91; Archivio Storico per le Province Parmensi
XLVI 1994, 355-356.
PISANESCHI MARIO
1924-Salsomaggiore
Terme 30 maggio 1993
Nel 1943 il Pisaneschi, che aveva cominciato a giocare a sedici anni nei tornei tra
scuole, venne convocato nella Gil di Parma e vinse il campionato nazionale giovanile di
rugby. Coraggio, velocità e senso tattico fecero del Pisaneschi uno dei più prestigiosi
rugbisti italiani. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il Pisaneschi fu titolare
nella Rugby Parma con il ruolo di mediano di mischia. Iniziarono allora gli anni della
rinascita della palla ovale parmigiana, una realtà che si concretizzò nei tre scudetti
vinti nel 1950, 1955 e 1957 e nella convocazione in nazionale di numerosi atleti
parmigiani: il Pisaneschi indossò una decina di volte la maglia azzurra in partite
ufficiali. Rimasto, giovanissimo, orfano di padre, presto si impiegò allInam, ma
continuò anche gli studi: conseguì il diploma magistrale e poi la maturità scientifica.
Rifiutò le proposte di squadre francesi e il contratto che gli offrì larmatore
Costa, abbandonando infine lattività sportiva nel 1959. Nella prima metà degli
anni Cinquanta, il Pisaneschi si laureò in Veterinaria e nel 1956 raggiunse la seconda
laurea, in Medicina. Si specializzò in Cardiologia e in Pneumologia. Nel 1968 fondò la
Pubblica assistenza di Salsomaggiore. Nel 1969 raggiunse la libera docenza in Idrologia
medica, tema su cui pubblicò unottantina di studi. Lavorò come assistente, poi
come vice direttore e infine come direttore sanitario alle terme di Tabiano, che sotto la
sua guida si svilupparono sensibilmente. Diventò amico di Sabin: lo scopritore della
penicillina fu suo ospite a Salsomaggiore negli anni settanta. Il ministero della Sanità gli conferì
nel 1982 lonorificenza di benemerito della salute pubblica. Fu anche nel comitato
per la lotta alla distrofia muscolare e accettò con entusiasmo la carica di commissario
provinciale della Croce rossa: in poco tempo riuscì a dare nuovo vigore
allassociazione umanitaria. Varò progetti di assistenza ai profughi dellex
Jugoslavia, realizzò la carta dellamicizia e studiò un piano di vaccinazioni
antipolio per i piccoli dellAngola.
Fonti
e Bibl.: R.
Longoni in Gazzetta di Parma 1 giugno 1993, 6.
PISANI ALESSANDRO
Parma 21 maggio
1717-Parma 14 marzo 1783
Marchese,
fu canonico della Cattedrale di Parma nel 1765. In seguito fu parroco, abate di San
Marcellino, arciprete e arcidiacono della Cattedrale di Parma. Fu eletto il 2 giugno 1766
da papa Clemente XIII vescovo di Piacenza. Fu consacrato in Roma il 17 dello stesso mese.
Resse la Diocesi con energia: in molti frangenti e nelle frequenti dispute col ministro Du
Tillot seppe abilmente destreggiarsi e trarre profitto dogni opportunità. Gli
furono celebrati solenni funerali: la sua salma venne trasportata in Piacenza e deposta
nella Cattedrale, accanto allaltare del beato Paolo Burali dArezzo. Lesse
lorazione funebre il prevosto di Borgo San Donnino, Luigi Dodici. Pare che il Pisani
avesse suggerito al duca Ferdinando di Borbone, che lo andò a visitare durante la
malattia, di eleggere, come poi fu fatto, a suo successore Gregorio Cerati. Un ritratto a
olio del Pisani si trova in una sala del Seminario vescovile di Piacenza. Pregevoli sono
le iscrizioni latine che gli dedicò il conte Rocca.
Fonti
e Bibl.:
G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 387; L. Mensi, Dizionario biografico
dei piacentini, 1899, 460; A. Schiavi,
Diocesi di Parma, 1940, 273; L. Farinelli, Paciaudi e i suoi corrispondenti, 1985, 162.
PISANI ANTONIO , vedi DEL FERRO ANTONIO
PISANI GIACOMO
Parma ante 1658-Parma
1712
Nel 1670-1671 spiegò allUniversità di Parma Rubr. et Can. de prescript. Decret.
Gregor. lib. 1 tit. B. Cominciò a leggere allUniversità nel 1658 e insegnò
Diritto Canonico sino al 1712, anno in cui lo si ricorda come giubilato da Sua Altezza
Serenissima.
Fonti
e Bibl.: Mandati
1619-1675; Registri dentrata e spesa 1631-1750, per gli anni 1684, 1702, 1703;
Registro dei Mandati 1701-1720; Bolsi, Annot., 49; F. Rizzi, Professori, 1953, 57.
PISANI GIAMPIETRO
Parma 1483
Secondo quanto riportato da Vincenzo Carrari nellIstoria dè Rossi Parmigiani sotto
lanno 1483, il Pisani scrisse una cronaca di quegli anni.
Fonti
e Bibl.:
I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 26.
PISANI GIOVANNI
Corniglio 1340/1360
Figlio di Ugolino. Sin dal 1340 abitò in corniglio
presso Galvano Rossi, dei cui figli fu precettore. Se ne ha la prova in una carta di
pagamento fatto da Gioannino di Grisoppino Beccari a Corrado Prete, rogata il giorno 22
ottobre 1340 dal notaio Giovanni Beccari, nella cui sottoscrizione si dice: Et de quolibet
legato feci confici publicum Instrumentum Magistro Johanni filio Domini Ugolini Pisani,
qui tunc erat in Cornilio ad docendum filios Domini Galvani de Rubeis. Il Pisani viveva
ancora nel 1360, quando Moggio de Moggi, indirizzandogli suoi versi, lo dice non ignobilem
Grammaticum.
Fonti
e Bibl.:
I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 69-70.
PISANI GIULIO
MARIA
Borgo San Donnino 15
agosto 1706-Parma 25 febbraio 1774
Frate cappuccino, fu predicatore chiaro e zelante. Compì a Guastalla la vestizione (12
ottobre 1726) e la professione di fede (12 ottobre 1727).
Fonti
e Bibl.: F. da
Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 150.
PISANI RANUCCIO
Parma 1663/1692
Notaio e cancelliere della Camera Ducale di Parma, con privilegio del 17 ottobre 1692 del
duca Ranuccio Farnese, fu creato nobile coi suoi discendenti (il privilegio fu registrato
negli atti del Comune di Parma il 25 ottobre dello steso anno).
Fonti
e Bibl.:
V.Spreti, Enciclopedia storico nobilia-re, Appendice, II, 1935, 477.
PISANI SIMONE
Parma 1385-inizi del XV
secolo
Figlio di Ugolino e fratello di Giovanni. È nominato in un rogito di Pietro del Sale del
13 maggio 1385 (Archivio di Stato di Parma). In un documento del 1387 custodito nella
Biblioteca di San Marco a Venezia si legge: Testis Simon de Parma Artis Grammaticae
Professor. Domenico Maria Pellegrini trovò nella biblioteca
Zeniana, di cui era custode, tra le schede di Apostolo Zeno, una nota che dice: nella
Rostgardiana, seu Catalogus libror. Friderici Rostgard, Hafniae, 1726, si cita un ms.
cartaceo in-f.° del sec. xv, che contiene dictionariolum latinum: Iter de Venetia ad Tanaim:
De modis eundi secundum Magistrum Simonem de Parma, carmen elegiacum: Fragmentum alterius
Poematis similis materiae ejusdem Auctoris. Questi due ultimi pezzi si dicono
espressamente di maestro Simone da Parma. Se lautore di questi due ultimi opuscoli
è veramente il Pisani (il che pare probabile non essendo noto altro Simone da Parma di
quei tempi che fosse atto a scrivere versi latini), non è improbabile che, essendo egli
un grammatico, possa essere sua fattura anche quel dictionariolum latinum.
Fonti
e Bibl.: I.Affò, Memorie
degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 69-70; A. Pezzana, Memorie degli
scrittori e letterati parmigiani, II, 106-107.
PISANI
UGOLINO
Parma
1405/1410-Parma 1445/1450
Nacque dal nobile e colto Gerardo. Nel 1435 fu studente a Pavia e, laureatosi nel 1437
presso lUniversità di Bologna, nel 1439 e nel 1440 combatté per Alfonso V
dAragona, alla cui corte
sincontrò con Lorenzo Valla e lebbe maestro di greco: fu lontano dunque
alcuni anni dalla città natale che era governata da Filippo Maria Visconti (1420-1447).
Nel 1441 partecipò al concilio di Basilea e fu ostile al papa Eugenio IV e favorevole
invece allantipapa Felice V. Nel frattempo viaggiò attraverso lEuropa e fu
conosciuto da principi e, a dire del Decembri, omnibus matronis. La sua vita fu breve
(morì a 40 anni) ma assai avventurosa: è il tipico esempio di umanista errante, tanto
gentile da meritarsi il soprannome di Gattomammone dei letterati. a Pavia, da studente, sulle rive del Ticino, ebbe
modo di dilettare il consorzio dei buontemponi, narrando in versi storie facete e suonando
il flauto e la cetra. Intraprese numerosi viaggi in Grecia, Turchia, Macedonia, Bulgaria,
Russia, Valacchia, Bosnia, Croazia, Dalmazia, germania
e Ungheria. Tornato in Italia nel 1443, due anni dopo fu a Napoli. Gli studiosi sono
daccordo nellaffermare che il Pisani ottenne la corona poetica dal re
Sigismondo dUngheria, ma non si conosce con sicurezza il luogo dove ciò avvenne. Il
Sabbadini sostenne che fu incoronato in Italia durante il soggiorno dellimperatore nel 1432 o 1433, tenendo conto
dellaffermazione dellAffò, secondo cui, durante la sua permanenza a Parma (22
marzo-25 maggio 1432), Sigismondo onorò il Pisani, che recitò davanti a lui
unorazione latina. Ma lUgolino di cui parla lAffò, rifacendosi al
Decembri, non è il Pisani ma il Cantelli, come viene mostrato dalle righe terminali
dellorazione stessa, conservata a Parma nella Biblioteca Palatina. Anche il Pezzana
ricorda lincoronazione del Cantelli, avvenuta in Parma, e sottolinea che invece non
conosce il luogo in cui fu incoronato il Pisani. Il pezzana,
in una sua nota, osserva che lAffò non disse in quale preciso anno il Pisani fosse
laureato poeta da Sigismondo, ma che nel 1437 gli fu conferita la laurea in ambe le leggi
in una chiesa di una città ligure. Il Lancetti ritenne che nello stesso anno il Pisani
fosse onorato poeta dal sovrano ungherese. Si hanno dati inconfutabili che attestano il
soggiorno del Pisani in Ungheria prima del 1437: è probabile quindi che il Pisani abbia
ottenuto lincoronazione poetica da parte di sigismondo
in Ungheria, dove rimase a lungo, tanto da stringere relazioni di amicizia con il Re. A
confutare la conclusione del Sabbadini è lElogium Hugolino Parmensi (composto da
scrittore ignoto in occasione della laurea del Pisani, avvenuta nel 1437), in cui tra i
luoghi da lui visitati nelle molteplici peregrinazioni figura pure lUngheria. Il
Rossi narra che durante il carnevale, a
Pavia, gli studenti solevano condurre in giro per le vie un carro con aneddoti scandalosi,
rivolti ai frati e ai colli torti. Seguendo proprio questo costume, il Pisani nel 1435
compose la Confabulatio coquinaria, che è una parodia dei panegirici e delle cerimonie di
laurea del tutto comica: simpaticissimo è il dottoramento del lodato cuoco Zanino
nellarte della cucina. Dellantica commedia lopera suddetta ha la lingua
o, per meglio dire, la parodia della lingua, ma appartiene non tanto alla cultura che
rinasce quanto alla vita studentesca gioiosa e gaia. Nel 1437 ne presentò un elegante
esemplare a Leonello dEste. Ma il cenacolo letterario ferrarese accolse con ironia
lo scherzo parodistico del Pisani. Così almeno testimonia il Decembri, che definisce
lautore come stultus, insanus e lo soprannomina Cercopithecum literatum. Limitata è
la parentela del testo citato con il teatro vero e proprio, al quale invece appartiene la
commedia Philogenia, che, composta anchessa durante il periodo studentesco,
rappresenta il momento di transizione dal teatro medievale a quello rinascimentale. Il
Pisani tenne rapporti epistolari con Pier Candido Decembri, del quale criticò la versione
latina della Repubblica di Platone. Il Rossi analizzò rapidamente anche la Philogenia,
che nel 1437 il Pisani ebbe modo di presentate al futuro duca di Ferrata Lionello
dEste: la composizione risente della scenografia del teatro sacro ed è
probabilmente la migliore tra le commedie umanistiche del Quattrocento. Il Pisani attese a
studi di ogni genere: fu eccellente non solo nella poesia comica ma anche nelle leggi
civili e canoniche. Inoltre, esercitandosi nelle arti cavalleresche, mostrò la sua
bravura nelle giostre e nei tornei e il suo coraggio nelle guerre di quel tempo, perocché
ogni sorta di gloria gli era cara. La fama, che lo accompagnò sempre, gli offrì ovunque
buona accoglienza e in ogni Università gli presentava un campo di dispute, donde uscia
sempre vincitore. Il Lancetti mise in evidenza che dal Decembri e dal suddetto Elogium il
dottissimo Affò ha tratto gran parte delle notizie spettanti al Pisani, aggiungendovi
lelenco delle sue opere delle quali solo due sono sicure: la Confabulatio e la
Philogenia. LAffò ricorda che giovane, ancora, invogliossi di veder mondo, avido di
cognizioni e di gloria. Scorsa litalia
vide la Grecia, la Macedonia, la bulgaria,
la Croazia, la Dalmazia, lAlemagna. fermatosi
nella Ungheria, overa la sede del Romano Impero, pigliò risoluzione di provarsi fra
le armi, e militò valorosamente in alcune guerre di quei tempi. LAffò afferma che
il Pisani, quando giungeva in una città, la riempiva di gioia perché tutti lo
aspettavano: il Pisani scendeva dalle cattedre negli steccati e come là sapeva vincere i
sofismi che a lui venivano opposti, così qui si dimostrava buon cavaliere. lanonimo autore dellElogium sostiene
che nel 1437, cioè a metà circa del corso della vita, tante erano le sue glorie passate
che molto faceva sperare per il futuro. Giunto in una città della Liguria, dimostrò
ancora una volta il suo valore letterario e cavalleresco, tanto che fu deliberato di
dargli la laurea in entrambi i campi. Il Pisani, visto che prima del 1437 fu in Ungheria,
dovette senzaltro lasciarvi lorma della sua personalità. Nella nazione
magiara il Pisani poté essere pienamente capito nella sua duplice attività cavalleresca
e letteraria e dovette essere molto caro a Sigismondo, se le basi dellumanesimo
ungherese, che sotto il regno di Mattia Hunyadi raggiunse la massima sua fioritura,
risalgono allepoca di re Sigismondo. limperatore,
come scrisse giustamente il Ruzicska, rappresenta molto bene, col suo carattere fantasioso
e generoso, ma incostante e crudele, la sua età di transizione dalla civiltà
cavalleresca a quella rinascimentale. Il Ruzicska notò anche che per la sua vita
Sigismondo fu un monarca prerinascimentale, ma per la sua morte si poté considerare come
lultimo dei re cavalieri. Infatti fu sepolto a Várad perché volle riposare vicino
alla prima moglie Maria, figlia di Lodovico il Grande, per la cui mano aveva ereditato la
Corona ungherese, ma anche perché volle stare accanto a S. Ladislao, il re cavaliere suo
modello. Del soggiorno in Ungheria del Pisani rimangono i suoi stessi ricordi, espressi
nelle importanti postille che si leggono nel codice F. 141 sup. della Biblioteca
Ambrosiana di Milano. Il codice risale al secolo quattordicesimo, è membranaceo e
contiene queste opere di Aristotele tradotte in latino: f. 1 Ethica, f. 69 Politica, f.
157 Magna Moralia, f. 183 Rhetorica. Che il codice appartenesse al Pisani è dimostrato
dalle sue annotazioni nel f. 68 e nel f. 156. Dalla grafia delle annotazioni suddette si
comprende che le postille allEthica e alla Politica sono opera del Pisani, che stava
preparandosi su di esse in vista della laurea in giurisprudenza. Il Pisani rimase colpito
da alcune pagine lette in quelle opere aristoteliche, in cui trovò delle analogie con
cose che nei suoi numerosi viaggi per lEuropa aveva avuto modo di vedere
direttamente. Quindi, mentre si preparava per la laurea, non esitò ad annotarvi in latino
a mò di postille le impressioni che aveva avuto in terra magiara. In queste postille è
specialmente da osservare la pompa chegli fa delle sue cognizioni di greco moderno e
di ungherese. Si riportano a titolo di esempio le note al foglio 33, in cui il Pisani
osserva: habent et habeo in grecho sclavonico accipitur pro sto stas stat, ut caco simas
ogi vagi et postechis (pvx eeiz): et hungaricha exempla hic posui. Qui lesempio
ungherese sarebbe ogi vagi (=hogy vagy), cioè come stai. In questa espressione non tanto
il verbo stare quanto invece il verbo essere è corrispondente ad habere, data la classica
frase quomodo te habes. Il suddetto codice, posseduto e largamente postillato dal Pisani,
è ricco di interesse per chi voglia studiare i rapporti dellumanista con
lUngheria. Le postille attestano che in Ungheria, prima dellanno della laurea,
cercò dimparare la lingua magiara e vi riuscì, anche se non perfettamente. Fu il
primo degli Italiani a portare notizie di quella lingua che Dante nel De vulgari
eloquentia affermò essere idioma di io, poiché gli Ungheresi io (= jò) affirmando
respondent. Non si può stabilire se il Pisani meritasse o meno la corona poetica,
comunque fu senzaltro degno della sua città, fervido centro di cultura a quel tempo
e ricca di letterati e di dotti. A. Ciavarella, in un suo articolo su Taddeo Ugoleto, si
soffermò in una lunga nota a elencare gli ingegni eletti, sensibili alle umane lettere di
quel tempo e nati a Parma. Così accennò anche al Pisani, lumanista girovago
allievo del Guarino, che percorse lEuropa e partecipò con autorità a dispute
legali e morali nelle più illustri Università. I viaggi per il Pisani ebbero il valore
di una continua ricerca di cose nuove da sapersi, ed egli seguì lesempio di tanti
famosi personaggi dellantichità: lAffò ricorda il Pisani tra coloro che
viaggiarono per migliorarsi. Le parole del Pezzana bene illustrano il personaggio:
prestante del pari nelle armi, nelle lettere e nelle scienze, militò valorosamente nelle
guerre dellUngheria, ed uscito poscia di quel sanguinoso arringo, fece cento volte
bella mostra di sé nellincremento delle più famose Università come buon
giurisperito, dotto disputatore di scienze morali e politiche, orator facondo, leggiadro
verseggiatore.
Fonti
e Bibl.: R.Sabbadini, Saggi
e testi umanistici, Roma, 1933, 113-119; Enciclopedia Italiana, XXVII 1935, 411; R.
Sabbadini, Ugolino Pisani, in Miscellanea Scherillo-Negri, Milano, 1904; R.Sabbadini,
Classici e umanisti da codici ambrosiani, Firenze, 1933; F. Banfi, Ugolino Pisani da Parma
in Ungheria, in Corvina gennaio 1940; V. Pandolfi, in Teatro goliardico; Dizionario
Enciclopedico della letteratura italiana, 4, 1967, 392; C. Corradi, Parma e lungheria, 1975, 37-41; Dizionario Bompiani autori, 1987, 1786; V. Zaccaria, Pier Candido decembrio, Michele Pizolpasso e Ugolino Pisani
(nuove notizie dallepistolario di P.C.Decembrio, con appendice di lettere e testi
inediti), in Atti dellIstituto Veneto di scienze,
lettere ed arti CXXXIII 1974-1975, 204-205; Due commedie
umanistiche pavesi: Ianus Sacerdos, Repetitio magistri Zanini coqui, a c. di P. Viti,
Antenore, Padova 1982; Teatro goliardico dellumanesimo, a cura di V. Pandolfi e E.
Artese, Lerici, Milano, 1965, 171-285, 287-310 (trascrizione rispettivamente della
Philogenia e della Repetitio a cura di F. Roselli); R. Sabbadini, Classici e umanisti da
codici ambrosiani, Olschki, Firenze, 1933, 115-119 (riporta alcune postille del ms.
Ambrosiano); Letteratura Italiana Einaudi, II, 1991, 1415; Storia civiltà letteraria,
1993, II, 535.
PISANO NICOLÒ
Parma 1586/1588
Falegname, nellanno 1586 realizzò il mortorio per il duca Ottavio Farnese, in
collaborazione con Antonio Maria Vacchesani e i fratelli Pietro e Michele Cimardi,
intagliatori. Nel 1588 costruì il ponte dorato sulla fontana antistante il Palazzo del
Giardino.
Fonti
e Bibl.:
Gambara, Pellegri, De Grazia, Palazzi e casate di Parma, 1971, 777; E. Scarabelli Zunti,
Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 99-100; Il mobile a Parma, 1983, 253.
PISELLO, vedi MEJ SILVESTRO
PISI
ARTEMIO
Sorbolo 1898-Rohot 31 luglio 1917
Figlio di Giuseppe. Geniere del 2° reggimento
Genio, fu decorato di medaglia dargento al valor militare, con la seguente
motivazione: Comandato allo stendimento di un reticolato subito dopo unazione di
sorpresa, era di mirabile esempio ai compagni per attività e calma. Sferratosi un attacco
nemico, prendeva parte coraggiosamente al combattimento impegnatosi e, colpito a morte,
cadeva incitando fino allestremo, i compagni a mantenere la posizione.
Fonti
e Bibl.:
Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 83ª, 6591; Decorati al valore, 1964, 120.
PISINDRO SURMONTEO, vedi PEZZA-NA GIUSEPPE
PISOTTI PAOLO
Parma 28 gennaio
1480-Parma 7 novembre 1534
Figlio di Lodovico, che fu magistrato del Comune di Parma. In età giovanile entrò
nellIstituto dei Francescani Osservanti e in breve tempo avanzò talmente negli
studi sacri e profani che il 7 maggio 1503, a ventire anni, ottenne il diploma di
predicatore, attività nella quale diede prova di profonda dottrina e di rara facondia.
Allinterno dellOrdine francescano
il Pisotti fu lettore, ministro provinciale (1518-1523), definitore (1517) procuratore
(1517) e commissario generale (1526). Nel 1517 partecipò al Capitolo generale voluto da
papa Leone X per dividere i conventuali dagli osservanti.Venne nominato definitore
generale e procuratore della famiglia Cismontana.Nel 1518 venne eletto provinciale nel capitolo di Modena. Nel 1529, celebrandosi il capitolo in Parma, venne elevato alla suprema
dignità di Ministro Generale. Ammalatosi di podraga e divenuto infermo, il Pisotti ebbe
nel 1533 da papa Clemente VII un vicario che lo coadiuvasse. Nonostante ciò, aumentando
le sue sofferenze, il Pisotti il 24 dicembre 1533 decise di rinunciare alla carica. Si
ritirò nel Convento di Montechiarugolo e poi in quello di Parma. Il Pisotti ebbe a
protettore il cardinale Agostino Trivulzi. Il Wadding lo biasima per leccessivo
fasto del quale si circondò e per aver ostacolato la riforma dei cappuccini. Il Pisotti fu sepolto nella chiesa
della Santissima annunziata in un sepolcro
ornato della seguente iscrizione: Pavlo Pisotto Parmensi, ludovici Pisotti filio, universi ordinis minorum
ministro generali, sapientissimo theologo vita aeque scientia ipsa rarissimo, nepotes
quatuor e gente zandemaria avunculo
benemerenti posuerunt. Obiit anno salutis MDXXXIIII. Aetatis suae LIIII. M. IX. D. XI.
VII. Idus novembris.
Fonti
e Bibl.:
I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 235-237; Beato
Buralli, 1889, 198-200; G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 134-136 e 138;
Enciclopedia di Parma, 1998, 540.
PISOTTO PAOLO, vedi PISOTTI PAOLO
PISSARD MAZZINI
GARIBALDI
Savoja 1909-Parma 18
giugno 1997
La famiglia, di ceppo spagnolo, visse per molto tempo nella Savoja. le ferventi idee repubblicane del padre Edoardo si
espressero anche nel dare alla numerosa prole di ambo i sessi nomi che esprimevano i suoi
sentimenti e ideali. Così avvenne anche per il Pissard, che, completati gli studi si
portò alla scuola mineraria di Iglesias divenendo perito minerario perforatore. il Pissard avviò ricerche petrolifere e minerarie
nel Parmense, a Banzola e in Val Parola. A Pieve di Cusignano conobbe la futura consorte,
Nera Bacchini, che lo legò per sempre alla terra parmense. Nonostante i viaggi di lavoro
in Italia e allestero, il Pissard restò profondamente attaccato alla città di
Parma e andò ad abitare in Via Domenico Maria Villa. Dopo le prime esperienze di
perforatore nel Fidentino, proseguì a Cortemaggiore, Caviaga e Bordolano, al confine tra
il Piacentino e il Cremonese: fu proprio il Pissard che esaltò la vocazione petrolifera
della zona e da Crema diresse le attività petrolifere di questa area padana. Nonostante
la seconda guerra mondiale non avesse bloccato la sua attività, fu solo nel dopoguerra
che la sua esperienza si espresse ai massimi livelli: il Pissard divenne uno dei più
fidati collaboratori di Enrico Mattei, che lo premiò con incarichi di alta
responsabilità e fiducia in Iran, Argentina, Egitto, Israele e Usa. In quegli anni il
Pissard ideò una speciale piattaforma galleggiante per le perforazioni che fu utilizzata,
per la genialità del progetto, in varie parti del mondo. Per i sessantanni
dellAgip, di cui era il più anziano pioniere vivente, nel 1986 gli furono resi vari
riconoscimenti e un suo manoscritto, che rifaceva passo passo la storia dellazienda
pubblica, trovò larga eco nel mondo petrolifero, non solo italiano, e grande risalto sul
quotidiano Il Giorno, di proprietà del Gruppo Agip. Spesso si attinse alla sua esperienza
e conoscenza e alle sue memorie e cimeli per allestire mostre un po dovunque. Il
Pissard fu sepolto a Pieve di Cusignano, accanto alla consorte.
Fonti
e Bibl.:
Gazzetta di Parma 22 giugno 1997, 10.
PISSAROTTI
ALESSANDRO
Parma seconda metà del
XVIII secolo
Fratello di Giuseppe. Fu ceramista attivo a Parma nella seconda metà del Settecento. Fu
abile sia nel formare che nel miniare e fin dallinizio operò nella manifattura del
Piacentini, dalla quale, sembra, venne dimesso dopo un anno. Poco tempo dopo, accusato di
aver infranto la legge sulla privativa lavorando in casa la maiolica, finì in carcere, da
dove uscì dopo due mesi e mezzo. Riparato a casalmaggiore,
diede vita una manifattura di ceramica, dalla quale si allontanò ben presto per dissidi
di carattere economico coi soci fondatori. Ritornato a Parma, visse di piccoli lavori in
terracotta, finché ottenne la protezione del Duca, che gli assegnò un alloggio e uno
stipendio giornaliero di sei lire.
Fonti
e Bibl.: G.Dondi,
Maioliche e vetri, 1990, 62.
PISSERI MARCELLO
Cella di Noceto 30 novembre
1882-Parma 19 maggio 1961
La sua famiglia condusse un piccolo podere di proprietà tra la pianura e le prime
colline, a sud-ovest di Parma. Nel 1902 il Pisseri entrò nello studio fotografico di
Enrico Rastellini, un maestro dal quale apprese tutti i segreti della professione.
Linserimento fu così rapido e profondo che già nel 1908 il Pisseri si accordò con
Giuseppe Bricoli (società in nome collettivo Marcello Pisseri e C.) per gestire lo
Stabilimento Fotografico Rastellini in via Farini 21. Rastellini era morto da poco, ma il
Pisseri fu perfettamente in grado di sostituirlo aggregandosi Bricoli, buon pittore, che
gli garantì sul piano tecnico un solido supporto in fatto di ritocchi. In questo modo
riuscì a integrare lattività fotografica principale con quella ritrattistica al
carboncino che ottenne straordinari consensi commerciali. In pratica il Pisseri curava i
ritratti in fotografia e il cliente, se lo desiderava, poteva ottenere nel medesimo studio
anche il carboncino. Rastellini non ebbe figli e il Pisseri ne fu il naturale erede nella
professione. Nel 1910 sposò valentina
Bezzi. Severo, brusco nei modi, individualista, il Pisseri fu anarchico e antifascista.
Benché laico, non disdegnò rapporti di amicizia nellambiente dei missionari
saveriani. Aristide Vecchi entrò nel suo studio a nove anni come apprendista insieme a
Mario cattani e Mario Torregiani. Vecchi
divenne il collaboratore preferito del Pisseri per la costruzione della luce
caratteristica delle sue immagini. Vecchi si collocava nella posizione indicata e reggeva,
orientandolo, un pannello di stagnola che rifletteva luce su un altro pannello, governato
da Cattani. Da qui la luce, moltiplicata, passava infine sul soggetto. Fu con questa
procedura che il Pisseri fotografò la cupola interna del Duomo di Parma portando
letteralmente la luce da fuori e organizzando pose di ore e ore. Mai soddisfatto,
ossessionava i suoi collaboratori in ogni fase del lavoro: pretendeva che le copie
venissero lavate alla perfezione, fino a eliminare qualsiasi traccia chimica dello
sviluppo e del fissaggio e, abituato a virare in seppia quasi tutte le stampe con bromuro,
prussiato e solfuro di sodio, dopo il viraggio imponeva un ulteriore lavaggio di sei-sette
ore. La sua fu una cultura della luce naturale senza compromessi. Il Pisseri lavorò con
due macchine grandi per le foto esterne e una macchina più piccola per lo studio. I suoi
apparati ottici furono della massima qualità e ne possedette tanti e di tale valore a
decidere di custodirli nelle cassette di sicurezza di una vicina banca di via Farini. Lo
studio si sviluppava interamente al primo piano dello stabile. Nella sala dattesa
erano esposti i pezzi migliori, suoi e del suo maestro Rastellini. Nella galleria di
ripresa cera una macchina a cassetta in legno, completa di un mastodontico
cavalletto con manovella, in grado di fornire foto di ogni formato, dalla tessera al 18 x
24 cm, poi tre o quattro poggiatesta, fondali fatti da lui stesso, due sedie Savonarola e
colonne appoggiagomito di legno. Nella camera oscura cera un vecchio ingranditore
dotato di una lampada talmente debole che Vecchi e gli altri aiutanti erano costretti a
montare di sentinella anche per due ore di fila con una sveglia per avvertire il Pisseri
al momento opportuno. Nel 1919 avvenne la rottura dei rapporti con Vecchi a causa di un
episodio verificatosi in studio: la caduta accidentale e la rottura di una lastra.
Rimproverato severamente, Vecchi lasciò il Pisseri e passò alla concorrenza, da Vaghi.
Sul piano commerciale il Pisseri fu troppo meticoloso e perfezionista sui risultati per
essere un fotografo a buon mercato. La sua clientela fu costituita prevalentemente da
tutta quella parte della città di Parma (dai nobili al clero, dai laici ai borghesi) che
per qualche ragione, politica o personale, non amò Vaghi. questultimo infatti fu il fotografo
dellufficialità, dellItalia vincente, del regime in crescita. Il Pisseri fu
invece il fotografo della qualità appartata, in tutto e per tutto il contrario di Vaghi.
Per esempio il Pisseri fu chiuso a ogni innovazione quanto laltro fu pronto a
sperimentare qualsiasi novità tecnica o di costume. Guardò con disprezzo a lampade e
flash tenendosi fedele alle poche cose che aveva imparato, sviluppandole, da Rastellini.
Coi guadagni della professione il Pisseri acquistò un podere dalle parti di Marore e
dedicò molto tempo allosservazione della vita contadina, nel pieno di quella luce
solare che lo affascinava da sempre. Ma forse il Pisseri, nella sua natura pratica,
antiretorica, nemica dellesteriorità quanto innamorata della bellezza autentica e
duratura, è sintetizzabile nella frase che pronunciò dopo aver ricevuto in dono una
spilla dalla regina Margherita di Savoja, da lui fotografata a Salsomaggiore: era meglio se mi regalava un orologio. Le lastre
di Parma e del suo territorio sono conservate dallAzienda Provinciale per il Turismo
di Parma a testimonianza del rilievo che lopera fotografica del Pisseri ebbe per la
storia della città.
Fonti
e Bibl.: Parma
nellarte 2 1961, 142; R. rosati, Fotografi, 1990, 260-261.
PISTOGENE ELEUTERIO, vedi PAGNINI LUCA ANTONIO
PITONI PIETRO, vedi ANELLI PIETRO
PITTORI ANTONIO
Reggio Emilia 1448/1470
Il 29 ottobre 1463 legregio uomo Ser Antonio de Pittori da Reggio fu nominato
allufficio di procuratore del vescovo Giacomo Antonio dalla Torre, dal vescovo
medesimo, con atto del notaio milanese Donato dalla Torre esistente tra i rogiti del
cancelliere vescovile Gherardo Mastagi. Il Pittori è ricordato in altri due atti
notarili: il 2 maggio 1464, Ser Antonio de pictoribus f. q. D. Pauli cive regino residente
presentialiter cum prefacto Domino Episcopo Giacomo Antonio della Torre in domibus
Canonice Ecclesie parmensis; Mcccclxx die 1° Ianuarii. Ego Antonius pictor, Reverendi
domini Episcopi parme factor Recepi a domino x.foro blanco dico Torlino pro canone seu
livello suo anni 1469 unam libram candelarum cere.
Fonti
e Bibl.:
Archivio di Stato di Parma, archivio
Governativo, dal mazzo intitolato Canonici regolari di S. Sepolcro; Rogiti di Gherardo
Mastagi; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 58.
PIVA ADRIANO
San Lazzaro Parmense
1911-Roma 1947
Capitano
pilota, fu decorato di medaglia dargento al valor militare sul campo, con la
seguente motivazione: Comandante di una squadriglia da bombardamento, arditamente assaliva
a bassa quota una base aerea nemica e distruggeva tre velivoli avversari e gli impianti
aeroportuali. Dopo due giorni ripeteva lazione e distruggeva altri tre apparecchi
sullo stesso aeroporto, sfuggendo allattacco dei caccia con limmergersi in una
cortina di nuvole. In una terza offensiva contro la stessa base aerea nemica eseguiva,
alla testa dei tre apparecchi da bombardamento, la propria missione, nonostante
lattacco di tre caccia nemici; sosteneva quindi contro questi ultimi il
combattimento, benché i nostri velivoli fossero molte volte colpiti e alcuni membri
dellequipaggio fossero gravemente feriti, riusciva a mettere in fuga il nemico e a
riportare la nostra formazione alla base di partenza. Esempio di ardire ponderato e
cosciente (cielo di Wajir-Kenia, 12,16 giugno e 11 luglio 1940).
Fonti
e Bibl.:
T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 211-212.
PIVA FERDINANDO
Parma 20 gennaio
1774-post 1830
Staffiere. Sposatosi nel 1827 e rimasto vedovo, si risposò nel 1830 con Deanira Toscani.
Fu in servizio dal 1819 alla corte di Maria
Luigia dAustria come staffiere di prima classe e dal 1830 come copritore di tavola.
Fonti
e Bibl.:
M.Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 314.
PIVINI LUIGI
Parma seconda metà del XVIII
secolo
Intagliatore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
Fonti
e Bibl.: E.
Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 244.
PIZZACCHERA
EMILIO
Felino 1893/1911
Soldato del 26° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare,
con la seguente motivazione: Concorse efficacemente a trasportare, sotto il fuoco nemico,
le salme dei superiori morti sul campo. Rimase gravemente ferito (Derna, 27 dicembre
1911).
Fonti
e Bibl.: G. Corradi-G.
Sitti, Glorie alla conquista dellImpero, 1937.
PIZZAFERRI ADELMO
Corniglio 1922-Nowo
Postolajowka 19 gennaio 1943
Figlio di Anacleto. Alpino dell8° Alpini battaglione
Gemona, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione:
Porta arma di squadra fucilieri, durante un attacco contro munita posizione, avanzava con
la sua arma alla testa del plotone. Ferito, continuava il fuoco contro il nemico fino a
quando scompariva in una mischia.
Fonti
e Bibl.:
Bollettino Ufficiale 1955, Dispensa 45ª, 4653; Decorati al valore, 1964, 39.
PIZZALLA GIOVANNI
BATTISTA
-Parma dicembre 1675
Cominciò a servire alla Steccata di Parma come musicista il 3 aprile 1670 e alla Corte
Farnese il 1° agosto 1671.
Fonti
e Bibl.: N.
Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 101.
PIZZAMIGLIO
Parma 1760/1762
Fu musicista alla Cattedrale di Parma dal 5 giugno 1760 al 3 maggio 1762.
Fonti
e Bibl.: N.Pelicelli,
Musica in Parma, 1936.
PIZZARELLI
ANNIBALE
Parma 3 agosto
1885-Parma 24 agosto 1973
Ammesso al corso di fagotto nel Regio conservatorio
di Parma nellanno scolastico 1899-1900, ne uscì col diploma di magistero nel luglio
1905. Si dedico allo studio del canto corale e ben presto (1910) divenne istruttore del
coro al Teatro di Novellara, al Teatro Reinach e nel 1910-1911 al Regio di Parma. Nel 1912
venne nominato maestro di canto nelle scuole elementari del Comune di Parma, nelle quali
lavorò fino al 1940. Da questa scuola uscirono i coristi della Corale Euterpe che il
Pizzarelli fondò prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Dal 1919 si affermò,
sempre con la Società Euterpe, in modo definitivi: fu questo un periodo di grande
produzione concertistica che ebbe un epilogo memorabile in un concerto del 1921 al
Conservatorio di Milano, alla presenza del maestro Arturo Toscanini, che seguì
lesecuzione con grande interesse e compiacimento. Sul Piccolo di Parma dell1°
febbraio 1921 si legge: Il maestro Toscanini, dopo aver complimentato a lungo il maestro
Pizzarelli e avergli stretto calorosamente la mano, si rivolge a tutti dicendo: Vi
ringrazio, poiché mi avete fatto provare una vera gioia, continuate e seguite sempre
linsegnamento del vostro grande maestro, che si è mostrato musicista profondo,
istruttore valoroso ed efficacissimo direttore. Da allora la corale cominciò a distinguersi in concorsi
nazionali e internazionali. Vinse infatti nel 1920 il primo premio del concorso di Verona
e in tale occasione il pizzarelli ebbe dal
Comune di Verona il riconoscimento come miglior maestro dei cori dItalia, con un
diploma donore come direttore artistico della Corale Euterpe. Il Pizzarelli si
dedicò, oltre al canto corale, anche al canto individuale, istruendo allievi promettenti,
tra i quali il parmigiano Carlo Alfieri, che ebbe una splendida carriera. Il Pizzarelli fu
anche direttore dorchestra, dimostrando, in una ottima edizione di Bohème al Teatro
Reinach il 4 novembre l922, di possedere anche in questo ruolo qualità di concertatore e
direttore di primordine. Molti, iufatti, lo incoraggiarono a intraprendere la
carriera di direttore dorchestra, ma il Pizzarelli, non volendo lasciare la sua
città natale, declinò ogni offerta, rimase a Parma e nel 1927 fondò la nuova Corale verdi, vincendo anche il primo premio nel concorso nazionale a Roma (1925). Nel 1942 fondò
la Corale Corridoni che ebbe breve esistenza. Dopo il secondo conflitto mondiale, volle
rifondare una nuova corale Verdi, continuando la sua opera, con grande abnegazione e
amore, fino a che le forze fisiche lo permisero.
Fonti
e Bibl.:
C.Alcari, Parma nella Musica, 1931, 154; Gazzetta di Parma 7 aprile 1993, 12; enciclopedia di Parma, 1998, 540-541.
PIZZARELLI
GUERRINO
Parma 1917-1987
Fu allevatore di cavalli e gestore di ippodromi. Appassionato di auto depoca e di
cavalli, costruì due ippodromi, a Ponte Taro e a soresina
di Cremona, organizzando numerose corse al trotto. Da giovane fece mille mestieri:
pescivendolo in strada Saffi a Parma, cantante a Parigi, demolitore di auto. Il Pizzarelli
prese a parte alla Resistenza.
Fonti
e Bibl.: F.e
T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani,
1997, 311.
PIZZARIOTTI
PIETRO
Parma 1911-1966
Geometra, fondò nel 1945 limpresa edile omonima. La capacità e la competenza,
unite a grande lungimiranza, lo indussero a rivolgersi allestero al fine di
approfondire la conoscenza delle più avanzate tecnologie. Sviluppò così un innovativo
sistema di pavimentazione stradale in conglomerato bituminoso brevettato in vari paesi del
mondo e fu tra i primi in Italia ad iniziare lattività di prefabbricazione in
cemento armato.
Fonti
e Bibl.: Cento
anni di associazionismo, 1997, 405.
PIZZETTI
ALESSANDRO
Parma 31 marzo
1798-post 1831
Figlio di Luigi e Anna Poi. Negoziante. rifugiato
politico, giunse a Lione nel 1823, proveniente dalla Spagna. Fu poi volontario del
generale Mina nella rivoluzione di Spagna (1831).
Fonti
e Bibl.:
S.Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962; Da Mareto, Indice, 1967, 734.
PIZZETTI ANDREA
-Parma 26 maggio 1900
Fu valoroso soldato. Col grado di maggiore fece le campagne risorgimentali del 1866-1870.
Fonti
e Bibl.: G.B.
Barbieri in Gazzetta di Parma 31 maggio 1900, n. 149; G. Sitti, Il Risorgimento italiano,
1915, 205.
PIZZETTI ENRICO
-Parma 25 gennaio 1896
Volontario nel 1859, rimase poi nellesercito e fece tutte le campagne del
risorgimento italiano. Raggiunse il grado di capitano.
Fonti
e Bibl.: V.
Cervi, in Gazzetta di Parma 26 gennaio 1896, n. 25; G. Sitti, Il Risorgimento italiano,
1915, 417.
PIZZETTI
ERNESTO
Parma
27 luglio 1831-Genova 9 dicembre 1890
Laureatosi in legge nellUniversità di Parma, poco dopo venne assunto
allufficio di segretario della Procura presso la Corte regia di Parma. Poi occupò
il posto di vice segretario e successivamente di segretario nel Consiglio di Stato, in cui
furono illustri magistrati, tra i quali il Niccolosi, che divenne amico carissimo del
Pizzetti. Soppresso il Consiglio di stato,
il Pizzetti passò giudice al Tribunale di Forlì e poi a quello di Reggio Emilia. Fece
quindi parte del Collegio del Tribunale di Parma, che, sotto la presidenza del Malavasi e
con Panini, Borré, Varron e Sozzi, fu per diverso tempo considerato il più efficiente
dei Tribunali italiani. Chiamato in seguito alla vicepresidenza del Tribunale civile di
Roma, poco dopo fu mandato a reggere lufficio di presidente del Tribunale
Commerciale, prima di Napoli e poi di Roma. Infine andò a Genova come consigliere in
quella Corte dAppello. Fu sepolto nel cimitero di Prma.
Fonti
e Bibl.: A.
Pariset, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1905, 90-91.
PIZZETTI
FRANCESCO
Parma 25 gennaio
1756-Parma 29 gennaio 1811
Figlio di Giuseppe, pasticciere. Terminati gli studi delle lettere e della filosofia,
mirando al sacerdozio si volse alla teologia, facoltà in cui si laureò, per poi essere
aggregato al Collegio teologico di Parma. Fattasi vacante la cattedra di Logica e
Metafisica per la morte di Antonio Grondoni (3 novembre 1780), quattro giorni dopo il
Pizzetti fu promosso a quellinsegnamento, che mantenne sinché visse. Poco tempo
dopo il Pizzetti celebrò la sua prima messa al cospetto del duca Ferdinando di Borbone in
Colorno. Rifece più volte le sue lezioni di Logica e Metafisica, per cui ne circolarono
parecchie varianti. Il Pizzetti fu accusato di plagio sia relativamente alle lezioni che
alle altre sue scritture. Si è in effetti accertato (cfr. Pezzana, 649) che il Pizzetti
per la sua traduzione delle Opere filosofiche di Mosè mendelsohn, da lui pubblicata nellanno 1800,
copiò la traduzione di Carlo Ferdinandi (losanna,
1779) e quella di Gianfrancesco Manzoni (morto nel 1762). Il Pizzetti tradusse pure in
italiano e commentò le Ricerche sulle bellezze della pittura, di Daniel Webb, non
direttamente dallInglese, che il Pizzetti non conosceva, ma dalla versione francese.
Le pubblicò nel 1804 e vi aggiunse un volume di sue Riflessioni, nelle quali confessa
onestamente (a f. 32 della prefazione) di aver seguito le tracce di non pochi Scrittori
eccellenti della Francia, dellInghilterra, dellAlemagna e dellItalia,
dichiarandosi debitore di tutto quel buono che ho potuto aver messo nella mia opera. Il
libro ebbe comunque buona accoglienza in Italia e soprattutto allestero. Nel 1780
ottenne la nomina a vice segretario dellAccademia delle Belle Arti di Parma, che gli
fu tolta nel 1786, quando si decretò che quellufficio dovesse spettare a un
accademico consigliere con voto: vi fu nominato il prevosto Luigi Scutellari. Quantunque
il Pizzetti non fosse un esperto conoscitore di Belle Arti, pure vi si dedicò negli
ultimi anni di vita: approntò per la stampa un Saggio sopra larchitettura civile
che rimase inedito per la morte del Pizzetti stesso, colpito da apoplessia, forse
conseguenza di una caduta da cavallo mentre guadava un torrente. Il conte Aurelio Bernieri
fu protettore e amico ospitale del Pizzetti. Questi, in segno di riconoscenza, compilò
unIstoria genealogica dellillustre famiglia Bernieri, che rimase inedita. Il
Pizzetti fu membro di più accademie italiane e fu in corrispondenza con parecchi
letterati, tra i quali Draghetti, Soave e Del Bene.
Fonti
e Bibl.:
A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 648-650; E.trombara, Francesco Pizzetti nel bicentenario
della nascita, in Parma per lArte 7 1957, 27-32.
PIZZETTI GIUSEPPE
Colorno 1802
Fu capo falegname delle Regie Fabbriche in Colorno. Assieme a Pier Paolo Pizzetti,
sottoscrisse nel 1802 linventario estimativo delle mobilie nel Palazzo di Colorno.
Fonti
e Bibl.:
Archivio di Stato di Parma, Corti Borboniche di Lucca e Parma, busta 2, fasc. 2; Il mobile
a Parma, 1983, 262.
PIZZETTI
ILDEBRANDO
Parma 20 settembre
1880-Roma 13 febbraio 1968
Studiò pianoforte col padre Odoardo, pianista e professore di teoria della Scuola
musicale di Reggio Emilia, dove il Pizzetti visse i primi anni di vita, dimostrando
prestissimo una grande passione per il teatro. Frequentò il ginnasio e nel 1895 entrò
nel Conservatorio di Parma. Vi studiò per sei anni armonia e contrappunto con Telesforo
Righi e approfondì la conoscenza del canto gregoriano e della musica vocale e strumentale
dei secoli XV e XVI attraverso linsegnamento di Giovanni tebaldini, direttore dellistituto. Dopo aver
esercitato linsegnamento privato e svolto per due stagioni (1901-1902)
lattività di maestro sostituto di C. Campanini e A. Conti al Teatro Regio di Parma,
ottenne la cattedra di composizione al Conservatorio della città (1907). Frattanto, dopo
vari tentativi (Romeo e giulietta, Lena,
Mazeppa, Aeneas) di accostarsi a shakespeare,
Byron, Corneille, Pu?skin e Ovidio, scrisse la musica di scena per La Nave di
DAnnunzio e nel 1908 esordi con questa opera al Teatro Argentina di Roma, dando
inizio a un lungo periodo di amicizia e collaborazione con il poeta, che lo battezzò
Ildebrando da Parma. Nello stesso anno divenne professore di armonia e contrappunto
nellIstituto Musicale L. Cherubini di Firenze, che diresse dal 1917 al 1924. Questa
città influì con la sua atmosfera culturale sulla formazione del Pizzetti, che vi fondò
con E. Consolo la Società degli Amici della Musica e con G. Bastianelli la pubblicazione
periodica Dissonanze, organo della musica contemporanea in Italia, e frequentò la cerchia
di bastianelli, Papini, Soffici, Salvemini,
Prezzolini e De Robertis, raccolti intorno al periodico La Voce. Dal 1924 al 1936 diresse
il conservatorio di Milano, svolgendo pure
attività di direttore di concerti e di opere proprie. Dopo aver compiuto una tournée in
America (1929), dove tra laltro presentò al metropolitan
Fra Gherardo, nel 1936 succedette a Respighi come titolare della cattedra di
perfezionamento in composizione allAccademia di Santa Cecilia in Roma, che tenne
fino al 1958. Fu presidente dellAccademia dal 1948 al 1951. Accademico dItalia
dal 1939, nel 1931 vinse il premio Mussolini
per la musica, nel 1950 vinse il Premio Italia con lopera radiofonica Ifigenia e nel
1958 ebbe il premio internazionale Feltrinelli. Svolse attività di critico musicale sul
Secolo di Milano (1910), sulla Tribuna di Roma (1937), sulla Nazione di Firenze e su vari
periodici e riviste musicali. Se la vita del Pizzetti influì sulla sua produzione
artistica e sui suoi orientamenti, ciò avvenne certamente in misura minore di quanto non
avvenga per la maggior parte dei musicisti. Infatti il Pizzetti scelse per sé una vita
normale, tutta dedita alle sue multiformi attività di compositore, scrittore,
organizzatore e direttore di musica. Una cosa non gli mancò mai: una cerchia di amicizie
che gli consentì di esprimere le sue non comuni doti di conversatore, di dibattere i
problemi vivi della cultura e, soprattutto, di passare dal momento teoretico a quello
realizzativo. La sua non fu una vita da salotto, ma di cenacolo sì. Certe sue
inclinazioni verso lArcadia non sono, dunque, il frutto di un credo estetico, bensì
di una naturale predisposizione a discutere e a elaborare le sue pur personalissime idee
nel crogiolo del dibattito collettivo. In questo senso il Pizzetti fu lesatto
opposto del musicista puro, severamente impegnato soltanto nella sua opera di compositore,
cui tutti gli altri interessi facevano al massimo da corona. Si ricorda di lui una
conferenza su Dante, e non sulla musicalità o sulla musicabilità di Dante, bensì
proprio sulla sua opera di poeta: tutto ciò che porta allapprofondimento della
conoscenza delluomo è fondamentale per un musicista, tanto più se si tratta di un
musicista, come il Pizzetti fu, essenzialmente di teatro. Nel periodo in cui il Pizzetti
si affacciò alla vita culturale, la cultura italiana stava vivendo una profonda crisi di
trasformazione. La cultura del XIX secolo non era andata molto al di là di un impegno
politico inteso in primo luogo come impegno di scoperta di unidentità culturale
nazionale e di proclamazione di un patriottismo e di unapertura sociale che non
uscirono dalla genericità. Le grandi trasformazioni economiche e strutturali in atto
esigevano una presa di posizione assai più analitica sui rapporti sociali concreti e
nello stesso tempo travolgevano antichi modelli e valori senza che ne apparissero dei
nuovi di una qualche consistenza e durata. La stessa retorica, unica fonte di certezze, fu
sottoposta alla pressione di contenuti mai prima considerati che imposero forme adeguate
assolutamente nuove. Fu lepoca degli -ismi e delle poetiche premesse al concreto
poetare. Solo gli operisti sembrarono sfuggire al contagio di questa rimessa in
discussione di tutto, ma fu illusione di breve durata: anche il rapporto tra il melodramma
e il suo pubblico si fece precario, soprattutto diventò sempre meno possibile fare musica
buona per tutti. La giovinezza del Pizzetti trascorse appunto nel periodo in cui gli
stessi protagonisti della stagione verista andavano affannosamente e disordinatamente alla
ricerca di nuovi soggetti, di nuove tecniche, di un ampliamento e di un affinamento del
linguaggio. Il divorzio tra musica e cultura stava per tramontare: le capacità
trasformistiche del melodramma mostrarono chiaramente di avere dei limiti e la cultura,
perdendo le sue certezze, dovette dimettere la boria accademica che spesso laveva
tenuta lontana dalla coscienza nazionale. Il clima era adatto alla discussione e il
temperamento personale del Pizzetti fece il resto. Trascorsi gli anni di Parma nella
lettura di testi teatrali (fatto comune a tutti i musicisti italiani), il Pizzetti fu
nominato professore al Cherubini di Firenze. Fu subito a contatto con DAnnunzio,
allora fiesolano delezione, con Giannotto Bastianelli e, poco a poco, con tutti gli
intellettuali che facevano capo alla rivista La Voce. Per inciso, a Firenze fondò la
Società degli Amici della Musica ed esercitò lattività di critico della Nazione,
nonché di corrispondente del Secolo di Milano. Più tardi, in epoca fascista, i dibattiti
culturali si smorzarono e allora lattività teorica del Pizzetti si limitò a quella
di critico (La tribuna), nonché di saggista
sulle riviste specializzate. Il Pizzetti manifestò la vocazione a fare il presidente
(Accademia di Santa Cecilia, società italiana
autori editori), ma ciò fu dovuto al
fatto che, a qualunque istituzione partecipasse, egli vi svolse effettivamente attività e
non si limitò a intendere la sua partecipazione come un fatto puramente onorifico. Si
tenne sempre al corrente della produzione musicale contemporanea. Anzi, il suo scritto
giovanile Musicisti contemporanei (1914), pur contenendo lacune dinformazione dovute
al fatto che è difficile prendere visione di unopera musicale prima che sia
trascorso qualche anno dalla prima esecuzione, costituisce un panorama assai ricco e, quel
che più conta, insolitamente imparziale per unopera uscita dalla penna di uno che
era sulla breccia. Come formazione culturale il Pizzetti appartenne senzaltro alla
generazione dellOttanta, eppure non si riscontra, nei suoi scritti, quel livore
antiromantico che caratterizza le prese di posizione dei suoi colleghi: anzi la sua
valutazione dellopera italiana ottocentesca e perfino verista, è serena, magari
discutibile ma certamente coerente con le sue idee. Il suo essere personaggio emergente
per mezzo secolo nella vita musicale italiana costituisce, a conti fatti, il suo massimo
contributo alla storia della musica. Immediatamente dopo la sua scomparsa i suoi lavori
praticamente scomparvero dai cartelloni dei teatri e dai programmi dei concerti. Il fatto
è generale: la generazione precedente quella in attività non è sufficientemente antica
per essere storicizzata e non è sufficientemente moderna per mantenere lattualità.
Però dalleclissi rossiniana si salvò Il Barbiere di Siviglia, da quella mascagnana
la Cavalleria rusticana, da quella di Respighi Le fontane di Roma. Probabilmente la
ragione di questo fatto sta nella caratteristica dellopera pizzettiana di non essere
stata sogetta ad alti e bassi ma, a parte le opere di apprendistato, di aver mantenuto
tutta uniformemente un alto livello. Non esiste, forse, il lavoro che emerge, che presenta
punte di genialità prorompente e irripetibile. Ma ciò era estraneo al carattere del
Pizzetti. Basti pensare al suo primo modello ideale: il canto gregoriano. Nel canto
gregoriano la singola sfumatura, lo stilema ritmico o melodico e limprovvisazione
del momento non hanno mai valore prevaricante: è il tutto che conta e compito della
singola parte è di costruire il tutto e di armonizzare con esso. Il canto gregoriano non
ha momenti di stanca o momenti di accensione che non siano giustificati dalleconomia
generale. Lopera del Pizzetti ha appunto questo carattere del prevalere della
globalità sul particolare. Ciò non significa che il particolare non sia accuratamente
studiato, non abbia valore intrinseco, ma solo che esso non soverchia mai la concezione
generale dellopera. Lascolto musicale non è generalmente rivolto alla
globalità dellopera e la sua tensione non è continua: stimolata dal particolare
emergente, poi via via si rilassa in attesa di unaltra fonte di richiamo. Forse a
questo fu dovuta la temporanea eclissi dellopera pizzettiana. La carriera teatrale
del Pizzetti si aprì con DAnnunzio e, se si fa eccezione per Lassassinio
nella cattedrale, Il calzare dargento e Clitennestra, si chiuse con DAnnunzio.
Vennero dapprima le musiche di scena per La nave, che rivelarono il valore del Pizzetti al
pubblico e al poeta, poi seguì un progetto per la riduzione a melodramma della Fedra di
Euripide. Il Pizzetti era in grado di scrivere i libretti da sé e anzi, quando lo fece,
ne trasse giovamento la corrispondenza tra parola e musica. Ma a quellepoca (1909)
la soggezione del giovane Pizzetti nei confronti del Vate affermato fu tale che, quando il
poeta, cui il progetto e il libretto erano stati sottoposti, disse che avrebbe provveduto
egli stesso alla stesura del libretto, il Pizzetti non solo non osò rifiutare ma se ne
sentì lusingato. I versi, già di per sé musicali, di DAnnunzio erano una camicia
di forza per qualsiasi musicista, tanto più se non aveva il coraggio di pretenderne
lassoggettamento alle proprie esigenze: ne sapeva qualcosa Mascagni, reduce dalla
tormentata composizione della dannunziana Parisina. La soluzione fornita al problema dal
Pizzetti consiste in un declamato melodico che differisce da quello mascagnano solamente
per una maggior pacatezza e apollineità ereditata dal canto gregoriano. Anche la
coralità è meno decorativa, più essenziale e a volte costituisce il senso profondo del
dramma più ancora del comportamento scenico e vocale dei singoli: eredità, questa, della
classicità greca da cui lopera è desunta, ma anche prodotto originale della
sensibilità pizzettiana. Dopo Fedra il Pizzetti rimase, nella concezione formale del
teatro, un dannunziano, però i versi dellimmaginifico
gli andavano stretti e, consapevole ormai del proprio valore, provvide da solo ai libretti
delle proprie opere. Per DAnnunzio compose ancora le musiche per La Pisanella (ma
sono musiche di scena) e La sinfonia del fuoco per Cabiria. Bisogna fare un salto di quasi
quarantanni per ritrovare, nel catalogo dellopera pizzettiana, un dramma
dannunziano musicato, dallalto di una semisecolare esperienza e senza
lingombrante presenza dellautore, dal Pizzetti: La figlia di Iorio. lallontanamento dal DAnnunzio non fu,
tuttavia, dovuto soltanto a motivi contingenti relativi al bisogno, da parte del Pizzetti,
di disporre di una maggiore flessibilità del libretto. Come bussole per orientarsi in un
mondo in fase di radicale trasformazione, contenuti-valori permanenti e resistenti al
mutare delle forme di organizzazione del mondo, il Pizzetti scoprì in sé due cose
fondamentali: la classicità nella forma (e questa DAnnunzio poteva fornirgliela) e
lamore, un amore universale di chiara derivazione religiosa (a questo proposito
poeta e musicista si trovarono su sponde opposte). Il tema dellamore è il filo
conduttore che congiunge tra loro opere pizzettiane anche assai diverse per argomento e
tematica contingente: da Dèbora e Jaéle allo Straniero, a Orsèolo, a Loro, a
Vanna Lupa, alla radiofonica Ifigenia, a Cagliostro e, finalmente, allAssassinio
nella Cattedrale, nel quale i tormenti delle opere precedenti sembrano comporsi in una
superiore purificazione. Il numero e il valore delle composizioni corali (naturalmente si
citano di preferenza le composizioni di più ampie dimensioni, come il Requiem, ma forse
si trovano pagine ancora più pregnanti e partecipate in certe piccole composizioni, come
Cade la sera) comprovano limportanza che questo genere musicale ebbe per il
Pizzetti. La musica strumentale del Pizzetti, oltre a quella destinata in qualche modo
alla scena, concilia la perfetta strumentalità alla sua sensibilità drammatica, che
dovunque cerca il canto. Esemplari sono, a questo proposito, non solo i Canti della
stagione alta per pianoforte e orchestra ma anche composizioni apparentemente meno
adattabili al continuo melologo, come la bella Sonata per violino e pianoforte. Non si
può chiudere un discorso sul Pizzetti senza citare il suo prezioso e copioso contributo
allarricchimento del repertorio della lirica vocale italiana. Fu sepolto nel
cimitero della Villetta di Parma. Il Pizzetti fu autore delle seguenti composizioni: opere
teatrali, Il Cid (A. Beggi; non rappresentata e distrutta, 1902), Fedra (libretto proprio,
da DAnnunzio, Milano, 1915), Dèbora e Jaéle (proprio; ivi, 1922), Fra gherardo (Milano, 1928), Lo straniero (Roma,
1930), Orséolo (Firenze, 1935) Loro (Milano, 1947), Vanna Lupa (Firenze, 1949),
Ifigenia, tragedia musicale radiofonica (libretto proprio e di A. Perrini; RAI, 1950; in
teatro, Firenze, 1951), Cagliostro (RAI, 1952; in teatro, Milano, 1953), La figlia di
Iorio (libretto proprio, da DAnnunzio; Napoli, 1954), Lassassinio nella
cattedrale (libretto proprio, da T. S. Eliot; milano,
1958), Il calzare dargento (R bacchelli;
Milano, 1961), Clitennestra Milano, 1965), Rondò veneziano, azione coreografica (caramba; Milano, 1931); musiche di scena: La Nave,
2 pezzi (DAnnunzio; Roma, 1908), La pisanella
(DAnnunzio; Parigi 1913; come azione coreografica, Roma, 1955), La sacra
rappresentazione dAbram e dIsaac (F. Belcari; Firenze, 1917; 2ª versione
ampliata, 1926), agamennone (Eschilo;
Siracusa, 1931), Le Trachinie (Sofocle, Siracusa, 1933), La rappresentazione di S. Uliva
(C. dErrico, da anonimo del secolo XVI; Firenze, 1933), Edipo a Colono (sofocle; Siracusa, 1936), Le feste delle Panatenee
(Paestum, 1936), Come vi piace (Shakespeare; Firenze, 1938), La lunga notte di Medea (C.
Alvaro; Milano, 1949), Il Campiello (Goldoni; Venezia, 1957); musiche per film: Cabiria di
G. Pastrone (1914), Scipione lAfricano di C. Gallone (1937), I promessi sposi di M. camerini (1941), Il mulino del Po di A. Lattuada
(1949), per orchestra: Sinfonia in la (1940), Extase, intermezzo (1898), Il sonno di
Giulietta, (1899), Ouverture per lEdipo a Colono (1901), 3 preludi sinfonici per
lEdipo Re (1904), Ouverture per una farsa tragica (1911), La Pisanella, suite dalle
musiche di scena (1913), Sinfonia del fuoco, per Cabiria (1914), Danze per lAminta
del Tasso (1914), Concerto dellestate (1928), Rondò veneziano (1929), Canzone di
beni perduti (1950), preludio a un altro
giorno (1951); per strumento solista e orchestra: Poema emiliano per violino (1913), Canti
della stagione alta, concerto per pianoforte (1930), Concerto in do per violoncello
(1934), Concerto in la per violino (1945), Aria (Augurio nuziale) per violini
allunisono (1958), Concerto in mi bem. per arpa (1960); musica vocale con orchestra:
Canto di guerra per coro (1899), Canzone a maggio per solo e coro (1901), Scena lirica da
Le ruine di braunia (R. Salustri, 1901),
Messa a 4 voci e archi (sine Credo, 1902), 2 Liriche drammatiche napoletane per tenore
(versione anche per pianoforte, 1916-1918), Lultima caccia di S. uberto per coro (versione anche senza coro, 1929),
Epithalamium per soprano tenore e baritono, coro e piccola orchestra (dai Carmina di
Catullo, 1939), Oritur Sol et occidit, cantata per baritono (1943), Cantico di Gloria: attollite portas (dai Salmi) per 3 cori, 24 fiati,
2 pianoforti e percussioni (1948) Vanitas vanita-tum, cantata per soli, coro maschile
(1958), Vocalizzo per mezzosoprano (1960), Filiae Jerusalem, adjuro vos, piccola cantata
damore per soprano, coro femminile e orchestra (1966); inoltre: 3 Canzoni (Donna
lombarda, La prigioniera, La pesca dellanello) per soprano e quartetto o orchestra
darchi (1926); 2 Poesie dUngaretti (La Pietà, Trasfigurazione) per baritono,
violino, viola, violoncello e pianoforte (1953); musica da camera: 2 quartetti (in la,
1906, in re: 1933); Trio con pianoforte (1901, distrutto), Trio con pianoforte in 1a
(1925); sonata per violino e pianoforte
(1901, distrutta), Sonata in la per violino e pianoforte (1919), Sonata in fa per
violoncello e pianoforte (1921), Aria in re per violino e pianoforte (1906), Colloquio,
per violino e pianoforte (1949); 3 Canti (versione per violino e pianoforte e per
violoncello e pianoforte, 1924); per pianoforte: Sogno (1898), Foglio dalbum (1906),
Poemetto Romantico (1909), Da un autunno già lontano, 3 pezzi (1911), Sonata 1942 (1942),
Canti di ricordanza, variazioni su un tema di Fra Gherardo (1943), cori, 3 Cori sacri (Ave
Maria a 3 v., Tantum ergo a 3 voci maschili, Tenebrae factae sunt a 6 v.; 1897), 2 Canzoni
(Per un morto a 4 voci maschili, La rondine a 6 voci, 1913), Canto damore a 4 voci
maschili (1914), Lamento con tenore (Shelley, 1920), Messa di Requiem per 4-12 solisti
(1922), De Profundis a 7 voci (1938), 3 Composizioni corali (Cade la sera,
DAnnunzio; Ululate, quia prope est dies Domini, Isaia; Recordare, Domine, Geremia;
1942-1943), 2 Composizioni corali a 6 voci (1961), Cantico di gloria per coro misto, 2
cori maschili e 22 strumenti (1968); liriche: 3 liriche (I. Cocconi: Vigilia nuziale,
Remember, Incontro di marzo; 1904), Sera dinverno (M. Silvani, 1906), I pastori
(DAnnunzio, 1908), La madre al figlio lontano (R. Pantini, 1910), Erotica
(DAnnunzio, 1912) S. Basilio (poesia popolare greca, 1912), Il Clefta prigione
(1912), Passeggiata (G. Papini, 1915), 2 liriche drammatiche napoletane (S. Di Giacomo,
1916-1918), 3 Sonetti del Petrarca (La vita fugge, Quel rosignuol, Levommi il mio pensier;
1922), Altre 5 liriche (Adjuro vos, filiae jerusalem,
Oscuro è il ciel, Augurio, Mirologio per un bambino, Canzone per ballo; 1932-1933) E il
mio dolor io canto (J. Bocchialini, 1940), 3 liriche
(Bebro e il suo cavallo, poesia popolare greca; Vorrei voler, Signor, quel chio non
voglio, Michelangelo; In questa notte carica di stelle, M. Dazzi; 1944), 3 Canti
damore (1956-1959). Inoltre eseguì revisioni e trascrizioni di sonate per violino
di F. M. Veracini e di madrigali di C. Gesualdo di Venosa. Il Pizzetti fu inoltre autore
dei seguenti scritti: La musica dei Greci (Roma, 1914), Musicisti contemporanei (Milano,
1914), Intermezzi critici (Firenze, 1921), La musica italiana dellOttocento (in
LItalia e gli Italiani del sec. XIX, Firenze, 1930), Paganini (Torino, 1940), Musica
e dramma (Roma, 1945); La musica italiana dellottocento
(Torino, 1947), commemorazione di G. Puccini
nel primo centenario della nascita (Milano, 1959). Inoltre scrisse articoli e saggi vari
in Rivista Musicale Italiana, pianoforte,
Rassegna Musicale, Pegaso, Marzocco, La Voce, La Scala (fra cui, Ildebrando Pizzetti si
confida, 1949).
Fonti
e Bibl.: A.
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dei Musicisti Utet, 1988, VI, 40-42.
PIZZATTI ODOARDO
Parma 30 giugno
1853-San Lazzaro parmense 3 agosto 1926
Dal 1868 al 1875 studiò pianoforte al conservatorio
di Parma. Fu per due anni maestrino nella classe di elementi e solfeggio parlato e più
tardi (1884) maestro di elementi e divisioni musicali della scuola di musica di Reggio
Emilia. Ritornato a Parma nel 1900, vi fu ricercato insegnante di pianoforte. Musicò La
fata azzurra, fiaba in tre atti di Teresa Fulloni Bedogni (Parma, Collegio Santa Caterina,
21 febbraio 1895) e Gabriele il pastore, vaudeville per fanciulli, tre quadri di Virginia
Guicciardi-Fiastri (Reggio Emilia, Frenocomio di San Lazzaro, 19 marzo 1896).
Fonti
e Bibl.:
C.Schmidl, Dizionario Universale Musicisti, 3, 1938, 620; B. Molossi, Dizionario
biografico, 1957, 122.
PIZZETTI PAOLO
Parma 5 gennaio
1749-Parma 28 ottobre 1821
Figlio di Ignazio e di Daria Rosati. Appena laureato in medicina e immatricolato in
chirurgia e in ostetricia, si pose allesercizio della professione, acquistando
reputazione di buon medico pratico e di ostetricante. Fu fatto medico di Corte nel 1780.
Viaggiò in Francia e in inghilterra per un
anno a proprie spese e, tornato a Parma nel 1790, riprese a esercitare la professione. Il
Camuti, occupato in gravi cariche, rinunciò al Pizzetti, che fu buon conoscitore della
lingua francese, lincombenza di terminare la versione del Trattato de mali
dellossa del Petit, che fu poi stampato dal Carmignani. Il Pizzetti tradusse anche
dalla lingua inglese il Trattato delle malattie de fanciulli di underwood e lo pubblicò in Venezia nel 1794. A
questi lavori è da aggiungersi quello che comparve nel 1781 nella Gazzetta di Parma: La
scoperta originaria della Cannabina per le intermittenti, scritto ripreso in un altro
foglio periodico: Avvisi sopra la salute umana, del 1782. Il Pizzetti accusò di plagio
nel 1796 il concittadino P. Rubini per la pubblicazione della dissertazione sopra
Lattività della Datisca Cannabina. Il Pizzetti rifiutò poi la cattedra di
Ostetricia, rimasta vacante per la morte del Righi. Durante la guerra del 1799, fu
arrestato insieme con altri suoi concittadini e condotto a Milano. Fu poi inviato nelle
carceri di piacenza, quindi rinchiuso in
quelle del castello di Parma. Alcuni mesi dopo fu prosciolto. Il conte Antonio Cerati
scrisse nel 1806 una lettera in versi per le nozze del Pizzetti, contenuta nel terzo
volume dei suoi Opuscoli diversi. Fu medico consulente della Corte di Parma negli ultimi
anni di vita ed ebbe il titolo di professore onorario dellUniversità di Parma. Il
Tonani ne scrisse liscrizione funebre.
Fonti
e Bibl.:
A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 641.
PIZZETTI PAOLO
Parma 24 luglio 1860-Pisa 14
aprile 1918
Laureatosi in ingegneria a Roma nel 1880, vi restò come assistente di Geodesia
collaborando col Pisati e il Pucci nella loro nota determinazione assoluta della gravità.
Il Pizzetti fu però più un teorico che uno sperimentatore. Insegnò geodesia teoretica
nellUniversità di Genova dal 1886 al 1900 e geodesia meccanica in quella di Pisa
dal 1900 fino alla morte. La sua opera di ricercatore fu certamente tra le più cospicue,
nel campo della geodesia teoretica, della prima metà del XX secolo e per la geodesia
italiana segnò unepoca. Nella varia, ricca e geniale produzione scientifica del
Pizzetti, che toccò argomenti svariati, sempre con acutezza dindagine e larghezza
di punti di vista, tre indirizzi di ricerche sono in modo particolare da segnalare come
quelli in cui conseguì i risultati più importanti e originali: la teoria degli errori,
la rifrazione geodetica e astronomica, la teoria meccanica della forma dei pianeti. Le
ricerche relative alla teoria degli errori dosservazione, che investono i principi
scientifici della teoria stessa e i suoi procedimenti fondamentali, sono riassunte e
raccolte in corpo in I fondamenti matematici per la critica dei risultati sperimentali,
pubblicati negli Atti della Università di Genova per il centenario colombiano. Tra i
risultati più interessanti degli studi del Pizzetti intorno alla rifrazione, sono degni
di rilievo quelli intorno alla rifrazione laterale sferodica e quelli che pongono in luce
la scarsa influenza del modo di variare della densità atmosferica con laltezza nel
calcolo della rifrazione. Nel terzo gruppo di ricerche si debbono ricordare, come di alto
interesse scientifico, la soluzione del cosiddetto problema dello Stokes (determinazione
della funzione potenziale esterna di un pianeta, note la forma di una
superficie di livello, la massa e la velocità angolare) nel caso che la superficie di
livello sia ellissoidica, le dimostrazioni della formula dello Stokes, che permette di
assegnare gli scostamenti lineari del geoide dallellissoide in funzione delle
anomalie della gravità, indipendentemente da sviluppi del potenziale in serie di potenze
negative del raggio vettore e lo studio delle relazioni tra azione esterna e distribuzione
di densità nella massa di un pianeta. Anche questo imponente gruppo di lavori del
Pizzetti venne da lui riassunto e sistemato nel notevole trattato Principii della teoria
meccanica della figura dei pianeti (Pisa, 1913), che è opera fondamentale nella
letteratura sullargomento. Soprattutto in questultimo campo linfluenza
dellopera del Pizzetti fu di grande momento, così che a essa si riallacciò buona
parte di quanto fu fatto in argomento, almeno per tutto il ventennio successivo. Fu socio
dellAccademia nazionale dei Lincei e di quella di Torino. Dellopera del
Pizzetti come sistematore e maestro rimane chiara documentazione nel Trattato di geodesia
teoretica (Bologna, 1905; 2ª ed. postuma, Bologna 1928). Dopo la sua morte, uscì postumo
un volumetto di poesie, Versi, sono argute e piacevolissime le sue poesie dialettali.
Fonti
e Bibl.:
V.Reina, in Rendiconti dei Lincei 5 1918, 336-345; Enciclopedia Italiana, XXVII, 1935,
466; J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 93; B. Molossi, Dizionario dei parmigiani, 1957, 122; F. Tricomi, matematici Italiani, 1962, 89.
PIZZETTI PIER
LUIGI
Parma 1910-1987
Industriale
pastario. Si affiancò al padre umberto già
nel 1935 nella conduzione del pastificio di famiglia Braibanti, perseguendo con intuizione
e determinazione la qualità del prodotto, impiegando in via esclusiva la semola di grano
duro e battendosi efficacemente fino a ottenere il recepimento nella normativa della
obbligatorietà dellimpiego di tale prodotto.
Fonti
e Bibl.: Cento
anni di associazionismo, 1997, 405.
PIZZETTI PIER
PAOLO
Colorno 1802
Capo falegname della Corte di Parma, nel 1802 sottoscrisse, assieme a Giuseppe Pizzetti,
linventario estimativo delle mobilie nel Palazzo di Colorno.
Fonti
e Bibl.:
Archivio di Stato di Parma, Corti borboniche di Lucca e Parma, busta 2, fasc. 2; Il mobile
a Parma, 1983, 262.
PIZZETTI PIETRO
MARIA
ante 1734-Fornovo 26
maggio 1755
Come
informa una grande lapide funeraria posta allesterno della chiesa parrocchiale di
Fornovo, lato nord, il Pizzetti, che vi fu parroco, nel 1745 trasformò
larchitettura della chiesa da romanica a barocca e coprì le capriate della navata
centrale con un soffitto a botte (in seguito demolito). Il suo intervento è ricordato
come segue: Ecclesia haec longis temporib. eversa divina providentia et b.v. mr assumptae
patrocinio istorum omniumq: ss. intercessione reparata et aucta anno MDCCXLV sub regimine pri. mrae
Pizzetti a. et v.f. cuius ossa hic humiliata iacent a die 26 maii anno dni 1755.
Fonti
e Bibl.: L.Merusi,
Fornovo di Taro, 1993, 63.
PIZZI CARLO
Parma 1886-1951
Figlio di Italo. Nel 1909 si laureò a Torino in ingegneria industriale elettrotecnica,
dedicandosi poi allinsegnamento. Dopo la prima guerra mondiale, cui valorosamente
partecipò, fu funzionario dirigente prima del Gruppo SIP e poi del Gruppo Edison alla
Comacina. Lasciata Como per la libera professione, si dedicò con particolare passione
agli studi inerenti allindustria petrolifera. Incaricato dallAGIP, oltre a
compilare importanti relazioni sullimpiego dei gas naturali, nel 1932 progettò e
diresse i lavori del Deposito carburanti a Durazzo, in Albania, quindi nel 1935 quello
costiero di Massaua in Africa orientale italiana. Dopo la seconda guerra mondiale fu alle
dipendenze del C.I.P., ove resse la direzione
dellUfficio manutenzione e ricostruzione. Venne in seguito incaricato di delicate
funzioni ispettive, nelle quali seppe mettere in luce le sue non comuni doti di tecnico
appassionato.
Fonti
e Bibl.:
B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 122-123.
PIZZI DAMIANO
Berceto ante
1513-Berceto 18 ottobre 1545
Figlio di Francesco.Il Pizzi si trova ricordato, insieme al fratello Angelo, nel
testamento del canonico bercetano Giacomo Becchetti, in data 18 marzo 1513, quale ministro
del notaio Broccardo Belloli. Nel sinodo Tusculano si sottoscrisse Praepositus Berceti. Fu
anche parroco di Pagazzano e intervenne allatto di fondazione del Beneficio di San
Rocco fatto da Giorgio Franchi con rogito del cancelliere vescovile Antonio Marzocchi in
data 22 gennaio 1530. Il Pizzi cedette a livello al prete Bartolomeo e a Giacomo della
Cravaria di Pagazzano una pezza di terra nel luogo detto al Grontone e unaltra pezza
di terra denominata al Molino, con rogito di Antonio marzocchi in data 3 luglio 1538. Ridusse
notevolmente la proprietà fondiaria della Prevostura di Berceto cedendo a livello
perpetuo i seguenti appezzamenti (rogito del cancelliere vescovile Antonio Marzocchi): un
bosco denominato tra le vigne a Fugazzolo (2 ottobre 1532), un bosco di castagne detto li
cogozzi in Valbona, un altro bosco di castagne in Berceto, un fondo detto Rubiatica, un
altro fondo denominato Riolo in data 23 marzo 1541, un fondo Tra la costa (8 ottobre 1538)
e un altro fondo detto Ripa santa (13 ottobre 1543). Dopo la morte, il corpo del Pizzi fu
tenuto , non è chiaro per quale motivo, nascosto in casa per tre giorni sotto la guardia
di don Giorgio Franchi e poi seppellito (Diario di berceto).
Fonti
e Bibl.:
G.Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 71-72.
PIZZI EMILIO
Collecchio 1606/1621
È indicato come arciprete di Collecchio nel Sinodo cornazzano
del 1621. Figura nella stessa carica in altri documenti già dal 1606.
Fonti
e Bibl.:
U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in
Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.
PIZZI EUTIZIO
Parma 1598 c.-Parma 28
aprile 1659
Fu priore e poi abate di San Colombano di Bobbio nel 1645. In seguito diresse le abbazie
di Gangi, Caveosi, Bobbio e Reggio Emilia, Dal 1654 al 1659 fu abate del monastero di San
Giovanni Evangelista di Parma. Eccelse nelle discipline scolastiche e in particolare in
quelle economiche. Sollevò dai tanti gravami la sua Congregazione e migliorò la
biblioteca del Monastero. Dal 1657 al 1659 fu presidente generale della Congregazione
benedettino cassinese. Morì alletà di più di sessantanni.
Fonti
e Bibl.: M.Zappata,
Corollarium Abatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 115.
PIZZI FRANCESCO
Berceto 1552/1586
Il Pizzi compare la prima volta quale prevosto di Berceto il 26 ottobre 1552
nellatto col quale diede in enfiteusi perpetua a Lodovico Scarpa, figlio di
Santalotto, un appezzamento di terra laborativa denominato il Praticello, confinante colla
via comune, colla sagrestia, coi Pinardi e Bertinelli e con il rio, stimata da don Giorgio
Franchi, Alessio Gargalini e Broccardo Cavalli del reddito di 15 lire. Nel 1559 venne
investito anche del canonicato di San Cristoforo in San Secondo. Nel Sinodo Sforza del
1564 si sottoscrisse prevosto di berceto.
Durante la cura parrocchiale del Pizzi vennero compilati i nuovi statuti del Comune di
Berceto (pubblicati da Seth Viotto, Parma, 1553). Dal punto di vista ecclesiastico è
importante il capitolo de Diebus Festi celebrandis
(p. 51): allo scopo di rendere a Dio Ottimo Massimo il dovuto onore, e la terra di Berceto
per grazia Sua riceva incremento; sappia ognuno quali festività debbono essere celebrate
in onore di Dio e dei Santi, nei quali non è lecito trattare cause davanti a qualunque
giudice od arbitro. A proposito di che tutti i giorni si considerano giuridici, ad
eccezione dei sottonotati i quali vanno considerati festivi, vale a dire i giorni di festa
in honore di Dio e dei Santi suoi ed i giorni nei quali cadono le solennità dei Santi
Remigio, moderanno, Broccardo, Abondio e
Tiberio i corpi dei quali riposano nella Chiesa grande. Segue lelenco dei giorni
festivi di ogni mese. Nei due giorni festivi di San Genesio e San Cristoforo nonché nel
giorno antecedente e seguente a dette feste vi era completa esenzione di dazio (p. 104).
Vigeva la proibizione di lavare erbe, panni et altre robbe vicino al pozzo di San
Moderanno, sotto pena di 20 soldi imperiali. A pag. 23 è un altro capitolo che tratta
dellelezione di una persona che tenesse i computi del Comune insieme al prevosto e
dei redditi della chiesa di San Moderanno (p. 109). Sotto il Pizzi la Collegiata di
Berceto fu oggetto di molte attenzioni da parte della Curia vescovile di Parma. Il
cancelliere e notaio Cristoforo della Torre fa cenno di diversi ordini emanati a tale
riguardo il 7 maggio 1586 e accenna come ne fossero stati approvati gli statuti in data 3
luglio 1557 (Convenzione del 21 febbraio 1557 stabilita tra il Pizzi e i canonici, rogata
da Matteo lozzolasi). Di questi statuti si
conservano due esemplari autentici, uno nellArchivio vescovile di Parma tra le carte
della Collegiata di Berceto, laltro nellArchivio notarile di Parma tra le
filze di Cristoforo della Torre.
Fonti
e Bibl.:
G.Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 79-86.
PIZZI FRANCESCO
MARIA
Parma 1706
Figlio di Federico. Il Pizzi, giureconsulto, fu creato nobile per benemerenze civili da francesco Farnese, con privilegio del 18 novembre
1706.
Fonti
e Bibl.:
V.Spreti, Enciclopedia storico nobilia-re, 5, 1932, 401.
PIZZI GIOVANNI LUIGI, vedi PIZZI GIOVANNI MARIA
PIZZI GIOVANNA
MARIA
Parma 17 giugno
1485-post 1539
Figlio
di Giacopino. Umanista, fu diligente precettore, valente in poesia e retorica, e insegnò
in Mantova per molti anni. Compose in latino il libro Della vera amicizia e quello Della
vecchiezza. Tradusse in volgare parte delle Commedie di Terenzio, e dedicò alcune ottave
a Isabella dEste Gonzaga, duchessa di Mantova. Scrisse un sonetto in lode del Bembo,
che il Pizzi incontrò a Roma quando era già divenuto cardinale. Il Crescimbeni lo lodò
come poeta valoroso, e anche il Quadrio ne parla. Le rime del Pizzi furono giudicate
pulite e culte e di buona e facile maniera. Il Pizzi fu amico di Antonio Viola.
Fonti
e Bibl.: Aurea Parma 4
1958, 237, e 1 1959, 18.
PIZZI
GIOVANNI MARIA
Parma
1610/1615
Sacerdote, fu suonatore di trombone alla Steccata di Parma dal 7 maggio 1610 al gennaio
1615.
Fonti
e Bibl.:
N.Pelicelli, Musica di Parma, 1936.
PIZZI
ITALO
Parma
30 novembre 1849-Torino 6 dicembre 1920
Insegnò
dapprima alle scuole secondarie, poi al Collegio Maria Luigia di Parma, di cui fu vice
rettore. Fu sottobibliotecario alla biblioteca
laurenziana di Firenze dal 1879 al 1885.
Collaborò anche a Riviste educative come leducatore
Italiano. A Firenze fu libero docente di lingua e letteratura persiana nellIstituto
di studi superiori. Dal 1885 fu professore straordinario di persiano e dal 1899 alla morte
ordinario di filologia indoiranica nellUniversità di Torino, dove per diciotto anni
tenne anche lincarico di lingue semitiche comparate. Per un breve periodo di tempo,
su proposta di Francesco dOvidio, il ministro Boselli lo mandò a inaugurare e
dirigere lIstituto orientale di
Napoli. Dingegno vivace e versatile, combatté con grande ardore, forse talvolta
eccedendo, lindirizzo pedantescamente erudito che, sotto influenza tedesca, circa
dal 1880 prese a dominare in Italia nello studio delle varie letterature, a detrimento del
senso del bello. Questo sentimento umanistico, insieme con la cura di provvedere ai
bisogni didattici, dominò tutta la sua produzione anche fuori del campo orientalista. Fu
merito del Pizzi se gli studi iranici, soprattutto neopersiani, furono per la prima volta
coltivati con serietà e profondità in Italia. Appunto in questo campo si mosse la
maggiore produzione del Pizzi, culminante nella traduzione completa, in endecasillabi
dello Shãhnãmeh (Libro dei Re) di Firdusi (Torino, 1886-1888, vol. 8; ed. rifatta e
compendiata sullintegra, Torino, 1915, vol. 2), condotta scrupolosamente
sulledizione di Calcutta del 1829 e frutto di circa diciotto anni di lavoro.
Connesso con questa versione è il libro, che ebbe il premio reale della Regia Accademia
dei Lincei (1884), Lepopea persiana e la vita e i costumi dei tempi eroici di Persia
(firenze, 1888). Con disegno assai più
ampio di quanto fosse stato fatto sino allora e con molte traduzioni poetiche anche da
testi inediti, condusse la sua Storia della poesia persiana (Torino, 1894, voll. 2), che
arriva sino alla morte di Giãmi nel 1492. Tradusse dal persiano anche il Gulistãn di
Sa dí (Il Roseto di Saadi, Lanciano, 1917, voll. 2), dal sanscrito il Pancatantra,
Le novelle di Visnusarma (Torino, 1896) e parzialmente Le sentenze di bhartrihari (Torino, 1899), da varie lingue
orientali i Fiori dOriente (Milano,1906), dal tedesco medievale i Nibelunghi
(Milano, 1890, voll. 2, in versi) inoltre alcuni testi dal pahlaví, dallavestico e
dal siriaco. Per i bisogni della sua scuola compose grammatiche elementari, con
crestomazia e lessico, dellantico iranico (Torino, 1897), dellebraico (Torino,
1899; ristampa 1909), del sanscrito (Torino, 1896), dellarabo (Firenze,1913), del
dialetto arabo dEgitto (Firenze, 1886; rimesso in circolazione con la data 1912) e
del persiano (chrestomathie persane,
Torino, 1889). Invece più che semplice libro scolastico è il Manuale della lingua
persiana (Lipsia, 1883; 2ª edizione col titolo più esatto di Antologia Firdusiana,
Lipsia, 1891). Nel campo orientalista sono da notare inoltre i manuali di Letteratura
persiana (Milano,1887), Letteratura araba (Milano, 1903); e Islamismo (Milano, 1903); gli
ultimi due di gradevole composizione, ma non privi di gravi difetti. Compose anche qualche
libro scolastico di letteratura italiana e di letteratura greca: degni di nota sono gli
Ammaestramenti di letteratura (Torino, 1875, molte volte ristampati) poiché per la prima
volta introdussero nellinsegnamento ginnasiale utili raffronti con letterature
straniere, sia europee che orientali. Componimenti originali in poesia sono il dramma
lirico Bizeno (Ancona, 1884), di argomento tolto da F