PABST-PUZZI

PABST CARLO
soletta 1716/1721-post 1746
figlio di gian tommaso che nel 1728 raccolse l’eredità dello zio conte giuseppe maria calvi e assunse il solo cognome calvi.si dedicò alla carriera militare, e fu tenente del 54° fanteria austriaca.fu presente alla capitolazione di ypres, dove venne fatto prigioniero. nel 1746 prestò giuramento di fedeltà come confeudatario (col fratello) di coenzo.
FONTI E BIBL.: V. spreti, enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 251.

PACCHIANI BERNARDINO
Parma XVI secolo-Parma post 1605
fu lettore di logica all’università di bologna nel 1581-1582. fu poi lettore di filosofia all’università di parma (cartelle studio dell’archivio di stato di parma dal 1602 al 1605).
FONTI E BIBL.: R. fantini, maestri a bologna, in aurea parma 6 1929, 8; F. rizzi, clero in cattedra, 1953.

PACCHIANI PIETRO 
1697-bazzano 19 agosto 1763
fu nomiminato l’8 marzo 1728 arciprete di bazzano. resse la parrocchia trentacinque anni. morì in età di 66 anni, assistito dal cappellano simone ziveri.gli atti dei matrimoni redatti dal pacchiani furono 93. i morti durante la sua reggenza furono 453 e gli atti di battesimo 465, più 6 battesimi amministrati da simone ziveri. nel 1751 il pacchiani fece rifondere la campanella dell’oratorio dei santi giovanni e paolo.
FONTI E BIBL.: F. barili, arcipreti di bazzano, 1976, 31.

PACCHIONI CARLO FRANCESCO
parma 1674
frate francescano, fu maestro e lettore di sacra teologia in cremona. dopo aver predicato nella chiesa di san francesco di mantova dando dimostrazione di particolare erudizione e dottrina, il duca di mantova ferdinando carlo gonzaga lo nominò, con patente del 26 marzo 1674, teologo ducale.
FONTI E BIBL.: G.picconi, uomini illustri francescani, 1894, 338-339.

PACCHIOTTO, vedi PACIOTTO FRANCESCO

PACCIOTTO FRANCESCO, vedi PACIOTTO FRANCESCO

PACE BERNARDO, vedi ZAMBELLI BERNARDO

PACETTI LUIGI
p
arma 1855-1915
ingegnere, leader della frazione socialista riformista che si oppose alla frazione capeggiata da amerigo onofri, fu battagliero uomo politico e valido amministratore. venne eletto a varie cariche pubbliche: fu assessore e sindaco di salsomaggiore dal 1905 al 1910, consigliere provinciale di parma, e per dodici anni (1893-1906) consigliere comunale e assessore, con mariotti ai lavori pubblici e alle comunicazioni del comune di parma.al pacetti si deve la municipalizzazione dell’azienda elettrica e il progetto dell’acquedotto che suscitarono accese discussioni, alle quali il pacetti partecipò con singolare vigore. ebbe anche molta parte nella statalizzazione degli stabilimenti termali di salsomaggiore.
FONTI E BIBL.: gazzetta di parma 27 dicembre 1920, 1-2; B. molossi, dizionario biografico, 1957, 113.

PACIFICO PAOLO
ante 1595-monferrato ante 1642
frate carmelitano, fu maestro dell’ordine e predicatore assai celebre. predicò con grande seguito a mantova, venezia, bologna, parma e brescia. dimostrò particolare dottrina nell’insegnamento della filosofia a bologna. fu eletto procuratore generale e visitatore della congregazione mantovana, e più volte definitore nei capitoli. morì mentre era per la seconda volta vicario generale del monferrato.
FONTI E BIBL.: G. falcone, cronica carmelitana, 1595, 736; R. pico, appendice, 1642, 76.

PACIOTTI FRANCESCO, vedi PACIOTTO FRANCESCO

PACIOTTO FRANCESCO
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rbino 1521-1591
Studiò prima a Urbino, poi a Roma.Allievo di Gerolamo Genga, fu uno dei più grandi architetti militari del Cinquecento.Entrato al servizio del duca Ottavio Farnese nel 1540, vi restò stabilmente fino al 1558 per poi seguire Margherita d’Austria, moglie di Ottavio Farnese, nelle Fiandre, dove eseguì le fortezze di bethune e Arras.Durante le guerre di Parma (1551) e dei Carafa (1557) il Duca si avvalse della sua opera, avendo il Paciotto rinforzato e costruito le fortezze di Montecchio, Scandiano, Correggio e Guastalla e l’anno successivo dato un primo progetto per le prime fortificazioni di Borgo San Donnino, che vennero realizzate a partire dal 1575 sotto la direzione del Boscoli e secondo un nuovo progetto del Paciotto.Dopo il 1559, per conto del Duca di Savoja, eseguì le fortezze di Savigliano e Nizza marittima e iniziò quella di Vercelli.Chiamato da Filippo ii in Spagna, oltre ad alcuni interventi di ingegneria militare, lasciò progetti per l’Escoriale.Rientrò nel 1564 in piemonte e progettò la cittadella pentagona di Torino, modello tipico di fortificazione tardocinquecentesca, che egli riprese nella cittadella di Anversa, eseguita di ritorno in Fiandra nel 1564 per ordine del Duca d’Alba.Lavorò ancora come ingegnere pontificio ad Ancona e Civitavecchia. Nel 1580 fu impegnato nel rinforzo delle fortificazioni in Borgo Taro a causa della guerra contro i Landi, ma anche, tra il 1582 e il 1583, nel progetto civile del disegno del Corridore nel palazzo della Pilotta di Parma, nonostante non si sia ancora potuto documentarne la paternità.Infatti Ottavio Farnese lo utilizzò anche come architetto civile, nominandolo, nel 1556, Maestro di strade et sopra la politica della città nostra di Piacenza e commissionandogli nel 1558 i progetti per il palazzo Farnese di Piacenza, voluto da Margherita d’Austria, ai cui lavori non riuscì a sovrintendere a causa della sua partenza per le Fiandre.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 317; R.Gab., in grande dizionario Enciclopedico, IX, 1959, 603; Enciclopedia di Parma, 1998, 502.

PICCOLINI GIOVANNI
borgo taro 1564/1591
fu liutista e compositore attivo nella seconda metà del xvi secolo.fu al servizio del Duca di parma.pubblicò l’opera tabularia tribus testitudinibus (1587 e 1591, milano, simone tini).
FONTI E BIBL.: L. mensi, dizionario biografico dei piacentini, 1899, 307; R.Eitner, VII, 275; N.pelicelli, musica in parma, 1936, 73; dizionario chitarristico, 1968, 51.

PACOT GIOVANNI
1833-parma 12 luglio 1898
maggiore nell’esercito, fu valoroso soldato.Fece le campagne risorgimentali del 1848, 1859 e 1866.
FONTI E BIBL.:gazzetta di parma 14 e 15 luglio 1898; G.sitti, il risorgimento italiano, 1915, 85.

PACUVIUS IANUARIUS
parma  iv/v secolo d.c.
fu liberto di m. pacuvius primus che dedicò un’epigrafe in pietra arenaria a lui e alla propria consorte sumonia apra. pacuvius è nomen di probabile origine osca e caratteristico dell’italia meridionale.iaunarius, cognomen comunissimo e assai diffuso, soprattutto in africa, non può suggerire alcuna particolare considerazione.
FONTI E BIBL.: M.G. arrigoni, parmenses, 1986, 141.

PACUVIUS MARCUS PRIMUS
parma iv/v secolo d.c.
di condizione incerta, dedicò un’epigrafe in pietra arenaria per la coniux sumonia apra, e per il liberto pacuvius ianuarius, ritrovata subito fuori dalla città di parma a settentrione di essa, databile, per caratteri paleografici (hedera distinguens, formula d.m.) e inoltre per le caratteristiche della protome raffiguratavi, al periodo tardo-imperiale.Pacuvius è nomen di probabile origine tosca, caratteristico dell’italia meridionale. non documentato nelle regioni transpadane, in aemilia è presente, oltre che in questa, in un’epigrafe di cesena. da primus, cognomen diffusissimo in tutto l’impero romano, non si può ricavare alcuna considerazione di rilievo.
FONTI E BIBL.: M.G. arrigoni, parmenses, 1986, 141.

PADOVA ABRAM JEHUDA
Parma 1641
rabbino e scrittore israelita vivente a parma nell’anno 1641.
FONTI E BIBL.: M.mortara, rabbini e scrittori israeliti, 1886, 46.

PADOVA GIUSEPPE
parma 1665-parma 7 dicembre 1725
già israelita, poi cristiano (col battesimo assunse nuovo nome e cognome: francesco maria costanti), fu frate cappuccino, sacerdote e predicatore. compì la professione a carpi il 29 aprile 1686.
FONTI E BIBL.: f. da mareto, necrologio cappuccini, 1963, 688.

PADOVA GOLIARDO
casalmaggiore 3 luglio 1909-tizzano 2 maggio 1979
si diplomò all’accademia di belle arti di brera a milano e all’istituto d’arte paolo toschi di parma. per alcuni anni abitò nella campagna attorno a casalmaggiore, lavorando appartato, poi fino al 1942 risiedette a milano, dove fu anche insegnante. a milano fu amico di fontana e di badodi.vi compì esperienze varie di pittura, di progettistica architettonica e di grafica pubblicitaria. nella sua prima pittura chiarista, dal 1935 al 1945, espresse una libera, intima intonazione di luce, trovando un’espressione vibrante in silenziosa polemica col novecento. alcune di queste opere apparvero nella mostra antologica storica che si tenne al teatro regio di parma nel 1968. una di esse si trova nel museo di parma (la strada bassa, 1934) e un’altra nel museo civico di cremona (paesaggio nel casalasco, 1942). in seguito, soprattutto dopo il periodo di prigionia in germania, il padova ritrovò vena ed estro. nell’immediato dopoguerra si stabilì a parma, dove vantava una larga schiera di amici ed estimatori, risiedendo spesso a tizzano. a parma il padova ebbe tra i suoi sostenitori giuseppe tonna, francesco arcangeli e attilio bertolucci: essi contribuirono, con la loro sensibilità profondissima, a consolidarlo in quella poetica del naturale, che fu per lui l’improvvisa illuminazione scoppiata nella sua pittura negli anni già maturi. partecipò alle seguenti mostre nazionali: quadriennale di roma (1935), sindacali regionali lombarde dal 1933 al 1942, iii mostra sindacale al palazzo dell’arte di milano (1941), mostra degli incisori italiani in germania (amburgo, colonia e monaco, 1934), esposizione internazionale di grafica (parigi, 1937), mostra paesaggio lombardo, 1942, (primo premio per il paesaggio cremonese), premio bergamo (1939 e 1942), artisti lombardi alla galleria roma (roma, 1942), sindacale toscana (firenze, 1936), premio suzzara, 1957. eseguì gli affreschi della palestra ginnica di casalmaggiore, i dipinti a tempera nell’atrio della scuola media diotti di casalmaggiore (1961) e quelli dello scalone del nuovo municipio di colorno (1963), che illustrano le attività più tipiche del lavoro agricolo.tenne personali a cremona (galleria ente turismo, 1946), milano (galleria cairola, 1958), brescia (galleria alberti, 1958; galleria san michele, 1969), parma (galleria del teatro, 1959 e 1968; galleria la ruota, 1960 e 1963; galleria della steccata, 1964), ferrara (bottega d’arte, 1962), modena (ente comunale di cultura, 1961), torino e bologna. la sua pittura, strettamente legata ad atmosfere, personaggi e animali delle zone padane, è orientata verso uno naturalismo materico pulsante e corposo.dopo la morte del padova, un cospicuo numero di sue opere fu donato al museo del csac di parma (istituto di storia dell’arte dell’università), che allestì una vasta mostra antologica nel salone delle scuderie della pilotta nel febbraio 1989.altre mostre antologiche furono allestite dalle gallerie parmigiane niccoli e la sanseverina. fondamento della pittura del padova è un senso della materia densa, opaca, tenera alla pressione e alle incisure che vi lasciano i segni dell’oggetto. una materia come matrice della figura, dell’immagine, sempre controllata però, con  una luce in essa sciolta, come se venisse dalle profondità della germinazione e del colore, senza retorica, senza dramma, quindi non espressionista.con una traccia di quel lirismo, comune agli esempi illustri che, nello stesso senso della pittura di materia, l’hanno preceduta, ma combinata con spunti di racconto. tanto più che nell’animo e nella vista del padova, e quindi nell’immagine che dipinge, si annida una tendenza al favoloso: la realtà viene deformata, ecceduta, alonata da una sottile visionarietà che trasforma il tempo del racconto e lo complica un poco.la produzione dei decenni sessanta e settanta fu fittissima.il padova dipinse con una foga, con un entusiasmo, con una forza e varietà di ispirazione, come non aveva mai fatto.prima nelle lanche del po, negli orizzonti della bassa, poi sulle prime colline dell’appennino (capoponte, isola, piantalfumo).variò di continuo i temi e per ogni tema dipinse cicli di opere diverse, diversamente inventate una per una: le gatte, i nidi, gli uccelli migratori, nature morte di frutta, paesaggi del po sconosciuto.
FONTI E BIBL.:  e. cassa salvi, in giornale di brescia 7 dicembre 1958; r.tassi, in letteratura 43-45 1960; a.c. quintavalle, in il resto del carlino 9 dicembre 1960 e 2 novembre 1961; p. del giudice, in la fiera letteraria 17 gennaio 1960; e. fezzi, in la provincia 1 gennaio 1960; gazzetta di parma 6 marzo 1968; A.M. comanducci, dizionario dei pittori, 1973, 2278; aura parma 2 1979, 190; aura parma 1 1989, 54-55; T. marcheselli, strade di parma, iii, 1990, 266.

PADOVANI ANGELO
parma 5 aprile 1887
fece le campagne risorgimentali del 1859, 1860 e 1866.
FONTI E BIBL.: a. finetti, in gazzetta di parma 11 aprile 1887, n. 97; G. sitti, il risorgimento italiano, 1915, 415.

PADOVANI FRANCESCO
parma 1798
incisore. lo scarabellli zunti vide una sua stampa datata 1798.
FONTI E BIBL.: P. martini-G. capacchi, arte incisione a parma, 1969.

PADOVANI GINO
parma 1903-padova 1965
funzionario della società shell, della quale resse per oltre 20 anni l’agenzia di parma e provincia, passò poi alle dipendenze dell’anonima petroli italiana, ottenendo la direzione della filiale di padova. tra il 1925 e il 1940 godette una certa notorietà quale attore di prosa nella compagnia dialettale dei filodrammatici di parma e al fianco di alberto montacchini, quale «amoroso brillante». ottenne successo per la signorilità del tratto, la facilità nella recitazione e l’eleganza nel vestire.
FONTI E BIBL.: F. e T. marcheselli, dizionario dei parmigiani, 1997, 229-230.

PADOVANO ANNIBALE
parma o padova 1527-gratz 1575
fu liutista, organista e compositore. nel 1552 fu organista di san marco in venezia. compose opere per liuto e organo
FONTI E BIBL.: dizionario chitarristico, 1968, 52.

PADRE ONORIO, vedi ROSI FRANCESCO

PADUS, vedi RASTELLI VITO

PAËR FERDINANDO
p
arma 1 luglio 1771-parigi 3 maggio 1839
figlio di giulio e di francesca. ricevette i primi insegnamenti musicali dal padre, cornista dal 1778 nell’orchestra del teatro di corte di parma, dal violoncellista gaspare ghiretti e da federico fortunati, maestro di cembalo e di canto al servizio della principessa di parma, direttore della scuola di canto e concertatore degli spettacoli del teatro regio. nel 1784 cantò alla corte di parma in occasione della visita di Gustavo re di svezia. nel 1789 compose la prima opera, la locanda dei vagabondi, alla quale seguì, nel 1790, i pretendenti burlati. nel 1791 debuttò come operista a parma e contemporaneamente fu attivo a colorno e a venezia come maestro di cappella. maestro di cappella della corte di parma dal 14 luglio 1792, cinque anni dopo fu nominato direttore musicale di tutti i regi servizi. nello stesso 1797 si recò a vienna con la cantante francesca riccardi (sua moglie dal 1798), anch’essa scritturata all’opera italiana. dopo un soggiorno a praga (1801), dal 1803 fu kappelmeister a dresda, città che lasciò nel 1807 per assumere a parigi il posto di maître de chapelle presso la corte napoleonica. qui fu anche direttore dell’opéra-comique e, dal 1812, del théâtre des italiens succedendo a spontini. nonostante le difficoltà della sua posizione nei confronti di rossini, condirettore del teatro dal 1824 al 1826, tenne l’incarico fino al 1827, vincendo l’ostilità della catalani, allora imperante a parigi.nel 1831 divenne membro dell’académie e l’anno successivo direttore della musica da camera del re e della cappella dei duchi d’orléans. dal 1837 insegnò composizione al conservatorio, del quale fu ispettore dal 1834. il destino storico del paër si definisce, essenzialmente, come quello di tanti suoi contemporanei (cherubini e spontini in primo luogo ma non solo quelli), attraverso una serie di fatti che lo portarono alla realizzazione della propria personalità al di fuori dell’italia, situazione che negli anni intercorrenti tra la rivoluzione e la restaurazione indica, proprio nell’ampio disperdersi delle migliori energie italiane presso le corti e i teatri stranieri, un momento di iato nel filo del discorso melodrammatico in Italia, che stendhal definì poi di interegno tra il dorato mondo di cimarosa e quello, già tutto permeato di nuovi spiriti, di rossini. gli anni della precoce formazione paeriana si colorarono del declinante riverbero di quel fervore che pochi decenni prima aveva percorso la corte parmense, dominato dagli illuminati intendimenti del ministro du tillot. l’affrancamento dai vincoli scolastici fu altrettanto brillante, con un ingresso sulle scene del teatro musicale accompagnato da un successo che si allargò rapidamente a molte città della penisola (padova, milano, firenze, napoli, roma e bologna) e che si tradusse in un’operosità intensa, destinata inevitabilmente a rallentare man mano che il Paër ascendeva a posizioni di sempre maggior prestigio. questo allargarsi di esperienze, apertosi con il passaggio da parma a vienna, dove venne chiamato come kapellmeister al teatro di porta carinzia, determinò invece una trasformazione progressiva dei suoi modi compositivi, sui quali il contatto con la cultura viennese non poté non rivelarsi incidente, soprattutto nella maggior consapevolezza formale e in un arricchimento spirituale. tutto ciò in modo abile però, senza mai troppo scoperte adesioni, tanto che la penna conservatrice del carpani, in una lettera del 1804, nel lamentare i danni provocati sui compositori italiani dall’eccessivo entusiansmo per la musica strumentale dei tedeschi, cita il paër come uno dei pochi rimasti a difendere la buona musica. in questa naturale persistenza nella produzione straniera del paër di quella freschezza melodica propria della lunga tradizione napoletana dovette probabilmente risiedere la ragione prima della stima guadagnatasi dal paër. a dresda soprattutto, dove nel periodo tra il 1792 e il 1813 figurano rappresentate ben diciannove sue opere, contro le nove di cimarosa e le otto di mayr. in effetti risplende nei lavori composti dal paër in quegli anni della sua prima maturità, specie in quelli rientranti nella formula allora d’attualità della pièce à sauvetage, una singolare luminosità melodica che ne garantì anche in seguito, sia pur ridimensionate nella prospettiva storica, le ragioni. spicca tra i suoi maggiori titoli di questo periodo (camilla, ossia il sotterraneo, achille, sargino, ossia l’allievo dell’amore, lodoïska) leonora, ossia l’amore coniugale, rappresentata a dresda nel 1804, per la stimolante analogia con il contemporaneo fidelio beethoveniano, scaturito dalla stessa matrice drammatica di bouilly. vanno tuttavia realisticamente ridimensionati i tentativi di stabilire una benché minima dipendenza dell’unicum drammaturgico beethoveniano dal lavoro del paër, musicista che beethoven conobbe e, pare, ammirò anche, subendone forse qualche suggestione esteriore (la marcia funebre sulla morte di un eroe della sonata opera 26 pare infatti fosse suggerita da uno spunto dell’achille, ascoltato a vienna nel 1801), ma troppo evidente è il divario tra l’universalità di visione e la forza trasfiguratrice che beethoven proietta dallo stesso soggetto e la dimensione di armonica piacevolezza, ma non di più, accolta dal paër. il passaggio da dresda a parigi, con il nuovo importante incarico conferitogli da napoleone bonaparte, segnò un’ulteriore trasformazione dell’atteggiamento creativo del paër e offrì così una nuova testimonianza della sua abilità nel sapere aderire sempre prontamente, a volte con discutibile astuzia, alle situazioni di successo, come infatti nota fétis quando a proposito dello stesso mutamento accenna a una cortigianeria poco degna di un tale artista. a parigi il paër compose e fece eseguire la marcia nuziale per lo sposalizio dell’imperatore dei francesi con maria luigia d’austria (2 aprile 1810), e di lei divenne maestro di canto. il titolo più emergente di questo periodo è agnese, rappresentata a parma (una felice scappata del paër musicista dei re nella città natale) nel teatrino di villa ombrosa, nel 1809, con grandissimo successo. non si possono lasciare inascoltate, tuttavia, per una più lungimirante traiettoria critica, le note dissonanti di stendhal e di berlioz, il primo deluso dopo l’ascolto di quest’opera dalla mancanza di calore nella pur splendente purezza del canto spianato, il secondo insospettito dalla strumentazione prudente e moderata: osservazioni che sembrano comunque anticipare una valutazione posteriore di quest’opera in cui si possono forse sintetizzare meglio che in ogni altra i caratteri del mondo paeriano, nella prevalenza del gusto controllato per la bella frase, nella prospettiva armonica sempre trasparente che si increspa, talora, proprio quando la situazione drammatica si fa più urgente, tingendo l’atmosfera di quella trepida elegia che sembra quasi anticipare certe situazioni donizettiane. sulla posizione di potere raggiunta dal paër, che nel 1812 fu chiamato anche a succedere a spontini nella direzione del théâtre des italiens, si avverte nelle tracce di varie testimonaianze l’ombra, anche pesante, della sua attitudine al compromesso e di un carattere insinuante con cui difese senza troppi scrupoli i suoi raggiungimenti: denigrando spontini, alla cui sostituzione non dovette essere estraneo il lavoro di maldicenza messo in atto dal paër e cercando di ostacolare con tutti mezzi la rappresentazione delle opere di rossini, fino a dover poi cedere all’evidenza del successo che il pesarese, nominato nel 1824 al suo fianco come condirettore del théâtre des italiens, andò conquistandosi. nel 1826 dovette abbandonare la carica di direttore del théâtre des italiens sotto l’accusa di aver cagionato il decadimento di quel teatro. si difese pubblicando un opuscolo intitolato m. paër, ex directeur du théâtre italien a mm. les dilettantes (parigi, 1827). forse sulla scia di questo successo rossiniano e delle prime brillanti affermazioni di nuovi musicisti, come il boïeldieu sul fronte dell’opéra-comique, che si delineò nella produzione diradata del paër, ormai sul declinare della carriera, vi fu un nuovo sforzo innovativo di cui è testimonianza le maître de chapelle su soggetto tratto da una pièce teatrale di duval, adattato a opéra-comique. la fisionomia di quest’opera, l’unica a sopravvivere sia pur con rarefatta frequenza nei repertori novecenteschi, fu purtroppo alterata da una versione italiana in cui manca, tra l’altro, il ii atto, che accentua ingiustamente certi tratti stilistici, per cui l’opera risulta frutto ritardato e anacronistico della tradizione napoletana, spegnendone per contro quegli umori che il paër aveva accolto con prontezza e abilità dalle provocazioni dell opéra-comique, pervenendo a esiti di eleganza compositiva e di gustoso umorismo: tra questi ultimi la messa in caricatura, nella figura del protagonista, il maestro barnabé, del mal sopportato rossini. a fianco di una consistente produzione per il teatro (ben 42 opere), il paër lasciò una notevole raccolta di musica sacra e da camera. tra quest’ultima prevalgono le pagine vocali, composte spesso per soddisfare le particolari circostanze connesse alla sua posizione ufficiale. queste musiche, come del resto le pagine strumentali (tra cui un bel rilievo assumono le tre grandi sonate per pianoforte), recano la loro più spiccata caratterizzazione in quella naturale ed elegante vitalità melodica che, al di là dei vari trapassi, rimane come la sigla significativa del paër, ancora nel 1860 ricordato dal regli come uno dei più sublimi cigni italiani. il paër ebbe le maggiori onorificenze dal re luigi filippo: cavaliere dello speron d’oro, la legion d’onore (1848), membro dell’académie des beaux artes, direttore della cappella reale, poi ispettore degli studi del conservatorio di parigi e professore di composizione dello stesso istituto. morì a 68 anni. ai suoi funerali furono presenti i maggiori musicisti, quali cherubini, spontini, mayebeer, auber e berlioz. il paër fu autore delle seguenti composizioni. opere teatrali: orphée et euridice (libretto mons. duplessis; parma, 1791); circe (d. perelli; venezia, 1792); le astuzie amorose, ovvero il tempo fa giustizia a tutti (a. brambilla; parma, 1792); laodicea (g. foppa; padova, 1793); i portenti del magnetismo (venezia, 1793); icilio e virginia (g. foppa; padova 1793); i pretendenti burlati (g.c. grossardi; medesano, 1793); saed ossia gli intrighi al serraglio (g. bertati; venezia, 1793; rappresentata anche con i titoli l’intrigo amoroso, il male vien dal buco); il nuovo figaro (da l. da ponte; parma, 1794); il fornaro (venezia, 1794); i molinari (g. foppa; venezia, 1794); il matrimonio improvviso ossia i due sordi (g. foppa; venezia, 1794); l’idomeneo (g. sertor; firenze, 1794); ero e leandro (napoli, 1794); l’inganno in trionfo (firenze, 1794); la rossana (a. aureli; milano, 1795); anna (padova, 1795); il cinna (a. anelli; padova, 1795); l’orfana riconosciuta (firenze, 1796); l’amante servitore (a.s. sografi; venezia, 1796); il principe di taranto (a. tottola, da la finta principessa di f. livigni; parma, 1797; rappresentata anche col titolo la contadina fortunata); sofonisba (g. schmidt; bologna, 1796; con lo stesso titolo d. rossetti, da g.f. zanetti; bologna, 1805); il fanatico in berlina (g. bertati; vienna, 1797); griselda ossia la virtù al cimento (a. anelli, da boccaccio; parma, 1798); camilla ossia il sotterraneo (g. carpani, da b.j. marsollier; vienna, 1799); tegene e laodicea (g. foppa; firenze, 1799); il morto vivo (p. franceschi; vienna, 1799); la testa riscaldata (g. foppa; venezia, 1800); la sonnambula (g. foppa; venezia, 1800); poche ma buone, ossia le donne cambiate (g. foppa; vienna, 1800; rappresentata anche col titolo la moglie ravveduta e in germania col titolo der lustige schuster oder die weiberkur); achille (g. de gamerra; Vienna, 1801); i fuorusciti di firenze (a. anelli; dresda, 1802); ginevra degli almieri (g. foppa; Dresda, 1802); una in bene e una in male ovvero le astuzie di patacca (g. foppa; Dresda, 1802); sargino, ossia l’allievo dell’amore (g. foppa, da j.m. monvel; Dresda, 1803); lodoiska (f. gonella; bologna, 1804); leonora ossia l’amore coniugale (g. schmitdt; dresda, 1804); il maniscalco (Firenze, 1805); I bisogni sollevati (da sesini; vienna, 1805); numa pompilio (m. noris; parigi, 1808); cleopatra (c. olivieri; parigi, 1808); agnese di fitzhenry (l. buonavoglia e giannetti, da a. opie; vigatto, 1809; rappresentata anche coi titoli agnese e il padre e la figlia); diana ed endimione o sia il ritardo (s. vestris; parigi, 1809); didone abbandonata (p. metastasio; parigi, 1810); le baccanti (parigi, 1811); un pazzo ne fa cento (firenze, 1812); l’eroismo in amore (l. romanelli; milano, 1815); la primavera felice (l. balocchi; parigi, 1816); le due pupille e i due tutori (milano, 1816); le maître de chapelle ou le souper imprévu (s.m.f. gay, da a. duval; parigi, 1821; rappresentata a vienna in versione rivista col titolo wie gerufen; anche col titolo il maestro di cappella); un caprice de femme (j.p.f. lesguillon; parigi, 1834); olinde et sophronie (incompiuta). in collaborazione con altri: l’oriflamme, con méhul, berton e kreutzer (libretto d’etienne e baour-lormian; parigi, 1814); lo sprezzatore schernito, con farinelli, generali, guglielmi, pacini, paganini, portugal, sampieri (firenze, 1816); blanche de provence ou la cour des fées, con berton, boïeldieu, cherubini, kreutzer (théaulon de lambert e de rancé; parigi, 1821); la marquise de brinvilliers, con auber, batton, berton, blangini, boïeldieu, carafa, cherubini, hérold (scribe e castil-blaze; parigi, 1831); inoltre, alcuni pasticci. oratorî: il trionfo della chiesa (parma, 1804); la passione di gesù cristo (parma, 1810); il s. sepolcro (dresda, 1818). diverse cantate, tra cui: ulisse e penelope per 2 violino e orchestra; saffo per Soprano e orchestra; eloisa e abelardo negli elisi per 2 violino e pianoforte; l’amor timido per Soprano e pianoforte; cantata pel giorno natalizio del signor luigi franul de weissenthhurn per soli e pianoforte; adieux de la société de vienne à mme la principesse borios de galitzin per Soprano, coro a 3 voci e pianoforte; e altri pezzi vocali profani (o notte soave, serenata per soprani, tenore, basso,  coro, violoncello, contrabbasso, pianoforte o arpa; la francia in pace, inno; grazie rendiamo inno a 3 voci; l’odalisca per canto, pianoforte, e corno obbligato; l’addio di ettore per 2 violini e pianoforte; pastorale che si canta dagli zampognari in roma per 5 violini e pianoforte; dodici ariette italiane per violino e pianoforte; la biondina in gondoleta, aria con variazioni; il tempio d’armonia, coro); duetti; liriche. musica sacra: 2 messe; 4 offertori; kyrie; gloria; salmi; mottetti. musica per orchestra o strumentale: sinfonia in re maggiore; sinfonia baccante; concerto per pianoforte; concerto per organo; variazioni per orchestra sul vive henry iv; fantasia per pianoforte, 2 flauti, 2 corni e fagotto; tre grandi sonate per pianoforte con accompagnamento di viola o violoncello ad lib.; quattro grandi marcie e potpourri variato per pianoforte; sei valzer per banda. opere didattiche: 24 exercises pour voix; esercizi per voce di soprano o tenore, ossiano variazioni progressive sulla scala e solfeggi; sei solfeggi facili per cantar di portamento; trente-six vocalizes puor voix de basse-taille, avec pianoforte.
FONTI E BIBL.:t. massé e a. deschamps, paër e rossini, parigi, 1820; c. de colobrano, funérailles de ferdinando paër, Parigi, 1893; c.r. barbiera, immortali e dimenticati, milano, 1901; a. della corte, l’opera comica italiana, bari, 1923; r. engländer, ferdinando paër als sächsicher hofkapellmeister, in neues archiv für sächsische geschichte 1929; r. engländer, paërs leonora und beethovens fidelio, in neues beethoven-jahrbuch 1929; n. pelicelli, musicisti in parma nel secolo xviii, in note d’archivio 1935; g. tebaldini, fernando paër, in aurea parma 1939; g.p. minardi, ferdinando paër nel secondo centenario della nascita, in archivio storico per le province parmensi 1971; r. celletti, la leonora e lo stile vocale di paër, in Nuova Rivista della Musica Italiana 1972; j. budden, in grove; enciclopedia italiana, xxv, 1935, 901; enciclopedia dello spettacolo, vii, 1960, 1461-1463; parma economica 3 1971, 29-32; dizionario ricordi, 1976, 490-491; M. dall’acqua, terza pagina della gazzetta, 1978, 305; la reggia di colorno nel ‘700, 1979, 99-102; C. gallico, le capitali della musica. parma, 1985, 134-136; g.P. minardi, in dizionario dei musicisti, utet, 1987, v, 498-500; dizionario dell’opera lirica, 1991, 657-658.

PAËR FRANCESCA, vedi RICCARDI FRANCESCAriccardi francesca

PAËR GIULIO
Parma-parma 20 marzo 1790
padre e primo maestro del celebre ferdinando. dopo aver fatto il trombettiere nelle guardie del corpo (1769-1771), il paër divenne professore di corno da caccia della reale orchestra di parma (19 gennaio 1778), carica che mantenne fino alla morte. in un memoriale di angelo morigi in data 2 settembre 1790 si legge: giulio per marito di certa francesca morto il 20 di marzo 1790, suonatore di corno da caccia soprannumero della r.le orchestra. poco prima febbricitante suonò nelle 11 feste da ballo de r.li principini.
FONTI E BIBL.: archivio di stato di Parma, ruolo a, 1, fol. 857; teatri 1732-1843, cartella n. 1; N. pelicelli, musica in parma, 1936, 225; g.p. minardi, ferdinando paër nel 2° centenario della nascita, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1971, 230; parma nell’arte 1 1982, 123.

PAERINI
p
arma 1690
incisore di stampe al bulino attivo nell’anno 1690.
FONTI E BIBL.: P.zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, xiv 1823, 215.

PAGACINI CRISTOFORO
berceto 1676-berceto 14 gennaio 1743
di famiglia originaria di san secondo, fu diversi anni parroco di castellonchio, poi di pagazzano e di casacca. venne presentato dal duca francesco Farnese alla prevostura di berceto,che il pagacini ottenne l’8 luglio 1724. spiegò una speciale attività nel provvedere di arredi e di mobili la chiesa ma con poco rispetto dei cimeli antichi. il 3 luglio 1729 venne demolito l’antico altare maggiore per ridurlo alla romana, ed all’uso moderno e, col permesso del vescovo marazzani, venne cercato il deposito di sant’abondio martire, che per tradizione si sapeva essere conservato in detto altare.venne infatti rinvenuta la cassa di piombo contenente le ossa del santo e una cassetta di castagno contenente frammenti di reliquie, alcuni pezzetti di ottone e una scatoletta di latta con all’interno l’autentica ormai illeggibile. il 10 settembre 1730, presenti i membri della collegiata, il reggente della comunità e altri notabili civili e militari del paese, le ossa di sant’abondio vennero riposte nell’urna dell’altare nuovo (di legno, di forma barocca). il pagacini morì all’età di 67 anni.
FONTI E BIBL.: G. schianchi, berceto e i suoi arcipreti, 1927, 112-113.

PAGANELLI
p
arma 1743
fu cantore della cattedrale di parma nell’anno 1743.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, musica in parma, 1936.

PAGANEN DEL SERC, vedi ORLANDI PAOLO

PAGANI ALFONSO, vedi PAGANINO ALFONSO

PAGANI ANTONIO
medesano 28 luglio 1893-dolina del ciliegio 17 settembre 1916
figlio di paolo e marcella minotti. soldato nel 9° reggimento fanteria, morì combattendo da valoroso sul carso in seguito a una ferita di arma da fuoco.
FONTI E BIBL.: caduti di noceto, 1924, 40.

PAGANI BRUNA
Parma 1914-Firenze 8 dicembre 1995
Fu la maggiore esponente femminile del movimento repubblicano di parma, chiamata a responsabilità nazionali anche nel contesto dell’associazione mazziniana italiana. Tra le proprie amicizie, vantò quelle di Randolfo Pacciardi, di Giovanni Spadolini e della professoressa Riccioli, madre di Lando Conti, sindaco di Firenze, assassinato dalle Brigate rosse. L’origine della militanza politica della Pagani è da collegare in modo specifico al ruolo del padre umberto, sindacalista, mazziniano, perseguitato dalla dittatura fascista, personalità di spicco nella storia politica di oltre un cinquantennio in campo regionale e nazionale. la Pagani e il fratello franco impararono presto a condividere in modo diretto l’attività antifascista paterna esponendosi anche ai rischi dell’azione cospirativa. l’esempio di saldezza morale e di intransigenza fornito dal padre li temprò a una vita di sacrifici. quando umberto pagani, verso la fine del 1926, fu inviato all’esilio di lipari, la famiglia affrontò al suo fianco le asprezze del confine. la pagani (detta tra i confinati la signorina di lussu) ebbe un ruolo significativo nella preparazione e nella copertura della fuga dall’isola di lipari di rosselli, lussu e nitti. durante il periodo di riorganizzazione segreta del partito repubblicano italiano, sfociato nel congresso nazionale clandestino di milano (dicembre 1943), la pagani fece da corriere recandosi di persona ad avvisare i convenuti nelle rispettive città. quando il padre assunse a bologna l’incarico di vice segretario del comitato di liberazione nazionale per l’emilia-romagna, nuovamente la pagani e il fratello franco seppero affiancarlo per quei collegamenti e contatti a vasto raggio che dovevano servire ai preparativi dell’insurrezione nazionale contro i nazifascisti. dopo il matrimonio con l’ingegnere agostini, dirigente compartimentale delle ferrovie dello stato, la Pagani visse lungamente a firenze.
FONTI E BIBL.: p. tomasi, in gazzetta di parma 8 gennaio 1996, 5.

PAGANI FRANCESCO
parma 1628/1634
Fu soprano alla steccata di parma dal 7 novembre 1628 fino al 10 agosto 1634.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, musica in parma, 1936.

PAGANI GAETANO
parma 1893-san remo 1965
unitamente ai fratelli condusse e sviluppò l’azienda fondata dal padre lodovico alla fine dell’ottocento, dedita alla trasformazione industriale del pomodoro in panocchia di vigatto. con l’avvento del pagani si passò dalla primitiva preparazione della conserva essiccata al sole a una vasta gamma di concentrati ottenuti con l’impiego della boule. l’agricoltura deve al pagani la bonifica di estesi terreni nel triangolo corcagnano-vigatto-panocchia. Diffuse la coltura del pomodoro che diventò una grande risorsa in tutta la zona pedemontana. fu presidente della società del canale, consigliere della cassa di risparmio di Parma e commissario straordinario del consorzio agrario provinciale. nel nome del padre lodovico, fondò l’asilo di panocchia.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, storia di parma, 1965, 179; cento anni di associazionismo, 1997, 404; F. e T. marcheselli, dizionario dei parmigiani, 1997, 230.

PAGANI LODOVICO
1866-Panocchia 10 ottobre 1939
fu tra i pionieri del settore industriale delle conserve e della lavorazione del pomodoro.
FONTI E BIBL.: cento anni di associazionismo, 1997, 404.

PAGANI MARCO ANTONIO
busseto 1796/1805
fu poeta e grecista insigne. rettore del seminario di borgo san donnino, tenne a busseto la cattedra di rettorica. fu uno dei fondatori nel 1796 in busseto dell’accademia di greche letterre (in cui prese, come era uso, il nome di riscaldato), la quale era sorta, informa il seletti, allo scopo di rendere familiare lo studio dei classici scrittori, e porre un freno a quella irruzione di poeti, che le arcadie con troppa facilità laureavano. in seguito alla rinuncia di pietro vitali, divenne bibliotecario della biblioteca di busseto (21 gennaio 1800). la consegna e la firma dell’atto furono fatte in modo solenne, alla presenza di felice ghirardelli, gian francesco cavitelli marziani e giuseppe rusca, reggenti, e di pietro vitali. fu inoltre presente il conte annibale dordoni, mallevadore per il pagani. il pagani si obbligò di dover tenere apperta la detta libraria tutte le vaccanze in giorno però non festivo ecclesiastico, che sono apposte nel calendario di queste reali scuole, e così nell’anno scolastico dal primo novembre a tutto il luglio successivo, e tre giorni la settimana che detta reggenza concede. il pagani però non rimase per lungo tempo a dirigere la biblioteca, o meglio, pur conservandone la direzione, non se ne occupò a lungo. Del periodo della sua reggenza, si sa, da lettera esistente nell’archivio del monte di pietà di busseto, che il 9 ottobre 1801 il pagani chiese al governo di parma che le 400 lire annue per l’acquisto di libri gli fossero anticipate dal monte, richiesta che fu approvata dal duca ferdinando di borbone. nel 1805 il pagani viene nominato maestro di grammatica a fiorenzuola e con lettera del 31 ottobre, conservata anch’essa nell’archivio del monte, avvertì la reggenza chiedendo che si provvedesse alla nomina di un nuovo bibliotecario.
FONTI E BIBL.: A. Napolitano, biblioteca di busseto, 1965, 23-24 e 26-27; D. soresina, enciclopedia diocesana fidentina, iii, 1978, 1289.

PAGANI PAGANO
parma 1188
fu podestà e rettore del comune di parma nell’anno 1188 (archivio capitolare di parma, 4 luglio 1188).
FONTI E BIBL.: aurea  parma 3/4 1929, 8.

PAGANI PAGANO
parma 1180 c.-monte sant’angelo 1250 c.
figlio di Alberto di Egidio.Fu podestà di Parma nell’anno 1210.È ricordato nel chroniricon parmense (p. 6 e 8 dell’edizione Bonazzi, Città di Castello, Lapi, 1902). nel chroniricon parmense è detto che nel 1210, durante la podesteria del pagani, l’imperatore ottone iv fecit concilium in civitate parme. dei risultati di quel solenne raduno e delle signorili ed entusiastiche accoglienze ricevuta dal pagani e dalla cittadinanza, l’imperatore fu così lieto che, con uno splendido diploma del 26 maggio di quello stesso anno (che si conserva in originale nell’archivio del comune di parma), concedette i più ampi privilegi alla città e, per essa, al pagani. il pagani fu onorato di molte podesterie nelle principali città lombarde. memorabili furono quella di cremona del 1220, durante la quale il pagani condusse valorosamente l’esercito dei cremonesi in aiuto dei reggiani nell’ardua impresa di gonzaga (annales cremonenses in monum. germ. histor., tomo xviii, 806) e l’altra di modena del 1229, che diede modo al pagani di dimostrare il suo grande valore di capitano conducendo l’esercito dei modenesi, parmigiani e cremonesi a una splendida vittoria contro bolognesei, milanesi, piacentini, bresciani e romagnoli nella sanguinosa giornata di san cesario (5 settembre). frate salimbene, allora giovinetto di otto anni, vide disposte trionfalmente, come bottino di guerra, nella piazza del duomo di parma magnam moltitudinem di macchine belliche, tolte in quella giornata ai bolognesi e ai loro alleati. nel narrare le vicende della forte mischia, salimbene non dimentica di aggiungere che quella gloriosa vittoria segnò la fine della famiglia del pagani. nello scontro di san cesario il pagani fece combattere anche il proprio unico figlio, molto giovane e che soltanto da poco era stato armato cavaliere. al primo assalto il giovane cavaliere cadde mortalmente ferito. il pagani, imperturbabile, vedendolo morire esclamò: non fa; poichè cavaliere e combattendo ei si muore. la battaglia era nel momento decisivo e ancora incerta e contrastatissima la vittoria. ogni atto di debolezza da parte del pagani che comandava le forze delle città ghibelline avrebbe potuto riuscire fatale: il pagani, in quel momento drammatico, seppe vincere l’affetto e nascondere il giusto dolore di padre. alla fine la battaglia fu vinta e al pagani se ne diede gran lode.dalla gloriosa ma fatale giornata di san cesario fino alla vittoria dei fuoriusciti guelfi presso il taro e al loro ingresso in parma (16 giugno 1247) il pagani, rimasto ultimo rappresentante del suo casato, visse nel bel palazzo avito in parma, intento soprattutto a mantenere la città nella fede all’imperatore e all’impero: compito ben difficile sempre, giacchè molti e potenti erano i guelfi fuoriusciti, ma divenuto difficilissimo dopo che il 25 giugno 1243 venne innalzato alla cattedra pontificia innocenzo iv (sinibaldo fieschi), che aveva studiato e aveva vissuto per molti anni a parma, vi era stato arcidiacono e vi aveva accasato tre sorelle e una nipote nelle potenti famiglie dei sanvitale, dei rossi, dei boteri e dei tavernieri. entrati i guelfi in parma, dovettero uscirne in esilio le principali famiglie ghibelline. di esse, il salimbene, allora assente da parma, non seppe dire i nomi. li registrò invece un altro scrittore contemporaneo, l’anonimo degli annales placentini ghibellini, il quale, trovandosi con i fuoriusciti ghibellini in piacenza al campo imperiale, afferma che in quel campo, il 30 giugno 1247, erant cum imperatore circa cc milites parme qui de civitate exierant, e tra essi ricorda espressamente il pagani (annales placentini gibellini, in monum. germ. histor., tomo xviii, 494). il salimbene ricorda invece la miseranda fine del palazzo dei pagani. all’anno 1250 (Cronica, 376) ricorda come il palazzo del marchese manfredo pelavicino e quello del pagani (i due più bei palazzi di parma) fossero contigui e prospicienti sulla piazza del comune, allora di dimensioni ridotte. il salimbene aggiunge che parmenses occasione guerrarum funditus destruxerunt ambo palatia, et beccarii fecermet ibi macellum. distrutti i palazzi e le case che abitavano in città, confiscati i pingui poderi e i castelli che avevano nel contado, perduta con la disfatta di federico e con la distruzione di vittoria (18 febbraio 1248) ogni speranza di ritorno in patria, i ghibellini di parma seguirono, anche nell’avversa fortuna, il vinto imperatore. lo raggiunsero in puglia e, venuto meno federico (13 dicembre 1250), conservarono uguale fede al figlio manfredi, che li ebbe seco, leali e decisi a ogni sbaraglio, fino alla fatale giornata di benevento (1 marzo 1266). il pagani, ormai settantenne, passò in pace gli ultimi giorni di una vita tribolatissima a preparare la sua tomba in luogo sicuro e ancora difeso dall’aquila sveva.a questo scopo, scelse monte sant’angelo, che si inerpica vertiginoso su una rupe, quasi inacessibile a ogni attacco nemico. la signoria dell’onore di monte sant’angelo, passata dai re normanni agli svevi, era stata lasciata in eredità da federico ii al figlio manfredi, insieme con il principato di taranto:ragionevole, quindi, la speranza del Pagani che, qualunque fosse stata la sorte risevata ai regni di sicilia e di puglia a all’impero dei romani, quell’antico possedimento di famiglia dovesse rimanere agli svevi.questa speranza consigliò indubbiamente il pagani a costruire lì presso la sua tomba: una pulcram tumbam che ricordase ai posteri il nome e lo splendore della famiglia illustre che con lui si spegneva. senonchè le scarse ricchezze salvate nel naufragio delle confiscate fortune, non furono forse sufficienti a fare opera veramente degna del nome dei pagani. da ciò la necessità di unirsi ad altri: e infatti rodelgrimo da monte sant’angelo, un valoroso compagno di armi e di fede, si unì al pagani nella nobile impresa.
FONTI E BIBL.: aurea parma 3/4 1929, 3-19; salimbene, chronicon; E. ricotti, storia delle compagnie di ventura, torino, 1893; C.argegni, condottieri, 1937, 379; f. da mareto, bibliografia, ii, 1974, 782.

PAGANI ROMULADO
parma 7 febbraio 1828- rio de janeiro 25 agosto 1885
appena diplomato alla scuola di musica di parma (7 luglio 1848), ove studiò clarinetto, si dedicò allo studio dell’oboe divenendone rinomato professore. nel 1855 si portò a rio de janeiro in qualità di professore di oboe nella scuola musicale della città.
 FONTI E BIBL.: C.Alcari, parma nella musica, 1931, 147.

PAGANI UMBERTO
parma 9 ottobre 1892-Parma 26 luglio 1966
emerse giovanissimo nell’agone politico del primo decennio del xx secolo: fu segretario nazionale, a soli diciotto anni, della federazione giovanile socialista di osservanza sindacalista rivoluzionaria con sede a parma, amico fraterno di alceste de ambris e di filippo corridoni.Il pagani fu valoroso combattente nella prima guerra mondiale, allievo ufficiale proposto per una decorazione al valore militare sul campo, e trascorse due anni di prigionia in bulgaria. particolarmente attivo nel settore sindacale, diventò nel dopoguerra segretario della camera del lavoro di cesena. fu poi segretario regionale della federazione emiliano-romagnola del partito repubblicano italiano (1925) e fiduciario per parma dell’associazione italia libera. con l’entrata in vigore delle leggi eccezionali del 9 novembre 1926, il pagani fu uno dei sei parmigiani soggetti alle nuove misure liberticide di invio al confino: finì a lampedusa, conoscendo in seguito diverse altre residenze coatte. a lipari poté riunirsi ad altri confinati di parma: luigi grossi, mario ilariuzzi, dante gorreri e guido picelli. complessivamente, il pagani riportò undici anni di confino, nove mesi dei quali trascorsi vagando da lampedusa a lipari, da ponza a ventotene. ebbe fraterni rapporti con carlo rosselli, fausto nitti, emilio lussu, mario angeloni, bauer, momiliano, ferruccio parri, ernesto rossi, albini e altri esponenti della politica e della vita culturale democratica italiana, impegnati (nell’esilio, in carcere o nella clandestinità) per abbattere la dittatura fascista. il pagani subì anche cinque mesi di prigione a roma, quando venne ordita una provocazione dell’ovra contro il gruppo di intellettuali sostenitori di giustizia e libertà. proprio il pagani svolse un ruolo decisivo nello smascheramento della provocazione contribuendo a richiamare l’attenzione pubblica mondiale sulle clamorose illegalità del processo di roma. giunto il momento dello scontro decisivo, partecipò attivamente alla lotta armata insieme ai propri figli. nei momenti più drammatici della resistenza assunse la responsabilità di vice segretario del comitato regionale di liberazione per l’emilia-romagna, con sede a bologna, poi fu segretario del comitato di liberazione nazionale di parma, a fianco di pietro campanini. dopo la liberazione, venne chiamato a dirigere la camera del lavoro di parma e assunse importanti responsabilità nel partito repubblicano. fu tra i fondatori a roma dell’unione italiana del lavoro. la morte lo colse a 74 anni, dopo un’esistenza interamente dedicata all’affermazione dell’ordine democratico, basato sul pluralismo, sulla giustizia e sul progresso civile e sociale dei lavoratori.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, strade di parma, ii, 1989, 146-147.

PAGANI VINCENZO
noceto 1 febbraio 1898-
carpentiere, iscritto al partito comunista italiano, dopo la promulgazione delle leggi eccezionali venne impiegato dal centro organizzativo del partito come corriere clandestino. arrestato a firenze il 16 settembre 1927 nel corso di una missione, fu deferito al tribunale speciale che lo condannò a otto anni di reclusione.
FONTI E BIBL.: enciclopedia della resistenza e dell’antifascismo, iv, 1984, 353

PAGANINO ALFONSO
bologna 1562/1620
figlio del pittore bolognese giovanni antonio. il 28 ottobre 1562 è documentato il pagamento al Paganino di 8 scudi e 10 soldi per 54 giornate di lavoro nel palazzo del giardino di Parma (Archivio di Stato di Parma, mastri farnesiani, 1562, c. 108). il 18 gennaio 1579 si sposò nella parrocchia di san gervaso in Parma. assieme agli altri due decoratori, bernardino buj e aurelio bertoja, fu pagato il 14 febbraio 1586 per lavori al catafalco della duchessa margherita d’austria. gli stessi tre decoratori sono documentati per lavori ai padri serviti di parma dal 1588 al 1615 (Archivio di Stato di Parma, archivio dei padri serviti di parma). altri pagamenti ai tre decoratori sono documentati negli anni venti del xvii secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli zunti, documenti e memorie di belle arti parmigiane, volume iv, 65.

PAGANINO ALFONSO
parma 1558 c.-parma 29 ottobre 1607
fu tenore e compositore e abitò nella vicinanza di san prospero in parma. dalla moglie silvia banzola ebbe diversi figli: ercole, domizio, maddalena e agata. sin dal 26 febbraio 1596 fu eletto tenore alla steccata di parma, con l’obbligo di prendere servizio il 1° marzo. versava in condizioni di miseria, e si rivolse perciò più volte con lettere alla compagnia della steccata per ottenere un prestito (mandati della steccata 1596-1599), dichiarando anche di avere ammalata la moglie e due figli. sul principio del 1602 il paganino lasciò la steccata e si portò in polonia presso la corte del re sigismondo iii, intrattenendovisi sino ai primi giorni del 1605. di ritorno a parma, fu nuovamente come cantante alla steccata. il paganino fu anche compositore. di lui si conosce una sola composizione sacra: confirmatum est cor virginis a otto voci, 1604, nelle melodiae sacre raccolte da vincenzo lilio, p. 16 (regensburg, biblioteca, incompleto). secondo il pelicelli, il Paganino era figlio del pittore bolognese giovanni antonio.
FONTI E BIBL.: n. pelicelli, la cappella corale della steccata nel secolo xvi, 47-48; r. eitner, quellen-lexikon, vol. vii, 282, e sammelwerke, 763; C. alcari, parma nella musica, 1931, 147; N.pelicelli, musica in parma, 1936, 28 e 295; enciclopedia della musica, 3, 1964, 353.

PAGANINO AURELIO
Parma seconda metà del xvi secolo
pittore attivo nella seconda metà del xvi secolo.
FONTI E BIBL.: E. scarabelli zunti, documenti e memorie di belle arti parmigiane, IV, 221.

PAGANINO GIOVANNI ANTONIO
bologna 1526 c.- post 1596
pittore documentato a parma dal 1572 al 1596. il 27 settembre 1572 gli anziani del comune gli pagarono uno scudo d’oro da sette lire e 19 soldi per aver dipinto il fregio e il camino della camera della residenza degli anziani (archivio di stato di parma, archivio comunale, ordinazioni comunali, c. 200). il 19 febbraio 1573 fu pagato dal comune 2 lire e 10 soldi per aver miniato gli stemmi di ottavio farnese sopra due marzapani da presentare al duca insieme ad altri doni nell’occasione della nascita del secondogenito odoardo. il 6 aprile 1573 si trasferì definitivamente a parma, mettendosi a servizio del duca ottavio farnese come primo pittore di corte con provvigione di 12 scudi al mese. nel 1574-1575 affrescò la biblioteca del monastero benedettino di san giovanni evangelista insieme al bolognese ercole pio. tra il 1583 e il 1584 lavorò nel monastero di san giovanni evangelista affrescando la volta del coro. il 24 febbraio 1586 venne pagato 170 lire per ventisette giorni di lavoro per il catafalco della duchessa margherita farnese. il 20 maggio 1587 stabilì un contratto con il monastero di san giovanni evangelista per dipingere la volta del nuovo coro della chiesa, avviando i lavori a partire dal 10 giugno 1587 con l’obbligo di non abbandonare o interrompere l’attività e per il prezzo di 300 scudi d’oro da 7 lire e 2 soldi l’uno. tra i testimoni del contratto compare anche cesare aretusi (Archivio di Stato di Parma, archivio dei benedettini di s. giovanni evangelista). per tale impresa, l’8 giugno 1587 il paganino ricevette il saldo dei 300 scudi d’oro. l’8 marzo 1588 stipulò un contratto con i padri serviti per affrescare la navata della loro chiesa secondo i soggetti indicati da girardo cerato, benefattore, affinché fosse realizzata cosa vaga et bella, havendo però riguardo alla povertà della chiesa. i patti prevedevano la realizzazione in sei mesi della decorazione, l’uso di colori fini e la realizzazione del fronte spicio de la madonna con l’arma de la religione al prezzo stabilito di 70 scudi d’oro. fu presente all’atto notarile anche maestro aurelio, collaboratore del paganino (archivio di Stato di Parma, rogito di biagio zanacchi, filza 19, 1588-1589). questo maestro aurelio potrebbe essere aurelio bertoja oppure il maestro aurelio citato insieme a un certo bernanrdino e a maestro alfonso a c. 65 del iv volume dello scarabelli zunti. maestro alfonso potrebbe essere il figlio del paganino. nel 1593 il paganino venne pagato dalla casa farnesiana per aver lavorato all’allestimento del funerale del duca alessandro farnese insieme a pomponio allegri, cesare baglione e innocenzo martini (archivio di Stato di Parma, mastro 1593-1594). nel 1596 la compagnia delle 5 piaghe pagò al paganino 14 lire e 12 soldi come saldo delle opere realizzate in occasione della solennità delle quarant’ore (archivio di Stato di Parma, confraternita delle 5 piaghe, mazzo 9, fasc. 5). g. cirillo e g. godi attribuiscono al paganino un disegno della biblioteca palatina di parma nel quale compare l’antica segnatura le.lo spada in. et fecit 1585, non considerata dagli autori attendibile avendo in quell’anno lo spada solo nove anni. gli studiosi ritengono che la segnatura sia importante per stabilire la data approssimativa di esecuzione del disegno e la provenienza dalle raccolte farnesiane.
FONTI E BIBL.: i. affò, il parmigiano; p. zani (peganini); p. donati, nuova descrizione di parma, 1824, 41-45; g. bertoluzzi, guida di parma, 1830, 124; n. pelicelli, guida di parma, 1910; E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, vol iv, cc. 219-221; künstler-lexikon, vol. xxvi, 139; g. cirillo-g. godi, i disegni della biblioteca palatina di parma, parma 1991, xi-xii; archivio storico per le province parmensi xlvi 1994, 351-353.

PAGANINO GIUSEPPE
genovese 1786-parma 13 marzo 1854
non si hanno notizie sui suoi esordi, ma si può presumere che, come era tradizione, fosse entrato giovanissimo quale garzone di bottega in qualche tipografia di Genova, trasferendosi poi a milano, dove sembra abbia lavorato, ma forse soltanto per un breve periodo, nell’officina di luigi mussi. iniziò la sua attività di stampatore in proprio rilevando nel 1807 la tipografia di borgo del voltone n. 26 a Parma, fondata quasi un secolo prima da giacomo antonio gozzi. nel 1810 il paganino, che disponeva di tre torchi, uno dei quali costruito a parma l’anno precedente, definito assai perfetto, e degli ottimi caratteri fusi dai fratrelli amoretti di san pancrazio, stampava con molto credito, atti di diversi uffici e qualche opera scientifica e letteraria. a quell’epoca (parma era sotto la dominazione francese), in città esistevano soltanto quattro tipografie (cinque, a rigore, volendo sdoppiare quella di bodoni): oltre all’officina del paganino, infatti, funzionavano quella di giambattista bodoni, la tipografia imperiale, diretta dallo stesso bodoni, e quelle di andrea ubaldi e di paolo carmignani. dopo la morte del bodoni (30 novembre 1813) il paganino venne nominato direttore della tipografia imperiale per decreto del ministro di stato filippo magawly, suscitando l’ira e l’invidia di luigi mussi, furioso che alla direzione della stamperia del governo fosse stato messo un suo ex lavorante, mediocre artigiano, ignorante, uomo sconosciuto. mussi non si rassegnò e anzi continuò a perorare l’assegnazione, finché sei anni dopo, mutato il regime politico, nel maggio 1819, la tipografia, divenuta ducale, fu affidata a lui che già dal 1807 esercitava con perizia l’arte tipografica a milano, dove produsse eleganti edizioni sullo stile bodoniano. in realtà, nonstante la bella edizione delle poesie in occasione dell’ingresso a parma di maria luigia d’Austria, la produzione del paganino volse più al commerciale che non verso le edizioni artistiche, e ben presto la stessa duchessa dimostrò scontentezza nei suoi confronti: l’almanacco di corte del 1819, per espresso volere della duchessa, venne stampato dalla vedova di bodoni anziché dalla stamperia ducale. nel 1816 il paganino produsse tutta una serie di fogli volanti in onore della neo duchessa, alcuni dei quali contenenti anche le sue personali dimostrazioni di plauso e di omaggio. il 13 maggio di quell’anno ricevette maria luigia in visita alla tipografia. come racconta la gazzetta di parma (n. 40, p. 166) il paganino presentò alla duchessa una pergamena con alcuni versi in francese: s.m. percorrendo quel locale si trattenne con piacere in osservare cinque torchi, che stavano in quell’istante imprimendo cinque diverse iscrizioni analoghe alla faustissima circostanza, composte dalle migliori nostre penne, le quali furono di mano in mano dal direttore presentate all’augusta sovrana. i sentimenti del paganino al momento del suo allontanamento dalla stamperia ducale sono espressi in una lettera all’abate pietro zani, datata 9 giugno 1819: quel grande oggetto che sempre occupò la mente e il cuore della r. nostra sovrana, il bene cioè degli amatissimi suoi sudditi, l’ha determinata a stabilire nuovi ordini nell’amministrazione di questa ducale stamperia, e con decisione sovrana del 28 maggio ha soppressa l’antica stamperia ducale ed eretta una nuova ducale tipografia ed è perciò con questo nuovo ordine di cose cessato il posto che io occupava. in questa occasione sua maestà col mezzo del suo presidente dell’interno si è degnata di farmi assicurare che se cessa per questi cambiamenti il mio impiego ella penserà alla mia persona e ricompenserà largamente i miei servigi. questo attestato è per me una cara e dolce ricompensa, come non è men dolce quella che trovo nella mia coscienza, d’aver, cioè, durante il mio impiego servito con vero impegno ed aver fatto, con la scarsità dei mezzi che ho avuto, quello che per me si potea per il buon andamento di questo stabilimento. più oltre, per rassicurare lo zani che la sua opera in corso di stampa sarebbe comunque stata ultimata, si protesta antico amico del suo successore mussi. tutto ciò ha, evidentemente, il sapore di un espediente diplomatico per dissimulare il proprio disappunto. dopo la sua uscita dalla stamperia ducale, il paganino pose la sua officina in strada santa lucia, ai civici numeri 20-22. le sue condizioni economiche non dovevano essere floride se nel 1822 la vedova bodoni, margherita dall’aglio, gli ricordò un vecchio debito: peccato che le sue faccende non l’abbiano messo in istato, nello spazio di un anno incirca, di effettuare questo piccolo pagamento. è probabile che il paganino, migliorata la sua situazione economica, pur mantenendo la residenza a parma, in seguito abbia acquisito dei beni immobili a collecchio, poiché risulta consigliere anziano di quel comune nel 1826. si trattò di un anno importante per la vita amministrativa del comune, retto dal podestà marchese pietro dalla rosa prati. il consiglio degli anziani di collecchio, infatti, quell’anno dovette occuparsi del rifacimento della strada della chiesa, un’opera delicata, che comportò tra l’altro un’aspra vertenza legale con un confinante della strada, pier antonio pelagatti, ma soprattutto che rivelò l’esistenza di una vasta terra marna, cioè di un deposito di residui di un villaggio preistorico. il paganino partecipò attivamente alle sedute del consiglio degli anziani, ma soltanto in quell’anno 1826: negli anni successivi non compare più nei registri comunali. verso il 1840 il paganino fece uscire il proprio catalogo, che comprende tutte le opere allora in vendita presso la propria bottega in strada di santa lucia n. 46. si tratta di un libro di piccolo formato, che elenca i testi disponibili suddivisi in varie classi, ciò che consente di conoscere le materie di cui il Paganino si occupava. soltanto una piccola parte dei libri erano stampati presso di lui (e contrassegnati con un asterisco), alcuni risalivano a molti anni prima (ve ne sono persino di antiquariato) molti libri provengono da altre città e rari sono quelli in lingue estere. le classi d’argomento spaziano dalla religione alle scienze, dalla giurisprudenza all’agricoltura, dalla filosofia alla storia, dai viaggi ai dizionari, dalla letteratura alle arti, per finire con una serie di incisioni. nell’avvertimento finale, il paganino propone le sue facilitazioni, anche rateali, per gli acquisti e precisa che sono disponibili ulteriori testi scolastici non elencati nel catalogo, nonché modulistica varia per uffici pubblici e commerciali. dall’assieme si deduce che il paganino si rivolgeva al mondo amministrativo, a quello produttivo e delle scienze applicate. sotto il profilo culturale guardò al mondo ecclesiastico ma anche al mondo della scuola (per la quale presenta un’abbondante produzione propria) e dell’università. sicuramente però fu poco attento alle edizioni di pregio, alle quali evidentemente non era versato. i sentimenti politici del paganino furono quasi certamente reazionari fino alla fine se, nella prefazione da lui firmata alla traduzione italiana della vita di don ferdinando di giovanni andres, nel 1849, si leggono accenti favorevoli al ritorno sul trono ducale della dinastia borbonica. nel 1816 il paganino stampò le opere di angelo mazza, nel 1824 pubblicò la guida di parma del donati, e nel 1833 la prima edizione della serie cronologica dei vescovi di parma di g.m. allodi. tra il 1817 e il 1819 il paganino tenne una fitta corrispondenza con pietro zani, impegnato in una monumentale opera sulla metodica delle belle arti, che peraltro il paganino riuscì a stampare solo in minima parte prima del suo trasferimento. tra il 1826 e il 1853 ebbe invece corrispondenza con il bibliotecario e letterato angelo pezzana. l’esame di tali lettere, conservate nella biblioteca palatina di Parma, consente di appurare che il paganino trattò esclusivamente con i suoi corrispondenti problemi tecnico-amministrativi inerenti i lavori in corso di stampa, senza mai lasciarsi andare a considerazioni di altro genere. il paganino morì nella sua abitazione di borgo riolo n. 23.
FONTI E BIBL.: gazzetta di parma 17 marzo 1980, 3; L. farinelli, il carteggio zani, in archivio storico per le province parmensi 1986, 387; g. allegri tassoni, il carteggio pezzana della palatina, in archivio storico per le province parmensi 1962, 295; s. dalla rosa prati, la nostra graziosa sovrana, in gazzetta di parma, 21 giugno 1976, 3; a. boselli, il carteggio bodoniano della palatina di parma, in archivio storico per le province parmensi 1913, 187; u. benassi, il tipografo giambattista bodoni e i suoi allievi punzonisti, in archivio storico per le province parmensi 1913, 43 s.; malacoda 9 1986, 68; al pont ad mez 1996, 35-36.

PAGANINO PAOLO
parma 1611
fu cantore della steccata di parma. il suo nome figura nel pagamento del 12 settembre 1611. prestò servizio un solo mese, nell’agosto di quell’anno.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 87.

PAGANO DA PARMA, vedi PAGANI PAGANO

PAGANUZZI BONFIGLIO
parma 1831
figlio di antonio. impiegato di finanza, venne indicato dalla direzione generale di polizia come cooperatore allo scoppio e alla propagazione dei moti del 1831 in parma. figurò nell’elenco degli inquisiti di stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, patrioti del 1831, in archivio storico per le province parmensi 1937, 196.

PAGANUZZI GIACOMO
parma 1831
impiegato dell’ordine costantiniano di Parma e sotto tenente titolare, durante i moti del 1831 fece parte del consesso civico. abbandonò l’impiego per per prestare i suoi servigi alla piazza di parma. venne indicato dalla direzione genrale di polizia come cooperatore allo scoppio e alla propagazione della rivolta. figurò nell’elenco degli inquisiti di stato con requisitoria. fu poi reintegrato nell’impiego, coll’ufficio di ragioniere dell’amministrazione dell’ordine costantiniano di san giorgio.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, patrioti del 1831, in archivio storico per le province parmensi 1937, 195.

PAGANUZZI LUIGI
-parma 2 marzo 1906
laureato, fu volontario e fece la campagna risorgimentale del 1859 meritando lode e insegna d’onore.
FONTI E BIBL.: f. e a.f. dalla valle, in gazzetta di parma 3 marzo 1906 n. 61; f.p,. in gazzetta di parma 2 marzo 1907, n. 60; G. Sitti, il risorgimento italiano, 1915, 416.

PAGANUZZI MAURO
borgo taro-5 dicembre 1630
frate laico capuccino, si consacrò alla cura degli appestati con cristiana carità, finendo per morire anch’egli di peste.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 307.

PAGANUZZI QUIRINO
tosca 15 giugno 1914-roma 13 giugno 1974
fu canonico della basilica vaticana di san pietro e uno dei più stretti collaboratori di papa pio xii. trascorse la giovinezza a salsomaggiore prima di essere ordinato sacerdote. Celebrò la prima messa nella chiesa di San Giovanni in Contignaco, prima di essere trasferito a Roma durante il periodo bellico. Dapprima in servizio come cappellano sul treno-ospedale del Sovrano Ordine Militare di malta e successivamente inviato a Cracovia per presentare al cardinale Sapieha un accorato messaggio papale da rivolgere al popolo polacco, il Paganuzzi ricoprì un ruolo non secondario tra coloro che concorsero a delineare la strategia che papa Pio XII adottò nei confronti di Hitler. Pro Papa Pio, l’opera che raccoglie quattro articoli scritti dal Paganuzzi a difesa dell’operato papale e che fu divulgata come supplemento a 30 Giorni (rivista diretta da Giulio Andreotti), sembra registrare da un punto di vista privilegiato gli avvenimenti di quell’epoca. Le pagine dedicate al resoconto della missione polacca risultano, a questo proposito, davvero indicative.Rigore logico e lucidità di sguardo: questi sono gli ingredienti principali delle pagine scritte dal Paganuzzi, che si rivelano in grado di gettare nuova luce sull’atteggiamento adottato dalla chiesa in quegli anni.
FONTI E BIBL.: aurea parma 2 1974, 186; gazzetta di parma 23 febbraio 1999, 28.

PAGANUZZI SILVIO
zibello 24 giugno 1871-
quale alunno pensionante della scuola di musica di parma, iniziò lo studio del violino per passare poi a quello del corno. ritiratosi dalla scuola, continuò lo studio privatamente riuscendo un buon strumentista.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, il giovane toscanini, 1982, 79.

PAGGIO FRANCESCO
parma 1831
commesso del banco laurent, durante i moti del 1831 in parma assunse da se medesimo la qualifica di aiutante della guardia nazionale mostrandosi sempre affaccendato per zelo ed ambizione ed eccitando i cittadini a prendere le armi. in seguito fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, patrioti del 1831, in archivio storico per le province parmensi 1937, 193.

PAGLIA ANTONIO
parma 1732
scenografo. il 23 settembre 1732 ricevette dal palazzi mille lire per la scena realizzata per il teatrino di corte di parma. Nel 1787 fu restaurata una sua scena raffigurante La deliziosa, pe ressere utilizzata dal Collegio dei Nobili per uno spettacolo del Serse (Archivio di Stato di Parma, Computisteria Borbonica, b. 364). È forse lo stesso che Giovanni Antonio.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, parma nella musica, 1931, 148.

PAGLIA BIAGIO
fontanellato 1810-carpi 23 agosto 1844
fu compositore e direttore d’orchestra. visse a carpi a partire dal 1824 (dal 1828 iniziò a suonare come violinista e trombone nell’Orchestra Filarmonica di Carpi). dal 1838 fu insegnante nella scuola normale e dal 1839 direttore degli spettacoli teatrali.apprese la musica dal padre francesco e da bonifazio asioli. compose: messa concertata a 3 voci, grande fantasia per fagotto, l’inno addio a carpi, tre sinfonie e altro per orchestra, tantum ergo, litanie e altra musica da chiesa e musica per banda. curò inoltre trascrizioni per clarinetto.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 583; C. Alcari; C. Gervasoni; N. Pelicelli; G.N. Vetro, Accademia; M. Bizzoccoli, Presto tutti concertando. Storia delle istituzioni musicali carpigiane, Carpi, Comune di Carpi, 1990, 59-71.

PAGLIA FEDERICO
Colorno 1752/1784
Probabilmente fratello di Francesco, nel 1752 suonò il corno da caccia a Colorno nella stagione d’autunno dedicata alle opere giocose. Nel 1784 faceva parte con il figlio Francesco dell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma, retribuito con 10 lire per accademia.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PAGLIA FRANCESCO
Colorno-post 1774
Fu suonatore di corno da caccia e di tromba diritta nella banda militare e nell’orchestra dei teatri ducali di Parma e Colorno. Nel febbraio 1771 suonò nel Mitridate al Collegio dei Nobili di Parma e il 29 novembre 1774 gli venne accordato un provvigionale assegno di lire 250 mensuali qual suonatore di corno soprannumerario nella Ducale Orchestra (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PAGLIA FRANCESCO
colorno 1772-carpi 24 dicembre 1856
figlio di giovanni (ma il Bizzoccoli lo dice figlio di Federico). All’età di dieci anni cominciò a studiare corno con il padre e a quattordici già suonava nelle migliori orchestre. Per perfezionarsi prese anche lezioni da Luigi Belloli e apprese il violino da Giacomo Giorgi e il fagotto con Gaetano Grossi. Nel 1784 faceva parte con il padre dell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma: era retribuito 10 lire per le accademie pubbliche, mentre non percepiva nulla per quelle private. Non si sa se nell’orchestra del Collegio dei Nobili di Parma nell’agosto 1792, retribuito con 16 lire, suonasse il padre o il Paglia, essendo nei mastri indicato solo il cognome (Archivio di Stato di Parma, Computisteria farnesiana e borbonica, b. 376a). Fin dall’ottobre 1794 sostituì in orchestra Giorgio Simonis come corno e alla morte di questi, con decreto del 16 marzo 1800, fu nominato primo corno nel Reale Concerto. Suonò anche nella cappella della chiesa della Steccata nelle festività solenni. Dal 1802 al 1810 fu docente di strumenti ad arco e a fiato nonché direttore del complesso musicale del Conservatorio di Fontanellato, dove fece un gran numero di ottimi strumentisti. Nel 1807 era corno da caccia nell’orchestra di Parma e la Municipalità lo retribuì con 550 lire annue (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri, 1807-1812, b. 7). Dal 1812 al 1823 fu a Parma come insegnante nella scuola privata che Ferdinando Simonis teneva nella sua casa in borgo del Vescovo 27. Nel 1824 si trasferì a Carpi, dove il 25 febbraio fu nominato per concorso maestro di musica comunale e direttore dell’orchestra con una paga di 900 lire, più l’alloggio e la sopravvivenza del figlio. A parte vi erano inoltre le ripetizioni particolari, mentre gli spettacoli teatrali, le funzioni religiose, le accademie e le feste da ballo erano retribuiti a prestazione. Ottimo direttore e docente, fondò una vera dinastia musicale, destinata a lasciare un profondo segno nel XIX secolo musicale carpigiano. Ebbe tre figli: Stefano, Biagio e Giustino.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 583; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

PAGLIA GIOVANNI
colorno 1752/1773
fu suonatore di corno da caccia nelle opere gioiose date nel teatro ducale di colorno l’autunno del 1752 e negli spettacoli dell’agosto 1773 in occasione della nascita del principe reale lodovico di borbone. il paglia fu anche professore di corno da caccia.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, musica in parma, 1936, 193.

PAGLIA GIOVANNI ANTONIO
parma - 6 gennaio 1765
pittore scenografo attivo nella prima metà del xviii secolo. Fu allievo di F.Bibbiena.Operò a Parma, Reggio, Padova e Torino.È forse lo stesso che Antonio.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli zunti, documenti e memorie di belle arti parmigiane, VII, 149.

PAGLIA STEFANO
fontanellato 1810-carpi 23 agosto 1854
nel 1824 si trasferì con la famiglia a carpi. Di professione farmacista, suonò come flautista nell’Orchestra Filarmonica di Carpi. Alla morte del fratello Biagio si dedicò alla direzione della banda e all’insegnamento nella scuola di musica, dove il padre Francesco, ormai vecchio, era in difficoltà. Il 9 novembre 1847 chiese di subentrare al padre come primo violino direttore del teatro, in base al contratto paterno che prevedeva la sopravvivenza del figlio. La risposta fu negativa, essendo lui un flautista. Durante la rivoluzione del 1848 allestì la banda della Guardia Nazionale e la diresse nelle manifestazioni patriottiche. Avendo dato buone prove con il violoncello, di composizione e di direzione davanti a una commissione, nel 1849 il duca gli accordò la successione al padre e nel 1851 debuttò come direttore del Teatro Comunale di Carpi.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 583; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

PAGLIARI GIOVANNI
Roccabianca 10 marzo 1916-Padova 2 marzo 1979
Si trasferì a Parma per frequentare il Liceo classico Romagnosi. All’età di diciassette anni conseguì il brevetto di volo e, dopo la maturità classica ottenuta a pieni voti, si iscrisse all’Accademia militare di Caserta. Frequentò il corso Pegaso per allievi ufficiali e a soli ventiquattro anni fu nominato capitano dell’aeronautica. Nel 1940, allo scoppio della seconda guerra mondiale, il Pagliari venne subito destinato in Sardegna, poi combatté sul fronte della Manica col corpo aereo italiano e successivamente si distinse in numerosi combattimenti aerei in Albania, in Grecia, nel Dodecanneso e infine in Tunisia. Proprio per una di queste imprese, il Pagliari fu elogiato nel bollettino di guerra n. 1017 del marzo 1943 allorché, al comando del 16° Gruppo aereo da caccia, durante una perlustrazione sul territorio nemico, vide un aeroporto di fortuna usato dagli inglesi e difeso da venticinque aerei tra Spitfire e Lockheed. Incurante dell’inferiorità numerica, il Pagliari diresse l’attacco abbattendo ben dodici aerei nemici. Questa azione-lampo, con altre del genere, gli valse la promozione sul campo a colonnello e la medaglia d’argento al valor militare. Alla fine del conflitto, pilotò per alcuni anni aerei di linea sulla rotta Roma-Atene-Beirut-Bagdad, indi, abbandonata l’Aeronautica, svolse il lavoro di assicuratore a Padova, dove si trasferì. Il pagliari fu sepolto nel cimitero di roccabianca.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 marzo 1979, 4.

PAGLIARINI AMINTA
Roccabianca 1890-Zugna Torta 30 maggio 1916
Figlio di Umberto. Soldato nel 61° reggimento fanteria, nel maggio del 1916 combattè Zugna Torta, contro soverchianti forze nemiche che tentavano di salirne l’erta settentrionale, mirando su Verona. Venute meno le munizioni, lottò disperatamente all’arma bianca e lanciando sassi e macigni sui nemici, finché alla fine cadde da prode.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 42.

PAGLIARINI ENRICO
Fontanelle di Roccabianca 1890-Fontanelle di Roccabianca 15 ottobre 1964
La guerra 1915-1918 lo vide coraggioso tenente mitragliere (fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare), fino a quando sulla vetta del Pasubio, venne fatto prigioniero. A conclusione del conflitto, tornò a fontanelle, si dedicò alla professione di geometra. ebbe il grado di tenente colonnello in congedo e l’onorificenza di Cavaliere della Corona d’italia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 ottobre 1964, 8.

PAGNINI GIUSEPPE MARIA vedi PAGNINI LUCA ANTONIO

PAGNINI LUCA ANTONIO
Pistoia 1737-Pisa 1814
Trasferitosi adolescente a Parma per avviarsi agli studi ecclesiastici presso il Convento dei Carmelitani Scalzi, si distinse ben presto per versatilità d’ingegno e molteplicità di attitudini culturali. Godette fama di poeta, filosofo e oratore. Trentunenne, fu chiamato nel 1768 a coprire la cattedra di Eloquenza e lingua greca, istituita in quell’anno nell’Università di Parma. Vi insegnò fino al 1806, anno in cui preferì trasferirsi all’Università di Pisa come professore di poesia latina, amareggiato per la mutata situazione politica di Parma. Nel 1813 fu premiato dall’Accademia della Crusca per una versione da Orazio. Lasciò numerose opere: traduzioni di Anacreonte e Teocrito (Parma, 1780), Callimaco (1792), Epitteto (1793), Epigrammi dall’antologia greca, Saffo (1794), Esiodo (1797), Orazio (1814). tradusse anche Le quattro stagioni di Pope (1780), e l’Alzira di Voltaire (1797).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, I professori, 1953, 45 e 117; Aurea Parma 2 1991, 162; A. Marastoni, l’orazione Pro ligario, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1970, 221.

PAINI ADELINO
Parma 17 maggio 1888-post 1932
Nato da Giuseppe e Carolina Allodi. antifascista, espatriato in data imprecisabile, il suo nome apparve sul Bollettino delle ricerche. Supplemento dei sovversivi nel 1932. In Spagna appartenne al 4° scaglione della Colonna italiana.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Sapgna, 1980, 114; A. Lopez, Colonna italiana, 1985, 32.

PAINI CECILIA
Parma 1832-Modena post 1876
Figlia di Giovanni, corno da caccia, ancora in tenera età seguì il padre che per lavoro si era trasferito a Parigi.Qui studiò al Conservatorio di musica dove, precocissima, conseguì il primo premio in arpa e solfeggio.A undici anni dette alcuni concerti in Francia, dove venne considerata una bambina prodigio.Rientrato il padre a Parma nel primi del 1843, la Paini dette prova della sua valentia in un’accademia al ridotto del Teatro Ducale: suonò un assolo per arpa e un Notturno in duo con il padre al corno da caccia. La duchessa Maria Luigia d’Austria la nominò arpista della ducale orchestra, mentre nella stagione di Fiera del 1843, indicata come la giovinetta Paini della Duchessa di Parma, fece parte dell’orchestra del Teatro di Reggio Emilia. Nel 1846 dette un’accademia al Teatro Ducale di Parma in cui suonò anche Antonio Bazzini.Come risulta dagli Almanacchi di Corte, fu al servizio del Ducato fino al 1859, poi fu attiva al Teatro Regio fino al 1875. Suonò anche in altri teatri: nella stagione d’estate del 1867 la si trova citata come Paini Zoboli nel libretto del Guglielmo Tell, eseguito al Teatro della Fortuna di Fano con un’orchestra costituita quasi interamente di professori parmigiani.Nel 1876 si trasferì a Modena come arpista in quel teatro. Il 1° dicembre 1876 suonò come solista in un concerto al Teatro Reinach di Parma.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Stocchi; G.N. Vetro, Reinach; Gazzetta di Parma 28 gennaio 1843; Almanacchi di Corte, 1844-1859; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 123; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 274; Enciclopedia di Parma, 1998, 504.

PAINI CELESTE
Cortile San Martino 11 luglio 1847-Parma 15 febbraio 1917
Per molti anni (dal 1883 al 1915 circa) tenne in Parma presso il camerino del Teatro Regio un’agenzia teatrale, occupandosi particolarmente degli spettacoli di quel teatro. Sposò la cantante Leonilda Gabbi.
FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 148.

PAINI FERDINANDO
Valera 26 aprile 1773-post 1820
Nacque da Giuseppe e Caterina Furlotti. Dopo aver studiato contrappunto con Ghiretti, si dedicò alla musica teatrale. Rappresentò varie opere a Parma, Milano e Venezia, con esito felice. A Parma, nella primavera del 1814, alla Società Filarmonica dette la farsa La semplice e nel 1815 (espressamente scritta per Parma) l’opera eroicomica La figlia dell’aria e il dramma giocoso La cameriera astuta.meritano particolare menzione anche La giardiniera brillante (1800), Il portantino Marc’Antonio (Venezia, 1813), La moglie saggia (rappresentata a Milano nel 1815), Amore e dovere (Venezia, 1813), Martino Carbonaro (vicenza, 1814) e Il matrimonio per concorso (Torino, 1819). Il Paini, che nel 1820 fu a Bucarest, fu inoltre autore delle seguenti opere: Canzonetta in dialetto veneziano nell’opera La lanterna di Diogene (1820, autografo, ms. 18337; cfr. R. Eitner, vol. VII, pag. 285), una Sinfonia in D per Orchestra (ms., conservatorio di Milano), atto primo dell’opera Il Portantino (partitura ms. per canto e orchestra, completo in due atti, Biblioteca musicale del Conservatorio di Parma, 20914-N-V-5), Ah fortuna tu sei donna (conservatorio di Parma, Vari Autori diversi XXVII), Sinfonia, cavatina con cori, grande scena, rondò e duetto dall’opera La figlia dell’aria (partitura ms. per canto e orchestra, conservatorio di Parma).
FONTI E BIBL.: Archivio del Battistero di Parma,  Libro dei battezzati, alla data; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 123; P.E. Ferrari, Gli spettacoli, 56, 58, 326; Catalogo delle Opere musicali, Città di Parma, Bollettino Associazione dei Musicologi italiani, 127, 219; R. Eitner, Quellen-Lexikon, vol. VII, 285, vol. X, 434; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 227; Dizionario musicisti Utet, 1987, V, 513.

PAINI FERDINANDO
Corniglio 1851 c.-Parma 6 luglio 1877
Avvocato e patriota, fu eletto deputato di Langhirano nelle legislature IX, X, XI e XII. A Langhirano ricoprì anche cariche amministrative. Fu abbastanza assiduo ai lavori della Camera, dove sedette a destra tra i liberali moderati. Pronunciò vari discorsi e fu membro di giunte e commissioni anche governative. Votò contro la tassa sul macinato.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Rappresentanti legislature regno, 1880, 617; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1941, II, 270.

PAINI GIUSEPPE
Busseto 1892-Conca di Meglenci 9 maggio 1917
Figlio di Luigi. Portaferiti del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Animato da sincero spirito di abnegazione, attendeva con sereno coraggio al pietoso incarico sotto violento bombardamento nemico, finché cadeva sul campo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale, 1918, Dispensa 10a, 776; Decorati al valore, 1964, 30.

PAINI LEONILDE, vedi GABBI LEONILDE

PAINI LUIGI
Agna di Corniglio 5 giugno 1808-Tizzano 28 febbraio 1902
Sacerdote assai colto, fu arciprete di Corniglio e parroco della Santissima Trinità di Parma. Esercitò per vari anni nel Tizzanese la funzione di   primo magistrato cattivandosi la stima e la fiducia dei cittadini per il suo esempio di rettitune ed equità. Volle trascorrere gli ultimi anni di vita a Tizzano, dove una lapide sul muro della facciata della chiesa plebana lo ricorda ai posteri.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Tizzano, 1970, 113.

PAINI ODOARDO
Langhirano ante 1909-Noceto 1976

Abitò a Noceto a partire dal 1909, quando la sua famiglia vi si trasferì in seguito al licenziamento del padre, capocantiere edile, per aver solidarizzato con gli scioperanti. A Noceto aderì alle organizzazioni sindacaliste ma non accettò la svolta interventista. Rimase per un certo periodo in contatto con la centrale neutralista del sindacalismo rivoluzionario, abbonandosi al giornale Guerra di Classe di Armando Borghi. Organizzatore della cooperativa muratori, subì le persecuzioni del fascismo. Dopo aver fatto parte del Comitato di liberazione nazionale, nell’immediato dopoguerra assunse anche incarichi amministrativi al comune di Noceto.
FONTI E BIBL.: U. Sereni, Il movimento ccoperativo a Parma, 1977, 275.

PAITA CARLO
Parma 9 agosto 1807-Parma 16 gennaio 1888
Figlio di Pietro e di Maria Favalli.Fu rettore per cinquant’anni della parrocchia consorziale della Cattedrale di Parma, dottore in sacra teologia, dogmano del Battistero di Parma e oratore facondo. fu insignito della medaglia di benemerenza della sanità pubblica nel 1855. Fu inoltre ordinario della congregazione di san Filippo Neri e consigliere nell’amministrazione degli Ospizi Civili.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 1 1973, 33.

PAITA CARLO
Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nel 1859. Non ebbe parte di rilievo ai lavori dell’Assemblea.
FONTI E BIBL.: Assemblee del risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 343.

PAITA PAOLO ANTONIO
Parma 15 gennaio 1718
Fu eletto abate della chiesa di San Sepolcro in Parma per i trienni 1678-1680, 1683-1685, 1691-1693, 1694-1696 e 1703-1705.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa S. Sepolcro, 1932, 91.

PAITESI ROLANDO
Parma 14 agosto 1900-Mai Ceu 31 marzo 1936

Nato da Pier Luigi e da Adolfina Mantovi. volontario nella guerra 1915-1918 a soli diciassette anni, si comportò valorosamente al fronte ottenendo poi la nomina a sottotenente (17 novembre 1918) nel 35° Reggimento Fanteria.Trasferito al 119° e terminata la guerra, fu promosso tenente e fu assegnato al distretto di Parma quale aiutante maggiore in prima (1920). Venne congedato nel marzo del 1922. Il Paitesi, diplomato in ragioneria, passò come impiegato alla Cassa di Risparmio di Parma. Ai primi sentori del conflitto con l’Etiopia, chiese insistentemente di essere inviato nell’Africa Orientale, e il 5 giugno 1935 lasciò Parma: imbarcatosi il 18 giugno a Napoli, sbarcò a Massaua il 27 dello stesso mese, assegnato al IV Battaglione Eritreo Toselli. Varcato il confine il 3 ottobre, il Paitesi prese parte col proprio reparto alle due avanzate vittoriose dell’ottobre e novembre che portarono le truppe italiane prima ad Adigrat e ad Adua e poi a Macallè. Alla metà di novembre venne inviato nel Tembien, partecipando valorosamente con la II Divisione Eritrea ai combattimenti del 18 e 23 dicembre di Abbi Addi e dell’Amba Tsellerè e venendo proposto per due ricompense al valor militare. Lasciato il Tembien e avviatosi col proprio battaglione sulla strada imperiale che da Adigrat, per il Passo di Alagi, conduce a Dessiè, il Paitesi lasciò eroicamente la vita sul campo nella battaglia del Lago Aschianghi. Contenuti e respinti con strenua resistenza i reiterati attacchi nemici durante tutta la mattina del 31 marzo, le truppe eritree passarono al contrattacco nelle prime ore del pomeriggio. Il Paitesi si lanciò per primo all’assalto delle posizioni avversarie alla testa dei suoi ascari: dopo aver respinto il nemico, lo volse in fuga inseguendolo con indomito slancio finché cadde colpito dal fuoco avversario. Alla sua memoria venne consessa la medaglia d’argento al valor militare, colla motivazione: Ufficiale addetto al comando di un battaglione eritreo, seguiva da vicino i reparti impegnati in aspra lotta. Ferito un ufficiale di una compagnia, lo sostituiva nel comando del reparto che più volte guidava con strenuo valore all’assalto. In testa ai suoi uomini raggiungeva l’obiettivo fissato, sul quale cadeva colpito a morte. Il 23 maggio 1937, alla memoria del Paitesi e di altri due funzionari della Cassa di Risparmio di Parma (capitano Alberto Scotti e soldato Emilio Ponzi), venne inaugurato, nell’atrio della sede dell’istituto, un ricordo marmoreo con una solenne cerimonia.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’impero, 1937, 204-205; G. Corradi-G. Sitti, Glorie parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Freisching, 1937; Decorati al valore, 1964, 93; T. marcheselli, in Gazzetta di Parma 30 novembre 1989.

PALAMENGHI GENESIO, vedi PALMENGHI GENESIO

PALAMENGHI MARCO
Parma XV secolo
Fu medico di valore.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.

PALAMIDESI PAOLO
Parma 1831
Indoratore, fu tra i disarmatori della Guardia a Porta San Michele in Parma il 13 febbraio 1831. Per questi fatti fu inquisito.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 196-197.

PALAVIGINI, vedi PALLAVICINO

PALAZZINA DAVIDE
Parma 1882
Fu insegnante, poeta e scrittore storico. Collaboratore de Il Taverna, tra le sue pubblicazioni, va ricordata Sunto storico degli asili infantili di Parma (Parma, Adorni, 1882).

PALLAVICINI, vedi PALLAVICINO

PALLAVICINO ADALBERTO
ante 975-Contignaco 1002
Figlio primogenito di Oberto. Fu governatore della Marca di Toscana dal 975 al 996. Sceso infatti a Pisa nel 975, tornò in possesso delle terre avite, s’insediò nel castello di Massa e dette inizio alla dinastia degli Adalbertini o Obertenghi, grandi feudatari che furono poi re di Sardegna e che esercitarono autorità marchionale sui comitati di Luni, Genova, tortona e Milano, cioè sopra un territorio non interrotto perché anche l’intermedia Pavia fu sede naturale della famiglia dopo la nomina di Oberto a conte palatino. Nell’anno 998 il pallavicino fondò l’abitato di Contignaco.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 3.

PALLAVICINO ADALBERTO
Luni 980 c.-Busseto 6 gennaio 1034
È concordemente ritenuto dagli storici il capostipite della famiglia Pallavicino. Ernesto Bigini ne ha posto in risalto la figura, una tra le più luminose del secolo XI. Appartenente alla linea obertenga di Massa, detta degli adalbertini, il Pallavicino era figlio di Oberto e nipote del marchese Adalberto Obertengo,  che si ritrova a Pisa nel 975, dopo la morte di Oberto palatino, a pretendere le terre obertenghe da quell’arcivescovo e a insediarsi nel castello di Massa dando inizio alla dinastia dei marchesi di Massa, che furono anche marchesi della Liguria orientale e quindi di Genova. A Genova gli Adalbertini ebbero dei vicecomites, che nel secolo XI si staccarono dall’obbedienza ai marchesi per seguire il vescovo attorno al quale si enuclearono le forze del comune nascente: primo atto del frazionamento delle grandi marche in marchesati. Il primo atto noto in cui figuri il Pallavicino è un contratto di vendita del 12 marzo 1002 (L.A.Muratori, Delle Antichità Estensi, I, Modena, 1717, 228). Secondo U. Formentini, il Pallavicino sarebbe stato il capo o uno dei capi della spedizione genovese e pisana, promossa da papa benedetto VIII, che nel 1016 scacciò Mughâhid (uno dei reys de taifas arabi proveniente dalle Baleari) dalla Sardegna, di cui il conquistatore musulmano si era impossessato dopo aver saccheggiato Luni. Ma l’ipotesi si appoggia unicamente a quanto dice la tarda e oscura epigrafe del Pallavicino, e però non è affatto sicura. Così come non è sicuro che il Pallavicino prima del 1029 sia sbarcato in Corsica e vi abbia conquistato larghi domini. Ciò, sempre secondo il Formentini, sarebbe dimostrato da un passo della ricordata epigrafe e da un documento del 1029 (privo di ulteriori precisazioni cronologiche), col quale il Pallavicino concede beni di sua proprietà, siti in Corsica, al monastero di San Benigno. Ma poiché questo documento, reso noto dal Gabotto, non è in originale ma un manoscritto di A. Della Chiesa conservato nella biblioteca nazionale di Torino, fino a oggi non edito, è ragionevole perciò nutrire dei dubbi anche sulla presunta spedizione del Pallavicino in Corsica. A spedizione compiuta,comunque, il Pallavicino aggiunse al titolo di marchese di Massa e di Modena quello di Corsica. Anche in Corsica gli Adalbertini ebbero dei vicecomites, cui accennano gli storici côrsi e genovesi trattando delle relazioni tra Corsica e Genova specie nel secolo XIV, durante il ducato a vita di Simon Boccanegra: primeggiarono gli Avogadro, i De Mari e altri che rappresentavano nell’isola la vecchia nobiltà genovese. Il comando che il Pallavicino ebbe nella spedizione in Corsica può essere considerato l’ultimo atto della potestà marchionale nella Marca, perché proprio in quel tempo andarono affermandosi le istituzioni comunali che in seguito portarono Genova a divenire libera repubblica marinara. Soltanto la spiccata personalità del Pallavicino poté mantenere intatta l’autorità marchionale, come è dimostrato dalla circostanza che egli, contro i Saraceni, guidò non solo le forze della sua Marca, ma anche quelle pisane, con preferenza sugli altri obertenghi, i quali, secondo il Formentini, erano ormai divisi in famiglie ben individuate, distinte l’una dall’altra e ciascuna con una propria ben definita attività politica, attività che, negli Adalbertini di Massa, era preminente su quella degli altri discendenti di Oberto palatino per quanto riguarda le azioni sul mare.Lo stesso Formentini rammenta come l’importanza marinara degli Adalbertini continuò anche nel secolo XII e cita un andrea Blancho, nel 1195 marchione Palodi, Corsice et Marce Janue, ciò che dimostra come gli Adalbertini fossero considerati marchesi di Genova anche quando la loro potestà era venuta meno. Il Pallavicino mirò in particolare al dominio della sua famiglia sul mare e si preoccupò di far valere la sua autorità in Liguria, dove poteva far leve di armatori e marinai.La sua lungimiranza lo portò a espandere le sue conquiste verso il sud sino a Piombino, assicurandosi il dominio di quel vasto specchio di mare compreso tra la costa della sua Marca e della rimanente parte della Toscana e le grandi isole della Corsica e della Sardegna. E come le consorterie della Liguria orientale rimasero a testimoniare l’ingegno politico del Pallavicino, ugualmente ne furono prova nella Toscana settentrionale i nobili dei comuni di Pisa e Lucca, che, nella maggioranza, seguirono costantemente la politica dei marchesi di Massa e che a Massa, sotto adalberto IV Rufo, giunsero persino a stabilirsi in forma permanente. Questa nobiltà, dalla quale il Pallavicino riceveva le forze per le sue imprese, traeva il proprio diritto ex lege longhobardica, professata anche dal Pallavicino e dai suoi discendenti. Lo Jung, nei suoi studi sulla città di Luni, afferma che l’Italia, dopo la caduta dell’impero romano, non aveva più avuto forze sufficienti, sia di terra che di mare, per potersi reinserire nella vita politica europea sino al tempo della spedizione del Pallavicino contro i Saraceni e sottolinea che, dopo di allora, gli sguardi della Germania conversero sull’Italia, e anzi l’eco della vittoriosa impresa non si era ancor spenta al tempo del barbarossa. È questa la ragione, osserva il Bigini, per cui il Pallavicino si stacca dal consueto cliché, teso com’era all’avveramento di un ideale presago dell’indipendenza italiana di fronte allo straniero, di quell’unità nazionale che la fioritura dei comuni avrebbe per secoli allontanata. Vicende politiche legate agli avvenimenti del tempo, come è stato detto, privarono il Pallavicino del feudo degli antenati, ma è notevole la circostanza che egli continuò a mantenere i suoi diritti su Genova, diritti che non vennero meno neppure un ventennio dopo la sua morte, nel 1052, quando i vicecomites erano in composizione col vescovo per la riscossione delle decime, e che si estinsero nel 1056 con la capitolazione dei marchesi, estromessi dalla civitas. La perdita della Marca di Toscana fu in parte compensata nel 1026 dall’investitura che il Pallavicino ricevette dall’imperatore Corrado il Salico quale nipote di Lanfranco conte di Piacenza, morto senza figli, del governo di quella città e di quella vasta accezione territoriale, posta tra Cremona, Piacenza e Parma, detta Contado dell’Aucia. Il Contado dell’Aucia, con Busseto, venne pertanto solo in quel tempo e non prima, come pretenderebbero alcuni cronisti, in possesso del nobile casato e, ingrandito col volgere degli anni, mutò titolo e nome assumendo quello di Marca Pallavicino. Da allora il Pallavicino si stabilì a Busseto, che elevò al rango di capitale del suo nuovo marchesato, ampliando il borgo, fortificandone le mura ed erigendovi un castello. Sposò Adelaide, figlia del conte Bosone di Parma. Non si hanno sicure notizie del Pallavicino sino al 1033: nel gennaio di quest’anno donò dei beni siti in Capriasco al monastero di Santo Stefano di Genova (ediz. in Historiae Patriae Monumenta, Chartae, I, Augustae Taurinorum, 1836, coll. 501 ss., n. 291). Da un altro documento risultano i vastissimi possessi di cui il Pallavicino godeva nel litorale ligure, nelle città e contadi di Milano, Pavia, Como, Bergamo, Brescia, Verona, Tortona, Acqui, Alba, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Luni, Pisa, Volterra, Arezzo: essi sono enumerati in un atto del 10 giugno 1033, con il quale il Pallavicino, insieme con la moglie Adelaide, fondò e dotò riccamente il monastero di Santa Maria di Castiglione, l’attuale Castione dei Marchesi (ediz. in A. Ferretto, Documenti genovesi di Novi e Valle Scrivia, I, Pinerolo 1909, 10-12), destinandolo ai Benedettini. la sua lapide funeraria, ornata dello stemma Pallavicino e rifatta tra il secolo XV e il XVI e perciò poco attendibile, è murata nella chiesa del suddetto monastero di Santa Maria di Castiglione e dice: Hectoreos cineres et Achillis busta superbi Cesareumque caput pario hoc sub marmore tectum credere neu dubites: pietate Adalbertus et armis inclytus, Ausonie quondam spes fide carine quo duce romuleis Cyrnus subiecta triumphis barbara gens italaque procul dispellitur urbe marchio, dux Latii, sacer edis conditor huius, hac tumulatur humo, malior pars ethere gaudet. Obiit anno salutis MXXXIV, die VI ianuarii (ediz. in Formentini, 208). Il Colonna de Cesari Rocca chiama questa epigrafe obscure epitaphe. In essa, ammessa la spedizione anti-saracena in Corsica, resta da spiegare almeno un epiteto, quello di dux Latii, che, come tutto quanto questa strana lapide afferma, non è altrimenti documentato.
FONTI E BIBL.: R. Colonna de Cesari Rocca, Recherches sur la Corse au Moyen Age. Origine de la rivalité des Pisans et des Génois en Corse, 1014-1174, Genova, 1901, 20 ss.; U. Formentini, Genova nel basso impero e nell’alto medio evo, Milano, 1941, 202, 205, 206, 207, 208, 217; Dizionario biografico degli Italiani, I, 1960, 215; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 4-7.

PALLAVICINO ADALBERTO
1511 c.-Torre Pallavicina 1570
Figlio naturale di Galeazzo, fu legittimato prima del 1512. Si deve al Pallavicino l’esecuzione di una grandiosa opera voluta dal padre a vantaggio dell’agricoltura: la derivazione dal fiume Oglio di un nuovo naviglio che fu appunto chiamato Pallavicino e che fu realizzato a partire dal 1525. Questo canale, per la realizzazione del quale furono spesi diversi milioni di lire, ha una lunghezza di circa 30 chilometri, riconfluisce nell’Oglio e serve all’irrigazione di buona parte dell’agro cremonese. Nel 1527 il Pallavicino acquistò dal marchese Stanga anche il canale Calciana. Il pallavicino servì la Repubblica di Venezia al comando di cento cavalleggeri quale luogotenenente di Francesco Maria della Rovere duca d’Urbino, e capitano generale dei Veneziani. Nel 1550 fece erigere un palazzo alla Torre Pallavicina nella Calciana con ricchi lavori d’intaglio e pitture dei fratelli Campi, e in questo palazzo si ritirò a vita privata. In questo luogo, nel 1569 fondò l’oratorio di Santa lucia e vi istituì una cappellania.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII; F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21.

PALLAVICINO ADALBERTO
-Colberg 18 maggio 1807

Figlio di Giovanni Pio Luigi e di Marianna locatelli. Fece parte della prima compagnia delle Guardie d’Onore del regno d’Italia. Il 1° ottobre 1806 fu fatto sottotenente del primo Reggimento di Fanteria. Fu ucciso la notte tra il 17 e il 18 maggio 1807 combattendo da valoroso contro i Prussiani all’assalto di colberg.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO ADALBERTO
Busseto 22 febbraio 1826-Parma 31 maggio 1903
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Sotto il Governo della Reggenza di Luisa Maria di Borbone per il duca Roberto, fu anziano nel Municipio di Parma. Fu consigliere per vari anni della congregazione di Carità di San Filippo Neri in Parma, nella quale occupò anche la carica di ordinario. Fu presidente della Cassa di Risparmio di Parma, consigliere comunale in diversi comuni e consigliere provinciale per il Mandamento di San Secondo Parmense. Ciambellano nella Reggenza di Luisa Maria di Borbone, fu cavaliere della Corona d’Italia, patrizio e cittadino veneto.
FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 1932

PALLAVICINO ADALBERTO, vedi anche PALLAVICINO OBERTO

PALLAVICINO ADALBERTO GALEAZZO
Busseto ante 1709-1762
Figlio di Gianfranco Galeazzo e di Girolama Ala. Per tutta la vita si adoperò con ogni mezzo per recuperare i domini che i Farnese avevano tolto alla propria famiglia. A partire dal 1709 si rivolse più volte all’imperatore carlo VI, e nel 1729 si recò a Vienna. ottenne diplomi, pergamene e mandati imperiali che confermarono e ribadirono le sue ragioni ma non riuscì mai concretamente a riprendere possesso dei suoi feudi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO ADELAIDE MARIA GIOSEFFA
Parma 22 luglio 1775-
Figlia di Antonio Francesco e di Anna tarasconi Smeraldi. Fu Dama di Palazzo di Maria Luigia d’Austria.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO ALBERTO
Busseto 1106 c.-post 1136
Figlio di Oberto.Fu detto Greco per aver preso parte alla prima crociata.

FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1932.

PALLAVICINO ALBERTO, vedi anche PALLAVICINO OBERTO

PALLAVICINO ALESSANDRO
Scipione 1448 c.-1504
Figlio di Nicola e di Dorotea Gambara. Nel 1474 ricevette il giuramento di fedeltà di vassalli di Castelguelfo. Nel 1477 promise al Duca di Milano, anche a nome dei fratelli, di tenere la fortezza di Torre dei Marchesi in nome del Duca. Nel 1481 ricevette dagli Sforza l’investitura di Varano dei Marchesi, Galinella, Torre dei Marchesi e Bianconese. Nel 1484 ricoprì la carica di Governatore ducale in Milano e in tale veste firmò il trattato di pace di Vigevano tra Lodovico il Moro e la casa Savoja. Nel 1486 fu creato Consigliere ducale.

FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Salsomaggiore 1480
Figlio di Niccolò e di Angela. Il 2 ottobre 1480 fu creato parroco di Salsomaggiore, e in quello stesso anno fu nominato dalla famiglia Pallavicino al beneficio di San Nicomede in Borgo San Donnino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO ALESSANDRO
-Anversa 23 novembre 1552 o 1553
Figlio di Giulio e di Luigia Anguissola. Dopo aver commesso un omicidio, si rifugiò in Torino. Conoscendo il suo coraggio, nel 1547 i congiurati che preparavano l’assassinio del duca Pier Luigi Farnese trovarono il modo di farlo ritornare a Piacenza con un salvacondotto temporaneo. Partecipò infatti in prima persona alla congiura del 10 settembre, impadronendosi dei ponti levatoi della fortezza, coadiuvato in questa impresa dal fratello Camillo. Nel 1549 fu tra coloro che furono chiamati a comparire in Roma dinanzi a papa Paolo III per essere accusati dell’uccisione di Pier Luigi Farnese. Durante la guerra di Parma servì gli imperiali. In quell’occasione fu accusato di aver lasciato passare alcune vettovaglie al nemico.Allora, per giustificarsi direttamente con Carlo V, credette opportuno recarsi nelle Fiandre. Presso Anversa, mentre era in compagnia di Girolamo Pallavicino, fu assalito da otto sicari della casa Farnese e ucciso.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Varano Marchesi 1556
Quale feudatario di Varano, nel 1556 prestò omaggio a Filippo II re di Spana e duca di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Zibello 1570 c.- Roma 19 settembre 1645
Figlio di Alfonso e di Ersilia Malaspina. Nel 1581 fu adottato da Sforza Pallavicino, marchese di Cortemaggiore e di Busseto, alla cui morte, avvenuta nel 1585, ereditò i suddetti feudi. Il duca di Parma Ottavio Farnese gli diede in sposa sua figlia Lavinia e lo protesse in ogni modo. Nel 1586 andò nelle Fiandre al servizio di Alessandro Farnese, ed essendo ancora minorenne, lasciò in procura le sue terre e i suoi enormi beni al padre e alla moglie. Ma nel 1587 Alessandro Farnese, divenuto duca di Parma e Piacenza alla morte di Ottavio Farnese, ordinò il sequestro dei feudi dei Pallavicino non riconoscendone la legittimità. Il Pallavicino si fece difendere dal Menocchio, un legale assai stimato, ma nulla poté conro i soprusi del Farnese che impose al consiglio di giustizia di riconoscere la propria tesi, e fece rinchiudere il Pallavicino nella Rocchetta di Parma. Il Pallavicino poté riottenere la libertà solo quando ordinò ai castellani delle sue rocche di consegnarle ai Farnese. Si ritirò allora a Salò e intentò causa al suo contendente dinanzi al Tribunale di Roma. La lite durò 47 anni e si risolse solo nel 1633 quando si arrivò a un componimento voluto da Odoardo Farnese: il Pallavicino ottenne solo pochi riconoscimenti, una somma di denaro e i territori di Castiglione della Teverina e sant’angelo in Castel Madama, rinunciando a ogni diritto sui possedimenti del Ducato. Morì a circa 75 anni d’età.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII

PALLAVICINO ALESSANDRO
Tabiano 14 dicembre 1613-Borgo San Donnino 25 maggio 1675
Nacque nel castello di Tabiano dal marchese Francesco, feudatario di quella terra, e dalla nobildonna Caterina Cerati. Fu il quarto di sette fratelli, cinque maschi e due femmine. poiché il padre risiedeva abitualmente a Parma, il Pallavicino abitò in seno alla famiglia nel vecchio palazzo, situato in Sant’Anastasio di Parma, sino all’età di quindici anni. La vocazione allo stato ecclesiastico si manifestò in lui giovanissimo: il 28 ottobre 1628 entrò tra i monaci dell’ordine di San Benedetto e professò il 21 dicembre del seguente anno nel monastero di San Giovanni Evangelista in Parma. Completati gli studi delle sacre discipline, fu preposto nello stesso monastero all’insegnamento ma dopo alcuni anni vi rinunciò per ragioni di salute dedicandosi ad altre attività. Ricoprì la mansione di cerellario, passando quindi a Roma al servizio del procuratore generale dei Benedettini. Occupate numerose dignità nella congregazione sino a divenire Procuratore generale, il 12 gennaio 1660 il pontefice Alessandro VII lo nominò vescovo di Borgo San Donnino. Preso possesso della sede, suo primo pensiero fu d’indire la sacra visita pastorale, allo scopo di conoscere il clero e il popolo della diocesi che gli era stata affidata. L’iniziò il 29 aprile dello stesso anno e la terminò il 2 settembre del successivo. Nei giorni 4, 5 e 6 giugno 1663 celebrò il sinodo, facendone stampare le costituzioni a Parma con i tipi degli eredi Viotti. Nella circostanza del sinodo, il Pallavicino provvide ad assegnare il titolo agli otto canonicati eretti in cattedrale che ne erano sprovvisti, chiamando il primo di San Michele Arcangelo (Teologale), il secondo di San Francesco (Penitenzieria), il terzo di San Donnino, il quarto di San Pietro, il quinto di San Paolo, il sesto di San Giovanni Battista, il settimo di San Giuseppe e l’ottavo di San Marco. Considerato poi che i redditi della confraternita della Beata Vergine del Carmine eccedevano notevolmente gli oneri gravanti sopra di essa, dispose che parte dei beni del pio sodalizio andassero a beneficio delle ore canoniche della Cattedrale, obbligando tuttavia i canonici e i prebendari a cantare la messa e a recitare le ore in tutte le feste di precetto e anche nelle feste di San Benedetto, San Francesco e di San Carlo Borromeo. Il Pallavicino fu prelato di pietà singolare e di inesauribile carità, doti che lo resero particolarmente caro al clero e al popolo. Governò degnamente la diocesi per quindici anni. Una dolorosa malattia, che si tentò di vincere con un intervento operatorio, ne causò la morte. La sua salma fu inumata in Cattedrale nella cappella della Beata Vergine del Carmine, nel lato di destra. Il fratello del Pallavicino, Federico, fece murare nella parete corrispondente una piccola lapide marmorea recante la seguente breve iscrizione: Alexandro marchioni  Pallavicino Burgi Sancti Domnini episcopi inter universi populi lacrimas Federicus frater dilectissimus hunc lapidem sui amoris in argumentum erexit anno sui obitus MDCLXXV.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 315-316.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Busseto-28 giugno 1678
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Fu Cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Busseto 26 gennaio 1667-Parma 1749
Figlio di Alfonso e di Anna Ariberti. completò e abbellì il palazzo di famiglia in busseto.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO ALESSANDRO
1674 c.-Staffarda XVIII secolo
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. cavaliere gerosolimitano, fu al servizio imperiale. Rimase ucciso combattendo contro i Francesi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO ALESSANDRO
Parma 1768 c.-Parma 13 febbraio 1831
Figlio di Antonio Francesco e di Anna tarasconi Smeraldi. Allievo al Collegio dei Nobili, nel Carnevale del 1781 cantò nel dramma pastorale La morte di Nice, rappresentato nel Teatro dell’Istituto. Fu Ciambellano dell’Imperatore d’austria. Nel 1817 fu capitano delle guardie d’onore di Maria Luigia d’Austria, duchessa di parma, e nel 1818 fu creato cavaliere dell’ordine Costantiniano. Nel 1825 fece costruire sulla sponda sinistra dell’Aniene un ponte sospeso in ferro, il primo del genere in Italia, destinato ad aprire una via di comunicazione tra le genti divise dal fiume, dato che da Tivoli e Vicovaro non esisteva alcun passaggio. Il ponte fu eseguito in modo tale da permettere anche il passaggio dei carri, mentre fino ad allora se ne erano costruiti solo per i pedoni.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO ALESSANDRO FELICE, vedi PALLAVICINO GIOVANNI FRANCESCO MARIA

PALLAVICINO ALESSANDRO GALEAZZO
Busseto ante 1619-23 marzo 1666
Figlio di Gerolamo Galeazzo, marchese di Busseto. In gioventù servì nelle truppe di Ferdinando II. Nel 1636 fu in Italia, e il 13 settembre, unitamente al fratello, in nome dei congiunti prese possesso dei marchesati di Busseto e Cortemaggiore. Dopo pochi mesi fu espulso dalle armi dei Farnese. Morto il padre, ottenne dalle corti di Vienna e di Madrid tre diversi mandati imperiali contro i Farnese.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Nasalli Rocca, Gli statuti dello stato piacentino e le Additiones di Cortemaggiore, in Bollettino Storico Piacentino, 1926-1927; E. Seletti, La città di Busseto, capitale un tempo dello stato dei Pallavicino, Milano, 1883; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C. Argegni, Condottieri, 1937, 384.

PALLAVICINO ALFONSO
21 ottobre 1568-Parma 1659 c.
Figlio naturale di Camillo e di Isabella Tonioli. Fu legittimato e divenne, a scapito dei fratelli, il prediletto del padre. Visse alla Corte di parma e fu maestro di Camera del duca Orazio Farnese. Fece testamento l’11 novembre 1658.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO ALFONSO
1611-Busseto 14 gennaio 1679
Figlio di Alessandro e di Francesca Sforza. È citato una prima volta nel 1641. Nel 1657 fu ambasciatore a papa Alessandro VII per promuovere le ragioni dei Farnese sul Ducato di Castro. Nel 1666 fu ambasciatore a Milano per complimentare l’infanta Margherita che andava in Germania sposa all’imperatore Leopoldo. Morì a 68 anni e fu sepolto nella chiesa di Sant’Antonio.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO ALFONSO
Busseto 14 giugno 1648-Busseto 9 settembre 1715
Compì gli studi ecclesiastici nel seminario diocesano di Borgo San Donnino e, ordinato sacerdote, fu destinato a Busseto quale canonico in quel capitolo, mansione che il pallavicino svolse ininterrottamente sino alla morte. Prossimo alla fine dei suoi giorni, con testamento del 4 giugno 1715, ricevuto dal notaio e cancelliere vescovile Ercole Micheli, donò ai Gesuiti di Busseto un fabbricato, poi denominato Ritiro, tre poderi per complessivi 23 ettari e un capitale di censo perché con le rendite dei beni lasciati fossero annualmente tenuti da quei religiosi più corsi di esercizi spirituali per sacerdoti, chierici o secolari. La disposizione testamentaria fu rispettata fintanto che, con regio decreto 8 marzo 1900, il patrimonio del pio legato fu concentrato nella Congregazione di carità di Busseto per passare poi in amministrazione dell’Ente comunale di Assistenza e infine al Ricovero di Mendicità, che reca il nome del Pallavicino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 316-317.

PALLAVICINO ANNA
Parma 1879
Moglie del conte Giovanni Simonetta, essendo scampata a un incidente stradale con la carrozza, fece costruire dall’architetto Pancrazio Soncini un oratorio a Porporano, che fu inaugurato il 16 luglio 1879 con l’intervento del vescovo Domenico Villa. Cantò un piccolo coro composto da dieci giovanetti, tutti appartenenti alla famiglia Pallavicino, e l’armonium fu suonato dal marchese Filippo Pallavicino, che si alternò con la marchesa Eleonora Pallavicino. Nell’oratorio furono poste due campane: una del 1723 con l’immagine di Santa Felicola e la scritta Procul recedat calamitas tempestatum. P. Bosi. F., l’altra, opera della Fonderia Vittorio De Poli di Porporano, sostituì quella fusa durante la prima guerra mondiale.

FONTI E BIBL.: L. Gambara, Ville, 118-120; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PALLAVICINO ANNA, vedi anche ANGUISSOLA ANNA e TARASCONI SMERALDI ANNA

PALLAVICINO ANNIBALE
Zibello-ante 1541
Figlio di Federico. Fu uno dei feudatari che prestarono solenne giuramento di fedeltà a re Lodovico XII il 26 ottobre 1499 nel Castello di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO ANNIBALE
Scipione 9 febbraio 1592-post 1635
Figlio di Ascanio e di Marcella Pallavicino. Marchese di Specchio, nel 1635 fu al servizio dei Farnese alleati con Luigi XIII per cacciare gli Spagnoli da Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO ANTONIA, vedi CASALI ANTONIA

PALLAVICINO ANTONIO
Zibello 1404/1429
Figlio di Federico. Il 4 giugno 1404 entrò a far parte della lega contro Ottobono Terzi, signore di Parma. Nel 1416 fu spogliato dagli Estensi del feudo di Zibello e rinchiuso nel carcere di Parma. Tentò la fuga ma fu scoperto e ricondotto in prigione. Nel 1427 lo si trova alleato con Oberto Pallavicino e i Veneziani contro il Duca di Milano. Avendo innalzato le insegne di Venezia sulle sue rocche, il Visconti lo assalì e lo spogliò di ogni possesso. Con la pace di Ferrara del 1428 il feudo di Zibello gli fu restituito ma appena un anno più tardi ne fu definitivamente spogliato da Orlando Pallavicino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO ANTONIO
Busseto o Scipione-post 1432
Figlio di Uberto. Il 20 novembre 1432 ebbe l’investitura del feudo di Ravarano da Filippo Maria Visconti duca di Milano, che gli donò i beni nel Parmigiano che erano appartenuti a Giacomo Pallavicino che gli si era ribellato.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO ANTONIO
Busseto 1511
Figlio di Giovanni e di una Cerioli. Nel 1511 fu Magistrato dei provveditori di Crema.

FONTI E BIBL.: P. Litta, famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO ANTONIO
Busseto ante 1591-Cremona ante 1659
Figlio di Antonio, dei marchesi di Busseto, fu condottiero al servizio della Chiesa e nel 1591 seguì in Francia il nipote di papa Gregorio XIV, inviato in soccorso della lega cattolica contro gli Ugonotti. Fu nominato erede universale dall’avo Adalberto in sostituzione del ramo di Galeazzo, suo zio. Il Pallavicino si domiciliò in Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; P. Pallavicino, Notizie sulla famiglia Pallavicino, Firenze, 1911; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; C. Argegni, Condottieri, 1937, 384.

PALLAVICINO ANTONIO
Busseto 1674-Roma 1749
Fu un eminente rappresentante del ramo dei marchesi di Busseto. Laureato in legge all’università di Pavia, intraprese la carriera ecclesiastica a Roma, dove papa clemente XI lo annoverò, in ancor giovane età, tra i suoi prelati domestici. Nominato nel 1711 dallo stesso pontefice Referendario delle due segnature, nel 1719 membro della congregazione della sacra visita apostolica e tre anni dopo votante della segnatura di Grazia e Giustizia, venne elevato alla dignità di arcivescovo di Lepanto e vescovo assistente al soglio pontificio nel 1724. Fu quindi nominato segretario della visita apostolica, consultore dell’Inquisizione e infine, nel 1737, commendatore di Santo Spirito. Proposto nel 1743 da papa Benedetto XIV al cardinalato, ricusò tale altissima distinzione. Perciò il pontefice, fatta del Pallavicino una ragguardevole menzione in concistoro, lo creò patriarca d’Antiochia ed esaminatore dei vescovi.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 317-318.

PALLAVICINO ANTONIO
Busseto 1702-
Figlio di Muzio e di Maria Canobbio. Nel 1727 fece parte del consigio dei Decurioni di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO ANTONIO
Roccabianca 1761/1799
Feudatario di Roccabianca (1761) e di Pieve Ottoville (1770), fu corrispondente dell’Affo’ (1791) e del Bodoni (1799) e Plenipotenziario  a Piacenza nel 1796.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 674.

PALLAVICINO ANTONIO
Parma 23 agosto 1842-Marano 29 ottobre 1905
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino.Pur provenendo da una famiglia di legittimisti e di sanfedisti, si proclamò sempre fieramente socialista. Uomo colto e d’ingegno, si laureò in legge, esercitò la professione di notaio e coltivò la letteratura pubblicando anche qualche piacevole sonetto e parecchie argute satire. Alcune sue poesie sono riportate da Jacopo Bocchialini nel volume Poeti parmensi della seconda metà dell’Ottocento. A Roma fu, attorno al 1870, in grande dimestichezza con Giovanni Prati che, ormai vecchio, gli dettò versi e altri scritti. Di gusto fine e paradossale, il Pallavicino produsse poco e quasi sempre improvvisando, ma fu piuttosto  originale.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1924, 17; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 113.

PALLAVICINO ANTONIO FRANCESCO
Parma 11 febbraio 1742-Firenze 19 luglio 1807
Figlio di Uberto Ranuzio e di Anna anguissola. Nel 1796 fu inviato, assieme al marchese Dalla Rosa, a Piacenza per conferire con Napoleone Bonaparte al fine di ottenere a qualunque costo una tregua, in modo che i domini del duca Ferdinando di Borbone fossero salvaguardati. Ciò in effetti si ottenne (anche attraverso la mediazione del Azara, ministro della Spagna in Roma) ma non senza gravi sacrifici. Quando in seguito i duchi di Parma furono spogliati del loro Stato, il Pallavicino si ritirò in Firenze.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO ANTONIO MARIA
post 1388-Milano post 1478
Figlio di Giovanni e di Lucia Bojardo. Seguì la carriera militare e fu creato cavaliere nel 1478. Visse 90 anni. Fu sepolto in una tomba marmorea nella chiesa di Sant’Angelo di Milano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO ANTONIO MARIA
Busseto 1453 c.-Milano 1519
Figlio di Pallavicino e di Caterina Fieschi. Fu condottiero negli eserciti di Lodovico il Moro e uno dei capitani delle squadre milanesi che nel 1495 furono alla battaglia del Taro contro Carlo VIII re di Francia, che fu obbligato a ritirarsi dall’Italia. Nel 1496 fu ambasciatore in Francia. Nel 1499 fu inviato dal Duca di Milano alla difesa di Tortona minacciata dalle truppe di Lodovico XII. Al presentarsi del nemico, il Pallavicino, forse anche spaventato dalle minacce venutegli dalla parte guelfa della cittadina, abbandonò la piana in mano ai nemici. Pochi giorni dopo, mentre Lodovico il Moro fuggiva precipitosamente da Milano, il Pallavicino si adoperò per corrompere le truppe lasciate a difesa del Castello. Di lì a poco i Francesi si impadronirono del Castello, mentre il Pallavicino, assieme agli altri traditori Trivulzio, Corti e Visconti, fece bottino dei preziosi del Duca. Il re Lodovico XII, per ricompensarlo dei servigi avuti, nel 1499 gli donò in feudo Cassano d’Adda, lo nominò Commissario dell’Adda, Cavaliere di San Michele e lo investì del cospicuo feudo di Borgo San Donnino. L’anno seguente fu posto alla difesa di Milano. Nel 1508 ebbe dal re di Francia il feudo di Castel San Giovanni. Divenuto ricco e potente, visse sempre in Milano con grande magnificenza, permettendosi in più occasioni di invitare a solenne convito lo stesso Re di Francia. Nel 1509 tornò a combattere, e dopo la battaglia di Agnadello, fu inviato a governare Bergamo, sottomessasi ai Francesi. Nel 1512, dopo che i Francesi avevano dovuto abbandonare Milano, si ritirò in Francia. L’anno seguente seguì La Trimouille nella sua spedizione in Italia e, assieme a Bastardo di Savoja, occupò Milano. Ma il 6 giugno i Francesi furono sconfitti nella battaglia di Novara e il Pallavicino, assalito dal popolo a sassate, poté salvarsi solo grazie all’aiuto del Marliani, che gli era suocero, e si rifugiò nuovamente in Francia. Nel 1515 fu inviato da Francesco I al papa Leone X per convincerlo ad allearsi con lui per la riconquista della Lombardia. Nonostante il diniego del Papa, Francesco I penetrò in Italia e nello stesso anno, grazie alla vittoria di Marignano, rientrò in Milano. Il Pallavicino fu nuovamente inviato al Papa per organizzare il Congresso di Bologna. Nel 1516 fu a Lione, ove fece testamento, lasciando, tra l’altro, case, giardini, vigne e mille ducatoni d’oro ai Minori Osservanti di Sant’Angelo vecchio fuori di Porta Nuova di Milano per fabbricare convento, chiesa e refettorio.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.

PALLAVICINO ANTONIO MARIA
Busseto 1653 c.-post 1685
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Viene ricordato una prima volta nel 1683. Nel 1685 fu ascritto al Consiglio dei Decurioni di Cremona. Fu maestro di campo comandante in capo di tremila fanti di milizia italiana al servizio della Spagna.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO ANTONIO MARIA
30 giugno 1753-Milano 28 febbraio 1820
Figlio di Muzio Omobono e di Maria zaccaria. Fece costruire la bella villa di Cicognolo nel Cremonese, dall’architetto Zanoja. Si stabilì poi definitivamente a Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO ARGENTINA
Zibello 1502-Zibello 28 luglio 1550
Figlia di Federico, marchese di Zibello, andò sposa sedicenne al celebre capitano modenese conte Guido Rangoni, che seguì a Venezia, dove amò circondarsi nella sua ospitale casa dei più vivaci ingegni del tempo. Dama di non comune avvenenza e cultura, si dilettò in particolare di poesia e di botanica, e tra quanti beneficiarono della sua munificenza va annoverato il poeta toscano Pietro Aretino. A lei l’Aretino dedicò la commedia Il Marescalco, e Fausto da Longino le dedicò la Versione di Dioscoride. Il Quadrio esalta la Pallavicino come poetessa e come studiosa di molte scienze e particolarmente di botanica. Prima del Quadrio, fu il contemporaneo Giovanni Betussi a esaltare i suoi meriti. Della pallavicino rimangono esclusivamente una Lettera a M.P.F. nel libro II della Nuova scelta di lettere di diversi nobili uomini, a cura di Bernardino Pino (Venezia, 1574, 40) e una Lettera al cardinale P. Bembo, tra le lettere al cardinale raccolte dal Sansovino. Rimasta vedova nel 1543, la Pallavicino riuscì, prima della morte, a recuperare il dominio di Zibello.Una medaglia, coniata in suo onore, figura tra i cimeli in dotazione del civico Museo parmense.

FONTI E BIBL.: F. Orestano, Eroine, 1940, 279; G. Betussi, Aggiunte alle donne illustri del Boccaccio, Venezia, 1558, 206 s.; Delle donne illustri italiane dal XIII al XIX secolo, Roma, 1850, 172; F. A. Della Chiesa, Teatro delle donne letterate, Mondovì, 1620; P.L.Ferri, Biblioteca Femminile Italiana, Padova, 1842; G. B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877; A. Levati, Dizionario biografico cronologico degli uomini illustri, Classe V: donne illustri, Milano, 1821, vol. III, 61; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; F. S. Quadrio, Della storia e della ragion d’ogni poesia, Milano, 1739-1752, tomo II, 228; G.B. Spotorno, Storia letteraria della Liguria, Genova, 1824-1826; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Milano, 1821-1826, tomo VII, 136-138; C. Villani, Stelle feminili, Napoli, 1915, 505 e 563; M. Bandini, Poetesse, 1942, 107; D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 318.

PALLAVICINO ARRIGO
Scipione - 1266
Marchese di Scipione, fu Vicario e luogotenente di Milano nel 1259 in nome dello zio Oberto Pallavicino, che si era fatto Signore di quella città.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 311.

PALLAVICINO ASCANIO
Scipione o Specchio 1618 c.-Piacenza 1690 c.
Figlio di Annibale e di Giulia Cattaneo. Morì incarcerato nel Castello di Piacenza. Non si conosce il motivo della sua prigionia. Fu l’ultimo marchese di Specchio.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO BARBARA
Zibello-Cremona 1539
Figlia di Rolando, marchese di Zibello. Sposò Lodovico Rangoni. Allorché il padre nel 1527 fu incarcerato da papa Clemente VII, ottenne da questi di poter succedere col marito nei beni feudali e fedecommissari. Nel 1531 consigliò al marito di impadronirsi dei beni del cugino Uberto. Intrigante, pare che la Pallavicino spesso usasse il veleno per liberarsi delle persone a lei nemiche. A Roma, il 18 gennaio 1537, fu pubblicata condanna di morte e confisca dei beni contro di lei e contro il marito, entrambi accusati di enormi delitti, di cui però si ignora con precisione la natura. Due anni dopo la Pallavicino morì, pare per avvelenamento.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819; F. Orestano, Eroine, 1940, 279.

PALLAVICINO BARBARA
Busseto 1648
Figlia di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta valvassori. Sposò Antonio Vincenzo di costanzo. Nel 1648 fu alla corte di Spagna in qualità di Dama dell’infante Margherita di Savoja, già duchessa di Mantova.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO BARBARA, vedi anche BORROMEO BARBARA

PALLAVICINO BARTOLOMEO
-Stupinigi 1483
Figlio di Donnino e di Francesca Cipelli. Dopo una lunga controversia tesa a recuperare il feudo di Zibello, finalmente nel 1459 fu convenuto, con la mediazione di Francesco Sforza, che il Pallavicino rinunziasse a Zibello, ricevendo in cambio da Orlando Pallavicino il castello di Stupinigi in Piemonte. Nel 1482 fu nominato Consigliere del duca Carlo di Savoja.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO BATISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA

PALLAVICINO BATTISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA

PALLAVICINO BELISARIO
-Varano dei Melegari 1580
Figlio naturale di Gianfrancesco e di Paola Gonzaga. Fu assassinato dietro il Castello di Varano dei Melegari, nel rivo Boccolo, con un colpo di fucile sparatogli da un suo cugino. Fu sepolto nella chiesa di San Martino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO BENEDETTO
Busseto XVII secolo
Figlio di Giberto e di Elidonia Pallavicino. Fu Canonico regolare. Visse nel XVII secolo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO BERNARDINO
Zibello 1475 c.-Milano aprile 1526
Figlio di Gianfrancesco e di Giacoma brandolini. Percorsa, ma senza vocazione, la carriera ecclesiastica fino a divenire referendario del Pontefice e titolare di benefici a Sospiro e a Pieve Altavilla, intorno al 1494 tornò a Zibello, dove si invaghì di Caterina Buffetti, sposata a un calzolaio del luogo, Giampietro Musini, detto de’ Gastaldi, e si pose senza ritegno a farle la corte. Il Pallavicino ereditò dal padre i feudi di Solignano, Varano dei melegari e Sant’Andrea nel 1497, epoca in cui era protonotario apostolico e soggiornava in Milano con la carica di consigliere ducale di Lodovico il Moro. Nel 1499 prestò solenne giuramento di fedeltà a Lodovico XII in Milano. Fu poi Podestà di Bormio nel 1501. Ebbe una intricata vicenda sentimentale che lo portò a convivere contemporaneamente con la già nominata Caterina Buffetti, con sua sorella Marta, con la loro nipote Margherita e con Comina, figlia di Caterina. A nulla valsero i richiami del padre, che naturalmente disapprovava il suo disonorevole comportamento: per avere Caterina Buffetti, il Pallavicino giunse, alla fine di marzo del 1496, a uccidere nella stalla della rocca il suocero di lei, Gianantonio, che era fattore del vecchio marchese e che aveva assunto nei confronti della nuora un atteggiamento fermo e severo. Una notte di maggio dello stesso anno organizzò e attuò il rapimento della donna, che condusse con sé a Sospiro e non rilasciò più, nonostante le minacce a lui indirizzate dal marchese Giovan Francesco. Dopo la morte, forse per avvelenamento, di giampietro Musini (settembre 1509), il pallavicino, che intanto era divenuto signore del castello di Varano Melegari, lasciatogli in eredità dal padre, sposò Caterina Buffetti, dalla quale ebbe quattro figli: Uberto, Pallavicino, Sigismondo e Gian Francesco. La dispensa al matrimonio e il riconoscimento dei figli (undici, secondo il Litta) nati nel frattempo fu data da papa Giulio II che delegò al proposito Bartolomeo Guidiccioni, vicario generale della Chiesa di Parma. L’ambiguità e l’incertezza riguardo alle date che caratterizzarono la vicenda matrimoniale del Pallavicino e di caterina Buffetti costituirono la causa principale che impedì ai loro figli di entrare pacificamente in possesso dei beni paterni. Il pallavicino morì mentre era quasi certamente ancora incarcerato nel Castello di Milano, non si sa bene per quale motivo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI; C. Soliani, Il feudo di Zibello, 1990, 39.

PALLAVICINO BERNARDO
Piacenza XVI secolo
Figlio di Giberto. Fu Dottore di Legge in Piacenza nel XVI secolo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO BRUNORO
1474 c.-Pontremoli 1520
Figlio di Alessandro e di Costanza Sanvitale. Fu commissario di Galeazzo Pallavicino, signore di Busseto, in Pontremoli, ove a lungo risiedette.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO CAMILLA
Busseto-Cortemaggiore post 1563
Nacque dal marchese Ottaviano. Sposò all’età di undici anni Cesare Pallavicino. Rimasta vedova dopo quindici anni di sterili nozze, contrasse matrimonio col marchese Gerolamo Pallavicino di Cortemaggiore. Il Levati scrive che da quella unione nacque un figlio, morto nell’infanzia, mentre il Garollo afferma che la Pallavicino ebbe una figlia di nome Isabella, maritata a Giampaolo Meli Lupi, marchese di Soragna. La Pallavicino fu donna d’ingegno e scrisse con eleganza. Lodata dai contemporanei, e in particolare dal Betussi che le dedicò nel 1545 la Giunta al Boccaccio, non perdette mai la modestia: la sua impresa, illustrata da Giovanni Ferro, rappresenta una testuggine in atto di rodere un garofano, e porta il motto Ogni beltà ha fine. Della Pallavicino rimangono due Lettere a Pietro Aretino, nel II libro delle Lettere scritte al Signor Pietro Aretino (Venezia, 1551, 265).

FONTI E BIBL.: G. Betussi, Giunta alle donne illustri di G. Boccaccio, Firenze, 1596; G. Ferro, Teatro d’imprese, Venezia, 1623, 690; G. Garollo, Dizionario biografico universale, Milano, 1907; A. Levati, Dizionario biografico cronologico degli uomini illustri, Classe V: donne illustri, Milano, 1821, vol. III, 61; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899; M. Bandini, Poetesse, 1942, 104.

PALLAVICINO CAMILLO
Scipione-Anversa 1555
Figlio di Giulio e di Luigia Anguissola. Il 23 settembre 1545 giurò fedeltà, con tutti gli altri feudatari del Parmigiano, a Pier Luigi Farnese, primo duca di Parma e Piacenza. Il Pallavicino fu tra i principali congiurati che due anni dopo assassinarono il Duca. Assieme al fratello Alessandro ebbe il compito di impadronirsi del ponte levatoio della vecchia Cittadella, dove alloggiava il Farnese, e uccidervi le guardie in caso di resistenza. Due anni dopo, il Pallavicino e gli altri congiurati furono chiamati a comparire in Roma da papa Paolo III per essere incolpati dell’omicidio ma essi inviarono una lettera nella quale dichiararono di essere stati ispirati da Dio nell’azione commessa. La citazione non ebbe comunque conseguenze. Nel 1551 il Pallavicino militò con le truppe di Carlo V nella guerra contro i Farnese e quattro anni dopo Filippo II, a riconoscimento dei suoi servigi, gli concedette una pensione di 40 scudi al mese e una condotta di 400 fanti.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO CAMILLO
Busseto 1675 c.-
Figlio di Antonio Maria e di Amelia Clavello. Fu nominato Cavaliere gerosolimitano nel 1694.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO CAMILLO
Busseto 1714-10 novembre 1785
Figlio di Muzio e di Maria Canobbio. chiamato dallo zio, nel 1728 si recò a Roma nel Collegio Clementino ove rimase fino al 1737. Ritornato a Busseto e laureatosi all’Università di Pavia, fu nominato Prevosto mitrato e curato della chiesa di Sant’Agata di Cremona. Fu autore di una parafrasi in versi latini del poema filosofico dello Stecchi intorno alle meteore e lesse una dissertazione sull’Origine dei Fonti nell’Accademia degli Arcadi della sua città.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO CARLO
Polesine o Monticelli d’Ongina 1427-Monticelli d’Ongina 1 ottobre 1497
Figlio di Orlando e di Caterina Scotti. canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 1452, fu poi Protonotorio Apostolico, e divenne Vescovo di Lodi il 21 giugno 1456. Arricchì la Cattedrale di Lodi di paramenti preziosissimi (del valore di trentamila scudi) e accrebbe la biblioteca del Capitolo di molti volumi. Onorò la Cattedrale di Lodi della dignità arcipresbiteriale, e in tempo di carestia sovvenne con grandi elemosine i poveri. Istituì un Collegio di Canonici con Prepositura nella terra di Monticelli, suo feudo, e lo arricchì di paramenti preziosi e di ricche entrate. Fu sepolto nella Cattedrale di Lodi.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 55 e 167-168; M. Martini, Archivio capitolare della cattedrale, in Archivio storico per le Province Parmensi 1911, 127; A.Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

PALLAVICINO CARLO
Tabiano 1447 c.-post 1513
Figlio di Uberto e di Polissena Anguissola. Fu marchese di Tabiano. Il 12 aprile 1513 massimiliano Sforza riconobbe le prerogative imperiali dei suoi feudi, confermate in seguito anche da papa Clemente VII.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO CARLO
Zibello 1527 c.-post 1586
Figlio di Uberto e di Marta Gambara. Fu delegato dai Pallavicino di Varano e di Polesine a disputare ad Alessandro Pallavicino l’adozione in lui fatta da Sforza Pallavicino. Essendo poi stati occupati questi feudi dal duca di Parma Alessandro Farnese, nell’impossibilità di sostenere le sue ragioni, il Pallavicino li cedette definitivamente ad Alessandro Farnese con un componimento della controversia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO CARLO
Parma 19 marzo 1616-Polesine 12 agosto 1699
Figlio di Ottaviano e di Bianca Cattaneo. Nel 1638 fu fatto Canonico della Cattedrale di Parma, quindi passò presso il cardinale Rinaldo d’Este, fratello del duca di Modena, e visse per qualche tempo alla sua corte. Fu Protonotario apostolico e Abate di Santa maria degli Umiliati di Borgo San Donnino. governò per quarant’anni il marchesato di Polesine senza mai condannare alcuno alla pena di morte. Edificò un palazzo in Parma e uno in Polesine. Nel 1683 pose nella cappella della Beata Vergine delle Grazie nella chiesa dei Minori Osservanti di Busseto un’iscrizione ricordante i suoi più distinti antenati.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO CARLO
Gallignano di Soncino 27 aprile 1619-post 1646
Figlio di Ermes e di Virginia Parati. Condusse una vita sregolata frequentando facinorosi e persone bandite dai tribunali, e fu noto per le sue violenze e per i molti stupri commessi. Nel 1639 prese letteralmente d’assalto la casa di Domitilla Beltramini per farle violenza. Nel 1641 fece ammazzare da alcuni sicari Giannangelo Peracchi, e l’anno seguente l’attuario criminale Stefano Cerami. Nel 1646 fu condannato assieme al fratello Francesco, reo dei medesimi delitti, alla morte e alla confisca dei beni. Ambedue si salvarono ponendosi al servizio di Venezia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO CARLO
Busseto-1758
Figlio di Muzio Omobono e di Maria zaccaria. Fu Cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO CARLO
Parma 11 novembre 1843-
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Dottore in Legge, fu Patrizio e cittadino veneto.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV.

PALLAVICINO CARLO FRANCESCO GIORGIO
Parma 30 dicembre 1715-12 maggio 1741
Figlio di Pio Giorgio e di Margherita Borromeo. Fece parte nel 1740 del Magistrato dei XII di Provvisione di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO CARLO GIUSEPPE
Parma 1633/1636
Fu chierico regolare di San Paolo. Nel 1633 fu a Vienna per conto del padre onde perorare presso la Corte imperiale perché fosse fatta giustizia e restituiti i beni della famiglia confiscati dai Farnese. Uomo molto avveduto, il Pallavicino avrebbe forse potuto rendersi particolarmente utile per la causa della famiglia ma, su istigazione dei Farnese, fu richiamato in patria dal generale della Congregazione dei Barnabiti. Nonostante ciò, anche per merito suo, tre anni dopo l’Imperatore riconobbe la legittimità delle richieste dei Pallavicino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO CAZANO
Pellegrino XIII secolo-1307
Figlio di Pelavicino. Fu ucciso in un fatto d’arme della guerra scatenatasi tra il fratello Visconte e Alberto Scotti.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO CESARE
1537 c.-Vienna
Figlio di Adalberto e di Angela Morani. Andò a servizio dell’esercito imperiale seguendo Sforza Pallavicino marchese di Cortemaggiore.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO CLARA
Polesine 8 febbraio 1699-Parma 11 maggio 1779
Figlia di Carlo Alberto e di Paola Sanvitale. Fu Dama della Croce stellata. Fu sepolta nella chiesa della Steccata in Parma.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO CLAUDIO
Busseto-Spagna 17 febbraio 1678
Figlio di Sforza, marchese di Busseto. Servì, col grado di capitano di corazze, nel 1635 l’imperatore e poi il Re di Spagna. Rimase ferito sotto Valenza e fu fatto prigioniero dalle milizie dei Farnese. Fu quindi consegnato ai francesi, dai quali si riscattò pagando una forte somma di denaro. Nel 1647 fu a Milano, quindi passò in Spagna.

FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia della monarchia piemontese, XI; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883 V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 385.

PALLAVICINO CLAUDIO
Parma 7 giugno 1640-Roma 15 aprile 1692
Nacque da Brunoro e Anna Maria Ferrari. Fu Maestro di Camera del cardinale Altieri. È forse lo stesso che fu Canonico della cattedrale di Parma dal 1673 al 1680.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO CORRADO
Parma 2 giugno 1870-Roma 2 febbraio 1929
Dilettante di buon livello, musicò l’operetta in 3 atti La festa dell’arancio, su libretto del giornalista Paolo Reni, allievo ufficiale alla scuola di Applicazione di Fanteria di Parma. Strumentata da Alfonso Raimondi, il 25 novembre 1918 fu rappresentata dalla compagnia di Augusto Angelini al Teatro Reinach di Parma, ricevendo applausi e chiamate rinnovati per tre sere.

FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 149; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

PALLAVICINO COSTANZA
Parma 30 ottobre 1771-
Figlia di Antonio Francesco e di Anna tarasconi. Fu Dama di Palazzo della Corte di parma
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO CRISTOFORO
Busseto 1450 c.-Milano 11 novembre 1521
Figlio di Pallavicino e di Caterina Fieschi. Le prime notizie del Pallavicino si hanno a partire dal 1499. Fu condottiero al servizio della Francia al tempo della Lega di Cambrai e in nome di Lodovico XII presidiò, assieme ai fratelli Galeazzo e Antonio Maria, Guastalla. Nel 1512 passò al servizio degli Sforza: a loro nome, nel 1513 andò a presidiare Cremona.nel 1515, quale Capitano d’arme, combatté alla battaglia di Marignano dove fu fatto prigioniero. Una volta liberato dai Francesi, si ritirò a Busseto dove completò e fondò il Convento di Santa Maria per le monache dell’Ordine di Santa Chiara. Edificò poi un palazzo a Samboseto e la chiesa dell’incoronata a Castiglione Lodigiano. Sospettato di far parte di una congiura ai danni dei Francesi, fu attirato con l’inganno a Milano dal governatore Lautrec e immediatamente imprigionato (secondo il Mensi, il Lautrec imprigionò il Pallavicino dopo aver occupato Busseto con quattromila guasconi). Senza attendere il giudizio del Re, il Lautrec , forse anche per reprimere col terrore l’odio della popolazione milanese nei confronti del suo governo, l’11 novembre 1521 fece decapitare sulla piazza del Castello il Pallavicino, nonostante la sua età veneranda (oltrepassava i 70 anni). Prima di essere tratto al patibolo, il Pallavicino dettò a Paolo Giglio di Milano, suo confessore, le ultime disposizioni testamentarie, firmate, che il frate consegnò al notaio di Monte Novo.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 312; P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.

PALLAVICINO DARIO
Parma 1611 c.-post 1661
Figlio di Ottaviano e di Bianca Cattaneo. Fu monaco, col nome di Giuseppe, dell’Ordine Benedettino nella congregazione dei canonici lateranensi. Fu poi Abate nel monastero di San Sepolcro in Parma dal 1650 al 1655. Nel 1659 uscì dalla congregazione passando alla Corte del cardinale Rinaldo d’Este, che accompagnò nel 1661 nella sua legazione in Francia. Ritornato in Italia, fu nominato Arcidiacono della Cattedrale di Parma. Fu anche poeta, e in varie Accademie sono ricordati componimenti da lui recitati.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII; V. Soncini, Chiesa di S. Sepolcro, 1932, 91.

PALLAVICINO DELFINO
Busseto 1106 c.-post 1153
Figlio di Oberto, ebbe dal padre in appannaggio le terre site nel Parmigiano, oltre il Taro. Venuto in discordia col fratello Tancredi, si ribellò al padre occupandogli alcune terre e uccise Tancredi. Cominciata la guerra tra i Piacentini, protettori del padre, e i Parmigiani, prese anch’egli le armi e colle sue devastazioni recò gravissimi danni agli avversari. Fu assalito due volte nel castello di Tabiano, ove si fortificò colle sue milizie e alla fine i Piacentini conquistarono e distrussero il castello. Pose fine alla guerra e alle discordie domestiche la comparsa in Italia di Federico I (1153), nella quale occasione gli fu restituito ciò che restava del castello di Tabiano. Forse il nome di Delfino fu solo il soprannome del Pallavicino, che gli venne dall’essere stato alle crociate e dall’aver preso per insegna il delfino.

FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. Pavia, salsomaggiore, Tabiano, Milano, 1898; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C. Argegni, Condottieri, 1937, 385-386.

PALLAVICINO DELFINO
Scipione 1238
Figlio di Guglielmo e di Solestella. Nel 1238 fu Podestà di Reggio. Prese parte alla Signoria di Soragna unitamente ai Lupi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO DONINO
Busseto ante 1348-1360 c.
Fu nipote del Marchese Uberto Pallavicino. Per il suo valore e le sue qualità fu tenuto in grandissima stima da Ugo IV, re di Cipro. Barone delle Corte cipriota, fu valoroso guerriero.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, [177-178].

PALLAVICINO DONNINO
Zibello 1416/1429
Figlio di Federico. Poco dopo il 1416 divenne nemico degli Estensi. Per questo motivo gli fu tolto il feudo di Zibello e, fatto prigioniero, fu rinchiuso in Parma. Nel 1418, di notte si calò dalle mura della Ghiaia presso il ponte di Galleria e fuggì assieme a due figli che erano stati rinchiusi con lui. Tentò allora, con l’aiuto di Pietro Pallavicino, di riprendere Zibello ma dovette desistere dall’impresa trovando i Rossi, i Sanvitale e i Lupi uniti nella difesa della rocca a nome degli Estensi. Zibello gli fu probabilmente restituita nel 1420 ma ne fu di nuovo spogliato nel 1429 da Orlando il Magnifico.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO DONNINO, vedi anche PALLAVICINO DONINO

PALLAVICINO DOROTEA, vedi MAGNANI LUIGIA MARIA DOROTEA

PALLAVICINO ELEONORA
Brugnola di Salso 1596
Marchesa. Il 3 giugno 1596 con altre cinque dame salsesi prese parte alla fondazione della Confraternita della Beata Vergine del Carmelo a Marzano.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21.

PALLAVICINO ELEONORA, vedi anche CAPILUPI ELEONORA

PALLAVICINO EMILIO MARIA
Parma 8 agosto 1884-Parma 17 aprile 1942
Figlio di Filippo e Luisa Benassi.Marchese, laureato in Teologia, fu Prelato di Sua Santità e Canonico della Cattedrale di Parma. Fu inoltre direttore dell’Ufficio missionario diocesano di Parma e cofondatore (1923) e primo Assistente ecclesiastico (1924-1928) dello scoutismo cattolico (ASCI) di Parma.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 420; Centro Studi Scout C.Colombo (M.Furia).

PALLAVICINO EMMANUELE
Parma-1499
Figlio di Lodovico e di Antonia Secco. Il 24 marzo 1485 ottenne dal duca di Milano Lodovico il Moro la facoltà di portare le insegne sforzesche di colore bianco e morello.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO ENIRO
busseto-22 febbraio 1601
Figlio di Pallavicino e di Isabella Carpani. Nel 1593, assieme al fratello Fabio, giurò fedeltà a Ranuccio Farnese duca di Parma.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO ENRICO
Scipione-Benevento 26 febbraio 1265
Figlio di Manfredo, dei marchesi di Scipione. Molto esperto nelle arti militari, combatté nelle guerre contro i guelfi. Quando suo zio Uberto Pallavicino, nel 1260, fu nominato capitano generale dei Milanesi, lo chiamò a sé e lo fece suo luogotenente. Nel 1261 gli riuscì di conquistare Tortona, aggiungendo così una città importante ai dominî dello zio. Nel 1265 si unì al fratello Uberto contro il marchese Guglielmo di Monferrato che, nell’imminenza dell’arrivo in Italia di Carlo d’Angiò, aveva preso le armi contro i ghibellini. Il Pallavicino fu inviato in Puglia per difendere Manfredi. Morì in battaglia insieme al figlio di Federico di Svevia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura, Torino, 1893; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C. Argegni, Condottieri, 1937, 386.

PALLAVICINO ERCOLE
Varano 21 aprile 1701-7 settembre 1782
Figlio di Niccolò e di Francesca della Valle. Fu Arciprete della chiesa di Cusignano e canonico della Cattedrale di Parma. Papa Clemente XIV lo fece Protonotario apostolico e l’infante Ferdinando di Borbone lo elesse suo primo elemosiniere. Fu l’ultimo marchese di Varano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO ERMETE
Busseto 1476 c.-1562
Figlio di Cristoforo e di Bona Pusterla. assieme al fratello Girolamo accolse nel 1532 l’imperatore Carlo V, il quale nell’occasione eresse Busseto al rango di città. Ancora assieme a Girolamo giurò fedeltà a Pier Luigi Farnese che nel 1545 era stato fatto duca di Parma e Piacenza. Nel 1547 fu eletto Prevosto della Collegiata di Busseto, titolo al quale rinunciò nel 1554. Nel 1556 giurò fedeltà a Filippo II re di Spagna.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.

PALLAVICINO ETTORE
Busseto 1533
Figlio di Lelio e di Laura. Fu fatto Cavaliere da Carlo V in Busseto il 4 marzo 1533.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO EUGENIA
Salsomaggiore-1647
Marchesa. Fu munifica sovvenzionatrice della chiesa di Salsomaggiore.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21.

PALLAVICINO EUGENIO
Scipione XVI secolo
Figlio di Annibale e di Aurelia Fogliani Sforza. Fu Canonico lateranense nel XVI secolo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO FABIO
Parma 3 aprile 1584 -
Figlio di Cesare e di Margherita Sanvitale. Fu militare di professione.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO FEDERICO
Borgo San Donnino 1191
Fu il primo podestà di Borgo San Donnino (anno 1191) di cui si conosce con certezza il nome (l’attribuzione al casato dei Pallavicino o Pelavicino fu fatta per la prima volta dal Pincolini). Del Pallavicino fanno menzione anche le storie piacentine. Allorché Arrigo VI vendette ai Piacentini i castelli di Borgo San Donnino e di Bargone, che aveva ricevuto in pegno, ordinò al Pallavicino di inviare a Piacenza i rappresentanti del Comune di Borgo San Donnino a prestare solenne giuramento di fedeltà e di obbedienza a quella comunità: ciò avvenne il 3 novembre 1191. Due giorni dopo, Antonio Andito, uno dei consoli del Comune di Piacenza, portatosi a Borgo San Donnino, ricevette dal Pallavicino il possesso di quella terra, abbracciando una colonna del Palazzo della Comunità e facendosi consegnare la porta del Castello: apprehendendo columpnam palacii et eam in manibus ipsius Antonii dimittendo, et per Portam castri que est juxta domun petri guerci que est in capite pontis castri (strumento contenuto nel Registro Mazzano della Comunità piacentina, 5 novembre 1191).

FONTI E BIBL.: G. Laurini, Capi civili di Borgo San Donnino, 1927, 9-10; N. Denti, Capi civili da Parma a Fidenza, 1960.

PALLAVICINO FEDERICO
Zibello 1389
Figlio di Donnino e di una Lupi. Ebbe in eredità il feudo di Zibello. Quando nel 1389 Giangaleazzo Visconti spogliò lo zio Barnabò dello Stato, si alleò col nuovo signore, forse sperando di averne dei vantaggi e delle proprietà.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO FEDERICO
Ravarano o Zibello 1444/1459
Figlio di Antonio e di una Saluzzo. È ricordato una prima volta in un documento del 1444. Nel 1454 dichiarò, quale feudatario di Ravarano, la sua lealtà al Duca di Milano. Nel 1459 compare tra i condottieri che accompagnarono il duca Galeazzo Maria Sforza nel viaggio a Bologna, e nel 1468 fu nominato Gentiluomo ducale. Al Pallavicino si deve la compilazione degli Statuti di Ravarano, che fu da lui affidata nel 1444 al perito giureconsulto Guidantonio gaifasi. Tale compilazione non fu che una riforma di quelle che i suoi avi avevano fatto eseguire per i feudi di Ravarano e di Zibello.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO FEDERICO
Zibello- maggio/dicembre 1502
Figlio quartogenito di Gianfrancesco e di Giacoma Brandolini. Il 5 febbraio 1498 Lodovico il Moro gli concesse l’investitura della porzione del feudo di Zibello che aveva avuto in eredità dal padre. Il 26 ottobre 1499 giurò fedeltà a Lodovico XII nel Castello di Milano per i feudi della famiglia. Fece testamento il 14 maggio 1502.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO FEDERICO
Busseto 27 ottobre 1709-Venezia post 1787
Appartenente al ramo dei marchesi di Busseto, entrò il 24 marzo 1726 nella Compagnia di Gesù. Ricevuta la sacra ordinazione, approfondì a Cremona la propria cultura teologica e insegnò poi a lungo teologia in quella città prima di assumere, nel 1773, l’incarico di rettore del Collegio milanese di educazione. Nel 1775 pubblicò a Milano le vite di Francesco Sforza Picenardi e della sorella di questi Teresa Isabella, monaca nel chiostro di Santa Maria della Pace in Cremona. Quindi a Venezia, nel 1787, pubblicò la sua opera maggiore, Il Sacerdote santificato, che ebbe larga diffusione sia in Italia che all’estero.

FONTI E BIBL.: D..Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 321-322.

PALLAVICINO FERRANTE CARLO
Parma 23 marzo 1615-Avignone 5 marzo 1644
Settimo di otto fratelli, nacque da giangirolamo e Chiara, figlia del conte Pompeo Cavalca. Fu tenuto a battesimo il 24 marzo 1615 da galeazzo Scotti e da Beatrice Malaspina. Il padre, marchese di Scipione, fu coppiere di Margherita Aldobrandini, moglie di Ranuccio Farnese. La famiglia trascorreva gran parte dell’anno a Parma, in un palazzo affittato in Strada San Michele. Come il fratello Giulio Cesare, mandato nei gesuiti, il Pallavicino fu destinato dalla famiglia al chiostro: nel 1631 entrò nel monastero di Santa Maria della Passione a Milano, congregazione di canonici lateranensi dell’ordine di San Benedetto. Nel 1632 prese i voti con il nome di Marcantonio e, come d’uso, rinunciò davanti al notaio a ogni pretesa sull’eredità paterna a favore del fratello Pompeo, che prese servizio come militare alla corte di Odoardo Farnese. Dal canto suo, Pompeo si impegnò a corrispondere al Pallavicino una pensione annua di cinquanta ducatoni di Milano, cifra sufficiente per consentirgli un decoroso sostentamento. Nel corso del 1633 il Pallavicino abbandonò milano, pare dopo aver ottenuto dai superiori l’autorizzazione a compiere un viaggio in Francia. Essendo egli di felice ingegno nell’inventare favole faceva travedere la Religione, e ‘l Mondo scrivendo la favolosa narrazione de’ suoi finti viaggi per tutte le provincie di Francia (Girolamo Brusoni). Si stabilì a Padova, nel monastero del suo ordine, e frequentò regolarmente i corsi dell’Università per almeno un anno accademico. Forse nel 1634 si trasferì a Venezia, nell’abbazia della Carità. Si legò d’amicizia al coetaneo Girolamo Brusoni, come lui costretto sedicenne al chiostro. Nel 1635 vide la luce un primo breve scritto in prosa del Pallavicino: Il sole ne’ pianeti, cioè le grandezze della Serenissima Repubblica di Venetia (Frambotto, Padova) che gli fruttò in ricompensa dal Senato Veneto una collana d’oro. L’anno seguente pubblicò due romanzi di soggetto biblico, La Taliclea e La Susanna (dal Sarzina), e due operette di soggetto religioso, La Traslatione del corpo di San Giovanni martire duca d’Alessandria da Constantinopoli in Venetia e la Vita di S. Giovanni martire duca d’Alessandria (entrambi dal Sarzina). Nel 1637 entrò a far parte dell’Accademia degli Unisoni, fondata da Giulio Strozzi, poi, con il nome di Accademico Occulto, di quella degli Incogniti, fondata nel 1636 da Giovan Francesco Loredano. All’Accademia, che si riuniva ogni lunedì nel palazzo del Loredano, frequentò Pietro Michiel, Antonio Santacroce, Maiolino Bisaccioni e Francesco Pona. Divenne poi segretario del Loredano. Sempre nel 1637 Crivellari e Bartoli, di Padova, gli publicarono Le glorie del miracoloso crocifisso che si ritrova nella chiesa de’ venn. PP. Servi in Padova e dal Tommasini uscì Il Giuseppe, altro romanzo il cui soggetto è tratto dalla storia sacra. Un tentativo storico-giornalistico, I successi del mondo nell’anno 1636 (Tommasini), si dimostrò poco fortunato: il Pallavicino si schierò apertamente con il partito antispagnolo e antipapale, ma Odoardo Farnese non apprezzò molto un passo in cui si accenna alla sua sfortunata campagna militare contro la Spagna (la sconfitta di Rottofreno): un Duca di Parma de’ propri sudditi poco sicuro, che con buon presidio nel castello ritirossi della Città, per scansar il pericolo, a cui l’esponeva la rabbia d’un popolo, impaziente de’ disagi della guerra (p. 77). Ancora presso l’editore Tommasini, il Pallavicino pubblicò nel 1638 due romanzi, Il Sansone e La Pudicitia schernita, quest’ultimo costruito su di un aneddoto scandaloso della Roma imperiale. Dal Sarzina uscì un Applauso nella nascita del Delfino, scritto encomiastico per la nascita del futuro Luigi XIV. L’anno seguente fece un breve soggiorno a Genova, di cui è testimonianza l’opuscolo Eolo dolente per l’edificio del nuovo molo di Genova (Farroni, Pisagni e Barberi, Genova; ripreso nella Scena rettorica). Accrebbe di una terza parte La Susanna, sempre per il Sarzina, il quale gli pubblicò anche La Bersabee, romanzo in cui, a differenza dei precedenti, la storia sacra è utilizzata ai fini di una polemica allegoria della politica contemporanea. Sempre nel 1639 pubblicò Le bellezze dell’anima (Tommasini, e, lo stesso anno, Genova, Calenzano), trattatello ascetico, e L’Ambasciatore invidiato, con lo pseudonimo di Alcinio Lupa. Per Bertani riunì scritti d’occasione, novelle, discorsi e lettere con il titolo di Varie composizioni. Nel 1640 pubblicò La Rete di Vulcano (Guerigli), romanzo mitologico-licenzioso ispirato allo Scherno degli Dei del Bracciolini, Scena rettorica (Bertani), esercizio di erudizione, e un brevissimo romanzo politico, Il Principe hermafrodito (Sarzina). Meditò di lasciare Venezia al seguito di un ambasciatore veneto di partenza per Costantinopoli; poi invece accettò l’incarico di cappellano di Ottavio Piccolomini, il duca di Amalfi stabilitosi in Boemia e militare al servizio dell’Imperatore. Dalla primavera del 1640 fu in Germania, dove il Brusoni vuole sia entrato in contatto con ambienti calvinisti. Nella primavera del 1641 rientrò a Venezia, trasformato nel fisico (contrasse il malfrancese, di cui portò i segni sul volto) e nello spirito: ritornò trasfigurato in guisa che pareva portasse fin d’allora la morte, sul volto un non so che di noia, e di malinconia che rendeva quasi odiosa la sua conversazione. E solamente dove fosse stato con qualche femminella volgare, pareva ch’egli deponesse quella sua mesta taciturnità e rozzezza, nel parlare, non che nelle pubbliche azzioni, ne’ privati trattenimenti riusciva insipido e freddo. Avveniva che trovandosi in qualche conversazione d’uomini e donne di riguardo, si sedeva solo in disparte, come astratto ne’ suoi pensieri, né rispondeva gran fatto di proposito a chi l’avesse risvegliato con qualche invito, o puntura (Brusoni). Lo stesso anno, da Guerigli uscirono Le due Agrippine, romanzo storico-eroico sul genere della Messalina del Pona, pubblicato clandestinamente, e, con lo pseudonimo di Ginifaccio Spironcini, il Corriero svaligiato, la sola cagione di tutte le sue disgrazie, come scrive Brusoni. Si tratta di cinquanta lettere, di vario argomento e violentemente polemiche, che si fingono trafugate a un corriere diplomatico. Avvisato da una spia, il nunzio apostolico Francesco Vitelli chiese al Senato di Venezia il sequestro del libro e l’arresto del Pallavicino. La mattina del 23 settembre 1641 le copie del Corriero furono sequestrate e distrutte e il Pallavicino fu prelevato dall’abbazia della Carità e rinchiuso nei camerotti. Nel febbraio 1642 fu liberato, senza processo, probabilmente grazie all’intervento di qualche amico potente (forse il Loredano). Il pallavicino gettò allora l’abito religioso e non ebbe più regola alcuna di vita, lasciandosi trasportare senza riguardo alcuno, o dalla necessità o dal capriccio (Brusoni). La sua popolarità fu accresciuta dalla bolla papale che il 22 gennaio mise all’indice Pudicitia schernita e Rete di Vulcano. Temendo rappresaglie da parte degli ambienti ecclesiastici, si rifugiò in casa del Loredano, poi fu a Parma, a Piacenza e in Friuli. Tornò quindi a Venezia, ospite di Nicolò Venier, cui aveva dedicato Eolo dolente. Sempre nel 1642 videro la luce due libelli anomini: La baccinata, ovvero battarella per le api Barberine e il Dialogo molto curioso e degno tra due gentiluomini Acanzi, violentemente antipapali e a sostegno di Odoardo Farnese, impegnato nella guerra di Castro. La Baccinata, poi, è impudentemente dedicata all’illustrissimo e Reverendissimo Monsignor Vitellio, Nunzio di Sua Santità in Venezia poiché V.S. illustrissima che nel cognome di vitello mostra d’esser razza di bue, assicura in sé una simpatia naturale con quelli animali, e conseguentemente con gli Barberini. Fu in quel periodo che il Pallavicino conobbe Charles de Brèche, figlio di un libraio di Parigi, che soggiornava in Venezia con il falso nome di Charles de Morfù o Morfì. Il Pallavicino e de Brèche si conobbero in casa di Nicolò Venier: il francese gli si finse amico, gli offrì denaro e gli fece credere (pare mostrando alcune lettere abilmente falsificate) che il cardinale di Richelieu intendeva offrirgli la carica di storico personale e la direzione di una Accademia di lettere toscane. Il pallavicino abboccò: si recò a Bergamo preso il parente Bartolomeo Albani, dove lo raggiunge il de Brèche, che si impegnò ad accollarsi le spese del viaggio. Verso la metà di ottobre del 1642 i due furono a Ginevra, dove il Pallavicino tentò, pare senza successo, di fare stampare alcuni dei pamphlet che si era portato dietro in una grossa valigia di cuoio nero. Del 1642 sono anche l’aretinesca Retorica delle puttane e il Divortio celeste, compendio delle malefatte di papa Urbano VIII. Il fatto che queste due opere non siano menzionate nei verbali del processo tra quelle trovate in possesso del Pallavicino nella sua valigia, e il fatto che il Divortio descriva fatti avvenuti nell’ottobre dello stesso anno, lascia supporre che siano state stampate a Venezia dopo la partenza del Pallavicino. Da Ginevra, dove affittarono due cavalli, il Pallavicino e il de Brèche scesero l’Isère e poi il Rodano fino a Montdragon. Si avviarono quindi  verso Oranges, dove il francese aveva alcuni affari da sbrigare. Nel 1643 partirono da Oranges per Nîmes: de Brèche condusse l’ignaro Pallavicino a un posto di frontiera sul ponte di Sorgues, poco distante da Avignone, città che era sotto la giurisdizione papale dai tempi della cattività. Il pallavicino, che viaggiava con il falso nome di giovanni Raimondi, fu arrestato dai soldati pontifici (12 gennaio) e rinchiuso nel Palazzo dei Papi di Avignone, nella torre de la Glacière. Il de Brèche fu subito rilasciato. Ai preparativi del processo attese, in assenza del legato (il cardinale nepote Antonio Barberini, che si trovava a Roma), il vice legato Federico Sforza. Se si deve credere al Brusoni, il Pallavicino tentò la fuga: si fece dare alcune candele per leggere e appiccò il fuoco alla porta, ma il tentativo fu subito scoperto. L’istruttoria fu affidata all’avvocato Stefano Ciai. Capi d’imputazione furono gli scritti, quasi tutta la produzione del Pallavicino, contenuti nella sua valigia. parallelamente, a Venezia, il nunzio Vitelli procedette all’interrogatorio delle persone che avevano conosciuto l’imputato durante il soggiorno veneziano. Davanti ai giudici, il Pallavicino tentò una timida difesa: affermò che i libri anonimi non erano suoi e che li aveva avuti in dono da amici, che i manoscritti erano copie di altri manoscritti, copiati per ingannare il tempo durante la prigionia nei camerotti, tutte cose di proprietà di Venier, Michiel e Loredano, e che la maggior parte degli scritti brevi (pasquinate, lettere e sonetti) l’aveva copiata da originali di proprietà del veneziano Avogadro e altri erano stati trascritti dietro richiesta di de Brèche durante il viaggio. Chiese clemenza, si dichiarò vittima di cattive compagnie e di furori giovanili. Rinnegò la Baccinata affermando di averla avuta in dono dal Loredano mentre si trovava a Bergamo perché la confutasse. Del Corriero svaligiato disse che una prima versione, che non vide mai la luce, era sua, ma che quella pubblicata gli era stata attribuita dai nemici. Ma lo Sforza scrisse il 3 settembre 1643 al cardinale Barberini: Si conosce chiaramente gli scritti essere originali, e non copie, come egli asserisce; e perché da quello ch’abbiamo nel processo sin ad ora pare che ci sia tanto che avanzi per castigarlo come merita, non abbiamo ancora voluto avventurarlo ai tormenti, alli quali io credo nondimeno ch’egli sia per fare poca resistenza, per aver veduto con che facilità ha confessato quello che di già è in processo. Io credo che la giustizia sia per condannarlo alla morte. Inutili furono le richieste di perdono, infarcite di dotte citazioni dalla storia sacra, che il Pallavicino indirizzò al cardinal nepote: Ma quale gloria le sarà d’aver schiacciato il capo ad un verme? Sarà più vantaggio della sua magnanimità il raddrizzarmi, e farmi un vivo trofeo della sua clemenza (questa lettera fu allegata agli atti processuali come comprovante confessione piena). Benché il delitto di cui il Pallavicino fu accusato non fosse, di per sé, capitale, fu giudicato tale propter reiterationem: la condanna fu a morte per lesa maestà e apostasia. Venerdì 4 marzo 1644 venne degradato da un alto prelato e sabato 5 fu condotto nella piazza antistante il Palazzo dei Papi e, a soli 29 anni d’età, decapitato. Gli si risparmiò il rogo già che si trova che egli è Gentiluomo. I libri furono arsi dal carnefice, i manoscritti conservati. Che il Pallavicino fosse un personaggio di una certa levatura e assai scomodo, lo capirono bene gli ambienti ecclesiastici, se tanto si diedero da fare per toglierlo di mezzo: al riguardo sono abbastanza significativi gli atti processuali e la corrispondenza scambiata tra i Barberini e il vicelegato di Avignone. Senza dimenticare che di tutti i libellisti che pullularono nell’Italia del Seicento, fu l’unico a lasciare la testa sul patibolo. Se la condanna a morte tolse di mezzo un personaggio che per la famiglia Barberini si era fatto troppo pericoloso, si ritorse però contro chi l’aveva vista come unica soluzione: il Pallavicino divenne un vero e proprio mito. I suoi scritti furono tradotti in francese, inglese e tedesco, e nell’arco della sola seconda metà del Seicento si contarono in Europa circa settanta edizioni delle sue opere. Di echi e suggestioni pallaviciniane si fecero poi forti le polemiche antiromane dei protestanti e antireligiose in genere.

FONTI E BIBL.: A. Albertazzi, Romanzieri e romanzi del Cinquecento e del Seicento, Bologna, 1891, 315-330; L’anima di Ferrante Pallavicino, divisa in sei vigilie, Colonia, 1675; H. Bayle, Dictionnaire historique et critique, Rotterdam, 1702, t. III, 2291; A. Belloni, Il Seicento, Milano, 1955, 363-364; F. Benoît, La valise de Ferrante Pallavicino, Paris, 1928; H. Bouché, La Chorographie ou description de Provence et l’histoire chronologique de mesme pays, Aix, 1664, II, 933-934; G. Brusoni, Vita di Ferrante Pallavicino, Venezia, 1654; G. Chaufepié, Nouveau dictionnaire historique et critique, La Haye, 1753, t. III, 18-19; P. De Saint Romuald (P. Guillebaud), Trésor chronologique et historique, Paris, 1642-1647, t. III, 972; P. De Saint Romuald, Ephémerides, Paris, 1662, t. I, 198; Encyclopédie, Neuchatel, 1765, t. XII, 687-688 (voce: Plaisance); G. Faelli, Un libellista decapitato, in La Domenica del Fracassa 3 gennaio 1886; G. Ghilini, Teatro d’uomini letterati, Venezia, 1647, t. II, 77-78; Le Glorie degli Incogniti, Venezia, 1647, 137-139; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1841, tav. XXX; J. Lucas-dubreton, Un libertin italien du XVIIe siècle: Ferrante Pallavicino ou l’Aretin manqué, Paris, 1923; P. Marchand, Dictionnaire historique, ou mémoires critiques et littéraires, La Haye, 1759, t. II, 125-129; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899, 312; L. Morery, Grand dictionnaire historique, Paris, 1707, t. IV, 135-136; G. Naudé, Naudaeana et patiniana, Amsterdam, 1703, 109-110; Nouvelle biographie générale (Michaud), Paris, 1862-1866 (voce Ferrante Pallavicino); N. Papadopoli, Historia Gymnasii Patavini, Venetiis, 1726, t. II, 301; G. B. Passano, Novellieri italiani in prosa, Torino, 1872, vol. I, 482-483; C. Poggiali, Memorie per la storia letteraria di Piacenza, Piacenza, 1789, II, 170-194; F. Salfi, histoire litteraire d’Italie, Paris, 1935, XIV, 84-86; G.Spini, Ricerca dei libertini, Roma, 1950 (ristampa: Firenze, 1983); G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Modena, 1713, t. VIII/3, 381; N. Vigneul Marville, Mélanges d’histoire et de littérature, Rotterdam, 1700, 11-13; E. Zanette, Suor Arcangela, monaca del Seicento veneziano, venezia-Roma, 1960, 339-340 e 350-354; Secoli della letteratura italiana, 3, 1855, 398-401; Aurea Parma 1 1985, 4-15; A. Marchi, Don Ferrante Pallavicino, Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1985, 77-78; Gazzetta di Parma 24 novembre 1992, 5; Bergamo, Biblioteca Civica, Carteggio Albani, Gab. E. 2/sop. 10-13; Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Codice Barb. Latino n. 6157 e 9476; Genova, Biblioteca Universitaria, ms. E. V. 19; Milano, Biblioteca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Archivio Pallavicino-Sforza-Fogliani, buste n. 37 e 39; Parma, Archivio Vescovile, busta Matr. 1619; Venezia, Archivio di Stato, Esposizioni Roma-Collegio R. 31.

PALLAVICINO FILIPPO
Parma 9 novembre 1751-Parma 29 dicembre 1843
Figlio secondogenito di Uberto. Fu educato per nove anni a Roma nel Collegio Nazzareno. Ritornato a Parma, fu nominato Esente delle Reali Guardie del Corpo e Ciamberlano del duca di Parma Ferdinando di Borbone. apprese il fagotto e il corno inglese da Gaetano Grossi e il canto dal maestro Francesco Fortunati. Il Pallavicino fece la delizia dei Sovrani passati cantando con essi a Colorno nel teatrino di Corte con applauso universale (Gervasoni). Fu colonnello delle Guardie d’onore della duchessa di Parma Maria Luigia d’austria.Decantato quale abile cavallerizzo, valente schermidore e grazioso ballerino di sala, fu inoltre commendatore dell’Ordine costantiniano e patrizio e cittadino veneto.

FONTI E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 222; Pallavicino dell’Emilia 1911, tav. XXXIII; Palazzi e Casate di Parma, 1971, 374.

PALLAVICINO FILIPPO
Parma 10 giugno 1848-
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda pallavicino. Fu consigliere in diversi comuni del Reggiano e presidente della commissione Ippica nella provincia di Parma. Fu Patrizio e cittadino veneto.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV.

PALLAVICINO FILIPPONE
Pellegrino 1397/1402
Figlio di Giacomo. Nel 1397 ottenne dal duca di Milano il rinnovo dell’investitura di pellegrino e di Specchio. Nel 1402 fu a milano ad assistere ai solenni funerali celebrati per il duca Giangaleazzo Visconti.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XV.

PALLAVICINO FRANCESCO
-Bargone 1376
Nel 1374, accompagnato dai figli del cugino Nicolò Pallavicino, si recò a Bargone dove fu accolto dallo zio Giacomo Pallavicino. Mentre si stava consumando il pranzo, il Pallavicino trucidò a tradimento lo zio e il nipote Giovanni, quindi, usata violenza alle loro donne, le cacciò da castello. Avrebbe a questo punto dovuto consegnare la fortezza a Nicolò Pallavicino ma si rifiutò di eseguire quanto in precedenza era stato convenuto. Nicolò pallavicino si rivolse allora contro di lui dando inizio a una lunga contesa.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO FRANCESCO
Busseto 1476 c.-post 1546
Figlio di Cristoforo e di Bona Pusterla. Nel 1529 fu eletto prevosto della chiesa di Busseto. Vi rinunciò nel 1546.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav.  XXI.

PALLAVICINO FRANCESCO
Parma-post 1567
Figlio di Emmanuele e di Luigia Lupi. Nel 1545 giurò fedeltà e obbedienza a Pierluigi Farnese, primo duca di Parma e Piacenza. Fece testamento il 14 gennaio 1567.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO FRANCESCO
Busseto 1621 c.-post 1646
Figlio di Ermes e di Virginia Parati. Nel 1646, unitamente al fratello Carlo, fu condannato a morte e alla confisca dei beni essendo accusato di diversi omicidi, violenze e molti stupri. Ambedue si salvarono ponendosi al servizio di Venezia quali condottieri d’armi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO FRANCESCO
Polesine 1683 c.-Busseto 1750
Figlio di Sforza. Nel 1748 fu incarcerato in Busseto per aver ucciso in una rissa con due pugnalate il fratello Lodovico, che era chierico. Morì in prigione.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO FRANCESCO
Busseto 9 settembre 1763-16 gennaio 1835
Figlio di Muzio Omobono e di Maria zaccaria. Nel 1781 fu nominato Cavaliere gerosolimitano. Fu anche commendatore.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXIII.

PALLAVICINO FRANCESCO
Parma 16 marzo 1887-post 1947
Figlio di Ottorino e di Nellina Pallavicino Mossi. Si laureò al Politecnico di Milano in architettura nel 1910. Costruì il silos nel porto di Civitavecchia dal 1925 al 1928 e un edificio scolastico nella stessa città. Lavorò anche a Tirana, in Albania. Si occupò di costruire le linee ferroviarie Chivasso-Locarno e Asti-domodossola, e dal 1923 al 1925 diresse i lavori della ferrovia Roma-Ostia.

FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scrittori e architetti, 1947, 381.

PALLAVICINO FRANCESCO
Parma 1897/1918
Tenente di cavalleria nell’aviazione, durante la prima guerra mondiale si imbattè in una intera squadriglia austriaca mentre inseguiva un velivolo nemico. Una scarica di mitraglia gli fece saltare l’arma tra le mani e pur ferito con abili manovre riuscì a sottrarsi al nemico raggiungendo le linee italiane e offrendo alle truppe che seguivano da terra il combattimento bellissimo esempio di calma, di audacia, di alto sentimento del dovere, come  è scritto nella motivazione della medaglia d’argento al valor militare della quale fu insignito.

FONTI E BIBL.: Aviatori parmigiani, in Gazzetta di parma 15 maggio 1978, 3.

PALLAVICINO FRANCESCO MARIA
Parma 1 maggio 1635-27 aprile 1703
Figlio di Ranuzio e di Camilla Carissimi. Fu inviato dal duca di Parma Ranuccio Farnese all’imperatore Leopoldo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XX.

PALLAVICINO FRANCHEDI, vedi PALLAVICINO TANCREDI

PALLAVICINO GALEAZZO
Busseto 1410 c.-
Figlio di Orlando e di Caterina Scotti. Nel 1442 fu lettore di sacri canoni all’università di Torino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO GALEAZZO
Busseto 1452 c.-1520
Figlio di Pallavicino, dei marchesi di Busseto, e di Caterina Fieschi. Nel 1478 fu creato cavaliere, lo stesso giorno che Galeazzo Maria Visconti ricevette le insegne di duca. Nel 1483 fu eletto consigliere ducale. Dieci anni dopo fu tra i condottieri delle squadre milanesi, nella battaglia del Taro, contro Carlo VIII. Nel 1499 Ludovico il Moro lo inviò coll’incarico di Capitano delle armi in Piacenza, nel momento in cui Ludovico XII si preparava a impadronirsi del Ducato di Milano. Il Pallavicino non si curò di difendere quella piazza e si schierò per il Re, il quale, divenuto padrone della Lombardia, comprese il pallavicino nella donazione di Borgo San Donnino fatta ai fratelli, e lo nominò cavaliere di San Michele e di San Donnino, dandogli fontanella, Soresina e Romanengo. Più tardi lo creò governatore di Pontremoli, di felino e di Torchiara. Nel 1503 il Pallavicino fece costruire un mulino a Gallinella. Fatta la lega di cambrai (1508), continuò a militare per Ludovico XII e si trovò alla battaglia di agnadello (1509) contro i Veneziani. Nel 1512 si ritirò nelle sue terre, ma un anno dopo, quando i Francesi si unirono ai Veneziani, si impadronì di Cremona. Nel 1515, venuto in Italia Francesco I e vinti gli Svizzeri a Marignano, Massimiliano Sforza fu fatto prigioniero. Il Pallavicino avuto sentore della vittoria, ne profittò per ritornare a Cremona, donde era stato scacciato, e dove trovò invece festose accoglienze. Il Re gli cedette, in segno di onore, una coppa d’oro che era stata offerta a lui. Continuò a seguire il partito francese fino alla morte. Da papa Leone X e da Massimiliano Sforza nel 1513 fu riconfermato nei suoi diritti e privilegi sugli antichi feudi Pallavicino.

FONTI E BIBL.: Archivio Storico Lombardo, t. I, anno XVII, 1890; Chronicon familiae Pallavicina, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; C. Cipolla, Storia delle signorie italiane, Milano, 1881; B. Corio, Storia di Milano, V, III, Milano, 1857; Giulini, Memorie della città e campagna di Milano, Milano, 1837; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834;  E. Ricotti, Storia delle compagnie di ventura, Torino, 1893; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; Enciclopedia militare, 1933, V, 770; F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; C. Argegni, Condottieri, 1937, 387; E. Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 43.

PALLAVICINO GALEAZZO
Busseto o Cortemaggiore-1582
Nel 1550 gli fu conferita con provvisione apostolica la commenda di Santa Maria maddalena della Ceva, in Diocesi di Cremona. Nel 1565 fu al servizio dei Veneziani quale condottiero di trenta lance del doge Priuli, e non ritornò in patria che dopo quindici anni. Lottò a lungo nei tribunali di Parma e di Roma contro i Farnese che volevano usurpare i diritti dei Pallavicino. Morì senza aver mai ottenuto un pronunciamento definitivo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO GERMANO
Parma 16 maggio 1836-Rovereto 20 giugno 1886
Figlio di Gian Francesco e di Zelinda Liberati. Fu molto versato nelle matematiche, per le quali ottenne regolare licenza. Percorse la carriera militare, dapprima come sottotenente del genio nelle truppe del Ducato Parmense, quindi nel 1860 passò nell’esercito regolare italiano, dove raggiunse il grado di capitano di fanteria. Prese parte alla campagna di guerra del 1866 contro gli Austriaci per l’indipendenza d’Italia. Fu fregiato della medaglia commemorativa per le guerre dell’indipendenza e di quella dell’Unità Nazionale. Il Pallavicino fu Patrizio e cittadino veneto.
FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIII; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1932.

PALLAVICINO GEROLAMO
Busseto 1508-Castiglione Lodigiano 22 aprile 1579
Figlio di Cristoforo. Ebbe la signoria di busseto coi fratelli Ermete e Francesco, ma a lui solo fu affidato il governo. Era ancora minorenne quando i Francesi gli decapitarono il padre. Nel 1521 andò alla Corte imperiale di Carlo V, ed ebbe il titolo di gentiluomo. Nel 1532 ritornò a Busseto, dove l’anno seguente ebbe il privilegio di ricevere l’imperatore Carlo V il quale nell’occasione eresse Busseto al rango di città. Nel 1536 combattè nelle Fiandre  sotto Ferrante Gonzaga contro i Francesi. Nel 1543 ospitò in Busseto papa Paolo III e l’imperatore Carlo V a convegno. Nel 1544 fu eletto Colonnello di fanti.Nel 1545 prestò giuramento di fedeltà a Pier Luigi Farnese, eletto duca di Parma e Piacenza. Ma il nuovo Duca lo perseguitò e gli limitò molti dei suoi privilegi. Cospirò così contro il Farnese e, morto questi, riebbe cortemaggiore. Nel 1546 si recò in Parma con 200 fanti su richiesta del governatore pontificio, malcontento della presenza degli Spagnoli. Nel 1547 fu governatore di Lodi, e, non appena fu avvertito dell’uccisione di Pier Luigi Farnese, fece recapitare la notizia a Milano a Ferrante Gonzaga. Fu poi nuovamente nelle Fiandre. Nel 1552, in Anversa, difese i suoi parenti da agguati di sicari dei Farnese, ma nonostante ciò due suoi congiunti furono uccisi (lo stesso Pallavicino fu gravemente ferito). Nel 1555 tornò in Italia come condottiero di cavalli, per la guerra che in Piemonte si combatteva contro i Francesi, e si guadagnò il titolo di strenuo capitano. Dopo la pace di Cambrai (1559) si ritirò dai campi di battaglia e visse a castiglione Lodigiano, suo feudo. Nel 1570 contribuì a riedificare la chiesa parrocchiale di Castiglione e dal 1572 al 1579 fondò cinque coppellanie  nella chiesa dell’Incoronata a carico dell’ospedale Maggiore di Milano da lui beneficiato con testamento.

FONTI E BIBL.: I.Affò, Vita di Pier Luigi Farnese, Milano, 1821; Archivio  di Stato in Milano, Sezione storica, Famiglia Pallavicino; Battilana, Genealogia delle famiglie nobili, Genova 1823; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; De Leva, Storia documentata di Carlo V; P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834, tav. XXI; L. Poggiali, Storia di Piacenza, Piacenza, 1757-1766; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; P. Vitali, Memorie di Busseto, ms. già presso Seletti; C. Argegni, Condottieri, 1937, 387; U.Imperatori, Italiani all’estero, 1956, 206.

PALLAVICINO GEROLAMO
Polesine 24 settembre 1579-
Figlio di Camillo e di Margherita Pallavicino. Fu protonotario apostolico.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO GIACOMO
ante 1322-Bargone 1374
Figlio di Federico. Fu ucciso assieme al figlio Giovanni dal nipote Francesco.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO GIACOMO
Bargone 1374/1376
Morto nel 1376 il fratello Francesco, fu spogliato del feudo di Bargone e imprigionato da Nicolò Pallavicino con il pretesto che egli fosse sul punto di allearsi a Bernabò Visconti.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO GIACOMO
Scipione 1450/1498
Figlio di Giovanni e di Lucia Bajardo. Nel 1450 fu armato cavaliere. Abitò a lungo nella rocca di Chiavenna, nel Piacentino. Fu governatore di Borgo San Donnino nel 1495, e nel 1498 fu nominato vice duca di Bari da Lodovico il Moro. Del Pallavicino pubblicò cenni biografici il canonico Camillo Beccara.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 312.

PALLAVICINO GIAMBATTISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA

PALLAVICINO GIAMPAOLO
Busseto o Cortemaggiore-post 1648
Figlio di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta valvassori. Appartenne all’ordine dei Servi di Maria. Fu maestro di teologia e dal 1648 priore nel convento di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIAN BATTISTA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA

PALLAVICINO GIANFRANCESCO
Scipione-Colorno 25 maggio post 1486
Figlio di Niccolò e di Angela. Nel 1479 ricevette dal cardinale Giovanni di Aragona il patronato e la chiesa di San Nicomede in Borgo San Donnino. Visse lungamente alla Corte degli Sforza di Milano. Nel 1482 si alleò a Costanzo Sforza nella guerra contro i Rossi di San Secondo ma non riuscì a unirsi alle truppe degli sforza perché fu fatto prigioniero e rinchiuso nel castello di Roccabianca, da cui fuggì poco dopo  mancando alla parola data di non allontanarsi da quei luoghi in cambio di una relativa libertà di movimento. Morì, dopo essere partito da Colorno, affogando nelle acque del torrente Lorno.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO GIANFRANCESCO
Busseto o Cortemaggiore-post 1648
Figlio di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta Valvassori. Nel 1648 fu al servizio della Corte di Spagna. Si adoperò in Vienna per gli interessi della sua famiglia quale procuratore del padre.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIANFRANCESCO
Parma 9 aprile 1800-Parma 6 novembre 1884
Nacque dal marchese Filippo e da Dorotea Magnani. Laureato in legge nel 1822, prestò giuramento l’anno dopo, dinanzi alla Corte d’Appello, per il libero esercizio dell’avvocatura. Ma il 1° gennaio 1824 entrò al servizio dello Stato con la qualifica di Aggiunto negli Uffizi della Delegazione di Parma. Fu dapprima segretario nel Commissariato distrettuale di Busseto, fu poi chiamato al dicastero dell’interno, donde passò commissario ducale in Guastalla nel 1840, mostrandosi sempre zelante amministratore. A quarant’anni ebbe la nomina di Consigliere di Stato e nel 1854 la reggente Luisa Maria di Berry, col decreto che ricostituì la Regia Università di Parma, lo elevò alla direzione dell’Ateneo stesso col titolo di Presidente del Supremo Magistero degli Studi. Si valse di tale titolo per strappare al Governo le maggiori concessioni possibili a vantaggio dell’istruzione e del personale addetto all’Ateneo. Il Pallavicino ebbe inoltre l’ufficio di Segretario generale alla Presidenza del Ministero dell’Interno e giunse, intorno al 1848, a occupare la carica di governatore civile e militare a Piacenza. Il 30 agosto 1848 venne nominato dal governatore militare Delegato provvisorio all’uffizio di direttore generale al Dipartimento de’ Lavori Pubblici, che aveva competenza anche sul Teatro Regio. Il nuovo sovrano nel 1849 lo nominò Regio Commissario straordinario del Teatro Regio di Parma. Nell’Archivio di Stato di Parma (Fondo Sanvitale) vi è il manoscritto della sua composizione musicale Quattro quadriglie francesi. In seguito fu chiamato a presiedere la sezione del contenzioso amministrativo nel Consiglio di Stato, e in tale carica rimase sino al 1859.Con l’unione del Ducato di Parma al Regno d’Italia, Il Pallavicino, cessato ogni incarico governativo (1861), rivolse ogni sua attività a beneficio della congregazione di San Filippo Neri. Fu ciambellano di Maria Luigia d’Austria e di Carlo di Borbone, consigliere della Consulta Araldica di Parma, gentiluomo di camera di Maria Luisa di Borbone e commendatore dell’Ordine costantiniano. Fu grande appassionato e conoscitore di musica. Sposò Zelinda Liberati.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario Biografico, 1905, 79-80; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 5, 1932, 63-64; M. Mora, Marchese Gianfrancesco Pallavicino, in Archivio Storico per la Provincie Parmensi 1953, 309; Palazzi e Casate di Parma, 1971, 375.

PALLAVICINO GIAN FRANCESCO, vedi anche PALLAVICINO GIOVANNI e PALLAVICINI GIOVAN FRANCESCO

PALLAVICINO GIANGABRIELE
Busseto 1479 c.-post 1528
Figlio di Antonio Maria. Nel 1499 giurò fedeltà a re Lodovico XII. In seguito, accusato di ribellione, gli furono confiscati i beni e i titoli, che gli furono restituiti solo il 20 luglio 1528 da Antonio de Leyva, governatore Spagnolo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO GIANGIORGIO SFORZA
Parma 1660 c.-16 dicembre 1742
Figlio di Giangiorgio e di Angela lampugnani. Fu ciambellano dell’imperatore Leopoldo I nel 1682. Durante la guerra di successione, nel 1701 giurò fedeltà quale feudatario di San Fiorano a Filippo V che, come re di Spagna, era divenuto Duca di Milano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO GIANGIROLAMO
Busseto 1479 c.-16 ottobre 1536
Figlio di Antonio Maria e di Isabella Borromeo. Fu ucciso da alcuni Pallavicino di Scipione per aver fatto donazione alla moglie, Giacoma Pallavicino di Zibello, del Castelletto nel territorio di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO GIANGIROLAMO
Scipione 6 settembre 1570-1628
Figlio di Lionello e di Marta Albani. Fu coppiere di Margherita Aldobrandini, duchessa di Parma. Quindi fu maestro di camera del duca Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO GIANGIROLAMO
Scipione 25 agosto 1651-Scipione 8 maggio 1722
Figlio di Pompeo e di Barbara Anguissola. Fu maestro di camera alla Corte dei duchi di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO GIANGIROLAMO
Scipione 5 febbraio 1736-1776
Figlio di Pompeo e di Dorotea Mulazzani. Fu gentiluomo di camera del duca di Parma. Fu confeudatario di Scipione e Grotta.

Fonti e Bibl.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO GIAN LODOVICO
Parma 1827
Il 23 giugno 1827, in occasione dell’inaugurazione del Nuovo Teatro Comunale di Cortemaggiore, scrisse il testo della cantata L’ombra, che fu musicata da Ferdinando Provesi (Biblioteca Palatina di Parma, Fogli volanti, Serie A, 1824-1830).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PALLAVICINO GIANLODOVICO, vedi anche PALLAVICINO GIOVANNI LUDOVICO

PALLAVICINO GIANMANFREDO
Polesine o Busseto 1410 c.-1485 c.
Figlio di Orlando e di Caterina Scotti. Il 2 giugno 1458 ebbe dal duca di Milano Francesco Sforza l’investitura dei feudi di Costamezzana e Polesine ereditati dal padre. Nel 1470 e 1477 prestò giuramento di fedeltà ai duchi di Milano. Più tardi, approfittando delle discordie interne alla corte di Milano, si impadronì della fortezza di Godano, che però dovette nuovamente cedere il 21 marzo 1485. Morì non molto tempo dopo. Il Pallavicino edificò la cappella della Beata Vergine delle Grazie nella chiesa di Santa Maria degli Angeli in Busseto.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO GIANMANFREDO
Costamezzana 1513/1547
Figlio di Gianottaviano e di Laura Caracciolo. Nel 1513 ebbe confermati dal duca massimiliano Sforza gli antichi privilegi. Condusse una lite interminabile col cugino Giambattista Pallavicino per il possesso di Costamezzana. A un cento punto, accusato dal suo avversario di aver prodotto documenti falsi, fu incarcerato mentre si trovava a Roma e sottoposto a tortura. Nel 1547 fu accusato con altri di aver introdotto gli imperiali a Piacenza dopo l’assassinio del duca Pierluigi Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO GIANNANTONIO
Tabiano o Castellina 1447 c.-
Figlio (forse primogenito) di Uberto e di Polissena Anguissola. Il 26 ottobre 1499 prestò giuramento, quale feudatario dipendente dal ducato di Milano, al re Lodovico XII di Francia in una solenne funzione celebrata nel castello di Milano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XX.

PALLAVICINO GIANNANTONIO
Varano de’ Marchesi 1556
Figlio di Gianfelice e di Caterina. Nel 1556 giurò fedeltà, quale feudatario di Varano de’ Marchesi, nelle mani del governatore di Milano, Ferrante Gonzaga, a Filippo II re di Spagna.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO GIANOTTAVIANO
Busseto o Polesine 1436 c.-Fondi 1505 c.
Figlio di Gianmanfredo e di Pellegrina Spinola. Lodovico il Moro confiscò a lui e ai fratelli i beni, che poi il Pallavicino recuperò, pagando una ragguardevole somma, nel 1490. Visse lungamente a Milano ma rimase sempre un oppositore di Lodovico il Moro, e il 26 ottobre 1499 giurò solennemente fedeltà a re Lodovico XII nel castello di Milano. Fece testamento il 18 dicembre 1504 in Fondi.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO GIBERTO
Busseto o Scipione 1497
Figlio di Antonio.Notaio, rogò il testamento di Carlo Pallavicino, vescovo di Lodi, nell’ottobre 1497.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XV.

PALLAVICINO GIORGIO GAETANO
Parma 15 agosto 1727-1790
Figlio di Pio Giorgio e di Margherita borromeo. Fu abate fino all’anno 1759, quando, per la morte del nipote Giangiorgio Pallavicino, lasciò l’abito religioso per la successione ereditaria della casata.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO GIORGIO GUIDO, vedi PALLAVICINO TRIVULZIO GIORGIO GUIDO

PALLAVICINO GIORGIO PIO
Parma 21 dicembre 1761-26 aprile 1803
Figlio di Giorgio Gaetano e di Maria Dati. Fu ciambellano dell’imperatore nel 1790 e fece parte del consiglio dei LX decurioni nel 1792. Nel 1796 fu arrestato dai Francesi, che avevano occupato la Lombardia, e relegato a Nizza. L’anno seguente, grazie a una amnistia voluta da Napoleone Bonaparte, fu liberato e poté tornare in patria.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO GIOVAN FRANCESCO
Busseto o Polesine 1437 c.-Zibello 20 dicembre 1497

Alla morte di Rolando Pallavicino il feudo di Zibello, che nel 1457 contava 447 uomini ed era esteso più di nove miglia quadrate, fu rivendicato per una metà da Bartolomeo Pallavicino, figlio di Donnino, il quale, essendone stato spogliato proprio da Rolando nel 1429, si rivolse al duca di Milano per ottenere il riconoscimento dei propri diritti. Il duca però, pur tenendo in un certo conto le rivendicazioni di Bartolomeo, al quale venne assegnato, a tacitazione delle sue pretese, il feudo di Stupinigi, stabilì che Zibello dovesse toccare al Pallavicino, l’ultimo dei figli di Rolando. Nei circa quarant’anni di dominio sul luogo, il Pallavicino governò il feudo in modo da ottenere stima, rispetto e benevolenza da parte dei propri sudditi e si adoperò costantemente per dare a Zibello un volto che si addicesse al centro di una signoria, pur se piccola, qual era la sua. Grazie infatti alla sua brillante carriera politica alla corte ducale di Milano, dove divenne prima cameriere (1476) e poi consigliere (1480), e ai favori che gli vennero accordati soprattutto a partire dal momento in cui la guida del ducato venne assunta da lodovico il Moro, il quale gli concesse feudi, pensioni e immunità, poté disporre di mezzi tali da consentirgli di intraprendere una serie di opere nel castello, alcune delle quali destinate a durare nei secoli. Il Pallavicino procedette in primo luogo a ristrutturare la rocca, che fu probabilmente trasformata da baluardo esclusivamente militare in un complesso edilizio che, oltre a mantenete tale funzione, divenne presto il centro della vita anche culturale della piccola corte signorile: il luogo nel quale non soltanto il signore dimorava nei periodi di permanenza a Zibello e si dedicava alla cura dei propri interessi, ma dove era anche possibile accogliere e alloggiare ospiti e organizzare trattenimenti, incontri e feste. La rocca, che sorgeva di fronte al Palazzo Pallavicino, fatto costruire da Rolando il Magnifico o dallo stesso Pallavicino nel primo periodo della sua signoria su Zibello e ristrutturato nel primo quarto del secolo XVI, era munita di torri e torrioni ed era circondata da un fossato che la divideva dal resto del castello: vi si accedeva attraverso una porta per raggiungere la quale occorreva superare un bastione. L’opera di sistemazione urbanistica del castrum, attuata, o meglio progettata, dal Pallavicino, in quanto non tutto ciò che fu da lui iniziato venne condotto a termine prima della sua morte, continuò poi con l’erezione, entro le mura, della chiesa dei Santi Gervaso e Protaso e coll’estensione dell’abitato lungo una linea parallela al lato sud del castrum e destinata a diventare, secondo uno schema seguito anche a cortemaggiore, l’asse principale del castrum stesso. Asse lungo il quale il pallavicino fondò, nel 1494, il monastero di Santa Maria delle Grazie, che fu terminato però dopo la morte di suo figlio Federico e di cui i frati dell’ordine di San Domenico entrarono in possesso solo nel 1510. L’allargamento dell’area del castello doveva preludere a un aumento della popolazione (la monumentalità degli edifici ne è una chiara prova), costituendo un richiamo per gente attiva, capace, a patto che venisse a vivere nel luogo, di profittare delle opportunità e delle condizioni di favore a essa offerte dal Pallavicino, che, tendendo a fare di Zibello la propria piccola capitale, ebbe certamente in animo di dare impulso al commercio e all’artigianato, a quelle attività cioè che avevano reso prosperi i centri urbani. Quel progetto di sviluppo che, nelle sue intenzioni, Zibello avrebbe dovuto avere in prospettiva, non venne tuttavia compiutamente realizzato per il concorrere di una serie di circostanze succedutesi nel periodo compreso tra la sua morte, avvenuta quando aveva poco più di sessant’anni, e la morte di suo nipote Giovan Francesco Pallavicino, figlio di Federico, deceduto senza figli nel 1514. Il Pallavicino ebbe sempre buoni rapporti con gli homines di Zibello, dei quali seppe conquistare la fiducia e la fedeltà e ai quali, proprio per questo, mediante disposizione testamentaria, concesse in perpetuo l’esenzione dal boscatico. Difficoltà tuttavia egli dovette affrontare nei primi anni della sua signoria, difficoltà che derivavano dal fatto che tra i proprietari di terre entro l’ambito territoriale del feudo vi erano i Sommi e i Rossi e che Cremona rivendicava, per i propri cittadini, certe prerogative da essi godute nei tempi che avevano preceduto la concessione a Rolando, per i suoi domini, della separazione dalla città e quindi dell’esenzione da qualsiasi tipo di dipendenza giurisdizionale da essa. I Sommi, subito dopo la morte di Rolando, accaduta nel 1457, sperando evidentemente di trarre profitto dalla discordia nata tra i suoi figli a causa della divisione ereditaria e dal conseguente indebolimento della loro potenza, ricorsero al duca di Milano, pregandolo di costringere il Pallavicino alla restituzione dei loro beni feudali, cioè di Pieve Altavilla, della Ghiara di Brazzo e della quarta parte del porto di Sommo, di cui erano stati spogliati dallo stesso Rolando e di cui il Pallavicino riusciva ancora a mantenere il possesso propter ipsius potentiam. Non pare tuttavia che il ricorso avesse seguito: troppo debole ormai era la loro voce e troppo influenti i Pallavicino alla corte ducale. Ma i Sommi erano anche cittadini cremonesi e a tale loro condizione si appellarono non solo per evitare di sottostare a gravami e adempiere obblighi, cui erano tenuti coloro che erano sottoposti alla giurisdizione del castello di Zibello, ma anche di sottrarre a essa i propri dipendenti e i propri massari, richiamandosi a quanto stabilito in proposito dal decreto del Maggior Magistrato. Nel 1467 Genesio Sommi, insieme con Pietro Riccardi e alcuni altri cittadini di Cremona, possessori di case nel castello di Zibello e di terreni nel territorio circostante, si rivolsero tramite i deputati del Comune di Cremona, ai duchi di Milano per protestare, richiamandosi alle norme di un recente decreto, contro le pretese di un ufficiale del Pallavicino perché anch’essi e i loro mezadri e massari contribuissero, come gli uomini di Zibello, ale emondatione de le fosse et fortificatione del castello. Informato della cosa dai duchi, il Pallavicino, il 2 maggio dello stesso anno, rispose  che la protesta non poteva essere presa in seria considerazione: il Sommi, il Riccardi e gli altri, dal momento che traevano utilità dal fatto di avere accesso al castello e di risiedervi, non avrebbero potuto essere considerati esenti dai carichi che tale prerogativa comportava, tanto più che egli stesso vi contribuiva per un terzo. Se davvero poi fosse stata concessa simile esenzione anche ai loro massari e mezzadri, il numero di costoro sarebbe aumentato, per ottenerla, a tal punto che in pocho spatio de tempo più seriano che lo resto. Bastasse dunque al Sommi, al Riccardi e agli altri essere preservati come cittadini de li altri carichi occurrenti luoro. E anche qualora si fosse voluto loro accordarla vel per confirmatione de decreto aut aliter, l’esenzione da loro richiesta non poteva essere concessa in quanto ciò sarebbe avvenuto con preiudicio del tercio et ipso non citato et evocato. La loro istanza perciò, come voleva raxone et iusticia, fu respinta. Ma i maggiori problemi vennero al Pallavicino dall’essere il feudo di Zibello confinante con quello di Roccabianca, appartenente a Pier Maria Rossi. La rivalità tra le due famiglie aveva origini lontane, ma, dopo la morte di Rolando, andò gradatamente accentuandosi per il sommarsi di una serie di circostanze che le portarono fino allo scontro aperto. A differenza dei figli di Rolando, i cui domini avevano perso il carattere di signoria autonoma ed erano stati trasformati in feudi camerali, Pier Maria Rossi conservava intatta tutta la sua potenza, potendo contare su oltre venti castelli, e ciò costituì sicuramente un motivo di preoccupazione, oltre che per i duchi, per il Pallavicino, che tese sempre a indebolirla e a limitarla. Le prime avvisaglie si manifestarono già nel 1459, quando tra il Pallavicino e Pier Maria Rossi sorse questione per il possesso di terreni boscosi siti in Ragazzola, questione che si protrasse almeno fino al 1462 e che si complicò in seguito a ulteriori contestazioni reciproche e ad altri fatti, il più importante dei quali fu certamente l’inizio o la ripresa della costruzione, nel 1460, da parte di Pier Maria Rossi, di quella fortezza che prese poi il nome di Roccabianca. Ma la tensione tra i due raggiunse l’acme al tempo dell’acquisto da parte del Pallavicino, da Iacopo Sironi, di Stagno, Tolarolo, Polesine Manfredi e Mezzano dei Cavalli, al cui possesso mirava anche Pier Maria Rossi, il quale, forse proprio in previsione di una possibile aggregazione ai suoi domini di questi luoghi, nel 1466 richiese e ottenne di divenire cittadino di Cremona, nel cui distretto essi erano situati. Concluso il 29 maggio 1477, il contratto, che prevedeva anche la cessione della giurisdizione con mero e misto imperio ma al quale proprio per questo si era opposta la Camera ducale, probabilmente stimolata da Pier Maria Rossi che era nel ristretto numero dei consiglieri di credenza ducali, poté divenire operante solo nel 1480, subito dopo che Lodovico il Moro era divenuto in pratica signore di Milano. L’amarezza di Pier Maria Rossi per la decisione presa dai duchi di confermarne la validità fu grande, e nelle lettere che inviò loro nel 1480 la manifestò apertamente, non senza ricordare le continue provocazioni del Pallavicino. Nella speranza ancora di poter evitare il passaggio di Tolarolo, Stagno, Polesine Manfredi e Mezzano dei Cavalli nelle mani del pallavicino, insisté perché i duchi stessi ne mantenessero direttamente il controllo. Ma la fortuna di Pier Maria Rossi volgeva ormai al tramonto. La politica accentratrice del Moro, dalla quale egli vide progressivamente limitata la propria autonomia e la propria libertà d’azione, lo portò, dopo vane proteste e inutili trattative, a ribellarsi e a schierarsi con Venezia contro Milano nella guerra per Ferrara, durante la quale, 1° settembre 1482, venne a morte. La guerra fu continuata da suo figlio Guido, che, l’anno successivo, in un nuovo conflitto, questa volta frontale, con gli Sforza, perdette a uno a uno i suoi castelli, che non gli furono più restituiti. Dal Pallavicino, le cui terre erano state oggetto di saccheggi e devastazioni a opera di milizie venete, unitesi a uomini dei Rossi e dei Torelli all’inizio del 1482, e al quale la sconfitta dei Pallavicino sotto Roccabianca da parte di Pier Maria Rossi nella primavera del medesimo anno non potè non causare viva preoccupazione, la scomparsa dello stesso Pier Maria Rossi e il crollo  definitivo della potenza dei Rossi dovettero essere accolti con profondo senso di liberazione. I restanti quattordici anni della sua esistenza, sebbene turbati da vicissitudini familiari e da problemi di salute, furono perciò, almeno sotto il profilo del governo dei suoi feudi, i più tranquilli e la prosperità di cui potè godere gli permise di realizzare alcune importanti opere urbanistiche. Non è improbabile che la sua sollecitudine per l’edilizia religiosa, palesatasi a partire da dopo  il 1480, sia da porre in relazione col superamento di quel periodo cruciale della sua vita: così operando, volle forse rendere grazie in modo continuo, fino alla fine dei suoi giorni, alla Provvidenza Divina al cui volere andavano ai suoi occhi attribuiti il crescere e il prosperare della propria fortuna e, per converso, il disfacimento di quella dei Rossi, verso i quali la sua ostilità non venne mai meno. Nel 1480 gli Sforza concessero al Pallavicino la giurisdizione di Serravalle, e nel 1481 l’investitura di Tizzano, Ballone, Serravalle, Varano dei Melegari, Ruviano e Montesasso. Nel 1483 ebbe in dono da Lodovico il Moro roccabianca e Fontanelle del Pizzo, tolte ai Rossi, nel 1494 ebbe l’investitura delle terre di sant’andrea e l’anno seguente di quelle di Rizzolo e Solignano. Tre settimane prima di morire, il 29 novembre 1497 (dopo aver subito un’operazione per l’asportazione di calcoli), il pallavicino dettò il suo ultimo testamento, dividendo i suoi feudi tra i figli Gaspare, Bernardino, Polidoro, Rolando e Federico, designando quest’ultimo a succedergli nella signoria su Zibello. È importante ricordare che nel testamento venne chiaramente espressa la volontà che, se uno o più degli eredi indicati fosse venuto a mancare senza figli maschi, legittimi e naturali, nati in seguito a matrimonio validamente celebrato, la successione nei feudi del premorto sarebbe spettata agli altri superstiti o ai loro figli maschi legittimi e naturali, con fedecommesso esclusivo delle femmine. In questa disposizione è contenuto il germe delle interminabili liti che, di lì a pochi anni, insorsero tra alcuni dei discendenti del Pallavicino e li portarono a contendersi, senza esclusione di colpi, la signoria su Zibello.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI; C. Soliani, Il feudo di Zibello, 1990, 25-43.

PALLAVICINO GIOVANNA
Busseto o Polesine 1410 c.-
Figlia di Orlando e di Caterina Scotti. Il 6 aprile 1432 sposò in Busseto Filippo Maria Visconti. Le nozze furono concordate dal duca di Milano in segno di amicizia verso il padre, che si era da poco ritirato dalla lega coi Veneziani.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO GIOVANNI
Gusaliggio 1119-1198
Secondo il Festasio, il Pallavicino, figlio di Uberto, fu uomo di raro giudizio et eloquenza et consumatissimo si nelle lettere di umanità, come di filosofia et profondissimo cosmografo, per le cui eccellenti virtù l’imperatore Federico I lo chiamò con sé alle imprese di Milano (1160) e di Roma, le quali furon nei casi importanti sempre con lui consigliate. Il Pezzana lo colloca nel novero distinto dei letterati parmigiani. Fu quasi certamente anche abile geometra ed esperto disegnatore, poiché è da supporre che il Pallavicino sia stato chiamato alle imprese di Milano e di Roma quale ingegnere militare, anziché quale cosmografo. Nel 1162 ebbe dall’Imperatore la conferma dei privilegi, e nel 1171 molti onori, titoli e immunità. Nel 1190 suddivise i propri beni, assegnando al primogenito Manfredi i feudi di Varano, Banzola, Noceto, Miano, fontanellato, Casalbarbato, Parola, Grezzo e Medesano, al secondogenito Guglielmo quelli di scipione, Fontanabrocca, Casale, Albino, Vigoleno, Grotta, Pietra Colloreta, Castelpellegrino, Greci, Scisano, Tosca, Carniglia, Landasio, Fiorenzuola e Pozzolo, mentre tenne per sé Sevo, Soragna, Parmigiana, Borgo San donnino, Castelnuovo, Corticella e Tollarolo.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 ss.; N. Festasio, Origine e vite di nove uomini illustri della nobilissima Casa Pallavicina, 1563; A. Pezzana, Memorie degli scrittori continuate, tomo VI, parte 2, 34-35; E. Scarabelli Zunti, Memorie di belle arti, 1911, 54-55; Parma nell’arte 2 1976, 50; P.Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985, 37.

PALLAVICINO GIOVANNI
Scipione 1357/1369
Figlio di Uberto, dei marchesi di Scipione. Nel 1357 fu podestà di Tortona, nel 1361 di Como, nel 1362 di Pavia e nel 1369 di Novara. Nel 1363, militando tra i condottieri di Bernabò Visconti contro la lega guelfa, rimase prigioniero nel combattimento della bastìa di Solara, nel Modenese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1897; L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 313; C.Argegni, Condottieri, 1937, 388.

PALLAVICINO GIOVANNI
Bargone ante 1348-Bargone 1374
Figlio di Giacomo. Fu ucciso assieme al padre nel 1374 dal cugino Fr
ancesco.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO GIOVANNNI
Pellegrino o Specchio-post 1452
Figlio di Manfredo. Laureato in legge, esercitò la professione di notaio o avvocato. Nell’anno 1452 abitò in Crema.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XV.

PALLAVICINO GIOVANNI
Scipione-Cortona 22 luglio 1478
Figlio di Pietro, dei marchesi di Scipione. Cominciò a farsi un nome nel 1448, servendo con Francesco Sforza. Ad Alessandria sconfisse e obbligò a ritirarsi Guglielmo, marchese del Monferrato. Fu tra i condottieri scelti per seguire Alessandro Sforza in soccorso di Ferdinando d’Aragona contro Giovanni d’Angiò per il recupero del regno di Napoli e fu nominato tra i valorosi della battaglia di Troja (27 luglio 1460). Nel 1465 fu uno dei capitani al seguito di Galeazzo Sforza quando dal padre duca Francesco Sforza venne inviato in Francia con quattromila cavalli e duemila fanti in aiuto a Luigi XI nella guerra mossagli dal duca di Borgogna. Un anno dopo, avendo il duca dovuto abbandonare l’esercito per la morte del padre, il Pallavicino ne assunse il supremo comando. Si trovò alla battaglia della Molinella contro Bartolomeo Colleoni. Nel 1470 fu governatore di Cremona, nel 1475 vicario ducale in Genova, nel 1476 ambasciatore del duca di Borgogna, contro il quale fu inviato nello stesso anno in favore di Filiberto, duca di Savoja. Fece parte della reggenza, dopo la morte del duca di Milano, istituita dalla duchessa Bona. Ebbe l’incarico di sottomettere Genova e assalire i Fieschi nei loro domini. Nel 1478, scoppiata la congiura dei Pazzi, capitanò le milizie mandate dallo Sforza contro i congiurati trovandovi la morte. La sua salma fu trasportata a Borgo San Donnino ed ebbe onorevole sepoltura nella chiesa di San Francesco.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Milano, Carteggio generale; Archivio Storico Lombardo, anno XVI, t. II. Milano, l889; Battilana, Genealogia delle famiglie nobili, Genova, 1823; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1857; G. Giulini, Memorie della città e campagna di Milano,  Milano, 1857; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1897; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 313; G. Simonetta, Historia de rebus gestis, in Rerum Italicarum scriptores, XXI; F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; Enciclopedia Militare, 1932, V, 770; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 388.

PALLAVICINO GIOVANNI
Borgo San Donnino 1493-1510
Figlio di Giacomo Antonio. Morì a diciannove anni mentre combatteva per re Lodovico XII contro i Veneziani. Fu sepolto in San francesco di Borgo San Donnino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO GIOVANNI
Parma 26 febbraio 1536-
Figlio di Federico e di Laura Pirovano. assassinò Aurelio Bernieri, e in conseguenza di questo omicidio ebbe confiscati tutti i beni.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO GIOVANNI BATTISTA
Zibello ante 1435-Reggio Emilia 12 maggio 1466

Figlio del marchese Antonio.Signore di zibello e Ravarano. Discepolo di Vittorino da Feltre e del veronese Guarino, strinse amicizia con Ermolao Barbaro, coltivò in gioventù la poesia latina e si applicò allo studio degli antichi codici. A Farigliano, dove nel 1435 fu ospite dei marchesi di Saluzzo, tradusse in latino le opere di Giueppe Flavio. Abbracciò quindi lo stato ecclesiastico e, recatosi a questo scopo a Roma, ottenne il conferimento dell’arcidiaconato di Torino da papa Eugenio IV, il quale lo nominò anche scrittore apostolico e nel 1443 lo volle al proprio seguito a Firenze per concordare la lega con Alfonso re di Napoli contro Francesco Sforza, che aveva occupato la marca d’Ancona. Eletto dallo stesso pontefice il 19 ottobre 1444 vescovo di Reggio Emilia, resse quella diocesi per ventidue anni con zelo e carità. Recatosi a prendere possesso del suo vescovado, fu accolto con grande giubilo dal popolo, ma nella confusione dei festeggiamenti furono commessi alcuni omicidi. Il Pallavicino, ricevuto il sacerdozio, officiò la sua prima messa nell’epifania dell’anno 1446. L’Ughelli lo elogia perché tum genere, tun moribus nobilis summa cum laude prudentiae, pietatisque administravit, e il Camellini lo definisce memorabilis admodum. A suo vicario generale elesse Ilario Anselmi, canonico parmigiano. Dall’Affarosi si apprende che più volte consacrò altari e riconobbe reliquie di santi, con le quali ornò diverse chiese, e che si iscrisse l’anno 1451 nella Matricola degli aggregati al Consorzio di Reggio (Ego Baptista Palavicinus Episcopus Reginus  licet indignus manu propria). Fu alcune volte in Roma, specialmente al tempo di papa Niccolò V, e fu poi nominato referendario da papa Pio II. Secondo il Panciroli (Guido Panciroli, storia di Reggio) il pallavicino fu dedito alla magia: Vir eloquentia, et condendis carminibus insignis, sed praeter dignitatem nimium Arti Magicae traditus, qui saepius daemonibus alloqui dicebatur, et eos quandoque sub senis Naucleri specie cymbam regentis in piscina quam ad D. Claudium in suburbiis praeclaram habebat, familiaribus ostendisse fertur. La cosa non parve credibile all’affò, che ritenne l’affermazione aggiunta da mano diversa ad alcuni esemplari del manoscritto del Panciroli. La notizia fu poi ripresa dall’Azari ma non dall’Affarosi. È invece probabile che il Pallavicino si sia interessato all’astrologia, come affermato da Giorgio Gaspari, che aggiunge come il Pallavicino avesse a un certo punto cullato l’ambizione di divenire papa, pur non essendo neppure cardinale. Il Pallavicino fu anche mediocre poeta latino. Frutto della sua applicazione allo studio dei codici fu l’emendazione dei libri di medicina di Cornelio Celso, già allora appena intelligibili. Studiò i Santi Padri, in particolare San Girolamo, e lasciò anche un’opera di pietà in poesia latina dal titolo Historia flendae crucis et funeris Domini nostri Jesu Christi, stampata a Parma nel 1477 e che ebbe varie edizioni. Il Pallavicino fu ottimo calligrafo e miniatore.Dei codici da lui realizzati rimangono i seguenti: nella biblioteca di Parigi si trova un Flavii Iosephi, de Bello ludaico Libri septem interprete Rufino, trascritto dal Pallavicino nel 1435, e un altro manoscritto del poema pallaviciniano De flenda croce; la Biblioteca Palatina di Parma possiede un codice cartaceo in 4° del poema De flenda croce, con aggiunta di altri componimenti; la Biblioteca Chigi in Roma conserva il bellissimo codice in pergamenta intitolato epaneticorum ad Pium II; la Vaticana e la Barberina di Roma posseggono del pallavicino varie scritture (tra le quali un codice di celso, 1465), che mostrano quanto valesse nell’arte calligrafica. Morì in seguito a un attacco di apoplessia e fu sepolto nel sotterraneo della Cattedrale di Reggio Emilia. Nel monumento sepolcrale (trasportato in seguito nel Civico Museo di Reggio Emilia) spiccano la figura del vescovo in bassorilievo e la seguente epigrafe: Hic Baptista jaces regii dignissime praesul, marchio quem genuit pallavicina domus: Floruerit quamvis ingentibus illas triumphis, laude tamen proavos te superasse ferunt. Rarus in urbe fuit qui te vel carmine posset vincere vel calamo se aequiparare tuo. Sedis apostolicae me ruisti clarus honores, at tua nunc virtus clarior astra colit. MCCCCLXI XII MAIJ.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli Scrittori, II, 242-258; A.Pezzana, Memorie degli Scrittori, tomo VI, parte 2, 201 e 272; E. Scarabelli Zunti, Memorie di belle arti, 1911, 54; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 323-324.

PALLAVICINO GIOVANNI FRANCESCO
Parma 29 maggio 1635-
Figlio di Ciro e Margherita. Marchese, fu frate cappuccino. Compì la professione di fede a Cesena il 13 febbraio 1657. Passato, alcuni anni dopo l’ordinazione sacerdotale, nei monaci Basiliani di Grottaferrata (dai quali pure uscì), andò cappellano in Polonia, ove fu visto dal cappuccino Felice da Concordia.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 747.

PALLAVICINO GIOVANNI FRANCESCO MARIA
Parma 8 giugno 1699-Busseto 17 agosto 1747
Figlio di Alessandro e di Adelaide Fugger. Fu cappuccino (col nome di Alessandro Felice da Parma), predicatore, guardiano e vicario di Borgo San Donnino. Compì a Guastalla la vestizione (8 settembre 1719) e la professione  di fede (8 settembre 1720).

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXVII; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 457.

PALLAVICINO GIOVANNI GINESIO
1426-Busseto 1485
Detto Pallavicino. Quartogenito, ereditò dal padre i feudi di Bargone, Busseto e Castellaro. Nel 1450 Francesco Sforza, che aveva grandi obblighi verso la famiglia Pallavicino per la sua elevazione al ducato di Milano, lo armò cavaliere. Nel 1470 assistette in qualità di testimonio all’atto del giuramento prestato dai Milanesi al duca Galeazzo Maria Sforza. Quando nel 1476 il duca di Milano fu assassinato, venne istituita una reggenza dello stato e il Pallavicino fu chiamato a farne parte. Fu poi nominato consigliere ducale e quindi governatore del nuovo duca, Giangaleazzo Maria Sforza. Fu personaggio di grande autorità alla corte milanese ed ebbe un ruolo di primo piano in tutti i raggiri che nel 1480 condussero al patibolo il ministro Francesco Simonetta e che indussero Lodovico il Moro a perseguitare Pier Maria Rossi di San Secondo, accanito nemico del Pallavicino. Tanta fu la sua autorità in Milano, che poté avere diverse concessioni senza che alcuno potesse mai chiedere compensi: così, ad esempio, nel 1481 ebbe in feudo Castiglione dei Marchesi e il castello di Vianino, sottraendoli entrambi alla giurisdizione di Parma. Nel 1485 gli furono concesse le cittadinanze di Lodi e di Piacenza. Edificò la chiesa e il convento di Santa Maria degli Angeli (detta di San Francesco) in Busseto a favore dei Minori Osservanti, ai quali fu donata il 31 marzo 1475. Il 21 ottobre 1485 fu fatto arbitro per risolvere alcune vertenze insorte tra i confratelli dell’arte della Lana in Parma. Morì nello stesso anno, forse avvelenato per opera dei Rossi di San Secondo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.

PALLAVICINO GIOVANNI LUDOVICO
Busseto 1425-Cortemaggiore 1481

Figlio di Orlando il Magnifico. Nella divisione dello Stato alla morte del padre ebbe in comune con il fratello Pallavicino il marchesato di Busseto. Creato cavaliere nel 1450, il giorno in cui Galeazzo Sforza prese possesso del Ducato di Milano, visse per molti anni a quella Corte in qualità di consigliere ducale e compì missioni presso papa Sisto IV e Carlo duca di Borgogna. Nel 1470 ritornò a Busseto per governare lo Stato con il fratello, dal quale, in seguito a dissensi, si separò di comune accordo nel 1478. Per l’arbitrato di Gian Giacomo Trivulzio e Marsilio Torelli, basato sull’investitura ducale del 1458, ebbe nella divisione del marchesato Cortemaggiore e Bargone. Accettato il lodo, il 4 settembre 1479 lasciò, con il figlio e alcune famiglie, Busseto e si trasferì a Cortemaggiore, modesto villaggio abitato da pochi pastori, provvisto solo d’una vecchia torre e di una piccola parrocchia intitolata a San Lorenzo. A cortemaggiore, dove dette inizio al locale ramo marchionale, il Pallavicino iniziò nel 1480 l’erezione di un forte castello, del quale pose la prima pietra il 20 gennaio, della chiesa dell’annunziata e di una nuova parrocchiale, che non potè vedere ultimata perché la morte lo colse l’anno successivo.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 322.

PALLAVICINO GIOVANNI PIO LUIGI
1744-Torre Pallavicina 20 luglio 1815
Figlio di Adalberto Galeazzo e di Francesca Barbò.Il Pallavicino presentò le sue rivendicazioni alla Corte imperiale per recuperare i domini della sua famiglia ma, una volta accertata l’assoluta inutilità di ogni richiesta in tal senso, a partire dal 1788 si occupò esclusivamente dell’antico naviglio Pallavicino. Assieme al cugino Gaetano Pallavicino, e col permesso dei Veneziani e degli Imperiali, fece aprire un nuovo canale per l’irrigazione che, originandosi nel territorio della Torre Pallavicina, si approvvigionava dall’Oglio, andando a formare il cavo del molino, il cavo delle sorgenti e il cavo di suppeditazione, e, percorrendo circa otto miglia in territorio cremonese, perveniva a Cumignano, scaricandosi nel vecchio naviglio Pallavicino. Morì a 71 anni d’età.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIROLAMO
Busseto 1452 c.-20 novembre 1506
Figlio di Pallavicino, signore di Busseto. Intraprese la carriera ecclesiastica dopo essersi distinto nella diplomazia. A Roma, dove ricoprì vari importanti uffici, acquistò la stima del pontefice Sisto IV, che il 25 maggio 1484 lo nominò vescovo di Novara. Pare tuttavia che il Pallavicino, poco portato alla cura pastorale di una diocesi, si recasse raramente in quella città perché occupato in altre mansioni. autorevolissimo presso Lodovico il Moro, del quale godette il favore, fu da questi nominato consigliere ducale e delegato, il 3 marzo 1489, a far parte della scorta d’onore incaricata di accompagnare la duchessa Bianca, sorella dì Gian Galeazzo Sforza, in Ungheria in occasione delle sue nozze con il principe Giovanni Corvino. Allorché, poi, nel 1499 i Francesi, invitati dallo stesso Lodovico il Moro, conquistarono il Ducato milanese trascinando prigioniero lo Sforza, il Pallavicino  intervenne al solenne giuramento di fedeltà prestato il 26 ottobre a Lodovico XII nel castello di Milano e l’11 gennaio del seguente anno fu invitato a far parte del senato del nuovo Stato. Fedele al monarca francese, morì prima che i mutamenti politici derivati dalla proclamazione della guerra santa a Lodovico XII da parte di papa Giulio II lo ponessero in una imbarazzante situazione verso la Santa Sede.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 324.

PALLAVICINO GIROLAMO
Torre dei Marchesi-Cortemaggiore 2 luglio 1549
Figlio di Giulio e di Luigia Anguissola. Fu detto lo zoppo perché storpio in un piede.Fu tra i congiurati per l’assassinio di Pier Luigi Farnese compiuto a Piacenza nel 1547. Il Pallavicino ebbe l’incarico di occupare l’imbocco di tutte le strade che conducevano alla vecchia cittadella e opporsi sia a una possibile sollevazione popolare sia a qualunque tentativo di intervento da parte di Alessandro da Terni, capitano dei cavalleggeri dei Farnese. In effetti quest’ultimo cercò di portarsi alla cittadella ma, vista la risolutezza del Pallavicino e dei suoi uomini, si ritirò. Il Pallavicino fu ucciso nel corso di una rissa per mano di Girolamo Maggiolini, vicario del podestà di Piacenza, a sua volta ucciso dai familiari del Pallavicino, prima ancora che questi spirasse.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO GIROLAMO
1527 c.-Crema ante 1569
Figlio di Adalberto e di Angela Morani. Ebbe una condotta di venticinque uomini d’arme al servizio della Repubblica veneta. Si stabilì poi definitivamente in Crema.

Fonti e Bibl.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO GIROLAMO
post 1588-Lutzen 1632
Figlio di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta Valvassori. Il 30 maggio 1613 fu fatto cavaliere gerosolimitano con dispensa per la minore età. Diventò paggio dell’imperatore ferdinando II, poi tenente della compagnia di archibugeri di Riccardo Avogadro, e partecipò alle guerre di religione in Germania. Mentre era capitano di corazze, fu ucciso nella battaglia di Lutzen.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIROLAMO
Parma 15 gennaio 1696-1774
Figlio di Gianfrancesco Galeazzo e di girolama Ala. Entrò nella compagnia di Gesù il 13 giugno 1711 e fece la professione dei quattro voti il 2 febbraio 1719. Per molti anni fu superiore, e da ultimo abate.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIROLAMO, vedi anche PALLAVICINO GEROLAMO

PALLAVICINO GIROLAMO GALEAZZO
Busseto o Cortemaggiore ante 1587-Lombardia 1638
Figlio di Galeazzo e di Fulvia Martinengo. Giovanissimo, fu coinvolto nelle dispute coi parenti per il possesso di Busseto e di Cortemaggiore, e poi con gli stessi Farnese, che nel 1587 sequestrarono tutti i domini causa della disputa. Solo il 7 marzo 1636 l’imperatore Ferdinando II riconobbe la legittimità dei feudi Pallavicino ma i Farnese occuparono militarmente i territori appartenenti al Pallavicino, non obbedendo agli ordini imperiali. Ridotto allo stremo da avvocati e tribunali, il Pallavicino morì in una sua tenuta in Lombardia.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIULIA ANNA
Parma 25 febbraio 1806-Parma 23 luglio 1858
Figlia di Filippo e di Dorotea Magnani. Fu dama d’onore e di compagnia prima di Maria Luigia d’Austria e poi di Luisa Maria di Borbone. Sposò nel 1850 il colonnello spagnolo Giovanni Alberto De Guillien y Godinez.
FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIII.

PALLAVICINO GIULIO
Busseto 1436 c.-post 1499
Figlio di Nicola e di Dorotea Gambara. Il 30 marzo 1477 ottenne la rocca di Torre dei Marchesi da Bona e Galeazzo Sforza, che vi rinunziarono. Il 26 ottobre 1499 fu, assieme al fratello Cesare, tra i feudatari che prestarono solenne giuramento di fedeltà in Milano a Lodovico XII re di Francia.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO GIULIO
Busseto ante 1521-1600
Figlio di Giambattista e di Laura Borromeo. Nel 1556 fu prevosto della chiesa di Busseto, titolo cui rinunciò nel 1562. Possedette i feudi di Cella, Costamezzana e Borghetto e una parte di quelli di Polesine. Si rassegnò al fatto che la casa Farnese non riconobbe mai alcuna prerogativa imperiale ai feudi dei Pallavicino.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO GIULIO CESARE
Scipione 16 agosto 1660-1711
Figlio di Pompeo e di Barbara Anguissola. Fu gentiluomo di camera del principe Odoardo Farnese, scalco della duchessa Dorotea Sofia di Neuburg, moglie del duca Odoardo, e gentiluomo di camera del duca Francesco Farnese. Fu nominato Rettore perpetuo dell’Ospedale maggiore di Piacenza nel 1698.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO GIULIO LUCREZIO, vedi PALLAVICINO LUCREZIO FRANCESCO BRUNONE

PALLAVICINO GIUSEPPE
Borgo San Donnino 1523-1580 c.

Figlio di Galeazzo, dei marchesi di Varano e cavaliere in Borgo San Donnino, e di margherita Schizzi. Studiò lettere e filosofia a Pavia e a Padova, quindi medicina all’università di Bologna. Conseguita nel 1542 la laurea, esercitò nella città natale la professione, stipendiato da quella Comunità, che nel 1547 gli affidò, assieme ad Alessandro Trecasali, la missione di recarsi ad Augusta per ottenere dall’imperatore Carlo V uno sgravio delle milizie accampate in Borgo San Donnino dopo l’occupazione di Piacenza. Il Pallavicino ebbe vita avventurosa. Nel 1552 si pose, quale medico, al servizio di Gian Federico Madruzzo, che seguì sulle galere al comando del principe Andrea Doria. Assalita la flotta tra Roma e Napoli dai Turchi, mentre si dirigeva nella città partenopea per impedire una temuta ribellione, questi si impossessarono di sette galere trascinando schiavi in Turchia il Madruzzo e il Pallavicino. Liberati entrambi dopo l’esborso di una forte somma a titolo di riscatto, il Pallavicino rientrò a Borgo San Donnino, che era governata dal dispotico barone di Sesnec, fedele gregario di Carlo V, il quale aveva occupato anche quella città. Insofferente del regime instaurato dal rappresentante del monarca, il Pallavicino ordì una congiura, ma, scoperto, fu gettato a languire per otto mesi in carcere, dal quale lo trassero Ippolito Pallavicino di Scipione e Girolamo Pallavicino, signore di Busseto. Ripreso l’esercizio della professione, fu medico a Canneto sull’Oglio, quindi, dal 1562, a Lonato. Buon letterato, amico personale di Annibal Caro, di Bernardo Tassi, di Paolo Manuzio, del Ruscelli e del Sansovino, nel l566 pubblicò a Venezia uno zibaldone che dedicò al marchese Sforza Pallavicino. Tra le sue opere sono anche ricordate una commedia (1555), Esposizione di un salmo (1562), alcune composizioni poetiche e un saggio di lezioni.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 325.

PALLAVICINO GIUSEPPE
Busseto 30 maggio 1885-
Figlio di Sforza e di Maria Cavriani. Patrizio e cittadino veneto, fu sottotenente di complemento di cavalleria del Regio Esercito italiano.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV.

PALLAVICINO GIUSEPPE, vedi anche PALLAVICINO DARIO

PALLAVICINO GIUSEPPE GALEAZZO
Busseto 1770 c.-1819
Figlio di Giovanni Pio Luigi e di Marianna Locatelli. Il pallavicino scrisse nel 1805 l’opera della necessità del governo monarchico in Italia. L’imperatore Napoleone Bonaparte lo nominò il 29 giugno 1805 consigliere di stato del consiglio degli uditori. Il 3 maggio 1806 fu eletto cavaliere dell’ordine della corona di Ferro e nel medesimo anno fu inviato in missione a Makarska, in Dalmazia, al fine di raccogliere cognizioni e notizie per dare adeguato ordinamento a quelle province. Il 1 novembre 1806 fu inviato a Forlì in qualità di prefetto del dipartimento del Rubicone e il 12 aprile 1809 a bergamo in qualità di prefetto del Dipartimento del serio. L’8 ottobre dello stesso anno fu nominato barone del Regno e Commendatore dell’ordine della corona di Ferro. Richiamato al consiglio degli uditori, nel 1812 ne fu eletto presidente. Caduto il Regno d’Italia, il 18 gennaio 1816 fu eletto consigliere di governo e delegato della provincia di Milano sotto la casa d’Austria. Il 9 aprile 1816 fu conferito al Pallavicino il titolo di ciambellano di casa d’Austria. Si ritirò a vita privata nel 1817.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO GIUSEPPE MARIA
Parma 3 maggio 1802-Parma 23 agosto 1884

Nacque dal marchese Filippo e da Dorotea Magnani. Ricevette sua prima educazione, tutta domestica, sotto la scorta di valenti precettori: prima l’abate Giuseppe Taverna, autore delle Prime letture pe’ fanciulli e di altre opere per l’educazione della gioventù, poi l’abate Domenico Santi, professore di Etica nell’Università di Parma. Dal 1816 al 1825 intraprese gli studi di belle lettere, di filosofia e di leggi nell’Università parmense. Nel 1825 sposò la marchesa Leopoldina Pallavicino, sua seconda cugina. Nello stesso anno cominciò a prendere parte ai pubblici affari, essendo stato nominato, con decreto sovrano del 18 dicembre, membro della Commissione amministrativa degli Ospizi Civili di Parma. In tale qualità, fu Conservatore dell’ospedale civile, poi dell’Ospizio degli Orfani, detto delle Arti, che ricevette sotto la direzione del Pallavicino nuovi ordinamenti. Per deliberazione del Corpo Municipale approvata con sovrano decreto del 14 dicembre 1825 fu eletto Anziano del Comune di Parma. L’11 dicembre 1830 fu nominato Podestà di Parma, impiego che il Pallavicino declinò. Ebbe nomina di ciambellano di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, con decreto del 9 dicembre 1832. Fu poi nuovamente Anziano del Comune (decreto 4 gennaio 1834). Il 18 febbraio 1836 fu nominato Vice Presidente del Magistrato degli Studi di Parma e pochi mesi dopo, all’età di 34 anni, ebbe la carica dì Presidente del Magistrato degli Studi. Dipesero dal Pallavicino tutti gli Studi, tanto elementari come superiori del Ducato di Parma, ed ebbe così a dirigere l’istruzione dei comuni come quella dell’Università. Sotto la sua presidenza, che durò oltre quindici anni, ebbero luogo rilevanti disposizioni. l’insegnamento teologico fu coordinato (decreto sovrano 29 febbraio 1841 n. 45). Il corso fisico matematico fu pure riordinato ed esteso. Con nuovo regolamento furono stabilite le norme per l’insegnamento e per l’esercizio delle professioni d’ingegnere, perito-geometra e architetto (sovrano decreto 22 maggio 1844 n. 124). L’istruzione veterinaria fu estesa, e aumentata di cattedre. Ebbe vita un istituto veterinario in Parma corredato di un gabinetto zoologico e di sale cliniche per accogliervi anche gli animali dei privati, a vantaggio dell’istruzione e dell’agricoltura.Furono stabiliti vari corsi di studi e di pratica per la laurea, per l’esercizio in zooiatria, e per la mascalcia (decreti 29 novembre 1841 n. 127, 13 novembre 1844 n. 230, 22 novembre 1845 n. 237 e 6 giugno 1847 n. 162). Quanto alle Scuole comunitative, fu provveduto coll’istituzione, sia in Parma che in Piacenza, di due Scuole normali di metodo per l’educazione di maestri (decreto 15 ottobre 1847). L’8 dicembre 1837 il Pallavicino fu nominato cavaliere di la classe dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Con decreto 3 ottobre 1837 fu eletto membro della Commissione di Statistica del territorio di Parma. Venuta a morte nel 1847 la duchessa Maria Luigia, il Pallavicino venne confermato nelle dette cariche dal duca Carlo di Borbone. Con decreto del 17 marzo 1848 fu nominato cavaliere d’Onore della principessa ereditaria di Parma Luisa Maria di Borbone, ma, scoppiata tre giorni dopo la rivoluzione, poté adempiere a questo ufficio solo per tutelare la persona di Luisa Maria e della duchessa Maria Teresa di Savoja, moglie del duca Carlo, che erano rimaste sole a Parma durante il Governo Provvisorio. Il Pallavicino ottenne dal Governo provvisorio che rimanessero per alcune settimane in Parma,  nel palazzo reale. Le accompagnò quindi a Modena sotto la salvaguardia del Governo Provvisorio di quella città. Rimase con loro finché Maria Teresa di Savoja fu accolta a Torino e Luisa Maria fu, dallo stesso Pallavicino, accompagnata a Firenze e messa sotto la protezione del gran duca Leopoldo di Toscana. In quei frangenti, giovò al Pallavicino un atto di coraggio compiuto proprio nella giornata del 20 marzo. Quando nella mattina di quel giorno caddero le prime vittime della rivoluzione, il pallavicino si trovava nella stanza del duca, coi ministri e altre cariche dello Stato, riuniti in consiglio straordinario. Gli eventi avevano indotto il duca a dare al popolo le concessioni richieste. Lo stesso duca volle che queste fossero rese di pubblica ragione immediatamente, per evitare un inutile spargimento di sangue tra i cittadini e le truppe. Il Pallavicino fu l’unico che si rese disponibile ad assolvere il rischioso incarico. Si portò alla Piazza della Cattedrale, chiamò a raccolta gli insorti e annunziò loro le concessioni, ottenendo non senza difficoltà e pericolo, di riportare alla calma i rivoltosi e di far cessare la reazione delle truppe (il fatto risulta da un processo del giudice Cattani, istruito contro il tenente Bonzi e relativo a particolari che accompagnarono quell’insurrezione). Il 13 settembre l848, per decreto del Governo Provvisorio Militare, il pallavicino fu eletto membro di una commissione incaricata a dare parere circa i mezzi onde provvedere ai bisogni urgenti dello Stato. Con decreto del duca Carlo di Borbone del 23 agosto 1849, in occasione del suo ritorno a Parma dopo la restaurazione, fu elevato nella Milizia costantiniana a Senatore e Gran Croce e Vice Gran Cancelliere, in benemerenza dei servizi prestati. Con altro decreto del 1° dicembre 1850, ebbe la nomina di Grande della Corte. Nel 1852 il Pallavicino, resosi conto del poco favore che si concedeva al pubblico insegnamento e veduta l’inutilità dei propri sforzi in tal senso, domandò di essere dispensato dalla carica di Presidente del Magistrato degli Studi, ciò che ottenne con decreto del 21 marzo di detto anno, conservando il titolo di Presidente Emerito. Il 21 giugno 1852 ebbe per decreto sovrano la nomina di membro della Camera di Commercio e di Agricoltura. Si occupò con particolare predilezione dell’Agricoltura, interesse che il Pallavicino coltivò sempre personalmente anche nei suoi latifondi. Avvenuto il 26 marzo 1854 l’assassinio del duca Carlo di Borbone, la duchessa Luisa Maria di Berry   volle provvedere al Governo della Reggenza in nome del figlio Roberto in modo il più possibile conforme alle aspirazioni del paese, e così scelse il Pallavicino, con Lombardini, Salati e Cattani, a formare il nuovo Ministero. Il Pallavicino ebbe provvisoriamente i portafogli dell’Interno e degli Affari Esteri (decreto del  27 marzo). con decreto del 3 aprile 1854, fu chiamato definitivamente dalla duchessa in qualità dì Segretario Intimo di Gabinetto e Ministro degli Affari Esteri, e il 16 ottobre 1854 ebbe la nomina di Consigliere di Stato effettivo. Con decreto del 27 dicembre 1854 gli fu aggiunta la carica di Presidente del Dipartimento Militare col portafoglio delle Armi. Nel 1859, allo scoppio della guerra d’indipendenza italiana, il Pallavicino si ritirò colla duchessa e colla famiglia reale in svizzera. Quando l’imperatore Napoleone mostrò di coltivare il progetto di una Confederazione Italiana, il Pallavicino si portò a Parigi, vi ritornò più volte, e vi sarebbe rimasto fino al Congresso che doveva aver luogo al principio del 1860, se l’opuscolo Le Pape e le Congrès e la rinuncia del conte Walewschi al portafoglio degli Esteri non fossero stati i segnali inequivocabili di un avvenuto rivolgimento politico. Il Pallavicino, lasciato nel 1860 ogni incarico pubblico, visse ritirato in un suo castello presso Busseto, insieme alla moglie e a otto suoi figli maschi (le  tre figlie si erano già sposate). Si studiò di applicare nei latifondi della sua famiglia ogni moderna tecnica agricola, ottenendo dalla Società Agricola della Lombardia tre medaglie d’onore, una d’oro e due d’argento, in occasione dell’Esposizione Agricola tenutasi a Cremona nel 1863. Fu socio onorario della Regia Accademia Ercolanense di Archeologia di Napoli. Godette l’amicizia di illustri letterati, quali Sanvitale, Pezzana, Leone, Mazza e Martini. Morì nel Palazzo Pallavicino di Piazzale Santafiora. Gi furono fatte solenni esequie nella chiesa parrocchiale di Sant’Uldarico, alle quali assistettero, tra le altre, rappresentanze dell’Università degli Studi di Parma e dell’Ordine Costantiniano. La salma fu inumata nel sepolcro di famiglia della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 80-81; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 5, 1932, 63; Aurea Parma, 1, 1950, 40-44; M.De Grazia, Lettera di Carlo III, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1969, 269; Palazzi e casate di Parma, 1971, 375; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 112.

PALLAVICINO GIUSTINIANO
Zibello XVI secolo
Figlio naturale di Bernardino e di Caterina Buffetti. Fu prevosto di San Siro nella diocesi di Cremona.
FONTI e BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO GOFFREDO
-Brescia 998
Figlio di Adalberto e di Ildegarda di Baviera. Fu vescovo di Brescia.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 3.

PALLAVICINO GUGLIELMO
Busseto 1106 c.-1162 c.

Figlio di Oberto. Successe al padre nel 1148 e subito dovette combattere assieme ai marchesi Malaspina contro Parma, da cui fu sconfitto. Nel 1149 cinse d’assedio il castello di Tabiano, ove si era rinchiuso il fratello Delfino, uccisore di un terzo fratello, Tancredi. Impegnatasi la battaglia, alla fine il Pallavicino dovette ritirarsi. Fu fatta un tregua, ma ben presto questa venne rotta (1150): l’esercito del Pallavicino attaccò nuovamente il castello di Tabiano, che infine dovette arrendersi e venne messo a sacco.
FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, l834; Poggiali, Storia di Piacenza, Piacenza, 1757-1766; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; P. Vitali, Memorie storiche di Busseto, ms. già presso Seletti; C.Argegni, Condottieri, 1937, 388.

PALLAVICINO GUGLIELMO
Scipione-1217
Figlio di Oberto. Nel 1198 aggredì e spogliò di tutto Pietro, cardinale di Capua, inviato da papa Innocenzo VIII a tentare la conciliazione tra Parma e Piacenza. Nel 1203-1204 il Pallavicino, marchese e signore di Scipione, concorse col vescovo di Piacenza Grimerio della Porta a costruire la casa con torre (il cosiddetto Palazzo del vescovo) e a eseguire i lavori di sistemazione dei pozzi di salsomaggiore, divisati dal vescovo e dal comune di Piacenza, lavori che ebbero termine nel 1207.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 19; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 63.

PALLAVICINO GUIDO
Pellegrino 1231 c.-Fontevivo 1301
Figlio di Pelavicino. È assai probabile, seppure non certo, che, cadetto della famiglia marchionale, si sia ascritto all’Ordine dei Templari, che ancora in piena metà del duecento, quando il Pallavicino dovette essere armato cavaliere, accanto e in concorrenza militare e politica all’ordine Gerosolimitano degli ospedalieri di San Giovanni, seppe tenere testa in Palestina alle offensive arabe e egiziane che proprio un decennio prima della morte del Pallavicino riuscirono a prevalere e causarono, con la perdita di Acri e di tutta la Terra Santa, l’esodo dell’Ordine a Cipro (1291) e nell’Europa occidentale. Il Pallavicino rientrò probabilmente in patria in quella occasione. Fu sepolto nell’abbazia benedettina di Fontevivo, con la seguente iscrizione: marchio sepultus meritis est marmore sculptus det dator ipse bonis requiem pacemque Guidoni Pellavicino prenominne de Peregrino MCCCI qui dedit abbati partem de curte redati.

FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Viaggiatori, crociati e missionari, 1945, 87; E. Nasalli Rocca, Lapide tombale di Guido Pallavicino, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 79-86; Parma nell’arte 2 1976, 50.

PALLAVICINO GUIDONE, vedi PALLAVICINO GUIDO

PALLAVICINO IPPOLITA
Scipione 1537
Figlia di Giacomo Antonio e di Margherita Visconti. Nel 1537 Bernardo Tasso indirizzò alla Pallavicino i suoi Amori e le ottave in onore di Giulia Gonzaga. La pallavicino sposò Giulio Sanseverino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO IPPOLITO
-Tabiano 1571 c.
Figlio di Carlo. Abitò in Tabiano. Nel 1556 giurò fedeltà al re di Spagna, Filippo II, che prese possesso del ducato di Milano. Il pallavicino fece testamento l’11 ottobre 1570
.
FONTI E BIBL.: Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XX.

PALLAVICINO ISABELLA
Pellegrino 1257 c.-
Figlia di Guido Marchesopulo, di Pelavicino, fu una delle poche donne trovatrici italiane. Avendo seguito il padre in Grecia, qui tenzonò poeticamente con il trovatore Elias Cairel, che aveva conosciuto in Italia.

FONTI E BIBL.: G. Bertoni, I trovatori d’Italia, Modena, Orlandini, 1915, 67.

PALLAVICINO ISABELLA
Busseto 1528 c.-Soragna 30 novembre 1623
Figlia di Gerolamo e di Camilla Pallavicino. Sposò il 14 agosto 1568 Giampaolo Meli Lupi. Fu una delle dame più colte e raffinate del suo tempo: amò le lettere e predilesse la poesia, e il suo nome risulta legato a importanti momenti della cultura cinquecentesca. Nicolò Secchi dedicò alla Pallavicino la commedia Il Beffa e altrettanto fecero il veneziano Giovanni Donato Cucchetti con la sua pastorale la Pazzia e Antonio Droghi con la propria Leucadia. Stretti furono poi i suoi legami poetici con Antonio Ongaro che le dedicò anche un epithalamio nuziale, e quando il poeta mori, la Pallavicino volle far stampare una raccolta delle sue rime, a lei dedicate con la qualifica di institutrice dell’Accademia de gli illuminati, della quale anche l’Ongaro fece parte. Ma l’opera che più la distinse fu l’aver affidato nel 1581 ad Angelo Ingegneri una delle prime edizioni della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, e lo stesso editore, rivolgendosi a lei nella seconda dedica, non mancò di auspicare che il suo gesto col lume dell’infinita sua cortesia mostri all’altre principali dame la strada ond’esser da ogni cuore riverite e celebrate da tutte le lingue. Pure il Tasso le fu assai grato e, chiamandola in un sonetto con l’appellativo grecizzato di Calisa, ne accostò l’immagine a quella di una ninfa bellissima. La Pallavicino condusse una vita molto brillante e prodiga: un conciso profilo di lei traccia il Calandrini quando afferma che nacque grande e grandissima visse, e benchè la morte le forze tolga, morì generosa; le sue liberalità furono sì eccessive che, portata dal brio della sua nascita e ricchezze, lasciò il marchese Gio:Paolo suo figlio privo di un miglione di valsente che essa avrebbe potuto conservargli. Che la Pallavicino spendesse assai è dimostrato dai suoi frequenti contatti con gli ebrei di Soragna, di Reggio, di Cortemaggiore e di Cremona, dai prestiti da essi ottenuti, dalle continue cessioni in pegno dei propri gioielli e dai conti, in vita e in morte, con la famiglia. Fu però anche dama di pietà cristiana: volle e dotò un convento di Cappuccine a Piacenza, e un altro di monache Servite avrebbe voluto aprire a Soragna, ottenne la fratellanza religiosa dei Gesuati di San Girolamo, dei Serviti, dei Domenicani e dei Francescani, e per testamento beneficò senza parsimonia chiese, conventi, poveri e domestici.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III; B.Colombi, Soragna, Feudo e Comune, 1986, I, 339.

PALLAVICINO JACOBA LAURA
Zibello 1491 c.-Parma 1575

Figlia di Federico, marchese di Zibello, e di Clarice Malaspina, andò sposa il 9 febbraio 1511, come si deduce dall’ instrumento dotale ricevuto da Galeazzo Nobili, notaio di piacenza, a Jo. Francesco Sanvitale, primogenito di Jacopo Antonio di Fontanellato. La pallavicino rimase presto vedova (1519) con i tre figli Ercole, Alfonso e Silvia in età infantile. I documenti dell’Archivio familiare del fondo Sanvitale sono ricchi di riferimenti alla Pallavicino (chiamata comunemente Laura), soprattutto per il periodo 1525-1545. Da essi emerge la figura di una nobildonna di grande temperamento e coraggio, tanto da riuscire a ottenere prima la tutela dei figli in età minore e la gestione del loro ricco patrimonio ereditato dal padre e poi a difenderne strenuamente gli interessi, contrastando in particolar modo le ambizioni del cognato Gian Galeazzo Sanvitale, erede con il fratello defunto sia del titolo comitale sia dei beni feudali e familiari, come si deduce dal testamento di Jacopo Antonio Sanvitale, stilato da Angelo Melgari, notaio di Parma, il 20 dicembre 1510. Grazie alla gestione disinvolta del suo ruolo di vedova, vissuto non come limitazione ma anzi come esercizio di autonomia e libertà ben difficilmente praticabili da una donna sposata, la Pallavicino concretizzò una figura di dama dotata della necessaria intraprendenza per farsi largo in un’epoca segnata dalle profonde trasformazioni che a Parma qualificarono l’epoca immediatamente pre-farnesiana. Amante del lusso e del prestigio derivatole dal suo rango, difese con grande determinazione i privilegi dovuti alla nascita, al matrimonio e alla maternità, assumendo via via competenze ascrivibili con sempre maggior definizione al ruolo maschile, pur di non doversi sottomettere alla tutela di alcuno: né del casato d’origine né della famiglia acquisita per contratto matrimoniale né dei suoi influenti amici, fra i quali primeggiava il cardinale Alessandro Farnese, per lungo tempo vescovo di Parma. Una prima minaccia al suo ruolo autonomo di nobildonna, erede di Federico Pallavicino marchese di Zibello, si ebbe alla scomparsa del fratello minore Jo. Francesco, erede del titolo marchionale. Morendo senza eredi nel 1514, il giovane signore di Zibello rispettò la volontà già espressa dal padre Federico, confermando eredi universali le tre sorelle: Ippolita, moglie di Gian Lodovico Pallavicino di cortemaggiore, la Pallavicino e la più giovane Argentina, escludendo i pretendenti legittimi in linea maschile, e cioè gli zii paterni Bernardino e Rolando. Il primo aveva attentato alla vita del testatore e alla di lui madre Clarice Malaspina mediante un veneficio, come si dichiara esplicitamente nel codicillo al testamento del 4 agosto 1514, e il secondo lo aveva accusato ingiustamente, tanto da esporlo a una condanna comportante la pena di morte e la confisca dei beni. Il giovane signore di Zibello non aveva ancora raggiunto presumibilmente la maggiore età di 25 anni quando morì prematuramente, tra l’8 e l’11 agosto del 1514. Le controversie tra gli eredi iniziarono immediatamente dopo il suo decesso: seguirono liti, dispute e un rovinoso assedio di Zibello nell’anno successivo. La questione poté in parte dirsi conclusa il 12 dicembre 1524, quando il conte Gian Galeazzo Sanvitale pronunciò il suo lodo, in qualità di arbitro eletto dalle sorelle Pallavicino, per comporre le ormai annose controversie, e ogni questione sembrò trovare così tra loro amichevole soluzione. Giovane vedova, la Pallavicino si trovò ad affrontare una situazione familiare d’estrema delicatezza in quanto i due figli maschi, eredi legittimi di Jo. Francesco Sanvitale, erano nel 1519 ancora in età minore (Ercole era nato nel 1516 e Alfonso lo stesso anno della morte del padre) e la sua condizione di donna sola la esponeva a mille insidie che potevano minacciare, se non addirittura precludere, la conservazione del titolo e dei beni spettante ai due bambini. Le memorie d’archivio accennano al clima insostenibile che si venne a creare nella Rocca di Fontanellato dopo il 1519, aggravato ulteriormente dalla scomparsa del primogenito Ercole nel 1530, dopo una breve malattia, attribuita a un veneficio commissionato dal cognato Gian Galeazzo Sanvitale. La pallavicino decise perciò di proteggere in modo più sicuro la vita di Alfonso, unico figlio maschio rimastole, allontanandolo da Fontanellato per affidarlo alle cure della marchesa di Fosdinovo, sua parente da parte di madre. Nelle memorie storiche familiari trova manifestazione l’indubbia esistenza di un clima di forti tensioni e sospetti che segnarono la coesione familiare dei Sanvitale di Fontanellato e che conferiscono nuovo spessore all’immagine, tradizionalmente accettata, di una corte signorile serenamente compatta. Sempre negli stessi anni la Pallavicino partecipò in modo assai animato anche alla lotta per l’introduzione della clausura nei monasteri femminili di Parma: si schierò platealmente a fianco della cognata Susanna Sanvitale, spalleggiata anche dal cognato Jo. Ludovico, protonotario apostolico. Alla presenza discreta di Susanna Sanvitale, come appare dai documenti, si combina quella più chiassosa della Pallavicino che, manifestamente ostile all’introduzione della nuova riforma monastica, continuò a frequentare il monastero di San Quintino nonostante le minacce della Comunità cittadina e del clero di Parma. Ancora al temperamento esuberante della Pallavicino i cronisti assegnano la ragione ultima della decisione di abbandonare la vita in castello per trasferirsi in città, acquistando per il figlio Alfonso una casa presso San  Sepolcro, trasformata successivamente in una delle dimore signorili più eleganti di Parma. A tale decisione contribuirono tuttavia altri aspetti, che le note memorialistiche trascurano, come la soluzione delle annose liti con il cognato Gian Galeazzo Sanvitale. Completata infatti la suddivisione dei beni e conservato il titolo feudale per Alfonso, la Pallavicino si occupò del matrimonio del figlio, che volle tra i più prestigiosi del tempo. L’ambizione e il gusto per l’eleganza rappresentarono il filo conduttore che sottese l’immagine pubblica della Pallavicino, anche nei momenti più oscuri e travagliati della sua esistenza vedovile. Di particolare interesse appare un documento che riporta le spese affrontate per educare i figli e gestire l’eredità comitale nell’arco di circa un ventennio. La stesura di tale elenco si rese necessaria in quanto il figlio Alfonso, dopo il matrimonio con Gerolama Farnese, citò in giudizio la madre accusandola di aver dilapidato per leggerezza e tornaconto personale gran parte dei beni lasciati in eredità dal padre Jo. Francesco. La Pallavicino affidò la propria difesa alla presentazione di vari elenchi comprendenti spese, acquisti, permute e la citazione dettagliata delle spese affrontate per il matrimonio del figlio Alfonso e per dotare la nuora Gerolama secondo l’uso del tempo e l’indubbio buon gusto delle due dame. La lunga elencazione prende avvio dai gioielli di varie dimensioni, fattura e qualità, donati dalla Pallavicino alla nuora Gerolama Farnese: accanto a collane in oro, smalto e a pendenti in diamanti, perle e rubini, compaiono alcuni manici da ventaglio in oro e diamanti, cinture in oro lavorato o con decorazioni in granati, una decina di corone in oro, pietre preziose o dure, anelli e due zibellini montati con collane in oro, secondo la moda del tempo. I gioielli più preziosi e singolari sono tuttavia riferiti alla decorazione del capo e dei capelli in particolare. Sono ricordate infatti numerose zoie e perle per le orecchie, cioè orecchini entrati nell’uso della moda signorile solo agli inizi del secolo, accanto a ghirlande di pietre preziose legate in oro, soprattutto diamanti e perle sciolti, cioè senza montatura, da ornare capillj. La cura per la decorazione del capo è sottolineata anche, nel seguito dell’elenco, quando in ordine a vari capi d’abbigliamento si menzionano scuffiotti in seta, oro e argento, con abbinati colletti di vello con cordelle d’oro oppure in seta bianca, cremisina o nera. Svariati sono anche i riferimenti a capi d’abbigliamento, ma più che alla foggia degli indumenti s’insiste nella descrizione, quasi mercantile per precisa denominazione del tipo di stoffa, con il chiaro intento di specificarne l’alta qualità e giustificarne così il costo, sempre elevato. preponderanti sono le sete, lisce o lavorate secondo le tecniche più raffinate dell’epoca: dal semplice drappo di seta sottile, chiamato zendalo, al pregiatissimo ermesino, di origine persiana, lavorato con fili di più colori a effetto cangiante, oppure a marezzo, simile per qualità di tessitura al luminoso movimento ondoso del mare. Compaiono con insistenza stoffe d’elaborata lavorazione, con uso di colori contrastanti, per disegno o profilatura, tramati d’oro e d’argento oppure rifiniti con decorazioni pregiate quali cordicelle, lacci di oro filigranato, oppure a roselline in oro battuto. Sontuosi dovevano essere i broccati che s’aprivano sui sottabiti in colore contrastante, come la veste con gonna di broccato d’oro che lasciava intravvedere una fodera fittamente goffrata, oppure quella di raso rosso vivo completata da laccetti d’argento e da rose d’oro bianco. Ciò che colpisce nell’elenco è la combinazione raffinatissima delle tinte, della consistenza e luminosità delle stoffe e dei materiali di rifinitura, come l’abito di leggera seta cangiante, in turchino, adornata di fiocchi d’oro e seta, oppure quello in seta rosso cupo coperto da un velo lavorato in oro. Non manca l’accenno alla dotazione di maniche staccate, ancora in voga al tempo, da combinare con diversi bustini o abiti, richiamando nelle stesse tinte o lavorazioni anche accessori come scuffiotti, colletti e calze. cromaticamente predominano il turchino e il cremisino per gli abiti, il nero per le giacche, il bianco, l’oro e l’argento per le rifiniture o per gli accessori. Anche i gioielli elencati rimandano le stesse gamme di colore, con decisa predominanza del bianco (diamanti e perle), del rosso (rubini e granati), dell’oro (giallo e bianco). Da tali osservazioni si può dedurre come l’abbigliamento della giovane contessa Gerolama Farnese, discendente da uno dei più illustri principi della Chiesa, fosse stato curato dalla Pallavicino con grande attenzione, tanto da poterne motivare poi le varie voci come vantaggioso investimento. La cifra, elevatissima, che si ottiene sommando le varie voci di spesa dichiarate nel documento, non costituiva tuttavia elemento singolare per la Pallavicino, donna avvezza a non lasciarsi intimidire neppure dall’uso spregiudicato del denaro, tanto che alla sua morte, nell’inventario dei beni mobili lasciati in eredità alla cognata Paola Gonzaga, figurano diversi pegni al Monte, qualche gioiello e oggetti d’uso comune. La Pallavicino governò l’esistenza sua e dei figli, disponendo di autorevolezza e denaro, ma seppe affrontare con la dovuta determinazione situazioni scabrose anche per un uomo, come a esempio la disputa clamorosa che la oppose addirittura a papa Clemente VII nella scelta dello sposo per la nipote Veronica Pallavicino di Cortemaggiore, sua pupilla. Tale vicenda viene riportata con varietà di particolari e con indubbia pompa narrativa dai biografi della famiglia Sanvitale, che si dilungano nella descrizione dei fatti, in quanto verosimilmente la questione dovette provocare scalpore tra i contemporanei. L’episodio del matrimonio contrastato non rappresentò tuttavia l’ultima burrascosa vicenda pubblica della Pallavicino, che ancora il 20 marzo 1550 è ricordata come reduce da sei mesi di carcere nel castello di Milano per dispute avute con Giulio Rossi, conte di Gayazzo, a causa delle differenze seguite a questioni d’eredità, già emerse nel decennio 1520-1530. La Pallavicino è esaltata nelle memorie cinquecentesche della famiglia come donna di grande coraggio e risolutezza, avvezza a ricoprire ruoli tradizionalmente maschili, forse applicando l’educazione ricevuta dalla madre Clarice, anch’ella indotta dalla vedovanza a gestire autonomamente non solo i beni familiari ma anche il prestigio signorile, in nome del legittimo erede maschio che ancora non aveva raggiunto la maggiore età. Nonostante l’indubbia abilità a organizzare l’esistenza propria, dei familiari e del casato, della Pallavicino non rimane riferimento alcuno di iniziative culturalmente attive e neppure di generiche committenze che le possano essere attribuite: la già citata elencazione di acquisti e vendite, investimenti e spese varie non conserva alcun riferimento in proposito, e la sua educazione, come i verosimili interessi culturali che l’ambiente frequentato sembra presupporre, sono passati completamente sotto silenzio.
FONTI E BIBL.: V. Vecchi, in Aurea Parma 2 1996, 198-208.

PALLAVICINO LAURA, vedi PALLAVICINO JACOBA LAURA

PALLAVICINO LELIA
Parma XVII secolo
Sposò il conte Cesis. Fu vicepriore della Compagnia del Sant’Angelo Custode di Parma.

FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo custode, 1853, 51.

PALLAVICINO LELIO
Busseto-1533
Figlio di Ettore. Accusò, forse per riacquistare i feudi perduti o per qualche particolare vendetta, Cristoforo Pallavicino presso i Francesi di aver tramato contro di loro. Ciò comportò l’esecuzione capitale di Cristoforo Pallavicino, avvenuta in Milano nell’anno 1521. Prima di morire, Cristoforo Pallavicino aggiunse un codicillo al suo testamento col quale, accusando il Pallavicino di essere stato causa di ogni sua disgrazia, gli tolse l’incarico di tutore dei suoi figli ancora minorenni che gli aveva affidato nel 1515.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO LEOPOLDINA
Parma 4 giugno 1802-1883
Figlia di Alessandro e di Vittoria Doria pamfili. Fu dama di Palazzo alla corte di Parma.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII; G.Pallavicino, Osservazioni nell’interesse della sua consorte, Parma, 1875; A.Chieppi, Marchesa Leopoldina Pallavicino, Parma, 1883.

PALLAVICINO LINA, vedi MANARA LINA

PALLAVICINO LODOVICO
Pellegrino-1562 c.
Figlio di Pietro. Viene ricordato una prima volta nel 1539. Nel 1549 fu ascritto al consiglio dei Decurioni di Pavia. Nel 1550 fu nominato tra i venticinque primari cittadini inviati quali oratori a Ferrante Gonzaga in occasione delle controversie che Pavia ebbe per titolo di precedenza con la città di Cremona. Il Pallavicino fece testamento il 13 ottobre 1561.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO LODOVICO
Parma 21 maggio 1841-Parma 5 agosto 1900
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Fu consigliere del Consiglio Agrario Parmense, presidente della Società d’Incoraggiamento all’Agricoltura, Industria e Commercio della Provincia di Parma, direttore della razza equina della Casa Pallavicino in Zibello e Busseto, presidente della commissione Ippica Governativa per l’accettazione degli stalloni, cavaliere della Corona d’Italia dei Santi Maurizio e Lazzaro, patrizio e cittadino veneto. Ottenne segnalazioni e premi a varie esposizioni ippiche.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1991, tav. XXXIV.

PALLAVICINO LODOVICO ANDREA
Parma 10 marzo 1803-Torino 9 luglio 1879
Figlio del marchese Filippo e di Dorotea Magnani. Come i fratelli Gianfrancesco e Giuseppe, fu iniziato agli studi classici dall’abate Taverna. Si laureò con lode in Legge. Fu nominato da Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, Auditore presso il Consiglio di Stato. Alla perizia nelle Leggi, aggiunse quella per la matematica sublime, la teologia e la lingua greca, per la quale ultima fu chiamato alla cattedra di letteratura greca nell’Ateneo parmense.Il Pallavicino non poté accettare l’incarico a causa della cospicua eredità trasmessagli dalla famiglia Mossi di Casale Monferrato, della quale era entrata a far parte per matrimonio Barbara Anguissola, sorella di Anna, antenata del Pallavicino, che lo costrinse a stabilirsi in Piemonte. Al suo cognome dovette aggiungere quello dei Mossi. Poiché donò all’accademia di Belle Arti in Torino una grande quantità di stupendi dipinti già dei Mossi, fu dal re Carlo Felice di Savoja nominato Gentiluomo di Camera e dall’Accademia Albertina socio onorario. Diede alle stampe varie pubblicazioni, tra le quali la traduzione di lettere, da lui rinvenute, del Petrarca, la volgarizzazione dell’ultimo canto della peregrinazione di Aroldo e versioni poetiche di cantici sacri che ottennero il plauso di Cesare Alfieri, Silvio Pellico, Orioli, Bertolotti, Pezzana, Federico Sclopis, Antonio Rosmini, Prati e Cesare Balbo. Fu poi sei anni Sindaco di Frassineto Po, stabilendo nel Comune e mantenendovi a sue spese una scuola gratuita per le fanciulle. Consigliere comunale nel Municipio di Casale monferrato, fu tra i principali promotori dell’erezione della statua equestre a re Carlo Alberto di Savoja. Quando i primi rivolgimenti patriottici cominciarono a manifestarsi in Piemonte, Carlo Alberto lo nominò (14 ottobre 1848) Senatore. Il Pallavicino fu inoltre Segretario del Senato dal 1853 al 1857. Prese assidua parte ai lavori e alle discussioni del Senato, pronunciando vari discorsi: sul progetto di legge per la nullità degli atti legislativi e governativi fatti negli Stati Parmensi da qualunque Governo straniero dopo il 9 agosto 1848, sopra leggi riguardanti l’ordine delle famiglie, le finanze dello Stato, l’agricoltura e il commercio, l’istruzione elementare e superiore, l’igiene pubblica e la fondazione della Banca d’Italia. Introdusse notevolissimi miglioramenti agrari nelle sue tenute. Fu Patrizio e cittadino veneto. Morì in seguito a una crisi cardiaca.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIII; Gazzetta di Parma 18 febbraio 1921, 1; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 64; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A.malatesta, Ministri, Deputati, Senatori, 1941, II, 274; gazzetta di Parma 31 gennaio 1962, 4; Palazzi e casate di Parma, 1971, 375.

PALLAVICINO LUCIO
Tabiano seconda metà del XVI secolo
Figlio di Ippolito e di Eufemia Pallavicino. Fu militare di professione.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO LUCREZIO FRANCESCO BRUNONE
Parma 11 marzo 1671-24 novembre 1746
Figlio di Francesco Maria e di Ottavia Malaspina. Marchese di Tabiano, fu cavaliere di camera del principe Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO LUIGI
Parma 14 gennaio 1827-Castelnuovo Fogliani 3 gennaio 1898
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda pallavicino. Magistrato e soprintendente alle scuole, fu inoltre Ciambellano nella reggenza di luisa Maria di Borbone per il figlio duca Roberto. Il Pallavicino fu patrizio e cittadino veneto. Morì per le complicazioni polmonari conseguenti a una bronchite.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV; L.Sanvitale, In memoria del marchese Luigi Pallavicino, Parma, 1898.

PALLAVICINO LUIGI
Parma 16 ottobre 1880-gennaio/aprile 1957
Figlio di Filippo e di Luisa Benassi. Patrizio e cittadino veneto, si laureò in Giurisprudenza e fu procuratore, magistrato e avvocato, giudice conciliare in Parma e consigliere degli Ospizi Civili di Parma.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV; R.Carletti, Ricordo del marchese Luigi Pallavicino, in Gazzetta di Parma 15 aprile 1957, 3.

PALLAVICINO LUIGIA MARIA DOROTEA vedi MAGNANI LUIGIA MARIA DOROTEA

PALLAVICINO MABILIA
1218 c.-Ferrara 1264 c.
Figlia di Guido e di Sibilla di Borgogna. Nel 1238 sposò Azzo d’Este. Ebbe quale confessore il frate Salimbene de Adam, che nella sua Cronaca la elogia quale donna molto pia e amorosa verso i poveri. Fece testamento nel 1264 in Ferrara.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO MANFREDINO
Busseto o Polesine 1254-Busseto 1328
Figlio di Uberto, a quindici anni rimase orfano del padre, sotto la tutela di Ubertino e Visconte Pallavicino. Sposò (lo strumento di matrimonio fu stilato il 19 maggio 1264) Sofia Signa, con una dote di quattromila lire veronesi. Sembra che nel 1270 fosse caduto nelle mani dei Fieschi, nemici terribili della sua casa perché guelfi. Nel 1298 divenne podestà di Pavia, col proposito di mettere pace tra le fazioni che desolavano la città. Nel 1312 i Parmigiani gli tolsero il feudo di Ravarano perché il castellano che vi era, unitosi a Manfredo di Guglielmo Pallavicino, si opponeva all’invasione dei guelfi di Toscana, partigiani di Giberto da Correggio. Il Pallavicino entrò in lega coi Visconti contro i Parmigiani e si trovò all’occupazione di Borgo San Donnino (1306), che fu poi riconosciuto libero. Nel 1318 i Lupi gli tolsero Soragna. Il Pallavicino si rivolse ai Parmigiani affinché fosse fatta giustizia ma non l’ottenne. Nel 1322 perdette Parola e Corte Redalda, che furono date ai Lupi, ma un anno dopo (2 febbraio 1323, in Milano) ne ottenne l’investitura da Lodovico il Bavaro con tutti i privilegi già concessi al padre. Si fece infine terziario dei frati minori osservanti.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 e s.; B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1857; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. Pavia, Salsomaggiore Tabiano, Milano, 1898; R. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; E. Seletti, La città di Busseto capitale un tempo dello Stato Pallavicino, Milano, 1883; V. Spreti, enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.argegni, Condottieri, 1937, 389.

PALLAVICINO MANFREDO
-Cremona 1 settembre 1267
Figlio di Rubino e di Ermengarda Palli. Fu priore e Commendatario del Monastero di sant’angelo di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO MANFREDO
Scipione-post 1315
Figlio di Guglielmo, dei marchesi di Scipione. Nel 1279 fece guerra ai Cremonesi, che lo avevano scacciato dalla città insieme a Buoso da Dovara, capo dei ghibellini. Nel 1288 fu podestà di Vercelli. Nel 1312, assalito a castellone da Giberto da Correggio, della fazione guelfa, fu fatto prigioniero. Fu poi condottiero al servizio di Galeazzo Visconti e nel 1315 combatté a Castellarquato contro Alberto Scotto, capo dei guelfi.

FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; B. Corio, Storia di Milano, vol. II, Milano, 1856; C. De Rosmini,  dell’istoria di Milano, Milano, 1820; P. Litta, famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Nasalli Rocca, Gli statuti dello stato Pallavicino, in Bollettino Storico Piacentino, 1926-1927; L. Pavia, salsomaggiore Tabiano, Milano, 1878; E. Seletti, La città di Busseto, milano, 1883; V. Spreti, enciclopedia storico nobi-liare, milano, 1932; C. Argegni, condottieri, 1937, 389.

PALLAVICINO MANFREDO
Pellegrino-Milano 1428
Figlio di Filippone. Il 1 luglio 1422 il duca di Milano Filippo Maria Visconti gli rinnovò l’investitura della terra di Specchio. Quando nel 1427 scoppiò la guerra tra i Visconti e i Veneziani, il Pallavicino prese le armi contro i Visconti, di cui divenne uno dei più animosi nemici. Il Duca di Milano mandò contro il pallavicino le sue milizie e, conquistato pellegrino, lo fece prigioniero. Il 20 agosto 1428 il Pallavicino confessò di aver organizzato una congiura contro il Duca. In seguito a ciò i pallavicino furono spogliati di Pellegrino e molto probabilmente il Pallavicino fu strozzato in prigione.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO MARCANTONIO, vedi PALLAVICINO FERRANTE CARLO

PALLAVICINO MARCELLO
Borgo San Donnino 1457
Fu creato nel 1457 Cavaliere di San Giovanni.

FONTI E BIBL.: L.Araldi, L’Italia nobile, 1722.

PALLAVICINO MARCHISIO
Borgo San Donnino 1314
Nell’anno 1314 fu condottiero di milizie
.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 676.

PALLAVICINO MARIA AMALIA
Parma 14 aprile 1798-
Figlia di Alessandro e di Vittoria Doria pamfili. Fu Dama di Palazzo alla Corte di Parma.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII.

PALLAVICINO MARIA VITTORIS, vedi DORIA PAMPHILI LANDI MARIA VITTORIA

PALLAVICINO MUCCHIETTO
Parma 1306 c.-
È il personaggio, forse non completamente fantastico, della seguente novella (1376) di Giovanni Sercambi: In nella città di Parma, al tempo che li Rossi reggevano, fu uno iovano de’ Palavigini, nomato Mucchietto, il quale avea circa vinti anni, che prese moglie una bella iovana nomata Stoltarella, che da lato di madre era de’ Rossi; e non avendo padre, che morto era, la madre la maritò con assai competente dota. E venuto il tempo che Mucchietto dovea menare la moglie, apparecchiato tutto ciò che bisogno fu a sì fatte cose, con molto onore Mucchietto a casa sua la condusse, facendo bellissima festa di giostre e bicordare, danze e suoni, con finissime vivande e in grande abbundanzia. Lo iorno si steo con molta festa, fine che l’ora fu d’andare a dormire. E messa la sposa in nel letto, e le brigate di casa partite, rimase Mucchietto solo in casa colla sposa, perocchè altri non v’avea; e chiuso l’uscio e le finestre, e attinto del vino, con molti confetti, in nella camera intrò, chiamando la sposa, e dicendo: O Stoltarella, levati un poco, chè mangerai del confetto, e berremo, e poi ci daremo piacere. La Stoltarella disse: Volentieri. E levatasi, del confetto e del vino prese, e confortati l’un l’altro, in nel letto Mucchietto entrò, e passò molto bene la sera con la sposa. La sposa, che di tal arte li è molto giovato, disse: O Mucchietto, io voglio fare teco un patto, che chi prima si levi o che parli, si lavi domattina le scodelle. Mucchietto disse: Io sono contento che qualunca di noi prima si levi o parli, che tutta questa settimana lavi le scodelle; e quel fatto si faccia senza parlare. La Stoltarella fu contenta. E per questo modo si stenno; e addormentati che furono, dormendo fino a buona pezza del dì, e svegliati, senza parlare si denno piacere, e del letto non si levarono; e stando per tal modo fine a terza, che finestre né usci non sono aperti. La madre della sposa con altre donne parenti del marito, vennero alla casa per visitare la sposa. E non vedendo usci né finestre aperte, chiamando e picchiando neuno risponde. La Stoltarella guardava il marito se si leva o se parla, per farli lavare le scodelle. Mucchietto, sentendo picchiare e chiamare, simile guardava la moglie se ella si levava o se parlava, acciocchè a lei toccasse a lavare le scodelle. E stando ciascun di loro fermi, passò nona. La vicinanza e le donne, in parte meravigliandosi che neuno non risponda, e non vedendo né usci, né finestre aperte, stenno quasi fin a vespro; et essendo raunata tanta cittadinanza, parenti e vicini, dubitando che non fusse fatta qualche cattività d’essere stati morti, subito colle scale appoggiate alle finestre, rompendone una, e dentro entrati, e aperto l’uscio da piè di scala, entronno dentro più e più persone. Lo sposo che tutto ode, sta fermo per veder se la moglie si levi o parli. E simile la sposa stava a vedere quello che lo marito facea. E non facendo motto, le donne e li omini parenti e vicini diceano: Per certo costoro saranno morti, perché veggiamo le finestre e usci delle camere chiusi. E subito, percosso l’uscio, entrati dentro, aperte le finestre della camera, e andati al letto, videno Mucchietto da l’uno de’ lati, e la sposa da l’altro lato, l’uno verso l’altro senza parlare. La madre dicea: O Stoltarella, figliuola mia, or che hai? E simile diceano i parenti a Mucchietto, chiamandolo. Niente rispondeano. E smuovendoli più volte, senza parlare teneano li occhi aperti. Temevano li parenti della sposa e dello sposo che costoro non parlassero per qualche malìa  fusse loro stata fatta; e per questo modo passò tutto quel dì sin presso a sera, senza che neuno volesse parlare. E vedendo Mucchietto un suo amico fece che a lui venisse. La madre, a lato della figliuola, dicea: O figliuola mia, che v’è stato fatto? Trista la vita mia, qualche malìa altri v’ha fatto. E per questo modo omini e donne, parenti e amici piangevano, vedendo la sposa e lo sposo a tal partito. E accostatosi alle orecchie di Mucchietto l’amico suo, Mucchietto piano disse: Io voglio fare testamento, e tu dì quello che ti piace, perocchè io non posso parlare, ma con ammicar dirò, o sì o no. L’amico disse: Serà fatto. E, levatosi dall’orecchie, disse: O Mucchietto, vuoi fare testamento? Mucchietto mena il capo quasi dicendo sì. Allora l’amico disse: Vuoi essere soppellito in nella nostra chiesa? Lui chinò il capo, quasi dicesse sì. Da poi li disse: Vuoi che la palandrana del drappo che hai fatto alla sposa sia di Nostra Donna? Con ammicco disse: sì. La palandrana del grambelotto vuoi che l’abbia la mia donna? Mucchietto fece cenno di no. La Stoltarella ode tutto, e vede quello che ‘l marito fa, che ha ditto di no della palandrana. Steo a udire. E l’amico dice: Or bene, la palandrana divisata vuoi che alla tua donna si dia? Mucchietto fa vista di no. Or bene, vuoi che sia tuo erede tuo frate? Lui accennò: sì. Ultimo dice: E quella palandrana dorata, che la sposa avea ieri in dosso, vuoi che io la dia alla Bicarina mia fante? Mucchietto fa cenno di sì. La Stoltarella, come sente nomare quella palandrana, la quale ella li avea arrecato, subito disse: E io non voglio che… E lo sposo disse: Tu laverai le scodelle, poiché hai parlato. Coloro dissero: Che vuol dire questo? La sposa contò la novella. La madre e le altre parenti presono: Voi avete avete fatto per lo primo dì una bella prova de lavare le scodelle. Lo sposo: Ella mi misse il partito innanti.La madre disse: Or levate su in buon’ora, chè a noi avete dato oggi il mal dì. E levàti, si dienno in sul godere, lasciando lavare le scodelle alla sposa.

FONTI E BIBL.: Novelle di Giovanni Sercambi, in Scelta di Curiosità Letterarie, Bologna, Romagnoli, 1871.

PALLAVICINO MUZIO
Busseto 1627-18 novembre 1675
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Nel 1647 a Soresina assalì a schioppettate due suoi cugini, figli di Sforza, per questioni d’interessi. Nel 1668 fu ascritto al Consiglio dei decurioni di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO MUZIO
Busseto 1673-
Figlio di Antonio Maria e di Aurelia Clavello. Fu Dottore collegiato.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO MUZIO
Busseto 2 dicembre 1791-
Figlio di Antonio Maria e di Lucia Ala ponzone. Cavaliere dell’Ordine Costantiniano, nel 1825 fu ciambellano dell’Imperatore.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO MUZIO OMOBONO
Busseto 2 agosto 1731-18 agosto 1800
Figlio di Antonio e di Giulia Dati. Nel 1758 fece parte del Consiglio dei Decurioni di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO NICCOLÒ
Busseto 1328 c.-Tabiano 1401
Figlio di Uberto. Venne affidato dal padre ai Visconti perché apprendesse l’arte militare. Nel 1360 fu chiamato a Siena dal Supremo Magistrato dei XII in qualità di Conservatore. Seguì Bernabò Visconti alla battaglia di Solara, nel Modenese, ma cadde prigioniero il 6 aprile 1363 e non riacquistò la libertà che l’anno seguente. Nel 1374 invitò il cugino Francesco Pallavicino a uccidere Giacomo, suo fratello, e il figlio Giovanni, per avere il castello di Bargone, di cui però entrò in possesso soltanto nel 1376, alla morte di Francesco. Si impadronì di Tabiano, di cui si fece proclamare Signore, dopo averne ucciso il castellano. Bernabò Visconti allora mosse contro Bargone e le saline di Salso e se ne impadronì, togliendo anche al Pallavicino  il suo palazzo di milano. Morto Bernabò, il nipote Gian Galeazzo visconti ricercò l’amicizia del Pallavicino ridandogli tutti i suoi dominî e facendogli molte concessioni, tra le quali l’esenzione per gli uomini di Zibello da colte e ogni altro carico per dieci anni (1391). L’anno seguente il Pallavicino fu nominato Senatore di Milano. Fu prezioso consigliere del Duca, da cui fu inviato a Pisa, presso i Gambacorta, come delegato del Visconti. Scoprì a Pisa una congiura contro il Duca e fece in modo che nel dicembre dello stesso anno l’esercito visconteo punisse i rei. Nel 1392, come consigliere ducale, trattò la definitiva pace. Il 25 marzo 1394 venne nominato cittadino di Pavia. nell’ottobre 1396 ebbe confermato il titolo di marchese e tutti i suoi privilegi. Nel 1398 venne imprigionato dall’Appiano, a Pisa. Ottenuta la libertà, morì due anni dopo, forse avvelenato, assieme alla seconda moglie. Sposò in prime nozze Antonia di Bartolomeo Casali di cortona (uccisa da un fulmine nel 1394 a Busseto) e in seconde nozze Maria di Giovanni attendoli, sorella di Muzio Sforza. Il Pallavicino fece trasportare la salma di Orlando dei medici (che fu poi fatto beato) da Bargone a Busseto nel 1386.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 e s.; battilana, Genealogia delle famiglie nobili, Genova, 1823; Festasio, Origine e vita di nove uomini illustri della nobilissima casa Pallavicino, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; G. Giulini, Storia di Milano, Milano, 1760; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Continuazione alla storia di Parma dell’Affò, Parma, 1792-1795; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; P. Vitali, Memorie di Busseto, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; C.Argegni, Condottieri, 1937, 390.

PALLAVICINO NICCOLÒ
Bargone XVIII secolo
Figlio di Pierantonio. Fu prevosto della chiesa parrocchiale di Bargone.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO NICCOLÒ
Scipione-Genovese 7 agosto 1478
Figlio di Pietro, dei marchesi di Scipione. Seguì la causa di Francesco Sforza contro la Repubblica milanese. Nel 1462, con autorizzazione dello Sforza, potè comperare il feudo di Grotta nel Piacentino. Nel 1476 ricevette le investiture della casa Sforza nei feudi di scipione, Costapiano, Isola Monticello, salsomaggiore, Montebello e Torro, feudi in parte nel territorio parmigiano e in parte in quello piacentino. Nel 1476, dopo la morte del duca, la duchessa Bona lo mandò governatore a Pavia. Quando i Genovesi si ribellarono a milano, in un fatto d’armi accaduto sulle montagne presso Genova, il Pallavicino rimase tagliato a pezzi.

FONTI E BIBL.: Archivio Storico Lombardo a. XVI, t. II, Milano, 1888; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; C.Argegni, Condottieri, 1937, 390.

PALLAVICINO NICOLA
Busseto o Polesine 1410 c.-Busseto 8 luglio 1494
Figlio primogenito di Orlando il Magnifico. Nel 1452 Filippo Maria Visconti, duca di Milano, gli diede il comando di 25 lance. Il padre, che in vita pare non lo avesse trattato troppo benevolmente per la mediocrità dei suoi talenti, alla morte gli assegnò Varano de’ Marchesi, Miano, Castelguelfo e la Galinella. Nel 1470 il Pallavicino fu a Milano quale testimone all’atto di giuramento prestato dalla città di Milano al primogenito del duca Galeazzo Maria Sforza. Il Pallavicino nel testamento ordinò che fosse selciata la strada che dalla porta di Busseto conduce al Convento di San Francesco degli Osservanti, alla cui fondazione il Pallavicino aveva contribuito, e fosse lasciata una ragguardevole somma ai frati per la formazione di una biblioteca, ove essi potessero studiare per provvedere alla salute di quelle popolazioni.

FONTI E BIBL.: Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO NICOLA
Busseto XVII secolo
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Cavaliere gerosolimitano, fu Colonnello di un reggimento di corazzieri al servizio imperiale.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO NICOLA
Busseto 1653 c.-post 1702
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Fu Colonnello del Reggimento Visconti al servizio imperiale. Nel 1701 fu condannato a morte e alla confisca dei beni poiché, volendolo obbligare Filippo V re di Spagna a militare nelle proprie milizie, il Pallavicino si rifiutò non volendo abbandonare le bandiere imperiali. Nel 1702 fu ferito combattendo contro i Francesi alla battaglia di Luzzara.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO NICOLò, vedi PALLAVICINO NICCOLò

PALLAVICINO OBERTO
ante 956-Castione dei Marchesi 1007
Appare in Italia intorno al 956 al seguito dell’imperatore Ottone I quale comandante di cavalleria. Comportatosi valorosamente nella guerra contro re Berengario, fu compensato con l’investitura di alcuni castelli nel parmigiano e nominato Conte di Palazzo (962) nonché Vicario dell’Imperatore in Italia (963). Seguendo ancora Ottone I in ulteriori vicende belliche, fu poi Luogotenente imperiale in Lombardia (971), con altissima autorità, e nominato Marchese (973) quale Palavicino benemerito et fidele dello Imperio. In età avanzata dedicò la sua esistenza a opere di pace edificando e migliorando Busseto. Assegnò terreni a chi voleva lavorarli, con la corrispondenza di proporzionati quantitativi di grano. risiedette, da vecchio, quasi costantemente nei suoi feudi e costruì, prossimo alla fine, il bellissimo Monastero di Chiaravalle della colomba a Fiorenzuola (1001) dotandolo di beni e di ricche possessioni. Morì nel 1007 (secondo il Litta nel 1002) e fu sepolto a Castione, detto per antonomasia dei Marchesi. Da lui i pallavicino furono chiamati coll’appellativo di obertenghi.

FONTI E BIBL.: Parma Economica 9 1962, 13.

PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1048-1138
Figlio di Alberto. Fu padrone dell’Aucia, conte di Piacenza e governatore della Marca di Genova (1061). Nella lotta tra l’imperatore Enrico IV e il papa Gregorio VII, il pallavicino parteggiò per il primo. Accompagnò Enrico IV con onorata scorta durante il famoso episodio dell’umiliazione di Canossa (1077). Nel 1080 fu capitano degli eresiarchi parmigiani in appoggio all’antipapa Giberto. All’assedio successivo di Canossa (1082) portò il vessillo reale. Nel 1087 ebbe in Viterbo l’investitura di tutto quanto possedeva dall’imperatore enrico IV in compenso della sua opera. Combatté a lungo contro i vescovi di Parma e Reggio e la contessa Matilde, e a Sorbara, durante una sanguinosa battaglia, fu ferito. L’investitura gli fu confermata dall’imperatore Enrico V a Milano allorché nel 1107 scese in Italia per farsi incoronare. Nel 1116 e 1117 accompagnò Enrico V a Roma e poi nella Marca Trevigiana. Sotto il suo dominio, il feudo Pallavicino si ingrandì di numerose località, dando origine alla Marca Pallavicino.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 211 e s.; I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1792; Chronicon familae Pallavinae, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma; Festasio, Origine e vita di nove uomini illustri della nobilissima famiglia Pallavicino, ms. alla Biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. A. Muratori, Annales, ad annum; Poggiali, Storia di Piacenza, 1757-1766; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; C. Argegni, Condottieri, 1937, 390; Parma Economica 9 1962, 13.

PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1080-Busseto 1148
Figlio di Alberto. Come il padre, fedelissimo all’impero, ottenne da Enrico V, nel 1110, la conferma delle investiture e contribuì al prestigio della famiglia e al consolidamento del suo marchesato, cui aggregò, non è noto in base a quali convenzioni, le corti di Borgo San Donnino, di Soragna, Parola e altre del circondario già spettanti a Folco e Ugo d’Este. Il pallavicino fu al seguito dell’Imperatore in Italia nel 1107 e nel 1116. La sua ambizione e le sue mire a più vasto dominio gli procurarono l’appellativo di Pela vicino (dagli umanisti benevolmente modificato in Pallavicino come derivante da palazzo vicino) che si riscontra per la prima volta in un placito dallo stesso imperatore Enrico rilasciato dalla corte di Marzaglia e, successivamente, in un’investitura dei delegati della città di Cremona in data 1° agosto 1120, nella quale il nome di Oberto è seguito dal titolo Marchio Pelavicino. Così, del resto, egli si firmò il 18 aprile 1124 alla pace di Lucca, conclusa tra lui e i marchesi Malaspina, Guglielmo, Francesco e Andrea, vescovo di Luni, documento importante perché su di esso si fondarono gli storici (Muratori, Ant. Est., I, 159) che fanno derivare da un solo ceppo le nobili famiglie Pallavicino, Malaspina e Este. Da notare anche che in un atto del 1122 il pallavicino si sottosegnò Comes Palatinus, ciò che dimostra come egli, oltre a essere capitano imperiale, fu Conte di palazzo. Si può dunque fissare con il Pallavicino il tempo in cui i discendenti dai marchesi di Toscana si affermarono nella storia con il cognome Pelavicino (in seguito Pallavicino) che si accompagnò da allora al feudo sopra il quale essi esercitarono per secoli la loro signoria. Nel 1136, con atto del 27 marzo, il Pallavicno contribuì, coi figli Tancredo e Alberto, detto Greco, alla fondazione del Monastero e della chiesa di Santa Maria della Colomba presso Fiorenzuola. Nel 1145 sottopose a Piacenza i suoi dominî del Parmigiano, per cui nacque una grave lotta tra Parma e Piacenza. Nel 1143 il Pallavicino divise per testamento il marchesato tra i due figli superstiti, assegnando a Guglielmo il feudo di Busseto e a Delfino i possessi d’oltre Taro. Allorché morì, volle essere sepolto sotto il pronao della chiesa di Santa Maria della colomba, da lui e dalla moglie riccamente dotata con l’attiguo monastero. La tomba, di arenaria, segnata da una croce e sormontata da un arco sostenuto da colonnine binate di marmo rosso di Verona, con listelli, foglie e capitelli finemente lavorati, è opera di notevole interesse.

FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 62; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 325-326; Parma Economica 9 1962, 13.

PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1132 c.-1196
Figlio di Guglielmo. Seguì fedelmente federico Barbarossa in varie vicende belliche e anche in nefande stragi, fino a che l’imperatore fu sconfitto a Pontida (1176). Da Federico barbarossa ottenne nel 1182 la rinnovazione delle investiture dei suoi possedimenti. Fu podestà di Parma.

FONTI E BIBL.: Parma Economica 9 1962, 13.

PALLAVICINO OBERTO
Busseto o Polesine 1197-Gusaliggio 8 maggio 1269
Figlio di Pelavicino, la sua figura emerge nella storia della nobile e potente famiglia. Celebre capo ghibellino, si ritiene avesse combattuto in precedenza per la Chiesa (nel 1224 fu infatti Rettore di Alessandria, città guelfa). Le sue gesta di condottiero, che ebbero vastissima eco, iniziarono nel 1233 con la lotta da lui ingaggiata contro i nobili fuoriusciti al fianco dei cavalieri di Cremona e del popolo piacentino. Conseguita il 6 gennaio del seguente anno una facile vittoria a Gravago, fu onorato della carica di podestà di Piacenza insieme con Guglielmo Landi. Nel frattempo, ritiratosi a Cremona, si proclamò partigiano dell’impero e, profittando della venuta in Italia di Federico II, si recò, seguito da una lunga schiera di cavalieri della sua Marca, a incontrare a padova il sovrano, che gli rese grandi onori. Nel 1235 fondò la fortezza di Castel Ghibellino. Nel 1239 Federico II lo nominò suo vicario imperiale nella Garfagnana e Lunigiana quando già il Pallavicino era stato chiamato podestà a Pavia. Nel 1240-1241 prese parte all’assedio di Genova, ma, fallito il tentativo di ridurre alla resa la città, si rivolse contro Pontremoli, alleata di Piacenza, che l’aveva estromesso dal governo per le pressioni esercitate dal legato pontificio. Si impossessò quindi di Villafranca e di Faenza abbattendone le fortificazioni. Ripetutamente scomunicato da papa innocenzo IV per le atrocità commesse e come sostenitore dell’Imperatore, fu da Federico II, nel 1246, nominato podestà di Reggio. Due anni dopo partecipò a fianco del sovrano a un’azione militare contro Parma, che si era data nelle mani dei guelfi, sostenuta da Milano e Piacenza: la battaglia si risolse con la sconfitta dei Cremonesi e della guardia imperiale, che con il monarca e il Pallavicino dovettero ripiegare oltre il Po. La guerra avrebbe dovuto essere ripresa l’anno seguente ma ragioni di prudenza consigliarono gli eserciti d’ambo le parti a soprassedervi, onde Federico II raggiunse il Piemonte e qui, avuta notizia delle sconfitte subite dal figlio Enzo, si recò a Pisa. Da quella città, il 9 maggio 1250, l’Imperatore investì il Pallavicino della Marca Pallavicino: il diploma venne a riconoscere e sanzionare lo Stato, di fatto preesistente, sulle basi del diritto pubblico. Eletto in quello stesso anno podestà di cremona, il Pallavicino provvide a fortificare Busseto cingendo la capitale di nuove mura e fossati e riedificando la rocca. Poco dopo, deciso a prendersi una rivincita sui parmigiani, marciò contro di essi, li attaccò (18 agosto 1250), li costrinse a ripiegare infliggendo loro gravissime perdite e s’impadronì di Borgo San Donnino, che gli spettava in forza dell’investitura di Federico II. Successo a questo imperatore il figlio Corrado, il Pallavicino giurò fedeltà al nuovo sovrano e da lui, con diploma del 22 febbraio 1251 dato in Canusio, fu nominato Vicario imperiale in Lombardia. Da Corrado ottenne poi l’investitura dell’antico dominio, che, ancor più esteso, comprendeva territori dal Taro alla Chiavenna e dalla Valmozzola al Po. In precedenza aveva occupato altre rocche, tra cui quelle di Rivergaro e di Brescello, e acquistato Pontremoli. ebbe anche modo d’imporsi come politico, oltre che come condottiero, in un’attiva opera di pacificazione tra le città di Parma e Piacenza e della Lombardia, rivelando inoltre la propria sagacia nella stipulazione, nel 1253, di un trattato di commercio con Genova, Marsiglia e montpellier che aprì alle vie commerciali la valle padana e i porti del Mediterraneo. Ottenuta nel 1254 la signoria di Piacenza ed eletto podestà di Pavia, si fece promotore di una iniziativa tendente a unificare la moneta, ma a sventare il progetto intervennero nuove lotte tra le città provocate dalla sempre accesa rivalità tra guelfi e ghibellini. Unitosi a Buoso da Dovara e a Ezzelino da Romano, celebri capi ghibellini, riprese le scorrerie contro le città fedeli al Pontefice, collezionando vittorie militari e scomuniche. La prima di questa gli giunse da Anagni il 30 luglio 1254 da Innocenzo IV, il quale, nel frattempo, aveva proclamato la guerra santa in Lombardia e in Liguria. La seconda fu lanciata nel 1257 da papa Alessandro IV, che lo dichiarò nemico di Dio e della Chiesa e mise l’interdetto a Piacenza, suscitandogli contro il partito guelfo. Vi furono congiure e rivolte, e alla fine il Pallavicino fu cacciato dalla città da Alberto Fontana. Il pallavicino, chiusosi nel castello di Caorso, cominciò a fare vendetta di quanti guelfi gli capitavano tra le mani e così a loro volta fecero i guelfi coi ghibellini. Le ostilità culminarono il 28 agosto 1258 nella battaglia di Corticella sulle rive dell’Oglio, che si concluse con la sconfitta dell’esercito dei Crociati al comando del legato pontificio Filippo da Fontana, arcivescovo di Ravenna, fruttando al triunvirato la Signoria di Brescia dopo che il Pallavicino aveva poco prima ottenuto quella di Crema. La Signoria, governata in comune dai vincitori, fu fonte di discordia. Astuto raggiratore, il Pallavicino si staccò da Ezzelino, che minacciava di divenire un temibile rivale, e passò con Buoso da Dovara in campo avverso, stringendo lega con Azzo d’Este e Lodovico conte di Verona. Il 16 settembre 1259 l’esercito guelfo impegnò battaglia a Cassano contro le milizie di Ezzelino, che furono sbaragliate. Lo stesso Ezzelino, gravemente ferito, venne fatto prigioniero e trascinato a Soncino, dove morì. Insoddisfatto dei successi sino allora conseguiti e mirando a sempre più vasto dominio, il Pallavicino determinò d’impossessarsi di Milano. Pertanto, lasciato a Brescia quale suo vicario Visconte Pallavicino, raggiunse nel 1260 la metropoli lombarda e con intrighi, nei quali fu espertissimo, riuscì a ottenere il rettorato della Repubblica e, per cinque anni, il capitanato generale. La sua fortuna politica raggiunse a quel punto la vetta, dominando il Pallavicino su numerose città dell’Alta Italia: Cremona, Milano, Brescia, Pavia, Piacenza, Alessandria e Tortona. Preoccupato della potenza del Pallavicino, papa Urbano IV invitò a scendere in Italia dalla Francia Carlo d’Angiò, e questi nel 1264 valicò le Alpi per accorrere in aiuto dei guelfi. Per il Pallavicino, che inutilmente ostacolò la marcia dello straniero a Soncino, fu l’inizio del tracollo. sconfitto a Benevento il 25 febbraio 1265, ripiegò verso il nord per meglio organizzare una resistenza. Già in precedenza tradito da Buoso da Dovara, che aveva spianato a Carlo d’Angiò la via del Bresciano, vinto a tagliacozzo corradino di Svevia, accorso in aiuto dei fedeli dell’impero, insorte infine contro di lui le città ghibelline, fu costretto a ritirarsi nella sua marca a Borgo San Donnino. Assediato dalle soverchianti forze guelfe delle città di Parma, Modena e Reggio, cui si allearono gli stessi Cremonesi, che poco prima avevano occupato e saccheggiato Busseto, cedette il 24 ottobre 1268 le armi e si ritirò nella rocca d gusaliggio in Valmozzola. Pochi mesi dopo la disfatta, il 29 aprile 1269, fece testamento lasciando erede dello Stato l’unico figlio maschio, Manfredino. Volle essere sepolto in un’umile tomba nella chiesa di Gusaliggio. Il Festasio descrive il Pallavicino di aspetto maestoso, sebbene di media statura, con capelli neri e un volto bruno nel quale risaltavano i denti bianchissimi. Era ardito d’animo, possente et umano et di valore di corpo non vi fu che l’eguagliasse a quei tempi, vers’ognuno cortesissimo et di profonda benignità, ma ne’ l’imprese importanti severo. Costumava vestire sempre di ferro. Il Pallavicino fu la sintesi della sua epoca: guelfo e ghibellino, ora alleato del popolo, ora dei nobili, sempre nella vista della Signoria contro il Comune. Gli si attribuisce in parte un nuovo metodo nell’arma di cavalleria e l’introduzione delle compagnie di ventura.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 314; Biografia universale, XLII, 1828, 277-278; F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928; Enciclopedia militare, 1933, V, 770; Annales Mediolanenses, in Rerum Italicarum Scriptores, XVI; G.V. Boselli, Storie piacentine, Piacenza, 1793-1805; P. Campi, Dell’historia ecclesiastica di Piacenza, Piacenza, 1562; C. Cantù, Ezzelino da Romano, Torino, 1852; B. Corio, Historia patria, Venezia, 1565; A. Corna, Illustri piacentini, Piacenza, 1914; G. Gallavresi, La riscossa dei guelfi in Lombardia, dopo il 1200, in Archivio Storico Lombardo, s. 4°, XXXIII 1906; V. Mandelli, Il comune di Vercelli nel Medio Evo, Vercelli, 1857; Paris da Cereta, in Rerum Italicarum Scriptores, VIII; C. Poggiali, Memorie per la storia letteraria di Piacenza, Piacenza, 1759; C. Sigonio, De regno italico, Venezia, 1591; C. Argegni, Condottieri, 1937, 391e 395; Archivio Storico Lombardo, an. IV, t. 1, 1877; B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1837; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; R. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; E. Seletti, La città di Busseto, capitale un tempo dello stato Pallavicino, Milano, 1883; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; Parma Economica 9 1962, 13; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 333-336; Parma nell’arte 2 1976, 50.

PALLAVICINO OBERTO
Busseto 1302-1378
Figlio di Manfredino. Ebbe dal padre (morto nel 1348) la signoria di Busseto. Sposò caterina Rossi. Nel 1329 concluse un trattato di pace col comune di Parma e nel 1331 seguì Carlo, figlio del re Giovanni di Baviera, combattendo vittoriosamente nel 1332 nella battaglia di San Felice contro i principi della lega di Castelbaldo. Per il suo valore venne cinto a Modena della spada di Cavaliere. Nel 1333 intervenne alla tregua firmata con parecchi principi come rappresentante del re giovanni.Nel 1334 fece parte della lega costituita per portare guerra ai Rossi di Parma, che erano vicarî del re di Boemia: in quella occasione perse il castello di Varano. Nel 1339 parteggiò per gli Scaligeri nella pace conclusa con Venezia e Firenze. Nel 1347 fece parte del consiglio dei cento savî di credenza e del consiglio generale. Nel 1349 passò a Milano e nel 1351 fu nominato Capitano generale delle armi di Giovanni Visconti in Bologna. Combatté contro i Fiorentini e tentò poi di togliere Borgo San Sepolcro ai Perugini. Nel 1355 andò incontro, a Peschiera, a Carlo IV, sceso in Italia, e lo accompagnò nel suo viaggio a Milano e a Pisa. Nel 1360 fu inviato a Siena col posto di conservatore nel supremo magistrato dei dodici. Il 2 giugno dello stesso anno, da Praga, ebbe la conferma da parte dell’Imperatore di tutti i suoi privilegi. Nel 1378 fu in Germania per la morte dell’Imperatore Carlo e l’elezione del figlio Venceslao. Durante il viaggio di ritorno, fu sorpreso da morte violenta.

FONTI E BIBL.: B.Angeli,  Historia, 1591, 211 e s.; I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1792-1795; F. Arisio, Praetorum Cremonae series chronologica, Cremona, 1731; N. Battilana, Genealogia delle famiglie nobili di Genova, Genova, 1833; C. Cantù, Storia degl’italiani, Torino, 1885; Cavitelli, Annali cremonesi, Cremona, 1583; Chronica di Milano, in Miscellanea di Storia Italiana, t. VIII, Torino, 1869; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; Chronica Parmensis a sec. XI ad exitum sec. XIV, in Monumenta historica, vol. VII; R. Di Soragna, La rivolta e l’assedio di Roma nel 1247, in Atti della Deputazione di Storia Patria dell’Emilia, nuova serie, vol. VI, II, Modena, 1881; L. Ferrario, Il castello di Trezzo, Milano, 1867; Festasio, Origine e vita di nove uomini illustri della nobilissima casa Pallavicino, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; G. Fiamma, Manip. Flor. ad annum.1260, in Rerum Italicarum Scriptores, XI; F. Galantino, Storia di Soncino, Milano, 1869-1870; A. Germain, Histoire de la Commune de Montpellier, Montpellier, 1851; A. Ghirardelli, Oberto, tragedia, Piacenza, 1824; G. Giulini, Storia di Milano, Milano, 1760; U. gualazzini, I mercanti di Cremona, Cremona, 1923; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; G. C. Lunig, Codex Italiae diplomaticus, Lipsia, 1725; L. A. Muratori, Annali d’Italia, Milano, 1744-1749; F. Odorici, Storie bresciane, Brescia, 1853-1865; A. Pezzana, Continuazione della storia di Parma dell’Affò, Parma, 1837-1859; C. Poggiali, Storia di Piacenza, Piacenza, 1737-1766; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura, Torino, 1815; F. robolotti, Industria e commercio in Cremona nel sec. XV, in Archivio Storico Lombardo, 1880; salimbene de Adam, Cronica, in Monumenta hist. parmen.; L.scarabelli, Istoria civile dei ducati di Parma Piacenza e Guastalla; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1833; P. Verri, Storia di Milano, Milano, 1783-1788; P. Vitali, Memorie storiche di Busseto, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; A. Zuccagni orlandini, Corografia dell’Italia, vol. VIII, Firenze, 1895; C.Argegni, Condottieri, 1937, 396.

PALLAVICINO ORAZIO
Scipione-Como 30 agosto 1613
Figlio di Camillo, dei marchesi di Scipione. È ricordato una prima volta nell’anno 1556. Fu contro i Farnese nella guerra con Filippo II di Spagna. Passò poi dalla Spagna alla guerra in Fiandra contro i Francesi. Dal re di Spagna fu nominato consigliere del consiglio segreto di Stato. Nel 1578, morto lo zio Giovanni anguissola, fu inviato quale governatore a Como. Nel 1583 fu eletto Senatore.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; G. Rovelli, Storia di Como, Como, 1803; C. Argegni, Condottieri, 1937, 393.

PALLAVICINO ORAZIO
Varano Marchesi-post 1617
Figlio di Giannantonio e di Lavinia carminati. Il 3 settembre 1617 si trovava ancora rinchiuso della prigione della Rocchetta di Parma in conseguenza della congiura messa in atto  contro i Farnese nel 1612.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIX.

PALLAVICINO ORLANDO
Scipione-Cremona 1349
Figlio di Manfredo, dei marchesi di Scipione. Fu condottiero al servizio dei Visconti e castellano di Casalmaggiore. Fu sepolto nel Duomo di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; C. Argegni, Condottieri, 1937, 393.

PALLAVICINO ORLANDO
Polesine 13 giugno 1384-Busseto 5 febbraio 1457
Figlio di Niccolò e di un’ignota donna di Polesine, alla morte del padre, che lo legittimò, non aveva che diciassette anni. Preso da Giovanni Maria Visconti sotto la propria protezione e allevato alla Corte di Milano, ebbe da questi conferma, con due distinti diplomi del 31 maggio 1405 e del 29 gennaio 1410, dei beni e privilegi concessi dagli imperatori Carlo IV e Venceslao, e fu pure investito delle ville di Salsomaggiore e di Montemanolo. Combatté i guelfi a Costamezzana, devastò Pieve d’Altavilla ed ebbe contese coi Rossi, i Cavalcabò e i Sommi. Nel 1403 batté ottobono Terzi e, pur avendo concluso con lui una tregua, rinnovata nel 1406, cercò di privarlo del governo di Parma e Borgo San Donnino. Ne seguì una guerra, durante la quale il pallavicino si alleò col duca di Milano, Giovanni Maria Visconti. Nel 1407 venne dal Terzi privato di molte delle sue terre e fu costretto a cedere Borgo San Donnino. Nel 1408 firmò una lega in Mantova coi duchi di Milano e coi signori di Mantova, Bergamo, Brescia e Cremona contro il Terzi. Morto costui, assediò Borgo San Donnino ma venne costretto da Gabrino Fondulo a ritirarsi. Riebbe però la città nel 1409. Per avere incarcerato il nunzio pontificio Branda Castiglioni, nel 1410 fu scomunicato dal papa Giovanni XXII. Dovette in seguito combattere Uguccione dei Contrari, che pretendeva Borgo San Donnino, ed ebbe la peggio. Nel 1413 riebbe il castello colla relativa investitura dall’imperatore Sigismondo. Nel 1415 aderì alla lega contro il duca Filippo Maria Visconti, ma poi, fatti prigionieri a tradimento parecchi soldati dei signori d’Este, si riappacificò col Duca. Fece incendiare Noceto e, scorazzando fin sotto le mura di Parma, radunò un ricco bottino. Nel 1418 mosse contro gli Estensi ma, assalito nel castello di Zibello dall’esercito guelfo, fu costretto ad arrendersi. Condotto coi figli a Parma, riuscì a fuggire e, ritornato a Zibello, sollevò il popolo in suo favore. Dovette poi fronteggiare l’esercito di Niccolò d’Este, invasore dei suoi dominî. Costretto a cedere Borgo San Donnino, che poi riacquistò, si impadronì poco dopo con la forza di Monticelli d’Ongina, che incorporò alla propria signoria, e ottenne pure in cessione Monte Pallero dal cugino Antonio pallavicno. Filippo Maria Visconti, nell’intento di vincolare maggiormente a sé il Pallavicino, lo onorò del titolo di cittadino di Piacenza, trasmissibile ai discendenti, e abolì alcuni aggravi fiscali da tempo imposti allo Stato. Ma il Duca di Milano, mentre da un lato confermò al Pallavicino diritti, privilegi e donazioni, dall’altro, con pretesti vari, gli sottrasse castelguelfo e Borgo San Donnino (1425). Fu questa la ragione che spinse il Pallavicino a troncare i legami con il Visconti e ad allearsi con la Repubblica di Venezia, contro la quale il Duca era in guerra. Il 18 settembre 1426 l’armata navale veneta, al comando di Niccolò da tolentino, sbarcò a Polesine e pose il proprio quartier generale a Busseto. Perso così l’appoggio del Pallavicino ed esposto sul Po, il visconti fu costretto alla resa dall’ammiraglio Francesco Bembo e dovette trattare a Ferrara la pace alle condizioni imposte dai vincitori. Questi, per la circostanza, oltre ad ascrivere il Pallavicino nel libro d’oro della nobilità veneziana, gli confermarono lo Stato. Durante la tregua, il Pallavicino, che mirava a più vasto dominio, tolse ai cugini Antonio e Donnino pallavicino il castello di Zibello, distruggendone la rocca (1429). Nel successivo anno 1430, alla rottura del trattato di Ferrara, riprese le ostilità a fianco dei Veneziani, saccheggiando Miano, Fontanellato, San Secondo e Soragna. Riaccostatosi al Visconti, stipulò con il Duca un patto di alleanza, impegnandosi a staccarsi dalla Lega di Venezia e ricevendo quale contropartita la conferma degli antichi privilegi sovrani e la restituzione di Castelguelfo (1432). Successivamente, nel costante proposito d’ingrandire e consolidare la sua Signoria, acquistò nel 1439 il feudo di Stupinigi e due anni dopo Fiorenzuola, Cortemaggiore, San Protaso, Chioza e Ricetto. Ma, perduto nuovamente il favore del Visconti per i raggiri di Niccolò Piccinino (che godeva grande prestigio presso il Duca dopo la vittoria conseguita contro i Veneziani, in continua lotta con i Milanesi), dovette nel settembre 1442 arrendersi al forte esercito del condottiero dopo l’assedio da questi posto a Busseto, ultima roccaforte dell’invasa Marca. In tal modo le terre e i castelli del Pallavicino, giudicato reo di lesa maestà, passarono in feudo al Piccinino, e non poté rientrarne in possesso che tre anni dopo, allorché il Visconti, convintosi della sua lealtà, gli restituì l’intera Marca. È degno di nota il fatto che il Pallavicino dovette accettare in investitura lo Stato come appartenente per diritto legittimo alla Camera ducale, e fu questa, probabilmente, la ragione che lo spinse a parteggiare per Francesco Sforza nella lotta da questi sostenuta contro il Visconti. Morto il Duca, il Pallavicino rafforzò i legami che lo univano allo Sforza stipulando con lui, nel febbraio 1448, un trattato di alleanza in forza del quale si obbligò a sostenere il nuovo signore di Milano in ogni sua impresa, mentre, dal canto suo, lo Sforza assicurò al pallavicino l’integrità dello Stato. L’amicizia e l’alleanza con lo Sforza procurò una pace che si protrasse sino alla morte del Pallavicino, il quale nel frattempo ebbe modo d’ingrandire ancor più la sua signoria accettando in donazione da Cristoforo Pallavicino il castello di Varano Melegari. La promulgazione nel 1429 delle leggi patrie, apparse sotto il titolo di Statuta Pallavicinia, rappresenta uno degli atti più importanti del governo del Pallavicino (che fu detto, anche per questo, il Magnifico). La raccolta dell’ampia legislazione, fondata sulle consuetudini locali pur attingendo alla fonte perenne del Diritto romano e forse ancor più alle leggi longobarde, fu affidata dal Pallavicino al giureconsulto pisano e suo vicario Agapito Lanfranchi. Gli statuti furono distinti in due libri: l’uno provvede ai bisogni civili, l’altro punisce i reati. Commentati e illustrati in seguito dai giureconsulti bussetani Pietro Pettorelli e Girolamo Vitali, ebbero vigore sino a tutto il XVIII secolo come legge costante per Busseto e suo territorio. all’interessamento del Pallavicino si deve anche l’erezione della chiesa di San Bartolomeo (da lui per la circostanza riedificata e riccamente dotata) in collegiata, disposta dal pontefice Eugenio IV con bolla 9 luglio 1436: l’atto è notevole perché con esso venne definita la superiorità anche ecclesiastica di Busseto sulle ville del distretto. Al pari di Oberto il Grande, il Pallavicino può essere ritenuto il restauratore della potenza dei Pallavicino, il cui Stato, alla sua morte, si estendeva su 1600 chilometri quadrati e contava circa 3500 famiglie di vassalli. Dalla moglie Caterina Scotti di Agazzano ebbe sedici figli, otto maschi e altrettante femmine. Un altro figlio, Giovanni, era naturale. Divise per testamento (25 luglio 1453) lo Stato in varie signorie, assegnandole ai figli maschi, provvide il figlio naturale di beni e le figlie di ingenti somme a titolo di dote. Nella spartizione della Marca tra i figli maschi non usò tuttavia la stessa misura, ciò che fu fonte di lagnanze e contese tra gli eredi, i quali, alla morte del padre, scelsero ad arbitro lo Sforza. Questi incaricò il suo segretario Cicco simonetta di redigere il lodo: la sentenza, inappellabile, fu pronunciata il 22 novembre 1457. In forza di essa lo Stato Pallavicino venne diviso in parti uguali, così assegnate: a Gian lodovico e a Pallavicino, in comune, Busseto e Bargone, a Gianmanfredo, Polesine e costamezzana, a Niccolò il feudo di Varano melegari la villa di Miano, Castelguelfo e gallinella, a Uberto, Tabiano, Castellina e metà Solignano, a Carlo, vescovo di Lodi, il feudo di Monticelli d’Ongina. Il feudo di Stupinigi toccò a un Bartolomeo Pallavicino che vantava diritti sulle terre di Zibello. La scomparsa del Pallavicino segnò la decadenza dello Stato, che fu smembrato in piccoli feudi camerali soggetti per di più alla suprema potestà del Duca di Milano. Da allora, conseguentemente, cessò l’influenza politica dei Pallavicino sulle regioni dell’Italia settentrionale.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1918, 21; B. Angeli, Historia di Parma, Parma, 1591; Archivio di stato di Milano, missive ducali, vol. XLIX, fol. 170; F. Arisi, Cremona liberata, Parma, 1741; P. Assali, Liber de omnibus rebus naturalibus quae continentur in mundo, Venezia, 1544; N. Battilana, Genealogie delle famiglie nobili di Genova, Genova, 1833; Carolo Bondeo, De collectandis forensium bonis sitis in territorio, Piacenza, 1698; P. Campi, Storia ecclesiastica di Piacenza, Piacenza, 1651; L. Cavitellius, Annales Cremon., cremona, 1583; L. Cibrario, Opuscoli storici, milano, 1835; Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca palatina di Parma; Cronaca di Cremona dal 1309 al 1422, in Biblioteca historica italiana, cura societas longobardiae, vol. I; Chronica parmensis a sc. XI ad exitum sec. XIV, in Monumenta histor. parmens.; M. Daverio, Memorie sulla storia dell’ex ducato di Milano, ms. nella Biblioteca braidense; festasio, Origine e vita di nove uomini illustri della nobilissima casa Pallavicino, ms. nella biblioteca palatina di Parma; Giulini, Storia di Milano, Milano, 1760; P. Litta, Famiglie celebri italiane, milano, 1834; L. A. Muratori, Annali d’Italia, milano, 1744-1749; L. Osio, Documenti diplomatici tratti dagli archivi milanesi, Vol. II, Milano, 1864-1877; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma; G.poggiali, Storia di Piacenza, Piacenza, 1759; P. Seletti, Memorie, ms. già presso Seletti; Statuta Pallavicinia, Parma, 1582; P. Vitali, Memorie di Busseto, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; C. Argegni, Condottieri, 1937, 393; Dizionario storico politico, 1971, 936; D.soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 328-331.

PALLAVICINO ORLANDO
Busseto 1451 c.-Cortemaggiore 9 novembre 1509
Figlio di Gianlodovico e di Anastasia Torelli, detto il Gobbo. Denotò sin dalla più giovane età spiccata inclinazione allo studio, che intraprese sotto la guida di precettori, formandosi una vasta ed eclettica cultura che si estendeva dalla filosofia alla matematica, dall’astrologia alla teologia. Come già il padre, visse a lungo alla Corte di Milano in qualità di Consigliere ducale prima di succedergli, a Cortemaggiore, nel governo del marchesato. Splendido mecenate, beneficò largamente quella terra, gettando le fondamenta del paese, formato allora di povere abitazioni di pastori. Condusse a termine la costruzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie, iniziata dal padre, eresse palazzi circondati di portici, con belle piazze e strade ampie e regolari. Nel 1499 ultimò la solenne chiesa dell’Annunziata con l’attiguo convento, invitando a prenderne possesso i frati Minori. In essa curò l’erezione della cappella della Concezione, destinata ad accogliere le spoglie mortali dei suoi familiari e da lui fatta dipingere dal Pordenone. Questa cappella, ricca d’insigni opere d’arte, seguì la sorte del convento allorché gli ordini religiosi, nel 1812, furono soppressi per decreto napoleonico: i monumenti sepolcrali, che custodivano anche le ceneri del Pallavicino e dei genitori, furono trasferiti nel santuario della Madonna delle Grazie. Nel 1481 concorse col padre a fare ricostruire la chiesa di Bargone. Uomo saggio e avveduto, consolidò e accrebbe la sua signoria. Il 6 giugno 1495 fu reinvestito delle ville di Cortemaggiore e di Bargone da Lodovico il Moro, il quale, nel 1498, lo infeudò di rezinoldo e Fontanelle, nella diocesi di Parma, e di Stagno, Tolarolo, Mezzano e Polesine dei Manfredi in quella di Cremona. Nel 1502 acquistò pure, da Pietro di Rohan, fiorenzuola, terra di cui i Pallavicino furono poi spogliati dai Farnese. Della sua munificenza di uomo evoluto e colto dette anche prova dotando il convento dei Minori di una ricca biblioteca e impiantando a Cortemaggiore una tra le prime stamperie.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 21; D.Soresina, Encliclopedia diocesana fidentina, 1961, 326-327.

PALLAVICINO OTTAVIANO
Busseto 1452 c.-post 1514
Figlio di Pallavicino e di Caterina Fieschi. È ricordato una prima volta il 21 ottobre 1499. Dopo che i Francesi furono espulsi dall’Italia nel 1512, il papa Giulio II convocò a Roma il Pallavicino e il fratello Cristoforo per farsi rendere conto delle molte irregolarità della loro condotta, che li esponeva alle censure ecclesiastiche. I due fratelli si portarono a Roma facendosi accompagnare da 400 cavalli, e fecero meravigliare l’intera capitale per la loro ricchezza e generosità e per lo splendore dei loro conviti, ciò che alla fine indusse il Papa a moderare il suo rancore contro la famiglia. quando si presentarono in solenne udienza di fronte al Papa, il Pallavicino, che era il maggiore d’età, volle essere il solo a parlare. Dato che però era uomo semplice e rozzo, non seppe tenere testa a Giulio II, che finì per ridicolizzarlo. Cristoforo ne fu talmente irritato che colpì il fratello a colpi di guanciale. Nel 1514 il Pallavicino fece esiliare da Piacenza il nipote Buso Scotti, uomo sanguinario e capo di parte, che vi aveva scatenato la guerra civile.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXI.

PALLAVICINO OTTAVIANO
Parma 2 maggio 1585-Parma 1649
Figlio di Ercole e di Barbara Sanvitale. Visse alla corte dei Farnese.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVII.

PALLAVICINO OTTAVIO
Busseto o Cortemaggiore ante 1613-post 1632
Figlio di Girolamo Galeazzo e di Elisabetta Valvassori. Fu paggio dell’imperatore ferdinando II, nella cui milizia fu impiegato col grado di capitano di corazze. Nel 1632 partecipò alla battaglia di Lutzen.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXV.

PALLAVICINO OTTORINO
Busseto 6 ottobre 1859-
Figlio di Adalberto e di Eleonora Rasini. Dottore in Giurisprudenza, fu ufficiale di complemento di cavalleria del Regio Esercito Italiano. Fu patrizio e cittadino veneto.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV.

PALLAVICINO PALLAVICINO, vedi PALLAVICINO GIOVANNI GINESIO e PALLAVICINO PELAVICINO

PALLAVICINO PAOLO
Pellegrino 1542/1568
Figlio di Pietro. Il 3 aprile 1542 fu abate commendatario del monastero di San Lanfranco dei Vallombrosani di Pavia. In quell’epoca viveva in Milano, ove era considerato uomo molto potente, fautore del partito spagnolo. Ebbe il titolo di referendario e di protonotario apostolico. È forse quel Paolo Francesco, senatore e monsignore, cui Marco Mantova Bonavides dedicò la sua novella sull’avarizia dei principi moderni.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO PAOLO
Parma 19 aprile 1857-
Figlio di Uberto e di Camilla Liberati. percorse la carriera militare, entrando nella Scuola Militare di Fanteria e Cavalleria in Modena all’età di sedici anni. Ne uscì sottotenente di Fanteria del Regio Esercito Italiano, ove percorse tutta la carriera raggiungendo il grado di maggiore. In seguito a malattia fu costretto a lasciare il servizio, all’età di quarantasette anni, venendo poi promosso tenente colonnello nella riserva. Decorato della Croce d’Oro per anzianità di servizio, fu anche nominato Cavaliere della Corona d’Italia e dei Santi Maurizio e Lazzaro. Fu patrizio e cittadino veneto. Sposò Maria Palanafesto Paolucci delle Roncole.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIII; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1201.

PALLAVICINO PELAVICINO
Pellegrino 1187/1188
Marchese di Pellegrino, fu Podestà di Parma negli anni 1187 e 1188.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO PELAVICINO
Busseto 1205 c.-Pellegrino 1251/1268
Detto il Trovatore. Figlio di Pelavicino, signore di Busseto, e fratello di Oberto il Grande. Ebbe in eredità alla morte del padre il castello di Pellegrino, dove si stabilì dando origine al locale ramo marchionale, estintosi nel 1795. Fu, cinquant’anni prima di Dante, celebre tra i trovatori di canzoni (come erano chiamati i poeti provenzali e italiani) in quella lingua, detta romanza, che dalla Sicilia si era divulgata nelle altre regioni della Penisola. Come tale è ricordato dal Salimbene: Quia adhuc stilus noster in Parma versatur, de Pelavicinis qui cives sunt Parmae superest ut dicamus. Isti Marchiones sunt, et elegerunt sibi duarum civitatum ad habitandum confinia, scilicet Parmae et Placentiae. In Episcopatu Placentino juxta Episcopatum Parmensem habent duo Catra, scilicet Castrum Peregrini, in quo Dominus Pellavicinus habitavit, qui fuit pulcher homo, et solatiosus, et cantionum inventor, et reliquit filios plures; et Castrum Scipionis prope Burgum Sancti Donini ad milliaria quinque. In isto Castro habitavit Dominus Manfredus frater germanus supradicti Domini Pellavicini. L’Affò ne lamenta la completa perdita dei versi.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1789, 74-76; F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 20; D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 331-332.

PALLAVICINO PELAVICINO
Pellegrino 1311/1333
Marchese di Pellegrino. Nel 1311 fu in Milano all’incoronazione di Arrigo VII, sceso in Italia per  pacificare le fazioni che la dilaniavano. In quell’occasione fu nominato cavaliere dall’imperatore. Nel 1312 passò dalla parte guelfa seguendo l’esempio di Giberto da Correggio. Tolse allora Ravarano a manfredino Pallavicino affinché i soccorsi che i guelfi di Toscana inviarono a Giberto da Correggio avessero via libera. Conclusa la pace tra giberto da Correggio e i ghibellini, nel 1314 fu tra gli esuli che poterono rientrare in Parma. Nel 1333 fece parte della lega dei principi italiani contro Giovanni re di Boemia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO PIETRO
Pellegrino 1480/1497
Figlio di Giovanni e di Lucia Bojardo. Fu Protonotario apostolico. Dopo il 1480 lo si trova abate commendatario del monastero di San Lanfranco dei Vallombrosani di Pavia. Nel 1497 fu notaio apostolico e consigliere ducale presso Lodovico il Moro duca di Milano. Soggiornò lungamente nella sua abbazia di Pavia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIX.

PALLAVICINO PIETRO
Parma 10 febbraio 1875-San Sisto di Poviglio 16 agosto 1967
Figlio di Filippo e di Luisa Benassi. Studiò il pianoforte coi maestri Caffi e Bertazzi nel collegio Vida di Cremona. A Parma continuò gli studi di pianoforte col Ficcarelli. Per l’armonia, contrappunto e composizione ebbe rispettivamente a maestri Azzoni, Marusi e Galliera. Il 18 febbraio 1913 fu nominato organista della Cattedrale di Parma con votazione unanime di quella Fabbriceria, carica che occupò almeno fino al 1931. Il Pallavicino, che fu anche poeta, compose liriche per pianoforte e canto e si dedicò specialmente alla musica religiosa. Fu patrizio e cittadino veneto. È autore delle seguenti composizioni: Messa a due voci, i salmi a tre voci Laudate Dominum e Lauda Jerusalem, Magnificat a tre voci, Baldi e forti per canto e pianofote (1917, inno dei missionari su testo di Gino Sottochiesa, edito a Parma, ISME, 1962), Regina coeli (antifona mariana eseguita nel 1925 per l’incoronazione della Madonna di Fontanellato), Il bucaneve, elegia su versi di Luigi De Giorgi per la morte della medaglia d’oro Michele Vitali, Inno agli orfani di guerra, La voce di Dante, inno blasfemo per coro e pianoforte, con parole dello stesso Pallavicino (Parma, Donati, 1928), La tua voce, lirica per canto e pianoforte su versi di Ildebrando Cocconi. Nella Biblioteca del Seminario Maggiore di Parma si trovano: Caro mea, per violino solista e orchestra, O salutaris hostia a due voci e Quae est ista, a tre voci pari.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 149; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

PALLAVICINO PIETRO MARIA
Busseto 1653 c.-
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Fu cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO PIO GIORGIO
Parma 16 aprile 1691-1765
Figlio di Giangiorgio Sforza e di Laura Lampugnani. A Milano, dal 1720 al 1742, fu per cinque volte eletto nel Magistrato dei XII di Provvisione. Nel 1723 fu ascritto al consiglio dei LX Decurioni, nel 1735 fu nominato Giudice delle strade e nel 1739 Capitano della milizia urbana. Fu coinvolto in diverse vicende poco chiare, e avendo usato toni intemperanti durante i consigli per la discussione degli affari della città, fu rinchiuso senza alcun processo nel Castello di Milano, da cui uscì però poco tempo dopo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO POLIDORO
Scipione ante 1484-1527
Figlio terzogenito di Gianfrancesco e di Giacoma Brandolini. Nel 1484 ebbe la facoltà dal duca di Milano Lodovico il Moro di portare le insegne di colore bianco e morello. Dal padre ereditò la terza parte di Monticelli d’Ongina e di Roncarolo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO POMPEO
Parma 21 ottobre 1605-Scipione 6 ottobre 1665
Figlio di Girolamo e di Chiara Cavalca. Fu uomo d’arme nella guardia istituita nel 1633 dal duca di Parma Odoardo Farnese quando si alleò con Luigi XIII colla speranza di scacciare gli Spagnoli dallo Stato di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXX.

PALLAVICINO RANUCCIO, vedi PALLAVICINO RANUZIO

PALLAVICINO RANUZIO
Tabiano 1609 c.-Rottofreno 15 agosto 1636
Figlio di Claudio, dei marchesi di Tabiano. Fu capitano di archibugieri italiani al servizio dei Francesi. Fu ucciso in uno scontro della guerra con la quale Luigi XIII, alleato del duca di Parma, tentò di scacciare gli Spagnoli dal Ducato di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; C. Argegni, Condottieri, 1937, 393.

PALLAVICINO RANUZIO
Polesine 17 ottobre 1632-Roma 30 giugno 1712
figlio di Uberto e di Emilia Lupi. discendente del ramo dei Pallavicino di Polesine, passò giovanetto alla Corte di Baviera, dove si trattenne a lungo, protetto dall’elettore e duca Ferdinando Maria. Studiò dapprima filosofia e teologia. Intrapreso lo studio delle leggi e conseguita la laurea in diritto civile e canonico all’Università di Monaco, rientrò in patria e nel 1669 fu iscritto al collegio dei giudici di Parma. Appassionato cultore di lettere, compose, con la pseudonimo di Asterio Sireo, poesie, in parte date alle stampe con altri lavori. Della produzione del Pallavicino vanno segnalate un’antologia di poesie, L’intreccio di gigli e perle (1660), una vita di Santa Teresa, La scalza di Avila (1661), una descrizione del palazzo dell’elettore di Baviera, I Trionfi dell’architettura (1667), il dramma Atalanta (1667) e Ritratto di una gran Principessa (Monaco, Luca Straub, 1668), raccolta di odi dedicate ad Adelaide di Baviera. Abbracciato lo stato ecclesiastico ed eletto Canonico della Cattedrale di Parma colla prebenda di San Secondo inferiore, il 24 dicembre 1669 vi rinunciò a favore del conte Giambattista Linati per trasferirsi a Roma a intraprendervi la carriera prelatizia. Nominato dapprima referendario dell’una e dell’altra segnatura, divenne in seguito governatore di alcune città dello Stato Pontificio e nel 1672 fu inviato a Malta in qualità di inquisitore presso l’Ordine gerosolomitano. Rientrato alla Corte pontificia, ottenne la nomina a Segretario della Sacra congregazione Concistoriale, e in seguito (1698) quella di governatore di Roma (che tenne per diciassette anni). Creato cardinale di Santa Agnese il 17 maggio 1706 da papa Clemente XI, questi lo investì pure, in quello stesso anno, della prepositura già degli Umiliati di Santa Maria della Ghiara in Verona. Prelato di vasta dottrina, interamente dedito ai doveri inerenti ai suoi alti uffici, fu circondato nell’ambiente vaticano di larga stima e chiamato a far parte di numerose congregazioni (del santo Uffizio, degli Interpreti del Concilio, dei Vescovi e Regolari e della sacra Consulta). Alla sua morte, dispose per testamento che la parte del feudo di Polesine ereditata dagli antenati, della quale aveva conservato la proprietà, fosse per intero trasferita al cugino Vito Modesto. Fu sepolto nella chiesa di San Francesco a Ripa in Roma, davanti all’altare maggiore. Il pallavicino appartenne a molte accademie letterarie, tra le quali quella degli Innominati di Parma.

FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 335; L. Barbieri, Parmigiani cardinali, 1894, 14; L.Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 127; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 332; G.Gonizzi, Ranuzzo Pallavicino, in Gazzetta di Parma 15 ottobre 1968.

PALLAVICINO ROLANDO
Zibello 1463 c.-Parma 1529
Figlio di Gian Francesco, dei marchesi di Zibello. Ebbe in feudo Roccabianca, Zibello, Fontanelle, Stagno, Tellarolo, Mezzano e Polesine dei Manfredi. Nel 1521 fu assediato dal Lautrec in Roccabianca; dopo valorosa difesa, disperando di esser soccorso dai collegati, venne a patti ed ebbe la facoltà di uscire libero, cedendo la terra. Per ragioni di successione fu incarcerato da papa Leone X, e nel 1527 da papa Clemente VII nel castello di Parma, ove morì.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Campari, Un castello del parmigiano attraverso i secoli (Roccobianca), Parma, 1910; C. argegni, Condottieri, 1937, 394.

PALLAVICINO ROLANDO, vedi anche PALLAVICINO ORLANDO

PALLAVICINO RUBINO
Scipione-Castellina di Soragna post 1258
Figlio di Guglielmo. Sposò Ermengarda Palli dalla quale ebbe numerosi figli. Morì di contagio dopo il 1258, assistito dal frate Salimbene de Adam di Parma, il noto autore della cronica.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO SERAFINO
Parma 1611-Roma 1672
Appartenne al primo dei marchesi di Polesine. Professò nell’Ordine benedettino nel 1628, fu abate del monastero di San Giovanni Evangelista di Parma dal 1662 al 1667. Poi (1669) resse quello di San Paolo di Roma. A Parma fu anche priore e cancelliere, e abbellì con dipinti e suppellettili il Monastero. Fu abate anche nei monasteri di Pavia e di Reggio Emilia. Morì a 61 anni di febbri.

FONTI E BIBL.: A. Galletti, Monastero di S. Giovanni Evangelista, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 68.

PALLAVICINO SFORZA
Scipione 1545
Figlio di Ippolito e di Barbara Fogliani Sforza. Quale feudatario del marchesato di Scipione, nel 1545 giurò fedeltà e obbedienza a Pier luigi Farnese, primo duca di Parma e piacenza. Morì senza figli, e il feudo di Scipione fu devoluto alla Camera ducale di Parma.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXX.

PALLAVICINO SFORZA
Parma 1520-Salò 5 febbraio 1585
Nacque da Manfredi dei marchesi di cortemaggiore, che nel 1521 fu squartato dai francesi sulla piazza del castello di Milano, e da Ginevra Bentivoglio. Dopo la barbara uccisione del padre, il Pallavicino fu portato dalla madre a Trento presso Francesco Sforza. All’età di soli sedici anni (1536) il Pallavicino fu capitano di cavalli per l’imperatore Carlo V nella guerra di Piemonte. Dopo la tregua conclusa nel 1538, servì Ferdinando re d’ungheria. Nel 1543 fu Capitano generale della cavalleria ungherese nella guerra contro i Turchi, e si batté sotto le mura di Pest. Nel 1544 ritornò in Italia e combatté a Serravalle con le truppe del Principe di Salerno, dando prova di grande valore. Nel 1545 il Pallavicino sposò Giulia di Santafiora. Nel 1546 combattè in Germania (Ingolstadt) contro la Lega Smalcaldica.Salvò Parma dall’occupazione spagnola dopo l’assassinio del duca Pier Luigi Farnese. Due anni dopo fu di nuovo contro i Turchi in transilvania a capo di 3000 lanzi tedeschi (si distinse nell’assedio di Lippa) ed ebbe parte attiva nell’uccisione del cardinale Martinuzzi (17 dicembre 1551), che cospirava contro l’impero. Nel 1551 venne nominato commissario di guerra e incaricato di predisporre a difesa la frontiera. Nel 1552 fu fatto Generalissimo ungherese. In un’azione a Drigal, sul Danubio, restò ferito e prigioniero, ma fu riscattato con sedicimila ducati. Ritornato in Ungheria, fortificò Giavarino, ove una piattaforma fu a lui intitolata. Fatto maresciallo, nel 1556 vinse i Turchi e conquistò Nagy Kanisza. Nel 1557 ritornò in Italia e andò al servizio di Venezia provvedendo, come capitano generale delle milizie di terraferma, al restauro di molte fortezze di terraferma e poi di altre a Cipro e a Candia, dove accompagnò Giulio Savorgnano (1580). Partecipò alle guerre della repubblica veneta contro i Tedeschi. Rafforzò Bergamo (1560), per fronteggiare Milano, il Lido, Chioggia e Zara (1570) e propose un sistema difensivo per Udine. Raggiunse il grado di governatore generale degli Stati veneti e sovraintendente delle fortezze. Coinvolto nella controversia con Ottavio Farnese per la giurisdizione dei feudi Pallavicino, reclamati dai Farnese, fu rinchiuso nel castello di Piacenza per quasi un anno (1580-1581). Lasciò progetti di fortificazione per Retimo e per Suda, con ampie relazioni, il manoscritto Regole in materia di fortezza e molti disegni.

FONTI E BIBL.: C. Promis, Ingegneri militari, 1874, 447-459; Enciclopedia militare, 1933, V, 770; L.A. maggiorotti, Dizionario Architetti e Ingegneri, 1934, 134-135; L.A.Maggiorotti, Architetti militari, II, 1935, 438; M.De Grazia, Guida degli stati farnesiani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1972, 165.

PALLAVICINO SFORZA
Busseto 1553 c.-XVII secolo
Figlio di Girolamo. Fu cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO SFORZA
Polesine 16 novembre 1657-1677
Figlio di Girolamo. Fu ammesso al Maggior consiglio della Repubblica di Venezia. Il 16 maggio 1667 fu eletto gentiluomo di camera di Ferdinando Maria.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO SFORZA
Parma 25 luglio 1765-25 febbraio 1834
Figlio di Giorgio Gaetano e di Maria Dati. Fu cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.

PALLAVICINO SFORZA
Parma 19 agosto 1839-Parma 29 settembre 1909
Figlio di Giuseppe Maria e di Leopolda Pallavicino. Fu Consigliere in diversi comuni e deputato provinciale rappresentante il mandamento di Busseto dal 1878 al 1899. Fu membro del Consiglio di Amministrazione dell’Orfanatrofio Vittorio Emanuele II in Parma, del Real Collegio Maria Luigia, del Ricovero di Mendicità di Borgo San Donnino e presidente dell’Amministrazione del Convitto delle Orsoline di Parma. Fu inoltre consigliere di vigilanza dell’Istituto Tecnico di Parma e dell’annesso Convitto alle Scuole Normali Femminili, vice presidente del Consorzio Agrario, e sindaco del comune di San pancrazio Parmense. Il Pallavicino, che fu cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro e patrizio e cittadino veneto, nel 1908 ricomprò lo storico e artistico Palazzo Pallavicino di Busseto. Mori a causa di un carcinoma allo stomaco.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 64.

PALLAVICINO SIGISMONDO
Zibello 1510/1525-1587
Figlio terzogenito di Bernardino e di Caterina Buffetti. Nel 1556 fu in Roma, impiegato nella Curia pontificia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXVI.

PALLAVICINO STEFANO
Parma 11 marzo 1874-
Figlio di Filippo e di Lucia Benassi. Si laureò in Giurisprudenza nell’Università di Parma. Fu notaio, membro del Consiglio di amministrazione della Congregazione di san Filippo Neri in Parma, nella quale coprì anche la carica di ordinario, e patrizio e cittadino veneto.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIV.

PALLAVICINO TANCREDI
Parma 1229/1255
Fu abate di San Giovanni Evangelista in Parma dal 1229 al 1255. Permutò la chiesa di San Pietro in Baganzola con quella di San Giorgio dei Prati.

FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium abbatum,  in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 91.

PALLAVICINO TEDALDO
-Arezzo 1037
Figlio di altro Tedaldo. Fu Vescovo di Arezzo.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 3.

PALLAVICINO TERESA
Parma 29 ottobre 1888-Milano 1960
Figlia di Filippo e di Luisa Benassi, appartenne a una famiglia della migliore aristocrazia parmense, proveniente da Busseto. Undicesima di tredici figli, come le altre sorelle, dagli otto ai diciassette anni fu educata in collegio dalle suore Orsoline di Parma. Tornata in famiglia e rimasta orfana di madre, manifestò, ancora giovanissima, una profonda sensibilità religiosa e una singolare capacità di accostarsi situazioni di povertà e di emarginazione sociale. Uscendo dal mondo chiuso e ristretto in cui le famiglie dell’aristocrazia tendevano a confinare le figlie, in attesa del matrimonio o del convento, la Pallavicino si occupò delle ragazze povere della città e, durante i soggiorni estivi della famiglia a San Sisto, insegnò la dottrina e il canto alle figlie dei contadini. Nell’ottobre del 1919, a Roma, in occasione della presentazione ufficiale della Giventù Femminile al congresso dell’Unione femminile cattolica italiana, incontrò per la prima volta A. Barelli, che le propose di lavorare per la Gioventù Femminile. Eletta nel Consiglio nazionale e nominata rappresentante della Sezione signorine, venne maturando la sua dedizione senza riserve all’apostolato, finché nel 1923 si trasferì a Milano per lavorare a tempo pieno al Segretariato nazionale della Gioventù femminile, ospitato nei locali dell’Università cattolica in via Sant’Agnese. Ben presto diventò segretaria nazionale di propaganda e, dopo qualche anno, vicepresidente. Come segretaria nazionale di propaganda si occupò della scelta delle propagandiste: per la loro formazione istituì corsi di preparazione teologica, ascetica e morale e di organizzazione (seguiti da esami) della durata di una settimana, che dovevano essere frequentati dalle propagandiste per due anni consecutivi. Nel 1933 progetto le settimane della giovane: attuate per la prima volta nel 1934-1935, dal 1936 vennero realizzate in quasi tutte le città d’Italia. Ogni città veniva divisa in rioni e in ogni rione le giovani, riunite per categorie (signorine, casalinghe, studentesse, impiegate, operaie), si radunavano ogni giorno, per una settimana, ad ascoltare una propagandista e un sacerdote, venivano visitate le fabbriche e gli ospedali e si cercava di avvicinare anche le prostitute. La settimana si concludeva con una solenne messa domenicale celebrata dal vescovo nella cattedrale della città. Alla Pallavicino si deve, nel 1939-1940, la crociata della purezza, condotta dalle giovani della Gioventù Femminile. Nel 1946 ne lasciò la vicepresidenza e, insieme con la Barelli, passò all’Unione Donne con l’incarico di delegata di azione morale. contemporaneamente lavorò nella Presidenza generale dell’Azione Cattolica, occupandosi in particolare dell’organizzazione delle settimane sociali. Dal 1949 al 1952 assisté, nella sua lunga e penosa malattia, A. Barelli, che, prima di morire, la nominò, insieme con L. Vanzetti, sua esecutrice testamentaria. Gli ultimi anni li dedicò a ordinare l’immensa mole di carte lasciate dalla fondatrice della Gioventù Femminile.

FONTI E BIBL.: L’Archivio Barelli, conservato presso l’Università Cattolica di Milano, costituisce la fonte principale per la conoscenza del ruolo svolto dalla Pallavicino nella vicenda della Gioventù femminile. Dell’Archivio Barelli fanno parte anche i cinque volumi del carteggio Pallavicino-Barelli (1920-1952), ordinato dalla Pallavicino stessa negli ultimi anni della sua vita. Non esistono ancora veri e propri profili biografici della Pallavicino. riferimenti biografici su di lei si trovano in A. Barelli, La sorella maggiore racconta, Edizioni O.R., Milano, 1981; M.Sticco, in Vita e pensiero 4 1960, 274-277; O. Montevecchi ha fornito le informazioni sulla sua vita da lei raccolte attraverso la lettura del carteggio con la Barelli e le conversazioni con le sue nipoti, L. Noli Dattarino Mineo, G. Pallavicino Ferrari e M. Montanari Ravazzoni; M.G. Tanara, in Dizionario storico del movimento cattolico, III/2, 1984, 621-622.

PALLAVICINO TOMMASO
Borgo San Donnino 1326/1331
Figlio di Corrado. Nel 1326 fu scomunicato, assieme al cugino Manfredino Pallavicino, da papa Giovanni XXII perché ritenuto eretico. Nel 1331 fondò la cappellania di San Giorgio in Borgo San Donnino.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XIV.

PALLAVICINO UBERTINO
Busseto-Busseto 1037
Fu invitato a Milano dall’imperatore Corrado a presenziare alla sua incoronazione con la corona di ferro. L’anno seguente fu a Roma dove assistette all’incoronazione di Corrado da parte di papa Giovanni XX. Seguì ancora l’Imperatore nel 1037 quando questi soffocò la ribellione delle città lombarde, e fu all’assedio di Milano. Il Pallavicino ricostruì la Pieve di Sant’Andrea nella giurisdizione di Busseto, dotandola di cospicue entrate.

FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 211 e ss.

PALLAVICINO UBERTINO
Pellegrino 1251/1264
Fu podestà di Cremona nel 1251, poi nel 1259 podestà e vicario di Brescia in nome del marchese Oberto Pallavicino, che si era fatto eleggere Signore di quella città. Fu in seguito podestà di Milano (1264) in nome dello stesso Oberto Pallavicino, carica che abbandonò alla notizia della calata in Italia di Carlo d’Angiò conte di Provenza.

FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 315.

PALLAVICINO UBERTO
Scipione 1328 c.-.Fiorenzuola
Figlio di Manfredo, dei marchesi di Scipione. Godette dell’appoggio dello zio Uberto Pallavicino, campione dei ghibellini e capitano generale dei Milanesi. Combatté a Nizza della Paglia contro Guglielmo, marchese di monferrato: vi fu sconfitto e, secondo alcuni, fatto prigioniero e condotto nel Delfinato. Si ritiene che il Pallavicino sia stato ucciso presso Fiorenzuola dai Piacentini, per essersi messo a predare senza motivo alcuni campi del loro territorio.

FONTI E BIBL.: C. De Rosmini, Dell’istoria di Milano, t. l., Milano, 1820; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1893; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 395.

PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1421 c.-post 1477
Figlio di Orlando il Magnifico. Con testamento del padre gli furono assegnati i feudi di Tabiano, Castellina e la metà di Solignano. Nel 1458 questa investitura gli fu confermata da Francesco Sforza. Il 20 marzo 1470 prestò giuramento di vassallaggio al primogenito del duca in Milano e nel 1477 gli furono rinnovate le investitutre.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XX.

PALLAVICINO UBERTO
Zibello 1501-1583
Figlio di Bernardino, dei marchesi di Zibello. Papa Clemente VII nel 1526 lo spogliò di tutti i beni. Nel 1528 fu pubblicata contro di lui una sentenza di morte per omicidio e nel 1529 fu scomunicato. Nel 1530 fu assediato in Zibello da Ludovico Rangoni e dalle milizie del Pontefice. Capitolò dopo valida difesa e si arrese al Duca di Milano, che lo chiuse nel castello di Cremona, cedendo i beni del Pallavicino a sua cugina Barbara Rangoni. Tra le due famiglie si accese allora una guerra mortale. Nel 1531, per intervento di molti principi, gli furono restituiti i feudi. Ebbe altre due gravi condanne: una nel 1534 e una nel 1536.

FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; C.Poggiali, Memorie di Piacenza, Piacenza, 1759; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 396.

PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1617 c.-
Figlio di Antonio e di Faustina Vimercati. Fu cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 1834.

PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1653 c.-
Figlio di Muzio e di Lucrezia Vernazzi. Fu cavaliere gerosolimitano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO UBERTO
Busseto 1679 c.-post 1716
Figlio di Antonio Maria e di Aurelia Clavella. Nel 1716 fece parte del Consiglio dei decurioni di Cremona.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIII.

PALLAVICINO UBERTO
1725 c.-Parma
Marchese, fu gran ciamberlano e generale di cavalleria forense del duca Ferdinando di Borbone.

FONTI E BIBL.: C. Gervasoni,  Nuova teoria di musica, 1812, 222.

PALLAVICINO UBERTO
Parma 15 giugno 1827-Parma 9 maggio 1864
Figlio di Gian Francesco e di Zelinda Liberati. Il 13 febbraio 1834 fu nominato Paggio di Maria Luigia d’Austria duchessa di Parma. Il 26 dicembre 1854 fu nominato Guardia del Corpo di Maria Luigia col rango di sottotenente delle Regie truppe dello Stato e il 26 aprile 1855 Ciambellano della Real Corte. Percorse la carriera amministrativa, a iniziare dal 1° settembre 1845 sotto il Governo del ducato di Parma, e la continuò sotto il Regno d’Italia come Segretario alle Prefetture di Parma e di Piacenza. Fu patrizio e cittadino veneto. Dopo lunga malattia, morì all’età di 37 anni. Il Pallavicino sposò Camilla Liberati dell’Aiuto.

FONTI E BIBL.: Pallavicino dell’Emilia, 1911, tav. XXXIII; Palazzi e casate di Parma, 1971, 375.

PALLAVICINO UBERTO, vedi anche PALLAVICINO OBERTO

PALLAVICINO UBERTO RANUZIO
Busseto 28 marzo 1705-Parma 6 marzo 1775
Figlio di Alessandro e di Adelaide Fugger. Venne educato secondo l’etichetta di Corte. Nel 1750 fu nominato gentiluomo di corte e quattordici anni dopo grande ciambellano dell’infante Ferdinando di Borbone e Tenente generale della cavalleria. Contrasse matrimonio con la nobildonna Anna Anguissola, dama del Duca e cameriera maggiore della Corte di Parma. In autunno la coppia era solita trascorrere un periodo di riposo nel palazzo di Busseto e rallegrare gli ospiti con rappresentazioni teatrali: nel 1760 vi si mise in luce Filippo Gamboni, che più tardi diventò un attore di notevole fama (Seletti). Il Pallavicino fu sepolto nella chiesa dei Gesuiti di Busseto.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XXVII; R. Giordani, Opere scelte di L. U. Giordani, 1988, 355-356.

PALLAVICINO UGOLINO
Pellegrino 1417
Marchese di Pellegrino, ne fu anche Podestà nel 1417. La carica risulta da un rogito ricevuto dal cancelliere della Pretura di Pellegrino, Antonio Greppo, in data 22 aprile 1417: Nos Ugolinus Marchio Pallavicinus Pelegrini Potestas sedens pro tribunali ad nostrum solitum bancum in causa et questione vertente in dominum Obertum de podio rectorem Ecclesiae Sanctorum Abdon et Senen de Pelegrino agente nomine dictam ecclesiam e certo Corpezza che venne condannato a rilasciare a detta chiesa una pezza di terra prativa detta in Casale. La sentenza è sottoscritta come segue: Ego Antonius Grepus de Villa Palearum scriba praefat Dni Ugolini et suprascriptis omnibus et singulis interfuerunt.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Guisdicenti, 1925, 6.

PALLAVICINO UGUCCIO, vedi PALLAVICINO UGUCCIONE

PALLAVICINO UGUCCIONE
Scipione-Castelleone 1403
Figlio di Giovanni, dei marchesi di Scipione. Fu agli ordini di Giangaleazzo Visconti. Nel 1390 si trovò alla difesa della cittadella di Padova. Morto Gian Galeazzo, si mantenne fedele alla reggenza del Ducato e si impegnò con energia a impedire le ribellioni nello stato di Parma contro i Visconti. Nel 1403, alla difesa di Castelleone, fatto prigioniero da Cabrino Fondulo, da Ugolino Cavalcabò e dai Benzoni, venne trascinato a coda di cavallo fino a Cremona. Poi la testa gli venne staccata dal busto, conficcata in una lancia ed esposta sugli spalti del castello della città.

FONTI E BIBL.: Chronicon familiae Pallavinae, ms. nella biblioteca Palatina di Parma; B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1857; P. Litta, Famiglie celebri, Milano, 1834; P. Pallavicino, Notizie sulla famiglia dei Pallavicino, Firenze, 1911; L. Pavia, salsomaggiore Tabiano, Milano, 1898; E. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura in Italia, Torino, 1897; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Milano, 1932; C.Argegni, Condottieri, 1937, 396.

PALLAVICINO UGUCCIONE
Polesine ante 1498-21 novembre 1546
Figlio di Gianmanfredo e di Pellegrina Spinola. È ricordato una prima volta nell’anno 1498. Servì per qualche tempo i duchi di Milano.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVIII.

PALLAVICINO VERDIANA
Polesine 1703 c.-
Figlia di Francesco e di Isabella Rapari. Unitamente al canonico Rapari, fondò la Causa Pia Rapari-Pallavicino per la distribuzione di doti matrimoniali nella parrocchia di Croce Santo Spirito di Castelvetro.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XVI.

PALLAVICINO VISCONTE
Pellegrino 1237-1 gennaio 1317
Figlio di Pelavicino, dei marchesi di pellegrino. Fu nominato Podestà di Piacenza nel 1261 da sua zio Uberto Pallavicino che voleva avere persona di sua fiducia in una città della quale gli era stato conferito il dominio. Nel 1271 gli furono tolte le rocche di Pellegrino e di Belvedere da Alberto Scotti. Nel 1304 contribuì alla cacciata dello Scotti da parte dei Piacentini. Ma il 25 luglio 1307 lo Scotti, con l’aiuto della parte guelfa, riconquistò Piacenza, scacciandone il Pallavicino che si rifugiò a Bobbo. In seguito a un patto di conciliazione, nel 1308 il Pallavicino fu riammesso in Piacenza. Morì a 80 anni.

FONTI E BIBL.: C. Argegni, Condottieri, 1937, 396-397.

PALLAVICINO VITO MODESTO
Polesine 30 marzo 1698-Parma 14 luglio 1731
Erede nel 1712 del cugino cardinale Ranuzio Pallavicino, accentrò nelle proprie mani l’intero marchesato di Polesine essendosi via via estinti i rami discendenti dal capostipite Gianmanfredo. Fu infatti l’ultimo rappresentante della diramazione dei Pallavicino di Polesine, che solo cinquant’anni prima era suddivisa in sei famiglie. Morto il Pallavicino, il feudo non passò, secondo la prassi delle antiche originarie investiture, ad altri esponenti dell’illustre casato, ma fu conferito nel 1748 alla principessa Enrichetta d’Hessen-darmstadt, vedova dell’ultimo dei Farnese. Il pallavicino fu sinceramente amante del suo popolo e di larga carità: si deve a lui, tra l’altro, la riedificazione della chiesa parrocchiale di polesine, che dotò anche di cospicue entrate. Sposò giovanissimo Claudia de’ Terzi, morta la quale, l’8 gennaio 1720 passò a seconde nozze con Ottavia Pallavicino. Da queste ebbe due figlie: Anna Maria e Dorotea.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 337.

PALLAVICINO VITTORIA, vedi DORIA PAMPHILI LANDI MARIA VITTORIA

PALLAVICINO VITTORIO
1709-Borgo San Donnino 1795
Figlio di Pierantonio. Fu Prevosto parroco della chiesa di San Michele di Borgo San Donnino dal 1738. Nel 1754 fu eletto Primicerio della Cattedrale di Borgo San Donnino. Nel 1759 divenne Prevosto della chiesa di Santa Maria del Castello di Bargone e infine della Collegiata di Borgo San Donnino. Fu uomo di vasta erudizione. Per lungo tempo collaborò all’Enciclopedia delle Belle Arti dell’abate Zani. Lasciò parecchi lavori inediti, parte dei quali finirono all’Affò e allo Zani e parte andarono dispersi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1840, tav. XV.

PALLAVICINO CARISSIMI ROSANNA, vedi BAJARDI ROSANNA

PALLAVICINO MOSSI LODOVICO ANDREA vedi PALLAVICINO LODOVICO ANDREA

PALLAVICINO TRIVULZIO GIORGIO GUIDO
Parma 1796-post 1841
Figlio di Giorgio Pio e di Anna Besozzi. Coinvolto in una manifestazione patriottica, fu incarcerato nel dicembre 1821 e quindi processato assieme ad altri nobili da una commissione speciale. Il 21 gennaio 1823 fu condannato a vent’anni di carcere duro nella fortezza di Spielberg, in Moravia. Nel 1837 Ferdinando I concesse ai condannati di terminare di scontare la pena in America. Il Pallavicino Trivulzio ottenne invece di completare la detenzione a Praga, dove in seguito si sposò con Anna Koppmann.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, VI, 1841, tav. XXIV.

PALLETTI PRIAMO
Medesano 10 agosto 1874-Adua 1 marzo 1886
Nato da genitori ignoti, venne affidato alla cure di Luigia Bertoncini, di Viazzano. sergente della IV Batteria da Montagna, morì da prode ad Adua e fu decorato di medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione: Seguitò da terra, posizione a cui l’obbligava una grave ferita riportata, a graduare la spoletta ed a comandare validamente il proprio pezzo. Morì fra i pezzi. È ricordato nella lapide dei prodi parmensi caduti in Africa collocata dal Comune di Parma nell’atrio del Palazzo civico.

FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’impero, 1937, 91; Decorati al valore, 1964, 55.

PALLIARET ERNESTA
Parma 1920-Parma 30 gennaio 1999
Negli anni Trenta e Quaranta fu campionessa di atletica leggera (gareggiò per la Stella Azzurra di Parma) nella corsa campestre, negli 80 metri a ostacoli e nella staffetta 4x100, pallavolista e campionessa italiana di tiro a segno.Dopo aver lasciato lo sport attivo, la palliaret si dedicò alla segreteria dell’Unione Nazionale Veterani Sportivi e alla sezione provinciale di Parma Azzurri d’italia.Fu anche abile organizzatrice di manifestazioni sportive.

FONTI E BIBL.: G.F., in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1999, 9.

PALLICERI ALBERTO
Parma prima metà del XVI secolo
Ingegnere attivo nella prima metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 319.

PALLINI
Parma 1849/1863
Fu Commissario a Rimini, Macerata e Rieti nel 1849. A Londra fece parte delle riunioni tenute da Saffi. Fu arrestato e poi rilasciato in occasione del processo Orsini. Fu agente mazziniano a Napoli nel 1860.

FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 166.

PALLINI ANTONIO
Parma 1675
Cominciò a servire come musico alla Steccata di Parma il 1° dicembre 1675.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PALLINI LINO
Noceto XIX secolo-post 1918
Diede vita coi fratelli all’omonimo complesso che sorse a Parma verso il 1910 (il Pallini pianista, Gino contrabbassista e Giuseppe violinista).Per repertorio avevano valzer, tanghi, canzoni e brani di opere e di operetta.Arrivarono fino a San Pietroburgo, dove acquistarono un appartamento e suonarono per la famiglia dello Zar.Ritornarono in Italia allo scoppio della rivoluzione d’ottobre e continuarono l’attività in Parma.

FONTI E BIBL.: B e S, 291; G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

PALLINI NORANDINO
Parma 1936
Ispettore del Conservatorio di Parma, sui versi di Costantino Poma, nel 1936 scrisse per banda I volontari del Duce.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

PALMA ALESSANDRO
Parma 1617
Argentiere. Lavorò nella bottega di Girolamo Cona alla cloaca di Santa Lucia in Roma. Il 20 agosto 1617 fu querelato per essere rimasto coinvolto in una rissa.

FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 166.

PALMA BIAGIO
Parma XV secolo
Fu medico di valore.

FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 100.

PALMA GIROLAMO, vedi PALMARTZ GIROLAMO

PALMA ORLANDO, vedi PALMARTZ ORLANDO

PALMARTZ GIROLAMO
Parma 13 gennaio 1597-
Figlio di Gottfried e Flaminia. Fu battezzato col cognome italianizzato di Palma. Come soprano ebbe più volte donativi nell’anno 1606 (aveva appena nove anni) per aver cantato durante le funzioni più solenni alla Steccata di Parma. il 6 giugno 1608 venne eletto tra i salariati della cappella corale. Vi si trovava ancora nel giugno del 1613.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 182.

PALMARTZ GOTTFRIED
Fiandre 1558 c.-Parma 4 marzo 1602
Si portò a Parma nel 1573 e il 1° novembre di quell’anno fu ammesso, come tenore, alla Corte dei Farnese. Dopo tre anni (1° gennaio 1576) partì da Parma per recarsi a Monaco, come tenore della cappella di Corte, e vi si soffermò fino al marzo del 1578. Ritornò poi a Parma, ove fu nuovamente riammesso al servizio del Duca. Essendo in quel tempo morto l’organista della Cattedrale di Parma, Girolamo Canossa, il Palmartz fu accettato in tale ufficio il 1° aprile 1578. Licenziato dal Duca il 30 settembre 1586, rimase tuttavia quale organista del Duomo fino al 6 maggio 1587, nel qual giorno fu sostituito dal più grande organista del suo tempo: Claudio Merulo. Per i cinque anni seguenti non si sa più nulla del Palmartz. Certo è che nel 1589 la famiglia era in Parma, poiché il 18 aprile di quell’anno ebbe dalla moglie una figlia di nome Aurelia Maria. Il 5 giugno 1592 il Palmartz venne eletto maestro di cappella della Steccata di Parma in luogo di Pietro Ponzio, col salario di 7 scudi al mese. Però non cominciò a prestare servizio che dal 1° settembre, il che lascia supporre che il Palmartz fosse allora assente da Parma. Per circa dieci anni esercitò l’ufficio di maestro di cappella alla Steccata. Nell’ottobre del 1599 ottenne licenza e un sussidio di 60 lire imperiali, attesi gli suoi benemeriti per recarsi in Fiandra, sua patria d’origine. Ritornato infine a Parma, prese nuovamente posto alla Steccata, dove rimase fino alla morte. Il Palmartz compose due messe: Quia vidisti me, a 4 voci, e l’altra, senza titolo, pure a 4 voci (ms. 22 della Biblioteca di Monaco, autografo).

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 46-47; R. Eitner, Quellen Lexikon, vol. VII, 304; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 27.

PALMARTZ ORLANDO
Parma 29 aprile 1584-Parma 29 gennaio 1619
Nacque da Gottfried e da Flaminia. Dal padre ebbe precocissima istruzione musicale: cominciò a cantare fanciullo di otto anni come soprano alla Steccata di Parma. Già nel novembre del 1596 fu tra i cantori salariati. Alla morte del padre, venne eletto maestro di cappella (8 marzo 1602) con lo stipendio, identico a quello del padre, di 8 ducatoni al mese. Alla Corte Farnese cominciò, quale musico, a servire il 1° febbraio 1614 e continuò fino alla morte.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 83.

PALMENGHI GENESIO
Borgo San Donnino 1426/1428
Figlio di Giacopino. Fu vasaio in Borgo San Donnino e secondo il Campori vi tenne una fornace. È ricordato in due atti notarili, uno del 1426 e l’altro del 1428: 27 marzo 1426, Giovanni Bernazzato abit.e in Tabiano vende a Genesio de Palmenghi boccalaro f. q. Giacopino abit.e in Borgo San Donnino nella vic.a di S. Donnino, una pezza di terra nel luogo detto Cerreto territorio di B. S. D. in prezzo di lire 6 e s. 13 imp.i (rogito di Antonio Buzani, Archivio Notarile di Parma); 11 dicembre 1428, lo stesso Palmenghi acquista dal D.re in leggi Pietro da Ballono un’altra pezza di terra posta nel luogo detto le Carpanelle in prezzo di lire 36 e s. 2 imp.i (rogito di Antonio Buzani, Archivio Notarile di Parma).

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55; G.M Urbani de Gheltof, Note storiche e artistiche sulla ceramica italiana, in Arte ceramica e vetraria, Roma, 1889, 133; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 318.

PALMENGHI GIOVANNI MARCO
Borgo san donnino 1435
Fu medico molto stimato al tempo di Filippo Maria Visconti duca di Milano. Il suo nome compare in una ordinazione in data 1435 che Filippo Maria Visconti fece a favore di Taddea Vignati, moglie del Palmenghi.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 167.

PALMERI CARLO
Parma XVIII secolo
Fu incisore in rame, attivo a Parma nel XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 242.

PALMIA BALDASSARRE
1488 c.-Parma 1564
Sacerdote, fu cantore della chiesa della Steccata in Parma, la prima volta nel maggio del 1533 e per pochi mesi. Vi ritornò il 19 aprile 1537: lo si trova al servizio della steccata ininterrottamente sino al 31 ottobre del 1547. Qualche giorno prima (5 settembre) venne eletto Consorziale della Cattedrale di Parma. Nel 1564 fu investito dello stesso beneficio Francesco Zanella, il che lascia credere che il Palmia sia morto in quell’anno. Fu sepolto alla Steccata, dove sin dall’11 dicembre 1545 aveva acquistato la sepoltura per sé. Il Palmia fu musico e poeta comico. Scrisse pulitamente due divinissime commedie (da Erba): Pellegrina, recitata dinanzi al cardinale legato Marino Grimani, e I Matrimonii, rappresentata nel 1545 alla presenza del duca Pier Luigi Farnese.

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli Scrittori e Letterati Parmigiani, IV, 247; A. Pezzana, continuazione delle Memorie e degli Scrittori Parmigiani, VI, 597; N.Pelicelli, La Cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 6-7; Benefitiorum nec non Beneficiatorum Elenchus, Archivio del Consorzio, fol. 451, nell’Archivio di Stato in Parma; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 12; Aurea Parma 1 1959, 15.

PALMIA BENEDETTO
Parma 11 luglio 1523-Ferrara 14 novembre 1598
Ancora adolescente, ma già con una notevole preparazione letteraria, si recò allo Studio bolognese. Nel 1546 entrò nella Compagnia di Gesù, ricevuto dallo stesso Ignazio di Loyola per cui tanto sub magistro dignum praestanti indole. Fu inviato in Sicilia, dove fondò il Collegio Mamertino. Insegnò lettere e predicò destando grande entusiasmo. Fu il primo Italiano della Società di Gesù che introdusse il modo di predicare adottato dai fondatori di quella Società. A questo proposito, racconta lo Smeraldi: Il modo da lui tenuto era sovente apportare alcun luogo delle divine scritture, o sentenze, recitandole di peso, e dipoi con la parafrasi, e copiosa spiegatura, far parlare o l’apostolo, o ’l Profeta, o altro che fusse, di cui era l’oracolo, con impressioni nell’animo degli uditori, provenienti dall’espressione dell’oratore, grandi e maravigliose. Pareva, dicevano, come un soldato tutto spirante bravura, che tratta la spada dal fodero, s’inoltra nella mischia, empie di terrore, punge, ferisce, atterra, né si acquieta sino alla compita vittoria. Lo stesso Smeraldi attesta che il Duca Ranuccio s’indusse a erigere lo studio, et Università nella sua città di Parma per consiglio del P. Benedetto. Ordinato sacerdote in Roma nel 1553, il Palmia predicò in Milano, Venezia, Bologna, Messina, Roma, Padova, Napoli e Genova, collaborando notevolmente con Carlo Borromeo alla fondazione di collegi, al riordinamento degli studi e all’attuazione della riforma cattolica. Il rifiuto delle più alte cariche del suo Ordine non lo sottrasse alla designazione di Predicatore nel Palazzo Apostolico fatta da papa Pio V. La sua inclinazione spiccata fu per gli studi letterari, filosofici ed etici. Il Palmia fu anche Provinciale della Lombardia, Assistente d’Italia e di Sicilia, e Visitatore della Provincia di Napoli.

FONTI E BIBL.: Bibliotheca Scriptorum Societas Jesu, riordinata da N. Sotuello, 1673, 248; M. Tanner, Societas Jesu Apostolorum Imitatrix, Praga, 1964, 305 e s.; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterari, IV, 1743, 248; G.A. Patrignani, Menologio dei Gesuiti, 1730, IV, 97-100; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 598-599; O. Smeraldi, Memorie de’ Padri e Fratelli Parmigiani che sono entrati e morti nella Compagnia di Gesù dal principio di essa, 1540 sino al 1666; G. Berti, Studio Universitario Parmense, 1967, 36-37.

PALMIA FRANCESCO
Parma 18 settembre 1518-Bologna 23 aprile 1585
Fratello di Benedetto. Nelle Memorie dei Gesuiti Parmigiani di Orazio Smeraldi è ricordato che il Palmia scrisse una Narrativa delli primi principii del Collegio Gesuitico di S. Lucia in Bologna, la quale si conservava nell’archivio del Collegio stesso. A Bologna il Palmia fece una parte dei suoi studi e vestì l’abito di gesuita nel 1547. Fu poi per trent’anni e sino alla sua morte Rettore di quel Collegio. Ivi istituì l’opera della Dottrina Cristiana e una Congregazione che chiamò della perseveranza. Mantenne sempre il favore dell’arcivescovo cardinale Paleotti. Il Palmia è anche ricordato dal da Erba: Benedetto et Francesco di Palmia nipoti di Assuero Botini Monaco Benedettino et fratelli Preti della congrega del nome di Jesù famosissimi Theologi et predicatori. Il Vaghi, nelle sue note manoscritte al Pico, dice che ambedue erano molto eccellenti nell’arte di predicare, e che ponno paragonarsi alli due Fratelli Apostoli Giacomo e Giovanni.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 80-84; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 598.

PALMIA GIACOMO
-San Secondo 1490
Fu nominato primo prevosto di San Secondo il 6 ottobre 1470. Rimase a capo della collegiata per vent’anni, fino alla sua morte.

FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Chiesa di San Secondo, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1969, 118.

PALMIA GUGLIELMO
Parma 1440
Maestro di logica, fu Dottore del Collegio di Arti e Medicina. Nel 1440, insieme ad altri, aggiornò il Corpo delle norme statutarie del Collegio di Parma.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1961, 186-187; G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.

PALMIA ORLANDO
Parma XVI secolo
Notaio e verseggiatore attivo nel XVI secolo.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 198.

PALMIA OTTOBONO
Parma 1523
Sul principio del XVI secolo fu Cancelliere del Comune di Parma. Il 2 dicembre 1523 fu eletto Cancelliere degli Oratori.

FONTI E BIBL.: U.Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 38.

PALMIA TORQUATO
Parma 1883/1885
Diplomato come allievo del Conservatorio di Parma nel 1883, nel marzo 1895 ricevette dalla stampa i riconoscimenti per l’esecuzione con il corno inglese in un concerto wagneriano.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

PALMIDESSI ARTURO
Parma XIX/XX secolo
Fu ciabattino, scrittore e costruttore. Visse tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 791.

PALMIERI PIETRO
Parma 1750 c.-
Fu disegnatore e intagliatore all’acquaforte e ad acquerello. Imparò gli elementi dell’arte a Parma e poi si recò a Parigi, ove soggiornò per molti anni, realizzando numerosi soggetti campetri (acquaforti e acquerelli). Tornò poi a Parma dove proseguì l’attività. A Londra, T. Chambars incise dal Palmieri La Mort de Turenne. Si conoscono del Palmieri anche Il Riposo del Pastore (Palmerius fecit, sul gusto di bistro) e La Vecchia laboriosa (Palmerius fecit, eseguito nel medesimo gusto bistro, in folio).

FONTI E BIBL.: A. De Angelis, Notizie degli Intagliatori, XIII, 1814, 22; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 90.

PALMIO, vedi PALMIA

PALTRINIERI VINCENZO
Samboseto 1889-Milano luglio 1956
Studiò e si laureò in Legge a Parma affermandosi, in ancora giovane età, come penalista di chiara fama e come brillante e facondo oratore accanto ai migliori avvocati del Foro parmense. Ebbe parte di protagonista in processi di notevole rilievo e in breve seppe guadagnarsi molte simpatie e una vasta clientela. A un certo punto la sua carriera fu interrotta da un oscuro episodio che indusse il Paltrinieri a trasferirsi a Milano ove aprì un fiorente studio entrando in gara con i maggiori giuristi della metropoli lombarda e allargando la cerchia dei suoi successi. Come buona parte degli avvocati della sua generazione, anche il Paltrinieri coltivò specifici interessi culturali e letterari. Scrittore forbito e di limpida vena, diede alle stampe parecchi lavori, tra i quali meritano di essere citate almeno tre opere: una breve ma succosa storia di Parma (Parma, Roma, Tiber, 1929), I moti contro Napoleone negli Stati di Parma e Piacenza (edito da Zanichelli nel 1927) e Toponomastica parmense e altri studi sui dialetti parmensi (1934), oltre a una serie di piacevoli scritti sparsi per giornali e riviste (tra i tanti, Un grande precettore di un piccolo principe, Liberazione del Veneto e organizzazione repubblicana).

FONTI E BIBL.: R.Cattelani, in Parma per l’Arte 1 1957, 40; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 113.

PALÙ GIBERTO, vedi DELLA GENTE GIBERTO

PAMBIERI LIA, vedi TANZI LIA

PAMERI PIETRO, vedi PALMIERI PIETRO

PANBIANCHI PIETRO
-Parma 23 giugno 1863
Fece la campagna militare di Roma nel 1849 e fu volontario in Lombardia nel 1848. Nel 1859 seguì Garibaldi coi Cacciatori delle Alpi.

FONTI E BIBL.: Il Patriota 26 giugno 1863, n. 168; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 416.

PANCARI PIETRO
Parma XV secolo
Fu giurista di valore.

FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 102.

PANDO FRANCESCO
Parma 26 aprile 1798-
Sposò nel 1824 Antonia Bongrani, dalla quale ebbe un figlio. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1818 come sottoaiutante di cucina incaricato del comune. Nel 1832 fu nominato aiutante di cucina.

FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 312.

PANDO GIUSEPPE
Parma 17 maggio 1762-Parma 17 febbraio 1826
Fu inizialmente impiegato presso l’ufficio del Gobelet. Sposò nel 1790 Antonietta montecchini, dalla quale ebbe tre figli. Dal 1817 fu commesso alla dispensa alla Corte di Maria Luigia d’Austria.

FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria luigia, 1991, 312-313.

PANDOLA BRUNO
Parma 6 ottobre 1690-17 agosto 1746
Nacque dal sergente Camillo e da Caterina. Si diede sin da giovane agli studi delle lingue orientali e latina e a quello della paleografia. Ebbe come maestro il Bacchini, al quale servì di frequente come dotto copista. Il Maffei, parlando nella sua Storia diplomatica di un papiro custodito a Roma in casa Vettori, dice: me ne mandò già copia il Signor D. Bruno Pandola Parmigiano, franco nelle antiche scritture, come Allievo del P. Abate Bacchini. Fatto Priore della parrocchia di San Benedetto di Parma il 23 marzo 1735, raccolse alcune memorie concernenti quel priorato. Scrisse molte note erudite formanti un grosso volume che intitolò Adversaria. In una di queste note il Pandola afferma che sarebbe opera non più stata fatta il raccogliere testimonianze per provare contro gli Eretici, che la Liturgia è sempre stata latina, abbenché ne’ Paesi si parlassero le lingue vernacole, che un’altra grand’opera sarebbe raccogliere tutte le dissensioni della Chiesa Greca dalla Latina, massime in materie di disciplina, e di molte cose che si accostano al dogma. Il Pandola lasciò un altro volume, pure autografo e inedito, che De Rossi, senza conoscerne l’autore, intitolò Anonymi notae in inscriptiones hebraicas. Il Pandola scrisse anche lo Stemma genealogico di Erode il grande. Fu sepolto con la seguente iscrizione: Brunoni Pandolae curiae sub divi benedicti titulo praesidi sacerdoti benefico linguis praecipue orientalibus apprime erudito Romae mantuae ferrariae Parmae probitate doctrina summos apud praesules multum habito pie fortiterque anno aetais suae septimo ultra quinquagesimum vita functo frater moerens justa persolvit.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, I, 149-151.

PANINI ANGELO
Parma 1771-post 1811
Figlio di Odoardo. Fu anch’egli, come il padre, intagliatore in legno. È ricordato nell’anno 1804 per il pagamento per intagli alla carrozze della scuderia in Palazzo Sanvitale.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Carte della famiglia Sanvitale, Giornale, 1804-1805, 59; E. Scarabelli Zunti, Documenti, IX, 32; Il mobile a Parma, 1983, 261.

PANINI CESARE
Parma 10 maggio 1861-Collecchio 1944
figlio di Abdon e Maria Abbati. Allievo del mantovani, studiò al conservatorio di Parma e si diplomò col massimo dei voti in violino e viola nel 1883. Tra i suoi compagni di scuola vi furono Nastrucci, Del Campo e Toscanini, allora studente di violoncello. Quando il Panini sostenne l’esame di diploma, Toscanini lo accompagnò al pianoforte. Appena diplomato cominciò a viaggiare: la prima scrittura l’ebbe in Francia (Marsiglia). Suonò in orchestra coi maestri Faccio, De Sabata, Mascagni, Mancinelli e Toscanini. fu per diciassette stagioni in Cile, Brasile, Uruguay e Argentina. Fece due stagioni al Cairo, suonò in Corsica, in Germania e in Svizzera. Per ventidue stagioni consecutive suonò alla Scala di Milano dove, per limiti di età, finì la carriera musicale. Il Panini si portava spesso a Collecchio per trascorrere le vacanze estive presso la sorella Carolina, moglie del dottore Enrico Boni. A Collecchio il Panini amava suonare pezzi classici accompagnato dalla nipote, diplomata in pianoforte. Morì proprio a Collecchio, in tarda età, ormai incapace di suonare ma sempre lucidissimo di mente. Fu sepolto a collecchio. la sua salma fu traslata a Parma soltanto nel 1958.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 114; U.Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 4 aprile 1960, 3.

PANINI GIOVANNI
Parma 1831
Già impiegato nella Polizia, prese parte ai moti del 1831. Fu inquisito perché favoreggiava il partito dei rivoltosi, per quanto era da lui, ed era nel numero di coloro che disarmarono le guardie.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 194.

PANINI ODOARDO
Parma 1749 c.-post 1811
Intagliatore in legno. Fu servitore della Corte Ducale di Parma. Nel 1762, secondo lo Scarabelli, avrebbe eseguito banchi nella Steccata di Parma su disegno del Brianti: se la notizia è corretta, risulterebbe errata la data di nascita. Avrebbe anche attuato i lampadari, sempre su disegno del Brianti, documentati invece agli Arnizzoni: potrebbe trattarsi di commissioni non andate a buon fine. Il Panini è poi ricordato alle seguenti date: 1768, ornati degli scaffali nella Biblioteca Palatina, in collaborazione col Marchetti; 1776, periziò un fonte battesimale nella parrocchiale di Fontanellato; 1781-1782, gli venne accordato di succedere a Ignazio Marchetti come intagliatore di Corte; altare maggiore e ancona in San Pietro (l’arcaicità della seconda però proverebbe che si limitò a rimodernare quella preesistente di Sebastiano Chiesa), così come quella in Santa Croce, opera del Frati, a cui aggiunse altare, ciborio e due mensole ai lati; al servizio in Palazzo Sanvitale; 1785, organo e cantoria in Santa Croce; 1787, intagli a una grandiosa macchina con colonne e statue eseguita dal falegname Guido Clerici nell’oratorio di Sant’Ambrogio; pagamento per fornitura di stoffe in Palazzo Sanvitale, ove fu attivo pure nel 1789-1791; 1780-1790 c., diciannove placche portacero in Duomo; 1792, due bracciali portacero nella parrocchiale di Fontanellato; 1793, leggio; 1974, riparò la Custodia dei Bussoli dell’Urna generale Consiglio in Comune; 1796, ritiratosi il marchetti, non ne ereditò la carica a Corte ma ricevette una pensione come Aiutante del munizioniere; 1796-1797, capitelli dell’altare maggiore, ventisei candelieri, croce, sei portapalme in Steccata, in collaborazione con Antonio Salvini; 1804-1805, pagamento per sue fatture da esso fatte su varj arnesi di legno da falegname e per del damasco cremesi in Palazzo Sanvitale.Nel 1811, ormai impotente, venne ospitato dal figlio Angelo.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Fondo Comune, Autografi illustri, busta 4400, Carte della famiglia Sanvitale, busta 545, Giornale del 1804-1805, 314, 384 e 436; E. Scarabelli Zunti, Documenti, VIII, 64, 66 e 213, IX, 32; E. Scarabelli Zunti, Materiali, I, 32 r.; G.Godi, in Gazzetta di Parma 17 agosto 1979, 3; L’Arte, 1979, 414, 420, 426 e 428; Il mobile a Parma, 1983, 261; Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, Libro delle Ordinazioni n. 63, 121 v., 122 r., Libro delle Ordinazioni n. 64, serie IX, busta 9, fascicoli 40, 44, 46; L. Bandera, Il mobile emiliano, Milano, 1972, 181; G. Bertini, 1979, 428; G. Cirillo-G. Godi, 1983, 261; Per uso del santificare, 1991, 94.

PANINI ODOARDO
Parma seconda metà del XIX secolo
Intarsiatore in legno e macchinista attivo nella seconda metà del XIX secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 111.

PANIZZA A.
Parma 1740/1797
Fu Canonico e cantore alla Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1740 al 7 aprile 1776. Il Panizza fu inoltre violinista della Steccata di Parma dal 1757 al 1797 e della Cattedrale dal 7 aprile 1776 al 1790. Nella stagione di Fiera del 1796 fu primo violino direttore dei balli al Pubblico Teatro di Reggio Emilia.

FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1757-1797; Archivio della Cattedrale, Mandati 1773-1782; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 168 e 180.

PANIZZARI GIACOMO
ante 1245-Modena
Figlio di Gherardo. Fu cugino di Salimbene de Adam. Entrò nell’Ordine dei Frati francescani e si rese assai istruito nelle scienze e nella letteratura, apprendendo anche il francese e l’arabo. Divenuto predicatore, chiese di essere inviato missionario in Palestina (forse già nel 1245), dove rimase parecchi anni, tanto da essere poi chiamato Giacomo d’Oltremare. Fu quasi certamente eletto più volte Superiore della Palestina e Guardiano del Santo Sepolcro. Rimpatriato carico di anni e stremato di forze, morì e fu sepolto nel Convento francescano di Modena. Salimbene de Adam ne lasciò il seguente elogio: Vocabatur Jacobus Ultramarinus, pro eo quod in ultramarinis partibus stetit multis annis. Hic fuit filius consubrini mei, et in Ordine Fratrum Minorum fuit valens homo, sacerdos, et praedicator, et litteratus valde. Optime scivit arabicum, et optime gallicam linguam. In regimine prealationis valens homo fuit, honestus, et bonus, et sanctus. mutinae obiit, in loco Fratrum Minorum sepultus.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 174; Beato Buralli, 1889, 102-104.

PANIZZARI GIACOPO, vedi PANIZZARI GIACOMO

PANIZZARI GIOVANNOLO
Parma 1401
Nell’anno 1401 fu notaio vescovile di Parma.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 680.

PANIZZARI GIUSEPPE ANTONIO
Parma 7 aprile 1707-Piacenza 17 febbraio 1753
Frate cappuccino, fu sacerdote e assistente ai moribondi della città di Parma. Compì a Guastalla la vestizione (31 gennaio 1724) e la professione (31 gennaio 1725).

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 135.

PANIZZI GIULIANO
Parma 11 settembre 1817-post 1896
Fu soldato musicante e fece la campagna del 1848 nel Reggimento parmense.Passò poi nel corpo dei veterani.Il 16 marzo 1856 fu nominato nella Reale orchestra di Parma, ove rimase per quarant’anni.

FONTI E BIBL.: G.Sitti, Il Risorgimento nelle epigrafi, 1915, 56; Inventario, 1992, 399.

PANNINI, vedi PANINI

PANNONI DI CORTEMAGGIORE GIUSEPPE
Parma 22 luglio 1728-Parma 29 dicembre 1806
Frate cappuccino. Fu predicatore e religioso di molta abilità per le cose meccaniche, particolarmente d’ottica, fondendo e lavorando cristalli, facendo occhiali, microscopi e telescopi, con uno dei quali la duchessa Maria Amalia di Borbone dal suo palazzo di Sala distingueva le ore e i minuti dell’orologio della Cattedrale di Parma. Compì a Guastalla la vestizione (20 ottobre 1747) e la professione (20 ottobre 1748). Fu ordinato sacerdote a Crema nell’anno 1752.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 731.

PANOCCHIA ARMANNINO
Parma 1425
Figlio di Giovannino. Vasaio ricordato in un rogito in data 23 luglio 1425: figlio ed erede col fratello Tommaso del fu Giovannino, fabbricatori di scodelle dividono per lodo di due arbitri e beni loro cosistenti in alcuni oggetti mobili, inoltre in una casa posta in Parma nella vic.a di S. Bartolomeo della ghiaia presso la scaletam pontis ed in alcune pezze di terra poste nel Borgo di Sant’Ilario extra portam S. Crucis, la prima e le altre livellarie a frati Umiliati in clauxuris civitatis parme in loco dicto ad crucem gramigne (Rogito di Gherardo Mastagi, Archivio Notarile di Parma).

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55.

PANOCCHIA GIOVANNINO
Parma 1378
Figlio di Armanino. Vasaio ricordato in un rogito in data 1 febbraio 1378: D.nus iohanninus de Panochia f. q. Armanini de Panochia scudellarius, vic.a Sancti Bartholomei de glarea vende a Donnino di q. m. Bertoletto de Puellis una pezza di terra vignata di vernaccia positam in clauxuris civitatis parme od Hospitalle Barattini in loco dicto ad crucem de gramigna (Rogito di Paolo Palazzi, Archivio Notarile di  Parma).

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55.

PANOCCHIA TOMASO
Parma 1425
Fabbricatore di scodelle. Figlio di Giovannino e fratello di Armannino, assieme al quale lavorò. È ricordato in un documento notarile del 23 luglio 1425.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55.

PANOCCHIA ZANETTO
Parma 1375
Vasaio ricordato in un rogito del 7 novembre 1375: Nobile Guglielmo de Soardi di Bergamo Podestà di Parma aveva per Vicario il sapiente uomo Costanzo de Pischeriis medietatem a latere versus sero unius petie terre posita in clauxuris civitatis parme intus stratam porte sancte Crucis et sancti Baxilidis foris iuxta vineas mansionis S. Iotiis yerosolimitani, alla quale confinava da una parte Zanetto da Panochia scudellaro (Rogito di Paolo Palazzi, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55.

PANONI ENRICO
Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 214.

PANONI PAOLO EMILIO
Parma 1731/1760
Fu notaio e cancelliere della Comunità di Parma (1731-1760).

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 680.

PANSIER BATTISTA, vedi PANZERA BATTISTA

PANZERA BATTISTA
Parma 1 ottobre 1541-post 1601
Incisore di rame di cui si conoscono derivazioni dal Barocci (La Madonna che appare a san Giovanni, 1588, La Visitazione, 1589), da D. Barendsz (Il Diluvio) e da J. de Momper (I dodici mesi, 1601). Il suo stile ricorda le incisioni di C. Cort. A Roma, dove risulta attivo dal 1580 e fino al 1601, esercitò l’attività di editore calcografico, firmando le stampe uscite dalla sua bottega Baptista o Pansier Parmensis formis o analogamente in forma abbreviata. Pietro Aretino nelle sue lettere lo loda come calligrafo e miniatore, e il Dolce, nel suo Dialogo, lo elogia come scultore nel significato di incisore.

FONTI E BIBL.: P. Zani, I/15 (1823), 30, 331; A. Cerati, Opuscoli, I, 1809, 239; Nagler, Dizionario, X, 1841, 534; Monogrammi, I, 1858, n. 1679; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1551-1600; ms., in Archivio Museo di Parma; Libri del Battistero di Parma; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 32, 126; F. Thieme-U. Becker, vol. XXVI, 1932, 207 e III, 47; Arte incisione a Parma, 1969, 31; G. Gori Gandellini, Notizie degli intagliatori, III, 1808, 9; A. De Angelis, Notizie degli intagliatori, XIII, 1814, 30; Arte incisione a Parma, 1969, 29.

PAOLETTI PIER MARIA
Parma 15 giugno 1924-Milano18 dicembre 1995
A Parma compì gli studi superiori. Dopo la laurea in Lettere all’università di Bologna e un periodo di insegnamento a Colorno, iniziò l’attività giornalistica. Lavorò al Resto del Carlino, alla Gazzetta di Parma, ad Arianna e ad Arrivederci. Fu inviato speciale del Giorno e collaboratore di Panorama, direttore di L’uomo libero, di Storia illustrata e di Padania. Scrisse il volume di racconti La notte   (1953), il libro dossier Parma una città senza amore (1981), le raccolte di critiche e recensioni La buona tavola e Quella sera alla Scala, tradotto in numerose lingue. Fu un colto melomane e un apprezzato gourmet. Morì all’ospedale fatebenefratelli per una broncopolmonite virale complicata da uno scompenso diabetico.

FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 181; Gazzetta di Parma 19 dicembre 1995, 1 e 2; Gazzetta di Parma 20 dicembre 1995, 9.

PAOLI GIACOMO
Parma 1528
Figlio di Giovanni. Fu carpentiere in Roma, ricordato in data 11 febbraio 1528.

FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 140.

PAOLI, vedi anche DE PAOLI

PAOLINO
Parma 1412/1424
Frate e fabbricatore d’organi, ricordato in un rogito notarile dei primi decenni del XV secolo: Bernardo da Carpi vescovo nostro si accorda con frate Paolino Proposto dell’Ordine degli Umiliati di S. Tommaso di Mantova perché gli costruisca un organo della lunghezza di braccia tre, misura di Parma, da collocarsi in cattedrale, forse sotto confessione, in prezzo di sessantaquattro ducati d’oro in oro (Rogito di Pietro Lardi, Archivio Notarile di  Parma).

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55.

PAOLINO GIOVANNI, vedi QUAGLIA GIOVANNI GENESIO

PAOLO
Valserena di Parma 1302
Fu sindaco del Monastero di Valserena presso Parma nell’anno 1302.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 682.

PAOLO
Parma 1566/1570
Pittore attivo in Roma. In un anno tra il 1566 e il 1570 dipinse di occhi finti le quattordici finistre in San Giovanni Laterano.

FONTI E BIBL.: A.Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 92.

PAOLO
Parma 1680
Orefice attivo in Roma. Nel 1680 ebbe bottega fuori del Pellegrino.

FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 166.

PAOLO III, vedi FARNESE ALESSANDRO

PAOLO DA PARMA
PARMA XIII/XIV secolo
Probabilmente figlio di Giovanni da Parma. Fu docente in Medicina all’università di bologna tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV.
FONTI E BIBL.: Pasquali Alidosi, Dottori forestieri, 1623.

PAOLO il DANESE, vedi LAURITZEN ARNDT

PAOLO SAN QUIRICO DI PARMA, vedi SANQUILICI PAOLO

PAOLUCCI CARLOTTA
Parma 1816
Contessa, fu dama di palazzo di Maria Luigia d’Austria (1816). Sposò uno Scutellari.

FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, VI, 1932, 223.

PAPI ARISTIDE
Parma 1907/1927
Alla mostra per il Premio artistico perpetuo di Parma il Papi destò l’interesse dei visitatori e dei critici per il notevole numero di buoni dipinti da lui esposti.

FONTI E BIBL.: G.Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 264.

PAPI EGIDIO
San Secondo Parmense 1863-Bogliasco 1939
Visse a lungo a Piacenza ove svolse le funzioni di cancelliere presso il Tribunale. Fu assiduo frequentatore del Teatro Municipale cui legò il suo nome quale autore della cronistoria  Il Teatro Municipale di Piacenza. Cento anni di storia 1804-1912 (Piacenza, Stabilimento Tipografico Antonio Bosi, 1912). L’opera, frutto della passione amatoriale del Papi per il teatro, è in larga parte tributaria delle cronache annalistiche di B. Musi ed è affetta da numerosi errori sia storici che musicologi. Oltre che appassionato filolirico, il Papi fu anche campione sportivo: presidente della Società Canottieri Vittorino da Feltre, si segnalò come vogatore e timoniere su imbarcazioni da regata.

FONTI E BIBL.: La Cronistoria del Municipale, un bel volume di Egidio Papi, in Libertà 22 gennaio 1913; Medaglia d’oro al Papi, in Libertà 4 marzo 1913; M.G. Forlani, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 198.

PAPI GIACOMO
Parma 1 luglio 1872-post 1931
Figlio di Clemente e Maria Pighini. sottotenente d’artiglieria nel 1892, partecipò alla guerra libica e poi alla guerra contro l’Austria: prima comandò un gruppo di batterie automobili da 102 e poi, dal 1917, il Reggimento artiglieria a cavallo, divenendo colonnello nel 1918. Combattendo sul Carso, meritò tre medaglie d’Argento al valore. A Bodrez Loga ebbe la Croce di guerra al valor militare, e al Piave-Tagliamento (1918) la Croce dell’ordine Militare di Savoia. Posto in congedo nel 1928, fu promosso generale di brigata nel 1931.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, 1933, V, 796.

PAPI PIETRO
Santa Croce di Polesine 1833
Intagliatore e scultore plastico.Realizzò nel 1833 quattro busti di Vescovi nella Parrocchiale di Vidalenzo.

FONTI E BIBL.: A.Aimi, 1981, 7; Il mobile a Parma, 1983, 263.

PAPINI ALBANO
Parma 1866
Sergente, fu decorato con medaglia d’argento al valore militare dopo la battaglia di Villafranca (24 giugno 1866).

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

PAPINI BRUNO
Parma 15 settembre 1907-post 1984
Operaio, fu membro dell’organizzazione comunista clandestina di Parma. Fu arrestato e deferito al Tribunale Speciale che, il 5 aprile 1932, lo condannò a sei anni di reclusione.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’Antifascismo, IV, 1984, 400.

PAPINI EMILIO
Borgo San Donnino 1859/1875
Falegname della Fabbriceria del Duomo di Borgo San Donnino, nel 1859 realizzò, su disegno del pittore Gelati, il coro della cattedrale, e nel 1875 parti interne della medesima.

FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 274-275.

PAPINIANO, vedi DELLA ROVERE PAPINIANO

PAPOTTI TULLO
Noceto 1918-Noceto 15 gennaio 1990
Sottoufficiale sugli aerei da combattimento, prese parte al secondo conflitto mondiale partecipando alle operazione belliche a La Valletta e in Africa Orientale. In una delle tante incursioni si guadagnò la medaglia d’argento al valor militare per essere riuscito a portare in salvo, dimostrando prontezza di spirito e coraggio, il proprio aereo rimasto colpito, e con esso l’equipaggio. Catturato dalle truppe nemiche, trascorse la prigionia nel Kenia facendo rientro in patria a guerra ormai finita. Sottoufficiale di carriera, prestò servizio, con il grado di maresciallo, al Centro Aeronautico militare di Milano fino al momento del pensionamento. Fu poi segretario dell’Aeroclub di Parma.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 gennaio 1990, 18.

PARADISI PIETRO FRANCESCO
Pellegrino 1537
Commissario di Pellegrino, fu presente all’atto di Guglielmo Chitollo Cornazzani del 19 febbraio 1537 per la vendita di terra tra Zanino Franchi e un suo parente.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 7.

PARALUPI ALBERTO
Mantova 1876-Parma 1967
Fu generoso benefattore dell’infanzia abbandonata.

FONTI E BIBL.: Gesto di nobile solidarietà umana: il sig. Alberto Paralupi lascia mezzo miliardo all’infanzia abbandonata, in Gazzetta di Parma 16 aprile 1967; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 795.

PARALUPI FRANCESCO
Parma o Guastalla 1831/1848
Dottore. Fu membro della V riunione degli scienziati italiani. Già Guardia d’onore, ebbe parte nei moti del 1831. Fu poi Comandante della Guardia Nazionale di Guastalla (1848). Promotore della fondazione, nel 1843, della Società degli Asili infantili di Guastalla, ne fu il primo presidente.

FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 27; A. Mossina, A proposito di una ingiusta accusa di Nicomede Bianchi, in Aurea Parma 18 (1934), 3-13; T. Marchi, Lettere inedite di Pietro Giordani al dr. Francesco Paralupi, in Aurea Parma 23 (1939), 133-142, 183-191; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 795; Enciclopedia di Parma, 1998, 512.

PARALUPI GIUSEPPE VALENTE
Parma luglio 1894-Cavriana 20 agosto 1963
Discendente da una nobile famiglia parmense, il Paralupi partecipò alla guerra 1915-1918 e venne insignito di due Medaglie d’Argento al Valor Militare e di un’onorificenza inglese. Si laureò in ingegneria civile nel 1921. Partecipò nel 1930, quale delegato italiano, al 5° congresso internazionale stradale di Washington e venne successivamente assunto in qualità di esperto presso la direzione generaledell’ANAS. Nel 1937 svolse attività di consulenza tecnica per la realizzazione delle strade dell’Africa orientale. Si presentò come candidato liberale nelle elezioni del 1963 per la Camera dei deputati. Fu esponente del Partito liberale di Guastalla, membro della direzione provinciale reggiana del PLI e presidente del comitato circondariale del PLI di Guastalla. Risiedette a lungo a Luzzara dove esplicò la propria attività nella conduzione della sua azienda agricola. 

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 agosto 1963, 4.

PARAMANO GIAMBONO
San Lazzaro 1217
È il primo rettore conosciuto dell’Ospedale di San Lazzaro di Parma (1217).

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 683.

PAREDI CARLO
Zibello 8 novembre 1791-Zibello 3 novembre 1882
Fu podestà di Zibello dal 1831 al 1836, periodo durante il quale venne portato a termine il selciato della piazza maggiore di Zibello fino alla chiesa parrocchiale, fu inghiaiata la strada maestra dal confine con Roccabianca al confine di Polesine, venne cambiata sede alla scuola di Zibello, che dal quartiere del Ghetto fu spostata e collocata in locali più idonei nell’edificio posto a sud est del Pretorio, e fu vivacizzata la vita economica del paese, dando impulso al commercio di grani e bestiame. Al Paredi è intitolato l’Asilo infantile di Zibello, che fondò con testamento del 15 novembre 1879 (ricevuto dal notaio Corbellini) lasciando a questo scopo un podere atto ad assicurare all’istituto i mezzi necessari per il suo funzionamento. Successivamente il sacerdote Leopoldo Paredi, seguendo il nobile esempio dello zio, donò la propria casa di abitazione quale sede dell’asilo. Al patrimonio iniziale si aggiunsero infine altri legati, tra i quali, cospicui, quelli di Angelo Bocchi, Adele Bragadini e Donnino Musini. L’11 maggio 1884, con decreto regio, l’asilo venne eretto e costituito in ente morale dopo l’approvazione dello statuto organico, avvenuta il 15 luglio 1883.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 339; Strade di Zibello, 1991, 31.

PARENTI ANGELO, vedi PARENTI EUGENIO ANGELO

PARENTI EUGENIO ANGELO
Pieve Ottoville 22 marzo 1869-Pieve Ottoville 21 novembre 1927
Commerciante, socialista, fu sindaco di Zibello dal 1907 al 1919. Molto sensibile alle istanze sociali, in un’epoca in cui gravi problemi come quello della disoccupazione e dell’approvvigionamento dei generi alimentari erano pressanti, mostrò grande sollecitudine per il miglioramento della beneficenza pubblica effettuata mediante sussidi e distribuzione di medicinali ai più bisognosi. Si batté senza sosta per l’elevazione morale e materiale della classe lavoratrice. Come socialista si pronunciò, all’inizio, contro la partecipazione dell’Italia al primo conflitto mondiale. Una volta però che l’Italia fu entrata in guerra, si adoperò in ogni modo per sostenere le famiglie dei soldati che più ne avevano la necessità. fu il Parenti, alla fine, a pronunciare in consiglio comunale il discorso celebrativo della vittoria dell’esercito italiano su quello austro-ungarico. Durante il lungo periodo nel quale fu alla guida del Comune furono realizzate importanti opere: si provvide, tra l’altro, all’impianto della luce elettrica per la pubblica illuminazione negli edifici scolastici, negli uffici comunali e nel teatro, all’installazione del servizio telefonico a Zibello e a Pieve ottoville, e alla sistemazione del Palazzo Vecchio e del Teatro. Venne poi dedicata particolare attenzione ai problemi igienico-sanitari attraverso un rammodernamento dell’ospedale, ottenuto con la regolarizzazione del servizio ostetrico, la realizzazione dell’impianto di adduzione dell’acqua potabile e la creazione di un locale di isolamento per le malattie infettive, nonché al miglioramento dell’istruzione popolare con l’istituzione della sesta classe mista a Zibello, delle classi quarta e quinta miste sia a Zibello che a Pieve Ottoville, e, sempre a Pieve ottoville, dell’Asilo Infantile.
FONTI E BIBL.: Strade di Zibello, 1991, 31-32.

PARENTI GIACOMO
Basilicanova 15 maggio 1895-Castione di Strada 1916/1918
Figlio di Eugenio e Marcella Tonelli. contadino, fu soldato prima nel 48° Fanteria, poi nel 141°. Fu decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Mentre inseguiva il nemico in rotta, morì in seguito a ferita da arma da fuoco al torace.

FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 38.

PARENTI LUIGI
Beneceto 4 aprile 1867-Brescia 4 giugno 1932
Studiò nel Seminario di Parma. Appena ordinato sacerdote, fu nominato dal vescovo F. Magani, Rettore del Seminario di Berceto, dove fu anche professore di Filosofia e di fisica. Vi allestì un gabinetto di Fisica e fece portare la luce elettrica nel Seminario, dopo avere installato una dinamo sul torrente Baganza. Il suo rettorato rappresenta l’età aurea del Seminario di Berceto. Il Parenti passò poi a reggere l’importante chiesa di Sant’Apollinare in San Vitale a Parma. Fu costretto ad accettare nel 1913 la soppressione della Confraternita del Suffragio, eretta nella sua chiesa, passandone il patrimonio, valutato un milione, alla Congregazione municipale della Carità. Fu Dottore del collegio Teologico e Guardacoro della Cattedrale di Parma. Morì a 65 anni, nell’Ospedale Ai Pilastroni, diretto dai Fatebenefratelli.

FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 198-199.

PARENTI LUDOVICO
San Secondo 1608-Parma 17 maggio 1630
Entrò verso il 1628 nella Società di Gesù, con sede a Parma. Si prodigò e fu di grande esempio durante la pestilenza del 1630, finché non fu anch’egli attaccato e vinto dal morbo. Morì all’età di soli ventidue anni.

FONTI E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 294-295.

PARENTI MARIA
Piacenza 1942-Monticelli Terme 5 settembre 1999
Si trasferì a Parma quando, nel 1972, sposò l’avvocato Achille Borrini. Fu socia attivissima dell’Associazione italiana ricerca sul cancro. Sempre pronta a impegnarsi per diffondere le ragioni dell’associazione e sensibilizzare l’opinione pubblica, fu instancabile nell’organizzazione di iniziative benefiche e nel fare nuovi proseliti. Nel 1994, nominata consigliere, allestì la mostra al Teatro Regio di Parma Le tavole ducali: rassegna di successo che portò linfa vitale all’associazione. A questa, seguirono altre iniziative, che la Parenti realizzò sempre con spirito manageriale. Tra le altre, la mostra sui gioielli e gli accessori delle concubine imperiali della dinastia Ch’ing, a Gotha, nel 1996. L’ultima sua fatica, il Libro di ricette delle belle famiglie di Parma, costituì un altro successo a favore dell’Associazione italiana ricerca sul cancro. Fu anche consigliere del Club del Fornello ed esponente di punta della Croce rossa. L’insorgere di una grave malattia tumorale, che affrontò con grande forza d’animo, non limitò le sue varie attività benefiche fino a pochi giorni dalla sua scomparsa.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 settembre 1999, 8.

PARENTI PIETRO
Ragazzola 1750-post 1821
Nacque da una distinta famiglia.Studiò a Parma nell’archiginnasio reale, come attestò Angelo Mazza nel 1774.Vi compì gli studi filosofici e quelli di teologia morale e di Sacra Scrittura.Il 13 maggio 1774, da Gabriele Gottardo Bonzani gli fu rilasciato un attestato di esperto in canto gregoriano: Parmae, die 13 maji 1774: Ego infrascriptus fidem facio, ac testor, Petrum Parenti praedictum esse scientia Gregoriani Cantus.In quorum fidem Gabriel Gottardus Bonzani. Nella parrocchia di San Bartolomeo di Parma esercitò l’ordine del suddiaconato, partecipando fedelmente alla Congregazione Mariana.Ricevette gli ordini maggiori nella cappella privata del vescovo borghigiano Girolamo Bajardi. Dopo il diaconato fu inviato a Busseto a esercitarvi l’ordine e vi completò gli studi di teologia nel convento dei padri francescani col professore Francesco Antonio Raineri.Il Parenti ricevette l’ordinazione sacerdotale nel 1774 con dispensa pontificia per difetto di età.Culturalmente ben preparato, a trentun anni tentò invano di ottenere la parrocchia di Spigarolo, dopo la morte nel 1781 del suo ultimo rettore, Francesco Galluzzi.Ottenne comunque quella parrocchia nel 1795.Il Parenti decise di dedicare il suo amore per la musica a servizio anche delle parrocchie confinanti.In una lettera al suo vescovo dice: la maggior fatica nelle Fonzioni e negli Offizi di Simoriva e delle altre Chiese è stata la mia, avendo sempre procurato di guidare alla meglio il coro con quella cognizione di canto che io ho, talmente che il mio povero petto è indebolito di molto, ed è ormai logoro. Dal 1795 nella chiesa di Roncole, per merito e abilità del Parenti, venne a formarsi una prima corale che accompagnò per molti anni le liturgie e le funzioni parrocchiali, celebrate con sfarzo di arredi e di musiche.In quella corale cantò senza dubbio anche Giuseppe Verdi, avendo continuato il Parenti la sua professione di maestro di coro fino al 1821.

FONTI E BIBL.: A. Aimi-A.Leandri, Giuseppe Verdi il nipote dell’oste, 1998, 81-82.

PARIA FRANCESCO
Parma prima metà del XVII secolo
Pittore di storia attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti,  Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 272.

PARIDE DA PARMA
Parma 1563/1611
Incisore, lavorò a Bologna nella bottega di Nicolò Quaini dal 1563 al 1611.

FONTI E BIBL.: C. Bulgari, Argentieri, IV, 1974, 247.

PARIS OTTAVIO
felino 1894-1970
Figlio di un piccolo imprenditore che aveva impiantato un’azienda a Felino, seguì inizialmente l’attività del padre, trasferendosi poi in Africa. Al ritorno a Parma si impiegò come dirigente in una ditta di trasporti, coltivando contemporaneamente un forte interesse per la storia delle chiese cittadine, riguardo alle quali compose un volume. Nel suo testo manoscritto intitolato Chiese, Conventi e Oratori di Parma (Biblioteca Civica di Parma), i luoghi sacri sono ordinati secondo l’elenco alfabetico e dunque non secondo una schema tipicamente turistico che prevede un itinerario fisso seguendo il quale si scoprono i monumenti più significativi della città. Inoltre la guida del Paris prende in esame quasi esclusivamente quelle chiese e quei monasteri che le vicende storiche hanno voluto cancellare e della cui esistenza non restano che testimonianze scritte. Si sofferma anche sulle chiese sconsacrate, successivamente chiuse o adibite ad altro scopo. Il Paris cercò infatti di ricostruire il grande patrimonio storico e culturale meno studiato. La guida non fu del tutto completata. Mancano infatti un indice dei monumenti descritti e una bibliografia esauriente (le fonti sono riportate solo sporadicamente). Una appendice include invece i nomi di ben 84 chiese segnate nella pianta dello Smeraldi del 1601, i monasteri esistenti a Parma nell’anno 1772, oratori, confraternite e chiese presenti nel 1789 e quelli esistenti nell’anno 1805, poco prima cioè che il governo francese decretasse la soppressione della maggior parte di esse. Per descrivere gli edifici sacri (ben 111) il Paris si servì di fonti locali edite, inedite e di manoscritti dei vari secoli. Conobbe certamente bene la Storia di Parma dell’Affò e Il Parmigiano Servitor di Piazza dello stesso autore, i volumi del Pezzana, le guide di Parma del Baistrocchi, del Bertoluzzi, del Casapini e dello Scarabelli Zunti, ma anche le carte conservate nell’Archivio di Stato di Parma e quelle raccolte nel Fondo Moreau che si conservano nella Biblioteca Palatina di Parma. Vide certamente, oltre alla già citata pianta dello Smeraldi, altre piante strettamente pertinenti alle singole chiese o ai monasteri, anche se nella guida del Paris c’è una sola immagine, uno schizzo della pianta della chiesa del Carmine con l’indicazione dei nomi delle varie cappelle.

FONTI E BIBL.: D. Guerrieri, in Gazzetta di Parma 20 gennaio 1998, 5.

PARISET AMBROGIO
Parma 2 febbraio 1884-Colorno 1942
Figlio di Pio Carlo e di Luisa Antonietti.erudito, letterato e biografo, fu socio corrispondente (1908) della Deputazione di Storia patria delle province Parmensi.Fu docente di stenografia e lasciò anche un breve Dizionario biografico dei Parmigiani illustri (Parma, 1905).

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 424; Enciclopedia di parma, 1998, 513.

PARISET CAMILLO
Parma 26 maggio 1876-Roma 12 luglio 1941
Figlio di Pio Carlo e di Luisa Antonietti. Si dedicò, con uguale passione del padre, all’insegnamento (a Parma, Città della Pieve, benevento, Crotone, Fano, Ancona e Roma) e alla letteratura. Cominciò con un volumetto di poesie, Nostalgie lontane, con saggi letterari e con uno studio sul cardinale Alberoni, e continuò poi con saggi critici, studi storici e monografie dedicandosi particolarmente a studi di storia letteraria, a memorie del patrio Risorgimento, a profili di figure e personaggi parmigiani e delle altre città ove insegnò, dando sempre prova di molta erudizione. In generale si tratta di opuscoli di non molte pagine, in molti dei quali si trovano lettere inedite d’illustri personaggi (l’Alberoni, C. Bondi, U. Foscolo, P. Manara, P. Giordani, N. Tommaseo, G. Garibaldi, T. Gherardi Del Testa, l’Aleardi, il Cossa, il Bersezio, il vannucci, il Saffi, il Giannone, il Finali, il révere). Appartengono al gruppo parmigiano La Merope di Pomponio Torelli (in due diversissime edizioni, l’una del 1902 e l’altra del 1929), Il Card. Giulio Alberoni (con 20 lettere inedite), Caterina Pigorini Beri (commemorazione), Caterina Pigorini Beri folclorista, tre opuscoli su Prospero Manara (con due sonetti inediti), Un buon lirico parmigiano del ‘500 (I. marmitta), Il letterato e folclorista Carlo Pariset, Clemente Bondi e il suo carteggio inedito con G. B. Bodoni, L’Asinata di Clemente Bondi tradotta in Bolognese, Il poeta dialettale di Parma Giuseppe Callegari, Il fidentino Michele Leoni e una controversia col Conte I. Sanvitale, La fine di un viaggiatore parmigiano del Cinquecento, Pietro Giordani al patriotta fanese Cristoforo Ferri, Il poeta cortigiano dei Farnesi (Gio. leone Semproni). Alcuni di questi lavori vennero pubblicati su periodici e riviste di Parma: Per l’Arte, Archivio Storico per le Province Parmensi, La Giovine Montagna, Crisopoli, Aurea Parma. Collaborò assiduamente alla Gazzetta di Parma, al Per l’Arte e ad Aurea Parma. Al pariset non mancò il riconoscimento della regia Deputazione di Storia Patria per le Provincie Parmensi, la quale lo nominò nel 1904 suo Corrispondente, elevandolo nel 1925 al grado di Membro Attivo. Più tardi altri sodalizi congeneri si onorarono del suo nome, e il Ministero dell’Educazione nazionale volle premiare la sua disinteressata attività di letterato conferendogli la Commenda dell’ordine della Corona d’Italia.

FONTI E BIBL.: T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 190; Aurea Parma 4 1941, 157-159; A. Barilli, Camillo Pariset, in Archivio Storico per le province Parmensi 1942/1943, X; B. Molossi, dizionario biografico, 1957, 114; A.Zamboni, Camillo Pariset letterato e poeta, in Gazzetta di Parma 4 agosto 1958, 3; Camillo Pariset, in E.Sabia, Reggio e Parma dal ’500 all’800, Reggio, 1971, 145-146.

PARISET CARLO
Parma 19 marzo 1848-Parma 18 marzo 1901
Discendente di illustre famiglia francese: il nonno Giuseppe, Chef d’Escadron des chasseurs à cheval, si segnalò nelle guerre napoleoniche raggiungendo l’alto grado di Membro della legion d’onore. Dato che il padre Camillo fu anche impiegato nel Regio Teatro di Parma, il Pariset già da giovane si venne formando una vera passione per le scene, che conservò per tutta la vita. Attese dapprima alla pittura, poi studiò musica e nel 1864 tentò gli studi tecnici, che poi interruppe per accorrere nel 1866 sotto la bandiera di Garibaldi. Il 25 ottobre 1869 fu nominato maestro elementare in Busseto, dove conobbe e visitò Giuseppe Verdi. Inoltre per quattro anni fu istruttore della Società filodrammatica. I suoi due drammi, Noemi e Roberto, ebbero, sulle scene del Teatro Verdi di Busseto, un esito felice. Nel 1873 passò vicedirettore del Collegio Taverna in Parma, dove contribuì molto all’incremento, all’onore e al lustro del Collegio. Nel novembre del 1874 venne eletto insegnante delle scuole gratuite serali del quartiere San Francesco di Parma e alcuni anni dopo ebbe la carica di Direttore delle scuole medesime. Nel 1879 passò a insegnare nel Collegio Maria Luigia, e nello stesso anno fu nominato vicepresidente della Società di Mutuo soccorso, per la quale con rara abnegazione e disinteresse si prestò a dirigere un giornale, pago soltanto di giovare alla causa della mutualità. Attese poi alla compilazione di un dizionario parmigiano, che gli fu utile per conseguire l’abilitazione all’insegnamento delle lettere italiane. Dal 1883 al 1884 insegnò infatti italiano nel ginnasio inferiore del Collegio Maria Luigia di Parma. Il 29 novembre 1888 venne nominato Regio Ispettore Scolastico a Varallo ma il Pariset, per evitare alla famiglia qualunque disagio, vi rinunciò. Assunse poi l’incarico di Segretario della Società tra Commercianti di Parma propugnandone i bisogni in un periodico mensile: Il Commerciante. Alle cariche di maestro elementare e di recitazione, il 10 ottobre 1895 aggiunse quelle di professore di lettere e vicedirettore delle scuole tecniche del Regio Collegio Maria Luigia. Diventando il Convitto nazionale, furono abolite le scuole tecniche e le elementari e licenziati gli insegnanti. Con decreto del 22 marzo 1899 il Pariset ebbe allora l’insegnamento di arte scenica e letteratura drammatica nel Regio Conservatorio di Musica di Parma. Fu inoltre Presidente dell’Opera parrocchiale di sant’uldarico e dell’Associazione per gli Ospizi Marini di Parma. Il 13 aprile 1879 fu eletto membro corrispondente dell’Associazione dei Benemeriti italiani di Palermo e nell’agosto del 1882 gli pervenne la nomina di socio onorario benemerito del Circolo Promotore G. B. Vico, assieme col primo premio dell’omonimo concorso, per aver scritto la commedia in un atto Babbo Ambrogio. Altri suoi lavori letterari ottennero plauso: Cuore (commedia in un atto), Racconti e Dialoghi, Discorso su G. Taverna, Ricchi e poveri, Meste rimembranze, Proverbi e modi proverbiali, Elementi di letteratura, Composizioni e temi, Dolori e Conforti. Ma l’opera maggiore del Pariset rimane il grande Dizionario parmigiano, per il quale spese molti anni di studi e di ricerche continue. Del Pariset rimasero inedite la grammatica del dialetto parmigiano, una raccolta di epigrafi e uno studio sul teatro greco. In gioventù fu direttore e collaboratore di vari periodici e giornali. Il Pariset ebbe amici ed estimatori Cantelli, Casa, Linati, Ronchini, Morandi, Rondani e Pizzi.

FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento, 1915; A.Pariset, Dizionario biografico, 1905, 81-83; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 114.

PARISET FABIO
Parma 2 aprile 1840-Atella 13 luglio 1864
Nacque da Giuseppe Camillo (figlio del generale napoleonico Joseph, sposatosi a Parma con Maria Lazzari) e da Giuseppa Calamini. La sua vita di soldato cominciò con l’arruolamento volontario del 7 aprile 1859, nel 14° Reggimento di Fanteria del libero Piemonte, giusto in tempo per trovarsi sul campo di battaglia di Solferino e San Martino, il 24 giugno: battaglia da lui descritta nel manoscritto pubblicato postumo da suo nipote Camillo Pariset a Fano nel 1906, indi a Parma (in  Palatina 13 1960). Nel settembre 1859 per il Pariset, reduce dalle battaglie di Solferino e San Martino, dove si era coperto di gloria, ci fu un nuovo arruolamento a Parma: un giorno (scrive nelle sue memorie) venne la nuova che formavasi un battaglione Bersaglieri ed ivi erano accettati tutti i giovanotti che si erano recati al campo: imminente si diceva la guerra. Io allora mi riarruolai e in questo Battaglione che formavasi nel mio paese (Parma), fui fatto caporale, indi fra pochi giorni cioè il 20 settembre fui promosso sergente. Ma di sé in realtà il Pariset scrive poco: neanche un cenno alla medaglia francese avuta a San Martino nel 1859 e alla menzione ottenuta per la liberazione di Ancona nel 1860. I bersaglieri volontari di Parma, inquadrati nell’esercito piemontese di 25000 uomini, cominciarono la discesa a tappe della Penisola, che li condusse a incontrare i Mille di Garibaldi provenienti da sud. Il 5 novembre 1860 il 5° Reggimento Bersaglieri giunse a Napoli: a questa epoca le Memorie del Pariset si arrestano con le sottolineature delle ultime entusistiche parole in cui auspica di poter partecipare alla liberazione di Venezia. Invece fu destinato in Lucania, nelle zone infestate dai briganti. Nel luglio 1864 durante una perlustrazione notturna a Rionero in Vulture, nell’ambito della durissima e mai vinta lotta dell’esercito italiano al brigantaggio meridionale, un gruppo di quaranta bersaglieri cadde in un’imboscata e il Pariset fu colpito a un braccio. Di quella ferita egli morì, a ventiquattro anni, forse per emorragia o per infezione. Il certificato di morte dell’infermeria di Atella parla solo di colpo d’arma da fuoco al braccio sinistro. Una indebita versione ufficiale della sua morte fu resa dal comandante del 5° Reggimento Bersaglieri dal capitano della Compagnia, Foutrier. Nella comunicazione militare del 26 agosto 1864, infatti, la morte del Pariset viene attribuita alla scoppio della sua carabina, indi alla sventatezza dell’individuo, che del resto era di buonissimo carattere, ma amava qualche volta sfuggire alla vigilanza dei suoi superiori. Questa morte infamante avrebbe dovuto concludere, per motivi politici di propaganda risorgimentale, una vita militare spesa invece senza risparmio per l’ideale unitario. Però alla famiglia i compagni del Pariset portarono ben altre notizie, sinché suo nipote Camillo Pariset raccolse (e pubblicò nel 1906) la testimonianza oculare del commilitone Cesare Frasetti, uno di coloro che trasportarono ad Atella il Pariset ferito dai briganti.
FONTI E BIBL.: F.M. Fabrocile, in Gazzetta di Parma 8 e 15 novembre 1999.

PARISET FABIO
Parma 1874 c.-Parma 1 febbraio 1935
Figlio di Pio Carlo e di Luisa Antonetti. Fu l’organizzatore e il relatore dell’assemblea costitutiva del primo Fascio di Parma (10 aprile 1919). Dopo aver retto diverse condotte mediche nel Mantovano e nel Cremonese, ritornò a Parma quale medico alla Congregazione prima e al dispensario provinciale antitubercolare poi, divenendo un pionere della lotta contro la tubercolosi e della medicina sociale. Il Pariset fu anche scrittore.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1941, 157.

PARISET PIETRO
Sommo 3 giugno 1897-Parma 17 maggio 1961
Nato da illustre famiglia, dopo gli studi classici nel ginnasio-liceo Romagnosi di Parma, nel 1915 abbandonò gli studi di medicina che frequentava nella Regia Università di Parma per arruolarsi volontario nella prima guerra mondiale. Dopo lo scioglimento del Corpo Nazionale Volontari Ciclisti Automobilisti, si arruolò nuovamente volontario nell’aprile 1916 nell’8° Reggimento Alpini nel quale conseguì il grado di ufficiale e partecipò a numerose azioni di guerra. Nell’aspro combattimento del 14 dicembre 1917 di Col della Berretta, ove per il suo valoroso comportamento ottenne la concessione di una Medaglia di Bronzo al Valor Militare, venne fatto prigioniero. La motivazione della medaglia assegnatagli è la seguente: Comandante di una sezione mitragliatrici, durante aspro combattimento, si distingueva per calma, fermezza e sprezzo del pericolo. Esaurite le munizioni, trascinava ripetutamente i suoi uomini all’attacco. Nella guerra 1915-1918 gli fu anche concessa una Croce al merito di guerra. Dopo la guerra riprese gli studi interrotti nel 1915 e conseguì a pieni voti la laurea in medicina e chirurgia (1922) e più tardi la docenza in patologia speciale chirurgica, guadagnandosi la fama di valentissimo chirurgo. Nel maggio 1920 si iscrisse al partito fascista. In seguito a pubblico concorso, venne nominato assistente nella Divisione chirurgica dell’Ospedale Maggiore di Parma e, nello stesso tempo, ottenne la nomina, con decreto ministeriale, ad assistente volontario nella clinica Chirurgica, prestando la sua opera a fianco di Ambrogio Ferrari, Eugenio Garbarini, Raffaele Paolucci e Pietro Sannazzari. Dal 1924 al 1926 ebbe l’incarico di Coprimario della Divisione Chirurgica, posto che tenne fino al 1° maggio 1932. In tale periodo si dedicò con notevoli risultati anche alla traumatologia. Dal settore ospedaliero passò a quello universitario, dapprima quale assistente, poi quale aiuto incaricato della Clinica Chirurgica diretta da Giovanni Razzaboni, e nello stesso tempo gli venne conferito l’incarico per l’insegnamento della medicina operatoria. Nel 1935 partecipò, nuovamente volontario, alla guerra etiopica col grado di seniore medico conseguendo, nella battaglia dello Scirè, una croce di guerra al valor militare con la seguente motivazione: Comandante di una sezione di sanità divisionale, durante tre giornate di aspra battaglia, prodigandosi instancabilmente, con alto senso del dovere e sprezzo del pericolo, nonostante le numerose e non lievi difficoltà, assicurava il continuo e perfetto funzionamento della sua Sezione per la raccolta e lo sgombero dei feriti (Selaclaca, 29 febbraio-2 marzo 1936). Nel 1937 conseguì presso l’Università di Bologna il diploma di specialista in chirurgia e nel 1938 la libera docenza in patologia speciale chirurgica e propedeutica clinica. Durante la seconda guerra mondiale fu primario della Divisione Chirurgica, posto che lasciò alla fine della guerra per dedicarsi alla libera professione. Nel 1938 partecipò, ancora volontario, alla guerra di Spagna prodigandosi per ben undici mesi con profonda competenza chirurgica al funzionamento del servizio sanitario di una divisione mobilitata, e nel 1940 fu promosso per meriti eccezionali al grado di maggiore medico. Gli fu conferita una seconda Croce al merito di Guerra. Il 25 agosto 1939, per le sue particolari benemerenze di soldato, di cittadino e di scienziato, fu nominato Podestà di Parma, carica che il Pariset assolse fino al luglio 1943. Ricoperse e disimpegnò numerose e importanti altre cariche politiche, sindacali e amministrative. Dal gennaio 1930 al 1945 fu Presidente della sezione di Parma dell’Associazione Nazionale volontari di guerra. Fu poi nominato reggente e incaricato della ricostruzione della Sezione stessa, carica che assolse sino alla data della morte.

FONTI E BIBL.: G. Sitti, Legionari in Spagna, 1940, 43-44; R.Alloggio, in Gazzetta di Parma 17 giugno 1961, 4; G.Bagnaschi, Volontari Plotone Parma, 1965, 44-45.

PARISI DRUSO
1906-Parma 15 agosto 1989
Dopo l’8 settembre 1943, nel suo studio legale di borgo del Leon d’Oro a Parma, si riunirono gli esponenti antifascisti che preparavano la lotta armata. Sfuggito agli arresti soltanto perché, al momento dell’irruzione della milizia , si trovava in Tribunale, il Parisi trovò temporaneo rifugio presso il fratello, in via Solari. Già ai primi d’ottobre raggiunse la montagna unitamente al generale Roveda e al dottor Apollinari, divenendo uno dei protagonisti della causa partigiana.Il Parisi (nome di battaglia Mario) divenne commissario della 12° brigata Garibaldi al comando di Luigi Marchini. Prese parte all’incontro di Pian del Monte, presso Tiedoli, nella Val Taro, quando numerosi esponenti di formazioni appartenenti a ogni tendenza politica elessero il primo Comando unico partigiano del Parmense, con sede nel castello di Mariano (Valmozzola). Il Comando unico spostò poi la sua sede dalla Valle del Taro a quella della Parma, a seguito delle disposizioni impartite dal Comando alleato. Il Parisi, con funzioni nel campo giudiziario, fu tra il gruppo dirigente che si portò prima a Marra e poi a Bosco di Corniglio. In quest’ultima località, il 17 ottobre 1944, scampò all’eccidio nel quale perirono il comandante Pablo, il Menconi, il Picedi benettini e altri tre partigiani. Nella successiva ricomposizione del Comando unico, avvenuta a Tiedoli pochi giorni dopo la strage, il Parisi fu eletto ispettore giudiziario, ufficio che mantenne fino all’ultimo. Sotto la sua diretta sorveglianza poté essere organizzato un tribunale militare di zona, competente anche per i reati comuni da chiunque commessi. Reduce dalla montagna, ricevette l’oneroso incarico di procuratore del Regno, unitamente all’avvocato Primo Savani, altro protagonista della lotta partigiana. Il Parisi svolse il ruolo del pubblico ministero nella Corte d’assise straordinaria di Parma, presieduta dall’avvocato Antonelli.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 agosto 1989, 6.

PARMA, vedi FANTOCCI FRANCESCO e MENONI VINCENZO

PARMA GIAN LUIGI, vedi PARMA GIOVANNI LUIGI

PARMA GIOVANNI
Rocca di Varsi o Parma 1530-Milano 8 novembre 1583
Fu uno dei primi gesuiti parmigiani. Ebbe il titolo di coadiutore.

FONTI E BIBL.: M. Scaduto, Catalogo dei Gesuiti, 1968, 111.

PARMA GIOVANNI LUIGI
Parma 1543/1548
Fu autore di storie nobilissime per le cose e per lo stile, secondo quanto attesta il Morelli, e di poesie pulite e culte, e di buona e facile maniera, al dire del Crescimbeni. L’Affò, ritenendo che Parma non fosse il cognome ma il luogo di origine, credette di identificarlo con Gian Luigi Borra. Il Parma scrisse il Discorso sopra l’impresa dell’Austria fatta dal Gran Turco (1543) e le Historie (1547). Si può inoltre ragionevolmente pensare che il Luigi Parma autore di cronache a cui l’Aretino mandò una lettera nel 1548 sia la stessa persona.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 483.

PARMA GIUSEPPE BENEDETTO
Parma 1 aprile 1869-Subiaco 26 gennaio 1938
Figlio di Enrico e antonia Bertozzi. Dopo essere stato ordinato sacerdote, fu nominato professore nelle scuole del Seminario e consorziale della Cattedrale di Parma. Come insegnante di letteratura italiana, divenne illustre per la grande competenza che ebbe nell’illustrazione della Divina Commedia. Dalla cattedra profuse cultura, vasta erudizione e buon gusto letterario. Per un trentennio fu assistente della congregazione delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria. Entrato nell’Ordine di San Benedetto, nel Monastero di Subiaco, continuò i suoi studi prediletti pubblicando nel 1923 la Vita di Mons. Agostino Chieppi, fondatore della Congregazione delle Piccole Figlie, nel 1925 Ascesi e Mistica Cattolica nella Divina Commedia, in due volumi, e nel 1928 Anima Candida, la vita di suor Anna Eugenia Picco, la prima superiora generale delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria.

FONTI E BIBL.: I.Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 177-178.

PARMA LUIGI, vedi PARMA GIOVANNI LUIGI

PARMA MARIO
Bologna 1923 c.-Bologna o Parma 27 settembre 1999
Subito dopo la laurea in medicina, conseguita nel 1949 a Bologna, e un breve periodo trascorso come assistente volontario preso l’Istituto di biochimica dell’Università, dal 1950 al 1956 il Parma frequentò in qualità di assistente, l’Istituto di fisiologia di Pisa. Nello stesso periodo condusse ricerche su tematiche affini presso i laboratori di elettroencefalografia dell’Hôpital de la Timone (Università di Marsiglia), di Tolone e della Marina militare francese. Nel 1957, in qualità di assistente straniero, svolse attività clinica e di ricerca presso l’Institute of Neurology del Queen Square Hospital di Londra. Rientrato in Italia, divenne assistente presso l’istituto di neurologia dell’Università di Genova, dove svolse una intensa attività didattica e clinica e condusse ricerche sulla fisiologia del tronco encefalico e su varie tematiche di neurologia clinica, anche infantile, avendo svolto pro-tempore il ruolo di primario della Divisione di neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Gaslini di Genova. Nel 1961 si trasferì presso la Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Parma, dove nel 1973 venne chiamato dalla facoltà di Medicina e chirurgia a ricoprire il ruolo di professore ordinario. Divenuto direttore dell’Istituto nel medesimo anno, sollecitò con lungimiranza i giovani neurologi presenti all’interno della clinica ad aprire nuovi settori di ricerca, scegliendo tra quelle tematiche che, in un momento in cui le neuro-scienze iniziavano ad allargare tumultuosamente i loro spazi di interesse, si dimostravano più promettenti per l’immediato futuro e sostenne anche gli altri settori già esistenti. La medesima perspicacia lo portò nel 1975 ad attivare, insieme con i professori Bocchi e Lorenzini, la Scuola speciale per tecnici della riabilitazione (in seguito trasformata in diploma universitario) che da allora formò centinaia di fisioterapisti. Assunse nel medesimo periodo anche la direzione della Scuola di specializzazione in Clinica neurologica e la direzione dei Servizi riabilitativi e neurodiagnostici del Consorzio socio-sanitario del Comune di Parma (in seguito aggregati alla Unità Sanitaria Locale 4 di Parma). Negli ultimi anni di attività dedicò, insieme ai suoi collaboratori più stretti, molte energie alla messa a punto di testi scientifici e didattici in ambito riabilitativo, soprattutto a favore dei traumatizzati cranici, e collaborò alla progettazione tecnica del Centro Cardinal Ferrari, il Centro di riabilitazione per gravi cerebrolesioni di Fontanellato, che aprì la sua attività nell’ottobre 1999 e all’interno del quale gli venne dedicata la biblioteca scientifica.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 ottobre 1999, 8.

PARMEGGIANINA, vedi BROLI MARIA

PARMEGGIANINO, vedi BENIGNO PAOLO

PARMEGIANA, vedi D’ALAY MARIANNA e GIRELLI BARBARA   

PARMEGIANI GIOVAN BATTISTA, vedi PARMEGIANI GIOVANNI BATTISTA

PARMEGIANI GIOVANNI BATTISTA
1646-Careno 22 settembre 1733
Dottore, fu Commissario di Pellegrino Parmense nell’anno 1715. La sua morte è ricordata nell’archivio parrocchiale di Careno: D. Johannes Baptista Parmegiani Doctor et Commissarius Marchionatus Pellegrini obiit aetate annorum 87.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 14.

PARMEGIANO, vedi GASPARE

PARMENIO, vedi MONTANARI GIUSEPPE

PARMENIO DIRCEO, vedi CERATI ANTONIO

PARMENSE, vedi CESARE DA PARMA

PARMENSIA CELERINA
Parma I secolo a.C./V secolo d. C.
Di condizione probabilmente libertina, fu coniunx carissima di C. Matteius Dilicens, con il quale visse vent’anni e a cui dedicò, insieme ai figli Matteius Iustus, Matteius Celer e Matteia Sabina, un’epigrafe documentata a Parma , ma poi perduta. Il nomen Parmensius, presente a Parma per altri due personaggi, indica probabilmente una gens originaria da uno schiavo pubblico della città. Celerina è cognomen diffuso soprattutto al femminile un po’ dovunque, raro oltre il Po, documentato in Aemilia forse in questo solo caso.

FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 142.

PARMENSIA TACITA
Parma II/III secolo d. C.
Forse libera, fu figlia legittima di Ti. Parmensius Tacitus e di Pontilia Crespina. Il suo nome è ricordato in epigrafe (per caratteri epigrafici presumibilmente assegnabile alla piena età imperiale) posta alla due donne dal padre e marito. Il nomen Parmensius, che potrebbe indicare la discendenza da uno schiavo pubblico della città, è documentato a Parma anche in un’altra epigrafe. Tacita, cognomen corrispondente, come il nomen, a quello paterno, è molto diffuso nelle province celtiche soprattutto nella forma maschile, raro tuttavia in Cisalpina, e presente a Parma in questa sola epigrafe.

FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 143.

PARMENSIUS TIBERIUS TACITUS
Parma II/III secolo d. C.
Di condizione incerta, forse libertina, fu marito di Pontilia Crespina e padre di Parmensia Tacita, e dedicante dell’epigrafe che le ricorda. Il nomen Parmensius indica probabilmente discendenza da uno schiavo pubblico della città, ed è documentato a Parma anche in un’altra epigrafe. Tacitus, cognomen diffuso soprattutto nelle province celtiche, è raro tuttavia in tutta la Cisalpina, e presente a Parma in questa sola epigrafe.

FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 144.

PARMESANO, vedi CESARE DA PARMA

PARMESIANO DE URBISAGLIA
Parma 1540/1551
Tamburino, fu a San Ginesio, nel Maceratese, per le feste dei Santi Ginesio e Bartolomeo nel mese di agosto del 1540, 1548, 1549 e 1551.

FONTI E BIBL.: A.M. Corbo, Suonatori, cantarini e strumenti musicali nel ’500 in San Ginesio e nel Maceratese, San Ginesio, Comune, 1993, 58, 60-62.

PARMIGGIANINA, vedi ROSSETTI FRANCESCA

PARMIGIANI DAVIDE
Tarsogno 1824-Parma 1901
Alunno del seminario di Piacenza, fu poi ordinato sacerdote. In seguito divenne professore di filosofia nel seminario di Bedonia, direttore delle scuole tecniche di Borgo San Donnino e direttore spirituale, per quasi quarant’anni, del Conservatorio degli Artigianelli di Parma. Fu oratore e pubblicista, una delle voci più esplicite e franche, tra il clero, in favore del risorgimento nazionale italiano. Filosofo tomista, tenne la cattedra di filosofia anche nel seminario di Parma e nel 1880 fondò la rivista L’Eco di San Tommaso, a cui collaborarono insigni personaggi. Dopo la pubblicazione dell’enciclica Aeterni Patris il Parmigiani ebbe a sostenere dolorose polemiche.

FONTI E BIBL.: Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 79; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 427.

PARMIGIANI GIOVANNI
Tarsogno 20 giugno 1828-Parma 2 dicembre 1898
Ottenne la laurea in Scienze Fisiche e matematiche presso l’Università di Modena nel 1853. Con decreto del 29 dicembre 1854 ebbe la nomina di professore titolare d’introduzione al calcolo sublime nelle scuole facoltative di Piacenza. Passò nel 1860 al Regio Liceo di Piacenza col titolo di professore onorario dell’Università di Parma. Lesse, nell’occasione di una festa letteraria liceale, un discorso intorno a Giuseppe Veneziani, che rimase inedito.

FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 318.

PARMIGIANI GIUSEPPE
Pellegrino 1733/1741
Dottore, fu Commissario di Pellegrino nel periodo 1733-1741.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Guisdicenti, 1925, 14.

PARMIGIANI NELLO
Parma 1887/1940
Fabbro. Realizzò i ferri battuti dei tralci d’uva della fontana e il cannone a spingarda del Castello di Gabiano Monferrato, su progetto di Lamberto Cusani.

FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 157.

PARMIGIANINA, vedi RESETTI T. e ROSSETTI FRANCESCA

PARMIGIANINO, vedi MAZZOLA GIROLAMO FRANCESCO MARIA e ROCCA MICHELE

PARMIGIANINO GIULIO, vedi GIULIO DA CA’ GRIMANI

PARMIGIANO
Parma 1700/1720
Scultore in legno e intagliatore di ornati attivo nel periodo 1700-1720. Secondo l’Oretti fu valente intagliatore in legno di buon disegno, e gran rilievo di arrabeschi e figure, di mano sua abbiamo a Bologna il Stendardo della confraternita del S.o Angelo Custode, ed’ altri ancora, e suoi belli lavori sono nelle case Legnani, Melari, ed’ altre, fioriva nel 1720 nel quale anno li 9 agosto uccise Domenico Pizzoli pittore figlio di Giovacchino anch’esso valente pittore, il parmigiano fuggì da Bologna e più non si seppe nuova di lui.

FONTI E BIBL.: Oretti, XVIII sec., 24; Bentini, 1979, 53 n. 23; P.Zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, XIV, 1823, 294; Il mobile a Parma, 1983, 257.

PARMIGIANO, vedi anche ROCCA MICHELE e UGOLINO ANTONIO

PARMINDO IBICHENSE, vedi BIACCA FRANCESCO MARIA

PARODI CARLO FRANCESCO, vedi PAROLI CARLO FRANCESCO

PAROLI CARLO FRANCESCO
Parma 1659
Fu contralto della Cattedrale di Parma durante le feste di Pasqua dell’anno 1659.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 18.

PAROLI TOMASO
Parma 1559
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della steccata in Parma (9 giugno 1559).

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 22; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 18.

PAROLINI ANGELO
Parma 1752
Fu nominato cappellano d’onore da Filippo di Borbone in data 9 ottobre 1752.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 12.

PAROLINI ANTONIO
Pellegrino o Salsomaggiore 1809 c.-post 1843
Figlio di Francesco. Fu nominato per atto sovrano dato da Sala il 17 settembre 1836 notaio di Pellegrino. Rogò sino all’anno 1843. I suoi atti sono nell’Archivio Notarile di Parma.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 20.

PAROLINI BARTOLOMEO
Pellegrino 1622
Fu Commissario di Pellegrino nell’anno 1622.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 11-12.

PAROLINI FRANCESCO
Berceto 15 settembre 1776-Pellegrino 28 settembre 1846
Figlio di Antonio e Maria Teresa Lucchetti. Fatti i primi studi a Pellegrino, venne inviato a Borgo San Donnino per lo studio della grammatica, indi all’Università di Parma, dove ottenne la laurea in giurisprudenza il 17  giugno 1800 (patente in pergamena sottoscritta dal vescovo di Parma, Adeodato Turchi e contrassegnata dal segretario dell’Università di Parma Angelo Mazza). Fatta la pratica notarile in Piacenza, nel 1801 fu dichiarato notaio e iscritto nel Collegio dei Notai di Piacenza. Con decreto del 7 ottobre 1807 venne nominato Primo Giudice supplente del Cantone di Salso. Nel 1808 sposò Martina Cornazzani, figlia di Lazzaro, giudice di pace in Salsomaggiore. Nel 1810 il Parolini venne nominato Segretario dell’assemblea cantonale di Pellegrino, della quale era presidente l’ultimo feudatario, il marchese Gian Girolamo Sforza Fogliani. Con decreto del 3 gennaio 1812 il Parolini venne nominato giudice di pace del cantone di Pellegrino, dove era stato trasportato da Salsomaggiore il capoluogo di Giudicatura per decreto imperiale del 1809. Il Parolini nominò ufficialmente il maire del comune di Pellegrino, Angelo Costerbosa, e il maire del comune di Solignano, Giuseppe Leporati, che lo ricevette colla milizia armata e a tamburo battente. Nel mese di luglio del 1813 nominò, unitamente a suo fratello Pietro, Antonio Pizzi al beneficio consorziale eretto nella Cattedrale di Parma, diritto proveniente dai Centoni di Parma (Alba Centoni era nonna del Parolini). In quel tempo Pellegrino venne eretto capoluogo di Pretura di seconda classe e il Parolini ne fu eletto Pretore il 15 marzo 1816. In occasione della visita della Duchessa di Parma in Pellegrino, il 10 settembre 1821, Maria Luigia d’Austria pernottò in casa Cornazzani Parolini. La Duchessa, per ringraziare dell’accoglienza, fece consegnare al Parolini una scatola d’oro con superba miniatura rappresentante la Sacra Famiglia. Con decreto dell’11 marzo 1836 il Parolini fu promosso alla Pretura in Busseto e nel 1842 alla Pretura Nord di Parma. Il Parolini fu assai dotto, e particolarmente versato nelle scienze storiche, alle quali dedicò il suo tempo libero dalle cure della magistratura. Fu confidente e amico del marchese Gian Girolamo Sforza Fogliani e durante la sua permanenza in Piacenza nella casa dei Sforza Fogliani ebbe modo di raccogliere il materiale per redigere una cronaca pellegrinese manoscritta dedicandola a suo figlio Antonio, allora studente. Corresse molte dizioni errate riguardanti Pellegrino, Careno e lo Stirone contenute nel Dizionario del Molossi. Scrisse pure una memoria manoscritta sulla Beata Vergine di Careno, che usò il Gumppenberg nel suo Atlante Mariano. Del Parolini rimangono le sembianze in un ritratto custodito dalla famiglia Sechi Parolini in Salsomaggiore. Il ritratto fu fatto a olio dal 3 al 5 luglio 1847 da francesco Rossini, allievo del Martini. Per il Parolini venne dettata l’epigrafe seguente, che si conserva nella Chiesa di San Giuseppe in Pellegrino Parmense: Il dì 28 Settembre La terra di Pellegrino riebbe per sempre L’onorato benevolo e pio Dott. Francesco Parolini Che ottenne la Pretoria Magistratura in Busseto e in Parma. Volle chiudere i suoi 70 anni Nella patria diletta Dal senno e dalla virtù di Lui Già tanto confortata Qual Notaio, Rettor del Municipio, Pretore.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 15-17 e 20; A. Micheli, Moti nelle province, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1931, 195.

PAROLINI GAETANO
Salsomaggiore 17 agosto 1764-Piacenza 30 ottobre 1841
Figlio di Francesco, di agiata famiglia salsese. Compiuti gli studi legali, dapprima a Parma e in seguito a Bologna, abbracciò la carriera di magistrato, nella quale raggiunse l’alto incarico di presidente del Tribunale civile e penale di Piacenza. Intercalò lo studio delle leggi con quello della letteratura acquistando notorietà per alcune pubblicazioni in prosa e in poesia, accolte dal pubblico con favore. Nel 1817, con i tipi di Giovanni Pirola in Milano, dette alle stampe, anonima, una raccolta di novelle satiriche (Novelle e versi di autori incerti piacentini) che indispettirono parecchi uomini in vista di Piacenza, scelti dal Parolini, più o meno velatamente, a protagonisti di vicende paradossali che si riferivano ad episodi realmente accaduti nella classe dirigente della città. Nel 1832 fece pure pubblicare dall’editore piacentino Del Maino un Saggio di poesie (la maggior parte per nozze) e Poesie varie. Fu in relazione con Vincenzo Monti, con il giordani e con molti altri letterati contemporanei. La pittrice milanese Caterina Pirola gli dipinse il ritratto. Abbandonando in seguito il genere letterario che gli aveva procurato una momentanea notorietà, si dedicò, pur tra gli impegni professionali, all’opera narrativa seria, pare con non molto successo. Lasciò inedito un poemetto in quattro canti dal titolo L’emigrazione, conservato nella Biblioteca civica di Piacenza.

FONTI E BIBL.: G. Valentini, Guida storica di Salso e Tabiano, 1861, 23; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 318; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 339-340.

PAROLINI GIOVANNI
Medesano 1752
Fu nominato da Filippo di Borbone Capitano d’Infanteria di Medesano. Nella patente di nomina è detto: Atteso il buon servizio prestato da Giuseppe suo fratello oltre a quello prestato da altri della famiglia Parolini per il corso di duecento anni in diversi uffici alla Serenissima Casa Farnese e massimamente nel militare. Dallo stesso duca Filippo di Borbone in data 9 ottobre 1752 il parolini fu nominato suo servitore famigliare.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 12.

PAROLINI GIROLAMO
Pellegrino 1634/1649
Notaio di Pellegrino Parmense, dal 1634 al 1649 fu inoltre pretore a Fornovo

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 20.

PAROLINI LUCIO
Careno 1692
Fu rettore di Careno. Ottenne nel 1692 il titolo di arciprete onorifico ai suoi successori.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 12.

PAROLINI PAOLO
Pellegrino 1670
Il 13 dicembre 1670 fu costituito procuratore dal marchese Francesco Fogliani per l’evasione di alcuni crediti. Il fogliani lo nominò poi capitano della milizia in Pellegrino.

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 12.

PAROLINI PIER GIOVANNI, vedi PAROLINI PIETRO GIOVANNI

PAROLINI PIETRO GIOVANNI
Pontremoli 5 maggio 1789-Pontremoli 2 aprile 1875
All’età di tredici anni si applicò allo studio del cembalo sotto la direzione dell’organista Olivieri, e dopo un anno iniziò lo studio del pianoforte con Teresa Depasiano. Desideroso quindi di apprendere l’accompagnamento e il contrappunto, il Parolini si trasferì a Borgo Taro il 16 novembre 1806, divenendo allievo del Gervasoni. Si applicò allo studio dell’accompagnamento con assiduità, e nel breve spazio di soli sette mesi divenne un perito accompagnatore. Il Parolini si esibì in pubblico la prima volta a Pontremoli nel giugno del 1807 accompagnando il Gervasoni, del quale divenne in breve tempo l’allievo più promettente. La prima composizione del Parolini fu una messa a tre voci concertata con grande orchestra, la quale fu eseguita per la prima volta con generale applauso nell’oratorio dei disciplinati in Borgo Taro per la festa solenne dell’annunciazione di Maria Vergine il 25 marzo 1808. Scrisse in seguito varie altre messe e vespri a tre e a quattro voci, e molti altri pezzi di musica ecclesiastica, tra i quali un mottetto a otto voci reali concertato a grande orchestra. Compose poi una nuova messa e un vespro a quattro voci con grande orchestra, che il Parolini diresse con universale soddisfazione nella chiesa del Rosario di Parma il 4 agosto 1810 per la festa solenne di San domenico. Il Parolini produsse inoltre un quartetto per finale di un’opera buffa, una cantata, Nice e Tirsi (la quale comprende vari recitativi), una polacca, due arie con diverse obbligazioni di strumenti e un duetto, un’altra cantata a voce sola concertata in occasione delle nozze del dilettante di violino Giuseppe Pavesi di pontremoli, un’opera di sei ariette (La protesta amorosa, Il voto all’aria, Il desiderio amoroso, La lusinga, La lontananza e La Primavera) a canto solo coll’accompagnamento di pianoforte, alcune altre arie e duetti concertati, molte sinfonie a piena orchestra, vari quartetti a due violini, viola e violoncello, e diverse opere di variazioni, delle quali una, di sei variazioni sopra un tema originale a pianoforte e violino obbligato, fu stampata dal Poggiali in Firenze nell’anno 1812. Nel settembre dello stesso anno il Parolini vinse il concorso triennale dei premj maggiori dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze, aggiudicandosi, per una sinfonia concertata sullo stile di quelle d’Haydn, una medaglia d’oro del valore di venti zecchini. Tale sinfonia fu poi eseguita nelle sala dei Coreofili nell’Imperiale Accademia Fiorentina delle Belle Arti il 18 ottobre 1812, alla presenza del barone Fauchet, prefetto del dipartimento dell’Arno.

FONTI E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 223-227; P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 123-124; P.Reisoli, Cenni sul maestro di musica G.P.Parolini, Pontremoli, 1877.

PARONI PIETRO
Parma 10 giugno 1783-
Figlio di Francesco. Nel 1799 fu cadetto al servizio di Parma e nel 1802 al servizio di Toscana, Nel 1803 fu promosso portastendardo e nel 1807 Tenente. Fu poi Tenente del 113° Reggimento Linea di francese. dimissionato nel 1816 dal Governo francese, divenne Tenente del Reggimento Maria Luigia di Parma. Prese parte alla campagna del 1810-1812 in Spagna, dove fu fatto prigioniero. Nel 1821 fu pensionato.

FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 29.

PARRELLA GIUSEPPE
Benevento 1893-Parma 11 maggio 1959
Avvocato.Partecipò alla prima guerra mondiale col grado di capitano di Fanteria, comportandosi da valoroso.Fu ferito sul Monte Cimone il 1 luglio 1916 e si meritò due medaglie d’argento e una croce di guerra al valor militare.Ritornato dalla guerra, il Parrella scelse Parma come sua residenza e militò attivamente nelle file dell’Associazione nazionale tra mutilati e invalidi di guerra: fu consigliere e segretario della sezione provinciale di Parma e delegato regionale per l’Emilia. Presso gli Ospedali Riuniti di Parma ricoperse la carica di direttore generale amministrativo.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di parma 12 maggio 1959.

PARVOLO
Parma 1206
Dottore dei decreti, fu canonico della cattedrale di Parma nell’anno 1206.

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 696.

PASCAL DIEGO BALDASSARRE
Parma 31 ottobre 1768-Parma 17 marzo 1812
Nacque da Gabriel e da Theodora Flechy, trasferitisi a Parma da Grenoble. Dopo gli studi delle buone lettere, si diede a quelli di botanica, sotto la guida di G.B. Guatteri. Fu per alcuni anni direttore e ordinatore della raccolta di storia naturale del conte Stefano Sanvitale. Morto il Guatteri, il Pascal fu elevato alla Cattedra di Botanica, e divenne Direttore dell’Orto Botanico di Parma. Dal duca Ferdinando di Borbone, mediatore il Camuti, il Pascal fu inviato, dopo la morte del suo maestro, alle Università di Torino e di pavia onde acquisire esperienza dei nuovi metodi di insegnamento. Nonostante ciò, il Pascal, seguendo la tradizione del Guatteri, adottò un metodo interamente descrittivo, già allora abbandonato da molte scuole italiane. Morì di paraplegia nell’Ospedale maggiore di Parma, dove si trovava ricoverato da due anni. Ebbe corrispondenza con parecchi dei principali botanici d’Italia, di Francia, di Germania e di Spagna. È da ricordare che dal suo cognome il Cavanilles chiamò Pascalia glauca una pianta scoperta appunto dal Pascal. Iniziò a raccogliere il materiale per scrivere una Flora Parmense ma dovette interrompere il lavoro nel 1807 per l’aggravarsi della malattia da cui era affetto. Fu ridotto, alla chiusura dell’università (1802), in totale miseria e negli ultimi anni di vita dovette essere soccorso dalla pietà di amici ed estimatori. Il Pascal conobbe il greco e l’ebraico e comporse versi latini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 647-648; P.A.Saccardo, Botanica in Italia, 1895, 122; Aurea Parma 3/4 1933, 115-166.

PASCAL GUGLIELMO
Parma 1769/1791
Fu violinista della Reale Orchestra di Parma dal 28 luglio 1774 (con anzianità dal 1769). Con Regio Decreto del 13 gennaio 1776 ebbe uno stipendio di 3600 lire, e una pensione di 5 mila lire. Fu pagato per tutto l’anno 1778. nel 1791 era violino di proprietà del reale concerto di Parma.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di parma, Ruolo A, 1, fol. 734; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 205.

PASCHAL GUGLIELMO, vedi PASCAL GUGLIELMO

PASCIUTI BENEDETTO
Parma prima metà del XVII secolo
Scultore e tagliapietre attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, V, 273.

PASCIUTI FELICE
Parma prima metà del XVII secolo
Scultore e tagliapietre attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, V, 273.

PASELLI RAUL
1921-Parma 1990
Medico. Si prodigò con umanità e altruismo a favore dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra, dell’Associazione invalidi civili e in genere per i più deboli e bisognosi. Per l’esercizio della professione di medico intesa come missione, gli furono conferite la medaglia d’oro dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili di Parma e Roma e le onorificenze di Cavaliere della Repubblica (1967) e di Ufficiale (1983). Uomo di profonda cultura, ricoprì anche ruoli di rilievo nell’amministrazione pubblica: tra l’altro, dal 1981 al 1986 fu Presidente dell’ente Provinciale per il Turismo di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 ottobre 1996, 6.

PASETI CESARE
Parma seconda metà del XVI secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, IV, 231.

PASETTI CARLO
Parma-1948
Nato da famiglia di industriali, appena laureato in ingegneria al Politecnico di Torino, fu in Romania, nella Russia meridionale e nell’Asia minore, ove ampliò le sue conoscenze tecniche. Più tardi si stabilì a Torre de’ Passeri in abruzzo, ove, sposandosi, si imparentò con una delle più distinte famiglie del luogo. Impiantò a Notaresco la prima fabbrica abruzzese di conserve alimentari e costituì a rosburgo una società che comprendeva fabbriche di laterizi, prodotti alimentari e industrie estrattive. Nel 1910 fu l’anima della grande agitazione abruzzese contro il trasporto a Napoli dell’energia idroelettrica ricavata dal Pescara. Allo scoppio della prima guerra mondiale, partì volontario: fu assegnato alla Direzione generale dell’artiglieria, e alle Acciaierie di Terni ebbe il delicato incarico del collaudo dei pezzi di artiglieria. Presentò in quell’occasione un piano di trasformazione della fabbrica d’armi di Terni per avere una maggiore produzione: il Ministro fece eseguire il piano del Pasetti, col quale si arrivò a una produzione di 2500 fucili al giorno. Ricoprì varie cariche (fu consigliere e assessore del Comune di Torre de’ Passeri, deputato provinciale di Teramo e, più tardi, presidente del Consorzio agrario di Parma) e si guadagnò parecchie onorificenze.

FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 114-115.

PASETTI DANTE
Parma 20 ottobre 1865-Cunardo 8 ottobre 1945
Si iscrisse alla Regia Scuola di musica di Parma nelle classi di violino e corno, diplomandosi in quest’ultimo nel 1884. Percorse una brillante carriera quale primo corno nelle maggiori orchestre italiane e straniere. Fu ad Algeri, a Buenos Aires (al Teatro Colon, per molti anni), in Brasile, Guatemala, Spagna, il Cairo e a Panama per gli spettacoli durante l’apertura del canale. Fu amico fraterno di Toscanini, assieme al quale si era diplomato. Il Pasetti fu sepolto a Cunardo.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 26; G.N. Vetro, in Gazzetta di Parma 18 giugno 1984, 3.

PASETTI LAMBERTO
Parma 1823/1831
Tenente. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Pensionato dall’esercito, espatriò subito dopo i moti del 1831. Probabilmente morì poco tempo dopo.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 197.

PASETTI LAMBERTO
Roccabianca 1831
Fu uno degli autori della rivolta in roccabianca durante i moti del 1831. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 199.

PASINATI CLARO
Thiene 1858-1920 c.
Nacque da Basilio. Domiciliato a Parma, fu ammesso il 31 dicembre 1891 con autorizzazione ministeriale al primo anno del Corso Speciale d’Ornato dell’Istituto d’Arte di Parma. Fu radiato dai ruoli della scuola per aver abbandonato le lezioni a partire dal 16 aprile 1892. Nel luglio del 1895, presentatosi nello stesso Istituto come candidato agli esami di patente, conseguì il diploma di abilitazione all’insegnamento del Disegno ottenendo 395 punti su 450. Per molti anni professore di disegno, fu autore a partire dal 1896 di decine di pubblicazioni, quasi tutte edite presso la casa editrice Battei.

FONTI E BIBL.: R.Lasagni, Storia della casa editrice battei, 1995, XXXI.

PASINI ALARICO
Parma-1898
Fu tenente delle milizie alpine.

FONTI E BIBL.: A. Albertelli, In memoria di Alarico Pasini, in Appennino Parmense: il Lago Santo, Parma, 1924, 57-59; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 815.

PASINI ALBERTO MARIA PIETRO
Busseto 3 settembre 1826-Cavoretto 15 dicembre 1899
Nacque da Giuseppe, commissario distrettuale, e da Adelaide Crotti Balestra. A due anni perse il padre, morto improvvisamente, e venne portato a Parma poiché alla madre non rimase altro che ritirarsi con i figli nella città d’origine, sotto la protezione della propria famiglia e dello zio, Antonio Pasini, emerito pittore e collaboratore di Bodoni. Affermando la propria vocazione, il Pasini, diciassettenne, si iscrisse all’Accademia Parmense di Belle Arti di Parma.Scelse la sezione di Paesaggio, inserita in Scenografia, e, nel 1848, quella di Disegno. Gli studi, anche se non conclusi, influenzarono la sua formazione artistica e gli fornirono strumenti che risultarono determinanti per la sua peculiare impostazione pittorica e per la stesura grafica. Iniziò gli studi con il pittore Alusino e con lo scenografo G. magnani, e fu poi indirizzato alla litografia dal direttore dell’istituto, l’incisore P. Toschi. Scontento della scuola (che gli si rivelò priva di un preciso indirizzo) e insieme costretto da necessità finanziarie, l’abbandonò e si dedicò da solo alla litografia compilando la serie di 31 vedute Castelli del ducato parmense (1850-1851), in cui aleggia una pacata atmosfera romantico-borghese. Dopo aver preso parte alla prima guerra d’indipendenza come milite nella colonna di Modena (1849), si trattenne per breve tempo a Torino. Nel 1851 fu a Ginevra e successivamente a Parigi, dove fu indirizzato dal Toschi allo studio di Henriquel Dupont, che lo presentò al celebre acquarellista e incisore Eugene Ciceri. Nel 1853, nel pieno di questo fecondo periodo presso l’atelier Ciceri, inviò al Salon d’Automne la litografia Le soir, tratta da uno studio dal vero, che segnò il suo vero esordio, coronato da un discreto successo. Frattanto, in quei tre anni, non solo proseguì gli studi sulla tecnica litografica ma si dedicò anche alla pittura raggiungendo i risultati forse più lucidi e genuini nei paesaggi della Senna e di Fontainebleau, dopo lo studio appassionato del gruppo del ’30, la sua operosità a Barbizon e la conoscenza di théodore Rousseau e del Daubigny. s’interessò frattanto al linguaggio di Eugène fromentin, da cui fu vivamente influenzato. Il fromentin fu un pittore orientalista che in turchia era stato davvero, non uno dei tanti orientalistes en chambre, come furono ironicamente definiti, che dipingevano cupole e minareti sulla scorta iconografica dei libri di viaggi ma che in Oriente non si erano mai recati. Il fascino che l’Oriente esercitò sull’europa del Settecento e del primo Ottocento superò il campo propriamente artistico e letterario, essendo quasi diventato una moda, un’aspirazione diffusa. Con il 1854 il Pasini passò nello studio di théodore Chassériau che massimamente valorizzò in lui la propensione per la pittura ad olio e lo iniziò all’orientalismo. Alla vigilia di arricchire la schiera dei mestierianti che si dedicavano, senza ispirazione, agli avventurosi temi esotici, quando già la passione romantica per l’Oriente l’aveva rapito, il Pasini ottenne nel marzo 1855, per intervento di Chassériau, di essere aggregato come disegnatore alla missione diplomatica che, agli ordini del ministro Prospero Bourée, si recò in Persia, Turchia, Siria, Arabia ed Egitto. Fu il momento determinante della sua formazione artistica perché con le opere che trasse da quel viaggio (una sessantina di studi e molti interessanti disegni), con le impressioni che immagazzinò, copiose e tenaci nella mente, oltre la suggestione letteraria e di maniera, iniziò la sua fortuna di massimo esponente del genere verista di stampo esotico, soprattutto in francia (ottenne innumerevoli premi al Salon) e in Italia, dove l’interesse per questi temi fu più tardo sia a nascere che a morire, estinguendosi solamente a fine del XIX secolo. Il Pasini passò di successo in successo, e gli album-ricordo della rivista L’arte in Italia riprodussero con frequenza le sue impressioni visive di alto reportage, espresse con un verismo otticamente lucidissimo, diffondendosi in critiche lusinghiere. Lo scià stesso lo apprezzò e gli commissionò numerose opere, mentre alle mostre della Promotrice torinese, di cui divenne assiduo espositore, fu ricercato e stimato per le scene orientali (paesaggi, aggruppamenti di figure, costumi, bazar animati, cacce, carovane nel deserto assolato o tra le gole dei monti) mentre quasi nessuno si accorse dei paesaggi, come Le rive della Senna, o le vedute della Costa azzurra, del periodo parigino. Nel 1860 intraprese un nuovo viaggio, questa volto autonomo, che lo vide al Cairo, nel Sinai, in Palestina, a Gerusalemme, nel Libano fino ad Atene. Al ritorno sposò Mariannina Celi di Borgo Taro e dalla loro unione nacque Claire (a Parigi, dove ormai il Pasini risiedeva). Gli anni sessanta furono anni di intensissimo lavoro, che videro progressive affermazioni ai salons. Riconoscimenti convalidati dalla critica di Pelloquet, Cantaloube, Du Camp, Duval, Merson e Th. Gautier, che sui principali giornali parigini evidenziarono la resa di un Oriente personale, reso oggettivamente e con particolare padronanza nella stesura del colore. Invitato dal Bourée a un nuovo viaggio, nel 1868, a Costantinopoli e in Grecia, continuò poi per anni a viaggiare, sia nel Medio Oriente che in Europa: nel 1869, infatti, si recò con il Gérôme in Spagna e in Belgio, l’anno successivo fu a Torino e dal 1871 si stabilì definitivamente in un piccolo centro della collina, Cavoretto, pur con frequenti puntate a Parigi e compiendo altri viaggi. L’emozione dell’incontro con Istanbul nel 1868 fu grandissima e operò in lui una scelta ben consapevole verso una resa di quel vero che aveva già perseguito negli anni Cinquanta, ma che ora usciva dai limiti del paesaggismo per farsi comprensione di un’intera società nelle sue molteplici e svariate componenti e nell’accettazione della sua diversità. Libero, come era sempre stato, da condizionamenti ideologici e politici, il Pasini perseguì un fedele reportage goduto nella sua essenzialità pittorica attraverso il colore. Nel 1873 il Pasini si recò nuovamente in Turchia: mèta Brussa, una città ancor più caratterizzata dalla policromia islamica. La messe di studi, la loro elaborazione, il favore del mercato francese, l’importanza della Casa Goupil che lo annoverò tra i suoi pittori dalla fine degli anni sessanta, lo portarono in occasione dell’exposition Universelle parigina del 1878 al massimo della sua affermazione pubblica sia francese che italiana. La sua personale si compose di undici quadri, tra i quali si ricordano una Caccia al falco, Passeggiata nel giardino dell’harem, Incontro di Capi Metualis, Porta Nord della Moschea Yeni Djami. In quell’occasione lo apprezzarono critici come Bergerat, Blanc, Cherbuliez, Claretie, Lamarre e Roux, Lefort, Lemonnier, Leroi e Ménard, cui facevano ormai eco, anche in Italia, voci più plaudenti che per il passato, quali Burraschino, Giacosa, Camerana, Netti e Maugeri. Seguirono anni di continuo e coscienzioso lavoro, ormai precipuamente rivolto all’Oriente turco, fino al 1876, anno nel quale iniziò la raffigurazione di Venezia. La città, a lui carissima, allietò la sua attività fino al 1885, solo interrotta da due brevissimi viaggi in Spagna, uno nel 1879 e uno nel 1883. Continuò ad alimentare, nelle sue opere, il ricordo delle terre conosciute lavorando sino all’ultimo e concludendo paradossalmente la sua vita, a parte qualche prezioso studio dal vero colto in momenti di quiete, come Cavoretto (1879, Torino, Galleria d’Arte moderna), da orientaliste en chambre. Ciò nonostante le opere esposte in una personale ordinata alla Promotrice nel 1880 (Cavalli al pascolo in Siria, Gruppo di cavalieri alla porta di una moschea, Yescil Giami, Cortile dei Leoni a Granada) lo portarono al maggior successo che un artista potesse ottenere da vivo. Il critico F. Fontana gli riconobbe il merito di infondere tanta vita, tanta robustezza, tanto carattere alle sue tele, pur dipingendole con quella minuteria di tocchi capuccinesca, sul pendio della quale tutt’altri si lascerebbe sdrucciolare al leccato. Più cauta, nei confronti del Pasini, fu la critica successiva, che riconobbe talvolta, soprattutto nelle vaste tele, dove il Pasini è più cronista che poeta, e quando la formulazione delle masse è compromessa o l’impasto del colore meno solido e pittoresco, uno scadere del suo verismo di base nei termini dell’obiettività monotona, con connotazioni innegabilmente kitsch, ma solo perché l’orientalismo pasiniano costituisce il marchio di un’epoca storicamente ben definita. Tuttavia l’efficacia espressiva del disegno esattissimo, il felice equilibrio compositivo, i valori cromatici e la curiosità del soggetto che cede spesso a favore di interessi più esclusivamente pittorici, riscattano quasi sempre il Pasini dalla tentazione del fotografico, cui fu peraltro indotto dalla natura della sua visione statica e oggettiva. Tra le opere non di soggetto orientale dell’ultimo periodo, particolarmente piacevoli sono quelle dipinte a Venezia, impostate su una tavolozza fremente di ombre grigie, nonché quelle destinate a illustrare i monumenti storici del Piemonte, resi fedelmente nonostante l’ariosità dell’impianto: Veduta di Moncalieri, 1892, Interno del maniero di Issogne, 1849, e Venezia, 1881 (Torino, Galleria d’Arte moderna), Rio Santa Maria Formosa, 1898. Dei dipinti più rappresentativi si ricordano: Carovana che si prepara alla partenza e Rovine classiche nel deserto (Parma, Pinacoteca Nazionale), Pattuglia di cavalieri persiani (Parma, Pinacoteca Stuard), Una carovana nel deserto (Firenze, Galleria d’Arte moderna), Porta di un bazar e Canal Grande (Roma, Galleria Nazionale d’Arte moderna), Bazar a Costantinopoli e Sosta di una carovana in Persia (Milano, Galleria d’Arte moderna), Caccia al falco nei dintorni del lago di Urmiah, Il corriere del deserto, Il Nilo, Costantinopoli, L’Alambra a Granada (Torino, Galleria d’Arte moderna), Davanti al palazzo (Philadelphia, Pennsylvania Academy of Arts). Dopo la litografia il Pasini tentò anche, con successo, l’acquaforte (pregevole è Abbrutimento, ricordo di Costantinopoli). L’attività del Pasini come litografo e acquafortista non è mai stata oggetto di monografie specialistiche. Nel 1909 fu allestita una mostra postuma della sua opera a Venezia, dove figurarono ben centouno tra bozzetti e studi. Numerose opere del Pasini figurano nei musei di Amsterdam, Marsiglia, Milano, Montreal, Mulhouse, Nantes, Parigi, Parma, Prato, Reims, Roma, Rouen, Sidney e Torino. Le sue opere, vendute in ogni parte del mondo, gli assicurarono la celebrità e gli procurarono varie onorificenze. A Parigi fu decorato della Medaglia d’Onore per la pittura, lo Scià di Persia gli conferì il titolo di ufficiale del Leone e del Sole, il Gran Sultano di Costantinopoli quello di ufficiale dell’Ordine del Medjidée, Napoleone III lo decorò della Legion d’Onore (1878) e il Re d’Italia dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

FONTI E BIBL.: J. Copeau, L’Orient de Pasini, Paris, 1911; M. Calderini, Alberto Pasini pittore, Torino, 1917; M. Soldati, La Galleria d’Arte moderna del Museo Civico di Torino, catalogo, Torino, 1927; L. Venturi, Pretesti di critica, Milano, 1929; A. Calabi, L’incisione italiana, Milano, 1931, tav. 186; P. bucarelli, Alberto Pasini, in Enciclopedia Treccani, vol XXVI, 1935, 439-440; R. Buscaroli, La pittura di paesaggio in Italia, Bologna, 1935; A. Dragone e J. Dragone Conti, I paesisti piemontesi dell’800, Milano, 1947; M. Bernardi, Alberto Pasini e Giovanni Battista Quadrone, Torino, 1949; C. maltese, Realismo e verismo nella pittura italiana dell’800, Milano, 1967; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 108-109 e 111-112; A. P. Quinsac, Ottocento painting, catalogo della mostra, New York, 1973; Catalogo Bolaffi della Pittura italiana dell’800, n. 5, Torino, 1974; A.M.Comanducci, I pittori italiani dell’Ottocento, milano, 1934, 507; Aurea Parma 2 1936, 67; Aurea Parma 5/6 1941, 185-190; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 115; Arte incisione a Parma, 1969, 55; L’arte in Italia, Torino, 1869, I, tav. 13, e 1870, 11, tav. 6, 31; Stella, Pittura e scultura in Piemonte, Torino, 1893, 285-290; Natura ed Arte 1899-1900 (F. Musso); Emporium X 1900, 485-504 e LXIV 1926, 327-329; Rassegna della Istruzione artistica, Roma, 1935, VI, 19; L. Chiappino, Mostra di antiche stampe litografiche, Torino, 1941, 26; L. Magugliani, La pittura dell’800 e l’Africa, Milano, 1945, II; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955, 613; L. magugliani, Pittori e pittura, taccuino di viaggio, milano, 1964; Alla Bottega 1966 e 1968 (L. 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Rondani,1874, 84-86; B., in Gazzetta di Parma 1875; Burraschino, 1878; Catalogo ufficiale generale, 1880, 87; Il Presente 27 maggio 1880; A. Rondani, 1880, 167-173; A. Ferrarini, 1882, 9; E. Seletti, 1883, II, 292-301; C. Ricci, 1896, 171-172 e 363-364; Scarabelli Zunti, Documenti e memorie, v. X, ad vocem; A.R. Willard, 1898, 449-454; G. Carotti, 1899, 485-504; A. Pariset, 1905, 84-86; L. Càllari, 1909, 233-234; G. Battelli, 1924, 162; G. Gatti, 1925, 55-56; Città di Busseto mostra d’arte, 1926, 5, 22, 37, e 41; A. Corna, 1930, 412; G. Battelli, 1932, 244; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1932, v. XXVI, 270; G. Battelli, 1939, 153-154; A. O. quintavalle, 1939, 251; Bénédite-Fogolari-Pischel-Fraschini, 1945, I, 140-142; A. M. Comanducci, 1945, v. II, 569-570; Galetti-Camesasca, 1951, v. III, 1868-1869; G. Allegri Tassoni, 1952, 59-60; U.Ojetti-L.Demi-G.Lugli, 1952, 258; E. Bénézit, 1955, v. VI, 536-537; G. Copertini, in Gazzetta di Parma 25 giugno 1959, 3; U. 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Pica, I pittori italiani dell’800 nella collezione Sacchi, Milano, 1927; E. Somarè, Storia dei pitt. it. dell’800, Milano, 1928, I, 37-38; U. Ojetti, Pittori italiani dell’800, Milano-Roma, 1929, 72; A.M. Brizio, Ottocento-Novecento, Torino, 1944, 267; Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 1868-1869; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 340-342; G.L. Marini, in dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 351-353; G. Allegri Tassoni, in Aurea Parma 3 1981, 312-318; Disegni Antichi, 1988, 140; Gazzetta di Parma 8 maggio 1991, 17; S. Provinciali, in Gazzetta di Parma 12 ottobre 1996, 5; Dizionario pittura e pittori, IV, 1993, 184; Alberto Pasini da Parma a Costantinopoli, 1996, 11-18; C.F. Biscarra, Fantasia araba, quadro a olio del cavalier Pasini dimorante a Parigi, in Società Promotrice, Album, Torino, 1863; Nostro carteggio, Parigi, Lettere d’Arte. Alberto Pasini un pittore orientalista, in Il Dovere 28 aprile 1878; X, Alberto Pasini, in La Vita Italiana 13 giugno 1880; Athos (alias Colombo), Esposizione artistica Alberto Pasini, in La lombardia 3 agosto 1881, n. 213; Deuzem, Alberto Pasini, Exposition de ses études chez M. M. Boussod et Valadon, in Figaro Salon 1883; Deuzem, Alberto Pasini, Exposition de ses études chez Boussod et Valadon, in Figaro Salon 3 1886; P. de Katow, L’Exposition des études de Venise par Pasini, in Gill Blas 8 marzo 1886; Folchetto, Gli artisti italiani a Parigi. Alberto Pasini, in L’Illustrazione italiana giugno 1887; G.Lavini, Vita artistica italiana, III, Alberto Pasini, in Esposizione artistica nazionale illustrata, Venezia, 1887; Cougny, voce Alberto Pasini, in La Grande Enciclopedie Larousse, 1890; A.Rondani, Alberto Pasini, in Il Presente 16 marzo 1890, estratto da L’Arte parmense; A.Ferrero, Alberto Pasini.L’uomo e l’artista, in La vita italiana, Torino, 1894-1895; E.Calandra, Alberto Pasini, in L’Arte all’Esposizione del 1898, Torino, Roux e Frassati e C., 1, 1898; L.Arienti, Alberto Pasini, in Gazzetta di Parma 20 dicembre 1899, n. 352; Alberto Pasini, in Il Caffaro 16-17 dicembre 1899, n. 349; M. Calderini, In morte di Alberto Pasini, in Gazzetta del Popolo 17 dicembre 1899, n. 351; Caramba, Alberto Pasini, in Gazzetta di Torino 17 dicembre 1899, n. 348; G.Carotti, Artisti contemporanei. Alberto Pasini in memoriam, in Emporium dicembre 1899; Alberto Pasini, in Corriere della Sera 1899; Alberto Pasini, in La domenica del Corriere dicembre 1899, n. 52, Milano; D.Donghi, Alberto pasini, in Gazzetta del Popolo della Domenica 31 dicembre 1899, n. 53, e in Il Veneto 17 dicembre 1899, n. 347; G. Fava Parvis, Alberto pasini, in Cronache Acquesi 6 1899; G.Fava Parvis, Alberto Pasini, in Il Messaggero Egiziano 27 dicembre 1899; A.Ferrero, Arti e Scienze, Alberto pasini, in La Stampa 16 dicembre 1899, n. 348; Alberto Pasini, in Il giorno 17 dicembre 1899; F.Musso, Arte e artisti, Alberto pasini, in Natura e Arte 5, 1899; Alberto pasini, in La Perseveranza 17 dicembre 1899; A.Belforti, Alberto Pasini, in L’Orifiamma, Chieti, 1900; M.Calderini, Alberto Pasini, in Le journal des Arts 18 agosto 1900, n. 58; E. T., Alberto Pasini, in Rivista d’Italia 1900; A.Ferrero, Alberto Pasini, in L’Illustrazione italiana, 1900, 23; U.Fleres, Alberto Pasini, in Nuova Antologia I 1900; Recensione mostra individuale di Alberto Pasini nell’VIII Biennale di venezia, in Gazzetta di venezia 30 maggio 1909; Annunci vari per vendita di quadri di Alberto Pasini all’VIII Biennale di Venezia, in Gazzetta di Venezia maggio-novembre 1909; G.Lavini, Presentazione della Mostra individuale di Alberto Pasini, in Catalogo illustrato dell’VIII Esposizione Internazionale d’arte della città di Venezia, Venezia, Ferrari, 1909; A.Colasanti, Schede Alberto Pasini, in Catalogo della Galleria Nazionale d’Arte Moderna in Roma, 1915; E.Ferrettini, L’opera di Alberto Pasini, in Gazzetta del Popolo 19 aprile 1917, n. 108; Direzione Galleria Centrale d’Arte per l’incremento artistico, Catalogo dell’Esposizione postuma delle opere del pittore Alberto Pasini, piemontese, Milano, Pirola, 1917; A.Giacconi, Le mostre che si annunciano, L’Orientalista Alberto Pasini, in Bianco e Nero 1917; Annuncio dell’esposizione di Alberto Pasini al Palazzo Cova e di asta di un quadro per la C.R.I., in La Perseveranza 1917; E.Tozzi, Alberto Pasini, in Pagine d’Arte 3 1917; P.Baratta, La città di Busseto per Alberto Pasini, in gazzetta di Parma 2 giugno 1926, n. 129; G.Copertini, Le Mostre postume di alberto Pasini e S.Marchesi all’esposizione di Busseto, in Aurea Parma novembre-dicembre 1926, 307-309; Enciclopedia Pomba per le famiglie, a cura di F.Cosentini, voce pasini, Torino UTET, 1926; P.Torriano, prefazione al Catalogo della Mostra di Alberto pasini, Galleria Scopinich, Milano, 1926; L.Venturi, Lega e Pasini, in Il Secolo 28 settembre 1926 (le citazioni sono in riferimento al testo pubblicato in L.venturi, Pretesti di critica, Milano, Hoepli, 1929); Collezione Ferria, Eredi di Alberto Pasini, Galleria Scopinich, Milano, Rizzoli e C., 1929; A.Pettorelli, Alberto Pasini.Pittore bussetano, in Aurea Parma 1941, 185-196; A.Lancellotti, Pasini Alberto.Pittori orientali e coloniali, in rivista delle Colonie 1943; L.T., Alberto Pasini un grande pittore orientalista, in L’Illustrazione Italiana 25 marzo 1945, n. 12; I.Cremona, Alberto Pasini e G.B.Quadrone, in La Fiera Letteraria 20 1949; dizionario Enciclopedico Italiano, voce Alberto Pasini, Roma, Istituto Treccani, 1958; A.Dragone, Alberto Pasini tra Parigi e Oriente, in cultura figurativa e architettonica degli Stati del Re di Sardegna (1773-1861), Torino, 1980; F. B., scheda Alberto Pasini, in Les peintres orientalistes, catalogo dell’esposizione dei Musei di pau, Dunkerque e Douai, 1983; J.Munro, scheda Alberto Pasini, in The Orientalists Delacroix to Matisse, catalogo esposizione, London, M.A.Stevens, 1984; A.Borgogelli, scheda Alberto pasini, in Il secondo ‘800 italiano. Le poetiche del vero, catalogo dell’esposizione, Milano, Mazzotta, 1984; P.Nicholls, Alberto Pasini.veduta della Moschea del Collegio Ispahan, in Ottocento 17 1988; V.Botteri Cardoso, Pasini, genova, Sagep, 1991; Battistero di Parma, registro dei nati ad an. 1789, 1802, 1820, 1821, 1823, 1825, 1828; Comune di Busseto, registro dei nati, n. 259, 1826; Collegiata parrocchiale di SanBartolomeo, Busseto, Registro dei nati, n. 78, 1826; Archivio di Stato diParma, Presidenza dell’interno, busta 592, atto 922, 858 in data 28 maggio 1828; Comune di Monticelli d’ongina, registro dei morti, n. 132, 4 agosto 1828; Archivio di Stato di Parma, presidenza dell’interno, busta 593, 21 novembre 1828, Protocollo della Presidenza n. 12927 della Divisione 2775.4451 P. 13688, 2935, 21 novembre 1828; Archivio dell’Accademia di Parma, Atti 1843, Ragguaglio sulla condotta studiosa e morale degli alunni della Scuola di Paesaggio, 1843, cartella 1843, 19 luglio e 16 novembre 1843, cartella 1844, 30 maggio e 23 settembre 1844, Atti 1839-1846, v. IV, 29 luglio 1844, 282, Lettera E.Pasini, cartella 1845,  Atti 1846, 29 maggio e 8 giugno 1846, due lettere firmate Boccaccio, Atti 1846, 5 giugno, n. 2723, lettera firmata P.Toschi, Atti 1839-1846, v. IV, Verbale per assegnazione di l. 30, p. 282, Atti, v.V, 1842-1852, concorso e assegnazione, Gran premio Annuale, 1847, Registro allievi, 11 gennaio 1848, Società d’incoraggiamento, 17 febbraio, 10 giugno 1854, mandati d’acquisto e note di ricevimento, Società d’incoraggiamento, 5 maggio e 15 giugno 1855, Società d’incoraggiamento, 26 luglio 1856, atto 12569, Atti Accademia, 1852-1857, 10 dicembre 1856, 252-254, Decreto sovrano per nomina a Membro d’onore, Lettera di ringraziamento per dono di un disegno, f.ta Lopez al pittore AlbertoPasini, 3 gennaio 1857, Società d’incoraggiamento, atto d’acquisto n. 225, 28 settembre 1858, atti v. VIII (1864-1877), Verbale C.Accademico per successione L.Marchesi, 17 agosto 1862, n. 1559 e atti vari successivi, cartella 1862, Lettera del prof.scaramuzza al prof.A.Malatesta, n. 1572, 20 settembre 1862, atti v. VIII (1864-77), Verbale seduta C.Accademico per ricevimento in dono di un quadro di Alberto Pasini, 17 dicembre 1864, Lettera di ringraziamento f.ta prof.Scaramuzza, n. 2518, 23 dicembre 1864; Società d’Incoraggiamento.Nota di sorteggio Esercizio 1864; Francia, Ministère de l’Etranger Quai d’Orsay, Etat numerique des fonds de la corréspondance politique, n. 25, 26, 27, Perse, Paris, 1 C.M., XXXVI, 1854-1855; Préfecture du département de la Seine, 9° me Mairie de Paris, Acte de naissance de Claire Pasini, 30 gennaio 1862; Royal Anglo-Australian Society of Artists a Pasini, Archivio Eredi, 15-29 giugno 1891; Metropolitan Museum of Art, Central Park New York, Archivio Eredi, 1 agosto 1896.

PASINI AMILCARE
Gainago 3 novembre 1917-Roma 24 maggio 1995
Penultimo di sei fratelli, figlio di Angelo e Luigia. Frequentò le scuole primarie a colorno, e subito dopo iniziò il lavoro nei campi. Ma, essendo gracile e inadatto ai lavori pesanti, fu inviato in seminario, dove frequentò anche il ginnasio. A Roma si laureò nel 1945 in diritto canonico. Ordinato sacerdote a ventire anni (giugno 1940), diventò direttore spirituale del seminario minore di Parma, poi di quello maggiore. Fu un periodo di intensa attività. Senza risparmio, il Pasini si dedicò alla formazione dei seminaristi (fu insegnante di ascetica e di diritto canonico) e poi dei sacerdoti. Nel 1965 venne nominato vescovo titolare di Zallata e ausiliare del vescovo Colli. Un anno dopo fu ordinato vescovo e nominato amministratore apostolico sede plena di Parma. Dall’agosto 1971 il Pasini divenne ufficialmente vescovo di Parma. Ma fu in effetti dal 1966 che il Pasini ebbe la responsabilità primaria nella guida della diocesi. Un ruolo rivestito fino al 1981, anno in cui l’ormai totale cecità lo obbligò a chiedere le dimissioni al Papa. Nel periodo in cui resse la diocesi, il Pasini lavorò intensamente, anche di fronte alle difficoltà post-conciliari: furono anni in cui esplosero mutamenti culturali e lo stesso mondo della Chiesa ne fu disorientato. Nel 1968 giovani cattolici contestatori occuparono la Cattedrale di Parma. Il Pasini, se capì quella forma di protesta, non ne accettò il metodo. Comunque fu uno dei primi vescovi che andò a parlare agli operai che stavano occupando le fabbriche e non si stancò di richiamare sacerdoti e laici alla radice della fede. Grande fu il suo impegno nel dare linfa alla periferia: grazie a lui furono infatti impostate numerose parrocchie del contado parmigiano. Nel 1970, precipitando dal solaio del vescovado, rischiò la morte: fu a lungo ricoverato in rianimazione. Ma furono soprattutto gli occhi il suo vero calvario: prima la perdita del sinistro per il diabete, poi nel 1981 la cecità bilaterale. Così, dopo l’accoglimento delle dimissioni da parte di papa Giovanni Paolo II, per il Pasini iniziò una presenza costante al servizio della Chiesa, offrendo la propria esperienza, la riflessione e la preghiera. Appassionato di storia locale, studiò figure parmensi come don Bernini o madre Bottego, fondatrice delle saveriane. Sopportò la cecità con serenità, aiutato dai suoi collaboratori e da volontari che gli leggevano i libri che amava. Fu uno dei primi a ricevere le edizioni di Famiglia cristiana per non vedenti. Il Pasini morì nella Casa delle suore Chieppine, nel quartiere Monteverde a Roma, dove era ospitato insieme al vescovo Benito Cocchi, per partecipare all’assemblea della Conferenza episcopale italiana.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 gennaio 1984, 9; D. Barilli, in Gazzetta di Parma 26 maggio 1995, 7.

PASINI ANTONIO
Borgo San Donnino 21 febbraio 1770-Parma 23 luglio 1845
Figlio di Carlo. Studiò pittura nell’accademia Reale di Belle Arti di Parma sotto la guida del peroniano Domenico Muzzi. Nel 1787 venne classificato secondo, con menzione onorevole, al concorso dell’Accademia nella sezione di composizione e nel concorso del 1790 vinse il primo premio, nella stessa sezione, con il dipinto che raffigura Meleagro che dona la testa del cinghiale alla vergine Atalanta. Nel 1805, già Accademico d’onore, fu promosso professore aggiunto e insegnante di miniatura, con l’obbligo di istruire quei giovani, che a tal professione vorranno applicarsi. Ebbe tra i suoi allievi  Macedonio Melloni, che vinse un premio nel disegno di nudo nel 1820, Francesco Scaramuzza, che fu premiato per il disegno di composizione, Evangelista Pinalli e Vincenzo bertolotti. Nel 1816 il Pasini fu nominato ritrattista di Corte.Nel 1820 eseguì un ritratto di Maria Luigia d’Austria, la quale, giudicandolo poco somigliante, lo fece ritoccare. Nel 1822 fu maestro di composizione e anatomia e tale rimase fino alla morte. Fu amico di G.B.Bodoni, per il quale eseguì un disegno conservato presso la Biblioteca del Conservatorio di Musica, raffigurante una Conversazione in casa Bodoni con vari personaggi. Bodoni gli affidò l’incarico di acquarellare le incisioni a soggetto mitologico ed arcadico del famoso Cimelio, l’opera tipografico-pittorica offerta dal Bodoni stesso a Napoleone Bonaparte e a Maria Luigia d’Austria in occasione della nascita del figlio nel 1811. Il Pasini è considerato, soprattutto, buon ritrattista e diligente miniaturista. G.Copertini afferma che del Pasini pochi ritratti e poche miniature sono giunti fino a noi. Sono noti il Ritratto degli architetti Angelo, Giuseppe e Pietro Rasori, del 1814, due ritratti a olio di Maria Luigia d’Austria, nonché un disegno a pastello della Duchessa stessa e un ritratto di napoleone Bonaparte, conservato presso l’Istituto d’Arte P.Toschi di Parma. Nel campo della composizione non si conoscono molte sue opere.G.Godi cita il poco noto S.Francesco di Sales della chiesa di Polesine; che è parmigianinescamente stilizzato alla Biagio Martini, e G.Copertini ricorda la Deposizione (1815) in Duomo, di stanca ispirazione, e un quadro giovanile dedicato a S.Liberata in Ognissanti (La Vergine con il Bambino e le sante Liberata e Teopista), opera incerta e malcongeniata, con qualche stanco riflesso culturale parmigianinesco, sebbene non privo di un lieve, ma sentito cromatismo. Stando al necrologio che traccia M.Leoni, ei fu d’indole assai facile a pigliar collera e malumore, e ancora un poco troppo celere e duro ne’ giudizi suoi propri.Ma d’altra parte non fu né dissimulatore codardo, né piaggiatore interessato e contro coscienza.Rispettò i grandi ma non li andò vezzeggiando e sopattutto fu probo. Del Pasini ritrattista, si hanno tre piccoli ritratti presso la Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Parma e Piacenza catalogati alla maniera di. Presso i contemporanei fu celebrato per le sue raffinate miniature ad acquerello su avorio ma, probabilmente poiché non le firmava, nessuno di questi lavori è noto, salvo un ritrattino, a olio su rame, con le sembianze di Gian Domenico Romagnosi, che gli ordinatori del Museo Lombardi di Parma, dove è conservato, gli hanno attribuito.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1845, 313; A. Pariset, 1905; B. Molossi, 1957; G. Godi, 1974; G. Godi-G. Carrara, 1984; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 295-296; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, appendice II, 1935, 445; G.Copertini, Pittori dell’Ottocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 154; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia Parmense, catalogo, Parma, 1952; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 13-14; Dizionario Bolaffi Pittori, VIII, 1975, 353-354; Arte a Parma, 1979, 199; Disegni Antichi, 1988, 105; V. Botteri Cardoso, Pasini, 1991, 34; Aurea Parma 3 1993, 245; V.Banzola, in La cesa di Sant 1996, 30-31.

PASINI ANTONIO
Borgo San Donnino 1799-Parma 4 gennaio 1876
Dopo aver conseguito la laurea in scienze fisico-matematiche, si dedicò all’ingegneria (fu allievo di Cocconcelli), acquistando in questo campo vasta reputazione e benemerenze. Dai governi parmensi che si susseguirono a partire dal 1830 ebbe incarichi di importanza e di fiducia e, alla costituzione del Regno d’Italia, ottenne la nomina ad ingegnere capo del Genio Civile di Parma. La commissione per la Ferrovia Centrale italiana lo annoverò tra i suoi membri e in tale qualità il Pasini svolse opera attivissima in particolare nella realizzazione del tronco ferroviario Bologna-Pistoia.

FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 295; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, app. II, 1935, 445; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 342.

PASINI CARLO
Parma XIX secolo
Fu più volte scritturato quale corista (basso) del Teatro Regio di Parma.

FONTI E BIBL.: Dietro il sipario, 1986, 302.

PASINI ETTORE
Busseto 1824 c.-Torino 7 aprile 1886
Figlio di Giuseppe e di Adelaide Crotti. Studiò legge all’Università di Parma. Conseguita la laurea, intraprese la carriera di magistrato, pervenendo a ricoprire la carica di consigliere della Corte di Cassazione in Torino, dove spiegò una lunga attività di valente e integerrimo magistrato, e fu circondato di larga stima. I suoi meriti furono anche riconosciuti da re Vittorio Emanuele di Savoia, che con suo decreto gli conferì la commenda della Corona d’Italia.

FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 86; D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 342.

PASINI FRANCESCO
Parma 1823/1831
Ragioniere presso il Consiglio di Stato del Ducato di Parma, nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Durante i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 199.

PASINI GIUSEPPE
Parma 28 gennaio 1789-Parma 3 agosto 1828
Funzionario dell’amministrazione pubblica, in giovinezza accudì alla musica, né soltanto alla parte meccanica.Que’ suoi Ricercari in sulla chitarra francese erano tutta maestria, e t’infondevano nell’anima una cara mestizia. Nella prima metà del XIX secolo compose Variazioni per chitarra francese sola, op. 1, dedicate all’avvocato Francesco Grotti, edite a Parma presso l’Autore. L’unico esemplare conosciuto di quest’opera non datata, appartenuto a Luigi Torrigiani, fu donato al Conservatorio di musica di Parma nel 1893. Si conoscono poi del Pasini Tre sonate per chitarra, dedicate a Ferdinando Carulli.

FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di parma 9 agosto 1828; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

PASINI GIUSEPPE
Busseto 1893-Carso 5 giugno 1917
Figlio di Tommaso. Sergente di Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: comandante di un plotone, con mirabile slancio e sprezzo del pericolo, alla testa dei suoi uomini, conquistò una dolina fortemente difesa dal nemico con intenso fuoco. Mentre poi si accingeva a rafforzare la posizione conquistata, venne colpito a morte da una granata avversaria.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 31a, 2411; Decorati al valore, 1964, 30.

PASINI RENZO
Parma 1915-Parma 16 settembre 1987
A ventitre anni si laureò in lettere, e iniziò l’insegnamento nelle scuole medie. La mobilitazione per la seconda guerra mondiale lo coinvolse tra le file dei combattenti e interruppe la carriera già avviata. Ritornato in famiglia, il 1° ottobre 1945 entrò come insegnate di lettere nel Conservatorio di musica A. Boito di Parma, passando di ruolo nel 1951. con il ritorno della libertà democratica, entrò nelle file della Democrazia Cristiana. Vice-segretario provinciale nel 1946, venne eletto consigliere comunale nelle prime elezioni amministrative, con 409 preferenze, quarto dopo Giuseppe Micheli, Felice Corini e Michele Valenti. Segretario provinciale nel 1946-1947, si dimise per presentarsi candidato alla Camera dei deputati: ottenne un eccezionale successo personale, arrivando secondo dopo Valenti (unico eletto parmigiano) con oltre 19mila preferenze a Parma e quasi 21mila in tutta la circoscrizione. Rieletto consigliere comunale nel 1951 con il massimo dei voti tra i candidati della Dc (5150), come capo del suo gruppo, condusse un’implacabile opposizione contro la Giunta socialcomunista. La Dc di Parma trovò in Pasini un leader di eccezionale valore, che accoppiò al coraggio anche il sapiente supporto di una profonda preparazione culturale. Nei primi mesi del 1953 la direzione nazionale della Dc, in riconoscimento dell’opera svolta, lo nominò ispettore centrale del partito e lo incluse nella lista dei candidati alla Camera dei deputati nelle elezioni del 7 giugno dello stesso anno. Il Pasini venne eletto con quasi 28mila preferenze (27mila solo a Parma). Per potersi dedicare a tempo pieno al nuovo, prestigioso mandato lasciò l’insegnamento: l’aula di Montecitorio lo vide spesso protagonista, impegnato nei grandi temi politici, ma anche nella difesa degli interessi di Parma e della sua Provincia. tra le tappe più significative del suo quinquennio, vi fu l’istituzione a Parma del Magistrato per il Po e la successiva difesa di questa scelta da un tentativo (venuto da parlamentari del suo stesso partito) di trasferirlo a Rovigo, l’ottenimento di cospicui contributi per la ricostruzione del teatro Farnese e per il riassetto delle strutture dell’Ospedale maggiore e delle cliniche universitarie e l’avvio e il sostegno della legge sul riconoscimento della tipicità del formaggio  parmigiano-reggiano. Il Pasini fu scelto come relatore di maggioranza al bilancio dei Lavori Pubblici. Quando morì Arturo Toscanini, il Pasini fu designato a rievocarne la memoria nell’aula di Montecitorio, con un intervento di palpitante suggestione storica e morale. Nelle elezioni politiche del 25 maggio 1958, nonostante 27mila preferenze, non venne rieletto. Il Pasini ruppe allora in modo drastico con la politca e ritornò all’insegnamento. Accettò solo di collaborare alla Gazzetta di Parma con una rubrica politico-etico-sociale dal titolo Cronache del nostro tempo, firmata con la pseudonimo di Zadir: uno spaccato di costume che ottenne ampi consensi di lettura e che durò diversi anni, prima dell’interruzione decisa dal Pasini. Al Conservatorio di Parma il Pasini lavorò fino al 1979. Chiamato a far parte del Consiglio di amministrazione, fu convinto sostenitore delle iniziative di sviluppo della didattica e del raggio di azione dell’Istituto, come l’istituzione della scuola di liuteria e del concorso internazionale pianistico Mario Zanfi. Nel 1980, appena collocato a riposo, il Conservatorio lo premiò in una pubblica cerimonia per la sua lunga e meritoria attività di insegnante e di amministratore. Quando il Lions club di Parma lo elesse alla presidenza, il Pasini diede vita a una iniziativa di nobile significato culturale: l’istituzione della bacchetta d’oro per direttore di orchestra, che nella prima edizione venne assegnata al musicista tedesco Otto Klemperer.

FONTI E BIBL.: A. Curti, in Gazzetta di Parma 18 settembre 1987, 4.

PASOTTI GIOVANNI GIACOMO
Monticello di Sant’Ilario di Baganza o di Bardone 1521/1527
Tipografo di musica, fu attivo in Roma nella prima metà del XVI secolo. Dapprima stampò da solo: nel settembre del 1521 uscì il suo primo libro, la Musica di Eustachio Romano, e nel maggio dell’anno seguente, a spese di G. Giunta, l’antologia Missarum decem liber primus. In seguito si associò a Valerio Dorico e insieme, sempre a spese del Giunta, stamparono (aprile 1526) il primo libro della Croce di canzoni e frottole e ristamparono dall’agosto 1526 all’aprile 1527 i quattro libri dei Motetti dela corona del Petrucci.

FONTI E BIBL.: C. Sartori, Dizionario, 115; La tipografia del ’500, 1989, 104-105.

PASQUALI MARC'ANTONIO
Parma 1513/1515
Fu organista della Cattedrale di Parma. Dal Libro delle Entrate e delle Spese del Monastero di S. Giovanni Ev. risulta che il Pasquali sostituì più volte l’organista Polidoro, specialmente durante la malattia che ne causò poi la morte. Come organista provvisorio, il Pasquali servì la chiesa di San Giovanni Evangelista sino alla nomina, come organista, di Domenico Della Musa (dal 15 giugno 1513 fino al 24 dicembre 1515).

FONTI E BIBL.: Libri delle Entrate e delle Spese del Monastero di S. Giovanni Evangelista in Parma; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 7.

PASQUALI OLIMPIO
-Parma 4 dicembre 1982
Capitano maggiore, figura di valoroso combattente, il Pasquali fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare. L’onorificenza gli fu concessa agli inizi della seconda guerra mondiale a Sidi el Bazzani, sul fronte dell’Africa settentrionale, durante la prima offensiva britannica del dicembre 1940, con la seguente motivazione: Puntatore di un pezzo anticarro 75/27 del 204° Reggimento artiglieria, rimasto circondato da un intero corpo d’armata motorizzato avversario, ma deciso a resistere anche senza speranza di vittoria, il cap. magg. Pasquali, solo superstite pur ferito egli stesso, dopo che il suo pezzo era stato colpito da una granata, continuava con successo a colpire i carri attaccanti e a respingerli finché nuove, più gravi ferite dovevano obbligarlo a desistere. Caduto prigioniero, fu rimpatriato solo il 4 settembre 1946.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 gennaio 1983, 7.

PASQUALI PIETRO
Marano 18 dicembre 1785-Parma 2 dicembre 1842
Nato da famiglia di modesta condizione, riuscì a laurearsi in Medicina nel 1807. Fu ricercatore tenace, pronto e immediato, tra gli allievi preferiti del Colla. Insegnò anatomia e fisiologia all’Università di Parma dal 1820 alla morte. Fu eletto Priore della Facoltà medica nel 1828. Nel 1823 il Pasquali, che prese parte alla I e III riunione degli scienziati italiani, fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Durante i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza. Ebbe solenni esequie e gli fu dedicata un’iscrizione da Amadio Ronchini sulla porta della chiesa di Sant’Andrea. Il suo ritratto fu inciso nello Studio Toschi da Delfino Delfini.

FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 34; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 296-297 e 524; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 199; G.Berti, Atteggiamenti del pensiero nei Ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 539.

PASQUALINI FRANCESCO
Parma 1690
Fu incisore all’acquaforte. Una sua stampa, di qualità mediocre, si trova nella raccolta della Biblioteca Palatina di Parma.

FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, Arte incisione in Parma, 1969.

PASQUALINI LORENZO
Parma 1715/1740
Sacerdote, fu cantore della Cattedrale di Parma dal 12 aprile 1715 al 25 dicembre 1740 e della Steccata di Parma nel 1734.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 178.

PASQUALINI MARIO
Busseto 1558 c.-Milano 3 settembre 1598
Frate barnabita, fece parte di un gruppo di religiosi che si diede a una vita ritirata e di contemplazione. Compiuta la professione di fede nell’anno 1580, il Pasqualini passò gran parte della sua vita religiosa in Sant’Alessandro di Milano, occupato nelle pratiche della comunità: fu per diversi anni Prefetto alla biancheria. Il Pasqualini morì all’età di circa quarant’anni: a dì 3 settembre il P.D. Mario Pasqualini dopo cinque giorni di gagliarda febbre, chiesti i S.S. Sacramenti con molta istanza, e ricevutigli, spirò la sua anima con buone disposizioni nelle mani del Signore (Cronaca S. Alessandro Milanese, 23).

FONTI E BIBL.: Menologio dei Barnabiti, IX, 1936, 328.

PASQUALINI TOMMASO
Parma 1767/1768
Nel 1767, profittando dei contributi governativi concessi senza interessi, mediante una privativa aprì a Parma una fabbrica di corde da violino.Subito, però, suor Maria Francesca Rubbiani, badessa di Santa Basilide, espresse in un esposto al ministro la lamentela che le suore del convento avevano sofferto in passato il cattivo odore più per la concia delle corde di violino, che è già rimossa, che della concia delle pelli.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 521.

PASSANI FERDINANDO
Parma 1822 c.-
Fu architetto civile del Governo Parmense e Accademico d’onore dell’Accademia delle Belle Arti di Parma.

FONTI E BIBL.: P.Martini, Scuola delle Arti Belle, 1862, 37.

PASSANI ULISSE
Parma 1848-Argentina 1933
Figlio dell’architetto Ferdinando. Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Parma (dove meritò premi ed encomi per la sua perizia disegnativa), fu ritrattista sicuro e acuto, sobrio nel colore quando, come nel Ritratto di Alfonso Cavagnari (Parma, Cassa di risparmio), dipinse dal vero, più enfatico e meno convincente, invece, nelle copie da modelli, come in Ritratto di Carlo III di Borbone (Parma, Pinacoteca Nazionale), preso da una fotografia o da una miniatura, dopo la morte del Duca, e quello di Carlo II di Borbone, da un originale di G. F. Watts (Parma, Pinacoteca Nazionale). Furono donati alla Galleria nel 1888 dal duca Roberto di Borbone. Nei depositi della Galleria stessa è conservata una sua Testa di vecchio con lunga barba bianca. Nel 1890 il Passani emigrò in Argentina.

FONTI E BIBL.: A.O. Quintavalle, La Regia galleria di Parma, Roma, 1939; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 120; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 359.

PASSARDO MATTEO
Borgo San Donnino 1527/1528
Prevosto mitrato. Resse per un solo anno la Chiesa di Borgo San Donnino in qualità di vicario di Marc’Antonio da Corte, la cui rinuncia alla prevostura non fu riconosciuta da papa Leone X.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 29.

PASSERA GIUSEPPE
Fontanellato-Alpe di Cosmagnon 10 ottobre 1916
Figlio di Ernesto. Bersagliere zappatore del Battaglione Bersaglieri Ciclisti, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: Ferito non volle lasciare il combattimento e mentre si medicava sul posto, veniva di nuovo mortalmente colpito. Spegnevasi incitando i compagni ad avanzare e con il grido di Viva l’Italia!.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, Dispensa 75a, 6176; Decorati al valore, 1964, 47.

PASSERI CESARE, vedi PASSERI PIETRO CESARE

PASSERI ENRICO
-Parma 13 giugno 1902
Fece le campagne risorgimentali del 1859, 1860 e 1866.

FONTI E BIBL.: C. Carraglia, L’Industriale 18 giugno 1902, n. 24; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 416.

PASSERI PIETRO CESARE
Poviglio 8 febbraio 1842-Sorbolo 18 novembre 1937
Figlio di Giuseppe Lanfranco e di Celestina Gazza. Falegname, fu volontario garibaldino. Fu ferito in combattimento contro gli Austriaci da un colpo di sciabola: in occasione della riesumazione della salma nel cimitero di Sorbolo fu riscontrata, sullo scheletro, tale lesione ossea. Le sue decorazioni, per suo espresso desiderio, furono appuntate al suo abito funebre e tumulate con la salma. Il Passeri fu socio della Società di Mutuo Soccorso di Sorbolo dal 1880.

FONTI E BIBL.: M.Clivio, Dal Risorgimento nazionale alle conquiste sociali, 1984, 61.

PASSERINI AMEDEO
Parma 15 aprile 1870-1932
Figlio di Giovanni e Teresa Scaglia. giovanissimo, entrò nella carriera forense e nella vita pubblica mettendosi ben presto in luce, tanto in questa quanto in quella, per le sue spiccate qualità professionali. Avvocato civilista e penalista di grande valore, fu argomentatore poderoso e parlatore vigorosissimo. Sostenne cause di grande importanza e in ognuna portò l’impeto della sua oratoria, non fascinosa ma fortissima, e il suo rigore giuridico. Nella pubblica amministrazione ricoprì varie e importanti cariche. Fu pro-sindaco e assessore alle Opere Pie nel 1908, presidente degli Ospizi Civili, dell’Ordine degli Avvocati, della Cassa di Risparmio e dell’Ordine Costantiniano. Eletto Sindaco di Parma nel 1920, quando tre anni dopo cessò dalla carica, consegnò al suo successore il bilancio in pareggio. Fu il Passerini a ricevere la regina Margherita di Savoja quando quest’ultima venne in Parma a inaugurare l’Ospedale Maggiore. Resse con zelo e con scrupolosa economia le sorti del Comune attraverso i giorni turbolenti dell’avvento del fascismo, che ebbero a Parma il sanguinoso epicentro nelle due giornate dell’agosto 1922 con l’assedio delle squadre di Balbo all’Oltretorrente. L’anno dopo il Passerini si dimise.

FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 115-116.

PASSERINI DOMENICO
Parma 30 ottobre 1723-Parma 20 febbraio 1788
Fu pittore e direttore dell’Accademia parmense di Belle Arti. Tra le sue opere segnalate dalle fonti è l’Adorazione del Bambino con S Eurosia Antonio e Giuseppe, una volta in Sant’Andrea, poi presso la Galleria Nazionale di Parma. Nella chiesa di Bianconese si conserva la pala con le Anime purganti e i santi Biagio Apollonia Licia e Agata. Nel teatro Farnese dipinse un medaglione a olio. Di alcuni suoi ritratti rimangono copie a incisione. In San Pietro a Vigatto il Passerini subentrò al Gabbi nell’eseguire uno stendardo con i S.S. Pietro e Paolo che non poté finire prima della morte. Fu poi terminato dal Rubini.

FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. XXVI (1932);  Dizionario Bolaffi Pittori, VIII, 1975, 36; Aurea Parma 2 1978, 96.

PASSERINI FILIPPO
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, VI, 286 v.

PASSERINI FRANCESCO
Parma 1716/1740
Fu cantore alla Cattedrale di Parma dal 22 giugno 1716 al 25 dicembre 1740. Dal 1726 al 1734 fu cantore alla Steccata di Parma.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 178.

PASSERINI GIORGIO
Parma 14 ottobre 1846-1916
Figlio di Giovanni e di Maria Bussi. Sposò Marietta Delbono. Fu socio corrispondente (1893) e membro effettivo (1914) della Deputazione di Storia Patria.

FONTI E BIBL.: R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 232.

PASSERINI GIOVANNI
Pieve di Guastalla 16 giugno 1816-Parma 17 aprile 1893
Nacque da Gaetano e da Barbara Allegretti. Frequentate a Guastalla le scuole elementari e superiori, compì il corso di filosofia all’università di Parma, dove il 30 luglio 1836 fu laureato in medicina. Medico non per libera scelta, rifiutò la condotta procuratagli dal padre, dedicandosi alle Scienze naturali e in particolar modo alla Biologia vegetale. Di ritorno a Parma da Firenze, dove si era recato per la promessa fatta al padre di dedicarsi agli studi di medicina ma dove si era appassionato, in realtà, allo studio della zoologia e soprattutto della Botanica alla scuola di Antonio Targioni Tozzetti, ebbe l’occasione fortuita di incontrare Giorgio Jan, professore di Botanica all’università di Parma. tra i due nacque un’intesa culturale sulla base sia di aspirazioni comuni che di affinità di carattere. Il Passerini collaborò con G. Jan al Museo Civico di Milano, dal gennaio 1843 alla primavera del 1844, nella difficile e lunga impresa di riordinamento scientifico delle collezioni. Fu per merito e interessamento di Jan che il Passerini ebbe, il 12 aprile 1844, l’incarico delle lezioni, diventando, il 5 dicembre 1845, titolare della cattedra di Botanica dell’Università di Parma e direttore dell’Orto Botanico di Parma. Da quel momento iniziò la fulgida carriera scientifica e didattica del Passerini, al quale va il merito di aver elevato a fama internazionale l’Istituto di Botanica di Parma. Infatti, con l’avvento del Passerini, la Botanica superò gli schemi classici della tassonomia e della floristica e prese un indirizzo decisamente moderno, affrontando studi di anatomia e morfologia comparata e problemi di biologia e di fisiologia. Il suo primo lavoro scientifico fu pubblicato nel 1844, Flora Italiae superioris. Parte Prima. Talamiflore.Rappresenta il primo tentativo in Italia di applicare il metodo naturale analitico alla flora italiana, e fu dedicato al suo amato maestro G. Jan. Il Passerini fondò ex novo l’Istituto di Botanica, ponendo anche le basi di un erbario regionale e generale (sia con sue raccolte che con gli scambi): infatti l’Orto Botanico di Parma ne era rimasto privo, dopo il trasferimento di Jan e del suo ricchissimo erbario privato al Museo Civico di Milano. Il Passerini fu uno dei primi in Italia a introdurre il microscopio sia come mezzo di indagine scientifica che come strumento didattico per l’osservazione diretta da parte degli studenti della Scuola di Botanica, piccolo edificio sul lato sinistro dell’ingresso all’Orto Botanico, che il Passerini, non senza fatica, fece costruire insieme a una serra calda e a un semenzaio. Anche la biblioteca fu arricchita. Si aumentarono gli erbari, essendosi acquistato un erbario di proprietà privata e una copiosa collezione di preparati microscopici. L’Istituto arrivò, per le attrezzature scientifiche e didattiche, a un grado di specializzazione e di efficacia di ricerca, quale pochissimi altri in Italia potevano vantare. Riorganizzò l’Orto secondo il metodo naturale, seguendo il De Candolle, vi impiantò un arboreto, continuando a scambiare campioni d’erbario fanerogamico con i suoi colleghi italiani e stranieri, percorrendo l’appennino e la zona del parmense. Il passerini amò tanto la scienza quanto la sua Patria: gli eventi politici del 1848-1849 ebbero presa su di lui, anche se egli, di natura mite e serena, non partecipò mai attivamente alla vita politica, tutto dedito come fu alla ricerca. Si limitò ad approvare caldamente gli entusiasmi e le patriottiche agitazioni ma tale atteggiamento fu ritenuto pericoloso dal duca Carlo di Borbone che, con decreto 23 ottobre 1849, lo destituì dalla cattedra (fu reintegrato il 15 febbraio 1853), affidando l’incarico delle lezioni per ben due anni a un amatore-giardiniere, Giorgio Scherer. Il Passerini non si perdette d’animo e nel suo isolamento continuò a lavorare con la pazienza e la serenità che gli erano connaturati. È frutto di quel periodo il lavoro Flora dei contorni di Parma (esposta in tavole analitiche), del 1852. Questa sua opera si proponeva di censire la flora del parmense e fu di stimolo ad altri studiosi che pubblicarono, sulla sua scia, i risultati di numerose ricerche sulla flora fanerogamica di diverse regioni d’Italia, anche se tali ricerche risultarono inferiori dal punto di vista diagnostico e della coerenza sistematica. Fu sempre in quel periodo che il Passerini, probabilmente spinto dall’eminente entomologo e amico Camillo Rondani, intraprese lo studio degli afidi, un gruppo di insetti che notoriamente infestano le piante dei campi e dei giardini. Nell’ambito di questa famiglia d’insetti seppe differenziare sette generi e una cinquantina di specie: tale classificazione fu universalmente accettata dagli studiosi entomologi, e i suoi lavori su questo argomento rimangono dei classici. Il Passerini fu inoltre autore del Compendio della flora italiana, stampato in collaborazione con V. Cesati e G. Gibelli a partire dal 1875. In tale Compendio il Passerini si assunse l’elaborazione dicotomica per classificare le specie, dimostrando così la sua pratica e acutezza nel metodo analitico. Non mancò di occuparsi anche di botanica pratica o applicata, come fanno fede piccoli scritti su piante utili. Cercò di riscattare la Botanica dall’opinione corrente che la definiva amabil scienza: di qui il suo impegno di dare sempre a essa un indirizzo pratico e applicativo (l’agricoltura, la floricoltura e il giardinaggio). A questo proposito va anche ricordato che istituì a Parma il 31 marzo 1857, la Società parmense di Orticoltura, intenta a promuovere l’introduzione nel paese delle piante più rare, preziose, utili ed ornamentali, valendosi d’ogni mezzo opportuno e specialmente delle pubbliche esposizioni con distribuzione di premi che incentivavano la partecipazione e l’emulazione degli appassionati. In modo coerente con tale impostazione, studiò a fondo i parassiti delle piante utili. Tali studi fitopatologici, e in particolare quelli sulle crittogame devastatrici delle piante utili (nebbie delle Rosacee e Cucurbitacee, funghi parassiti della vite, del mais, del tabacco, del gelso, del frumento e del pomodoro) a cui dedicò gran parte della sua vita, lo portarono a delle conclusioni geniali sui miglioramenti delle coltivazioni di cereali e piante da frutto e lo elevarono a fama internazionale. Si può affermare, in modo documentato, che i generi nuovi di funghi descritti dal Passerini furono cinque e le specie seicento, e a riconoscimento di questa sua eccezionale competenza in materia, molti tra i più noti micologi del mondo (rabenhorst, De Thumen, Saccardo, Fischer von waldheim) ne sollecitarono la collaborazione e gli dedicarono nuovi generi da loro descritti (passerinula Sacc., Passeriniella Berl.). Il passerini fu molto apprezzato dai suoi contemporanei, oltre che come eminente scienziato, quale cittadino onesto e uomo esemplare: lo comprovano anche le cariche pubbliche e accademiche che quasi a forza, a causa della sua sincera modestia, si trovò a ricoprire. Ciò non andò a discapito del suo impegno scientifico, cui poté dedicarsi in grazia del mirabile equilibrio della sua mente serena (Avetta). Fu Rettore dell’Università di Parma dal 1° novembre 1879 al 31 ottobre 1885 e Preside quasi a vita della Facoltà di Scienze (dal 1866) e delle Scuole di Farmacia e Veterinaria (1868-1888). Fu socio di preclare accademie scientifiche (Accademia delle Scienze di Bologna, dei Georgofili di Firenze, dei Lincei di Roma, dei Quaranta di Modena, della Società Zoologico-Botanica di Vienna). Fu membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e di quello dell’Agricoltura, nonché di un’infinità di commissioni speciali (Filossera, Codice Farmaceutico, Cotoni italiani, Esposizioni orticole e agricole), vice-presidente del congresso di Botanica di Amsterdam, consigliere comunale e assessore per la Pubblica istruzione dal 1866 al 1892, consigliere della Camera di Commercio. Alla morte di Giuseppe bertoloni, resasi vacante la cattedra di Bologna, fu invitato, per ovazione unanime dei membri della Facoltà di Scienze di tale città, a ricoprire il prestigioso incarico. Il Passerini declinò l’onorifico invito perché troppo legato a Parma, dove aveva passato tanti anni della sua vita. Da documenti conservati nell’Archivio storico dell’Università di Parma, risulta che il Passerini vendette e comprò piante da privati. Col ricavato vennero sostenute spese a beneficio dell’Istituto: una di queste fu l’acquisto, importante per la biblioteca, della grande opera dei fratelli Louis, René e Charles Tulasne Selecta fungorum carpologia e quella dei Fungi hypogei, degli stessi autori. La sua attività fu interrotta il 19 maggio 1891 da una paralisi agli arti inferiori. Morì due anni dopo. Alcuni anni dopo la sua scomparsa, gli fu eretto, nell’atrio del primo piano del palazzo universitario, un busto in marmo, con il concorso unanime di colleghi italiani e stranieri, amici, discepoli e conoscenti, e il calco in gesso fu collocato, a ricordo della sua presenza, nella Scuola di Botanica, dove per tanti anni aveva insegnato. Per desiderio del suo successore, C. Avetta, nel 1899 l’Università acquistò per 2500 lire e dopo lunghe trattative con gli eredi Passerini, la sua ricca biblioteca e i preziosi erbari che sono conservati nell’Istituto di Botanica dell’Università di Parma.

FONTI E BIBL.: P.A. Saccardo, Botanica in Italia, 1895, 123, e 1901, 82; G.B. De Toni, Cenni biografici sul prof. comm. Giovanni Passerini, in Bollettino del Regio Istituto Botanico dell’Università Parmense 1892-1893, 5-16; G.B. De Toni, Giovanni Passerini, in l’avvenire agricolo n. 4 20 aprile 1893, 61-63; G.B. De Toni, in Bollettino del Comizio agrario Parmense n. 5 maggio 1893, 72-81; G.B. De Toni, inaugurazione del ricordo marmoreo in memoria del prof. giovanni Passerini dell’Università di Parma, in La Nuova notarizia VI 1895, 143-145; G. Arcangeli, giovanni passerini, Bullettino Società botanica italiana, 1893, 379-380; P. Magnus, G. Passerini. Nachruf, in hedwigia XXXII 1893, 154-156; P. Strobel, G. passerini. Commemorazione, Parma, tip. Rossi-ubaldi, 1894; G. Gibelli, G. Passerini. Commemorazione, parma, Adorni, 1894; G.B. De Toni, in Scienziati italiani, 1921, I, 119-122; Aurea Parma 3/4 1933, 117; Dizionario UTET, IX, 1959, 839; F. da mareto, Bibliografia, I, 1973, 430; A. De Marchi, Guida naturalistica, 1980, 171; Il verde a Parma, 1981, 19-22.

PASSERINI GIULIO
Parma 3 gennaio 1859-Parma 25 giugno 1932
Al Regio Conservatorio di Musica di Parma si diplomò nel 1881 in pianoforte. Vi fu poi censore dal 1° agosto 1899 al 1° ottobre 1900. Si dedicò quindi all’insegnamento privato del pianoforte. Fu per molti anni critico musicale, per i concerti, della Gazzetta di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 150.

PASSERINI LUIGI
Parma 4 novembre 1892-Santa Margherita Ligure 11 ottobre1951
Di illustre famiglia parmigiana, fu uomo di varia umanità e di multiforme attività. Giornalista, diresse dal 1927 al 1931 il corriere Emiliano prima e dopo la fusione con la Gazzetta di Parma, della quale fu anche critico musicale. Commediografo e scrittore, diede alle stampe nel 1920 un volume di commedie (Preludi) e nel 1923 un romanzo per ragazzi (Gedeone e Belzebù) e affidò ad Armando Falconi e a Ermete Novelli le sue due più fortunate commedie: L’amica di Dante e I ladri, che furono rappresentate con successo nel 1920 a Parma (Teatro Reinach) e a Genova (Teatro Paganini). Per il teatro lirico scrisse Re Ciglio, con per la musica di Ottorino respighi, e due balletti , Serenata d’aprile e Chiaro di luna, musicati da Renzo Martini. Nel 1929 fondò e diresse la rivista Aemilia, che visse un solo anno a causa dei costi proibitivi di stampa. Appartenne per vari anni alla commissione direttiva del Teatro Regio di Parma e scrisse un volume relativo alla gestione dello stesso teatro intitolato Per la costituzione di un Ente Corporativo. Funzionario governativo, tenne la carica di prefetto del Regno a partire dal 1931, in tempi politicamente difficili, a Parma e altrove, facendosi ovunque benvolere per l’equilibrio e la misura dei suoi atteggiamenti.
FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931,151; Aurea Parma 4 1951, 255; B. Molossi, dizionario biografico, 1957, 116; parma. Vicende e protagonisti, 1978. II, 194.

PASSERINI MARIO
Parma 1882-post 1928
Fu per diversi anni apprendista e poi direttore presso le ditte De Franceschi e Morandi. Poco meno che trentenne, impiantò per proprio conto una fabbrica di tessitura meccanica che nel 1928 dava lavoro a circa cinquanta operai. Fu fondatore della sede de Il Popolo d’Italia e del Fascio Italiano di combattimento di Milano. Contribuì con generosità al completamento dell’Istituto dei Grandi Invalidi di Arosio. Fu inoltre segretario politico del Fascio di Pusiano dall’ottobre del 1926.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 713.

PASSERINI PIER FRANCESCO
Codogno 1612- Piacenza 20 Gennaio 1697
Fu dottore in Sacra Teologia all’Università di Parma, dove in precedenza aveva insegnato prima Diritto Canonico e poi Diritto Civile. Nell’Archivio di Stato di Parma vi sono documenti che riguardano il suo insegnamento e gli uffici e le alte cariche a cui il Passerini fu chiamato. Nei Mandati 1631-1658, appare negli anni 1656-1658 come Lettore d’ordinaria, e nei Certificati scolastici 1657-1666 come Juris Civilis intepres Ordin. dal 1657 al 1663. In altri documenti (Ruolo de’ Provigionati n.60, p. 60; n.62, pp. 1, 81 e 156) viene ricordato come consigliere dell’Eccelso Consiglio (1664), poi come consigliere a latere del Duca (1666) e dal 1668 al 1695 come Presidente dell’Eccelso Ducale Consiglio. Il Passerini fu autore di parecchie opere: Tractatus legalis et moralis de pollutione Ecclesiarum (1654), Schedarium liberale (1659), Regulae Tribunali (1677), Problemata Legalia (1678), De occidente unum pro alio tractatio (1693). Il Bolsi lo cita nelle sue annotationes in Praestantissimum I. C. et Iudicum parm. Ordinem (Parmae, 1723, pp. 39, 49).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953; D.Bianchi, Pier francesco Passerini secentista, in bollettino Storico Piacentino 55 1960, 109-136.

PASSERINI RICCARDO
Parma 25 luglio 1837-Parma 18 maggio 1906
Figlio di Ferdinando e Giacinta Rondani. Direttore del Sacro Monte di Pietà di Parma, fu prode soldato, volontario nelle guerre risorgimentali del 1859 e 1860.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 21 maggio 1906 n.135; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 118.

PASSERINI VINCENZO
Zibello 1785/1808
Inquisitore domenicano di Zibello, scrisse le Memorie aneddote per servire un giorno alla vita del Signor Giovambattista Bodoni (Parma, Carmignani, 1804), una delle fonti primarie del De Lama. 
FONTI E BIBL.: Giambattista Bodoni, 1990, 309.

PASSERINI MALARIGGIA PAOLO
Piacenza-post 1699
Dal 1661 insegnò Istituzioni romane nell’ateneo parmense.Consigliere ducale, dal 1695 al 1699 fu auditore civile.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 32; enciclopedia di Parma, 1998, 521

PASSEROTTI ALESSANDRO
Parma 1770
Verso il 1770 tentò di imitare le maioliche della fabbrica di Nicola Piacentini, della quale era stato lavorante, e fu per questo messo in carcere essendo detta fabbrica protetta da privilegio esclusivo, concesso dal governo ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano, 1924; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 326.

PASTORI ANGELO
Borgo San Donnino 1765- Malabar 1795 c.
Fu Teresiano Scalzo. Il Pastori fu il vincitore del concorso accademico di Belle Arti del 1785 sviluppando il tema Polifemo accecato da Ulisse.
FONTI E BIBL.: P.ani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIV, 1823, 316; M.Pellegri, Boudard statuario, 1976, 168.

PASTORI FRANCESCO
Parma 15 luglio 1794- Parma 23 aprile 1847
Animo italianamente filantropo come lo ricorda Enrico Adorni nelle sue Iscrizioni (Parma, 1848), fondò in Parma un Pubblico gabinetto di letture, con biblioteca circolante, magazzino di deposito e vendita di libri, stampe e musica. Trascurando l’attività puramente commerciale e industriale del Pastori, non può dubitarsi che dovette essere di qualche influenza sulla formazione dello spirito pubblico la possibilità che offrì il gabinetto di lettura aperto in alcune stanze della propria casa, di leggervi riviste e giornali esteri, specialmente francesi e inglesi, dove si discutevano liberamente le questioni politiche ed economiche. È notevole che per qualche tempo, ogni venerdì, vi si tenessero letture e conferenze su argomenti vari, e tra i nomi dei conferenzieri figurassero Jacopo Sanvitale, l’avvocato Ferdinando Maestri e l’abate Taverna. Impiegato governativo quale ufficiale della Ferma Mista del Ducato, intraprendente e pieno di iniziative, si fece editore e redattore di quattro giornali, con cui tentò il gusto e la curiosità di leggitori diversi. I quattro periodici che, oltre a vendere, tenne a disposizione dei lettori nel suo Gabinetto di lettura, in compagnia di molti altri italiani e stranieri, furono L’Eclettico (Parma, 1° novembre 1829-8 marzo 1831) che fece opera preziosa nella diffusione degli ideali democratici, la Bibliografia italiana ossia Giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia, libri, carte geografiche, incisioni, litografie, novità musicali (Parma, 1° giugno 1828-1829), il Foglio commerciale italiano (Parma, 27 luglio 1829-dicembre 1830), che dal febbraio al dicembre del 1830 sostituì L’Eclettico e che riportava notizie estere, interne e d’oltre monti ed era arricchito da rubriche sui teatri e la moda, e il Giornale delle lezioni pubbliche (Parma, 1829) che morì presto e venne assorbito dal più quotato Eclettico. L’Eclettico, nel suo numero del 15 febbraio 1831 (n. 7 dell’anno III) diede conto dei moti avvenuti in Parma, che portarono un felice cambiamento nello stato politico della città, e inserì testualmente gli atti di costituzione del governo provvisorio e dell’istituzione della Guardia Nazionale, aggiungendo: Da oggi il nostro giornale assume il nobile ministero di essere l’interprete e l’organo della pubblica opinione. Per tal modo l’Eclettico si affermò giornale ufficioso del nuovo governo nella sua breve durata. Alcuni esemplari di quel numero assunsero il sottotitolo di giornale della Guardia Nazionale. Nelle imputazioni fatte al Pastori nei processi successivi alla rivoluzione, gli articoli dell’Eclettico furono ritenuti scritti incendiari e bastevoli a qualificarne l’autore sacrilego bestemmiatore di S.M. e principe degli apostoli della indipendenza italiana. In quei numeri si pubblicarono soprattutto atti e proclami del governo e del podestà: si riferiscono le adesioni di diversi comuni del Ducato al governo provvisorio, si insiste sullo spirito pubblico perfettamente ordinato della cittadinanza tanto ha forza sulla pubblica morale la direzione degli animi ad uno scopo così sacro (n. 9 del 20 febbraio), e in data del 4 marzo: Godiamo di una perfetta tranquillità. Lo spirito pubblico è eccellente. La Guardia Nazionale della città e della campagna veglia assiduamente, s’istruisce con ardore nel maneggio delle armi e si dispone ad una prossima rivista generale del Barone Zucchi prefetto delle armi italiane (n. 13 del 4 marzo). Di una prima visita a Parma del generale Zucchi, giuntovi da Reggio la mattina del 23 febbraio e subito ripartito, l’Eclettico aveva già dato relazione a suo tempo. Il giornale si occupò largamente nei suoi ultimi numeri del fatto d’armi di fiorenzuola d’Arda, rioccupata dalle truppe tedesche e ungheresi, per eccitare il governo provvisorio a far conoscere al pubblico lo stato vero delle cose per tranquillizzare lo spirito pubblico, incerto nel modo di regolarsi per secondare la voce del suo governo. Le barricate con sassi, con vetture, con ogni cosa che impedisca l’andare dei cavalli; le campane, ed ogni materiale atto ad offendere, a schiacciare il nemico sono in possesso del popolo che volonteroso le adopra subito che il governo ne dia il segno. Proveremo col fatto che meritiamo di far parte della gran famiglia italiana, per l’Indipendenza e l’unione della penisola (n. 11 del 26 febbraio). Sempre a proposito dei fatti di Fiorenzuola, dando notizia che nella Camera francese il deputato Lafayette aveva chiesto per quale motivo l’italiano Ciro Menotti gemeva nelle prigioni austriache, l’Eclettico pregò il generale Zucchi a volere fare analoga interpellanza a riguardo dei parmigiani Alessandro Bricoli e capitano Pioselli. L’Eclettico pubblicò pure (n. 10) un Canto della Guardia Nazionale di Parma dovuto alla penna di Zaccaria Biaggi, che fu uno dei firmatari, la massima parte studenti, della domanda per l’aggiunta di venti cittadini al consesso civico. Il Pastori fu compreso nel procedimento penale istituito contro Alessandro Bricoli e il capitano Pioselli, in stato di detenzione, e contro Mussi, l’avvocato Berghini, Ortalli e il dottor Riva, contumaci, come quelli che si erano costituiti in deputazione volontaria e si erano recati dal Presidente Cornacchia per indurlo a proporre a Sua Maestà di nominare essa stessa un Governo Provvisorio. La sentenza della Sezione delle accuse del 7 settembre 1831 li rinviò, meno il Riva, a giudizio, considerando a riguardo del Pastori che la di lui colpevolezza si desumeva oltre che dalle sue politiche intelligenze col Bricoli, dal suo spontaneo ed abusivo intervento nei pubblici Congressi (il Pastori fu tra gli intervenuti all’adunanza degli Anziani in Municipio del 14 febbraio) e infine per essersi distinto per opinioni espresse nella compilazione dell’Eclettico di parecchi articoli sediziosi diretti a confermare e consolidare sempre più nella popolazione lo spirito dell’avversione al governo già respinto. Il giudizio non ebbe seguito per le disposizioni del decreto di Maria Luigia d’austria del 29 settembre, che pose fine a ogni processo politico. Dal Gabinetto di lettura fondato dal Pastori, del quale fu ordinata la definitiva soppressione con decreto dell’8 aprile 1831, furono asportati i cataloghi dei libri, dandosi incarico al bibliotecario Pezzana di ripassarli, e furono cancellate tutte le epigrafi interne ed esterne del Gabinetto. l’eclettico si occupò largamente, per quanto le condizioni politiche glielo consentirono, di questioni soprattutto economiche, tanto che in una rassegna della stampa italiana pubblicata nel 1831, Le Globe, che fu tra i periodici dei quali era stata vietata l’introduzione nei Ducati dopo la rivoluzione, lo annoverò tra i migliori giornali. Nella sua parte letteraria, pur non discostandosi da quel carattere di antologia che fu comune ai giornali letterari dell’epoca, appare tuttavia più vario, con particolare riguardo agli argomenti di maggiore attualità. Il Pastori, avendo sottomano molti periodici anche esteri, ne trasse sicuramente esempio e materia per quello da lui redatto. Il Pastori lasciò il Ducato al ritorno degli Austriaci e si rifugiò in Svizzera, dove diresse, non senza continue difficoltà con la censura, L’Istruttore del popolo (Lugano, 1833, poi Mendrisio, 1835). Il conte Hartig, governatore della Lombardia, domandò infatti con nota del 13 novembre 1833 al Governo Cantonale l’espulsione di quei rifuggiti di altre nazioni rapporto ai quali abbiamo la certezza che hanno cospirato e che cospirano attualmente contro il riposo di questi Stati. Tra questi fu nominativamente segnalato, con parecchi altri tra cui Filippo Ugoni, anche il parmigiano Pastori. Qualche anno dopo il Pastori, seguendo il pellegrinaggio dei tanti profughi italiani,  dovette trovarsi a Parigi. Si ha infatti notizia di una Bibliographie Universelle, resumé periodique des publications nouvelles de tous le pays (Paris, à l’Institut Italien 1834-1841) da lui pubblicata. Ritornò a Parma alla fine del 1846, ma dopo pochi mesi morì.
FONTI E BIBL.: F. Pastori, Stabilimenti di F Pastori di Parma , strada maestra San Michele, n. 116, 1828; E. Bocchia, F. Pastori, in: Archivio storico per le provincie parmensi vol. XXXI 1931, 65-77; O. masnovo, Contributo alla storia del giornalismo italiano della prima metà del sec. XIX: L’eclettico, in Archivio storico per le provincie parmensi vol. XXXI 1931; O. masnovo, La missione a Parma del Consigliere di Governo dott. Giulio Pagani, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi 33 1933, 152; Pincherle Ara, Parma, 201; Murialdi, Storia, 39; Storia del giornalismo, VIII, 1980, 603-604.

PASTORI GIACOMO
Borgo San Donnino 1868 -post 1919
Sacerdote della Diocesi di Borgo San Donnino. Fondò il primo giornale democratico cristiano a Reggio Emilia: Il Secolo XX. Entrò successivamente nella redazione de L’Osservatore Cattolico e a Venezia, dal 1895 al 1899, diresse La Difesa. Contrario al connubio clerico-moderato voluto dal patriarca Sarto (G. Spadolini, L’opposizione cattolica, Firenze, 1955, 351 ss.), tornò a Milano per collaborare a La Scuola Cattolica. Sempre a Milano fondò Il Bollettino dei Parroci, Il Lavoratore Italiano, Il Conferenziere e due quotidiani, Il Popolo e Il Giorno. Dopo avere abbandonato il sacerdozio, compilò un libello biografico in occasione del XXV di episcopato del cardinale Ferrari (Il cardinal Ferrari, Milano, 1919).
FONTI E BIBL.: T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 192; Dall’intransigenza al governo, 1978, 63.

PASTORI GIUSEPPE
Busseto 7 novembre 1798-Parma 4 ottobre 1855
Frate cappuccino, fu sacerdote sagrista, esperto calendarista e rubricista (1832-1855) e confessore instancabile. Compì a Piacenza la vestizione (3 settembre 1819) e la professione (8 settembre 1820).
FONTI E BIBL.: Biblioteca Cappuccini, 1951,373; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 569.

PASTORI GIUSEPPE
Parma 1841
Operaio tipografo attivo a Parma, dove nel 1841 fu torcoliere presso la vedova di giambattista Bodoni.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 246.

PATACINI ANGELO
Parma 1712/1768
Insegnò all’Università di Parma dapprima Pratica Criminale, poi Istituzioni (1712-1723) e infine Diritto Civile, di cui (essendo nel 1750 successo all’Illariuzzi) fu nel 1757-1768 Lettore primario.
FONTI E BIBL.: Nota dei Dott. Lettori di Legge per l’anno 1716; Registri d’Entrata e Spesa 1631-1750 (per il 1722 e 1723); Filze Università, n. 23 (per il 1750); Certificati Scolastici 1688-1755 (per il 1741); Registro Spese per lo Studio 1757-1768; Bolsi, Annot., 51; F. Rizzi, Professori, 1953, 60-61.

PATERI ADELE
Parma 4 gennaio 1851-Rovereto 1890 c.
Figlia di Giacomo e Ursula Casali. Allieva di Paolo Bozzini a Piacenza e di Francesco Scaramuzza all’Accademia di Belle Arti di Parma, presentò alcuni dipinti al’Esposizione provinciale didattico-agricolo-industriale piacentina che si tenne nel palazzo della Dogana nel 1874. Ascoltando i giudizi lusinghieri della critica, studiò i grandi artisti del Rinascimento parmense: una copia della Zingarella del Correggio fu esposta nel palazzo Mandelli nel 1878, una copia parziale della Madonna del S. Girolamo è presso gli eredi, a Milano. Copiò un transito di S. Giuseppe (dal Nuvolone) da collocarsi in San Martino in Foro. Dipinse ritratti (dei genitori, di Mazzini, di Nino Bixio, del pittore Scaramuzza e quello del violinista Austri, esposto nella vetrina della cartoleria Marina nel 1887; uno splendido autoritratto è presso gli eredi, a Genova). Nel paesaggio si rifece al Bruzzi. Nella chiesa di Turro c’è una sua Via Crucis. Nel 1888, sposato dionigi Largaiolli, preside di liceo a Rovereto di Trento, lasciò Piacenza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 agosto1874; Corriere Piacentino 13 agosto 1878; D., in Libertà 4 febbraio, 22 e 26 giugno 1887, 2 e 5 aprile 1890; Piccolo 2 febbraio 1887 e in Gazzetta di Parma 5 febbraio 1887; F. Arisi, La Pittura, in Ottocento, Piacenza, 1980, 715; F. Arisi, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 200.

PATERI ALMERICO GIOVANNI
Parma 1696-1780
Fu eletto nel 1732 Lettore di Filosofia e Medicina e tale appare fino al 1755. Nel 1756 fu Lettor primario. Dal 1769 al 1779 è ricordato come Lettore di Medicina. Fu medico di Corte di Filippo di Borbone, e iscritto al collegio dei Medici di Parma. Una lunga lapide in sua memoria esisteva nella chiesa dei Santi Gervaso e Protasio, dove fu sepolto. Molto versato in Anatomia, tenne anche dimostrazioni anatomiche private per la migliore istruzione degli studenti di Medicina (le autopsie sui cadaveri erano eseguite all’Università molto raramente e pertanto gli studenti non potevano esercitarsi a dovere) e fu assiduo frequentatore dell’Accademia Fisico Anatomica che tenne all’Ospedale le sue sedute scientifiche sotto il patronato del duca Filippo di Borbone e del Protomedico Silvestro Ponticelli. Il Pateri fu più volte cantato nelle sue liriche dal Frugoni.
FONTI E BIBL.: Catalogo Lettori di Legge e Medicina (in Cartella Studio Publico 1608-1756); Certificati Scolastici 1688-1755; Ruoli Università 1768-1801 (Ruolo de’ Provigionati n. 40, 38); Filze Università n. 23; F. Rizzi, Professori, 1953, 56; U.A. Pini, in gazzetta di Parma 2 maggio 1960, 3.

PATERICO
Parma 949
Diacono. Comperò alcuni pezzi di terra da avarino Somtifrando a rogito del notaio adeodato di Bianconese. Fu prevosto alla Canonica e canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 949.
FONTI E BIBL.: M.Martini, Archivio Capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1911, 118.

PATERLINI FRANCESCO
Lesignano Palmia 19 giugno 1840-Sala Baganza 1 giugno 1925
Nato da Giovanni e Speranza Fantini. Ben presto da Lesignano Palmia si trasferì a Sala a esercitare il mestiere di falegname. Non ancora diciannovenne, il 24 aprile 1859 si arruolò volontario nel 5° Reggimento di Fanteria per la ferma di un anno e partecipò così alla battaglia di San Martino (24 giugno 1859) in cui il suo Reggimento meritò la Medaglia d’Oro al Valore Militare. Come riconoscimento personale ricevette, oltre a un Certificato di buona condotta al momento del congedo (10 agosto 1859), la medaglia commemorativa Francese della campagna d’Italia del 1859, ma dovette aspettare una Sovrana Determinazione (emessa il 1° aprile 1860) per potersene fregiare. Altri riconoscimenti gli vennero direttamente dal governo italiano quando gli fu concesso di portare la medaglia instituita con R.D. 4 Marzo 1865 per le guerre combattute per l’indipendenza e l’Unità d’Italia colla fascetta della campagna del 1859 e più tardi la medaglia instituita con R.D. 26 aprile 1883 col motto Unità d’Italia 1848-70. Secondo il Micheli (p. 127) partecipò anche alla guerra del 1866 ma di questo nulla risulta dal foglio matricolare del Paterlini. Il riconoscimento più alto tuttavia gli venne pochi anni prima della morte, quando, il 4 maggio 1923, il Presidente della Repubblica Francese gli conferì la Médaille Militaire per avere partecipato come soldato della Armée Italienne, comandata da Giuseppe Garibaldi e dai suoi figli Menotti e Ricciotti, alla lotta contro gli invasori prussiani presso Digione, durante la guerra del 1870 (gli scontri si ebbero il 26-27 novembre 1870 e il 20 gennaio 1871). Tutte queste imprese belliche gli procurarono anche una pensione annua di circa 400 lire, che però in vecchiaia non fu sufficiente a garantirgli il sostentamento, tanto che qualcuno si rivolse (9 luglio 1921) alla pubblica beneficenza, additando il vecchio soldato (aveva allora 81 anni) sul quale dovrebbe convergere la benevolenza di quanti ricordano con animo grato i giorni in cui attraverso sacrifici dei nostri avi, si affermavano i primi diritti della nostra Italia.
FONTI E BIBL.: P.Bonardi, Sala Baganza, 1979, 84-85.

PATO, vedi MATTIOLI ANGELO

PATON GIUSEPPE
-Parma 29 maggio 1888
Combatté nelle guerre risorgimentali del 1848, 1849, 1860 e 1866, e in Francia nel 1870-1871.
FONTI E BIBL.: Il Presente 30, 31 maggio 1888; Parma a Garibaldi 28 maggio 1893, Parma, Battei; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 87.

PATRIGNANI AGOSTINO
-Parma settembre 1698
Sacerdote, venne eletto, come contralto e residente della Steccata di Parma, il 16 luglio 1641. Soleva portarsi anche alla Cattedrale di Parma a cantare in occasione delle feste più solenni (lo si trova nella Pasqua del 1642). Il 1° febbraio 1668 fu nominato maestro di canto dei chierici. Ormai vecchio, fu giubilato alla fine di luglio 1697.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 95.

PATRINI ANTONIO
Parma 1714/1740
Incisore su rame e xilografo, fu attivo a Parma tra il 1714 e il 1740. Tra le sue opere si ricordano un Miracolo di san Bernardo degli Uberti, che data 1714, e la xilografia con il Catafalco del duca Francesco Farnese, eretto nel Duomo di Parma il 26 giugno 1727.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. XXVI (1932),299; I. Affò, Vita di san Bernardo; incisione nella Biblioteca Palatina di Parma n. 3346; A.Pelliccioni, Incisori, 1949, 129; Dizionario Bolaffi Pittori, VIII 1975, 372; P.Zani, 1819, I, 14, 322; E. Scarabelli Zunti, VIII, f. 226; E. Bénézit, VI, 549; Martini-Capacchi, 41; Arte a Parma, 1979, 363.

PATRINI GIOVANNI
Parma 25 settembre 1686-
Incisore a bulino di cui si conosce solo una stampa dell’adorazione dei pastori detta La Notte, del Correggio.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker vol. XXVI (1932), 500; Libri del Battistero di Parma; Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane 1651-1700, (Ms. del Museo di Parma); J.Meyer, dizionario, I, 465; Raccolta d’incisori. Ortalli, Biblioteca palatina di Parma; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 133; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 450.

PATRINI GIUSEPPE
Parma 17 agosto 1711-Parma 1786
Incisore attivo a Venezia , città in cui si trasferì in età giovanile, e dal 1750 a Parma, subì l’influsso di C. Mellan. Collaborò alla preparazione dell’opera di Antonio Maria Zanetti Delle antiche statue greche e romane (1740-1743). Per l’esecuzione di una pianta della città di Parma percepì dal 22 novembre 1770 uno stipendio mensile dal duca Ferdinando di Borbone, a cui s’aggiunse a partire dal novembre 1780, un premio annuale. Se ne ricordano le seguenti incisioni: la Comunione di santa Lucia da Sebastiano Ricci (1730); La Nascita di Maria dal dipinto di C. Ruta nell’oratorio di San Quirino, una Macchina per fuochi d’artificio (1745), la Pianta del teatro Farnese e scene dal teatro stesso, Esterno della Chiesa di San Cristoforo (1723) e La pittura murale di Gaudenzio Vallotti in Castelnuovo di garfagnana (1778). Il suo livello artistico non è sempre costante, così come assai varia è la sua tecnica d’intaglio. Firmò per esteso oppure siglando I.P.S.. La sua Vera immagine della madonna dell’Aiuto (1740) è invece anonima.
FONTI E BIBL.: M. Lanckoronska, Die Venezianische Buchgraphik des XVIII. Jahrhunderts, Hamburg, 1950; A. De Angelis, Notizie degli intagliatori, XIII, 1814, 47; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 112; Malaspina, Nuova Guida di Parma, 1869, 175; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 129-130 e 133; Le Blanc, Man., III, 1888; Campori, Gli artisti negli stati estensi, 1855, 349 s.; Bodoni celebrato a Parma, 1963, 146-147; Dizionario Bolaffi pittori VIII, 1975, 372; G.Gori Gandellini, 1771, III, 19; Bartsch, 1803, XXI, 186; Basan, 1809, II, 79; P. Zani, 1819, I/14, 322; Nagler, 1835, XI, 17; De Boni, 1840, 757; Le Blanc, 1854, III, 153; E.Scarabelli Zunti, VIII, ff. 227-228; U. Thieme-F. Becker, XXVI, 299 e 500; Bénézit, 1960, VI, 549; P.Martini-G.Capacchi, 1969,41; Arte a Parma, 1979,364; F.Miani Uluhogian, Le immagini di una città, 1983, 50.

PATRINI ILARIO
Parma 1690
Acquafortista del quale si conoscono, oltre a un piccolo foglio con San Francesco di Sales a mezzo busto, sei figure geometriche per l’opera di C. Leoni Squadra di autori (Parma, 1690).
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. XXVI (1932), 299; Zani, 1/14, 1823; P. Martini,Guida di Parma, 1871,174; E. Scarabelli Zunti, Memorie e Documenti di Belle Arti parmigiane 1651-1700; Pelliccioni, incisori, 1949, 130; P. Martini-G.Capacchi, Arte incisione, 1969; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 372.

PATRINI VENTURA
Parma 1725/1736
Argentiere ricordato in un rogito datato 27 agosto 1736 contenente un inventario degli oggetti preziosi della Congregazione del Rosario in Parma, redatto al fine della consegna degli stessi alla tutela di un nuovo sagrestano, dove sono dettagliatamente descritte due corone con precise indicazioni riguardo al numero e alla qualità delle gemme. Si legge inoltre che il valore di tutte due corone si trova ascendere alla somma di scudi d’oro 23800, comprese le lire due milla sborsate alli due artefici in Parma, cioé Ventura Patrini rispetto al cisello e Monsù Girolamo Ferrari rispetto la manifattura delle gemme essendo il tutto stato promosso l’anno 1725 e ordinato da l’Ill.ma Congregazione del Rosario. È un lavoro tipicamente rococò nella tipologia ornamentale, nella leggerezza ed eleganza strutturale e decorativa che la fastosa profusione di gemme non appesantisce. Mentre il gioiellere Ferrari è sconosciuto ai repertori, l’attività del Patrini è nota attraverso alcune argenterie della prima metà del Settecento conservate in chiese parmensi, documentate o a lui attribuite (ad esempio le cartegloria del Duomo di Fidenza: cfr. L.Fornari Schianchi, 1979, 452).
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, C 89, Istrumenti rogati dal notaio Ilario Barbieri dall’anno 1733 al 1742, pp. 63 v. e 66 r.; Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, serie XIX, busta 13, fasc. 19 bis, Trasferimento oggetti preziosi della Congregazione della Beata Vergine delRosario; Per uso del santificare, 1991, 73.

PATROCLO ACHILLEIO, vedi PIAZZA FRANCESCO MARIA OTTAVIO

PATRONUS
Il vero nome di questo personaggio è ignoto. Fu senza dubbio libero, di probabile origine parmense,  personaggio di grande rilievo nella vita militare e poi politica e civile della città di Parma, documentato in cippo, privo della parte superiore che ne conteneva la denominazione, databile dalla fine del I secolo d.C. in poi. Nella sua carriera militare vengono elencati in ordine di importanza i ruoli di praef(ectus) leg(ionis) XX Valer(iae) Victr(icis), primpil(us) leg(ionis) X Gemin(ae)  piae fidel(is), cent(urio) legion(um) IV Scythic(ae), XI Claud(iae) , XIV Gem(inae), VII Gemin(ae). probabilmente dopo il congedo divenne patronus di Parma, detta in questa testimonianza, secondo la denominazione augustea, col(onia) Iul(ia) Aug(usta) Parm(ensis), e anche dei due municipi di Foronovanor(um), da identificarsi forse con Fornovo, e di Forodruent(inorum), la cui identificazione con Terenzo, sull’appennino parmense non lontano da Fornovo, o con Bertinoro, in Romagna, non è ancora certa, anche se appare più probabile la seconda ipotesi. Fu inoltre patronus dei collegi dei fabri, dei dendrophori e dei centonarii, che gli dedicarono, questi ultimi, il cippo in esame. quest’ultima dignità, unita a quella di patronus della colonia, avvalora l’ipotesi che si tratti di un personaggio originario della città di Parma.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 200-201.

PATTAN, vedi GATTI LUIGI

PATTINI AMPELIO
Parma 5 marzo 1896-
Volontario di guerra, prese parte all’azione di val Giudicaria nell’ottobre del 1915 e alle successive azioni del Carso e del Pasubio. Restò ferito due volte e fu decorato della Croce di guerra. Iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 1° gennaio 1921, fu membro del triumvirato Federale di Parma nel 1923 e direttore del settimanale La Fiamma, organo ufficiale del partito. Fece parte della milizia col grado di decurione. Entrò nei sindacati fascisti il 1° gennaio 1923 con la carica di vice-segretario generale della Federazione di Parma, indi vice-commissario a Vicenza, poi segretario generale dell’ufficio provinciale della CNSF ad arezzo.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 489.

PATTONI AMATO
Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei rappresentanti del popolo di Parma nel 1859. Non ebbe parte di rilievo nei lavori dell’Assemblea.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 364.

PATTONI OTTAVIANO
Borgo San Donnino XVI secolo
Cronista attivo nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: P.Cassi, Una cronaca inedita del sec. XVI, in Corriere Emiliano 18 e 19 dicembre 1940, 5; R. Lasagni, Bibliografia Parmigiana, 1991.

PAULIO GIOVANNI, vedi QUAGLIA GIOVANNI GENESIO

PAULUCCI DE CALBOLI VITTORIO
Parma 1802-Bologna 1872
Discendente da una nobile famiglia di Forlì: il padre, marchese Francesco, fu direttore della Biblioteca Palatina di Parma, e la madre, costanza Pallavicino, fu dama della Croce Stellata e dama alla Corte della Duchessa di Parma. Il Paolucci De Calboli fu paggio alla Corte parmense, poi si recò in Piemonte come cadetto nei granatieri sotto Carlo Felice di Savoja. Lasciò la carriera militare col grado di tenente per occuparsi dei suoi interessi privati. Nel 1836 sposò la marchesa Giulia Bovio Silvestri di Bologna. Nel 1846, unitamente alla consorte, prese parte agli entusiasmi politici per papa Pio IX. Organizzò e comandò il battaglione della Speranza in Bologna, composto da ben 350 giovani. Col grado di maggiore ebbe il comando della piazza di Bologna sotto il Governo Provvisorio e la Repubblica fino all’entrata degli Austriaci. Sottoposto a una perquisizione nel corso della quale gli furono sottratti importantissimi documenti di famiglia e vigilato dalla polizia, fu quindi costretto a recarsi in esilio a Nizza, da dove tornò nel 1859 a Bologna.
FONTI E BIBL.: G. Majoli, in Dizionario del Risorgimento, 3, 1933, 814-815; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 364-365.

PAVARANI GIOVANNI
Parma 10 dicembre 1801-Parma 18 settembre 1848
Figlio di antonio e Caterina Minozzi. Di questo architetto restano notizie sui primi passi mossi in Accademia di Belle Arti a Parma sotto la guida di Paolo Donati (1819-1820) e un disegno col Tempietto d’Arcadia nel giardino Ducale presso l’Istituto Toschi (Musiari, 1986, 152 e 155). Si sa poi dei progetti eseguiti in varie tavole durante il pensionato a Roma (1829-1831) e appena dopo (1832) per il restauro di due monumenti antichi (uno è il teatro Marcello) e per un Tribunale criminale d’invenzione. Nel 1838, come professionista, era pensionato nel Comune di Parma (L., 1830, 217-219; ms. Scarabelli Zunti, seconda metà dell’ottocento, vol. IX, f. 208 r. e v., 209 r., 210 r.).Tra le opere realizzate dal Pavarani è nota la grande ancona dello stuccatore Camillo Rusca nella prima cappella a destra in San Vitale (Farinelli-Mendogni, 1981, 93). Il progetto per la Casa di Educazione, di cui è probabilmente copia la versione, non firmata, in Archivio di Stato di Parma, risale agli ultimi anni del Pavarani e appare di vago aspetto bettoliano. Fu realizzato esattamente, e la facciata presenta solo una modifica nell’ultima apertura a pianterreno. Sembra che competa al Pavarani anche la sistemazione del cortile. La Casa di Educazione, detta delle Vincenzine, era un educandato per fanciulle, amministrato da una commissione scelta dall’Ordinariato Diocesano. Del Pavarani sono anche le facciate delle case Mariotti e Baistrocchi in Parma. 
FONTI E BIBL.: Mantelli, 1830-1867, f. 139 r.; Mantelli, 1830-1867, v. 8, f. 17; Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 140; Disegni Biblioteca Palatina, 1991, 276.

PAVARANI GIUSEPPE
Parma 20 marzo 1915-Monza marzo 1983
Nel 1933 si diplomò al Conservatorio di Musica di Parma in flauto come allievo, poi nel 1940, come privatista, in pianoforte, strumento con il quale fu attivo nella musica leggera. Dopo il 1945 si trasferì a Bergamo. Lavorò intensamente per la televisione, scrivendo ed eseguendo la musica per i programmi dei ragazzi ed elaborando quelle per il Quartetto Cetra e per Carlo Alberto Rossi.

FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 9 marzo 1983.

PAVERARI GIACOMO
Montechiarugolo 1831
Fu propagatore della rivolta in montechiarugolo durante i moti del 1831. Non subì processo politico ma fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 197.

PAVERI DEMOFILO, vedi PAVERI FONTANA DEMOFILO

PAVERI FONTANA ALBERTO
1904-Santa Maria Molgara di Vimercate 30 dicembre 1995
Figlio del generale Lionello, proprietario di una splendida villa a Collecchio e di un elegante palazzo in via Repubblica a Parma, il Paveri Fontana fu ambasciatore a Bucarest e a Johannesburg. Sposò Amalia Meli Lupi di Soragna Tarasconi. Il Paveri Fontana ebbe i titoli di marchese di Piozzano, patrizio di Piacenza e cavaliere d’onore del Sovrano Ordine di Malta. La salma del Paveri Fontana fu tumulata nella tomba di famiglia a Burago Molgara.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 gennaio 1996, 8.

PAVERI FONTANA CARLO LUIGI
Piacenza 1813-Collecchio 8 ottobre 1888
Nacque dal marchese Ferdinando e da Giovanna Rasini dei principi di San Maurizio. Già ufficiale dell’esercito del Re di Sardegna, nel 1843, a trent’anni, venne nominato maestro delle Cerimonie di Corte della duchessa Maria Luigia d’Austria a Piacenza. In seguito fu cavaliere d’onore della duchessa Maria Teresa di Savoja, moglie del duca Carlo di Borbone. Il 3 maggio 1848 il Governo provvisorio di Parma lo incaricò di condurre in salvo, fuori dagli Stati parmensi, la duchessa Maria Teresa e la nuora Luisa Maria di Berry, moglie di Carlo Ferdinando di Borbone. Le principesse viaggiarono in incognito sotto i nomi di contessa Maria Teresa di Santo stefano e marchesa Luisa Maria di Castiglione. Compiuta la missione, il Paveri Fontana si recò a Milano a prelevare il futuro duca di Parma Carlo di Borbone, colà detenuto, per condurlo a Genova e quindi, grazie a una nave da guerra inglese, prima a Livorno poi a Civitavecchia e infine a Malta. Nel 1841 sposò in prime nozze una prima cugina, la marchesa Maria Teresa Dalla Rosa Prati. Rimasto vedovo nel 1847, sposò la marchesa Carolina Dalla Rosa Prati, figlia della contessa Luigia Sanvitale e quindi discendente diretta della duchessa Maria Luigia d’Austria. Ebbe numerosi figli. Il Paveri Fontana fu a lungo presidente dell’opera parrocchiale di Collecchio e consigliere comunale di Collecchio dal 1878 fino alla morte.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Ampliamenti di collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 364; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 42.

PAVERI FONTANA DEMOFILO
Parma 1754 c.-1814
Figlio di Alessandro. Per il complesso sistema fideocommissorio, volto a far rimanere al ramo primogenito della famiglia il patrimonio nella sua integrità, si trovò come tale nel 1799.  Venne pertanto confermato nella contea, elevata in suo favore in marchesato, di Piozzano, del marchesato di Fontana Pradosa e del baliaggio dell’Ordine di Santo Stefano, commenda patronale eretta in Parma il 22 aprile 1627 da Giulio Cesare Paveri Fontana. A Corte il Paveri Fontana ebbe la carica di primo cavallerizzo della duchessa Maria Amalia di Borbo