RABACLI-RUZZI

RABACLI ANTONIO, vedi RABALLI ANTONIO

RABAGLIA BASILIO ANTONIO
Vestana 1793-Monticelli 7 maggio 1870
Nacque da Giacomo e Maria Magnani. Il Rabaglia maturò la sua vocazione allo stato sacerdotale durante la guerra napoleonica del 1812. Nonostante la miseria generale causata dal blocco continentale, Napoleone Bonaparte  non esitò a impegnarsi in una nuova guerra contro la Russia. Varcato il Niemen, presso Vilna, sbaragliò i Russi a Borodino e il 14 settembre entrò in Mosca, che i Russi, prima di abbandonare, avevano dato alle fiamme. Napoleone fu così costretto a una ritirata disastrosa per la mancanza di viveri, per il freddo e per i continui attacchi del nemico che sterminarono l’esercito. Dei 27000 Italiani della spedizione, il 24 dicembre 1812, all’appello fatto dal principe viceré Eugenio, risposero soltanto in un migliaio. Tra i prodi reduci vi era anche il Rabaglia, che in quei tristi frangenti aveva fatto voto di farsi sacerdote se fosse tornato a casa salvo. Il Rabaglia fu infatti ordinato sacerdote e parroco a Vestana dal 24 aprile 1826 al 28 settembre 1840 e priore di Monticelli dal 1840 al 1870. Morì a 77 anni. Il Rabaglia predilesse le scienze sacre e seguì anche l’estro poetico che gli fu fecondo di diverse poesie. A Monticelli, il monumentale cimitero deve la sua origine alla magnanimità del Rabaglia e della famiglia Mariotti. A Vestana, una bella fonte, sormontata da un piedistallo di granito su cui domina l’immagine di Maria Mater Gratiae, eterna la memoria del Rabaglia. La sobria epigrafe posta ai piedi della Vergine suona così: Spinto dall’amore di Patria e memore dei benefici della Madre di Dio, Basilio Antonio Rabaglia, Priore di Monticelli, agli assetati dell’uno e dell’altro bene, preparò questa duplice fonte nell’anno del Signore 1856.

FONTI E BIBL.: E. Guerra, Cornigliesi illustri, 1942, 13-14; E.Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 207-208.

RABAGLIA LUIGI
Parma 9 dicembre 1812-1845
Figlio di Domenico e Chiara Galingani. Fu avvocato e giureconsulto di valore.
FONTI E BIBL.: E. Adorni, Notizia intorno Luigi Raballia, avvocato, Milano, Guglielmini, 1845; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 892.

RABAIOTTI, vedi RABAJOTTI

RABAJOTTI ANTONIO
Grezzo 6 maggio 1852-Poutypridd 27 agosto 1923
Dal paese natale se ne andò in gioventù, viaggiando per tutto il mondo e cimentandosi nelle imprese più inverosimili. Tornò a Bardi, negli ultimi anni di vita, portando molti cimeli delle sue imprese e dei suoi viaggi, ma poi tornò a viaggiare, e si spense in Inghilterra. I giornali parlarono a lungo delle sue avventure. Fu un personaggio da romanzo, protagonista di imprese clamorose quanto contrastanti. Vinse il campionato inglese  di pugilato per dilettanti nel 1881, ma organizzò anche spedizioni, creando dei veri e propri miti, nell’epoca del Klondike, del El Dorado e delle miniere di Re Salomone. Una sua impresa, in particolare, fece epoca, sia perché accese le fantasie di mezzo mondo e lo tenne col fiato sospeso, sia perché fu realmente drammatica. Accadde in Australia, dove il Rabajotti si recò dopo aver visitato il Regno Unito, l’Oriente e l’America, sempre alla ricerca di avventure, alla testa di spedizioni e di imprese, con la speranza di trovare mitici tesori, miniere, città sepolte e antiche civiltà. Partì, con cinque uomini e sette cavalli, da Perth diretto a Kimberly, attraverso il grande deserto australiano, alla ricerca di un mitico tesoro. La stampa seguì la spedizione con apprensione. Solo il Rabajotti e un suo compagno scamparono alla morte per fame e per sete (cibandosi dei cavalli), dopo che gli altri compagni erano morti per gli stenti e la fatica.
FONTI E BIBL.: A.Marcedone, in Gazzetta di Parma 26 ottobre 1981, 3.

RABAJOTTI FRANCESCO
Grezzo 27 giugno 1874-Abba Garima 1896
Caporale nel 40° Reggimento fanteria, venne trasferito nelle truppe d’Africa l’11 gennaio 1869 e immediatamente inviato nelle Ambe. Cadde in combattimento.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 348.

RABALLI ANTONIO
Montechiarugolo 1730
Falegname. Nell’anno 1730 realizzò un cassettone nel Castello di Montechiarugolo, firmato a.di. 20 maggio 1730 A.nio Raballi.
FONTI E BIBL.: E. Gonzalez Palacios, 1969, v. III, 6; Il mobile a Parma, 1983, 257.

RABALLIA LUIGI, vedi RABAGLIA LUIGI

RABBONI GIUSEPPE
-Fontevivo 28 marzo 1879
Cappellano a Fontevivo durante l’imperversare del colera, si distinse per la sua premurosa e assidua assistenza ai colpiti dal morbo. Fu segnalato al Ministero di Stato del Dipartimento di grazia e giustizia perché grandemente si adoperò a vantaggio degli infelici colpiti da quel male, avendone da se solo assistiti cinquanta circa. Per molti anni il Rabboni svolse il ruolo di maestro nella scuola elementare di Fontevivo fondata dal Pinelli.
FONTI E BIBL.: E.Dall’Olio, Fontevivo. Arte e storia, 1990, 160.

RABONI PIETRO
Traversetolo 1831
Durante i moti del 1831 fu propagatore della rivolta. Fu poi inquisito e processato.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 202.

RACAGNI PAOLO
Parma 12 ottobre 1889-Corno di Rosazzo 26 maggio 1917
Figlio del generale Camillo e di Maria Luisa De Luchi. Studente d’ingegneria nel Politecnico di Torino (ottenne il diploma di ingegnere-architetto), volle essere soldato non appena scoppiata la guerra nel 1915. Sottotenente e poi tenente nel 3° Reggimento alpini, si distinse in numerosi combattimenti. Morì in seguito alle gravi ferite ripotate nella decima battaglia dell’Isonzo, a Selletta Vodice. Il Racagni fu decorato di medaglia d’oro al valor militare alla memoria. La motivazione dice: Fulgido esempio di fermezza, di coraggio e di ogni più eletta virtù militare, quale comandante di una sezione mitraglieri, operando di propria iniziativa, seppe tener testa a forze nemiche di gran lunga superiori. Ferito ben tre volte in breve tempo, rimase al proprio posto, rinunciando a farsi medicare. Ferito una quarta volta alla gola e portato al posto di soccorso, non appena medicato tornò sulla linea di combattimento, ove con mirabile eroismo, manovrando egli stesso un’arma, inflisse ingenti perdite all’incalzante avversario. Mentre in tal guisa eroicamente operava, venne nuovamente e mortalmente colpito. Spirò serenamente poco dopo.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, VI 1933, 373; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 126; G.Sitti, Caduti e Decorati Parmigiani nella guerra 1915-1918, Parma, Ediz. Fresching, 1919; Decorati al valore, 1946, 95-96; Gazzetta di Parma 23 febbraio 1987, 10; T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 240.

RACCAGNI PAOLO, vedi RACAGNI PAOLO

RACCHETTI GIUSEPPE, vedi ROCCHETTI PIETRO GIUSEPPE

RACHÈ o RACHEL, vedi RACHELLE

RACHELI MARIO
Parma 29 gennaio 1879-post 1940
Figlio di Aneto e Edonede Malaspina. Sindacalista, prima corridoniano e poi creatore della Corporazione dell’Agricoltura, fu deputato più volte e presidente (1934-1940) del Consiglio Nazionale delle Corporazioni.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1203.

RACHELLE FERDINANDO
Parma 1805/1823
Nel 1805 e 1806 suonò con Pietro Rachelle al Teatro Carcano di Milano come secondo violoncello. Nel 1823 fu con lui anche al Teatro Re di Milano.

Fonti e Bibl.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RACHELLE GIOVANNI
Parma 10 luglio 1812-Cagliari 19 marzo 1892
Figlio di Pietro, fu allievo di Gaetano Beccali nella Ducale Scuola di musica di Parma e a vent’anni vinse il concorso per violoncello di spalla nella Ducale Orchestra. Nel 1825 e nel gennaio 1834 suonò in accademie al Teatro Ducale di Parma. Nel 1834, entrato in disaccordo con il padre, andò in Sardegna, scritturato come primo violoncello nell’orchestra del Teatro Civico di Sassari. L’anno seguente entrò anche come primo flauto tra i musicisti della Cattedrale di Cagliari. Restò in Sardegna, dove due generazioni di strumentisti lo ebbero a maestro. Scrisse sinfonie e ballabili per orchestra, messe, e composizioni varie di genere sacro e profano. Continuò a lavorare fino a 80 anni. Ebbe diversi figli, tutti musicisti, nati a Cagliari: Francesco, flautista, clarinettista, violoncellista e compositore, Pietro, compositore, Raimondo, violinista e compositore, Antonio, flautista e Giuseppe, flautista e direttore di banda.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 562; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RACHELLE GIUSEPPE
Parma 1814/1823
Nel 1814, 1817 e 1823 fu primo contrabbasso al Teatro Re di Milano, dove suonava anche Pietro Rachelle.

Fonti e Bibl.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RACHELLE LAUDELIA GIUSEPPINA
1809-Parma 1836
Figlia di Pietro, studiò violoncello con il padre, che le dedicò il Breve metodo. All’età di quindici anni, domenica 27 febbraio 1820, dette il concerto di inaugurazione dell’Accademia Filarmonica di Parma, che aveva sede nel palazzo del conte Bajardi, eseguendo al violoncello un concerto di Alfonso Savj. Pochi mesi dopo, il 24 maggio 1820, dette al Teatro Ducale di Parma un’accademia nella quale eseguì un concerto di Soliva e, con il padre, le Variazioni per due violoncelli di Alfonso Savj. Fu nominata socio onorario della Ducale Società Filodrammatica Parmense.

Fonti e Bibl.: Stocchi; M.Serra, I Rachelle, in Auditorium, Cagliari, 1975.

RACHELLE MICHELE
Parma 1833/1834
Nel Carnevale del 1833 fu I violino e direttore d’orchestra nella stagione del Teatro Carcano di Milano e, in una lettera del 9 luglio 1833, parlando di lui come primo violino e direttore d’orchestra per il Teatro Riccardi di Bergamo, Gaetano Donizzetti scrive: Giovane di distintissima abilità, non poteva cadere la scelta sopra soggetto migliore. Nell’aprile 1834 fu il direttore dell’orchestra dei Filarmonici della Scuola diretta dal Sig. Pietro Massini a Milano nell’esecuzione della Creazione del mondo di Haydn (maestro al cembalo fu Giuseppe Verdi). Nel fondo musicale dell’archivio capitolare del Duomo di Vicenza si trova una romanza manoscritta, La sera, parole del cav. Maffei, poste in musica da Michele Rachelle.

Fonti e Bibl.: G.Zavadini, Donizzetti: vita, opere, epistolario, Bergamo, 1948; Marchesi; Melisi; V.Bolcato-A.Zanotelli, Il fondo musicale dell’archivio capitolare del duomo di Vicenza, Torino, EDT, 1986, 335.

RACHELLE PIETRO
Parma 8 maggio 1775-Parma 7 luglio 1837
Suonatore di violoncello dal 1790, nel 1794 ricevette la nomina di soprannumerario nella Reale Orchestra di Parma  e presto ne divenne il primo violoncello. Negli anni della dominazione napoleonica si trasferì a Milano, dove fu attivo in molti teatri. Nel 1816, ricostituitasi a Parma l’Orchestra Ducale, fu nominato primo violoncello in proprietà, gli fu concesso di rivestire l’uniforme decretata da S.M. e fu nominato socio onorario della Ducale Società Filodrammatica Parmense. Nel 1836 e 1837 fu docente di violoncello a titolo gratuito nella Ducale Scuola di musica di Parma: per questa attività scrisse il trattato Breve metodo per imparare il violoncello, pubblicato da Ricordi in diverse edizioni fino al 1868.
FONTI E BIBL.: L. Forino, Il violoncellista, 1905, 376; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 266; Enciclopedia di Parma, 1998, 562.

RACHELLI GERARDO
Parma 1409
Si laureò in legge. Fu eletto, assieme ad altri, a presentare la Bacchetta della Signoria di Parma a Nicolò d’Este quando a lui si sottopose la città il 27 giugno 1409.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 3.

RADICATI di PRIMEGLIO ISABELLA, vedi MELI LUPI ISABELLA

RADICI
Parma 1778/1779
Fu violinista alla Cattedrale di Parma dal 15 agosto 1778 al 15 agosto 1779.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

RADOS GIOVANNI
Parma 1775c.-
Fratello di Luigi.Fu incisore di ritratti.
FONTI E BIBL.: A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2630.

RADOS GIUSEPPE
Parma 1799 c.-
Figlio di Luigi. Coltivò nell’incisione la maniera a granito. Fu attivo soprattutto a Milano.
FONTI E BIBL.: A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2630.

RADOS LUIGI
Parma 19 ottobre 1773-Milano 1840 o 1844
Nobile parmense (conte), il Rados studiò alla milanese Accademia di Brera, assistente di Giuseppe Longhi e di Raffaello Morghen. Si dedicò prevalentemente all’incisione, praticando e sperimentando tecniche quali l’acquaforte, l’acquatinta e la maniera a granito. A essa affiancò, a detta dello Zani, l’attività di disegnatore e calligrafo, stimolato dalla grande tradizione tipografica parmense inaugurata dal Bodoni. Artista versatile, si impegnò nella traduzione di capolavori del passato, da Leonardo (L’ultima cena, 1829) a Raffaello (Madonna della seggiola) e affrontò una grande varietà di temi: celebri ritratti (Gian Domenico Romagnosi, L’imperatore Ferdinando I, Sismondo de Sismondi, Maria Luisa d’Austria), scene di genere, paesaggi e vedute urbane. Va ricordato inoltre l’importante contributo del Rados alla divulgazione delle effigi di artisti di teatro, tra cui la nota serie pubblicata da Giovanni Ricordi nel 1821. Ebbe una calcografia a Reggio Emilia nel periodo dal 1797 al 1801, dalla quale uscirono una serie di testate con emblemi, fregi e vignette della Repubblica Cisalpina utilizzate negli atti ufficiali. Relativamente a immagini legate al periodo rivoluzionario e a quello della dominazione napoleonica, si citano il Prospetto della piazza Virgiliana di Mantova e il Monumento a Virgilio (1801), le tavole all’acquatinta dai disegni dell’Antolini per Descrizione del Foro Bonaparte (Parma, 1806) e lo Spettacolo di naumachia dato dalla città di Milano il 9 giugno 1811.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli-Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, 1801-1850, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma; Fuessli, Künstlerlexicon, 1806-1821; A.Pezzana, Memorie degli scultori e letterati parmigiani, 1833, VII; G.Ferrario, Le classiche stampe, Milano, 1836, 273; Würzbach, Biogr. Lexikon Oesterr., 1872, XXIV; Le Blanc, Manuel de l’amat. d’est., 1888, III, 269; L.Callari, Storia dell’arte contemporanea italiana, Roma, 1909; Thieme u. Becker, Künstlerlexicon, 1933, XXVII; L.Servolini, Dizionario illustrato degli incisori italiani moderni e contemporanei, Milano 1955; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2630; Arte dell’incisione a Parma, 1969, 57; Enciclopedia di Parma, 1998, 562.

RAFFAELE DA BUSSETO
Busseto 1466
Fu maestro delle entrate ordinarie del Ducato  di Parma nell’anno 1466.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 758.

RAFFAELE DA PARMA
-Roma 1699
Frate cappuccino, morì al ritorno dalla guerra in Dalmazia e nell’Egeo (1684-1699), combattuta tra Venezia e i Turchi, alla quale il Raffaele partecipò sulle galee papali.
FONTI E BIBL.: Imerio da Castellanza, Angeli delle armate, 1937, 135.

RAFFAELI FRANCESCO
Parma 1859
Fu deputato all’Asseblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nel 1859. Prese parte ai lavori dell’Assemblea.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 29.

RAFFAELLO, vedi COEN REMO

RAFFI GAETANA
Bedonia 24 agosto 1887-Manubiola di Borgo Val di Taro 30 giugno 1944
Partigiana, fu fucilata per rappresaglia dai nazi-fascisti.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 241.

RAFFI STEFANO
Metti 21 aprile 1784-Bedonia 23 giugno 1864
Dopo avere seguito studi privati, entrò al Collegio Alberoni di Piacenza e fu ordinato sacerdote nel 1809. Fu curato a Pianello e a Bedonia, ove rimase anche come parroco. La sua opera principale fu la realizzazione (su disegno dell’ingegnere Pietro Tagliasacchi) del Seminario di Bedonia, di cui pose la prima pietra nel 1841, collocandovi le reliquie di SanVincenzo de’ Paoli. Di tendenze legittimistiche, opposte a quelle del suo amico e collaboratore Giovanni Agazzi, concepì l’Istituto come un albergo, ove potevano essere ospitati i candidati al sacerdozio. Invece i Missionari di SanVincenzo, cui fu affidata la gestione dell’opera inaugurata il 25 luglio 1846, ne fecero un Seminario tridentino a pieno titolo. Del Raffi, come prezioso documento, rimane il Giornale di tutte le spese eseguite (Archivio parrocchiale di Bedonia), che è un autentico e minuzioso diario della costruzione del Seminario, da lui gestita e condotta a termine tra tante difficoltà. Fu sepolto nell’oratorio di SanMarco in Bedonia, vecchio santuario che il Raffi, nel 1850 aveva pensato di ampliare.

FONTI E BIBL.: A.Cavalli, Origine e fondazione del Seminario di Bedonia, Parma, Fiaccadori 1896; Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 349; L.Squeri, I cento anni del Seminario di Bedonia, Parma, 1946; numero unico dell’Araldo della Madonna di S.Marco, 1971; B.Perazzoli, Il Seminario di Bedonia: dalle origini all’espulsione dei Missionari Vincenziani (1846-1850), in Archivio Storico per le Province Parmensi 1895, 421-475; F.Molinari, in Dizionario Biografico piacentino, 1987, 224.

RAGAZZI GIACOMO
Parma 1766/1805
Fu professore di violino e suonatore di ballo per i paggi nel Reale Collegio di Parma tra il 1766 e il 1782. Negli spettacoli dati in occasione delle feste ducali del 1769 fu sottoripetitore ai balli, mentre nelle stagioni di Carnevale del 1775 e del 1778 fu ripetitore dei balli al Teatro Ducale di Parma (Archivio di Stato di Parma, Teatri e Spettacoli borbonici, bb. 4-5). Con Regio Decreto del 6 agosto 1774 il duca Ferdinando di Borbone gli aumentò il soldo da 27 lire al mese a 60 lire. Il 19 maggio 1780 lo stipendio fu portato da 720 lire all’anno a mille lire. Alla chiesa della Steccata di Parma suonò dal 1780 al 1805. Nel 1786 iniziò a lavorare nell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo, B. l, fol. 84; Archivio della Steccata, Mandati, 1780-1805; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 207; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAGAZZI GIUSEPPE
Cereseto di Compiano 1818-post 1847
Organista, nel 1847 fu a Odessa, poi a Kiev, indi a Grodno.
FONTI E BIBL.: Varvartsev, Dizionario dei musicisti italiani in Ucraina; Kiev, Archivio Centrale, Fogli e biglietti d’ingresso degli stranieri, 1833.

RAGAZZO PAOLO, vedi RAGAZZONI PIETRO PAOLO

RAGAZZONI ANDREA
Parma 1447/1495
Mercante. Scrisse in volgare una Cronaca di Parma dal 1447 al 1495.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 27.

RAGAZZONI GIOCONDO
Parma 1819
Calcografo. Tra le sue stampe si ricorda una tavola per i Due carmi del padre T.Ceva (Parma, 1819).
FONTI E BIBL.: L. Servolini, Dizionario Incisori, 1955, 689; E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 235.

RAGAZZONI GIROLAMO
Parma 1572/1575
Figlio di Andrea e fratello di Vittore. Compose una favola pastorale, Aracne, recitata in Parma nel 1572 alla presenza del duca Ottavio Farnese e nel 1575 in Modena alla presenza di Alfonso d’Este.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1958, 34.

RAGAZZONI OTTAVIO
Parma 1590
Fu forse parente di Pietro Paolo Ragazzoni. Fu monaco carmelitano a Mantova. Curò la pubblicazione dell’antologia Liber primus Psalmorum ad Vesperas 5 v. ex variis excellentissimis viris desumptus (Venezia, 1590; contiene anche una sua composizione).
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musicisti in Parma, in Noted’Archivio, 1931; F. Bussi, Piacenza, Archivio del Duomo; catalogo del fondo musicale, Milano, 1967; Dizionario dei musicisti, Utet, 1988, VI, 209.

RAGAZZONI PIETRO PAOLO
Parma 28 giugno 1499-Parma ottobre/novembre 1580
Dal 1539 al 1564 fu, con alcune interruzioni, cantore della cappella della Steccata di Parma. Il 20 marzo 1564 fu nominato maestro di cappella e due anni più tardi lasciò la Steccata per dirigere la cappella del Duomo di Parma, dove fu attivo fino al 1580. Compose il Libro Primo di Madrigali a 4 voci (Venezia, Girolamo Scotto, 1544 e 1564), dedicato da Parma, 28 gennaio 1564, a Girolamo Vida vescovo d’Alba. Di questa pubblicazione un esemplare si conserva alla Biblioteca Ministeriale di Celle; contiene 32 madrigali.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 2, 1929, 335; Dizionario dei musicisti, Utet, 1988, VI, 209.

RAGAZZONI VITTORE
Parma 1562/1564
Figlio di Andrea e fratello di Girolamo. La sua famiglia esercitò la mercatura. Il Ragazzoni compose rime amorose. È spesso confuso col fratello.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 187.

RAGAZZONO PIETRO PAOLO, vedi RAGAZZONI PIETRO PAOLO

RAGGI PIETRO
Parma-post 1833
Musicista girovago, nel 1833 arrivò a Kiev, in Russia, proveniente da Mogilev. Era, assieme allo zio Andrea Zaniboni, possessore di uno strumento musicale con figure meccaniche.
FONTI E BIBL.: Varvartsev, Dizionario dei musicisti italiani in Ucraina; Kiev, Archivio Centrale, Fogli e biglietti d’ingresso degli stranieri, 1833.

RAGGI VINCENZO
Parma seconda metà del XVIII secolo/1809
Attivo già nella seconda metà del XVIII secolo, fu tra i membri della Società Parmigiana dei Pittori ed Incisori all’acquarello (1807-1809). Passato a Milano dopo lo scioglimento della Società, entrò nella scuola del Longhi.
FONTI E BIBL.: Arte dell’incisione a Parma, 1969, 57.

RAGGIO VINCENZO, vedi RAGGI VINCENZO

RAGNI NINO
Parma 26 luglio 1894-San Giorgio di Nogaro 11 settembre 1917
Figlio di Antonio e Teresa Fusari. Direttore di un’azienda privata, fu tenente nel 86° Reggimento Fanteria. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì nell’Ospedale di guerra n. 8 della Croce Rossa Italiana, in seguito a ferita riportata in combattimento. Fu sepolto a  San Giorgio di Nogaro.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 settembre 1917 e 11 febbraio 1918; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 205.

RAGUZZI FRANCESCO
Piacenza 1790-Parma 29 settembre 1834
Nato da agiata famiglia borghese, abbracciò la carriera delle armi, arruolandosi nel 1810 a Torino nelle guardie d’onore napoleoniche. Con il grado di luogotenente  combatté nelle campagne di Russia e di Prussia del 1812 e 1813 e fu fatto prigioniero. Liberato nel marzo 1814, rientrato in patria trovò che la sua fortuna economica non esisteva più. Non essendo stato ammesso con il suo grado nelle ricostituite milizie ducali, avendo studiato il flauto da dilettante con Pasquale Cavallero si dedicò professionalmente alla musica. Avendo dato prova di essere uno strumentista di notevole livello, fu chiamato a fare parte della Ducale Orchestra di Parma, dove ebbe modo di distinguersi per la squisitezza dello stile anche in concerti: vi furono dei compositori che scrivevano per il Teatro Ducale di Parma che usarono l’artifizio di innestarvi sul bel principio un a solo di flauto per mettere, come che siasi, il pubblico sull’applaudire; e non fallirgli l’intento. Fu anche primo flauto nelle stagioni del Teatro di Reggio Emilia dal 1823 al 1828 (si qualificava primo flauto e ottavino della Corte di Parma) Non avendo famiglia, morì all’Ospedale maggiore di Parma. Pietro Giordani gli compose la seguente iscrizione: Francesco Raguzzi Piacentino che militò per Napoleone poi si fece flautista visse anni XLV amato per l’eccellenza nell’arte e la sincera bontà ebbe dagli amici esequie straordinarie. Lo Stocchi scrisse che era di cara e indelebile memoria, mentre il suo allievo Giovanni Battista Mattavelli compose Otto grandi studi per flauto solo composti e dedicati al sig. Francesco Raguzzi, primo flauto della Ducale Accademia di S.M.la Duchessa di Parma dal suo allievo Gio.
Batt. Mattavelli (Milano, Lucca). Partecipò ai moti del 1831, e fu per questo inquisito. La polizia ne compilò la seguente scheda segnaletica: Abita in Parma nel Borgo delle Colonne. Ha dato alloggio a certo Gialdini studente di Reggio che fece parte della spedizione Zucchi. Eravi col Gialdini altro innominato giovane Modenese, che dicesi facesse parte dei congiurati nella casa Menotti. Questi due, in unione ad altri tre, recavansi notte tempo nella casina di campagna fuori un miglio e mezzo dalla porta S.Barnaba di Parma, di ragione del Conte Bertioli, Giudice dimorante in Piacenza. Il figlio di lui caldo delle novazioni assisteva a tali unioni. Sembra che fra gli altri vi fosse il fuggitivo D’Escrivan. È da notarsi che il Raguzzi apparteneva alla milizia, e fu passato nell’orchestra, portando la Sovrana il di lui appuntamento di L.500 alle L. 1000 oltre di avergli accordato cinque gratificazioni. A fronte di tutto ciò si mostrò interamente avverso al Governo di S.M. ed alla sua persona. Fu uno dei quattro comandanti della Guardia nazionale e travagliò molto per la sollecita organizzazione della medesima.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 200: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAIMONDA DA COSTA , vedi AQUILA CELESTINA

RAIMONDI CARLO
Bocche di Cattaro 24 dicembre 1809-Parma 5 gennaio 1883
Il padre, che era capitano, si trasferì momentaneamente da Reggio Emilia a Bocche di Cattaro per motivi d’ufficio. Il Raimondi, comunque, tornò sicuramente a Reggio Emilia a pochi mesi d’età e vi rimase fino a 27 anni. Studiò a Reggio e fu allievo di ProsperoMinghetti. Si perfezionò poi nell’incisione alla scuola del conte Giovanni Rocca. Allievo di Paolo Toschi a Parma (1822-1828), poi suo maggior collaboratore e infine, dopo essere divenuto nel 1848 docente di incisione a Brera in Milano, successore del maestro nella direzione del famoso studio dopo che Luisa Maria di Borbone lo ebbe chiamato alla Scuola d’Incisione dell’Accademia parmense (8 novembre 1854), il Raimondi condusse pressoché a compimento il corpus incisorio correggesco iniziato dal Toschi, di cui ereditò la morbidezza del bulino. Si dedicò completamente all’intaglio in rame. Eseguì lavori per proprio conto e in collaborazione col maestro (Fiore della Ducale Galleria Parmense, La Reale Galleria di Torino, La Reale Galleria di Firenze). Devotissimo al suo maestro, il Raimondi si trasferì definitivamente a Parma e raccolse attorno a sé i più valorosi dei suoi allievi superstiti (alcuni di loro erano stati chiamati a coprire la cattedra d’incisione delle più importanti città d’Italia: Antonio Costa all’Accademia di Venezia, Tommaso Aloysio Juvara all’Istituto di Belle Arti di Napoli, Ludovico Bigola all’Accademia di Torino, Odoardo Eichens alla Scuola di Belle Arti di Berlino). Sotto il Raimondi la scuola seppe conservare l’antica fama cosicché, quando per il decreto di Luigi Carlo Farini del 6 marzo 1860, si ebbe l’unione delle tre accademie di Parma, Modena e Bologna con un posto di preminenza di quest’ultima sulle altre due, la Scuola d’Incisione di Parma venne riconosciuta, unica in Italia, per la qualifica di perfezionamento. Come detto, il Raimondi, sorretto da passione e costanza, poté così condurre quasi a compimento il corpus incisorio correggesco, al quale mancavano soltanto due lastre quando egli morì. Dall’esercizio riproduttivo degli affreschi del Correggio, espletato in decine di tavole completate per la trasposizione su lastra (come già era accaduto al Toschi) ebbe la possibilità di affermarsi come valoroso acquerellista: come il Toschi, possedette una tecnica ineccepibile, eccellendo nella produzione ritrattistica. Il suo iter pittorico, non indagato a fondo, inizia dal giovanile Autoritratto a olio (Parma, Pinacoteca Stuard) e si svolge attraverso prove significative come Paolo Toschi che ritrae gli affreschi del Correggio (Parma, Pinacoteca Nazionale), i due deliziosi acquarelli di composizione Canzone d’amore e Alla toilette (Parma, collezione privata), esposti alla mostra del 1952 all’Accademia di Belle Arti di Parma, per concludersi con il tardo Autoritratto (in deposito presso l’Istituto d’Arte di Parma). Si ricordano tra le sue stampe migliori il Ritratto del Toschi, La Baccante, dal dipinto di Annibale Carracci, e il Ritratto di Vittorio Emanuele II. Si conservano nella Galleria Civica di Reggio Emilia alcuni ritratti eseguiti in miniatura ad acquarello, tutti datati, di rara perizia. Presso la raccolta Menozzi di Reggio Emilia esiste un ottimo, piccolo Autoritratto a olio. Svolse la maggiore attività a Parma, sua città di adozione. Nel 1870, in occasione dell’Esposizione nazionale di Belle Arti, gli venne conferita una medaglia di merito, ove il suo nome è posto tra le effigi dei pittori Correggio e Parmigianino.
FONTI E BIBL.: P.Martini, L’arte dell’incisione in Parma, Parma 1873; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877; C.Ricci, La regia Galleria di Parma, Parma 1896; Thieme-Becker, vol. XXVII, 1933; G.Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma, 1952; G.Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Milano, 1971, 60 e 62; G. Copertini, Pittori dell’Ottocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 146; Arte dell’incisione a Parma, 1969, 57; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1801-1850, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma; L’Annotatore di Parma 11 dicembre 1858; A.Caimi, Delle Arti del Disegno di Lombardia, Milano, 1862; P.Martini, L’Arte in Italia, Torino, 1869, I, 111 e seg.; Il Presente 4 novembre 1886; A. De Gubernatis, Dizionario degli artisti italiani viventi, Firenze, 1889; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, 1896; A.Melani, Nell’arte e nella vita, Milano, 1904, 276 e 298; L.Callari, Storia dell’arte contemporanea italiana, Roma, 1909; Catalogo della R.Calcografia di Roma, Roma, 1934, n. 780; L.Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A. Pariset, Dizionario dei parmigiani illustri; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2642-2643; G.L.Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 302; L’incisione reggiana dal Quattrocento all’Ottocento, Reggio Emilia, 1961, 97-102; N.Campanini, C.Raimondi e un suo ritratto di Gioberti, in Strenna Artigianelli, 1924; Reggio. Vicende e protagonisti, 454; La più bella di tutte, 1983, 176; A.V. Marchi, Figure del ducato, 1991, 280; M.Sacchelli, in Gazzetta di Parma 22 giugno 1998, 17; Enciclopedia di Parma, 1998, 562.

RAIMONDI DONNINO
Parma 1303 -Parma 6 febbraio 1369
Figlio di Jacopo. Fece il corso di studi di grammatica e di filosofia, dedicandosi poi alle Sacre Scritture. Ricevette gli ordini minori dal vescovo di Parma Simone Saltarelli. Si distinse nella pratica della carità, dimostrandosi particolarmente attento alle necessità dei poveri, delle vedove e degli orfani. La guarigione di un malato, operata nel corso di un viaggio a Milano, accrebbe la sua fama di santità e lo spinse ad erigere con i propri beni un oratorio a Porta Nuova in Parma e un ospedale in onore della Santissima Trinità, alla quale assegnò come dote 85 bifolche di terra. Diede, inoltre, nuova vita all’antica Società dei Disciplinati. È ricordato in due documenti del registro del notaio Bernabeo Aliotti, conservato nell’Archivio del Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma: il 10 Febbraio 1336 Dñs Dompnus Doninus de Raymundis filius quondam Dñi Jacobi de Raymundis, qui nunc habitat in vicinia Sancti Ambroxii vendette una casa al medico Rainero Sigali e lo stesso giorno Perotto Cerati, giudice della vicinanza di San Silvestro in Parma, ricevette dal Raimondi 94 lire imperiali, prezzo ricavato dalla vendita della casa, per darle al Convento dei Servi di Maria di Parma, come ordinato in testamento da Vettore de’ Raimondi. Si dedicò con ogni sua forza al soccorso degli infermi, carcerati, orfani e vedove e fu al centro di diversi episodi ritenuti miracolosi (particolarmente per guarigioni d’infermi). Il Raimondi edificò una cappella in onore di SanRaimondo nella chiesa di SanMartino di Galegano a Parma. Fu trovato morto sui gradini dell’altare della chiesa della Santissima Trinità, con una candela in mano. Il Raimondi fu seppellito nella Cattedrale di Parma. Fu poi proclamato venerabile.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 56; A. Bresciani, Vite dei santi, 1815, 26-28; Epigrafi della Cattedrale, 1988, 101; Enciclopedia di Parma, 1998, 562.

RAIMONDI EDOARDO
Parma 26 luglio 1837-Reggio Emilia 12 aprile 1896
Figlio di Carlo. Fu sempre orgoglioso di essere parmigiano, come dimostra la sua lunga residenza in questa città. Ciò che lo avvilì e lo indusse poi a trasferirsi a Reggio Emilia, oltre al fatto che parecchi anni prima aveva sposato una Reggiana, fu anche lo scarso riconoscimento dei meriti del padre da parte dei suoi concittadini, tanto più che il Raimondi mosse i primi passi artistici proprio sotto la guida paterna. Figurò tra i membri della Società Promotrice di Torino dal 1865 al 1895. Fu paesista, pittore di scene di genere e di soggetti militari, fecondo e molto stimato in vita quanto immeritatamente dimenticato dopo la morte, anche per l’avvenuta dispersione delle sue opere. I suoi rilevanti meriti artistici attendono ancora un attento esame critico che sceveri, della sua produzione, le multiformi suggestioni tardoromantiche e latamente fontanesiane presenti in Paesaggio con figura (Parma, collezione privata) e in Paesaggio padano (Parma, Camera di Commercio), che evidenzi la sua parziale derivazione dal macchiaiolismo, di cui è traccia in Ulani austriaci annientati dall’artiglieria italiana a Villafranca e S.A.R. il principe Amedeo ferito a Monte Croce (Parma, Pinacoteca Stuard) e che definisca la sicura attenzione per l’impressionismo francese di molte opere, tra cui Caccia al cinghiale in San Rossore, esposta nel febbraio 1951 alla mostra dei pittori reggiani dell’ultimo Ottocento. Del Raimondi si ricordano ancora: Il viatico nei dintorni di Parma e I mandriani, esposte nel 1872 a Milano, Rivieraschi del Po fuggenti dall’inondazione e Le raccoglitrici di cicoria, inviate a Napoli nel 1877, Capraio, Giovane porcaro e Le rive del Po, esposte a Milano nel 1881, Un mattino d’ottobre sulle rive del Po eIn attesa del treno, presentate a Roma nel 1883, Corrida de toros e Pescatori del lago di Bieva al Giappone, esposte a Torino l’anno seguente, Bandiera nera in vedetta (scena della guerra del Tonchino) e Vecchio parco, inviate alla Mostra di Livorno nel 1886. Si citano inoltre i suoi dipinti Entrata del toro, Ricordi di San Rossore,  Paesaggio lombardo e Pianura e boscaglia. Nel 1889 De Gubernatis (Dizionario degli artisti italiani viventi, p. 402) ebbe a dire: È conosciuto come uno dei più valenti artisti d’Italia, ha eseguito, esposto e venduto un numero di quadri, che hanno destato l’interesse e l’ammirazione del pubblico in tutte le Mostre tenute da noi e all’estero. Lasciò anche tre saggi di incisione all’acquaforte.
FONTI E BIBL.: Pittori reggiani dell’ultimo Ottocento, catalogo della mostra, Reggio Emilia, 1951, 12; G.Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma 1952; A.M.Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori e incisori italiani moderni, vol. IV, Milano, 1962; G.Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Milano, 1971, 136; L’incisione reggiana dal Quattocento all’Ottocento, Reggio Emilia, 1961, 103 (con introduzione di A.Davoli); G.Capacchi-P.Martini, Arte e incisione a Parma, 1969; Reggio. Vicende e protagonisti, 454-455; C.Masini, Del movimento artistico in Bologna, Bologna, 1867; P.Martini, L’Arte in Italia, Torino, 1869, I, tav. 29, 1872, IV, tav. 18; U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexicon, 1933, XXVII; L.Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2643; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 302-303.

RAIMONDI GIOVANNI, vedi PALLAVICINO  FERRANTE CARLO

RAIMONDI LODOVICO, vedi RAIMONDI LUDOVICO

RAIMONDI LUDOVICO
Parma 1472/1493
Frate cistercense. Fu celebratissimo calligrafo e miniatore, ricordato con lode da diversi cronisti parmensi. Della produzione del Raimondi si conosce un salterio, tra i più rari e pregiati per bellezza dei caratteri e per finezza delle miniature, fatto per la Cattedrale di Ferrara e portante la seguente sottoscrizione: Ego Ludovicus de Raymundis de Parma hunc librum transcripsi, et notavi anno Domini 1472, procurante Venerabili Viro D.Xpophoro de Rodulphis Canonico et Massario fabbrice Episcopatus Ferrarie. Z.C. Inoltre un libro di Introiti, Graduali, Offertorii, scritto nel Convento di San Secondo, e così sottoscritto: Ego Ludovicus de Raymundis de Parma hunc librum scripsi et notavi 1479, die XX Septembris. Il Casapini attestò di avere copiato da uno dei libri corali membranacei di San Martino dei Bocci le seguenti parole: Iste liber est Monasterii Sanctae Mariae Vallisserenae alias Sancti Martini de Botiis vulgariter nuncupati Cisterciensis ordinis Parmensis dioecesis scriptus et notatus per me Mag.rum Ludovicum de Raymundis de Parma ad instantium R.di D.ni Sigismundi de Fulchinis suprascripti Monasterii Abbatis decimi anno Domini mcccclxxxxiij. die ultima mensis Julii.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 273; BeatoBuralli, 1889, 80.

RAIMONDI LUIGI
Monticelli d’Ongina-Soragna 1876
Assieme a Giuseppe Verdi partecipò al concorso per il posto di organista nella chiesa di Soragna, che era rimasto libero per le dimissioni di Angelo Frondoni. Il 29 novembre 1829 fu dichiarato vincitore e rimase in quella chiesa e negli oratori amministrati dalla fabbrica per quarantasette anni, cioè fino al decesso.

Fonti e Bibl.: B. Colombi, 8 secoli, 102; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAIMONDI ODOARDO, vedi RAIMONDI EDOARDO

RAINALDI ALBERTINO
Salsomaggiore 1333 c.-1377/1382
Dagli atti di Albertolo Griffio, notaio e cancelliere vescovile, si rileva che il Rainaldi intervenne quale professore in Pavia alla laurea del savonese Beltramino Gambarana il 20 Luglio 1374 e, da un’istanza fatta da suo figlio Cristoforo al duca Giangaleazzo Visconti nel 1387, che fu medico di quel principe. Il Rainaldi si oppose alla dottrina insegnata in Padova da Giovanni da Santa Sofia, contro il quale scrisse due trattati, l’uno nel 1370 e l’altro nel 1376. Un codice del primo, già posseduto dall’avvocato Sante Del Rio, professore dell’Università di Parma, e quindi da monsignor Luigi Sanvitale, porta il titolo Recollectiones super libro Tegni e ha in fine Expliciunt recollectiones super libro Tegni scripto ab excellente et famoso Doctore M.Albertino de Salso de Placentia Anno Domini MCCCLXX per me Tomax de Crema artium Doctorem, et complet. die sexta Madii in mane ante tertias.Amen. Un codice del secondo trattato è nella Biblioteca Vaticana. È intitolato Incipit tractatus secundus Magistri Albertini de Salso de Placentia defensivus opinionis Galieni, et plusquam concertatorius de corpore aegro simpliciter et reprobativus errorum Magistri Joannis de S.Sophia de Padua, et responsivus ad omnia dicta Magistri Joannis de S.Sophia quae ipse scripsit in suo Tractatu. Il Rainaldi mandò quest’ultimo trattato agli studenti di Padova, narrando loro come al suo primo il Santa Sofia ne aveva opposto un altro in quo conatur palliare et defendere errorem suum et opinionem suam falsam et erroneam de corpore aegro simpliciter, quod ipsum non est sanum, nec in latitudine sanitatis contentum et in tractatu suo multa superflua dicit, ut impleat cartas. Tra il Rainaldi e il Santa Sofia si arrivò a un vero e proprio scambio di ingiurie e villanie. Questo secondo codice ha in fine Explicit tractatus secundus de corpore aegro simpliciter defensivus compilatus per me Albertinum de Raynaldis de Salso de Placentia in anno 1376 de mense Februarii, et transmissus scholariorum Medicinae studentium in studio Paduae.Deo gratias, Amen. Scriptus per me Guadagninum de Lunisana secundum illudmet exemplum transmissus correctum et glossatum manu Domini Albertini, tunc Paduae existentem, scholarem in medicina sub Magistro Marsilio de Sancta Sophya in 1378 de mense Septembris Deo gratias. Existente tunc guerra inter Dominum Franciscum de Carraria de Padua, et Venetos; facta in liga ab ipso cum Rege Ungariae Dominis Veronae contra Dominum Bernabovem et exteros. Il Tiraboschi (Storia della letteratura, tomo V, parte 1, 247) attribuisce al Rainaldi un trattato medico sulla peste intitolato Modus praeservandi atque tuendi corpora a peste quantum est possibile, che da molti studiosi si ritiene invece fattura del figlio Cristoforo. Di un’altra opera che si può forse attribuire al Rainaldi si trova notizia nel libro di Siro Comi Memorie bibliografiche sopra la storia della Tipografia pavese. A pagina 129 è riportato un catalogo della biblioteca del medico Matteo Ferrari da Grado, dove figura Recollectae Alberti de Placentia super anforismis. Il Rainaldi ebbe un’esistenza errabonda e travagliata, insegnando medicina nelle più accreditate università italiane, tra cui Pavia, Bologna e Firenze.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II 1787, 111-112; G. Valentini, Guida storica di Salso e Tabiano, 1861, 13-15; L.Cerri, Appendice alle memorie, Piacenza, 1897, 5-8; L.Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899, 349; F.da Mareto, Bibliografia, II 1974, 894.

RAINALDI CRISTOFORO
Salsomaggiore 1359 c.-post 1393
Figlio di Albertino. Ebbe la laurea in medicina (come si rileva negli atti di Albertolo Griffio) in Pavia nel 1383. Nello stesso anno fu eletto professore di Fisica con lo stipendio di 30 fiorini. Ma nel 1387 ottenne dal Duca che il salario gli fosse cresciuto fino a 50 fiorini. La petizione inoltrata in tale circostanza si conserva nell’Archivio dell’Università di Pavia insieme al decreto favorevole del Duca.Del documento sono rimarchevoli queste parole: Illustri et excelsae Dominationi Vestrae humiliter supplicatur pro parte Magistri Christophori filii quondam Magistri Alberti de Salso de Placentia olim dilecti phisici Vestri. Nel Registro degli atti e privilegi dell’Università di Pavia pubblicato dal Parodi, sotto il 30 Gennaio 1392 è riportato un mandato di pagamento a favore del Rainaldi e di altri tre medici, per la visita da essi fatta, d’ordine del Governo, al cadavere di una donna morta improvvisamente e con sospetto di peste. Il Rainaldi, unitamente ai colleghi Silano Negri e Antonio Cusani, fu poi destinato a vegliare sul pericolo di una eventuale epidemia. Per questo motivo, il Bramieri e altri reputarono il Rainaldi l’autore del trattato sulla peste, dal Tiraboschi attribuito invece al padre Albertino. Nel 1393 il Rainaldi, come professore, ebbe l’esenzione da ogni pubblica gravezza.
FONTI E BIBL.: G. Valentini, Guida storica di Salso e Tabiano, 1861, 15-16.

RAINALDI UBERTINO,   vedi RAINALDI ALBERTINO

RAINALDO SANTO
Sambuceto 1233
Architetto. Sotto la sua direzione, il Duomo di Piacenza, cominciato l’anno 1122, ebbe termine nel 1233 con l’innalzamento della grandiosa cupola ottagonale di suo disegno. Il Poggiali poté consultare una scheda riportante le seguenti parole: Illoc opus Rainaldus nomine Sanctus De Sambuceto fuit illi scribae Joannes.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 349.

RAINALDO, vedi anche DA RAINALDO

RAINERI ANDREA, vedi RAINIERI ANDREA

RAINERI BARTOLOMEO
Parma 1443/1458
Figlio di Giovanni. Maestro di orologi, fu conosciuto anche sotto il nome di Rolando da Parma. Costruì l’orologio per il Comune di Reggio e passò, insieme ad Antonio da Ramiano, al servizio del duca di Milano Filippo Maria Visconti. È ricordato in tre documenti quattrocenteschi: 20 febbraio 1443, Litera exemptionis Magistri Bartolomeis de Rayneriis et Antonii de Ramiano. Dux Mediolani et Papie Anglerieque Comes ac Janue dominus. Ut beneficentia et liberalitate nostra complectarum dillectos cives nostros parmen. Bartolameum de Rayneriis Magistrum horologiorum et Antonium de Ramiano Cognatum suum quos ad servitia nostra noviter assumpsimus, Reddimus qr ipsos etiam ad obsequia ipsa nostra ferventiores ipsos Bartolameum cum Johanne genitore suo ac Antonium et filios et descendentes utriusque eorum pro se et bonis suis ubicumque sint et jaceant et ea esse ac iacere contingat. Nec non Massarios, fictables, Mezadros, Abraziantes, Collonos, Molendinarios et Reddituarios suos quoscumque respectu bonorum dumtaxat ipsorum Bartolameus et patris ac Antonii filiorum que et descendentium sacrum ab omnibus talleis, taxis, prestitis, mutuis, subscidiis, caregiis, Angariis, contributionibus, Ravarollis, focolaribus et omnibus aliis extraordinariis oneribus realibus, personalibus atque mistis tam per Nos et Cameram nostram quam Comunitatem Parme et aliter de retero quomolibet imponendis qualiacumque fuerint et quovis nomine nuncupate datiis, pedagiis, gabellis ac imbotaturis dumtaxat exceptis harum serie ex certa scentia et de nostra plenitudine potestatis immunes facimus et liberos reddimus penitus et exemptos, liberantes etiam ipsos ab omni solutione que venrit a se facienda vigore decreti nostri super huiusmodi exemptionibus de mense Junii anni Mcccxxxviiij editi, denique vero mandantes Magistris Intractarum nostrum ordinarium et extraord.
Commissariis super exemptione decretorum huiusmodi officialibus et subdictis nostris ad quos spectat aut spectare possit quomodolibet in futurum quatenus has nostras Immunitates et exemptiones ac liberationis literas observent firmitar et faciant inviolabiliter observari. Datum Mediolani die vigesimo februari Mcccc quadragesimo tertio. Lanzalotus Johannes Antonius (Literae Decreta 1439-1443, a carte 271, Archivio del Comune di Parma in Archivio di Stato di Parma); 6 aprile 1458, Item datos Magistro Bartolameo de Rayneriis dicto de Orloliis qui iam diu promixit facere certa laboreria super turi Communis pro ornamento dicte turis, pro quo usque tunc satisfactus fuit, licet non fecerit ipsum laborerium quod facere non potuit, ut dixit, Eo quia sibi facti non fuerunt pontes et ad impleta certa aliaque sibi fieri debebant Communitatem ipsam pro quibus pontibus et aliis fiendis per ipsum facta fuit conventio cum prefectis dominis Antianis de libris octo imper. Et hoc per eius solutione in summa per Boletam factam die vj aprilis. L. viij. Item datos Magistro Bartolameo de Rayneriis civi parme deputato per Commune parme ad manutenendum et conservandum horologium Comunis super Turis Comunis pro eius salario et mercede sibi de publico constituto et deputato compatum librarum vj in mense in summa pro toto sallario anni presenti, Mcccclviij incepto in die primo Januarii dicti anni et finit die ultimo decembris anni predicti Mcccclviij in summa per Boletam factam die xx aprilis. L. Ixxij (carte 54 e 55 del Registro Rationem et Navilii, 1458, Archivio Comunale di Parma, in Archivio di Stato di Parma); Item dat Melchiorri de Claremondis spetiario in parma pro eius solucione sulfuris et aquevite per ipsum date nomine Communis Mag.stro Bartolameo de Raxneriis pro fatiendo pondus unum pulveris a bombardis pro schiopetis missis personis deputatis pro deffentione pontis Bastie Cantoni contra Reginos, in summa per bulletam die factam die xxiij maij L. v, s. iiij. Item suprascripto Magistro Bartolameo per mercede et labore ipsius pro fatiendo ipsam pulverem in summa ut supra s. xvj (a carte 59 del Registro Rationem et Navilii).
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Storia di Parma, II, 1842, 484-485 e 647, III, 1847, 167; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 63; Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI BARTOLOMEO
Parma XV/XVI secolo
Fu a Roma tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. Venne definito orologiaio che contende la palma d’onore ai più grandi maestri d’Oltralpe.
FONTI E BIBL.: F. De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 839.

RAINERI CARLO , vedi RAINERI GIOVANNI CARLO

RAINERI ENZO
Fontanellato 30 ottobre 1894-
Terminati gli studi prima dello scoppiare della prima guerra mondiale, fu arruolato nel 28° Reggimento da campagna di Parma quale soldato semplice. Fu in zona di operazioni dal 24 maggio 1915, partecipando a tutte le azioni che il reggimento, al comando del colonnello Nullo, sostenne nella zona Monte Nero-Merzl. Colpito da gravissima malattia contratta in servizio, dopo la convalescenza venne promosso ufficiale e rientrò in zona di guerra con il 57° Reggimento da campagna, del quale seguì le sorti fino alla fine della guerra, dal Grappa al Montello e a Col dell’Orso. Svestita la divisa militare alla fine del 1919, divenne nel dicembre 1920 un fervente fascista alla Sezione di Parma. Nei primi mesi del 1921 riuscì, dopo non lievi sforzi, a costituire la sezione di Borgo San Donnino del Partito Nazionale Fascista, della quale fu il primo segretario politico. Partecipò a tutte le cruente azioni che insanguinarono la provincia di Parma nel 1921: durante le giornate dell’agosto fu a Parma e a Langhirano al comando di una centuria di Borghigiani, luogotenente di Italo Balbo, che volle ricompensarlo con l’encomio solenne del Comando generale delle squadre di combattimento. La Marcia su Roma trovò il Raineri al comando di squadre che vennero citate all’ordine del giorno per la fulminea occupazione della Prefettura di Parma. Venne quindi assunto al comando della Legione Sinistra Taro, che presentò a Mussolini il 17 giugno 1922.Fu quindi segretario federale della Provincia di Parma e deputato per l’Emilia.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 525-526.

RAINERI FRANCESCO
Parma seconda metà del XVII secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 225.

RAINERI FULVIO
Goito 7 aprile 1927-Soragna 1 febbraio 1992
Nato da Abele e Irma Armani. Giunse a Soragna nel 1929. Formatosi alla scuola musicale di monsignor Mario Dellapina, assunse nel 1945 la carica di organista della locale chiesa parrocchiale, curando poi, dal 1953, la direzione della Corale polifonica San Pio X (alla quale fece conseguire risultati ragguardevoli) nonché del corso di orientamento musicale organizzato dal Ministero della Pubblica Istruzione. A queste attività affiancò anche il suo interesse per la scultura in terracotta, nel cui settore, attraverso bassorilievi, composizioni e figure a tutto tondo, ottenne lusinghieri riconoscimenti sia in mostre personali e antologiche che in rassegne collettive. Sue opere, che come soggetto prediligono i motivi religiosi, del lavoro, della vita quotidiana e della terza età, si trovano in diverse chiese e in collezioni pubbliche e private.
FONTI E BIBL.: E. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 297.

RAINERI GIOVANNI
Borgo San Donnino 17 settembre 1858-Roma 29 novembre 194
Figlio del segretario del Comune, studiò prima a Borgo San Donnino e quindi a Parma. Si laureò nel 1879 alla scuola superiore di agricoltura di Milano, dedicandosi all’insegnamento delle scienze naturali e agrarie a Bologna e, nel 1884, a Piacenza. Contemporaneamente si diede all’attività giornalistica e agricola, in un primo tempo quale redattore capo del Giornale di Agricoltura, Commercio e Industria e quindi quale direttore, nel 1890, della rivista L’Italia Agricola e del Giornale di Agricoltura della Domenica fondato dal Raineri nel 1891. Nel 1892 contribuì alla costituzione del primo Consorzio Agrario Cooperativo Piacentino a cui era annessa la Cattedra Ambulante di Agricoltura, per insegnare in modo pratico e capillare il necessario rinnovamento agricolo. Da questi primi  modelli organizzativi sorse qualche anno dopo la Federazione Italiana dei Consorzi Agrari. Tenne per molti anni (1892-1906) la direzione della Federazione di tali consorzi (con sede a Piacenza) e quindi, per altri cinque, anche la presidenza. La sua attività politica iniziò nel 1904, quando venne eletto per il Partito democratico liberale deputato di Piacenza, e per vent’anni fu riconfermato alla Camera, nei Collegi di Piacenza e di Parma. Nel 1910 fu nominato Ministro dell’Agricoltura nel ministero Luzzatti (31 marzo 1910-29 marzo 1911). Dai colleghi politici fu considerato un luminare per i problemi dell’agricoltura e negli atti parlamentari è ricordato come colui che sostenne e fece varare dal Parlamento la cosiddetta legge agrumaria per la difesa obbligatoria degli agrumi. Dal 18 giugno 1916 al 29 ottobre 1917 fu nuovamente ministro dell’Agricoltura, nel ministero Boselli, e dovette cercare sia di risolvere il problema della deficienza della produzione agraria interna, determinata dalla guerra, sia quello dell’approvvigionamento di materie alimentari, e particolarmente di grano, attraverso importazioni dall’estero. Dal 15 giugno 1920 al 26 febbraio 1922 (nei gabinetti Nitti, Giolitti e Bonomi) resse il Ministero delle terre liberate, che organizzò sia amministrativamente che politicamente. Istituì così alcune cooperative operanti sotto la responsabilità tecnica e finanziaria dell’Istituto federale di credito per le Venezie, dipendente a sua volta dal Ministero del Tesoro. Nel 1924 il Raineri si congedò dai suoi elettori, che per cinque legislature gli avevano conferito il mandato di rappresentarli al Parlamento, e subito dopo fu nominato (18 settembre 1924) Senatore del Regno. Fece anche parte del Consiglio di Stato dal 1916 e presiedette l’Istituto Internazionale di Agricoltura e l’Ordine dei Cavalieri del Lavoro (1923-1944), della cui onorificenza fu insignito nel 1902. Fu presidente della giunta generale del Bilancio, membro della commissione d’inchiesta per i contadini del Mezzogiorno e di quella per il riordinamento delle ferrovie e presidente onorario della sezione del Consiglio di Stato. Lasciò diverse pubblicazioni, tra le quali I concimi chimici in Italia (Roma, 1901), Le affittanze collettive in Italia (Piacenza, 1906), Per un programma di legislazione agraria (Piacenza, 1914), L’agricoltura e la guerra (Roma, 1915) e Fertilizzanti e macchine (Bologna, 1933).
FONTI E BIBL.: Gli 80 anni del Senatore Giovanni Raineri, in La Scure 22 settembre 1938; necrologio in Bollettino Storico Piacentino XL 1945, 86; U.Rebecchi, Il piacentino professor Giovanni Raineri, in VC ottobre 1966, 177-178; Savino, Nazione operante, 1928, 140; V.Bonfigli - C.Pompei, I 535 di Montecitorio, Roma, 1921; Cimone, Gli eletti della Rappresentanza nazionale per la XXI, per la XXII e per la XXIV legislatura, tre volumi, Napoli, 1902 e 1906, e Milano 1919; Pangloss, Gli eletti della XXIV legislatura, Roma, 1921; C.Pompei e G.Paparazzo, I 508 della XXV legislatura, Torino, 1920; A.Tortoreto, I parlamentari italiani della XXIII legislatura, Roma, 1910; I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920, 1922; Malatesta, Ministri, 1941, 42; Molossi, Dizionario biografico, 1957, 126; Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 368-369; Gazzetta di Parma 13 febbraio 1962, 4; R.L.Massa, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 225; Grandi di Parma, 1991, 97.

RAINERI GIOVANNI CARLO
Parma 1493/1499
Figlio di Giovanni Paolo. Valente meccanico e maestro d’orologi, si stabilì a Reggio Emilia. Assieme al padre costruì l’orologio di Modena, il modello dell’orologio realizzato per Reggio Emilia e nel 1493 l’orologio nella torre di San Marco a Venezia. L’esemplare ideato per la Repubblica di San Marco su incarico del doge Agostino Barbarigo, una volta costruito dopo sei anni di lavoro (fu inaugurato il 1 febbraio 1499), risultò un tale capolavoro che la Serenissima sembra avesse ordinato di cavare gli occhi al Raineri affinché non ripetesse altrove simile meraviglia. Leggenda a parte, l’orologio, inserito nella Torre edificata da Mauro Codussi, l’architetto più attivo in città sullo scorcio del secolo, fu collocato in posizione strategica a fianco della Basilica, quale arco trionfale aperto sulle Mercerie da un lato e affacciato sulla piazza, quasi ad accogliere coi suoi rintocchi le navi giunte in Bacino, dall’altro. L’orologio marciano subì in cinque secoli rimaneggiamenti e restauri che solo in parte mantennero l’anima originaria di quella meraviglia della tecnica. Infatti a renderlo unico al mondo fu la straordinaria invenzione del Raineri di introdurre la rarissima dimostrazione dei moti planetari, purtroppo in seguito perduta. A essa si aggiunsero i Mori, due giganti in bronzo snodati all’altezza della vita per consentire la torsione a scandire le ore, fusi da Ambrogio delle Ancore nel 1497 su progetto, forse, di Antonio Rizzo. Inoltre ogni ora usciva la processione dei tre Re Magi lignei accompagnati da un angelo musicante, che si inchinavano davanti alla Madonna. Semplificato nei moti astrali in concomitanza di un restauro cinquecentesco, fu tra il 1753 e il 1757, a opera di Bartolomeo Ferracina, che il complesso meccanismo venne ridotto e sostituito con un sistema a pendolo. Venne introdotto un quadrante a tre settori concentrici: quello centrale con le fasi lunari, quello mediano con le ore del giorno e della notte indicate dal Sole, infine quello delle costellazioni, con i segni zodiacali, i giorni e i mesi. La suoneria venne modificata, così anziché ogni ventiquattro, i rintocchi si succedevano in due cicli da dodici. Mentre quello settecentesco fu un restauro inevitabile, come sostenne Giuseppe Brusa, consulente storico-scientifico dell’intervento di restauro operato nel 1998 da Alberto Gorla, quello Ottocentesco, a opera di Luigi De Lucia, si rivelò deprecabile. Fu introdotto uno scappamento a caviglie cilindriche, modificato il pendolo e furono proposti i due quadranti delle ore e dei minuti con illuminazione interna a gas, mentre venne parzialmente escluso il meccanismo dei Re Magi. Seguirono altri due interventi, prima di giungere a quello del 1998, che comportò il ripristino allo stadio settecentesco della meccanica, con la restituzione della suoneria meridiana a scandire il mezzogiorno e la mezzanotte, l’indicazione delle ore sul quadrante rivolte alle Mercerie, l’apparato digitale di ore e minuti e la processione dei Re Magi e l’angelo in occasione delle feste dell’Epifania e dell’Ascensione. Un patrimonio di arte e scienza, storia e tecnica, che fu definito al momento della sua inaugurazione dallo storiografo veneziano Marin Sanudo fato cum gran inzegno, e belissimo. Fu lodato anche dal Sansovino e da altri maestri.
FONTI E BIBL.: F. De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 839; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 295; M.Luce, in Gazzetta di Parma 11 febbraio 1999, 15.

RAINERI GIOVANNI LODOVICO
Parma o Reggio Emilia XV/XVI secolo
Figlio di Giovanni Paolo. Assieme al fratello Lionello costruì un nuovo orologio con artifizii per la torre pubblica di Reggio Emilia, dopo che l’orologio costruito dal padre ebbe a subire danni irrimediabili.
FONTI E BIBL.: F. De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 839.

RAINERI GIOVANNI PAOLO
Parma 1481/1500
Presa stabile dimora a Reggio Emilia, vi costruì verso il 1481 un nuovo orologio pubblico, portentoso per novità. Il Raineri si firmò Zampaolo degli oeorologi. Unitamente al figlio Giancarlo realizzò l’orologio di Modena e ricevette l’incarico di costruire quello per la torre di SanMarco a Venezia, dove si trasferì. Ambrogio delle Ancore fuse i due Mori che battevano le ore. L’inaugurazione avvenne nel 1499. Sul fregio della torre, eretta da Mauro Coducci, fu apposta l’iscrizione Jo. Paul. et Jo. Carol Fil.
Regien. Op. MID.
FONTI E BIBL.: F. De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 839; Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI GIROLAMO
Parma XV secolo
Appartenne alla nota stirpe di orologiai. Il Raineri fu, in verità, piuttosto negligente rispetto ai parenti.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI GIULIO
Parma XV secolo
Orologiaio, operò a Mantova.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI GIULIO CESARE
Parma 18 febbraio 1601- San Secondo 30 luglio 1630
Frate cappuccino, fu vittima di carità presso gli appestati. Compì la vestizione l’11 ottobre 1626, ed esattamente un anno dopo, a Cesena, la professione di fede.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 442.

RAINERI IPPOLITO
Parma 1569
Assieme al fratello Lorenzo costruì un orologio in ferro con il sole al centro per la torre comunale di Macerata, che fu inaugurato nel 1569. L’orologio costruito dal Raineri rimase in funzione fino all’anno 1860.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI LEONELLO, vedi RAINERI LIONELLO

RAINERI LIONELLO
Parma o Reggio Emilia XV/XVI secolo
Maestro d’orologi attivo nella seconda metà del XV secolo, figlio di Giovanni Paolo. Fu coautore di un ammirato orologio a Ferrara ed eseguì, insieme al fratello Giovanni Lodovico, un orologio pubblico per la torre di Reggio Emilia munito di varie indicazioni astronomiche, dopo che l’orologio costruito dal padre ebbe a subire danni irrimediabili.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI LORENZO
Parma 1569
Assieme al fratello Ippolito, costruì un orologio in ferro con il sole al centro per la torre comunale di Macerata, che fu inaugurato nel 1569. L’orologio del Raineri fu in funzione fino all’anno 1860.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI PAOLO
Parma XV secolo
Fu autore dell’orologio della chiesa di SanDomenico in Reggio Emilia.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.

RAINERI RAINERO
San Secondo 1765-Busseto 1805
Studiò privatamente medicina e filosofia (fu allievo di Remigio Crescini) in Parma. Quantunque non avesse ingegno acutissimo, né idee molto ordinate (secondo quanto attesta Pietro Rubini, che fu suo insegnante), in virtù di grande forza di volontà e di applicazione nello studio divenne buon medico pratico prima in Parma, al servizio della Congregazione della Carità, quindi in Busseto, ove successe nel 1798 a Buonafede Vitali. Prima di darsi alla medicina studiò più anni architettura e concorse tre volte al premio dell’Accademia di Belle Arti di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 646.

RAINERI REMO, vedi RANIERI REMO

RAINERI TADDEO
Parma 1450
Figli di Giovanni. Orologiaio ricordato in un atto notarile del 23 giugno 1450: Mccccl. Indictione xiij die xxiij Iunii. Iohannes Iacobus de Guidotis dictus de Sellis, f. q. Bernardi civis parme vicinie Sancti Michaelis de Archu porte Christine, sponte et ex certa animi scientia et non per errorem iuris vel facti motus, sed animo deliberato ductus per se suosque heredes et successores fuit confessus et in concordia cum Tadeo de Raineriis filio Magistri Iohanis dicto de Ferrariis cive parme dicte vicinie ibi presente, stipulante et recipiente ac deponente pro se suisque heredibus et successoribus et cui vel quibus dederit vel dabit et pecuniis ipsius Tadeo propriis et per ipsum aquisitis et industria p.e sue in diversis mondis partibus in faciendo artem horologiorum et similium ut ibidem dixit et protestatus fuit se Iohannem Iacobum a dicto Tadeo habuisse et recipisse ducatos viginti novem auri boni et iusti ponderis et quas promoxit penes se tenere et salvare omni suo rixigo et periculo, ac ipsus restituere predicto Tadeo suisque heredibus et habenti vel habentibus. Actum parme in vicinia sancti Syri in apotecha heredum quondam Illarii de Centonibus in qua fit ars et tor. presentibus Antonio de Costulis filio Iohannis vicinie Sancti Michaelis predicte. Et presente etiam Sigismondo de Peguliis (rogito di Pietro del Bono, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 63-64.

RAINERI UBALDO
Parma 1746/1785
Fu abate a SanVito di Mantova. Nel 1746 venne poi eletto abate della chiesa di San Sepolcro in Parma. Fu confermato nella carica nel 1748 e infine rieletto per il sessennio 1779-1785.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa S.Sepolcro, 1932, 92.

RAINERI VERONICA
Parma-post 1763
Nel Carnevale del 1760 cantò al Ducale Teatro Vecchio di Mantova nell’Antigone, nella primavera successiva fu al Teatro del Falcone di Genova in Bellerofonte e nella primavera 1761 a Livorno, al Teatro di San Sebastiano, nell’Almeria. Nella primavera 1763 cantò ancora al Ducale Teatro Vecchio di Mantova in La buona figliuola maritata, La scaltra lettera e Gli uccellatori.

Fonti e Bibl.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAINERIO DA SASSO
Bianello o Sasso di Neviano degli Arduini 1103/1115
Figlio di Sassone. Fu un grande dignitario della Corte canossiana e uno dei più noti vassalli matildici. Il suo nome compare in dodici atti notarili relativi alla contessa Matilde di Canossa.
FONTI E BIBL.: G.Bottazzi, in Studi matildici IV 1997, 189.

RAINERO
Parma 1777
Fu musicista alla Steccata di Parma nell’anno 1777.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1777; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

RAINERO DE CASULO, vedi CASOLI RAINERO

RAINFREDO
Parma 1286
Fu corriere (cursor) della Comunità di Parma nell’anno 1286.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 760.

RAINI GIOVAN BATTISTA
Pellegrino 1516
Fu Commisario di Pellegrino nel 1516. Rogò molte investiture per il marchese Francesco Fogliani.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 7.

RAINIERI ANDREA
Parma aprile/dicembre 1632-Parma 17 agosto 1716
Professò nell’Ordine Benedettino il 10 luglio 1650. Pubblicò diverse opere di cultura e molte altre rimasero inedite. Nella Dieta di Milano del 1695 fu eletto abate.Diresse il monastero di SanGiovanni Evangelista in Parma dal 1698 al 1702, poi quelli di Reggio e di Cesena. Il Rainieri fu docente di Filosofia e Teologia nel monastero di Piacenza e in altre località. Fu eletto priore nei monasteri di Parma, Bobbio e Rimini. Colpito da paralisi a Cesena, rientrò a Parma, dove morì a 84 anni d’età. Il Rainieri, che fece parte dell’Accademia degli Elevati di Parma e di quella degli Offuscati di Cesena, ebbe la stima di letterati quali Mabillon, Bacchini e Armellini.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 308; A. Galletti, Monastero di S.Giovanni Evangelista, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 69; Enciclopedia di Parma, 1998, 563.

RAINIERI ANTONIO FRANCESCO
Parma 1545/1553
Fu segretario del duca Pier Luigi Farnese. Si dedicò anche alla poesia, pubblicando alcune raccolte di sonetti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 760.

RAINIERI FRANCESCO
Parma -1758
Fu pittore di buon valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 760.

RAINIERI GIAN CARLO, vedi RAINERI GIOVANNI CARLO

RAINIERI GIOVANNI, vedi RAINERI GIOVANNI

RAINIERI GIOVANNI BATTISTA
Parma 1 settembre 1640-Pontremoli 8 maggio 1682
Fratello di Andrea, che fu pure monaco benedettino e che ne piange la morte a f. 494 delle Parenesi con un sonetto, chiamandolo Filosofo, Teologo, Predicatore e Poeta, dotato delle lingue Italiana e Francese, Greca, e Latina. Ivi aggiunge che portatosi il Rainieri alla visita de’ Sig. Marchesi d’Olivola, restò sventuratamente percosso da una mula, e medicato sinistramente in Pontremoli, ivi morì, e fu sepolto in S.Colombano. Il che è confermato dall’iscrizione sepolcrale che gli fu posta (Parenesi, f. 494): d. Hieronymo de Rayneriis parmensi lvstrali Io: Bap.tae nomine ab an: XX. mens: VIII inter casinates exvto philos: theolog divinis literis insignito italice, gallice, latine ad svadelam, ad ornatvm, ad nvmervm tvm in sacris, tvm in hvmanis non imconcinnè loqvvto; constantia, pietate, prvdentia, ascesi morvm vtcvmque praestantia praecipvo; per ligvrvm saltvs ad svos redevnti, inelvctabili jvmentae ictv excvsso, svbdola febri solvto, e viatoribvs, praepropera ah, nimis clade! svbverso, occvrrentes fratres fratri praedilecto d. Andreas eivs consecranevs, et Pavlvs Felix natv maiores, pro casv inopino, intempesto, dolentes animitvs eternitatem avspicati, hic, vbi inter amicas dd. cvrinorvm manvs clavsit omnia,VIII. id. mai: mdclxxxii. aet: svae an: xli mens. viii die vii. hvmato parentantes nvptiis cvm Clavdia Tranchedina ab eo pro fratre compositis faces adhibitvri p. p. v. v. v.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 845.

RAINIERI GIROLAMO, vedi RAINIERI GIOVANNI BATTISTA

RAINIERI, vedi anche RAINERI

RAMAZZINI BERNARDINO
Carpi 1633-1714
È considerato il fondatore della medicina del lavoro. Laureato in Medicina a Parma, insegnò a Modena e a Padova. Fu autore del trattato Morbis artificum, basilare per la medicina del lavoro.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 244.

RAMELIS ALESSANDRO, vedi BARDILI ALESSANDRO

RAMELLI GIROLAMO
Pellegrino 30 agosto 1718-Monticelli 8 giugno 1783
Frate cappuccino, fu predicatore, assistente agli infermi nell’Ospedale di Parma, raccoglitore di memorie storiche circa il servizio spirituale nello stesso Ospedale e guardiano. Compì  a Guastalla la vestizione (27 aprile 1738) e la professione di fede (27 aprile 1739). Fu consacrato sacerdote a Parma il 21 marzo 1744.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 343.

RAMENZONI GUSTAVO
Parma 1914-Uadi Tamet 13 marzo 1941
Figlio di Luigi.Sottotenente pilota del 149° Gruppo, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Capo equipaggio di provata abilità eseguiva missioni nella oasi di Giarabub, da lungo tempo assediata dal nemico, portandole a compimento con felice risultato. Dopo lungo volo sul deserto, raggiunto l’obiettivo, si abbassava a pochi metri da terra sulle linee nemiche in modo da compiere con la massima precisione il compito affidatogli. Al ritorno dall’ultima missione, travolto da una tempesta di sabbia, trovava gloriosa morte nel tentativo di raggiungere la base di partenza.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale Aeronautica Militare, 1941, Dispensa 52a, 2566; Decorati al valore, 1964, 96.

RAMIANI GIOVANNI LODOVICO
-Parma 1591
Appare la prima volta, come musico, alla Corte del duca di Parma Ottavio Farnese il 31 dicembre 1577, con uno stipendio di otto scudi al mese. La Compagnia della Steccata, mentre ancora il Ramiani serviva a Corte, lo elesse il 27 novembre 1580 come organista in luogo di Ottobono Rondani (morto poco tempo prima), perché molto eccellente et virtuoso in simil professione. Cessò dal servizio ducale il 30 settembre 1586. Poiché C.Merulo fu eletto il 19 aprile 1591 (ma cominciò a servire alla Steccata sin dal 1° aprile), è da supporsi, come del resto lasciano intravedere varie circostanze, che il Ramiani si fosse ammalato in quel frattempo e poco dopo venisse a morire.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 37, 44; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 23.

RAMIANI NICCOLò, vedi NICCOLÒ da RAMIANO

RAMILDO, vedi GRASSI ISIDORO

RAMINZONI GIAN SISTO, vedi RAMINZONI GIOVANNI SISTO

RAMINZONI GIOVANNI SISTO
Parma-dicembre 1788
Abate. Fu autore di un modesto lavoro imitativo dell’Arcadia del Sannazaro: Prose, e Rime pastorali per la festività celebrata sul monte senario in onore di Partenide, opera dedicata a Vincenzo Pisani Secondo dall’Abate Gian Sisto Raminzoni Parmigiano (in Venezia, 1753, nella Stamperia Albrizzi). Il Raminzoni dimorò lungamente in Venezia, ove divenne amico del Baffo, di cui imitò qualche volta il genere scurrile, e al quale dedicò un sonetto in morte. Fu buon conoscitore della lingua francese. Ebbe diverse commissioni dal Governo borbonico: fu Economo del Collegio dei Nobili e dell’Università degli Studi di Parma. Fu anche maestro di geografia della marchesa Annetta Malaspina. Morì assai vecchio.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 331.

RAMIS ANTONIO
Colorno 1752/1767
Fu suonatore di corno da caccia nelle recite di opere giocose a Colorno nell’autunno del 1752 al Teatro ducale. Dipendente della Corte di Parma come trombetto, il 25 agosto 1767 venne pagato in luogo de’ cessati proventi mensuali lire 40.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 193.

RAMIS BERNARDO
Parma 1745-Parma 26 agosto 1821
Nel Carnevale 1775 nel Teatro Ducale di Parma cantò ne La locanda, dramma giocoso di Giuseppe Gazzaniga. Nella primavera 1777 fu al Teatro dei fratelli Pini di Pisa in L’idolo cinese e Il principe di Lago Nero, mentre nel Carnevale 1779 fu raccomandato dal duca per cantare in una delle ultime parti (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri Borbonici, b. 5): fu accontentato e fu presente in La contessina e in Il marito indolente. Nel 1783 lo si trova copista di musica per l’Accademia Filarmonica di Parma, pur continuando a esibirsi come cantante (Parma, Teatro Ducale, Carnevale 1787: Il Barbiere di Siviglia di Giovanni Paisiello; Carnevale 1790: La ballerina amante). Da giovane lo si trova tra i chierici della Steccata di Parma, e poi come cantore dal 1782 fino al 1791. Fu altresì cantore nella Cattedrale di Parma dal 7 aprile 1776 al 1800.

FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1782-1791; Archivio della Cattedrale di Parma, Mandati 1773-1782, 1783-1788, 1789-1794, 1795-1800; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 169; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAMIS CARLO
Parma 1769/1778

Suggeritore teatrale, fu attivo a Parma e a Colorno negli anni tra il 1769 e il 1778 (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri Borbonici, b. 1).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

RAMIS GIROLAMO
Parma 1690/1730
Fu suonatore di trombone dei duchi di Parma Francesco Maria e Antonio Farnese dal 25 gennaio 1713 al 20 dicembre 1730. Fu al servizio della Corte di Parma come trombetta dal 1° marzo 1690 con un soldo di 31,20 al mese. Dal 1° luglio 1691 ebbe un companatico di 13,20 al mese.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

RAMIS GIOVANNI
Pavia ante 1701-post 1750
Incisore in rame, fu attivo a Parma dal 1701 al 1750.

FONTI E BIBL.: P.Martini-G.Capacchi, Arte dell’incisione, 1969.

RAMIS NICOLA
Parma prima metà del XIX secolo
Incisore all’acquaforte attivo nella prima metà del XIX secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti, IX, 239.

RAMON, vedi BIGI FRANCO

RAMONEDA FRANCESCO
Parma 1756/1802
Doratore attivo alla Corte borbonica dal 1° gennaio 1756, la sua opera continuò a lungo, al punto da arrivare a gestire la bottega dei doratori all’epoca di Ferdinando di Borbone, quando rifiniva i mobili intagliati da Ignazio Marchetti insieme al figlio Ignazio. Ai tempi dell’Impero, nei ruoli del Garde meuble di Parma compaiono ancora il Ramoneda e il figlio. Alvar González-Palacios così sintetizza il suo lavoro: Sembra aver verniciato o colorato ogni singola cosa immaginabile nei palazzi ducali dai piani delle commodes alle bacchette di ferro per un letto (1756), alle spagnolette ai gruppi di ferro per le finestre (aprile-agosto 1759) a ogni tipo di mobile. Le cornici sono tra gli oggetti più volte nominati nei pagamenti conservati nell’Archivio di Stato di Parma.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 563.

RAMPALLI FRANCESCO
Castelnuovo di Parma fine del XVIII secolo-post 1821
Tenente. Fu rifugiato politico in Francia dopo il 1821.

FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati Italiani in Francia, 1962.

RAMPINI LODOVICO
Parma 1924-Parma 3 agosto 1998
Apprezzato tintore, ebbe anche e soprattutto passione per la pittura, un’arte nella quale il Rampini non poté in realtà emergere come avrebbe forse meritato a causa del suo carattere estremamente riservato, refrattario a qualsiasi mondanità. Dopo i primi tentativi giovanili, realizzati su cartoni o compensati e riproducenti soggetti tratti da cartoline o da dipinti di altri autori, il Rampini affinò via via la tecnica, personalizzando sempre di più (dagli anni Settanta in poi) la scelta dei temi a lui più congeniali: i suggestivi paesaggi dell’Appennino Parmense (Lago Santo e Lagoni in primo luogo) nonché i boschi della Svizzera tedesca (assiduamente frequentati durante le ferie estive presso parenti), le cui suggestive gradazioni di verde lo colpirono in modo del tutto particolare. La sua pittura a olio, caratterizzata da una pennellata vivace e inconfondibile nonché da un estemporaneo, efficacissimo uso della spatola, eccelle soprattutto nella scelta dei colori, la cui ricca e raffinata tavolozza non ebbe nulla da invidiare a quella dei più quotati pittori professionisti.   L’attività pittorica non si interruppe neppure dopo un improvviso ascesso cerebrale che nel 1990 compromise pesantemente le sue facoltà intellettive: il Rampini continuò con commovente applicazione a interpretare i suoi soggetti di sempre, sostituendo però ai brillanti e insuperati colori degli ultimi anni, tenui e sognanti (ma non per questo meno suggestive) tinte pastello, avvicinandosi ancor di più a quel modello di pittura (Lilloni in particolare) cui idealmente si ispirò.

Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 6 agosto 1998, 8.

RANDIGI GIULIO, vedi GIORDANI LUIGI UBERTO ANGELO

RANGONE ARGENTINA, vedi PALLAVICINO ARGENTINA

RANGONE LUDOVICO
Roccabianca XVI secolo-
Conte, feudatario di Roccabianca e Zibello, fu corrispondente di Pietro Aretino.

Fonti e Bibl.: F.da Mareto, Indice, 1967, 762; Aurea Parma 1969, 89 e 203.

RANGONE MICHELANGELO, vedi RANGONI MICHELANGELO

RANGONI ADRIANO
Parma 1589
Nell’anno 1589 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare dei Cavalieri di Santo Stefano.

FONTI E BIBL.: L.Araldi, L’Italia nobile, 1722.

RANGONI ARGENTINA, vedi PALLAVICINI ARGENTINA

RANGONI BARBARA, vedi PALLAVICINO BARBARA

RANGONI CHIARA
Modena-1 aprile 1744
Marchesa. Sposò il conte Castelbarco. Coltivò la poesia: diverse sue rime furono stampate in raccolte varie e in quelle degli Arcadi, ai quali fu ascritta col nome di Idalia Elisiana.

FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 55.

RANGONI CRISTFORO
Parma 1606 c.-Parma post 1650
Organaro e architetto teatrale, detto anche il Ficarello, Ficcarelli, Ficurello o Figarello. Iniziò a lavorare nel 1628 con il padre Michel Angelo. Nel 1629 mise a suo luogo l’organo che dal Teatro Farnese di Parma era stato ceduto alla chiesa di San Pietro a Piacenza e nel 1641 realizzò l’organo in Santa Croce a Parma. Nel 1643 riparò per dieci scudi l’organo del 1601 di Bernardino de’ Virchi, bresciano, che si trovava nella parrocchiale di Santa Margherita di Colorno, cui le soldataglie spagnole avevano trafugato le canne nel saccheggio del 1636. Tra il 1644 e il 1650 lavorò per la chiesa di San Giovanni in Parma. Come architetto teatrale dette magnifica prova con l’erezione di un teatro nel palazzo civico di Piacenza, il Gotico, che fu inaugurato la sera del 17 marzo 1646 con la rappresentazione de Il ratto di Elena. In quest’occasione ideò anche le macchine per le scene.

FONTI E BIBL.: Malacoda 37 1991, 8; Enciclopedia di Parma, 1998, 563.

RANGONI MICHEL ANGELO, vedi RANGONI MICHELANGELO

RANGONI MICHELANGELO
Parma 12 novembre 1580-post 1668
Nacque da Giovanni Maria e da Angelica. La famiglia viveva nella parrocchia di San Paolo, situata nel centro di Parma, vicino alla Cattedrale. Il Rangoni, che fu il primogenito, ebbe quattro fratelli: Lucia, Barbara, Paola e Gabriele Cristoforo. La famiglia Rangoni, nei primi anni del XVII secolo, ebbe il soprannome di Ficarelli e anche nei documenti ufficiali il Rangoni e il figlio Cristoforo vennero chiamati Ficarello. Non si sa da chi il Rangoni apprese l’arte di costruire gli organi.Si conosce soltanto il nome di un suo collaboratore: il sacerdote Giovanni Maria Seccardo di Parma. Il primo lavoro del Rangoni di cui si ha notizia è un restauro effettuato nel 1606 all’organo grande del Duomo di Parma, costruito alcuni decenni prima dagli Antegnati. Nello stesso anno i fabbriceri della Cattedrale lo incaricarono di fabbricare un nuovo strumento da collocare nella cripta. L’organo, della misura di sei piedi, venne realizzato con l’aiuto di un collaboratore tra il 1606 e il 1607. Lo strumento venne poi fatto periziare dall’organaro bresciano Bernardino Virchi, che dal 1599 curò la manutenzione dell’organo maggiore. Virchi riscontrò che il somiere e le canne di metallo non erano ben costruiti e giudicò necessario che il Rangoni li ricostruisse di nuovo. Espresse invece un parere positivo sulla qualità delle canne di legno e su altre parti dell’organo. I fabbriceri del Duomo ritennero opportuno che il Rangoni si riprendesse indietro l’organo e rimborsasse i soldi ricevuti. Dopo questa prima esperienza poco positiva, il Rangoni non ebbe più alcun contatto con gli organi della Cattedrale di Parma e cercò lavoro altrove. Nel 1610 fu a Modena a lavorare al restauro dell’organo della Compagnia di San Giovanni Battista e nelle chiese di San Biagio e Santa Maria del Carmine. L’anno successivo lo si trova a Fiumalbo, per costruire uno strumento nella chiesa parrocchiale insieme al socio Giovanni Maria Seccardo di Parma. Dal 1612 al 1614 effettuò dei restauri all’organo della chiesa di Santa Maria in Campagna a Piacenza. Nel 1614 costruì un organo per l’oratorio di San Rocco, nel castello di Montecchio Emilia, allora Diocesi di Parma, per la somma di 100 scudi. Nello stesso anno effettuò un restauro all’organo dell’oratorio della Madonna della Steccata in Parma. Sempre nell’anno 1614 i confratelli della Compagnia della Madonna della Steccata stipularono col Rangoni una convenzione per la manutenzione annuale dello strumento, con il compenso di 12 scudi, incarico durato fino al 1618. Costruì o restaurò l’organo della Silberne Kapelle di Innsbruck nel 1614. Nel 1615 fu incaricato di costruire un secondo organo in cornu Evangelii, nella chiesa di Santa Maria in Campagna a Piacenza. Il lavoro durò ben sette anni e il Rangoni fu più volte sollecitato dai fabbriceri che reclamavano la conclusione dell’opera. Dopo il collaudo, l’organo non venne giudicato della stessa bontà di quello vecchio in cornu Epistolae. Nel frattempo il Rangoni fu anche al servizio dei duchi Farnese di Parma e Piacenza come accordatore e riparatore dei numerosi organi, cembali, claviorgani, regali e viole che si trovavano nelle stanze dei palazzi ducali, nonché talvolta come suonatore. Nei Mastri Farnesiani risulta che nel 1628 si occupò degli strumenti della Corte assieme al figlio Cristoforo. Un altro documento descrive un organino a cinque registri con il somiere in noce incastonato all’interno di un scrittoio che i Farnese regalarono al re della China, trasportato probabilmente dai Gesuiti. Inserì nella fonica tradizionale, fatta da registri di ripieno e da una fiffara, un regale e un rosignolo, in modo da impreziosire lo strumento. Nel 1641 fu inaugurato a Parma lo strumento da lui costruito nella chiesa di Santa Croce e dal 1644 al 1650 lavorò nella chiesa di San Giovanni, mentre dal 1664 al 1668 ebbe la manutenzione dell’organo della Steccata. Si sa che nel 1628 il Rangoni, insieme al figlio Cristoforo, stipulò un rogito notarile per l’acquisto di un pezzo di terra lavorata e arborata e di un fabbricato situato nella località San Leonardo, nei pressi di Parma. Nel 1630 il Rangoni appare come testimone nell’atto testamentario di Agnese Righetti. L’attività della sua bottega organaria venne continuata dal figlio Cristoforo e dal sacerdote Aurelio Bottoni, che dal 1633 al 1643 curarono la manutenzione degli organi della Cattedrale di Parma.

FONTI E BIBL.: Malacoda 37 1991, 8; R. Giorgetti, in Aurea Parma 3 1994, 256-258; Enciclopedia di Parma, 1998, 563.

RANGONI OTTAVIA, vedi FARNESE OTTAVIA

RANGONI PIETRO FRANCESCO
Parma 1697
Organaro. Realizzò l’organo della Santissima Annunciata in Parma (1697).

FONTI E BIBL.: Malacoda 37 1991, 8.

RANIERI ANGELO
San Secondo 1515/1520-
Il Ranieri compose 63 sonetti, 24 ballate, madrigali e canzoni. Tra i suoi sonetti, uno è in morte del conte Federico Rossi, preside dell’Adunanza dell’Accademia di San Secondo (in Rime lugubri, Viotto, 1564), l’altro esalta la bellezza della donna amata con concetti del petrarchismo platonico del tempo.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 184-186.

RANIERI BARTOLOMEO, vedi RAINERI BARTOLOMEO

RANIERI GIOVANNI
Parma 1665/1670
Fu suonatore di trombone alla Steccata di Parma nel 1665. Cessò di servire alla Steccata il 1° maggio 1670, intervenendo poi soltanto nelle maggiori solennità.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 101.

RANIERI REMO
Toccalmatto 30 ottobre 1894-Fidenza 30 ottobre 1967
Compì gli studi a Borgo San Donnino, dove quattordicenne si trasferì da Fontanellato con la famiglia, e li continuò a Parma diplomandosi in ragioneria. Iscrittosi alla facoltà di economia e commercio all’Università di Bologna, dovette interrompere gli studi perché chiamato alle armi alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, cui partecipò dapprima come semplice soldato e in seguito come sottotenente e tenente di artiglieria da campagna, meritando, per l’ardimento dimostrato sui fronti di battaglia, di essere decorato di due croci al valor militare e di una croce al merito di guerra. Congedato dall’esercito al termine delle ostilità, prese parte attiva alla vita politica militando nel Partito popolare, del quale fu candidato nelle elezioni provinciali amministrative del 1920. Aderì in seguito al Partito fascista, costituendo nel 1921 il fascio di Borgo San Donnino. Nel 1922 entrò in Consiglio comunale come rappresentante del Partito fascista, assumendo presto la carica di assessore. Nell’agosto 1922 partecipò alla spedizione fallita contro i quartieri popolari di Parma. Nel 1923 creò la 74ª Legione Taro, da lui comandata. Fu membro, parecchie volte, del direttivo nazionale, dal 1926 al 1929 fu federale di Parma e successivamente ispettore del partito e commissario delle federazioni di Massa, Alessandria e Lucca. Nel 1931, sempre sostenendo spavaldamente la sua linea di moderato, ricevette il grado e l’incarico di console generale della Mvsn. Deputato al parlamento per la 27a e 28a legislatura (1924 e 1928), divenne anche segretario federale del Partito Nazionale Fascista per la provincia di Parma (1927-1929), componente il direttorio e ispettore del partito a Roma (1927-1931). Fu uno dei principali esponenti della corrente moderata che fece capo ad Augusto Turati e contraria a Roberto Farinacci, dal quale fu espulso dal partito (1925), per esservi riammesso dallo stesso Turati allorchè questi assurse alla carica di segretario nazionale del Partito Nazionale Fascista. Quale deputato della provincia di Parma per il decennio 1924-1934, si interessò appassionatamente di tutti i problemi riguardanti il Parmense discussi e attuati in quell’epoca, quali il risanamento dell’Oltretorrente a Parma, la costruzione della strada di fondo Val Taro, iniziata in quegli anni partendo da Fornovo, e della colonia montana di Bosco di Corniglio dedicata alla memoria dei caduti di guerra. Dette inoltre il proprio contributo all’attuazione dei progetti riguardanti, a Fidenza, lo sventramento del vecchio quartiere Oriola e la costruzione della linea ferroviaria Fidenza-Salsomaggiore. Fu pure consigliere di amministrazione delle Terme salsesi e diresse per alcuni anni il settimanale Era Nuova, che si pubblicò a Fidenza. In seguito a gravi dissensi sorti tra il Ranieri e i dirigenti nazionali del  Partito fascista, nel 1934 lasciò spontaneamente l’attività politica per dedicarsi all’industria nel ramo caseario e conserviero. Coerente ai suoi ideali di amor patrio, nel 1940, quale capitano di artiglieria, partì volontario per la guerra, ritornandone nel 1941 in seguito a malattia contratta in Africa. Raggiunto il grado di tenente colonnello della riserva, riprese  poi a Fidenza l’attività industriale. Il Ranieri mantenne rapporti amichevoli con personaggi dell’antifascismo locale e provinciale, quali Adolfo Porcellini, Aroldo Lavagetto e Giuseppe Micheli. Per la politica contraria all’entrata in guerra, ebbe scontri con Italo Balbo ed Ettore Muti. Dopo l’8 settembre 1943 non volle aderire alla Repubblica Sociale Italiana, ma questa scelta non gli evitò il processo per atti rilevanti. Appassionato allevatore di colombi viaggiatori e studioso per diletto di zootecnia, nel 1930 fu chiamato dal Ministero della Guerra a reggere la Federazione Colombofila Italiana, dato che il colombo viaggiatore aveva all’epoca importanti impieghi bellici. Dal 1946 diresse Lo Sport Colombofilo e collaborò all’estero ad analoghi giornali: a Le Pigeon Voyageur di Tarbes (Francia) e a Le Vie Colombophile di Lessines (Belgio).

FONTI E BIBL.: 535 Deputati, 1924, 235; D.Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 369-371; W. Pellegrini, in Gazzetta di Parma 30 ottobre 1994, 26; Enciclopedia di Parma, 1998, 563-564.

RANIERI GHELARDI VERONICA
Parma-post 1765
Nel 1759 cantò al Teatro di Corte di Parma come corista nella pastorale eroica Titon et l’Aurore. Nella primanvera 1765 al Teatro Pubblico di Pisa, fece parte del cast come cantante in Il signor dottore.
Fonti e Bibl.: Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RANUCCIO FARNESE, vedi FARNESE RANUCCIO

RANUCCIO FRANCESCO DA PARMA, vedi COLOMBANI RANUCCIO FRANCESCO

RANZA TEODOSIO
Bedonia 1830-
Medico condotto. Seguì Giuseppe Garibaldi nel 1859 e nel 1860 come ufficiale sanitario. Nel 1864 fu sottoposto a sorveglianza perché considerato oltranzista.

FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964,190.

RANZANI DOMENICO
Parma 1782
Intagliatore. Nell’anno 1782, assieme a Nicolò Ranzani, realizzò l’ancona alla prima cappella a sinistra in San Paolo a Parma, su disegno di Gaetano Ghidetti.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti, VIII, 253; E.Scarabelli Zunti, Materiali, II, 108 v.; Il mobile a Parma, 1983, 261.

RANZANI NICOLÒ
Parma 1782
Intagliatore. Nell’anno 1782, assieme a Domenico Ranzani, realizzò l’ancona alla prima cappella a sinistra in San Paolo a Parma, su disegno di Gaetano Ghidetti.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti, VIII, 253; E.Scarabelli Zunti, Materiali, II, 108; Il mobile a Parma, 1983, 261.

RANZI ERSILIA
Parma ante 1819-post 1848
Soprano, non si hanno notizie dei suoi primi anni, in quanto la si trova già nel 1839 al Teatro Municipale di Piacenza nella stagione di primavera come primadonna nel Nuovo Mosè di Rossini e nella Gemma di Vergy di Donizetti. Nel maggio 1841 fu a Rovereto nella Beatrice di Tenda e nel Torquato Tasso, ripetendo le opere nel giugno a Bolzano. Nella stagione d’estate per la riapertura del Teatro di Biella ebbe successo nella Gemma di Vergy, in Chi dura vince e nell’Elisir d’amore. Fu poi a Venezia al Teatro Malibran (Chiara di Rosenberg) e all’Apollo (Gemma di Vergy), opera che ripropose ai primi di dicembre al Teatro della Fortuna di Treviso. Nel Carnevale 1841-1842 fu al Teatro di Pordenone nel Marin Faliero e ancora nella Gemma di Vergy. Nel marzo 1841 cantò al Teatro Ducale di Parma in un concerto per l’Accademia Filarmonica Ducale, nella quale fu nominata socio onorario. In questo teatro ritornò nell’autunno 1846 ne La cantante di Gualtiero Sanelli, in Columella di Vincenzo Fioravanti e La figlia del Reggimento. Nel 1847-1848 cantò al Reale Teatro Carolino di Palermo come primadonna in opere del grande repertorio, tra cui Orietta di Lesbo, titolo con cui venne presentata la Giovanna d’Arco. Dopo se ne perdono le tracce. Il Bettoli scrisse che come artista di second’ordine, percorse assai brillante carriera.

FONTI E BIBL.: P. Bettoli, I nostri fasti, 131; P. E. Ferrari, Gli spettacoli, 138 e 221; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 281; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RANZI LUIGI
Parma 3 luglio 1787-post 1831
Figlio di Giuseppe. Nel 1805 fu cannoniere e poi furiere al servizo d’Italia, e nel 1813 aiutante tenente. Nel 1814 fu congedato e nel 1815 divenne sottotenente del reggimento Maria Luigia. Il Ranzi prese parte alle seguenti campagne militari: 1805 Italia, 1809 Germania, 1815 Napoli e Francia. Fu poi capitano della piazza di Parma e durante i moti del 1831 comandò la guardia nazionale e, credendosi di essere più accetto alla medesima e al partito dominante, si appigliò al sistema di comandarla in francese. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.

FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 31; Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio storico per le Province Parmensi 1937, 203.

RANZONI FRANCESCO
Parma 1818-
Fu patriota e letterato.

FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 134.

RAPACCIOLI SANTE
Piacenza 1820-Parma 19 agosto 1900
Ingegnere, partecipò ai moti d’indipendenza nel 1859. Fu tra i cittadini notabili aggregati al Consiglio degli anziani di Parma l’8 giugno 1859 e segretario generale del Farini a Modena. Incaricato delle funzioni di intendente generale nel 1859 e capo divisione al Ministero dei Lavori pubblici dell’Emilia (1860), divenne poi capo divisione al Ministero dei Lavori pubblici del Regno d’Italia e membro del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, di cui divenne nel 1883 presidente della 2a sezione. Ebbe moltissimi altri importanti incarichi quale ingegnere di detto Ministero. Fu varie volte consigliere comunale, assessore, consigliere degli Ospizi Civili e della Cassa di Risparmio. Fu sindaco di Parma (1895), in un breve e agitatissimo periodo, in cui il Consiglio Comunale era composto da 21 clerico-moderati contro 18 radicali e socialisti

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2.

RAPPACCIOLI SANTE, vedi RAPACCIOLI

RARIO GIOVANNI BATTISTA
Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore copista attivo nella prima metà del XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, VII, 171.

RAS’CÉN, vedi ZERBINI OLIVIERO

RASCHI BRUNO
Borgo Taro 4 dicembre 1923-Milano 2 maggio 1983
Frequentò le scuole elementari nel paese natale. La tragica scomparsa del genitore (ferroviere, originario di Berceto) in un incidente ferroviario fu causa del suo collocamento in un collegio religioso, a Milano. Appena in età, entrò in un ordine laico dalle regole severe e con voto pieno. Quasi subito fu destinato dai superiori all’insegnamento, negli anni della seconda guerra mondiale, interrompendolo solo nel biennio conclusivo, allorché lasciò Milano per ricongiungersi alla famiglia. Da Borgo Val di Taro, con la sorella Anna e la madre, riparò poi ad Albareto, sfollato in attesa della fine delle ostilità. Dopo il 25 aprile 1945 fece ritorno a Milano per ottenere la laurea in lettere. Il primo incarico d’insegnamento (lettere e filosofia) gli venne concesso a Torino, al collegio dei Fratelli Cristiani: tra i suoi allievi ebbe Giorgio Tosatti e Umberto Agnelli. Approdò a Tuttosport alla fine del 1949 e cominciò a seguire il ciclismo e il Giro d’Italia. Alla Gazzetta dello Sport arrivò già professionista (lo divenne il 1° settembre 1952), per sostituire Guido Giardini (1° ottobre 1959; il giorno successivo uscì il suo primo servizio). All’incarico di redattore capo seguì, nel novembre del 1976, la nomina a vice-direttore su proposta di Gino Palumbo. Un ruolo di diretta responsabilità, che non gli impedì di accrescere la sua presenza di inviato e articolista (seguì ben diciotto Tour de France) né il suo carisma di conferenziere e di voce del ciclismo televisivo. Non per nulla i riconoscimenti si infittirono: Parma gli conferì nel 1972 il massimo premio cittadino, il Sant’Ilario, ebbe il prestigioso St. Vincent nel 1978, il premio Coni e il Bruno Roghi nel 1981. Accanto ai suoi scritti, assunsero rilevanza sempre maggiore i suoi interventi televisivi, maturati all’inizio all’ombra del programma Processo alla tappa allestito da Zavoli per il Giro d’Italia e via via fattisi sempre più puntuali e seguiti nel tempo e nelle dimensioni. Alle  prime avvisaglie della malattia che poi lo  stroncò, lasciò nel 1979 la vicedirezione operativa della Gazzetta dello Sport, continuando a garantire al giornale il suo appassionato contributo di  idee e di articoli. Fu sepolto nel cimitero di Borgo Val di Taro.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 maggio 1991, 16; Grandi di Parma, 1991, 98.

RASCHI FILIPPO
Parma 1854
Medico, fu assolto dall’imputazione di aver partecipato alla rivolta del 22 luglio 1854, dopo essere stato arrestato nel luogo dove i mazziniani stavano combattendo con le truppe austriache. Quel moto, subito spento, diede luogo a una feroce repressione delle truppe che coinvolse anche molti cittadini.

FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 12.

RASCHI LEONIDA
Borgo San Donnino 22 giugno 1831-Parma 16 giugno 1917
Compì gli studi a Parma. Conseguita brillantemente presso quell’Ateneo la laurea in scienze fisico-matematiche, fu preposto nella stessa Università all’insegnamento. Dal 1854 al 1863 insegnò introduzione al calcolo sublime e, dal 1863 al 1909 (anno in cui lasciò l’insegnamento per limiti d’età), algebra complementare e geometria analitica. Professore assai stimato per ingegno e non comune valore, fu per nove anni preside della sua facoltà (1869-1871, 1891-1893 e 1896-1898) e lasciò importanti studi e lezioni.

FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 126; D.Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 371.

RASCHI LORENZO
Borgo Taro o Parma 1833/1868
Architetto attivo a Parma durante il Ducato di Maria Luigia d’Austria. Nel 1833 il conte Luigi Sanvitale gli affidò la progettazione dei rinnovi decorativi di alcune sale del suo palazzo di Parma. Nel 1835 il Raschi realizzò il progetto della chiesa di San Vitale Baganza che, tra il 1835 e il 1841, venne eretta dall’impresa Carra sotto la direzione del Cocconcelli. Nel 1845 ne progettò la nuova sagrestia. Successivamente, negli anni 1866-1868, realizzò il progetto di una cappella che non venne tuttavia mai attuata.

FONTI E BIBL.: A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 282.

RASCHI VIRGINIA
Reggiolo 1843-Parma 23 novembre 1920
Fu prima vice-direttrice e poi direttrice del convitto dell’Istituto Magistrale di Parma. Il Convitto fu aperto all’inizio dell’anno scolastico 1864-1865, nell’ampio edificio di San Paolo, dato in uso gratuito dallo Stato e poco dopo acquistato dal Comune. Le alunne ammesse furono 31, di cui 10 sussidiate dal Governo e 16 dalle province di Parma, Piacenza e Reggio Emilia. Angiolina Ferretti, maestra assistente alla Scuola normale, fu la prima direttrice, coadiuvata dalla Raschi. Dopo un solo anno, tuttavia, la Ferretti si dimise lasciando il gravoso ruolo alla Raschi, che aveva soltanto ventidue anni. Provvista di carattere forte, di buona cultura e di fede, si impose subito alla stima generale e, dopo alcuni anni di prova, ebbe la nomina a direttrice, incarico che tenne fino al giorno della morte (causata da una caduta che le provocò una commozione cerebrale). La Raschi dedicò tutta la propria esistenza alle adolescenti.Profonda conoscitrice dell’anima giovanile, fu liberale nelle idee e nella fede: ebbe anche alunne ebree, protestanti e libere pensatrici. Nel Convitto non esisteva personale di servizio, tranne che per la cucina: a tutto attendevano le ragazze, così da entrare nella vita capaci di badare a se stesse. La Raschi fu ricordata da un’epigrafe, dettata da Enrico Bevilacqua per il ricordo marmoreo dedicatole dalle allieve, eseguito  dallo scultore Alessandro Marzaroli e collocato sotto il portico del riformato Istituto magistrale: Serbi questo recinto vivaio di educatrici future il ricordo perenne di Virginia Raschi nel reggere l’annesso Convitto per oltre un cinquantennio educatrice materna fervida pia e da la fredda pietra spanda ancora e sempre il suo nome un benefico tepor luminoso di cristiane e civili virtù. Reggiolo 1843 Parma 23-11-1920.

FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 2 gennaio 1989.

RASORI ANGELO
Parma 1702-post 1783
Scultore. Allievo del Petitot, si ispirò all’arte del maestro che spogliò degli ornamenti settecenteschi per adottare in maggiore copia quelli neoclassici. Modificò, su ordine dei conti Sanvitale, nel 1770, il Palazzo Sanvitale. La costruzione è grandiosa ma troppo compassata. Esistono nell’archivio delle Suore di San Carlo, provenienti dall’archivio Sanvitale, i disegni e le piante originali del Rasori relative al Palazzo Sanvitale. A Parma il Rasori fu anche autore del Palazzo Meli Lupi e della facciata della chiesa delle Cinque Piaghe. Fu a Roma nel 1783.

FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 3 1964, 218; M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 37; G.Godi, Soragna: l’Arte dal XIV al XIX secolo, 1975, 128-129.

RASORI ANTONIO, vedi RASORI ANGELO

RASORI GIOVANNI
Parma 20 agosto 1766-Milano 14 aprile 1837
Nacque da Francesco, direttore della Spezieria dell’Ospedale di Parma, e da Gaetana Vezzani. Ebbe i primi insegnamenti nei collegi parmensi e mostrò fin dall’inizio ingegno sveglio e precoce, tanto che, ancora giovanetto (1778), attesi i favorevoli riscontri del Magistrato de’ Riformatori alla di lui ristrettezza ed ai non volgari talenti ond’è fornito, dal duca Ferdinando di Borbone gli venne concesso un sussidio al fine di poter continuare gli studi (Archivio di Stato di Parma, Ruolo approvvigionamenti, 66). Il Monti, che è del Rasori uno dei biografi più equilibrati e imparziali, scrive che, ancora giovanissimo, all’Università di Parma, con la sua inestinguibile avidità di sapere, cercò di apprendere tutto lo scibile e perciò volle frequentare ogni sorta di lezioni e nelle ore libere si dedicò alla musica, alla pittura (frequentò la scuola del nudo all’Accademia di Belle Arti di Parma) e alla lettura di quanti libri poté trovare nella Biblioteca Ducale. In particolare studiò filosofia e medicina con passione, coltivò le matematiche col Gandolfi, la fisica col teatino Cozzali, che divenne poi professore all’Università di Padova, le scienze mediche e specialmente l’anatomia, sotto la direzione di Michele Girardi. Il Rasori conobbe, oltre a quelle classiche, diverse lingue moderne (francese, inglese, tedesco). Avendo fin da allora evidenziato e diretto la sua più grande passione sui problemi filosofici, che studiò principalmente sulle opere di Galileo, Newton e Descartes, anche nello studio della medicina egli si sentì naturalmente portato dal suo temperamento e dalla stessa sua preparazione filosofica a considerare i problemi più generali; la dottrina della costituzione della materia vivente, l’essenza della irritabilità come ragione della vita, la natura come causa di malattia. (A. Monti, Giovanni Rasori nella storia della scienza e della idea nazionale, Pavia, Arti Grafiche, 1929, 15). Questa tendenza è rivelata fin dalla tesi di laurea (conseguita a soli diciannove anni, nel 1785), nella quale studiò e discusse le origini del calore animale secondo la teoria chimica, problema che in quel momento era largamente studiato dai fisiologi. Anche della medicina tradizionale il Rasori fu largamente edotto, come dimostrò all’esame stesso dove fu interrogato sugli aforismi di Ippocrate, sull’azione dei medicamenti secondo Galeno, sulla medicina di Celso, sulle dottrine degli Arabi, sulle massime della Scuola Salernitana. Il sussidio già concessogli da studente, qualche anno dopo la laurea (1790) il duca Ferdinando di Borbone lo portò alla somma cospicua di 12 mila lire annue per dargli i mezzi di visitare a scopo di studio l’Italia, la Francia e l’Inghilterra, dove si fermò più a lungo, specie a Londra e a Edimburgo. Quando il Rasori partì da  Parma (1790), all’inizio di queste sue peregrinazioni scientifiche, si recò a Firenze, dove praticò la chirurgia ed entrò in servizio nell’Arcispedale di Santa Maria Nuova. Perché potesse più facilmente arrivare a compiere la pratica, gli venne dato un sussidio speciale (due zecchini di Parma al mese) da passare al chirurgo Nannoni, che lo aiutò in tale perfezionamento. Anche quando andò a Londra (1794), il viaggio doveva servire onde perfezionarsi nella chirurgia, come dice la motivazione dell’assegno. Il perfezionamento nella chirurgia fu dunque lo scopo dei viaggi del Rasori all’estero, al quale si applicò per i quattro anni (1790-1794) di assenza. Non è noto quanto a essa effettivamente si sia dedicato, certo dai suoi viaggi apprese molto ed ebbe occasione di conoscere personalità come Fontana, Gianetti, Vannoni e Chiarugi a Firenze, Volta, Spallanzani, Malacarne e Scarpa a Pavia, Brown a Edimburgo, Hunter, Wilson e Erasmus Darwin a Londra. Mentre era a Pavia (1792), ancora prima di andare in Inghilterra, si fece discepolo delle teorie del Brown, che più tardi cercò diffondere pubblicando il Compendio della nuova dottrina medica, dove tali teorie sono esposte. Allontanato da Pavia in seguito a vivaci polemiche con altri medici per i sistemi di cura da lui praticati, l’occupazione francese di Milano (1796) lo trasse nel capoluogo lombardo. Organizzò a Milano, con il Porro e col Salvador, la prima società popolare, con sede in Via Rugabella, che chiamò Società degli amici della Libertà e dell’Uguaglianza. Fondò il Giornale della Società degli amici della Libertà e dell’Uguaglianza (Milano, 23 maggio 1796 - 2 giugno 1797), foglio che diresse sino al n. 45, quando, irritato per la decisione del governo di sottoporre a censura preventiva qualsiasi pubblicazione periodica, abbandonò la redazione. Il giornale aveva per motto Concordia res parvae crescunt e, nonostante il Rasori fosse soprattutto vivace polemista, non fu tra i più accesi periodici dell’epoca. Tra le righe traspare evidente l’idea unitaria e anche per questo non ebbe vita facile (sin dal secondo numero fu costretto a cambiare titolo in Giornale degli amici della Libertà e dell’Uguaglianza) e non fu sempre   gradito all’autorità.  Fu in quel tempo (1796) che l’ostetrico Pietro Moscati, suo grande amico e direttore della Maternità di Milano presentò il Rasori alla nobile famiglia Rubini. Il Rasori,  trentenne, poco dopo sposò in Milano Mariella Rubini, che gli fu sposa affezionata (morì dopo otto anni lasciandogli una bambina). Ritornato a Pavia per l’insegnamento della teoria delle malattie e dell’azione dei rimedi, cattedra venuta libera per la partenza di Giovanni Frank, allontanatosi prima della venuta dei Francesi, venne nominato anche Rettore del Collegio Ghisleri (1796), tramutato allora in Collegio Nazionale. Accettando l’ufficio, il Rasori scrive il 6 dicembre all’Amministrazione generale di Lombardia: mi lusingo di poter contribuire a formare dei cittadini utili alla patria non solamente nell’esercizio  dell’arte loro, ma infiammati ancora d’amore per quella libertà della quale dovranno essere un giorno fermi sostegni (A. Corradi, Memorie e documenti per la storia dell’Università di Pavia, vol. 3, Epistolario, 212). Gli studenti, conquistati dalle idee e dalla facondia del Rasori, lo acclamarono Rettore Magnifico dell’Università, il che destò le ire e gelosie negli altri aspiranti, Carminati, Scarpa e Moscati. Per circa nove mesi (dalla fine del 1797 all’autunno del 1798) fu chiamato a Milano a coprire la carica di Segretario generale del Ministero degli Affari Interni. Ritornato poi a Pavia per assumervi la cattedra di clinica medica e medicina pratica (30 novembre 1798), vi rimase due mesi soltanto dovendosene allontanare perché rimosso dalla carica in seguito a oscuri maneggi. A quel periodo corrispondono i più feroci attacchi al Rasori, sotto forma di libelli, nei quali fu trattato da impostore, fanatico e propugnatore dell’ignoranza. Lo stesso Scarpa, allora Rettore, con una lettera in data 29 gennaio 1799 al conte Giuseppe Luosi, presidente del Direttorio esecutivo, dice del Rasori come la sua ribellione contro gli antichi da Ippocrate in poi ha indisposto tutti, mentre nella clinica è apparso non sicuro nelle diagnosi, incerto nei giudizi, poco felice nella cura e che scordatosi l’educazione medica regolare si è abbandonato a produrre per scienza medica dei giuochi di fantasia in quelle sue ipotesi, tendendo a singolarizzarsi per via di voli di immaginazione sprezzando tutto ciò che abbiamo di più certo in fisica anatomia, sulle quali basi posa la medicina (G. Bilancioni, Giovanni Rasori medico e patriota, Roma Serono, 5). La scarsa serenità di questo giudizio dello Scarpa è sicuramente dimostrata dall’esame di un’altra lettera, di pochi mesi precedente (15 gennaio 1798), scritta dallo stesso Scarpa e diretta al Ministro degli Affari Interni, nella quale dichiara che la cattedra di patologia era stata degnamente occupata dal Rasori. Il contrasto, fattosi in quel momento ardente perché attizzato dalle gelosie e da odio di parte, poggiò, come si legge nella lettera dello Scarpa, sull’indipendenza e irruenza con cui il Rasori andava abbattendo le vecchie credenze che ancora dominavano la medicina. Il Rasori stesso dice che, appena compiuti gli studi nell’Università, gli furono messe nelle mani dall’anatomico Girardi, affinché le studiasse e altamente se ne imbevesse, le opere di Ippocrate. Ma dopo avere rifrustati e postillati di sua mano quei libri (come afferma nell’opuscolo Sul preteso genio di Ippocrate del 1809) si convinse che in quell’opera poco vi era di reale e di vero in mezzo agli errori e alla cieca deferenza per l’antichità, cagione di ostacolo per la scienza e il suo progresso (A. Benedicenti, Malati, Medici e Farmacisti, U. Hoepli, Milano, 1925, pag. 1347). In quel tempo in cui tutto andava trasformandosi, il Rasori anche in medicina volle demolire, per poi ricostruire su nuove basi, come fece creando la teoria dei controstimoli, sostanze che, spiegando un’azione contraria a quella degli stimoli, diminuiscono l’eccitabilità. Ritornata l’Austria a Milano (1799), se ne allontanò rifugiandosi a Genova (1801), tenuta dal Massena, che lo fece medico delle truppe francesi. A Genova prodigò la sua energia e la sua scienza nella cura di una gravissima epidemia di tifo petecchiale che infierì nei soldati e nella popolazione. Dopo tale epidemia il Rasori scrisse una memoria, Istoria della febbre epidemica, nella quale descrisse quell’epidemia. In quest’opera, che ebbe quattro edizioni milanesi, una tedesca e una francese, abbozzò i principi della sua filosofia scientifica, abbandonò definitivamente il sistema di Brown e cambiò tutta la terminologia, sostituendo all’indicazione della stenia quella di diatesi di stimolo e alla astenia la diatesi di controstimolo. La diagnosi secondo il Rasori non può essere fatta con sicurezza che ex iuvantibus et nocentibus. Il tartaro stibiato e il salasso costituivano la base fondamentale della terapia rasoriana, che ebbe risultati addirittura catastrofici. Ritornato a Milano dopo la battaglia di Marengo, rifiutò l’offerta del Ministero dell’Interno, ma ebbe dal Governo il protomedicato dello Stato e fu medico dell’Ospedale Militare. A Milano pubblicò gli Annali di Medicina (1802 e seguenti) continuando a diffondere e illustrare il suo nuovo sistema di medicina, creandosi molti seguaci e guadagnandosi molti ammiratori. Insieme con Ugo Foscolo e Michele Leoni, parmigiano, divenne animatore degli Annali di Scienze e Lettere (1810-1813). Pure a Milano ebbe l’insegnamento della Clinica Medica nell’Ospedale Civico (dicembre 1807-maggio 1808) che era una scuola superiore per i laureati al fine di perfezionarsi, e nell’Ospedale militare (1808), scuola anche questa di tirocinio per laureati addetti all’Esercito. Il Rasori fu il primo ad applicare la statistica alla medicina, pubblicando il suo prospetto statistico delle cure fatte nel primo semestre alla Clinica Medica militare. Nello stesso anno gli uditori delle sue sublimi lezioni coniarono in suo omaggio una medaglia ornata dei versi: O parli, o scriva, o medichi Rasori egual non ha, Muta lo guarda invidia, Lo aspetta eternità. Nel 1812, avendo l’Ozanam denunciato in una memoria gli errori e i pericoli del sistema di cura praticato dal Rasori, questi venne esonerato, per disposizione del ministro dell’Interno, dalla direzione della Clinica Medica. Allora esercitò liberamente la professione e pubblicò articoli negli Annali di Scienze e Lettere, su vari argomenti. Nel 1814, dopo la caduta del Regno Italico e ritornata la Lombardia sotto il giogo austriaco, il Rasori prese parte alla prima cospirazione, i cui affiliati, per la maggior parte militari e pochi borghesi, si radunavano in casa del Rasori stesso. Un agente internazionale che si faceva chiamare Barone di Saint Agnan si guadagnò la fiducia dei congiurati per tradirli: il Rasori venne arrestato (4 dicembre 1814) con alcuni compagni e tradotto alla fortezza della Mainolda di Mantova, dove, dopo un lungo processo, fu condannato al minimo di pena di un anno di carcere, per grazia dell’Imperatore, pena che il Rasori scontò prima nella fortezza di Mantova poi nel Castello di Milano, rimanendo complessivamente in carcere più di tre anni: dicembre 1814-marzo 1818. (G. Bilancioni, 14). Ritornato alla libertà, il Rasori, riprese la sua opera  di medico e la sua attività di instancabile propugnatore delle idee sulla dottrina del controstimolo. Tradusse inoltre dal tedesco il racconto Agatocle della Rikaer, lettere di Engel, poesie di Schiller, Goethe e Wieland, e prese parte alla redazione del Conciliatore (3 settembre 1818), che fu poi soppresso dalla censura austriaca (17 ottobre 1818), compromettendo parecchi patrioti, tra i quali il Pellico (Bilancioni, 16). Nel 1818 ebbe la nomina a medico di Corte di Caterina di Brunswick, principessa di Galles, ma il Rasori preferì prendere definitivamente residenza a Milano. Mortagli la prima moglie (1804), sposò un anno dopo Annetta Vadori, già divorziata da Mattia Butturini, donna di dubbia moralità  (una vera Aspasietta, come la qualifica Rosini, citato dal Barbiera): il matrimonio durò meno di ventiquattro ore perché il  giorno dopo le nozze data l’incompatibilità di carattere, i due si lasciarono. Il Rasori morì a causa di un violento accesso di catarro polmonare. Pubblicò le seguenti opere: Compendio della nuova dottrina medica di Brown (Pavia, 1792), Lettera al Dott. Rubini (Pavia, 1793), Prolusione letta dal Citt. Rasori assumendo la scuola di Patologia (Milano, 1797), Rapporti sullo stato dell’Università di Pavia (Milano, 1797), Analisi del preteso genio d’Ippocrate (Milano, 1799), Osservazione sul prospetto dei risultati della clinica medica nel R. Spedal di Milano (Milano, 1808), Sul metodo degli studi medici (Milano, 1809), Annali di Scienze e lettere (Milano, 1824, vol. II), Opuscoli di medicina medica (Milano, 1830), Teoria della Flogosi (Milano, 1837), Opere complete (Firenze, 1837, volume unico), Principi nuovi di terapeutica (Parma, 1843, postumo).

FONTI E BIBL.: E.Casa, Prima cospirazione 1814. Il Medico Giovanni Rasori, parmigiano e la cospirazione militare, ms. Archivio Comunale di Parma; Per l’Arte 1 giugno 1902, n. 11; G.B. Janelli, Dizionario biografico, Genova, Schenone, 1877, 329-331; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 417; G. Del Chiappa, Della via di Giovanni Rasori, Milano 1838; G. Frati, Ricordi di prigionia, memorie autobiografiche e frammenti poetici di Giovanni Rasori, Torino, IX, 1919 (ivi una compiuta bibliografia); A. Monti, Giovanni Rasori nella Storia della scienza e dell’idea nazionale, in Lezioni e conferenze, Pavia, 1929; M. Varanini, Salsomaggiore, 1939, 80-87; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1937, IV, 23-24; Perini, Cenni sulla mente di G. Rasori, Milano, 1837; F. Ercole, Uomini Politici, 1942, 37-38; Vita, ms. Parmense 1577, in Biblioteca Palatina di Parma; F. Freschi, Necrologia in Gazzetta di Parma 19 aprile 1837, n. 31; M. Menghini, Rasori G., in Enciclopedia Treccani, XXVIII, 1935, 851; G.Berti, Insegnamento universitario Parmense, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1960, 133; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 7-8; G. Trombara, Memorie e documenti Cattedra d’Anatomia, Parma, 1958; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero nei Ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 500-501; G. Pasetti, Giovanni Rasori, Milano, 1918; R. Barbiera, Voci e volti del passato, Milano, 1920; S. Fermi, U. Foscolo e Giovanni Rasori, in Gazzetta di Parma 30 agosto 1927; G. Castelli, Il centenario di un medico avventuroso e combattivo, Milano, 1937; Dizionario Enciclopedico Letteratura Italiana, 4, 1967, 509 e 511; Dizionario Storico Politico, 1971, 1049; E. Benedicenti, Malati, medici e farmacisti, Milano, 1925; G. Bilancioni, G. Rasori, medico e patriota, in Bollettino dell’Istituto Storico Italiano per l’Arte Sanitaria IX 1929; V. Lo Bianco, Giovanni Rasori medico insigne ed eroe dell’indipendenza italiana, in La Stirpe XV 1937; C. Monguidi, G. Rasori nel primo centenario della morte, in Aurea Parma 4/5 1937, 138-148; A. Ciavarella, Giovanni Rasori: il primo medico di Parma e di tutta Italia, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. IV, vol. XVIII 1966; Storia civiltà letteraria, 1993, II, 559-560; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 208; Storia del giornalismo VIII, 1980, 624.

RASORI GIUSEPPE
Parma 1772-post 1823
Del Rasori si conosce pochissimo: alcune citazioni del Martini (1862, 14) e del Ferrarini (1882, 7) e più congrui appunti dello Scarabelli Zunti (ms., Documenti e memorie, v. IX, 240) che informano essere il Rasori figlio di Angelo, anch’esso architetto. Il Rasori fu infatti architetto, incisore e disegnatore. Studiò nell’Accademia di Belle Arti di Parma vincendovi nel 1793 il concorso per la facciata della scuola di veterinaria. Al censimento del 1823 il Rasori contava 51 anni d’età e abitava insieme al padre in Borgo delle Colonne al numero 48-60. Tra gli altri lavori, il Rasori progettò e costruì la facciata dell’oratorio di Sant’Antonio a Soragna. I lavori di rammodernamento della vecchia facciata bibienesca dell’oratorio iniziarono nel 1805. Il 13 settembre venne pagato a mastro Ilario Ferramola per sua mercede in rifare la facciata dell’oratorio L. 1.300. I capitelli delle colonne, scolpiti a Parma, costarono 222 lire. Le sagome di legno servite per la forma dell’architrave, delle colonne e per altro furono fornite dal falegname soragnese Francesco Galli. Il 14 luglio 1806 venne pagato all’arch. Giuseppe Rasori per viaggi e disegni fatti per la facciata L. 360 (ms. Archivio parrocchiale di Soragna, E. 16). Il Rasori progettò ed eresse la non grande facciata con estremo rigore neoclassico particolarmente nella zona superiore dove il prospetto assume forme quasi da tempio greco quadristilo. Sobrie ed eleganti sono infatti le snelle colonne dal capitello jonico che sorreggono il dilatato ma proporzionato timpano. Il registro superiore appare contrapposto al disegno di quello inferiore, quasi completamente aperto da una grande sleriana sorretta da due grosse colonne col capitello dorico e fiancheggiata da due alte lesene. L’opera, pur nella razionalità dell’insieme, è dunque particolarmente vivificata dalla trama del disegno che trafora i recessi d’ombra con una sapiente maschera di purissime linee architettoniche diritte e curve. L’andamento della facciata rientra nello stile neoclassico maturato, dopo l’importante presenza a Parma dell’architetto Ennemonde Petitot, nella prima metà dell’Ottocento con la personalità di Nicola Bettoli, autore delle più importanti fabbriche del Ducato di Maria Luigia d’Austria, le cui rigorose architetture vennero di molto anticipate dalla facciata di Soragna.

FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia Metodica di Belle Arti, XVI, 1823, 38; G.Godi, Soragna: l’Arte dal XIV al XIX secolo, 1975, 128-129.

RASORI LIVIO
Parma 26 ottobre 1892-Lubiana 8 agosto 1915
Studente del secondo anno nella facoltà di Medicina presso l’Ateneo Parmense, nel gennaio 1913 fece il corso allievi ufficiali al 35° Reggimento Fanteria di stanza a Bologna. Nel luglio successivo fu sergente a Parma nel 61° Reggimento, quindi sottotenente nel 62°, pure a Parma, dal febbraio al novembre 1914. Nel dicembre dello stesso anno fu richiamato al 112° Reggimento Fanteria. Al principio delle ostilità passò col 112° nei pressi del Lago di Garda, trasferendosi poi sul Carso, a Monte Sei Busi. Il Rasori partecipò così alle cruente giornate di quella prima estate di guerra sul Carso, conteso al nemico più col valore e l’eroismo individuale che con efficaci mezzi tecnico-bellici. Il 25 luglio 1915, alla testa dei suoi soldati, occupò una trincea con magnifico valore e vi resistette nonostante la violenza del fuoco nemico. Il 30 luglio assunse il comando della 5ª Compagnia e mentre la guidava all’assalto con impetuoso ardimento cadde ferito alla fronte e alla gola, investito da brevissima distanza dal fuoco delle mitragliatrici austriache. Dapprima ritenuto morto, in seguito fu condotto in prigionia il 2 agosto. Il 4 agosto 1915 fu ricoverato nell’Ospedale di Lubiana e l’8 agosto spirò per emorragia. Al suo nome l’Università di Parma conferì la laurea ad honorem in medicina il 5 novembre 1917.

FONTI E BIBL.: Caduti Università Parmense, 1920, 37-38.

RASORI RICCARDO
Parma-America post 1888
Compositore. La Gazzetta di Parma riporta che il 17 aprile 1885 presentò al Teatro Carcano di Milano l’opera nuova Il conte di Raysor, su libretto di Attilio Catelli, e scrive che abitava in America. Il 21 novembre 1888 fu messa in scena al Teatro Carignano di Torino un’altra sua opera, Nerone, sempre su libretto del Catelli.

Fonti e Bibl.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RASORI SABINA
Parma 1797/1804-post 1845
Figlia di Giovanni, professore di chimica medica all’Università di Pavia e patriota, e di Mariella Rubini. Fu apprezzata cultrice di lettere, collaboratrice di vari periodici e iniziatrice della collana di romanzi italiani, editi da Pompeo Magnaghi a Torino, intitolata Epidipnidi. L’opera della Rasori ha per titolo Ermellina, ossia la vera amicizia (1842).

FONTI E BIBL.: P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; M. Bandini, Poetesse, 1942, 168.

RASTELLI ANTONIO
Parma 1780/1787
Tornitore. Verso il 1780 realizzò i tondelli in Sant’Antonio di Parma e nel 1787 sessanta fiocchi per il baldacchino di Francesco Galli e il fusto del lampadario, in collaborazione con Domenico Gianetti, in San Giacomo a Soragna.

FONTI E BIBL.: Colombi, 1975, 56; P.P.Mendogni, 1979, 80; Il mobile a Parma, 1983, 261.

RASTELLI CAIO MARIA
Ghiara di Fontanellato 25 marzo 1872-Taiyuenfu 28 febbraio 1901
Fu tra i primi alunni raccolti da Guido Maria Conforti, vicario generale della Diocesi di Parma, nella prima sede dell’istituto Missioni Estere di Parma, chiamato al suo sorgere Seminario Emiliano, posta in Borgo del Leon d’Oro n. 12. Il Rastelli, compiuti i corsi teologici nel Seminario di Parma, fu consacrato sacerdote da monsignor Francesco Magani il 24 novembre 1895. Fu poi nominato vice rettore del piccolo Istituto Missionario. Il 4 marzo 1899 partì missionario per la Cina, accompagnato dal francescano monsignor Francesco Fogolla. Giunto nel vicariato cinese dello Shan-si settentrionale, il Rastelli apprese rapidamente la lingua cinese e il 2 novembre dello stesso anno fu mandato per la prima volta a evangelizzare. Ben presto però si scatenò la persecuzione: il 9 luglio 1900 il Fogolla fu martirizzato, insieme a centinaia di fedeli, dai boxer. Il Rastelli fu allora avvisato di mettersi in salvo, dato che il prefetto del Dipartimento aveva posto sul suo capo una taglia e i soldati lo braccavano. Obbedendo all’ordine dei superiori, si allontanò dalla missione e si portò oltre il Fiume Giallo raggiungendo la Mongolia. Ben presto però poté ritornare alla sua missione, essendosi ritirati i boxer. Morì a soli 29 anni a causa del vaiolo. Le ossa del Rastelli, trasportate dalla Cina da un confratello nel gennaio 1932, sono custodite nella Casa madre dell’Istituto Missioni Estere a Parma. Poiché il Rastelli aveva trascorso la fanciullezza in un appartamento della canonica di Marore di San Lazzaro, a ricordo di questo fatto fu posta nel 1926 da Lamberto Torricelli, arciprete di Marore, una lapide marmorea con la seguente epigrafe: In pensieri forti e santi qui passò la sua fanciullezza Padre Caio M. Rastelli primo fiore e gloria dell’Istituto Missioni Estere Parma M. il 28 febbraio 1901 in Tal-juan fu vittima venerata di Fede e Civiltà.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 162-163.

RASTELLI ERNESTO
Parma 17 dicembre 1863-
Si diplomò in flauto al Conservatorio di Musica di Parma il 2 agosto 1881. Fu primo flauto per diversi anni nel Teatro di Tiflis sul mar Nero. Tornato in Italia, fu primo flauto nelle principali orchestre.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 96.

RASTELLI GIAN CARLO, vedi RASTELLI GIANCARLO

RASTELLI GIANCARLO
Parma o Pescara 25 giugno 1933-Rochester 2 febbraio 1970
Figlio di Vito. Conseguita la maturità classica al liceo Romagnosi di Parma nel 1951, si laureò in medicina all’Università di Parma, a pieni voti, nel 1957. Dopo la laurea fu assistente all’Ospedale Maggiore di Parma, dapprima con Bobbio e quindi con Goffrini, acquisendo le prime preziose esperienze nel campo della chirurgia cardiovascolare. Già negli anni del corso di laurea nacque il suo interesse per la chirurgia cardiovascolare e maturò la sua inclinazione per la ricerca sperimentale che, in questo settore della chirurgia, offriva prospettive vastissime. Bobbio, direttore della clinica chirurgica generale di Parma, conscio delle notevoli doti e del valore del Rastelli, convinse Vito Rastelli a finanziare l’attività scientifica del figlio, in attesa di un suo inserimento nell’organico dell’Università. Quando nel 1961 ottenne una borsa di studio per l’estero che gli diede la possibilità di scegliere tra vari centri degli Stati Uniti, il Rastelli scelse Rochester nel Minnesota e la sezione di chirurgia cardiovascolare della Clinica Mayo, perché lì operava John W. Kirklin, uno dei pionieri della cardiochirurgia. Il Kirklin riconobbe e apprezzò fin dall’inizio, accanto al valore del Rastelli come chirurgo e studioso, le sue doti umane, il suo entusiasmo per il lavoro e la sua forza morale. La  loro  collaborazione scientifica fu estremamente proficua. Negli anni 1962-1964 il Rastelli iniziò l’attività in cui le sue capacità tecniche e le sue doti di inventiva poterono pienamente realizzarsi: la ricerca sperimentale. Si dedicò a questo lavoro con entusiasmo e ne ebbe grandissime soddisfazioni. La malattia che cominciò a manifestarsi nel 1965 e che cinque anni dopo lo condusse a morte prematura (malattia di cui fu pienamente consapevole fin dall’inizio) non rallentò mai il suo lavoro. Quegli anni di studi e di sperimentazioni lo portarono a dimostrare la possibilità di correggere quelle alterazioni congenite che sono caratterizzate da un ostacolo grave o da una completa assenza della via di efflusso dal ventricolo destro ai polmoni. Impiegando un condotto valvolato inserito da un lato sulla parete del ventricolo destro e dall’altro collegato con le arterie polmonari, dimostrò la possibilità di correggere anomalie che fino ad allora erano ritenute inoperabili. Da quel momento innumerevoli bambini con queste cardiopatie congenite furono operati con successo alla Mayo Clinic e in tutti i maggiori centri cardiochirurgici del mondo e questo tipo di intervento, per unanime riconoscimento di cardiologi e cardiochirurghi, venne definito Intervento di Rastelli. Con i metodi di intervento cardiochirurgico frutto delle sue ricerche, la mortalità dei pazienti calò dal 60% a quote inferiori al 5%. Dal 1968 la Clinica Mayo lo nominò capo della ricerca sperimentale cardiochirurgica. Nel 1965 ottenne il premio con diploma riservato alle ricerche nel campo della chirurgia  cardiovascolare della Mayo Foundation, un diploma e un premio riservato ai laureati che si distinguevano in modo preminente, a cui occorreva essere presentati da illustri maestri. Venne chiamato, nel marzo del 1969, a far parte del comitato nazionale USA per la costruzione del cuore artificiale, ottenne dall’American Medical Association una concessione speciale di oltre centotrenta milioni di lire per ricerche cardiovascolari e fu chiamato a tutti i più importanti congressi medici negli Stati Uniti e nel Canada, in una ventina dei quali presentò suoi lavori. Il Rastelli non volle mai rinunciare alla cittadinanza italiana e poiché dopo sette anni di  permanenza negli Stati Uniti si era obbligati a lasciare il Paese se non si diventava cittadini americani, la Clinica Mayo (caso unico nella sua storia) ottenne per lui, per farlo rimanere, un decreto speciale che richiese l’intervento del Presidente degli Stati Uniti.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 febbraio 1970, 4; A. e U. Squarcia, Raccolti in due volumi gli scritti del cardiologo Gian Carlo Rastelli, in Gazzetta di Parma 2 febbraio 1972, 3; U. Squarcia, in Gazzetta di Parma 2 febbraio 1990, 3; Gazzetta di Parma 31 gennaio 1994, 5; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 874.

RASTELLI GIAQUINTO
Parma 1880/1904
Diplomato nel 1880 in clarinetto e contrabbasso alla Regia Scuola di musica di Parma, nel Carnevale del 1904 fu I contrabbasso dell’orchestra del Teatro alla Scala di Milano.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

RASTELLI LINO
Polesine Parmense 9 maggio 1901-Parma 19 agosto 1985
Si diplomò in organo (1922) e in pianoforte (1924) al Conservatorio di Musica di Parma, dove fu incaricato di pianoforte complementare dal 1925 al 1939. Il 29 novembre 1934 il direttore del Conservatorio di musica A. Boito di Parma propose al ministro dell’Educazione, che il Rastelli, pianista e organista di eccezionali capacità e abilità, venisse nominato titolare della cattedra di pianoforte complementare del Conservatorio di Parma a seguito della nomina della professoressa Maria Maffioletti a titolare di pianoforte principale presso lo stessso Istituto musicale, e ciò senza alcun concorso essendo il Rastelli già in possesso di rilevanti titoli didattici. Il collegio dei professori e il direttore Ferrari Trecate sottoscrissero e appoggiarono all’unanimità tale richiesta. Così il Rastelli, appena trentenne, iniziò la sua rapida e brillante carriera artistico musicale. Parma fu la sua pedana di lancio nel mondo delle note musicali quale concertatore e preparatore di eccelse voci nel campo della lirica. Fu al pianoforte al fianco di Ebe Stignani, il celebre mezzo soprano degli anni trenta, in una serata memorabile a cui arrise un successo senza precedenti. Al Teatro Regio accompagnò l’altrettanto celebre violista Luigi Alessandri, la pianista Vallazza e Fernanda Buranello, violoncellista di fama internazionale. Furono per il Rastelli anni di una feconda attività  e di una lunga e ininterrotta catena di successi artistici nei vari teatri d’Italia. Del Rastelli si ricorda un concerto per una manifestazione d’arte a cui egli prese parte nel 1939 con Alessandri (viola) e Marchesi (violino), il grande concerto al Ridotto del Teatro Regio di Parma con la celebre Rosina Torri, il concerto del violinista Alberto Poltronieri e il concerto vocale al Teatro Regio di Parma con la partecipazione di artisti parmigiani come Virginio Alessandri (tenore), Otello Bersellini (baritono), Calideo Terzi (basso) e Laura Manghi (soprano). Il Rastelli fu anche accompagnatore del violoncellista Attilio Ranzato e partecipò al Festival de musique (1955) al Kursaal di Engelberg con altri solisti celebri: anche in quella occasione ottenne consensi e applausi. Nella stagione lirica di Carnevale 1928-1929 del Teatro Regio di Parma il Rastelli divise la responsabilità della stagione operistica (che comprese Falstaff, Salomé, Werther, Gioconda, Aida, Manon di Puccini, e Coppelia) con il maestro Giuseppe Podestà e Renzo Martini. Il Rastelli fu insegnante di Leone Magera e di Paolo Cavazzini, tra i migliori concertisti e solisti di pianoforte. Nel 1971 fu collocato in pensione per limiti di età.

FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 192; R. Baroni, in Gazzetta di Parma 21 agosto 1985, 3; Enciclopedia di Parma, 1998, 564.

RASTELLI VITO
Polesine Parmense 1907 c.-18 aprile 1991
Il Rastelli fu giornalista dal 1934 al 1991. Negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale sviluppò la sua attività in due principali settori: quello sindacale e quello socio-economico. Diede vita e diresse un periodico dal titolo Sindacalismo, diffuso in tutta Italia, con cui elaborò i principi e l’organizzazione del sindacalismo autonomo, apartitico, ispirato alle formule del movimento capeggiato da Filippo Corridoni.  Nel settore della stampa quotidiana trattò in particolare i problemi socio-economici del tempo. Imitando esempi già in atto all’estero, riuscì a legare un gruppo di quotidiani di provincia nella pubblicazione contemporanea di articoli di prima pagina. Fu fondatore, quindi, di una agenzia di stampa autonoma denominata Padania. Verso la fine degli anni Cinquanta organizzò a Reggio Emilia l’uscita della Gazzetta di Reggio di cui fu direttore per diversi anni. Collaborò anche ai giornali Il Sole 24 ore, Il Tempo di Roma e La Notte di Milano, oltre alla Gazzetta di Parma. Attivò tra l’altro una campagna giornalistica sulla ricerca del petrolio nella Pianura Padana, in parallelo con Luigi Sturzo, con cui fu in rapporti personali ed epistolari. Fu anche tra i fondatori e per diversi anni direttore della Cittadella Film, la società cinematografica di Parma che produsse documentari sul Correggio, di alto livello artistico, e il film Donne e soldati. Ebbe così occasione di frequentare e conoscere Bertolucci, Bianchi e Malerba.

FONTI E BIBL.: P. Melloni, in Gazzetta di Parma 18 aprile 1992, 16.

RASTELLINI ENRICO
Parma 19 aprile 1866-Parma 5 aprile 1908
Figlio di Carlo, tamburino prima della Guardia reale e poi della Guardia municipale al pubblico giardino, e di Luigia Maestri, massaia, nacque in strada Quattro Malcantoni 11. Dopo aver fatto il garzone-fotografo alle dipendenze di Carlo Grolli, iniziò l’attività professionale vera e propria nel 1894, socio di Aristo Lottici (stabilimento principale in strada Garibaldi 81, succursale in strada Massimo D’Azeglio 55). Ma la collaborazione durò solo un anno: dopo la separazione il Rastellini rimase nella sede di strada Garibaldi. Nel 1896, con un anonimo compagno, operò in strada dei Genovesi 21. Nel maggio 1899, con Giovanni Sanvitale fu presente al II Congresso Fotografico Italiano di Firenze: furono i soli fotografi parmigiani a partecipare. Un mese prima il Rastellini, evidentemente risentito per un lungo articolo elogiativo dell’arte di Eugenio Fiorentini, pretese che la Gazzetta Industriale pubblicasse una precisazione: Giacché parliamo d’arte fotografica è dovere nostro il rendere pubblico che mentre credevamo essere il solo Fiorentini che potesse dare un ritratto diretto nel formato 40 x 50, attestiamo con piacere, trattandosi anche di un nostro concittadino, che il fotografo, signor Rastellini, possiede esso pure la macchina, gli utensili per fare tali ritratti e che appunto ora ne espose quattro all’Esposizione di Firenze. Ciò per la verità. I redattori della Gazzetta Industriale, non mancarono di registrare, nel 1901, anche i successi del Rastellini: C’è caro constatare pubblicamente che l’egregio nostro concittadino Enrico Rastellini, ottenne all’Esposizione Internazionale di Parigi, pei bellissimi lavori da lui esposti, eseguiti secondo certi sistemi che pochi fotografi in Italia seppero applicare, la medaglia d’oro, il diploma d’onore e la Croce insigne di Francia. E ancora il 16 febbraio1902: Abbiamo ammirato nella vetrina del negozio-libreria Battei (cav.) tre meravigliose riproduzioni fotografiche di quadri esistenti nella nostra Regia Pinacoteca, e ci è grato constatare che quelle riproduzioni sono opera dell’intelligente fotografo della nostra città, sig. Rastellini. Questi utilizzando i Sensibilizzatoi ottici scoperti da Vogel, ha potuto creare le lastre Ortocromatiche riproducendo così perfettamente anche nei colori e nel disegno. Per questo va tributato non breve elogio all’opera intellettuale del Rastellini il quale ha saputo trovare il modo di conservare agli originali il pregio della inalterabilità col processo della stampa al pigmento. Le riproduzioni esposte sono il Giobbe del Murillo, una testa Leonardesca e un S. Giovanni Battista del Ferrari. Quindi, il 7 maggio dello stesso anno, apparve il resoconto dell’Esposizione di Roma: Il distinto Fotografo E. Rastellini è stato testé onorato Gran Premio d’Onore (massima onorificenza) all’Esposizione Internazionale d’Arte fotografica Artistica di Roma per i suoi splendidi lavori esposti, eseguiti coi più recenti sistemi della scienza fotografica. L’attività continuò a gonfie vele fino al 1907, quando il Rastellini si ammalò gravemente e si vide costretto a cedere lo studio. Lo rilevarono i suoi dipendenti Marcello Pisseri e Giuseppe Bricoli. Morì appena quarantaduenne e la Gazzetta di Parma ne ricordò nel necrologio le doti. Il Rastellini sposò Maria Pellegrini.

FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 188-189.

RATTI EMILIO
1839-Parma 14 luglio 1894
Capitano di cavalleria, fu soldato valoroso nelle battaglie risorgimentali. Fece la campagna del 1866.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 luglio 1894, n. 195; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 178.

RATTONE GIORGIO
Moncalieri 25 aprile 1857-Parma 20 dicembre 1929
Fu eletto deputato di Aosta nelle legislature XXIII e XXIV (marzo 1909-settembre 1919). Nominato senatore del Regno il 6 ottobre 1919 per la 3ª categoria, fu convalidato il 9 dicembre dello stesso anno. Si laureò in medicina e insegnò dal 1886 patologia generale all’Università di Parma, di cui fu Preside della facoltà medico-chirurgica dal 1892 al 1895 e Rettore (1895-1896). Insegnò anche a Genova. Insieme con A. Carle dimostrò sperimentalmente la natura infettiva del tetano (1884). Nel 1892 fu mandato dal Governo in missione a Marsiglia a portare soccorsi agli operai italiani decimati dal colera. Alla Camera sedette a  sinistra con i costituzionali. A Parma il Rattone fu presidente degli Ospizi Civili (1904-1907), consigliere comunale (1896-1899) e ispettore della Cassa di Risparmio.

FONTI E BIBL.: Cimone, Gli eletti della Rappresentanza nazionale per la XXI, per la XXII e per la XXIV legislatura, tre volumi, Napoli, 1902 e 1906, e Milano, 1919; A.Tortoreto, I parlamentari italiani della XXIII legislatura, Roma, 1910; Treves, I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920, 1922; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3; A. Malatesta, Ministri, 1941, 48; Dizionario Utet, X, 1960, 822; G.Gonizzi, in Gazzetta di Parma 13 febbraio 1962, 4; Enciclopedia di Parma, 1998, 564.

RATTONI GIUSEPPE
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore figurista attivo nella seconda metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 226.

RAUSCHENFELS ANDRE VALENTIN JOSEPH
Lientz febbraio 1828-Noceto 21 maggio 1915
Figlio di Candidus, medico e notabile cittadino, e di Crescenz Mayr von Innichen. Il Rauschenfels si trasferì a Parma quale ufficiale dei Cacciatori tirolesi dell’impero austriaco ai tempi di Carlo di Borbone, che aveva militarizzato la città e che venne poi assassinato  nel 1854. A Parma i disordini e gli scontri si succedevano in continuazione. Probabilmente ferito in uno di questi conflitti a fuoco, il Rauschenfels venne ospitato e curato in casa di Elisa Brasetti, vedova del conte Bondani e proprietaria di un palazzo in pieno centro storico. Nell’aprile del 1859, al tramonto del Ducato, i due si sposarono. Nel 1865 nacque a Parma la loro figlia Teodolinda. Rimasto vedovo nel 1874 e persa anche la figlia nel 1900, il Rauschenfels per vivere si dedicò interamente all’attività di apicoltore e scrisse saggi e articoli per riviste italiane ed estere. Negli ultimi anni di vita il Rauschenfels venne ospitato a Villa Galvana dai Cotti (più volte sindaci e podestà di Noceto). Alla sua morte, fu proprio la famiglia Cotti, insieme ad altri estimatori e ammiratori, che provvide a far erigere il piccolo monumento collocato nel riquadro del cimitero di Noceto, ad onorare la memoria di uno scrittore geniale, maestro insigne d’picoltura e carattere nobilissimo.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 agosto 1996, 15.

RAVÀ EUGENIO
Reggio Emilia 1840-Parma luglio 1901
Volontario garibaldino e fervente repubblicano, salpò da Quarto con i Mille e seguì sempre Garibaldi. Si batté in America nelle file del generale Grant col grado di maggiore. Nel 1870 accorse al fianco di Garibaldi e combatté in Francia, nei Vosgi e ad Autun. Disertò in seguito dall’esercito italiano e prese parte al fatto di Aspromonte. Emigrò poi in Inghilterra. Fu consigliere comunale di Parma nel 1889. Il sindaco Giovanni Mariotti, commemorandolo nella seduta del Consiglio comunale del 19 luglio 1901, lo ricordò tra i più valorosi combattenti delle patrie battaglie.

FONTI E BIBL.: D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 191; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 246.

RAVACALDO ANTONIO
Parma 1381
Fu vicario generale del vescovo Rusconi succedendo a Gregorio Berenghi. Nell’anno 1381 fu canonico della Cattedrale di Parma.

FONTI E BIBL.: M. Martini, Archivio Capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1911, 125.

RAVACALDO NICCOLÒ
Parma 1448/1477
Figlio del nobile Paolo. Il Ravacaldo fu celebrato da Filippo Beroaldo e da Francesco Maria Grapaldo, che lo reputarono eruditissimo e di sapienza ricolmo. Nel 1465 fu eletto canonico della Cattedrale di Parma. Il Ravacaldo fu anche arciprete della pieve di Santa Maria di Fornovo. Fu incaricato dalla Sede apostolica di giudicare una causa sorta nel Monastero di Santa Maria di Chiaravalle della Colomba (1465) e da papa Sisto IV di procedere all’unione del priorato di Sant’Armanno alla canonica di Santa Felicola e San Sepolcro in Parma (1474). Nel 1476 il Beroaldo, fatta eseguire da Stefano Corallo una superba edizione della Storia naturale di Plinio e raccolto un buon numero di correzioni da lui fatte a quell’opera, le diresse con una lunga lettera ad venerabilem et ornatissimum virum Nicolaum Ravacaldum Canonicum Parmensem, che in quel tempo si tratteneva ai bagni di Lesignano (quae cum bajanis, sinnuessanisque salubritate contendum): Caeterum hoc omne negotium eo seuscepimus libentius, ut tibi, optime mi Nicolae, qui eruditissimus, atque omni laude dignissimus es, praesertim ita monenti morem gererem, teque mei amantissimus, et de me optime meritum pleniore obsequio demererer. Cui enim potius hasce meas lucubrationes dicare debui, quam illi, qui me diligit ut filium, quem ego perinde ac patrem benivolentia singulari, observantiaque summa complector? Nullus profecto nullus, suavissime Nicolae, te hoc munere dignior inveniri poterat, qui cum reliquorum latinae linguae Scriptorum sis curiosissimus, tum Plynianae eruditionis lector assiduus, et pensiculator acerrimus esse voluisti. Nec immerito. Haec enim te ex polito politissimum, ex ornato reddidit ornatissimum. Ita Plyniana dicta ex ore tuo tamquam domestico pomario deprompta licet audire saepissime. Tu itaque, amantissime Nicolae, facile judicabis numquid emendata a nobis, castigataque obelisco perfodienda sint, an asterisco decoranda. Questo è invece il breve ma succoso elogio fattogli dal Grapaldo: Non inurbane Nicolaus Ravacaldus mihi avunculus sapietiae vir compositissimae dicere solebat, litteras homini praestare quod aqua lupinis (De partibus Aedium, libro II, cap. XI). Il Ravacaldo è nominato nel Diario Parmense tra coloro che nel saccheggio fatto in Parma dai ribelli nel 1477 ebbero danni e si dovettero, per sentenza ducale, risarcire (Rerum Italicarum, tomo XXII, col. 270).

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 272-274.

RAVACALDO NICOLò, vedi RAVACALDO NICCOLò

RAVASI ADA
Parma 1905-post 1926
Scrittrice. Dopo una prima scialba prova giovanile, fu autrice di saggi che, pur in una forma ondeggiante tra modelli diversi (con prevalenza del modernismo), rivelano un’attenta sensibilità e un’anima aperta al senso lirico.

FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti secolo nuovo, 1926, 106; Aurea Parma 6 1925, 337.

RAVASINI ALDO
Parma 1895-Sagrado 25 ottobre 1915
Figlio di Lodovico. Geometra, Sottotenente di Complemento nel 12° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare e di Encomio Solenne. Morì nell’Ospedaletto della 30ª Sezione di Sanità  in seguito a ferite riportate nel combattimento (22 ottobre) di Monte San Michele. Fu sepolto nel sacrario di Redipuglia. Nei mesi passati al fronte il Ravasini scrisse molte lettere, che furono poi studiate e raccolte in un libretto uscito nel 1975 a cura di Massimo Grillandi, nel tentativo di individuare la strada che aveva portato il Ravasini a sacrificare eroicamente la propria vita per la patria. Il Ravasini scrive sempre dominato dall’eccezionale esperienza che stava vivendo e non usa le parole semplici di tanti commilitoni per raccontare le cose ai familiari lontani, le parole usuali che probabilmente accompagnarono dentro di lui la sua veloce e forzata maturità e la sua scelta di finire con coraggio. Di questo le lettere non spiegano  molto,  perché tutto ciò avvenne in silenzio, in mezzo ai morti e al fango delle trincee. Però spiegano come il Ravasini cercasse di non dimenticare di essere un uomo anche in mezzo al macello di quel conflitto, scrivendo delle sue giornate come se fosse un letterato che dipingeva la guerra in punta di penna, dal tavolino di casa sua (all’interno della propria trincea si costruì anche uno scaffale di fortuna per metterci la Divina Commedia): ci volle sicuramente una volontà di ferro e una grande nobiltà di sentimenti per alzare il muro oltre il quale l’orrore della situazione non poteva e doveva passare.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma, 30 ottobre  e 3 novembre 1915, 22 e 23 settembre 1916, 26 maggio 1917; Aurea Parma 3-4 1915; Rivista eroica I 1917; Per la Riscossa 17 febbraio 1918; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 207; Gazzetta di Parma 21 ottobre 1985, 3.

RAVASINI ARNALDO
San Michele Tiorre 20 giugno 1893-Parma 23 settembre 1972
Di famiglia contadina, insieme al fratello Attilio mostrò evidente inclinazione per tutte le cose che hanno a che fare con la meccanica. Fu un lettore vorace e si procurò con sacrificio libri, giornali e riviste. Negli anni intorno alla prima guerra mondiale riuscì, compiendo uno sforzo economico eccezionale, ad acquistare un proiettore cinematografico Pathé Frères, modello 1907. All’inizio degli anni Venti (e fino al 1935 circa) batté la campagna del Felinese e nei dintorni proiettando pellicole per allietare le domeniche dei contadini. Il Ravasini fu impresario di se stesso e si occupò di ogni aspetto delle proiezioni: luce elettrica, affitto delle sale, uso del grammofono per diffondere musica operistica negli intervalli, affissione e cassa. Gli spettacoli serali duravano dalle 19,30 alle 22,30 e il prezzo era di due lire. Ma accanto al cinema il Ravasini coltivò anche la fotografia, al servizio soprattutto della povera gente, per la quale eseguiva a prezzo bassissimo ritratti di famiglia o di bambini morti. Granatiere durante la prima guerra mondiale, prigioniero per oltre due anni in Boemia, il Ravasini incarnò il modello dell’ingegno contadino versatile: progettò e costruì macchine agricole e fu pronto a risolvere ogni problema di ordine pratico con straordinaria intuizione. Appassionato anche di musica, suonò nella banda di San Michele Tiorre e partecipò frequentemente alle feste di matrimonio come strumentista. Con l’avvento del sonoro nel cinema, cedette l’attività al Cotti, di Langhirano, pur continuando a collaborare con lui per qualche anno.

FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 292.

RAVASINI EMILIO, vedi RAVASINI EUSEBIO

RAVASINI EUSEBIO
Parma 1660
Monaco certosino, fu vicario e priore dell’Ordine. Assai erudito, compose parecchie opere sacre, molte delle quali stampate, ma tutte perdute. Del Ravasini furono inviate le seguenti notizie dai Certosini di Parma alla casa madre di Chartreuse in Francia: Eusebius Ravasinus Parmensis ingenio, virtute praestans, et tam in humanis quam in divinis litteris longe eruditus, ut merito describi possit inter illustres Professos Domus Parmae, summopere vacavit lectionibus, ex quibus gratissima reddebatur ejus conversatio. Loquebatur enim semper nova et varia. Composuit quoque Opera varia, quae hic recenseo, et apud nos sunt, idest: Vita S. Brunonis; Sermones in Solemnitatibus more Carthusianorum, tam latino idiomate, quam vernacula lingua; Heroica Mulier, alio modo la Juditta; Magna Virgo Sacratissimi Rosarii de Fontanellato Poema lyricum; Obitus Serenissimi Principis Almerici Estensis Generalis Castrorum Christianissimi Regis in Creta Poema lyricum; praeter elucubrationes alias permultas heroice compositas ad honorem multorum Sanctorum.
Et illa quidem, cum in iis multum floreret, saepe de eisdem requirebantur, et continuo ad Typographum deferebantur. In sacris quoque Statutis nostris adeo exercebatur, ut omnia de verbo ad verbum haberet ad memoriam. Fuit etiam pius et devotus Religiosus, sutinuitque multo tempore cum decore dignitates Vicarii et Prioris, confectusque senio antiquior Domus et Provinciae post annos 78, quos laudabiliter vixit in Ordine quievit in Domino. Fa menzione del Ravasini anche Maurizio Zappata nelle sue Notizie latine delle Chiese di Parma chiamandolo però Emilio invece di Eusebio.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 87-88; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 726.

RAVASINI NINO
Parma-post 1953
Ragioniere in una acciaieria a Milano, dette le dimissioni per dedicarsi alla musica. Nel 1928 lanciò la sua prima canzone, Rosellina, che incontrò un fulmineo successo, cui seguirono centinaia di altre. Nel 1953 ebbero un grande successo Per un bacio d’amor, Il tamburo della banda d’Affori e Avanti e indrè. Auore delle colonne sonore di numerosi film, molte sue canzoni furono successi discografici.

Fonti e Bibl.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAVASINI PIETRO
Parma 1829/1830
Falegname, lavorò, assieme ad altri e diretto dall’architetto Paolo Gazola, ai serramenti, parquet e invetriate gotiche nel Casino del Ferlaro.

FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 263.

RAVASINI TOMMASO
Parma 7 marzo 1665-Parma 26 giugno 1715
Figlio di Pier Francesco, giureconsulto, e di Angela Roncagli. Molto presto rimase orfano del padre. Gracile e spesso malato, pure si dedicò con ardore agli studi, frequentando le scuole di Gesuiti, dove apprese le lettere avendo quale precettore di rettorica Francesco Grandi, che stimò in modo particolare e che in seguito ricordò in alcune sue poesie. Il Ravasini sposò Angela Ambanelli, che morì un anno dopo il matrimonio. Il dolore provato per l’evento luttuoso spinse il Ravasini a comporre la raccolta poetica Amori Virginei (1697), dedicata a Tirso Gonzales, generale dei Gesuiti. Avendo perduto anche la madre nel 1694, il Ravasini si ritirò in solitudine in una villa di famiglia a San Michele Tiorre, dedicandosi ai suoi scritti (1698). Ne fu però ben presto distolto perché, stante la situazione di guerra che ormai coinvolgeva buona parte dell’Italia settentrionale, il Ravasini fu chiamato alle armi, come si apprende da una lettera scrittagli dal Grandi, da Piacenza, il 2 novembre 1699: Intendo dal suo foglio, che sia Soldato a cavallo, e che le convenga cambiar le cetre di Parnaso in pistole da Marte. La compatisco di cuore, né mi sarebbe mai caduto in cuore una stravaganza così impensata. Ma si consoli; mentre potrà aver al suo cenno o Bellerofonte dalle Muse, ovvero l’uno dè quattro Corsieri del sommo Apollo. Successivamente il Ravasini ottenne dal duca Francesco Maria Farnese di essere esentato dalla milizia e poté quindi ritornare ai suoi studi e alle sue composizioni. Ebbe un fitto scambio epistolare col Bacchini, che gli fu prodigo di consigli. Ammalatosi nuovamente, nell’estate dell’anno 1700 ritornò a San Michele Tiorre, dove poi compose il primo dei suoi Dialoghi Critici. Risposatosi con Angela Becchetti, nel 1704 ne ebbe un figlio che però morì l’anno successivo. Dopo aver dato alle stampe altre raccolte poetiche (sempre e solo in latino), si conquistò una certa fama e la stima di un numero considerevole di letterati: Magliabecchi, Apostolo Zeno, Anton Francesco Bellati, Gianettasio, Cocconato, Gian Giuseppe Orsi, Giovanni Campelli, Charles Dauchez, Jacques Vaniere e, soprattutto, Ludovico Antonio Muratori, col quale strinse amicizia. Il Ravasini ricusò costantemente ogni ricompensa e si astenne sempre, per una forma di ritrosia personale, dal comparire in pubblico. Scrivendo al medico Giuseppe Cervi, gli disse: Scis enim quam in cavendo externo decore sim negligens. Nonostante ciò il duca di Parma Francesco Maria Farnese, con privilegio del 12 aprile 1706, lo creò nobile coi suoi discendenti (privilegio registrato negli atti del Comune di Parma il 17 aprile dello stesso anno). Nel 1712 il Ravasini raccolse tutte le poesie ancora inedite e le unì a quelle già pubblicate, che uscirono così in un’unica edizione. Morì per tabe e fu sepolto con onore nella chiesa della Steccata di Parma, ove sul suo sepolcro campeggia la seguente iscrizione: Qui nunc funerea pulvis iacet horridus urna virginei quondam scriptor amoris erat. Thomae Ravasinio nobili parmen. poetae praeclarissimo inventionis copia imitationis facilitate latini eloquii puritate eruditorum saniore iudicio veteribus facile comparabili qui aquas prata vineas sed in primis parthenii adeo cognomine sibi asserto suos erga virginem deiparam amores cecinit quod vivens ipse epitaphium paraverat Angela Becchetti Ravasina uxor moestiss. Obiit ob animi candorem morum integritatem et selectissimam eruditionem aulae patriae exteris omnibus ingenii sui desiderio relicto anno r.s. MDCCXV mensis augusti die XXVI aet. L.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 311-319; Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice II, 1935, 520; C.M.Piastra, in Aevum 24 1950, 72-80, e 29 1955, 85-87 e 145-158; M.Pellegri, Il poeta Ravasino nel 1711 salì sullo Sporno e sul Caio, in Gazzetta di Parma 24 agosto 1965; L.Grandinetti, L’iter montanum del poeta Tommaso Ravasini tradotto in versi italiani, in Parma nell’Arte 1 1970, 99-119.

RAVASINO, vedi RAVASINI

RAVATI
Parma 1782
Fu musico alla Steccata di Parma nel 1782.

FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1782; Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

RAVAZZONI ALFREDO
Casola di Tizzano 1 febbraio 1859-Parma 14 aprile 1936
Nel Conservatorio di Parma studiò pianoforte, composizione, tromba e trombone. Si esercitò poi privatamente nello studio del violino, del flauto, del clarinetto e dell’organo. Dal 1877 al 1893 partecipò come pianista a vari concerti dati a Parma e in altre città d’Italia e collaudò, con appositi concerti, ben venticinque organi. Fu pure, per alcuni anni, istruttore e direttore di bande musicali. Nel 1896 vinse, dietro regolare concorso, il posto d’insegnante di pianoforte complementare nel Regio Conservatorio di Parma, carica che occupò sino al suo collocamento a riposo per limiti d’età (1° ottobre 1929). Scrisse diverse composizioni per canto, pianoforte, organo, violino, orchestra e banda, tra le quali Berceuse, per violino e pianoforte (Bologna, Venturi).
FONTI E BIBL.: Alcari, Parma nella musica, 1931, 168; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RAVAZZONI AMEDEA
Parma 30 marzo 1906-Parma 14 agosto 1991
Diplomata in pianoforte nel 1926 e in organo nel 1927 al Conservatorio di Parma, insegnò in quell’istituto dal 1947 al 1976.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

RAVAZZONI CESARE
Langhirano 1943/1945
Da molti anni a contatto con le organizzazioni clandestine antifasciste parmensi dirette da Ferrari, Gorreri e Porcari, dopo l’8 settembre 1943 si prodigò nell’aiutare i soldati di stanza a Langhirano e nel recuperare armi e munizioni che sarebbero poi servite nel corso della lotta di Liberazione. Sospettato e fatto arrestare dai fascisti nel novembre del 1943, dopo un mese di detenzione e prima di venire processato, riuscì a fuggire dal carcere mandamentale con l’aiuto del maresciallo dei carabinieri lngravalle. Ritornato nel Parmense nel febbraio del 1944 dopo alcuni mesi trascorsi nel Bresciano, si recò nella zona di Rusino, dove, assieme a Ilio Cortese, organizzò i primi reparti della 47ª brigata Garibaldi. Prima di essere nominato intendente della brigata, prese parte al vittorioso combattimento di Traversetolo. Partecipò agli scontri armati di Langhirano (24 agosto 1944), a Capoponte, Madurera e in vari altri luoghi. Nel gennaio del 1945 venne chiamato come ufficiale addetto al Comando Unico Est Cisa, ove svolse incarichi di rilievo, ricoprendo anche le funzioni di giudice relatore al Tribunale militare di zona. Dopo avere contribuito alla preparazione delle fasi dell’attacco decisivo contro le forze armate nazifasciste, il Ravazzoni sfilò per le vie di Parma con il grado di comandante di brigata. Leonardo Tarantini, comandante unico della zona Est Cisa, dopo averne ricordato la rettitudine morale, lo sprezzo del pericolo dimostrato nei combattimenti, dice in un rapporto informativo: Cesare Ravazzoni ha dato la sua opera con grande spirito di sacrificio ed alto senso del dovere, mai smarrendosi o indugiando quando anche la sua famiglia era in pericolo e la sua casa distrutta. Subito dopo il 25 aprile 1945 il Ravazzoni venne nominato direttore provinciale dell’Ente Autotrasporto Merci. Fu inoltre gestore dell’Albergo della Posta di Langhirano. Colpito da infarto, si spense all’età di 47 anni.
FONTI E BIBL.: C. Melli, Langhirano e la sua memoria, 1982, 137-139.

RAVAZZONI DOMENICO
Parma 1892-1972
Durante la prima guerra mondiale fu tenente della 121a Squadriglia e si distinse nel cielo del Trentino: fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare. Libero professionista, poi professore di diritto dei trasporti nella facoltà di economia e commercio dell’Università di Parma, fu segretario di Giuseppe Micheli nel periodo in cui questi assunse incarichi ministeriali.

FONTI E BIBL.: Dall’intransigenza al governo, 1978, 480; Aviatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 15 maggio 1978, 3.

RAVAZZONI EVANGELISTA
Parma 2 aprile 1543-ante 1587
Figlio di Andrea e Antonia.Scrisse l’opera Stanze in forma di dialogo di M. Evangelista Ravazzoni Parmegiano. Ove con stil  piacevole, e familiare s’insegna l’Arte del nuotare in acqua. Al molto Illust. Sig. Conte Oratio Scotti (In Parma, appresso Erasmo Viotto, 1587), che fu pubblicata postuma dal fratello Francesco. Quest’ultimo, nella dedica (che ha la data del 5 giugno 1587), informa di aver trovato gli anni passati a sorte tra le scritture di M. Evangelista Ravazzoni mio fratello la presente Operetta fatta l’anno 1565, che la morte la quale avea tolto immaturamente da’ vivi Evangelista è in colpa dell’essere incolto ed imperfetto questo lavoro, che d’altra maniera ei lo avrebbe accomodato, se fosse vissuto, perché invero questa fu la prima bozza. L’opera consta di 17 carte non numerate, l’ultima faccia delle quali è bianca. Manca dell’ultima carta. Si tratta di un libro estremamente raro: l’unica copia conosciuta è quella che il Pezzana acquistò nel 1807 per la Biblioteca Ducale di Parma. Il poemetto, in ottava rima, è diviso in due parti. Il verso è scritto con grandissima agevolezza, ma spesso pedestre, e talvolta trascurato nelle rime (Pezzana). Da alcuni versi (So quel ch’ io dico, già due volte stato Sendo ne le Tirene onde bagnato) si ricava la notizia che il Ravazzoni navigò in almeno due occasioni nel Mar Tirreno.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 657-658.

RAVAZZONI GIOVANNI FRANCESCO
Parma ante 1676-Parma 1702
Fu accolto nel Collegio dei Giudici di Parma nell’anno 1676, depositario della Camera dei pegni. Insegnò diritto romano all’Università di Parma. Fu giubilato nel 1702.

FONTI E BIBL.: Archivio dell’Università di Parma, Mandati 1619-1675; Registro dé Mandati 1684-1701; F.Rizzi, Professori, 1953, 32.

RAVAZZONI GIUSEPPE
Cornia di Tizzano 1 ottobre 1904-Parma 16 febbraio 1944
A Cornia di Tizzano la famiglia del Ravazzoni possedette casa e terreni. Fu medico dotto e stimato, specializzato in tisiologia. A Parma ebbe una fittissima clientela: si prestava gratuitamente un giorno la settimana per i malati più poveri. Fu sepolto nel cimitero di Talignano.

FONTI E BIBL.: F. Barili, Tizzano, 1970, 90.

RAVAZZONI GUIDO
-Parma 25 novembre 1895
Prese parte alla guerra del 1870-1871 combattendo valorosamente a Pasques, a Prenois e a Digione, ove fu ferito e fatto prigioniero.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 novembre 1895, n. 327; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.

RAVAZZONI LOMBARDINO
1587-Parma febbraio 1641
Fu sacerdote e consorziale. Fece parte della Congregazione della fabbrica del Duomo di Parma, i cui reggenti, a ricordo dei meriti di benefattore del Ravazzoni, innalzarono un monumento funebre nella Cattedrale.

FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 44.

RAVAZZONI MARIA vedi MONTANARI MARIA

RAVAZZONI MARINO
Tizzano Val Parma 1910-Tizzano Val Parma 7 giugno 1999
Figlio di Attilio e di Carmela Codonici.1° Caposquadra del 4° Reggimento Camice Nere, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di Squadra esploratori, in giornate di duri combattimenti, assolveva il suo compito con perizia ed ardimento. Ferito gravemente, mentre la sua squadra era impegnata ad uno scontro con un forte nucleo nemico, continuava a combattere finché non sopraggiungeva un altro reparto ad impegnare il nemico. Bell’esempio di valore e senso del dovere (Alcañiz, Ermita di SantaBarbara, 19-20 marzo 1938).

FONTI E BIBL.: G.Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

RAVAZZONI PELLEGRINO
Parma 1782/1798
Raccoglitore di notizie sugli artisti parmigiani, compilò alcune Notizie di artisti parmigiani (nel codice ms. n. 1599 della Biblioteca Palatina di Parma).

FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 764.

RAVAZZONI VINCENZO
Parma 1831
Figlio di un parrucchiere, durante i moti del 1831 fu rimarcato per uno dei maggiori perturbatori. Portava e seminava notizie false onde incoraggiare i deboli a sostenere la rivolta. Fu inquisito ma non subì alcun processo.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 200.

RAVAZZONI VITTORINA, vedi DAZZI VITTORINA

RAVENET CARLO ANTONIO
Parma 18 aprile 1773-Villafranca sul Bierzo 1810
Figlio di Jean François, del quale fu anche allievo. Pur essendo inclinato alle arti figurative, si avviò alla carriera militare sotto la corona di Spagna. A Madrid giunse nel 1797 e si sistemò provvisoriamente presso il fratello Giovanni. Nel 1806 risulta presente nel Regno d’Etruria (sicuramente giuntovi con le sue milizie al seguito del generale Gonzales O’Farril) e trascorse un periodo di licenza con i familiari (nota del nipote Luigi Casapini, a margine della lettera del Ravanet al padre, da Livorno, 12 marzo 1806, in Archivio di Stato, Parma, serie Casapini). Fu cadetto delle guardie Vallone per quattro anni e, dopo la riforma di tale corpo, passò al Reggimento di Zamora col grado di sottotenente. Morì da eroe quattro anni dopo nel Leòn, in battaglia.

FONTI E BIBL.: Arte a Parma, 1979, 198; D. Manfredi, Giovanni Ravenet, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1989, 389.

RAVENET EQUES o FILIUSFo LE FILS o FRANCESCO o FRANCESCO SIMONE o FRANÇOIS o GIAN FRANCESCO, vedi RAVENET SIMON JEAN FRANÇOIS

RAVENET GIOVANNI FRANCESCO
Sala 27 marzo 1766-Madrid 1821 c.
Nacque da Simon Jean François e da Angelique Bunel. Fu battezzato due giorni dopo nella chiesa parrocchiale dei Santi Stefano e Lorenzo dall’arciprete Cesare Leone Barozzi e fu sua madrina Marie Binet, moglie di Jean Bunel, ambedue di nazionalità francese. Frequentò l’Accademia di Belle Arti di Parma, della quale il padre era professore, e si può supporre che abbia frequentato l’ambiente degli artisti fin dai primi anni di scuola. Nel 1784 ottenne il primo premio, per il disegno e la composizione, all’Accademia di Belle Arti di Parma (F. Razzetti). Il Ravenet partecipò, in qualità di disegnatore e ritrattista, alla spedizione navale spagnola, guidata dal Malaspina, del 1791. Lasciò Parma il 22 marzo di quell’anno e si portò a Genova. Qui, presso Carlo Longhi, si unì al pittore Fernando Brambilla e con costui, il 4 aprile, proseguì il viaggio, per via marittima, alla volta di Barcellona. Giunti nella città catalana, i due artisti si trasferirono a Madrid in carrozza. Nella capitale, il segretario di Greppi procurò loro un lasciapassare per il porto della Coruña.Là si imbarcarono sulla fregata postale El Cortés. La nave salpò il 14 giugno e giunse a Veracruz il 10 novembre di quel medesimo 1791. A Madrid i due avevano ricevuto una lettera di presentazione per il conte di Revillagigedo, viceré della Nuova Spagna, perciò da Veracruz si diressero a Città del Messico,  dove il viceré comunicò loro che dovevano portarsi ad Acapulco, ove le corvette avrebbero sostato fino a dicembre. Per mettersi all’opera, il Ravenet non attese di essere effettivamente incorporato nella spedizione. Già a Città del Messico disegnò alcune vedute della città. Però la prospettiva non era il suo forte e ciò lo indusse ad abbandonare quel genere figurativo (lasciando che se ne occupasse Fernando Brambilla, che, viceversa, vi eccelleva) e a dedicarsi esclusivamente alla ritrattistica e agli aspetti etnografici. La prima occasione per cimentarsi nella rappresentazione di alcuni tipi umani gli si presentò proprio nella capitale del Messico: vi eseguì una veduta di una pulqueria. Tale disegno ha valore più storico che artistico, trattandosi di rarissimo documento concernente quell’aspetto di vita quotidiana novo-ispana. Il Ravenet si cimentò ancora in una rappresentazione della città messicana di Queretaro, disegnò (con una certa grazia) un palmipede e quindi si indirizzò risolutamente verso i tipi umani. L’efficace ritratto di due indigeni nord-americani è la sua prima opera conosciuta in questo genere. Giunto ad Acapulco, nell’attesa della partenza per l’Asia, il Ravenet lavorò a rifinire (o a ridisegnare) lavori eseguiti in precedenza da altri disegnatori. Appartengono a questo periodo la coloritura di una veduta del Puerto del Desengaño e, probabilmenbte, alcune figure di creoli e indigeni messicani e peruviani. Questi lavori sono tra i meno rappresentativi delle capacità del Ravenet, in quanto egli risentì del non aver personalmente osservato i personaggi raffigurati. Il meglio di sé il Ravenet sicuramente lo diede dopo la partenza dal Messico, che avvenne il 20 dicembre 1791. I primi ritratti di indigeni furono eseguiti nell’isola di Guam (Marianne). Vi fu ritratto pure un indigeno delle Caroline, che si trovava su quell’isola. La tappa successiva della spedizione fu alle Isole Filippine, ove le corvette sostarono o si mossero tra un’isola e l’altra, dal 26 marzo al 15 novembre 1792. Manila, capitale del possedimento spagnolo, in quel momento attraversava una certa crisi economica ma non mancavano mercanti di varie razze. Così il Ravenet ebbe agio di sfoggiare le sue capacità di ritrattista. Ritrasse creoli, indigeni, meticci, cinesi e perfino un mercante armeno. Particolarmente interessante è una veduta del quartiere cinese di Pariàn, ove si svolgeva un animatissimo mercato. Anche in questo caso il disegno ha un notevole valore storico poiché non molto tempo dopo il Re di Spagna ordinò la demolizione dell’intero quartiere. Il gruppo più interessante dei disegni filippini fu eseguito dal Ravenet sulle montagne attorno a Manila, ove viveva una tribù non ancora assoggettata. Quegli uomini non appartenevano al gruppo etnico della popolazione della costa e avevano tratti somatici spiccatamente negroidi. Il Ravenet entrò in dimestichezza con Andahuat, capo di quella tribù, e ciò lo facilitò nel compito di ritrarre molti personaggi. Rilevanti, in particolare, appaiono un busto di giovane indigena e una scena di ballo. Quella tribù in seguito si estinse e ciò conferisce immenso valore etnologico alle testimonianze grafiche del Ravenet. Un’opera di preminente interesse storiografico è quella in cui viene illustrata la morte del naturalista Pineda: essa fu eseguita sulla base della descrizione di un testimone oculare. La spedizione si diresse quindi alla costa orientale dell’Australia (dopo una breve puntata alla Nuova Zelanda) e sostò a Port Jackson, presso Botany Bay. Le corvette vi giunsero il 12 marzo 1793. Gli Inglesi avevano fondato la loro colonia da pochi anni. Essa era popolata essenzialmente da forzati britannici ma, naturalmente, non mancavano i funzionari governativi e gli ufficiali del distaccamento, e costoro fecero un’ottima accoglienza agli Spagnoli. Gli Inglesi, presto avvedutisi delle notevoli capacità del Ravenet, a gara gli chiesero di ritrarli, per poi inviare alle famiglie i disegni. Il Ravenet accontentò certamente molti Inglesi, ma non uno di tali lavori ha potuto essere rintracciato. Invece è rimasto qualche suo schizzo di indigeni, ma non sono tra i suoi migliori. Abbandonata l’Australia, la tappa successiva fu alle Isole del Vavao. In quello sperduto arcipelago i navigatori vissero certamente le più felici giornate di tutto il loro viaggio. Per i disegnatori, quelli furono anche giorni d’intenso lavoro. Il Ravenet ritrasse capi e popolani, fissò scene di balli e costumi indigeni. Appartiene a questa fase anche il più curioso ritratto conosciuto del Malaspina: il comandante è colto dal Ravenet in un momento di riposo, mentre si lascia pettinare da due giovani indigene. Al Vavao fu eseguito anche il più singolare, oltre che uno tra i più belli, dei disegni del Ravenet. Esso raffigura una fanciulla europea, abbigliata alla panamense, distesa su un’amaca. Approssimandosi infatti il giorno della partenza, gli indigeni cominciarono a insistere affinché gli stranieri la differissero. I viaggiatori replicarono che desideravano riunirsi alle famiglie e, soprattutto, alle compagne lasciate in patria. Per mostrarne concretamente le fattezze, il Ravenet disegnò la fanciulla distesa, colta in espressione di pensosa attesa. Il ritratto ebbe grande successo: narra il Malaspina che il re Vuna, ammirato, gli chiese di accettare a bordo uno dei suoi congiunti affinché sposasse alcune europee e le conducesse quindi al Vavao. La spedizione lasciò le Isole del Vavao il 1° giugno 1793, diretta al Callao, ove giunse il 23 luglio. Nel Perù, probabilmente, il Ravenet eseguì alcuni schizzi di creoli. Le corvette, dopo aver doppiato Capo Horn, si trovarono nel gennaio 1794 alle Isole Malvine. A Port Egmont, il Ravenet fissò in due disegni, quasi uguali, Alessandro Malaspina e José Bustamante intenti alle misurazioni di gravità con il pendolo semplice: tali lavori, da cui nel 1885 fu tratta un’incisione, sono tra i più noti del Ravenet. La spedizione Malaspina, dopo aver sostato alquanto a Montevideo, attraversò nuovamente l’Oceano Atlantico e giunse a Cadice il 21 settembre 1794. Terminato il viaggio, un gravoso compito attendeva il Malaspina: quello di coordinare la raccolta, il riordino e il perfezionamento dei materiali riportati, nonché la stesura delle relazioni che, con la cartografia, avrebbero dovuto essere pubblicate quanto prima. Per far ciò, il comandante chiese al ministro Valdés che rimanessero a sua disposizione alcuni ufficiali e i due disegnatori, Brambilla e il Ravenet. Questi ultimi, in particolare, dovevano completare i disegni che poi, incisi su lastra, avrebbero corredato la pubblicazione. La richiesta del Malaspina fu accolta e il Ravenet, con gli altri, si portò a Madrid e iniziò prontamente il lavoro. Il comandante però ritenne che i risultati non fossero adeguati alla qualità che lui intendeva imprimere alla pubblicazione, cosicché chiese che al Ravenet venisse affiancato un altro artista, più abile e più calligrafico nel tratto. L’autorizzazione fu concessa il 20 luglio 1795: in tal modo Luis Clavet, professore presso l’Accademia di San Fernando, si aggregò all’équipe e il lavoro fu sostanzialmente concluso in circa tre mesi. Il Malaspina si ritenne soddisfatto delle prestazioni del Ravenet e si preoccupò affinché, con l’esaurirsi dell’incarico, egli non si trovasse disoccupato e a mal partito. In effetti il contratto legava il Ravenet alla Real Armada per il solo periodo della spedizione. Tuttavia nelle trattative che ne avevano preceduto la stipulazione era stata prospettata al Ravenet la possibilità che, in seguito, venisse trovato per lui un altro confacente impiego, sempre in Spagna. Il comandante propose quindi al ministro che al Ravenet venisse riconosciuto il grado di Alfiere di Fregata o di Vascello e che venisse aggregato al corpo degli Ingegneri della Marina. Questa volta la richiesta del Malaspina fu respinta (11 novembre 1795). Si è voluto vedere in tale rifiuto un giudizio negativo sulle capacità del Ravenet. In realtà, il ministro Valdés stilò la sua risposta negativa appena due giorni prima di essere allontanato dal governo per opera del primo ministro Manuel Godoy. Nella notte tra il 23 e il 24 di quello stesso mese anche il Malaspina venne arrestato, con l’accusa di aver ordito un complotto contro la corona di Spagna. Indipendentemente dal giudizio professionale sul Ravenet, non è azzardato supporre che il Valdés, conscio della precarietà della propria posizione e avendo inoltre già percepito (come tutti, a Corte, del resto) la situazione ancor più compromessa del Malaspina, abbia preferito non indebolirsi ulteriormente attraverso un’ennesima adesione ai desideri dell’ufficiale. Sta di fatto che, con l’arresto del Malaspina, fu accantonato il progetto di pubblicare le relazioni della spedizione, gli ufficiali furono rinviati ai rispettivi dipartimenti e il Ravenet rimase per un certo tempo praticamente inoperoso. Tuttavia non gli fu sospeso lo stipendio convenuto. Nel gennaio del 1798 il governo dispose che il Ravenet, Brambilla e il botanico Louis Neé dessero l’ultima mano ai rispettivi lavori, però con la retribuzione ridotta a 12000 real annui in luogo dei 27000 pattuiti per il tempo del viaggio. I due artisti inoltrarono una supplica affinché quella decurtazione venisse revocata e il 26 febbraio essa fu accolta. In quello stesso anno il Ravenet si ammogliò. La sposa, Maria Josefa Marentes y Bebiàn, era vedova di un intendente della Marina. Al matrimonio, che avvenne il 30 marzo, assistette anche Carlo, fratello minore del Ravenet, che da qualche tempo si era trasferito in Spagna. Il Ravenet, evidentemente preoccupato per le nuove responsabilità familiari, lasciò che la moglie supplicasse la Regina affinché gli venisse concesso un impiego non distante dalle residenze reali. Il Re concesse che il Ravenet potesse continuare a lavorare ma non si conosce quali istruzioni, concretamente, gli siano state date, nè in che cosa potesse consistere quella prosecuzione del lavoro, dato che i lavori di perfezionamento del materiale relativo alla spedizione erano sostanzialmente già terminati fin dal 1795. In definitiva, si ha la sensazione che il governo preferì continuare a retribuire il Ravenet, lasciandolo di fatto quasi inoperoso, anziché affrontare con risolutezza il problema dalla sua destinazione. Attorno al 1802 dovette nascere Pepita, sua primogenita, Carlotta nacque verso il 1806, due anni dopo vide la luce il primo maschio, Juanito, e ancora una femmina nacque successivamente (prima del 1816). Nell’aprile del 1804 il Ravenet informò il padre che il fratello Carlo era stato nominato ufficiale del reggimento di Zamora. In quell’anno, probabilmente a causa delle cattive condizioni dell’erario, al Ravenet fu sospeso il salario. Egli inviò allora una seria di suppliche attraverso le quali fu nuovamente esposta la sua difficile situazione. Anche la moglie ebbe una parte in quell’azione. Nel 1810 al Ravenet toccò il compito di comunicare al padre la notizia della morte di Carlo, avvenuta durante la battaglia di Espinosa, a Villafranca del Bierzo (Leòn). Qualche anno dopo il Ravenet fu colpito dal decreto reale che ordinava a tutti gli stranieri residenti a Madrid di lasciare il paese. Nel 1816, scrivendo al padre dal campo profughi di Alais, in Francia, lo aggiornò sugli ultimi avvenimenti, che non erano affatto lieti (tra altre disavventure, vi fu anche il tentativo, da parte di una parente della moglie, di defraudarla di un’eredità). Nel 1821 il Ravenet rientrò nuovamente in Spagna e da Madrid scrisse alla sorella Sofia. Il padre nel frattempo era morto. Il Ravenet chiese alla sorella una copia del contratto del 1791. Si ignora per quale motivo il documento gli servisse, ma si può immaginare che egli intendesse allegarlo a un’ennesima supplica. Tale lettera costituisce l’ultimo documento conosciuto del Ravenet. Dato che l’atto gli fu spedito, si crede che il Ravenet sia morto in quello stesso anno, prima di potersene servire.

FONTI E BIBL.: Arte a Parma, 1979, 198; D. Manfredi, Giovanni Ravenet, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1989, 392-402; Gazzetta di Parma 26 gennaio 1998, 5.

RAVENET GIOVANNI FRANCESCO, vedi anche RAVENET SIMON JEAN FRANÇOIS

RAVENET JEAN FRANÇOIS o SIMONE o SIMON FRANÇOIS, vedi RAVENET SIMON JEAN FRANÇOIS 

RAVENET SIMON JEAN FRANÇOIS
Parigi 18 maggio 1737-Parma 16 aprile 1821
Figlio di Simon François. Dopo aver seguito il padre, anch’egli incisore, a Londra (dal 1745), ricevendone la prima formazione artistica, si trasferì a lavorare a Parigi, da dove giunse a Parma nel 1759 su segnalazione del Caylus, diventando insegnante all’Accademia di Belle Arti. Consigliere con voto dell’Accademia di Belle Arti, fu anche incisore di Corte e insegnante di lingua inglese di Filippo e Ferdinando di Borbone. Il primo lavoro di un certo impegno che vide occupato il Ravenet alla Corte parmense fu l’incisione delle tavole per il volume celebrativo delle nozze tra Ferdinando di Borbone e Maria Amalia (1769), a fianco di Ennemond Petitot, preparatore dei disegni, e di altri incisori, tra i quali Giovanni Volpato e Benigno Bossi. L’altra grande impresa del Ravenet iniziò nel 1778 con la serie di stampe tratte dalle opere del Correggio conservate a Parma, lavoro portato avanti lentamente fin quasi alla fine del secolo. Su pressioni del Flavigny, sottoscrissero l’iniziativa sia la Corte di Francia che quelle di Spagna e di Napoli. Inizialmente Parigi dispose l’acquisto di quattro esemplari di ogni incisione, ma poco dopo, adeguandosi al numero richiesto dalla Corte di Spagna, elevò il quantitativo a sei. La prima di tutta la serie fu l’incisione della cosiddetta Madonna della scodella, di cui il Flavigny annunciò l’invio alla Corte di Francia già in data 10 gennaio 1779. L’operosità del Ravenet continuò, lentamente ma regolarmente, negli anni successivi, così come continuarono regolarmente gli invii alle corti.  Dalla periodicità di queste spedizioni si ha un preciso indizio della sollecitudine con la quale il Ravenet attese, al di fuori di altri impegni, alla riproduzione del ciclo correggesco. Un interessamento che non superò una stampa all’anno, se si esclude il 1782, in cui portò a termine anche le portrait de l’Infant, lequel doit être mis à la téte de la collection des oeuvres du Corrège. Allorché, in seguito alla morte del conte di Vergennes, nel 1787 il ministero degli affari esteri francese fu occupato dal conte di Montmorin-Saint Hérem, il Flavigny trattò con il nuovo dirigente la continuazione della sottoscrizione alle incisioni del Correggio del Ravenet, prospettando che l’operosità dell’artista avrebbe potuto continuare con la riproduzione delle opere del Parmigianino. Nel 1797 la serie delle incisioni del Correggio, iniziata nel 1778, non risultava che di quindici stampe. È evidente che le vicende politiche influirono sulla laboriosità del Ravenet. Con la decapitazione dei monarchi e la costituzione della Repubblica, fu anche disattesa la sottoscrizione della Corte francese. Nell’estate dell’anno 1797 il Ravenet chiese al governo francese l’autorizzazione di continuare a soggiornare a Parma per condurre a termine l’opera iniziata su commissione di Ferdinando di Borbone, senza dover rinunciare à la qualité de citoyen français. Al di là di questo spirito patriottico, la petizione del Ravenet tendeva anche a riallacciare i rapporti di sottoscrizione alle sue incisioni da parte del governo repubblicano. Tenuto conto della situazione politica in cui in quell’anno versava il Ducato di Parma e Piacenza, non sorprende che, per ottenere quanto chiedeva, il Ravenet si rivolgesse al ministro plenipotenziario francese presso la Repubblica ligure, anziché a Giuseppe Bonaparte, rappresentante francese a Parma. Avute informazioni lusinghiere (soprattutto da un esposto del ministro parmense Cesare Ventura), in data 25 agosto 1797 il Faipoult le trasmise al ministero degli esteri a Parigi. Nel suo dispaccio non solo appoggiò la richiesta del Ravenet in merito alla questione della cittadinanza, ma sottolineò anche la sua comprensibile ambizione di vedere acquistate le sue incisioni, tramite il direttorio, dalla sua nazione. Dopo il 1797 il Ravenet avrebbe inciso soltanto altre cinque stampe del Correggio, se è esatto il computo che vuole composta di dodici incisioni la serie da lui ricavata dal ciclo pittorico della Cattedrale e di otto quella dalla chiesa di San Giovanni di Parma. Ma l’elenco non è probabilmente esauriente. Oltre che non tenere conto che delle incisioni correggesche, trascura gli esiti della nota e tribolata vertenza intercorsa nel 1803 tra il vescovo Adeodato Turchi e Moreau de Saint-Méry, quando si trattò, per ordine di  Napoleone Bonaparte, di curare una nuova serie di incisioni (dopo quelle del Rosaspina, pubblicate nel 1800 dal Bodoni) dei famosi affreschi del Correggio nella cosiddetta Camera di San Paolo. Una controversia nella quale il Ravenet si schierò a favore dell’équipe incaricata dell’esecuzione. Nel 1782 il Ravenet fu nominato capitano di cavalleria per meriti artistici (il titolo decadde dal 1791). La sua attività fu valorizzata (e la sua influenza crebbe) durante il periodo napoleonico: essendo di nazionalità francese, godette in particolare della fiducia di Moreau de Saint Mery (G.Allegri Tassoni, La vertenza fra il governo francese e il vescovo di Parma per la Camera di S. Paolo, Aurea Parma XXXI 1947, 88-94). Si sposò tre volte: nel 1765 con Angelica Bunel, nel 1777 con Maria Elisabetta Ortalli e nel 1798 con Antonia Caro Idrogo. Collaborò con il Giornale del Taro dal 1812 al 1813 con articoli di astronomia e curiosità.

FONTI E BIBL.: Basan, 1767, 406; Gori Gandellini, 1771, III, 143; Fuessli, 1779, 538; Strutt, 1785, II, 260; Huber-Rost, 1804, III, 130-133; Basan, 1809, II, 118; A. De Angelis, 1814, XIII; De Angelis, Notizie degli Intagliatori, XIII, 1814, 231-232; Arte incisione a Parma, 1969; Stanislao da Campagnola, in Aurea Parma 1 1978, 25-29; M.Dall’Acqua, Terza pagina della Gazzetta, 1978, 313; Arte a Parma, 1979, 368-369; A. Musiari, Neoclassicismo senza modelli. L’Accademia di Belle Arti di Parma tra il periodo napoleonico e la Restaurazione (1796-1820), Parma, Zara, 1986; G.Manfredi, Giovanni Ravenet, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1989, 389; Parma nell’Arte 1989-1990, 125; Enciclopedia di Parma, 1998, 565.

RAVENNA PIETRO
Parma 1560-Bologna 14 luglio 1630
Entrò nei Gesuiti, con sede a Bologna, nel 1585. Fu Coadiutore temporale. Morì all’età di settanta anni.

FONTI E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 308.

RAVENNA SAMUEL ZECHARJA
Busseto XVIII secolo
Rabbino e scrittore israelita. Visse a Busseto nel XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: M. Mortara, Rabbini e scrittori israeliti, 1886, 53.

RAVINI LUIGI
1842-Parma 20 gennaio 1891
Avvocato, fu Maggiore garibaldino e prode combattente dei Mille. Fu insignito di medaglie al valor militare, avendo combattuto da eroe nelle campagne risorgimentali del 1859, 1860, 1866 e 1867.

FONTI E BIBL.: G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 135.

RAZZA CARLO
Parma seconda metà del XVII secolo
Intagliatore attivo nella seconda metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 227.

RAZZABONI GIOVANNI
Pisa 1880-Parma 1953
Medico. Si trasferì a Parma nel 1921, dopo un tirocinio a Bologna e a Camerino. A Parma il Razzaboni fu dapprima chiamato a dirigere l’Istituto di Patologia chirurgica e dal 1932 al 1951 (anno in cui, per raggiunti limiti di età, fu costretto ad abbandonare l’insegnamento) tenne la cattedra di Clinica chirurgica. Preside di Facoltà e Rettore Magnifico dal 1938 al 1942, ebbe fama di ottimo chirurgo e godette di una popolarità notevole. Fu autore di una vasta opera scientifica che ne attesta il valore (l’opera principale è il Trattato di prognostica medica).

FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 126-127; Enciclopedia di Parma, 1998, 565.

RAZZETTI ERMANNO
Parma 4 aprile 1868-Contrada Basco 1 luglio 1916
Figlio di Giovanni Antonio e Filomena Barilla. Maggiore nel 162° Reggimento Fanteria, comandante del 1° Battaglione, fu decorato di medaglia d’argento e di bronzo al valor militare. Morì in combattimento sul Monte Interrotto colpito al cuore. Fu sepolto sul Monte Interrotto.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Mantova 9, 11 e 20 luglio 1916, 22 e 23 giugno 1917; La Provincia di Mantova 9 luglio 1916; Il Cittadino 9 e 11 luglio 1916; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 208.

RE CLAUDIO
Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 169.

RE FRANCESCO
Soragna 1757-post 1802
Falegname. Seppe distinguersi nella sua professione con opere di buona ed elegante fattura: il confessionale che eseguì nel 1802 per l’oratorio di Santa Croce ne è un valido esempio.

FONTI E BIBL.: B. Colombi, 1975, 208; Il mobile a Parma, 1983, 262; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 298.

RE GIUSEPPE
Soragna-1840
Falegname, appartenne alla stessa famiglia di Francesco. Fu autore degli inginocchiatoi del coro e della balaustra nella chiesa di Castellina San Pietro (1806-1807) e del letturino per la chiesa di Carzeto (1813).

FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 262; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 298.

RE PAOLO
Soragna ultimi decenni del XVIII secolo
Intagliatore, appartenente alla stessa famiglia di Francesco. Operò a Soragna negli ultimi decenni del XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 298.

RE, vedi anche DEL RE

REALI COSIMO BATTISTA
Parma-post 1667
Fabbricatore di sordine attivo a Parma nell’anno 1667. A Berlino è conservata una sua pochette in palissandro, datata 1667.

FONTI E BIBL.: H.Vercheval, Dizionario del violinista, 1924; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

REBALDO, vedi ALCIATI ARIALDO

REBOLIA CRISTOFORO
Lugagnano 19 ottobre 1816-Parma 20 novembre 1891
Compiuti gli studi matematici all’Università di Parma con ottimi risultati, ebbe l’incarico dell’insegnamento del calcolo infinitesimale e differenziale presso la stessa Università, dove rimase per trent’anni. Nel corso della sua lunga e operosa carriera, il Rebolia fu Preside della facoltà di matematica e cancelliere dell’Università. Gli eventi politici del 1859 non gli furono favorevoli: esonerato dall’insegnamento ed espulso dall’Università, si ritirò a vita privata continuando sia gli studi di matematica sia gli studi classici.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 novembre 1891; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 352-353; P. Marchettini, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 226.

REBUCCI AUGUSTO MARIO
Novi di Modena 1873-novembre 1941
Giunse nel 1900 a Salsomaggiore per assumere l’incarico di segretario comunale. Si appassionò ai problemi della stazione termale e ne fece motivo di studi e di ricerche che gli permisero di portare a livello di stampa e di pubblica opinione (da oratore efficacissimo e giornalista pungente ed elegante quale fu) tenaci e aggiornate battaglie per la statizzazione dell’industria termale e per il coinvolgimento del Comune di Salsomaggiore allo sviluppo di un modello di stazione termale sull’esempio delle villes d’eau europee. Fu abilissimo a conquistare alla causa l’impegno di uomini di governo, che tenne aggiornati con le sue relazioni, le proposte e i progetti. Nel 1910 fece approvare la legge sull’introduzione della tassa di soggiorno di cui beneficiarono tutti i Comuni a economia turistica, ma fin dal 1906 e forse ancor prima iniziò a tessere quegli intrecci politici che portarono nel 1913 al varo della legge speciale per Salsomaggiore e quindi alla costruzione delle Terme Berzieri. Per questa azione fu appoggiato in Parlamento dal deputato socialista Agostino Berenini, ma riuscì a coinvolgere anche la Casa Reale. Godette infatti della stima personale di Margherita di Savoja, ospite assidua di Salsomaggiore, e a lei si rivolse in più occasioni anche per sollecitare provvidenze sociali e strutture termali gratuite per le classi povere e i fanciulli scrofolosi che necessitavano della cura salsoiodica. Come giornalista, il Rebucci elesse a sua tribuna preferita il Salsomaggiore, giornale che egli stesso diresse per quasi venti anni: da quelle pagine condusse quelle accese battaglie che contribuirono a creare una coscienza termale. Ma collaborò anche a riviste e quotidiani nazionali, dalla Illustrazione Italiana al Corriere della Sera, al Resto del Carlino e al Giornale d’Italia. Fu anche un appassionato cultore di arte: dei suoi amichevoli rapporti con artisti, tra cui lo scultore Leonardo Bistolfi e il direttore d’orchestra Cleofonte Campanini, si conserva documentazione nell’archivio di famiglia. Dopo la costruzione delle Terme Berzieri, che furono un segno tangibile del suo lavoro e per le quali il Rebucci ricevette molti elogi pubblici, i rapporti con i gestori dell’industria termale si incrinarono. Nel 1923 si trasferì a Roma, chiamato a incarichi superiori grazie all’indiscussa competenza tecnica che Mussolini stesso gli riconobbe. Fondò nel 1924 la Rivista delle Stazioni di Cura, Soggiorno e Turismo e venne nominato dapprima ispettore per i Comuni delle stazioni di cura e di soggiorno, poi presidente della Federazione nazionale degli stessi. In questa veste ispirò nel 1926 la legge che prevedeva l’ordinamento urbanistico delle stazioni di cura e di soggiorno. Da Roma tuttavia continuò a occuparsi della situazione salsese e in particolare seguì le vicende per la costruzione della chiesa di San Vitale intrattenendo con l’arciprete Giulio Razza un dialogo epistolare che è documentato nell’archivio della parrocchia. Chiamato anche alla direzione generale del turismo nel Ministero della cultura popolare, promosse l’istituzione della cattedra d’idrologia presso la facoltà di medicina dell’Università di Roma. Morì durante un viaggio di ritorno dalla Libia, dove era stato chiamato ad assolvere l’incarico di commissario per l’amministrazione straordinaria dell’Ente Turismo in Libia.

FONTI E BIBL.: V. Lischi, Un pioniere dello sviluppo termo-climatico e balneare italiano, in Terme e Riviere ottobre 1924; E. Savino, Nazione operante, 1928, 726; La morte di Augusto Mario Rebucci  (articoli di V. Lischi, A. Bussi, A. Valenti), in Terme e Riviere novembre 1941; Augusto Mario Rebucci, in Salsomaggiore Illustrata dicembre 1941; Augusto Rebucci ha chiuso la sua vita operosa, in Salsomaggiore (numero speciale) 4 dicembre 1941; Tra Liberty e Déco: Salsomaggiore, 1986, 166-168.

REDENTI ALBERTO
Parma 1 ottobre 1835-Parma 19 gennaio 1899
Compiuti gli studi giuridici, si laureò il 26 luglio 1856. Nell’anno accademico 1862-1863 fu incaricato dell’insegnamento della Statistica nell’Ateneo di Parma e dal 1865 al 1867 coprì la carica di professore straordinario d’Introduzione allo studio delle scienze giuridiche e Storia del diritto. Nell’ottobre del 1867, essendosi proceduto al riordinamento degli studi affini nella facoltà di legge, il Redenti, essendo il più giovane dei docenti, dovette abbandonare l’insegnamento. Nel 1873 fu nominato a succedere al Bianchi nell’insegnamento del Codice civile, incarico che mantenne poi tutta la vita. Non lasciò molti scritti perché ogni sua cura fu rivolta all’insegnamento, all’amministrazione della cosa pubblica e all’esercizio di avvocato, ma i suoi principi si ritrovano nei discorsi pronunciati nei pubblici consigli (fu consigliere comunale, consigliere e deputato provinciale, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, Presidente del Consiglio dell’Orfanatrofio, membro del Consorzio universitario) e in molte memorie forensi. Nello studio Intorno alle riforme del codice civile, il Redenti sollecitò delle riforme a una legislazione incompatibile con le condizioni dello Stato italiano.

FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 91-92.

REDENTI ENRICO
-Parma 11 dicembre 1909
Fu volontario nelle campagne risorgimentali del 1859 e 1860.Seguendo la carriera delle armi (raggiunse il grado di Colonnello), prese parte anche alla guerra del 1866.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 dicembre 1909, n. 344; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.

REDENTI ENRICO
Parma 15 dicembre 1883-Parma 2 gennaio 1963
Nacque da Alberto, avvocato e professore di diritto civile, e da Lidia Bissoni. Studiò nella città natale e a Roma, dove si laureò, non ancora ventunenne, in giurisprudenza. Dopo la laurea continuò gli studi, specialmente in diritto processuale civile, sotto la guida di Simoncelli e Chiovenda, e in quella materia conseguì giovanissimo la libera docenza: a soli ventitré anni venne chiamato all’Università di Camerino. Dopo una parentesi di studi presso l’Ateneo di Berlino, passò a insegnare a Perugia, a Parma e, infine, nel 1916 fu chiamato dall’Università di Bologna, dove per quasi quarant’anni tenne la cattedra di diritto processuale civile. Dell’Università di Bologna fu nominato Rettore dopo il 25 luglio 1943. Nell’anteguerra e poi dal 1954 al 1959 ricoprì la carica di Direttore dell’Istituto di applicazione forense.In precedenza, contemporaneamente al magistero bolognese, dal 1928 all’inizio della seconda guerra mondiale, aveva insegnato diritto commerciale all’Università Bocconi di Milano. Fu membro di tutte le numerose commissioni ministeriali che si succedettero dopo il 1919 per la riforma della legislazione sul processo civile, nonché della commissione ministeriale per la riforma del codice civile e della commissione per il codice italo-francese delle obbligazioni. Le prime esperienze forensi del Redenti risalgono agli anni precedenti alla laurea, nello studio di Cesare Vivante. Poi, sempre a Roma, esercitò la libera professione in collaborazione, tra gli altri, con il senatore Antonio Scialoja. Esercitò anche a Parma, a Bologna, dove ebbe a collaboratore per un decennio Arturo Carlo Jemolo, e contemporaneamente a Milano e a Roma. A partire dal 1954 fu Presidente del Consiglio degli Ordini Forensi di Bologna, sua patria di elezione, e tale carica ricoprì fino alla morte. Portò nell’esercizio della professione non solo la profondità della sua dottrina, ma anche la limpida acutezza del suo ingegno, un raro equilibrio e una rettitudine esemplare. Durante la prima guerra mondiale fece parte del corpo della giustizia militare come addetto al Ministero delle Armi e Munizioni, raggiungendo il grado di Tenente colonnello: per i suoi meriti fu insignito dal governo francese delle Croce di cavaliere della Legion d’Onore. La produzione di scienziato del Diritto del Redenti è vasta e va dalla fondamentale monografia su Il giudizio civile con pluralità di parti (1911) al completo trattato di Diritto processuale civile (1947), basilare per intraprendere tali ordini di studi, passando per altri non meno pregevoli volumi su I contratti nella pratica commerciale (1931), Profili pratici del diritto processuale civile (1938), Legittimità delle leggi e corte costituzionale, Storia semantica di causa in giudizio, oltre a una messe assai cospicua di articoli, note, commenti e recensioni, le cui pagine più belle furono raccolte dallo stesso Redenti nei due volumi degli Scritti e discorsi giuridici di un mezzo secolo. Va ricordato che il Redenti diresse dalla fondazione la Rivista Trimestrale di Diritto e Procedura Civile e presiedette l’Associazione fra gli studiosi del processo civile. Dal 12 al 15 aprile 1963, a Venezia, presso la Fondazione San Giorgio, il Redenti presiedette il Congresso Internazionale di diritto processuale civile.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia Italiana, Appendice, II, 1948, 674; Gazzetta di Parma 3 gennaio 1963, 3.

REDI LUCA, vedi RETI LUCA

REGAGLIA FILIPPO, vedi REGALIA FILIPPO

REGALIA ETTORE
Parma 6 giugno 1842-Genova 11 dicembre 1914
Nacque da Priamo, magistrato, e da Dafne Malpeli. Dopo gli studi classici al Collegio Maria Luigia di Parma, cominciò il corso di matematiche, ma nel 1864 fu costretto a interrompere gli studi e a impiegarsi come scrivano straordinario presso il Ministero di Grazia e Giustizia in Torino e poi in Firenze. Alcuni suoi versi giovanili, composti appunto a Torino, ebbero l’encomio del Prati. Cominciò inoltre a farsi una notevole cultura osteologica, colpito (secondo quanto racconta il Papini) dall’affermazione del Cuvier che da un solo osso è possibile riconoscere il genere o la specie zoologica alla quale è appartenuto. Nella carriera giudiziaria il Regalia raggiunse, nel 1874, il grado di Vice Cancelliere di prima categoria. In una escursione nell’isola di Palmaria, il Regalia scoprì in una grotta resti animali e umani dell’età della pietra. Successivamente, cercando materiale osteologico di studio e di confronto nel Museo di Storia Naturale in Firenze, diretto da Enrico H. Giglioli, il Regalia fu da questi consigliato, per lo studio particolareggiato di alcune ossa umane, di rivolgersi al Museo Nazionale di Antropologia, dove ebbe occasione di conoscere Paolo Mantegazza, che da poco aveva fondato e dirigeva quell’Istituto. Il Mantegazza non tardò a riconoscere nel Regalia rare qualità di naturalista e riuscì a convincerlo ad abbandonare il suo impiego, proponendolo invece come Aiuto alla cattedra di Antropologia nel Regio Istituto di Studi Superiori, della quale il Mantegazza fu titolare fino al 1869. La prima nomina ministeriale fu fatta nel gennaio 1876 e riconfermata di anno in anno fino al 1908. Il posto di Aiuto e la libera docenza ottenuta nel 1881 per titoli (sebbene il Regalia non fosse laureato) furono i soli riconoscimenti ufficiali dati dall’Italia al suo valore scientifico. Nel 1908, abbandonato il suo posto di Aiuto, si ritirò a Cornigliano Ligure, vicino alla sorella Pia. Colpito da paralisi cerebello-spinale (per caduta), passò gli ultimi anni in Genova. Il Regalia fu Segretario della Società Italiana di Antropologia ed Etnologia dal 1875 al 1907, Vice Presidente nel 1907-1908 e infine socio onorario dal 1913. Fu membro corrispondente della Società Antropologica di Parigi, dell’isola di Cuba, della Società Veneto-Trentina di Scienze Naturali di Padova e della Société Linnéenne di Lione e cavaliere dell’Ordine della Rosa del Brasile. L’attività principale del Regalia e la sua passione dominante furono lo studio delle ossa umane e degli animali. La sua prima memoria, del 1873, è appunto intitolata Resti animali e umani dell’età della pietra della Palmaria. Osteologo profondo, cominciò nel 1883 a raccogliere una collezione importantissima di scheletri di vertebrati terrestri (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi), con lo scopo preciso di riunire un materiale abbondante, atto ai confronti per lo studio dei fossili quaternari. Nel 1901, quando il Regalia ne pubblicò una prima notizia nel volume commemorativo del XXX anno di vita della Società Italiana di Antropologia ed Etnologia, vi erano già rappresentati, della pensiola italica e delle sue isole, tutti i mammiferi, meno uno (il Sorex alpinus Schinz), 389 su circa 460 uccelli, quasi tutti i rettili e tutti gli anfibi, e del resto d’Europa e degli altri continenti 132 mammiferi e almeno 119 uccelli. Il Regalia continuò tuttavia a lavorarvi e a raccogliere nuovi materiali fino negli ultimi anni di vita, quando la collezione, nel 1913, fu venduta all’Istituto di Paleontologia umana di Parigi. Su questo importantissimo materiale il Regalia poté compiere molte ricerche, soprattutto sull’osteologia dei chirotteri e degli uccelli e la classificazione delle faune quaternarie, che, affidate a una notevolissima serie di memorie speciali, formano forse la parte più importante della sua opera scientifica, giacché il Regalia fu tra i primi in Italia a conoscere quale valore ha la paleontologia nello studio dei giacimenti preistorici che, rimasti per lungo tempo nel campo d’interesse dei soli archeologi, non furono mai esaminati con metodo scientifico naturalistico. I risultati che gli studi del Regalia dettero per la fauna della Grotta Romanelli, per quanto sconvolgessero le vedute dei preistorici ufficiali, furono, per l’Italia, una delle prime e più potenti affermazioni che il metodo naturalistico ebbe nel campo della Preistoria. Vivendo a fianco di Paolo Mantegazza, il Regalia si occupò, naturalmente, anche di antropologia e di etnologia: restano notevoli le ricerche sull’orbita, sulla sutura metopica, sulle anomalie numeriche delle vertebre e sulla craniologia dei Fuegini e dei Papuani, queste ultime compiute appunto in collaborazione col Mantegazza. Ma si occupò anche di psicologia con vera genialità fino dal 1883 e fu un precursore animoso di tendenze e di reazioni che soltanto negli ultimi anni si son potute affermare. La parte positiva dell’opera psicologica del Regalia consiste nella sua legge sul rapporto costante fra dolore e azione, che si può enunciare così: il dolore è l’antecedente costante e immediato dell’azione. Questa legge, e in questo è il suo gran merito, fu trovata dal Regalia indipendentemente da tutti e la sviluppò, la protesse, la dimostrò e la difese con più larghezza e vigore di tutti i suoi precedessori (Papini). Ma dove il Regalia riuscì forse a produrre il meglio di sé per acume critico e autonomia di pensiero, fu nelle discipline speculative. Oltre alle obiezioni sull’evoluzionismo materialistico dello Spencer e del citato Giuseppe Sergi, espresse in una serie di articoli sulla Rivista di Filosofia Scientifica (1893), formulò il suo pensiero filosofico nel trattato Dolore e azione. Nell’opera, uscita postuma (1916) con la prefazione di Giovanni Papini, il Regalia respinge la tesi che riduceva i fatti psichici a un puro movimento meccanico, sostenendo per converso che essi sono costituiti da ciò che nella realtà viene direttamente sperimentato e che i veri movimenti che ne propiziano la formazione sono la rappresentazione e il sentimento. Ed è proprio quest’ultimo, secondo il Regalia, a spingere l’uomo all’azione, soprattutto il sentimento di dolore, al contrario del piacere che tende naturalmente all’inazione. La sua concezione patogenetica è comprensiva di ogni forma di dolore, anche il più tenue, sino ad arrivare al fastidio e alla noia. Il Regalia estende a tutta la realtà la sua tesi, sino a fondare una metafisica pampsichistica, in cui la patologia di cui soffrono gli atomi nel loro processo formativo, contagerebbe le stesse aggregazioni di materia. Il Regalia visse e morì in disparte, apprezzato soltanto dai pochi che ebbero la fortuna di conoscerlo e trascurato dalla scienza ufficiale italiana, che non ne seppe riconoscere l’alto valore, così che le sue preziose raccolte, offerte dal Regalia a diversi musei italiani, vennero rifiutate per mancanza di spazio.

FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Diction. Intern. Ecrivains du Jour, 1891, II, 1662; Deganer, Wer ist’s?, II, 1906, 947; G. Papini, Ventiquattro cervelli, Ancona, 1913 (il capitolo XX è intitolato Ettore Regalia ed è lo stesso studio che fu pubblicato di nuovo come prefazione del volume Dolore e azione; A. Mochi, Commemorazione di Ettore Regalia, in Rendiconti delle adunanze della Società Italiana di Antropologia Archivio per l’Antropologia e la Etnologia XLIII 1913, 344-345; Necrologio, in Bullettino di Paletnologia Italiana 4 1914, 188; M. Boule, E. Regalia, in L’Anthropologie XXVI 1915, 168; Ettore Regalia psycologue, in L’Antrhopologie XXVIII 1917, 309; N. Puccioni, in Scienzati italiani, 1921, I, 196-202; Aurea Parma 2 1926, 86-87; G. Papini, Gli amanti di Sofia, Firenze, 1932, 7-29; G.S., in Enciclopedia Italiana, XXVIII, 1935, 985; B.Molossi, Dizionario biografico dei parmigiani, 1957, 127; S. Congia, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1994, 5.

REGALIA FILIPPO
Parma 14 novembre 1775-post 1852
Figlio di Giovanni. Entrò nel 1800 al servizio del duca di Parma, Ferdinando di Borbone, col grado di Sottotenente nel corpo del genio. Passò nel 1805 al servizio della Francia come Aggiunto al comandante del genio a Parma e fece le campagne del 1809 in Italia, Austria e Ungheria come Tenente dello Stato maggiore del genio e quelle dal 1810 al 1818 come Capitano degli zappatori e di Stato maggiore. Combatté a Raab nel 1809 rimanendovi ferito e a Cattaro ove cadde prigioniero degli Inglesi. Nominato nel 1814 Conservatore delle fortificazioni e poco dopo Capitano ispettore del genio e artiglieria nel Ducato di Parma, nel 1831, all’inizio dei moti rivoluzionari, ebbe il grado di Maggiore. Compromessosi per i suoi sentimenti nazionali, fu cancellato dai ruoli, perdendo il grado e il diritto di portare la divisa. Li riebbe non prima del 1834, ma soltanto dalla Suprema reggenza dello Stato del 1848 fu chiamato a servizio in piena attività come Maggiore incaricato del genio, dell’artiglieria e dei pionieri. Salì poco dopo al grado di Tenente colonnello. La reazione del 1849 gli tolse nuovamente i gradi, ma dopo pochi mesi gli furono restituiti. Quando nel 1852 fu posto in ritiro, ebbe ancora la promozione a Colonnello onorario, col titolo di Ispettore del genio e di artiglieria.

FONTI E BIBL.: C. Di Palma, Parma durante gli avvenimenti del 1848-1849, in Bollettino Ufficio Storico Comando Stato Maggiore 1 aprile 1930, 16; E. Loevison, Gli Ufficiali Napoleonici Parmensi, Parma, Tipografia Parmense, 1930, 31; E. Loevison, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 39; A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XXIII; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 31.

REGALIA GIAMPIETRO, vedi REGALIA GIOVANNI PIETRO

REGALIA GIOVANNI PIETRO
Chambery marzo 1739-Parma 16 agosto 1815
Colonnello. Per cinquanta e più anni fu al servizio della Regia Corte di Parma (operò presso gli uffici dei Lavori pubblici e dei Cavamenti). Si rese celebre in varie città d’Italia per operazioni d’idraulica e di architettura militare. Il Regalia perse la vista verso il 1785.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1815, 278; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 331-332; Enciclopedia di Parma, 1998, 566.

REGAZZI CESARE
Parma 14 agosto 1862-Adua 1 marzo 1896
Figlio di Giovanni e di Maria Galluzzi. Il Regazzi compì gli studi elementari in una scuola dell’Oltretorrente e quelli secondari, fin quasi al termine del liceo, nel Collegio Maria Luigia di Parma. Nel 1880 decise di entrare nel Collegio Militare di Modena. Venne nominato Sottotenente dei Bersaglieri il 5 gennaio 1882 e Tenente il 13 aprile 1884. Alla fine del 1891 fu promosso Capitano. Dopo i fatti di Amba Alagi, chiese di essere inviato in Africa. Fu subito imbarcato quale Aiutante maggiore nella Brigata Arimondi, del 1° Reggimento Fanteria Africa. Cadde da eroe nella battaglia di Adua. La sua memoria venne onorata con la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Con molto coraggio e calma disimpegnò le sue funzioni durante il combattimento, lasciando valorosamente la vita sul campo. Il Comune di Parma lo ricordò in una lapide sotto l’atrio del Palazzo civico.

FONTI E BIBL.: Ai prodi parmensi, 1903, 58-59; Parmensi nella conquista dell’impero, 1937, 82; Decorati al valore, 1964, 96.

REGAZZONI GIOCONDO, vedi RAGAZZONI GIOCONDO

REGGI ROBERTO
Parma 1923-Parma 14 maggio 1990
Fu ordinario di Esegesi delle fonti del diritto romano presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parma, dove era già stato titolare del corso di Storia del diritto romano. Insegnò anche Istituzioni e diritto romano. Cominciò l’attività di ricerca a fianco di Guido Donatuti, Lo accomunò a Donatuti il carattere riservato, espressione di grande dignità e modestia insieme. Di Donatuti fu, fin da giovanissimo, assistente, prima volontario poi di ruolo, percorrendo via via tutti i gradini della carriera accademica, dalla libera docenza del 1956 fino all’ordinariato del 1973. I suoi interessi di studioso, oltre che alla letteratura antica, di cui fu cultore appassionato, si rivolsero specialmente al diritto privato di Roma, esperienza giuridica cui egli guardò come a un modello sempre valido per la formazione di giovani destinati a diventare giuristi completi e non solo tecnici del diritto. In questa prospettiva si collocano i lavori sull’uomo libero, erroneamente considerato come schiavo (1966). Affiora in questi e in altri studi una costante attenzione al dato terminologico, attraverso cui il Reggi verifica l’aderenza della categorie giuridiche contemporanee alle concezioni antiche, che sono impresse nella lingua. In relazione a ciò svolse anche un’attività propriamente lessicografica, sfociata nell’indice delle novelle giustinianee, lavoro gravoso che completò nel 1977. Il riconoscimento della sua attività di studioso, oltre che dalle recensioni di studiosi italiani e stranieri ai suoi lavori, fu testimoniato dagli inviti a redigere voci per importanti enciclopedie sul mondo romano. Il Reggi fu per molti anni direttore dell’Istituto di diritto romano dell’Università di Parma.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 maggio 1990, 4.

REGGI TEMISTOCLE
Sissa 1893/1911
Soldato del 26° Reggimento fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Ad un’ala della compagnia maggiormente battuta dal fuoco nemico, tenne con calma e coraggio il proprio posto, finché cadde gravemente ferito (Sidi-Abdallah, 16 dicembre 1911).

FONTI E BIBL.: G.Corradi-G.Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

REGGIANI FRANCESCO
Parma 1672
Falegname. Nell’anno 1672, insieme ad Angelo Borella, realizzò un armadio nella chiesa parrocchiale di Parola.

FONTI E BIBL.: G.Cirillo, 1977, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.

REGGIANI GIUSEPPE
1846-Collecchio 21 ottobre 1901
Veterinario condotto, fu il fondatore e il presidente della Società di mutuo soccorso tra gli operai e i contadini di Collecchio e di numerosi altri sodalizi collecchiesi, tra i quali la Societè d’al gozén, il Carnevale e il Corso dei fiori, ai quali collaborarono i figli di Galaverna. La Societè d’al gozèn fu una specie di compagnia di assicurazione che, dietro il pagamento del premio di una lira, rimborsava i suini che per ventura venivano a morire anzitempo. I contadini furono così protetti dalle epidemie che colpivano spesso i loro animali. Le iniziative promosse e materialmente sostenute dal Reggiani furono tra le prime a sorgere in Italia. L’associazione di mutuo soccorso nacque infatti in Consiglio comunale a Collecchio il 17 ottobre 1871. Successivamente, nel 1883, il Comune iniziò a pagare alla Società di mutuo soccorso (che condusse sempre una vita autonoma) una stanza da riservare come sede del sodalizio. Il Reggiani fu veterinario comunale e possedette terreni a Collecchio e Talignano. Nonostante ciò morì indebitato a causa delle sue generose elargizioni alle società da lui fondate.

FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 43; U.Delsante. Ampliamenti di Collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 361.

REGGIANI LORENZO
Parma 29 agosto 1888-Modena 3 settembre 1969
Nato da nobile famiglia di professionisti, il Reggiani fu collaboratore della Gazzetta di Parma ed esordì in ancora giovane età in campo letterario con due libretti di versi: Ritmi audaci (1906) e Nuove poesie (1910). Dopo gli studi classici, entrò all’Accademia militare di Modena e nel 1911 ottenne il grado di Sottotenente di fanteria entrando così nella carriera militare. Fu valoroso ufficiale nella prima guerra mondiale, alla quale partecipò al comando di reparti della brigata Mantova e che terminò con il grado di Maggiore, conseguito per meriti eccezionali. Nel corso della campagna ottenne anche quattro medaglie al valor militare. Disimpegnò successivamente, dopo una brillante parentesi alla Scuola di guerra di Torino, ove conseguì il brevetto di Ufficiale di Stato Maggiore, il suo servizio con il grado di Tenente colonnello di Stato Maggiore al comando del corpo di Armata di Bologna. Presso quella Università tenne anche la cattedra di docente di storia bellica dal 1926 al 1931, per passare poi, fino all’8 settembre 1943, all’Accademia militare di Modena quale insegnante di storia militare, alternando periodi di comando alle truppe, fino a raggiungere il grado di Generale di Brigata. Andato in pensione dopo un periodo di prigionia, riprese la sua attività letteraria collaborando a molti quotidiani italiani. Tra le sue opere, sono da ricordare: Potere militare e potere politico, La battaglia come opera d’arte, Le dodici offensive dell’Isonzo, L’Accademia di fanteria e cavalleria, La battaglia olocausto dell’Ortigara, La riabilitazione militare del generale L. F. Marsili. Numerosi suoi saggi critici di arte militare sono sparsi in varie riviste tecniche. Nella vita pubblica modenese ricoprì importanti cariche, quali la presidenza provinciale del comitato orfani di guerra, la presidenza della federazione provinciale del Partito liberale italiano, la presidenza provinciale del Nastro azzurro, la carica di delegato delle tre forze armate per il Touring club e la presidenza dell’Associazione modenese della stampa.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 settembre 1969, 7.

REINA FILOTEA, vedi BENASSI FILOTEA

REINACH RITA
Parma XIXsecolo-post 1911
Soprano, nell’autunno del 1909 debuttò al Teatro Dal Verme di Milano nella Germania. Nell’aprile 1911 cantò al Teatro Reinach di Parma nel Matrimonio Segreto di Cimarosa.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Reinach, 1995.

REMIGI GIOVANNI
Parma seconda metà del XVI secolo
Fonditore attivo nella seconda metà del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 265.

REMONDINI VITTORIO
Parma 10 dicembre 1863-Bosco del Cappuccio 19 luglio 1915
Figlio di Giovanni Battista e Marianna Vergani. Maggiore del 19° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Diresse con intelligenza ed energia l’azione del suo battaglione per l’attacco e l’occupazione del Bosco del Cappuccio. Penetrò nel bosco con le sue truppe, le guidò ed incitò nella difficilissima e molto ostacolata avanzata, incuorando i suoi soldati. Cadde colpito a morte incitando tutti all’azione per l’onore d’Italia e del Reggimento.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1915, Dispensa 98a, 3290; Decorati al valore, 1964, 96.

RENAUD GIANNI
Parma 1916-1979
Fu Presidente dell’Associazione reduci della Divisione Acqui, impiegato alla Vetreria Bormioli Rocco & Figlio di Parma e maestro del lavoro. Fu promotore nel 1970 del monumento alla Divisione Acqui nel cimitero della Villetta di Parma, di una lapide presso la chiesa dei Rossi e dell’intitolazione di una scuola in strada Montanara, sempre a Parma.

FONTI E BIBL.: F..e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 260.

RENAULT ARMANNO
Parma 1812
Fu Consigliere di prefettura a Parma nell’anno 1812.

FONTI E BIBL.: G. Bodoni, 1990, 310.

RENCI ANTONIOLO
Parma 1519
Pittore documentato nell’anno 1519 con l’iscrizione: Opus I. F. Antoniolus de Renciis 1519, die prima idest Ianuarii. Lo Zani scrive che esiste una sua opera a Cortemaggiore.

FONTI E BIBL.: P. Zani, vol. XVI, 71 e 282; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. III, c. 355; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 360.

RENUALDO DA MONTECCHIO, vedi ROMUALDO DA MONTECCHIO

RESETTI T.
Parma 1748
Detta La Parmigianina, nel Carnevale del 1748 danzò al Teatro Nazari di Cremona.
FONTI E BIBL.: Santoro, 136; G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

RESPIGHI EMILIO
Parma 23 dicembre 1860-Milano 22 aprile 1936
Studiò medicina all’Università di Parma. Nel 1893, quando ormai si era affermato come uno dei più valenti professionisti di Parma, conseguì in quell’Ateneo la libera docenza in dermosifilopatica (fu allievo del Maiocchi). Fu il primo a individuare e descrivere, nel 1891-1892, la ipercheratosi centrifuga atrofizzante, poi comunemente conosciuta sotto il nome di porocheratosi di Mibelli e Respighi. Le sue ricerche e i suoi lavori furono apprezzati sia a Parma che a Pisa, dove fu nominato aiuto del Ducrèy. Fu anche all’Università di Perugia dove seguì e studiò con profitto quella tricofizia del capillizio che infierì particolarmente in un collegio convitto degli orfani dei sanitari italiani. Si sa per certo che il Respighi fu il primo in Italia ad applicare i raggi X in tali malattie. Nel 1888 il Respighi preferì, poiché l’Università di Perugia non era ancora completata, passare all’Idrologia, dedicandosi particolarmente alle Terme di Tabiano, dove successe a Lorenzo Berzieri come direttore dello stabilimento. Gli studi fatti sulle acque solforose di quelle fonti furono rilevanti. In modo speciale va ricordato il lavoro fatto sulla crenologia sulfurea in dermatologia e in vari altri campi, compresa la sifilide. Per la sua competenza fu chiamato perito nel processo Cagno-Modugno, che ebbe risonanza nazionale, e in altri casi analoghi. Già nel 1887 assunse la direzione delle Terme di Tabiano, incarico che ricoprì fino al 1912, contribuendo in modo considerevole allo sviluppo della stabilimento balneare, del quale, dal 1924, fu consulente. Lasciò numerosi scritti scientifici sulla solfoterapia, nelle varie forme dermatologiche, sulla Roëntgenterapia e su altre argomentazioni, caratterizzati da originalità e acume critico, congiunti a vasta cultura medica. Al Respighi fu intitolato il grandioso stabilimento delle Terme di Tabiano, dotato delle più moderne attrezzature, inaugurato il 7 maggio 1959.

FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 372-373; C.D. Faroldi, in Gazzetta di Parma 11 settembre 1989, 3.

RESPIGHI TOMMASO
Borgo San Donnino 1855
Fu organista della Cattedrale di Borgo San Donnino nell’anno 1855.

FONTI E BIBL.: A. Aimi-A. Copelli, Storia di Fidenza, 1982, 282.

RESTA ALESSANDRO
Parma XV/XVI secolo
Fu ingegnere militare del Duca di Savoia. Lavorò in Vinadio e lasciò una pianta di Chivasso.

FONTI E BIBL.: Promis, XII, 472; Enciclopedia militare, VI, 1933, 486; L.A. Maggiorotti, Dizionario architetti e ingegneri, 1934, 383.

RESTALDO
Parma-Pistoia 1023
Monaco. Fu Vescovo di Pistoia dal 1012 al 1023.

FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 270.

RESTORI ANTONIO
Pontremoli 10 dicembre 1859-San Donato d’Enza 30 giugno 1928
Figlio della francese Corinne. Trasferitorsi a Parma nel 1870 o 1871, studiò al Liceo Romagnosi di Parma, avendo a compagni di studi, tra gli altri,   Agostino Berenini, Egberto Bocchia e Annibale Capella. Vi tornò poi come professore: dalla sua scuola uscirono discepoli come Umberto Benassi, Giulio Coggiola, Carlo Capasso, Mario Longhena, Arnaldo Barilli, Camillo Pariset, Luigi Buglia, Antonio Boselli, Carlo Cantimori, Teodosio Marchi, Glauco Lombardi, Ezio Molesini, Gustavo Ghidini, Giuseppe Melli, Ildebrando Cocconi, Alessandro Martelli e Ugo Tedeschi. Non ancora ventenne, compì il suo primo lavoro letterario pubblicando nel 1878 sulla rivista Prime Armi un coraggioso e acuto articolo sullo Stecchetti, dove proclama la poesia del Guerrini ammalata o, peggio ancora ridicola, e ne rintraccia lo scolasticismo, preludendo in certo modo, a distanza di oltre trent’anni, al giudizio che dettero tanto più tardi il Croce e il Missiroli. Studiò a Bologna (fu allievo di Carducci) filologia moderna e fu maestro ginnasiale a Modica, Siracusa, Cremona e Parma. A Bologna il Restori ebbe amici e compagni di studi Tommaso Casini, Giovanni Pascoli, Severino Ferrari, Guido Mazzoni, Angelo Solerti, Tincani, Vittorio Rugarli, Albicini, Picciola e Lodovico Frati. Il Restori rimase a Parma sino al dicembre 1897, ossia fino al momento della sua assunzione alla cattedra universitaria di letterature neolatine di Messina, ove ebbe colleghi il Pascoli, il Mancini, il Barbi, il Ciccotti, il Dandolo, il Ricchieri, il Salvemini, il Savignoni e Benedetto Soldati, e dalla quale si allontanò solo nel 1909, dopo il terremoto calabro-siculo, per assumere la cattedra genovese, che tenne (per cinque anni, insieme colla presidenza della Facoltà) sino al giugno 1928, pochi giorni prima della morte. Giunse a Parma da Cremona, dopo aver peregrinato a Sansevero, a Matera (collega del Pascoli), a Cagliari, a Modica e a Siracusa. Tenne corsi liberi a Bologna, ove sostituì più di una volta il Carducci. L’insieme della sua operosità nel campo degli studio medievalisti è troppo vasto per un semplice cenno: si ricordano i poderosi lavori sul Cid, quelli su Pier Jacopo Martelli, la Storia della letteratura provenzale (Hoepli, 1891), tradotta poi in francese dal Martel (Montpellier, Hamelim, 1894), i numerosi studi critici di letteratura provenzale e spagnola, le pubblicazioni di carattere musicale e teatrale, tra cui La musique des Chansons françaises, e le ricerche abbondanti e varie sulla letteratura comica spagnola, durate pressoché fino agli ultimi tempi della sua vita. Le sue Note fonetiche sui parlari dell’alta Val di Magra (Livorno, Fr. Vigo, 1892) permettono di rilevare come il Restori fu il primo a studiare, con metodo scientifico, i dialetti e la poesia popolare nella alte vallate della Magra, con riferimenti alle parlate delle contigue vallate del Parmigiano. Scrisse la memoria su La battaglia di S. Pietro e i primi documenti del vernacolo parmense, pubblicata negli Atti della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi del 1893, la recensione su Il dialetto di Parma di Egidio Gorra, pubblicata sulla rivista filologica tedesca Literaturblatt.
Für Germ. u. Rom. Philogie (1893, fasc. VI), la recensione ai Testi dialettali parmensi di Antonio Boselli (Giovane Montagna, 1907, n. 20) e La Fodriga da Panocia. Studio dialettale e ricordi storici parmensi, pubblicato in Per l’Arte del 17 maggio 1901. Inoltre fu autore degli articoli, tutti pubblicati nel periodico Per l’Arte, su Don Juan de Villamediana (4 marzo 1894), su Jaufrè Rudel (25 marzo 1894), su Una Società di studi italiani a Parigi (8 e 22 aprile 1894), sui Félibres italiani (4 novembre 1894), sul Secondo congresso nazionale di musica sacra tenutosi in Parma nel 1894 (25 novembre 1894), su la leggenda de L’ebreo errante, a proposito di una conferenza di Corrado Ricci (31 marzo 1895) e sui Versi di Luigi Buglia (29 novembre 1896).Pubblicò inoltre un articolo su Abdelkader Salza a Parma (Aurea Parma 1920, 83) e lo scritto dettato come prefazione a Poeti parmensi dell’ultimo cinquantennio (Aurea Parma 1920, 220). Nel campo storico musicale, scrisse tra l’altro: Notazione musicale dell’antichissima Alba bilingue (1892), Musica allegra di Francia nei secoli XII e XIII (1893), Un codice musicale pavese (in Periodico p. Filologia Romanza VIII 1894), La musique des Chansons françaises (1895, nel Petit de Julevilles: Hist. de la langue et de la littérature française I, 370), Per la storia musicale dei trovatori provenzali (Rivista Musicale Italiana II-III 1896), Poesie spagnuole di Ginevra Bentivoglio con tavole musicali (Madrid, 1889, in Menendez y Pelayos, Miscell.), Il canto dei soldati di Modena del 1899 (in Rivista Musicale Italiana VI 1899), La gaité de la Tor, aubade del sec. XIII (1904), e vari altri articoli di tenore musicale nel Bollettino della Società Dantesca (vol. X e XI) e nella Rivista Musicale Italiana (vol. V, VIII, IX e X).
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario Universale Musicisti, 2, 1929, 360; J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 87; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 127; A. Gasparetti, Antonio Restori, in Colombo III 1928, f. 5; G. Bertoni, Antonio Restori, in Giornale storico della letteratura italiana XCII 1928, 115-116; A. Mancini, In memoria di Antonio Restori, in Aurea Parma luglio-agosto 1928; Dizionario Enciclopedico letteratura italiana, 4, 1967, 534; L. Gambara, in Gazzetta di Parma 20 marzo 1967, 3; Bocchialini, Antonio Restori, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1929, XLIII-L; C.Cantimori, in Aurea Parma XLIII 1959, 217-218; L.Farinelli, Il filologo Antonio Restori incrementò la Palatina, in Gazzetta di Parma 12 giugno 1968.

RESTORI FRANCESCO
Pontremoli o Parma 1870-1928
Figlio della francese Corinne. Si laureò in medicina e fu tra i primi specializzati in odontoiatria di Parma, ove esercitò la professione. Durante gli anni 1925-1928 fu pure incaricato dell’insegnamento all’Università di Parma.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 marzo 1967, 3.

RETI DAVIDE
Laino 1599 c.-post 1627
Fratello di Luca e di Giovanni Battista. Fu stuccatore e plastico. Nel 1627, assieme ai fratelli, venne retribuito per lavori eseguiti per conto del duca Ranuccio Farnese e della Comunità di Parma.

FONTI E BIBL.: Proposta 3 1973, 21.

RETI DAMIGELLA
Parma prima metà del XVII secolo
Fu disegnatrice di ritratti, attiva nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 80.

RETI DAMIJELLA o DAMISELLA, vedi RETI DAMIGELLA

RETI DOMENICO
Parma 1666/1687
Figlio di Giovanni Battista, lavorò (come bene intende il Riccòmini) in stretta collaborazione col fratello Leonardo, al punto che risulta difficile discernere compiutamente le due diverse personalità. Il primo lavoro noto a Parma del Reti è visibile nelle statue del monumento sepolcrale a Rodolfo Tanzi e nei capitelli figurati nella navata, entrambi nella chiesa di Sant’Ilario. Tra il 1666 e il 1669, con Leonardo approntò per il conte Carlo Beccaria l’eclatante apparato in stucco della cappella dedicata alla Madonna di Costantinopoli in San Vitale, che ne è l’ineguagliabile capolavoro. In questo stesso periodo dovette attendibilmente cadere anche l’esecuzione degli stucchi nella cappella della chiesa di Colorno. Lo confermerebbero alcune vicende documentarie della Confraternita del Santissimo Sacramento proprietaria della cappella. Questa documentazione risale al 1735 e venne ricopiata il 15 giugno 1853 in un manoscritto che si conserva localmente, il quale informa pure della ragione circa l’irreperibilità di più precisi e utili libri contabili: per essere smarriti i libri, scritture antiche in tempo di guerra e saccheggio, sofferto anche da questa Chiesa ultimate nell’anno scorso 1734 con la perdita di molte cose d’argenteria, ed anche Danaro. Il periodo in cui fu ingaggiato il Reti e il fratello Leonardo, in quel mentre attivi nella vicina Parma, verrebbe pure confermato dall’epoca del dipinto, raffigurante l’Ultima Cena, che decora l’altare della cappella, firmato e datato 1668 dall’artista Giovanni Venanzi, un pittore pesarese anch’egli lavorante in quel tempo a Parma. Un particolare problema comporta l’ancona, sempre in stucco, che incornicia il quadro sopra l’altare, occupando l’intera parete di fondo della cappella. L’esecutore non è da ricercare in nessuno dei due Reti ma in un altro ignoto modesto plasticatore che modellò artificiosamente e senza rilievo le modanature e gli imbambolati e statici angeli di corredo. Questa rozzezza potrebbe far pensare a un’epoca precedente la restante partitura retina, la quale, ipoteticamente, risparmiò il primitivo dossale, che, sempre successivamente, forse venne completato dalla tela del Venanzi, espressamente ordinata su misura. Ma non si può neppure scartare l’ipotesi che questa parte incongrua possa costituire solamente un infelice completamento posteriore alla fatica dei Reti, i quali potrebbero averla lasciata interrotta. In questo secondo caso non si spiegherebbe la completa finitura delle altri pareti eseguite dai Reti fino al terreno e la mancanza di altri particolari non finiti, per cui la soluzione più attendibile sembra quella che all’arrivo dei Reti sussistesse già il dossale d’altare in questione. La tappezzeria plastica approntata a Colorno dai fratelli Reti risulta particolarmente appropriata, sottolineando questa le membrature architettoniche della non grande cappella, senza soverchiarne l’ordine delle linee e dei volumi. Nella cupola lo spazio viene illusionisticamente dilatato da lesene sovrapposte poggianti sull’anello conformante il basamento e rimpicciolendosi all’estremità dei capitelli con un efficace effetto prospettico. Tra le lesene sono comprese le quattro finestre fonte di luce, incorniciate e coronate in cimasa ad angeli stilisticamente morazzoniani, che recano i simboli della Passione. Assai preziosa comincia a farsi la decorazione nel tamburo sottostante dove sono incastonati dei cammei in bassorilievo istoriati da allegorie delle Virtù Cristiane (La Fortezza, la Giustizia, la Carità), intervallati da originali capitelli che si trovano posti ciascuno sotto la base di ogni lesena scendente dalla cupola. Da questi capitelli occhieggiano busti di putti scherzosi e ammiccanti, simili a quelli nei capitelli di Sant’Ilario a Parma. Le quattro figure ad altorilievo degli Evangelisti occupano i sottostanti pennacchi, iscritti dalle cornici delle arcate a tutto sesto che sono stampigliate da motivi alternati di gigliotti farnesiani e aquile, che molto significativamente verranno ripresi, dal Reti, nella grande cupola e nelle arcate della navata sopra l’accesso a cinque cappelle laterali nell’oratorio della Santissima Trinità dei Rossi a Parma, lavori datati dal Riccòmini all’ottavo decennio del Seicento, ma forse da anticipare leggermente. Proprio con i quattro grandi Evangelisti negli spicchi della cupola parmense, legano maggiormente quelli di Colorno, anche se sono meno arrovellati e incisi tecnicamente. Ma ciò per la diminuita dimensione dei quattro colornesi, che non permise ai Reti un eguale corteggio di creature celesti ai personaggi e nemmeno la messa in opera di telamoni che li sorreggano assieme a una gran massa di nubi, incuneati nell’estremità inferiore dei pennacchi: a Colorno questi sono sostituiti da aquile con le estremità a racemi vegetali. Identica però è la pastosa volumetria della nuvolaglia nella quale affondano o emergono esagitati puttini, quali si ritrovano nei pennacchietti delle cappelle laterali sempre alla Trinità dei Rossi (specialmente nella terza a sinistra), con maggiore soluzione di continuità per le similari proporzioni materiali, al contrario di quelli nella cupola grande intorno agli Evangelisti. Già nello stile degli Evangelisti colornesi è ben ravvisabile il fondamentale carattere lombardo dei due Reti che affonda le sue radici nella pittura di inizio secolo dei pestanti milanesi Cerano, Morazzone, Giulio Cesare Procaccini e Francesco del Cairo (come ha acutamente stigmatizzato il Riccòmini), per le esasperate torsioni e i languori controriformistici che improntano le figure retiane, indubbiamente prospettivate su quella probante tradizione pittorica di lega tardomanierista. Per esempio, si veda come nel pennacchio colornese l’angelo si accosta al S. Matteo, per comprendere in effetti l’attualità dell’arte del Procaccini e del Morazzone. In particolar modo si osservi il foglio di schizzi col medesimo soggetto di Giulio Cesare Procaccini nella collezione Meli Lupi di Soragna e vi si troveranno significativamente anticipate le notevoli soluzioni dinamiche dello stucco in oggetto. Alcune finezze fisionomiche prettamente procaccinesche sono pure latenti nel S. Giovanni di Colorno obliquamente a cavalcioni sulle nubi, il quale tra l’altro precede le ampie declamazioni del suo gemello alla Trinità dei Rossi, e anche fortemente somiglia a una figura della seconda cappella laterale a sinistra. Sempre a Colorno, un germe figurativo manierista lo si trova nel S. Marco, paludato, quasi come un profeta antico, da un cappuccio e da un manto a pieghe plasticamente cordonate che ne sottolineano la possanza fisica e pure nella veste fermata da cinture e strisce di cuoio. Né da meno è il sobrio filosofico S. Luca dalla lunga barba inanellata, quasi sprofondato nel suo aereo seggio. Nel frattempo (1674) il Reti fu a Reggio Emilia, dove compì alcune statue per gli apparati predisposti dai confratelli dell’Invenzione della Croce, oltre al gruppo statuario con il Compianto sul Cristo morto conservato in una cappella radiale della chiesa di San Francesco a Piacenza (attribuito dal Riccòmini dubitativamente al Reti oppure al fratello Leonardo): è tutto ciò che si conosce di questi abili artisti nella zona parmense, assieme all’importante ciclo eseguito dal Reti in collaborazione col figlio Pietro tra il 1682 e il 1687 nella Collegiata di Monticelli d’Ongina, concernente la stuccatura del presbiterio e dell’abside nella cappella di San Giovanni Battista e in quella del Santissimo Sacramento.

FONTI E BIBL.: Proposta 3 1973, 21-25; M.Pellegri, Boudard statuario, 1976, 27.

RETI FRANCESCO MARIA
Parma 16 ottobre 1624-post 1682
Figlio dello stuccatore Luca. È documentato come attivo alla Corte farnesiana nel periodo di tempo compreso tra il 1651 e il 1682. Dal 1653 fu maestro di disegno della famiglia ducale e dal 1657 è indicato come custode del palazzo della Fontana. Con G. M. Conti e A. Lombardi decorò tra il 1664 e il 1666 il soffitto della chiesa di Sant’Ilario. Nel 1670 disegnò un apparato pirotecnico per l’incoronazione papale di Clemente X (il disegno si trova nell’Archivio Comunale di Parma). Fu anche copista.

FONTI E BIBL.: U.Thieme-F.Becker, vol. XXVIII, 1934; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 358.

RETI GIAMBATTISTA, vedi RETI GIOVANNI BATTISTA

RETI GIOVANNI BATTISTA
Laino 1601 c.-1671
Fratello di Luca e Davide. Assieme a Luca nel 1627 si adoperò intorno alla fontana, al Palazzo ducale e alla fontana comunale e nel 1632 eseguì le decorazioni interne della chiesa dell’Annunziata in Parma.

FONTI E BIBL.: M.Pellegri, Boudard statuario, 1976, 26-27.

RETI GIOVANNI DOMENICO
Parma 1663
Stuccatore, nell’anno 1663 fu pagato 2421 lire per lavori eseguiti per il sarcofago di Rodolfo Tanzi e per alcune statue nell’oratorio di Sant’Ilario a Parma.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 138v.

RETI LEONARDO
Parma 1666/1709
Figlio di Giovanni Battista. Lavorò in stretta collaborazione col fratello Domenico, tanto che risulta difficile discernere compiutamente le due diverse personalità. Istoriò la voluminosa cornice marcapiano con un saporoso festone di ogni sorta di frutta e fiori nella cappella della Madonna della Cintura nella chiesa di San Lorenzo a Piacenza (verso il 1670) e una simile decorazione portò a termine anche nel soffitto della cappella dedicata a San Pietro d’Alcantara nella chiesa parmense della Santissima Annunziata, che è opera forse in collaborazione col fratello Domenico. Sempre in collaborazione col fratello, plasmò le belle decorazioni figurative nella cappella della Madonna di Costantinopoli in San Vitale (1666-1669), all’interno dell’oratorio dei Rossi a Parma e nella chiesa di Colorno. A Colorno, sui cornicioni sono abbarbicati angeli quasi a tutto tondo, che dolorosamente esibiscono i simboli del martirio di Cristo, posati collateralmente alle plastiche volute che affiancano un vaso fiammato, che insieme compongono come una cimasa sulle scorniciature attorno alle grandi finestre aperte nelle pareti della cappella. A fianco delle luci, negli spazi vuoti sono tesi dei lenzuoli increspati legati agli angoli, proprio come attorno alle nicchie ospitanti le statue nella cappella della Santissima Annunziata. Il contrasto coloristico ottenuto dai Reti a Colorno incastonando cammei neri, di sapore cinquecentesco, sulle pareti sopra le finestre, è un accorgimento poi sfruttato dallo stuccatore Antonio Ferraboschi, forse conoscente dei Reti, nelle sue opere del 1714 in San Pietro Apostolo a Parma. Dopo i lavori colornesi, nel 1668, il Reti fu impegnato in alcuni lavori per il teatro del Collegio dei Nobili a Parma (abitò nella parrocchia di Santa Cecilia).Poi più nulla di lui si conosce, eccetto gli stucchi del 1671 in San Lorenzo a Piacenza. Forse, come ipotizza il Riccòmini, è il medesimo che dal 1672 al 1709 esplicò importanti commissioni a Roma. Un’ulteriore opera di collaborazione tra i due fratelli viene indicata dallo Scarabelli Zunti in un bassorilievo, perduto, che ornava la porta d’ingresso della chiesa maggiore a San Secondo.

FONTI E BIBL.: Proposta 3 1973, 21-25.

RETI LUCA
Laino 1598 c.-Parma 1657
Le prime tracce che si hanno a Parma del Reti sono i pagamenti del 1612 relativi ad alcuni lavori, perduti, fatti per la chiesa dei Servi, e ad alcune statue di stucco (poi ridotte allo stato frammentario) che furono eseguite nel 1618-1619 per il grande Teatro Farnese. Della serie, uniche superstiti dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale, sono i monumenti equestri di Ranuccio e Alessandro Farnese. Realizzò anche il proscenio corinzio, ricco di colonnati e di un doppio ordine di nicchie colle statue della Guerra e della Pace a destra, dell’Arno e del Parma a sinistra. Le altre statue rappresentano l’Amore congiunto, la Fede maritale, la Vittoria e l’Abbondanza. Inoltre il Riccòmini, attendibilmente, riconosce al Reti la partitura di stucco con Storie mitologiche attorno ai pannelli dipinti da Agostino Carracci nella volta di una saletta nel Palazzo del Giardino di Parma. Nel 1627 il Reti, con i fratelli Davide e Giovanni Battista, venne retribuito per lavori eseguiti per conto del duca Ranuccio Farnese e della Comunità di Parma. Nel 1632 circa approntò le decorazioni interne della chiesa dell’Annunziata, sempre insieme al fratello Giovanni Battista. Il Reti si accasò a Parma e abitò presso il Palazzo del Giardino, dove gli nacquero due figli (Francesco Maria e, forse, Giovanni Domenico). A Parma il Reti rimase sino alla fine dei suoi giorni alle dipendenze della Corte. Diresse tra il 1651 e il 1657 i lavori della chiesa di San Vitale e partecipò alla fabbrica del Teatro Farnese, eseguendo le statue equestri in stucco di Ottavio e Alessandro Farnese che poggiano sulle porte a foggia d’arco di trionfo ai lati del proscenio. Suoi sono gli stucchi della Sala dell’Amore in Palazzo Ducale, che rappresentano gli Amori di Giove: Danae e la pioggia d’oro, Europa in groppa al toro, Semele morente alla vista del dio, Leda e il Cigno. Lo Zani lo dà ancora attivo nel 1660.

FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 53; Proposta 3 1973, 21; M.Pellegri, Boudard statuario, 1976, 26; Enciclopedia di Parma, 1998, 568.

RETI PIETRO
Parma 1682/1687
Figlio di Domenico. Modellò le quattro Virtù e la statua della Vergine nell’oratorio di San Quirino. In collaborazione col padre, tra il 1682 e il 1687 eseguì un importante ciclo nella Collegiata di Monticelli d’Ongina, concernente la stuccatura del presbiterio e dell’abside nella cappella di San Giovanni Battista e in quella del Santissimo Sacramento.

FONTI E BIBL.: M.Pellegri, Boudard statuario, 1976, 27.

RETTI DAMIGELLA, vedi RETI DAMIGELLA

REVERBERI
Parma seconda metà del XIX secolo
Architetto civile attivo nella seconda metà del XIX secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 120.

REVERBERI ERMENEGILDO
Parma 15 aprile 1886-1964
Figlio di Camillo e Corina Monardi. Laureato in Giurisprudenza, notaio per dodici anni, combatté nella prima guerra mondiale, conseguendo il grado di Capitano e ben cinque decorazioni: due medaglie d’argento al valor militare e tre croci di guerra. Fece parte di quel manipolo di Italiani che combatterono a Bligny e venne decorato anche con la Croce di Guerra francese: con grave rischio personale, riuscì a salvare il tesoro della Cattedrale di Reims. Combatté come volontario in Africa orientale e venne inviato con un battaglione di granatieri in Cina. La seconda guerra mondiale lo vide ancora combattere in Africa, dove cadde prigioniero. Rientrò a Parma nel 1946 e si dedicò ai reduci della prigionia.

FONTI E BIBL.: F.e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 260-261.

REVERBERI PIETRO
Felino-Cefalonia settembre 1943
Appartenne alla Divisione Acqui. Morì durante la strenua difesa dell’isola dalle truppe tedesche che ne avevano intimato la resa.

FONTI E BIBL.: Comune di Felino, Ufficio toponomastica.

REVERBERI RICCARDO
Parma 1887/1907
Tinteggiatore. Lavorò nell’atrio e nell’Aula Magna del Palazzo dell’Università di Parma (1907).

FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 157.

REVERBERI ROMEO
Parma 7 settembre 1915-Parma 16 febbraio 1945
Appartenne al Comando Provinciale SAP. Fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare.

FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 88.

REZZESI FRANCESCO DOMENICO
1900 c.-Reggio Emilia 23 giugno 1990
Iniziò la carriera accademica nel 1926 all’Università di Bologna in qualità di assistente, giungendo presto alla libera docenza. Nel 1935 si trasferì a Parma come professore incaricato di Microbiologia. Nel 1938 ricevette l’incarico di insegnamento della Patologia generale presso l’Università di Cagliari e l’anno successivo fu nominato professore straordinario di Patologia generale all’Università di Perugia. Rientrò nell’Ateneo di Parma nel 1943 come professore ordinario assumendo la direzione dell’istituto di Patologia generale, ufficio che mantenne per oltre trent’anni, sino al termine della carriera. Il Rezzesi fu eletto membro della commissione di selezione per il premio Nobel, ebbe il conferimento del diploma di prima classe della scuola, della cultura e dell’arte e fu nominato professore emerito nel 1979. L’attività di ricerca del Rezzesi spaziò in numerosi campi della biologia e della medicina. Un cenno particolare meritano i suoi lavori di argomento oncologico. Ma i suoi interessi superarono i confini scientifici. Appassionato di letteratura, d’arte figurativa e di antiquariato, il Rezzesi fu considerato un vero scienziato rinascimentale, capace di affascinare con la sua cultura e la sua dialettica (tra l’altro parlava correntemente numerose lingue) chiunque lo frequentasse.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 luglio 1990, 6.

REZZONICO, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO

RIANI GUIDO
Bazzano 1873 c.-Bazzano 3 ottobre 1964
Nelle elezioni del 1923 fu eletto a larghissima maggioranza consigliere comunale di Bazzano nella lista del Partito Popolare. L’onorevole Giuseppe Micheli lo onorò della sua stima e amicizia. Per diversi anni fu tesoriere dell’Opera parrocchiale di Bazzano e deputato dal Comune di Neviano alla manutenzione delle strade, molti tronchi delle quali, come quella che porta al Molino di Bazzano, furono tracciate dal Riani e aperte a colpi di piccone dai Bazzanesi sotto la sua responsabilità e direzione. Pur non avendo fatto studi specifici e senza alcun diploma, fu stimato e valente agrimensore, chiamato quale consigliere e intermediario nelle controversie dei confini, nelle divisioni delle eredità, nella stesura dei contratti dell’affittanza e della mezzadria, molto diffuse e praticate a Bazzano e nel Nevianese. Morì ultranovantenne.

FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 113.

RIARIO BIANCA
Savona 1481/1490-
Figlia di Gerolamo e di Caterina Sforza. Sposò Troilo Rossi, restauratore del prestigio della propria famiglia, marchese dal 1521 di San Secondo e conte di Berceto. Appartenendo a famiglie illustri (tali erano tanto quella d’origine quanto quella acquisita), poté circondarsi di fasto, preferendo però a ogni distrazione mondana il dotto conversare e l’erudita disquisizione. Si dilettò anche di poesia ma non risulta che esistano alla stampe suoi scritti.

FONTI E BIBL.: G.V. Verzellino, Delle memorie particolari e specialmente degli uomini illustri della città di Savona, Savona, 1885, vol. 1, 427; M. Bandini, Poetesse, 1942, 176.

RIBALDO
Parma 1081
Fu avvocato del Vescovado parmigiano nell’anno 1081.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 772.

RIBOLDI ANTONIO
Parma-1439/1441
Figlio di Giovanni. Pittore ricordato in alcuni rogiti notarili: Mccccxlij Indictione quinta die tercio mensis Iulij. D. Antonia f. q. Anzelini de Alamania domicela et sponsa ac uxor futura et promissa Dominici de Brisia habitatrix civitatis parme in vicinia Sancti Steffani, sponte et ex certa scientia et non per errore prose et suos heredes et successores fuit confessa et in concordia cum nobile viro Nicolao de Balduchinis f. q. nobilis viri D. Francisci cive et habit. Civitatis parme in vic.e Sancti Alexandri fidecommissario et executore testamenti et ultime voluntatis quondam Magistri Antonii de Riboldis pictoris olim civis et habitator civitatis parme in vicinia Sancte Marie Templi, ibi presente, dante et solvente ac arrogante ex et de denariis et pecuniis per ipsum Nicolaum tamquam fideicommissarium et executorum predictum habitis et receptis ex et de precio nonullorum bonorum dicti quondam Magistri Antonii per ipsum Nicolaum dictis nominibus venditorum et tradditorum in et pro ausilio eam maritandi et in executione nominationis et ellectionis per eum dictis nominibus de eum dictis nominibus de ea factam et secundum formam vim et tenorem ac dispositionem testamenti predicti dicti quondam Magistri Antonii rogati per Ilarium de Gerarduciis notarium parmensem M.o Indic.e et die contentis in eo se ab eo dictis nominibus, dante, solvente ut supra; habuisse et recepisse libras decem imper. de quibus. Actum in Civitate parme in domo habitationis Egregij viri Marci de la rosa in qua habitat dictam dominam Antoniam sita in vicinia predicta sancti Steffani presentibus Marco predicto de la roxa f. q. D.ni Matheij vic.ae predictae Santi Steffani noto (rogito del notaio parmense Gaspare Zampironi, Archivio Notarile, Parma); 18 dicembre 1441, Bertolino de’ Curti abit.e nella villa degli Orti Cistelli presso Parma confessa di aver ricevuto dalla Masina de Venturis sposa del figlio suo Giovanni della vic.a di S. Maria del Tempio, per conto delle 60 lire imperiali della dote promessa, lire 20 simili, de denariis sibi domine Maxime datis et errogatis per Nobilem virum Nicolaum de Baldachinis civem parme, tamquam fidei comissarium et executorem relictum per quondam Antonium de Riboldis pictorem civem parme in eius testamento et ultima voluntate ricevuto già del notaio Ilario Gherarduzzi (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile, Parma); 7 aprile 1438, Testimonii Jacopino di Bernazonibus f. q. Iohannis Magistro Antonio f. q. Iohannis ambobus vic.ae S. M. Templi (rogito di Antonio Baroni, Archivio Notarile, Parma).

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 64.

RIBOLDI FELICE
Roccabianca 1831
Durante i moti del 1831 fu tra i promotori della rivolta in Roccabianca. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato. Fu sottoposto a sorveglianza.

FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 203.

RIBOLDI GIOVANNI
Roccabianca-1890
Laureatosi giovanissimo in medicina e chirurgia, esercitò la professione nel paese di origine, facendosi apprezzare dalla popolazione per la perizia e la sollecitudine con cui attese alla cura degli infermi. Fu volontario nella guerra del 1848 nella 1a Colonna Parmense. Poco prima della morte, dispose per testamento l’apertura in Roccabianca di un Orfanatrofio femminile destinato alle bambine povere del Comune, dando mandato a Vittorio Emanuele di Savoja, che istituì erede, di attuare la sua volontà. Il Riboldi fu sepolto nel cimitero di Roccabianca, accanto alla moglie Clementina Olivieri.

FONTI E BIBL.: R. Giuffredi, L’Istituto Vittorio Emanuele II, 1962, 145.

RIBOLDI LUIGI FRANCESCO
Parma-Trento febbraio 1794
Fu pretore di Trento nel 1792. Compiuto l’anno, ebbe conferma per un altro trimestre.

FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, Appendice, 56.

RIBOLI FRANCESCO
Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 15.

RIBOLI GIULIO
-Parma 11 settembre 1886
Fece le campagne risorgimentali del 1859-1860 e 1866.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 settembre 1886, n. 247; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.

RIBOLI TIMOTEO
Colorno 24 gennaio 1808-Torino 15 aprile 1895
Figlio di Luigi e di Giustina Andrighetti. Si trasferì nell’infanzia con la famiglia a Parma, dove, nel 1817, perdette per febbre petecchiale un fratello, una sorella e il padre, restando con la madre e altri quattro fratelli in una estrema povertà. Dopo aver fruito dei soccorsi della principessa Maria Antonietta di Borbone, con la partenza di questa per Roma (vi si ritirò come religiosa Orsolina) ritornarono le angustie, e per poter vivere e continuare gli studi il Riboli si diede per nove anni (con l’appoggio del sacerdote Domenico Varanini, cappellano dell’Università) a eseguire preparati in cera per il Gabinetto Anatomico. Frequentando le scuole universitarie, il Riboli ebbe modo di conoscere le idee liberali che si erano infiltrate nell’ambiente intellettuale, infervorandosi a esse. Considerato dopo i moti del 1831 come sospetto, riuscì ugualmente a conseguire nel 1832 la laurea in Medicina e poi quella in Chirurgia, iniziando subito dopo la sua attività professionale. Negli anni successivi (1839-1845) partecipò alacremente, come Segretario e anche come Relatore, alle diverse riunioni degli Scienziati Italiani: tali congressi annuali, più ancora che al progresso delle scienze, mirarono a irradiare le idee liberali, collegando tra di loro gli esponenti rivoluzionari dei vari stati italiani. Il Riboli presentò in diversi congressi alcuni interessanti lavori di anatomia comparata e di frenologia. Scrisse pure una craniografia di Garibaldi, molto lodata da Biagio Miraglia. Ma fu durante la sommossa del 1848 a Parma che emerse la sua figura di organizzatore dell’insurrezione prima e poi di sostenitore del Governo provvisorio parmense, attraverso un giornale da lui fondato: L’Indipendenza Nazionale. Fece anche parte della Commissione per la riforma della legge comunale. Dopo l’armistizio Salasco si recò in Piemonte.  Al Riboli, Carlo Alberto di Savoja, con decreto del 9 gennaio 1849, affidò la missione di convocare i collegi per l’elezione dei deputati parmensi al Parlamento piemontese. Essendo impedito nel suo compito dagli Austriaci che occupavano una parte del territorio, inviò da Fiorenzuola (presidiata dai Piemontesi) un proclama al popolo della provincia di Parma per convocare i collegi elettorali in alcune località del Piacentino, dove avrebbero dovuto recarsi gli elettori parmigiani il 12 febbraio successivo. Quattro collegi su dieci elessero in tale occasione i loro rappresentanti al Parlamento piemontese. Sopraggiunta però la sconfitta di Novara, anche il Riboli dovette necessariamente trasferirsi a Torino, dove riprese la sua professione di medico e costituì, con altri esuli, una Società dell’Emigrazione Italiana che ebbe lo scopo di sostenere e di aiutare gli emigrati che affluivano negli Stati Sardi, mantenendo viva la fede patriottica in attesa di migliori eventi. Nel 1859, dopo un aspro diverbio col sindaco di Torino, Carlo Notta, circa le misure igieniche che si dovevano adottare per far argine a un’epidemia colerica che infieriva nella città, rispose prontamente all’appelo di Giuseppe Garibaldi e si arruolò, a fianco di Agostino Bertani, nell’Ambulanza del Corpo dei Cacciatori delle Alpi, partecipando alla seconda guerra d’Indipendenza. Raggiunge il grado di Colonnello Medico e anche nella campagna dei Vosgi si segnalò per i servizi resi, tanto da ottenere il plauso dello stesso Garibaldi, che gli donò la sua sciabola da campo. Avvenuta, dopo la battaglia di Magenta, la fusione del Corpo garibaldino con l’Esercito regolare (tra il palese scontento dei volontari), il Riboli rinunciò al suo grado di medico militare e tornò a riprendere la sua professione a Torino, dove tenne anche un corso di frenologia e si dedicò a pratiche umanitarie fondando in quella città la Società protettrice degli animali. Entrò in rapporti cordiali e affettuosi con Garibaldi, che gli affidò l’incarico di far recapitare a Biagio Caranti la lettera del 5 maggio 1860 nella quale annunzia la partenza dei Mille da Quarto. Il Riboli fu ad Aspromonte (29 agosto 1862) e si prodigò per Garibaldi ferito, portandogli aiuto e assistenza. Nelle campagne del 1866 e del 1867 organizzò soccorsi per i feriti, per i reduci e le famiglie dei caduti. In quella dei Vosgi (1870-1871) assunse la direzione dell’Ambulanza del piccolo esercito garibaldino che lì operò. Molto bella, affettuosa e di grande significato è la lettera a lui indirizzata dal Garibaldi (29 novembre da Commarin, Borgogna): Mio carissimo Riboli ho bisogno della vostra vita come della mia. Vivete sempre per l’umanità e per me. Ve ne supplico e soprattutto non badate ai medici che non vedono dentro. Voi siete mio Chirurgo in capo e io sono per la vita V.ro fratello, G. Garibaldi. E ancora, a dimostrazione del suo ingegno e della sua operosità, è questo eccezionale certificato di servizio, sempre a firma del Garibaldi (Caprera, 5 maggio 1873): Mio carissimo Riboli, a Monterotondo e Mentana voi foste compagno mio e mi è grato ricordarlo, giacchè pegno di squisita amicizia da Voi prodigatami e che vi ricambio col cuore. Nella campagna di Francia (1870-1871) più che compagno voi adempiste all’incarico di Capo Medico con tutta l’arte di cui siete maestro illustre e coll’affabilità verso i sofferenti che vi distingue. Sempre V.ro Gen.le G. Garibaldi. Al Riboli infine Garibaldi affidò l’incarico di curare la stampa de I Mille, da lui scritto intorno al 1870-1872. Nel 1879 si ritirò a vita privata occupandosi principalmente delle malattie mentali, in specifico di frenologia.

FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 71-72; Illustrazione Italiana 1895, 270; A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri e benemeriti, Parma, L. Battei, 1905, 92; G. Cauda, Una vita bene spesa, Timoteo Riboli, in La Lettura 1 dicembre 1917, 1117-1118; numerose lettere del Riboli si trovano nella Biblioteca Museo e Archivio del Risorgimento di Roma, manoscritti, buste, 86, 87; E. Michel, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 53; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 51; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 8-9; Aurea Parma 1 1960, 176-177; A. Ciavarella, Faustino Tanara, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1984, 276; Enciclopedia di Parma, 1998, 568.

RICCARDI ANGELO
San Martino Sinzano 1831/1852
Dotato di notevole censo, fece costruire la villa Riccardi di San Martino Sinzano. Sindaco del comune di San Martino Sinzano dal 31 agosto 1849 e Luogotenente delle truppe ducali di Parma nel 1852, fu anche consigliere anziano del Comune di Collecchio nel 1831.

FONTI E BIBL.: L. Gambara, Le ville parmensi; Almanacco di corte per l’anno 1852, Parma, 1852; U. Delsante, Collecchio, ville e residenze, Parma, 1979; Indice analitico ed alfabetico della raccolta generale delle leggi per gli Stati Parmensi degli anni 1846 al 1850, IX, Parma, 1854; Malacoda 10 1987, 71.

RICCARDI ANGELO
Borgo San Donnino inizi del XIX secolo-post 1850
Fu autore di vari scritti di storia borghigiana, che lasciò alla Cancelleria vescovile di Borgo San Donnino. Tra gli altri, sono degni di nota i seguenti: Fascicoli di Cronache Borghigiane e Parmensi sino all’anno 1512, Copie di documenti per servire alla storia della Città di Borgo San Donnino 1481-1840 e Notizie patrie raccolte dall’anno 339 sino al 1840, tratte dal libro delle delibere della Comunità. Una Narrazione breve e succinta delli casi successi in Borgo San Donnino dal 1545 al 1557 è conservata in manoscritto nell’Archivio di Stato di Parma, mentre cenni storici su Borgo San Donnino e il suo circondario furono pubblicati su Le cento città d’Italia, supplemento illustrato de Il Secolo, nell’annata 1891.

FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 373.

RICCARDI ANTONIO
Parma 14 dicembre 1789-post 1837
Cuciniere, sposò nel 1809 Lucia Pezzarossa, dalla quale ebbe due figli. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1826 come sottoaiutante di cucina in seconda e dal 1832 come aiutante di cucina. Rimase in servizio almeno fino al 1837.

FONTI E BIBL.: M.Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 314.

RICCARDI BERNARDINO
Parma 19 maggio 1814-Roma 8 o 20 ottobre 1854
Allievo di Giambattista Borghesi e di Giovan Battista Callegari all’Accademia di Parma, ottenne il favore e le commissioni ducali sin dal 1835, quando eseguì, per incarico di Maria Luigia d’Austria, Il sacrificio d’Isacco (Berceto, Duomo). L’opera è ancora vicina ai modi del Borghesi, ma già il robusto Autoritratto (1838, Parma, Pinacoteca Nazionale) rivela forti caratteri di nazarenismo che non è facile giustificare solo come mediati attraverso la lezione di quel maestro, ma fanno sospettare più precoci contatti culturali con i Tedeschi operanti in Roma. Anche se il Riccardi giunse a questa nuova caratterizzazione solo a seguito della vittoria, nel 1840, del concorso accademico per il pensionato romano, ottenuta con il quadro Socrate che fa scudo in battaglia ad Alcibiade (Parma, Pinacoteca Nazionale, ma in deposito presso l’ambasciata italiana di Amsterdam). Nel 1838 partecipò alla mostra del Palazzo del Giardino di Parma, esponendo un bellissimo Autoritratto, alcuni ritratti e San Sebastiano, che, con La morte di Patroclo (1837), venne poi ereditato da Leopoldo d’Austria. Nel 1839 venne consegnato alla chiesa di Santa Maria del Quartiere Sant’Ilario che calpesta l’eresia. A Roma il Riccardi allacciò amicizia con Johann Friedrich Overbeck e Peter von Cornelius, si formò una famiglia, aprì uno studio fortunato e non ritornò più in Parma, anche se soddisfece ancora alcune commissioni di quadri per Maria Luigia d’Austria, come la Madonna Addolorata ai piedi della Croce (1840), per la cappella ducale di San Lodovico (Parma, Pinacoteca Nazionale), un vero pezzo di bravura, purista ma di raffinato slancio romantico, e inviò il saggio Adamo meditante (Parma, Pinacoteca Nazionale), di osservante nazerenismo, da ambientare nello stesso filone di ricerca sviluppato dal Minardi e dal Mussini. Da Roma l’artista soddisfece ancora alle commissioni venutegli dalla duchessa Maria Luigia nel 1844, 1846 e 1847, rispettivamente per i Ss. Cipriano e Giustina (donato alla chiesa di Cattabiano nel Comune di Langhirano, dopo essere stato esposto al pubblico nel 1846), per la Ss. Annunziata alla chiesa di Ronchetti nel Comune di San Secondo, e per la Vergine assunta alla parrocchiale di Fornovo. Alle mostre parmensi più nulla comparve di suo, anche se l’Accademia di Belle Arti ben presto lo nominò professore consigliere con voto. Si acquistò anche fama di ritrattista, di disinvolto narratore di storie romantiche (1847, Giulietta e Romeo, Paolo e Francesca) e di figurinista (Costume romano e Costume napoletano; Parma, Museo Lombardi). Tuttavia il suo maggior lavoro romano è nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, di cui eseguì le decorazioni nelle volte e nella tribuna, i quattro piccoli tondi delle navate laterali con le figure degli apostoli e i cartoni per le vetrate delle finestre dell’abside e del coro. Il Riccardi morì in modo repentino di colera.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 332; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, catalogo, Parma, 1896, 7, 184, 259; N. Pelicelli, Guida storica, artistica e monumentale della città di Parma, Parma, 1906, 185; Berthier, L’église de la Minerve, Roma, 1910; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma, 1952, 40 e 58; G. Copertini, Pittori parmensi dell’800, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 158-161; I. Petrolini, Museo Glauco Lombardi, catalogo, Parma, 1972, 56; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Colorno, 1974, 40; G. Negri, Il parmigiano istruito, X, 183; Nibby, Itinéraire de Rome, 1877, 207; N. Pelicelli, Guida di Parma, 1910; Roma descritta ne’ suoi monumenti, s.d.; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2700; Gazzetta di Parma 11 febbraio 1837, 47, Gazzetta di Parma, supplemento, 5 maggio 1838, 164-165, Gazzetta di Parma 1 maggio 1839, 154, Gazzetta di Parma 27 maggio 1840, 181, 1 maggio 1841, 155; C. Malaspina, 1841, 148-189; Il Giardiniere 23 maggio 1846, 78; Checchetelli, 1847, 8; G. Negri, 1850, 142, 184, 1851, 23, 119, 1852, 53, 55-57, 62, 65-66; Gazzetta di Parma 4 novembre 1854, 1013; Rufini, 1858, 130; P. Martini, 1862, 24; P.Martini, 1871, 86-87, 134, 170; P.Martini, 1873, 21-22; A. Ferrarini, 1882, 7; Memorie intorno, 1886, 37; E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, v. IX, 241-242; L. Càllari, 1909, 195; Berthier, 1910, 40-43, 237; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1934, vol. XXVIII, 241; A. Santangelo, 1934, 68; Inventario ms. Istituto P. Toschi, v. I, n. 1655; G. Copertini, 1954, 159-161 f. 13; G. Copertini, 24 novembre 1967, 6; G.P. Bernini, 1973, 68; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 370; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 284; Enciclopedia di Parma, 1998, 568 e 570; M.Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 25 maggio 1999, 13.

RICCARDI CARL'ANTONIO
Parma ante 1663-post 1696
Soprano, dal duca di Parma Ranuccio Farnese fu accettato a Corte il 18 aprile 1663 e licenziato il 15 febbraio 1695. Fu cantante di camera e di teatro. Sostenne la parte di Cibele nell’opera Il Giove d’Elide fulminato di D. Marco Uccellini, di Anfitrite in Amore riconciliato con Venere di G.B. Policci, di Amalasunta regina dei Goti in Amalasonta in Italia di G.B.Policci e di Perseo nel Favore degli dei di B. Sabadini. Per più di venti anni fu attivo in Emilia: Reggio Emilia (Teatro della Comunità, 1668: La Dori), Piacenza (Teatro Ducale, 1669: Il Coriolano), Mantova (Nuovo Teatro, 1669: L’Eudosia; Teatro Fedele, maggio 1670: Il gran Costanzo), Bologna (Teatro Formagliari, aprile 1673: Antioco), Parma (Teatro del Collegio dei Nobili, 1677: Gli eventi di Filandro et Edessa; Teatrino di Corte, 1677: Il Giove d’Elide fulminato, introduzione al balletto della duchessa; Teatro del Collegio dei Nobili, 1679: Ottone in Italia; 1681: Amalasonta in Italia; Teatrino di Corte, 1681: Amore riconciliato con Venere), Reggio Emilia (Teatro della Comunità, Fiera del 1683: Il talismano preservato dalla fedeltà di Eudossa). Nel 1690 nelle grandi feste di Parma per le nozze ducali cantò ne Il favore degli dei. Il Riccardi servì anche nella Cappella della Steccata di Parma dal 4 febbraio 1668 al 30 aprile 1696.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani, 1658-1671, 1683-1692, fol. 88, 406, 1693-1701, fol. 102; Archivio della Steccata, Mandati 1668-1673, 1695-1698; L. Balestrieri, Feste e spettacoli, 1909, 121, 122; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 134; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RICCARDI CESARE
Collecchio 1832/1879
Fu sindaco del Comune di Collecchio fino al 25 agosto 1832. Nel 1859 fu membro della commissione comunitativa di statistica. Con decreto del principe Eugenio di Savoja-Carignano datato da Firenze, capitale d’Italia, il 12 settembre 1866, fu nominato delegato straordinario del Comune di Collecchio in seguito alla malattia del sindaco Lodovico Dalla Rosa Prati, con il preciso incarico di preparare le elezioni per il nuovo sindaco, in conseguenza anche dell’aggregazione di parte del soppresso Comune di San Martino Sinzano. In seguito fu membro della giunta e del consiglio comunale fino al 1879. Partecipò alla riunione di giunta del 9 aprile 1872 quando fu decisa la soppressione delle risaie di Talignano a Giarola, che diffondevano la malaria tra i contadini della zona. Fu consigliere anziano del Comune di Collecchio dal 1853 al 1857, e deputato d’acque e strade nel periodo 1858-1859.

FONTI E BIBL.: Indice analitico ed alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla degli anni 1814 al 1835, I, Parma, 1837; Almanacco di corte per l’anno 1859, Parma, 1859; U.Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3; U. Delsante, Gli ampliamenti territoriali del Comune di Collecchio dopo l’Unità, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 329 sgg.; Malacoda 10 1987, 71.

RICCARDI FERDINANDO
Sala 1839-Collecchio 14 settembre 1911
Tenne negozio di chimico e farmacista in Collecchio. A lui successe nel lavoro il figlio Adelfo. Il loro negozio, la sera, diveniva il salotto del paese, riempito dai discorsi mondani della nobiltà e delle persone altolocate del luogo. Il Riccardi fu consigliere comunale di Collecchio dal 1870 al 1887 e poi, con una interruzione di un anno, ricoprì ancora la stessa carica fino al 1904.

FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

RICCARDI FRANCESCA
Parma 1778-Bologna 1845
Dotata di bellissima voce di soprano e di una spiccata attitudine per la musica, giovanissima venne istruita nel canto dal maestro Francesco Fortunati. Esordì a soli sedici anni al Teatro di Brescia a fianco del tenore Giacomo David. Nel 1795 cantò alla Scala di Milano, a Firenze e a Cremona, l’anno dopo fu a Venezia al Teatro San Benedetto, alla Scala e ancora a Cremona nelle Gelosie Villane del Sarti e nel Tempo fa giustizia a tutti di Paër. Nel Carnevale 1796-1797 si presentò al Teatro Ducale di Parma nell’Indolente di Gnecco e nel Principe di Taranto di Paër. Con questo compositore si creò un sentimento che, dopo la stagione che la cantante fece alla Scala e alla Canobbiana di Milano nel 1798, li condusse al matrimonio. La Riccardi seguì il marito, uno dei compositori più rinomati del momento, che fu chiamato alla Corte di Vienna prima, a quella di Dresda poi e, infine, per volere di Napoleone Bonaparte, a Parigi (1807). La Riccardi restò, malgrado le maternità, in carriera e calcò le scene dei teatri di Corte (tra il 1810 e il 1813 fu anche maestra di canto dell’imperatrice Maria Luigia) dove il marito fu impiegato. Quando però il Paër si legò sentimentalmente alla cantante Angelica Catalani, la Riccardi tornò in Italia. Riprese con successo la carriera che non aveva mai completamente interrotto, tornando a cantare nei maggiori teatri, nei quali, a volte, si trovò a cantare anche in opere del volubile consorte, delle quali fu una delle più applaudite interpreti: nel 1811, infatti, al Comunale di Bologna, interpretò il Sargino del Paër. Nel luglio fu a Brescia nella stagione di Fiera in Gauri di Mellara e nell’Aspasia e Clearco, opera di cui si ignora l’autore. Finì l’anno alla Pergola di Firenze in un’altra opera del Paër, Griselda, dove rivestì con tanta dignità e bravura il title role. Nello stesso teatro fu chiamata l’anno dopo sia nella prima assoluta della Maria Stuarda di Pietro Casella che nella famosa Leonora del Paër. Nel 1814 la si trova ancora a Firenze nel Tancredi di Rossini, nel 1816 primadonna al Teatro di Terni, mentre nel 1819 fu al Teatro di Piacenza nell’Aureliano in Palmira di Rossini e nella Griselda del Paër. Le ultime notizie della Riccardi sono del 1824: fu al Teatro dell’Aquila di Fermo nella stagione di agosto in tre opere rispettivamente di Ricci, Mercadante e Rossini, e al Teatro Comunale di Rimini (in una locandina è scritto che l’introito di una corsa di cavalli sarà dedicato per un presente alla primadonna Francesca Paër).

FONTI E BIBL.: Cerquetelli; De Angelis; Papi; Santoro; Trezzini; Valentini; Wiel; C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, Parma, 1812, 246; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, Parma, 1875, 132; P. E. Ferrari, Gli spettacoli musicali, Parma, 1884, 46 e 326; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 243; G.N.Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 20 febbraio 1983, 3; Enciclopedia di Parma, 1998, 570.

RICCARDI GIOVANNI
Parma-post 1804
Nella stagione di Fiera del 1783 suonò il corno inglese nell’orchestra del Teatro di Reggio Emilia, dove fu presente anche in quella del 1801. Nel 1804 venne ascritto tra i soci dell’Accademia Filarmonica di Bologna, indicato come suonatore.

FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

RICCARDI PELLEGRINO
Cattabiano 1905-Parma 20 novembre 1995
Dopo la laurea in giurisprudenza conseguita a Parma, entrò in magistratura. Come primo incarico fu nominato pretore a Codigoro. Negli anni Trenta fu a Cortina e poi, durante la seconda guerra mondiale, a Fornovo Taro (1943). Nel 1946 il Riccardi tornò a Parma, in tribunale, prima come giudice della sezione penale e poi come presidente della stessa. Per un anno fu anche a Milano come giudice di Corte d’appello. Nel 1970 il Riccardi andò in pensione lasciando la magistratura ordinaria. Fino al 1980, però, lavorò come dirigente della Commissione tributaria di primo grado. Il Riccardi fu al centro di un bell’episodio avvenuto durante la seconda guerra mondiale, che gli valse nel 1989 il conferimento della Medaglia dei Giusti, riconoscimento che lo Stato di Israele attribuì a chi si era particolarmente prodigato a favore degli ebrei. Dopo l’8 settembre 1943 anche a Parma cominciarono i rastrellamenti delle famiglie ebree. Il Riccardi tra quelle persone aveva parecchi amici, tra cui l’avvocato Rolando Vigevani e la sua famiglia. Inizialmente diede rifugio ai suoi amici, poi però capì che la salvezza era oltre confine. Per aiutare i suoi amici ebrei si trasformò allora in ladro e falsario di documenti d’identità: trafugò dall’ufficio dello Stato civile alcune carte d’identità in bianco e, facendosi aiutare da un amico tipografo, falsificò i documenti e li consegnò ai Vigevani. Poi, con la collaborazione di altri conoscenti, il Riccardi riuscì a far arrivare in Svizzera la famiglia Vigevani, ponendola definitivamente al sicuro.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 novembre 1995.

RICCERI GIOVANNI BATTISTA
Brescia 1600-San Lazzaro 15 maggio 1630
Visse a Parma fin dall’adolescenza e vi compì gli studi di Filosofia. Entrò nella Società di Gesù nel 1623. Insegnò a Novellara, Bologna e Parma. Morì a  trent’anni nell’Ospedale di San Lazzaro durante l’epidemia di peste, dopo che si era prodigato in modo egregio per frenarne la diffusione.

FONTI E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 293-294.

RICCI, vedi BANZOLA EUGENIO

RICCI AGOSTINO
Parma 1831
Studente. Fu detenuto nel forte di Compiano con altri suoi colleghi già prima dello scoppio dei moti del 1831 a cagione dello spirito sedizioso da loro manifestato. Fu poi sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937, 202.

RICCI BARTOLOMEO
Tornolo 8 dicembre 1819-Acqui 31 agosto 1899
Fin dai primi anni del sacerdozio acquistò fama di valente oratore. Fu curato in Santa Brigida a Piacenza, poi parroco a Rivergaro e quindi, fino alla morte, prevosto in Santa Maria in Gariverto. Appartenne alla corrente patriottica del clero e fu chiamato dal Moruzzi a insegnare filosofia in Seminario a Piacenza. Ricoprì varie cariche ecclesiastiche (fu, tra l’altro, Procuratore Fiscale presso il Tribunale ecclesiastico della curia Piacentina) e scrisse innumerevoli operette, riguardanti vari argomenti di diritto ecclesiastico, tra cui la congrua del clero (Delle congrue parrocchiali nelle ex provincie Parmensi, Solari, Piacenza, 1888).

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 355; F. Molinari, in Dizionario biografico Piacentino, 1987, 227-228.

RICCI ELIO
Parma 7 febbraio 1885-Parma 20 dicembre 1969
Il padre del Ricci, Stefano, godette fama di sarto valentissimo e la madre, Gentilia Rosselli, era figlia della temeraria popolana che ospitò il sellaio Antonio Carra, giustiziere del duca Carlo di Borbone (1854). Il Ricci, dotato di un’eccezionale attitudine al disegno, frequentò l’Istituto di Belle Arti di Parma, dove ebbe in Edoardo Collamarini, docente di architettura, il suo primo estimatore. Dopo che il Ricci ebbe ottenuto il diploma (1908), il Collamarini lo volle come collaboratore nel suo studio a Bologna. Il noto architetto stava in quel tempo ultimando il monumentale progetto del Tempio del Sacro Cuore: scrupoloso sino alla pignoleria e sempre insoddisfatto dei suoi aiutanti, decise di servirsi anche del Ricci, che ebbe l’incarico di studiare e definire alcuni particolari architettonici e decorativi della grandiosa opera. Tornato a Parma qualche tempo dopo, il Ricci ebbe un’offerta inaspettata da Pietro Guizzetti, titolare di Anatomia Patologica nella facoltà di Medicina dell’Università: eseguire i disegni di tutta una serie di particolari anatomici, che sarebbero serviti al docente come materiale illustrativo nel corso delle lezioni accademiche. Frequentando per lungo tempo il laboratorio anatomico, il Ricci disegnò in ordinata sequenza tutte le tavole richieste, riproducendo le innumerevoli parti del corpo umano con tale icastica perfezione da imporsi all’ammirazione dei più qualificati specialisti. Il Guizzetti riunì i fogli sparsi in una pregevole pubblicazione, che suscitò grande interesse in campo medico. Col sorgere della facoltà di Architettura, seguì la soppressione dei corsi di disegno architettonico presso gli Istituti di Belle Arti e la dequalificazione professionale dei vecchi diplomati in tali corsi. Furono ammessi a esercitare la professione di architetto i laureati nelle Università e, in via eccezionale, i diplomati in disegno architettonico negli Istituti di Belle Arti che fossero in grado di produrre un solido curriculum di attività edilizia. Al Ricci, che di opere ne aveva disegnate molte ma costruite poche, venne così preclusa per sempre la strada della libera professione. La sua attività successiva si limitò quindi alla progettazione di piccole strutture architettoniche, ricorrendo, per lavori più impegnativi, alle benevola compiacenza di colleghi che accettarono di buon grado di firmargli i progetti. Le opere realizzate dal Ricci, pur essendo non numerose e di tipologia scarsamente variata, portano chiaramente il segno di un’indiscutibile padronanza del mestiere, rivelando la sua spontanea e vivacissima estrosità, che, in una più fortunata carriera, avrebbe prodotto sicuramente opere di ben maggiore valore. Nel campo dell’architettura residenziale rimane particolarmente significativa villa Gina (1934), a Cesenatico. L’edificio, circondato da un insieme di basse costruzioni, domina il paesaggio con l’austerità della sua torre quadrata, addossata frontalmente alla parte più bassa. Una scalinata di marmo bianco, che spicca chiaramente sulla muratura faccia a vista, conduce all’ingresso principale, protetto da un ampio porticato. Nella costruzione si fondono, con scenografica solennità, stili di varie epoche, dal Bizantino al Quattrocento toscano, quest’ultimo particolarmente evidente nell’ampia sporgenza dei cornicioni. Con la sistema interna di villa Maghenzani (1946), tangente alla via Emilia a San Pancrazio, dalla elegante struttura rimaneggiata nell’Ottocento, il Ricci ebbe modo di mettere in luce le sue notevoli capacità di arredatore. Nel campo funerario il Ricci trovò il modo di esprimere compiutamente le sue tendenze di progettista, rigorosamente aderente alle formule classiche. Sono da ricordare: nel cimitero La Villetta di Parma la tomba Grassi, il cippo Donatuti (1951) e la cappella Ricci (1961) e a Guastalla la tomba Paralupi. Nella sua lunga esistenza il Ricci assistette al sorgere quasi ininterrotto di innumerevoli edifici progettati dai suoi vecchi compagni di corso (Morestori, Chiavelli, Vacca, Mora, Leoni e Uccelli), per i quali ebbe sempre frasi di lode e di approvazione, senza che gli sfuggisse mai una parola di rammarico per la sua forzata inattività. Rimase sempre a Parma, dedicandosi saltuariamente alla progettazione di edifici irrealizzabili, evitando sempre di apporvi la firma. Legato da stretta amicizia al gruppo scapigliato degli artisti di Parma, frequentò assiduamente gli studi dei pittori Paolo Baratta, Renato Brozzi, Cornelio Ghiretti, Romano Di Massa e soprattutto Amedeo Bocchi, che gli fu vicino negli ultimi anni di vita e ne ebbe altissima considerazione.

FONTI E BIBL.: G. Capelli, Architetti del primo Novecento, 1975, 147-150.

RICCI FRANCESCO
Parma 1870-1914
Medico, fu tra i fondatori del movimento costituzionale giovanile a Parma insieme col Sanvitale e col Cattaneo. Fu collaboratore de La Scintilla, combattente tenace e generoso, e partecipò con molta vivacità alle lotte politiche del suo tempo. Ricoprì con onore varie cariche pubbliche: a Parma fu amministratore della Cassa di Risparmio e degli Ospizi Civili, vice presidente dell’Associazione Agraria, assessore del Comune di Parma, consigliere dei comuni di Sorbolo e Langhirano e Sindaco di quello di Cortile San Martino.

FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 127-128.

RICCI GAETANO
1894 c.-Parma novembre 1971
Sottotenente, iniziò la carriera nel Corpo degli Alpini nel 1914, raggiungendo il Battaglione Feltre in Libia, da dove rientrò per partecipare col 7° Alpini, fin dall’inizio delle ostilità, alla prima guerra mondiale. Conseguite rapidamente per merito le promozioni a Tenente e poi a Capitano, sempre inquadrato in reparti operanti a contatto col nemico, si distinse particolarmente alle Tofane e in val Costeana guadagnando una medaglia di bronzo al valor militare e due croci di guerra e animando poi la resistenza all’offensiva nemica nell’autunno 1917 col V Raggruppamento alpini. Alla fine del conflitto, frequentata la scuola di guerra, prestò servizio quale ufficiale di Stato Maggiore e poi quale insegnante all’Accademia di Modena, ritornando quindi ai reparti a Ivrea, San Candido, Belluno, Trento e Brunico. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, partecipò alle operazioni sul fronte occidentale, al termine delle quali, avendo già raggiunto il grado di Colonnello, assunse il comando dell’11° Alpini, che tenne per quasi tutta la durata del conflitto italo-greco e comunque durante il periodo saliente e più impegnativo delle operazioni cui il Reggimento partecipò. Fu proprio durante tale periodo che nuovamente emersero le sue doti di soldato, in circostanze quanto mai avverse, dovendo il Reggimento fronteggiare preponderanti forze avversarie. Dal contenimento manovrato dell’avversario, l’11° passò all’azione di arresto e poi all’offensiva, culminata nelle sanguinose giornate dell’attacco al Mali-Spadarit, durante il quale vennero ancora una volta confermati coraggio e tenacia dell’11° Alpini, valorosamente condotto dal Ricci. Con un alto tributo di sangue l’11° Alpini s’impose al nemico in un combattimento durissimo, che resta tra le gesta maggiori della storia del Reggimento. Rientrato in Italia e nominato Generale, comandante la Scuola d’applicazione di Parma, il Ricci tenne tale incarico fino all’8 settembre 1943, portando l’istituto a un alto livello di organizzazione ed efficienza. A Parma lo raggiunse l’armistizio. Fu proprio in quei giorni che il Ricci, quale assertore di una tradizione di culto dell’onore militare e della religione del dovere da lui sempre professata e quale comandante di una scuola che tali valori coltivava negli ufficiali allievi, fu protagonista di un altro memorabile fatto d’armi che resta nel patrimonio dei più alti valori morali e militari della Scuola. Alla Scuola fu conferita poi per quel fatto d’armi la medaglia d’argento al valor militare. Intimata infatti da parte germanica, nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, la resa incondizionata della Scuola, il Ricci, pur conscio dell’enorme inferiorità delle forze a sua disposizione e del grave rischio personale cui andava incontro insieme ai suoi familiari alloggiati nella Scuola stessa, respinse sdegnosamente l’intimazione e organizzò e animò coi pochi ufficiali allievi presenti e cogli uomini dei servizi l’impari resistenza. Reparti avversari di una divisione SS, pur subendo perdite, accerchiato l’istituto, costrinse il Ricci e i pochi difensori ad asserragliarsi nei locali del comando, dove un colpo dell’artiglieria nemica uccise un ufficiale. Imposta dal Comando italiano superiore la cessazione di ogni resistenza, per evitare il minacciato bombardamento della città, il Ricci tenne nei confronti degli avversari che lo catturarono, un fierissimo comportamento. La motivazione della medaglia d’argento al valor militare conferita al Ricci per quel fatto d’arme è la seguente: Comandante di un istituto militare all’atto dell’armistizio, si schierava decisamente contro i Tedeschi aggressori. Intimatagli la resa, la rifiutava sdegnosamente e si impegnava con indomito valore in cruenta impari lotta che protraeva, animato da elevato spirito di sacrificio, fino all’esaurimento di ogni mezzo di offesa. Cessata l’azione per ordine superiore, manteneva di fronte ai Tedeschi stoico contegno in difesa dei suoi dipendenti. Chiaro esempio di salde virtù militari. Rifiutato qualunque compromesso, il Ricci fu quindi deportato in Germania, dove restò prigioniero per oltre venti mesi, fino al termine del conflitto. Rientrato in Italia e lasciato il servizio attivo, il Ricci assunse importanti mandati direttivi nella vita civile.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 novembre 1971, 3.

RICCI GHERARDO
Parma seconda metà del XV secolo
Architetto e ingegnere attivo nella seconda metà del XV secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 302.

RICCI GIUSEPPE
Borgo San Donnino XVII secolo-post 1728
Pittore ritrattista attivo nella seconda metà del XVII secolo e almeno fino al 1728.

FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, XVI, 1828, 101.

RICCI LUIGI ANTONIO
Parma-Digione 21 febbraio 1871
Prode soldato, combatté tutte le guerre del Risorgimento italiano dal 1859 al 1867, raggiungendo per merito e valore il grado di Tenente. Nel 1870 accorse in Francia, vi combatté eroicamente e trovò la morte nel fatto d’armi di Digione.

FONTI E BIBL.: Parma a Garibaldi, 28 maggio 1893, Parma, Battei, 1893; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418; E. Massa, Medaglioni parmensi: Luigi Ricci e Luigi Maestri, in Corriere Emiliano 22 dicembre 1925; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 905.

RICCI MARCO
Parma 1443/1444
Fu professore all’Università di Bologna di Rettorica e Poesia durante l’anno scolastico 1443-1444. Non figura tra Li Dottori forestieri che in Bologna hanno letto Teologia, Filosofia, Medicina e arti liberali dell’Alidosi e il Corradi (Notizie sui professori di latinità nello studio di Bologna, Bologna, 1886, 416) lo dice da Padova. Ma nei Rotoli (t. I., 19) è testualmente detto: ad lecturam Rhetorice et Poesis diebus festivis m. Marcus de Ricijs de Parma. Fu tra i primi insegnanti della Poesia, la quale fu aggiunta alla Rettorica nello Studio bolognese non prima dell’anno 1426 (cfr. G. Zaoli, Di alcuni Rotuli dello Studio della prima metà del secolo XV, in Studi e Memorie per la Storia dell’Università di Bologna, IV, 222).

FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 5 1929, 5.

RICCI OTTAVIO
Parma 28 aprile 1925-Passo di Ticchiano 20 novembre 1944
Figlio del marchese Luigi. Giovane studente universitario, nell’estate 1944 decise di unirsi alla formazione autonoma partigiana Fiamme Verdi. Nel corso di un duro rastrellamento nazista del novembre dello stesso anno, il distaccamento di cui faceva parte si scontrò con reparti tedeschi. Morì sotto i colpi nemici per dare il tempo di ripiegare ai propri compagni. A lui fu intitolata la Divisione partigiana Ricci (costituita nella zona Est della provincia di Parma nella primavera 1945) che ebbe il compito di liberare Parma dai reparti tedeschi e fascisti. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Giovane studente universitario, animato da vivo amore di Patria, partecipava alla lotta di liberazione combattendo nelle file partigiane. Nel corso di un duro rastrellamento, scontratosi, unitamente al proprio distaccamento, con forze tedesche postate in posizione dominante, mentre la maggior parte dei compagni ripiegava in disordine sotto lo schiacciante fuoco del nemico, in piedi e allo scoperto rispondeva con la sua arma alle armi tedesche, dando ai suoi il tempo per ripararsi, ma cadendo da prode sul campo.

FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 97; Caduti Resistenza, 1970, 88; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 260; Enciclopedia di Parma, 1998, 570.

RICCI PIETRO
Parma 30 maggio 1870-Parma 17 giugno 1929
Entrò nel Conservatorio di Parma il 5 novembre 1881 e ne uscì nel 1888 come clarinettista, iniziando subito la carriera di strumentista. Viaggiò nell’America, in Egitto e in Russia, facendo parte delle migliori orchestre. Più avanti negli anni, abbandonato il commercio in strumenti ad arco, cui si era dedicato, seppe formarsi, essendo dotato di spiccato temperamento musicale e sorretto da ferma volontà, una solida cultura che gli permise di conseguire ragguardevoli livelli professionali. Diresse concerti orchestrali a Parma e in varie città d’Italia. Fu compositore apprezzato ed eseguito. Il Ricci fu autore di un quartetto in la minore ad archi, che venne eseguito dal quartetto Capet di Parigi, di una Sonata per pianoforte e violino, Arcaica (sinfonia), per grande orchestra, Danza infantile, per orchestra e del poema sinfonico Ego, eseguito la prima volta nel 1912 al Teatro Regio di Parma. All’apice della carriera, una grave malattia lo stroncò dopo dieci anni di penose sofferenze.

FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 168-169; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 128; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 98.

RICCI UMBERTO
Cortile San Martino 1904-Parma 1967
Dopo aver esercitato per breve tempo la libera professione (era laureato in Agraria), iniziò l’attività nel campo assicurativo, divenendo agente principale della Reale Mutua di Assicurazioni. Nel 1960 diventò presidente della Banca Emiliana: sotto la sua presidenza i depositi aumentarono da 3 a 17 miliardi di lire.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 263.

RICCIO DA PARMA, vedi MARENGHI DOMENICO

RICCIO DA SORAGNA, vedi MARENGHI PIETRO

RICCO, vedi SANVITALE UGO

RICCÒ GINA
Lesignano de’ Bagni 24 luglio 1930-San Michele Cavana 16 aprile 1945
Partigiana della 3a Brigata Julia (con il nome di battaglia di Luisa), cadde in combattimento.

FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 263.

RICCÒ GIOVANNI
Parma 24 marzo 1817-Parma 1873
Figlio di Gaetano e Marianna Barani. Allievo di Giovan Battista Borghesi, vinse nel 1834 la terza medaglia per il nudo disegnato all’Accademia parmense, continuando poi gli studi e la carriera quasi come autodidatta. Nel 1838 espose nel Palazzo del Giardino di Parma Otto ritratti che furono molto lodati. L’anno dopo Maria Luigia d’Austria iniziò una serie di commissioni con l’Ecce Homo (1839), che donò alla chiesa di San Pancrazio, e il S. Giovanni Battista, donato a quella di Lemignano, nel comune di San Martino Sinzano. Il secondo dipinto fu pure esposto al pubblico assieme a un Ritratto di singolar bellezza nel Palazzo del Giardino. L’Ecce Homo rivela agganci ritardatari al Cigoli ma una cultura d’immagini tutt’altro che provinciale, tanto da far supporre viaggi d’istruzione (di cui peraltro non si hanno documenti) a Firenze e a Roma. Tali contatti meglio giustificherebbero anche la personale adesione del Riccò al dettato nazareno, rilevabile nel San Giovanni Evangelista ai piedi della Croce (1840, Comune di Parma, olio su tavola di cm 189¥108), ma altresì in opere mature come il San Paolo predica davanti all’Areopago (1847, olio su tela, cm 140¥200; Parma, Pinacoteca Nazionale), capolavoro del Riccò per la complessità del costrutto scenico e per la smaliziata conduzione pittorica. Le committenze ducali continuarono nel 1840 col S. Giovanni ai piedi della croce per la cappella di San Lodovico. Inoltre il Riccò espose anche un Nazareno in mezzo a due altre figure che si può identificare con l’Ecce Homo di San Pancrazio. Ancora, nel 1841 la Duchessa gli ordinò un S. Nicolò di Bari per la chiesa di Reno nel Comune di Tizzano e nello stesso anno espose in pubblico un Ritratto di cacciatore a mezza figura, Tre ritratti e una copia della Madonna del S. Girolamo del Correggio. Nel 1842 il Riccò terminò un quadro incompiuto del proprio maestro Borghesi, la Madonna col Bambino della chiesa di Sant’Andrea, ritrasse la duchessa Maria Luigia (l’opera venne ereditata da Leopoldo l’Austria) ed espose alcuni ritratti. Nel 1842 la Sovrana gli allogò il S. Michele Arcangelo per la chiesa di Nociveglia nel Comune di Compiano ed espose pure nel Palazzo del Giardino alcuni ritratti e il Bevitore. Nel 1844 per Maria Luigia eseguì i Santi martiri Ippolito e Cassiano (poi ereditato da Leopoldo d’Austria) che venne esposto l’anno dopo assieme a un Ritratto. Ancora nel 1845 così come negli anni immediatamente seguenti gli vennero ulteriori commissioni ducali: la Beata Vergine di Caravaggio per la chiesa di Calice nel Comune di Bedonia, esposta nel 1846, il S. Pietro Apostolo per la pieve di Tizzano (1846) e il S. Giovanni Evangelista per la chiesa di Vigolante nel Comune di San Pancrazio (1847). Nel 1846 il Riccò completò Un episodio della strage degli Innocenti, commemorato da un componimento di Luciano Scarabelli ed esposto in quell’anno nel Palazzo del Giardino. Deceduta la Sovrana, il Riccò continuò con una ricca produzione a presenziare a molte delle mostre indette dalla nascente Società d’Incoraggiamento. Nel 1855, su commissione della medesima Società, espose a Piacenza la Parabola del buon Samaritano, poi sorteggiato al duca Roberto di Borbone. Trasportatasi l’iniziativa a Parma nella Galleria Ducale, per le premiazione e relative estrazioni, vi aggiunse un Ritratto e tre quadretti di genere. Nel 1856 presentò La Samaritana al pozzo, mentre nel 1857, sempre a Piacenza nel Palazzo Costa e poi a Parma in Galleria, espose una Sacra Famiglia, in stile fiammingo antico, e un Gesù Bambino dormiente, in stile francese. Nel 1858 partecipò alla mostra parmense con Quattro ritratti e un Povero suonatore di violino (quest’ultimo sorteggiato a Rodolfo Rapaccioli). Nel 1859 partecipò con La vecchia addormentata e l’anno dopo con l’Annunzio di Morte a Socrate, nel 1861 con La carità al frate cercatore, estratto al Comune di Zibello, e nel 1863 con Un suonatore, Un ritratto, il Ritratto del Re d’Italia e il Ritratto di Giuseppe Garibaldi. Inoltre presentò all’esposizione industriale parmense Due ritratti, di uomo e di giovane donna. Infine nel 1870 il Riccò completò un’altra copia della Madonna del S. Girolamo del Correggio, la quale, secondo alcuni suoi ammiratori, regge appunto al confronto del preziosissimo originale, tanto che avrebbe addirittura potuto far cambiare parere al Mengs circa una riproducibilità soddisfacente del capolavoro.

FONTI E BIBL.: M. Leoni, 1834, 361; Gazzetta di Parma, supplemento 5 maggio 1838, 165, 1 maggio 1839, 154, 27 maggio 1840, 181, 28 aprile 1, 8 e 12 maggio e 2 giugno 1841, 151, 155 e 163; C. Malaspina, 1841, 141, 149-150 e 189; Gazzetta di Parma 7 giugno 1842, 181, 1843, 223, 7 giugno 1845, 18; Il Giardiniere 16 e 23 maggio 1846, 74 e 78; L. Scarabelli, 1846; G. Bacchi, 1847, 101; C. Malaspina, 1851, 85; G. Negri, 1852, 57, 59, 61, 63-66; Gazzetta di Parma 31 maggio, 18 e 27 luglio 1855, 494, 652 e 683, 16 luglio 1856, 641, 18 agosto e 8 ottobre 1857, 737 e 909; X., in L’Annotatore 1857, 143; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; F. G., in Gazzetta di Parma 1858, 857-858; G. Panini, 1858, 885; Esposizione delle opere, 1858, 12; C.I., in L’Annotatore, 1859, 162; A. Billia, 1860, 1247; G. Carmignani, 1861, 18; P. Martini, 1862, 24; Gazzetta di Parma 11 e 13 luglio 1863, 615 e 619-620; Catalogo Esposizione Industriale, 1864, 92; C. Malaspina, 1869, 71; Il Presente 5 luglio 1870; P. Martini, 1873, 21; P. Grazioli, 1877, 33; P.Grazioli, 1887, 138; E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, v. X, 122-123; N.Pelicelli, in Thieme-Becker, 1934, v. XXVIII, 265; A. Santangelo, 1934, 9; E. Bénézit, 1955, v. VII, 219; G. Ponzi, 1973, II, 27; N. Pelicelli, Guida storica, artistica e monumentale della città di Parma, Parma, 1906, 134; G. Copertini, Pittori parmensi dell’800, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 167; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Colorno, 1974, 38; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 397-398; M.Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 21 dicembre 1998, 13.

RICCÒ GUIDO ANTONIO
Parma 1711/1717
Falegname. Fu attivo in San Pietro Apostolo a Parma nel 1711-1717.

FONTI E BIBL.: E. Guerra-A. Ghidiglia, 1948, 27; Il mobile a Parma, 1983, 257.

RICCO MARCO
Parma XV secolo
Fu maestro di logica reputato e di valore.

FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.

RICHER FRANCESCO
Parma 1766/1773
Violinista della Reale Orchestra di Parma, con la riforma del 1° aprile 1766 venne retribuito con 3600 lire di soldo più 2400 lire di pensione.Dal 25 ottobre 1773 il soldo fu aumentato di altre 2000 lire (Archivio di Stato di Parma, Ruolo dei provigionati, dal 1766).

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

RICORDA PIETRO
Pellegrino 1592
Dottore e Commissario di Pellegrino, nel 1592 rogò delle investiture (esistenti dell’archivio Fogliani).

FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 10.

RIGÈ GIULIO
Parma 1831
Ebbe parte nei moti del 1831 a Parma. Il Rigè fu segnalato nel seguente modo dalle autorità di polizia: altro dei disarmatori della truppa, feccia di popolo, vegliato per delitti commessi e condanne sofferte, e quindi capacissimo a delinquere. Fu iscritto nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 202.

RIGHELLI ANTONIO
Langhirano 1776/1838
Figlio di Giuseppe, notaio. Il Righelli dal 1776, anno della sua immatricolazione, sino al 1827 fu notaio in Langhirano. Nel 1791 fu Giurisdicente feudale di Castrignano e Traversetolo, nel periodo di dominazione francese (1812) compare come uno dei due supplenti il giudice di pace di Langhirano e nel 1821 vice Pretore. Verso il 1838 alienò metà dei propri possedimenti langhiranesi a Francesco Gennari e da quel momento cessano le notizie di lui e anche di una sua eventuale discendenza dalla consorte Matilde Schianchi.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 marzo 1997, 5.

RIGHELLI CRISTOFORO
Langhirano o Parma 1600/1636
Fu Prevosto della chiesa di Martorano dal 1600 al 1636.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 marzo 1997, 5.

RIGHELLI FRANCESCO
Traversetolo XIX/XX secolo
Fu apprezzato direttore d’orchestra e direttore della banda cittadina di San Remo.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 settembre 1979, 16.

RIGHELLI LUCA
Langhirano o Parma 1662/1689
Nell’anno 1662 fu Rettore della chiesa della Santissima Trinità in Parma. Dal 1664, quando la Santissima Trinità fu elevata a parrocchia, ne fu Preposito e come tale rimase sino al 1689, anno in cui, coi membri della sua famiglia, fece edificare in Langhirano l’oratorio dell’Assunta. L’oratorio è caratterizzato dall’importante Portale del muro di cinta. Esso rappresenta un pregevole esemplare d’arte barocca interamente costruito in laterizio, sormontato da tre guglie in cotto, arricchito da archi, volute, dentelli, lesene e cornici che si rincorrono cadenzando gli spazi. All’interno dell’oratorio è conservata una pala d’altare, opera di Biagio Martini, raffigurante la Presentazione al Tempio.

FONTI E BIBL.: Gazzzetta di Parma 17 marzo 1997, 5.

RIGHETTI ANDREA
Cornice 11 ottobre 1843-Carpi 7 giugno 1924
Si trasferì a Borgo San Donnino ancora bambino. Il Righetti trovò ospitalità durante il periodo di studio nel Seminario diocesano di Borgo San Donnino presso lo zio Andrea Righetti, vicario perpetuo della Cattedrale. Ordinato sacerdote il 31 marzo 1866, il Righetti venne subito preposto, nello stesso Seminario, all’insegnamento di filosofia e successivamente di teologia morale, di sacra eloquenza e di diritto canonico. Fu pure Canonico teologo e Vicario generale, facendosi apprezzare per dottrina e pietà. Ebbe tra i suoi allievi Alberto Costa, divenuto poi vescovo di Melfi, Rapolla e Venosa e in seguito di Lecce, che lasciò un opuscolo biografico dal titolo Mons. Andrea Righetti, tomista. Proposto e chiamato alla dignità episcopale, fu consacrato il 20 dicembre 1891, ma, per una questione di diritto circa la nomina dei vescovi di Carpi pendente tra Stato e Santa Sede, poté prendere possesso di quella diocesi soltanto il 23 dicembre 1894. Sua prima cura fu quella di riordinare il Seminario, dove insegnò a lungo filosofia e diritto canonico, prodigandosi alacremente nell’educazione e nella formazione religiosa del clero. Fu prelato di alta spiritualità, di profonda fede e grande carità. Il Righetti appoggiò la nascente Azione Cattolica e si occupò efficacemente della formazione cristiana della gioventù, promuovendo per essa il sorgere di circoli e oratori. Fu in rapporti di consuetudine amichevole con i cardinali Gennari, Svampa, Ferrari e Sarto, succedendo a quest’ultimo quale amministratore apostolico a Mantova, allorché il Sarto fu trasferito patriarca a Venezia. La Santa Sede gli affidò sovente delicate mansioni e papa Benedetto XV, in riconoscimento delle sue alte benemerenze, lo creò Assistente al Soglio pontificio. Durante la guerra 1915-1918, quantunque vecchio e malfermo in salute, si adoperò a mantenere alto il morale nella popolazione e nei soldati, favorendo inoltre, dopo la conclusione dell’armistizio, ogni opera sorta ad alleviare le sofferenze degli ex prigionieri di ritorno alle loro case. Il 13 marzo 1930 fu solennemente commemorato a Fidenza, insieme con monsignor Giuseppe Buscarini e monsignor Giacomo Donati. Per la circostanza, un medaglione con la sua effigie venne collocato nell’atrio del Seminario vescovile.

FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 128; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 373-374.

RIGHI
Parma prima metà del XX secolo
Imbonitore, proprietario di un baraccone viaggiante adibito a museo delle cere, nei primi anni del Novecento il Righi esibì, come pezzo forte della sua collezione, la povera Albertina Bianchi, giovane figlia di una regina dei deserti dell’Africa Centrale. Secondo quanto declamava il Righi, la principessa, raffigurata nelle prosperose sembianze di balia, andò un giorno a fare il bagno in compagnia delle fide ancelle. Dalla selva prese a osservarla un animale gorillo, ultima spezie dell’uomo, che, colpito da subitaneo e furibondo amore per la nobildonna africana, la rapì, desideroso di farne la sua sposa diletta. A questo punto il Righi, per accrescere la tensione negli astanti, scudisciava l’aria, scalciando con gli stivaloni da cavallerizzo, in atteggiamento di dominare il puledro che tentava di disarcionarlo. Soltanto dopo aver eseguito questa fantasiosa serie di esercizi equestri, strillava il finale della disavventura: Non vuole e non puole, la povera Albertina Bianchi, abituata agli aggi di corte, accedere alle brame del gorillo. E così ella morse di crepacuore e di spaventi, mentre anche pure il pretendente respinto lasciò questa valle di lacrime. Vedendo, infatti, la sua bella spincolare, ormai senza vita, dal ramo più alto dell’albero dove c’era il suo mancato nido d’amore, ebbene, lui si gettò a capofitto sulla dura terra sottostante e ne morì senza un lamento. L’attenzione degli spettatori si concentrava sul simulacro della principessa Albertina deposta sul catafalco, mentre l’immagine del gigantesco gorilla era dipinta contro un fondale. Il Righi esauriva le sue lamentanze funebri con la seguente considerazione, ogni volta destinata a scatenare l’ilarità: Questa è la tragica storia d’amore di Giuletta e Romeo in Africa.

FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez 2 1986, 97-98.

RIGHI ANTONIO, vedi RIGHI JACOPO ANTONIO

RIGHI AUGUSTO
Parma 5 ottobre 1807-post 1865
Figlio di Giovanni e Teresa Ferroni. Fotografo, litografo e pittore, fu associato a Guido Calvi nella conduzione dello studio fotografico di quest’ultimo. Non risulta che abbia continuato l’attività dopo la cessione dello studio da parte del Calvi. Il Righi si distinse durante i moti del 1831: fu poi sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 202; Aurea Parma 1 1989, 42.

RIGHI FEDERICO
Parma 1831
Impiegato della Presidenza dell’Interno del Ducato di Parma, sezione di Grazia e Giustizia, prese parte ai moti del 1831: nel giorno in cui scoppiò la rivoluzione fu sempre veduto unito al Commissario Briccoli assieme al Conte Jacopo S. Vitale, Angelo Grossardi e Dr. Coruzzi. Nella sera di detto giorno poi il Righi si presentò armato al Palazzo Ducale e si pose in sentinella allo scalone in compagnia dell’Avvocato Casapini. Fu inquisito e poi sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 201.

RIGHI GIOVANNI
Parma 1777 c.-post 1831
Fu Ispettore della casa di forza di Parma. Ebbe parte nei moti del 1831: nella sua qualità d’Ispettore della casa centrale di forza fu quello che diede la coccarda ai due detenuti Pederotti e Sasanella. Consegnò egli personalmente al conte Jacopo San Vitale una lettera direttagli dallo Sasanella colla quale implorava la libertà, promettendo l’opera sua in favore della patria ed assicurando che sarebbesi di bel nuovo costituito a compiere la sua pena. Questo fatto potrebbe essere testificato da Pietro Breviari, custode della casa centrale di forza. Fu inquisito e poi sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 201.

RIGHI GIUSEPPE
Parma 20 giugno 1922-Parma 29 febbraio 1980
Insegnante e uomo politico socialista. Eletto per la prima volta consigliere provinciale di Parma per il Partito Socialista Italiano nelle elezioni amministrative del novembre 1960, ricoprì la carica di assessore effettivo nella Giunta presieduta da Luciano Dalla Tana. Esperto nei problemi della scuola e della cultura, affrontò i propri compiti distinguendosi come amministratore pubblico per la lucidità e la serietà dell’impegno ma anche per l’esempio di attaccamento al lavoro. Ritornò poi in Consiglio provinciale nel 1964, dove venne eletto Presidente, carica che mantenne fino al 1970. La sua guida alla testa dell’ente locale fu caratterizzata da una serie di iniziative, idee e progetti, indirizzati al progresso del territorio parmense. Eletto consigliere regionale nel 1970, assurse a una delle massime cariche politiche in seno alla Regione Emilia-Romagna divenendo vice-presidente del Consiglio. Rimase vittima di un incidente stradale verificatosi durante uno dei viaggi di servizio per Bologna, sede regionale. Il Righi tentò di risolvere alcuni problemi di grande respiro, in particolare quello del riequilibrio culturale per l’eliminazione delle differenze tra i giovani residenti nelle zone di campagna e di montagna e i residenti nella città o nell’area immediatamente confinante. Proprio per questo egli operò in modo concreto puntando a far sorgere nuovi complessi scolastici decentrati, come quello di San Secondo e quello di Langhirano.

FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 263-264.

RIGHI JACOPO ANTONIO
Parma 17 luglio 1736-Firenze luglio 1802
Figlio di Giovanni e di Annunziata Guasti. Medico e chirurgo, fu aggregato al Collegio medico parmense nell’anno 1759, mediante la deroga al requisito della nobiltà. Il Righi, che apprese l’anatomia in Padova dal Morgagni e chirurgia dal Nannoni nell’ospedale di Santa Maria Novella in Firenze (1762-1765), fu professore all’Università di Parma (Lettore di Chirurgia Teorico Pratica dal 1767 al 1779, nel 1770 appare anche Lettore dell’arte ostetricia e così anche nel 1785; nel 1800 viene detto Lettore di Chirurgia Teorico Pratica e dell’Arte ostetricia) e medico di Corte. Nel 1765 pubblicò la Lettera chirurgica sopra due astrazioni di pietra. In lui l’attività teorica non fu dissociata da quella pratica: nell’anno 1767 eseguì una mirabile operazione di doppia cateratta. Nel mese di febbraio del 1769, in una lettera inviata dal Protomedico al Magistrato dei Riformatori, si comunica la volontà del duca Ferdinando di Borbone di mandare il Righi in Francia. Il progetto fu realizzato e ne sono testimonianza due lettere conservate nell’Archivio di Stato di Parma, con le quali il Righi trasmise in Italia alcune brevi notizie relative al suo soggiorno all’estero. Da Lione il 29 marzo scrive: Sono undici giorni che io vivo in Lione con sommo piacere mio perché trovo di che soddisfarmi con l’acquisto di nuovi lumi nella professione che io esercito. Avvi qui un vasto spedale, dei più regolati e puliti che uomo abbia mai saputo immaginare. Non ho mancato di frequentarlo coll’impiegarci molte ore al giorno per osservare i metodi di operare e di medicare gli infermi, come pure per relevarne i regolamenti. Successivamente afferma di essere rimasto sorpreso dal rigore con cui sono ricevuti i giovani in questo ospedale. Qualche settimana dopo, il 23 maggio, scrive da Parigi: Non sono che momenti che io sono unito al Grand Hotel-Prior ove sono stato spettatore di molte operazioni. Ho avuta la contentezza di vedere usato con ottimo successo e con l’approvazione di molti valenti cerusici di Parigi il metodo insegnatomi a Firenze e da me eseguito più volte a Parma con esito felice. Tornato in Italia nel 1771, fu nominato chirurgo maggiore dell’Ospedale della Misericordia di Parma. Il Righi fu anche aggregato al Regio Collegio dei medici di Madrid. Fu sepolto in Santa Croce a Firenze.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 577; Ruoli Università 1768-1801; Ruolo de’ Provigionati n. 40 (p. 36), n. 36 (p. 115), n. 34 e n. 42; Ruolo Generale Università n. 66 (p. 76); Ruolo de’ Provigionati 1800, n. 67 (p. 177); F. Rizzi, Professori, 1953, 55-56; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero dei Ducati, 1962, II, 491; C. Cropera, Facoltà Medica Parmense, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1985, 156-157.

RIGHI TELESFORO
Brescello 2 aprile 1842-Parma 29 dicembre 1930
Studiò con Giuseppe Bonazzi nella Scuola di musica di Brescello dal 1856 e pianoforte e composizione alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1861 al 1865, con Giusto Dacci e Giovanni Rossi. Si diplomò come allievo emerito nel 1866, ottenendo subito la nomina a maestro supplente, che divenne definitiva nell’ottobre 1875. Insegnò pianoforte complementare (dal 1866 al 1888), organo (dal 1875 al 1888), pianoforte principale (dal 1875 al 1888) e composizione dal 1888 al 1908, anno in cui fu posto in pensione. Fu il maestro di Ildebrando Pizzetti. Il Righi fu autore di Giuditta, opera giocosa in tre atti (rappresentata a Torino al Circolo degli Artisti, 1° dicembre 1871), e di Marcellina, melodramma serio in quattro atti su libretto di A. Castelli (Parma, Teatro Regio, 1° marzo 1873). Delle altre sue composizioni si conoscono soltanto L’addio, duetto per due tenori, e i Lavoratori del mare, opera teatrale.

FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 3, 1938, 650; Enciclopedia della musica, 4, 1964, 17; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 83; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 96.

RIGHINI GIROLAMO
Parma  1700
Abitante a Parma, allievo e aiutante poco noto di Ferdinando Galli Bibiena, dipinse le scene per il Teatrino della Rocca di Soragna e il 19 giugno 1700 fu pagato per questo lavoro 200 lire. Le scene furono dipinte in accordo con il suo maestro, che era preposto alla costruzione del Teatrino stesso.

FONTI E BIBL.: B. Colombi; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RIGHINI PIETRO
Parma 2 agosto 1683-Parma 20 dicembre 1742
Fu allievo di Ferdinando Galli Bibiena. Svolse inizialmente la sua attività per il teatro alla Scala di Milano (1717) e per il teatro Municipale di Piacenza. Nel 1719-1720 fu scenografo presso il Teatro Ducale vecchio di Reggio. Nelle stagioni di primavera 1724 e 1726 dipinse le scene al Teatro Ducale di Parma. Fu architetto teatrale presso la Corte ducale di Parma dal 1727 al 15 febbraio 1739. In questa attività allestì per la stagione di primavera 1728 Il Medo (otto incisioni dalle scene di quest’opera si trovano in un volumetto in folio). Nella Fiera d’aprile 1730 fu al Nuovo Ducale Teatro della Cittadella di Piacenza, come pure in occasione della fiera d’autunno 1732. Lavorò agli ultimi due spettacoli dati al Teatro Farnese di Parma: nel 1728, in occasione delle nozze del duca Antonio Farnese, vi fu dato il dramma Il trionfo di Camilla, allestito dal Collegio dei Nobili (il Frugoni gli dedicò due sonetti per le bellissime scene) e nel 1732, quando venne eseguito un carosello con l’introduzione in mosica, La venuta di Ascanio in Italia, per l’arrivo del nuovo sovrano Carlo di Borbone. Nel 1730 e 1737 operò anche al Regio di Torino e, sempre nel 1737, fu chiamato a Napoli per lo spettacolo inaugurale del Teatro San Carlo (Achille in Sciro), dove riscosse un successo unanime e venne riconfermato direttore dell’allestimento scenico di quel teatro. Troppo assorbito in patria e altrove dalla sua normale attività di architetto, si riservò soltanto la guida artistica del personale tecnico e, in linea di massima, l’ideazione dei bozzetti più importanti. Affidò invece la realizzazione delle scene a un gruppo di artisti locali, in base alle diverse specializzazioni: responsabile del laboratorio di scenografia (e realizzatore della maggior parte delle scene) fu Vincenzo Re, scenografo per le architetture Francesco Saracino (o Saraceni, architetto di Corte dal 1727 al 1739) e per le figure e i paesaggi Cristoforo Russo (1726-1740). Nel 1740 il Righini (che contribuì tra l’altro alla festa teatrale per le nozze di Carlo di Borbone) lasciò la carica a Saracino, sostituito l’anno seguente da Re. Ritornato a Parma, fu invitato a Brescia per progettare la costruzione di un nuovo teatro. Lavorò ancora al Teatro Ducale di Parma e l’ultima scenografia che di lui si conosce è del Carnevale 1742 per il Siroe, re di Persia. Dopo la morte le sue scene furono utilizzate ancora per decenni. Nonostante l’incompletezza delle notizie cronologiche, lo stile e l’apporto del Righini alla scenografia settecentesca sono sufficientemente documentati grazie a un gruppo di incisori che illustrano alcuni libretti. Raccolte in una prima serie (conservata parzialmente presso la Raccolta Bertarelli di Milano e la Raccolta G. Fiocco a Padova), furono edite nuovamente ad Augusta nelle incisioni di M. Engelbrecht e sono note col titolo Theatralische Veränderungen, vergestellt in einer zu Mayland gehaltenen Oper (s. a.). Da questa serie furono ricavati due quadretti a olio (Corpo di guardia Reale e Anteriore d’un serraglio di fiere) conservati presso il Theater Museum di Monaco, il quale possiede anche una copia delle incisioni. Sebbene poco studiato, il Righini è in realtà una delle figure più interessanti della prima metà del Settecento, già inserito nel linguaggio della scenografia rococò quando ancora militavano i Bibiena e soprattutto i Clerici, artisti parmigiani, dai quali certo il Righini molto apprese in gioventù. Nelle sue scene l’interesse prospettico e quello pittorico-rovinistico si incontrano e compongono in una unità stilistica senza contrasti. Le scene architettoniche prevalgono sugli esterni e ritornano anch’esse agli schemi tradizionali (vedute ad angolo, assi in diagonale, architetture iscritte le une nelle altre), ma manca l’ossessione illusionistica e la moltiplicazione degli spazi a scatola ottica. La profondità spaziale, assai ridotta, si modera nel movimento curvilineo e ritornante, tipicamente rococò, delle architetture e degli spazi, che si slanciano rientrando gli uni negli altri. Anche i motivi decorativi (ricci, volute, cornici ondulate) assecondano e sottolineano il movimento curvilineo. Ma soprattutto compaiono col Righini le prime scene senza profondità geometrica, dove la sede dell’azione scenica si sviluppa in larghezza e in prossimità del proscenio. Non si può ancora parlare di scena-quadro in senso rigoroso ma ve ne sono molti presupposti. Manca, è vero, la libertà spaziale del plein-air e la scena s’inquadra ordinatamente, come una veduta-paesaggio, entro la cornice architettonica e asimmetrica situata in primo piano, ma dietro le arcate il gioco prospettico è definitivamente scomparso. Forse, più che un innovatore, il Righini fu un naturale prodotto del suo tempo, un giudizioso interprete di esigenze prossime a maturazione. Della sua attività di apparatore, connessa alla carica di architetto ducale, resta il disegno a penna (Parma, Archivio di Stato, Archivio Farnese) del catafalco per il mortorio del duca Francesco Farnese (4 settembre 1724). Tra le opere di architettura si ricordano (tutte a Parma) le cappelle laterali di Santa Maria in Quartiere, l’altare maggiore in San Vitale, la cappella della Beata Vergine del Caravaggio e la facciata per la chiesa di Santa Maria del Fiore (distrutta). Del Righini sono note le seguenti scenografie: 1719, Bajazet di F. Gasparini (Reggio, Teatro Ducale vecchio), 1720, Nino di G.M. Capello, A. Bononcini e Gasparini (Reggio, Teatro pubblico), 1724, Venceslao di Capello (Parma, Teatro Ducale), 1725, Il Trionfo di Camilla di L. Vinci (Parma, Teatro Ducale), 1728, Le Nozze di Nettuno l’equestre con Anfitrite, di C.I. Frugoni e L. Vinci (Parma, Teatro Farnese, per le nozze di Antonio Farnese ed Elisabetta d’Este), 1729, Siroe re di Persia di S.A. Fioré (Torino, Teatro Regio), 1730, Scipione in Cartagine nuova di G. Giacomelli (Piacenza, Nuovo Teatro Ducale), 1732, La Venuta di Ascanio in Italia, di Frugoni (Parma, Teatro Farnese, per la venuta di Carlo di Borbone), 1737, L’Olimpiade di G.F. Brivio (Torino, Teatro Regio), Achille in Sciro di D. Sarro (Napoli, San Carlo, spettacolo inaugurale). Inoltre, tutte al San Carlo, ideate dal Righini ma realizzate da V. Re e aiuti: Olimpiade di L. Leo, 1738, Demetrio di L.Leo (solo atto I e una scena atto II), Artaserse di Vinci, La Clemenza di Tito di A. Hasse e A. Palella, La Locandiera di P. Auletta, Temistocle di G.B. Ristoro, Nozze d’Amore e di Psiche, festa teatrale, di G. Baldassare e L. Leo (per le nozze di Carlo di Borbone), 1739, Semiramide riconosciuta di N. Porpora, La Partenope di Sarro, Adriano in Sciro di G.B. Tistoni, 1740, Il Trionfo di Camilla di Porpora.

FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker; G. Campori, Gli artisti italiani e stranieri negli Stati Estensi, Modena, 1855, 407; Teatro a Reggio (per il primo Centenario del T. Comunale), Reggio, 1857, 80; H. Tintelnot, Barocktheater und barocke Kunst, Berlino, 1939, 91,95-96 e passim; C. Schmidl, Dizionario Universale musicisti, 2, 1929, 373; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 169; Enciclopedia spettacolo, VIII, 1961, 986-987; Aurea Parma 3 1962, 127; F. Mancini, Feste, apparati e spettacoli teatrali, in Storia di Napoli, vol. VIII, Napoli, 1971; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 407; Enciclopedia di Parma, 1998, 570-571.

RIGOLETTO, vedi BERNINI REMOe VERTI LINO

RIGONI LUCE
Torrile 1920-Torrile 1990
Esercitò la professione di ostetrica per moltissimi anni nel Comune di Torrile riscuotendo stima incondizionata. Dopo il collocamento a riposo continuò a prestare la propria opera nei servizi sociali come volontaria, fino alla sua scomparsa.

FONTI E BIBL.: Comune di Torrile, Ufficio Toponomastica.

RIGUZZI BIAGIO
Forlimpopoli 12 aprile 1876-Parma 6 luglio 1949
Si diplomò maestro di scuola elementare e aderì al Partito socialista, interessandosi particolarmente alle lotte dei braccianti. Fu segnalato come agitatore rivoluzionario pur essendo costituzionalmente incline al metodo gradualista. Il movimento operaio locale, come quello di altri centri della Romagna, manteneva una spiccata attitudine alla protesta e alla ribellione spontanea. Forlimpopoli fu tra le città italiane più legate alla I Internazionale. Il 18 marzo 1878 vi si svolse una grande dimostrazione popolare per l’anniversario della Comune di Parigi. Nel luglio successivo, dopo il congresso di Forlì, la città partecipò attivamente alla ricostruzione clandestina del movimento e durante i moti dell’aprile-maggio 1898, la zona fu interessata da violenti scontri, subendo poi duramente la reazione di Pelloux. Il Riguzzi, non del tutto insensibile all’influenza di quelle tradizioni ancora recenti, ne mantenne però l’impronta più nel linguaggio che nel sostanziale orientamento politico, sicché in seguito trovò un ambiente più congeniale nella riformista Borgo San Donnino. Nell’anno scolastico 1899-1900 insegnò come maestro a Fabrica di Roma, poi si impiegò come commesso in un’agenzia agricola di Forlimpopoli, dove fondò il Circolo di educazione socialista e assunse la segreteria della lega di miglioramento tra operai e braccianti. In tale veste organizzò, nel maggio 1901, uno sciopero di 900 lavoratori addetti all’escavazione del canale Torricchia, conclusa con una transazione. Grazie anche alla sua opera nelle trattative intavolate con gli impresari, i braccianti ottennero notevoli vantaggi e l’eco dell’agitazione vittoriosa si diffuse nei centri della Romagna. Il 1° maggio di quell’anno il Riguzzi chiamò a Forlimpopoli e nel circondario i più noti dirigenti socialisti, come Artino Zambianchi di Forlì, Gaetano Zirardini di Ravenna, Umberto Serpieri di Rimini e Brunelli di Castel Bolognese, affidando loro l’incarico di tenere conferenze. Corrispondente del giornale socialista di Forlì Il Risveglio e dell’Avanti!, il Riguzzi curò poi la diffusione dei giornali e di tutta la stampa giornalista. A Borgo San Donnino si trasferì il 1° ottobre 1901 come segretario della Camera del lavoro. Il socialismo borghigiano era legato alla personale influenza del deputato riformista Agostino Berenini, proveniente dalle file radicali, e di G. Faraboli, organizzatore del movimento contadino della Bassa parmense secondo schemi di cooperazione integrale e di affittanza collettiva. Tra l’inizio del secolo e la prima guerra mondiale mantenne una quasi totale autonomia nei confronti di Parma, che si manifestò con la diffusione di giornali locali come Il Lavoratore (socialista) e Il Salso-Borgo (democratico-socialista) e che nei momenti decisivi assunse l’aspetto di autentica contrapposizione politica. La Camera del Lavoro di Borgo San Donnino divenne il centro di un vasto movimento che comprendeva, oltre alla vicina Salsomaggiore, gran parte della Bassa. Dopo il 1904, con il prevalere del sindacalismo rivoluzionario nella zona del capoluogo, il riformismo parmense fece di Borgo San Donnino il proprio rifugio e il contraltare della Camera del Lavoro deambrisiana: il Riguzzi si trovò pertanto a operare come uno dei principali organizzatori dell’ala destra del movimento operaio, non solo del collegio borghigiano ma di tutta la provincia. Il Riguzzi stesso scrisse, più tardi: Poiché gli scioperi del 1901 e 1902 non avevano pienamente soddisfatto i lavoratori per le ripercussioni economiche che produssero, i riformisti si dedicarono con fervore alla formazione di cooperative di consumo con o senza riconoscimento giuridico, le quali, superate le prime gravi difficoltà inerenti alla deficienza di capitali e di esperienza, si sviluppavano in modo meraviglioso in alcuni centri come Borgo San Donnino, Fontanelle, Colorno, Sissa. Il Riguzzi lasciò nel marzo 1905 la segreteria della Camera del Lavoro e assunse la direzione amministrativa delle cooperative di consumo della zona, per tornare poi al precedente incarico il 5 giugno 1909, a un anno dalla conclusione della lotta agraria sindacalista, durante la quale il movimento che faceva capo a Borgo San Donnino aveva mantenuto un contegno di neutralità, accontentandosi dei patti sottoscritti nel 1907. Impegnato anche nel Partito socialista, fedele all’ottica prevalente nella Bassa, in occasione del Congresso provinciale dell’aprile del 1905 prese la parola per sostenere che le leghe non avevano diritto al voto deliberativo e per difendere il periodico dei socialisti di Borgo San Donnino e Salsomaggiore, la cui pubblicazione era stata violentemente criticata dai dirigenti federali come atto di indisciplina. Assieme a Faraboli, Riccardo Bò, Demetrio Pelloni e Italo Salsi, il Riguzzi rilanciò nell’aprile del 1909 la propaganda confederale e organizzò un congresso al quale presero parte le leghe della Camera del lavoro di Borgo San Donnino, quelle del Colornese, di Langhirano e di Parma, uscite dall’orbita socialista dopo la disastrosa conclusione dello sciopero agrario. In quell’occasione il Riguzzi fu il relatore, assieme a Demetrio Pelloni di Soragna, sul punto Rapporti fra l’azione di resistenza e l’azione cooperativistica e mutualistica. Annunciando i temi del suo intervento, il Riguzzi scrive: La cooperazione di consumo nella nostra provincia è slegata, senza unicità d’indirizzo, in balia di se stessa, e purtroppo non sviluppa tutte quelle energie di cui potrebbe essere capace. E’, senza volerlo, l’organizzazione più localista della nostra provincia, perché ogni cooperativa sotto l’ombra del già vecchio campanile pensa a sé sola senza essere legata da alcun vincolo di solidarietà colle altre cooperative. I rimedi che il Riguzzi propose per ovviare a un simile stato di cose si limitarono alla costituzione tra le cooperative di consumo di un’agenzia collettiva per gli acquisti, che avrebbe permesso di stipulare grossi contratti e realizzare forti risparmi. Sul tema dei rapporti tra cooperazione e resistenza il Riguzzi tornò a riferire nel Congresso del 1910. L’adesione di Berenini al Partito socialista riformista e la conseguente scissione nel movimento socialista della Bassa trovarono il Riguzzi impegnato nel tentativo di evitare la frattura. A questo scopo pubblicò su L’Idea una lettera aperta a Berenini perché recedesse dalle sue posizioni e, quando ormai la rottura era consumata, mantenne i legami con molti iscritti e il resto del Partito, non seguendo Berenini nella sua scelta. Fu il Riguzzi che presiedette il Congresso della Rinascita socialista, tenuto a Parma nel maggio del 1913 alla presenza dei delegati di quattordici circoli della provincia. In quella circostanza, trattando anche delle candidature per le elezioni politiche, il Riguzzi approvò la proposta di candidare al collegio di Borgo San Donnino, contro Agostino Berenini, il direttore dell’Avanti!, Benito Mussolini. La proposta venne poi lasciata cadere. Il Riguzzi identificò nella cooperazione la più alta forma di organizzazione del movimento operaio, relegando a posti secondari la funzione di resistenza e la stessa lotta politica. Di tale concezione fu sempre partigiano nell’ambito della Federazione socialista parmense, del cui comitato direttivo fu chiamato a far parte al congresso provinciale del 30 giugno 1913. Alla vigilia del primo conflitto mondiale fece propaganda per la neutralità, contrapponendosi vivacemente all’interventismo deambrisiano. Nel 1916 fu chiamato alle armi con il grado di caporale e destinato a un battaglione di stanza a Borgo San Donnino. Poco dopo l’autorità militare lo trasferì a Piacenza per impedirgli di continuare l’attività politica e sindacale: nominato Sottotenente contabile e destinato a Parma nel giugno 1917, fu congedato alla fine del 1919. Dal gennaio 1920 assunse la direzione della Federazione parmense delle cooperative di consumo, presieduta, unitamente alle federazioni dei settori agricolo e di lavoro, da Faraboli. Mantenne i contatti con Borgo San Donnino come segretario di quella casa del popolo. Eletto consigliere provinciale, fu poi costretto a dimettersi a causa della reazione fascista. Aderì al Partito Socialista Unitario di G. Matteotti, limitando però i propri interessi politici al campo della cooperazione. Nel 1925 pubblicò, con Romildo Porcari, un saggio sulla Cooperazione italiana (Gobetti, Torino), ricco di informazioni e di dati. Nello stesso anno scrisse in Critica Sociale una serie di articoli dove sostenne, contro il principio della socializzazione e delle affittanze collettive, la superiorità della piccola azienda agricola sotto il profilo produttivo e sociale, profetizzando la rovina della grande impresa e l’assorbimento del bracciantato nell’industria e nell’emigrazione. Con l’affermarsi della dittatura fascista si ritirò a vita privata, dedicandosi alla vendita di alti forni e all’attività di mediatore. Il regime fascista lo cancellò dalle liste dei sovversivi nel 1930, considerandolo ormai un simpatizzante. Nel 1931 pubblicò un saggio storico sul movimento operaio parmense (Socialismo e riformismo nel Parmense, Laterza, Bari), che segnò una positiva novità per l’argomento trattato e per il metodo usato, nell’avvilente panorama di una cultura mortificata dal regime. Molti furono i riconoscimenti per questo lavoro. La stessa stampa comunista in Francia non mancò di suggerire la lettura di quest’opera che, pur risentendo di una forzatura con l’assunzione quasi acritica del modello reggiano a pietra di paragone, fece emergere la carica di rinnovamento nazionale e di riscatto sociale presente nelle battaglie sostenute dai lavoratori della provincia parmense. Nelle elezioni del 1946 per la Costituente il Riguzzi fu presentato candidato dal Partito socialista: non fu eletto, ma il suo nome riscosse così ampi consensi, che quando si trattò di garantire una personalità di prestigio e di assoluta onestà politica e culturale per la direzione de La Gazzetta di Parma, la scelta cadde sul Riguzzi, che rimase alla Gazzetta per due anni (1946-1948). Nel 1946, a cura della Federazione socialista di Parma, il Riguzzi pubblicò il frutto di un lungo studio su I partiti politici in Italia, che fu l’ultima sua fatica di storico. Morì alla casa di cura Braga-Valli.

FONTI E BIBL.: B.R., Sindacalismo e riformismo nel Parmense. L. Musini, A. Berenini, Bari, 1931, ad indicem; B.Riguzzi, La socializzazione della terra e i piccoli coltivatori, in Critica Sociale 16 1925, 200-204, e 17, 222-224; B.Riguzzi, Il problema dei piccoli coltivatori e l’organizzazione dei lavoratori della terra, in Critica Sociale 18 1925, 230-233; P. Basevi, Lo sciopero agrario a Parma nel 1908, in Emilia 17 1951, 144-147; N. Denti, Fidenza nell’età contemporanea, in Aurea Parma I 1953, 36-54; U. Balestrazzi, 1863-1915. Il Parmense nel movimento operaio italiano, in Eco del Lavoro 30 ottobre, 7, 13 e 27 novembre, 4, 10, 18 e 25 dicembre 1953; G. Saragat, G. Faraboli apostolo di socialismo e di italianità, Reggio Emilia, 1955; Balestrazzi, Lo sciopero parmense del 1908 nel ricordo e nelle considerazioni di un vecchio socialista, in MOS 1-2 1965, 129-141; F. Manzotti, Il socialismo riformista in Italia, Firenze, 1965, 30-31; L. Valiani, Questioni di storia del socialismo, Torino, 1975, 112-113; U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 248-251; A. Cavandoli, in Movimento operaio italiano, IV, 1978, 356-358.

RINALDI ALBERTINO, vedi RINALDI UBERTINO

RINALDI AMELIA
Neviano degli Arduini 1920-Bore 1990
Maestra elementare. Si trasferì a Bore nel 1950, dopo anni di tirocinio in scuole dell’Appennino, e vi si stabilì dopo aver sposato Mario Papais. La Rinaldi fu il fulcro culturale del paese di Bore. Si fece promotrice di molteplici iniziative, quali la creazione del costume locale che ragazzi e ragazze indossavano in occasione delle feste paesane e l’organizzazione del Corpo Bandistico e Majorettes di Bore.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 aprile 1995, 29.

RINALDI ANTONIO
San Secondo 1806-post 1844
Figlio di Giuseppe e di Catterina Bianchi. Architetto, operò in Parma e a Milano. Luigi Uberto Cornazzani (Gazzetta di Parma 26 gennaio 1829) scrive che a Milano si fa conoscere con lode, l’architetto Antonio Rinaldi, il quale dopo aver diretta la costruzione del nuovo studio del famoso scultore Cav. Marchesi, architettata dal celebre Sig. Gioacchino Crivelli, ne ha pubblicata una descrizione apprezzabile assai da que’ dell’arte e piacevole a chiunque, per le tavole disegnate da lui stesso, che presentano fedele e vaga figura di quel grandioso edificio. Delle dodici che debbono compier l’opera, quattro sono incise; e quelle raffiguranti le varie vedute interne ed esterne ci paion fatte con grande accuratezza, e perizia dell’effetto prospettico, come d’altre d’icnografia saran riconosciute, in particolar modo esatte. Nel 1842, ancora il Cornazzani sulla Gazzetta di Parma, dopo aver detto che il Rinaldi continuava a farsi molto onore a Milano e che era elogiato in pubblici fogli di quella città, tra cui la Gazzetta e il Pirata, ricorda che il celebratissimo scultore Marchesi cotanta fiducia ha nel valore di lui, da affidargli in ogni occasione il dirigere la parte architettonica de’ propri grandiosi monumenti. Ed ora è cresciuto in fama colà per la recente costruzione della casa Passalacqua. Gli edifizi riguardevoli non solo per ricchezza di marmi, ma ancora per eleganza di costruttura son moltissimi a Milano, e moltiplicano prodigiosamente, eppure quella casa si riconosce degna di lode quasi singolare; cotanto ne è semplice ed uno lo stile dell’architettura. La faccia esterna ha le perfette proporzioni delle fabbriche del Palladio. Il cortile ha sì magnifico aspetto che vien giudicato più vasto di quanto sia; e riesce comodissimo mediante uno di quegli atrj che i periti chiamano tetrastici joni. Di tutto quel bell’artificio il merito è del celebre architetto milanese Gioacchino Crivelli, e del nostro Rinaldi, che, assente quel suo maestro, nel tempo della fabbrica, la diresse e compié. Nel 1844, il Rinaldi è nuovamente citato in una Bibliografia del Facchino e in un altro articolo della Gazzetta di Parma, per aver avuto un suo progetto coronato fra dieci ch’erano stati mandati per costruzione di un edificio ad uso macello e di mercato di Commestibile a Torino. Infine, sempre nel 1844, il giornale parmigiano La Lettura scrive, recensendo la Bibliografia illustrante il Sepolcro Passalacqua in Paina, Provincia di Milano, disegnato e descritto all’architetto Antonio Rinaldi Parmigiano: Annunciamo volentieri questo libro fatto da un nostro concittadino, il quale fuori della sua terra nativa, va acquistando onore, per opere lodevoli d’Architettura, ch’egli coltiva con grande amore e con felice riuscita. Vorremmo poter dir qualche cosa delle quattro tavole unite al libro, rappresentanti la 1° il Prospetto del monumento; la 2° la Pianta; la 3° l’Interno; la 4° il piedestallo del busto del Conte Gio: Battista Lucini Passalacqua, ma non possiamo che esprimere una certa compiacenza, avuta nel vedere questi disegni, nei quali ci è sembrato che sia una certa gravità non disgiunta da grazia e leggiadria di forme; proporzione regolare di parti, ed eleganza di stile; per le quali doti c’immaginiamo come il monumento, già eseguito, debba riuscire gradito all’occhio di ogni riguardante, sia egli perito o ignaro di Belle Arti. Il monumento funebre Passalacqua palesa elementi di un neoclassicismo decadente, già orientato verso forme rinascimentali. L’edificio funebre non manca di una certa grandiosità. Il Rinaldi esercitò gran parte della sua attività lontano da Parma. Frequentò il corso di architettura dell’Accademia di Belle Arti di Parma (1829) e il corso di matematica e fisica dell’Università di Parma. L’appartenenza del Rinaldi all’Accademia è dimostrata dal seguente documento: Accademia Ducale di Belle Arti. Adunanza Privata straordinaria del 31 marzo 1844. E ancora dall’Architetto Antonio Rinaldi, uscito dalle nostre scuole, si mandavano in dono da Milano, con lettera del 6 aprile 1844, a questa Accademia sette tavole litografiche  rappresentanti il laboratorio del Cav. Pompeo Marchesi, disegnate dall’istesso Rinaldi. Il Corpo Accademico, mostrò di aver caro un tale atto di ricordanza del volonteroso giovine, e ancora verso di lui lasciò al segretario l’Ufficio di rispondere e ringraziare.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 26 gennaio 1839 e 9 marzo 1842; C. Trombara, Antonio Rinaldi, architetto parmense del sec. XIX: sue opere per l’Università di Parma, in Parma per l’Arte 5 1955,  31-35; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 908.

RINALDI CRISTOFORO
Salsomaggiore 1336 c.-
Figlio di Ubertino. Come il padre, si laureò in medicina all’Ateneo di Pavia, nel quale fu poi per molti anni stimato professore di fisica.

FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, I, 1961, 374.

RINALDI GIORGIO
Parma 1629-1709
Numerosi furono i suoi lasciti per opere religiose e di misericordia parmigiane, tra i quali una somma per far costruire l’altare maggiore nella chiesa della Santissima Trinità, un lascito  per la Congregazione di carità San Filippo Neri, una somma alla Confraternita dei pellegrini e altre allo Spedale degli Esposti, alla Casa pia dei poveri mendicanti e al convento di San Pietro d’Alcantara. Il Rinaldi godette della fiducia di Ranuccio Farnese.

FONTI E BIBL.: F.e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 265.

RINALDI GIOVANNI CARLO, vedi RAINERI GIOVANNI CARLO

RINALDI GIOVANNI PAOLO, vedi RAINERI GIOVANNI PAOLO

RINALDI GIROLAMO, vedi RAINALDI GIROLAMO

RINALDI MASSIMO
Parma 1840 c.-Buenos Aires 21 aprile 1899
Di umili natali, fu destinato alla carriera ecclesiastica. Entrò inizialmente nel Seminario di Berceto, ma poi, sentendosi portato per la medicina, frequentò l’Università di Parma. Esordì nell’esercizio della professione di medico nella guerra del 1866. Due anni dopo emigrò in America. A Buenos Aires fu tra i medici fondatori dell’Ospedale italiano e per più di vent’anni vi rimase come oculista. Nel 1871, quando la febbre gialla mieté migliaia di vittime e gli abitanti di Buenos Aires fuggivano terrorizzati, il Rinaldi rimase in città prodigandosi per gli ammalati. Per tanta abnegazione e coraggio, il Municipio di Buenos Aires gli attribuì una medaglia d’oro, e il Governo italiano la medaglia al valor civile. Anche durante la guerra dell’Argentina contro il Paraguay, il Rinaldi prestò la sua opera di medico volontario. Dei suoi vari studi oculistici, il più importante è quello relativo al Massaggio della cataratta. Il Rinaldi fu fervente monarchico.

FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 93.

RINALDI UBERTINO
Salsomaggiore 1310-Salsomaggiore 1387
Fu medico di valore e professore emerito a Pavia, a Bologna e in altre Università Italiane.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, I, 1961, 374.

RINALDINO
Parma prima metà del XVIII secolo

Pittore attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane VII, 180.

RINALDO
Borgo San Donnino 1142/1144
Fu dapprima Canonico della Cattedrale di Piacenza. Resse come Arciprete la Chiesa borghigiana per soli due anni (1142-1144) perché chiamato ad altri uffici.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, I, 1961, 23.

RINCI ORSOLINA, vedi VENERI ORSOLINA

RINETTI MANLIO
Alessandria 1929-7 aprile 1997
Parma divenne la sua città adottiva: questa città lo vide studente in Medicina e vi percorse la carriera accademica fin dai primi gradini. Il Rinetti cominciò come assistente volontario, prima alla cattedra di Patologia speciale chirurgica e propedeutica clinica (dal 1957 al 1959) e poi a quella di Scienza dell’alimentazione (dal 1962 al 1969). Poi, con la qualifica di aiuto, nel 1973 divenne assistente nella cattedra di Clinica medica. Dopo la morte di Bianchi, suo maestro, nel 1978 il Rinetti passò all’Istituto di Patologia medica e nel 1984 divenne professore associato nella cattedra di Gastroenterologia. Gastroenterologo di fama, all’attività universitaria affiancò quella di libero docente: fu molto stimato a Milano, dove ebbe consulenze e collaborazioni con importanti ditte farmaceutiche e cliniche private.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 aprile 1997, 9.

RINGOZZI ANTONIO
-Parma 22 settembre 1879
Volontario, fece la campagna risorgimentale del 1866.

FONTI E BIBL.: Il Presente 23 settembre 1879, n. 261; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.

RINIERI GIULIO CESARE
Berceto 1586/1588
Appena nominato prevosto di Berceto, si dedicò alla stesura, seguendo le indicazioni del vicario generale della Diocesi di Parma Pietro Campana, dei nuovi Statuti della Collegiata di Berceto, i quali portano la data del 6 maggio 1586. In essi venne tra l’altro stabilito che il servizio di settimana fosse compiuto da un solo canonico, anziché da due. Il Rinieri si firmò l’ultima volta nei registri parrocchiali il 23 febbraio 1588: poco appresso rinunciò alla Prevostura.

FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 93.

RINIERI, vedi anche RAINERI

RIO ANTONIO, vedi DEL RIO ANTONIO

RIPA DONNINO
Parma 1526/1569
Figlio di Lorenzo. Fu un celebre orefice, che operò lungamente in Roma. Lavorò per molto tempo col Caradosso e si trova segnato tra i testimoni nel testamento dello stesso Caradosso, fatto il 6 dicembre 1526 (vedi Artisti Lombardi, vol. I). Nel testamento il Caradosso si confessa debitore al Ripa, suo garzone, di 35 scudi, parte in prestito e parte per fare una medaglia ad un cavaliere di Gian Maria da Parma. Dopo la morte del maestro, il Ripa affittò dall’erede vari stabili in Roma (Not. Reydettus, 1544, fol. 2). Il Ripa nel 1545 mosse lite contro il camerlengo e i consoli degli orefici in Roma perché l’avevano cacciato da console. Condannato, nel 1546 si appellò. Fu citato nel maggio 1547 dal console degli orefici Francesco de Leys ed ebbe finalmente giustizia dopo il 1550: fu infatti reintegrato, come appare in un documento del novembre 1569 (Tribunale del Camerlengo, Manuale 1545-1548). Fin dal 1546 risulta essere stato milite di San Pietro e fu appunto in virtù dei privilegi dei militi di San Pietro che il Ripa cominciò la lite con l’Università degli orefici (Miscellanea artistica, orefici, fol. 27). Il 7 settembre 1554 ebbe lite con Bernardino San Martino, chierico d’Ivrea, per conto di una società di 50 scudi, passata per atto notarile, dal quale il Ripa pretendeva essere stato danneggiato (Lib. In. 1554, f. 165-166). Portato l’affare davanti al governatore di Roma, pare non aver avuto ulteriore seguito. Nel 1560 il Ripa fu Console degli orefici (Registro degli assaggi di Zecca 1554-1570). Il Ripa fu poi espulso dall’Università degli orafi di Roma una seconda volta: il 31 agosto 1550 mastro Tobia de Camerino mediolanensis, mastro Giacomo de Passeris e mastro Troiano de Gigantibus, romano, orefici e consoli proposero infatti all’Università congregata l’espulsione del Ripa perché persona scandalosa, che aveva defraudato i colleghi. La proposta fu accettata e il Ripa fu definito nell’occasione persona litigia (notaio Sano Perello 1548-1551, f. 626). L’espulsione fu confermata nella seduta dell’11 novembre 1550 (notaio Sano Perello, f. 666). In seguito però il Ripa fu reintegrato, tanto che la seduta del 21 ottobre 1565 risulta presieduta da M.o Donnino da Parma e da Bernardino da Gallese, consoli, e Gio. di Prato, console e camerlengo.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 132-133 e 173-174

RIPPA DONNINO, vedi RIPA DONNINO

RIQUIER ALBERTO
Parma 25 settembre 1892-Dolina Aosta 7 settembre 1917
Figlio di Vittorio e Itala Sachelli. Laureando in ingegneria, fu Tenente nella 72a Batteria bombarde. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì colpito da granata nemica.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 26 settembre 1917 e 1 ottobre 1918; Il Popolo d’Italia 28 settembre 1917; L’Internazionale 29 settembre e 6 ottobre 1917; Per la Riscossa 17 febbraio 1918; La Libera Parola 27 ottobre 1918; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 211.

RISCA, vedi SCAGLIA RICCARDO

RISCALDATO, vedi PAGANI MARCO ANTONIO

RISCARO
Parma prima metà del XVII secolo
Stuccatore attivo nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, V, 300.

RISENTITO, vedi PUELLI GIAN FRANCESCO

RISTORI ANTONIO
Calestano-Strada Salettuol Maserada 15 giugno 1918
Fante della 329a Compagnia Mitragliatrici, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Di vedetta ad una mitragliatrice portata in barbetta sotto l’intenso bombardamento avversario, si mantenne sempre calmo e sereno al proprio posto, noncurante dei numerosi proiettili che gli scoppiavano vicino. Essendo stata colpita da una scheggia di granata l’arma che egli guardava, continuò a rimanere al proprio posto, sempre strettamente osservando la consegna ricevuta, finché ferito da una successiva granata nemica trovava gloriosa morte.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 90a, 5598; Decorati al valore, 1964, 32.

RIVA AUGUSTO
Fornovo di Taro 1892-Vertoibizza Biglia 20 agosto 1917
Figlio di Francesco. Sottotenente medico del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Travolto e gravemente ferito dallo scoppio di una granata avversaria che recava forti danni al posto di medicazione ove egli si trovava per servizio, conscio della gravità della ferita che pochi istanti di vita gli avrebbe ancora concessi, non volle essere medicato e raccomandando si provvedesse al salvataggio degli altri colpiti, stoicamente si spegneva. Mirabile esempio di sacrificio ed altruismo.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 39°, 3043; Decorati al valore, 1964, 51.

RIVA BARTOLOMEO
Piacenza 1548-Parma luglio 1620
Figlio di un mugnaio, approdò al notariato nel 1580. Dopo aver fatto per un certo tempo il procuratore, Ranuccio Farnese lo scelse come archivista del Criminale di Piacenza. Nel 1590 gli fu affidato l’incarico di redigere il computo dei grani del Piacentino. Nel 1599 fu commissario per la composizione delle condanne criminali della montagna parmigiana e amministratore dello Stato Pallavicino. Nel 1603, in tarda età, si accasò con Caterina Leoni, figlia di un macellaio piacentino, anche se aveva già una figlia naturale che fece sposare nel 1608 a Camillo Scrollavezza. Dalla moglie ebbe diversi figli (il primogenito venne chiamato Ranuccio). Nel 1605 si trasferì a Roma   e creò il Monte Farnese, una banca che avrebbe dovuto essere garantita dal denaro del Duca di Parma, il quale razziò così i risparmi dei Romani, ancora affascinati dal ricordo della grandezza farnesiana. Il fallimento del Monte portò alle guerre di Castro e alla perdita da parte dei Farnese dei feudi laziali. Il 14 dicembre 1609 il Riva diventò tesoriere generale dei Ducati di Parma e Piacenza. Iniziò a ristrutturare in senso imprenditoriale e capitalistico l’economia degli Stati padani, con una concezione protezionistica e monopolistica della produzione, sognando un cambiamento della classe dirigente in senso decisamente antiaristocratico. Fu lui il grande regista della repressione della pretesa congiura dei feudatari del 1612 che rimpinguò le casse statali. L’ideologia antiaristocratica del Riva è espressa nel capitolo XIX de Il Mondo Nuovo di Tommaso Stigliani e nelle poesie di Guidobaldo Benamati, precettore di suo figlio Ranuccio. Nel 1613 il Duca fece pubblicare con splendidi disegni del Malosso un libro che fece firmare al figliastro Ottavio, le Quaestiones definitae, in cui confrontando le teorie copernicane e tolemaiche, si sostiene la validità di queste ultime, che giustificano anche l’asserzione che il potere del principe discende direttamente da Dio, con una forzatura evidente sulle dottrine giuridica e teologica del tempo. È la risposta ai tentativi democratici del Riva che, pur mantenendo le sue funzioni, alla fine abbandonò questo progetto di rinnovamento, una specie di lucida utopia di un realista spesso al limite del cinismo, che del resto non era condivisa neppure da quelli che egli aveva favorito nell’ascesa nelle magistrature. Dal 1616 il Riva, che aveva fino ad allora accettato solo la laurea honoris causa e il titolo di cavaliere dell’Ordine portoghese del  Redentore, cominciò a comperare castelli, come quelli di Travezzano e Ciriano, e la contea di Spettine, con relativo titolo comitale, da Roberto Caracciolo. Il poema che scrisse per lui Guidobaldo Benamati alla morte dell’amico, paragonandolo a Palinuro, rimase inedito per volere del duca Ranuccio Farnese. Col fratello Cesare, col giudice Barsotti e col giudice inquisitore Papirio Picedi fece parte del tribunale del Duca quando questi volle liberarsi della favorita Claudia Colla e della madre di lei (per lasciare posto alla sua nuova favorita Briseide Ceretoli), facendole accusare di maleficio. Inoltre il Riva dimostrò in più occasioni la sua amicizia a Ranuccio Farnese, come quando questi gli affidò in custodia, quando era ancora un fanciullo di sette anni, il figlio illegittimo Ottavio, nato nel 1598 dalla sua relazione, durata fino al 1610, con Briseide Ceretoli. I conti Riva furono, per tradizione e attitudini, uomini colti e appassionati d’arte e di musica: il Riva infatti diresse il lavoro di esecuzione e la collocazione dei due monumenti equestri di Ranuccio e di Alessandro Farnese, che ornano la piazza principale di Piacenza, dove furono collocati nel 1625. Altri episodi rivelano ancora come il Riva fosse stretto confidente di Ranuccio Farnese. Nel 1614 infatti, il Duca e il Riva stipularono un patto con un alchimista che si vantava si sapere fabbricare l’oro: procurati tutti gli ingredienti richiesti, attesero vari giorni l’esito promesso, ma invano: l’alchimista si dileguò, inseguito inutilmente dalle ire dei due interessati e da una fortissima taglia pendente sul suo capo. È assai probabile che i due Riva traessero grandi favori e cospicue ricchezze economiche dalla loro posizione privilegiata, e con ciò aumentassero il loro patrimonio. Fu in quel contesto politico-sociale che essi poterono costruire con dovizia di mezzi la villa di Arola, così vicina al castello del Duca, loro amico e Signore, senza timore alcuno e anzi protetta da lui. Così essa serba nella parte più antica, a sud, e nella struttura planimetrica il segno di quei tempi: le cortine murarie sono rudi e robuste ma non presentano nessuno di quegli aspetti aggressivi che caratterizzò l’architettura del Cinquecento. Una loggia su quattro arcate basse e incombenti si protende verso il pendio sottostante di fronte e il castello vicino. Quindi una struttura solida ma già aperta, come si conviene in un territorio che è governato da una sola e potente autorità.

FONTI E BIBL.: E. Grassi, Villa Peroni, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1984, 314-316; Enciclopedia di Parma, 1998, 571.

RIVA CESARE
Piacenza 1550 c.-1622
Figlio di un mugnaio. Conte, fratello di Bartolomeo. Il Riva fu Cancelliere della Camera Ducale, archivista, Governatore di Piacenza e tesoriere accorto e prudente di Ranuccio Farnese e coadiuvò il fratello nel ruolo di Sovraintendente generale delle entrate ducali. Assieme al fratello e al giudice inquisitore Papirio Picedi, sostenne Ranuccio Farnese nella drammatica repressione della congiura dei nobili parmensi contro di lui, capeggiati dai Sanvitale e dai Sanseverino, conclusasi il 19 maggio 1612 con l’esecuzione della pena capitale per i congiurati. Ancora assieme al fratello e al giudice Barsotti, fece parte del tribunale di Ranuccio Farnese quando questi volle liberarsi della favorita Claudia Colla e della madre di lei (per lasciare posto alla sua nuova amante Briseide Ceretoli), facendole accusare di maleficio. Fu il Riva che insinuò nel Duca la convinzione che gli atti di Ottavio Farnese (nonno di Ranuccio), che designavano la successione del feudo di Colorno anche per la linea femminile dei Sanseverino, di cui godeva allora la bellissima Barbara e suo figlio Gerolamo Sanvitale, potevano essere annullati. Inoltre fu il Riva che stabilì la somma che Ranuccio Farnese avrebbe dovuto ricevere dall’Imperatore per rinunciare ai diritti del feudo di Gerolamo da Correggio, associato ai cospiratori della congiura dell’agosto del 1611 e morto poi nel carcere della Rocchetta a Parma. Il Riva fu uomo colto e appassionato d’arte e di musica. È assai probabile che traesse grandi favori e cospicue ricchezze economiche dalla sua posizione privilegiata e con ciò aumentasse il suo patrimonio. Assieme al fratello, il Riva fece costruire, con dovizia di mezzi, la villa di Arola.

FONTI E BIBL.: E. Grassi, Villa Peroni, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1984, 314-316.

RIVA FELICE
Parma 1545
Il 12 dicembre 1545 fu pagato dal Comune di Parma 8 lire imperiali per avere dipinto 2000 braccia di frange da porre intorno alla Genepra e per altre opere realizzate in occasione dell’ingresso di Pier Luigi Farnese in città (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Mastro d’Entrata e Speza dei Dazi, 1545-1550, Ordini e Mandati 1545, c. 280).

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli-Zunti, vol. III, c. 358; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI, 1994, 361.

RIVA GIUSEPPE
Parma 1686
Incisore attivo in Parma nell’anno 1686.

FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, Incisione a Parma, 1969.

RIVA IRENEO
Sant’Agata di Villanova sull’Arda 23 marzo 1813-Bologna 14 febbraio 1896
Nacque da Giuseppe e da Maria Simonetta. Frequentò con profitto le scuole di Busseto e a quindici anni appena compiuti si presentò al Ministro provinciale dei Minori Osservanti che si trovava in visita al convento di Busseto per essere accettato nell’Ordine. Il 9 luglio 1829 compì la vestizione nel convento di San Nicolò in Carpi assumendo il nome di Ireneo. Trascorso l’anno di prova, emise la solenne professione (Registri degli accettandi e dei Novizii). Licenziato dagli studi compiuti in Parma, nel settembre del 1835 si presentò ai concorsi di filosofia in Ferrara, nei quali ottenne la cattedra di Reggio, dove il 17 dicembre dello stesso anno fu ordinato sacerdote. Insegnò filosofia in Reggio e teologia in Ferrara, Bologna e Parma. A Parma nel 1847, pur continuando l’insegnamento, fu nominato parroco curato, ufficio che sostenne per quindici anni (Registri provinciali e Atti Capitolari, t. 2, p. 477). Nel 1848 fu dichiarato Lettore giubilato. Nel 1855 il Riva si prodigò con altri religiosi durante la spaventosa epidemia di colera. A titolo di riconoscenza, la duchessa Luisa Maria di Berry, oltre ai generosi sussidi mandati al convento, conferì al Riva un diploma di benemerenza e una medaglia d’argento. Il Riva fu più volte Commissario del ministro generale per la presidenza dei Capitoli e nel 1862 Ministro provinciale: Haec est electio Ministri provincialis, Custodis et Definitorum per Patres Vocales in hoc conventu S. Spiritus Ferrarie capitulariter congregatos die 25 augusti 1862, canonice et rite celebrata; Praesid. in ea A. R. p. Antonio a Vastalla; in qua pro provincialatu A. R. p. Irenaeus Riva a Buxeto habuit vota 22 (Atti Capitolari, t. 2, p. 361, 477). Compiuto il triennio di governo, il 24 giugno 1865 fu confermato, col titolo di Commissario generale: Hinc de tua charitate zelo, rebusque in agendis dexteritate in Domino confisi, tenore praesentium Te Commissarium nostrum et Visitatorem praefatae Provinciae instituimus, nominamus et declaramus. Durante il governo del Riva avvenne la soppressione dei conventi (1866). Il Riva governò la Provincia bolognese dal 1862 al 1869, anno in cui fu eletto Definitore generale. Fu ascritto a varie accademie e in Roma fu membro attivo di quella dell’Arcadia e Consultore della Congregazione dell’Indice. In seguito si stabilì a Bologna, presso l’Ospizio di Santa Maria della Libertà, e dall’Arcivescovo di Bologna fu nominato Esaminatore Pro-Sinodale (Memorie, in Archivio provinciale). Il Riva fu Lettore nell’Annunziata di Parma, insegnante di teologia in diversi conventi e di filosofia in Ferrara, valente epigrafista (diede alle stampe molte iscrizioni e opuscoli ascetici) e disputò pubblicamente su tesi teologiche in elegantissimo latino. Fu anche valido letterato: in occasione del VII centenario di San Francesco d’Assisi, pubblicò in due volumi la traduzione della Francisciade di Francesco Mauri (Seletti, t. 2, p. 287). Sul suo sepolcro, nella Certosa di Bologna, fu posta la seguente epigrafe: Irenaeus Sacerdos Hic Jacet Franciscalis Veteris Observantiae Domo Buxeto Iosephi Riva Et Mariae Simonetta Filius Animo Mitis Scientia Litteris Poesique Clarus Clarior Que Pietate In Ordine Et Extra Variis Magnis Que Muniis Egregie Functus Hilari Vultu Semper Aequanimi Ad Ultimam Senectam Deo Dilectus Et Hominibus Perventus Sacris Rite Pie Que Expiatus Mortem Oppetiit Die XIV Februarii MDCCCIVC Annos Natus LXXXII Menses X Dies XXIII Cuius Anima In Pace Xti Requiescat.

FONTI E BIBL.: G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 331-335 e 346-347.

RIVA LUIGI FILIPPO GIUSEPPE
Parma 29 novembre 1755-Torrechiara 1847
Figlio di Giovanni Antonio e Camilla Riva. Non coltivò grandi passioni politiche né grandi passioni mondane come i suoi avi, sebbene partecipasse attivamente ai salotti letterari del tempo. Si sa infatti di un suo componimento poetico di gusto arcadico intitolato A Marore, che è conservato negli archivi della famiglia Albertelli Pancrazi. Il manoscritto del 1827 è un magnifico saggio calligrafo in tre canti, dedicato a Lucia Albertelli nata De Musi, molto nota tra i nobili del tempo per la sua bellezza e cultura (nella sua residenza di Torrechiara teneva un salotto, ove convenivano gli amici dei paesi vicini). Il Riva Cattaneo, in occasione del matrimonio della figlia di lei con Francesco Abbondio Rognoni nel 1832, compose con l’affettato gusto del tempo una poesia-acrostico. Il Riva Cattaneo risiedette nella sua villa di Arola. Temperamento meditativo e curioso di ogni sapere, con attitudini letterarie e scientifiche, coltivò nella sua lunga esistenza ogni manifestazione dell’arte e della cultura. Si dedicò soprattutto a ricerche glottologiche. Conobbe sei lingue, oltre l’italiano: francese, tedesco, spagnolo, inglese, greco e latino. Per questa sua attitudine, fu definito ellenista ed eptaglota. Ebbe cura della biblioteca di famiglia (conservata integralmente fino a metà del Novecento nella villa di Arola) ricca di molti volumi. Fu affiliato all’Accademia del Conservatorio di Parma. Il Riva Cattaneo, scrupoloso e preciso, tenne un diario quotidiano dove annotò le letture in lingua compiute giornalmente. Sembra quindi che gli si possano attribuire le didascalie e gli aforismi che si trovano in calce agli affreschi dell’atrio della villa e quelli dei tondi delle sovraporte. Morì all’età di novantadue anni e fu sepolto nella cappella di San Nicomede nel castello di Torrechiara.

FONTI E BIBL.: E. Grassi, Villa Peroni, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1984, 326-327.

RIVA SALVATORE
Sampierdarena 1 gennaio 1802-Parma 1 agosto 1875
Piacentino di adozione perché la famiglia si trasferì per stabilire la base dei suoi commerci a Piacenza, il Riva frequentò le scuole ginnasiali presso il Collegio di San Pietro. Studiò alle Università di Bologna e di Pavia e si laureò in medicina a Parma nel 1823. Per esame di concorso ebbe la nomina di professore sostituto alla cattedra di clinica medica dell’Università di Parma ma ne venne poi esonerato per avere partecipato ai moti del 1831. Fece parte nel 1831 della commissione, capeggiata dal Berghini, che si recò dalla duchessa Maria Luigia d’Austria a chiedere le riforme. Fece parte nel 1848 del Consesso Civico e di alcune commissioni legislative nominate dalla Suprema Reggenza. Fu considerato nel decennio 1849-1859, sia dalla popolazione che dagli ambienti governativi, il capo dei repubblicani parmensi. Presiedette nel 1859 l’effimera Giunta Provvisoria di Governo. Si prodigò per la cura dei malati nelle epidemie di colera degli anni 1836, 1855 e 1866, tanto da meritare una medaglia d’oro e una d’argento. Esercitò privatamente la professione di medico fino al 1870, mantenendo la direzione dell’Ospedale psichiatrico di Parma. Fu eletto deputato di Parma nella I e nella II legislatura. Non prese parte attiva ai lavori della Camera, dove militò nelle file dei liberali. Venne eletto il 12 febbraio 1849 con soli 10 voti su 377 iscritti nelle liste elettorali del collegio, perché gli elettori parmensi furono convocati a Fiorenzuola d’Arda. Fu uno dei due soli casi di seggio elettorale costituito fuori della propria sede naturale. Fu consigliere del Comune di Parma, esercitando per breve periodo la funzione di sindaco della città (1859-1860). Membro del Protomedicato e del Consiglio sanitario provinciale parmense, tenne la presidenza del Comitato di provvedimento e cooperò ad avviare in Sicilia migliaia di giovani. Fu consigliere della Società emancipatrice e socio della Società operaia. Il Riva fu insignito della Croce di Cavaliere di San Maurizio e di quella di Ufficiale della Corona d’Italia.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 agosto 1875; G.B.Janelli, Parmigiani illustri, Parma, 1877, 334-335, e 1880, 184; I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 78-79; T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 716; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 358; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 200; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, 1941, 65; Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 63; P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 196; F.Rizzi, I professori, 1953, 80 e sgg.; C. Pecorella, I governi provvisori parmensi, 1959, 111; P. Marchettini, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 229.

RIVACATTANEO LUIGI, vedi RIVA LUIGI FILIPPO GIUSEPPE

RIVABELLA STEFANO
Sale di Alessandria 1884-Parma 9 dicembre 1960
Proveniente da Milano, si trasferì a Parma nel 1907, chiamato a ricoprire il ruolo di assistente del Bernardini, direttore della Clinica di chirurgia veterinaria dell’Università di Parma. Alla vigilia della prima guerra mondiale, fu nominato direttore incaricato della stessa clinica e tenne tale carica fino al 1930, anno in cui ottenne la cattedra. Alla direzione della Clinica chirurgica veterinaria rimase fino al suo collocamento fuori ruolo, avvenuto nel 1955. Il 20 ottobre 1960 fu collocato in pensione. Per diversi anni fu preside della facoltà di Veterinaria. In considerazione dei suoi meriti scientifici e scolastici, fu nominato professore emerito con decreto del presidente della Repubblica. All’attivo del Rivabella è da ascrivere un notevole numero di memorie e di pubblicazioni, che apportarono un valido contributo scientifico.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 dicembre 1960, 4.

RIVALTA DOMENICO
Parma 1445-post 1535
Nacque da nobili genitori, i cui antenati signoreggiarono il castello di Rivalta, che poi passò ai Rossi. Studiò umane lettere con tanto profitto da essere scelto a Pubblico Precettore di Grammatica e di Rettorica. Fu maestro di molti illustri Parmigiani, come Niccolò Manlio, Bernardino Dardano e Giorgio Anselmi. Quest’ultimo e il Manlio gli dedicarono versi affettuosi. Il Rivalta ebbe offerte da molte città che avrebbero voluto averlo a professore: scelse Pontremoli per il decoroso stipendio e la quiete assai maggiore. Poi, per l’avanzata età, si dimise dall’ufficio e tornò in patria, sempre però dedicandosi allo studio. Lasciò Epistole famigliari, Cronica de’ fatti e successi di Pontremoli, una breve raccolta di versi latini e qualche rima in volgare. Visse oltre novant’anni. Un suo epigramma in lode di Donato Veronese, quando questi tenne l’Orazione De Laudibus Parmae et de studiis humanitatis (1533), fu scritto dal Rivalta all’età di ben ottantotto anni.

FONTI E BIBL.: U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 318; Aurea Parma III 1958, 176-177.

RIVAROLA ALFONSO
Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 232.

RIVAROLA GEROLAMO
Rivarolo 1624
Di nobile famiglia originaria del castello di Rivarolo di Torrile presso Parma, nel 1624 fu capitano, inviato ad assoldare duecento fanti nella riviera di Ponente per la Repubblica di Genova.

FONTI E BIBL.: V. Spreti, V, 742; A. Valori, Condottieri, 1940, 326.

RIVO ANTONIO, vedi DEL RIO ANTONIO

RIZZARDI GIUSEPPE
Parma 1707/1717
Intagliatore, ricordato nell’anno 1707 per un pagamento per lavori nella Rocca a Soragna, sotto la direzione dell’architetto Pietro Abbati, e nell’anno 1717 per la realizzazione dell’altare maggiore nell’oratorio di San Giovanni Battista a Cò di Ponte in Parma.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 34; Il mobile a Parma, 1983, 257.

RIZZARDI MARC'ANTONIO
Parma- Parma giugno/agosto 1667
Sacerdote, fu investito di un beneficio, che poi lasciò, il 18 ottobre 1651. Fu organista della Cattedrale di Parma dal 1º novembre 1659 fino al 1666. Il 15 settembre 1664 fu investito di un nuovo beneficio in Cattedrale. Morì poco dopo la metà del 1667, poiché il 16 settembre di quell’anno fu eletto allo stesso beneficio, per obitum D. D. Marci Antonii, Diofebo Beltrami.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 115.

RIZZARDI PIETRO
Parma-1738
Sacerdote, fu cantore della Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1722 al 3 maggio 1723. Il 24 giugno 1716 fu investito di un beneficio in Cattedrale.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 178. 

RIZZARDI VENCESLAO
-Parma 23 luglio 1888
Nel 1848 accorse con le prime schiere di volontari combattenti sui campi lombardi per l’indipendenza nazionale.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 luglio 1888, n. 203; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.

RIZZARDI POLINI GIUSEPPE
Parma 5 gennaio 1808-Parma 14 aprile 1881
Figlio di Pietro Antonio, pompiere, e di Ferdinanda Martani, solo a costo di grandi sacrifici poté dedicarsi agli studi e poi alla professione di architetto, dopo essere stato semplice muratore. La Ducale Accademia di Belle Arti in Parma lo fregiò del titolo di accademico d’onore (20 dicembre 1839) e pochi anni dopo (10 settembre 1844) fu nominato professore consigliere con voto nell’Accademia stessa. Il 25 giugno 1878, con voti quasi unanimi, ne fu eletto presidente. Il Rizzardi Polini realizzò un gran numero di edifici privati e pubblici, soprattutto a Parma e a Guastalla, spesso dedicandosi sia alla progettazione che alla direzione dei lavori. Diresse, tra l’altro, gli estesi restauri al duomo di Berceto (1844-1856), alla facciata del palazzo Bulloni-Serra (via della Repubblica 40) e a quella della casa Conforti (via Farini 55). Lasciò diecimila lire per un premio annuale di architettura. Il Rizzardi Polini fu liberale di vecchia data, né mai venne meno ai propri principi. Fece parte dell’amministrazione comunale di Parma dal 26 luglio 1863. Rieletto più volte consigliere e membro della Giunta Municipale, fu incaricato principalmente di soprintendere ai lavori pubblici. Il 6 aprile 1862 ebbe la Croce Mauriziana. Fu poi nominato il 10 luglio 1874 cavaliere, il 1º giugno 1879 ufficiale e l’8 gennaio 1880 commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 140-143; Enciclopedia di Parma, 1998, 571-572.

RIZZARDI POLLINI GIUSEPPE, vedi RIZZARDI POLINI GIUSEPPE

RIZZI ALDO
Roccabianca 1896-Fosa di Valdagna 5 dicembre 1917

Figlio di Ernesto. Fu soldato nel 2° Reggimento zappatori e con esso partecipò a diverse operazioni di guerra tanto sul Carso che nel Trentino. Sempre tra i primi in ogni pericolosa contingenza, fu assai stimato dai suoi superiori e dai suoi compagni d’arma per il suo coraggio e per la sua generosità. Morì in combattimento.
FONTI E BIBL.: Combattimenti di Roccabianca, 1923, 48.

RIZZI ANTONIO
Langhirano 1831
Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria per aver preso parte ai moti del 1831. Con sentenza dell’8 agosto 1831 fu dichiarato amnistiato.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 202.

RIZZI FORTUNATO
Capo di Ponte 1880- Parma 3 febbraio 1965
Studiò nel Liceo di Brescia, poi all’Università di Bologna, dove si laureò col Carducci nel 1904 presentando una tesi sulle commedie di Giovan Maria Cecchi. Dopo aver insegnato a Sarzana e a Casale Monferrato, nel 1914 pervenne all’Istituto tecnico Macedonio Melloni di Parma quale docente di lettere italiane.Dovette interrompere l’insegnamento per partecipare come combattente alla prima guerra mondiale col grado di tenente degli alpini. Ripresa l’attività scolastica, divenne preside del suo istituto nel 1936, carica che lasciò nel 1951 per raggiunti limiti di età. All’opera di educatore, seppe unire quella di conferenziere, di collaboratore attivissimo di riviste a carattere parmigiano e nazionale, di organizzatore d’incontri letterari e di divulgatore di problemi culturali. Il noviziato presso la scuola carducciana, che lasciò in lui un’indelebile impronta, rievocò in un articolo (in Aurea Parma del 1957) su Giosuè Carducci nel cinquantenario della morte. Il Rizzi conservò in sé il succo di quel libero e integro insegnamento del Carducci, che gli diè forza di mantenersi fedele a se stesso e alla verità, segnando le linee di un ritratto del poeta-educatore tracciato a rapidi tratti in punta di penna, sì che nelle sue parole appare veramente non solo l’immagine di lui quale spirito anticonformista e antifazioso, ma il vivo e personale esprimersi di una natura profonda attraverso quel rapporto maestro-discepolo che si attuò in maniera umanamente aperta, al di fuori di schemi convenzionali. La lezione morale carducciana penetrò profondamente nel Rizzi, non solo nel suo vivere per la scuola e per i giovani, ma anche nel perfezionamento continuo degli strumenti del suo insegnamento attraverso la dedizione costante ai problemi della cultura, cui seppe accostarsi con una particolare sensibilità. La sua attività scientifica si articolò in un duplice ordine di studi che condusse parallelamente nella direzione della letteratura e della storia parmigiana e in quella della letteratura nazionale. Al centro sta quel volume del 1934 su Francesco Petrarca e il decennio parmense, edito sotto gli auspici della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, per cui il Rizzi è citato a titolo di onore, accanto ai nomi di Vittorio Rossi, Francesco Novati, Carlo Calcaterra, Enrico Carrara e Pierre de Nolhac, nella Vita del Petrarca dell’italianista Ernest Hatch Wilkins. Si moltiplicarono intanto gli studi del Rizzi intorno a scrittori parmigiani e anche intorno ad altri scrittori che ebbero rapporti con il centro culturale e la storia parmense: da Biagio Pelacani a Taddeo Ugoleto, a Francesco Puteolano, a Filippo Beroaldo, a Francesco Maria Grapaldo, a Giorgio Anselmi, ad Andrea Baiardi, a Nicolò Burci, a Bernardino Donato, a Claudio Achillini, a Tommaso Stigliani, ai Professori dell’Università di Parma attraverso i secoli, a Figure dimenticate del Parnaso parmense, alla famiglia dei Lalatta. Ma con convergenza di linee nacquero di pari passo saggi e commenti critici, come quelli intorno a Michelangelo poeta e a L’Anima del ’500 e la lirica volgare, volume quest’ultimo che tra il 1928 e il 1929 diede origine a una fertile discussione critica sul valore e il significato del petrarchismo cinquecentesco, come è provato dalle numerose recensioni che le maggiori riviste letterarie italiane gli dedicarono per opera del Calcaterra, del Chiorboli, del Citanna e del Galletti. Ancora lavori intorno al Tasso, all’Alfieri, al Parini, al Caro, al Manzoni, a Dante arrecarono di anno in anno i frutti di contributi attenti e precisi, espressione di un’attività instancabile che acquistò nel tempo una sua fisionomia inconfondibile per il calore e per il concentrarsi dell’indagine morale e dello scavo psicologico. In tale penetrazione del critico si può scorgere in definitiva il segno di una personale sofferenza, di una partecipazione che nasce da una serenità difficile, raggiunta attraverso un sentimento universale di un accrescimento interiore che trova le sue radici in una considerazione della letteratura come vita, come espressione più alta del dialogo dell’uomo con se stesso. È appunto in tale senso che va interpretato il rapporto scuola-cultura-vita del Rizzi, che non può essere inteso in un’accezione puramente addizionale di funzioni diverse, ma va ricondotto a un centro di animazione interiore, a un umanesimo per la scuola e nella scuola. Il Rizzi scrisse inoltre molti commenti per testi scolastici, dalla Gerusalemme liberata ai Promessi sposi al Giorno del Parini. Per un ventennio collaborò alle riviste Pro Familia, Minerva e Aurea Parma.

FONTI E BIBL.: M. Turchi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1965, 27-31; T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 268-269.

RIZZI FRANCESCO
Roccabianca 10 febbraio 1743- Lisbona 28 dicembre 1804
Frate cappuccino, fu missionario a Rio de Janeiro dal 1779 e cappellano presso la spedizione di Cabinda nell’Angola. Compì a Guastalla la vestizione (17 ottobre 1761) e la professione di fede (17 ottobre 1762). Fu ordinato sacerdote a Piacenza il 4 marzo 1767. Fu approvato per la predicazione nel 1773. In data 25 maggio 1804 in Lisbona diede il suo giudizio circa il Dizionario angolese di Bernardo Maria da Canicattì.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 729.

RIZZI GIACOMO
Parma seconda metà del XVII secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli-Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, VI, 230.

RIZZI GIOVANNI BATTISTA
Monticelli 12 luglio 1724-Parma 17 luglio 1786
Frate cappuccino, fu missionario nel Congo dal 1759 al 1765. Compì a Guastalla la vestizione (16 maggio 1744) e la professione di fede (16 maggio 1745). Fu ordinato sacerdote a Reggio Emilia il 19 settembre 1750.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 417.

RIZZI NICOMEDE
Coenzo 1889-16 novembre 1979
Frequentò a Parma l’Istituto San Benedetto. Fu poi all’Accademia di Modena, da cui uscì nel 1911 con i gradi di sottotenente di fanteria. Nello stesso anno fu destinato in Libia, sua prima campagna di guerra. Il Rizzi combatté poi valorosamente nella prima guerra mondiale: fu anche ferito sul San Michele e, promosso per meriti speciali, divenne il più giovane capitano di tutto l’esercito italiano. Alla fine della guerra, fu prima a Parma, al 61° Fanteria, poi a Milano, al 7° Fanteria, quindi di nuovo a Parma, distaccato al Distretto. Nel 1941 gli fu assegnato il comando della base militare di Salonicco, dove venne a trovarsi l’8 settembre 1943. Non volle arrendersi ai Tedeschi e, per quel suo gesto, fu insignito del diploma di partigiano greco. Fu deportato nel 1944 in Germania. Rientrò in Italia dopo circa un anno di prigionia. A 55 anni abbandonò la carriera militare col grado di generale di divisione. Si dedicò con grande impegno all’Associazione reduci e combattenti; fu presidente per trentacinque anni della sezione di San Lazzaro e fondatore di quella di Solignano. Apicoltore e agricoltore appassionato, fu assai attivo anche in seno alle associazioni degli apicoltori e degli agricoltori. Eletto nel 1951 (e rieletto nel 1956) consigliere comunale a Parma, fu infine per dieci anni sindaco a Solignano.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 novembre 1979, 4.

RIZZI PAOLO
Parma-Parma aprile 1610
Frate servita, fu cantore alla Steccata di Parma dal 1° gennaio 1605. Morì nell’aprile del 1610, come appare dal pagamento dello stipendio fatto agli eredi il 7 maggio 1610.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 83.

RIZZI PIETRO, vedi SPERONI PIETRO

RIZZOLI ALDO
Parma post 1906-Parma 17 marzo 1987
Assieme ai fratelli Clelia, Carlo e Luigi sviluppò l’attività di produzione di conserve ittiche avviata in Parma dal padre Emilio, che vi si era trasferito nel 1906 da Torino dove pure la famiglia inscatolava pesce. Costruito un moderno stabilimento, la ditta conquistò gradatamente ampi spazi di mercato che i Rizzoli consolidarono grazie all’ideazione di una speciale salsa nella quale seppero conservare in modo ottimale le alici.

FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1977, 406.

RIZZU, vedi BERNI LUIGI

RO GIROLAMO
Felino prima metà del XVI secolo
Conte di Felino, ebbe il comando di tremila fanti nelle campagne del Piemonte contro il duca Carlo Emanuele di Savoja (prima metà del XVI secolo). Fu maestro generale di campo e poi generale delle milizie di Parma e Piacenza per i Farnese. Ebbe infine il titolo di viceduca di Castro.

FONTI E BIBL.: A. Cosci, L’Italia durante le preponderanze straniere, Milano, 1875; R. De Crescenzi, Corona della nobiltà d’Italia, Bologna, 1642; G.B. Di Crollanza, Dizionario storico blasonico delle famiglie nobili italiane, Pisa, 1888; L.A. Muratori, Annali d’Italia, Milano, 1838; E. Ricotti, Storia della monarchia piemontese, Firenze, 1861; C. Argegni, Condottieri, 1937, 47.

ROBAZI GIACOMO
Parma 1360/1390
Secondo il Ghirardacci (Historia di Bologna, Bologna, MDCLVII, 250 e 451), insegnò Grammatica nel 1360 e Rettorica nel 1390 presso l’Università di Bologna. Con lui leggevano anche Antonio da Faenza, Antonio di Monte dell’Olmo e Giovanni Mogli, probabilmente uno per ciascuno dei quattro quartieri della città, in ognuno dei quali vi era una scuola di grammatica. Fin dal primo anno del suo insegnamento, il Robazi, insieme coi suoi colleghi, ebbe un aumento di salario per ordine del Legato pontificio: se si pensa che lo stipendio era quasi sempre indice della fama dei lettori, si deve concludere che il Robazi e i suoi colleghi fossero valenti insegnanti. È da identificarsi con quel Giacomo dei Robazî a cui è diretta un’epistola del Moggio, dalla quale si ricava che il Robazi fu anche un non ignobile scrittore di versi. Il Moggio si protesta legato a lui dal triplice vincolo delle Muse, dell’amor patrio e dell’ingegno (cfr. M. Vattasso, Del Petrarca e di alcuni suoi amici, Roma, 1904, 99).

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 69-70; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 5 1929, 5; C. Garibotto, I maestri di grammatica a Verona, Verona, 1921, 10; A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 172.

ROBERT
Parma XVII/XVIII secolo
Coniatore di medaglie attivo tra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 144.

ROBERTI GAUDENZIO
Parma 13 novembre 1655-Parma 17 maggio 1695
Figlio di Francesco e Maria.Abate carmelitano, fu bibliotecario e teologo del duca Ranuccio Farnese, che lo scelse per la sua vasta erudizione. È ritenuto erroneamente da alcuni fondatore del Giornale de’ Letterati di Parma e Modena. Si limitò, in realtà, come dice il Piccioni, a dare al Bacchini l’impulso per iniziare e continuare l’opera e anche in questo non fu sempre sollecito. Al Bacchini fornì le opere di cui si doveva occupare il Giornale. Pubblicò la Miscellanea italica erudita, la Miscellanea matematica e parecchi opuscoli e raccolse ben diciassette volumi di Ritratti degli uomini illustri.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 265-266; L. Ferrari, Onomasticon. Repertorio bibliografico degli scrittori italiani, Milano, 1947; L. Piccioni, Il giornalismo letterario in Italia. Saggio storico-critico, Torino, I, 1894; Storia del giornalismo, VIII, 1980, 630.

ROBERTI ORAZIO FRANCESCO
Parma-post 1675
Francesco Saverio Quadrio, nella Storia e ragione d’ogni poesia, ricorda che il Roberti scrisse il libretto del dramma L’inganno trionfato, ovvero la disperata speranza ravvivata nei successi di Giacopo V di Scozia e Maddalena di Francia, musicato da Francesco Maria Bazzani e rappresentato nel Teatro Ducale di Parma nel 1672 e nel teatrino della Rocca dei conti Terzi a Sissa nel 1673 in occasione delle nozze di Mario Terzi con la contessa Lucrezia Scoffoni. Nell’ottobre 1675 si rappresentò al Teatro dei Temperati di Verona Iphide greca, dramma per musica del conte Nicolò Minato. Nell’avviso al lettore si legge: «La poesia del ridicolo è del Sig. Dottore Orazio Francesco Ruberti Parmigiano».

FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 243; Gazzetta di Parma 28 giugno 1922, 3; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 169; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

ROBERTI RENATO
Borgo Taro 1911-Agna De Dios 13 aprile 1950
Compì i corsi teologici nel Seminario Maggiore di Parma. Ordinato sacerdote da monsignor Colli il 27 giugno 1937, fu inviato come coadiutore all’arciprete di Sorbolo nel luglio dello stesso anno. Vi restò fino al 31 marzo 1940. Accolto nella Congregazione Salesiana di San Giovanni Bosco, fu inviato su sua richiesta, all’inizio del 1949, nel Lebbrosario di Agna De Dios in Colombia.

FONTI E BIBL.: I.Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 207-208.

ROBERTI VENUSTO
Carona di Fornovo 1570 c.-Parma 6 maggio 1630
Entrato verso il 1610 nella Società di Gesù, con sede a Parma, divenne ricercato confessore e anche durante l’infuriare della pestilenza non rinunciò mai ai suoi doveri. Fu uomo di pronto ingegno e grande memoria, indefesso nello studio dei problemi di ufficio, di cui divenne assai perito. Non accettò mai cariche pubbliche perché molto timido e balbuziente. Morì all’età di circa sessant’anni.

FONTI E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 288-289.

ROBERTO da ARZELATO, vedi LECCHINI CARMELO

ROBERTO di BORBONE, vedi BORBONE PARMA ROBERTO

ROBILLO GIOVANNI ANTONIO, vedi RUBILLO GIOVANNI ANTONIO

ROBUSCHI AGOSTINO
Soragna 27 giugno 1818-Castellina 1902
Nato da Ferdinando e da Lucia Romanini. Fu laborioso falegname, che lasciò segni della sua opera specialmente a Castellina, ove visse: suo è il leggio per il coro della chiesa di Santa Maria, eseguito nel 1874.

FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 300.

ROBUSCHI ANTONIO
Colorno 1789-
Calcografo, fu allievo del Toschi nella Scuola di Parma.

FONTI E BIBL.: P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; P.Martini-G.Capacchi, Arte incisione, 1969; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2749.

ROBUSCHI EMANUELE
Parma-post 1775
Fabbricante di strumenti. Nei pagamenti effettuati dall’amministrazione della Corte di Parma nel 1775 per gli spettacoli musicali a Colorno, risulta il pagamento al Robuschi per la fornitura di due trombe.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

ROBUSCHI FERDINANDO
Colorno 15 agosto 1765-Colorno 5 settembre 1850
Figlio di Antonio e di Giuseppa Benincuori di Casalmaggiore. Studiò inizialmente a Parma lettere e nel contempo musica con Francesco Fortunati. La grande attitudine dimostrata per questi studi, indusse il duca Ferdinando di Borbone ad assegnargli una pensione di tremila lire annue perché seguisse a Bologna (1781-1784) le lezioni di contrappunto di padre  Giovanni Battista Martini e padre Stanislao Mattei. Fece anche studi filosofici all’Università. Compose poi una Messa, due Concerti e due Vespri: questi ultimi furono eseguiti nella chiesa di San Liborio di Colorno nel giorno di Santa Cecilia (22 novembre 1782). Nel marzo 1784 fu invitato in Russia per tre anni, ma dovette interrompere il viaggio in quanto si ammalò gravemente a Vienna e fece ritorno a Colorno. Fu quindi allievo del Sarti a Milano (1785-1786) e di Domenico Cimarosa a Napoli (1786). Dopo aver fatto parte dell’Accademia Filarmonica di Bologna, nel 1787 si stabilì a Parma ove ottenne il posto di maestro della Cappella Ducale. Dapprima svolse la sua attività prevalentemente come compositore di melodrammi, più tardi abbandonò il teatro (sembra che le sue opere non incontrassero più il favore del pubblico) e si dedicò esclusivamente alla musica sacra, in cui dimostrò grande talento. Il Robuschi fu nominato da Maria Luigia d’Austria organista, residente in Colorno. Sostenne le cariche municipali di primo Aggiunto sotto la dominazione dei Francesi, poi di primo Sindaco e di Podestà di Colorno. Il Robuschi fu autore delle seguenti composizioni: I Castrini padre e figlio (libretto G. Greppi, Venezia, 1786), La nuova Giannetta (G. Petrosellini, Parma, Carnevale 1786-1787), Chi sta bene non si muova (G. Bertati, Firenze, 1787), Attalo re di Bitinia (A. Salvi, Padova, 1788), Il geloso disperato (Padova, 1788), Riccardo Cuor di Leone (da M. Sedaine, Venezia, 1789), I tre rivali in amore (Roma, 1789), La morte di Cesare (G. Sertor, Livorno,1790), La Briseide (A. Pocobelli, Napoli, 1791), I due cattivi (anonimo, 1793). Inoltre compose almeno altre 25 opere teatrali, Stabat Mater, numerosi Magnificat, inni e altra musica sacra anche con orchestra, tre sinfonie, una marcia e altro per orchestra, Il Palladio conservato per tre solisti, coro e orchestra e altre cantate e arie.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 43-45; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nel sec. XVIII, in Note d’Archivio, 1935; Bonassi, Musiche di S. Liborio, 1969, 145; C. Gallico, Le capitali della musica, Parma, 1985, 133; Dizionario dei musicisti UTET, 1988, VI, 382; Enciclopedia di Parma, 1998, 572.

ROBUSCHI GINO
Fontanellato 1893-Parma 16 novembre 1969
Nato da un’umile famiglia contadina, iniziò tardivamente gli studi, contribuendo col suo lavoro ad arrotondare il magro bilancio familiare. Fin dall’adolescenza dedicò lo scarso tempo libero al disegno interpretando dal vero gli aspetti più suggestivi della sua terra. Un’inaspettata predisposizione per l’arte, convalidata da validi risultati, sia pure nell’ambito di un estroso dilettantismo, costrinse i reticenti genitori ad avviare il Robuschi agli studi permettendogli di iscriversi nel corso di pittura all’Istituto di Belle Arti di Parma. Per evadere da una metodologia contraria al suo temperamento, nelle pause dello studio il Robuschi schizzava con segno rapido e sicuro progetti di edifici preparandosi ad abbandonare il corso intrapreso per passare alla sezione di architettura. Lì trovò l’ambiente a lui più congeniale per esprimere liberamente le proprie idee e sfogare, senza inibizioni, il suo fantasioso talento creativo. Sempre tra i primi, meritò subito quei riconoscimenti scolastici che lo portarono rapidamente al conseguimento del diploma di professore di disegno architettonico nella sessione speciale estiva del 1915. Sostenne l’ultimo esame di domenica per poter raggiungere il giorno dopo il suo reggimento già dislocato in zona d’operazioni a causa dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco degli alleati. Ritornò a Parma alla fine del conflitto, portando a casa una cartella di progetti che tradiscono uno sforzo di superamento dei modelli eclettici, studiati nella scuola di Giuseppe Mancini. A Parma, nell’immediato dopoguerra, l’edilizia, dopo un triennio di quasi totale inerzia, ritrovava lentamente spazio nel campo limitato dei piccoli edifici residenziali della borghesia cittadina. L’attività del Robuschi, la cui vocazione era spinta alla realizzazione di opere più impegnative, non entrò in questo giro. In attesa di momenti migliori, il Robuschi ottenne l’incarico provvisorio della cattedra di edilizia presso l’Istituto che lo aveva visto allievo pochi anni prima e nel quale prestò più tardi la sua attività di docente di ruolo (1925-1963), per assumerne infine la direzione negli anni 1947-1955. Nel 1920, in collaborazione con il geometra Ozia Guareschi, realizzò il villino Castagnetti in viale dei Mille a Parma, che rappresenta il suo esordio professionale. Solo tre anni più tardi, con Ettore Leoni, progettò l’interessante, per l’apparato decorativo, casa Capra sul viale di Circonvallazione fuori Barriera Vittorio Emanuele. La realizzazione vide ridimensionato notevolmente il progetto, limitandone le decorazioni previste. Sempre nel 1923, assieme a Giuseppe Lunardi, vinse il Premio Artistico Perpetuo per il settore Architettura, i cui lavori furono esposti nelle sale del Ridotto del Teatro Regio di Parma. Il Robuschi si caratterizzò per la singolare tempra d’artista, più libero, più lirico, più fantasioso, più personale del Lunardi. Per quanto riguarda la forma compositiva, s’interessa della massa prima che del particolare, che vuole legare all’ossatura la ragion d’essere della linea prima di rivestirla d’una superficiale sonorità decorativa. Per quanto riguarda l’ornamento, il Robuschi si rivela pittore, sapiente compositore e animatore di masse umane. Espose alcuni bozzetti a soggetto sacro, tra cui un Monumento ai caduti, una Chiesa e un Museo di Guerra. Dopo una lunga pausa professionale, il Robuschi firmò due soli ulteriori progetti: nel 1934 una casa di civile abitazione in via Vitali e nel 1938 un villino in via Trento. Il più significativo incarico professionale il Robuschi lo ottenne negli anni Trenta, quando fu chiamato a costruire il complesso padiglione della Mostra delle conserve nella zona nord del Giardino pubblico. In quest’opera impegnativa il Robuschi sentì strettamente il vincolo delle preesistenze architettoniche del Parco, dalla reggia ducale al tempietto d’Arcadia, ma ciò non gli vietò di proporre un edificio che, in larga misura, rispecchia anche i caratteri dello stile del tempo. Il nitido e ben calibrato volume di netta nudità strutturale è ricco di trabeazioni, cornici, timpani e nicchie, coerenti con la struttura dell’impianto planivolumetrico. L’ingresso monumentale, il colonnato raccordato da un risvolto semicircolare e le finestre ovali sono gli ingredienti di un’architettura di compromesso ancora in voga e propagandata dagli ultimi epigoni di un neoclassicismo duro a morire. Sulla muratura intonacata, un tempo tinteggiata col tradizionale giallo Parma, spiccano le fini e candide mondature che incorniciano l’ingresso, le fonti di luce e altri settori della lunga facciata, creando contrasti tonali e nitidi giochi di luci e di ombre. Alle nuove correnti, guardò poco dopo il Robuschi che abbandonò gli stilemi del passato inserendosi nella corrente razionalista, per lasciare un’impronta significativa nel tessuto della città storica. Il taglio netto è avvertibile nella scuola elementare Pietro Giordani, edificio che, tra l’altro, ha il pregio di un felice inserimento urbanistico. Il salto di qualità, rispetto ai precedenti progetti, mise in luce nuove potenzialità del Robuschi, che si immise abilmente nel filone razionalista. Dopo aver disegnato tanti progetti, in gran parte irrealizzati, il Robuschi partecipò (1938) al concorso per la costruzione del Santuario della Madonna della Consolazione, poi dedicato a San Marco, a Bedonia, un tipo di edificio che mancava al suo repertorio. L’equilibrato impianto compositivo, nel suo sviluppo classicheggiante, si avvale del supporto di quattro arconi in cemento armato che sostengono la cupola semisferica formalmente simile a quella della Steccata. Il secondo concorso (1948), vinto dal Robuschi insieme all’architetto Sassi, approdò alla realizzazione, più volte interrotta negli anni successivi. Collocato a riposo dall’insegnamento per raggiunti limiti di età (1963), rinunciò anche agli impegni professionali, limitandosi a disegnare a china, con freschezza di mano, i più significativi monumenti della città (alcune sue tavole rivestirono le pareti del caffè Bizzi di Via Cavour).

FONTI E BIBL.: G. Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 289; Gli anni del Liberty, 1993, 134; G. Capelli, in Gazzetta di Parma 6 luglio 1998, 15.

ROBUSCHI GIOVANNI
Parma 5 aprile 1898-1972
Figlio di Emilio e Marcellina Camorali. Nel 1925 avviò una piccola officina in Parma specializzata nel settore delle motopompe per irrigazione ed elettropompe avendo intuito la crescente importanza di tali impianti nel settore agro-alimentare e industriale. Nel 1930 si trasferì in strada Bixio, dove riparava pompe centrifughe. Nel 1934 la ditta fu portata in Via Emilia Ovest e si occupò anche di tecnologia applicata alle pompe a vuoto per il concentrato di pomodoro. Nel 1941 si trasferì in viale Piacenza, dove venne attivata anche una fonderia di ghisa e bronzo. Nel 1961 la Robuschi si installò nella sede delle ex Officine Barbieri, a Barriera Bixio. Nel 1962 assunse la veste di società per azioni e la guida passò ai figli Marcello, Emilio e Paolo.

FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 406; Enciclopedia di Parma, 1998, 572 e 574.

ROBUSCHI GIUSEPPE
Parma XVII secolo/1805
Fu scenografo e pittore quadraturista. Con Clemente Isacci, viadanese, e Lodovico Pozzetti ed Ercole Montavoce, reggiani, dipinse le scene per le opere rappresentate nell’estate 1805 al Teatro Ducale di Parma.

FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 170.

ROBUSCHI RENZO
Parma 10 agosto 1911-Parma 4 gennaio 1988
Allievo del maestro Giovanni D’Amato al Conservatorio di musica della città natale, si diplomò con la lode nel 1931, vincendo tre anni dopo il posto di prima tromba al Reale Teatro dell’Opera di Roma, città dove si fermò fino al 1941. Il 15 ottobre 1940 fu nominato insegnante di tromba e trombone al Conservatorio di musica di Pesaro. Rimase nella città adriatica fino al trasferimento al Conservatorio di musica di Parma ottenuto nel 1954. Qui, continuando la grande tradizione del suo maestro Giovanni D’Amato, ottenne eccellenti risultati, in particolare per gli ottimi allievi che uscirono dalla sua scuola. Oltre all’insegnamento, il Robuschi svolse una intensa attività quale prima tromba nei concerti al Teatro alla Scala di Milano subito dopo la sua riapertura, suonando anche con Arturo Toscanini. Per una ventina di anni fu poi la prima tromba dell’orchestra del Teatro Nuovo di Milano e fino agli ultimi anni della carriera fu invitato quale prima tromba nelle stagioni teatrali al Teatro Nuovo di Torino, al Teatro Donizetti di Bergamo, al Teatro Comunale di Bologna, all’Arena di Verona e al Teatro Regio di Parma. Partecipò a tournée in Francia, Germania, Jugoslavia e Brasile. Si ritirò in pensione per ragioni di salute nel 1979, dopo venticinque anni di insegnamento al Conservatorio Boito di Parma.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, in Gazzetta di Parma 8 gennaio 1988, 5.

ROBUSCHI VIRGINIO
Parma 1876/XX secolo
Sacerdote, fu il fondatore della Società Operaia Cattolica di Mutuo Soccorso di Parma (1896).

FONTI E BIBL.: P. Mordacci, Don Virginio Robuschi, in Vita Nuova, 7 aprile 1923; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 918.

ROBUSTI BRUNO
Salsomaggiore 1913-Alassio 29 aprile 1982
Nato da famiglia veneziana, discende dalla famiglia del Tintoretto, risiedette ad Alassio. Amante della natura nei suoi aspetti cromatici e formali, fu il creatore del sintetismo virtuale, corrente pittorica nella quale i primi piani non occultano il significato dei piani successivi. Tenne personali a Roma, Milano, Firenze, Venezia, Bologna, Napoli, Parma, Montecatini, Palermo, Mantova, Nervi, Alassio, New York, Filadelfia, San Francisco, Boston e in Olanda, Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Svezia, Norvegia e Spagna. Sue opere si trovano presso gallerie pubbliche e private italiane ed estere.
FONTI E BIBL.: Catalogo personale alla Galleria d’Arte Guidi, Genova, marzo-aprile 1968 (G. Migone); A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2749.

ROCCA ENRICO
Parma 13 dicembre 1819-post 1864
Figlio di Angelo e Angela Squarcia. Disertò nel 1860 per prendere servizio nell’armata meridionale ove raggiunse il grado di Sottotenente. Nel 1864 fu sottoposto a sorveglianza perché fervente repubblicano.

FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 197.

ROCCA GIOVANNI BATTISTA
Parma o Piacenza-Parma primi anni del XVII secolo
Verseggiatore, fu aggregato all’Accademia di Castell’Arquato. Fu a Roma col cardinale Guidascanio Sforza di Santafiora, ma quando questi morì (1564) ritornò a Parma, dove visse sino ai primi anni del XVII secolo. Tra le altre cose, scrisse un sonetto in lode di Crisippo Selva e una canzone in lode dello Sforza, fratello del cardinale, di cui esaltò le imprese militari.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 193-194.

ROCCA LUCA, vedi LAROCCA LUCA

ROCCA MICHELE
Parma 1666-Venezia 1751
A Parma apprese il disegno dal Galletti. Stabilitosi a Roma intorno al 1682, studiò con Ciro Ferri formandosi inizialmente in ambito cortonesco per accostarsi poi alla cerchia di Sebastiano Conca. Attento osservatore delle opere di Trevisani e Giordano, il Rocca eseguì molto precocemente opere vicine al rococò francese, mostrandosi in netto anticipo sulla cultura pittorica romana. Il distacco dalla tradizione deriva verosimilmente dallo studio del Correggio, che il Rocca intraprese durante un soggiorno in patria, e dagli echi della cultura francese giunti a Parma dalla vicina Genova. A Parma il Rocca fu ancora nel 1687, secondo quanto  riportato dallo Scarabelli Zunti: a 18 gennaio dell’anno 1687 dal governatore di Parma furono eletti li signori Michele Rocca e Filippo Clerici per stimare li quadri di pittura esposti nel Lotto di Fortuna del Signore Giuseppe Attiglio. Nel 1691 fu di nuovo sicuramente a Roma nell’atelier di Ciro Ferri. La Cassa di Risparmio di Parma possiede due tele di questo periodo con Prometeo e Andromeda. Nel 1710 fu membro della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon e nel 1719 venne nominato accademico di San Luca. Operò anche a Siena nell’Oratorio di San Giacinto. Di un soggiorno veneziano databile al 1715 risente la Santa Cecilia al cembalo presso l’Accademia di San Luca di Roma, che si può collocare tra il 1719, anno di rientro nell’Urbe, e il 1722. Pittore di genere, dipinse scene mitologiche, spesso ripetendo i soggetti più fortunati, come la fanciulla che infila la mano nella Bocca della Verità di cui si conoscono quattro versioni. A questo filone appartengono anche Venere con satiro e ninfa e Amore con putti, oli su rame della Fondazione della Cassa di Risparmio. Ultima notizia sul Rocca è quella che lo ricorda vecchissimo e inoperoso a Venezia nel 1751. A parte alcune pale d’altare (Le stimmate di san Francesco, Roma, San Paolo alla Regola; La visione della Maddalena, 1698, Roma, Santa Maria Maddalena), la sua produzione religiosa è scarsa e limitata agli anni giovanili (Santa Cecilia, ante 1722, Roma, Accademia Nazionale di San Luca), specializzandosi in seguito in opere di piccolo formato, di sapore arcadico e soggetto mitologico di gusto rococò (Angelica e Medoro, Praga, Rudolphinum; Rinaldo e Armida, Batimore, WAG). Talvolta ripetitivo, nell’età matura produsse dipinti connotati da un disfacimento della forma che fa ipotizzare strette relazioni con la pittura di G.A. Pellegrini. L’arte del Rocca fu salottiera, da godersi a prima impressione, senza scendere nei particolari, ed è amabile soprattutto per i suoi fini squisitamente decorativi, come raramente è dato incontrare nella pittura del Settecento. È la pittura di un piacevole petit-maitre, incapace a staccarsi dal suo piccolo mondo di santi e di dei e a divenire lo spiritoso interprete della società romana, di cui fu tutt’al più un garbato e talvolta ironico cronista, protetto dal velo della mitologia o della religione. Le sue sante Cecilia, le sue Madonne, le sue martiri e le sue veneri sono in sostanza le stesse dame del suo tempo, per i boudoirs delle quali poi creava le sue leggere pitture. Il Rocca non ebbe però la tempra per portare un soffio rinnovatore nel conciliante clima romano e si limitò a esternare la sua pittura quasi come diletto proprio e di pochi intimi, adattandosi al volere dei tempi e rimanendo in tal modo presto sommerso da pittori più dotati e ambiziosi, ma anche da tanti altri solo vuoti e stucchevoli. Da questo oblio in cui cadde subito dopo la morte, è venuto risorgendo in seguito, timidamente e a poco a poco, così come timida e schiva di successi pubblici fu la sua arte. Secondo lo Zani, morì nel 1770.

FONTI E BIBL.: N. Pio, Vite dei pittori, 1724, 111; Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 2135; Thieme-Becker, vol. XXVIII, 1934; G. Sestieri, Michele Rocca, in Quaderni di Emblema 1973; Dizionario Bolaffi Pittori, IX, 1975, 435; L. Sartorio, in Gazzetta di Parma 3 aprile 1985, 3; Dizionario pittura e pittori, IV, 1993, 663; Enciclopedia di Parma, 1998, 574.

ROCCA PIETRO
Parma XIX secolo
Fu un importante collezionista di statue, quadri e antichità.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 919.

ROCCA TADDEO, vedi UGOLETO TADDEO

ROCCA VINCENZO
-Parma 2 marzo 1640
Ebbe il titolo di conte e fu canonico della Cattedrale di Parma. Nel 1601 venne nominato dal cardinale Aldobrandini collettore delle decime imposte al clero parmense da papa Clemente VIII e successivamente ottenne il canonicato e la prebenda di Palasone. Da un’iscrizione ottocentesca si apprende che era stato già membro del prestigioso collegio dei cerimonieri pontifici: questi erano dei religiosi con il principale compito di dirigere le cerimonie papali e cardinalizie, oltre a quello di partecipare alle missioni di Stato, al seguito dei cardinali legati. Da questa esperienza il Rocca trasse un libro sui viaggi del Pontefice, almeno stando a quanto riportato nell’iscrizione sopra citata, alla quale asserzione non si è riusciti a trovare conferma. Alla sua morte è legato un curioso episodio. Ecco quanto ne riferisce l’Allodi: essendo morto ai 2 marzo 1640 il canonico Vincenzo Rocca della parrocchia  di S. Paolo, il Capitolo destinò il canonico Ottaviano Garimberti a far la funzione, e cantar la vigilia in detta chiesa. Alla quale essendosi egli recato col Capitolo per tale effetto, intesero i canonici che l’arciprete volea far la funzione. E mentre i canonici si erano ritirati nella sagristìa delle monache per discutere su ciò che era spediente di fare, ecco l’arciprete arrivar in chiesa in piviale e con molti consorziali, i quali cominciarono a gridare che l’arciprete facesse la funzione. Il che inteso dal Vicario che, allo scopo di prevenire lo scandalo, si era trasferito a S. Paolo col suo Cancelliere, sentite le ragioni dell’Arciprete e dei canonici, ordinò per modo di provisione che facesse la funzione il canonico Ottaviano Garimberti deputato dal capitolo. Nonostante l’arciprete si appellasse al Papa, il canonico Garimberti celebrò le esequie del Rocca, che venne poi sepolto in Duomo nella cappella di Sant’Agata.

FONTI E BIBL.: A. Boni, Documenti parmigiani, 1998, 47.

ROCCHETTI GIUSEPPE o PIERGIUSEPPE, vedi ROCCHETTI PIETRO GIUSEPPE

ROCCHETTI PIETRO GIUSEPPE
Parma ante 1740-post 1787
Pittore di paesaggi, fu allievo di Ilario Mercanti. Dopo aver collaborato verso il 1740 nella costruzione del Teatro della Cittadella di Reggio Emilia, dipingendo le venti figure della loggia, nel 1745 fu scelto per l’esecuzione delle figure che avrebbero ornato il nuovo teatro che si stava costruendo in Brescia. All’Archivio di Stato di Parma si conserva il bozzetto di una sua scena rappresentante un bosco, dipinta probabilmente per la tragedia e ballo Il Serse del Bettinelli, eseguito nel Carnevale 1787 nel Teatro del Collegio dei Nobili in Parma.

FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 151; G.B. Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1877, 266; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

ROCCHI GIACOMO
Parma seconda metà del XV secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XV secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 304.

ROCCHI GUIDO
Fontanellato 7 marzo 1865-Montevideo post 1891
Dopo aver studiato alla Regia Scuola di musica di Parma, nel 1883 si diplomò in oboe e, con la lode, in clarinetto. Studiò anche violoncello. Nella stagione di autunno 1889 fu al Teatro Sociale di Voghera con Toscanini e diresse una delle ultime repliche dell’Aida, che era stata concertata e diretta dal compagno di scuola. Il 18 novembre in un concerto al palazzo Sartirana di Voghera diretto da Toscanini, dopo aver eseguito il Quintetto per archi e clarinetto di Mozart e un Notturno di Chopin, presentò una Gavotta per archi di sua composizione, che venne ripetuta anche in un intermezzo al Teatro. Nel giugno 1891 si recò in Brasile con una compagnia d’opera diretta da Arnaldo Conti, la cui orchestra era per la quasi totalità composta da Parmigiani. Si stabilì poi a Montevideo, dove ottenne la cattedra di clarinetto presso il locale Conservatorio di musica. Sposò Teresina Carini, nativa dello stesso paese e nipote del maestro di violoncello. La Carini diventò una delle donne più in vista del socialismo brasiliano, ma si separò dal Rocchi nel 1910 per incompatibilità di carattere, in quanto lui non era partecipe delle sue battaglie sociali. Lei diceva del coniuge: «Rocchi è una celebrità, ma ha la testa piena di paglia con alcune note musicali in mezzo».

FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998,574; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

ROCCHI LUCIANO
Parma 1849
Fu ferito in Roma nel 1849 combattendo al comando di Giuseppe Garibaldi per la difesa della Repubblica Romana.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 785.

ROCCHI MICHELE
Parma seconda metà del XV secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XV secolo.

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 307.

ROCCHI MINO
Noceto XIX secolo-post 1910
Si diplomò in clarinetto al Conservatorio di Parma nel 1910. Oltre a dirigere la banda, compose ballabili e dette vita a una sua casa editrice di composizioni da ballo, le Edizioni Mino Rocchi.

FONTI E BIBL.: B e S, 27; G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ROCCHI OTTAVIANO
Borgomanero 1922-Parma 1 dicembre 1944
Figlio di Corrado, che fu direttore della Gazzetta di Parma. Studente, già volontario nei battaglioni GIL e combattente sul fronte di Nettuno, fu catturato da un gruppo di partigiani in provincia di Parma, condannato a morte e fucilato la notte del 1° dicembre 1944, a diciotto giorni dalla cattura, mentre erano in corso trattative per uno scambio di ostaggi tra i quali era compreso anche il Rocchi. Posto in precedenza altre due volte al muro per la fucilazione, una prima volta fu salvato dall’amico partigiano Brunetto Ferrari (caduto il giorno dopo in un rastrellamento) e poi una seconda volta da un altro partigiano amico del Ferrari. Conosciuta la notizia della morte del figlio, il padre ottenne da Mussolini che in memoria del Rocchi fosse concessa la grazia della vita a un partigiano condannato a morte e, venuto a conoscenza che gli autori della fucilazione del figlio sarebbero stati a loro volta fucilati dal Comando partigiano, chiese lo stesso perdono anche per essi. La vicenda fu rievocata da Corrado Rocchi nel suo opuscolo Ricordo di mio figlio Ottaviano.

FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 129.

ROCCHI TERESA o TERESINA, vedi CARINI TERESINA

ROCCHI VITTORIO
Noceto 1888-1953
Terminate le prime classi elementari, fu garzone per l’apprendimento di un mestiere. A diciotto anni si fabbricò con mezzi rudimentali una bicicletta e cominciò a studiare e a perfezionarsi nel disegno elettromeccanico. Realizzò tante piccole invenzioni e in seguito, presso la fabbrica di biciclette Bianchi di Milano, mise a punto la saldatura elettrica dei tubi del telaio delle biciclette. Pensò poi di applicare lo stesso sistema di saldatura per tubi di medio e grosso calibro e creò una macchina lunga trenta metri nella quale entrava la lamiera grezza e ne usciva il tubo saldato e levigato. Il brevetto del Rocchi fu richiesto anche all’estero. Il primo impianto di questo genere funzionò presso gli stabilimenti di Dalmine. Nel 1928 conseguì la laurea in ingegneria discutendo nella tesi il suo brevetto. Meritò una medaglia d’oro per i benemeriti di particolari invenzioni. Fu consulente di diverse industrie, tra cui la Rumi. Morì a 65 anni d’età, e fu sepolto nel cimitero di Noceto.

FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 287.

ROCCI GIOVANPIETRO
Parma seconda metà del XV secolo
Maestro figulino attivo nella seconda metà del XV secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 308.

ROCO, vedi VISDOMINI EUGENIO

RODI, vedi BORGHESE GIANGUIDO

RODIANI GIOVANNI
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 310.

RODIANO PAOLO
Parma 1551
Architetto attivo in Roma. In data 5 novembre 1551 fu Soprastante alle fontane di Piazza San Pietro.

FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 82.

RODINGHER EGIDIO
Borgo San Donnino 1882-Milano 1918
Entrato nel Seminario diocesano di Borgo San Donnino, si distinse per la vivacità dell’ingegno e la sensibilità ai problemi umani, sociali e spirituali. In seguito il Rodingher, pur mantenendosi ligio agli ideali cattolici, scelse di abbandonare il Seminario: fu allora mandato in liceo a Parma grazie all’aiuto di generosi Borghigiani. Si presentò al Corriere della Sera nel 1905, e vi fu assunto in prova. Il Rodingher si rivelò un giornalista sensibile,  sobrio e preciso, sempre pronto. I colleghi della stampa milanese lo apprezzarono e lo stimarono per la sua rettitudine, la vivacità del suo stile e l’entusiasmo che poneva nel lavoro. Compì indagini di pregio e fece resoconti dei processi più celebri. Il Rodingher fu sepolto a Milano.

FONTI E BIBL.: C.D. Faroldi, in Gazzetta di Parma 12 ottobre 1970.

RODOLFI DANTE
Sala Baganza-Roccolo di Monte Catz 19 giugno 1917
Sottotenente del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Costante mirabile esempio di slancio, fermezza e coraggio, offertosi volontariamente al comando di una pattuglia ardita incaricata di riconoscere se i tubi esplosivi fatti brillare nella notte, avessero aperto varchi nei reticolati nemici, alla testa dei suoi uomini, risolutamente e con sprezzo del pericolo, benché fatto segno al vivo fuoco avversario, si portò fin sotto i reticolati stessi, dove trovò gloriosa morte.

FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 39a, 3044; Decorati al valore, 1964, 109-110.

RODOLFI GIUSEPPE
Parma 1756
Il 17 luglio 1756 venne ammesso al Reale Concerto in qualità di violino coll’annuo soldo di 4000 lire (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

RODOLFI LUCIO
Parma 1905-1976
Industriale conserviero. Sviluppò l’attività produttiva dell’azienda paterna realizzando per primo prodotti innovativi sul piano gastronomico in quanto basati sul connubio del concentrato di pomodoro con altri prodotti vegetali. Convinto assertore della ricerca tecnologica, promosse lo sviluppo della Stazione Sperimentale dell’Industria delle Conserve di Parma.

FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 407.

RODOLFI MANSUETO
San Pancrazio Parmense 1882-Ozzano Taro 7 gennaio 1970
All’iniziale attività casearia in Ozzano Taro avviata dallo zio Remigio fin dal 1897 affiancò nel 1904 la trasformazione industriale del pomodoro che si affermò successivamente con i concentrati di pomodoro marca Alpino sui mercati nazionali ed esteri. La cura delle attività agricole e l’avvio di un secondo stabilimento conserviero a Castelguelfo furono resi possibili con l’inserimento nell’azienda dei figli Lucio e, dal 1945, Giuseppe. L’azienda, tra le prime a svolgere attività conserviera nel Parmense, produsse derivati del pomodoro fresco (doppio-triplo concentrato, succhi, passate, polpe, polvere) e composti (sughi e condimenti integrati con verdure, erbe aromatiche, carni, formaggi, vongole e tonno). La produzione era destinata per quasi metà all’estero (Europa, Stati Uniti e Canada). Il semiconcentrato veniva fornito alle maggiori imprese multinazionali del settore alimentare.

FONTI E BIBL.: L’improvvisa scomparsa del Gr. Uff. Mansueto Rodolfi, in Gazzetta di Parma, 8 gennaio 1970; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 920; Cento anni di associazionismo, 1997, 407, Enciclopedia di Parma, 1998, 574.

RODOLFI PIETRO
Sala 1806/1826
Chirurgo, svolse le funzioni di vaccinatore a Sala all’epoca dell’amministrazione francese. Fu consigliere anziano del comune di Collecchio nel 1826.

FONTI E BIBL.: P. Bonardi, Sala Baganza ’800-’900; Malacoda 10 1987, 72.

RODOMONTE da PARMA, vedi STASI RODOMONTE

ROFFO GIULIO
Val di Taro 1607
Teologo, scrisse l’opera Risposta al parere di Fra Marc’Antonio Cappello, minor conventuale, sopra le controversie tra il Sommo Pontefice e la Repubblica di Venetia (In Roma, appreso Guglielmo Facciotto, 1607).

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 920.

ROGALLI ROLANDO vedi ROGOLLI ROLANDO

ROGER ELISABETTA
Parma 1764/1791
Fu maestra di cembalo alla Corte Ducale di Parma dal 12 giugno 1764 con la pensione di 6 mila lire all’anno, che però, con decreto sovrano del 31 marzo 1766, fu ridotta a sole 3 mila lire. Dal 1 gennaio 1770 fu nominata Donna di Camera della principessa Carolina di Borbone con l’assegno di 2750 lire (in tale ufficio la si trova per tutto l’anno 1778). La Roger viveva ancora a Parma nel 1791, come si rileva da una sua lettera del 28 marzo di quell’anno al conte d’Aranda, colla quale fece appello alla generosità della Regina di Spagna in favore della giovane Filippina Roger.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 342; H. Bédarida, Parme et la France de 1748 a 1789, Paris, 1928, 486; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 206.

ROGGERI PIETRO
Parma XV secolo
Si addottorò in ambo le leggi alla fine del XV secolo.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 32.

ROGIERI GIOVANNI, vedi RUGGIERI GIOVANNI

ROGLERI GIOVANNI, vedi RUGGIERI GIOVANNI

ROGNONI ANGELO
Parma 1913-Milano 1964
Nipote dello studioso di agraria Carlo Rognoni, si laureò in Legge a Parma. Durante il periodo universitario frequentò un gruppo di giovani antifascisti, tra i quali erano Giuseppe Barbieri, poi caduto durante la Resistenza, e Mario Ghidini, che sposò sua sorella. Entusiasta della guerra d’Etiopia, non poté prendervi parte, ma si arruolò in seguito in quella di Spagna, dove si segnalò per capacità di comando. Iniziò così una rapida carriera di gerarca. Nel 1940, all’inizio della guerra, fu nominato federale del Fascio di Tripoli e, dopo la perdita della Libia, nella primavera del 1943 divenne federale di Lecce. Richiamato alle armi in Montenegro dopo il 25 luglio, in settembre fu deportato in Germania ma, liberato pochi mesi dopo, aderì alla Repubblica sociale e divenne federale di Nizza. Nel novembre 1944 successe a Giuseppe Romualdi nella carriera di federale di Parma. La sua nomina fu accolta con sollievo, e in effetti egli si distinse per moderazione, cercando di evitare le rappresaglie e intavolando trattative con le forze partigiane. Arrestato e processato nel 1945, fu condannato a morte, nonostante la difesa dell’avvocato socialista Gustavo Ghidini e le molte testimonianze favorevoli. La pena fu poi trasformata in 27 anni di carcere. Nel 1951 fu amnistiato e da allora visse a Milano.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 575.

ROGNONI CARLO
Vigatto 23 marzo 1829-Panocchia 28 settembre 1904
Nacque da distinta famiglia, legata per tradizione e per censo alla terra. Pur essendosi rivolto nei suoi studi universitari alla chimica, dedicò poi tutta la vita e il vivido ingegno all’agricoltura. Laureatosi in chimica a Parma, dopo un breve periodo di assistentato alla cattedra di Chimica dell’Università di Parma, nel 1874, a seguito di autorevoli insistenze, passò all’Istituto Tecnico M. Melloni quale docente della cattedra di Agraria e di Contabilità agraria e all’insegnamento si dedicò per oltre trent’anni. Dal 1874 al 1902 diresse anche il Podere Sperimentale annesso dall’Amministrazione Provinciale all’Istituto Tecnico, conducendolo con pratici criteri di progresso e con risultati assai proficui. Dalla sua scuola uscì così una folta schiera di professionisti ottimamente preparati nella pratica e nell’economia agraria. Non pochi dei suoi alunni, compiuti gli studi superiori di agraria, vennero poi assunti quali dirigenti e quali tecnici specializzati nelle nuove istituzioni, sorte sul finire del XIX secolo e all’inizio del Novecento, in tutta Italia: le Cattedre di Agricoltura, le Stazioni sperimentali agrarie, i consorzi agrari  e altri enti agricoli. Le sue lezioni erano esposte con facile e limpida parola, così come è la prosa dei suoi scritti. Sulla cattedra, di abitudine, disponeva l’abbondante materiale didattico che aveva raccolto con cura in tanti anni di insegnamento e che gli serviva per rendere più chiare e gradite le lezioni. Le lezioni le integrava con frequenti visite al Podere Sperimentale dell’Istituto, posto in vicinanza della città. Più rare erano le uscite al suo podere di Panocchia per esaminare e osservare le prove sperimentali da lui impiantate in piccole parcelle e in pieno campo, che il Rognoni illustrava sia nella tecnica applicata sia nei risultati attesi, specialmente in riguardo alla coltivazione del pomodoro, per averne iniziato, proprio nel suo podere, la coltivazione con indirizzo industriale e per averla diffusa e introdotta con lo stesso intendimento in tutta la provincia. Al Rognoni va il merito di aver introdotto per primo questa solonacea nella rotazione del proprio podere. Per rendere nota tale innovazione, nel settembre del 1876 partecipò al concorso regionale di Reggio Emilia presentando alcun frutti accompagnati da un’ampia relazione per illustrare la validità della coltivazione, le terre più adatte e come farla entrare nella rotazione. Unitamente a Giuseppe Ferrari ideò e per primo pose in atto il sistema di preparazione del terreno alla coltivazione, nonché la forma di allevamento, ottenendo risultati produttivi sorprendenti. Riuscì a ottenere raccolti di oltre 400 e sino a 500 quintali per ettaro dalle coltivazioni di pomodoro da lui dirette, pur se attuate con mezzi tecnici assai imperfetti, specie rispetto alle concimazioni. Il sistema di allevamento con filo di ferro e pali di sostegno, ideato dal Rognoni in collaborazione con il Ferrari, trovò subito un gran numero di imitatori e si continuò ad applicare fino dopo la seconda guerra mondiale, quando vennero importate dagli Stati Uniti nuove varietà di pomodoro, a portamento semieretto, idonee a essere allevate a terra. Il nuovo sistema, più pratico ma soprattutto più economico per il minor impiego di mano d’opera, si diffuse rapidamente. Con la coltivazione del pomodoro in pieno campo, il Rognoni intese fornire la materia prima per la preparazione della salsa di pomodoro: a seguito del suo autorevole esempio e anche per i suoi incitamenti, la coltura si estese prima nei dintorni immediati di Panocchia e successivamente in buona parte della provincia, incontrando il crescente favore degli agricoltori, pronti a porre in atto gli insegnamenti del Rognoni. La coltivazione del pomodoro andò assumendo, nel volgere di pochi anni, un posto di prim’ordine nell’organizzazione aziendale e nei valori economici di rendimento. Nel frattempo si andò affermando l’industria conserviera con la produzione prima della conserva dura in pani, per passare successivamente al doppio o triplo concentrato. Per la diffusione del pomodoro in pieno campo e il conseguente sviluppo della nascente industria conserviera, il Rognoni, insieme ad alcuni coraggiosi amici e seguaci, tra i quali Lodovico Pagani e Brandino Vignali, si deve considerare come il promotore geniale e uno dei fondatori di questa industria. Nel 1866, con decreto ministeriale, vennero istituiti i Comizi Agrari: il Rognoni fu tra i fondatori del Comizio Agrario di Parma e dal 1870 fino alla morte ne fu prima vicepresidente e successivamente Presidente, ma soprattutto il valente direttore tecnico. Il Comizio Agrario aveva il compito di proporre al governo le provvidenze di ordine generale e locale ritenute capaci di migliorare le sorti dell’agricoltura, raccogliere e sottoporre al governo le notizie che fossero richieste nell’interesse dell’agricoltura, svolgere attiva opera di propaganda per far conoscere le migliori coltivazioni, i migliori metodi colturali e i più perfezionati strumenti, promuovere e in genere stimolare concorsi ed esposizioni di macchine e di strumenti rurali e vigilare sulle leggi e sui regolamenti di polizia sanitaria. Nel complesso, anche in considerazione dei tempi in cui le istituzioni operavano, i Comizi Agrari possono essere considerati utili pionieri. Infatti molti di essi patrocinarono la costituzione delle Cattedre ambulanti di agricoltura (a Parma fu fondata dal grande maestro Antonio Bizzozero) per le attività tecniche e di propaganda, mentre per quella commerciale ebbe vita il movimento cooperativo del Consorzio Agrario. A mezzo del Bollettino del Comizio (1870-1902), che è una preziosa miniera di memorie e studi storici, economici e tecnici, di ricerche, di sperimentazioni e di dati statistici (il tutto dovuto quasi esclusivamente al lavoro e alla penna del Rognoni), e a mezzo anche della diretta azione personale di divulgatore, il Rognoni può essere considerato come un precursore di quel vasto movimento innovatore dell’agricoltura locale e dell’intera nazione che ebbe poi, verso la fine del XIX secolo, grandi maestri come il Poggi, il Bizzozero e il Solari. Il Rognoni fu scrittore limpido e fecondo. Tra le sue molte pubblicazioni, si ricorda, a titolo d’onore, Sull’antica agricoltura parmense (1865, 2a ed. 1897), chiaro saggio storico, corredato da una ricca serie di note e documenti. In essa viene ricordato quando le terre del Parmigiano si arricchirono di nuove piante come il gelso, il riso, il granoturco e la patata, come vennero utilizzati i relativi prodotti, quali le piante più coltivate, come e dove venivano coltivate. Descrive pure gli animali domestici, ricordando che i bovini non erano senza pregio e due le razze allevate (l’una a pelame bianchiccio, l’altra a pelame rosso). Descrive i maiali di razza parmigiana, che erano allevati anche in città e che non era difficile vedere sulla pubblica strada. Il Rognoni si dilunga quindi a parlare dei canali per l’irrigazione delle terre, dallo Spelta al Canale Comune, al Canale Maggiore, al Canale San Carlo, tutti in grado di servire acqua per uso irriguo alle aziende dei rispettivi territori attraversati. Nel 1866 (2ª ed. 1881) pubblicò la Raccolta dei proverbi agrari e metereologici del Parmigiano, che è una rassegna briosa di antiche norme di passate generazioni. Con detta pubblicazione intese dar prova a un pubblico più moderno e smaliziato che gli antichi detti e proverbi possono essere fonte di saggezza e di ammaestramenti e in molti casi possono contenere alcune elementari verità scientifiche che valgono nell’agricoltura più perfezionata. L’Avvenire Agricolo, bollettino del Consorzio Agrario e dell’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura, riprese e pubblicò in dodici puntate questi proverbi, intendendo appunto illustrare quanto fosse valida la saggezza dei padri per quanto riguardava i problemi agricoli e quanto di tale saggezza fosse ancora interessante e applicabile. L’iniziativa del periodico fu poi raccolta in un volumetto che fu distribuito tra i produttori agricoli. Un’altra pubblicazione, L’agricoltore (1857-1859, annuario), vide il primo numero nell’anno 1857. In essa compaiono gli articoli più svariati, dal terreno al letame, al gesso e alla sua utilizzazione, dalla descrizione della pianta in tutte le sue parti, alla destinazione dei prodotti, sulle malattie delle piante coltivate e sul come difendersi dagli insetti dannosi, e tanti altri argomenti di estremo interesse per l’agricoltore, trattati in modo semplice, ma soprattutto accessibili al tipo di utilizzatore. Nel 1892 il Rognoni diede alle stampe le Note tecniche di climatologia parmense. Il Rognoni scrisse queste note per riportare e continuare l’attività iniziata da Ubaldo Bianchi nel 1722, con osservazioni sulle temperature minime e massime, sulla quantità d’acqua caduta annualmente su Parma e comuni limitrofi, sul numero dei giorni piovosi, sulle grandinate e sui fulmini. Solo due anni dopo il Rognoni pubblicò la Storia delle risaie parmensi, che è una raccolta di notizie e documenti storici assai piacevoli da leggere. La coltivazione del riso, secondo il Rognoni, ebbe inizio nella provincia di Parma verso la fine del XV secolo. Non trovò subito vita facile perché, con le Ordinazioni del 1542, si vietò di seminare riso, pena la perdita del riso stesso e cinque scudi d’oro per ciascuna biolca seminata. Ma nonostante ciò le risaie andarono sempre più estendendosi, interessando in particolare Cardara, Vicomero, Enzano, Bersagneto, Guardasone, Montechiarugolo, Golese, San Secondo e Trecasali. Il Rognoni, nel concludere la sua Storia delle risaie parmensi, lancia un appello alle autorità in difesa delle risaie e degli interessi degli agricoltori che dal riso sapevano trarre risultati economici non indifferenti. Quando verso la fine del XIX secolo comparve una deliberazione della Camera di Commercio di Milano che stabilì che si dovesse chiamare parmigiano soltanto il grana prodotto a Lodi e nelle province lombarde mentre l’altro che si fabbricava a Parma e nelle province limitrofe si dovesse chiamare reggiano, aggiungendovi giallo per distinguerlo dal vero lodigiano, il Rognoni pubblicò Per la storia del formaggio grana. Quest’ultimo lavoro è un’interessantissima raccolta di notizie e documenti storici sul parmigiano e sul caseificio parmense. Il Rognoni conclude la sua raccolta di documenti sul grana con una calorosa difesa del prodotto: Continui pure la Piazza di Milano a chiamar reggiano, se così le talenta, il vero formaggio parmigiano, e a riservar pel proprio grana quest’ultimo nome. Ma sappia che la pubblica stampa non mancherò di far noto anche alle genti più lontane che a tale denominazione oggidì si ribellano le provincie dell’Emilia, che sanno quanto più valga del grana lombardo il vero parmigiano. Il quale, per l’aumentata produzione e la maggior esportazione, sta acquistando quella fama che seppe procacciarsi in antico e che nelle tante sventure che afflissero la patria nostra, da oltre un secolo, aveva miseramente perduta. Il Rognoni fu anche un grande polemista. Dotato di vasta cultura, profondo conoscitore dell’economia agricola parmense, si fece spesso difensore di talune peculiari attività allorché risultavano scosse da  necessità sorte nei nuovi tempi, incalzanti con crescenti esigenze. Quando i tecnici della Cattedra Ambulante di Agricoltura, per far fronte alle aumentate necessità di latte, pensarono di introdurre nelle stalle delle aziende parmigiane una razza a spiccata attitudine lattifera, la Bruna Alpina, il Rognoni insorse con tutta la sua forza per difendere i bovini di razza Formentina, che popolavano, unitamente a razze locali, l’intero territorio provinciale. Il Rognoni sostenne che la razza Formentina non doveva essere abbandonata ma che era necessario sottoporla a una maggiore selezione genetica riconoscendo in essa bovini a triplice attitudine, in grado di fornire latte, carne e anche lavoro. La polemica, attraverso scritti, conferenze e incontri, continuò per diversi anni. La tesi sostenuta dai tecnici della Cattedra Ambulante di Agricoltura trovò, però, la disponibilità degli agricoltori, soprattutto della pianura, e la Bruna Alpina in poco tempo sostituì la Formentina, che rimase dominante nelle zone di collina e bassa montagna ancora per diversi anni, in quanto l’ambiente naturale e agrario era più consono alle esigenze e alle caratteristiche della razza stessa. Il Rognoni accettò alla fine questa innovazione nel patrimonio bovino riconoscendo, nelle mutate condizioni del trasformato ambiente agrario, l’inutilità di un’ulteriore opposizione all’introduzione della razza Bruna Alpina. Il Rognoni fu anche pubblico amministratore integro e competente; consigliere e assessore comunale di Parma e consigliere provinciale, fu anche Sindaco di Vigatto nonché membro di varie amministrazioni. Nel 1862, per incarico del Comune di Parma, il Rognoni visitò a Londra l’Esposizione internazionale sull’agricoltura inglese, lasciando un’ampia e apprezzatissima relazione, nella quale, dopo aver menzionato i progressi compiuti dall’agricoltura e dalla zootecnia delle nazioni presenti, trae utili ammaestramenti e varie possibilità di applicazione.

FONTI E BIBL.: G. Savazzini, in Aurea Parma 2 1947, 82-87; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 129; U. Mutti, in C. Rognoni, Archivio Storico per le Province Parmensi 1983, 239-249; G. Mellini, in Gazzetta di Parma 9 giugno 1990, 21; C. Rognoni, Raccolta di proverbi, 1993, 7-8; G.C. Mezzadri, in Gazzetta di Parma 5 maggio 1998, 5.

ROGOLLI ROLANDO
Parma XIV secolo-post1416
Orologiaio attivo all’inizio del Quattrocento. Assunto l’incarico di rifare l’orologio pubblico di Reggio Emilia, con l’aiuto di B. Clavario, terminò l’opera nel dicembre 1416.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3; F.e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 267.

ROLANDO
Parma 1073/1081
È degno di ricordo anche per l’ambiente culturale dal quale proveniva: Rolando non fu certo un prete del basso clero parmense, come lo dice il Gregorovius, né il semplice Rullandus sacerdos ricordato da un tardivo giurista svizzero annotato dall’Affò, il quale anzi vede erroneamente l’audacissimo chierico parmigiano presente alla dieta di Worms, alla quale del clero italiano, fu presente soltanto il vescovo Brunone di Verona. Oltre Donizone, si ha ancora una testimonianza dalle carte medioevali studiate dal Mariotti e dal Drei, nonché nell’opposizione del Novati – Monteverdi alla fantasiosa scuola laica preuniversitaria dal primo sostenuta. In un privilegio dell’anno 1073 (Archivio di Stato di Parma) la benedettina badessa Berta donò al proprio monastero di San Paolo in Parma varie sue proprietà nel territorio di Berceto. Nell’atto, a quella del vescovo Everardo, dell’arcidiacono Giovanni e dell’arciprete Gezzone, segue la subscriptio del Rolandus diaconus et praepositus et magister scholarum. Rolando fu inviato a Roma a nome dell’Imperatore Enrico IV a capo di una ambasceria che ingiunse al Papa di dimettersi: huius legatinois ministrum ex officina iniquitatis scilicet Parmensi civitate faciunt quemdam Rolandum clericum. Is, diaboli repletus spiritu, in media synodo ex parte regis, laici scilicet hominis, pontificale ei interdixit officium, eique praecepit, ut de sede descenderet (Liber ad amicum, VII); Mittitur et Roman, qui cogat cedere papam. Et faciat rursus in cruce stare Petrum, Pactus mercedem pro tanti criminis ausu, Legatus Sathanae. Garrulus et gentem superans regemque furore (Vita Anselmi Lucensis Episcopi, 2681-2687). Nell’anno 1080 Rolando fu Canonico della Cattedrale di Parma. A istruire quanti, presso la Cattedrale di Parma, fossero già avanzati nello studio (incarico pari a dignità tra le più importanti, dopo l’arcidiaconato e l’arcipretura) gli successe l’accolito Ingone nel 1081, allorché tale ufficio poteva evidentemente affidarsi anche a chi non fosse insignito del presbiterato. Tra il 1073 e il 1081 Rolando fu assegnato per volere di Enrico IV al vescovado di Treviso, dove però, quasi contemporaneamente le condanne (1076-1080) del Re e di diversi consiglieri e fautori religiosi e laici imperialisti, con l’ammonizione pontificia e ripetute scomuniche (pro adipiscendo episcopatus honore subdolus factus legatus, inter regnum et sacerdotium schisma facere non abhorruit) ne segnarono il declino. A Treviso, all’infuori di qualche atto legale riportato dal Sartoretto in una Cronotassi sui vescovi di Treviso, di Rolando non rimane traccia.

FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1977, 217-219.

ROLANDO DA MONTICELLI
Monticelli di Montechiarugolo 1284/1286
Notaio attivo in Parma (1284-1286).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 787.

ROLANDO DA PARMA
Parma 1299
Fu Chierico della chiesa di Collecchiello, secondo quanto risulta dall’Elenco di tutte le chiese alle dipendenze di Collecchio fatto compilare nel 1299 dal Vescovo di Parma Giovanni da Castell’Arquato. Non è detto che Rolando fosse un sacerdote consacrato; potrebbe essere stato anche un semplice tonsurato, che godeva delle rendite beneficiarie e curava, nei limiti del possibile, l’esercizio del culto nell’oratorio di Collecchiello.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

ROLANDO DA PARMA, vedi anche CAPELLUTI ROLANDO e RAINERI BARTOLOMEO

ROLANDO de’ CAPELLUTI, vedi CAPELLUTI ROLANDO

ROLLA ANTONIO, vedi ROLLA GIUSEPPE ANTONIO

ROLLA FERDINANDO
Parma 20 dicembre 1782-Parma 10 gennaio 1831
Figlio di Alessandro e Matilde Damiani, nel 1792 il Duca di Parma mise i suoi buoni uffici perché fosse ammesso al Collegio Lalatta, ma non si sa se e per quanto tempo vi fu ospitato. Studiò musica con il padre e nel 1816 e 1817 suonò nell’orchestra del Teatro Re di Milano, poi fu prima viola dell’Orchestra Ducale di Parma fino al 1829. Fu professore nel Ducale Concerto e membro dell’Accademia Filarmonica di Parma. Morì di vaiolo confluente.

FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 201; Enciclopedia di Parma, 1998, 575.

ROLLA FILIPPO
Parma 29 giugno 1784-post 1842
Pianista. Nel 1827 fu nominato professore di accompagnamento al Conservatorio di musica di Milano.Dall’Almanacco I.R. della Lombardia per l’anno 1842 si sa che abitava in Milano in via Borgospesso 1356. Scrisse composizioni per pianoforte, per orchestra, per arpa, arie per canto e pianoforte e un solfeggio a due voci per tenore e basso col basso d’accompagnamento.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

ROLLA GIUSEPPE ANTONIO
Parma 18 aprile 1798-Dresda 19 maggio 1837
Figlio di Alessandro. Dopo aver studiato violino col padre, si diede al concertismo e in giovane età entrò a far parte dell’Accademia Filarmonica Fortini di Pavia. Nel 1802 la famiglia si trasferì a Milano dove il Rolla iniziò a lavorare assai giovane. Nella primavera 1807 fu primo dei secondi violini al Teatro di Pavia, ma perdette il posto alla caduta dell’Impero napoleonico. Nel 1818 dette un concerto al Teatro Ducale di Parma. La sua abilità fu sottolineata anche da Nicolò Paganini, del quale fu amico e che lo ospitò a Dresda. Si ricorda che nel Teatro Ducale di Parma il Rolla diede ancora prima una accademia di violino l’11 giugno 1810. Nel 1820 succedette a F. A. Radicati quale insegnante al Liceo Musicale, maestro di cappella a San Petronio e direttore del Teatro Comunale in Bologna. Nel 1822 lasciò questi incarichi per divenire primo violino nell’orchestra dell’Opera italiana di Dresda, succedendo a G. B. Polledro. Svolse tale attività fino al 1835, procacciandosi con essa e con il concertismo ottima reputazione. Stretta amicizia con Nicolò Paganini, gli raccomandò il Ferrata quale direttore degli spettacoli in Parma, come appare da una lettera del grande violinista del 23 dicembre 1834. Come compositore si rifece ai grandi violinisti francesi, specie a Rode, ma per vari aspetti risentì anche l’influsso di Spohr, al quale rimanda il modello di concerto (l’opera 7 in la minore) concepito nella forma di una scena cantante. Come il padre fu anch’egli violista e concepì alcune buone opere didattiche. Il Rolla fu autore delle seguenti composizioni per violino e orchestra: Concerto in la minore op. 7, Variations brillantes in la maggiore op. 8, Variations brillantes su tema di Carafa op. 9, Introduzione e variazioni sopra un tema della Gazza Ladra, op. 14, Terzo rondò alla polacca in re maggiore op. 15. Inoltre: Variazioni brillanti in fa maggiore per viola e orchestra op. 13, Potpourri in sol maggiore a più strumenti con orchestra (1823), 12 Walzer per 2 violini op. 1, Variazioni per violino e pianoforte op. 10 e, tra le opere didattiche, 50 petits exercices progressifs per violino solo, 12 Studii per violino e 24 Cadenze per violino.

FONTI E BIBL.: P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali, 1884, 183 e 347; A. Moser, Geschichte des Violinspiels, Berlino, 1923; G. Franchi, L’Accademia Filarmonica Fortini di Pavia, Pavia, 1933; Archivio del Battistero di Parma, Libro dei Battezzati; P. Bettoli, 136; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 282; G. Zampieri, L’epoca e l’arte di Antonio Rolla, Pavia, 1941; C. Sartori, Il regio Conservatorio di musica “G.M. Martini” di Bologna, Firenze, 1942; A. Bonaccorsi, Musiche dimenticate del Sette-ottocento, in RaM, 1956; F. Göthel, in MGG; L.A. Bianchi, Il virtuosismo violistico nell’opera di Rolla e Paganini, in NRMI, 1975; C. White, in GROVE; C. White - L. Inzaghi, Antonio Rolla, Milano, 1981; L. Inzaghi, Antonio Rolla, Milano, 1984; R. Zanetti, in Dizionario della Musica e dei Musicisti, VI, 1988, 405; Enciclopedia di Parma, 1998, 575.

ROLLERI NINO
Pione 17 agosto 1916-Monticelli Terme 19 settembre 1999
Nel 1920, alla morte del padre, si trasferì con la madre a Cereseto. Frequentò il seminario di Bedonia, dal quale lo allontanarono nel 1930, a tredici anni, perché non ha vocazione allo stato ecclesiastico. Dopo l’espulsione si iscrisse a collegi religiosi di La Spezia, Pontremoli e Alassio. Tornò in seminario a Bedonia per il liceo nel 1936. Poi si recò a Piacenza per i quattro anni di teologia. Il 18 giugno 1943 venne ordinato sacerdote: tre giorni prima gli era stata assegnata la parrocchia di Villora di Varsi, nella Diocesi piacentina. Il 17 settembre 1943 gli fu chiesto di organizzare una spedizione di forme di grana per i primi partigiani di Edoardo Fassoni di Tosca, che si stavano organizzando sul Barigazzo. Il Rolleri non si tirò indietro e cominciò a fare il doppio gioco con i fascisti, fino a che non venne fatto prigioniero. Furono i Tedeschi a liberarlo e poco dopo il Rolleri si impegnò nelle trattative di scambio che permisero di salvare 126 partigiani e 57 Tedeschi. Intanto, in canonica e nelle case dei fedeli, riuscì a ospitare 51 prigionieri inglesi fuggiti dal campo di Fontanellato. Poi dovette scappare a sua volta, con abiti civili e la carta d’identità che lo aveva trasformato in Andrea Casali di Giovanni, ragioniere fidentino, sposato. Ma sempre più spesso vestì da partigiano, con una pistola alla cintola che, sembra, non usò mai. Operò con i partigiani della 31ª e poi della 12ª brigata Garibaldi. Nelle azioni di guerra diede sempre l’estrema unzione ai feriti di entrambi gli schieramenti. Quando Cavestro e altri quattro partigiani furono fucilati a Bardi, il Rolleri aspettò che i nazisti se ne fossero andati, per ricomporre pietosamente i corpi dei cinque. Cercò di salvare anche la vita di una spia fascista. Nel dopoguerra fu parroco di Specchio.Monsignore, cappellano nazionale dell’Associazione partigiani cristiani, dell’Associazione mutilati e invalidi di guerra e cappellano di Sua Santità per nomina di Giovanni Paolo II, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì stroncato da infarto.

FONTI E BIBL.: R.Longoni, in Gazzetta di Parma 20 settembre 1999, 28, e 25 ottobre 1999, 27.

ROLLERI VALENTINO
Illica 10 dicembre 1799-Borgo San Donnino 18 ottobre 1866
Frate cappuccino, fu predicatore e assistente agli infermi nell’Ospedale di Parma. Fu più volte guardiano. Compì a Piacenza la vestizione (6 luglio 1822) e la professione di fede (7 luglio 1823).

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 613.

ROLLI ANTONIO
Parma 1794
Falegname. Nel 1794 realizzò la bussola della porta in San Pietro a Parma.

FONTI E BIBL.: L’Arte, 1979, 414; Il mobile a Parma, 1983, 262.

ROLLI GIUSEPPE
Parma 1909-1984
Industriale conserviero. Dotato di non comuni capacità creative, diede vita ad aziende con impianti produttivi avanzati sul piano tecnologico e organizzativo, tanto da richiamare sulle sue aziende l’attenzione e l’interesse da parte di importanti gruppi internazionali che finirono per acquisirne alcune.

FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 407.

ROMAGNOLI
Parma 1743/1770
Fu un noto e apprezzato tenore. Cantò alla Steccata di Parma dal 25 marzo 1743 al 1770 e alla Cattedra di Parma dal 25 dicembre 1740 al 25 marzo 1769.

FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati, 1743-1770; Archivio della Cattedrale, Mandati 1726-1747, 1748-1761, 1762-1772, 1773-1782; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 168.

ROMAGNOSI BERNARDINO
Salsomaggiore 1735 c.-post 1785
Notaio, amministratore di piccoli feudi, fu ufficiale pubblico, consigliere del Ducato di Parma e Piacenza e Controscrittore Camerale (1755-1785). Fu reputato uomo di lettere e poeta. Un fascicolo di suoi versi manoscritti è conservato nella civica Biblioteca di Piacenza nella raccolta Vitali.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 363; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 376.

ROMAGNOSI GIAN DOMENICO o GIANDOMENICO, vedi ROMAGNOSI GIOVANNI DOMENICO GREGORIO

ROMAGNOSI GIOVANNI DOMENICO GREGORIO
Salsomaggiore 11 dicembre 1761-Milano 8 giugno 1835
Figlio di Bernardino, notaio, amministratore di piccoli feudi, ufficiale pubblico e consigliere del Ducato di Parma e Piacenza, e di Marianna Trompelli. Visse gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza tra Salsomaggiore, il Ginnasio dei Gesuiti di Borgo San Donnino (1772-1774), il Seminario vescovile di Piacenza (1774-1775) e il Collegio Piacentino della Congregazione di San Vincenzo de’ Paoli (1775-1781), la grande istituzione culturale e formativa voluta e realizzata da uno dei personaggi chiave del potere politico settecentesco europeo, il cardinale Giulio Alberoni. Laureatosi in giurisprudenza a Parma l’8 agosto 1786, dapprima svogliato praticante notaio per circa un triennio nella città di Piacenza, il Romagnosi esordì come scrittore nel 1791 con il libro Genesi del Diritto Penale che, probabilmente, contribuì a farlo entrare con notevole prestigio nella terna degli eligendi alla carica di Pretore del Principato di Trento, città dove dimorò dal 1791 al 1802 svolgendovi per un anno l’antico mestiere del probo forestiero chiamato a rendere giustizia con ampia giurisdizione e continuando, poi, per quasi un decennio e con diversi ruoli, privati e pubblici, a operare in una dimensione locale molto caratterizzata dai valori della legislazione e dell’amministrazione. Tuttavia anche in questa dimensione il Romagnosi non si sottrasse alla suggestione delle infuocate vicende politiche che dalla Francia rivoluzionaria, con intensità sempre crescente, investirono gli Stati italiani. Professore di Diritto Pubblico a Parma dal 1802 al 1806, pubblicò una seconda imponente opera di assai largo respiro, Introduzione allo studio del diritto pubblico universale (Parma, 1805), consolidando così stabilmente la sua fama di giurista acuto e di scienziato profondo, sino a diventare, nel giugno 1806, consulente assai apprezzato di quel bello Italia regno che, dopo l’affermarsi dell’influenza francese in Italia, a partire dal 1805, superate le convulsioni proprie dell’età giacobina, costituì la prima moderna struttura statale italiana non a carattere regionale ma nazionale. Fu quella un’epoca che il Romagnosi visse intensamente in tutte le sue fasi. Dapprima in un’area squisitamente asburgica e imperiale come quella trentina, sino a subire, tra il 1799 e il 1800, il processo e la prigionia di Innsbruck, cui seguì il proscioglimento (dopo quindici mesi di carcerazione preventiva) con formula liberatoria ampia e conseguente cacciata e bando dagli Stati imperiali del denunciante Francesco Slop, e svolgendo infine il delicato ruolo politico di Segretario Generale del Consiglio Superiore Trentino, presieduto dalla rilevante figura del riformatore Carlo Antonio Pilati. Al ritorno dei Francesi nel 1801 fu nominato segretario del governo provvisorio presieduto dal Pilati.  Nel 1806 il Luosi, ministro di Giustizia del Regno d’Italia, lo invitò a Milano per collaborare al progetto del codice penale e di procedura penale. L’anno seguente, dimessosi dalla cattedra di Parma, fu nominato consultore del ministro di Giustizia e professore di diritto civile all’Università di Pavia. Passò quindi (novembre 1808) a insegnare l’Alta legislazione nei suoi rapporti colla pubblica amministrazione nelle Scuole speciali politico-legali, da lui promosse e organizzate a Milano. A Milano per circa un trentennio (1808-1835) svolse il suo magistero scientifico, politico e umano. Venerando, incomparabile e sommo, secondo la definizione del Cattaneo, il Romagnosi nella capitale lombarda venne a costituire una vivida luce che educò a un ideale di filosofia civile, cioè a una scienza delle cose umane concepita secondo un profondo convincimento onesto, razionale e virtuoso del bene vivere, un’intera generazione di intellettuali, di studiosi e di patrioti. Il Romagnosi si pose come uno degli artefici più costruttivi di quella coscienza italiana che, con la Rivoluzione di Francia e con la discesa della armate repubblicane in Italia nel 1796, prese l’avvio e iniziò a fare uscire la Penisola dall’accidia e dal torpore di lunghi secoli di decadenza civile. Il Romagnosi giurista grandeggiò certamente secondo la tradizione e secondo la stessa successione delle sue opere sino a tutto il 1815. L’elaborazione del primo Codice italiano di procedura penale (1806), le riedizione della Genesi (1807), il lavoro sul progetto di Codice dei delitti e delle pene (Codice penale, 1808), i diversi scritti sull’istruzione pubblica legale, sulla legislazione civile e sull’alta amministrazione (1807, 1808 e 1812) preludono alla redazione di quell’opera faticosa e ardua che è il Giornale di Giurisprudenza Universale (1812-1814), momento di riorganizzazione pratica e concettuale che introduce alla sistematicità progettante delle Istituzioni di diritto amministrativo (1814) e al volume Della Costituzione di una Monarchia nazionale rappresentativa (1815). Colpito da emiplegia nel 1812, il Romagnosi perse l’uso della mano destra. Nel crollo delle speranze di conservazione dell’autonomia e indipendenza del Regno d’Italia, il Romagnosi giurista cedette il passo, negli ultimi fervidissimi venti anni di vita, al pensatore politico stimolante, robusto, carico di umori sociali, poliedricamente rivolto all’economia, alla statistica, alla storia delle civiltà, all’indagine sulla vita degli Stati, con accenti e ispirazioni profondamente laici. Ritornati gli Austriaci, il Romagnosi, che si era naturalizzato milanese fino dal 1813, poté continuare l’insegnamento di alta legislazione fino al settembre 1817, quando furono soppresse le Scuole speciali. Non potendo sperare dal governo austriaco  un incarico per l’insegnamento pubblico, chiese e ottenne d’insegnare privatamente. Frutto del suo insegnamento fu l’Assunto primo della scienza del diritto naturale (Milano, 1820). Alla sua scuola si formarono, tra gli altri, Giuseppe Ferrari, Carlo Cattaneo, Cesare Cantù e i cugini Defendente e Giuseppe Sacchi. Nel giugno 1821 il Romagnosi fu coinvolto nel processo contro i carbonari sotto l’accusa di correità nel delitto di alto tradimento per omessa denuncia. Il Romagnosi era sospettato e vigilato dall’Austria per il suo passato liberale e per i suoi sentimenti italiani. Fondatore e Venerabile della loggia Gioseffina, anche dopo lo scioglimento della loggia aveva incoraggiato segretamente i tentativi per la restaurazione di un regno italico indipendente. Nel 1814 uno schema di costituzione da lui preparato era stato trovato presso il suo giovane allievo Lattuada, uno dei partecipanti alla congiura militare. Il Romagnosi lavorava in quell’epoca intorno all’opera Della costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa, che fu pubblicata nella prima parte anonima nel 1815 con la falsa indicazione di Filadelfia (Lugano). Non volle però affiliarsi alla carboneria malgrado le sollecitazioni del Pellico, col quale collaborò nel Conciliatore. Non poté tuttavia sfuggire, per le indiscrezioni dello stesso Pellico, all’accusa di non aver denunciato i cospiratori del 1821. Fu arrestato e inviato nel carcere di Venezia. Negli anni di reazione e di censura che corrono dal 1815 al 1835 il Romagnosi, nella povertà retorica del pensiero politico italiano, assunse sempre più un ruolo di maestro di pensiero e di vita al quale si raccordarono, con differenze di accenti e di stili e con varietà e originalità di approcci, Cattaneo, Ferrari, Correnti, Cantù, i Sacchi e Pisacane. Si può dire che in quegli anni il Romagnosi sviluppò una delle poche, articolate e globali costruzioni teoriche del pensiero politico della democrazia italiana. Sereno e impavido, affrontò ancora una volta, a partire dal giugno 1821 e sino al 10 dicembre dello stesso anno, l’inquisizione e la prigione austriache quale indiziato di partecipazione alle congiura dei carbonari Pellico e Maroncelli. Senza venire meno alla sua dignità di uomo libero e sapendo usare in modo superbo le armi del diritto, venne assolta, anche se, da quel momento, nei suoi confronti l’autorità imperial-regia fu opprimente e durissima. Fu esonerato dall’insegnamento e privato del passaporto con il quale avrebbe dovuto raggiungere Corfù, per svolgere in quell’Università un corso di giurisprudenza teorica offertogli dal governo inglese. Perseguitato, malato, povero, il Romagnosi trovò in Milano, in una città viva, percorsa dagli umori romantici e intellettuali degli anni Venti del XIX secolo, e nella quiete della Brianza (in modo particolare a Carate, dove la solidarietà affettuosa di Luigi Azimonti lo pose con molta discrezione al riparo degli stenti di una vita misera), una nuova giovinezza. Il Romagnosi espresse così una vitalità di pensiero impressionante, posta al servizio di una passione civile che emoziona ed entusiasma al contempo. Accanto alla terza e rinnovata edizione della Genesi (1823-1824) si pongono opere originalissime come quelle sulla condotta e la ragione civile delle acque. Fiorisce quasi come un’autoconfessione quella singolare chiave d’accesso e di interpretazione alle sue opere che sono le lettere a Giovanni Valeri sull’Ordinamento della scienza della cosa pubblica (1826). Accanto all’ordito concettuale e penetrante dell’Assunto Primo della scienza del diritto naturale (1827) c’è la ricchezza frammentaria ma particolarmente stimolante e varia che, a partire dalla morte di Melchiorre Gioja, vide il Romagnosi animatore instancabile degli Annali Universali di Statistica, una delle voci più interessanti dell’editoria periodica lombarda aperta all’Europa e al mondo. Fu in quella congiuntura che si colloca l’osservazione acutissima di Francesco De Sanctis che vide nel Romagnosi il pensatore che con vigore tramanda all’Ottocento romantico ma anche esangue nei suoi primi decenni impregnati di metafisica e di spiritualismo, il retaggio della grande riflessione sulla società umana che il Settecento espresse con vigore ovunque in Europa e che in Italia, col Genovesi, col Carli, col Beccaria, con i Verri, col Filangieri, col Pilati e con tanti altri riformatori, pose le basi per una cultura legata intimamente alla vita degli uomini nella concretezza quotidiana e negli istituti giuridici ed economici propri del consorzio sociale. L’immagine del Romagnosi giurista puro va, quindi, modificata. Il Romagnosi diventa un pensatore politico, integralmente politico, e il suo pensiero si fonda saldamente sulla storia, penetra il processo multiforme e complesso dell’incivilimento, scandaglia la vita degli Stati, esalta come pochi sanno fare il valore del consorzio umano dove il potere è solo funzionale a un progetto in cui la società ha il massimo di faccende e il governo il minimo di affari. Rilevò con molta acutezza Gioele Solari, erede anch’egli del Romagnosi, per li rami e per l’insegnamento del suo maestro Giuseppe Carle, che il Romagnosi fu un uomo vivo proprio per questa sua capacità di collegare le ragioni profonde dell’individuo con quelle della società e che la fondazione della civile filosofia fu veramente il pensiero e il travaglio di tutta la sua vita. Nel 1834 fu nominato membro dell’Accademia di Scienze morali e politiche di Francia. Il Romagnosi ebbe sepoltura a Carate Brianza.   Filosoficamente la posizione del Romagnosi è caratterizzata dal tentativo di risolvere i principi della sua formazione sensistica nel riconoscimento di una più autonoma attività del soggetto e dall’esigenza di evadere dall’istanza astrattamente speculativa convogliando la filosofia verso concrete applicazioni e risoluzioni politico-sociali. Giurista, insigne, fece oggetto di indagine e di studio le statistiche, il diritto penale e processuale, il diritto civile, costituzionale, amministrativo e la scienza dell’amministrazione e della politica. Nell’economia politica sostenne un equilibrato liberalismo. Giurista e filosofo, vede la sintesi dell’economia, del diritto della politica nella filosofia civile, dottrina operativa, rivolta alla pratica, scienza intermediaria tra la pura filosofia razionale o analisi dell’uomo interiore e la scienza della legislazione. Secondo il Romagnosi, la filosofia dell’uomo interiore, o ideologia, studia il processo conoscitivo e in questa indagine il Romagnosi segue una via di mezzo tra il sensismo e l’intellettualismo, tra il realismo e l’idealismo. Il primo fondamento dell’intelletto è la sensazione provocata dal mondo esterno: non si pensa senza sentire. L’io però non accoglie passivamente la sensazione: la conoscenza è quindi l’effetto di due potenze (il me e il non-me) operanti nel fondo comune della sensibilità. Erra dunque tanto il sensualismo, che fa derivare tutte le idee dai sensi, quanto l’intellettualismo, che le trae tutte dal fondo dell’anima. Il sistema vero è quello della competenza come risultato dei rapporti e dell’azione reciproca del mondo esterno e dello spirito (della potenza dell’oggetto e non-io e della potenza del soggetto o Io). L’attività intellettiva che stabilisce dei rapporti fondamentali tra le varie sensazioni è detta dal Romagnosi senso logico o razionale, che interviene in ogni atto conoscitivo e, di fronte al materiale fornito dai sensi, stabilisce le idee di estensione, tempo e numero. Questi concetti mentali (segnature razionali, logìe), pur essendo provocati dalle qualità sensoriali, non dipendono esclusivamente dall’azione dei sensi e costituiscono il mondo della ragione o dell’intelletto. Il senso logico è dunque la caratteristica della vita intellettiva umana e, cooperando con l’attività sensoriale, trasforma il sentire in conoscere o intendere. Questi elementi extrasensoriali della conoscenza non sono forme o leggi preesistenti al conoscere, cioè idee innate, ma non vengono nemmeno dal di fuori: sono pure logìe, suità, esprimono solamente modi di essere, funzioni fondamentali dell’anima, e le idee che ne conseguono sono fattura della mente. Sembrerebbe di essere caduti nel soggettivismo o idealismo, ma il Romagnosi supera questa posizione, in quanto dimostra l’esistenza fuori di noi della realtà oggettiva che è la causa determinante delle idee. Le  idee, diverse e successive, si producono e  variano tutte, però in un solo soggetto che è sempre il medesimo. Da un lato si ha dunque la molteplicità delle impressioni che mutano, dall’altro l’unità semplice dell’io. Ma l’io non ha nell’essenza del suo essere alcuna ripugnanza a produrre piuttosto l’una che l’altra idea: l’io è potenza comune, indifferente, capace di produrre egualmente tutte le modificazioni, quindi non si può supporre determinato per natura a generarne una piuttosto che un’altra. Solo un fattore esterno può spiegare l’ordine e la differenza di successione delle idee. Ma non si può conoscere l’essenza della realtà e degli enti: siamo in rapporto immediato non con gli oggetti esterni, ma sempre con le idee, e solo attraverso queste vediamo gli enti esterni. Il conoscere così si riduce a percepire quanto di ideabile c’è nelle cose: la verità quindi, afferma il Romagnosi, in una maniera quasi prammatistica, consiste nella corrispondenza del sapere non con la natura oggettiva delle cose e dei loro nessi reali e necessari (inconoscibili), ma con l’azione di questa natura. Come si vede, si trova nel Romagnosi incertezza di pensiero oscillante fra un fenomenismo idealistico e un realismo indeterminato: l’espressione più adatta a caratterizzare la concezione del Romagnosi è dunque dottrina della compotenza. L’analisi dell’uomo interiore va integrata con la filosofia civile, giacché l’uomo individuo nasce, cresce e vive in seno all’uomo collettivo, ossia alla società civile, e nella società sviluppa la sua intelligenza attraverso il linguaggio e tutto il patrimonio ideale accumulato dai contemporanei e dalle generazioni passate. L’individuo isolato è dunque un’astrazione, l’uomo reale è quello civile, per cui piena filosofia è solo quella che studia la civiltà. Sia che lo si giudichi un liberale aristocratico, come già fece il Mazzini, oppure filosofo di un aristocratico moderatismo liberaleggiante (Sestan) oppure un apostolo radicale, il capostipite del positivismo italiano e il patriarca dell’idea di socialità nel nostro primo Risorgimento (Berti), certo è che il Romagnosi fu tra gli autori più letti, se non più citati, da tutta la tradizione democratica del XIX secolo in Italia.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 363-364; E. De Tipaldo, Biografie degli italiani, 5, 1837, 18-24; Aurea Parma 1 1928, 2-9; una delle migliori collezioni delle sue opere è quella curata da C. Marzucchi in 19 volumi, Firenze, 1832-1839 (ristampa, Prato, 1833-1842); una delle più complete è quella curata da A. De Giorgi in 8 volumi, Milano (Padova), 1841-1852 (ristampa, Napoli-Palermo, 1850-1877); cfr. anche Scritti inediti, Bergamo, 1862; per le lettere pubblicate a stampa del Romagnosi (non molte), cfr. Belloni, in Bollettino storico piacentino III 1930; per i manoscritti conservati nella Biblioteca Civica di Bergamo, vedi la descrizione fattane da A. Locatelli, in Bollettino della Civica Biblioteca, V, 1931 s.; per i manoscritti conservati altrove e per una bibliografia degli scritti del Romagnosi e sul Romagnosi, vedi le notizie alquanto confuse e non sempre esatte contenute in L.G. Cusani Confalonieri, Notizie storiche e biografiche: bibliografia e documenti, Carate Brianza, Biblioteca del Museo Romagnosi, 1928; per la vita e le dottrine del Romagnosi, G. Ferrari, Milano, 1835; G. Cantù, Milano, 1835 e poi 1861, 1873-1874, A. De Giorgi, Parma, 1874; A. Nova, Memorie e documenti per l’Università di Pavia, 1878, parte 1a, 341-395; per il pensiero del Romagnosi, F. Cavalli, La scienza politica in Italia, IV, Venezia, 1881; G. Carle, Vita del diritto, 2a ed., Torino, 1890; G. Gentile, passim., in Rosmini e Gioberti, Pisa, 1898; B. Croce, Storia della storiografia italiana nel sec. XIX, Bari, 1921; A. Norsa, Il pensiero filosofico di Gian Domenico Romagnosi, Milano, 1930; L. Caboara, La filosofia del diritto di Gian Domenico Romagnosi, Città di Castello, 1930; un’ampia bibliografia sul Romagnosi si può vedere nel Cusani e nel Norsa; confronta ancora G. Solari, in Enciclopedia italiana, XXIX, 1936, 938-939; A. Luzio, Il processo Pellico-Maroncelli, Milano, 1903; A. Monti, G. D. Romagnosi, in Nuova Antologia 1° maggio 1918; D. Mistrali, G.D. Romagnosi martire della libertà italiana, precursore dell’idea sociale moderna, Borgo San Donnino, 1907; M. Rosi, in Dizionario Risorgimento, 4, 1947, 94-95; La filosofia politica del Romagnosi, Roma, 1936; M. Barillari, Il diritto pubblico del Romagnosi, Bari, 1936; F. Battaglia, in Dizionario PNF, IV, 1940, 140-141; C. Cantù, Notizia di Gian Domenico Romagnosi, Prato, 1840; A. De Giorgi, Cenni sulla vita di Gian Domenico Romagnosi, premessa al volume delle Opere filosofiche, Milano, 1841; C. Cattaneo, Delle dottrine di Romagnosi, in Annali Universali di Statistica 1839, poi nel vol. VI delle Opere, Firenze, 1881-1882; G. Ferrari, La mente di Gian Domenico Romagnosi, Milano, 1885;  R. Mondolfo, L’educazione secondo Romagnosi, in Rivista di Filosofia, fasc. I e II 1903, 22, 114; V. Graziani, Le idee pedagogiche di Gian Domenico Romagnosi, con prefazione di B. Varisco, Città di Castello, 1912; A. Monti, Pensiero e azione, Milano, 1926; G. Solari, Il pensiero filosofico e civile di Gian Domenico Romagnosi, in Rivista di Filosofia 23 1932, 155-163; E. Catellani, Gian Domenico Romagnosi, in Atti del Regio Istituto Veneto, t. XLIV 1934-1935, parte II, 467 sgg.; A. Levi, Romagnosi, Roma, 1935; G. Del Vecchio, Gian Domenico Romagnosi nel primo centenario della sua morte, in Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto I 1936 1-18; A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 363-365; Ercole, Uomini politici, 194, 69; E. Di Carlo, Bibliografia romagnosiana, Palermo, 1936; A. Messineo, Gian Domenico Romagnosi e il p. Luigi Taparelli d’Azeglio, in Civiltà Cattolica I 1936, 20-31; P. Romano, Lo spirito pedagogico nelle opere di Gian Domenico Romagnosi, Roma, 1937; G.A. Belloni, Saggi sul Romagnosi, Piacenza, 1940; B. Brunello, Il pensiero politico italiano dal Romagnosi al Croce, Bologna, 1940; G. Fassò, in Enciclopedia cattolica, X, 1953, 1278-1279; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 584; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 376-379; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero nei Ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 29; P. Romano, Le idee pedagogiche di Gian Domenico Romagnosi, in Rivista di Pedagogia, 1906, 20-25; C. Rebora, Gian Domenico Romagnosi nel pensiero del risorgimento, in Rivista d’Italia 1911; G. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Bari, 1925; G. De Giuli, Il criticismo e il positivismo di Gian Domenico Romagnosi, in Atti dell’Accademia di Scienze di Torino LX 1925; G.A. Belloni, Romagnosi, Milano, 1931; G. Galati, Il concetto di nazionalità nel risorgimento italiano, Firenze, 1931; A. Cudali, Romagnosi, Modena, 1935; C. Cagli, Gian Domenico Romagnosi La vita, i tempi, le opere, Modena, 1935; L. Salvatorelli, Storia del pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, 1943; S. Fermi, P. Giordani e Gian Domenico Romagnosi nella polemica fra classici e romantici, in Archivio storico per le Province Parmensi, s. IV, 1949-1950, 247-263; A. Draetto, Della civile filosofia di Gian Domenico Romagnosi, Bari, 1950; B. Fava, Il pensiero politico di Gian Domenico Romagnosi, Reggio Emilia, 1953; F. Catalano, Gian Domenico Romagnosi e la Società letteraria di Piacenza, in Lett. moderne, V, 1954; L. Ricci Garotti, Gian Domenico Romagnosi nella critica recente, in Società XV 1959; Dizionario enciclopedico letteratura italiana, 4, 1967, 583-584; Dizionario storico politico, 1971, 1095-1096; Dizionario filosofia, 1976, 1008-1009; V. Orlando, in Gazzetta di Parma 13 settembre 1981, 3; E. A. Albertoni, in Libro-catalogo della mostra romagnosiana, 1981, 1-5; Dizionario Bompiani autori, 1987, 1944; R. Giordani, Opere scelte di L.U. Giordani, 1988, 360-363; La filosofia civile, a cura di R. Fondi, Lanciano, Carabba, 1917; Opuscoli filosofici, a cura di R. Fondi, Lanciano, Carabba, 1919; Scritti sull’educazione, a cura di L. Ambrosoli, Firenze, La nuova Italia, 1972; Scritti filosofici, a cura di S. Moravia, Milano, Ceschina, 1974; Storia civiltà letteraria, 1993, II, 571-572; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 210; Grandi di Parma, 1991, 99-100; Aurea Parma 2 1997, 181-183.

ROMANELLI GINA vedi ROMANELLI ZELINDA

ROMANELLI ZELINDA
Parma 2 aprile 1867-Parma 1955
Figlia di Emilio e Leopolda Celati. Fu attrice e scrittrice. Col nome d’arte di Gina Romani calcò le scene drammatiche per circa venticinque  anni. Conobbe ottimi successi fin dai primi passi mossi nella compagnia di Ferruccio Benini. Fu poi a fianco di Giacinta Pezzana e prima attrice in complessi di prim’ordine recitando nei migliori teatri italiani, dal Manzoni di Milano al Costanzi di Roma, passando con disinvoltura dal genere brillante al dramma passionale. Ancora giovane, lasciò il teatro per dedicarsi alla famiglia, ma coltivò ugualmente la passione per l’arte rivelandosi scrittrice di buon valore. A Parma diede alle stampe Addio Rosy! (1939), Contessina si, una raccolta di novelle dal titolo Istantanee (1954) e un romanzo intitolato Alla deriva, cui fece seguito l’atto unico La voce più forte.

FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 129-130.

ROMANI ACHILLE
Busseto 1839-Parma 1910
Figlio di Vincenzo. Fu medico del Comune di Parma, amico e seguace di Ferdinando Zanzucchi, docente di Economia Politica nell’Università di Parma e per molti anni Sindaco di Parma. Il Romani e il Zanzucchi furono riprodotti in caricatura nel 1890 sul giornale umoristico L’on. Sugamàn dal pittore Giovanni Trombara. Nutrito di buoni studi, umanista, il Romani ebbe una vivace vena versificatrice. Scrisse scherzose e briose poesie in vernacolo, che circolarono, trascritte, tra gli amici. Il Romani fu autore anche di sonetti in italiano.

FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 84; A. Scotti, Un verseggiatore parmigiano dell’Ottocento, in Aurea Parma 31 1947, 3-14; F. da Mareto, Bibliogafia, II, 1974, 933.

ROMANI AGOSTINO
Parma 8 agosto 1833-Parma 6 gennaio 1897
Dal padre Vincenzo, letterato di un certo valore, ereditò un ingegno vivace e acuto. Ancora giovanissimo, apprese dal padre la lingua latina. Rimasto orfano a quindici anni, per mantenersi e continuare gli studi, si diede a impartire lezioni private. Nel 1854 si laureò in utroque iure. Il Romani dimostrò di essere versato in ogni disciplina, arrivando perfino a compilare il giornale Lo Studente Veterinario. Entusiasta dei classici, scrisse egli stesso in prosa e in poesia. Dettò versi latini, che andarono perduti come la maggior parte dei suoi scritti. Abilitato a insegnare lettere italiane e latine e divenuto letterato di professione, fu redattore di vari giornali. Fu pure valente epigrafista ed eccellente critico musicale nel Presente (Giuseppe Verdi, entusiasta della recensione del Romani all’Aida pubblicata sul Presente, gli donò uno spartito di quell’opera). Dotato di spirito satirico, agli attacchi e alle offese che si attirò nel corso della carriera giornalistica, rispose con le Tirate eroicomiche (1868). Il Romani scrisse versi per le più svariate occasioni e sui più disparati argomenti: tra i tanti, i sciolti pubblicati nel 1857 sotto il titolo Un primo amore e l’ode sopra Un’apparizione del Salvatore, entrambi ispiratigli da due statue di Agostino Ferrarini, la canzone in morte di Macedonio Melloni, quella in morte di Eugenio Gandolfi, l’ode Il Giudizio Finale, Il Telegrafo elettrico (sonetto), alcuni versi dal titolo Dolore ed Amore, la canzone La Posta dei Colombi nell’Assedio di Parigi (1871), i sciolti dedicati alla memoria del conte Jacopo Sanvitale, il sonetto al principe Alessandro Torlonia, artefice della bonifica del lago Fucino (1875), il sonetto per la candidatura del principe Amedeo di Savoja al trono di Spagna e vari canti carnevaleschi.

FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 93-95.

ROMANI ANTONIO
Roccabianca 1896-Monfalcone 15 maggio 1916
Figlio di Guglielmo e di Celestina Fochi. Fu chiamato alle armi nel novembre 1915. Destinato al 26° Reggimento Lancieri di Vercelli, fu inviato al fronte dopo un breve periodo di istruzione impartitagli a Vercelli. Combatté nel settore di Monfalcone con reparti di cavalleria appiedata. Morì da eroe durante un assalto.

FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 48-49.

ROMANI ENRICO
Collecchio 1842-Collecchio 17 novembre 1918
Fu consigliere comunale di Collecchio dal 1907 al 9 luglio 1914. Rappresentò in quel consesso, composto per lo più da persone agiate, gli interessi della classe popolare del paese. Successe al Reggiani nella presidenza della Società di Mutuo soccorso tra i contadini e gli operai, dopo essere stato nel comitato promotore di quella e di numerose altre associazioni locali. Uomo di buona cultura e di notevole operosità, lasciò ai figli una azienda artigiana.

FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3; Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 43.

ROMANI ERNESTO
Collecchio 1860-Collecchio 15 febbraio 1915
Fu per quasi trent’anni cantoniere comunale. Poi impiantò in proprio un’impresa che, servendosi di carri trainati da cavalli, si incaricò di trasportare la ghiaia dal Taro per conto di terzi e principalmente del Comune di Collecchio. In breve la sua industria divenne floridissima. In gioventù il Romani servì come volontario l’esercito regio e fu insignito di due medaglie al valor militare.

FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

ROMANI GINA, vedi ROMANELLI GINA

ROMANI GIUSEPPE ANTONIO
Monticelli-Bologna 7 marzo 1750
Frate dell’Ordine dei Minori Osservanti. Nel Capitolo del 1717 venne eletto Definitore di Provincia e nel 1718 ebbe laurea di giubilazione. Fu bravo teologo e celebre predicatore. Per vari anni, a partire dal 1720, governò in qualità di Guardiano il convento di Recollezione presso San Secondo. Poiché la chiesa era quasi diroccata e il convento bisognoso di riparazioni, il Romani provvide al restauro dell’una e dell’altro. Inoltre provvide la sagrestia di vasi e suppellettili sacre e arricchì la biblioteca di molti e nuovi libri (Flaminio, tomo 2, 538; Atti Capitolari, tomo 2, 35 e 38; Codice G Serie dei Guardiani). Nel Capitolo del 1732 venne eletto Superiore della Provincia: Haec est electio Min. provincialis per Patres Vocales in conventu nostro Ss. Annuntiatae Bononiae capitulariter congregatos anno Domini 1732, die 14 maii, canonice ac rite celebrata; Praesidente in ea A. R. p. Ioanne Antonio Lucensi Commiss. Visitatore; in qua quidem electione. Per il Provincialato A. R. p. Ioseph Antonius a Monticellis habuit vota 42, supra 43. (Atti Capitolari, tomo 2, 94).

FONTI E BIBL.: G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 253-254.

ROMANI MARCO
Parma seconda metà del XV secolo
Orefice attivo nella seconda metò del XV secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane II, 311.

ROMANI NELDA
Parma 2 marzo 1884-post 1931
Nel 1904 si diplomò in arpa nel Regio Conservatorio di Parma. Fu subito richiesta per l’orchestra del Covent Garden di Londra. Lasciò poi il posto per effettuare una tournée in Oriente: fu a Sofia, Varna, Bucarest, Filippopoli e Costantinopoli e suonò alla presenza dei sovrani di Romania e Bulgaria e del sultano Abdul Hamid, il quale la insignì di decorazioni e le offrì pregevolissimi doni. Per molti anni fu la beniamina del popolo bulgaro, non solo per le sue preclari doti artistiche ma anche per il coraggio con il quale seppe sopportare, durante la prima guerra mondiale, numerose e dolorose traversie. Trasferitasi con la famiglia verso la fine degli anni Venti a Buenos Ayres, fu insegnante in varie scuole musicali e arpista al Teatro Colon.

FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 170-171.

ROMANI NICOLA
Parma 1730/1744
Fu violinista alla Steccata di Parma dal 1730 al 1734. Fu inviato a suonare a Lucca per la festa di Santa Croce del 1744. Fu retribuito con 20 lire.

FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1730-1734; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

ROMANI PIETRO
Parma 1787
Nel 1787 era primo contrabbasso al cembalo dell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma. Nel dicembre dello stesso anno chiese un aumento di 6 zecchini.

FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Accademia; G.N. Vetro, Dizionario, Addenda, 1999.

ROMANI VINCENZO
Vigoleno 1781-Parma 11 gennaio 1850
Nacque da famiglia originaria di Roma. Ancora giovanetto entrò nel Seminario di Piacenza e fu quindi ammesso nel Collegio Alberoni della stessa città. Applicatosi con fervore agli studi, lasciò un compendio della vita e degli scritti dei Santi Padri, dedicato al Clero d’Italia, del quale si ebbero due edizioni (la prima a Piacenza, Del Maino, l’altra a Casalmaggiore, Bizzarri). Uscito nel 1802 dal Collegio Alberoni, si dedicò all’insegnamento delle grammatiche italiana e latina. Fu maestro a Castellarquato, Cortemaggiore, Parma, Busseto, Colorno, Fornovo e poi definitivamente a Parma. Sposò Maria Teresa Galluzzi di Cortemaggiore, dalla quale ebbe dieci figli maschi.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 339; L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 365.

ROMANINI AMEDEO
San Lazzaro Parmense 24 maggio 1895-Boadilla del Monte 12 dicembre 1936
Figlio di Antonio e di Luigia Cavalca. Arruolatosi nell’ottobre 1936 nel Battaglione Garibaldi, cadde in battaglia durante la guerra civile spagnola.

FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 129; A. Lopez, Battaglione Garibaldi, 1990, 46.

ROMANINI ARTURO
Parma 1911-1992
Formatosi alle dipendenze di fonderie lombarde, diede vita nel 1945 a una piccola fonderia che, sotto il nome di Compagnia Emiliana Fusione Metalli, acquisì significative dimensioni affermandosi quale fornitrice di elementi e prodotti indispensabili per le aziende dei comparti dell’impiantistica alimentare, oleodinamica e meccanica in genere.

FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 408.

ROMANINI ENRICO, vedi ROMANI ENRICO

ROMANINI GIUSEPPE
-Parma 26 gennaio 1879
Combatté volontario a Curtatone nel 1849. Prese parte a tutte le cospirazioni politiche contro il governo Borbonico.

FONTI E BIBL.: Il Presente 27 gennaio 1879, n. 26; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.

ROMANINI ROMANO
Parma 14 marzo 1864-Brescia 28 settembre 1934
Studiò al Regio Conservatorio musicale di Parma il violino con Lodovico Mantovani e la composizione con Giusto Dacci e ne uscì con diploma di maestro nel 1882, vincendo anche il primo premio del Lascito Barbacini. Fece quindi parte dell’orchestra del Teatro Regio di Parma. Suonò in molti concerti in Italia e all’estero e fu per tre anni maestro di violino, direttore d’orchestra e insegnante nella scuola musicale di Savigliano (1888-1890). In seguito a concorso passò poi (1890) a Brescia quale maestro di violino e violino di spalla al Teatro Grande. Dal 1897 fu direttore dell’Istituto musicale Venturi di Brescia. Si dice che fosse stato prescelto da Verdi per far parte dell’orchestra che, diretta da Franco Faccio, presentò la prima dell’Otello a Londra nel 1889. Scrisse l’opera in due atti Al Campo (Brescia, Teatro Guillaume, 2 maggio 1895, che ebbe buon successo e venne riprodotta a Parma, Teatro Reynach, 14 marzo 1897), composizioni per quartetto e quintetto d’archi, due sinfonie per orchestra, pezzi per violino e pianoforte e musica vocale da camera.

FONTI E BIBL.: A. De Angelis, Dizionario musicisti, 1918, 293-294; C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 2, 1929, 390, e 3, 1938, 658; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 72; Enciclopedia di Parma, 1998, 576.

ROMANO
Parma 1703/1746
Fu suonatore di tiorba alla Cattedrale di Parma dal 1703 al 25 dicembre 1746.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

ROMANO DA COMPIANO, vedi CANTÙ ROMANO

ROMANZINI ANTONIO
Borgo Taro 1831
Causidico di Borgo Taro, ebbe parte attiva nei moti del 1831, come appare chiaro dalle informative della polizia: Fu quello che in Borgo Taro inalberò la bandiera tricolore. Fece lo stesso alla Dogana di Bertello ed a Cisa confine Toscano. Costui doveva già essere arrestato per truffe ed estorsioni. Ultimamente precettato a non escire dal Distretto di Borgo Taro senza licenza, essendosi mostrato caldo di speranze sull’arrivo dei Francesi in Ancona.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 200.

ROMEGUS PIETRO
Parma 1831
Cadetto nel Reggimento Maria Luigia di Parma, durante i moti del 1831 fu tra i disarmatori della truppa di guardia alla Porta San Michele. Figurò nell’elenco degli inquisiti.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 204.

ROMEI ORAZIO
Parma 1720/1726
Fu violinista della Cattedrale di Parma il 15 agosto 1720 e della Steccata di Parma il 25 marzo 1726.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

ROMITA GIUSEPPINA
- Parma 25 gennaio 1991
Fu professore associato di istochimica presso la facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Parma. Nell’istituto di anatomia umana normale, diretto dal marito, per molti anni svolse attività di ricerca, specialmente nel campo dell’istochimica, interessandosi alla messa a punto di metodi di avanguardia per lo studio cellulare e sub-cellulare di aspetti della enzimologia, branca nella quale ottenne riconoscimenti in Italia e all’estero. Molti furono gli studiosi provenienti da varie università e centri di ricerca sparsi in tutto il mondo che frequentarono il suo laboratorio. Dell’attività di ricerca della Romita si trova traccia in numerose pubblicazioni apparse su riviste nazionali e internazionali e negli atti di molti congressi e convegni. La Romita fu collocata in pensione nell’ottobre 1985.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 gennaio 1991, 5.

ROMUALDO da BORGO SAN DONNINO, vedi UGOLINI CASTELLINA ALESSANDRO BENEDETTO IGNAZIO

ROMUALDO DA MONTECCHIO
Montecchio 1303
Maestro falegname, ricordato in un atto notarile del 10 dicembre 1303. In quell’anno abitava a Parma nella vicinia di Sant’Anna.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 5.

ROMUALDO DA PARMA, vedi MIRRA VITALE FRANCESCO MARIA e UGOLINI CASTELLINA AQUILANTE

RONALDI ANGELO
Busseto 1768/1773
Falegname, nel 1768 realizzò dei serramenti e nel 1771-1773 una nuova libreria e restauri a quella vecchia per il Monte di Pietà di Busseto.
FONTI E BIBL.: Archivio Monte Busseto, Filze Pagamenti 1766-1769 e 1770-1773; Il mobile a Parma, 260.

RONCAGLIO MARIO
Parma 20 gennaio 1893-Parma 15 novembre 1917
Studente del secondo anno nella facoltà di Medicina dell’Ateneo di Parma, fu chiamato alle armi nell’ottobre del 1915. Ottenne di far parte del plotone allievi ufficiali di complemento nel 1° Reggimento Artiglieria da Montagna a Torino. All’inizio del 1916, col grado di Sergente, raggiunse il fronte. Dopo qualche mese venne richiamato a Torino per sostenervi gli esami a Sottotenente e, superatili, fu destinato al Deposito del 36° Artiglieria a Messina, e incaricato dell’istruzione delle reclute. Sulla fine del 1917 fu di nuovo mandato al fronte e in seguito ancora comandato al suo deposito e distaccato a Sant’Agata di Militello. Colpito a Sant’Agata da febbri mediterranee, la violenza del male lo costrinse a entrare nell’Ospedale militare di Messina dove gli venne concessa una prima licenza di convalescenza. Tornato in famiglia, trascorse vari mesi all’Ospedale Civile di Parma. Ottenuta una più lunga licenza di convalescenza trascorsa a Sant’Andrea dei Bagni, quasi ristabilito in salute, nell’ottobre fu ancora a Parma. Il 10 novembre fu colto da febbre spagnuola e, dopo cinque giorni di sofferenze, già indebolito dalle precedenti malattie, morì. L’8 dicembre 1919 al Roncaglio fu conferita la laurea ad honorem in Medicina.

FONTI E BIBL.: Caduti Università parmense, 1920, 39.

RONCAJOLI GAETANO, vedi CALVI PIETRO

RONCHEI AMOS
Borgo San Donnino 13 febbraio 1832-Borgo San Donnino 27 ottobre 1896
Fu patriota distinto e caldo sostenitore della causa dell’indipendenza e dell’unità d’Italia. Laureato in legge nel 1858, fu membro attivissimo del Comitato Nazionale parmense e in  relazione con Giuseppe La Farina. Dopo i moti liberali dell’anno seguente, il Governo provvisorio di Parma lo inviò in missione a Torino per chiedere al Governo Sardo un commissario regio e un generale, ma, avendo nel frattempo la reazione ripreso il sopravvento a Parma, il Ronchei dovette trattenersi nella capitale del Piemonte oltre il previsto in attesa degli eventi. Aggregato per incarico di Cavour in qualità di regio commissario al Corpo d’armata guidato dal principe Napoleone, che avrebbe dovuto marciare sul Ducato di Parma, allorché l’esercito mutò itinerario per dirigersi invece in Toscana, il Ronchei lo abbandonò in segno di protesta e si arruolò a Massa Carrara nei Cacciatori della Magra. In quella provincia partecipò assiduamente ai movimenti militari e organizzò a Pontremoli la rivolta contro l’Austria. Nominato ufficiale e aiutante in campo del generale Ribotti, fu promosso Capitano al tempo dell’annessione del Ducato parmense al Piemonte. Dall’ottobre 1860 all’ottobre 1864 fu Capitano aggiunto al comando della 12a divisione e poi a quello della divisione territoriale di Modena, sempre a fianco del generale Ribotti. Si dimise poi dall’esercito, nonostante la prospettiva di una brillante carriera. Durante la guerra del 1866 fu assunto in servizio nelle truppe di Giuseppe Garibaldi, come capitano di stato maggiore ed ebbe modo di segnalarsi guadagnandosi la Croce di cavaliere dell’Ordine militare di Savoia. Datosi alla vita politica, militò nel partito conservatore e per sei legislature rappresentò al parlamento i collegi di Montecchio, di Mirandola e infine di Borgo San Donnino. Entrò in consuetudine amichevole con i maggiori esponenti della destra ed ebbe la fiducia e la confidenza dei più noti parlamentari, da Crispi a Ricasoli, da Visconti Venosta a Puccioni, da Finzi a Bianchi, dai quali venne spesso consultato nei momenti più difficili e delicati della vita politica. Partecipò assiduamente ai lavori della Camera, dove sedette a sinistra. Pronunciò vari discorsi, fu membro di giunte e commissioni e avanzò proposte e interpellanze al Governo. Nella sua città coprì cariche amministrative. Pubblicò inoltre alcune opere letterarie. Insignito da re Vittorio Emanuele di Savoja della commenda della Corona d’Italia per le sue benemerenze, si ritirò negli ultimi anni di vita in Borgo San Donnino, dopo aver rinunciato a ogni attività di governo, accettando solo la carica di ispettore delle Regie Saline per la regione emiliana.

FONTI E BIBL.: T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 728-729; C. Arrighi, I 450 deputati del presente e deputati dell’avvenire, Milano, 1864-1865; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; G. De Orestis, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1937, IV, 103; A. Malatesta, Ministri, 1941, 75; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 75; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 379-380.

RONCHEI GIACOMO
Borgo San Donnino 1860
Fu Sindaco di Borgo San Donnino nell’anno 1860.

FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

RONCHEJ o RONCHEY, vedi RONCHEI

RONCHINI AMADIO
Parma 22 gennaio 1812-Parma 3 febbraio 1890
Figlio di Luigi, segretario comunale di Parma. Amante delle lettere, formò la sua educazione in un ambiente fervido di molteplici interessi culturali. In quegli anni, vicino a uomini come Tonani, Pezzana e Giordani, che gli furono maestri di scienza e di consigli, il Ronchini formò quel carattere e quella solidità scientifica che lo fecero uno dei rappresentanti più vivi della cultura parmense. Sotto la disciplina dell’abate Ramiro Tonani, prese a coltivare le lettere latine (in modo particolare l’epigrafia, nella quale poi si propose a modello, più che gli scritti del maestro, le opere del Morcelli e dello Schiassi). L’amore per la storia lo trasse alla carriera archivistica ed ebbe la ventura di trovare un buon precettore di paleografia in Tommaso Gasparotti, direttore dell’Archivio di Stato di Parma. Nel 1834 Angelo Pezzana lo scelse a suo cooperatore per la compilazione della Storia di Parma. Fu professore onorario di epigrafia (1840) presso l’Università di Parma. Entrò all’Archivio di Stato di Parma come Segretario archivista nel 1836 e, quale direttore, vi rimase dal 1847 al 1875. Fu poi nominato soprintendente agli Archivi emiliani. Dopo l’unificazione nazionale, fece parte, in qualità di segretario, della commissione ministeriale per gli archivi. Ebbe parte attiva e di rilievo nella locale Deputazione di Storia Patria, come già prima del 1860 aveva avuto modo di mettersi in luce operando in seno alla Società storica. Fu membro attivo della Società colombiana e della consulta araldica e promotore e fondatore della scuola di paleografia e diplomatica presso l’Archivio di Stato di Parma. Scrupolosissimo e intelligente archivista, il Ronchini si applicò contemporaneamente alla storiografia, approfondendo specialmente la storia patria, all’arte, alla politica e alla biografia (molti suoi scritti furono pubblicati negli Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria di Parma). Importante fu il suo commento agli antichi statuti municipali. Il Ronchini non mostrò semplicemente una fredda erudizione ma in ogni sua pagina seppe infondere partecipazione e calore. Bello è il libro su Barbara Sanseverino (Modena, 1863), in cui il Ronchini dà prova del suo equilibrato giudizio. Cultore della buona lingua italiana, fu egli stesso verseggiatore e traduttore: espresse in ogni sua opera un profondo senso di italianità, come nel magistrale lavoro sulle Satire di Persio (Modena, 1867). Epigrafista e latinista competente, ornò delle sue epigrafi i monumenti eretti a Parma da Maria Luigia d’Austria e il sepolcro di molti uomini illustri. Tra le sue numerose opere, vanno ricordate: Discorso in morte di Angelo Pezzana, Gesta di Sua Maestà Maria Luigia narrate per epigrafi latine, Proemio agli Statuti del Comune di Parma vigenti tra gli anni 1316-1325 (Parma, 4 voll.), Fasti rerum gestarum a Maria Ludovica ab anno 1814 ad 1829 (Parma, 1840), Iscriptiones gratulatoriae, Lettere d’uomini illustri conservate in Parma (Parma, 1853). Nel 1855, con la pubblicazione dei Monumenta historica, insieme all’abate Luigi Barbieri promosse la costituzione di una società che, prima in Italia, seguì l’esempio della Deputazione di Storia Patria piemontese, dichiarata governativa nel 1860. Ad attestare l’ampiezza dei suoi interessi, si ricorda infine la sua ricerca sull’espressione metodica della metrica latina; ne formò un sistema completo di espressioni che, con l’aiuto di un musicista parmense, ridusse a note musicali. Applicò poi questo sistema all’Ode di Orazio Sic te diva potens Cypri.

FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Dizionario Biografico Scrittori, 1879, 1241-1242; A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 95-98; Aurea Parma 3 1952, 140; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 320-321; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 212.

RONCHINI EMILIO
Sala 1837
Falegname, fu al servizio della Corte di Parma. Nell’anno 1837 realizzò una libreria e altri lavori a Sala.

FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, busta 240; Il mobile a Parma, 1983, 264.

RONCHINI GAETANO
Parma 25 gennaio1825-
Figlio di Antonio e Luisa Nobili. Caffettiere. Nell’anno 1864 fu sottoposto a sorveglianza perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 198.

RONCHINI LUIGI
Parma 16 dicembre 1779-Parma 8 febbraio 1867
Nacque da Antonio. Nello studio delle umane lettere fu allievo di Giuseppe Maria Pagnini. Ottenne la laurea in giurisprudenza il 6 dicembre 1804. Durante gli studi strinse amicizia con Vincenzo Mistrali, il quale, divenuto Segretario del Comune di Parma nel 1806, volle che fosse assunto come impiegato pubblico anche il Ronchini. Questi gli successe poi nella carica di Segretario comunitativo nell’anno 1810. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Dopo 47 anni di servizio, ottenne la pensione l’11 febbraio 1853: a ricompensa, ebbe dal duca Carlo di Borbone il titolo di Segretario emerito del Comune e la Croce di Cavaliere di 2a classe del Regio Ordine di San Lodovico. Il Ronchini non abbandonò mai gli studi letterari e pubblicò varie composizioni poetiche. Tra queste, un’Ode al Mistrali che meritò gli encomi del poeta Angelo Mazza. Il Ronchini fu poi uno dei fondatori del Gabinetto letterario, al quale vennero ascritti i più cospicui personaggi di Parma. Intraprese l’impresa di illustrare i principali dipinti della Pinacoteca parmense, incisi in rame dall’amico Paolo Toschi. L’opera, che s’intitola Fiore della D. Accademia di Belle Arti di Parma, non fu condotta a termine dal Toschi, ma, per ciò che concerne la parte descrittiva, essa fu pubblicata coi tipi bodoniani. Il Ronchini nel 1853 intraprese il riordinamento dell’Archivio comunitativo di Parma, attingendovi importanti notizie storiche colle quali poté compilare una Memoria intorno all’origine e alle vicende dell’Archivio. Il Ronchini fu poi nominato Archivista. Fu sepolto nel cimitero di Parma, con la seguente iscrizione: qui riposa il cav. Luigi Ronchini, dottore in leggi, segretario del Municipio per lustri IX. Operoso integerrimo lodato cultore delle lettere e della patria storia; uomo sinceramente pio, nella vasta fortuna de’ tempi devoto sempre al pubblico bene, rifuggente dagli onori, pago di meritarli, cessò a questa vita l’8 febbr. 1867. D’an. 87. Pianto dai figli e da’ nepoti che questa mem. gli posero.

FONTI E BIBL.: Strenna Parmense 1842, 171; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 506-508; G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 204.

RONCHINI REMIGIO
Soragna 1893/1911
Soldato del 26° Reggimento Fanteria, fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione: Diede spiccata prova di slancio e ardimento sotto il fuoco nemico (Sidi-Abdallah, 16 dicembre 1911).

FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alle conquista dell’impero, 1937.

RONCHIZZI PIETRO
Parma 185
Contrabbassista, con decreto del 12 dicembre 1853 venne nominato professore nell’orchestra della Reale Corte di Parma.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, Addenda, 1999.

RONCORONI CESARE
Parma 1908-Parma 31 dicembre 1990
Figlio di Luigi, illustre figura di neurologo. Il Roncoroni, seguendo la tradizione familiare, si laureò in medicina e chirurgia a Parma. Divenuto docente di patologia speciale medica, iniziò la carriera di primario ospedaliero negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale dirigendo la prima divisione medica e contemporaneamente l’Ospedale di Colorno. Il Roncoroni acquistò a sue spese il primo elettrocardiografo dell’Ospedale Maggiore di Parma. Dopo la direzione della prima divisione medica, il Roncoroni divenne primario del reparto infettivi. Successivamente passò a dirigere il reparto specifici e infine la quarta divisione medica, sempre distinguendosi per l’attaccamento al lavoro. Nel 1983, ormai in pensione, il Roncoroni ricoprì l’incarico di direttore sanitario della casa di cura Città di Parma.

FONTI E BIBL.: E. Zucchi, in Gazzetta di Parma 2 gennaio 1991, 4.

RONCORONI LUIGI
Como 3 febbraio 1865-Parma 16 marzo 1957
Laureatosi in medicina a Torino nel 1890, divenne poi assistente di Cesare Lombroso, che affidò a lui il corso di neuropsichiatria nell’Università di Torino. Nell’anno 1900 il Roncoroni diventò titolare della cattedra di malattie nervose e mentali dell’Università di Cagliari. Dal 1907 al 1935 (anno del suo collocamento a riposo) fu a Parma come direttore della cattedra universitaria di neuropsichiatria. Fu il fondatore della Clinica neurologica di Parma, Presidente della Società dei concerti e uomo di vasti e profondi interessi letterari e musicali. In campo scientifico fu autore di numerosi studi, di libri di testo sulla psichiatria, di un trattato sull’epilessia (1894) e di uno studio sul genio e la pazzia del Tasso. Il Roncoroni fu inoltre autore di un pregevole saggio sulle teorie artistiche di Wagner (1898).

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 marzo 1957, 4; Palazzi e casate di Parma, 1971, 454; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 273.

RONCOVIERI ALESSANDRO
Piacenza 17 novembre 1642-Piacenza 27 giugno 1711
Appartenne al nobile casato piacentino dei conti de Roncoveteri. Il Roncovieri rispettò le tradizioni di famiglia, distinguendosi come scienziato, letterato e poeta. Dotato di ingegno aperto e versatile, buon parlatore e fine diplomatico, fu destinato a fare nel mondo una delle più nobili comparse. Si servì della nobiltà, della fama, degli impieghi elevati, della grazia dei principi per rafforzare lo spirito. Applicandosi allo studio delle più elette facoltà con la vivezza dell’ingegno, le sue idee furono di recar giovamento alle lettere, alla politica, alla morale, scrivendo della Francia, della religione in tempi di fieri contrasti suscitati dall’eresia e dalle armi degli Ugonotti; ed anche di Luigi XIII, esempio di magnanima giustizia (Bertuzzi). Prima di abbracciare la carriera ecclesiastica, il Roncovieri ricoprì nella vita pubblica importanti mansioni. Narra il Poggiali che, allorquando il pontefice Alessandro IV disincamerò il Ducato di Castro per il trattato concluso con il Re Cristianissimo nel 1664 a favore del duca di Parma Ranuccio Farnese, questi volle mostrare con solenne ambasciata obbligazione e gratitudine al Monarca, deputando a tale scopo il conte Antonio di Sissa, uno dei primi cavalieri di Parma, il Roncovieri e altri gentiluomini dello Stato parmense, che partirono il 6 aprile di quell’anno per assolvere il compito loro affidato. Nel 1671 il Roncovieri fu chiamato a Roma per entrare a far parte della Casa d’Este. Nell’aprile 1694 Ranuccio Farnese l’inviò alla Corte di Francia e successivamente a quella di Roma, dove si trattenne per circa due anni, raccogliendo poi le sue esperienze in un volume dal titolo Relazione della Corte di Roma (1699, fa parte dei manoscritti conservati nella Biblioteca civica di Piacenza). Scrisse pure una biografia di Luigi XIII di Francia e lasciò infine numerosi saggi di poesie. Il 12 dicembre 1697 fu designato ad accompagnare il principe Antonio, fratello del duca Francesco Farnese, nei suoi viaggi attraverso l’Europa, che si protrassero sino al 24 luglio 1700. Nel frattempo, essendo sorta nel Roncovieri la vocazione al sacerdozio, intraprese la carriera ecclesiastica. Compiuti gli studi nel seminario di Piacenza, fu ordinato sacerdote il 29 dicembre 1686 (precedentemente, il 26 marzo, si era laureato a Parma in entrambe le leggi). Due mesi prima di far ritorno in Italia (28 maggio 1700) la Santa Sede lo elevò alla dignità di Vescovo di Borgo San Donnino, essendo rimasta vacante quella cattedra episcopale in seguito alla morte di Giulio Della Rosa. Il 31 dello stesso mese fu consacrato a Roma dal cardinale Sebastiano Tanario. Gli impegni del ministero pastorale non gli impedirono di continuare con profitto l’azione diplomatica. Nel 1702 il duca Francesco Farnese gli affidò l’incarico di suo ambasciatore presso il duca di Vendòme. Il Roncovieri condusse seco, come suo segretario particolare, il giovane abate Giulio Alberoni. Fu quella, tuttavia, l’ultima volta che il Roncovieri comparve nella vita pubblica, perché, al suo rientro in sede, si dedicò interamente al governo della diocesi. La sua azione pastorale fu diretta principalmente a incrementare nel popolo la fede e la pietà, alle cure per il seminario, del quale riordinò gli studi, e a dare un migliore assetto al patrimonio ecclesiastico. Compì  la sacra visita pastorale (che iniziò il 17 settembre 1702 e terminò il 6 marzo 1703), benedisse chiese e oratori pubblici e privati, concorse con generosità alla costruzione del nuovo convento dei Cappuccini di Monticelli d’Ongina, promosse infine esercizi spirituali, sacre missioni e predicazioni nelle chiese della città e diocesi. Del Roncovieri ebbero grande stima i pontefici Innocenzo XII e Clemente XI, principi e regnanti, per le sue virtù di prudenza, magnanimità, modestia, verecondia, fortezza e religione, onde si appartava da comparse non convenienti ad un ecclesiastico, rendendolo imperturbabile nei sinistri accidenti con l’esemplarità di vescovo (Bertuzzi). Fu inoltre acerrimo assertore dell’immunità ecclesiastica. Governò la diocesi di Borgo San Donnino per undici anni. Colpito da improvvisa malattia mentre si trovava di passaggio a Piacenza, morì nel giro di pochi giorni. A Borgo San Donnino, dove la salma fu trasportata per interessamento del Capitolo della Cattedrale, si svolsero le solenni esequie con partecipazione di popolo e rappresentanza di nobili e di autorità. Il canonico piacentino Romualdo Mirra lesse l’orazione funebre, quindi la salma del Roncovieri fu sepolta in Duomo nella cappella dell’Immacolata, da lui eretta, ai piedi della parete di sinistra.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 365-366; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 380-383.

RONDANI ALBERTO
Parma 29 luglio 1846-Parma 11 gennaio 1911
Figlio di Emilio e Maddalena Kolenz. Nato da una famiglia di antichissime origini aristocratiche ma di consuetudini borghesi, fu ammesso giovanissimo all’Accademia di Belle Arti di Parma. Frequentò anche il locale Liceo e, per soli sei mesi, l’Università cittadina. Dopo una breve parentesi quale allievo presso la Regia Accademia Militare di Torino, in relazione agli avvenimenti del 1866, riprese da autodidatta gli studi prediletti (si diplomò nel 1869 in belle arti presso l’Università di Padova). Al termine del 1871, avendo già precedentemente conseguito l’abilitazione all’insegnamento, accettò la cattedra di Lettere italiane presso l’Istituto Tecnico di Parma, incarico che mantenne fino al 1898. Oltre a insegnare, collaborò a riviste locali e a periodici nazionali (Art, Nuova Antologia, Rivista Europea, Rivista Minima, Illustrazione Italiana), acquistando buon nome nel campo della poesia e della critica, sia letteraria che artistica, settori in cui il suo ingegno ebbe modo di estrinsecare pienamente le proprie potenzialità. Nel 1887 fu chiamato alla cattedra di Letteratura e Storia dell’Arte nella Regia Accademia di Belle Arti di Parma. Alla difesa di quest’ultima, minacciata di soppressione, dedicò gran parte dell’attività dei suoi ultimi anni. Il 5 settembre 1891 si unì in matrimonio con Giuseppina Ricci. Da allora visse esclusivamente per la famiglia e per gli studi, non interrompendo la sua laboriosa attività neppure quando si manifestarono i primi sintomi del male che poi gli fu fatale. Successivamente, però, le crisi dovute alla nefrite di cui soffrì si acuirono, impedendogli di dedicarsi con tranquillità alle proprie occupazioni. Cittadino integerrimo, poeta civile, pensatore acutissimo, critico e scrittore da tutti ammirato, il Rondani consacrò le forze del proprio intelletto al culto di quelli che furono i suoi ideali supremi: la famiglia, la scuola, l’arte e la patria. Come poeta, ebbe due grandi maestri, Giacomo Zanella e Giuseppe Revere, dal primo dei quali prese la chiara ispirazione di fede, scienza e umanità e dal secondo il severo e incalzante atteggiamento formale del sonetto: scuola confessata e prediletta, che invece di chiudere il Rondani nella disciplina di un seguace, ne elaborò e rafforzò la solitudine e l’originalità, sia pure attraverso i brevi accostamenti alla moda del borghesismo praghiano e del verismo stechettiano (Jacopo Bocchialini). Tale solitudine e originalità sono un tutt’uno con lo spirito e con la vita del Rondani. Sorto nel pieno fervore e nella piena fortuna della produzione carducciana (né il suo valore poetico sfuggì al Carducci, che ne riconobbe la bravura), amico di amici del Carducci, quali il Panzacchi, l’Occioni e Pasquale Papa, visse tuttavia solitario, tra lo sdegnoso e l’accigliato, lontano dai grandi centri letterari, pago di nulla chiedere per sé e di tutto dare al suo ideale poetico e umano: Solitudin non è stato d’amore ma d’odio o sdegno o di malinconia perciò col mio pensier, col mio dolore vò pellegrin senz’altra compagnia. Ancora giovane, fu caro allo Zanella ed ebbe il primo e inebriante incoraggiamento del Manzoni. Colpì e scosse, sin d’allora, uomini delle più diverse fedi e tendenze, quali il moralissimo ma angoloso Tommaseo, l’estroso e più tardi sommarughiano Milelli, Onorato Occioni, latinista e poeta, Salvatore Farina, delicato e umano creatore di romanzi che lo avvicinarono a Dickens, Pompeo Molmenti, colta e raffinata anima d’artista, l’ardente e romantico Cannizzaro, l’heiniano Zendrini e il fine e toccante Salvatore Di Giacomo. Il Rondani fu il poeta dei primi Versi (1871) e di Affetti e meditazioni (1875), che segnò  un’orma propria e durevole coi sonetti di Voci dell’anima (1883) e di Savoia e Caprera (1883-1884) e coi successivi canti isolati, usciti dal 1889 al 1906. Nel 1890 compose un dramma di carattere sociale, dal titolo Il signor Crèpin (Parma, Battei), come fosse traduzione di lavoro francese. Il Rondani però non vi appare neppure come traduttore e anzi l’edizione non fu poi messa in vendita. La cosa rimase pertanto nota a pochi intimi del Rondani e fu rivelata solamente dopo la sua morte dell’editore e da Oreste Boni, che aveva consentito all’amico Rondani di usare le proprie iniziali per designare il presunto traduttore. Parecchi dei suoi sonetti godettero di grande rinomanza, vennero riportati in varie antologie ed ebbero l’onore di molte traduzioni in parecchie lingue: in tedesco, in inglese, in greco e in spagnolo. Una sua raccolta di Rime scelte (1871-1906) venne edita da Battei nel 1956. Il Rondani prese dal Revere certo piglio risoluto e vigoroso atteggiamento di forme e di verseggiatura nel sonetto, oltre alla robustezza concettosa accentuata e messa in rilievo dall’incedere foscolianamente incalzante per il frequente e ben adatto incrociarsi di vocali elidentisi e oltre a certa maniera di elevare sostanzialmente e formalmente il sonetto in una chiusa che completa e riassume le sensazioni del lettore e ne lascia soddisfatto l’animo, pur già abituato alla dignità di tutto l’andamento. A tale severa e nobile poesia mancò la meritata fortuna. La solitudine del Rondani non ne intaccò il valore, ma lo isolò in un opaco silenzio, che ne mutò la sorte anche se non ne mutò la sostanza. Coi sonetti di Savoia e Caprera furono persino largamente varcati i confini d’Italia. Ma anche su questa superba pagina di poesia si ricompose poi la calma dell’oblio. Il Rondani serbò fede a una severa linea di dignità e tenne tanto alla semplicità della sua vita che visse, letterariamente, quasi sempre solo. Particolarmente duro fu il giudizio del Rondani nei confronti della critica in genere (chiamò latrati gli scritti dei critici) e un tale atteggiamento gli portò inevitabili svantaggi. Ma simil vita è a sua volta propizia a mantenere alle impressioni, alle idee, ai sentimenti, anche se alquanto invecchiati e oltrepassati, una sorte di perenne giovinezza, conservando la spontaneità ed il colore nativo, e stampandovi un suggello di convinzione superiore ad ogni incertezza e ad ogni dubbio (Antonio Boselli). A pochi anni di distanza dalla sua morte, letterati della vecchia e della nuova generazione finirono per incontrarsi nel riconoscere che quella poesia, che sembrava sepolta, era invece più viva e vitale che mai. Il pensiero di Isidoro Del Lungo, di Antonio Restori, di Giulio Natali, di Alfredo Galletti, di Domenico Oliva, di Carlo Calcaterra e di Alfredo Panzini ha una coincidenza significativa col giudizio di critici posteriori, quali Valentino Piccoli, Enrico Bevilacqua e Luigi Emery e di poeti novecentisti come Ugo Betti e Renzo Pezzani. Il Rondani avversò il verismo, nel quale vide la negazione dei valori spirituali e religiosi propri dell’idealismo romantico risorgimentale, di cui si considerò un epigono. Predilesse G. Zanella, col quale ebbe in comune la fede e l’ottimismo cristiano, e che rieccheggiò nella sua lirica gnomica. Si ispirò anche alla storia contemporanea e compose una collana di sonetti per la morte di G. Garibaldi. Come critico, fu ricco di cultura, equilibrio e buon gusto, pur giudicando di solito secondo criteri moralistici. Della sua bibliografia, che comprende 289 opere (di cui venti postume), è doveroso segnalare: Versi (1871), Affetti e meditazioni (1875), Voci dell’anima (1876 e 1883), Scritti d’arte (1874), La filosofia positiva e la critica d’arte (1888) e Saggi di critiche d’arte (1880).

FONTI E BIBL.: E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 224; J. Bocchialini, Alberto Rondani e il suo tempo, Parma, 1922, con prefazione di A. Restori; B. Croce, La letteratura della nuova Italia, 3a ed., Bari, 1929, II, 242-245; E. Bertana, in Giornale Storico della Letteratura Italiana, LVII 1911, 477-478; N. Rizzi, Alberto Rondani poeta e critico, Parma, 1935, che rimanda ad altri precedenti lavori; Enciclopedia Italiana, XXX, 1936, 96; A. Boselli, Commemorazione di Alberto Rondani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1912, 353-382 (con ampia bibliografia); Lodovici, Critici d’Arte, 1942, 310; Molossi, Dizionario biografico, 1957, 130-131;  E. Bevilacqua, Alberto Rondani, in I Libri del Giorno, 7, 1922; B. Pinchetti, in La lirica italiana da Carducci al D’Annunzio, Bologna, 1928; Dizionario universale della letteratura contemporanea, 4, 1962, 196-197; B. Croce, in Letteratura della nuova Italia, VI, Bari, 1929; Dizionario enciclopedico della letteratura italiana, 4, 1967, 597; Aurea Parma 1/2 1970, 81-82; Nel centenario di Alberto Rondani, Parma, 1947; Dizionario della letteratura italiana contemporanea, 1973, 668-669; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 16 giugno 1985; Aurea Parma 3 1993, 200; G.C. Mezzadri, in Gazzetta di Parma 14 ottobre 1996, 5.

RONDANI BARTOLEMO
Parma 1586/1592
Fu Capitano delle truppe del Ducato di Parma militando sotto Alessandro Farnese.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 508.

RONDANI BATTISTA
Parma 1547/1585
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma (1547-1574). Tre anni dopo (26 agosto 1577) passò, come corsorziale, alla Cattedrale di Parma. Con suo testamento del 29 ottobre 1585 lasciò un legato di messe alla Steccata (notaio Ottavio Manghi).

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 20; Archivio di Stato di Parma, Benefit. et Benefitiat. Elenchus, fol. 226; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 16.

RONDANI CAMILLO
Parma 21 novembre 1808-Parma 17 settembre 1879
Figlio di Salvatore e Angela Balzaretti. Fu uno dei migliori entomologi italiani del XIX secolo e uno dei più grandi ditterologi di tutti i tempi. Innamorato fino da fanciullo delle bellezze della natura, si dedicò completamente (dopo una parentesi di studi ecclesiastici e poi giuridici) alla storia naturale e all’agronomia. All’Università di Parma conobbe Macedonio Melloni, fisico, suo insegnante e poi amico. Nel 1827 Melloni gli regalò due grandi bacheche di farfalle, che diventarono poi il nucleo delle collezioni del Rondani e approdarono infine al Museo entomologico di Firenze. Studiò anche le piante con Giorgio Jan ed ebbe libero accesso alla biblioteca del conte Stefano Sanvitale, ove trovò molti libri di storia naturale e la preziosa collezione di insetti del Rossi. Nonostante il rammarico dei familiari, rinunciò all’abito talare dopo aver conosciuto Petronilla Musiari, che in seguito sposò. Caduto il governo di Maria Luigia d’Austria, il Melloni gli offrì la cattedra di storia naturale all’Università di Parma, ma la gioia del Rondani fu di breve durata: tornati gli Austriaci, deluso, abbandonò gli studi e per qualche tempo tentò la via del commercio di generi coloniali in società con il fratello Emilio. Scomparsa la prima moglie, sposò in seconde nozze Elisa Gelati. Effettuò ricerche sul parassitismo entomologico e tenne intensi carteggi con Massimiliano Spinola, di Genova, e con il Genè, di Torino. Pubblicò memorie di entomologia su periodici italiani e stranieri, accompagnandole da disegni e acquerelli da lui stesso efficacemente realizzati. Partecipò attivamente ai movimenti liberali del Risorgimento (1848 e 1859). Fu professore di agronomia all’Università di Parma (1854) e, dopo l’abolizione di questa cattedra, diresse il liceo e infine l’Istituto agrario nella città natale, fino alla morte. Dopo l’Unità fu nominato preside del neocostituito Istituto tecnico di Parma. La Società entomologica italiana lo ebbe tra i suoi fondatori (1870). Il Rondani acquistò il castello di Guardasone, sopra Traversetolo, e vi creò il proprio studio. L’attività che più lo rese illustre nel mondo scientifico fu lo studio della tassonomia dei Ditteri, di cui descrisse numerosi generi e specie, ma per i quali soprattutto stabilì sistemi razionali che dimostrano la sua profonda conoscenza dell’argomento. Classiche sono le sue ricerche sui Muscidi e sui Tachinidi. L’opera fondamentale è costituita dai 6 volumi del Prodromus Dipterologiae Italicae (Parma, 1856-1877; ristampata in fototipia a Berlino nel 1914), continuata, illustrata e completata, per le forme italiane, da un’ottantina di note e di memorie speciali, oltre a una decina di pubblicazioni sui Ditteri esotici. Un secondo campo in cui il nome del Rondani ebbe larga risonanza è lo studio degli insetti parassiti di altri insetti, che condusse per molti anni e che gli diede frutti abbondantissimi. Numerosi lavori del Rondani illustrano vari insetti dannosi all’agricoltura o altrimenti interessanti. Le pubblicazioni scientifiche del Rondani ammontano complessivamente a più di 160.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, Parma, Grazioli, 1880; C. Rondani, Commemorazione, Parma, Battei, 1881; M. Bezzi, In memoria di Camillo Rondani nel primo centenario della sua nascita, in Bollettino dei Musei di Zoologia della R. Università di Torino, XXIII, n. 592; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 201; Enciclopedia italiana, XXX, 1936, 96; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 22 maggio 1989; Grandi di Parma, 1991, 101.

RONDANI EMILIO
Parma 1807 c.-Parma 15 settembre 1881
Nel 1831 il Rondani fu tra i promotori del moto rivoluzionario parmense e venne per questo relegato nel forte di Compiano. Nel 1848 prese di nuovo parte alle lotte politiche e fu ancora una volta rinchiuso nella carceri dello Stato. Rimesso in libertà, cooperò sempre per l’unificazione dell’Italia.

FONTI E BIBL.: A. Silva, in Il Presente 17 settembre 1881, n. 255; G.B. Janelli, Dizionario biografico, Appendice, Parma, Grazioli, 1880, 147; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 201-202.

RONDANI ERMELINDA
Parma  1 febbraio 1843-1914
Figlia di Emilio e Maddalena Kolenz. Sorella maggiore del poeta Alberto, fu grande appassionata del teatro dialettale. Le furono familiari le commedie del Goldoni, del Gallina e quelle bolognesi. Di questo suo interesse si ha traccia nelle sue argute poesie dialettali, le poche rimaste tra le molte disperse, sufficienti comunque per farne accogliere il nome e un saggio nell’antologia di J. Bocchialini, Il dialetto vivo di Parma. Fedele alla tradizione patriottica familiare, fu, sebbene appena sedicenne, tra le giovani di Parma che al passaggio delle truppe sarde, nel 1859, offrirono ai soldati generi di conforto.

FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 78; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 131.

RONDANI ETTORE
Parma 26 aprile 1834-1909
Figlio di Emilio e Maddalena Kolenz. Avvocato garibaldino e fautore dei Piemontesi, che definì i Francesi d’Italia, fece parte della Guardia Nazionale di Parma. Sebbene fosse stato educato dai Gesuiti, fu culturalmente orientato verso lo spirito francese. Ultimo discepolo dello studio dell’avvocato Guareschi, il più affermato legale dell’Ottocento parmense, il Rondani fu avvocato di acuto intelletto giuridico. Il suo temperamento antimassonico lo schierò col Chimirri alla difesa del Consorzio dei Vivi e dei Morti, che assisté in Cassazione nell’ultima disperata difesa per mandato del Guareschi.

FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 131.

RONDANI FRANCESCO MARIA, vedi RONDANI GIOVANNI FRANCESCO MARIA

RONDANI GIAN BATTISTA, vedi RONDANI GIOVANNI BATTISTA

RONDANI GIGLIO, vedi RONDANI GIGLIOLO

RONDANI GIGLIOLO
Parma 1397/1401
Figlio di Aristeo. Fu il primo della sua famiglia a stabilirsi in Parma. Il 18 luglio 1397 aumentò la dote del beneficio di San Jacopo Maggiore eretto nella parrocchia della Santissima Trinità di Parma. Istituì, con testamento del 20 gennaio 1401, sempre presso la chiesa della Santissima Trinità di Parma, un ospizio perpetuo e gratuito per le famiglie impossibilitate a pagare l’affitto. Lo stesso Rondani, persona pietosa, dotò la chiesa di Mezzano Rondani e lasciò altre case all’Ospizio dei poveri e dei peregrini di Casalmaggiore.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 508-509; Rondani, Origine della famiglia Rondani, in Archivio Storico per le Province Parmensi VIII 1900, 15-112; A. Schiavi, La Diocesi di Parma II, 1940, 423; Parma nell’Arte 1 1973, 90-91.

RONDANI GILIOLO, vedi RONDANI GIGLIOLO

RONDANI GIOVANNI
Parma 1425
Detto Bariano. Figlio di Pellegrino. Fondò nel 1425 il patronato di un beneficio eretto nella Chiesa di San Giovanni di Casalmaggiore.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, II, 1842, 6; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 509.

RONDANI GIOVANNI
Parma-1515 c.
Figlio di Tommaso. Fu pittore di buon valore. Morì probabilmente nell’anno 1515.

FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 188.

RONDANI GIOVANNI
Parma 1666
Fu Capitano delle truppe ducali di Parma.

FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

RONDANI GIOVANNI BATTISTA
Parma 6 maggio1796-post 1877
Figlio di Sante e Rosa Rocchi. Fu Arciprete di Mezzano Rondani, definito dallo Janelli persona dottissima. Pubblicò (1838-1843) diverse raccolte di poesie.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 509.

RONDANI GIOVANNI FRANCESCO MARIA
Parma 15 luglio 1490-22/30 settembre 1550
Figlio di Bernabeo. Fu allievo del Correggio. Il 9 aprile 1504 ricevette da uno zio un’eredità, insieme ai fratelli. Sposò una non meglio identificata Francesca nel 1504 e da lei ebbe tre figli Caterina, Girolamo e Paolo (Descrizione delle bocche della città di Parma, 1545). La critica attribuisce al Rondani i fregi con scene di Sacrifici ebraici e pagani su cartoni del Correggio affrescati lungo le pareti della navata centrale di San Giovanni Evangelista in Parma (1520-1524). Dal 1522 il Rondani avviò la decorazione, rimasta incompiuta, del transetto meridionale del Duomo di Parma. Il 7 marzo 1524 dipinse sul muro del palazzo del Governatore nella piazza grande di Parma le insegne del Ss.mo Signore nostro, papa Clemente VII, da cui Parma dipendeva, ricevendo dieci giorni dopo, il 17 marzo, 65 libbre imperiali e 15 soldi. Nel 1525 fu invitato a pronunciarsi (insieme ad altri artisti, tra i quali il Correggio e l’Anselmi) circa le lesioni verificatesi nella fabbrica della Steccata. Dal 1527 al 1531 affrescò a monocromo, nella zona inferiore della cappella Centoni del Duomo di Parma, Cattura di Cristo e Cristo mostrato al popolo. Vengono attribuiti a una sua collaborazione con l’Anselmi gli affreschi del sottarco della Cappella Del Bono nella chiesa di San Giovanni Evangelista (1521) raffiguranti Il Padre Eterno benedicene, Conversione di S. Paolo e Elemosina di S. Pietro Apostolo (una parte della critica li riferisce al Correggio). Sono documentati suoi affreschi nel chiostro dei novizi dello stesso monastero raffiguranti Miracoli di S. Benedetto. L’Affò menziona (1796) suoi affreschi decorativi nel coro di Sant’Alessandro di Parma, eseguiti nel 1530. Nel 1532 collaborò alle imprese decorative finanziate dal Comune di Parma per celebrare l’ingresso in città dell’imperatore Carlo V d’Asburgo. Il 5 e 27 marzo 1539 figura tra i convocati dalla Congregazione della Concezione di Parma. Collaborò con l’Anselmi alla decorazione dei pennacchi della cupola dell’oratorio della Concezione in San Francesco del Prato a Parma (1532-1535). Nel 1541 eseguì lavori per il Duomo e nel 1543 fu perito di parte nella contesa tra l’Anselmi e i fabbriceri della Steccata di Parma a proposito dell’affresco dell’abside, commissionato in precedenza al Parmigianino e a Giulio Romano. È citato, negli anni 1541, 1542, 1545, 1546, 1547, 1549 e 1550 (21 settembre) nel Libro Varia expensa fabrice cappelle societatis Conceptionis dell’Oratorio della Concezione. In questi documenti, alla data 15 settembre 1549 compare la croce anziché la firma: ciò significa che il Rondani morì nell’annata 1550 (Testi ritiene che possa essere morto tra il 21 e il 30 settembre 1550). Il primo documento noto in cui si ricorda che il Rondani è defunto è una testimonianza di suo figlio Girolamo del 20 dicembre 1557 in un rogito del notaio Giovanni Battista Zandemaria. Il Rondani eseguì anche le seguenti opere: Madonna con Bambino in gloria e Ss. Agostino e Girolamo (firmata, Parma, Pinacoteca), Visitazione (Parma, Pinacoteca), Assunzione (Parma, Pinacoteca), Madonna tra i Ss. Pietro e Caterina (Napoli, Capodimonte). Pirondini e Monducci tolgono l’attribuzione della pala con Sant’Omobono e la relativa predella (Reggio Emilia, San Prospero) alla collaborazione Rondani-Anselmi per assegnarla a Nicolò Patarazzi. Il Rondani imitò il Correggio, derivandone principalmente gli schemi compositivi e traducendo i modelli del maestro nella sua trascurata maniera, dai colori chiassosi, dalle deboli forme, limitate da duro contorno e talvolta contorte nella ricerca del movimento.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 339-340; Crisopoli 3 1935, 186; N. Pelicelli, in U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XXVIII, Lipsia, 1934 (con bibliografia); C. Ricci, Di alcuni quadri conservati nel R. Museo di Napoli, in Napoli nobilissima, IV, 1895, 129 segg.; L. Testi, Gian Francesco Maria Rondani o Rondine, in Aurea Parma I 1912, 73-75; L. Serra, Sommario del museo Mosca di Pesaro, in Rassegna Marchigiana II 1923-1924, 209; G. Copertini, Il Parmigianino, I-II, Parma, 1932; L. Magnani, Note sui disegni del Correggio, in Crisopoli, 1934, 213 segg.; L. Magnani, in Enciclopedia italiana, XXX, 1936, 97; I. Affò, Il Parmigiano servitore di Piazza, Parma, 1794; L. Lanzi, Storia pittorica, Milano, 1821; F. Castellani Tarabini, Cenni storici e descrittivi intorno alle pitture della Galleria Estense, Modena, 1854; S. Ricci, La R. Galleria Estense, Modena, 1925; A.O. Quintavalle, Mostra del Correggio, Parma, 1935; E. Zocca, La R. Galleria Estense di Modena, Modena, 1935; E. Bodmer, Il Correggio e gli Emiliani, Novara, 1943; R. Pallucchini, I dipinti della Galleria Estense, Roma, 1945; Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 2147-2148; A.O. Quintavalle, Mostra parmense dei dipinti noti ed ignoti dal XIV al XVIII secolo, Parma, 1948; A.E. Popham, Correggio’s drawings, London, 1957; A. Ghidiglia Quintavalle, L’oratorio della Concezione a Parma, in Paragone 1958; A. Molajoli, La Pinacoteca di Capodimonte, Napoli, 1958; A. Ghidiglia Quintavalle, Michelangelo Anselmi, Parma, 1960; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 458 e 460; S. Ticozzi, 193; E. Scarabelli Zunti, vol. III, cc. 359-360; G. Bertini, La Galleria, 107 e 278, 293, La pittura in Italia, 824; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 361-362.

RONDANI GIUSEPPE
Parma XV secolo
Pittore vissuto nel XV secolo.

FONTI E BIBL.: Un santo e due pittori nella storia di un Monte, in Aurea Parma XXXIX 1955, 122-127; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 936.

RONDANI GIUSEPPE
Parma 1659/1663
Tenore. Cantò per la cappella della Corte Ducale di Parma dal 1 settembre 1659 al 12 febbraio 1663.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

RONDANI LUIGI
Parma seconda metà del XIX secolo
Architetto civile attivo nella seconda metà del XIX secolo. Fu professore (consigliere con voto) di Architettura nell’Accademia di Belle Arti di Parma.

FONTI E BIBL.: P.Martini, Scuola delle arti belle, 1862, 37.

RONDANI MANFREDO
Parma 1173
Appartenne a distinta famiglia. Andò Legato dei Piacentini al Congresso della Lega Lombarda, tenuto in Crema nell’anno 1175.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, II, 1793, 254; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 508.

RONDANI OTTOBONO
Parma 1560/1580
Fu organista nella chiesa della Steccata in Parma dal 6 dicembre 1560 al novembre 1580.

FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 24, 37; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 23.

RONDANI PIETRO FRANCESCO
Parma 1564/1573
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 22 dicembre 1564 al novembre 1573.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 25; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 19.

RONDANI RONDANINO
Parma 1425
Capitano di ventura visconteo, si rese protagonista della battaglia di Val Lamone in cui si scontrarono le truppe di Filippo Maria Visconti con quelle della Repubblica di Firenze. Antecedentemente allo scontro, furono fatti grandi reclutamenti di soldati dall’uno e dall’altro fronte. La Repubblica in particolare, che si sentiva minacciata nei suoi territori dalla politica astuta e aggressiva di Filippo Maria Visconti, non lasciò niente d’intentato per sbarrare la strada ai rivali, affidando il comando a un condottiero di provato valore e ancora invitto, se lo storico Magenta (I Visconti e gli Sforza, II, 162) lo definisce il semper victoriosissimus vir Nicolaus Piceninus. Dell’esercito fecero parte le bande che avevano militato sotto Braccio di Montone, morto nella battaglia di Zagonara. Ne assunse il comando il figlio Oddo, promosso anch’egli capitaneus guerrae, malgrado la ancora giovane età. La battaglia di Val Lamone fu un gravissimo errore strategico che costò la terza grave sconfitta dei Fiorentini nei confronti dei ducheschi. In essa incontrò tragica fine anche il giovanissimo Oddo da Montone. Il Piccinino aveva in verità dissentito nettamente da quel piano, ma dovette piegarsi di necessità ai consules della Repubblica. Lo scontro avvenne il 1° febbraio 1425 alle Scalelle della Valle. Imbottigliate tra le truppe viscontee e un reparto di montanari del luogo, le milizie gigliate furono nettamente sconfitte e il Piccinino cadde prigioniero. La cattura fu merito soprattutto del Rondani che lo tenne con sé come ostaggio fino al momento del riscatto, fissato nella somma di 500 scudi. Il conflitto, a differenza di tanti altri, fu tra i più cruenti: La gente del duca di Milano c’erano e li stancie se redussero e se messero tucti insieme e cavalcaro con quello esercito in Val de Lamone e apicioro facti d’arme con la gente de’ fiorentini permodo che la gente de’ fiorentini foro rotti e fracassati (Cobelli, Cronaca). Ciò pone in maggior risalto l’impresa del Rondani del quale, tuttavia, dopo quella battaglia rimangono scarse notizie.

FONTI E BIBL.: S. Congia, in Gazzetta di Parma 11 novembre 1996, 5.

RONDANI TOLOMEO
Parma 1852/1881
Fu fabbricante di stoviglie, placche con numeri, pianelle e tegole. La fabbrica del Rondani ebbe sede in borgo Fiore n. 18 a Parma. Nel 1861 produsse circa 7000 pezzi tra Pignatte, Brocche, Tegami e vasi diversi. Nel 1861 il Rondani espose alla Fiera di Firenze una profumiera ornata di bassi rilievi. Il Rondani, ancor più che dalle stoviglie, si sentì attratto dalle applicazioni industriali che la materia ceramica poteva offrire e in questo senso fu senza dubbio un pioniere. In una lettera al sindaco di Parma racconta le sue prime esperienze: Recatomi in Francia nell’anno 1852 all’oggetto di apprendere utili cognizioni intorno alla mia professione di stovigliaio e fermato il mio soggiorno a Nancy dopo aver percorso alcune Provincie di quel Regno, studiai quivi la fabbricazione delle tegole meccaniche e dei mattoni traforati. Passati due anni, feci ritorno in patria e mi diedi tosto alla fabbricazione degli oggetti suindicati. Alla Fiera di Firenze, oltre la profumiera, il Rondani presentò le sue tegole meccaniche, una serie di mattoni traforati e alcuni vasi e vasettini di terra porosa usati pel galvano plastier e per la pila elettrica. Ottenne una delle medaglie d’argento all’Esposizione di Milano del 1881.

FONTI E BIBL.: G. Corona, La Ceramica, Milano, 1855; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 361; G. Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 51.

RONDANI ZACCARIA
Parma-Alatri gennaio/settembre 1547
Il 3 luglio 1545 fu promosso al Vescovado di Alatri, quale successore di Valerio Tartarini. Il Bordoni e l’Ughelli assegnano al Rondani sedici anni di ministero pastorale in Alatri, ma in verità sedette su quella cattedra due anni appena. Un memoriale del Rondani, indirizzato al cardinale Farnese, evidenzia come egli fosse poco contento del vescovado alatrino, sulle cui rendite, già povere, era stata imposta una pensione a favore di un non meglio identificato prelato: Prego V. S. Rev. che me fatia gratia raccomandarmi a N. S. che me voglia levare de questa miseria de la pension ch’io pago, perché non cavo tanto de lo Episcopatello ovvero con la prima occaxione permutarmelo: perché più me incresce ed dire delle persone, che non fa del danno, per esser io creatura de S. S. et de sua casa Ill. de tanti anni; et ch’io abbia andare mendicando le cose a me neccessarie per far onore a S. S. et alla dignità, me pare non sia conveniente. Pur del tutto me remetto a V. S. Rev. Non è nota la risposta data dalla Corte di Roma a questa istanza del Rondani (databile al 1546), ma è certo per altro che egli poco dopo cessò di vivere.

FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 56; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 508; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

RONDINE GIAN FRANCESCO MARIA, vedi RONDANI GIOVANNI FRANCESCO MARIA

RONDINI GAETANO
Parma ante 1723-1774
Sacerdote. Fu cantore alla Steccata di Parma fin dalla Pasqua dell’anno 1730. Chiese di avere il medesimo compenso degli altri, come risulta da una sua lettera scritta al duca di Parma Carlo di Borbone il 20 settembre 1735. Lo si trova a cantare in Cattedrale a Parma dal 3 maggio 1723 al 25 dicembre 1731. L’11 aprile 1739 fu investito di un beneficio.

FONTI E BIBL.: Archivio del Duomo, Mandati 1700-1725, 1726-1747; Archivio della Steccata, Mandati 1730; Lettere ducali 1731-1735; Archivio della Curia, Benefit necnon Benefitiat, 253; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 164.

RONDINI GIULIO
Parma seconda metà del XVI secolo
Laureato in legge, fu prete consorziale della Cattedrale di Parma. Morì in giovane età, verso la fine del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 50.

RONDINI LIVIO
Parma 1539-
Fu uno dei primi gesuiti parmigiani. Scolastico per tendenza e pensiero, fu dimesso dalla Compagnia di Gesù nel 1562.

FONTI E BIBL.: M. Scaduto, Catalogo dei Gesuiti, 1968, 129.

RONDIZZONI GIUSEPPE
Mezzano Superiore 14 maggio 1788-Valparaiso 24 maggio 1866
Figlio di Gian Battista e di Rosa Canepa. Entrato nel 1807 come soldato al servizio di Francia, due anni dopo fu Sergente nel battaglione Cacciatori del Po, nel 1812 Sottotenente, nel 1813 Tenente e nell’anno medesimo Tenente Aiutante maggiore. Combatté nel 1808 in Spagna (a Polvedera rimase ferito) e nel 1809 in Austria (fu ferito alla gamba destra a Wagram). Si trovò nel 1810 al campo di Bologna. Fu ferito altre volte nella campagna di Russia a Polotsk (alla spalla destra) e nel 1814 al blocco di Magdeburgo. Con Napoleone Bonaparte combatté sino alla fine: nel 1813 e 1814 in Germania (battaglie di Lutzen, Bautzen, Dresda, Lipsia, Magdeburgo). Nel 1815, col grado di Capitano, diede grandi prove di valore a Waterloo. Le guerre napoleoniche gli valsero complessivamente quattro ferite, venti citazioni all’ordine del giorno e la Legion d’onore. Abbandonato il servizio militare francese entrò col grado di Tenente nel Reggimento Maria Luigia a Parma. Essendosi però ben presto accorto che in quella posizione avrebbe dato solo lustro alle feste della Sovrana e che il suo servizio sarebbe stato utile soltanto agli interessi dell’Austria, pensò di ritirarsi e respinse pure la proposta del conte Neipperg di procurargli, per il valore dimostrato sui tanti campi di battaglia, un posto adeguato nell’esercito austriaco. Difatti, avendo ottenuto nel 1816 un anno di soldo a titolo di gratificazione, il Rondizzoni diede le dimissioni. Recatosi poi a Bordington, nello stato del New Jersey, dove il fratello maggiore di Napoleone Bonaparte, Giuseppe, viveva come proprietario di un grande podere, ottenne da lui una raccomandazione al generale e patriota cileno Josè Miguel Carrera. Il Rondizzoni si imbarcò a Baltimore nel dicembre 1816 e giunse nel febbraio dell’anno seguente a Buenos Aires. Quindi, pur di combattere la tirannide spagnola, si contentò del grado di Sergente maggiore, agli ordini del generale cileno San Martin. Si distinse presto per valore ed esperienza tattica in vari combattimenti, specialmente in quello detto Sorpresa di Cancia Rayada (18 marzo 1818). Prese poi parte col grado di Maggiore alla guerra per la liberazione del Perù nel 1823 e, per le sue gesta eroiche, fu nominato Colonnello. Fu allora che la fama militare del Rondizzoni si diffuse in tutta l’America del Sud. Per il consolidamento dell’indipendenza del Cile occorsero altre campagne: il Rondizzoni combatté a Mocopulli il 1° aprile 1824 al comando del 7° battaglione della Riserva, poi, col grado di Colonnello, a Bellavista il 14 gennaio 1826 e a Santiago il 6 giugno 1829. Le frequenti guerre civili, scoppiate ben presto nella giovane Repubblica cilena, lo indussero a passare in esilio il decennio 1830-1840. Tenne successivamente (1851), con buoni risultati, l’amministrazione (come governatore e intendente) di varie province cilene e mostrò la sua abilità come Colonnello di Stato maggiore nella guerra contro i ribelli comandati da Giuseppe Maria della Cruz. Fu governatore di Constituciòn e del porto di Talcahuano, ministro speciale della Corte d’appello di Concepciòn per la Corte marziale, capo di Stato maggiore dell’esercito nel 1851: in quell’anno partecipò alle battaglie di Los Guindos (19 novembre) e di Loncomilla (8 dicembre), combattute per sedare un tentativo rivoluzionario. Nel 1854 divenne Generale di brigata e combatté ancora a Concepciòn l’8 febbraio 1859, come capo delle Forze nazionali, per soffocare una nuova insurrezione. Nel 1861 si congedò, ritirandosi a Valparaiso. Nel 1924 gli fu eretto un busto dalla Società Scientifica del Cile e nel 1930 fu donata dal Governo cileno una riproduzione del busto in bronzo al Municipio di Parma, che gli assegnò un posto d’onore nel palazzo comunale.

FONTI E BIBL.: Corriere Emiliano 21 giugno 1929 e 18 e 20 maggio 1930; E. Loevison, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 104; E. Loevison, Gli Ufficiali napoleonici parmensi, Parma, 1930, 32; Dizionario UTET, XI, 1961, 139; Dizionario storico politico, 1971, 1100; Gazzetta di Parma 14 settembre 1973, 4.

RONDIZZONI JOSÈ, vedi RONDIZZONI GIUSEPPE

RONDONI
Busseto 1831
Fu il promotore, con il podestà Stanislao Biagi e un Fontana, dei moti del 1831 in Busseto. Fu poi sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 164 e 201.

RONDONI DOMENICO
Borgo San Donnino 1831
Professore di Rettorica a Borgo San Donnino, fu tra i promotori della rivolta del 1831 in Borgo San Donnino. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria e fu destituito dall’incarico.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 203.

RONGHINI LUIGI, vedi RONCHINI LUIGI

RONZONI FERRUCCIO
Borgo San Donnino 16 novembre 1817-Parma 4 settembre 1900
Impiegato a Parma nella pubblica amministrazione, nel 1849 estromesso dal posto di lavoro per aver manifestato ostilità nei confronti del duca Carlo di Borbone e imprigionato. Uscito dal carcere dopo 59 giorni di detenzione, durante i quali venne frequentemente sottoposto alla pena del bastone che gli procurò gravi disturbi cardiaci, si trasferì a Genova, dove svolse la propria attività dapprima in seno al Comitato per l’emigrazione quindi come segretario particolare del conte Jacopo Sanvitale. Rientrato a Parma dopo la morte di Carlo di Borbone, si trattenne al servizio della casa Sanvitale fintanto che, passato il Ducato di Parma nelle mani di Carlo Farini, fu da questi, nel 1859, reintegrato nell’impiego perduto con riconoscimento di tutti i diritti dei quali non aveva potuto beneficiare nel periodo trascorso in esilio. Dotto e piacevole conversatore, il Ronzoni godette a Parma l’amicizia degli uomini più in vita del tempo: Alberto e Stefano Sanvitale, Gaspare Cavallini, Gerra, consigliere di Stato, Eleonora Torlonia, Giuseppe Fantoni.

FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 131-132; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 383-384.

RONZONI FRANCESCO, vedi RONZONI FERRUCCIO

RONZONI GIUSEPPE
-Parma 16 settembre 1871
Fu caldo patriota e valente difensore della Patria.
FONTI E BIBL.: Il Presente 16 settembre 1871 n. 259; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419.

ROSA ANDREA, vedi DALLA ROSA ANDREA

ROSA ANGELO, vedi ROSA CARLO

ROSA AUGUSTO
Sala Baganza 30 agosto 1871-Buenos Aires 8 novembre 1930
Figlio di Luigi e di Maria Schianchi. Sul fronte delle lotte sociali, alimentate da idee di un socialismo anarco-sindacalista, si stagliò la vigorosa figura del Rosa. Egli fu sempre in prima linea dal 1898 al 1919 quando si trattò di svegliare il torpore amministrativo e politico del paese di Sala Baganza, di sostenere l’incognita di uno sciopero agricolo imponente come quello del 1908 o di assumere direttamente l’amministrazione della cosa pubblica (il Rosa fu sindaco di Sala Baganza nel periodo 1914-1919) nella fase tormentata della prima guerra mondiale, di fronte alla quale si dimostrò, come Alceste De Ambris, dapprima neutralista e poi  interventista. La fine della sua esperienza amministrativa fu segnata da una velenosa campagna di accuse per irregolarità amministrative scatenata dal settimanale socialista riformista L’Idea. Il 26 aprile 1922 il Rosa si trasferì da Sala Baganza a Parma e di qui in Argentina, dove morì, nell’Ospedale italiano di Buenos Aires, all’età di 59 anni.

FONTI E BIBL.: Per la Val Baganza 2 1978, 74; P. Bonardi, Vicende dello sciopero agricolo del 1908, 1979; Gazzetta di Parma 22 dicembre 1908, 20.

ROSA CARLO
Parma 1611-Bologna 25 ottobre 1659
Frate capuccino, fu noto predicatore, lettore di singolari talenti, guardiano e definitore, da tutti tenuto per santo. Compì la professione a Carpi il 4 ottobre 1632.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 606.

ROSA FRANCESCO
Parma 1590 c.-post 1642
Figlio di Andrea e fratello di Lorenzo. Si addottorò in ambo le leggi nell’anno 1614. Andò poi a Roma dove lavorò presso la Corte. Vestito l’abito clericale, fu ammesso per il suo valore nella Segreteria del Papa. Andò in Germania con una Legazione papale.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 83.

ROSA LORENZO
Parma 1592 c.-post 1642
Figlio di Andrea e fratello di Francesco. Si addottorò in ambo le leggi nell’anno 1616. Lesse per diverso tempo nello Studio di Parma con grande plauso e concorso di molti allievi. Si trasferì quindi a Roma dove fu eletto Agente e Avvocato della Religione di Malta.

FONTI E BIBL.: Pico, Appendice, 1642, 84-85.

ROSA RIBELLO
Sala Baganza 19 giugno 1902-Parma 6 dicembre 1947
Fiumano e antifascista, partecipò attivamente alla Resistenza. Morì suicida alla vigilia della cerimonia della consegna, da parte di De Nicola, della medaglia d’oro per la guerra di Liberazione alla città di Parma. La sua morte venne annunciata dalla Gazzetta di Parma, il 7 dicembre 1947, nella rubrica dello Stato Civile, senza alcuna annotazione circa le cause del decesso.

FONTI E BIBL.: Renzo Pezzani nella vita, nell’arte, nel ricordo, Parma, 1952, 56; Comunisti a Parma, 1986, 230.

ROSA SISTO, vedi BADALOCCHIO SISTO ROSA

ROSACCIO LUIGI
Parma XVI secolo/1619
Astrologo, cosmografo, pittore, miniatore, disegnatore e incisore attivo alla Corte di Parma nella prima metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, V, 302.

ROSACHER LUIGI
Parma 4 marzo 1864-post 1933
Figlio di Giovanni e Dorotea Nasalli. Sottotenente di fanteria nel 1882, frequentò poi la scuola di guerra e fu insegnante al Collegio militare di Napoli. Colonnello nel 1915, ebbe il comando del 17° Fanteria e con esso entrò in guerra contro l’Austria, rimanendo ferito sul Carso (meritò la medaglia d’argento al valor militare). Maggiore generale nel 1916, comandò per un anno la brigata Torino. Nel 1918 ebbe il comando della 75a divisione, dalla quale passò alla 18a, schierata  sul Grappa, sino all’armistizio. Comandante della divisione militare territoriale di Catanzaro nel 1919, quattro anni dopo assunse il grado di Generale di divisione. Venne collocato a riposo nel 1933.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, VI, 1933, 634.

ROSATI FRANCESCO MARIA
Parma 1682/1693
Tipografo attivo a Parma nella seconda metà del XVII secolo. Stampò spesso associato, tra il 1682 e il 1693, con Ippolito Rosati e Giuseppe Dall’Oglio.

FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez, 1996, 21; Enciclopedia di Parma, 1998, 577.

ROSATI GALEAZZO
Parma ante 1624- Parma 1692
Tipografo. Compare per la prima volta nel 1649 nei Capitoli dell’Arte de’ Librai. Nel 1671, in società con Pietro Del Frate, affittò le attività dei Viotti. Dal 1675 i soci ottennero il privilegio, come appare in alcune grida, di sottoscrivere con la qualifica di stampatori ducali. Nel 1679 stamparono un’opera di G.F. Seratti, una di Corneglio Magni e nel 1683 la Relatione delle esequie del M.R.P. Paolo Rosini. Appare associato a Giuseppe Rossetti per le edizioni di G.P. Sacco nel 1686 e di B. Gatti nel 1688. Nell’edizione della Medicina Theorico-Practica del Sacco, edita Ex Typographia Galeatij Rosati nel 1687, il Rossetti sembra essere solo il finanziatore (Sumptibus Ioseph de Rossettis) avendo ottenuto probabilmente il privilegio della stampa dell’opera. Dopo questa data il Rosati pubblicò l’opera di Carlo Giuseppe Fontana, Le bellezze diformi o sia la Venere smascherata, nel 1689, e, nuovamente sciolto da vincoli societari, gli Statuta, decreta et ordines Serenissimi DD. Nostri Ranutii Farnesii, observanda in statu Bardi, Compiani, et pertinentiarum nel 1690. In seguito, con la qualifica di impressorem episcopalem, stampò il Synodus Dioecesana del vescovo Tommaso Saladini.

FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez, 1996, 20; Enciclopedia di Parma, 1998, 577.

ROSATI GIUSEPPE
Parma 1692/1745
Sembra essere stato il diretto erede di Galeazzo Rosati. Il suo nome compare in numerose pubblicazioni dal 1692 almeno fino al 1741, con le più diverse qualifiche: impressoris episcopalis e episcopalem typographum (datando spesso Romae et Parmae) e stampatore dell’Illustrissima Comunità. Numerose sono anche le sue ristampe di grida, decreti e bandi editi con la qualifica di stampatore ducale. Tra le tante edizioni, si ricorda la prolusione di Giovanni Battista Pedana Facultas medica ex temporum vicissitudine, edita nel 1699. Pubblicò ancora Il tutto in poco, modo per imparare il Canto fermo (1711) e due trattati del Vallara: Teorico-prattico del canto gregoriano (1721) e Primizie del canto fermo (1724). Nel 1733 pubblicò Selva di varie composizioni ecclesiastiche, ancora del Vallara. Dal 1735 al 1745 almeno, stampò la Gazzetta di Parma i cui primi numeri recano l’intestazione Novelle più recenti delle corti d’Europa.

FONTI E BIBL.: Dizionario Editori musicali, 1958, 134; Al Pont ad Mez, 1996, 20-21; Enciclopedia di Parma, 1998, 577.

ROSATI GIUSEPPE
Parma 1831
Cadetto del Reggimento di Parma, fu espulso per punizione dopo i moti del 1831. Dopo l’affare di Fiorenzuola, il Rosati fu uno dei più arditi nel disarmamento della compagnia diretta dal capitano Rota, dimostrandosi assai caldo nella rivolta. Ristabilito il governo legittimo, gli fu dato un passaporto per la Francia. Il Rosati si stabilì a Marsiglia dove si sposò.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 203.

ROSATI IPPOLITO
Parma 1682/1693
Tipografo attivo a Parma, risulta spesso associato con Giuseppe Dall’Oglio, tra il 1682 e il 1693, e con Francesco Maria Rosati. In alcune sue edizioni compare ancora la marca dei Viotti, che probabilmente gli avevano affittato o venduto la propria impresa. Tra le edizioni uscite dai suoi torchi si annoverano: Dio. Sonetti ed inni di Francesco De Lemene del 1684, il Giornale de’ letterati di Benedetto Bacchini (1686-1690), la Miscellanea Italica Erudita di Gaudenzio Roberti (1690-1692), l’Ex Pandectis et codices celebriores di Tommaso Saladini del 1687, il ricchissimo repertorio bibliografico giuridico di Agostino Fontana intitolato Amphitheatrum legale del 1688 e le Tavole di Fortificazione del signore di Vauban, del 1691. Pubblicò assieme al Dall’Oglio nel 1682 il Ristretto e breve discorso sopra le regole di Canto fermo di Maurizio Zappata.

FONTI E BIBL.: Dizionario Editori musicali, 1958, 55; Enciclopedia della stampa, 1969, 279; Enciclopedia di Parma, 1998, 577.

ROSATI OTTAVIO
Parma 1700
Da una typografia Octavii Rosati venne stampato, nel 1700, Georgicorum libri III, Miscellaneorum liber I del poeta parmense Tommaso Ravasini: il volumetto contiene diverse altre liriche del poeta, ciascuna presentata con un proprio frontespizio.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 577.

ROSATI PIETRO MARIA
-Parma gennaio 1581
Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma il 15 novembre 1566.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 25; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 19.

ROSATTI GIUSEPPE, vedi ROSATI GIUSEPPE

ROSAZZA LINDA
Parma-post 1888
Soprano, il 27 aprile 1888 debuttò a Ravenna nel Rigoletto.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ROSAZZA MICHELE
Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nell’anno 1859.

FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1943, 79.

ROSCIO LORENZO, vedi ROSSI LORENZO

ROSCIUS LUCIO VITRUVIO, vedi ROSSI VITRUVIO

ROSCIUS PUBLIUS GRATUS
Parma II/III secolo d.C.
Fu forse libero. È documentato in epigrafe attribuibile alla piena età imperiale, fatta fare per testamento per sé e per la uxor Statoria Corintis, testimoniata a Parma (in pieno centro cittadino) dalla tradizione manoscritta, ma poi perduta. Il nomen Roscius è diffuso soprattutto nell’Italia centrale e in occidente, presente in questo solo caso in Cispadana. Gratus è invece cognomen assai diffuso nei territori celtici, ma raro in Cispadana.

FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 156.

ROSCIUS VITRUVIO, vedi ROSSI VITRUVIO

ROSI FRANCESCO
Pozzo di Pellegrino 1763-Torricelle San Nazzaro 24 settembre 1833
Sacerdote. Fu maestro di grammatica ed economo nel Seminario vescovile di Piacenza per molti anni. Il Rosi fu dotto latinista: molti suoi manoscritti si conservano nell’Archivio del Seminario di Piacenza. Morì all’età di 70 anni.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 367.

ROSI FFRANCESCO
Pavullo nel Frignano 21 febbraio 1876-Parma 23 aprile 1945
Frate minore del Convento di San Pietro d’Alcantara in Parma, fu un esperto orologiaio. Fu dapprima padre guardiano nel Convento di San Cataldo di Modena, per poi trasferirsi a Parma, dove trascorse gran parte della propria esistenza. Il 23 aprile 1945 le forze tedesche iniziarono a ritirarsi da Parma: gli uffici civili smobilitarono in tutta fretta e il comando tedesco, nel corso della notte, si trasferì altrove. Il deposito del Distretto in via Granatieri di Sardegna venne allora assalito e saccheggiato. Tutto però si interruppe quando, armata di tutto punto, comparve la brigata nera, agli ordini di un nazista. I frati di San Pietro d’Alcantara, in atto di prendere in consegna il loro ex convento adibito a caserma (allo scopo di poter più facilmente rivendicarne la proprietà da trattarsi con le nuove autorità e per preservare dal saccheggio l’archivio e il prezioso carteggio delle pratiche di assistenza alle famiglie di prigionieri e internati), vennero improvvisamente a trovarsi in mezzo a una gran folla che, all’apparire degli armati, irruppe in chiesa cercando un asilo sicuro. Il Rosi tentò di difendere alcune persone, ma venne con esse arrestato e condotto via su un auto. Presto liberato, avendo potuto provare la propria innocenza, tornò alla chiesa. Avendo trovato nascoste alcune donne, si prestò a farle uscire da una porta secondaria in via Adorni. Nel frattempo gli uomini della brigata nera tornarono sul posto proprio nel momento in cui il Rosi faceva uscire in strada le donne. Sul momento tutto parve chiarirsi, ma, a mezz’ora di distanza, in convento irruppero tre brigatisti, con il fucile spianato e con l’intento di punire i religiosi che ritenevano avversari delle idee nazifasciste, più volte dimostratisi tali e ora complici del nemico nel voler trasmettere e conservare intatta per gli occupanti partigiani e angloamericani la caserma attigua al convento e loro ex proprietà. Il primo frate rintracciato fu proprio il Rosi, che finì barbaramente trucidato. Altre vittime sarebbero seguite, se la fretta di partire non avesse distolto la brigata nera da ulteriori indagini. La memoria storica del sacrificio del Rosi venne tramandata ai posteri da una lapide collocata nei pressi del Convento dei Frati minori di San Pietro d’Alcantara. Scoperta nel 1975, in presenza delle autorità e di una grande folla, questa lapide reca la seguente iscrizione: A Padre Onorio che con spirito di cristiana carità e per senso di civile dovere solidarizzò con gli innocenti perseguitati fin a cadere vittima egli stesso dei persecutori fascisti. Parma 23 aprile 1945.

FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 132; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 4 marzo 1984; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 12 maggio 1986, 3.

ROSI ONORIO, vedi ROSI FRANCESCO

ROSIGNOLI TERESA, vedi ROSSIGNOLI TERESA

ROSINI ANTONIO
Parma 23 gennaio 1785-2 luglio 1836
Figlio di Eligio. Entrò cadetto nelle truppe del duca Ferdinando di Borbone il 30 dicembre 1801 ottenendo il grado di Alfiere (1804). Il 31 gennaio 1805 fu promosso Sottotenente. Alla cessione del Regno di Etruria alla Francia fatta dalla regina Maria Luisa, fu ammesso (1° gennaio 1808) al servizio di Francia. Poco dopo fu promosso Luogotenente e il 1° novembre 1810 Capitano nel 113° Reggimento di linea. Fece con onore le campagne del 1808 e 1809 in Catalogna, quelle del 1810, 1811 e 1812 nel nord della Spagna e da ultimo quella del 1813 e 1814 con la Grande Armata. Il 25 novembre 1813 Napoleone Bonaparte lo nominò Cavaliere della Legion d’Onore. Nel 1816 fu Capitano al seguito del 4° Reggimento. Il Rosini ebbe parte attiva nei moti del 1831 in Parma, come attesta la scheda informativa redatta nell’occasione dalla polizia: Fu fuori Porta S. Michele in distaccamento colla Guardia nazionale. Fu altravolta tradotto in Ungheria unitamente ad altro capitano perché conosciuto fautore di rivoluzionari. Egli è fuori di servizio, continua ad essere meritevole di sorveglianza.

FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 166; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 32; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 203.

ROSINI GIACOMO
Parma 28 aprile 1629-1707
Figlio di Ippolito e Margherita. Frate francescano, fu oratore sacro, uomo di cultura e maestro generale dell’Ordine.

FONTI E BIBL.: A. du Monstier, Martirologio francescano, 1946.

ROSINI GIULIO PILLOMEO
Parma 8 marzo 1624-11 ottobre 1682
Figlio di Ippolito e di Margherita, fu frate minore conventuale. Compiuti gli studi nel Collegio di San Bonaventura in Roma, ebbe poi cattedra d’insegnamento per la Logica a Praga, Assisi, Padova e Bologna (1666), acquistando fama di acutissimo disputatore. Seguace delle dottrine filosofiche di Giovanni Duns  Scoto, giunse ad alcune forzature nelle sue interpretazioni: a forza de’ suoi raziocinj faceva dire a Scoto medesimo ciò che non disse giammai (Franchini, Bibliosofia, 283, 515). Seguì il Bini, generale dell’Ordine dei Minori conventuali, a Parigi, dove il Rosini fu aggregato al Collegio della Sorbona e nominato Teologo del re Luigi XIV. Il Rosini ebbe anche il titolo di Teologo personale dei cardinali D’Arach e Laureac e del duca di Parma Ranuccio Farnese. Fu inoltre Definitore generale dei Minori conventuali e Esaminatore sinodale del vescovo di Parma Nembrini. Il Rosini scrisse un’opera per sostenere che Scoto riconobbe in Dio la Scienza Media: il lavoro, ormai completato e pronto per essere sottoposto all’approvazione dei superiori, rimase inedito per la morte del Rosini. Tutti i manoscritti teologici del Rosini passarono ai Gesuiti e andarono poi dispersi. Nella chiesa di San Francesco in Parma fu murata la seguente iscrizione: F. Paulo Rosino parmensi art et sac theologiae doctori theologorum sui temporis acutissimo in praecipuis franciscani ordinis gymnasiis scholasticis exercitationibus notissimo inter socios parisiensis academiae ob eximium doctrinae specimen adscripto ne cum ingenii sui monumentis praelo iam paratis aliena vel incuria vel fraude deperditis tanti viri memoria periret patres coenobii parmensis lapidem hunc obsequii et amoris testem ponendum curarunt obiit mense octobris anno reparatae salutis MDCLXXXII aetatis suae nondum expleto LIX.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 200-203; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani III, 1827, 794-795.

ROSINI IPPOLITO, vedi ROSINI GIACOMO e  ROSSI IPPOLITO

ROSINI PAOLO, vedi ROSINI GIULIO PILLOMEO

ROSINO IPPOLITO, vedi ROSSI IPPOLITO

ROSINO PAOLO, vedi ROSINI GIULIO PILLOMEO

ROSIO ANNIBALE, vedi ROSSI ANNIBALE

ROSO DA PARMA
Parma 1318/1319
Fu scultore in marmo, giudicato da Cincinnato Baruzzi superiore in merito a non pochi de’ suoi contemporanei. Fu condotto in Bologna dal medico Antonino Mondino Liucci a scolpire in marmo a bassorilievo nella chiesa dei Santi Vitale e Agricola il sepolcro del fisico Liuccio de’ Liuzzi, morto nel 1318. Il monumento fu compiuto dal Roso l’anno seguente. Per la prima volta (e con qualche inesattezza) comparve litografato nel 1840 nell’opera Eletta di Monumenti della città di Bologna. Nel 1859 Angelo Pezzana, con accurata incisione del parmigiano P. Sottili, lo riprodusse nella Storia di Parma (vol. V, XIV), accennando al Roso e al suo monumento.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 340; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 60; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 433.

ROSSELLINO FERRARINO
Borgo San Donnino primi anni del XIV secolo-post 1350
Armaiolo fabbricante di proietti d’artiglieria. Nel 1350 fece palle di ferro per le bombarde pontificie.

FONTI E BIBL.: Storia dell’artiglieria italiana, I, 149; A. Malatesta, Armaioli, 1939, 272.

ROSSENA ANGELO
San Secondo 1847/1861
Studiò all’Accademia di Parma ma venne espulso dallo Studio Toschi nel 1838. Artista dunque poco legato alle consetudini accademiche, eseguì all’acquaforte tra il 1860 e il 1863 una serie di effigi di personaggi della Famiglia reale tratti da fotografie, alcune delle quali furono presentate all’Esposizione Industriale Provinciale di Parma nel 1863. Mantenne una certa dignità artistica finché operò nell’ambito della scuola. In seguito la sua produzione si fece sempre più artigianale e frettolosa. Fu attivo anche nel 1861, come attesta una sua mediocre Immagine di Sant’Abbondio nella chiesa di San Savino. Tra le sue cose migliori sono due ritratti: Il Barone Bolla e il Vescovo Cantimorri. Collaborò alla Galleria Pitti di Luigi Bardi (Ignoto, dal Pontormo e Ignota, dal Bassano).

FONTI E BIBL.: P. Martini, L’arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Arte incisione a Parma, 1969, 58; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 2811; Enciclopedia di Parma, 1998, 578.

ROSSENA ANGIOLO, vedi ROSSENA ANGELO

ROSSENA GIAN PAOLO o GIOVANNI PAOLO, vedi ROSSENA GIUSEPPE

ROSSENA GIUSEPPE
Parma 3 settembre 1766-Parma 8 dicembre 1844
Vestì l’abito dei frati minori osservanti il 5 novembre 1780, assumendo il nome di Gian Paolo. Insegnò Filosofia e Teologia e, compiuto il corso di Lettura prescritto dalle leggi, ebbe titolo di Lettore giubilato. Fu inoltre Definitore generale, Prefetto degli studi, Definitore provinciale e valente oratore, specialmente in panegirici. Il nome del Rossena figura onoratamente nelle Serie dei Predicatori Quaresimali della Basilica di San Prospero in Reggio Emilia all’anno 1814. Nel 1830 fu eletto Ministro provinciale. Haec est electio Min. prov.lis per Patres Vocales, in conventu Ss. Annunt. Bononiae, die 20 octob. 1830, rite et canonice celebrata Praesidente A. R. p. Paulo Augustino de Lucca in qua pro Provincialatu, A. R. p. Ioannes Paulus Rossena de Parma habuit vota 17 (Atti Capitolari, tomo 2, p. 303). Il Rossena fu per nove anni Guardiano del Convento della Santissima Annunziata in Parma. Si tramanda che il Rossena fosse assai stravagante: tra le altre cose, pare non rispondesse mai alle lettere inviategli, tanto che alla sua morte fu trovato nella sua cella un cesto ricolmo di lettere ancora sigillate.

FONTI E BIBL.: G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 307-308.

ROSSENA PAOLO
San Secondo 18 ottobre 1722-Lisbona 7 maggio 1763
Frate francescano, fu sagrista e confessore nell’ospizio per gli Italiani in Lisbona (1755) e poi missionario a Bahia nel Brasile. Dovette essere rimandato in patria per motivi di salute e durante il viaggio morì. Compì a Guastalla la vestizione (10 novembre 1740) e la professione di fede (10 novembre 1741). Fu ordinato sacerdote a Borgo San Donnino il 1° novembre 1746.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 282.

ROSSETTI ALICE
Rivalazzo di Sanguinaro 1879-India 1973
Laureata all’Accademia di Belle Arti di Piacenza, entrò giovanissima nell’ordine delle Dame Orsoline di Piacenza. Visse molti anni del suo apostolato nel collegio dell’Angelo di Borgo San Donnino, retto dalle Orsoline. Nell’ottobre del 1934, alla guida di quattro consorelle, partì missionaria in India. Durante la sua permanenza di oltre quaranta anni in quella nazione, fondò due ospedali, una scuola, una chiesa e una farmacia. Divenuta cieca nel 1963, morì all’età di 94 anni e in fama di santità, dopo aver rinunciato alla possibilità di rimpatriare.

FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 281-282.

ROSSETTI ANGELO
Parma 2 gennaio 1901-Parma 23 aprile 1945
Partigiano della Brigata Parma Vecchia, fu ucciso in uno scontro a fuoco coi Tedeschi nei pressi della scuola elementare di San Leonardo. La vecchia scuola elementare del quartiere San Leonardo ospitò elementi della polizia ausiliaria fascista e successivamente fu occupata dai Tedeschi che vi rinchiusero temporaneamente gli arrestati al termine dei rastrellamenti. Quando già erano avvenute puntate di mezzi corazzati americani da Colorno e tutta la zona era in fermento in previsione del movimento insurrezionale, nella notte tra il 22 e il 23 aprile si verificò una sparatoria durante le ore di coprifuoco: a un attacco di squadre sappiste fu risposto con le armi. Il mattino seguente, nel fosso davanti alla scuola, furono ritrovati due partigiani uccisi da colpi d’arma da fuoco, uno dei quali era il Rossetti. Seguì, a distanza di non molte ore, un combattimento tra i volontari della  brigata Parma Vecchia e nuclei tedeschi. Lo scontro finì con la cattura di circa duecento militari tedeschi, che furono rinchiusi nella vicina fornace Andina.

FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 24 luglio 1985.

ROSSETTI DOMENICO
Parma-post 1814
Nel 1814 scrisse i versi della cantata per il compleanno di Gioachino Murat, re delle Due Sicilie, musicata da Ferdinando Simonis ed eseguita nel salone di San Paolo a Parma il 25 marzo.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

ROSSETTI FRANCESCA
Parma-post 1787
Cantante, detta la Parmiggianina, la si trova al Teatro della Munizione di Messina nel 1786 nella commedia buffa per musica Il falegname di Domenico Cimarosa e nel 1787 come prima Donna seria in Giustina e Bernardone dello stesso compositore.

FONTI E BIBL.: G. Molonia, Teatri minori messinesi dal XVIII al XIX secolo, Messina; Filarmonica Laudamo, 1996, 59.

ROSSETTI GAETANO
Rivalazzo di Sanguinaro 15 settembre 1883-Milano 12 settembre 1947
Si laureò in ingegneria navale all’Accademia Navale di Genova. Fu collaudatore alla Grandi Motori FIAT di Torino, Direttore generale tecnico del cantiere navale di Muggiano e successivamente dei cantieri navali di Fiume. Fu progettista e costruttore di incrociatori pesanti e di sommergibili che furono vanto della Marina militare italiana durante la seconda guerra mondiale. Raggiunta l’età del pensionamento, in collaborazione col figlio, pure ingegnere, creò uno stabilimento per la produzione di utensileria meccanica a Milano.

FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 282.

ROSSETTI GIUSEPPE
Parma 1686/1717
Alla fine del Seicento il Rossetti, che aveva finanziato varie edizioni e risulta associato a diversi tipografi (tra i quali Galeazzo Rosati) dal 1686 al 1692, iniziò a stampare in proprio pubblicando opere di C. Crivelli (1694), G.B. Morasca, Gebhardus Frischius (Anatomiae alchemicae edente Thoma Bergmiller, 1695), C.E. Fontana (1696), L’arte amatoria del poeta Ovidio, ridotta al sacro di Angelo Antonio Sacco (1717), un’opera di A.M. Stellani (1712) e il Baldus redivivus di Isidoro Grassi (1717), dando vita a una stamperia che risulta attiva anche nel secolo successivo. Nel 1697, negli Statutorum Brixilli et eius districtus, compare una marca tipografica, molto simile a quella di Mario Vigna, col motto vita vitae
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez, 1996, 21; Enciclopedia di Parma, 1998, 578.

ROSSSETTI GUALTIERO
ante 1918-Parma 23 dicembre 1998
A Parma, per molti anni (dal 1938 al 1956) insegnò nella scuola Mazza, dopo aver prestato servizio nelle elementari di San Rocco di Busseto, Soragna e Vicomero. Fondò nel 1948 la società di pesca Aurora, sport nel quale eccelse, divenendo poi il presidente provinciale della Federazione di pesca sportiva, in carica sino al 1983 e, successivamente, onorario. Nel 1969 fu nominato commissario e poi presidente della Sezione insegnanti di Parma nell’Associazione nazionale combattenti e reduci.Divenne poi presidente della Federazione provinciale fino al 1995 e, successivamente, presidente onorario. Contemporaneamente, dal 1981 al 1995, fu eletto in seno al Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale combattenti e reduci. A Noceto giunse nel 1961, dopo essere stato incaricato nei circoli di Traversetolo, Langhirano, Bedonia, Neviano degli Arduini, Bardi e Salso, e vi rimase fino al 1976. Per ottenere una più assidua e fruttuosa applicazione degli scolari, con l’aiuto dell’amministrazione comunale, diede una nuova, più agile e variegata organizzazione ai doposcuola del patronato scolastico. Ufficiale di complemento nel luglio 1940, fu combattente sul Fronte Occidentale in Albania sino al 1941. Appassionato della ricerca storica, scrisse i seguenti volumi: Noceto e la sua gente l’altro ieri (1977) e Noceto e le sue frazioni (1978), La pesca sportiva parmense. Cronache e immagini di un quarantennio (1986). Per la sua molteplice attività culturale e organizzativa, fu nominato Cavaliere della Repubblica (1971), Cavaliere Ufficiale (1982) e Commendatore (1988).

FONTI E BIBL.: E. Burgio, in Gazzetta di Parma 3 febbraio 1999, 24.

ROSSETTI LUCETTA, vedi BIZZI LUCETTA

ROSSETTI MARIA ANNUNCIATA SAVERIA, vedi ROSSETTI ALICE

ROSSI
Parma seconda metà del XVIII secolo
Intagliatore, realizzò una croce processionale in San Quintino a Parma.
FONTI E BIBL.: G. Godi, in Gazzetta di Parma 20 luglio 1979, 3; Il mobile a Parma, 1985, 260.

ROSSI
Parma 1887/1954
Scultore. Assieme a Dossena realizzò i due camini delle sale da pranzo del Castello di Tabiano di proprietà della famiglia Corazza, su disegno di Mario Vacca. Sempre col Dossena, realizzò le sculture in altorilievo della fontana del Castello di Gabiano Monferrato, su disegno di Lamberto Cusani.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 156.

ROSSI ACHILLE
Parma 1899/1918
Fu un pioniere dell’aviazione parmigiana.
FONTI E BIBL.: Ali parmensi: Achille Rossi, in Corriere Emiliano 4 dicembre 1927.

ROSSI AGOSTINO
Parma ante 1404-Gessate 1486
Figlio di Clemente. Si laureò in ambo le leggi e fu ascritto al Collegio dei giudici di Parma. Nel 1448 fu eletto tra i Conservatori della Repubblica di Parma, poco prima che la città si sottomettesse a Francesco Sforza. Dopodiché il Rossi passò a Milano. Dopo aver tenuto un’orazione in onore dello Sforza che gli procurò la sua benevolenza, fu da questi utilizzato in più circostanze. Nel 1458 fu inviato quale legato al nuovo re di Napoli, Giovanni D’Aragona, che lo volle onorare permettendogli di aggiungere al suo il cognome Aragona. L’anno seguente fu di nuovo in Parma, dove esercitò la professione di avvocato: il 21 febbraio 1459 il duca di Milano lo scelse per dirimere una controversia per questioni di confine tra Pier Maria Rossi di San Secondo e Francesco Lupi di Soragna. Nel 1473 si trasferì definitivamente a Milano con la moglie Simona Bertani di Correggio. Fu ancora al servizio del Duca di Milano, per il quale compì diverse legazioni a Roma presso il Papa. Nell’anno 1476 fu creato cavaliere dello Sperone d’Oro. Due anni dopo recitò una pubblica orazione per l’elezione del duca Gian Galeazzo Sforza e fece parte del Consiglio segreto dello Stato di Milano. Il Rossi fu uomo di grande erudizione e cultura. Restaurò la cappella di Sant’Agostino nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo in Gessate di Milano, impetrando indulgenza da papa Sisto IV a chi avesse contribuito con elemosine a tale opera pia. Nella stessa cappella edificò il suo sepolcro dove poi fu sepolto. Non avendo figli, lasciò eredi della sua biblioteca i monaci benedettini della chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Gessate.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani II, 1789, 285-288; A Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 842.

ROSSI ALBERTO
Parma 1173/1169
Nel 1173 fu Legato dei Parmigiani al congresso di Crema, onde conciliare alcune controversie coi Piacentini e coi Pontremolesi, in modo da rendere sempre più forte la lega lombarda contro l’imperatore Federico. Nel 1177 fu assessore del podestà di Parma. Nel 1186 intervenne a Milano all’incoronazione a re d’Italia di Enrico, figlio dell’Imperatore. Fece parte del Magistrato dei consoli nel 1188 e nel 1196.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

ROSSI ALESSANDRO
San Secondo 1515 c.-
Figlio di Troilo e di Bianca Riario. Perdette da fanciullo l’udito e in seguito divenne muto. Ciononostante intraprese la carriera militare, ma ben presto fu costretto a rinunciarvi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. IV.

ROSSI ALESSANDRO
Ischia 14 Marzo 1549-Parma 24 Marzo 1615
Secondo il Pico, fu figlio della balia del cardinale Alessandro Farnese. Fu dapprima segretario del duca Ranuccio Farnese e da lui creato cittadino di Parma il 19 dicembre 1596 (Ordinazioni della Comunità). Nel 1599 ottenne dal Papa, per raccomandazione del Duca, il canonicato e la prebenda di San Secondo superiore, vacanti per la morte del canonico Tiberio Scoffoni, di cui il Rossi prese possesso il 5 gennaio del medesimo anno. Uomo dotto e sperimentato, servì il duca e il capitolo in vari e difficili incarichi. Vescovo di Castro dal 31 gennaio 1611, fu traslato alla sede vescovile di Parma da papa Paolo V il 9 luglio 1614. Il 19 luglio l’arciprete della Cattedrale, Ottavio Lanfranchi, presentò al Capitolo la bolla del Papa che conferiva al Rossi il Vescovado di Parma e gli dava facoltà di prenderne possesso per mezzo di un procuratore (lo stesso Lanfranchi). Il Rossi confermò suo vicario il Cornazzani. Fu stabilito che due canonici andassero a incontrarlo a Bologna: furono deputati Alberto Zunti e Pietro Maria Prati. Anche i consorziali mandarono il primicerio Alessandro Verri e Camillo Zandemaria e i parroci Bernardino Zalli, rettore della parrocchiale di Santa Maria Borgo Taschieri e di Santa Croce, e Francesco Moreni, rettore della parrocchiale di San Michele dall’Arco. Il 9 ottobre partirono da Parma e la mattina seguente arrivarono a Bologna e andarono a casa Facchinetti a ossequiare il Rossi. Concertarono con lui di partire da Bologna lo stesso giorno. La mattina seguente furono a Modena e il Rossi fu condotto dal Duca a palazzo dove desinò cogli ambasciatori, col pronipote Pietro Rossi e col notaio della curia vescovile di Parma  Girolamo Magnani. Dopo il pranzo si recarono a Reggio. Nel tragitto tra Rubiera e Reggio, andarono incontro al Rossi gli ambasciatori della città di Parma: Ottavio Zoboli, Angelo Garimberti e Ottavio Lalatta. Prima di arrivare a Reggio fu accolto dal vescovo della città, Claudio Rangoni, che lo accompagnò al vescovado di Reggio, ove la sera il Rossi alloggiò. Il giorno seguente, dopo un sontuosissimo banchetto, il Rossi celebrò la messa nella chiesa della Madonna di Reggio. Ripreso il viaggio per Parma, vicino alla Cadè gli vennero incontro due carrozze con i canonici di Parma, Ranuccio Pico, segretario del Duca, altre due carrozze con i consorziali e molti gentiluomini, preti e frati. Il Rossi sostò al monastero della Certosa. Il solenne ingresso avvenne il giorno 19 ottobre alle ore 18. Il Rossi, vestito con la cappa e cappello pontificale e procedendo sopra una mula ricoperta da un drappo di colore violaceo, giunto alla porta San Michele si inginocchiò e baciò la croce e i guardacoro cantarono l’antifona Sacerdos et Pontifex. Poi andò a piedi nell’oratorio della Madonna della Scala, dove vestì i paramenti sacri, e quindi a cavallo si portò sino alla Cattedrale. Al tempo del Rossi si fece una transazione tra il Capitolo e il Consorzio, e tra il Consorzio e la fabbrica della Cattedrale, per eliminare le vertenze esistenti, che pregiudicavano l’osservanza dei sacri riti nella Cattedrale:  le convenzioni, lette e pubblicate a rogito del notaio Girolamo Magnani il 24 dicembre 1614, furono sottoscritte dalle parti aventi causa in vescovado alla presenza del Rossi. Il Rossi, che da tre mesi era infermo, morì all’età di sessantasei anni, dopo aver governato la Chiesa di Parma per soli otto mesi e cinque giorni.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 244-245; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 166-178; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 241.

ROSSI ALESSANDRO
Parma prima metà del XVII secolo
Scultore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli-Zunti, Documenti e memorie di belle arti, V, 304.

ROSSI ALESSANDRO
Corniglio 12 gennaio 1731-Piacenza 24 gennaio 1808
Frate cappuccino, sacerdote, fu per undici anni assistente agli infermi nell’Ospedale di Piacenza con la più grande carità e universale soddisfazione. Compì a Carpi la vestizione il 20 novembre 1750 (assunse il nome di Ilarione, mutato poi in quello di Tommaso) e la professione (20 novembre 1751). Fu ordinato sacerdote a Reggio Emilia il 20 dicembre 1755.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 87.

ROSSI ALESSANDRO
Parma XIX secolo-1913
Violinista diplomato nel 1913 al Conservatorio di Parma, si stabilì a Londra. Si sa di alcuni suoi concerti dati al Winter Garden.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

ROSSI ALESSANDRO, vedi anche ROSSI AUGUSTO

ROSSI AMURATTE
Parma 1308/1312
Figlio naturale di Guglielmo. Fu fatto prigioniero nel 1308 alla difesa della Ghiarola. Tradotto a Guardasone, vi rimase fino al 1312, anno in cui Enrico VII pretese da Giberto da Correggio la riconciliazione coi suoi nemici.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. II.

ROSSI ANDREA
Parma 1323/1338
Figlio di Ugolino. Partecipò alle lotte contro i Sanvitale, famiglia nemica della sua casata, rovinando alcuni loro castelli nel 1323. Il Rossi fu podestà di Piacenza nel 1325. Nel 1326 fu al servizio della Chiesa contro i ghibellini lombardi e poi a fianco di Cangrande della Scala nella conquista di Padova. Nel 1332, avendo reso molti servigi a Carlo di Boemia combattendo contro gli Scaligeri a San Felice, venne creato cavaliere. Difese eroicamente Borgo San Donnino quando gli Scaligeri, guidati da Azzo Visconti, se ne impadronirono insieme ai Parmigiani nel 1336 e fu da questi ultimi proscritto dalla sua patria. Partecipò quindi alla difesa di Pontremoli e a quella di Verona nel 1338. Il Rossi sposò Vannina Quirico.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1538; A.M. da Erba, Excerpta et compendia chronicorum omnium, ms. secolo XIV; P. Litta, Famiglie celebri italiane. Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma. 1837; G. Rossi, Sommario dell’istoria dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze, 1904; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 53.

ROSSI ANDREA
San Secondo 1405
Figlio di Bertrando e Costanza Aldighieri. Fuggì da Parma nel 1405 in occasione delle persecuzioni che Ottoboni Terzi compì a danno della sua famiglia. Dal Rossi si fa discendere il ramo dei Rossi di Ravenna.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. V.

ROSSI ANDREA
Bardi 23 ottobre 1772-San Lazzaro di Piacenza 1816
Dopo esser stato maestro in Bardi e poi parroco d’Isola, venne chiamato professore di storia e cronologia nel Collegio nobile di Como, dove si distinse e dove si conservano i suoi trattati di cronologia. Lasciato quel collegio, si fece missionario in San Lazzaro di Piacenza e dal 29 settembre 1815 fu lettore di filosofia ed eloquenza sacra al Collegio Alberoni di Piacenza. Morì di tifo . Ebbe una bella biblioteca di opere scelte, che lasciò al Collegio Alberoni sotto condizione che ogni anno in sua memoria fosse cantata la messa solenne nel giorno dell’Addolorata.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 367; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero nei Ducati di Parma e Piacenza, 1958, I, 178; G. Pongini, Storia di Bardi. 1973, 204-205.

ROSSI ANDREACCIO o ANDREASIO o ANDREASSO, vedi ROSSI ANDREA

ROSSI ANDRIUOLA
Parma 1326
Figlia di Guglielmo e Donella da Carrara. Fu monaca in San Domenico di Parma. Nel 1326 ottenne un breve papale col quale le si concesse di poter essere eletta badessa di qualunque monastero di religiose cistercensi o benedettine.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. II.

ROSSI ANGELO
Parma 1566/1595
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dall’8 marzo 1566 al 1° novembre 1595.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 25; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21.

ROSSI ANGELO
Borgo San Donnino 1810-1899
Insegnò lettere nelle scuole classiche secondarie di Parma. Fu insegnante di Alberto Rondani. Collaborò alle riviste letterarie cittadine Prime Armi e L’Emilia e pubblicò nel 1885, a scopo di beneficenza, un volume di versi: Ore d’ozio (Parma, Battei e Ferrari-Pellegrini). Cominciò a scrivere versi fino dal 1849. La sua produzione fu quasi tutta d’occasione, e reca il segno dell’origine; a nobilitarla sarebbe occorso, più che magistero d’arte, senso profondo di poesia; ossia un volo tropp’alto per ali impacciate (Bocchialini).

FONTI E BIBL.: Aura Parma II 1924, 81-82; J. Bocchialini, Poeti secondo Ottocento, 1925, 75.

ROSSI ANNIBALE
Parma prima metà del XVII secolo
Orefice attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli-Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, V, 303.

ROSSI ANNINO
Parma 1308/1312
Figlio naturale di Guglielmo. Fu fatto prigioniero nel 1308 alla difesa della Ghiarola. Tradotto a Guardasone, vi rimase fino al 1312, anno in cui Enrico VII pretese da Giberto da Correggio la riconciliazione coi suoi nemici.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. II.

ROSSI ANTON GERMANO
Parma 1 giugno 1899-
Figlio di Alfredo e Firmina Sartini. Giornalista e scrittore, fu redattore del Marc’Aurelio, condirettore del Travaso, redattore di Ecco e collaboratore de La Stampa.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1205.

ROSSI ANTONIA, vedi TORELLI ANTONIA

ROSSI ANTONIO
Parma 1404
Figlio di Giacomo. Sfuggito alle vendette dei Terzi nell’anno 1404, si rifugiò prima a Ferrara e poi ad Argenta.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 313.

ROSSI ANTONIO
San Secondo 1654c.-Venezia post 1700
Figlio di Scipione e di Maria Rangoni. Nella guerra di successione spagnola scoppiata dopo la morte, avvenuta nell’anno 1700, del re Carlo II, militò in Catalogna in favore della casa d’Austria.

FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. IV.

ROSSI ANTONIO
Bettola 17 Gennaio 1785-post 1853
Nel 1805 fu coscritto nel 32° Reggimento francese. Col grado di ufficiale prese parte alle campagne di Gerona nel 1807, a quella del Portogallo nel 1809, a quella di Spagna nel 1809-1811 e a quella di Russia (come sottotenente) nel 1813. Un anno dopo fu sottotenente dei dragoni nel Ducato di Parma e nel 1815 fu promosso tenente. Fu più volte decorato per il suo valore (ricevette anche la Legion d’Onore, avendo riportato diverse ferite in combattimento, una della quali ne determinò un’infermità permanente agli arti inferiori). Avendo preso parte ai moti del 1831, fu cancellato dai ruoli e messo in aspettativa (agosto 1831). Maria Luigia d’Austria lo graziò nel 1839 e lo nominò prima Aiutante della Piazza di Colorno e poi (1841) di quella di Parma. Nel 1850 fu comandante del castello di Compiano e nel 1853 andò in ritiro.

FONTI E BIBL.: E. Loevison, Gli ufficiali napoleonici parmensi, Parma, 1930, 39; E. Loevison, Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 4, 1937, 120; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 204; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 83.

ROSSI ANTONIO
Parma 8 gennaio 1831-Parma 1897
Figlio di Giovanni e Luisa Maier. Pittore. Ebbe una prima formazione da Luigi Marchesi. Vinse nel 1857, presso l’Accademia di Belle Arti di Parma, una medaglia di prima classe ed espose a Piacenza e a Parma per la Società d’Incoraggiamento una Veduta di un palazzo di Venezia, il Cortile del già convento di S. Quintino in Parma e uno Studio dal vero sulle colline di Romagna, che fu vinto dalla duchessa Luisa Maria di Berry, mentre la Pinacoteca si aggiudicò il Chiostro di S. Quintino a Parma (un altro suo quadro con lo stesso soggetto ma diversa angolazione è nel comune di Trecasali). Nel 1858 espose Parte della soffitta nel Regio Teatro di Parma, Sala dei pittori nel teatro medesimo, Interno di un magazzino di carbone, Cortile rustico, Copia da una prospettiva del Guardi e Il canalaccio a Vairo (sorteggiato a Carlo Raimondi). L’anno seguente partecipò con due vedute di cortili e due vedute della soffitta del Teatro Regio, nel 1863 con Bozzetti alpini da Susa (acquerelli), Due paesaggi e Risaie in Valsesia. Infine nel 1870 fu presente alla nazionale parmense con una serie di acquerelli (Bosco di Pioppi, Interno del Duomo di Parma, Lungo l’argine del torrente Parma, Brughiere del Ceno, Gruppo d’olmi e Tramonto), aggiudicandosi una medaglia di bronzo. Nel 1861 il Rossi fu a Pieve ottoville a dipingere la facciata della chiesa di San Giovanni Battista: delle diverse composizioni figurative, stagliate verso il cielo, è rimasta solo qualche traccia. Nell’interno di questa chiesa è invece ben conservato il dipinto Angelo che salva un’anima dal purgatorio, che documenta un aspetto raro dei temi solitamente trattati dal Rossi ed estremamente rappresentativo in un piccolo paese. Nella sua lunga serie di opere ad acquerello il Rossi si concentrò nell’osservazione della natura descrivendo arditi scorci, l’amore per le masse d’ombra dei boschi, le vaste brughiere ricoperte di piante ed eriche dai colori indefiniti, dalle sottilissime variazioni dei bruni e dai tramonti rossi che vanno spegnendosi verso la notte. Il Rossi, durante la sua carriera artistica, ebbe sempre qualche cosa di proprio da dire, anche se nelle sue opere si notano soluzioni compositive analoghe a quelle del suo maestro Luigi Marchesi, col quale ebbe lo stesso tipo di educazione artistica e condivise le stesse idee sulla pittura ispirata principalmente alla sua città chiusa nelle mura o ai suoi dintorni e alle sue colline.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, 29 agosto 1857, 108; Gazzetta di Parma 18 agosto e 30 settembre 1857, 737 e 882; G. Panini, 1857, 945; X, in L’Annotatore 1857, 147; Esposizione delle opere, 1858, 13; F.G, in Gazzetta di Parma 1858, 862; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; P. Martini, 1858, 25; G. Panini, 1858, 885; C.I., in L’Annotatore 1859, 170; Gazzetta di Parma 13 luglio 1863, 619; Catalogo delle opere esposte, 1870, 23; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 85; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896; U. Thieme-F. Becker, Künstlerlex., 1935, XXIX; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 2813; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 27; Enciclopedia di Parma, 1998, 578; M. Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 12 aprile 1999, 13.

ROSSI ARCANGELO
Casale 1568
Nel 1568 fu eletto abate della chiesa di San Sepolcro in Parma. Nel Capitolo generale di Ravenna fu poi eletto abate generale. Appartenne alla nobile famiglia parmense.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa di S. Sepolcro, 1932, 90.

ROSSI ARISTIDE
Parma 20 aprile 1921-Parma 24 aprile 1945
Nato in una modesta famiglia artigiana, non poté frequentare regolari corsi di studio. Antifascista, il Rossi fu tra i primissimi ad aderire alla Resistenza e partecipò alle azioni dei gruppi dell’Oltretorrente di Parma che predisposero l’organizzazione della lotta armata subito dopo l’8 Settembre 1943. Benché fosse affetto da una menomazione (paralisi infantile) che gli impediva il normale uso di un braccio e, parzialmente, della spalla, il Rossi salì ai monti dove fece parte per un certo periodo di una formazione partigiana. Tra gli animatori della costituenda Brigata Parma Vecchia, successivamente fu arrestato a Parma e fu sottoposto a sevizie durante gli interrogatori. Riacquistata la libertà, nel corso di uno degli scontri grazie ai quali i nuclei armati cittadini impedirono l’entrata del grosso delle forze tedesche a Parma, il Rossi cadde in combattimento in via Nino Bixio.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 24 luglio 1985.

ROSSI ARMANDO
Parma 16 giugno 1889-Parma 23 ottobre 1977
Figlio di Dante ed Emilia Contini. Laureatosi nel 1911 e cresciuto alla scuola di Aristide Busi di Bologna, il Rossi può essere annoverato tra i pionieri della radiologia. Titolare per trentadue anni della cattedra di radiologia all’Università di Parma, il Rossi lasciò un segno profondo della propria attività. La sua prima opera di particolare rilievo fu l’ideazione e la creazione dell’Istituto autonomo centrale di radiologia e del Radium, che divenne, con la stessa scuola radiologica di Parma, un’autentica fucina di validi specialisti. Importanti conquiste della radiologia sono legate al nome del Rossi e alla sua scuola (ricca di oltre seicento pubblicazioni) e tra queste le acquisizioni ottenute nelle ricerche sulle vie biliari, attraverso l’attivazione di mezzi di contrasto in circolo unitamente allo studio funzionale della colecisti per mezzo di un alimento grasso, e sulle vie respiratorie; con l’introduzione transtracheale di un contrasto opaco nell’albero bronchiale. Ancora gli studi sull’aotografia addominale e degli arti inferiori, sul retropneumoperitoneo, sulla isterosalpingografia, sui tumori addominali di origine genitale evidenziarono l’originalità dell’indirizzo clinico adottato dal Rossi e la perfetta collaborazione da lui raggiunta con le varie cliniche universitarie. Al nome del Rossi è anche legata l’istituzione dei Gruppi regionali, vere e proprie palestre per la preparazione culturale e didattica dei giovani medici, esempi successivamente imitati dalle associazioni culturali di tutte le altre branche della Medicina. Alla stampa medica il Rossi collaborò assiduamente, sia come redattore delle principali riviste italiane e straniere di radiologia, sia come direttore di uno dei più autorevoli periodici di radiologia, gli Annali di Radiologia Diagnostica. Spesso relatore o delegato della Società italiana di radiologia in congressi nazionali ed esteri e socio onorario della Società di radiologia medica dal 1950 per acclamazione dell’assemblea generale, il Rossi svolse la sua opera anche nel campo della medicina sociale. Fu presidente della sezione parmense della Lega italiana contro i tumori, membro del Consiglio direttivo centrale della Lega stessa, fondatore del Centro provinciale per la diagnosi e la cura dei tumori e direttore dei servizi radiologici e del Radium del Centro. Inoltre il Rossi creò e organizzò nel policlinico un Centro di radioterapia di movimento e organizzò corsi di aggiornamento sui tumori per l’aggiornamento dei medici condotti e mutualistici. Fu infine socio e fondatore del Rotary club di Parma. Per la sua opera il Rossi ricevette il diploma e la medaglia d’oro del presidente della Repubblica, come benemerito dell’insegnamento, della cultura e dell’arte.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 ottobre 1977, 4.

ROSSI ARRIGO
Parma 28 gennaio 1857-Roma 25 maggio 1936
Figlio secondogenito di Ercole, nobile di San Polo, proprietario terriero, e di Virginia Laurent. In giovane età (1865) frequentò le scuole, quale convittore, a Reggio Emilia. Trasferitosi, poco più che ventenne, a Genova, iniziò a lavorare e a studiare francese, tedesco e contabilità presso il Circolo filologico di Genova. Lavorò prima presso la ditta Emanuele Balestrieri di Genova, poi presso i banchieri Rossi (Banco F.lli Rossi fu Luigi, via Ponte reale 19 a Genova). Successivamente fu nominato Direttore dell’Istituto Nazionale per  i cambi con l’estero (1920) e nel 1921 Vice-Direttore generale della Banca d’Italia. Rimase profondamente legato alla sua terra d’origine: fu tra i fondatori, nei primi anni del Novecento, del Consolato dei parmigiani a Roma, organizzazione che mantiene vivi i legami con Parma e le sue tradizioni tra i numerosi Parmigiani trasferitisi nella capitale.

FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, V, 1932, 815; Archivio Famiglia Venturini.

ROSSI AUGUSTO
Parma 1819/1854
Calcografo, allievo del Toschi nella Scuola parmense. Secondo l’Alessandri, fu allievo dell’Accademia di Parma, ma fu giudicato mediocre e congedato dalla scuola. Lo stesso Alessandri riproduce del Rossi la stampa Serpente attorcigliato ad un albero, che giudica mediocre, piatta, di timido incerto intaglio.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’arte dell’incisione in Parma, 1873; A. Alessandri, La Rivista di Cremona, 1928, I; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Arte dell’incisione a Parma, 1969, 58; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 2813.

ROSSI AUGUSTO
Parma 1831/1848
Partecipò ai moti del 1831. Divenuto medico fu volontario nella guerra del 1848 nella seconda Colonna Parmense.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 796.

ROSSI BARTOLOMEO
Credarola 1823/1831
Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Fu tenuto sotto sorveglianza anche durante i moti del 1831.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 204.

ROSSI BASILIO, vedi ROSSI MARSILIO

ROSSI BELTRANDO, vedi ROSSI BERTRANDO

ROSSI BERNARDINO
Parma 1243/1264
Figlio di Ranieri. Fu podestà di Firenze nel 1243, di Reggio nel 1248 e di Orvieto nel 1264.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

ROSSI BERNARDINO, vedi anche ROSSI BERNARDO

ROSSI BERNARDO
Parma 1015
Figlio di Guido. Fu fatto Signore della Corte di Nirone e Vallisnera, vacante per la morte di Ugo d’Este marchese di Toscana, come attesta l’imperatore Enrico in un suo decreto dato in Meresburg l’anno 1015, col quale conferma a istanza di Cunegunda, la donazione fatta dall’imperatore Ottone: Quoniam senioris nostri Ottonis praedecessoris Imperatoris, cognoscentes huius remunerationis fautricem gratiam, Bernardo Parmensi Comiti fidelissimo nostro Curtem Neironem, & Castrum de Valleuisineria cum omnibus ibi pertinentibus, vel adiacentijs, quae dici, vel nominari possint; & ficut quondam Vgo Tusciae Marchio per omnia tenuit in integrum, per interuentum, & petitionem Cunigundae Imperatricis Augustae coniugis nostrae donamus, concedimus, atque largimur. Quoniam Senior noster Otto Imperatoream, quam praefati sumus Curtem, eidem Bernardo Comiti, pro digno eius servitio donauit, concessit, suoq.; Imperiali iure ius, & dominium tribuit. & largitus est. Secondo l’Angeli, il Rossi morì attempato, et di molti anni pieno.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seguenti.

ROSSI BERNARDO
Parmigiano post 1029
Figlio di Guido. È ricordato dall’imperatore Corrado II in una sua concessione data in Odembrun l’anno 1029: post discessum, videlicet, Bernardi Comitis Vidonis, nisi forte de coniuge sua filium habuerit masculum. Il Rossi servì a lungo Corrado II, non solo nel Parmigiano, ma anche contro i Saraceni e gli Ungari, che occuparono il Patrimonio e la Toscana. Fu fatto signore di diversi luoghi del Parmigiano.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.

ROSSI BERNARDO
Parma 1167
Figlio di Orlando e fratello di Sigifredo. Assieme al fratello, a Esdra de Maledobati, a Pietro Bravo, e a tutto il popolo di Parma, cacciò dalla città nel 1167 i ministri dell’Imperatore.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.

ROSSI BERNARDO
Parma-Parma 14 febbraio 1248
Figlio di Orlando. Servì l’imperatore Federico II per diversi anni. Fu podestà di Modena nel 1213. Nello stesso anno (10 novembre), con l’aiuto di Parmigiani, Bolognesi, Mantovani e Ferraresi, costrinse alla resa Albertino Torelli nel castello di Dosolo, che fu distrutto e bruciato. Fu podestà di Siena nel 1224 e sposò Maddalena Fieschi. Nel 1230 fu inviato, assieme a Orlando Rossi, come ambasciatore a Federico II e, secondo Antonio Campi, nello stesso anno fu podestà di Cremona, che cinse parzialmente di mura. Divenuto papa nel 1243 Sinibaldo Fieschi, del quale il Rossi aveva sposato la sorella, passò nel 1245 ai guelfi. Assieme ai Sanvitale, dovette abbandonare Parma ed ebbe le case distrutte dall’imperatore. Il Rossi passò poi a Milano, ove fu presente alla compilazione degli Statuti della Congregazione della Credenza, nel 1274. In quello stesso anno raggiunse Ugo Sanvitale, che voleva impadronirsi di Parma. Si ebbe allora l’assedio della città, intorno alla quale Federico II edificò un altro villaggio di legno, chiamato auguralmente Vittoria. Questa, sconfitto l’Imperatore nel 1240, fu data alle fiamme. Il Rossi, che nell’occasione combatté valorosamente, cadde da cavallo e fu ucciso. Secondo i diversi autori, la data di morte del Rossi varia dal gennaio 1248 (a Collecchio), al 20 marzo 1251 e a dopo il 1264.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; B. Angeli, La historia della città di Parma, 1591, 311-313; V. Carrari, Historia dei Rossi Parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, VI; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; G. Rossi, Sommario della istoria dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; Enciclopedia italiana, XXX, 1936, 140; Argegni, Condottieri, 1937, 53.

ROSSI BERNARDO
Parma 1289/1305
Figlio di Sigifredo. Da Obizzo d’Este fu mandato a Reggio nell’anno 1289 quale suo vicario a ricevere il giuramento di fedeltà di quella città. Fu cacciato da Parma da Giberto da Correggio nel 1305.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 313.

ROSSI BERNARDO
Morcate-post 1437
Muratore, figlio di Bertrando. È ricordato in un atto notarile del 1437: Spectabilis Comes Andreas de Valeriis natus quondam spectabilis viri domini Cristofori, civis et habitator Civitas parme in vicinia Sancti Sepulcri sponte ed ex certa scientia dedit, concessit et locavit Magistro Bernardo muratori f. q.m Bertrandi de Rubeis de Morcate dioc. Cumarum et nunc habitator civitatis parme in vicinia Sancti Gervasii presenti ad faciendum, fabricandum et costruendum in villa Baganzola a mane, Comitatus sui predicti ipsius Andree laborerium et alia de quibus et prout infra in capitulis infrascriptis inferius anotatis vulgariter. Mccccxxxvij Inditione xv die xvij mensis may. Infrascripti sono li pacti del Conte Andrea da Vallera e de Magistro Bernardo Muradore da Como f. q. Bertrandi de Rubeis de Moreate episcopatus Cumarum habitatori Civitatis parme in vicina Sancti Gervaxij. Primo el dicto Muradore si ha tolto a fare uno pallaxio del dicto Conte, el quale Pallaxio si de’ essere in longhexa braza xlij vel circha per le doe quadre et le altre doe quadre denno esser brazza xxxvj vel circha, et questi muri li denno essere de fora via, et deno essere grosse dal fondo della Caneva in su per fine al coridore onz. xiiij, e in fondamenti onz. xvj, e quisti sono li muri che vanno de fora, via, e da el coredore in su onz  viiij grosse et denno essere quisti muri alte braza xxxiiij computando el fondamento che sera braza ij e braza vj per Caneva et braza octo per Loza, octo per Sale, braza v per granaro et braza v tra antepecto et Merli. Item el dicto Muradore se vole essere tegnudo a fare tutti quilli ussi et quelle fenestre e quilli destri in ti cantoni et muraglie, li Canoni supra li Cantoni et farli dunda dirà el dicto Conte. Item li fundamenti de queste mura suprascripte denno essere grosse onza xvj per fine inguale del fondo de la Caneva. Item quelli muri che vanno da lo lato de dentro denno essere grosse onze x et in fondamenti onz. xij de le quale mure suprascripte et dicto Magistro Bernardo le de fare tute senza entayo, salvo chel de fare li incastri de li ussi e de le fenestre, e fare quelle fenestre ferade a colonello e a la volunta del dicto Conte, dogandoge el fornimento de quelle fenestre zoe li coloney et capitey e fenestre ferrà da fare queste fenestre. Item el dicto Muradore vole essere tegnudo a fare quilli Intay de li mazi  de quelle colone redonde, dagandoge et dicto Conte quelli quelli quadrelli che siano facti a modo de dovere fare quelle colonne senza tayo, salvo le maze che sono suprascripte et que mure denno essere mesurade vodo per pieni archi per fine in fondo e merli vodi per pieni de’ essere tegnu al dicto Muradore de dovere cavare quilli fondanti chel de’ impire a tute soe spexe. Item de questi lavoreri el dicto Conte si de’ essere tegnu de dare tuti li apparechiamenti che andaranno a fare quelle mure, zoè primo de quadrelli, e quisti quadrelli vechij siano descalcinà a modo che se possano mettere in opera, sabioni, calcina, stanghe, asse, strope a tutte sue spexe de dicto Conte. Item el dicto Muradore sia tegnudo a dimanda del dicto Conte n. iij de Imperiali per cadauna perticha de muro a la moneda che core, non intendando a la moneda che se paga li dacij; E quelle mure denno esser mesurade come dicto de supra. Item chel dicto Muradore sia tegnudo a dimanda del dicto Conte fare le mure grosse duis quadrelli e una testa; e de avere per pagamento de ogni vj perteghe fiorini vij doro de le dicta grosseza quando el dicto Conte le voglia più tosto de questa groseza e in altra forma che de la groseza e in la forma predicta. Item el dicto Conte sia tegnudo de dare una casa in Baganzola unde dee habitare el dicto Muradore cum tuti li Compagni tanto che luy habia facto el suprascrito lavorero zioe una pezana de la fornaxe. Item uno Carro, una Fiada per menare le cose sue a Baganzolla e così per recondurre a Parma le dicte sue cose. Item el dicto Conte sia tegnudo de dare ll. xxv in ante tracto al dicto Muradore e de pagarlo ogni septemana per lo lavorero che lhavera facto, e quando el dicto Conte cossì non fesse el dicto Muradore non se tegnudo de murare, e chel dicto Muradore le dicte ll. xxv debia goldere, le quale poi denno essere computade ne li ultimi pagamenti de l’anno primo, e cossì ogni anno durando el dicto lavorero e lavorando el dicto Maestro Bernardo de non essere prestade ut supra e computade ut supra. E questo lavorero supra scripto se de a comenzare a la intrada del mese de Mazo, o sel fosse octo di più ne meno di octo el non ghe fusse nessuna differentia e secondo chel fo decto de lanno de Mccccxxxviij, cioè al Mazo et a primo tempo sel porà e chel dicto Muradore sia obligado de lavorare el suo lavorero salvo e quando el dicto Conte cossì non fesse el dicto Muradore non sia tegnudo a lavorare. Item sel dicto Muradore vignisse a nessuna condictione ni de malatiya ne de morte ne de guera ne de altro male che occorresseno chel non potesse lavorare, e sia tegnudo a rendere le ll. xxv e quello più che lavesse ricevuto, e così per lo simile il Conte Andrea sia excusato occorendoli caxo fortuito, o altra caxone chel non potesse appareghiare o fare attendere al dicto lavorero, e quando retornasse le condictione a luno et alaltro, cioè de possere lavorare, Magistro Bernardo e el  Conte Andrea de fare appareghiare luno e l’altro sia tenuto come e dicto de sopra. Item el dicto Conte sia tegnudo de dare acqua da fare quello suo lavorero, o in te le fosse del suo pallaxio, o in te le fosse del fornaxaro che lavora li a quello pallaxio. E quando el dicto Conte non ge mantegnesse laqua a uno de quisti duy loghi el dicto muradore non sia tegnudo a lavorare. Item chel Conte non sia tenuto a dare zape, conche, ne altri Usuvij, ma per questa caxone et etiandio per li sopraciglii de le volte, li quali Maestro Bernardo e tenuto a fare, el dicto Conte de dare mesure iiij de vino e stara iiij de formento. Item che se alcuno dubio o defferentia apparesse fra el dicto Conte e Magistro Bernardo predicto e chel facesse più o meno, o in altra forma, Magistro Gabriele muradore el quale è stato mezzano e presente a le dicte cosse. suxo lanima e conscientia sua debia e possa deghiarare ogni differentia e che le parte siano tenute a stare a la determinatione del dicto Magistro Gabriele. Et predicta omnia et singula suprascripta et infrascripta et in hoc presenti Instrumento contenta prefacti Comes Andreas et Magister Bernardus murator et ut supra eorum pro se et ut supra promiserunt et convenerunt sibi ad invicem mutuo et vicissim ibi presentibus et ut supra stipulantibus et recipientibus solemniter. Et pro predictis omnibus et singulis suprascriptis firmiter et perpetuo attendendis et inviolabiliter abservandis, dampnis, expensis et interesse solvendis et restituendi pignori obligaverunt prefacti Comes Andreas et Magister Bernardus murator et uterque eorum per se et ut supra sibi ad invicem mutuo et vicissim presentibus et ut supra stipulantibus et recipientibus omnia et singula bona sua presentia et futura, de quibus et quorum ex nunc pront ex tunc et eorum unus pro altero et e contra se fecit et constituit et precarium posses. Actum in Civitate parme in camera cubiculari Egregii Iuris periti domini Ludovici de Blancis de Murisono f. quondam domini Francisci iudex Malleficiorum spectabilis et Generosi viri domini Iohannis de Boris ducalis honor. potestatis Civitatis et Distructus parme posita in Palatio residentie prefacti domini Potestatis parme, presentibus prefacto domino Ludovico Iudice ut supra, Martino f. quondam Micaelis de Clericis vic.e Sancti Stephani, Antonio de Carignano filio quondam Marci vic.e Santi Francisci de prato et Michaele de Luguagnanno f. q.m Antonii vicinie Sancti Sepulcri omnibus testibus ydoneis, notis et assentibus se cognoscere dictos contrahentes, et oriundis parme, praeter dictum D. Lodovichum qui est oriundus de Murisono, ad predicta specialiter hadibitis, vocatis et rogatis. Et presente etiam Simone de Plaza filio Cristophori cive et notario parm. vic.e Sancti Nicolay porte Benedicte, notario rogato pro secundo notario (nel margine all’alto della prima facciata: Expletum per me Gasparem de Zampironibus notarium; Archivio Notarile di Parma).

FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 65-66.

ROSSI BERNARDO
San Secondo maggio/dicembre 1431-Roma gennaio/luglio 1468
Figlio di Pier Maria e di Antonia Torelli. Fu canonico della Cattedrale di Parma nel 1450 e nel 1453. Fu inoltre prevosto di Farfengo nel 1451. Fu eletto Vescovo di Cremona da papa Pio II a 26 anni, il 27 aprile 1458. Il Rossi l’8 ottobre 1460 fece trasferire nella Cattedrale di Cremona dalla parrocchiale di San Giacomo le ossa dei santi Babila e Simpliciano. Fece poi riporre in un sarcofago marmoreo nella chiesa di San Lorenzo le ossa dei santi martiri Marta, Maria, Audiface e Abaco e le reliquie del pontefice urbano e del martire Quirino, che prima si trovavano tutte nella chiesa, demolita, di San Sigismondo fuori le mura. Quest’ultima chiesa fu poi riedificata e nelle fondamenta il Rossi pose tre ampolle di vetro contenenti olio, vino e acqua. Nel 1463 vi celebrò il matrimonio tra Bianca Maria e Francesco Sforza, duca di Milano. Fu trasferito alla Diocesi di Novara l’8 ottobre 1466. Morì di peste e fu sepolto a Roma nella chiesa Aracoeli Minore dell’Osservanza.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 777; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

ROSSI BERNARDO
Parma 26 agosto 1468-Parma 24 giugno 1527
Figlio di Guido Maria e di Ambrogina Borromeo. Si istruì nelle arti liberali e nelle leggi civili e canoniche. Datosi alla carriera ecclesiastica, giovanissimo fu nominato arcidiacono di Padova e rettore della badia di San Grisologo di Zara. Nel marzo 1485 (il Rossi aveva allora appena sedici anni) gli furono assegnate le entrate della Diocesi di Treviso. Nominato suo procuratore Jacopo Caviceo, il Rossi inviò a Treviso il 15 aprile 1485 Girolamo Cendadi in qualità di suo vicario, pretendendo (nonostante da Roma non fossero ancora giunte le bolle di approvazione) di governare la diocesi, suscitando così non lievi turbolenze e le rimostranze del Capitolo al Senato della Repubblica veneta. Così, ai primi di maggio del 1485 le precedenti ordinazioni furono revocate. Comunque il 4 aprile 1487 il Rossi fu eletto Vescovo di Belluno, essendo stato trasferito Pietro Baroccio alla diocesi di Padova: Bernardo Rossi Episcopo Bellunese fece in questi giorni la sua prima intrata in Cividale, havendo il Comune mandato suoi rappresentanti ad incontrarlo fin a Conegliano. Fu poi dal Clero et populo tutto con grand’allegrezza accompagnato al Tempio Cattedrale, dove fu da Joseffo Faustini huome dottissimo, et lettor pubblico in Cividale recitata un’elegante Oratione in lode sua, et della sua illustrissima famiglia (Giorgio Piloni). Il Rossi fu in relazione con gli uomini più insigni della sua epoca, che protesse e rimunerò da vero mecenate. Nel 1494 trasferì a una cappella della Cattedrale di Belluno, dai suoi antecessori e da lui stesso restaurata, le reliquie dei santi che prima giacevano in un’arca posta dietro l’altare maggiore. Resasi vacante per la morte di Nicolò Franchi la Diocesi di Treviso, il Rossi vi fu trasferito il 16 agosto 1499. Nell’occasione il doge di Venezia scrisse al podestà di Treviso la seguente lettera: Augustinus Barbadico Dei gratia Dux Venetiarum Nobb. et sapp. Viris Andreae Dandulo de suo mandato Potestati et Capitaneo Tarvisii et Successoribus suis fidelibus dilectis salutem et dilectionis affectum. Ad preces nostras nostrique Senatus Sanctitas Pontificia promovit ad istum Episcopatum Tarvisinum vacantem per obitum quondam Domini Nicolai Franchi ultimi Antistitis R. Patrem D. Bernardum de Familia nobilissima Rubeorum de Statu nostro optime merita, virum quidem doctissimum integerrimum et cunctis virtutibus refertum, nobisque et Dominio nostro gratissimum. Vobis itaque auctoritate dicti Consilii Rogatorum imperamus ut eundem R. D. Bernardum in tenutam et corporalem possessionem dicti Episcopatus admitti et poni faciatis solemniter, ut moris est. Responderi illi vel nunciis suis faciendo omnes fructus, redditus, et proventus, ac spolia Episcopatus ipsius, ac praestari faciendo R. P. suae in spirituali debitam reverentiam et obbedientiam juxta formam et tenorem Bullarum Apostolicarum super inde confectarum. Has autem ad futuram memoriam registrari facite, et registratas praesentanti restitui. Dat. in nostro Duc. Palacio die xxvi. Sept. Indict. 3. 1499. Il Rossi governò la chiesa di Treviso mediante suffraganei: nel 1502 Angelo Lemino e nel 1507 Nicolò Gravina, vescovo di Scutari, avendo come cancelliere il parmigiano Brocardo Malchiostri, che fu poi anche suo vicario. Il Rossi si dedicò invece agli studi delle antichità, delle meccaniche, della storia naturale e delle arti, cui fu appassionato e fine intenditore. Secondo il Bonifazio (Storia di Trevigi), nel 1509 il Rossi fu allontanato dal Vescovado di Treviso perché sospettato dalla Repubblica di Venezia di sostenere il partito imperiale: in quel momento i Veneziani stavano combattendo contro l’imperatore Massimiliano e un fratello del Rossi, Filippo, si era apertamente schierato con l’Imperatore. Quando nel 1511 papa Giulio II lo chiamò a Roma, i provvisori e gli anziani della Comunità di Treviso inviarono al Rossi una lettera congratulatoria nella quale, tra l’altro, è detto: His igitur nostris litteris, intercedente Magnifici Domini Andreae Donati clementissimi Praetoris nostri consensu et auctoritate, vobis committimus et demandamus quatenus ad conspectum Reverendissimi Praesulis nostri antedicti incunctanter accedatis, et nomine Magistratus nostri Rempublicam Tarvisinam representantes osculata manu totam Civitatem ipsi Reverendissimo Domino Episcopo commendetis, et deinde quantum nobis et toti Civitati eius discessus sit futurus gravis, ut intelligat omni vi verborum efficere conemini. Non quod dubitemus per eius absentiam Templum Tarvisinae Ecclesiae suis inde fraudatum obsequiis: speramus enim illud super inde, ante discessum, ne quid postea tale accidat opportune provisurum, sed quia Reverendissimi Praesulis grato et venerando privemur aspectu: ita ut sospes quo pergere intendit applicet, et quod expetierit voti compos evadat; et tandem ad cives suos felix redeat. Interim Civitatis suae se protectorem esse memoriter teneat rogetis. Il Rossi partecipò al concilio lateranense: il 10 dicembre 1512 fu presente alla quarta sessione. Morto nel febbraio 1513 Papa Giulio II, il Rossi fu eletto dal Collegio dei cardinali governatore di Roma, col preciso incarico di reprimere eventuali tumulti che si fossero verificati durante il conclave. Il neo eletto papa Leone X confermò il Rossi nella carica di governatore di Roma. Il Rossi continuò a reggere la diocesi di Treviso tramite vicari: nel 1513 Bertuccio Lamberti, nel 1520 Ottaviano da Castello e nel 1524 Annibale Grisoni. Il Rossi fu ancora tra i deputati del   concilio lateranense a trattare la pace tra principi cristiani e principi scismatici (sessione decima, 4 maggio 1515). Nel 1516 fu inviato dal Papa a Ravenna a sedare le gravi sollevazioni che stavano avvenendo in quella città. Nel 1519 Leone X lo destinò al governo di Bologna col titolo di vicelegato del cardinale Giulio de’Medici: nel principio del suo governo non comportò che li Senatori, né altri entrassero nella sua camera per negoziar seco, se prima non ebbero deposte le spade, che per ordinario da quei tempi portavano al fianco; la qual cosa non avevano mai usato né con i Legati, né meno con li Pontefici ed Imperatori (Masini). In quel tempo Giambattista Pio gli dedicò la sua interpretazione di Columella, De cultu hortorum, magnificandone le doti e il genio che nutriva per le cose botaniche e celebrandolo con alcuni epigrammi (edizione in folio, eseguita a Bologna da Girolamo Benedetti nel 1520). In onore del Rossi fu anche coniata una medaglia, nel cui diritto si vede il suo busto con l’iscrizione Bernardus Rubeus Comes Berceti Episcopus Tarvisinus Legationis Bononiensis Vice Gubernator et Praeses e nel rovescio una donna con un fiore in mano, sopra di un carro tirato da un’aquila e da un drago, col motto Ob virtutes in Flaminiam restitutas. Sembra che nel 1523 papa Adriano VI lo abbia rimosso dall’incarico per essersi mostrato parziale nei riguardi dei Bentivoglio. Fu allora trasferito nella Marca anconitana, dove purgò le strade di Baccano, della Marca, e di Romagna da’ ladroni, ch’erano talmente infette, che non era né solo, né in troppi sicuro ad alcuno l’andarvi (da Erba). Il nuovo papa Clemente VII nominò nuovamente il Rossi governatore di Roma verso la fine del 1523. Nel 1527, per sfuggire al saccheggio della città da parte delle truppe di Carlo V, si rifugiò a Corniglio. Il 23 giugno dello stesso anno, sentendosi minacciato per questioni di interesse dai figli di Troilo Rossi, si trasferì a Parma, dove il giorno seguente morì (forse avvelenato) nel palazzo vescovile. Ebbe sepoltura nella Cattedrale di Parma, col seguente epitaffio: Bernardo Rubeo com. Berceti episcopo Tarvis.no sub Leone X pont. max. urbis praefec. paulo post universae Flaminiae praes. Bononiae simul proleg. qui sedente Clem. vii iterum urbis praef. eam sua prudentia et integritate ex summis belli civilis difficultatib. expedivit amplissima mox eximiae virtutis praemia relaturus ni mors repentina ann. Christi mdxxvii quarto cal. iulii aetatis suae lviii cunctis moerentibus ipsum praeripuisset Philippus Philippi avi fratri et Vespasiano summae spei fratri suo xvii annum agenti an. mdlxxiv id. apr. acerbe sibi erepto.

FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; R. Pico, Appendice, 1642, 34-36; I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 197-208; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271; Cenni biografici intorno a mons. Bernardo Rossi, vescovo di Treviso, Parma, 1951; G.P. Bernini, Bernardo Rossi, conte di Berceto e vescovo di Treviso, Parma, 1969.

ROSSI BERNARDO
1550 c.-Parma post 1581
Figlio di Pietro Maria e di Maria Delfino. Laureato nell’Università di Ferrara nel 1572, fu governatore di alcune città dello Stato della Chiesa. Scrisse diverse poesie e l’opera De aetatis Joannis Petri Ghislerii Ravennae praesidis, pubblicata nel 1581. È forse lo stesso che fu canonico della Cattedrale di Parma e in corrispondenza col Guicciardini.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. III.

ROSSI BERNARDO, vedi anche ROSSI BERTRANDO

ROSSI BERTRANDO
-Cremona maggio/dicembre 1345
Figlio di Rolando e di Agnese Ruggeri. Fu uno dei principali promotori della sollevazione avvenuta in Parma il 4 aprile 1345 contro gli Estensi, con lo scopo di rendere padrone della città Luchino Visconti. Gli Estensi ebbero però la meglio e il Rossi si salvò fuggendo a Milano alla Corte dei Visconti.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. III.

ROSSI BERTRANDO
Parma 1348 c.-Pavia 4 novembre 1396
Figlio di altro Bertrando. Servì nelle milizie dei Visconti, combattendo contro i guelfi. Partecipò all’assedio di Modena nel 1363, restando prigioniero, come pure fu fatto prigioniero combattendo a Gavardo nel 1373. Ebbe diversi incarichi civili, tra i quali una ambasceria al Re di Francia per conto di Gian Galeazzo Visconti per tentare un accordo militare ai danni dei Fiorentini e una a Cipro per conto di Carlo Visconti per concordare il matrimonio con la sorella del Re, Margherita. Fu nobile veneziano, cittadino di Parma e di Milano. In quest’ultima città risiedette in una casa a Porta Romana, nella parrocchia di San Nazaro in Broljo, dove redasse il suo testamento nel 1386. Fu nominato Consigliere ducale da Gian Galeazzo Visconti, che lo volle tra gli esecutori del suo testamento. Sposò Eleonora Rossi.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 53-54; Rocca dei Rossi di S. Secondo, 1995, 83.

ROSSI BERTRANDO
San Secondo 1384/1404
Sebbene Giacomo Rossi avesse avuto due figli, l’investitura del feudo di San Secondo, per ragioni non note, passò nel 1396 al Rossi, nipote di Giacomo. Questi, per godere più tranquillamente il possesso di San Secondo, ottenne, ai primi dell’anno 1400, dal vescovo Giovanni Rusconi, conferma dell’acquistato e nell’anno successivo (24 ottobre 1401) comprò dagli indebitati canonici di Parma il vicino feudo del Pizzo a esclusione delle ville di San Quirico, Ronchetti, Corticelli e Castellaicardi, le quali però, col tempo, passarono tutte sotto la signoria rossiana. Il Rossi fu uno dei personaggi più battaglieri e ricchi della Lombardia. A lui il doge di Venezia Veniero concesse, nel 1384, il diploma conferente la nobiltà veneta in benemerenza dei servigi prestati: ciò è attestato dalla raffigurazione del Leone della Serenissima in una parete del Salone delle gesta rossiane. Il Rossi partecipò con onore all’estenuanti lotte intestine contro i Terzi. In una vicenda bellica, nel settembre del 1402, Otto Terzi riuscì, con 300 cavalli e 200 pedoni, ad avvicinarsi al castello di San Secondo e a incendiarne la borgata. Il Rossi sposò Costanza Aldighieri.

FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 41-42.

ROSSI BERTRANDO
1440 c.-Berceto post 1501
Figlio naturale di Pietro Maria. Ereditò dal padre la contea di Berceto, nonostante l’opposizione del fratello Guido. E forse fu questo il motivo per cui nel 1482 il Rossi si schierò con Lodovico il Moro contro i suoi fratelli. Nel 1490 Lodovico il Moro gli riconobbe la legittimità del suo titolo. Alla morte, lasciò le sue sostanze al nipote Troilo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. III.

ROSSI BERTRANDO
San Secondo 1509-Valmontone 1528
Figlio di Troilo. Il fratello Gian Girolamo, dapprima protonotario apostolico in Parma, poi vescovo di Pavia, fu amico di letterati, soprattutto del Bembo, del cui aiuto ebbe bisogno dopo una clamorosa lite in San Marco di Venezia, nel corso del quale fu ucciso un gentiluomo che si era permesso di chiamarlo ironicamente guelfo. È proprio in questa occasione che appare per la prima volta il Rossi, il quale fu incolpato dell’omicidio. Va aggiunto, però, che ne fu ben presto scagionato per l’intervento del Bembo. Nel 1527, subito dopo il sacco di Roma, scoppiò una controversia tra Gian Girolamo Rossi e monsignor Bernardo Rossi, cugino e vescovo di Treviso. A Bernardo Rossi, nelle Ghiare della Parma, sotto Langhirano, fu teso un agguato, andato a vuoto, cui partecipò anche il Rossi. Bernardo Rossi morì in ogni modo il giorno seguente a causa di una violenta colica. Subito si sparse la voce che il trapasso fosse stato causato da un potente veleno, somministratogli con un clistere e di nuovo si fece il nome del Rossi quale mandante del supposto omicidio. Subito dopo quell’episodio il Rossi andò a raggiungere il fratello Pier Maria, che combatteva per Carlo V. Ancora molto giovane, combatté contro i Francesi con l’esercito imperiale di Carlo V nella guerra di Napoli. Fatto Luogotenente del suo colonnello di fanteria dal fratello Pietro Maria, mentre il Rossi entrava nel Castello di Valmontone, dopo averlo bravamente espugnato, fu ucciso con un colpo di archibugio. Cessò di vivere all’età di soli diciannove anni, tre mesi e quattro giorni. Fu dapprima sepolto in Paliano. Il fratello Gian Girolamo non volle che riposasse lontano da Parma, perciò dal 1531 fece eseguire un monumento funebre da Bartolomeo Spano a ricordo del Rossi. Sei anni durò l’opera, sicché soltanto il 23 ottobre 1536 giunse a Parma il cadavere del Rossi, che fu collocato nella chiesa di Santa Maria della Steccata, nella prima cappella a destra, dedicata a Sant’Antonio. Si sa che il lavoro costò ben 100 ducatoni d’oro.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; R. Pico, Appendice, 1642, 31; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 53; A.M. Aimi, in Gazzetta di Parma 20 ottobre 1969, 3.

ROSSI BIANCA, vedi RIARIO BIANCA

ROSSI BUOSO
-Borgo San Donnino 1313
Figlio di Ugolino e di Elena Cavalcabò. Fu Canonico della Cattedrale di Parma. Fu ucciso all’assalto di Borgo San Donnino.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. I.

ROSSI CAMILLO
1513-Corniglio 1573
Figlio di Filippo Maria e di Antonia. Per rinuncia di Bernardo, suo zio, nel 1525 fu eletto Canonico e Arcidiacono di Padova. Ottenne inoltre l’Abbazia di San Giovanni Grisologo di Zara, un protonotariato e una pensione sul vescovado di Treviso. A questi benefici poté poi aggiungere le vicipreture di Bardone e di Corniglio. Soggiornando in Padova, si invaghì di una sua fantesca, Lucrezia Colavecchia. La fece sposare a un Pellegrino, che subito dopo, però, fece uccidere, fuggendo con lei a Corniglio. Bandito ufficialmente dalla Repubblica Veneta, il 26 agosto 1563 sposò clandestinamente la sua concubina, sperando in questo modo di poter assicurare ai figli almeno la successione al feudo di Corniglio, che dipendeva dall’Ordinario di Parma. Il matrimonio fu ben presto risaputo: il Rossi ebbe allora contro il Papa e i vescovi di Treviso e di Parma, che gli intimarono di rinunciare a tutti i benefici ecclesiastici. Con grande diplomazia, il Rossi riuscì, però, a conservare tutti i beni.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. III.

ROSSI CARLO
Busseto 1642-Semoriva 17 settembre 1711
Si laureò in ambo le leggi all’Università di Parma e acquistò larga stima a Busseto tra i suoi concittadini, tanto da essere ritenuto il più adatto a presentarsi al duca Francesco Farnese per giurargli obbedienza e fedeltà a nome della Comunità e del popolo. In precedenza aveva acquistato la fiducia di Ranuccio Farnese che nel 1666 lo nominò suo commissario in Colorno e, nel 1679, tutore del marchese Alessandro Pallavicino, del quale il Rossi patrocinò i diritti in complesse vertenze. Afferma Emilio Seletti, sulla scorta principalmente dei documenti autografi di Francesco e Ranuccio Farnese, che il Rossi godette di tale stima presso quei duchi da essere spesso da lui interpellato su questioni attinenti il Comune di Busseto e la stessa Corte. Per tre anni, dal 1669 al 1672, ricoprì la carica di commissario ducale in Borgo Taro. Deputato comunale, ottenne nel paese natale la reggenza del Monte di pietà e dell’Ospedale e fu inoltre conservatore del monastero di Santa Chiara. A riconoscimento delle sue benemerenze, Francesco Farnese, con diploma 18 giugno 1697, lo creò nobile con diritto di trasmettere il titolo ai discendenti. Lasciò due lodate opere di giurisprudenza: Trattato sulla fusione e distinzione del diritto dei defunti e degli eredi (Alberto Pazzoni, Parma, 1697) e Sul conferimento dei beni dei Forensi posti nel territorio (Ducato) a vigore di Statuto, secondo le consuetudini generali d’Italia (Piacenza, Tipografia Vescovile Zambelli, 1698).

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 384-385.

ROSSI CARLO
Parma XVII/XVIII secolo
Sacerdote. Pittore fiorista e di storia attivo nella fine del XVII secolo e per buona parte del XVIII secolo.

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 256.

ROSSI CARLO
Parma 1831
Patriota, partecipò ai moti del 1831. Scrisse alcuni Diari, inediti.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 797.

ROSSI CARLO
Soragna 1911-
Figlio di Giovan Battista e di Teodolinda Donati. Capomanipolo del reggimento speciale misto, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Aiutante maggiore di un battaglione nonostante si trovasse in riconosciute menomate condizioni fisiche per infermità, partecipava ad un lungo, aspro e vittorioso ciclo operativo, distinguendosi per iniziativa e coraggio. Durante un’azione per la conquista di forti posizioni avversarie, visto un plotone che si trovava in difficile situazione per il fuoco nemico e per aver perduto il comandante ferito, ne assumeva il comando e con serenità ed ardimento, lo portava all’occupazione dell’obiettivo (Alture di Fojas, 30 marzo 1938).

FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

ROSSI CESARE
Parma 1462 c.-post 1509
Figlio di Giacomo. Fu al soldo dei Veneziani in Padova nel 1509, quando la città fu assediata dall’imperatore Massimiliano.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e ss.

ROSSI CORNELIO
Parma 12 luglio 1854-25 aprile 1923
Figlio di Giuseppe e Maria Teresa Rastelli. Fu una delle più gustose macchiette della Parma dell’Ottocento, noto come Cornèn. In vita godette di una notevole popolarità, tanto che il giorno della sua morte la Gazzetta di Parma parlò di lui con accenti commossi (che le furono poi rimproverati, e ne seguì una polemica).  Sarcastico, cerimonioso, beffardo, fu il principe della ribalderia parmense del XIX secolo, cara a Ubaldo Bertoli. La sua vita fu un andirivieni continuo tra la sua dimora e San Francesco o le altri carceri italiane. Fu condannato una sessantina di volte a espiare lievi condanne, per un totale di cinque anni e sei mesi sempre per ubriachezza e invettive. Cominciò da ragazzo a sputare noccioli dai tetti sui passanti e a prendersi beffe delle guardie. Aveva appena sedici anni che fu condannato per la prima volta a due giorni di prigione per ubriachezza. Nel 1897 si buscò sette mesi di reclusione. Poi fu rinchiuso nelle carceri di Ustica, Ventotene, Favignana e Palermo, ove rimase dal 1903 al 1911. Tornato a Parma, non mutò il proprio atteggiamento scanzonato e irridente dell’ordine pubblico. Un anno prima della sua morte un funzionario lo fece rinchiudere nel manicomio di Colorno, dichiarandolo pericoloso a sé e agli altri. Riavuta la libertà, il Rossi ritornò a Parma e venne accolto trionfalmente dalla popolazione festante: percorse le vie principali in carrozza scoperta, fatto segno dalle calorose acclamazioni della folla. Bevitore formidabile, ciononostante possedette una voce magnifica (cantava a tutte le ore a gola spiegata) e fu il protagonista di una serie infinita di inimitabili concioni. Esercitò il mestiere di merciaio ambulante e non si sposò mai. Alla sua morte (fu stroncato dalla polmonite) lasciò ottanta lire, che vennero depositate presso l’economato dell’Ospedale di Parma. Il suo teschio è conservato in una teca dell’Università di Parma.

FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 132-133.

ROSSI COSTANZA
Parma 1313 c.-
Figlia di Rolando e di Agnese Ruggeri. Sposò, forse nel 1333, Arrigo Castracane. Il matrimonio fu voluto dallo zio Pietro Rossi che, eletto vicario di Lucca, volle ingraziarsi la famiglia Castracane, dominante in Lucca.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. II.

ROSSI DOMENICO
Borgo San Donnino 3 marzo 1884-Fidenza 29 novembre 1933
Il padre, soprannominato Scaldamàn, era postiglione delle diligenza che copriva giornalmente l’itinerario Borgo San Donnino-Santa Margherita-Pieve Cusignano e il Rossi l’aiutava nel servizio, spesso leggendo a cassetta qualsiasi libro gli capitasse sottomano e meditando il proposito di lasciare il paese, che non poteva offrirgli altre prospettive. Da ciò la determinazione di recarsi a Torino, dove ebbe la fortuna di ottenere un posto che fu il trampolino di lancio verso la carriera cui aspirava. Autodidatta, giunse al giornalismo dalla gavetta, perché, da semplice fattorino del quotidiano torinese la Gazzetta del Popolo, pervenne nella redazione di quel giornale a un posto di importanza e responsabilità. Destinato infatti quale redattore della Gazzetta del Popolo a Parigi, resse per molti anni nella capitale francese l’impegnativo incarico, scrivendo (si firmava Memmo Rossi), articoli e corrispondenze che gli procurarono larga notorietà. Colpito nel 1930 da grave infermità, rinunciò al giornalismo per ritirarsi a Fidenza, dove, con la cospicua liquidazione ricevuta per il lungo servizio prestato, acquistò un albergo, che affidò alla moglie e ai figli. In seguito riprese a scrivere articoli di vario genere per la Gazzetta di Parma, che glieli pubblicava nell’edizione del pomeriggio facendogli pervenire qualche compenso per la sua collaborazione, dato che, per un seguito di circostanze, il Rossi era piombato nella più squallida miseria. Alla fine, abbandonato da tutti, ottenne di poter essere ricoverato nell’Ospizio di Mendicità di Fidenza.

FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 133; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 385.

ROSSI DONELLA
San Secondo 1435-Sala post 1483
Figlia di Pier Maria, conte di Berceto e marchese di San Secondo, e di Antonia Torelli. Nel 1454 sposò il conte Giberto Sanvitale, uno dei più facoltosi e potenti feudatari del Parmigiano. Il Sanvitale si adoperò per dare continuo sostegno agli Sforza, collaborando prima con Francesco e poi con Galeazzo Maria. La Rossi fu sempre al fianco del marito. Significativo è il testo della lettera con la quale il 27 novembre 1472 Lodovico Maria Sforza, per compensare il Sanvitale, gli assegnò la Rocca di Noceto, dandone avviso proprio alla Rossi: Magnifica Signora, carissima nostra. Questo nostro Illustrissimo Signore è stato contento di assegnare in mano di vostro Consorte la fortezza di Noceto, acciò conosciate che delle fatiche e sinistri vostri sopportati in beneficio di questo illustrissimo Stato suo tiene buon conto. E quantunque li meriti vostri siano assai maggiori, non essendosi per ora potuto fare di più, accettate questo di buon animo, tenendo per certo che abbiate nello avvenire a conseguire di meglio per la buona e ottima disposizione del prefato Signore e nostra verso di voi, vostro consorte e figliuoli. Quando Pier Maria Rossi fondò in Torrechiara la Badia dei Benedettini, la Rossi contribuì alla sua dotazione assegnandole, consenziente il marito, alcuni beni con atto del 3 settembre 1473. Trucidato alla fine del 1476 in Milano Galeazzo Maria Sforza, e proclamato duca Gian Galeazzo Sforza a Parma insorsero le squadre dei Pallavicino, dei da Correggio e dei Sanvitale per abbattere l’invisa e crescente potenza dei Rossi. Giberto Sanvitale, sollecitato dalla Rossi, il 6 giugno 1477 nominò in Sala tre notai parmigiani a suoi procuratori per proporre una riconciliazione e la restituzione dei beni estorti, facendosi inoltre mallevadore per i suoi seguaci della perpetua e inviolabile osservanza dei patti da convenirsi con atto solenne (rogito di Gianlodovico Sacca; copia nell’Archivio Sanvitale). Ma la proposta non ebbe effetto. Pier Maria Rossi, incessantemente molestato dalle tre squadre avversarie, mise in campo le proprie soldatesche, non risparmiando i castelli del genero. La Rocca di Oriano, una delle più forti del Sanvitale perché posta su un’alta rupe, fu presa nel 1482 e spianata. Da Oriano le bande di Guido Rossi si portarono (25 agosto 1482) contro Sala, sede di Giberto Sanvitale. Il Castello di Sala, in assenza del marito, era difeso dalla Rossi e da due suoi figli. Mentre le truppe nemiche erano ormai sul punto di sferrare l’assalto decisivo, avendo colmato i fossati e poste le scale alle mura, la Rossi con un archibugio riuscì a colpire al femore il comandante Amuratte Torelli. Il fatto disorientò gli attaccanti, che decisero di ripiegare, togliendo l’assedio. Il Torelli morì tre giorni dopo. Della Rossi non si hanno notizie successive ed è probabile sia morta non molto tempo dopo il padre (settembre 1482).

FONTI E BIBL.: Carpesano, Commentaria suorum temporum, col. 1191-1192; A. Ronchini, Strenna parmense, 1843; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 509-513 e 378-379; C. Villani, Stelle femminili, 1915, 622; Biografia universale antica e moderna, Venezia, 1829 (alla voce Torelli Orsina); F. Orestano, Eroine, 1940, 318; L. Barbieri, Torelli, 1998, 180.

ROSSI EMANUELE
Parma-post 1828
Figlio di Luigi. Entrato coscritto nel 1809 nel 24° Reggimento fanteria leggera francese, fece come caporale le campagne di Germania (1809), di Olanda (1810) e di Russia (1812) e appartenne, col grado di Sottotenente, alla Grande Armata nel 1813-1814. In tale campagna rimase ferito tre volte e fu decorato con la Legione d’Onore. Sottotenente del Reggimento Maria Luigia nel 1816, ebbe pensione definitiva nel 1828.

FONTI E BIBL.: E. Loevison, Gli Ufficiali Napoleonici Parmensi, Parma, Tipografia Parmense, 1930, 33; E. Loevison, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 121.

ROSSI ERCOLE
-Napoli 1600
Figlio di Giulio Cesare e di Maddalena Sanseverino. Nel 1552 fu in Lombardia a combattere contro Cosimo dei Medici e Carlo V; mentre soccorreva Montalcino, venne fatto prigioniero. Restò prigioniero anche nella battaglia di Marciano, combattuta e perduta da Piero Strozzi contro il marchese di Marignano. Caduta Siena, restò fedele ai Senesi e li difese a Pontercole nel 1555, dovendo però arrendersi a discrezione. Si ritirò poi nella contea di Cajazzo, nel Napoletano.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 54.

ROSSI ETTORE
Parma 1485
Figlio naturale di Guido. Giostrò in Venezia nell’anno 1485.

FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Un feudatario sotto l’insegna del leone rampante, Parma, 1996, 185.

ROSSI ETTORE
Parma 1488 c.-Lardirago post 1552
Terzo figlio del conte Troilo, marchese di San Secondo, e di Bianca Riario. Ebbe, ancor giovanissimo, il titolo di Protonotario Apostolico e successivamente, per rinuncia del patriarca di Acquileia, suo zio materno, cardinale Riario, ottenne l’abbazia di San Pietro in Ciel d’Oro in Pavia e l’altra della Colomba di Chiaravalle. Stette in Roma per tre anni, rinchiuso in Castel Sant’Angelo, per ottenere la liberazione del fratello, Giangirolamo, vescovo, caduto in disgrazia a Papa Paolo III. Morto il fratello Pier Maria e ucciso Pier Luigi Farnese, il Rossi venne chiamato da Camilla Gonzaga a San Secondo come tutore del nipote Troilo, a reggere i domini dei Rossi. Fortificò San Secondo e resse con grande prudenza i castelli della famiglia durante la guerra franco-spagnola. Combatté al Taro e vinse vicino a Sissa. Dopo cinque anni di guerra, al ritorno del nipote Troilo dall’assedio di Mirandola, il Rossi rinunciò a ogni cosa e si ritirò nell’Abbazia di San Pietro in Ciel d’Oro. Fu eletto Prevosto di Berceto subito dopo la morte del precedente prevosto: il 27 ottobre 1545 prese possesso della prevostura per procuratore, nella persona di Angelo Pizzi (il possesso gli venne conferito dai canonici della prevostura Bercetano Boroni e Giovanni Becchetti, con rogito del notaio Broccardo Belloli). Il 12 giugno 1552, lasciando per sempre San Secondo (dove aveva continuato a risiedere) per ritirarsi nell’Abbazia di Lardirago, è da credere che facesse anche rinuncia formale della prevostura di Berceto, titolo che il Rossi tenne per circa sette anni solo nominalmente.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; G. Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 73-75.

ROSSI ETTORE
San Secondo 1629-Fiandre 1657
Figlio di Federico e di Isabella Borromeo. Essendo al servizio dello Stato di Milano, combatté in Piemonte contro i Francesi. Passato poi alle guerre di Fiandra, vi trovò la morte a soli ventotto anni.

FONTI E BIBL.: F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 54.

ROSSI FEDERICO
San Secondo 1523 c.-Pavia luglio/agosto 1569
Nacque da Pietro Maria e Camilla Gonzaga. Di ottima indole, di acuto ingegno e ben educato nelle scienze e nella pietà, studiò retorica e poesia. Fu poi inviato a Padova ad apprendervi le leggi civili e canoniche, ottenendone la laurea. Il Rossi passò quindi a Roma, ove fu creato Referendario e Protonotario Apostolico, nonché Abate di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia. Fu caro al cardinale Ferdinando de’ Medici, nella cui Corte a Firenze dimorò più anni. Si dilettò di musica, oltre che di leggi, eloquenza e poesia. Pratico delle cose del mondo, d’animo splendido e generoso, fu stimato Signore pio, letterato e politico. Tornò poi a San Secondo, ove fondò una letteraria adunanza, partecipante dell’Accademia degli Innominati, che si raccoglieva nella Rocca due o tre volte alla settimana. Tra gli Innominati il Rossi ebbe il nome di Inculto. Tornato a Firenze dal cardinale Ferdinando de’ Medici, morì a soli 46 anni a causa del soverchio caldo. Il cardinale de’ Medici disse che col Rossi erasi spento uno dei maggiori lumi di tutta Italia e gli accademici di San Secondo pubblicarono un breve volume di Rime lugubri per la perdita del loro fondatore e mecenate. Oltre a rime in latino e in volgare (contenute nel Tempio di Donna Gioanna d’Aragona, Venezia, Plinio Pietrasanta, 1555, e nel Libro IX delle Rime di diversi, Cremona, Vincenzo Conti, 1560), scrisse anche una commedia e una tragedia in italiano e illustrò in latino le gesta di personaggi della famiglia Rossi e ne compose l’albero genealogico (Federici Roscii Petri Mariae junioris filii in Elogia Rosciorum virorum bellica virtute, et literis illustrium Praefatio ad Jo: Hieronymum Roscium Ticini Pontificem).

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 184-185; F. Rizzi, in Aurea Parma 3/4 1959, 184, e 2 1959, 111-112.

ROSSI FEDERICO
18 maggio 1580-San Secondo 22 marzo 1632
Figlio di Pietro Maria e di Isabella Simonetta. A soli tredici anni successe al fratello Troilo, morto prematuramente, nel marchesato e si distinse, per nobiltà d’animo e per virtù guerriere: militò per lo Stato di Milano e quando Enrico IV volle assalire la Lombardia venne eletto maestro di campo di un reggimento di fanti. Nella guerra del Monferrato del 1614 militò agli ordini di Pietro di Toledo, segnalandosi a Verrua e a Vercelli. Partecipò quindi alla lotta dei Genovesi per il feudo di Zuccarello. Fu l’ultimo grande esponente dei Rossi parmigiani: nella Relazione di Francesco Maria Violardo sopra il Stato di Parma e Piacenza (s.d., 1601-1603 c.), di lui si dice che ha del Principe ed ha d’entrata 14 mila scudi. In effetti, egli accrebbe la potenza e il prestigio della famiglia, imparentandosi con importanti casati mediante i suoi matrimoni, sventurati per la breve vita delle spose: nel 1596 sposò Isabella del conte Renato Borromeo, fratello del cardinale Federico, nel 1603 si unì con Caterina Sforza di Santa Fiora, figlia di Francesco, cardinale di Santa Fiora, e nel 1609, infine, si congiunse in terze nozze con Orsina di Tadeo Pepoli. Le rilevanti ricchezze che le mogli portarono in dote gli consentirono di operare importanti interventi all’interno del suo feudo: ampliò San Secondo con nuovi edifici (da ricordare l’Ospedale della Misericordia), completò i lavori della rocca e fondò (1610) il convento dei Cappuccini, a nord del paese, sulla strada per Roccabianca, per secondare il desiderio del fratello Ippolito, militante nello stesso ordine. La chiesa del convento, dedicata a Santa Maria della Neve, aveva una sola navata con ai lati sei cappelle. Morì di podagra.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; G. Rossi, Sommario dell’istoria dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; M. Argegni, Condottieri, 1937, 54; C. De Grazia, Guida degli Stati Farnesiani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1972, 164; M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 55; A. Boni, Documenti parmigiani, 1998, 34.

ROSSI FEDERICO
1598-Cremona 1626
Figlio di Federico e di Isabella Borromeo. Come il fratello Ettore, combatté in Piemonte contro i Francesi. Morì in battaglia all’età di 28 anni.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; M. Argegni, Condottieri, 1937, 54.

ROSSI FEDERICO
San Secondo 1660 c.-San Secondo 1754
Primogenito di Scipione e di Maria Rangoni. Successe al padre nel 1680: è il feudatario che più a lungo tenne la Signoria di San Secondo. Nel 1690 fu scelto per portare i complimenti della nobiltà degli Stati di Parma al principe Odoardo Farnese in occasione delle sue nozze. Partecipò alla guerra di successione di Spagna e combatté col principe Eugenio di Savoja contro la Francia (fu fatto prigioniero nel 1704 a Hochatet). Nel 1708 fu nominato da Carlo III Grande di Spagna. Fu bene accetto ai Farnese. Nel 1750 fu creato gentiluomo effettivo del duca di Parma Filippo di Borbone. Iniziò, senza poterlo condurre a termine, un grandioso e principesco appartamento prospiciente il vasto piazzale posto innanzi alla rocca di San Secondo. Nel 1713 fece erigere nel borgo un pio Reclusorio di Religiose Clarisse. Venne sepolto nell’oratorio del castello di San Secondo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV; M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 59.

ROSSI FEDERIGO, vedi ROSSI FEDERICO

ROSSI FELICE
-Tropea 18 marzo 1567
Nipote di Giacomo, arcivescovo di Napoli. Consigliere Regio in Napoli, fu assai dotto. Fu Vescovo di Potenza (1564), trasferito poi a Tropea (5 luglio 1566). Fu sepolto nel Duomo di Napoli, nel sacello della famiglia Rossi.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 28; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272.

ROSSI FERDINANDO
San Secondo 1627-Pavia 1 maggio 1670
Figlio di Federico e di Orsina Pepoli. Venne ricevuto in Congregazione dai Padri Barnabiti di Sant’Alessandro in Milano, che lo educarono alle belle lettere e alla pietà. Alla morte del fratello Pier Maria (1650) avrebbe dovuto succedere nei feudi della sua casata ma si fece invece chierico regolare. Professò in Monza nell’anno 1645, assumendo il nome di Giuseppe Maria. A Milano il Rossi fu insegnante di lettere e prefetto delle scuole. Dopo essere stato destinato nel convento di Santa Brigida, nell’aprile del 1670 fu inviato in quello di Santa Maria Incoronata di Pavia, dove, appena giunto, fu colpito da febbre maligna, che ne causò il decesso. Per la santità della sua vita, il Rossi fu riconosciuto Servo di Dio.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV; Menologio dei Barnabiti, V, 1934, 7-9; Una figura eminente, in A. Micheli, I Barnabiti a Parma, Fidenza-Salsomaggiore, 1936, 9 e 25; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 939.

ROSSI FERDINANDO
1775-Parma 1850
Fu facoltoso possidente di proprietà terriere in San Polo di Torrile, in frazione di Gainago. Il Molossi lo cita tra i più distinti conduttori di aziende agricole del suo tempo. In gioventù il Rossi fu amico di Pietro Giordani, che si confidò con lui allorquando questi risolse di entrare in chiostro e di vestire l’abito cassinese nel convento di San Sisto in Piacenza. Dalla loro copiosa corrispondenza risulta che il Giordani si era pazzamente innamorato di Rosa Milesi, di cui il Rossi era nipote. Nelle lettere scambiatesi, il Giordani confida perfino al Rossi la data della sua imminente fuga dal convento (1799). Tale carteggio è conservato nella Biblioteca Palatina di Parma. Il Rossi figura ancora nell’elenco dei corrispondenti di Angelo Pezzana. Oltre a un palazzo in Parma, il Rossi possedette pure una villa con annessi terreni in località Gainago.

FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 660-661.

ROSSI FERRANTE
-Retimo XVI secolo
Figlio di Orlando Carlo. Come colonnello di un reggimento di fanti al servizio di Venezia, partecipò alle guerre di Candia contro i Turchi. Morì di peste.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; Argegni, Condottieri, 1937, 54.

ROSSI FERRANTE
San Secondo-Boemia 1618
Figlio di Giulio Cesare e di Maddalena Sanseverino. Passò tutta la vita tra le armi. Fu prima in Francia (partecipò all’assalto di Poitieres) nella guerra contro gli Ugonotti, quindi nel 1580 in Portogallo, al servizio di Filippo II. Nel 1592, come mastro di campo dell’imperatore Carlo V e suo luogotenente, fu con Giovanni de’ Medici nelle guerre di Ungheria contro i Turchi. Durante la campagna d’Ungheria, il Rossi fu collocato alla difesa della piazza di Giavarino, dove operò grandi prodezze. Celebre rimase la sortita da lui attuata contro il campo turco in piena notte e con l’ausilio di fuochi artificiali, nel corso della quale furono uccisi più di duemila nemici. Dopo essere stato accolto a Vienna dall’imperatore Rodolfo con grandi onori, nel 1595 fu di nuovo in Ungheria. Si segnalò nelle battaglie di Strigonia e di Vilegrado. Per i suoi grandi meriti, il 7 maggio 1589 venne nominato cavaliere di Santo Stefano. Fu poi consigliere di guerra e generale di artiglieria sotto l’arciduca Massimiliano. Nel 1602, al servizio dei Veneziani, fu alle guerre di Dalmazia e di Albania. Al servizio dei Veneziani, dai quali percepiva tremila ducati l’anno, dimostrò particolare valore nelle guerre del Monferrato e del Friuli (in quest’ultima ebbe parte importante nell’espugnazione di Gradisca). Eletto Sopraintendente generale delle fortezze della Repubblica di Venezia, si ritirò infine in Boemia. Il Rossi sposò Polissena Gonzaga.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; G.V. Marchesi Bonaccorsi, Galeria dell’onore, 1735, II, 148-150; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; G. Tommasi, Delle guerre et rivolgimenti del regno di Ungaria e della Transilvania, Venezia, 1621; C. Argegni, Condottieri, 1937, 54.

ROSSI FERRANTE
-Parma 17 maggio 1817
Figlio di Troilo e di Maria Francesca Ippoliti. Fu Maresciallo nelle Guardie del duca di Parma Ferdinando di Borbone.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV.

ROSSI FERRANTE, vedi anche ROSSI FERDINANDO

ROSSI FILIPPO MARIA
Parma 1468 c.-Corniglio 1529
Figlio di Guido Maria e di Ambrosina Borromeo. Dopo che tutti i possedimenti della sua famiglia erano passati nelle mani di Ludovico il Moro (1483), si mise con il padre al servizio di Venezia, combattendo prima a Roveredo, poi contro Carlo VIII (1495), e quindi nel Regno di Napoli (1496). Dopo aver portato il suo aiuto a Ludovico il Moro (che aveva ritolto ai Francesi lo Stato di Milano, da dove era stato espulso l’anno precedente) nell’intento di recuperare le sue terre, ritornò a Venezia, da cui ebbe incarico di soccorrere gli Aragonesi, contro i Francesi. Passò poi al servizio dell’imperatore Massimiliano, che se ne avvalse nella guerra di Padova, dove rimase prigioniero nel 1509. Una volta liberato, fu nominato governatore di Modena e ritornò in possesso di Bardone e Corniglio. Fu poi luogotenente in Romagna.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591; U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1899; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; G. Rossi, Sommario dell’istoria dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; Argegni, Condottieri, 1937, 54.

ROSSI FILIPPO MARIA
Parma-post 1490
Tipografo, fu attivo a Bologna nel 1490.

FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 280.

ROSSI FILIPPO MARIA
Corniglio 1564 c.-Parma 1647
Figlio di Camillo e di Lucrezia Colavecchia. A diciotto anni fu inviato, insieme al principe Ranuccio Farnese, dal duca di Parma Ottavio Farnese, a incontrare l’Imperatrice che si imbarcava a Genova. Il Rossi fu poi mandato in Abruzzo, presso quella Corte, e quindi andò a Roma a rendere omaggio a papa Sisto V. Dovette difendere i propri beni dalle pretese dei cugini e da quelle del Papa e dei vescovi di Parma e Treviso: i primi lo accusarono di essere figlio illegittimo, i secondi accusarono il padre, ecclesiastico, di avere concluso un matrimonio clandestino. Carcerato per alcuni delitti, il Rossi morì nel carcere della Rocchetta di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. III.

ROSSI FRANCESCO
San Secondo 1578 c.-
Figlio di Pietro Maria e di Isabella Simonetta. Fu prevosto della Collegiata di San Secondo negli ultimi anni del XVI secolo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834.

ROSSI FRANCESCO
San Secondo 1606 c.-
Figlio naturale di Federico. Fu abate.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834.

ROSSI FRANCESCO
Borgo San Donnino XVII secolo-XVIII secolo
Tenente e pittore quadraturista e di architetture. Fu attivo nella seconda metà del XVII secolo.

FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 219.

ROSSI FRANCO
Parma 1924-Cantone di Porporano 18 ottobre 1998
Fu violoncellista assai apprezzato e conosciuto negli ambienti del Conservatorio di Parma. Insegnò per oltre trent’anni all’istituto musicale Peri di Reggio Emilia. Nel corso della sua lunga carriera suonò in numerose orchestre, tra le quali quelle della Scala di Milano e del Metropolitan di New York e trascorse lunghi periodi all’estero per lavoro, soprattutto in Sudamerica. Il Rossi morì in un incidente stradale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 ottobre 1998, 7.

ROSSI GABRIELE
Busseto 1683
Realizzò nell’anno 1683 un coro intagliato in Santa Maria degli Angeli a Busseto, convento ove il Rossi fu Superiore, firmato Opera ac industria P. Gabrielis de Rubeis a Buxeto Guardiani Anno Domini MDCLXXXIII. Il coro fu alienato nel 1911.

FONTI E BIBL.: E. Seletti, 1883, 220; Lombardi, 1963, 65-66; Il mobile a Parma, 1983, 256.

ROSSI GAETANO
Bardi 1831
Con Bazzini, Bertucci e il pretore di Bardi Valente Vaccari, fu tra i promotori dei moti del 1831 a Bardi. Divenuto in seguito Pretore di Langhirano, il Rossi continuò a essere tenuto sotto sorveglianza dalla polizia.

FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 201.

ROSSI GALVANO
Parma 1329/1334
Figlio naturale di Guglielmo. Nel 1329 fu Vicario e Rettore di Pontremoli, dopo che ne era stato scacciato il figlio di Castruccio Castracane. Fornì poi il suo aiuto a Parma nella lotta contro il legato pontificio e nel 1334 combatté valorosamente contro gli Scaligeri, ai quali tolse Varano, tenuta da Oberto Pallavicino.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1789; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591; Chronicon Parmense, ab anno 1308 usque ad annum 1336, in Monumenta historica ad provincias parmensem et placentinam pertinentia; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze, 1904; A. Pezzana, Storia di Parma, 1837; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 55.

ROSSI GASPARE
Parma 1583/1584
Sacerdote, fu cantore della Cattedrale di Parma dal 25 giugno 1583 al 6 aprile 1584.

FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

ROSSI GASPARE
Parma-post 1781
Nel Carnevale del 1781 danzò al Teatro Ducale in Ifigenia in Aulide, Le gelosie villane e La pastorella rapita dai mori.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

ROSSI GERARDO, vedi ROSSI GHERARDO

ROSSI GHERARDINO
Parma 1277
Figlio di Orlando. Fu Podestà di Rocca Contrada nel 1277.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

ROSSI GHERARDINO
Parma 1367
Figlio di Ugo. Fu Vicario di Monza per i Visconti nell’anno 1367.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

ROSSI GHERARDO
Parma 1193/1224
Figlio di Bernardo. Fu Console della Repubblica di Parma nell’anno 1193. Fu poi Podestà di Borgo San Donnino nel 1224. Sposò Agnese Fieschi.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

ROSSI GHERARDO
Parma 1244
Figlio di Ugo. Fu Podestà di Arezzo nell’anno 1244. Fu soprannominato Boteri.

FONTI E BIBL.: Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

ROSSI GIACOMINO, vedi ROSSI GIACOMO

ROSSI GIACOMO
Parma 1198
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1198.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 797.

ROSSI GIACOMO
Parma 1240/1271
Figlio di Bernardo e di Maddalena Fieschi. Combatté contro l’imperatore Federico, difendendo con gran valore la rocca delle Aspicelle nel 1240. Fu per parecchi anni Podestà in diversi luoghi dell’Emilia e della Toscana, di Milano nel 1250 e di Orvieto nel 1262 e 1271. Nel 1264 fu uno dei principali fautori della cacciata dei ghibellini da Parma.

FONTI E BIBL.: S. Ammirato, Istorie fiorentine, Firenze, 1641; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 55.

ROSSI GIACOMO
Parma 1266/1273
Figlio di Orlando. Fu Podestà di Reggio nel 1266. Mentre ricopriva questa carica, accettò una somma di denaro dai Modenesi per fare in modo che non si addivenisse alla pace tra i Lupi e i da Correggio, per la qual cosa il Rossi era stato scelto ad arbitro. Risaputo il fatto, i Reggiani lo liquidarono dopo soli quattro mesi di governo pagandogli interamente lo stipendio dovuto. Fu quindi Podestà di Padova nel 1273, dove si segnalò per l’introduzione di alcune utili leggi in ordine alle monete, tanto che in Prato della Valle a Padova fu innalzata una statua in suo onore nel 1782.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

ROSSI GIACOMO
-San Secondo 1396
Figlio di Rolando e di Agnese Ruggeri. Col fratello Bertrando, avendo prestato a più riprese fortissime somme al Capitolo della Cattedrale di Parma, tanto da raggiungere la somma di 1071 fiorini d’oro, e non ottenendone il rimborso entro il termine fissato, il Capitolo alienò al Rossi la terra di San Secondo (rogito del notaio Alberto Malebranche, steso nella cappella di San Vicinio in Cattedrale, in data 8 aprile 1365), favorito in questo acquisto dalla zio, vescovo di Parma, Ugolino Rossi, il quale ne approvò il contratto. Il 2 gennaio 1367 in tal modo il Rossi, morto nel frattempo il fratello Bertrando, fu investito del feudo e nominato primo Conte di San Secondo. Detta investitura fu approvata in corpo da papa Bonifacio IX il 9 marzo 1391.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. II; Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 41.

ROSSI GIACOMO
Parma ante 1363-San Secondo 30 marzo 1418
Figlio di Bertrando e di Eleonora Rossi, datosi allo studio delle Leggi, e delle sacre lettere principalmente, in quelle riuscì non men dotto, che Pietro suo fratello, e gli altri parenti nell’armi valorosi, massime avendo alle dette scienze aggiunto la cognizione della Filosofia, e dell’Astrologia (Carrari, Storia dei Rossi parmigiani, IV, 126-127). Giangaleazzo Visconti, Signore di Milano, avendo istituito lo Studio di Pavia nell’anno 1387, destinò il Rossi a leggervi pubblicamente ragion canonica (Corio, Storia di Milano, IV, 290). Il Visconti, che lo annoverò anche tra i suoi consiglieri, ridotta l’anno seguente in suo dominio Verona fece rimuovere il Vescovo Pietro dalla Scala, che fu trasferito a Lodi, e lo sostituì (21 aprile 1388) col Rossi. Il Rossi e il fratello Pietro furono banditi da Parma da Ottone Terzi, nemico giurato della famiglia, che nell’aprile 1405 fece impiccare alla forca le figure dipinte dei due sulla Piazza Grande: Dominus Jacobus de Rubeis filius quondam Domini Beltrami Episcopus Veronae, et Petrus de Rubeis ejus frater fuerunt picti ad Palatium vetus Communis Parmae versus Plateam appensi per unum pedem ad furcam, pictis ibi prope eos duobus schurizolis ad insignia sua Leonis. Nel frattempo i Veneziani rioccuparono Verona e ottennero dal Papa che il Rossi fosse trasferito al vescovado di Luni, essendo troppo compromesso coi Visconti. Secondo Bartolomeo Oliveto (Diario), il teschio del Terzi, assassinato nel 1409, fu inviato come trofeo al Rossi. Ottenuta nel 1400 la conferma da papa Bonifacio IX dei feudi dei Rossi avuti dalla Chiesa di Parma, nel 1413 il Rossi ebbe dall’imperatore Sigismondo un diploma di ristabilimento dell’antico territorio appartenuto alla famiglia. Il Rossi fu poi nominato Governatore della Marca di Ancona e partecipò al Concilio di Costanza, dove si schierò con l’antipapa Giovanni XXIII, il quale lo ricompensò nominandolo Vescovo di Napoli (6 marzo 1415). Fu sepolto nella Cattedrale di Parma in un’arca di marmo posta sopra la porta della sagrestia maggiore, verso il coro (poi, come quella del Pelacani, distrutta). Se ne conserva la lapide incastrata nel muro in altra parte della chiesa, sulla quale si leggono questi versi: Sanguinis heroici Rubeorum gloria, Praesul Jacobus hic situs est, patriae memorabile nomen, Religionis honor latiae, Synodique verendae. Mens tamen alta petens, quae noverat astra revisit. Hic norat causas rerum, sacrataque jura. Hunc Verona suum Pastorem, ac oppida Lunae, Regia Parthenope novit, sibi Marchia cessit. Mille quadringentos bis nonos Sol dabat annos, Magna ligustinae periit cum gloria Parmae.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 127-130; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

ROSSI GIACOMO
Parma 1436 c.-post 1482
Figlio di Pietro Maria. Come condottiero al servizio di Francesco Sforza duca di Milano, fu con quattromila cavalli e molti fanti al soccorso di Bologna, assediata da Jacopo Piccinino (1455), e poi passò a Giovanni Bentivoglio. Nel 1482 ebbe la condotta di trecento cavalli dai Veneziani, per i quali combatté contro Ludovico il Moro e poi alla guerra di Rovereto.

FONTI E BIBL.: B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; G. Rossi, Sommario dell’istoria dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 55.

ROSSI GIACOMO
Borgo San Donnino 1769/1795
Falegname. Nel 1769 eseguì i lavori nel Palazzo Comunale di Borgo San Donnino e nel 1795 due confessionali nella parrocchiale di Sant’Agata di Villanova, firmati Jacobus de Rubeis Fidentia multis in locis professor expertus fuit anno 1795 (provenienti dalla parrocchiale di Busseto, ove se ne trovano altri sei).

FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 260.

ROSSI GIAMBATTISTA TROILO
San Secondo 21 dicembre 1574-San Secondo 8 marzo 1593
Figlio di Pietro Maria. Fu il quarto marchese di San Secondo (1591). Come Capitano di una compagnia di uomini d’arme, servì nello Stato di Milano e con altre due compagnie di corazze partecipò alla guerra con i Savoja contro i Francesi, durante la quale venne gravemente ferito. Morì a soli diciotto anni e fu sepolto nell’Oratorio di Santa Caterina in San Secondo.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; Argegni, Condottieri, 1937, 55; M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 55.

ROSSI GIAN GIROLAMO
1735-Padova 21 dicembre 1817
Figlio di Troilo e di Maria Francesca Ippoliti. Fu conte e marchese di San Secondo dal 1802 al 1817. Passata la bufera napoleonica, il Rossi ritornò in possesso di ogni prerogativa feudale. Soggiornò pochissimo in San Secondo e passò la maggior parte della sua vita a Padova. Alla sua morte, lasciò usufruttuario della rocca il fratello Guido ed erede di ogni bene il conte Ferdinando Vaini, figlio adottivo del Rossi.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV; M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 60.

ROSSI GIAN GIROLAMO, vedi anche ROSSI GIOVANNI GIROLAMO

ROSSI GIORGIO
Parma 1831
Studente, prese parte ai moti rivoluzionari del 1831.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 798.

ROSSI GIOVAN GIROLAMO, vedi ROSSI GIOVANNI GIROLAMO

ROSSI GIOVAN MARIA, vedi ROSSI GIOVANNI MARIA

ROSSI GIOVAN PIETRO
Busseto 1462/1476
Fu maiolicaro a Busseto: vi operò nel 1462-1476. Il Rossi nel 1476 lasciò la sua città per andare a Mantova a lavorare ma fu poi richiamato dai Pallavicino, signori di Busseto.

FONTI E BIBL.: C. Baroni, Le ceramiche minori al Castello Sforzesco di Milano, Milano, 1934; G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche delle maioliche metaurensi, Pesaro, 1879, vol. II, 226-227; L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano, 1924; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 159.

ROSSI GIOVANNI
San Secondo 1431 c.-San Secondo 1502
Figlio di Pietro Maria e di Antonia Torelli. Pietro Maria Rossi, nel testamento del 1464, scoprì, senza pudore alcuno, i favoritismi verso l’amante e i figli bastardi per giustificarsi di avere diseredato il Rossi, suo figlio primogenito. Costui, esule e povero, si affidò alle fortune francesi, tanto che, per i servigi militari resi e non avendo mai rinunciato ai suoi diritti di primogenitura essendosi sempre opposto legalmente al testamento paterno, assai vecchio, riebbe nel 1493 da Giacomo Trivulzio, generale di Luigi XII, il feudo di San Secondo. Sposò Angela Scotti, unica erede di una grande casata e di una ingente ricchezza, il che contribuì a risollevare le sorti della famiglia.

FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. III; M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 47.

ROSSI GIOVANNI
Sarzana 3 aprile 1801-Parma 24 maggio 1853
Figlio quartogenito di Giambattista e di Elisabetta Luciardi, entrambi di famiglia patrizia. Compiuti i primi studi nella città nativa, entrò a dodici anni nel Liceo ivi eretto dal Governo Francese. Passò poi in quello del Seminario dove si approfondì nella rettorica e nel latino, che coltivò anche successivamente insieme al francese, e si dedicò particolarmente alle matematiche. Fin da fanciullo mise straordinario interesse nel sezionare gli animali per apprendere natura, forma e disposizione degli organi interni. Tra i tredici e i diciassette anni, conobbe il chirurgo pisano Puccianti, che gli mostrò le dissezioni nei cadaveri umani, gli diede in lettura libri di anatomia e chirurgia e lo chiamò con sé nel curare ferite ed eseguire operazioni. Entrò, studente di medicina e chirurgia, all’Università di Pisa (1818) dove diede così evidenti prove del suo amore allo studio e della sua preparazione che il Vaccà Berlinghieri, compiuto appena il primo anno scolastico, lo ammise come praticante all’Ospedale e assistente al dissettore anatomico, posto che il Rossi tenne fino a quando si laureò in medicina e chirurgia (1822). Appena laureato, il Vaccà Berlinghieri lo volle suo assistente di clinica chirurgica, per cui il Rossi si fermò a Pisa ancora un anno, durante il quale si esercitò specialmente in ostetricia. Lasciata Pisa (1823), si recò a Firenze, poi a Pavia, a Milano e da ultimo a Bologna. In questo suo passaggio da un’università all’altra, ebbe modo di conoscere e seguire lezioni dei sommi maestri di quel tempo, tra i quali Giuntini, Panizza, Cairoli, Palletta, Nespoli, Uccelli, Bongioanni, Tommasini e il famoso Scarpa. Sul finire del 1824 il Rossi si trasferì a Parma, ove strinse amicizia con Luigi Frank, archiatra alla Corte dell’arciduchessa Maria Luigia d’Austria, al quale pare dovuta in modo particolare la decisione presa dal Rossi di fermarsi definitivamente a Parma. Essendosi manifestata (1825) nei soldati del Reggimento Maria Luigia una gravissima epidemia di oftalmia di forma nuova e sconosciuta ai medici locali, che infieriva con esiti fatali, il Rossi, che ebbe occasione di visitare tali ammalati, la riconobbe per una oftalmia purulenta egiziana contagiosa, da lui osservata a Livorno e Pisa poco prima (1822). Destando tale suo parere non poca incredulità nei colleghi, mentre veniva affidata alla sua direzione una sala oftalmica, dove poté curare ventisei ammalati guarendoli tutti senza postumi (con l’eccezione di uno solo che rimase con lieve alterazione dell’occhio), il Governo chiamò il Vaccà Berlinghieri, il quale confermò la natura della malattia che le truppe francesi reduci dall’Egitto avevano importato in Europa e approvò completamente il metodo di cura del Rossi. Fatto, con sovrano decreto, cittadino di Parma (1827), il Rossi diede opera a fornire la Scuola di Anatomia normale e patologica e quella di fisiologia di preparati a scopo didattico, dei quali mancavano completamente, donando ferri e pezzi di chirurgia patologica da lui stesso predisposti, accontentandosi del modesto titolo di preparatore. Come chirurgo  si guadagnò sempre più larga fama, ottenendo con le sue operazioni insperate guarigioni. Con una pubblicazione sull’allacciatura delle grosse arterie degli arti (1824) intervenne nella discussione, allora vivace, tra i due celebri chirurghi Vaccà Berlinghieri e Scarpa, a cui fece seguire l’opuscolo sulla comunicazione dei vasi linfatici con le vene (1825) e successivamente la storia di una cistotomia. Accademie italiane e straniere lo vollero annoverare tra i loro soci e gli tributarono lodi. Nominato (1829) assistente alla cattedra di Chirurgia dell’Università e alla Clinica chirurgica superiore dell’Ospedale Civile di Parma, fu supplente all’anatomia e fisiologia (1832), consigliere al protomedicato e, con sovrano diploma, nominato chirurgo consulente di Corte e della Casa Ducale (1832). Ebbe poi la cattedra di terapia chirurgica (1836), il titolo di professore emerito di anatomia e fisiologia e titolo e stipendio di chirurgo primario della duchessa Maria Luigia (1837). Nel 1842 fu nominato Presidente della commissione direttiva dello stabilimento termale di Tabiano e nel 1844 ispettore sanitario degli ospedali di Parma. Nell’insegnamento portò nuovi metodi, basati particolarmente sulla necessità che lo studente debba seguire lo studio del malato, cosicché i suoi corsi erano seguiti col maggiore interesse e profitto e la scolaresca molto numerosa aveva per lui, anche per i suoi modi affabili, il più vivo affetto (Freschi; Omodei). La sua valentìa come operatore fu provata dall’ardimento, straordinario per quel tempo, col quale seppe affrontare e superare per primo o tra i primi, operazioni inusitate: per primo a Parma eseguì la esofagotomia (1831), l’allacciatura simultanea della carotide primitiva e della succlavia col metodo di Bradorf per aneurisma dell’arteria innominata e la cistotomia, che gli acquistarono la fama di primo tra i chirurghi del tempo in Italia. Nel 1838 sposò Gaetana Tommasini. Nei congressi di chirurgia di Firenze (1841), di Milano (1844) e di Genova (1847) il Rossi fu sempre al centro dell’attenzione per le novità introdotte. Insignito dalla duchessa della Croce di Cavaliere dell’ordine Costantiniano (1839) e nominato suo privato Consigliere e Ispettore generale di sanità negli ospedali di Parma, consacrò la sua attività ad arricchire la Clinica di ogni più moderno mezzo di insegnamento. Il Rossi predispose il disegno di un teatro chirurgico, dimostrando la necessità di provvederlo di un completo armamentario, che il Governo allestì col concorso privato della Sovrana, che diede cinquemila lire. Volle costituita a favore delle sue cliniche una biblioteca medica, donando egli stesso 1400 volumi, e altrettanti ne donò la Duchessa facendo acquistare a sue spese la biblioteca di Stefano Mistrali e assicurando alla nuova istituzione un’annua dotazione. Il Rossi fece parte delle accademie medico-chirurgiche di Livorno, Perugia, Torino, Bologna e Vienna e di quella di scienze naturali e mediche di Bruxelles. Nel 1848 il Rossi fu privato dal Governo provvisorio rivoluzionario del titolo di Ispettore di sanità. Ammalatosi di  bronchite, che diede forse inizio a una forma polmonare lenta, di probabile natura tubercolare, complicatasi con una forma meningea, il Rossi non si riprese più, fino al decesso. Venne sepolto nel cimitero di Parma con iscrizione dettata da Pietro Giordani.

FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 88-90; G. Battelli, in Crisopoli 4 1934, 310-312; M. Varanini, Salsomaggiore, 1939, 101-105; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 344-348; Aurea Parma 1/2 1962, 34; Malacoda 10 1987, 72; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 216; I. Ferrari, in Gazzetta di Parma 9 marzo 1992, 5.

ROSSI GIOVANNI GAETANO
Borgo San Donnino 5 agosto 1828-Genova 31 marzo 1886
Dopo aver ricevuto alcune lezioni da Giuseppe Verdi nel 1837, studiò con il padre Marco, organista del Duomo della città natale e successivamente lo sostituì nel lavoro. Nel 1846 si recò a studiare al Conservatorio di Milano con i maestri Pietro Ray, A. Angeleri e Felice Frasi, rientrando in patria due anni dopo. Il 5 dicembre   1851 fu incaricato a Parma, come sostituto dell’ammalato maestro Giuseppe Barbacini, quale Maestro concertatore e fu nominato definitivamente a tale ufficio con Decreto sovrano del 2 settembre 1852, decreto che gli conferì anche l’incarico di Organista di Corte. Nel novembre dello stesso anno ebbe la nomina di insegnante di canto della Scuola femminile e di pianoforte per gli alunni maschi della Regia Scuola di musica. Per l’insegnamento del canto ai giovani sostituì per un certo tempo Antonio De Cesari, e per la composizione Giuseppe Alinovi dal 1853 al 1856, insegnamento che gli venne poi conferito definitivamente, assieme all’incarico di vice censore, alla morte dell’Alinovi (Decreto dell’8 maggio 1856). Il 19 maggio 1864 fu nominato direttore della Regia Scuola di musica di Parma, posto che occupò fino all’ottobre 1874. Tra i suoi allievi si annoverano Giovanni Bolzoni, Giusto Dacci, Cleofonte Campanini e Primo Bandini. Il 9 agosto 1869 il governo lo nominò Cavaliere della Corona d’Italia, per i lodevoli servizi resi. Dal 1872 al 1874 diresse delle ottime stagioni al Teatro Regio di Parma (storica fu la rappresentazione dell’Aida, presente Verdi) e acquisì tale fama da essere chiamato il Mariani di Parma. Alla morte di Angelo Mariani, il Comune di Genova lo invitò a dirigere il Teatro Carlo Felice. Il Rossi accettò e a Parma si scatenarono delle furiose polemiche, in quanto sia il Teatro sia la Regia Scuola di musica rimasero senza direttore. In omaggio a Verdi, il 22 maggio 1874 alla prima della Messa da requiem eseguita a Milano, volle cantare nel coro come basso. Il Rossi tenne la direzione del Teatro Carlo Felice di Genova per quattro anni, fino al 1879, anno in cui il Municipio sciolse l’orchestra. In quella sede l’esistenza del Rossi non fu serena: invidie e pettegolezzi gli amareggiarono l’attività, che continuò comunque intensa come direttore d’orchestra (a Roma diresse la stagione inaugurale del Teatro Costanzi nel 1880, a Borgo San Donnino le stagioni liriche ogni anno fino al 1873), come compositore e come maestro di canto, attività quest’ultima dove conseguì risultati brillanti. Corresse il metodo di canto di Giuliano Gayarre, che era stato disapprovato a Milano, facendone un grandissimo tenore. Fu anche maestro di Adalgisa Gabbi, Enrichetta Guarnieri, Oreste Cappelletti e Lodovico Contini. Alla morte, la moglie non volle che la salma restasse a Genova, e ne curò la traslazione al Cimitero Monumentale di Milano. Un busto marmoreo orna il primo piano del cortile monumentale del Conservatorio di Musica di Parma, accanto all’ingresso della Biblioteca, dove sono conservati gli autografi della sua musica inedita (Gazzetta musicale di Milano, 29 aprile 1886). Scrisse Cenni sulla Regia Scuola di musica e dati statistici degli insegnanti, allievi ed alunni dal 1840 al 1870 (Parma, Ferrari, 1870). Delle sue composizioni, si conoscono le opere Elena di Taranto, in tre atti, scritta per il Teatro Regio di Parma (30 ottore 1852, partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma; la Casa musicale   Lucca pubblicò tre arie), Giovanni Giscala, in quattro atti (scritta per il Teatro Regio di Parma, 10 giugno 1855, ripresa alla Scala di Milano nel 1856; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Nicolò de Lapi, opera in 4 atti (Parma, 15 gennaio 1866, poi Ancona; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), La contessa d’Altemberg, melodramma in 4 atti (per l’inaugurazione del Teatro di Borgo San Donnino, 1871, poi Genova, 1875; Ricordi pubblicò, ridotte per pianoforte, due arie e due duetti); le composizioni per orchestra Sinfonia a grande orchestra su due motivi dei Vespri Siciliani (1857; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Saul, sinfonia a grande orchestra, premiata col secondo premio dalla Società del Quartetto di Milano nel 1867 (partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Sinfonia drammatica in Mi, per orchestra (1868; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Sinfonia in do Minore, per orchestra (1868; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma); Rimembranze del Don Carlos, per orchestra piccola con due pianoforti (1869; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Sinfonia in la Maggiore per orchestra (partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Sinfonia a grand’orchestra (1880; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Rimembranza della Jone, per orchestra (partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), L’unione italiana, fantasia sui motivi dell’Inno di Garibaldi, della Marcia Reale e dell’Inno nazionale Fratelli d’Italia, per grande orchestra e due bande (riduzione per pianoforte a 4 mani; Milano, Ricordi), la musica strumentale Souvenir dall’opera Gli Ugonotti per due violoncelli e pianoforte (partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Melanconia, mazurka per pianoforte solo (ed. Milano, Lucca), Duetto sulla Linda, per flauto e pianoforte (partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Fantasia sulla Linda, per oboe e per pianoforte (nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Duetto sulla Sonnambula, per oboe e pianoforte (nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Divertimento sulla Norma, per oboe e pianoforte (nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), la musica sacra La preghiera di S. Anna (Milano, 1848; partitura per canto e pianoforte autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Le sette parole del Redentore in Croce, parafrasate in versi del Marchese Centurioni, oratorio per soli, coro e orchestra (Genova, Carlo Felice, 1874; partitura e riduzione per canto e pianoforte autografe nella Biblioteca del Conservatorio di Parma); Preghiera alla Vergine, coro per voci femminili con accompagnamento di orchestra, parole di Alfonso Cavagnari (Genova, 1882; partitura e riduzione per canto e pianoforte autografe nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Ave Maria, per soprano e pianoforte (Ed. Ricordi), le composizioni vocali La madre veneta a S. Martino (Carnevale 1859-1860; partitura autografa per canto e pianoforte nella Biblioteca del Conservatorio di Parma); Inno a Giuseppe Garibaldi, parole di A. Folli (Parma, 1862; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Madrigale a 4 voci, Quanto di me più fortunate siete (1867, menzione onorevole al Concorso di Milano; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Addio a Genova, per soprano con accompagnamento di piena orchestra (1878, partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Tu sei bruna ma bella o Sunamita, coro a 4 voci su versi di Arrigo Boito (1879 e altra stesura nel 1882; partiture autografe nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Santa speme, coro a 5 voci senza accompagnamento (1881, partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), T’amo, romanza per mezzosoprano con accompagnamento d’orchestra su parole di Felice Cavallotti (1882, partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma); La vergine di Sunam, coro a 4 voci su versi di Arrigo Boito (Milano, Teatro dal Verme, 1884; Ed. Lucca), Volate… volate!, valzer per canto e orchestra (1885, partitura manoscritta nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), L’anello della fidanzata, romanzo per canto e orchestra (partitura manoscritta nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Il canto di Mignon (nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Se fra il sonno a lusingarmi tu vieni (nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), La rosa bianca, melodia per canto e pianoforte, versi di Alfonso Cavagnari (Ed. Bertetti, Udine), Un fiore, melodia n. 8 dell’album musicale del Trovatore per canto e pianoforte (Ed. Canti, Milano), Romanze per canto e pianoforte (Ed. Lucca), e l’opera didattica Compendio teorico pratico d’armonia e d’accompagnamento (1837, manoscritto nella Biblioteca del Conservatorio di Parma).

FONTI E BIBL.: Minimus, in Gazzetta Musicale di Milano aprile 1886; Corriere Mercantile 2-3 aprile 1886; Brunialti, Annuario biografico universale, 1887, 29-30; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 385-386; A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 98-99; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 36-37; S. Martani, in Gazzetta di Parma 20 ottobre 1986, 3; N. Pelicelli, Musicisti in Parma dal 1800 al 1860, in Note d’Archivio, 1935; Dizionario musicisti UTET, 1988, VI, 441; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 96-98.

ROSSI GIOVANNI GIROLAMO
San Secondo 19 giugno 1505-Prato 5 aprile 1564
Nacque da Troilo, marchese di San Secondo e conte di Berceto, e da Bianca Riario, nipote di papa Sisto IV. Il 13 agosto 1517, all’età di tredici anni, ebbe in Roma la tonsura dal patriarca di Alessandria e arcivescovo di Pisa, Cesare Riario, zio materno. Quattro giorni dopo fu nominato Protonotario Apostolico da Papa Leone X. Nel medesimo tempo l’altro zio materno, Raffaele Riario, cardinale di San Giorgio e vescovo di Ostia, rinunciò a favore del Rossi la Badia di Chiaravalle della Colomba. Avuto a precettore il parmigiano Cristoforo Vandino, il Rossi proseguì gli studi a Bologna e poi a Padova, dove nel 1525 seguì gli insegnamenti di leggi civili e canoniche del piacentino Francesco Burla, ottenendo la stima di Pietro Bembo. Tornato a San Secondo, dopo il sacco di Roma del 1527 il Rossi si recò a piedi da papa Clemente VII, che si era rifugiato a Orvieto. Dal Papa fu nominato Chierico di camera. A Orvieto divenne amico di monsignor Giovanni Guidiccioni, che lo indusse a scrivere poesie in lingua toscana. Sottoposto un suo sonetto al Bembo, in data 14 giugno 1530 ne ebbe cordiali congratulazioni: Più caro ancora mi è stato il vedere voi aver fatto tanto, e sì bel profitto nella Poesia, del quale con voi mi rallegro, e veggio che andate per via di farvi anco da questa parte grandemente chiaro ed illustre. Il Rossi fece anche studi di sfragistica e raccolse un buon numero di medaglie. Il 3 giugno 1530, con approvazione del Papa, cedette a Giovanni Maria del Monte vari benefici ecclesiastici in cambio del Vescovado di Pavia, del quale prese possesso (come semplice eletto, non avendo ricevuto gli ordini sacri) attraverso il vicario Lodovico Ardizzoni di Reggio. Papa Paolo III impiegò il Rossi in un’ambasceria ai Fiorentini subito dopo l’uccisione del duca Alessandro de’ Medici (1537). Il Varchi, nelle sue Storie, così ne parla: Aveva ancora il Papa (non si sa se da sé, o pure pregatone da’ Cardinali) mandato a Firenze Monsignor de’ Rossi Vescovo di Pavia cognato del Signor Alessandro Vitelli con due Brevi, uno pubblico indiritto allo Stato, e un privato indiritto al Signor Alessandro, il qual Signor Alessandro per non dar sospetto non volle accettarlo privatamente. Ragunato adunque il Consiglio de’ Quarantotto, il Vescovo poich’ebbe alla presenza del Signor Cosimo presentato il Breve pubblico, favellò brevemente, stando sempre in su generali, che Sua Santità avendo intesa la morte del Duca si doleva, gli confortava, gli offeriva per l’ufizio della Santissima Sede Apostolica, ed altre cose così fatte. Matteo Strozzi, a cui fu commesso, gli rispose generalmente, accettando in nome di tutti, ringraziando, lodando, e promettendo. Allora Monsignore presentò com’erano convenuti, il suo Breve al Signor Alessandro, ed egli lo diede al Cancelliere de’ Consiglieri, che lo leggesse forte, e volgarmente. La sustanza del Breve era questa, che lo confortava a voler esser autore dell’unione di quella Città, e portandosi in  modo, che dese buon odore di sé e s’acquistasse merito e laude appresso Dio, e appresso gli uomini: alle quali parole il Signor Alessandro anzi alterato che no disse: Questi Signori sanno, che io non ho mancato mai di far tutti i buoni uffizi, e che io ho obbligata la fede mia di non uscir mai della voglia di lor Signorìe, e mai da real soldato per l’innanzi non uscirò. Fu chi ebbe caro assai quest’impromessa fatta così pubblicamente, e affermata con tanta efficacia, ma sogliono molte volte prometter più coloro, che vogliono attender meno. Matteo tagliò le parole ringraziando la buona volontà del Papa, e del Vescovo, e lodando il valore e la fede del Signor Alessandro. Fu da molti biasimato il Vescovo, e ripreso come ingrato, e sconoscente del benefizio fatto già dal Signor Giovanni de’ Medici a lui, e a tutta la famiglia de’ Rossi, e la Signora Maria, vedova di Gioanni de’ Medici, e madre del Duca ucciso, rimproverandogliele gli disse quel che dipinto non si sarebbe: ma l’agonia, ch’egli aveva d’esser fatto Cardinale fino a quel tempo, benché in vano, gli tolse sempre ogni buon conoscimento, tanto può sempre l’ambizione dovunque ell’entra una volta. Nel 1539 il fratello Giulio, conte di Cajazzo, rapì Maddalena Sanseverino e occupò il Castello di Colorno. Il Rossi fu accusato di aver favorito l’impresa criminosa e per questo fu incarcerato in Castel Sant’Angelo, dove conobbe ed ebbe modo di favorire Benvenuto Cellini. L’intervento dell’altro fratello, Ettore, abate di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, non valse a scagionarlo, anche perché nel frattempo il Rossi fu accusato da Marcantonio Pizzi di San Secondo e dal capitano Alfonso Mazza di essere stato complice nell’uccisione del piacentino Fantino Rampini a Venezia nel 1521, di aver fatto avvelenare a Parma nel 1527 Bernardo Rossi, vescovo di Treviso, e di aver fatto ammazzare nel 1534 a Rozzasco il conte Alessandro Langosco. Solo il deciso intervento dei fratelli, del Bembo e del cardinale Ercole Gonzaga indussero il Papa, nel 1541, a tramutare il carcere nella residenza obbligata a Città di Castello, presso la sorella Angela, moglie di Alessandro Vitelli. Il Rossi fu comunque privato delle rendite del Vescovado di Pavia e della Badia di Chiaravalle. In seguito ottenne il permesso di potersi liberamente muovere all’interno dello Stato della Chiesa (a eccezione delle città di Parma e Piacenza) e a Venezia e Ferrara. Postosi sotto la protezione del duca di Firenze Cosimo de’ Medici, ottenne con la sua mediazione di poter riscattare una parte delle entrate della Badia di Chiaravalle. Nel 1545 si recò a Parigi (dove divenne amico di Luigi Alamanni e di Antoine le Masson), cercando, senza troppa fortuna, di ingraziarsi il Re. Rientrato in Italia, continuò a condurre un’esistenza sempre agitata e tormentata. Alla morte del cardinale Bembo (1547), il Rossi si fece promotore di una raccolta di componimenti a ricordo dell’amico e benefattore, che fu poi stampata (senza indicazione di luogo e di data) col titolo di Epigrammi latini, et Sonetti volgari, et altre Compositioni di diversi Autori raccolte insieme, e fatte sopra la Morte del Cardinal Bembo. Quando nel 1547 il duca di Parma Pierluigi Farnese fu assassinato e Piacenza fu occupata da Ferrante Gonzaga in nome di Carlo V, il Rossi riebbe dal Gonzaga la Badia di Chiaravalle e buona parte dei feudi del Vescovado di Pavia, nonostante le proteste papali. Il Rossi individuò nella casa Farnese l’origine di ogni sua disgrazia: questo odio profondo si manifestò quando volle che il fratello Giulio e il nipote Troilo servissero con l’Imperatore contro i Farnese e quando, alla morte di papa Paolo III (novembre 1549), vergò il seguente sonetto: Spento è l’antico orrendo atro Serpente Di Lerna, e seco son spenti i Giganti, Gli Antropofagi, e Lestrigoni, e quanti Per esca usar già mai l’umana gente. De’ Regni bui spento è quel gran Reggente, Cui furie atroci erano sempre astanti, E i Dionigi, e Polifemo, e tanti Ciclopi, e Arpie a depredarci intente. Spento è l’empio Diomede, quella fera, Che nel gran laberinto avea dimora, E coprìa il rio con sue larve mentite; E Falari, e Agatocle, e quell’altera Medusa, e Polinnestore, e in un’ora Cerbero, e’l Regno, e la Città di Dite. Il nuovo papa Giulio III rimise il Rossi in possesso del Vescovado di Pavia (22 febbraio 1550) e, scoppiata la guerra tra Ottavio Farnese e l’imperatore Carlo V (alleato del Papa), fu nominato Governatore di Roma. Non ottenne invece il cardinalato, cui tanto aspirava, sia per la morte del Papa (1555) sia, soprattutto, per i maneggi dei potenti cardinali Farnese, che si impegnarono con ogni mezzo perché il Rossi non fosse eletto. Svanita la possibilità di diventare cardinale, il Rossi si ritirò a vita privata in Toscana. Nei Discorsi e Ragionamenti palesa quanta pace gli recasse il nuovo tenore di vita: Essendo io Prete, et salvatomi per gran miracolo di Dio dalle ingorde mani del Fisco Romano, e dall’immensa forza dell’ambizione, et datomi alla quiete, et agli studi humani et piacevoli, dir non potrei quanto io rimanghi consolato d’essermi ridotto in Toscana alle mie ville, et a vita tranquilla e quieta. Il nipote Federico, che ebbe dal Rossi nel 1555 la rinuncia della Badia di Chiaravalle, narra quali fossero i veri sentimenti dello zio ritiratosi in Toscana presso Cosimo de’ Medici: Ammisso igitur tam benigno perhumanoque Principe Jo: Hieronymus ad id potissimum animum adhibuit, ut posthabitis aulicis illecebris litterarum studiis vacans, illam vitam viveret, quae nullas in se contineret molestias. Concessit iccirco Florentiam lepidissimis ingeniis, et liberali Principe litterarumque alumno Civitatem profecto florentem, ubi Cosmi summi et veteris Familiae Rosciae patroni gratiam adeptus, ita ut in arduis, maximisque rebus ejus utatur consilio, quicquid otii nanciscitur, id totum ad studia convertat eoque quietiore animi tranquillitate, quod Hypolitum ex fratre Petro Maria nepotem adolescentem omnibus liberalibus artibus, et praesertim Philosophia imbutum, in Episcopatus administratione sibi collegam, et successorem nuperrime delegerit. Quando papa Pio V obbligò tutti i vescovi a risiedere nelle loro diocesi, il Rossi preferì trattenersi in Toscana, e rinunciò alla Diocesi di Pavia in favore del nipote Ippolito Rossi. Si dedicò in particolare all’educazione dei nipoti sigismondo e Ferrante, figli di Pier Maria. A sigismondo donò (4 settembre 1562) i suoi beni di Montemurlo, del Lucchese e del Napoletano. Morì di podagra e fu sepolto nella chiesa di Santa Trinità di Prato. Tra i suoi estimatori ebbe Matteo Giberti, Ippolito Capilupi, giovanni Della Casa, Pietro Bembo, Guidiccioni, Marmitta, Luigi Alamanni, Rainieri, Vivaldi, Bargeo, Benedetto Varchi e Giorgio Anselmi. Il Rossi scrisse Rime (edite a cura di P.F. bottazzoni, Pisarri, Bologna, 1711) e una Vita di Giovanni de’ Medici (ferrario, Milano, 1833). Mentre non si ha notizia di altre opere, di cui il Rossi fa menzione (tra le quali un Discorso della Guerra contro i Turchi e un Discorso sopra le medaglie), restano manoscritti gli ampi Discorsi e ragionamenti fatti in guisa di Dialoghi (ms. Vaticano ottoboniano 2213), di materia politica e militare, con frequenti richiami polemici a macchiavelli.

FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 81-93; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 343-344; Aurea Parma 1 1959, 16-17; Letteratura italiana, I, 1990, 702; G.C. Mezzadri, in Gazzetta di Parma 28 agosto 1995, 5.

ROSSI GIOVANNI MARIA
Parma 1485
Figlio naturale di Guido. Giostrò in Venezia nell’anno 1485. Nonostante la sua giovanissima età, il Rossi ruppe ben tre lance, ottenendo i favori del pubblico e, in premio, un corsiere riccamente guarnito.

FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 307 e s.

ROSSI GIROLAMO
Parma 1522/1524
Nel 1522-1523 e 1523-1524 fu Rettore dell’una e dell’altra Università di Bologna, ossia di quella dei Citramontani e di quella degli Ultramontani (Malagola, 188). Il Rossi, mentre occupava la carica di Rettore, lesse anche Inforziato e Digesto nuovo (Rotuli, II, 33, 37).

FONTI E BIBL.: Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 236.

ROSSI GIROLAMO, vedi anche ROSSI GIOVANNI GIROLAMO

ROSSI GIULIO
San Secondo 1539/1554
Figlio naturale di Sigismondo. Fu al servizio dei duchi di Savoja.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 798.

ROSSI GIULIO
San Secondo XVI/XVII secolo
Figlio naturale di Ferrante. Fu al servizio del Duca di Toscana e si trovò in Francia nelle guerre contro gli Ugonotti, alfiere di Alberto Pio.

FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 307 e s.

ROSSI GIULIO CESARE
San Secondo 1519-Chiaravalle 6 aprile 1554
Figlio di Troilo e di Bianca Riario. In gioventù partecipò a numerose giostre e tornei cavallereschi, riuscendo quasi sempre vincitore. Ereditò dal padre il castello di Basilicanova. Volendo aumentare il suo patrimonio, a murano (1537) rapì e sposò Maddalena di Sanseverino, che possedeva i grandi feudi di Cajazzo e Colorno. La madre di Maddalena chiese aiuto a Venezia, che, oltre a Colorno (di cui il Rossi si era impadronito colle armi), gli tolse anche gli altri possedimenti di Parma, condannandolo al bando